Terra Vergine

ROMANZO COLOMBIANO

di

Anton Giulio Barrili

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1903

Quinto migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, non escluso il regno di Svezia e Norvegia.

A evitare confusioni di bibliografi e di librai, si avverte che questo nuovo romanzo Colombiano, che fa seguito a Le due Beatrici, è lo stesso che sotto il titolo di Cosma e Damiano ebbe una prima pubblicazione nelle appendici del Caffaro di Genova.

Tip. Fratelli Treves.

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INDICE

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TERRA VERGINE

[Capitolo Primo.]

In alto mare.

Quelli de' nostri lettori che mettono il venerdì tra i giorni nefasti, sono pregati a non citare tra gli esempi a conforto della loro opinione il giorno scelto, o accettato da messer Cristoforo Colombo, per dar principio al suo primo viaggio di scoperta. Diciamo la loro opinione, e non la loro superstizione; primieramente perchè non vogliamo essere scortesi con nessuno, e in secondo luogo perchè non crediamo a questa facile asseveranza moderna che gabella per superstizioni le idee di cui non può darsi una ragione. Se dunque i nostri lettori hanno di queste idee, ed amano tenersele, non saremo noi che ci proveremo a combatterle. Uomini insigni con idee di tal fatta ce ne sono stati parecchi, e ce ne saranno ancora, se Dio vuole. Il savio, che vede assumer forma di verità e grado di certezza tante cose che ieri ancora sapevano di bugia, d'invenzione, d'illusione e via discorrendo, non bolla di nomi derisorii le cose che non intende, o che gli paiono escire dalla cerchia delle verità riconosciute: per contro, [pg!2] diffida di queste ultime, non s'impegna a sostenere che saranno verità domani, come sembrano oggi.

Così ragionando, si può ammettere benissimo che ci siano dei giorni nefasti, o per tutti o per qualcheduno. Ma è permesso di credere che il venerdì, tanto calunniato, non sia tra quei giorni. Io, se debbo interrogare la mia particolare esperienza in proposito, ho il venerdì per un giorno buono. E per buono doveva averlo messer Cristoforo Colombo, che la mattina del 3 agosto 1492, essendo un venerdì, si avviava da Palos per il suo viaggio di scoperta, con tre caravelle, quasi con tre gusci di noce, e centoventi uomini d'equipaggio, tra marinai, soldati, ufficiali di bordo e sopraccarichi. Voi non ignorate che si chiamano sopraccarichi, in una nave, tutti i personaggi che ci sono imbarcati, senza avere un uffizio particolare, di comando o d'ubbidienza, nella nave anzidetta.

Ben altri pensieri, ben altri dubbi e timori occupavano lo spirito del navigatore Genovese, che il terrore della partenza in venerdì. Due di quei gusci di noce erano stati presi ed allestiti per ordine regio, come a dire per forza. E per forza erano stati imbarcati in gran parte i suoi marinai. Un primo esempio di sorda resistenza gli aveva dimostrato come egli potesse far poco assegnamento su quella marinaresca, allorquando era stato male aggiustato alla Pinta il timone, per modo che al primo colpo di mare dovesse spiccarsi dalla poppa, mettendo la caravella in istato di non più governare. Oramai si era in acqua, e bisognava navigare. Ma non poteva ancora il mal talento studiarne qualchedun'altra, per far ritornare indietro le navi? La paura è tanto ingegnosa! E l'almirante del mare Oceano ricordava a proposito che un'altra caravella mandata celatamente [pg!3] dai Portoghesi sulla rotta indicata da lui, per rubargli la gloria della scoperta, non era tornata a Lisbona per poca voglia che avesse il suo comandante di andare innanzi, ma per deliberato proposito della ciurma ribelle.

Una cosa era necessaria, perchè niente di simile accadesse a Cristoforo Colombo: che tra la sua piccola squadra navale e le famose colonne d'Ercole corressero leghe marine a parecchie centinaia. Ma come sperare che quei marinai, costretti a navigare per forza, si adattassero a fare, senza un tentativo di ribellione, parecchie centinaia di leghe? E se la ribellione ci fosse stata, e se le navi avessero dovuto dar volta, che vergogna per lui! quale impossibilità di tentare in altra occasione e con altre forze navali il viaggio! Egli, a buon conto, per non lasciare troppe armi alla resistenza della sua gente, aveva subito immaginato di non segnare sul libro di stima il numero esatto delle leghe percorse, tenendo il computo vero per sè. Ma quanti altri argomenti di rivolta alla sua autorità non avrebbe offerti la paura a quegli uomini rozzi, ignoranti, che egli aveva raccolti a furia, non scelti diligentemente tra i migliori della classe marinara?

Queste cose pensava Cristoforo Colombo; e queste cose non lo facevano lieto, non gli lasciavano gustare pienamente, come avrebbe potuto e dovuto, il gaudio onesto della sua sudata vittoria su tante contrarietà, su tanta guerra d'uomini e cose. Nè i suoi sospetti erano vani. La mattina del 6 agosto, un lunedì, terzo giorno del viaggio, la Pinta fece il segnale di non poter proseguire il cammino, avendo spezzato il timone; proprio quel timone che sulla spiaggia di Palos era stato così male aggiustato alla poppa. Gomez Rascon e Cristoval Quintero, padroni della nave, che era senza fallo la migliore [pg!4] delle tre, tornavano dunque alla riscossa con le loro alzate d'ingegno?

Del malvagio proposito non dubitava l'almirante, mentre governava verso la Pinta per recarle soccorso. Ma il vento soffiava gagliardo, il mare ruggiva, e con quel tempo era più facile investire la Pinta che accostarsi al suo bordo. Per fortuna, il comandante della nave era Martino Alonzo Pinzon, e questi non era della opinione dei padroni, in materia di parziali avarie.

—Almirante!—gridò egli dal capo di banda,—non temete di nulla. Leverò io la voglia a tutti di guastare un'altra volta il timone, dandone la barra sulla testa al primo che parlerà di ritornarsene indietro. Per ora il timone sarà accomodato con quattro giri di gomena; e poi si vedrà. Magari zoppicando, seguiteremo la capitana. Ma io consiglierei, salvo il parer vostro, di appoggiare alle Canarie, per provvedere un po' meglio a questa rottura.—

Non era intenzione dell'almirante di far sosta alle Canarie, come a nessun'altra isola o costa di quei paraggi. Ma bisognava chinar la testa al destino, e seguitare i consigli della prudenza. Il giorno appresso, non era più questione di prudenza, ma di assoluta necessità. La Pinta, di sicuro, era stata male raddobbata, e per il fasciame sconnesso incominciava a far acqua. La legatura del timone si era anche rallentata, e la caravella governava male da capo. La Santa Maria e la Nina dovettero diminuire la tela, per serrar meno vento, e andar di conserva con la povera zoppa. E l'almirante, non che risolversi di far sosta alle Canarie, pensò che gli sarebbe convenuto cercare laggiù un'altra caravella, per liberarsi da quella nave, che incominciava a parergli un vero castigo di Dio.

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Ma perchè andare alle Canarie? Quelle isole erano ancora molto lontane. Non era meglio ritornare indietro, coi due legni che ancora reggevano al mare, e sui quali si sarebbe potuto trasbordare tutta la gente e il carico della Pinta, perchè questa seguitasse come poteva, magari presa a rimorchio? Era questo il pensiero dei marinai, confortato dalla opinione dei piloti. Alcuni di essi, come Pedro Alonzo Nino e Sancio Ruiz della Nina, stimavano sicuramente di essere molto distanti dalle Canarie. Forse meno sincero, perchè più desideroso del ritorno, era Bartolomeo Roldan, altro pilota della Nina. Ma niente affatto sincero, e più caldo sostenitore della grande distanza, era Perez Matteo Hernèa, pilota della Santa Maria. Costui incominciava ben presto a far prova del suo mal animo contro il comandante supremo, che egli non si peritava di giudicare, sebbene ancor sotto voce, un ambizioso impostore.

Ma il comandante della Pinta, della nave zoppa, aveva manifestato egli stesso il proposito di appoggiare alle Canarie, e per conseguenza di proseguire il cammino fin là. Con Martino Alonzo Pinzon, marinaio esperto e ben veduto dall'equipaggio, non si poteva lottare; specie quando minacciava di ricorrere agli argomenti ad hominem. Più calmo, ma più sicuro nella sua nautica dottrina, Cristoforo Colombo aveva detto:—V'ingannate, nella vostra stima; le isole sono anzi vicinissime. Tra domani o doman l'altro, le avvisteremo di certo.—

Il fatto seguì com'egli aveva annunziato. Sull'alba del giorno nove, si scorgevano le vette della Gran Canaria. Disgraziatamente, ora per troppo vento, ora per troppo poco, non era possibile l'approdo. Si stette due giorni in attesa di una propizia occasione, ma invano; e l'almirante, non volendo perder [pg!6] tempo a bordeggiare in quelle acque, si lasciò addietro la Pinta, ordinando a Martino Alonzo Pinzon di approdare quando potesse, e di cercare un'altra nave, per dare il cambio alla sua. Egli intanto andava con le altre due caravelle alla Gomera, per il medesimo intento. E giunse alla Gomera nel pomeriggio del 12 agosto udendovi con sua grande consolazione che s'aspettava di giorno in giorno una buona nave, andata per l'appunto alla Gran Canaria.

—Aspettiamo dunque con fiducia;—aveva detto l'almirante.—Se la buona nave è a quell'ancoraggio, Martino Alonzo l'ha trovata, l'ha presa, e viene con essa a raggiungermi.—

Ma lo aspettò invano. E stanco di aspettare, partì il 23 per andare incontro al compagno. Giunse il 25 alla Gran Canaria. Martino Alonzo Pinzon non v'era giunto che il giorno prima, e stentatamente; udendo da quegli abitanti che la nave c'era stata, ma che da parecchi giorni ne era partita, nè si sapeva per dove.

Bisognava rinunziare ad ogni speranza di barattare la nave, e lì per lì provvedere invece a rimettere in sesto la Pinta. Martino Alonzo Pinzon mandò a terra i mastri d'ascia per cercare il legname adatto e tagliare alla svelta un altro timone. Frattanto, poichè la sua caravella faceva acqua, i marinai si mutarono in calafati, e si diedero a fabbricare con vecchi cavi disfatti le stoppe catramate, che con scalpelli e mazzuoli dovevano poi ficcare nei comenti del fasciame, nelle ossature, nei nodi del legname, intorno ai cavicchi, e dovunque bisognasse, ricoprendo poi ogni cosa di pece.

La Nina approfittò di tutto quel tempo per cambiar velatura. Le sue vele latine si mutarono in quadre, e alle antenne, per conseguenza, furono sostituiti [pg!7] i pennoni. Per tal guisa, di caravella che era, e somigliante ad uno sciabecco, si trasformò in una specie di brigantino a palo. Quanto alla velatura, s'intende; non già quanto alla alberatura. Le caravelle portavano bensì tre alberi, il trinchetto, l'albero di maestra e l'albero di mezzana, ma quest'ultimo era assai più avanzato sulla poppa e più corto che non sia nei brigantini a palo d'oggidì; d'onde la conseguenza che non fosse molto larga la vela, artimone o mezzana che vi piaccia chiamarla, nella sua forma triangolare e latina, oppure randa di poppa, nella sua forma quadra.

