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A. GHISLANZONI

LA CONTESSA DI KAROLYSTRIA

Storia tragicomica

MILANO

A. BRIGOLA & C., EDITORI
Via Manzoni, 5

Proprietà letteraria.

Milano, 1883.—Tip. Pagnoni.

A SALVATORE FARINA

La nostra amicizia, che dura da anni, e che mai… Perchè mi trema la mano nello scrivere? Donde avviene che dopo aver messe là, sulla carta, una diecina di schiette parole, mi vien meno il coraggio di arrotondare il periodo per dichiararvi tutto l'affetto che vi porto?

Perdonate! Ho appena finito di leggere i due volumi del De-Amicis; due stupendi volumi, pieni di osservazioni vere e profonde, ma… ma… (la colpa non è dell'autore, è tutta mia) tanto affliggenti da produrre lo sgomento.

Eppure, noi siamo amici, io e voi.

Vi è forse dell'orgoglio, da parte mia, nel dichiararlo al cospetto del pubblico?

È possibile. Ebbene, sì! io vado orgoglioso della vostra amicizia; e voi, non ne dubito, vi compiacete della mia.

Ci amiamo noi per simpatia di età, di carattere, di inclinazioni, di gusti letterarî? Io sono un vecchio matto, voi un giovane serio ed assestato; io appartengo alla scapigliatura incorreggibile, voi rappresentate il modello dei cittadini, dei mariti e dei padri; io faccio della prosa per far ridere i buontemponi, fabbrico dei versi per far disperare i maestri, e voi scrivete dei romanzi squisitamente arguti, per educare gli animi a tutto che vi ha di gentile e di onesto; infine, voi recitate, sul palcoscenico della letteratura, le parti dignitose e sentimentali, io recito da caratterista e qualche volta da buffo.

Ed ecco, malgrado questa antitesi, io non mi prendo veruna soggezione a presentarvi e dedicarvi il più balzano, il più strampalato de' miei racconti. Perchè dovrei aver soggezione? Voi non siete di quelli che leggono da giudici i libri degli amici; voi riderete delle mie stravaganze, e mi manderete in ricambio qualche vostra gentile e melanconica novella, che a me, vecchio matto, farà versare delle lacrime soavi.

Dopo tutto, deve esistere fra noi due qualche affinità o consanguineità latente, la quale mi farebbe sospettare che discendiamo dal medesimo ceppo.

Sta a vedere, adesso, che ci troviamo parenti!…

Eppure… eppure… Vediamo un po'!—Voi timido, io timidissimo (come rideranno certi grulloni al vedere che io mi dichiaro timidissimo!); voi amante dei fiori e dei bimbi, io coltivatore di asparagi e di patate; voi schivo dalle combriccole, restio alle pompe insignificanti, alle adunanze accademiche, ai banchetti fraterni (Dio! quanto fraterni!)—io più orso che uomo socievole, più stretto al consorzio dei cani e dei gatti che a quello degli animali chiamati ragionevoli.

Ma non è qui il luogo di sviluppare il parallelo; ne parleremo fra noi a quattr'occhi, forse ne abbiam già parlato e abbiamo concluso affermativamente, senza darci la pena di profferire una parola.

Nullameno—poiché ci siamo—non voglio passarmela senza avvertire il tratto più incisivo di somiglianza che esiste fra noi.—Ed è questo: che essendoci entrambi, per elezione o per caso, applicati a cucinare e ad imbandire delle vivande per la mensa libraria, noi non abbiamo tenuto conto del menu prescritto dai cuochi massimi, e abbiamo dato, ciascuno, ciò che sapeva, e poteva, e voleva dare.

Voi avete recato sulle mense delle gelatine confortanti, delle pesche col rosolio, delle ciambelle leggermente pepate; io dei salsicciotti saturi di grosso sale, delle polpette ripiene di senape e di droghe mordenti. Il fatto rappresenta una antitesi, ma esso deriva da una identica convinzione.

Da circa vent'anni noi assistiamo ad uno spettacolo curioso. Lo si vuol intitolare evoluzione letteraria; e questa evoluzione, se ho ben compreso, vorrebbe indurre quanti sono nel mondo letterati ed artisti a modellarsi sovra un medesimo stampo. Per essere ammessi nella chiesa cattolica governata da codesti massimi centuplicati da tanti minimi, occorre assolutamente di farsi scimmie. L'arte si ha da fare così e così—e mentre si pretende disfare la vecchia rettorica e schiacciare il convenzionalismo, ecco insorgere una rettorica nuova più circoscritta e più gaglioffa dell'antica, un convenzionalismo stupido e barocco, che si arroga di mettere il bavaglio al cervello e di proscrivere la originalità.

Come sarebbe divertente la letteratura, se tutti i poeti emulassero i sonori giambi del Carducci, od il molle elegantissimo erotismo dello Stecchetti! se tutti i romanzieri spaziassero con voi nell'ambiente sereno della famiglia e della società onesta, ovvero si tuffassero, in compagnia dello Zola, dentro i pantani della corruttela e del vizio!

Io fo tanto di cappello al Carducci, trovo gustosissimo lo Stecchetti, delizioso De-Amicis, appetitoso lo Zola, squisitamente arguto il mio ottimo Farina; ma pure io mi riterrei assalito da un primo sintomo di imbecillità il giorno in cui mi sentissi tentato a posare da Carducci, da Stecchetti, da De-Amicis, da Farina e da quant'altri hanno l'onore di piacermi.

E voi pure la pensate così, non è vero? Voi volete esser voi, niun altro che voi, sempre voi, senza la menoma pretesa di crear dei proseliti o di erigervi a caposcuola.

Caposcuola! Che significa?… Victor Hugo lo fu, caposcuola—e nullameno, durante il suo patriarcato, quanti poeti, quanti romanzieri dissimili da lui grandeggiarono e ottennero la ammirazione del mondo! Qual parentela di indole e di gusto letterario tra Victor Hugo e Lamartine, tra Musset e Beranger, tra Dumas e Giorgio Sand, tra Flaubert e Alfonso Karr, tra Coppée e Zola? E in mezzo a tante altezze fosforescenti, non è riuscito ad aprirsi una via e ad occupare un largo posto anche quel buono e poco ornato romanziere che si chiamò Paolo De-Kock, tanto vilipeso dagli insigni e tanto letto dalle moltitudini?…

E da noi, in epoca recentissima, qual differenza tra Manzoni,
Guerrazzi, Giovanni Prati, Giuseppe Giusti, Guadagnoli, ecc., ecc.!!!

*

Dunque—per concludere—non c'è proprio bisogno di seguire un andazzo od una scuola. Meglio essere asini per alcuni pochi, che figurare da scimmie al cospetto del mondo intero.

E per oggi faccio punto. Quando verrete a trovarmi, ben altro avrò a dirvi su tale argomento, e voi mi direte il resto. Vi avverto che da due anni all'incirca i proseliti della gran scuola fanno un gran consumo di glauco; il biondo, lo scialbo, il grullo ed il brullo cominciano a scadere di moda. Tanto per vostra norma—perchè il giorno in cui vi accadesse in qualche vostra prosa di lasciar correre il glauco, io ne rimarrei grandemente allarmato.

Nella mia Contessa di Karolystria non c'è ombra di glauco, statene sicuro. Trovatemi un altro libro recente di prosa o di versi che sia immune da questo contagio!…

Vi stringo la mano cordialmente.

A. GHISLANZONI..

Caprino Bergamasco, 12 maggio 1883.

LA CONTESSA DI KAROLYSTRIA

CAPITOLO I.

Caracollando leggiadramente sulla groppa di una puledra maltese, in sul cadere di una splendida giornata di ottobre, la contessa Anna Maria di Karolystria traversava la foresta di Bathelmatt. La contessa, contando di arrivare a Borgoflores poco dopo il tramonto, era partita dal suo castello alle due del pomeriggio.

La città non era discosta, e la brava puledra, dopo quattro ore di marcia forzata, trottava ancora di lena colla foga baldanzosa dei suoi quattro anni.

Quand'ecco, al cominciare di un'erta, tre figuraccie da metter la terzana al vederle, sbucano all'improvviso dai grossi tronchi degli alberi.

—Alto là! grida una voce da toro.

Uno dei tre figuri pianta una grinfa tra le nari della cavalla; l'altro appunta una rivoltella al petto della vezzosa cavalcatrice; il terzo, afferrando la contessa al polpaccetto di una gamba, la trae con poco garbo di sella slanciandola a dieci passi dalla strada maestra.

