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BIBLIOTECA MINIMA

A. GHISLANZONI
LIBRO PROIBITO

MILANO

TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA

Stabilimento Via Andrea Appiani, N. 10.

Succursale Via Carlo Alberto, Bott. 27.

1878

PROPRIETÀ LETTERARIA

INTERDETTO

Non credo, per aver scritto gli Epigrammi e le Satire raccolte nel presente volume, di aver commesso una cattiva azione. Ho espresso con schiettezza le mie idee; ho riso di ciò che a me pareva risibile; ho sfogato le mie stizze, e ciò mi ha fatto bene.

Debbo però convenire di aver obbedito ad una istigazione diabolica, allorquando, in un accesso di volgare cupidigia, ho accordato ad un editore la permissione di scroccare ai curiosi la somma di __due lire__ per l'acquisto di un libro destituito di ogni pregio letterario, e assai pericoloso per chi ci tiene alla quiete ed alla salvezza dell'anima.

Dirò, a disgravio di coscienza, che appena consegnato il manoscritto, non risparmiai preghiere nè lacrime per impedirne la pubblicazione. L'editore fu inesorabile. La sola concessione che mi venne fatta, fu quella di affiggere al frontispizio il titolo di __Libro proibito__, con facoltà di deplorare, in poche righe di prefazione, l'imprudenza peccaminosa di chi osasse, malgrado il divieto, spinger l'occhio dentro le pagine.

Io compio dunque uno degli atti più ripugnanti all'orgoglio di uno scrittore; io grido con tutta l'enfasi de' miei rimorsi: __Non leggete!__

Ripeto che in questo libro vi è nulla che possa allettare le persone educate alla buona letteratura. Figuratevi! Un libro di versi senza un raggio di poesia.—E quali versi! Degli endecasillabi, dei settenarii, degli alessandrini, ecc., ecc., foggiati al vecchio stampo, servilmente ligi ai dettati di una prosodia che ha fatto il suo tempo, e incappucciati, per giunta, di quella grottesca majuscola, che fu il massimo obbrobrio di tutti i poemi apparsi in Italia da Dante a Manzoni.

Non vi parlerò della lingua e dello stile. Immaginate quanto si può commettere di più avverso al gusto moderno. Tutta roba da scarto, ciarpami, ferrivecchi, anticaglia. I soliti vocaboli dei soliti dizionari, impastoiati colla sintassi più abusata; infine, la volgarità ributtante di chi presume possa ancora oggidì riuscire accetto, o per lo meno tollerabile, ciò che ha la insolenza di farsi capire.

Ma questo è nulla. Chi dice libro satirico, dice libro immorale. Per sferzare il vizio con effetto, è d'uopo denudarlo; e questo non si può fare senza offendere in molti casi quell'ultima virtù delle persone corrotte, che si chiama il pudore.

Lettore: se tu sei, come non dubito, un libertino consumato da ogni più sozza libidine, dà retta a un buon consiglio: non andar più oltre—getta al fuoco il volumetto e riprendi la via del bordello. Un par tuo non deve guardarsi che dal vizio stampato—è la sola forma di vizio che può farti arrossire.

Ma tu non badi; mi pare anzi di scorgere ne' tuoi occhietti scintillanti di lussuria, che le mie parole non sortirono altro effetto fuor quello di eccitare ne' tuoi sensi un più vivo appetito di lettura.

Ti comprendo.

La tua è una pudicizia del miglior genere, la pudicizia di moda. Tu vuoi mordere al frutto proibito, assaporarlo, deliziarti clandestinamente dei sughi solleticanti; e darti poi l'aria di un Sant'Ermolao, affacciandoti alla finestra per gridare allo scandalo, come se alcuno avesse attentato a qualche tua recondita virtù, risparmiata in collegio dal precettore gesuita.

Va pur là, povero illuso! Ma bada che la mia immoralità non è di quella che ha virtù afrodisiaca. È la immoralità preadamitica che chiama le cose col loro nome che ignora le perifrasi vellicanti. Qualche cosa di nudo, di brutalmente nudo ti apparirà nelle mie pagine, ma i turgidi seni e l'altre peccaminose rotondità che io ti avrò messe innanzi, non ti daranno verun solletico ai sensi, e nessuna visione erotica verrà la notte ad agitare il tuo sonno.—Dei seni di stoppa, delle nudità angolose e grottesche, delle turpitudini che fan ridere.—Quale disinganno! Si può dare, per un libertinaccio par tuo, una letteratura più esecrabile? Un ascetico seminarista non ne caverebbe tanto lievito che bastasse al consumo de' suoi esercizi segreti. Dopo tutto (avverti bene), la barzelletta erotica non occupa un largo posto nel mio libro. Ciò che rende le mie satire diabolicamente pericolose è lo scetticismo di cui sono ammorbate. Scetticismo politico, scetticismo letterario, e—turati ben bene l'orecchio—scetticismo religioso.

