AHI, GIACOMETTA,
LA TUA GHIRLANDELLA!
ANTONIO BELTRAMELLI
ACCADEMICO D'ITALIA
AHI, GIACOMETTA, LA TUA GHIRLANDELLA!
ROMANZO
A. MONDADORI · EDITORE
Di questa collezione si sono stampati 200.000 volumi.
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati per tutti i Paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda
Copyright by «Casa Editrice A. Mondadori» 1921
(COLLEZ. «I LIBRI AZZURRI»)
PRINTED IN ITALY — MCMXXXI
Fiori e parole nel silenzio.
Questo Iddio ti ha dato,
perchè tu intenda e sorrida.
AI BUONI INTENDITORI
Agli uomini cortesi, di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, agli speziali della letteratura e a tutti coloro i quali han giudicato dell'opera mia con furiosa malevolenza, con languida acquiescenza o con savonaroliana anima piagnona! ai molti parlatori e valutatori dell'altrui fatica io non ho mai risposto; non ho mai detto a Tizio, critico; o a Sempronio, flebotomo:
— Perdoni, Signore, ma se l'opera mia non convince lei, in assoluto, credo che Ella non abbia avuto da Dio, tale e così vasto dono da esser certo di convincer gli altri, in assoluto, circa la bellezza e la bontà indiscutibile della sua giudicante prosa. Perchè, o mi inganno forte, o Ella assume, mio caro Signore, una non so quale fierissima aria di infallibilità, e un così forte sentore di tremendo impero è in tutto quanto Ella sentenziando scrive, che certo non può ammettere altri faccia, alla sua sicurezza, eccezione.
Epperò Ella deve essere persona di grande animo e di radicatissime convinzioni; e tutto quanto esce dal suo distinto cerebro deve andare per il mondo con piedi tanto infallibili da poter sfidare le distanze dei secoli e dei millenni: chè, se questo non fosse, mio onorando Signore, non saprei davvero a qual partito attenermi e dovrei disgraziatamente conchiudere non aver io dinnanzi se non un piacevole cerretano il quale tanto più si sbraccia per farsi udire, quanto meno è convinto della bontà de' suoi cerotti, empiastri, pecette e flemmagòghi che offre alla attenta e maligna minchioneria del pubblico. —
Questo non ho mai detto io agli uomini cortesi di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, agli speziali della letteratura, ai sentenziatori e giudicatori e facitori di oroscopi. E mi son preso le busse, ed ho insaccato le male parole, le insinuazioni, le spulciature, le falsificazioni, le grandi arie, le idiozie, le impotenze, le disdegnose ripulse, le fesserie concomitanti e via discorrendo; tutto questo, e ancor più, ho insaccato io, sempre fermo al mio silenzio come il peccatore contrito il quale sa di dover tutto sopportare e tutto aspettarsi, e tanto più si umilia quanto più smisurata riconosce la propria colpa.
Senonchè, miei colendissimi Signori, dopo così lungo esercizio e una tanta ed umile sopportazione, venuto al termine del mio silenzio e trovandomi a un tratto il cuore franco e le mani sbrividite, mi vien voglia di rifarmi col primo che mi capita sotto e caricar lui di quella bastonatura che andrebbe equamente distribuita fra tanti.
Giusto per l'ultimo libro mio, L'Ombra del mandorlo, un certo cotal grammatico ebbe a scrivere tante e sì forti e sbalestrate balordaggini, e di così impeciate mandrillerie, che il men ch'io potessi fargli, sarebbe l'adornarlo di tutti i graduati aggettivi che stan di casa fra la Beozia e l'Idiozia; ma pensandomi poi che anche tale addobbo potrebbe tornargli ad onore, come le corna al marito becco e contento, mi astengo, per mia personale igiene, dal pormi a tale impresa e lo lascio andare, chè in sè di sè maturi, e più si accresca per quanto più vento gli entra in corpo col moto rotativo del suo cervellone centripeto.
Chè se poi questo bisboccia mi venga a parlar di tesi, laddove la tesi se la crea lui nel suo vuoto pneumatico; e di mie sapienti furberie, e di paesi scelti solo per adornata malizia, e di esotismo premeditato, e di dosata poesia e del diavolo che se lo porti, allora mi taccio addirittura, perchè con le donne isteriche e con i critici forsennati non ci si può intendere neppure a insolenze.
Così quello che non ho mai detto agli uomini cortesi di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, ai sentenziatori e giudicatori e facitori di oroscopi, non lo dirò neppur oggi... e neppur domani.
La mia strada è ancor lunga, fratelli della cornacchia, e vedete un po' se vi riesca talvolta di starmi a paro.
ANTONIO BELTRAMELLI
Roma, 31 marzo 1921.
CAPITOLO I
Io mi ricordo, Giacometta, quando vivevi nella tua casa bianca, dai grandi cristalli; sul lembo di un giardino. Allora avevi sedici anni ed eri la sola Giacometta di tutta la città.
Conducevi la vita delle persone per bene: uscivi poco, forse la domenica per andare alla messa con la veste più nuova; e, qualche rara volta, quando era proprio bel tempo, uscivi per far la tua passeggiata.
E la gente della tua città ti guardava perchè eri bella. I giovani si fermavano ad ammirarti.
— Quella è Giacometta!
— Che bella bambina!
E non c'era, dinanzi a Dio, nessun'altra Giacometta all'infuori di te.
Così tocca alle vergini, qualche volta, quando escono dal convento, per ritirarsi in una città di provincia che è un convento un poco diverso.
