NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dellʼopera originale. Lʼimmagine è posta in pubblico dominio.

A. GHISLANZONI.


LʼARTE DI FAR DEBITI

DI

ROBOAMO PUFFISTA

COGLI ULTIMI COMMENTI

DI

ZEFFIRINO BINDOLO

MILANO

EMILIO QUADRIO, EDITORE

1881


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RAGIONE DELLʼOPERA

Io, Roboamo Puffista, barone senza stemma, cavaliere di tutte le industrie, gran croce dellʼordine dei Nullatenenti, dottore di scienza occulta, nato a Londra, battezzato a Parigi, educato a Costantinopoli, assente da tutte le città del globo e inquilino perpetuo della ignota dimora;

Trovandomi oggimai ridotto allʼestremo passo della vita, e sapendo per certi dati di dover tirare lʼultimo fiato innanzi alla scadenza delle mie ottocento ventiquattro cambiali girovaghe, firmate per la massima parte con nomi di fantasia; Non possedendo, pel momento, altri fondi per soddisfare a miei impegni cambiarii che quattro marche da giuoco e dodici bottoni del mio quondam cappotto da guarnazionale;

E volendo, dʼaltra, parte, chiudere gli occhi senza rimorsi, e lasciare, in mancanza di altri capitali, un nome onorato e benedetto, sicchè la maggioranza della umanità mi protegga, dopo morte, dalla malevolenza e dalla calunnia dei miei vili creditori, i quali, come risulta dalle recenti statistiche della popolazione del globo, non cessano di rappresentare una minoranza impercettibile:

Ho risoluto, come risolvo, di tramandare ai posteri un breve opuscolo che si intitola lʼArte di far Debiti, già ideato a Parigi nei miei primi ozii di Clichy, abbozzato a Milano durante la mia involontaria permanenza in un piccolo appartamento della via di SantʼAntonio, e ridotto a purgata lezione in questi ultimi giorni di domicilio coatto impostomi dalla malattia.

Questo opuscolo è la sintesi di tutta la mia vita, il riepilogo di tutte la mie grandi esperienze; è un immenso patrimonio che io trasmetto alla umanità tutta intera—Quandʼanche i miei creditori (gente di dura cervice!) non volessero, o fingessero di non riconoscere lʼimportanza del mio libro,—io mi tengo certo che la parte meno pregiudicata dal mio sistema economico gli farà buon viso.

Io muoio in unʼepoca di grande progresso—io scomparisco, dal mondo mentre è già prossima la maturità dei tempi, in cui lʼuniverso non rappresenterà che una immensa gabbia di... debitori.

La sentenza è paradossale—ma io tengo per fermo che fra una diecina dʼanni, la specie dei creditori avrà cessato di esistere, e al mondo non vi saranno che debitori.

Una chiaroveggenza divina irradia lo spirito dei morenti—io leggo nellʼavvenire... io prevedo la grande epoca del deluto universale.

Sulle piazze si erigono delle cataste.... Da quelle cataste..... sporgono dei volti umani... dei ceffi raggrinzati e defformi... dei nasi cogli occhiali... delle bocche immani da usurai che digrignano i denti...

Sapete cosa sono quelle cataste?—sono a milioni di migliaia le cambiali in protesto del genere umano—sono cartelle del debito pubblico, cartelle di prestiti municipali, azioni di strade di ferro e di canali—libri mastri di caffettieri e di sarti—note di brugnoni e di modiste...

Qualcuno ha messo il fuoco a quelle cataste.., Vedete le orribili fiamme! udite le strida feroci!...

Copritevi gli ocelli! turatevi gli orecchi!—è il credito che brucia—sono gli ultimi creditori che spariscono dalla faccia del mondo...

Frattanto—in attesa che i tempi maturino—vediamo, o puffisti fratelli, di scongiurare, per quanto è da noi, le calamità presenti.

Questo libricciuolo, che ben a ragione potrebbe intitolarsi il libro dʼoro, in quanto esso insegni a cavar il prezioso minerale da quella silice dura che è il credito moderno, incontrerà senza dubbio lʼuniversale favore e raccomanderà il mio nome alla perpetua riconoscenza dei posteri.

Dopo ciò lettori puffisti, non mi resta che ad invocare il genio del puff e pregarlo acciò vi tenga sempre nella sua santa custodia.

Roboamo Puffista.


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CAPITOLO PRIMO.

Massime generali.

Per intenderci senza spreco di parole, innanzi tutto convien adottare un vocabolo pel quale si rappresenti con esattezza matematica quel personaggio singolarmente favorito dalla natura e completato dalla scienza e dalla pratica sociale, che si propone di passare lietamente la vita a spese del credito pubblico e privato.

Il mio cognome può servire a tal uopo. Lʼuomo che intende vivere per il debito, che si sente chiamato a questa sublime missione di rigenerare lʼumanità col sistema delle imposte involontarie, si chiami dunque puffista. Accordando il nome di puffisti a questa grande e nobile specialità della razza umana che fra poco avrà cessato di essere una specialità per divenire una imponente maggioranza, io sono certo di raccomandare me stesso ad una fama imperitura!

Ho emesso, senza avvedermene, un grandioso concetto, che esige una pronta spiegazione per farsi comprendere agli intelletti meno arguti. Ho detto che il puffista è chiamato a rigenerare lʼumanità col sistema delle imposte involontarie.

Non è mestieri che io vi faccia notare quanto sia orribile, assurda, contraria agli intendimenti della natura quella legge che obbliga lʼuomo a pagare il diritto dellʼesistenza coi più vili metalli, collʼoro, collʼargento, col rame coniato.

Lʼuomo!.... questo re del creato, questa nobile personificazione della intelligenza, fatto ad immagine e similitudine del creatore—questo padrone di tutta la natura animata ed inanimata—questo Dio della terra e dellʼOceano—eccolo ridotto, per una vicenda di false ed abusate teorie, a doversi privare di tutte le cose più necessarie alla esistenza, a dover perire dal freddo e dallʼinedia per mancanza di pochi baiocchi!—La società è oggimai organizzata di tal guisa che al libero abitatore del globo non è più permesso di staccare un pomo da un albero, di cogliere una spica di frumento, di succhiare un grappolo dʼuva se prima non abbia trovato qualche spicciolo in fondo del suo portamonete!—A tale noi siamo giunti—povera razza umana!—che nel centro più popoloso del globo, a Londra, a Parigi, laddove concorrono tutti i prodotti dellʼuniverso, laddove fanno mostra dalle vetrine tutte le squisitezze e le ghiottornie della sapienza culinaria, un uomo—un re della creazione che non abbia due soldi nel taschino del gilet, è costretto a morir di fame... o a rischiare la galera—rubando!

Morire... o rubare! Tale è lʼorribile dilemma che la esosa politica della società impone inesorabilmente a questo animale fatto ad imagine e similitudine di Dio, ridotto a non avere moneta spicciola!

Morire o rubare!—No, perdio!—abbiamo gridato noi.—Giuraddio! mi rispondete voi col fremito di una coscienza indignata:—Nè morire, nè rubare!—Un temperamento ci deve essere—se non cʼè, bisogna trovarlo—chè in verità, se non ci fosse modo di eludere il tremendo dilemma, sarebbe ad invocarsi il diluvio universale o la pioggia sulfurea per cui ebbero a perire Sodoma e Gomorra.

Via! respiri la umanità desolata!... Non provochiamo la collera di Dio colle bestemmie della disperazione! Il temperamento fu trovato—fu trovato da secoli—e questa provvidenziale invenzione noi la dobbiamo ai... puffisti.

Io non voglio morire—io non voglio rubare—ha detto il primo puffista—io ho diritto di vivere—e le leggi non hanno diritto di condannarmi perchè io mi prevalgo del mio diritto.—Dunque?...

Dunque... si viva col debito!—od anche col credito—che è lo stesso.[1]

Ma i puffisti si ingannarono! mi grida qualcuno—perocchè tutti sappiamo che le leggi condannano i debitori, nè più nè meno dei ladri; chè se il debito può prolungare di qualche tempo lʼimpunità, non riesce però a sottrarci completamente agli inumani rigori della legge![2]

Questa osservazione non può partire—scusatemi!—che da un puffista di terza classe—da un puffista esordiente—da un puffista che non ha ancora studiato la grandʼarte.—Un vero puffista vi risponde che queste pene del Codice detto civile non rappresentano che uno spauracchio od un pericolo più immaginario che reale pei poveri pesciolini di acqua dolce. Noi grossi pesci di alto mare, noi sfidiamo la gracile reticella ordita di rattoppi, noi squarciamo le maglie e passiamo oltre... puffando!

Ritenete questa massima: in prigione per debiti non vanno che pochi imbecilli i quali si posero in carriera senza conoscere i primi rudimenti dellʼarte.

Ma di ciò sarà discorso più tardi e non ci mancheranno, a sostegno delle nostre teorie, esempli notevolissimi.


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CAPITOLO II.

Delle disposizioni naturali del Puffista.

Non è poeta chi vuole, e così non può riuscire puffista chi non abbia sortito delle disposizioni naturali convenienti allʼalta missione.

Con questa sentenza non intendo disanimare i meno favoriti della natura. Quando si dice poeta o puffista, si vogliono designare i tipi elevati delle due specie—noi sappiamo che collo studio e colla pratica molti individui dolati di mediocre talento riescono a fare dei buoni versi ed anche dei debiti di qualche rilievo.

Ma per divenire puffista di prima classe, puffista di alta società, puffista mondiale, si richiedono delle doti non comuni, e noi brevemente le accenneremo.

Il puffista di prima classe esce ordinariamente da una famiglia agiata. Se questa famiglia, oltre ad essere agiata, è anche onesta, tanto meglio per lui. La buona riputazione dei parenti potrà agevolargli il successo delle prime intraprese puffistiche.

Una certa avvenenza personale può riuscire vantaggiosa. Giova la statura elevata quando si colleghi ad una certa rotondità di forme. Gli uomini lunghi e macilenti ispirano ordinariamente meno fiducia che non i tarchiati e pienotti. Il vero puffista deve aver sortito dalla natura quella impronta di distinzione che non ha tipo fisso, ma che può, aiutata dallʼartifizio, soccorrere di fallaci apparenze i caratteri più viziati e più ignobili.