Per indurti a bruciare il volumetto, dovrebbe bastarti questa dichiarazione, che nessuna istituzione divina o sociale, nessun sentimento, nessun principio, nessuna autorità è qui rispettata. Ma vi ha di peggio; nè credo esprimermi con una metafora troppo ardita affermando che i miei epigrammi sono una grandine di insulti scaraventata sui cosidetti uomini seri e universalmente stimati da un oberato che non ha più nulla da perdere. Animo! Provati a leggere, ma lagnati poscia di te solo, se allo svolger delle prime pagine, riceverai sul muso qualche grazioso complimento che avrà il sapore di una ceffata.

Dimmi un po': qual gusto puoi tu riprometterti dal sentirti cantare sulla faccia che in fatto di politica, per esempio, tu la pensi come un boricco; che il tuo liberalismo è una grulleria; che i tuoi grandi principi, le tue incrollabili convinzioni, sono una vacuità compassionevole?

Supponiamo. Uno de' tuoi maggiori vanti è quello di chiamarti patriota. Se qualcuno pretendesse dimostrarti che il tuo patriottismo è un assurdo; che l'orgoglio di patria fu in ogni tempo un fomite di sanguinose discordie o di orrendi massacri; che la pace e il benessere non potranno mai consolidarsi nel mondo, se prima dai dizionari e dalla mente dell'uomo non venga cancellato un tal nome—non ti pare che all'udire od al leggere tali enormità, il tuo sangue darebbe nell'acido e le tue funzioni digestive ne rimarrebbero alterate?

Supponiamo ancora:

Ti credi inviolabile per aver conquistato sul campo di battaglia il titolo di eroe, perchè qualcuno ti ha proclamato martire della patria. In verità, martire ed eroe sono due qualifiche onorevolissime; ma se io ti dicessi che queste non bastano perchè i galantuomini ti accordino senza riserva la loro stima; se aggiungessi che molti prodi e coraggiosi tuoi pari sono degni della galera; potrebbe coglierti una tal sincope da freddarti sul colpo.

Quali sono i tuoi principii politici?—Quand'io ti avrò dato un saggio dei miei, ti sarà forza convenire che fra noi non è possibile verun accordo. Vediamo! Sei tu democratico?—Lo sono anch'io, ma faccio voti perchè in Italia duri ancora, almeno per mezzo secolo, il regime monarchico costituzionale. Questo però non toglie che io reputi il regime costituzionale una ciurmeria non d'altro feconda che d'imbarazzi ai governanti e ai governati. Naturalmente, colla tua santa democrazia sul labbro, ti professi amico del popolo. Il buon popolo l'amo anch'io, ma non potrò mai associarmi a coloro che adulano con tal nome una mandra di pecore, perchè si lascino tosare senza mettere un belato. Non ho ancora capito quali differenze sostanziali esistano fra i consorti, i puri, i destri, i sinistri, gli intransigenti, i radicali, ecc., ecc. Sotto ogni bandiera militano dei bricconi in buon numero; e sono convinto che i radi galantuomi non hanno bisogno, per pensare ed agire rettamente, di inscriversi in una confraternita, la quale, o tosto o tardi, può diventare una camorra.

Da nessuna cosa maggiormente mi guardo che dall'espormi al contagio delle Associazioni. Mi pare che anche in politica il miglior partito sia quello di mantenersi libero pensatore; e tu sai bene, mio buon amico, che pensare liberamente significa veder nero ciò che gli altri vedono bianco, e viceversa.

Non sperare che io sia mai per trattarti con benevolenza e rispetto qualora tu fossi ministro, senatore, deputato, sindaco, prefetto, commendatore, cavaliere, infine, ciò che si suol chiamare un alto personaggio.

Basterà un bricciolo di senso comune per farti capire che non avendo io nè cariche, nè impieghi, nè titoli, sono dalla prepotenza degli istinti naturali condannato ad abborrirti. Dopo questo, come oseresti sperar grazia se tu fossi uno di quei mostruosi prodotti del diritto ereditario che si chiamano capitalisti o possidenti? Ciò che debba attendersi di ire e di contumelie un uomo che vive di rendita da un uomo che vive del far versi, molti tuoi pari mostrano di saperlo tenendosi scrupolosamente discosti dai libri e da chi li fa.

Perchè tu abbia a formarti un concetto preciso de' miei principii religiosi, questo solo ti dirò, ch'io fui educato in un seminario, vale a dire in un istituto dove non si fabbricano che dei bigotti e degli atei. Mentirei ignobilmente se affermassi di appartenere alla prima categoria. Non mi dichiaro ateo nel senso letterale della parola, ma siccome il mio Dio non assomiglia punto a verun di quei tipi da gran babbau inventati per far paura alla gente, così me lo tengo tutto pel mio esclusivo consumo.

Tu dirai che vi hanno degli atei i quali professano la più sana morale, ed io ne convengo; resta poi a vedere se quello che comunemente vien giudicato sano, non sia in qualche caso il più gran morbo del mondo.

Vi è una sentenza evangelica nella quale sembrano riassunti tutti i principî e i doveri della giustizia umana—Ama il tuo prossimo, nè fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso. Sta bene. Ho sempre provato una grande soddisfazione nell'amare il mio prossimo; ma se questo mio prossimo è un suonatore di bombardone che mi disturba coi boati del suo istrumento il sonno e gli studi, non mi faccio verun scrupolo di mandarlo al diavolo e di esecrarlo cordialmente. Quanto al non fare agli altri ciò che non vorrei fosse fatto a me stesso, non troverei nulla a ridire se un tal precetto fosse rigorosamente osservato da tutti. Ma se alcuno mi lancia al viso una carota, o mi tende un tranello, o in qualsia modo mira a pregiudicarmi nell'onore o nella roba, credo compiere un atto di sana giustizia rendendogli pane per focaccia. Come vedi, la mia morale è ammorbata nella radice; pensa tu quali potranno essere l'albero ed i frutti.

