ÈL SGNER PIREIN
ANTONIO FIACCHI
ANTONIO FIACCHI
ÈL SGNER PIREIN
SCRITTI SCELTI EDITI ED INEDITI
A CURA DI ORESTE TREBBI.
CON PREFAZIONE
DI LORENZO STECCHETTI
TERZA EDIZIONE CON AGGIUNTE
E DISEGNI DI AUGUSTO MAJANI
BOLOGNA
NICOLA ZANICHELLI
EDITORE
PROPRIETÀ LETTERARIA
PREFAZIONE
E così fugge la vita, ora lieta, ora trista, lasciandosi dietro uno strascico di ricordi e di rimpianti tormentatori dell'età che declina. Così si riaffacciano alla mente le imagini dei morti che non vogliono esser dimenticati, degli amici caduti lungo la strada che par seminata di sepolcri come la Via Appia Antica.
E non è certo per la vanità dell'odiosissimo io che ricordo l'ultima volta in cui vidi Antonio Fiacchi appunto sull'Appia Via, funeralmente silenziosa, in un grigio pomeriggio di ottobre, in faccia alla deserta maestà della campagna romana. Forse la desolata solitudine del luogo e la mestizia del giorno morente ci vincevano, opprimendoci con una vaga sensazione di malessere che spuntava i motti e ci faceva parlare sotto voce. Così, di quest'ultimo nostro colloquio, serbai e serbo un ricordo velato di tristezza, come se udissi ancora i corvi gracchiare tra le rovine.
E qualche cosa di triste era anche nella arguzia del Fiacchi, uomo di ingegno assai più alto di quello che la sua modestia lasciasse credere e che solo gli intendenti indovineranno sotto l'apparente facilità di queste pagine buttate giù come per svago negli intervalli tra le cure burocratiche, così ripugnanti alle cure dell'arte. Poichè è notevole come l'amaro dell'umorismo pervada e contagi spesso le opere degli stipendiati che si lasciarono tentare dal demonio delle lettere. Furono impiegati il grandissimo Porta, il Belli, il Zorutti e tanti altri che per avi ebbero il Berni, il Tassoni ed altrettanti illustri, costretti ai lavori forzati dello scrittoio e degli uffici. L'Ariosto reggeva un'umile podesteria in Garfagnana, il Rabelais fu correttore nella tipografia del Grifio e il Dickens era resocontista parlamentare quando esordiva coll'immortale Pickwick. Pare che l'arte di mascherare le miserie della vita sotto il lepore della forma sia il retaggio della famiglia di Monsù Travet!
Fatte le necessarie proporzioni, anche il Fiacchi fu di questi minuti funzionari la cui opera, spesso dialettale, lascia per lo più la impressione salsa ed amara di una ingenuità disarmata contro gli assalti della mala fortuna attribuita a personaggi deboli, candidi e quasi deficienti, facile preda d'ogni più facile astuzia, vittime destinate del superiore imbecille, della moglie inacetita, del collega crudele o del primo raggiratore che capita. Tipi ferravilliani e pur veri, tipi che da Giovannin Bongée ad Oronzo E. Marginati ci passano accanto ogni giorno e che, appena esagerati dall'arte, ci muovono prima alla ilarità, poi alla compassione.
Ai tempi dei tempi, viveva in Bologna un giornaletto ebdomadario nel quale era in grande onore il dialetto e che perciò non usciva dalla cerchia delle mura cittadine e in dialetto si intitolava «Ehi! ch'al scusa...» formula garbata che si adopera per fermare qualcuno e parlargli. E garbato era il giornaletto che aveva per impresa — «Colle persone usare modi gentili» —, massima del Galateo. Non conosceva politica e non si mischiava nelle piccole contese municipali, ma si volgeva specialmente ad un pubblico simpatico di signorine e di signore cui tributava l'omaggio di sonetti lusinghieri e di allusioni urbanamente madrigaleggianti.
A questo giornaletto il Fiacchi recò fortuna colla creazione di un tipo comico — Èl sgner Pirein Sbolenfi — incarnazione di un petroniano antiquato, pesce fuor d'acqua nella vita moderna, alle prese col tenue bilancio famigliare e afflitto dalla moglie Lucrezia incresciosa e pettegola e dalla figlia Argia, già allieva delle Scuole Normali, sempre nubile, con pretese letterarie ed isterismi romantici che la condussero poi a non bella notorietà. Le risibili tribolazioni del povero uomo, esposte in lettere stravaganti ed infarcite di bizzarri idiotismi, ebbero in Bologna così allegra fortuna che in un lieto Carnevale fu eretto un villaggio di legno di cui fu acclamato Sindaco èl Sgner Pirein, sotto le spoglie dei povero orefice Magagnoli il quale fece discorsi, emanò regolamenti e mise fuori certi ameni manifesti che molti Sindaci del Regno dovrebbero invidiargli per lo spirito fine e l'acuto giudizio.
Ma il creatore del Sgner Pirein era impiegato alle Poste e fu trasferito a Roma. Lasciò qui gli amici, il giornaletto, le piacevoli consuetudini ed ogni cosa più caramente diletta per andar lontano dalla sua materna Bologna a riassumere pratiche, ad evader note e a rivedere statistiche. Così la radice era strappata dal suolo nativo. Mandò parecchie lettere datate «dalle rive del Colosseo», ma ben presto il giornaletto sfiorì e morì ed anch'egli si spense quando la vita gli sarebbe stata più benigna e ridente.
I bolognesi però non hanno dimenticato ancora il loro Sgner Pirein e ricordano la sua cara e buona imagine, tanto argutamente sincera, anche nella caricatura, così che ne vollero raccogliere alcune pagine calde ancora della festività antica, non per sforzarne il valore oltre quella misura che al Fiacchi piacque, ma come affettuoso e pietoso ricordo di un egregio uomo che in altre condizioni avrebbe senza dubbio prodotto di più e di meglio che un giocondo epistolario la cui vivace genialità male si può intendere da chi non vive all'ombra della torre degli Asinelli. Pietoso ufficio al quale attese con animo devoto il signor Oreste Trebbi, amico e collaboratore del Fiacchi nei giorni sereni in cui questi scherzi uscivano dalla facile vena di un umorista che non potè e forse non volle tentare le aspre vie che conducono alle cime. Pietoso omaggio di concittadini a chi tanto amò il suo nido natio e lumeggiò, sia pure con lo sarcasmo che nasconde la pietà, l'uggia dolorosa che incombe su quegli umili pei quali la rassegnazione è la sola ragione del vivere.
Sia leggiera la terra del sepolcro al povero Fiacchi e leggero il giudizio dei lettori per queste reliquie sue!
(1912)
L. Stecchetti
LA FAMIGLIA SBOLENFI
dall'Ehi! ch'al scusa... del 9 febbraio e 16 aprile 1888.
LE VICISSITUDINI DÈL SGNER PIREIN
I M'HAN FATT CORRER?
Sissignore, se fosse vero non lo negherei e a dirè senza renitenza: sè, èl prem dè d'avrel mi hanno fatto caminare; avrei èl curagg ed direl... Percossa far di misteri?, dseva quèl ch' guardava èl pordgh ed S. Lùcca, ma questa è un'idea dia mî famèja, che anche lui, quant al sintirà comme è la fazzènda, converrà nella negativa. Dònca sabet, l'era ott òur che am era livà in quèl mumèint e mi affibiavo i tirant del bragh, lo so che non usano più, ma d'altra banda mî mujer l'am dis sèimper ch'am tegna sù, e che mi tenghi su, per via del decoro, e come si fa a tenersi su sèinza i tirant?! Al dis al fa, si metti la cinghia, ma nossignore che quel restringimento a travers fa male alle viscere del padre com l'ha fatt mal a quèlli dla fiola, il quale ci è una delle mie ragazze che dòp che si ostinò a andare in cinta, dsevla lî, e strecca e che te strecca, ha finito per prendersi un'applicazione di cuore, una spezia d'urisma, che quando ci vengono gli eccessi la fa pietà a tutti quelli che la circondano. Ma dscurrèin ed coss alligri, dseva quèl marè ch'cuntava la mort ed la sô spòusa... e si torni nell'argomento.
Dunque mi affibbiavo i tiranti, quand viene dentro la Lucrezia con una cassettina che fava molta fatica a portarla... e dice: Pirein, auf! cum l'è pèisa sebbèin che sia piccina... al la manda èl sgner Vermicelli e ti prega ed purtarla alla Madonna grassa, da Stricchetti... bada però ch' l'è èl prem dè d'avrel.
L'usservaziòn era giusta, chè mî mujer l'è una furba e mèzz, ma d'altra part io non conoscevo èl sgner Vermicelli e tanto meno il signor Stricchetti: su la cassettina c'era l'indirizzo, dunque? non ci poteva essere inganno, qualunque nei suoi pagni avrebbe detto lo stesso.
A ciap sù la cassetta che pesava, e dalla porta della Mascarella dove cè la civica mia abitazione, am l'avvei vers la Madonna grassa... una bella aguliata! Quand a fo lè da Bentivoglio apponzai sul murizzolo la cassareina, e sudavo come se fossi una bestia.
