GLI UOMINI ROSSI


ANTONIO BELTRAMELLI

Gli Uomini Rossi

Romanzo

TORINO
RENZO STREGLIO & C. — Editori.
1904


Proprietà Letteraria

Venaria R. — Tip. R. Streglio e C.



[INDICE]


A Francesco Beltramelli, mio padre.

CAPITOLO I. Nel quale, per l'eterno amore, gli uomini rossi si trovano a mal partito.

Gli uomini rossi.

Disse un ispirato, una volta, che Adamo, in siriaco, significava rosso e volle da ciò dedurre la remotissima origine del partito repubblicano. La deduzione destò fra gli scienziati tedeschi interminabili dispute; si formò a mano a mano una biblioteca su l'argomento e, come avviene sempre in casi di sì alta importanza, la questione rimase allo statu quo ante.

Ora io ho pensato non occuparmi delle origini: in primo luogo perchè non sono scienziato e ciò mi sarebbe di grave impedimento; in secondo luogo perchè non intendo abbracciare (e ciò sia detto con tutta la simpatia che la parola modernamente esplica) i repubblicani di tutto l'orbe terracqueo; bensì, con maggior modestia, limitare la mia narrazione a coloro che, in terra di Romagna, si sono votati ai rossi vessilli riassumenti una fede eroica.

Dopodichè, chiamati a raccolta i sovrani spiriti della memoria, dirò di alcune gesta preliminari nelle quali ha buon partito l'amore.

Viveva un tempo nella gaia città del piano, Europa, figlia di Gian Battifiore. Ella aveva quattro sorelle, il nome delle quali corrispondeva alle altre quattro parti del mondo ne l'ordine che segue: Asia, Africa, America ed Oceania.

Gian Battifiore, ch'era uomo sapiente, aveva dato così a' suoi concittadini, un solenne esempio del suo libero pensare.

Europa, la minore fra le cinque sorelle, compiti i diciott'anni, nel fiorire della sua giovinezza, era graziosa e piacente.

Asia, incamminandosi per il mezzo secolo, scrutava il passato. Era ella semicalva e brutta come la calunnia, onde fioriva in cuor suo l'odio universo e la maldicenza.

Africa era biondastra, aveva gli occhi color del mare (velato un poco da lacrimose nubi) e la bocca di una garrula rana.

Benchè piangesse, pensavano gli anziani che qualcuno avrebbe tratto la giovinetta nave al porto dei legittimi imeni.

Seguiva America, la quinquilustre; America dalla fluente chioma. Essa era alta ed accesa dal sangue esuberante, onde piaceva agli uomini rossi che amano i vessilli vermigli.

Ed ultima era Oceania asciutta e mingherlina. Possedeva ella una vocetta aspra con la quale affliggeva l'umanità amica e nemica, dallo spuntare del sole al suo celarsi.

Ora avvenne un giorno, nella gaia città del piano, che Europa, la giovinetta, per compire la sua coltura letteraria, leggesse varii romanzi nei quali si parlava d'amore.

Sì intensa ne fu la suggestione, ch'ella, pensosa già di una passionale avventura, decise aiutare il destino.

Da lungo tempo Manso Liturgico passava e ripassava sotto alle sue finestre volgendo in alto gli occhi sentimentalmente miti; da mesi e mesi, nelle notti plenilunari (allorchè si spegnevano i fanali per le necessarie economie del Comune) una voce litaniante, saliva dalla strada intonando una salmodia amorosa; una salmodia sospirata in tono minore perchè esplicasse, con irresistibile fascino, l'inesausto desiderio di una qualsiasi corrispondenza.

Europa pensò che l'amore è cosa dolcissima.

Dicono i romanzieri, i quali si intendono di psicologia e si ripetono con sbrigliata indifferenza, che vi è un punto, un attimo, nella vita di una giovanetta, in cui il cuore le si apre d'improvviso come una melagrana matura, e accoglie il primo amore, indimenticabilmente soave.

Europa era della stessa opinione una sera, allorchè, volgendo gli occhi per la sottostante via (moriva un crepuscolo di croco dietro una fila di pioppi lontani), vide Manso Liturgico che la guardava con soavità intenzionale; era della stessa opinione e si convinse che il primo amore è un sentimento strano il quale nasce per generazione spontanea senza sapere perchè.

Assecondò così il giovinetto amatore.

Dopo qualche sera, Divina, la gigantesca camerista delle cinque parti del mondo, recava nel seno a Europa, una rosea missiva alla quale, naturalmente, la giovinetta rispose.

Passata una settimana, vi fu la primizia del bacio.

Poi, si prepararono i piani per l'immancabile fuga, dato e concesso che Manso Liturgico, detto per vezzo Didino, essendo ascritto al partito clericale militante e figlio di una vecchia nobilissima contessa, salda colonna di nostra Madre Chiesa, non poteva aver speranza d'impalmare, per le consuete formule di legge, la figlia del più fiero repubblicano che la Romagna nutrisse nel secolo rosso.

