GINEVRA

o

L'ORFANA DELLA NUNZIATA.


... prendeva cura d'ogni istante della mia giornata, vegliava i miei sonni e preferiva la mia alla propria sua conservazione... — Carte 46.

GINEVRA

O

L'ORFANA DELLA NUNZIATA,

DI
ANTONIO RANIERI.

TERZA EDIZIONE
Ordinata e corretta dall'Autore.

Nunc demum redit animus.

Tac. Agr. III.

TORINO. MILANO.
CASA EDITRICE GUIGONI.
MDCCCLXII.


Proprietà Letteraria di

Maurizio Guigoni.



[INDICE]


NOTIZIA INTORNO ALLA GINEVRA.

Non si appartiene a me di giudicare questo libro. Il supremo giudice de' libri, è il tempo. Un libro può essere tre cose: una cosa nulla, una cosa rea, una cosa buona. Il tempo risponde con un immediato silenzio alla prima; con un meno immediato alla seconda; con una più o meno continua riproduzione alla terza. E il suo giudizio è inappellabile.

Nondimeno, poichè fu sì fitto e sì lungo il silenzio in cui ci profondarono i nostri confederati tiranni, da potersi veramente affermare, che solamente pochissimi, non modo aliorum, sed etiam nostri, superstites sumus, parmi indispensabile che il nuovo lettore non ignori la storia del libro ch'ora gli viene innanzi.

Fra il 1830 e il 1831, esule ancora imberbe, capitai in Londra, o, più tosto, mi capitò in Londra alle mani un aureo lavoro d'un altro esule, assai più riguardevole e provetto di me, il conte Giovanni Arrivabene: nel quale egli mostrava partitamente tutto quanto quella gran nazione ha trovato, in fatto di pubblica beneficenza, per lenire, se non guarire del tutto, quelle grandi piaghe che le sue medesime instituzioni le hanno aperte nel fianco.

Alcuna volta, il cortesissimo autore, più di frequente, il suo giudizioso volume, mi fu guida e scorta nelle mie corse per quegli ospizi. Ed allettato da sì generosa mente a sì generosi studi, li perseverai per quasi tutta Europa, e preparai e dischiusi l'animo a quei grandi dolori, ed a quelle più grandi consolazioni, che l'uomo attinge, respettivamente, dallo spettacolo de' mali de' suoi fratelli più poveri, e da quello delle nobilissime fatiche e de' quasi divini sforzi di coloro che si consacrano a medicarli.

Surse finalmente per me il grande νόστιμον ἤμαρ, il gran dì del ritorno.

Mia madre (quel solo tesoro d'inesausta gioia e d'implacato dolore, secondo che il Fato lo concede o lo ritoglie al mortale) non era più. Essa aveva indarno chiamato a nome il figliuolo nell'ora suprema, che l'era battuta ancora in fiore. E quel bisogno di effondersi e di amare, che, secondo l'antica sapienza, dove non ascenda o discenda, si sparge a' lati e si versa su i fratelli, mi rimenò a' più poveri di essi, negli ospizi... negli ospizi di Napoli, che s'informavano inemendabilmente dal prete e dal Borbone.

Io vidi, e studiai, l'ospizio de' Trovatelli, che quivi si domanda, della Nunziata: e scrissi le carte che seguiranno. E ch'io dicessi la verità, lo mostrarono le prigioni ove fui tratto, e dove, a quei tempi, la verità s'espiava.

Ve n'era, nel libro, per la Polizia e per l'Interno: benchè assai meno di quel che all'una ed all'altro non fosse dovuto.

Francesco Saverio Delcarretto e Niccolò Santangelo, ministri, l'uno dell'una, l'altro dell'altro, vanitosi amendue, e nemicissimi fra loro (nè dirò più di due morti), si presero amendue di bella gara; prima, di opprimermi; poi, di rappresentare, l'uno, più furbo, lo scagionato, quasi morso solo l'altro; l'altro, più corrivo, l'inesorabile, quasi morso lui solo: e, dopo aver domandato, prima, amendue di conserto, isole ed esilii; poi, il più furbo, una pena rosata, il più corrivo, il manicomio; Ferdinando secondo, furbissimo fra i tre, mi mandò, dove solo non potevo più nuocere, a casa.

Ma le furie governative furono niente a quelle dei preti; dei quali, ritorcendo un motto famoso, si può affermare francamente, che, ovunque sia un'ignobile causa a sostenere, quivi sei certissimo di doverteli trovare fra i piedi.

Un Angelo Antonio Scotti, nel suo cupo fondo, ateo de' più schifosi, e, palesemente, autore d'un catechismo governativo, onde Gladstone trasse l'invidioso vero, che il governo borbonico era la negazione di Dio, s'industriava, dalla cattedra e dal pergamo, di fare, del sognato dritto divino de' principi, una nuova e odierna maniera di antropomorfismo.

Questo prete cortese, ch'era come il Gran Lama di tutta l'innumerabile gesuiteria EXTRA MUROS, per mostrarsi di parte, corse, co' suoi molti neófiti, tutte le librerie della città, bruciando il libro ovunque ne trovava copie. Poscia, in un suo conventicolo dai Banchi Nuovi, sentenziò solennemente, ch'era bene di bruciare il libro, ma che, assai migliore e più meritorio, sarebbe stato di bruciare l'autore a dirittura.

Ed, in attendendo di potermi applicare i nuovi sperati roghi di carbon fossile (ch'è la più viva aspirazione di questa genía), mi denunziò nella Rivista gesuitica la Scienza e la Fede (nobile madre della Civiltà Cattolica) come riunitore d'Italia e, di conseguenza, bestemmiatore di Dio; appunto in proposito di un libro, nel quale, per mezzo della purificazione della creatura, io m'era più ferventemente studiato di sollevare tutti i miei pensieri al Creatore!

Ma, qualunque fosse stata l'imperfezione mia e del mio libricciuolo, la Gran Fonte di ogni bene non lasciò senza premio la nobiltà o l'innocenza dell'intenzione. L'onnipotenza dell'opinione pubblica, ch'è la più bella e più immediata derivazione dell'onnipotenza divina, dileguò vittoriosamente tutti que' tetri ed infernali fantasmi.

E fatto che fu il sereno intorno, seguì quel miracolo consueto, contra il quale si rompe ogni dì qualunque più duro scetticismo. Che, come Dio sa servirsi insino delle stesse perverse passioni degli uomini, e, in somma, insino del male, per asseguire il bene; così, prima, l'amministrazione accagionata, per iscagionar se e rovesciare sopra me il carico di mentitore, poi, le susseguenti, per mostrare se ottime e le precedenti pessime, vennero, di mano in mano, alleggerendo quelle ineffabili miserie. In tanto che, scorsi molti anni, quibus iuvenes ad senectutem, senes prope ad ipsos exactae aetatis terminos, PER SILENTIUM, venimus; un dì (correva, credo, il cinquantotto) camminando penseroso per la via della Nunziata, ed avendo la mente rivolta assai lontano dalle care ombre della mia giovinezza (fra le quali la Ginevra fu la carissima); un bravo architetto, il cavalier Fazzini, mi chiamò, per nome, dal vestibolo dell'ospizio, ch'era tutto in restauro. E mostrandomi un esemplare del libro, ch'aveva alle mani (e che, a un tratto, mi sembrò come una cara larva che tornasse a salutarmi di là donde mai non si torna!), m'invitò di venir dentro, e di riscontrare se tutto era stato attuato secondo l'intendimento del volume perseguitato!

Distrutta la prima nitida e correttissima edizione, la cupidità ne partorì una seconda, che il pericolo rendette grossolana e scorretta, e che il desiderio e la persecuzione consumarono di corto.

Ora compie il ventunesim'anno che qualche esemplare strappato n'è pagato una cosa matta. E l'ottenere quello sopra il quale è seguíta questa terza edizione, è stato un miracolo dell'amicizia.

Torino a dì 1 di gennaio MDCCCLXII.

ANTONIO RANIERI.

GINEVRA

O

L'ORFANA DELLA NUNZIATA.

MANOSCRITTO PUBBLICATO
DA
ANTONIO RANIERI.

Volume Primo.

Bene et ille, quisquis fuit (ambigitur enim de auctore), quum quaereretur ab illo, quo tanta diligentia artis spectaret, ad paucissimos perventurae: Satis sunt, inquit, mihi pauci, satis est unus, satis est nullus.

Sen. Epist. VII.


L'AUTORE DEDICA QUESTE CARTE
SCRITTE NON PER ODIO MA PER CARITÀ DE' FRATELLI
ALLA MEMORIA DEL SUO IMMORTALE MAESTRO
GIACOMO LEOPARDI.


AL LETTORE.

L'autore dichiara che, come non ha inteso di ritrarre in questo libro i costumi della Nunziata in particolare, ma, tolta quindi l'occasione, quelli di tutta la città di Napoli in generale, così non ha inteso nè anche di ritrarvi nessun uomo in atto, ma molte nature d'uomini in idea. E però, di chiunque fosse, cui paresse di raffigurarsi in qualcuno de' ritratti che quivi s'incontrano, egli direbbe, a uso di Fedro: Stulte nudabit animi conscientiam.

GINEVRA
o
L'ORFANA DELLA NUNZIATA.


PARTE PRIMA.

Verti me ad alia, et vidi calumnias quae sub sole geruntur, et lacrymas innocentium, et neminem consolatorem; nec posse resistere eorum violentiae, cunctorum auxilio destitutos.

Et laudavi magis mortuos quam viventes.

Et feliciorem utroque judicavi eum qui necdum natus est, nec vidit mala quae sub sole fiunt.

Ecclesiastes. iv. 1. 2. 3.

Mi volsi altrove, e vidi le oppressioni che si commettono sotto il sole, e le lacrime degl'innocenti, e nessuno che li consoli; nè potere questi, abbandonati d'ogni umano soccorso, resistere alla violenza dei loro oppressori.

E giudicai più felici i morti che i vivi.

E più felice degli uni e degli altri giudicai colui che ancora non nacque, e mai non vide i mali che seguono sotto il sole.

L'Ecclesiaste. iv. 1. 2. 3.

GINEVRA
o
L'ORFANA DELLA NUNZIATA.


PARTE PRIMA.

LETTERA DI GINEVRA AL PADRE PENITENZIERE DON...

Io ho bisogno, padre mio venerabile, che voi non ignoriate nulla dell'essere mio. Sento alla fine che Iddio, fatto pietoso alle mie spaventevoli calamità, è vicino a liberarmene, chiamandomi alla sua pace. Padre mio adorabile, fate che io non mi rappresenti al suo cospetto senza la vostra assoluzione. Il cospetto di Dio è tanto terribile! io sono tanto debole ed infelice! tremo tutta... non mi reggo... Padre mio, come potrò sostenerne lo sguardo?

Ma già vaneggiavo. Voi mi dite sempre che l'anima mia, non questo corpo fragile e macerato, dovrà fra poco comparire al cospetto di Dio. L'anima passata per la tempera della morte, sanata e fortificata dalla vostra assoluzione, trasparente innanzi all'occhio del suo Creatore, sarà sciolta da ogni infermità umana.

Padre mio, io già credo tutto quello che voi mi dite. Ma com'è possibile che una povera donna, quale io sono, senza ingegno, senza lettere, possa comprendere uno stato così diverso dal presente? Io non ve lo nego, padre mio: per quanto io mi sforzi, sempre mi rappresento Iddio come un uomo, maestoso, tremendo, divino ancora quanto la mia fantasia può immaginarlo: ma sempre come un uomo. Concepirlo in ispirito e sciolto dalle forme umane, io non posso. Così dell'anima mia non so immaginare uno stato che non somigli il presente. Se ora tremo, se ora piango, o più tosto vorrei piangere e non posso... tutto questo sparirà... ed io allora che sarò?... proverò dolore o gioia?... Ah! purchè io non senta dolore, della gioia non mi curo. Ma se anche nell'altra vita si soffrisse!... O Dio... se anche nell'altra vita si soffre, io ti domando il mio totale annullamento... o se questa è bestemmia, e tu dà fine al mio dolore. Tu sei infinitamente buono: potrai consentire che la tua creatura soffra in eterno?...

Padre mio, questi estremi giorni della mia vita si annegano in un mare troppo tempestoso e troppo buio di dubbi e di spaventi.

Perdonate la confusione delle mie parole. Voi mi avete imposto di scrivervi filo per filo la mia vita, perchè in voce io non so seguitarne l'ordine e confondo me e voi stesso. Ed io, anche scrivendo, comincio già dal principio a confondermi. Ma voglio farmi la maggior forza ch'io posso. Spero che Iddio mi concederà tanta lena... tanta mente. Ah padre! s'io giungo al termine, e voi non mi assolvete, chi altro assolverete sulla terra?

GINEVRA
o
L'ORFANA DELLA NUNZIATA.


PARTE PRIMA.

I.

Io non so nel seno di qual donna, nè per saziare le voglie di qual uomo, io fui concepita. Non so chi, levatami dal sacro fonte, mi battezzò nel nome di Ginevra. Non conobbi mai colei che mi nutrì col suo latte, nè mi sovviene di nessun volto umano che abbia sorriso alla mia infanzia.

La mia prima memoria è l'aver rotto la tenera fronte allo spigolo d'una tavola di marmo, ch'era nel mezzo d'un lugubre corridoio della Casa della Nunziata. Questo mi avvenne per un calcio che mi scagliò una di quelle furie che quivi si chiamano nutrici, della quale mi si è dileguata ogni sembianza. Questa memoria è come un lampo, che mi traluce talvolta alla fantasia e sparisce. Poi tutto è buio: e solo mi sovviene ch'io piangeva molto, abbandonata quasi ignuda sul freddo pavimento, ch'io bagnava delle mie lacrime: ma le cause del mio dolore mi sono fuggite.

Il primo avvenimento, onde mi è possibile di cominciare il racconto di questa mia povera vita, è il seguente.

Era uno di quei giorni cupi e piovosi, nei quali la natura sembra piangere insieme con noi delle sciagure alle quali ella medesima ci ha abbandonati. Io povera bimba, gittata al solito per terra fra le centinaia di mie coetanee, morta del freddo ed estenuata dalla mancanza di nutrimento, era fra questa vita e l'altra, in uno di quei momenti di assenza totale di sensazioni, che si provano nei primi giorni in cui la propria coscienza comincia a riconoscersi ed a contare, per così dire, una storia di se stessa. Una nutrice, e di costei ho presentissimo il laido e sozzo viso, appressandosi a me, mi sollevò di peso per il sinistro braccio, di sì mala maniera, che mi slogò la spalluccia. In vano tenterei di esprimere con parole la fierezza del dolore ch'io ebbi. Le mie strida acutissime avrebbero riscosso il carnefice. Ma la donna parve non avvertirle, e sempre nella medesima attitudine mi portò, o più tosto strascinò, in una specie di tenebroso parlatorio.