Quando la Nina spiegò al vento la sua velatura nuova, dovette affrontare i giudizi delle altre navi, che l'aspettavano per muovere di conserva con lei. Il marinaio è criticatore per eccellenza; figuratevi se poteva essere risparmiata la Nina, il giorno che si presentò in riga così trasformata. La critica alle sue vele fu come un sorriso, il primo, in mezzo a tanti giorni di nera malinconia.

—Sarà bella,—diceva uno,—ma mi pare un po' goffa.

—Già,—soggiungeva un altro,—come un contadino di Biscaglia, quando mette un abito nuovo.

—E guardate,—entrava a dire un terzo,—tra i pennoni e gli alberi, che stonatura di tinte!

—Si capisce; i pennoni son nuovi, e gli alberi son vecchi.

—Albero vecchio.... fa buon fuoco.

—E quelle trozze! dovrebbero stringere un po' meglio.

—Aspettate che bevano, e stringeranno, stringeranno anche troppo.—

Insomma, ognuno voleva dire la sua. E l'almirante, passeggiando gravemente sul ponte della [pg!8] Santa Maria, poteva, come suol dirsi, sentir suonare tutte le campane, ad una ad una, e magari tutte insieme.

Su tante, egli ne sentì una che lo colpì, facendolo voltare di soprassalto. Due marinai stavano appoggiati al capo di banda, un po' in disparte dai loro compagni, e ragionavano di cose vane, non tali da destare l'attenzione dell'almirante. Ma il tono è quello che fa la musica; e quei due cantavano in un tono che doveva far senso a messer Cristoforo Colombo. Parlavano, a farvela breve, in vernacolo genovese. Come mai due genovesi a bordo? Ed egli non ne sapeva nulla?

L'equipaggio delle tre caravelle non lo aveva scelto lui. Quella gente era stata presa per forza, nella maggior parte; e il resto era stato tirato dall'esempio dei fratelli Pinzon. A Palos, ad Huelva, a Moguer, erano tutti valenti marinai; si potevano prender tutti ad occhi chiusi. E un po' per una ragione, un po' per l'altra, l'almirante non aveva presieduto alla formazione della sua marinaresca. Quanto al nome di tutti, alla patria e alle altre particolarità di quella gente, erano cose che egli avrebbe conosciute via via, durante il viaggio, senza bisogno di leggere il registro, che era tenuto dal suo primo pilota.

Immaginate dunque la dolce commozione che messer Cristoforo Colombo provò in quel giorno e in quell'ora. La parlata della madre patria è sempre la più soave all'orecchio dell'uomo, quando egli si ritrova fuori paese. Egli accorre al suono conosciuto, come ad una festa dell'anima; ascolta giubilante, vorrebbe subito barattar parole anche lui, come se volesse provare a sè stesso che quell'idioma, che è senza dubbio il più bello del mondo, egli non lo ha dimenticato. E parlandolo, dopo tanti [pg!9] anni, in una regione lontana, egli sente in quell'idioma, in quel vernacolo natìo, un gusto, un sapore di novità, che gli è fonte di gioie inattese, rivelazione di arcane bellezze.

Ma per allora non era il caso di fermarsi a discorrere. La dignità del comando voleva che l'almirante tirasse di lungo; e il momento, poi, non era da chiacchiere. Le caravelle erano in riga, bisognava partire. La Santa Maria si mosse per la prima dall'ancoraggio della Gran Canaria, dirigendosi alla Gomera, dove aveva lasciato a terra una squadra d'uomini per far provvista di viveri. Era una domenica, il 2 di settembre, un mese dopo la partenza da Palos.

Per andare alla Gomera, si passava davanti a Teneriffa, che è l'isola centrale del gruppo delle Canarie. Il gran picco di Teneriffa era proprio allora in piena eruzione vulcanica; maraviglioso spettacolo, che per la maggior parte dei marinai di Cristoforo Colombo poteva dirsi anche nuovo. Udendo i boati della montagna, e i tuoni frequenti che facevano tremar l'aria tutto intorno, vedendo la immensa colonna di fumo che usciva a fiotti dall'alto cratere, le fiamme che guizzavano in mezzo a quel fumo, i torrenti di lava che scendevano rosseggianti nella notte lunghesso i fianchi del cono, quei poveri marinai del secolo decimoquinto provarono gli stessi timori che cinque secoli prima dell'Era volgare avevano fatto dare indietro i compagni di Annone Cartaginese.

Quella eruzione spaventosa di Teneriffa era una ammonizione ai mal capitati. Così, per terremoti e per vulcani, si era inabissata una gran terra, laggiù, di cui narravano oscure leggende; quell'istesso mare che l'aveva inghiottita, non poteva divorare da un momento all'altro anche loro?

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L'arrivo alla Gomera fu occasione di altri timori, non più per i marinai, ma per il comandante supremo. Da poco erano entrati in rada, quando sopraggiunse una caravella, anch'essa spagnuola, che faceva servizio tra quelle isole. Veniva dall'isola del Ferro, la più occidentale delle Canarie, e recava notizie di una straordinaria crociera. Tre navi portoghesi avevano toccato all'isola del Ferro; dai discorsi dei marinai, dalle domande degli uffiziali, si era potuto capire che il re Giovanni II di Portogallo mandava quelle tre navi ad aspettare al varco una spedizione di scoperta, per farne prigioniero il comandante.

Cristoforo Colombo, non durò fatica ad intendere chi fosse l'aspettato. Sette anni addietro egli era fuggito dal Portogallo, non isperando più nulla da quel re, che sempre lo aveva tenuto a bada con buone parole. Richiamato da lui, che certamente si era pentito e temeva di veder la Spagna far buon viso ai disegni del navigatore Genovese, non aveva voluto a nessun patto ritornare a Lisbona. Ciò che il Portoghese temeva, era accaduto; tardi, veramente, ma in tempo per nuocere alla fortuna del Portogallo, i reali di Castiglia avevano dato a Cristoforo Colombo le navi e gli uomini per tentare l'impresa dell'Oceano. Nuove isole, fors'anche continenti, sarebbero stati dunque scoperti a profitto di Spagna. Ma non erano del Portogallo tutte le nuove terre di là dai confini d'Abila e Calpe? Già troppo era che Castiglia vantasse diritti sulle Canarie, e di tanto in tanto, dopo l'impresa del Bethencourt, vi facesse atti di padronanza. Niente altro doveva sperare, nient'altro ambire la corona di Castiglia in un campo oramai devoluto alla operosità portoghese.

Aiutavano questa pretensione, la fortificavano certamente nell'animo del re Giovanni, le scarse cognizioni [pg!11] geografiche e cosmografiche del tempo. Dove andava infine il navigatore Genovese? di là dalle Azzorre? di là da Madera? di là dalle isole del Capo Verde? Tutte conquiste portoghesi eran quelle; e portoghese doveva essere egualmente tutto ciò che poteva ritrovarsi più in là. Ma se una grande scoperta fosse fatta per conto della Spagna, difficilmente si sarebbe potuto contenderne alla Spagna il possesso. Con la presa di Granata e lo sterminio completo della potenza moresca, i reali di Castiglia e d'Aragona si ritrovavano forti e liberi come non erano stati mai; la riunione di tutte le Provincie spagnuole sotto un solo scettro segnava la decadenza del Portogallo. Una conquista oltre i mari, sui confini dell'Asia, di quell'Asia a cui miravano allora tutti gli sforzi della Corte di Lisbona, avrebbe dato il tracollo alla potenza portoghese. Donde la necessità urgente di mettere ostacolo all'impresa di Cristoforo Colombo, e ad ogni costo impadronirsi di lui. E perchè, dopo tutto, non si poteva tentare con forze portoghesi la medesima impresa? Tre navi allestite per catturarlo, potevano anche proseguire il viaggio di scoperta, giovandosi dei suoi disegni e della sua direzione. Comandante con le braccia legate, avrebbe ad ogni modo raggiunto il suo fine e guadagnata la sua gloria. E forse, chi sa? era meglio andar prigioniero, ma rispettato, a scoprire un nuovo mondo, in un primo viaggio, che ritornare incatenato ed umiliato dal terzo, dopo aver fatta e assicurata la conquista di quel nuovo mondo ad un monarca sconoscente ed ingrato.

Ma non è dato agli uomini di prevedere il futuro. Se anche Cristoforo Colombo avesse preveduto il suo destino, possiamo star certi che avrebbe fatto egualmente quello che fece, appena udite le notizie della crociera portoghese. Ordinò prontamente che [pg!12] si smettesse di far provvigioni, richiamò tutti gli uomini a bordo, e fece spiegare le vele.

Le tre caravelle lasciarono l'ancoraggio il giovedì 6 settembre, due ore innanzi l'alba. Allontanandosi un buon tratto verso ostro, l'almirante sperava di uscir dalla vista del nemico, caso mai questi avesse lasciati i paraggi dell'isola del Ferro per muovergli incontro. Un vento fresco che era sorto nella notte, gli dava buona speranza di riuscire nell'intento. Ma quella brezza d'improvviso cessò; e le tre caravelle dovettero restarsene tutto quel giovedì, ed anche il venerdì, con le vele penzoloni. Per fortuna, l'almirante aveva guadagnato tre ore di cammino, e non era probabile che il vento delle isole giovasse tanto alle navi portoghesi, da spingerle sulla sua strada. Neanche era probabile che esse si fossero spiccate da ponente dell'isola del Ferro, dove potevano egualmente vigilare a destra e a sinistra di quell'arcipelago. Piuttosto era da temere che toccassero alla Gomera, sapessero del passaggio di lui e muovessero a dargli caccia, appena il vento si fosse levato.

Ed egli spiava ansiosamente quel vento, che si levò soltanto sul mattino del sabato. Ma non era un buon vento; spirava da ostro, e spingeva le caravelle sull'isola del Ferro. Ore terribili furono quelle per lui. Ma anche per le navi portoghesi quel vento soffiava contrario. Non era dunque perduta ogni speranza per lui.

Sull'alba della domenica, quel vento malaugurato cambiò finalmente, e le caravelle lo ebbero in fil di ruota. Allora l'almirante rese grazie a Dio della buona ispirazione che gli aveva mandata, di far mettere le vele quadre alla Nina, che con le vele latine non avrebbe potuto camminare di conserva con le altre, nè per conseguenza sottrarsi con esse [pg!13] al pericolo. Messa tutta la sua tela al vento, la piccola squadra di Cristoforo Colombo, in un giorno e nella notte che seguì, si allontanò quarantadue leghe dalla isola del Ferro. E naturalmente perdette di vista quell'ultima terra occidentale del mondo antico. Che gioia, per Cristoforo Colombo, non veder più che acqua dintorno a sè, quanto andasse attorno la vista!

Ma era scritto lassù che quando egli era lieto non lo fossero egualmente i suoi marinai. Essi avevano veduto con terrore il picco di Teneriffa vomitar fumo e fiamme. Con altrettanto terrore videro quella immensa distesa d'acque, forse la prima che navigatori vedessero, senza certezza di un lido. E un lido non si aspettavano di ritrovare laggiù, sebbene l'almirante assicurasse di doverlo ritrovare a settecento leghe oltre lo stretto di Gibilterra; s'aspettavano invece di veder sorgere dagli abissi i mostri marini che avrebbero capovolte le navi e castigati i temerarii violatori dei segreti dell'Oceano. Quante volte non fu costretto Cristoforo Colombo a chetarli, a fare il suo sermoncino cosmografico a quei rozzi marinai, tentando di persuaderli della vanità delle loro paure! Lo stavano a sentire; lì per lì sembravano persuasi, pieni d'insolito ardimento; poi ricascavano nella loro viltà, tremavano, e si lagnavano peggio di prima.