Così solo Divina fu messa a parte della cosa.

Europa tutto le confessò piangendo e la camerista disse con semplicità:

— Bambina, ci sarò io per te!

Poi, dopo un silenzio, quand'ebbe ascoltato le frasi appassionate della giovane innamorata, conchiuse:

— Quando è l'età, è giusto!... L'uomo ci vuole!...

Così, in una notte d'aprile, dopo un lungo affannarsi silenzioso di Divina, un vegliare ai minimi rumori, un andar cauti lungo le pareti, un soffermarsi agli usci origliando, l'avvenimento si compì.

Manso Liturgico, pallido e tremante, aspettava nella via, guardando, con gli occhi larghi in nuova stupefazione, le fiammelle dei fanali sdoppiarsi e raggiare in grandi aureole.

Se Europa non fosse giunta a l'ora prefissa avrebbe cercato invano l'ardito amatore, poichè il giovanetto moveva già nella mente pensieri di solitaria fuga, allorchè vide avanzare le due donne.

Fece Divina levando una mano in cenno di riconoscimento:

— Ehi!

Ed Europa con maggior timidezza:

— Sei tu?

Manso Liturgico non rispose. Guardava quasi estatico, avvolto in un grande ferraiuolo nero sicchè le due donne sostarono temendo essersi ingannate.

Trascorso qualche secondo d'incertezza, la camerista fece cuor risoluto, avanzò sola, e Didino fu tolto dallo stupore di sogno che teneva l'anima sua assente.

Ondeggiò ne l'immenso ferraiuolo, fece quattro passi, sorrise, volle parlare; ma, ad un cenno, si tacque.

Europa gli si pose a lato e, poi che Divina li ebbe benedetti, partirono verso l'ombra delle campagne; partirono per la loro destinazione primaverile, nel gran rifiorir dei mandorli e dei peschi.

E la gigantesca camerista li guardò disparire sorridendo, poi rientrò in fretta e chiuse la porta, chè, di lontano, si era levata improvvisamente una gazzarra di voci, urlanti gli inni della rivoluzione.

CAPITOLO II. Nel quale Monsignor Rutilante spiega la sua autorità.

— Leggete reverendo — disse la contessa Gilarda Liturgico porgendo a Monsignor Rutilante una lettera sgualcita: — Leggete e ditemi se non ho ragione!

— Comunque sia... — aggiunse Monsignor Rutilante scrollando il capo — ... basta, vediamo.

Inforcati gli occhiali, spiegò il foglietto, e cominciò lentamente, con voce roca e nasale:

Cara mamma,

«scrivendoti, il peccato che sto per commettere mi appare in tutta la sua gravità e ne chiedo umilmente perdono a Dio. So di errare e non posso trattenermi da l'errore. Sii buona, perdonami, perdonami mamma, perchè ti voglio tanto bene e sono molto infelice! (Uhm! commentò Monsignor Rutilante estraendo un suo enorme moccichino rossastro).

«Ho pregato, ho seguito vigilie e digiuni, ho chiesto consiglio al mio confessore; ma nulla, nulla mi è stato di giovevole conforto in questo gran male.

«L'amore è una cosa triste e ineluttabile; io lo sento e chiedo perdono a Dio per la mia debolezza.

«Andrò molto lontano di qui; in qualche chiesa remota, consacrerò a Dio questo disperato amore che mi consuma, poi mi prostrerò su la terra, piangendo.

«Non so scriverti più perchè il pensiero si perde.

«Addio, ti bacio forte, addio.

«Didino.»

— Povero figliuolo! — disse Don Eucaristia.

La contessa Gilarda e Monsignor Rutilante si guardarono negli occhi.

— Che ne diranno i repubblicani? — chiese Don Barchetta con la sua voce stridula e infantile; poi si volse verso la finestra e guardò giù, nel giardino, con aria pensosa.

— Non è un'infamia? — riprese la contessa Gilarda interrogando Monsignor Rutilante.

— In questa faccenda vi deve essere un colpevole — rispose il savio prete — e lo scopriremo. Però mi permetterete dirvi, cara contessa, che se da parte vostra vi fosse stata sorveglianza maggiore e saggia oculatezza, il male che ora ci troviamo inaspettatamente su le spalle, si poteva evitare. I ragazzi non hanno ancora sufficiente discernimento, non possono, nella loro mente, troppo presa dalla fantasia, fare una netta e sicura distinzione fra il bene ed il male, sicchè da l'uno a l'altro, per inavviste propagini, si perdono.

Sta alla precettrice o al precettore che li guida il saperli indirizzare per la retta via, nel santo timore di Nostra Madre Chiesa; essi sono come una barca senza timone, ed attraversano il mare dei perigli; sono come un augello nella tempesta e possono disperdersi negli artifizi del nemico, nelle male reti degli uccellatori. Io so di molti casi consimili, nella mia esperienza di padre.

