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A. GHISLANZONI
Abrakadabra
STORIA DELL'AVVENIRE
MILANO
CASA EDITRICE SONZOGNO
Via Pasquirolo, 14
Printed in Italy
Al mio ottimo amico
Professore Angelo Vecchio.
Tu lo volesti, ed io ho compiuto l'«Abrakadabra». Lo dedico a te, che mai non cessasti di insistere perchè io conducessi a termine questo bizzarro lavoro, tante volte ripreso e sospeso.—Ecco un libro, che ai più sembrerà una stravaganza, fors'anche una insensatezza Tu, arguto e gentile, scoprirai in esso qualche seria intenzione, qualche tema sociale e politico degno di meditazione e di studi. Io ho pagato il mio debito a te ed ai pochi dei quali ho ambito la stima e l'affetto. Questo mi stava a cuore; del pubblico superficiale e svogliato poco mi preme. Ti ringrazio del bene che mi hai fatto incessantemente, spronandomi al lavoro e combattendo le mie diffidenze. Ricordami sempre quale uno de' tuoi amici più affezionati.
A. GHISLANZONI
Caprino Bergamasco, 28 novembre 1883.
PROLOGO
CAPITOLO I.
Perchè quell'uomo si chiamasse «Abrakadabra».
Nell'aprile dell'anno 1860, un eccentrico personaggio venne ad abitare l'alpestre paesello di C….
Era un uomo sui cinquant'anni, magro, sparuto, dagli occhi incavati ed immobili, dal sorriso amorevole, tratto tratto mefistofelico.
La foggia del suo soprabito nero, ampio, abbottonato fino al mento e lungo fino al tallone; la callotta di tela ch'egli portava, a guisa di turbante, involta a più riprese da una fascia azzurra; tutto il suo abbigliamento formava una strana figura di prete e di pascià, che lungi dal riuscire ridicola, ispirava simpatia e rispetto.
Quell'eccentrico personaggio aveva preso in affitto una casa di rustiche apparenze, ma comoda e decente. Tutti lo sapevano ricco e di gran cuore. I poveri del paesello dicevano che quel forestiere era stato mandato in paese dalla Provvidenza. Nei primi tempi lo chiamavano il signore.
Erano con lui due domestici ed un medico. Questi gli stava sempre a lato. Rare volte parlavano assieme. Quando uscivano al passeggio, il medico leggeva o fumava; l'altro a giudicarne dalla immobilità dello sguardo, pareva assorto in una sola, irremovibile idea. In paese correva voce che il signore fosse malato di cervello per eccessiva applicazione agli studi, e avesse appunto abbandonata la città per ritemprarsi nella buon'aria dei monti.
In fatti, dopo un mese di vita campestre, a dire dei paesani, il signore aveva fatto una ciera più lustra. I suoi denti di alabastro brillavano più spesso nel sorriso dell'amorevolezza che non in quello della ironia mefistofelica.
Usciva più sovente al passeggio. Si intratteneva sulla piazzetta a udire i colloqui dei contadini, a veder giuocare i fanciulli. Riceveva qualche visita alla sera. Il curato, il sindaco ed il farmacista erano divenuti assidui nella sua sala, ed egli stava le lunghe ore ad ascoltare le loro polemiche religiose e politiche.
Il curato, il sindaco e il farmacista di C… per lui rappresentavano i tre partiti, la eterna invariabile trinità del pensiero umano, che a suo credere, era cominciata nella mente dei tre primi abitatori dell'universo.
Il curato rappresentava il non possumus, la forza reazionaria;
Il sindaco il liberale moderato o moderatore;
Il farmacista l'uomo del progresso ad ogni costo, l'utopista rivoluzionario, che non ammette intervallo tra il pensiero e l'azione.
Questi tre principii, come ognuno può immaginare, si detestavano cordialmente; e il loro attrito era scabro e sfavillante come quello dell'acciaio colla pietra.
Ciò nullameno, il curato, il sindaco e il farmacista venivano ogni sera ad occupare nella sala del signore tre lati di un tavolo coperto di ricco tappeto.
Nel centro di quel tavolo, quegli spiriti eterogenei, intolleranti, irreconciliabili, avevano trovato un punto di coincidenza simpatica. Era un'immane bottiglia, un'anfora imponente e generosa, il cui sugo inesauribile produceva nei tre antagonisti il doppio effetto di rifiammare gli ardori politici e di ammorbidire le gole. Il curato, il sindaco e il farmacista pigliavano un gusto matto a bisticciarsi e a contraddirsi in quel tiepido ambiente dove la più gustosa delle bevande era sempre là per estinguere ogni ardore di sete e di entusiasmo.
Essi amavano il buon vino con esemplare concordia; e siccome il buon vino non corre le bettole e le cantine del volgo, così la loro ripulsione politica si era mutata in attrazione pel fascino di un barolo squisito.
Il curato si scusava:—Forse che alla chiesa non conveniamo tutti, uomini dabbene e peccatori, papisti e scomunicati, intorno all'altare del Dio uno e vero?
E il farmacista rifletteva:—Dinanzi alla malattia non conosco avversarii politici; io prodigo i miei medicinali anche ai vili moderati che vorrei avvelenare di arsenico. La malattia e la sete stanno al di sopra di ogni rancore di partito.
Il sindaco, nella sua qualità di moderato, credeva dar prova di sublime tolleranza, trincando coi due partiti estremi.
Di qual modo si erano introdotti nella casa dell'eccentrico signore tre individui di opinioni così avverse?
Il signore li aveva conquistati nei primi tempi del suo soggiorno in paese. Ciascuno alla sua volta, il curato, il sindaco e il farmacista, avevano ricevuto dal forestiere una carta di visita ed un autografo accompagnato da un biglietto a stampa di effetto miracoloso.
Sulle carte di visita era impresso uno stemma gentilizio sovrapposto ad una parola enigmatica, che i tre sapienti del villaggio non avevano osato interpretare: Abrakadabra.
I biglietti a stampa erano altrettanti boni della banca nazionale del valore di cinquecento franchi cadauno.
Le tre lettere determinavano lo scopo e l'indirizzo dell'oblazione.
La prima, al curato, per l'obolo di San Pietro;
La seconda, al sindaco, pel monumento a Vittorio Emanuele;
La terza, al farmacista, da suddividersi fra le due collette promosse da Garibaldi e da Mazzini pel milione di fucili… e pel soccorso alla libera stampa.
Il curato, il sindaco e il farmacista, nell'aprire quell'inatteso dispaccio, nel constatare le intenzioni del generoso oblatore, si erano fregati le mani a versarne sangue, esclamando con enfasi da partigiani: il signore è dei nostri!
Ed ecco per quale impulso i tre avversari politici del paesello si erano recati a visitare il signore, coincidendo intorno alla grossa bottiglia, che poi doveva riavvicinarli quotidianamente a discutere i grandi problemi della politica mondiale.
Durante la polemica, il contegno del signore era sempre enigmatico. Taceva con disperante costanza. La sua fronte spaziosa a volte si corrugava: i suoi occhi profondi vibravano lampi; le labbra tumide e sorridenti si contraevano, e i denti si serravano con sinistro cigolio.
Pareva ch'egli facesse uno sforzo violento contro gli impeti della propria volontà, per reprimere un torrente di idee e di parole che tentavano prorompere.
Quelle crisi erano passeggiere, ma atterrivano gli oratori, e imponevano agli entusiasmi della loro facondia.
Un silenzio solenne regnava per qualche tempo nella sala.
«Che razza d'uomo!—pensava il curato—credo ch'egli abbia il diavolo in corpo!»
E gli occhi dei tre antagonisti si incontravano nell'espressione di un sentimento comune; vattel'a pesca come la pensi costui!
Queste pause della politica erano ordinariamente impiegate nelle libazioni più generose. Tutti vuotavano il bicchiere, e si affrettavano a riempirlo come soldati che si preparino a nuovi attacchi.
Brevi uragani. Si scioglievano senza rumore e senza danno.
La fronte del signore riprendeva la sua calma severa—l'occhio si dileguava nelle palpebre folte, e il labbro si ricomponeva al più mite sorriso, nell'articolazione di una parola misteriosa: Abrakadabra.
Quella parola era il terrore del curato, il quale la riteneva diabolica.
Il farmacista, cui le spiegazioni del dizionario di scienze mediche l'avevano resa incomprensibile, sorrideva con aria sapiente e faceva lo sbadato.
Qualche volta, per soccorrere alla intelligenza dei suoi ospiti, il signore traduceva l'Abrakadabra nel motto latino: ibis, redibis.
Poi accennava ad essi di ripigliare la discussione—e in mezzo al frastuono delle voci mormorava fra i denti un fiat lux, che pareva il gemito di un Epulone assetato di luce.
Abrakadabra, che non cessava di essere un enigma per tutti, era divenuto dopo alcuni mesi il soprannome del signore.
CAPITOLO II.
Il discorso del farmacista.
Una sera i tre antagonisti di C… si erano infervorati più che mai nella discussione politica.
Le finestre della sala erano aperte, e parecchi paesani attratti dalle grida, sporgevano dai parapetti le bocche spalancate. La Camera del signore aveva le sue tribune.
Quella sera l'assemblea era completa. Il medico e i due domestici sedevano a poca distanza dal signore.
Il farmacista aveva la parola:
«—No!… colle mezze misure non si otterranno che deplorabili risultati—e fra poco le idee liberali dovranno soccombere, a meno che sull'apatia universale non prevalgano gli uomini del nostro partito.
«I moderati sono la peste delle rivoluzioni. L'oppio è il più esiziale dei narcotici, in quanto esso uccida cogli allettamenti di un sopore delizioso.
«Questa nostra società, corrotta dal despotismo, incadaverita dall'inazione e dal servaggio, domanda rimedii eroici—fuoco, sangue, terrore. Di tal guisa si rigenerano le nazioni.
«Tronchiamo le membra guaste, e il corpo sorgerà vivificato! Dovunque elevasi un campanile, si pianti una ghigliottina! I nemici del progresso sono i sicarii della umanità, la negazione di Dio. Esterminiamoli! La voce del popolo li ha colpiti del suo tremendo anatema.
«Gli schiavi, gli oppressi, i sofferenti, sono la maggioranza. Questa maggioranza… è onnipotente. Già da secoli le ossa di quel misero Laocoonte che è il popolo, stridono nell'improbo amplesso di pochi rettili coronati—il Briareo dalle cento braccia si lascia stritolare senza gemiti, come un gramo fanciullo nelle fascie.