In fatto di letteratura e di musica, tu sei forse uno di quelli che accettano per buona moneta tutto l'orpello delle nuove teorie. Ti vanti progressista, perchè sdegni l'arte schietta dei nostri buoni padri, e vai in estasi per ogni stravaganza generata dalla anemia o dal priapismo degli impotenti. Nemmen su questo ci può essere accordo fra noi.

Non credere che io disconosca le incessanti evoluzioni del pensiero umano. Ammetto che l'arte è soggetta a continue trasformazioni.—Da bravi! grido anch'io!—serviteci del nuovo! Ma badate che quand'uno ha fatto il palato alle pernici ed al barbèra, non gli si può far appetire, a titolo di novità, dei torsi di cavolo fritti, nè dargli a bere del sugo di barbabietole. Se il mio cuoco pretendesse riformare di tal guisa il servizio della mia mensa, pur tenendo conto delle sue buone intenzioni, gli lancierei nella schiena i piatti e le bottiglie.

Le trasformazioni furono spesso un pervertimento che segnò, nella letteratura e nelle arti, il principio della decadenza. Dopo Dante e Bocaccio, ottennero una effimera voga il cavalier Marino e l'abate Chiari; l'Arcadia impecorì tutto un secolo; le fiabe di Carlo Gozzi e i drammi sepolcrali dell'Avelloni soperchiarono per qualche tempo la buona commedia. La storia è là per dimostrare che il barocco, il puerile, il deforme può prendere quandocchessia il sopravvento nello spirito delle nazioni più colte. In tali casi è progressista chi reagisce. Ammirare tutto che si produce di stravagante e di laido per ciò solo che si discosta dall'usato, non è, come si pretende da taluno, incoraggiare il genio a tentare dei nuovi orizzonti; è favorire l'aberrazione, farsi compiici d'uno sfacelo.

Ti ho detto schiettamente come io la pensi in tale materia; a te, ora, l'imaginare quali possano essere i miei giudizî sull'arte che oggidì si va perpetrando in Italia. Questo solo aggiungerò, che ogni qualvolta mi avvien parlare di certi messeri da te probabilmente venerati quali precursori della grande trasformazione, mi vien sulla lingua un bruciore come di fosforo, e vorrei che ogni mia parola si convertisse in uno sbruffo di petrolio.

Ma io comincio ad avvedermi che vado sprecando la mia prosa senza costrutto. Uno spensierato che abbia speso due lire per l'acquisto di un libro, difficilmente si lascia indurre a gettarlo sul fuoco prima di averlo letto. Il proprio denaro ciascuno vuol goderselo; ed io so di molti ghiotti, i quali si assoggettarono a morire di indigestione piuttosto che lasciar sul piatto un bricciolo di vivanda ad un pasto di prezzo fisso.

Tal sia di te. Va pure innanzi, ingolfati nelle turpitudini e negli assurdi, guastati il sangue e il cervello, perdi la salute, getta l'anima al diavolo—buon padrone! Il mio dovere io l'ho compito; non ho più scrupoli nè rimorsi. Però, bada bene. V'è ancora nel mondo un gran numero di persone morigerate e prudenti, le quali stan ferme in questa massima, che comperare un libro sia un atto di rovinosa follia. Non è gente che abborra dal leggere; al contrario, leggon molto, leggon tutto—ben inteso, tutto quello che vien loro donato o prestato. Sono i parassiti della letteratura; il commercio librario non se ne avvantaggia gran fatto, ma se dessi cessassero dal consumo gratuito, l'Italia cadrebbe nell'idiotismo.

Mi preme che queste brave persone, tanto benemerite degli scrittori e degli editori, non sieno trascinate nell'abisso. Vorrai tu essere tanto iniquo da attentare alla loro pace ed al loro benessere? Leggere un libro proibito è una cattiva azione; ma diffonderlo gratuitamente, prestarlo a chi mai non si permetterebbe di leggerlo se ciò avesse a costargli la spesa di un quattrino, sarebbe veramente un obbrobrio.

Tu non vorrai coprirti di una macchia sì vituperevole. Io te ne supplico, pel bene dell'anima tua, per la prosperità non mai crescente delle così dette belle lettere, per le lacrime de' miei editori. Giurami che a nessuno mai—neanche alle più belle e svenevoli signorine di tua conoscenza—sarai per cedere a prestito il peccaminoso libricciolo. A tal patto, ed anche in considerazione delle due lire che hai spese, io ti assolvo dall'interdetto, e prego Iddio di infonderti quello spirito di tolleranza, che accoppiato al buon senso, paralizza il danno di ogni cattiva lettura.