Certamente, per voi, cara contessa, questo è un grave caso di coscienza e dovrete purgarvene.

— Seguirò la volontà di Dio e la vostra, padre! — disse la contessa Gilarda inchinandosi.

— Ora però — riprese Monsignor Rutilante, dai vivi occhi volpini — conviene cercare la linea di condotta più opportuna per evitare mali peggiori: Quali erano gli amici di vostro figlio?

— Non ne aveva.

— È impossibile contessa. Un giovane di vent'un anno ha sempre qualche amico.

— Didino era un giovanetto solitario...

— Male! — chiosò Don Barchetta.

— ... e non aveva affetto per nessuno, se non forse per un suo cugino che capitava qui due volte all'anno e non più.

— Come si chiama? — chiese Monsignor Rutilante.

— Fedele Barbigi. È figlio del marchese Barbigi...

— Conosco conosco! — Esclamò monsignor Rutilante assentendo.

— È un giovanetto pallido, biondo, tutto gentile di viso: pare una donnina. Didino ne aveva molta compassione.

— E perchè? — chiese Don Barchetta.,

— Per naturale devozione ai deboli! — rispose la contessa Gilarda: — È un insegnamento di nostro Signor Gesù Cristo!

Don Eucarestia, agitando il capo, assentì.

— Non sapete se vostro figlio tenesse corrispondenza col marchesino? — riprese Monsignor Rutilante.

— Si scrivevano qualche volta.

— Le lettere le leggevate voi?

— No.

— Male! — ridisse Don Barchetta.

L'interrogatorio continuò da parte di Monsignor Rutilante:

— E, avete frugato fra le carte di vostro figlio?

— No.

— Neppure una volta?

— Mai, padre!

— Questa è cosa necessaria. Volete avere la cortesia di farmi recare qui la corrispondenza di Manso Liturgico?

— Subito! — rispose la contessa, e toccò il bottone di un campanello elettrico.

Allorchè Monsignor Rutilante s'ebbe i documenti incriminati, cominciò a scorrerli con occhio attento. Passò una pausa durante la quale non si udì che il respiro asmatico di Don Eucaristia; poi, riprese il vescovo dalle grandi ciglia:

— E a voi non era nato mai il desiderio di leggere queste lettere?

— Mai.

— Peccato! Perchè sono veramente degne di essere osservate!

Don Barchetta volse gli occhi al soffitto in atto di squisita distrazione.

— Pare impossibile — riprese il maestro e donno — sembrano scritte su la falsariga di un epistolario galante.

— Davvero? — chiese la contessa, maravigliandosi.

— Proprio così. Sentite.

«... ah! i bei tramonti, i bei tramonti, ricordi Didino mio? su le vette della Cescara, al castello di Belfiore, alle sorgenti del tuo azzurro fiume di cui mi sapevi dire tante cose e sapevi con fascino sì grande narrarmi gli incantesimi. Quanto ti ho amato, quanto t'amo ancora per la tua dolcissima parola fascinatrice, irresistibile, avvolgente.

«Io sono una povera paglia in tuo dominio e tu mi possiedi.

«Ora sono solo, così solo che tutto mi fa sospirare e non penso che a te, e te vedo in tutte le cose e di te parlo ai boschi, alle nubi che scendono verso la lontanissima pianura, al sole che muore nel tuo bel mare pieno di vele rosse.

«Ritorna, ritorna, io ti desidero con tale ardente affetto quale forse non potrai supporre.

«Tutto ti aspetta qui, vieni. Il tempo non sarà avaro a noi di ore deliziose, vieni, vieni!»

— Eccetera! — aggiunse Monsignor Rutilante.

— Si volevano molto bene, infatti! — disse la contessa.

— Pare! — esclamò Don Barchetta.

E Don Eucarestia, un prete ormai vecchio e di costumi antichi, aprì per la ventesima volta la tabacchiera d'argento.

— Ci si sente l'influsso d'annunziano — riprese Monsignor Rutilante.

— Questo poi!.. — sorse a dire con impeto la contessa Gilarda.

— Perchè vi maravigliate?

— Perchè nè Fedele, nè Didino hanno letto mai un libro di quello scomunicato!

— Ne siete ben sicura?

— Sicurissima. Le letture di mio figlio le ho sempre regolate io.

— Che cosa leggeva, per esempio?

— Che so?.. I promessi sposi; La monaca di Monza; il Leopardi...

I tre preti si guardarono in viso spinti da uno stesso sentimento di indignazione, ed esclamarono in coro, prolungando le vocali:

— Il Leopardi?

— È un gran male? — chiese con timido sorriso la contessa.

— O beata inscienza! — esclamò Monsignor Rutilante: — Per te è forse il regno dei cieli; ma quante anime si perdono su la terra per la tua mala guida!