In quèl mèinter però che am spazzava la fronte ammatita di sudore, a pinsava che l'era una cossa uriginal che uno che non sapevo chi fosse mi caricasse di un carico da purtar a un'altra persona incognita... ma poi pensavo quanto si è serviziali non bisogna guardare in faccia a nessuno e prestarsi per la umanità in genere. E acsè a fe, con uno strascino che en vlènd sagattar il continente nella cassetta che si erano raccomandati che la portassi para, non potetti neppure profittare dell'Omnis e tanto meno del Tramwaj che è quello senza le rotatorie fora ed porta[1] che cè il caso che i cal, con rispetto dei piedi, vadino a finire nella punta dei capelli e vice versa. Basta, uscito di casa alle 9, arrivai dai signori Stricchetti al 12 e mèzz, tutto trasudato, e anellante che mi favo compassione da per me. Mi viene aprire una ragazza e mi si butta a riddere in faccia e mi pianta lì come un palio.
Finalmente arriva un zuvnein ducatissimo, che con un ammasso di complimenti, mi dice:
Am indspias, ma ci è un equivoco, quella cassettina che lì va a degli altri Stricchetti che stanno alla porta di S. Felice, sono nostri cucini; in quèl mèinter dedrî da di ùss saltava fora del tèst cun del stiuppà, delle schioppettate, di ridere.... Bella ducazione! Eh, a sfid, esclamai, l'è bèin lunghètta, ma bisugnarà rasegnarsi e andar alla porta ed S. Flis.
Nella fretta d'uscir di casa am era dscurdà anch èl portafoi, una cossa che mi va succedendo, e per conseguèinza aveva una gran fam, e non potevo pagarla. Con quèl car pèis sotto il braccio e dei finimenti di stomaco che si poteva vedere, arrivo al 2 ¼ alla porta ed S. Flis a quèl nùmer che mi avevano anzidetto.
Ma dentro da quella porta an i stava endson che si chiamasse per cognome, e tutti mi dicevano che provi a st'altra porta que attèis...ma erano tutte chiuse, e attèis non ce n'era nessuna.
Oh sangue d'un fnocc', d'un fenocchio...che quant am vein sù i ciû...i barbagianni, a biastèm com è un turch...questo l'è un vago affare...e d'altronde ste sgner Vermicelli che io non conoscevo, cuss'arèl pinsà ed me se non avessi consegnato quella benedetta cassettina così pesante?!
E dmanda pur int el buttèigh, mo tùtt is mitteven a redder, ma nessuno conosceva la famiglia Stricchetti, si vede che è gente ch'fa una vetta artirà...e tal sia di loro.
Un ragazzèl d'un barbir, a cui mi ero rivolto per chiarificazioni, al s'mett a redder e po al fa: badi che sarà un pesce!.... Acsè pèis?! bazzurlone: mo senti bene questa cassettina premma ed dscòrrer, ah, che pèss tamogn?! si cacciò in una sboccalata...e an savè cuss'as dir.
Basta, j eren el quatter che me a j era anch a batter a tùtti el port ed S. Flis in cerca di questi signori Stricchetti, e con una sete che se non era un ragazzol che mi concedesse un spiguel, uno spigolo di arancio, am srê vgnò la poligola cum è al galleinn.
All'infine poi me aveva fatto il proprio dovere, e ero fuori dai miei obblighi, che quanto siamo agli ultimi, io non ero obbligato a ciapparum una malattî per far un piacere a uno che non conosco, e decisi ed ripurtarum a cà la famòusa cassteina che avevo poi capito che doveva contenere dla conftura perchè as sinteva che ci ballava dentro.
Arrivò in seno alla famiglia ch'l'era 5 òur sunà, stoff mort, moj spòult, affamà comme un lupo.
Quel donn j eren in angostia perchè ci era una lettera urgente per me, e fenna che in me vdeven non la potevano consegnare...sono state abituvate così fenna da piccine...e sanno contenersi nelle traversioni della vitta.
A âver la lettra: l'era èl sgner Vermicelli che al mi diceva che non importava più che portassi il noto collo, al la ciama un col una cassètta, a destino, e che me la regalava a me. Quanta gentilezza, puvrètt, si vede che mi ha della fezione sèinza mî demerit.
Allòura fumo tutti felici, e quelle mattaciuole del mî fioli mi cominciarono a saltare intorno che volevano la confettura.
Stà boni, lassà far a Biasi che fava le corna agli asini! ah, a seinter questa materia, si può figurare che risat...hanno tutte il morbino, e poi anche non l'avessero, a sfid a star seri anche il più mognone di questa terra.
Basta, tolsi un coltello e a cminzipiò a cavar la copertura, ch'l'era inciudà...mo s'imagini bene cossa ci era dentro? — Dla giara — dla più bèla giarleina...ch' la pareva fatta a macchina. Si vede che era un campione: èl sgner Vermicelli al srà un neguziant in quel genere che lì.
Quel talp ed quel donn che non hanno idea della industria e dei movimenti commerciali, el saltonn fora a redder e a dir che im aveven fatt correr perchè l'era èl premm de d'avrel...e anch adèss sono imedesimate in quel pensiero e non è possibile cavarglielo.
Ma io ce la feci bella: a ste asptar che el fossen andà dla tùtti, e po a dess: Au! purtam que la brètta, gajardi...e a l'aveva in tèsta!!!....
Chi ha còurs?...Pirein nò ed zert....
— A me non la si fa, dseva quèl ch' studiava èl sulfègg...e tersuà a lòur sgnòuri.
Dall'Ehi! ch'al scusa..., 8 aprile 1882.
OH! LA CUMÈTTA!!
Che cosa è una cometta?
Em dmandava l'alter dè l'Ergia, che ha sete di sapere, puvreina, e che per l'istruzione l'andarè a cà ed clò, a casa di colui.
Adèss cè venuto in mente di studiare il todesco nelle scuole serali, che se le facessero di giorno per me am srè più comod, ma ciò non vuol dire che infine fa lo stesso.
A st'òura lî zò s'è cumprà la grammatica, e la sa bale com' as dis pader, mader, pan in tudèsch che a tavla a la fèin po dscòrrer sèinza capir nient, che l'è un piacere, e me e la Lucrezia si guardiamo negli occhi che sono accosì belli, come dice il paggio Fernando, e si commoviamo a vedere una ragazza che, povra diavla, quanto nacque la n' in saveva rèbsa[2] e che ora è struita quasi più dei suvoi genitori, che grazia Dio hanno fatto i suoi studi in rèigla, perchè mî mujer l'è arliva del pùtti del padre Gallini là dal Zugh dèl ballon, ed io ho fatto il corso regolare delle quattro prime operazioni, che se non erano i maiestri che per gelosî, cunsionn mî pader a troncarmi a mezzo, perchè dsevni lòur, l'era trî ann che non passavo in un'altra scuola, adèss potrei essere com'è tant alter, o avvucat, o arziprit, o sendich, o pussidèint, val a dir d'aver fatto una carriera per esser messo poi fra i deputati comme sono quelli che sono attaccati su per i muri adesso, che un consumo di cola comme si fa l'è un affar seri.
Ma èl pover mî pader non volle, e tal sia di me.
Sicura; l'alter dè, mentre si facevano due chiarle accosì per passare il tempo dòp dsnà, quella spipola d'Ergia l'am salta fora a brusapèil, digand: Papà, che cosa è una cometta?
Dichi mo che questa domanda l'avesse diretta a un asino, che figura ci faceva?
Ed star zett, forsi, ma me nò, che per furtouna se n'era parlato poche sere primma al caffè dove vado qualche volta tùtt el sir a fare un 150, e dovve recapitano dei vomini com va, struiti, che leggono e che i san arspòndrov anch se non li interrogate.
La cumètta l'è una strèla che ce venuto un buco, dseva èl nostr'amigh, ed è un fatto.
Al dice al fa, che cossa è una stella? L'è un globo con dèinter una lùm di materie infiammatorie. Dònca, fa mo cònt che in qla bòmba opaca ch'è lè fora dove cè scritto: vini e liquori, ci venisse un bel busino, grande come un centesimo da due, cossa succederebbe? Che ci salterebbe fuori un codino di luce che quelli che passassero direbbero: Ohi, guarda, a s'è ròtt la bòmba, quèl è sta una sassà...ed ecco che quant una stella comune ciappa còntra a cvèl e sì rompe, nasce le stelle comette.
Com a s' capess l'omen ch' passà la sô vetta int èl studi, l'è un cupesta d'l'avvucat Sberli...a savèir ed quel stori lè, non bisogna micca essere privi dell'uso della ragione.
E che mi scusi bene, a dmandò me, che mi piace ed ciarificar el coss, come avengono poi queste rotture in cielo?
— Per l'affare delle costellazioni. Non si sa che cè l'ariete, il toro, e una scurnà ed qui bî matton, basta per ròmper zenqv o sî strèl int una volta, e farne tante comette. Al voi dir che noi non ne vediamo che una, perchè si sa che a quelle altre a j è dinanz o una cà o un alber, mo in cielo ve ne sono di quelle poche.
Sicchè, ricco ed sta bèla spiegaziòn, feci restare a bocca aperta la intera famiglia che ci va a venir voglia d'andar a vèdder la cumètta.
Eh, mo siv matti! An savi che si alza nelle quattro e che per vèdderla bisògna andar chissà dov, certo poi fuori di casa e che l'aria dl'alba fa male ai nervi.
Non ci fu verso, el s'ficconn in tèsta, si gettarono in testa, ed vlèirla vèdder e bisognò cuntintarli.
Allòura a stabilenn d'andar a letto prestino e po livars nelle 3.
Io andai un momento al caffè a seinter dal cupesta dovve si vedrebbe meglio, lui mi disse su per la mura di Strada Stefano.
A tòuren a casa: j eren tùtt a lètt che dormivano.
Ah, sèimper spiritòusi el mî donn!!
