TIZIO CAIO SEMPRONIO
Tizio Caio Sempronio
storia mezzo romana
DI
ANTON GIULIO BARRILI
SECONDA EDIZIONE
RIVEDUTA E CORRETTA
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1879.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tip. Fratelli Treves.
TIZIO CAIO SEMPRONIO
CAPITOLO PRIMO. Entra in scena l'eroe.
Lettori umanissimi, voi certamente non l'avete conosciuto, perchè egli fioriva un mezzo secolo prima dell'èra volgare, cioè a dire dopo il settecentesimo anno dalla fondazione di Roma.
Chi? domanderete. Il protagonista del mio racconto, il chiarissimo Tizio Caio Sempronio, cittadino romano, dell'ordine dei cavalieri. Non lo confondete, per carità, coi cavalieri moderni, che sono di più ordini. A Roma i cavalieri formavano un ordine solo, ed erano, una delle tre spartizioni del popolo, fatte da Romolo, buon'anima sua. E quasi non occorre che io dica essere questi tre ordini, il patrizio, l'equestre e il plebeo; tutta brava gente che non vivevano molto in pace tra loro, ma che per un migliaio d'anni spadronarono utilmente su tutto il mondo conosciuto. La qual cosa mi conduce a pensare che gli storici abbiano un po' calunniato quel popolo, o per lo meno vedute le sue bizze domestiche con una lente d'ingrandimento.
Ma non ci perdiamo in chiacchiere. Se vi piace, siamo all'anno 703 ab urbe condita, sotto i consoli Servio Sulpicio Rufo e Marco Claudio Marcello, egregie persone, di cui non so dirvi altro che il nome. Consoliamoci insieme, pensando che essi importano poco al nostro soggetto.
Tizio Caio Sempronio era un gentil cavaliere, e bello, per giunta, come un dio di fabbrica ellèna. Si diceva che sua madre lo avesse concepito dopo essersi fortemente commossa alla veduta di una statua di Scopa. Aveva i capegli biondi e riccioluti, diritto il naso, breve il labbro superiore, il mento rotondo, l'orecchio piccolissimo; insomma, tutte le bellezze d'Apollo. E quando andava a diporto per la via Lata, o per la Flaminia, con le sue listerelle di porpora (clavus angustus) che scendevano parallele sul davanti della tunica, ed erano il contrassegno del suo ordine, gli facevano l'occhiolino le matrone, dal fondo delle loro lettighe, e gli uomini s'inchinavano, o si recavano la mano al cappello, secondo che andassero a capo scoperto, o portassero il pètaso.
Gli uomini non lo onoravano già per la sua bellezza, s'intende; che anzi avrebbero dovuto invidiarlo e scoccargli un «i in malam crucem» dal profondo dell'anima. Queste delicatezze gli uomini ce le avevano in corpo fin da quell'ora; tanto è vero che la civiltà è antica e i suoi primordii si perdono nella notte caliginosa dei tempi.
Tizio Caio Sempronio era un leggiadro cavaliere, l'ho detto; ma in compenso era anche ricco. Aveva grossi poderi a Tivoli e nell'agro Reatino, donde uscivano i suoi maggiori. Per altro, se il nostro cavaliere potea vantarsi Sabino d'origine, non lo si poteva riconoscer tale alla parsimonia proverbiale di quella gente. Tizio Caio Sempronio spendeva liberalmente tutte le sue entrate, e dell'altro ancora. Però andava per le bocche di tutti, e si faceva a gara per averlo amico. Uomini di vaglia, o giovani promettenti, come Cesare e Catilina, lo avevano in pregio; e perfino quel caro matto di Clodio, prima di far quella morte immatura, che tolse un altro salvatore a Roma e un grand'uomo alla storia, era stato in molta dimestichezza con lui.
Mi affretto a soggiungere che Tizio Caio Sempronio non era uno dei loro in certi disegni politici. A cena, alle terme, sotto i portici, al teatro, sta bene, ma niente più in là. Il nostro bel cavaliere amava la Repubblica tal quale l'avevano lasciata i vecchi, e non sentiva il prepotente bisogno di rimutare le istituzioni. Era, pel suo tempo, quello che oggi si direbbe un conservatore.
L'unica cosa che non avrebbe voluto conservare, erano le ipoteche; noiosissime ipoteche, le quali già incominciavano a fioccare sopra i suoi latifondi. Ma già, il tizzo non risplende senza ardere. Ed era così allegra la fiammata! Ed era così sontuosa la dimora del gentil cavaliere!
Egli abitava sul Viminale, in un bell'edifizio a due piani, donde si godeva una vista incantevole. Il senator Rosa ha avuta la fortuna di trovare le substructiones di questa casa tra i Bagni d'Agrippina e le Terme di Olimpiade, e di riconoscerne il possessore antico, da un sigillo di bronzo, rinvenuto nella cella vinaria. Io posso adunque, dietro la scorta del dotto archeologo, darvi un briciolo di descrizione, ricostruirvi con la fantasia l'abitazione di Tizio Caio Sempronio.
Figuratevi un edificio diviso in due scompartimenti principali: l'atrium, o cavaedium, coi suoi annessi necessarii all'intorno, e il peristilium, con le sue pertinenze; l'uno all'altro riuniti da una stanza intermedia, il tablinum, e da due corridoi (fauces) che gli stavano ai lati. Avete inteso? Debbo immaginarmelo, chè in vero mi tornerebbe difficile di darvene una descrizione più chiara.
E adesso che avete il complesso, il nocciolo della pianta, entriamo pel prothyrum, o vestibolo, androne di entrata dall'uscio di strada, nel cui pavimento a musaico è raffigurato un cane, un cinghiale, od altro animale grazioso e benigno, che dovrà farci buona accoglienza in nome del padrone di casa.
Varcato il vestibolo, si riesce nell'atrio. È uno spazio chiuso, rettangolare, i cui lati sono coperti da una tettoia, la quale ha una larga apertura nel mezzo (compluvium) a cui corrisponde nel pavimento un bacino (impluvium) destinato a ricevere l'acqua piovana dalla soprastante apertura. La tettoia è sorretta da colonne, che formano per tal guisa un chiostro aperto, da ricordare, ma con assai più d'allegrezza per gli occhi, un chiostro di monastero.
Lo vedete quest'atrio? No, non lo vedete ancora. Infatti, come potreste vederlo a tutta prima, se, al tempo di cui parlo, ce n'erano di tre specie?
Primo fra tutti, c'era l'atrio toscano, il più semplice e il più antico, adottato a Roma per imitazione dagli Etruschi. Esso non aveva colonne. A reggere la tettoia che correva lungo le pareti delle stanze laterali, bastavano due lunghe travi, che andavano pel lungo da muro a muro, nelle quali se ne calettavano due altre più corte, in guisa da formare un'apertura quadrata nel centro.
Ma questa forma d'atrio parve ben presto una povera cosa, e s'inventò l'atrio tetràstilo, ossia di quattro colonne, che rispondevano appunto ai quattro angoli dell'apertura.
