IL DOLCE FAR NIENTE.
IL
DOLCE FAR NIENTE
SCENE
DELLA VITA VENEZIANA DEL SECOLO PASSATO
DI
ANTONIO CACCIANIGA
TERZA EDIZIONE.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1891.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.
Tip. Fratelli Treves.
IL DOLCE FAR NIENTE
I.
Nel secolo passato, al tempo che i nostri nonni in parrucca colla coda, facevano una corte spietata alle nostre nonne in toppè, la città di Treviso non era così linda come al giorno d'oggi. Fabbricata, a quanto sembra, prima dell'invenzione dello spago, la linea retta non appariva che per accidente. Ogni persona che fabbricasse una casa, aveva qualche motivo per collocare la sua fabbrica un passo più avanti o più indietro del vicino, o formava un angolo a dritta o a sinistra, per vedere il sole più presto o più tardi secondo i suoi gusti. Allora nessuno parlava di libertà, ma nessuno s'immaginava che si potesse impedire ad un cittadino di erigere una casa a suo talento, anche in mezzo alla piazza se lo avesse trovato opportuno. Frutto dell'assoluta libertà era che ognuno pensava per sè, per la qual cosa Treviso è risultata di un pittoresco indescrivibile. Le strade a zig-zag alte e basse, ad angoli sporgenti o rientranti con le finestre e le porte a capriccio, con portici o senza portici, secondo le idee del proprietario. La polizia municipale non era ancora inventata, i municipi non avevano nè il medico, nè l'ingegnere, nè la commissione dell'ornato, che sorvegliassero l'igiene pubblica, le strade ed i fabbricati.
In conseguenza le vie non erano selciate nè illuminate di notte, e tutti gettavano dalle finestre le immondizie delle case. L'erba cresceva rigogliosa per le strade, ove i polli ruzzolavano nelle spazzature e le lavandaje distendevano il bucato.
Al tramonto del sole suonava l'Ave-Maria, e mezz'ora dopo si poteva giuocare a gatta cieca e rompersi il collo per la città, immersa nelle tenebre più profonde.
Chi voleva veder chiaro andava a spasso col suo lanternino in mano, o attaccato al cappello a tre spicchi; e chi preferiva le tenebre non aveva bisogno di spegnere i lumi; e non abbiamo mai udito che i nostri nonni si sieno lamentati di tali abitudini. Anzi abbiamo delle ragioni per credere che gl'innamorati ed i ladri, fra i quali corrono certe analogie, fossero perfettamente soddisfatti.
I frati e le monache avevano prodigati i loro conventi, ed ogni mattina l'aria echeggiava del continuo frastuono delle campane, suonate alla distesa ed a tocchi, a gloria del cielo e dei santi ed in perpetuo tormento delle orecchie dei peccatori.
In quel tempo, ed appunto in una mattina di primavera del 1771, due giovani della medesima età, uscivano da porta Altinia, e si avviavano a piedi verso Venezia.
Erano entrambi, come succede sovente a questo mondo, ricchi di genio e poveri di contanti; ma la ricchezza dei giovani non istà nella borsa, ma nel cervello e nel cuore, e in questo senso erano milionari. Portavano il fardello sulle spalle colla baldanza dei loro quattordici anni, e aspiravano l'aria fresca della campagna con un'ebbrezza che brillava negli occhi, e sulle labbra. Andavano a Venezia per la prima volta, a cercare fortuna nell'arte: avevano in tasca delle lettere commendatizie, nel cervello un mondo di sogni, e nel cuore una fiamma perenne.
Venezia era allora la ricca e popolosa dominante della repubblica, la città delle arti belle, la sede del buon umore, il teatro delle avventure misteriose e dei facili costumi. Il nome di Venezia risuonava in tutto il mondo col supremo prestigio delle glorie passate, e delle voluttuose seduzioni del presente.
I due giovani viandanti sentivano le pulsazioni del loro cuore accelerarsi all'idea di raggiungere la piaggia felice della quale aveano tante volte udito vantare i fasti, e narrare il fascino e le meraviglie, dai signori villeggianti.
A Mestre incominciava a quei tempi il movimento che indicava la vicinanza della grandiosa dominante. Dai grandi alberghi e dalle locande che fiancheggiavano il porto, uscivano ed entravano ad ogni ora del giorno grandi e piccole carrozze da viaggio, sedioli, cavalieri e pedoni. Vedevansi degli alti carrozzoni dorati con vaghe miniature agli sportelli, con entrovi eleganti gentildonne in toppè e gran signori in parrucca incipriata, con la coda riparata in un sacchetto di seta che sbatteva le spalle. Andavano e venivano per le vie popolose, ridendo e scherzando, arrestandosi a conversare cogli amici e conoscenti che incontravano. Ad ogni momento arrivavano o partivano le gondole dalla riva, caricavano o scaricavano i patrizi, i magistrati, i ricchi cittadini, accompagnati dalle loro dame e damigelle, dagli abati di casa, dai segretari, e da numerosi staffieri, servitori e cameriere d'ogni fatta, che portavano tabarri, ombrelli, cesti, sportelle, casse e bagagli. Sul porto era un continuo movimento, un incessante ed animato tramestìo d'uomini e di cose, che formava un quadro bizzarro di costumi originali e di colori spiccati, degna prefazione del gran libro di Venezia.
I due modesti viaggiatori dopo un'opportuna refezione si decisero a scendere in una peota che partiva sul momento carica di viaggiatori stipati fra le stie dei polli, e le provvisioni svariate di frutta e d'erbaggi.
Quando ogni cosa fu all'ordine la barca si distaccò dalla riva, e i barcajuoli incominciarono a dare dei remi nell'acqua. Le donnicciuole di Mestre che avevano accompagnate all'imbarco le comarelle e le amiche, si sbracciavano sul molo in mille segnali, auguri e saluti, e facevano un cicalìo che si confondeva col tonfo dei remi, e si perdeva incompreso per l'aria. Gli uomini salutavano con le braccia protese e i berretti sollevati.
Nella barca rispondevano sventolando le pezzuole, o coi cenni della mano, o con qualche lagrimetta furtiva, dissimulata dal bianco fazzuolo del capo.
Spariti gli ultimi gruppi della riva, incominciava la conversazione in comune. Ognuno prendeva un posto conveniente alle proprie idee. I vecchi cercavano un cantuccio tranquillo ben riparato dall'aria e dal sole, le donne fingendo nascondersi, studiavano una posizione avvantaggiosa; i giovani facevano prospettiva alle donne, o si sedevano loro da canto per raddolcire le noje del lento viaggio, con una conversazione geniale. I battellieri calcavano il tabacco nella pipa, e i due giovani viaggiatori si collocavano a prora per dominare liberamente il nuovo e stupendo spettacolo.
Frattanto uscivano dai tortuosi e torbidi canali di Mestre, ed entravano nella vasta laguna. I nostri due compagni di viaggio, cogli sguardi intenti verso la lontana Venezia, contemplavano estatici il magnifico quadro che compariva davanti ai loro sguardi.
Le acque azzurre, appena increspate dalla brezza vespertina, si stendevano come uno specchio infinito, riflettente le rosse nuvolette della sera. Di tratto in tratto dai banchi di sabbia verdeggianti per le alghe, si levava un qualche uccello marino, e si alzava sbattendo le bianche penne, e poi discendeva in graziosissime curve con l'ali stese ed immobili, sfiorando l'acqua, o immergendosi un istante per cogliere di passaggio la preda.
Qualche battello peschereccio raccoglieva o gettava le reti, o scioglieva le vele pel ritorno. Le brune gondolette passavano davanti la lenta peota. I gondolieri e i pescatori cantavano, tutto respirava la pace e il contento, tutto presentava alla vista un aspetto singolare e fantastico.
Da lungi fra i vapori trasparenti e dorati della sera vedevasi Venezia come una sposa avvolta nel velo nuziale, circondata da una aureola di luce divina. Il sole cadente s'immergeva nelle acque che parevano fiammeggianti di liquido oro sopra strati di porpora. A poco a poco si distinguevano le gugliette, i campanili, le cupole e le case, confuse fra gli alberi e le antenne delle navi. Gli ultimi raggi del sole battenti sopra l'ampie invetriate dei lontani palazzi pareva che mandassero in fuoco quelle principesche dimore. La calda luce del crepuscolo non era ancora scomparsa, che dalla parte opposta si levava la luna, e le prime stelle brillavano in cielo, come fosse convenuto fra gli astri di darsi il cambio sull'eccelso diadema della regina del mare. A poco a poco sorgeva la notte serena, e involgeva nel suo bruno mantello la misteriosa città.
Entrarono in Venezia, attraversando il Canal grande, e sbarcarono al molo della Piazzetta: la luna sbatteva i suoi raggi sul palazzo ducale, e riproduceva sui muri del fondo le agili colonnette e i trafori. La basilica di San Marco appariva indistinta fra molteplici gruppi di colonne di marmo sostenenti archi di mosaici di oro, incoronati di cupole lucenti. La doppia fila d'arcate che fiancheggiano la piazza, i sovrapposti palazzi, le gigantesche colonne della piazzetta, i leggiadri stendardi, tutto quell'insieme vario ed artistico, grandioso e imponente, sembrava ai giovani viaggiatori una sublime visione.
Penetravano in Venezia come nel regno dei sogni soavi; le loro forze giovanili misuravano dei lunghi anni felici, le loro speranze dipingevano sulla facile fantasia una serie di gioje recondite; e la gloria possibile fra le meraviglie delle arti e della natura!
Ma chi erano quei due giovani viaggiatori, così ardenti d'entusiasmo e di genio? — Uno si chiamava Vittore Valdrigo, e l'altro Antonio Canova.
II.
Il giorno di tatti i Santi del 1757, la natura melanconica si apparecchiava all'inverno, le foglie cadevano dagli alberi, l'erbe ingiallivano. Nel piccolo villaggio di Possagno, i paesani si recavano nella vecchia parrocchia di San Teonisto per ascoltare la messa. Niente indicava un avvenimento rimarchevole pel modesto paesello, nè il reverendo parroco che battezzava un neonato s'immaginava che il nome impostogli al sacro fonte avrebbe fra pochi anni meritate le lodi di tutto il mondo civile, e sarebbe divenuto la provvidenza del paese nativo, cosicchè il buon sacerdote aprendo colla solita tranquillità i registri parrocchiali, vi iscriveva colla massima indifferenza sotto agli altri poveri nomi, il nome che doveva diventare famoso di Antonio Canova, figlio legittimo di Pietro Canova di Possagno e di Angela Zardo di Crespano.
Finita la cerimonia, il prezioso fanciullo veniva trasportato a casa senza altre solennità, e colà pochi parenti ed amici celebravano tranquillamente la sua nascita rompendo dei biscotti e assaporando alcuni bicchieri di vino. E chi poteva leggere nel libro dell'avvenire? Generalmente le madri coltivano i sogni più ridenti sulla culla dei loro bambini; Angela Zardo avrà essa pure fatti i suoi sogni, ma questa volta erano certo al di sotto della realtà.
La sua fantasia si sarà limitata alle comuni speranze, e se una voce arcana le avesse profetizzato i grandi destini del figlio, essa non avrebbe creduto alla profezia. Eppure egli doveva dar vita ad una serie gloriosa di candide divinità, innalzare colossali mausolei a pontefici e a principi, riprodurre col marmo i più illustri personaggi del suo tempo, scolpire le statue di futuri eroi e di graziose principesse, e con parte del denaro ricavato innalzare un tempio greco sui colli di Possagno in luogo della povera chiesuola nella quale era stato battezzato.
E chi poteva annunziare agli abitanti di Carrara che era nato un fanciullo a Possagno che fra pochi anni avrebbe cavato dal marmo delle loro cave una Psiche celeste, un gruppo delle Grazie veramente divino, e un drappello di altre bellezze molli e quasi palpitanti di vita? E pensare che un colpo d'aria, o qualunque minimo accidente sarebbe bastato per spegnere quella vita, e togliere al mondo il lavoro di quelle mani portentose che doveano secondare con tanta maestria le creazioni del genio!...
E chi sa quanti genii nascono ogni giorno in Italia, e si spengono senza aver dato il loro frutto! Chi sa quanti uomini di Stato, quanti germi di generali e di magistrati muojono nelle fascie di spasmodia o di morbillo! e chi sa quanti nascono con la scintilla del genio e muojono nell'età senile senza lasciare una traccia del loro passaggio nella vita, tutta trascorsa in vane contemplazioni, in sterili sogni, in un perpetuo assopimento, in una molle apatia, in un dolce far niente!
Mentre che a Possagno la nascita di Canova passava inosservata, a Venezia si celebravano con gran rumore di campane e gran scialacquo di versi, i natali degli illustri rampolli della veneta nobiltà. I discendenti dei famosi dogi erano accolti in questo mondo coi più solenni pronostici.
Circondati di trine e di giojelli venivano trasportati al sacro fonte fra una folla d'amici e seguiti da un codazzo di servi in livree ricamate colle armi gentilizie della casa. Al ritorno dalla chiesa si facevano dispendiose feste e rinfreschi, ove si prodigavano i più fini confetti e i vini più prelibati, e i poeti d'occasione andavano a gara nel mettere in rime le geste gloriose del futuro eroe, annunziando a Venezia la sua nuova fortuna. Ma pur troppo quei poeti furono falsi profeti, ed alla caduta dell'antica repubblica gli eroi si nascondevano in cantina esclamando coll'ultimo doge le memorabili parole: «questa notte non saremo sicuri nemmeno in letto!» Ogni fanciullo che nasce è un mistero!
III.
Saltore è una tranquilla e verdeggiante villetta, a poche miglia da Treviso e dal Piave. La pittoresca catena di montagne che fiancheggia la provincia forma una deliziosa prospettiva al villaggio. Queste montagne che dominano i colli sottoposti, e il bosco del Montello, ergono la cresta orgogliosa di nuda roccia, e sono incoronate sovente di bianche nevi, che nelle serene aurore e nei dorati tramonti si tingono d'una vaga luce rosea o violetta, e nei giorni più foschi si velano di azzurre nebbie trasparenti, o si ascondono in parte fra vapori fantastici che a poco a poco diventano nuvole e vengono poi ad inaffiare la sottoposta pianura. Le falde verdeggianti dei monti sono tutte seminate di paeselli, di casolari, di chiesette circondate di macchie boscose, e di vigne che presentano alla vista un incantevole e variato prospetto. Dalle gole ove discende il Piave, penetra quell'aria pura ed elastica che conserva la salute, apporta l'appetito, e invita i Veneziani a godere i piaceri campestri, per cui tutto il territorio è sparso di palazzi e di case che abbelliscono l'antica Marca; la quale per la sua amenità, meritò dai nostri antenati il lusinghiero epiteto di Amorosa[1].
Sembra che anticamente Saltore sia stato un feudo o un'abazia dei conti Collalto. Osservansi ancora in alcune case coloniche gli avanzi di antichi conventi, e rimangono sui cadenti muraglioni le traccie delle celle dei frati e gl'indizi non dubbi di religiosi istituti. In epoche remote la nobile famiglia Sugana veniva a villeggiare nel paese, che fu celebrato in quei tempi per i magnifici palazzi e i sontuosi giardini.
Avanzo di questa dimora dei Sugana, rimaneva ancora, sono parecchi anni, una antica torre diroccata in fianco d'un ponte che cavalca la Mignagola, modesto ruscello, ma limpido come il più terso cristallo. Dai ruderi del palazzo signorile era sorta una rustica catapecchia, composta di rottami di cornici di pietra, e di vecchi mattoni, coperta di tegole e paglia. Una tettoja posta a ridosso della torre era sostenuta da fusti infranti di colonne e da tronchi d'albero colla loro corteccia, e da qualche ramo che faceva le funzioni d'architrave. Il pianterreno della torre era divenuto una stalla, il primo piano una camera da letto, alla quale si saliva da una scala esterna coperta, e intorno della quale una vite vagabonda arrampicandosi ai pilastri era andata a raggiungere il tetto e ricadeva in festoni. Un'adjacenza conteneva la cucina, le altre stanze e il fienile, il tutto fabbricato a varie riprese, con idee diverse, con materiali antichi o recenti, da artisti che non conoscevano nè regolo, nè compasso, nè squadra. Sopra la camera da letto la torre non aveva che tre lati che terminavano in frastagli cadenti sopra qualche foro a sesto acuto, ove di giorno i colombi stavano al sole a lisciarsi le penne. Il tetto aveva il suo declivio dal lato mancante. Nelle fenditure dei vecchi muraglioni, nei crepacci e nei fori, le civette e i pipistrelli facevano il nido, e si erano accomodati a meraviglia fra una vegetazione fantastica di fichi selvatici, di pruni e ligustri. L'edera correva su pei muri e ne formava il più grazioso ornamento. In fianco alla bizzarra dimora sorgeva un gruppo d'antichi olmi che rendeano completo il quadro. Il cortile terminava al ruscello, tutto ricinto di siepi di biancospino, di aceri, di evonimi e di sicomòri; era brulicante d'animali domestici, che vivevano in perfetto accordo fra loro, e andavano beccando i granelli sparsi sul terreno. Un superbo gallo razzolava il letame per discoprire dei lombrici da regalarne le sue galline che gli stavano d'intorno come tante odalische. I polli d'india facevano la ruota colle penne della coda, una chioccia conduceva al passeggio i pulcini pigolanti. Le anitre si diguazzavano nell'acqua, un grosso majale grugniva in un canto, sdrajato sopra un mucchio di foglie. Il cane vegliava alla porta, il gatto, ricoverato sulla sommità della scala, stava contemplando la rustica scena, con una immobilità monsulmana.
