Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

[Copertina]

ANTONIO FOGAZZARO

IL

Mistero del Poeta

ROMANZO

MILANO

GIUSEPPE GALLI, LIBRAIO-EDITORE

Galleria Vitt. Eman., 17 e 80

1888

[Occhiello]

IL MISTERO DEL POETA

[Frontespizio]

ANTONIO FOGAZZARO

IL

MISTERO DEL POETA
ROMANZO

MILANO

GIUSEPPE GALLI, LIBRAIO-EDITORE

Galleria Vitt. Eman., 17 e 80

1888

[Verso]

PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano—Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 13.

All'on. sig. Direttore della Nuova Antologia.

Egregio Signore,

Una dama, che non ho l'onore di conoscere personalmente, mi ha inviato l'unito manoscritto. Vorrei pure trasmetterle, signor Direttore, la squisita lettera che l'accompagna; ma mi è vietato. Non ho quindi che ad indicarne, per sommi capi, la sostanza.

Questa dama ebbe il manoscritto in legato dall'autore, che militò non senza lode nelle lettere italiane ed è morto, quasi repentinamente, pochi anni addietro. Egli vi rivela una parte occulta, secondo credette, della sua vita, e vi prescrive all'amica di pubblicarne, in un caso preveduto, il racconto. Ora parrebbe che s'illudesse, da poeta, sul punto del segreto; e che, nella città di Lombardia dove visse, l'arcano fosse sufficientemente noto a parecchi. Ciò posto, non sarebbe più da pubblicare nulla; ma la signora non lo vuole comportare, parendole indegno di tener celata la descrizione di un amore ch'ella chiama eccelso, mentre tante descrizioni di amori volgari corrono il mondo. Propone quindi di pubblicare il manoscritto in forma di romanzo, tacendo il nome del protagonista e modificando gli altri, tranne uno solo cui non le regge il cuore di toccare. Propone altresì che il romanzo s'intitoli Il Mistero del Poeta; e confida in me per farlo uscire nella Nuova Antologia, dove altri lavori della stessa penna uscirono fra il 1865 e il 1880.

Non sono disgraziatamente abbastanza giovane per commovermi di un racconto simile, quanto se ne commosse la gentile signora. Tuttavia, non vorrei negare che vi si tratti di un amore assai più insolito nella letteratura odierna che nella vita reale; e mi piace di adoperarmi a farlo conoscere. Che i nomi si tacciano, si mutino o no, mi pare indifferente per noi, che possiamo lasciarne decidere alla coscienza della signora. Solo le scrissi che, mutandone alquanti, li muterei tutti. Che cosa ell'abbia risposto e fatto non può importare ad alcuno.

Il titolo proposto è desunto da certa conversazione riferita nelle ultime pagine del racconto, e io non ci ho a ridire. Quanto all'aprirgli le colonne della Nuova Antologia, veda Lei; spero che non ci saranno difficoltà. Se acconsente, La prego di pubblicare in fronte al Mistero del Poeta queste poche mie righe, che serviranno di introduzione.

Accetti, egregio signor Direttore, i miei anticipati ringraziamenti e l'espressione del mio perfetto ossequio.

Vicenza, 15 Novembre 1887.

ANTONIO FOGAZZARO.

Nota—Il Mistero del Poeta venne infatti pubblicato nella Nuova Antologia. L'EDITORE.

I.

Oggi, 2 novembre 1881, ho deciso di porre in iscritto il segreto ch'è la vita, la ricchezza e la potenza dell'anima mia. Nè i miei parenti nè i miei amici ne hanno, ch'io sappia, sospetto alcuno. Una sola persona vivente, in Italia, ne apprese da me qualche cosa; ma ella è tale che certo non ne ha fatto parola.

Parlo della persona che riceverà da' miei eredi questo manoscritto; parlo di Lei, cara e fedele amica. Se leggendo qui si ricorda di una chiesetta longobarda posata nel verde di campicelli montani; se si ricorda di una sottile voce d'acque nella solitudine, ricorderà pure quella mia confidenza, rotta da singulti senza lacrime, da una emozione che non era dolore. Io rimetto in Lei, oramai, il parlare e il tacere. Se il mondo continuerà ad ignorare il mio segreto, non ne parli, amica mia, che a Dio, nella preghiera; se qualche letterato, viaggiando fuori d'Italia, ne avrà incerta notizia e pretenderà poi far vedere il mio cuore per due soldi in qualche Fanfulla o Pungolo della Domenica, senz'altra offesa che della esattezza storica, dica Ella privatamente il vero a coloro che in quel tempo mi ameranno ancora. Ma se si scriveranno di noi cose false che possano turbare ed affliggere, io La prego, a mani giunte, col cuore pieno d'affanno, a voler pubblicare il mio racconto. Avevo scritto d'affanno e di sdegno, ma ho cancellato lo sdegno, che spiacerebbe alla diletta come un'impurità. Non vi ha oramai per lei e per me che un solo pericolo su questa terra: un solo dolore chiediamo a Dio di allontanare da noi: lo scandalo. Esso è appena possibile, e spero che saremo esauditi; ma se nella sapienza divina fosse altro consiglio, faccia, amica mia, tutto, tutto ciò che faremo noi, se vivi. Ove non si credesse alla mia parola, la confermi con testimonianze e documenti; Le saranno forniti, ad ogni richiesta, dal mio amico Dottor Paul Steele, di Rüdesheim am Rhein, Prussia.

È il giorno dei morti, la nebbia fuma intorno alle finestre della solitaria villa dove son ospite dei miei nipoti, mi chiude nelle memorie del passato. Qualcuno ripete sotto di me, al piano, non so che musica monotona di esercizi: odo nella stanza vicina passi tranquilli di servi. Nessuno immagina quel ch'io faccio, quel ch'io sento. La mia mano trema, il mio petto è un palpito solo, le lagrime mi ascendono alla gola. E il racconto parrà poi a me stesso così freddo! Vorrei parlare, ma non con la parola che muore, parlare dall'ombra del mondo ignoto con la voce viva che va, che va, d'atomo in atomo, non posa mai, è udita forse nei mondi inaccessibili all'occhio umano, se vi sono colà spiriti potenti a sentire ogni moto. Vorrei poter parlare non alla folla, ma solo ai cuori generosi che una calunnia avrà contristati e ai cuori perversi che ne avranno goduto. Devo io dunque deporre la penna e affidarmi a Dio? Penso a lei, alla stella mia, e odo la sua dolce voce straniera, la voce più dolce, io credo, che abbia suonato su labbra umane, dirmi teneramente: caro, scrivi; write, love.

II.

Ella sa, amica mia, che fino al 1872 non ebbi segreti per Lei. Se non ci siamo amati, quantunque liberi, fu perchè, forse, v'era tra noi troppa affinità di sentimenti, troppa comunanza d'idee, troppa fraternità di natura; e l'amore, tra noi, sarebbe stato una specie d'incesto. Tale è la ragione bizzarra che ne trovammo insieme una volta. Non era tuttavia la sola, certo; ne avevamo altre, Lei e io. Non toccherò delle Sue, naturalmente; ma si ricorda del sogno che Le raccontai appunto nell'inverno del 1872, una sera ch'eravamo soli e ch'io Le avevo portato un libro curioso: «Du sommeil et des rêves?» Forse non se ne ricorderà. Lo strano del sogno è questo, che lo feci due volte a un intervallo di nove anni. Lessi nella mia prima giovinezza la poetica leggenda tedesca del pozzo tanto profondo da non potervi nè occhio, nè strumento umano arrivare all'acqua. Viene un trovatore, siede sul pozzale e suona dolcemente; l'acqua si muove; colui suona e suona; l'acqua sale poco a poco, sale sempre, brilla sulla bocca. La notte dopo sognai di salir da non so quale abisso per la potenza di una voce soave che diceva in alto, con accento straniero, parole incomprese. Mi svegliai piangendo, in preda a un orgasmo che mi durò parecchie ore, pieno di questa irragionevole idea, che la voce udita in sogno esistesse veramente, richiamandone alla memoria, più forte che potevo, il timbro singolare, tremando di dimenticarlo. Lo dimenticai in fatti e presto, ma non dimenticai il sogno, e non mi uscì di mente l'idea che fosse un sogno profetico, una comunicazione arcana della Divinità.

Nessuna voce femminile mi fece poi risovvenire di quella; ma nel gennaio del 1872, durante una convalescenza, rifeci l'identico sogno, riudii la dolce voce dall'accento straniero. Otto o dieci giorni dopo venni da Lei e Le portai il libro: «Du sommeil et des rêves.»

È quasi impossibile ch'Ell'abbia dimenticata la mia agitazione di quella sera. Può essere ch'io sia mistico per natura e inclinato a credere in certe occulte potenze dello spirito umano, in certe sue relazioni segrete col soprannaturale; è sicuramente vero che prima del gennaio 1872 avevo già fatto esperienza due volte, non in sogno, di tali comunicazioni dirette; una volta a dodici anni, un'altra sui quattordici. La prima volta ne riportai commozione e spavento benchè fosse un lieto presagio; tanto era nuovo a me quel concetto, tanto fu improvvisa e chiara la voce interna che mi parlò. Il presagio si avverò sedici anni dopo. La seconda volta non si trattò di presagi, e solo nella vita futura saprò se fu un delirio dell'anima o veramente la voce d'un altro spirito, come credetti e credo e sta scritto in certo mio libro. Era dunque naturale che la impressione del secondo sogno fosse in me fortissima. Credevo nella esistenza reale della voce udita, con più ardore ancora, se possibile, che la prima volta; credevo all'influenza salutare e potente cui avrebbe dovuto esercitare un giorno sopra di me la persona che parlava così. Immagini la mia angoscia Lei che sa in quali circostanze mi trovassi nel gennaio del 1872. Mi tenevo allora già legato e forse per sempre. Quando penso alla origine e alla natura di quel legame mi viene alle labbra un sorriso amaro, compiango la signora, compiango e derido me stesso. Di questo legame si è parlato nel mondo, falsamente; e non è male ch'io ne debba scrivere qualche cosa qui. Ella sa ch'io conosceva da molto tempo quella bella e intelligente dama, a cui il mondo attribuiva, prima che le relazioni nostre si facessero più strette, un amante. Andavo qualche volta da lei e c'incontravamo spesso in società. Credevo d'esserle affatto indifferente e la ricambiavo d'indifferenza; ma poche persone mi ponevano, come lei, in vena di spirito sarcastico. Una sera, a teatro, incontrai due volte col mio binoculo il suo rivolto a me, e la seconda volta ella sostenne alquanto il mio sguardo, prima di volgersi altrove. Credetti averne il cuore lievemente tocco, ma forse erano invece i nervi della vanità e della curiosità che simulavano un palpito. Attesi e ottenni ancora spesso quello sguardo: poi visitai la dama nel suo palchetto. Ella ebbe con me un contegno affatto nuovo, e mi diede, in presenza di altre persone, così evidenti segni di favore da imbarazzarmi. Mi figurai, andando a casa, d'esserne innamorato, e mi figurai in pari tempo che glielo dovevo dire. Adempiei questo imperioso dovere due giorni dopo. Si trattava di una signora maritata, ed è mia maggior colpa l'aver ceduto allora non alla violenza del vero amore, bensì ad un'ombra vana di amore. Ella mi rispose di essere dolentissima delle mie parole. Soggiunse, con mia grande sorpresa, che s'era accorta da un pezzo di questa simpatia, che non poteva nascondermi una certa inclinazione per me seguitane da parte sua, ma che avrebbe preferito non si fosse parlato mai, fra noi, di questo. Era risoluta di non mancare ai suoi doveri. Prima sarebbe stato possibile vedersi con molta frequenza ed intimità, come amici; adesso non era più da pensarvi. Mi consigliò di soffocare il mio amore che non poteva aver messe ancora profonde radici; così si sarebbe potuto fra qualche tempo godere in pace i beneficii di una pura e intima amicizia di cui avevamo forse bisogno ambedue.

Allora mi avvidi con sgomento che non l'amavo affatto, tanto mi gelò questo discorso; mi dissi ch'ero caduto da stupido nel laccio d'una civetta sleale, ma pure mentii per un falso sentimento d'onore, non accettai l'uscita ch'ella mi offriva, le risposi che l'amicizia non poteva bastarmi. Iddio sa se fui punito di una tale viltà, quando la raccontai palpitando a lei, insieme a tutti i falli, a tutte le miserie che mi rendevano indegno di quell'amore sublime. Una tenera parola grave, un bacio delle sue labbra mi hanno rifatto puro, come ci rifà puri l'onda d'infinito che passa talvolta per l'anima nostra dopo la preghiera; non sento più dolore nè vergogna di quel passato.

Tale fu l'origine del mio legame. Non credo che neppure la signora m'abbia veramente amato mai. Credo che le dicerie sparse prima d'allora su lei e il marito d'un'amica sua fossero false; ch'ell'abbia pensato un modo, poco felice, di smentirle; che la vanità l'abbia indotta a sceglier uno che scriveva versi di cui la gente e i giornali qualche volta parlavano; che finalmente ell'avesse una certa curiosità intellettuale dell'amore, forse anche un certo bisogno morale di emozioni, un inesplicabile bisogno di soffrire o far soffrire, tanto per sentir fortemente questa vita senza tuttavia porre l'altra in pericolo. Mi disse infatti che se volevo amarla con un affetto contenuto dal dovere non poteva vietarmelo, ma che saremmo stati infelici ambedue. Ell'avrebbe anche il rimorso di allontanarmi dal matrimonio, così desiderabile a me, rimasto senz'altri parenti che un fratello ammogliato; e l'età mia non pativa lunghi indugi. Più mi confortava a staccarmi da lei, più resistevo, più mi sentivo legare e stringere.

