IL
ROCCOLO DI SANT'ALIPIO


IL ROCCOLO

DI

SANT'ALIPIO

RACCONTO
DI

ANTONIO CACCIANIGA

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1881.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

Tip. Fratelli Treves.


AL SIGNOR CAVALIERE DOTTOR LUIGI COLETTI.

Egregio Signore ed Amico,

La difesa del Cadore è uno dei più eroici episodi delle nostre guerre d'indipendenza. Se io conosco nei più minuti particolari quei fatti memorabili lo devo alla vostra somma benevolenza. Voi mi avete confidato con amichevole cortesia quelle memorie personali, ove raccoglieste quasi giornalmente tutti gli avvenimenti di quell'epoca, nella quale foste l'inseparabile compagno del capitano Calvi, e mi avete comunicato tutti i preziosi documenti che avete conservati come membro del Comitato di difesa.

Ospite in casa vostra, a Pieve di Cadore, m'avete fatto partecipe della vita cadorina, abbiamo visitato insieme i siti ove ebbero luogo le azioni più rimarchevoli della difesa, m'avete fatto conoscere degli uomini che vi presero parte; siamo saliti sui monti, abbiamo penetrato nelle vecchie case, ci siamo seduti intorno ai focolari del popolo facendo come un'inchiesta rigorosa sulle memorie domestiche, e sui costumi locali.

Ci siamo riposati al Roccolo di Sant'Alipio, soffermandoci in quel nido delizioso del Montericco, contemplando da quel pittoresco romitaggio la stupenda valle del Piave, e i monti che le fanno corona. A merito vostro conosco per nome tutte quelle cime, tutti quei boschi, tutti quei paeselli, e tutte quelle persone gentili che soddisfecero pienamente la mia insaziabile curiosità.

Questo libro che racconta le semplici vicende d'una famiglia, in quei tempi burrascosi è uscito dalle vostre note, e dalle nostre comuni inchieste; esso vi appartiene intieramente, e mettendo il vostro riverito nome in testa di questo volume, io compio un dovere di giustizia, nell'atto che vi offro una prova della mia perenne riconoscenza.

Vogliate essermi indulgente per tutto quello che ho guastato nel quadro, tanto nelle macchiette che nel fondo, e perdonate se non ho saputo riferire con precisione le nostre impressioni, che tuttavia conservo vivissime.

Mi rammento, come se fosse ieri, quel giorno che abbiamo incontrato Sior Antonio dietro le vecchie case affumicate di Auronzo....

Ma non posso rifare il libro in questa lettera, e mi limito ad augurare agli italiani di far conoscenza intima di questo angolo romito delle nostre Alpi,... tanto dilette agli inglesi.

Stupendo paese!... ricco d'antiche virtù e d'onesti costumi, d'uomini forti come le sue rupi, fedeli nell'amore della patria colla tenacità degli abeti barbicati nelle roccie delle loro montagne, costanti negli affetti domestici che consolano quelle modeste dimore con gioie soavi e salutari come il profumo dei loro boschi.

Con animo grato per le vostre cortesie, vi presento questo libro che porta un nome a tutti noto alla Pieve, pregandovi di raccomandarlo all'egregia vostra famiglia, e ai vostri amici, come il ricordo di un'ammiratore sincero del Cadore che non sa dipingere al vivo quello che sente, ma che sa valutare quanto meritano quei semplici costumi in mezzo di quella natura sublime.

E conservatemi la vostra benevolenza.

Villa Saltore, 30 luglio 1880.

devotissimo amico

Antonio Caccianiga.

IL
ROCCOLO DI SANT'ALIPIO

I.

La neve cadeva a larghe falde a Pieve di Cadore, e il vento che soffiava dall'Antelao la portava sui ballatoi e sulle scale esterne delle vecchie case di legno, sui poggiuoli e sulle cornici dei balconi delle case nuove. Il nevischio penetrava in tutti gli angoli, si accumulava sugli abbaini dei tetti, si distendeva sugli spigoli sporgenti dai muri. Nella penombra della sera si vedevano i fuochi accesi nelle cucine; e il fumo che usciva dalle porte dei casolari, e dai camini delle case, spargeva d'intorno un odore di resina misto di fritto e di arrosto, che invitava gli abitanti a rientrare in fretta al loro domicilio.

E infatti tutti i viandanti imbaccucati nei loro tabarri o stretti nei panni affrettavano il passo, e si dileguavano per le vie, mentre si chiudevano tutte le imposte, e le strade si facevano deserte.

Era il giorno di Natale del 1847, e in casa Lareze ardeva sul focolare una fiamma viva che faceva bollire varie pentole, bronzini, e marmitte, e riscaldava tutta la famiglia seduta sulle panche intorno al camino. Sior Antonio ascoltava i sibili esterni del vento, e udendo il vicino gorgogliare delle pentole si fregava le mani, e fiutando quelle esalazioni appetitose, e guardando una damigiana dall'ampio ventre che era stata depositata sopra un tavolo, pareva ringraziasse il cielo di non avergli fatta una parte troppo brutta nel mondo. Sua moglie Maddalena sorvegliava ogni cosa, alzava i coperchi per vedere se le vivande bollivano, assaggiava il brodo, accomodava la legna sul fuoco, e le brace intorno ai vari recipienti, assistita da Bortolo il giovane domestico, un generico di casa che faceva un po' di tutto, mentre la Betta madre di lui, e vecchia serva della famiglia, apparecchiava la tavola.

Tiziano l'unico figlio dei padroni si scottava le gambe davanti la fiamma e attendeva silenzioso l'ora del desinare, mentre Fido il cane da caccia russava a suoi piedi. Gli apparecchi promettevano una lieta serata, tuttavia un'aria malinconica dominava quella famiglia, tutti se ne stavano in silenzio, e ciascheduno aveva un pensiero che non osava manifestare. L'anno antecedente, nello stesso giorno di Natale c'era davanti a quel fuoco anche un buon vecchio, il quale essendo partito per l'altro mondo lasciava un vuoto doloroso. Il povero nonno Taddeo nel corso dell'estate era morto di vecchiaia, e appunto perchè aveva vissuto lungamente nessuno credeva di perderlo. Piccolo possidente, e agente principale d'una ricca famiglia che faceva il commercio del legname a Venezia, Taddeo nella sua gioventù era stato alla dominante a far visita ai padroni, aveva veduto l'antica e gloriosa repubblica di San Marco, ed era rimasto colpito dal lusso dei palazzi, dalla maestà delle chiese, dalla profusione dei marmi orientali, dall'oro dei mosaici, dallo splendore delle pompe, dalla magnificenza delle feste. E raccontava sovente i suoi tempi, compiacendosi di ritornare colla memoria nell'età giovanile, rammentando specialmente con piacere la piazza di San Marco colla fiera dell'Ascensione, ove si trovavano esposti in bell'ordine tutti i prodotti del mondo, che egli non finiva mai di descrivere, colla stessa prolissità che raccontava l'arrivo del papa Pio VI.

Quest'ultimo avvenimento che accoppiava la maestà della religione alle pompe del governo, aveva esaltato la sua immaginazione a tal segno, che nella più tarda età conservava ancora vivaci le impressioni ricevute.

Egli descriveva una loggia tutta oro e damaschi in campo San Giovanni e Paolo, nella quale apparve il sommo pontefice Pio VI, accompagnato dal patriarca Federigo Maria Giovanelli e dal Doge Paolo Renier, seguiti dai cardinali, dai Vescovi, e dal Senato. Il popolo affollato stava silenzioso ed in ginocchio sulla piazza, e si accalcava alle finestre e sui tetti delle case. Alzate le mani al cielo il papa benediva i veneziani fra vortici d'incenso mandati dai turribuli, mentre l'organo della chiesa faceva echeggiare i suoi concenti, tutte le campane della città suonavano a gloria, e i cannoni tuonavano da lontano dalle navi e dal porto.

Quelle feste solenni, grandiose, i monumenti della città singolare, tutto quello che aveva udito narrare delle glorie di Venezia, delle sue sterminate ricchezze, della sua potenza esterna ed interna, della severità delle leggi, gli facevano considerare la repubblica di San Marco come il tipo più perfetto di governo che si potesse desiderare, e trovava pienamente giustificata la devozione figliale che ne mostravano i cadorini. E invece quando gli parlavano del governo Austriaco alzava gli occhi al cielo e crollava le spalle in segno di disprezzo.

Infatti dopo le guerre napoleoniche egli aveva veduto i tedeschi entrare in Cadore laceri e pidocchiosi, e deplorava vivamente che le vicissitudini delle armi avessero condannato il paese a subire quel giogo umiliante ed assurdo. Ed ogni inverno nel suo cantuccio prediletto del focolare egli raccontava per la centesima volta quelle vecchie storie aggiungendovi delle riflessioni politiche e morali, che suo figlio Antonio approvava, mentre Tiziano e Bortolo dormivano profondamente, perchè la morale dopo il pranzo e intorno al camino è sempre riuscita un potente narcotico per la gioventù d'ogni paese.

Però le massime dei nonni, anche poco ascoltate, s'infiltrano nel sangue, e si trasmettono alle future generazioni, come un legittimo retaggio di famiglia, e il vecchio Taddeo conchiudeva tutte le sue narrazioni ripetendo le glorie di San Marco, e sostenendo che il governo Austriaco era una vergogna grandissima e un danno perenne per l'Italia. E con tali sentimenti visse ottantacinque anni e sette mesi, e morì fedele al suo Dio ed alla sua patria, circondato dalla stima e dalla venerazione di quanti lo conobbero.

Sior Antonio, degno figlio di lui, era un vero tipo cadorino del vecchio stampo. Giubba di fustagno giallo a coda mozza, calzoni corti della stessa qualità, scarpe grosse da montanaro, cappello a cilindro a pelo lungo, un po' più largo alla sommità che alla base, senza cravatta, col volto raso completamente, e un sorrisetto sul labbro fra il bonario ed il furbo. Erede del modesto censo e delle massime paterne, agente generale degli stessi padroni, probo ed onesto a tutta prova, ma un po' taccagno coi vicini coi quali era in continue brighe per dissensi interminabili di confini. In quei monti, dove la piccola proprietà è frazionata all'infinito, la terra coltivata si limita in spazii angusti, ogni palmo di terreno è prezioso, e suscita questioni interminabili.

Col lavoro e col risparmio, Sior Antonio, secondato da sua moglie Maddalena, sobria ed economa padrona di casa, ha potuto dare una completa educazione all'unico figlio Tiziano, scopo onorato di tutti i loro sforzi, di tutte le privazioni, di tutte le fatiche d'una laboriosa esistenza.

Tiziano era dunque cresciuto con altri destini. Frequentò le scuole locali, scorrazzando sui monti il resto della giornata, coi suoi compagni, o con Bortolo il quale era nato in casa dal matrimonio d'un vecchio e fedel servitore colla Betta, la quale rimasta vedova, allevava il figlio colle massime dei genitori, perchè potesse servire fedelmente i padroni di suo padre.

I due ragazzi passarono insieme l'infanzia, crebbero come fratelli, e quando Tiziano venne mandato a studiare il latino nel seminario Gregoriano di Belluno, Bortolo fu iniziato ai vari servizi di stalla e cucina, con l'aggiunta di cento altri mestieri.

Gli studi classici, i libri letti alla macchia, la società di compagni svegli ed intelligenti affinarono in Tiziano i sentimenti di devozione all'Italia, coi quali era stato allevato in famiglia.

Michele Malacchini suo compatriotta, condiscepolo fino dalle scuole elementari, e suo collega in seminario, divenne il più intimo dei suoi amici, e l'indivisibile compagno della sua vita. Questo giovane rimasto orfano nell'infanzia venne raccolto in casa da Sior Iseppo, un vecchio zio bisbetico divenuto suo tutore, che considerava il nipote come una tassa forzosa impostagli dalla natura. Il nipote considerava lo zio come un tiranno, e soleva chiamarlo l'orso domestico, perchè quando usciva dal covo della sua stanza, perseguitava il giovanetto con continui grugniti, che volevano riuscire sermoni, ma che non raggiungevano l'intento.

Nelle vacanze autunnali, Tiziano e Michele correvano i boschi e le valli collo schioppo ad armacollo, accompagnati dai loro cani, ed inseguivano le lepri, i francolini, i cedroni, i coturni, e più tardi i daini ed i camosci sulle più erte rupi delle montagne.

Terminati gli studi del Seminario i due amici passarono insieme all'Università di Padova, prendendo alloggio nella stessa casa in due camere contigue. Tiziano studiava matematica per diventare ingegnere, Michele diceva di studiar legge, ma andava a scuola di rado, col pretesto che l'aria mefitica delle aule chiuse gli opprimeva il respiro, e che egli aveva bisogno d'aria, di luce, di movimento, e non potendo andare alla caccia dei selvatici per le strade di Padova, si divertiva ad inseguire le sartine e le crestaie, e slanciava dichiarazioni amorose a tutte le donne, dimenticandole il giorno dopo.

La vita universitaria aveva però completata la loro educazione politica, e i giovani sempre più insofferenti del giogo austriaco, procuravano di apparecchiarsi ad una riscossa che potesse liberare il paese dal dominio straniero. E si raccoglievano in segreto fra loro, comunicandosi le idee, leggendo avidamente gli scritti di Mazzini, Balbo, Gioberti, D'Azeglio. Recitavano degli squarci delle tragedie di Niccolini, imparavano a memoria i versi di Giusti e Berchet, declamavano focosamente i più caldi capitoli dei romanzi di Guerrazzi, e apparecchiavano congiure e piani di rivoluzione, tenendo corrispondenze coi capi delle sêtte all'estero, e cogli affiliati delle società segrete italiane.

All'autunno ritornando a Pieve di Cadore, animati da sentimenti patriottici, si raccoglievano nel roccolo di Sant'Alipio, ove comunicavano le speranze d'Italia a Isidoro Lorenzi che era il capo dei liberali cadorini, e il più fervente promotore della liberazione d'Italia sulle Alpi; il quale quantunque avesse oltrepassata la quarantina, conservava tutto il vigore della gioventù, e in quell'angolo romito delle montagne, che sfuggiva ad ogni sorveglianza, apparecchiava alacremente gli animi dei suoi compatriotti alla ferma volontà di emanciparsi dagli stranieri.

Il roccolo di Sant'Alipio è una piccola proprietà destinata specialmente a prendere nelle reti gli uccelli che passano in quella stretta gola del Piave. È collocata nel fianco del Montericco, sotto i ruderi dell'antico castello di Pieve di Cadore, a pochi passi dal paese, ma in un sito recondito, quasi a picco sul torrente, nascosta a tutti gli sguardi in mezzo d'un bosco di larici, con un prospetto meraviglioso dei monti e delle selve che chiudono la vallata.

È composta di una casetta di legno, e di un terreno coltivato con pittoresco disordine che forma una specie di oasi capricciosa di fiori e di frutta, d'erbe vagabonde e cereali che crescono confusamente in mezzo alle piante orticole ed agli alberi. Una pergola di carpini fiancheggia il precipizio e va a terminare in un gabinetto di verdura nascosto in fondo al roccolo, incantevole ridotto, circondato da panchine, e quasi sospeso sulle roccie a grandissima altezza, che Tiziano aveva denominato il nido di Montericco, e che veduto da lontano sembra effettivamente un nido d'aquila nascosto in una anfrattuosità inacessibile della montagna.