Tutti erano felici, ciascheduno vivendo secondo le sue idee, in piena libertà e sicurezza. Quel cortile presentava l'immagine di un perfetto governo nel quale regnasse l'ordine, la pace, l'armonia. Le rondini, innamorate del beato soggiorno, facevano il nido sotto ai tetti, ed ogni primavera, reduci dai loro viaggi lontani, ritornavano ad abitare le loro costruzioni, le quali non avevano bisogno che di qualche leggiero restauro.
Dietro la corte c'era l'orto fornito a dovizia di erbaggi e di frutta, e dopo l'orto vasti campi adorni di viti; ed estesi prati nei quali gli armenti trovavano dei pingui pascoli, e una quiete beata.
IV.
Zammaria Valdrigo era l'affittuale del podere. In quella solitudine le sue idee s'erano naturalmente circoscritte alle istruzioni del parroco, ed alle tradizioni di famiglia. Dal primo aveva imparato materialmente a recitare i misteri, a balbettare le orazioni latine, a venerare i santi in generale, accordando però una particolare preferenza ad alcuni che godevano il privilegio di speciali facoltà, ed erano dichiarati protettori d'alcune professioni, o degli ammalati o delle bestie. Per esempio, i calzolai dovevano invocare san Crespino, gli epilettici san Valentino, e in caso di malattie della vacca o del porco bisognava raccomandare il sofferente a san Bovo, o a sant'Antonio abate. La speranza del paradiso e la paura dell'inferno e del diavolo erano naturalmente il fomite delle buone azioni, e il freno degli istinti perversi; in quanto al purgatorio egli non ne aveva tanto spavento, perchè quantunque il bruciare nelle fiamme per alcuni anni dovesse essere una cocente punizione, pure poteva sperare d'uscirne col mezzo di opportune indulgenze, di qualche messa, di qualche elemosina, di una candela, o di altri suffragi.
A queste nozioni generali del sovranaturale, si aggiungeva la fede nella potenza delle benedizioni del parroco per ispaventare i sorci, o mettere in fuga le formiche, e le tradizioni di famiglia riguardo al massariol, essere misterioso e notturno che fischia da lontano nei campi, ed entra nella stalla ad intricare le criniere ai cavalli. E le streghe che gettano la mala sorte, e le anime dei morti che non trovano pace, e vagano di notte per le strade deserte.
In quanto alle idee civili, si riducevano a poco. Come la celeste gerarchia, la podestà della terra dividevasi in gradi. Al sommo stava il Doge, e poi venivano il Consiglio dei Dieci, il Senato e i gentiluomini. Dopo i gentiluomini i lustrissimi, e finalmente la povera gente che deve obbedire. Per le nozioni agricole tutto si riduceva a seminare od a mietere in crescente o calante di luna secondo i casi, a lavorare le terre coll'aratro ereditato dal nonno, il quale lo aveva avuto dal bisavolo che lo teneva dal trisavolo, e così avanti, ossia indietro fino ai tempi di Trittolemo.
Del resto, malgrado tanta semplicità, Zammaria sapeva fare i suoi conti, e presso gli altri contadini egli passava per un esperto massaio. Rispettoso e diffidente, faceva profondi inchini ai padroni, ma misurava le parole, rideva sempre con un occhio solo e con metà della bocca, e dalla bonarietà superficiale del volto gli trapelava un'aria di nascosta malizia, che dava alla sua fisonomia un carattere singolare.
Sua madre era una vecchia grinzuta e ricurva, che tutto il paese chiamava per antonomasia, la nonna.
Sua moglie era una svelta e robusta contadina. Bianca e rossa come un bel pomo maturo, la Rosa andava e veniva tutto il giorno dalla cucina alla corte, dalla corte alla stalla, dalla vacca ai pulcini, dal marito al maiale, dai figliuoli ai colombi; una vera provvidenza che vegliava su tutto, e non dimenticava nessuno. Un fazzoletto a quadri sul capo, le maniche rimboccate fino al gomito, la gonnella che appena oltrepassava il ginocchio, lasciavano piena libertà alle sue mosse rapide e gagliarde, e dall'alba al tramonto si udivano i tacchi de' suoi zoccoli che battevano il terreno con un suono uniformemente accelerato. Pareva che il suo cómpito sulla terra fosse quello di rappresentare l'abbondanza; la quale spiccava dalle rotondità delle sue membra, dal volume degli alimenti somministrati alla famiglia e agli animali, e dal numero de' suoi figli. Ne aveva avuto una decina fra maschi e femmine, alcuni erano morti, gli altri correvano i campi, al sole e alla pioggia, forti come la madre, vegeti come la natura, selvaggi come gli uccelletti del bosco.
V.
C'era però una eccezione. Vittore era nato con una fibra più molle degli altri fratelli, ed aveva sofferto alla prima infanzia alcune malattie che lo lasciarono più delicato e più debole. La buona madre sentiva il bisogno di distinguerlo dagli altri, riparandolo con cura dalle intemperie, rinforzandolo con cibi migliori, sorvegliandolo ad ogni istante perchè non si esponesse ad esercizii violenti e dannosi. Le sofferenze fisiche lo rendevano più sensibile alle impressioni, e le abitudini calme e tranquille introducevano nel suo cervello il dominio delle idee, ed una naturale tendenza alla osservazione minuziosa degli oggetti che gli stavano intorno. Seduto sotto gli olmi che sorgevano fra la casa e il ruscello, egli contemplava e comparava ogni cosa. Seguiva il volo della rondine che sfiorando l'acqua cristallina coglieva la preda, l'apportava al nido ove i neonati l'aspettavano col becco dischiuso, e con allegro garrito ritornava alla caccia per i prati e pei campi. Osservava il bacio dei colombi, le collere del gallo contro i tacchini, ammirava i vaghi colori delle farfalle, e le ali dorate degli insetti che passeggiavano sotto ai muschi crescenti sulle corteccie degli alberi; e ascoltava attentamente i varii mormorii della campagna, che con un'armonia indefinita rompevano i silenzii della tranquilla dimora.
Turco, il cane da guardia, era il fido compagno delle sue escursioni vagabonde, e con lui faceva lunghe peregrinazioni attraverso i vicini paesi e fino alle ghiaie del Piave, ove si arrestava davanti l'impetuoso torrente, a contemplare quelle vaste solitudini, e il lontano prospetto del castello di San Salvatore, e la catena dei monti.
E nelle lunghe sere d'inverno, rannicchiato in un angolo del focolare, o seduto accanto dei buoi, ascoltava le fiabe della nonna, che popolavano la sua mente di bizzarre avventure, e conducevano il suo spirito nella regione dei sogni.
VI.
Nel vicino paesetto di Vascon villeggiava in quel tempo l'antica e nobile famiglia veneziana degli Orseolo. La pittoresca dimora dei Valdrigo serviva spesso di meta alle passeggiate vespertine della nobile famiglia, che si piaceva di quelle scene campestri, e si arrestava volontieri alla rustica cucina all'ora della cena, ad osservare la Rosa che distribuiva le parti alla nonna, a Zammaria, ai fanciulli, dispersi qua e colà sopra una sedia, sul focolare, o sulla soglia.
La fisonomia intelligente di Vittore piacque alla nobildonna Fulvia che s'intratteneva con piacere a conversare con lui, ed egli divenne ben presto il compagno inseparabile d'Alvise e di Silvia, nobili rampolli dell'illustre casato. Silvia era una bambina di quadro anni, suo fratello ne aveva due di più, la medesima età di Vittore. Ogni autunno Alvise e Silvia appena giunti a Vascon correvano in traccia di Vittore, lo regalavano di vesti, lo conducevano a casa con loro, ed egli passava tutta la stagione cogli Orseolo dividendo coi fanciulli i giuochi, i balocchi, i bomboni, i piaceri e gli studi. Quando Silvia entrò in convento, ed Alvise ebbe un istitutore, la nobil donna Fulvia raccomandò Vittore al parroco di Varago, affinchè gl'insegnasse a leggere e a scrivere; e poco tempo dopo, ottenne dai parenti di lasciarlo continuare gli studi presso un prete di Treviso che teneva alcuni ragazzi in pensione. Gli Orseolo pagavano la spesa, Zammaria brontolava, ma la Rosa era contenta; e ogni autunno Alvise e Vittore ricominciavano le loro escursioni e i soliti diletti campestri.
Il giovine Valdrigo fece in pochi anni rapidi e portentosi progressi, e mostrò una straordinaria inclinazione per la poesia e per le arti. Egli disegnava con rara maestria, e riteneva a memoria i motivi musicali, uditi anche solo una volta. La vita contemplativa dell'infanzia aveva certamente predisposte le sue facoltà ad una intensa osservazione, che gli rendeva più facile la riproduzione delle impressioni ricevute.
La contessa Fulvia degli Orseolo parlò del suo protetto al senatore Giovanni Falier, grande amatore delle arti belle, e mecenate degli artisti, il quale sapendo che lo scultore Torretti doveva recarsi a Treviso, lo incaricò di esaminare le tendenze del fanciullo. Il Torretti lo trovò degno delle sue cure, e lo condusse seco a Pagnano ove compiva dei lavori per le chiese dei paesi vicini.
La nobile famiglia Falier villeggiava allora nel suo principesco podere di Pradazzi, nelle vicinanze di Pagnano e di Possagno. In quella nobile dimora il vecchio e burbero Pasino presentava a Giovanni Falier il suo timido nipote Antonio Canova, il quale rimasto orfano del padre, era stato allevato dall'avolo a trattare il marmo, professione di famiglia, nella quale i suoi parenti lavoravano con discreta abilità.
Il benefico Falier raccomandava anche il giovine artefice al Torretti, nel cui studio di Pagnano si conobbero e si amarono Antonio Canova e Vittore Valdrigo.
Finiti i lavori che lo tenevano occupato nei contorni di Asola, il maestro scultore ritornò alla sua residenza di Venezia, invitando i suoi giovani allievi a seguirlo nella artistica città, ove fra le meraviglie delle arti avrebbero sviluppata la mente all'amore e all'intelletto del bello.
Con questo scopo si recavano a Venezia i due modesti viaggiatori, dopo di aver abbracciato i parenti, e dato un addio al nativo villaggio.
VII.
Antonio Canova, entrato nello studio del Torretti a Venezia, si esercitava a maneggiare i marmi, a trattare gli scalpelli, i trapani, le scuffine e le raspe, ma non tardava ad accorgersi che i minuziosi lavori del maestro mancavano d'ispirazione e di genio.
Il Torretti era seguace di quell'arte convenzionale che abbandonato lo studio del vero, cercava gli effetti nelle movenze esagerate, e negli adornamenti pomposi o bizzarri. Trascurava lo studio del nudo, e non facea caso degli antichi modelli della Grecia, nei quali il genio dell'artefice traducendo la natura nel marmo sapeva cogliere in un punto il vero ed il bello, e creare delle opere divine.
Ma il giovane modesto e rispettoso lavorava in silenzio, aspettando il tempo opportuno per spiegare il libero e sublime suo volo verso più puri orizzonti.
Il suo vecchio nonno, il Pasino, vendeva per cento ducati l'unico poderetto di famiglia con lo scopo di mantenere un anno a Venezia il nipote, e il nobile Falier raccomandava il giovanetto al nobiluomo Farsetti, che con patrizio splendore, aveva raccolto nelle sale del suo palazzo di Venezia i migliori modelli antichi di scultura, e ne lasciava libero l'ingresso agli studiosi. Canova profittando di tale libertà, passava delle lunghe ore fra quelle statue, che parevano svelargli con muti cenni, da lui solo compresi, gli arcani dell'antica arte di Fidia, da tanti secoli smarriti.
In quel tempo due vivissime fiamme ardevano nel cuore del giovinetto scultore, l'amore e l'arte, e si giovavano a vicenda. Una vezzosa montanina di Possagno che egli aveva un giorno incontrata ad una festa del villaggio, lo aveva ferito con un lampo degli occhi.
Nella sua patria si vedevano sovente, e si pascevano di sospiri, di silenzii e di sguardi.
Nobile amore che ricercando le fibre più riposte del cuore lo rendeva capace di generosi sentimenti, e disponeva la sua mente a concepire sublimi pensieri, e a comprendere per intuizione i misteri del bello. Elisabetta Biagi, e le statue del palazzo Farsetti, ebbero per Canova una eguale influenza nelle prime rivelazioni dell'arte. Dagli occhi della Lisa egli ricevette la scintilla che accende l'anima, e apporta la luce necessaria alla comprensione delle linee greche, che svelano la suprema venustà della forma negli antichi modelli.
Quella vita di studio e di affetto rendeva l'artista insensibile alle seduzioni di Venezia.
VIII.
Nello studio del Torretti, e nelle sale Farsetti frequentava pure Vittore Valdrigo, ma in altre condizioni di vita. Un casto affetto non custodiva il suo cuore, e i lunghi ozii dell'infanzia lo avevano reso inetto alle occupazioni laboriose.
Il suo spirito si evaporava in infiniti e chimerici progetti, i quali poi si dileguavano al primo soffio di vento. Il suo ingegno versatile lo spingeva ad abbracciare troppe cose, che abbandonava al primo ostacolo, scoraggiato, avvilito.
La famiglia degli Orseolo lo teneva presso di sè. La munificenza di quella casa gli largiva una pensione, e dandogli una stanza nel palazzo, lo lasciava libero di seguire i suoi studi, e gli schiudeva gli aditi alla vita di Venezia, alle distrazioni, agli stravizi, e la imperiosa voce della necessità non batteva mai alla sua porta per eccitarlo ad affrettare il lavoro.
Ciò nonostante, la feconda natura del suo ingegno lo rendeva atto ad ogni cosa.
Disegnava con grazia e maestria, ed incominciava a dipingere con franchezza e con forza. I suoi pennelli scorrevano sulla tela colla arditezza d'un artista provetto, e la sua tavolozza s'impastava coi colori della famosa scuola veneziana. Con poche linee segnate con rimarchevole talento egli tracciava un somigliante ritratto, con pochi tocchi di pennello lo dotava di anima e di vita.
Amante passionato della musica, aveva imparato a suonare il violino, e lo maneggiava con destrezza e con passione, ma piuttosto per natura che per arte, non avendo la pazienza di attendere a lunghi e severi studi, e così mancante della istruzione necessaria per suonare un pezzo di musica completo, egli abbandonava il suo arco sulle corde in traccia di scucite e vaghe fantasie, di modulazioni capricciose e improvvise. Leggeva rapidamente ogni volume che gli cadesse fra le mani, e passava le intiere notti intorno alla lettura d'un libro che consonasse col suo cuore, o dilettasse il suo spirito. Ogni libro grave o noioso gettava con disprezzo, e condannava con inappellabile giudizio.
Egli sapeva a mente i più bei versi dei migliori poeti, e li declamava con maschia energia, e con intelligente espressione. La sua infanzia quasi selvaggia lo aveva reso indipendente dall'influenza del gusto corrotto del giorno, ed aveva predisposto il suo cure al sentimento della natura e del vero, cosicchè egli sentiva tutto il falso della poesia dominante, e ne parlava con ironia e con disprezzo. E sovente improvvisava dei versi e delle strofe ispirate che si perdeano per l'aria, e non lasciavano che una dolce e confusa rimembranza a' suoi amici che lo eccitavano invano a scrivere ed a pubblicare le sue poesie.
Ma ogni suo lavoro rimaneva incompleto, non perchè gli mancasse l'ingegno per compierlo, ma per colpevole indolenza. Le sue ispirazioni, i suoi slanci erano fantasie passeggiere. Ad un tratto il suo volto s'irraggiava d'un'estasi sublime, i suoi muscoli si agitavano, i suoi occhi vibravano lampi di luce. Allora la sua mente cercava splendide immagini, e nuovi concetti, le sue labbra proferivano parole strane e concitate, se prendeva la matita tracciava lo schizzo d'un quadro, che rivelava un pensiero stupendo, o se afferrava il violino ne traeva delle note soavi, dei sospiri armoniosi, degli accenti melodiosi che rapivano i sensi. Gli astanti rimanevano stupefatti e commossi, ed egli si arrestava come il viandante spossato dopo l'erta salita d'un monte, e si sedeva sfinito ed esausto.