Che anno infelice fu quello per me! Qualche volta m'illudevo di amare la signora, e allora m'irritavo di trovarla sempre così rigida e sicura nella sua virtù, così padrona di sè. Molto più spesso mi sentivo freddo e soffrivo di esser falso, soffrivo delle esigenze di lei che, dicendosi gelosa della mia musa, avrebbe voluto regnar sola nel mio intelletto, ispirarmi secondo le sue idee e le sue inclinazioni. Non difettava d'ingegno nè di coltura, ma se tra me e Lei, cara amica, vi è forse troppa affinità d'anima, ve n'era invece troppo poca fra me e quella signora. Ell'aveva la religione dell'eleganza. Non la sola eleganza della persona o delle vesti era in lei seducente; anche la forma di ogni menomo gesto, della parola, di tutto il contegno era squisita. Ciò mi attraeva, ma ella portava questo culto anche nell'arte, e qui vi era nella nostra relazione una scissura sottile come un taglio di rasoio, appena visibile alla superficie, ma netta sino al fondo. Benchè non me lo dicesse, trovava certo i miei versi troppo democratici nella veste, troppo lontani da quella ricercata nobiltà di forma, senza la quale, per lei, non v'era poesia. Lo indovinai discorrendo con lei di altri poeti, e ne rimasi ferito. Mi offese il suo giudizio, mi offese una tale indipendenza del giudizio dal sentimento, poichè ella mi aveva confessato più volte, a voce e in iscritto, di amarmi. Avevo un altro ideale dell'amore, ero stato anche amato, tempo addietro, in altro modo, con la prepotenza del cuore su ogni facoltà e inclinazione della mente. Tuttavia, se mi avesse dato altri segni di un sentimento forte e profondo, se l'avessi veduta, almeno qualche volta, incapace di dominar la passione, non mi sarei offeso di questa sua indipendenza di giudizi. Ma ella si dominava sempre, e, discorde da me in molte questioni, anche di poco momento, ha sempre tenacemente insistito sul proprio punto. Mi convinsi dunque che il suo sentimento non era l'amore, e, poichè non l'amavo io stesso, risolsi di allontanarmene.

Ella dovette sospettarlo quando ci ritrovammo in città nel dicembre del 1871, dopo due mesi di separazione. Avevo in mente di partire a Natale per San Remo e di passarvi l'inverno; ma caddi malato. Allora ella fu di proposito imprudente e volle vedermi. Io vivevo con mio fratello ed ella non visitava mai mia cognata. La visitò in questa occasione, le chiese di potermi salutare. La mia pia cognata ne rimase talmente sbalordita, talmente scandolezzata che, malgrado la sua timidezza, esitò alquanto a consentire, e sono sicuro che poi se n'è confessata. Infatti in città si fece un grande scalpore di questa visita. Io lo seppi dopo la mia guarigione e temetti commettere, partendo, una ingratitudine, una viltà. La mia vita era così; un continuo fluttuare della mente e del cuore, ambedue senza luce.

La notte fra il 12 e il 13 gennaio 1872 rifeci il misterioso sogno. Venni da Lei appena fui in grado di uscire la sera; il 20 o il 21. Cara amica, Ella ebbe ragione di risentirsi con me. L'avevo, da un anno, trascurata indegnamente. Non era venuta meno in me l'amicizia antica, ma vergognavo di me stesso, e ciò mi teneva lontano da Lei. Quella sera venni come portato da una tempesta e Le dissi tutto, le raccontai il sogno con tale accesa fede nella sua origine sovrannaturale, nel suo senso profetico, che Lei mi credette minacciato di follia. Mi disse che non stavo ancora bene, che avevo bisogno di quiete morale, che dovevo svagarmi, viaggiare un poco, e non scrivere troppe lettere.

Lo avrei fatto se non si fosse risvegliata finalmente allora la gelosia del marito. Da capo credetti non poter abbandonare la signora. Ci vedevamo assai meno, ma pure non so per quale spirito di ribellione, per quale perverso istinto del cuore, appunto quando vi fu nell'amarsi angoscia e pericolo, appunto quando un'altra persona incominciò a sentirsene offesa o a soffrirne amaramente, quando la gente ci biasimò, parve che un soffio di vera passione entrasse in noi. La signora non si mostrò più tanto sicura di sè. Che il mondo ci giudicasse colpevoli era come un freno levato di mezzo; era un potente eccitamento al male quel subirne già gli effetti così. Per parte mia avevo la coscienza di scendere pian piano verso un abisso da cui salissero vampe calde a infiammare i sensi, a oscurare il pensiero. Sapendo di perdermi, mi ci sentivo tuttavia tratto da quello stesso istinto perverso. Però qualche volta mi arrestavo con terrore, mi proponevo di resistere. Una simile passione, fuoco di sensi più che di spirito, era contro la mia fede, contro l'alto ideale cui avevo desiderato conformarmi nella vita e nell'arte. Mi pareva di stare imprimendo un marchio d'ipocrisia o di vergogna sulla mia vita, sull'opera mia, sulla mia memoria presso i venturi, di tradir vilmente la mia bandiera. Ma poi non avevo la forza di astenermi dal vederla sola le poche volte che ciò era possibile, sapendo con quale fede ero atteso; e quando ero con lei, la sua bellezza, il suo turbamento mi toglievano quasi la mente. Per fortuna questi convegni non furono molti, nè lunghi, nè segreti, nè sicuri; ed è anche giusto dire che in lei durava sempre, quantunque un poco smossa e malferma, la buona volontà. Così passarono alcuni mesi fra i più agitati e tristi della mia vita. Fu quello il tempo per me della maggiore aridità e inerzia intellettuale; non so d'avere scritto in quei mesi un sol verso nè d'avere studiato mai.

Cara amica, mi sono assai dilungato su questo episodio che appena si lega con l'argomento del mio scritto, perchè volevo dire entro quali termini veramente si contenne, e anche espiare, almeno in parte, la mia debolezza colpevole, con un racconto che potrà temperare nella mia città la memoria di un passato scandalo, ma mi scemerà certo riputazione fuori, presso coloro che avranno letti i miei libri e ignorate queste miserie. E l'essermi indugiato in un proemio a me doloroso mi scusi se ora camminerò ancora più lento. Arrivo alla infinita dolcezza di disegnare in qualche modo e rivedermi anche sotto gli occhi vivo quel tempo, che nella mente mia è fatto eterno. Melius quam cum aliis versari est tui meminisse. Buona amica, le cose ch'io verrò parlando, un poco ogni giorno, con Lei, diventeranno Sue; se dovrà farle sapere al mondo, al mondo senza cuore, provveda Lei a che l'amico suo non sia giudicato senilmente verboso e importuno. Non Le dico questo per amor proprio; mi perdoni, è un folle dubbio fantastico il mio. Forse il bene ed il male che si pensa e si dice di noi sulla terra dopo la nostra morte, ci tocca tuttavia, in quanto è frutto delle nostre opere, con premio o con pena; mi par quasi che quei duri giudizi umani possano giungere al luogo eterno, e, più che me, contristar la diletta.

Scrivo queste ultime parole d'introduzione alle sei del mattino. L'aria è pura, un mite lume di luna cede quietamente all'alba serena; a piè della casa un bianco mare di vapori pesanti dorme sulla valle. Vorrei che fosse così, amica mia, anche là dove saremo dopo la morte e prima dell'ultima aurora, del giorno eterno; vorrei che dalla terra, tutta avvolta ancora d'ignoranza e di tristizia umana, nessun vapore maligno salisse a noi.

III.

Nel giugno del 1872 la signora andò col marito a passare l'estate sul lago di Ginevra. Intendevano ritornare in Italia per il Sempione e trattenersi poi alquanto sul Lago Maggiore, a Stresa o a Pallanza. Ella mi doveva scrivere da Ginevra se una mia visita segreta colà fosse possibile. In caso diverso avrei tentato vederla sul Lago Maggiore. Le promisi di lavorare, nel frattempo, alacremente.

Ella era infatti alquanto sorpresa e mortificata dell'assoluta inerzia intellettuale di cui l'amore mi aveva colpito, e ch'io, nel mio segreto, mi spiegavo perfettamente. Durante un anno e mezzo non avevo scritto che quattro o cinque liriche amorose, eleganti secondo il poter mio, perchè tale era il suo gusto, ma freddine. Ora ella si era innamorata degli Idyls of the King di Tennyson e avrebbe voluto ch'io scrivessi un poemetto di quel genere, il più raffinato, il più aristocratico possibile. Le promisi di fare qualche cosa, e sentendomi bisogno io pure di aria montana e di quiete, pensai di salire a Lanzo d'Intelvi dove conoscevo l'Hôtel Belvedere, comodo, elegante, ammirabilmente posto in una pittoresca solitudine, frequentato quasi esclusivamente dagl'Inglesi. Vi avrei potuto lavorare in pace.

Vi andai il 28 giugno, per Argegno. Trovai la valle così fresca e verde, l'aria così pura! Mi pareva di respirare libertà, innocenza e vita. Il mio vetturino si fermò alcuni minuti nel paesello di Pellio, poche casuccie fra i castagneti, con le finestre fiorite di garofani. Discesi alla fontana. Una giovinetta bellissima, dalle mani abbronzate e dalle braccia di latte, stava attingendo acqua e me ne offerse. Le chiesi se l'acqua era buona. Rispose nel suo dialetto:

La guariss de tucc i maa (guarisce tutti i mali).

La guardai con ammirazione. «Proprio tutti?» replicai. Ella non rispose più, arrossì e sorrise come se mi avesse letto nel pensiero. Bevvi alla secchia della bella giovinetta, e partendo da Pellio pensavo che forse la sua piccola bocca, il suo piccolo cuore, le sue braccia di latte avrebbero potuto veramente guarire ogni male. Era forse lei l'idillio che cercavo, con un poco di dramma e di mistero? Quelle braccia così bianche non eran d'alpigiana ma di dea; leukôlenos Hêrê.

Osservavo, salendo adagio fra le montagne, che la natura, mia vecchia amica, dopo due anni di silenzio, incominciava a parlarmi ancora. Bisogna essere un visionario inutile per sapere che gioia è questa di sentirsi in istato di grazia presso i sassi, le acque o le piante. Mi parve un segno che avrei finalmente potuto scrivere. Quando la montagna mi parla, il primo effetto n'è una dolcezza malinconica, un molle desiderio di sciogliermi nella vita delle cose; ma poi viene il fervore del concepire e la facilità dello scrivere. È lo stesso effetto che mi fa qualche volta Mendelssohn.

All'albergo non trovai lettere di Ginevra e n'ebbi piacere. Io che quando ho amato non ho mai amato più forte che nell'assenza, adesso, lontano dalla signora, non la sentivo più. Non v'era molta gente. Alla table d'hôte delle sei eravamo una trentina, quasi tutti inglesi. Io sedevo presso una bella ed elegante signora bionda, dagli occhi orientali come il profumo di rose audacemente singolare che usava. Le altre signore erano quasi tutte vecchie e bruttissime. Gl'italiani, non più di quattro o cinque, avevano, fra tanto grave silenzio di esotici, un'aria assai compunta, e mi guardavano con la evidente ingordigia di arruolarmi per le passeggiate, le chiacchiere e il biliardo. Ciò mi metteva orrore, per cui fui gelido con un piccolo vecchio signore, il quale, dopo pranzo, fatto un preambolo sui miei celebri poemi (!), mi disse che lui o i suoi compagni si trovavano molto a disagio fra gl'inglesi ed erano felici della mia venuta. Soggiunse di chiamarsi il cavalier Tale; gli altri si chiamavano il conte Tale e il cavalier Tal altro; il quarto non aveva titoli, ma era tuttavia una persona molto civile. Finalmente questo povero signore mi promise di parlare al cuoco per ottenere un po' meno plum-pudding, un po' più di rispetto alla minoranza nazionale; e mi lasciò in pace, nè più ci siamo parlato.

Uscii a prendere il caffè sotto i tisici ippocastani del belvedere, dove anche la mia bella vicina stava ammirando l'infocato tramonto e, all'orizzonte, il lungo arco, la magnifica pompa lontana della nevi eterne. Ma io non guardavo il cielo, nè le Alpi, nè lei; guardavo là in faccia, oltre il lago scuro affondato ai nostri piedi in un abisso di settecento metri, oltre la prima fronte erbosa della montagna opposta, uno scoglio colossale con la sua famiglia di torrioni diroccati attorno, noto e caro agli occhi miei da molti anni. Sono stato un fanciullo timido e orgoglioso. A sedici anni, con la testa piena di Leopardi e di Victor Hugo, di panteismo e di pessimismo, con un gran disprezzo esteriore dell'umanità e un'intima disperata voglia d'esser lodato dagli uomini e amato dalle donne, m'era venuta la melodrammatica idea di farmi seppellire lassù. Non vedevo lo scoglio da un pezzo, esso ignorava affatto i miei stupidi amori con la signora, e tutti i pensieri della mia adolescenza, mezzi falchi e mezzi passerotti, vi avevano ancora il nido. V'erano ancora le mie malinconie calde, l'orgoglioso sdegno di ciò che udivo da' miei compagni chiamar l'amore, i fantasmi femminili che soli mi parean degni di me. Se allora mi avessero detto: t'invischierai senz'amore, per debolezza, a una donna che ti avrà cercato senz'amore, per vanità, avrei risposto: no, mai! E invece! Non avrei davvero meritato di giacer solo, da poeta delle montagne, in quel sublime sepolcro.