«Riscuotiti, o gigante! Strappa a' tuoi carnefici quelle squame dorate che finora ti abbagliarono la vista. Schiaccia sotto il forte tallone le teste dell'idra.—Sperdi nel fango le bave velenose!… Guai se una sola testa uscirà intatta dall'eccidio! Ella andrà a rintanarsi fino a quando non abbia ricuperate le sue spire e il suo veleno. Al primo intiepidirsi della stagione, spiccherà un salto per morderti alla carotide e succhiare il tuo sangue.
«Che abbiamo fatto noi? che facciamo, colla nostra rivoluzione tanto vantata e tanto infruttuosa?… Abbiamo atterrito il dispotismo col tuono di una cannonata—abbiamo lanciato una bomba di carta in mezzo a questo intrigo di rettili. Ma i rettili si ritrassero nelle loro tane sibilando minaccia, e aspettando gli eventi.
«Poi misero fuori la cresta, e si sparsero fra il popolo coll'aria mansueta del primo serpente. E noi li vediamo, li incontriamo nelle nostre vie—li accogliamo nelle nostre case—li riscaldiamo nel nostro grembo—e istupiditi dall'oppio, non sentiamo le nuove trafitture. Oh la bella, la grande rivoluzione!
«Metà dell'Italia è schiava degli stranieri. I moderati ci promettono il compimento dell'opera, predicando la rassegnazione e la pazienza.—Noi ci prepariamo!—gridano essi.—O che? Forse i tedeschi, i clericali, i nemici nostri non profittano anch'essi della tregua per prepararsi alla lor volta?…
«Aspettiamo! diamo tempo alla reazione di completare la sua trama! Così, il giorno in cui i soldati d'Italia dovranno schierarsi sul Mincio per attaccare i tedeschi, ovvero spingersi a Roma alla conquista di una capitale, nel volgere il capo dietro i loro passi, vedranno sventolare sulle aguglie delle nostre cattedrali i colori abborriti!
«Stolti! avete perdonato ai despoti quando essi giacevano nel fango ai vostri piedi! Liberi per un quarto d'ora, tremaste della libertà conquistata più che delle vinte tirannidi. Adulaste gli oppressori caduti, confermando nei vostri Parlamenti le leggi dell'oppressione. Temeste di mostrarvi troppo liberali, e vi lusingaste, col rispetto di un abbominevole passato, conciliarvi le simpatie di chi non potrà in nessun modo allearsi con voi.
«Perseguitaste gli uomini della luce, per allearvi, inconsapevoli o colpevoli, agli uomini delle tenebre. Impotenti o malvagi, ritiratevi! Il popolo non è con voi, non può essere con voi.
«Guai, se svegliandosi da quel sonno artifiziale che è il prodotto dei vostri narcotici, il popolo si accorgerà di esser tradito! Allora il vostro sangue correrà nelle vie a torrenti; allora tutti gli alberi e tutti i metalli si convertiranno in ghigliottine, in istrumenti di morte, pel vostro completo esterminio.
«I Robespierre, i Danton, i Marat sorgeranno a migliaia dalle officine pensanti. E questa volta non sarà l'ottantanove della Francia, ma quello di tutta l'Europa liberale, coalizzata contro i tiranni. Voi vi troverete accerchiati da un milione di baionette, minacciati da un milione di mannaie—e la libertà, come aurora boreale, splenderà sull'universo imporporata di sangue…
«E badate, che i vostri giorni sono contati; che la pazienza è prossima a mutarsi in furore… In quel giorno, i clericali e i moderati, gli uomini delle tenebre e gli uomini del crepuscolo, saranno travolti dal medesimo turbine. Coloro che si oppongono al progresso come quelli che pretendono moderarlo, rimarranno stritolati sotto le sue ruote prepotenti».
Il terribile oratore pose fine alla sua arringa per essiccamento di fauci, e sedette nel cupo silenzio de' suoi ascoltatori.
La fronte del signore annunciava un intimo turbamento, sebbene più volte egli avesse dato segno di adesione con un leggero movimento del capo.
Il curato, durante il discorso dell'implacabile demagogo, non aveva cessato di interromperlo con delle esclamazioni che parevano giaculatorie. Poichè il farmacista ebbe finito di parlare, il buon prete giunse le mani in atto di orrore, ed ai paesani, che ascoltavano dalla finestra, fece un gesto come dicesse: non vi scandalizzate di tante bestemmie!
Il Sindaco aveva ascoltato con moderazione, meditando un'eloquente risposta.
CAPITOLO III.
Il discorso del Sindaco.
—L'ottantanove!… sempre l'ottantanove!—cominciò il sindaco levandosi in piedi dopo aver vuotato il bicchiere.—Robespierre! Danton! Marat!… Ecco il vostro ritornello, la vostra eterna minaccia, o infelici rimestatori di un passato che non può rinnovarsi.
«Tutto il progresso della civiltà europea, le poche franchigie, le poche libertà acquisite dal popolo da quell'epoca di sangue infino ad oggi, sono, a vostro dire, il frutto della rivoluzione. E sta bene, se col nome di rivoluzione voi intendiate designare il genio innovatore, la ribellione intellettuale del gran secolo che ci ha preceduti, Buffon, Beaumarchais, Voltaire, Diderot, Rousseau, D'Alembert, Volney, tutti i grandi pensatori di un'epoca luminosa—ecco la vera rivoluzione, la rivoluzione irresistibile, indomabile, soverchiatrice di ogni ostacolo.
«Chi ha ritardata l'opera della filosofia? quali furono i nemici più esiziali dell'idea?—quelli che allora rappresentavano il partito di azione, i demagoghi, i tiranni dal berretto frigio. Via! cessate una volta dall'adulare la ghigliottina, attribuendo all'istrumento feroce che ha mietuto tante nobili intelligenze la facoltà di rigenerare la terra e di fecondarvi il progresso!
«La filosofia è luce di verità. Dessa si espande libera e vivace nell'atmosfera tranquilla, ma rifugge dai cieli procellosi. I pensatori di quel secolo di luce, colla logica stringente dei diritti naturali, col sarcasmo demolitore, colla satira, coll'inno di libertà, avevano già compiuta la grande rivoluzione dell'ottantanove, prima che la ghigliottina si arrogasse il vanto di averla iniziata colle sue orgie di sangue.
«Quanti anni sono trascorsi dacchè Rousseau inaugorava l'epoca di redenzione col suo Contratto sociale; dacchè Voltaire, denudando le vergogne della terra e del cielo le esponeva alla berlina dello scherno popolare! Nondimeno, quante tirannie, quanti pregiudizii nella nostra Europa di oggigiorno! Se la ghigliottina e le stragi napoleoniche non avessero interposto un torrente di sangue fra le idee degli enciclopedisti e le indefinite aspirazioni delle moltitudini ignare; non credete voi che ci troveremmo più avanzati nel progresso?
«Che avete fatto voi, o cannibali del liberalismo? Voi diffidaste della verità. La vostra impazienza sanguinaria non sofferse gli indugi. In luogo di aspettare la convinzione, presumeste violentarla col terrore. Per voi fu delitto l'esitanza. Agli attoniti, ai perplessi, che consultavano la propria ragione e la propria coscienza per ammettere le nuove dottrine; ai timorosi, agli onesti che discutevano, voi gridaste con efferata baldanza: o seguirci o morire!
«Che avvenne? I girondini, i moderati di allora, votarono la morte della monarchia rinnegando una convinzione; ma il re li precedette di pochi mesi al patibolo. Da Luigi XVI a Robespierre, tutte le teste più illustri della Francia caddero inesorabilmente troncate. Il berretto frigio non impose alla ferocia briaca più del diadema reale. E qual rimase la Francia dopo quelle orgie di sangue? Una bottega da macello piena di terrore, esalante ribrezzo. Dopo ciò, meditate quella istoria, e comprenderete come l'orrore delle stragi e del sangue potesse più tardi ispirare l'avversione alle idee.
«Ma non tutte le idee, non tutti i principii dell'ottantanove soccombettero ai massacri della ghigliottina. Un genio fatale, sorto dalla rivoluzione, ne impose all'Europa quel tanto che essa era in grado di comportarne. Napoleone, il despota dei nuovi tempi, coi lampi e le folgori della sua potenza, parve precludere il ritorno al despotismo passato; il codice di Napoleone fu il solo, il positivo risultato della grande rivoluzione francese.
«Qual fu la riconoscenza dell'Europa verso quel grande? La gloria di cento vittorie, il fascino del genio, l'apoteosi del trono, tutti i prodigi operati da lui nel più meraviglioso decennio della storia contemporanea, non bastarono ad invertire gli istinti della umanità. I macelli del cannone fecero inorridire l'Europa come i macelli della ghigliottina—e il mondo dissanguato domandò pace ad ogni prezzo, anche a costo di capitolare cogli antichi tiranni.
«Quando il leone dell'Elba scosse le catene per ritornare in campo a ricominciare la lotta, i popoli, scorati o ribelli, lo rinnegarono, lo consegnarono al nemico, l'obbliarono—o, peggio ancora, ricordarono lui vivo e sofferente a Sant'Elena come una sublime figura istorica già scomparsa dal mondo.
«Non serve falsare il passato. I trattati del 1815, che ribadirono i chiodi dell'antico servaggio, perciò solo che significavano tregua dal sangue, furono accolti dai nostri padri come una benedizione del cielo. Nel 1815, una buona metà dell'Europa—e dico poco—intuonò il Te Deum con sincera compunzione per quell'indegno mercato di popoli.
«Ho risuscitate queste memorie perchè desse, a mio credere, ritardarono di vent'anni la seconda riscossa, e arrestarono il corso delle nobili idee colla vergogna e col rimorso di atroci misfatti. Il terrore della anarchia repubblicana e di una conflagrazione universale, anche oggigiorno rende sterile il voto ed il lamento di tante nazionalità conculcate. La minaccia di una guerra Europea impone alle aspirazioni generose dei principi e dei popoli. La Polonia, segno di tante simpatie, di tanti voti, dovrà forse soccombere a questa minaccia.