EPIGRAMMI

RIMARIO ITALICO [1]

Pagnottisti,
Metodisti,
Wagneristi,
Preti tristi,
Affaristi,
Camorristi,
Giornalisti,
Son d'Italia gli Antecristi.

CRISI

—Che di nuovo in politica?
—Tutti i ministri in massa
Minaccian di dimettersi….
—Non v'è più un soldo in cassa?

ANNUNZIO FUNEBRE

Consunto al gioco e in femmine
Degli avi il patrimonio,
Ieri moría di sincope
Il cavalier Landonio;
Niun pianse allor che il lùgubre
Caso in città fu noto;
Solo gli eredi in lacrime
Dicean: lasciò un gran vuoto!

A GIOVANE LETTERATO

Per esser buon scrittore
Voglionsi ingegno e cuore;
Non t'impancare a scole,
Non pensar come vuole
La moda; scrivi quello
Che ti detta il cervello;
Sii naturale, schietto,
Onesto—e sarai letto

I NOSTRI TEMPI

La vera sintesi
Dell'età nostra
Con breve distico
Qui si dimostra:
«Tutto si compera,
Tutto si vende,
E carta sudicia
Per ôr si spende.»

CIO' CHE ACCADE

Era stimato un tanghero;
Il mondo alfin s'è accorto
Ch'egli era un uom di merito;
Che fece ei dunque?—è morto.

RISORGIMENTO ARTISTICO

Odo ripetersi
Da molte parti
Ch'oggi in Italia
Risorser l'arti.
Risorte fossero
Al par di Cristo
Che andò alle nuvole
Nè più fu visto?

QUESITO

Perchè al monte Parnaso
Bazzicavano i vati
Nelle remote età?
Fosse quello per caso
Un monte di pietà?

I BIOGRAFI

Davver son gentili, davver son garbati
Codesti bïografi dei genii passati!
Se mutan le frasi per far dell'effetto,
Se variano i nomi, tal sempre è il concetto:
«È morto Guerrazzi, è morto Manzoni;
Non restan più al mondo che ciuchi e birboni.»

USCENDO DAL TEATRO

Se questo strepito,
Questo Dies iræ
Sarà la musica
Dell'avvenire;
Ai nostri posteri
Almeno accordi
Iddio la grazia
Di nascer sordi!

CASO FREQUENTE

Morì un pöeta; accorrere
Al funeral tu vedi
La città intera; mancano
solo al cortéo gli eredi.

CERTI… ESULI

Per ragioni politiche
Venezia abbandonasti;
Or che Venezia è libera
Perchè non vi tornasti?
Temer non puoi dell'Austria
Gli insulti ed i rigori;
Non son partiti i barbari?….
—Restano i creditori.

COINCIDENZE

I questurini abbomini,
Odii i carabinieri—
L'alte ire tue dividono
I ladri e i barattieri.

A GELLIO[2]

Con stolta boria
Spesso tu dici:
«Tutti mi onorano,
Non ho nemici»
Ben altri, o Gellio,
Sono i miei vanti;
Me in massa abborrono
Ciuchi e furfanti.

AD UNO SCRITTORE UMANITARIO

La pena di morte
Vorresti abolita,
Esecri il supplizio
Del carcere a vita….
Mitezza tu chiedi
Pei ladri più abbjetti;
Tu certo prevedi
Qual fine ti aspetti.

INDUZIONE LOGICA[3]

Musiche incomprensibili
Scrive su versi orribili;
Oh! chi è costui? scommetto
Che è socio del quartetto.

COMMEDIE NUOVE[4]

Fine alle chiacchere!….
Dorina, attenta!….
Dramma nuovissimo
Si rappresenta….
S'alza il sipario….
—Basta! ho capito….
La donna è adultera,
Becco il marito.

AD UN CRITICO[5]

Son le tue dotte critiche
D'arte e di scienza un codice,
Per non scordarle, o Gellio,
Tutte le imprimo al podice.

IL MATRIMONIO

Un uom che prende moglie
L'imagine mi dà
D'un inter che diventa una metà.

RISPOSTA INGENUA

—Crivellato dai debiti tu sei,
Pure, ti veggo, Asdrubale,
Sempre gaio e contento.
—Perchè allarmato e triste esser dovrei?
Di penoso nei debiti
Non v'ha che il pagamento.

CAVE!

Sempre si lagna,
Poco guadagna,
Nulla ha studiato,
Fa il letterato;
Ottimo arnese
Da Polizia!
Eccellentissima
Stoffa da spia!

AD UN EDITORE[6]

Dieci giornali pubblichi;
Editor benemerito
Ti acclama ogni preterito.

LA NOSTRA MUSICA

Nell'universo
Regnò sovrana
Fin che fu musica
Italïana;
Volle esser musica
Cosmopolita,
E allor d'Italia
Non è più uscita.

SINTOMI QUARESIMALI

Si può?—Avanti!—Signore….—Che bramate?
—Il saldo del mio conto—Favorite
Di aspettar qualche mese—Mi celiate!….
Non voglio più aspettare—Allor…..partite

AD UNO SCRITTORE EMANCIPATO[7]

Audace, libera,
Indipendente,
Di giogo indocile
È la tua mente….
A chi ne dubita,
A chi nol crede
La tua grammatica
Ne può far fede.