Quivi, sopra molti rozzi scanni che l'ingombravano, erano assai bambini di ambo i sessi, in varie positure, e tutte penosissime. Alcuni avevano le mani e i piedi così stretti e chiusi nelle fasce, che il sangue, come poscia ho capito, più non circolando, regurgitava alla testa. Però mostravano il viso tutto livido ed annerito, ed erano prossimi a rendere lo spirito. Altri erano sciolti e scalzi; anzi tanto sciolti, e tanto scalzi, che nel cuore dell'inverno altro non avevano indosso che una sorta di grembiule, dal quale parevano, ma non erano, coperti. Giravano per la squallida sala alcune figure come di contadine, brutte, le più, come la mala ventura. Queste davano di piglio a vicenda, chi a questo, chi a quell'altro bambino. Lo tastavano tutto, gli squarciavano la bocca, gli storcevano le palpebre, venendolo considerando come ogni altra merce. Molti ne rifiutavano con quel garbo che potete immaginare. Qualcuno che andava loro a grado, lo toglievano in braccio e portavano via senza più. Solamente un vecchio bianco e calvo, che, con larghi occhiali sul naso e con un grosso libro innanzi, sedeva a una tavola in un canto della sala, mentre la donna portava via il bambino, notava non so che in quel libro.

Arrivata nel mezzo della sala, l'arpia che mi aveva ghermita aprì l'artiglio e mi lasciò cadere sopra uno scanno. Io fui presa e ripresa, per quel medesimo braccio ch'io aveva slogato, non so quante volte da non so quante persone. Fui stazzonata, sgualcita, pesta in tutte le forme possibili. L'eccesso del dolore mi aveva renduta in apparenza tranquillissima, togliendomi interamente la forza di piangere. Alla fine una donna di mezzana età, ch'avea un occhio cieco, e l'altro così orrido e spaventato, che pareva una lammia, dopo avermi straziata in mille guise, e postemi le mani in bocca e altrove, come si fa dei cavalli, visto che io nè pure fiatava, disse alle nutrici in quel suo rozzo linguaggio:

Questa bimba mi conviene. Io non posso patire i fanciulli che piangono. Dall'aurora si vede il buon giorno. Io voglio farmene un aiuto alle mie fatiche, ed ho bisogno ch'ella sia d'indole quieta ed obbediente. Che tempo ha ella?

Quattro anni nei cinque, le fu risposto.

Or bene, la prendo, disse la donna.

Allora il vecchio scrisse nel libro, e la donna me ne portò in braccio sulla via.

II.

Io era stata fino a quel momento come impietrita dal dolore. Quando, per la prima volta della mia vita, mi vidi sulla via all'aria aperta, allora finalmente cominciai a comprendere il senso della scena avvenuta, la quale fino a quel momento io aveva stupidamente guardata senza intendere.

Chi può esprimere l'impressione di dolore che mi causò il vedermi fuori del luogo, dove fino a quel momento io aveva creduto che si chiudesse l'universo! Quella poca luce, che ancora tramandava il sole a traverso le tenebre che lo circondavano, mi ruppe come un ghiaccio che mi si era addensato intorno agli occhi, ed io cominciai a versare lacrime tanto disperate, quanto mai non furono le infinite altre che poscia sparsi per le più terribili sciagure della mia vita.

La donna intanto, senza punto scrollarsi, e solo un poco infastidita del mio pianto, mi pose in una maniera di cesta, ch'era sul dosso d'un asino macro e sparuto, ch'ella aveva lasciato alla cantonata a mano ritta, propriamente dove è quella grande immagine della Vergine Annunziata. Quivi, assicuratami con alcune corde che mi segavano tutta la persona e m'impedivano di cangiare di sito, montò sul basto ch'era medesimamente indosso all'asino dietro della cesta, e dato a quello d'una gran mazza nei lombi, c'inviammo in questa forma per la via di san Pietro ad Aram.

Intanto io poveretta, fra l'incredibile dolore che avevo alla spalla, lo spavento di vedermi strascinare via da una brutta figura ignota, e l'acqua e il vento che mi battevano sul viso, mi pensava, nella mia infantile fantasia, di andare a qualcosa di peggio che la morte: onde il mio piangere era sterminato. Eravamo giunti al Carmine, e già svoltati per la via della Marina che conduce a Portici, quando la strega parve di avvertire un istante lo stato mio moribondo e la spalla che io, quanto la mia età e la tortura in cui era lo consentivano, mi sforzava di accennarle. Fermato l'asino, parve ch'ella si accingesse a scendere, forse per disciogliermi ed aiutarmi. In quel momento medesimo veniva di giù a tutta furia uno di quei calessi che fanno ancora fede qui della durante barbarie. Il quale, urtato l'asino mentre che la donna ne scendeva, quello, la donna e la cesta dove io era, gittò malamente per terra e tirò via. Potete giudicare voi, o padre, s'io ne fossi pesta e malconcia. La donna si leva furibonda, rialza l'asino, e con infami bestemmie accusando me del sinistro seguíto, mi scioglie un momento, non per sollevarmi, ma per finirmi a furia di battiture; poi mi legò tanto stretta, quanto le bastò la rabbia, e seguitò il suo cammino.

Sono pochi dì, una povera suora di questo convento, che l'atrocità de' suoi genitori ha sforzata a seppellire qui la sua giovanezza, mi diceva che il deliquio era il più gran dono della natura. Quando il dolore, ella diceva, oltrepassando le forze umane, ucciderebbe, la natura ci soccorre col deliquio, e ci sospende un momento la vita per conservarcela.

Ma questo estremo conforto del dolore mi è conceduto assai di rado. Io sono facile a svenirmi; ma lo svenimento, togliendomi tutte le facoltà con le quali potrei resistere al dolore, non mi toglie la conoscenza e il senso di esso. Resto immobile e muta come un sasso; ma vedo e odo tutto quello che mi avviene intorno, ed assaporo a sorso a sorso tutto l'orrore della morte senza ottenerla. Così mi ricordo di aver letto d'un moribondo, che prima di chiudere gli occhi alle tenebre dell'eternità, vedeva volteggiargli intorno l'avvoltoio, il quale, come è natura di quell'animale, attendeva ch'egli spirasse per divorargli le viscere.

Insino da quella tenerissima età, io ebbi il primo esempio di questo mio sinistro naturale. Perchè, seguitando la donna il suo spietato cammino verso il ponte della Maddalena, e piovendomi e ventandomi e fulminandomi nel viso, perchè s'era il cielo così sdegnato che mai non fu rovescio d'acqua simile a quello, io non poteva più nè muovermi nè piangere, e posso dire ch'io non era più viva; e pure non perdetti mai il conoscimento.

Giunti che fummo al ponte della Maddalena, una gran mano di stradieri, gabellieri, birri, grascini ed altre spie, ci furono tutti addosso. Alcuni diedero di piglio alla donna, e la venivano tastando e ricercando per tutta la persona. Altri si spinsero addosso all'asino. frugando nelle bisacce, che gli pendevano da ambo i fianchi, e di sotto il basto, e per entro un fascio di paglia che gli era in groppa. Un brutto ceffo fra costoro, con lunghi mustacchi e barbe interminabili, e con uno di questi sigari in bocca, accostatosi alla cesta dov'era io meschinella, la sciolse dall'asino e la pose a terra. Vedendo ch'io era assicurata alla cesta con infiniti giri di corda, fu infastidito di sciogliermi. Ma non voleva lasciare intentata quella poca di paglia sopra la quale io giaceva. Però, impugnata una sorta di bacchetta di ferro puntuta e molto somigliante a un lungo stile, cominciò a ficcarla da tutte le parti in quella paglia, non senza rischio di passarmi fuor fuora, nè senza ferirmi nel petto che n'ho ancora il margine. E intanto che m'era sopra, pure fumando e dimenando quel sigaro alla sgherresca, mi cadevano quale sul viso e quale altrove, ch'ero tutta ignuda, molti minuzzoli della paglia del sigaro ancora ardenti, e mi bruciavano or qua or là queste misere carni.

La donna non rifinava di gridare fortissimo, ch'ella non entrava nella città, ma ne usciva per tornare a Sant'Anastasia dov'ella abitava. Allora uno di quei manigoldi che l'erano addosso, cavandole una pollastra della tasca:

Oh! perfida maliarda, gridò, non isquittire più. Tu devi essere impiccata per la gola, perchè ci hai la peste qui dentro. Or non sapevi tu ch'e' v'è la peste a Nola e che le galline ve l'hanno appiccata? e che però le si debbon tutte lasciare ai sergenti della corte? Ora non ci tornerai a Sant'Anastasia.

Alla vista della pollastra, tutta quella canaglia fu speditissima a strascinare l'asino, la donna e la cesta in una stanza terrena perfettamente buia, dove era il maggior puzzo che si possa immaginare, perchè serviva di privato a quei mascalzoni. Stemmo colà dentro tutto quel giorno e la notte seguente, piangendo e schiamazzando la donna in un modo assai pietoso. Poco prima che spuntasse il nuovo giorno, venuta come una maniera di muta al proposto e ad alcuni di quei masnadieri, il nuovo ufficiale ci lasciò andare alla nostra ventura.

III.

Io, come potete immaginare, aveva perduti affatto i sentimenti, e mi risentii soltanto sulla via di Portici, parte per effetto del sole che, innalzatosi dal Vesuvio, mi feriva vivissimamente gli occhi, e parte per un poco di pane bigio, masticato prima da lei, che la donna m'introdusse in bocca a tutta forza.

Giunti al posto che domandasi lo Sperone, svoltammo a mano manca, e camminato un pezzo avanti, arrivammo a uno squallido villaggio domandato la Madonna dell'Arco. Quivi, mentre che passavamo, venivano alcune donne, conoscenti forse della mia novella madre, e si affacciavano alla cesta per vedere la fanciulla della Nunziata. Mi consideravano un poco come si considera un uccello strano o altro nuovo animale; poi partivano con un viso dov'era scolpita l'indifferenza e la salvatichezza.

Indi pervenimmo presso a Sant'Anastasia. L'asino si fermò da se all'usciolino d'un tugurio tutto affumicato, d'un sudiciume e d'una miseria che non si può descrivere. Volti a caso gli occhi a sinistra, vidi un altissimo ed ombroso pino, la cui vista, non so perchè, mi causò un'impressione di malinconia profondissima. La donna smontò dell'asino, con una rozza chiave aperse l'usciolino, dietro al quale un gatto ed un grosso cane da pagliaio si lagnavano della lunga fame: ed entratasene dentro, tosto l'asino l'entrò appresso.

Tav. I.
... un altissimo ed ombroso pino, la cui vista, non so perchè, mi causò un'impressione di malinconia profondissima. — Carte 35.

Il tugurio era così fatto. L'usciolino gli serviva a un tempo di finestra, perchè non altronde passava quel poco di luce che l'illuminava. A mano sinistra era gran copia di strame sparso per terra. Nel mezzo del muro era un pozzo aperto, e più in là una mangiatoia, dove ruminavano due macri buoi, che mostravano essere la ricchezza della casa. Sullo strame si voltolava e fregava un maiale di maravigliosa grossezza, che grugnì forte al nostro entrare. A mano dritta presso all'uscio era un acquaio, ed appresso un focolare con un cammino nerissimo. Nel fondo usciva dal muro un muricciuolo, dove era un pagliaccio: e questo era il letto della padrona.

La donna tolse il basto all'asino, che se n'andò alla mangiatoia accanto ai buoi. Poi mi sciolse e sollevò dalla cesta; ed ammucchiato un poco di strame sotto il parapetto del pozzo, fra l'asino ed il maiale, quivi riponendomi, m'accennò minacciosamente ch'io stessi cheta. Di poi tratti fuori i buoi con l'aratro, m'inchiavò dentro al buio con quattro de' sei quadrupedi coabitanti con lei, ed andò via.

IV.

Padre mio amoroso, io non imprendo a raccontarvi quello ch'io soffersi in quell'infame borgo tutto l'inverno e tutta la seguente state. I miei patimenti furono inauditi, e s'io li raccontassi, sarebbero incredibili. Ah padre mio! così divisa, come mi sento, da ogni cosa terrena, così vicina, quale sono, al sepolcro, a quel porto che tanto sospirai, pure s'io mi rivolgo a contemplare l'oceano di dolore dal quale approdo, non posso fare che non mi prenda un'infinita pietà di me medesima, e ch'io non versi un torrente di lacrime. Ah padre! se un lampo di piacere balenò nella vita, si dileguò per sempre; e se traluce un istante al pensiero, non è più piacere: ma la memoria del dolore, è dolore sempre.

Come io guarissi della spalluccia slogata e della ferita nel petto, non mi rammento. Ma certo la sola natura n'ebbe il merito. Io passava i giorni e le notti scalza e presso che ignuda fra la più mortale umidità, e sentivo quasi sempre quel senso di smania inenarrabile, che poscia intesi essere la febbre. Un tozzo di nerissimo pane inzuppato nell'acqua era tutto il mio nutrimento; quello squallido tugurio era tutto lo spazio ove mi era conceduto di estendere i miei mal fermi passi; quel poco di strame tutto il mio letto; e le più barbare e spietate percosse erano il solo avvenimento che veniva a rompere l'orribile uniformità della mia giornata. O Dio pietoso! se nella tua ineffabile bontà hai impresso nel cuore di ogni animale un instinto d'amore per il suo simile, come puoi consentire che la creatura umana odii tanto la creatura umana?

La donna vedendomi malandata e quasi vicina a morire, e per la inferma età ancora incapace di poterle essere utile di nulla, cominciò a pentirsi fieramente della sua risoluzione. S'ella mi dava un bandolo d'una matassa per isvilupparla, io lo smarriva e più inviluppava la matassa. S'ella mi dava a tenere l'asino per la cavezza, quello o me la strappava di mano, o, s'io teneva forte, mi gittava per terra e mi strascinava. S'ella mi comandava la sera di destarla la dimane innanzi giorno, io, giusto quando dovevo destarla, m'addormentava: e se di notte era picchiato all'uscio alla sprovvista, la donna, che non voleva levarsi dal caldo pagliaccio, mandava me, ch'ero nuda sullo strame, acciocch'io lo aprissi; ed io, con le mie tenere mani, non bastava a dischiavarlo. Tutte queste o simili colpe erano punite con pugni, con calci, con ceffate; con l'afferrarmi pei capelli e gittarmi a furia sullo strame, o, tenendomi forte per quelli, percuotermi la tempia al muro, e rialzarmi talvolta il viso in su a tutta forza per battermi, quasi togliendo la mira, su gli occhi, e lasciarmi per più giorni come cieca.

V.