Mo me furb, a pensò: se a vad a lètt ci è il caso che mi addormenti e allòura chi ci chiama?
Mo sicuro! slèin livà dònca, e per distrarmi am mess a sgar di zuccadein in cuseina. Non lo avessi mai fatto, che un aquilino ch'sta lè dsòtta, gente senza ducazione, am ciama dalla fnèstra della corte, e am cmèinza a dir degli intemperi, e che doppo mezzanotte non si deve segare, e lassa pur dir, che al pareva lui il padrone e che me non pagassi il fitto, per far i mî comod.
Me a j arspòus che il galateo lo conoscevo più di lui, e che non cè nessun codice che proibisca tali operazioni in casa propria, quando non ridondano a danno di terzi, dònca lù al s'ciamava Tortellini e non aveva ragione di espellere lagnanze.
L'amigh al s'la tols persa, se la prese perduta, e rimase mutto, me a seguitò a sgar, e dòp un mumèint a seint el mî ragazzoli urlar, e mî mujer l'istess: — Mo Pirein dvèintet matt! far un diavleri acsè a j ho cherdò che al sia èl tèrremot.
— Papà, che pora, tra che am insugnava la cô dla strèla!!
— Zitto tutte, e livav ch'l'è òura.
Al trèi e mèzz avreven la porta; appènna fora a vèdd ch'al suèbbia, e l'è un bur ch'an si vèdd una gòzza, una goccia, a tòuren indrì a tor l'umbrèla e vî, tùtt cunteint pensando allo spettaccolo che si preparava.
Qla mattazzola d'Ergia, che a j aveva fatt impressiòn l'affar dal busanein, non vedeva l'ora di vederlo.
Arrivèin dalla mura. En pinsand che a j era l'erba moja, volli fare il bravo e a corr sù, ma mi manca un piede e a rozzel, rotolo per terra insujandum, tùtt, e fagand cascar anch la Lucrezia che mi veniva didietro. Per furtouna, allo infuori dla malta, che lassandla scar nel mattino susseguente la si sgaramuflava, non ci facemmo la più lieve conclusione, e quindi tutto finì in riddere che a j era quel ragazzi che si trattenevano le costolette che non potevano più.
E raggiungessimo la meta, ma l'acqua vgneva zò più fort, e que la cometta non si veddeva. Quel donn s'incominciavano a impazientire, e la Ergia andava guardand con di vider affumgà che ci erano serviti per veddere l'accless; ma an s' vdeva nient.
— Mo che as'siamen sbalià mura? a pinsò me, che nei frangenti più critichi so conservarmi freddo, dseva quèl ch' lavurava int la nèiv, e detto fatto a ciappèin sù arm e bagai e andiamo lì dalle guardie daziarie con preghiera di schiarimenti.
E lì, gentile, si dice che bisogna andare nella mura di Saragozza perchè l'era passà per d'là.
E que l'acqua cherseva. Mo ci eravamo... e vî ed scappà vers Saragozza — un arloj sunava el 5 ½ e cominciava a slomberzare.
Arriviamo alla Porta di Saragozza, ma quella caduta che a botta fresca non mi aveva fatto nulla, adesso mi faceva male e a caminava zoppicando. Mî mujer l'arstò per di dè nezza abbenchè fosse nata in Savoia.
Basta, a forza ed sforz arrivò int la mura, ma non si veddeva nulla. Sòtta al pordgh dèl Mlunzèl a j era una lumeina, mo me a degh ch' l'era un lampiòn; quel donn disen mo che fosse la stella, basta èl fatt è che venne giorno, e l'acqua seguitava, sicchè a pinsò ch' l'era mei turnar a casa, che a j eren moi spult, bagnati sepolti come pipiini.
Turnand zò a incuntrò un zuvnein, di questi sapientoni, che si mise a riddere quanto ci dimandai come poteva essere che non si vedeva la cometta.
— Imbecille! ai dess in cor mî, il riso non è una risposta.
E andonn a cà. Quant a fo dalla porta, a lassò andar sù quel donn perchè a vols andar a tor dl'arnica perchè a sinteva che il male alla parte offesa dla cascà, aumentava.
Ma non l'avessi mai fatto, chè in quèl mèinter che a turnava e saliva le scale con la mi buccteina in man, am seint arrivar un bastòn zò pr'el spall e una vòus ch' dseva:
Ah, t'em vu insgnar al galateo, asen d'un vècc, ciappi quèsti, e impara a dsdar i can ch'dormen... te sèiga la lègna a un'òura dòpp mèzzanott... e me at dag èl lègn zò per la vetta!
La mî furtouna fo che l'arnica rumpand la buccètta l'andò a spargujars tra 'l bastòn e me ed mod tal che servì come antidoto alle funeste conseguenze.
È inutile che ci dichi i versi di quelle donne nel vedersi così maltrattate nella persona di suo padre...
Mi misero a letto, ma non vi fu luogo a procedere perchè èl duttòur, sumaròn, non seppe distinguere le lividure prodotti dalla cascà, da quelle del bastone...
Me però a cunfèss che almanch ql'amigh em fe vèdder sù pr'el scal qla strèla che an aveven psò vèdder int la mura... Per cossa po non la vedessimo? Mo, sarà sempre un mistero!
E po an s'ha da dir che el cumètt el porten dsgrazia?
Dall'Ehi! ch'al scusa..., 4 novembre 1882.
CHE BARBERO DESTINO!
Caressum sgner Derettòur,
Che al staga bèin bòn, che a momenti l'am scappa!... I disen: sta pazient com è quèl ch'durmeva int l'aldamara, scusi il termine, ma la storia anch ch'la sia putrida, bisogna dirla, e io rispondo: padrunessum ed durmir dove meglio l'agrada, che è quella strada acquatica lè avsein alla Carità, ma me che non ho quel genio di dire d'adagiarmi in quel letto non di rose, ho anche il deritto ed lassarum scappar la pazeinzia, quanto vien messa ad una prova dura, com dseva quèl tusètt che an i turnava èl cònt.
Corpo d'un fnocc'! è da qualche tempo che le ho tutte dietro: e se avess da cascar un còpp a sòn zert che al ciapp me in tla còppa... Dònca, come ci narrai per l'affare della cometta, a cascò a rotoli zò dalla mura, e se questo non basta, em favurenn anch del bastunà, ingiustamente se vogliamo, che anzi l'aquilino che me le somministrò, quanto sentì che me a vleva andar per la via dei tribunali, am dscunsiò digand che era meglio che voltassi pel borgo delle tovaglie e al m'invidò a dsnar dov quasi quasi arrivò int èl bòurgh del cass.
Questa cossa mi fece capire che l'era quistiòn ed bòn cor e ci perdonai... mo crèddel che questo atto generoso mi portasse fortuna? Ah! lei s'incanna, perchè dòp che fumo stati in buona armonia durante la mensa e che me volevo andar sù per riabbracciare i miei cari, a cmèinz a vèdder che am gira la tèsta sebbèin che me a staga fèirum; chissà, forse effetto di stomaco mal digerito, ma niente pavura e drett com è un anzein a insfilzò el scal... ma am inzamplò int la mî òmbra, e patatrach, zò a ruzzlut; quant l'aquilein em livò sù a j era zopp stlà, stellato.
Ma il peggio l'era che aveva battò la frònt nel manutengolo della scala, che a ciappò ùna ed quel zuccà, piz che se avess tolt del cartèl del prestito Lamasa, senza nessuna idea poetica, talchè la mî Lucrezia ci toccò di star in pî tùtta nott, a seder lè avsein al mî lètt a farmi di fumeint ed carta strazza bagnà int l'acqua zlà per evitare la bergnoqla, infatti la matteina non ci fu verso che potessi indossare èl ginnasi tant mi si era sollevata la fronte, e la gamba non la potevo muovere più di così.
Com s' fava mo per esercitare il deritto della lezione, chè l'era proprio il giorno che si dava il voto?
E qui bisogna che lo dichi, la fo propri la mî ragazzola che ci venne questa idea, di dire che ci scrivessi una lettera e cossì feci come segue:
Signor Presidente
DELLA SEZIONE 31 VIA BOCCA DI LUPO, DALL'L ALL'X
Bologna
Comme saprà mi trovo in condizioni di non potere indossare il cappello, mercè le cure di mia moglie spero di mettermi presto al punto di farlo.
Se lei crede di tener in sospeso l'urna sino alla volta di martedì, bene con bene, ed io verrò a vuotare, in caso contrario lo facci dare alla ragazza che gli porta questa mia, la quale non solo è mia figlia Ergìa, ma sa leggere e scrivere e fare la regola del tre. Lei sa le mie intenzioni per il bene della patria e dell'umanità.
Suo Servo lettore
Pietro Sbolenfi
E po alla tusètta ci diedi la mia brava scheda con cui approvavo l'abolizione del sale, quella del macinato, e pregavo anche ed pruvèdder perchè abbiamo la fuga ed cuseina che l'è un pzulètt che tiene il fummo, e la mandai con Dio.
Mo dòp un poch, me la vedo turnar indietro tùtta spavintà perchè j aveven dett che as sinteva la vòus ed Garibaldi che la dseva: All'urna, all'urna! E lî puvreina, che è spaventosa in un modo straordinario, non ci fu verso che la s'attintass più a purtar la lettra.
Basta, ci attaccai un francobollo e la feci mettere in busa, e così quantunque infermo, ho portato il mio contingente per la prosperità nazionale.