Da questa novità alla bellezza dell'atrio corinzio non c'è che un passo. L'apertura si allarga, le colonne crescono di numero e di magnificenza. L'arte greca ha vinto; nell'atrio sfolgoreggia la luce; la matrona può stare in casa, filar la sua lana e viver casta (casta vixit, lanam fecit, domum servavit), senza morir d'anemìa.
Fermiamoci ora. Siamo in un atrio della terza maniera. Lungo le pareti delle logge laterali, tra gli usci delle camere, si rizzano sui loro piedistalli le statue dei maggiori, alcuni dei quali sono anche effigiati in cera, entro le loro nicchie, sull'architrave degli usci. Di fronte al vestibolo, dall'altro lato dell'atrio, è il tablino, archivio ad un tempo e sala di ricevimento. Infatti, nei primi tempi lo si adoperava a contenere le tabulae, gli archivi della famiglia; ma servì poi a ricevere i visitatori. Questa camera, che ha la parete di fondo formata da tramezzi di legno, o scene mobili, può diventare in estate un passaggio, come le fauces che le corrono sui lati; un passaggio, vo' dire, dall'atrio al peristilio, che è la seconda divisione della casa. Vedete che magnificenza! Una persona che entri dal vestibolo, può guardare d'un tratto, e senza difficoltà, attraverso l'intiera lunghezza dell'edifizio, atrio, peristilio e giardino.
Prima di uscire dall'atrio, diamo un'occhiata ad alcune altre particolarità. Delle statue e delle immagini degli antenati, vi ho detto quanto basta. In un certo punto della parete c'è il tabernacolo degli dei Lari. Erano questi gli spiriti guardiani, le anime degli estinti, che, giusta la credenza dei Romani, facevano ufficio di protettori, nell'interno della casa. Erano costantemente rappresentati come giovinetti succinti, inghirlandati di alloro, e in atto di tenere in alto sul capo un corno da bere. Sempre davanti a loro stava un'ara di marmo, il focolare, con una cavità sulla cima, per ardervi gli incensi quotidiani.
Un'altra ara, più rilevata e più nobile, era qualche volta nel tablino, davanti a un tabernacolo in cui si adoravano gli dei Penati, o patroni della famiglia, che potevano essere Giove, Giunone, Minerva, Apollo, Nettuno, od altro qualsivoglia degli abitatori dell'Olimpo.
Fatta questa necessaria distinzione tra Lari e Penati, entriamo nel peristilio. È la parte più familiare della casa; un colonnato, come nell'atrio corinzio; quattro corridoi all'intorno, e lungo i corridoi le camere per uso della famiglia. In mezzo al cortile è qualche volta il giardino, con tutti i fiori che piacciono alla matrona, se ama i fiori, o con tutte le piante utili alla cucina, se è una massaia, che bada anzi tutto al risparmio.
Ma qui non ci sono massaie. Tizio Caio Sempronio è scapolo, e non ha da ringraziare per suo conto gli Dei alle calende di Marzo, quando tutta la Roma coniugale celebra la bontà di cuore delle spose Sabine. Lasciamo dunque il giardino co' suoi fiori. Esso darà le rose, di cui i servi di Tizio Caio Sempronio comporranno le ghirlande per gli ospiti, quando si sdraieranno nel triclinio, vasta sala da pranzo, che è per l'appunto lì presso, a poca distanza dalla cucina.
Prima dì finirla con la descrizione della casa, vorrei parlarvi dal piano di sopra, diviso in piccole camere, anch'esse per uso d'abitazione. Non v'induca in errore il loro, nome di coenacula. Non ci si pranza più, fin dai tempi di Varrone, ed è rimasto un nome generico per le camere del piano superiore, ove dormono i servi e i ragazzi, come nelle camere a tetto di tante case signorili del tempo nostro.
In casa del mio amico Tizio Caio Sempronio si dorme poco. C'è sempre corte bandita; colazione al mattino, o jentaculum; merenda, o pranzo, alle tre del pomeriggio, coi nomi latini di prandium e di merenda (veramente il pranzo è pei ricchi, e la merenda pei lavoratori, forse perchè bisognava guadagnarsela); cena finalmente alla sera. Tutti questi nomi si sono rimutati nell'uso moderno, e il pranzo ha preso il posto della cena. Già, lo ha detto Vittor Ugo, ceci tuera cela. Ma io conosco ancora molti impenitenti pagani, che fanno merenda in casa, quando la famiglia prende il suo pasto più forte, e cenano, poi, quantunque all'osteria, molto più tardi, e in compagnia di allegri commensali.
Le cene di Tizio Caio Sempronio avevano fama in città, come quelle di Lucio Licinio Lucullo. Figuratevi se gli mancavano i convitati, con la magnificenza gastronomica di cui facea pompa il suo cuoco, e la presenza delle più belle e colte fanciulle dell'Attica, o delle rive della Jonia. A quei tempi era di moda il greco, siccome ai dì nostri il francese.
Oggi, sia lodato Iddio, il greco non si conosce più, neanche dai professori. La moglie d'un grecista famoso raccontava un giorno di non aver concessa la sua mano a quel degnissimo uomo, se non dopo la testimonianza di due oneste persone, le quali giurarono che egli insegnava bensì il greco, ma che non lo sapeva altrimenti.
CAPITOLO II. Il triclinio.
Siamo alle calende d'Aprile. Il mese è sacro a Venere, e in questo giorno le donne romane vanno a lavarsi nei templi, o nei sacrari domestici, inghirlandate di fiori e di mirto. La ragione ve la dice Ovidio, nei Fasti. La dea madre d'Amore, uscita appena dall'onde, stava ritta sulla spiaggia asciugandosi i capegli al sole, allorquando s'avvide di essere adocchiata da uno stuolo di Satiri. E qui, o fosse perchè quei così le parevano indegni di contemplarla, o perchè ella non si era anche avvezza a simili adorazioni, Afrodite nascose prontamente le sue bellezze con un cespo di mortella, fatto nascere lì per lì sulla riva.
Altre cerimonie si facevano in quel giorno, e tutte avevano l'acqua per ingrediente necessario. Verbigrazia, le fanciulle da marito andavano a lavarsi nel tempio della Fortuna virile, per cancellare ogni imperfezione dal corpo. Ma perchè tra le imperfezioni ci dovevano essere quelle che nessuna acqua varrebbe a spianare, io suppongo che il miracolo della Dea dovesse consistere piuttosto nell'acciecare gli uomini per modo, che non si avvedessero più di una spalla fuori posto, d'una pupilla sviata, o d'altro sconcio simigliante. Accadeva che la gobba, la sciancata, o la cisposa, trovasse marito? La Fortuna virile aveva fatta la grazia.
Tizio Caio Sempronio non aveva nessuna di queste cerimonie da compiere, e nemmeno voleva sacrificare, come in quel giorno era l'uso, a Venere Verticordia, perchè facesse il miracolo di svolgere i cuori dagli illeciti affetti. Il giovinotto festeggiava alle calende d'Aprile il suo giorno natale. Era segnato tra i nefasti, nel calendario; ma che farci? Non si nasce mica quando si vuole. Ora, il miglior modo di passar l'uggia dei giorni nefasti, anche nella Roma antica, era quello di stare allegri quanto più si potesse.
