SORRISI DI GIOVENTÙ.


Sorrisi di Gioventù

RICORDI E NOTE

DI

ANTON GIULIO BARRILI

MILANO
Fratelli Treves, Editori
1912
Nuova edizione economica.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Milano. — Tip. Treves.



[INDICE]


PREFAZIO.

Se avete viaggiato molto in istrada ferrata, amici lettori, questo libro è per voi. Entrando in una vettura di prima (mi figuro almeno che sia questa la vostra classe preferita) sicuramente non avete potuto scegliere i vostri compagni di viaggio. Il ministro anglicano con le figliuole bionde, il vescovo francese col suo segretario ad latus, il grosso banchiere dalla faccia rasa e contenta, il triste merlo spennacchiato reduce da Montecarlo, il vecchio bellimbusto ripicchiato che va a cercar salute e conquiste a Vichy, i due sposini che fanno vendetta di voi, terzo incomodo, dandovi lo spettacolo di star due ore stringendosi per mano (gran prova di costanza, che per solito non dura oltre il viaggio di nozze), tutti costoro, ed altri che ommetto per brevità, vi sono stati dati compagni dal caso. Padrone di scegliere, non avreste voluto nessuno in carrozza; obbligato a goderveli tutti, fate a mala fortuna buon viso, mettete il pioppino sulla rete, accanto alla valigetta, calzate in testa il vostro berretto di seta, che auguro non abbia a vestire una palla di biliardo; aprite un giornale, e leggete quel che vi càpita sott’occhio; anche qui servitori umilissimi del casa, che tende, intreccia, e qualche volta imbroglia le fila.

Così sono, così vengono, portati dal caso i ricordi, questi compagni di viaggio della vita vissuta. Siete partiti di qua, piuttosto che di là, senza averne merito, o colpa: vostro padre era in sua gioventù nel tal luogo, dove incontrò la donna che doveva esservi madre: siete nati di qua per una ragione, siete andati di là per un’altra: la rete adriatica o mediterranea della vita vi ha presi, vi ha sballottati nel suo treno misto, introdotti nelle gallerie, librati sui viadotti, rallentati sui passaggi a livello, trattenuti agli scambi, addormentati sui binarii morti. Per temperamento o per affari, per divertimento o per seccatura, per amore o per forza, avete corsa la vostra parte di mondo anche voi, tristi o lieti, accesi di desiderio, illuminati di speranza, soffocati di rabbia, abbeverati di fiele. E spesso, di tante cose belle o non belle, vi torna in mente il ricordo. Son dolorosi, i ricordi? Sì, qualche volta; ma di un dolore sordo, lontano, attutito, trasformato, quasi piacevole, se riesce a spremervi dagli occhi una lagrima artistica. Acqua passata non màcina; le immagini dei tempi trascorsi son grate, come attraverso le pagine di un libro hanno buon odore anche i morti. Pensate ai giorni vissuti, che non avete più da faticare per viverli; richiamate le vecchie pene, che non vi fan più soffrire, le gioie antiche, sempre nuove all’aspetto, che vi recano perfino la sensazione di svanite fragranze. Sono i sorrisi della vostra gioventù, senza le lagrime. Vi annoiano? Sarebbe da ingrati; ma io non ci ho che vedere: voi potete liberarvene ad ogni modo, richiudendo il libro della memoria, e provando a dormire.

Così, come il vostro libro, all’ora fatale della noia, potete richiudere il mio. Apritelo, intanto: anch’io l’ho scritto, come voi avete meditato il vostro, toccando qua e là, come portava il caso e l’umore. Statemi sani.

Villa Maura, 16 luglio 1898.

L’Autore.


Figure femminili.

All’alba dei miei ricordi, bella, rosea, bionda immagine di costante giovinezza, arride la mia nonna dolce. Dico la nonna da parte di padre; che l’altra non l’ho conosciuta, essendo ella morta prima ch’io venissi alla luce. Intorno al quale evento modesto sarà bene che io dica qui il mio pensiero una volta per tutte. È stata una buona cosa il capitare da queste parti, per le belle curiosità che il mio spirito ha potuto appagare, per le utili lezioni che il mio intelletto ha potuto ricevere, e per la calma serena con cui l’anima mia è disposta a vedere un altro pianeta, ora che è stata sufficientemente istruita di questo. Io sono dunque riconoscente del dono, quantunque non ne abbia fatto il miglior uso del mondo; specie negli anni più giovani. Ma questo succede il più delle volte dei doni ottenuti, che subito lavoriamo a sciuparli, per la inconcepibile manìa del vederci dentro. Ma queste sono inezie, da non guastarcisi più il sangue, oramai. Non solamente son grato al babbo e alla mamma, che mi han fatto quel dono; ma ancora alla nonna, che me ne ha confermato il possesso, in un brutto quarto d’ora, e me ne ha reso il godimento più ameno. Com’era buona, la nonna! Babbo e mamma mi sgridavano qualche volta; lei non mi sgridava mai, me le passava tutte, non riuscendo con quelle care luminose pupille azzurrine a farmi gli occhiacci. Mamma e babbo mi stavano sempre addosso per farmi studiare; lei non mi pose mai un libro tra le mani. Provvida, forse! Ma fors’anche è da credere che non lo facesse lei, perchè a questo ci pensavano gli altri. A buon conto, poichè da bambino dormivo nella sua camera bella, era lei che mi faceva ogni mattina star su di buon’ora. Ma questo lo faceva con una frottola in versi, mezzo italiani e mezzo genovesi; ond’io, per virtù sua, incominciavo sempre le mie giornate ridendo.

L’amavo molto, vi ho detto, anzi, per confessarvi ogni cosa, l’amavo sul principio anche più della mamma. Ancora non sapevo che il dar vita costasse dolori. Per sentito dire, io ero venuto dall’India e stato ritrovato al piè d’un olivo: gran fatica, farmi prendere in collo da una levatrice e portare a casa per erede del trono! Sapevo invece che un anno dopo il mio arrivo dall’India, la mia piccola vita era stata in pericolo grande, e che dal pericolo mi aveva scampato la nonna. Questo si ricordava ad ogni tanto in famiglia; ed era anzi questa la ragione per cui la mia mamma lasciava correre spesso e volentieri qualche parola acerba della nonna. Si sa, nelle famiglie, tra suocera e nuora tempesta e gragnuola; ma in casa nostra non erano altro che scosse di pioggia; le nubi, così facili a sorgere sull’orizzonte domestico, erano ancor più facilmente dissipate dal grato episodio della mia salvazione miracolosa. Sicuro, accanto al sostantivo c’era sempre l’epiteto.

Figuratevi, ero stato messo a balia, contrariamente ai precetti di Gian Giacomo; e mi avevano mandato a vivere nell’alta valle di Albisola, un po’ più su del convento della Pace, in una casa colonica detta la Vedrera, piantata assai pittorescamente, ma non troppo saldamente, tra la via della Stella e il torrente Riobasco. La mia balia era bellissima, per quanto ne ho udito dire più tardi (allora, per ragioni facili ad intendersi, ad onta di tutta la confidenza che ci avevo, non feci attenzione alla cosa); ma era anche giovanissima, e sbadata parecchio. Mi trascurava, a quanto pare, lasciandomi solo per ore ed ore di seguito, a strillare in una cesta da cavoli; per giunta, dopo qualche mese di pensione, prese a darmi il latte cattivo.

La nonna capitava spesso lassù; da principio per sincerarsi che non pericolasse la casa, così fuor di squadra come era; poi per vedere se fossi ben governato. Una volta, giungendo fuor d’ora, mi aveva trovato solo a strillare; e la balia, tutta confusa, quando, finalmente arrivò, aveva balbettata una scusa. Ma di questi casi ne seguirono parecchi; e le scuse, sempre tutte d’un colore, contentavano poco la nonna. S’aggiunse il latte cattivo; ma di questo non si sospettò a tutta prima, attribuendosi il mio deperimento a tante piccole cause passeggiere, ora al caldo, ora ai bachi, ora allo sforzo del primo dente. Per altro, il primo dente non accennava a spuntare; non potevo avere i bachi ogni settimana; il mio sfiorire così a vista d’occhio non poteva essere effetto del caldo. La nonna ebbe presto un sospetto del vero, e corse tosto agli estremi rimedii; capitò una mattina con la vettura fino all’ingresso della Vedrera; mi fece prendere in collo dalla balia, e mi portò di volo a Savona, nella nostra villetta del Bricco, sulla rocca di Lègino, consegnandomi al seno meglio provveduto di una nostra massaia; donna matura, che aveva avuta una tarda ripresa di maternità, e che, svezzato di quei giorni il suo ultimo rampollo, aveva ancor latte per un succedaneo.

Passavo da una ventenne a una quadragenaria; tanto per cambiare, ma anche per cavar profitto di una differenza che non pensavo a studiare, Lauretta Sambarino, che tale era il nome della mia nuova balia, lavorò di buzzo buono a ristorarmi; e prima di tutto mi fece rialzare la testa, una gran testa, Dio santo! che già cominciava a spenzolare come un fico brogiotto quando è maturo, e il picciuolo vizzo non basta più a reggerlo. Ma essa non mi rimise in gambe egualmente; anche levato da balia e ricondotto in città, ne strascicavo una, toccando terra con la noce del piede; tanto che si temette non avessi a restarne storpio per tutta la vita. Sia lode al cielo, che non si è avverato il presagio, e respirino le ombre di lord Byron e di Walter Scott. Ma c’è scattato di poco, che quei due zoppi non avessero un famoso rivale.

Questi sono ricordi, per così dire, di mattonella. I miei proprii, quelli che mi dànno la sensazione della cosa veduta, sono dell’età di due anni e mezzo. Mi ricordo ancor oggi, come ero allora, sul lastrico della piazza del Duomo, tenuto per le falde di una buona donna, chiamata Angelina, il cui nome, e più il vezzeggiativo, si adattava male alla sua gran mole carnosa. Era alta come un corazziere, e stentava a piegarsi nella vita; grossa, tonda di fianchi come un’orca olandese; e si dondolava sulle anche, facendomi muovere davanti a sè, come un povero burattino dalle gambe cedevoli. Ma aveva un bel sorriso, quella barcaccia di donna; ed anche una bella voce, di buon metallo, non estesa di registro, ma pastosa e flessibile, quasi lisciata, inumidita da quell’ammasso di sugna ond’era costretta ad uscire, e in cui mi pareva sempre di affondare, quando ero stanco di ciampicare e l’orca olandese m’issava benignamente in coperta. Davanti a me, camminando a ritroso come i gamberi, per invitarmi al passo, era sempre una fanciullina di quattro o cinque anni. La conoscevo per Gigina, ed era invece Filippina. In casa nostra la chiamavano anche «la figlia della Graziosa» perchè questo era infatti il nome della madre, moglie ad un tal Giribone, cuoco, o maestro di casa che fosse, certamente factotum dei signori Multedo, gente nobile e ricca di Savona. Gigina, anzi «Gigin Patata Poton» come la grossa bambinaia m’insegnava a dire, per aiutarmi a rincorrerla, era bionda, gentile, gracilina a quel modo, ma ritta se Dio vuole; io mezzo storpio, e in procinto di rimaner tale per tutta la vita. Capricci della sorte! io mi raddrizzai, rincorrendola; ella si raggrinzò, crebbe a stento rachitica, e qualche anno più tardi, morti i parenti suoi, mentre io facevo le capriole sulle rive del Paglione, a Nizza, dove i miei erano andati a metter dimora, fu ricoverata tra i Madonnini. Così chiamano a Savona i poverelli, ricoverati nell’ospizio della Madonna, attiguo al santuario suburbano di Nostra Donna della Misericordia.

Anche lontano, e nell’età in cui più facilmente si dimentica, ebbi sempre la buona Filippina nell’anima. All’età di cinque anni, o poco meno, ritornato con la famiglia a Savona, chiedevo ancora di «Gigin Patata Poton». Quando mi dissero che era stata messa tra i Madonnini, non capii nulla; ma istintivamente piansi molto, tanto che fu necessario condurmi a vederla. Abitava in un bel palazzone, sopra una gran piazza alberata, la mia buona Filippina; e l’ingresso del portone era fiancheggiato da statue di gran personaggi, che gettavano monete a bizzeffe, avendone dei mucchi da’ piedi, che si potevano toccare con mano, ma non altrimenti levar di là per metterle in tasca. L’ingresso, il vestibolo, lo scalone, tutte le bellezze monumentali del palazzo, mi diedero un’idea maravigliosa dell’alloggio di Filippina. Ed anche lei, quando la vidi, mi parve contenta. Povera piccina! lavorava di cucito, come avrebbe fatto a casa sua; ma anche mangiava e dormiva alle sue ore, come a casa sua non avrebbe potuto più fare. Vestita di bordato turchino, con un grembiulino bianco, mi parve che stesse anche bene. E così la vedevo ogni anno, nelle grandi solennità, come quella del Corpus Domini, quando i Madonnini, uomini e donne, vecchi e giovani, venivano in processione a Savona. Bella festa, con quei parati di damasco rosso e verde a tutte le finestre, con quei nembi di fiori di ginestra che cadevano a far tappeto lungo le strade, con gl’incensi che fumavano, con la musica che suonava, seguitando il Santissimo! Ma io avevo occhi soltanto per i miei Madonnini, e tra essi non distinguevo altro che Filippina. Tre, quattro volte, quante ne permettevano i giri lunghi della processione, ora da un crocicchio, ora da un altro, vedevo passar Filippina: e tutte le volte, vedendomi, Filippina mi sorrideva, facendosi rossa. Perchè quel sorriso m’inteneriva, destandomi dentro una gran voglia di piangere? Non lo intendevo, allora; non conoscevo ancora il segreto del riso malinconico, del riso che nasconde le lagrime. Più facilmente notavo il color di fiamma che le tingeva le guance, rendendo più bello il suo visino smunto. Sicuramente, quelle vampate di sangue erano le uniche di cui si rifiorisse un poco, durante l’anno, il suo involucro di cera.

Poi venne per lei l’età giovanile, quando la fanciulla incomincia a sentirsi donna. A quell’età il povero involucro di cera si disfece; Filippina morì. Povera bambina, che della vita ha conosciuto solamente il dolore! Ma se Dio è giusto, quella povera carne gli sarà molto vicina, perchè ha molto sofferto. Per me, se mi avverrà mai di andare lassù, e di trovarmi faccia a faccia con quello che i nostri dotti nei loro momenti di bontà si degnano di chiamare l’Inconoscibile, gli domanderò per la prima cosa:

— Padre nostro, dov’è Filippina? —

Ritorno alla nonna. Ero il suo nipotino; mi aveva salvata la vita: naturalissimo adunque che io fossi due volte il suo idolo. Veramente, nella sua idolatria non mancava un po’ di amarezza. A quattro anni, o giù di lì, non avevo più i bei capelli biondi ricciuti, che erano la sua delizia. E se la prendeva spesso con mia madre, con le serve, con tutte le persone di casa, che accusava formalmente di avermi rovinati i capelli con l’unto, facendoli diventar neri e stecchiti. Aveva delle idee tutte sue, in materia di chimica. «Ed era nato coi capelli d’oro come i miei!» gridava ella, stizzita. «Vedete un po’ come me l’hanno assassinato!»