Altra cagione di sgomento fu il giorno 11 di settembre, a cento cinquanta leghe dall'isola del Ferro, quando videro galleggiare sulle acque un pezzo d'albero di gabbia. Così ad occhio e croce si poteva giudicarlo appartenuto ad un naviglio di cento venti tonnellate. Ma il naviglio, dov'era? Sicuramente sprofondato negli abissi dell'Oceano. Ugual sorte non era riserbata anche a loro?

Lo sgomento si mutò in alto terrore, quando osservarono [pg!14] la bussola, sei giorni dopo aver trovato l'avanzo della barca naufragata. L'ago magnetico, scambio di volger la punta alla stella polare, piegava di cinque o sei gradi verso maestro. Che voleva dir ciò? Entravano essi in una regione del mondo ove le leggi di natura non valevano più? E lo sviamento dell'ago, ogni giorno osservato con ansia, si vedeva ogni giorno aumentato.

Da parecchi giorni l'almirante aveva notato il fenomeno, e temeva che lo notassero altri. Quando il guaio fu avvenuto, egli dovette inventare una spiegazione plausibile del fatto.

—Che credete? che la calamita volga la punta alla stella polare? La volge invece ad un punto fisso ed immobile. La stella polare, come ogni altro corpo celeste, fa i suoi mutamenti nello spazio, girando bensì intorno a quel punto invisibile. Ed ecco perchè qualche volta vedrete la calamita scostarsi dalla direzione della stella polare. Nel fatto è la stella polare che si scosta.—

Si persuasero i piloti, che avevano una grande opinione della dottrina astronomica di Cristoforo Colombo. Persuasi loro, si persuasero anche i marinai, che non guardavano tanto nel sottile.

Ed era tempo che una spiegazione fosse trovata, anche falsa; perchè già tra i marinai si andava ricordando la storia di un luogo lontano sul mare, dove i chiodi ed ogni altro genere di ferramenta si spiccavano dai navigli, per volarsene ad un certo promontorio incantato, lasciando che i legni si sfasciassero e colassero a fondo con le povere ciurme. Di sicuro quel promontorio esisteva, era una montagna di ferro, o d'altra diavoleria che tirasse a sè ogni specie di metalli; e quella montagna non doveva essere lontana. Già infatti l'ago calamitato della bussola si volgeva da quella parte; ancora [pg!15] una cinquantina di leghe, un centinaio al più, e le tre caravelle sarebbero state attirate verso quella montagna metallica, per far la fine di tante e tante altre. I marinai narravano, senza saperlo, una favola orientale, fatta correre dai novellieri arabi, per tutte le popolazioni marinaresche del Mediterraneo.

Cristoforo Colombo non si era apposto al vero, immaginando la sua famosa dichiarazione dello strano fenomeno. Ma lì per lì quella dichiarazione faceva buon giuoco; ed anche, nello stato delle cognizioni fisiche ed astronomiche del tempo suo, poteva passare per una divinazione. Oggi, con tante ipotesi sui poli magnetici, sul loro numero e sulla loro distribuzione, non ne sappiamo più di lui. Conosciamo le deviazioni dell'ago calamitato in tutte le regioni del globo, ne abbiamo anche delineate esattissime tavole; ma la causa del fenomeno costantemente ci sfugge. Per possedere il segreto di tutti i congegni che fanno muovere due sottili lancette sopra un quadrante di porcellana, un fanciullo non dubiterebbe di disfare l'orologio. Ma noi non siamo più fanciulli, pur troppo!

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[Capitolo II]

Getta l'àncora e spera in Dio.

La calma ritornava negli animi sbigottiti. Ma era la calma tenue del soldato, che tra una battaglia e l'altra gode il riposo dell'avamposto, mettendo a guadagno tutte le ore di quiete, pure avendo sempre nello spirito una vaga inquietudine, che gli leva la voglia di pensare alle cose lontane nello spazio o nel tempo. Certamente, regna la quiete intorno a lui, ma è quiete che precede la tempesta. Il sentiero è sgombro, davanti a lui, ma l'insidia è vicina; la morte può stare in agguato dietro quel canto di strada che verdeggia là in fondo. E verso quel fondo: si guarda mal volentieri, anche dai più coraggiosi. Chi è di servizio, ci pensi.

Anche laggiù, sull'Oceano, erano calme le vie. Il sole splendeva, senza arrostire i cervelli; l'aria era dolce, mitissima; un aprile di Andalusia, per usare una frase dell'Almirante, un aprile d'Andalusia, a cui non mancava che il canto del rosignuolo, per far l'illusione compiuta.

Cristoforo Colombo ebbe sempre una gran tenerezza per il canto del rosignuolo. Il ricordo del cantore dei boschi ritornava spesso nelle sue relazioni [pg!17] di viaggio e nel suo giornale di bordo. Ma se per allora mancava il rosignuolo, una rondinella di mare e una cingallegra erano venute a svolazzare intorno alle caravelle. Passi per la rondinella di mare; è suo uffizio di volare sulle acque. Ma la presenza di una cingallegra non s'intendeva egualmente laggiù, se non immaginando molto vicina la terra.

E terra vicina immaginavano i marinai, argomentando dalla presenza di quel grazioso uccello silvano in una così lontana latitudine marina. Ma non tutti la pensavano a quel modo; particolarmente i nostri due genovesi.

—Ahimè, povera parissòla,—diceva uno di essi al suo fedele compagno.—Bisognerebbe conoscere per quali traversie abbia dovuto sperdersi da queste parti, e che raffiche indiavolate l'abbiano gittata in alto mare. Da principio si sarà rifugiata sulla gabbia di qualche naviglio. Poi, seguitando questo vento di levante....

—Avrà perduta la tramontana;—interruppe l'altro, che era anche il più faceto dei due.—E un bel giorno, veduto questo gran verde, l'avrà scambiato per una prateria. Ci starà grassa, ci starà!

—Così noi, sperduti per il mondo!—mormorò l'altro, sospirando.

Ma al compagno non garbavano questi sospiri.

—Ohè, Cosma!—esclamò.—Vogliamo intenerirci un pochino? Bada che il tuo Damiano da quest'orecchio non ci sente, e come è vero Dio ti pianta sulla palmara.—

Voleva dire: ti pianta in asso. Palmara, dicono i genovesi quel cavo che lega i battelli alla spiaggia.

—E piantami!—rispose Cosma, sforzandosi di sorridere.—Tanto, so bene che andresti poco lontano.

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—Ah bravo!—replicò Damiano.—Ho piacere che tu te ne ricordi, che siamo tutt'e due nello stesso guscio di noce. Per la vita e per la morte non abbiamo giurato di stare insieme? Tu piangi, io rido; e tra buon vento e cattivo la barca va. Tu vorresti il mondo rifatto a modo tuo, caro amico; io lo accetto com'è; per intanto andiamo tutt'e due a cercarne un altro. Ci sarà? e se c'è, sarà migliore del vecchio?

—Mistero!

—Con che aria lo dici? A me non fa nè caldo nè freddo. Mi par di giuocarla a croce e grifo; quel che sarà sarà. E spero,—soggiunse Damiano,—che tu ammirerai la mia filosofia, molto adatta per un viaggio di scoperta come questo.

—Perchè?

—Perchè si piglia il nuovo mondo come viene.

—Matto!—esclamò Cosma.—E così, tu non hai neanche bisogno di fede, per conservare il tuo buon umore!

—Chi te lo dice? Ho la mia fede ancor io; incomincio ad averne molta nell'almirante. Ed è naturale. Io vado a mano a mano raccattando quella che pèrdono gli altri. Non ti nascondo che questo nostro concittadino mi piace. Ed è nato lanaiuolo! Dunque fuori di porta Soprana, nella strada che mette al ponticello di Rivo Torbido. I lanaiuoli abitano tutti da quelle parti. E lanaiuolo com'è di origine, e marinaio di professione, ci ha un'aria di gentiluomo che consola.

—Non dei nostri, per altro.

—Ah sì, di un'altra stirpe, davvero. Ma vedi.... Cosma? Io mi son fatto un giudizio tutto mio, in questa faccenda. L'uomo fa l'aspetto secondo le passioni che lo muovono. Metti per dieci, venti, cinquanta e cent'anni una famiglia contro l'altra, tutte [pg!19] disposte a mangiarsi il naso, e vedrai che facce ti vengon fuori. È certamente per questo che gli Adorni e i Fregosi, da un pezzo in qua, son tutte facce proibite. Anche i Fieschi, sai, anche i Fieschi;—soggiunse Damiano, ridendo.—E frattanto, che avviene? Che le facce serene e piacevoli, da veri gentiluomini, bisogna cercarsele altrove.

—Tra i lanaiuoli, allora?

—Sicuramente; e tra quelli, più facilmente che nelle altre professioni. Quelli, a buon conto, devono esser nati nel soffice.—

Il colloquio dei due marinai genovesi fu interrotto dal suono della campana, che dal castello di poppa chiamava l'equipaggio alla preghiera serale. Era quell'ora che il nostro maggior poeta ha cantata con versi tanto soavemente malinconici nelle celebri terzine del Purgatorio:

Era già l'ora che volge 'l desio

A' naviganti e 'ntenerisce il core

Lo dì ch'han detto ai dolci amici addio;

E che lo novo peregrin d'amore

Punge, se ode squilla di lontano

Che paia 'l giorno pianger che si more.

Tutti inginocchiati in coperta, e fattosi umilmente il segno della croce, i marinai della Santa Maria mormoravano con l'Almirante, che la proferiva ad alta voce, la preghiera dell'Angelus Domini, istituita nell'anno 1095 da papa Urbano II, al concilio di Clermont, pei crociati che andavano in Palestina, e rimessa in vigore un secolo dopo, da Gregorio IX, per tutto l'orbe cattolico. Mai, fino a quel giorno, squilla vespertina e preghiera di cristiani s'erano udite più lontano nell'aria. Le navi di Cristoforo Colombo erano allora a trecento leghe di là dai confini d'Europa.

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La preghiera dell'Angelus era finita da poco, e tutti i marinai che non erano di guardia alle vele, in vedetta sulla gabbia, o al timone, si disponevano a scendere nei ranci sotto coperta, quando una strana luce apparì davanti a loro, quattro o cinque leghe, lontana sul mare. Una striscia luminosa e rossastra si dipingeva nel cielo, solcandolo ad arco, e facendo sentire un alto fragore, come di artiglierie sparate in distanza. Pareva di vedere una palla di ferro rovente, o parecchie, vomitate da un mortaio; le quali scoppiassero per via, andando a sprofondarsi nel mare, e lasciando dietro di sè un gran solco di fuoco. La straordinaria grossezza di quel globo luminoso non permetteva di pensare alle stelle cadenti, fenomeno abbastanza comune nelle calde regioni e in certi mesi dell'anno. Nè la più parte di quei marinai avevano veduto mai bòlidi; nessuno ne aveva mai veduto uno così fuor di misura; e del resto, ad ogni fenomeno naturale di cui non si conosce la causa, è più facile sgomentarsi che rinfrancare gli spiriti. Che cosa significava quel razzo? era esso il principio del finimondo? non prenunziava forse tutta una sequela di scoppi e di rovine?