Isidoro Lorenzi, il fortunato possessore di questo romitaggio, viveva colà con l'unica sua figlia Maria, con una vecchia serva, e con Turco, il suo cane da caccia. Vedovo da qualche anno aveva concentrato ogni suo affetto nella figlia, una bella e robusta ragazza con grandi occhi neri e capelli corvini, di soave fisonomia, che gli rammentava la cara compagna della sua vita, troppo presto perduta. Passionato cacciatore ed uccellatore, e grande ammiratore della natura, egli passava i giorni in quella solitudine, occupato a tendere le reti sul roccolo, a governare gli uccelli da richiamo, a coltivare ogni sorta di piante in un caos inestricabile che formava la sua delizia, e che sembrava un gigantesco canestro di piante coltivate collocato in mezzo di un bosco. E quando era stanco di correre e lavorare intorno alle sue colture, andava a sdraiarsi sull'erba, colla pipa in bocca, e Turco ai suoi piedi, e contemplava lungamente lo stupendo spettacolo che gli stava davanti, la pittoresca vallata del Piave fiancheggiata da monti boscosi, sparsa di paeselli biancheggianti alle falde di verdi colline, che finisce lontano lontano in una tinta azzurognola sfumata che si confonde col cielo. E non usciva dal suo ritiro che per vedere qualche amico, per parlare degli affari italiani, per comunicare delle notizie importanti a delle persone che aspettavano i suoi cenni, e obbedivano ai suoi ordini, o per battere i boschi e salire sui dirupi alle grandi caccie del camoscio, nelle più alte montagne. E tirava sempre sulle aquile, uccellaccio che aveva in odio a motivo di quella che portava due teste, e che sperava un giorno di accalappiare, per mandarla impagliata a qualche museo che doveva collocarla fra le bestie più nocive.

Tiziano e Michele frequentavano il roccolo, entrandovi però sempre con molte precauzioni, per non essere veduti e non eccitare sospetti alla polizia, la quale doveva ignorare che in quella macchia di fiori e frutta si nascondevano i suoi nemici più acerrimi.

Quando Isidoro era in casa, si mettevano in compagnia a fumare la pipa ed a ciarlare di politica al piede d'un albero; quando era uscito per recarsi alla caccia sulle montagne, andavano a far conversazione con Maria che era stata la compagna dei loro giuochi infantili, e che amavano fino dall'infanzia. Essa andava a lavorare d'ago nel gabinetto di verdura in capo alla pergola, nel nido di Montericco, e i giovani le facevano compagnia, e allora dimenticavano affatto la politica, giuocavano come fanciulli, e Michele raccontava a Maria delle storie impossibili, burlandosi poi della sua ingenua credulità, e facendola arrossire di vergogna della sua buona fede. Per vendicarsi, essa lo condannava a dipanare delle matasse intricate, ma egli allontanandosi a poco a poco colla matassa fra le mani, il filo diventava lungo, e quando si arrestava ad un intoppo la fanciulla era costretta di alzarsi, e avvicinarsi al fuggitivo facendo il gomitolo per giungere a distrigare il garbuglio; e ridevano di tutto. Talvolta Michele le narrava le burle degli studenti alle pattuglie notturne dei croati; le corde tese attraverso la via per farli incespicare, i mattoni appesi ai ferri sotto ai portici oscuri, che dato un allarme per far correre i soldati, sbattevano sui loro volti. Tiziano contemplava la natura, osservava gli abeti che si alzavano ritti sul monte opposto e fra i crepacci delle roccie scoscese, seguiva cogli occhi il volo delle farfalle, le danze degli insetti in un raggio di sole, un'ape che succhiava il nettare di un fiore sul margine di un precipizio. E se Michele andava a saccheggiare le frutta sugli alberi, Tiziano restava solo con Maria, le sedeva dirimpetto, la fissava lungamente, e taceva. Maria lavorava in silenzio, e allora si udiva il canto degli uccelletti di richiamo, lo stormire delle fronde, e il frastuono del sottoposto torrente che si frangeva nei sassi.

E se talvolta rompevano quel silenzio era per ricordare la loro infanzia; e rammentavano con piacere quel tempo nel quale andavano a giuocare sul colle della Schipa insieme agli altri fanciulli. Michele era stato sempre turbolento, ma Tiziano proteggeva Maria dalle insidie dei furfantelli, e la difendeva arditamente dagl'insolenti, l'accompagnava se aveva paura, la sosteneva se dovevano arrampicarsi sull'erta, e dividevano insieme le merendine che le buone mamme avevano deposte nei loro cestelli.

Nella stagione propizia Tiziano e Michele seguivano Isidoro sui monti, egli li addestrava alla caccia del camoscio, e li guidava con pratica sicurezza sulle cime più eccelse, giudicate inacessibili dagl'inesperti. Collo schioppo ad armacollo, le munizioni nei fiaschetti e la carniera del mestiere, muniti di punte alle scarpe, di bastoni ferrati e di corde, partivano da Pieve, seguiti da Fido e da Turco, che correvano su e giù per le rive, e accompagnati da Bartolo che apportava i viveri ed altre provvisioni, e andavano nelle montagne d'Auronzo, e attraversando il bosco di Sommadida rimontavano sino alle sorgenti dell'Ansiei arrestandosi all'osteria delle Alpi sul lago di Misurina ove mangiavano le trote eccellenti da Giacomo Croda, famoso cacciatore di camosci, che si univa alla loro compagnia, e tutti insieme salivano quei dirupi scoscesi, e non tornavano mai a casa senza una buona preda.

Tiziano accanto al fuoco rammentava le vicende dell'ultima caccia, e per indicare il momento che aspettava il camoscio si metteva in agguato come avesse lo schioppo al viso, e simulava il colpo che aveva colpito l'animale mentre saltava un precipizio.

Fido aveva capito benissimo che il padrone raccontava un'avventura di caccia, e lo stava ascoltando attentamente, colle orecchie tese, e dimenando la coda, mentre la mamma Maddalena serviva la minestra, e tutti si mettevano a tavola.

Il desinare fu lieto. Tiziano seguitò per qualche tempo a raccontare le sue caccie, fino a che sior Antonio incominciò a parlare delle seghe, e dei menadàs[1], delle taglie e delle tavole, dei rulli dei zappoli e delle chiavi[2]. Maddalena manifestava alla Betta le sue opinioni sulle galline, e sulla produzione degli ovi. Bortolo faceva l'elogio della Nina, la cavalla di casa, assicurando i padroni che essa conosceva le ore senza bisogno d'orologio, e assai meglio dei ragazzi che vanno alla scuola, perchè ogni mattina, alle nove in punto, batteva le zampe e nitriva per domandare l'avena, mentre gli scolari dimenticando l'ora di scuola stavano ancora a scivolare sul ghiaccio.

Finito il pranzo, e vuotata in gran parte la damigiana, sior Antonio riprese il suo posto sulle panche intorno al camino, e accese la sua pipa. Tiziano fece lo stesso. Bortolo aiutava sua madre a sparecchiare la tavola, Maddalena rimetteva ogni cosa al suo posto, il gatto divorava gli avanzi, e Fido tornava a russare regolarmente ai piedi del padrone, mentre la legna resinosa d'abete ardeva sul focolare crepitando, e mandava col fumo le sue esalazioni profumate.

Vennero presto le dieci, il fuoco incominciava a languire, la conversazione era cessata, gli occhi semichiusi degli astanti indicavano vicino il momento di andare a letto, quando un colpo forte alla porta li scosse all'improvviso, li fece alzare la testa e mettersi in ascolto. Fido balzò in piedi mandando acuti latrati. Intanto bussarono alla porta un secondo colpo più forte del primo.

— Chi è? chiese sior Antonio, ordinando al cane di tacere.

— Aprite in nome della legge — risposero dal di fuori.

Il cane ricominciò ad abbajare, e tutti si guardavano in volto con sorpresa.

— Aprite subito o gettiamo la porta, gridarono quei della strada.

Tiziano voleva metter mano allo schioppo, ma sior Antonio con un segno imperativo gli ordinò di deporre l'arma, e andò ad aprire.

Entrò un commissario di polizia, seguito da due gendarmi, e si disse incaricato dall'autorità superiore di praticare una perquisizione.

— Veramente, osservò sior Antonio, mi pare che questo non sia nè il giorno nè l'ora di entrare in una casa di galantuomini, e di turbare la pace d'una famiglia onesta.... ma se tali sono gli ordini di chi è più forte di noi, è inutile di fare opposizione.

Allora incominciò quella minuziosa ed insolente manomissione che il governo austriaco soleva praticare nelle case degli italiani sospettati del grave delitto di amare la patria. Vennero esaminati tutti i mobili, guardandovi dentro per di sopra e per di sotto, disfatti i letti, smossi i pagliericci, tastati i materassi, i capezzali, i guanciali, le coltrici, capovolti i canapé, indagati i sacconi, vuotati a fondo i canterani, aperti i cassettoni e le scrivanie, scompigliate le vesti e i pannilini, frugate le carte, i registri, le lettere, profanate tutte le più sacre memorie domestiche.

Sior Antonio li seguiva stringendo i pugni, e mordendosi la lingua per non parlare.

Tiziano prese in un angolo sua madre e potè dirle senza essere inteso:

— Manda subito ad avvertire Michele....

Maddalena desiderando che Bortolo eseguisse sull'istante la commissione, gli andava facendo dei segnali che egli non intendeva, pareva diventato scemo, e poi un gendarme lo teneva d'occhio e non avrebbe lasciato uscire nessuno.

Trovarono degli scritti inconcludenti, delle lettere d'amici, delle note, delle memorie, che posero sotto sigillo, e quando ebbero finito di mettere la casa sottosopra senza costrutto, e si credeva che se ne andassero, il commissario dichiarò che il signor Tiziano doveva seguirlo.

— Io rispondo di mio figlio — disse sior Antonio — domani mattina andremo insieme dal signor Commissario distrettuale che mi conosce da un pezzo e....

— I miei ordini sono precisi — soggiunse il commissario di polizia — io devo arrestare il signor Tiziano Larese, e condurlo in ufficio....

— Lo conducete in prigione!... — esclamò Maddalena disperata — mio figlio è un galantuomo, e non ha fatto mai torto a nessuno.

Sior Antonio incominciava ad incrociare le ciglia, ed era cattivo segno. Tiziano prevedendo una fiera burrasca volle evitarla, e disse con calma:

— Non vi affannate, non vi date pensiero, nessuna ragione può valere contro la forza. Il diritto, la giustizia non possono opporsi con parole alla violenza, io seguirò il signor Commissario protestando che cedo perchè sono il più debole, che il governo commette un'ingiustizia.... e voi sapete quello che dovete fare.... — e così dicendo fissò in volto sua madre e le fece un segno d'intelligenza.

Poi prese il cappello e il tabarro, e seguì i gendarmi e il loro capo, ed usciti dalla porta ne trovò altri due che aspettavano davanti l'uscio, ed altri due che giravano intorno la casa, e tutti uniti si avviarono all'ufficio, camminando in silenzio sulla neve.

Erano poco lontani quando la povera Maddalena tutta in lagrime, comunicò a suo marito il desiderio del figlio:

— Basta che non sia troppo tardi!... egli esclamò, ma in ogni caso bisogna tentare.... e chiamato Bortolo lo ammonì come dovesse con immense precauzioni avvicinarsi alla casa di sior Iseppo, procurando di non essere veduto da nessuno, chiamare Michele, avvertirlo dell'arresto di Tiziano, e metterlo in guardia sulla sua sorte.

Bortolo partì, prese una scorciatoja, osservò attentamente se qualcuno si avvicinasse, e potè essere introdotto in casa senza essere veduto.

Il giovane, sorpreso, non perdette tempo; seguì il messo senza fraporre alcun indugio, e si allontanarono chetamente dalla casa per un viottolo nascosto fra stretti muri, e non erano ancora molto lontani, quando la luce d'un fanale che si avanzava, riflesso ad intervalli dalle baionette, li avvertì che una pattuglia si avviava verso la casa dalla quale erano usciti in tempo. Si nascosero nel vano d'una porta, e poterono osservare, senz'essere veduti, il commissario e i sei gendarmi che picchiavano all'uscio.

— Oh i birboni! esclamò Bortolo, li riconosco, sono quelli stessi di poco fa!...

Le pedate sulla neve avrebbero potuto tradire il loro nascondiglio, dovettero dunque allontanarsi e raggiungere la strada principale, ove la neve era già pesta, e dietro l'angolo d'una casa stettero ad attendere il ritorno della spedizione. Ma la visita fu assai più lunga della prima. Sospettando che Michele fosse nascosto rovistarono la casa dalla cantina fino al tetto.

Intanto Michele s'informava da Bortolo di tutti i particolari dell'arresto, e così venne a sapere che doveva la sua salvezza all'amico, e in parte anche al caso fortunato che in quel momento non si trovassero in Pieve che sei gendarmi, ciò che rendeva impossibile di fare due arresti nello stesso tempo. Anzi non ce n'erano che quattro, gli altri due erano giunti da Ceneda la sera stessa, insieme al commissario mandato apposta da Venezia per arrestare i due giovani.

Quando la triste falange uscì dalla casa colle mani vuote, assai malcontenta della impresa fallita, si fermò alquanto sulla via a consigliarsi, poi uno dei gendarmi allontanandosi dai compagni andò ad appiattarsi dietro un angolo del muro mentre gli altri ritornavano mogi mogi al loro quartiere. Era evidente che colui che stava nascosto aspettava il ritorno di Michele, nella supposizione che non fosse ancora rientrato in casa, per arrestarlo sulla porta prima che fosse avvertito dai parenti di mettersi in sicuro.

Era necessario di prendere una decisione, e di procurarsi i mezzi di salvezza, ma ciò non riusciva tanto facile in un piccolo paese, e in una notte d'inverno e colla neve.

Dopo varie considerazioni Michele non seppe trovare migliore espediente che di ritirarsi con Bortolo in casa dell'amico, come in luogo oramai sicuro, per prendere gli opportuni concerti con sior Antonio, su ciò che fosse da farsi; e camminando con infinite precauzioni per non essere scoperti si raggirarono per vie remote, penetrarono in un orto confinante colla casa Larese, ove entrando per le adiacenze, senza far rumore, comparvero improvvisamente in mezzo alla famiglia, immersa nella desolazione per la recente sventura.

Furono tutti sorpresi di veder Michele, e trovarono imprudente la sua venuta, ma egli non tardò ad assicurarli che non si correva nessun pericolo, e che i gendarmi non sarebbero venuti due volte in una notte. Allora incominciarono le spiegazioni fra lui e sior Antonio; il quale gli chiese con vivo interesse:

— Che cosa avete fatto per essere arrestati?

— Niente.... niente di male. Qualche scherzo ai croati....

— Via, parlate schietto.... nell'interesse di Tiziano.... per apparecchiare la sua difesa bisogna sapere di che cosa può essere incolpato....

— Frivolezze.... declamazioni.... brindisi.... che so io!...

— Ma che brindisi avete fatti?

— Dopo la laurea abbiamo invitato a pranzo gli amici.... siamo stati allegri come potete immaginare.... abbiamo bevuto alla salute d'Italia.... abbiamo gridato Viva Pio IX!... Viva Gioberti!... Viva Guerrazzi!... Viva Mazzini!...