Mi diedero una camera con due finestre al Nord. Anche alla sera vidi lo scoglio nero coronato di stelle, che mi gittava in faccia i ricordi della mia adolescenza pura e superba. Tentai lavorare; dalle mie prostrazioni di spirito basta qualche volta a rialzarmi l'ala d'un verso felice. Mi provai a disegnare una tela d'idillio, pensai alla bella giovinetta dalle braccia di latte, alla sua fontana sul crocicchio, alle finestre fiorite di garofani; pensai anche a Lei, mi perdoni, amica mia. Ella sa il mio metodo di lavorare; piglio una figura vera e ci filo attorno poesia, seguendone le forme e insieme nascondendole altrui. Ma quella sera non trovai un solo filo fine e forte, non feci che imbrattar carta inutilmente. Mi cadde il cuore.

Cosa dice Heine? «Il mio cuore somiglia al mare.» Io, piccolo poeta, dirò solo che il mio cuore somiglia ad una laguna misera, senza perle nè coralli, che tuttavia ascende e ricade come il mare, ogni giorno, per la propria natura e l'arcano influsso di qualche potenza occulta nel cielo.

L'indomani mattina mi arrivò la lettera di Ginevra. Mi si attendeva fra dodici giorni, dopo i quali ci saremmo trovati soli e senza sospetto. In seguito a questo esordio venivano raccomandazioni solenni che parevano rimproveri; mi si proibiva la menoma famigliarità. Tutto ciò mi parve gesuitico e disgustoso e mi venne subito in mente di non andare; ma poichè avevo ancora sei giorni di tempo, mi proposi, secondo una viziosa abitudine, di deliberare all'ultimo momento. Intanto la svogliatezza e l'inerzia antica mi riprendevano. Abbandonai la ricerca dell'idillio; non mi destavano interesse nè gl'italiani, nè la bella signora bionda, nè alcun'altra persona dell'albergo. Passavo le mie giornate vagando col cuor pesante per le campagne, sedendo lunghe ore sull'erba ad ascoltar il vento e a contemplar i moti lenti delle ombre. I castagni di Pellio, i prati del pian d'Orano, le gole solitarie della Val Mara devono ricordarsi di me. Nelle mie corse non incontravo mai nessuno; non vedevo esseri civili che alla table d'hôte, sempre silenziosa e solenne.

La sera del primo luglio, verso le dieci, stavo leggendo nella mia camera colle finestre aperte quando udii suonare sul cattivo piano della sala di conversazione la Gran scena patetica di Clementi, che ho udita da Lei tante volte. La mano mi parve eccellente, e discesi. Suonava una signora inglese e c'erano in sala, credo, tutti gli ospiti dell'albergo. La sala è a pian terreno; ha una porta e due finestre sulla fronte della casa. Andai a sedermi fuori nel buio.

La notte era tempestosa. Un balenar continuo senza tuono batteva, di là dal lago, le nuvole nere e le creste selvagge, che, in quei sùbiti bagliori, parevano vivere. Sul nostro capo il cielo restava buio, restava buio l'abisso a' nostri piedi; e, quando il piano tacque, si udirono giù nelle valli profonde tutte le campane dei paeselli. Due signore uscirono e sedettero poco discosto da me. Non le potevo vedere, ma sentii il profumo di rose della mia vicina. «Molto bene, non è vero?» disse questa, in inglese. Era la sola voce femminile che conoscessi lassù.

Non vi fu risposta. Dopo brevi momenti udii un'altra voce dir piano:

The bells (Le campane).

Ho sempre pensato, e non so come questo strano pensiero sia nato in me, che l'odore dell'olea fragrans possa dare un'idea della dolcezza di quella voce. Trasalii e mi domandai dove l'avessi udita. La signora dall'essenza di rose disse ancora qualche cosa che non intesi e la voce dolce rispose:

Yes, there is hope (Sì, vi è speranza).

Ebbi come un baleno interno; era la voce del mio sogno. Mi misi a tremare, a tremare senza saper perchè, senza capir più niente, sebbene le due voci parlassero ancora. Tre o quattro altre signore uscirono dalla sala e tutta la compagnia s'avviò poi verso gli alberi. Io non pensai a seguirla, avevo una indicibile avidità di esser solo. Corsi nella mia camera e là mi sfogai.

Ero come pazzo, m'inginocchiavo a ridere e piangere, balzavo in piedi a pregare, sentendo Iddio infinito e me niente, stendevo dalle finestre le braccia verso il nero scoglio sovrano battuto dai lampi, gli dicevo con trionfante gioia di volermi bene ancora perchè ne tornavo degno. Parlavo così a voce alta e poi ridevo di me stesso, ridevo di esaltarmi per una persona di cui non conoscevo ancora il viso; ma era un ridere felice, pieno di fede, senza la menoma ironia. «There is hope, there is hope» ripetevo «vi è speranza.» E poi mi coprivo il viso colle mani, pensavo; e lei? e lei? Chi sa se aspetti anche lei, chi sa se abbia avuto sogni, presentimenti? Che viso, che nome avrà? Poi non pensavo più a nulla, mi riprendeva il fremito di prima. In un'ora triste dell'adolescenza, vagando per le colline in fiore della mia patria, mi ero veduto nell'avvenire una scura e fredda giovinezza e, sul cader di questa, uno splendido fior di passione, improvviso come il fiore dell'agave. Ora il mio cuore batteva «l'agave, l'agave!» Vi strinsi ambo le mani su, ansando. Credetti in quel punto che gli occhi miei mandassero veramente luce.

IV.

Quella notte non dormii affatto e la mattina seguente fui il primo a entrar nel salottino attiguo alla sala da pranzo dove gli inglesi scendevano fra le sette e le nove a prendere il thè. Mi era venuto nella notte il dubbio che la dolce voce appartenesse ad una signora che avevo veduto per la prima volta il giorno innanzi, e che era discesa a pranzo con l'altra dal profumo di rose. Quest'ultima venne a prendere il thè, sola, alle otto e mezzo. Subito dopo qualcuno entrò dall'uscio, cui volgevo le spalle, e salutò. Era la voce di lei.

Sino a quel momento ero stato agitatissimo, ogni passo mi aveva fatto palpitare. La voce sua mi chetò sull'atto come un ghiaccio che colga l'onda. Tutto tacque in me; mi trovai tranquillo, ma senz'altra coscienza che del momento presente.

La nuova venuta sedette in faccia all'amica sua. Mostrava un venticinque anni, era alta, bionda, aveva una fine fisonomia delicata, due occhi quieti che parevano veder poco e somigliavano alla sua voce per la soavità leggermente fioca, come per l'intima espressione d'intelligenza; la mano piccola e bianca aveva una simile espressione. Mi colpì un anello d'oro, liscio, all'anulare della mano sinistra.

Ella non mi guardò neppure e si mise a parlare con l'altra signora. Sorrideva deliziosamente, e, quando sorrideva, era una musica così tenera! Intesi che domandò notizie di un disastro avvenuto la notte sul lago. Io solo ne avevo. Era infatti scoppiato, dopo la mezzanotte, un temporale furioso, e un comball carico di sabbia si era sommerso con gl'infelici barcaiuoli. Colsi la buona occasione e tentai di raccontare la cosa in inglese. Ella mi guardò un po' sorpresa e mi rispose qualche parola nel più puro italiano, mortificandomi così alquanto; poi fece atto di ringraziarmi con un leggero cenno del capo, con uno sguardo serio e benevolo; e riprese il suo dialogo con l'amica. Allora uscii, contento di quello sguardo, non senza, però, una penosa trepidazione, un dubbio nuovo. Mi pareva di amare già e che ella non somigliasse a nessun'altra donna; che la sua bellezza, quasi chiusa agli altri, dovesse riuscire squisitamente singolare e varia per un amante; che anche l'anima sua avesse un tal velo, un tal segreto. Ma era libera? Mi potrebbe amare? Questo era il dubbio nuovo e l'affanno. Mi succedeva come quando immagino una composizione artistica e me ne innamoro nella fantasia, che poi trovandomi la penna in mano e un foglio bianco davanti, mi assalgono mille dubbi e scoramenti.

La rividi più tardi sotto gl'ippocastani dove stava sola, leggendo. Io guardavo, a due passi da lei, con l'eccellente cannocchiale dell'albergo, ora le torri del mio scoglio, ora gl'imi paeselli, ora un vapore che pareva immobile sull'acqua verde, ora la città di Lugano, dove si potevano distinguere le persona sui quais. Guardavo solo per starle vicino, pensando sempre come le potrei parlare. Ella chiuse un momento il libro. Allora le offersi, stavolta in italiano, d'indicarle il posto ov'era affondata la barca di sabbia. Accettò molto cortesemente e, posato il libro, si alzò, venne alla ringhiera che cinge quella specie di bastione coronato dagli ippocastani. Osservai che il suo passo era un poco incerto; che la sua gamba sinistra era un poco intorpidita. Forse anche il braccio sinistro non aveva il vigore dell'altro. Me ne sentii a un tratto il cuore tanto più tenero per lei; e non voglio cercare perchè me ne sia venuta insieme una gioia di speranza. Ella intese prontamente che conoscevo i luoghi, e aveva incominciato a domandarmi nomi di paesi e di montagne, quando un cameriere dell'albergo venne a dirle:

—Il signore La desidera subito.

Trasalii. Sul suo viso passò, malgrado lei, un'ombra fugace di malcontento, e poi, quando se n'avvide, un lieve rossore. Si scusò con una parola gentile e partì, lasciandomi più felice e più turbato che non posso dire. Il signore! Chi era questo signore? Qualche cosa d'indefinibile nell'aspetto, nei modi di lei, l'anello, i pendenti di piccoli brillanti, mi lasciavano poca speranza che fosse libera.

Aveva dimenticato lì il suo libro. Vidi con molta meraviglia le poesie di Leopardi. Sul frontespizio era scritto per isbieco questo nome:

Violet Yves

Sperai che ritornasse, ma invece venne il cameriere a prendere il libro. Seppi da lui che la signora era arrivata da una settimana con suo marito e che questi si era ammalato subito. Però stava già meglio. Benchè mi aspettassi la parola «suo marito,» n'ebbi un colpo di dolore. Mi mancarono la voglia e la forza di fare a colui altre domande.

Mi tenevo sicuro, nella mia fervida fantasia, che la signora Yves non fosse felice. La sua pronta cortesia verso di me; la compiacenza quasi evidente con la quale si era trattenuta meco, mi dicevano che non era innamorata d'alcuno. Ciò temperava la mia amarezza. Avrei voluto sapere l'età e l'aspetto di questo marito, ma tuttavia mi astenni dal chiederne, non tanto per timore di tradirmi quanto perchè mi pareva, con tali domande, di offender lei e di abbassare me.

Ella non discese a pranzo. Alla sera si fece musica. Io andavo e venivo dalla sala aspettandomi ad ogni momento di vederla comparire. Non venne; verso le dieci me n'andai sconfortato a sedere sotto gl'ippocastani. Era una notte incantevole; e la luna, sorgendo alle nostre spalle, lasciava nell'ombra noi, il pendio ruinoso della montagna fino al fondo, una curva lista di lago lungo le prode; al di là, tutto, dall'acque al cielo, dalle prossime guglie di levante alle nevi remote di ponente, luceva in una luce d'argento. Mi affacciai alla ringhiera sospirando.

—Molto bello, non è vero?

Mi sfuggì un'esclamazione di sorpresa. Era la signora Yves che aveva detto così, a pochi passi da me.

—Lei?—dissi.

Forse vi era nella mia voce troppo più senso che nella mia parola.
Ella non rispose.

—È troppo bello qui—soggiunsi.—Fa persino male.

Essa lasciò cadere anche questa frase.

—Stamattina—disse—volevo domandarle il nome di quello scoglio là in faccia che mi piace tanto.

—Non lo so—risposi.—Non credo che abbia nome.

Dopo brevi momenti di silenzio la dolce voce riprese più sommessa, quasi timida:—Dovrebbe mettergli un nome Lei ch'è poeta.

—Lei lo sa?—esclamai.—Lei mi conosce?

—Sì signore—rispose.—Ho letto una sua novella in versi, Luisa.

—Ha letto Luisa?

Tacemmo ambedue per un buon tratto.

Una profonda, deliziosa commozione impediva a me di parlare; ed ella era rimasta sorpresa di sentir così commossa la mia voce.

—Vede che lo conosco molto—riprese finalmente.—Luisa mi ha fatto pianger tanto. Non potevo credere che l'autore fosse un uomo. Ho saputo oggi da un signore italiano ch'era proprio Lei. Credevo che fosse una fanciulla, una Luisa. Oh come desideravo di conoscerla!

—Anch'io desideravo di conoscer Lei.

Queste parole mi sfuggirono e tacqui subito. Non sapevo se dovessi spiegarle; intanto ella osservò che era tardi e si ritirò. Qualche cosa nel suo saluto mi fece male e passai una notte inquietissima, pensando ch'ella mi era stata molto vicina per un momento e che poi si era allontanata da me. Certo aveva trovate stupide o troppo ardite le mie ultime parole. Ne soffrivo e ne godevo insieme, parendomi aver veduto un poco del suo sentimento. Com'era fine, come era elevato! Adesso bisognava toglier l'equivoco subito. Mi addormentai verso la mattina, sognai che spiegavo tutto a Mrs. Yves, che la dolcissima voce mormorava: lo sapevo, lo sapevo; ma che il viso era triste.

V.

L'indomani mattina scesi alle sei e incominciai subito ad aspettarla; scioccamente, perchè non era probabile che scendesse prima delle sette e mezzo o delle otto. Discese alle nove e la vidi un solo momento; forse aveva preso il thè in camera. Era in toeletta da passeggio e mi salutò come chi vuol essere cortese ma non desidera compagnia. Partì subito con un ragazzo che le portava uno sgabello, un ombrello e un album. Il cameriere mi disse che andava a dipingere e che il ragazzo doveva accompagnarla alla chiesa di S. Nazaro. Ero ben risoluto, comunque lei l'intendesse, di parlarle; mezz'ora dopo mi avviai alla volta di S. Nazaro. Con che tremor di cuore, con che confusione di pensieri, con che intorpidimento di membra feci quella strada! Assorto nel sentimento di dover dire parole decisive, andavo, andavo, senza badare alla via, portato dall'istinto; non udivo che le voci, non vedevo che le immagini del mio pensiero. A pochi minuti da San Nazaro incontrai il ragazzo, che mi disse spontaneamente:

—La signora è giù presso la chiesa.

