ANNALI D'ITALIA 8
ANNALI
D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE SINO ALL'ANNO 1750 COMPILATI DA L. ANTONIO MURATORI E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI Quinta Edizione Veneta
VOLUME OTTAVO
VENEZIA
DALL'I. R. PRIVILEGIATO STAB. NAZIONALE DI GIUSEPPE ANTONELLI ED. 1847
INDICE
CONTINUAZIONE
AGLI ANNALI D'ITALIA
DI LOD. ANT. MURATORI
Chiunque abbia letto sin qui gli Annali d'Italia compilati da Lodovico Antonio Muratori avrà veduto quale immensa tela sia venuto intessendo l'illustre autore per discorrere l'italiana istoria di questi dieciotto secoli, senza che dalla necessità di balzare ogni anno da un punto all'altro della penisola sia derivato al suo lavoro interrompimento o disordine; ed avrà insieme ammirato in che giudizioso modo sia egli riuscito a mettere in tutto il loro lume i veri motivi che preparato hanno i più notabili cambiamenti e le conseguenze che gli accompagnarono; a fissare i luoghi e i tempi precisi che sono stati il teatro, o l'epoca degli innumerevoli avvenimenti narrati; a disgombrare ogni incertezza dall'ignoranza, dalla malizia, dalla inavvertenza o precipitazione degli antichi scrittori passata negli scrittori susseguenti; a sceverare dalle favole la verità; a rendere la dovuta giustizia a quei personaggi che le passioni aveano indebitamente o encomiati o biasimati, e, se dato non era raggiugnere la certezza, ad accennarne almeno ciò che più alla probabilità ed alla verisimiglianza si atteneva; ad interessare infine i lettori con un quadro svariatissimo in cui i trionfi o i danni della virtù contrastano colle alternate vicende del vizio, talvolta fortunato, ma quasi sempre punito o almeno smascherato e fatto segno al dispregio ed all'odio universale.
Spesa la maggior parte della vita a scorrere il vasto campo della erudizione, indagando, discutendo ed illustrando le antichità dell'Italia, il Bibliotecario modonese, divenuto per tal guisa possessore d'immensi tesori, o sconosciuti o generalmente poco noti, si aprì la strada alla grande impresa, cui il fino suo discernimento giovò ad appianare e ad imprimere di quella profonda ragione storica che spicca in tutti gli altri suoi scritti.
Esattezza somma e precisione riguardo ai luoghi, ai tempi ed alle cose accadute principalmente dal cominciare del quinto secolo sino al principio del decimosesto; sagacità e gran fondo di sana critica per determinare la vera cronologia, nè ammettere ciecamente il maraviglioso d'una fantasia riscaldata, nè i pravi giudizii della malignità o i delirii d'una puerile superstizione; esposizione sincera delle più strepitose rivoluzioni, se pur non abbia a dirsi delle calamità dell'Italia, purificata da quella tinta bugiarda che il genio, il partito, il timore o la speranza, la disperazione o il dolore aveano consigliato agli scrittori contemporanei; ecco il frutto delle estesissime cognizioni in fatto di storia acquistate coi diuturni suoi studii dal nostro Muratori, il quale, non taciuti i vizii ed i difetti, ma nè anche per avventura le virtù degli Attila, degli Alarico, degli Odoacre, degli Alboino, de' due Pippino, dei Carlo Magno, narra poi con ordine, con chiarezza e con tutta la imparzialità le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, i travagli dei romani pontefici, le intestine discordie delle città, le mutazioni dei reggimenti, le rivalità delle provincie ed il contendere dei varii popoli, i fasti e le sciagure di questa, bella e troppo sventurata parte dell'Europa.
Se non che, ad esercitare le precipue virtù dello storico, il proprio giudizio e la sincerità, grandemente libero campo gli lasciava la lontananza dei tempi dei quali tenea parola; laonde potea rendere omaggio al merito, al valore ed alla virtù senza che nissuna gelosia si accendesse, e giustamente notare d'infamia il demerito, la viltà ed il vizio senza tema di dispiacere ad alcuno. Imperocchè, estinti interamente o in molto gl'interessi del momento, raffreddato lo spirito di parte, cessate le nemicizie e le rivalità, ed in tutto o parzialmente sanate le piaghe ad una nazione cagionate da disgrazie e da politici o guerrieri flagelli, può lo scrittore farsi sicuro di non incorrere sì di leggieri la taccia di maligno, di bugiardo, di adulatore, d'entusiasta, e sottrarre si può al pericolo di essere male interpretato, come se la sua fantasia preoccupata gli avesse fatto invadere il dominio della fredda ragione, o se il preteso suo zelo animato si fosse con danno di qualche altra passione.
Ma ben altramente procede la bisogna per chi imprenda a parlare di cose correnti e vicine: non v'ha cautela che basti. Sia pure e debba pur essere la verità l'anima dello storico, debba pur tutto subordinarsi alla sua legge, ognuno però conviene che grande riservatezza è mestieri nel maneggiare questa verità della storia che ignuda non può sempre comparire mentre ancor durano e sono in fermento gl'interessi ed i partiti, gli odii e gli affetti degli uomini, le cui azioni formano il tema della narrazione, e, peggio ancora, mentre questi uomini vivono non solo, ma eziandio tengono in mano la forza ed il potere.
Così il Muratori, allorchè, proseguendo la continuazione de' suoi Annali dopo il secolo XV, giunse a descrivere le cose d'Italia avvenute dopo il XVII secolo, tenne quel giusto mezzo che a saggio scrittore conviensi, per non sagrificare la verità nè sè stesso; riferendo esattamente i fatti de' quali era stato in qualche modo il testimonio e spettatore, ma rado pronunziando suo giudizio assoluto e positivo, se pur non faceasi interprete ed araldo del sentimento universale. E così dovrà adoperare chi prende ad annodare le ultime fila del suo lavoro, protraendole fino a' giorni nostri, tempi quant'altri mai, spezialmente per un periodo intermedio di circa vent'anni, pieni di maravigliose vicissitudini, pur troppo funeste all'Italia, e tali che qualunque sia il nostro proponimento, qualunque la pacatezza dell'animo nostro, forse non sarà sempre possibile non uscire in piuttosto concitate che gravi parole.
Ad ogni modo, narreremo ogni cosa, e narreremo senza amore e senz'ira, procacciandoci di mantenere quel coraggioso sangue freddo che non ci farà mai sagrificare la verità alle preoccupazioni, l'imparzialità ai lamenti ed ai motteggi degli appassionati e dei malevoli. Niuno però voglia istituir un confronto tra il classico autore, al cui lavoro apponiamo queste continuazioni, e noi. Senza l'ingegno, altissimo in lui, in noi molto modesto, differentissime sono le condizioni ed i tempi. Mancava, o almeno scarseggiava il Muratori di memorie e documenti, e dovea trar fuori il suo racconto per la maggior parte dalla polvere delle biblioteche e degli archivii; abbonda adesso strabocchevolmente la suppellettile, ed eccede le forze dell'uomo il tutte librarne le parti sopra giusta lance, per discernere, nella frequentissima loro contraddizione, nel vario atteggiamento, nel diverso procedere, il vero dal falso, e far capitale di quello, questo rigettando. I tempi remoti si lasciavano esaminare, ponderare quetamente; i vicini tempi non consentono tutta calma; strascinano seco impetuosi chi si pone a descriverli, nè lasciano quella libertà di esporre, di giudicare, di sentenziare che avrebbe chi i fatti raccontasse dell'antica Grecia o di Roma, ai quali ciascheduno presta quella parte di compassione che alle vicende de' suoi simili generalmente concede, non quell'altra intimamente sentita, profonda, prepotente, che nelle cose proprie forzatamente, necessariamente, avvien che riponga.
Per le quali considerazioni tutte, bandito il paragone che dicevamo, ne conforta la coscienza di aver fatto il meglio che per noi si potesse, nei ristretti limiti che pur ci vengono prefissi.
ANNALI D'ITALIA
DALL'ANNO 1750 FINO AI GIORNI NOSTRI
MDCCL
Anno di
Cristo
MDCCL
. Indiz.
XIII
.
Benedetto
XIV papa 11.
Francesco
I imperadore 6.
Narrata dall'illustre Muratori, alla fine dell'immortale opera sua, la pace anche all'Italia donata col famoso trattato d'Aquisgrana del 1748, posto in esecuzione nell'anno susseguente in una colle condizioni convenute nel congresso di Nizza nello stesso anno concluso; ed esposto dal lodato autore la situazione in cui, al cadere del 1749, veniva per ciò a trovarsi l'Italia; si può da questo punto incominciare la nuova carriera per vedere le varie perturbazioni, benchè minime e quasi innocenti, che ne avvennero in appresso, finchè poi verso la fine del secolo scorso ed al principio del presente fu tutta sconvolta e trasformata.
Ripigliando pertanto il filo della narrazione, ci faremo da Roma e dalle circostanze del presente anno 1750, ch'era l'anno santo.
Aperta con le consuete cerimonie auguste nel tempio di San Pietro quella porta che per venticinque anni era stata chiusa, esultavano i fedeli come se si fosse ad essi in certo modo spalancata quella del cielo. In ogni ora di qualunque giorno vedevasi lo spettacolo d'un popolo infinito che, od unito in compagnie, o separatamente, procedeva alla visita delle aperte basiliche; ma lo spettacolo che più d'ogni altro edificava era appunto Benedetto XIV. Quei pellegrini e quei forastieri quasi innumerabili che a Roma concorsero in tale occasione, verificate cogli occhi proprii le mirabili cose che nei loro paesi aveano udito a raccontare della sua pietà, della virtù sua e dell'immensa sua dottrina, tenevano quello stesso linguaggio che in lontanissimi tempi tenne di Salomone la regina Saba. Il pontefice, in età più che settuagenaria, in mezzo alle infinite bisogna e cure dello Stato e della religione, attendeva a tutte le solenni funzioni ordinarie e alle altre colle quali bramava di dare maggiore risalto al suo giubileo.
Ma tanta sua ed altrui compiacenza fu in gran parte amareggiata da un'inaspettata disgrazia, accaduta in Roma nel termine dell'anno stesso. Per le dirotte pioggie continuate ingrossato il Tevere, uscì dal letto con furore eguale a quello onde avea traripato ai tempi d'Augusto, cagionando un'orribile innondazione non solo nelle vicine campagne, dove in alcuni punti coverse fino le cime degli alberi, ma in molte principali contrade della città, nelle quali non si potea praticare se non con barchette. Nell'universale spavento e nella terribile calamità non mancò il governo di apprestare le più opportune provvidenze, e di far eseguire tutto ciò che potea ridondare in vantaggio del pubblico; e Benedetto, con tenerissimo paterno affetto, gemendo per quelli che le acque impedivano di uscire a procacciarsi il vitto, ordinò che per mezzo di barche fosse ad essi gratuitamente somministrato il bisognevole.
Ed a viemmaggiormente funestare l'animo del pontefice, altre disgrazie amare si aggiunsero. Una pretesa di violazione dei privilegii e diritti della chiesa e del seminario di San Giacomo degli Spagnuoli avea messo in aperto disgusto la corte di Spagna con quella di Roma. Volea il re di Sardegna che nella promozione de' cardinali fosse inchiuso monsignor Merlini, nunzio alla sua corte, e che colla vendita delle più ricche badie del Piemonte fosse formato un appannaggio al duca di Savoia, a similitudine dell'infante don Luigi di Spagna. Faceva grande rumore nell'imperio, tra' principi della casa di Hohenlohe, il ristabilimento di certi consistori e ministri luterani nelle incumbenze dalle quali avea il conte cattolico di Hohenlohe trovato il modo di spogliarsi; e tutti i nunzii pontifizii nelle corti di Germania, considerando questo dissidio di gran rilievo per la religione e per la corte di Roma, ne aveano dato parte al papa. Una fiera persecuzione dei cristiani alla China, rinovando contro i medesimi i più rigorosi editti di sangue, e della quale rimasti erano vittime generose quattro Domenicani, oltre al vescovo di Mauricastro, facea giustamente temere non in quelle contrade si risvegliasse contro i fedeli un odio simile a quello che un secolo prima gli avea percossi al Giapone. Ma tra tutte le perturbazioni che toccavano l'animo del pontefice, quella che diede maggiormente allora a parlare fu la disputa insorta tra la repubblica di Venezia e la casa d'Austria pel patriarcato d'Aquileia.
Aquileia rispettata e famosa al tempo di Augusto e degli altri imperadori romani; Aquileia considerata, dopo Roma, la prima città d'Italia, barbaramente disfatta da Attila, distruttore di tante altre città e provincie d'Europa, seppellendo sotto le sue rovine l'antica sua magnificenza, trovossi in quella catastrofe al punto di vedervi sepolto anche il nome. Se non soggiacque, ne andò debitrice al per altro funesto scisma dell'Istria, pel quale, sospesa i vescovi di quella provincia ogni comunicazione colle quattro antiche sedi patriarcali, conferirono essi diritto e nome di patriarca al loro metropolitano, ch'era appunto il vescovo di Aquileia, ed il quale, estinto lo scisma, pur ritenne il conferitogli titolo, e fu da Leone VIII, Giovanni XX ed Alessandro II considerato primo metropolitano di tutta l'Italia, come tenutone universalmente per il prelato più ricco.
Divenuti poscia i patriarchi d'Aquileia anche principi temporali per donazioni lor fatte dai re longobardi, da Carlo Magno, dagl'imperadori franzesi e tedeschi, pensarono a ristabilire l'antico splendore dell'abbattuta città. Ma tutte le cure loro non andarono piene di effetto; imperocchè Aquileia, già distrutta dalla forza dell'armi d'Attila, soggiacere dovette ad una forza ancor più assoluta ed una forza ancor più assoluta ed imperiosa, al mare. Abbandonando le acque a poco a poco gli antichi termini all'estremità occidentale del golfo Adriatico, dove prima approdavano le triremi di Roma, lento lento formossi un paludoso terreno, sì che Aquileia, la quale per tanti secoli avea, come Ravenna, sentito a romoreggiare sotto le sue mura i marosi, si vide circondata da povere capanne peschereccie, alla purità d'un aere sano e delizioso succedute esalazioni pestifere e mortali. Tanta rivoluzione di clima sforzò i patriarchi a tramutare la sede loro quando in Gemona, quando in Cormons, ora in Cividal del Friuli, ora in Udine stessa; ed il principe prelato, che pensò di surrogare quest'ultima città all'antica, costituendola siede del suo dominio e metropoli della provincia friulana, si fu il patriarca Bertoldo, nel 1251. Passato per altro due secoli dopo, per la forza delle armi, il Friuli in mano de' Veneziani, e spogliato il patriarca del dominio temporale, per una transazione conchiusa tra il prelato medesimo e la repubblica, confermata dal papa Nicolò V e dall'imperadore Federigo III, assegnaronsi al patriarca di Aquileia le terre di San Vito e San Daniele, colla costituzione d'una dote ecclesiastica corrispondente.
Da quel tempo i patriarchi furono sempre veneziani; e continuando a risiedere in Udine, esercitarono, dopo la lega di Cambrai, la giurisdizione ecclesiastica non solo sopra Aquileia, ch'era passata nel Friuli austriaco, ma eziandio nella parte della diocesi compresa ne' dominii della casa d'Austria, giurisdizione che mai sempre dispiacque ai principi di quella casa. Si convenne pertanto tra gli arciduchi d'Austria ed i Veneziani che le due potenze godessero alternativamente del diritto di nominare a questo patriarcato. Ma la convenzione si ridusse alle parole; poichè gli Austriaci non giunsero mai a godere del diritto, per l'attenzione sempre posta da' patriarchi d'Aquileia, veneziani, a scegliersi veneziani coadiutori, loro concessi dal senato, e muniti di bolle pontificie per la futura successione. Richiamossi l'imperadrice Maria Teresa contro questa usurpazione de' Veneziani, pretendendo che la tolleranza de' suoi predecessori non avesse valso a prescrivere il diritto che anch'essi avevano alla elezione del patriarca; ed i Veneziani, fondando la loro pretensione sopra il non essersi mai fatto da' principi della casa d'Austria uso del combattuto diritto.
Da gran tempo e alla corte di Vienna e nel senato di Venezia agitavasi la controversia; e alle proposizioni e proferte da una parte surgendo dall'altra difficoltà e rifiuti, le cose tiravano in lungo senza speranza di componimento. Finalmente concordarono le due potenze in questo, di prendere il papa ad arbitro di una vertenza che in gran parte era ecclesiastica e religiosa, facendo, più della dottrina e della sapienza di Benedetto XIV, sperare giusta la pontificia decisione il suo carattere equo e moderato. I Veneziani poi tanto più erano concorsi di buon grado a sottomettersi al giudizio di lui, perchè, oltre ad un breve di Giulio III, che ad essi confermava il diritto di nominare il patriarca, non aveva la santa Sede nel progresso del tempo tenuto in alcun conto l'alternativa, e perchè, generalmente parlando, un lungo possesso non interrotto equivale ad un incontrastabile diritto.
Ed in fatti Benedetto XIV conservò ai Veneziani il diritto di eleggere soli il patriarca; ma, affine di togliere i sudditi dell'imperatore dalla suggezione ad un vescovo straniero, nella parte austriaca di quella diocesi stabilì un vicario apostolico. Spiacque oltremodo al senato cotale decisione, e richiamò egli tosto i suoi ambasciatori tanto da Roma quanto da Vienna. Al tempo stesso la repubblica accrebbe di molto le sue armate di terra e di mare e si dispose alla guerra. Il papa dichiarò che, qualunque potessero essere le conseguenze di quella lotta, non credevasi egli mallevadore di quegli avvenimenti; che stabilito aveva un vicario apostolico, le regole seguendo della giustizia, e che alcun interesse non pigliando alle operazioni del veneto senato, rimettevasi alla saviezza dell'imperadrice regina. Il senato, all'incontro, manifestò a tutte le corti avere il papa stabilito quel vicario in una parte del patriarcato di Aquileia, ed a quella dignità inalzato il conte di Atimis, canonico di Basilea; grave pregiudizio quindi venirne al diritto di padronato dalla repubblica esercitato costantemente; essere perciò la repubblica stata costretta a richiamare il suo ministro da Roma dopo le proteste fatte contra quel breve; professare tuttavia, mentre gelosa era di conservare un diritto col lasso di più secoli acquistato, alla santa Sede in tutt'altro rispetto sentimenti di venerazione e di filiale obbedienza.
Il re di Sardegna si proferì mediatore nella contesa, ma dal senato veneto non ottenne se non un rendimento di grazie. Fu proposto di smembrare il patriarcato, e di formarne due vescovadi, da stabilirsi l'uno ad Udine, l'altro a Gorizia; ma anche siffatta proposizione fu dal senato rigettata; ed il nuovo vicario apostolico, recatosi ad Aquileia, il possesso pigliò di quella dignità, malgrado le opposizioni de' Veneziani. Vollero questi ancora qualche tempo resistere; ma, troppo deboli forse per opporsi alle forze dell'Austria, acconsentirono finalmente alla proposta divisione: fu però stabilito che abolito sarebbe il titolo di patriarca d'Aquileia, e ripartita la diocesi in due vescovadi, dei quali la nomina apparterrebbe per l'uno al senato, per l'altro ai sovrani dell'Austria.
Il chiudimento della santa porta segnò in Roma il termine dell'anno 1750, nel quale furono celebrate nella corte di Torino le nozze tra il duca di Savoia Vittorio Amedeo, figlio del re Carlo Emmanuele III, e l'infante Maria Antonia, sorella di Ferdinando VI re di Spagna.
Manifestossi intanto in Parma un mal umore, perchè quel novello sovrano, Spagnuolo di nazione, avesse conferito le principali cariche del ducato, e particolarmente quelle della pubblica economia, agli Spagnuoli; e furon pubblicati viglietti, co' quali avvertivasi quel principe di ricordarsi delle istruzioni avute dal re suo padre Filippo V, cioè di reggere con dolce freno i suoi popoli. Tentando d'infrenare l'umor sedizioso col rigore, l'espediente non giovò; sicchè bisognò cambiare i ministri e scemare le tasse. Delle quali benefiche disposizioni contento il popolo, dimostrò la sincera sua riconoscenza verso il principe quando giunse di Francia in quello Stato la reale sua sposa, figlia di Luigi XV.
MDCCLI
Anno di
Cristo
MDCCLI
. Indiz.
XIV
.
Benedetto
XIV papa 12.
Francesco
I imperadore 7.
A mantenere il benefizio della pace, di cui già da un anno erasi incominciato a godere in Italia, aveano il massimo interesse le due corti di Vienna e di Madrid; avvegnachè, se l'imperadore Francesco I possedeva i dominii della casa de Medici, due principi della casa regnante di Spagna teneano il regno delle Due Sicilie, e l'eredità della casa Farnese. Il conte Esterazi adunque, ministro cesareo alla corte di Madrid, in varie conferenze avute col signor di Carvaial e Lancastro, e col marchese dell'Ensenada, principali ministri del gabinetto spagnuolo, propose che, per allontanare il pericolo di nuove turbolenze, e stabilire la pace sulla base degli antichi trattati, il re Cattolico s'impegnasse di non prendere parte, nè direttamente nè indirettamente, in qualunque guerra che insorger potesse in Italia, nel caso che, contra ogni aspettativa, se ne accendesse alcuna che fosse prodotta da una causa straniera agli interessi di Sua Maestà Cattolica e della sua famiglia; che l'imperadrice regina, dal canto suo, per cooperare al medesimo fine, guarentisse nella più solenne forma gli Stati de' quali era in possesso il re delle Due Sicilie, non meno che quelli posseduti dall'infante don Filippo in vigore del trattato di Aquisgrana; che la stessa malleveria si facesse dall'imperadore nella sua qualità di granduca di Toscana; che finalmente, in forza di tale accordo, rimanesse estinta e diffinita ogni scambievole pretesa, oppure, se alcuna ne restasse, sopra la quale le due corti non si fossero acconciate, si avesse diffinire amichevolmente.
Intanto che il conte Esterazi adoperava in tal modo alla corte di Madrid, un altro abile ministro della corte di Vienna, il conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere di Milano, prevaleasi del suo soggiorno a Torino, dove erasi trasferito per regolare i punti di commercio tra gli Stati del re di Sardegna e la Lombardia austriaca, onde disporre l'animo di quel sovrano ad entrare nella convenzione meditata e stabilita tra l'imperadrice regina Maria Teresa e Ferdinando VI re di Spagna. Riusciti felicemente ne' loro maneggi ambedue i detti ministri, in brevissimo tempo venne fra le corti di Vienna, Madrid e Torino stipulato un trattato, di cui questa era la sostanza. Nel caso che le truppe nemiche invadessero gli Stati del re di Sardegna, dovesse l'imperadrice regina somministrargli un aiuto di sei mila uomini; fornisse ella lo stesso numero di gente per difesa del re delle Due Sicilie, dell'infante duca di Parma e del duca di Modena, allorchè gli Stati di questi principi si trovassero nello stesso caso; ad uguale sussidio fosse tenuto il re di Sardegna, nel caso che fossero attaccati i dominii posseduti in Italia dalla imperadrice regina, e ad egual impegno verso di essa fosse vincolato anche il re di Spagna; facesse Sua Maestà Cattolica il medesimo riguardo al re di Sardegna, e questi verso la Maestà Sua; in ognuno di questi casi il re delle Due Sicilie somministrasse cinque mila uomini di truppe ausiliarie, e tre mila per ciascheduno l'infante duca di Parma ed il duca di Modena; dovesse finalmente ciascuna delle parti stare mallevadrice pei dominii dalle altre rispettivamente posseduti in Italia, nello stato medesimo in cui allora si trovavano.
In questa convenzione, intesa a mantenere la quiete d'Italia, non erano, come si vede, compresi gli altri principati italiani, cioè il papa, e le tre repubbliche, di Venezia, di Genova e di Lucca, nè poteano esserlo. I sommi pontefici, e specialmente Benedetto XIV, sicuri di conservare quegli Stati che dalla pietà e munificenza de' principi avea la santa Sede ottenuti, non poteva pensare mai a dilatarli per ambizione o per avidità d'imperio nè temere poteva di esserne, se non dalla violenza e dalla ingiustizia spogliato. Contenta la repubblica di Venezia de' suoi possessi nel continente e fuori, già da più d'un secolo avea rinunziato all'idea di meschiarsi nelle dissensioni dei principi in Italia, e faceva professione d'una rigida neutralità. Quella di Lucca, limitata alla ristrettezza del suo pacifico dominio, compreso e quasi incastrato nella Toscana, attendeva al commercio ed alle arti della pace, e stimavasi felice di non entrare per nulla in bilancia a fissare l'equilibrio della penisola. Quanto alla repubblica di Genova, che tanta parte aveva avuta nell'ultima guerra, non era stata nominata, perchè le direzioni da essa tenute a suo riguardo aveano disgustato la corte di Vienna; perchè le altre potenze, allora belligeranti e rivali della casa di Austria, non aveano trovato vantaggio nissuno dall'amicizia di lei; e perchè finalmente tutte le repubbliche, se non sieno potenti, interessare non possono nella loro sorte i sovrani assoluti, mancando quei vincoli di sangue o di affinità che devono o almeno possono talora stringere i principi fra loro.