In quei momenti d'esaltazione, quando gli si risvegliava nell'anima la potenza creatrice, se egli avesse potuto disporre di tutte le ricchezze del mondo, non avrebbero bastato a soddisfare gl'immensi capricci del suo pensiero. Egli concepiva dei piani giganteschi di nuove città meravigliose, e dava vita a nuovi mondi, a nuovi universi!... Ricaduto nella calma trovava tutto superfluo nella vita, meno la pipa e il sofà sul quale passava delle lunghe ore solitarie, mandando delle boccate di fumo, e contemplando dalla aperta finestra una nuvola che passava, o una stella che brillava nel cielo.
A' suoi amici che gli rimproveravano il vergognoso letargo egli rispondeva: «Le delizie del dolce far niente sono un dono prezioso impartito dal Creatore alle creature privilegiate. I sogni dell'anima sono più belli delle prosaiche realtà della vita, come la Venere greca è più bella della donna; e la contemplazione delle opere di Dio è un omaggio alla divinità, superiore ad ogni più fervente preghiera. Lasciate che io preghi ed ami secondo il mio istinto.... Ascoltate una storia del millecinquecento:
Un muratore innalzava un muro in Val d'Arno, assistito dal suo manovale. Uno portava i mattoni, i sassi e la calce, l'altro andava avanti col muro. Sapete che fa caldo in Toscana! orbene, era appunto il mese di luglio, il sudore grondava dalle fronti abbronzate dei due lavoranti, mentre un uomo stava tranquillamente sdraiato al rezzo d'una pianta fronzuta, e li guardava. Il muratore vide l'ozioso, e disse sdegnato al manovale: — Guarda un po' il fannullone, che mentre noi sudiamo al lavoro, egli si gode a far niente! — Ora sono tre secoli che il muratore e il manovale son morti e dimenticati, il muro è caduto, e non ne restano nemmeno le traccie, è morto anche colui che li stava osservando senza far niente, ma è rimasto il suo nome, egli era Michelangelo Buonarroti, che meditava una delle sue opere.
Fra gli antichi ruderi della Campagna Romana, un capraio osservava un bel giovine seduto a fianco d'una vaga fanciulla, e lo credeva un ozioso; era Raffaello che studiava le pose delle sue Vergini, e le pieghe delle vesti della Fornarina.
Il dolce far niente per le anime dei poeti e degli artisti è il preludio delle sublimi creazioni, è la contemplazione che genera l'ispirazione, è il sogno sublime che apparecchia l'opera divina del genio.
E in queste stesse lagune, quanti ozii, quante ore beate di riposo trascorsero nella tranquilla barchetta, i nostri grandi artisti veneziani, Giorgione, Paolo Veronese, Tiziano, e tutta la gloriosa coorte; e mentre solcavano l'onde coricati sui molli origlieri della gondola che cullava i loro sogni, parevano assopiti da un dolce far niente, e invece meditavano quelle stupende creazioni che sono adesso i tesori dell'arte, ed una delle più belle glorie di Venezia.
Ed io, povero insetto della terra, nel dolce far niente dell'infanzia ho imparato ad ammirare la potenza di Dio che faceva germogliare il germe confidato alla terra, che provvedeva il nutrimento al falco che mi passava sul capo nelle alte regioni dell'aria, ed all'insetto impercettibile che faceva un lungo viaggio sopra un filo di musco. Ed ora appoggiato al balcone, e contemplando questa azzurra laguna che si perde nei lontani orizzonti, ora io sento...... e s'arrestava tutto d'un tratto dando in un solenne scroscio di riso, e lasciando gli astanti nella sorpresa e nel dubbio se avesse parlato da senno o da burla, e staccando il violino dal muro improvvisava mille capricciose melodie che ora imitavano i gemiti del dolore, ora il canto di un'allegra canzone, e finivano colle note affettate d'un mellifluo minuetto, sospeso poi da un'altra solenne risata.
IX.
Mentre che Valdrigo fantasticava coi più strani paradossi, Canova lavorava modestamente intorno due canestri di fiori e di frutta. Col ricavato di questo primo lavoro, eseguito per commissione del nobile Falier, il giovane scultore ebbe agio a procurarsi un locale conveniente a studi più vasti. Egli cercava un luogo romito e silenzioso, e lo trovò nell'antico monastero di San Stefano.[2]
Quel chiostro eretto sui disegni di frate Maestro Gabriele di Venezia tornava perfettamente opportuno alla quiete dello studio. L'architetto monaco e artista aveva creato un rifugio per le anime meditabonde e pei pensieri elevati. Contribuivano ad ispirare la mente le memorie del passato parlanti dalle tombe d'illustri antenati; perchè colà riposavano nell'eterno sonno le ossa gloriose di Francesco Morosini, di Andrea Contarini, e di tanti altri, magistrati e guerrieri. Quelle mura solitarie rammentavano i pensieri, i dolori, le speranze dei loro abitatori. Esse avevano raccolto le anime troppo timide per affrontare i rischi della vita, o i cuori già offesi da insanabili ferite riportate nella lotta di mondane passioni. La fede nei misteri della religione consolava quelle anime meste o desolate che travedevano dopo le pene della vita, i giorni sereni d'una esistenza immortale; la fede nella potenza dell'arte consolava Canova delle privazioni continue e delle difficoltà del lavoro, e lasciava travedere alla sua anima il compenso d'ogni sofferenza e d'ogni fatica nell'immortalità del suo nome.
Nei silenzii notturni di quel chiostro, che più non risuonavano di lente salmodie, egli avrà veduto coll'ardente fantasia le pallide ombre di quei frati, attraversare i lunghi corridoi, prosternarsi sulle tombe degli antichi Veneziani, e coll'immagine della morte frenare i battiti del cuore eccitati dalle tentazioni di mondane cupidigie.
Molti artefici insigni avevano illustrato quel convento colle loro opere; e fra gli altri Giannantonio Regillo da Pordenone aveva apportato in quella pacifica dimora il genio del pittore e le passioni dell'uomo. Dipingendo nella corte alcune sacre storie, egli animava il suo pennello col vigore della gelosia che lo rodeva, del grande Tiziano. Ma il vento degli anni trasportò la polvere sollevata da' suoi passi, e rese muto anche l'eco che ripeteva sotto agli archi la voce di Canova.
Nella cella dell'ultimo frate disceso nella tomba, apportò il giovane scultore il corpo nudo di Euridice; il cui modello in creta, eseguito a Possagno, era il suo primo studio dal vero. Quivi poi scolpì in marmo l'Orfeo, disperato d'aver perduto per sempre la sua donna, ma sotto quella pietra parlante non scorreva il sangue del nume, e forse in altri tempi, nella medesima cella, sotto allo scapolare d'un frate, batteva il vero cuore d'Orfeo!
X.
Valdrigo ammirava i progressi dell'amico, ma non aveva la forza d'imitarlo nella assiduità al lavoro, nel disprezzo d'ogni piacere che non venisse dall'arte. Sfuggiva la fatica, e appena prodotto qualche saggio incompleto che rilevava il suo genio, lo distruggeva malcontento, trovando l'opera mancata, confessando la sua impotenza a dar vita al concetto sublime che gli balenava nello spirito e scoraggiato si arrestava a maledire sè stesso, ad imprecare contro le difficoltà materiali dell'arte, a bestemmiare contro al facile contentamento dell'altrui dappocaggine. Egli sogghignava con disprezzante cipiglio davanti alle opere manierate e convenzionali degli artisti viventi; e comparandole alle opere antiche sentenziava la generale decadenza delle arti, del costume e della patria.
Invano Canova gli ripeteva quelle massime che diressero sempre la sua nobile vita. Lo consigliava amichevolmente ad essere più indulgente, ed a correggere i difetti degli altri piuttosto coll'esempio del meglio che con le acri invettive, e le critiche amare. E soggiungeva essere più facile la critica d'un'opera insigne, che la produzione d'un mediocre lavoro. Valdrigo voleva sostenere che il genio deve creare senza fatica, e che il lungo studio è il retaggio dei mediocri. — «Queste sono tutte ciarle,» rispondeva Canova, e annoverando gli uomini illustri incominciando da Giotto e da Cimabue, gli dimostrava che le loro opere erano il frutto della fatica e del lavoro.[3]
Sovente visitavano insieme gl'insigni monumenti delle arti che adornano le chiese ed i palazzi di Venezia, e Canova arrestandosi davanti il quadro d'un famoso pennello, esclamava: «Vedi quest'opera? chi l'ha fatta non andava girando divertendosi come noi facciamo.»[4]
Le semplici e ragionevoli osservazioni dello scultore, calmavano i sensi agitati del suo amico, il quale si proponeva mille stupendi progetti di nuova vita, di lunga abnegazione, di ritiro completo, di abbandono assoluto agli snervanti piaceri di Venezia, e deliberava d'intraprendere lunghi e difficili studi, precursori di grandi lavori.
Ma ogni giorno trovava i più futili pretesti per rimandare ad altro momento l'esecuzione de' suoi piani. Se brillava uno splendido sole, egli usciva, per una passeggiata al lido in traccia d'ispirazioni, e rientrava affaticato e distratto. Se il tempo nuvoloso si disponeva alla pioggia, egli aspettava il sereno per mettersi al lavoro. Finalmente un purissimo cielo, un'aria imbalsamata lo mettevano in buone disposizioni quando la visita d'un amico, lo sguardo d'una vicina, un rumore della strada mettevano in fuga l'occasione, ed il principio degli studi veniva rimandato al domani.
Ma all'indomani era venerdì, giorno nefasto per principiare qualche cosa; il sabato essendo l'ultimo giorno della settimana, gli sembrava ridicolo che dovesse essere il primo d'una nuova esistenza. La domenica è giorno di riposo, anche per quelli che non fanno mai niente ed egli aspettava ansiosamente il lunedì, con fermo e tenace proposito.
Sventuratamente al lunedì si rinnovavano gli ostacoli per impreveduti accidenti; e così passavano i giorni inerti, le settimane improduttive, e fuggivano gli anni. La sua cameretta collocata al quarto piano dell'antico palazzo degli Orseolo, portava tutte le traccie del suo talento e della sua accidia. Il disordine d'una stanza di studio indica sovente le prolungate veglie, o l'assiduo lavoro, ma il caos sarà sempre l'indizio del perpetuo abbandono. Sul tavolo, sul sofà, sulle sedie rovesciate e per terra giacevano confusi e sconvolti mille oggetti diversi. Di qua libri aperti e chiusi fra i manoscritti, i disegni, la musica, il tutto sovrapposto a dei vasi di majolica, a delle vesti abbandonate, a dei pennelli sostenuti da frammenti di stoviglie. Di là giubbe e pannilini accanto al calamajo, in fianco d'un mazzolino di fiori inariditi e d'una spazzola. Sui muri si vedevano appesi insieme il violino, uno spadone, il busto d'una Venere, una corazza irrugginita, e una barbuta sostenente una vecchia parrucca incipriata. Il cavalletto per dipingere era incoronato da un vecchio cappello tricuspide, e sosteneva una tavolozza imbrattata da colori confusi e disseccati, l'archetto del violino, e una pipa turca. Parecchie tele appena sbozzate, o lasciate in abbandono a lavoro avanzato, pendevano parimente dai muri, o si ammonticchiavano negli angoli, fra le tele dei ragni, presso un armadio semichiuso dal quale uscivano le falde o le maniche d'una veste. Un tale miscuglio d'oggetti costituiva un completo labirinto, fra il quale bisognava raggirarsi con infinite precauzioni per giungere al letto nel fondo della stanza, ove il giovane artista meditava le sue opere future, fra mezzo ai saggi dispersi del suo genio, del suo disordine e della sua infingardaggine.
XI.
Il giorno della Ascensione del 1779 Venezia brillava di straordinario splendore. Tutte le campane della città suonavano a festa, tuonavano le artiglierie dalle navi e dai porti. L'aria che spirava dal mare apportava di tratto in tratto il suono festoso di musicali concenti, la folla accorreva premurosa sul molo zeppo di gente.
Era il giorno della gran festa nazionale, nella quale il Doge recavasi in pompa solenne agli sponsali del mare. Venezia risplendeva di tutta la sua antica potenza, l'amore e l'orgoglio della patria univa tutti i cittadini in festosa concordia, ed eccitava negli stranieri l'ammirazione e il rispetto. Il Bucintoro che solcava maestosamente quelle onde coi suoi fianchi dorati, dirimpetto alla città meravigliosa, era il simbolo della grandezza della antica repubblica. La poppa raffigurava una Vittoria navale coi suoi trofei. Le pareti esterne erano tutte adorne di bassorilievi dorati, rappresentanti le virtù e le arti.
Il salone coperto di velluto cremisino, era ornato di frangia, galloni e fiocchi d'oro. Verso la poppa s'innalzava sopra due gradini il seggio ducale fiancheggiato da due figure rappresentanti la Prudenza e la Forza; colle quali la politica Veneta seppe sostenere il governo pel lungo corso di quattordici secoli.
Il Doge si presentava al pubblico in tutta la pompa delle sue vesti, coperte d'oro e di gemme; accompagnato dalla Signoria, dal Senato, dal Maggiore Consiglio, e dagli ambasciatori delle primarie Corti d'Europa. Seguivano il ducale corteggio numerose galee, le barche dorate del dominio, le lancie ed i caicchi degli ufficiali di mare, i capi principali del commercio, fra i quali primeggiavano le eleganti peote dell'arte Vetraia, e delle Conterie di Murano, e finalmente una infinita quantità di gondole e di barchette che ricoprivano la laguna da San Marco fino al lido, adorne di festoni di fiori, di rami di lauro, rallegrate dalla musica e dalle canzoni d'un popolo soddisfatto. I vascelli di guerra e le navi mercantili, ancorati lungo la riva degli Schiavoni, salutavano il corteggio cogli spari delle loro artiglierie. Fra i vortici del fumo, e le onde agitate, le belle Veneziane passavano intrepide nell'agile gondoletta, e mollemente adagiate sui cuscini di piume, sfoggiavano il lusso delle seriche vesti, la grazia dei seducenti sorrisi, il fascino ammaliante degli occhi.
Il giorno ebbe termine col solenne banchetto del palazzo ducale, al quale furono convitate le primarie autorità dello Stato e il Corpo diplomatico. Sua Serenità sedeva sul seggio ducale circondato dagli ambasciatori, dopo dei quali venivano in ordine i Consiglieri, i capi del Consiglio dei Dieci, gli Avvogadori, i presidenti dei Tribunali giudiziari, e gli alti Magistrati che avevano assistito dal Bucintoro allo sposalizio del mare. Il pubblico, durante il primo servizio, aveva libero l'ingresso nella sala, ove accorreva ad ammirare lo splendore degli arredi, e il lusso delle laute imbandigioni. Uscito il pubblico, entravano i musici della Cappella ducale che rallegravano il convitto con armoniosi concerti.
Alla sera la piazza di San Marco offriva lo spettacolo meraviglioso d'una folla brulicante, briosa, ma ordinata e cortese. Fra un bisbiglio di voci liete e graziose, si vedevano i più bizzarri contrasti di colori e di costumi. I nobili e i magistrati colle sfarzose loro vesti, i cittadini coi mantelli bianchi o scarlatti, coi cappellini piumati a tre spicchi, le gentildonne in guardinfante e collo strascico, gli ambasciatori e i forestieri coi loro costumi nazionali, fra i quali risaltavano particolarmente i Turchi, i Greci gli Armeni.
Le donne sciorinavano i più ricchi abbigliamenti, stoffe di raso e di seta a larghe fioriture, con trapunti in oro, o ricami, con maniche e collari di merletti e di pizzi di meravigliosa fattura. Le alte pettinature brillavano di preziosi giojelli. Accanto alle gravi e magnifiche matrone sfilavano le vezzose e vispe lustrissime dal misterioso zendaletto, o dalla ricca bauta e offuscavano lo splendore dei brillanti delle gentildonne colla luce degli occhi parlanti; e una semplice rosa sul crine incipriato ornava talvolta quelle fronti giovanili, con più effetto d'un diadema. Le livree dei domestici, i costumi dei gondolieri e dei marinai, le donnicciuole del popolo di Burano e di Chioggia con le gonnelle sul capo, formavano un quadro d'un carattere originale, unico al mondo.
Venivano tutti col pretesto della Fiera dell'Ascensione, splendido mercato che si teneva in piazza San Marco, ma l'ammirazione non era esclusivamente concentrata sulle merci esposte in vendita, chè gli avidi sguardi dei giovani miravano maggiormente gli oggetti che non si potevano acquistare a denaro, ma che talvolta si conquistavano con un assedio perseverante di sguardi pietosi, e con l'arcana potenza di qualche parola furtiva.
Tutte le celebrità di quell'epoca intervenivano pompose nella piazza, come in una meravigliosa sala, comune a tutti, cittadini o stranieri, e passeggiavano lentamente fra gli sguardi rispettosi della folla, le ripetute riverenze e i profondissimi inchini.