«La guerra! sublime spettacolo nelle epopee di Omero e di Ossian! Quando nel 1859, il cannone degli invalidi annunziò alla Francia la grande battaglia, la grande vittoria di Solferino, tutta la nazione si scosse di entusiasmo. Le contrade pavesate di drappi tricolori, le luminarie, i fuochi di gioia salutarono il fausto avvenimento. Ma sotto quella superficie festante, nella retroscena di quei splendidi entusiasmi, quante lacrime, quanti terrori!
«Quarantamila morti! In verità il bullettino non poteva essere più splendido. Chi non ha gustato l'epico entusiasmo di quel grandioso massacro? L'avete voi veduto un campo di battaglia, una pianura di Solferino, dopo una grande vittoria? Quarantamila cadaveri o frammenti di carne umana, orribilmente pestati, confusi, ingrommati di caligine e di sangue?…
«Rifuggiamo dall'orribile spettacolo! Voi, filosofi della umanità, voi protettori del povero popolo, che nell'eccesso di una sensibilità altamente benefica, cadete in deliquio, e più sovente imprecate alla società tutta intera se la ruota incolpevole di una carrozza signorile offende lo strascico di una povera donna pedestre—voi che vi intenerite alla vista di un spazzacamino senza scarpe—voi, che gridate al delitto di lesa umanità, se il poliziotto non si mette i guanti per arrestare il cavaborse—voi, che tutte le mattine versate una lagrima sulla paziente schiavitù del somaro, e sulla fine miseranda del montone che vi fornisce il gigot—voi morireste di raccapriccio alla vista di quarantamila cadaveri umani!—Copriamoli di terra e di oblio, e ricominciamo i massacri!…
«Pur troppo! è la storia di tutti i tempi! è la condanna tremenda della razza ragionevole!—La guerra è un disastro inevitabile.—Tutte le riforme politiche e sociali, tutti i progressi della libertà domandano il loro tributo di sangue! Rispetterò questa barbara convinzione, sebbene io vi potrei rammentare la più grande delle rivoluzioni umane, la rivoluzione di Cristo, operata dagli inermi pescatori di Galilea col pacifico mezzo della predicazione—potrei mostrarvi le immense legioni del paganesimo, debellate da poche parabole ripiene di verità e di sapienza—potrei altresì ricordarvi che il codice di un vangelo altamente umanitario, allora soltanto cominciò ad ispirare diffidenza ed avversione, quando i successori dei primi apostoli si arrogarono di imporlo colle spade e coi roghi.
«Forse che l'Europa del 1864 si troverebbe meno avanzata nel progresso delle idee liberali, ove gli anni degli eccidii e del terrore fossero stati impiegati nella educazione del popolo, nella diffusione dei lumi? Vi par egli che un secolo padrone della stampa, del telegrafo, del vapore, abbia proprio bisogno dei massacri per civilizzarsi, per ottenere ciò che desidera?…
«Ma l'Europa liberalissima vuole affrettarsi. Un indugio di trent'anni, di mezzo secolo, sarebbe troppo grave alla impazienza dei dittatori umanitarii.—Povero popolo!… bisogna far presto a redimerlo, a patto che egli paghi il suo riscatto con un miliardo di vittime.
«Ebbene! accettiamo il barbaro assurdo! Ammettiamo che l'animale ragionevole non ceda che alla logica delle bombe. Dichiariamoci antropofagi, e rinunziamo ad ogni speranza di convertire il mondo alle pacifiche utopie.—Ma almeno—poichè la carneficina dovrà aver luogo, procuriamo di assicurarne i risultati a benefizio delle nostre idee; non prodighiamo le vittime; non avventuriamo ad un improvvido azzardo il passato, il presente e l'avvenire. I moderati non chiedono altro. Facciamo che questa lotta sia breve, sia decisiva, e sopratutto vittoriosa.
«Mentre voi, uomini dell'azione, urlate nelle piazze i vostri entusiasmi; noi nei nostri gabinetti calcoliamo i mezzi di riuscita—voi fidate nell'intervento di Dio: noi numeriamo i nostri cannoni e le nostre navi corazzate—voi dite: popolo, come direste venti milioni di combattenti; noi passiamo in rassegna l'esercito, e contiamo trecentomila soldati—voi sperate nell'alleanza di tutti gli oppressi, di tutti i malcontenti di Europa; noi domandiamo l'appoggio o la neutralità di potenti nazioni—voi minacciate e sfidate, noi destreggiamo perchè ci lascino fare—voi vi fate beffe della diplomazia; noi ci facciamo diplomatici per ischermircene.
«Ecco perchè ci chiamate moderati, uomini della paura! Moderati? Oh sì! noi lo siamo… La moderazione è da esseri ragionevoli—i bruti, i selvaggi non la conoscono. Paura? Se la passione non vi impedisse di renderci giustizia, voi la chiamereste prudenza. Una sola cosa noi temiamo: perdere il frutto del sangue versato a prezzo di nuovo sangue.
«Gridateci codardi, impotenti, traditori! Abbiamo fatto il callo alle vostre invettive! Noi aspetteremo fino a quando la convinzione del poter fare non ci gridi: avanti!
«Frattanto, i giorni della attesa non saranno sprecati per opera nostra. Noi non turberemo la fede del popolo con suggestioni nefande; predicheremo la concordia e il compatimento—insegneremo la libertà, esercizio di equi diritti e legge di sacri doveri. Mentre l'esercito si agguerrisce, impareremo a divenire nazione.
«Non è malva, non è oppio quello che noi spargiamo nei circoli, nelle associazioni degli operai, nelle scuole gratuite da noi favorite e protette. Noi insegniamo la libertà ogni qualvolta voi non ci interrompiate per obbligarci a combattere la licenza e la violazione delle leggi.
«Più che altro ci sta a cuore di riconciliare alle idee di civiltà e di progresso i molti che finora le guardarono con isgomento. Noi vogliamo persuadere gli onesti di tutte le classi che libertà è ordine assoluto, che rivoluzione non è sinonimo di anarchia e di ghigliottina. La nostra moderazione ha già risolto molte esitanze, conquistato molte simpatie. Procediamo a questo intento! È a sperarsi che il nostro metodo riesca completamente. È a sperarsi che i pertinaci fautori del passato, i più accaniti nemici delle nostre idee, gli stessi clericali, si accostino un giorno al banchetto delle nazionalità redente, e vengano con noi a celebrare la Pasqua di riconciliazione. Non è vero, signor curato revendissimo?»
CAPITOLO IV.
Non possumus!
La inattesa perorazione del sindaco produsse un effetto galvanico sul curato, il quale nella sua canonica riservatezza, avrebbe voluto astenersi da quella vivace polemica. Tacere, dopo una interpellanza così diretta, era lo stesso che approvare o dichiararsi convinto. E quale scandalo per le tribune dei villani! quale sconfitta per il principio!
Tutti gli occhi erano fissi in lui. Il signore col suo sguardo severo pareva esigere una spiegazione.
Il curato si levò in piedi, e volgendosi all'uditorio con un gesto da dominus vobiscum, replicò a tutta voce due parole latine, il motto inesorabile, nel quale si riassume tutto il programma religioso e politico della setta clericale:
«Non possumus!
«Non possiamo! non possiamo! proseguì a tutta voce l'onorevole interpellato, traducendo il suo testo per adattarsi alla intelligenza delle tribune idiote.
«Il papa e i prelati della sacra venerabile curia romana, i grandi dottori della Chiesa vi manderebbero a spasso con questo semplice motto, che è il corollario di un coscienzioso e meditato sistema. Ma io non sono prelato, nè dottore della chiesa; io sono un povero curato, l'ultimo fra gli ultimi nella gerarchia ecclesiastica; e voi potreste supporre che io ripeta da papagallo il testo consacrato dalla Curia senza aver studiata la questione.
«Voi vi ingannereste, o signori. Io sono pienamente convinto del mio non possumus, più che voi non lo siate delle vostre utopie liberali, umanitarie. Io le ho studiate le vostre utopie, le ho discusse—ho fatto di più—mi sono provato ad applicarle mentalmente alla vita pratica, e sono riuscito a concludere che tutte le vostre riforme, le vostre innovazioni, ciò che voi chiamate civiltà, libertà, progresso, non sono che larve ingannevoli, assunte dallo spirito malefico per insinuarsi nel mondo a moltiplicarvi la miseria e la corruzione.
«Ah! voi predicate la scienza universale; volete che tutti apprendano a leggere, a scrivere, a ragionare, a filosofare! E siete voi che spacciate queste felici teorie!… voi proprietario di seicento pertiche di terreno, e padrone di un vasto opifizio dove lavorano ogni giorno da oltre sessanta operai!
«Avete mai riflettuto cosa avverrà dei vostri campi e dei vostri meccanismi il giorno in cui la educazione universale avrà cessato di essere una brillante utopia per tradursi in una realtà deplorabile?
«Quando voi, beatamente sdraiato nel vostro birroccio, lo zigaro in bocca, la punta del naso fiammante di vino, percorrete la strada che attraversa i vostri poderi, i contadini che non san leggere, si levano rispettosamente il cappello, col sorriso e col cuore vi danno il buon giorno, e ansanti, sudanti, raddoppiano la lena della vanga.
«Essi dicono: il padrone è ricco, e noi siamo poveretti—egli è il nostro benefattore—egli ci mantiene, ci dà la polenta—lavoriamo per lui!—è nostro dovere! senza di lui come potremmo vivere?
«Così gli idioti contadini, che non sanno leggere, nè ragionare. Vedete qual logica balorda! Come si illudono grossolanamente i poveretti sulla legittimità dei vostri diritti di proprietario, e sulla necessità del loro servaggio! Sono ignoranti, sono zotici i vostri paesani!!!
«Via, signor sindaco!… bisogna soccorrere all'idiotismo di questi infelici. Affrettiamoci ad educarli! Poniamo loro in mano l'abbecedario, poi la grammatica, poi l'istradamento al comporre, la prosodia, se volete—qualche libro di amena letteratura—e da ultimo, abboniamoli ai giornali politici!
«Tutto sta che i maestri ci si mettano di zelo; e in meno di cinque o sei anni, i vostri contadini, signor sindaco, ne sapranno quanto voi, o per lo meno quanto il vostro segretario.
«Ecco là un'assemblea di scienziati, un areopago di filosofi… Via! battete le mani, signor sindaco presidente! Il grande miracolo è compiuto! I vostri villani erano bruti ed ora sono diventati uomini—erano schiavi, ed hanno infranto le catene—nuotavano nelle tenebre, ed oggi aspirano alla luce. Tanto ciò è vero che essi hanno gettata la vanga e la gerla, e non vogliono più saperne di fecondare coi loro sudori la gleba del tiranno.