Di là a dieci minuti, non rimaneva più nella foresta di Bathelmatt che una gentilissima figura di donna nuda, una formosa statua di alabastro vivente, che i ladri avevano spogliata di ogni superfluità signorile. Quei mascalzoni avean spiumata la contessa dei gioielli, delle vesti, delle lingerie, non rispettando che un bel paio di calzettine traforate e due elegantissimi stivaletti, armati di speroncini.

—Che buoni ladri! che ladri discreti!—Non calunniamoli. Se non presero tutto; se fuggirono col grosso del bottino senza darsi la pena di scalzare il più bel modello di caviglia che mai uscisse dalle mani della natura, gli è che al momento in cui si accingevano a tagliare i legacci, i tre briganti erano stati sgomentati e posti in fuga dallo scalpito di un cavallo accorrente. Un cavallo, che sopraggiunge di trotto verso il luogo dove fu consumata una aggressione, apparisce sempre, nell'ombrosa fantasia dell'aggressore, sormontato da un carabiniere.

Frattanto, la bella contessa era rimasta là…. ho già detto in qual semplice abbigliamento….

Dite un po', signorina, che fareste, se mai vi capitasse, e Iddio ve ne guardi, di cadere in una situazione identica a quella della nostra graziosa eroina?… Nuda come una Venere classica, nel mezzo di una foresta, ai lumi di un tramonto fosforescente, mentre un cavallo, probabilmente raddoppiato da un cavaliere, si avanza a galoppo concitato!…

Fuggire…. Via! si vede che non avete pratica di foreste. Non sapete che le foreste son piene di ginepri e di vepri, i quali rimano perfettamente e pungono anche maledettamente le carni?

Celarsi dietro un grand'albero, attendere che il cavallo e il cavaliere passino oltre…. Ma, poi?

Riflettete, carina; cioè, riflettiamo….

Nel caso della contessa non è in gioco soltanto la pudicizia…. Il giorno va imbrunendo…. tra un'ora farà notte… e una dama avvezza al morbidume dei lini non può adattarsi a dormire in un bosco. Se un lupo…. se un orso…. Che orrore!

Ma la contessa era dotata di molto acume pratico. Misurando in un lampo le eventualità della sua posizione, ella non tardò un istante a comprendere che quel cavallo, o piuttosto quel cavalcatore che moveva alla sua volta, era forse l'angelo di salvezza inviatole dalla provvidenza.

Innanzi tutto, pensò ella, vediamo di prendere un atteggiamento che ci permetta di presentarci ad un essere della nostra specie senza troppo compromettere la pudicizia!

Il terreno, come accade in ogni foresta al finire dell'autunno, era sparso di foglie. Lode. all'Altissimo! Non casca foglia che Dio non voglia!

E appena esalata la giaculatoria, la contessa adunò rapidamente colle sue braccia candidissime un bel mucchio di quella grazia di Dio piovuta dagli alberi, vi si tuffò, vi si sommerse, si rese invisibile.

—Opp! Opp! avanti dunque! È la prima volta che mi fai di questi scherzi, Morello! Opp! Opp!

È altresì la prima volta che Morello, il. bel puledro del visconte D'Aguilar, aspira colle sue ampie narici le esalazioni più o meno balsamiche di una contessa sepolta nelle foglie.

Il visconte, balzato di sella, prese a carezzare amorosamente l'ombroso animale, apostrofandolo coi più graziosi vezzeggiativi.

—È un gentiluomo! riflette la contessa, sollevando cautamente la testolina per sbirciare a traverso gli arbusti.

Ma il cavaliere, già entrato in diffidenza all'adombrarsi di Morello, udendo stormire le foglie, e parendogli che sotto quelle si disegnassero i contorni di una figura umana, fece l'atto di scompigliarle collo scudiscio.

Immaginate se la contessa potè star ferma!

—Alto là! gridò ella, dando un balzo, che mise allo scoperto il suo bel volto e le sue spalle di nitido alabastro; se voi siete, quale ognuno vi giudicherebbe all'aspetto, un gentiluomo ed un uomo di cuore, non avanzatevi di un passo; rispettate e proteggete una dama di alto lignaggio, che non poteva, voi lo vedete, cadere più basso.

Il visconte, immobile come un paracarro, guardava e taceva. Ma poichè la contessa gli ebbe narrati i particolari della disavventura che l'aveva tratta al mal partito,—Signora! esclamò egli coll'accento vibrato dei suoi impulsi generosi: io mi terrei il più sciagurato, il più vile dei mascalzoni se un pensiero che non fosse quello di compiere ogni maggior sacrificio per liberarvi dalla vostra falsa posizione, potesse formarsi nella mia mente. A me pare che la vostra necessità più urgente sia quella di mettervi in una veste meno scucita. Se non vi ripugna di indossare i miei abiti, io ve li offro; e al tempo istesso vi do parola che io non sarò mai per volgere gli occhi dal vostro lato fino, a quando voi non vi siate completamente abbigliata delle mie spoglie.

—Ma… voi… signore?…

—Non prendetevi pensiero di me. Affrettiamoci! Eccovi il mio soprabito… eccovi il mio gilet… i miei calzoni…

—Signore!… È troppo!… È una indecenza!… voi dimenticate di essere in presenza di una signora…

Ma il visconte, colla focosa inconsideratezza dei generosi che si sacrificano, in un attimo si era spogliato.

Frattanto la contessa, dopo essersi abbottonato sulle carni quanto poteva occorrerle di vestimento per scattare meno indecorosamente dalla nuvola di foglie dove si teneva rattrappita, drizzandosi della persona e facendo della mano una visiera agli occhi, ripigliava con accento mite e supplichevole:

—Via! poichè volete essere il mio angelo liberatore, fate, o signore, ch'io non sia costretta ad arrossire di aver accettata la vostra protezione! Mettetevi là… (e additava il giaciglio dal quale poco dianzi si era levata). Io non avrò mai coraggio di intavolare una seria conversazione con voi, se prima….

La contessa non ebbe tempo di compiere la frase, che già il visconte si era tuffato fino al collo nel fogliame, esclamando:

—Eccomi agli ordini vostri!

—Voi siete un gentiluomo modello! esclamò la dama coll'accento della ammirazione più enfatica; e in presenza di tanta abnegazione, di tanto eroismo, quasi mi sento umiliata di avere con tanta precipitazione accettato le vostre profferte.

—Signora, interruppe il visconte con voce rotta dai brividi, la notte incalza, il bosco è freddo, il letto punge, le lenzuola non sanno di bucato; convien dunque avvisare subito ai mezzi per trarci entrambi di imbarazzo. Montate sul mio cavallo e partite! In meno di un quarto d'ora sarete alle porte di Borgoflores. Nelle tasche del mio soprabito che indossate, v'è un portafoglio abbastanza colmo di banconote. Con quel denaro voi potrete, appena giunta a Borgoflores, procacciarvi un abbigliamento conveniente al vostro sesso. Appena ve ne sarete provveduta, voi non indugerete a rimandarmi i miei abiti a mezzo di persona fidata. Dalla sella del mio cavallo pendono due rivoltelle. Una per me, l'altra per voi. Va bene così?… Mi occorrerebbe ancora, per ingannare il tempo alla meglio, un buon sigaro di avana…. Nelle taschette del mio soprabito ne troverete di eccellenti… Favorite!… Mille grazie… Ora, non più indugi! Salite a cavallo, e partite di galoppo… Cioè… aspettate!… Sarei io troppo indiscreto, o signora, se osassi, prima che ve ne andiate, di informarmi del vostro nome?

—Eccovi la mia carta di visita… Oh! la smemorata…! Cercava la mia carta nelle tasche del vostro soprabito… Ebbene: io mi chiamo Anna Maria contessa di Karolystria.

Il visconte diede un balzo che proiettò sulla contessa una mitragliata di foglie.

—Avete pratica della cittadella di Borgoflores? domandò egli con qualche ansietà.

—Ci vado per la prima volta, signore.

—Ebbene, smontate all'albergo della Maga rossa. Spero fra un'ora di raggiungervi, e di ridere un poco con voi della strana ventura che mi ha procacciato l'onore di conoscere… personalmente una signora, la cui fama era già pervenuta a me sulle ali della pubblica ammirazione.

Di là a pochi istanti, perfettamente abbigliata e più che mai seducente sotto le flessuosità dell'abito virile, la contessa galoppava a briglia sciolta verso la cittadella.

CAPITOLO II

«Lo giorno se ne andava» e il visconte sepolto nelle foglie, lo zigaro in bocca, la rivoltella in pugno, attendeva colla fede del giusto, colla sicurezza del forte, l'ora della liberazione.

Le tenebre non erano ancora tanto fitte, che l'occhio non potesse discernere i contorni degli oggetti.