Ma la genovese repubblica, che da venti anni teneva a sè conversi gli sguardi dell'Europa per quella ribellione della Corsica, che, dopo la tanto decantata dei Paesi Bassi al tempo di Filippo II, non avea avuta ne' secoli moderni l'eguale o per l'energia de' suoi sforzi, o per la costanza nelle disgrazie o per l'accorgimento, trovossi nel presente anno in non troppo felici contingenze.
Si è veduto a suo luogo (all'anno 1745) come la città di Bastia, capitale dell'isola, già smantellata pel furibondo fulminare di bombe e cannoni d'una squadra inglese, fosse dal suo governatore genovese abbandonata in mano del colonnello Rivarola, che con tre mila Corsi sollevati se le faceva sotto.
Non vogliamo qui lasciar di notare, perchè da nessuno storico riferito, ma pure consegnato nelle memorie d'un insigne naturalista franzese, che un ministro della corte di Francia, vedendo lo spirito sempre inquieto e tumultuante di quelle popolazioni, propose di far tagliare tutti gli alberi de' castagni di quell'isola, che il nutrimento per alcuni mesi fornivano agli abitanti, affinchè costretti fossero a coltivare nelle lor montagne i grani e per ciò distratti dalle guerriere imprese; senza avvedersi che in quelle selve montane mai non si sarebbero seminate le biade, e che il popolo, privo d'un mezzo ad esso fornito dalla natura, ne sarebbe più feroce divenuto ed indomabile.
Poichè pertanto il congresso d'Aquisgrana non avea fatto nessun conto della supplica colla quale i Corsi in commoventi termini esponevano le cagioni della loro insurrezione, ed imploravano l'assistenza delle corti europee onde non rimanere più oltre sottoposti alla oppressione de' Genovesi, quegl'isolani continuarono a coraggiosamente combattere per la loro indipendenza. Già la Francia, che, per tornare i ribelli all'ubbidienza del senato genovese avea, dopo il conte di Boisseux, spedito in Corsica il marchese di Maillebois, il quale disse ai Corsi come Sua Maestà Cristianissima prendesse la loro isola sotto la sua tutela e protezione, venuta era in determinazione di sostituire a questo comandante generale il marchese di Cursay. Ora, comandando questi da vicerè, contribuì molto a rendere sempre più odioso il governo antico ed attuale della repubblica di Genova; e la grande autorità che arrogavasi fece insiememente nascere puntigli e serie contese tra lui ed i comandanti generali, che volevano sostenere il decoro ed i diritti della genovese repubblica.
Cotali disordini presero gran piede nei primi mesi di quest'anno in molte occasioni, e principalmente per certa paglia niegata da alcuni luoghi al marchese di Cursay, che volea pagarla, ed a lui invece fornita da' Corsi sollevati senza verun pagamento. Da ciò insorte nuove questioni tra le truppe franzesi e le genovesi, unite a' Corsi fedeli, sì che vennero più volte alle mani, quel comandante dovette appigliarsi al partito di vietare a' suoi di approssimarsi ai presidii genovesi. D'uopo è notare che mentre i Corsi sostenevano una lotta accanita coi Genovesi, le diverse corti, e quelle specialmente di Francia e di Spagna, gelose erano a vicenda, e timorose sempre che l'isola cadesse in dominio dell'una o dell'altra; dal che derivava che mentre si ostentava talvolta di prestare aiuto ai Genovesi, e di voler ricondurre la pace, non si lasciava di fomentare in qualche modo la sollevazione e di favoreggiare l'indipendenza di quella nazione.
Intanto la discordia, che regnava tra' Franzesi e Genovesi, riaccese quella delle comunità del regno, senza che il generale franzese, il quale procurava di sopirla, o almen frenarla con la dolcezza e con l'autorità, prevalesse a ristabilire la quiete, spesso interrotta da vie di fatto funeste e sanguinose.
Informata la repubblica di Genova di quanto era accaduto ed accadeva in Corsica tra il marchese di Cursay ed il suo comandante, tra le milizie di ambedue le parti e tra le comunità del regno, elesse subito il marchese Giacomo Grimaldi, uomo di gran merito e di molta estimazione, per mandarlo nuovo commissario in Corsica a trattare col comandante franzese un aggiustamento di tutte quelle vertenze; inviando al suo ministro a Parigi ampie istruzioni onde giustificare presso quella corte il modo di operare suo e de' suoi.
Ma anche il marchese di Cursay avea già di tempo in tempo portate alla sua corte le proprie doglianze, e da ultimo l'aveva ragguagliata delle recenti contese; senza nel frattempo tralasciar l'esecuzione degli ordini ricevuti dal cavaliere di Chauvelin, plenipotenziario del re a Genova, di convocare pei 10 del mese di giugno un'assemblea generale del regno, onde farvi l'elezione di cinque deputati, che, unitamente con lui, col plenipotenziario suddetto e coi commissarii del senato di Genova, dovevano trasferirsi a Tolone, per regolarvi diffinitivamente in una specie di congresso tutte le bisogna della Corsica.
L'adunanza non ebbe luogo, perchè la Francia, disgustata grandemente, per le relazioni del Cursay, e de' Genovesi e de' Corsi, venne in determinazione di richiamare dalla Corsica le sue genti, lasciando in balia di sè stessi non meno quegli abitanti che la repubblica di Genova; e già tutto era apparecchiato per la partenza.
Sensibilissima riuscì alla repubblica e del pari ai capi de' Corsi l'imminente partenza delle truppe franzesi dall'isola, perciò che lasciavanla esse in un abisso di disordini, de' quali non poteasi sperare allora nè rimedio nè fine. Fecero dunque lor pruove ambe le parti per sospendere l'effetto della presa risoluzione, il senato di Genova dando ordine a' suoi deputati in Parigi di sottomettersi a qualunque soddisfazione che il gabinetto di Versaglies esigesse, e promettendo i Corsi di ricevere con intera sommissione quei regolamenti che al re piacesse di fare intorno agli affari loro.
Corse allora voce che qualche bella soddisfazione venisse data da' Genovesi a Luigi XV, ma niuno poi seppe dire in che consistesse. Si seppe bensì tosto che, calmato quel monarca, avea dato ordine al suo ministro Chauvelin di proporre ai Corsi il chiesto regolamento, facendo loro intendere che Sua Maestà, mossa dalla idea delle calamità che per la partenza delle sue truppe sarebbero toccate ai Corsi, era discesa a sospendere l'esecuzione de' suoi ordini, onde terminare un'opera ad essi favorevole, come era quella di restituir loro la pace e far che godessero d'un dolce reggimento e permanente.
In conseguenza de' quali ordini, passato nell'isola lo stesso de Chauvelin, il marchese di Cursay intimò di bel nuovo una generale adunanza; alla quale essendosi portati i deputati corsi, dopo comunicate ad essi le condizioni dal re di Francia procurate per assicurar loro uno stato felice e tranquillo, furono anche chiamati a conoscere che felicità e tranquillità, mediante un moderato e giusto governo, non poteano ottenere se non se da quella potenza che avesse sopra di essi una legittima e sovrana autorità, come appunto era la repubblica di Genova; nello stesso tempo dichiarando che Sua Maestà Cristianissima, per un effetto della sua naturale bontà, addossavasi la malleveria di tutto ciò che fosse loro concesso, e di cooperare all'esecuzione. Tutti i deputati ad una voce fecero sapere che si sottomettevano rispettosamente a quanto Luigi XV richiedeva, ed anzi sottoscrissero un atto, col quale giurarono sopra l'Evangelio di volere da allora in poi riconoscere la repubblica di Genova per sola legittima loro sovrana, tornando sotto la sua obbedienza, e rinunziando ad ogni passo od atto in contrario. Laonde fu letto e dato loro a sottoscrivere il regolamento, contenente le condizioni che il re di Francia aveva per essi conseguite dalla repubblica, e comprese in otto articoli, tutti risguardanti al generale governo dell'isola, senza parola da cui argomentare che seguire ne dovesse essenziale mutazione di reggimento.
A questi passi, un altro i Corsi ne mandarono dietro. Quattro fra i deputati recaronsi a Bastia, e a nome di tutta la nazione rinnovarono al già detto commissario Grimaldi le sicurezze della loro sommissione e del sincero loro ritorno sotto il dominio dell'antico legittimo Sovrano, presentandogli in pari tempo, ed alla presenza del cavaliere de Chauvelin, una lettera, nella quale, riconoscendo la repubblica per loro sola e legittima sovrana, protestavano che la principal cura dei padri di famiglia e de' capi delle comunità sarebbe stata quella di avvezzare i popoli al dovere ed alla subordinazione, e nel tempo stesso imploravano dal commissario che volesse presso la Repubblica interporsi, affinchè ottenesse dal re di Francia che tuttavia in Corsica restassero le sue truppe, mezzo valevole, forse e unico per assodare quella tranquillità che per esse si era veduta a rinascere. A simile domanda furono i Corsi indotti per un fine politico: sudditi, essi non potevano chiedere al re l'ulteriore soggiorno delle sue milizie; sembrava inconveniente che lo facesse la repubblica riguardo ad un paese pacificato e messo sotto la sua obbedienza; il re di Francia di suo moto proprio nol dovea. Dall'altro canto a tutti conveniva, o per interesse o per decoro, che quegli armati si rimanessero. Fu dunque trovato l'espediente della lettera, che togliea di mezzo tutti gli scrupoli e delicatezze.
Se non che non tardò molto a manifestarsi la necessità di quelle truppe. I deputati che aveano firmata la pacificazione della Corsica furono disapprovati da' loro committenti di là dai monti, che si sollevarono, e se di qua il fuoco non iscoppiò nè così presto nè con tanto impeto, covava sotto la cenere, ed anzi si credette che di qui partissero le scintille che appiccarono l'incendio dall'altra parte.
Gli abitanti di Niolo, considerati sempre come i meno trattabili dell'isola tutta, furono i primi a tumultuare contro il regolamento, perchè non procacciasse i vantaggi ch'eransi fatti sperare, non parlando esso punto de' privilegii della nazione, che pur erano l'argomento principale della gran lite co' Genovesi, e per tal modo rimanevano, come per l'addietro, soggetti all'autorità dispotica della Repubblica e de' suoi uffiziali. Nè a persuadere i Niolesi e gli altri abitanti di parecchie pievi della parte oltramontana, che ne avevano seguito l'esempio, valsero le parole dell'abbate Olivetto, ecclesiastico molto stimato da quelle genti, ed il medesimo che per esse avea scritto alla corte di Francia promettendo a loro nome tutta la sommessione, perchè si lasciassero nell'isola le truppe che il re ne avea richiamate: prese di bel nuovo l'armi, posero ogni cosa in disordine tale, che forse potea dirsi peggiore di quel di prima. Se non che, recatosi sui luoghi il marchese di Cursay con buona mano di soldati, giunse a calmare gli animi ed i ribelli, deposte l'armi, gli diedero anche statici per sicurezza della loro fede: vedremo in appresso che calma e che sommissione fossero quelle.
I corsari africani, che in quest'anno ricomparvero baldanzosi sulle acque della Corsica, ed ogni dì faceano udire il suono di qualche novella preda, e minacciavano di sbarco le coste dell'Italia, senza che a reprimerne l'insolenza valessero una squadra napolitana e le galee di Malta e del pontefice, furono cagione di grave querela tra la corte di Napoli e quella di Vienna.
Avendo le galee pontificie e napoletane data la caccia a due galeotte tunisine, ne catturarono una; ma l'altra riuscì a ripararsi sotto il cannone della torre del Giglio, situata all'altura degli Stati de' presidii, sulle terre all'imperadore spettanti nella sua qualità di granduca di Toscana. Allora le galee pontifizie, cessando l'impresa, diedero di volta; ma le napoletane, niente curando i segnali del comandante della torre, che avvisava trovarsi la galeotta in paese sicuro, l'incalzarono sì, che costrinsero i Turchi a salvarsi in terra, dove pure sbarcati, gli attaccarono più volte, finchè li videro in luogo di sicurezza, e quindi condussero seco il legno nemico ed una barca napolitana poc'anzi da quello predata, in tutta questa fazione lavorando col cannone gagliardamente con qualche danno eziandio della torre, che continuava a protestare ed a far fuoco per far rispettare i suoi diritti.
Informata la corte imperiale, allora residente a Presburgo, dell'accaduto, lo imperadore, come granduca di Toscana, considerandosi altamente offeso per la violenza praticata a quel corsaro sotto la sua protezione, chiese alla corte di Napoli pronta e solenne soddisfazione colla restituzione immediata del bastimento predato. Alle quali rimostranze re Carlo rispose, aver lui fatto più volte rappresentare alla reggenza di Firenze non potersi avere riguardo alcuno alla pretesa neutralità della corte di Toscana, però che di questa i Barbareschi prevalevansi per impunemente e come da sicuro asilo assaltare le navi napoletane con incredibile danno de' suoi sudditi e del loro commercio; nè dovere quindi parere strano se il duca di San Martino, comandante delle galee napoletane, non avea avuto difficoltà di assalire il legno tunisino, trovatosi appunto nel caso per cui state erano mosse quelle doglianze e proteste. O sia che cotale risposta fosse riconosciuta concludente, o che altri motivi a ciò consigliassero, l'affare rimase allora sopito.
Tuttavia, a mettere qualche rimedio al sommo pregiudizio che generalmente recava al commercio d'Italia, quel ricovero che ne' porti di Toscana trovavano i Barbareschi, per la pace da Francesco I imperadore, quale granduca, colle reggenze africane conchiusa; mosse calde lagnanze alla corte di Vienna dal papa, dal re di Sardegna e dalle repubbliche di Genova e di Lucca; l'imperadore stesso, sul cui animo avere doveano maggior forza le ragioni giustissime di quattro italiane potenze che non qualunque trattato o impegno in cui fosse entrato coi governi di Barbaria, s'indusse finalmente a permettere alla reggenza di Firenze di servirsi delle due navi da guerra recentemente a Porto Ferraio tornate dal Levante, per tener lontani dalle coste di Toscana i corsari, non permettendo loro di accostarsi, se non ne' casi di disgrazia, che furono specificati. Alla quale permissione imperiale fu allora creduto che maggiormente avessero contribuito i lamenti de' negozianti di Livorno per le ingiustizie ed avanie che le loro navi pativano da coloro, a' quali la fede de' trattati era lieve freno per trattenerli dal commettere mille estorsioni ed iniquità.
A questa provvidenza giusta e salutare, diretta ad assicurare possibilmente il commercio italiano dalla rapacità e malafede degli Africani, un'altra ne mandò dietro Benedetto XIV, e come capo della religione e come principe temporale, molto più dilicata di sua natura, ed assai più importante nelle sue conseguenze, riguardo ai così detti Liberi Muratori. Già da circa venti anni diffusa e clandestinamente dilatata ne' paesi cattolici, e più ancora in quelli che fuor del cattolicismo viveano, teneva questa società in continuo sospetto i principi ed i governi. Chi le ha dato per progenitori coloro che edificarono la torre di Babele, chi quelli del tempio di Salomone; altri, più sistematici, vollero riconoscerne padri i cavalieri Templari. Amava le tenebre, ed in seno dell'oscurità andava ampliando il numero de' suoi confratelli. Sulla porta di quelle stanze che le serviano di notturno ricetto non vedevi impressi caratteri materiali; eppure era scritto: Lungi, o profani; è questo il regno della luce ed il tempio della verità. Riti misteriosi ne accompagnavano le iniziazioni. Non diversità di patria, non differenza di governo, non disparità di culto era di ostacolo o ragion di ripulsa a chi chiedea d'entrare. Nel regno della luce, nel tempio della verità ammetteansi egualmente, e come cittadini e come adoratori, i fedeli di Cristo, i discendenti di Abramo, i seguaci di Calvino o di Lutero, di Maometto e di Confucio. La differenza stessa della nascita, del grado, delle fortune quivi spariva; chè l'opulento ed il misero, il dignitario e l'artigiano, principi e sudditi, dotti ed indotti trovavansi indistintamente registrati sulla lista dei Liberi Muratori, e non rado un uomo, cui per le vene scorreva un sangue per trenta o quaranta generazioni purificato, siedeva fra due compagni lordi ancora di quel fango ond'erano usciti nascendo. Soave giocondità presiedeva alle notturne loro adunanze, e parea un'innocente allegria fosse il nume geniale de' loro banchetti. Uno spirito di fratellanza, di benevolenza generale, mentre congiungeva le destre, ne annodava i cuori. I soccorsi, che una mano benefattrice porgea a chi avea bisogno, erano sempre tanto spontanei quanto copiosi; ed il fratello beneficato, lungi dal vedere nel suo benefattore, come suole troppo di sovente, chi della sua superiorità approfitta per farsi dipendente e schiavo un infelice, vedevasi appena obbligato al tacito tributo dell'intima riconoscenza.
Come dunque una congregazione di uomini, sì innocente nel suo vantato istituto, sì benefica ne' pretesi suoi effetti, che proponeasi di mettere in pratica quelle sante massime che, proposte dal Vangelo colla promessa di non terminature ricompense, trovano nondimeno tra i cristiani sì scarso numero di cultori, come mai farsi potè sospetta ai governi, tirarsene addosso lo sdegno, e meritar in fine d'esser punita? Facile a conciliarsi è l'apparente contraddizione. La società dei Liberi Muratori è tutta fondata sul più rigoroso secreto. Coloro che vi sono ammessi non entrano a parte del mistero, e nulladimeno si esige da essi sotto i più terribili giuramenti di starne fedeli al silenzio. Se la società ha per oggetto del suo istituto la virtù, a che tanta precauzione per tenere celata la sostanza delle sue massime e delle sue dottrine? Perchè non far vedere agl'iniziati il codice della loro associazione? A che tanta diffidenza, a che tanta gelosia?
Tutti questi segreti, tutti questi misteri, che all'illustre Annalista d'Italia sembrarono inezie, e ad altri parve che contenessero l' enigma e non l'arcano, divennero sospetti non solo alla podestà ecclesiastica, per credere che si macchinassero insidie alla religione, ma eziandio alla stessa secolare podestà, prevedendo che potesse turbarsene la quiete civile. Quindi in poco tempo si videro a circolar per tutta l'Europa editti sopra editti contro i Liberi Muratori. Prima a comparire nella lista delle potenze che proscrissero la società fu la Francia, nel 1727. L'Olanda nello stesso anno, e molto più rigorosamente nel 1755, manifestò il suo sdegno contro i supposti discendenti dei Templari. Tre anni dopo lo stesso fecero la Fiandra e la Svezia. La Polonia nel 1739, la Spagna ed il Portogallo nel 1740, il governo di Malta nel 1741, e la regina d'Ungheria nel 1743 fulminarono gli apostoli della verità e gli angeli della luce, come furono poi proscritti, nel 1748, negli Svizzeri, dal cantone di Berna.
Tredici anni erano scorsi da che Clemente XII, stato informato che il mostro, varcate le Alpi, avea posto in Italia il piede, gli scagliò contro gli anatemi del Vaticano. (Ved. sopra all'anno 1736; tomo VII, col. 429 e seg.) Se non che alcuni divulgavano che le censure fulminate della Chiesa, per non essere la bolla di Clemente stata dall'attuale pontefice confermata, non aveano più vigore alcuno. Si volse adunque Benedetto XIV a distruggere sì pernizioso errore, e nel giorno 18 maggio del presente anno comunicò a tutto il mondo cattolico i suoi sentimenti e le risolute sue determinazioni in tale proposito con una bolla, nella quale sei motivi adduceva, pei quali aveasi la società a riguardare come direttamente contraria al bene della religione e dello Stato. Unirsi, diceva, in siffatte adunanze persone di ogni religione e di tutte le sette; occultarsi con istretto costante impegno di segretezza le cose che in dette conventicole si fanno: asserendo essere colpevole il giuramento con cui si obbligano ad inviolabilmente osservare il segreto, come se fosse lecito ad alcuno di premunirsi del pretesto di qualche promessa o giuramento per esimersi dal manifestare le cose tutte, intorno alle quali fosse dalla legittima podestà interrogato; opporsi società simili alle leggi civili non meno che alle ecclesiastiche, essendo dal gius civile vietati tutti i collegi e corporazioni tutte formate senza pubblica autorità; essere in molti paesi state proscritte dalle leggi di principi cotali società ed aggregazioni; cadere esse mai sempre in sospetto degli uomini saggi, riputati perversi coloro che vi si aggregavano.
Quantunque in Napoli più che altrove si guardasse con sospetto qualunque adunanza od unione di genti, per le ripetute rivoluzioni alle quali andò quel regno suggetto, così teneasi che colà e nelle altre napoletane provincie si fossero assai moltiplicate le logge di Muratori. Appena dunque venuta in luce la costituzione di Benedetto XIV, il zelo di molti ecclesiastici fece sì che tuonassero, sul fondamento delle voci che correano, contro la setta dei Liberi Muratori; e quindi il popolo a credere di veder sempre chi portasse in fronte i contrassegni del fulmine pontificale; a mormorare che la corte in sì delicato argomento si tenesse in silenzio. Intanto i settatori, benchè con tutta giustizia perseguitati, e quantunque conoscer dovessero il proprio torto, osservavano gelosamente quel segreto ch'era l'anima della loro istituzione, guardavano un rigoroso silenzio sulla sostanza delle loro massime e sulla natura dei dogmi loro, non meno che intorno al nome dei consocii, e continuavano a radunarsi clandestinamente. Ma, per quanto occultamente adoperassero, non valeano a sottrarsi affatto alle suspizioni. Potea il disordine crescere da una parte, crescer dall'altra lo scandalo. Laonde il re, risoluto d'andare alla radice del male, condiscendendo ancora alle istanze del sommo pontefice, elesse cinque giudici particolari, uno per ciascun ordine di persone, onde fossero processati e puniti tutti coloro che alla setta de' Muratori si trovassero aggregati. Ma perchè tali regie disposizioni forse non bastavano, se anche la nazione tutta non fosse senza equivoco e perfettamente istrutta della sovrana volontà, il re Carlo emanò un severo editto, in cui proibì assolutamente ne' suoi dominii i Liberi Muratori, da dover essere puniti come perturbatori della pubblica tranquillità e rei di crimenlese.
MDCCLII
Anno di
Cristo
MDCCLII
. Indiz.
XV
.
Benedetto
XIV papa 13.
Francesco
I imperadore 8.
La convenzione nell'anno scorso da noi mentovata, tra le corti di Vienna, Madrid e Torino, fu nell'anno presente ridotta a solenne trattato, reso poi celebre sotto il nome di trattato di Madrid, o di Aranjuez, dal luogo in cui fu stipulato, ed il quale in sostanza non era che una pura rinnovazione della convenzione sopraccennata, le sole mutazioni fatte consistendo negli aiuti scambievoli promessi da' tre sovrani in caso di aggressione ai loro Stati in Italia, e nell'alternativa di dare in vece di soldati uno stabilito sussidio in denaro contante. Alla diffinitiva conclusione di siffatto accordo molto cooperò il re d'Inghilterra, siccome quegli a cui stava molto a cuore la perfetta esecuzione del trattato di Aquisgrana e della convenzione di Nizza, che ne furono come la base ed il principal fondamento. Ed al totale ristabilimento della pubblica tranquillità concorsero quasi tutte le italiane potenze, con sì buona intelligenza e concordia, che in brevissimo tempo, per mezzi del tutto amichevoli e pacifici, congressi, maneggi, concordati, furono accomodate tutte le questioni e vertenze insorte necessariamente per le perturbazioni delle guerre, intorno ai confini ed alle giurisdizioni tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio, tra questo e la Toscana, tra esso granducato ed il duca di Modena, tra il Milanese e gli Stati del re di Sardegna, tra questi e la repubblica di Genova, tra il Mantovano ed il Tirolo colla repubblica di Venezia.
Le sollecitudini de' principi contraenti nel detto trattato ebbero per quaranta e più anni un effetto salutare. E forse anche più durato avrebbe il suo beneficio, senza quel turbine che dalla Francia proruppe a disordinare ogni meglio connesso edifizio, verso la fine del secolo, come a suo luogo verremo a mano a mano descrivendo. Ma intanto ci è d'uopo ripigliare il filo delle cose di Corsica, che tenevano allora desta l'attenzione generale dell'Italia non solo, ma di tutta l'Europa.
Guardavansi di mal occhio i due primarii personaggi che allora reggevano la isola, il commissario genovese marchese Grimaldi ed il marchese di Corsay comandante franzese, e tanto innanzi procedute erano le cose, che quel primo dalla Bastia erasi ritirato in Aiaccio, per isfuggire le contese quotidianamente insorgenti per l'autorità che questi arrogavasi, in gran parte contraria alla sovranità della repubblica. Ora ad accrescere le discordie accadde che una squadra franzese, tornando da' lidi dell'Africa, dov'erasi portata a minacciare i Tripolini, bombardandone il porto, comparve sulle coste della Corsica e diede fondo nel porto d'Aiaccio, senza che i Genovesi sapessero che pensarsi di quella comparsa, e con grave scontentezza de' Corsi, tra' quali corse come sicura la voce che fosse venuta per opporsi ad altra squadra inglese, che dovea liberar l'isola dalla schiavitù e dall'oppressione. Come il senato di Genova avea già significato al suo commissario che gli chiedea il modo del contenersi, la squadra, dopo rinfrescato, veleggiò per Tolone; ma in quell'occasione il senato stesso avea pur fatto intendere al Grimaldi come stata fosse ottima cosa che se la passasse con miglior accordo col comandante franzese, in pari tempo lagnandosi alla corte di Francia delle costui procedure. E a tali insinuazioni del senato il Grimaldi replicò con sentimenti di buono e zelante repubblicano, lui chiedere piuttosto di essere richiamato, di quello che rimanere in un impiego in cui fosse obbligato a riconoscere autorità altra qualunque fuor di quella della repubblica. Ma l'impossibilità di trovare suggetto capace da sostituire al Grimaldi nel posto di commissario generale in Corsica, il non poterglisi rimproverare altro che un troppo vivo zelo nel sostenere il decoro e gl'interessi della sua patria, determinarono il senato a non aderire alle domande del suo cittadino.