Ignoro se mi abbia creduto il marito o altri; a me parve una voce dello stesso Ignoto che mi aveva mandato il sogno.

La signora Yves stava in un praticello poco discosto dal sentiero, disegnando. Alzò il capo, mi vide e continuò a disegnare. Discesi lentamente sul prato e mi fermai a pochi passi da lei. Essa mi guardò daccapo, rispose sorridendo al mio saluto e tornò a lavorare in silenzio. Io non sapevo ancor leggere le tacite parole avvolte ne' suoi sorrisi; mi parve tuttavia che quella fosse pungente. Mi avvicinai, e si parlò un poco della chiesa longobarda ch'ella stava disegnando. Il tono della signora era affabile ed indifferente.

—Ho trovato bene—mi disse rispondendo ad una mia frase sull'atto pittoresco della chiesuola, che mi pareva tutta raggomitolata nella sua umile vecchiaia.—Se Lei ora va cercando poesia, altrettanta fortuna!

Ella desiderava che io partissi, ma non volevo partire così. Nel silenzio che seguì si udiva il gorgoglìo roco dell'acquicella che casca dal prato.

—Senta la poesia come chiama!—dissi.—La poesia è qui.

Vidi Mrs. Yves aggrottar le ciglia. Non rispose e disegnava in fretta; i suoi occhi andavano e venivano rapidamente dalla chiesa all'album.

—Non Le pare poesia?—ripresi.

—Sì—rispose alquanto nervosa.—E mi fa molto piacere di non saper dove passa questa poesia così pura, perchè è forse in un tubo assai comune.

—Signora—diss'io allora—ho paura ch'Ella non abbia bene intesa, iersera, una mia parola.

—Non so che parola—rispose tranquilla.—Non faccio mica tanta attenzione alle parole. E Lei crede che sarebbe una disgrazia se non l'avessi intesa?

—Sì signora.

Mrs. Yves ebbe un tocco di riso argentino.

—Questo è troppo italiano per me—diss'ella.

—Le ho detto—ripresi senza curarmi della sua ironia—che desideravo di conoscerla, ed Ella ha preso forse queste parole per un complimento. Non faccio complimenti. Desideravo di conoscerla solo perchè molti anni sono ho udita la Sua voce senza vedere il suo viso.

Alzò bruscamente il capo dal disegno e mi guardò sorpresa. Adesso l'anima sua non era più del tutto chiusa; gliela potei vedere in fondo agli occhi mentre diceva:

—Dove mi ha udita?

—Questo non importa molto—risposi.—Solo mi rincresceva che una parola indifferente fosse presa per una parola sciocca. Adesso scusi, la lascio disegnare in pace.

Mi congedai così, sentendo il mio vantaggio e non volendo perderlo.
Ella fu tentata un momento, lo vidi, di trattenermi, ma non lo fece.

Andai a meditar la mia piccola vittoria nell'ombra del vallone vicino, a ripensar il particolare fascino di quel viso e di quella voce nell'ironia.

«Quando mi amerai!» dicevo tra me. «Quando vorrai e non vorrai dirlo!» Non volevo pensare che non fosse libera, mi pareva che amandomi lo diventerebbe; e mi stringevo le mani al petto, Davvero il mio petto era troppo breve per una gioia così grande, mi doleva già. Sentivo il bisogno di stancarmi e feci un lungo giro per valli e boschi, camminando a slanci come portato da ondate di vento, sorridendo a me stesso, dicendo insulti con allegra tenerezza alle care stupide piante e ai sassi che non capivano niente. Ecco un semplice odor di liquore forte come mi ubbriacava.

A pochi passi dall'albergo, dove arrivai tardi, incontrai Mrs. Yves che dava il braccio a un signore pallido, magro, evidentemente malato. Era facile indovinar chi fosse. Alto, rigido, pareva toccare i cinquant'anni; aveva un viso triste e duro, una fissa intensità ostile di sguardo. La signora mi salutò; il marito nemmanco mostrò di avermi veduto.

Per tre giorni non ebbi più occasione di parlare a Mrs. Yves. Era sempre col suo convalescente; passeggiavano qualche poco, sedevano lungamente insieme sotto gl'ippocastani. Ella mi salutava con la sua soavità seria, ma non cercava parlarmi, né io cercavo parlare a lei, pure gli occhi nostri s'incontravano non di rado e mi pareva che le facesse piacere di trovarsi vicina a me; lo stesso maggior riserbo che ora s'imponeva per la presenza del marito mi pareva pieno di dolcezza. Talvolta ella gli leggeva un giornale; io fingevo allora leggerne un altro e me le ponevo tanto presso da poterla udire. Quando se ne accorgeva lo sentivo, per un istante, nella sua voce. La bella signora dal profumo di rose conversava spesso amichevolmente con la Yves e scambiava poche parole con l'accigliato marito. Cercai di stringer relazione con lei per avere qualche cosa, almeno indirettamente, di Mrs. Yves, ma poi credetti leggere in un'occhiata di quest'ultima che le dispiacesse; ne fui felice ed evitai quind'innanzi la signora. Mrs. Violet aveva l'ultima camera dell'ala di ponente, al secondo piano, e la terrazza attigua. La sera stava con suo marito nella sala di lettura fino alle nove; poi salivano insieme. Io allora uscivo portando meco il tesoro d'uno sguardo, d'un saluto e restavo fuori per tutto il tempo che le piccole finestre lucevano. Mi pareva talora indovinar sulla terrazza la forma di lei; ma la mia vista corta e l'ombra dei boschi che dal monte scendono sull'albergo me ne lasciarono sempre in forse. Quanto mi fosse doloroso il subito mancar del lume alle finestre, come mi tormentassero allora il cuore e la fantasia, non lo voglio neanche ricordare. Il mio stato era insomma un misto, un'alternativa incessante di delizia e di pena, in cui venivo legandomi sempre più strettamente a lei e sentendo sempre più che pensava a me. Ci eravamo divisi sul prato di S. Nazaro, con un saluto freddo, non le avevo più detto parola; e dopo tre giorni mi pareva che al primo trovarci soli ci saremmo parlati come amanti.

Nel pomeriggio del quarto giorno la trovai sulle scale dell'albergo. Mi salutò così tranquillamente che tutti i miei sogni, per un momento, caddero; poi mi chiese sorridendo se le tenevo il broncio. Io protestai che me ne stavo in disparte perché la vedevo occupata di suo marito e non volevo essere indiscreto. Mrs. Yves arrossì molto, rispose che lo sapeva e che aveva scherzato; soggiunse di volermi domandare qualche cosa sui miei libri e anche su altri libri italiani. Ci accordammo di trovarci alle cinque sotto gl'ippocastani.

VI.

Avevo la febbre dell'impazienza; alle quattro e mezzo fui al posto del convegno. Sapevo che Mrs. Yves sarebbe venuta sola perchè il marito aveva passato una cattiva notte ed era rimasto a letto. Venne infatti sola, qualche eterno minuto dopo le cinque. Aveva un elegante costume celeste, con pizzi neri al collo o al seno, collana e pendenti di monetine romane d'oro. Il collo non m'era parso mai tanto puro di forma e di candore, il viso tanto delicato. Teneva in mano il volume di Leopardi. Credetti doverle chieder subito di suo marito. Arrossì ancora e mi rispose tanto sotto voce che non l'intesi.

Voleva sapere se la Luisa della mia novella fosse una persona reale. Le risposi che non era, ma che aveva molte linee e colori di persone vere. Non capiva questo metodo; le pareva che dovesse necessariamente uscirne una creazione senza individualità, vaga e falsa nell'insieme. Si acquietò alla mia ragione che anche in natura è così, che ciascuno di noi somiglia per qualche linea o per qualche colore ad alquanti altri; e che il fonder bene queste linee e questi colori è appunto il più delicato e difficile lavoro dell'artista. Bisogna con le note comuni comporre un accordo che abbia varie dissonanze e un suono suo proprio.

—È vero—diss'ella.—Non ci avevo pensato. Ma crede Lei che si possa veramente trovare una Luisa? Che ci sia qualcuno davvero incapace d'amare due volte in qualunque circostanza?

—Sì signora.

—Io no. Ho cento volte meno fede di Lei nell'ideale, io.

La sua voce era così sommessa! Pensai sentirvi un'amarezza tanto profonda che ne rimasi muto, accorato. Ma ruppi subito il silenzio, affrontai per istinto l'argomento dove sentivo un'ombra e un pericolo. Dissi che vi è, sì, una sublime poesia nella creatura mite, umile, di fantasia scarsa e di cuore profondo, che ama una volta sola; ma che vi hanno pur nature nobili, tanto impetuose di cuore che facilmente si feriscono nel loro slancio, perdono, per così dire, i sensi dell'amore e della fede, giacciono come morte, come aquile stordite dal fulmine; ma poi si muovono, si alzano, si slanciano ancora. Sono nature ricche di energia vitale, forti di volontà, alate di fantasia, che amerebbero una volta sola se s'incontrassero; nature attive e potenti che amano come il cielo ama la terra nelle tempeste di primavera, sciogliendo in un'altra anima ogni intimo gelo, traendone tutto ch'è vita, ch'è verde e fiore.

Mrs. Yves mi guardò senza rispondere. Non sono io un morto che parla, non posso dire il vero senza rispetti umani? Bevvi nel suo lungo sguardo un'ammirazione inebbriante. Solo per questo rispetto della vanità fui sempre, amica mia, poeta vero; prima di amare come amo adesso dubitavo del paradiso, non sapendo come vi si potesse avere ammirazione o esser felici senza di essa. Mi parve che il lungo sguardo dicesse pure: è proprio così? Lo ha provato Lei? La signora non proferì parola e aperse il volume di Leopardi.

—Volevo anche domandarle qualche cosa di Leopardi—disse, sfogliandolo.—Amo tanto Leopardi, io. E lei, ama più Leopardi o Manzoni?

—Leopardi.

—Oh, anche Lei. Come ne sono contenta! Non è vero ch'è più grande?

—No, è assai meno grande, ma lo amo di più.

—Oh,—diss'ella chiudendo il libro,—non capisco questo. Mi spieghi.

Le spiegai il mio sentimento.

—Scusi—mi disse poi senza pronunciarsi.—Lei che parlava di nature nobili, vuol dirmi cosa pensa di questi versi?

Cercò nel volume la Ginestra, e mi fece leggere i versi che incominciano:

Nobil natura è quella
Ch'a sollevar s'ardisce
Gli occhi immortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale…

—Penso—risposi—che abbraccerei Leopardi e piangerei con lui, e gli direi: che poeta sei e che cieco! Questa nobil natura che si contrappone così grande e forte alla madre maligna degli uomini, chi te l'ha infusa? La stessa madre maligna? No. Te la sei creata tu? No, no. Ma bisogna dunque che tu abbia un padre benigno; e questo fonte di bene, chi è? Sai perché ti ha fatto un tal dono! Sai cosa ti domanda, cosa ti prepara? Tutta la tua nera filosofia cade.

—Come dev'esser felice, Lei,—disse Mrs. Yves—di pensare così. Io non posso. Io non credo che sia un bene neppur la natura nobile. E poi non credo nella stabilità di alcun sentimento umano. Mi hanno detto di Leopardi ch'ebbe anche lui paura di morire.

Le osservai, un po' tristemente, che non sapevo come le potessero piacere, con queste idee, i miei versi.

—Oh sì—diss'ella.—Tanto mi piacciono. Amo di poter sognare che ha ragione Lei, che vi sono veramente degli esseri, dei sentimenti come quelli che immagina Lei. Vorrei almeno essere sicura che Lei ci crede. E vorrei anche persuadermi che gli uomini non sono tanto piccini, miseri, come mi paiono, e che questa vita vale qualche cosa, vale la pena di essere continuata, in questo o in un altro mondo.

Io pendevo dalle sue labbra, avido di penetrare il segreto del suo cuore. Credetti d'intravvedere un passato d'impetuoso amore e di dolor mortale, un presente di ghiaccio e di silenzio, ma con i primi manifesti segni della seconda vita. Quand'ebbe finito di parlare la guardai muto, non come un amante, bensì come un medico indagatore e dubbioso. Arrossì lievemente e mi disse:

—Cosa pensa di me?

—Ch'è ammalata e che non deve leggere Leopardi.

Sorrise e rispose:

—Lei sarebbe un medico severo. Vede che non leggo mica solamente
Leopardi; leggo anche libri di buona fama e timorati come i Suoi.

Replicai che importava poco pigliasse il veleno col vino o col brodo o col caffè. Le parlai quindi del mio culto appassionato d'una volta per Leopardi, delle mie malinconie morbose d'allora, del sepolcro che m'ero scelto. La signora mi ascoltava con attenzione intensa; ebbi l'idea che mi studiasse, com'io poco prima avevo studiato lei. Volle guardar la mia rupe col cannocchiale che io le disposi. Nel porre l'occhio alla lente perdette la buona direzione; la cercammo insieme, le nostre mani si sfiorarono, Mrs. Yves non ritirò subito la sua; me ne corse in tutta la persona un brivido delizioso.

—Io non potrei salire sul Suo sepolcro—diss'ella sorridendo.