Ma tu avevi una casa bianca, tutta grandi finestre e cristalli che si accendevano, nelle albe e nei tramonti, dei fermi bagliori del cielo; avevi una casa come un faro, sul lembo di un antico giardino ed ivi regnavi, sola donna e madonna, fra due zii antichi e ricchissimi, per i quali eri, con tutta la tua giovinezza, un paradiso.
Sì, Giacometta, tu eri il paradiso anche per me che non ero tuo zio e avevo forse dieci soldi ogni domenica per allietare la mia sontuosa giovinezza.
Avrei io potuto pensare a te, logicamente, con dieci soldi per settimana?... Io, figlio della scarna probità in camicia e dedito agli economici legumi?
Ma avevo diciannove anni solamente (ora ne ho forse qualcuno di più, e non importa) e la mia semplicità e un cuore spendaccione; avevo anche un amore sconfinato per le nuvole, per i sogni, per le apparenze, per le notti stellate, per il tempo di primavera e per il mistero de' tuoi grandi occhi celesti, Giacometta dalla veste blu.
Perchè avevi allora una veste blu ed io ti vedevo nel giardino; io solo che ero un imperatore nella mia soffitta la quale era buia, sudicia e fredda ma guardava sul tuo giardino.
E il mio cuore stava sempre alla finestra.
Tu lo vedesti un giorno, questo mio cuore un poco scemo, come un geranio rosso nel quadratuccio buio della mia soffitta ed io sentii un'ebetudine fonda paralizzarmi e una beatitudine infinita irradiare il mio corpo mortale, figlio della probità e degli economici legumi.
Allora il mio nome scomparve fra le cose luminose di questa terra ed io non fui più niente, non fui più che un sospiro e un ardore nella tua scia, giovinetta dai grandi occhi celesti che ridevi come un'allodola canta quando si ruba l'anima dei poeti e delle nuvole.
E la città dai tre campanili non parlava allora che di te, sempre di te, Giacometta Maldi, orfana, ereditiera, bella e misteriosa. Chi ti avrebbe dato marito? Quale befana impennacchiata sarebbe giunta fino al tuo cuore col suo pargolo vezzoso, appena slattato, ma sicuro già di impalmarti per le giuste nozze? Quale margherita familiare avrebbe potuto trarti alla sua casa con tutti i tuoi poderi, per mezzo di un onesto figlio di famiglia tutto amorose virtù?
Chi sposerà Giacometta Maldi?...
Ecco il bando per la città grugnita, dai tre campanili; e tutti gli uomini e gli omuncoli dai quindici ai trent'anni, si misero a far la Maratona sotto le tue finestre; e tu non uscivi che non ne avesti quindici o venti, sparsi lungh'esso la strada, in tutte le positure, con tutti i sospiri, coi più ardenti e allumacati occhi, tutti fluente giulebbe per te, per te angelo dalle belle ali, e ben piumate.
Ahi Giacometta, Giacometta!
E si mosse la signora Carolina e la signora Geltrude e la contessa Buttasenno e la marchesa Palmividi e la principessa Assaiassai! Tutte si mossero le squinternate signore, per Giacometta che aveva gli occhi celesti; e vestiron di gala e tentaron gli ispidi zii i quali rispondevano sempre con lo stesso muso e nello stesso tono:
— Lo racconta a noi? E che ci entriamo noi?... Ne parli a Giacometta. E' lei che deve sposare.
Ma Giacometta, fin dalle prime parole, rideva.
E la città dai tre campanili si accigliò, fece il viso dell'arme.
— Ah, quella Giacometta, che testa romantica!... Che brutta educazione!... Ma che vuole? Ma che cosa aspetta? Il principe delle Asturie? Già, infelice l'uomo che la prenderà in moglie, con quel temperamento!... È una cavallina da brutte sorprese!... O certo che il marito, le corna le avrà dopo un mese, a farla lunga!...
E fosti diffamata per la bocca stessa di quelle befane che volevano impalmarti coi loro mocciosi.
Ma tu rimanesti la bella dal giardino incantato nel quale i tuoi ispidi zii solevano tendere il roccolo per uccellare nel grande silenzio; e, appunto per virtù del roccolo, ti destavi al «Francesco mio» dei fringuelli, e accendevi il lume con l'ultimo canto dei malinconici pettirossi i quali escono dalle siepi sulle rame più in cima, a cantare alla luce che muore.
E il sole era sempre con te.
II
Guardati dai salti improvvisi, anche se dovesse chiamarti Elena argiva.
Giusto in quel tempo passasti dai sedici ai diciassett'anni e raccogliesti i tuoi cappelli biondi in una nuova acconciatura.
Chi ti insegnava ad essere tanto mai bella, Giacometta, ahi, Giacometta?...
E il mio cuore, povero e inutile vagabondo, stava sempre alla finestra. E tu alzavi gli occhi celesti per vedere la mia ammirazione che si pietrificava nello spasimo. Io stavo diventando un oggetto scemo sul davanzale di una finestra.
A volte ti udivo ridere di lontano; a volte giungevi di gran corsa tutta affannata e rossa; a volte parlavi con qualcuno... con chi?... con qualcuno al di là del vasto giardino, per il mondo. Parlavi ma non percepivo le parole; udivo bensì la tua giovine calda voce.
Poi ti si disse, e non so perchè, ch'io avevo licenziato qualche parola rimata per le stampe e ti venne in mente ch'io fossi un poeta, io, nutrito di onesti legumi e coi miei poveri dieci soldi per settimana! I poeti portano le corone di alloro ed io avevo un cappelluccio verdino e tutto spellato come una vecchia gatta e avevo altresì una miseriola di vestito che quasi quasi non mi copriva niente.