Requisito indispensabile è la poca trasparenza della epidermide. Vi hanno dei momenti nella vita, per il puffista come per lʼuomo di Stato, dei momenti nei quali un rossore importuno delle guancie, un menomo turbamento della fronte può compromettere tutto un piano finanziario abilmente immaginato e tradire i più ingegnosi divisamenti. I muscoli della faccia vogliono esser tenaci, tali da poter reagire contro le interne commozioni dellʼanimo, sieno pur queste il sussulto della gioia o il brivido qualche volta inevitabile della paura. Per finirla collʼaccenno delle doti fisiche, diremo che lingua sciolta, corpo elastico e gambe snelle rappresentano altrettante condizioni favorevoli per lʼindividuo che intende avventurarsi alla grande carriera.

Quanto alle doti dello spirito non è mestieri avvertire che senza un ricco corredo di intelligenza non è lecito aspirare a meta sublime—sebbene, come vedremo più innanzi, in un puffista di seconda e terza classe, alla deficienza dello spirito possa supplire un acutissimo istinto di furberia.

Il grande puffista, il puffista di primo ordine, devʼessere ad un tempo grande matematico e grande poeta.—Il genio poetico deve ispirargli i sublimi concetti, il genio matematico deve fornirgli i mezzi strategici per tradurli in atto e condurli a buon fine.

È un istinto di divinazione quello che ispira e conduce i predestinati nel campo tante volte esplorato e non mai abbastanza mietuto del credito senza base—è un istinto di divinazione quello che ci addita le fonti vitali dove a noi sarà permesso di abbeverarci e di inebbriarci dellʼaltrui, senza pericolo e senza rimorso. La poesia fiuta da lontano il bosco degli agrumi; noi accorriamo con gioia, noi stendiamo la mano a cogliere il frutto. Una volta che il limone sia in nostra mano, la matematica ci suggerirà i meccanismi per ispremerne il maggior sugo possibile.

(Che i miei creditori superstiti non si offendano se io li ho paragonati a dei limoni. Dopo lʼananasso ed il cedro, non vegeta sulla superficie della terra un più nobile frutto!)

Il genio poetico non può bastare da solo a creare il perfetto puffista—ove a questo non soccorra il talento matematico, si avranno delle concezioni sublimi, degli intendimenti elevatissimi, non mai dei risultati sicuri. La biografia di molti poeti è là per attestare ciò che io asserisco. Omero non sarebbe morto di fame se alla grandiosità delle sue concezioni puffistiche avesse accoppiato il talento più positivo e la pazienza di realizzarle! Dante, il divino Dante, con tutta la sua buona volontà di puffare il mondo, non riuscì che un mediocrissimo puffista, perchè altero, disdegnoso, impaziente, non seppe mai realizzare sul terreno finanziario le proprie ispirazioni. Dante, per difetto di senso pratico, non seppe cavare un quattrino nemmeno dagli uomini del suo partito—e fa compassione il pensare come quella mente immaginosa non abbia trovato altro modo per vendicarsi dei Guelfi che quello di relegarli ancora viventi nelle bolgie dellʼinferno.—Oh quanto più solenni, e più tremende, e più meritevoli di fama sarebbero riuscite le vendette del divino poeta, se oltre ad aver anatemizzati i proprii avversari politici cogli irosi suoi carmi, li avesse anche... puffati!...

Ma questo talento del puffare per unʼidea elevata, del puffare per ispirto di parte, del puffare ad onore ed incremento delle lettere, a benefizio della politica e delle arti, a maggior gloria della patria, nellʼinteresse della libertà, della democrazia, per la redenzione di tutto il genere umano—rendiamo giustizia al secolo—questo talento è proprio dellʼepoca nostra. I poeti, i pensatori dellʼantichità, sotto questo aspetto, impallidiscono al nostro confronto!—Rari, nei secoli trascorsi appariscono gli uomini, nei quali si riunissero in uguale misura queste due doti, lo spirito creatore e il talento del calcolo.—Oggigiorno la fantasia e la speculazione si sono dati la mano; oggidì nessuno può esser grande nella letteratura e nelle arti, che non congiunga ad una vivace e forte immaginazione anche il genio più positivo delle matematiche. Epperò sono rari i poeti e i letterati, che non sieno al tempo istesso abilissimi puffisti. E dove per poeti si intendano anche quegli spiriti ardenti che esalano il loro patriottissimo in declamazioni o in flebili elegie, mentre calcolano sulla dabbennaggine dei credenti per ridurli alla condizione di creditori, si vedrà la ragione per cui lʼarte del puffare abbia raggiunto ai tempi nostri così prodigioso sviluppo.

Per finirla colle doti morali del puffista, eccovi in abbozzo il suo ritratto psicologico.—Mente immaginosa e guardinga; fecondità di concezioni e prudenza di fatti; arditezza somma e somma cautela—tenacità di propositi e disinvoltura di mezzi. La frenologia non ha mancato di esaminare diversi cranii di individui vissuti nelle più alte regioni del puff—in tutti questi cranii si notarono prodigiosamente sviluppati gli organi della acquisività, della immaginazione, del calcolo, e perfino—ciò che recherà meraviglia—gli organi della prodigalità e della filantropia.

Che il puffista sia prodigo... della roba altrui, è cosa naturalissima—noi dimostreremo più tardi con esempii desunti dalla cronaca contemporanea, come, senza elidersi o contraddirsi, possano svilupparsi nel medesimo individuo e agire di pieno consenso i due organi della acquisività e della filantropia.—Il puffista, in rapporto alla società, è una pompa che aspira le acque stagnanti per projettarle sui campi insterili a produrvi la vegetazione.

Non accennerò alle disposizioni naturali che ordinariamente si riscontrano nei puffisti di seconda e di terza classe.—Tenete per fermo questa massima che: tutti gli individui forniti di ragione possono qual più qual meno puffare il loro prossimo. Tutto sta a non prendere errore nella designazione della vittima, e a persistere con tutte le pratiche suggerite dallʼarte perchè questa dia tosto o tardi il suo prodotto.


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CAPITOLO III.

La vittima.

Cosa si intende per vittima nel linguaggio puffistisco?

La vittima è quellʼente individuale o collettivo destinato a rappresentare, in un contratto puffistico, la parte passiva, quella parte che più tardi gli accorderà il nobile titolo di creditore.

Tutto gli individui della specie umana possono in date circostanze divenir vittima di un contratto puffistico—ad eccezione di quei nullatenenti che non danno veruna promessa di tenere in un avvenire prossimo o lontano.

Il grande puffista, il puffista di prima classe non può umiliare il suo vasto talento alla designazione di una vittima individuale. Il puffista di prima classe non può esercitare il suo genio che sopra una vittima collettiva. Il mondo è tutto per lui. Egli non ha bisogno di studiare la società e le persone che lo circondano—egli segna i suoi piani sulla carta geografica—egli invade i territorii, le provincie, le città. Egli sa che dappertutto cʼè pastura pei suoi denti. Simile allʼavoltoio si lascia cadere a piombo dalle regioni nuvolose—il suo istinto gli dice che la terra è popolata di pecore—e che dove ci sono pecore, cʼè lana da tondere, ci sono costolette da friggere.—La vittima del puffista di prima classe non può essere che un ente collettivo!

Non a caso vi ho detto che questo avoltoio si lascia cadere a piombo delle regioni nuvolose. Quando un puffista di prima classe incomincia ad esercitare la sua missione in una città, è assai difficile che alcuno sappia dire da qual porta egli vi sia entrato, e in qual giorno vi abbia preso dimora.—È un russo, è un lord inglese, è un ex-pari di Francia, è un segretario del Bey di Tunisi, è un cavaliere della Guadaluppa... Donde viene? a che viene? Non importa si sappia. Gli è appunto sullʼincognito, sul misterioso, che deve basarsi il grande edifizio.... Vedete quei volti estatici e balordi? quelle bocche spalancate? quegli occhi ebeti di meraviglia? Sono le vittime in germoglio.—Aspettate! fra una settimana... fra un mese... voi mi darete le nuove del vostro incognito!

Perchè vi formiate un concetto del puffista di prima classe, perchè vediate di un solo tratto comʼegli possa riuscire a mistificare in un giorno una intera popolazione; voglio rammentarvi una storiella avvenuta a Como or fanno quarantʼanni circa—una storia di cui molti non avranno perduto il sovvenire, coloro in specie che ebbero la fortuna di rappresentare in quella occasione la parte di vittime.

Nel settembre dellʼanno 1836, verso lʼora di mezzodì, un elegante giovinetto bizzarramente vestito usciva dallʼalbergo dellʼAngelo col portamento di un nobile e brioso puledro che fiuti la carriera per slanciarvisi di galoppo—era alto, di struttura quasi atletica, di viso rubicondo; e il bruno dei suoi capelli, il fuoco dello sguardo, la pienezza delle gote, la rotondità della sua corporatura porgevano il tipo di un meridionale puro sangue. Ma era convenuto che quel signore eccentricamente abbigliato di un soprabito a scacchi verde-pavonazzo dovesse chiamarsi lʼinglese—e il nostro puffista (affrettiamoci a designarlo col suo titolo più competente) si lasciava chiamar inglese col miglior garbo del mondo.

A quellʼepoca tutti gli inglesi erano ritenuti milionari come più tardi lo furono i russi. Oggigiorno queste due razze hanno alquanto perduto del loro credito proverbiale—e un puffista che sappia il suo conto non oserebbe in Italia avventurarsi ad una impresa gagliarda senza assumere il titolo di indiano o di brasiliano.

Il nostro puffista si trattenne alcuni minuti sulla porta dellʼalbergo ad esplorare la piazza... di Como. A quellʼora molti cittadini e villeggianti accorrevano verso il porto—era imminente lʼarrivo del battello a vapore.—Lʼinglese non era uomo da compromettere con degli indugi la riuscita delle sue concezioni strategiche.—Egli adocchia a poca distanza dallʼalbergo una carretta di melaranci—muove diffilato a quellʼindirizzo—e cerca colle sue maniere di attirarsi dʼintorno la folla dei curiosi, in cattivo italiano si fa ad interrogare il fruttivendolo:—quanto per pomo giallo?—Cinque soldi lʼuno, milord!—Quanto per dozzina?—Due svanziche, signor milord!—Quanto per tutti... pomi gialli? Saranno venti dozzine circa... per fare una sola parola... trattandosi di servire milord... sarei disposto a venderli tutti per un marengo...!

La folla dei curiosi va sempre ingrossando... e intorno a milord si forma una corona di occhi spalancati, di bocche aperte che stillano meraviglia.

Presto, il colpo di grazia, milord—il salto degli uomini, la tripla carambola,... e siamo vincitori!—Il nostro puffista, dopo una breve pausa che raddoppia lʼattenzione dei circostanti, con voce montata di due toni e collʼaccento più inglese domanda al fruttivendolo: «e quanti per tutti palli oranzi con piccola carretta...?