Fui sul punto di domandarle se, quando fossi morto, vorrebbe portarmi un fiore. Ero troppo agitato; non lo seppi dire. Mrs. Yves mi domandò se mi piacerebbe ancora di esser sepolto lassù, risposi che in quel momento non lo sapevo io stesso. Aspettavo che mi chiedesse spiegazione di quanto le avevo detto sulla sua voce, ma questa domanda non veniva mai. Mi chiese invece se avessi composto dei versi sullo scoglio del sepolcro e, udito che no, se ne mostrò sorpresa; mi disse che dovevo comporne. Glielo promisi sull'atto. Nè l'uno nè l'altro lo disse, ma intendemmo bene ambedue che dovevano essere per lei. Solo dopo qualche momento di silenzio ella susurrò:

—Amerei avere una memoria di questi luoghi.

Una subita angoscia mi strinse il cuore. Domandai a Mrs. Yves se intendesse partire presto.

—Sì,—mi rispose con un soave accento dolente,—credo che partiremo appena sarà possibile. Non siamo contenti dell'aria.

La commozione mi tolse di parlare. Non m'era mai venuta questa idea tanto ovvia, che gli Yves potevano partire; mi pareva che tutto dovesse continuar sempre così.

Credetti che si avvedesse dell'effetto delle sue parole e che cercasse mitigarlo chiedendomi finalmente, in tono sommesso, dove avessi udita la sua voce. Questa domanda così semplice mi recò infatti, in quel momento, dolcezza infinita.

—In sogno—risposi.

Ella impallidì e non disse parola. Riaperse Leopardi, ma non credo che leggesse. Ci fu un lungo silenzio.

Ripresi palpitando:

—Ho sognato la sua voce due volte; la prima molti anni sono, la seconda son pochi mesi. Stavo tanto male in quei sogni, ero tanto misero, e la Sua voce era la vita e la speranza. Mi sono trovato male, molto male, per colpa mia, anche fuori dei sogni, e ho sempre avuto una fede così grande che incontrerei la voce viva, la persona vera!

Alcune signore venivano alla nostra volta. Dovetti accostare il mio viso a quello di Mrs. Yves, finger di leggere nel suo libro per udir il susurro della sua risposta.

—Non ne ho neanche per me. Nè vita nè speranza.

Le altre signore sedettero presso a noi. Era impossibile di parlare ancora; forse eravamo anche troppo agitati ambedue per poter parlare. Le mani di lei tremavano, il seno e le spalle salivano e scendevano.

Ed io? Non so che aspetto avessi; avevo certo un tumulto nel cuore e una nebbia sugli occhi.

Vennero ad avvertire Mrs. Yves che il signore desiderava vederla prima del pranzo. Attese un poco e poi si alzò. L'accompagnai in silenzio sino all'entrata dell'albergo.

—Le vorrei dire una cosa,—mi susurrò prima di lasciarmi,—ma non credo che avrò il coraggio.

—Perchè?—esclamai, ansioso.

Non mi disse questo perchè; mi salutò con una grazia squisita e gli occhi suoi salirono un momento alla mia fronte. Parecchie altre volte, in quei tre giorni, ella mi aveva guardata la fronte. Perchè? Ciò mi piaceva e mi turbava insieme; era come se preferisse me a me stesso. È possibile questo? Non lo so; sentivo così.

VII.

Appena suonato il pranzo mi vi recai, quantunque non fossi in grado di prender cibo. Ella non venne che tardi, verso la fine. Scambiò qualche parola con Mrs. B., la signora dal profumo di rose, e a un tratto mi guardò arrossendo come se avessi potuto intendere qualche loro parola; ma io approfittavo dell'insolito dialogo per poterla contemplare liberamente, ed ero tanto assorto nel suo viso, nella sua mano elegante, nella musica della sua voce, che non prestavo attenzione al senso delle sue parole. Mi guardò qualche volta ancora, ma forse meno del giorno prima. Appena finito il pranzo scomparve e ridiscese mezz'ora dopo. L'amica sua le propose un breve passeggio. Ci aveva forse veduti conversare insieme prima di pranzo; nel passarmi accanto mi disse amabilmente: viene? Mrs. Yves non ebbe un cenno, nè una parola; pure accettai subito e si prese insieme il pittoresco sentiero che conduce a Lanzo fra i castagneti. Mrs. B. parlava molto, ma solamente in inglese; a me il parlar l'inglese riesciva difficile e difficilissimo l'intenderlo. La signora sorrideva, mi correggeva amabilmente. La Yves taceva quasi sempre, nè io sapevo rivolgerle la parola; e vi era nel nostro silenzio un'occulta complicità che mi pareva più dolce di un dialogo indifferente. Ella diede presto segni di stanchezza; ci sedemmo sull'erba, a pie' di un castagno.

Sotto il giro delle oscure selve che vestono il monte, ridevano i prati e i frumenti d'oro sull'altipiano aperto fino alla opposta cerchia di dorsi accavalcati, sfumanti nei chiarori della sera via via sino al profondo sereno dell'oriente. La B. parlava e parlava di Firenze, dove aveva passato l'inverno; io non ascoltavo, e neppure Mrs. Yves. Mi pareva che i nostri pensieri fossero tanto uniti, ch'ella sentisse, come me, la molle poesia dell'ora e del paesaggio. Adesso gli occhi nostri s'incontravano più spesso, e i miei dicevano certo: «mi ama?» e i suoi rispondevano «sì.» Nel ritorno le diedi il braccio; la nostra compagna ci precedeva di alcuni passi. Andavo adagio; era così delizioso il tocco, il profumo, il tepore della cara persona! La pregai con passione di dirmi quello che prima non aveva osato. Violet mi raccontò poi che in quel momento i miei occhi scintillarono.

—Non posso—diss'ella.—Non oso ancora. Credo che non oserò mai.
Forse potrei scrivere.

—Devo aver paura—dissi—di questo segreto? Mi toglierà la speranza?
Mi toglierà la vita?

Il suo braccio trasalì, la sua mano si muoveva convulsa, come in una corrente d'elettrico.

—Lei non deve perder niente per me—rispose Violet con voce tremante.—Io spero che troverà un'altra più libera e più degna. Temo di aver avuto colpa io se Lei sente e dice queste cose, ma era una colpa molto dolce e poi ci dobbiamo lasciar così presto e per sempre. Lei mi racconta che ha sognato e a me pare di vivere in un sogno, di essere e di non essere la stessa persona di prima. Sa, come in sogno.

Il nostro sentiero toccava la stalla degli asinelli che si noleggiano di solito agli ospiti dell'Hôtel Belvedere. Mrs. B. s'era fermata a discorrere col padrone. Noi passammo avanti.

—Adesso—riprese Violet quando ci fummo dilungati abbastanza—comprendo che devo scrivere questa cosa. Non è un segreto, ma è una cosa ch'Ella non sa e che deve sapere. Il suo libro Luisa m'ha fatto una impressione profonda, più che non le ho detto finora, e la Sua simpatia mi è tanto cara; mi sarebbe molto dolore non solo s'Ella mi dimenticasse ma anche se pensasse di me come non bisogna! Io parto presto e non ci sarà mai più occasione di spiegare le cose.

Un gelo mortale mi prese, ebbi appena la forza di rispondere che mai mai la dimenticherei e che ora desideravo di essere sepolto sullo scoglio; quanto più presto, tanto meglio.

La sua mano convulsa mi afferrò il braccio.

—No—diss'ella.—Non voglio! Non voglio!

A questo punto sopraggiunse la B. e non ci lasciò più fino all'albergo. Mrs. Yves salì subito alle sue stanze e io corsi a chiudermi nella mia. Un momento mi disperavo, un momento la gioia d'essere amato divampava in me. No, aveva detto Violet, non voglio! Afferrai la penna e scrissi:

Ah no, se tu m'ami, vorrei
Posar nel più fondo vallon.
Nè pietra nè croce vi avrei,
Tu sola, sapresti ove son;

Nè il secol maligno che accora
Direbbeti oltraggio per me.
Direbbe: la fredda signora
Ondina ne l'Alpe si fè.

In riva d'ombroso torrente
Fa con l'acque pure a l'amor;
Sul musco si posa languente,
Ai deserti dona il suo cor.

Diletta, sarei nei vivaci
Gorgoglii de l'onda che va
Con un suon sommesso di baci
Che sosta in eterno non ha.

Diletta, nel musco sarei
Che gode il tuo corpo legger;
Al picciolo orecchio direi
Il mio dolce, folle piacer.

Sarei ne l'odor de' ciclami
Che ti bea, nel limpido sol
Che fende gli avversi fogliami
Sul meriggio e caldo ti vuol.

Nel cielo che l'occhio tuo mira
Cercando la spume e la fè,
Nel vento che gira e sospira.
Diletta, in passar presso a te.

Quand'ebbi scritti questi versi li ripetei cento volte, stando alla finestra, guardando il mio scoglio illuminato dalla luna. Mi proposi di offrirli all'indomani mattina. Avrei pur voluto che le arrivassero subito! E immaginavo febbrilmente che ne fosse commossa, che cedesse all'amore. Dov'era allora la memoria del mio sogno, dell'abisso tenebroso, della salutare potenza che ne traeva? Non me ne ricordavo più, non pensavo ad ostacoli conosciuti o misteriosi, legittimi o illegittimi, non avevo in mente che il suo viso delicato, la snella persona, la voce, la mano che aveva lasciato un profumo al mio braccio, lo spirito intelligente e triste, tutto profondità ignote, piene di passione occulta. Era un altro abisso verso cui tendevo il cuore e le braccia, un abisso peggiore del primo, perchè un amore così, se corrisposto, non avrebbe sofferto confini. La mano di Dio era già sopra di me, mi portava sulla via diritta; io non lo sapevo, camminavo nell'ombra, pieno di errore, affinchè un giorno dessi gloria della mia salute a Lui solo.

L'indomani mattina discesi per tempo, e fui bene sorpreso di trovare nella sala di lettura Mrs. Yves che stava scrivendo. Mi stese la mano; i miei occhi la interrogarono sul suo scrivere.

—Sì—diss'ella con voce fioca. Sorrideva, ma era pallida pallida.

Le posai accanto i miei versi in una busta chiusa, dicendo:—La poesia.

Sulle prime non capì, parve non ricordare; poi fece—Oh!—gli occhi le brillarono e aperse subito la busta. Lesse e rilesse. Ogni tanto gli occhi soavi si alzavano a me, si fermavano nei miei con una espressione indicibile. Finalmente ripose i versi e si abbandonò, guardandomi, sulla spalliera della poltrona.

Non avevo mai veduto uno sguardo simile, uno sguardo tanto intenso, vitreo, gelido, appassionato. Amore, dolore, terrore; quello sguardo disse tutto con una lunga fissità paurosa. Poi lo vidi improvvisamente offuscarsi. Finalmente Mrs. Yves mi disse «grazie» e tornò a scrivere. Siccome restavo ancora in piedi davanti a lei, alzò un poco la testa e mi fece un lieve sorriso. Intesi, mi ritirai nella sala vicina e aspettai.

Credo avere aspettato mezz'ora. Udii Violet alzarsi, e tornai da lei per conoscere il mio destino. Ella si teneva una mano sugli occhi e aveva lo scritto nell'altra. Me lo porse e disse piano in inglese, quasi singhiozzando:

Forgive me! Be kind to me!—Mi perdoni! Sia buono per me!

Poi uscì senza ch'io ardissi trattenerla.

Aveva scritto così:

«Non sono Mrs. Yves come Lei crede. Non ho marito; il signore che mi accompagna è mio zio, Questo non è un segreto. Qualcuno qui si è immaginato, senza una ragione al mondo quando non fosse per il mio anello, che siamo marito e moglie; e noi abbiamo lasciato dire. Ma io non posso invece lasciar Lei pensare di me secondo tale inganno; credo che vi sarebbe forse del male da parte Sua e quindi anche da parte mia. Tuttavia, il dire a Lei una cosa tanto semplice mi è ben doloroso e difficile.

«Ci siamo incontrati da pochi giorni per la prima volta, ma la conoscenza che abbiamo l'uno dell'altra è molto più antica. Ella mi ha parlato di un sogno. Anch'io ho conosciuto Lei in una specie di sogno, l'anno scorso, a Roma, quando lessi Luisa. Il mio spirito, ch'è molto più tranquillo e positivo del Suo, ha paura di vaneggiare un poco se pensa alle circostanze di quella lettura. Ero già da qualche anno come senza cuore, voglio dire come se il mio cuore fosse gelato e non sentisse più di avere freddo. La primavera dell'anno scorso riebbi qualche sensibilità, qualche ora di tristezza dolce.

«Un giorno, precisamente il 24 aprile, andai verso il tramonto al cimitero protestante di Porta S. Paolo, che non conoscevo ancora. Lo camelie e le azalee erano in fiore e le vecchie mura con l'erbe selvatiche, con le rose gialle, con i gruppi di cipressi erano così belle all'ultimo sole! Presso alla pietra di Percy Bysshe Shelley trovai nell'erba un libretto col titolo: Luisa. Forse l'avevano smarrito alcuni signori usciti quando entravo io. L'apersi, e gli occhi, mi caddero sul passo dove si accenna alla leggenda del Diletto, che mi duole ancora di non conoscer bene, di non sapere a qual popolo appartenga. Mi fece, forse anche per il luogo e l'ora, una impressione tale, mi sentii così improvvisamente rivivere il cuore che n'ebbi sgomento e affanno. Non volevo! Deposi tosto il libro dove l'avevo trovato. Il custode me lo recò quando uscivo, pensando che l'avessi smarrito io, e durai fatica a persuaderlo del contrario. Tre giorni dopo, un'amica, cui avevo chiesto qualche cosa d'italiano moderno, mi recò Luisa. Mi pareva esserne perseguitata, avrei voluto rifiutare, dissi che non desideravo versi; la mia amica insistette e ho ceduto.