— Ah disgraziati che cosa avete mai fatto!... ne avete per vent'anni di Spielberg!... quel povero Silvio Pellico ne ha fatto assai meno di voi!...

— I tempi sono cambiati. Pio IX ha aperta l'era della libertà... noi tutti vogliamo l'indipendenza... vostro padre, il povero nonno Taddeo, ci diceva sempre che il dominio straniero è una vergogna per l'Italia.... e voi avete sempre pensato egualmente....

— È vero.... ma bisogna agire con prudenza.... ci vogliono fatti e non ciarle, mio caro, per liberare l'Italia.... voi siete stati imprudenti.... avete congiurato....

— Potete essere sicuro che non abbiamo carte compromettenti, che non si troveranno argomenti per fondare un processo.... la nostra congiura sta dentro di noi, nell'unanimità dei nostri voti, nella fermezza del nostro volere.... nella coscienza del nostro diritto.... nel nostro onore!... Noi non siamo più una setta, nè una legione.... ma siamo un popolo di fratelli.... vogliamo essere padroni in casa nostra.... non vogliamo più stranieri in Italia.... non abbiamo più paura nè delle prigioni, nè dei patiboli, nè delle baionette.... moriremo tutti.... o saremo liberi!...

Sior Antonio dimenava la testa, stringeva le labbra, mormorava delle parole incomprensibili, una lotta interna lo agitava, egli si era sempre mostrato ottimo patriotta, ma davanti all'arresto di suo figlio le sue idee si confondevano, il dolore soperchiava ogni altro sentimento; suo figlio in mano dell'Austria, gli faceva rammentare i processi di stato, le vittime sagrificate, e fremeva di sdegno, di diffidenza, di paura. Maddalena non intendeva ragioni, essa pensava a suo figlio, e si disperava di vederlo caduto in mano dei barbari, la Betta piangeva, Bortolo aveva il viso sconvolto dalle varie e successive emozioni di quella notte, e dava ragione a tutti contraddicendosi senza avvedersene: quando Michele annunziava la volontà degli italiani, egli alzava i pugni minacciosi, quando sior Antonio accusava i giovani di imprudenza egli assentiva coi segni del capo; piangeva e minacciava, ora sembrava spaventato dalla sorte del suo padroncino, ora mostrava di non temere tutte le forze dell'Austria, e pareva che le dichiarasse una guerra d'esterminio.

Dopo una lunga discussione, senza poter concordarsi sopra un piano da seguire, sior Antonio pensando che la sorte di Michele non era ancora decisa, gli chiese:

— E voi che cosa pensate di fare?

— Bisogna che me ne vada.... egli rispose, meglio uccello di bosco che uccello di gabbia.... ma sono qui senza vesti, senza denaro, e nell'impossibilità di rientrare.... perchè un sacripante mi aspetta per prendermi al collo.... mi aspetterà un bel pezzo quel minchione!... se volesse prendere in cambio mio zio!... sono gli orsi che si devono mettere in gabbia!...

Sior Antonio non lo ascoltava che distrattamente, stette alquanto pensieroso, poi ordinò a Bortolo di dar l'avena alla Nina, e di tenerla pronta a partire, e condusse Michele nello scrittoio, ove tenne con lui una conferenza assennata e senza testimoni, per fissare il modo di sottrarre dagli artigli tedeschi colui che poteva ancora sperare di mettersi in salvo; e sulle misure da prendersi per giovare a Tiziano che colto per sorpresa non aveva potuto provvedere alla sua libertà.

Michele ricevette da sior Antonio del denaro, del quale gli rilasciò ricevuta, e Maddalena lo fornì di biancheria e d'altri oggetti indispensabili, che vennero collocati in un piccolo sacco da viaggio, e dopo di aver ringraziati con parole cordiali quei buoni amici, augurò loro che non avessero a soffrire lungamente per la detenzione di Tiziano, pel quale li assicurava che non ci potevano essere motivi fondati per procedere; e prima dell'alba, uscito da quella casa con ogni precauzione, entrava in un sentiero nascosto fra i boschi, e andava a riuscire sulla strada maestra, a qualche distanza dal paese, ove Bortolo doveva subito raggiungerlo colla timonella tirata dalla Nina.

Sior Antonio rientrato in cucina procurò di calmare sua moglie che continuava a piangere dirottamente, e le disse:

— Bisogna aver coraggio, e non abbandonarsi ad una sterile disperazione. Le lagrime non possono servirci a nulla. Adesso invece dobbiamo occuparci seriamente del nostro Tiziano. Appena giorno io andrò dal commissario per vedere che cosa pensa di fare, poi ho l'intenzione di far una visita al consigliere, per aver qualche consiglio utile, da un uomo esperto in queste faccende. E tu non lasciarti vedere troppo accorata dalla gente; e questo per due motivi: prima di tutto si farebbe torto a Tiziano, lasciandolo credere colpevole, poi sembrerebbe che la nostra famiglia conosciuta pei suoi antichi sentimenti di patriottismo, fosse disperata alla prima prova, e scoraggiata alla prima sventura. Animo dunque, chiudiamo l'amarezza nell'anima, e mostriamoci forti nella sventura.

E preso il cappello se ne andò prima di tutto da Sior Iseppo per avvertirlo dei provvedimenti presi riguardo a suo nipote, e sulle misure fissate d'accordo con lui per facilitargli la fuga.

Trovò il vecchio ancora indignato contro i tedeschi che si erano permessi di rompergli il sonno, come se non avessero potuto arrestare suo nipote senza disturbarlo.

Sior Antonio gli rese conto di quanto aveva fatto per Michele, facendogli sperare di poter fra breve ricevere sue notizie da un luogo sicuro. Sior Iseppo alzando la destra, fece un rapido movimento che pareva volesse significare: — che il diavolo se lo porti in malora! — e continuò a lamentarsi che gli avevano sconvolta la casa per cercarlo e che in fine dei conti un po' di prigione non gli avrebbe fatto male per insegnargli l'economia, la disciplina e la quiete. — Uhm! uhum! mormorava sior Iseppo, teste calde!... gioventù senza giudizio!... — Tuttavia volle regolare i conti e restituire a sior Antonio il denaro sborsato, ma lamentandosi continuamente dei disturbi, delle spese, dei sacrifizi ai quali si trovava esposto per le scapataggini di quel matto di suo nipote.

II.

Intanto che Michele prendeva la strada di Auronzo per cercare un rifugio in casa d'un amico, Tiziano partiva per Venezia accompagnato dal commissario che era venuto ad arrestarlo e scortato da due gendarmi a cavallo, che trottavano in fianco della vettura; e quando sior Antonio si recò alla mattina dal commissario distrettuale per aver notizie dell'arrestato, questi era già partito da un pezzo.

Il povero padre sorpreso a tale annunzio protestava vivamente, voleva seguire subito suo figlio, ma il commissario lo consigliò a starsene in casa tranquillo, assicurandolo che se non era colpevole sarebbe rimandato in famiglia fra pochi giorni, e lo esortava a confidare intieramente nella clemenza del paterno regime di Sua Maestà Imperiale Reale ed Apostolica, la quale non voleva altro che la felicità de' suoi sudditi. Il padre desolato non rispondeva per non aggravare la condizione del figlio, ma frenava a stento la sua indignazione e i suoi sospetti, avendo udito a narrare tante volte i processi del vent'uno, le condanne a morte ed all'ergastolo, le lunghe prigionie dello Spielberg ove degli uomini onesti che non volevano altro che l'indipendenza della patria, erano stati trattati peggio dei ladri e degli assassini, e fremeva pensando a suo figlio caduto in quelle mani spietate. Però dovette fingersi fidente e rassegnato e ritornarsene a casa a riferire il risultato della sua visita.

Intanto la notizia dell'arresto s'era diffusa nel paese, tutti ne parlavano con sdegnosa sorpresa, in piazza si formavano dei capannelli di persone ove taluno raccontava il fatto alla sua maniera agli uditori indignati. I quattro gendarmi che erano rimasti a Pieve andavano in giro a due a due, sospettosi e guardinghi, vedendo che la gente li guardava con disprezzo, e quasi in aria di sfida.

Un amico di Tiziano corse a dar relazione del fatto al roccolo di Sant'Alipio, fece piangere Maria e dovette consolarla colle solite speranze, mentre suo padre Isidoro, maledicendo l'odiato aquilotto bicipite salì nella sua camera e si mise in tutta fretta a bruciare varie carte.

Sior Antonio rientrato in casa trovò sua moglie malata, assalita da convulsioni, impaziente di aver notizie del figlio, amareggiata di non riceverne, e vari amici di famiglia che lo assalirono di pressanti domande; chi voleva sapere se la tal carta era stata sequestrata, se la tal lettera era stata distrutta in tempo, e chi voleva conoscere i particolari della perquisizione, e chi la fuga di Michele. Dopo di aver soddisfatto alla meno peggio ai desideri di ciascheduno, sior Antonio si ritirò nello scrittoio, e scrisse una lunga lettera ai suoi padroni raccomandando il figlio e chiedendo consigli.

Più tardi gli venne in mente di fare una visita ad un I. R. consigliere di Tribunale posto in quiescenza col titolo di consigliere imperiale, che viveva in Pieve in grand'auge presso tutte le autorità governative, come uomo influente pei suoi rapporti nelle alte sfere, e di raccomandarsi alla sua protezione, pregandolo di volerlo indirizzare sulla condotta da tenersi per far risaltare l'innocenza dell'arrestato.

Il consigliere imperiale era un personaggio grave e compassato che nel lungo servizio austriaco aveva acquistata quella rigidezza tedesca, che rende gli uomini duri, e tutti d'un pezzo. Egli aveva una fede illimitata nella potenza assoluta della monarchia austriaca, non ignorando però che era detestata dai cadorini, amici della libertà, e insofferenti del giogo tedesco.

Sior Antonio venne fatto entrare dalla governante nello studio, ove gli si affacciò subito allo sguardo un grande ritratto di S. M. I. R. A. Ferdinando I per la grazia di Dio Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria, di Boemia, di Lombardia e Venezia, con dieci o dodici righe di titoli che finivano col gran Voivoda del voivodato di Serbia, e i soliti ecc., ecc. Sulle altre pareti della stanza pendevano gli arciduchi e marescialli, come in corteggio del sovrano, sotto al quale siedeva in poltrona il consigliere imperiale, davanti lo scrittoio, come un magistrato in funzione, col volto raso, e cravatta bianca. Egli accolse l'introdotto, col solito sussiego, accompagnato da un sorriso d'indulgente benevolenza, e se lo fece sedere dirimpetto.

Sior Antonio gli raccontò in poche parole la sua disgrazia, con quei commenti, che la sua naturale ingenuità gli faceva trovare opportuni, e lo pregò di volerlo proteggere e consigliare, in questa grave e dolorosa contingenza.

Il consigliere imperiale ascoltò impassibile ogni cosa, senza che un minimo movimento del volto annunziasse le sue impressioni, e quando l'altro ebbe finito egli incominciò col deplorare la insania di coloro che senza armi nè aiuti si mettevano in testa di voler obbligar l'Austria a cedere i suoi dominii italiani, che erano considerati come frontiera indispensabile alla sicurezza della Germania. E fabbricando un edifizio di argomenti perentorii su questa base, veniva alla conclusione finale che l'Italia deve rassegnarsi in eterno ad essere governata dai tedeschi, e che era una vera pazzia lo scaldarsi la testa con idee sovversive che non potevano condurre che alla galera ed alla forca. È facile immaginare come riuscissero confortanti all'animo afflitto del povero padre, quegli argomenti così lampanti delle idee del magistrato, che dimostravano con tanta evidenza la protezione che si poteva sperare da lui, tuttavia l'affetto paterno è così grande che mentre l'istinto naturale lo spingeva a prenderlo per il collo e a gettarlo dalla finestra, il desiderio di giovare a suo figlio lo tenne inchiodato sulla seggiola e lo forzò a mostrarsi pacifico e rassegnato, giustificando come meglio poteva quella strana monomania di certi giovani esaltati, che si permettevano di pensare che l'Italia potesse avere il diritto di comandare in casa propria, e di non volere stranieri!.... Idee stravaganti ed assurde, certamente, ma che bisognava condonare alla gioventù senza esperienza, esaltata dagli atti inconsulti del nuovo pontefice Pio IX, il quale aveva commesse le imprudenze di benedire l'Italia, di richiamare in patria gli esuli e di liberare i condannati al carcere che il suo predecessore aveva trovati colpevoli di amare la loro madre.... la patria.... l'Italia!

Il consigliere imperiale alzava le spalle in segno di pietà ed osservava che la vera patria dei veneti e dei lombardi non era evidentemente che l'impero d'Austria, riconosciuto da tutte le potenze che riconoscevano parimenti il Napoletano, le Romagne, la Toscana, il Piemonte, ma nessuno conosceva l'Italia; un nome antico, che aveva un valore storico, ma che in politica non contava che come uno zero!...

Tali osservazioni punsero acutamente la probità naturale del buon cadorino, nato e cresciuto col senso retto del giusto e del vero indipendente dalle assurdità dei trattati, e non potè a meno di soggiungere:

— Mi pare che sia il paese e non il governo che fa la patria.... il Cadore è in Italia, e noi siamo italiani, malgrado il governo austriaco, i piemontesi, i toscani, i romagnoli, e i napoletani, sono tutti italiani al pari di noi!... nessuno può distruggere quello che ha fatto la natura!...

— Queste sono le idee sovversive, coltivate dalla vostra famiglia, e per le quali vostro figlio è in prigione. Ecco il frutto delle aspirazioni illegali, che espongono gl'incauti ai giusti rigori del governo, obbligato di tutelare i propri diritti e l'ordine pubblico. Il governo austriaco non vorrà mai cedere davanti le idee rivoltose di pochi agitatori....

— Veramente il fermento generale dimostrerebbe che gli agitatori non sono pochi, rispose sior Antonio, il paese è assai malcontento.... il governo non deve spingere l'irritazione agli eccessi con atti di rigore.... si ricordi signor consigliere che in Cadore c'è della gente risoluta, che non ha paura di nessuno, e non è prudente turbare la pace delle famiglie con violenze inesplicabili....

Il consigliere imperiale sapeva benissimo che i Cadorini erano tutti liberali e nemici del governo, s'avvide d'essere un po' trascorso coi discorsi, temette di compromettersi col paese, e come impiegato in quiescenza non voleva incorrere in pericoli e in disgrazie da nessuna parte. «Non si sa mai!» egli pensava fra sè, anche una passeggiera rivolta potrebbe costar cara ai troppo zelanti difensori dell'Austria la quale sarebbe sicura di reprimere ogni insurrezione, ma non potrebbe salvare le prime vittime del furore popolare. Era dunque miglior partito non scoprirsi intieramente, e cambiar tuono per vivere in pace, e senza pensieri, e modificando a poco a poco le sue espressioni, egli procurò di persuadere sior Antonio che parlava per vero interesse del paese, perchè giudicava che le imprudenze erano sempre dannose. Ciascheduno poteva pensare a suo modo senza esporsi a pagare per tutti. Del resto egli era animato dalle migliori intenzioni, sempre disposto a giovare al suo paese, e ai suoi cari compatriotti, e finì la sua seconda cicalata, in contraddizione colla prima, offrendo i suoi buoni uffici presso qualche persona autorevole per vedere se fosse possibile di mitigare la sorte del prigioniero, e per giovargli davanti le autorità superiori.