—Milord...?

—Dico... quanto domandare... per tutta carretta... con tutti palli oranzi di dentro...?

Il fruttivendolo esita un poco—egli non sa risolversi a vendere la carriuola che è la sua bottega, il magazzeno mobile delle sue merci.

Ma alla fine incoraggiato dagli astanti che gli accennavano collʼocchio di non lasciarsi sfuggire la buona occasione, e comprendendo che lʼinglese è disposto a comperare la carretta pel doppio del suo valore—con voce fioca e tremante profferisce la domanda: centocinquanta svanziche per cedere tutto!

Lʼinglese non replica. Egli accenna al fruttivendolo di seguirlo colla carretta—attraversa la città—sale per le contrade più popolate, fin oltre la porta delle due torri, e venuto al largo del sobborgo, incomincia a lanciare i melaranci in questa e in quella direzione, dimostrando la più matta gioia nel vedere uno stuolo di ragazzi e di adulti i quali si accapigliano e ruzzolano nel fango per contendersi i frutti—Lʼinglese frattanto calcolava mentalmente: «questi frutti io me li farò pagare più tardi dalle vittime al prezzo approssimativo di duemila franchi cadauno!

Alla sera, tutta la città di Como, tutte le ville del Lario narravano la eccentricità dispendiosa del giovane milord, il quale, dopo aver pagato al fruttivendolo le centocinquanta svanziche patuite, gli aveva anche lasciato la carretta.

Dopo quellʼavvenimento, milord per circa una settimana si rese invisibile.—Egli stette chiuso nel suo piccolo appartamento allʼalbergo dellʼAngelo, non dʼaltro occupato che di mandare in giro a tutti i villeggianti del lago le sue carte di visita, che portavano il nome di Lord Boldegrits—Tutta la alta aristocrazia del lago, tutte le donne, tutte le fanciulle sospiravano il momento di vedere e di conoscere personalmente quel ricco figlio di Albione che aveva destato tanto rumore colle sue prodigalità.

Ma lord Boldegrits, prima di mietere nel gran campo delle vittime, voleva assicurarsi il successo con un prologo più completo. Dopo una settimana di reclusione volontaria, il nostro puffista discende inaspettatamente sul porto, sceglie collʼocchio un battello, vi si slancia colla snellezza di un cerbiatto, e ai barcajuoli che sorpresi e beati attendono i suoi cenni, ordina di vogare verso una spiaggia deserta.

—Milord... preferirebbe...?

—Luogo... qualunque... dove bagnarsi... avete capito?

I due barcajuoli invidiati, danno di mano ai remi e vogano con impeto miracoloso.

Approdati ad un spiaggia deserta, milord balza dalla barca, si spoglia rapidamente, si tuffa nelle acque e guizza come un luccio per oltre mezzʼora.

Finito il bagno, eccolo sulla riva tutto grondante e assiderato—Goddem...! non portato lingeria per seccarmi!... qui morir di umido... di ghiaccio...!

I barcajuoli si guardano lʼun lʼaltro—non sanno suggerire alcun espediente—non osano offrire le loro camicie di tela grossolana per asciugare le membra del nobile milionario.

Ma lʼinglese si batte la fronte come un uomo colpito da una improvvisa ispirazione: e volgendosi ai barcajuoli: «quanto costare questa barca... se io voglio comperare...?

Dopo aver scambiato col compagno alcuni gesti insignificanti, uno dei barcajuoli risponde: «trattandosi di far piacere a milord, noi saremmo disposti a cedere la nostra barca per mille svanziche.»

—Ebbene! io prendo la barca!... a patto che la tiriate fuori dellʼacqua... e bruciate subito grande incendio per asciugami....

I due barcajuoli, sbalorditi da quella proposta, esitano alquanto ad obbedire—ma dietro insistenza del lord, che già manovra di pugni e minaccia di voler bozzare risolutamente per ridurli al suo volere, essi tirano in secco la navicella, spezzano i remi ed il timone, affastellano gli attrezzi combustibili, e finalmente risolvono di dare il fuoco alla catasta. Mezzʼora dopo, immensi globi di fumo si elevano dalla spiaggia—la barca prende fuoco crepitando, e lʼinglese, tutto nudo, si abbrustolisce dinanzi a quellʼincendio, e applaudendosi del suo trovato, già enumera le vittime che dovranno pagargli la spese.

Questo secondo stratagemma infiammò di entusiasmo tutti i villeggianti—di là ad una settimana, Lord Boldegrits era lʼargomento di tutte le conversazioni, il lion della società più aristocratica, lʼidolo delle signore. Per un sorriso, per una stretta di mano di Lord Boldegrits, i più doviziosi ed orgogliosi proprietari delle ville comensi si sarebbero rovinati.

Inneggiate al glorioso puffista!—vedetelo signore di unʼintera provincia—divenuto arbitro dei milioni altrui per il tenue sacrifizio di mille e centocinquanta svanziche?—E voi, eterni incorreggibili allocchi della classe più elevata e, a dir vostro, più intelligente, accorrete in massa a deporre i volontari tributi a questo idolo abbagliante.—I banchieri di Lord Boldegrits sono in ritardo—presto!—offritegli una bagatella di trentamila lire tanto chʼegli non rimanga, Lord Boldegrits, in diffetto di spiccioli!—Lord Boldegrits ha perduto una somma enorme sulla parola—a voi, buoni figli di S. Ambrogio!... prima che passino le ventiquattro ore pensate a fornirgli lʼoccorrente—per adempiere aʼ suoi impegni dʼonore.... Lord Boldegrits vi rimetterà una cambiale pagabile dappertutto a vista dʼorbo—e frattanto somministrerà degli a conti segreti a vostra moglie... ed anche, se più vi piace, sposerà vostra figlia nel prossimo mese che non ha mai da venire....

Come sia finita la storia di Lord Boldegrits è assai facile immaginarlo a qualunque sia mediocremente dotato di spirito puffustico.—Lord Boldegvits, dopo la villeggiatura fu condotto a Milano fra le ovazioni e le feste deʼ suoi ospiti milionarii—egli rimase nella città di S. Ambrogio fino allo sparire del dicembre—e la sera di Santo Stefano, dppo essersi accapparrato collʼultimo puff un palco di prima fila per assistere alla solenne inaugurazione del teatro alla Scala, parti durante il secondo atto dellʼopera... per regioni inesplorabili.—Due mesi dopo si diceva in Milano che Lord Boldegrits aveva puffato ai suoi numerosi ammiratori la somma complessiva di lire duecentomila.—Non sʼè ancora detto sʼegli abbia fino ad ora pagati gli interessi del cospicuo capitale.

Io vi ho dato un esempio di vittima collettiva; vi ho dimostrato come la efficienza del puffista di prima categoria possa esercitarsi contemporaneamente sopra molti individui, e conquistare delle città, delle intere provincie con poche mosse strategiche.

I puffisti di seconda e terza classe debbono andare più cauti nelle loro operazioni. Concesso ai primi di attaccare contemporaneamente quattro o cinque individui; ma al momento decisivo, al punto culminante della lotta, io li consiglio a voler imitare il ben riuscito stratagemma di quellʼultimo Orazio, il quale, rimasto solo a combattere i tre avversarii Curiazii, trovò modo, lʼuno dellʼaltro discostando, di vincerli tutti.

Il puffista di terza classe, quello che è chiamato a rappresentare il partito moderato della specie, non deve mirare che ad un solo individuo, e in quello concentrare tutte le facoltà della sua mente, a quello dirigere tutti gli sforzi della sua volontà. Ai timidi, ai prudenti, che si tengono paghi dei piccoli trionfi, noi daremo alcune norme infallibili per la buona scelta della vittima, indicando al tempo stesso le maniere più acconcie dʼimpadronirsene e di cavarne il miglior vantaggio possibile.

Abbiamo detto più sopra che ogni individuo della specie umana, il quale non appartenga alla categoria dei nullatenti, può divenire una vittima del puff!

A tale proposito io vi esporrò delle massime generali, che a taluni, ai meno versati nella gran scienza, sembreranno paradossi.

Lʼavaro più facilmente si lascia puffare che non il prodigo—lʼoblio di questo principio produce ordinariamente dei crudeli disinganni negli inesperti e mal consigliati puffisti!

Il fenomeno si spiega facilmente.—Al prodigo avviene di raro di trovarsi in possesso di denaro superfluo—e quando ciò gli avvenga, egli non è mai padrone dei proprii tesori, in quanto i suoi istinti liberali lo traggano a permutarli inconsideratamente in gozzoviglie e diletti.—Voi non avete tempo di scoprire le sue ricchezze, dʼideare il vostro piano di attacco, che già il prodigo si trova allʼasciutto, in neccessità di dover puffare anzichè in condizione da essere puffato!

Il caso contrario si verifica nellʼavaro. Questi i suoi tesori accumula ed accarezza—nel contemplare le proprie dovizie, nel moltiplicarle, è riposto il segreto della sua felicità. Quando voi vi accingete a scavare in codesta miniera, avete per voi la certezza chʼessa racchiude dellʼoro. Questo è un dato positivo sul quale potete contare. Che importa se lo scrigno è serrato a doppio chiavistello, se lʼoro è sprofondato in una bolgia di ferro?—Quel medesimo istinto di cupidigia pel quale fu indotto lʼavaro ad ammassare, a seppellire tante dovizie, quel medesimo istinto vi fornirà la chiave per aprire lo scrigno di lui. Fatevi avaro collʼavaro, e i suoi tesori vi apparterranno.—Vi narrerò, a tale proposito, una breve storiella. Essa varrà meglio di qualsivoglia argomento a dimostrarvi quanto ci sia di vero nella sentenza da me esposta.

Nellʼanno 1849 io mi trovava a Parigi, dove esercitavo sopra amplissimo campo la mia grande arte.

In sul finire di marzo, venne a trovarmi un antico collega di università, un puffista di terza categoria, ma dotato, per le piccole guerriglie, di un acume infallibile e di una tenacità di propositi degna di maggiori fortune.—Quel povero amico mi si presentò allʼHôtel des étrangers, dovʼero alloggiato, in abito alquanto dimesso; mi narrò dʼaver consumato dietro una sottana un patrimonio di ottomila franchi guadagnato a Lion colle sue piccole industrie (puffistiche).—Mi chiese cinque lire, promettendomi la restituzione per una delle... domeniche... prossime.—Ordinai al garzone dellʼHôtel di versare nelle mani dellʼamico quellʼatomo di moneta spicciola—e poi—stringendogli la mano,—gli domandai con quali intenzioni si fosse recato a Parigi.