«E sapete cosa è la gleba, signor sindaco?—è il vostro campo. Sapete chi è il tiranno?—Il tiranno siete voi. Consolatevi! questa scoperta è dovuta al vostro sistema di educazione universale. Il risultato poteva esser più pronto e più soddisfacente?
«Ma io ho forse abordato con soverchia leggerezza una quistione molto seria, che racchiude il germe di sanguinosi avvenimenti. Il nostro non possumus data da secoli, e mette capo a quel libro divino, a cui non vorrete negare qualche autorità—parlo del vangelo. I pericoli e i danni della scienza universale sono prevenuti in quel codice santo, dove la povertà dello spirito e l'umiltà del cuore stabiliscono la base di una morale feconda di beatitudine.
«Attenendoci ai consigli della sapienza divina, noi abbiamo tremato di ogni nuova istituzione che tendesse a traviare l'umanità pel cammino dell'orgoglio e del disordine.
«Fummo avversi alla stampa, presaghi delle sue abbominazioni infrenabili; perseguitammo Galileo; ponemmo ostacolo per quanto era da noi alle temerarie pellegrinazioni di Colombo—abbiamo negato il vapore, contrastato il telegrafo, imprecato a tutti gli abusi della ragione, alla filosofia, all'esame critico, ai sacrileghi attentati della chimica e del magnetismo, due scienze di terribile avvenire!…
«Se il genio del male fu più potente di noi—se la stampa e il vapore, i più fieri nemici dell'umanità, si scatenarono sulla faccia dell'universo—noi non cesseremo, per quanto i nostri mezzi ce lo permettono, di opporre un freno allo spirito ed alla materia ribelle. Se non ci è dato impedire, noi ritarderemo. Verrà giorno in cui, meditando il nostro non possumus, quegli stessi che oggi ci accusano quali nemici della umanità, ci proclameranno ispirati da Dio.
«Poco dianzi, parlandovi dei contadini e degli effetti immediati che dovranno prodursi in questa categoria sociale dal benefizio dell'istruzione, io vi faceva presentire la terribile minaccia: «badate! l'uomo che sa leggere e ragionare non può adattarsi a trascinare l'aratro.» In questa verità stanno i germi della più micidiale, della più orribile rivoluzione che mai abbia insanguinata la superficie della terra.
«Come riuscirete a sedarla? quale sarà il mezzo della tregua? il componimento finale?—Via! confessatelo, signori progressisti umanitarii—su questo punto della questione voi non siete più avanzati di noi.
«Basta! a suo tempo ci penseremo—non è vero? tale è la vostra filosofia; ed io mi congratulo di vedervi sorvolare con tanta leggerezza agli scrupoli dell'avvenire. Ma vi è nel presente qualche cosa di più grave, di più contradditorio, a cui forse non avete ancora badato. I vostri progressi non sono solamente una minaccia che gravita sui vostri contemporanei. Tutte le scoperte che soccorrono ad un bisogno, ad un comodo, o ad un diletto della vita umana—ogni nuovo passo dello spirito inventivo, che, a vostro dire, segna una nuova fase di civilizzazione, moltiplica necessariamente sulla terra il numero degli schiavi, e inchioda più aspramente alla catena quei milioni di paria che voi pretendereste redimere.
«Voi scuotete il capo, signor farmacista! Ciò vi sembra un paradosso… Vi spiegherò il pensiero cogli esempi… Compiacetevi di abbandonare le astrazioni, e di scendere con me sul terreno della vita reale, a cui, se non mi inganno, voi altri liberali vi dimenticate troppo spesso di appartenere.
«Il primo uomo che, camminando per una foresta di vergini piante, corse dietro ad un candido fiocco staccatosi da un ramo, e strofinandolo leggermente fra le dita, concepì il pensiero di ridurlo a filo per tramarne dei tessuti—il primo uomo che si propose coltivare il cotone per farne dei drappi; quell'uomo, nell'ingenua compiacenza di recare un immenso vantaggio alla umanità, segnò la condanna di milioni e milioni di negri—fu l'innocente iniziatore di una mostruosa barbarie, che anche oggigiorno fa inorridire la terra.
«Volgetevi intorno—una occhiata alla vostra mensa—alla vostra guardaroba—ai vostri mobili—ai meccanismi che vi rendono agiata l'esistenza!…
«Dacchè il sale divenne una necessità dei palati istupiditi, parecchi milioni di uomini furono condannati a intisichire onde apprestarvelo. Per variare i vostri foraggi, il riso fu introdotto sulle mense—non importa che migliaia di infelici paghino della loro vita questo capriccio di ghiottoneria. Il paria delle risaie lombarde, dopo aver lottato venticinque anni colle terzane, a trent'anni è vecchio, a quaranta è decrepito, a quarantacinque anni è cadavere.
«I cristalli che vi splendono sulla tavola, i colori brillanti delle vostre tappezzerie, i metalli che servono agli usi più comuni, la luce artifiziale della notte; tutto il lusso, tutti gli agi che vi circondano, narrano la istoria dei vostri progressi con gemiti e strida disperate.
«La locomotiva che attraversa la terra come un conquistatore inebriato di fumo e di possanza; questo sorprendente meccanismo che accelera il moto dell'uomo e la diffusione delle idee—non ha forse relegati nelle cave di carbon fossile migliaia e migliaia di sciagurati, perchè muoiano nelle impure esalazioni a benefizio del progresso che cammina? Esaminatelo attentamente il grande ordigno civilizzatore—studiatelo in ogni sua parte, in ogni suo accessorio—poi fate bene il vostro computo, e ditemi quanti milioni di schiavi sieno necessariamente aggiogati e stritolati alle ruote di questo carro emancipatore!
«Ed ora vediamo un po' come la intendiate! Questi paria, questi schiavi della civiltà, che dovranno necessariamente moltiplicarsi per servire ai nuovi bisogni, ai nuovi comodi del secolo—impareranno anch'essi a leggere, a filosofare con voi? E qual sarà la catena per vincolarli alle cave tenebrose, al maglio rodente delle officine? Forse la coscienza del dovere?—Io credo, signor sindaco, che il vostro cenno affermativo sia un amaro sarcasmo. La coscienza dei propri diritti farà dire a questi paria conculcati: È oramai tempo che i felici del mondo prendano il nostro posto!
«Una volta—ai tempi dell'ignoranza e della superstizione—quando il paesano vegetava nella sua atmosfera più omogenea, quando l'operaio non si era ancora associato all'esaltazione ed all'ateismo—bastava un versetto del vangelo o una parola del curato per mantenere in questo povero popolo la fede del lavoro, e la rassegnazione alla miseria.
«Noi ripetevamo al villano: i ricchi godono la loro porzione di felicità in questo mondo, ma voi ne avrete a ridoppio nell'altro—beati coloro che soffrono, perocchè saranno consolati!—più soffrirete quaggiù, e più grande sarà la vostra esaltazione in paradiso.
«Gli scorati, i dubbiosi avevano fede nella parola del curato; tornavano ai campi, alle officine—lavoravano, soffrivano… e morivano nella speranza.
«Ah! voi credete utile e morale istillare la diffidenza e il sospetto in quei semplici cuori! Che faranno i vostri libri? Distruggeranno la fede e la rassegnazione sotto pretesto di combattere il pregiudizio. La vostra educazione griderà agli schiavi: «tutti gli uomini hanno uguali diritti», non è giusto che i milioni lavorino nel pianto perchè i pochi tripudiino nell'abbondanza e nel potere—animo, dunque! insorgete! domandate la porzione che vi spetta!…
«E sapete voi quale sarà la vostra porzione? (proseguì il prete volgendosi ai contadini delle tribune). Dopo avervi rapito il maggior di ogni bene, la fede: dopo avervi spogliati della vostra semplicità, dopo aver mutato la vostra operosa pazienza in disperata ribellione—il giorno in cui domanderete il compenso di una libertà tante volte promessa, sarete appiccati ai gelsi delle vostre campagne, o ricacciati nelle officine a furore di mitraglia.
«No! figliuoli delle officine e dei campi! Non vi lasciate adescare dai falsi apostoli della scienza. La scienza, come il pomo del paradiso terrestre, ci insegna il bene, ma ci riempie di mali.
«Ciò che vi si promette è un inganno. Credete al vostro curato. I ministri di una religione, che ha per codice il Vangelo, non potranno mai farsi complici di quest'opera abbominevole. Non possumus! non possumus! sarà la nostra insegna, la nostra invariabile protesta, quando anche tutte le ire e le violenze del secolo si rovesciassero sopra di noi!
CAPITOLO V.
Rassegna delle idee.
I contadini si inginocchiarono come alla perorazione del Passio, e il curato impartì ad essi la benedizione.
Il sindaco e il farmacista non osarono far repliche.
Tutti gli occhi eran fissi nel signore, aspettando che egli gettasse in mezzo alla quistione una parola decisiva come la spada di Brenno.
Il signore si levò in piedi, e girò intorno una occhiata che fece abbassare tutte le ciglia.
Il medico e i domestici accorsero a lui, come infermieri al primo delirio di un malato.
Regnava nella sala un silenzio solenne.—Abrakadabra! Abrakadabra!
Abrakadabra! tuonò la voce del signore.
E portò la mano alla fronte, rimanendo nella attitudine dell'abbarbagliato che invoca dalle tenebre una luce più veritiera.
Ma quella sera l'Abrakadabra non doveva essere l'ultima parola del signore.
Trascorsi pochi minuti, egli ritrasse la mano dalla fronte, e volgendosi ai tre antagonisti in sembiante più calmo:
«Grazie! mille grazie a voi tutti!—esclamò—se la vostra polemica, non mi ha dato l'ultimo verbo della idea, ha però versato molta luce sul caos. Io sento che le acque si separano dalla terra, che l'aria ed il fuoco prendono il loro posto. Fra poco raccoglierò i miei pensieri per ordinarli sotto questo raggio di luce, e forse domani potrò gridare eureka!»
Ciò detto, il signore fece un gesto di congedo, al quale tutti obbedirono. Il medico e i domestici, che parevano esitare, dovettero uscire dalla sala fulminati da un'occhiata inesorabile.
