[Nota di trascrizione] in coda al testo.
AGLI AMATORI
DELLA SPECIE UMANA
E
DELLO SVILUPPO DELLA RAGIONE
A. FERNANDO
Vox diversa sonat populorum est vox tamen una
Cum verus patriæ diceris esse Pater.
Mart. Lib. I.
S'egli è vero, come niuno può sensatamente dubitarne, che la verità purgata dall'orrida caligine de' pregiudizj sia per l'uman genere un bene inestimabile, è non meno certo che ogni individuo il quale senta in se medesimo una costante inerenza in suo favore, ed energìa sufficiente per produrla al chiaro giorno, debba usare di ogni sforzo per mettere i suoi simili a portata di conoscerla, di sentirne l'impulso salutare, e di fruirne, ad un tempo, i solidi vantaggi.
Le nitide verità, che la mia ingenua penna, sempre intenta al profitto della specie umana, si accinge a fare oggi discernere al mondo illuminato sono di un indole sì elevata, e di un importanza tale che attirare debbono esse intimamente l'attenzione di tutti gli enti ragionevoli, perchè ogni essere dotato di ragione vi è in egual grado interessato. Infatti dove supporre mai reperibile un'anima, ad un eccesso tale snaturata fino a riguardare con apatìa la rigenerazione politico-morale di un popolo immenso, dopo che diciotto secoli di calamità, e di vessazioni ognora rinascenti aveano fatto incallire ne' ceppi di una truce schiavitù ignominiosa, ed in un torpido avvilimento, come se destinato, senza scampo, ei si credesse a dovere perpetuare sopra la terra lo spettacolo commovente della sua prostituzione? Tale fu pur troppo lo spietato destino a cui soggiacque, durante sì complicata serie di anni, il Popolo d'Israel che or somministra l'argomento primordiale a quelle filosofiche verità urgenti, che di buon grado m'induco a rivelare oggi fra gli esseri umani.
Ma nel modo che di tutte le terrigene vicende accade, questa informe combinazione di strani accidenti non dovea già essere immune da quell'alterazione a cui, come un tributo spettante alla natura vanno soggette tutte le instituzioni che l'opera fallibile dell'uomo trasmette alla posterità: per altro, l'assunto di rovesciare in un istante una cattività identificata col tempo, troppo arduo riuscendo ad esaurire dalla mente di un singolo individuo, in guisa che il successo corrispondesse a' suoi sforzi, era duopo che una metamorfosi cotanto rimarcabile, se l'unica forse non è in tutti i fasti dell'Istoria, preparata ci fosse da un Genio Superiore, capace di conoscerne l'urgenza, di sentirne la forza, e di prevederne i vantaggi che risultare ne potrebbero. Arrise finalmente una sorte propizia a' fervidi voti di que' pochi bramosi di vedere rendere all'uomo quella dignità propria dell'uomo, ed anelanti di mirare alleviato l'ebreo specialmente dalla salma lacerante delle pratiche moltiplici, od inutili, o assurde coltivate da esso, e che l'inveterata consuetudine delle medesime rese sacre per lui; e dopo una lunga impaziente aspettazione questo Genio Benefattore comparisce infine, e qual vindice nume tutelare della giustizia umiliata, e dell'oppressa ragione, rovescia, ed allontana, colla rapidità di un baleno, tutto ciò che può opporre contrasto a' suoi paterni disegni. Il mirare la desolazione di questo popolo, apprestarne un antidoto, renderlo a se stesso, ed alla società umana non fu che l'opera di un solo, e medesimo intervallo: Egli è al Gallo-Italo Regnante, a NAPOLEONE il Grande che la prosapia d'Israel dee la sua risorsa più luminosa, e più cospicua di quante altre mai ci offrono i monumenti di questo Popolo; e la posterità di Abramo debitrice della sua rigenerazione salutare agli augusti auspici di sì eccelso Protettore, un sacro tempio di eterna riconoscenza ogn'individuo di questa immensa famiglia erigerà nel proprio cuore, più perenne de' marmi, e de' metalli, e che avrà per impronta indelebile in fronte:
ALL'EROE DEL SECOLO,
PADRE DE' POPOLI,
RIGENERATORE D'ISRAEL.
D'altronde sebbene tutte le mie cure, e i miei disegni si aggirino soltanto al solido vantaggio di una parziale setta unicamente, pure ad un solo corpo religionario io quì non ragiono, ma ad ogni qualunque siasi nazione, setta, o popolo, a tutta l'umana società in fine io parlo, ed a guisa del Sole, che dal suo emisfero inaccessibile una luce sfavillante, e universale a tutti gli esseri viventi diffonde sulla terra, così appunto io bramo che ad ogni razionale abitatore dal mondo rendasi noto l'integerrimo linguaggio della verità: e infatti chi mai più delle sette odierne hanno estrema necessità di ascoltarlo, d'intenderlo, e di esserne, insieme profondamente penetrate? Ne ha duopo assolutamente l'ebreo per modellare sopra di esso la pretta religione degli avi suoi, renduta oggi deforme dalla stravaganza mostruosa della tradizione; indispensabile si rende alle altre Sette per iscuoterle dal letargo macchinale a cui erano da lungo tempo sepolte, per illuminarle, e fare elleno abdicare il più esecrabile degli assurdi tramandatoci da' secoli di barbarie, e d'ignoranza, qual era quello di riguardare l'oppressione del popolo ebreo come un trionfo luminoso, necessario alla solidità del loro culto, e inerente a' suoi principj.
Ecco, in una parola, l'essenziale punto di centro dove tutte le mie cure filantropiche, e i miei riflessi hanno concorso nell'opera laboriosa che a tutte le nazioni dell'universo di buon animo consacro in questo giorno.
Quest'opera avrà dunque per titolo: Progetto Filosofico di una completa Riforma del Culto, e dell'Educazione politico-morale del Popolo Ebreo.
La Prefazione interessante, ed il Piano analitico che la precedono ne forniscono la vasta genuina idea; essa sarà divisa in due grossi Volumi di circa 500 pagine l'uno del medesimo formato, carta, e carattere del presente manifesto. Il primo volume avrà per fondamento l'analisi profondo del vero Culto, che deesi adottare dall'Israelismo, ed il più sicuro mezzo di pervenire a sistemare il moderno sulle inconcusse basi dell'antico, riducendolo alla primitiva semplicità medesima di questo, ed a' suoi ammirabili principj. Il secondo sarà tutto rivolto alla riforma dell'instruzione, dell'educazione morale, e de' costumi degl'individui Israeliti non solo, ma di tutti quelli ancora, che al pari di questi ne hanno urgenza estrema; lo stato politico, il passato non meno che il presente, di questo Popolo ne' varj angoli della terra ne' quali eragli un tempo solo concesso, al prezzo ancora il più avvilente, un incolato precario, errante, ed oneroso, sarà in esso in chiari, e laconici sensi dettagliato; e tutto ciò, in fine, che di urgente, e di essenziale da entrambe le dotte assemblee Israelitiche convocate per augusto Decreto del più Illuminato de' Monarchi nella Metropoli della Francia venne deliberato a suo riguardo, sarà quì col più giusto ponderato criterio sottilmente discusso, e investigato.
Tutte queste materie sublimi che l'annunziata opera comprende verranno classificate in 40 separati Capitoli, ciascuno de' quali somministrerà ad ogni tratto de' nuovi utili soggetti efficaci a rischiarare, da una parte, le menti ottenebrate degl'illusi miei connazionali nella coltura dello spirito, e nello sviluppo della ragione, siccome ancora a richiamarli al prisco loro culto esimio, ad essi presentando un nuovo Codice salutare, che a fondare mi accingo sulle basi indefettibili medesime sulle quali la vetusta età de' Patriarchi felicemente già erigere lo vide; e a distruggere dall'altra quelle menzogne degradanti che parvero confederare contro i miseri avanzi d'Israel fino i più decisi partigiani della tolleranza, trascinandoli anche sovente fino ad obbliarne i principj, a calpestarne i doveri, alloraquando impresero ad agitare la causa risguardante questa derelitta Nazione. Quindi se co' miei ben fondati principj poss'io pervenire a condurre nel sentiere della ragione lo spirito abbacinato de' Popoli oso fino lusingarmi di potere anche ridurlo ad emendarsi di quelle detestabili chimere che lo soggiogarono per sì lunga serie di anni, e che formarono pur troppo la sorgente letale dove il genere umano attinse tutte le sue più deplorabili sciagure.
Quest'opera sarà ornata del ritratto in rame dell'autore nel frontespizio del 1.º Volume. Il prezzo dell'associazione resta fissato franchi 12 tutta l'opera, cioè fr. 6 da pagarsi nel momento della consegna del 1.º Volume, ciò che seguirà entro il Gennajo venturo 1810, e fr. 6 alla consegna del 2.º che avrà luogo nell'Aprile susseguente, persuaso che il numero degli associati sia sufficiente ad equilibrare almeno in parte le spese imponenti che apporta una sì vasta e sì proficua intrapresa.
Possa finalmente il successo di quest'opera laboriosa corrispondere alle rette filantropiche intenzioni dell'autore, e quindi rimarginare le orribili piaghe che diciotto secoli consecutivi di accanita schiavitù, e di tiranniche oppressioni hanno formate nel cuore dell'abbattuta prosapia di Jacob! E possa questa, per solo impulso di essa, rinunziare onninamente per sempre a' suoi inveterati prestigj tradizionali, a' suoi insociabili costumi, onde più non veggasi contraddistinta nel mondo che dalle sole marche che onorifiche di lumi, di virtù, e di un fermo disinganno.
Le associazioni si riceveranno in Livorno da Giovanni Marenigh Stampatore, e Librajo, e da' principali Libraj dell'Italia.
Il presente esemplare di quest'opera è forse l'unico che esista, mentre tutte le copie ed insieme il manoscritto furono confiscate dall'autorità pubblica in Livorno, dove è stata impressa dal Marenigh, e ciò ad istanza dei Massari di quella università degli ebrei, e per cui non venne alla luce che il solo Tomo primo.
PROGETTO
FILOSOFICO
DI UNA COMPLETA RIFORMA
DEL CULTO
E
DELL'EDUCAZIONE POLITICO-MORALE
DEL
POPOLO EBREO
DI
A. FERNANDO
TOMO PRIMO.
Vox diversa sonat populorum est vox tamen una
Cum verus patriæ diceris esse Pater.
MART. Lib. I.
TIBERIADE
ANNO DALLA CREAZIONE DEL MONDO
5570.
(ERA VOLGARE 1810.)
INTRODUZIONE
PRELIMINARE
Restat ut his ego me ipse regam,
Solerque elementis.
Horat.
Lo spettacolo il più rimarcabile che possa interessare, e sorprendere, ad un tempo medesimo, l'intera specie umana è, senza contrasto, la rigenerazione subitanea di tutto un popolo immenso, dopo che diciotto secoli di vessazioni, e di calamità ognora rinascenti lo aveano fatto incallire ne' ceppi di una truce schiavitù ignominiosa, ed in una specie di torpido avvilimento: la prima ripetere solo esso dovea giustamente dallo zelo sanguinario degli esploratori delle umane coscienze che il baratro infernale del fanatismo religioso faceva di tanto in tanto regurgitare sopra la terra per flagello de' mortali; attribuire l'ultimo esso potea fondatamente all'inveterato livore inesplicabile, che una intolleranza criminosa del pari che imbecille, suscitava, senza ritegno, ad ogn'istante contro i miseri avanzi di un popolo, per consenso unanime, il primo fra tutti i più remoti abitatori della terra, a riconoscere, e adorare il Dio vivente, e non meno degno di ammirazione per la sua fermezza inalterabile nelle orride sofferenze alle quali soggiacque in ogni tempo, di ciò che sono da rimarcarsi molti altri per l'accanimento inesorabile delle incessanti loro persecuzioni contro di esso.
Tale fu dunque, durante l'indicato spazio di secoli, lo spietato destino della nazione d'Israel che oggi somministra l'argomento primordiale alle nostre filosofiche investigazioni, e che forma la base radicale delle indagini più assidue degli uomini scienziati, e tale fu sempre mai l'indole proditoria, e turbolente dei suoi snaturati persecutori.
Per altro, ciò che dee apparire straordinario alle menti perspicaci si è l'osservare, come dopo un epoca sì lunga già decorsa, da quando il popolo ebreo era ovunque avvilito, in tante foggie differenti, lungi dall'occuparsi in tale stato di rimontare fino al prisco suo splendore, piagnerne l'eclisse fatale, ed attristarsene, ad un tempo, per il difficile ricuperamento, al contrario, sembrava trascinare le aggravanti sue catene con un'apatìa indolente, ed oserò dire, con una sommessa compiacenza tale, come se destinato, senza scampo, ei si credesse a dovere perpetuare sopra la terra lo spettacolo commovente della sua prostituzione, e come se gli eterni decreti di un Dio condannato lo avessero a piegare l'abbattuta cervice sotto il giogo infamante di una turpe schiavitù interminabile.