Dopo d'aver discusso sul modo di agire, venne deciso di aspettare una risposta alla lettera scritta a Venezia, per appigliarsi ad un partito:

— E intanto siate prudenti!... raccomandava il consigliere dal quale sior Antonio prendeva congedo, siate prudenti, che il paese stia tranquillo!... che ognuno attenda ai fatti suoi!... questo lo dico nel vostro interesse.... ve lo raccomando per l'interesse di vostro figlio!

Costretto di aspettare i consigli dei padroni, sior Antonio riprese tristamente le sue occupazioni, ma quando si recò alla sega per visitare i lavori e dare degli ordini, trovò i segatini, i menadàs e i zatteri fortemente indignati per il caso avvenuto, come se il governo avesse colpito un loro figliuolo, e volevano ad ogni costo recarsi a Pieve per reclamare il prigioniero. I zatteri alzavano le loro scuri in atto minaccioso, i menadàs agitavano le stanghe armate dall'anghier a due punte, i segatini mostravano il coltello, e tutti gridavano: vendetta.

Ci volle molta prudenza ed abilità per persuaderli che avrebbero aggravata la condizione di Tiziano con una dimostrazione tumultuosa che non poteva avere altro risultato che di fare nuove vittime, che conveniva aspettare un momento più opportuno per ottenere giustizia, e che per ora era necessario di astenersi da ogni atto imprudente ed intempestivo.

Frattanto Bortolo era ritornato colla Nina portando le prime notizie del fuggitivo, che era giunto felicemente in Auronzo. Per via non avevano incontrate persone sospette. Stavano sempre attenti guardando da ogni parte se vedessero spuntare l'elmetto dei gendarmi o se qualcuno li seguiva, o veniva ad incontrarli.

Prima di giungere in Auronzo si separarono, Michele volle entrare nel paese a piedi pei sentieri e i viottoli nascosti dietro le case mentre il suo compagno di viaggio riprendeva la strada di Pieve. Bortolo non sapeva altro, e tutto contento della sua impresa felicemente riuscita, fregava la Nina con due manate di paglia, e vedendola sfinita inzaccherata fino al ventre, e bagnata di sudore, procurava di consolarla con delle buone parole:

— Povera Nina, le diceva, ti darò una buona porzione di avena e crusca, e sarai contenta, e potrai riposarti al caldo.... e quella brutta gente non avrà il gusto di chiapparlo il nostro amico.... noi lo abbiamo salvato. Avessimo potuto salvare anche il nostro padrone!... mah! povero Tiziano.... Povero Tiziano!...

Fido accovacciato in un angolo della stalla stava ascoltando i discorsi del giovane, e avendo udito il nome del suo padrone assente, alzava gli occhi malinconici, e mandava un guaito doloroso.

Michele aveva un amico in Auronzo, nella cui casa poteva starsene al sicuro, apparecchiando la sua fuga in modo da farla riuscire, mentre la polizia lo cercava da ogni parte, e ne mandava i contrassegni al confine.

Da colà egli faceva avvertire segretamente Giacomo Croda del suo arrivo, e d'accordo con lui e con l'amico venne stabilito di cacciarsi nelle montagne del Tirolo e di attraversarle per recarsi nella Svizzera. Nel cuore dell'inverno l'impresa era assai faticosa, ma non impossibile per due intrepidi cacciatori di camosci, e specialmente colla guida di Giacomo il quale dall'osteria delle Alpi sul lago di Misurina conduceva i viaggiatori pedestri, tedeschi ed inglesi, sulle più eccelse cime dei monti, nei mesi estivi, e faceva anche il contrabbandiere in tutto il tempo dell'anno con inarrivabile destrezza.

Quando il tempo si mise al sereno passarono l'Ansiei, e ben muniti di provvisioni s'inoltrarono per un sentiero appena praticabile dalle capre. Varcarono montagne che parevano inaccessibili, costeggiando i precipizii alle falde di eccelse rupi che alzavano a perpendicolo le creste nude, frastagliate ed aguzze, come gigantesche muraglie diroccate, veri baluardi naturali dei confini d'Italia.

Attraversarono vallate boscose e profonde solitudini, ove non si udiva altro suono che il fragore dei torrenti, il sibilo del vento, e gli acuti stridi degli uccelli di rapina. Non traccia d'uomo in quei selvaggi deserti, ma una natura sublime che elevava lo spirito al di sopra della terra, e delle umane miserie. Rupi sopra rupi, accatastate, rotte dalle frane, frastagliate di boschi, cime nevose d'ardua salita, ove appena raggiunta la sommità si vedevano nuovi massi spaventosi che si dovevano superare quasi a perpendicolo, aggrappandosi colle mani ai magri virgulti che sporgevano dai crepacci. Ma quando avevano guadagnata la più eccelsa vetta della più alta montagna, e il loro sguardo dominava le cime sottoposte e l'immensa pianura che si stendeva fino ad una linea azzurra che indicava l'Adriatico, allora si credevano i padroni dell'universo, e non avevano più nulla a temere dalle tirannidi dei governi e dalle insidie degli uomini. Michele saliva sopra una roccia, faceva dei segni cabalistici in aria, e quando Giacomo Croda gli chiedeva delle spiegazioni, egli rispondeva:

— Maledico i tiranni, scaglio anatemi a tutti coloro che pretendono dominare in casa degli altri contro il diritto di natura. Verrà un giorno nel quale saranno sepolti dalla giustizia popolare, come quelle pietre che credevano di stare al sole per lungo corso di secoli, e che ora sono sepolte dalle valanghe e stanno ai nostri piedi.

Alla notte i due viandanti si riposavano nelle baite, capanne abbandonate dai pastori che all'inverno si ritirano nei villaggi o scendono alla pianura. Accendevano il fuoco con rami di abeti e di ginepri, cenavano tranquillamente intorno alla fiamma. Michele trovava eccellente ogni pasto, dichiarando che il pane nero delle carceri non avrebbe mai avuto l'onore di entrare nel suo stomaco. Poi accendevano le pipe, e ciarlavano fino alla comparsa del sonno. Allora si coricavano al suolo avvolti nelle loro coperte o sepolti sotto le foglie secche, se avevano la fortuna di trovarne in quei tugurî, e russavano fino al mattino.

Talvolta però il freddo era così acuto che tagliava il viso, toglieva il respiro, gelava le estremità, diventava pericoloso. Ma il pensiero della libertà rianimava il coraggio di Michele, il quale piuttosto di vivere nell'aria cupa e mefitica d'una prigione, preferiva di morire intirizzito sulle Alpi.

Talvolta potevano anche scendere in qualche villaggio, ed entrare in qualche capanna conosciuta da Giacomo, ove i contrabbandieri si davano la posta, e trovavano un rifugio sicuro. E colà poterono refocillarsi, dormire sopra un letto, e rinnovare le provvisioni. Vicino ai confini raddoppiarono le precauzioni e la vigilanza; e sovente nascosti dietro una roccia videro passare da lontano le guardie doganali che perlustravano i luoghi sospetti; ma uscirono sempre felicemente da ogni pericolo, e dopo molti giorni di marcie faticose attraverso le Alpi tirolesi, entrarono finalmente nel Cantone Ticino. Appena varcato il confine, Michele salutò con entusiasmo la Svizzera, e messosi in ginocchio volle baciare la terra della libertà.

Dopo d'essersi riposati qualche giorno si divisero. Michele consegnò a Giacomo alcune lettere per lo zio, per Sior Antonio e per l'amico d'Auronzo, e partì pel Piemonte. L'altro, fatte le sue provviste di tabacco e sigari, si unì a dei colleghi che avevano gli stessi motivi di lui per evitare le strade maestre, e ritornò in Cadore, dove consegnò le lettere ricevute.

Sior Antonio fu contento di sapere che Michele era giunto felicemente in paese libero, ma sentì doppiamente il dolore della prigionia di suo figlio, ed era grandemente meravigliato di non aver ancora ricevuto nessuna risposta da Venezia.

Finalmente dopo lunga aspettativa giunse un messo mandato a posta dai padroni il quale giustificò il motivo del loro silenzio. Avevano ricevuto la sua lettera, ma era sfuggita per miracolo alla sorveglianza della sospettosa polizia, e non era prudente di mandare per la posta delle comunicazioni segrete, perchè tutte le corrispondenze sospette venivano aperte, e potevano compromettere molte persone.

Sior Antonio corrugava la fronte e incrociava i sopracigli, poi coll'indice della destra toccandosi una dopo l'altra le dita della mano sinistra, aperta come un ventaglio, diceva:

— Violato il domicilio domestico; violato il segreto delle lettere; punito l'amore di patria come un delitto; arrestati i galantuomini; obbligati a fuggire dal paese quelli che non vogliono andare in prigione. — E qui cambiando mano, e coll'indice della sinistra, toccando successivamente le dita della destra, continuava: — la coscrizione manda gli italiani in Ungheria, gli ungheresi in Boemia, i boemi in Austria, gli austriaci in Croazia, i croati in Italia! ogni popolo è mandato dall'imperatore a ribadire le catene dei suoi vicini, e tutti si lasciano condurre come tante bestie a compiere i voleri di un uomo a proprio danno. Il denaro dei contribuenti parte per Vienna ad impinguare le case tedesche; tutti i capi d'ufficio sono mandati dall'Austria; è proibito a chi soffre di lamentarsi, sotto pena della galera; vietate le armi per difendersi.... ed avendo esaurite le dieci dita nell'enumerazione delle piaghe principali della patria, sior Antonio alzava ambe le mani in aria, e battendo i piedi in terra, gridava: — Calpestati e vilipesi in casa nostra!.... disprezzati dagli stranieri! questa è la nostra condizione.... e gli italiani hanno la viltà di tollerarla!...

Il messo correva a chiudere la finestra, e gli faceva cenno di tacere, di non commettere nuove imprudenze, ma quando sior Antonio aveva incrociati i sopracigli, non era facile calmarlo.

Alfine dovette starsi zitto, e lasciare che anche l'altro parlasse.

Costui gli disse che pur troppo i padroni non potevano nulla per suo figlio, che essi pure erano sospetti al governo, che andasse egli stesso a Venezia, e procurasse di farsi raccomandare da qualche autorità locale, che non c'era tempo da perdere, che lo aspettavano senza ritardo, e che giunto in casa loro sarebbe consigliato e diretto nell'interesse di Tiziano. Si decise subito per questo partito, e mentre che Maddalena gli apparecchiava la valigia, egli corse di nuovo dal Consigliere imperiale, il quale non potè esimersi di raccomandarlo ad un segretario di Tribunale, con una di quelle lettere insignificanti ed ambigue, che vogliono dire, a chi sa leggere fra le linee: «vi raccomando il portatore della presente, perchè non posso fare altrimenti. Tiratevi d'impiccio come potete, che ve ne sarò gratissimo, come d'un favore personale. E comandatemi liberamente, che io sarò sempre disposto di fare altrettanto per voi.»

Sior Antonio, che non sapeva leggere fra le linee, e che credeva che un segretario del tribunale dovesse conoscere tutti i segreti necessari per mettere in libertà un carcerato, fu soddisfattissimo della missiva commendatizia, alla quale attribuiva la potenza d'infrangere i ceppi e i chiavistelli di tutte le prigioni di stato della monarchia. Ringraziò il Consigliere colle lagrime agli occhi, e gli promise la sua eterna riconoscenza.

Di là passò al roccolo di Sant'Alipio, e chiese a Isidoro Lorenzi se potesse giovarlo egli pure, raccomandandolo a qualche amico di Venezia.

— Ma senza dubbio, caro sior Antonio, figuratevi se non farò tutto il possibile per aiutarvi a liberare dagli artigli dell'aquilotto il povero nostro amico Tiziano. Sedetevi qui con Maria, e torno subito con una lettera, che vi potrà essere utilissima.

Maria colmò di attenzioni sior Antonio, si mostrò profondamente addolorata della sventura toccata al compagno della sua infanzia, incaricò il povero padre di mille affettuose espressioni pel prigioniero, che essa sperava di vedere fra breve nella loro casetta, che, dopo la sua partenza e quella di Michele, le pareva muta e deserta. Egli doveva dire a Tiziano che si parlava tutto il giorno di lui, che il suo pensiero lo accompagnava di giorno e di notte, che il suo ritorno sarebbe una bella festa per tutti gli abitanti del roccolo.

Isidoro ritornò colla lettera che portava il seguente indirizzo:

«All'egregio Signor avvocato Daniele Manin, a San Luca, Ponte San Paternian, Venezia. S. P. M.»

— Voi avrete udito a parlare dell'avvocato Manin.... — gli disse Isidoro, consegnandogli la lettera.

— È la prima volta che sento questo nome, — gli rispose sior Antonio.

— È un bravo avvocato, e un buon patriota, che potrà esservi utilissimo. Mi sorprende che non abbiate udito a parlare di lui a proposito della eterna questione della Strada Ferrata Ferdinandea, nella quale si è mostrato valente difensore degli interessi e del decoro del paese.

— Quando lo dite voi, basta. Sarà l'avvocato di mio figlio, e spero che saprà difenderlo a dovere, in caso di bisogno.

Dopo cordiali ringraziamenti, salutando amichevolmente, uscì dal roccolo, ma prima di rientrare in casa deliberò di fare una visita al signor Arcidiacono, d'implorare anche la sua assistenza, e di udire i suoi consigli.

L'Arcidiacono lo ricevette nel suo studio colla consueta benignità, se lo fece sedere dirimpetto, gli fece portare un fiaschetto di vino di Conegliano, lo interrogò con interesse sulla salute della Maddalena, procurò di consolarlo della sua disgrazia, incoraggiandolo a sperare nell'esito d'un processo, che non poteva rinnovare le passate condanne, in un epoca nella quale il capo supremo della chiesa aveva dato un magnanimo esempio di clemenza coll'amnistia, insegnando ai regnanti a secondare la voce del popolo, che è voce di Dio, facendo sperare all'Italia dei giorni migliori.

Sior Antonio apriva l'animo a tali speranze, si sentiva più tranquillo, alzava gli occhi al cielo, e il bicchiere verso l'Arcidiacono, per indicargli che beveva alla sua salute, e incoraggiato dalla benevola accoglienza, si fece coraggio di chiedere anche a lui una qualche raccomandazione per Venezia.

— Anzi, ben volentieri, caro sior Antonio, ben volentieri, ripeteva l'Arcidiacono, fregandosi le mani per riscaldarle, e accompagnando le sue parole con un propizio sorriso. E presa la penna si mise a scrivere una lettera, mentre l'altro guardava i santi in litografia che ornavano le pareti della camera, in compagnia di Pio IX e del Vescovo di Belluno e Feltre, poi gettava un'occhiata sui libri ben legati e messi in fila sulle scansie della libreria di noce a lustrofino, e in quelle osservazioni dei quadri e dei libri il buon cadorino pareva compendiare i pregi dell'Arcidiacono, santità ed eloquenza, e infatti era un buon uomo, buon patriota, che faceva del bene ai poveri ed agli infelici, predicava con ardore contro tutti i peccati, descriveva a meraviglia il paradiso e l'inferno, e avrebbe mandato al diavolo i tedeschi, se lo avesse potuto.