In tanta disperazione d'ogni umano soccorso, trovai qualche sentimento di compassione e di benevolenza, in fine, di quello che troppo malamente chiamasi umanità, in qualcuno degli animali che vivevano con noi. Tutte le volte ch'io rimaneva chiusa al buio, il gatto, con que' suoi occhi lucenti rompendo quasi le tenebre, veniva a adagiarsi sullo strame allato a me, e, come tenendomi compagnia, mi comunicava un poco del suo calore. Il maiale veniva spesso come a fiutarmi ed a riscaldarmi col suo grifo in atto più tosto benigno, e senza mai farmi un male al mondo. Ma quello che mi concepì un'amicizia di cui nessun uomo non è capace, fu il cane. Questo mi stava sempre accanto, se non se quanto la crudele donna a furia di vergate lo menava alla campagna. E sempre che m'era accanto, tutta mi veniva leccando e carezzando, e vedendomi, io credo, così ignuda e prossima a morire del freddo, cercava, quanto più poteva, di riscaldarmi col suo alito. Questo, tutte le volte che la rea femmina mi si stringeva addosso per istraziarmi, tentava ogni via di difendermi, baiandole contro, afferrandola per la gonna e talora perfino accennando di volerla mordere.

Durante la state, io soffocava dal caldo umido e dall'abbominevole sito di quel tugurio. Quando la donna, di fitto meriggio, tornava e m'apriva, s'ella andava attorno per sue faccenduzze, io, appena gli occhi, stati lungo tempo al buio, potevano sostenere la luce, mi conduceva chetamente sotto quel pino. Quivi all'aria aperta la respirazione mi diveniva più libera. L'ombra del pino e un venticello, che spira sempre a quell'ora dal mare e quasi sente l'alga, mi rinfrescavano il viso e tutta la persona, ch'io aveva arsa e divorata dagl'insetti che brulicavano nello strame. È cosa maravigliosa come in un istante io mi annegava nella più profonda dimenticanza de' mali miei e di me stessa: come la quiete universale, la contemplazione della natura tutta in pace con se medesima e il tenue stridore delle cicale ch'erano fra i rami del pino, m'inducevano la più dolce malinconia ed alla fine il più dolce sonno, ch'io abbia mai delibato nella mia vita. Allora io sognava felicità di paradiso, beatitudini ineffabili, quali sola la fantasia de' bambini può sognare, perchè quella dei giovanetti è già troppo inferma dal dolore. Questi sogni erano rotti dai gridi e dalle percosse della donna, che voleva ch'io stessi dentro a guardare le sue masserizie; perchè il cane era a guardare un vicino pagliaio.

Io aveva una così infinita necessità di prendere qualche volta questo sollievo, ch'ero rassegnata e ferma nel mio fanciullesco cuore di sopportarne con costanza la pena consueta: e sempre che potevo, me n'andavo al pino. Il cane, pare incredibile, avvistosi del tutto, sempre che il fatto si rinnovava, abbandonava il pagliaio e si poneva in agguato. Appena scorgeva la donna di lontano, ratto correva a me, e, prendendomi dolcemente il piccolo braccio con la bocca, m'aiutava a condurmi prestamente dentro, e mi riponeva sullo strame; poi, come un baleno, era di nuovo al pagliaio.

VI.

Un giorno, era del mese di ottobre, venne alla strega una donna, a un di presso della medesima età di lei, ma assai male in arnese, tutta lacera e scalza, con un pannaccio in capo, e tale, in sostanza, che me ne parve vedere il ritratto, quando, svolgendo un libro di viaggi, vidi le figure di certe donne dei selvaggi che abitano presso alle sorgenti del fiume Colombia, nelle estremità settentrionali dell'America. Io non so quali magiche parole le bisbigliasse costei all'orecchio, che la mia strega, dopo avere come fermato una specie di contratto, accostandosi a me e ghermendomi alla peggio, me le diede, così ignuda con un piccolo cencio indosso, dicendo:

Badate ve', se in questo mezzo ella morisse, fate che il curato della pieve di Resina ve ne dia il contrassegno. Io non voglio avere a inzeppar la bocca a' birri con qualche danaro de' miei, per la morte di cotesta cagna, che Iddio o il diavolo se la pigli presto; che son proprio stucca di udirla piangere. Che se non fosse stato un voto per una grazia che mi fece Maria Vergine Annunziata di far morire una mia vicina, che m'ammaliava tutto con gli occhi, io non mi sarei mai messo questo fistolo addosso.

Quello che a voi nuoce, comare mia, a me giova, rispose l'altra. Io ho bisogno d'una bimba che pianga e guaisca dì e notte; e questa mi pare il caso mio. Per questo mese, adunque, voi ne starete franca. Avete il pegno per la sicurezza della restituzione; e quando ve la riporterò, ve ne darò la ricompensa promessa. Ora state con Dio.

E così dicendo, s'inviò per un solitario ed intricato sentiero, quando portandomi in braccio, e quando strascinandomi per la mano. Riuscimmo a San Giorgio a Cremano. Quindi ci conducemmo a Portici; e poscia a Resina. Ivi la donna, svoltata per un viottolo che riusciva nella strada maestra, aperse l'uscio d'un tugurio simile a quello di Sant'Anastasia, salvo che somigliava meglio una caverna, e che non v'era animale di sorta alcuna, altro che noi due. Qui l'egualità era più esatta, perchè la donna ed io dormivamo entrambe sulla paglia, ch'era la sola suppellettile della casa. Era già notte quando vi pervenimmo; onde s'andò subito a letto. La dimane alla prima luce, la donna si levò, mi tolse in braccio, aperse e richiuse l'uscio della sua casa, e venne sulla strada maestra.

Quivi, adagiatasi sopra un rottame di colonna antica, e scoperte alcune luride piaghe ch'aveva nelle gambe e sul collo, e distesa me sopra i suoi ginocchi, cominciò a domandare pietosamente la vita per Dio ai passeggieri. Quando la via era deserta, ella si riposava e prendeva fiato dal continuo lamentarsi. Appena appariva o una vettura, o una brigata di villeggianti, che in quel mese sono frequenti in quei luoghi amenissimi, cominciava a rammaricarsi ed a piangere sì pietosamente, che avrebbe mosso a compassione ogni cuore più duro.

Io passava, come voi potete immaginare, tutta la mia giornata a piangere non per finto ma per verissimo dolore e per verissima mancanza d'ogni umana necessità. Però, senza saperlo nè volerlo, secondavo maravigliosamente gli sforzi scenici della donna. Pure avveniva talvolta che la stanchezza causata dal lungo pianto m'abbatteva in modo, ch'io m'addormentava in quel duro letargo che solo gl'infelici conoscono. Allora se un qualcuno compariva, la donna mi destava a furia di pizzichi e di schiaffi, e mi ammoniva ch'io dovessi piangere. E se il passeggiere seguitava la sua via senza muoversi a pietà di noi, quando quegli s'era bastantemente allontanato, la donna con graffi, con pugni e con calci mi puniva della durezza del passeggiere, dicendo che se io avessi pianto più forte, quegli si sarebbe commosso. Ed allora, appena le appariva alcun altro di lontano, prima che quegli s'appressasse, ella mi lacerava e mi straziava in tal guisa, che mi era impossibile di non dare alla fine uno sfogo di disperatissime lacrime al mio dolore, in modo ch'io mi trovava nel forte del mio pianto all'appressarsi di quello. In questo mezzo la donna cominciava anch'ella a lamentarsi; e non v'è dubbio che riusciva più facile di scrollarlo.

Così passammo tutto il mese d'ottobre e i primi dì di novembre. Poi, essendo la villeggiatura finita, e quei luoghi divenuti assai solitari, un giorno la donna s'incamminò con meco verso Sant'Anastasia, mi restituì alla sua comare, e datole un compenso in danari per il nolo della mia persona, e ripreso il suo pegno, ne andò con Dio a rappresentare sola la parte di mendicante o d'altro più degno personaggio. Ed io, campata appena dai suoi artigli, solo Iddio sa con quanti sospiri e con quanti gemiti preparai l'anima agli usati strazi che mi attendevano a Sant'Anastasia.

VII.

Ricondotta a Sant'Anastasia, quivi ritrovai e la primiera carità negli animali che domandiamo bruti, massime nel cane, che non trovava luogo dalla consolazione d'avermi rinvenuta; e la primiera ferocia nella donna, che già cominciava a farmi menare la solita vita; quando giunse il suo marito. Questi, per la povertà che regna nei dintorni di Napoli, era ito in Basilicata al taglio d'un gran bosco; dove era stato presso che un anno. Era circa la mezza notte quando la strega ne udì il fischio. Scese lentissimamente del pagliaccio, dicendo:

Ora torna col malanno.

Poi aperse l'uscio, donde entrò dentro una brutta figuraccia di brigante, in abito di pecoraio, qual era, con una grande scure in ispalla e un gran coltellaccio al fianco.

Ci sei tornato alla fine, disse la donna.

Quegli non rispose una sillaba. Lasciò la scure e il coltellaccio in un canto, si spogliò la pelle di montone ch'aveva indosso, e gittatosi sul pagliaccio, s'addormentò profondamente. Lo stesso fece la donna allato a lui.

Il dì seguente al primo crepuscolo, destosi il marito e postosi indosso la pelle, venne a' buoi per trargli fuori. La sua maraviglia fu grande quando col piede urtando il mio corpicciuolo, ch'era sulla paglia, si fu accorto di me. Volto alla moglie, disse:

Donna, che vuol dir questo?

L'è una bimba della Nunziata, disse la donna, ch'io aveva tolta per un voto fatto a Maria Nunziata, ed anche per mia compagnia e per mio aiuto, quando la sarà fatta grandicella.

Ah maladetta sia tu e la mamma che ti portò nel ventre, gridò quegli in capo alla donna. Or non sapevi tu che noi non s'ha da vivere noi, che tu mi porti i figliuoli d'altrui da nutrire? Va all'inferno, brutta guercia di stregaccia, che da ch'io son teco, non m'ebbi altro bene da te se non che tu non mi partoristi alcun figliuolo, così ammalazzata e incancherita come tu sei; e tu mi cacci i putti della Nunziata in casa?...

Poscia, datile due grandi sgrugnoni, bravando e minacciando, soggiunse:

Or fa ch'io non la trovi a casa stasera.

E tirati i buoi per la cavezza, ne andò nella sua malora.

La donna, com'è il costume di questi selvaggi, si vendicò sopra me, più debole di lei, de' due sgrugnoni ch'ella aveva avuti dal più forte. Questa è la scala mirabile dei compensi che regna nell'ordine universale. M'afferrò, mi percosse, mi calpestò, gridando con fiera voce che per causa mia ne aveva toccate dal marito. Di poi, imbastato l'asino, mi vi legò sopra alla peggio: e tiratolo fuori, e chiuso l'usciolino, si sedette sul basto, e s'incamminò per la via onde, dieci mesi prima o circa, eravamo venuti.

VIII.

Io non vi racconterò tutto quello ch'io soffersi durante il viaggio, e nella visita che s'ebbe al Ponte, che fu anche più rigorosa della prima. Allo Sperone ci apparve il cane, il quale in sull'alba era andato via col padrone. Io non so come si facesse quella povera bestia a sapere che noi si partiva, nè a fuggirsene dal padrone per raggiungerci. Ma mi rammento che quando io lo vidi, tutto ansante, con la bocca aperta, con la lingua di fuori, venire verso noi come per dimandar ragione alla strega del dove ella strascinava l'infelice creatura ch'egli aveva preso a proteggere, io provai un sentimento di gratitudine e di affezione così vivo e così doloroso a un tempo, che anche ora mi torna nella fantasia come uno dei più strani fantasmi della mia vita.

Entrati nella città, pervenimmo in fine alla casa della Nunziata, sotto quella medesima immagine della Vergine di questo nome, dove la donna aveva lasciato l'asino quando venne la prima volta per prendermi. Anche ora fermò quivi l'asino, e smontatone, mi sciolse con più garbo del solito, o che la certezza di non vedermi più ammollisse un poco l'animo benchè salvatico, o che la trattenesse l'aspetto della gente ch'era sulla via, e di certi vecchi custodi, che siedono sempre in cerchio presso alla porta della Casa, e guardano, con ammirabile impassibilità, il continuo ritorno della scena che leggerete.

Nella muraglia ch'è fra l'immagine e la porta, ha una buca d'un mezzo braccio di diametro, io credo. A questa dalla parte di dentro è aggiustata una di queste ruote di ferro che s'usano ne' conventi, la quale cede leggermente a qualunque spinta le sia data di fuori, ed agevolmente si gira. Dalla parte di fuori, sopra questa buca è una lapida di marmo con questa scritta mezzo barbara:

O PADRE E MADRE CHE QUI NE GETTATE
ALLE VOSTRE LIMOSINE SIAMO RACCOMANDATE.

È legge antica di quell'ospizio che non possa essere rifiutato un fanciullo, qualunque siesi l'età sua, purchè quella buca non sia incapace al suo corpicciuolo. Questa legge, come voi intendete, ha messo a repentaglio la vita di molti bambini. Ed allora messe in pericolo la mia. Perchè la donna, pentitissima del fatto suo ed avidissima di levarmisi dinanzi, girata con la sinistra mano la ruota e con la destra tenendomi forte per la vita, mi cominciò a ficcare il capo e poi le spalle dentro della buca e spingeva forte: ma quella non era capace.

Quando il cane si fu accorto che mi perdeva per sempre, divenne furioso. Si scagliò addosso alla donna, mordendola rabbiosamente e cercando ogni via di strapparmele di mano. Ma più il cane mordeva, e più la donna raddoppiava le spinte per cacciarmi dentro. Ecco tutta la plebaglia ch'era in sulla via, gridare verso il cane che mordeva la cristiana, ed assalirlo con una pioggia di sassi e di bastonate. Io udii il cane lamentarsi miserabilmente, e parvemi che allora allora rendesse lo spirito. La donna, liberata dal cane, mi diede una terribile spinta, per la quale mi sentii stringere la gola e stillare il cervello. La ruota si rivolse in un attimo, ed io mi trovai agonizzante sulle ginocchia d'una religiosa.

IX.

Ritornatomi nella mente l'ordine de' miei pensieri, sospeso dalla pressione ch'io aveva sofferta al cervello, diedi le più amare lacrime al cane, perchè udii, o mi parve almeno, che il popolo sulla via, strascinandolo, gridasse sollazzevolmente: È morto. Dal dì ch'egli mi aveva posto amore, io aveva provato per la prima volta della mia vita il dolcissimo sentimento della compagnia. Poichè una creatura vivente, un abitatore, come me, di questa lacrimevole valle, mi amava, prendeva cura di ogni istante della mia giornata, vegliava i miei sonni e preferiva la mia alla propria sua conservazione, io non poteva chiamarmi più nè sola nè infelice nell'universo.

Tav. II.
... prendeva cura d'ogni istante della mia giornata, vegliava i miei sonni e preferiva la mia alla propria sua conservazione... — Carte 46.