Poichè tutti furono usciti, il signore sedette, appoggiò i gomiti alla tavola, e, raccolta la testa fra le mani, si fece a passare in rassegna le proprie idee, adunandole per ordinarle o respingerle, come farebbe un generale con un esercito di sconfitti.
«—Ragione? forse che tutti non hanno ragione?… e non sarebbe più logico il dire che tutti hanno torto?… Il triangolo è necessario, perfetto. Ciascun lato presenta la medesima superficie. Leggete per diritto, leggete per rovescio, capovolgete—le cifre non si mutano, la figura non si scompone—Abrakadabra!—Perchè adunque tanto strepito di polemiche?… Acquietamoci una volta! Conveniamo che il moto non viene da noi, che l'uomo è uno strumento, un meccanismo subordinato all'intelligenza mondiale. La regola è stabilita, nè può mutarsi. Tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che tentiamo è perfettamente logico, perchè necessario. Ciò che si chiama errore, contraddizione, inganno, è una necessità sapientissima nell'ordine, nell'armonia universale.
«Perchè si dice progresso?… Moto è la parola. Se l'umanità progredisse nel meglio; quanto sarebbero da compiangere i nostri antenati, che vissero seimila anni prima di noi! Pure anch'essi lavoravano per la medesima illusione… e si affannavano in questo moto d'idee e di tentativi che non dà requie allo spirito umano.—Seimila anni di corsa; e dove siamo arrivati?…—Al punto di partenza. Valeva la pena di mettersi in cammino?…
«Eppure, tutti i giorni si parte, e si corre… Non vi è dunque una meta?… Il farmacista, nel limite delle sue idee politiche, vi dirà che la sua meta è la repubblica universale. Il sindaco non vuol andare così lontano—egli si arresterebbe alla unificazione completa dell'Italia, con un voto di simpatia per le nazionalità oppresse. Tutto ciò può avverarsi. Ma quando il sindaco e il farmacista saranno arrivati?… Da capo, signori! L'umanità non può arrestarsi—bisogna riprendere la corsa, lasciarsi rimorchiare… o farsi stritolare, che è peggio!
«Chi rallenta, chi si fa rimorchiare è moderato—chi si ferma e pretende arrestare, è reazionario.—Convenzioni! Moda!—Quest'ultima parola mi chiarisce l'idea.
«La moda è prepotente; o tosto o tardi, tutti dobbiamo uniformarci al figurino dell'epoca. Gli ultimi che adottarono la coda, appendice delle teste rivoluzionarie di un'epoca liberalissima, furono gli ultimi a tagliarsela. Per averla portata fuori di tempo, il mondo li chiamò reazionarii, e il codinismo passò in proverbio.
«I primi che mettono fuori il figurino di una idea, son chiamati liberali. La moda viene accettata, si propaga, si allarga—a lungo andare, tutti debbono svestire l'abito vecchio, per adottare la nuova foggia. Ma dopo alcuni anni comparisce un altro figurino, un figurino che alla sua volta si chiama progresso, civiltà, democrazia, socialismo, ciò che meglio vi piace. Gli iniziatori della moda precedente, i liberali di un'altra epoca, vorrebbero resistere e persistere. Essi gridano il non possumus del curato, e in rapporto ai nuovi tempi divengono reazionarii.
«Abrakadabra! ibis! redibis! Ciò che ieri era il bene, oggi rappresenta il male; ciò che pei nostri predecessori era la meta, per noi diviene il punto di partenza. Sarebbero dunque, anche il bene ed il male, una illusione del convenzionalismo? Il principio delle nazionalità, che rappresenta il non plus ultra del liberalismo contemporaneo, come dovrà apparire meschino e puerile fra un secolo, quando nel pensiero della comunanza di origine e della fratellanza naturale, l'uomo si dirà cosmopolita; quando le frontiere delle Alpi, dei fiumi e dei mari, scompariranno, insieme ai pregiudizii di razza; e l'umanità, che oggi pone il suo vanto nel suddividersi in cento frazioni nemiche, si riunirà tutta per formare una sola famiglia!
«Bene, male!… per disingannarci di codeste distinzioni che non hanno senso, rimontiamo alla origine delle cose, a Dio.
«Dio non è una parola—è una idea innata, congenita all'uomo, trasfusa in tutto il creato. Dio è l'essere, la luce, il moto del pensiero. Dio è la perfezione—tutto che emana da lui è perfetto.
«Orbene, a che discutere il torto e la ragione, il bene ed il male?—parole! Poichè l'universo riflette la perfezione di Dio, le leggi che lo governano e gli atomi che lo compongono debbono considerarsi irriprovevoli. Potete voi concepire la perfezione del tutto, escludendo la perfezione delle parti?
«L'uomo, nella sua vanità provvidenziale, facendosi centro della creazione, credette che quest'opera gigantesca e inconcepibile non avesse altro scopo che il di lui individuale vantaggio. Tale è il nostro peccato di origine, la superbia incarnata, da cui si genera il dolore, l'impotente desiderio del meglio.
«Tutto per noi! ecco la strana illusione!—Cerca, prova, rimescola, agita, va, torna, edifica, dissolvi; tutto questo moto, questa operosità incessante dell'uomo non può migliorare di un solo grado la di lui condizione. L'illuso egoista non vuol persuadersi che il suo moto intelligente e appassionato è diretto ad uno scopo più universale, cui è interessata tutta la creazione.
«Se l'umanità potesse raggiungere il meglio a cui tende, allora la sua esistenza diverrebbe un assurdo, il moto cesserebbe, e il mondo intero sarebbe disorganizzato.
«Il vos non vobis è la legge di tutti gli elementi mondiali.—Forse che il sole percorre ogni anno il suo giro indeclinabile a benefizio della propria individualità? Il moto è una legge di sacrifizio per lui come per gli altri pianeti, parimenti subordinati a reciproci rapporti, ad inevitabili dipendenze. Tutto per il cosmos, nulla per noi; ecco la legge di tutte le intelligenze organizzate che si agitano nel creato.
«E l'atomo vanitoso che si classifica ragionevole presumerebbe emanciparsi dalla legge universale! Non deridiamo, non insultiamo! Questa pretesa dell'istinto umano costituisce appunto il motore della sua efficienza. Illuso, inconsapevole, l'uomo segue il suo corso di rotazione. Cercando il meglio nell'esclusivo interesse della propria individualità, il suo moto, la sua azione diviene, come quella delle altre intelligenze mondiali, un perpetuo sacrifizio al bene dell'universo.
«Misterioso, imponente, pieno di sublime poesia è questo sacrifizio di tutti per il tutto. Il sole, questa grande intelligenza luminosa, che non può uscire dalle sue rotaie inesorabili, che non può arrestarsi, che non può svestirsi della sua immensa luce, nè temperare gli ardori della sua combustione perenne—la terra che si affatica nel rapido movimento di ogni giorno, roteante fra i nembi e le folgori, sospinta e ribalzata da più potenti pianeti—la belva che ruggisce per fame, il montone che dev'essere divorato, l'augello che canta per dolore, l'uomo che ride per impotenza, la pianta che piange e geme negli sforzi della vegetazione, la materia e l'intelligenza che si accoppiano per dissolversi nella corruzione—tutto ciò che vediamo o immaginiamo, tutto ciò che si nasconde ai nostri sensi, ma si rivela al nostro spirito—tutto rappresenta l'individualità che si sacrifica all'ordine dell'universo.
«Una volta riconosciuta questa legge, una volta stabilita questa fede, che risulta lucidissima ai sensi, tanto che la mente più pregiudicata non oserebbe rinegarla; è egli più possibile di prender sul serio queste miserabili questioni di parole e di formole, le quali non sono che il risultato di un errore vanitoso, per cui l'uomo vorrebbe disconoscere, adempiendola, la propria missione?
«Non fanno pietà queste gare mal definite tra il passato e il presente? queste lotte di principii ugualmente erronei? queste verità dell'oggi che domani si trasmuteranno in menzogne? queste riforme che scaturiscono dall'antico e sono da uomini antichi respinte come nuove? queste sillabe accozzate che vorrebbero dar corpo ad una larva? queste larve che si decompongono e svaniscono il giorno in cui prendono corpo? queste scoperte della scienza che accusano la stoltezza dei nostri predecessori e fra un secolo accuseranno la nostra? questi trovati dell'arte e dell'industria che forniscono un diletto creando mille bisogni? queste rivoluzioni che massacrano le moltitudini per istabilire una idea? queste idee che aspettano di essere accettate e tradotte nell'azione pratica per divenire intollerabili ed esecrate?
«E quanto ardore nelle polemiche! quanto entusiasmo negli assurdi!… qual cecità nelle contraddizioni!—Un dabben farmacista crede di aver inventato il liberalismo perchè osa dire: ammazziamo chi vorrebbe soperchiarci! Questa politica era già nella mente solitaria di Caino, il figliuolo primogenito dell'uomo. Ma la storia è troppo antica—non è meraviglia che il farmacista l'abbia dimenticata.
«E il curato, che pretende egli col suo non possumus? Arrestare il movimento? Uccidere l'idea?—Non ha egli appreso dalla istoria che una idea, antica o nuova non importa, purchè lusinghi questo istintivo desiderio del meglio che è il principio motore della umanità, deve fare il suo cammino, svolgersi e completarsi nella esperienza fino a quando l'esperienza non la riprovi? Non si avvede egli, il buon curato, che il suo non possumus sta al moto delle idee come la zavorra alle navi—invece di sommergere, equilibra ed assicura?
«E il sindaco, ignora egli che le violenze e le stragi sono del pari una necessità del movimento? che, per dar passo alla locomotiva, il ferro e la polvere debbono prepararle il cammino, distruggendo la vegetazione, appianando la montagna, divergendo il torrente?
«Non è questa la istoria inevitabile del movimento umano?… Ma chi bada alla storia? Chi la comprende? L'uomo è sempre nuovo sulla terra. L'esperienza de' suoi predecessori non è lezione per lui se non in quanto lo ammonisca che essi nulla hanno fatto di bene, che tutto bisogna rifare.