E quanto a ciò, non dubitate, il nostro cavaliere aveva disposte le cose per bene. La sua casa accoglieva quel giorno un giusto numero di amici. Erano i quattro più cari e le quattro più belle; otto insomma, e lui nove; non di più, perchè dovevano mettersi a tavola.
Era un precetto antico che il numero dei commensali dovesse incominciare da quel delle Grazie, che erano tre, e non andare oltre quel delle Muse, che erano nove. In meno di tre, il banchetto riusciva malinconico; in più di nove turbolento.
Quattro cose, poi, si reputavano necessarie ad un convito: belli i convitati, scelto il luogo, acconcio il tempo e non negletto l'apparecchio. I commensali, inoltre, non dovevano essere troppo loquaci, nè muti. Ai primi si conveniva il foro, ai secondi il letto. Quanto ai discorsi, non dovevano toccare argomenti difficili, nè gravi, bensì giocondi, che derivassero l'utilità dal diletto, e recassero qualche conforto allo spirito. Così la pensavano i nostri vecchi Romani, che non volevano a mensa le noie del tribunale, del senato, dei comizi, o del banco.
Dopo tutto, come si sarebbe potuto parlare di queste cose punto piacevoli, alla mensa di Tizio Caio Sempronio, dove c'erano Lalage, Delia, Febe e Glicera? Lalage, una bellissima bruna, che, parlasse o ridesse, metteva in mostra due file di denti così leggiadri, da chiuder la bocca ad un esercito di causidici? Delia, una bionda, severa all'aspetto, come una statua di Fidia, ma con un paio di occhi, donde uscivano bagliori che vi rimescolavano il sangue nelle vene? Febe, bianca e soave come la Dea della notte? Glicera, dolce come il suo nome e piena lo sguardo di più dolci promesse?
La sala del triclinio era spaziosa e ornata con greca magnificenza. Dorato il lacunare, i cui cassettoni apparivano colmi da canestri di fiori, in atto di spandersi sui convitati. Le pareti erano maestrevolmente dipinte, con quadrature, prospettive e lontananze, che illudevano gli occhi e facevano parere il luogo più vasto. In quella di mezzo si ammirava un affresco, rappresentante Amore e Psiche, mezzo sdraiati davanti ad una mensa sontuosamente imbandita. Certo, da quell'affresco doveva Apuleio aver cavato più tardi il soggetto del famoso episodio della sua favola milesia. Tizio Caio Sempronio chiamava quel dipinto: «Amore a tavola» e lo celebrava il primo tra tutti gli amori. Se avesse ragione non so, e non ho tempo a cercare.
Figuratevi che ci ho ancora un mondo di cose da dirvi. Tutto intorno si vedevano arredi d'altissimo pregio; candelabri di bronzo, che imitavano lo stelo d'una pianta, e recavano in cima un dischetto, su cui era posata la lucerna; tripodi, su cui si ardeva l'incenso, od altro aroma di effluvio più grato alle nari; mense vasarie, su cui posavano boccali, brocche, anfore ed altri utensili necessarii al convito; da ultimo il repositorio, o portavivande, vistoso mobile di legno, incrostato di tartaruga e arricchito di fregi d'argento, scompartito in varii palchetti, l'uno sull'altro, destinati a sostenere i vassoi con le loro diverse portate.
La mensa era nel mezzo, tutta in legno di cedro, levigata e rilucente, macchiata qua e là come una pelle di pantera, quadrata di forma, per adattarsi ai tre letti che le correvano intorno.
I letti, sicuro; e appunto per questo la sala si chiamava triclinio, dai tre letti su cui si adagiavano i commensali, appoggiati sul gomito sinistro. Ogni letto aveva tre posti, coi loro cuscini e guanciali di piume, ed ogni posto aveva il suo nome, il sommo, l'inferiore e l'imo. La stessa denominazione serviva pei letti, da destra a sinistra del riguardante, salvo che il letto di mezzo non si chiamava inferiore, ma il medio. Di qui le divisioni gerarchiche dei posti, summus, inferior, imus, in summo, oppure summus, inferior, imus, in medio, e finalmente summus, inferior, imus, in imo. Quest'ultimo era proprio l'ultimo posto della mensa. Ma il primo non era mica il summus in medio, come porterebbe la nomenclatura accennata, bensì l'imus in medio, perchè il convitato più ragguardevole, stando nel letto di mezzo, che era il più nobile, restasse anche vicino al padrone di casa, che era sempre il summus in imo.
Lettori, se io riesco oscuro, non è mia colpa. Vorrei invitarvi romanamente a cena, e chiarirvi meglio il negozio. Accettate la buona intenzione, vi prego.
Tutto era all'ordine; i lumi accesi in giro sui candelabri e nella lampada di bronzo dorato, che pendeva dal lacunare. Il lettisterniatore aveva sprimacciato i letti a dovere e i commensali prendevano il luogo assegnato dal nomenclatore a ciascheduno di loro.
Ottima usanza era questa, e mi sia lecito di aggiungere, a mo' di parentesi, che potrebbe svecchiarsi utilmente ai dì nostri, per risparmiare ai convitati la molestia di andar su e giù intorno alla mensa, cercando i loro nomi sulle cartoline ospitali, ed anche per dare ad ognuno la consolazione di conoscere i suoi compagni di tavola; cosa difficile oltremodo, con l'uso moderno, e dove i convitati sian molti.
Gli uomini si erano sdraiati a mezzo sui letti; le donne stavano sedute. Così portava la costumanza romana; ma niente impediva che, ad una cert'ora del banchetto, il capo di Delia o di Lalage si arrovesciasse a destra o a manca, secondo il capriccio, e le rose della ghirlanda convivale si sfogliassero sulla sintesi del vicino.
La sintesi, ho detto. E non crediate trattarsi qui di uno dei due procedimenti filosofici per cui la mente umana svolge e perfeziona le sue cognizioni. Si tratta della combinazione di una tunica discinta con maniche corte, e di un pallio che ricopriva la metà inferiore del corpo ai convitati. Questa combinazione si chiamava con greco vocabolo, la sintesi, od altrimenti la veste cenatoria.
Notate che si prendeva il cibo più o meno delicatamente con le dita, e che la salsa poteva assai facilmente cadere sulla tunica. Donde la necessità d'indossare una veste ad hoc, la quale era fornita dall'ospite. Il convitato non recava di suo che il tovagliolo, nel quale, a cena finita, riponeva confetti, frutte, ed altri rilievi della mensa, che era permesso a tutti di portar via, come si usa anche adesso, nei pasti villerecci, dai convitati indiscreti.
Oltre la sintesi, fatta per cansar le frittelle sugli abiti, i commensali avevano dall'ospite il nardo ed il cinnamomo per ungersi i capegli, e la corona di rose, che, premendo sulle tempie, non permetteva ai fumi del vino (almeno, così credevasi allora) di salire al cervello.
Così disposte le cose, un ragazzo portò sulla mensa il bossolo dei dadi, e si lasciò decidere dalla sorte a cui spettasse il titolo di re del vino.
Il punto di Venere, che era il migliore, poichè in esso i tre dadi cadevano mostrando sulle facce superiori tre numeri diversi, toccò ad una donna, alla vispa Lalage dalle labbra di corallo e dai denti di avorio.