Per di qua si vedeva fra un corteggio di eleganti incipriati, la bella e briosa gentildonna Giustina Renier, da quattro anni soltanto sposa al patrizio Marcantonio Michiel. Tutti ammiravano il lusso e le grazie della nipote del Doge, che rivolgeva la parola a suo zio materno Lodovico Manin, predestinato dalla sorte a seppellire la repubblica. Di là usciva dalla procurativa, seguita da un codazzo d'ossequiosi cicisbei, e si pavoneggiava per la piazza la pomposa matrona Caterina Dolfin Tron, sorridendo a diritta all'eccellentissimo Quirini, giunto apposta per la festa dalla sua deliziosa villa d'Altichiero, o scherzando alla sinistra col vecchio e curvo conte Gaspare Gozzi, canzonandolo con un piglio fra l'indifferente e il geloso sulla sua inclinazione per la francese Sara Cenet.
L'arguto poeta e gazzettiere, se ne scusava con motti piccanti e fini, e si rivolgeva come ad un appello decisivo, al potente procuratore marito, che li seguiva da vicino, corteggiato da una caterva di adoratori della moglie.
Passava un altro gruppo d'eleganti, facendo gran chiasso per lo splendore delle vesti, e il numeroso e scelto corteggio. Era la vezzosa gentildonna Contarina Barbarigo, la potente ed ammirata veneziana, che due anni prima aveva vinto l'Imperatore Giuseppe II in una graziosa lotta di spirito e di galanteria. La circondavano il cavaliere procuratore Alvise Pisani, Francesco Pesaro, e Nicolò Barbarigo, ed altri, astri minori, ma tutti brillanti di quell'epoca.
La vecchia gentildonna poetessa Cornelia Barbaro Gritti camminava cautamente, sostenendosi al braccio del figlio Francesco, parimenti poeta; come una stanca musa che invoca l'ajuto d'Apollo per salire al Parnaso. La vecchia musa in toppè era pastorella d'Arcadia, e veniva conosciuta dai pastorelli suoi amici, Algarotti, Metastasio, Frugoni e Goldoni, col dolce nome di Eurisbe Tarsense.
Ma in fianco a questi nobili avanzi di caduca poesia passeggiava un uomo antico, che con la mano ferma sull'elsa della spada parea sfidare i nemici della patria. Era l'illustre capitano Angelo Emo, ultima gloria delle geste militari di San Marco.
Infatti tutti i più bei nomi di Venezia si incontravano in quel ricinto di marmi, e spiccavano fra la folla mista d'ogni classe sociale. Ma anche nel ceto cittadino e popolare non mancavano rimarchevoli individui. Un grande originale era il burbero e sospettoso Carlo Gozzi, che sfilava brontolando fra gli archi delle Procuratie, desolato da un fatale contrattempo.
Il popolo indicava a dito il rivale di Goldoni, l'applaudito autore delle favole drammatiche, il quale dopo le sventure del perseguitato Gratariol, vittima delle Droghe d'Amore, sfuggiva gli sguardi della Ricci, attrice di moda, e suo malgrado la scontrava a ogni svolta di calle, accompagnata dal vecchio capocomico Sacchi, il più famoso arlecchino di quei tempi.
In un angolo della piazza un cavadenti vantava ai curiosi i miracoli d'un suo elisire, mentre dietro una colonna un individuo segnava in una carta quel gruppo. Questi era il pittore Pietro Longhi che studiava dal vero i costumi veneziani dell'epoca.
Il giovane Antonio Lamberti inseguiva da vicino la bionda Marina Benzon, e ispirato dalle grazie dell'avvenente persona e da qualche sguardo incoraggiante, andava componendo le strofe della canzonetta veneziana, divenuta tanto popolare: La biondina in gondoletta.
Un altro giovane poeta, che viveva in quei tempi in Venezia di un modestissimo impiego, andava in traccia d'Irene. Era il bassanese Jacopo Vittorelli, già celebre pel suo poema sul Toppè, allora innamorato d'Irene e dei maccheroni, che celebrava egualmente colle sue rime. Ma Irene in bruno zendaletto si confondeva fra la gente, e cogli occhi furbetti rispondeva ad altri sguardi. Noncurante della gloria futura la vispa popolana, sedotta da un piattello di calde frittelle, fuggiva con Fileno fra le braccia dell'Imeneo, lasciando che il poeta abbandonato morisse d'amore in piazza San Marco, e dopo morto cantasse a suo bell'agio:
Non t'accostare all'urna
Che il cener mio rinserra
e terminasse la sua funebre anacreontica prima di salire al letto deserto, dicendo all'infida Irene:
Rispetta un'ombra mesta
E lasciala dormir!
La folla aumentava sotto le loggie della fiera, che si componevano di vaste ed eleganti botteghe mobili, in legno, che venivano levate al termine delle feste. Era una pubblica mostra delle merci più pregiate, e delle migliori produzioni delle arti. Vi si vedevano a profusione i prodotti naturali ed industriali dell'Oriente, accanto delle produzioni nazionali. Abbondavano i broccati d'oro, le stoffe sontuose, i giojelli e i merletti. Vi si ammiravano dei ricchi arredi, dei mobili e delle cornici d'intaglio, l'arte vetraria spiegava tutto il lusso delle varie sue opere, le perle, i lampadari di cristallo, gli specchi tanto famosi.
Il gusto naturale dei Veneziani per le arti guidava ogni anno gl'intelligenti nel riparto consacrato all'esposizione dei lavori degli artisti viventi, ove si collocavano le incisioni, i quadri, le statue. In quell'anno la folla che circondava il locale destinato alle arti belle era talmente stipata ed incessante, che riusciva malagevole avvicinarsi alla meta. Eppure un solo gruppo attirava tutti gli sguardi, ed eclissava ogni altro lavoro. Questo gruppo rappresentava Dedalo ed Icaro, scolpiti in marmo da Antonio Canova.
Era la natura riprodotta in plastica con verità impareggiabile. Pareva che il sangue scorresse sotto la pelle rugosa del vecchio, il quale adattando le ali alle membra giovanili del figlio, mostrava la sua agitazione, colla contrazione delle linee del volto. Il fanciullo Icaro colla sua ingenuità pareva lieto dell'idea paterna, e sorrideva al pensiero di sciogliere il volo nelle regioni dell'aria. La folla si accalcava intorno a quel gruppo, e ripeteva con rispetto il nome dell'artefice insigne.
Filippo Farsetti, il fondatore della Galleria di Scultura nella quale studiava il Canova, accorreva ad ammirare il lavoro, insieme al Senatore Giovanni Falier, il protettore del giovane artista. Si scontravano per via col Procuratore Pietro Vittore Pisani che aveva allogato il bel gruppo, e che andava superbo di poter abbellire le sue magnifiche sale di un'opera che otteneva gli applausi universali. E in vero quelle due statue erano così superiori alle produzioni dell'epoca, che la stessa invidia taceva, e gli artisti viventi confessavano il rinnovamento dell'arte e volevano stringere la mano che sapeva così bene trattare lo scalpello ed imitare la natura.
Il modesto Canova fuggiva le pubbliche ovazioni, e assaporava le intime gioie del suo primo trionfo nella cella solitaria di san Stefano, già adorna d'altri pregevoli lavori. Infatti prima del Dedalo ed Icaro aveva condotto a termine il busto del Doge Renier per commissione del nobile Angelo Quirini; aveva ripetuto l'Orfeo con modificazioni del primo pel Senatore Grimani; aveva condotto in marmo un Esculapio e modellato un gruppo d'Apollo e Dafne.
I giovani suoi amici ed ammiratori andavano a visitarlo, e lo trovavano sempre intento al lavoro. Erano fra i più intimi il giovane scultore veneziano Antonio d'Este, che gli fu fedelissimo e stretto amico sino alla morte, il trivigiano Carlo Lasinio, incisore e pittore stimato, e Vittore Valdrigo.
Costui uscendo a notte inoltrata dallo studio di Canova si aggirava solitario per le calli deserte di Venezia, assorto nelle più gravi meditazioni. Quel grande e nobile esempio agitava il suo spirito, egli era costretto di confessare che le opere applaudite dell'amico erano il risultato dei continui studi e delle perseveranti fatiche, egli conveniva che il genio non fruttifica se non è fecondato dal lavoro, e sentiva nel profondo dell'anima una voce misteriosa che gli prometteva la gloria, qualora acconsentisse a consumare i pennelli sulla tela, come Canova usava gli scalpelli sul marmo.
Passeggiando in fianco alle Chiese e ai Palazzi, egli si arrestava a contemplare quei monumenti, e le forme fantastiche di quelle antiche dimore in parte immerse nelle ombre della notte, in parte illuminate dalla luna, secondavano le sue tendenze e lo trascinavano nel regno dei sogni. Dimenticando affatto il presente, egli riviveva nei secoli andati, e gli pareva che quelle mura gli rivelassero i segreti delle arti e della politica; e cercando di penetrare nei misteri degli anni svaniti, gli sembrava di vedere gli uomini delle morte generazioni e ne studiava i caratteri, e voleva indovinarne i pensieri. Davanti una maestosa basilica, che disegnava le sue cupole nel cielo sereno, egli pensava: — Quivi Tiziano si sarà soffermato a contemplare questo spettacolo sublime, e avrà meditato il pensiero dell'Assunta. — Poi raggirandosi per le oscure vie, e pei ponti ricurvi che presentano alla vista le case del popolo sporgenti o rientranti nell'acqua dei canali, se un lumicino rischiarava una finestra, con una luce rossastra, gli pareva di vedere coricata in quella stanza la più bella Venere uscita dai pennelli del medesimo artefice, chiamato dal Buonarroti «il gran confidente della natura, il maestro universale, e il solo degno del nome di pittore». E seguitava il suo notturno pellegrinaggio attraverso l'antica Venezia, evocando il passato. Sotto al campanile di san Marco gli sembrava di riconoscere il vecchio Sansovino che si compiaceva nella contemplazione della sua loggia; sulla riva degli Schiavoni, s'immaginava di incontrarsi con Alessandro Vittoria che aveva dimorato in calle della Pietà. Ora si arrestava a dialogizzare col Tintoretto, ora chiedeva a Paolo Cagliari delle spiegazioni intorno ai suoi gruppi, o domandava a Giorgio Barbarelli i segreti della sua tavolozza, e le sue opinioni intorno alla maniera del maestro Giovanni Bellino.
Davanti l'ampia superficie della laguna pensava ai grandi capitani che conquistarono il dominio dei mari, e piantarono l'onorato vessillo di San Marco in lontane regioni. Si figurava i battiti del cuore di Marco Polo nel giorno del suo arrivo a Venezia dopo la lunga assenza dalla patria, e rammentava le glorie dei Morosini, dei Dandolo, dei Foscari, dei Zeno, dei Mocenigo, dei Pesaro. Anime grandi! bei tempi per Venezia! che ben a ragione andava superba de' suoi fasti politici, della sua sapienza civile, delle sue glorie artistiche!...
Ma tutto ad un tratto un rumore dapprima indistinto e confuso, e poi assordante e disgustoso, lo risvegliava da' suoi sogni. Era un nembo di maschere sibilanti, accompagnate da stromenti scordati, rischiarate da palloncini variopinti, seguite da una folla plaudente di curiosi e di sfaccendati. Valdrigo ritirato nel vano di una porta lasciava passare la valanga, e quando il silenzio della notte riprendeva il suo dominio egli faceva il paragone della antica Venezia colla nuova, e mettendo a riscontro le feste nazionali delle vittorie, coi baccanali senza tregua, gli uomini d'una volta con quelli del giorno, il suo cuore lagrimava di compassione. Allora rientrava in casa, abbattuto e desolato d'esser nato troppo tardi, in un'epoca di corruzione e di decadenza; e trovava miglior consiglio spegnere l'intelletto nello stordimento delle feste, al tocco dei bicchieri, al suono d'una musica festante, fra i baci voluttuosi dei facili amori!...
E così invaso dallo scoramento e prostrato dagli stravizi, dimenticava il grande esempio dell'amico, il quale, modesto, laborioso e solitario, si levava sempre più alto e dominava i tristi tempi, colla grandezza del genio e coll'incanto delle divine creazioni.
XII.
Un ardente desiderio, un pensiero tenace, turbava i sonni, e dominava le ore di studio di Antonio Canova. Un nome grande risuonava nel suo cuore, una voce misteriosa e prepotente lo chiamava da lontano. Questo pensiero, questo nome, era Roma. Roma circondata da un prestigio infinito, nome eterno e venerato dal mondo per le sue grandezze e per le sue rovine. Colà la Grecia mostra ancora le immortali bellezze de' suoi marmi; e le glorie della repubblica e dell'impero sfidano i secoli sulle pietre imperiture dei loro monumenti. La nuova era della fratellanza cristiana, fondata sulle macerie del mondo antico, narra i suoi martirii e i suoi fasti, colle catacombe e colle basiliche. Il genio dell'arte eterna ha trasfuso la sua scintilla nell'anima di Michelangelo e di Raffaello, e il fuoco sacro arde fra quelle mura, che custodiscono i tesori della civiltà greca, romana e cristiana. Il gruppo di Dedalo ed Icaro e la statua del marchese Poleni fornirono al giovine scultore i mezzi necessari per soddisfare i suoi voti, e nell'ottobre del 1780, lieto e felice, partì finalmente per Roma.
XIII.
In quello stesso mese un pesante carrozzone da viaggio, e un barocchissimo biroccio, andavano barcollando per le strade rotte e guazzose dei contorni di Treviso, trasportando la nobile famiglia degli Orseolo che si recava a villeggiare nel suo palazzo di Vascon.
Vedevasi nel carrozzone principale la nobildonna Fulvia in gran toppè seduta accanto del nobile Giuliano Partecipazio, suo cavaliere servente di servizio, e dirimpetto a loro, Silvia ed Alvise. Sedevano nel secondo biroccio il nobile marito conte Almorò degli Orseolo, l'elegantissimo abate Don Lio, poeta arcade, membro dell'illustre accademia dei Granelleschi, istitutore del giovane Alvise, e cavalier servente onorario della contessa. In faccia a loro stavano Vittore Valdrigo, e la cameriera Lucietta. Gli altri servitori e staffieri camminavano in fianco alle carrozze per sostenerle quando minacciavano di ribaltarsi, o per spingerle avanti, quando le ruote sprofondandosi nel fango, si arrestavano. Erano partiti da Venezia avanti il levare del sole colla speranza di giungere alla villa prima di notte. In due ore si attraversava la laguna, ma ci voleva una intiera giornata a percorrere le quindici miglia da Mestre a Vascon, ben fortunati quando non si aveva bisogno di quattro buoi per rimorchiare i cavalli e le carrozze attraverso i rompicolli, che allora si chiamavano strade.
Silvia era diventata una bella ragazza. Prima di ritirarla dal convento era stata fidanzata al signor conte Alberto Leoni, che aveva vent'anni più di lei, ma le era eguale in nobiltà e superiore in ricchezza, perciò tutti trovavano il maritaggio perfettamente assortito, e la ragazza non aveva nulla da dire, non potendosi ammettere in quei tempi dalle famiglie dei nobili, che le fanciulle avessero un'opinione qualunque sullo sposo a loro destinato dai genitori, secondo la nobiltà del casato e le convenienze relative.
Avanti che i nobili viaggiatori giungano alla meta, possiamo a nostro bell'agio visitare il loro palazzo di compagna e passeggiare il giardino in compagnia del cortese lettore, o della graziosa leggitrice, ciò che sarebbe per noi una maggiore fortuna.
Il castaldo Angelo Rotondo dà l'ultima spazzatura al selciato davanti della casa, dopo aver messo in ordine l'interno, e fatte sparire quelle cose che i padroni non devono vedere. Sua moglie Fiorina è tutta in faccende per ripulire le stoviglie, spiumacciare i materassi, dispiegare i coltroni, spazzare le stanze e spolverare le suppellettili.
L'antico e vasto palazzo sorge maestoso in mezzo di spaziose adjacenze che contengono una grande quantità di locali a diversi usi. Dall'ampia sala del mezzo partono le larghe scale che conducono agli appartamenti superiori. Altre scale segrete e secondarie mettono negli anditi, e conducono alle stanze dei domestici.
Le ampie camere sono quasi tutte riquadrate di capricciosi stucchi alla maniera di Carpofero, e si svolgono in curve barocche, chiudendo nel mezzo antichi ritratti di famiglia un po' affumicati dal tempo, entro a cornici d'intaglio bizzarramente accortocciate, e sormontate dagli stemmi della famiglia, incoronati dal corno ducale.