Mo credde che sia finito qui l'inventario delle mie disgrazie?! gnanch per burla: mo cuss'oja fatt, ho forse morduto il seno alla genitrice?! che senti cossa mi recapita.
L'era èl prem dè che sortivo di casa, e èl gennasi am striccava anch per la zuccata come sopra.
A pass per la vî Nova, e c'erano dei monelli che si divertivano a zugar al ballòn, chè adèss dòp Ziotti e Bossotto[3] e cossa soja me, i biricchein j ein dvintà piz dèl Moro[4]: j han sèimper la balla.
Io tiravo dritto per il mio viaggio, quant am arriva un ballòn propri in mèzz al cappèl e non solo me lo schiaccia, ma me lo compenetra in modo che dû policeman accorsi a soccorrermi, e che j ein pratich ed sti coss, non erano capaci di estrarlo, talchè si dovette ricorrere a l'imputazione dl' alia perchè la bergnoqla iritata di bel nuovo, l'aveva fat un livadur che mi tampellava da vgnir a cô, a coda.
E quei bardassi, in quella vece di mostrarsi spiacevoli dla dsgrazia, i rideven senza ritegno e i dseven:
— T'al dsevia me, che ai vleva ciappar in mèzz?!
Am tuccò d'andar a cà con un fazzulètt ligà alla muntanara, e èl gennasi in man, diviso in due parti, e coi monelli didietro... che mi toglievano in giro.
Mo cossa oja fatt da essere perquisito a sta manira dal barbero destino?! Me am dsbattzarè, dseva quell'ebreo, per savèir il perchè tutti mi tolgono a streina, a brucciaticcio; se a foss una bèla macia, une belle tache, com dis i franzis, eh! direi, meno male me lo sono meritato, ma viceversa, credo di non esserlo, anzi, se mai am s'prè intaccar di accessiva furbezza, eppur io sono sempre vittima... e mai... carnefice.
L'alter dè a incònter ùn che an so gnanch chi al sia, e di punto in bianco al m'affèirma e al dis: Scusi, ho dimenticato il portafogli a casa, avrebbe da prestarmi due lire, che domani gliele restituisco?!
Ch'al scusa, sgner Derettòur, int i mi pagn, se ci andassero bene, cussa arêl fatt?... Ben volontieri, a dess me, e ci diedi le due lire.
Lei non lo crederà! mo êl mo persuas che non ho più avuto indietro neanche un centesimo... ma se lo incontro, viva il cielo, a j ho del boni man, dseva quèl camarir ch'ciappava del manz, e ci farò capire che an sòn brisa da tor int i rozzèl com è che a fùss un pèzz ed masègna... ma sènnia o en sènnia un omen seri?!
E tùtt quèst que l'è anch nient, in confrònt dl' angùstia che a j ho adoss, dòp èl fatt che ho letto nel giornale dovve si predice nientemeno che la fein dèl mònd, causa una cumètta ch's'ha da inzuccar int èl sòul! Bazzurlòuna! Lassà inzuccar èl vein, e tirà drètt pr'èl voster viazz! Mo lî zert non darà nè retta, nè curva ai mî cunsei e l'andarà a batter èl zùcch còntra al sgner Febo, e ci verrà la bergnoccola sèinza carta strazza, che lassù di pastarû non ce ne sono, e allora noi diverremo tant brustulein... o tante bistecche a scelta, ma è più facile brustulein perchè del j anum ed zùcca a j n'è parecchie in fra di noi...
Basta, se ciò avverrà, me am arcmand a lù, sgner Derettòur, che abbia cura della mia famiglia che rimarebbe orba, cieca del genitore, il quale me sarei sicuro che int una catastrofe acsè general ai armitrè la vetta, con brusòur, mo ai l'armitrè.
E tersuà a lòur sgnòuri.
Dall'Ehi! ch'al scusa..., 11 novembre 1882.
EL TRIBULAZIÒN DÈL SGNER PIREIN IN CAUSA DLA «CORDELIA» ED GOBATTI[5]
Caressum sgner Derettòur[6]
Chi dovesse dire: l'è cattiva, no, mentirebbe per la gola... che io non ho mai capito cuss'al voja arrivar a dir, mo, l'è nojosa, ah, quèst sè, perchè per esempio del volt am artir tardètt cossì mi perdo con qualche amico che ritrovo, e si fanno venire quelle undici e mezzo; ed ecco che quand arriv a casa, lî cminzeppia a coprirmi d'interrogazioni e duv ît stà Pirein, ah tu ti dimentichi della tuva Lucrezia, e lasciala pur dire a lei che non la finisse più... una vèira petma, una epitome per direl un poco più in buona lingua.
D'altra banda torla sigh, l'è una benedetta donna acsè pigra, così pecora, che a dispostarla ci vogliono gli argini, si figurano se io potevo strascinarla fenna lassù, nel lubione del Comunale, per la premma sira dla Cordelia. Eppur a fe, a fe, e poi ci caddi! Lî la dseva bèin: va là Pirein, non strusciare quei soldi che possono far del bene alla famiglia, ma Dio santo po, un poch ed divagamèint ci vuole, e poi era un vago tira tira quello di questa opera del giovane maestro che tutti dicevano si fa, eppoi no, che non si capiva niente.
Io per non aver noie, simulai un pretesto e dissi che andava a truvar un mio amico èl quâl, puvrètt, è in letto che èl professòur Gotti ci ha astratto le cattedrali dagli occhi con felice risultato, che lui diceva con me: ah quel Gotti l'ha del man che lù ai cava i pî dapertùtt, lù al lavòura int i ucc' in mod da avanzar lè a bòcca averta e con tant ed nas per la maravèja... oh l'è una gran tèsta! ed aveva ragione.
Ma veniamo allo scopio per la quale ci scrivo, cioè a descriverci la vitta che feci io, che dicco la verità, ci fu un momento così critico che mi raccomandavo l'anima e vedevo la Lucrezia vedova per causa mia.
Alle 4 pomeridiane del dopo pranzo, arvujà int la mî caparlètta, mi misi come suol dirsi colla schiena al muro còntra alla porta del lubione e dicevo fra io: figli di buscherone, appena aprite chi è il primo ad entrare? Mo Pirinein! e fanatizzato da questa risposta spiritosa che mi davo da per me, a riddeva, perchè sono sempre allegro, ed anche spiritosello, come dice lei, micca lei, lui sa, ma lei mia moglie che mi credeva, povera ingenova, a far compagnia a quèl dalle cattedrali.
Intanto si aggiungeva sempre ramo alla mescola, cioè la gente, e io mi ero ridotto che non potevo tirare il fiato e mi adannavo a dire: L'è inùtil chi spénzen; più in là di cossì non si va, cè la porta! Questa cosa spiritòusa mise l'ilarità nel pubblico, e cominciarono a capire che volevo poche litanie, e abbozzarono cercando d'ingrazianirsi. Ùn em tuleva èl gennasi e se lo provava, ql'alter mi tirava per la capparella, un ragazzèl tentava di pestarmi i piedi... Quèl mo nò, ci dissi: caro mio ho con rispetto i callici... eh, a seinter sta matiria ci si sarebbero cavati i denti dal gran redder... Per quello, aver dello spirito è una gran fortuna, dseva quèl che si fava il caffè a macchina... Ma non precipitiamo gli avvenimenti... Si sentono a levare i catenacci, l'è la porta che si apre! e patapunfete tutti dentro a togliere i biglietti... Me, che aveva sèimper tgnò in man èl franch e mèzz, nella confusione non li trovo più... quèl ragazzèl che voleva pestarmi i piedi mi salta davanti e sèinza andar in bisacca sborsa il contante, strappa il biglietto e su per le scale com è un fulmine. Io vorrei accendere un fiammiffero e cercare fra le gambe di tutte quelle persone, ma l'è tèimp e sulfanein strascinati. Furtouna che avevo due franchi di scorta e li dò all'omarino dai biglietti, il quale nella confusione consegna il resto a un altro che non ero io... ma noti sono micca un martuffo, e uso prudenza aspettando che tutti abbiano preso il biglietto e che i sien andà sù, e poi dicco: Io ci ho dato due lire e èl rèst lù al l'ha dà a un alter, e non lo neghi perchè ho visto con questi occhi.
— E allòura percossa n'al dir sùbit?!
— Che bella ragione, soja me che quello là, invece di darli a me, tira di lungo... lo credda in consenzia.
— Vedo che è un galantuomo, ma non so cossa farci...
— Oh del resto senta an sòn megga fiol ed dis bajoch, e con tùtt i mî comud mi avviai sulle scale, brusand un puctein per aver speso 3 lire e mezzo in una cossa che pegli altri costava 30 soldi, ma la passerà, dseva quèl che aveva preso la cassa; coi concenti della musica tutto sparisce... e sù che andava, ridènd al spall di quei disgraziati ch'j eren còurs sù pr'el scal striflènds e facendosi venire la batteria di cuore e l'affanno di respiro, o l'asma che dir si voglia.
Arriv finalmèint sù, e la maschera mi dice. — Al pol pruvar ma non ci è più posto! — Ah, lo trovo io, lassà pur far a Pirein... e quello al fa, al dice: Il biglietto?!
— Ohi, mo adèss che penso, non me l'ha micca dato... quel bazzurlone, bisognerà che torni giù,... oh Dio, quèst mo am agriva, dseva quèl ch' s'era scavzà l'oss dèl col...
— Mi dispiace, ma non si passa se non si ha il biglietto...
— Mo tu hai piucchè ragione, sei nei tuoi deritti, che diascane, credi che ti volessi far prendere una bravata, pover spirt... eh, bisugnarà rassegnarsi e turnar zò a reclamar... stasira non me ne va bene una.