ULTIME TENEREZZE

—Il mio core è sempre giovane
Non mel credi?—Sì…. tel credo….
Ma…. che vuoi? Pur troppo, o Clelia,
Sol del cor l'astuccio io vedo….
E l'astuccio, o dolce amica,
È di pelle troppo antica.

CRITICO ILLUSTRE

Tutti plaudiscono?
L'illustre critico
Sarcasmi biascica,
Le ciglia aggrotta.
Tutti sbadigliano?
L'illustre critico
Esclama in estasi:
«Musica dotta!»

CARITÀ PUBBLICA

Lavorò settant'anni;
Vecchio, pien di malanni,
Dalla miseria afflitto,
L'umile sottoscritto
Nella carità pubblica
Solo or confida, e spera
Che l'ospizio dei cronici
Lo accolga, o la galera.

CONFORTO

Dalle nuziali soglie
Ieri fuggia tua moglie….
E contro Lui ti irriti!
E piangi…. o imprechi a Lei.
Pensa a quanti mariti
D'invidia oggetto sei!
RAFFRONTO STORICO

Se il ver narrarono,
L'oche strillando
Un dì salvarono
Il Campidoglio;

I nuovi pàperi
Cianciando, urlando,
Fan dell'Italia
Barbaro spoglio.

LUSSO E MISERIA

A Recöaro, a Lévico,
In voluttà fastose
Smorzan la febbre isterica
De' Semidei le spose;

E mentre ai balli sciupano
Le fibre e il lusso infame,
Geme dai folti strascichi
Del popolo la fame.
A GELLIO MALATO

Sovente udiam ripetersi
Dai funebri oratori
Che i buoni, i giusti muoiono
E restano i peggiori;

Di tal sentenza, o Gellio,
Quanto tu dei gioire!
Morbo crudel ti logora,
Ma tu non puoi morire.

GIOIE DI POETA

Nel paësel, gli artefici
Del ferro e della seta
Me per le vie salutano
Col titol di poeta;

Insigne omaggio in patria
Davvero a me vien fatto!
Poëta pe' miei villici
Sinonimo è di matto.

IN MORTE DI UN MEDICO

È morto il medico
Dell'ospedale,
I preti adunansi
Pel funerale;
Degli ammalati
Ch'egli ha curati
Perchè alle esequie
Niuno è venuto?
—Ahi! tutti quanti
L'han preceduto!

VANTAGGI DEL DUELLO

Ei con tua moglie giacque,
Lo sorprendesti in letto,
Da ciò una sfida nacque,
Fosti ferito al petto.
Del düello la fama
Volò pel mondo; ed ecco,
Ei gentiluom si chiama,
Tutti te chiaman becco.

L'ANZIANITÀ

Perchè ad eccelse cariche
Tu di salir sii degno
Anzianità domandasi
Non scienza o illustre ingegno.
Forse che gli anni mutano
Ad un cervel le tempre?
Quelli che nacquer asini,
Asini restan sempre.

BESTIE CHE PARLANO

Cani, scoiattoli,
Gatti, cavalli,
Marmotte e scimmie
Soglio ammirar;

Gli storni abbomino
E i papagalli
E l'altre bestie
Che san parlar.

AD UN MAESTRO

In questo mio libretto
Avrai, te lo prometto,
Caratteri, passioni,
Ardite situazioni….
Però, bada, o maëstro,
Che qui non troverai
L'arte, la scienza, l'estro
E il genio che non hai.

IL BELLO NELL'ARTE

Ai tempi andati,
Ognun credeva
Che fosse bello
Ciò che piaceva.
Per chi la fama
Di dotto ambisce
Or, bello—è quello….
Che niun capisce.

CAUSE ED EFFETTI

Da un anno don Peppino
Non legge che giornali….
C'è da stupir s'ei diventò cretino?

AD UN CRITICO

In un tuo libro hai detto
Che il mio stile negletto
Manca di forbitezza e venustà;
Il tuo libro comprai—mi forbirà.

AD UN LIBERTINO

Uom senza core!
Dieci ragazze
Per te d'amore
Divenner pazze….
Lisa ingannasti,
Tecla hai tradito;
Or ti ammogliasti….
Dio t'ha punito!

SCANDALI CLERICALI [8]

Nei collegi governati
Dai famosi Ignorantelli
Gravi scandali son nati,
Ne è mestier ch'io ne favelli.

Se alle falde del Cenisio
Si applicassero costoro,
Senza spese e senza macchine
Compirebbesi il traforo.

CONSIGLIO UTILE

Come hai bramato,
Caro avvocato,
Sei deputato,
Ed or, cianciando,
Barcamenando,
Carracolando
Sovra gli scranni
Destro e sinistro,
Va!…. fra dieci anni
Sarai ministro!

IN MORTE DI UN LIBERTINO [9]

«Buon padre, buon fratello,
«Buon figlio, ottimo sposo,
«Onesto, generoso,
«Model d'ogni virtù….»
Tal suona il panegirico
Sempre a chi muor; sol questo
Di lui diran: fu onesto
Dall'ombelico in su.

DOLORE DI MARITO

—Da tre giorni è partita
Tua moglie, e piangi ancora!
Rischia salute e vita
Chi troppo si addolora.