L'uditorio rimase silenzioso e l'esame continuò più rapido, più aspro, più nervoso.

Nella casa non si udiva un sussurro. Era una casa muta, un po' buia, posta in una strada chiusa fra un convento ed una chiesa. Il gran sole che avvolge la piccola umanità litigiosa, vi giungeva a pena sul mattino, per un attimo.

Così, muta nella sua penombra, poteva paragonarsi a qualcosa che stesse fra la camera oscura e la cabina telefonica.

Non appena Monsignor Rutilante ebbe presa visione delle brevi lettere sentimentali, si volse alla contessa Gilarda e disse:

— Una cosa traspare da queste missive, una cosa che non avrebbe dovuto sfuggire alla vostra femminil perspicacia. Fedele, il biondo cuginetto, sapeva tutto ed ha incoraggiato il parente.

— Possibile mai? — esclamò la contessa Gilarda.

— Nè più nè meno di quello che vi ho detto. Ora, per aver ben sicure traccie del fuggitivo, bisogna chiamare al più presto Fedele Barbigi.

— Lo faremo.

— Non v'è altra via. Frattanto i repubblicani, i socialisti e gli anarchici avranno il lor daffare! (A questo penso io!). Così guadagneremo tempo.

— Però... la cosa è fatta! — osservò la contessa. — Non c'è via di scampo! Converrebbe fargliela sposare onestamente.

— Mai! — gridò Monsignor Rutilante levandosi. Gli occhi suoi neri, lampeggiarono d'odio. — Mai! Un servo della Chiesa deve rimanere fedele a' suoi principî, in tutte le azioni della vita.

— E se Gian Battifiore lo vuole?

— Noi siamo più forti contessa; ricordatelo!

— Io affido nelle vostre sante mani il mio destino.

— Così sia! — disse Don Barchetta guardando co' suoi occhi miopi, attraverso ai vetri, un giardinetto malinconico nel quale cresceva, fra quattro mura verdastre di muffa, una vegetazione miserrima.

Il servo, alla chiamata della contessa Gilarda, riaccompagnò i tre preti a l'uscita; poi, quando il silenzio ritornò nella stanza semibuia, la signora si diresse verso una porta nascosta da ricchi cortinaggi e, con voce impaziente, si dette a chiamare:

— Messibèll! Messibèll!

Si udì una corsa, un mugolio, indi comparve, aggroppando la coda, tutto tremante e festante, uno di quei piccoli canini africani ch'ebbero in dono da natura, fra le altre bellezze, quella di non avere, sul corpicciuolo malfatto, l'ombra di un pelo.

Messibèll si rizzò su le zampe posteriori, abbassando le orecchie con l'aria di timido ebetismo che è sì propria a questi piccoli amici de l'uomo intelligente. La contessa se lo recò fra le braccia, prodigandogli ogni sorta di vezzeggiativi amorosi e una volta ancora, nelle avversità della vita, riconobbe come l'eterna provvidenza, per istabilire il divino equilibrio delle cose, creasse l'uomo, il dolore e il cane.

CAPITOLO III. Nel quale Gargiuvîn ha una sua esclamazione consueta.

La gaia città del piano, sede degli avvenimenti ch'io narro, ospitava allora una combriccola di anarchici, gente di piacevole eccezione.

Detti anarchici non erano propriamente seguaci de l'etica patologica stirneriana, nè conoscevano l'utopistico comunismo de l'Owen, o gli imperativi categorici del Bakounine e del Kropoktine; erano uomini semplici, fedelissimi sudditi di Sua Maestà la miseria e amanti della libertà che trascina i figli suoi su la terra e sul mare sotto ali di fiamma.

I ben pensanti li chiamavano vagabondi; Augusto Regida, bello spirito gioviale, li diceva gli intellettuali dello strame; ed erano in realtà un po' de l'uno e de l'altro, in giusta misura.

Ora, capo della combriccola, era Gargiuvîn, omuncolo deforme.

S'egli fosse nato nel Medioevo, avrebbe fatto fortuna allogandosi presso qualche Corte quale giullare. Nel secolo de l'acciaio, la creatura del riso, si era votata alla morte.

La gaiezza, allorchè persegue un uomo, gli fa un comodo e ridevole nido nelle cose più scabre.

Gargiuvîn era piccolo e sciancato; le sue gambe divergevano talmente da formare il chiaro disegno di una X. Un viso pallido, magro, dagli occhietti arguti e maligni, aventi sempre un'espressione canzonatoria; i capelli tagliati a fratina e le orecchie dismisurate eran complemento a l'insieme.

Per questo gnomo, i poliziotti, le leggi e la moneta, erano impacci di cui si poteva far senza poichè rappresentavano avanzi di barbarie. La sua anarchia in queste tre istituzioni trovava i suoi punti cardinali.