Ma nel modo che di tutte le caduche umane vicende regolarmente accade, questa informe combinazione di strani accidenti non dovea già restare immune da quell'alterazione, a cui come un tributo indefettibile spettante alla natura, vanno, per l'ordinario, soggette presso che tutte le instituzioni che l'opera fallibile dell'uomo trasmette alla posterità. D'altronde l'assunto di annientare in un istante una cattività renduta quasi connaturale col tempo, troppo arduo riuscendo a poter esser esaurito dalla mente di un singolo individuo, in guisa che il successo corrispondesse a' suoi sforzi, era duopo essenzialmente che una metamorfosi cotanto rimarcabile, se l'unica forse non è in tutti i fasti dell'istoria, preparata venisse da un Genio peregrino, capace di conoscerne l'urgenza, di sentirne la forza, d'intenderne insieme i moltiplici vantaggi salutari che risultare ne potrebbero. Arrise finalmente una sorte propizia a' fervidi voti di que' pochi, degni di occupare quel rango qualificato nella società, che la natura imparziale accorda ad ogni cauto esecutore delle sue leggi, ne' di cui petti sensibili allignava profondamente ancora l'intesa filantropia di concorrere alla estirpazione totale de' pregiudizj che armano, e dividono i popoli, di vedere una volta restituire all'uomo quella dignità propria dell'uomo, che avvinta gemea da lungo tempo fra i ceppi ferali dell'ignoranza, e della superstizione, e di mirare, ad un tempo, alleviato l'ebreo, in particolare, dalla salma lacerante delle pratiche innumerabili, od inutili perchè straniere all'essenzialità del primitivo suo Culto, od anche assurde perchè incompatibili sovente coll'archetipo salutare di quello, coltivate ciecamente da esso, e che l'inveterata consuetudine delle medesime era il solo punto di rilievo sul quale si reggevano, e che le avea ormai rendute sacre per lui; e dopo tanti secoli d'impaziente aspettazione questo Genio Benefattore comparisce infine; penetrato dalle angustie di un popolo gemente, non esita un istante ad ispiegare la sua clemenza in favore di questa orfana, e inconsolabile nazione; e quale terribile Nume vendicatore della giustizia umiliata, e dell'oppressa ragione, rovescia, ed allontana colla rapidità di un baleno tutti gli argini malefici, riguardati fino ad ora ineluttabili, che potevano forse opporre un'ostinato contrasto a' suoi benemeriti disegni; interprete leale dell'increata sapienza dell'Eterno, ei disse allora: compiasi alfine, senza ritardo, opera sì eccelsa, e sì urgente; il Dio di tutti gli esseri lo comanda; lo reclama la natura; l'umanità lo esige; lo pretende ragione; ed io lo bramo; e l'opera memorabile allora tosto felicemente compiere si vide. Il mirare da quel momento l'affliggente desolazione di questo popolo, apprestarne un efficace antidoto, farsene il baluardo inespugnabile, renderlo a se stesso, ed al consorzio degli enti ragionevoli, altro non fu che l'opera di uno solo, e medesimo intervallo; egli è al Gallo-Italo Regnante, a NAPOLEONE l'incomparabile che la prosapia d'Israel dee la sua risorsa più solida, e più cospicua di quante altre mai ci offrono i monumenti delle nazioni profughe, e derelitte che un fausto Pianeta ha rendute al loro pristino splendore, dopo di avere durante un tempo immemorabile tenacemente lottato co' più avversi, e fluttuanti destini.
Ma questo popolo, altre volte sì rassegnato, e sì paziente nelle calamitose peripezìe delle quali ei fu la vittima sì di frequente, giugnerà esso a conoscere attualmente il prezzo inestimabile di questo dono esimio? Saprà esso cogliere l'opportunità di profittarne con giustizia, e con ragione? Indarno lusingasi l'ebreo di pervenire a meritarne il possesso, e di goderne, sino a tanto che inebriato follemente dall'opinione di appartenere ad un lignaggio eletto dall'Essere Supremo in preferenza di ogni altro esistente sulla superficie della terra, s'induce a considerare l'abbiezione degradante alla quale è ridotto, come il prezzo assoluto di quella elezione illusoria che lo rende proscritto dalla società degli altri uomini, da' quali esso è odiato, in ogni senso, come un essere degno della riprovazione universale, e che questi, dal canto suo, abomina, e disprezza, perchè reputa esclusi onninamente dalla così nomata grazia di tale stravagante primazìa.
Oh colmo di smarrimento umano! Oh, fierezza inusitata, e strana! E quale meraviglia se l'ebreo imbevuto, per una parte, da tale insensata chimera non ravvisava fino ad ora ne' suoi simili che altrettanti perturbatori della sua tranquillità, o che fiere inesplebili, ognora preparate a divorarlo; e se per l'altra, diretti da eguali assurde illusioni il Papista, l'Ugonotto, e il Musulmano non iscorgevano in esso che un individuo ributtante, un essere indegno della società degli altri popoli? E come potesti mai, o illusa Tribù d'Israel, lasciarti sì lungamente sedurre, senza fremere, da questa, ed altre sifatte deplorabili menzogne, che odiosa ovunque sempre ti resero a tutte le nazioni del mondo conosciuto, che ti costarono sì sovente amaro pianto, senza speme di risorsa, o di compenso? E voi, popoli della terra! Quale ribaldo instigatore vi indusse mai a fingervi sordi a tal eccesso a' languenti clamori di umanità, e di natura, fino a palliare i vostri barbari trattamenti del multiforme ingannevole orpello di simulata religione, facendo ancora servire di pretesto qualche superstiziosa pratica di questa nazione, al deciso furore che vi ha sì di frequente trascinati ad infierire contro di essa? Quante volte la tradita ragione si allarmò essa indarno contro gli smarrimenti di questa, e quante altre l'insultata filosofia si dolse inutilmente contro gli snaturati oltraggi di quelli? Le insane follie, di cui non meno l'una che gli altri furono sempre in egual dose contaminati, le fecero entrambe tacere confusamente tutte le volte che tentarono di sostenere la propria causa, che era in massima la loro, o che osarono altamente reclamare i legittimi diritti dell'umanità.
Eh, che? Tale sarà dunque in eterno la sorte lagrimevole degl'ingannati popoli della terra? Non vi sarà egli mai un antidoto efficace a dileguare dall'universo un malore sì contagioso, e sì comune, che attacca, senza pietà, le nove decime parti almeno della specie umana? Il popolo ebreo non giugnerà esso forse in alcun tempo ad abdicare i suoi vetusti prestigj degradanti; e il cristianesimo non s'indurrà esso giammai a rinunziare al suo inveterato livore? Supporremo noi finalmente che inestinguibile per tutti i secoli debba esistere fra gli uomini la guerra devastatrice di coscienze, e di opinioni, e che non possa esistere nell'ordine della natura un mezzo conciliatorio, onde più non debba il giudaismo riguardare come straniere le altre nazioni, ed affinchè cessino queste, per loro parte, di contendere ad esso que' diritti che accordare volle la natura ad ogni essere capace di pensiere, e dotato di ragione? Ahi! lasso! Quali affliggenti, e malagevoli ricerche! Io molto dubitai dell'esito avventurato della prima fino al presente; poco io sperai sul propizio compimento della seconda; tutti i giudizj miei furono sempre titubanti sulla terza; e le mie intime fiducie interamente nell'ultima riposi, fino a lanciare con trasporto gli sguardi miei sul remoto avvenire, osando ancora proferire de' vaticinj consolanti che forse realizzare si potrebbero a' tempi nostri, purchè tutto il genere umano inducasi concorde a fare l'intero sacrifizio delle stravaganti sue chimere, dalle quali fu esso fino ad ora miseramente sedotto e combattuto.
O uomini sociabili! O miei fratelli! Se l'esimia ragione tutta via conserva intatto il suo ascendente salutare ne' vostri cuori; se inerenti voi siete a superare gli argini funesti che oppongono un contrasto pertinace alla solida felicità di molti fra voi; che formano la sorgente letale delle calamità di molti altri; e che in ultimo vi umiliano tutti quanti, e vi disonorano; se il mio sentimentale presagio anelate realizzare, distruggere vi è duopo, senza ritardo, da' più reconditi fondamenti, l'esecrando altare delle venerate menzogne, delle quali, oppressi non meno che oppressori, io vi scorgo pur troppo in egual dose infetti, e dove i popoli ammaliati dalle anagogiche visioni tradizionali offrivano i loro voti; e sulle rovine abominevoli di quello tosto si eriga uno stabile edifizio, che il consenso unanime del genere umano rispettoso consacri eternamente al solo Essere Supremo, alla ragione, alla virtù, ed alla unione inalterabile de' popoli.
Chi mai potrebbe annoverare le volte che la filosofia baldanzosa si accinse a dimostrarci tali essere appunto gl'intensi voti suoi? E questi parimenti non furono in ogni età dell'universo i sani principj della natura? Questa forse non è, che sdegnata dagli eccessi della fralezza umana ci fece di tratto in tratto capire per mezzo di quella stessa filosofia, sua costante apologista, e sua interprete fedele: O uomini! Rammentate che i figli miei tutti voi siete, tratti egualmente dal materno mio seno; chiunque voi siate nel fugace tirocinio di questa vita, sia regnante, o subalterno; sia nobile, o plebeo; musulmano, o israelita; sia cattolico, infine, o pure gentile, appena cominciaste ad esistere sopra la terra, tutti del pari assoggettati voi foste alle provvide mie leggi, dalle quali non avvi fra tutti gli esseri viventi alcuno che dire si possa, senza delirio, escluso, ed alienato, e suscettibili di uniformi passioni, dotati delle stesse identiche facoltà, e intelligenza, già vi trassero le mie mani a respirare l'aura prima di vita. Tali furono in ogni secolo del mondo le espressioni genuine della natura.
Ma l'uomo a fronte di tutto ciò degenerando miseramente dall'origine sua, avvilendo per folle arbitrio quella condizione propria di esso, lungi dall'ascoltare la voce penetrante di sì benefica madre, in vece di seguitare le di lei sacre instituzioni; anzi che coltivare que' precetti venerabili che dessa ognora ci rammenta per la felicità permanente del genere umano, egli sempre concentrato nel vortice immenso de' propri smarrimenti, sembra piuttosto che inducasi a soffrire con una macchinale indifferenza l'improperio ragionevole che ad esso fa la natura schernita dalla sua depravazione, che dolente gli rinfaccia, senza posa, la sua demente ingratitudine: egli è dunque così, che il meglio offresi qual è al suo sguardo, ei lo contempla, lo discerne, lo approva, e segue il peggio:
„Video meliora proboque, deteriora sequor.„
Dopo un ammonizione sì risentita, quanto giusta della natura, con quale fronte oserà egli l'ebreo altamente vantare la primazìa sopra tutta la specie umana, ed i popoli del mondo sopra quale base radicale fonderanno essi mai il barbaro diritto di soggiogarlo, e di avvilirlo?
Insensati! che incapaci tutti quanti sempre voi foste di godere solidamente le amene delizie della natura, senza contaminarne la nitida sorgente co' furori della vostra sovvertita immaginazione; e infatuati da quelle insane chimere da cui foste imbevuti fino dalla culla, non solo ne schivaste sempre l'incontro; ma varj fra voi non curarono di conoscerla per ignoranza; molti ancora indifferenti alle sue materne instigazioni, furono ad essa ribelli per orgoglio; ed altri furibondi si lasciarono ben anche trascinare all'eccesso delittuoso di calpestare le sue leggi, di avvilire i suoi doni per fanatismo.
Or ad oggetto di sanare le nazioni lese da siffatto malore, non ommisero di tentarlo con reiterati sforzi i più illuminati filosofi del mondo, fissando de' principj inconcussi, ovvj a dimostrarne il pericoloso nocumento; ma tutte le loro cure furono vane, e delusi restarono sempre nella loro aspettazione: quindi è che allora si videro essi astretti a rinunziare a' loro benemeriti disegni, concentrarsi nella sfera delle loro proprie cognizioni, e ciascuno di essi quale nuovo Timone, od Apemanto vivere a se unicamente misantropo isolato, e fremendo mirare taciturno, da una parte periclitare di giorno in giorno la salute dell'uomo, senza potere svellerlo dall'orlo dell'abisso preparato ad ingojarlo; osservare dall'altra le caterve affluenti di esseri travviati correre solleciti ad offrire le loro preci al sacrilego altare del fanatismo; quì porgere incensi ad uno sciame immenso di se-dicenti parlamentarj dell'Eterno, che renduti superbi dagli omaggi striscianti dell'ipocrisia, e dell'ignoranza, già corruppero da colmo a fondo la tersa religione, che il terrigeno mortale è nel pressante dovere di tributare al suo Dio Creatore, e lo costrinsero ad obbliarla, ed a sostituirne in vece le loro esecrabili visioni; udire colà commendare qual eroismo i più atroci misfatti, di cui ci fanno raccapricciare le Istorie, perchè al nome dell'Essere Supremo devotamente commessi; riguardare altrove porre in sistema la persecuzione, e la calunnia, e quindi esercitarle religiosamente unite contro que' sciagurati che il mero fortuito accidente trasse dal grembo di altro dogma, e seguaci di una credenza differente da quella che si professa dai loro persecutori, considerandogli persino come una nuova specie di esseri, la relazione de' quali si reputa indegna degli altri uomini loro simili, formati, per così dire, da un conio stesso, dotati delle facoltà medesime, suscettibili de' medesimi bisogni, ed egualmente organizzati, onde ad un tale riguardo si opprimono, si calunniano, s'inventa delle illusioni affine di renderli odiosi agli altri popoli; e per giustificare quelle perverse imputazioni delle quali sono essi proditoriamente aggravati, s'immagina quelle colpe che incapaci furono sempre di commettere, e che per ciò realizzare mai non si possono, si suppone que' difetti che non ebbero giammai, ma che forse con più fondata ragione attribuire sovente si potrebbero a' loro persecutori, si prevengono le mancanze che loro sono affatto ignote; e quindi ogn'individuo non ad essi conforme nelle pratiche di religione, impressionato da tali venefici principj fin dalle fascie, si reputa, per ogni motivo, autorizzato di poterli riguardare come esseri degni della riprovazione de' loro simili, come uomini scevri di morale, di costumi, e forse ancora incapaci di lumi, di coltura, e di buon senso.
Forsennati! Barbari mostri! Esclamerebbero que' filosofi allora; chi vi avrebbe supposti mai stolidi a quel segno fino a non accorgervi, che tutte le ottime, o riprovabili azioni che loro vengono direttamente attribuite, altro, a fondo, non sono che un mero effetto dell'opera vostra unicamente? I tirannici tratti co' quali voi procedeste in ogni tempo a loro danno, non doveano essere per i medesimi una lezione indelebile, e continua d'ingratitudine, e di vendetta, un oggetto incommutabile di eterna ripugnanza per la vostra società? E come dovevano essi amare quegl'individui che riguardavano il loro avvilimento come un trionfo della così detta loro nuova legge di grazia, se dai partigiani di quella dovevano essi appunto ripetere il torrente inesauribile di tutte le angustie alle quali soccomberono sì di frequente? E come avrebbe potuto mai l'ebreo, sotto alcun titolo, essere buon cittadino, se ricusatagli era ovunque una patria, se escluso veniva di prestare i suoi servigj, se interdetto eragli per tutto l'esercizio delle arti liberali, e la coltura dello spirito, e se la terra medesima persino a cui esso dovea i suoi natali divenivagli straniera, ed insensibile matrigna? E con quale fondamento si dovea, in ultimo, presumere che un fautore della sana credenza di Mosè potesse giugnere a distinguersi giammai nella carriera di que' pochi uomini dotati di genio, e di talenti, che l'obblìo del fanatismo rende oggi reperibili in qualche angolo del mondo, se da questi o per invidia, o per interno pregiudizio, od anche per simulato trasporto religioso era sempre o schernito, o rigettato, se il consorzio de' medesimi reputava un disonore di annoverarlo nella categoria de' suoi membri? E quando ancora conservato egli avesse, nello stato di abbiezione in cui languiva, tanta lena e coraggio per inalzarsi fino allo studio, la generalità degli uomini non imputavagli frattanto come un grave torto di essere nato ebreo, a fronte ancora di tutta la virtù, ed i talenti che avesse d'altronde potuto fondatamente vantare? Ei non potea aspirare al rango di uomo, senza prima cessare di essere ebreo. Che non può irrazionale superstizione in mente umana!