La nonna si teneva molto dei suoi capelli d’oro. Quando io giunsi dall’India, ella aveva già cinquantanove anni, ed io me la ricordo appena dai sessantadue in giù; ma io la vidi sempre coi suoi bei capelli dorati, coi riflessi di zecchino, come quelli delle dame del Cinquecento, eternati dai pennelli di Tiziano e di Paris Bordone. Ed erano suoi, ben suoi, quantunque posticci; poichè il suo frontino, fatto di due larghe staffe, spartite nel mezzo e rigirate sopra gli orecchi, era tutto di capelli nati sulla sua testa, raccolti diligentemente a mano a mano che restavano impigliati nel pettine, e messi insieme da un parrucchiere artista. Quel frontino poteva dirsi il suo richiamo di gioventù, del tempo felice in cui era stata bellissima. Ed era ancor bella in vecchiaia, colla sua faccia ovale di perfetti contorni; la fronte bianca senza una ruga, sotto quelle due staffe dorate; il naso diritto e fine; stupenda la bocca vermiglia, che non aveva ancor l’aria di succhiarsi le labbra, quantunque i denti fossero andati via tutti; rosea la carnagione, quasi perlata nei suoi dolci riflessi; gli occhi azzurri e limpidi, che brillavano lietamente ad ogni sorriso del volto. A ottant’anni, la sue mani, le braccia, le spalle, apparivano ancora una maraviglia di conservazione.

Era nata dei Bosco; una famiglia genovese, forse discesa da Bosco Marengo, certamente illustrata nel Quattrocento da quel Bartolomeo Bosco, famoso giureconsulto, che le sue molte ricchezze aveva lasciate per testamento alla fondazione dell’ospedale di Pammatone. Impoveriti (e non se ne dolsero) da questa grande liberalità, gli eredi del suo nome non avevano più raggiunta l’altezza di lui sull’altalena della cieca fortuna; ma parecchie generazioni di onesti mercanti e banchieri fecero testimonianza di operosità non mediocre. Le vicende politiche e commerciali, nella seconda metà del Settecento, ne avevano tratto un ramo a Savona, donde assai più tardi alcuni rampolli dovevano ancora restituirsi a Genova, ma lasciandone altri nella lor sede temporanea. Tra questi la signorina Francesca, andata sposa al mio nonno paterno. Di un altro parente lontano ho ricordo, che per tale me lo dava il casato dei Bosco, e lo stesso nome di Giulio, comune in quella famiglia. Caduto in bassa fortuna, non era altrimenti precipitato in umile condizione: io lo conobbi e lo amai, distributore di libri, nella civica biblioteca della mia terra natale.

La nonna bella non sapeva stare senza di me. Piombata un giorno improvvisamente a Nizza, dove come ho detto, si era ridotto mio padre per invigilar da vicino certi interessi di famiglia, tanto disse e tanto fece, che persuase il figliuolo a ritornare in Savona. Durante il soggiorno di lei a Nizza io imparai, fanciullino, a smontare orologi. La nonna ne aveva uno bellissimo, di stile antico, tra il Consolato e l’Impero, col quadrante a giorno, contornato d’una fila di perle orientali, e il coperchio posteriore tutto di smalto turchino, con una gran cappellina di paglia dipinta nel centro, e nella cappellina un amorino mezzo nascosto tra le tese allargate. Quell’orologio era il mio sogno: che cosa non avrei fatto, per possederlo! almeno almeno per brancicarlo un poco! Ma il caso venne presto in aiuto al mio desiderio. Andando una domenica a messa in Santa Reparata, la nonna lo aveva dimenticato sulla lastra di un cassettone. Adocchiata la preda, mi arrampicai su d’una seggiola; abbrancai l’orologio; lo guardai per tutti i versi; trovai il modo di aprirlo, e, non so come, anche di smontarne la cassa. Niente atavismo, badate; non ci sono mai stati orologiai in famiglia: del resto, io non venni a capo di ricomporre ciò che avevo così bene disfatto, e la mia precocità nella orologeria fece in quella occasione la sua unica prova. Di molti orologi posseduti in processo di tempo feci sempre un uso più saggio.

Per ritornare a quello, ecco che cosa intervenne. Rientra la nonna, e cerca il suo orologio. Ahimè! l’orologio non si trova. Chi lo ha preso? Tempestano di domande la gente di servizio, ma invano; la coscienza offesa freme nelle risposte; l’innocenza traluce dagli occhi. Ma non dai miei, pur troppo, quando sono interrogato a mia volta. Nego, nondimeno, e si è già sul punto di credermi; allorquando, oh confusione! rovistando febbrilmente da per tutto, la mamma trova il corpo del reato, nascosto nel mio tettuccio, tra la materassa e il saccone. Avrei dovuto ricevere una correzione, tanto salutare quanto sollecita. La giustizia era pronta; ma la parte lesa si oppose, domandò grazia per me. Cara nonnina bella, come ti ho abbracciata quel giorno!

Quando si ritornò sulle rive del Letimbro, feci la strada accanto a lei sul davanti della diligenza. Rammento, di quel poetico viaggio tra il verde e l’azzurro, una fermata di poche ore a San Remo, e certe ova sode sgranocchiate in un giardino, a colazione, dal canonico Bonetti, vecchio amico di casa. Quel giorno mi innamorai d’un calice con la sua patena d’argento dorato, e dichiarai solennemente di voler fare il canonico. Anzi, dirò di più, quella passione mi durò qualche anno: ma quando poi mi fu detto che per diventar canonico dovevo incominciare dal farmi prete, mi passò tosto la voglia; e il canonicato finì, come era finita l’orologeria.

A Savona venne presto il tempo di mettermi a scuola. Mi piaceva lo studio, ma non eccessivamente; piuttosto il giocare alla palla, e il far la sassaiola. Pure, bisognava studiare, far bene i còmpiti e saper la lezione, per vincere. Infatti, era una battaglia anche quella. Ma io trovavo il modo di aver qualche oretta per me, tenendo compagnia alla nonna. Dormivo nel suo quartierino, che era un piano sotto a quello dei miei. La nonna andava spesso e volentieri a passare le belle giornate in villa, anche nelle mezze stagioni; ed io, allora, non che dormire, pranzavo e cenavo da lei. Quando in villa ci si veniva tutti, per l’estate e l’autunno, anche la nonna abitava nel palazzotto, sul colmo del Bricco, dugento passi più indietro da quel gran pino ad ombrello che vigila ancora la mia dolce Savona. Ma quando ci andava per conto suo, la nonna si recava ad abitare presso certi suoi fittaiuoli; non dai Sambarino, che avevano il podere in alto, ma dai Cheti, che tenevano quello più al basso della collina, verso ponente. In quella casa colonica si era fatte aggiustare un paio di camerette, con un terrazzino; ed io, naturalmente, ero sempre con lei. Che giorni felici! Mi alzavo a bruzzico, per ripassar la lezione e fare in fretta il mio còmpito; poi, alle sette e mezzo, con una galoppata di venti minuti, ero alla scuola in città. Alle undici, altra galoppata in su, per far colazione: al tocco da capo in iscuola, per risalire, dopo le cinque, e sempre galoppando, in collina, e per cenare alle sette, ma dopo aver scalati tutti i ciliegi, tutti i peri, secondo le stagioni, o i fichi, i peschi, gli albicocchi della villa. E ciò senza far torto alle siepi, ai roveti, ai corbezzoli, per levare il pane quotidiano ai tordi, ai pettirossi, ai cardellini, agli scriccioli. Quella vita di parecchi anni in moto continuo era la mia gioia, e fu anche la mia fortuna. Non c’era fossato, non fratta, non angolo di bosco, che io non conoscessi. E conoscevo ancora tutte le serpi del vicinato, che andavo a disturbare, con la mia mania di raccogliere gli sparagi selvatici per ripe e ciglioni. Anch’esse mi conoscevano; probabilmente si erano avvezzate a me, perchè mi lasciavano fare. Un giorno ne vidi due, artisticamente avviticchiate, e stetti lungamente immobile ad ammirarle, immaginando che dèssero spettacolo per me, credendomi il dio Mercurio. Ero fresco di mitologia, capirete; ma non giunsi fino al capriccio di fabbricarmi un caducèo, quantunque avessi in pugno una bella verghetta di frassino, che pareva fatta a posta per ciò.

Quella stupenda maniera di vivere non poteva durare eternamente. Finiti gli studi classici, dovevo passare a Genova. La famiglia mi mandò solo; ma poi si risolse di tenermi dietro. La nonna, già avanti negli anni, e naturalmente ligia alle sue consuetudini, non seppe adattarsi a quell’èsodo. Ma io partivo spesso da Genova per andarla a trovare. Cara nonnina bella! ora che ci penso, debbo confessare a mia vergogna eterna, che accanto al piacere di rivederla si muoveva in me il vile desiderio di toccare qualche genovina, o qualche doppia di Savoia, in aggiunta agli scudi che di tanto in tanto venivano a trovarmi, nascosti nel fondo di qualche paio di calze. Ero la speranza di quella donna; a contentarla, a pagarla di tutti i suoi sacrifizi, bastava che io diventassi un grande avvocato. Non l’ho contentata, pur troppo; ma per contro non le ho fatto il torto di diventare un avvocato piccolo, un mezzorecchio, un cavalocchio, un paglietta.

Le ho dato in quella vece un dolore, senza volerlo, e grandissimo, nel ’59, arruolandomi soldato nell’esercito piemontese. La mia cara nonnina si era formato in testa un suo particolare concetto della vita militare. Ne aveva veduti dei soldati; ne aveva veduti a centinaia di migliaia, dal Bonaparte in giù; perchè il marito suo era stato fornitore di truppe in tutta la lunga zona della Riviera occidentale, da Nizza a Genova, prima sotto i Francesi repubblicani e l’Impero che ne seguì, poi sotto i Reali di Sardegna, lasciando nel ’31 in quell’ufficio gli eredi. Forse per ciò, non vedendo i soldati sott’altro aspetto fuor quello dei tempi andati, ella non poteva immaginarseli nel ’59 altrimenti che come povera carne destinata a servire, a soffrire. Ed ancora; si mise forse in mente che io, morto da pochi anni il babbo, mi fossi fatto soldato per bisogno? La poesia dei volontarii non era fatta per entrar più nel suo capo? Avrei dovuto correr da lei, prima di avviarmi in caserma, e tentare almeno di spiegargliela io. Non lo feci, e me ne chiamo in colpa; perchè ella si accorò di una risoluzione che le giungeva così nuova e così inesplicabile, me lo scrisse, e si ammalò subito dopo. Ebbi notizia della gravità del suo stato, quasi nel medesimo tempo che aveva ricevuto la sua lettera di amoroso rimprovero. Disperato, temendo di non veder più quella cara vecchina, che era entrata allora nel suo ottantaduesimo anno, mi feci presentare al generale comandante la divisione di Genova, che era il conte Biscaretti di Ruffia; gli esposi il mio caso tristissimo, ed ottenni da quel degno gentiluomo una licenza di tre giorni; rarissimo favore, in quei momenti di preparazione febbrile. Rubavo tre giorni alle esercitazioni frettolose, che in due settimane dovevano farci soldati, e mandarci utilmente al fuoco. Ma erano così facili, quelle esercitazioni! specie per me, che già, precoce guerriero, avevo impugnato il fucile della guardia nazionale e fatte le mie ore di sentinella al palazzo municipale di Genova. Montai in diligenza la mattina seguente; dopo cinque ore di viaggio ero a Savona; corsi a casa, trafelato; troppo tardi! troppo tardi! Era spirata da pochi minuti, e non potè vedermi al suo letto di morte, la mia cara nonnina.

Ma se ella non mi vide più con gli occhi azzurri, mi sentì certamente con ciò che sopravvive di noi più sereno e più puro. E così mi sente ella sempre; perchè non passa giorno che io non pensi a lei. E un certo che vaporoso e gentile, profumato ed arcano, mi accarezza le tempia, mentre rivedo il volto roseo di lei, le labbra vermiglie, i begli occhi azzurri, i capelli biondi, ben suoi, sotto la cuffiettina di tulle e sotto il lembo del pezzotto di mussolina, l’antica e graziosa foggia delle donne genovesi.

Cara nonnina dolce, quanti anni son passati oramai! Pure, sei sempre qui, sempre qui. Non son diventato niente di ciò che volevi tu, niente di ciò che io medesimo sperai, ne’ miei giorni migliori. Ma se tu vedessi almeno che bella novità! Non ho più, sai? non ho più quei capelli così neri, che ti spiacevano tanto.

Il maestro Segni.

Era l’anno.... Ma no, non me lo fate dire. Quando penso ai fatti della mia prima età, li vedo tanto lontani nel tempo, attraverso una varietà così inviluppata di eventi, che davvero mi sembra di aver raggiunta l’età di Matusalem. Lasciatemi usare piuttosto di un prudente eufemismo. Era l’anno che imparai a leggere; e il mio maestro in quell’arte era il signor Segni, il nobile signor Luigi Segni, datosi per disperato al più nobile tra tutti i mestieri, ma sempre un mestiere, ed ingrato, che è quello d’insegnare l’abbicì alle nuove generazioni. C’è della gente che nei più umili uffizi reca una dignità così semplice, o una semplicità così dignitosa, da far pensare al prete, quando dice la messa. E infine, che cosa fa il prete, all’altare, se non l’offerta a Dio di tutte le miserie dell’umanità? Quella gente offre le sue, e tutte quelle de’ suoi pari, senza dolersi, senza imprecare, senza far paragoni.

Pure, se si fosse lagnato, il nobil uomo ne avrebbe avuto, non una, ma parecchie ragioni. Il casato doveva ricordargli ben altare promesse della vita; e la sua gioventù meglio ancora. Egli aveva vissuto, da giovane, un bel sogno glorioso; era stato soldato di Napoleone, e col grande guerriero aveva passeggiata rumorosamente l’Europa. Fantaccino? cavaliere? artigliere? Non so. Da bambini, si osservano molto i particolari, ma non si ha ancora la curiosità, nè l’usanza di chiederli. Comunque avesse viaggiato e combattuto, il nobile Segni poteva compiacersi delle sue grandi memorie. È una bella cosa avere nella propria vita qualche pagina eroica; serve, se non altro, a consolarci di tante pagine volgari, che ci dobbiamo leggere, o scrivere.

Ora che ci penso, mi pare di poter dire che avesse servito in cavalleria. Rimpicciolito, ai miei tempi, quasi raggranchito dall’età, sicuramente era stato più alto; e quelle sue spalle curve indicavano l’uomo che è vissuto lungamente in arcione, all’eterno sbatacchio della cavalcatura. Su quelle spalle pareva che il poveraccio portasse il peso della campagna di Russia. Ma nel fatto ci portava ancora un ferraiuolo di panno turchino, spelacchiato, sì, ma senza una macchia, sormontato da un gran, bavero di velluto, non più nero da un pezzo, ma senza traccia da untume, o di forfora. Di mezzo agli orecchioni di quel bavero appariva un fazzoletto di tela batista, girato due volte intorno al collo e annodato sotto la gola con un nodettino minuscolo; e sopra quel bavero, sopra quel fazzoletto, tondeggiava una faccia di mela carla, già vizza, ma rosea, ravvivata da due occhietti neri, luccicanti nelle palpebre rossicce, e contornata da un’aureola di capegli bianchi dorati, che sbucavano a ciocche da una berretta di panno nero, con la visiera di cuoio lucido, molto somigliante a quella dei generali russi e prussiani. Berrettacce antipatiche! preferisco l’elmo, nei militari; nei borghesi, Dio mi perdoni, mi adatterei piuttosto alla tuba.