Lo seguiva Arfàt, uomo alto e bitorzoluto dagli occhi piccolissimi e celesti. Arfàt aveva nella vita due odii: l'acqua e le donne. Si era ascritto al partito anarchico militante perchè doveva a Gargiuvîn cinque lire. Pagava di persona.

Essendo brutto e taciturno, le donne ed i fanciulli lo temevano, raccontando sul suo conto avventure orrende, delle quali il mite solitario avrebbe avuto per primo, somma paura.

Arfàt faceva lo spranghino ed era conosciuto da tutta la città, sì per l'arte sua come per il grido gutturale e indimenticabile.

Secondo, era Marcôn, piccola ed esaltata creatura, che assumeva pose profetiche. Portava a zazzera i capelli sì che da questo suo costume e dai piccoli occhi neri e dal naso lungo e puntuto, gli era nato il nomignolo di Marcôn che, in dialetto romagnolo, significa cornacchia. Prima di essere anarchico, Marcôn, per seguire la sua manìa divinatoria, diceva la ventura.

Egli era l'uomo della campagna. Quando l'udivano cantare di lontano le giovanette, gli anziani ch'erano a l'opera nei campi, correvano su la strada e l'aspettavano ridendo e gli battevano le mani in coro.

Per i contadini Marcôn era un filosofo perchè sapeva di lettere. Tale qualità gli era conferita da l'abito ch'egli avea di recar sempre seco una sdruscita coppia del Libro dei Sogni, ove erano gli alti insegnamenti di magia.

Per queste qualità e per altre che in seguito si esplicheranno, Marcôn si era fitto in capo di avere avuto da Dio l'incarico di un apostolato e si era ascritto al partito degli anarchici.

Seguivano Schignòtt, Apulinèr e Don Vitupèri. Schignòtt viveva dei rifiuti degli uomini e sdegnava l'elemosinare. Era quasi ignudo e portava il capo scoperto; un capo adorno da una folta criniera fulva, aggrovigliata, piena di lampeggiamenti cupi.

L'uomo scalzo amava la luce ed era taciturno.

Apulinèr e Don Vitupèri venivano ultimi. Un ortolano e un prete; un ortolano mattoide e un prete, ricco come deserti polari.

Tutta l'anarchia si riassumeva in questi sei tipi i quali non avrebbero minacciata neppur l'ombra di un uomo.

Pure, nella gaia città del piano, essi erano come il simbolo di ogni crudeltà, di ogni efferatezza onde non avveniva assassinio o furto, senza che la coscienza pubblica ne li incolpasse.

Così, allorquando, con fulminea rapidità, si sparse fra gli abitanti della città repubblicana, la notizia della scomparsa di Europa, scomparsa che non si poteva ricollegare con nessun plausibile amore tanto da determinarne una fuga, la mente dei più ricorse a un atto di crudeltà compiuto, per ignota e terribile vendetta, dalla tribù selvaggia degli anarchici.

Gian Battifiore, il quale non poteva per l'alta posizione occupata in paese (disimpegnava la carica di sindaco), iniziare piccole ricerche, il giorno stesso in cui la sua bella figlia aveva seguito chi sa quale sorte, adunò gli assessori del Comune, più intimi suoi, e con essi tenne consiglio.

Intervennero: Bortolo Sangiovese, Ardito Popolini, Tragico Arrubinati e Bartolomeo Campana.

Molto si parlò e molto si discusse, finchè, data la perfetta oscurità nella quale la cosa era ancora avvolta, si decise attendere i primi risultati che avrebbe ottenuto la pubblica sicurezza.

Ciononostante il mondo repubblicano era messo ad alto rumore e corso dalle voci più disparate. Si parlava di una congiura dei clericali, di una vendetta di Monsignor Rutilante. Solo il nome di Manso Liturgico non comparve poichè, del vero, nulla era ancora palese.

Fumo e bagliori rossigni esaltarono ed esasperarono i repubblicani i quali, quasi per coscienza continua di sospetto, si rivolsero al campo dei loro nemici, cercando almanaccare e costruire castelli inconsistenti. Gian Battifiore, chiuso nel suo mutismo preferito, non prestò orecchio alle voci maligne e la polizia iniziò l'opera sua.

Stava Gargiuvîn, una sera, lavorando in compagnia di Plè, il suo vecchio cane dal pelame rossigno e dalla gran testa piagata.

Su una corniola finiva di tracciare la linea perfetta di un teschio; sua specialità questa poichè non aveva accettato mai di eseguire disegno differente.

Volgeva il crepuscolo. Si udivan dai sottostanti cortili, stridori di girelle, acciottolii di stoviglie, voci di donne sussurrare e cantare; il cielo si tingeva in rosa su gli alberi lontani ed era violetto su tutto il mareggiare dei tetti.

Ad un tratto l'anarchico udì bussare con violenza alla porta sì che gridò:

— Chi è?