Nè solamente le gelosie e le reciproche diffidenze de' due generali in Corsica tenevano molto occupati i Genovesi ed inquietavano la corte di Francia; ma il regolamento stesso comunicato l'anno scorso ai capi dei sollevati dal marchese di Cursay per parte del re di Francia, di cui quei popoli non eransi mostrati troppo contenti, non appagava neppure interamente i Genovesi; sì che si rese necessario concertare col cavaliere di Chauvelin, ministro franzese, che di Francia venisse una riforma, la quale e questi e quelli appagasse. Ma nè anche giovò la riforma creduta opportuna dal gabinetto di Versaglies, poichè, per lo contrario, non appena fu comunicata ai capi delle pievi, che destò uno straordinario ed universale impeto di furore, tutti protestando di non accettare quel regolamento, benchè modificato, nè sottomettervisi in verun modo, altro scopo esso non avendo che rimettere loro sul collo l'abborrito giogo della repubblica. Indarno furono chiamati a nuovo congresso. Ripigliate l'armi, obbligaronsi con fortissimo giuramento di trattare da nemico chiunque ardisse di parlare d'accomodarvisi. Scriveva il marchese di Cursay al cavaliere Chauvelin, non esservi in quello stato di cose che due soli partiti da prendere: o abbandonare la Corsica al suo destino, o far uso della forza contro la medesima. Ma, invece di risposta, si vide il marchese posto in arresto, guardato a vista, indi trasportato in Antibo, e colà custodito come prigioniero di Stato.
Tra le accuse che allora si sparsero contro il detto comandante, la principal era quella di un'eccessiva ambizione, per appagare la quale avea voluto rendersi come necessario ad ambe le parti. In fatti un'autorità quasi illimitata erasi egli acquistata, specialmente facendo con una saggia amministrazione godere a quei popoli una vera felicità; temperato per lui il furore dei partiti, le leggi erano rispettate, divenuti rarissimi i delitti, e tutta la nazione tornata per un pezzo in dolce concordia. Fondata egli aveva perfino un'accademia in Bastia, la quale, sebbene lungo tempo non durasse, aveva tuttavia risvegliato tra' Corsi il gusto delle lettere.
Arrestato il Cursay, le truppe franzesi rimasero sotto il comando d'un signor di Curci, il quale, facendo suo pro dell'esempio del predecessore, fu dal Grimaldi, e tutto si proferse a' suoi desiderii. Ma intanto le fazioni, le risse, le discordie, le diffidenze continuavano, accompagnate da incendii, violenze e spargimento di sangue; ed i Corsi di là dai monti, a segnalare di bel nuovo l'odio loro contro la repubblica, si elessero de' capi, e questi pubblicarono un editto rigorosissimo contro chiunque avesse avuto l'ardimento di fare qualsiasi proposizione a nome di Genova, e facevano inoltre arrestare ed impiccare senza formalità di processi coloro che erano, o si parea, sospetti di segrete intelligenze co' Genovesi.
In mezzo alla universal pace, ogni lieve commovimento diventava osservabile, e tal fu l'attentato sedizioso di quei di Subiaco, grossa terra della Campagna di Roma, che tanto nel temporale come nello spirituale dipendeva dall'abbate commendatario di Santa Scolastica. Questi pastori, che tali sono per la maggior parte, irritati per aver perduto nella Rota di Roma una lite co' Benedettini di quella badia circa i pascoli di certa montagna, invece di rispettare il giudizio, o prevalersi contro d'esso de' rimedii legali, dato di mano all'armi, investirono il convento, costrinsero priore e frati a fuggirsene per le finestre, fugarono quanti accorsero in aiuto de' monaci, ed ucciso uno sbirro, trassero dalle carceri dell'abbadia diversi loro compagni. Giunto l'avviso del caso a Roma, furono mandate truppe, il cui solo aspetto sedò immantinenti il tumulto; parte dei principali autori fuggiti, parte arrestati, e tornati i Benedettini al loro convento. Ma, per non lasciare impunito un fatto di tanta conseguenza, fu comandato a quella popolazione di portare l'armi a Roma, il che fu subito eseguito. Formato intanto il processo ai capi della sedizione, dieci, che erano stati trasferiti nelle carceri di Roma, furono esiliati per sempre dalle terre dello Stato ecclesiastico; ed altri undici, già fuggiti, si sentirono fulminati in contumacia dalla condanna di morte. Quindi in poi il pontefice colse ogni occasione, per isfuggire simili disordini, di separare dalla spirituale la giurisdizione temporale in tutte quelle badie e governi, nei quali erano prima congiunte, assoggettandoli tutti all'immediata direzione della sacra consulta.
Accadde in quest'anno in Piacenza la morte del celeberrimo cardinale Giulio Alberoni, che tanta parte ebbe nelle bisogna della Spagna e dell'Europa tutta. Ne era stata la vita in forse qualche tempo prima; ma colto avendolo, nel 24 giugno, fieri dolori seguiti da deliquio, tornarono vani tutti i soccorsi dell'arte, e due giorni dopo spirò, conservando sino all'ultimo una somma presenza di spirito; potendosi dire che fu tanto singolare in quest'uomo la morte, come disse Benedetto XIV, quanto erano state la fortuna, l'ingegno, l'età e la fama. Di tutti i suoi beni, che faceansi ascendere ad un milione di scudi romani, lasciò erede il seminario di San Lazzaro, da lui eretto e fondato con ispesa gravissima fuori di Piacenza; fondazione che sola avrebbe bastato ad immortalare un altro nome. Di quest'uomo molto e variamente fu parlato e scritto, e nel corso della rapida sua elevazione e poi della sua caduta, dopo la quale, quantunque paresse interamente staccato dogli affari politici, pur non lasciava di avere molta influenza in quelli che trattavansi in Europa. Tenendo corrispondenze in tutte le corti ed in tutti gli Stati, i più celebrati ministri lo hanno consultato; e siccome possedeva in grado eminente l'arte delle combinazioni politiche unita a penetrazione profonda ed a sano giudizio, così prevedeva quasi sempre l'esito de' grandi affari, e raro fu che il successo non corrispondesse alle sue conghietture.
Tre mesi circa prima dell'Alberoni, passò di questa vita il doge di Venezia Pietro Grimani. Già ambasciatore della patria a Londra ed a Vienna, se colà guadagnossi la stima dell'inglese nazione e fu ascritto alla reale società, legato ancora d'amicizia col primo uomo che allora fosse al mondo, con Isacco Newton, quivi destramente maneggiò gl'interessi del veneto senato, concertando coll'imperadore Carlo VI la sacra lega a danni del comun nemico del nome cristiano. Tornato da sì splendide legazioni in patria, fu insignito della dignità di procuratore di San Marco, e poi, nel 1741, collocato sul trono ducale. Culto letterato e filosofo sublime, gloriosamente regnò dieci anni ed otto mesi, ferma tenendo la repubblica nella saggezza del suo divisamento di starne lontana da straniere guerre. Ma se di grave cordoglio fu per questo conto la sua perdita a tutta la città, che conosceva il pregio d'un tal principe, gli uomini di lettere rimasero altamente contristati, in lui perdendo, più che il mecenate, un amico ed un compagno. Gli fu sostituito Francesco Loredano, cittadino di rara pietà e fornito di virtù morali e civili, tra le quali risplendeano egregie la liberalità e la beneficenza; consumato sino dalla gioventù ne' politici maneggi, ed occupato lungo tempo nel posto di savio grande, che val come chi dicesse nella carica di ministro di Stato.
Nel mezzo tempo i corsari africani tenevano, secondo il solito, in apprensione le potenze europee colle continue loro scorrerie sul Mediterraneo, danneggiandone principalmente il commercio. Mentre pertanto alcune con esorbitanti tributi, sotto lo specioso titolo di regali, compravano la mal sicura amicizia delle africane reggenze, due squadre, di Napoli una, l'altra di Malta, segnalaronsi in due diversi incontri. In quella prima, i prodi capitani di due sciabecchi, Martinez e Gratto, andando in traccia di quattro sciabecchi algerini che infestavano le coste della Calabria presso il mare Adriatico, ne trovarono uno, chiamato il Gran Leone, tra l'isole di Zante e di Cefalonia. Era il maggiore di tutti, e montato dal comandante. Lo investirono con sommo coraggio; si difese l'algerino con non minore intrepidezza per due interi giorni, ma vedendosi oltramodo maltrattato dal cannone degli assalitori, fece forza di vele per salvarsi. Il capitano Martinez, temendo non forse potesse ripararsi in qualche spiaggia o porto del dominio ottomano, ove non gli fosse dato d'assalirlo, determinossi ad andarne all'arrambaggio, ed eseguì con tanta energia il suo disegno, pur secondato dal capitano Gratto, che gli riuscì d'impadronirsene e di fare cento ventiquattro prigioni, dalle catene liberando molti cristiani. Era intenzione de' comandanti napoletani di togliere quanto in quella nave era; ma scorgendola tutta forata dalle cannonate, e sì che faceva acqua da ogni lato, si appigliarono al partito di affondarla, senza che si prevalesse a salvarne se non le ancore e qualche sartiame. I regi sciabecchi non ebbero che dodici uomini uccisi e da venticinque feriti, tra' quali i due capitani Martinez e Grotto, che furono, come gli altri uffiziali, proporzionatamente ai meriti, rimunerati. Giusta le deposizioni degli Algerini presi, il numero loro era di ducento e trenta, ed il loro bastimento bene armato portava sedici cannoni e dodici petriere, allestito a spese del re d'Algeri, che ne avea dato il comando al rais Ismachid Nalif, nativo di Candia.
Ma più fiero e sanguinoso fu il combattimento tra le galee di Malta ed altri due sciabecchi algerini; conflitto seguito alle alture di Gallizia, dov'è una torre difesa da cannoni e da presidio tunisino, a poca distanza dal capo Bon, tra Tunisi e Maometta. Affinchè non potesse loro fuggire di mano, le galee maltesi si posero tra la torre e i due bastimenti nemici. Menando quindi le mani, se fu straordinario il valore de' cristiani nel combattere, non minore si rimase la resistenza degl'infedeli nel difendersi. Nel famoso combattimento segnalossi il coraggio di tre soldati maltesi, i quali, nell'atto che una galea tentò d'impadronirsi d'uno dei legni turchi, e andolle fallito il colpo, v'erano saltati dentro. Tagliato a pezzi il primo, l'altro, quantunque ferito, troncò il capo all'Algerino che gli stava a fronte, ed indi, gettandosi in mare, ebbe la ventura di salvarsi ad una delle galee; ed il terzo, parimente slanciatosi in acqua, in mezzo al fuoco ed a' remi dei barbari, ebbe una sorte eguale. Due ore durò la pugna, ma infine ambi i sciabecchi rimasero presi, ad onta della disperata foga del rais comandante del più grosso, che, coperto di sangue che uscivagli da diciotto ferite, tra le quali quattro gravissime, non apparia modo di costringerlo. Tra i cavalieri di Malta che spiegarono in queste pruove estremo valore, contaronsi il cavaliere di Valenza, colonnello del reggimento di Bearn al servigio della Francia, il cavaliere Aldobrandini, il cavaliere di Pennes, il cavaliere di Elvemont; ma ben direbbe chi nominasse per tal conto tutti gli uffiziali e soldati maltesi, la perdita de' quali fu di tredici morti e quarantasette feriti, compresi i sopraddetti cavalieri Pennes ed Elvemont.
Il ritorno de' vincitori coi vinti legni e coi prigionieri a Malta fu una specie di trionfo. Nè il solo gran maestro ed i cavalieri, ma tutti in Italia fecer plauso al valor loro, ed il giubilo fu tanto maggiore, in quanto che quei due sciabecchi erano i primi bastimenti algerini che fossero caduti in potere dell'ordine gerosolimitano da che i Turchi aveano incominciato a far uso di legni di tal sorta. In uno si trovarono mille ottocento zecchini, prezzo d'una tartana da quei corsari pochi giorni prima venduta.
MDCCLIII
Anno di
Cristo
MDCCLIII
. Indizione
I
.
Benedetto
XIV papa 14.
Francesco
I imperadore 9.
Per la stabilità e felice esito del trattato di Madrid, o d'Aranjuez che vogliam dirlo, stipulato nell'anno precedente, occuparonsi seriamente nel principio di quest'anno i ministri delle potenze contraenti onde comporre e terminare le differenze che sussistevano tuttavia intorno alla successione de' beni della famiglia de Medici, de' quali era attualmente in possesso l'imperadore Francesco, come granduca di Toscana. Venne perciò proposto che la Spagna rinunziasse alle sue pretese su questo punto, purchè l'imperadrice regina facesse anch'essa dal canto suo eguale rinunzia per tutte le ragioni che pretendeva di avere sopra i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, dei quali erasi quella sovrana riservato il regresso nel trattato d'Aquisgrana. Due difficoltà però rimanevano a superarsi, l'una col re di Sardegna, con quello di Napoli l'altra; non potendo quel primo, che nel trattato d'Aquisgrana erasi riservato il regresso sulla città e territorio di Piacenza, risolversi a farne la cessione, prima che si fosse trovato il modo di compensarnelo; ed il re di Napoli, facendo tuttavia valere i suoi diritti sui beni allodiali della famiglia de Medici, ai quali non intendeva di avere in alcun modo rinunziato a favore del duca di Lorena, allora imperadore e granduca di Toscana. Non sembrava difficile trovar qualche temperamento onde appianare le difficoltà promosse dal re di Sardegna; ma così non era riguardo a don Carlo re di Napoli, che spedì a Parigi il marchese Caraccioli per impegnare quel gabinetto a sostenere le sue ragioni.
Teneva allora quel gabinetto gli occhi aperti sopra un oggetto di maggiore importanza riguardo alle sorti dell'Italia, cioè sui maneggi alla corte di Vienna impresi dai ministri del duca di Modena. Il conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere del ducato di Milano, vedeva, e forse da gran tempo aveva tra sè e sè meditato, un gran colpo, moltissimo vantaggioso all'imperadrice regina sua sovrana ed alla casa d'Austria, se fosse riuscito a legarla a quella d'Este con vincoli tali, che gli Stati di questa si fossero uniti al milanese ducato. Sortendo buon fine il divisamento del conte Cristiani, la casa d'Austria avrebbe in Italia dominato all'incirca sovra la maggior parte de' paesi che formavano un tempo lo Stato degli antichi re d'Italia, cioè la Toscana, il ducato di Milano, il Modenese, il Mantovano ed una porzione del Monferrato. E la fortuna secondò i disegni del gran cancelliere. Era, ne' primi giorni dell'anno, nato al principe ereditario di Modena un figlio, il quale, assicurando la posterità mascolina dell'estense famiglia, potea, se vissuto fosse, far prendere misure ben diverse da quelle cui miravano gl'impresi maneggi; ma quel figlio, pochi mesi dopo il suo nascimento, morì, e colpo tale conchiuse alla corte di Vienna il negozio giusta l'intendimento de' ministri modenesi.
Fatto pubblico il trattato in cui stipulossi il matrimonio dell'arciduca Leopoldo, allora terzogenito, colla figlia del principe ereditario di Modena, e si dichiararono lo stesso arciduca governatore dello Stato di Milano, ed il duca di Modena amministratore e capitano generale del medesimo Stato, insieme stabilendo che i presidii delle piazze modenesi dovessero essere formati di truppe austriache, e vicendevolmente le milizie del duca di Modena prendessero posto nelle piazze milanesi; non solo i gabinetti di Francia e di Spagna, ma tutti universalmente rimasero oltremodo maravigliati. Non si lasciò quindi di pubblicare, che il duca di Modena, in questo fatto, oltre all'allontanarsi dai noti principii de' suoi maggiori, unendosi all'Austria in confronto della Francia, aveva operato contro le massime della buona politica, dando mano ad un tanto ragguardevole ingrandimento di Stati e di potenza in Italia alla detta casa d'Austria, il che avrebbe col tempo potuto recare gravissimi pregiudizii alla quiete della penisola.
Procurò il duca di Modena di giustificare il nuovo partito da lui preso, facendo da' suoi ministri dichiarare alle corti straniere, averlo gl'interessi del suo ducale casato costretto a trattare colla corte di Vienna; essere scopo principale cui proponevasi quello di provvedere alla tranquillità de' suoi Stati, in caso che venisse ad estinguersi la sua linea mascolina; aver parimente in mira il mantenimento della pace d'Italia, e la necessità di prevenire le turbolenze che potessero insorgere in proposito della successione agli Stati della casa d'Este; lusingarsi lui finalmente che siccome gl'impegni per esso incontrati non recavano danno ad alcuno, nissuna potenza volesse adombrarne, e quelle che considerassero la cosa imparzialmente, convenissero nulla esservi che conforme non fosse all'interesse d'Italia in generale e alle ragioni di convenienza che tenere doveano i principi di questa parte dell'Europa svegliati per allontanare dagli Stati loro ogni occasione di turbolenze.
Qualunque interpretazione dar si volesse a cotali dichiarazioni del duca di Modena, il colpo era fatto con somma soddisfazione delle due corti; e furono in conseguenza mandati ordini da Vienna a tutti i comandanti e governatori delle piazze di Toscana e Lombardia, di trattare i sudditi di Modena e Massa-Carrara con ogni sorta di riguardi e di prestar loro tutta l'assistenza possibile sì riguardo al commercio, sì in tutte le altre vertenze od atti giuridici che aver potessero da regolare co' sudditi imperiali d'Italia.
Ad onta del trattato d'Aranjuez conchiuso col laudevol motivo di conservare la tranquillità nell'Italia, ad onta delle proteste del duca di Modena di non aver avuto in mira che questo prezioso oggetto nella parentela ed unione contratte con la casa d'Austria, da molti credevasi che totalmente contrarii alle parole potessero seguire gli effetti; le quali speculazioni derivavano originariamente dalla condizione attuale della Spagna e da un avvenimento semplicissimo seguito in Napoli ed in Roma.
È noto che dopo la pace di Aquisgrana, la corte di Spagna, a principal cura del marchese dell'Ensenada, andava incarnando alcuni suoi disegni: gli arsenali tutti in continuo movimento poneano la marineria spagnuola in grado di mandar navi in America, altre tenerne in corso contro i barbareschi, ed unire a un bisogno una flotta capace di misurarsi colle potenze d'Europa; cominciavano a prosperare le fabbriche e manifatture nazionali, malgrado i rigori in Olanda ed in Inghilterra usati per vietare ai sudditi loro che, allettati da privilegii e vantaggi singolari, in Ispagna non passassero coll'industria loro e cogl'istrumenti relativi; la nazione, naturalmente proclive all'inerzia ed all'infingardaggine, già destavasi; terre, che da secoli non aveano sentito zappa nè aratro, aprivano il seno alle benefiche ferite, e largamente premiavano gl'insoliti sudori dell'agricoltore novello: si fortificavano le piazze frontiere, ingrandivansi i porti principali, dentro e fuori d'Europa moltiplicavansi i cantieri; introdotti nelle truppe gli esercizii all'uso franzese o al prussiano; impiegata buona parte de' tesori, dopo la pace del nuovo mondo, a comprar merci da rimandarvi; istituiti grossi banchi nelle principali città commercianti del regno, e sino in Italia, a nome e profitto del regio erario.
Cotali vigorose e non mai interrotte operazioni e sollecitudini della corte di Madrid facevano universalmente conghietturare che nudrisse l'idea di turbare la calma d'Europa e dell'Italia in particolare; conghiettura che prese maggior piede quando si seppe che, partita da Cadice una nave, era approdata a Napoli scaricandovi un milione e mezzo di scudi, non mancando chi affermasse, essere la somma destinata a porre il re delle Due Sicilie in istato di aumentare le proprie truppe secondo il disegno tra le due corti fermato. Però gli autori di queste novelle guerriere trovaronsi non poco sconcertati; chè il picciol tesoro americano sbarcato a Napoli, quivi non si fermò, ma sopra cinquanta muli, coperti coll'arme e cogli stemmi della corona di Spagna entrò in Roma, e, depositato nel palazzo Farnese, pochi giorni dopo da quella casa, appartenente al re di Napoli, fu trasportato nel castel Sant'Angelo.
Tuttavia non perciò vollero i politici del giorno mutar opinione o linguaggio; pretendevano che fosse destinato a circolare nel commercio sul nuovo banco eretto dal monarca Cattolico in Roma stessa, ed ostinaronsi a sostenere che si avesse poscia ad impiegarlo in acquisti ed usi militari, collocato intanto in sì cospicua fortezza per maggior cautela. Ma la destinazione vera del denaro fu poco stante saputa: passato dal Messico a Cadice, da Cadice a Napoli, e di colà a Roma, apparteneva alla santa Sede, e le fu spedito in forza di un trattato conchiuso tra le due corti, ampliativo del giuspadronato regio sopra i benefizii ecclesiastici della Spagna, e segretissimamente maneggiato.
Importava il trattato, diviso in otto articoli: che il re di Spagna ed i suoi successori, oltre la nomina agli arcivescovadi, vescovadi, monasteri e benefizii concistoriali tanto in Europa come nelle Indie, avessero perpetuo il diritto universale di nominare e di presentare indistintamente in tutte le chiese metropolitane, cattedrali, collegiate e diocesi alle dignità maggiori post pontificalem; che i sommi pontefici avessero in perpetuo la libera collazione di cinquantadue benefizii, acciò non mancassero del modo di provvedere e premiare quegli ecclesiastici spagnuoli che meritevoli se ne rendessero per probità e illibatezza di costumi, per letteratura, o per servigii prestati alla santa Sede. E siccome pel padronato e pei diritti ai re di Spagna dalla santa Sede ceduti, e per l'abolizione delle pensioni, la dateria e la cancelleria apostolica restavano prive degli utili provenienti dalle annate, con grave danno dell'erario pontificio, così il re di Spagna fece depositare in Roma un capitale di un milione cento trentatrè mille trecento trenta scudi a libera disposizione del papa, e nel tempo stesso assegnaronsi in Madrid, pur a disposizione di lui e sopra il prodotto della crociata, scudi cinque mila annui per mantenimento e sussistenza de' nunzii apostolici. Con tali esborsi il re di Spagna assodava molto più la sua autorità sopra il clero rendendolo dependente da lui solo nel conseguimento dei benefizii, e poteva quindi sopra i beni ecclesiastici, liberati dalle pensioni e dalle annate, imporre quei pesi che le circostanze dalla sua saviezza esigessero. E la camera apostolica, coi frutti della sopraddetta somma in Roma depositata e coi cinque mila scudi assegnati a Madrid, veniva ad essere risarcita dalle perdite, cui per le fatte concessioni soggiaceva.
Altro accidente di quest'anno merita di essere notato.
L'infante di Spagna don Luigi, ultimo figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, era stato, in età di 8 anni, creato da Clemente XII cardinale, e poscia fatto anche amministratore delle chiese di Toledo e Siviglia. Ora, giunto ch'ei fu all'età virile, sentì una assoluta ripugnanza a rimanere nello stato ecclesiastico, fattogli abbracciare mentre non era in istato di esaminare e di conoscere la sua vocazione, e comunicata al re Ferdinando VI suo fratello la risoluta sua determinazione di abbandonare cotale istituto di vita, ed approvò questi la risoluzione dell'infante, e spedironsi al cardinale Portocarrero, incaricato degli affari di Spagna alla corte di Roma, istruzioni e plenipotenza per trattarsi la rinuncia di don Luigi al cappello cardinalizio, con una lettera di lui, nella quale spiegava i motivi che a tornarne allo stato secolare lo determinavano.
Impreso dal cardinale Portocarrero il maneggio, fu l'affare discusso in una congregazione particolare, tenuta in presenza del pontefice, e si conchiuse che le domande del cardinale infante poteano essere esaudite quanto sia alla rinunzia, ma non riguardo alla pensione di cento cinquanta mila scudi che volea riservarsi sopra le rendite delle due chiese di Toledo e di Siviglia, all'amministrazione delle quali rinunziava. Nullaostante, avendo fatto tacere le ragioni in contrario le fortissime ragioni di Stato e di convenienza nella condizione corrente delle cose che vennero allegate, appoggiato eziandio da esempli precedenti di concessioni consimili, fu risoluto di compiacere in tutto e per tutto la corte di Madrid, ed, unita alla favorevole risposta, le fu spedita la formola, secondo la quale seguir doveva la rinunzia del cardinalato, praticando ciò che stato era osservato nel 1709 col cardinale de Medici. Un concistoro segreto, intimato dal pontefice, approvò poi, lui esponente, quanto era stato fatto, ed il cappello cardinalizio così rinunziato venne, ad istanza del re di Spagna, concesso a don Luigi Ferdinando di Cordova, decano della metropolitana di Toledo, indi arcivescovo.