Era dunque pulitino a quel modo, il signor Segni; e non aveva da vivere! Non pensione di riposo, se ben ricordo; non parenti ricchi, non famiglia, nè persone di servizio. Nella via Quarda Superiore della mia città natale, è una casa, a man destra, detta la Torre; quella casa ha un pianterreno, sollevato di parecchi gradini dal piano della strada; a quel piano terreno, di contro all’ingresso, si apre un uscio che mette in uno stanzone, non so bene se solo, o accompagnato da qualche bugigattolo. Là dentro abitava il signor Segni, e c’insegnava a leggere ad una ventina di ragazzi, che gli pagavano, per cotanto uffizio, chi una e chi due lire al mese. Non rammento più se insegnasse anche a scrivere; mi pare di no. Era un digrossatore d’intelligenze; preparava la materia prima, per gli sbozzatori di seconda mano. I babbi e le mamme che avevano troppa molestia in casa dai loro folletti, e ancora non potevano farli ricevere alle scuole elementari, li mandavano volentieri dal signor Segni. Quei folletti ci andavano la mattina, intorno alle otto; ne uscivano al mezzodì, per rientrarci al tocco e restarci fino alle quattro, o alle cinque, secondo le stagioni. Di libri non c’era di bisogno; si portava la colazione, o la merenda, in un canestrino, come fanno ora i ragazzi degli asili infantili. Con noi viveva, e di noi, il povero vecchio, avanzo delle guerre napoleoniche. L’insegnamento suo non aveva mestieri di lavagna, nè di abbecedario; consisteva nella esposizione di tanti quadratini di legno bianco, sui quali erano scritte le ventiquattro lettere dell’alfabeto, nella loro doppia forma, maiuscola e minuscola. Scompigliava i suoi pezzetti; poi ne prendeva uno a caso, lo alzava alla vista di tutti, e domandava: che cos’è questo? Tutti ad una voce si doveva rispondere. Se qualcheduno sbagliava, egli con una facilità meravigliosa distingueva nel concerto delle voci l’autore dello sbaglio; e allora si fermava a fargli osservare le particolarità della lettera mal conosciuta, aiutando la nostra memoria con gli esempi, le somiglianze ed altri artifizi mnemonici. Dovevamo ricordare che la S somigliava al serpente; la X alla croce di Sant’Andrea; il B a due gobbe sovrapposte, e via discorrendo. Poi ripigliava a far leggere; e quando metteva due legnetti di costa, dovevamo leggere la sillaba. Così mi sono io impratichito nelle lettere; coi legnetti! Il mio critico inglese, che anco attraverso agli esercizi traditori di qualche graziosa blue stocking ha saputo riconoscere il mio «stile legnoso», saprà ora dond’esso mi viene, per trasmissione ereditaria; e vada superbo della sua perspicacia.

Finita la scuola, capitavano le fantesche a ripigliarsi i folletti. Il signor Segni, immancabilmente ogni giorno, accompagnava lo sciame all’ingresso, raccomandando di non ruzzolane per la gradinata e di non far chiasso per via. Ma era più facile non ruzzolare, che astenersi dal far chiasso. Regolarmente ogni giorno si faceva la ridda sull’uscio, attaccando la cantilena beffarda:

Signor Segni

Mostra legni!

ripetuta un centinaio di volte, dal portone della Torre, fino alla svolta della strada. Ed anche regolarmente ogni giorno il signor Segni andava in collera, minacciando con la mano distesa uno scappellotto, che, ad onor suo debbo dirlo, non dètte mai a nessuno. Ci voleva bene, quel vecchio solitario; e quand’anche non ci avesse voluto bene per noi, doveva volercelo per quelle due lire, per quella liretta mensile. Povero naufrago della vita! Era ancora una fortuna per lui, aver trovata l’annua sequela di quei venti o trenta folletti, che gli assicuravano il pane quotidiano, e l’alloggio nella Torre.

Come mangiava, il nobile signor Segni? Già ero uscito dalla sua scuola per innalzarmi a cose maggiori, e ancora, non sapevo nulla dei suoi pasti. Noi gli avevamo sbocconcellato sotto gli occhi ogni ben di Dio, pan francese, frutta, ciambelle, dolciumi, non offrendogli mai nulla, non pensando neppure che gliene potesse correr l’acquolina alla bocca. E il giorno di Natale, il gran giorno delle allegrezze di tavola, dove lo faceva egli? Ci pensai una volta, e proprio un mattino di Natale, quando la mamma mi disse: «Senti? saresti capace di fare un’imbasciata, ma per benino, senza perderti tre ore in istrada, secondo il tuo solito? Dovresti andare fino al porto, a bordo del «Lazio», e invitare da parte nostra il cugino Francesco a far Ceppo con noi. È un giorno che va fatto in famiglia; e chi non ci ha la famiglia, deve farlo dai parenti.» Promisi di far presto e bene, tanto mi piaceva di andare a bordo del «Lazio», che era un bastimento del mio nonno paterno, e dal mio cugino Francesco, che ne era il capitano. Ma prima di correre, avevo domandato a mia madre: «E chi non ha parenti dove lo fa?»

— Dagli amici; — mi rispose mia madre.

— E chi non ha amici? — incalzai.

— Tristo chi non ne ha, perchè non ha meritato di averne, o è stato tanto disgraziato da non trovarne! —

Così aveva replicato la mamma; ed io, parendomi di aver mascherata abbastanza con quei discorsi la mia voglia di scappar fuori, insaccai le scale per correre al porto. Dalla piazza della Maddalena al porto non era un gran tratto. Si rasentava il palazzo dei Multedo, si lasciava la via degli Orefici a destra e la Quarda Superiore a sinistra; s’infilava un archivolto, si riusciva in piazza Colombo, e la calata era là, in fondo alla piazza, coi suoi bastimenti accostati. Era un affar di due minuti, con le gambe di sette anni che avevo. Ma alla svolta di via Quarda mi tornarono a mente le parole della mamma. E dissi tra me: «Povero signor Segni, quest’oggi! Non ha famiglia, non parenti, nè amici.»

Non amici! Ah, questo, poi! E mi avvenne, così pensando, di non infilar l’archivolto, ma di svoltare a mancina, verso la Torre. Dove sarà il signor Segni, a quest’ora? Lo troverò in casa? Casa, per modo di dire; sapete già che era uno stanzone, d’aspetto così così, tra la cantina e il granaio.

L’uscio era chiuso; bussai. Venne il signor Segni ad aprirmi, il signor Segni senza il peso del ferraiuolo sulle spalle, ma sempre con quello della campagna di Russia. E doveva anche, così, in maniche di camicia, aver freddo come al passo della Beresina, quantunque in mezzo alla camera ci fosse un caldano acceso, su cui il nobile vecchio aveva messo a bollire un pentolino, donde, insieme col fumo, saliva alle nari odor d’aglio e cipolle.

— Vedi? — mi disse il mio antico maestro. — Si fa Natale anche noi, col pan cotto.

— No, signor Segni, — balbettai, — mia madre....

— Ebbene, che cosa vuole tua madre?

— Che lei venga a far Natale da noi. Si pranza al tocco, sa?

— Ma io....

— Badi, l’aspettano. Io ora debbo correre al porto, per avvisare il cugino Francesco.... il capitano del «Lazio»... Anche lui, qua di passaggio, è senza famiglia; fa Natale con noi. —

Il signor Segni voleva aggiungere qualche cosa; ma io gli guizzai dalle mani, per timore che mi dicesse ancora di no. Corsi al porto; montai a bordo del «Lazio»; feci l’imbasciata dei miei al cugino Francesco; trovai ancora il tempo d’inerpicarmi sulle sartie, facendomi abbaiare dietro dal cane di bordo e rincorrere dal nostromo fin sopra alla crocetta dell’albero di mezzana; dopo di che, ricevuto un amorevole scapaccione dal capitano e il biscotto dell’ospitalità dal dispensiere, balzai sulla calata, e due minuti dopo ero a casa.

— L’hai fatte le cose per bene? — domandò mia madre.

— Sì, e verranno tutti e due.

— Tutti e due? C’è qualcun altro, dei nostri parenti? Il Domenichino forse?

— No, nessun parente.

— Allora?....

Allora, bisognò raccontare ogni cosa. E mi esciva male, dalla gola, il racconto della mia duplice impresa.

— Infine, — conchiusi, — non mi hai detto che chi non ha famiglia, o ne è lontano, va oggi dai parenti? e che chi non ha parenti, va dagli amici? Il signor Segni non n’ha neanche di questi, e non se l’è meritato. —

Mamma non mi rispose nulla, e non mi lasciò neanche veder la sua faccia; andò nella camera del babbo, probabilmente a raccontargli la mia alzata d’ingegno, ed io andai a nascondermi nel canto più lontano della casa. Ora viene la musica! pensavo. Ma non venne nulla. Cioè, correggiamo: venne alla sua ora il cugino Francesco, e dopo di lui il nobile Segni, con la sua campagna di Russia sul groppone e col suo ferraiuolo di panno turchino sulla campagna di Russia. Il pover’uomo si confondeva ancora in complimenti, quando mi chiamarono a tavola. Egli era là, seduto alla destra di mamma, che seguitò a non dirmi nulla. Neanche babbo mi parlò, se non per domandarmi se volevo ancora della tal cosa o della tal altra. Ma finito il pasto, mi diede qualche cosa che non avevo domandato; uno scappellotto, nel quale mi parve di sentire una intenzione sommamente benevola.

Il signor Segni, quella sera, prima di congedarsi, mi prese una guancia tra l’indice e il medio.

— Folletto! — mi diceva frattanto. — Ti perdono, sai?

— Mi perdona?... — balbettai. — Che cosa?

Ed egli allora, rifacendo la cantilena infantile de’ suoi scolaretti, mi mormorò all’orecchio:

Signor Segni

Mostra legni!

Capii finalmente; ma non mi parve giusto, neanche col perdono, il rimprovero.

— Ma la cantavano tutti; — osservai.

— Sicuro; ma tu l’avevi inventata, briccone!

Ed era vero, pur troppo; era stato quello il mio primo saggio di rime.

— Va là! — soggiunse il nobile signor Luigi Segni. — Ti perdono egualmente i tuoi versi. —

E così siano perdonati i vostri, o lettori, dovunque li abbiate perpetrati, comunque vi siano riesciti, a qualunque scuola appartengano.

La prima capannuccia.

Le mie tenerezze per il Natale non hanno preso argomento dai confetti, nè dal panettone, bensì dalla capannuccia e da Gesù bambino. Milano, vecchia ed illustre città, che fu bambina anche lei, custodisce in Sant’Eustorgio l’area sepolcrale dei tre Re; io, mezzo vecchio e niente illustre, conservo con egual religione un pecoraio della mia prima capannuccia. Avevo anche serbato Gesù bambino, quantunque un po’ sbreccato e con la raggiera di meno; ma ora non so più dove sia. Forse non mi ha creduto degno, ed è passato in mani migliori. Pure, io l’ho amato molto, quel Dio così dolce e così mite, nato povero, vissuto d’amore per gli uomini, morto in croce per compenso dell’amor suo, ma fatto solenne esempio a tanti animosi, che lieti morirono, confessando il suo nome. Sentite.... Ma no, basta così: vo’ darvi un racconto, non farvi una predica.

Avevo otto anni e dieci giorni, quando ebbi in casa mia la prima capannuccia. In casa mia, capite? e tutti i miei compagni sarebbero venuti a vederla, a recitarle il discorsetto in versi. Da due anni mio padre me la prometteva; ma un po’ per questa ragione, un po’ per quest’altra, non aveva mantenuta la promessa. Finalmente, al terzo anno, mi disse, ed io ripetei tosto ai compagni: — questa volta, si fa.

Venne il giorno di Santa Lucia, e mio padre non parlò punto di comperare i pastorelli, nè il resto. Debbo dirvi qui che il giorno di Santa Lucia, a Savona, c’è mercato di figurine da presepio, tutte di terra cotta, dipinte ad olio, d’ogni forma e misura. I miei compagni, coi quali avevo fatta la scappata sulla via di San Giacomo, per ammirare le mostre dei figurinai, mi dissero: — come? non comperi nulla?

— Ci pensa mio padre; — risposi con gran sicurezza.

Ma dentro di me non ne avevo poi tanta. Si andò al 23 di dicembre, cioè alla vigilia dell’Avvento, senza che ci fossero le figurine in casa. Che figuraccia, coi compagni! Ma proprio quel dì, ritornando da scuola, vidi nell’anticamera, presso la finestra, un gran fascio di verde. Lo aveva portato dal podere il vecchio Menico, un nostro fittaiuolo. Mi buttai su quel prezioso fastello, e contai quattro bei tronchi d’alloro, vestiti di lunghi e folti rami, due tronchi di corbezzolo, due di ginepro, da dieci a dodici cespi di pugnitopo, e musco e borraccina a tutto pasto. Ballai davanti a quel fascio di verde, come il re David davanti all’Arca del Signore.

— E i pastori? — chiesi a mio padre, quando fu l’ora del pranzo.

— I pastori.... sono in Betlemme. Aspetta che scendano. —

Non ne ero persuaso, ma dovetti aspettare egualmente. La mattina appresso, mio padre mi diede quaranta soldi e mi disse: — va dal Bianco a provvederti d’ogni cosa.

Quaranta soldi, era una gran somma, allora! Strinsi forte, per paura che mi fuggisse, e corsi dal Bianco: un uomo alto, tarchiato, barbuto e butterato, che formava le figurine da presepio in una botteguccia della salita di Monticello, sul canto dei Pico. Allora i pastori dei due sessi, con capretti, polli, canestri d’uova e simili sulle braccia, costavano un soldo l’uno. Un pecoraio, perchè seduto contro un ceppo d’albero, con un ramo sulla testa e la piva sulle ginocchia, costava due soldi, come l’asino e il bue. Giuseppe e Maria, perchè più alti, e perchè decorati, questa di raggiera indorata, e quello di bastone fiorito, costavano tre soldi ciascheduno. Il bambino, piccolissimo, ma con la raggiera dorata anche lui, scendeva solamente a due soldi.

Il conto fu presto fatto: dodici soldi per i personaggi principali e per i loro due complementi; due per un pecoraio, quattordici; uno per cinque pecore, quindici: mi avanzavano quattrini per venticinque pastori dei due sessi. Il Bianco mi diede l’angiolo soprammercato. Mancava la scritta; ma a questa avrei pensato io, calligrafo insigne. L’essenziale era che il babbo mi facesse la capannuccia.

— Questa sera, dopo cena; — mi disse egli, prendendo il cappello per andarsene.

Ah, quella sera, come fu lunga! E come noiosi quei parenti, quegli amici, venuti a far la vigilia con noi, e che non dicevano mai di andarsene! Cosa inaudita in una cena savonese di quei tempi, alle dieci erano ancora a tavola. Li avrei strozzati con le mie mani, se essi fossero stati serpenti, ed io Ercole.

Finalmente partirono. Alle undici mio padre si decise.

— Contentiamo questo impaziente! — esclamò. — Hai carta straccia?

Ne avevo, e molti fogli, già incollati insieme, poi spruzzati di rosso, di nero, di bianco, perchè simulassero il granito.