Il buon prete scriveva in silenzio, e si udiva la penna che scricchiolava sulla carta, senza sosta, e con movimento accelerato.

Quando ebbe finito piegò la lettera, gli fece la soprascritta, e gliela porse dicendo:

— Eccovi servito. — All'illustre signor Nicolò Tommaseo — Venezia, — e non occorre altro indirizzo, perchè tutti lo conoscono. Ne avrete già udito a parlare?

— Veramente no!... fuori del Cadore non conosco anima viva, ma è probabile che lo conoscano i padroni....

— Senza alcun dubbio.... è uno dei più insigni letterati d'Italia, uno scrittore purista, ed erudito, un uomo pio, amico del popolo, e dei sacerdoti, giusto come l'oro, vi riceverà con carità cristiana, e potrà giovarvi moltissimo colle raccomandazioni e coi consigli...

— Non ho parole per ringraziarla...

— Vi desidero buona fortuna, e vi sarò gratissimo se mi farete conoscere l'esito delle vostre sollecitudini per il figlio...

— Anzi a questo proposito devo pregarla d'un altro favore. Io non posso scrivere a mia moglie, la quale non sa leggere che lo stampato. Io scriverò a lei, e favorirà di far avere le mie notizie a Maddalena, e se avrà bisogno di consolazioni la raccomando alla sua bontà.

— Benissimo, caro sior Antonio, potete essere sicuro di tutta la mia premura... ma vi raccomando siate prudente.... nell'interesse comune.... non bisogna fidarsi della posta.... non dimenticatevi mai questo consiglio.... però con quel buon senso che non vi manca, saprete trovare il modo di farmi indovinare le cose che non potete scrivere. Non mostrandovi mai avverso al governo, non vi riuscirà difficile di farmi intendere come stanno le cose.

— Ho capito tutto.... non stia a dubitare che da parte mia non ci saranno pericoli.... e saprò trattare le cose da uomo prudente.

Volle baciare la mano all'Arcidiacono, lo pregò di ricordarsi di lui nelle sue preghiere, e non rifiniva di ringraziarlo di tanti favori. L'Arcidiacono lo accompagnò fino alle scale, e incaricandolo di tanti saluti per sua moglie, lo congedò cortesemente, gridandogli dietro, mentre scendeva le scale:

— Buon viaggio.... buon viaggio.... che il Signore vi benedica!....

Il giorno seguente sior Antonio partiva di buon mattino da Pieve di Cadore, nella sua timonella, tirato dalla Nina, che Bortolo aveva messa in gambe con una buona profenda di biada, e dopo due giorni di viaggio arrivava a Mestre, ove consegnato allo stallo della campana, la bestia ed il veicolo, prendeva una gondola e partiva per Venezia.

III.

Una bella mattina i padroni di sior Antonio se lo videro capitare in casa tutto fidente nelle lettere commendatizie del Consigliere imperiale, d'Isidoro, e dell'Arcidiacono, e non poterono ritenere una solenne risata nel dargli l'annunzio che mentre egli faceva il viaggio la polizia metteva in prigione l'avvocato Manin, e il letterato Tommaseo....

È più facile immaginare che descrivere l'espressione del viso di sior Antonio a tale dolorosa sorpresa. Sbalordito, mutolo e quasi scemo, non sapeva più che pensare, gli pareva che le cose di questo mondo si fossero capovolte, tutti i galantuomini andavano in prigione ed erano obbligati di fuggire, e gli usurpatori, ossia i ladri, facevano da giudici, perchè gli stranieri gli parevano ladri in scala grande, introdotti con violenza in casa altrui.

Gli restava la lettera pel segretario, la quale gli servì ad ottenere il permesso di entrare in prigione per vedere suo figlio. Favore che lo umiliava, perchè gli veniva concesso da coloro che egli giudicava come i veri colpevoli, persecutori degli innocenti; come i veri turbatori dell'ordine sociale, che non avevano altro diritto di comandare che quello ottenuto dalla forza brutale; che li rendeva gli oppressori d'un paese che era stato il loro maestro di civiltà!.... La sua coscienza era la sola norma della sua ingenua politica, e gli pareva che il semplice buon senso dovesse essere la sola base del diritto, e andare al di sopra della ragione di Stato.

Quante lezioni di scaltra diplomazia gli dovettero inculcare i padroni per salvarlo dal pericolo d'essere arrestato anche lui, e messo in prigione insieme col figlio, perchè si ostinava a voler dire ai giudici apertamente e schiettamente quanto egli credeva fosse davvero giusto ed onesto; quando invece era tutto il contrario, perchè l'usurpazione era un diritto, la forza un'autorità, l'amore di patria una colpa, il desiderio di liberarla dall'oppressione un grave delitto di Stato! L'ipocrisia diventava una necessità, l'umiliazione davanti la potenza dei nemici una assoluta necessità, per salvare le vittime cadute nelle loro mani. Sior Antonio sbuffava, incrociava le sopracciglia, batteva i piedi, ma doveva piegarsi, se voleva vedere suo figlio, e non nuocergli.

Finalmente potè essere condotto alle carceri criminali, accompagnato da un impiegato che assistette all'intervista del detenuto con suo padre.

Ma quelle porte chiuse, quei catenacci, quelle chiavi, quell'aria uggiosa e ammuffita del carcere gli misero nelle ossa un ribrezzo che gli faceva tremare i ginocchi. Quale triste domicilio per un giovane avvezzo all'aria aperta e profumata delle montagne!

Il povero Tiziano era pallido, smunto, cogli occhi pesti, come un uomo sepolto vivo. Il padre ne fu desolato, lo abbracciò teneramente, gli teneva serrate le mani, aveva gli occhi gonfi di lagrime, e gli mancavano le parole.

Tiziano gli fece animo, gli chiese notizie di sua madre, di Maria, degli amici, del paese, di tutti di casa, compreso Fido, e con dei giri di parole procurò di sapere se Michele fosse salvo. Sior Antonio dapprima non capiva niente, ma poco a poco incominciò a famigliarizzarsi col linguaggio arcano degli schiavi, vide come si doveva esprimere il pensiero velato, mascherato, allusivo, senza compromettere nessuno; e strizzando l'occhio a Tiziano gli disse:

— A proposito devo dirti che l'uccellino che cantava così bene nell'orto di sior Iseppo, e che volevano accalappiare per metterlo in gabbia, non si è lasciato prendere ed ha spiccato il volo sulle montagne....

L'allusione era troppo poco velata perchè l'impiegato che assisteva al dialogo non dovesse comprenderla, ma finse di non aver inteso e lasciò andare la cosa senza osservazioni.

Tiziano avendo capito che l'amico era in salvo si rasserenò alquanto, e procurò d'infondere coraggio a suo padre, si mostrò sempre dignitoso, e ritornò alla sua prigione rasserenato ad aspettare il processo che gli facevano i tedeschi, perchè egli italiano, amava l'Italia.

Sior Antonio aveva saputo che i personaggi più cospicui, e le famiglie più stimabili di Venezia si erano rese invano garanti perchè l'avvocato Manin venisse processato a piede libero, e vedendo che non c'era nulla a sperare da un governo spietato e sospettoso, e convinto che bisognava forse aspettare lungamente l'esito del processo, voleva ritornarsene in Cadore dove lo chiamavano il dovere e le necessità degli affari, ma i suoi buoni padroni lo forzarono a rimanere con loro, procurando così al padre ed al figlio l'unica consolazione alla quale potevano aspirare, quella di vedersi qualche volta, e di essere vicini.

Allora il bravo cadorino per togliere la moglie dall'ansiosa aspettativa, decise di mandare sue notizie all'arcidiacono non dimenticando i prudenti consigli di lui, e quelli dei padroni, che gli raccomandavano tanto d'essere guardingo e di misurare le parole, e fatto anche un po' esperto per l'esercizio dei dialoghi che teneva con suo figlio nel parlatorio del carcere, si accinse a scrivere con somma precauzione, quanto desiderava di far noto ai parenti ed agli amici. Ma fra il bisogno di render conto d'ogni cosa, e il timore di compromettere qualcuno con imprudenti espressioni, egli si trovò nel più grave imbarazzo, e costretto di pesare ogni pensiero, e di misurare ogni parola, rimaneva lungamente colla penna in mano, prima di scrivere una linea. Ogni pagina gli costava sudori, tuttavia scrisse a varie riprese le seguenti lettere, che dobbiamo pubblicare come documenti indispensabili che servono a far conoscere il successivo sviluppo degli avvenimenti che interessano il presente racconto.


«Reverendissimo Signor Arcidiacono

Vengo con questa mia a renderle conto del mio viaggio, che è stato faticoso per la Nina, e per l'umile sottoscritto, però siamo giunti entrambi in buona salute. Ho lasciato la Nina sotto la campana di Mestre, e sono arrivato a Venezia coll'ajuto di Dio. Le persone che io doveva vedere sono in villeggiatura, e quindi non possono giovarmi come io sperava. Mi sono assai sorpreso del loro gusto di ritirarsi in campagna nel cuore dell'inverno, ma Ella sa benissimo, Signor Arcidiacono che a questo mondo si fa sempre quello che si può, e non sempre quello che si desidera. Ho veduto mio figlio che sta bene di salute, quantunque starebbe meglio a casa, ma questo per ora non è possibile, perchè Sua Maestà imperiale reale ed apostolica, colla sua eccelsa volontà, si degna di tenerlo in prigione, del che siamo rispettosamente dolenti. Intanto rimango a Venezia per vedere se sarà liberato dalla giustizia di Sua Maestà, con tutto rispetto parlando.

Vado ogni giorno in chiesa a San Marco e mi raccomando caldamente alla Madonna della Consolazione, che si trova sotto un arco a sinistra del coro, — la Madonna non la consolazione — la quale mi manca del tutto, per i supremi voleri dell'altefatta Sua Maestà.

Null'altro per ora avendo da aggiungere, la prego, reverendissimo Signor Arcidiacono, di compatirmi sempre, salutandomi la Maddalena, a nome anche di Tiziano che le raccomanda il cane, e li saluta tutti, lei compreso, ed anzi per il primo, colle quali cose, malgrado le amarezze che mi rendono stupido, la prego di tenermi pel primo della parrocchia nell'ossequioso rispetto col quale me le dichiaro, e sono suo obbligatissimo e affettuoso

Antonio Larese del fu Taddeo.»


«Reverendissimo Signor Arcidiacono

Siamo tutti peccatori, e bisogna far penitenza, e per questo nessuno fuma più tabacco. È la più grande penitenza che abbia fatto in mia vita, dopo quella di cavarmi il cappello davanti i birbanti, ma per non cadere in tentazione ho rotto la pipa. L'altro giorno della gente senza creanza che fumava per le strade, è tornata a casa colle coste rotte. I facinorosi dichiarano che erano cagnotti della polizia, cioè rispettabili impiegati di Sua Maestà. Un'altra penitenza è quella di fuggire la musica. Quando si presenta la banda militare, la piazza diventa un deserto, invece si va a passeggio da un'altra parte in onore di Pio IX, e là si trova una folla del diavolo, dove io non manco mai, per divozione del papa. Adesso si porta il cappello colla fibbia del nastro sul davanti, ed anche io vado all'ultima moda; ma siccome io portava la fibbia dalla parte opposta, così il mio cappello vecchio pel lungo uso aveva la falda bassa davanti e alta di dietro, e adesso è tutto il contrario, ciò che mi permette di vedere il sole. Dicono che questa moda sia fatta per contare gli italiani, e così si fa l'anagrafi per la strada, e si vede che siamo nel numero dei più, senza esser morti. I poveri militari della Sacra Maestà dell'Imperatore vivono isolati, i facinorosi li guardano di cattivo occhio, e la gente li schiva come se avessero la peste. Colla quale prendo congedo da vostra signoria, afflittissimo che i popoli ribelli non abbiano il dovuto rispetto ai croati di Sua Maestà; e salutandolo con la Maddalena, mi dichiaro, colla fibbia davanti

Suo obbligatissimo servitore
Antonio Larese del fu Taddeo.»


«Reverendissimo Signor Arcidiacono

Devo prevenirlo per sua regola e norma, e per avviso ai Cadorini, che S. M. I. R. A., con venerato decreto sovrano, si è graziosamente degnata di proibire tre colori che non gli vanno a sangue, e sono il bianco il rosso ed il verde. Ogni sovrano ha pieno diritto di bandire i colori che gli riescono antipatici, ma temo pur troppo che le nostre povere montagne dovranno andare in prigione come ribelli, perchè in primavera non potranno nascondere la neve, l'erba e le fragole. Qui le donne sono sorde, e portano fiori e nastri coi tre colori proibiti, e faranno benissimo di metterle tutte dentro, e se come si vede, anche gli uomini seguiranno l'esempio, Sua Maestà sarà costretto di far chiudere le porte delle città, e di considerare i suoi sudditi come tanti prigionieri di Stato. In tale previsione vorrei prendere il largo, ma i miei padroni persistono a non lasciarmi partire. Mi hanno detto che jeri sera vi fu un gran baccano al Teatro della Fenice, e venne freneticamente applaudito un coro nel quale si cantava: «la patria tradita.» L'altra sera ad un ballo nominato la Siciliana, i facinorosi e male intenzionati hanno gridato Viva Napoli, perchè quel re ha dato la costituzione.

Io non frequento il Teatro, ma assisto ogni domenica alla messa a San Giacomo all'Orio, dove si trova sempre il console del papa, e la gente è tanto fitta che un grano di miglio gettato dall'organo non potrebbe cadere sul pavimento. Credo che se Pio IX venisse a Venezia non avrei da invidiare le feste vedute dal mio povero padre per la venuta di Pio VI, delle quali non si è mai dimenticato in tutta la vita. Ma credo che il nostro imperiale e regio governo non sarebbe troppo contento di questa visita, per cui io non domando altro che di riverirla unitamente a tutti di casa, e mi dichiaro in buona salute, anche per notizia di Maddalena, colla quale le presento la assicurazione d'ogni rispetto del suo devotissimo,

Antonio Larese del fu Taddeo.»


«Reverendissimo Signor Arcidiacono

I venerati decreti di S. M. I. R. A. proibiscono «i discorsi antipolitici» e le riunioni di più persone. E infatti «i facinorosi e male intenzionati» furono causa di nuovi ribaltoni. Il governo fece chiudere varie botteghe e mise in prigione i negozianti che vendevano oggetti coi tre colori ribelli. Guai se un trattore mette nella stessa vetrina delle uova, dei cavoli, e della carne di manzo, questa mostra ostile al governo lo farebbe dichiarare «facinoroso e male intenzionato» e lo condurrebbe direttamente in prigione.

I fedeli poliziotti sono trasformati in imbianchini, e percorrono le vie con un mastello di calce ed un pennello per cancellare le iscrizioni di «Viva Pio IX, viva l'Italia, morte ai tedeschi,» e devono anche lacerare tutte le cartoline collate sui muri, che dicono cose da far drizzare i capelli ai buoni sudditi. Si dice che anche nelle provincie le popolazioni manchino di rispetto ai croati, mandati da qualche giorno in gran numero, per consolare la gente dabbene. A Padova venne chiusa l'Università, dove quei matti di studenti, mostravano la strana pretesa che gl'italiani dovessero essere i soli padroni d'Italia. Non avrei mai creduto di udire simili enormità, che sono severamente punite dalle leggi. Temo che il mondo vada a gambe levate, colle quali ho paura che voglia colpire le parti deretane di certa gente senza giudizio. In questi giorni abbiamo avuto molta pioggia, senza contare quella delle dimostrazioni antipolitiche, ma siccome il lunario annunzia giorni sereni pel secondo quarto della luna, così mi rassegno al fango colla speranza d'un migliore avvenire, il quale le auguro felice, e in piena salute, come Ella mi intende, mentre mi inchino colla solita venerazione; e mille cose alla Maddalena.