«Lessi Luisa in una notte. Fu come un sogno di quelli che fanno piangere. Non mi pareva possibile che l'autore non fosse una donna, ma non volevo dare importanza a ciò, benchè forse non vi fossi indifferente; mi studiavo invece di penetrare se credesse o no alle sue idealità. Volli persuadermi che non credesse e che il poeta fosse falso come la storia. Tuttavia non potei dimenticare il libro, nè soffocare il desiderio dl conoscere chi l'avea scritto.

«Il mio desiderio si è compiuto qui. Ella mi ha espresso ben prontamente una simpatia che mi ha sorpreso. Le confesso che sulle prime mi ha fatto dispiacere, perchè mi pareva una specie di cortesia francese, affatto non sincera; non credevo possibile altro! Mi è parsa questa, per un momento, come una pena di non avere ascoltata la mia ragione, di non essermi tenuta più lontana dall'autore di Luisa, di avergli domandato se credesse nell'opera sua, ammettendo così che una tal fede fosse possibile. Sono ancora molto profondamente e molto tristemente scettica sulla natura umana, ma non voglio adesso pensare che la Sua simpatia non sia in questo momento sincera. Se mi è doloroso e difficile il dirle che mi chiamo semplicemente miss Yves, è perchè forse una tale parola da parte mia Le farà pensare cose che non sono possibili.

«Sono fidanzata e il mio destino è di vivere in una piccola città lontana di là dalle Alpi, con una persona che conosco e stimo abbastanza per aver consentito a questa unione; nella quale del resto non cerco felicità nè credo poterne offrire.

«Lei mi ha testè portata la Sua poesia. Sono commossa, molto commossa; ha potuto vederlo! Chiedo a Dio perchè non ci abbia fatti incontrare molti anni prima, quando forse potevamo essere felici. Sono tuttavia contenta, in certo malinconico modo, anche di un incontro così tardo e breve. Benchè io non creda alla stabilità degli affetti umani, credo tuttavia che la memoria possa indefinitamente conservare alcun profumo di sentimenti troncati e che non hanno più vita. Ella troverà freddo e duro questo parlare, ma io l'ho appreso ad una scuola molto più fredda, molto più dura, molto più amara che non so, o voglio dire. Per ora il nostro desiderio di conoscerci non ci frutterà che dolore; il solito frutto del desiderio! Ma il tempo vi rimedierà, per Lei e per me; il tempo ci lascierà appena, al posto della ferita, una lieve sensazione, intermittente secondo i venti e la pioggia. Ella non avrà il vano conforto ch'io venga a piangere sul Suo sepolcro. Ella vivrà, come ardentemente io spero, assai più a lungo di me che sono tanto inutile, e farà conoscere, per la consolazione di molti e anche, lo so, per il salutare esempio, tutto quel bene che crede essere nel cuore umano. Se anche ne venga solo qualche minima opera buona, qualche fuggitivo pensiero generoso, chi non ha la Sua fede dovrà confessare che la illusione, nebbia com'è, può talvolta condensarsi in una stilla, cadere sopra un filo d'erba, dare un ristoro.

«Ella aspetta ch'io finisca e devo pure affrettarmi perchè è tempo di tornare da mio zio. Il Suo sentimento mi onora e mi commove tanto ch'io devo essere interamente sincera con Lei.

«Mi sono fidanzata liberamente ad un uomo che stimo, ma vi hanno difficoltà più grandi di questa perchè io consenta al mio cuore di amare uno straniero. Passate vicende mi tolgono di esser felice per questa vita, come di render felice altrui. Perchè non lo direi? Ella sa indovinare tanto! Ho amato ancora, ho amato troppo. A venticinque anni è come se ne avessi cinquanta; debbo considerare ogni nuovo movimento del mio cuore come una debolezza spregevole, una follia.

«Addio. Ho considerato un momento se potevo soggiungere «amico mio» se potevo corrispondere almeno con questa innocente parola allo slancio della Sua fantasia. Ho giudicato contro la parola innocente, mi son detta ch'è più prudente accontentarsi di quanto abbiamo avuto, un'ora di contatto spirituale e di simpatia. Una relazione d'amicizia, una corrispondenza potrebbe forse nel futuro non esser buona, renderci più penoso il nostro stato. Noi conserveremo così più intatto e poetico il ricordo di quest'ora.

«Io parto posdomani e forse anche domani, se sarà possibile. Addio ancora. Mi perdoni e non cerchi, La supplico, rendermi difficile ciò che la mia ragione e la mia volontà riconoscono necessario. La ringrazio dei versi, che non mi lascieranno più. Dio La benedica in tutto che opera, in tutto che ama.

«VIOLET YVES.»

VIII.

Le sue parole «forgive me! Be kind to me!» mi avevano messo in cuore un gelo di spavento. Alle prime righe avevo esultato, e poi letto rapidamente, divorato ogni frase amara con avidità, volendo conoscere il peggio. Quand'ebbi finito mi turbinava dentro una passione tale, una tal febbre di prepotente vita che mi pareva troppa per il mio petto angusto. Era libera, mi amava, mi aveva sognato anche lei. L'unica volta in vita mia mi scoppiarono dal cuore dei versi belli e fatti, il primo dei quali pare insensato e l'ultimo ha un'elissi spaventosa; ma non si cambiano!

Ecco, superbo ascende il fior de l'agave,
Arde nel cielo splendido il mio sol;
Ebbra di fuoco, ebbra di luce l'anima
Spande l'ali e in tempesta agita il vol

Se lunghe, amare furono le tenebre,
Degna è quest'ora tutto di soffrir.
. . . . . . . . . . . . . .

No, cuore mio, sta tranquillo, non si cambiano; il tuo primo getto della gioia infinita, eterna, non si tocca più.

Era fidanzata, aveva perduta la fede nell'amore, negli uomini, in sè stessa, forse. Tali difficoltà mi accendevano e non mi atterrivano. Ah questo sì era uno spasimo, che avesse amato tanto, che non si potesse assalire il passato!

Stetti sepolto, non so per quanto tempo, nella poltrona dove si era seduta miss Yves; poi l'aspettai andando da una sala all'altra, vagando intorno all'albergo. Non so cosa si sarà detto di me, poichè mi sorprendevo io stesso a guardar fiso la gente, a parlar da solo. Passavano ore ed ore, miss Yves non veniva mai. Avrei voluto scriverle, ma tremavo che intanto scendesse, che mi sfuggisse. Verso l'ora del pranzo mi risolsi a preparar due righe nella sala di lettura.

Scrissi:

«Non voglio morire, no, se mi ama; se è libera non voglio il sepolcro sulla montagna, nè il sepolcro nella valle, voglio te che sei la speranza e la fede, la vita e la luce. Voglio portarti sul mio petto, forte con te, forte per te, attraverso le cose e gli uomini, amici o nemici, fino all'altra sponda, fino a Dio. Non mi parli di sponsali, non mi parli di vicende che furono, io l'amerò tanto che Lei crederà nell'Ideale come io vi credo, e noi saremo uniti quanto i due nella leggenda sublime del Diletto, Essa è islamita, suona così:

«Un'anima pellegrina giunge dalla terra alla dimora del Diletto, batte alla porta. Una voce dall'interno chiede: chi sei? L'anima gli risponde: son io.—Non vi ha posto—suona la voce—non vi ha qui posto per te e per me.—La porta rimane chiusa.

«Allora l'anima ridiscende sulla terra, passa un anno nel deserto a pregare, piangere e far penitenza. Poi risale alla porta, vi batte ancora. Ecco la voce che dice: chi sei? Ella risponde tremando IO SONO TU. La porta si apre.

Che dolcezza immensa! Io sono tu. Possa Ella sentire più fortemente qui una tale parola scritta da me palpitando, che non l'abbia sentita presso al cuore silenzioso di Shelley e le rose funebri dove Dio gliela fece trovare la prima volta! Ho la ferma fede che le nostre labbra se la potranno dire un giorno. Lei non sa la mia storia, Lei non sa il mio sogno, Lei non sa il destino, non il destino, l'Amore infinito che ha pietà di noi due; e dice che parte, che non vuole amicizia nè corrispondenza alcuna con me! Oh come non sa, come non intende e qual errore di dire che ha amato troppo! Dovunque lei vada io pure andrò; Ella non ha amato abbastanza.»

Il Leopardi di miss Yves era in sala di lettura. Vi misi dentro la mia lettera. Il libro aveva un leggero profumo, il profumo delle sue mani, della sua persona, mi metteva le vertigini.

Ella discese qualche minuto dopo suonato il pranzo, in una elegante toelette nera, con lunghi pendenti di turchesi che le stavano assai bene fra i crespi capelli biondi e il collo bianco, delicato. Era con Mrs. B., ma forse non avrei avuto un altro momento opportuno; le porsi il libro. Appunto perchè il momento non era opportuno, m'intese. La vidi esitare un attimo.

—Non lo posso portare a pranzo—diss'ella con un lieve sorriso.

—No—risposi—ma credo v'abbia dimenticato qualche cosa di
Suo.—Violet esitò ancora, poi prese il libro e ne tolse la lettera.

—Andiamo—disse l'altra.

Durante il pranzo gli occhi di miss Yves non si volsero a me che una volta. Ella si alzò da tavola prima della frutta e scomparve. Era impazienza di leggere la mia lettera? O proposito di evitarmi? La seguii col pensiero. Stava leggendo, aveva letto, combatteva con le ombre del suo cuore. Penoso momento! Vinceva lei? Vincevano i fantasmi nemici? Era duro di non saper nulla, di non poter aver un segno. Però aveva presa la lettera. Mi dissi che avevo torto di dubitare e di temere, che Dio non mi avrebbe deriso, non mi avrebbe mandati quei sogni e lei per togliermi poi tutto così.

Seduto in faccia allo scoglio sovrano, condussi mentalmente a fine la poesia sgorgatami dal cuore alla mattina:

Se lunghe, amare furono le tenebre,
Degna è quest'ora tutto di soffrir;
Di rifiorente giovinezza irrompermi
Sento nel petto gl'impeti e gli ardir.

Sublime Iddio che mi darai la morte,
Ed or mi doni un più potente amor,
Sia benedetta la mia dolce sorte!
Qual onda al cielo, a te si slancia il cor.

Sentivo che avrei amato, felice o no, sino alla morte, ed anche in questa consapevolezza era un'acuta felicità. Il pensiero della morte mi brilla sempre davanti ne' miei più forti ardori di spirito, però in forma diversa; nelle commozioni che mi ha dato il sentimento intenso della natura, specialmente se misto ad occulte amarezze, ho sospirato di sciogliermi nelle cose; nelle commozioni dell'amore ho desiderato un mondo più alto, il mondo della luce e della vita che mi sentivo in cuore, tanto diverse da ogni luce e vita terrena, tanto superiori.

Quella sera miss Yves non discese più.

IX.

All'alba dell'indomani udii due carrozze fermarsi davanti all'albergo. Mi balenò un sospetto, balzai alla finestra. Vidi una carrozzella e una carrettina; presso quest'ultima una catasta di bagagli che i facchini stavano già caricando.

Quand'ebbero finito, un signore ed una signora uscirono dall'albergo, seguiti dall'albergatore e dai camerieri. Riconobbi subito miss Yves.

Rimasi alla finestra, istupidito, guardando come se fosse una partenza ordinaria, del tutto indifferente a me. Non credo però che avrei potuto muovermi, nè parlare. Miss Yves fece salire in carrozza suo zio, l'avviluppò bene in iscialli e mantelli, poi scomparve un momento fra gli ippocastani. Tornando alla carrozza, alzò il viso verso la mia finestra; quindi salì accanto a suo zio. Tutti salutarono e la carrozzella partì.

Dicono che sia piacevole di ricordarsi, nel tempo felice, della miseria; nelle ore più felici mi ha sempre fatto male di ripensare a quella. Il pensiero vi corre ancora, qualche volta; subito un fremito mi prende al petto, mi sento un piombo sul cuore e dico a me stesso: «No, no!» Non è la sola voce mia che dice così nel mio interno; non l'ascolterei, forse; è pure la voce della Diletta. Mi pare che la dolcissima voce abbia lagrime. Cara, io so quanto ti affanni il ricordo di tutto ciò che soffersi, amando te, per la tua resistenza, e ascolterò anche adesso il tuo «no, no» come quando me lo dicevi stringendoti a me in un abbraccio angoscioso; non descriverò quei momenti.

Ell'aveva lasciato una lettera per me. Se, smarrito nelle ombre della notte più nera, vedessi balzar su dall'orizzonte il sole, non mi farebbe un effetto diverso da quello che mi fecero i noti caratteri. Devo anche dire come mi batteva il cuore e che le mie mani tremanti non riuscivano ad aprir la busta?

Violet scriveva:

«Lei non mi ha ascoltata, ha voluto farmi soffrire molto. Ora vede ch'è stato inutile; ora tocca a me di far soffrire Lei, benchè Iddio sa che non vorrei far soffrire mai alcuna creatura vivente, è in ciò non mi piace distinguere chi mi vuol male da chi mi vuol bene. Quando leggerà queste righe sarò lontana.

«Se mi ama non mi segua. Perderebbe la mia simpatia e la mia stima. Ah, non so come esprimere questa mia intensa volontà! Posso immaginarmi che siamo ancora insieme e Le domando la Sua parola. Se io la domando con affetto nella voce e con lagrime negli occhi, vorrà Lei negarmela? No, sento di stringere la Sua mano mentre Lei risponde: sì, prometto.