Mio padre aveva preso l’uno dopo l’altro i quattro bei tronchi di alloro; li aveva legati saldamente con certe funicelle ai quattro piedi di un tavolino; quindi ne aveva ripiegate ad arco le vette, e congiunte e legate, perchè facessero cornice. Sulla lastra del tavolino pose due scatole da cappelli, generosa offerta di mamma, che dovevano formare il nocciolo di due montagne; le congiunse con una lista di legno, che faceva ponte nel mezzo; vi stese sopra la carta straccia, un po’ stazzonata, acciaccata e ripiegata come veniva, affinchè simulasse meglio le anfrattuosità della roccia; poi musco e borraccina da per tutto: ginepri, corbezzoli e pugnitopi a incoronare i greppi, lungo la parete, per far da boscaglia; lì sotto al ponte, diventato un arco naturale della rupe, un pezzo di specchio per fare la lontananza; e così il paese in tre quarti d’ora era fatto.

— Mancherà Betlemme! — disse mio padre.

— Oh no, eccola qui; — gridai, tirando fuori un ceppo di case di cartone, che m’era costato una settimana di lavoro. L’opera era condotta secondo certe leggi statiche e norme prospettiche tutte mie; i colori stridevano, ma ridevano anche; le torri pendevano in istile bolognese; i merli non fischiavano, aspettando forse d’esser fischiati. Ma che importava ciò? C’era anche la capanna per il divino Infante, e così alta, che raggiungeva quasi il colmo della montagna. Ma mio padre non badò a queste inezie; collocò Betlemme sovra l’eminenza più lontana, mascherandola a mezzo tra i pugnitopi, che facevano da abeti; piantò la capanna dall’altro lato, celandola un pochettino nella frappa degli allori; poi seminò pastori e pastore da per tutto, sul piano e sul declivio dei monti. Il pecoraio ebbe alloggio in una cavità, naturalmente offerta da una piega della carta straccia; le cinque pecore gli si ammucchiarono da’ piedi, contendendosi la stessa zolla di borraccina; l’angiolo spenzolò da un fil di seta, davanti alla capanna fortunata, levando in alto la scritta: «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.» Ci avevo fatto capir tutto, io; per contro, era così fitto il carattere, che non ci avrebbero capito nulla i visitatori. Giuseppe e Maria furono posti ai due lati dell’ingresso; l’asino e il bue ai loro piedi; ma l’orologio del Duomo scoccò le dodici ore, e il bambino Gesù non era ancora deposto sul pannilino di raso bianco, guarnito di trine, che aveva preparato per quella occasione mia madre.

— Ahimè! — gridai. — Mezzanotte!

— Ebbene? — disse il babbo; — aspetta che suoni da capo; il punto giusto è nel mezzo. —

Infatti, non erano ancora ribattute le ore, e il bambino era messo a posto, tra i due animali accoccolati. Io mi accostai col lumino, che posi nel mezzo a rischiarare la scena, e recitai il complimento:

De’ puri affetti miei,

O pargoletto Iddio,

Darti un pegno vorrei....

Ma son fanciullo anch’io.

Non ho capretti, agnelli,

Nè fior’ nè pomi belli;

Ho un cor che tutto è mio,

Tutto tel dono, o pargoletto Iddio.

Il pargoletto Iddio mi sorrideva. Sicuramente egli accettò il dono del mio cuore, ma non lo prese; me lo lasciò in deposito, e quel suo sorrisetto aveva l’aria di dirmi: — Va, me lo riporterai più tardi, a quella tal ora. —

Ahimè, povero cuore, in che stato glielo riporterò io! O non era meglio che me lo accettasse subito? Era un cuoricino di otto anni, tenero, vermiglio, senza la più piccola tacca; mentre ora, tra lividi, incisioni e graffiature.... Io, già, sentite, da un pezzo non lo guardo più. Mi cascherebbero le braccia.

La mia presa di Peschiera.

La mattina del 5 giugno 1848 uscivo di casa coi miei libri e quaderni sotto il braccio, ma non per andare alla scuola. C’era tempo, per questo, ed io volevo dar prima una capatina sul Fosso. Si chiamava a Savona con questo nome una spianata fuor delle mura, non ancora intieramente abbattute, davanti alla porta di San Giovanni: più tardi, fabbricatovi il teatro Chiabrera, si chiamò piazza del Teatro: da ultimo, per essere smontato un giorno il generale Garibaldi ad alloggio nell’albergo Svizzero che la fiancheggia da tramontana, si chiamò piazza Garibaldi. Sul Fosso facevano capo le tre vie nazionali, di Torino, di Nizza e di Genova; sul Fosso venivano per conseguenza a fermarsi le diligenze, e tutte le vetture da nolo; veicolo d’ogni forma, cavalli d’ogni pelo, ed anche senza pelo, vetturini d’ogni risma, tafani, mosche d’ogni razza, concorrevano a dargli anima e vita. Con le vetture capitavano sempre forestieri, e notizie del mondo circostante: quell’anno, poi, fioccavano le novità, e il Fosso ne era diventato quasi una fiera. La politica primeggiava; anzi, diciamo pure che era tutta politica. E il fiore delle notizie ci veniva da Genova, a cui si era più vicini, con cui erano più frequenti gli scambi.

Tre, quattro volte al giorno, come mi permettevano le ore di scuola, io solevo capitare sul Fosso, in busca di novità; ed anche sul porto, alla calata della Marinella, quando era avvistato il «Giulio II», vaporino a ruote, che faceva ogni giorno il suo viaggio da Savona a Genova, e da Genova a Savona. Povero «Giulio II», piccolo pontefice messaggero, che teneva la nostra quieta città, sua terra natale, in comunione di pensieri col maggior centro dell’agitazione ligustica! Non si rideva ancora, a vedere quel guscio di noce, che giungeva ansando, sbuffando e sparnazzando l’acqua salsa con le sue pale rosse, in tre ore di tragitto, spesso perdendo la scommessa con certi diavoli di calessini, partiti da Genova, e dalla piazza dell’Annunziata, nella stessa ora ch’egli sferrava dal porto della città sullodata.

Quella mattina, giungevo in buon punto sul Fosso, mentre di sotto alla galleria sbucava un calesse, venuto a furia da Genova, col vetturino a cassetta, che seguitava a frustare senza misericordia i cavalli, e gridava come un ossesso, agitando certi foglietti spiegazzati con la stessa mano che teneva la frusta. Bollettini del campo! bollettini del campo! Io conoscevo il vetturino; egli conosceva me, per ragione del mio babbo, che spesso si serviva del suo trespolo; ebbi perciò facilmente uno di quei bollettini, e senza costo di spesa. Lo lessi, o per dir meglio lo divorai; e via di corsa alla mia volta, per il viale della Passeggiata, fino a piazza Castello, dove, in fondo ad una lunga piantata di acacie, sorgeva il collegio delle Scuole Pie. Volevo essere il primo a portare la grande notizia: non alla scuola, per altro; ai compagni, che in quell’ora si trovavano ancora di fuori, giuocando alle palline, alle piastrelle, ai puntoni, in attesa del sero. Il sero, chi nol sapesse, era lo spazio di tempo, mezz’ora all’incirca, tra le due scampanate che ci chiamavano a scuola. Suonava la prima, ed eravamo tutti nei pressi del collegio, a giuocare, a saltare, a rincorrerci: suonava la seconda, segnando l’estremo limite della tolleranza magistrale, e tutti, lasciati i giuochi in tronco, levati i nostri libri di sopra il parapetto, di sopra i piuoli e i sedili della passeggiata, correvamo allo studio.

Quell’anno io facevo grammatica. Per grammatica, intendete la latina. Le scuole d’allora non conoscevano la divisione odierna di ginnasio e liceo: dalle classi elementari si passava il primo anno in lingua italiana, e il secondo in prima grammatica latina, detta comunemente grammatichetta, dove c’insegnavano gli elementi del latino e ci facevano tradurre l’«Epitome Historiae Sacrae, auctore Lhomond». Seguiva l’anno della seconda grammatica, detta grammatica senz’altro, in forma antonomastica, dove, fortificandoci nelle regole, incominciavamo a battagliane col «De Viris illustribus» e finivamo misurandoci con Cornelio Nipote. Poi c’erano i due anni di umanità, minore e maggiore, dove si attaccava Ovidio e qualche poeta italiano; quegli e questi servivano per addestrarci al magistero del distico latino e della strofa italiana. Il doppio esercizio si faceva coi «versi rotti» che parevano prosa, e che noi dovevamo ricostruire, in latino secondo le leggi della prosodia, in italiano secondo quelle del ritmo. In umanità non erano d’obbligo i due anni; si poteva saltarne uno, mostrando di avere approfittato abbastanza nel primo, entrando a fin d’anno in gara cogli alunni del secondo e superando com’essi l’esame. Erano invece obbligatorii i due anni di rettorica, dove tra parecchi poeti e prosatori latini, Virgilio, Cicerone, Orazio, Giulio Cesare e Tacito, tra parecchi poeti e prosatori italiani, Dante e Dino Compagni, l’Ariosto e il Machiavelli, il Tasso, l’Alfieri, il Monti, il Leopardi, si diventava poeti e prosatori per nostro conto, più o meno terribili. L’uso delle lezioni libere, cioè dei passi recitati a memoria, ma scelti da noi, ci portava a conoscere assai più autori che non richiedesse l’insegnamento; e noi a questo modo ci prendevamo anche una satolla di scrittori moderni, anche viventi. L’altro uso dei lavori liberi, cioè di soggetto a scelta nostra, senza pregiudizio dei soliti temi di scuola, esercitava la vena dei più valenti. Lo spirito di emulazione era anche più esaltato dalle «provoche», sfide e giostre poetiche, italiane e latine. Di queste se ne facevano quante si voleva; bastando che uno si levasse a provocare in nome della sua banda la banda avversaria, perchè s’interrompesse la lezione, il maestro dettasse un tema, e tutti ci mettessimo all’opera per guadagnare il maggior numero di punti alla nostra banda e a noi stessi. Venivano ultimi due anni di filosofia; nei quali si imparava algebra, geometria piana, qualche po’ di fisica, logica, etica, e metafisica per giunta alla derrata.

Sento il bisogno di dire che storia e geografia, convenientemente graduate, accompagnavano tutte le classi. E sento anche quello di soggiungere che di aritmetica, fondamento e istradamento all’algebra, ci davano lezioni in rettorica. Se vi parrà che per l’aritmetica fosse un po’ tardi, pensate che eravamo almeno più maturi per la soluzione di tanti problemi complicati, che oggi ammazzano i cervellini neonati delle classi elementari; pensate inoltre che tutti i vecchi finanzieri d’Italia hanno studiata l’aritmetica come noi, non apparendo alla prova più ignoranti dei nuovi. Quanto allo studio della fisica, certamente era ristretto a quel modo; e questo per difetto di strumenti da ciò; ma si sarebbe potuto rimediare. A buon conto non avevamo la storia naturale, che imparare a fondo nei licei non si può, e imparare per iscarsi elementi non giova. Nè c’era la geometria solida a far girare la testa dei futuri medici, avvocati, procuratori e notai; non c’era il metodo euclidèo per funestare le anime adolescenti, rallegrando i traduttori del famoso maestro di Tolomeo Filadelfo e i rispettivi editori; a benefizio dei quali, oramai, sembrano fatte le scuole del «bello italo regno». Per contro, e in rettorica, tra una lezione e l’altra, il maestro c’insegnava il greco; studio libero, che non portava obbligo d’esame, ma a cui per emulazione attendevamo tutti, e non c’era caso che uno mancasse. Dio benedica quelle scuole classiche, di cui oggi si dice tanto male, ed anche quei programmi, che nessuno oggi ricorda. Erano scuole classiche, e la cultura classica ci aveva il sopravvento. Se ne usciva sapendo il greco quanto ora, cioè poco, ma quel poco non inutile ora nè allora; di latino e d’italiano s’imparava assai più che non si faccia adesso, e per usarne largamente, così in verso come in prosa. Dell’uno e dell’altro si saprà certamente un po’ meglio, e non sarà più il caso di annuali piagnistei sullo studio insufficiente della lingua patria, quando si sfolleranno davvero i nostri licei, non già del latino e del greco, o solamente di questo, ma di tutta la congerie di studi particolari, farraginosamente e perciò scarsamente scientifici, onde sono ingombrati gli orarii e aggravati i cervelli. Perchè le scabrosità della brattea e le finezze della stipula, gli arcani del pòlline e i misteri delle generazioni alternanti non si mandano al luogo loro, nei primi corsi di medicina e di scienze naturali? Perchè le bellezze delle figure piane, delle proporzioni e delle loro mirabili proprietà, non si rimandano, insieme con le quantità incommensurabili e col metodo di esaustione, ai primi corsi di matematiche, dove hanno a cavarne profitto i futuri ingegneri? Ci vuol coraggio, capisco, molto coraggio; e nessuno l’avrà. Ma allora, non ci lagniamo di quel che avviene; e sullo scadimento della cultura letteraria, in Italia, si lascino piangere i coccodrilli, in Egitto.

Dove mi ha condotto il tema delle scuole! Ma che farci? questo è un cavallo, che appena inforcato vi piglia la mano e vi porta dove vuol lui. Per fortuna, si è stancato, si rifà maneggevole, e mi riconduce al mio ’48. Ero in grammatica, vi ho detto; abbastanza avanti, per gli anni che avevo. E già facevo assai volentieri il chiasso per le strade, partecipando a tutte le dimostrazioni di piazza, che veramente erano all’ordine del giorno, e perfino a quel della notte. Si gridava abbasso i Gesuiti; si correva per la città «con l’azzurra coccarda sul petto, con italici palpiti in core» e con tutti gl’inni di quel tempo sulle labbra; a lume di fiaccole si andava attorno con musiche, portando in processione grand’uomini litografati, e principi riformatori di gesso. Giornali se ne avevano pochi; io, poi, a quell’età, non ne leggevo affatto. Non c’era il telegrafo elettrico, e le notizie venivano sempre con un po’ di ritardo, ordinariamente in certi bollettini, foglietti volanti stampati a Genova, ed oramai quotidiani, che per lo più sentivamo leggere ad alta voce in piazza Colombo, da qualche negoziante, armatore o spedizioniere infervorato, ritto in piedi su d’una seggiola, per dominare le turbe. Momenti solenni! rivedo i noti aspetti; sento ancora le voci.

Ma quella mattina.... quella mattina ero io il portatore della lieta novella; quella mattina lo avrei letto io il bollettino. I compagni, non sapendo nulla, non indovinando le grandi cose che m’infiammavano il viso, credettero che io venissi a loro con tanta furia per fare ai puntoni. Quello era il mio giuoco prediletto: anche oggi, quando vedo fare ai puntoni, dovunque io sia, qualunque cura mi frastorni, mi fermo a guardare. Sapete come si fa? Ci vuole anzitutto una coppia di ragazzi: uno sotto, per far da cavallo, l’altro sopra, per far da cavaliere, coi ginocchi nei fianchi al compagno. Quello di sotto stende le braccia avanti ed incrocicchia le dita; quello di sopra fa altrettanto, ma calzando delle sue braccia e delle sue mani incrocicchiate le braccia e le mani del compagno. Il puntone è fatto; il cavallo si muove, carico di quel peso, e con la forza che gli viene dal peso cresciuto si avventa sopra un’altra coppia, egualmente formata a puntone. Di queste coppie in battaglia ce ne possono esser molte, tutte libere di colpir dove vogliono, ed esposte ad esser colpite d’ogni banda. È battaglia sparsa, come di navi che vengano ai cozzi, ed una di loro riesca a mandarne sotto parecchie, magari tutte, se forza, destrezza e fortuna l’aiutano.