Ma niente avvenne, di ciò che incominciavano a temere. Del solco luminoso non rimaneva più traccia nel cielo. La pace regnò quella notte e i giorni seguenti. Spirava da levante una brezza viva e costante, che teneva in continuo esercizio le vele, senza dar travaglio all'alberatura e al sartiame. Tutto andava dunque a seconda; favorevoli i segni del cielo, più favorevoli ancora i segni del mare.

Infatti, sentite: s'incominciava a vedere sulla superficie delle acque un grazioso spettacolo. Qua e là galleggianti sui flutti, o, per dir più veramente, sulla liquida lastra del mare, lievemente increspata dalla brezza, si scorgevano piccoli strati, come [pg!21] chiazze di verde. Entrandoci le navi per mezzo, si vedevano quegli strati esser fatti di erbe verdi, tanto verdi che parevano strappate di fresco dalle zolle natali. E le chiazze si facevano a mano a mano più larghe, più frequenti, più fitte.

Fu a tutta prima una festa degli occhi, e per conseguenza una allegrezza dei cuori. L'assenza del verde è la malattia del marinaio. Il verde è il gradito colore della terra. Dicono gli astronomi che a guardarlo dall'osservatorio degli altri pianeti, il nostro globo tramandi una luce di smeraldo, a cagione delle sue terre e della vegetazione che le ricopre. Peccato non esser là, su Marte, o su Giove, a vedere la bella figura di pietra preziosa che dobbiamo far noi, nella immensità dello spazio!

—Le isole sono vicine!—gridavano i marinai.—Vedete come son fresche, queste erbe. Sembrano staccate ieri dal suolo.

—Effetto dello stare in acqua;—notava qualcuno.

—E sia, diciamo due giorni, tre, cinque. Ma a lungo andare, marcirebbero. E poichè queste sono così fresche, siano di un giorno o di cinque, la terra dev'essere vicina.

—Mettiamo di sei, e crepi l'avarizia. Io mi contenterei di toccar terra fra sette.—

Così ridevano e scherzavano, dimenticando le recenti paure. Un marinaio si buttò in acqua per cogliere una manata di quelle erbe, e portò a bordo un granchio vivo, che fu subito presentato all'Almirante.

Quel povero crostaceo dell'Oceano non differiva punto punto dagli altri congeneri suoi delle coste d'Europa. Ma dalla sua presenza in quelle latitudini si poteva, a sentire i marinai di Moguer, grandi pescatori nel cospetto di Dio, cavare un eccellente [pg!22] pronostico di spiagge vicine. Essi infatti sostenevano che di granchi, a ottanta leghe da terra, non se ne ritrovano più.

—Distanza giusta per metterci casa;—bisbigliò Damiano all'orecchio di Cosma.—Non c'è più pericolo di pescarne.—

Poco dopo il granchio, indizio sicuro di terra entro le ottanta leghe di distanza, si vide uno sciame di tonni che vennero a guizzare nella scia delle navi. E poco dopo i tonni che scherzavano in acqua, venne un'altra cingallegra a svolazzare tra l'albero di maestra e il trinchetto della Santa Maria. Fors'anche era la cingallegra dei giorni scorsi, povera cingallegra sperduta, che aveva intenerito il cuore di Cosma. Ma comunque fosse, cingallegra e tonni erano altri indizi di terre vicine. Anche l'onda marina, assaggiata dal pescatore del granchio, e poi via via da altri curiosi, era meno salata in quei paraggi che non fosse nelle acque delle Canarie. E quello, per bacco, era indizio di terre vastissime, di un continente a dirittura, donde si scaricassero nell'Oceano le acque dolci di grandissimi fiumi. E il mare sempre tranquillo; e il vento sempre favorevole. Laggiù da settentrione l'atmosfera un tantino più fosca; altro indizio di terra. E poi un fitto sciame d'uccelli che passavano alti, volgendo a ponente; nuovo e prezioso indizio che da ponente o da tramontana, ma sempre là, davanti a loro, fosse vicina la meta.

La Pinta, grande veliera della squadra, si accostò al bordo della Santa Maria, chiedendo all'almirante la licenza di muovere innanzi liberamente, per iscoprire quella terra benedetta. Martino Alonzo Pinzon si struggeva d'impazienza; sicuro del fatto suo, avrebbe desiderato esser primo a dare la buona notizia. Ma l'almirante non diede la chiesta licenza. [pg!23] Si doveva andar tutti di conserva, per non aversi a smarrire. Ed egli, dai suoi computi, non argomentava vicina la terra. Che ostinazione era la sua? I segni crescevano ad ogni giorno, quasi ad ogni lega di cammino che le navi facevano. Due pellicani non erano proprio allora passati in aria, venendo da ponente? Ora i pellicani non sogliono andar mai lontani oltre venticinque leghe dal lido. Questo non lo dicevano i soli pescatori di Moguer; lo asserivano tutti. E quei grossi nebbioni che si levavano all'orizzonte, senza mestieri di vento, che cos'altro volevano dire se non questo, che il viaggio di scoperta toccava al suo termine?

Bene operava Cristoforo Colombo, resistendo alle domande di Martino Alonzo Pinzon. I suoi computi potevano essere errati; sicuramente lo erano, ma non in guisa da giustificare le speranze precoci della sua gente, poichè la distanza tra l'Europa e il Nuovo Mondo dovea riscontrarsi anche maggiore delle settecento leghe immaginate da lui. Per intanto egli manteneva la sua autorità; e per il giorno dei disinganni non sarebbe apparso incerto nella sua dottrina, facile ad infiammarsi per ogni nonnulla, come i suoi compagni di viaggio, vagante a caso sui mari, come un avventuriere od un pazzo.

—Stiamo tutti in riga, Martino Alonzo;—gridò egli al comandante della Pinta;—ci sarà gloria per tutti. Gli indizi che osserviamo sono certamente notevoli. Forse ci dimostrano l'esistenza di qualche isola sulla nostra diritta. Ma non mette conto per ora di cercar piccole cose. Vedremo al ritorno. Approfittiamo ora di questo buon vento, e facciamoci avanti verso ponente. Desidero di toccar terra al pari di voi; ma penso che ne siamo ancora distanti un bel tratto.—

E si apponeva al vero. La spedizione era appena [pg!24] a metà strada. Ma non aveva arcipelaghi sulla diritta, nè sulla manca; e i pellicani, le cingallegre, i granchi, i tonni, l'acqua meno salata, i nebbioni, il mare erboso, non significavano niente di ciò che gli altri speravano.

E andavano, frattanto, procedevano fidenti tra quelle chiazze di verde vivo. Ma a grado a grado quelle chiazze crescevano, si allargavano, e presto non si vide che una chiazza sola; tutto il mare, intorno alle navi, era verde per quello strato di erbe, come è verde un palude, un serbatoio di acque stagnanti. E ad un certo punto, quello strato d'erbe era così fitto da impedire il corso alle caravelle, obbligando i marinai a spenzolarsi dalla prora coi lunghi aldighieri in pugno, per rompere e allontanare l'ostacolo.

Era la prima volta che i marinai della vecchia Europa vedevano quelle praterie galleggianti. Ignoravano perciò che il mar di Sargasso, come fu chiamato di poi dalle alghe di cui è formato, occupa nel mezzo dell'Atlantico uno spazio otto volte più vasto della penisola Iberica. La formazione di quello strato verde non è più un mistero per la scienza, dopo la scoperta del gulf stream, ossia della corrente del golfo, il gran fiume oceanico che si parte dal polo antartico rimontando fino all'artico, ma partendosi a mezzo il suo corso in due correnti, una delle quali costeggia l'Africa e l'altra va a far gomito nel golfo del Messico, lasciando nel centro un vasto campo di mare più tranquillo e più freddo, nel cui fondo vanno a finire tutti i tronchi di alberi, carcami di navigli, ed ogni materia pesante travolta dalle acque, mentre alla sua superficie si raccolgono e galleggiano tranquille come in uno stagno tutte le erbe marine, strappate dagli abissi dell'Oceano.

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I marinai si erano rallegrati da principio alla vista del verde. Avevano anche riso, vedendosi costretti a far piazza pulita con gli aldighieri. Ma non si può rider sempre; e dopo aver riso, incominciarono a seccarsi; dopo essersi seccati, tornarono a sgomentarsi da capo. Quegli strati d'erbe non si sarebbero fatti a mano a mano più profondi, tanto da imprigionare a dirittura le navi? Non era possibile che i mostri temuti fossero per l'appunto in agguato dietro a quei monti di viscida verzura? E se non erano mostri, non potevano essere bassi fondi, secche e frangenti, in cui dovessero incagliare le caravelle? Dei mostri non temeva l'almirante; ma bene incominciò a temere anch'egli delle secche. A lui, memore di tutti i testi delle antiche scritture, ritornava in mente l'Atlantide di Platone, quell'Atlantide inabissata, i cui resti potevano benissimo essere rimasti a fior d'acqua, o alti tanto sott'acqua da cagionar gravi danni alle carene delle navi. Ma questi timori erano presto dissipati dallo scandaglio, che fu gittato più volte e non trovò mai fondo, neanche con dugento braccia di sagola.

—Animo, dunque!—diss'egli, dopo parecchie di quelle prove convincenti.—Abbiamo varcati oramai gli strati più fitti, e il pericolo dei frangenti e delle secche è passato, se pure c'è stato mai. Vedete poi come è costantemente favorevole il vento.

—Sì, ben dite, signore, costantemente!—rispose per tutti il pilota Perez Matheo Hernèa.—Soffia sempre da levante, questo vento benedetto!

—Non sempre;—disse l'almirante.—Qualche volta è caduto; e abbiamo avuto un po' di brezza da ponente. Rara, se vogliamo; ma basta a dimostrarci che anche qui comanda la legge della varietà.

—Con questo particolare, per altro;—replicò il pilota;—che quando soffia il vento da levante si [pg!26] fa molto cammino, e quando soffia da ponente non ha nemmeno la forza di sbatacchiar le vele contro gli alberi.

—Orbene, che volete voi dir con ciò, Perez Hernèa?

—Che per andare all'incerto, il vento aiuta; ma che, se dovessimo dar volta, per ritornarcene a casa, il vento non ci aiuterebbe più. Ecco, signore, con vostra licenza, e col debito rispetto, quello che voglio dir io.—

L'almirante aggrottò le ciglia, alle parole dell'Hernèa. Ma si contenne, e, per non averlo a riprendere prima del tempo, si provò perfino a scherzare.

—Bravo il mio pilota!—diss'egli.—Uomo di provato coraggio com'è, penserebbe egli a ritornare? proprio ora, che siamo tanto vicini alla meta?

—Eh, vicini!... vicini!...—brontolò il pilota.—Qui non si capisce più nulla. Ma la vostra esperienza, signore, che cosa può dirmi, intorno a questo vento di ponente che non ha forza di muovere una vela?

—Che cosa posso dirvene io, Perez Hernèa? Sa il marinaio perchè il vento spiri tanti giorni da un lato, e poi d'improvviso si volti? Verrà giorno, io spero, che questo ed altri segreti dell'ordine naturale saranno conosciuti. Per ora governiamoci con la pratica nostra. Ci sono venti di mare e di terra, di golfi e di canali, ed alti e bassi, e forti e deboli. Per prevederne l'andamento bisognerebbe conoscere i paraggi. Voi conoscete benissimo ogni particolarità dei venti che soffiano nel canale del Rio Tinto, e in quello dell'Odiel; non è vero?