Un sordo calpestìo distrasse il visconte dalle erotiche fantasmagorie che lo cullavano in quel letto ancora pieno di tepori e di profumi femminili.

—Così presto! pensò egli, rizzandosi sui gomiti. No! è inverossimile… Non è scorsa mezz'ora dacchè la contessa è partita; impossibile ch'ella abbia già rimandato il mio cavallo e i miei abiti. E poi, soggiunse il visconte dopo aver ascoltato in silenzio, questo cavallo non batte la strada maestra… lo scalpitìo è ammorzato dalle eriche e dalle foglie… A buon conto, prepariamoci agli eventi!

Il visconte balzò in piedi, e appoggiandosi dietro un albero, prese di mira, per quanto gliel consentissero le tenebre, il quadrupede che si avvanzava alla sua volta.

Era una cavalla di purissima razza maltese, una cavalla che i nostri lettori hanno già visto comparire in questo racconto; era, affrettiamoci a dirlo, la elegante e baldanzosa puledra che poco dianzi aveva costeggiato la selva, portando in groppa la contessa Karolystria.

Il visconte, vedendo la bestia soffermarsi, emise dal petto un chi va là? che avrebbe fatto indietreggiare un esercito di dragoni.

Nessuna voce. La cavalla scalpitava e dondolava la testa fiutando il terreno.

L'intrepido visconte si slanciò, afferrò la bestia per le nari, e facendo scattare il grilletto della pistola, proferì una minacciosa intimazione.

—Cos'è dunque codesto carico di stoffe addossato alla sella? esclamò il visconte pienamente rassicurato di non avere a fare con malandrini.

Nulla più, nulla meno che un cumulo di stoffe; e i miei arguti lettori già indovinano che quelle stoffe erano le spoglie della contessa di Karolystria, il prezioso bottino di cui poco dianzi si erano impadroniti i briganti.

Ed eccovi in poche parole la spiegazione dell'enigma. Mentre si affrettavano verso il loro covo per dividere i gioielli e le vesti involate, i tre aggressori della contessa erano stati sorpresi da una pattuglia di carabinieri usciti in quel giorno stesso da Borgoflores a perlustrare la foresta. Si impegnò una lotta tremenda. Fuoco di qua, fuoco di là, fischi di palle, spezzature di crani, stramazzoni, capitomboli, urli di feriti, bestemmie di moribondi. Frattanto, la puledra della contessa, abbandonata ai suoi liberi istinti, avea ripreso il trotto per tornare sul luogo dove i malandrini avevano consumata l'agressione, e appunto era venuta a far sosta a pochi passi dal visconte.

Il visconte, rendiamo giustizia al di lui accorgimento, comprese in un attimo ciò che in tal caso era ovvio a comprendersi. Si accostò alla puledra, e accarezzandole il collo, le tolse di groppa la veste elegante di amazzone, il bizzarro cappello ornato di piume azzurre, tutti gli ornamenti, infine, e i gingilli preziosi che costituivano le spoglie della mal capitata signora.

In quel luogo, in quell'ora, sotto lo stimolo della brezza che gli crespava l'epidermide nuda, quegli indumenti muliebri erano pel visconte un soccorso della provvidenza. Senza indugiare, egli se li pose indosso,—gli andavano a meraviglia,—e dopo essersi abbigliato completamente, spiccò un salto, fu in sella, e via di galoppo alla volta di Borgoflores.

Quando il visconte giunse alla porte della città, le due sentinelle che stavano di guardia incrociarono le alabarde, e un grosso commissario di polizia, avvanzandosi, e trattenendo la cavalla per la briglia, intimò pulitamente al nostro gentiluomo in gonnella di mostrargli il passaporto.

Il visconte, leggermente turbato, riflette un istante e poi disse:

—È strano che in un paese tanto vantato pei suoi civili costumi, sussista ancora la barbara usanza di chiedere il passaporto ai forestieri che si presentano alle porte; più strano ancora che questa formalità vessatoria ed odiosa non venga almeno risparmiata alle persone del mio sesso.

—La società umana, rispose il commissario sorridendo, non rappresenta che un intreccio di stranezze.

Il visconte cacciò una mano nel taschino della gonnella, e trattone il portafoglio, presentò al commissario una carta di visita.

—Se questa può bastare…

—Vediamo!

Poi, con un risolino di soddisfazione, il commissario soggiunse:

—Non serve che la signora contessa ci fornisca altra prova della sua identità… Questa carta ci basta… Si compiaccia dunque di scendere da cavallo e di seguirci.

—Scendere da cavallo! seguirvi! Che vuol dir ciò? domandò il visconte sorpreso,

—Vuol dire, rispose il commissario pacatamente, che noi abbiamo ordine di mettere la illustrissima signora contessa di Karolystria in istato di arresto… E poiché voi, gentilissima signora, siete appunto la contessa Anna Maria di Karolystria, e i tratti del vostro viso, nonché la foggia e il colore del vostro abbigliamento rispondono perfettamente ai connotati che ci vennero trasmessi, così speriamo che di buon grado vorrete ottemperare alle nostre ingiunzioni, piuttosto che costringerci ad impiegare quei mezzi coercitivi…

—Parlate voi da senno! esclamò il visconte irritato; ch'io sappia almeno da qual parte è venuto l'ordine di arrestarmi.

—L'ordine è partito, rispose il commissario sorridendo, da una persona, che essendo legata a voi con nodi indissolubili, ci tiene molto al possedimento delle vostre grazie. Venite, signora! Vostro marito vi reclama, vostro marito non può vivere senza di voi. Ciò deve lusingare grandemente il vostro amor proprio di donna e compensarvi della lievissima pena che noi siamo obbligati ad infliggervi.

Il visconte riflette un istante:

—Questo equivoco, pensò egli, può tornar giovevole alla contessa; le darà il tempo di allontanarsi da Borgoflores e sfuggire alle vessazioni di un marito che la perseguita.

Egli scese da cavallo.

—Commissario, sono con voi! esclamò con piglio dignitoso; voglio sperare che l'ordine di cattura non si stenda a questa mia buona puledra, che ha camminato tutto il giorno, ed ha bisogno urgentissimo di fieno e di riposo. Vorreste voi, signor commissario gentilissimo, affidarla a qualcuno che si incaricasse di condurla all'albergo della Maga rossa?

Il commissario assentì.

Mentre un gaglioffo di doganiere afferrava il morso della puledra, il visconte gli si accostò con un pretesto, e facendogli scivolare nella mano una carta di visita, gli disse sottovoce rapidamente:

—Eccoti l'indirizzo di una dama… Silenzio!… discrezione! fra un mese sarai ispettore… fra un anno prefetto.

Il doganiere partì sbalordito, e il visconte, condotto dal commissario alla caserma delle guardie di pubblica sicurezza, venne rinchiuso in una cameraccia disadorna, a mala pena rischiarata dal fumo di un lucignolo moribondo.

CAPITOLO III.

Non era scritto nei fatti che il nostro gentiluomo in gonnella, dovesse passare la intiera notte in quell'antro di lupi polizieschi.

Infatti, trascorsi pochi minuti, i catenacci cigolarono, e il commissario ricomparendo sulla soglia annunzio con lugubre voce al detenuto la visita del conte Bradamano di Karolystria, elettore dell'impero e arcidecano del grand'ordine della Cervia Massonica.

—Il marito! pensò il visconte trasalendo; s'egli si avvede dell'equivoco, la contessa è perduta… Procuriamo di ritardare la catastrofe…

E mentre il conte Bradamano di Karolystria si avanzava con passo da tiranno, stampando sul suolo delle orme che spaccavano i mattoni, il nostro cavalleresco eroe cadeva in ginocchio a ridosso d'una seggiola appoggiata alla muraglia, e giungendo le mani in atto dì pregare, seppelliva in quelle le sue guancie rubiconde e paffute.

Il conte Bradamano pregò il commissario di ritirarsi, e facendosi più innanzi, investì il genuflesso con una occhiata fulminea. I suoi speroni mandavano un sinistro cigolìo.

La persona, che in atto di umile e desolata preghiera gli volgeva le spalle e le calcagne, non poteva che essere una donna colpevole. Il cappellino bizzarro a piume azzurre, la magnifica veste da amazzone stabilivano l'identità di quella dama. Quel cappellino il conte l'aveva donato a sua moglie nell'anniversario del malassortito imeneo. L'elegante ciarpa di raso, ricamata in oro, che il visconte teneva annodata al collo, ricordava al terribile marito un altro regalo da lui fatto all'indegna, in un lucido intervallo di tenerezza coniugale… Quella ciarpa gli era costata cinquecento rubli… Cappellino, amazzone, ciarpa, tutto concorreva a denunciare la perfida moglie… La contessa era là… L'occhio grifagno, l'artiglio adunco del marito le stavano sopra.