—Per continuare il mio piccolo commercio, rispose quegli sorridendo.

—Già... cʼintendiamo...! il commercio dei piccoli puff! E tu briccone hai voluto incominciare da me...

—Dal mio primo maestro... dallʼuomo, a cui debbo quelle prime nozioni....

—Con quegli abiti indosso, con quel redingot cascante e sbottonato, con quegli scarponi da montanaro, a Parigi non riuscirai a nulla. Io ti ho detto più volte che il primo anello della interminabile catena dei puff vuol essere battuto nella bottega di un sarto... Pensa dunque ad abbigliarti un poʼ meglio... ovvero... senti, briccone! pensiamo un poco...! voglio fare anchʼio qualche piccolo sacrifizio per un fratello.... Gli abiti non mi costano nulla; i tailleurs delle loro maestà gli imperatori dʼAstria e del gran Mogol mi hanno fornito la guardaroba a prezzo... di affezione.—Vuoi tu approfittare di un abito completo da soirée che ha implorato questa mattina gli onori della mia anticamera...?

—Unʼabito da soirée!—rispose con una smorfia sardonica il mio piccolo puffista—ma ti pare?... questi non sono istromenti da par mio... Io lavoro assai meglio col mio rèdingot sdruscito e i miei grossi scarponi!

Io mi sentii umiliato da quella risposta, e da quel fare derisorio—e collo sguardo sollecitavo una spiegazione.

—Tu devi sapere,—rispose lʼamico indovinando la mia curiosità—tu devi sapere che io ho già trovato a Parigi la mia vittima—intendiamoci—la mia piccola vittima!—un vecchio usuraio romagnolo, il quale, dopo aver servito per ventidue anni il governo del papa in qualità di secondino, e poi in qualità di custode delle carceri ad Ancona, essendo riuscito a metter assieme coʼ suoi risparmii un capitale di circa quattordicimila lire, è venuto a Parigi tutto solo onde intraprendere qualche speculazione sicura. Tu non puoi immaginare quando taccagno e sordido colui sia. Da circa ventʼanni porta in capo un cilindro rossiccio chʼegli dice aver ereditato da suo zio—la sua marsina è rasa come il mento dʼun canonico, sudicia e cascante come una vecchia ragnatela piovuta dal camino.—Non puoi credere quanto io fossi desolato lʼaltro ieri nel dovermi presentare a lui con questo rèdingot che ai tuoi occhi apparisce cosi modesto! Quante storie ho dovuto contargli... quante favole, perchè il mio lusso non lʼadombrasse! Memore delle tue lezioni, io so che il segreto del mio successo deve consistere nel gareggiare di pitoccheria, di sordidezza con quello sporco animale!

Mio bravo e degno scolaro!... Ma sentiamo cosa hai fatto... e cosa intendi fare?

—Lʼaltro giorno, per esempio, lʼho invitato a pranzo...

—Cattivo principio!... Un avaro profitta volentieri dei pranzi altrui, ma al tempo stesso concepisce il massimo disprezzo per chi usa la cortesia di invitarlo.... Per ogni boccone chʼegli inghiotte, non può che ripetere in cuor suo: questo imbecille mi fa le spese della giornata... si può essere più bestia?... dar da mangiare ad un altro!

—Io sapeva che il mio romagnolo avrebbe avuto questo pensiero.... Ma io aveva preparato il mio piano... io mi era preposto di regalargli un tal pranzo, che egli, quel miserabile taccagno, avesse a rimanere sorpreso deʼmiei talenti economici!

—Briccone!... Sentiamo... un poco...

—Lo condussi ad un piccolo restaurant nella contrada della Fontaine Moliere—un restaurant molto celebre a Parigi dove si pranza per sedici soldi.... Tu certo non conosci quel luogo....

—Ci sono stato qualche volta... nei giorni più secchi... ma non me ne sovvengo...—Il mio romagnolo cominciò a far le meraviglie che in una città quale Parigi si potesse per la modica somma di sedici soldi avere un pranzo di due piatti, minestra, piccolo giardinetto, un bicchiere di vino od una bottiglia di birra, e pane a discrezione... Sopratutto egli rimase colpito del pane a discrezione!...—Vedi, io gli diceva mettendomi a tavola, quando mi permetto uno di questi pranzi di lusso, non dimentico mai di indossare il mio grande rèdingot da quattordici saccoccie? Io non esco mai dal restaurant senza portar meco una provvigione di pane che mi basti per tutta la settimana. Di tal modo questo pranzo, che rappresenta un valore nominativo di sedici soldi, non viene a costarmi che sedici centesimi!—Il mio romagnolo, in udirmi, spalancò una bocca da ippopotamo... Da quella foce bavosa io vidi colare ad un tempo la sorpresa e lʼammirazione. Più tardi, mangiando, si venne a ragionare dei varii restaurants di Parigi, ove si danno pranzi al massimo buon mercato—promisi di condurlo il giorno seguente in una gargotte dove al prezzo di sedici soldi avremmo mangiato lautamente tutti e due. A tale annunzio il mio uomo divenne pallido dalla commozione—mi stese la mano come non aveva mai fatto, e col pianto sugli occhi, come chi violentemente reagisca contro la propria natura:—buon amico, mi disse, voi permetterete... non vorrete farmi il torto... domani... cosi alla buona... insomma io vi invito... a pranzo al restaurant... che ora avete nominato... a patto... come voi dicevate... che la spesa non oltrepassi gli otto soldi... per bocca!... »

Il racconto del mio piccolo puffista mi destava il più vivo interesse. Non avrei mai immaginato che a Parigi esistessero delle gargottes cotanto economiche da fornire un pranzo per otto soldi. Io già cominciava a comprendere il piano strategico del mio povero allievo; ma pure, ondʼessere informato di tutto, lo pregai di continuare la sua storia.

«Per dirtela in brevi parole—proseguì lʼamico—allʼindomani, verso le ore quattro, io mi recai in compagnia del mio splendido anfitrione nella gargotte du Chat-gris in via dei Mathurins.—Scendemmo una diecina di gradini—ci trovammo in una camera oscura, tutta ingombra di piccoli tavoli che attendevano dei commensali.—Su quei tavoli erano schierate delle catinelle ricolme di pane affettato—quel pane non aveva colore—ciascuna fetta rappresentava una specialità del prodotto.—Noi sedemmo ad uno dei tavoli collʼaria di due epuloni decaduti—Il mio romagnolo mi faceva notare che la sala era più che decente, che dalle casseruole lontane esalava un profumo squisito, che infine tutto era pel meglio nel migliore dei restaurants possibili.

«Frattanto entravano degli altri commensali.—Il padrone della gargotte andava in giro a complimentare i suoi clienti, distinguendo di una particolare attenzione alcuni individui della specie più vorace, i quali, a giudicarne dallo sguardo, minacciavano dʼinghiottire per antipasto i cucchiari e le forchette di stagno.—Quando tutti i posti furono occupati, il direttore dello stabilimento diede lʼannunzio del pasto.—Unʼenorme caldaia di brodo fu portata nel mezzo della sala; gli abituati della gargotte accorsero intorno a quella colle loro zuppiere, e una donna di circa sessantanni, montata sovra una seggiola, diede principio alla solenne distribuzione del brodo.—Questa distribuzione si operava con un sistema tuttʼaffatto parigino.—La grande prètresse della cerimonia tuffava nella caldaia una lunga canna da clistero, e dopo averla riempita di quellʼonda senza, nome, la schizzava, a discrezione degli affamati, nelle ampie scodelle che stavano in giro.—Il mio romagnolo si levò in piedi come gli altri—io balzai dietro lui, e, raccolta la nostra porzione di liquido, tornammo a sedere presso la tavola per ruminare tranquillamente e a tutto piacere la nostra zuppa. Dopo quel pasto, venne servita una frittura di color tetro, bituminosa e salata, una frittura alla quale i più nobili visceri di tutto il regno animalesco avevano portato il loro tributo.—Quella frittura era abbondantissima—ragione per cui il mio romagnolo la trovò eccellente!

«Durante quel pasto, cominciarono le intimità, le confidenze reciproche. Lʼamico mi pose al fatto dei suoi piccoli segreti che in parte io già conosceva, si fece a discutere meco i suoi piani, mi chiese dei consigli.... Era il varco a cui io lo attendeva.... Un uomo che domanda consigli sul modo dʼimpiegare i suoi capitali... è una vittima che si offre spontanea, è un piccione che vuoi essere spiumato ad ogni costo.

«—II consiglio chʼio vi posso dare—gli risposi trangugiando un morsello di frittura che forse il giorno innanzi era un turacciolo di bottiglia—il consiglio che io vi posso dare è quello di non accingervi in questo dannato paese a veruna speculazione, quando non siate ben certo che al termine di un mese ogni vostro quattrino debba moltiplicarsi nelle proporzioni che che ora sto per descrivervi.

«Ciò detto, io mi levai di tasca un portafogli, e colla matita gli dimostrai a tutto rigore di cifre qualmente da un sol quattrino si possa, in sedici giorni ricavare lʼinteresse di 325 lire, e in un mese di oltre un milione, a patto che il prodotto di questo prodotto vada ogni giorno raddoppiando.

«Il mio uomo era stordito dalla logica dei miei calcoli—egli fissava le cifre collʼocchio del basilisco—il suo collo si era allungato di due spanne. Malgrado la fiera tensione di tutte le membra, di tutti i sensi, il mio romagnolo non sapeva capacitarsi.

«Io dovetti spiegargli il mio sistema col denaro alla mano.

«Vedete, gli dissi, questo è un centesimo: se nel termine di 24 ore voi riuscite a raddoppiarlo, domani questo rappresenterà necessariamente il valore di due. Or bene, come avete raddoppiato lʼuno, colla medesima facilità, voi otterrete che per lʼindomani si raddoppi anche il due—eccovi quattro centesimi, che il dì seguente diverranno otto, poi sedici, poi trentadue, poi sessantaquattro, e via via....

«Provatevi a tirare innanzi con questo metodo, e al termine di due anni, il vostro quattrino avrà prodotto una tal cifra di milioni da imbarazzare tutti i calcoli umani.

«Io non posso descriverti lʼeffetto di questo mio piano... puffistico!

«Ti basti sapere che il mio romagnolo, dopo aver pagato quel lauto pranzo di otto soldi per cadauno, volle anche costringermi ad accettare un caffè da cinque centesimi. Quellʼuomo è mio!.... Non mi lascia più.... Ieri mattina è venuto a svegliarmi alle ore cinque.... Ha voluto mostrarmi una parte deʼ suoi capitali—un portafoglio contenente dodici mila franchi in biglietti di banca, e una cinta di cuoio imbottita di napoleoni doppi....