«Non so la Sua storia, dice Lei, il Suo sogno, il destino! Ah ma e Lei, dunque? Sa Lei la storia mia, il destino mio? Dice che mi farebbe credere all'Ideale. Io vi credo già, ma esso non esiste su questa terra, esso è altrove, è un errore terribile di cercarlo qui. Ella si figura ch'io sia l'ideale Suo e che sarebbe felice con me. Io sono talmente convinta che s'inganna! Ha sognato, sì, lo credo, e sogna ancora. Mi ha Ella solamente veduta bene? So che ciò non potrebbe adesso raffreddare il Suo sentimento, ma dica: ha Ella solamente veduta la mia infermità? Lei è poeta, mi risponde di sì, e che anzi mi vuol più bene per questo. Ma sarebbe sempre così? Non è mica per la infermità, del resto, o almeno non è principalmente per essa che combatto il mio cuore.

«È poeta. Altrimenti, come avrebbe potuto amarmi in così breve tempo? Io La conosco da tanto più. Forse la mia voce per Lei (oso dire così!), forse la Sua poesia per me sono come una musica che fa provare vera gioia o vera tristezza ma senza soggetto, e quando tace, tacciono anche questi sentimenti vani.

«La sublime leggenda del Diletto non è per noi. Si consoli se questo può consolarla! Non è per alcun'altra coppia umana, se non in qualche fugace momento che dopo si espia, il Diletto, l'Essere a cui si dice «io sono tu» è nella casa misteriosa, non si vede, non si è veduto mai. Solo in un freddo amaro senso gli uomini posson dirsi l'un l'altro «io sono tu.» Significa: ecco, sono debole, ignoro, amo, erro e soffro come te.

«Mi chiesi e mi consentii di lasciarle in ricordo il Leopardi. Lo troverà nella sala di lettura. Il mio ricordo di questi giorni sarà, oltre a' Suoi versi, di non avere e di non leggere più quel libro come Lei ha desiderato. Veramente io ho una grande simpatia con la tristezza di Leopardi, perchè ha lo stesso colore della mia, non perchè abbia la stessa sostanza. Sono più credente di lui in quello ch'è fuori del nostro mondo e meno credente di lui in ciò ch'è umano, in me stessa.

«Scriva, combatta per quanto Le pare buono e vero. La voce a Lei cara non sarà con quelle della fama, con le dolcezze terrene che bisogna deporre, pregando e digiunando, nel deserto, prima di battere all'uscio arcano. Vorrei ch'Ella potesse trovare la mia voce dentro la casa del Diletto.

«VIOLET YVES.»

Passai tutto quel giorno sulle alture del Pian d'Orano ascoltando il vento, come uno stupido, e guardando le nuvole. Non pranzai a table d'hôte perchè, malgrado me stesso, gli occhi mi si empivano di lagrime ogni momento. Risolsi di procacciarmi nell'albergo ogni notizia possibile di miss Yves e poi di partire. Non per seguirla! Sentivo che non lo potevo, che non lo dovevo.

Alla sera, affacciandomi alla porta dove avevo udita la prima volta la sua voce, sentii il noto profumo di rose. Dovetti ritrarmi, con tanto impeto venivano i ricordi di quel momento felice e dell'ultima passeggiata. Mrs. B. s'avvide di me e mi domandò colla sua vocina petulante perchè fuggissi.

Mi parlò di Violet. Lì faceva scuro, per fortuna; ella non poteva vedermi in viso. Mi fece grandi elogi di miss Yves che chiamava sua amica, e si burlò di me, che l'avevo creduta maritata. L'anello pareva nuziale, ma non era del tutto liscio. Ella era solamente fidanzata e non pareva affatto innamorata del suo fidanzato; suo padre era inglese, sua madre italiana; ella stessa era nata in Italia. Aveva perduti i genitori nell'infanzia e ora viveva con tre zii paterni, stabiliti in Baviera, a Norimberga, per ragioni di commercio.

Questo era il capo della famiglia e viaggiava per salute. Avrebbero passato il resto dell'estate e l'autunno sui laghi, l'inverno a Roma o a Napoli, il matrimonio non potendo aver luogo, per certe ragioni ignorate da Mrs. B., prima di un anno. Una visita del fidanzato era attesa per la metà di agosto. La leggera imperfezione fisica di lei l'aveva colpita nella fanciullezza, in seguito ad una febbre violenta. Più di così la B. non mi seppe dire; nè come si chiamasse il fidanzato, nè se miss Yves avesse altre affezioni. Era però già molto per me di sapere dove abitava, benchè l'appellativo di «piccola città» non mi paresse convenire a Norimberga; ed era molto, sopratutto, di sapere che sarebbe rimasta libera per un anno ancora.

La sera stessa scrissi a quella tale signora che le sue raccomandazioni erano savie e giuste; che le chiedevo perdono di averle meritate; che per un grande mutamento avvenuto in me avevo preso la risoluzione di non venire a Ginevra; che di questo mutamento io non avevo merito alcuno, ma che confidavo essere per la nostra pace, per il nostro bene comune. Soggiunsi che sarei partito da Lanzo per un viaggio, e che, non sapendo ancor bene dove andrei, non potevo fornirle indirizzo alcuno.

Il mattino dopo mi recai a S. Nazaro per dire addio al prato, all'acqua cadente e alla chiesetta longobarda disegnata da lei; andai pure a salutare il vecchio castagno al cui piede ci eravamo seduti. Finalmente dissi addio al mio scoglio, e partii. Mi ricordo che durante il viaggio tenni sempre il Leopardi tra mano, che una volta, aprendolo, vi lessi:

Perì l'inganno estremo,
Or poserai per sempre
Stanco, mio cor…

e che allora baciai il libro. Mi pareva quasi che il poeta unisse nella sua desolazione mortale le anime nostre. Però il sottile profumo che diceva dal libro l'alta gentilezza e anche la tristezza di lei, diceva altresì una dolce parola di fiori, incomprensibile ma consolatrice.

X.

L'idea di viaggiare m'era venuta in fatto, ma l'abbandonai subito. Mi ritirai in campagna. Mio fratello e una cognata erano ai bagni, e Lei sa che non abbiamo vicini; mi trovai dunque affatto solo; era il mio desiderio.

La sera stessa del mio arrivo le scrissi, Non sapevo ancor bene, incominciando la lettera, dove l'avrei diretta, e non sapevo neppure se fosse opportuno scrivere così presto. Le stelle e una voce interna mi dicevano «scrivi, scrivi!» Appena prendevo la penna in mano mi assalivano i dubbi, la pesavo ancora. Finalmente le tempeste del sì e del no presero insieme un solo furioso corso. La penna non poteva correr tanto. Raccontai questi miei dubbi, queste paure, la voce delle stelle che vedevano in quei momenti lei e me, la prepotente voce interna. Dissi che avevo potuto compiere il sacrificio di non seguirla, solo per la mia ardente fede che Dio ci avrebbe uniti. Ora lo confesso, la mia fede soffriva spaventose eclissi! Cercai dirle quale cammino avesse fatto l'amore in me dopo la nostra separazione, come avesse oscurato ogni altro sentimento tranne il sentimento della Divinità, col quale si confondeva, perchè lei, Violet, era una parola di Dio, susurratami nell'ombra. Finalmente le dicevo che, come il mio presente e il mio avvenire le appartenevano, pure doveva appartenerle il passato, e che volevo raccontarglielo tutto.

Così feci in più lettere. Scrivevo ogni giorno, e sempre le impressioni del presente erano miste alla storia del passato. Non spedivo lo scritto che una volta per settimana e dirigevo le lettere a Norimberga. Non conoscevo Norimberga, ma avevo degli amici a Monaco e mi venne in mente di pregarli ad informarsi se dimorassero colà tre fratelli Yves, industriali. Seppi così che vi dimoravano veramente e non dubitai che le mie lettere non capitassero, girando per lassù, a miss Yves.

Scrivevo, di solito, a tarda notte. Con quale indicibile desiderio, con quale impeto le aprivo il mio cuore, che voluttà era di dire a lei antiche colpe, antiche miserie di cui prima non avevo quasi osato parlare a me stesso! Ospiti amari della mia coscienza si levavano uno dopo l'altro ed uscivano. Qualcuno vi dormiva in fondo, dimenticato. Si svegliava a un tratto, tocco da questo fuoco nuovo dell'animo, si rizzava, mi batteva. Un lampo di dolore, un impeto di lotta, una vampa vincitrice; era scritto, era fuori di me per sempre. Che ristoro! E dicevo anche il poco bene che mi pareva aver fatto in qualche occasione; lo dicevo colla gioia d'un bambino che dopo aver confessato un grosso fallo si affretta a dire, tutto palpitante, tutto sorridente di speranza, le piccole opere buone che pure ha. Talvolta, finita la lettera, mi correva su dal petto al volto un riso come d'infermo che rapidamente risana, mi si bagnavano gli occhi. Poi giungevo le mani, mi dicevo «crederà, crederà» andavo a guardar le stelle, a ripeter loro «crederà, guarirà con me.»

La mia vita esterna si dice in due parole, ma la mia vita interna è un fortunoso dramma, che mi occupò molte lettere. Miss Yves non mi rispondeva e non la richiedevo nemmeno di rispondermi. Volevo solo preparare un futuro momento, poichè non sapevo dove, non sapevo quando, ma certo un giorno sarei andato a tentar l'ultima prova, a chiederle, con la mia voce, di esser mia.

Quand'ebbi detto tutto della mia vita sino all'incontro con lei, le mie lettere diventarono anche più gradevoli a scrivere. Ella non poteva specchiarsi nelle acque torbide del mio passato; solo ne avevano qualche luce i due sogni! Ma ora l'immagine sua viveva in me, pensava ne' miei pensieri, amava nel mio cuore, ogni giorno più intensamente, tanto che ne stupivo io stesso, dubitavo talvolta di amare una miss Yves ideale, distinta dalla vera, e provavo il bisogno, per sincerarmene, d'immaginar la cara persona, l'amor felice, perdendone quasi il lume degli occhi e il respiro. Oramai parlarle di me era come parlarle di lei stessa.

A mezzo l'autunno mi venne in mente di comporre un romanzo. All'idillio non pensavo più, tra per l'essermi stato suggerito dall'altra signora, tra perchè trovandomi la testa piena di motivi non solamente patetici ma anche comici, il verso m'avrebbe fatto impedimento. Ne scrissi subito a Violet; le scrissi, mano a mano, le prime idee confuse che mi vennero e tutti i pentimenti per cui passarono, le ritrassi le figure vere da cui volevo prendere i miei personaggi. Oggi pensavo un modo di aggruppare e di sciogliere i nodi della azione, domani ne pensavo un altro. Le scrivevo tutto. Sapevo di guastare così l'effetto futuro del libro sopra di lei, ed ero appunto felice di sacrificare una soddisfazione perchè ella sapesse tutto tutto dell'anima mia, i miei tentennamenti, le aridità della fantasia, la parte del caso nelle mie trovate artistiche. Volevo essere amato senza fine, ma l'idea di farmi ammirare da Violet più che non meritassi, mi metteva orrore come un inganno.

Dopo un mese d'incessante lavoro fantastico il mio manchevole ingegno non era ancor giunto a concepire un intero piano di romanzo che mi soddisfacesse. Non ne avevo in mente ben chiari che i primi tre o quattro capitoli. Intesi che ostinandomi a immaginare tutto il romanzo di primo getto, avrei finito con darmi per disperato, e mi buttai addirittura a scrivere, nella fiducia che, piantata bene l'azione, si sarebbe poi svolta, anche più naturalmente, da sè. Trascrivevo regolarmente il mio lavoro per Violet e glielo mandavo ogni settimana. Alla fine del quarto capitolo ebbi un assalto di malinconia nera. Incominciò col dubbio di non saper continuare; il dubbio diventò terrore; poi anche i capitoli scritti mi parevano assurdi, gelidi, pessimi; poi mi figurai di perdere l'ingegno, di non sapere, di non poter più niente. Mi persuasi che se Violet non si era risolta di mandarmi una sola parola, era per questa indegnità dell'opera mia. Le scrissi come soffrivo e caddi al fondo dell'abbattimento. Per due settimane tralasciai ogni corrispondenza.

Il 12 dicembre mi arrivò da Napoli una lettera con l'indirizzo di pugno di miss Yves. Conteneva la vetta d'una foglia di palma e una violetta bianca; nient'altro. Mi sentii mancare di gioia, appena ebbi forza di baciar la lettera, il fiore, l'aria odorosa.

Ebbra di fuoco, ebbra di luce l'anima
Spande l'ali e in tempesta agita il vol.

Era ancora così. Tutto era ritornato in un lampo, la fede in me stesso e la potenza. I miei capitoli mi ridiventarono vivi e belli, e quando pensavo al futuro cammino del romanzo, non lo vedevo ancora tutto, no, ma un lampeggiar continuo mi mostrava tante scene, tante fila d'intreccio. Ripresi tosto il lavoro, e so che non ebbi mai una vena altrettanto copiosa. Non parlo della risposta che feci a Violet sull'istante. Bastava veder quei caratteri per intender la furia della mia gioia.