Tutta l'Europa parve allora disposta a considerare questo passaggio dell'infante dallo stato ecclesiastico al secolare, come prodotto da motivo politico. Alle quali supposizioni aggiugneva gran peso il vedere che il re aveva assegnato al principe suo fratello, oltre i cento mila scudi come infante di Spagna ed i cento cinquanta mila di riserva sopra le chiese di Toledo e di Siviglia, altri cinquecento mila come grande ammiraglio di Castiglia. Parlavasi adunque da per tutto, e da per tutto davasi per conchiuso un trattato di matrimonio tra il principe secolarizzato e la principessa Marianna infanta di Portogallo. Ma tale matrimonio, ancorchè allora stato maneggiato, non ebbe effetto, e l'infante più di venti anni dopo sposossi con una dama privata, da cui ebbe prole di ambi i sessi.
Altro serio affare, però di natura diversa, ebbe subito dopo a trattare il papa col re delle Due Sicilie, fratello dell'infante sopraddetto. Insorta rissa nel porto di Civitavecchia tra i marinari di un bastimento genovese e le ciurme di alcune tartane di Gaeta, si accesero per tal modo gli animi, che, dalle parole venendo ai fatti, rimasero da ambe le parti uccisi alcuni e moltissimi feriti, nonostante che accorso fosse immantinente il presidio della città a fermare il disordine, che potea divenir generale per la parte che mostrava di prendere la plebe a favore dei Genovesi. Ma avendo la piccola artiglieria ceduto il luogo alla più grossa, fecero le tartane di Gaeta così bene giuocare i cannoni che, presto affondarono il genovese bastimento, e poi, salpate l'ancore, uscirono in alto mare, sebbene, costrette dal tempo burrascoso a tornarne in porto, non ne partissero poi che alquanti giorni dopo.
Furono immediatamente chiamati a Roma il governatore della città ed il comandante dell'armi a render conto del fatto e delle direzioni da essi tenute. Niuno domandi però se la repubblica di Genova tardasse molto a chieder giustizia e soddisfazione del torto e dell'insulto fatto alla sua bandiera in un porto amico, ed in pregiudizio della pubblica fede e sicurezza. Quantunque sospesi dalle loro funzioni i due uffiziali superiori di Civitavecchia ed aspramente ripresi in Roma, dov'erano stati richiamati; avendo la repubblica insistito sopra le sue prime rimostranze, fu da Roma stessa espressamente comandato al luogotenente di quella marittima piazza di far levare il timone a qualunque bastimento napolitano entrasse nel suo porto. Ed infatti, essendone comparsi tre da lì a non molto, il luogotenente eseguì appuntino gli ordini che avea dal suo principe ricevuti.
Ma la corte di Napoli, la quale al primo avviso dell'accaduto a Civitavecchia avea fatto arrestare i padroni delle tartane rissose, ed ordinatone il processo, sentendo adesso che, per dare soddisfazione a' Genovesi, quella di Roma avea sospeso dall'impiego il governatore della città e fatti pure arrestare i tre navigli napolitani che si è detto, diede suoi ordini perchè si fermassero tutti i bastimenti di bandiera pontifizia nei porti delle Due Sicilie, facendo dal suo ministro in Roma chieder soddisfazione del torto fatto ai legni de' suoi sudditi. Se non che, postosi in trattative l'affare, rimase amichevolmente composto, e dopo reciproche spiegazioni delle tre corti, rimesso, con comune soddisfazione delle medesime, il governatore di Civitavecchia nel suo uffizio.
Benedetto XIV fu un pontefice che, mostrando sempre animo veramente sacerdotale, conosceva però egregiamente le differenze dei tempi, e come fosse da concedere alle domande o alle preghiere dei principi tutto ciò che al dogma ed alla sostanza della religione non si appartenesse. Così accomodò egli amichevolmente la vertenza in quest'anno insorta col re di Napoli per la pensione di sei mila scudi concessa al terzogenito di lui sopra il vacante ricchissimo arcivescovato di Montereale in Sicilia; così con fermezza diè termine all'altra sopravvenuta col re stesso, e con quelli di Sardegna e di Polonia riguardo alla promozione al cardinalato dei nunzii pontifizii appo quelle tre corti.
Altra occasione ebbe il Lambertini in questo anno di esercitare l'animo suo conciliativo calmando le differenze insorte fra il gran maestro di Malta ed il re delle Due Sicilie. La discordia avea già sparso il suo veleno: i due principi erano in piena rottura, ed il più debole de' due contendenti già ne sentiva i funesti effetti. Ma per ben intendere le cagioni della contesa è giuoco forza farsi dall'origine.
Quando l'imperadore Carlo V donò l'isola di Malta a' cavalieri gerosolimitani, da Solimano re de' Turchi stati nel 1323 scacciati dall'isola di Rodi, che aveano per più di due secoli posseduta, vi pose egli la condizione che la tenessero in qualità di feudo dipendente da lui come sovrano delle Due Sicilie; che dovessero pagargli annualmente il giorno di tutti i Santi un falcone; che il vescovato di Malta restasse, qual era, giuspadronato suo e de' suoi successori, sì che, in caso di vacanza della sedia vescovile, il gran maestro avesse a presentargli tre soggetti idonei, tra' quali scegliere il nuovo vescovo.
Trascorsi più di due secoli, ne' quali il regno delle Due Sicilie era stato provincia della Spagna, e per un tratto parimente provincia della casa d'Austria, senza che si fosse pensato a far valere quest'ultimo diritto principalmente, stimò il re don Carlo di avere ragioni sufficienti per esercitarlo; quindi ordinando al vescovo di Siracusa, come metropolitano, di passare a Malta e farvi una visita pastorale. Ubbidì il vescovo e mandò innanzi i suoi visitatori; i quali presentatisi sopra un bastimento napolitano a vista dell'isola, non osarono poi di mettervi il piede, per l'opposizione che ragionevolmente previdero di dover incontrare per parte degli abitanti, che, avvisati del motivo della loro comparsa, eransi affollati alla spiaggia, dichiarando sè non soffrire in verun modo che si facesse mai tra di loro una simile visita. Appigliaronsi dunque i visitatori al prudente partito di abbandonar l'isola e tornarne in Sicilia.
Il gran maestro della religione stimò bene di dar parte dell'attentato al pontefice non meno che a tutte le altre potenze d'Europa, e nel tempo stesso spedì a Napoli il balì Duegos per esporre a quella corte non contrastarsele il diritto nella sua origine, ma doversi assolutamente riputare, se non estinto e nullo, almeno inefficace e invalido per lungo tratto di tempo in cui rimase disusato. Il pontefice, al primo avviso di cotale differenza, tenne una congregazione di cardinali e prelati, e scrisse al re di Napoli per persuaderlo a desistere da un'impresa ch'egli giudicava inopportuna e senza fondamento. Ma il re, non avendo creduto di condiscendere all'opinione del papa, fece sapere che se continuavasi a ricusare i visitatori che sarebbero mandati a Malta, farebbe sequestrare le rendite delle commende che i cavalieri Gerosolimitani ne' suoi Stati possedevano. Ed il gran maestro dal canto suo dichiarò che, qualora le cose giungessero a tale estremo, egli terrebbesi giustificato di far sequestrare le rendite che godevano in altri Stati i commendatori nati sudditi del re delle Due Sicilie, e richiamò da Napoli il balì Duegos.
Sciolto per tal modo ogni trattato, la corte di Napoli, in conseguenza della risoluzione presa di mantenere il vescovo di Siracusa nel gius di far la visita nel vescovato di Malta, colà mandò lo stesso prelato in persona: ma nè il suo viaggio fu più felice di quello dei suoi deputati, avendo dovuto tornarsene addietro senza aver posto piede in terra. Presentatovisi poi una seconda volta, il gran maestro mandogli incontro una barca per avvisarlo, che, persistendo nell'intenzione di scendere a Malta, si sarebbe fatto fuoco sopra il suo vascello per costringerlo ad allontanarsi; laonde il vescovo, voltato bordo, tornò alla sua chiesa.
Avvisata la corte di Napoli del nuovo rifiuto, mandò ad effetto le sue minaccie: interdisse ogni commercio fra i porti delle Due Sicilie e l'isola di Malta; proibì a' suoi sudditi di colà trasportare derrate o provvisioni di qualunque altro genere; e sequestrò tutte le commende dell'ordine che trovavansi ne' suoi dominii. Il gran maestro, in rappresaglia, dopo ordinato a' sudditi suoi di rivolgersi alla Sardegna ed alle reggenze di Barbaria per le provvisioni che prima traevano dalle Due Sicilie, sequestrò anch'egli le commende che i cavalieri napolitani godevano in altri paesi. Inasprivano gli animi; il commercio s'interrompeva: ed i popoli, vittime innocenti di una discordia che non potea interessarli, ne gemevano al peso. Il Mediterraneo coperto di legni barbareschi; le coste meridionali dell'Italia e le pontifizie in ispezialità, esposte alle piraterie africane, più non vedevano in loro difesa le galee maltesi, ridotte a convertire l'oggetto primario della loro istituzione in quello di procacciar alimenti agli abitatori dell'isola loro.
Vero è che il gran maestro erasi rivolto alle corti di Vienna, di Francia, di Spagna e di Portogallo, pregandole d'interporre i loro buoni ufficii in questo affare; ma preoccupate da alcuni riguardi, e specialmente da quello di non pregiudicare alla gloria del re Carlo, intaccando i diritti e le prerogative della sua corona, ristrinsero le sollecitazioni principalmente a far rivocare da Sua Maestà siciliana ii suo decreto, lasciando le cose nello stato in cui erano precedentemente. Non condiscese la corte di Napoli al proposto temperamento; ma, insistendo il pontefice nelle paterne sue istanze presso la medesima, ambe le parti accordaronsi in questo, di rimettere ogni cosa nelle mani del Lambertini. Il quale, come vicario di Gesù Cristo, scrisse di proprio pugno una lettera al re don Carlo, in cui con l'eloquenza che gli era propria, lo pregava di ridonare la sua buona grazia alla sacra religione di Malta, ed a non negargli il contento di una favorevole risposta.
Don Carlo, che sul trono delle Due Sicilie, come poi su quello di Madrid, presentò alle genti nella sua persona il modello di tutte le virtù, che fu sul soglio reale quale, se nato suddito, avrebbe bramato il proprio sovrano; pieno di umanità e di religione; avverso alle guerre e persuaso che la felicità de' popoli al suo governo affidati non dall'arte dipendesse di sterminare i suoi simili, ma dalla probità, dalla buona fede e dalla purità dei costumi in chi governa; affezionato in particolar modo a Benedetto XIV; don Carlo, ricevuta ch'ebbe la lettera, gli rispose, essersi commosso dalle vivissime istanze di Sua Santità in proposito delle differenze con l'ordine di Malta, sentito disposto ad avere ogni riguardo ad una intercessione cui doveva per tanti titoli riverire; avere perciò dato ordine perchè fosse riaperto il commercio dei suoi Stati coll'isola di Malta, e levato il sequestro de' beni della stessa religione; confidarsi però che, come Sua Santità nella sua lettera lo assicurava, la risoluzione così presa non produrrebbe la benchè minima ombra di pregiudizio a' suoi diritti, ma anzi, all'incontro, quelli che possedea nell'isola e sopra la chiesa di Malta, qualunque fossero, rimarrebbero in tutta la loro forza e in pieno vigore.
MDCCLIV
Anno di
Cristo
MDCCLIV
. Indizione
II
.
Benedetto
XIV papa 15.
Francesco
I imperadore 10.
All'inaspettata alleanza, anzi alla futura parentela nell'anno precedente convenuta tra la casa d'Este e quella d'Austria, che invece di consolidare parea ad alcuni che metter dovesse in pericolo la quiete dell'Italia; al pacifico concordato della corte di Spagna con quella di Roma; alle moleste sì, ma non sanguinose differenze insorte tra Roma, Genova e Napoli, e tra questa corte e la religione di Malta, che peraltro avrebbero potuto turbare l'italiana tranquillità appena nata; successe quest'anno sulla riviera occidentale di Genova un caso che parea dover produrre un grave incendio. Sollevaronsi i popoli di S. Remo e di Campofreddo. O sia che la piccola comunità di Cola, dipendente da S. Remo, si fosse richiamata alla repubblica di Genova per la gravezza delle taglie che le si faceano portare, o sia che insorgesse la discordia per qualche novità intorno a' confini voluti stabilire, oppure per entrambi cotali motivi; fatto è che il popolo di S. Remo, facendo risuonare voci di libertà, di cui credeva di dover godere a fronte del sovrano dominio della repubblica, dato di piglio alle armi, si mostrò disposto a scuoterne intieramente il giogo.
Informato il governo di Genova che quegli abitanti eransi assicurati della persona del commissario Doria e delle truppe state colà spedite per metter fine alle dissensioni tra S. Remo e la comunità di Cola, mandò tre galee, una bombarda e vari bastimenti da trasporto carichi di truppe sotto il comando del generale Agostino Pinelli. Ora, avendo il generale fatto incontanente avanzare una scialuppa con tamburo che intimasse agli abitanti di consegnare fra due ore la persona del commissario Doria e la sua famiglia alle truppe della repubblica, in pena del ferro e del fuoco e di essere passati a fil di spada; la scialuppa stette due ore alla spiaggia, e poscia condusse due deputati, i quali dissero al generale che, dipendendo quanto egli domandava dalla volontà del popolo, non era possibile dargli soddisfazione dentro il poco tempo prescritto.
A tale dichiarazione il generale ordinò le ostilità contro i ribelli; quindi le galee e la bombarda fecero un fuoco che durò tutta la notte; i ribelli dal canto loro rispondendo con alcuni cannoni da campagna che trovavansi a loro disposizione. Sul far del giorno le truppe sbarcarono in una spiaggia distante due miglia dalla città, senza incontrare opposizione di sorta; ma di mano in mano che i granatieri verso la città avanzavano, i contadini, dalle case, dalle muraglie, dagli ulivi, facevan loro fuoco addosso, sostenuti da altri che eransi in varii siti appostati. A fronte di tale resistenza, i granatieri, fatti forti da alcuni corpi di milizia alamanni, procedettero arditamente contro i ribelli e si impadronirono de' posti più importanti delle vicinanze di S. Remo.
Mentre il generale Pinelli dava le disposizioni necessarie per compire l'impresa, vennero a lui da parte del popolo due nuovi deputati per sottomettersi a patto d'aver salva la vita, l'onore ed i beni. Rispose il generale che bisognava subito consegnargli il commissario Doria, come avea precedentemente domandato, e ritenendo i messi, permise loro di far sapere in iscritto le sue intenzioni ai ribelli. Si prevalsero questi adunque della accordata permissione, ed in fatti poco stante capitò il commissario Doria, e con esso altri quattro deputati per supplicare il generale di annuire alla grazia già prima implorata. Rimandolli egli con isdegno, soggiungendo che dovessero consegnare tutte le armi, ed appartener poi alla repubblica, alla cui clemenza si avevano a rimettere, il conceder quello di che pregavano; nè valsero preghi o lagrime dei deputati a commuovere quel capitano dell'armi genovesi. Ebbesi però un armistizio, ed il giorno appresso la città si arrese a discrezione.
La prima notte ed il giorno appresso stettero le cose in calma; ma la seconda notte il generale fece arrestare nel proprio letto molte persone, e chiamati il consiglio di reggenza ed il parlamento, ingiunse loro di pagare in termine di due ore ottanta mila lire; e come nel prefinito spazio non avea potuto essere consegnato il denaro, fece arrestare e il parlamento e la reggenza, guardandoli i soldati colla baionetta in canna. Pagata poi la somma, ciascun credette di tornare a casa sua; ma il capitano, prima di lasciar libero il parlamento, esigette lo sborso di una somma eguale; e contata anche questa due giorni dopo, intimò che dentro otto giorni si dovessero pagare altre cento mila lire. E procedette più innanzi: fatti imprigionare molti ecclesiastici e secolari, fu il priore di consiglio di reggenza, con altri personaggi graduati, rinchiuso nel palazzo del generale, il cui proprietario non potè trattenersi dal dirgli: V. E. non mantiene la parola data ai deputati, che i cittadini avrebbero salve la vita e la roba; rimprovero che il punse tanto nel vivo che minacciò delle forche chi glielo faceva.
Siffatte asprezze e molte altre ancora spaventarono ed irritarono talmente i Sanremani, che la maggior parte ritiraronsi nelle vicine montagne dette delle Langhe, feudi imperiali sotto il dominio del re di Sardegna, quivi, in numero di due mille cinquecento, campeggiando alla meglio sotto tende e baracche, non rimasti quasi in città se non i vecchi, le femmine ed i fanciulli. Corse allora opinione che un pugno di gente ridotta a tanto estremo, non avrebbe tardato molto a sottomettersi a qualunque legge volesse imporgli la repubblica di Genova; ma assai male conosceva gli uomini e le storie chi in tal modo pensava. I Sanremani spedirono lor deputati a Vienna a chieder contro la repubblica giustizia dall'imperadore Francesco, qual da signore diretto di quel feudo, e segretamente implorarono la protezione del re di Sardegna. O che la repubblica ignorasse quei maneggi, oppure, cosa più verisimile, fingesse d'ignorarli, per finire le cose senza ulteriori strepiti e disturbi, fece pubblicare un editto nel quale, dopo avere esposto con tutta l'enfasi il peso e l'enormità del delitto, di cui erasi resa colpevole quella popolazione, tuttavia, per effetto di somma clemenza, prometteva un perdono generale a tutti, prefiggendo un termine discreto al ritorno di coloro ch'eransene fuggiti, soli eccettuati quattordici dei principali sediziosi.
Ma i fuorusciti delusero le aspettative comuni, che, invece di tornarne alle case loro sottomessi ed umiliati, cercarono ricovero in Oneglia, terra del re di Sardegna, e l'ottennero da quel principe, che senza punto ingerirsi nelle querele loro colla repubblica, credette di non poter negare ad essi un asilo che il diritto di natura e quel delle genti non consentono che a verun rifugiato si nieghi. Genova si scosse alla novella, ma viemmaggiormente fu commossa allorchè intese che i deputati di San Remo avevano a Vienna ottenuto che fossero ricevuti dal consiglio aulico i loro ricorsi e fattane poi la relazione all'imperadore. Nè basta; venne altresì la repubblica assicurata che l'imperadore aveva fatto spedire un rescritto, in cui ordinava alla medesima di dovere intorno a fatti esposti dai Sanremani informare nel termine di due mesi; rescritto di cui si sparsero molte copie negli Stati della repubblica, in S. Remo e nella stessa Genova.
Quanto moto si desse la repubblica contro queste imperiali disposizioni, ciascuno se l'immagina, e basterà dire che per altro tornarono tutti i suoi passi infruttuosi. Ma non si poteva che lo stabilimento dei Sanremani sulle terre del re di Sardegna, e molto più il favore da essi trovato presso la corte di Vienna, non accrescessero le male disposizioni d'animo dei Genovesi contro di loro. Laonde il commissario che a San Remo per la repubblica dimorava, si credette giustificato di trattarli con modi poco cortesi, spingendo anche le parole e le vie di fatto contro il vescovo di Albenga, il quale in questi commovimenti si trovò troppo propenso ai sollevati, e fu poi costretto a ritirarsi cogli altri ad Oneglia.
Nel mezzo tempo molto più gravi erano le cure e più decisive le operazioni della repubblica di Genova per la ribellione della Corsica, ch'era già presso il terzo lustro. Abbiamo già veduto a svanire i bei disegni e le lusinghiere speranze del marchese di Cursay, che di tanti pensieri e tanti maneggi si ebbe a guiderdone la prigionia in Antibo, benchè poi si purgasse dalle accuse che la repubblica gli avea poste addosso, e così fosse liberato. Il colonnello di Curcì, che gli succedette nel comando dell'armi franzesi nell'isola, scorgendo l'insuperabile avversione dei Corsi al già divisato regolamento, formava nuovi progetti; ma, ignaro della mente del suo sovrano riguardo i Corsi, si affaticava indarno. I Corsi bensì che non solo prevedevano, ma erano quasi certi della vicina partenza delle milizie franzesi, dimentichi affatto di tutta quella buona armonia ch'era con esse passata, e non riguardandole se non come gli strumenti de' quali erasi la repubblica servita per soggiogarli, non ebbero ribrezzo ad attaccarle in modi crudelissimi, giungendo a spogliar nudi affatto quelli che cadevano loro in mano e in quello stato rimandandoli ai loro compagni, fra gli orrori del verno, per mezzo alle nevi; crudeltà che crebbero a dismisura allorchè nel mese di febbraio giunse in Corsica un uffiziale franzese cogli ordini della corte di far tosto ritirare dall'isola le truppe. Gravi furono i pensieri del comandante per preservarsi dagl'insulti e dal danno nella ritirata, e sagge le misure da lui prese all'importantissimo fine; ma tutte le sue precauzioni non riuscivano felicemente.
I Corsi vegliavano sopra tutti i movimenti ed accorrevano da per tutto. Divisi in piccioli manipoli, bloccavano i Franzesi nelle torri e negli altri posti, impedivano loro le munizioni da guerra e da bocca, finalmente protestavano che avrebbero strozzati tutti i Franzesi, se nell'abbandonare le piazze ed i luoghi da essi occupati, a loro non li consegnassero; ed erano tali da tener la parola. Nè le attenzioni vere o simulate del principale capo Gian Pietro Gaffori avevan forza di trattenere i Corsi, sì che da ogni parte continuassero ad attaccare i Franzesi che erano in cammino per unirsi al loro capo: e guai a quelli che per istanchezza o cagione altra qualunque rimanevano indietro o si scostavano alcun poco dai compagni! Soli i distaccamenti di là dei monti furono meno inquietati, e si ridussero tutti sani e salvi in Aiaccio.
Intanto ogni cosa era ormai disposta per la partenza, nè altro mancava che di ottenere da Gaffori e dagli altri Corsi la restituzione de' soldati da essi tenuti prigionieri. Ma fu impossibile indurgli a tanto, finchè con una specie di capitolazione il comandante franzese non si obbligò di consegnar loro la piazza di San Fiorenzo; promessa che però ei non fu in poter di mantenere per la costante opposizione che vi fece la repubblica. Nel qual fatto delusi i Corsi, tennero immediatamente un congresso nel convento di Oletta, in cui unanimi determinarono di non voler più sentire a parlare di soggezione verso qualsiasi potenza, ma sì bene governarsi da sè medesimi coi magistrati proprii e colle proprie leggi.
Sul principio di primavera, giunte le navi che trasportare doveano le truppe franzesi, abbandonarono esse finalmente, dopo cinque anni di soggiorno la Corsica, seco non portando altro frutto delle loro fatiche, fuorchè un'idea giusta del valore e dell'entusiasmo de' Corsi, i quali, pratici dei siti, fieri per carattere, ostinati per impegno, avrebbero disputato a chiunque il possesso della loro isola, e se si fossero formata di sè la giusta idea che la Francia in quella occasione e la maggior parte de' sovrani ne avevano concepita, forse si sarebbero formata una sorte migliore; ma allora badavano più alle private passioni che al ben comune.
Appena partiti i Franzesi, si vide una manifesta prova di questo loro modo di pensare. Imperciocchè, essendosi di bel nuovo adunati per consultare intorno al modo del governarsi ed ai mezzi di mettersi del tutto in libertà, insorsero fiere dissensioni fra loro, e dalla discordia dei capi provennero amarissime conseguenze. Gaffori, capo principale de' malcontenti, di severità eccessiva, non avea difficoltà alcuna, per lievi motivi, o per sospetti, di far arrestare le persone più cospicue e qualificate, come appunto, fece in questo tempo di un Giuliano, il primo certo fra i Corsi dopo di lui; ed a quattro pievi ch'erano entrate in negoziazioni col commissario Grimaldi per sottomettersi di bel nuovo alla repubblica, fece patire una esecuzione militare, che, invece di atterrire, irritò gli animi di tutti.
Il Grimaldi era a giorno di tutto, e d'ogni cosa cercava destramente d'approfittare. Dopo di avere accolto favorevolmente i deputati delle dette quattro pievi, e fatto ad essi sperare sommi favori, per invogliare così altre comunità ad imitarne l'esempio, e dopo fomentate le discordie dei malcontenti, di tutto informò la repubblica. Allora non differì essa di far pubblicare un editto di perdono generale e di obblio del passato per quelli che, deponendo l'armi, fossero ritornati all'antica ubbidienza; ed a questo passo ne tenne dietro un altro dello stesso commissario, in cui dimostrava ai Corsi non rimaner loro altro partito che di attendere gli effetti della clemenza di Genova; poichè e un grosso rinforzo militare che dovea fra poco essergli spedito, e gli ordini dati dai re di Spagna, Francia, Inghilterra, Napoli e Sardegna per vietare rigorosamente alle navi de' loro sudditi di poter trasportare nell'isola nessuna sorte di munizioni, da guerra specialmente, e il cattivo stato della Corsica, ed il vicino cambiamento di sentimenti nella repubblica verso di essi, gli avrebbe poi ridotti a pentirsi invano di non aver saputo approfittare di circostanze sì favorevoli per essi.