La maschera però l'am zigava drì, mi piangeva dietro: Ch'al bada che è pieno tutto, che non cè dubbio ch'al trovi posto...
— Stòfila pur cinein, tu non sai che a Pirein ci basta l'animo di farsi strada... son voluto bene da tutti e po a j ho del relaziòn ed sgnòuri di quelli che siedono su per la cassa della cera, quindi... non si ha pavura.
Arriv zò, e appena mi presento dalla graticola dei biglietti a seint che l'omarino al bròntla in fra i deint: Ah l'è que sta seccata!
— Scusi, io non secco nessuno, a sòn vgnò a tor èl bigliètt che nello scompiglio lui non mi ha dato...
— Oh, una storia nova adèss, premma a j era èl rèst che non ha avuto, adèss salta fora èl bigliètt, sa cossa ci devo dire che se si vuole andare a teatro a scrocco non si viene qui...
— Ah, che scusi, ma misura i termini, che sono i principî di educazione, ma per chi mi ha tolto, sono un galantuomo incapace di dire una cossa per un'altra... Se ci dicco non l'ho avuto l'è la verità.
A tale inserzione che me a fe in mod risolut, al dess: senta, torni quando ho fatto i conti, e se al m'avanza fora è segno che cè dippiù ed è il suo.
La cossa l'era ciara, mo come si faceva a sentir l'opera se i cont li favano finito lo spettacolo?! E io che era senza un centesimo... comme si fa?! Tornare a casa, la mi vèccia s'insospetta, duv oja da batter la tèsta? dseva quèl marè ch'aveva pora d'sgarujar la muraja...
Mi viene un'idea, d'andare da un mî amigh con recapito al caffè del Corso, io ci domando il prestito d'un franch e mèzz... detto fatto, aslùng èl pass pr'i Placan... che veniva tardi e cominciava a pernottare.
Quant arriv lè dalla Salgà ed strà Mazzòur, ci era alla fontanina dû o trî di quei ragazzi, che hanno il morbino, e uno al fa al dice: Ehi ch'al scusa, si fermi lì un momento sòtta al pordgh. Mo ben volontieri, a degh me, che mi piacciano tanto i ragazzi allegri... e mi fermo; non lo avessi mai fatto, quel mattarello mette il ditino nello spinello della fontana e la spinge còntra ed me che in uno spillo, int un agucciòn, rimango moj spòult, bagnato sepolto da cap a pî!
— Cuss' arêl fatt nei miei pagni... così bagnati?!
Io dissi, siete i gran bei originali... e mi dovetti risolvere a scappar a cà che favo il vialino comme un cane che sia stato all'acqua.
Ma questo era nulla, la fazzènda l'era cossa dovevo dire alla mia moglie, puvrètta, che mi vedeva giungere sotto le tegole coniugali in quèl stat...
— Ohi, Pirein, cosa ti manca lo spirito sul più bello?! Lù forsi esclama accosì, sgner Derettòur; ebbene, s'immagini mo cossa pinsò Pirèin di dire alla sô dona, parlo della consorte e brisa dla serva che non ho, lo indovina?
Aj dess che a j era acsè moj dal lagrum che aveva sparse èl mî amigh per la ricuperata vesta... ma lei che non ha spirito, non l'ha creduta e mi ha mandato a letto senza cena, dsandum dèl vècc' matt e coprendomi d'improperi... furtouna ch' l'era ferschein.
Però èl zùff cè durato per diversi giorni e me am è dà fora un ferdòur che mi tocca di respirare per le orecchie, e grazia che non mi vengano i dolori particolari...
Ah, a quali estremiti mi ha strascinato la prima sera della Cordelia... senza averla sentita!
Dall'Ehi! ch'al scusa..., 17 dicembre 1881.
ECHI DI CARNEVALE
Sgner Derettòur!
Am pias ch'i disen: badate ai fatti suvoi, e nessuno v'infrangerà le devozioni! Eh, questo è un averbio scrett da uno che non aveva l'esperienza del mondo di dire che vi sono dei vomini nati a bella posta per dar noja a j alter, quasi si direbbe le pulci, scusino il paragone estivo, sissignore, le pulci della Società.
Se an tirava mo d' longh me, l'ultum dè ed carenval sòtta al pordgh dèl Pavajon, e se non inculcavo mo io al mî ragazzi ed badar lè, e di non guardare alle maschere ch'es passaven avsein, me an so chi l'avesse potuto far meglio.
Mo cossa giovva essere prudenti e rettilinei, quanto vi sono dei sfacciati che vi intralciano il camino, e che in s'arvisen brisa a loro stessi, dal mumèint ch'j ein in maschera?
Ma si venghi al motivo per cui ci scrivo, che è vergogna, perchè se la libera stampa non presta apoggio a un vero padre di famiglia tolt in gir da della gente che non si conosce, me a dmand e dicco dovve è andato a star di casa il principio che l'ha da èsser la fein dei giornali cittadini di sostenere i pacifici viandanti, quando si trovano nel frangente uguale al mio; ma car èl mî sgner Derettòur, mi condoni èl sfugh dettato dai nezz che tuttora sopporto con erovica rassegnazione, ma loro signori i prumetten dell'appoggio a tutti, e po quanto siam nell'ultimo vi lasciano andar per terra anch che si sia assiduvi lettori com a sòn me, il quale assalito dall'influenza di mascarutt, mi trovai abassato nel marmo del portico, per mancanza d'appoggio!
Èl duttòur al dis: non dovevate andare fra quei pazzarelli che si vogliono divertirsi alle spalle altrui; ma io a j arspònd che dal momento che uno paga la tassa di famiglia ha il deritto di menar a spasso la medesima, sia pure anche l'ultimo giorno di carnevale, sèinza avere molestie nè per sè, nè per le proprie figlie, che im li scantalufonn in una manira che c'era l'Ergia che poverina l'andava digand: babbo mi fanno la ghittole, non posso più dal riddere e tante alter coss in italiano.
Ma quèst l'è ov e zùccher, e se si fossero limitati sino a lì, meno male, as sa, si è di carnevale e anch'io a so compatir, so compiangere, lo sfogo della giovinezza, ma quant mi trovai circondato da sette o otto Turchi, che mi distaccano dal mî creatur, e cominciano a darum dei soffittoni sul ginnasio, e a strapparum vî la caparèlla, che a j aveva tgnò sòtta èl paltunzein che porto per la magione, un puctein lèis negli avambracci, e con degli intoppi di stoffa diversa, opera dla mî Lucrezia, che è una donna tutta di casa, ah quando mi si scoperchiano in tal mod i rapezzamenti di una famiglia che vuol sostenersi nel decoro esteriore, in mèzz a un Pavajòn, che scusi sgner Derettòur, se lui la prende in riddere bisògna ch'al sia un gran asen, e questo lo dicco perchè a so che non farà accosì, ma avrà delle parole biasimevoli per quei Turchi che misero in mostra coram populo, nel cuore del popolo, el mî miseri, rattopate dalla Lucrezia è vero, ma sempre umilianti.
Intant el mi ragazzi el j eren sparè; duve giovani con èl paltò all'erversa e un naso fittizio, se le erano prese sotto il braccio, e ci dicevano delle galanterie, e me intant protestavo e chiedevo comme di giostizia il rimborso dei danni, per vi 'd dèl ginnasi infranto e del tabarrino trascinato nel fango della terra. E siccome loro fingevano di non capire e seguitavano a riddere e a farum ballar per forza, io dissi che il suo agire era da gente senza contegno, che se l'avessero avuto quello era il sito da mostrarlo, perchè le persone... come va? non c'è male, grazie, si conoscono in maschera, anch quant non si conoscono! Uno dei mascarotti, forse un po' urtà dagli urti che riceveva, am cminzeppia a dir una mùccia, una catasta, di insolenze. Me credevo che scherzasse perchè la maschera tutta sorridente che lo ricopriva non dava dei segni di collera, e io dicevo: mo va là, sta zitto non dire bazurlonate... Ma lù per tùtta risposta al m'arriva un cazzott int èl stòmgh, che mi tolse il respiro e po un alter int la tèsta che mi fece schiamazzare per terra, e zò e zò che pareva una gradinata. Arrivarono le guardie e mi liberarono dal Turch, che fu costretto a cavars la maschera. Che s'immagini mo chi l'era?
Uno che non conosco, che mi dice: scusi l'avevo preso per un altro.
— Ma fiol mî, aggiungo io spazzandom, scopandomi il sangue che veniva giù con rispetto dal nas, per le botte sofferte; mo fiol mî, percossa torum in sbali, se me lo avessi detto prima si poteva risparmiare il conflitto.
Al fatto sta che ci toccò d'andar entrambi sù in questura per depòrr, me el bôtt che aveva avò, e il mio competitore la ragione incognita per cui me le aveva somministrate.
I ragazzù, gentilmente si condussero fenna in Palazz zigands drî, piangendoci dietro, sabbion, sabbion!
Esposte, trovatelle, al signor Delegato le proprie ragioni, si accordò la libertà, doppo avermi detto che un padre di famiglia l'ha da usar sèimper prudèinza e non insultare le persone che non si conoscono, e che il mascherotto era da compiangere se sentendosi punto, con delle parole, si era legittimamente difeso.