Così le scarpe piangevano dai loro tiranti e la cravattina si faceva sempre più striminzita e lisa e senza natural colore.
Potevo essere degnamente poeta con simili masserizie? Io ero appena un povero oggetto scemo sul davanzale di una finestra e avevo le scarpe solate di bucce di cocomero.
Ma tu mi vedevi e bastava questo perchè il mio affanno crescesse a dismisura. Poi siccome le alterazioni dello spirito si ripercuotono nella nostra viva materia, io venivo perdendo l'appetito di giorno in giorno mirabilmente, il che, per le domestiche economie, non era trascurabile.
La mia formidabile zia, quando eravamo a tavola, io e lei e Salsiccia, il gatto rosso, vedendo il mio piatto vuoto, mi chiedeva stridendo:
— Perchè non mangi?
— Non ho fame.
— Bravo! Chi non mangia ha mangiato.
E ciò bastava allo spirito di lei che era altruista, mentre io ero un languido giovane che dimagriva dietro le meraviglie del giardino di Giacometta.
E un altro giorno mia zia, la signora Adalgisa, mi disse:
— Tu mi sembri Salsiccia nel mese di gennaio, quando si innamora!
Bisogna sapere che Salsiccia, nel mese di gennaio, diventava il più brutto e magro ed ispido gatto dei dintorni, forse perchè era troppo sensibile e si ostinava a voler darsi appassionatamente a chi non voleva saperne di lui. Ritornava altresì questo gatto, dopo lunghe misteriose assenze, pieno di guidaleschi e mezzo divorato dai rivali suoi soffianti.
Il paragone turbò la mia bianca estasi e mi destò nei precordi un senso di ribellione; ma tacqui perchè la signora Adalgisa non ammetteva le si potesse dar torto.
Poi, una volta accadde questo. Ero al mio davanzale, quand'ecco venir di corsa Giacometta.
Il sole faceva della bianca casa di lei, in fondo al giardino, come una cosa viva. Fiorivan tre mimose lungo il viale dal quale arrivava la mia creatura, fra il cantare e lo zirlare di tutti i richiami del roccolo.
Quel giorno Giacometta si era vestita come il fiore del lino e aveva negli occhi celesti l'intiera luce di un mare. La sua biondezza passava fra sole e ombra sempre illuminata. Io sentivo tutto il mondo vivere e trasfigurarsi in quella leggera grazia e me ne stavo col più immobile e pallido volto che abbia avuto mai un povero innamorato giovinetto. Ad un tratto si fermò proprio sotto la mia finestra che non era alta più di cinque metri da terra e guardò in su, e sorrise. Io sbiancai ed impietrii come se fosse per toccarmi l'avventura più terribile della mia vita.
E Giacometta mi parlò.
— Buongiorno signor... buongiorno signor Coso!...
La guardai come l'ebete guarda la luna e le risposi un buongiorno in fa minore con una vera voce da lucertola.
Ella sorrideva ancora.
— Perchè non discende in giardino?
Ma poteva darsi tanto?...
Risposi con la stessa accorata malinconia, puntandomi un dito sul petto:
— Io?...
— Sì... lei!...
O cuore della rondine nel cielo!
— Ma... signorina Giacometta... io non conosco nessuno!...
— E che importa?
— E da dove dovrei passare?
— Scenda di lì!...
Misurai la distanza.
— Ha forse paura?...
Mi sentii d'improvviso il cuore di Salsiccia; presi lo slancio e caddi con discreta leggerezza, dentro un rosaio.
Uscii come un povero Cristo, tutto sgraffiato nelle mani e nella faccia: Giacometta si affrettò a chiedermi:
— Si è fatto male?... Venga qua, che le tolga le spine.
Le porsi le mani, e, sulla cima di ogni dito, c'era il mio rosso cuore che ballava la furlana. Mi sentivo arder la faccia ch'era color della brage.
— Dio... quante ce ne sono!... — disse lei. Ed io dissi:
— Infatti sono molte...
— Le faccio male?
— Non mi pare!
— Povero signor Coso!
Perchè poi, Coso, se mi chiamavo Francesco?
Sentivo le sue mani tepide, fini, delicate sfiorare le mie; vedevo il suo viso di mandorla, la sua testa bionda china sulle mie mani e abbrividivo come una minugia.
Ad un tratto mi prese una vampata al capo che mi fece veder tutto rosso e mi fece dire senza che neppure me ne accorgessi:
— Signorina Giacometta... io l'amo!...
Ella mi guardò dal sotto in su, sorridendo e rispose calma calma:
— E non sa dirmelo un pochino meglio?...
Riprese, dopo un silenzio:
— Tanto l'avevo capito. Lasci stare. Da quando ha preso il suo domicilio sul davanzale della finestra mi sono accorta ch'ella non stava là per studiare botanica...
Poi abbandonò le mie mani, rialzò il capo, scosse i capelli dalla fronte e disse:
— Ecco fatto. Ora sta meglio. Avevo un po' di rimorso per averle fatto fare quel salto; ma gli uomini mi piacciono alla prova. S'ella avesse preferito entrar dalla porta di strada come tutti i mamalucchi che vengono a domandar la mia mano, le avrei riso sul muso. Così la cosa è diversa. Venga venga; ora le mostrerò ciò che amo.
E mi trascinò via di gran corsa, per i viali del suo giardino incantato.