Quando sentii d'averlo perduto, il sentimento spaventevole della solitudine m'occupò tutto il cuore, e mi lasciò di ghiaccio. La vista di quei chiusi e tetri corridoi, dove ignara di tutto l'essere mio e di me stessa, io aveva bevuto il primo sorso alla tazza amara della vita, la memoria dell'inedia, del freddo e delle prime lacrime, onde mi era stato rivelato il mio essere, e quel non so che di profondamente lugubre, ch'è sempre proprio di tutte le grandi comunità, mi gettarono nella più disperata tristezza. Allora non mi tornava più alla mente lo strame, o il tugurio, o l'umidità, o il buio, o le spietate percosse di quella strega, ma le ore tepide e serene del pino, e l'aura odorata e fresca, e l'ineffabile dolcezza de' miei sonni meridiani. O padre, come presto impara l'uomo a fabbricare la propria infelicità!

La monaca che mi aveva raccolta dalla buca, mi condusse per mano adagio adagio per molti corridoi, dove io camminava quasi brancolando, sentendomi ad ogni passo mancare. Giungemmo finalmente a un corridoio largo assai e di sterminata lunghezza, che udii chiamare, la sala grande. Oh Dio pietoso! qual aria, o più tosto quale peste, si respirava là dentro. Ogni volta che la necessità della natura mi costringeva ad inghiottire di quell'aria, io sentiva scendermi per la gola e per il petto non so che di acre e di velenoso, che mi parea ch'andasse dritto al cuore per uccidermi; e sentivo come approssimarsi la morte, e mi gocciolava dalla fronte un sudore gelato. Ma a poco a poco il senso vi si ausò. Riavutami appena, volsi gli occhi intorno, e vidi da ambo i lati non so quante centinaia di meschini e squallidi letticciuoli, coperti tutti d'un pannicello giallo di canape grossa. Sopra ognuno di questi era una donna con tre bambini, brutti per lo più e malaticci, perchè i belli li prende quasi tutti la gente di fuori, chi per divozione, chi per l'utile fine della donna di Sant'Anastasia e chi per altro. Le donne rotolavano i bambini su pe' lettucci o su per le spalle e le cosce loro, a guisa di pallottole: e le più, in luogo di farli poppare, inforcavano loro la bocca con le dita per non udirli piangere. Assai altre donne giravano per la sala, con bambini un poco più grandicelli; chi ne strascinava due, chi tre per la mano, di così mala grazia, che ancora mi fa sdegno a pensarlo. Qualcuna si portava un bimbo in braccio, e lo baciava con tenerezza materna; perchè non è nuovo il caso che qualche infelice donzella, dopo avere nascosto in quella buca il tenero frutto d'alcun suo errore, corra poscia, spinta dalla miseria o dall'amore infinito di madre, a presentarsi alla Casa come nutrice, e conscia ella sola del suo mistero, porga al fanciullino quel latte medesimo che già la natura gli aveva destinato. Oh! forse quel fanciullino sente su quel seno una pace, che mai nel seno di nessun'altra donna non avrebbe sentita!

X.

Nell'ultimo fondo di questa immensa sala era un letto meno iniquo degli altri. Presso a quello sedeva una monaca di aspetto più tosto dignitoso e grave: ma le traspariva non so che di acerbo e di crudele dagli occhi. A costei, che udii chiamare la monaca di guardia, mi consegnò l'altra monaca di meno austera presenza, che mi aveva raccolta d'in sulla ruota.

Era cosa troppo naturale, che nel mio viso fossero scolpiti i segni degli orrendi e lunghi patimenti dai quali venivo, e delle angosce mortali che avevano accompagnata la mia entrata nella buca. La monaca di guardia mi considerò un momento con un volto arido, che faceva fede della lunga familiarità ch'ella aveva con simile sorta di scene. Poscia disse, in un modo freddissimo e come si fa della cosa più indifferente del mondo:

Questa bimba ha patito assai. Andiamo a farla marchiare.

Così dicendo, mi menò per corridoi altri molti, meno grandi, dove io vidi le cose stesse che avevo viste nel grandissimo, se non che lo squallore ed il puzzo sempre crescevano. Riuscimmo ad una sala, in fondo alla quale un sacerdote di larga e panciuta corporatura ed alquanto losco degli occhi, era seduto sopra una sedia d'appoggio; e gli era dinanzi una gran tavola. Accanto a lui da un lato della tavola si vedeva in piedi un uomo secco ed alto con immensi occhiali; ed avea la destra ferma al manico di una specie di torchio da bollare, ch'era sulla detta tavola. Con la sinistra reggeva una stringa di seta, e pendeva dallo sguardo del sacerdote. Dall'altro lato della tavola era seduto un giovane di capello rossiccio. Questi aveva innanzi un leggío con un gran libro aperto. Col braccio appoggiato sul libro, e con la penna in mano, pendeva anch'egli dallo sguardo del prete. Intorno erano molte monache ed altre donne con molti bambini in braccio. Per cenni del prete ognuna di quelle donne accostava successivamente un bambino al torchio, quell'uomo gli avvolgeva la stringa al collo, che a un tratto parea che volesse impiccarlo per la gola: tagliava la stringa a giusta misura del collo, ne chiudeva i due capi in due pezzetti di piombo, e messo il piombo fra i due bolli del torchio, dava una stretta al torchio per cui il bambino faceva una strana contorsione, pronunziando ad alta voce una lettera ed un numero; il giovane rossiccio scriveva nel libro, ed eccoti il bambino, com'essi dicevano, marchiato.

XI.

È inutile ch'io dica che convenne che anch'io soggiacessi al cimento del torchio. Io v'era già soggiaciuta il dì, credo, del mio nascimento, quando fui la prima volta gittata nella buca. E quando la donna di Sant'Anastasia mi tolse, mi pendeva dal collo la marca degli esposti. Ma il cane fra le sue carezze, o ch'egli stimasse, e non errava, che quella stringa mi dovesse far male, o per un suo instinto di natura, me la venne adagino adagino frangendo coi denti, e finalmente me la portò via. Per questo la donna non aveva potuto riconsegnarmi senza più alla porta, e l'era stato mestieri di passarmi nuovamente per il buco.

Mentre quell'uomo mi avvolgeva la stringa al collo, una di quelle donne si accostò alla mia monaca, che m'era dappresso, e mostrandole un piccolissimo bambino che le boccheggiava sulle braccia, disse:

La guardi, suora Amalia. Eran due gemelli. L'uno è morto stanotte in ruota (e voleva dire, prima che, sorta l'aurora, fosse dalla sala terrena, in cui mette la buca, portato nei corridoi superiori); l'altro, ch'è questo, ora sta morendo.

E tutto questo diceva con una cera, se non lieta, certo poco lontana dalla letizia!

Io levai gli occhi, e vidi un piccolo mostro, il cui aspetto mi fece tanto male alla fantasia, e tante volte, in tutto il tempo della mia vita, mi tornò quell'immagine come a guizzare innanzi agli occhi, ch'io poscia ho sempre compreso con quanta ragione si proibisca alle donne universalmente, e in particolare alle incinte, di guardare qualunque animale sia generato con membra fuor dell'uso della natura.

Poscia ch'io fui marchiata, la monaca mi condusse a baciar la mano al padre rettore, che così chiamavano il sacerdote che ho dianzi descritto. Questi, quand'io gli ebbi baciata la mano, me l'aggiustò sulla mia povera testina, che mi doleva quanto è mai possibile, e stringendomela forte, e poi dandomi due o tre amorosi scappellotti, che, nello stato in cui ero, mi parvero tre colpi di mazzuola, mi disse:

Brava la mia bambina, brava. Pensate a farvi onore e ad amare Iddio.

Poi rivoltosi alla monaca:

Suora Amalia, disse, fatela confessare assai spesso.

E turbandosi nel volto come di cosa gravissima e quasi irrimediabile:

Buon Dio! soggiunse, buon Dio!... quanto tempo sarà che la non si confessa! Io credo al certo che la sarà ben entrata nel peccato mortale. Fatela subito subito confessare, suora Amalia. Ve lo raccomando tanto tanto. Che facciamo, eh! senza l'essenziale?...

Suora Amalia lo confortò, promettendogli la pronta mia confessione; e mi condusse via da quella sala.

Padre mio, io ho stimato sempre la confessione una cosa utile e santa: almeno di grandissima medicina all'anima inferma del credente che si confessa, quando egli si abbatta a un angelo di consolazione, quale voi siete. Ma io aveva sei anni appena; ed aveva tratto la vita che avete letta. Qual mai peccato avevo potuto commettere? Che potevo intendere di confessione? E qual commercio poteva mai essere fra me ed il cielo, entrandone mediatore un uomo? Bene fra il mio cuore ed il divino Verbo fu sempre, e in quella età e prima e dopo, un commercio. Ma questo era di tanto spirituale e divina natura, e si allontanava tanto da ogni altro sentimento umano, che sarebbe stato impossibile che v'entrasse di mezzo un altro uomo, e che ad altri fosse in modo alcuno umano o con umane parole significato.

La religiosa, in fatti, per altri corridoi mi condusse in una cappellina, dove molte bambine e donzelle s'andavano a inginocchiare all'inginocchiatoio d'un confessionale, e si confessavano. Alla mia volta mi confessai anch'io; cioè, furono pronunziate fra me ed una cupa voce, che per un finestrello fatto a foggia di gelosia moveva da un uomo che io non vedeva, alcune inintelligibili parole, fra le quali distinsi solo non so che di colpe dei genitori punite nei figliuoli. Dopo le quali, levatami dall'inginocchiatoio, venni dal lato d'avanti, e baciata la mano al confessore, senz'alzargli, come mi aveva ammonito la monaca, gli occhi sul viso, novamente fui condotta da colei nella sala grande.

XII.

Poscia che fummo nella sala grande, suora Amalia mi condusse ad uno di quei letticciuoli, sul quale era laidamente sdraiata una di quelle donnacce con tre bambini al petto, e le disse:

Caterina, questa bimba è consegnata a voi. Prendetene cura.

E lasciatami presso al letticello, ne andò al suo posto in fondo al corridoio.

In tal modo io rimasi quinta dormitrice o più tosto abitatrice di quel lettuccio, perchè altrove non mi era presso che mai conceduto di tramutarmi: e quando la nutrice andava al refettorio delle balie o altrove, mi ammoniva con terribili minacce ch'io non mi movessi di dove ero. A mezzodì e la sera la donna mi dava un piccolo piattello dove era una poca di pappa di pane bruno cotto nell'acqua pura; e la sera alle ventiquattro un piattellino ancora più piccino della medesima vivanda. Quello era il mio pranzo e questo la mia cena. Ebbi una sorta di cencio di tela di canape grossa turchiniccia; ed era il mio vestimento. Passavo i lunghi giorni senza far nulla; e la notte non potevo dormire, perchè proprio non v'era posto per me sopra il lettuccio; nè fu una sola quella notte che o da me stessa, per essere in sull'estrema sponda, o per un qualche calcio della balia, io cadeva per terra, e mi era assai meno penoso di rimanermi sola colà, che di rimontare sul letto, dove non sarei potuta entrare, e, potendo, mi sarei esposta a un nuovo calcio.

Giorno e notte si udiva rimbombare nelle immense volte della sala una specie di rauco muggito, che ad ora ad ora cresceva tanto, che pareva che le volte allora allora si aprissero e dessero la via al fragorio ed al tuono d'una gran tempesta. Queste eran le balie che cullavano i bambini, dimenando con tanta furia le culle in su gli arcioni, che alla fine quei miserelli, storcendo gli occhi e tutti allividendo nel viso, erano compresi d'una sorta di apoplessia al cervello, che le balie interpretavano per sonno. Nè contente a ciò, finchè gli occhi di quei meschini non si fossero interamente chiusi a quel violento letargo, intonavano, o più tosto intronavano loro negli orecchi una maniera di goffissima canzona a canto fermo, che, per somiglianza forse delle nenie sepolcrali degli antichi, chiamano chi nanna e chi nonna; ed accrescevano lo spaventoso tumulto.

L'aspetto della continua mortalità che regna in quelle sale percoteva incredibilmente la mia infantile immaginativa. Troppo lungamente bisogna vivere all'uomo, perch'egli si avvezzi allo stupendo fenomeno di vedersi disteso dinanzi il suo simile, che poco prima viveva e ragionava con lui, e un momento di poi più non si muove e non risponde; e pure nulla in lui è cangiato! Io udiva dire dalle balie e dall'altra gente del luogo, che tremila bambini in circa sono gittati nella buca in un anno; e nell'ospizio intero non sono mai più di settecento i viventi fra grandi e piccoli. Immaginate, o padre, quanti bambini mi dovevano ora agonizzare, ora morire accanto: e quanti piccoli cadaveri, e talvolta anche grandicelli, dovevano di giorno e di notte passarmi dinanzi; di giorno, a una luce così fosca e sinistra, che quasi non pareva più quella del sole; e di notte, a quella anche più sinistra delle poche lampade che a grandi distanze illuminavano malinconicamente quella sala.

Laonde mi sovviene che, non potendo nè notte nè giorno riposare, per lo stridore delle balie e lo spavento della morte, che pareva non restasse mai di girare intorno intorno con la sua falce, morendo del freddo in quel gran vano di quella sala, avendo i nervi turbati dalla vigilia, dall'inedia e dall'aria pestilenziale che quivi si respirava, nè potendo, in alcuna operazione o materiale o mentale, spendere quella virtù attiva che il Creatore ha posto in tutto l'essere nostro per la propria nostra conservazione e che, quando non abbia dove rivolgersi, si rivolge contro a noi stessi e ci uccide, mi sovviene ch'io fui assalita da una smania. da un fastidio di me stessa, da un tedio così intenso della luce, del sentire e di qualunque cosa, in fine, rappresenta la vita, che le mie parole non possono mai bastare ad esprimere. Stetti sei mesi come una piccola energumena; troncandomi spesso a brano a brano le carni: e più d'una volta le balie giudicarono, nelle loro grossolane menti, ch'io avessi addosso il mal della rabbia, e andavano considerando come ciò fosse potuto essere, e se convenisse, per loro salute, di soffocarmi così di nascoso. E solo il vedermi non abborrire, anzi ardentissimamente desiderare, un boccaletto di acqua fresca, le ratteneva dal recare ad atto la loro crudeltà. Alla fine perdetti le forze, e mi avvezzai alla necessità di quella vita, come il galeotto si avvezza al remo ed alla catena, e gl'Italiani chiusi nel carcere detto durissimo, alle tenebre, al digiuno perfetto di pane e d'acqua, ad avere mani piedi e stomaco sempre stretti fra grossi cerchi di ferro e ad essere regolarmente flagellati[1].

XIII.

Così valicai due altri anni, dei venticinque ove mi sono strascinata. Venticinque anni! Se ora mi rivolgo un istante a considerarli, paiono un lampo, com'è un lampo il pensiero che li percorre. Oh Dio! ma a passarli fu un'eternità di dolore!

Un giorno, in sull'aurora, io fui bruscamente destata da una monaca, la quale mi disse ch'io mi fossi presto vestita e condotta nel parlatorio, che v'era gente di fuori che mi voleva. E volte le spalle, andò via. Io non sapeva immaginarmi qual ente umano fuori la Casa della Madonna potesse volermi. Più volentieri avrei creduto che mi volesse un cane, s'io non avessi con questi orecchi udito agonizzare e morire quel mio primo e solo amico; che certo, s'egli fosse vissuto, ben mille volte sarebbe tornato a quell'ospizio a domandarmi; ma gli uomini lo avrebbero cacciato col bastone.