Convien dire che qualche impressione facessero sull'animo de' Corsi le parole del Grimaldi, poichè essendosi i capi radunati insieme più volte, fu stesa una scrittura in ventidue articoli, ne' quali stavano le condizioni, colle quali si sarebbero rimessi nella soggezione della repubblica; e sebbene non fosse espressa in termini convenienti, come lo stesso Grimaldi, cui fu presentata, fece ai deputati vedere, la spedì egli a Genova, e si trattò fra' Corsi di eleggere persona saggia e prudente, cui affidare la cura di quel dilicato maneggio.
I voti comuni raccoglievansi nella persona del cavaliere Gian Francesco Brerio, illustre Corso, degno per le sue qualità della confidenza della sua nazione, e abilissimo all'uopo, per l'esperienza acquistata nel trattar gli affari di molte potenze, presso le quali era estimato e lodato; quando, giunti da Balagna due deputati del canonico Orticoni, famoso raggiratore, di fresco ripatriato dopo luogo esilio, chiedendo in nome di lui che gli fosse affidata l'importante commissione, mandarono a vuoto il partito presso a conchiudersi.
Se non che un avvenimento molto più grave terminò di rovinare ogni cosa: l'assassinio di Gaffori. Lasciate dall'un de' lati le molte cose immaginate e dette intorno ai motivi ed a' segreti autori del misfatto, basterà dire che quel capo erasi fra' suoi fatti molti nemici, e che il commissario genovese vedeva in lui il più potente ostacolo ai desiderii della repubblica. Uscito per tanto un giorno il Gaffori a passeggiare o in un giardino alla campagna o sulla pubblica strada, fu d'improvviso colto da più colpi di moschetto sparati contro di lui, e che lo stesero morto a terra con un suo parente che stavagli a lato e che spirò pochi momenti dopo di lui.
Tal fine ebbe questo capo de' Corsi, che ne avea titolo di governatore e capitano generale. Uomo pieno di coraggio e di zelo per la patria, ma violento e vendicativo, e forse dominato troppo dalla passione di comandare. Ma quello che destar deve maggior orrore si è che un suo fratello medesimo venia fra' congiurati alla sua morte. Arrestato costui con molti altri complici, fu con trentasette voti contro tredici condannato ad esser rotto vivo in prigione, e prima di morire confessò tutta la congiura. Altri complici furono giustiziati, altri alla pena si sottrassero colla fuga. Fatti all'estinto Gaffori solenni funerali, ne' quali offiziò il canonico Orticoni, gli fu pur recitata funebre orazione. Terminate le quali lugubri funzioni, si radunò di bel nuovo la nazione, e quivi pronunziò la pena della morte, dell'infamia e della devastazione dei beni contro qualunque Corso avesse osato parlare di riconciliazione con Genova. Quasi universale intanto prevaleva in Corsica la persuasione che l'assassinio di Gaffori fosse seguito per seduzione e ad istigazione della medesima e del suo commissario Grimaldi, tanto più che fu divulgato come cosa certa essersi all'arrestato fratello trovate due lettere, nelle quali se gli prometteva il premio di due mila lire per l'esecrabile fratricidio.
MDCCLV
Anno di
Cristo
MDCCLV
. Indizione
III
.
Benedetto
XIV papa 16.
Francesco
I imperadore 11.
Mentre la guerra continuava a travagliarsi con varii ma deboli accidenti, in Corsica, venne surrogato dalla signoria genovese al commissario Grimaldi il marchese Giuseppe Doria, il quale, come giunse in Bastia, mise innanzi ragionamenti di concordia, e procurò di indurre i popoli all'obbedienza colla dolcezza; ma la dolcezza del Doria non valse più dell'acerbità del Grimaldi.
La sperienza ammoniva i Corsi che dopo la morte del Gaffori niuno restava a cui con animi concordi la nazione concorresse, e che potesse stagliare quei gruppi di tante fazioni. Pure sapevano che la discordia mena a servitù. Di Matra poco si fidavano, che anzi un fiero sospetto era venuto loro in cuore, ed era, che avesse partecipato nella congiura per dar morte a Gaffori. Degli altri capi, nessuno avea tanto credito che riunire potesse in un sol volere ed in un solo sforzo e chi dissentiva e chi tiepido se ne stava. Volsero gli occhi in Corsica, li volsero fuori, per iscoprire se uomo al mondo vivesse, il quale fosse e sicuro per desiderio di libertà, e capace per ingegno, ed ammaestrato per esperienza di cose militari, onde di lui tanto promettere si potessero che divenisse liberatore e salvatore della patria. Sovvenne loro che vivea in Napoli, ai servigi militari di quella corona col grado di colonnello, Giacinto Paoli, antico loro capitano, che, disperate le cose dell'isola nel 1739 pei successi guerrieri di Maillebois, si era in quel regno ritirato. Aveva con sè allora il suo figliuolo Pasquale, che nella milizia napolitana occupava il grado di tenente, e nel quale, sebbene ancora nella giovane età di ventidue anni, risplendevano segni di animo libero ed invitto.
Qual fosse questo Pasquale, lo dice un autore anonimo, che scrisse con verità e senza adulazione ed odio per nissuna delle parti le cose di Corsica. Avuta il padre di lui favorevole accoglienza alla corte di Napoli, si pose in grado di dare al figlio la migliore educazione di cui potesse far copia quella città. Quivi fatti adunque Pasquale i suoi studii, tra' quali quelli di etica sotto Antonio Genovesi, senza dubbio uno de' principali ornamenti d'Italia, a ciò non si stette; ma risoluto di portare più oltre i passi nel sapere, quantunque entrasse al servizio militare assai per tempo, la sua grande ambizione fu d'informarsi a fondo degli antichi Stati di Grecia e Roma. Così ei si pose perfettamente in possesso Tucidide, Polibio, Livio e Tacito; nè per ostentazione, ma per uso, imperciocchè si studiasse di far sue proprie le loro cognizioni, ed ei medesimo confessasse essere sua speranza di formare sè stesso sui modelli d'uomini tali quali furono Cimone ed Epaminonda. E, a vero dire, egli si era loro avvicinato quant'è mai possibile nell'eleganza della condotta e nell'amore delle lettere, egualmente che in un appassionato desiderio di servire la sua patria. Trovossi in procinto di avere un reggimento, e lo tenne sempre come la più grande sventura che gli potesse accadere, come quella che gli dovea impedire di andar a liberare la sua patria dai Genovesi, come ebbe sempre in pensiero.
Ad una nazione incolta stava apprestando la provvidenza un uomo colto, ad uomini furibondi un uomo di pacato ingegno, a guerrieri, che meglio sapevano combattere le battaglie che non prepararle, un guerriero, in cui l'arte eguagliava il valore. E per frenare un'incomposta e disordinata furia, Paoli era molto accomodato; poichè, sebbene da Corso odiasse i Genovesi, d'indole sedata era, ed in lui l'operare procedeva piuttosto da fortezza abituale che da impeto passeggiero e facile a svanire. In somma, vero e sincero parto del secolo decimottavo fu Paoli, ma però prima che il secolo dagli abbaiatori e dagli ambiziosi si guastasse. A Pasquale Paoli pertanto pensarono i Corsi, e lui delle necessità della patria ammonirono, e a lei il pregarono che soccorresse.
Il dabbene e forte giovane vide qual difficile impresa gli si apprestava. La ferocia e l'ostinazione delle parti erano malagevoli, e forse impossibili, a domarsi; Genova ricca e forte in paragone della Corsica, per peggiore sua sorte notata di ribelle; le ambizioni degli antichi capi, massimamente quella del giovane Mario Matra, più ambizioso di tutti; nè ignorava che i capi de' Corsi, se infelici nell'amministrare la guerra, perdeano con essi la causa; se felici, erano a tradimento ammazzati: i casi di Sampiero e di Gaffori erano tali da spaventare qualunque più intrepido amatore della sua patria. Ma vinse in Paoli il desiderio della gloria, vinse il desiderio della libertà: rispose adunque essere parato, accingersi volentieri all'alto proposito, tutto dare sè stesso alla salute della patria.
Navigato felicemente, prese Pasquale Paoli terra a foce di Golo a dì 29 aprile; e soffermatosi alquanto d'ora al vescovato, volse poi i passi a Rostino, dove era nato. Come prima si sparse il grido essere arrivato il figliuolo di Giacinto, figliuolo degno di degno padre, concorsero i popoli bramosamente a vederlo, sperando che, se la somma delle cose loro reggesse, conservare potrebbero il nome e la libertà corsa.
Nel mese di luglio fecesi, per mezzo de' capi eletti, un parlamento di tutta la nazione a Sant'Antonio di Casabianca, paese della pieve d'Ampugnani. Paoli, trovato ne' cittadini riscontro ai suoi desiderii, v'intervenne. Fu con consentimento unanime chiamato generale delle armi e capo della parte economica e politica del regno, con autorità piena e libera, fuorchè nei casi ne' quali si trattasse di materie di Stato, sopra cui deliberare non potesse senza l'intervento di due consiglieri di Stato e dei rispettivi rappresentanti di ciascuna provincia. Legossi per fede, e giurò, in cospetto della nazione a parlamento adunata, che fedelmente ed in benefizio della libertà le potestà userebbe che la patria gli dava.
In sul limitare stesso del preso magistrato poco mancò che Paoli non perisse. L'invidia degli emuli gli fu subito addosso. Mario Matra, sopra tutti, giovane, siccome si è osservato più sopra, ambizioso e feroce, e per nascita nobile e per sostanze dovizioso, con grave sdegno aveva sentita l'esaltazione del capitano generale, ed ogni mezzo andava macchinando ed ogni via cercando per torgli quella superiorità, cui cotanto egli odiava. Immenso odio in sè medesimo annidando, dovunque vedeva un uomo odiatore di Paoli; od in qualunque modo amatore di risse e di scandali, tosto a lui ricorreva, il tentava, e contro l'emulo lo spingeva. E pretesseva anche parole di libertà, accusando il capitano generale del volersi servirò dell'autorità datagli per istabilire la tirannide. Sommovitrici parole sono sempre queste pe' popoli, più sospettosi di perdere la libertà, che savii per conservarla. Ma i popoli corrono dietro, come pecore, agli ambiziosi che gridano tirannide, quando c'è libertà. Matra gridava e chiamava Paoli tiranno; non pochi si lasciavano sollevare dagli umori torbidi di questo commovitore, intorno a cui si faceva concorso. Ai sospetti, alle maldicenze si aggiunsero alcuni privati sdegni. Il vecchio vizio, vogliam dire l'amore della vendetta, tuttavia predominava, e per quanto avessero fatto i governi precedenti per estirpare questa velenosa pianta, nuovi rampolli ella sempre mandava fuori, se non peggiori, almeno altrettanto maligni dei primi. Solo aveva tregua il feroce talento quando i popoli andavano alle battaglie contro i Genovesi; ma finite le battaglie, i Corsi si ammazzavano partigianamente fra loro.
Paoli, che intendeva non solamente a libertà, ma ancora a civiltà, applicò tosto l'animo a sanare questa peste. Cominciò colle persuasioni, cui davano peso il suo nome, l'amore dei popoli, la fresca autorità; che non mai dal collo si leverebbero Genova, se con le proprie mani continuassero a distruggersi; fare loro, insanguinandosi nel sangue corso, ciò appunto che i loro nemici desideravano; non le mani raffreddate dalla morte, ma le vive alcuna cosa potere contro gli oppressori, nè mai esservi di mani vive troppa copia contro di chi tanto può. Quindi, dalle parole venendo ai fatti, stabilì in ciascuna provincia, ed in altri luoghi che gli parvero opportuni, certi magistrati con facoltà di giustizia pronta e sommaria a terrore de' feritori e degli omicidi. La giustizia sempre è più rispettata quando ella è più imparziale, e si esercita egualmente senza eccezione di persone, quali esse sieno e di qual nome si chiamino. Ora accadde che un parente di Paoli, trovato reo di omicidio, fu sentenziato a morte; i parenti pregavano per la grazia; i popoli stavano a vedere che si facesse. Comandò che si facesse giustizia, il reo fu passato per l'armi: fruttifero esempio. Da allora in poi divennero rari gli omicidii, benefizio immenso del giovane capitano chiamato a sanazione della Corsica, il quale maggiormente poscia il confermò con andar esso stesso girando per l'isola, principalmente col fine di vedere se si ministrasse buona e retta giustizia.
Ma un altro caso avvenne che fu cagione di atroci sdegni, e, destando molti a nemici pensieri, accrebbe forza alla fazione del Matra. Trovandosi Paoli a Campoloro, bandì dell'isola e castigò colla confisca de' beni un Ferdinando Agostini, reo di tentato omicidio. Era parente di costui Tommaso Santucci di Alessani, stato poc'anzi uno de' quattro membri del consiglio segreto di Stato. Sendo personaggio d'importanza, credettesi di ottenere facilmente la remissione della pena, ed a tal fine pregò il capitano generale. Ma Paoli, che al pro di tutti non di alcuno solamente mirava, e che già un suo parente stesso aveva lasciato al corso della giustizia, la preghiera inflessibilmente sostenne, e per quanta pressa gli si facesse intorno, non volle consentire. Santucci sdegnato, e segnatasi altamente nell'animo l'ingiuria che si credeva di avere ricevuto, andò ad unirsi a Matra, a cui già erano venuti, per odii occulti o palesi o per mera ambizione, altri principali Corsi, per modo che già formavano un'intera intelligenza considerabile. Vi vennero un secondo Santucci, un Angelo Colombani, un Cotani, un Paganelli con molti seguaci, ed adunatisi nel convento dei Francescani, chiamarono loro capo contro Paoli il Matra. Questo moto si andava ingrossando per la giunta di nuovi settarii e di ogni facinoroso avido di fare il suo pro nelle turbate cose.
Non sì tosto Paoli, che stava in orecchi e vegliava questi moti, ebbe avviso della sollevazione di questi uomini scandalosi e ribelli alle voglie della patria, prevedendo quanto fatale potesse essere quell'incendio sul principio del suo magistrato, chiamò gente delle pievi meglio affette; e divenuto grosso e potente sui campi, avviossi verso Alessani, per porre il piede su quelle prime faville. Ma l'emulo suo, che s'era imboscato in quella pieve con duemila de' suoi, l'assalì così all'improvviso, mentre passava, che fu rotto e quasi del tutto abbandonato da' compagni, ed alle maggiori fatiche del mondo potè salvarsi nel convento di Campoloro. Se Matra fosse stato presto a seguitare l'impeto della fortuna favorevole, avrebbe ottenuto piena vittoria dell'avversario. Ma stimando di avere vinto quando l'altro poteva ancora risorgere, temporeggiò, se ne stette a bada, ed, in cambio di correre a Campoloro, s'incamminò verso Corte, vincitore sè medesimo predicando.
In questo mezzo tempo Paoli non mancò a sè stesso, e non che il suo coraggio si abbattesse, più vivido anzi risorse. Fece quivi veramente grande sperimento della sua virtù, discorse bene le condizioni del tempo, chiamò di nuovo i suoi Rostinchi, levò a rumore tutte le terre del comune, che sono appunto Rostino con le pievi di Orezza, Ampugnani, Casacconi e Vallerustie. Le novelle genti di Paoli arrivarono in suo aiuto unite in una schiera di tre mila furiosi paesani, che assaltati i Matreschi, li misero in fuga per Alessani. Il fugato Mario Matra ritirossi primieramente in Serra, poi in Aleria, dove aveva le sue possessioni; ma tornò in campo con nuovi seguaci raccolti nelle pievi di Castello, Rogna ed Aleria. Novellamente restò vinto e costretto a rifuggirsi in quel suo nido di Aleria, dove girava gli abitanti in ogni sua voglia; ma accortosi che con le proprie forze non poteva ostare all'avversario, si diede in braccio a Genova, non abborrendo dal vincere quello con la servitù de' suoi, purchè vincesse. Tali sono gli ambiziosi. Andò a Bastia, corse a Genova, tornò con promesse ed aiuti; il commissario Doria molto il favoriva. Fece un'intelligenza ed un ristretto de' suoi confidenti, per servirsene al caso che meditava.
Era questo il sesto anno che la bella quanto sfortunata Italia godeasi la pace procuratale dal trattato d'Aquisgrana; ma poco mancò che uno strano accidente non venisse a turbarla. Un Luigi Mandrin, capo di contrabbandieri, annidatosi da qualche anno tra i confini della Francia, verso gli Svizzeri e la Savoia, rese la sua squadra talmente celebre e terribile insieme, mettendo a contribuzione e spavento città e provincie, che il governo franzese, volendo tor di dosso a' suoi sudditi questa peste, avea spedito due grossi corpi di milizie con ordine di farne ad ogni costo l'arresto. Madrin, che trovavasi in Savoia, dove pure il tenevano di vista, ritirossi con quattro compagni nel castello di Roccafort, dove non poteva dalle milizie franzesi esser preso senza violazione del diritto delle genti. Ma lo uffiziale che quelle milizie comandava, senza tante considerazioni, ed avanzandosi con gran segretezza sino alla torre di San Genis d'Aosta, dove uccise dieci o dodici contadini, altri ferì, e misse tutti in fuga quelli che, sorpresi dalla novità della fazione, gli si erano voluti opporre, inoltrò quindi prestamente sino a Roccafort, sorprese il famoso contrabbandiere e lo tradusse a Grenoble, poi a Valenza, in cui finì sulla ruota i suoi giorni.
Intanto il re di Sardegna, informato dell'accaduto, si fece a chiedere al re di Francia pronta e solenne soddisfazione dell'ingiuria recatagli con un'insigne violenza che ne offendeva la sovranità. E la corte di Francia volea dargliela; ma non convenendosi ne' modi, il re di Sardegna ordinò al suo ambasciatore di lasciar Parigi senza prendere comiato, e distribuì in proposito una ragionata memoria a tutti i ministri stranieri residenti a Torino. Non cessarono intanto i maneggi, i quali condussero al felice risultato d'un accomodamento, che, con reciproca soddisfazione di quelle due potenze, spiantò quel seme che la discordia aveva apprestato a distruggere la buona armonia con tanta difficoltà ristabilita.
MDCCLVI
Anno di
Cristo
MDCCLVI
. Indizione
IV
.
Benedetto
XIV papa 17.
Francesco
I imperadore 12.
Nell'anno nuovo Matra corse per la seconda volta le campagne di Corsica, piuttosto nemico di Paoli che amico della patria, contuttochè mostrasse sempre un gran zelo per la libertà. Veniva con armi e munizioni e denaro genovese; la fama portava grandi cose di lui, e magnificava gli aiuti concedutigli. Quei della sua parte ed ogni torbido fante accozzavasi con esso lui per guisa che facevano un alto rumore per quelle montagne. Con tutti questi ordigni del gridare e del promettere e del vantarsi e del sonare i zecchini aveva congregato una seguenza di molti giovani, sì che pareva vicino il sobbisso di Paoli. Il novello Mario uscì in campo, sperando di sorprendere il nemico alloggiato nella pieve di Verde; ma non potè asseguire l'intento, perchè il capitano tanto odiato da lui, avuto presto avviso del fatto, aveva dato indietro, in sembianza di fugato più che di ritirantesi, sino al convento di Bozio, dove si fermò ed attese a fortificarsi. Mandò intanto ordinando a Clemente suo fratello ed al presidente Venturini che prestamente accorressero, se amavano la sua salvezza.
Matra in questo mentre passò a quella volta, credendosi al certo di avere la guerra vinta, anzi l'avversario stesso in mano. Giunse, e cinto il convento d'armati, male si poteva Paoli difendere, non avendo con sè che sessanta compagni. Già Mario squassava la porta del convento, già la bruciava, già l'atterrava, già pareva giunto l'estremo termine della vita di Paoli, quando a corsa ed a furia arrivarono Venturini ed altri capi accompagnati da molta gente desiderosissima di salvare colui cui la Corsica aveva chiamato salvatore e padre. Successe fra le due parti una molto accanita zuffa, in cui i matreschi, non sostenendo l'impressione del nemico, rimasero vinti e sbaragliati, ed il loro condottiere ferito in un ginocchio. Ridotto in grande povertà di consiglio, pensò di ritirarsi ma nol potè, perchè, sopraggiunto dai paolisti infuriati, restò crudelmente trucidato, quantunque Paoli ad alta voce gridasse, che dall'atroce pensiero si ritraessero e in vita il serbassero. Tutti i partigiani del vinto rimasero preda del vincitore, eccetto pochi, che si ricoverarono fra i Genovesi a Paludella e San Pellegrino. Fra i prigioni, tre furono passati per l'armi, gli altri obbligati a spianare il forte d'Aleria con gettarne i sassi in mare, affinchè nissun vestigio restasse di quel nido, donde a danno comune s'era partito il ribelle Matra. A tale andò la bisogna, che a tutti furono tolte l'armi, di più di cinquecento si arsero le case, dagli altri si ricercarono ostaggi per sicurezza di obbedienza. Oltre modo lacerarono e dannificarono il paese dei disubbidienti.
Mentre Paoli comprimeva il nemico, e, lieto d'una vittoria che tanto gli cresceva credito presso la nazione, castigava i partigiani di Genova, fece pensiero di premiare, affinchè senza il debito onore non rimanessero, coloro che secondo l'animo suo procedevano e fedelmente si conformavano agli ordini suoi. A questo fine istituì un ordine di cavalieri, che chiamò compagnia volontaria. Costoro portavano una sottogiubba di panno corso rotonda e senza alcun ornamento, con berretta verde e mostre di velluto pur verde; sulle maniche e sul petto una croce coll'imagine della immacolata Concezione, i semplici compagni d'argento, i graduati d'oro, coperta prima d'alcun fatto illustre, e scoperta dopo. Obbligavansi ai servigi della patria a proprie spese, andavano alle fazioni a piedi, solo a cavallo il gran maestro, che eleggevano per sei mesi; ed il primo fu Giovanni Rocca, segretario di Stato.
In questo tempo (per certe risse sanguinose accadute tra Franzesi ed Inglesi nell'America settentrionale, e per contenzione di confini, sulle frontiere del Canadà, o piuttosto per superbia e cupidigia dell'Inghilterra da una parte, per debolezza del governo della Francia dall'altra, poichè immerso il re nei piaceri, pareva che all'emulo impero volesse comportare ogni cosa) s'era accesa fra le due potenze una crudel guerra, sul principio della quale, ed in fin già prima che fosse dichiarata, l'Inghilterra aveva tolto sui mari i vascelli e le sostanze di Francia. Ora, correndo gli Inglesi il Mediterraneo, la Francia concepì timore, ch'essi dei casi della Corsica volessero tramettersi, e, levandola dall'obbedienza di Genova, s'impadronissero di qualche sua parte, e vi facessero una stanza ferma con danno manifesto de' proprii interessi. Della qual cosa tanto più sospettò ch'erano andate attorno voci che Paoli avesse con l'Inghilterra qualche segreta corrispondenza, e con esso lei seguitasse qualche domestichezza d'amicizia e di fede.
A ciò pensando, le parve che non fosse più da differire di stringersi maggiormente co' Genovesi; perlochè fece con Genova sue pratiche col fine di conseguire da lei l'intento suo, che era di introdurre soldati franzesi nelle piazze di presidio. La signoria, cui il medesimo sospetto angustiava, massime nel caso che gl'Inglesi perduto avessero Porto Maone per l'espugnazione del forte di San Filippo a quei dì fortemente battuto dai Franzesi, s'inclinò facilmente alla volontà della Francia; laonde nei primi giorni di novembre, condotti dal marchese di Castries, al quale era stato dal re dato il grado di comandarli, sbarcarono in Corsica tre mila Franzesi, prendendo le stanze in Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non venivano come nemici ai Corsi sollevati, nè a favore di nessuno, come pubblicavano, nè i Corsi gli trattarono da nemici; solamente si appostavano gli uni e gli altri con somma diligenza, e con grande gelosia osservavano ciò che l'altro facesse.
Se la repubblica di Genova era rimasta contenta d'aver ottenuto l'intento suo di vedere in Corsica un corpo di truppe franzesi, ebbe pur motivo d'esserlo pel buon avviamento che presero le di lei vertenze colle comunità di San Remo e di Campofreddo. Nel mese di gennaio l'imperadore diede ordine al consiglio aulico di riassumere la causa di quelle comunità a lui ricorse come feudi imperiali. Appena ne giunse a Genova la notizia, la signoria, che avea già posto a San Remo il morso d'una specie di cittadella, fece immantinente presentare al detto consiglio aulico due scritture valevoli a far sospendere un procedimento, di cui ad ogni modo poteasi temere l'esito incerto. Era l'una di queste scritture una supplica presentata al senato genovese da tre deputati delle comunità di San Remo residenti a Genova, con cui la comunità stessa si metteva a' piedi della signoria, e riponea la sua fiducia nella sovrana clemenza del senato per essere tornata in grazia del suo principe; e l'altro un atto passato a Vienna dal procuratore della comunità di Campofreddo, con cui ampiamente rinunziava ai ricorsi sino a quel giorno fatti all'imperadore presentare.