—Sciagurata! tu preghi? esordì il conte con voce sepolcrale…

Il visconte, compreso dalla stranezza quasi inverosimile della propria situazione, sprofondando la testa nelle mani, diede in uno scroscio di risa che sembrava una scarica di singhiozzi.

—E tu piangi! proseguì l'altro, ingrossando la voce…

La seggiola sulla quale il visconte era appoggiato, scricchiolava sotto gli scoppi delle sue risa irrefrenabili.

—Per chi preghi? Per chi piangi?… Ma alzati, dunque! Questi mattoni screpolati ti sciupano la gonnella… Dio! uno strappo!… due strappi!… Quante ammaccature sul cappello!… Un cappello che mi è costato seicento rubli!… Non importa… Oramai tu hai finito di smungermi… Le tue lagrime, le tue moine non fanno più breccia. Mi hai detto mille volte che ero un mezzo uomo; diverrò uomo tutto intero, e un uomo corazzato, per giunta. Non credere che io sia mai per ricondurti al castello dei miei padri. Se ho spedito dei telegrammi a cento città dello impero per ottenere il tuo arresto, l'ho fatto perchè pretendo, perchè esigo che tu mi renda il denaro e i gioielli che mi hai rubati. Mi hai tu capito, o femmina immonda? Il mio denaro, i miei gioielli, e poi il diavolo ti porti!

Le parole: denaro, gioielli, erano articolate su due note rauche e stridenti, che mettevano raccapriccio.

Il visconte, sempre inginocchiato colla testa sprofondata tra le braccia, studiava uno stratagemma per uscire da quella posizione che oramai cominciava ad annoiarlo.

—Ah! tu vuoi dunque che io ricorra ai mezzi estremi! riprendeva l'altro con voce più cupa; ebbene: tal sia di te; ma bada che questa volta ti lascerò il segno… Sai tu cosa significa la forza irresistibile? Rispondi, sciagurata, lo sai?… Or bene: te lo diranno gli avvocati, te lo diranno i giurati alla Corte di Assise… quand'io con queste mie mani, tramutate in artigli da pantera, ti avrò afferrata per il collo e strozzata come un pollastro…

E il conte Bradamano, cogli occhi iniettati di sangue, colla bocca spumosa e le narici frementi, già stava per slanciarsi a ghermire la sua vittima, quando il visconte, balzato in piedi lestamente, lo investì di fronte e gli applicò sulle guancie due schiaffi così poderosi, che avrebbero ammaccata la faccia della luna.

Il conte barcollò…

Tentò di avventarsi… voleva parlare… voleva gridare… ma le gambe lo reggevano a stento e la voce non gli usciva dalla strozza. All'impeto della collera era succeduta in lui una sincope di stupore.

Schiaffeggiato da una donna!… Un conte Bradamano, un elettore dell'impero, un arcidecano del grand'ordine della Cervia Massonica, che si riteneva inviolabile…!

E quella donna (oramai egli era in grado di giudicarne) non era sua moglie, bensì una incognita minacciosa e terribile, che aveva mostrato di saper picchiare più forte di lui.

Mentre i due antagonisti si sfidavano collo sguardo, il commissario di polizia entrò nella stanza, e inchinandosi rispettosamente, presentò al conte una lettera.

Lo scritto era umido ancora… i caratteri eran quelli della contessa di Karolystria.

Livido dallo stupore, il conte leggeva battendo i denti.

«Uomo brutale,

«È vano che tu mi insegua. Al momento in cui ti verrà consegnato questo scritto, io non sarò più in Borgoflores; la mia puledra mi trarrà lungi, ben lungi, ben lungi… Se vorrai prendere alla Maga rossa delle informazioni sulla mia partenza, ti converrà saldare i due conti che qui ti accludo, due conti da me liquidati e fatti iscrivere al tuo nome. Tanto per tua norma.

»ANNA MARIA.»

Sulle due noticine involte nella lettera stava scritto:

» Abito di moerro confezionato, con guarnizione
di raso e bott. di corallo L. 600 50

» Per rinfresco a due cavalli e
vino al doganiere » 3 50

» Candele steariche e servizio » 10 75

—Commissario, urlò il conte Bradamano, sbarrando gli occhi come un ossesso; per quante porte credete voi che una donna a cavallo possa uscire da Borgoflores?

—La cittadella ha dieci porte, rispose il commissario, e queste, salvo errore, servono tanto per l'uscita come per l'entrata delle persone d'ambo i sessi.

—Or bene: è necessario che sull'istante, da ciascuna porta escano due carabinieri a cavallo… Si tratta di inseguire mia moglie… avete capito, signor commissario?… mia moglie che mi tradisce, che mi deruba, che mi assassina nell'onore… Su, dunque! Che fate lì, con quell'aria da trasognato?… Se entro un'ora voi non riuscite a far trascinare quella perfida a' miei piedi, vi do parola che domani sarete dimesso dall'impiego e punito della vostra negligenza con ventiquattro giri di verghe.

Il commissario, punto atterrito da quelle minaccie, rispose colla massima calma:

—Vi prego, o signore, di riflettere che noi ci troviamo in presenza di una dama la quale venne testè arrestata sotto l'imputazione di essere vostra moglie. Come si spiega ora?…

—Se costei fosse mia moglie, disse il conte bruscamente, credete voi, uomo di poco senno, che io reclamerei l'intervento dei vostri carabinieri per arrestarla?

—Gentildonna, riprese il commissario indirizzandosi al visconte, quando noi, in ossequio agli ordini ricevuti, vi abbiamo intimato di presentarci il passaporto, voi ci avete esibito una carta da visita, affermando nello stesso tempo a viva voce di essere voi la contessa Anna Maria di Karolystria. Ora, come avete udito, l'eccellentissimo signor conte oppone un formale diniego alle vostre asserzioni…. Degnatevi dunque, o signora, di sciogliermi questo enigma. Sebbene nella condotta del signor conte io riconosca esservi qualche cosa di anormale e di inesplicabile, voi converrete, o signora, che anche il vostro contegno in questa imbrogliata vertenza non si presenta abbastanza corretto per escludere ogni supposizione meno favorevole alla vostra onoratezza.

Il visconte, che fin là era rimasto mutolo cercando una scappatoia per uscire da quella falsa posizione, atteggiando il volto a mestizia, con voce supplichevole rispose:

—Io vi ho dichiarato il mio nome, io vi ho presentato un documento, mio marito poco dianzi ha mostrato di riconoscermi. Signor commissario, ne attesto il cielo, ne attesto tutti i santi, io sono la sola donna che sulla terra abbia il dritto di chiamarsi Anna Maria contessa di Karolystria, Via, Bradamano! guardami bene… riconoscimi… Questo elegante cappellino ch'io tengo in testa… questa splendida ciarpa ricamata in oro… questa veste… questi gioielli… non rappresentano altrettanti pegni della tua generosità e del fervido amore che mi portavi in altri tempi?

Il conte guardava fissamente, cogli occhi gonfi di lacrime, e pareva affermasse con meccanico ondulamento del capo.

Poi, come riscuotendosi da una momentanea allucinazione, slanciossi col pugno alzato verso il visconte.

—In nome di Dio! esclamò questi riparandosi dietro le spalle del commissario, difendetemi da questo pazzo furioso!

—Pazzo! lo aveva sospettato… Venite, povera contessa… mettetevi in salvo!

Il conte, avventandosi con tutto l'impeto della sua rabbia, andò a stramazzare presso l'uscio che si chiudeva fragorosamente dietro i passi del commissario e del visconte,

—Maledizione! Maledizione! ruggiva lo sventurato, avvoltolandosi sul pavimento.

Frattanto, il commissario spediva al manicomio un avviso perché gli mandassero due guardie provvedute di una camicia di forza; e il visconte, rimasto libero, scambiate poche parole con un doganiere che lo attendeva alla porta, si dirigeva a passo concitato verso l'albergo della Maga-rossa.

Chi era quel doganiere? domanderanno i lettori meno perspicaci. Perché era là, appostato, ad attendere il visconte? Cosa si dissero in quel breve colloquio?…

Il doganiere era quello stesso (fate di sovvenirvene), al quale il visconte, al momento del suo arresto, aveva affidata la puledra perché la conducesse all'albergo della Maga rossa.

Il buon ragazzo, adempiendo scrupolosamente alla commissione ricevuta, aveva parlato colla contessa, e questa a sua volta lo aveva incaricato, se per caso gli fosse occorso di poter abboccarsi col visconte, di comunicargli colla maggior segretezza i suoi divisamenti.