Lì giù dall'incordonà, che guida in questura, ci era il popolo che si attendeva, i Fratelli Amato[7] con el bandir, ed altri coi stendardi, e ci accolsero con una dimostrazione d'ucclà, chiamandomi per nome, chè ero già stato conosciuto e dicevano: Ehi! sgner Pirein, el sòu ragazzi el j ein alla birrarî dla Mort con dei giovenotti...
— A proposit, l'è vèira, mo il mio sangue...
— Al j è vgnò zò dal nas, con rispetto... arspundeva un mattazzol che mi stava didietro.
Intant quèl che mi aveva dato i pugni, al fa al dice: Se non disturbo, vengo anch'io alla birreria, così sigilliamo la pace con un mangino.
— Anzi, anzi, dicco io e andiamo là. Appènna dèinter, al cherdrel mo? Era vero che el mî dòu fioli erano attavolate comme se niente fosse con duve di quelli dal paltò all'erversa, col naso fittizio come sopra, che se ne bevevano allegramente.
Ah! allòura, lo confesso mi venne un gruppo alla gola e non potetti fare a meno di esclamare:
— Ingrati! mèinter voster pader è stato lì lì per scendere il patibolo, vualter av dà in preda, in pietra, alle gozzoviglie, con dei nasi ignoti?
Sti pover ragazzi, dietro a questa terribile mortificazione, tant più che si era nella birreria della Morte, mi corsero al collo e mi baciarono in più volte, talchè io dissi: basta, vi ho perdonate, e presentand èl Turch che si era tornato a mettere la maschera, a dess:
— Presento quel signore che mi ha preso in isbaglio.
Quî dai nas si allevarono in piedi e si mettemmo al tavolino. Rivolto al suddetto, a faz a degh:
— Cossa si prende?!
— Oh, se vi fossero gnocchi li gusterei, ho faticato un poco e mi sento appetito. Me invez aveva un dulòur al stòmgh per il pugno avuto.
— Vengano i gnocchi, e io a turrò, toglierò, un piccolo rhum! A j era lè po qui alter che avevano usato tante gentilezze al mî ragazzi, raccogliendole quant el staven pr'arstar orbi dèl pader, e che ci avevano dato da bere un bicchier di birra, dònca per indebitarmi con loro ci dissi: Essi gradirebbero qualche cosa? Perchè no, prenderessimo anche noi i gnocchi. Quel ragazzi ne facevano anch'esse la volontà, percui si disse: sei porzioni di gnocchi, e po veins l'arfrèdd, e po una zùcca ed Chianti... e di chifel per castigh. Tutti avevano buon appetito, grazia Dio!
Quèl dai pogn po al tirò zò a caruzzein dscvert, a crèdd che al magnass anch un pzol ed tavlein, anzi me per dir una barzelètta, a fazz: In Turchia si mangia bene a quel che pare; e lù al fa:
— Au, cinein, dsmettla bèin sùbit, se nò a t'in dagh di alter!!
Capii l'antifona, e abuzzò, ordinando un po' di anicione.
Endson vols mortificarum, offrendo il pagamento della propria parte, e io dovetti pagare per tutti. Fortuna che la figlia del padrone, mi conosce e mi fece credenza perchè non ne avevo abbastanza. Èl Turch volle anche dei zigari e l'andò vî mezz instizzè quasi sèinza salutarum, i giovenotti dai nas ed cartòn esibirono il braccio al mî tusètti e me am l'avvei con èl pover gennasi tùtt squizzà, ma quando siamo fuori a seint un impressiòn atmosferica, e mi accorgo allora della mancanza dla capparèla. A fazz a degh: Au ragazzoli andiamo mo lì dall'Archigenasio a vèdder se cè anche il mio tabarro.
L'Ergia, che l'è sètt cott e una bujida, la saltò sù: Mo an j è dùbbi papà, a quest'ora l'avranno già preso su. Difatti ci accolse, perchè an j era nient.
Oh! armettri po la capparèla l'è tropp, tant più che era serata umida e avevo pavura di prendermi delle affezioni romantiche.
Mo zò quant el coss el j han da èsser bisògna ch'el sien, perchè an aveva fatt 20 pass che a vèdd vgnir in zò èl Turch con un alter mascarott ch' l'aveva adoss un tabarr, ci guardo: êrel mo èl mî?!
Lo fermo e dicco: Scusi, quello che lì è mio.
— Ah l'è èl sô?! Me a l'ho cumprà da un ragazzol, a j ho dà 5 franch ch'al sra una mèzzòura.
— Tropp giosta, adesso non tengo le cinque lire, al vol dir che se dmatteina a passà in via tale, numero tale sarete rimborsato.
Èl Turch intant al s'in fumava sèinza dscòrrer; si vedde che si era offeso del mio procedere.
Però am tuccò d'andar a casa in bèla vetta e guadagnarum un ferdòur. Quant a fonn dalla porta, i giovenotti strinsero le mani al ragazzi e a me, e se ne andarono. A degh: Chi êni mo quî lè?
— Che dmanda, dis l'Ergia, se si volessero far conoscere non andrebbero in maschera!!
Sta risposta em zlò, non vi era modo di replicare. Andò a lètt, ma il giorno appresso non ci fu verso di rilevarsi, ero tutto un nizzo e bisognò chiamare il dottore che am fe far delle confricazioni colla solita arnica.
Più tard veins quèl da la capparèla, che ci dovetti dare 10 lire perchè, dsevel lù, a j era tuccà ed perder la giurnata a zercarum, non ricordandosi l'indirizzo, e finalmèint veins la lesta dla birrarî: 14 franc!!
Ah! va pur là, che il carnevale è una gran bella istituzione!!
Dall'Ehi! ch'al scusa... del 21 febbraio 1883.
ZOBIA GRASSA[8]
Gentilissimo Signore,
Lui mi prega e, a dirci no, al parrev che volessi dargli una negativa, mèinter l'è bèin tùtt alter, o sì! non lo dovrei dire perchè chi s'loda s'insbroda, dseva quèl ch's'arbaltava la mnèstra sù pr'el bragh, ma d'altra banda è così: io sono un vomo cardiaco, vale a dire che a j ho dèl cor, e quanto mi toccano nella beneficenza, ecco che non mi so tirare indietro, com dseva quèl ch'era còntra al mur.
Gran bèla cossa questa istituzione della carità cittadina di dire che in quel mentre che si divertiamo, da un lato, as fa un po' ed bèin da ql'alter e cossì anche quello che per mancanza di mezzi an s'po vstir da puricinèlla, sente l'avantaggio ugualmente in causa dell'obolo come sopra.
A proposit di carnevale, ed mascher, e di altre sciocchezze, che al seinta cossa mi capita due anni fa, che se non si avesse della ducazione el srenn coss da inquietars int èl seri.
Ero stato a pranzo dai Scattabrugi, una nobile famiglia ricaduta, e per sô grazia hanno della differenza per me e per la Lucrezia, il quale sentendosi predisposta aveva preferito ed star a casa e cossì dicasi di quelle ragazze, che se non viene la mamma non veniamo neppur esse.
Allora la signora Scattabrugi, che è di una gentilezza che passa i limiti, quant a sòn per vgnir vî, mi chiama in un angolo remoto dla stanzia da dsnar, e mi tiene il seguente discorso:
— Che non se ne offendi, siccome la sô famèja non è potuto venire a pranzo, quèst l'è un poch ed latt mel da purtari: e così dicendo, estrae, la tira fora, dallo stracantone una bèla tarineina piena di latte miele coi cialtroni, e me la mette int un tvajulein... e felicissima notte.
Figurarsi la mî cuntintèzza per poter radolcire la bòcca al mî donn, e vî e vî ch'andava col mio involucro astrech e par, per pora di non rovesciarlo.
L'era l'ultum sabet ed carenval... e le maschere scorazzavano, el scurazzaven per la città... Incontro un turch che mi dice: addio Pirein, stala bèin l'Ergia? — Sè, sè benone... e vî d'longh... e sin lì andò bene, che anzi el mascher acsè peini ed spirit em piasen dimondi; ma non ho fatti pochi passi che am trov in mèzz a una massa ed mascarutt che im cmèinzen a saltar d'intòuren.
Io ci dicco subito: fate piano ragazzi per vî'd dèl latt mel!!!
Non lo avessi mai detto... strapparum vî èl fagutein di mano, cavarum èl cappèl e mettrum in tèsta la tareina cun èl latt mel, fu un punto solo... e po vî che se la diedero a gambe in quel mentre che tutto il liquido-solido em culava zò per la fazza che non facevo la parata a leccarmi, con buon rispetto, e me lo sentivo compenetrare zò pr'i sulein e lungo il filone della vitta.
An poss gnanch dir che al s' metta int i mî pagn, perchè si può figurare in che stato erano ridotti... e cossa si faceva in quel frangente? Eh, io leccai fino che potetti, poi am spazzè alla mei cun èl tvaiol coadiuvato dai passeggeri i quali, secondo il solito, riddevano del male altrui e dai biricchini che em vgneven dattòuren a alcarum fenna dov i pseven.
E èl gennasi?! Mo sissignore che qui brùtt mascarutt mi avevano trafugato èl cappèl, un cappello a cilindro quasi nov... oh, e nota che io non li conobbi micca perchè j aveven la maschera... basta ql'affar del mascher me an al poss mandar zò, dseva quèl ch' pluccava un oss ed brasadla, perchè secondo me, va bene che si vadi in maschera, ma a s'arè sèimper da dir: sono il tale dei tali, acsè quell'altro si regola e sa con chi ha a che fare.
Comme nel caso mio pr'esèimpi da chi andàvia a dmandar èl mî gennasi?