In tal modo, nonostante la mia timidezza, entrai di un salto nella vita di Giacometta.
III
— Perchè facesti tu questo?... — Oh, per la primavera lo feci, cuor mio!...
Io avevo fatto il salto ch'eran forse le cinque di un pomeriggio di marzo; ora ci accorgevamo che il sole era già dietro ai colli.
— Giacometta, dove sono i vostri zii?
— Forse riporranno i richiami nella capanna del roccolo; ma perchè vi interessa?
— Se li incontreremo che cosa direte?
— Già! È meglio farlo subito. Venite con me, Franzi.
Fino a quel punto erano accadute molte cose inattese per me e raggianti, che mi avevano di un subito dischiusa l'ignota lontananza nella quale mi sperdevo per amore e malinconia, di sera in sera. E se pure non decadeva la delicata soavità della quale il mio sogno aveva rivestito Giacometta, tutta la tristezza di cui io, povero giovane, mi pascevo come de' miei legumi, era trascorsa di fronte a un gesto di lei, a una sua sola parola. Senonchè un'Iside più o meno velata è in ogni cuore di donna e le moderne fanciulle sono quasi sempre simili alle scatole a sorpresa.
Giacometta non era giunta tuttavia a conoscere e a far uso della cocaina, ma aveva avuto un passato singolare. Era in punto, in fatto di sottile sapere; ed io mi trovavo, di fronte a lei, fuori di strada. È ben vero che avvertii fino dai primi istanti tale contrasto, ma mi piacque. Io, ribelle ad ogni secolare e irragionevole costrizione; dispregiatore dei dogmi intessuti ad uso della media imbecillità riposante, giudicavo gli atteggiamenti di Giacometta come un portato della sua chiaroveggenza, una dimostrazione del suo senso di libertà, e di compiutezza. Nè pareva a me che dal segno raggiunto così, di scatto, senza intermedie stazioni, ella potesse tramutare, a me, giovane di semplice candore e schiettezza. Ma Giacometta, benchè piovuta nella grugnita città dai tre campanili, e, in apparenza, limpida come i suoi grandi occhi celesti, aveva un orizzonte che sconfinava ben oltre i tre famosi campanili e la mentalità dei medesimi. Questo dovevo io vedere, sopportare e sperimentare.
Quel giorno, pertanto, ella fu di una divina mobilità sì da lasciarmi talvolta disorientato e sbalordito. Debbo dichiarare che non la capivo sempre. Non è facile capire una vorticosa giovinetta che ride e si acciglia, vi ama e vitupera nel termine di pochi secondi. Giacometta era tutta a congegni elettrici, sempre però nella grazia della sua squisita femminilità.
Cominciò con l'interessarsi alla mia vita e rise della mia furibonda zia; poi mi domandò se conoscevo le Villes d'eaux e se ero stato a Biarritz. Oh, coerenza! Le confessai che ero stato una sola volta a Rimini e in bicicletta.
La cosa non la turbò. Volle sapere poi se giuocavo al tennis, se sapevo condurre un'automobile, se ballavo bene, se pattinavo, se amavo gli sports invernali, se giuocavo al poker tanto che, sfinito ed umiliato per dover dire sempre no, finii per rispondere sempre sì con imperturbata serenità.
Ahi, Giacometta, e non vedevi tu il mio vestituccio e la cravattina d'incerto colore? E non ricordavi da quale superbo balcone avevo fatto il magico salto?
Finì per domandarmi se conoscevo l'Africa centrale, alla quale domanda risposi affermativamente.
— E dove siete stato?
— All'Uganda.
— Ma quando?
— È un pezzo... un diciott'anni fa!...
Ella tacque. Mi accorsi troppo tardi del grosso sproposito. Fatto il calcolo dell'età mia, si avvide che dovevo essere partito verso gli undici mesi per il centro dell'Africa misteriosa. Soggiunse con garbo:
— Franzi, voi dovete dire qualche bugia.
Risposi:
— No, Giacometta! Cerco di abbellire la mia povera e nuda vita.
Rise. Poi mi si strinse al braccio dicendo:
— Sapete, Franzi, che mi garbate!
Volevo risponderle: — Tu sapessi poi, quanto garbi a me!... — Ma mi trattenni. Certo si è che, in quel momento, avrei potuto toccare il cielo col simbolico dito.
Così girando di viale in viale, sostando di ombra in ombra non ci accorgevamo che il giorno se ne andava e stava sopravvenendo l'aer bruno. Ma c'era ancora una discreta e diffusa luce quando arrivammo ai piedi di un altissimo muro tutto coperto da una pianta di gelsomino. E forse perchè il muro era orientato a mezzogiorno, tanto da godersi tutto quanto il sole, certo si era che una precoce fioritura lo constellava di un mite candore. Giacometta mi mostrò un sedile. Disse:
— Sediamo qui, Franzi.
Io sentivo che la mia timidezza andava dileguando e lasciava posto ad alcunchè che non le assomigliava troppo. Ma il tuo tepore, il tuo profumo, tutta quanta la tua bellezza, Giacometta mia, erano cose troppo assassine, ed anche un buon giovane morigerato, come io mi ero, ha le sue improvvise prodigalità.
Ella mi sedeva accosto accosto perchè la panchina non era fatta che per una persona e mezzo; tanto accosto mi sedeva, da potersi dire ch'io la sentivo aderire a me, dalle spalle alle ginocchia; e certe aderenze non lasciano il tempo che trovano. Però forte era la mia costumatezza ed io cercavo, con disinvoltura, di allungare un poco la giacchettina striminzita che pareva volesse partire verso il torace per una gita di piacere.