A un tratto mi balenò al pensiero la strega di Sant'Anastasia, e ch'ella non fosse tornata per me, ora ch'era meno impossibile ch'io resistessi alle fatiche alle quali ella mi destinava. E fu un momento ancora, in cui la mia mente delirò fra i sogni di arcani genitori, d'una tenera madre che venisse una volta a svelarmi il suo seno materno ed a farmene uno scudo contro le atrocità degli uomini. E già cacciandomi indosso la vesticciuola, e correndo al parlatorio, mi rompeva dagli occhi un torrente di calde lacrime di speranza e di gratitudine...

Quando giunsi al parlatorio, vidi la monaca che s'intratteneva con tre figure, che, appena io comparvi, mi cacciarono gli occhi addosso molto curiosamente. Erano due uomini, e una donna. La donna era vestita d'un abito di romagnuolo ovvero pelone bruno, accollato; era calzata di calze e di scarpe assai ruvide; aveva un fazzoletto bianco, sudicio, al collo; ed in testa una pezzuola di cotone bianco ripiegata ad angolo, della quale due becchi le si annodavano sotto il mento in tal modo che buona parte del viso n'era coperta, e gli altri due combacianti l'uno con l'altro le penzolavano dall'occipizio. Costei era goffamente appoggiata al braccio d'un giovane macro e lungo. Questi aveva la testa incredibilmente piccola, con un viso bronzino, con un nasuccio e due occhiolini in fronte, nei quali si leggevano in istrano accordo l'effeminatezza, la ferocia e la codardia. Era tutto vestito a nero, benchè non portasse bruno, ed avea la cravatta e i guanti bianchi, e di sopra la giubba aveva un vestone così lungo che quasi toccava la terra, con un cappellino puntuto in mano ed un bastone così grosso e lungo che appena lo bastava a reggere, ed era assai ridicolo a riguardare. Dietro a questa coppia un poco, era in atto fra brusco e rimesso un altro uomo, dal cui volto veniva fuori il più lungo naso ch'io abbia mai veduto. Aveva indosso un vestone del panno medesimo onde era l'abito della donna, un paio di stivalacci ai piedi, un grosso bastone in mano, e per gagliofferia aveva tuttavia il cappello in testa. Volendo parere di tutto fare, non faceva nulla, e pendeva dagli sguardi della donna e del suo bracciere.

Veramente bellina! esclamò la donna appena mi vide. Di questa età la volevo, e di questa bellezza. Quanto è carina?

E prendendomi per la mano e carezzandomi:

Povera bambina mia! Vieni, vieni alla mamma tua.

Diceva con grandi apparenze di tenerezza. E volta al bracciere:

Che ne dite, don Gaetano, può essere più aggraziata?

Perfettamente, rispose don Gaetano. Non può essere più aggraziata.

Perfettamente, ripetette quell'altro di dietro.

Allora la donna volta alla religiosa:

Zia mia, le disse, io me la voglio condurre meco or ora. E voglio che sia sempre mia, povera la mia bimba! poverina!

Ed afferrando le cesoie che pendevano dal cinto della monaca:

Permettete, le disse, tagliandomi il nastro ov'era impiombato il marchio che mi pendeva alla gola; e, fattasi a un finestrone ingraticolato di ferro, lo gittò sulla via per un vano della grata, aggiungendo:

Voglio togliermi ogni futura tentazione.

Di poi la monaca, ammonito don Gaetano e l'altr'uomo di rimanersi nel parlatorio, seguíta dalla sola donna, che già mi menava per mano come cosa sua, ci condusse di qua e di là nell'ospizio, baciando la mano a questa e a quella monaca, ed al padre rettore, ed a non so quale principe o duca o marchese, appo il quale era la somma delle cose; e finalmente ci condusse in una stanza remota, dove, in uno degl'infiniti volumi in foglio ch'erano in tanti scaffali intorno intorno alla stanza, fu scritto il dì e l'ora della mia consegna alla signora donna Maria Antonia Volpe, nata Fiore, moglie legittima di don Gennaro Volpe, capocuoco nella cucina del principe di san Marcello. Di poi ritornammo al parlatorio: ed avendo donna Maria Antonia, don Gaetano e don Gennaro preso amorevolmente commiato dalla religiosa, me ne menarono via con loro.

XIV.

La vista delle tre figure incognite dianzi descritte, la certezza che non si trattava di madre veruna che il grido della natura spingesse a soccorrere la sua figliuola, e la certezza, ancora più crudele, di mutare la terza volta il mio stato, del che nulla v'ha al mondo di più malinconico, mi ghiacciarono su gli occhi le calde lacrime ch'io versava quando entrai nel parlatorio. Non v'ha luogo sulla terra sì tetro, sì abbominevole, al quale l'uomo non s'avvezzi alla fine in tal modo, che lo staccarsene non gli sia causa di lutto. E però quegli uomini, ai quali Iddio ha commesse le sorti delle sue creature, non le traggano dallo stato in cui le misere si trovano, senza avere in animo di migliorarlo; perchè questo è come strappare una scheggia di dardo, che fosse incarnita in un lato del corpo e più non dolesse, e, ficcandola nella carne viva dell'altro lato, aprirvi una nuova piaga che sanguinerà gran tempo.

Quando la donna prese la mia mano con la sua per condurmi via, mi parve che quella mano di gelo m'afferrasse anche il cuore e me lo stringesse a tutta forza. Padre mio, che momenti! Quale supplizio, quale agonia, quale morte può somigliare quei momenti, in cui una misera fanciulla, che compie appena i sette anni, si vede strappare da quelle sembianze che se non le furono amorevoli, almeno l'erano usate e note, e da gente brutta ed ignota strascinare in brutti ed ignoti luoghi. Io non sapeva ancora che mai fosse la morte, e pure, come ardentemente, come sinceramente desiderai di morire!

Usciti che fummo dalla porta dell'ospizio, pigliammo la via a mano manca, ed io rividi per la terza volta della mia vita l'immagine della santissima Annunziata. Oh come mi occorse soccorrevole la sua presenza ch'io adorava in quell'immagine! Avevo udito sempre dire ch'ella pregava in cielo per gl'innocenti che mancavano d'ogni soccorso. Pensai ch'ella era la sola mia madre, quando quella che mi portò nel suo seno mi aveva gittata via da se come si gitta un verme velenoso: e che anche da lei ora mi portavano via. Tutti questi pensieri affollatimisi in un istante alla mente, mi ruppero di nuovo ogn'intoppo alle lacrime, ed io cominciai a piangere amaramente senza nessuna speranza di conforto: ma mi sforzavo di nascondere il pianto, perchè ero già pervenuta a comprendere quanto gli uomini s'infastidiscano e furiosamente si sdegnino del pianto degl'infelici. E coprendomi gli occhi col dorso della mano, e inghiottendo le infinite lacrime che quindi mi sgorgavano, guardando per l'apertura delle dita quell'immagine:

Madre mia, esclamai nel mio infantile pensiero, unica madre che mi avanzi, tu pure mi scacci da te!... E se non mi scacci, come consenti che altri mi strappi dalle tue braccia... O v'ha una forza nel cielo, a cui tu stessa sei impotente a resistere?... Tu mi raccogliesti dalla morte, alla quale, senza te, mi destinava forse colei che mi concepì nel suo seno. Tu mi salvasti dalla scellerata megera di Sant'Anastasia. Ora perchè mi rimandi a nuovi supplizi? Viemmi almeno in sogno, e dimmi quale colpa io mi portai con me dal nascimento, e dimmi con quali penitenze potrò giungere un dì ad espiarla, sì ch'io cessi d'essere tanto infelice. Madre mia adorata, se tu sei o giungi invisibile per tutto, non ti scompagnare da me. Séguimi nella nuova via di dolore alla quale tu stessa ora mi abbandoni.

E qui gli occhi mi si offuscavano in modo ch'io non vedeva più nulla, e mutavo ciecamente i passi senza vedere ove mettessi il piede, ch'io non osava di fermare, per la paura, che m'era divenuto instinto, di non fare motto alcuno da me e che non mi fosse comandato.

Parve che donna Maria Antonia avesse lasciata nel parlatorio tutta l'amorevolezza che l'era nata nel cuore per me al primo vedermi. Appena fu ella uscita dall'ospizio, la sua cera si compose naturalmente al brusco ed al crudele. Vidi che aveva il bianco degli occhi sparso d'un giallo insanguinato, segno quasi certo di animo feroce; il naso un cotal poco tronco, ed il mento sporto in fuori più assai che non si avviene a femminile sembianza. Era tutta butterata, e dal suo volto tutto insieme spirava non so che di assai sinistro.

Svoltammo per la via della Maddalena, e continuammo per la via Capuana: giungemmo alla piazza di santa Caterina detta a Formello; indi pigliammo la gran via o piazza, che prende il nome dalla famosa chiesa di San Giovanni a Carbonara, e percorsa presso che tutta la via, pervenimmo ad una casa rimpetto la chiesa. Innanzi all'uscio di questa casa si fermò donna Maria Antonia e don Gaetano. Don Gennaro era insino colà venuto sempre dietro, come un fante della sua stessa moglie: anche perchè si andava di tanto in tanto fermando a fare il mercato ora di qualche rimasuglio di pesciuoli che vedeva dinanzi ad alcun pescatore, ora d'uno scampolino di frutte vizze che un fruttaiuolo gli offeriva a prezzo vilissimo. Ma quando fummo giunti all'uscio della casa, don Gennaro ci entrò innanzi, e salendo il primo per le scale, ch'erano buie, intrigate e strettissime, ci fece trovare aperto l'uscio di scala quando noi fummo saliti.

Io montai quasi carpone le scale, strascinata per una mano dalla donna, che conoscendone il laberinto, saliva franca e spedita; mentre io poverina, dando di capo ora in questo ora in quel muro, fui costretta ad aiutarmi a tentoni non solo coi piedi ma ancora con la sola mano che mi rimaneva libera. Arrivammo finalmente a un settimo piano, ed io tutta trafelata, già quasi veniva meno dalla fatica.

XV.

La casa di don Gennaro Volpe, capocuoco del principe di San Marcello, era composta di due stanze e d'una cucinuzza. La prima delle due stanze, ch'era quella ove s'entrava dall'uscio di scala, era mediocremente grandicella; e v'erano tre rozzi letti, uno più tosto larghetto, gli altri due piccini. Da questa si passava nella seconda stanza, che era assai bene angusta. Quivi era un letto di sterminata grandezza, ch'era il talamo di donna Mariantonia; e accantogli era un lettino piccoletto. Appresso veniva la cucina, ch'era strettissima, tutta ingombera di ruvidi vasi di terra da riporre acqua, col pozzo, col lavatoio, con l'acquaio e col focolare, ed accanto al focolare un puzzolentissimo cesso, secondo il savio costume di questa città. Quivi vicino al cesso era un piccolo pagliericcio per terra, la cui federa, ch'era d'accia grossissima, serbava ancora i segni d'essere stata un dì sottana di donna Mariantonia.

Costei, rivoltami per la prima volta la parola da che s'era partiti dall'ospizio, disse:

Ecco Ginevrina, quivi dormirai tu; e m'additò il sacconcello. Ora viemmi a spazzare le stanze.

Così dicendo rientrò nella sua stanza, dove don Gennaro si accommiatò da lei e da don Gaetano; perchè, com'egli diceva, era ben tardi, e gli conveniva andare in mercato a provvedere da desinare al suo padrone.

Donna Mariantonia restò sola in istanza con don Gaetano, ed io mi accorsi che fra don Gaetano e lei era la più perfetta dimestichezza. Ma, bench'io fossi bambina, il mio stupore fu grande, quando vidi che don Gaetano spogliandosi il suo vestone e la giubba ed altri suoi arnesi, si sdraiò sul lettuccio accosto al letto nuziale, e che compresi ch'egli dormiva quivi.

Adunque, padre mio, don Gennaro era un cuoco; donna Mariantonia era sua moglie, chiamata da' suoi vicini, la coca; don Gaetano era uno studente di Catanzaro venuto con la pensione paterna di sei ducati il mese a studiare a Napoli in diritto a fine di tirarsi su per procuratore, e stava a dozzina in casa il cuoco, anzi nella propria stanza dove quegli dormiva con la moglie, a pochissimo prezzo, per il gran bene che donna Mariantonia gli voleva in grazia delle sue buone qualità. Donna Mariantonia faceva exprofesso il mestiere di tenere a dozzina studenti; e sette altri studenti, che a quell'ora erano fuori a studio, abitavano nella prima stanza, dormendo, com'è il costume di simile condizione di gente, tre nel letto più grande, e due in ognuno de' due letticciuoli piccini.

Donna Mariantonia e don Gennaro, per non ispendere danari in una fante che servisse tanta gente, avevano divisato di prendersi una fanciulla della Madonna e adoperarla ai più faticosi e vili servigi della casa; avevano desiderato che la fanciulla fosse di età tenera per poterla meglio educare alla loro sferza; ed era stato consentimento di destino che la scelta cadesse sopra di me.

Ora eccomi divenuta serva di otto studenti, d'un cuoco e d'una bagascia di sua moglie, che avendo in sul sangue dei miserabili messo da parte alcun danaruzzo, voleva fare la pulita. Qui termina la mia infanzia, e comincia la mia adolescenza, e un nuovo ordine, forse assai più orrendo che il primo, di stenti e di sventure.

Presa la granata, io non sapeva da qual camera cominciarmi a spazzare, nè verso qual parte ammonticellare l'immondezza; onde, per chiarirmene, dissi:

Ditemi, donna Mariantò...

A questa sillaba la donna mi si caccia addosso come una furia, e dandomi un rovinoso ceffone:

Che cos'è, mi disse, questa donna Mariantonia... brutta bestia di bastardaccia... Così si parla alla padrona, eh? O credi tu ch'io sia qualche lazzara o figliuola di lazzara, quale sei tu, che tu mi chiami per nome?...

E vedendomi così brancolare un momento, dopo il ceffone:

To', guarda brutta sciancata! Sì davvero ch'io ho fatta la bella scelta!... brutta fetente...

E mi diede un secondo ceffone, dal quale mi convenne stramazzare.

Io feci un grande sforzo per rilevarmi, nè piansi, perchè non v'era più lacrime. Ma traendo un profondo sospiro dal petto già troppo presto stanco di soffrire:

Ora mi dica ella medesima come le ho a dire, risposi, ed io così le dirò.

Voltati! disse la donna alquanto più rimessa: padrona, signora... coteste le son cose che nè anche si domandano.