Esseri deboli, e inconseguenti! Se provati aveste i costumi di questo Popolo avanti di sfuggirne i rapporti; se occupati vi foste di esperimentare i suoi talenti prima di azzardarne de' giudizi temerarj sulla sua capacità; se tratto lo aveste all'obbrobrio degradante delle turbe popolari, restituendo ad esso quella dignità che compartire volle la natura ad ogni ente ragionevole, e che la vostra indomita fierezza ingiustamente gli tolse; se meno prodighi di odio, e di oppressione dimostrati vi foste seco lui; ma più liberali di umanità, e più coerenti alle leggi che prescritte furono a voi dalla natura, vedreste ora in mille brani spezzarsi al vostro tatto il talismano fatale della menzogna, e quale fugace lampo svanire ogni mistero nella dispersione dell'ebreismo, riguardata follemente sempre da voi come il flagello desolatore, a cui gli arcani decreti di un Dio condannato lo aveano, senza ombra di speme, nè di rifugio; come ancora il barbaro esilio a cui soggiacque già da gran tempo, ben lungi dall'apparirvi la conseguenza immediata di que' sognati falli di cui l'odio vostro l'imputava senza freno, giustificato vedreste non meno l'una che l'altro dall'ostile vostro contegno a suo riguardo; e quindi rientrati allora in voi stessi, scossi da quel torpido letargo dove immersi vi aveano d'accordo quelle venefiche illusioni che alimentavano un giorno il vostro inganno, e abbacinavano i sedotti vostri cuori, voi avreste riconosciuto ad evidenza quanto fossero contradittorie alla ragione, e ripugnanti alla natura quelle distinzioni malignamente inventate ne' secoli d'ignoranza dagli speculatori di proselitismo, e trafficanti di culti, e di coscienze; distinzioni che rendono l'uomo il ludibrio della sua specie, e costituiscono l'infamia perpetua di colui che le tollera, e le autorizza; e così da questa vilipesa nazione risorgere or mirereste quegli stessi talenti peregrini, che in ogni epoca, e ovunque formarono il decoro della stirpe d'Israel, l'ammirazione de' dotti, e la gloria di quegli stati che gli accolsero nel loro seno, proteggendo, ed animando i loro progressi, e le utili produzioni de' medesimi: Alemagna! Francia! Monarchìe felici! Terre avventurate! La ragione si è quella che forma fra voi il più solido, e il primo de' vostri possenti baluardi; essa, in ogni tempo, astante a' vostri dottissimi congressi gli dirige, e ne forma il presidio ineluttabile; questo nume tutelare, avversario deciso del fanatismo ne distrugge i progressi contaggiosi, che tentasi di propalare da' suoi reprobi fautori, a scapito dell'umanità, e invitta ella presede al superno tribunale della giustizia; essa è quella che richiama dal seno di ogni popolo gli utili talenti, e la vera filosofia, la quale è onorata in chiunque siane possessore, nel modo che i talenti perspicaci, non meno di quello a cui venne conferita nel suo nascere l'immersione battesimale, che dell'altro a cui fu reciso il prepuzio nelle fascie, sono entrambi ricompensati a gradi eguali: Federigo! Giuseppe! Napoleone! Nomi alla terra sempre mai cari! La consolante rimembranza delle vostre sublimi operazioni non potrà mai cancellarsi dalla mente degli uomini, ma ella sopravvivere dovrà al tempo edace che tutto immerge nell'obblìo profondo; troppo vi dee quella porzione di specie umana, a cui fu accordata la sorte di vivere sotto l'auspicio delle sublimi vostre leggi, ed in particolare l'esule Israel, il quale ricoverato sotto l'ombra benefica di esse, ritrova un asilo pacifico, e immune dall'infezione letale della calunnia, ed una tranquillità sicura, che lo zelo de' satelliti dell'idolo romano ha tentato altrove d'involargli sovente, onde a questo unita grata vi resti perpetuamente l'Europa, a cui voi deste i primi le lezioni memorabili di sana filosofia, e di tolleranza; egli è sotto la benefica influenza de' vostri limpidi orizzonti dove la sorte dell'uomo non pende già (come sotto altro cielo) dalle muffate pergamene, deve esistono vergati da tre o quattro cent'anni i titoli vani degli Scheletriti progenitori, ma da' solidi meriti personali di cui esso è fregiato, e senza che la diversità di religione vi opponga niun ostacolo, nè possa giammai pervenire ad oscurarli; egli è colà dove l'evidenza ci convince che può un fautore di Mosè riescire dotto nelle scienze, perito nelle arti, vassallo integerrimo del Sovrano che lo governa, ed utile cittadino al suolo che vide nascerlo, in grado eguale di un seguace del vangelo. Egli è, in ultimo, nel centro della più illuminata nazione che onori la terra, nelle Gallie illuminate dove il cruento fanatismo che sì orribilmente un giorno paventare si facea, ora del tutto annientato dall'eccelsa ragione che le governa, attonito riguarda, fremendo, il vero merito di un Successore di Abramo estolto a quei gradi che mai possono accordare le scienze, e la virtù a chi degno se ne rende, o coll'esercizio di questa, o assiduamente coltivando le prime.
Se tali edificanti lezioni fossero state apprese dagli abitatori della terra; se verità sì convincenti fossero state da' medesimi sentite in tutta la loro forza ed estensione, quanto più lieta oggi sarebbe la Sinagoga ebrea; più sgravata di follìe, meno assurda nelle pratiche, e l'esercizio del suo culto, ridotto a' suoi primitivi ammirabili principj, quanto diverebbe più filosofico, e più sensato non solo, ma (siccome io mi accingo a dimostrarlo nel progresso di quest'opera) niente dissimile da quello professato da Socrate, da Platone, e da Confucio, e degno altresì di essere messo in comparazione con quello già felicemente conosciuto da' primi benemeriti fondatori della credenza d'Israel? E quanti Scismi, che lacerarono sì sovente la chiesa romana, non avrebbe questa prevenuti colle vie della tolleranza, e della persuasione, moderando l'amarezza del suo zelo, che la ridusse per tante volte ad infierire contro le coscienze, e le opinioni, riguardate come paradosse, perchè discorde forse da quelle che dessa pretende avvalorare fra i mortali? Alla prima non si permise in alcun tempo di gustarle; neglette, o calpestate sempre furono entrambe dalla seconda.
E vi sarà egli ancora chi si sorprenda come avvenga che la ragione accordata all'uomo per rischiarare la sua mente, per dirigere le sue azioni, per confortarlo nelle sue pene, sembra che prendasi a scherno l'ignoranza sua, e la sua fralezza, e che più non offrasi agli occhi suoi che come un rifugio illusorio, e incerto contro gli assalti de' suoi proprj vaneggiamenti? Se i popoli facessero tacere, una volta per sempre, le passioni criminose delle quali sono essi predominati, per ascoltare la voce penetrante della ragione, vedrebbero in qual modo, l'esimia, e la benefica ragione cesserebbe infine di mostrarsi essa pure armata di furore a danno dell'illusa umanità.
Infatti, quanti esempi rimarcabili non ci forniscono ad un tale riguardo numerose popolazioni che a torto noi chiamiamo selvaggie, le quali benchè meno colte di noi, e fornite di una intelligenza assai più limitata della nostra, pervennero frattanto a soffocare (o forse non conobbero giammai) quel furore brutale di persecuzione religiosa che forma, purtroppo, la base primordiale di ogni credenza odierna, e la gran mole reggente di tutti in culti delle nazioni che conosciamo, se-dicenti-polite, e illuminate? Queste imitarono i difetti delle prime, senza potere nè conoscere, nè profittare giammai di alcuna delle ottime qualità delle medesime. Io eccito tutte le istorie unite ad indicarmi un solo popolo, fra i tanti che annovera la prisca età del mondo, che abbia in alcun tempo infierito nè contro le coscienze degl'indigeni abitanti, nè che giammai abbia macchinato lo sterminio della religione di un popolo limitrofo, benchè le une, o l'altra opposte fossero diametralmente a' loro intimi principj religiosi; ma esse, d'altronde, ci mostreranno ben chiaro fra i recenti, de' popoli che riguardano il flagello degli uomini, ed il loro avvilimento come un tributo espiatorio in onore della Divinità; esse c'indicheranno, da una parte, i terribili roghi della Spagna, destinati ad abbruciarvi gli ebrei in onore di Gesù cristo; ci additeranno dall'altra gli esecrabili altari del Portogallo preparati ad immolarli al nome della vergine; ci faranno quì vedere le aggravanti catene della Bretagna papista consacrate a soggiogarli in gloria de' suoi idoli; mirare ci faranno esse colà un S. Cirillo, quel barbaro Cirillo, che fattosi duce di apostolici briganti, attaccarli entro le loro proprie sinagoghe in Alessandria, ucciderne crudelmente una gran parte, fugarne il resto, carpire le loro sostanze, e rendersene arbitro in ortodossa divozione a' suoi penati; ci offriranno altrove quelle marche infamanti di cui l'Italia contrassegnavagli un tempo in trofeo della sua fede, e quelli angusti, e infetti recinti entro i quali essa gli costringeva a vivere racchiusi, e concentrati in venerazione di Pietro, o degli apostoli; ed ovunque finalmente noi rivolgiamo i nostri sguardi dall'oriente all'occidente, dal nord al mezzo giorno, per tutto ci faranno quelle scorgere la mistica falce delle religioni pronta a mietere ad ognora le sue vittime segnate per offrirle all'altare de' falsi Dei, od al nome dell'Essere supremo, per tutto ci metteranno esse, in ultimo, sotto gli occhi feroci patiboli eretti; carceri, ferri, proscrizioni, massacri, e quanto seppero inventare di atroce que' mostri che natura abbandonò alla loro natìa inesplebile fierezza, che al nome di uno, o di altro idolo gl'ingannati popoli della terra infliggevano contro gli eretici, o miscredenti delle loro follìe religiose; e con infinite prove percotenti, esse concorreranno in somma a convincerci pienamente che le massime di persecuzione, di strage, o d'intolleranza non sono state mai ridotte, in pratico sistema, che nel solo grembo di una religione che si è decantata divina, la quale non respira in apparenza, che dolcezza, mansuetudine, e salute, ovvero da quelle ridicole instituzioni, che molto sovente o mancano di verità, o di buon senso, che l'umana ignoranza ne fa tenere il carattere, e le veci.
Ma in mezzo di questa enorme affluenza di vicissitudini lagrimevoli, ognora pullulanti, che hanno per infinite volte segnalato sulla terra i deplorabili travviamenti umani, quale metamorfosi degna dell'ammirazione universale de' secoli avvenire, non sarà mai per risultare a' nostri posteri l'intatta conservazione dell'ebreismo, sotto quel cielo medesimo appunto dove ad ogn'istante se ne meditava lo sterminio, ed in quel suolo istesso in cui si tentò infinite volte renderne la tomba? Cosa opineranno essi mai al solo contemplare, come tutte le nazioni dell'universo, dopo la caduta degli abitanti di Gerosolima, e insieme di questa metropoli medesima, si distrussero l'una l'altra, si amalgamarono a vicenda, si mischiarono confusamente, ed il solo popolo ebreo, malgrado la sua fluttuante dispersione, e le numerose infauste peripezìe alle quali sempre soggiacque, in ogni angolo del mondo, abbia fermamente resistito al torrente di una feconda successione di lignaggi, di epoche, e di vicende, or funeste per un popolo, ed or gioconde per l'altro; or per questo ridenti, ed ora triste per quello? Non lo attribuiranno essi forse ad un effetto soprannaturale, ad un prodigio ineffabile dell'Eterno? Di ciò veramente l'intero giudaismo ne fu sempre convinto; e tutte le altre nazioni, al contrario, riguardarono ciascuna, in ogni tempo, la permanenza di tale prosapia, come un trionfo, ed una prova incontestabile della verità di loro varie credenze, o religioni.
Ma senza fermarmi quì a discutere inutilmente le ragioni che alimentano l'intima convinzione del primo, ed il giusto valore delle cagioni sulle quali fondano le ultime la presunta base contestata della loro religione, io mi contenterò soltanto di rimarcare che fa duopo stabilire dei motivi meno accessorj, ed assegnare altre cause più ostensibili per colpire nel segno positivo sulla certezza, e la probabilità degli accennati effetti risultanti; e questa e quella ritrovare noi potremo agevolmente nelle accanite persecuzioni che le ultime, concordi, hanno sempre esercitate contro di quello: non avvi alcuno che ignori che la guerra delle opinioni religiose, e delle coscienze, non solo in proposito di culto, ma in scienza, in politica, e in costumi, ha in ogni epoca del mondo, e presso qualunque popolo della terra formate le fazioni sanguinarie, i martiri devoti, gli apostoli entusiasti per l'uno, o l'altro partito da cui presero fondata voga radicale quelle stesse opinioni che tentavasi di propalare, e sostenere ad ogni prezzo da una parte, e che da un'altra combattevansi orribilmente col disegno di annientarle dalla reminiscenza degli uomini. Infatti, quanti esempj rimarcabili non ci forniscono le istorie, idonei a convincerci che tanto in religione, quanto in politica, noi vedremmo succedere nel mondo il tepore il più lento, all'entusiasmo il più deciso, se si lasciasse all'una l'opinione, all'altra l'esercizio; donnez aux Huguenots, diceva Caterina de' Medici, tout leur saoul de prêches, ils seront tranquilles. Quando, al contrario, perseguitando una setta, od una fazione qualunque, si viene ad aggiugnere insensibilmente alla forza della religione che è già oltremodo grande, quella del punto di onore che lo è sovente di più, cioè a dire, che quelli ancora che non hanno religione qualche volta ne ostentano l'apparenza, e non osano di abbandonarla; e che quelli viceversamente che sarebbero proclivi alla resipiscenza de' loro proprj travviamenti, non sanno determinarsi ad effettuarlo.