Un applauso universale salutò la regina.
— Non è questo il giorno d'Afrodite? — gridò Lucio Postumio Floro, a cui Lalage piaceva maledettamente. — E non è giusto che Venere favorisca la sua bella figliuola? —
Il sorriso, l'ho detto, stava di casa sulla bocca di Lalage. Ma quella volta esso apparve più soave dell'usato, e Postumio Floro n'ebbe al cuore una dolcezza infinita.
In quel mentre si udirono liete armonie. I sinfonisti entrarono nel triclinio, quale suonando la cetra, quale il flauto, in accompagnamento ad un coro di giovinetti, che cantavano le lodi del padrone, composte in metro saffico da Publio Cinzio Numeriano, il poeta.
— Belli i versi ed il canto! — disse Tizio Caio Sempronio, facendosi rosso dal piacere. — Abbia l'amico Numeriano tutto quello che gli gioverà domandarmi. E voi, — soggiunse, rivolto ai servi sinfonisti, — che avete cantato e accompagnato un carme degno di Apolline, siate da quest'oggi liberti. —
I sinfonisti si profusero in rendimenti di grazie. Numeriano, che era sdraiato all'ultimo posto, si senti più felice in quel momento, che se gli avessero dato il posto consolare, occupato pur dianzi da Lalage, la regina del banchetto.
— Ave, Sempronio! — diss'egli, — Tu sei veramente il primo dei Celeri. —
Avverto il lettore che Celeri dicevansi da principio i cavalieri, dal loro primo capitano Fabio Celere. E Numeriano, ricordando le antiche denominazioni, avrebbe potuto dire eziandio il primo dei Ramnensi, dei Taziensi, e dei Luceri, perchè appunto in tre centurie erano stati divisi i primi cavalieri da Romolo, e ascritti alle tribù di tal nome.
Incominciò, come a Dio piacque, il banchetto. Il Dio era Mercurio, a cui toccava la prima e la miglior parte del primo piatto di carne. Se poi la mangiasse, non so; forse ne faceva un presente al guardiano del santuario.
Mentre i sinfonisti cantavano e suonavano, un servo accorto, lo structor, aveva disposti sui vassoi del repositorio i piatti della prima portata, a mano a mano che giungevano dalla cucina. E appena finito il carme, altri due servi avevano sollevato il portavivande dalla credenza, collocandolo in mostra sulla tavola. C'era là dentro la gustatio, o l'antecœna, come a dire l'antipasto, o i principii; tutta roba da gustarsi per aguzzar l'appetito.
Di solito non mancavano nell'antipasto le uova sode, acconciate con salse; donde il proverbio romano «ciarlar dalle uova fino alle mele;» ossia dai principii alle frutte. Ma il lusso incominciava a volere che le uova fossero di pavone, le quali costavano un occhio, come potete argomentar di leggieri.
Il cuoco di Tizio Caio Sempronio aveva dunque seguita la moda, e mandava in tavola le uova di pavone; ma perchè la materia fosse vinta dall'arte, quelle uova giungevano in un vassoio foggiato a nido, su cui era una pavona di legno, con le ali spiegate, in atto di covare. S'intende che, non essendo la femmina del pavone così bella a vedersi come il maschio, lo scultore pittore aveva dato alla covatrice il collo azzurro, le penne lionate e il ventaglio dagli occhi d'oro, del suo vanaglorioso compagno.
Dispensate le debite lodi a quella ghiotta novità, e mostrato di saperla gustare, i convitati dovevano bere. Ma a questo provvedevano i coppieri. Già il credenziere era venuto innanzi con una grossa anfora, su cui era scritto a lettere allungate: Opimianum.
Il nomenclatore si era avanzato a sua volta ed aveva gridato, commentando la scritta:
— Falerno del consolato di Opimio! —
Lucio Opimio Nepote era stato console con Fabio Massimo nell'anno 632 di Roma. Quel vino avea dunque settant'anni. Ma non era quello il solo suo pregio. Nell'anno 632 ab Urbe condita, essendo console Opimio, la stagione fu così asciutta, che ogni sorta di frutti rimase squisitissima; il vino principalmente riuscì egregio, e tanta fu la sua fama, che con l'andar del tempo usavasi dire Opimiano ogni vino vecchio che servivasi alla mensa dei grandi.
— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei Numi? — chiese Postumio Floro. — Dillo, o regina dalle labbra di rosa.
— Nel sestante, per ora; — sentenziò la regina. — Del resto, il Falerno Opimiano non è vino da deunce.
— Da triente, almeno! — osservò Marco Giunio Ventidio, volgendo a quell'anfora uno sguardo divoto.
— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose la regina.
— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio Sulpicio, quando il console si reca al tribunale; — replicò Giunio Ventidio.
«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile dei littori, quando avevano a sgomberare le vie dalla calca del popolo, per dare il passo libero ai magistrati. Si vobis videtur, discedite Quirites.
Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri, lasciando stare le arcaiche corna di bufalo, usate a tal uopo dai primi Romani, e i fregi di metallo prezioso onde furono ornate in processo di tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi d'oro, d'argento o di stagno, secondo le condizioni di fortuna, e si chiamarono, dalla misura di liquido che potevano contenere, sestanti, trienti e deunci. Del sestante, che conteneva appena due once, si servivano le persone sobrie. Augusto beveva sempre al sestante e non più di sei volte durante il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente, che era perciò ritenuto un bicchiere di moderata grandezza, pei bevitori ragionevoli; e ciò per contrapposto al deunce, o bicchiere da undici oncie, che era il calice prediletto dei beoni.
— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore dei primi, dopo aver fatta scoppiettare due volte la lingua contro il palato.
— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio Floro.
— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con un galante accenno alla sua vicina. — Febe val Ebe, ed anzi qualche cosa di più.
— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se avrai da bere alle lettere! —
La celia destò il buon umore di tutta la brigata. Dicevasi bere alle lettere, quando, in onore di una donna, si bevevano l'uno sull'altro tanti bicchieri quante erano le lettere di cui si componeva il suo nome.
Ricordano gli eruditi che Marziale propinava all'arrivo di Lidia con cinque bicchieri; di Lica con quattro, di Ida con tre; e poichè nessuna di queste belle si mostrava, il povero poeta solitario chiedeva consolazioni a Morfeo. È da credere che, con tante libazioni, il dio dei papaveri non si facesse aspettare; tanto più che il buon Marziale aveva già bevuto prima per altre donne di molte lettere, come, ad esempio, Giustina.
Gli amici di Tizio Caio Sempronio ridevano, centellando il Falerno del consolato d'Opimio; e frattanto i servi, tolti dalla mensa i rilievi dell'antipasto, si facevano innanzi col primo servito, o caput coenae, come dicevasi allora.
Il repositorio era diventato una vera selva di piatti, il cui pregio appariva vinto da quella artistica confusione con cui erano disposti. Immaginate una ventina di vassoi d'argento, che recavano torte, focacce, gamberi, anitre, ariguste, quarti di maiale, triglie, fichi d'Africa, lepri, fegatelli, e via discorrendo. Non vi parlo delle varie salse in cui era cucinata tutta quella grazia di Dio, perchè vi confonderei la testa e fors'anco vi guasterei lo stomaco delicato, con que' miscugli di pepe e miele, di cumino e di silfio, che formavano gl'intingoli dei padroni del mondo.