«Due giorni ancora... e se il diavolo non ci mette la coda... la vittima farà spontaneamente la rassegna dei suoi beni nelle mani del tuo umile ed indegno scolaro... del tuo piccolo puffista!...»

Questa istoria dellʼamico mi diverti infinitamente, ed io non ho cessato mai di applaudire a me stesso dʼaver contribuito in quel giorno, col mio obolo da cinque franchi, ad agevolargli la riuscita di quellʼameno colpo puffistico. Due settimane dopo, il mio piccolo allievo era divenuto socio e amministratore del romagnolo taccagno—il quale, dopo avergli confidato tutto il suo patrimonio, lo aveva spinto a partire per le Antille onde intraprendervi con sollecitudine la coltivazione del cafè-sucrè. Il mio piccolo allievo era riuscito a persuadere la sua vittima, che mettendo i semi del caffè comune ad ammollirsi per ventiquattro ore in una infusione di melassa, questi semi avrebbero prodotto un caffè perfettamente raddolcito e tale da potersi servire senza zucchero.

Il romagnolo sta ancora attendendo i dispacci che gli annunzino dalle Antille i primi risultati di questa grandiosa non meno che immaginosa speculazione!


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CAPITOLO IV.

La corda sensibile.

Tutto sta a trovare la corda sensibile. Il puff è come lʼamore.—Volete farvi amare da una donna?—Convien toccare e solleticare la sua corda sensibile.—Il medesimo processo si tiene per spremere lʼoro da una vittima.

Lʼaneddoto che più sopra ho riferito spiega in parte il meraviglioso segreto. La corda sensibile del vecchio romagnolo era lʼavarizia, e il mio piccolo allievo, fingendosi avaro a sua volta, raggiunse il suo nobile intento.

Studiate attentamente le tendenze e le passioni della vostra vittima, e innanzi tutto abbiate sempre in mente che la vanità costituisce il principale elemento del carattere umano.—Da questa verità fisiologica emerge necessariamente che lʼadulazione vuol riputarsi uno degli ausiliari più efficaci e potenti per bene iniziare e condurre a buon fine una operazione puffistica.

A Firenze, anni sono, io piantai uno splendido puff ad un ricco banchiere, il quale aveva la debolezza di credersi poeta. Nulla più detestabile deʼ suoi versi. Egli si piccava di improvvisare sonetti a rime obbligate, e una volta lanciato nella carriera, non vi era più modo di arrestarlo. Quellʼuomo era il terrore dei circoli—quandʼegli apriva lo scartafaccio per leggere le sue interminabili pappolate—quandʼegli, annunziandosi invasato dallʼestro, domandava enfaticamente delle rime, il vuoto si faceva intorno a lui e gli sfortunati chʼerano costretti ad ascoltarlo, si contorcevano sulle seggiole come i gatti a temporale imminente.—Orbene: io mi ebbi il coraggio di rimanere parecchie notti da solo a solo con lui a proporgli dei temi e delle rime e ad ascoltare le sue narcotiche stramberie. Quellʼuomo in brevissimo tempo prese ad adorarmi. Quandʼegli declamava i suoi versi, io spalancava certi occhiacci da mettere il brivido ai morti; io mi asciugava la fronte ad ogni tratto, io piangeva, sospirava, io balzava tratto tratto dalla seggiola e mi faceva a percorrere la sala come un invasato. Una volta questa commedia durò dalle sei della sera fino alle quattro del mattino. Il banchiere era spossato dalla lunga declamazione: dal mio canto io insisteva perchè mi compiacesse di un ultimo sonetto.—No! non è possibile... La mia vena è inaridita... le muse mi abbandonano...! rispondeva il banchiere fissando le rime con occhio torbido e sonnolento.—Come mai? questa sera vi siete stancato di buonʼora, gli dissi levando di tasca lʼorologio: si è appena finito di pranzare...!—Sono le quattro del mattino! rispose il banchiere ingenuamente, dopo aver consultato il suo cilindro dʼoro sfavillante di brillanti.—Le quattro del mattino! gridai io, balzando in piedi colla espressione del più vivo disappunto—possibile!... ma io sono dunque rovinato!... Ah! banchiere... il cuore me lo diceva che un giorno o lʼaltro, in grazia dei vostri versi, avrei commesso qualche storditaggine!... Figuratevi che si tratta...—Ebbene: si tratta?... domanda ansiosamente il mio uomo spaventato dal mio atteggiamento—si tratta?—Via! non vi allarmate, signor poeta! soggiungo io con voce più calma—il piacere che mi hanno dato i vostri versi, le emozioni di questa dolce e troppo breve serata valgon bene il sacrifizio di diecimila franchi.... Cosa sono finalmente, per un mio pari diecimila franchi?.... Una bagatella,... una inezia.... Dʼaltronde non è detto che siano perduti...—Ma signore... se credete che io possa...—Non vi incomodate, banchiere... non datevi pena per questo incidente.... Si trattava di un amico... voi sapete... di quel Lord Midletton, al quale due sere sono ho prestato una piccola somma sul giuoco.... Non ho mai conosciuto un giuocatore più sfortunato di Lord Midletton... tanto è vero che in poche settimane di soggiorno a Firenze egli si è dissestato.... Orbene, questa notte alle undici agli doveva partire per Londra e si era contenuto che io mi recassi da lui per ritirare la mia piccola somma. Vi confesso che in questo momento quel denaro non mi avrebbe dato incomodo.... Il mio corrispondente di Bruxelles è in ritardo... ed è questa la prima volta che, per favorire un amico, mi accade di trovarmi in imbarazzo.... Ma è probabile, anzi probabilissimo che lord Midletton abbia incaricato qualcuno di trasmettermi la somma.... Domattina farò delle indagini, e nel caso...—E nel caso che queste indagini riuscissero a nulla, soggiunse la mia vittima collʼaccento solenne del banchiere danaroso, io voglio ben sperare che non dimenticherete esistere a Firenze un poeta eccezionale, nel cui scrigno vi è sempre un fondo di cinquecentomila franchi per far onore agli impegni della banca e per favorire qualche amico.—Spero che non ci sia questo bisogno, risposi, ma nel caso che lord Midletton mi avesse dimenticato io mi guarderò bene dal ricorrere ad altri che a voi. Ma badate che io sono più esigente di quello che voi forse immaginate. Io non mi ridurrò mai ad accettare il vostro grazioso prestito se con quello non mi accordate il favore che più volte vi ho dimandato, di pubblicare per le stampe il vostro immortale poema sulla Trasmigrazione delle anime, che io ritengo la più meravigliosa opera uscita dal cervello umano.

Il banchiere sorrise come un ebete, e stendendomi la mano, con voce soffocata dalla beatitudine mi disse:—non mi tentate... non fatemi violenza... non imponete dei patti impossibili.... Io posso bene affidare qualche miliajo di lire ad un galantuomo pari vostro—ma gettare le mie perle nel fango?—via! questo sarebbe troppo! Non vi sono che due uomini nellʼetà presente che possano comprendere la mia Trasmigrazione—questi due uomini siamo io e voi!

Allʼindomani verso le quattro, scrissi una lettera al banchiere per fargli capire che io era assai ben disposto ad accogliere i dieci mila franchi a titolo di prestito, ma al tempo stesso io insistevo per la pubblicazione del poema.

Il banchiere mi inviò tosto i dieci mila franchi in tanti biglietti della banca francese e con quelli il manoscritto della Trasmigrazione che egli mi dedicava collʼepigrafe: allʼuno dei due.

Io chiusi la Trasmigrazione delle anime nella valigia, e dopo ventiquattro ore trasmigrai corpo ed anima per regioni ignote.

Troppo lungo sarebbe il narrarvi i grandi e molteplici risultati che io ottenni solleticando la corda sensibile di diversi individui.—Gli esempi che ho riferiti in questo e nel capitolo precedente, aʼ miei lettori perspicaci, dimostreranno lʼimportanza e lʼefficacia del mio metodo.


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CAPITOLO V.

Dellʼordine del puff.

La prima vittima del puffista che vuol slanciarsi nella brillante carriera senza incontrare ostacoli, senza incorrere nei lacci che insidiano ordinariamente i primi passi di tutte le carriere umane, vuol essere il sarto.

Una volta che siate riuscito a puffare un sarto, una volta che abbiate indossato, senza pagarlo, un abito completo da gentiluomo alla moda, eccovi padrone del campo, eccovi sollevato di un tratto nelle più alte e fortunose regioni del puff.

Io prevedo le vostre objezioni.—Voi mi direte che il vestiario non basta—ci vogliono, a completarlo, degli accessorj che il sarto non può fornire—le lingerie, la scarpe, il cappello....

Objezioni da principiante!—È forse detto che a puffare il calzolajo ed il fabbricatore di cappelli si richiegga un sistema particolare, che non sia quello da usarsi col sarto?[3]

Vi è un Dio per i puffisti.—Io credo anzi che nello stabilire le grandi e immutabili leggi dellʼordine universale, Iddio abbia più che altro pensato alle vaste e molteplici complicazioni che nel seno della umanità dovevono insorgere a causa del puff.

Eppure questo Dio, nel creare gli uomini a sua imagine e similitudine, ha fatto una eccezione pel sarto, e si è compiaciuto, nella sua infinita bontà e sapienza, di dare a questa prima, indispensabile vittima del puffista, degli istinti particolari di caponaggine.

Vi parrà un paradosso la definizione che io sto per darvi:—il sarto è un animale creato da Dio per lasciarsi puffare daʼ suoi proprii abiti.[4]

Ah! voi credete dunque che il sarto vi faccia credito pei vostri begli occhi, pei vostri baffi inannelati e profumati? Vi ingannate a partito. Se il sarto non ardisce presentarvi il conto, se il sarto non vi importuna, non vi molesta per ottenere il pagamento, tutto ciò proviene dalla grande stima, dal grande rispetto che egli professa per gli abiti che aveste da lui. Più questi abiti saranno ricchi e costosi, e più imporranno al vostro sarto.—Voi non lo avete pagato, non lo pagherete mai—che importa?—Il sarto vedendovi passare col paletot che egli stesso vi ha fornito, non potrà a meno di levarsi il cappello e di inchinarsi fino a terra. Come gli sta bene quel paletot! pensa egli—un paletot da quattrocento franchi...! queste robe non le portano che i grandi signori.... Anche lui senza dubbio è un grande signore!