Or in conseguenza di questi effetti, renduti già si evidenti, chi potrebbe mai sensatamente ricusare alle cause omogenee che gli producono l'esistenza indefettibile che loro conviene in ogni modo? Persuasi dunque quali essere dobbiamo, senza mistero, dell'esistenza delle une, e della sorgente immediata degli altri, quale torto enorme non si farebbe alla verità, se opinare si dovesse come il primo, e quale grave oltraggio risentire non dovrebbe la ragione, appoggiando la strana presunzione di queste? E pure l'indole depravata dell'uomo, generalmente parlando, è tale, che desso non soffre mai un oppressivo male, nè fruisce ancor di un sommo bene, senza imputarlo all'odio di un essere superiormente perverso, od alla predilezione di un essere ottimo che veglia parzialmente alla di lui conservazione, ed egli non è che dopo molte riflessioni, per lo più astratte, sempre seguite, e sottilmente ponderate, che desso giugne a conoscere, infine (benchè il più delle volte assai di raro, e a grande stento ei vi pervenga) che il bene, ed il male di cui l'umana vita è mischiata, emanano entrambi, per così dire, dalla sorgente inesauribile medesima; questo è il possente arcano delle instituzioni teologiche di ogni popolo che esistere veggiamo sulla superficie della terra, questa è l'alchimia portentosa di tutte le religioni che ingombrano il mondo abitato dall'uomo.
Comunque siasi, non credasi già essere questi soli gli effetti perniciosi dell'imbecillità dell'uomo abbandonato a se stesso ed alla sua sovvertita immaginazione, io mi dispongo, con ribrezzo, a produrne degli altri molto peggiori, ed assai più funesti per la sua specie, allorchè nella progressione di quest'opera mi emergerà pur troppo di ragionare a reiterati propositi. Intanto calisi un velo di profondo silenzio intorno quello che rapportasi all'ente ragionevole, alle sue idee, a' suoi pensieri, ed alle azioni differenti delle quali fu esso in ogni tempo riconosciuto essere suscettibile, e riserbiamoci a squarciarlo allora quando potremo di esso lui occuparci assiduamente di proposito, affine di migliorare la sua condizione, correggendo i suoi errori, illuminando il suo spirito, e facendogli, ad un tempo, chiaramente comprendere, che la verità è una, semplice, e indefficiente, che l'errore, all'opposto, è ognora complicato, titubante nella sua marcia, ed eccessivamente sinuoso; che la voce della natura è intelligibile, sonora, insinuante, e che quella della menzogna è ambigua, oscura, ed affligente; che il sentiere della ragione è ameno, retto, e salutare, e che quello dell'impostura è obbliquo, tetro, e pernicioso, questa esimia ragione di somma urgenza in ogni parte all'uomo dee essere continuamente la sua conduttrice inseparabile, e le dilei proficue lezioni debbono essere seguitate completamente da ogni anima fregiata degli ammirabili suoi doni.
Quindi per essere penetrato quanto fa duopo della forza irresistibile di queste verità edificanti, che io mi lusingo di produrre frappoco al chiaro giorno, l'uomo non ha bisogno che di lumi, di buonsenso, e di coltura; esso non ha che rientrare in se stesso, riflettere sulla sua propria individuale natura, consultare i suoi interessi, considerare i suoi rapporti colla società, e i doveri che lo vincolano ai membri contraenti suoi simili; e in conclusione studiarsi esattamente di conoscere che la virtù, e le scienze sono, senza contrasto, i soli, i migliori, ed i più solidi beni per la specie umana, e che il vizio, e l'ignoranza ne formano il perpetuo terribile flagello. In una parola studiarsi esattamente di capire, che siccome il buon uso delle scienze consolida in noi quel declivio salutare che porta la specie nostra alla pratica del bene, così appunto il nostro amore per la verità aumenta i lumi de' quali noi abbiamo estrema urgenza per propalarla, e per difenderla. Col mezzo di sì fatte indagini utili, e profonde giugnerà esso, in ultimo, a convincersi che gli esseri umani (come lo rimarca ingegnosamente un pensatore inglese) non sono sventurati, se non se perchè dessi sono viziosi, ed ignoranti; e che i medesimi viceversamente non sono ignoranti, e viziosi, se non se perchè tutto cospira ad allontanarli dal felice sentiere della ragione ad impedirli di correggersi, ed a renderli alieni onninamente dallo sviluppo delle loro facoltà intellettuali.
L'epigrafe del frontispizio allude giustamente al nostro immortal Napoleone ciò che Marziale altra volta disse a Domiziano: I popoli del vostro Impero parlano differenti idiomi; essi non hanno, per tanto, che un solo linguaggio allorchè dicono, che voi siete il vero Padre della Patria.
OGGETTO
E
PIANO ANALITICO
DI
QUEST'OPERA.
Cujusvis hominis est errare; nullius, nisi insipientis in errore perseverare.
Cicer.
Egli è ormai uno spazio considerabile di tempo che la mia ingenua penna, sempre intenta al solido vantaggio de' miei simili (dopo le tante altre, le quali prefiggendosi forse un simile scopo, si cimentarono indarno fino ad ora, e col massimo pericolo) tentare volea di assumere intrepida l'ardua difesa della verità, di quella verità medesima che tutto il mondo ammira, ed abbandona, e che prescindendo da pochi i quali cimentandosi a squarciare il tetro velo della menzogna, che ne adombra l'intuito allo sguardo profanatore dell'insensato, sono già felicemente pervenuti a ravvisarne il fulgido sembiante, pare che gli uomini della nostra età si facciano un maligno piacere di calpestarla, di concepirne un abominio, in vece d'intraprendere l'impegno commendevole di sottrarla a quegli oltraggi, che miransi fare, ad ogn'istante, contro di essa da' feroci proseliti del fanatismo.
Tale era dunque l'assunto importante di cui io mi occupava, senza interruzione, era già l'intervallo di un completo decennio, e questo è il solo oggetto sovra di ogni altro interessante che ha per tutta la mia vita decorsa unitamente richiamate le mie più assidue, e ponderate riflessioni; ma pur troppo fino al presente coll'eguale successo di quello che videro tanti uomini dotti risultare dalle indefesse loro applicazioni, affine di svellere dalla specie umana il morbo flagellatore dell'ignoranza che la degrada, e della superstizione che la distrugge; mentre le tenebre dell'una, e la densa caligine dell'altra, che ingombrano dopo tanti secoli presso che tutta l'estensione dell'universo, paralizzavano le benefiche intraprese di quegl'institutori dell'umanità, e scoraggivano le mie rette disposizioni.
Eh, che! Tutti gli orizzonti della terra uniti, non ci mostrano essi forse de' tempi calamitosi a tale eccesso per lo spirito umano, fino a reputare il termine illuminato sinonimo d'incredulo; e quindi a punire come apostata, ed a perseguitare qual libertino un genio filantropo che cimentato si fosse a rischiarare le tenebre dalle menti degli uomini, propalando fra questi de' solidi principj di morale, e di buon senso? E quante volte delineare si vide l'immagine sublime della ragione con informe sembianza di un orrido fantasma che paventa, e che afferra chiunque osa di appressarsi al tempio eccelso che ascosa la rende allo sguardo peribile dell'uomo? Tale essendo il carattere odioso che miravasi fare della ragione, più non dovremo dunque stupirci, se colui che avesse osato farne il preconio era dagli uomini riguardato come il più reprobo nemico del suo secolo, ed il perturbatore della umana società.
O tempi d'ignominia, e di esecrazione! ah! che pur troppo io già miro imbrattata l'istoria dell'odiosa menzione di quell'età sì degradante per la specie umana, in cui la virtù era un delitto, la ragione un ornato superfluo, inutile il buon senso, e la filosofia una chimera; in cui l'uomo brancolando nel vortice delle sue illusioni lasciavasi machinalmente condurre da altri uomini dementi al pari di esso, ma di lui più scaltri, più intriganti, sempre intenti a sedurlo, nè lo abbandonavano fino a tanto che renduto non lo avevano il nemico di se stesso, e il manigoldo crudele del suo simile, ed in cui finalmente le nazioni ammaliate dalle promesse che al nome di un Dio loro garantivano i mistici direttori da' quali erano esse ciecamente guidate, empievano la terra di follìe, e sotto l'ombra fatale di religione commettevansi gli attentati più atroci, sterminavansi a' vicenda; i culti opposti erano a' culti, gli altari, agli altari, e gl'intensi voti dell'una inferire altro non volevano che una detrazione insultante delle fervide preci dell'altra; ma l'ipocrita ingannatore che ne era la cagione, non vedea frattanto in queste acerrime dissenzioni che un solido incremento alla di lui autorità, alla quale soggiogato in ultimo restava non meno il partito vincitore che il vinto. Chi potrà mai fermarvisi un istante senza essere sorpreso di angoscia, e di dolore al solo contemplarvi que' vaneggiamenti di cui furono sempre suscettibili tutti i popoli, dalla prima infanzia del mondo fino a' tempi nostri? Or uno spettacolo sì attristante potea egli a meno di non disgustare l'animo il più benefico, lo spirito il più paziente, e il più filantropo genio che azzardato avesse di liberare la specie umana dal malore dell'inganno, per quindi ricondurla nel felice sentiere della ragione? Convinti di questa verità non dovremo più stupirci se cotanto rari oggi si rendino sopra la terra i Socrati, gli Aristidi, i Cartesii, e i Galilei, che al prezzo di cicute, di esilj, di carceri, e di tormenti acquistassero, di buon grado, il piacere d'illuminare l'umanità, e d'indurla a rigettare le avvilenti sue follìe. Con sì terribili esempi sotto gli occhi troppo scarso dovea essere certamente il numero degl'imitatori; e quelli al contrario, che avrebbero potuto divenirlo con successo, preferivano piuttosto di essere considerati come inutili nella società, che rendersi le vittime degli smarrimenti de' loro simili, e lo scherno degli eccessi de' loro scaltri conduttori. E con quale coraggio avrei potuto mai osarlo io tre lustri addietro, e di più sotto l'ombra di un avverso cielo dove io mirai le prime luci, ed in cui la superstizione, e il fanatismo erano al grado dell'ignoranza, calcolata come necessaria alla salute dell'uomo, ed in cui alla demenza tenere faceasi le veci, ed il carattere di buon senso? Egli è vero, per altro, che fino di allora concepito io avea il progetto salutare di distruggere l'errore dalla mente de' miei simili, ed il vasto assunto destinato ad esaurirlo era già, in gran parte, preparato alla rinfusa nella mia mente, nè altro mancava a corredarlo di quell'ordine, di quel metodo, e di quella esattezza necessaria per prodursi al chiaro giorno, che una esplicita inerenza nello spirito di quelli che più abbisognano di lumi sufficienti, e di un fermo disinganno, capace di annientare i pregiudizj che avrebbero potuto contrapporre degli argini malefici allo scopo commendevole per cui era quello in origine rivolto. Ma la decisa ripugnanza che questi sempre manifestarono contro l'ultimo, non meno che contro i primi, fece soffocare i miei filantropici disegni al loro nascere, e condannò la mia intrapresa ad un obblìo impenetrabile, dove giacque sepolta fino a questo giorno in cui l'impero della ragione potè rendersi una volta manifesto al consorzio de' mortali sopra la terra, spiegando l'ascendente assoluto ch'ella dee avere sullo spirito di essi; ora che sul trono augusto della giustizia l'eccelsa filosofia siede fastosa, e trionfante de' suoi miserabili nemici, al fianco invitto di Napoleone il grande, può un integerrimo fautore della ragione alzare libero la testa, fare impavido echeggiare la di lui voce, e rendersi utile a' suoi simili, senza pericolo, annunziando a tutti gli abitatori dell'universo, allo squillante suono di prodigiosa tuba, l'immediata rigenerazione universale di tutta la specie umana.
Per altro, sebbene tutte le mie cure, e i miei disegni si aggirino soltanto al vantaggio di una parziale Nazione unicamente pure ad un solo corpo religionario io quì non ragiono, ma a qualunque siasi nazione, setta, o popolo, a tutta la società umana, in fine, io parlo, ed a guisa del Sole che dal suo emisfero inaccessibile, una luce sfavillante, e universale a tutto l'uman genere diffonde sulla terra, così appunto io bramo che ad ogni razionale abitatore del mondo rendasi noto il genuino linguaggio della verità.
Or se il raziocinio sostenuto dal buon senso, e dettato da' più integri sentimenti di umanità, non è per la specie degli uomini un illusoria visione, io dimostrerò col mezzo di esso, non solo al giudaismo, per il di cui solido vantaggio io scrivo, ma a tutti gli altri popoli del mondo (i quali eccettuare sempre lo vollero dalla categorìa delle nazioni) che niente è più ingiusto, e ridicolo, ad un tempo, che di odiare, o deprimere una credenza qualunque per la sola ragione che i suoi principj saranno forse disparati da quelli professati dalla sua persecutrice, ovvero di attaccarne le basi sulle quali si regge, ed anche senza conoscerne il più delle volte il fonte da cui esse traggono la loro derivazione; e con eguale chiarezza farò inoltre conoscere, che quanto avvi in una religione di riprovabile, o di ottimo altro, a fondo non è che l'impronta del genio, o depravato, o giusto lasciatovi dall'uomo stesso, il quale non diventerà mai stravagante, o assurdo sempre che sarà capace di ricevere le idee omogenee medesime che la natura gl'imprime, e che desso, al contrario, diventa l'uno, o l'altro, alloraquando si sforza di assegnare una evidente realizzazione alle logogrife visioni tradizionali, ed a' mistici fantasmi. Di ciò tutte le sette fino ad ora conosciute sulla terra dimostrerò essere una prova ritrovata ormai, ad ogni esperimento, incontestabile.
Preparato che io avrò l'uomo alla contemplazione interessante di queste verità, convinto che desse lo rendino una volta non essere meno curioso di seguire i progressi dello spirito umano ne' suoi travviamenti, di ciò che riesca vantaggioso investigare, con occhio indagatore le proficue nozioni ch'egli scuopre, e ciò in ogni secolo, e presso qualunque angolo del mondo, esso dovrà necessariamente convenire che fra tutte le ricerche filosofiche fatte fino ad ora, non siavi forse una più profonda, e più importante dell'analitica riforma del Culto, e dell'educazione politico-morale del Popolo ebreo, che nel corso di quest'opera mi sono prefisso d'investigare in ogni benchè minima parte, e co' più rigidi esami possibili.