—Certamente. Poveri a noi, se non avessimo pratica dei brontoloni di casa nostra.

—Ebbene, qui sono altri brontoloni;—replicò l'almirante.—E siamo in casa d'altri, e non li conosciamo [pg!27] ancora. Ma non sarà sempre così. Quando ci avremo fatta la mano, sapremo come governarci con loro. Per ora, osserviamo e studiamo. A me intanto par di capire una cosa: che qui, come altrove, certi venti sono proprii di certe stagioni. Qui, ora, è la stagione in cui regna il levante; approfittiamone. Verrà la stagione in cui soffierà il suo contrario, e un po' più forte che non abbia fatto finora. Anche debole, lo abbiamo sentito; ne conosciamo dunque l'esistenza. E forse ci ha dato questo indizio di sè, per levare ogni dubbio a voi, sospettoso uomo. A me dice ancora che una terra è laggiù, donde egli viene a battaglia, ma finora con poca forza di resistenza. Ed è meglio così, per la nostra navigazione; non pare anche a voi?—

Perez Hernèa si acquetò, per allora. L'almirante aveva ragioni per tutti i dubbi, per tutti gli argomenti in contrario. Ma egli non era da per tutto, e non poteva vincere ugualmente tutti i pregiudizi di una gente ignorante e ostinata. Quella lunga navigazione dove gli indizi favorevoli non conducevano a nulla, quel verde che non finiva mai, quel vento sopra tutto, quel vento che soffiava costantemente da una parte, come per portarli ferocemente a capitar male dall'altra, mettevano tutti in apprensione; e urtava i nervi la inflessibilità dell'almirante, di quello straniero che voleva condurre tanti poveri figliuoli d'Andalusia alla morte, per un suo puntiglio, per una sua stravaganza.

Molti erano stati incerti fino allora se egli fosse un impostore od un pazzo. Incominciavano a creder tutti che gli avesse dato volta il cervello. Queste fissazioni, che mostrano tanta imperturbabile serenità, son veramente proprie dei pazzi.

E non si chiedeva più nulla a lui. Si obbediva ai suoi ordini, materialmente, macchinalmente, senza [pg!28] metterci punto di quell'ardore, di quella buona volontà che fa della obbedienza una cooperazione intelligente.

Per contro, incominciavano da prora i crocchi, i capannelli, quei borbottamenti, quelle mormorazioni, che non sono ancora il principio della rivolta, ma ne accennano l'intenzione. Le povere caravelle malconce; i viveri scarsi; l'acqua fradicia; i venti contrari al ritorno; di coste all'orizzonte neppur l'ombra; mare, sempre mare, nient'altro che mare; quella era la prospettiva. E quanto sarebbe durata?

Indizi di terre ne erano venuti.... Sì, anche troppi, ed era il caso di richiamarsene, come della famosa sua grazia a sant'Antonio di Lisbona. Quei pellicani, quelle cingallegre, tutti quelli uccelli di passo che erano trascorsi a squadre, a sciami, a nembi, sul capo dei naviganti, ora venendo da prora via, ora da poppavia, non indicavano essi, nella capricciosa direzione del volo, che qualche spirito maligno si prendeva giuoco di loro? E qui taluni notavano che quei negri volatori, passando sulle caravelle, avevano fatto sentire un acuto stridìo. Sì, certamente, era uno scherno di potenze invisibili; le quali infondevano con vane immagini le speranze nei cuori, e si beffavano ancora dei troppo creduli marinai. E quegli uccelli, quei tonni, quelle nebbie basse all'orizzonte, non erano che apparizioni diaboliche. I mostri non sorgevano ancora dalle acque, dond'erano aspettati; si mostravano invece all'orizzonte, brulicavano in aria.

Questa spiegazione degli indizi ingannatori apparve così chiara, che fu creduta a breve andare da tutti. No, non più avanti, per contentare il capriccio dell'avventuriere, del pazzo. Quell'uomo voleva trovar terra a ponente, o morire; proposito da disperati! Ma egli poteva farlo, egli che non aveva [pg!29] famiglia; non potevano essi, che a Palos, a Huelva, a Moguer, lasciavano occhi per piangerli. Bisognava dunque ricusargli obbedienza, forzarlo a ritornare indietro. Chi li avrebbe biasimati? chi li avrebbe accusati di viltà? Si erano spinti quattrocento e più leghe sull'Oceano, sul mare tenebroso, spavento di tutti i naviganti del mondo. Che si voleva di più? che morissero tutti di fame, errando inutilmente sopra un mare senza sponde? o che nei gorghi di quel mare trovassero il sepolcro?

Le coscienze più timorate si davano pensiero di ciò che avrebbero detto i sovrani, vedendo ritornare le caravelle in Europa. Ma che cosa potevano dire i sovrani? Essi medesimi non si erano risoluti di concedere al marinaio genovese gli uomini e le navi, se non per levarsi d'attorno quel molesto supplicante, e a loro malgrado, come in troppe occasioni era stato dimostrato. Vedendo ritornare uomini e navi, la regina, forse, si sarebbe addolorata, poichè il Genovese aveva saputo ammaliarla col suoi racconti del Cataio e di Ofir; ma poi avrebbe capito che quel cercare il levante a ponente era una stravaganza, una pazzia; e buona com'era avrebbe finito con rallegrarsi di veder salve tante vite di bravi spagnuoli. Quanto al re Ferdinando, egli aveva detto di sì per contentare la moglie; ma che fosse contrario nel profondo dell'anima alla impresa di Cristoforo Colombo non era mai stato un mistero per nessuno. Il ritorno della spedizione, senza aver nulla ritrovato della terra promessa, neanche uno scoglio fuor d'acqua, sarebbe stato un vero trionfo per lui.

Sì, dunque, ritornare indietro, ricusando obbedienza all'almirante, obbligandolo ad accettare la legge da loro. Ma se non avesse voluto persuadersi con le buone, era egli conveniente di passare alle [pg!30] cattive? Non sarebbe sempre rimasto a carico loro il fatto della disobbedienza e delle conseguenti offese alla sua persona? Da senno, o da burla, era almirante, era vicerè, era governatore; e tutto ciò per decreto reale.

Il modo di superare quella piccola difficoltà alcuni dei più audaci lo avevano trovato, e ne avevano già discorso lungamente tra loro. Ma non se ne aprivano ancora liberamente nei crocchi più numerosi; stavano a bocca chiusa, o parlavano a monosillabi, a interiezioni, quando erano presenti marinai di altre nazioni; specie quando c'erano i due genovesi. E i due genovesi avevano capito; e si erano lungamente consultati tra di loro, per venire ad una risoluzione che di giorno in giorno si faceva più urgente. Finalmente uno di quei capiscarichi che quando è stato lor confidato un segreto, credono di averlo colto a volo, non istanno più nella pelle se non lo consegnano altrui, si lasciò sfuggire qualche parola coi due.

—Ah sì? il vostro Genovese non vuol saperne di tornare indietro?—aveva egli detto.—Ebbene, ci resti lui, a naufragare per tutti. Un'ondata che spazzi la coperta, e si prenda quel matto ostinato, non è poi tanto difficile a trovare.

—Trovare.... sinonimo d'inventare, non è vero?—aveva risposto Damiano.

—Eh sicuramente! Capirete bene, voi altri, che quando la pazienza scappa.... E il vostro Genovese la farebbe perdere ai santi.—

Damiano non volle sentirne più altro. Quella sera dormì male. A mezzanotte doveva andar egli di guardia alla vela, e Cosma gli teneva compagnia. Era l'uso, tra loro, di non separarsi mai; tanto che i piloti avevano finito col mandarli sempre insieme a far le quattro ore di guardia.

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—Senti;—disse Damiano al compagno, quando furono soli sul ponte;—io, per me, non ho più pace, fino a tanto che non ho detto ogni cosa all'almirante. E tu, che cosa ne pensi?

—Io penso,—rispose Cosma,—che avremmo fatto bene a parlare anche prima. Finalmente, qui non si tratta di riferire i discorsi della gente; si tratta d'impedire un delitto. L'almirante dev'essere posto in grado di custodirsi da un colpo di mano.

—Giustissimo!—ripigliò Damiano.—Eccolo là, per esempio, che esce dal gavone di poppa, come fa tutte le notti, per invigilare la guardia. Egli infatti non dorme che da un occhio. Ma per la sua persona egli non ha nessuna vigilanza. Due uomini risoluti potrebbero gittarglisi addosso, afferrarlo per la vita, levarlo di peso, e una, due, tre, buttarmelo a mare come un sacco di cenci.

—Che infamia! e sarebbero capaci di farlo.

—Dunque, si dice tutto?

—Si dica.—

Mentre i due si confortavano scambievolmente a parlare, l'almirante veniva a passo lento da poppa, per vigilare le guardie, che non si lasciassero prendere dal sonno.

—Buona notte, signor almirante;—disse Cosma, appena quell'altro gli fu vicino.—Iddio vi guardi.

—Ed anche voi, ragazzi;—rispose a bassa voce Cristoforo Colombo.—Buona guardia.

—E san Giorgio valente vi conceda vittoria sui vostri nemici;—disse Damiano, parlando nel vernacolo della sua città natale.

—Ah!—esclamò l'almirante, fermandosi.—I miei genovesi?

—Sì, messere, e desiderosi di parlarvi. Se non era questa occasione, avremmo chiesto domattina di essere ammessi alla vostra presenza.

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—Cose gravi, dunque? e da non potersi confidare al pilota?

—Gravissime, e vorremmo che non le sapesse neanche l'aria. Guardatevi, messere! C'è del torbido, a bordo.

—Lo so, ragazzi, lo so. Da più giorni ho dovuto avvedermene. Gente ignorante ed ingrata! che ci volete fare? Un giorno i più lievi segni del mare e del cielo, segni che non persuadono me, offrono a loro una certezza maravigliosa di approdo imminente. Un altro giorno una cosa da nulla, mettete anche la costanza del buon tempo, me li sbigottisce come i bambini un racconto della balia, quando non ardiscono più spiccarsi dalle sue ginocchia per andare nel fondo della stanza. In verità, figliuoli miei, non avrei mai creduto così debole la fibra umana. E voi, come fate a non seguire l'esempio degli altri?

—Noi? noi.... è un'altra cosa!—rispose Damiano.—Noi abbiamo fede nel nostro Genovese.

—Abbiatela in Dio;—rispose l'almirante.—Da lui vengono le grandi idee alla mente; da lui i forti propositi al cuore dell'uomo.

—E dal demonio i cattivi, signor almirante;—rispose Cosma.—Si guardi, Vostra Eccellenza. Da certe parole che abbiamo colte per aria, alcuni tristi avrebbero intenzione....

—Di che cosa?

—Veramente....—balbettò Cosma.—È così nero, il disegno!...

—Di uccidermi, non è vero?

—No, mio signore.... o piuttosto, sì, perchè infatti, uccidere e far sparire è tutt'uno.

—Già!—soggiunse Damiano, venendo in aiuto al compagno.—Si comincia a parlare di un'ondata furiosa, che spazzi opportunamente la coperta, trascinando [pg!33] con sè fuori del capo di banda il comandante supremo.—

L'almirante rimase alquanto sovra pensiero.

—Si pensa a questo?—diss'egli poscia.—Per fortuna non c'è l'occasione. Il mare è così costantemente tranquillo!