Nelle sale di ricevimento pendono dal soffitto ricche lumiere di cristallo, e graziose girandole di Venezia, con pendagli brillantati, e goccie tagliate a faccette, e adorne di vasi di fiori e frutti in vetro, maestrevolmente dipinti. Sopra ai grandi e profondi camini di marmo, che possono contenere dei tronchi d'albero intieri, veggonsi lucenti specchi di Murano entro a cornici dorate, con vaghi andari di foglie che si aggirano fra i cartocci e le volute, condotte con arte ingegnosa. Larghi e pesanti seggioloni di cuoio con borchie di metallo, e tavoli a piedi ricurvi, ricoperti da ricchi tappeti di stoffe pesanti, a grosse frangie d'intorno, e grandi armadi colle cornici sostenute da cariatidi, con ampie invetriate entro alle quali fanno bella mostra i vasi di Faenza e i bicchieri di cristallo di monte.
Il giardino è circondato da lunghi viali di carpini, tagliati regolarmente ad arco. Le viuzze regolari e simmetriche, e le ajuole dei fiori sono fiancheggiate da bossi ridotti in forma di verdi muricciuoli. Gli alberi mozzicati e ritondati dalla forbice inesorabile del castaldo, hanno perdute le loro belle forme naturali, e presentano il monotono aspetto di vasi, piramidi e globi. Le piante dei cedri che esalano un soave profumo, compiono l'ornamento del giardino, unitamente alle statue, collocate ad eguali distanze, e riguardantisi fra loro. Il dio Pane coi piedi caprini, con la testa cornuta, con la zampogna nelle mani, fissa con stupido sguardo una Diana indifferente che con una mano accarezza il suo levriere, e con l'altra prende dal turcasso una freccia. Un Zeffiro enfia le gote, e sembra burlarsi d'una Flora gentile che gli offre un canestrino di fiori. Vertunno fa degli sberleffi a Pomona, che gli mostra ingenuamente delle frutta, senza intendere le malizie del suo innamorato. Un grosso e allegro Bacco incoronato di pampini leva in aria una tazza, e sorride bestialmente a Cerere incoronata di spiche, la quale levando la falce sembra che minacci di recidergli il capo.
Gli agricoltori romani si prosternavano riverenti davanti a questi dèi, ai quali chiedevano quelle benedizioni e quelle grazie che ora la castalda Fiorina domanda al vecchio curato trattando poi con irrispettosa noncuranza gli antichi numi, alle sacre membra dei quali attacca una corda, per distendere al sole il bucato.
Niente ricorderebbe la schietta natura in mezzo alla miseranda accozzaglia delle piante frastagliate, se un rustico boschetto sfuggito per miracolo alle cure micidiali del castaldo non fosse stato abbandonato alla sua vegetazione naturale. Questi alberi dovettero la loro salvezza al sito remoto, nel quale si ascondevano alla vista degli uomini. Gli uccelli frequentavano quel delizioso boschetto che stendeva le sue ombre ospitali sulle verdi erbe d'un prato, in fianco d'un ruscello mormorante fra candide ghiaie, e in primavera vi facevano il nido, e coi loro gorgheggi sembravano protestare contro le forme artefatte degli alberi del giardino, che secondo Angelo Rotondo erano la natura privilegiata, il boschetto rappresentando la natura selvaggia; ma quell'animale ragionevole giudicava la qualità degli uomini dalla forma della parrucca e il merito delle piante dal lavoro della forbice, autorizzata dalla moda a commettere un delitto di lesa natura. Eppure quel tranquillo recesso offriva un beato ricovero alle persone modeste che amavano fuggire il sole, annoiate dalle importune suggestioni di Bacco, e dalla immobile pantomima delle altre statue dabbene.
Il giardino regolare formava naturalmente le delizie dell'istitutore d'Alvise, che per dovere della carica, si teneva strettamente legato ai precetti dell'estetica del giorno. Don Lio era uno dei più eleganti abati di Venezia. Egli portava il collarino bianco, con lattughe staccate sul petto, e manichini ai polsi artificiosamente elaborati; anellini alle dita, orologio a pendagli, ferrajuolo di seta svolazzante al vento, fibbie dorate alle scarpe, e il cappellino a tre punte appoggiato sull'orecchio. E tuttociò secondo la tolleranza dell'epoca, malgrado le severe proibizioni dei sinodi patriarcali.
Passeggiando fra i muri del giardino egli invocava le aonie muse, delle quali era bigotto, e si sentiva trasportare sul Parnaso. Ad ogni occasione d'inclite nozze egli rischiarava gli sposi colla face d'Imeneo, e con un solenne epitalamio metteva in campo Apollo, Venere e le Grazie. Per vestizioni di monache egli penetrava coll'audace fantasia nel tempio di Vesta, ed animava il fuoco sacro, sordo alle proteste di Cupido. Alla morte d'ogni illustre patrizio lo raccomandava a Caronte, dopo un'apostrofe umiliante per l'ignaro Esculapio, e una imprecazione alle Parche.
Col lodevole scopo di avvalorare i suoi precetti coll'esempio, egli aveva adottato per sistema un linguaggio costantemente figurato. Alla mattina egli vedeva la rosea Aurora sul risplendente suo carro, a mezzogiorno egli usciva coll'ombrello per evitare i dardi di Febo, alla sera egli salutava la bianca figlia di Giove e di Latona che faceva capolino dalle nubi. Usciva a respirare i soffi di Zeffiro, rientrava in casa incomodato dalle furie di Eolo, d'Austro o di Borea. Nelle tazze del caffè egli assaporava il néttare, e a mensa trangugiava l'ambrosia delle prelibate bottiglie. Finalmente alla notte si abbandonava nelle braccia di Morfeo. Alvise trovava il suo maestro eminentemente noioso; il conte Orseolo lo stimava un insigne poeta, e Vittore Valdrigo sosteneva che Don Lio era un essere completamente felice.
La religione cristiana gli prometteva il paradiso dopo la morte, la religione pagana gli concedeva in vita l'uso degli Elisi, e l'abuso dei suoi numi. Venezia gli offriva i suoi piaceri, l'Arcadia lo convitava alle agresti sue gioie. Senza sudori sulla fronte egli coltivava il Parnaso, e passava i giorni beati dalle più dolci visioni, accompagnate dagli agi materiali. Smarrito in una selva selvaggia ove Dante avrebbe incontrato una lonza, un leone ed una lupa, ove i pastori sarebbero stati assaliti dagli orsi, egli non vedrebbe che le Driadi e le Napee sorridenti e ben disposte in suo favore; e certo cadendo in acqua sarebbe salvato dalle Najadi, o almeno ripescato da Nettuno.
Angelo Rotondo ascoltava a bocca spalancata gli squarci d'erudizione coi quali Don Lio si degnava talvolta onorarlo; e strabiliava a tanta sapienza, chiedendo spiegazioni e commenti. Durante la villeggiatura la sua ammirazione riceveva continui alimenti dalle declamazioni serali dell'arcade abate, e nei mesi d'inverno non dimenticava mai d'inviare i suoi rispettosi inchini all'illustre poeta, nelle indecifrabili epistole indirizzate all'agente generale di Venezia, nelle quali ommettendo i punti e le virgole, parlava alla rinfusa degli animali e dei padroni, dei polli, dei cavoli, e di Don Lio, chiudendo colla firma paradossale dell'umilissimo e devotissimo servo Angolo Rotondo.
Ma ecco la rubiconda Fiorina che dai cancelli del giardino annunzia l'arrivo degli illustrissimi padroni e del loro corteggio.
XIV.
La vita di campagna dei nobili veneti di quel tempo si allontanava di poco dalle abitudini cittadine, e poteva chiamarsi una variazione sullo stesso motivo. Il dolce far niente di quelle esistenze senza scopo, non veniva interrotto che dai lauti desinari, o dal giuoco. In città passavano le ore in frivole occupazioni, o colle visite, o al teatro. Alla villa il tresette della mattina teneva il luogo delle visite, il tresette della sera suppliva al teatro. La coltura del suolo era tenuta a vile e abbandonata ai bifolchi; l'aratro che onorava i consoli romani, era disceso fra gl'istrumenti più umili della plebe rurale.
Le arti, le mode, la poesia, tutto tendeva a dissimulare la natura, e la vita era ridotta un artifizio sostenuto da idee false, da pregiudizi inveterati, da privilegi politici e civili, conservati da secolari abitudini e da leggi severe.
Vittore Valdrigo amava la natura per istinto, e per l'influenza delle sue memorie d'infanzia, amava l'arte come quella che gl'insegnava a discernere il bello e ad elevare lo spirito, e disprezzava l'arteficioso ed il falso di quelle esistenze signorili, delle quali era divenuto testimonio quotidiano e attento osservatore. Ma legato alla famiglia degli Orseolo per la riconoscenza dei beneficii ricevuti, per la necessità de' suoi studi, per l'impossibilità di mantenersi da sè, o di tornare nell'isolamento della rustica famiglia, egli si lasciava andare per la china delle contratte abitudini, e viveva all'ombra dei suoi protettori che amavano i suoi capricci, e gustavano i paradossi del suo spirito, come fuochi d'artificio che svegliano dall'assopimento, come il certo preludio d'un futuro grand'uomo. Cosicchè le sue stranezze divertivano quei nobili signori, superbi d'aver pescato ne' bassi fondi sociali un originale che poteva un giorno far dire ai Veneziani: — La nobile famiglia degli Orseolo protegge le arti! —
Rosa giudicando che i nobili e i signori venivano al mondo per far niente, ringraziava la divina provvidenza d'aver collocato suo figlio nella vera posizione che gli poteva convenire, essendo troppo molle di fibra per sostenere l'aratro e i duri lavori della terra. Non è a dirsi se quella tenera madre fosse felice vedendo il suo prediletto diventato un lustrissimo; essa attribuiva quella sorte fortunata alla mistica influenza delle candeline offerte alla Madonna della neve di Saltore, alla quale porgeva continui voti, e indirizzava devoti rosari, per ottenere al figlio più dilicato una facile esistenza come domestico o poeta in una casa signorile, ciò che per la buona donna sembrava ad un di presso la stessa cosa.
Nei mesi della villeggiatura Vittore visitava spesso i parenti, portava qualche dono a sua madre e ai fratelli, e rifaceva solitario i passeggi dell'infanzia. In quelle dolci solitudini tutto parlava al suo cuore; l'aria emanava un profumo speciale, il mormorio dell'acqua aveva dei significati reconditi ed eloquenti, lo stormire delle frondi era un linguaggio inteso dalla sua anima, avvezza a conversare colla natura. Coricato sotto le antiche piante che avevano consolata la sua infanzia colle loro ombre, egli contemplava estatico le scene tranquille dei campi, il pascolo dei buoi sul prato vicino, i progressi dell'edera sugli avanzi della torre, le tinte rosseggianti della vite che faceva cornice alla scala, il bacio dei colombi che da padre in figlio ereditavano i nidi dei loro antenati.
Quante meditazioni in quella mente! quanti raffronti fra la semplicità e il silenzio di quei campi, e il lusso romoroso di Venezia; fra la vita primitiva e innocente de' suoi parenti, e le raffinatezze e la corruzione d'una nobiltà decrepita; fra l'ignoranza delle classi rurali e la scienza degli uomini illustri.
Chi più felice?... Arduo problema! Che cosa è la gloria? Chiedetelo a Tiziano nella sua tomba. La vita e la morte saranno sempre i grandi misteri!
Qualche volta sulla sera, quando stava per rientrare al palazzo, scontrava per via la comitiva dei nobili villeggianti, e si univa con loro per accompagnarli nel passeggio vespertino.
La nobildonna Fulvia camminava maestosamente in mezzo a' suoi cavalieri serventi. Il nobile Partecipazio, discendente degli antichi dogi, era onusto di scialli, di ombrellini e di ventagli, pronto a soddisfare i bisogni della dama, a coprirla, a scoprirla, a ricoprirla secondo gl'influssi della luna, e i capricci di zeffiro. Don Lio portava fra le sue braccia la cagnolina Tisbe che ringhiava all'approssimarsi dei profani, e sembrava riconoscente alle cure del poeta, che la celebrava ne' suoi versi. Seguiva un codazzo d'ospiti, di nobili vicini, coi figli e il marito. Il conte Orseolo corteggiava le dame, i cui mariti corteggiavano le amiche delle mogli, essendo suprema legge del codice elegante d'allora il cedere i propri diritti, l'invadere il terreno degli altri. Il giovane Alvise provava le prime armi con una briosa villeggiante di Lancenigo, che aveva dieci anni più di lui, molto opportuni per le lezioni d'esperienza, che servono di guida agli inesperti. Silvia restava indietro cogli invalidi, e i pensionati del regno di Cupido, o si univa con Vittore quando faceva parte del seguito.
XV.
Silvia, come tutte le ragazze della sua età, era un prodotto misto della natura e della educazione. La natura l'aveva dotata di una bellezza delicata, di forme snelle, di biondi capelli, d'occhi azzurri e profondi, come le acque del mare, dal quale la sua famiglia aveva in origine attinte le glorie e le ricchezze. La mente ed il cuore erano l'opera delle istituzioni claustrali, nelle quali era stata allevata, sotto la direzione d'una zia paterna, suor Maria Serafina, divenuta monaca secondo gli usi del tempo, per conservare intatto l'avito retaggio al fratello primogenito. L'affetto della zia alleviava alla educanda le fatiche dello studio e le aumentava la porzione delle ciambelle, che si distribuivano nei giorni solenni. La buona monaca aveva consigliato la fanciulla a preferire il maritaggio imposto dai parenti, alle eterne noie del chiostro. Negli anni d'istruzione essa aveva assorbite tutte le superstizioni e tutti i pregiudizi del suo tempo, ed aveva ignorato completamente le realtà della vita. Essa usciva dunque nel mondo fidanzata al conte Leoni, prima che il suo cuore avesse parlato, ed arrivava nella società, come i naviganti nelle terre scoperte, cioè in paese ignoto, fra costumi bizzarri, colle idee d'un altro mondo.
Ma gli uomini coraggiosi che intraprendono delle spedizioni per scoprire nuove terre sono già avvezzi alle fortune di mare, esperti nella nautica, accompagnati da arditi marinai, provveduti di armi e munizioni. La povera fanciulla veleggiava sola per mari ignoti, non coadiuvata dalla scienza, inesperta degli scogli nascosti sotto le onde, e senza pilota.
In quei tempi le madri erano troppo occupate per potersi dedicare all'educazione delle figlie. La mattina era tutta impiegata davanti la sapiente tavoletta, segreto laboratorio dei donneschi artificii, ove la crema d'alabastro e il rosso di serkis, componevano il roseo incarnato delle guancie; il bianco di Sultana, il latte di cocomero, o l'acqua d'Ispahan, servivano a nascondere le rughe, un neo ben collocato attirava gli sguardi degli ammiratori, e metteva al bersaglio un occhio languidetto, o una bocca lusinghiera. Poi l'acconciatura del capo esigeva lunghe cure, ed esperte mani per sollevare i capelli ad altezze meravigliose, sostenerli al loro posto, fissarli colla pomata circassa, rivolgerli col ferro caldo, imbiancarli colla cipria.
Più tardi venivano le visite, le adorazioni dei cicisbei, il pranzo, il teatro, il ballo; e in mezzo a tante brighe bisognava pure soddisfare alle convenienze sociali, concedere qualche istante al riposo, qualche abboccamento segreto, appagare il gusto del cavaliere servente, riconoscere i suoi diritti, e qualche volta transigere colle esigenze del marito.
È dunque evidente che i figli erano veri imbarazzi, importuni testimoni, pericolosi confronti, certificati autentici dell'età approssimativa dei genitori. Perciò la gentildonna Fulvia teneva sua figlia a rispettosa distanza, limitandosi a raccomandarle la massima semplicità nelle vesti, e un contegno riservato. Ma la giovanile freschezza suppliva ad ogni ornamento, e una modesta gonnella, un bruno zendaletto, una rosa sui biondi capelli, bastavano a farne una deliziosa creatura. Silvia dunque viveva nell'isolamento, quantunque si trovasse fra numerose persone, e si concentrava in sè stessa cercando d'indovinare i misteri della vita, osservando ogni cosa, studiando e meditando gli usi, le abitudini, gli individui. Guidata dall'istinto, coadiuvata dalle circostanze, essa andava modificando le sue idee, e arricchendo la sua mente di quelle cognizioni che il convento le aveva nascoste, e che pure le sembravano necessarie per sapersi regolare nel cammino della vita. I passeggi solitari in giardino erano il suo principale diletto, l'innocenza ama la natura, le fanciulle amano i fiori, gli alberi, il cielo aperto dei campi. Pensava al suo futuro matrimonio col conte Leoni che avea veduto due volte nel parlatorio del convento, il giorno della presentazione, e il giorno che venne fissato il matrimonio. Il fidanzato dopo d'aver baciato la mano rispettosamente alla promessa sposa, in presenza dei genitori e della badessa, era ripartito per un paese lontano ove rappresentava la repubblica, dopo d'aver convenuto che il matrimonio avrebbe luogo al termine della sua missione diplomatica.