Il tenebroso amministratore de' culti, sia rabino, sia prete, ovvero dervigi dice credimi ciecamente; ed il sensato filosofo consulta l'evidenza, ascoltami, e ragiona; egli è questi ultimo linguaggio unicamente quello di cui farò io sempre uso nell'assunto importante che io tratto, con quelli che fin quì si mostrarono pur troppo sordi agli eccelsi ammaestramenti della ragione.
Lungi dal precipitarci nel partito di quelli che credono tutto, od in quello degli altri che rigettano tutto, noi ci terremo, per quanto ci sarà possibile, in una specie di equilibrio, loro dicendo unitamente; esaminiamo con diligenza, e rendiamoci esatto conto a vicenda finalmente della credenza nostra, e di quella degl'ingannati nostri progenitori, indaghiamo una volta con filosofica fermezza, ciò che in sì fatta religione tradizionale (che da tutto l'ebreismo si è sempre sostenuta ad ogni prezzo) v'ha di vero, e quello che può esservi di assurdo; sotto quale rapporto le nostre idee religiose di oggi, possano avere un solido fondo di realtà, o di verosimiglianza con quelle dei primi patriarchi fondatori della credenza d'Israel, e sotto quale altro esse debbono meritare la nostra ripugnanza, il nostro obblìo. Penetrati di sincero trasporto per la verità, noi andremo a rintracciarla finanche nella estremità di que' misteriosi recinti che si appellano santuarj, da' quali allontanando il velo denso, e terribile che la cuopre, senza dubbio, allora noi vi ritroveremo l'aspetto inalterabile della tersa religione, che il Dio superno della natura esige dagli enti ragionevoli, nel primitivo suo stato di purità, e d'innocenza.
Vari sono, per altro, gli scrittori commendevoli, che tentarono sovente di scavare questo dilicato soggetto da' suoi più reconditi fondamenti: io discuterò dunque le loro idee, analizzerò i loro pensieri, non già col fervido entusiasmo di un zelante apologista di prestigj tradizionali, ma colla genuina franchezza di un filosofo amico de' suoi simili, di un apostolo della ragione, che ad altro non aspira, pubblicando in questa giorno un opera sì utile, e sì urgente, che ad illuminare da una parte le menti ottenebrate dell'illuso giudaismo, e a distruggere dall'altra quelle menzogne degradanti che parvero confederare contro i miseri avanzi del popolo d'Israel, fino anche i più decisi partigiani della tolleranza, trascinandogli anche sovente ad obbliarne i principj, a calpestarne i doveri, alloraquando impresero ad agitare la causa risguardante questa oppressa, e derelitta nazione.
Quindi se io pervengo a condurre di tale, maniera lo spirito religionario degli uomini, ho fondato motivo di lusingarmi di potere anche ridurlo ad abdicare quelle vane chimere che lo soggiogarono per sì lungo tratto di tempo, e che formarono la sorgente venefica dove il genere umano attinse tutte le sue più deplorabili sciagure.
Ma prima di ogni altra cosa, io credo mio essenziale dovere di prevenire il mondo illuminato, non essere quì mio scopo di divertire il cuore umano con fantastiche immagini, che al solo romanziere bizzarro, piuttosto che al filosofo ragionatore convenevoli si rendono; e molto meno astrignerlo pretendo con linguaggio artifizioso ad asserire, ciò che in altro modo ei ripugnasse di adottare: la nitida semplicità dovrà sempre quì precedere l'espressione sentimentale dei miei pensieri, i quali se riportati non verranno con un eleganza di stile che rapisce, posso d'altronde assicurare che fregiati essi tutti saranno della semplice verità che persuade, senza livore, e senza prevenzione; ciò che al disopra di tutt'altro ornato è assolutamente necessario, trattando una materia dilicata qual'è quella di cui ora ci occupiamo, che ha più duopo di giuste idee, di esatti sentimenti, che di un mendicato atticismo di vocaboli, o di traslati pensieri, onde potere con amplia cognizione di causa pervenire a conoscere lo stato delle vicende presenti, per farne l'adeguata comparazione con quelle, che le inopinate crisi avvenire offrono sovente allo sguardo indagatore del filosofo, ed alla irrequieta fantasía del politico: egli è dunque così che noi potremo allora, senza taccia di temerità, lanciare i nostri liberi giudizj sul remoto avvenire, ed arbitri ancora pronunziarne i destini.
Frattanto io domando un indulgenza estrema non meno per ciò che ho fin quì detto, che per tutto quanto io dispongomi a dire, se io non tratto queste materie interessanti con tutta quella filosofia, e quel criterio che esigono, ciò si potrà forse attribuire alla deficienza de' miei lumi, ed alla modicità de' miei talenti, ma se io poi non le ragiono, secondo l'aggradimento uniforme di tutte le nazioni, ed in particolare dell'Ebrea che ne occupa la più estesa parte, ciò ripetere da me certamente non si dee, ma dalla sola intima natura delle medesime, le quali non sono ad altro fine dirette che ad emendare gli smarrimenti delle une, e a distruggere le stravaganti opinioni dell'altra; insomma ad illuminarle tutte, per quanto mi sarà possibile, ed a ricondurle nel perduto sentiere della ragione. Or quegli avvertimenti che tendono a correggere l'errore, a dissipare le tenebre dal mondo, possono essere giammai dell'aggradimento universale di quelli, che già infetti dal morbo letale della menzogna, hanno duopo di correzioni, e di lumi? Ciò che reca giovamento l'esperienza ci dimostra che rare volte diletta. Ben lontano per altro io sono dall'esigere, in verun modo, che si abbia per i miei sentimenti la benchè minima favorevole prevenzione, io eccito, al contrario, i lettori di quest'opera di avere in me così poca fiducia come io ne ho avuta negli altri. La sola ragione essendo un dono accordatoci dal Supremo Creatore dell'essere nostro per condurci nell'instantanea carriera di nostra vita, io gli esorto a farne uso immediato, e costante; questo è il solo mezzo il più utile, e il più sicuro per conoscere la verità, e per trarne que' vantaggi che aspettare ne possiamo. Ma comunque sia, io protesto davanti l'Essere Supremo, ed in faccia a tutti i popoli della terra, che non già vile sentimento di detrazione, non avidità di gloria, non cupidigia di utile, od altro scopo venale riprovabile del pari, mi fecero determinare a tessere quest'opera, ma l'amore fraterno che ho sempre nutrito per tutti gli esseri della mia specie; i solidi, e perenni vantaggi de' miei troppo ingannati connazionali; il desiderio intenso di combattere l'errore col brando inespugnabile della ragione; e la vera felicità, inultimo, degli stati colti, e tolleranti, così che la gloria, e il decoro degl'illuminati Sovrani che gli governano.
Or traendo quest'opera la sua originaria sorgente da sì limpido fonte, retta da sì equi sentimenti, e guidata da principj cotanto sani, ed inconcussi, potrei sospettare giammai con fondamento che alcuno vi fosse di sì stupido criterio, in cui preponderando e impulso più forte gli esecrabili prestigj del fanatismo a' miei giusti ed amichevoli suggerimenti mi riguardasse come audace. od importuno, ovvero come i settarj dicono volgarmente, un apostata, un Deista? Eh! che tali attributi reperibili sovente nella bocca di chi non ne comprende il vero senso, non avranno mai efficacia bastante a formalizzare un integerrimo fautore della verità, dalla quale non seppe mai dileguarsi, malgrado che a caro prezzo azzardasse qualche volta di esternarla, e che non si prefigge altro disegno che il miglioramento durabile degli esseri della sua specie. Nulla mi cale per tanto che ciascuno pensi come più gli aggrada per rapporto al sistema di religione addottato da me; che l'ebreo talmudista lo condanni, che lo abomini il cattolico, e che tutte le altre sette la ripugnino, ma frattanto il sensato filosofo lo approva non solo, ma lo segue, lo pratica egli stesso, e lo commenda; a lui unicamente io me ne appello, ed a questa sola classe benemerita del mondo ogni mio pensiere consacro, l'estremo destino del quale, non già dall'insano giudizio del volgo, ma dall'illuminato discernimento di essa onninamente dipende. Ben contento di poter dire col giovine Plinio: Ego enim non populum advocare, sed certos electosque soleo, quos intuear, quibus credam, quos denique et tanquam singulos observem, et tanquam non singulos timeam. Epist. XVII. lib. VII. p. 428.
Ma questa cecità universale mi lusingo che sarà bentosto rischiarata dalla fantasìa de' miei connazionali, quando a rigido esame richiameremo nel progresso di quest'opera i dogmi sopra i quali essi fondano la lusinga di una felicità imperturbabile, e la base di ogni loro ventura speme, additando a' medesimi l'infallibile sentiere che può condurli al completo acquisto di entrambe, e dove niuno fino ad ora osò giammai condurre il passo timido, e vacillante.
Quale gloria ineffabile non dovrà in ultimo risultare per il Dio di verità, osservando gli esseri umani rinunziare con arbitra resipiscenza alle insane illusioni dove sembrava che un avverso destino condannati gli avesse miseramente per sempre; e quale trofeo per l'oppressa ragione, se gli eccitamenti miei affettuosi, e sinceri saranno efficaci a dissipare dalle loro menti l'errore da cui sono abbacinate, ed a toglierli dal baratro infernale de' pregiudizj in cui andavano a precipitare inevitabilmente; e così mettere un freno alle passioni fomentate da una coscienza religiosamente criminosa, e sostenute da quelle sacre menzogne che loro fanno una guerra spietata, e con passo intrepido, e costante oltrepassare le barriere funeste che il fanatismo avea tenacemente opposte alla ragione, seguitando le vestigia invariabili che quì sono ad indicare della pretta religione, e di un giusto e ben fondato disinganno.
O popolo d'Israel! Egli è a tuo solo riguardo che baldanzoso io dispongomi ad affrontare l'improperio dell'ignoranza, e lo sdegno della superstizione: È te che io eccito a compiere i voti miei con quell'animo stesso con cui te gli offro: Egli è infine del tuo unico giovamento che io mi occupo indefesso, e di cui io formo l'essenziale, e il primo scopo di tutte le mie più serie applicazioni: ma, e quale guiderdone, in qualche modo equipollente, potrà mai sì filantropo zelo sperare da te? E che? supporre io forse dovrò che giugnere tu possa a ricusarlo senza la più reproba ingratitudine? Vorrai tu dunque perpetuare sopra la terra lo spettacolo affliggente della tua degradazione, ed essere tutt'ora, per folle arbitrio, lo scherno vile de' popoli, e la vittima sciagurata de' tuoi propri smarrimenti? Ah! che un apatìa sì macchinale supponibile certamente non è in mente umana; e ben lontano dall'opinarlo, io sono, all'opposto, convinto che un fausto giorno, senza dubbio, verrà, mentre di questo comparire già si vide la ridente aurora, in cui l'intero corpo esercente la credenza edificante di Mosè ne' quattro angoli della terra, perverrà finalmente a conoscere il valore inestimabile de' principj salutari che ne formano la base, e riguarderà come un infamia di restarne più oltre neghittoso, e indifferente, ed allora titubare più non potrà un solo istante, sotto pretesto alcuno, a riassumere fra gli uomini, per quanto è in suo potere, la condizione, i requisiti, e il grado, che la società, la natura, e la ragione gli concedono d'accordo sopra la terra, ne più reputerà come un delitto irremissibile, nel modo che fino ad oggi ei sempre fece, d'inchinare con trasporto l'orecchio per ascoltare la voce penetrante di un fautore della verità, di un suo connazionale stesso, cui, la depravata educazione, che un detestabile costume fatalmente introdusse da tanti secoli presso quel popolo, ha così pure tentato di corrompere un giorno rendendo la sua inesperta fanciullezza in egual dose infetta del morbo medesimo, che desso attualmente desola, e flagella, e quindi suscettibile per qualche tempo ancora dello smarrimento eguale di cui mirasi oggi quello predominato a tutta forza. Or dunque incauti miei connazionali! Esso vi presenta quest'opera; ardito alquanto sembrare a voi potrebbe il linguaggio di cui si serve, ma posso inoltre assicurare, senza timore d'ingannarmi, non essere quello dettato che da que' salutari principj che formarono in ogni tempo la guida fedele della sua penna, ed il più solido alimento del suoi pensieri: leggerla io v'insinuo assiduamente, ma scortati sempre da quelli, e con occhio terso dalla nube de' pregiudizj io vi eccito ruminarla; reperibili sono in essa gli antidoti, ad ogni esperimento, i più vantaggiosi, ed insieme i più opportuni all'uopo vostro urgente; vi assicuro averne fatta io stesso la più accurata esperienza avanti di conferirli a voi, e quindi sormontati da colmo a fondo tutte quelle illusioni venefiche delle quali era stata già imbevuta la mia credula infanzia, riconosciuti per me medesimo, infine, quanto si rendino colla successione de' tempi funesti per l'uomo que' panici timori, che abusando della frale instabile puerizia de' fanciulli malignamente s'incutono in quell'età dagl'impostori da' quali essa è diretta, e di cui tutte le mire non tendono, che a mantenere l'uomo sepolto nella voragine dell'inganno, ed allora mi ritrovai tutt'altr'uomo sollevato dal peso aggravante di una soma che abbatteva il mio coraggio, e ditroppo eccedente le mie forze, nella guisa medesima che or prepondera le vostre, e che vi opprime senza ombra di confronto, e senza lena. Nè altro lenitivo apprestare voi potrete con successo al crudele infortunio che vi minaccia, solo che seguitare con energìa, e con buon senso un sì efficace esempio. Possa quello essere il fausto precursore d'infiniti altri avventurati simili esempi! Possa il medesimo ritrovare nella nazione d'Israel immensa quantità di emulatori che anelino a gara di renderlo il catechismo di tutti gl'individui professanti la sublime credenza di Mosè! Egli è solo per questo valido mezzo che voi potrete superare agevolmente i moltiplici ostacoli, che opposero fino ad ora un pertinace contrasto alla politica civilizzazione de' vostri costumi, allo sviluppo delle vostre facoltà intellettuali, all'urgente rigenerazione del vostro Culto, e delle immense vostre cerimonie religiose, tiranniche, ridicole, insoffribili; nè vi lusingate di potere giugnere a vincerli giammai fino a tanto che il talismano fatale de' vostri smarrimenti franto non venga interamente da voi, a mio esempio, ed a quello memorabile di tanti che sentirono di possedere una ragione, e conobbero il bisogno pressante di fruirne, e fino che l'ignoranza, e il fanatismo, questi sovvertitori di vostra felicità, di vostra pace fugati non sieno entrambi per sempre ne' cupi abissi, donde trassero un tempo la funesta emanazione, per non più alzare la criminosa fronte, e per non infettare mai più colla loro contaminata presenza il suolo in cui l'orma di uomo calpesta, e annida.