Levati ad uno ad uno i vassoi dal portavivande, lo scalco fu pronto a trinciare in giuste parti ogni cosa. Non si usava allora di lasciar niente nel piatto di mezzo. Ad ognuno dei commensali toccava la sua porzione, ed egli poteva mangiarla, o riporla, o rimandarla, come più gli piacesse. Per tal modo, non c'era a temere d'indiscreti, che, verbigrazia, si servissero di tutto il migliore del pesce, lasciando la testa e le spine all'ultimo del giro. E nemmeno si avevano a patire i danni della propria discrezione, o modestia. La rapacità degli uni e la timidezza degli altri avevano un solo correttore, lo scalco.
CAPITOLO III. Donne, vino e canzoni.
Mentre tutte quelle pietanze si distruggevano allegramente, e perchè la cena non apparisse un pasto di affamati volgari, la regina comandò che qualcheduno dei commensali proponesse una quistione gradevole.
Vibenna domandò qual fosse miglior vino tra il Cecubo e il Massico; ma Giunio Ventidio sciolse prontamente la quistione, dicendo che erano ottimi ambedue, e che il superlativo, anche a detta dei grammatici, non ammetteva comparativi.
Postumio Floro avrebbe voluto che si disputasse intorno all'anima dei creditori, ma Lalage dichiarò che non avrebbe patito di tali discorsi a tavola, e condannò Postumio a non guardarla più fino alla seconda mensa, cioè fino alle frutte.
Il poveretto gridò che lo si voleva morto. Tizio Caio Sempronio intercesse per lui e gli ottenne la grazia della diva, a patto che trovasse il modo di dire una cosa gentile a tutte, senza scontentarne veruna.
— Non son poeta; — rispose Postumio; — e qui meglio di me varrebbe Numeriano. Ma poichè lo volete, vi dirò che amo una donna sola, perchè.... non ho quattro cuori. —
Le donne, così chiaramente indicate dal numero dei cuori che si augurava Postumio, dovevano sentenziare. Ma Lalage taceva, per non aver aria di sapere chi fosse quell'una. Febe guardava Numeriano, che era dall'altra parte della mensa e non si accorgeva di essere guardato da lei. Glicera si stringeva amorosamente al fianco di Caio Sempronio, e non badava troppo alla conversazione.
Delia parlò, Delia la bionda, severa all'aspetto, come una statua di Fidia.
Secondo lei, la donna amata da Postumio Floro doveva esser poco lusingata dalla sua dichiarazione.
— E se Giove ti avesse dato quattro cuori.... — diss'ella al suo vicino di destra, — che cosa avverrebbe?
— Mia bella severa, — rispose Postumio, — non ardisco prevederlo. Ma certo, qualunque cosa avvenisse, l'avrebbe voluto lui, ed io non ci avrei ombra di colpa. —
Intanto i coppieri andavano attorno con le anfore, mescendo il vino nei vuoti sestanti.
E il cuoco venne egli in persona, per curare l'arrivo della terza portata. Il vassoio quella volta era smisurato e ci volevano due uomini per sorreggerlo.
Un grido di ammirazione ruppe dalle labbra di tutti i convitati. Il cuoco sorrise, come sanno sorridere i cuochi, quando ci hanno ancora dell'altro, con cui sbalordire i commensali del padrone.
E non aveva torto, perdinci, il degno scolare di Apicio. Figuratevi che aveva cotto un cinghiale intiero, coperto ancora (dico ancora, ma certo si trattava di una giunta artificiale) della sua pelle setolosa. E perchè niente mancasse a dargli l'aspetto del vero, la degna bestia si vedeva sdraiata, come in atto di voltarsi, in un certo intriso, che voleva raffigurare un pantano, ed era la salsa più appetitosa del mondo.
— Come? — dimandò Vibenna, rinvenuto allora dal primo stupore. — Non è stato neanche sventrato?
— Qui ti volevo! — disse il cuoco tra sè.
Indi, ad alta voce proseguì:
— Perdona, illustre Vibenna; quello che non è stato fatto può farsi ancora. —
E levato il coltello dalle mani dello scalco, lo piantò arditamente nel petto del cinghiale, traendo la lama a sè, per quanto lungo era il ventre.
Allungarono tutti il collo e stettero cogli occhi tesi per vederne balzar fuori le interiora, ma non senza sospetto di qualche piacevole novità. Difatti, il cuoco appariva sicuro del fatto suo. O faceva troppo a fidanza con l'umore del padrone, o ci aveva il segreto in corpo, e quell'abile colpo di coltello doveva metterlo fuori.
Una risata omerica salutò la conseguenza dell'operazione. E qui l'epiteto di omerica vien proprio a taglio, perchè il cavallo di legno, divino lavoro di Pallade, non gittò tanti armati nelle mura di Troia, quante il cinghiale sventrato diè fuori salsiccie, olive, sanguinacci, tordi, ed altre ghiottornie, debitamente rosolate, che promettevano una festa di sapori al palato.
Tosto gli schiavi si avvicinarono e lavorarono coi loro cucchiai a raccogliere tutta quella sugosa grandinata e a collocarla in giuste parti nei piatti dei convitati, mentre lo scalco, riprendendo il coltello dalle mani del cuoco, faceva destramente a pezzi il cinghiale, per darne uno spicchio a ciascuno.
— Gli Dei ti proteggano, o Caio; — disse Vibenna, ammirato. — Tu possiedi la fenice dei cuochi.
— A Sibari gli avrebbero eretta una statua; — aggiunse Ventidio. — Noi dovremmo decretargli il trionfo.
— Per carità, non me lo guastate. Io l'ho già manomesso; — rispose Tizio Caio Sempronio. — Che altro potrei fare per lui? Mi mette al fuoco dugentomila sesterzi all'anno; è questo il tributo che io pago alla sua maestria.
— Vivi cent'anni, o Caio, — gridò il cuoco inchinandosi, — e conservami la tua benevolenza.
— Coi dugentomila sesterzi; — aggiunse mentalmente Postumio Floro. — Vedete un po' il mio amico Caio, come spende allegramente il suo! Se gli domandassi oggi i quarantamila che mi occorrono, per chetare quel Cerbero di Cepione! —
Il dispensiere si era fatto innanzi col Massico, altro vino che non la cedeva al Falerno, nè al Cecubo. E la regina del convito appagò il desiderio di Marco Giunio Ventidio, facendo dare in tavola i trienti.
— Oh bene! — gridò Ventidio. — Beviamo dunque e celebriamo queste spume generose col verso.
— Col verso! Tu?
— Io, sì, io. Che vi credete? Che alle mie ore non sia poeta anche un Giunio Ventidio? Sentite qua:
Ben venga, amici, il Massico,
E cresca la misura,
Mentre gli affanni e i triboli
La sorte rea matura.
Quando si muoia e dove
Si vada, è in grembo a Giove.
Ci pensi dunque il Dio,
O se ne scordi pur, come fo io;
Mentre bevo al tuo nome,
Febe divina dalle bionde chiome.