«Oh! se l'uomo potesse leggere l'avvenire! Forse riconoscerebbe la sua vera missione, l'inanità de' suoi sforzi per migliorare la condizione propria, e la sua divina efficacia nel cooperare all'equilibrio ed allo sviluppo del cosmos! Ove ciò avvenisse, un nobile orgoglio potrebbe egli sostituire alla vanità disillusa dell'io, e dire con più soda convinzione: io sono una leva della intelligenza di Dio—agisco per lui e con lui—tutto che produco è perfetto—e forse, l'atomo perduto nell'universo, compiuto il sacrificio del dolore operoso, si riunirà, si identificherà in quell'Essere Uno, che è la Causa e l'Effetto dei mondi.
«Scriviamo la storia dell'avvenire. Dessa troverà fede più che la storia del passato. Per essa la vanità e la follia si acquieteranno in un concetto filosofico e morale…!
«Per scrivere questa storia, non è mestieri di profonda dottrina, nè di penose investigazioni, nè di lunghi e meditati raffronti. La logica naturale può dettarla. Raccogliamo le idee dei nostri tempi, i principii innovatori che oggi si presentano in germe; seguiamo il loro movimento, il loro sviluppo—completiamo tutte le aspirazioni dell'epoca nostra traducendole in fatti; l'avvenire non avrà più segreti per noi. La nostra istoria potrà ingannarsi nelle date.—Cosa sono le date?—Una divisione convenzionale del tempo indivisibile. Che importa se gli avvenimenti non sieno numerizzati e disposti a rubriche come le cartelle del notaio? Non basta il saperli veri, necessariamente esatti come il prodotto di una addizione, come la logica di un calcolo algebrico?
«Osiamo dunque!… Poichè la definizione mi sfugge; poichè il verbo si rifiuta ad esprimere l'idea—sforziamoci di tradurla in una serie di fatti!
«Che è mai l'Abrakadabra se non il programma, lo scheletro di tutta la istoria umana? Completiamolo—riempiamo le lacune, vestiamolo di muscoli e di nervi! Ch'egli si muova, si agiti, precorra gli spazii dell'avvenire!… Tutti lo riconosceranno, lo comprenderanno, e l'umanità dovrà arrendersi all'evidenza del suo concetto…»
CAPITOLO VI.
Eureka!
Il signore aveva trovato. Snodò le mani dalla fronte, prese un gran foglio di carta, e in mezzo a quello disegnò con la penna la figura cabalistica del suo concetto:
A B R A K A D A B R A A B R A K A D A B R A B R A K A D A B A B R A K A D A A B R A K A D A B R A K A A B R A K A B R A A B R A B A
La mente del signore non era punto affaticata dal cozzo di tante idee, di tante ipotesi mal definite e peggio coordinate. Quella rassegna aveva portato il suo frutto. Gli aveva suggerito il modo più ovvio per esprimersi. Egli non cercava di meglio.
Vegliò tutta la notte sull'Abrakadabra. Quando il medico e i domestici entrarono, al mattino, nella sala, trovarono il signore seduto al tavolo, cogli occhi fissi alla figura cabalistica, intorno alla quale avea disegnato un laberinto di lineette e di segni misteriosi, un intreccio di circoli e di triangoli bizzarramente collegati; e in quello sfondo egiziano, inverosimili accoppiamenti d'uomini e di belve, di alberi e di case, una nuova generazione di animali e di vegetali sospesi o inchiodati alla periferia di un mondo impossibile.
Il medico, che era entrato in punta di piedi, si pose dietro le spalle del signore, e contemplava quegli sgorbi con espressione di pietà.
—Non sarebbe tempo di prendere un po' di riposo?—disse il medico a mezza voce, come temesse di produrre una scossa troppo violenta sui nervi dell'amico.
Il signore, colpito da quella voce, tracciò rapidamente sul margine superiore del foglio alcune lineette ondeggiate, e volgendosi al medico col sorriso più sereno:
«Grazie del buon suggerimento, gli disse! ora che il lavoro è compiuto, posso mettermi a letto col cuore tranquillo. Da dieci mesi non ho mai gustato il bisogno del sonno come in questo momento».
Il medico, come era usato di fare ogni mattina, portò la mano al polso del signore, e parve molto sorpreso di trovarlo in piena calma.
—Sono guarito!—disse il signore levandosi in piedi—l'Abrakadabra è spiegato… Esso è qui… su questo foglio, e quando mi piaccia, io potrò leggerlo all'universo e farlo comprendere a tutti.
—Che!… queste linee?… questi geroglifici?…
—Sono la storia dell'avvenire, sono la soluzione del grande problema mondiale—disse il signore coll'accento della convinzione più serena.—A rivederci… domani… volevo dire… stassera…!… fa di invitare tutti i nostri conoscenti… Che tutti prendano parte alla festa!… Io sono guarito!… perfettamente guarito!
Il signore piegò il foglio, se lo pose in tasca, ed uscì per avviarsi alla sua camera da letto.
Il medico e i due domestici stettero parecchi minuti a guardarsi in faccia; nè potevano riaversi dalla sorpresa.
—Ch'egli sia guarito davvero?—pensò il medico.—Tanto meglio! Io avrò guadagnato della celebrità a buon mercato… e in pochi anni potrò avere il mio posto alla direzione della Senavra!… Così va il mondo, e bisogna lasciarlo andare così per il meglio di tutti!
Il nostro medico aveva assorbito il sistema filosofico dell'Abrakadabra senz'avvedersene.
Per tutta la giornata il signore fu invisibile. I domestici, inquieti, più volte avevano spiato all'uscio della sua camera da letto—nessun rumore, nessun movimento.
Il medico, verso tre ore, entrò nella camera. Il signore dormiva profondamente.
Gli ordini erano stati eseguiti. Fu preparato un copioso desinare. Il sindaco, il farmacista, il curato, il marescalco, il barbiere ed altri notabili del paese furono invitati.
Nessuno mancò all'appello. A sei ore tutti si trovavano nella sala. Il signore entrò festevolmente, strinse la mano di tutti, e accennò ai commensali di sedere.
Inesplicabile cangiamento!… La fisonomia del signore non era più quella del giorno precedente. Pareva ringiovanito. Un raggio di benessere, di felicità, brillava nel suo sguardo, nella candidezza vivace della sua fronte. La callotta turchesca era scomparsa, e i capelli abbondanti e crespi si espandevano intorno alle tempia d'alabastro, scolpite di intelligenza e di bontà. L'abbigliamento era semplice nella sua eleganza. Il soprabito, aperto sul petto, metteva in evidenza il candore irreprovevole dei lini leggermente ombreggiati da una barba tizianesca.
Al principiare del pranzo, nessuno parlava. Lo stupore imponeva alle lingue. Ma il signore, con una disinvoltura, con una spigliatezza ammirabile, aperse la conversazione e ridonò la loquela ai commensali.
Parlava di tutto. Sfiorava gli argomenti più serii con una leggerezza che toccava l'affettazione. Il curato non poteva darsi pace in udirlo celiare sul tema delle scomuniche e sulle strategie bellicose di monsignore De-Merode. Il farmacista più volte dovette fremere nel vedere il suo Garibaldi degradato al confronto di Cavour, e la reggia di Torino ritenuta più modesta della reggia di Caprera.
Il sindaco, che credeva passarsela netta dagli attacchi, sull'ultimo dovette trasalire per una terribile sentenza: i moderati, per trovarsi nel centro dei due partiti estremi, non hanno altro vantaggio che di essere più prossimi alla ghigliottina di questi ed alla forca di quelli.
Il signore si divertiva a tormentare i suoi commensali politici con una sequela di proposte contradittorie, di domande equivoche, di sarcasmi, di sofismi provocanti. Egli sorrideva trionfalmente del loro imbarazzo, e tratto tratto lanciava una ironica occhiata al marescalco ed al barbiere, i quali, senza comprendere, aderivano a tutto.—«Essi mangiano e approvano—pensava egli—ecco la maggioranza, il coro di tutti i drammi sociali, il fondo massiccio di tutte le storie».
In sul finire del pranzo, per un gusto di rappresaglia naturalissimo a chi si sente umiliato da una eloquenza intrattabile, il curato fece una sortita veramente pretesca, dove il malumore e la stizza spiccavano in tutta buona fede.
«A dire il vero… signor mio—e voi non vi meraviglierete, nè v'offenderete d'una cosa cotanto naturale—c'erano molti in paese… e anch'io fra questi—vi parlo schiettamente—c'erano molti, che a giudicarvi dalle apparenze esteriori e sopratutto dalla vostra taciturnità… vi credevano…
—Pazzo… non è vero?…
—Io non avrei osato dir tanto—proseguì il curato—ma, poichè la signoria vostra ha voluto buttarla fuori netta e schietta—credo inutile temperare l'espressione con dei sinonimi, che presso a poco si equivarrebbero…
—A meraviglia!… La verità, bisogna aver il coraggio di dirla per intero… Io fui pazzo—ed il mio ottimo medico potrebbe attestarlo meglio di chicchessia—io fui pazzo pel corso di oltre dieci mesi; e la mia guarigione non data che da poche ore. Io mi era smarrito in un immenso laberinto di idee; io mi esauriva in uno sforzo del pari tormentoso che impotente per trovare ad esse una formola precisa ed evidente all'altrui intelligenza. Io cercava questa formola nelle vostre polemiche, nelle vostre interminabili discussioni. Era il mio torto. Seguendo questo sistema, io non faceva che alimentare la mia pazzia coi riflessi della vostra. Ah! perchè io ricuperassi la mia ragione, perchè io potessi rassicurare la mia coscienza e il mio intelletto, era necessario che l'Abrakadabra si convertisse in un'avvenimento storico—e che io—sull'appoggio di questo avvenimento—potessi dirvi: i pazzi siete voi!
—Ma in nome di Dio!—sorse a dire il curato—ci spiegherete voi alla fine cosa sia questo vostro Abrakadabra?…
—L'Abrakadabra—rispose il signore—è la storia perenne del movimento umano riflessa in un'epoca sconosciuta all'universale, in un'epoca avvenire.
—Ah! sarei ben curioso di sapere in qual libro voi l'abbiate trovata codesta istoria dell'avvenire! Deve essere un libro raro e preziossimo… ed io mi terrei ben felice che qualcuno me lo prestasse… tanto da sbizzarrirmi una mezz'ora nei mondi sconosciuti!
—Il libro non è raro, signor curato, ma non cessa di essere prezioso. La natura lo ha impresso nella mente di tutti; sebbene noi abbiamo il torto di leggerlo a rovescio. L'istoria del passato e del presente sono una conseguenza logica dell'istinto umano, che non può mutarsi. Studiate in voi stessi le leggi di questo istinto, e avrete la istoria dell'avvenire.