E s'egli è vero che un epoca già fu in cui si disse Israel popolo eletto; indi Israel progenie barbara, e incolta; poscia Israel ramingo, esule, disperso; io confido che giugnere mirare potremo qual fausto tempo ancora in cui si potrà dire meritamente Israel popolo sociale, colto, e illuminato, ed il suffragio univoco delle nazioni tolleranti, e urbane di buon grado concorrendo a sanzionarlo, allora più non sarà l'Israelismo in alcun tempo soggetto sulla terra fra di esse ed altre parziali distinzioni, fuorchè a quelle che la virtù esige, che la filosofia consente, e che permette la natura fra un popolo, ed un altro, fra un ente ragionevole, ed il suo simile.
CAPITOLO I.
Dell'origine primitiva del Popolo Ebreo.
Una densa impenetrabile notte avvolge talmente a' nostri sguardi presso che l'intera antichità degli abitatori della terra, di maniera che fra tutti gli Scrittori, anche i più celebri, che ci hanno trasmesse le loro varie ponderate opinioni su' popoli differenti della prisca società umana, su' primi loro complicati avvenimenti, e sulla più probabile fondazione de' loro imperi, niuno certamente fino ad ora ve n'ha che possa vantare, con debita ragione candore, verità, ed esattezza, alloraquando intraprese a trasmettercene l'origine, od il ragguaglio di tutto ciò che a quelli supponeva positivamente appartenere. Il maggiore soccorso che noi potremmo ricavare onde proferire qualche giudizio sopra un simile assunto, sarebbe forse dalla sola Scrittura; ma ciò che questa, d'altronde, ci rapporta, è sì ambiguo, e sì conciso, che in vano ci lusingheremmo di potere col solo mezzo di essa pervenire a rischiarare le nostre tenebre intorno a questo soggetto.
Eppure a fronte di tale malagevole ostacolo sì difficile a superare, io mi accingo, non per tanto, ad investigare il primo remoto nascimento di un Popolo, che malgrado la sua origine barbara, incolta, e quasi ferina, siccome è quella di tutte le altre colonie nascenti delle quali ci fa superficiale menzione l'istoria de' secoli vetusti, ha frattanto attirata la seria curiosità de' dotti di ogni epoca, di ogni nazione, preocupando le loro menti perspicaci a suo riguardo, alcuni per commiserarlo, altri per esaltarlo, e molti per farsene sovente ancora il baluardo contro gli attacchi ostili a' quali esso fu sì di frequente soggetto sopra la terra, sia per parte di coloro che tentarono diffamarlo con atroci calunnie, ovvero di quegli altri che nutrirono il barbaro progetto di schernirlo, e di umiliarlo con mendaci reprobe imputazioni, come opportunamente avrò soggetto di dimostrarlo, fremendo, più di una volta.
Il Popolo Ebreo dunque, di cui intendo parlare, secondo tutte le apparenze le più convincenti, poco, o nulla differenziare lo veggiamo da quelle numerose orde che i monumenti antichi fanno scaturire, dirò così, dalla superficie della terra ad ingombrarne lo spazio, dal momento che dessa cominciò ad essere abitabile dalla specie umana: ma le istoriche nozioni pervenute fino a noi sopra un tale particolare, sono tutte concorde a dimostrarci, che l'origine frattanto ne è identica perfettamente fra l'uno, e le altre, ed in ogni parte comune. La caccia, l'agricoltura, la pesca, la pastorizia, e poche rozze manifatture; ecco la sola, e prima generale occupazione di tutte le umane associazioni, durante la loro più antica infanzia; ecco probabilmente quale dee essere stata la situazione, e la carriera di quelli, che le sacre pagine, di accordo coll'antica storia profana, ci assicurano essere stati i primi archetipi fondatori dell'ebreismo.
Per altro, siccome questo solo articolo potrebbe, senza dubbio, formare per se stesso materia esuberante onde empiere un immenso volume, e non essendo altresì mia intenzione di riportare quì delle favole, o delle ipotetiche congetture destituite di basi, o di lumi sufficienti ad investigare la serie determinata di anni che può verosimilmente fissarsi all'originaria esistenza del Popolo Ebreo, d'altronde contrastata pertinacemente da varie altre popolazioni, che contrappongono un antichità infinitamente più remota di quella vantata da esso, coll'autentica testimonianza del codice Mosaico, checchè nulla dicane la Genesi, la quale non ci lascia comprendere giammai perchè non abbia in verun modo fatta menzione delle affluenti colonie, che i sicuri frammenti che ci restano chiaro dimostrano esistere in que' tempi [(1)]; noi però, allontanando sopra un tale proposito tutte le informi visioni che molti autori erroneamente prevenuti scavarono nella loro immaginazione, ci rivolgeremo al libro il più autorevole che abbiano gli Ebrei, ed il più generalmente approvato da tutti i popoli del mondo, e con esso ne fonderemo l'origine da quello che ha il primo radicati que' germi salutari della credenza edificante di questo Popolo, e che la Scrittura medesima ci annunzia il primo ad essere distintamente appellato col nome di Ebreo (nghibrì), ed il primo, parimente a recidersi il prepuzio in provetta età per divina prescrizione [(2)]; rimettendo alle ricerche de' critici assennati le epoche rimarcabili che precederono, sia del prodigioso Diluvio universale, e della costruzione dell'arca di Noè, fatta in quella circostanza con architettura sovr'umana; sia della confusa divisione repentina delle Lingue nell'occasione della temeraria impresa della torre di Babel, ed altri straordinari aneddoti siffatti; tutto ciò dico, non essendo di mia speciale competenza di esaminare, io lo considero come straniere al prefissomi assunto, e ne rinunzio di buon grado le indagini a' perspicaci investigatori della natura, e delle sue leggi.
Ecco tutto ciò che noi possiamo quì asserire, se non con positiva certezza, almeno con qualche probabilità, intorno l'originaria derivazione del Popolo ebreo, giacchè le memorie che restano a noi, non meno di questo che di tutte quelle numerose orde vagabonde allora esistenti sulla terra, sono cotanto scarse, e incerte, che tutto ciò che si aggiugnesse non farebbe che vieppiù aumentare i nostri dubbj, complicare i nostri errori, ed allontanarci onninamente dalla genuina verità del soggetto, come sappiamo essere, pur troppo, accaduto a qualche male impressionato Scrittore antico [(3)], per volere di soverchio innoltrare le assurde congetturali ricerche intorno a certi soggetti, gli autentici monumenti de' quali ci furono pur troppo defraudati dall'Istoria, e le nozioni detagliate che risultare ne potevano in vantaggio della specie umana, ne restarono avvolte nella folta nebbia de' remoti secoli decorsi.
[(1)] I Chinesi vantano trentaseimila anni di antichità, ed i più accreditati Istorici che ci tramandarono i fasti di questa Nazione, assicurano che Fo-Hi loro primo Sovrano montò sul Trono della China tremila anni avanti Cristo, ciò che farebbe rimontare la fondazione del loro Impero a più di trecento anni al di là del Diluvio, e quindi l'antichità di questo popolo assai più oltre l'epoca in cui le opinioni odierne fissano la creazione dell'universo, e la struttura originaria del primo Essere umano (Ved. Lenglet Meth. d'étudier l'Hyst. et Beyeri. Mem. Hist. Crit. Libror. rarior. pag. 171). E da que' pochi frammenti che ci restarono del Manethone, prete Egiziano, e della Genealogia, o successione de' Re di Egitto, trasmessaci da Erodoto, l'origine degli Egizj, e la fondazione del loro regno è portata oltre mille anni al di là di tutte le più lontane epoche della Creazione, se prescindere vogliamo però da quella degli Assirj, degli Etiopi, de' Sciti, de' Frigiani, e de' già riportati Chinesi, che vanno tutti molto più lungi nell'antichità; ed alcuni rinomati autori parimenti dettero al primo Zoroastro novemila anni di antichità, ed altrettanti a' suoi Persiani. Ma la venerazione intima che nutriamo per l'ammirabile Codice Mosaico ci costringe ad abbandonare interamente una simile questione, che parrebbe in qualche modo cospirare a rendere apocrifa la Genesi, che ne forma parte, e così ammettendo soltanto per autentico ciò che trasmesso ci venne da Mosè, noi riguardiamo tutte le altre opinioni come assurde, affatto destituite di base, e di ragione.
[(2)] Vari Scrittori d'altronde accreditati, ed Erodoto fra questi (lib. 2. cap. 14.) sostengono, con qualche asseveranza, che il nome עברים Ebrei (Nghibrim) che prendono i seguaci di Abramo, il quale è il primo che dalla Scrittura venga denominato עברי (Nghibrì) Ebreo (Gen. c. 14. v. 13.) altro propriamente non sia che un alterazione del nome Ibri, o Iberi dell'Albania, e delle varie differenti nazioni che dimoravano al di là dell'Eufrate, e delle sue rispettive sorgenti fra il mare Causpio, ed il mar Nero. Io per altro, senza diffondermi ad appugnare come falsa, nè ad ammettere come probabile la presunta etimologia di simile vocabolo, mi contenterò di accennare solo di slancio, che i Commentatori Ebrei ne fissano la derivazione radicale dal verbo ebraico עבר (nghabar) che significa passare, riferendo al passaggio che fece Abramo dal fiume Eufrate partendo dalla Palestina sua patria per trasferirsi nella Mesopotamia, e di là rendersi nel paese di Canaan; ed alcuni altri ne ripetono l'etimologia da Heber figlio di Schem da cui Abramo discendeva in linea diretta.
Ma ciò che riesce presso che impossibile di conciliare coll'Istoria si è l'epoca dello stabilimento del rito della Circoncisione, mentre tutti i più sottili investigatori dell'antichità si fanno, d'accordo, a sostenere che gli Egizj, gli Etiopi, ed i Colchi, nazioni che l'istoria ci dimostra già esistenti nel secolo di Abramo, furono gl'inventori di questo Rito, Pudenda circumcidebant a principio, dice Erodoto, parlando di esse (in Euter. p. 127.). Diodoro di Sicilia è del medesimo parere (lib. 1. p. 24.) e lo stesso Filone, la cui autorità in questa parte non può essere in verun modo sospetta, sembra esso pure convenirne (Phil. de Circumcis. pag. 10.). Ed i Critici ritrovano che Geremia colloca gli Egizj alla testa di tutti i Circoncisi (Visitabo super omnem qui circumcisum habet præputium, super Ægyptum, et super Judam, et super Ædom, et super Ammon, et super Moab. Jerem. cap. 9. ver. 24. 25.). Dal che molti vogliono inferire che questa ceremonia Rituale fosse già conosciuta, e praticata sopra quasi tutta la terra, quando il Patriarca Ebreo cominciò, per Divina prescrizione, a metterla in voga fra i suoi (Gen. cap. 17. v. 11.): il P. Accosta ritrovò degl'indizj di questo Rito nel Messico, siccome ancora Pietro Martire nel Jugatan, Oviedo, Pisone, Gumilla e alcuni altri ne ritrovarono essi pure delle traccie ne' paesi i più lontani e nella più remota antichità.
Pensino i critici come loro piace, ma frattanto tutte le umane opinioni debbono per sempre tacere in faccia della Scrittura, la quale sola può determinare ogni nostro sentimento, e che può con sicurezza guidarci nell'ameno sentiero della verità.
[(3)] Quanto non si rende mai contraddittoria alla ragione, ed oltraggiante alla verità l'origine primitiva donde Tacito fa scaturire seriosamente il Popolo Ebreo? E tanto dobbiamo più sorprendercene quanto che è il rispettabile Tacito che parla (Hist. lib. V.). Essa non trae forse sorgente che dalle calunnie acerrime, che i Fenicj, gli Egizj, e varie nazioni Greche persecutrici di questo Popolo gli affibbiavano incessantemente (Jos. contr. App. 5.) Ma questo dotto Istorico, per altro, prima di avvalorare quelle favole vituperose, e impertinenti delle quali si serve per denigrarlo, avrebbe dovuto riflettere che l'origine degli ebrei poco, o nulla differire dovea da quella di tutte le altre colonie che le prime popolarono le diverse regioni della terra conosciuta (poscia divenute nazioni nel progresso de' tempi) poichè lo stato selvaggio essendo per la società umana di allora uniforme all'indole di essa, e comune ad ogni vivente, ne viene per immediata conseguenza, che il carattere intimo di tutti gli esseri umani dovea essere per sua nature indifferentemente omogeneo in ogni parte; e chiunque versato anche mediocremente nell'Istoria antica può riconoscere a sufficienza la pretta verità dimostrata di quanto sostenghiamo, e quindi rilevare ad un tempo medesimo il paradosso enorme in cui precipitano quelli che malignamente opinano in contrario.
CAPITOLO II.
Della Religione professata, secondo le apparenze, da' tre primi Patriarchi fondatori dell'Ebreismo.
Nel modo che l'originario nascimento del Popolo Ebreo, osservammo essere identico, e comune in ogni senso con quello di tutte le selvaggie caterve che popolarono le prime inospite regioni del globo terracqueo, così dovettero essere appunto egualmente uniformi i principj di Religione conosciuti dall'uno, colle massime di credere praticate dalle altre; cioè una stupida grossolana idolatria degli astri, della terra, degli elementi, Culto, che secondo l'opinione univocamente sostenuta da' più classici Scrittori dell'antichità, si introdusse nel mondo appena cominciò questo a popolarsi di un discreto numero d'individui, il declivio de' quali dee verosimilmente avere cominciato a trascinarli all'adorazione della creatura, pratica che non dovette in origine conoscere altro disegno fondamentale fuori di quello di perpetuare, con tal mezzo, sopra la terra la reminiscenza di quegli uomini che più si erano distinti durante la loro vita nella società, per costumi edificanti, e per azioni; ma che resero ciecamente latrìa nel progresso de' tempi colla rappresentazione visibile de' simulacri che gl'indicavano; invenzione che il sentimento generale de' dotti fa trarre la primitiva sorgente da Serug avo di Thare [(4)].