— State attento, Franzi. Ora vedrete che cosa accadrà.
Io lo sentivo già che cosa stava accadendo e mi turbavo ed avevo la faccia accesa come certi tramonti violentissimi in cui ti domandi se il sole non si sia per caso svenato.
Ma alzai gli occhi e vidi due gatti l'uno di fronte all'altro, proprio sullo scrimolo del muro. Uno era rosso di pelo e riconobbi Salsiccia.
— Sta a vedere — pensai — che Salsiccia mi combina uno scandalo sotto agli occhi di Giacometta!
E Salsiccia mi combinò uno scandalo.
Ma mentre io cercavo di portar gli occhi altrove, Giacometta mostrava il maggiore interesse per la scena fisiologica che continua dal giorno in cui Iddio disse: Sia fatta la luce!
Poi Giacometta parlò:
— Io, un giorno, qui, in circostanze che forse vi racconterò, vorrò tessere una ghirlandella di quei gelsomini! Può darsi che la cosa vi interessi.
Le risposi:
— Giacometta, non vorrei passasse il tempo della fioritura. Questi gelsomini fan tanto presto a sfiorire!...
Sorrise e mi parve si turbasse; ed anche mi parve aderisse un poco più a me. E mi dicevo: — Baciala!... — ma avevo il mio malnato dèmone che mi teneva inchiodato al mio posto, irrigidito, al mio posto come il più funebre palo che sia mai stato in una funebre terra.
Ella ad un tratto scattò in piedi rabbuiata e disse: — Andiamo via!... — con lo stesso tono che avrebbe usato per dire: — Imbecille!... — E andammo via. Ella un passo avanti, io un passo indietro, finchè non tramutò d'improvviso e non scoppiò in una grande risata:
— Ah, Franzi... Franzi... Franzi!...
— Perchè ridete?
— Di niente. Mi è passata per il capo un'idea bizzarra.
— Si può sapere?
— No. Non ne vale la pena.
Poi mi prese sotto braccio e mi chiese un libro da leggere.
— Portatemi un vostro libro.
— Io non ho pubblicato che un opuscolo: I veli de la notte.
— E che cosa sono questi veli?
Trovai una facondia improvvisa che mi parve la travolgesse. Però quando più ero infervorato e credevo tenerla nel magico dominio del mio sogno, mi interruppe per chiedermi una sigaretta che naturalmente non avevo. E disse poi:
— Ma Franzi, voi siete disperatamente infelice!
Non mi rimase che risponderle:
— Avete ragione!
Ciò la riconciliò. Poco dopo eravamo alla presenza dei due vecchi zii.
IV
Meglio è credere a un onesto merlo anzichè a una leggiadra fanciulla.
Il signor Tomaso e il signor Antonio mi squadrarono dall'alto al basso e mi chiesero:
— Chi siete voi?
Io guardavo pietosamente Giacometta che si divertiva un mondo al mio imbarazzo e non mi decidevo ad aprir bocca per non saper che dire.
Il signor Tomaso era un uomo alto più di due metri e aveva il naso pieno di bitorzoli. Il signor Antonio, all'opposto, era piuttosto piccolo e calvo e grassotto. Entrambi portavano gli occhiali a stanghetta e vestivano una vasta cacciatora di fustagno.
E ricordo che il signor Tomaso teneva, sospeso al dito anulare della mano destra, una gabbia con un uccello che mi parve o un merlo o un tordo; ma non ebbi tempo di occuparmi del particolare.
Questi due zii erano molto antichi ed entrambi scapoli.
Continuando adunque il mio penoso silenzio, il signor Tomaso, lo zio Pertica, si fece innanzi e muovendo la gran bocca nera, fra rari ed ispidi peli bianchi, mi domandò:
— Ehi, giovanotto, non sapete dire dunque per quale ragione vi trovate qui?
Io vedevo Giacometta che si mordeva le labbra per non scoppiare a ridere e credo di esser stato in quel punto, sì per la mia naturale timidezza, come per la orripilante sorpresa, di esser stato più bianco della panna.
Continuando il mio silenzio, il signor Antonio si rivolse a Giacometta e le chiese:
— Ma dove hai trovato questo signore?
— L'ho trovato in giardino — rispose Giacometta.
— E da qual parte è passato se Girolamo non ci ha annunciato neppure una visita?
La giovinetta fece una smorfia e rispose con palese indifferenza e tranquillità:
— Credo sia passato da una finestra.
— Da una finestra?... — domandarono i due zii ad una voce e tanto l'uno quanto l'altro mi spalancarono addosso due smisurati occhi.
— Volete spiegarci questo enigma? — domandò il signor Antonio.
— Su, Franzi, parlate — fece Giacometta con adorabile semplicità.
Ma io non trovavo modo di spiccicar parola; tormentato fra mille dubbi; preso da un inverosimile timore ero nell'assoluta impossibilità di formulare alcunchè di concreto. E mi sosteneva inoltre l'ultima disperata speranza che Giacometta intervenisse.
Allora il signor Tomaso, continuando il silenzio, divenne aggressivo.
— Spero non ci vorrete far perdere maggior tempo — disse. — Su, che diavolo facevate con Giacometta?
— Che diavolo facevate? — soggiunse il signor Antonio.
— Ma, Franzi, siete davvero tanto timido?.... Quando io sono contenta potete parlare liberamente. Gli zii sono buoni e fanno quello che desidero!