—Certo, ed è ciò che li annoia. Questi marinai son venuti a desiderar le burrasche, e mi fanno ricordare quel che si dice dei nostri villani del Bisagno e della Polcevera, che si scorticano i polpacci con le calze di seta. Ma Vostra Eccellenza capirà che non c'è bisogno di un temporale, per fare un colpo di mano. L'essenziale è d'inventarne la notizia, per quando si sarà ritornati in Ispagna, e bisognerà render conto della vostra sparizione al governo.

—È un disegno infernale!—esclamò l'almirante, più inorridito che spaventato dall'annunzio.—E siete certi che abbiano pensato di giungere a tanto?

—Oh, per questo, non dubiti Vostra Eccellenza; coi nostri orecchi medesimi abbiamo sentito il discorso.

—Pazienza!—replicò l'almirante.—Sebbene questo non dovessi aspettarmi, vedrò di fare buona guardia.

—E la faremo anche noi;—disse Cosma.—Così conoscessimo i buoni, quelli in cui confidate di più, per metterci d'accordo, e vegliar tutti sulla vostra preziosa persona!

—Amici miei,—rispose Cristoforo Colombo, traendo un sospiro,—conosco voi.... da pochi momenti. Quanto agli altri, non so nulla di loro. Eravate a Palos; potete ricordare in che modo si è formato il nostro equipaggio.

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—Pur troppo, mio signore! Metà per forza, l'altra metà per caso; tutta gente raccogliticcia. I buoni ci saranno di sicuro, e si vedranno alla prova. Per intanto....

—Per intanto, è buio pesto;—conchiuse Damiano.—Ma Vostra Eccellenza potrà confidarsi di queste cose co' suoi ufficiali.

—Sì, sì, figliuoli, lo farò;—rispose l'almirante.—Ma non è questo, che importa. La mia speranza è altrove. Siete voi marinai?

—Noi? sì, come vede Vostra Eccellenza.

—Infatti, la vostra condizione è tale, per ora. Ma dal primo momento che ho dovuto guardarvi in faccia, mi è parso.... che non ne aveste l'aria.

—Le nostre mani, signore....

—Sì, capisco, le vostre mani saranno tinte di pece. Ma non è la pece che fa il marinaio, come non è l'abito che fa il monaco. Le mani del marinaio possono essere anche pulite, ma si riconoscono egualmente; specie nella palma, che par foderata con pelle di squalo. Ora, le vostre mani, che sono lieto di stringere....

—Si faranno ruvide quanto è necessario;—rispose Cosma, inorgoglito da quella dimostrazione di benevolenza, ma anche un pochettino turbato.

—Sta bene;—disse l'almirante, sorridendo.—Quantunque, io non domandi ciò come una qualità necessaria.... a mani di cavalieri.

—Messere....—mormorò quell'altro, più turbato che mai.

—Oh, non temete, non voglio andare più in là,—rispose l'almirante.—I vostri nomi, se ben ricordo, sono....

—Cosma e Damiano;—si affrettò a rispondere Cosma.

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—E Cosma è lui, e Damiano son io;—soggiunse Damiano.

—Benissimo. Due nomi di fratelli!

—Noi non siamo che amici; ma come fratelli ci amiamo.

—E perciò avete preso il nome da due santi fratelli, che erano anche colleghi di professione;—replicò l'almirante.—Erano infatti due medici, e del primo di loro mi pare di aver letto in un certo libro, che si conservi ancora una ricetta.

—Sono anche i santi protettori dei pellegrini;—disse Cosma, che pareva poco desideroso di stare sull'argomento della medicina.

—Siano dei pellegrini o dei medici, son sempre due benefattori;—conchiuse l'almirante.—E voi certamente avete assunti i lor nomi per adempimento di un voto.

—Vostra Eccellenza legge nei cuori come nei libri;—disse Damiano.—Siamo infatti legati da un voto.

—Per il quale, probabilmente, avrete lasciati gli agi della vita, venendo partecipi alle fatiche, ai pericoli di questo viaggio: non è così?—

I due marinai non risposero parola. Ma per essi rispondeva la sapienza dei popoli, stillata in proverbi: chi tace acconsente.

—Non voglio chiedervi ciò che non potete dirmi;—riprese Cristoforo Colombo.—Siete genovesi, e basta ciò, perchè io v'abbia in conto di fratelli. Ricordate soltanto che bisogna amarla, amarla molto, la terra dove si è nati; amarla tanto più, quanto essa è più sventurata. Sapete quanto abbiano fatta dolente la nostra povera patria, le discordie maledette dei suoi figliuoli!...

—Voi dite bene, messere,—rispose Cosma.—E [pg!36] noi lo abbiamo ricordato già molte volte, pensando a voi.

—A me?

—Certamente. Ecco un uomo insigne, dicevamo tra noi, un uomo che ha fatto un disegno sublime, e potrebbe e vorrebbe darne la gloria e il profitto alla patria; ma perchè la patria non è in condizione d'intenderlo, egli deve rivolgersi ad altre nazioni, dando ad altri il profitto e la gloria delle opere sue.

—Ah!—gridò l'almirante.—Lo intendete anche voi che dolore sia questo? e come profondo? Io non lo dico a nessuno, perchè nessuno lo intenderebbe. Pazienza, miei giovani amici! E lasciamo questo argomento tristissimo. Intanto, le vostre parole mi han detto assai più che non dicessero le vostre mani. Vorrei fare qualche cosa per voi; chiamarvi almeno tra i miei ufficiali. Ma quante invidie si desterebbero! Non per ora, adunque. Il giorno che avremo toccata la terra promessa, io sarò davvero vicerè e governatore; e quel giorno, vedremo.

—Guardatevi intanto, messere. Noi non abbiamo mestieri che di una cosa: di vedervi incolume, trionfante su tutti i vostri nemici. Laggiù avete avuto da lottare coll'invidia; qui avete da lottare coll'ignoranza.

—E sempre con la malvagità;—conchiuse Cristoforo Colombo.—Ma le vostre parole mi fanno ricordare ciò che volevo dire poc'anzi. Vi chiedevo se eravate marinai, per raccontarvi del primo capitano con cui ho imparata l'arte del navigare. Eravamo nelle acque dell'antica Cartagine, atterrati, con un vento che non si potrebbe immaginare di peggio. Non si poteva reggere al mare, bisognava ormeggiarsi e tener fermo ad ogni costo. Ma le áncore [pg!37] aravano, per la forza della corrente, e si temeva di andare da un momento all'altro a battere negli scogli.

—Un guaio; dei grossi—esclamò Damiano.

—Certamente;—rispose Cristoforo Colombo—e non c'era tempo da perdere. Il comandante ordinò di mettere mano all'áncora della speranza. «Credete—diss'io—che ci farà buon servizio?» Domandavo troppo, più ch'egli non potesse sapere. Ma ad ogni modo, me la trovò lui, la risposta: «Getta l'áncora e spera in Dio!» E così, come mi fu consigliato nella mia prima navigazione, ho fatto io in tutte le altre che seguirono.

—Confidiamo nel suo alto volere;—disse Cosma, inchinandosi.

—Ma pensiamo ancora,—soggiunse Damiano,—che chi s'aiuta Iddio l'aiuta.

—Oh, sicuramente!—rispose Cristoforo Colombo, non potendo trattenersi dal ridere, alla pratica ammonizione.—Vi ho già detto che farò buona guardia alla mia vita, se occorrerà; non aspetterò che mi assalgano; andrò io contro ai loro disegni. Non si compiace di sfidare i bassi pericoli, chi ha cuor d'affrontare i maggiori. Ma se è necessario di entrare in lizza coi rivoltosi, anche questo farò. Voi, frattanto abbiate per certa una cosa: che presto, con l'aiuto di Dio, saluteremo la terra.

—Con questa fede siamo venuti;—disse Cosma.

—E ci sia pure da navigare altrettanto, non ci lagneremo, noi altri;—soggiunse Damiano.—Voi dite, messere, che si serve a Dio, con questo viaggio.

—È la mia opinione.

—E bisogna dunque servirlo allegramente. Lo raccomanda perfino il Salmista.—

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L'almirante sorrise e battè amorevolmente della destra sulla spalla di Damiano.

—Ottimamente, giovanotto!—esclamò.—E che Iddio vi guardi ambedue. Ma domandiamogli ancora una grazia;—soggiunse.—A persuadere questa gente che ha il furore della paura, un buon vento gagliardo, e da ponente, farebbe meglio di tutti i nostri discorsi.—

[pg!39]

[Capitolo III.]

Di una bella sconosciuta che mandò a Cristoforo Colombo un ramo di spino fiorito.

Cristoforo Colombo era stimato un gran dotto in materia geografica, cosmografica ed astronomica, quando non era stimato un impostore, od un pazzo. Per lui, si sa, erano stranamente mutevoli i giudizi del volgo, nobile o plebeo che si fosse; e saltavano da un estremo all'altro, come qualche volta usano saltare i venti, dal primo al terzo, o dal secondo al quarto quadrante. Si può dire, dopo aver letto attentamente la storia della sua vita fortunosa, che gli storti giudizi, i sospetti, le animosità contro di lui non posassero mai intieramente finchè egli visse, da prima volendo regalare per forza un nuovo mondo alla Spagna, poi disputando ai suoi grandi una corona di vicerè nelle terre scoperte, e da ultimo combattendo virilmente per la propria fama, per il proprio onore, per il proprio decoro, contro le invidie e le ingratitudini congiurate. Ma ci furono anche nella sua vita, e frequenti, i giorni della lode e della reverenza universale. Ci furono anche i giorni in cui egli era tenuto per un gran mago, padrone di alti segreti naturali, e capace [pg!40] di comandare agli elementi coll'autorità di misteriose parole. E per un negromante, di sicuro, lo avrebbero tenuto i marinai della Santa Maria, il giorno 22 settembre del 1492, se dieci o dodici ore prima, cioè nel cuor della notte che fu sopra a quel giorno, lo avessero udito domandare al cielo un vento gagliardo di ponente.

Quel vento si levò per l'appunto nella giornata, fortissimo, teso, dritto da prora; tanto che fu necessario serrare i velacci e le basse vele, prendendo i terzaruoli alle gabbie ed anche alla mezzana, per mettersi alla cappa serrata. Non si navigava più, con quel vento indiavolato al traverso; ma ne avevano anche una patente mentita le sciocche paure dei marinai.

—Ed ora direte ancora che in questi paraggi il vento fresco soffia soltanto da levante!—esclamò l'almirante, volgendosi a Perez Matteo Hernea, suo pilota.

—Non lo dirò più, ve lo giuro;—rispose umiliato l'Hernea.

Il giorno seguente, le cose mutarono. Pareva proprio che quel vento da ponente si fosse levato solamente per dar ragione a Cristoforo Colombo, contro il suo equipaggio, e che, dopo aver fatto quella buona testimonianza per lui, non avesse più motivo di soffiare. Cadde, infatti, e il 23 ripigliò la brezza di levante, con cui si poteva andare a gonfie vele per la rotta stabilita.

La Santa Maria aveva dato gloriosamente tutta la sua tela al vento. Ma non durò a lungo con quella velatura di buon tempo. L'almirante, a un certo punto della giornata, comandò di serrar fiocchi, velacci, vela di maestra e mezzana, contentandosi di navigare con la gabbia, il trinchetto e la trinchettina. Certi punti neri all'orizzonte, diventati [pg!41] presto nuvoloni, l'aria più fresca, un color di piombo sulle acque, gli avevano annunziato imminente un temporale.