La fanciulla studiava i rapporti conjugali dall'esempio dei parenti, e giudicava naturalmente che nella famiglia il marito è un essere secondario che dà poca noia alla moglie, e richiamando alla memoria i lineamenti del futuro suo sposo, trovava che per un semplice marito non c'era troppo male. L'affare più grave le sembrava la scelta del cavaliere servente; l'importanza della carica era evidente a' suoi occhi, il marito, essa diceva fra sè, non sta insieme alla moglie che le brevi ore della notte, quando si smorza il lume e si dorme, ma il cavalier servente è il compagno inseparabile, l'ombra del corpo. Se fosse una persona noiosa come Don Lio, o affettata come il nobile Partecipazio!... Povera mamma, essa pensava, come deve pesarle l'obbligo sociale che la tiene incatenata a un tal uomo, quanto sarebbe stato meglio per lei se il papà fosse stato il suo cavaliere servente, e Partecipazio suo marito!... Come si fa a trovare il cavaliere servente? ho sempre udito dire che la scelta appartiene alla sposa. Guai se anche questo mi venisse consegnato dai parenti, mi darebbero certo il conte Mocenigo, un ganimede che tabacca; o l'Ambasciatore Daniele Dolfin Savio del Consiglio, cavaliere della Stola d'oro, noioso come le cerimonie, o il grave inquisitore Grimani che fa paura a guardarlo, o il vecchio Senatore Foscari colla sua parrucca per traverso!... Sarebbe meglio Ermolao Tiepolo, se non camminasse saltellando, o Alvise Pisani se non fosse tanto languido, o Lodovico Manin se si mostrasse meno timido e sospettoso... Oh! infatti è un affar serio, e non vedo l'uomo secondo le mie idee.... Mi piacerebbe un carattere franco, disinvolto, coraggioso senza burbanza, e poi di bella presenza, buono, dolce, che odiasse il tresette, l'odore d'ambra, e il tabacco di Spagna.... ove trovarlo?...
Mentre la fanciulla passeggiava con queste idee per la testa, vide da lontano Valdrigo, e si mise a chiamarlo con tutta la forza della sua voce argentina: — Vittore, Vittore, Vittore....
Il giovane accorse in tutta fretta, e le chiese in che cosa potesse servirla. La fanciulla fattoselo sedere dirimpetto gli disse: — Voglio domandarvi un consiglio.... ma in segreto. Credete voi ch'io possa essere preoccupata da gravi pensieri?...
— Lo credo.
— Mi promettete il più profondo segreto delle mie confidenze?
— Lo prometto.
— Siete disposto a rendermi un segnalato servigio?
— Dispostissimo.
— E a rispondere francamente a tutte le mie domande?
— Dipende....
— Come dipende?
— Dipende dalle domande.
— Vi sono dunque delle domande alle quali non vorreste rispondere?
— Certamente!
— E perchè?...
— Perchè non potrei dirle la verità.
— Allora temo che la mia domanda sarà inutile!
— Si provi.
— Or bene, proverò.... Sappiate dunque che io vorrei ottenere un consiglio da voi, intorno alla scelta del mio futuro cavaliere servente.
— Sono dolentissimo di non poter soddisfare un tale desiderio....
— E perchè?...
— Perchè non ammetto i cavalieri serventi....
— Come?... Non ammettete nemmeno i cavalieri serventi!... Don Lio ha dunque ragione, siete un vero originale!... e perchè non ammettete i cavalieri serventi?...
— Perchè mi pare che debbano bastare i mariti!...
— Mio Dio! quali stranezze!... ma se i mariti non fanno mai nulla!...
— Bisogna farli fare!...
— Oh bella!... cosa direbbe il mondo, se vedesse una dama accompagnata dal marito.... corteggiata dal marito.... non sono cose possibili.... sono idee che farebbero ridere.... la stessa cosa come se un gentiluomo si presentasse in piazza senza coda e senza parrucca!... ma sapete che siete un grande originale!...
— Lo so, e ci tengo, perchè il plurale è così melenso al dì d'oggi, che preferisco il singolare.
E ridevano insieme, come di cose che non ammettono discussione, entrambi perfettamente convinti delle proprie idee. Ma poi nella solitudine Silvia ritornava col pensiero alle cose udite, e meditava a fondo sulle discussioni tenute.
Una volta essa consegnò misteriosamente a Vittore un libriccino, raccomandandogli di leggerlo con molta attenzione. Egli lo portò nella sua stanza, gettandosi sul sofà, aperse il volume e si trovò fra le mani: Il giardino di poesie spirituali, diviso in quattro parti, di Suor Maria Alberghetti, viniziana fondatrice delle Dimesse di Padova. — Lesse per obbedienza, e dormì d'un sonno consolato di celesti visioni.
Era un dono della zia badessa.
Finiti i pochi libri che aveva portati dal convento, Silvia sentiva il bisogno di nuove letture, e s'indirizzava alle amiche vicine, le quali le consegnavano di soppiatto le opere in voga. — La Marfisa Bizzarra, poema del conte Carlo Gozzi. — II Tirsi e il Narciso, di Apostolo Zeno. — Il Re Pastore e L'Astrea placata, di Metastasio. Questi libri accendevano il suo entusiasmo, allargavano il ristretto orizzonte delle sue idee, le facevano battere il cuore, e versava torrenti di lagrime. Nel bisogno di comunicare le sue emozioni ad un amico, aspettava Valdrigo in giardino, lo invitava a seguirla sotto l'ombre del boschetto, e colà narrava ingenuamente i suoi trasporti di ammirazione per le pagine divorate nella cameretta solitaria.
Valdrigo ascoltava con un'aria di affettuosa compassione, o di muta sorpresa; la giovinetta lo interrogava ansiosa:
— Cosa pensate di Carlo Gozzi?
— Scipito, rispondeva Vittore con un sospiro.
— E di Apostolo Zeno?
— Noioso.
— Ah! non potete negare che Metastasio non sia uno de' più grandi poeti?
— Lo nego!
— Come! avreste il coraggio di non piangere ai suoi drammi? di non rimanere commosso alla lettura de' suoi versi?
— Ahimè! pur troppo debbo confessare che i suoi versi mi fanno ridere....
— Basta.... Basta.... Non vi credeva un cuore di marmo, mi fate compassione.... voi non sentite niente!... non amate niente!...
— Niente!... rispondeva Valdrigo con un sorriso affettuoso, e se ne andava.
Silvia ritornava alle predilette letture, e mentre il suo cuore si disponeva alla tenerezza, udiva una musica soave uscire da una stanza del palazzo. Era Valdrigo che trasmetteva al suo violino un'espressione della sua anima, un pensiero di sublime dolcezza. La giovinetta ascoltava quella voce arcana che molceva le più riposte fibre del cuore, e sospendeva la lettura, per non perdere una nota della lontana melodia. Poi essa pensava: — quel giovane è un mistero!
Un giorno passeggiando in giardino con lui si mise a lodare l'elegante forma dei carpini tagliati in vasi e piramidi, e ammirando l'arte del giardiniere si rivolse al suo compagno, e con un'aria burlesca, gli disse:
— Ci scommetto io, che voi non amate quest'arte!...
— Ma niente affatto! rispose tranquillamente Valdrigo, anzi la detesto. Come vuole che io ammetta Angelo Rotondo censore della natura, l'opera di Dio!...
E qui una lunga discussione, come al solito, sulla stupidità degli usi, sulla corruzione del gusto, e sull'eccellenza della natura, e sempre camminando e andando a finire sotto le ombre del prediletto boschetto. Giunti colà, Silvia, incrociate al seno le braccia, e fissando in volto Valdrigo collo sguardo scrutatore d'un inquisitore di Stato, gli disse:
— Voglio vedere fino a qual punto giunga il vostro superbo disprezzo per le cose tenute in venerazione dal comune degli uomini. Da quattordici secoli la repubblica di San Marco forma l'ammirazione del mondo, orbene, qui nessuno ci ascolta, e potete parlare senza tema del supremo tribunale; sareste voi capace di burlarvi del Doge, serenissimo principe della repubblica, di ridere della maestà dell'Eccellentissimo senato, di mancare di rispetto all'Eccelso consiglio dei Dieci? sareste capace di dubitare dell'eterna durata d'un governo fondato dai nostri padri, guidato dalla sapienza civile e politica dei secoli, sostenuto da una nobiltà devota alle antiche istituzioni, e da un popolo rispettoso e felice?... rispondete.
— Come mai possono venirvi in mente tali domande?... a che possono servirvi i miei pensieri in proposito?...
— Il desiderio di conoscervi a fondo, mi spinse a cercare nella mia mente qualche cosa di grande dopo Dio, per vedere ove si arresti la vostra manìa di contraddire le idee generalmente adottate; i vostri pensieri poi mi servono a pensare tutta sola, a ragionare fra me, a discutere nel silenzio fra le idee comuni e le vostre, a distinguere il pregiudizio dalla verità. Ditemi francamente, ve ne prego, credete voi ad una lunga prosperità della repubblica?...
— Non ci credo.... la repubblica è vecchia, e piena di magagne, e i vecchi devono morire!
— Mio Dio!... mi fate paura.... e sapete cosa penso qualche volta di voi?... penso che siete pazzo!...
— Sicuro che sono pazzo.... egli rispose con un'aria naturale e convinta. Esser pazzo significa vedere le cose in modo diverso dagli altri.... Gl'inquisitori del Santo Ufficio giudicarono pazzo Galileo Galilei, perchè sosteneva che la terra girava attorno al sole, e l'obbligarono colla tortura a confessare la sua eresia.... Tutti i dotti trapassati e viventi davano torto alle sue nuove teorie, ma il dubbio era gettato, e la tortura non bastava a distruggerlo, bisognava dimostrare il contrario con prove scientifiche.... le prove si fecero, e dimostrarono ad evidenza che i dotti trapassati e viventi erano asini.... compresi gl'inquisitori del Santo Uffizio.... e che Galileo era un genio!... I Genovesi, i Portoghesi, gli Spagnuoli trattarono da pazzo Cristoforo Colombo, che si era fissata in mente l'idea di scoprire un nuovo continente oltre i mari conosciuti. Si figuri, se la dotta antichità poteva ignorare qualche cosa! I dotti contemporanei si burlavano di lui, la dotta Salamanca si sbellicava dalle risa, egli vagava invano per l'Europa alla ricerca d'un pazzo suo pari, che volesse aiutarlo procurandogli i mezzi di viaggiare in traccia delle sue chimere. Finalmente la presa di Granata mise in possesso della regina di Spagna tutte le provincie che si stendono dai Pirenei alle frontiere del Portogallo, la buona regina Isabella trovandosi la borsa ricolma ebbe il capriccio di gittare un poco di denaro dalla finestra, e malgrado l'opposizione insistente del marito, mise a disposizione di Colombo tre poveri vascelli, coi quali al dì d'oggi non si farebbe un viaggio in Dalmazia. Ella sa il resto; l'ignoto continente esisteva, Colombo lo ha scoperto; anche questa volta il creduto pazzo era un genio, e gli asini si trovarono nella dotta Salamanca e nelle Accademie scientifiche di quel tempo. Un altro pazzo era Torquato Tasso, l'autore della Gerusalemme liberata, un poema che vostra eccellenza farebbe bene di leggere, e che troverebbe certo migliore della Marfisa Bizzarra del conte Carlo Gozzi.
— E chi osò trattare da pazzo questo insigne poeta?
— Il Duca Alfonso di Ferrara, che lo tenne in prigione....
— E perchè?...
— Perchè il povero poeta aveva osato levare gli occhi alle stelle.... perchè aveva amato la Duchessa Eleonora, la sorella d'Alfonso....
— Oh ve ne prego, raccontatemi la storia degli amori del Tasso e di Eleonora....
Vittore ignorava quasi intieramente quella storia, ma la sua fantasia era abbastanza feconda per supplire ai documenti mancanti, e creò un racconto interessante della fiamma del poeta per la bella duchessa, e vi aggiunse le più tenere avventure, e le relative osservazioni filosofiche e comparative fra la nobiltà dell'intelletto e la nobiltà dei natali, e sul pregiudizio della nobiltà ereditaria.
Un altro giorno lesse a Silvia l'episodio d'Olindo e Sofronia, spiegando alla fanciulla le allusioni del poeta, e disponendola all'intelletto della vera poesia.
Tali frequenti ritrovi, resi interessanti dallo scambio reciproco dei sentimenti e delle idee, strinsero la intimità dei due giovani, e divennero oltremodo graditi al loro bisogno d'espansione. Silvia andava colla cameriera Lucietta a trovare la Rosa, e colà si univano a Vittore che le faceva correre attraverso la campagna. Osvaldo, un fratello di Vittore, prendeva le reti, e andavano alla pesca portando con loro delle frutta per una modesta colazione sull'erba. Talvolta Lucietta si perdeva pei campi con uno sbarbatello dei contorni che le prometteva di farla contessa, e allora Silvia e Vittore vagavano solitari, conversando e questionando di mille cose diverse. Valdrigo la proteggeva dall'ululato dei cani, dai pericoli provenienti dagli animali pascolanti, dalle spine dei roveti. La portava attraverso i ruscelli, la teneva per mano nelle salite più ardue, la difendeva dal sole con dei rami degli alberi, e dal vento coprendola colla sua giubba.
Dopo lungo cammino si siedevano a riprender lena sotto agli alberi, e Silvia scherzando gli diceva: — Riposiamoci un poco, ma poi andiamo avanti, avanti, sempre avanti fino a quei monti lontani, e dopo varcheremo anche i monti, e sempre avanti....
Egli le prendeva la mano, e la guardava negli occhi tacendo. Tacendo colla parola, perchè gli occhi parlavano abbastanza, e le anime si trovavano in armonia, come due arpe che mandano il medesimo suono. L'ingenuità della fanciulla la rendeva sacra a Valdrigo che la circondava del rispetto dovuto dai mortali verso gli angeli. Quella pura ammirazione era una sorgente d'ispirazioni novelle, di pensieri elevati. Nella sua tranquilla cameretta egli tracciava delle immagini celesti degne della matita di Raffaello; e traea dal violino dei canti di suprema dolcezza, e sovente improvvisava dei versi sublimi riboccanti d'entusiasmo e di gemiti, che si perdeano per l'aria, e svaporavano come diamanti consumati dalla combustione. Cosicchè non restava mai nulla di tante effimere creazioni. Nessuno era presente per colpire sul fatto le idee del poeta o le note del suonatore, ed egli stesso obliava ogni cosa quando cessata quella specie di ebbrezza che agitava il suo spirito, si lasciava cadere sopra il letto, sfinito ed esausto.
Anche gli abbozzi sparivano, nei momenti di scoramento, quando misurando le difficoltà che avrebbe incontrate nella completa esecuzione di pensieri appena accennati, egli distruggeva quelle forme indeterminate, come aborti indegni dell'arte.
Una mattina d'ottobre uscì per tempo a respirare l'aria aperta. Le foglie cadendo dagli alberi disponevano la mente ai pensieri melanconici, entrò nel boschetto e si trovò dirimpetto di Silvia. Una lagrima scendeva sulle guancie della fanciulla, che vedendosi sorpresa si passò rapidamente una mano sul volto, e finse un sorriso. Ma Valdrigo se n'era avveduto e fattosele incontro, le chiese con affettuoso interesse il motivo della sua tristezza. Essa negò fermamente d'aver pianto, e volle rassicurarlo che nulla agitava il suo spirito. Passeggiarono insieme qualche tempo, in silenzio, poi Silvia volle uscire dal boschetto, Valdrigo la pregava a rimanere, ma essa gli rispose con aria risoluta:
— Usciamo, ve ne prego, non dite una parola di più....
Si separarono in giardino, Silvia, rientrò nel palazzo, Valdrigo uscì alla campagna, in traccia di solitudine.
XVI.
Vi sono dei giorni d'autunno ne' quali sembra che la natura si disponga a dare un ultimo addio alla bella stagione, avanti il sonno delle piante, avanti le brine del verno. Il sole risplende in un cielo perfettamente sereno, l'aria è tranquilla, gli uccelli cantano sugli alberi, i fiori emanano le più soavi esalazioni, tutta la campagna presenta un aspetto di pace e di felicità. L'indomani dell'ultimo incontro di Silvia e di Vittore era uno di quei giorni. Ogni volta che i due giovani uscivano in giardino i loro passi si dirigevano verso l'ombrose macchie del bosco, quasi vi fossero attirati da una forza misteriosa; talvolta, appena entrati, Silvia voleva ritornare in giardino, e sembrava dominata da due genii contrari, uno che la invitava, l'altro che la respingeva da quel delizioso recesso. Quella mattina pareva che i genii si fossero messi d'accordo, perchè i due giovani entrarono francamente nel bosco, senza esitanza, e Silvia, sedutasi ai piedi d'un albero, disse a Vittore: — Qui non saremo disturbati, e la quiete che ne circonda in questo luogo romito, si presta perfettamente all'intento. Leggete dunque i versi che avete composti ier mattina passeggiando per la campagna, dopo la vostra pretesa scoperta.
Vittore rispose: — Manterrò la promessa.... — e spiegando un foglietto si mise a leggere una poesia che aveva per titolo: Le lagrime d'una fanciulla.