Allora impallidii certamente anche nelle mie parti più celate. Di fronte a quale enigma mi poneva la mia sfinge improvvisa?
Dopo le parole di Giacometta i due anziani si guardaron negli occhi, poi lo zio Pertica domandò alla nipote:
— Dunque tu conosci questo signore?
— Eh, se lo conosco!
— E perchè non dircelo prima? — fece lo zio Antonio.
— Perchè è per lo meno strano che io debba parlare prima di lui.
— Ma allora, se lo conosci, saprai anche perchè è venuto — riprese lo zio Pertica.
— Certo che lo so! Anzi lo so benissimo! E parlerò. Siete contento Franzi?
Le avrei gettato le braccia al collo.
— Sì, Giacometta, ve ne prego!... Parlate.... Parlate subito!...
Che cosa avrebbe detto?... Che cosa avrebbe detto mai?...
— Ebbene... il signor Franzi è venuto a chiedere la mia mano!...
Il primo impulso, il più forte, fu quello di gridare ai vecchi musi:
— No, non è vero!... Non è vero!...
Ma tacqui, allibito, aspettando che l'inevitabile burrasca mi investisse.
Invece seguì un silenzio in cui i due cacciatori mi osservarono ancora; poi lo zio Pertica chiese tranquillamente a Giacometta:
— E tu che ne pensi?
— Io sono contenta!
— Ma sai chi è questo signore?
— È un giovine povero; ma è un grande poeta! — rispose imperturbata la mia Sibilla.
Allora i due anziani si guardarono nel fondo degli occhi e l'uno fece all'altro, ad un dipresso, il ragionamento che segue:
— Già!... Che ne pensate, Antonio?... Dopo tutto noi non ci entriamo e non dobbiamo entrarci. Ma, — dice — il mondo non fa così... È vero, è vero, è vero!... Lo sappiamo... lo sappiamo!.... Ma noi facciamo così, noi Tomaso Maldi e Antonio Maldi!... Dice: — Un poeta!... A chi la danno quella povera figliuola, a chi la danno!... — Adagio, rispondiamo noi. In primo luogo noi non diamo Giacometta a nessuno, non vi pare, Antonio?... È lei che si dà! Poi un poeta è un uomo rispettabile come un altro. Che ne pensate, Antonio?... Siamo stati poeti anche noi, ai nostri bei tempi! Se Giacometta ama questo signore e se questo signore ama Giacometta, la nostra coscienza è tranquilla. Noi non dobbiamo guardare un millimetro più in là. Noi non dobbiamo investirci della parte di una giovinetta. Così quando Giacometta ci presenta il suo uomo, a noi non resta che mettere la firma sotto la sua decisione. Che ne dite, Antonio?... E noi mettiamo la firma!
— Sicuro!... E noi mettiamo la firma — soggiunse il piccolo zio. — Dopo tutto si tratta di logica.
— È quello che ho sempre detto io — fece lo zio Pertica. Poi, senza più occuparsi di noi, alzò fino agli occhi la gabbia che teneva sospesa al dito anulare della mano destra, guardò amorosamente il suo merlo o tordo che fosse, e disse al fratello:
— Antonio, questo sarà un richiamo monumentale. Ha la voce di Caruso.
E si avviarono, rifacendo il verso agli uccelli, verso le ombre e le tese insidie del loro uccellatoio.
V
Anche se sei sulla soglia non ti credere entrato!
Non appena soli mi ricordo che giunsi le mani ed esclamai, rivolto alla mia fidanzata improvvisa:
— Che cosa avete fatto, Giacometta?
— Mi pare che ora possiate trattarmi con maggior confidenza — rispose dolcemente il mio vivo enigma.
— Ma come si aggiusteranno le cose?
— Perchè?
— Come perchè? Io, Francesco Balduino, fidanzato di Giacometta Maldi?...
— In primo luogo — rispose Giacometta — non vedo la necessità che voi andiate a raccontar fuori ciò che oggi vi è accaduto; ed anzi vi prego, e vivamente vi prego, di non farne parola. Ciò che passa fra voi e me non riguarda che noi due, mi sembra, ed io comincerei ad odiarvi il giorno in cui vi sapessi vanitoso e pettegolo. Poi, caro Franzi, non correte troppo! Fidanzato non vuol dir niente e voi avete troppo ingegno per non capir questo. Io, se così vi piace, mi sono fidanzata a voi, oggi, solo per aver più agio a conoscervi; ma non vi illudete, Franzi! Può darsi benissimo, fra le altre cose, che posdomani non mi garbiate più ed io stessa vi preghi di allontanarvi!
— Ciò che mi dite è molto chiaro, ma non è confortante!
— Come più vi piace, caro Franzi; ma non si può fare diversamente. Ora sta a voi a conquistarvi tutto il cuore di Giacometta!