Diedi io la rinuncia alla questura, ma quanto mi domandarono i connotati dell'agressore e io ci dissi: naso lungo un 30 centimetri circa, il delecato si gettò a riddere come un sesso, dicendo: non può essere...
Ma che mi lasci finire, soggiunsi me: l'era èl nas dla maschera!!! d'altronde io non ci potevo dare altri connotati... Oh quant a pèins a qla sira!... E dir che èl carenval l'è fatt per divertirs!!!
Che stiino bene, e tersuà a lòur sgnòuri.
Bologna, febbraio 1885.
ALLA CÒURT D'ASSISI[9] (PR'ÈL PRUZÈSS DLA ZERBINI)
Caressum sgner Derettòur,
Acciderboli!... Che non mi faccino bestemiare fuori della convenienza... perchè ci dicco la verità che ne ho empie le tasche!! Cossa ci va a venire in mente a quel sig. Ciliegia[10] di scrivere che anzi fanno bene ad andarci, mentre tutti gli altri dicevano che non sta bene perchè bisogna ogni tanto diventar rosse, il quale è una bella fatica per chi ci avesse perduto l'abitudine. Il rosore per certuni l'è com i lampion di trabai, che se il conduttore al se dscorda di cambiare il vetro rimangono o bianchi, o verdi per tutta la vitta!!
Sicuro, dunque comme ci dicevo, la mia Ergia, fenna che i giornalisti stampavano che le persone di sesso diverso, non conveniva andassero alla causa e slanciavono del biasimo contro a quelle che c'erano, non cercò mai d'andarci contentandosi ed lèzzer i bolettini dovve vi sono le metafore ed mod che li potrebbe leggere anch un urbein, senza temma d'arstar uffèis nell'amor proprio della suva famiglia.
Ma sissignore che un dè l'Ergia l'am corr incòntra con questo giornale in mano digand: Papà che mi ci vi conducca, al le dis èl foi, guardi qui l'è il sig. Ciliegia, lui dice che facciamo bene ad andarci, dunque che al toja mo èl sô catubein (la pazzerella, chiama accosì il mio cappello a cilindro), èl sô tabarrein, e si vadi alle Assisi!!
Cossa volni che avessi detto dal momento che mi presentava la carta che canta ed il villano che dorme?! Detto fatto: a ciapp sù e colla mia ragazza si avviamo al palazzo Baciucchi.
Appena entrati vediamo tanta gente ch' s'era messa a seder lè int la còurt su pei moriccioli, fitonzini ed altri loco sigilli, per usare una frase dei tribunali, tanta era l'influenza delle persone. L'Ergia che le ha sempre pronte, la fa, la dis: an s' po negar che l'an sia la còurt d'assisi!!
Nel momento confesso il mio debole, non l'avevo afferrata, mo quant dòp una mèzz'òura, capii l'antigona, non potetti intrattenere il riso che mi uscì copioso dalla bocca, com è un suldà che ci abbia fatto male èl rang, il raglio.
Intanto cerchiamo d'infilzare le scale, ma cè tale una ressa che pare una rissa, la mia ragazza diventa rossa e ai garantess che lè in mèzz nessuno russa. Questo gioco di parole che mi venne fuori spontaneo an so gnanca me da dovv, mentre im striccaven i pagn adoss, fece riddere i vicini e la mî spepla saltò su: Bravo papà tu hai fatto un meclemburg! Intant là, da un ussulein, si vede un po' di parapiglia ma sembra che si trattasse di un piglia senza il para, perchè un forestiere che è vicino a mia figlia dice: «Una femme ha donato un sufflet a una guardia!!»
— Bona quèsta! a degh me: che vagh regal da far a una guardia, dal mumèint che ha il pipì in tèsta, cossa se ne deve fare d'un sufflet?
Allòura èl furastir soggiunge: «Je comprend che vous ne comprenez pas le français!»
Mî fiola che studia il tedesco da 6 anni e non sa neanche cossa s' voia dir chartreuse, non ci parve vero ed metters a baccajar col etranger comme dice lei, e sèinza l'incomud ed far i pirù si trovassimo trasportati nell'aula.
Ai degh la verità che ne ho provato delle strettoje durante la mia esistenza, ma quella che lì an m'la dscord per zio!! Io vedevo la mî ragazza che suvo malgrado si era appiccicata al forastiero e che si allontanava sèimper più dall'autorità paterna... meno male se fosse stato un bolognese, si sa dal più al meno dove stanno di casa, ma quello lì, se me la conduceva al suo pajese, dov l'andàvia a pscar per combinare il matrimonio?
A proposit: quèl biricchein del copista l'ha piantata... ma adèss a n'ho tèimp ed perdrum sugli assessori.
Appena entrato in sala e che gridavo: Ergia, attaccati al vecchio genitore! mi impongono silenzio e i cmèinzen a dir: «Ehi! abbass il gennasio! ohè! Vicolo quartiroli... al n'èl sa brisa che bisògna cavars èl cappèl... Ehi sumaròn, si scopra, abbass, abbass!»
Io che ho sempre conosciuti e rispettati gli obblighi dei proprio stato, io che la ducazione la insegnerei allo stesso Galateo, bruciavo di questo apostrofo ingiusto poichè non mi era possibile muovere le braccia rimaste coinvolte nella caparella e fra della gente che spingeva da tutti i lati.
Me però che mi premeva di giustificarmi col sig. Presidente, esclamai: Scusi! sono impotente!! Cossa volni vèdder! a questa dovuta giustificazione si scatenò una ilarità generale... e uno che mi era vicino e che aveva una mano libera, mi levò gentilmente il ginnasio, ma invez di tenerlo in custodia lo cominciò a passare ad un amico, e quello a un altro e così di seguito ed mod che io veddevo passeggiare il mio cappello comme se fosse abitato, cossa che ci giuro che non mi era mai succeduta! E io ero sempre nella condizione di un ragazzol ed nassiòn, quando è fasciato comme uno zampone di Modena nel momento della cucitura. Ormai èl mî pover cappèl era sparito e d'altra banda cossa potevo fare per ricuperarlo?! Perduta la figlia, perduto il cappello... che cossa mi rimaneva?! Oh! ce lo dicco subito: La rassegnazione, e così feci, a lassò incossa in braccio agli eventi e mi misi a stare attento alla causa del processo.
Am pias che dicono: sono vietati i rumori nella Corte... at lass po dir se fossero permessi!
Mentre ero in quella ristrettezza di spazio che ci ho detto, a sinteva lì giù propri int la còurt quî dai foj che i zigaven, piangevano i bollettini del resoconto... dei cani che favano il bordello, e quindi per quant stassi inorecchiato, an m'era fattebil capir quello che dicevano quî dalla toga, che c'era uno che parlava di medicina, sebbèin che al fatt succedesse a Bologna, e lascia pur dir a lui che per me non avevo altro intento che il pensiero della ragazza che aveva già fatto relazione con l'etranger e se la riddevano, lungi da questo povero padre che a forza ed sacrifezzi a l'ho tirà su per le vie della onestà e della temperanza.
E èl mî pover gennasiein che era già scomparso dalla superficie e che non ci contavo più sopra?! Mah! sono vaghi fasti dell'esistenza umana e chi lo avrebbe detto che uscito in cappello, a srè andà a cà in cavî?!
Intant lo stringimento era dvintà acsè terrebil che c'erano dei discorsi a psèir avèir èl respir, quindi am veins la bona ispiraziòn d'andar fora... ah, la presenza di spirito in certi casi l'è una gran risòursa, dseva quèl ch'aveva veint 12 sold al luttein.
Percui sèinza gnanch salutar il signor Presidente che m'aveva gentilmente permesso d'andar dèinter, a furia ed lavurar di gomito, a riussè a vgnir fora!
Che s'imaginano bene cossa mi tocca di vedere? Èl mî cappèl mess sù pr'una man di quelle statuve ch' j ein a custodia degli scaloni... e un biricchein che stava lì a riddere e poi diceva:
— Quai a chi lo tocca!
Puvrein! Sintî ch' catarr!! dseva quèl ch'era custipà. Senza darci neanche mente, ripresi il mio cappello e me l'avviai bestemmiando, si lo confesso anche la bestemmia mi uscì dal labbro e a dess: Malendrein i bambuzz!!! E vî ed scappà... ma quant a fo presso il Pavaglione am vein in mèint che am era dscurdà la mî Ergia... Oh! pader snaturato, a dess in cor mî, e retrocessi indietro, ma non sono appena dall'Istituto technico, che adèss i disen Crescenti, e a vèdd tutto il popolo che veniva fuori coi giudici che si erano già vestiti da vomini, mo l'Ergia, niente... A dmand ai soldati della guardia che venivano via, si mettono a riddere e mi rispondono in napoletano. A vad sù dalla duneina dai baston che fava fagotto, niente, indson l'aveva vesta... e per cavarsela i disen che non la conoscono.
Cossa avrebbe fatto lei, che lo dichi pure, sgner Derettòur?
Io per mia parte, comme uomo mi misi in una collera che arè magnà la mî òmbra, ma comme padre che sa il proprio dovere, mi gettai a piangere e dissi al portiere che caso la trovassero im la condusessen a casa che si sarebbe dato una competente mancia...
A lass èl purtinar interessantissimo della cossa, e a vein zò per il marciapiedi, quand a sòn lè da quel caffè in piazza dei Tribunali a seint una gran risata e veggio l'Ergia sotto il braccio all'etranger che erano stati a bere il vermutte.
Ingrata, sèinza ed me! e dir che la sa che quella bibita è la mia passione!