— Aprite! — rispose una voce rude. Gargiuvîn riconobbe il visitatore e si alzò sorridendo. Quand'ebbe dischiuso l'usciuolo grigio, cinque agenti di pubblica sicurezza si precipitarono nel suo stambugio con cipigli feroci ed atti di prudenza gladatoria.

Poi, il più anziano parlò:

— Voi siete Armando Ginni detto Gargiuvîn?

— Sicuro! — rispose l'anarchico levando il capo.

— Allora seguitemi.

— Per quale ragione?

— La saprete.

— Amo meglio saperla subito! — esclamò l'anarchico volgendo gli occhi a smorfia; ma l'anziano che se ne avvide, disse, rivolto a' suoi:

— Prendetelo e ammanettatelo!

Già stavan per compir l'opera, i bravi, allorchè, tendendo le braccia, chiese Gargiuvîn, col suo miglior sorriso:

— Voglio farvi una preghiera: Posso?

— Dite, presto! — rispose rudemente l'anziano.

— Prima di seguirvi — riprese l'anarchico — permettete provveda alla vita di Plè, mio affettuoso fratello.

Fattosi su le scale poi, chiamò a più riprese:

— Schignòtt? Schignòtt?

Una voce cavernosa rispose e, poco dopo, il pezzente si presentò su la porta.

— Ascolta Schignòtt! — riprese Gargiuvîn: — Io sono invitato da questi signori; forse rimarrò assente qualche giorno. In questo tempo ti affido il mio caro Plè. Abbine cura come fosse una tua pupilla, il tuo cibo prediletto. (Non dico la tua amante perchè sei troppo brutto). Il suo pasto lo sai: quattro ossa al giorno: niente più perchè soffre di gastricismo. Non viziarmelo. Serbalo puro ed amalo!

Rivoltosi poi alle guardie, disse loro:

— Eccomi!

Queste lo presero in mezzo e, cianchettando ed ondulando, l'anarchico si avviò giù per le scale. Su la sua faccia pallida era un indefinibile sorriso di scherno.

Fra un formicolìo di fanciulli, di donne e di sfaccendati, l'improvvisato corteo giunse al corpo di guardia. Su la porta erano schierati, in due ali, alcuni poliziotti che tenevano a freno i curiosi.

— Largo! largo! — gridò l'anziano avanzando.

Fra un sussurio crescente, Gargiuvîn sbucò dalla folla; ma quando fu per entrare ne l'andito, si piantò su le gambe sbilenche, alzò il capo in comico atteggiamento, guardò in viso le guardie e gridò loro:

— Amici!... Son di ritorno!

Poi, fra un impeto improvviso di fischi, di urla e di risate, scomparve dietro l'ombra della fiera legione.

CAPITOLO IV. Nel quale gli anarchici prendono consiglio.

Allorquando Gargiuvîn si fu allontanato fra la folla che tumultuava e l'ultima eco delle grida si perse nel consueto silenzio delle piccole vie lontane, Schignòtt aprì l'impannata della breve finestra che dava luce al suo momentaneo rifugio, sogguardò intorno e, assicuratosi che nessuno era in agguato, prese con sè Plè e uscì camminando in fretta rasente ai muri. Dopo aver percorso un laberinto di vicoletti, giunse sotto le mura, alla piccola tana di Don Vitupèri. Raccolse un sasso e battè su l'uscio (nel quale era aperto, verso la base, un piccolo passaggio quadrato per il gatto e le galline) prima tre colpi rapidi, poi tre più a rilento e tre ancora.

Una voce cavernosa rispose da l'interno:

— Novità?

— Apri — disse Schignòtt.

Poco dopo l'uscio si dischiuse e il pezzente entrò accompagnato da Plè.

Don Vitupèri era un prete lungo ed ossuto, dal viso magro e rugoso e dagli occhi celesti. Indossava una veste rossigna, un tricorno verdastro e aveva un vestigio di scarpe.

Egli era anarchico di convinzione e i compagni suoi l'avevano in alto concetto, riconoscendo la sua sapienza.

Schignòtt andava ora a prendere consiglio.

Quando l'uscio fu chiuso, Don Vitupèri, riaccovacciandosi sul suo giaciglio, innanzi ad un vecchio libro, chiese in tono distratto:

— Novità?

Schignòtt protese il collo e rispose:

— Hanno imprigionato Gargiuvîn!

— Ah! — fece Don Vitupèri senza scomporsi; e non alzò gli occhi dal libro.

— Come? la notizia non ti fa impressione? — riprese Schignòtt.

— Niente affatto! — rispose il prete senza scomporsi.

— Ma siamo in pericolo tutti!

— E perchè?

— Perchè ci accusano di aver rapito una figlia di Gian Battifiore.

— Davvero? E per quali ragioni?

— Per vendicarci.

— E di che cosa?

— Delle continue persecuzioni.

— Eh! — fece Don Vitupèri alzando una mano come a significare una inconcepibile invenzione; poi riabbassò gli occhi sul libro.