Io le diedi di signora; e così ebbi ordine di farmi dalla cucina, e continuando per le due camere, spazzassi ben bene anche le quattordici scale, e i quattordici pianerottoli, e la piccola corte giù all'uscio da via, e cacciassi e ammucchiassi l'immondizia sulla strada; acciocchè il signorino e i signorini (erano il cuoco e gli studenti), tornando a desinare, trovassero tutto netto e pulito.

Poscia ch'io ebbi eseguito l'ordine della signora, ella mi disse che l'acqua che s'attingeva dal pozzo era troppo sudicia, che però era mestieri ch'io andassi per essa alla vicina fonte Capuana, accosto, come sapete, all'antico Castel Capuano. E mostrandomi due secchioni ch'erano presso al pozzo in cucina:

Togli quei due secchioni, mi disse, e vanne con essi alla fonte a empirli d'acqua; e tornando li verserai in quella prima conca; e così adagino adagino, riandando e ritornando, ne compirai tutt'e tre quelle conche; che non meno d'acqua ci bisogna qui per tanti che siamo. Io sono nata pulita e pulita voglio morire. Starei sempre nell'acqua come i pesci.

Ciascuna delle tre enormi conche o vasi di terra ch'ella mi aveva mostrati, conteneva, come ne feci l'esperienza, circa a sette di quei secchioni, di maniera che, come intendete, mi conveniva andare almeno dieci volte il dì alla fonte, e dieci volte rivenirne coi secchioni pieni e portarli entrambi al settimo piano. Mi avviai la prima volta, e forse perchè la Madonna mi prestò le forze, potetti i due secchioni voti fino alla fonte. Ma quando gli ebbi riempiti, io mi accorsi che a grandissima fatica ne potevo uno. Allora tutta smarrita e tolta di me, cominciai a percuotermi le guancie e la fronte ed a stracciarmi i capelli, considerando lo strazio che avrebbe fatto di me donna Mariantonia, s'io le fossi tornata con una sola secchia.

Erano di qua e di là dalla fonte sei grandi ricettacoli d'acqua, tre da una parte e tre dall'altra, lunghesso il parapetto dei quali erano assai donne a lavare. Io, percorse ch'io l'ebbi tutte con lo sguardo, tolsi di mira quella che mi parve aver cera più umana, ed accostatamele, le significai, piangendo, il caso mio, pregandola per se mai aveva qualche piccola figliuola, per l'amore che portava a santa Caterina, la cui chiesa era colà rimpetto, di volermi aiutare per quella sola volta a portare una di quelle secchie fino a una casa presso alla chiesa di San Giovanni a Carbonara; che così mi avrebbe salvata dai più crudeli tormenti, ed il Signore gliene avrebbe riprovveduto in cielo.

Oh Dio! com'è feroce l'uomo! Questa donna, che pareva umanissima fra tutte le altre, mi si volse con un piglio così disumano, che a un tratto io temetti di peggio e m'arretrai:

To', non volevo far altro!, mi rispose. Odi malizia per non faticare.

E levando incredibilmente la voce, talchè trasse sopra di me gli sguardi di tutta la gente:

Fatica, fatica, mi gridava in capo quanto n'avea nella gola. Come fate presto ad assuefarvi a non volere far nulla. Grande scioperatucciaccia che tu déi essere.

In un istante fu un gran cerchio di minuta gente intorno a noi, corsa come a un caso gravissimo. S'io non mi morii dalla vergogna, certo non fu cosa naturale, ma ordinamento del cielo, che mi serbava a maggiori sciagure. Tutti, come sapete che si costuma qui in simili casi, ci vollero giudicare. Chi diede ragione alla donna e chi a me, bench'io non profferissi sillaba in mia difesa e stessi come una trasognata; ma nessuno s'offerì d'aiutarmi in quello scambio. Solo un farinaiólo, grasso e grosso, con una immensa pancia ed un enorme naso, accorso anch'egli d'una botteguccia ch'era colà presso, ebbe qualche pietà di me, e portando una delle due secchie nella sua botteghetta, tutta mi venne riconfortando, dicendo ch'io fossi andata pure felice con una sola, e, lasciata quella a casa, fossi tornata per l'altra, ch'egli me l'avrebbe custodita sicuramente.

Così me n'andai con un secchione, che appena potevo con ambo le braccia, non senza essere spettacolo a molti lazzaroni sfaccendati per un gran tratto della via Carbonara.

Io non so come feci a reggere quel peso per le scale. Ad ogni scalino ero costretta di fermarmi, e prendere un poco di fiato per rimontare l'altro. Giunta al penultimo pianerottolo, vidi donna Mariantonia, che fattasi in capo della scala, cominciava a garrirmi della mia tardanza:

Credevo che ti fossi annegata nella fonte, brutta carogna...

Eterno Dio! Qual fulmine, quale Vesuvio scoppiò mai con tanta tempesta, con quanta si precipitò colei per la scala, tosto che s'avvide ch'io tornava con sola una secchia. Senza darmi il tempo di aprire solamente le labbra, ella mi assalì con tanti pugni alle tempie, con tanti calci sul petto e sullo stomaco e con sì nefande bestemmie, ch'io caddi per terra come morta.

XVI.

Quando mi risentii, mi trovai donna Mariantonia addosso che mi cacciava due sudici cenci bagnati nell'aceto, uno nelle nari e l'altro nella bocca; non che le importasse punto della vita mia, ma perchè, s'io fossi morta, non le sarebbe più avanzato nessuno, onde avere qualche novella del suo perduto secchione. Non ricuperai così bene la virtù de' sensi ch'io non mi rimanessi come stupefatta. Donna Mariantonia, fuori di se e balbettante dal dolore, e pure chiamando ad ogni poco la secchia, così com'ell'era scinta e scapigliata, mi strascinò sulla via. Quivi ai pugni ed ai calci mischiava talora alcuna carezza, reprimendo con memorabile sforzo il suo furore, per il desiderio che la stringeva di recuperare l'arnese smarrito. Così ebbi io un attimo di tempo per dirle che l'avevo lasciato alla bottega del farinaiólo ch'era in sulla piazza di santa Caterina. Don Gaetano, intanto, fattosi alla finestra e vista la disperazione di colei che sola volgeva la chiave del suo cuore, anch'egli, a uso Catanzaro, scese in farsetto sulla via con un berrettino bianco a cocuzzolo in testa. E udito il caso e profferto il suo braccio a donna Mariantonia, che con l'altra mano mi teneva forte perch'io la menassi dov'io diceva, c'inviammo tutti verso la piazza di santa Caterina, non senza avere appresso un codazzo di lazzaroni accorsi ai tronchi gridi ed allo smarrito volto di donna Mariantonia.

Essendo già quasi il mezzodì, il buon farinaiólo era ito a desinare a un'osteria fuori la porta Capuana, ed aveva lasciata sua moglie a guardia della bottega e del secchione. Arrivati che fummo in sulla piazza, donna Mariantonia vide da se la botteguccia, e torreggiarvi entro l'immensa corporatura della padrona; e dietrole, fra molti sacchi di farina e bugnole di crusca, il suo amato secchione. Onde, studiato quanto potette il passo, cominciò, in atto fra brusco ed allegro, a domandare a colei il suo secchione.

Si sdegnò a simili modi l'altera venditrice di farina, e parendole che donna Mariantonia, quasi sospettando della sua interezza, avesse voluto farle scorno nella venerabile presenza degli onesti lazzaroni che ci seguitavano, quasi tutti amici o conoscenti antichi della casa sua, se le levò incontro, e ripiegando le braccia, ed appoggiando il dorso delle mani nei fianchi:

E che credevi tu, le disse levando altissimo la voce, ch'io fossi una qualche mariola come tu sei, che sei sempre richiesta a corte per le masserizie che tu vai rubando a tuoi studenti? O credi tu di farmi paura con cotesto studente calabrese che t'è al fianco; che se lo vede il mio marito, te lo scortica vivo vivo...

E con mirabile agilità di lingua continuava a proverbiarli entrambi.

A me mariola... A me studente calabrese, santo diavolo... risposero, quasi a un tempo stesso, donna Mariantonia e don Gaetano. E il proverbiare la donna a vicenda, e l'azzuffarsi tutti tre insieme, e l'essere don Gaetano cacciato per terra senza berrettino e tutto lacero e rabbuffato, fu tutt'uno. Le donne, rimaste padrone del campo, si ghermirono come due uccelli di rapina. Si stracciarono i capelli a ciocche, si graffiarono i visi, si troncarono a furia di morsi le carni, ed entrambe al punto medesimo toltisi i pettini d'argento dal capo, si sforzavano scambievolmente, con ogni estrema prova, di ficcarsene gli aguzzi denti nella gola. Tutti gli sforzi dei lazzaroni ch'erano intorno, per separarle, furono indarno. Alla fine uno di costoro corse al corpo di guardia del commessariato di polizia del quartiere a chiamare il feroce, che sapete che così si domandano qui i birri e qualunque servente della famiglia. Giunse il feroce, ed è mirabile a pensare come in un subito il suo venerando aspetto sedò la battaglia. In meno che non lo dico, ci trovammo tutti nel cospetto del commessario sul commessariato, donna Mariantonia, la farinaióla, don Gaetano, un viluppo di lazzaroni stati testimoni del fatto seguito, la secchia ed io. Il commessario non ebbe bisogno d'imporci silenzio; perchè fra tanta moltitudine non si udiva più uno zitto. Poscia ch'ebbe interrogato il feroce del fatto, disse una gran villania alle due donne, ma una grandissima a don Gaetano, aggravandolo, non so perchè, di tutta la colpa, e dandogli ripetutamente dello studente, come se gli avesse dato del ladro e del ruffiano. Di poi comandò che la Mariantonia, così la chiamava, avesse ripreso il suo secchione, e tutti si fossero tornati con Dio alle case loro: ma prima si fossero abbracciati e baciati nella sua presenza, per dimostrare di non aver più rancore veruno: altrimenti li avrebbe tutti ritenuti. Onde vi fu un grande abbracciarsi e un gran baciare, massime fra le due donne ancora tutte insanguinate; con un sordo fremito di tenerezza e d'approvazione dei presenti lazzaroni: ed usciti dal commessariato, e consegnatami la secchia a strascinare, ce ne tornammo tutti in santa pace alle nostre case.

XVII.

Pare che l'aspetto del commessario avesse intenerito di molto il cuore di donna Mariantonia, e mansuefatto i suoi costumi. Mentre si tornava a casa, ella non si vendicò sopra di me degli aspri colpi, di cui sentiva dolersi per tutta la persona; ma si contentò solamente di avvertirmi che da indi innanzi, poichè io non era buona da portare due de' secchioni in una volta, ne avrei portato un solo; ma sarei tornata non dieci ma sì venti volte il dì alla fontana, dieci la mattina e dieci la sera.

S'arrivò a casa, dove s'erano già ridotti gli altri sette signorini ovvero studenti; e facevano un grandissimo baccano per le due stanze. Si tiravano sul muso l'un l'altro alcuni sudicissimi libri ch'erano presso che tutti per terra, e formavano la biblioteca di queste future speranze della patria. Si ghermivano per il naso, si strappavano le camice, si bisticciavano e proverbiavano insieme con le più villane vituperazioni; e se non ch'io vidi donna Mariantonia sorridere a quelle loro svenevolezze, io avrei creduto ch'eglino s'abbaruffassero da dovero.

Le figure di costoro non potranno mai più escirmi dalla memoria. Due di essi erano nipoti, l'uno cugino l'altro germano, di don Gaetano; e tanto gli somigliavano entrambi con quel loro filo di voce e quella loro cadenza calabrese, che li avresti creduti tutti e tre gemelli. Ma tirandosi su per architetti e non per dottori come don Gaetano, avevano barbe e mustacchi lunghissimi. Due erano di Bari, d'assai provetta gioventù, di piccola ma larghissima complessione, con grassissimi e sbiavati visi, dove non si vedeva il segno solo d'un peluzzo; e vestivano entrambi da abate. Gli altri tre erano tre fratelli Aquilani, dei quali il viso era interamente sepolto in una foltissima selva di peli. Costoro, con quei pochissimi danaruzzi al mese che potevano cavare dalla loro famiglia, vestivano così attillatamente, che al primo vederli, s'indovinava ch'erano provinciali.

Poco di poi il nostro arrivo, rimastisi un poco dal fare il chiasso, s'affollarono tutti intorno a donna Mariantonia e a don Gaetano, domandandoli della causa del loro esser ito fuori a quell'ora e in quel vestimento, e dei lividori che apparivano spessissimi sul viso e sulla fronte di entrambi.

Quando ebbero inteso il caso, mi considerarono un istante. Poscia, applaudito all'egregio fatto di donna Mariantonia, ed avvertitala del loro indomito appetito di desinare, cavarono fuori chi sigaro e chi pipa, e fumando e pipando, cominciarono ad affumicare in tal modo tutta la casa, ch'io poverella, che non ero ancora fatta a quest'ultimo benefizio della civiltà moderna, ritrattami in cucina e gittatami sul pagliericcio, mi sentiva girare il capo e ad ogni momento venir meno.

Mentre, dopo una tanto travagliosa mattinata, mi giacevo così tra viva e morta sul pagliericcio, fui riscossa da donna Mariantonia, che mi disse:

Ginevrina, per istamane don Peppino, mostrandomi uno de' due abati, mi fa il piacere di accompagnarti egli proprio a prenderci il desinare al palazzo. Via, spacciati.

Per palazzo s'intendeva la cucina del palazzo San Marcello. Mi consegnò una maniera di portavivande, o, per meglio dire, una sorta di secchio o di vaso di latta con lungo manico, strascinando il quale io mi messi a seguitare don Peppino.

Il palazzo San Marcello era a Chiaia. L'abate, solo per l'acuta fame che lo pungeva, s'era indotto ad accompagnarmi, considerando che se no, Dio sa quando si sarebbe desinato. Onde studiava il passo in un modo non troppo credibile. Io, non potendogli tener dietro, lo perdevo ad ora ad ora di vista. Allora egli tornava indietro a furia, e dandomi qualche strappata pei capelli e chiamandomi figliuola di mala femmina, cercava di farmi, com'egli diceva, spoltronire.

Giunti alla cucina del principe di San Marcello, trovammo don Gennaro in farsetto, con un gran grembiule innanzi, e con un berretto bianco a cocuzzolo in testa. Io, a quel titolo di capocuoco, aveva immaginato dovergli trovare intorno una gran mano di cuochi, a cui egli imperasse. Ma in vece non vidi nè anche un solo guattero, e vidi don Gennaro che ministrava tutto da se. Ora aggiungeva carboni nei fornelli, ora versava acqua bollente da un paiuolo in una pentola, ora lavava e governava d'ogni maniera orciuoli nappi e stoviglie. Costui, fatte sue amorevolezze a don Peppino, non mancò, appena mi vide, di comandarmi nei più vili ministeri della cucina. Ma poichè don Peppino gli faceva gran ressa, scoperse un gran numero di cazzarole, tegami, padelle, pentolini ed altri arnesi, e da tutti o tagliando col coltello o pigliando col cucchiaio, toglieva uno scampolino e lo poneva nel vaso ch'io aveva portato. E quando l'ebbe ben pieno, ci accommiatò con infinito giubilo di don Peppino, che fra gli odori di quei fumanti manicaretti, era già quasi divenuto deliro.