Cosi ragiona il vostro sarto.—Il giorno in cui le maniche del vostro paletot comincieranno a spiumarsi, il giorno in cui i vostri pantaloni avran perduto la primitiva freschezza—tenetevi ben in guardia! Il sarto a sua volta comincierà a diffidare, e per poco che voi non lo abbiate prevenuto, egli sarebbe ben capace di presentarvi la nota!—Non permettete mai che le cose giungano a tale estremo. Quando il sarto ha cessato di sorridervi dolcemente, quando neʼ suoi inchini si palesa qualche stento, quando i suoi occhi sembrano accusare di sbieco lo sdencio delle vostre stoffe, non vi resta tempo da perdere.—Bisogna andargli incontro, bisogna sorprenderlo, commettergli delle nuove vesti che importino la doppia, la tripla somma di quelle che indossate. Il giorno in cui vi avrà rivestito, il sarto vi ridonerà la sua stima e non avrete più nulla a temere da lui.

Colpita la prima vittima, le altre cadono da sè ai vostri piedi. Un uomo elegantemente e riccamente vestito diviene pufffista senza volerlo—egli non ha più bisogno di organizzare i suoi puff; egli li trova belli e fatti ad ogni passo del suo cammino, nella sua anticamera, a fianco del letto.

Puffato il sarto, puffato il calzolajo, puffato il cappellaio, puffata la guantaia, convien darsi premura di puffare un orefice, il quale fornisca a prezzo di puff una bella catena dʼoro per lʼorologio, quattro o cinque anelli e tutti quei ninnoli che figurano cosi bene sul gilet di un puffista come su quello di uno strappadenti. Lʼorefice sarà più duro degli altri—conviene abordarlo con qualche cautela e combatterlo collʼastuzia. Non sarà male che prima di passare a ciò che, in linguaggio puffistico, si chiama la consumazione dellʼatto, procacciate di conciliarvelo frequentando il suo negozio in qualità di dilettante. Un pò di erudizione in materia di pietre preziose potrà assai favorirvi nel puffare un orefice.

Eccovi completo—oramai, per procedere nella grande carriera, non vi resta che a procacciarvi un alloggio—il quale alloggio dovrà essere quindi innanzi il punto centrale delle vostre operazioni—il roccolo di quelle infinite varietà di merli che Dio ha creato a bella posta per farsi spiumare dal puffista.

Intendete fissare dimora per alcun tempo in una città?—In tal caso vi consiglio ad uscire dallʼalbergo per prendere in affitto un grandioso appartamento. Badate però che lʼalbergo rappresenta il transito più sicuro per giungere ad un appartamento sulle ali del puff. Quanto più ingente sarà il puff che voi saprete piantare nellʼalbergo, tanto più facile vi riuscirà lʼimpossessarvi del primo piano di un palazzo senza compromettere la vostra dignità di puffista.—Voi avete quanto si domanda perchè un albergatore si lasci puffare da voi. Non dimenticate gli accessorii, che sono quattro o cinque valigie nuove, piene o vuote non importa, ma tali che col loro peso facciano bestemmiare i facchini della ferrovia e i mozzi dellʼalbergo. Se le valigie, per un capriccio del caso, sono piene di mattoni, non obliate di chiuderle con una ventina di lucchetti. Oltre alle valigie è necessario che nel vostro equipaggio figurino dei forzierini misteriosi, quattro o cinque ombrelli legati a fascio, due o tre bastoni dal pomo brillante; alle quali cose potreste anche aggiungere, per maggior effetto, un pappagallo ed un piccolo pincio. Non sarà male se appena entrato nelle stanze dellʼalbergo, vi darete premura di sciogliere due o tre borse da viaggio, per lasciare in mostra sul tavolo qualcuno dei vostri oggetti di toletta.—Io mi ricordo che a Milano, allʼalbergo della Ville, una volta mi accadde di produrre una sensazione incredibile, poichè i camerieri, annunziando al padrone il mio arrivo, gli avevano detto che da una borsa da viaggio io aveva cavati fuori quattordici, tra spazzole, spazzoletti e spazzolini.—Possa quel buono ed onestissimo albergatore della Ville serbare eterna memoria delle mie quattordici spazzole, come io, nel regno dei beati ove sarò fra poco, non scorderò mai che gli sono tuttavia debitore di tremila ottantotto lire e venticinque centesimi.—In ogni modo, entrando in un albergo (ed è inutile avvertire che questo albergo deve essere necessariamente il più rinomato della città) conviene che il puffista spari il suo gran colpo.—Questo gran colpo potrebbe consistere nella straordinaria larghezza delle mancie distribuite al bromista ed agli scaricatori delle valigie—o meglio ancora (ma questo stratagemma non può riuscire che ad un puffista di altissima levatura) nellʼordinare al padrone istesso dellʼalbergo di rimunerare col proprio denaro le persone che vi hanno servito. Neʼ miei tempi migliori, mi accadde una volta, scendendo alla stazione di Firenze, di trovarmi faccia a faccia con un mascalzone il quale ebbe la temerità di ricordarmi un miserabile puff di duecento cinquanta lire che io gli avevo piantato sei anni prima. Io non teneva nel mio portamonete che la nota dei miei puff—figuratevi qual imbarazzo, e quale pericolo! Quel mascalzone mi avea abordato con famigliarità cosi plebea, che io non poteva esimermi dal pagarlo, a meno di subire una pubblica vergogna e di screditarmi al cospetto dellʼuniverso.—Ridotto a mal passo, feci avvicinare quattro vetture da piazza, una per me, lʼaltra pel mio pappagallo, la terza per un mio domestico negro, la quarta per i miei dodici bauli, E fatto salire nella mia carrozza il vile aggressore, ordinai che il convoglio si dirigesse allʼalbergo della Luna. Al rumore delle quattro carrozze, tutti i camerieri uscirono in massa nel cortile, e il padrone, venuto fuori cogli altri, si sprofondava nellʼinchinarmi. Io diedi agio a tutti quanti di ebetizzarsi completamente alla vista delle mie dodici valigie, del mio pappagallo e dello schiavo nero—poi, quando tempo mi parve, abordai il padrone con piglio risoluto, e parlandogli in quella lingua cosmopolita che è sempre di massimo effetto:—monsieur, gli dissi, oreste vous un poco di monneta piccola? Quanto le abbisogna, signore? due... tre franchi?... comandi!—Mi abbisogna moneta piccola... tanto come cinquecento franchi... in tanti piccoli pezzi di napollion dʼoro!—Lʼalbergatore numerò ancora una volta i miei bauli, diede una occhiata al mio pappagallo ed al mio negro, e quando ricorse al cassetto del banco e venne a me per portarmi i venticinque marenghi—adesso a te bon omo!—dissi al birbone che mi stava a lato per rinfacciarmi il mio puffa te duecento franchi e cinquanta per tua bona familia che mi aver salvata la vita, e non dir niente a persone se non voler bastonar.

Lʼassassino vedendo quellʼoro, spiccò due salti dalla consolazione e corse via che pareva invasato. Dopo ciò, pagai lautamente i bromisti e salii col corteggio delle mie valigie, agli appartamenti superiori. In quel momento un organetto era venuto a fermarsi sotto le finestre dellʼalbergo. Mi affacciai ai balcone, e gettando un marengo nel piattello del suonatore—io vi prego dʼaller vous en!... gli gridai dallʼalto,—domani si tornar, altro donar!....

Quel povero suonatore, che forse nella giornata non avea raccolto un quattrino, si fece allora a ringraziarmi con tali parole e tali gesti, che la gente si agglomerò nella via—e, chi è? chi non è? donde è venuto?—in meno di quattro ore io divenni il soggetto di tutte le conversazioni di Firenze. Quel marengo gettato al suonatore mi valse la gloria di avere, in due mesi, piantato nella futura capitale del Regno un puff di quarantacinque mila lire pochi centesimi.


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CAPITOLO VI.

Del prestito.

Ma lʼarte di scegliersi lʼappartamento difficilmente si insegna. È unʼarte di ispirazione, è uno di quegli istinti ammirabili, che il supremo creatore dellʼuniverso ha concesso ai pochi chiamati.

E qui mi conviene avvertire il piccolo puffista, il puffista di secondo e di terzo ordine, che lʼappartamento, quando non non richiegga una spesa straordinaria (nel qual caso solamente è permesso puffarlo), vuoi essere qualche volta pagato scrupolosamente.—Pagare lʼaffitto di casa con puntualità e sollecitudine, è misura finanziaria della massima importanza per chi vuoi puffare con sicurezza di causa. Con tale misura conquisterete un eccellente alleato per le vostre imprese puffistiche—questo alleato sarà il vostro padrone di casa, a cui si unirà validamente il vostro portinajo, se saprete conciliarvelo con delle mancie generose....

Ma ecco qualcuno sorge a dire: come si si fa quando non si hanno denari, a sostenere queste grandi spese di impianto? Come si pagano i viaggi? il trasporto dei bagagli? gli affitti? le mancie?

Sicuro che del denaro, o poco o molto, bisogna farne circolare; e quandʼuno non ne ha di proprio, deve necessariamente procacciarsene attingendo alla borsa degli altri.

Un puffista che si rispetta non deve trovarsi mai in condizione da non poter far fronte ai pericoli della sua professione. Bisogna che egli abbia sempre nelle tasche il denaro di semenza e il denaro di partenza—o in altri termini: il denaro di ingresso e il denaro di recesso. Non è mestieri che io spieghi il senso di questa rime agli arguti miei lettori.

Come si fa per aver denaro? Ai puffista non si offre altra risorsa che quella di chiederne a prestito.

Guardiamo intorno—esploriamo le fisonomie, studiando i caratteri, calcoliamo le probabilità.

Innanzi tutto, prima di chiedere un prestito, è necessario aver stabilita la certezza che la persona, alla quale siete per ricorrere, possegga la somma.—Domandare dieci mila franchi a chi appena ne possiede mille è la massima delle stoltezze.

Bisogna che la persona alla quale avete intenzione di batter cassa, non possa mai dire con verità: mi spiace tanto, ma non sono in grado di servirvi! Pur troppo (la società è tanto corrotta!) questa risposta vien profferita alcune volte da individui, che potrebbero dare il doppio ed il triplo della somma che loro viene richiesta!

Dopo questo precetto, che ha da formare la base della vostra operazione finanziaria, io vi consiglio di attenervi scrupolosamente alle poche massime generali che qui sotto vi trascrivo.