Versa, coppiere, il liquido
Rubino profumato.
Vedi? Alla prima lettera
Bevo, e in un sorso è andato.
Per la seconda, ratto
Versa, ed io bevo.... È fatto.
La terza ancor ti chiedo,
E per la quarta ad implorarti io riedo.
Perchè sì breve ha il nome
Febe divina dalle bionde chiome?
— Ma bene! Egregiamente! — gridò Caio Sempronio. — Tu rubi l'arte a Numeriano.
— E mira anche a rubargli dell'altro: — soggiunse Vibenna.
— Dell'altro? Che cosa?
— Il cuore della mia vicina e sua, che va troppo spesso con gli occhi verso il nostro poeta. —
Febe si fece rossa in volto come una fragola. Anche Numeriano arrossì, ma non per la stessa ragione di lei. Il giovine poeta pensava a tutt'altro, e dovette credere che l'amico Vibenna si prendesse giuoco di lui e di Febe.
— Difenda Numeriano la sua conquista! — disse la regina, a cui piacevano i versi. — Egli è il prediletto delle Muse.
— Sì, canti Numeriano.
— Sentiamolo; — disse Ventidio. — Ma badi, io gli contenderò la palma fino all'ultimo.... bicchiere!
Numeriano, colto così alla sprovveduta, non sapeva che pesci pigliare.
— Ma io non ho ancora detto di voler combattere; — diss'egli timidamente.
E il suo sguardo andava frattanto più oltre, verso la spalliera del letto di mezzo, donde si sentiva venire incontro come un'aria di temporale. La dea c'era; perchè non ci sarebbe stata la nuvola?
— O Numeriano, che vuol dir ciò? — chiese Vibenna. — Ti spaventa il competitore? E non t'incuora nemmeno la speranza del premio?
— Amici, — rispose Numeriano, — perdonate al pusillanime che vi confessa la sua codardia. Mi dò per vinto.
— Senza scendere in campo?
— Senza scendere in campo; e griderò volentieri un evviva a Marco Giunio Ventidio. —
La più parte dei commensali erano per menar buona a Numeriano la sua ritirata. Ma c'era la dea nella nuvola, e non poteva mancare la folgore. Intonuit laevum.
— Come? Non bastano ad inspirarti gli sguardi soavi di Febe? — chiese con ironico accento la bella e severa Delia, che aveva notato le occhiate della sua bionda compagna a Numeriano, anche prima dell'osservazione maliziosa di Elio Vibenna. — Così poco potere ha la donna sul prediletto delle Muse?
— Anche tu! — esclamò Numeriano, ferito da quel sarcasmo, che non credeva di aver meritato. — Anche tu! Ah, per Apolline, io sono calunniato. E non son donne le Muse? — Ed io potrei macchiarmi di così nera ingratitudine, dimenticando che la donna è la regina dei cuori, come lo è oggi del nostro convito? —
Il lusinghiero accenno propiziò a Numeriano il cuore di Lalage.
— Bene! — diss'ella. — Cantaci dunque il regno della donna.
— Lo canterò, — rispose Numeriano, dopo un istante di pausa, in cui parve misurare le sue forze, — lo canterò, a confusione di chi non intende il mio cuore. —
E chiesta l'ispirazione al biondo Iddio, Numeriano incominciò:
Forma soave e splendida,
Anco ai celesti piaci,
Leda, Latona, o Danae,
Hai del Tonante i baci.
Nè t'amerà il poeta
Che anela al sacro monte?
Amor di carmi è fonte;
Fonte d'amor sei tu.
Per te il solingo genio
Beato od infelice.
Te chiede inspiratrice,
Più desiata meta
Quanto superba più.
Qual, de' mortali a strazio,
Chiuse nel cor più gelo,
Di lei che al Dio de' numeri
Nacque sorella in Delo?
Delle bellezze avare
Seppe Atteon lo sdegno,
Che, fatto a' veltri segno,
Indarno supplicò.
Ma Endimione inconscia
Fe' d'Atteon vendetta,
E là del Latmo in vetta
La nube tutelare
I divi amor celò.
Cinzia, Diana, o Delia,
Qual più nomarti hai caro,
Del cacciatore improvvido
Mi serbi il fato amaro?
O me, già fuor di spene,
Ora più lieta attende?
De' tuoi rigor l'emende
Lice sperare a me?
Non l'osa ormai l'assiduo
Dolore ai danni esperto;
E nulla chiedo e il serto
Rapito all'Ippocrene,
Bella, consacro a te.
Solo retaggio ed umile,
È pure il mio tesoro.
Poeta tuo, dimentico
Ogni più verde alloro.
Te salutar regina
È più sicuro orgoglio
Che i fasci in Campidoglio
Ed il trionfo ambir.
Ciò basti a cui s'inchinano
I vinti Medi e i Parti;
A me sol giovi amarti,
E a' piedi tuoi, divina,
Procombere e servir.
— Bene! per gli Dei immortali! — gridò Tizio Caio Sempronio, profondamente commosso. — Diana o Delia che sia, questa donna è adorata in forma solenne!
— Senti, Delia; — disse la regina del convito. — Tu sei debitrice d'un bacio a Numeriano. O in premio ai suoi versi leggiadri, o in penitenza di un falso giudizio, a tua scelta.
— Di che mi punite? — domandò la bella sdegnosa. — Di aver costretto il poeta a cantare? Lodatemi, invece, perchè l'ode è riuscita degna di Valerio Catullo.
— Questo paragone vai forse un bacio; — entrò a dire Ventidio.
— Non per me; — rispose prontamente Numeriano. — Del resto, io l'accetto come uno scherzo di quelle labbra, che fanno parer bello il sarcasmo. Valerio Catullo è un gran poeta, ed io sono uno scolaretto. —
Quella di Numeriano era onestà, rara anche allora per un alunno delle Muse. Ma pensate, o lettori, che Numeriano era giovane, e non aveva anche imparato a lasciar correre tutti i giudizii che potessero nuocere ai suoi fratelli in Apolline e far comodo a lui.
Intanto che gl'innamorati si bisticciano (poichè, già lo avrete capito, Numeriano è invaghito di Delia ed ella lo sa da un bel pezzo), non dimentichiamo le ultime fasi della cena.
I servi avevano portato via la mensa ed erano andati attorno coi catini d'argento e cogli asciugamani, perchè i convitati ripulissero le forchette, date a loro dalla madre natura, e tali perciò da non potersi portar via sudicie, per rigovernarle in cucina.
Ciò fatto, a suon di cetre e di flauti, venne in mezzo al triclinio la seconda mensa, bella a vedersi per la sua lastra di legno prezioso intarsiato d'avorio e di tartaruga, con fregi d'argento, che ricorrevano eziandio sul piede, riccamente intagliato.
Sulla seconda mensa erano già imbanditi i confetti, i dolciumi, le torte di cotognato ed ogni generazione di frutte serbevoli. Non mancavano tuttavia le frutte fresche, quantunque si fosse alle calende di aprile. L'Africa e la Sicilia erano gli orti suburbani di Roma. E qual è lo scolare di umanità che non ricorda i fichi d'Africa, portati dal fiero Catone in Senato, come il più fresco degli argomenti a conforto del suo eterno: Delenda Carthago?