—Al mio cordoglio immenso
I conforti son vani;
Partita ell'è…. ma penso
Che tornerà domani.

AD UN CANTANTE CAVALIERE

Fabio: alla tua gran voce
L'Italia ha reso omaggio;
Sei cavalier—la croce
Avrà il mio ciuco in maggio?

GIUDIZI DEL PUBBLICO

Piace un dramma a Milan…. cade a Firenze;
Fischia Venezia…. plaudirà Torino.
Variano i gusti, varian le sentenze
Del pubblico cretino.

LA CRITICA [10]

Flavio maestro chiamasi,
Dunque: perchè fa il critico?
—Flavio fa atroci musiche.

Sandro pittore nomasi;
Dunque: perchè fa il critico?
Sandro fa sgorbi orribili.

Tullio poeta vantasi;
Dunque: perchè fa il critico?
Tullio è poeta pessimo.

In base a tali esempi,
Definirei la critica:
Arte o mestier da invalidi.

POSIZIONI EQUIVOCHE

Il prete don Natale
Si vanta liberale.
Onde fede io gli presti
Smetta la negra stola;
Or smentiscon le vesti
La liberal parola.

A CRISPO

Il partito moderato,
A tuo dir, molto ha mangiato
Alla greppia del poter;
Io tel credo, e sarà ver.

Pure, o Crispo, il tuo partito
Dà tai segni di appetito,
Che se un dì il potere avrà,
Quel che resta mangierà.

NENIA

S'ode una nuova musica?
Gridan: non è Rossini!
Sei buon scultor? ti oppongono
Canova o Bartolini.
Non è Manzoni! esclamano,
Se un bel romanzo scrivi;
—Gli illustri morti servono
Ad accoppare i vivi.

RISPOSTA INGENUA [11]

«Passione maledetta!
Moglie: quel libro getta!
Vi apprenderesti cose
Orrende, obbrobrïose….»

—Oh! che ti frulla in mente?
Questo torto non farmi;
Il libro è un po' indecente
Ma nulla può insegnarmi.

SULLO STESSO ARGOMENTO

Guai se legge la mia Clara
Questo libro abbominato,
Questo libro ove s'impara
La malizia ed il peccato!

Da un romanzo sì perverso
Ella apprendere potria
Come e quanto io son diverso
Dal marito di Sofia!

AD UN NUOVO GIORNALE

Alla Voce del popolo
Mando gli auguri miei;
Pur non credo al provverbio
Vox populi, vox Dei.

Recenti e antiche istorie
Mostran che suol tal voce
Spesso Barabba assolvere
Per metter Cristo in croce.

AD UN POETA

Sulle tue prime liriche
Domandi il voto mio;
Bravo! pur che sien l'ultime,
Batto le mani anch'io.

CHI HA RAGIONE?

Per farti degno
Del paradiso
Il tuo rabbino
T'ha circonciso;

Appena io nacqui,
Dal mio curato
Per l'ugual causa
Fui battezzato;

Senza battesimo,
Predica il prete,
Nel regno eterno
Non entrerete!

Grida il rabbino
Con ugual zelo
Che col prepuzio
Non si va in cielo.

E finchè il mondo
Sarà cretino
Avran ragione
Prete e rabbino.

MESTIERI POLITICI

Quando in Italia i martiri
Pendevan dai patiboli,
Festi il mestier dell'esule;

Oggi l'Italia è libera,
Sai che i giurati assolvono;
Rischia il mestier del martire!

COMPLIMENTI

Una gentil signora
Che i letterati adora,
Ieri, nel congedarmi,
A me parlò così:

«In ogni giorno ed ora
Venite a visitarmi;
Gli altri imbecilli vengono
Soltanto al lunedì.»

A GELLIO GIORNALISTA

Il tuo giornale, o Gellio,
Oggi ti rimandai;
La carta è troppo fragile
Per…. l'uso che tu sai.

LA MORALE DEI LIBRI

Turpi i miei libri, e questo
Racconto insulso e gramo
Che tanto m'ha seccato,
Si chiama un libro onesto!
Libro furfante! esclamo:
Tre lire m'ha rubato.

GLI UOMINI E LE ISTITUZIONI

Sotto la monarchia
Gabrio è ruffiano e spia;
Sotto il governo—repubblicano
Che sarà Gabrio?—spia e ruffiano.

I PSEUDONIMI[12]

Quando d'una effemeride
Tu imbratti le colonne,
Presumi invan nasconderti
Nel vel di un Ipsilonne.
A ognun che il testo esamini
Subito si rivela
Che all'ombra del pseudonimo
Un asino si cela.

ECHI DEL CARNOVALE

—Come è andato il veglione
Ier notte?—Assai giocondo….
Di maschere e persone
Sul tardi c'era un mondo;
Credo (tanto al mattino
Stipata era la festa)
Che vi fosse perfino
Qualche persona onesta.

ROMANTICHERIE

—Poco mi resta a vivere….
—Che parli tu…?—Lo sento….
Troppo ti amai…. le viscere
Mi strugge un morbo lento….
All'obliato cenere
Di lacrime e preghiere
Qualche tributo, o Eufrasio,
Darai…?—Con gran piacere!!!