Egli leggeva con una voce dolce e commossa, e la giovinetta impallidiva, il suo seno si sollevava agitato, le labbra semichiuse reprimevano invano i sospiri, e gli occhi umidetti non potevano rattenere le stille che le irrigavano le guancie. Finita la lettura. Vittore fece in mille brani il foglietto, e disperdendolo al vento, esclamò: «Andate, poveri sogni, nel regno dei fantasmi, questa vita non è fatta per la poesia!...» Silvia levatasi con un rapido slancio voleva arrestare Valdrigo, ma troppo tardi, che già i piccoli frammenti scendevano al suolo fra le foglie secche degli alberi. Allora trapassando con repentino movimento dall'emozione alla collera: — Ebbene, disse, addio!... mi avete dato una ferita mortale, e per voi sono morta!... — e si mise in via per uscire.
Valdrigo sbalordito dalla sorpresa le corse presso, la ritenne per la mano, la ricondusse sotto l'albero, la fece sedere nuovamente, ma essa non lo guardava, e non rispondeva alle sue scuse. Allora, disperato d'averla offesa, disperato d'aver perduto quello sguardo che gli penetrava nell'anima come un raggio di luce divina, si gettò a' suoi piedi in ginocchio, e colle mani giunte, e le lagrime del pentimento sul ciglio, gli ripeteva: — Perdonate, Silvia, perdonate, io non credeva quei versi degni di voi, la vostra collera mi uccide, ogni vostro desiderio è sacro per me, voi avrete quei versi che io tengo nella mente, ne avrete ancora degli altri, se non mi negate quello sguardo che m'ispira i più sublimi pensieri. — Allora Silvia volgendo lentamente la testa verso Vittore lo guardò e lo vide sconvolto dal dolore, cogli occhi infuocati pieni di lagrime, che domandavano pietà. Commossa fino al fondo del cuore, gli pose una mano sul capo, e pronunciando la dolce parola: vi perdono, avvicinò il suo volto a quello del giovane, ed entrambi, trasportati da quell'estasi che inebbria le anime giovanili, suggellarono con un bacio reciproco la pace, e rimasero un minuto fuori del mondo.
Ma ohimè! la realtà della vita li richiamava sulla terra per mezzo d'un fastidioso accidente. Uno scroscio di risa ruppe istantaneamente l'incanto, come lo scoppio di un fulmine che sveglia dal sonno e disperde i sogni beati da soavi visioni. Don Lio aveva sorpreso i due giovani nell'atto del bacio, e ne menava uno scalpore indiavolato.
— Bravi, ripeteva battendo le mani, bravissimi!... Brava la futura sposa del conte Leoni, bravo il nemico delle muse, lo schernitore di Cupido! Egli confida nel silenzio delle Amadriadi e simile a Prometeo tenta la salita del cielo per rapire il fuoco divino!
Le sue declamazioni mitologiche attirarono servi, la confusione si diffuse per la casa. Silvia umiliata si ritirò nella sua stanza, Vittore tentò invano di giustificare la fanciulla. Don Lio fu l'implacabile accusatore del delitto. Il nobile Almorò degli Orseolo, intimò a Valdrigo lo sgombro immediato dalla casa. La nobildonna Fulvia non poteva darsi pace d'un tale scandalo, il cavaliere servente Partecipazio ne strabiliava. Don Lio accusava il seduttore d'insaziabile ambizione, Partecipazio sosteneva che il popolo è divenuto oltremodo vizioso, che non bisognava troppo proteggere la gente bassa, e rimproverava alla nobildonna la sua debolezza, il suo capriccio di tollerare in famiglia un villano, e dichiarava che tutti devono rimanere al loro posto, i bifolchi alla marra, i nobili alla toga. — Per quanto farete, egli andava ripetendo, i villani resteranno sempre villani, il sangue non si cambia, la nobiltà dell'uomo scorre nelle vene. Il mondo sarà sempre così! e Don Lio approvava abbassando la testa, sollevando le braccia e agitandole in segno di profondo convincimento.
La figlia colpevole dovette comparire davanti alla madre, alla quale spiegò ingenuamente il motivo di quel bacio tanto fatale. La madre la minacciò di rimetterla in convento fino al ritorno dello sposo, al minimo indizio di civetteria; la ammonì a tenersi in riserva, e soggiunse: — Se Valdrigo fosse stato un nostro pari, certo non avrei permesso la vostra intimità, ma come poteva io sospettare che un uomo senza nascita potesse farvi discendere sino a lui? Quando sarà finita questa benedetta missione diplomatica del conte Leoni faremo subito il matrimonio, ed allora sarete libera; ben inteso, sempre nei limiti delle convenienze, scegliendo il vostro corteggio nel libro d'oro, e possibilmente fra quelli di antica data.
XVII.
Vittore Valdrigo si rifugiò nel seno di sua madre. La povera donna piangeva con lui, e si desolavano entrambi, non per la perduta protezione, ma per le false accuse colle quali interpretavano uno slancio di sentimento non disgiunto dal più profondo rispetto. La povera Rosa consolava suo figlio con ingenue ma affettuose parole, perchè il suo linguaggio era quello della semplice natura.
Dopo il primo sfogo violento dell'anima offesa, Valdrigo scrisse una lettera ai nobili Orseolo nella quale giustificava la sua condotta, e dichiarava la sua eterna riconoscenza dei benefici ricevuti. Non risposero, ma gli fecero pervenire tutti gli oggetti che gli appartenevano, come ultimo indizio di completo abbandono. Rosa sgombrò la stanza della torre, la fece imbiancare, vi collocò un buon letto, un tavolo, due sedie, e vi depose con religiosa attenzione tutte le quisquiglie da rigattiere che costituivano il corredo del figlio. Egli si abbandonò ad una profonda tristezza, ad un letargo che pareva assopire il suo dolore, ma non era che l'effetto d'un vuoto immenso che isolava la sua esistenza. La buona Rosa lo osservava di sottovia, rispettava i suoi lunghi silenzi, lo serviva colla assiduità instancabile dell'affetto materno. Alle sue parole di riconoscenza rispondeva con un bacio, alle sue domande d'acqua gli portava del vino, e gli metteva sul tavolo del pane caldo, dell'uva secca, delle frutta. Per lui ci doveva essere ogni giorno la panna, il butirro fresco, e si dovevano raccogliere nel pollajo le uova ancora tiepide. Zammaria brontolava, ma Rosa levava la testa e gli faceva certi occhiacci che dovevano significare una spaventosa minaccia, perchè a quel cenno il marito cessava da ogni lamento ed usciva zufolando un'arietta concitata, ma inoffensiva.
Quando le sembrava di poter parlare senza essere importuna, la Rosa si studiava di consolare suo figlio, dicendo: — Fatti animo che non siamo poi tanto poveretti, quantunque contadini. Gli animali della stalla sono tutti nostri, e qualche bel zecchino l'ho messo da parte colla mia economia. Nel fondo del cassone ho un involto di ducati nascosto in un pajo di calze, e tu potrai disporne a tua voglia. Zammaria ripete sempre al padrone che gli anni sono cattivi, ma non è vero, naturalmente queste cose si debbono dire perchè non crescano gli affitti, ma coll'ajuto del cielo, si vive, e si mette anche qualche cosa da parte.
Egli ringraziava sua madre, e dichiarava non aver bisogno di nulla.
A poco a poco l'abitudine prese il suo dominio; e i giorni passavano vuoti di opere ma ripieni di pensieri, di contemplazioni, di sogni. I progetti tenevano luogo dei fatti, chè Valdrigo vedeva bene gl'inconvenienti d'un ozio prolungato, e confessava a sè stesso che la sua educazione, e il suo genio lo chiamavano altrove, che il momentaneo ritiro nella solitudine doveva essere una specie di cura medica delle ferite del cuore, non mai l'ultimo destino della sua vita. Ma la cura era fallata e invece di sanare le piaghe inacerbiva le ferite. La solitudine ingrandisce i fantasmi, stende un velo sul mondo positivo, e dischiude l'adito al regno dei sogni. Nella solitudine Silvia gli sembrava più bella, e nel vasto universo deserto, essa dominava con tutta la forza del mistero. Agli occhi di Valdrigo essa non era più donna, ma apparteneva alle fantastiche legioni degli angeli, anime tutte divine, vestite di candide forme e di eterei sembianti. Nella solitudine l'amore diventa una religione, e gli amanti simili ai devoti eremiti si lasciano assorbire dalla adorazione degli idoli, ingranditi ai loro sguardi per l'effetto dell'esaltazione mentale. Questa vita di contemplazione bastava al suo spirito. Intanto venne l'inverno, e sua madre tentava invano di fargli abbandonare la campagna deserta, e invano ogni giorno gli offriva del denaro perchè potesse recarsi a Venezia o almeno a Treviso per seguire il suo destino, e guadagnarsi una vita onorata con un lavoro adeguato alla sua educazione ed alla sua capacità. Egli le prometteva sempre di partire, ma rimaneva.
Le nostre cortesi leggitrici, se avremo l'alto onore di averne, diranno: — Ma che cosa poteva fare un artista alla campagna, d'inverno in una bicocca di contadini, nella più profonda solitudine?... — Gentilissime signore, riflettete un momento che gl'innamorati non sono mai soli, e gli artisti nemmeno. Valdrigo passeggiava in compagnia d'una donna immaginaria, la più bella fra le belle, la più sommessa fra le schiave. Ella era tutta sua, e gli teneva luogo d'un popolo: quelle solitudini abbellite dalle sue chimere erano il suo dominio, e gli tenevano luogo d'un regno. Egli faceva un sogno delizioso e non voleva essere risvegliato. E quante volte, cortesi leggitrici, non avete trovato voi stesse i vostri sogni segreti più belli della realtà!
Permettete dunque che Valdrigo rimanga qualche tempo in campagna, malgrado la perversità della stagione, che egli però trovava secondo i suoi gusti. I rami secchi degli alberi, le foglie cadute, il cielo nebbioso, la natura morta convengono perfettamente a certe condizioni dell'animo, quando un pensiero e un'immagine riempiono il cuore. Le anime leggere e i cuori vuoti cercano avidamente i frivoli piaceri del mondo, i balli, i teatri, le feste. Ciascheduno ha bisogno della folla per cercare un compagno. Chi l'ha trovato, chi l'ha perduto per sempre può vivere nella solitudine.
Valdrigo usciva a passeggiare pei campi deserti, quando l'aria gelata aveva cristallizzata la nebbia sugli alberi. Quella scena era per lui uno spettacolo fantastico, un mondo di cristallo. I rami delle piante, le siepi, l'erba secca delle rive si trasformavano in lucidi brillanti, i salici piangenti parevano diventati fiocchi giganteschi di candida ciniglia, il ghiaccio dei fossi presentava l'apparenza dei moarri di Lione che servono di veste alle regine, ma che sono una debole imitazione della natura. E i giorni di neve le vaste campagne coperte da un bianco tappeto mandavano dei riflessi azzurri, e presentavano l'aspetto di quei deserti del polo, che ci vengono descritti dagli arditi viaggiatori. E alla notte la luna battendo sulla neve i suoi raggi raddoppiava la luce pel riflesso della bianca terra, e faceva brillare uno strato infinito di diamanti. Chi non ha veduto la campagna d'inverno non conosce uno spettacolo degno d'ammirazione.
Venne la primavera, coi fiori delle siepi, col canto degli uccelli, cogli aliti imbalsamati pregni di amorose malìe. Chi avrebbe abbandonata la natura nel momento incantevole che si desta dal sopore del verno?... Non certo un innamorato, un poeta, un sognatore. L'estate offriva al pittore i più vaghi motivi d'ombra e di luce. La falciatura dei prati gli apportava il profumo dei fieni recenti, la mietitura del frumento gli mostrava l'effetto della porpora sull'oro, per mezzo dei rossi papaveri confusi ai covoni delle spiche mature. Il canto dell'allodola pareva rispondere alla canzone della spigolatrice, entrambe solitarie, e forse entrambe innamorate. L'autunno lo riteneva col prestigio delle sue frutta, col gajo spettacolo dei pampini carichi d'uve, colle tinte variopinte delle foglie.
Egli osservava e ammirava, voleva imitare le armonie della natura col suono del violino, e colla matita disegnava i gruppi degli alberi antichi, le movenze degli animali pascolanti, gli atteggiamenti delle rustiche fanciulle che danzavano sul prato, o andavano alla pesca lungo le rive, o nelle acque cristalline. Così passò il primo anno. All'autunno i nobili Orseolo vennero a villeggiare senza Silvia. La nobildonna Fulvia, per salvarla dalle supposte insidie dell'ambizioso Valdrigo, l'aveva confidata ad una amica elegante che villeggiava sulla Brenta in mezzo a numeroso corteggio di sdolcinati cicisbei.
Vittore si decise di ritornare a Venezia, terminato l'autunno, ma i giorni di novembre erano così belli di tristezza che lo ritennero con una forza insormontabile. Alla madre che gli chiedeva il giorno preciso della partenza per le ultime disposizioni da prendersi egli rispondeva: — Domani. — Domani! arcana parola, giorno indeterminato che esiste ma non è iscritto precisamente in nessun mese dell'anno, in nessuna divisione della settimana! Domani vuol dire il futuro misterioso, l'avvenire che sta in mano di Dio! Tutti abbiamo un domani fatale; oggi la vita, domani la morte! oggi i lampi del genio, domani le tenebre della tomba!
Il domani di Valdrigo non arrivava mai. Oh! l'indolenza delle anime quanti furti commette verso la patria. Quante opere insigni, non si fecero per aspettare un domani il quale non giunse che per annunziare la vanità degli umani progetti! — Domani diceva Valdrigo, e accendendo la pipa si gettava sull'erba fra i vortici di fumo. L'indolenza è una malattia dell'anima raramente acuta, quasi sempre cronica e incurabile. Quando s'incomincia a far niente, non si esce dall'incanto di quella dolcezza senza una scossa violenta. È la storia di Rinaldo nei giardini di Armida. Chiunque avrà provato in sua vita la malattia del far niente, non sarà punto sorpreso al nostro annunzio che Valdrigo passò il secondo anno come il primo, sempre disposto a partire, sempre ritenuto da una abituale indolenza.
Finalmente venne il secondo autunno, e come al solito ricomparve a Vascon la famiglia degli Orseolo col consueto corteggio di Don Lio innamorato fedele delle muse, e col nobile Partecipazio sempre più ringiovanito dalle pomate e dai cosmetici coi quali cancellava le rughe del suo volto, come i ristauratori dei quadri antichi riparano i guasti del tempo. Questa volta poi c'era anche la Silvia, perchè l'esperienza aveva insegnato a sua madre che amori della durata di due anni non esistevano al mondo, e quindi secondo le sue massime ogni pericolo era tolto.
L'arrivo della fanciulla scosse Valdrigo dal letargo; e indovinate che cosa fece!
Valdrigo fuggì.
Cercando di vederla si sarebbe esposto a nuovi insulti, a nuove calunnie, e il suo carattere non era tale da affrontare una seconda volta l'alterigia patrizia. Averla vicina e non vederla era cosa insopportabile al suo cuore, era lo stesso come il pretendere che il ferro si allontanasse all'avvicinarsi della calamita.
Dalle lotte colla natura si fugge con energica risoluzione, ma non si resiste nè si vince. Valdrigo dunque partì, ma non per Venezia che non aveva per lui più attrattive, ma per un viaggio pedestre ed artistico sulle Alpi che contemplava da lontano e non aveva mai vedute da presso. Entrò nel Cadore, la Svizzera del Veneto, e costeggiando la Piave visitò quei boschi antichi, e quei monti scoscesi che offrono tanti spettacoli sublimi all'ammirazione di chi ama la natura, e la grande poesia delle sue opere. La donna de' suoi pensieri lo seguiva dovunque, e disponeva la sua mente alla contemplazione di quelle scene stupende che le anime volgari guardano stupidamente senza gustarle.
In quelle solitudini alpestri egli meditava le grandezze delle opere di Dio e la caducità delle umane produzioni. Quelle roccie sfidavano gl'insulti dei secoli, e le opere più solide dell'uomo non potevano sopravvivere alle spente generazioni. L'antico Egitto scomparve, Gerusalemme non è che un mucchio di macerie, la divina Atene è caduta, e di tanta scienza, e di tante arti gentili, e di tante sublimi o graziose produzioni non ci restano che pochi frammenti che rendono più amaro il tramonto di ogni grande civiltà.
Volle compiere un pio pellegrinaggio al paese che diede i natali al grande Tiziano; e in quella valle pittoresca che fiancheggia la Piave cercava i punti che avranno arrestati gli sguardi dell'immortale pittore. Visitò la casa abitata dall'artista ancora fanciullo, e baciò la parete ove appena decenne quella mano divina aveva dipinto una Vergine col succo d'erbe spremute e di fiori. Era quello il primo lavoro dell'uomo davanti al quale l'imperatore Carlo V, doveva inchinarsi a raccogliere il pennello caduto, rispondendo alla sorpresa di lui: — Tiziano è degno d'essere servito da Cesare.