Intanto si seguitava a bere. Le anfore si succedevano e non si rassomigliavano; e i discorsi neppure; anzi, questi assai meno delle anfore. Parlavano tutti, e bevevano a lor posta, senza aspettare i comandi della regina. La quale, del resto, non avrebbe saputo più darne, incalzata com'era dalle fervide orazioni di Postumio Floro, che affogava nelle proteste d'amore il ricordo dei quarantamila sesterzi di cui era debitore all'usuraio Cepione.
Tra Ventidio, che criticava ad alta voce tutti i poeti del tempo, e Vibenna che incominciava ad annaspare, come uomo che caschi dal sonno, Febe taceva, pensando a Numeriano, che mostrava di non pregiare i suoi vezzi e di non intendere le sue languide occhiate. Glicera, dolce come il suo nome, aiutava Caio Sempronio a ravviare la conversazione, che procedeva a sbalzi, ad urti, a sbrendoli, come era naturale in quell'ora. Delia, più padrona di sè che non fossero gli altri, si schermiva destramente in quella guerra di parole, prodiga d'arguzie e sorrisi a tutti, fuorchè al suo poeta, al povero Numeriano, che non sapeva distogliere lo sguardo da lei.
La cena finiva, come tutte le cene dei nostri vecchi Romani, in una gran confusione. Qualcheduno dei commensali aveva già provato ad alzarsi, o perchè avesse il braccio indolenzito, o perchè volesse sperimentare le sue gambe. E alle lacune avevano tenuto dietro i cangiamenti di posto. Ventidio, sfortunato con Febe, era andato a chiacchierare più da vicino col padrone di casa, e Numeriano si era trovato, senza avvedersene, all'altro capo del triclinio, col gomito timidamente appoggiato sulla spalliera del letto di mezzo, accanto al guanciale di Delia.
— Poeta, — gli diceva la bella sdegnosa, rispondendo ad un inno in prosa che egli le aveva bisbigliato all'orecchio, — tu piaci alle Muse, ma io ti consiglio di ottenere anche i sorrisi di Pluto. —
A quella frecciata che lo coglieva in pieno, il povero Numeriano impallidì.
— Hai ragione; — diss'egli poscia. — Ma è colpa mia se non son ricco? E mi accuserai tu, — soggiunse, prevedendo ciò ch'ella avrebbe potuto rispondergli, — se i miei occhi ti trovano bellissima tra le belle e il mio cuore sente il bisogno di dirtelo? Si può amarti, o Delia, anche senza aver le ricchezze.... o i debiti di Giulio Cesare.
— Ed io non chiedo tanto; — replicò sorridendo la greca. — I miei gusti sono più modesti che tu non creda. Abborro questo sfarzo dei tuoi concittadini, questo lusso mostruoso che rasenta la follia. Ero nata per vivere come una giovine e mite sacerdotessa, nel tempio d'una Dea....
— Che tu avresti fatta morire d'invidia; — interruppe Numeriano.
— Se una Dea potesse morire; — notò Delia, che le lusinghiere parole del giovane avevano rabbonita. — Ma infine, anche a voler fare la vita dei pastori di Teocrito, ci vuol sempre il bosco, l'orto e la casa. Non hai pensato a questo, o poeta?
— È vero: — disse Numeriano, chinando la fronte. — Ma se tu mi lasci sperare, l'idillio avrà la sua scena e la colomba il suo nido. —
CAPITOLO IV. L'amico si conosce alla prova.
Numeriano prometteva nel modo usato da certi animi deboli, che buttano le parole innanzi, per aggrapparvisi poi, e per trovare nell'obbligo di fare una data cosa lo stimolo sufficiente alla loro irresolutezza.
Non operò diverso quel capitano, di cui non rammento più il nome, che gittò il fodero della spada nelle file nemiche, per procacciare a sè stesso e ai suoi soldati la necessità di andarlo a raccogliere.
Ora il nostro Publio Cinzio Numeriano aveva promesso, con tutto il desiderio, ma senza la certezza dell'attendere. Una speranza lo sosteneva; quella di avere il consiglio e l'aiuto (anzi, più l'aiuto che il consiglio) di Tizio Caio Sempronio.
Certo, se qualcheduno poteva dare una mano in quel frangente al nostro innamorato, quegli era Tizio Caio, che passava per uno dei più facoltosi cavalieri di Roma e che amava molto il poeta Numeriano. Forse, gli esempi di ciò che sperava, mancavano tuttavia. Mecenate era fanciullo, nè ancora aveva regalato ad Orazio Flacco un podere nella Sabina, nè fatto restituire a Virgilio Marone il suo campo avito sul Mantovano. Ma il patronato letterario era già negli usi romani, fin dai tempi di Scipione Africano e di Lelio. L'amico di Numeriano era ricco e di buon cuore; poc'anzi aveva detto parole, che a Numeriano erano tornate più dolci del miele; non c'era altri che lui per intenderlo, altri che lui per soccorrerlo.
Caldo di quel disegno che gli era balenato alla mente, Numeriano cercò degli occhi il padrone di casa. Tizio Caio Sempronio non era più nel triclinio; ma, dalla cortina rialzata, si poteva vederlo poco lunge, appoggiato da una colonna del peristilio.
— Andiamo; — disse Numeriano tra sè. — L'occasione è propizia, e questa è forse una ispirazione di Venere. Tizio Caio, tu sarai la tavola di salvezza di quest'altro Simonide. —
Così pensando, uscì dal triclinio, per accostarsi al suo protettore. Ma, giunto appena sul limitare, vide ciò che il lembo della cortina non gli aveva consentito a tutta prima di scorgere. Tizio Caio Sempronio dava udienza a Postumio Floro, e il colloquio, proseguito sotto voce, appariva molto confidenziale.
Numeriano, prudentissimo giovane, tornò frettolosamente indietro, per aspettare a muoversi da capo, quando vedesse rientrare Postumio.
— Sì, — diceva intanto quest'ultimo a Tizio Caio Sempronio, — mi trovo ad un brutto passo. L'usuraio Cepione non mi dà requie. Sono citato davanti al pretore per le none di questo mese e farò una trista figura. Tutto per quarantamila sesterzi... una miseria; non pare anche a te?
— Sicuro, — rispose Caio Sempronio; — una vera miseria! —
Lettori, date anche voi ragione a Postumio. Infatti, che cos'era il sesterzio? Potreste insegnarlo a me; una moneta del valore di due assi e mezzo, la quarta parte d'un denaro d'argento, e corrispondeva a ventiquattro centesimi e dieci millesimi della moneta odierna. Nei primi secoli di Roma il sesterzio era coniato in argento, ma più tardi lo si era fatto d'oricalco, che è come a dire una bellissima qualità di ottone. Diciamo dunque che Postumio aveva bisogno di quarantamila sesterzi, poco meno di diecimila lire. Che cosa sono diecimila lire? Una miseria per Tizio Caio Sempronio, che era ricco, e per Postumio Floro, che non le aveva lui, ma che contava di trovarle nei forzieri dell'amico.