Eravamo presso l'atrio della casa bianca dalle grandi invetriate e moriva l'ultimo crepuscolo. Il cielo si approfondiva nell'ambra; si allontanava per aprir le sconfinate strade degli astri. E già c'era una stella sopra le vecchie roveri del roccolo, la stella nata dal cuore del sole, la tuttachiara, quella che ha il sorriso della giovane malinconia. Nè il marzo era freddo quell'anno, anzi si ammorbidiva in un tepore di precoce primavera. Ogni aroma, nella delicata grazia della sera che moriva, poi che l'aria si faceva immota come la pupilla che si affissa e attende, si diffondeva più intenso e insistente, tanto da associarsi alle sensazioni più vive e da compenetrarle con la sua dolcezza. E i sensi miei, desti ed alerti, avvertivano questo, e più avvertivano, con un nuovo spasimo, il profumo quasi violento che si sprigionava dalle vesti e dalle carni di Giacometta; un profumo di cui non sapevo il nome, del quale non avevo anteriore ricordo; ma che mi dava un'ebbrezza improvvisa, una perduta volontà di carezze e di abbandono. Ne ero come ubbriaco. Mi pareva che, sotto quell'eccitante invito, avrei potuto dire o fare le più belle e le più grandi cose; ma, come sempre sciaguratamente mi accadeva, all'interiore possibilità non rispondeva l'animo e la parola, tanto che dissi con pedestre malinconia:
— Come sapete di buono, Giacometta!
Ella non rispose e non mi guardò. Stava appoggiata, le spalle e la nuca, allo stipite di una grande porta e aveva gli occhi all'aria, e tutto il suo piccolo volto soave, veduto così di scorcio, pareva cento volte più bello. Notai come il naso le si affilasse ancor più, come accade nello spasimo del piacere; e le pinne sottili si inarcavano un poco nel respiro breve ed intermesso.
Si lasciò prendere una mano e non disse niente; ma stava come se fosse morta. Io sentivo, fra le mie mani che ardevano, la sua piccola mano abbandonata e la guardavo, inebetito dalla troppo grande emozione.
— Giacometta... — mormorai. — Tu sapessi... tu sapessi...
Ella, senza muoversi, ebbe un sorriso vago e sperduto; sorrise con l'aria, con le stelle e con il suo indecifrabile enigma. Ed io mi domandavo: — «Che farò?... E se ardisco, che farà?... Sarà la fine di tutto o lascierà fare guardando da un altra parte?... Perchè non mi risponde?... Perchè non vuole accorgersi che io, povero giovane, non sono di cemento armato?... Perchè non mi incoraggia?...
Finalmente le baciai una mano, poi il polso, poi le accarezzai il braccio ignudo sotto la veste leggera; poi, come la vidi arrossire e abbrividire, la strinsi alla cintola... ed ella sorrideva, sorrideva sempre, le iridi più grandi e fonde, la bocca più rossa e dischiusa, la gola più bianca e scoperta, una gola tanto tersa e amorosa e viva da dar le rosse vertigini al più bianco fra i candidi e morali idealisti.
E, come avviene agli imbecilli par miei, io uomo timido e d'improvviso predace, non ebbi il garbo di saper cogliere quel dolce frutto senza turbare la palese e volontaria assenza della mia fidanzata; anzi, sorpreso da una grandissima sete, da un annebbiamento improvviso, da un fuoco che mi fucinava il sangue in un tumulto indiavolato, mi gettai su quel candore: avido, cieco, sitibondo, disfatto. E appena ebbi tempo di assaporarne la freschezza che Giacometta, scostatasi violentemente, mi disse in tono acerbo, come una nemica:
— Siete sciocco e volgare!... Andate via!...
Poi, nello stesso tempo, quasi tutto ciò non fosse bastato, udii giungere dal fondo del giardino il domestico stridere della mia zia formidabile, la quale urlava su tutti i toni...
— Checco?... Checco?... Checco... Checcoooo?...
E allora fuggii vergognoso, disperato, in compiuta rovina pensando seriamente a un placido suicidio.
VI
Iddio ti dette i parenti perchè tu imparassi a guardartene.
Si parla della formazione dei mondi nella spaventosa immensità del niente e ci si perde dietro gli spettri delle nebulose, quando lo stesso mistero è sotto agli occhi nostri, tanto è vero che tutto si riproduce uguale, nella spaventosa immensità del niente.
Quale differenza, vi prego amici miei, quale differenza vi poteva essere, ditemelo, fra Giacometta e la nebulosa della costellazione dei Cani da caccia o la nebulosa planetaria della Lira? Nessuna! Io ero un innamorato al telescopio, il quale vede passare, nella tenebra dell'immenso, una forma che non potrà mai comprendere nè raggiungere. Ero il povero astronomo di Giacometta, ma senza il prezioso sussidio di spettroscopi o di calcoli sublimi. Perchè in amore, ahimè, non è stato ancora inventato uno spettroscopio e l'anima di una nebulosa fanciulla non può decomporsi come la luce di una qualsiasi ragionevole stella. Così navigavo nell'inconoscibile e non potevo servirmi che della più infida fra tutte le bussole del mondo e cioè del mio amore.
Quella sera pertanto, dopo il tumultuoso pomeriggio, pieno l'animo delle più dolci e più amare sensazioni, non appena ebbi varcato l'uscio della mia su non lodata casa, ecco che vidi venirmi incontro, tutta arruffata e torva, la mia formidabile zia, signora Adalgisa.
Io, giovane taciturno e remissivo per consuetudine, di fronte alla vampata affocante che si chiamava signora Adalgisa, quella sera, o fosse per la troppo lunga ed intensa emozione patita, o che so io per quale altro disequilibrio psicologico, non attesi che l'impeto, il quale già si apprestava a travolgermi, mi investisse e con voce aspra affrontai il mio consanguineo tormento e dissi:
— Non importa mi secchiate, zia Adalgisa! Vi avverto che oggi non ne ho voglia e non ho punta pazienza!
La cosa inusitata fece spalancare alla mia belva domestica due enormi e sbalorditi occhi; e la bocca, già aperta al torrente degli improperi, non trovò parole per esser riempita, ma appena si mosse per mormorare:
— Diventi matto?