Suo obbligatissimo ed affezionatissimo servitore
Antonio Larese del fu Taddeo.»


«Reverendissimo Sig. Arcidiacono

Quello che adesso è arrivato me lo aspettava da un pezzo. Sua Maestà il nostro amatissimo sovrano nella sua paterna sollecitudine pei sudditi si è graziosamente degnato di ordinare «il giudizio statario» per tutto il Regno Lombardo-Veneto, ciò che vuol dire che chi non avrà giudizio dovrà subirlo per forza, e il più statario che sarà possibile. Questa veneratissima sovrana patente, abbassata da Vienna, promette d'innalzare alla forca chiunque non pensasse come viene prescritto dall'eccelso supremo governo aulico, il quale ordina i processi sommari, e la immediata esecuzione delle sentenze di morte, senza altri diritti di ricorsi o grazie, imperiali, e in caso d'un equivoco si provvederà un'altra volta, non si ammettono nè giustificazioni nè difese, e chi credesse di aver ragione avrà torto, e sarà impiccato. S. M. I. R. A. nella sua sovrana clemenza si riserva di far cessare tali misure, quando non saranno più necessarie le impiccagioni per la salute e la felicità de' suoi sudditi. Altro non posso aggiungere per ora, e tenendo la testa stretta alle spalle per non lasciar passare la corda del boja di Sua Maestà, non intendo con questo di mancare ai riguardi dovuti all'altissimo funzionario che strangola i cristiani per dovere d'ufficio. E mi auguro di rivedere la Maddalena senza giudizio, il quale quantunque abbia il pregio di essere statario, desidero che sia in ritardo, per quanto è lecito di sperare senza offendere la maestà della legge. Mando a Maddalena i miei saluti, e quattro paja di calze che hanno bisogno d'essere rammendate con giudizio statario, per rimandarmele alla prima occasione unitamente a due camicie, e a dei fazzoletti da naso. E le domando scusa sig. Arcidiacono se le manco di rispetto con questi discorsi anticivili, ma se gli uomini devono vivere senza patria per ordine di Sua Maestà e in obbedienza alle leggi austriache non possono stare senza calze, senza violare le leggi della buona creanza, e con questa le bacio rispettosamente la mano e mi dichiaro

Suo obb. ed oss. servitore
Antonio Larese del fu Taddeo.»


«Reverendissimo Sig. Arcidiacono

Evviva la libertà, evviva l'Italia, evviva Pio IX!... Siamo tutti liberi e salvi!... Viva, Viva San Marco! gli austriaci sono partiti, le prigioni sono aperte, Tiziano è in mezzo dei nostri buoni padroni che lo colmano di attenzioni e finezze. Finalmente posso scrivere schietto e netto tutto quello che vedo e che penso, senza tanti raggiri. Il giudizio statario, il boja e la forca hanno colmato la misura e tutto è andato sossopra. I Veneziani indignati di tante sopraffazioni si sono rivoltati in massa, i tedeschi hanno ceduto senza spargimento di sangue, e tutto è finito per sempre. Il popolo ha rotto i cancelli delle prigioni, l'avvocato Manin e il letterato Tommaseo sono stati portati in piazza in trionfo fra gli applausi e gli evviva a San Marco, gridati da ogni parte da una folla immensa. Tiziano si è gettato fra le mie braccia, io lo sentiva, lo stringeva senza vederlo, perchè le lagrime mi offuscavano la vista. La bandiera italiana sventola sulle antenne della piazza, tutti hanno la coccarda tricolore al cappello ed alla bottoniera. — Viva l'Italia — Viva San Marco — questo è il grido che si sente dovunque. Se mio padre fosse ancora al mondo vorrei vederlo a Venezia!... Signor Arcidiacono corra da mia moglie, e la consoli, nostro figlio è libero; e dica a tutti i nostri cari compatriotti che l'Italia è finalmente libera e indipendente, e che gridino tutti in coro — Viva l'Italia — Viva San Marco — Viva Pio IX.

Non so precisamente quando saremo di ritorno ma spero assai presto, e intanto, coi nostri saluti, Tiziano ed io le baciamo le mani con tutto il rispetto. Mille cose a Maddalena, e sono sempre

Suo obb. ed oss. servitore
Antonio Larese del fu Taddeo.»

IV.

Il grido di Viva San Marco della prima rivoluzione di Venezia è stato criticato come inopportuno e municipale; ma esso sorgeva spontaneo dalla tradizione storica, dalle memorie domestiche, dalla fede religiosa del popolo veneziano, rinvigorito dall'aspetto dei monumenti, dalla insigne basilica, dalle colonne e dal leone della piazzetta, che ricordavano la repubblica che vantava quattordici secoli d'indipendenza. Dopo la sua caduta, Venezia non aveva veduto che la demagogia e la invasione straniera, il popolo non conosceva altri governi possibili; insorgendo contro l'Austria, Venezia ignorava la rivoluzione di Milano che si compieva nello stesso giorno, non sapeva che cosa avrebbero fatto gli altri paesi, le era impossibile di rappresentarsi istantaneamente il grande concetto della unità italiana. Al colosso che cadeva essa non poteva sostituire un'incognita, un mito futuro; ma vi sostituiva un nome immortale, il governo de' suoi antenati, la cui bandiera aveva dominato i mari, ed era stata onorata non solo dall'Europa, ma dai popoli più lontani.

Non era una sollevazione premeditata che la spingeva alla rivoluzione con piani studiati e preconcetti, era l'indignazione unanime, spontanea d'un popolo mite e civile angariato da odiose vessazioni, umiliato nei sentimenti più delicati della sua dignità, offeso nelle sue più sante memorie, risvegliato dall'esempio di Roma risorta, incoraggiato dalle rivoluzioni di Parigi e di Vienna; era un entusiasmo passionato, un'ebbrezza accompagnata da tutti i lirismi della poesia, da tutte le imprudenze dell'ignoranza. Tutti quei popolani avevano avuto un padre devoto a San Marco come sior Antonio, un nonno come Taddeo, che accanto al focolare domestico, aveva le cento volte rammentato ai nipoti le pompe de' suoi tempi, le feste religiose e civili del governo caduto. E tutti avevano detestato le sevizie dell'Austria, e ritenevano come un insulto gli arresti dei più degni cittadini, l'invasione dei croati, e la bandiera gialla e nera che sventolava sulle antenne che rammentavano le glorie veneziane, di Cipro, Candia, e Morea.

In quei giorni febbrili del primo risorgimento pareva che il leone di bronzo agitasse le ali sulla colonna di granito della piazzetta, e il sole che dardeggiava i suoi raggi in quegli occhi lucenti li faceva brillare d'un fuoco scintillante, che pareva precedere un tremendo ruggito. Al solo guardarlo, il popolo si sentiva trascinato al grido d'entusiasmo di Viva San Marco!...

Manin, liberato improvvisamente dal carcere, non ebbe il tempo di rivestirsi completamente cogli abiti che gli recarono gli amici, e venne trasportato in trionfo sulle spalle del popolo, calzato con uno stivale in un piede ed una pantofola nell'altro. Tommaseo uscito a capo scoperto dovette accettare il berretto d'un popolano. La liberazione di Manin è ricordata da una medaglia che rappresenta questa scena, colla iscrizione: — Liberato dal popolo il 17 marzo liberatore del popolo il 22 marzo 1848.

Dopo la presa dell'arsenale, e la capitolazione degli austriaci, i nostri due cadorini, lieti della libertà e desiderosi di rivedere le loro montagne, partirono da Venezia.

Usciti dalle vie tumultuose, ove il popolo faceva gazzarra fra gli evviva alla patria indipendenza entrarono in gondola, e solcarono la calma e silenziosa laguna, che sotto un cielo sereno, e davanti a quegli azzurri orizzonti non pareva destinata alle orribili scene di fuoco e di sangue che dovevano consacrare la sua libertà. A Mestre rividero la Nina la quale appena riconosciuti i padroni li salutò con allegri nitriti, ben felice di lasciare la stalla chiusa per ritornare ai freschi pascoli delle Alpi. Trovarono Treviso nell'esultanza, costituito in governo provvisorio coi suoi bravi ministri, delle finanze, delle pubbliche costruzioni, dell'istruzione e del culto, e perfino col dicastero della guerra e diplomazia, al quale non mancavano altro che gli ambasciatori e i soldati. Rividero con gioja l'ampio letto del Piave, che dietro la corrente delle sue limpide acque portava l'aria fresca del Cadore. Si arrestarono per riposarsi alquanto a Conegliano, ove Tiziano contemplava estatico il ridente panorama dei colli sormontati dai ruderi delle torri medioevali, in fianco al tempio greco di casa Gera, stupendo prospetto che si sostituiva davanti i suoi sguardi alle tetre mura del carcere; e finalmente sulla sera attraversarono Ceneda, e giunsero a Serravalle ove passarono la notte. Al mattino seguente si alzarono per tempo, la Nina riposata e nutrita largamente di biada si mostrava ben disposta d'intraprendere col consueto vigore le salite faticose dei monti. Uscivano dalla stretta gola di Serravalle quando il sole nascente indorava i tabernacoli di Sant'Augusta scaglionati sulla montagna, mentre la valle opposta appariva ancora confusa nell'ombra. La brezza mattutina increspava le acque dei laghetti, e agitava le canne palustri, che mandavano quel lieve bisbiglio che trascina la fantasia a pensieri vaganti nell'infinito, e dispone lo spirito ad una dolce malinconia.

Giunti al lago morto scesero di timonella per rendere meno penosa l'ardua salita alla povera bestia che ansava, e la seguirono a piedi, silenziosi. Tanto il padre che il figlio erano invasi da molteplici pensieri, che le emozioni varie, i tumulti e gli entusiasmi dei giorni trascorsi avevano assopiti, ma che rigermogliavano rigogliosi nel silenzio e nella pace di quelle solitudini montane. Alle amarezze del passato remoto, alle soddisfazioni del presente, succedevano le incertezze dell'avvenire. In tempi di rivoluzione la vita è una continua vicenda di burrasche interrotte da brevi bonaccie. Non si è usciti felicemente da un pericolo che già minacciano nuove peripezie. — Quale sarà l'avvenire?... Sior Antonio vedeva torbido, e temeva rappresaglie e vendette austriache. Egli si rammentava le parole del Consigliere imperiale, che l'Austria non cederebbe mai i suoi domini in Italia, e che sarebbe sempre sostenuta dalla Confederazione germanica, che trovava utile di fissare i suoi confini in casa degli altri. E gli si affacciavano alla mente tutte le difficoltà d'una guerra nazionale, contro potenze sostenute da eserciti regolari, e munite d'armi e materiali che mancavano intieramente all'Italia. E il suo primo entusiasmo per la libertà si attutiva davanti ai nuovi pericoli che sovrastavano al paese, egli vedeva la vita di suo figlio esposta ai rischi d'una probabile difesa della patria, le proprietà violate e manomesse dalla guerra, le famiglie angariate, le seghe minacciate di saccheggi, gli operai dispersi, gli affari incagliati da disordini e disastri.

Tiziano invece sognava placidamente le dolcezze dell'amore e della pace domestica, nella indipendenza, e nella libertà. Egli s'immaginava finito per sempre il dominio straniero, e incominciata per la patria una nuova êra, piena di dignità, di felicità, di ricchezze. E Maria stava in cima de' suoi pensieri, come l'angelo sorridente della nuova fortuna, la meta di tutte le sue aspirazioni, il supremo compenso delle sue pene, delle sue fatiche, la consolazione della sua vita.

Ciascuno guarda l'avvenire colla propria lente, ma l'avvenire nessuno lo vede, e la lente non fa che riprodurre quello che si trova nel cervello del riguardante, cioè le speranze e i sogni della gioventù, o il senno dell'esperienza nell'età più matura.

Così divagando colla fantasia fra mille cose diverse e confuse, costeggiando i monti franosi di Fadalto, i nostri viaggiatori senza quasi avvedersene giunsero a Santa Croce ove si arrestarono per rinfrescare la Nina, e far colazione. Dopo un conveniente riposo risalirono nel loro veicolo e proseguirono la strada in fianco al lago che si stende fino ai colli d'Alpago, alle falde del bosco Cansiglio. Attraversato il Piave a Capodiponte si avviarono verso Longarone, ove fecero un'altra sosta, prima di riprendere la strada per Castellavazzo, e sempre in riva della Piave, e in fianco d'alte montagne raggiunsero il paesello di Termine, ed entrarono finalmente in Cadore.

Perarolo è l'emporio generale del legname cadorino, e presenta il carattere speciale di questa regione alpina, che mostra tutta la sua ricchezza forestale nelle taglie ammonticchiate davanti le chiuse che sbarrano il fiume torrente, e con voce locale si chiamano cidoli. Quando si apre il cidolo le taglie scendono pel torrente ed entrando nei canali artificiali vanno ad alimentare le centotrentadue seghe che sorgono sul Piave da Perarolo a Longarone, e che forniscono in media dai tre ai quattro milioni d'assi all'anno, le quali legate a fasci con cavicchie di faggio, e gettate in acqua, in una specie di bacino di carenaggio, vanno a formare circa 3200 zattere, che galleggiando sul fiume e sulle lagune giungono a Venezia dove vengono spedite ai magazzini della penisola, o caricate sui bastimenti partono per la Sicilia, le Isole Jonie, la Grecia, Malta, Alessandria d'Egitto e di colà sul dorso dei cammelli entrano talora fino nel centro dell'Africa.

A Perarolo molti zatteri, segatini, e menadàs vedendo sior Antonio con suo figlio si fecero loro incontro, plaudendo clamorosamente alla liberazione di Tiziano, e in breve tempo la timonella fu circondata da amici, da conoscenti e da curiosi che udite le novelle di Venezia corsero a propagarle nel paese, e a spiegare le bandiere tricolori che erano già pronte nelle case.

Fu non piccola difficoltà liberarsi da quella folla che seguiva i reduci fino sulla strada detta la cavallera, che sale sul monte in zig-zag con arditissime curve.

Finalmente giunti al sommo della salita, vennero salutati da un ultimo applauso, e da un ultimo addio, ed entrarono nel bosco che domina la valle di Caralte appiè di altissimi monti, sul margine d'un profondo burrone, dal quale si ode il cupo mormorìo della Piave che batte le sue onde spumanti nelle pareti di macigno della sua base. Quando ebbero percorso il lungo tratto di via che attraversa i boschi, e s'interna nei prati, e giunsero a quel punto dove la strada esce all'aperto, Tiziano scorgendo Montericco e i ruderi dell'antico castello, sentì che il cuore gli batteva precipitoso, e guardando a quei gruppi d'alberi che gli nascondevano il nido diletto, provava quella beatitudine, che è così bene espressa sui volto ascetico dei santi, che in un'estasi soave travedono il paradiso, nei dipinti dei pittori insigni delle vecchie scuole italiane.