Bella cosa, i puntoni, non è vero? Ma che puntoni, quel giorno? C’era ben altro in aria. Bollettini del campo! bollettini del campo! I nostri.... i nostri soldati avevano.... avevano presa Peschiera.

E lì, col rantolo in gola, con la voce soffocata dalla commozione, leggevo il famoso bollettino che m’aveva fatto correr tanto, dalla piazza del Fosso a quella del Castello.

— «Milano, 2 giugno, mezzodì. Il giorno 30, alle ore 11 di notte Peschiera capitolò. Conchiusi i patti, entrarono nel forte per la porta di Verona parecchi ufficiali italiani, con una compagnia di artiglieri, una di bersaglieri, ed una del 13.º di Pinerolo. Sul far del giorno del 31, al suono dell’inno nazionale, ci entrarono, tutto il suddetto reggimento ed il corpo Parmense. Al mezzodì gli Austriaci, difilando innanzi ai nostri lungo la caserma, uscirono da porta di Brescia con le loro armi, le quali deposero poi e cessero in mano dei Piemontesi sul ciglio della ripa, alla presenza del Duca di Genova, di un eletto stato maggiore e del 14.º reggimento. I soli ufficiali ebbero licenza di conservare la spada. La guarnigione uscita, composta di 1600 Croati, continuò sotto buona scorta la via per Desenzano e giunse ieri a Brescia. I nostri rinvennero nel forte gran quantità di materiale da guerra, palle da cannone ammucchiate, bombe, mortai d’ogni calibro. Le cose nell’interno presentano uno spettacolo di rovina. Il nemico volle resistere fino all’estremo, ed aveva consunto quasi del tutto le provvigioni. Ogni cannoniere era costretto al servizio di due cannoni: guasti i mulini, s’adopravano macine a mano: si erano mangiati pressochè tutti i cavalli: non c’era più sale, e si faceva uso di salnitro: i soldati mettevano a ruba le case, che le bombe del nemico incendiavano.... La resa di Peschiera e la vittoria, o piuttosto le tre vittorie degli ultimi dì di maggio, sembrano far sicura la riuscita della guerra dell’indipendenza. —

Semplice il racconto, senza inutili vanti la chiusa. Il bollettino era del Governo provvisorio della Lombardia: estensore, per incarico del segretario generale, era Giulio Carcano, segretario, il cui nome si leggeva stampato in fondo alla pagina.

La mia lettura aveva sortito un effetto maraviglioso. Tutti s’affollavano intorno a me, pendendo dalle mie labbra, fremendo, giubilando, gridando evviva; tanto che per un momento credetti di aver preso io Peschiera, io in persona, non il Duca di Genova. Anch’io, del resto, avevo toccato l’apice della gloria, leggendo un bollettino alle turbe, come facevano ogni giorno i pezzi grossi di piazza Colombo. Ah, la gioia di un popolo, come è bella, come è dolce, quando è destata e nutrita dalle vostre parole! Ma la gioia d’un popolo si suol dimostrare con qualche novità. Che cosa avremmo fatto noi, popolo minuscolo delle classi di grammatichetta, di grammatica, di umanità e di rettorica?

Passavano i filosofi, così detti perchè erano gli alunni della classe di filosofia, perchè stavano da soli, oramai, non prendendo parte ai nostri giuochi, e ragionando sempre tra loro di Gioberti e di Rosmini. Quella volta, vedendo la calca dei compagni minori, anche i filosofi dovettero accostarsi, obbedendo ad un sentimento di curiosità naturale ed umana; accostatisi, dovettero anche sentire di che si trattava, e partecipare alla nostra allegrezza. Ma quando io ebbi finito di leggere, niente li trattenne più nel consorzio dei «piccoli». Si allontanarono, dunque; ma io potei sentire uno di loro, che diceva ai suoi compagni di Peripàto:

— Con una notizia simile, bisognerebbe far vacanza, quest’oggi. —

Non aveva detto a sordo. Fatto mio il pensiero del peripatetico, mi volsi conchiudendo ai compagni:

— Si fa vacanza? —

L’idea era nuova, e strana, come tutte le idee nuove.

— Perchè? — mi chiese uno di loro.

— Perchè? me lo domandate? Siamo entrati in Peschiera. È una gran vittoria degli Italiani. Chi siamo noi? non forse Italiani? «Res nostra agitur». Come staremmo noi in iscuola, quest’oggi, se già non possiamo più star nella pelle?

— Dici bene, dici bene. Ma come la vedrà il padre Escrìu?

— Oh bella, come noi. È spagnuolo; ma vive da tanti anni in Italia. Gli si dice la cosa, e non potrà far altro che approvarci.

— Ti senti di parlargliene tu?

— Sicuramente; — gridai, parendomi lì per lì la cosa più naturale del mondo.

La turba si mosse, acclamando; ed io alla sua testa, che parevo un colonnello in piazza d’armi. Si andava verso il collegio. Ma giunto all’ingresso, e nell’atto di montare i tre scalini di marmo del portone, incominciavo a non essere tanto sicuro del fatto mio. Posto il piede nel corridoio delle scuole, mi trovai anche solo, o quasi. I miei compagni si fermavano fuori, aspettando l’esito dei negoziati. Ma che paura avevano? Il padre Escrìu era un brav’uomo, finalmente. Sapeva bene il latino, e ce lo insegnava bene. Con un metodo severo, per altro! Quando si fallava la desinenza di un caso, o la concordanza di un adiettivo col suo sostantivo, faceva certi occhiacci! Nè sempre si contentava di far gli occhiacci; specie quando non si sapeva la lezione, o si faceva qualche grosso solecismo, lasciava correre anche scappellotti. Non ne abusava, no; bisognava avergli fatto scappar la pazienza. Ma qualche volta gli era scappata, e i ricordi ne duravano in classe.

Ci pensai ancor io, inoltrandomi nel corridoio. E rammentai che proprio allora avevo un grave torto agli occhi del maestro. Il padre Escrìu aveva portata nella sua scuola una gran novità, che prima di lui si usava soltanto nelle scuole dei Gesuiti. Da noi la classe si divideva in due bande: ogni alunno, guadagnando punti, o perdendoli, guadagnava o perdeva per sè e per la banda a cui era ascritto. Il padre Escrìu aveva aggiunta la novità di dare un nome alle bande: da una parte si era Romani, e Cartaginesi dall’altra. Mercè questa trovata, non so come, certo senza merito mio, avevo conseguita la dignità d’Imperatore Romano. Se poi alla mia effigie non si coniarono monete, incolpatene i tempi grossi, e la brevità del mio regno. Un giorno, di fatti, per una mia marachella (non la ricordo più bene; mi pare si trattasse di ciliege che io mangiavo sul mio trono, facendone tra il pollice e l’indice schizzare i noccioli su teste di amici e nemici) il padre Escrìu mi degradò issofatto da Imperator dei Romani, mandandomi per gran degnazione legato dei Cartaginesi. Immaginate il mio dolore, e l’ira dei Romani, che perdevano un campione per le battaglie dei punti, e l’odio dei Cartaginesi, che alle future vittorie non pensavano ancora, ma sentivano la presente vergogna dell’esser considerati come una compagnia di disciplina. E le ciliege erano ancor troppo fresche: non era ancor venuta per me l’occasione di riconquistare il mio seggio in Roma: alla presa di Peschiera io ero ancora Cartaginese; e non Suffèta, che era il primo grado; legato, semplicemente legato.

Come si fa? pensavo tra me, inoltrandomi nel gran corridoio. Come si fa, a persuadere il padre Escrìu di questa vacanza in lunedì? Pensando, mi veniva meno il coraggio; ma anche mi veniva incontro, col suo passo risoluto, il padre prefetto. Un lampo balenò allora alla mia mente; e quel lampo era un’idea.

— Padre, — gli dissi, avanzandomi, — padre prefetto....

— Ebbene? Che cosa vuoi tu?

— Peschiera.... — risposi, con la mia voce soffocata dalla commozione; — Peschiera è in mano dei nostri.

— Ah! — gridò egli fermandosi e facendosi rosso in volto come un rosolaccio dei campi. — Come lo sai?

— Qui.... qui.... il bollettino; legga. —

Il padre prefetto me lo aveva già strappato di mano. Leggeva, e gli sfavillavano gli occhi; leggeva a mezza voce, profondamente commosso, balbettando. Con lui mi venne il coraggio che temevo di non aver più col padre maestro.

— E noi, padre, per questa vittoria, vogliamo prender parte alla dimostrazione che si farà in piazza di Càneva.... —

Si chiamava solamente di Càneva, cioè della Canapa, la piazza Colombo, in vicinanza del porto, dove erano a quel tempo i banchi degli spedizionieri, degli armatori, dei cambiavalute, ma dove probabilmente in un tempo anteriore erano state botteghe di canapini, venditori di tela di canapa per le vele dei bastimenti.

— Sì, — proseguivo, pigliando la rincorsa, mentre egli continuava a leggere rottamente. — sarà una dimostrazione di tutta la città. Che entusiasmo vuol essere! Faremo vacanza, non le pare? La notizia è troppo bella.... importante.... strepitosa....

— Strepitosa davvero; — rispose il padre prefetto. — Mi lasci il tuo bollettino, che lo faccio leggere ai Padri?

— Sì, lo tenga, lo tenga; io lo so già tutto a memoria. —

Era dunque il permesso di far vacanza. Non lo dava il maestro di grammatica, veramente: lo dava il prefetto, «studiorum praefectus», che aveva per le scuole un’autorità superiore, e che a buon conto poteva conceder vacanza, non ad una sola classe, ma a tutte. Forte di questa argomentazione interiore, salutai il frate e corsi a gambe levate verso l’ingresso.

I compagni mi aspettavano là, parte sulla gradinata, parte in istrada, come in agguato.

— Vacanza! — gridai.

Vacanza! vacanza! risposero venti o trenta voci. Vacanza! vacanza! echeggiarono quaranta o cinquanta, di scolari e scolaretti accorrenti. E via tutti, allegra torma di pecchie quando prendono a sciamare; via tutti, verso la piazza, raccogliendo per cammino i più tardi, informando della vittoria dei nostri soldati, e della nostra ad un tempo. Peschiera vinta! Peschiera italiana, finalmente! Che bella cosa, che grande notizia, da far ribollire il sangue nelle vene! Così riscaldati, esaltati, pazzi dalla gioia, avevamo intuonata la canzone del tempo:

Sorgete Italiani

A vita novella;

D’Alberto la stella

Risplende nel ciel.

La prima idea era d’incominciarla noi, la dimostrazione, voltando a sinistra verso il Molo, e andando per le calate del porto fino a piazza di Càneva. Ma io ebbi il torto di lasciarmi tirare a destra, sulla passeggiata, per giuocare da capo ai puntoni. Prevalevano gl’istinti guerrieri, quel giorno. E poi, stanchi di fare ai puntoni, accettammo l’idea di andare nei fossi della Fortezza, per giuocare a rimpiattino, alla barra, al tabarro. Eravamo nel più bello delle nostre prodezze, quando fu dato il segno d’allarme. Lassù, dall’orlo dello spalto, si affacciava il cappello del padre prefetto; solita e molesta apparizione per tutti coloro che avevano salata la scuola.

— Che cosa vuole, il padre prefetto, quest’oggi? — domandarono a me i compagni di giuoco. — Non glielo avevi detto tu, che si faceva vacanza?

— Gliel ho detto, sì.

— E allora perchè vien qua, minacciando con la mano? Senti, ci chiama anche.

— Ma.... che ne so io?

— Avrà cambiato opinione; — disse un altro.

L’idea di ribellarci fuggendo, non venne a nessuno di noi. Eravamo diavoli scatenati, alle nostre ore; ma bastava un nulla per richiamarci al sentimento della disciplina. Mogi mogi, ci avviammo tutti verso una gradinata a scarpa, che metteva dal fosso allo spalto.

— Perchè avete salata la scuola? — tuonò il padre prefetto, quando fummo a portata di voce.

— Padre.... non lo sa?... Le è pur rimasto il bollettino!... I nostri hanno preso Peschiera.

— Ebbene? c’è forse bisogno di lasciare la scuola, perchè è stata presa Peschiera?

— Ma io.... se si rammenta.... Le avevo anche detto....

— Che cosa?

— Che era festa nazionale, oggi.... e si poteva far vacanza....

— Si poteva.... si poteva fare anche questo; — borbottò il padre prefetto. — Ma bisognava prima di tutto domandarne licenza ai maestri.

— Credevamo che dicendo a Lei....

— Non so cosa abbiate detto a me.... La notizia era tanto strepitosa!...

— Già, lo dicevo infatti, strepitosa. E noi allora Le abbiamo soggiunto che si sarebbe fatta una grande dimostrazione.

— Nel fosso della Fortezza, non è vero? Mariuoli! Pigliatemi il portante, e via. Per la scuola del mattino è tardi; andate a casa, a studiare. Chi mancherà alla lezione pomeridiana, faccia conto di venir domani accompagnato dai suoi parenti. —

La minaccia era grave. Dispiaceva a tutti d’esser mandati a casa con l’obbligo di farci riaccompagnare alla scuola dal babbo o dalla mamma. Al tempo nostro queste due autorità non ischerzavano. Bisognava avvertirle dell’incomodo che si cagionava loro, e confessar le ragioni del fatto; donde avveniva che ricevessimo una salutar correzione anche prima di esser condotti al collegio. Perciò, immaginate che tutti, «nemine excepto», si fosse nel pomeriggio alla scuola. Quando noi grammatici entrammo in classe, il padre Escrìu era là in piedi, davanti alla cattedra, duro, accigliato, con la sua riga tra mani, che pareva un bastone di comando.

— Perchè non siete venuti a scuola, stamane? — chiese egli, dopo un lungo silenzio, quando noi fummo tutti seduti nelle nostre panche. — Parlate; lo voglio! — incalzò, vedendo che nessuno di noi si alzava per rispondere.

E il bastone di comando, che da principio ballava, incominciò ad agitarsi convulsamente tra le sue dita.

— Mi avete capito? — riprese. — Vuol finir male, quest’oggi; molto male per qualcheduno.... e per tutti i suoi complici. —

Eravamo esterrefatti. Lo intendevamo benissimo, che qualcheduno, l’istigatore, sarebbe stato mandato via, «nec sine colaphis», cioè a dire non senza scappellotti, e che a tutta la classe sarebbe toccato un «pensum» da doverci perdere le ore di ricreazione per un mese.

— L’hai presa Peschiera! — mi mormorava intanto sottovoce un compagno.

La crudeltà del sarcasmo mi rivoltò il sangue, e fece quello che non aveva ancora potuto su di noi la sgridata del frate. Mi alzai in piedi e stesi la mano, quantunque non ce ne fosse bisogno, poichè egli stesso m’invitava a parlare.

— Padre, non castighi nessuno dei miei compagni; — gli dissi. — Sono io, il colpevole; io che ho letto questa mattina, uscendo da casa, il bollettino della presa di Peschiera. Mi pareva che con una notizia simile.... Capirà; siamo italiani.... L’avevo detto anche al padre prefetto.... che si era commosso anche lui. Forse, nella commozione, non ha sentito quando gli dicevo della vacanza.... Ora sa tutto, padre maestro.... punisca me, ma non altri.