—E voi… credete… di conoscere questa storia…?
—Tanto che, se voi non sapeste leggerla nel vostro libro, potrei prestarvi il mio, perfettamente trascritto e corredato di commenti.
Il signore parlava con una calma, con una convinzione, che eccitava all'ultimo grado la curiosità de' suoi uditori. Il curato era perplesso. Non ardiva manifestare il suo desiderio… Temeva per sè, per la fede degli altri… Un segreto presentimento lo avvertiva che la storia del signore doveva portare un terribile crollo al sistema del non possumus e ad altre teorie venerande. La curiosità del sindaco non era scevra di terrore. La ghigliottina o la forca si affacciavano alla sua imaginazione come un terribile dilemma… La mano ignota dell'avvenire lo stringeva alla gola come un capestro… Il farmacista era più fidente. Un uomo di idee tanto avanzate credeva di non aver nulla a temere dal progresso. Nella storia dell'avvenire egli si vedeva riservata la parte più brillante.
Il signore attraverso alle esitanze ed ai terrori, indovinò il desiderio della sua piccola assemblea.
Si levò di tasca il foglio cabalistico che noi conosciamo, lo spiegò sulla tavola, e si fece a narrare la sua istoria.
E poichè la storia dell'Abrakadabra vuol essere molto lunga, e, osiamo sperarlo, molto interessante, noi la riporteremo tutta di seguito senza avvertire le pause, le objezioni, le piccole controversie suscitate dai fatti, e quegli accidenti di tempo e di luogo che non hanno da fare coll'azione.
Il signore narrò la sua istoria in diverse riprese. La sua fisonomia mutava espressione a seconda degli avvenimenti, o piuttosto a seconda delle momentanee disposizioni dell'animo. A volte grave e severo, a volte scherzoso e beffardo. I suoi entusiasmi erano brevi, intermittenti—si ammorzavano d'improvviso come se un lampo di incredulità gli attraversasse la mente. Rideva nel dipingere una scena di desolazione—declamava tragicamente una inezia. Quando i suoi ascoltatori parevano profondamente impressionati, egli si affrettava a distrarli con una digressione faceta, con un episodio puerile. Non sempre riusciva all'intento. Col procedere della narrazione, collo svilupparsi degli avvenimenti, egli prendeva pe' suoi personaggi immaginarii, un reale interesse. Finiva coll'amarli—e da ultimo, come il Dio della Genesi, si pentiva di averli creati.
Comprendete voi quest'uomo singolare?… Lo vedete?…
Ascoltate la sua istoria come egli ve la narra—meditando e ridendo.
CAPITOLO VII.
Dove conduce il principio di nazionalità.
A quell'epoca—parlo del 1977—l'Unione Europea(1) era un fatto compiuto.
Quante transazioni di idee e di principii, quante lotte della intelligenza e della materia, quanti dolori, quanti sacrifizii, quanto sangue, per riuscire al patto federativo di tutti i popoli di Europa!
Non per questo dobbiamo ritenere illogici gli sforzi del secolo precedente per determinare e circoscrivere le nazioni entro i confini segnati dalla natura(2) e dalla tradizione storica.
A prima giunta parrà assurdo. Ma l'idea di costituire l'Europa in una sola e grande nazione non avrebbe potuto sorgere nella mente dei popoli se il principio di separazione non si fosse preventivamente concretato.
La mente umana procede a gradi, ma non si diparte mai dalla linea retta.
Un po' di storia retrospettiva per intenderci meglio.
Vi fu tempo—quando le aspirazioni, che più tardi si chiamarono nazionali, si agitavano in embrione nella mente di pochissimi—vi fu tempo in cui l'Italia era patria ignorata per la massima parte degli Italiani.—Ciò che per l'Italia, ripetasi per la Francia, per la Spagna, per tutte le altre nazioni.
Da noi si diceva: milanesi, bergamaschi, lucchesi, aretini, faentini e via via.
Ci vedevamo di rado. Poco ci conoscevamo: disgiunti da naturali barriere, da pregiudizii ereditati, ci detestavamo per tradizione.
Si aprirono delle strade—le comunicazioni si resero più facili—il commercio mise a contatto queste popolazioni limitrofe, che per molti secoli si credettero antipode.—Oh che?… non siamo tutti fratelli?… Non si parla tutti la medesima lingua? E dopo una tale domanda, in un giorno di buon umore o di comune pericolo, i cittadini di Lodi e quelli di Bergamo, i cittadini di Arezzo e i Pistoiesi, i cittadini di Faenza e quei di Ferrara, si fusero in una denominazione più collettiva—Lombardi, Toscani, Romagnoli. Il Municipio si eclissò nella provincia—più tardi le grosse provincie assorbirono le minori—le mille divisioni si restrinsero a cento—e quando le cento divennero dieci, la parola italiani uscì finalmente dallo spirito del popolo, e da quel giorno l'Italia fu fatta.
Più tardi—(le proporzioni si dilatano, ma il processo è sempre uguale)—italiani, francesi, spagnuoli, portoghesi, quattro nazioni di indole omogenea e strettamente collegate da reciproci interessi, un bel giorno si accorgono di aver comune l'origine.—Chi siamo? d'onde veniamo? Meraviglia! stupore!… E dire che per tanti secoli ci siamo guardati in cagnesco, chiamandoci stranieri con reciproca diffidenza ed abborrimento! Noi siamo latini!—La parola è trovata.—Una razza distinta dai germani e dagli slavi—una razza che deve fare da sè, che deve fondersi, serrarsi in vincolo dissolubile…—Latini, tedeschi, slavi—ecco la nuova divisione che deve fondare il nuovo principio separatore, che deve condurci alla unità europea.
Le strade di ferro, il compiuto traforo del Cenisio, il telegrafo parlante, le locomotive aeree, ed altre facilitazioni di contatto fra popoli e popoli, affrettano necessariamente l'applicazione del nuovo principio. Dal 1884 al 1890 la questione di razza tiene agitata l'Europa, come trenta anni prima la questione di nazionalità.
Non intendo farvi attraversare tutta la storia di un secolo; ma l'incidente che venne a determinare questo nuovo progresso verso la fratellanza universale vuol essere accennato come una terribile minaccia alla diplomazia incongruente ed egoista. I popoli latini erano prossimi a fondersi. Convenuti i patti, accettati in massima dalle singole parti. L'iniziativa latina doveva necessariamente seguirsi dai tedeschi e dagli slavi, informati al nuovo principio. Che si tarda?… Come si spiega questa lunga esitazione? Dal 1888 al 1890, pel corso di due anni, eterni, fastidiosi, rovinosi, le tre razze si guardano, diffidenti e non osano fare il passo decisivo.
Che farà l'Inghilterra?—ecco la domanda che tutti si ripetono. Da qual parte vorrà mettersi l'Inghilterra?—Rimanere neutrale?… isolarsi?—non è possibile—Unirsi ai latini?—Gli antichi pregiudizii vi si oppongono.—Mettersi cogli slavi?—C'è troppa ruggine colla Russia.—Farsi tedesca?—Non c'è il suo tornaconto.
L'Inghilterra diplomatizza….. minaccia interventi… piega a destra… piega a sinistra… giuoca di ministeri e di note contraddittorie… oggi parla latino… domani sbuffa degli off tanto lunghi o si prova a belare degli oschi…! A forza di svolgere, di invertire, di avviluppare la questione, l'Inghilterra perde la bussola… non riconosce più la propria razza… minaccia di dichiararsi calmucca…
Tutta Europa rimane per due anni sospesa, aggirata dal vecchio manubrio di lord Palmerston…
Finalmente… la mattina del 20 agosto 1890… un dispaccio dell'Agenzia Stefani leva i popoli dall'ansietà, l'Europa dall'immenso fastidio…
Il dispaccio annunzia un terribile cataclisma già preveduto fino dal secolo precedente…
La grande isola Britannica, a forza di proteggere e di mantenere l'equilibrio di Europa, ha finito col perdere ella stessa il proprio equilibrio, e si è capovolta…, sommersa nell'Oceano!
I bastimenti a vapore partiti quella mattina dall'Havre per approdare alle foci del Tamigi, dopo breve tratto di mare, furono attratti da un flusso irresistibile e condotti a naufragare sovra un informe ammasso di carbon fossile e di balle di cotone, che il giorno innanzi si chiamava Inghilterra.
Questo avvenimento storico era troppo grave perchè io potessi pretermetterlo. E debbo aggiungere—a vergogna dell'umanità—che il raccapriccio dell'orribile cataclisma non fu espresso dall'Europa colla desiderabile ipocrisia. A Parigi e a Pietroburgo si fecero luminarie e fuochi di artifizio. La questione di razza era sciolta, e nel novembre 1890 divenne un fatto compiuto.
Che manca ora all'unificazione completa di Europa?—Un breve passo dell'idea.
Cessate di chiamarvi latini, tedeschi e slavi!—non siete tutti Europei? Perchè fantasticare una differenza di origine? Una è la terra che vi ha generati; identici i costumi, pari la civiltà. Per una vicenda di tristissimi secoli, invasori ed invasi, persecutori e perseguitati, rimescolati da cupidigie prepotenti, da odii ed amori nefasti, qual'è di voi che porti nel volto e nello spirito i caratteri originali della propria razza? La Provvidenza vi ha resi bastardi perchè un giorno abbiate ad abbracciarvi e chiamarvi fratelli. Qual marchio vi distingue gli uni dagli altri?… Come potete riconoscervi?—Al diverso linguaggio?—Ebbene: perchè mai questo epilogo di razze non potrà parlare la medesima lingua?… Si stabilisca una lingua per tutti—la lingua universale, la lingua cosmica!—e tutte le differenze spariranno.
Credereste?—l'idea della unificazione di Europa fu appena enunziata dai pensatori, che subito venne sancita dall'universale consenso.
Parimenti ben accetto fu il pensiero di creare una lingua cosmica; ma la scelta di questa lingua diede origine a fatali dissensioni.
I vecchi pregiudizii tornarono a galla—i puntigli si inviperirono—la lotta fu lunga e piena di fastidi.
—Inventeremo una nuova lingua?—A che pro, mentre tante ne abbiamo?
Perchè incomodare tutto il mondo allo studio di un nuovo dizionario?
Non è meglio servirci di una lingua già usata…, della francese,
per esempio, nota alla maggioranza degli Europei?