Per tal guisa, il nostro gentiluomo venne a sapere che la bella signora di Karolystria intendeva partire quella notte istessa alla volta di Mirlovia; che giunta colà, essa avrebbe pernottato all'albergo del Pappagallo per proseguire il viaggio al mattino seguente; ch'ella aveva ripresa la sua puledra, lasciando il cavallo del visconte nella scuderia dell'albergo; che infine gli abiti del visconte erano stati rinviati alla foresta di Bathelmatt a mezzo di un guattero di buona volontà, del quale non si era più avuta contezza.

Raccolte queste informazioni, e promessa una larga mercede al doganiere, il visconte, come abbiam detto, correva alla Maga rossa; quivi giunto traeva dalla stalla il suo Morello, e senza mutare d'abiti, nel suo splendido abbigliamento da amazzone, montava in sella e partiva di galoppo sulle orme della bella fuggitiva.

Il visconte amava dunque la contessa? No. Il visconte amava le avventure, ed era anche (è tempo che i lettori ne siano informati) un enfatico propugnatore dell'emancipazione della donna.

CAPITOLO IV.

La pioggia imperversava; i lampi succedevano ai lampi; pareva che la vôlta del cielo stesse per crollare, bombardata da un esercito di diavoli.

Frattanto, in un modesto salottino al pian terreno, due preti sonnolenti ruminavano gli ultimi crostini di una cena ritardata. In quel giorno, i due preti avevan proprio lavorato da forzati: perocchè all'indomani ricorresse a Mirlovia il centenario della santa patrona del paese.

Figuratevi, dunque, se alla vigilia della grande solennità, il parroco e il coadiutore di Mirlovia dovean esser spossati!

—Peccato! esclamava don Fulgenzio, portando alle labbra un bicchiere di malvasia, questo tempaccio manderà sossopra le porte trionfali e le impalcature che abbiamo erette sul sagrato—Domattina ci converrà esser in piedi di buon'ora e rimetterci di lena al lavoro…

Ergo, andiamo a coricarci, rispose il parroco levandosi in piedi e stendendo la mano al candelliere. Son l'undici e trenta… Ho dato ordine al sacrista che venga a svegliarci alle cinque…

I due preti eran sulle mosse per salire alle loro stanze, quando alla porta della casa parrocchiale vennero bussati due colpi…

—Chi mai a quest'ora?

—Qualche disgraziato sorpreso dal temporale per via…. Don
Fulgenzio, andate ad aprire.

—Vi faccio osservare…

—Andate subito, don Fulgenzio! In una notte come questa sarebbe peccato negare ricovero, ad un cane.

Don Fulgenzio attraversò il porticato e andò a schiudere la porticella che dava sulla, via.

—Dio di misericordia!…. Venite, venite, povera signora! Si è mai veduta una creatura umana più maltrattata dalle intemperie?

Così esclamando, il coadiutore introdusse nella casa una figura animata che aveva tutte le apparenze di una bella e giovane dama, sebbene, allo scompiglio delle vesti ed alla concitazione dei movimenti, sulle prime la si potesse scambiare per un fantasma.

—Grazie! mille grazie, signor abate! esclamava a sua volta quel personaggio in gonnella, che, avanzandosi, lasciava dietro i suoi passi un rigagnolo.

Il parroco, uscito ad incontrare quell'ospite inaspettato, lo introdusse nel salottino, commiserandolo con parole e con sguardi ripieni di dolcezza evangelica.

—Il mio bisogno più urgente, disse il visconte (i nostri lettori lo avran già riconosciuto) è quello di spogliarmi di queste vesti dove sta raccolta tant'acqua da spremerne un mare. Con questa pozzanghera indosso, non posso fare un movimento, non posso sedere… Ah! l'ho scampata bella! Si è mai dato un acquazzone più micidiale? Io veniva da Borgoflores; il mio cavallo, spaventato dal fragore di un fulmine, mi avea balzato di sella… Ho dovuto proseguire a piedi sotto un diluvio dì pioggia, per una strada tramutata in torrente… Buon per me che all'ingresso del paese ho veduto del lume agli spiragli delle vostre griglie; buon per me che, bussando alla vostra porta, ebbi la consolazione di vederla aprirsi immediatamente e di trovar qui l'accoglienza più cordiale ed onesta! Dunque, miei buoni reverendi, non serve che io insista davantaggio…. Compite l'opera di carità, liberatemi da questo incubo di acqua piovana da cui sento a dozzine filtrarmi i reumi nelle carni e nelle ossa. Io spero bene di potere un giorno compensarvi…

—Calmatevi, gentildonna, interruppe il parroco con apostolica benevolenza; poiché il Signore Iddio e la beata Dorotea nostra patrona ci hanno voluto porgere una così bella occasiono di esercitare la carità e la fratellanza cristiana, noi soccorreremo con gioia al vostro infortunio, esclusa ogni idea di compensi terreni. Don Fulgenzio, conducete subito alla guardaroba questa donna sventurata! La nostra guardaroba, o gentildonna, non può fornirvi che degli abiti da prete; ma, tanto, per questa notte vi serviranno… Domani si penserà a far asciugare e stirare le vostre gonnelle; e voi potrete, o signora, colla benedizione di Dio, riposata ed incolume, proseguire il vostro cammino.

Il visconte, amantissimo, come sappiamo, delle strane avventure, all'idea di quel nuovo e bizzarro travestimento, provò un sussulto di gioia, e seguendo senz'altro attendere il coadiutore che lo precedeva col lume, salì con esso alle stanze superiori, dove il dabben prete, dopo avergli messo innanzi un copioso assortimento di braghe e di sottane nere, lo lasciò solo. Era don Fulgenzio uno di quei preti esemplarmente morigerati, ai quali sembra di commettere peccato mortale al solo gettar gli occhi sul collo ignudo di una donna.

In meno di un quarto d'ora la trasfigurazione del visconte fu completa. I due reverendi che lo attendevano nel salottino, al vederlo rientrare, non poterono trattenere un'esclamazione di meraviglia. Essi erano ben lungi dall'immaginare che una donna potesse con tanta dignità e disinvoltura portare l'abito sacerdotale. Il visconte avea le sembianze di un ingenuo e modesto diacono, che rientra dalla chiesa nella sacristia dopo aver celebrata la sua prima messa.

—Miei ospiti reverendi, disse il giovane coll'accento della più cordiale riconoscenza, in questi abiti asciutti e puliti m'è sembrato di rivivere. Ora, vi prego di non darvi altra pena per me. La notte è molto avanzata, andate a riposarvi. Io attenderò il mattino in questo salotto, dormirò sovrà una seggiola….

—Per verità, interruppe il parroco, saremmo stati imbarazzati ad offrirvi una camera ed un letto. Domani, per solennizzare il centenario della nostra santa patrona, deve giungere a Mirlovia l'arcivescovo di Rosinburgos, e noi, naturalmente, abbiamo già preparati i letti e addobbate le camere per alloggiare monsignore ed il suo seguito. Poichè non vi disgrada di passare la notte in questo salottino, vi prego di osservare che qui vi è un divano abbastanza soffice e pulito, dove potrete coricarvi. Buona notte, signora! Sulla mensa c'è del pane e del cacio, nel fiaschetto dell'eccellente malvasia; servitevi a piacer vostro! Noi siamo affranti dalle fatiche della giornata e abbiamo bisogno di dormire in pace qualche ora…. Che il buon Dio vi benedica e guardi noi tutti dalle tentazioni!

Amen! rispose don Fulgenzio, uscendo col parroco dal salottino.

E il visconte rimase solo a pavoneggiarsi nel suo abbigliamento da abate, in preda ad una esaltazione di ilarità, che mai l'uguale gli era accaduto di gustare nelle molteplici vicende della sua vita avventurosa e brillante.

CAPITOLO V.

La pioggia era cessata, le nubi si diradavano, e all'orologio del campanile battevano i tre tocchi.

—Non mi farebbe male l'adagiarmi per qualche ora su quel divano, pensava il visconte, dopo aver sorseggiato un mezzo bicchiere di malvasia. Alle cinque i miei reverendi ospiti saranno in piedi, ed io… Ma… ho ben inteso? Qualcuno ha bussato alla porta di strada… Due colpi ancora… Chi sarà il malcreato che ad ora sì avanzata della notto osa martellare con tanta ferocia la porta della casa parrocchiale?…

Balzò dalla seggiola, prese il lume, attraversò lesto lesto il porticato, fu alla porta, l'aprì, e il visconte si trovò di faccia un giovinotto, il quale teneva tra le mani un bambinello mal coperto di cenci, che strillava come una capretta…

—Chi siete? che volete? domandò il visconte, fissando nello sconosciuto il suo sguardo penetrante e sereno.