Non si era ingannato. Il temporale si avanzò minaccioso, oscurando il cielo e sollevando il mare a tempesta. Le navi balenarono un poco, indi presero a menar la ridda sui flutti, ora balzando sulle creste spumanti che il vento incalzava, ora ascondendosi a mezzo nei profondi intervalli, per cui pareva che volesse ad ogni tratto scoprirsi il fondo degli abissi.

La tela al vento era ancor troppa; e l'almirante comandò di prendere i terzaruoli alle gabbie. Poi, rinforzando il vento, le fece serrare a dirittura, ed egualmente il trinchetto, di guisa che la nave prese a correre con la sola trinchettina.

—Che mare, Santa Vergine!—disse Damiano al compagno, mentre scendevano da serrare le gabbie.—Par quello che ha inghiottiti gli Egiziani, quando volevano dar la caccia agli Ebrei.

—E quello fu per miracolo;—rispose l'almirante, davanti a cui passavano i suoi due Genovesi.—Così credo che sia anche questo. Ci vogliono dei miracoli, per ischiodare il cervello a questa gente. Del resto,—soggiunse,—le ondate propizie al gran salto son qua; e i miei nemici hanno già troppo da fare per sè, aggrappandosi al capo di banda, o alle sartie.—

La burrasca non si chetò che verso il mattino del 24. Col sole ritornò la calma sul mare. Le caravelle, così duramente travagliate da quella collera d'elementi, ripresero la loro velatura ordinaria, e col vento più maneggevole si fecero a navigare di conserva. La Pinta, anzi, venne accostandosi quanto più poteva alla Santa Maria.

—Ecco Martino Alonzo che ha qualche cosa da dirmi;—pensò l'almirante.

[pg!42]

Difatti il comandante della Pinta voleva parlare a Cristoforo Colombo. Questi, alcuni giorni prima, gli aveva fatta passare la carta nautica, a lui mandata da Paolo Toscanelli: una carta sulla quale era segnata la famosa isola di Cipango, ad una distanza che oramai doveva essere stata oltrepassata da loro. E di questo dubbio, che glie ne era venuto, voleva intrattenersi Martino Alonzo Pinzon coll'almirante.

—Pare anche a me, che abbiamo fatto un cammino più lungo;—gridò Cristoforo Colombo al Pinzon.—Ma forse il Toscanelli ha fallato il punto, collocando la grande isola sulla carta, o noi, ingannati dalle correnti che ci han fatto derivare, abbiamo fallata la stima.

—Potrebbe anche darsi,—ripigliò il Pinzon,—che noi ci fossimo tenuti troppo a ponente. Non credete opportuno di appoggiare un poco a garbino?

—Non credo;—disse l'almirante.—Del resto, fatemi passare la carta, e osserverò meglio ancor io. Intanto non cangiate di rombo; mi raccomando.—

La carta arrotolata e raccomandata ad una sagola fu scagliata a bordo della Santa Maria. Cristoforo Colombo la portò allora nella sua cameretta, la spiegò sul deschetto, e si fece ad osservare, insieme coi più sperimentati dei suoi ufficiali, quale potesse per allora essere la posizione delle navi.

Il lettore si maraviglierà che Cristoforo Colombo volesse rilevare il punto di stima sopra una carta fatta di suo capo da un fisico fiorentino, e nella quale era segnata l'isola di Cipango ad una distanza immaginaria. Ma pensi il lettore che quella carta, fatta avanti la scoperta delle così dette Indie occidentali, era tuttavia condotta secondo due norme, che parevano sicure a que' tempi: la divisione della [pg!43] circonferenza del globo terrestre in ventiquattro zone, di quindici gradi ciascuna, che formavano in tutto trecentosessanta gradi, e il passo biblico di Esdra, ov'era detto che, diviso il nostro globo in sette parti, sei sono terra, e la settima è ricoperta dalle acque. Messe a riscontro queste due nozioni, aggiunta la notizia delle parti della terra già scoperte al tempo di Tolomeo, aggiunto finalmente tutto quel tratto che Marco Polo aveva visitato ad oriente, e i Genovesi scoperto ad occidente, non era difficile tracciare lo spazio di mare che doveva intercedere fra le Azzorre, estremità occidentale di Europa, e Cipango, estremità orientale dell'Asia. Il difficile sarebbe ora di credere a quella sistematica fabbricazione di carte nautiche; ma non era difficile allora. E ad ogni modo si può considerare con benevolenza un errore, il quale, rasentando la verità, condusse un uomo ardito e intelligente a scoprirla.

Lo studio di Cristoforo Colombo e de' suoi piloti fu repentinamente interrotto da un grido d'allegrezza. Quel grido, ripetuto e rinforzato da molte voci, veniva dalla Pinta. L'almirante uscì tosto in coperta, e vide Martino Alonzo Pinzon, ritto sul castello di poppa della sua caravella, che alzava le mani al cielo, in atto di giubilo, gridando a squarciagola: terra! terra!

—Che è ciò che voi dite, Martino Alonzo?—gridò l'almirante a sua volta.

—Terra, terra!—ripetè il Pinzon.—Signor almirante, io chieggo la mia ricompensa.—

Martino Alonzo Pinzon alludeva al premio che i reali di Castiglia avevano stabilito per colui che primo scoprisse la terra. Il premio consisteva in una rendita di trenta corone, un poco più di seicento lire della nostra moneta d'oggidì.

E con la mano distesa, il comandante della Pinta [pg!44] accennava verso garbino, o libeccio, se meglio vi piace, dove infatti appariva una lingua di terra all'orizzonte, forse venticinque leghe distante dalle navi. I marinai della Pinta si erano lanciati come scoiattoli su per le sartie; così fecero i marinai della Santa Maria e quelli della Nina; tutti vedevano la terra, tutti confermavano con liete grida l'annuncio di Martino Alonzo Pinzon.

Cristoforo Colombo non era intimamente persuaso; ma lo scuoteva la sicurezza universale. Commosso, si buttò ginocchioni, rendendo grazie a Dio. Martino Alonzo Pinzon fece di più: intuonò ad alta voce il Gloria in excelsis, a cui tosto risposero gli equipaggi delle tre caravelle.

La terra si vedeva così chiaramente, e così vivo era l'entusiasmo di tutti, che l'almirante stimò necessario di lasciare il suo rombo, che era stato sempre il ponente, governando per tutta la notte a garbino. Ma giunse l'aurora gran dissipatrice di sogni; e dissipò anche le speranze di ricompensa che Martino Alonzo Pinzon aveva così facilmente nutrite. La terra che avevano creduto di veder tutti con lui, non era che nebbia vespertina; i primi chiarori del giorno avevano disperso il fantasma.

Alla speranza, alla fede, doveva tener dietro lo scoramento. E avevano creduto di vedere la terra! E quella immagine di terra altro non era che un inganno degli occhi, un miraggio, una fata Morgana, il solito scherno delle potenze invisibili. Costernati, abbattuti, gli equipaggi obbedirono tacitamente al comando dell'almirante, che ordinava di riprender la via di ponente; quella via ch'egli non avrebbe mai abbandonata, senza i lor chiassi importuni.

Per molti giorni si procedette al solito, con buon vento, mare tranquillo, cielo sereno e dolce temperatura. Le acque erano così chete, che parevano di [pg!45] lago, e i marinai, riavutisi alquanto delle loro malinconie, si pigliavano spasso a nuotare intorno al bordo. Nuovi indizi di terra si offrivano, aiutando a calmare le loro segrete inquietudini; incominciavano a mostrarsi a sciami i delfini; i pesci volanti, scagliandosi in aria sulle pinne spiegate, ricadevano a bordo delle navi.

Si giunse così fino al primo di ottobre. Quel giorno, secondo la stima di Perez Matteo Hernea, la spedizione navale del mare Oceano doveva aver compiute le sue cinquecento ottanta leghe di navigazione, a ponente dalle isole Canarie. Ma questa era la stima fatta secondo i computi apparenti di Cristoforo Colombo. L'almirante faceva una stima tutta sua, tenuta gelosamente segreta: e questa ascendeva a settecento sette leghe. Nel fatto, adunque, s'era oltrepassata di molto la distanza assegnata dal fisico Toscanelli a quella benedetta isola di Cipango.

Le mormorazioni erano ricominciate tra i marinai; e con le mormorazioni le congiure. Sarebbero trascorse un giorno o l'altro ad aperta ribellione, se di tanto in tanto qualche nuovo inganno degli occhi non avesse fatto intravvedere la terra all'orizzonte. Ma anche queste vane visioni, salutate da grida di giubilo, e seguite sempre da imprecazioni di gente disperata, annoiavano l'almirante. Il quale risolutamente dichiarò, e fece bandire su tutte le navi a suon di tromba, che chiunque gridasse terra, senza che questa si scoprisse nei tre giorni susseguenti, dovesse perdere ogni diritto di ricompensa, quand'anche un'altra volta scoprisse terra per davvero.

E terra non gridò più Martino Alonzo Pinzon. Il comandante della Pinta non credeva più alla esistenza della terra, nel rombo seguito da Cristoforo Colombo. Questa sua sfiducia crebbe tanto, che [pg!46] nella sera del 6 ottobre, Martino Alonzo Pinzon si fece ardito a proporre di piegare risolutamente a sinistra, cercando terra verso mezzogiorno. Inutile il dire che l'almirante non reputò conveniente di appagare il desiderio di Martino Alonzo Pinzon.

La mattina del 7 ottobre, allo spuntar del sole, molti marinai della Santa Maria credettero di veder terra a ponente. Ma temevano anche d'ingannarsi, e non dissero parola, per non avere a perdere la speranza del premio. Non furono così prudenti sulla Nina, che quel giorno veleggiava innanzi alle altre caravelle. Credette Vincenzo Yanez di veder terra, e gli parve di vederla così chiaramente, da non consentire alcun dubbio. Perciò fece innalzare lo stendardo sull'albero di maestra, e sparare un colpo di cannone. Erano quelli i segnali stabiliti, per chi primo scoprisse il lido sospirato. Fu grande la gioia su tutte le navi; ma fu anche breve. La nuova lingua di terra, comparsa all'orizzonte, svanì come quella dei giorni andati; e ripreso l'abbattimento, ricominciarono i lagni.

Per altro, i buoni indizi non facevano difetto. Numerosi stormi di passeri campagnuoli trascorrevano alti sopra le navi, spiegando il volo verso libeccio. Era dunque di là che bisognava cercare il nuovo continente? Cristoforo Colombo incominciò a dubitare di aver commesso qualche errore di latitudine; e perciò, nella sera del 7, si risolse di piegare alquanto verso la parte a cui aveva veduto avviarsi i passeri campagnuoli.

Tre giorni di seguito veleggiò verso libeccio, e crescevano sempre gl'indizi di terra. Sciami di uccelli di svariati colori svolazzavano intorno alle navi; i tonni scherzavano numerosi a fior d'acqua; passarono a breve distanza un airone, un pellicano ed un'anitra; erbe fresche e verdi galleggiavano [pg!47] intorno alla Santa Maria, che parevano staccate quel giorno istesso dal lido.

Ma quante volte non si erano già veduti questi segni ingannatori? Le ciurme non potevano più pascersi di quelle illusioni. Domandarono ad alta voce di ritornare indietro.