Sul tramonto del sole passavano per Tai, e sull'imbrunire entrarono in Piave, e poterono raggiungere la loro dimora senz'essere veduti da nessuno. Non ebbero nemmeno bisogno di picchiare alla porta. Fido, riconosciuto da lontano il passo della Nina, s'era messo ad abbajare, e saltando all'uscio con indizi evidenti d'impazienza e di gioja domandava che si corresse ad aprire. Bortolo, che dopo l'arresto di Tiziano aveva veduto il cane costantemente malinconico, accovacciato in un angolo della cucina o della stalla, vedendolo colle orecchie tese stare in ascolto e poco dopo saltare in piedi, balzare verso la corte abbajando e agitando la coda, comprese subito ciò che voleva dire la buona bestia, e corse ad aprire. Poco dopo, la timonella coi viaggiatori, entrava nel cortile, e Fido vi saltava dentro, prima che avessero il tempo di discendere, e con dimostrazioni di letizia convulse e rumorose accarezzava i padroni, poi correva tutto intorno alla corte con allegri abbajamenti, come per avvertire quelli di casa, e tutto il vicinato del felice avvenimento, e non finiva più di manifestare in varie forme le ripetute prove della sua immensa contentezza. Intanto la Betta era accorsa col fanale acceso, seguita dalla padrona che s'era gettata nelle braccia del figlio.

I baci, le carezze, le domande e le risposte durarono un bel pezzo mentre che Bortolo conduceva in stalla la Nina, la stropicciava affettuosamente, le lavava gli occhi e la bocca, le apparecchiava un buon letto di paglia, e finalmente tutti entrarono in casa. Era bello trovarsi ancora riuniti intorno a quel santo focolare, da ove erano stati rapiti e divisi dalla violenza di stranieri dominatori che non avevano altro diritto che quello della forza. Era una grande consolazione sedere a quella mensa di famiglia, ove da padre in figlio s'erano succedute parecchie generazioni di galantuomini, che prima di dormire in pace nella tomba, avevano trasmesso nei figli dei loro figli il loro tipo caratteristico, le loro abitudini, la lingua e le storie del paese, gli affetti e le memorie domestiche. E quella sera la cena fu lunga, e i racconti infiniti. Maddalena non poteva saziarsi di contemplare suo figlio, lo trovava patito, sofferente, voleva conoscere i suoi dolori, dividere le ansie della prigione e i pericoli del processo ascoltando il suo racconto, e godeva di udire dalla voce del marito la collera dei Veneziani contro i tedeschi, la loro concordia nel manifestarsi malcontenti e decisi di finirla, l'entusiasmo del popolo, lo sgomento delle truppe, l'audacia fortunata di Manin all'arsenale, la sua fermezza e la sua autorità, quando imponeva a tutti l'ordine, la concordia, la disciplina; e si esaltava ella stessa, quando Tiziano esclamava:

— Ah se il nonno Taddeo avesse udito nuovamente quelle grida di — Viva San Marco! — che avevano risuonato alle sue orecchie al tempo della repubblica!... se avesse assistito all'imbarco dei tedeschi, mentre la bandiera italiana sventolava sulle antenne della piazza!...

La Betta ascoltava in silenzio, rideva e piangeva, Bortolo interrogava, voleva che gli spiegassero minutamente ogni cosa, s'inteneriva o si accendeva di sdegno secondo le impressioni ricevute, e così passarono una gran parte della notte, e non si decisero di andare a letto che quando cascavano tutti dal sonno, e che mancava l'olio alla fiorentina.

Sior Antonio ritornato nella sua camera dopo la lunga assenza, faceva gli elogi della bontà dei padroni, che lo avevano ospitato e consolato con tanta cordialità, descriveva alla Maddalena il lusso del palazzo, le diceva che aveva dormito in un letto da principe, sotto un baldacchino di damasco... poi mettendosi in testa il berretto da notte conchiudeva:

— Dopo tutto questo non vi sono stanze reali, nè letti sontuosi dove si stia meglio della nostra camera, e del nostro letto, e stirandosi le stanche membra sotto la vecchia coperta di lana, si addormentava profondamente.

Il giorno appresso essendosi già sparsa per tutto il Cadore la notizia della partenza delle truppe austriache di Venezia e dalle provincie, e del ritorno dei Larese, la loro dimora fu invasa dai parenti, dagli amici, dai conoscenti, e dai curiosi, avidi di abbracciare i reduci, e di udire le novelle della rivoluzione.

L'Arcidiacono accorse fra i primi a congratularsi con Tiziano per la sua liberazione, ed a ringraziare sior Antonio delle sue lettere. E più tardi si vide comparire anche il Consigliere imperiale con tanto di coccarda italiana sulla bottoniera, col viso atteggiato ad uno sberleffo che voleva essere un sorriso di compiacenza, ma che malgrado lo sforzo non riusciva all'intento. Fra le visite più gradite Tiziano potè abbracciare strettamente il suo caro Isidoro Lorenzi che gli portava i saluti di Maria, e veniva ad invitarlo a passare tutto l'indomani al roccolo di Sant'Alipio.

Tiziano non si fece pregare, e di buon mattino attraversò il bosco dei larici, ed entrò in quel delizioso romitaggio la cui lontananza lo aveva fatto soffrire più di tutto nei carcere di Venezia.

Isidoro era uscito per tempo per predisporre coi suoi amici la convocazione della Comunità Cadorina, e Maria aspettava Tiziano alla finestra. Quando lo vide entrare diede un guizzo, scese precipitosamente la scala, e corse ad incontrarlo. Tiziano la prese per le mani e le depose un bacio sulla fronte; si dissero delle parole confuse dalla commozione pronunciate colle labbra tremanti, e s'avviarono a quel padiglione di verdura che il giovane aveva denominato il nido di Montericco. Il sole brillava nel cielo sereno, l'aria leggiera era pregna d'esalazioni resinose, la Piave sussurrava fra i sassi del suo letto, e si udiva il muggito delle mandre che uscivano dalle cascine per abbeverarsi nel torrente, e un lieve stormire di fronde confondeva tutti quei suoni lontani col canto degli uccelli, col ronzio degl'insetti, e col soave mormorìo delle loro confidenze. Tutte le angoscie passate apparvero a Tiziano come le dolorose impressioni d'un sogno svanito. Quale cambiamento di scena! dalle tetre mura, dalle doppie inferriate, dalla triste solitudine e dall'afa nauseante della prigione, egli era passato rapidamente all'entusiasmo turbinoso d'una rivoluzione popolare, e da quei fragori assordanti, si trovava trasportato come per incanto fra le armonie soavi della natura, davanti l'aspetto ridente delle montagne, delle colline boscose, della vallata pittoresca, nel nido di Montericco accanto a quella bella fanciulla, fra i profumi della terra e delle piante.

L'ebbrezza della libertà, della gioventù, della vita lo tenevano sollevato dalle cose terrene, in un etere splendido, sottile, in un'estasi di delizie sovrumane; e così assorti entrambi in un magico prestigio, rimasero lungamente in silenzio a sentirsi vivere in quella strana esistenza.

Finalmente ruppero il silenzio per raccontarsi le reciproche impressioni dei giorni dolorosi. Essa gli narrò il raccapriccio provato alla notizia dell'arresto, le ansietà di quei giorni pieni di amarezza, le preghiere che aveva fatte al cielo per la sua liberazione, la felicità nell'udire l'annunzio del vicino ritorno. Egli le raccontò i dolorosi pensieri del carcere, le soavi rimembranze del passato che venivano a rendere più desolante la sua prigionia, e a fargli doppiamente sentire la privazione della libertà, la mancanza d'aria e di luce, le ore solitarie passate sul pagliericcio della prigione coi pensiero intento al roccolo di Sant'Alipio, a quel nido di Montericco, veduti da lontano fra le nuvole, come un paradiso antecipato sulla terra, che forse non lo avrebbe mai più consolato nella vita.

E ai lunghi discorsi affettuosi, succedevano nuovi silenzi ancora più eloquenti, e quando la bocca taceva parlavano gli occhi, quell'arcano linguaggio che senza alfabeto scritto, nè segni convenzionali, imprime e scolpisce con indelebili impronte. Così si amavano profondamente, senza aver mai pronunciata una parola d'amore.

Nella prima infanzia crebbero insieme come fratelli, poi divennero colleghi nella scuola della maestra; e nei giuochi giovanili Tiziano prediligeva Maria, era sempre il suo confidente, il protettore, l'amico inseparabile, che essa chiamava in soccorso in ogni pericolo. Quella grazia e quella forza si erano legate insieme fino dai primi anni della vita come l'edera e la quercia che nascono da vicino, la pianticella rampicante si attacca al tenero arboscello e crescono insieme congiunti, e l'albero diventa il gigante della foresta, senza essersi mai diviso dalla sua fedele compagna, che gli si è radicata intorno, e vive della vita di lui. Una tale affezione, subì naturalmente tutto il successivo sviluppo della loro esistenza. L'inclinazione naturale fra i bimbi divenne predilezione, simpatia, amicizia cordiale, e tenerissimo amore, passando lentamente, gradatamente, insensibilmente, alle successive trasformazioni, come l'infanzia passa alla gioventù, alla pubertà, ed alla età virile. Le separazioni subite a vari intervalli spingevano a queste modificazioni, che ad ogni ritorno crescevano d'un grado. La predilezione si trasformò in amicizia dopo la separazione del seminario; l'amicizia divenne amore dopo l'assenza degli studi universitari, ma l'intervallo del carcere fece crescere grandemente questa passione che s'era accesa nella solitudine, e nella sventura. E nelle successive trasformazioni di questo affetto non c'era mai stato un momento nel quale la parola — ti amo — avesse potuto uscire opportunamente dalle loro labbra; e come essi ignoravano l'origine del loro amore così non potevano ammetterne il fine, pareva che le loro anime si fossero amate in una vita antecedente all'umana esistenza, e certo quell'amore avrebbe sopravissuto alla tomba, «Ti amo» non è che un presente che può stare anche senza passato e senza futuro. Tutti gli amanti si promettono un'amore immortale, essi sentivano un amore eterno, infinito. L'amore era per essi come Dio, superiore ad ogni volgare dimostrazione lo sentivano dentro nell'anima, ma non avrebbero potuto esprimerlo con umane parole. Ecco perchè non s'erano mai detto — ti amo — parola che avrebbero trovata fredda, insignificante, ed inutile. Tale era il loro amore, tale lo sentivano espandersi d'intorno negli aliti della natura, nelle oscillazioni, dell'aria, nell'azzurro del cielo, nell'infinito universo; era una fiamma che ardeva perenne, e mandava scintille, un olezzo di fiore che imbalsama l'aria. Nei loro silenzi le anime rapite in un estasi soave volavano in un'etere celeste, come due angeli insieme congiunti nell'adorazione dell'ente supremo raffigurati da fra Angelico in mezzo alle nuvole illuminate da raggi divini. E dopo quei voli vorticosi scendevano a riposarsi sulla terra, e trovandosi seduti vicini nel nido di Montericco, riprendevano tranquillamente a parlare delle cose mortali.

Michele, il loro amico d'infanzia, tornava in campo sovente nei loro dialoghi. Rammentavano la sua vivacità, i suoi motti, la sua fortuna d'essere sfuggito agli artigli dell'aquilotto bicipide, e in pari tempo al grugno dell'Orso, e lo attendevano di ritorno dall'esiglio.

S'intrattenevano con tali discorsi quando i latrati di Turco li avvertirono che Isidoro rientrava al roccolo. Tiziano gli corse incontro, si strinsero al seno affettuosamente, e Turco, riconosciuto subito l'amico del padrone, e il compagno di caccia, gli saltò addosso con ripetute dimostrazioni di letizia.

Maria rientrò in casa per assistere la vecchia serva negli apparecchi del desinare, che un'ora dopo era servito in tavola sulla loggia, ove i tre amici sedettero lietamente davanti il prospetto di quei monti e di quelle valli che formavano per loro le gigantesche pareti della più meravigliosa sala del mondo.

Dopo il pranzo Isidoro tirò fuori la sua pipa, ma rammentandosi la dimostrazione italiana di astenersi dal tabacco, domandò ridendo a Tiziano:

— È permesso di fumare?..... il tabacco di contrabbando?...

— È permesso qualunque tabacco — gridò Tiziano — e viva finalmente la libertà!...

Passarono un bel giorno, e separandosi a notte avanzata, Tiziano ed Isidoro si diedero appuntamento per l'indomani nella sala della Comunità ove erano convocati i rappresentanti di tutto il Cadore.

Quando Tiziano fu solo nella sua camera aperse le finestre. La luna spandeva sui monti la sua candida luce, tutto era pace e silenzio. Pensò a Maria, al dolore che provava ogni qual volta doveva lasciarla, anche per poche ore, sentì come senza di lei fosse un vuoto insopportabile nella vita, e il mondo apparisse una triste solitudine, gli parve dunque necessario di trovare il modo di averla sempre vicina, e non ce n'era che uno solo, quello di farla sua moglie. Di ciò non le aveva mai parlato, ma sentiva benissimo che non ce n'era bisogno, e che fra loro il matrimonio doveva essere sottointeso. E questo desiderio ardente del suo cuore diventava anche un obbligo di galantuomo, perchè vicino a lei si sentiva rapito da tali ebbrezze, da diventar cieco, con grave pericolo di entrambi.

In un trasporto d'amore, egli avrebbe potuto dimenticare tutti i doveri della vita, e trascinare colei che adorava fino all'orlo della colpa.

Maria rimasta orfana della madre essendo ancora bambina, era cresciuta nella libertà della natura fino al tempo che venne istruita da una brava e saggia maestra, che seppe non guastare la semplicità della sua vita innocente, secondata dall'affetto d'un padre affettuoso probo ed onesto, il quale era così alieno dal male che non poteva sospettarlo negli amici, e lasciava la figlia insieme a tutti i suoi colleghi dei primi anni, con la buona fede dell'uomo intemerato. Offendere quella fiducia, tradire quell'uomo, non era possibile coi costumi semplici ed onesti del Cadore, e Tiziano non si sarebbe mai perdonato un errore che avesse macchiato la candida veste di sposa di colei che doveva entrare nella sua famiglia, e portare il suo nome onorato. E così si decise a non tardare più oltre a rendere sacro e rispettabile il suo amore colla promessa di sposo, che assicurava la sua felicità, e giustificava la sua condotta.

Con l'animo lieto, e la coscienza serena per la presa determinazione, dormì tranquillamente tutta la notte, del sonno del giusto.

Alzatosi di buon mattino, andò a trovare sua madre, la prese per mano, la condusse nello scrittoio ove sior Antonio allineava i suoi conti, e confidò ai genitori riuniti il suo amore, e il desiderio di farsi sposo; che venne accolto da entrambi con sincera soddisfazione, perchè amavano e stimavano Isidoro, e sua figlia Maria, ed erano lieti di accoglierla in casa come una figlia. E fu subito stabilito che dopo la riunione nel palazzo del Comitato, sior Antonio andrebbe al roccolo di Sant'Alipio, a domandare formalmente ad Isidoro Lorenzi la mano di sposa di sua figlia, ed a fissare i preliminari del matrimonio.

V.

Il mattino del primo d'aprile gli abitanti di Pieve udirono il suono d'una campana ch'era rimasta in silenzio per cinquant'anni.