In tale guisa, dunque i popoli stupidi, e grossolani di que' primi secoli degenerando insensibilmente dalla semplicità delle materiali rappresentazioni primitive instituite da Serug, essi portarono le cose a degli eccessi oltremodo stravaganti, e criminosi; essi opinarono di ravvisare il prototipo genuino della Divinità nell'opera umana, e così pervennero a confondere ciecamente il creatore colla creatura e quindi l'adorazione profonda che a quello si compete, coll'omaggio meramente rispettoso che esigevasi da questa. Ecco, in una parola, la vera, e l'unica sorgente dell'idolatria, ed ecco l'immediata origine fatale donde provenne quelli affluenza incalcolabile di Dei che ogni popolo, ogni orda, ogni nazione si è poscia bizzarramente formati a capriccio de' suoi propri direttori, anche ne' tempi assai più recenti, e da' popoli presso i quali lo sviluppo della ragione, e la coltura dello spirito umano erano ascese all'apice massimo della perfezione [(5)].
Egli è appunto dal fatal centro stesso di questo vortice immenso di mostruose superstizioni ognora rinascenti fra gl'insensati iconolatri di que' remoti Secoli che sorgere si vide Abramo figlio di Thare, adoratore, e fabbricatore d'idoli; mestiere, come si vide, che gli apparteneva in retaggio di famiglia; ma le massime ovunque dominanti delle quali dee essere stato esso ancora imbevuto ne' primi anni della sua fanciullezza, lo renderono infetto, così pure, dello stesso malore che attaccava tutta la Specie umana de' suoi tempi, nè abbandonato si vide da questo deplorabile smarrimento fino a tanto che rischiarata la mente coll'efficace influenza della Divina vocazione, egli si dedicò a combattere apertamente il culto idolatra, di cui già cominciava a conoscere l'assurdo e il nocumento, e fattosi l'inconoclasta de' propri idoli di suo padre, ne fece tosto sensibilmente conoscere al mondo la ridicolezza, il pericolo, e l'inganno [(6)].
In quanto poi alle interminabili discordanti questioni che si agitano fra i Rabbini ad oggetto di definire l'età che Abramo avea nel tempo dell'avvenimento sorprendente della sua nuova conversione, poco, o nulla quì ci cale investigare; lo scopo nostro, sovra di ogni altro interessante, è soltanto quello di conoscerla meramente, e di esserne con positiva certezza assicurati, onde potere da quest'epoca fondare, con esatta cognizione di causa, l'infallibile nascimento primordiale del Popolo d'Israel, non meno che la fausta origine della consolante credenza del medesimo [(7)].
Rischiarato che fu così l'intendimento di Abramo dal fulgido lume di grazia, e fattosi degno della Divina predilezione, in preferenza di ogni altro umano individuo esistente allora sopra la terra, il primo comando impostogli dall'Essere Supremo, che intuitivamente gli apparve, fu quello di recidersi il prepuzio nella provetta età di 99. anni in cui trovavasi nell'epoca di tale prescrizione, ingiungendoli, nel tempo medesimo, di ripetere la stessa uniforme operazione con tutti i maschi aderenti alla propria sue famiglia, stabilendo per precetto inviolabile, in perpetuità di tutti i secoli, che all'avvenire ogni fanciullo nato dalla sua discendenza. dovea essere circonciso nell'età di otto giorni, sotto comminatoria fulminante di eterna dannazione a' trasgressori [(8)]. Tale marca indelebile dovea formare la base inconcussa, eterna, e radicale del nuovo patto di alleanza che Dio ha vincolato con Abramo dopo di averlo colmato di benedizioni, di favori, e di speranze, assicurandolo di moltiplicare prodigiosamente la sua stirpe, di proteggerla in preferenza di ogni altra, di renderla potente sulla terra, e di farne un lignaggio distinto, e prediletto, a cui tutti gli altri sarebbero sommessi, e tributarj in perpetuità di tutti i secoli: Et ponam te in gentibus, Regesque ex te egredientur etc. Daboque tibi, et semini tuo terram peregrinationis tuae, et omnem terram chanaam in possessionem Aeternam, eroque Deus eorum [(A)]. Promesse che furono da Dio medesimo reiterate progressivamente a' due altri Patriarchi dell'Ebreismo, al di lui figlio Isaak, ed al suo nipote Jacob che ne successero [(9)].
Or prescindendo dalle ristrette ingiunzioni che Dio fece a Noè posteriormente al Diluvio, le quali si riducevano in massima a quelle medesime prescrizioni che impone la natura ad ogni essere umano [(10)]; non ritrovandosi altro comando fino a quest'epoca espresso nella Scrittura fuorchè l'osservanza della Circoncisione ordinata da Dio ad Abramo, e da questi passato, in forze della stessa prescrizione, a' suoi posteri, può, senza mistero, inferirsi ad evidenza, quale essere dovesse fino allora l'intima Religione professata da' tre primi Patriarchi; religione, ad ogni esperimento la più tersa, la più omogenea alle circostanze de' tempi, all'indole integerrima di que' pacifici viventi, circoscritti ne' loro bisogni, dediti alla vita laboriosa, e frugale, nulla curiosi, od interessati di conoscere, od analizzare le occulte cagioni del loro credere, ed alieni dagli affanni laceranti che cagionano per l'ordinario le questioni, e le brighe religiose, tranquilli adoravano l'autore della natura, della cui Provvidenza gustavano i benefici effetti senza odiarsi nè perseguitarsi, e senza timore di essere sorpresi dall'errore, o combattuti dalla religione, o maniera di credere opposta del più forte. Ma le generazioni che ne successero poco soddisfatte dell'incorrotta semplicità di sì fatta edificante credenza, ben lontano dal seguitare le medesime vestigia de' primi loro Institutori, in vece di coltivare lo stesso metodo infallibile di essi, e il sano loro culto, vollero sottilizzare l'uno, approfondire le altre, nella, fiducia illusoria di giugnere a scoprirne fin la sorgente, ed a scapito enorme della ragione finirono tutte quante brancolando fra le tenebre dell'ignoranza col credere ciecamente anche sugli articoli che agli antichi era permesso di conoscere con evidenza. Ma i Capitoli susseguenti vieppiù rischiareranno il nostro assunto, e ad un tempo medesimo dimostreranno sensibilmente quale notabile passo retrogrado ha fatto la consolante Religione di Abramo, a misura che i suoi travviati successori avvanzavano cammino, vanamente lusingati di perfezionarla.
[(4)] Presso che tutti gli Scrittori critici antichi si uniformano a rapportare l'origine di questo pernicioso errore a' tempi di Serug Avo di Thare; Eusebio, Suida, Epifanio, Abulfarage, ed alcuni altri sostengono essere stato esso l'inventore del culto delle immagini consecrate alla memoria degli uomini morti in concetto di saggi, virtuosi, e benefici. Per altro, se lo scopo che si prefissero in origine Serug, e i suoi contemporanei si fosse intatto conservato da' Posteri, quello, sarebbe stato per qualche parte commendevole, giacchè non è da supporsi che gli omaqgj, che questi prestavano a tali muti, e insensibili simulacri, eccedessero i limiti circoscritti de' semplici rispetti umani, e in questo solo senso la pratica non potea essere certamente nè più efficace, nè più ovvia al felice progresso dell'emulazione, onde accrescere col mezzo di essa il numero degli individui benemeriti della loro specie: ma il miscuglio complicato, e informe delle superstizioni esecrabili che il delirio umano v'intruse successivamente, alterò da colmo a fondo l'antica purità di questa edificatoria instituzione.
[(5)] Era sì abbondante il numero delle Divinità conosciute, ed adorate dal Paganesimo, e dall'antica Roma, che Petronio parlando di questa in cui esso abitava, dice che l'affluenza degli Altari che ovunque vi si erigevano per servizio delle medesime, sorpassava di gran lunga la quantità delle case di abitazione de' cittadini, e quindi era molto più facile d'incontrare per le vie di Roma un Dio di un uomo: Utique nostra Regio, tam præsentibus plena est numinibus, ut facilius possit Deum, quam hominem invenire (Petr. lib. IV.). — (Ved. l'ann. 40. del T. I. delle Note Campestri pag. 112.).
[(6)] I Dottori ebrei e fra questi Rab Ada (nel suo Berescith Rabah cap. 38.) narra che Abramo, nell'intervallo intermediario della sua conversione, incaricato dal di lui padre di accudire allo smercio delle proprie statue, durante una sua breve assenza, presentatosegli un giorno certo individuo col disegno di farne acquisto Abramo l'interrogò quanti anni avesse: cinquanta, rispose l'Acquirente averne; sventurato che tu sei! Esclamò Abramo allora, nell'età di 50. anni tu adori ciecamente un essere che non ha che un solo giorno? Questo rimprovero coprì talmente di confusione, e di pentimento il compratore, ch'egli se ne partì mesto, e sbigottito, senza potere più articolare parola; indi Abramo presa un accetta fra le sue mani ha in un istante spezzate tutte le immagini affidategli dal genitore per procurarne la vendita, illudendo ad un tempo medesimo argutamente la stupida credulità di suo padre con un artifizio idoneo a giustificare la di lui propria condotta rapporto a' simulacri, e a disingannare insieme Thare dell'inventato errore in cui vivea da lungo tempo miseramente sepolto.
[(7)] Quale nuova interessante utilità sarà mai per risultarci, in alcuna maniera, dopo che noi saremo pervenuti ad assicurarci che la conversione di Abramo avvenne l'anno 48. di sua età come opinano R. Johanan, R. Haninah, ed il Maimonide (Yad Hazakah lib. 1. p. 1.) ovvero se esso non avea solo che 3. anni quando cominciò ad acquisire la precisa cognizione del suo Eterno Creatore, siccome il Talmudista Bar Abah lo sostiene con gran forza (Massehet Nedarim cap. 32. § 1.) e R. Elighezer fermamente lo pretende? (Pirké Avoth c. 26.) R. Lakis fonda questo medesimo sentimento sulla combinazione che offre la parola עקב (nghekeb) riportata nella Genesi (cap. 26 v. 5.) Eo quod obedierit Abraham voci meæ &c., quale avverbio numera 172. la vita di Abramo fu di anni 175. quindi esso pretende con simile induzione d'inferire che 3 soli anni visse il Patriarca nelle tenebre della Pagana idolatria. Il R. Simeon Bar Zemah nella prefazione della di lui Opera Maghen Avoth si sforza di conciliare queste due opinioni, malgrado ch'esse fossero sì disparate. Ma comunque siasi, niente di più oscuro, e inconseguente al caso nostro di sì fatte inutili controversie, tutto che da ogni parte fervidamente sostenute; e siccome di tali sottigliezze se ne trovano ad ogni tratto in profusione considerabile presso i Rabbini, noi riguardiamo come un tempo affatto perduto il fermarcisi un solo istante a discuterne il valore, quindi è che noi passiamo sopra a tutte quante.
[(8)] Moltiplici sono le opinioni che dividono gli autori e antichi e recenti per rapporto al conoscere i veri motivi di questa Rituale Instituzione, con tanta urgenza comandata dallo steso Dio ad Abramo (Gen. cap. 17. v. 11. 12. 13. 14.) benchè, d'altronde, nella mente de' critici, già ovunque conosciuta, e praticata, come osservammo, non è che un istante, dalla massima parte delle antiche popolazioni. V'ha chi pretende che quella avesse per iscopo unicamente la sanità; molti le supposero utile, e in certo modo conferente alla propagazione; ed altri la credettero ancora una semplice marca distintiva per eccettuare l'ebreo da' falsi credenti, e dalle numerose idolatre Nazioni delle quali era, ingombro tutto il mondo conosciuto a que' tempi; ma la materia è così per se medesima confusa, e impercettibile, che tutte le ricerche fatte da' dotti di qualunque regione, e di ogni secolo affine d'investigare l'origine, e le cause di questo segno, non servirono, molto sovente, che a convincercene dell'inutilità delle loro fatiche, ed a fornirci de' motivi efficaci onde sospendere interamente i nostri giudizj per rapporto a questo assunto, come pur troppo ci troviamo ridotti a simil caso tutte le volte che siamo costretti a brancolare nella folta caligine del mondo antico ad oggetto di rinvenire quelle verità ch'esso racchiude.
I Mussulmani recidono il prepuzio a' loro maschi appena giunti a' 13. anni, tale essendo l'età che nel momento di simile comando avea Ismael figlio di Abramo, da cui i Maomettani si dicono discendere.
[(A)] Gen. Cap. 17. v. 6. 7. 8.
[(9)] Alcuni pensatori miscredenti abituati a sottilizzare, senza ritegno, tutto ciò che loro offre nuove idee onde alimentare i loro strani principj, si lanciano furiosamente contro questo passo di Scrittura, e vi oppongono delle acerrime obbiezioni: essi rimarcano primieramente che a fronte di tutte le promesse garantite da Dio a' tre primi Patriarchi in favore della loro posterità, non vi fu mai popolo al mondo che fosse più maltrattato dell'Ebreo, anche ne' suoi felici tempi ne' quali miravasi guidato, ed assistito dal suo Divino Protettore; osservano, in secondo luogo, che lo stato d'inopia, e di objezione, in cui ha sempre questo popolo gemuto, quì schiavo, tributario colà, errante ovunque, non sembra certamente presagire l'impero dell'universo, ed il dominio delle Nazioni che Dio avea per tante volte assicurato agli Avi suoi; mentre Abramo il padre di esso, e il fondatore di sua credenza, malgrado la potenze, e le dovizie che la Genesi gli attribuisce; non solo non era frattanto possessore di un palmo di terreno suo proprio, essendo stato costretto di comprare una caverna da Efron per 400. sicli (1280 lire di francia, calcolata il siclo lire 3. 4 l'uno) onde seppellire l'estinta Sara sua Consorte; che non solo il di lui figlio Isaak fu sempre costretto ad abitare le terre altrui per esserne mancante delle sue proprie, e che Jacob l'ultimo de' Patriarchi fece il cameriere 14. anni per conseguire in maritaggio la figlia di Labano; ma che in terzo luogo finalmente tutta l'estensione della rinomata terra promessa non eccedeva 53. leghe di lunghezza, che non giunse mai questo popolo a possedere tranquillamente un lungo periodo di anni; e che a' tempi della sua massima grandezza, e de' tanto decantati fasti di David, e di Salomone il dominio di questi (si osa temerariamente sostenere) non oltrepassava 70. leghe di lunghezza, sopra 50. di larghezza, checchè il libro de' Re asserisca, in contrario, che il dominio di Salomone specialmente estendevasi dall'Eufrate fino alla estremità del mediterraneo.