Altissimi commovimenti produsse ne' popoli di quelle due comunità la notizia di tali fatti de' loro commessi; si pubblicarono e divulgarono da per tutto le loro solenni proteste, pregando e richiedendo i ministri de' sovrani e delle potenze d'Europa a voler considerare quelle scritture come estorte, nulle e riprovate dalle comunità. Le quali proteste, pur presentate al consiglio aulico, fecero sì che per quell'anno rimanesse l'affare sospeso, nè se ne udisse parola.
La guerra dei sette anni, in questo anno dal re di Prussia rotta all'imperadrice regina, condusse l'Italia a vedere nudarne per la Germania, e quindi per la Boemia, alcuni reggimenti de' suoi figli, bella e fiorita gente, che dal granducato di Toscana l'imperadore chiamò a far parte degli eserciti imperiali. Nè maggior peso le recò l'altra guerra insorta nel nuovo mondo tra Spagna e Portogallo da una parte, e gl'Indiani del Brasile dall'altra, che volevano mantenersi indipendenti; ma vinti e disfatti, dovettero porre giù le pretese, e sottomettersi. Se non che merita forse d'esser ricordato che gli oziosi novellisti avevano fatto alla Italia gratuitamente il dono d'un Nicolò Rubini del Friuli, che sotto il nome di Nicolao I menasse alle pugne gli abitanti del Paraguai, da lui mossi e suscitati nella sua qualità di gesuita; ma presto venne sopra la verità, e l'Italia perdette quel non ambito onore d'aver dato un suo figlio per sovrano del nuovo mondo.
Ma mentre svaniva dalla mente dei creduli e dalle pagine della storia questo re immaginario, la Corsica perdeva quello che aveva realmente sopra di lei regnato. Partito Teodoro tre volte da quel regnò che avealo nel 1736 solennemente riconosciuto per suo signore; divenuto in seguito vero trastullo della fortuna, oppresso continuamente da debiti, lottando col bisogno, perseguitato da' creditori, chiuso in una prigione di Londra, come era stato prima in quelle di Amsterdam, trovò in Orazio Valpole chi prese cura di lui, e raccolti sussidii volontarii da uomini benevoli, col provento li cavò del carcere. Teodoro staggì il suo regno di Corsica pel pagamento a favore dei prestatori. «Non so come l'intendessero, dice uno storico esimio, ma in somma il fatto è certo: vi sono di queste ubbie in Inghilterra, quando la vena dà.» Morì poi in quest'anno a Londra, e fu sepolto nella chiesa di Santa Anna di Westminster con la seguente iscrizione in lingua inglese, che vien a dire in italiano:
«Qui giace Teodoro, re di Corsica, morto in questa parrocchia a dì 11 dicembre del 1756 subito dopo d'essere uscito, pel benefizio dell'atto sui falliti, dalle carceri del banco del re: lasciò il suo regno di Corsica per sicurtà ai creditori.» Crederei che la chiusa dell'iscrizione fosse scherzo, se si scherzasse sulle tombe, riflette il poc'anzi citato storico illustre.
MDCCLVII
Anno di
Cristo
MDCCLVII
. Indizione
V
.
Benedetto
XIV papa 18.
Francesco
I imperadore 13.
La compagnia volontaria da Pasquale Paoli novellamente istituita in Corsica a premio de' più meritevoli non ebbe ad aspettare molto per mettere alla prova il suo valore, e, giustificando la scelta fatta dei membri, accrescere la speranza del capitan generale; imperocchè si pose egli tantosto con essa all'impresa di espugnare la torre di San Pellegrino custodita da' Genovesi, posto d'importanza e vantaggioso a chi ne fosse signore. Un ingegnere svizzero diresse le operazioni dell'assedio, le quali riducevansi a far salire chetamente un soldato alla porta della torre per farvi un'apertura tale che vi potesse passare un uomo armato, e quindi sorprendere d'improvviso il custode dell'armi e della munizione. La cosa o male intesa o male eseguita non riuscì, quantunque i Corsi con tanto silenzio e precauzione si fossero appropinquati alla torre che i difensori non se ne erano accorti per niente. Il soldato, che dovea far l'apertura nella porta, cadde. I Corsi, invece di rifarsi da capo allo esperimento, o di dare un improvviso assalto, perdettero inutilmente molto tempo, che diede campo al presidio di dare all'armi e far piovere sopra gli assalitori le palle. Costretti quelli a ritirarsi, determinaronsi ad un assedio formale e ad obbligare i difensori ad arrendersi almeno per la fame. Nè tardando questa molto a farsi sentire, fu proposta la resa mediante un'onesta capitolazione. Ma Venturini, un capo corso, si fece a gridare non voler capitolazioni, ma o che il presidio si rendesse a discrezione, o altrimenti sarebbe presa per assalto e colla forza dell'armi. Questa ostinazione fu salute degli assediati. Concorse in questi momenti due galee genovesi con altri legni minori, obbligarono i Corsi alla ritirata, colla perdita di molti di loro, tra i quali uno de' nuovi cavalieri.
Intanto il marchese Doria, commissario alla Bastia, ordinò in nome della repubblica che nissun paesano si avvicinasse a quella città, ordine che fece ripetere dagli altri commissarii e comandanti genovesi che si trovavano nell'isola, e ad esecuzione del quale formò un campo volante, che dovea arrestare tutti i Corsi trasgressori. Ed all'opposto, Paoli ed il supremo consiglio di Stato corso proibirono a tutti i nazionali di avere alcuna corrispondenza colle città e coi luoghi governati dai Genovesi, e molto più di trasportarvi vettovaglie di qualunque sorta, al campo volante del commissario, contrapponendo un altro campo consimile, per tener in dovere chiunque avesse ardito d'infrangere le loro prescrizioni. La quale rigorosa misura sortì l'inevitabile suo effetto; cominciò a farsi sentire la carestia così vivamente alla Bastia, che il marchese Doria alle calde istanze degli abitanti dovette rivocare i suoi divieti, e lasciar che la città si provvedesse di viveri come meglio potesse.
Siccome la fama così altamente parlò di Pasquale Paoli, uomo che tanto fece per la libertà della sua patria e che, se una forza sopravanzante non si opponeva, avrebbe fondato nella natia isola una repubblica a guisa di quella d'Olanda, pensiero che girava a quei tempi nella mente degli uomini, non sarebbe fatica perduta lo spaziare alquanto sulla sua vita, costumi, desiderii ed opere. In picciole scene, sono non di rado grandi esempii. Se non cito ci stringono i limiti a queste carte imposti e ne fanno la legge di toccare sol di volo e per sommi capi l'alto subbietto.
Oppressi gli emuli e date di sè medesimo felici speranze, Paoli, se avuto avesse la smania di tanti che abusano della confidenza che in loro collocano i popoli, avrebbe potuto fare i Corsi servi e porre sè in cima di tutti. Ma prevalse in lui un pio desiderio e si diè a battere altra strada.
A' tempi del generoso uomo, i Corsi distinsero per suo consiglio l'autorità pubblica in tre potestà; la legislativa, la esecutiva e la giudiziale. Sedeva la prima nel parlamento, o, come la chiamavano, la consulta generale, che rappresentava l'intero corpo della nazione, e la componevano circa cinquecento membri, denominati procuratori, ed eletti parte dal popolo, parte dal clero sì secolare che regolare. I procuratori in consulta adunati avevano la facoltà di fare e di annullare leggi e di stanziare la somma annua da potersi spendere per lo Stato. Ed oltre alle leggi facevano certi magistrati, di due ordini, uno giudiziale, l'altro esecutivo, cioè un ministro di giustizia per ciascuna delle nove provincie della Corsica, e nove membri del supremo governo esecutivo, uno pure per ciascuna provincia.
Il supremo governo esecutivo, cui chiamavano eziandio supremo magistrato, o supremo consiglio, composto, come abbiam veduto, di nove membri o consiglieri, aveva per presidente il generale Paoli, dalla consulta a quella maggioranza eletto. Avevano questi consiglieri diritto d'intervenire alla consulta, e di proporre per bocca del presidente di lei quanto loro paresse giusto, o necessario, o conveniente.
Paoli aveva titolo di generale del regno e capo del magistrato supremo di Corsica. Nelle sessioni, sedeva sotto un baldacchino coi consiglieri in qualche distanza da lui. La sua tavola ed il mantenimento dalla casa erano a spese della nazione, senza limitazione alcuna di somma, lasciandosi interamente, perchè potesse tener grado, lo spendere a sua discrezione. Poteva disporre del denaro pubblico come gli pareva più spediente, purchè non oltrepassasse la somma fissata dalla consulta. Grande era la sua autorità, e forse eccessiva, se le contingenze del tempo, e le turbate e incerte cose della Corsica non la scusassero; imperciocchè per la milizia e pel mare godeva di una potestà assoluta, e per tali faccende non era nemmeno obbligato di domandar il parere dei consiglieri; e quando spontaneamente il domandava, la loro voce si aveva solamente per consultiva, non per giudicativa. Poteva trattare con qualunque potenza di pace, di guerra, o di alleanza, ma non concludere senza l'assenso dei consiglieri, avendo in tutti questi casi un solo voto come gli altri, con questa eccezione però che nei casi di vita o di morte, se si trattasse di condannare, avesse un voto solo, se di assolvere, due.
Aveva intorno per la guardia del suo corpo circa ottanta soldati, i quali per ordine espresso della consulta il dovevano accompagnare ogni qualvolta che in cospetto del pubblico o per ufficio o per altra causa comparisse. I funesti casi di Sampiero e Giampiero, ed altri tentativi di assassinio fatti contro di Paoli stesso, a tale deliberazione avevano sforzato la consulta. Ma ciò egli detestava come segno di tirannide, affermando e protestando volerne veder la fine tosto che la Corsica un volto genovese più non vedesse. Nella sua anticamera, nè nella camera, nemmeno di notte, nessuna guardia di uomo voleva; ma era meglio e più fedelmente custodito che da uomini. Sei grossi cani corsi stavano sempre, terribili custodi, alla porta dell'anticamera, e nella camera stessa. Con lui dormivano, con lui vegliavano, e se alcuno di notte a lui accostato si fosse, in mal punto venuto vi sarebbe; perciocchè sarebbe stato incontanente da quelle orrende bocche lacerato a pezzi. Molto Paoli gli accarezzava, ed essi il conoscevano e l'amavano, e ad ogni suo cenno pronti l'obbedivano: dolcezza e ferità in loro si accoppiavano. Trovo scritto, seguita a dire uno storico famoso, che per tal costume Paoli ritraesse dell'antico; così, al dir d'Omero e di Virgilio, Patroclo, Telemaco ed Evandro avevano i loro cani; al dire degli storici, Siface i suoi.
Era stabilito per legge della consulta sotto pene gravissime che nessuno parlasse o scrivesse contro il supremo consiglio, meno ancora contro il generale, credendo quegli uomini gelosissimi la libertà delle lingue e delle penne un veleno pestifero.
Quanto alla potestà giudiziale, abbiamo veduto come i procuratori delle province eleggessero un ministro per provincia, al quale si dovea ricorrere nei casi di maggiore importanza, quelli di poco momento essendo giudicati da' giudici o podestà di ciascuna città o aggregazione di villaggi. Questi ministri potevano condannare a multe ed anche a pene corporali; e fu loro eziandio data autorità sopra il sangue; ma quando ne usavano, erano in obbligo di mandare il processo al supremo governo che confermava o annullava la sentenza.
Crearono poi pei giudizii delle cause civili, il cui importare oltrepassasse cinquanta lire, imperciocchè sotto di questa somma le sentenze de' ministri sopraddetti erano terminative, una ruota composta di tre legisti, la quale sempre doveva fare la sua residenza nella città di Corte. Da questa ruota vi era appellazione al supremo consiglio, ma solamente quando constava che alcuno fosse stato molto aggravato.
Questi ordini giudiziali non erano certamente perfetti, ed ancora li bruttava l'infame uso della tortura. Ma intenzione del generale era di perfezionarli col tempo.
I comuni si regolavano per gli uffiziali municipali, e li chiamavano padri del comune. Erano eletti dai padri o capi di famiglia.
Le cause ecclesiastiche si agitavano nel tribunale del vicario apostolico mandato dal papa, con autorità universale, e dalle sue sentenze si appellava alla corte di Roma.
Paoli sentiva dell'ignoranza de' suoi compatrioti dolore acerbissimo: nissun mezzo più acconcio vedeva per dirozzare, ingentilire ed appiacevolire la nazione, di quello d'illuminare gl'intelletti ed informare gli animi co' buoni esempii. In ciò non concordava con Rousseau, cui aveva chiamato per dar leggi all'isola; imperocchè, come ad ognuno è noto, il filosofo di Ginevra credeva che il ben essere non potesse consistere che con una certa ruvidezza di costumi, e di ciò in Corsica ne era dovizia. Perciò giva predicando che fra tutti i popoli Europei i soli Corsi erano capaci di buone leggi. «Ma qui cade in acconcio, dice il più volte lodato storico, l'antico proverbio, che se l'ignoranza è vizio, il troppo sapere è parimente vizio, ed in questo, come in ogni altra cosa, ogni bene sta nel mezzo. Non dico già che il gran sapere sia vizio, in un individuo, poichè anzi è un pregio eccelso e sommamente da lodarsi, ma solamente dico, che il sapere più che al popolo si appartiene, sparso generalmente in una nazione, è vizio e cosa da fuggirsi, perchè non può essere compiuto in ognuno, e il ciel liberi gli Stati dall'essere in mano dei semidotti! Il perfetto sapere dà la modestia e la ritiratezza, l'imperfetto la superbia, l'impertinenza e l'ambizione.»
Paoli mosse, ed i supremi magistrati consentirono, che nella città di Corte si fondasse una università degli studii, a cui concorrendo i giovani Corsi, s'imbevessero di quanto più dirozza ed imbuonisce l'uomo. Ciò successe nel 1764. Ottima disciplina ordinossi pel nascente studio, esami settimanali, esami annuali; lodi e premi e corone, forti stimoli a giovani intelletti. I professori, stipendiati dalla nazione, insegnavano gratuitamente. La novità del caso, quel cibo tanto gradito, quanto per la prima volta offerto e gustato, la naturale attitudine per le scienze e per le lettere degl'ingegni corsi, i conforti e gl'incoraggiamenti del Paoli, uomo tenuto in tanta venerazione dalla gioventù, partorivano effetti mirabili.
Queste cose faceva il benevolo reggitore della Corsica fra mezzo i furori della guerra e l'incertezza del destino futuro della sua patria.
Importava massimamente a Paoli la cura della guerra e degli esercizii militari. Contuttociò egli andava pensando come avvezzar potesse i suoi compatriotti alle opere di agricoltura, cui per lungo uso ripugnavano. Gli andava dunque invitando alle rurali fatiche, accarezzava chi vi si dava, premiava chi vi profittava, a poco a poco altro aspetto vestiva la Corsica infelice, la smossa terra rendeva l'odore delle fortunate radici, vedevasi sui campi, cosa insolita per lo innanzi, le marre mescolatamente colle spade.
Giovine e, per così dire, fanciulla era a quei dì la Corsica per la capacità del governare le faccende dello Stato: bisogno ancora aveva di tutela. Ad ogni ora domandavano a Paoli consiglio di quanto avessero a farsi e per le cose e per le persone: rispondeva: Fate voi altri, nominate voi altri. Così gli avvezzava.
Squallida l'isola per la guerra, squallida per la povertà. «La patria, il generale diceva, è il corpo della Sunamitide, noi e i magistrati il profeta Eliseo, che, occhi ad occhi, bocca a bocca sopra di lui distesi, opera facciamo di rianimarlo: già comincia a muoversi, già riprende calore e vita, e se il tempo e Iddio ci aiutano, presto vedremo non solo la quiete e l'ordine, ma ancora le scienze e le arti. La Corsica accomodatamente consuonerà colla civile Sicilia, nè indarno la natura ci avrà sotto di questo propizio cielo posti.»
Fiera e grande anima aveva; l'indipendenza della patria svisceratamente amava. La più gradita lettura che avesse era quella del libro de' Maccabei: Antioco ed i Romani gli passavano per la mente. Niuna parola più odiava che quella di ribelli applicata ai Corsi. Paoli aveva il volto per l'ordinario assai placido e dolce, e così pure il costume, ma quando udiva dar del ribello ai Corsi, di tali feroci forme le sue fattezze si vestivano, che la corsa natura pienamente in lui si disvelava. Più amava Temistocle che Demostene, perchè questi parlava, quegli faceva. Di gran lunga anteponeva Penn, legislatore della Pensilvania, ad Alessandro Magno, conquistatore dell'Asia, quello per aver fondato uno stato felice e tranquillo, questo per aver martirizzato mezzo un mondo. La voce di Paoli era potentissima sui cuori di Corsica, nè di altro egli aveva bisogno che di lei per disporgli a seguitare la sua volontà e a spingergli ai più pericolosi fatti. Alla guerra, da lui chiamati, andavano spontaneamente. Servivano senza paga, salvo le guardie del generale e quei che erano di presidio nelle fortezze.
Paoli poteva congregare ad un bisogno trenta mila armati, vale a dire, quasi la quinta parte di tutta la popolazione. E non avea bisogno di far magazzini per somministrare le vettovaglie all'esercito, posciachè in ogni luogo erano preste o portate dai guerrieri andati in campo. Ogni cosa portava all'entusiasmo: l'odio, l'amore; gli usi antichi, il rispetto verso il generale. «L'esser ferito, scrive un anonimo, è stimato onor grande, onor maggiore perdere i propri figli al servigio del pubblico.... il pensiere dello arrendersi è peggiore della morte. Pochi anni fa, un Corso stava guardando dalla sua finestra e vide alcuni suoi paesani arrendersi ai Genovesi. Questo fece in lui una impressione tale, che risolvette di non uscire mai più di casa; ed alla sua morte che succedette quattro anni dopo, lasciò ordini positivi, che il suo cadavere fosse sepolto fuori della vista della città.»
Tali erano gli uomini di Corsica.
Molto opportunamente il fervore degli spiriti suppliva alle esigenze dello Stato. In paese per sè non ricco, e fatto povero dai tumulti e dalla guerra, le rendite pubbliche erano di poca importanza. Tutte le gravezze insieme fra tasse e dazii non gettavano un mezzo milione di lire. Le donne di Corsica somigliavano gli uomini; oltre la dura e faticosa vita, a cui erano da mariti astrette, la patria amavano; gli ornamenti loro, i figliuoli; i lor passatempi, le fatiche.
Nel rimanente d'Italia tutto in questo anno fu pace; ma se la guerra non ne devastò le belle provincie, non andò per altro esente da altre disgrazie e calamità, che appunto in questi giorni funestarono una gran parte della superficie del globo. Senza dire di quelle due bocche infernali che, a vomitare torrenti di fuoco, spalancaronsi nell'estremità orientale d'Italia; un elemento affatto contrario portò le sue devastazioni in un'altra parte quasi diametralmente opposta. La città di Verona contò in ogni tempo l'Adige come il padre delle sue ricchezze ed insieme quale istrumento delle sue miserie, per le terribili innondazioni che glie ne derivarono. Paolo Diacono ne descrive una, da lui creduta la maggiore di quante avvennero dopo il diluvio. Dice che l'Adige crebbe cotanto che l'acque toccarono sino alle finestre superiori della chiesa di San Zenone situata fuori delle mura, e che queste restarono in gran parte dall'impeto delle acque atterrate. Comunque sia di tale inondazione dell'ottavo secolo, e di altre due avvenute nel 1567 e nel 1719, quella del primo dì di settembre del corrente anno superò tutte le precedenti, poichè le acque si alzarono sino a diciotto piedi e mezzo.
In tale disastro, il ponte detto delle Navi perdette i due archi di mezzo, e scuotendosi nel tempo stesso la contigua torre, oltre al rimanere isolata in mezzo a quel pelago nato improvvisamente, videsi vicina a sfasciarsi interamente. Nel quale pericolo è da notarsi la magnanimità ed intrepidezza del contadino Bartolommeo Rubele, detto Leon, che con eroico ardire, toltosi dalla folla tremebonda che sconfortata stava osservando il terribile spettacolo senza osar di cimentarsi, osò salire in quella torre a prendere e salvare due infelici donne che con due teneri fanciulli vi albergavano, ricusando poi l'oro che a ricompensa del generoso fatto ciascuno gli proferiva.
MDCCLVIII
Anno di
Cristo
MDCCLVIII
. Indizione
VI
.
Clemente
XIII papa 1.
Francesco
I imperadore 14.
La notte del secondo giorno di maggio dell'anno presente, vide l'ultima sua ora Benedetto XIV. Dotto amico dei dotti, visse, e li protesse e li sollevò, e sotto l'ombra sua li raccolse. Il seppero Cristoforo Maire e Ruggiero Giuseppe Boscovich, matematici celebratissimi, cui chiamò ed a cui diede carico di misurare l'arco del meridiano in tutto lo Stato ecclesiastico, e il fecero. Lo seppe Giovanni Poleni, professore di matematica nell'università di Padova, cui chiamò per consigliarsi con esso lui sul ristauro della basilica Vaticana, la cui volta minacciava ruina. Lo seppe il Quadrio, cui col consiglio e con generose opere soccorse. Lo seppero finalmente Muratori e Maffei, a cui per lettere fece testimonio quanto le persone loro e gli studii onorasse. Nè alcun celebre personaggio era dentro o fuori d'Italia, che da Benedetto estimazione, onore e favore non ottenesse. Al mondo è nota la lettera scrittagli da Voltaire quando gli mandò il suo Maometto. Il poeta, che malizioso era, forse intendeva, secondo il suo costume, a malizia: ma il papa gli rispose con tanta disinvoltura e spirito che il poeta non ne rimase in capitale.
Nè solo ai particolari uomini aveva cura il generoso pontefice per sollevarli o per onorarli, ma spandeva ancora i frutti della sua munificenza sopra le scientifiche e letterarie compagnie. Fomentò, accrebbe, arricchì l'istituto di Bologna, e l'accademia Benedettina fondò, in cui gli allievi con accomodati premii si stimolavano ai buoni studii.
Le opere sue Roma ancora con gratitudine rammenta. Riedificò di marmo, ornò di statue, crebbe d'un doppio portico e di colonne la facciata della basilica Liberiana, così chiamata per essere stata edificata nel quarto secolo da san Liberio papa, nominata anche volgarmente Santa Maria della Neve, a cagione di una neve caduta miracolosamente ai 5 d'agosto sul monte Esquilino, o Santa Maria ad Praesepe, a motivo della culla di Gesù Cristo, che in lei, come dicono, si conserva, o finalmente Santa Maria Maggiore, perchè tiene il primo luogo fra le dedicate alla Vergine, ed è una delle quattro patriarcali, e delle più belle di Roma. Per queste cagioni Benedetto vi aveva volto il pensiero per instaurarla ed abbellirla. Instaurò il triclinio presso san Giovanni in Laterano, rovinato sotto il pontificato di Clemente XII, e vi ripose l'antico mosaico di papa Leone III. Per averla goduta essendo cardinale, ornò di facciata, ne fece dipingere la volta, corredò di tribuna e ridusse allo stato presente la basilica Sessoriana, ossia chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, una delle sette basiliche, fondata da Costantino in memoria del ritrovamento della Santa Croce fatto da sant'Elena madre in Gerusalemme. Abbellì di pitture e di mosaico la magnifica basilica di San Paolo, e vi terminò sino a' suoi tempi la serie de' ritratti dei papi che, incominciata da san Leone il Grande insin da san Pietro, fu poi continuata da san Simmaco sino al 498. Queste cose Benedetto faceva per pietà e munificenza, queste altre a munificenza pure, ma eziandio ad utilità indirizzava: ampliò l'ospedale di Santo Spirito e creò la scuola del disegno con investir denaro pel mantenimento e pei premii. In somma tutto in Roma ancora rammenta ed accenna i benefizii di Benedetto.
Nè il mondo taceva o tace delle virtù d'un tanto papa. Sommo pregio è la tolleranza fra gli uomini, che tanto deboli sono, e questa intiera e perfetta possedè il buon Lambertini. La sapeva in oltre condire con ilari e cortesi modi, per forma che ad ognuno era manifesto che in lui da natura procedeva, non da arte, e quantunque arte non fosse, nè studiato pensiero, era finissimo sussidio, poichè niuna cosa più alletta e vince chi dissente, che la sopportazione, niuna più li rende contumaci ed ostinati che la rigidezza e la superbia altrui.
Il migliore mezzo di propagare il bene era il suo dolce procedere: Benedetto era atto a conquistare il mondo, perchè colle sue rare virtù conquistava i cuori.
Era allora in Francia un incomposto miscuglio di cose in materia di religione, in conseguenza delle diverse sentenze e delle parti che vi regnavano, e che dalle cattedre e cogli scritti, gli uni contro gli altri contendevano e menavano un grandissimo romore; casisti, filosofi, teologi morali e speculativi, increduli e credenti.