— È la campana dell'arrengo!... esclamavano i vecchi, levandosi il cappello, e i giovani, che non l'avevano mai udita, la ascoltavano con religioso raccoglimento, come fosse la voce solenne dei loro padri.

Quei popoli del Cadore erano uniti da secoli in una sola comunità, che aveva antichi statuti raccolti fino dal 1300; e leggi civili e criminali che provvedevano all'amministrazione della giustizia, e vigilavano affinchè non venissero lese le loro franchigie.

Monsignor canonico Ciani che scrisse la Storia del popolo Cadorino, loda la sapienza di quel governo popolare «che non mutò mai, nè mai ebbe in sì lungo giro di secoli chi macchinasse di abbatterlo»; dice che quelle leggi «mantennero sempre la santità e bontà del costume sì pubblico che privato, ed erano assai severe coi violatori, e specialmente coi ladri, che in certi casi speciali venivano anche impiccati»; ma il buon canonico, nelle sue dotte indagini sui più antichi documenti, non ha mai trovato nessuna menzione sull'esecutore di tali sentenze, e ricercandone le traccie nelle tradizioni locali, soggiunge: «i vecchi ricordi ci fanno sapere che, sempre che il boja o carnefice occorresse, il che accadde due o tre volte, veniva dalle vicine terre teutoniche, e ad assai modico prezzo.»

Quando si pensa che la storia di monsignor Giuseppe Ciani venne pubblicata durante il sospettoso e suscettibile dominio austriaco, si deve convenire che egli non mancava di coraggiosa franchezza, stampando questa sua erudita scoperta sul boia tedesco a buon mercato. E infatti, egli, ottimo cadorino, non poteva sopportare in pace la vergogna del governo straniero che, oltre tutti i malanni dell'occupazione, aveva anche rotta l'unità del suo paese dividendone il territorio in due distretti.

Ed appunto perchè gli austriaci s'erano ritirati da Venezia e dal Cadore, si suonava nuovamente la campana dell'arrengo e si schiudevano le porte della sala dell'antica comunità, ove per il primo d'aprile erano stati convocati tutti i rappresentanti dei 21 Comuni, e invitato qualunque buon patriotta volesse prender parte ad un'assemblea deliberante sui destini del paese.

E accorrevano a Pieve da tutti i Comuni quei buoni montanari, e le vie si affollavano di gente commossa dai grandi avvenimenti del giorno, avida di conoscere la sorte che sarebbe riservata alla patria. Tiziano ed Isidoro, riuniti gli amici accorsi subito all'appello di Pieve, si mettevano d'accordo sulle deliberazioni da prendersi. Seguivano più lentamente fra il popolo, sior Antonio e sior Iseppo, il primo manifestando la sua letizia per la liberazione del Cadore, l'altro brontolando come al solito sulle vessazioni dei tedeschi e sui mali prodotti dal governo degli stranieri.

Il consigliere imperiale in quiescenza andava orecchiando fra i vari gruppi, accigliato o ridente secondo le persone che gli stavano davanti, abbottonando o sbottonando il soprabito per nascondere o lasciar vedere la coccarda italiana attaccata al petto della casacca, secondo i casi che si presentavano alla sua prudenza.

Entrarono nell'aula 69 rappresentanti dei comuni e 44 notabili dei diversi paesi i quali videro comparire il vecchio ottuagenario Alessandro Vecelli, che sostenuto da due amici, salì alla tribuna. Commosso fino alle lagrime, benedì i lenti rintocchi di quella campana che gli rammentavano gli anni vigorosi della sua gioventù e i bei tempi della repubblica veneta, alla quale il Cadore si era dato spontaneamente fino dal 1420, senza perdere veruno de' suoi privilegi, e trovando anzi molti vantaggi al suo commercio, e valida protezione contro le invasioni dei confinanti. Poi proponeva che fosse subito abolita la odiosa divisione imposta dal governo austriaco, e che il Cadore fosse ritornato all'antica e gloriosa Comunità.

L'assemblea animata da vivo entusiasmo applaudiva freneticamente la proposta del suo anziano, e decretava l'unità per sentimento di reciproca fratellanza e per attingere la forza necessaria nei momenti del pericolo.

Dopo tale voto passava alla deliberazione di mandare pronta adesione al governo provvisorio di Venezia, congratulandosi della risorta repubblica, rinnovando l'antico atto di dedizione della Comunità Cadorina, e manifestando i più caldi voti di perpetua libertà. E vennero delegati sei rappresentanti incaricati di recarsi subito a Venezia a portare il verbale dell'adunanza, col relativo indirizzo.

Mentre nell'aula si udivano i più caldi discorsi di amor patrio il popolo si affollava nell'atrio, sulle scale, e nella piazza, in mezzo alla quale s'era innalzata un'antenna, dalla cui cima sventolava la bandiera tricolore italiana, improvvisata dalle donne di Pieve, portante nel centro il leone alato di San Marco. Persone d'ogni condizione, d'ogni età, fra le quali si vedevano i costumi di tutti i paesi cadorini, circolavano intorno al nuovo stendardo, applaudivano ai rappresentanti raccolti, colle grida di viva il Cadore, viva la patria italiana, viva la repubblica veneta, viva Pio IX.

E quando videro uscire dal palazzo la comitiva dei rappresentanti ed udirono le loro deliberazioni, raddoppiarono gli applausi, le grida di contentezza, e di entusiasmo per la libertà.

Sior Antonio uscito coi notabili del paese era commosso più degli altri, il suo affetto inseparabile per la famiglia e la patria gli faceva provare doppia soddisfazione per la libertà conseguita e la casa vendicata dell'insulto ricevuto dagli stranieri. Si cavava il cappello davanti la folla plaudente, stringeva la mano agli amici, ai conoscenti, e salutava perfino gli avversari, proponendosi di venire a transazioni coi suoi confinanti, contro i quali aveva incominciate varie cause per turbato possesso, deciso di finire ogni questione per dar l'esempio della concordia e dell'unità del paese.

Il consigliere imperiale, vedendo che faceva caldo, s'era deciso di levarsi addirittura il soprabito, e così messa in mostra la sua enorme coccarda italiana, passeggiava pomposo in mezzo alla folla, giudicando l'Austria bell'e spacciata colla capitolazione di Venezia, e calcolando che quel governo dovesse anzi trovarsi soddisfatto di uscire da tanti imbarazzi e da tante spese che doveva subire da qualche tempo, a motivo dei sudditi ribelli.

E vedendo che il vento spirava favorevole al nuovo ordine di cose, fece acquisto dei due ritratti di Pio IX e di Carlo Alberto, e li sostituì nel suo studio all'imperatore Ferdinando ed ai marescialli austriaci, che fece sparire in un angolo della soffitta.

Sior Iseppo avendo ricevuto una lettera di Michele che gli domandava denaro per ritornare in patria, si era ritirato in casa, assai malcontento, e col profondo convincimento che tanto sotto i governi dispotici, quanto col regime della libertà, suo nipote gli avrebbe sempre spremuta la borsa, e deplorando che dopo di essersi astenuto dal matrimonio per economia, era costretto di mantenere il figlio di suo fratello, e brontolava fra i denti mille imprecazioni, coi fremiti del suo malcontento.

Dopo la solennità, sior Antonio si era recato da Isidoro a chiedere la mano di Maria per l'unico suo figlio Tiziano, mentre costoro giravano spensierati fra le piante del roccolo, raccogliendo dei fiori.

Chiamati a comparire davanti i genitori li trovarono gravemente seduti intorno al tavolo, sul quale erano stati deposti dei bicchieri e delle bottiglie. Maria s'era messo fra le treccie un papavero rosso, e portava in mano un fascio di biancospini e di lilla odorosi. Isidoro le annunziò in poche parole la domanda di Sior Antonio, chiedendole se fosse contenta. A tale proposta inaspettata, si fece tutta rossa, e guardando Tiziano con uno sguardo di dolce rimprovero gli disse:

— Traditore!... non mi ha detto mai niente!....

— Dunque.... soggiunse suo padre, non sei disposta di concedergli la tua mano?...

Maria guardò negli occhi il suo amico, e gliele sporse tutte due. Egli se la strinse al seno dicendo: — Siamo nati per vivere insieme!... E riempiuti i bicchieri, tutti bevettero alla salute dei promessi sposi.

Venne poi pattuito di comune accordo, che se l'Austria si decidesse a resistere, e rendesse necessario di combattere per l'indipendenza della patria, le nozze avrebbero luogo a guerra finita.

Intanto anche i Cadorini che dimoravano a Venezia facevano pervenire a quel governo provvisorio le loro adesioni, raccomandandogli caldamente la difesa delle loro montagne, e il governo rispondeva alle loro dimostrazioni con un manifesto «ai popoli del Cadore» ricordando che l'antica repubblica li chiamò «fedelissimi» rammentando loro le patrie vittorie, e con platonici sentimenti, come era nelle abitudini declamatorie del momento, scambiava le più ingenue dichiarazioni d'amore, dicendo a quel popolo: «Cadorini, credete all'affetto nostro, e noi al vostro crediamo, perchè sappiamo bene che le anime sincere sono le più generose ed ardenti.»

Ma siccome nelle rivoluzioni e nelle guerre una buona carabina è assai più vantaggiosa della rettorica, anche se accompagnata da cordiali dimostrazioni d'affetto, così i Cadorini si ostinarono a domandare al governo di Venezia, armi, munizioni, e soccorsi per resistere ad una possibile invasione, e per loro parte si mettevano subito all'opera organizzando dovunque la difesa, istituendo le guardie civiche, raccogliendo tutte le armi che potevano trovare, fortificando i punti più importanti di Venàs, di Vallesella, e di San Vito; ed alcuni drappelli più animosi erano anche andati a tenere in sorveglianza il confine malsicuro di Ampezzo e di Montecroce. I Cadorini sentivano d'essere le sentinelle avanzate sui confini d'Italia, e che la difesa delle Alpi avrebbe deciso la sorte della patria comune. L'arsenale di Venezia era bene provveduto di armi da guerra, e coll'insistenza dei cadorini dimoranti colà si ottennero finalmente 400 stutzen, 5 cannoni, ed alquanti barili di polvere.

Al loro arrivo in Cadore queste armi furono accolte con segni festosi di gioja, i cadorini andarono ad incontrare i carri che le portavano, li scortarono come in trionfo, ma erano sempre poche al bisogno, e affatto insufficienti al gran numero d'uomini che correvano volonterosi a difendere le gole dei monti. Così mentre in molte città d'Italia si facevano romorose dimostrazioni, o vane pompe di facili trionfi, in quei monti ignoti o appena noti a gran parte d'Italia quegli animosi montanari si apparecchiavano arditamente alla difesa. Le miniere d'Auronzo fornivano il piombo, le donne preparavano le cartucce e le filaccie, gli uomini si esercitavano al maneggio delle armi.

Tiziano viveva una vita piena d'entusiasmo, ora in soavi colloqui colla adorata fanciulla, ora col fucile in ispalla, attendendo il nemico alla frontiera in difesa della patria. E dopo una notte passata in un bosco per sorvegliare i confini, egli correva sotto al noto balcone ad aspettare il primo raggio di sole. Al crepuscolo si apriva la finestra, e compariva Maria, che gli pareva più bella dell'astro che tingeva di rosa le cime dei monti.

L'amore della patria si animava dell'amore della donna, e si concentrava in una sola aspirazione: far rispettare tutto ciò che l'uomo ha di più sacro sulla terra, il suolo nativo e la famiglia, l'onore della nazione e i tesori del cuore.

E in mezzo a quelle alpi sublimi, nel roccolo di Sant'Alipio, nel nido recondito sospeso sulle roccie di Montericco, nelle ore concesse al riposo del soldato, l'amante s'inebbriava del sorriso della sua fanciulla e la loro gioventù si alimentava di speranze e di voluttà, e Tiziano stringendo la mano di Maria, trovava ancora più stupenda la bella natura che gli stava davanti, e in quella varietà di tinte, d'ombre, di luce, di canti e di profumi trovava più adorabile la sua fidanzata, che gli faceva tutto sentire ed ammirare attraverso il prestigio della passione. Quella stagione del rinnovo gli apparve come uno spettacolo meraviglioso, ed infatti era per lui la primavera della vita, la primavera dell'amore, la primavera della patria, che si associavano alla primavera dell'anno. Il mattino era un incanto di paradiso in quel sito, le tinte rosee del cielo si riflettevano sulle cime dei monti, l'aria leggera ed odorosa echeggiava di mille voci sonore che salutavano il ritorno della luce. A mezzo giorno, tutto era silenzio, pace, e profumi; al tramonto, il cielo le nuvole le alpi parevano di fuoco, e i sospiri del cuore si confondevano colle brezze vespertine.

Quando il dovere chiamava il soldato alle armi durante il giorno, ed alla sera si cambiavano i drappelli che erano stati di guardia, dopo un breve riposo Tiziano correva al roccolo di Sant'Alipio, ove Maria lo aspettava, e passavano delle ore deliziose al chiaro di luna. Le loro parole sommesse, bisbigliate in quella solitudine incantevole, parevano preghiere, ed erano poesie, ignote a chi non ha amato con purezza di sentimento in quei tempi in quei luoghi in quelle circostanze. E quella poesia era la realtà di quella scena e di quei cuori, come le lubriche scene dei vizii cittadini sono la realtà d'altri tempi e d'altri costumi.

Ai primo alito di libertà il paese si sentiva vivere di nuova vita.

Era in tutti un desiderio d'operare pel bene comune, una fratellanza di sentimenti, di voti, di aspirazioni, una curiosità intensa di notizie delle altre parti d'Italia, che recavano sempre nuove sorprese.

All'ora dell'arrivo della diligenza giornaliera una folla di curiosi le si accalcava d'intorno avida di udire le novità e di ricevere le corrispondenze e i giornali, e in tal modo la popolazione di Pieve veniva a conoscere gli avvenimenti che si succedevano continuamente, impreveduti, meravigliosi.

Tutte le città del Veneto, meno Verona, avevano superati gli ostacoli, e allontanati gli austriaci. A Udine avevano obbligato le truppe a ritirarsi a Gorizia, a Treviso una capitolazione aveva costretto il presidio a sgombrare, lasciandovi un battaglione del reggimento Zannini, tutto di Trivigiani, che avevano fraternizzato col popolo. A Padova il tenente-maresciallo D'Aspre firmava una convenzione con quel municipio, obbligandosi ad uscire dalla città, evacuava anche Vicenza soggetta al suo comando, e si ritirava nel quadrilatero. Treviso aveva istituito i Cacciatori del Sile, e la legione Italia libera, Padova la legione Euganea.

Ma come avviene ordinariamente ne' tempi di rivoluzioni e scompigli, le notizie invece di giungere positive e veritiere pareva che si gonfiassero per via, e si sballavano grosse, esagerate, ed anche false ed inventate di pianta. A udire quei viaggiatori di passaggio l'Austria era caduta in dissoluzione, era morta e sepolta; non se ne parlava nemmeno; e i paesi erano intieramente preoccupati dal pensiero della forma di governo da adottarsi; chi voleva la repubblica, chi la monarchia, chi la casa di Savoia e chi il papa, chi la federazione e chi l'unità.

Mazzini predicava per un partito, Gioberti declamava per un altro, ed entrambi ottenevano applausi, dimostrazioni clamorose, e trionfi.