Astenetevi sempre dal domandare denaro per lettera quando possiate chiederlo a viva voce. Cʼè uno stolto proverbio che dice: la carta non vìen rossa—imbecilli! forse che la faccia di un puffista può cambiar colore più presto che la carta? E vi è forse ragione perchè un puffista abbia ad arrossire nel chiedere dellʼoro ad un suo confratello?—Fosse argento, fosse rame, fosse la vile moneta che si getta allʼaccattone! ma lʼoro!....

E poi: qual maggior prova di amicizia e di stima si può dare ad un uomo che quella, di domandargli in prestito parecchie miliaja di lire?[5]—Non è lo stesso che dirgli: tu sei ricco, tu sei grande, tu sei potente, tu sei generoso?—Chi avrebbe ragione di arrossire sarebbe il miserabile che non potesse corrispondere degnamente a questa grande prova di fiducia che voi gli avrete accordata—o il vigliacco che non potendo favorirvi, mendicasse delle scuse, o tentasse eludere il vostro nobile disegno colle scappatoje o colle menzogne![6]

In linguaggio puffistico, questa operazione finanziaria del chiedere a prestito si chiama stoccata. Sublime parola, che oltre a rappresentare precisamente la idea, rivela anche il modo di tradurla in fatto!

Non si può essere grandi puffisti senza essere ad un tempo grandi stoccatori!

Potete voi concepire un colpo di stocco ben aggiustato e micidiale, se questo non sia stato preceduto da lunga meditazione ed eseguilo con coraggio e risolutezza?

Di tal modo si debbono compiere le stoccate puffistiche.

Stabilita la vittima, convien fissare il momento ed il luogo—e una volta premeditato il piano di attacco, slanciarsi come il falco sul pulcino.

In generale, le stoccate puffistiche, meglio che nelle mattutine, riescono nelle ore pomeridiane, dopo il pranzo, e dopo la digestione. Un uomo che ha ben pranzato e che ha ben digerito versa ordinariamente in una crisi di buon umore, e si riduce facilmente, pel benessere che prova egli stesso, a favorire quello degli altri.

Lanciato il vostro colpo, badate bene che la vittima non si parta da voi collo stocco nelle viscere. Convien ghermirla strettamente, impedirle qualunque movimento, o per lo meno inseguirla fino a tanto che essa non abbia versato il suo contingente di sangue metallico. Una volta che la vittima sia fuggita collo stocco nelle viscere, vi tornerà assai difficile il ghermirla nuovamente. Guai allo stoccatore puffista se il primo colpo gli va fallito!

Le stoccate per sorpresa riescono meglio delle altre, ed io potrei fornirvi, di ciò numerose prove dedotte dalla mia stessa esperienza. Ma per chiudere umoristicamente questo capitolo, vi narrerò di una ingegnosissima stoccata di sorpresa compiuta in Marsiglia da un puffista di quarta classe, il quale peʼ suoi talenti avrebbe potuto aspirare ai primissimi ranghi dellʼordine se lʼindolenza del suo carattere non avesse paralizzate in lui le altissime doti dello spirito.

Lʼarguto puffista si chiamava Napoleone S... e viveva, come si suoi dire, alla giornata, stoccando gli amici e i non amici, i conoscenti e i non conoscenti. Per oltre quarantʼanni egli aveva condotta questa beatissima vita di levarsi ogni mattina senza sapere come avrebbe pranzato e dove avrebbe dormito alla sera. I suoi puff non si erano mai elevati oltre le strette necessità della vita; egli puffava a centellini, puffava a moneta spicciola, e non era meno grande per questo.

Un giorno Napoleone passeggiava sul ponte di Marsiglia a poca distanza da un caffè ove bazzicavano ordinariamente i suoi connazionali. Napoleone era italiano. Lʼora si faceva tarda; nel caffè non cʼerano persone sulle quali il nostro puffista potesse vibrare con effetto la sua stoccata quotidiana!

Che si fa? Lʼappetito si aguzza e con esso anche lʼingegno puffistico.

Ecco un signore sbarcato recentemente da un battello a vapore. Napoleone lo vede per la prima volta, non sa chi sia, nè da qual parte egli venga. Non importa. È un signore riccamente vestito, un signore che, stoccato con garbo, darà necessariamente il suo spruzzo.

Napoleone si fa innanzi, aborda risolutamente la sua vittima, e toccando leggermente il cappello, lo apostrofa con fuoco:

—La senta un poʼ, caro signore: si tratta di una scommessa, della quale bramerei che ella si degnasse farsi arbitro. Se qualcuno... io per esempio... avesse bisogno al momento di un miliardo in numerario; crede lei che sarebbe possibile, raccogliendo tutto il denaro dei banchieri di Marsiglia, mettere insieme questa somma?

—Io... crederei, risponde lʼaltro con un certo sussiego; crederei che per raccogliere una somma così rilevante ci vorrebbero per lo meno cinque o sei giornate e forsʼanche...

—Ebbene: diffalchiamo...! diffalchiamo pure! Se non si trattasse che di cinquecento milioni di franchi?..

—Anche cinquecento milioni di franchi in numerario sarebbe un poʼ difficile trovarli...

—E se uno avesse bisogno di cento milioni?

—Cento milioni... a dir vero...

—Ma via! restringiamo la cosa ai minimi termini... Se non si trattasse che di soli cinque franchi... crede lei che sarebbe difficile... trovare chi li sborsasse prontamente e...?

—Cinque franchi! esclama il forastiero con ingenua meraviglia; ma qual è il miserabile che non possegga cinque franchi? e qualʼè il disgraziato che non troverebbe cinque franchi...?

—Ah! lei mi consola! lei mi risuscita, da morte a vita! esclama a sua volta il puffista mutando registro di voce. Io mi trovo appunto nel caso di aver bisogno cinque franchi per pranzare questʼoggi, e poichè lei è così bene disposto a favorirmeli, profitterò volentieri della sua offerta e le sarò infinitamente obbligato.

Il forastiero, vedendosi preso alle strette, e ammirando dʼaltra parte lʼarguzia dello stratagemma, portò la mano al taschino del gilet, e trattone un bel marengo fiammante, lo lasciò cadere nelle mani dellʼarguto puffista.

Da quel momento Napoleone S... divenne il compagno indivisibile del forestiero, finchè questi si trattenne in Marsiglia; e più volte questi due individui così stranamente collegati da un azzardo puffistico, furono veduti pranzare assieme allʼHotel des Empereurs. Inutile avvertire che il mio Napoleone non fece mai torto al suo nobile carattere di puffista, assumendo, neanche in minima parte la spesa del pranzo!


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CAPITOLO VII.

Dei Creditori.

Quel poeta che lasciò scritto:

Non è credibile
Quanto è terribile
La vista orribile
Dʼun creditor

doveva appartenere, nella gerarchia del regno puffistico, allʼinfima classe.

È vero—la vista di un creditore non è molto aggradevole—val meglio vedere una bella figura di donna, ed anche, per chi si diletta di uniformi, un ussero di Piacenza. Ma il grande puffista, il puffista di prima classe non può mai sgomentarsi dellʼincontro dì un creditore, e in ogni modo, quandʼanche un tale incontro avesse a cagionargli qualche leggiero turbamento, egli saprebbe dissimularlo in tal guisa da non rimanere compromesso.

Fra un creditore ed un debitore che si veggono, la situazione del primo è mille volte più grave e sconfortante di quella del secondo.

Se fosse dato di penetrare in fondo al cuore dellʼuno e dellʼaltro, vi si leggerebbero due voti affatto opposti, ma non ugualmente terribili.

Il creditore, alla vista del suo debitore, è necessariamente assalito da un atroce dubbio:—chi sa se costui potrà pagarmi!

Il debitore, al contrario, pienamente consapevole dei propri mezzi e dei propri intendimenti, può dire con piena sicurezza:—io non pagherò mai!

Ora, chi oserà sostenere che la situazione del primo non sia mille volte più tormentosa che quella del secondo?

Ciò premesso, vediamo brevemente come debba comportarsi un abile puffista a riguardo del suo creditore.

È inutile avvertire che questo ultimo, rappresentando la parte dellʼindividuo compromesso, è costretto usare tutte le cautele, tutte le arti per non compromettersi davantaggio.

Egli non ignora che, per ottenere e facilitare il pagamento, non gli conviene irritare, nè pregiudicare in veruna guisa il suo debitore.—Un abile puffista non deve mai obliare questa circostanza favorevole.

Appoggiato ad una tale considerazione, io ho sempre preferito il sistema di trattare il creditore colle maniere più brusche, ricorrendo anche alle minaccie in caso di reazione troppo viva.—Quanto minori, da parte del creditore, le speranze di risarcirsi, tanto più mansueto e più cortese egli suole mostrarsi, nella paura che, ricorrendo a dei mezzi troppo energici, il debitore si vendichi col non pagarlo.

Lʼuomo che ha un credito da riscuotere somiglia in qualche modo ad un innamorato. Egli ha bisogno dʼilludersi; egli ha bisogno di credere che tosto o tardi incasserà il suo denaro. Non avviene forse lo stesso ad un uomo perdutamente invaghito di qualche beltà capricciosa ed altera? Più questa si mostra sprezzante e crudele, più lʼaltro diventa umile e servile. Che sarebbe di lui, se quella donna sʼirritasse a tal punto, da togliergli il conforto di vederla, di parlarle qualche volta, e di potersi illudere per una mezza promessa o per un mezzo sorriso?

Ai piccoli puffisti, più che ai modi burberi e minacciosi, riescono le facezie e le piccole sorprese.

Anni sono, quando a Milano faceva furore il caffè San Carlo, diretto dallʼincomparabile Beruto, fra gli altri puffisti, che frequentavano il grandioso stabilimento, ci era un tal Mezzocapo, giovane elegantissimo e già consideratissimo, malgrado la sua età ancora fresca, nel grande regno del Puff!—Era già un anno che il signor Beruto teneva aperti i suoi libri di credito a quel bravo e giustamente celeberrimo puffista.