Ritornò a Saltore in novembre, quando tutti i villeggianti erano partiti, e rifece solitario i passeggi che doveva aver fatti la Silvia, e seguiva le sue traccie coll'istinto, e gli sembrava di vederla. Talvolta si arrestava dietro un albero ad osservare il giardino e il palazzo. Ma le chiuse imposte gli pesavano sul cuore come le memorie dei morti. Angelo Rotondo vangava la terra intorno agli dèi venerati da Don Lio, Fiorina copriva i garofani per ripararli dal freddo, e il boschetto era deserto.
Un giorno ritornando dal solito passeggio trovò sua madre sulla porta che lo aspettava, tenendo fra le mani una lettera. Vittore riconobbe sull'indirizzo il carattere di Antonio Canova. Il collega ed amico gli scriveva da Roma la relazione del suo primo trionfo.
Il grande monumento del pontefice Ganganelli era stato scoperto al pubblico nella chiesa dei santi Apostoli. Canova gli raccontava la storia dei suoi lavori, degli studi intrapresi, delle fatiche sostenute per superare le difficoltà dell'arte, e gli svelava ingenuamente le gioje provate a lavoro compiuto, e le agitazioni sofferte davanti al giudizio del pubblico, e accennando le lodi ricevute e le critiche soggiungeva: «le critiche danno luogo a riflettere ed insegnano: le lodi sovvertono ed addormentano; tolgono la smania di andare avanti, di tenere in attività lo spirito per distinguersi»[5].
Ai discorsi dell'arte seguivano le confidenze del cuore; il quale soffriva per un amore infelice. Lo scultore amava la figlia d'un altro artista, Domenico Volpato. Erano stati fidanzati, ma inesplicabili misteri aveano rotto quel nodo, e in luogo delle nozze era seguito l'abbandono. Ma egli cercava nel lavoro un sollievo al dolore, e così anche le ambascie d'un amore tradito divenivano fomite all'arte e aggiungevano espressione alle opere.
Canova chiudeva la lettera eccitando l'amico a mettere a prova il suo genio con qualche opera di lena, e lo invitava a dargli notizia dei lavori compiuti.
Il rossore della vergogna coloriva le guancie del giovane, il rimorso del tempo perduto gli lacerava la coscienza, l'esempio glorioso dell'amico lo scoteva finalmente dal lungo letargo, e presa una risoluzione irremovibile, si diede a raccogliere gli studi dispersi, a mettere insieme i suoi libri, gli arredi, e gli utensili dell'arte mentre che la madre gli apparecchiava il fardello delle vesti, per la partenza.
All'indomani alzatosi per tempo abbracciava i parenti, stringeva al seno sua madre che piangeva a calde lagrime, dalla gioja di vederlo risoluto a lavorare e dal dolore di perderlo. La buona donna gli metteva in mano le sue economie, gli raccomandava il coraggio, lo accompagnava per un tratto di via. I suoi bagagli partivano sopra una carretta condotta fino a Mestre da Osvaldo, egli se ne andava a piedi, come la prima volta, ma con qualche anno di più con qualche illusione di meno, con l'anima ferita, col rimorso del tempo perduto.
Per via sua madre gli prodigava i consigli dei cuori semplici, lo pregava di conservarsi onesto, di meritarsi la stima di tutti, di non lasciarsi invadere dall'ozio, di aver fede in Dio, di voler bene a lei che pregava sempre per la sua felicità, e invocava sul suo capo le benedizioni del cielo. A Lancenigo si separarono con nuove lagrime e baci; la buona Rosa ritornò a Saltore col cuore stretto dall'affanno, e Vittore giunto a Mestre, e preso posto in una barca, arrivava alla sera in Venezia.
XVIII.
Sbarcò in casa d'un amico, e si mise tosto in traccia d'un alloggio modesto. Nel tempo che dimorava al palazzo Orseolo aveva fatto conoscenza con un certo Beppo Caruga battelliere, che conduceva gli artisti al lido, e nelle gite dei dintorni.
Avendolo scontrato per via gli chiese delle indicazioni in proposito. Beppo offerse una stanza nella sua casa, che venne subito accettata, e trasportativi i bagagli prese immediatamente possesso della nuova dimora dopo aver fissato un modesto contratto per l'alloggio e pel vitto.
La casa del povero pescatore era situata in un quartiere remoto di Venezia. Essa formava l'angolo di una calle che finiva in laguna, e la stanza di Valdrigo aveva tre finestre, una guardava la strada, le altre l'acqua. Da lontano la catena dei monti formava la cornice del quadro. Quella camera era stata la stanza nuziale dei genitori di Beppo, morti entrambi da due anni. Ripulita e imbiancata, si voleva affittarla, ma non trovava aspiranti perchè se la stanza era vasta, ariosa e decente, l'aspetto esterno della casa era affatto miserabile, cosicchè quell'alloggio riusciva troppo povero e lontano dal centro per le modeste fortune, e di troppo lusso per i poveri. Valdrigo vi si trovava a meraviglia, e sosteneva che l'esterno era più bello dell'interno. I muri scalcinati, i modiglioni sporgenti, le reti distese sulla facciata che si asciugavano al sole, i canestri panciuti del pesce che circondavano la porta, i laceri pannilini che sventolavano dalle finestre sopra un lungo bastone, come le banderuole dei navigli in un giorno di festa, davano veramente a quella casa un certo che di pittoresco, che conveniva perfettamente alle idee di Valdrigo. La vista poi dalle finestre era magnifica, e si estendeva sopra un vasto orizzonte. Alcune bianche vele disperse per la laguna si riflettevano sulle acque e parevano uccelli fantastici vaganti sulle onde azzurre del mare. Nelle ore del riflusso gli strati scoperti apparivano come verdi tappeti galleggianti, e i cercatori di crostacei vagavano per le alghe ricurvi il dorso, in traccia della preda. Al tramonto del sole le montagne lontane si tingevano di colori cangianti dal giallo d'oro al rosso porporino, dal rosso al violetto, e finalmente all'azzurro, fino a che le nevi brillavano ai languidi chiarori della luna. Tutto il giorno la laguna era popolata di barche, le più vicine apparivano distinte coi loro accessorii più minuti, le lontane parevano un punto nero nello spazio. Entravano di continuo nel canale, passavano o si fermavano alla riva battelli, burchi, caicchi, gondole, peote, e ogni maniera di barche. Sulle fondamenta le donnicciuole si sedevano al sole, rattoppando i cenci, o facendo i calzetti, querelandosi fra loro, mormorando del prossimo, lamentandosi della crescente miseria. I fanciulli giocavano, i battellieri si riposavano sulle soglie delle porte o apostrofavano i compagni, o si burlavano dei passeggieri, o con un segno degli occhi imberciavano certe gondole che uscivano al fresco con due innamorati.
Quel luogo, quantunque lontano dal centro romoroso di Venezia, pure non era il più opportuno per decidere al lavoro il nostro indolente Valdrigo. Mille motivi lo attiravano alla finestra, mille altri ve lo ritenevano in osservazione. Da un lato studiava la natura, dall'altro le scene popolari che aveva sotto gli occhi. Dagli alberi e dai campi di Saltore, alle barche ed alle acque di Venezia il mutamento era troppo grande per non attirare gli sguardi d'un artista. Dalla solitudine della campagna alla bizzarra conversazione del popolo di Venezia la differenza era troppo rimarchevole per non servire di distrazione, a chi tanto facilmente si lasciava distrarre.
La famiglia de' suoi ospiti si componeva di tre soli individui. Beppo, sua sorella Maddalena, e la vecchia Marta, la nonna degli orfani, una povera vecchierella grinza e rugosa. Beppo era un ardito pescatore, laborioso sul mare, scioperato sulla terra. Marta aveva dieciotto anni, i capelli castagni, gli occhi briosi, una bocca ridente che lasciava vedere il candore dei denti, la carnagione brunetta, la figura snella. La gioventù e la salute andavano d'accordo nell'abbellire la modesta popolana la quale aggiungeva a questi doni della natura la pulitezza della persona, un abito semplice, un grembialino fiorito, un monile di corallo coi relativi orecchini.
Quando usciva di casa battendo i tacchi delle pianelle sul selciato, dimenando i fianchi con una particolare leggiadria, col fazzuolo bianco sul capo, e l'aspetto franco e sicuro, tutti gli sguardi la seguivano; i giovinotti si volgevano indietro a guardarla con quella attenzione avida ad un tempo e stizzosa colla quale il cacciatore osserva una rara selvaggina che gli passa sotto al tiro, ma vola rapidamente e sparisce, prima che possa montare lo schioppo per farla cadere a' suoi piedi. E i vecchi libertini stralunando gli occhi per vederla tutta intiera, si passavano la lingua sulle labbra come il goloso gastronomo davanti l'evaporazioni solleticanti d'un delizioso manicaretto che non è destinato per lui. Ma nessuno osava importunarla, tanto la sua fisonomia incuteva rispetto, per una certa aria fra l'innocente e il risoluto, che pareva dire — non avrete niente, o uno schiaffo. — Valdrigo la guardava sottecchi coll'ammirazione del pittore, ma colla indifferenza dell'innamorato di un'altra.
I primi giorni, Maddalena portava nella stanza del giovane il suo modesto desinare che era trovato sempre eccellente, ma poi egli chiese di far tavola comune cogli ospiti, e dopo alcune cerimonie venne accettato. La mensa si allestiva in cucina, e dopo il pranzo prendevano tutti una fiammata davanti al camino. Quando nevicava, o soffiava il vento, la conversazione si prolungava qualche ora. La vecchia si addormentava la prima, e Beppo le teneva compagnia poco dopo, cosicchè Vittore e Maddalena restavano soli a contarsela.
Taluno dei nostri giovani lettori si aspetta adesso una dichiarazione d'amore, e un dialogo passionato. Tutt'altro, signori, Valdrigo parlava a Maddalena del buon tempo e della pioggia, del caldo e del freddo, — non vi ricordate che egli era innamorato di Silvia? e di che sorta d'amore! di quegli amori che scompariscono dal mondo coll'abolizione delle classi privilegiate, col principio dell'eguaglianza.
L'amore cresce sempre in ragione diretta delle difficoltà che incontra, e degli ostacoli che si frappongono al suo corso regolare, come quei torrenti che ingrossano davanti agli argini e alle dighe, e diventano minacciosi pei campi sottoposti. Quando gli odii politici dividevano le famiglie, rendendo impossibile ogni alleanza fra i nemici, allora si vedevano gli amori di Giulietta e Romeo; quando si divisero le nazioni fra nobili e plebei con una sbarra insormontabile, si videro fra i giovani delle due parti degli amori d'una tenacità pari all'alterigia dei nobili, e questo era il caso di Valdrigo. Le leggi della ingenua natura sono semplici e piane, la fecondazione delle piante succede spontaneamente sul campo, la fecondazione degli animali bruti è sottoposta alle stesse condizioni dei vegetali, e così sarebbe anche della razza umana, al cui naturale connubio la natura non domanda altro che un maschio ed una femmina. Ma l'uomo essendo un animale ragionevole non ha trovate giuste le leggi di natura, si è incaricato di correggerle ed ha emanate delle leggi civili che costituiscono la base della nostra società. La natura diceva: un matrimonio è bene assortito quando due giovani di sesso diverso si sentono chiamati da una istintiva inclinazione a formare una sola famiglia. E sembra che questo fosse un grande sproposito, che venne corretto nel modo seguente: La società dichiara un matrimonio bene assortito quando i nobili sposeranno i nobili; quando i ricchi si uniranno coi ricchi e i plebei coi plebei, e in altre parole un matrimonio sarà bene assortito quando una donna con ricca dote sposerà un uomo che nuota nell'abbondanza, e quando un uomo che non ha nulla per vivere formerà famiglia con una donna che muore di fame. La società avendo fissati questi principi fondamentali, la natura si oppose e protestò, e da questa lotta fra le leggi di natura e le leggi sociali nacquero tutte quelle sventure amorose e i conseguenti delitti che troviamo registrati nelle storie, raccontati nelle cronache, esagerati nei romanzi.
E siccome noi non vogliamo esagerare questa storia perchè non si dica che scriviamo un romanzo, diremo francamente che Vittore Valdrigo, quantunque perdutamente innamorato di Silvia, pure non si trovava male con Maddalena, e senza avvedersene egli stesso le stava volontieri vicino.
Ma non essendo punto innamorato di lei, le sue idee non subivano quella specie d'esaltazione cerebrale che innalza i pensieri al disopra dei tetti, cosicchè le sue idee volgevano al positivo e al comune, e riscaldandosi al camino andava dicendo fra sè stesso: — È egli giusto ed onesto che per il piacere di riscaldarmi con questa buona ragazza io debba consumare la legna de' miei ospiti?... È egli giusto ed onesto che intanto che a Saltore abbonda il combustibile, io mi riscaldi colla legna che scarseggia a Venezia? — Così riflettendo prese una lodevole determinazione e scrisse a sua madre che mandasse Osvaldo a Mestre con un buon carro di legna, e ne fissava il giorno preciso. Rosa, ricevuta la lettera, corse dal curato per farsela leggere, e ritornò a casa decisa a farsi onore, ma Zammaria si mise a brontolare e a mendicare dei pretesti, e finì dichiarando che la legna bisogna venderla pei bisogni di famiglia, e incominciò una resistenza ostile e una scaramuccia che a poco a poco divenne un vero combattimento. La Rosa impiegava invano la solita artiglieria degli sguardi fulminei, chè Zammaria prevedendo i mezzi del nemico si difendeva voltando la schiena agli assalti. Allora la Rosa, assalito di fronte l'avversario, gli gettò due parolette nell'orecchio che parvero far breccia; e come al solito mormorando per la sofferta sconfitta, cedette il campo di battaglia, e se ne andò nella stalla a sfogare la sua collera coi buoi, sopra i quali menava la striglia con tanto furore che i poveri animali si dimenavano spaventati e mandavano dolorosi muggiti.
Al giorno fissato Valdrigo pregò Beppo di accompagnarlo a Mestre colla barca ove egli disse, che suo fratello lo aspettava con alcune masserizie. Partirono e trovarono esattamente Osvaldo che li aspettava col carro. La buona madre aveva interpretato largamente la commissione del figlio, perchè, oltre la legna in abbondanza, la spedizione comprendeva quattro magnifici capponi, del formaggio fatto in casa, del butirro, delle uova, e un bottaccio del vino saporito di Saltore. I fratelli avevano voluto aggiungere le loro offerte a quelle della madre, a motivo delle prossime feste del Natale, e così c'erano delle noci, dei pomi ed una zucca formidabile, la quale soddisfaceva l'ambizione d'Osvaldo nella sua qualità di ortolano. Vittore rimase commosso, non sorpreso della bontà e dell'affetto materno. Egli aveva portato da Venezia un bel fazzoletto rosso per sua madre, una tabacchiera per suo padre, del buon caffè, del levante e dello zucchero per tutti, e consegnò ogni cosa ad Osvaldo, raccomandandogli di non dimenticarsi i suoi baci, e le più tenere espressioni di gratitudine e di affetto. Non è a descriversi la gioia di Beppo che si manifestava con espressioni volgari e troppo colorite; ma è certo che non dissimulava il suo contento con ipocrite cerimonie. Trasportati gli oggetti dal carro alla barca, e rinnovati i saluti al fratello, si misero in viaggio, Osvaldo per ritornare a Saltore, gli altri due per Venezia. Valdrigo pensava con tenerezza a sua madre, e Beppo ripeteva ogni momento le stesse parole: — Paron benedetto, che cuccagna! —
Così per merito di Valdrigo e della buona Rosa, la famiglia dei pescatori passò le feste, come non le aveva forse mai passate, e crebbe l'intimità e l'amicizia fra l'artista e i suoi ospiti, ed egli poteva prolungare le sue sedute intorno al focolare senza rimorsi. Le provvisioni ricevute eccitando la curiosità delle donne, che incominciavano a crederlo un principe travestito e a sospettare delle sue intenzioni, resero necessari degli schiarimenti e delle giustificazioni.
Valdrigo dovette quindi raccontare la sua storia, ben inteso riveduta, corretta e diminuita dall'autore, il quale stimò necessario di tacere intieramente il motivo dell'abbandono degli Orseolo, e tutti i particolari relativi alla sua passione per Silvia. Questo amore pareva ingrandito dalla distanza, fomentato dalle impossibilità, inasprito dagli ostacoli insormontabili. A che scopo ostinarsi ad amare una nobile e ricca donzella, fidanzata ad un potente signore? a che scopo conservare nel cuore questa fiamma che gli consumava la vita?... Andatelo a domandare agli innamorati!... andate a domandare all'incendio con quale scopo egli distrugga i palazzi, i teatri, i dipinti preziosi, le suppellettili, i libri, i documenti più rari!