Tersuà a lòur sgnòuri.
Dall'Ehi! ch'al scusa..., 2 febbraio 1884.
ÈL SGNER PIREIN
DIES IRAE[11]
Sgner Derettòur!
Ah, che al vada pur là, ch'a sòn arrabè com è un can, non tanto contro quello che l'ha scritto, quanto con lui che lo ha stampato. Ma mi scusi bene, dov'è la ducazione di dire si insulta un collega, e io ci tengo il bordone?
Perchè se lui non lo stampava, la cossa poteva rimanere in famiglia, invez acsè me l'ha resa di pubblica ragione e lui ha avuto torto, perchè che io faccia quello che diceva la povesia è una bella bugia, che in ogni modo an s'in dscòrr brisa in un sonetto, fosse pure a rime obbligate. Ah! la mî Ergia ha altro da pensare adèss che alle acque del signor Coltelli, che è per quello che saranno di ferro, in causa che i proprietari sono del medesimo. Ah, povra ragazzola, se vedessero comme è diventata gialla, la fa cumpassiòn ai sass, com dseva quèl salghein.
Ed io non voglio digerire nient affatt l'insulto fattomi in testa al giornale, che an s'po gnanch dir un insulto gratuito perchè al còsta un sold. Ma cossa mi creddono perchè sono vecchio che an m'attrova anca me la cavallarî adoss di dire che se offendono il mio sangue io non sia pronto a spargerlo?
Sono paziente, ma se am suvramònta la mòsca al nas, a dvèint anca me una bistia come lòur sgnòuri quanto giustamente vengono presi dalla bile di dire mi hanno insultato e voglio la soddisfazione.
Ah, qualunque cossa ci mettessero in mezzo me ai saltarè per dsòura... me a voj arrivari d'cô, dseva quèl ch'andava sù int la tòrr!
Poche litanie, e all'armi, che io sono pronto. L'è trî dè che a j ho tolt fora la spada di quanto ero nella guardia tuccheina, e l'ho confricata sù int èl stiar che è diventata lucida e aguzza comme che ci avessi dato la pietra in taglio. A n'ho megga pora me, a j è la mî Lucrezia che dice che non mi riconosce più, a vedermi cossì pieno d'ergìa bellicosa, che tutto il giorno an fazz che eserzitarum còntra a un umarein che ho dipinto nella muraglia con del lustro da scarpe, e ci ho scritto sotto avversario pr'en me sbagliar nel conflitto, e per mantener vivo èl sparazisum dell'odio e dell'avversione. E vèdder com a j acciap! A st'òura l'è tùtt sbusanà int'èl pètt che al par un sculadur, e dalla muraja ai salta vî di pzû ed stablidura, che ci si vedono le pietre che sembrano gli interiori del nemico.
Am sòn infurmà da delle persone pratiche, per fare le cosse in regola, e mi hanno detto che intant io studi bene la scherma col sistema che creddo meglio, e quanto sono in ordine che chieda la soddisfazione onoraria, per avere nel sonetto medesimo della una cossa che desideravo rimanesse fra noi — e po allòura ci tiro il guanto — anzi ci nacque un po' di tafferuglio fra i pedrini, perchè io misi sulla tavola una butteglia e di bicchir, questo si sa, ma anch il quesito se si poteva usare come guanto di sfida uno di quelli di filo di scozia, anch un poch ròtt nelle diverse estremità ditali. Chi dseva ed sè e chi dseva ed nò, e si finì per stabilire così, e finalmente la cossa la finè benone.
I pedrini che ho scelti io, che bisognava trovare degli vomini d'arum pratich di cose di guerra, j ein èl piantòn ed S. Ptroni, che poveretto al m'insgnò sùbit la ritirà in caso di sconfitta, e ql'alter l'è alla sua volta èl piantòn dla mî parocchia, che per il giorno dello scontro al m'ha prumess d'imperstarum la raviola con èl spnacc a salice torchino per intimorire l'avversario, e un zuvnein ch' sta lè dsòuvra si è esibito di darmi la sô visira di quanto andò nel corso l'ann passà, sebbene che al l'ava ardotta come copripiatto, mittandi un pomino che viene a riferire sulla punta del naso.
Ma quisti j ein assessori, dseva quèl sendich che presentava la giunta, perchè l'esenzial l'è quel di difendere a qualunque costo l'onore della famiglia e chiunque si faccia avanti, fosse anche èl sgner Dalpein[12] io ci tiro il guanto, sebbèin che lui non sappia cosa farsene, che li dà agli altri, poi ci mando i miei pedrini in fiacre, che siamo cossì d'accordo perchè ai dà fastidi a correr, e voglio che i patti siano che il primo che resta morto sia quello che ha torto, acsè io rimango in vitta perchè tutti dicono che ho ragione, anche il giury d'onore che a fe lè in casa con mî mujer e 'l mî ragazzi.
Dònca lù l'ha capè, sgner Derettòur, se l'avtore della povesia non si fa avanti, io la faccio con lui, ma in un modo o in un'altro voglio la soddisfazione d'andare sul terreno, che per lo più è sempre di nessuno dei duve, per far veddere che quella cossa di dire: borghesi, alla circostanza si sa essere militari, colla spada nel pugno alla difesa della verità e della giustizia.
All'armi! all'armi!
Dall'Ehi! ch'al scusa..., 4 agosto 1883.
I BIGLIETT DLA LUTTARÌ
Caressum sgner Derettòur!
Mo el j ein vaghi coss quèsti, dseva quèl sart ch' pruvava el brag a Bergunzòn[13], che non si abbia d'avere un momento di pace! Finè onna sòtta ql'altra e via che la vadi che è un vero piacere... Se ci dicco che al mondo quando si nasse disgraziati, sarebbe meglio tornare indietro... in ti n'i mod per quello che si gioisse, si è sempre a tempo, l'è quèl che dice sempre la mia Lucrezia ed ha ragione, come l'ho anch'io. Non faccio per farmi l'apologia, che an j è dùbbi che a sia ed quî dai reclam, comme dicono adesso, a quelli che si arampigano da per tutto...; mo non faccio del male neanche ad una mosca... d'inverno spezialmèint... e sissignore che trovo sempre della gente ch'em tol a streina, a bruciaticcio, e mi perseguita vitta natural durante! Mo che senti cossa mi capita. L'era un pzulètt che quel ragazzi mi stavano dietro dicendomi: vadi là babbo comperi i biglietti della lotteria di Verona, che si può vincere per fino 20 lire... e a dirla, non parlavono a un sòurd, come dice l'averbio, perchè i giuochi d'azzardo sono la mia pasione e anzi, quant a mi trov, non guardo alla spesa, che tùtt i ann per la lotteria dèl giovedè grass, am acquistava èl mî brav bigliètt[14] in sozietà con la mî famèja e a dir la verità però quelli che lì della lotteria di Verona erano bellini l'è vèira, ma j eren anch carùzz, una lira l'ùn che capiranno che può essere anche un discapito per chi non abbia che 19 soldi.
Basta, io però a stava sempre in cerca per vèdder di avere qualche facilitazione, e un dè che transigevo per Via Rizzoli, a vèdd in mòstra dal tabaccaio delle Spaderie dei biglietti che erano andati piuttosto giù di colore a star lì alla polvere ed alle intemperie.
Io che sono filosofo, a fazz, nel mio interno, a degh: quelli che li è certo che a una sibizione diminuita me li ammollano che non ci par vero, e a m'inòulter int èl negozi e dicco: scusi, il prezzo ristretto di quei bigliettini che lì? A j è poch ed prezi ristrètt, mi si risponde: un franco l'uno. — Va bene pei nuovi, a degh me, ma non vede quelli in mostra come sono deperiti nel colore, e qua e là, col debito rispetto, vi sono delle evacuazioni moscovite?
Per tutta risposta mi si gettano a riddere in faccia come avessi detto una facezia! Io faccio le mie giuste creminazioni... e loro si macellano sempre più dal riddere... e me ne vado col sorriso della compassione sopra i labbri, che voleva proprio dire: Poveretti si capisse che non mi capite!! Ma non per questo avevo dimesso il pensiero. Picchiate, picchiate e sarete aperto, com suzzèss a quèl ch' j spaccon la tèsta, e anch'io feci lo stesso.
A dess colla mia famiglia... — Abbiate piacenza, lasiamo pasare la smania della lotteria, e vedrete che li avremo a prezzi ridotti.
E quando me la sono messa in testa, dseva quèl ch' s'incollava la pirocca, è difficile che me la levino.
La mia idea fitta l'era dònca di volere dei biglietti di Verona a prezzo più basso. Infatti la decorsa settimana a pass per via Broccaindosso e a vèdd due monelli che si divertivano a zugar con questi biglietti, e ne dovevano avere otto o dieci e favano conto ed zugar al cart. Ecco Pirein, mi dicco in un orecchio, il parmense ti cade sui maccheroni, e mi avvicino con disinvoltura ai ragazzetti esclamando: oh che bei bigliettini! Scommetto che se vi dò mezzo franco cadauno me li cedete eh?
E poi mi venne lo scrupolo di dire: abuserei forse della sua inespertezza? Sarebbe per caso un caso di truffa fraudolenta come diccono alla Corte d'Assisie? e allora aggiunsi: badà che so che costano un franco, ma j ein tant strafugnà che per quel prezzo l'è diffezil vèndri.
Il maggiore di quell'altro, mi risponde: Mo ci pare, ce li diamo anche per niente, capirà noi ci siamo divertiti abbastanza e li rigettiamo via.