—Mi scusi tanto, rispose il giovine, se ho dovuto disturbarlo a quest'ora… Ma si tratta di un caso molto grave… Un disgraziato forastiero che questa notte ha preso alloggio all'albergo del Pappagallo, versa in grave pericolo di vita e reclama gli estremi conforti della religione. È necessario che vi affrettiate…. Una bella e pietosa dama, che ha prestato al poveretto le prime cure, mi ha raccomandato la maggior sollecitudine. Voi vedete dunque, monsignore reverendissimo…

—Io vedo, rispose il visconte al colmo dello stupore, un neonato che strilla; e tu mi parli di un moribondo!… Che istorie son queste?…

—In verità sono istorie da perderci la testa…. Mentre io bussava alla porta, ho sentito guaire sul lastrico questo marmocchio mal fasciato. Sulle prime ho creduto di aver messo il piede sulla coda d'un gatto… Ma poi… toccando… palpeggiando… ho dovuto convincermi…

—Sta bene! interruppe il visconte; tu m'hai l'aria di un buon figliuolo, ed io do fede alle tue asserzioni…. Questa povera creaturina abbandonata dev'essere il frutto di qualche amore illegittimo; fino quando non saremo riusciti ad emancipare la donna dalla doppia tirannia che la opprime, pur troppo questi casi dello snaturato abbandono della prole non cesseranno di riprodursi spaventevolmente ad obbrobrio della società umana.

—Ma…. signor mio reverendissimo… mi permetto di ricordarvi che il povero moribondo dell'albergo del Pappagallo… non aspetta che il passaporto per andarsene all'altro mondo.

—Là si muore… e qui si nasce! esclamò il visconte, dimenticando per un istante la sua compostezza da sacerdote per assumere l'atteggiamento di Amleto.—Là si muore… e qui si nasce! Prima di assistere al moribondo, è giusto che si provveda al neonato!

E dopo breve silenzio, il visconte si prese il marmocchio tra le braccia, e raccomandato al giovinotto di attenderlo un istante, rientrò frettoloso nella casa parrocchiale.

Puoi tu immaginare, o lettore, da quale farraginoso tramestío di pensieri, di speranze, di dubbi, di desideri e di paure andasse sconvolto, durante quel breve tragitto dalla porta di strada al salottino della parrocchia, il cervello del nostro brillante avventuriere?

Non era egli partito da Borgoflores per correre sulle traccie della vezzosa contessa di Karolystria, che a mezzo del doganiere gli aveva indicato il suo itinerario, e dimostrato il più vivo desiderio di rivederlo? Non dovea la contessa di Karolystria prendere alloggio a quel medesimo albergo del Pappagallo, che a lui si apriva quasi prodigiosamente alle tre ore dopo mezzanotte pei reclami di un moribondo? E chi era quel moribondo? E la dama che gli prestava amorosamente le ultime cure, non dovea, secondo ogni probabilità, essere la contessa di Karolystria? E quali ragioni poteva avere la contessa per vegliare al capezzale di un morente, dopo le tante peripezie e i tanti travagli della giornata trascorsa?

Tali le ansie, i dubbî, i desiderî. A sopracarico di questi, nella mente vulcanizzata del visconte si introducevano scrupoli e paure agghiaccianti.—Non era imprudenza e sacrilegio uscire nella strada in abito da prete, ingannando la buona fede di un uomo presso a morire, e ponendosi nella situazione di dover volgere in parodia gli augustissimi riti del sacramento? E quale indignazione nei due buoni reverendi che gli erano stati tanto larghi di cortesie, se all'indomani venisse a svelarsi l'indegno abuso ch'egli aveva fatto delle loro sottane venerande? E poi….. quel bambinello sudicio e ghiacciaio… uscito dalla terra come un rannocchio… E poi… e poi..,

Che volete, lettori garbatissimi? Gli uomini sono fatti così… Se in questo complicatissimo guazzabuglio non ci fosse entrata una donna, una bella e seducentissima donna, qual era (ve lo giuro sull'onor mio) la contessa Anna Maria di Karolystria, il nostro eroe avrebbe dato la sveglia ai due sacerdoti per informarli dell'accaduto, e avrebbe seguito una linea di condotta più conforme alla squisitezza del suo temperamento ed alle sue abitudini di perfetto gentiluomo.

In quella vece…

Osservate! Il bambinello testè raccolto sulla via ora giace adagiato sul divano del salottino. La Società per la protezione dei. fanciulli non ci troverebbe a ridire. Il visconte, prima di andarsene, non ha obliato di avvolgere il neonato in un nitido tovagliolo, al quale ha sovrapposto un soppedaneo per riparare dal freddo le gracili membra. Il lume è spento—le imposte sono ben chiuse—il bambino ha cessato di strillare—egli ha poppato un bicchiere di malvasia, e dorme saporitamente colle gotuzze iniettate di porpora.

Non mostriamoci dunque troppo severi nel giudicare la condotta del visconte. È ben vero che, per far buona figura nella città, egli si è messo in capo un bel cappello a triangoli: ma è forse detto ch'egli intenda di appropriarselo? Appena sbrigate le sue faccende al di fuori, non ha egli in animo di venire a riprendere gli abiti della contessa e di riconsegnare ai due buoni reverendi ciò che ad essi appartiene?

Via! le intenzioni sono ottime. Per conto mio, do piena assoluzione al visconte.

Ed ora, chi mi sa dire di quanti battiti vada pulsando il nobile cuore del nostro eroe dacché egli ha potuto scorgere, al chiarore della pallida luna, la desiata insegna dello albergo del Pappagallo?

Si arrestò sulla porta, perplesso, smarrito.

Il garzone che lo accompagnava, dovette spingerlo innanzi.

Entrarono—salirono al secondo piano—si diressero verso la stanza segnata col numero 74.

Il garzone bussò leggermente, la porta si aperse, e una bellissima dama…. (via! non facciamo misteri!) la contessa Anna Maria di Karolystria si presentò sulla soglia.

Era pallida, aveva i capelli in disordine, tremava… Pure, un occhio perspicace (il tuo, per esempio, o lettore) osservando con attenzione quelle sembianze, non vi avrebbe scorta veruna impronta di dolore.

—Troppo tardi, reverendo! esclamò la contessa avanzandosi di un passo verso il falso prete.—Il notaio fu più sollecito del ministro di Dio… Così, se lo zingaro Nabakak non ha potuto, prima di esalare l'ultimo sospiro, accomodare le sue partite coll'Essere supremo, egli ebbe però il conforto di veder raccolta e legalizzata la sua ultima volontà relativamente agli affari terreni. La vostra presenza, o sacerdote, sebbene tardiva, non riesce però inopportuna. Sarà bene che voi assistiate alla lettura del testamento che ora verrà fatta nella sala terrena dello albergo, acciò questo atto di volontà suprema, esercitato dal povero defunto in circostanze straordinarie e gravissime, acquisti maggiore autorità, e possa, all'occasione, venire appoggiato da testimonianze sotto ogni aspetto rispettabili. Signor abate, compiacetevi dunque di seguirmi!

Proferite queste parole, la contessa, dalla porta socchiusa, accennò al notaio di seguirla, e tutti discesero nella sala terrena, dove il padrone dell'albergo li attendeva.

—Signori: disse il notaio colla falsa intonazione di una mestizia rettorica; il forastiero alloggiato al numero 74 ha cessato di vivere poco dianzi nelle braccia dell'illustrissima signora contessa Anna Maria di Karolystria qui presente, dopo aver segnato di sua mano un codicillo contenente le sue ultime disposizioni. Vi prego, signore e signori, di prendere atto di questo documento. «Io, sottoscritto, nomino ed istituisco erede di ogni mio avere la signora contessa Anna Maria di Karolystria, la quale pietosamente mi ha assistito negli ultimi istanti della vita, e intendo che immediatamente dopo la mia morte, la suddetta vada al possesso dell'intero mio patrimonio, il quale, essendo in massima parte costituito di enti animati, verrebbe a subire un irremediabile deperimento qualora dovesse anche per poche ore rimanere negletto. Intendo però e voglio che del fenomenale individuo nominato Boo-bom-bomm, da me per molti anni condotto in giro ed esposto sulle piazze di Europa, dove per la sua straordinaria grassezza fu oggetto della universale ammirazione, la signora contessa di Karolystria non abbia a godere che l'usufrutto; e questo fino al giorno in cui alla suddetta venga dato, come io verbalmente le ho indetto, di riconsegnare a chi di diritto quei duecentoventitrè chilogrammi di carne viva, da me illecitamente posseduti e fatti oggetto di lucro. Dopo questo, raccomando la mia anima a Dio e impongo alla mia erede di far celebrare cento messe ad espiazione de' miei peccati.