PROPOSTA DI UN CANDIDATO

Di tutto parla
E nulla sa…
Al Parlamento
Trionferà.

ASINO DOTTO

Molto studiò; pur, Flavio
Fu sempre un ciuco—Io penso
Che, entrandogli nel cranio
La scienza, uscì il buon senso.

SCENE DI CONFESSIONALE

—Padre…. al venerdì santo….
Commisi un gran peccato….
Mangiai un…. uovo—O scandalo!
Va!… va! tu sei dannato!…
Io…. ch'ebbi dal Pontefice
L'indulto, in quel dì istesso
Non mangiai che una folica….
Ed un branzino a lesso!…

RICCO IGNORANTE

Quattro milioni valgono
I vasti tuoi poderi,
Quasi altrettanto valgono
Le ville ed i manieri;

Ingenti somme valgono
I mobili, gli arredi,
Le molte gemme, i fulgidi
Cocchi che tu possiedi;

Valgono i bovi, valgono
Le scope ed i pitali….
Tu solo, in tal dovizia,
Gabrio, tu nulla vali.

ALLO STESSO

Se a piè mi incontri, o Gabrio,
Meco a parlar ti fermi,
Se al corso in cocchio transiti,
Fingi di non vedermi.

Io, più cortese e amabile.
Dalla pedestre folla
Ti grido ognor con enfasi:
«Addio, superba chiolla!

A GELLIO

Ho letto in qualche libro, e intesi dir da molti
Che gli uomini di ingegno fanno i figliuoli stolti;
Di parlar teco, o Gellio, se a qualcheduno accade,
Che tuo padre era un genio tosto si persüade.

QUESITO

Veggo che in molti opuscoli
E libri si censura
Chi chiamò il matrimonio
Nodo contro natura.

Perchè, fra gente seria,
Fra legisti e curiali,
Solo i figli illegittimi
Si chiaman naturali?

A CLELIA

Dì: quei capelli
Sì folti e belli;
Clelia, que' denti
Bianchi e lucenti,
Quel nuovo petto
Che hai nel corsetto,
Quanto han costato?
—Tutto ho comprato
A prezzo onesto
Vendendo…. il resto.

RISPOSTA

Non ti nomai; d'un asino
Scrissi, tu ti offendesti.
Nei versi miei specchiandoti
L'effigie tua vedesti?

ANIMA PIA

Ogni giorno si confessa;
Se ogni notte la contessa
Non facesse un po' all'amore….
Che direbbe al confessore?

MUSICA DEL PASSATO

L'autor del Rigoletto, scrivendo ad un amico,
Disse: è ben che i maestri ritornino all'antico.
Certi nuovi spartiti, che infatti hanno un tal merito,
Non vedran l'avvenire, vedran bensì il preterito.

GUARENTIGIE PARLAMENTARI

Fuori dal Parlamento,
Fra noi dell'umil schiera,
Per falso giuramento
Si può andare in galera—
Al Senato, alla Camera
Miglior sistema è invalso….
Ivi per molti è titolo
D'onor giurare il falso.

GLI EROI[13]

Eroi, eroi!
Che fate voi?
—Voi massacrate,
Assassinate,
Voi desolate
Borghi e città;
Un vil bifolco
Che suda al solco,
Val più di voi,
Birbe di eroi!

AD UN MAESTRO

Tutti oramai son editi
I tuoi capolavori;
I torchi più non gemono,
Gemono gli editori.

CONSIGLIO PROVVIDO

Dì quel che gli altri dissero,
Fa quel che gli altri han fatto;
Chi papagallo o scimmia
Non è, pei volghi è un matto.

MIRACOLI

Allor che al mondo annunziasi
Qualche molesto evento:
«Oh! il dito dell'Altissimo!»
Sclamar dai preti io sento.

D'un prete la Perpetua
Ier l'altro ha partorito…,
A compier tai miracoli
Di Dio bastar può il dito?

STATISTICA [14]

Su per giù, nasceranno
In Italia cinquanta-
Cinque spartiti ogni anno…
Ne muoiono sessanta.

A GELLIO DEPUTATO

Gellio: se non ti avessero
Eletto a deputato,
Col titol di onorevole
Chi mai ti avria chiamato?

CHIASSI FUNEBRI

Se muore un uom grande
Per senno e valor,
Nell'aria si espande
Immenso fragor.
Son genî incompresi,
Son piccoli eroi,
Son nani che gridano:
«I grandi or siam noi!»

FINALMENTE!

Di Wagner la grand'opera
(Oh evento fortunato!)
Tutti fra poco udranno—
E l'avvenir fra un anno
Si chiamerà il passato.

CONGRESSI

Al Congresso operaio
Andò il mio calzolaio.
Io colle scarpe rotte
Rimasi; il buon Crispino
Brïaco l'altra notte
Tornò senza un quattrino.
—Dirmi oserete adesso
Che inutil fu il Congresso?

A GIACINTA

In volto audacemente io ti guardai;
A ragione, Giacinta, ti offendesti….
Se guardata nessun ti avesse mai,
Fama di bella avresti.

GIACULATORIA

Grazie, o Signor! di un pargolo
La casa mia si allieta;
Fa ch'egli cresca incolume,
Fa ch'ei non sia poeta!