Se un papa di minore mansuetudine e prudenza avesse occupato la sede di san Pietro, al certo sarebbe nata in quel discorde paese la guerra civile. La tolleranza di Benedetto tolse legna al fuoco. Delle pazzie franzesi di quel tempo ei non sapeva darsi pace e si stringeva nelle spalle, e pregava Dio che facesse sano di spirito chi n'era infermo. A questo proposito egli, che arguto e trattoso era nel favellare, disse quel famoso motto: La Francia è il regno meglio governato che vi sia, posciachè è la Provvidenza che lo governa. Con ciò toccava principalmente la debolezza della corte, che maggiore impeto pareva avere per precipitarsi nel vizio, che forza per reggere lo Stato. Brevemente, tali erano le condizioni di quel regno, che si può con verità affermare, andare i Franzesi obbligati a Benedetto di molto sangue loro risparmiato. Certo è anzi che i protestanti della Linguadoca, contro i quali prelati troppo fervidi volevano ricominciare le persecuzioni coi roghi e colle forche, come ai tempi di Luigi XIV, dalla benigna intercessione del pontefice riconobbero il quieto vivere.
Grande agevolezza ancor trovò in lui il re di Prussia pe' suoi cattolici della Slesia, ed il papa nel re; si scrissero frequenti lettere l'un l'altro: fra due sovrani d'alto ingegno tosto nacque la concordia, nè niuna lode v'era, che Federico non desse a Benedetto. I protestanti di Germania in somma venerazione il buon pontefice avevano, e come pontefice venuto al mondo per cessare i loro risentimenti contro la santa Sede.
Gli Inglesi medesimamente con non minor rispetto il riguardavano, non come i Tedeschi pacatamente, ma mescolandovi, secondo il solito, l'entusiasmo e il lasciarsi guidare dall'umore. Ed ecco il ministro Walpole alzare, nel suo palazzo di Londra, una statua a Lambertini, scolpitovi sotto il seguente elogio, composto dal figliuol suo:
«A Lambertini innocente nel principato, restitutore della tiara pontificia, sommamente amato dai cattolici, sommamente stimato da' protestanti, ecclesiastico non insolente, da ogni cupidità ed ambizione alieno, principe senza studio di parte, pontefice senza nipote, autore senza vanità, modesto uomo in tanta potenza, con tanto ingegno:
Il figliuol del ministro, che non mai alcun principe adulò, non mai alcun ecclesiastico venerò, in libero protestante paese questo tributo di laude all'ottimo pontefice de' Romani innalzò.»
La quale scappata inglese come fu raccontata a Lambertini, disse: «E mi par di essere come le statue della piazza di San Pietro, che vedute di lontano appariscono con acconcio e mirabile artificio fatte, ma da vicino brutte e deformi le diresti.» Ma le lodi erano vere ed il gran papa le meritava.
Tale fu Lambertini e tale al mondo si mostrò, nè mai altro papa diede quanto egli così grande avviamento alla riunione delle religioni cristiane dissidenti colla cattolica. Ciò col costume e col procedere savio, prudente, e dolce piuttosto che coi sillogismi faceva. Sapeva che i buoni costumi allettano e convertiscono gli uomini, le sottili argomentazioni li fanno renitenti e caparbi. Il costume non offende, perchè non comanda; il vincere per logica o per forza sì, perchè fra due contendenti indica superiorità in chi vince, inferiorità in chi perde, superbia da una parte, umiliazione dall'altra.
È qui da notare che poco tempo prima della sua morte, questo lodato pontefice aveva dato, alle ripetute istanze del Portogallo contro i Gesuiti, un breve diretto al cardinale Francesco Saldagna, a questo oggetto da quel re destinato, nel quale gli commetteva di visitare le case di detta compagnia per riconoscerne (se sussistessero) gli abusi e le mancanze, e quindi riferire del risultamento delle sue pratiche, non senza proporre le misure di riforma che stimasse necessarie per ridur que' religiosi alla lor santa e primitiva osservanza, passando anche alla riforma stessa ogni qual volta il bisogno lo richiedesse, giusta la lettera istruttiva che in un col breve gli veniva trasmessa.
Dodici giorni dopo la morte di Benedetto XIV si raccolsero in conclave i cardinali, e nel dì 6 di luglio gli elessero a successore il cardinale Carlo Rezzonico, Veneziano, che assunse il nome di Clemente XIII.
In meno di due giorni la nuova dell'elezione giunse in Venezia, dove risvegliò generale esultanza, e fu festeggiata colla suntuosità a quella repubblica consueta; scrivendo pure il nuovo papa direttamente alla veneta signoria, e ricevendone risposta, nella quale veniagli attestato il giubilo universale per la sua esaltazione.
La notte del 3 settembre, tornando il re di Portogallo da una visita fatta alla marchesa di Tavera, fu assalito da tre uomini a cavallo, due de' quali, sparando contro il calesse per di dietro, ferirono il re malamente sì che per tre mesi dovette starne ritirato. Un tetro silenzio per tutto quel tempo regnava alla corte, ed ognuno era ansioso di vedere l'esito di un affare cotanto serio. Finalmente la mattina del dì 13 dicembre, si videro circondati i palazzi di diversi dei principali signori, e condotti pubblicamente nelle nuove carceri di Belem il marchese Francesco di Tavora con due suoi figli, due fratelli, due generi ed alcuni domestici; nel giorno seguente fu pure arrestato il duca d'Aveiro nella sua casa di campagna: ed, oltre i suddetti arrestati, anche la marchesa di Tavora, già stata vice-regina di Goa, fu condotta in un convento di monache, come in altri conventi furono trasportate la nuora, marchesa di Aveiro, della suddetta marchesa di Tavora, e le due sue figliuole, contessa d'Atouguia, e marchesa d'Alorna.
Nello stesso giorno in cui si vide lo imprigionamento di quelle persone, furono da' soldati accerchiate tutte le case che i Gesuiti tenevano in Lisbona, e successivamente le altre che nel resto del regno possedevano, ed in tutte un regio ministro visitò minutamente le stanze e le persone; vietata intanto qualunque comunicazione all'esterno.
MDCCLIX
Anno di
Cristo
MDCCLIX
. Indizione
VII
.
Clemente
XIII papa 2.
Francesco
I imperadore 15.
Alla mezza notte del dì 12 gennaio dell'anno presente furono condotti nelle carceri della inconfidenza, tribunale per l'occasione eretto per giudicare i delitti di fellonia e d'alto tradimento, dieci Gesuiti, a cui in appresso unironsene altri due, tutti imputati di complicità nel tentato regicidio.
Eseguitasi solennemente nella mattina del giorno 13 la sentenza di morte contro i regicidi, il re chiedeva da Roma un breve, in virtù del quale potessero in quel regno processarsi e meritamente castigarsi le persone ecclesiastiche che fossero state complici di quell'attentato contro il re non solo, ma ancora che in un modo o nell'altro potessero immischiarsi in altro nequizie consimili per l'avvenire; e Clemente XIII, dopo grandi difficoltà e varie lunghe consultazioni, il concedeva. Se non che, giunto frattanto il giorno 3 di settembre, anniversario del triste fatto, non volendo la corte di Lisbona più oltre differire le misure che aveva stimate convenienti al caso, il re sottoscrisse il decreto, col quale, dichiarandosi avere i religiosi della compagnia di Gesù degenerato affatto dal santo loro istituto e commesso scandalosi ed atrocissimi delitti (che non forse furono giammai provati secondo le regole giudiziarie), per indispensabile regia risoluzione, venivano snaturalizzati ed esiliati per sempre dal regno del Portogallo.
Adunque nel giorno 16 settembre imbarcaronsi sul Tago, sopra nave ragusea, in numero di 133, i primi gesuiti condannati a quel perpetuo esilio, e dentro il giro di non molti mesi furono seguitati da cinque altri convogli, così venendo in numero d'oltre a mille e cento sotto il cielo d'Italia, e propriamente negli Stati pontificii, sbarcando in Civitavecchia. Del che avuto avviso il santo padre, comandò che fossero alloggiati decentemente, e finchè vi si trattenessero, mantenuti a spese della camera apostolica.
Morto era intanto nel dì 10 agosto il re di Spagna, Ferdinando VI, nè lasciato avendo prole nissuna, era stato il re di Napoli dichiarato suo successore sotto il nome di Carlo III. Tre figliuoli maschi aveva egli giù ottenuti a quel tempo; ma il primo, per le conseguenze di grave malattia, fu dichiarato giuridicamente imbecille avanti la partenza del padre dalla Italia, e quindi riconosciuto re delle Due Sicilie il terzo di lui figliuolo Ferdinando, poichè il secondo destinato era a succedergli nel trono di Spagna, e doveva quindi con esso trasportarsi a Madrid, vietato essendo negli ultimi trattati che alcun principe di quella famiglia potesse sul suo capo riunire le due corone della Spagna e di Napoli. Poco mancò che da tale avvenimento turbata non fosse la tranquillità dell'Italia, perchè pattuito essendosi nel trattato d'Aquisgrana che giugnendo l'infante don Filippo al trono delle Due Sicilie, il ducato di Piacenza tornasse al re di Sardegna, e quelli di Parma e di Guastalla si riunissero al ducato di Milano, giunto sembrava il momento in cui, passando Ferdinando VI al trono della Spagna, l'infante duca di Parma passar dovesse, coll'aiuto anche de' sovrani che attendevano la reversione, ad occupare il regno delle Due Sicilie dal fratello abbandonato. Erasi di fatto inserita una clausula che questa disposizione portava nel trattato di Versaglies del dì 30 dicembre dell'anno precedente ad istanza tanto del re di Francia quanto dell'imperadrice regina; ma all'epoca della morte del re di Spagna, la guerra ardeva nella Germania, sì che le operazioni di quella non permisero alla corte di Vienna di muovere alcuna pretensione sugli altri Stati d'Italia, tanto più che il re Carlo disposto era a fermamente guarentire ai figliuoli suoi il possedimento delle Due Sicilie. La corte cesarea rimase adunque tranquilla; il re di Sardegna troppo debole era per reclamare egli solo l'esecuzione del patto di reversione, ed il duca di Parma conservò pacificamente il possesso dei suoi Stati.
MDCCLX
Anno di
Cristo
MDCCLX
. Indizione
VIII
.
Clemente
XIII papa 3.
Francesco
I imperadore 16.
Erano in Corsica molto turbate le cose della religione. I vescovi, siccome quelli che per la maggior parte erano Genovesi, e si trovavano nella necessità, se nelle loro sedi fossero rimasti, di obbedire all'autorità di coloro, cui il proprio principe riputava ribelli, e forse non credendosi esenti da insulti personali in mezzo a tanta concitazione, si erano assentati dall'isola cercando più quieto asilo o nel Genovesato loro patria, o in altri paesi non ancora sconvolti dal furor delle parti. Avevano bensì, partendo, delegata la loro autorità; ma il rimedio era poco, perchè i delegati, pel timore dei casi presenti, non osavano adempire l'intero mandato, o i Corsi, avendogli per sospetti, non si conformavano agli ordinamenti loro, e Paoli, prima che arrivasse il vicario apostolico, deputava di propria autorità i pastori dell'anime secondo che stimava convenirsi a' suoi fini. Quindi nasceva che si turbavano le giurisdizioni e toglievasi alle coscienze timorate la quiete. Siccome poi la maggior parte degli ecclesiastici corsi concordavano coi sollevati, e che anzi molti di loro, massime fra i regolari, avevano come principali istigatori dato fomento al fuoco che allora consumava l'isola; in molte parti era l'esercizio della podestà ecclesiastica ridotto in loro mano; cosa che per la giurisdizione era manchevole, stante il non aver essi mandato legittimo, e dannosa per lo Stato dei Genovesi, attesochè la voce ed i consigli d'uomini a loro nemici non potevano non confermare i popoli nel proposito della disubbidienza.
Genova vegliava sopra questi interessi. Parecchie volte aveva ricorso alla santa Sede per trovar modo di conciliare il benefizio della religione coi diritti della sovranità, ma non si era potuto venire a conclusione. I vescovi stessi della Corsica, che avevano col medesimo fine supplicato al pontefice, non avevano nemmeno potuto ottenere una sola lettera pontificia, che disapprovasse gli attentati dei Corsi sulle rendite e giurisdizioni del clero così secolare come regolare. Pareva alla repubblica di scorgere nel procedere della corte di Roma non poca parzialità in favore de' suoi ribelli. Gelosa quindi, s'era messa al fermo di non permettere cosa che alla conservazione dei suoi diritti importasse.
Da un'altra parte Roma argomentava ch'ella non era stata per niun conto autrice delle sollevazioni di Corsica, nè in esse in modo alcuno aveva posto le mani; che sapeva che un gran disordine regnava nelle cose ecclesiastiche dell'isola e che tutti i buoni ordini vi erano pervertiti; che le pecore si nutrivano di male erbe, ed i legittimi pastori sospiravano; ch'ella avea aspettato sì lungo tempo per venire alle provvisioni necessarie, sperando sempre che la repubblica colle sue forze avrebbe finalmente sottoposto i ricalcitranti, e ritornato l'isola alla quiete; ma se la repubblica era stata inabile a ciò fare dopo una guerra di trent'anni, che colpa ci aveva Roma? Dovere ella pur pensare al benefizio dell'ovile, nè poter abbandonare al caso ed al furore i sussidii spirituali ed i celesti interessi; essere oggimai tempo di offerire un porto di salute a chi in un mare burrascoso pericolava; rispettare ella i diritti sovrani della repubblica nè avere alcuna volontà di offenderli, ma pur dover soddisfare al suo dovere di madre universale; quanto alle preferenze, nissuna averne Roma, Roma giusta e pietosa con tutti; non pretendere ella di scrutare i motivi dei principi nelle loro deliberazioni, ma esigere che ciò stesso si pratichi in riguardo ai suoi nelle sue, nè poter permettere che si mescolino le cose temporali con le spirituali.
Travagliandosi le cose a questo modo tra Roma e Genova, le prime cagioni d'un aperto risentimento nacquero dai Cappuccini. Paoli non poteva tollerare che i conventi di questi religiosi situati nei paesi che a lui ed al suo governo obbedivano, fossero sotto la dipendenza del provinciale, il quale abitava in Bastia sotto il dominio della repubblica. Da un'altra parte, non essendovi altro superiore delegato, la disciplina dei conventi ne pativa e seguivano disordini con iscandalo di tutti i buoni. Oltre a ciò, Paoli desiderava che fosse posto alla loro direzione un uomo, il quale, essendo favorevole al suo intento, al medesimo fine indirizzasse le parole e gli atti dei religiosi, ma principalmente la predicazione. Di ciò pensando, scrisse al padre Serafino da Capricolle, provinciale dei Cappuccini nel Genovesato, esortandolo a deputar persona conforme a' suoi desiderii pel governo dei conventi. Il padre Serafino diede la facoltà domandata al padre Paolo d'Altiani, definitore poco avanti uscito dalla carica di provinciale. Nelle risposte scritte lodò Paoli del suo zelo per la gloria di Dio e pel bene della regolare osservanza.
La lettera venne alle mani dei governatori della repubblica; onde pieni di sdegno decretarono che tutta la religione dei Cappuccini restasse espulsa dai suoi territorii; con iraconde parole lamentandosi che il padre Serafino tenesse carteggio col capo dei ribelli, ed attribuendo il suo procedere a perfidia per avere comodità d'infiammare vieppiù gli spiriti contro il legittimo sovrano e dare nuovo alimento alla ribellione. Il Cappuccino rescrisse per iscusarsi e per supplicare alla signoria per la rivocazione dell'amaro editto; ma il suo scusarsi non che addolcisse le amarezze, diè novello sprone agli sdegni, perciocchè rivocò bensì il mandato conferito al d'Altiani, ma nel medesimo tempo protestò che vivea contento per avere tentato dal canto suo tutti i mezzi per provvedere al vantaggio ed alla quiete di coscienza dei suoi religiosi. I collegi della repubblica decretarono adunque, che non avendo il provinciale dato segno di rimorso o di pentimento, volevano ed ordinavano di nuovo che tutti i Cappuccini fossero dagli Stati della repubblica espulsi. Alla quale amara intimazione, il padre Serafino si raumiliò, e trasmise alla signoria lettere ubbidienziali, con cui rivocava le facoltà date all'Altiani e sottometteva di nuovo i conventi di Corsica all'autorità del provinciale residente in Bastia. Per la qual cosa i collegi, posta in disamina nuovamente la materia, levarono il divieto, restituendo ai Cappuccini la facoltà di dimorare nelle terre di Genova.
Ma molto più grave discordia non tardò a suscitarsi tra la repubblica e la santa Sede a cagione degli affari di Corsica. Il papa, considerato che per l'assenza dei legittimi pastori nelle diocesi di Aleria, di Mariana, d'Acci e di Nebbio, le potestà ecclesiastiche si esercitavano senza mandato legittimo; mancanza per la quale succedevano non pochi scandali, ed il servigio divino ne pativa; aveva preso risoluzione di mandarvi un visitatore apostolico, affinchè avesse cura che si rimediasse ai disordini ed il retto culto si riordinasse. Di tale missione investì adunque Cesare Crescenzio de Angelis, vescovo di Segni, e gli comandò che nelle cose spirituali e nelle rendite ecclesiastiche unicamente si occupasse, nè in verun modo s'ingerisse nelle temporali.
Quantunque fin dall'anno 1733, il doge, i procuratori ed i governatori di Genova, sotto la protezione e garanzia dell'imperadore Carlo VI, avessero coi Corsi conchiuso, che affine di promuovere in quel regno i buoni costumi e la religione, non lascierebbero di «cooperare perchè fossero da Sua Santità esaudite le suppliche dei popoli che richiedessero un visitatore apostolico per togliere gli abusi e rimettere nelle diocesi l'ecclesiastica disciplina;» la presente deliberazione del pontefice dispiacque sommamente alla repubblica, essendo stata presa, non solamente senza il suo consenso, ma eziandio senza sua saputa; e giudicando incomportabile che alla coperta e nascosamente si mandasse ne' suoi Stati un mandatario di tanta importanza. Prevedeva che i ribelli se ne sarebbero prevalsi, che di quell'andata avrebbero levato rumore, e che vieppiù si sarebbero confermati nel malvagio proposito loro. E veramente Paoli ed i suoi compagni con grandissima allegrezza ricevettero le novelle della delegazione fatta da Clemente XIII, ed incredibile fu l'ardimento che ne presero assai, più certamente pel fine politico che pel religioso.
Come prima pervennero alla signoria di Genova le novelle, sdegnosamente procedendo, decretò, nel dì 13 d'aprile, che il vescovo di Segni, Cesare Crescenzio de Angelis, quando in terra genovese capitasse, fosse tosto arrestato e consegnato in alcuna delle piazze, luoghi, presidi o torri tenuti dai soldati della repubblica, per essere quindi decentemente trasportato nella metropoli, decretando inoltre, cosa che parve di maggior ingiuria ancora, che chiunque in tal modo lo arrestasse e consegnasse, avesse un premio di tre mila scudi romani, e finalmente proibendo a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato o condizione di eseguire qualunque decreto, insinuazione, ordine, provvedimento od altro atto si fosse che il vescovo sopraddetto si attentasse di fare.
Vane furono le diligenti cautele usate per arrestare in viaggio il commissario apostolico. Essendosi resi liberi i mari per una grossa perturbazione di venti e d'acque che aveva sparpagliati i legni genovesi, egli giunse felicemente e prese terra, ai 23 d'aprile, alla torre della Prunetta, dove fu lietamente accolto dal popolo in gran numero a quella spiaggia concorso. Si condusse quindi, in mezzo ad una folla immensa ed accompagnato per onoranza da trecento uomini d'arme, a Campoloro, per ivi dar principio all'esercizio dell'autorità che per volere del pontefice con sè portava. Ai 3 di maggio, mandati dal generale Paoli, il vennero a visitare ed a fargli riverenza due rappresentanti del regno, Giuseppe Barbagio ed un Baldassari, uomini di gran caldo ed autorità nell'isola. Gli pronunziarono graziose parole, alle quali egli rispose accomodatamente e da farli contenti; imperocchè persona destra era, ingegnosa e delle faccende del mondo politico esperta.
Poscia venendo all'esecuzione del mandato, pubblicò un editto per cui, deputati sacerdoti esattori nelle quattro diocesi d'Aleria, Mariana, Acci e Nebbio, ordinò che in mano loro si consegnassero tutti i proventi e le rendite che spettavano alle mense vescovili delle anzidette diocesi ed ai benefizii tanto residenziali che non residenziali, che o al presente fossero in litigio, o dai provvisti non si possedessero in effetto.
Per gratificare al pontefice, che così grande benefizio avea largito col mandare il visitatore apostolico, il consiglio di Corsica, con solenne manifesto, ordinò che nessuno stesse più ad ingerirsi nell'amministrazione de' proventi ecclesiastici nelle quattro diocesi sottoposte all'autorità del visitatore, lasciandogli intiera la facoltà di disporne in conformità ai sacri canoni. In ordine poi ai proventi delle altre diocesi, comandò, affinchè non andassero in benefizio di chi non serviva l'altare e ne farebbe uso contro la nazione, che si depositassero sino a che il sommo pontefice avesse spiegato la sua volontà del come ed in benefizio di chi si dovessero adoperare.
Dalle condiscendenze verso il papa si venne agli sdegni contro Genova. Il consiglio di Corsica, dichiarato primamente che il bando del senato portante la taglia contro il visitatore apostolico era distruttivo della religione e dell'autorità apostolica, offensivo alla maestà del vicario di Cristo, sedizioso e contrario alla sicurezza e tranquillità del loro Stato, corruttivo delle leggi e dei buoni costumi, lo dannò e condannò ad essere lacerato, stracciato, calpestato e gettato nelle fiamme dal pubblico ministro di giustizia; sentenza che restò eseguita nella piazza di Campoloro sotto le forche piantate nel fondo della casa di un sicario e parricida, denominato il Piscaino.
Nè il papa tacque all'atto della repubblica di Genova contro il visitatore apostolico, e pubblicò un editto gravissimo, nel quale per la pienezza dell'apostolica podestà, lo dichiarò «nullo, irrito, invalido, ingiusto, iniquo, riprovato, dannato, vano e temerariamente e dannabilmente da chi non ha potestà emanato.» Nè la signoria di Genova, avuto notizia dell'editto del papa, lasciò di dargli pubblicamente risposta per far capace il mondo della giustizia del suo procedere; sì che del gravissimo litigio tra la santa Sede e la repubblica di Genova chiarissima fama s'innalzò per tutta l'Europa, e, come quello di Venezia, esercitò le penne dei più celebri ingegni, dei quali chi opinava per Genova e chi per Roma. Roma pubblicò la sua apologia, la pubblicò Genova, ed in mezzo a tanta contenzione, si vedeva che il nodo in ciò consisteva, che la sovranità di nome in quelle parti della Corsica apparteneva alla repubblica, e quella di fatto ai Corsi; onde la repubblica si offendeva di ciò che non poteva impedire e che il papa reputava necessario, ed il santo padre, pei provvedimenti da darsi, non poteva non riconoscere quel governo di fatto che la forza aveva stabilito già da parecchi anni senza che Genova l'avesse potuto vietare, e che anzi poca speranza si vedeva che ella in futuro il potesse. Così tra il diritto e la forza nasceva il contrasto; i Corsi si approfittarono della deliberazione del papa, che in loro aggiugneva animo ed in Europa favore e riputazione.
Genova si diede special pensiero di notificare quanto accadeva alla repubblica di Venezia, siccome quella che e per similitudine di forme politiche e per comunanza di massime con sè medesima conveniva. Il console di Genova in Venezia, Biffi, espose al collegio de' savi che la missione del visitatore apostolico tendeva a raffermare que' popoli nella ribellione ed a volgere l'armi contro il loro legittimo principe; che la signoria aveva stimato bene di opporsi ad una tale missione per conservare illesi i diritti del principato; che Roma aveva proceduto ingannevolmente, stante che nel tempo stesso, in cui si trattava un accordo per mezzo del cardinale Delci, decano del sacro collegio, e da monsignore Lazzaro Pallavicino, mentre per Genova passava andando alla sua nunziatura di Spagna, il preteso visitatore era partito di nottetempo da Roma per Civitavecchia, dove si era imbarcato per condursi in Corsica, sur una fregata pontificia; sperare Genova, aggiunse, che la savia Venezia la sua condotta approverebbe.
Il senato veneto, secondo l'antico uso di quella repubblica, fece risposta ne' seguenti termini; «Che sia permesso ai savi del collegio di far chiamar alle porte del medesimo il console di Genova, e per un segretario di questo consiglio significargli quanto segue: dal memoriale che per ordine della vostra repubblica ci avete fatto tenere, rileva il senato, che alle molte inquietudini promosse alla medesima da' Corsi ribelli, aggiungesi in ora quella della dimanda fatta alla Santa Sede per la missione in quel regno di un visitatore apostolico. Nell'atto però, in cui contempla il senato in questa partecipazione un contrassegno di buona amicizia e corrispondenza della vostra repubblica verso di noi, siamo chiamati a palesarne vero rincrescimento, non dissimulando poi anche l'amaro senso, che proviamo pei molesti e dispiacevoli avvenimenti, che turbano la tranquillità d'un governo, cui professando vera amicizia e perfetto attaccamento, manifesteremo sempre il costante desiderio nostro nel mantenere simili sentimenti, dichiarando a voi la nostra considerazione.»
Se mai fu studio per parlare senza dire, nissuno, che si sappia, ha quest'arte imparato ed usato meglio della repubblica di Venezia.