— Non altri! non altri! — ripetè il maestro imbizzito. — Farò quello che mi parrà conveniente. E voi, frattanto, in ginocchio! —

In ginocchio! Era grossa, e tutti i miei sentimenti si rivoltarono. In ginocchio! Da tre anni che ero alunno delle Scuole Pie, non c’ero mai stato messo; nè dal padre Sanguineti, nè dal padre Conio, nè dal padre Cigliuti. Qualche volta in castigo nei corridoi, non lo nego; ma in piedi. E in ginocchio, allora! in ginocchio! era grossa, era orribile; non potevo mandarla giù; non mi ci sarei adattato, no davvero; piuttosto a casa, e ritornar magari coi miei parenti, dopo aver preso un paio di ceffoni a priori, o di calci a posteriori, dal babbo.

Quell’altro intanto ripeteva il comando; ed anche accennava di muoversi, certamente per cavarmi a forza dal posto. Precorsi l’offesa; mi mossi, scesi dalla panca (la seconda dei Cartaginesi, ahimè!) per calare in mezzo alla scuola; ma come fui giunto là, scambio d’inginocchiarmi, voltai verso l’uscio, colla ferma intenzione di andarmene. Ma quell’altro, che forse mi aveva letto negli occhi il proposito ribelle, mi fu addosso d’un salto, mi gravò la sua larga mano sulle spalle, facendomi andar giù, se non proprio come voleva lui, sulle ginocchia pur troppo.

— Hai dato cattivo consiglio; — soggiunse poscia, mentre ancor lavorava per farmi inginocchiare davvero; — lo confessi, e vuoi sfuggire la pena? In ginocchio, ti dico. Tanto meglio, se ti dispiace. E qui, — riprese, dopo un istante di pausa, sentendomi dare in uno scoppio di pianto, — ci hai la posizione più conveniente per pregare. Prega Dio, — conchiuse, — prega Dio fervidamente, per tutti quelli che han preso Peschiera; prega Dio che riescano a prender Verona!

Il primo errore.

Giunto dalla sua natale Germania a Parigi, e prendendo da viaggiatore coscienzioso a visitarne i monumenti, Enrico Heine non tralasciò di dare una capatina nei dintorni, fino alla celebre abbazia di San Dionigi. Colà, osservando il luogo dove il santo era stato decapitato, e meravigliandosi forte al racconto dello scaccino, che il santo sullodato avesse fatto ancora una ventina di passi dopo aver perduta la testa, si sentì soggiungere, quasi a spiegazione del miracolo: «Vous savez bien, monsieur, il n’y a que le premier pas qui coûte». Quello scaccino aveva ragione, ed io lo so per prova, che senza testa, o senza cervello, che negli effetti è tutt’uno, ho fatto il mio primo passo; donde avvenne che facessi poi tutti gli altri, ahimè, sulla via del Parnaso.

Avevo io otto anni? nove? dieci? Non so più bene. Potrei forse orientarmi chiedendo ai miei concittadini in che anno monsignore Riccardi di Netro fosse stato nominato vescovo di Savona e avesse fatta la sua visita pastorale per tutti i borghi della sua diocesi. E forse il saperlo mi gioverebbe poco, essendo anche possibile che il degno uomo fosse andato parecchie volte in volta, e più d’una, a buon conto, fino al monastero della Pace, sopra Albisola, dov’io ragazzo ebbi l’onore di avvicinarlo; e fu quello il giorno fatale del primo errore, del primo peccato letterario, che portò poi tutti gli altri,

onde sovente

Di me medesmo meco mi vergogno.

Mi confesserò di quel primo, e voi mi darete la penitenza; se pure non crederete che io n’abbia già fatte abbastanza. Ma raccontiamo con ordine, e premettiamo quanto è da premettere.

Il mio babbo era un gran filarmonico nel cospetto di Dio e degli uomini; tanto che, non contento di suonare per suo conto e diletto parecchi istrumenti, aveva formato un concerto musicale, e diciamo pure una banda, provvedendo del suo gli arnesi sonori alla più parte dei soci dilettanti. Io, naturalmente, partecipavo a tutte le comparse della Banda Nuova (era questo infatti il suo nome, per contrapposto alla Musica Vecchia), andavo a tutte le feste cittadine, a tutte le funzioni di chiesa, a tutte le sagre dei dintorni, a Lavagnola, a Zinola, ad Albisola, sempre affidato al braccio amico (vedete come mi fiorivano fin d’allora le rime) di Ninetto Cerisola. Il Ninetto, come più comunemente lo chiamavano, tralasciando il cognome, era un ometto (e dàlli con le rime!) piccoletto, ma forzuto e barbuto, che appunto per quella sua barba folta e nera, aveva meritato il posto di zappatore nelle gloriose legioni della guardia civica. Di professione era staderaio, cioè a dire fabbricava, vendeva, aggiustava bilance; a tempo avanzato suonava il trombone, quel bel trombone antico, senza chiavette, che dava le note secondo l’allungarsi e il raccorciarsi delle sue canne di ottone. Ricordo che il giorno della festa solenne al convento della Pace, dovendo suonare sull’orchestra della chiesa, io avevo trovato il modo di ficcare nel tronco interno di quelle canne mobili un turaccioletto di sughero; onde l’amico Ninetto, per soffiar che facesse, non riusciva a mandar fuori una nota. E non protestava neanche, il poverino; che anzi faceva le viste di non avvertire l’impedimento. S’era fatta, prima della Messa cantata, una colazione desinatoria; ed egli forse dubitava di aver alzato un po’ il gomito, di esser brillo, insomma, e di averne impacciate le labbra; cose che càpitano ai suonatori, che sono uomini come tutti gli altri del seme d’Adamo, e sanno che il buon vino non rispetta nessuno. Fors’anche, un po’ alticcio davvero, non aveva badato più che tanto se il suo trombone suonasse o non suonasse? Certo è che quando gli amici, avvisati della burla, gli fecero complimenti per la sua cavata, che quel giorno era stata magnifica, egli subito, con bella modestia, rannicchiando le labbra tra i peli della barba, rispose:

— Si fa quel che si può. —

Solo più tardi, levando dalla ritorta le canne dello strumento, ne visitò le due bocche.

— Ah birichino! Siete stato voi? — mi gridò, mentre si disponeva a levare da una di quelle il turacciolo traditore.

Ma egli mi voleva tanto bene, che quella mia burla atroce gli parve la trovata più bella e più spiritosa del mondo.

Monsignore aveva pontificato, e dopo il vespro era sceso in refettorio coi frati. La banda, allineata nel corridoio, aveva rallegrati i principii, la zuppa e credo anche il fritto, col coro dei «Lombardi» e con l’altro del «Nabucco», non dimenticando la preghiera dei «Foscari» per assòlo di trombone. Non c’era più turacciolo, e il Cerisola aveva fatto prodigi. Inorgoglito del suo trionfo, si era levato a più superbi voli; aveva intravveduto un’idea, l’aveva inseguita, afferrata al varco, e la presentava calda calda ai compagni.

— Non si può mica suonar sempre! — diss’egli. — Se alle frutta tutto il corpo filarmonico si presentasse in refettorio per cantare un complimento al vescovo?...

— Un complimento! — si gridò, colti all’impensata. — E cantarlo! Che cosa sarà?

— Un coro, un coro d’opera conosciuta, con parole adattate; — riprese il Cerisola.

— Allora ci vogliono i versi. E chi li fa i versi?

— Eh, se il signor Luigi volesse....

Così dicendo, il Cerisola s’era rivolto al mio babbo. Ma il mio babbo accoglieva la proposta con un’alzata di spalle, che mandava il Cerisola a farsi benedire. E il Cerisola, scambio di andarci, si rivolse a me, che gli stavo vicino.

— Li farete voi, allora; — soggiunse.

Ninetto Cerisola mi sapeva studioso, e mi credeva capace di tutto. Infatti, dopo il turacciolo!....

— E perchè no? — risposi. — Se mi date la musica....

Era fresca la memoria della «Lucia di Lammermoor», cantata al teatro Sacco, allora il primo di Savona, essendo anche l’unico. Un coretto del second’atto di quell’opera parve la man di Dio. Lo sapevano tutti a mente; e non domandava altro al poeta che una strofetta di quattro settenarii. Anch’io, per bacco baccone, mi sentivo capace di tutto. Cavai la matita, e sul primo pezzetto di carta che mi venne alle mani scrissi i miei versi, senza pur dimandare la necessaria ispirazione ad Apollo. Ninetto Cerisola li lesse, li trovò sublimi, e li portò a leggere al mio babbo, che fece un gesto di orrore, e poi, rivolgendosi a me, accennò con la palma levata la voglia imperiosa d’un solennissimo scapaccione. Ma egli era abbastanza lontano, ed io stetti a grinta dura, mentre Ninetto Cerisola, il primo e credo anche l’ultimo predicatore della mia gloria, rileggeva ad alta voce i maravigliosi miei versi al corpo filarmonico, che in atto di curiosità, gli si stringeva d’attorno.

«Salve, pastor Sabazio,

Nostro sostegno e onore;

I palpiti del core

Noi consacriamo a Te.»

Di peggiori non si poteva farne, lo riconosco: ma allora pensavo come Ninetto Cerisola; li trovavo anch’io maravigliosi, sublimi, specie rivestendoli già nella mia mente con le note del Donizetti. Erano, dopo tutto, cantabili a quel dio; e il Ninetto li attaccò bravamente con la sua vocina di tenore bari.... stonato. Il Forzani, il Ghisolfi, il Lanza, il Casella, il Bibolini, tutti insomma quanti erano i nostri filarmonici, si affrettarono a ricopiarli. Ed aiutavo anch’io (vedete degnazione d’autore!); sicchè in pochi minuti ne tirammo giù una ventina di copie. E quando si videro uscire dal refettorio gli avanzi dell’arrosto cogli avanzi dell’insalata, segno evidente che là dentro si passava alle frutta e al formaggio, fatta giungere discretamente all’orecchio del padre guardiano la voce che i suonatori della banda volevano cantare un complimento a Monsignore, si spalancarono i battenti dell’uscio, e la banda penetrò, fortunatamente inerme, nella sala dei banchettanti; ma ognuno degl’irrompenti avea tra mani spiegato il suo pezzetto di carta, da farli parer tutti camerieri che portassero il conto. Al rumore di quella entrata improvvisa, Monsignore alzò la sua bella faccia petrarchesca, che m’è rimasta impressa nella memoria, tanto che mi pare di averla sempre negli occhi. Ci fu un momento di silenzio: i filarmonici si erano messi in fila. Poi, apriti cielo, venti bocche si schiusero ad un cenno, e fu un grido allora, un urlo solo:

«Salve, pastor Sabazio,

Nostro sostegno....»

e il resto, che per amore di brevità si omette, ma che laggiù, in quell’ora solenne, fu cantato a squarciagola, bissato, rinterzato, se ben ricordo, senza richiesta, ma non senza una benevola rassegnazione dei commensali assordati. Qualcuno, di certo, si sarà doluto in cuor suo; ma, da buon cristiano, n’avrà fatto, come si usa di tutti i dolori, un’offerta al Dio degli afflitti.

Monsignore di Netro non aveva da liberarsi in quel modo da nessuna afflizione. Appariva dolcemente commosso da quella dimostrazione, tanto più affettuosa quanto più rumorosa. Certamente per modestia s’era fatto rosso in volto come una fravola montanina, e tratto tratto dondolava il capo, così in atto di ringraziare, come di nascondere la sua confusione. Finito il canto, lodò con belle parole i cantori del cortese pensiero che li aveva mossi; ma voleva anche lodare il poeta, e per lodarlo, per ringraziarlo particolarmente, gli bisognava conoscerlo. Io, veramente, non avevo preveduto quel desiderio episcopale. Ero così lontano dal credere che in quella dimostrazione canora ci potessi entrar io per qualche verso, che non avevo dubitato di ficcarmi ancor io tra i cantori, prendendo sbadatamente il mio posto in fila, tra il Ninetto, ch’era un cosettino tant’alto, e il Casella, che era un mezzo gigante. Il Casella, per l’appunto, sentito il desiderio di Monsignore, mi afferrò amorevolmente pel colletto, e mi cacciò avanti, dicendo:

— Signor vescovo, eccolo qui il poeta.

Monsignore sorrise al «signor vescovo» e poi volle veder da vicino il poeta. Non c’era più modo di scapolarla: ci andai, come la biscia all’incanto: ci andai, confuso e tremante, girando dietro a dieci o dodici schiene. Alla sinistra del vescovo una sedia si trasse un pochettino da lato, tanto che v’ebbi un po’ di spazio per accostarmi al mio «pastor Sabazio» e per baciargli l’anello pastorale, che s’era benignamente sollevato all’altezza delle mie labbra. Beata età, che la bocca dell’uomo può ancora esser fatta per baciare anelli di vescovi e destre di nonni!

Ma il mio «pastor Sabazio» voleva anche discorrere, sapere dei miei studi, della classe, del collegio, dei maestri, dei libri prediletti, perfino della via che mi proponevo di scegliere quando fossi entrato nel mondo.

— Studia sempre, ragazzo; questo serve per ogni via; — mi disse, quando gli ebbi tra male e peggio barbugliate quattro o cinque risposte. — E dimmi, intanto, sai già bene il latino?

— Sì, Monsignore, un poco; — risposi a faccia fresca.

Infatti, perchè no? Ero già uscito dai latinucci, sfranchito dalle concordanze, e poteva parermi che non ci fosse più altro da spartire tra me e la difficoltà della lingua di Cesare.

— Bene; — ripigliò Monsignore; — conoscerai dunque il proverbio: «Carmina non dant panem....»

— «Sed aliquando famem;» — soggiunsi io inanimito, compiendo il pentametro.

— Lo sai tutto? Me ne compiaccio. Ma sappi ancora, che quel proverbio è falso; ed io mi sento di fartene la dimostrazione. —

Così dicendo, il mio bel Petrarca in mezzetta si levò da sedere, prese un coltello, stese la sua bella mano bianca e morbida verso una gran torta dolce che stava davanti a lui, ancora intatta, nel mezzo della tavola; e colla punta del coltello ne tagliò a fondo il cuore, che portava il suo nome in lettere di rilievo e di zucchero. Ciò fatto, ficcò sotto quel rocchio la punta del coltello, e d’un colpo lo fece balzare nel suo piatto, che con l’altra mano era stato pronto ad accostare.

— Vedi? — riprese allora, porgendomi il piatto. — I carmi dan pane; ed è pan di Spagna, salvo errore, o qualche cosa di simile. —

Poi, col rovescio della mano, anzi diciamo col sommo delle dita affusolate, mi diede un colpettino sulle guance. Era il commiato; ed io, fatto un mezzo inchino, mi affrettai a prendere il largo. Cioè, dico male; non potei affrettarmi, poichè ero allo stretto, fra la parete e quella fila di sedie, che s’erano tutte un po’ mosse, per dar modo ai sacri commensali di voltarsi sul fianco e di farmi anch’essi il loro complimento. Il padre guardiano, prima di tutto, m’aveva fatto un sorriso di vecchio conoscente; ed io lo sentii, mentre uscivo dalla stretta, che diceva a Monsignore com’io fossi stato a balia poco distante di là. Insomma, un primo trionfo, un trionfo inaudito; ed io non ne portai le spoglie opime a Giove Feretrio, perchè facevo conto di sgranocchiarmele, appena fossi giunto nel corridoio.