Se poi delle tue grazie
Colmar lo vuoi, Signore:
Fa ch'ei sia sempre un asino
Ma ragli da tenore.

CONVERSAZIONE CONIUGALE

A mensa divorando
Con gagliardo appetito,
Così parlava Eugenia
Al burbero marito:

«Come felici siamo!
«Dimmi: non ti consola
«Pensar che noi formiamo
«Due corpi e un'alma sola?»

—Se un corpo solo avessimo,
L'altro rispose, appieno
Sarei felice, o Eugenia;
Mi costeresti meno.

RAFFRONTI STORICI [15]

Narran le antiche cronache
Che un pazzo imperatore
Al suo cavallo il titolo
Donò di senatore.

Qual meraviglia? Ai facili
Tempi che venner poi,
Forse più eccelsi titoli
Non ebber ciuchi e buoi?

POUACH!!!

Su questo cencio ignobile
Che ha titol di Rivista
Sputò la bava sordida
Un rospo giornalista;

Qui con oscene ingiurie
Quel sozzo ordì i ricatti;
E con tal foglio il podice
Credi forbir? lo imbratti.

EPIZOOZIA

Fra le bestie bovine del paese
Ha nello scorso mese
Una peste terribile infierito;
Per tema del contagio
Il Sindaco è fuggito.

NEL CIMITERO

Che brava gente! A leggere
Le scritte, esclameresti:
«Color che qui riposano
«Tutti eran probi e onesti!»

Pur, se dall'urna sorgere
Potesse alcun, senz'armi
Col portafoglio in tasca
Qui non vorrei trovarmi.

DON NATALE [16]

In Dio non crede,
In nulla ha fede,
Pur, don Natale
È clericale.
Che mai lo lega
Alla congrèga
Turpe e nefasta?
—È pederasta.

A FLAVIO

Troppo imprecasti contro i venduti;
Di tema, o Flavio, perchè non muti?
Qualcun già mormora che sii sdegnato
Perchè nessuno t'ha mai comprato.

AL TEATRO MANZONI

La gente uscia dall'atrio,
Il dramma era finito:
—Come i teatri annoiano!
Sclamava un buon marito;
Di becchi e donne adultere
Sempre la scena è invasa;
A tali drammi assistere
Tutti possiamo in casa.

AD UN POETA

Tutti lodarono
I tuoi sonetti;
Prova certissima
Che niun li ha letti.

PASQUA

Ad una signorina
Amabile e garbata
Dissi: Pasqua è vicina….
Vi siete confessata?
Ed ella: al rito santo
Ci andrò, ma all'ultim'ora;
Spero di fare intanto
Qualche peccato ancora.

AD UN EX

Perduto il titolo di deputato,
Ex-onorevole fosti chiamato—
Ma chi in gran conto non t'ebbe prima,
Quasi onorevole oggi ti stima.

NECROLOGIO

Morì l'Osservatore
Organo dei rétrivi….
Qual lutto per l'Italia!
I redattor son vivi.

I TELEGRAMMI DI RE GUGLIELMO [17]

I.

Ier, sotto i forti,
Grande macello….
Sei mila morti….
Il tempo è bello.

II.

Bombardamento
Ricominciato….
Morti seicento….
Dio sia lodato!

III.

Oggi, gelati
Mille soldati….
Sano son io….
Sia lode a Dio!

NAPOLEONE III [18]

Lui grande al par di Cesare,
Quando reggea l'impero,
Lui vinto, infame dissero
E stolto avventuriero;

Giudicheranno i posteri
Qual fu Napoleone;
Ciò che fin d'or si giudica
È il secolo buffone.

A CLELIA

Che fai? ti arresta, o Clelia!
Già deponesti i crini….
Sciolti dal fianco caddero
I vasti crinolini….
Il sen ricolmo e turgido
Già sparve col corsetto….
Se ancor ti spogli, o Clelia,
Che porterai nel letto?

A GELLIO

Dio! come l'aria è rigida!
Il capo al vento immite
Se ancor tu esponi, o Gellio,
Puoi prendere un'orchite!

LA CREMAZIONE

Contro il sistema della cremazione
Protestano con ira i collitorti
I gesuiti ed i preti retrivi;
Noi non cremiam che i morti,
La Santa Inquisizione
Preferì sempre di cremare i vivi.

REALTÀ E POESIA [19]

Già della Prussia
Tutti i soldati
Sotto Parigi
Stanno accampati….
Già dell'assalto
Suonata è l'ora….
E la repubblica
Non soffia ancora?

RICORDI D'UNIVERSITÀ

I.

L'esame di botanica
Subiva uno studente.
So, il professor dicevagli,
Ch'ella ha studiato niente;

Un quesito assai facile
Proporre a Lei vogl'io:
Con qual seme propagansi
Le zucche?—E quei: col mio.

II.

Un professor di storia naturale
Per schernire agli esami uno scolaro,
Gli chiedeva con aria magistrale:

«Sa dirmi quante gambe abbia il somaro?»
E quei: «mi è d'uopo in pria veder le sue»
Sotto il tavol guardò, poi disse: «due.»

AGLI ELETTORI [20]