» Segnato: NABAKAK.»

Durante la lettura di quel documento, la contessa non avea mai distolti gli occhi dal visconte. I tratti di quel volto aristocraticamente profilato, che tanto distonavano colle rozze e mal foggiate sottane del prete, richiamavano al di lei pensiero delle confuse reminiscenze. Ella si chiedeva, non senza un leggero turbamento, dove mai e in quale epoca della vita le fosse accaduto di vedere quell'uomo.

Il visconte, leggendo nel cuore della contessa, la guardava maliziosamente sorridendo, ciò che irritava davvantaggio la di lei curiosità di donna galante e capricciosa.

Nessuno degli astanti, il grosso albergatore compreso, si avvisò di constatare se il testamento, dichiarato olografo dal notaio, fosse redatto nei termini e modi dalla legge prescritti. La eredità di un povero saltimbanco non fa gola a nessuno; e poi… (questa osservazione prima di me l'avranno fatta i lettori), essendo il massimo capitale del legato costituito da un ammasso di carne vivente, da un individuo che pesava duecentoventi chili e altrettanti chili di commestibili poteva divorarsi in una settimana, l'affare, sotto le apparenze più grasse, era da ritenersi magrissimo.

La contessa, dopo aver congedato il notaio promettendogli di recarsi quel giorno istesso al suo studio per adempiere alle ultime formalità dell'atto, pregò l'oste e i camerieri che eran stati presenti alla lettura, di volerla per un istante lasciare sola col prete. La sala in un attimo fu sgombra—il visconte e la contessa si trovarono di fronte.

—Voi comprenderete, diss'ella guardando fissamente lo strano sacerdote che le stava dinanzi col viso compunto e in atteggiamento sommesso—voi comprenderete, reverendo signore, quali ragioni mi obblighino a trattenervi meco un istante, mentre oggi avete tanto da fare in chiesa. In questa casa c'è un morto; nella mia qualità di ereditiera io debbo provvedere alle esequie, e voglio che queste sieno celebrate splendidamente. Circostanze dolorose, stranissime, quasi inverosimili, hanno condotta la contessa Anna Maria di Karolystria, che vi sta innanzi, nella situazione di dover fare assegnamento sul credito del suo nome e della sua alta posizione sociale per ottenere l'esonero dalle anticipazioni richieste dalla Chiesa e dal Municipio per le funebri pompe. Vi parlo schiettamente, signor abate…. Al momento io mi trovo affatto sprovveduta di denaro, nè saprei, in questa umile borgata, dove trovarne. Prima di indirizzare le mie suppliche al Municipio, io mi rivolgo a voi, a voi, ministro di Dio, e membro del capitolo… Fra dieci, fra otto giorni io sarò in grado di rimborsarvi—al momento, ve lo ripeto, sono povera come Eva appena uscita dalle coste di Adamo.

Un uomo di poca levatura, meno atto ad assaporare gli squisiti diletti di una bella situazione drammatica e di un equivoco piccante, al posto del visconte si sarebbe sfasciato in una grassa risata; ovvero, dandosi prontamente a conoscere, avrebbe precipitato lo scioglimento del duetto con una di quelle cabalette che mettono la febbre ai vagneristi.

Da quell'uomo di gusto che egli era, il falso abate rilevò il capo, e posando dinanzi alla contessa in atteggiamento da Levita crucciato:—Signora, le disse, se ciò che voi asserite è la verità, come potrete voi render conto al tribunale del supremo Giudice, alla banca dell'Eterno cassiere, delle trecento cedole da lire venti che ieri sera all'albergo della Maga-rossa erano ancora nel vostro portafoglio, o meglio, nel portafoglio del visconte Daguilar, vostro salvatore ed amico?…

—In nome di Dio! chi siete voi? gridò la contessa arretrando.

—Chi son io! rispose il visconte, passando dal solenne al patetico con una modulazione degna di Salvini—l'ingrata, non mi riconosce! Io sono uno, che per due ore ho respirato, ho palpitato, ho sofferto i più atroci brividi dentro le vostre gonnelle….

—Stelle del firmamento!

—E voi, signora? non avete voi pure la scorsa notte galoppato sul mio
Morello e sudato per un'ora nella mia giacca elegante di stoffa di
Bristol?…

—Voi siete… dunque!!!…

—Sì, contessa, proruppe l'altro gettandosele ai piedi e abbracciandole le ginocchia con trasporto—io sono il visconte Daguilar… io son quel desso che nella foresta di Bathelmatt, agli incerti crepuscoli della sera, ho potuto ammirare di sbieco i contorni di una Diana nuotante nelle foglie…

—Tacete! alzatevi, uomo incomparabile!… Dio!… Ciò che mi accade è così strano… così fuori dell'ordine naturale… Se sapeste quanto desideravo di rivedervi!… Ma… ditemi… come avviene che io vi trovo qui? Perchè indossate quell'abbigliamento che sì male vi si attaglia? In verità, la sarebbe da ridere, se di ridere fosse capace una donna, agitata, qual io mi sono, da avvenimenti e da preoccupazioni sì gravi, da soperchiare ogni frivolo istinto.

Il visconte, ripresa la spigliatezza della indole sua cavalieresca e brillante, narrò succintamente alla contessa quanto gli era accaduto dacchè si erano separati. Immagini il lettore se quel racconto venne ascoltato con meraviglia e commozione!

—Visconte! esclamò la contessa stendendo al giovane la sua bella mano diafana e sottile—la vostra avventura è davvero singolarissima; pure, se io avessi a narrarvi le strane sorprese a me toccate dacché giunsi in questo albergo, voi rimarreste, pel restante dei giorni che il buon Dio ha segnati alla vostra esistenza, colle ciglia inarcate, Ma questo non è luogo dove si possano senza pericolo rivelare certi segreti… Qualche briccone potrebbe spiarci…. Ascoltate! le campane suonano l'Angelus… a momenti la chiesa sarà aperta ai fedeli… Là potremo rivederci e stabilire i nostri patti d'alleanza offensiva e difensiva… Andate! precedetemi!… fra dieci minuti prometto raggiungervi…

—Ma, vi pare, contessa! con questo abito da prete!…

—È l'abito che conviene all'ambiente.

—E le vostre superbe vesti rimaste nella casa del parroco?…

—A me non preme di riaverle, e il buon prete si terrà soddisfatto del cambio.

—Ma il vostro portafoglio… il vostro orologio…

—Miserie che appartengono al passato. Fra il mio passato ed il mio —avvenire da questo momento si apre un abisso.

—Contessa di Karolystria, vado ad attendere i vostri ordini.

E il visconte, fatto un inchino sbilenco da prete digiuno, usciva dignitosamente dall'albergo per avviarsi alla chiesa, mentre la contessa in preda ad una esaltazione indescrivibile, soffermandosi al banco dell'oste ordinava una colazione di ventiquattro bistecche guarnite di dieci chili di patate fritte.

Quella colazione era destinata a Boo-boom-bom, l'uomo più grasso del mondo, sul quale, in seguito al legato dello zingaro Nabakak, la contessa cominciava ad esercitare i suoi diritti di usufrutto.

CAPITOLO VI.

I rosei crepuscoli del mattino annunziavano una splendida giornata.

Nessuno de' miei lettori avrà il cattivo gusto di esigere che io descriva la chiesa di Mirlovia. Chi desidera vederla si rechi sul luogo; il viaggio non è lungo, e la spesa in proporzione. D'altra parte, i fatti che io vo narrando sono abbastanza interessanti e straordinarî perchè io sia dispensato dallo adornarli di frangie rettoriche.

La contessa non indugiò molto a recarsi sul luogo del convegno, dove il visconte lo aveva preceduta.

La chiesa era quasi deserta, debolmente rischiarata dalla luce funerea che traspariva dai finestroni colorati.

—Innanzi tutto, cominciò la contessa, io debbo chiedervi mille scuse… La sorpresa del rivedervi così inaspettatamente, e sotto quelle vesti, mi ha impedito poco dianzi di esprimervi con parole adeguate la mia riconoscenza. Voi mi salvaste la vita; avete fatto di più, mi avete sottratta al peggiore dei supplizi, quello di ricadere negli artigli di un marito che abbomino. Il caso mi porge i mezzi di offrirvi un compenso…. Sareste voi tanto gentile da accettare la tenue somma di cinque milioni di ducati che io metto a vostra disposizione?

—-Avete… detto…?

—Cinque milioni di ducati, nè più, nè meno.

—La somma è rotonda, ed io l'accetto.