Un bel giorno, il grande e generoso caffettiere, rivedendo le sue addizioni, si accorge che la somma dovutagli dal Mezzocapo è divenuta eccedente, ed ecco il signor Beruto spicca la sua nota, ed il nostro avventuroso puffista si trova in mano una lettera che lo invita al pagamento.—Il giovine non si turba per questo—lancia unʼocchiata altrettanto sicura che sdegnosa alla cifra totale del suo debito—e volto al padrone del caffè un sorrisetto di protezione, gli dice nel tono più affabile: «Aspettate un istante..., io aveva già pensato a voi.... a momenti ritorno.» Ciò detto, il mio puffista esce dalla bottega, rimane assente per alcuni minuti, e rientrando poco dopo, si accosta nuovamente al Beruto con un piccolo involto nelle mani.—Oh! non cʼera premura! esclama il padrone del caffè, supponendo bonariamente che lʼaltra gli portasse il denaro.—No! no! risponde il Mezzacapo—a me piace che le cose procedano regolarmente... Io ho bisogno che lei continui a tener nota del mio consumo per un altro anno; ma siccome vedo che la nota è già lunga, e che lei potrebbe aver bisogno di penne, così gliene ho procacciato io una piccola scatoletta... Eccole! Sono cento penne in acciajo... della prima qualità... Io credo che le basteranno... in caso diverso mi farò un dovere di portargliene delle altre!»—Lʼargutissimo proprietario del caffè San Carlo fu disarmato da questa facezia, e riaperse le sue partite di credito al puffista fino al giorno in cui questi ebbe ad emigrare da Milano per cause... non politiche.

Sono rarissimi i casi di creditori i quali abbiano avuto la sfrontatezza di aggredire i loro debitori in luogi pubblici e di suscitare, colla loro brutalità, degli inutili scandali. Pure anche il più abile dei puffisti può incorrere un tale pericolo.

In tali casi non vi è che un solo mezzo per salvarsi—opporre sfrontatezza a sfrontatezza, minaccie a minaccie, scandalo a scandalo.

Nellʼanno 1848, allorquando, rientrati gli austriaci, Milano era soggetta agli immani rigori dello stato di assedio, un tal Mauro usurajo si avvisò un bel giorno di aggredire villanamente sotto il Coperchio deʼ Figini un amico e discepolo mio distintissimo, certo Angelo Soderini, grande fabbricatore di puff e di cinti meccanici.

—Ah! vi trovo finalmente... Ora non mi scapperete!... grida lʼusurajo affrontando villanamente la sua vittima.

—Zitto!... vi prego... parlate sotto voce! mormora il Soderini con accento supplichevole.

Ma vedendo che lʼaltro non era disposto a smettere il tono di minaccia, e che cʼera pericolo dʼuna brutta scena, il Soderini, pigliando risolutamente il sopravvento e levando a sua volta la voce: «Io vi dico, signore, di ritrattare le brutte parole che avete pronunziate, gli grida—vergogna! insultare al capo dello Stato!... parlar male del nostro augustissimo e clementissimo Imperatore!... del nostro caro ed amato Francesco Giuseppe...»

—Cosa cʼentra lʼImperatore? Cosa cʼentra il governo? Chi si è mai sognato di parlare di politica?... Io vi dico di pagarmi...

—Ed io vi dico di finirla! riprende il Soderini rinforzando la sua voce di tre gradi—ah! voi siete uno di quelli che vorrebbero ancora i Piemontesi!... voi volete la repubblica!... Io vi dico che se non la finite di parlar male del governo...

Il tristo usurajo, non riuscendo a soperchiare la voce del suo debitore, e vedendo dʼaltra parte che si avvicinavano due poliziotti, i quali avrebbero potuto arrestarlo come un ribelle, non trovò miglior partito che quello di darsela a gambe, nè mai più da quel giorno egli osò ritentare la barbara prova di esigere i suoi crediti col sistema degli scandali e delle pubbliche minaccie.

Uno dei migliori mezzi per ammansare la belva (e in linguaggio puffistico chiamasi belva il creditore dal giorno in cui questi concepisce lʼassurda idea di farsi pagare) è quello di rincarire la somma del di lui credito, allettandolo colle attrattive di una grossa commissione o sorprendendolo colla richiesta di un maggior prestito.

Mi spiego.—Il vostro creditore viene a farvi una visita—voi lo incontrate per via. Neʼ suoi sguardi, nel tono della sua voce, nellʼesitanza del suo contegno, voi leggete il feroce proposito di presentarvi una nota o di domandarvi un rimborso. Non dategli tempo di avvicinarsi—non permettete chʼegli profferisca una parola—prima chʼegli si metta in posizione di vibrare il terribile colpo, slanciatevi su lui, afferratelo a due mani per la gola, e sbalorditelo con un colpo di testa.

È un sarto?—bravo; ben venuto! vi aspettava... ero sul punto di recarmi da voi! ho bisogno di un paletot, di un soprabito, di tre o quattro pantaloni di capriccio, di una mezza dozzina di gilet... posso io contare sulla vostra sollecitudine?... e poi cʼè un mio amico... un barone... un marchese... un milionario... che vorrei raccomandarvi. Badate che gli è buon pagatore... ma talvolta, come tutti i grandi signori, fa attendere un poco il denaro... Noi altri non si mette mano alla borsa per delle inezie—dunque: siamo intesi!... patti chiari... amicizia lunga... e frattanto portatemi le stoffe e servitemi a dovere!

Questo modo di sorprendere il creditore è di un effetto immancabile.

Se si tratta di un creditore che vi abbia prestato denaro, voi non avete a far altro che domandargli una somma tre volte più grande di quella che gli dovete.—Le persone che prestano il loro denaro ad un puffista, sono quasi sempre di una ingenuità adorabile!

Vi narrerò un fatterello che forse potrà sembrarvi incredibile. Io doveva, nei primordi della mia carriera puffistica, la miserabile somma di lire duemila ad un dabben usurajo di droghiere, al quale avevo rilasciata una cambiale.

Quattro o cinque giorni prima della scadenza, il buon uomo si recò a trovarmi una mattina colla intenzione di ricordarmi il mio impegno.

—Voi giungete a proposito! mi affrettai a dirgli con voce desolata,—io stava per recarmi da voi onde pregarvi di un piccolo favore. Fra cinque o sei giorni io debbo pagare duemila franchi per una cambiale da me accettata or faranno due mesi in favore di qualcuno... di cui non mi ricordo il nome. Io so di dovere questa somma... ho notato sul mio portafogli lʼepoca della scadenza, ma per quanto io vi abbia pensato, non sono riuscito a sovvenirmi della persona che mi ha dato quel denaro..». Orbene, in seguito ad una grave perdita di giuoco, io mi trovo sprovveduto pel momento.... e vi assicuro che se io non potessi soddisfare al mio impegno per lʼepoca fissa, ne morirei di vergogna!... Figuratevi!... Disonorarmi!... perdere il credito per una miseria di duemila franchi—un par mio!—un cavaliere di onore!... Alle spiccie: potete voi prestarmi cinque o sei mila lire da restituirvi fra una ventina di giorni?

—Ma la cambiale di cui parlate è forse quella che io tengo in mano... e che avete accettato in mio favore or saranno sei mesi...

—Dite davvero?... Possibile!... Ah!... voi mi date la vita!... Ed io che credeva... Ma sicuro!... Vedete se io sono uno smemorato... Siete voi... proprio voi... che mi ha fatto avere quelle due mila lire saranno appunto sei mesi... Non potete credere come io mi senta sollevato da questa notizia!...

Così parlando mi gettai nelle braccia del mio droghiere, e lo baciai in fronte più volte come fosse il mio angelo salvatore.

Dopo molte parole da una parte e dallʼaltra, insistendo io nel chiedergli il nuovo prestito di cinquemila franchi, egli mi usci fuori con questa ingenua domanda: «ma e la cambiale che scade il giorno quindici, siete voi disposto a pagarla»?

—Se sono disposto!—credete voi che se non avessi intenzione di pagarla, ricorrerei alla vostra gentilezza per la somma in questione?... Ma è appunto per far onore alla mia firma, per mostrarmi, quale fui sempre, uomo leale ed esatto, che ora chieggo questo piccolo prestito di cinque mila franchi.

Il dabben uomo, credendo scorgere in questo tratto una prova irrefragabile della mia onestà e puntualità commerciale, non si fece altro pregare ad accordarmi il favore richiesto.

In quel giorno stesso io ebbi dal droghiere lʼintera somma, della quale una parte mi servì poi a pagare la cambiale che egli venne a presentarmi dopo cinque giorni, e lʼaltra parte mi servì di base ad un grande piano puffistico, del quale sarebbe troppo lungo il parlare.

Io chiuderò questo capitolo riportando tre versi, che un puffista assennato deve sempre aver presenti ogni qualvolta gli venga sporta una nota da pagare o chiesta la restituzione di un capitale tolto a prestito:

A pagar non sii corrente,
Potrìa nascer lʼaccidente
Che finissi col pagar niente.

Sono versi un poʼ volgari, ed anzi lʼultima cresce di un piede.

Questo piede che cresce, potreste allʼoccasione regalarlo alle natiche dei vostri creditori.—A giudizio di molti pratici, questo è ancora il miglior modo per sbarazzarsi della vile genia!


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CAPITOLO ULTIMO.

Ciò che abbiamo stampato fin qui, è opera di Roboamo Puffista, di quel grande e insuperabile piantatore di puff, che ha lasciato nelle più vaste e popolose metropoli di Europa unʼorma incancellabile del suo passaggio.—Lʼesistenza di questʼuomo insigne fu pari a quella di certi serpenti che, a dire dei naturalisti, dappertutto ove strisciano abbruciano lʼerbe.

È doloroso che questo filosofo profondo non abbia potuto compiere il suo libro, rapito, comʼegli fu, da morte immatura nellʼospedale dei Frati Fate-bene-fratelli.

Lʼultime parole chʼegli ebbe a profferire al termine di unʼagonia dolce e serena, come suol essere quella degli uomini giusti che hanno impiegato degnamente la loro esistenza o che sono certi di lasciare una indelebile ricordanza alla posterità, furono le due strofe che qui riportiamo:

Vissi puffando il prossimo;
Ora, a morir vicino,
Vorrei puffar le esequie
Al prete ed al becchino:

Genio del puff assistimi!
Che dʼogni impresa mia
Questa è la più difficile,
Puffar la sagrestia!

Con questi versi sul labbro, moriva Roboamo Puffista. Come ognun vede, fino agli ultimi istanti della vita, questʼuomo ammirabile si mantenne fedele alla santa causa del puff!

Egli fu sepolto senza pompa, nel silenzio della notte. I suoi correligionarii non seppero della sua morte che quando non erano più in tempo a prestargli i dovuti onori. Se i fratelli fossero stati avvertiti in tempo debito—noi avremmo veduto quanto vi ha di meglio in Milano, nellʼalta aristocrazia del blasone, del commercio, dellʼindustria, delle scienze, delle lettere e delle arti, accompagnare allʼultima dimora il confratello.....puffista!

Povero Roboamo! che i creditori ti siano leggieri!