Tornati a casa, trovammo una sudicia mensa apparecchiata nella stanza degli studenti. Donna Mariantonia dichiarò che per quel primo giorno, atteso anche il trambusto seguíto, aveva avuta la pazienza di sostenere essa quella fatica: ma ch'io avvertissi bene per l'innanzi, che quella era cosa non da sua pari e che spettava di farla alla serva. La tovaglia era così ruvida e sporca, che faceva stomaco. Tovagliuoli o scodelle o tondini o bicchieri, non ve n'era punto. Solo in mezzo era un largo piatto ed un grosso orciuolo, entrambi di rozzissima creta. Intorno intorno erano le forchette e i cucchiai di ferro rugginoso. A un canto della mensa era il secchione pieno dell'acqua ch'io aveva attinta alla fontana; dal canto opposto era un gran fiasco di vino, che donna Mariantonia per quella sola mattina s'era degnata d'andare a comperare da se medesima al prossimo vinaio, o come noi diciamo, cantina, ai Gradini de' Santi Apostoli. Agli altri due canti erano due grandissimi pani assai bruni, ed un altro simile era sur una seggiola allato al posto dove già sedeva donna Mariantonia.

Ecco s'andò a tavola. Io ebbi ordine di servire tutto ad un tempo, o per meglio dire, di riversare la vivanda dal portavivande nel piatto. Questa, come avete inteso, oltre alle salse ed ai condimenti che la rendevano odorosa e squisita, era una rarissima mescolanza di forse una quindicina di elementi diversi, quanti erano gli scamuzzoli che don Gennaro aveva pianamente ritagliati alle altrettante vivande preparate per il principe.

Erano, come già sapete, otto studenti, ai quali già da lunga pezza le mascelle sonavano; sì che donna Mariantonia fu nona fra cotanta fame. Oh s'io avessi uno stile che non resistesse di continuo al concetto della mente! se le mie parole potessero parlare mai altro che amarezza e dolore! come vi descriverei l'amore, la tenerezza che traboccò dagli occhi e da tutto il viso degli studenti, appena si videro innanzi quello strano pasticcio. Tutti gli occhi furono volti in un istante verso donna Mariantonia, che, tolta la forchetta ed inforcato il primo pezzo di carne, diede come il segno a tutta la mandria fortunata, che, ognuno stendendo la sua forchetta, ridussero, in meno assai che non lo dico, i due grandi pani e quella vivanda presso che all'ultima estremità. Allora donna Mariantonia, visto l'imminente pericolo, pure aiutandosi con la destra e coi denti quanto poteva, con la sinistra fece cenno che si fermassero alquanto, e mettendo fuori alcune sorde parole, rotte e smozzicate dal boccone che divorava, li ammonì di lasciare qualcosa, se volevano che la sera vi fosse da cena. A questo gli studenti, lasciato, non senza qualche malinconia, l'estremo avanzo della vivanda, si gittarono sopra il terzo pane ch'era sulla seggiola, e sul fiasco del vino, che passò intorno intorno, di bocca in bocca, con ineffabile celerità. Poscia nettaronsi tutti leggiadramente il grifo alla tovaglia ch'era sulla tavola. Alla fine vollero rinfrescarsi con una poca d'acqua pura di fonte; e ciascuno togliendo a vicenda l'orciuolo, lo tuffava nella secchia con tutta la sudicia mano, che quivi lavava, e bevuto, lo passava a un altro che faceva il medesimo.

Così con infinita allegria si terminò il desinare, senza che nessuno avesse pensato a gittare un tozzo di pane a me, ch'ero digiuna dal giorno innanzi.

XVIII.

Poscia che il desinare fu finito, gli studenti ricominciarono a fumare disperatamente. Donna Mariantonia corse a serrare in un armadio, ch'era dietro il suo letto, il rimasuglio della vivanda, e qualche cantuccio di pane, che, per una specie di grandiosità da studenti, era avanzato allo scempio universale. Poi m'impose di sparecchiare, e di governare tutti gli arnesi da tavola; e solo dopo ch'io mi fui per altra lunga pezza arrabattata, e ch'ella mi sentì assai prossima a morire di stento, mi concedette alcuno di quei cantucci, molto argomentando intorno alla salubrità del pane e dimostrando con evidenti ragioni che nulla ci ha al mondo di più nutritivo; massime pe' giovanetti.

Di poi mi comandò ch'io ricominciassi i miei viaggi alla fonte, dove mi convenne tornare diciannove altre volte; sì ch'era notte buia, ed io mi ravvolgeva ancora con la secchia per la lugubre via Carbonara. Battevano le due ore di notte ai Santi Apostoli, quando io venni con l'ultima secchia dalla fontana. I due abati e il fedelissimo don Gaetano erano già a casa. Donna Mariantonia si veniva a quando a quando stringendo al seno quella testina di cetriolino, in un'attitudine, della quale, la Dio mercè, io non era allora capace a comprendere tutta la svenevolezza; altrimenti io credo che mi sarebbe venuto a recere dal fastidio. Ella mi comandò di mettere subito la tavola, ch'era ora di cena. Quando fu apparecchiato, volle imbandire da se quel residuo di vivanda, quasi temendo ch'io non ne portassi via alcun briciolo con gli occhi. Fu chiamato a cena. Donna Mariantonia ammonì don Gaetano e i due abati, che, cenando essi, lasciassero pur da cena agli altri cinque signorini, ch'erano fuori; ed avrebbero cenato tardi al loro ritorno a casa. In fine, questa parola cena rimbombava per tutta la casa, come se si fosse trattato della più lauta imbandigione.

Quando la signora e i tre signorini furono a tavola, la signora mi chiamò e mi bisbigliò all'orecchio, in tal modo che tutti udirono, ch'io votassi una certa specie di vasi, ch'erano per le stanze. Ve n'era due grandissimi nella stanza degli studenti, ch'era la medesima dove si cenava, ed uno meno grande nella camera nuziale. Questi tre grandi arnesi, che si tenevano dì e notte in camera con infinita offensione delle nari, bastavano ad ogni uso.

Io che, forse non ultima delle mie sventure, mi portai dal nascimento un instinto indomabile di nettezza, ed un odorato così fine e così sensitivo, che come un grato odore tutto mi rallegra e consola di beate speranze, così un odore malvagio mi accresce incredibilmente il fascio della vita, levai gli occhi al cielo, come per dirgli ch'era troppo. Poi rammentandomi quante volte li avevo inutilmente levati, li ritornai a terra, e fatto rocca del cuore, ubbidii ai comandamenti della padrona.

Quando si fu cenato, donna Mariantonia disse ch'io sparecchiassi. Poscia, non senza gravi minacce, m'ingiunse di aspettare desta il signorino ed i signorini nella camera degli studenti; nè ardissi passare per la sua stanza per andarmi sul sacconcello, se non dopo l'arrivo di tutti. Di poi, chiuso quell'estremo avanzo di mangiare in un cassettone, ch'era quivi, ne consegnò la chiave a don Peppino; e fatta, così transitoriamente, la considerazione che alle fanciulle non si conveniva dar da cena la sera senza nuocere non mediocremente alla loro salute, se n'andò a letto. Don Gaetano, sbadigliando, disse che v'andava ancora egli, perchè aveva sonno; don Peppino e l'altro abate si coricarono nel loro lettuccio, riponendo la chiave del cassettone sotto il loro guanciale; ed io rimasi alla fioca e vacillante luce d'un piccolo lumettino da notte, che donna Mariantonia aveva lasciato acceso in un poco d'olio galleggiante sull'acqua in un bicchiere.

XIX.

Era fitto inverno. Tutto taceva: se non che i due abati ad ora ad ora russavano. Io non poteva chiudere le palpebre, parte per la paura degli strazi della donna se non fossi stata pronta ad aprir l'uscio a don Gennaro ed agli altri cinque studenti ch'eran fuori, e parte per la naturale vigilia ch'è sempre causata dall'inedia e dal turbamento de' nervi. L'immaginativa mi s'accese. Parvemi che il gran segreto della vita mortale mi fosse aperto per la prima volta; nè mai in questa più provetta età mi accadde di avere una così viva rivelazione delle condizioni dell'essere. Quel giorno, tutti gli altri scorsi, e la vita intera mi parve un fantasma, un sogno, un incubo doloroso, ma accompagnato dalla tremenda realità della veglia. Mi parve che, a traverso il guizzo di quella lampada, mi trasparisse come per lampi un ordine infinito di nuove ed ineffabili sciagure, le quali, pure essendo dolore e pianto, si trasformavano in non so che d'umano; ed ecco larve, spettri, sembianze ora note ora ignote, trasformarsi da belle in orrende, e ingrandirsi, e impiccolirsi, e sparire, e ritornare. Oh padre! qual notte! Quale ignoto e spaventoso mondo abitano in quelle ore gl'infelici! Alla fine, erano, credo, le sette ore della notte, quando giunsero i tre Aquilani, che, presa la chiave di sotto il guanciale degli abati, aperto il cassettone, trangugiato quel pochissimo di residuo cibo e fumato a posta loro, entrarono nel letto più grande e si furono presto addormentati. Poco di poi tornarono i due congiunti di don Gaetano, e dietro a loro don Gennaro, che a quell'ora terminava d'imbandire da cena al suo padrone. I due giovani si lamentarono un cotal poco sommessamente a don Gennaro del saccheggiato piatto, dove non rimanevano più nè anche i segni dell'antica vivanda. Don Gennaro promise loro che gliene avrebbe rifatto il dì seguente; e così queglino chetandosi si raccolsero nel terzo lettuccio, e don Gennaro entrò con placido animo nella sua camera. Io passai di là per ridurmi in cucina sul sacconcello, e passando vidi don Gaetano e donna Mariantonia, ciascuno al suo posto, che fingevano d'essere sepolti nel più profondo sonno, e don Gennaro, che piamente spogliandosi i suoi panni, si preparava ad entrare accanto alla sua pudica consorte.

XX.

Un raggio di dolorosa luce ed un crudo brivido di freddo mi destarono la dimane dal breve letargo che mi aveva oppressa sul sacconcello. Quale fu il primo giorno, tali furono tutti gli altri dei quattro anni ch'io passai in casa di donna Mariantonia. Un uomo grandissimo disse che ogni giorno, rispetto al precedente, somiglia ad un racconto narrato due volte: e disse vero per una parte non numerosa del genere umano. Ma se la madre di quel grande uomo lo avesse abbandonato nella buca de' reietti, io credo ch'egli avrebbe tolta altronde l'immagine, e il dì che segue a un altro avrebbe paragonato più tosto alla ripetizione del parossismo d'una febbre acuta e dolorosa.

Io non mi rammento di altri avvenimenti che mutassero l'uguaglianza di quei giorni, se non ch'io era spesso malata. Ma poi insensibilmente la malattia mi divenne abito, anzi seconda natura. La mia vita divenne uno sforzo continuo; e m'avvezzai a reggermi in piedi, a camminare e ad affaticarmi in ogni più strapazzata maniera, quando più mi prostravano a terra il languore e le febbri causatemi dallo stento e dai patimenti infiniti che sopportavo. Pure, essendo tutto il mio vestito quel cencio col quale venni via dall'ospizio, non ostante che la mia complessione fosse assai cresciuta, e non giudicando donna Mariantonia che alle fanciulle si convenisse andare altrimenti che scalze, avveniva talvolta che dal freddo mi gelavano i piedi e in tal guisa mi si fendevano, che il camminare mi diveniva assolutamente impossibile. Allora io giaceva per qualche dì come morta sul pagliericcio, non senza infinite bestemmie e mali trattamenti e battiture di donna Mariantonia, ch'era costretta a disertarsi, pagando un grano il dì a un'altra fanciulla, che faceva per quei giorni, ma meno percossa di me e meno faticosamente, le veci mie.

XXI.

Era del mille ottocento ventuno. Io era giunta all'undecimo anno dell'età mia, e divenuta alquanto altetta della persona, se non che, sotto la sferza del dolore, venivo assai tenue e minuta. Pure non potettero gli stenti miei sterilire tanto la natura, che qualche segno di giovinezza non cominciasse già a spuntare in sul mio seno. Oh giorni! Oh momenti eternamente ineffabili d'affanno, di dolcezza e di speranza! Era di marzo. A un tratto mi si mutò la scena del mondo. Fin allora io m'era sentita lentamente mancare, e tutto intorno a me m'era sembrato che lentamente mancasse. La distruzione, la morte, il nulla mi era apparso la meta finale a cui tendesse ogni cosa creata, e l'assenza del dolore mi era sembrato il desiderio più grande che potesse nascere nel cuore dell'uomo. A un tratto mi parve che l'universo moribondo rinascesse. Una vita, una forza nuova ed incognita e più che umana, mi parve che penetrasse nel seno d'ogni cosa e di me stessa. I cenci che appena mi coprivano, cascavano in pezzi come prima; come prima io nè mangiava, nè dormiva, nè riposava, e d'ogni altra cosa più necessaria alla vita sostenevo inopia come prima. E nondimeno ogni giorno, ogni ora, ogni fiato dell'aura vitale, in cui nuotava allora qualunque cosa terrena, mi rendeva assai maggiore di me stessa e d'ogni angoscia e d'ogni stento: e pareva che m'infondesse una nuova anima, tutta diversa da quella di prima già spenta; e mi pareva che con questa io trionferei l'universo sulle ali del vento. Il fine al quale io era stata creata non mi parve più nè l'assenza del dolore, nè il riposo, nè la morte; ma la vita, il movimento, il piacere, la felicità, il paradiso. A questo paradiso, a questa beatitudine sovrumana ed ignota ed incommensurabile ed infinita io mi slanciava da un istante all'altro fra i voli della mia fantasia. Ma l'infinito non poteva capire nell'essere mio ch'era finito! Alla fine, dall'altezza di tutti i cieli io precipitava come nel più basso baratro della terra, e la perdita di quel paradiso mi ritornava alla disperazione. E già quasi il prestigio dispariva. Ma quella disperazione non era più freddo desiderio di morte, ma calda, ardente, smaniosa ansietà di piacere, dalla quale riscoppiava ad ora ad ora la speranza.