A mezzo dicembre ritornai in città. Che inverno fu quello! Studiavo accanitamente di tutto. Non era la prima volta, per verità, che spaventandomi di larghe, vergognose lacune del mio sapere, non certo sospettate dal mondo, m'infuriavo a studiare. Divorai in pochi mesi la Storia del Papato di Ranke, tutto Alfieri, tutto Mickievicz, non so quanti volumi di poesie popolari italiane, buona parte del Wilhelm Meister di Goethe, i Principles of Sociology di Herbert Spencer e le commedie di Plauto. In pari tempo m'era imposto un canto di Dante, cento versi di Virgilio e cinquanta versi dell'Odissea al giorno. Faticavo immensamente, non trovando ristoro che nelle lettere a Violet, nel romanzo e in Omero. Benchè sapessi pochissimo di greco, Omero mi riposava come un bagno in una grande acqua pura e limpida. Andavo pure in società e facevo delle apparizioni in teatro. Lei ricorderà che non mancavo mai ai Suoi mercoledì. Visitavo qualche volta, per le apparenze, la mia antica fiamma. Credo che avesse nell'oscuro miscuglio del suo cuore e della sua coscienza un caritatevole odio per me; ma non me ne curai, benchè sentissi un'ostilità sorda in lei come nelle persone cui era più legata; e indovinassi che sparlavano dei miei libri e di me. Ho sdegnato sempre, e allora più che mai, occuparmi di cose simili. Forse avevano ragione, ma se Violet mi amava e mi mandava una palma, cosa era questa gente per me? Se mai ho pensato ad essi ed alle loro accuse fu con una specie di gratitudine, essendo salutare all'uomo, e sopratutto a noi poeti, razza vanitosa, di sapere che tutta la diretta lode umana di cui c'inebbriamo, è mista di menzogna, perchè, comunemente, lodando in faccia uno scrittore o si mente del tutto o si mente in parte. Sono io stesso affatto senza colpa? Omnis homo mendax, ne sono convinto, e quando ne ho la riprova nelle acerbe censure che mi si fanno alle spalle da chi m'ha lodato in faccia, godo di confermarmi nel vero, godo di costringere il mio orgoglio a considerar le ragioni dei detrattori, prendo il buono, disprezzo il resto e poi sento la terra più salda sotto i miei piedi, l'ingegno più libero, il cuore più forte.

La gente mi trovava cambiato. Si facevano commenti sulla mia rottura con la signora, non si poteva credere che non avessi un'altra amante, si arrischiavano supposizioni, si scoprivano false. Qualche signora civettava un pochino con me e smetteva presto, giudicandomi di ghiaccio. Mio fratello e mia cognata non erano meno sorpresi de' miei modi, del mio umore, del mio aspetto istesso. Dapprima mi fecero qualche interrogazione, poi vedendo che non le gradivo o che rispondevo sulle generali, non parlarono più. Credo che mia cognata—glielo perdono—abbia persino osservato la calligrafia delle lettere che mi pervenivano, onde vedere se qualche mano ignota mi scrivesse spesso.

In principio d'aprile riseppi da' miei amici di Baviera che il signor Yves era atteso a Norimberga verso la metà di maggio. Giudicai venuto il momento di vedere Violet. Le scrivevo sempre, le scrivevo tutto; era leale di tacerle il mio proposito per riuscire più facilmente nell'intento, per evitare un rifiuto e sorprenderla? Non era leale; scrissi che partivo.

Non partii subito. Aspettai per otto giorni una lettera di miss Yves, che non venne. Il 15 aprile ero a Napoli.

Non ci voleva una fede meno salda della mia per mettermi in Napoli a quella ricerca, senza un aiuto al mondo. Dopo otto giorni di corse inutili, di speranze e di angoscie, trovai una traccia, inaspettatamente, al Museo Nazionale. Vedutevi alcune signore intente a copiare quadri, mi venne in mente di domandare se miss Yves ne avesse pure chiesto il permesso.

Così potei scoprire che una miss Violet Yves aveva infatti frequentato il Museo dal dicembre al marzo. Uno dei custodi finì con ricordarsi di lei e mi assicurò che da oltre un mese non si vedeva più. Supposi allora che fosse a Roma presso i suoi parenti, e partii tosto per Roma.

Ricorderò sempre quanto palpitai alla stazione di Albano, vedendo alle spalle una giovane signora, alta, bionda, che camminava come lei. Non era lei. Salì nel mio coupè e vidi che somigliava un poco a Violet anche in viso. Non so come la guardai; certo il mio sguardo ebbe qualche cosa di singolare, perchè ella arrossì e si mise tosto a discorrere co' suoi compagni. Era tedesca, bellina, aveva una voce piuttosto aggradevole e trovava che il lago di Nemi era märchenhaft. Io trovavo in lei un'ombra di Violet. Gentile straniera, avete indovinato perchè vi guardavo? Ella rispondeva talvolta al mio sguardo senza civetteria, con una limpida meraviglia. Quando non guardavo lei, guardavo col cuore oppresso il solenne deserto e le rovine spettrali della Campagna. Mi si affacciava, mi tornava sempre, malgrado me stesso, l'idea della morte di miss Yves, di una lunga vita deserta e gelata.

Corsi al cimitero dei protestanti. Non dubitavo che miss Yves l'avesse visitato. Interrogai il custode, ma non ne potei spremer niente. Gliela descrissi, lo pregai di fare attenzione ai visitatori, caso che la signorina ci capitasse. Mi pareva probabile che volesse rivedere la pietra di Shelley prima di partire per la Germania. A Roma non avevo che questo fioco lume, non sapendo il nome dei parenti di lei, e andavo ogni giorno a Porta San Paolo, trovavo ogni giorno la stessa risposta sconfortante. Frequentavo il Pincio, la chiesa anglicana, tutti i luoghi ove potevo sperare d'imbattermi in lei. Era un vivere tormentoso, un continuo crucciarmi di non poter essere contemporaneamente dappertutto, di perdere forse la mia fortuna per un minuto di ritardo o d'anticipazione. Correvo sempre, la sera mi sentivo morire di stanchezza e l'implacabile cuore mi martellava ancora: «va, va!»

Intanto era venuta la fine di aprile. Forse miss Yves aveva affrettato la sua partenza dall'Italia e io non potevo durare a quella febbrile fatica; fermai di cessare dalle mie vane ricerche e di partire per Norimberga. In questo tempo avevo scritto a Violet due volte; la prima da Napoli, la seconda da Roma. La scongiuravo, s'era vicina a me, di rivelarsi. Nella seconda le indicavo pure la pietra di Shelley per luogo di convegno. Per designare il giorno avevo calcolato largamente il tempo necessario alle lettere per andare a Norimberga e tornare. Stetti nel Camposanto quattr'ore ad ascoltare il silenzio mortale, a vedere ondeggiare nel vento le rose banksiane sulla torre in rovina dietro Shelley, a leggere e rileggere:

Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.

Immaginai che i versi arcani incisi sulla tomba del poeta parlassero del mio amore. Fiorirebbero solo, chi sa con quale splendore strano, nel mondo promesso cui occhio mortale non vide. Come non mi bastava una così lontana, incerta speranza, con che disperata passione abbracciavo in mente la donna mia, la sposa mia viva, palpitante di questa vita che muore, la difendevo, stringendola sul mio petto, contro l'ignoto, chiedevo a Dio, per pietà, un giorno, un'ora sola!

Ella non venne. Partii col treno della notte per l'Alta Italia, e pochi giorni dopo, il sette maggio, correvo sulla via del Brenner.

XI.

Chiedevo invano ai boscosi poggi, ai pendii fioriti, all'Eisack sonoro se avessero veduto Violet. Che inesprimibile senso d'incertezza e di angoscia mi possedeva, come mi accresceva trepidazione il corso violento e sicuro della locomotiva! Se miss Yves, pensavo, non fosse ritornata, se mi allontanassi da lei! Era la prima volta che passavo il Brenner e ancor più mi pareva solenne quell'uscire dalla patria, quel novo aspetto delle cose, quel sentire al di là di tante gelose montagne enormi il mistero ormai vicino di un grande paese non conosciuto se non per le nuvole che me ne portavan fantasmi, per i venti che me ne portavano suoni di poesia malinconica e di musica strana. Le acque deserte del Brennersee, vive come un occhio profondo, mi parvero, quanto il lago di Nemi alla signorina tedesca, märchenhaft: e poco dopo, alla stazione di Innsbrük, passeggiando lungo il treno, in un vento furioso, tra il viavai della gente straniera, credevo veramente sognare, aver varcata la soglia di un mondo fantastico.

Ero, durante il viaggio, in questo singolare stato d'animo, che più mi avvicinavo alla meta lontana, a Norimberga, più avrei voluto differire il momento di giungervi, differire i giorni in cui, se trovavo Violet, avrei conosciuta la sorte mia. Il mattino dopo il mio arrivo a Monaco passeggiavo per tempo le verdi solitudini dell'Englischer Garten, tutte placido sole e sfondi nebbiosi, tutte vive d'ali per le ombre e di trilli. Sostai in riva al lago torbido e immobile, contemplando quella pace di natura che tanto riposa dopo un lungo viaggio. La sensazione che avevo provato ad Innsbrük tra i rumori delle locomotive, della gente e del vento mi riprese più forte. Il sogno era stavolta così dolce e torbido, so süss, so trüb! Ero nel paese dove aveva vissuto miss Yves, respiravo quasi, nell'aria, i pensieri di lei, e l'acqua opaca, i vapori in cui sfumava ogni cosa lontana mi circondavano del mistero che circonda i sogni.

XII.

Partii per Norimberga con un treno del pomeriggio. Quando uscimmo dalla blanda valle erbosa dell'Altmühl per correre, fra sterminati orizzonti, diritto al nord, non era lontano il tramonto. Assorto in una sola idea, scosso ad ogni momento da vampe di accese immaginazioni, non avevo quasi mai avuto coscienza del paese così diverso dall'Italia che veniva continuamente mutando sugli occhi miei; ma pure la mobile visione si mescolava al mio pensiero, lo colorava, in qualche modo, di sè. Guardando, nello splendore del sole cadente, la quieta Altmühl così azzurra tra l'erbe dorate, riposavo un poco, mi venivano immagini di un avvenire sereno. Quando non la vidi più, il mio cuore riprese a palpitar forte. Sapevo che Norimberga non era lontana, il sole infuocava un rossastro paesaggio solenne di alte pinete e di sabbie immense, l'aria soffiava fredda, e se porgevo il capo a guardar dove ci portasse la locomotiva, non vedevo all'orizzonte che nebbie; sentivo il nord, mi pareva che quello fosse il vero cielo, il vero paese di un'anima come Violet. Là mi aspettavo di trovarla ancor più grave e triste, ancor più chiusa nel cupo fuoco del suo cuore. Ma la troverei, la troverei?

Verso le otto mi affacciavo dai tozzi baluardi medioevali, dai passaggi bui del Frauenthor a un largo di lastricati tra due scomposte fughe di case aguzze, a torri che salivano giganti, sul fondo, nei misti chiarori del crepuscolo e della luna. Norimberga, l'enigma, era davanti a me.

All'albergo domandai della famiglia Yves. I camerieri non la conoscevano, il padrone nemmeno. Questi ne chiese a due signori che stavano cenando. Uno di costoro sapeva soltanto che vi era una fonderia Yves nella Burgschmiedstrasse. Non posso dire l'impressione che mi fece il nome Yves pronunciato con indifferenza in quella sala d'albergo.

The very music of the name has gone
Into my being.

«Persin la musica del suo nome è infusa nell'esser mio.» Il mio orecchio coglie nella voce che lo pronuncia ogni intimo disaccordo con la musica eterna che suona dentro a me; e più è grande, più ne soffro.

Uscii la sera stessa, girovagai a caso, pensando che l'indomani mattina andrei nella Burgschmiedstrasse, trovando intanto una voluttà profonda nel mescolarmi quanto più potevo, fra le ombre della notte, a questa sognata Norimberga, nel pensare che l'una o l'altra casa potrebbe forse esser la casa degli Yves e qual cuore avrebbe Violet se sapesse ch'io passavo sotto le sue finestre. Questo era un mondo ben più fantastico che la valle dell'Inn e l'Englischer Garten. Entrai nell'ombra della nera Lorenzkirche, dietro alle cui torri enormi si alzava la luna, discesi e risalii per ineguali andirivieni di vie, ora scure ora sfolgorate nel mezzo da una lampada elettrica, sospesa in alto. Intorno al fulgor d'argento nereggiavano le case vecchione, con i lor grandi cappelli aguzzi, tutti scolpiti, aggruppate per diritto e per isghembo, ciascuna secondo il proprio talento. Passai pei vicoli tenebrosi da un bagliore all'altro, e so d'essermi fermato gran tempo sur un crocicchio pendente al fiume, con la sua lampada nel mezzo, fra cinque o sei bocche di vie inclinate per ogni verso. Ombre silenziose andavano e venivano nella intensa luce bianca. Mi ero fitto in mente che mi fosse più probabile di abbattermi in miss Yves sull'incontro di tante vie; e mi tenevo sicuro di riconoscerla da lontano, almeno all'andatura. Ma il tempo passava, le ombre dei viandanti si facevano più rade, la mia speranza veniva meno. Finalmente, adagio adagio, me ne partii.

Venivo su per la Königsgasse, che lì è stretta e scura, verso il mio punto d'orientazione in quel mondo sconosciuto, le torri della Lorenzkirche presso alla quale alloggiavo. Un landau scoperto, senza fanali, che mi precedeva al passo, si fermò quasi dirimpetto al caffè Sonne.

Un piccolo signore ne discese, chiuse lo sportello e vi appoggiò i gomiti parlando vivacemente ad alta voce. Subito dopo udii un riso e un'altra voce che mi pietrificarono.

Sie Böser! Cattivo!

Era Violet.

Mi fermai, palpitante, a due passi dalla carrozza. L'uomo voltò il capo verso di me. Allora girai dietro la carrozza, mi fermai in mezzo alla via, fingendo di guardare il tetto e i pinnacoli della casa Nassau che spuntavano nel chiaro di luna. Violet e colui continuarono a parlare, lei in tono affettuoso, egli in tono gaio. La voce sconosciuta non era giovanile. Pareva che disputassero sul vedersi o non vedersi all'indomani.—E così?—disse finalmente miss Yves.—A posdomani mattina?—A posdomani—rispose l'altro.—Alla stazione alle sei e mezzo.