— Che cosa conti fare? — chiese Schignòtt.

— Nulla.

— E se ti legano?

— Buonanotte!

— Ma lo scandalo per te?

— Lo scandalo? — fece il prete alzando le sopraciglia a semiluna: — E ti pare che ciò possa commuovermi? Lo scandalo per noi è una parola come tante altre; il fatto non esiste. Noi siamo liberi da tali legami e in ciò è il pregio della povertà. Ci hanno confinato quaggiù, siamo straccioni, il nostro stato è quello delle bestie, avremo diritto ad una nostra morale, mi pare!

Schignòtt tacque con gli occhi fissi e assunse l'aria compunta di colui che non intende ed è per maravigliarsi.

— Poi — riprese il prete — siamo innocenti.

— Questo è vero! — disse Schignòtt: — Però oggi o domani ci porteranno al buio.

— E che vorresti fare?

— Ti chiedevo consiglio. Apulinêr non è in casa?

— No; ma tornerà fra poco.

— Dio mi castighi, se non ho una paura maledetta.

— Dei poliziotti?

— No, della prigione.

— E perchè?

— Perchè?... perchè senza sole, il respiro mi manca; perchè voglio morire in fondo a un fosso come mio padre, e non in un letto di infermeria. Io ho paura degli uomini, sai?...

— Hai paura?

— Sì.

— E vivi delle loro elemosine?

— Non è vero! — gridò Schignòtt scattando. — Io vivo di ciò che trovo per le strade!

Vi fu una sosta in cui Plè e Miarù, il vecchio gatto di Don Vitupèri, si azzuffarono, si rincorsero, riempirono la stanza di mugolii sordi e minacciosi, di cupe grida, di soffi e di guaiti. Plè, avanzando con prudenza la grossa testa spelata dalle lunghe orecchie penzolanti e piagate, girava intorno al nemico per prenderlo alla sprovvista; Miarù, inarcato come un orciòlo, col pelo arruffato, la coda diritta, la bocca aperta e minacciosa, seguiva col giro lento degli occhi verdi il cane, muovendosi a pena in agili scatti.

Interruppe l'aspra battaglia, un gracchiare roco, e il subito apparire, dalla piccola apertura praticata ne l'uscio, di un'ombra nera.

— Ecco Apulinêr! — disse Don Vitupèri.

— Lèdar lo precede sempre — soggiunse Schignòtt.

Lèdar, la cornacchia, giunse zoppicando nel bel mezzo della stanza, spiccò il volo ed andò ad appolaiarsi sopra un'asse vicina al soffitto.

Poco dopo, Apulinèr socchiudeva la porta. Non appena vide gli amici, sussurrò:

— Gargiuvîn è in prigione!

— Lo sappiamo — risposero — e ti aspettavamo.

— Arfàt e Marcôn sono già partiti — soggiunse.

— Lasciali andare.

— Che faremo noi?

— Rimarremo al nostro posto! — disse Don Vitupèri. — Chi parte si condanna.

— Sei stato mai in prigione? — chiese Apulinèr, curvandosi.

— No.

— Allora non puoi sapere! Vieni con noi, andremo alla montagna, non ci troveranno più.

— Lassù mi conoscono e sarebbe peggio.

— Vuoi rimanere coi lupi, allora?

— No, rimango con Miarù e guarderemo alla casa. Andate andate. Al vostro ritorno mi troverete ancora qui. In quanto a vivere si vivrà. Gli spazzini sono pigri, fino alle quattro di mattina non lasciano le loro mogli e abbiam tempo di far bottino. Miarù non pretende molto, a me, lo sapete, basta un rosicchiolo secco e si trova sempre. Quando tornerete di lassù...

Ma poi non finì la frase, riabassò il capo sul libro e s'immerse nella lettura.

Schignòtt e Apulinèr si guardarono un istante, alzando le spalle e si dissero:

— Andiamo.

Schignòtt legò al collo di Plè una cordicella; Apulinèr fece un fischio e dischiuse l'uscio. Per l'aperto quadrato, s'intravidero gli ori del tramonto. Lèdar, gracchiando, scese dal suo nido vicino al soffitto e s'involò innanzi ai due che prendevano il cammino silenziosamente.

Plè seguì con la coda bassa e si volse a tratti per tema che il selvaggio Miarù lo seguisse.

Ne l'aria si udì lo stormire dei pioppi sotto il vento della sera.

— Oh, uomini uomini! — esclamò Don Vitupèri che s'era fatto su la soglia e guardava il rosseggiare dei cieli. — Uomini uomini! Più vale un grillo e una formica e una monera anzichè tutta la vostra prosopopea.

Io mi chiamo l'Ultimo fra voi, ma la vendetta mi guida!

E tese le braccia scheletriche, alte sul capo, sogghignando.