Caio Sempronio stette a pensare un pochino. Diecimila lire sono una miseria, certamente, ma una miseria che non si porta in tasca, neanche ai dì nostri, che si ha il vantaggio inestimabile del portafogli e della carta monetata. Bisognava dunque parlare all'arcario, servo o liberto, che teneva i conti e soprintendeva alle entrate e alle spese della famiglia. Ora il dover parlare di queste cose all'arcario, è sempre stata una noia non lieve, anche ai tempi e con la beata tranquillità di Tizio Caio Sempronio.
Ma l'amicizia non ha forse i suoi dritti? Che cosa vale il danaro a paragone dell'amico? Non è l'amico una continuazione di noi medesimi, un compartecipe di tutti i nostri diritti, quantunque non lo sia, e non lo voglia essere, di tutte le nostre servitù? L'uomo non vive dell'uomo, come il lupo del lupo? almeno, quando non ci ha di meglio per servire al suo pasto?
Queste ed altre considerazioni di tal fatta si succedettero nella mente del cavaliere, e la sua risoluzione fu pronta.
— Quando ti occorrono? — chiese egli a Postumio.
— Te l'ho detto, in questi giorni. Alle none di aprile dovrei essere chiamato in giudizio e correre per le bocche di tutta Roma. Vedi che guaio! —
Le none cadevano al cinque d'aprile; c'erano dunque appena quattro giorni di tempo.
— Orbene, disse Caio Sempronio, — passa domani da me.
— A che ora?
— Sul meriggio; vedrò di servirti. —
Postumio Floro fece l'atto di gettargli le braccia al collo.
— Oh Caio! oh amico impareggiabile!
— Chetati, via! — disse l'altro, schermendosi dalla stretta di Postumio. — Debbo ringraziarti io stesso di aver pensato a me in questa occasione.
— Ma se lo dicevo io! Tu sei la fenice dei cavalieri di Roma. Te lo dirò col verso di Catullo; nessuno osi paragonarsi a te. Jam tibi nullus se conferet heros.
— Veramente, non dice così, il verso di Catullo; ed io, poi, non sono un eroe.
— Lo sei per me. Che cosa facevano gli eroi? Compievano imprese maravigliose; purgavano le terre dai mostri, campavano gli amici dall'Erebo. E tu non mi salvi da Cepione, mostro assai più feroce di Cerbero? La mia gratitudine, o Caio! Abbimi tuo debitore per la vita, e chiedimi a tua volta ogni cosa.
— Grazie, farò di non averne mestieri. Per un servizio da nulla, non bisogna far troppo a fidanza cogli amici.
— No, te ne prego, conta su me in ogni occasione. Se tu non mi promettessi di farlo; non accetterei oggi questo... piccolo servizio, per quanto mi sia necessario.
— Bene, poichè tu lo vuoi, ci conterò; — disse Caio Sempronio, per farla finita. — A domani, dunque; il mio arcario ti preparerà il danaro numerato. —
Postumio Floro gli strinse la mano e non volle spiccarsi da lui senza averlo abbracciato e baciato. Già, lo sapete, l'amicizia ha i suoi dritti.
Nel triclinio, frattanto, si continuava a bere e a chiacchierare allegramente. Non vi giurerei per altro che i discorsi fossero molto ordinati.
Cinzio Numeriano stava persuadendo Delia dell'amor suo e delle sue buone intenzioni, quando rientrò Postumio, con quell'aria di trionfo che potete immaginare, e andò diritto a ripigliare il suo colloquio con Lalage.
— Ecco il buon punto; — disse Numeriano tra sè. — Vado, e gli espongo il caso mio. Il Massico mi ha infuso un po' di coraggio; approfittiamone. —
Ma egli non potè mandar subito il suo disegno ad effetto. Bisognava finire il discorso incominciato con Delia, trovare un pretesto per allontanarsi da lei; e quando finalmente lo ebbe trovato ed uscì, vide Caio Sempronio che passeggiava nel peristilio, ma in compagnia di Giunio Ventidio.
— Eccone un altro! — borbottò Numeriano. — Non ci ho proprio fortuna. —
I due peripatetici erano in assai stretto colloquio. Giunio Ventidio doveva essere entrato in argomento ex abrupto. E Numeriano tornò un'altra volta nel triclinio.
— Buon per me che Vibenna dorme; — pensò egli, guardando quell'altro, che russava disteso sul letto; — se no, dovrei rassegnarmi ad essere il quarto. —
Lasciamo il poeta Numeriano, che avrà qualche altra cosa da bisbigliare all'orecchio di Delia, e teniamo dietro a Giunio Ventidio. È tanto riscaldato nel suo colloquio col padrone di casa, che non si accorgerà punto della nostra presenza; la quale ha, dopo tutto, il vantaggio di essere tutta spirituale.
— Tu solo puoi liberarmi da una grave molestia; — diceva Ventidio a Caio Sempronio. Figurati che cosa mi accade. Ho da tre mesi alle costole quella birba matricolata di Furio Spongia, l'argentario che sta nel Foro, alle Botteghe Vecchie. Egli mi ha imprestato in tre volte cinquantamila danari.
— Ahi! — disse Caio Sempronio tra sè. — Ne va via uno e ne capita un altro.
— Cioè, dico male; — proseguiva intanto Giunio Ventidio; — non mi ha imprestato che la metà della somma. Il resto lo hanno portato gl'interessi. Ma torna lo stesso, poichè sono cinquantamila danari che devo, e quel furfante li vuole ad ogni costo.
— E tu non puoi restituirglieli.
— Come lo sai? — chiese Ventidio, cercando di affogare in una risata la vergogna di quel brutto momento.
— Si capisce, per Diana! E ti si legge anche negli occhi.
— Così è, mio ottimo Caio; non posso restituire i cinquantamila danari, se non vendo i miei orti sull'Esquilino. A te, ecco appunto un affar d'oro.
— A me? In che modo?
— Ti cedo i miei orti; tu me li paghi quel che valgono, ed io mi libero da quel ladro di Furio. Che te ne pare? Si combina?
— Eh, non è mica una grama pensata; — disse Caio Sempronio, respirando un tratto, poichè vedeva allontanarsi il pericolo di una stoccata come quella ricevuta testè da Postumio Floro; — quando si ha della terra al sole e dei debiti alle spalle, il meglio è sempre di vender la terra e di levarsi i debiti. Ma io, dolcissimo Ventidio, di terra ne ho già fin troppa. Non potresti cercare un altro compratore?
— Ah, se tu mi manchi, sono un uomo spacciato.
— Come? Stiamo a vedere che ci sono io solo in tutta Roma per comperare i tuoi orti!
— Sicuro, non ci sei che tu: o, per dire più veramente, io non vedo che te. —
Caio Sempronio stentava a capire.
— Ragioniamo un pochino; — diss'egli.
— Ragioniamo quanto vuoi.
— Se tu non paghi i cinquantamila danari, che cosa ne avviene?
— Che Furio Spongia mi cita davanti al pretore urbano, che il pretore mi condanna, e che i miei beni sono messi all'asta, trenta giorni dopo la sentenza.
— I tuoi beni! Saranno gli orti alle Esquilie, non è vero? Perchè non hai più altro al sole.
— Tu l'hai detto; non ho più altro.