Approfittai dell'indecisione di lei per aggiungere:
— Sono stanco. Lasciatemi tranquillo, altrimenti può succedere qualche brutto guaio.
E infilato il corridoio, passai sotto i lumi esterrefatti della zia, per chiudermi a doppia mandata nella mia soffitta. Ivi giunto non pensai nè ad accender la candela di sego che mi passava il convento, nè a chiuder la finestra: mi gettai sul letto affondando subito in un addolorato smarrimento. Ma la mia quiete fu di brevi istanti, chè, dopo qualche secondo, eccoti picchiare all'uscio e una voce imperiosa comandare:
— Aprite!
Non risposi.
— Secondo me — pensai — tu puoi bussare fino a domani, bell'arnese!
— Aprite, dico!... vi farò vedere di che cosa sono capace!...
Uguale silenzio.
— Checco, non mi sentite?
Ma mi chiamavo Franzi, quella sera.
— Checco, non fatemi perdere l'ultima pazienza!...
E grugniva, e tempestava, e borbottava sempre con egual risultato. Vuotò il sacco degli improperi; mi chiamò carogna, bastardo; ebbe per me cento altre delicate attenzioni e finalmente tacque e mi parve si allontanasse. Ma se Giacometta era una nebulosa, la zia Adalgisa era una meteora ed io, sventurato giovine, dovevo trovarmi sempre fra codesti indecifrabili fenomeni.
Allorchè credevo aver guadagnata la quiete, ecco ritornare il domestico castigo, e, questa volta, con una voce di grandissimo pianto e tale che mi avrebbe mosso al riso, se non avessi avuto ben altro per il capo.
— Checco, perchè tratti così tua zia?... E pensare che non ho mangiato per aspettarti!... E pensare che ti ho cercato per tutta la città!... Che ti hanno detto i Maldi, dopo la caduta?... Ti sei fatto male, figliuolo mio?... Che cosa hai fatto dai Maldi fino a quest'ora?... Checco?... Rispondi alla tua povera zia che non vive che per te!....
Ora io sono stato sempre buono, buono... talmente buono da farmi schifo! E che ci posso fare? Finii per impietosirmi.
Quel piagnucolìo interminabile, unito agli occhi di Salsiccia, ch'io vidi d'improvviso folgorare nel buio della stanza, mi vinsero.
Forse neppure Salsiccia aveva mangiato dopo lo scandalo in cima al muro dei gelsomini... forse, povero gatto, egli, inconsapevolmente, mi aveva fatto promettere la famosa ghirlandella...
Ahi, Giacometta! Io ebbi allora un tuffo al cuore e aprii la porta alla mia povera zia. Incominciò un nuovo tormento.
La signora Adalgisa, dopo aver acceso la candela, sedette sul letto vicino a me e, accarezzandomi sui capelli con le sue grosse e nodose mani che parevan mattoni, incominciò a coprirmi di domande e di pietà.
Volevo resistere, non volevo dir niente, ve lo assicuro; ma qualcosa dovevo pur rispondere!
Così dissi una parola, ne dissi dieci... e finii per dir tutto.
Avvenne allora un nuovo e sgradevolissimo miracolo: la signora Adalgisa mi coprì di baci.
E mentre mi pulivo da una parte, ella mi baciava da un'altra. Ebbi da lavorare assai per non rimaner rugiadoso di quel vivo ribrezzo.
— Zia, lasciatemi stare!
— Ma non sai, ma non capisci che è la tua fortuna... la nostra fortuna?... Non sai che, un giorno, Giacometta avrà quindici milioni?... Non capisci, Checco?...
— Vi prego, zia, non chiamatemi Checco!
— Come debbo chiamarti?
— Francesco... Franzi...
— Non capisci, Francesco?... E non sei allegro? E non salti sul letto?... Pensa... ma pensa che cosa diranno gli altri... Un povero diavolo senza un soldo, senza un avvenire, senza niente.
Quella ragazza è matta davvero! Però io l'ho detto sempre... col tuo grande ingegno...
— Zia, non dite sciocchezze!
— Perchè?... Non sarebbe la prima volta!... Intanto domani andrai a farti un bel vestito.
— Ma neanche per sogno!
— Ed io ti dico di si!
— Zia, se mi volete bene davvero, vi prego, vi scongiuro di non parlare. Zia, voi non conoscete Giacometta!
— Ma mi credi tanto sciocca? Io parlare?... Vorrei piuttosto che mi tagliassero la lingua. Intanto questa notte tu le scriverai.
— Intanto io non scriverò proprio a nessuno!
— Vuoi che le scriva io?
— Mamma mia!... Ma siete matta, zia Adalgisa?... E non vi ho detto che non dovete saper niente, niente, niente!...
— Va bene, va bene! Ma io, dopo tutto, sono tutta la tua famiglia e Giacometta deve ben diventare mia nipote!
— Voi volete farmi impazzire!
— No... no... ma no!... Stai quieto, tesoro mio. Ora va a letto e riposa. Riposa bene, amor mio. Domani ne riparleremo. Non vegliare, sai?... Guarda che verrò a vedere se dormi. Ora entra nel tuo nanni... pensa alla tua gioia... e che il Signore ti benedica.
E, dopo avermi guardato con amorose lanterne, scivolò dietro la porta e scomparve.
Prima di prender sonno vidi ancora, nell'ombra della stanza, folgorare gli occhi rotondi di Salsiccia... e ripensai al tuo dono, Giacometta, al dolce dono di amore...