CAPITOLO V. Nel quale Divina piange un dirotto pianto per la soave Primavera.

Erano arrivate le prime canipaiuole, gli usignuoli e le capinere. Africa le aveva udite cantare fra le siepi del brolo, nelle notti in cui non poteva dormire perchè le lenzuola odoravano troppo acutamente di lavanda e passava la primavera la quale ha qualche perfidia per le zitelle che aspettano invano il guanciale compagno.

Gli alberi avevan posto la loro gaia animazione floreale ne l'aria azzurrina e il vecchio melo, che sorgeva con le sue rame vicino alla finestra della stanza ove dormiva la solitaria, sorrideva già nel suo bianco diadema, per le nozze feconde rinnovantesi ad ogni nuovo ritorno della dolce-prolificante sorella.

Era per l'aria l'invincibile languore primaverile che fa fiorire il viso degli adolescenti.

Africa passava le sue giornate, intenta ad agucchiare, muta e astratta nel suo unico pensiero d'amore e contava le foglie e contava le rame, e aspettava il sorgere delle stelle, sempre intenta a trarre il favorevole responso alla sua speranza dolorosa e continua.

Asia, la cupa Asia dai grand'occhi obliqui, dai miseri capelli e dalla grande magrezza stridente, poichè Europa aveva seguìto il suo ignoto destino, era divenuta più strana, più irascibile, più agitata. La sua voce suonava ora, alta e sovrana in infinite querele. Tutto le dava ragione di sospetto e di male, tutto l'accendeva di sacro zelo e paure incomposte le attraversavan la mente di continuo, nate da cause irrisorie. Ella era in moto per tutta la casa dai tetti alle cantine, e ciò dallo spuntare del giorno a l'ultima sera; giungeva trafelata, guardava la disposizione delle cose, lanciava qualche parola e ripartiva per altra mèta, per altre grida, per altre apparizioni trafelate.

Tutto il suo cuore e tutta la sua mente, erano in tale agitarsi; ella non vedeva più in là e le pareva sorreggere il mondo. D'altra parte, le agonie del desiderio nutrivano la sentimentale anarchia.

Asia sapeva che la sua stagione era giunta al termine estremo; sapeva che ormai dalla rossigna sera si levava l'addio che non ha ritorno, epperò gli ultimi assilli, le ultime tentazioni de l'amore le davano l'irrequietezza di chi non può tender le mani al piacere che trema nelle bianche gole delle vergini e zampilla dalla inesausta fonte della vita.

A l'opposto, America era calma e tranquilla perchè sapeva di essere desiderata. In tale pensiero, a volte, lo spirito si acqueta.

Ella era bionda e piacente, ne l'età dei frutti; aveva una bella persona propiziatrice e la primavera non le dava nè malinconie, nè esaltazioni.

Oceania, trillando come gli usignuoli e le capinere, guardava gli astri fatali, in attesa de l'annunzio della sua definitiva assunzione al marital dominio.

Le quattro figlie di Gian Battifiore, vive rappresentanti di una incorrotta ed incorruttibile fede politica, assistevano così, sole e fantasticanti, ciascuna in suo metro, alla stagione che gli uomini, ligi alle loro leggi tetragone ad ogni assalto, dovrebbero chiamare peccaminosa.

E Divina le guardava sospirando, e diceva in cuor suo:

— Quanta bellezza si perde! E gli uomini cantano alla luna!

Ella ci soffriva perchè era nella sua natura l'istinto de l'accoppiamento, istinto che a volte rasentava l'ossessione.

Così, negli occhi suoi, vagava una continua pietà per le padroncine che non potevano sapere niente.

Nel brolo c'eran le canipaiole che hanno gli occhi come due piccoli coralli e Divina ricordava che, sotto la sua casa di grossolane selci, udiva un tempo il fischio di Fiurù, simile al verso delle canipaiole. Le sue quattro ragazze (le teneva ella ne la sua materna protezione) chisà quanto dovevano soffrire per la ininterrotta solitudine!

E se qualcuna le avesse detto:

— Divina, aiutami!

Sarebbe andata in capo al mondo per far entrare di soppiatto l'amore, dove le consuetudini non volevano. Non era giusto forse? La nostra vita è breve — pensava ella — bisogna ben godersela come si può. Quando si è morti, è finita!

Ora, vedeva Africa sospirare per il conte Alfonso De' Bigamia; Asia e Oceania attendere a loro volta il sospiro che si rivolge a qualcuno e America perdere la sua bella giovinezza, nel sonno e ne l'insapienza.

Ciò le dava grande amarezza.

Verso sera, le figlie di Gian Battifiore, poichè la madre Veneranda usciva per le sue pratiche religiose e il padre era assorbito dagli interessi della popolazione, si riunivano in una stanza a terreno, che immetteva ne l'orto e, intente a qualche lavoro femminile, attendevano l'ultimo crepuscolo.

Divina era con loro.