Un giorno, era il mezzodì, e il cielo era di una così viva serenità, e l'aere così tepido e odorato, che quasi parea che la natura si guardasse in seno a se stessa, come compiacendosi d'essere tanto bella. Io andava con la secchia alla fontana. Quando fui presso al palazzo Santo Buono, levando gli occhi a caso, vidi un vecchio curvo e canuto, che con la destra si appoggiava a una lunga canna e con la sinistra al braccio d'un giovinetto, che alla sembianza, ed all'amore col quale lo guidava, mostrava d'essergli figliuolo. Se la fantasia non m'inganna ancora, io non immaginai mai angelo del paradiso tanto bello, quanto era quel garzonetto. Era bianco fino al pallore, avea gli occhi d'un vivo cilestro, i quali egli volgeva languidamente, come affaticato e stanco da un lungo soffrire, e molti biondi capelli e alquanto crespi gli scendevano morbidamente sugli omeri. Oh padre! Chiunque dice che la povertà avvilisce; chiunque ne rivolge gli occhi schivo come da cosa paurosa e brutta, io vorrei che avesse veduta quella coppia. Quale nobiltà, quale riposo nel sembiante del vecchio; quale affetto, quale innocenza negli occhi del giovinetto! Qual mai decoro traspariva dai cenci medesimi che li ricoprivano! S'indovinava, ma non si udiva, ch'essi domandavano la vita per Dio. E quando io ebbi un poco coltivato lo spirito, e ch'io lessi di Omero e di Belisario ciechi e mendichi che un garzoncello guidava per mano, mai, per entro il prestigio dell'antichità e della favola, non seppi immaginare due più nobili figure.

Quand'io levai gli occhi al garzonetto, riscontrai i suoi, che mi sembrarono come da lunga pezza fissi sopra di me. Oh padre! Io non credo al fascino: ma certo l'onnipotenza d'uno sguardo sarà sempre il più inesplicabile de' misteri. Io vidi o mi parve vedere in quegli occhi un sentimento di compassione per lo stato mio; e credetti a un tratto che fra me e lui altro sentimento non fosse scoppiato se non la simpatia della sventura. Ma mi corse un lungo brivido per le membra e per l'ossa: e questo brivido, che pur era amarezza e dolore, mi sembrava piacere. Quello fu il primo istante in cui questa parola non fu più senza senso per me. Oh gran Dio! Quanti e quanto nuovi sentimenti mi si successero con la rapidità del fulmine nel più profondo dell'anima. Quella che mi parve alla prima una dolce riconoscenza alla pietà ch'egli mi aveva, si trasformò magicamente in un tenero sentimento di compassione per lui. Mi apparve (chi il crederia?) più infelice di me! mi sembrò ch'egli avesse bisogno di me, e ch'io fossi fatta per consolarlo. In che modo io avessi potuto consolarlo, non sapevo vedere! Pure mi pareva, che avvicinandomi a lui, stringendomelo forte forte al seno, e colmandolo di mille miei baci, che così io lo avrei consolato. Alla fine mi tremarono le ginocchia, mi sentii come mancare, poi ruppi in un dirottissimo pianto, e mi parve che s'egli avesse sostenuta e stretta me sul suo seno, e mi avesse ricolma di suoi teneri baci, che solo su quel seno io avrei trovato quella pace, alla quale avevo indarno sospirato dal dì che fui conscia di me stessa.

XXII.

Riavutami un istante dal mio strano turbamento, e rasciuttemi le lacrime col lembo della mia vesticciuola, il garzoncello ed il vegliardo entrarono lentamente nel palazzo Santo Buono. Il giovinetto si rivolse più volte per vedermi; e quando fu per isvoltare il peristilio della corte, affisse gli occhi sopra di me così pietosamente, che parve che il cuore gli si spezzasse.

Un istante appresso disparve; e con lui sparì il prestigio dell'ora, del sole, della stagione e dell'universa natura; ed io mi feci fredda come il ghiaccio.

Il dì seguente, quando, in sulla più bell'ora della mattina, io cominciai le mie gite alla fontana, sentii sciogliermi le ginocchia appena rividi l'aria aperta. Sudavo e gelavo a un tempo, e mi palpitava il cuore in un modo così concitato, che pareva che allora allora mi si schiantasse. Ma non mai, non mai, in tutte le dieci volte ch'io ritornai alla fonte, mi fu conceduta la cara vista, in cui io aveva risposto tutto il mio bene, tutta la mia speranza. Quando rivenni l'ultima volta dalla fonte, entrai, senza quasi avvedermene e come un automato, nel palazzo Santo Buono, se forse mi fosse dato di vedere il giovinetto. Ma il portinaio, ch'io non aveva veduto, mi fece accorta di se con un fiero calcio, gridandomi in capo che non si conveniva alla scalza e stracciata canaglia d'entrare ne' palagi de' principi.

Erano già dieci giorni ch'io non vedeva più nè il vecchio nè il giovinetto. Prima ch'io lo vedessi, era un gran tempo ch'io aveva perduta la consuetudine di piangere. Ma dal dì che lo vidi, m'era stato nuovamente conceduto questo divino benefizio, e mai non tornavo dalla fontana e non vedevo il palazzo Santo Buono, ch'io non fossi costretta a farmi adagio adagio dietro la cantonata di Santa Sofia, e quivi sotto una bella immagine della Vergine ch'era affissa nel muro, versare, fra spessissimi singhiozzi, un torrente di calde lacrime; chiamando l'ignoto giovanetto, se non col nome che aveva, con quello almeno che gli aveva dato il mio cuore, di vita mia, di anima mia, di mia sola speranza, di mio angelo, di mio universo, e raccomandandomi alla Vergine, che almeno un'altra sola volta me lo mostrasse. Seppi di poi che quell'immagine era un capolavoro di Raffaello, involato nell'anno novantanove dalla casa di un medico valorosissimo, che dal popolaccio del suo rione, al quale egli aveva per lunghi anni prestato i soccorsi dell'arte sua senza ricompensa veruna, fu a colpi di pugnali e di mazze trucidato e sfracellato, e il tronco corpo gittato dalla finestra.

L'undecimo dì, era verso le ventitrè ore, io tornava con la secchia dalla fontana, allorchè presso la medesima cantonata di Santa Sofia riconobbi subito all'angelico viso il garzonetto, che senza il vecchio m'attendeva. Appena mi vide, l'angeletto mi s'appressò, e, sollevandomi dal peso importabile della secchia, mi pigliò dolcemente per la mano, e mi condusse in un solitario viottolo, ch'era accanto a quella cara immagine. La quale riguardando e pure credendola sola autrice di tanto mio bene, quali lacrime d'ineffabile dolcezza e di riconoscenza mi piovvero dagli occhi, e quante!... Appena ci fummo sottratti alla vista degli uomini, l'angelo mio mi strinse al suo seno palpitante, e con le sue calde labbra inghiottendo le lacrime ch'io versava a torrenti; era più alto di me e mi baciò sulla fronte. Poi curvato il collo tutto bello di giovinezza, m'afferrò con le sue labbra le mie e mi vi stampò un bacio di memoria immortale. O Creatore del Tutto! Allora dovevi chiamarmi alla tua pace... ma forse temesti che anche nel paradiso io ti avrei ridomandata la terra.

Dimmi, anima mia, come ti chiami?... mi domandò l'angeletto. Ginevra, io risposi singhiozzando.

E intanto, carezzata e stretta e ribaciata da lui, io, fuori di me e senza sapere che fosse, cominciai, mischiando stranamente alle lacrime un sorriso di tenerezza, cominciai a stringermelo al seno ed a baciarlo anch'io... ed a ribaciarlo.

Quando ci fummo riposati lungamente l'uno sul seno dell'altro, ove il cuore taceva, il mio angeletto, sollevatomi leggerissimamente il capo con ambo le mani, mi disse:

Amore mio, quanto mai sei bella! Com'è mai possibile che il cielo abbia potuto condannare alla sventura una sua abitatrice, quale tu sembri negli atti, nel volto e in tutta la tua angelica persona. Tu mi sembri uno di quei fantasmi che mi si sono talvolta rappresentati alla mente, quando standomi col mio babbo le lunghe ore in qualche tempio, mi è stata dalla divina parola promessa la beatitudine dei cieli, tutta accompagnata dalle incantevoli forme delle anime eternamente beate. O mio solo bene, mia sola speranza, quanto apparisce strano ed inesplicabile il contrasto ch'è fra gli squallidi cenci che ti ricuoprono e la tua tenera e trasparente carnagione, ed il tuo viso bianco e rosato a un tempo, e quegli occhi neri e quelle nerissime chiome che ti si smaltano sugli omeri. O fanciulla del paradiso, fa ch'io non ignori chi sei; che il cuore già mi dice, che come nelle mie membra mal coperte e brutte di povertà e di dolore, scorre un sangue nobile e gentile, che così nobile e gentile debb'essere quello che ti trasparisce dalle membra e dal volto.

O gran Dio! come io precipitai dal paradiso nell'inferno a quella inchiesta! Io grondai tutta, m'annegai in un pelago di confusione, e desiderai veracemente che la terra s'aprisse per inghiottirmi. I quattro anni che avevo valicati in casa il cuoco mi avevano fatta pur troppo accorta che gli uomini credono, che l'essere in sul primo vagito gittata dalla miseria o dalla paura nella buca de' reietti, sia un'infamia che debba perpetuamente, sino alla morte e dopo la morte, pesare sul capo della vittima.

In fine Iddio mi concesse tanta forza, ch'io non mi morii, ma giunsi a dirgli:

Amore... dimmi prima chi tu sei... e poi ti dirò delle mie sventure.

Ed essendomi io tutta arrossita nel viso:

Ginevrina adorata, mi disse, tenendomi sempre le sue mani sulle tempie e sulle guance, e così sostenendo un poco levato verso di se il volto che naturalmente per vergogna mi s'inchinava, tutto quello che vuoi ti dirò. Io non sono più io dal dì che ti vidi. Angelo mio, mi pare che se il mio babbo mi avesse data una sorella, che così io l'amerei, come ora ti amo. Babbo era il più famoso chimico che siesi conosciuto qui: dico era, perchè si può dire ch'egli già più non vive. Alcuni venerabili vegliardi, tutti poveri come noi siamo, che sempre vengono a visitarlo, dicono fra loro sommessamente, ch'egli fu il primo ad introdurre lo studio di quella scienza in questo ch'essi chiamano estremo canto dell'universo civile. Costoro dicono pure ch'egli doveva morire ventidue anni fa sul patibolo, dove morì un suo più che fratello, che non mi ricorda il nome, che aveva il primo formato qui un orto di piante rare e medicinali, come quello ch'è ora in Foria, e gli fu divelto a furia dal popolo, come malefico effetto d'incantesimo diabolico: dove morirono, finalmente, tanti grandi uomini così nelle armi come in tante altre o arti o scienze, che non so nominare: e dicono, che, per lunghi anni, mai più quest'infelice contrada non sarà bella d'uomini somiglianti, perchè dal sangue, essi soggiungono, può rinascere sangue; ma non ingegno, nè sapere, nè grandezza altra verace. Mio padre scampò quella morte, perchè un generale di certi popoli barbari, con la forza dei quali si commettevano qui tutte quelle atrocità, fu meno barbaro de' nostri medesimi cittadini, e, dimandatolo esso, come per farne uno scempio maggiore, lo mandò in esilio. Babbo andò ramingo in Francia, dove fu sforzato di accettare un tozzo di pane il dì dal forestiere: e mi racconta sempre che nessuno assenzio è amaro quanto quel pane. Otto anni di poi mi racconta che tornò qui con una moglie francese, dalla quale ebbe me: ma la mia nascita costò la vita a mia madre, e fu la prima mia sventura. Poi ebbe un impieguccio, col quale sosteneva sottilmente la sua vita. Sett'anni fa lo perse, e poco di poi in non so quale sperimento chimico acciecò. Così fummo ridotti all'estrema mendicità in cui ora ci troviamo. Il dì che seguitò a quello in cui gli occhi miei si scontrarono ne' tuoi, babbo infermò, ed è ancora infermo in un tugurio che abitiamo dalla croce al Sacramento. Rotto e stanco dall'età, dall'inedia e dal morbo, giace sopra un misero letticciuolo come un tronco inerte. Gli occhi, quel solo spiracolo dell'anima e della vita, sono già spenti. Io moribondo pongo le mani sul suo cuore per sentire se palpita, appresso l'orecchio alla sua bocca per udire se respira. Parmi talvolta di nulla sentire, di nulla udire, e gitto un grido disperato, piango la sua morte, e mi sento morire io stesso. Poi mi rilevo, lo guardo, mi viene dalla sua vista lo spavento del cadavere, mi riappresso agonizzante, gli ripongo la mano sul cuore, che risponde languidissimamente al tremito di essa. Allora ritorno col mio volto sul suo pallido volto, lo bagno delle mie lacrime, lo riscaldo col mio fiato anelante; poi rimango tramortito sopra lui. Questa è la vita che meno. Ma, oh Dio, Ginevra, è già un'ora che noi siamo abbracciati, che l'anime nostre sono confuse insieme, anzi sono una sola. Lo spavento di trovare mio padre estinto mi divide, come con una scure, da te. Dio mio! che separazione! che nuovi movimenti io sento nel mio cuore! Come m'è divenuta cara la vita dal momento che ti vidi! come mi pare di conoscerti, d'essere stato sempre al fianco tuo, dal primo giorno ch'ebbi la coscienza di me stesso. Ginevrina mia, credimi: mi pare che fino a questo momento io sia andato ansante, anelo in cerca di qualcosa, ed ora mi pare che questa cosa io l'abbia trovata e che sei tu e che fossi tu ab eterno. Stringimi, stringimi forte al tuo seno...

Ed io forte forte lo stringeva...

Stringimi questa mano, che ad ogni tua stretta io sento passarmi nel cuore una beatitudine sovrumana...

Ed io la stringeva, ed erano entrambe di ghiaccio!

Tornami a baciare, Ginevra...

Ed io gl'infiggeva sul petto, sulle labbra, sul volto, sugli occhi e su quei celesti capelli io non so quante migliaia di baci... ed egli snodando le mie nere chiome, le accostava alle sue labbra come cosa sua, e con un sentimento, che non si può dire con parole, di beatitudine e di disperazione insieme, le baciava e poi tornava a baciare.

Seguitava ad esprimere quanto poteva lo stato dell'anima sua, ed io pendeva fra attonita e palpitante dal suo labbro, perchè ogni sua parola m'era una rivelazione di quello che io sentiva nel profondissimo dell'anima mia, e non bastava ad esprimere. Alla fine, diradicandosi da me come una quercia dal suolo dov'ella è fitta da più secoli, rivolse gli occhi al cielo quasi accusandolo di tanto dolore, trasse un sospiro disperato; e facendosi la più tremenda forza, mi respinse convulsivamente da se, perchè altra via di staccarci non v'era, raccomandandomi che il dimane, in sul mezzo dì, io l'avessi atteso sotto l'immagine... e si allontanò da me soffermandosi ad ogn'istante, come strascinato a un tempo da due avverse possanze, dalla magia della mia presenza e dall'immagine del padre moribondo. Un momento di poi, fra il crepuscolo di quell'ora, io vidi sparire l'incantato fantasma dietro la curvatura del vicoletto; ed appoggiata al muro medesimo dov'egli mi aveva lasciata, rimasi come un cadavere in piedi, finchè battette l'ora all'oriuolo di San Giovanni, e m'avvertì dello scempio che mi attendeva a casa donna Mariantonia.

XXIII.