La questione fu deferita ad un congresso di filologi, i quali si adunarono a Berlino, e dopo tre anni di discussione, convennero nel proposito di creare la nuova lingua incominciando dal riformare l'alfabeto.
Quella decisione fu accolta in Europa con poco favore. Ma l'assemblea dei filologi stette dura! Erano molti, circa duemila, e caparbii.
Si accinsero in buona fede all'arduo lavoro. Si accapigliarono per ben cinque anni prima di decidere se il nuovo alfabeto avesse a cominciare coll'o piuttosto che coll'a. Millenovecentonovantanove oratori avevano parlato pro e contro. Quando l'ultimo inscritto si alzò per parlare in merito, una grossa bomba venne a cadere sul tavolo del presidente, e scoppiò con orribile fracasso.
Fuggirono tutti. Que' buoni filologi, nel calore della polemica, non si erano accorti che la razza latina e la razza tedesca trattavamo da due anni la medesima questione cogli argomenti delle bombe e delle cannonate.
I latini entrarono in Berlino la mattina del 10 gennaio 1925, e occuparono la città malgrado le proteste e le minacce di tutta la Confederazione germanica. Era fissato che quella occupazione militare affrettasse l'effettuazione delle nuove idee.
I preliminari della unione federativa delle tre razze furono stesi a Berlino. Quei preliminari, due anni dopo, nel 1930, ebbero conferma di un trattato definitivo, che fu steso a Parigi e firmato da duemila rappresentanti del popolo europeo eletti per suffragio universale.
I latini, preponderanti di autorità per le recenti vittorie delle armi, ottennero di far accettare la francese come lingua cosmica. Singolare è l'articolo che si riferisce a questa legge. La lingua francese viene accettata a condizione che, per l'uso universale, essa venga traslocata dal naso alla bocca, e purgata dalla blague.
La grande Unione non poteva costituirsi che sopra un sistema di discentramento amministrativo molto frazionato e molto libero.
L'Europa si divise in ventiquattro dipartimenti. L'Italia, suddivisa in quindici comuni di primo ordine o centrali, e centoventidue di secondo ordine, nel 1957 era considerata il più popoloso e il più civile dipartimento della Unione.
Chi mai avrebbe immaginato che un sì rapido sviluppo di intelligenza e di moralità, dovesse emergere da un impeto di collera popolare, da un avvenimento barbaro in apparenza, e con tal titolo riprovato dagli storici contemporanei?
Questo avvenimento—poichè ci accadde accennarlo—fu l'incendio e la distruzione di Roma, decretata da quel popolo stesso che pochi anni prima aveva eletta la città dei Cesari e dei papi a capitale del nuovo regno italiano.
Istallarsi in Roma, consenziente la Curia, benevolo il papa, voleva dire per il governo italiano abdicazione di ogni idea liberale, di ogni principio di moralità. Tardi ma in tempo lo compresero gli italiani. Quando ai banali entusiasmi della piazza, alimentati dal baiocco papalino; quando al sacrilego connubio delle mascherate e delle processioni, delle riviste e dei tridui, sottentrò la calma normale di una nazione che grande si crede, allora i disinganni cominciarono, il pericolo si annunziò minaccioso, il tradimento della Curia esalò putrido e nero dalle sentine cardinalizie. Il Parlamento invaso da canonici—il Senato una congrega di cardinali e di cappuccini corpulenti—le riforme del Codice affidate ad una Commissione di Domenicani!
L'Italia, più che mai aggravata dalla cappa di piombo simboleggiata; dall'Alighieri, dopo tanti fastidi e tante guerre per la conquista della capitale, ricominciò a cospirare per disfarsene.
La nuova cospirazione affrontò senza esitanza e senza scrupoli il dogma religioso. Rénan preso il posto di Mazzini. La Vita di Gesù Cristo divenne la Giovine Italia dell'epoca nuova.
Pio X vide gonfiarsi la marea della rivoluzione anticattolica, e tremò di esser l'ultimo dei papi. Assediato dalle riforme fin dentro le mura del Vaticano, mal trincerato negli antichi sofismi e inesorabilmente aggredito dalla logica universale, stolidamente pertinace, pertinacemente crudele, si avvisò di sommergere la idea in un oceano di sangue umano. E il Nerone dei papi non ebbe raccapriccio a pensare che, per riuscire nel suo immane proposito, l'eccidio di tutti gli italiani, di trentadue milioni di italiani, non avrebbe rappresentato che un impercettibile episodio dell'universale macello.
Ad esempio di un suo predecessore, del pari insensato ma meno cannibale, Pio X fuggì da Roma con poco seguito, lasciando dietro i suoi passi benedizioni e scomuniche derise. Ma fuori dell'Italia, segnatamente in Francia e nel Belgio, il gonzume cattolico prestò al pontefice un contingente di armati abbastanza numeroso. Tutto il pantano, tutta la feccia del sanfedismo fermentò per la nuova crociata. Ricondurre il papa a Roma fu l'ultimo grido della setta impotente.
Questo supremo attentato dei papi contro il progresso, quest'ultimo sforzo per estinguere nella umanità la ragione, il soffio di Dio, allarmò gli Italiani, e convertì la pazienza di lunghi secoli in furore disperato. Si distrugga Roma!—fu il grido di tutta Italia.—E l'Italia, stanca di preti e di atroci pregiudizii, era pronta ad incenerire le sue cento città, a suicidarsi in un ammasso di ceneri.
La città dei Cesari, la sentina dei preti, la capitale di un nuovissimo regno, il giorno 24 settembre 1888, non era più che un mucchio di macerie e di carboni.
Due idolatrie, la pagana e la cattolica, furono sepolte in quell'incendio per non lasciare alcuna traccia della loro esistenza. Gli ultimi torsi di Apollo e di Vesta si rovesciarono nell'amplesso degli scheletri santificati, delle carogne adorate. Le due superstizioni sprofondarono nell'immenso rogo, irridendosi, imprecandosi. Da quell'incendio una gran luce si diffuse per tutta la Italia, la luce della riforma. Al vangelo dei papi sottentrò il vangelo che grida all'umanità: siate fratelli!
Che poteva la reazione dopo una protesta sì imponente?—I crociati si perdettero d'animo. Pio X, vedendo la sua causa disperata, domandò asilo alla Francia. Voleva morire nel castello di Avignone. Ma la città che altre volte aveva assaggiato la mala gramigna, non volle saperne di calze rosse nè di chieriche. E certo avrebbe accolto a sassate il venerando corteo, se il papa ed i suoi, con opportuno consiglio, non si fossero arrestati in una città meno guasta.
L'ultimo papa finì i suoi giorni a Carpentras, come un vecchio mobile obliato nel solaio.
Nell'anno 1890 il governo italiano trasferì la sua sede a Napoli, che ebbe titolo di capitale del Regno. Ciò avvenne con grande soddisfazione di tutti. Un conte Ricciardi, che dietro un tal esito avrebbe consentito ad accettare il portafogli degli interni, morì per esuberanza di gioia.
Questa digressione sulle cose di Roma mi ha preso il tempo che io intendeva consacrare ad un quadro statistico di tutti i dipartimenti e dei principali Comuni della Unione Europea, nell'anno 1977.
Io vi prego dispensarmi da tale fatica. A chiarire gli avvenimenti che sto per narrare sarà più opportuno un rapido cenno delle leggi che formano la base della nuova Costituzione, delle istituzioni, delle opinioni politiche e religiose dell'epoca, degli usi introdotti nella vita pubblica e privata, delle condizioni morali e fisiche della nuova società, considerata nell'individuo e nelle masse.
Tutto ciò occuperà lo spazio di un breve capitolo.
CAPITOLO VIII.
L'avvenire comincia a beffarsi del presente.
Conciliare la più ampia libertà individuale colle maggiori guarentigie di sicurezza e di ordine pubblico, ecco il principio a cui si informano tutte le istituzioni politiche e sociali dell'Unione Europea.
Il secolo precedente disputava di forme. Monarchia costituzionale o Repubblica, tale il dilemma rappresentato da due frazioni ugualmente ispirate da liberalismo.
Le moltitudini si lasciavano imporre dalla parola senza badare all'essenza. Ignare di storia o dimentiche, non comprendevano che la tirannia può prendere tutti i nomi e inalberare tutte le bandiere.
Si discuteva, si pugnava per le apparenze, per le etichette, per il timbro delle carte pubbliche.
L'Unione Europea riflette quegli antichi assurdi nei mirabili risultati della sua tolleranza. I capi dei dipartimenti, e perfino i capi dei comuni si chiamano capricciosamente Gran Proposti, Sindaci, Presidi, Re, Imperatori, Capo-famiglie, Padri, Czarri, Sultani, Borgomastri, Consoli, Dogi, Centurioni, Pretori, Custodi, Moderatori, Gonfalonieri, Istromenti, Bani, Governatori, Commissarii, ecc., ecc. Tanto è vero che la nuova civiltà non fa caso dei nomi.
Le attribuzioni di questi Capi, comunque si chiamino, sono perfettamente identiche. Vittorio Emanuele III re del comune Dora, Berretta III gran proposto dell'Olona, Manin II doge di Venezia, Libeny II governatore di Vienna, Camillo Ugo presidente di Parigi, Carlo Bixio borgomastro di Genova, non sono che mandatarii del popolo, eletti per voto universale, incaricati di presiedere il Consesso degli Anziani o Padri di famiglia nelle adunanze Comunali. Vittorio Emanuele III, con titolo di Re, rappresenta il capo del dipartimento Italia, sebbene i proposti dei singoli comuni sieno affatto indipendenti da lui.
Tutti i proposti (usiamo questo titolo per intenderci) sono anche rappresentanti del comune nelle assemblee del dipartimento e nei congressi generali della Unione. Le assemblee parziali del dipartimento, per l'Italia, si tengono a Napoli nell'ultimo giorno di ciascun mese. I congressi generali si adunano a Berlino due volte all'anno, alla fine di ciascun semestre. I rappresentanti del popolo Europeo sommavano, nel 1976, a duemilasettecento quattordici.
Lo statuto della Unione ha per base la santificazione di un diritto naturale che l'umanità per lunghi secoli disconobbe; il diritto di esistenza. Ciascun cittadino di Europa, dal giorno della nascita fino al giorno dell'estinzione, è alloggiato, vestito, nutrito a spese del comune.