Il mio babbo era là, non troppo scontento, a dir vero, ma ancora un po’ buzzo, come fa il tempo quando non vuol mettersi d’un tratto al sereno.

— È dolce il primo pane che guadagni coi versi; — mi diss’egli, con accento canzonatorio. — Ma non t’ingannare; potrebbe anco esser l’ultimo. —

Io non volevo scapaccioni, cose che in verità non sarebbero state da trionfatori. Chinai il capo sotto la ràffica, e scappai all’aperto col mio buon rocchio di pan di Spagna. Laggiù, mentre lo sgretolavo allegramente, mi venivano certi pensieri di gloria, che me lo facevano parere anche più dolce. «Per una strofetta di quattro settenarii!» dicevo tra me. «Che sarà mai quando farò i quattordici endecasillabi d’un sonetto? o le sei stanze, le otto, le dieci d’una canzone?»

Sonetto e canzone mi ronzarono nel cervello un bel pezzo; ed anche mi provai quell’anno a farne su parecchi argomenti; ma mi riuscivano troppo difficili per la giusta collocazione delle rime. Quanto ai versi, niente paura; ne avevo le sillabe sulla punta delle dita, dove potevo contarle nei casi dubbi; e già avevo messa in endecasillabi sciolti l’Epitome della Storia Sacra. Ne ricordo un verso per l’appunto:

Qui venne a morte Giosìa il gran rege;

un verso cane, anzi un verso da cani, che meritava d’esser legato. Infatti lo sciolto era ancora un osso duro per me. Ma dal giorno del pan di Spagna in poi, quanto durarono i miei studi classici alle Scuole Pie di Savona, feci versi a tutto spiano, di tutte le misure, ogni giorno. Mi fortificavano nel proposito le cortesie episcopali, che non s’erano mica fermate a quella vistosa rotella di torta dolce. Figuratevi che una volta per settimana, e magari due volte, mentre io giuocavo alla palla, e mi era stadio la piazzetta del Vescovato, capitava il buon Tommaso, il vecchio servitore di Sua Eccellenza (mi par di vederlo ancora, con le sue brache corte, le calze nere, le fibbie d’argento alle scarpe e la sua smilza faccia incartapecorita sotto i ciuffetti della parrucca biondiccia), e passandomi rasente mi faceva scivolare tra le mani una palla, spesso nuova, fiammante, ora di cuoio d’una tinta, ora a spicchi di pelle variamente colorata. Monsignore non le faceva fare a bella posta per me, intendiamoci bene. Erano palle sperse, che da una parte o dall’altra, ma più frequentemente dalle spalle del Duomo, in certe volate di giuocatori mal destri, andavano a cascare entro i giardini dell’episcopio. Rimaste là senza padrone, era giusto che si regalassero a me, dopo la scena della Pace. Ma quei regali, che mi riempivano il cuore d’allegrezza, mi procacciarono invidie non poche; ed ebbi allora i miei primi Zoili, e Mevii e Bavii «sine fine dicentes». Nè voglio tacere un’altra cortesia di Monsignore, che quante volte, uscendo a passeggio, m’incontrava per via coi miei libri ad armacollo, mi fermava amabilmente per domandarmi notizia delle mie «dotte fatiche» e con un «da bravo, continua a studiare,» mi dava il piacevol commiato del suo colpettino sulla guancia; specie di cresima transitoria, che non aveva più da imprimer carattere, ma che valeva a confermarmi la sua benevolenza.

Povero mio «pastor Sabazio!» Egli era certamente animato da una buona intenzione, usando cortesia al suo piccolo poeta. Ma se io non mi fossi inuzzolito per quel troppo dolce premio al primo saggio della mia Musa in fasce, tutt’altri guai non sarebbero mica avvenuti; il babbo m’avrebbe avviato al commercio, e magari ci sarei diventato milionario. Dicono che sia così facile! E onestamente, badate, onestissimamente. Si comincia a trafficare; si tiara avanti un bel poco; poi si fallisce, offrendo ai creditori l’ottanta per cento. Abboccano tutti, e promettono a sè medesimi, tanta è la loro maraviglia, di farvi fido per un’altra volta. Voi ripetete il giuoco, s’intende; lo ripetete magari una diecina di volte, sempre col medesimo frutto, del venti per cento in tasca. «Poveraccio!» gridano a gara; «è disgraziato, ma galantuomo. Che si canzona? l’ottanta per cento! chi è che lo dà più, a questi lumi di luna?»

Il mio racconto ha un’altra morale; ed è questa. Ragazzi, studiate, se vi pare; lo studio ha qualche utilità nella vita, e non bisogna poi fidarsi tanto di certi esempi fortunati. L’essenziale è che studiando non vi pigli la manìa di far versi. Guardatevi bene dal primo errore; si sa come si comincia e non si sa.... Cioè, mi spiego, si sa pur troppo dove si vada a finire.

Ceppo in famiglia.

«Ricòrdati che Ceppo si fa in famiglia» mi scriveva mia madre. «E dove mai si è più in famiglia che dal nonno?»

Mia madre ha sempre ragione; ma quel giorno l’aveva due volte. Sicuro, si è più in famiglia nella casa del nonno, quando ci sono intorno a lui le due generazioni, raccolte alla sua mensa. Ceppo è una gran gioia domestica, in cui si associano e si compenetrano due religioni; quella dell’acqua che ci ha battezzati, e quella del fuoco intorno a cui siamo cresciuti. Aggiungete che sotto Natale fa freddo, e quando fa freddo ci si stringe volentieri gli uni di costa agli altri, e volentieri ci si scalda a quel ceppo, che è simbolico quanto si vuole, ma che arde davvero; e si mangia di buon appetito a quella tavolata, dove si è tutti congiunti di sangue, e per un’ora, se Dio vuole, anche d’idee. Quello è il giorno che niente rimane sullo stomaco, neanche il panforte di Siena, e niente dà al capo, neanche la malvasìa di Sardegna.

La mensa del mio nonno materno era celebre per un certo vino del Sinai, dorato come il Cipro, ma anche più asciutto. Gliene ho assaggiato tanto, di quel vino! e non ho date le tavole della Legge sulle corna di nessuno. È vero, per altro, che non mi era mai stato affidato l’incarico di far sentire a nessuno che la legge è dura.

Ma per quella volta, ricevuta la lettera della mamma, non pensai punto al vino del Sinai. Mi si offerse in quella vece agli occhi della mente la vecchia casa del nonno, là sulla marina di Finale, tra la mole giallognola del palazzo Buraggi, che cresceva da levante, e lo smisurato masso ferrigno della Caprazoppa che cresceva da ponente, con la distesa del mare davanti, e con la riva sonante, dove io bambino avevo edificati tanti castelli, contornati di fosso, protetti da sproni, cavalieri e palizzate di ciottoli. Perchè io, grazie al cielo, non ho mai fatto castelli in aria, e sempre ho fabbricato sul sodo. Ma, ohimè, veniva la sera; il mare cresceva, e un maroso più lungo incominciava a seppellirmi la palizzata; un altro, anche più lungo, mi spazzava lo sprone; un terzo mi colmava il fosso; un quarto, più lungo di tutti, mi entrava dai merli, e mi mandava a casa mogio mogio come un pulcin bagnato.

Ed anche il viaggio a Finale, che gioia! Si partiva ogni anno due volte da Savona, con la vettura di Belloro (così chiamato, perchè il suo vero nome era Podestà, e nei nostri paesi non c’era caso che uno fosse chiamato col suo vero nome); si vedeva Zinola, colla sua esposizione di pentole al sole; Vado, coi suoi fortini e la sua rada sicura («statio bene fida carinis», dicevo già io, peccatore precoce di citazioni latine); Spotorno con le sue fornaci di calci e col suo parroco, che pretendeva essere stato là per rifugio il re dei Rutuli vinto da Enea, tanto che rimase alla terra il suo nome: «ultima spes Turni;» e davanti a Spotorno la verde isoletta di Bergeggi, con le rovine del famoso convento di Sant’Eugenio e col suo misterioso tumulo preromano sulla vetta; poi Noli turrita, davanti a cui si suol recitare un verso di Dante, e sulla cui spiaggia io ricorderò sempre di aver salvata la vita ad un pesce. Passavo un giorno di là, nella solita carrozza, mentre alla spiaggia si tiravan le reti. Smontai, curioso, per andare a vedere la pesca miracolosa. Furono magri affari, poichè in fondo alla rete non era rimasto altro che un pesce. Lo comperai. Era una triglia adolescente. «Va» le dissi, gettandola in acqua «cresci e moltiplica». Non so se abbia principio da quella mia liberalità l’abbondanza di pesce sulla spiaggia di Noli.

E poi, dopo Noli e il suo rosso promontorio, la penisola grigia di Varigotti, della rupestre Varigotti, che piace tanto a me, quanto spiacque a Rotari, e alla amministrazione delle strade ferrate italiane. Il primo la distrusse; e questa per molti anni non volle considerarla come rifabbricata. Poi Final Pia, con la sua valle di mandorli, che la fanno parere un paesaggio giapponese alla stagione dei fiori, e col suo bel ponte su cui si faceva la fiera, il giorno dell’Assunzione. Insomma, che dirvi di più? Tutte le gioie di tanti viaggi, concentrate in uno, che io avrei fatto, dopo molti anni d’assenza dalle rive beate della beatissima età. E lo avrei fatto come per l’addietro, quel viaggio, cioè a dire in carrozza; perchè in quell’anno, che fu il 1870, la strada ferrata da Genova a Ventimiglia non era compiuta, e giungeva solamente a Savona. Avrei sentito l’odore dell’argilla fresca sulla riva di Zinola; quello dei rami di pino davanti alle fornaci di Spotorno; quello delle alghe rigettate dal mare alla spiaggia di Varigotti; a farla breve, tutte le fragranze del buon tempo antico. E avrei sorriso per giunta davanti a quell’«Ultima necat» di una certa meridiana di Spotorno, che m’aveva dato tanto da pensare nel mio primo anno di latinità, volendo io tradurre da me, senza chiedere aiuto a nessuno.

Con queste promesse di gioia, partii la mattina istessa del Natale, da Genova, dopo aver dato licenza alla cuoca di andarsene per i fatti suoi. La brava donna mi aveva ringraziato, lieta di far Natale col suo maritino. «Benissimo!» le dissi. «Anche voi farete Ceppo in famiglia. Statemi allegra.»

E m’avviavo alla stazione, con una splendida aurora. Il cielo era di cobalto; l’aria niente fredda; pareva un bel mattino d’autunno. E a nessuno veniva la voglia di viaggiare, quel giorno! Ma già, si capiva, era Natale; e ognuno stava più volentieri a casa sua. Quelli che dovevano andarla a cercare per quella occasione solenne, già l’avevano trovata, essendo partiti la vigilia. Così avvenne che quella mattina, al primo treno, io non avessi altri compagni che cinque o sei viaggiatori di terza classe, due o tre di seconda, e nessuno di prima. Tanto meglio, infine! regnavo da solo nel mio scompartimento «per fumatori».

E non si partiva mai! Chi aspettavano ancora? Io, prima che il treno si movesse, avevo già letto i pochissimi giornali usciti quella mattina, pieni zeppi di fatti varii con tanto di barba, scarsi di notizie politiche e senza ombra di telegrammi. Nei giorni di festa, si sa, e nelle vigilie dei giorni solenni, non accade mai nulla nel mondo, o l’Agenzia Stefani non permette che accada. Finalmente il treno si mosse. E usciti di sotto alla tettoia, povero cobalto dei cieli! s’era fatto grigio; mistura di bianco e nero fumo, per mezzo a cui tremolava cadendo qualche fiocco di neve.

— Ah bene! — esclamai. — È natalizia in sommo grado, la neve; ben venga!

E venne, a mano a mano più fitta. A Sampierdarena i fiocchi apparivano più grossi; a Sestri non eran più fiocchi, ma falde, a Voltri, dov’è tanta fuliggine di camini per la frequenza degli opifici, non si vedeva altro che bianco; ad Arenzano, non so come, la neve mi entrava nella carrozza. L’ebbi per un miracolo, poichè i finestrini erano tutti chiusi, con quel tanto d’impenetrabilità che l’amministrazione delle strade ferrate assicura al suo materiale viaggiante. Miracolo, adunque, e miracolo noioso. Ma infine, ero solo, e potevo sedermi su d’uno dei bracciuoli di mezzo, poichè già dai due lati mi si erano formati dentro lo scompartimento due bei poggi di neve. Ridevo, alla stranezza del caso, e fumavo; fumavo, come un altro Mongibello, con la neve da’ piedi.

Di fuori non si vedeva una spanna più in là, tanta era la furia del nembo. Come si giunse a Savona, calai prontamente, e fuggii dalla stazione, senza fermarmi neanche a domandare per qual ragione mi fosse nevicato in carrozza. Arrivai sulla piazza del Fosso, come si diceva anticamente, con la neve a mezza gamba; e là, senza perder tempo a salutare il mio illustre concittadino Chiabrera, scolpito sul timpano del teatro che porta il suo nome, entrai nell’ufficio dei signori Botta e Passeggi, per ordinare una vettura. Niente vetture. — O come! — Scusi, ma è Natale. — Ebbene, non è dunque possibile viaggiare, nel dì di Natale? Se ci fossero degli ammalati, e il bisogno urgente di un medico? — Verissimo; e si potrebbe anche attaccare per lei, che non è medico; ma con questo tempo? Sarebbe da matti. — Mettete che io sia matto, e fate attaccare; a qualunque prezzo. Venti, vi bastano? — No. — Trenta.... quaranta.... sessanta? — No, neanche per cento. — Ah, per tutti i settecento.... settantasette mila diavoli! come si fa? —

Mi rivolsi ad un crocchio di vetturini, che stavano chiusi nei loro mantelli, su d’un portone, fumando la pipa e meditando sulla tristizia dei tempi. C’era tra essi il vecchio Piuma (così detto perchè veramente di cognome si chiamava Cerisola), il vecchio Piuma, amico mio, che m’aveva conosciuto bambino, e tante volte mi aveva portato, studentello in vacanza, da Genova a Savona, e viceversa. — O Piuma, gli dissi, se dura in cuor vostro una favilla dell’amor primiero, portatemi voi a far Ceppo in famiglia. Anche la mamma, per cui avete tanta divozione, ve ne sarà molto grata.

— Impossibile, — mi rispose. — Non vede che tempo? I cavalli non ce lo farebbero. E poi, dove s’andrebbe? Giù da una balza, di sicuro, a far Natale coi pesci. Una cosa posso fare, e la faccio di cuore.... invitandola a venire a far Ceppo da me. —

Ringraziai, non intenerito, e andai a rifugio sotto i portici della via Paleòcapa. Non mi piaceva restare sul Fosso, dove ero già la favola di tutti i vetturini. Ma là, sotto i portici, diventai presto la favola di cento amici d’infanzia. — Come tu qui, oggi? che buon vento? Ah sì, cattivo, non è vero? Poveraccio! e volevi andare a far Ceppo in famiglia? Abbi pazienza. Un’altra volta partirai la vigilia. Vieni da me, a far Natale. Da me! da me! Si vuol ridere! —

Ah, sì? ridere? niente affatto; riderete da soli. E liberatomi da tutti gli inviti, da tutte le canzonature, andai alla stazione, dove aspettai il treno delle quattro, che doveva riportarmi a Genova. Al nonno e alla mamma avevo mandato un telegramma, raccontando la mia disgrazia. Quello partiva, almeno; quello andava a far Ceppo in famiglia.