—Sta bene. Ma v'è una condizione…

—Indovino. I cinque milioni di ducati, se è vero ciò che mi dicevate ora è poco delle vostre momentanee strettezze, non esistono che nella vostra fantasia,

—No, vi ingannate. I milioni esistono, i milioni son là, accatastati in uno scrigno, del quale io tengo la chiave. Ora, questa chiave, o visconte, io l'offro a voi… Ve la offro a patto di un ultimo favore, di un ultimo sacrifizio.

—Contessa! la mia vita… il mio sangue….

—No, non si esige tanto, mio bel cavaliere—Ciò che io vi domando è di darmi una mano a salire il primo gradino di un trono.

—(È pazza!) Se ho ben compreso, o signora, il modesto titolo di contessa vi è venuto a noia, e voi aspirate a mutarlo in quello di regina.

—Per lo appunto; ammiro il vostro acume. Ma voi comprenderete parimenti che, per diventare regina, è necessario ch'io sposi un re…

—Lo troveremo…. Converrà affrettarsi a cercarlo, prima che i nichilisti se li mangino tutti.

—Il re è trovato.

—Dunque… che si aspetta?

—Posso io sposare un re, se prima non rimango vedova?

—Avete ragione, non ci avevo pensato.

—Come vedete… è necessario che l'altro muoia…

—Ciò potrebbe accadere… Quasi tutti siamo mortali…

—Ciò deve… accadere, mi capite? E questo è appunto il favore….

Su questa reticenza, la contessa proiettò dai suoi occhioni neri e fosforescenti una scarica di elettricità che trapassò il visconte dal petto alla schiena.

—Ciò che voi mi chiedete, o signora, disse egli con una vibrazione di accento che esprimeva l'indignazione e l'orrore del delitto; ciò che voi mi chiedete, o signora, sarebbe dunque un… assassinio?

La contessa impallidì, e sommessamente, nel timore di avergli recata offesa:

—Signore, disse al visconte, ciò che io intenderei di proporvi non sarebbe un delitto… a meno che voi non giudichiate delitto una provocazione seguita da uno scontro ad armi uguali, in presenza di testimoni, con tutte le regole della più perfetta cavalleria.

—Il duello non rappresenta in molti casi che un surrogato dell'assassinio, rispose il visconte con una intonazione di mestizia che rivelava il pensatore umanitario sotto la scorza del gentiluomo. Pure, o contessa, trattandosi di favorire i vostri alti disegni, io non esiterei ad assumermi il mandato di trapassare con una buona lama di fioretto l'addome dell'importuno compagno de' vostri giorni, se una tale cerimonia non mi apparisse superflua. Per diventare regina, per sposarvi ad un re, non vi occorrono, o signora, dei fatti di sangue. Narrandovi la scena accaduta a Borgoflores fra me ed il conte, vi ho detto che questi è rimasto nelle grinfe degli aguzzini del manicomio… Al momento in cui stiamo parlando, egli è forse là…. ad ululare disperatamente nelle strettoie di una camicia di forza… Ora, voi sapete, o contessa, che il nostro codice accorda piena facoltà di divorzio nel caso in cui uno dei coniugi sia affetto da pazzia incurabile. Il manicomio e la camicia di forza, non dubitatene, contessa, in meno di due giorni condurranno vostro marito al delirio furioso. Il sistema di cura è infallibile, nè farà eccezione in questo caso. Io riparto oggi stesso per Borgoflores, fo constatare dai medici la pazzia del conte, vi riporto il documento; voi presentate subito la vostra domanda di divorzio e fra dieci o quindici giorni…

—Libera! libera! libera! esclama la contessa, battendo le palme. E obliando di trovarsi in una chiesa, in presenza di un uomo che aveva tutte le apparenze di un sacerdote, spiccava dei salti da capriola in amore.

Ahimè! come brevi e fallaci sono le gioie umane! (Frase vecchia, ma sempre opportuna, sempre efficace nelle transazioni del sentimento). Ed ora—come preparare il lettore alla nuova sorpresa?

La contessa, che stava quasi, nell'impeto della riconoscenza e della gioia, per slanciarsi al collo del visconte, arretrò improvvisamente mettendo un grido di terrore.

—Guardate là… là!

Il visconte corse coll'occhio ad una delle porte laterali della chiesa
e vide… non vide soltanto… ma riconobbe il conte Bradamano di
Karolystria, grande elettore dell'impero e arcidiacono della
Massoneria della Cervia, che a passo lento si dirigeva alla sua volta.

—Come salvar la contessa? pensò il giovane rabbrividendo.

Ma la contessa era già in salvo. Prima che egli si volgesse a cercarla collo sguardo, ella si era involata per una porticiuola bassa, che metteva al campanile. Imaginate con quanta lestezza si slanciò sulla scaletta e raggiunse la cima della torre quella donna energica e leggera, creata per salire!

Come avviene, chiederà qualcuno, che il conte Bradamano apparisca ora nella chiesa di Mirlovia, mentre la sera innanzi, a Borgoflores, il commissario superiore di polizia aveva dato ordine di tradurlo al manicomio?

Nulla di più naturale. Si è forse detto che gli ordini venissero eseguiti? Non è più verosimile che il conte, vedendosi al mal partito, abbia dato tali prove di assennatezza e di calma, da indurre il commissario a lasciarlo andar libero, fors'anche a chiedergli scusa dei rigori inconsulti?

Quanto al fatto della venuta a Mirlovia, basti sapere che il conte, appena uscito a Borgoflores dalla caserma dei poliziotti, si era abboccato con quel medesimo doganiere che aveva poco prima recati al visconte i messaggi della contessa. Quel mascalzone, poco soddisfatto delle laute rimunerazioni a lui promesse, per un bicchiere di rataffià aveva tradito il segreto, rivelando l'itinerario e il punto di convegno stabilito fra i due fuggiaschi.

Dopo queste spiegazioni franche e leali, io vi prego quanto so e posso, miei buoni lettori, di non volermi più oltre interrompere. Quella ch'io vo narrando non è storia verista, è semplicemente storia vera: e il vero sfida ogni obiezione, si impone ad ogni criterio.

Dunque… come si è detto…

Ci siamo… Il conte Bradamano si avanzava a passo misurato, guardando a destra ed a manca, esplorando gli intercolonî e le nicchie.

I suoi occhi bigi nuotavano entro due solchi azzurrognoli. Il suo volto pallido, quasi terreo, da marito vilipeso, non rivelava turbamenti profondi, non esprimeva sinistri disegni.

Appressandosi al falso prete, fece un inchino da borghese credente, e a voce bassa, con accento mansueto gli disse:

—Se non vi recasse troppo disturbo, io vi pregherei, monsignore, di voler ascoltare la mia confessione.

Il visconte, per darsi tempo di riflettere, non proferse parola.

—Avete inteso, monsignore? replicò l'altro con una intonazione di voce più vibrata—vorrei mettermi in grazia di Dio, e imploro a tal uopo l'assistenza di un ministro del culto.

Il visconte, che aveva riflettuto, senza venir a capo di indovinare dove si fosse nascosta la contessa, assentì con un cenno del capo, e veduto a poca distanza un confessionale, a quello si diresse, invitando l'altro a seguirlo.

Destino! Destino! Chi oserà più mai in presenza degli avvenimenti che qui si narrano, chi oserà, ripeto, negare la tua potenza, tanto più terribile, quanto più occulta? Io so che di questa apostrofe al fato (da taluni chiamato anche dito di Dio) non va esente verun romanzo dell'epoca antica e moderna; ma, qual sarebbe, senza il fato o il dito, la logica dei romanzi?

Non sa di miracolo ciò che noi vediamo? Quei che la sera innanzi se ne stava prostrato in atteggiamento di vittima, ora siede da giudice sulla cattedra del tribunale di Dio, mirando a' suoi piedi genuflesso colui che poche ore prima avea minacciato di schiantarlo. Imponiamo alla nostra meraviglia, e porgiamo orecchio alla confessione del conte.

—Dall'ultima volta ch'io mi accostai al tribunale di penitenza, cominciò il penitente con voce contrita, io non credo aver commesso verun di quei peccati che la chiesa dichiara mortali ma, in seguito ad alcune recenti peripezie, io mi sento oggi trascinato, ed ho anzi deliberato di compiere un enorme delitto.

—Vuol uccidere la moglie, pensò il visconte; è bene ch'io ne sia prevenuto.

—Uno di quei delitti, proseguì l'altro, che tanto più sgomentano le timide coscienze, in quanto non vi abbia speranza, una volta che sieno consumati, di ottenere l'assoluzione di Dio. In una parola, io avrei deliberato di togliermi la vita.

—Meno male! esclamò il visconte—ciò calzerebbe a meraviglia….