Proprio allora? C'era da perdere il lume degli occhi. Cristoforo Colombo affrontò quel giorno risolutamente la sua marinaresca. Lo facessero pure a pezzi, ma egli avrebbe resistito fino all'ultimo. La spedizione era destinata dal re e dalla regina alla scoperta delle Indie; qualunque cosa accadesse, egli, non nato Castigliano, avrebbe serbato obbedienza ai reali di Castiglia; sarebbe andato avanti nella sua intrapresa, fino a che, per grazia di Dio, non giungesse a compirla.

Cosma e Damiano si erano piantati in prima fila, non per tener bordone ai rivoltosi, intendiamoci, ma per consentire con le parole e con gli atti ad ogni frase dell'almirante, e preparati, caso mai, a menar le mani in sua difesa. Ma per allora non fu mestieri; i rivoltosi non erano andati più avanti; la fermezza di Cristoforo Colombo da un lato, l'accenno alla lealtà castigliana dall'altro, fors'anche il dubbio di non esser tutti d'accordo nel proposito di ribellarsi alla volontà dell'almirante, li rimandò indietro come un'onda di mar lungo; che si ritragga spumeggiando e brontolando da un ostacolo che non ha potuto rovesciare.

Nondimeno, la condizione di Cristoforo Colombo si faceva sempre più difficile e pericolosa. Si poteva egli durare in quello stato di contrasto, non più sordo, ma palese e a volte clamoroso, tra lui e la sua marinaresca? Per fortuna, il giorno dopo quella scena di rivolta, si fecero più frequenti e più notevoli gli indizi della terra vicina. Oltre una quantità [pg!48] di erbe fresche, e di quelle che nascono lungo le rive dei fiumi (e c'erano persino dei giunchi), fu colto un pesce verdognolo, di quelli che vivono solamente tra gli scogli. Su quella erba, su quei giunchi, sul pesce verdognolo, stavano almanaccando i marinai, quando ad uno dei due genovesi, a Cosma, che stava guardando sul mare, venne veduto qualche cosa, che lo persuase a spogliarsi in fretta e a tuffarsi nell'acqua.

Damiano aveva fatto voto di non spiccarsi mai dal fianco di Cosma. Si spogliò in fretta anche lui, e tenne dietro al compagno.

—Dove andate, voi altri?—chiese l'almirante, maravigliato di tanta, fretta dei due genovesi.

—Ma!... Io non lo so;—rispose Damiano nell'atto di tuffarsi a sua volta.—Cosma va in acqua, ed io lo seguo. Egli ha un occhio di lince e l'altro di falco; due animali che vedono molto lontano. Ma io ho due braccia e due gambe che vanno più svelte delle sue.—

Cosma, per altro, aveva otto o dieci bracciate di vantaggio sull'amico, e Damiano lo raggiunse quando egli aveva già afferrato l'oggetto per cui si era tuffato nell'acqua.

—Oh bello!—gridò Damiano, vedendo la preda che Cosma teneva sollevata fuor d'acqua.—E per me nulla?

—Vedi? C'è dell'altro laggiù;—rispose Cosma.—Mi pare una canna.

—Ah, si! ed anche qualcos'altro di più nero,—disse Damiano, nuotando verso il punto che gli era stato indicato da Cosma.

Questi, frattanto, ritornava verso il bordo della Santa Maria, nuotando sul fianco destro, per poter tenere in alto, agitandola davanti agli occhi dell'equipaggio, la sua bellissima preda.

[pg!49]

—Non è alga, per bacco!—gridò, come fu sotto al capo di banda.—Non è neanche erba, che si possa scambiare per alga. Gettatemi un cavo, da poter tirarmi a bordo, senza guastare questo raro presente. È destinato al signor almirante.

—E a me, perdiana! un cavo anche a me;—gridò Damiano, a cinque o sei braccia più indietro,—non vengo neppur io con le mani vuote.—

Il cavo era stato gittato, Cosma vi si era aggrappato, anzi attorcigliato con tutta la persona, ed era stato issato a bordo. Con la stessa manovra, fu pronto a seguirlo Damiano.

—Ebbene, che cos'è?—disse Cristoforo Colombo, verso di cui s'inoltrava Cosma, tutto grondante d'acqua salata.

—Signor almirante,—gridò Cosma, levando nel pugno un bel ramo di spino fiorito,—questo è il presente che manda a voi una bella sconosciuta.—

Cristoforo Colombo prese il ramo di spino fiorito dalle mani di Cosma, ammirò i bei fiori del color dell'oro che ne adornavano le vette, e sorridendo rispose:

—Conosco la bella dama, quantunque non abbia ancora avuto l'onore di vederla.

—Ma ella, signor almirante,—replicò prontamente Cosma,—vi dice con questo ramo fiorito che voi la scoprirete fra poco. Fregiatevi intanto dei colori di lei, come suo cavaliere.

—Così farò;—rispose Cristoforo Colombo.—Ma ecco dell'altro;—soggiunse, vedendo Damiano, che si avanzava anch'egli col suo donativo.—Questo non è un presente della dama. Potrebb'essere del marito, figliuoli miei, ed ammonir tutti noi a guardarci ben bene.—

Damiano, infatti, oltre una canna verde, offriva un lungo bastone di legno, di colore tra il rosso e [pg!50] il nero, tutto tagliato a rozzi disegni geometrici. Cristoforo Colombo osservò lungamente anche questo, e poi lo concesse alla curiosità de' suoi ufficiali di bordo.

—La terra è vicina, signori;—diss'egli poscia.—Con un ramo di spino ella si annunzia; ma con questi altri segni ci ammonisce che dove ella è, possono anche trovarsi i frangenti. Non ci stanchiamo di gettar lo scandaglio, per conoscere quando saremo finalmente atterrati; ma sopra tutto raddoppiamo di vigilanza nella notte.—

Piloti e gentiluomini di poppa risposero con vivi segni di approvazione; i marinai, grandemente mutati da quelli dei giorni innanzi, batterono le mani.

L'almirante si ritirò nella sua cameretta; e là, deposto il ramo di spino fiorito a piè d'una immagine di Maria Vergine, che pendeva dell'assito, stette lungamente raccolto nella muta preghiera dell'anima.

Quella sera, in coperta, dopo che fu recitata la Salve Regina, l'almirante fece il gesto di voler parlare, e trattenne tutta la sua marinaresca davanti al castello di poppa. Fecero cerchio intorno a lui, religiosamente silenziosi ed intenti, tutti quegli uomini che pochi giorni addietro avevano fatto il proposito di buttarlo a mare, e ancora un giorno prima s'erano levati contro di lui a tumulto.

Ma egli non ricordava più quelle brutte scene, e generoso le aveva perdonate. Parlò con semplice dignità, come uomo di alti spiriti, che non ha nulla a temere dagli altri uomini, neanche la loro invidia, nulla a sperare, neanche il loro amore, tutto avendo il suo conforto in sè stesso ed aspettando il suo giudizio da ben altro giudice che non sia la moltitudine sciocca.

Notò, incominciando, come la bontà divina, scortandoli [pg!51] con dolci e propizi venti sovra il mare tenebroso, da lei fatto limpido e cheto, avesse ad ogni tratto con nuovi indizi ravvivato il loro coraggio, moltiplicando quei segni in proporzione dei folli terrori da cui erano così spesso agitati, e conducendoli quasi per mano in una nuova terra promessa. Rammentò l'ordine da lui dato alle navi, prima di salpare dalle Canarie, di mettere in panna alla notte, dopo che avessero fatto il cammino di settecento leghe a ponente. Le recenti apparenze comandavano di attenersi oramai a quella precauzione, essendo probabile che in quella notte medesima si ritrovassero in vista di quella terra sospirata. Conchiudeva raccomandando di stare attentamente alle vedette sull'alto del gavone di prora, promettendo a chiunque scoprisse primo la terra, non solo la pensione assicurata dai Reali di Castiglia, ma ancora una cappa di velluto, ch'egli avrebbe pagata del suo.

Il vento aveva soffiato abbastanza fresco per tutto quel giorno. Anche il mare si vedeva più mosso. Le caravelle fendevano i flutti con una rapidità meravigliosa, veleggiando al gran largo, e precedendo al solito la Pinta, miglior veliera di tutte. Regnava a bordo della Santa Maria una animazione straordinaria: nessuno chiuse occhio per tutta la notte; ognuno aspettando di vedere la terra.

Verso le dieci di sera, Cristoforo Colombo stava sul cassero di poppa, esplorando ancora con gli occhi fissi il buio orizzonte. Tutto ad un tratto, gli parve di vedere in lontananza risplendere un lume. Era piccino e tremolante, come il lumicino della favola; e l'almirante credette a tutta prima di aver traveduto.

—Gutierrez!—gridò egli, volgendosi a quello dei gentiluomini di poppa, che era rimasto ultimo a vegliare con lui.

[pg!52]

Pedro Gutierrez, gentiluomo di camera del re, e ragionier generale della spedizione, si avvicinò prontamente.

—Signor almirante, son qua;—rispose egli, facendosi al fianco di lui.—Che cosa volete da me?

—Dite, Gutierrez; non vedete voi laggiù, sulla nostra sinistra, un lumicino che sembra danzare sulle acque?—

Pedro Gutierrez si fece a guardare laggiù, dove l'almirante accennava; stette un poco in silenzio, aguzzando gli occhi nel buio, per rintracciare quel lume; finalmente esclamò, con accento di convinzione profonda:

—Ah, sì, eccolo là. Avete ragione, mio signore. E si muove, difatti. Pare il lume di una barca peschereccia.

—O una fiaccola di viandanti, lungo la costiera d'un monte;—rispose l'almirante.—Ma vi prego, don Pedro, chiamate qualchedun altro. Non vorrei che c'ingannassimo in due.

—Chiamo don Rodrigo Sanchez?—domandò Pedro Gutierrez.—Poc'anzi, per l'appunto, egli passeggiava con me; non può essersi già addormentato.

—Sì, chiamate don Rodrigo;—rispose Cristoforo Colombo.—È il nostro ispettore d'armamento, uomo di buon giudizio, e non facile a travedere.—

Pedro Gutierrez discese dal cassero ed entrò nel gavone di poppa. Cristoforo Colombo rimase solo al suo posto, non potendo spiccar gli occhi dalla fiamma lontana, che brillava veramente a guisa di fiaccola, agitata da persona che corresse. Ma tutto ad un tratto la fiamma disparve, e il mare e l'orizzonte non furono più che tenebre fitte davanti agli occhi di lui.

Rodrigo Sanchez di Segovia, capitano generale [pg!53] d'armamento della spedizione Oceanica, giungeva allora sul cassero, insieme con Pedro Gutierrez.

—Troppo tardi, ahimè!—disse l'almirante, con accento di tristezza.—Il nostro bel lume è sparito.

—Sparito!—esclamò Pedro Gutierrez.—Ma io spero che ricomparirà, e don Rodrigo potrà goderne anche lui.

—Voglia il cielo!—disse Cristoforo Colombo.—Ma noi certamente lo abbiamo veduto; non è vero, Gutierrez?

—Sul mio onore;—rispose Gutierrez.—E non mi sono neanche fidato dalla prima apparenza; ho voluto distinguerlo bene, averlo bene negli occhi. Ma pensate, signore, che quel lume, se è d'una barca peschereccia, può esserci nascosto ora da un cambiamento momentaneo di direzione della barca. Se poi è una fiaccola a terra, può esserci nascosta la fiamma da qualche fitto di piante; ricomparirà alla prima radura del bosco.—