Alle quattro, santa puntualità, il treno si mosse. Anche quella volta fui solo. Il ritorno fu peggiore dell’andata. La neve continuava a penetrare nello scompartimento, e faceva i suoi mucchi; ma io non fumavo più, perchè avevo oramai consumata la provvista dei sigari; e i tabaccai di Savona, come quelli di ogni altra terra italiana, facevano Ceppo in famiglia; donde la necessità di tener chiuso l’appalto, più ermeticamente d’una carrozza di prima classe. Ah, il mio ritorno! Se io son pure arrivato a Genova, n’ho debito alla cortesia del tempo, che fece strada con me.

Giunsi intorno alle sei. E là, sul lenzuolo bianco della piazza Acquaverde, non c’era altri che Cristoforo Colombo, occupato con una mano a scoprire l’America, e coll’altra a reggere un’áncora. Non poteva, per conseguenza, indicarmi una vettura di piazza. Non ce n’erano, del resto; ed io, per la strada più corta, in un’ora di stenti inauditi, mi trascinai fino a casa, con la neve fin sopra al ginocchio.

Abitavo nella via di San Luca, figuratevi! Pure, poichè volere è potere, ci giunsi, e indovinai anche il portone, ma senza toccare la bella soglia di rosso antico, che due palmi di neve sottraevano alla vista e alla cupidigia degli inglesi. Gli inglesi, si sa, voglion comperare tutto a peso d’oro; e sono i ciceroni che lo affermano. E a Genova, tra le cose che gli inglesi vogliono sempre comperare a peso d’oro, ci sono i leoni dell’Università, il portale del palazzo di Andrea Doria in piazza di San Matteo, e la soglia del mio portone in via San Luca. Dico mio, così per dire; ma qui l’aggettivo non è, a rigor di termine, possessivo; non indica o piuttosto non indicava altro che l’uso, il diritto di passaggio.

Quando fui alle scale non ne potevo più dalla fatica, e fu miracolo davvero se mi arrampicai fino al terzo piano, dov’era il mio quartierino. E là, niente cuoca; niente cucina; niente sotto la mano, da mettere sotto il dente. La cuoca io l’avevo mandata a far Ceppo in famiglia; nè mai avevo posto piede in cucina, e non sapevo dove la brava donna tenesse in serbo la roba. Mi sarei contentato di così poco! Una crosta di pane, a quell’ora, mi sarebbe parsa la man di Dio.

Potevo escire, e andare alla ventura, o in qualche osteria, o da qualche famiglia d’amici. Ma con quel metro di neve! conciato com’era! e come mi avrebbe conciato dell’altro quella bianca poltiglia, se pure avessi avuta la forza di mutar abiti! E poi, non avrei fatto ridere a Genova, come avevo fatto ridere a Savona? Ceppo in famiglia! Sì, ancora una volta, Ceppo in famiglia. Dovevo starci, e ci stetti. E digiunai, per conseguenza.

Solo il mio spirito si era nutrito, quel giorno; solo il mio intelletto si era arricchito di una cognizione utile, raccolta dai frenatori, alla stazione di Genova. Quando nevica così fitto, non basta tener chiusi i finestrini; bisogna chiudere ancora gli sfiatatoi.

Ma tutto ciò non fece tacere gli stimoli di una fame da lupi. Ed anche ora, quando ci penso, quella fame io la vedo; e riconosco facilmente di non avere nessuna disposizione per seguire l’esempio del Succi.

Camene ligustiche.

I miei genovesi della nuova generazione respirano bene, quando vanno passeggiando sui larghi marciapiedi della via Roma, aperta per essi in una collina di tufo, attraverso alle viottole di Piccapietra e delle Fucine. Respirano meglio, quando giungono sulla gran piazza, a cui non si è ancora pensato di dare un gran nome; nella gran piazza, io dico, inquadrata nel verde di due colline in declivio, dove hanno da ammirare tanta ricchezza di piante, tanti bei giuochi di luce, mentre Vittorio Emanuele li saluta cortesemente dall’alto del suo cavallo di bronzo, avendo l’aria di dire: «Avanti, signori, senza cerimonie, vadano dove vogliono. Dietro a me si aprono a ventaglio tre vie, anzi quattro, anzi cinque, tutte signorili ed ariose. Possono anche salire di qua, sulla loro diritta per andare all’Acquasola; ma io, se permettono, consiglierei di prendere a mancina, per di qua, dove si sale alla Villetta, dietro al mio amico Mazzini».

Respiro anch’io, accettando il consiglio, e volgendomi alla Villetta; ma cambio facilmente il respiro in un sospiro tanto fatto. Quei viali, quei sentieri, quelle redole che si vanno inerpicando lassù, erano campo, anzi labirinto, alle passeggiate romantiche d’un tempo che fu; del tempo in cui le signore genovesi amavano ancora portare il pezzotto, quel velo d’aria tessuta che le rendeva così belle, come si può vedere e giudicare dall’ultima che si ostina nobilmente a portarlo, lassù, nella chiesa dell’Immacolata, e in un quadro di Nicolò Barabino.

Sui giardinetti dell’Acquasola, come allora si chiamava quel poggio, incombeva lo sprone di una fortezza; quello sprone oggi mutato in una rupe artificiale, dove l’acqua della Scrivia è salita per darci l’illusione di una cascata, e far prendere, dicono, una boccata d’aria sana ai suoi dolci microbii. La fortezza è sparita; la Villetta che c’era dentro s’è trasformata in un parco di piante esotiche; il palazzo che era fabbricato nella Villetta, e che offriva un nobile asilo alle Muse nella prima metà di questo secolo morente, non ha più il suo cultore, il suo poeta, «Musarum sacerdos»; ma non si può dire che abbia mutata del tutto la sua destinazione, se si è trasformato in Museo. In mezzo alle palme, che lo nascondono agli occhi della gente, il civico Museo di Storia Naturale è sempre, e forse più di prima, una bella cosa; è l’oasi scientifica della prima città commerciale del regno.

Quanto intelletto d’amore ha presieduto alla fondazione di questo Museo! Tutti coloro che ci hanno lavorato, e hanno dovuto lasciarlo, ne sentono la nostalgia: ci pensano vivendo, se ne ricordano morendo. Perchè ivi è una sola colonia felice di studiosi, capitanata dal marchese Giacomo Doria, uno scienziato valente e modesto, diventato celebre a suo mal grado, che un bel giorno il Senato e la presidenza della Società Geografica sono venuti quasi contemporaneamente a sequestrarci, come gloria italiana, e non solamente di Genova. Io non racconterò la vita di Giacomo Doria. Dal viaggio in Persia ad oggi sono passati circa trent’anni, tutti spesi ad esplorare, a raccogliere, a studiare, a classificare le men conosciute specie zoologiche, a trovarne di sconosciute, a dar notevoli contributi alla scienza, fuor d’ogni aiuto governativo e quasi d’ogni plauso del pubblico. Il Museo, che finalmente col concorso del Municipio genovese il Doria era riuscito a fondare, dopo averci speso oltre a centomila lire del proprio, è il deposito ordinato di veri tesori scientifici; gli «Annali del Museo Civico di Storia Naturale» di Genova, diventati per tipi, tavole e importanza di memorie, una delle prime pubblicazioni zoologiche d’Europa, ne sono la illustrazione continua. Il dotto e benemerito uomo è stato fatto anche consigliere, assessore municipale, poi sindaco della sua città natale.

Da tutti questi uffici egli è uscito, per sua grande fortuna. Così almeno mi pare. Alla patria, finalmente, si può servire in più modi; e il migliore, per mio avviso, è quello che non dipende dal voto di qualche milione d’elettori. Eletti, rieletti, non più eletti, siete in balìa delle turbe e dei loro mutevoli criterii. L’ingegno, se ne avete, non ve lo levano le urne; non ve lo dànno, se ne patite difetto. Io anzi porto opinione (e non soffro osservazioni, soggiungeva quel tale) che più un uomo vale per sè medesimo, e più sia disadatto agli uffici elettivi. C’è dissidio mortale tra il valore intrinseco di un uomo e i criterii estrinseci di mediocrità tollerata, per cui si mandano gli uomini alle sommità del potere. E questo sia detto senza intenzione di offender nessuno. Perchè infatti, lo riconosco ancor io, qualche volta gli elettori s’ingannano; e allora scambio di scegliere i lor soliti mediocri, che è che non è, vi mandano alle assemblee deliberanti (crepi l’avarizia!) un certo numero d’uomini d’ingegno. Su questo errore è fondata anzi la maggior fortuna che in certi periodi storici sembra assistere la politica, la finanza e la coltura intellettuale di un popolo.

Giacomo Doria ha fatto miracoli, lassù, nel museo della Villetta. Si dice elitticamente la Villetta, e si sottintende la Villetta Di Negro. Da principio, come vi ho detto, non era neanche una villetta, ma un fortilizio eretto dalla eccelsa Repubblica a proteggere uno degli angoli settentrionali delle mura di Genova; quelle, io dico, della penultima cinta, che fu del secolo XV. Il forte, se ben ricordo, si chiamava di San Giorgio. Era fuori dalla città; ora c’è proprio nel cuore, poichè, senza contare l’ultima cinta, condotta nel Secento sulla vetta dei monti, l’abitato della città si è esteso anche in alto, e molte strade s’inerpicano alle spalle della Villetta; prima tra le quali la bellissima via di circonvallazione a Monte.

Gl’inutili avanzi del forte furono nel 1805 comperati dal marchese Gian Carlo Di Negro. Il quale mutò la piattaforma del castello in un belvedere; e più giù, in mezzo al verde, alla vista del mare e dei diecimila tetti di lavagna della sottoposta città, edificò la sua palazzina, «ospizio delle Muse». Lui morto, il Municipio comperò la Villetta; e l’ospizio delle Muse, lasciate solamente in piedi le mura maestre, ridotto di dentro a più ordini di gallerie, fu tramutato in Museo. Come vedete, siamo sempre lì con le Muse.

Quando io vado lassù, pei viali aperti a pubblico passeggio, penso sempre a Gian Carlo, mia conoscenza di quaranta e più anni fa. Io ero giovinetto, ed egli stravecchio, quando andai la prima volta in casa sua. Ignoto ed infelice cultore delle Camene, volli conoscerlo anch’io, facendomi presentare da Enea Gardana, un esule bresciano, famoso dilettante di chitarra. Così il buon vecchio patrizio potè credermi un seguace d’Euterpe, anzi che di Calliope, o d’altra delle vergini Castalie. Gli bastò forse il sospetto, e non mi chiese nulla delle mie occupazioni.

Alla mia età, che cosa potevo aver fatto, che meritasse di ragionarne? Sapevo ascoltare, e fui bene accolto. M’invitò anche a pranzo; ma seppi schermirmene, per gran paura che avevo. Ai pranzi del marchese Gian Carlo andavano letterati magni; ad ognuno dei quali, via via che morivano, egli faceva erigere un busto di marmo, su pei viali del suo piccolo Pincio.

Il marchese Gian Carlo di Negro era un curioso tipo di gentiluomo, poeta e protettor di poeti. La protezione, intendiamoci, non andava oltre i pranzi, che avevano principio e prendevano il nome dal solito «piatto di ravioli», un piatto che il suo cuoco aveva fama di preparare assai bene. La sala da pranzo non era vasta: i commensali erano pochi ma scelti. D’italiani ci passarono, nel corso di mezzo secolo, il Monti, il Perticali, il Giordani, il Gagliuffi e tant’altri, tra i quali anche Luigi Biondi, oggi dimenticato, forse a’ suoi tempi famoso verseggiatore. Di stranieri, poi, quanti illustri ne capitavano a Genova: noto, dei francesi, il Méry e Paul de Musset, fratello ad Alfredo: ma la serie incominciava con nomi di maggior levatura; per esempio con quello della signora di Staël.

Gian Carlo faceva versi, a tutto spiano, e li leggeva volentieri a’ suoi ospiti. Da giovane aveva scritto molto in francese, ed amava spesso citare un suo «petit Carême» che non m’è mai avvenuto di ritrovare dai librai, e neanche sui muricciuoli. Di versi italiani ne aveva moltissimi, per ogni occasione; ma più specialmente epigrammi. «Epiglammi» diceva lui, che, o fosse per vizio naturale o per la perdita dei denti, non riusciva a proferir l’erre. Ne aveva scritti ottomila, tutti rimasti inediti, nè so dove siano andati a finire. Parecchi erano felici, ma tutti innocui: così poche punte aveva lo spirito del benigno signore! Vissuto coi cigni, con le aquile, e magari coi passerotti, volava come poteva.

Ho detto ch’egli leggeva volentieri i suoi versi; ma, cortese com’era, convitava spesso gli amici per sentir leggere gli altrui. Un giorno, dopo il ’40, si era sparsa la voce che Lorenzo Costa da Beverino avesse data l’ultima mano al suo aspettato poema in dieci canti, il «Colombo». Ma qui, prima di andare avanti, bisognerà fare una lunga parentesi, e dirvi qualche cosa dell’autore del «Colombo».

Era un altro bel tipo, quel Lorenzo Costa, da Beverino, com’egli usava firmarsi, prendendo nome dalla terra dov’era nato, nel 1798, e donde era venuto a vivere in Genova. A vederlo passare per via, alto, di grandi spalle, tutto d’un pezzo, incravattato, accigliato, si sarebbe detto un presidente dell’eccellentissimo Senato. Non guardava nessuno, e non si avvedeva di essere guardato; aveva quasi sempre qualcheduno in compagnia, o prete o secolare, con cui parlava rado, a parole pesate, senza volgere il collo intirizzito. Gran galantuomo, cattolico osservante, sacrificava tutto il santo giorno alle Muse; anche per istrada pareva intento ad ascoltare quello che gli bisbigliavano le Pimplee nelle orecchie, ispide di peli come le grandi sopracciglia olimpiche. Le Pimplee potevano dettargli in greco, poichè egli aveva bene imparata la lingua dell’Ellade; ma più volentieri le faceva cantare in latino: testimoni un «Theatrum Genuense», carme esametro ispirato dalla apertura del nuovo teatro Carlo Felice, e un poema sulle gesta di Andrea Doria, che poi non condusse a compimento. Ma presto alle Muse latine sottentrarono ispiratrici le italiche, facendone fede un «Inno» a Nicolò Paganini, di cui mi par utile riferirvi la descrizione di una serata musicale del grande violinista, col pubblico che fa silenzio nell’apparire di lui.

. . . . . . . attesi

Stanno gli sguardi nella man, che impugna

Il magico istrumento, e innamorato

L’animo corre degli orecchi al varco.

Ei, dagli atti spirando e dal sembiante

Tutta l’aura del Dio che lo governa,

Procede a mezzo della scena e rompe

L’alta quiete. All’arduo tocco impresso

Dalle dita versatili, guizzanti

Dal collo della cetra in fin là dove

S’inizia un suono di più acuta tempra;

All’atteggiarsi del pieghevol braccio,

Ch’or dolce dolce i ben protesi nervi

Liba volando, or li affatica e morde

Subito e spesso, inusitato intorno

Melodïoso fremito percote

L’aer tremante. Egli talor d’un solo