La Corsica, che menava le mani armate di ferro, non istette a badare nemmeno colla penna. Pubblicò ancor essa il suo manifesto per adonestare le cose successe il quale conteneva ragioni, conformi a quelle di Roma, ma con ingiurie contro Genova. Genova faceva bruciare per mano del boia in faccia a Banchi i manifesti de' Corsi, e la Corsica faceva per la stessa mano bruciare i manifesti di Genova.
Il re di Napoli s'interpose per trovar il modo di comporre quella velenosa discordia; ma trovò il governo pontificio meno arrendevole della signoria di Genova. Il re primamente proponeva, che rivocando l'editto de' 13 aprile, il papa si compiacesse di richiamare dalla Corsica il vescovo di Segni; in secondo luogo, che la rivocazione dell'editto fosse di data anteriore a quella del vescovo; terzo, che le due rivocazioni comparissero al pubblico tutte insieme, e perciò prima di pubblicarsi si rimettessero in mano del re.
Cotali proposizioni il re faceva con intesa e consentimento della repubblica. Il senato genovese bramosamente aspirava al vedere sopita una discordia, da cui riceveva non piccola molestia, conciossiachè i popoli cattolici, o ragione o torto che si avesse col papa, sempre sopportavano mal volontieri che i loro governi tenessero lite col supremo pastore. Ma il pontefice stava alla dura, e vane tornarono tutte le ragioni che il re seppe mettere in campo, non volendo lasciarsi persuadere, e sempre pretendendo che prima di tutto la repubblica desse la soddisfazione, e che quindi spiegasse a Sua Santità i suoi desiderii, perciocchè poteva essere sicura, lasciava intendere, di ottenere dalla non mai manchevole affezione del padre comune tutto ciò che fosse dalle pastorali sue obbligazioni permesso. Così la discordia che aveva assalito il papa e la repubblica di Genova, non fu potuta comporre, nè smorzare l'acceso fuoco.
Andando le cose a seconda e per quel verso che desideravano, i Corsi presero maggior ardimento e fecero risoluzione di usare tutti gli attributi della sovranità. Il consiglio supremo di Corsica ai 20 di maggio ordinò la guerra di mare contro i Genovesi. Fecero grandissime prede, mutati in bastimenti di corso i legni che prendevano, per forma che col desiderio della preda si moltiplicavano i mezzi di farla. I presidii di Bastia, San Fiorenzo e Calvi, a cui da Genova e da Livorno non potevano più pervenire se non con estrema difficoltà le provvisioni, grandemente ne pativano. Si rendeva un giorno più che l'altro manifesto che invano Genova si affaticava per ristabilire nella sommossa isola il suo imperio.
MDCCLXI
Anno di
Cristo
MDCCLXI
. Indizione
IX
.
Clemente
XIII papa 4.
Francesco
I imperadore 17.
Insorta nel cadere dell'anno scorso nuova differenza tra la corte di Roma e quella del Portogallo, per certi riguardi che il nunzio pontifizio intendeva gli dovessero essere usati e usati non gli furono, in occasione del matrimonio tra l'infante Don Pietro, fratello del re, e la principessa del Brasile, figlia dello stesso sovrano, differenza portata tanto innanzi che il nunzio stesso fu cacciato da Lisbona, ed il ministro portoghese, commendatore d'Almada, abbandonò Roma senza prendere congedo; pareva che tra per questo, e per l'espulsione de' gesuiti da tutti i dominii portoghesi, fosse la discordia per terminare con un'intera rottura. Ma la corte di Lisbona conservava sempre una tenera e rispettosa osservanza verso il successore del principe degli apostoli, e la prima occasione che se ne offerse, fu avidamente accolta per darne solenne dimostrazione.
Nato dal connubio di sopra accennato un successore alla corona del Portogallo, il re, trasportato dalla gioia pel felice avvenimento, scrisse di proprio pugno una lettera particolare al sommo pontefice Clemente XIII, nella quale pregava Sua Santità di voler dare al neonato la santa sua benedizione, affinchè, crescendo in virtù, si mostrasse poi degno figlio della Chiesa, ed imitasse lo zelo dei progenitori nel promuovere mai sempre l'ingrandimento della fede e della religione cattolica romana. Riuscì gratissimo al papa cotale uffizio. Rispose adunque ne' termini più obbliganti ed affettuosi, come potea promettersi da chi sospirava il momento di una piena riconciliazione. Ma le speranze per questa così concepite, svanirono senza frutto, e le cose rimasero nello stato di prima.
MDCCLXII
Anno di
Cristo
MDCCLXII
. Indizione
X
.
Clemente
XIII papa 5.
Francesco
I imperadore 18.
Esperimentato i Genovesi quanto inutili fossero stati tutti i loro sforzi per sottomettere colla forza dell'armi i fieri abitatori della Corsica, aveano sino dallo scorso anno pensato di tentare le vie della dolcezza; non che dall'affetto verso i Corsi fossero mossi, ma per pur vedere di ridurli a qualunque costo in lor suggezione. Ma prima di tutto Francesco Matra, fratello maggiore dell'estinto Mario, essendosi sciolto dai servigi del re di Spagna, ed accordatosi ai soldi di Genova con uno stipendio di dodici mila lire all'anno, venne in Bastia, e come prima giunto vi fu, mandò circolari ai Corsi, per cui gli esortava con dolci parole a ritornare sotto il dominio della repubblica e chiamava dispotico e tirannico il governo sotto di cui viveano. Nè risparmiando alcuna ingiuria contro Paoli, gli ammoniva a non fidarsene, avvertendoli che sotto colore di libertà ei voleva farsi padrone e tiranno della patria. Ma le esortazioni del Matra non sortirono effetto d'importanza.
Allora fu pubblicato un decreto, con cui il doge, i procuratori e governatori della repubblica si esprimevano, che avendo determinato di dare alla Corsica i contrassegni più sicuri della paterna amorevolezza con cui la riguardavano, e del sincero desiderio che nudrivano di vederla una volta tranquilla e felice, erano entrati in deliberazione di spedire in quel regno una deputazione con tutte le più ampie facoltà onde promuovere e fermare i mezzi d'una stabile pacificazione. Facevano quindi sapere a tutti gli abitanti, che senza distinzione od eccezione alcuna sarebbero tutti restituiti nella grazia della repubblica loro sovrana per mezzo di un generale indulto su tutto ciò che per l'addietro era accaduto. Gli assicuravano ancora della mente della repubblica di contribuir ad assodare la loro tranquillità e felicità col mezzo di tutte quelle grazie e concessioni che avessero potuto valere, non solamente a spiegare e confermare le antiche, ma ancora a stabilire una retta ed inviolabile amministrazione della giustizia civile e criminale ed a proteggere il commercio. Finalmente, dopo avere invitato tutti i soggetti più ragguardevoli del regno, non meno che tutte le altre persone a cooperare a fine sì giusto, proibivano (ed era questo il più riflessibile dell'editto) a chiunque premesse la grazia loro, di recare il menomo danno o disturbo tanto alle persone quanto ai beni dei Corsi.
Non migliore successo del Matra ebbero i sei senatori che in Corsica si trasferirono deputati per tale comandamento della repubblica, ed affinchè trovassero modo con offerte e con lusinghe di mansuefare quella gente furibonda, e di fare che un lume di pace finalmente rallegrasse quelle travagliate sponde. Insuperabile impedimento alla concordia vi era ed in ciò consisteva, che i Corsi a niuna condizione volevano consentire che di assoluta libertà e franchezza non fosse, cioè di compiuta sovranità, condizione da cui Genova costantemente abborriva, quantunque più desiderio che possanza avesse per eseguire ciò a che i suoi pensieri innalzava. O fosse sciocchezza di qualche Corso, o artifizio de' senatori e del Matra, desiderosi di seminar sospetto, una partita di Corsi offerse a Paoli la dignità di doge. Ma egli con grandissimo sdegno udì la proposta e col rifiuto dimostrò come fosse alieno dall'ambire il principato sopra la patria.
Perdette in quest'anno la repubblica di Venezia il suo doge Francesco Loredano, ma risarcì la perdita nel mese di maggio coll'elezione di Marco Foscarini. Eccellente natura, studii profondi, assidue meditazioni lo posero assai per tempo in istato d'incamminarsi alla gloria per vie diverse. Giovinetto, approfittò della scuola del padre, seguendolo nelle varie legazioni in cui impiegollo la repubblica, e dopo che fu tornato in patria, divise il tempo ed i pensieri fra' più onorifici impieghi e le scienze e le arti, eloquentissimamente poi scrivendo la Storia della Letteratura Veneziana. La incorrotta giustizia nel reggimento dei patrii magistrati, la saggia prudenza nell'amministrazione dei pubblici affari, la grandezza della mente, la vastità delle cognizioni e la dirittura dell'animo non solo furono in lui ammirate ed applaudite da' suoi concittadini, ma riscossero ancora l'ammirazione e l'applauso nelle corti di Savoia, di Vienna e di Roma, dove con superbo e quasi regio apparato fu ambasciatore. Fatto poscia savio del consiglio, cavaliere e procuratore di San Marco, poco prima di essere innalzato al ducal trono, diè chiarissime prove del suo attaccamento alla repubblica e del suo retto e saggio modo di pensare.
Erasi fin dall'anno precedente manifestata in Venezia fra patrizii una forte scontentezza per la soverchia autorità che voleasi su di lor usurpata dai tre inquisitori di Stato; scontentezza appalesata col non lasciare che fosse eletto alcuno per formare l'anno susseguente il supremo tribunale detto consiglio dei dieci. Cotale ritardo d'elezione d'un magistrato sì alle forme della repubblica necessario, e nel quale comprendeansi due, e alle volte tutti e tre i detti inquisitori, fece che si proponesse quella di cinque correttori per riformare e modificare le leggi e l'autorità dello stesso consiglio de' dieci; ed uno di tali correttori fu appunto il procuratore Foscarini. Tra i quattro suoi colleghi era disparità d'opinione, duo volendo che fossero aboliti gli inquisitori, due volendoli continuati. Le sessioni del maggior consiglio, che dovea esser giudice assoluto dell'alta quistione, erano state pel corso di più mesi d'esito sempre incerto e non senza concitazione degli animi e studio di parti. Finalmente nel mese di marzo, vedendosi che il maggior numero inchinava all'abolizione, il Foscarini, nemico d'ogni novità nella costituzione della patria, e prevedendo che simile abolizione cagionerebbe o almeno accelerare potrebbe la rovina della medesima, salito in bigoncia là dov'era accolto il maggior consiglio: «Aprite, esclamò, aprite, o cittadini, queste finestre, guardate dalle medesime il popolo che ansioso sta aspettando l'esito delle vostre deliberazioni. Non crediate già ch'egli si trovi raccolto nel cortile di questo palagio per aspettar con una placida indolenza il risultato di questo giudizio; ma stassene colà palpitando ed angoscioso per intendere qual esser debba il suo destino e quello della sua posterità. Egli aspetta se deve ritornare dalla moglie e dai figliuoli per consolarli con la nuova della loro sicurezza e tranquillità, o pure col doloroso avviso di dover abbandonare questo terreno dove son nati, e portar altrove le loro sostanze e le loro vite; giacchè in Venezia nè le une, nè le altre sono più sicure. Aprite, cittadini, aprite queste finestre, e se potete, restate indifferenti a questo spettacolo.» Il successo nel veneto comizio corrispose pienamente all'energico e sentimentoso slancio dell'oratore. Fu limitata entro men lati confini l'autorità degl'inquisitori, ma solennemente confermata, e due mesi dopo, l'eloquentissimo suo sostenitore si vide eletto e coronato doge di Venezia.
MDCCLXIII
Anno di
Cristo
MDCCLXIII
. Indizione
XI
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Clemente
XIII papa 6.
Francesco
I imperadore 19.
Nella scarsezza di materia che all'annalista offre il presente anno, sarà da riferirsi la transazione seguita tra i re di Francia e di Spagna e quello di Sardegna, perchè questo fosse compensato del non asseguito regresso nel ducato di Piacenza.
Il quarto articolo preliminare del trattato d'Aquisgrana portava che gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla fossero ceduti, come in fatti furono, all'infante don Filippo, riservato però il diritto di regresso agli attuali possessori, che in quel tempo erano l'imperadrice regina degli Stati di Parma e Guastalla, ed il re di Sardegna per quello di Piacenza; titolo di reversione principalmente fissato pel caso in cui l'infante don Filippo fosse passato al trono di Napoli, o morto fosse senza successione mascolina. Verificatosi il primo caso, per essere il re di Napoli passato alla corona di Spagna, e quindi don Filippo a quella delle Due Sicilie, il re sardo a questo si rivolse, per ottenere ciò che considerava come suo. Don Filippo diresse cotali istanze prima al fratello suo, re di Spagna, indi al re di Francia suo suocero; e quest'ultimo, per distornare i torbidi che potessero insorgere, scrisse di suo pugno al re di Sardegna, che se non si fosse trovato in possesso della città di Piacenza e del suo territorio sino alla Nura nella maniera divisata nel trattato d'Aquisgrana, avrebbe ottenuto un equivalente.
Tale impegno fu dal re di Francia partecipato alla corte di Spagna per concertare d'accordo le misure capaci di conservare all'infante don Filippo tutti i suoi Stati e render paghe le giuste domande del re sardo; ma possibil non essendo trovare un territorio che a questo ultimo servisse di compenso senza pregiudizio d'altre potenze, si obbligavano i re di Francia e di Spagna di far godere al re di Sardegna quella stessa rendita annuale, di cui goduto avrebbe se fosse stato attual possessore della città e del territorio di Piacenza. La rendita netta fu per tanto di comune consenso ridotta a trecento ventotto mila lire di Francia, ed il capitale relativo, in somma di otto milioni duecento mila lire della stessa moneta, venne assentato sul palazzo della città di Torino al quattro per cento. E volendo finalmente il re Cristianissimo risarcire il re di Sardegna della privazione delle rendite di quella parte del Piacentino che giace di qua della Nura, dalla morte del re di Spagna Ferdinando VI sino ai 10 di marzo del presente anno, si obbligò di far pagare al re sardo altre cento settantantasei mila trecento trentatrè lire nello spazio di due anni; così rimanendo definitivamente composta l'insorta vertenza.
Dopo la breve ducea di dieci mesi terminò di vivere a Venezia Marco Foscarini; e di lì a pochi giorni gli fu dato a successore Alvise Mocenigo, personaggio di somma dignità e prudenza, stato ambasciatore a Parigi, a Roma ed a Napoli, intimo amico del cardinale Fleury, e carissimo a Benedetto XIV.
MDCCLXIV
Anno di
Cristo
MDCCLXIV
. Indiz.
XII
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Clemente
XIII papa 7.
Francesco
I imperadore 20.
Continuavano sempre a travagliarsi in Corsica le cose a piccole fazioni. In quasi tutte le parti dell'isola si guerreggiava, ma principalmente in Furiani, assaltato da Matra e validamente difeso da' Paolisti. Finalmente Matra, conoscendo di non potere far frutto, tornò a Genova col commissario Sauli, che aveva ceduto il luogo al vicereggente Speroni.
La repubblica ormai disperava della sottomessione de' Corsi. Nè le forze, nè le lusinghe, nè i maneggi erano valsi. Paoli sormontava d'ardire e di potenza, e quello che Genova non aveva potuto ottenere su' principii del prode e provvido tenente corso, da Napoli venuto con non altro che col suo nome e coll'ardente desiderio di servire la patria, assai meno poteva sperar di conseguire presentemente che il capitano generale dei sollevati aveva assuefatto al suo freno i suoi paesani insofferenti di ogni altro, che aveva dato tante prove di perizia di guerra e di prudenza di Stato, e che già per parecchi anni aveva resistito contro le insidie de' partigiani e contro le forze dell'antica signoria. Alla sua voce, la Corsica quasi tutta concorde ed unanime si muoveva, e le armi minacciosa e fiera contro Genova brandiva: di bocche da fuoco, di ferree punte erano tutti quei lidi orridi ed ispidi.
Non potendo da sè, Genova pensò di usare soldati forastieri. Sperava con tale mezzo di venire ad un aggiustamento che discreto e ragionevole fosse. Questo era un ultimo sperimento ch'essa voleva fare, il quale, se, secondo l'aspettazione, non succedesse, aveva in animo poi di abbracciare un partito, per cui i Corsi, se non sarebbero più stati di lei, di loro medesimi non sarebbero nemmeno. Amava meglio vedere la Corsica in balia altrui, che signora di sè medesima.
A dì 7 di agosto fu sottoscritto in Compiegne tra la Francia e la repubblica un trattato per cui si concluse che approderebbero in Corsica sette battaglioni franzesi, e prenderebbero le stanze loro in Bastia, Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non già verrebbero per far guerra ai Corsi, che anzi da amici li tratterebbero, ma solamente per difendere quelle piazze, ed impedire che di esse non s'insignorissero. Verrebbero anche come portatori di pace, avendo il conte di Marbeuf, che guidare li doveva, ordine di persuadere un accomodamento, e facoltà di concluderlo. Arrivarono in fatti, e nelle destinate piazze si posarono. Da quel momento in poi la Corsica non fu più di Genova che di nome.
Gravissima carestia percosse in questo anno la parte meridionale dell'Italia. Napoli si trovò più volte in necessità di combattere sedizioni popolari dal caro del pane prodotte; Roma, più povvidente, mandò suoi commessi in più parti, e quindi fe' sì che il popolo se non abbondantemente, almeno sufficientemente fosse provveduto.
MDCCLXV
Anno di
Cristo
MDCCLXV
. Indizione
XIII
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Clemente
XIII papa 8.
Francesco
I imperadore 21.
Giuseppe
II imperadore 1.
Genova, che sola per molti anni sentiva in Italia il peso della guerra, mentre il rimanente della penisola godeva d'una calma invidiabile, Genova fu debitrice alla geografica sua situazione di vedersi scelta ad accogliere nel suo seno due gran principesse, cioè la infante Maria Luigia figliuola del re di Spagna, destinata sposa all'arciduca Leopoldo d'Austria e l'infante Luigia di Parma, contemporaneamente destinata al talamo del reale principe d'Austria, figlio dello stesso re di Spagna. Ma la gioia di queste accoglienze fu presto conversa in lutto per la morte in quel mentre accaduta in Alessandria dell'infante don Filippo di Parma, padre dell'una e zio dell'altra delle dette principesse, rapito dal vaiuolo nel suo quarantacinquesimo anno. A lui succedette l'infante don Ferdinando, suo figliuolo, allora in età di quattordici anni.
Dopo il tristo caso, la principessa spagnuola procedette ad Innspruck, dove fu accolta dall'imperial corte, e quindi congiunta al suo sposo colla nuzial benedizione loro impartita dal principe di Sassonia, vescovo di Frisinga e Ratisbona. Ma anche colà la attendeva nuova scena di dolore. In mezzo alle feste, agli spettacoli, alle luminarie, ai plausi popolari, che per ogni canto annunziavano il giubilo comune per sì lieto avvenimento, morte rapì nel suo cinquantesimosettimo anno l'imperatore Francesco I. Era il 18 di agosto.
Tutti i paesi da Francesco governati piansero la sua morte, perchè dotato di bontà, di affabilità, di clemenza, ebbe sempre in vista come oggetto primario la felicità degli Stati suoi, la tranquillità de' suoi popoli, la prosperità delle scienze, delle lettere, delle arti e del traffico, ed a sua lode si disse altresì che in mezzo alle gravissime cure dell'impero in tempi sovente turbati ed in mezzo alle politiche agitazioni, degnossi talvolta egli stesso di occuparsi delle scienze più utili, e particolarmente d'incoraggiare i progressi delle scienze fisiche.
Già nel giorno 27 di marzo del precedente anno era stato eletto re dei Romani il suo primogenito Giuseppe; questi adunque succedette al padre nel trono germanico e negli Stati austriaci ereditarii, e nominato fu tosto dalla madre correggente degli Stati austriaci. Di là a pochi giorni, granduca di Toscana fu dichiarato il di lui fratello, il quale dalla funesta Innspruck si pose, colla gran duchessa sua novella consorte, in viaggio per Firenze, accompagnato sino a Sterginau dal fratello, nuovo imperadore.
Così ambe le perdite sofferte dall'Italia venivano ad essere riparate; ma Clemente XIII non trovava compenso alle sue, che specialmente riguardavano ai Gesuiti.
Non appartiensi a questi Annali un minuto ragguaglio delle querele e delle contestazioni che verso l'anno 1760 suscitaronsi in Francia relativamente ai religiosi di questa compagnia. Promosse si erano varie lagnanze contra que' regolari, che determinato avevano il parlamento ad esaminare le loro costituzioni, non meno che i titoli del loro stabilimento in Francia, disamina che il re stesso erasi riserbata. Proposta s'era intanto da que' magistrati l'appellazione, detta come di abuso, da molte bolle, molti brevi e molte costituzioni riguardanti i Gesuiti, e condannati eransi ad essere abbruciati: vietato erasi parimente all'ordine di ricevere alcun membro, ed anche di continuare nel pubblico insegnamento. Il clero di Francia, chiamato ad esporre il suo sentimento sull'utilità relativa di detti regolari, sul loro insegnamento, sulla loro interna condotta, suggerito aveva di modificare i suoi regolamenti. Il re Luigi XV, che amante mostravasi della concordia, aveva quindi proposto un modello di riforma, che presentato erasi al pontefice ed al generale de' Gesuiti medesimi. Ma questi rispose che esistere doveano essi quali erano, o piuttosto non esistere, aut sint ut sunt, aut non sint. Il pontefice prestossi alle viste medesime di quel superiore; ed il re lasciò il corso libero alle contestazioni, e cominciò egli stesso dall'ordinare che chiuse fossero le scuole gesuitiche. Il parlamento quindi, rinnovando l'appellazione dalle bolle, da' brevi e da qualunque regolamento concernente quella società, vietò da prima ai Gesuiti di portare l'abito dell'ordine e di vivere sotto l'obbedienza de' loro superiori, e poscia, nel 1764, ordinò che dentro otto giorni i Gesuiti uscissero del regno, qualora non giurassero di rinunziare all'istituto loro. Sulla fine di quell'anno stesso, il re, aderendo al voto di tutti i parlamenti del regno, pronunciò l'abolizione totale de' Gesuiti in Francia.
A tal colpo Clemente XIII, che aveva a sè medesimo persuaso la conservazione de' Gesuiti toccare la coscienza, perchè li teneva utili alla religione ed alla Chiesa, rotto il silenzio, pubblicò, il 7 gennaio di quest'anno, la bolla Apostolicum, che confermava i Gesuiti in tutti i loro privilegii, giustificandoli su tutte le accuse, e per capacità, zelo e servigio con somme lodi innalzandoli.
Se mai altra bolla si sparse rapidamente nel mondo, questa fu presto in mano di tutti, specialmente in Francia, dove levò altissimo rumore. Denunziata quindi al parlamento, verso la metà di febbraio, il parlamento stesso emanò un decreto, con cui rimase la bolla soppressa e proibita, con espressa inibizione di accettarne per l'avvenire verun'altra, se non fosse accompagnata del regio beneplacito. Ed in Portogallo, fatta la bolla soggetto di molte discussioni, uscì finalmente fuori un rescritto o decreto del re, col quale veniva dichiarata di niun effetto rispetto a' suoi dominii e regni, proibendone qualunque esemplare non solo riguardo al non poterne fare uso alcuno, ma ordinando eziandio che tutte le copie si dovessero consegnare al così detto tribunale dell'inconfidenza. Dichiarò inoltre il re eguale intenzione e volontà riguardo a tutti gli altri brevi e scritture della medesima natura che non avessero ottenuto prima la reale approvazione; ordine sovrano che fu registrato in forma di legge nella segreteria, indi pubblicato nella gran cancelleria della corte e del regno.
In Corsica, Marbeuf cominciò ad usare il ministero di pace, promettendo da parte del re Luigi fermezza e sicurtà ai patti di concordia che con Genova fossero stipulati. Varii negoziati s'intavolarono tanto in Corsica con Paoli e col colonnello Buttafuoco da parte del Marbeuf, e dal conte della Tour du Pin, che per la Francia e per Genova trattavano, quanto a Versaglies, dove per questo fine della Tour du Pin e Buttafuoco si condussero. L'affare si maneggiò, come già altre volte, senza effetto, perchè si diede in quel perpetuo intoppo, che i Corsi volevano la loro independenza, e Genova non la voleva consentire. In fatti gl'isolani domandavano lo Stato libero e sovrano, e la possessione di tutte le piazze, che i Genovesi ancora tenevano. Chiedevano inoltre che la Capraia e Bonifazio fossero loro dati in feudo, obbligandosi di pagare a Genova, per ricognizione della feudalità, un tributo annuale di quaranta mila lire, che era quanto i Genovesi, siccome essi stessi affermavano, ricavavano ogni anno dalla Corsica. Per maggior dimostrazione della dipendenza feudataria di que' due luoghi, i Corsi offerivano di mandare ogni dieci anni uno de' loro primarii personaggi a chiedere l'investitura. Promettevano altresì di consentire ai Genovesi il libero commercio e senza pagamento di dazii in tutte le terre e mari di Corsica.
MDCCLXVI
Anno di
Cristo
MDCCLXVI
. Indiz.
XIV
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