Egli è dunque così che opinano inconsideratamente certi filosofi stravaganti contro l'oracolo ineffabile delle scritture, ma senza arrestarci quì a combattere simili invettive destituite affatto di verità, e di buon senso, noi ci contenteremo soltanto di commiserare i loro deplorabili travviamenti che ad essi tolgono l'adito di conoscere che gli imperscrutabili disegni dell'Eterno fatti certamente non sono per la frale intelligenza dell'uomo.
[(10)] Queste prescrizioni (dette altrimenti precetti Noakiti) sono quelle che si pretende essere state date da Dio ad Adamo, ed a Noè. Questi precetti dunque (i quali altro non contengono che le instituzioni medesime racchiuse nel codice della natura, e di cui la pratica si rende indispensabile per tutti gli uomini) sono in numero di sette: il 1. vieta l'idolatria, il 2. impone l'obbligo di benedire il nome di Dio; il 3. vieta l'omicidio; il 4. condanna l'adulterio, e l'incesto; il 5. vieta il furto; il 6. impone di fare giustizia; il 7. vieta di mangiare carne recisa dall'animale vivente (ved. Ghem. Babyil. Tit. Sanhed. cap. 1. 4.).
CAPITOLO III.
Ricerche sulla Religione imposta all'antico Popolo Ebreo dal suo legislatore Mosè, basata sopra i 613 precetti comandati da esso nel di lui proclamato Pentateuco, 248 de' quali sono detti affermativi, e 365 negativi.
Tutto era mentale fino a' tempi di Mosè presso gli antichi Ebrei, tutto meramente contemplativo, e le loro Religione era sì semplice, sì metodica, e sì sublime, quanto lo erano appunto i loro costumi, intimamente penetrati dell'Esistenza di un Opifice Sommo Creatore, di cui miravano ad ogn'istante la visuale testimonianza irrefragabile nello spettacolo sorprendente dell'universo, e di ciascuna delle ammirabili sue parti, soddisfatti restavano unicamente di adorarlo, e di compiere a vicenda quegli umani doveri, che ad un essere terrigeno impone la Natura.
Ma una situazione sì edificante di purità, e d'innocenza fu bene precaria, e di fugace durazione per questi primi venturati credenti; gli arcani impenetrabili del Dio de' loro padri conducendo la ristretta famiglia dell'ultimo de' Patriarchi ad abitare sulle sponde del Nilo [(11)], le fecero pagare un giorno a caro prezzo il grato trasporto di mirare uno de' propri suoi figli elevato alla sovranità di quello stato, dividerne il Regal soglio, lo Scettro, ed il diadema col Monarca legittimo di esso; l'Egitto divenne quindi in breve spazio di tempo la vulcanea fucina inestinguibile in cui furono costrutte le aggravanti barbare catene che per il lungo periodo di oltre quattrocent'anni trascinarono miseramente i posteri di Jacob che ne discesero [(12)].
In sì fatto lagrimevole intervallo di tenace schiavitù, e di vessazioni rinascenti ad ognora in mille foggie differenti, quest'abbattuto lignaggio più non riconobbe se stesso, lo smarrimento s'impossessò di lui a segno tale che più esso non distinse nè l'origine sua, nè giammai più rinvenne il semplice Culto esimio trasmessogli da' suoi venerabili predecessori, ma confusamente condannato a languire sotto il giogo fetale del barbaro Egiziano ne sentì la fierezza, ne apprese i costumi, ne seguitò le pratiche superstiziose, ed il culto ridicolo, e bizzarro di quest'araba progenie, venne frattanto da que' derelitti avanzi d'Israel ciecamente sostituito alla tersa, ed alla sana religione de' suoi primi patriarchi fondatori [(13)].
Tale era dunque la triste condizione dell'Israelismo, allorchè Dio spiegando la sua ineffabile clemenza in favore di questa popolazione oppressa, e sconsolata, volle compiere con essa ciò che avea fatto sperare a' benemeriti suoi progenitori ne' tempi andati, e la sua sorte crudele dovea cambiarsi. Mosè (a cui Dio manifesti rese i suoi alti prodigj essendo ancora nelle fascie) prediletto rampollo della tribù di Levi, fu destinato l'organo esecutore degli eterni Decreti; egli affrettossi a compierli, senza ritegno: il terribile Egitto che premeditava farsene la tomba, dovette abbandonare con ignominia la preda che avvinta gemea, da tempo immemorabile, fra i barbari suoi lacci; e così lo schiavo Israel dopo di avere soffocata fino la speranza di un solido, e durabile conforto a' suoi tormenti, e di una lieta risorsa, al di lui avvilimento, vide frangere per la prima volta le infamanti sue catene, Israel si vide libero.
Ma tutto che oltremodo venturata riuscisse per lui questa metamorfosi repentina, quello non era tuttavia frattanto che una banda immensa profuga, ed errante per inospiti deserti alla quale mancavano ancora, e domicilio, e leggi, onde prendere fondatamente il sostenuto carattere di Popolo. Il suolo Cananeo dunque fu quello che venne ad esso decretato per retaggio, in forza della promessa fatta già da Dio a' Patriarchi, ed il suo conduttore Mosè fu destinato il promulgatore degli statuti, e delle leggi che l'Essere Supremo volle proclamare in mezzo di questi nuovi Liberti [(14)].
Egli è in mezzo de' prodigj sorprendenti, dopo i moltiplici altri di tal fatta che solennemente ci decanta la Scrittura, operati dallo stesso Mosè collo stupore universale, e in Egitto, e altrove in favore del Popolo di cui era esso la guida, ed il sostegno, ch'egli proclamò la nuova legge di grazia che lo stesso Dio dell'universo dettogli sul tremendo Sinaj [(15)].
Le assidue cure, e l'applicazione costante che richiedeva l'esatta osservanza del nuovo sacro Codice legislativo che era al medesimo imposto, astrinse questo popolo a derogare l'esimia semplicità della prisca Religione de' suoi benemeriti antenati, ed egli si vide allora aggravato dal peso di una soma che dovea necessariamente debilitare le proprie forze, almeno fino a tanto ch'egli avesse contratta l'abitudine di sopportarlo. Ben tutt'altro che i sette semplici Precetti ricavati dal Codice della natura conosciuti, e seguitati da' Noakiti, e la circoncisione de' maschi comandata da Dio ad Abramo; il nuovo patto di alleanza proclamato col ministero di Mosè li fece ascendere al numero di 613 de' quali 365 furono detti Precetti negativi, cioè portanti divieto di esecuzione; e 248 chiamati Precetti affermativi, cioè, imponenti obbligo di esecuzione [(16)].
Egli è dunque sopra queste basi fondamentali che Mosè, per Divino comando, eresse l'edifizio immenso del Culto che praticò egli stesso (per quanto ci è noto) ed il Codice della nuova Religione di cui si prefisse d'instruire il Popolo Ebreo de' suoi tempi; e sebbene questa più allora non fosse quella medesima credenza già esercitata da' primi circoncisi de' secoli decorsi, nulla ostante la osservanza che imponevasi da essa a questi nuovi credenti, non dovea riuscire loro neppure molto aggravante, se si riflette (come nel capitolo seguente mi dispongo a renderlo più espresso) che non tutto l'intero popolo ebreo era astretto di osservare, in complesso, la totalità de' precetti che racchiudeva la nuova legge, mentre una gran parte de' quali rapportandosi a' Leviti, le loro cerimonie, le loro ispezioni, i loro Riti ec.; l'altra incumbendo i Sacerdoti addetti al servizio dell'Altare, le loro purificazioni, i loro abbigliamenti, i loro uffizj ec., il resto del popolo che non apparteneva nè al lignaggio degli uni, nè alla discendenza degli altri, non era in dovere che di conoscergli meramente, senza ingerirsi nella benchè minima parte nell'osservanza di simili precetti, ciò che semplificava non solo considerabilmente il culto, ma ne dispensava una gran parte da tante pratiche obbligatorie, presso che inutili, o almeno superflue, e sempre malagevoli a compiere con esattezza, e precisione.
A che dunque riducevasi in massima la religione professata dal complesso dell'Ebreismo dopo la discesa di Mosè dalla prodigiosa vetta di Sinaj? Apparentemente per certo a quella sola adottata da Noè, e da Abramo, ed al semplice Decalogo unicamente; perchè le tavole portate seco lui dalla sua eccelsa missione altro certamente non contenevano; e siccome questa non abbraccia che i soli dieci Comandamenti, così alcuni si fecero ad opinare, che Dio, per anticipazione, dettasse a Mosè verbalmente, durante la sua dimora di 40 giorni sul testè accennato monte, l'intero Pentateuco unitamente a tutti i 613 simbolici Precetti che misteriosamente vi si racchiudono [(17)]; fra i quali erano parimente compresi que' sette antecedentemente conosciuti, siccome ancora le varie prescrizioni comandate al Popolo ebreo alcuni giorni avanti la sua liberazione dalla cattività dell'Egitto, risguardanti l'osservanza della Pasqua delle Azzime, i sacrifizj, e le cerimonie che doveansi necessariamente annettere alla medesima; ed altri sostengono ancora che la quantità menzionata di precetti fosse da Dio comunicata interpolatamente a Mosè, a varie differenti riprese; ed a misura che l'opportunità, e le circostanze lo esigevano.
In quale idioma poi l'Essere Supremo si manifestasse al legislatore Mosè, e quale linguaggio usasse questi, parlando al Popolo che prefiggevasi d'instruire, questo è ciò che i critici mettono al solito in forti, e interminabili questioni, e che noi non abbiamo interesse di approfondire, o discutere [(18)]; solo ci basta di potere assicurare con ogni fondamento che questo Codice, sia che fosse conferito secondo il pensiere degli uni, sia che comunicato venisse conforme l'opinione degli altri, quello fu la solo base frattanto sulla quale venne in seguito eretta la Religione ammessa, coltivata, e sostenuta da tutte le 12 Tribù d'Israel, da' tempi di Mosè che ne fu il Promulgatore, fino all'estrema caduta di Gerosolima, ed alla dispersione totale del Popolo ebreo, cui può da essa unicamente annoverare la folla immensa di smarrimenti deplorabili a' quali soggiacque in conseguenza della fatale degenerazione dell'ammirabile sua credenza primitiva, nella guisa che dovremo con reiterata menzione rimarcarlo noi stessi ne' seguenti Capitoli di quest'Opera.
[(11)] Per quanto ci narra la Scrittura, tutti quelli che seguitarono Jacob nell'Egitto appartenenti alla di lui propria famiglia montavano a 70. individui, compresovi Giuseppe che già vi esisteva come Sovrano di quello Stato, e i due figli che vi avea esso avuti (Exod. cap. 1. v. 5.)
[(12)] Alcuni Autori pretendono, ed io non saprei sopra quale base fondano le loro asserzioni, che tutto il tempo in cui il popolo Ebreo restò schiavo fra i terribili ceppi dell'Egitto non oltrepassasse gli anni 200. ma i Talmudisti uniti a tutti gli Scrittori i più accreditati di questa Nazione, appoggiati sull'oracolo infallibile dalla Scrittura insistono su' quattrocento e trent'anni: habitatio autem filiorum Israel, qua manserunt in Ægypto, fuit quadrigentorum triginta annorum (Exod. cap. 12. v. 40.)
[(13)] Tutte le dimostrazioni con le quali si sforzano i Rabbini di provarci che la primitiva Religione si è per lungo tempo conservata nella posterità di Jacob, anche fra le catene egiziane, non formeranno mai un indizio, se non positivo almeno verosimile, idoneo a convincerci, che durante la lunga cattività di questo popolo in Egitto potess'egli esercitare a rigore il culto già introdotto e praticato da' primi suoi Padri, e ciò è tanto improbabile, quanto che non solo apparisce dalla stessa Scrittura che molti anni avanti, Giuseppe avea già adottate presso che tutte le massime superstiziose dell'Egitto, facendo mangiare i Suoi fratelli, all'epoca della sua recognizione co' medesimi, in altra mensa fuori che nella sua, e parlando loro col mezzo dell'interprete (benchè v'ha chi sostiene che ciò facesse, per non palesarsi ad essi intelligente dell'ebraico idioma, che gli Egizj ignoravano). Siccome era l'uso degli Egizj, i quali aveano in orrore tutti quelli che non appartenevano alla loro nazione, e si reputavano immondi mangiando seco loro; ma non ritrovasi altresì fatto nella medesima Scrittura cenno, di sorte alcuna, che ne' 4. e più secoli di schiavitù a cui soggiacquero gli ebrei nell'estensione degli stati Egiziani, mantenessero ancora intatto, non solo il rito importante della Circoncisione, ma nè pure le antiche instituzioni di natura che, come osservammo, si credono conosciute, e praticate da Noè, e da tutti i suoi contemporanei, non meno che degli altri Patriarchi dell'Israelismo che ne vennero appresso.
[(14)] Non essendo mio scopo di farmi quì rapportatore di tutto ciò che avvenne e questo popolo negli spazj intermediari decorsi, fra la sua cattività, e la sua liberazione, e degl'incontri, e delle querele ch'esso ebbe durante la sua lunga dimora nel deserto con altre simili popolazioni che gli contendevano il paesaggio, fino alla definitiva occupazione della terra promessa, ed alle fausta promulgazione della Legge scritta: io passo rapidamente sopra tutti questi aneddoti, e solo mi arresto di proposito all'ultima, perchè forma onninamente il soggetto unico, e principale di tutte le ricerche, e gli assunti racchiusi nella progressione successiva di quest'Opera.
[(15)] Chiunque versato nella mitologia della prisca età del mondo può ad evidenza conoscere come gli antichi Arabi furono gli inventori di molte favole, e bizzarre allegorie le quali, nella progressione de' tempi, acquistarono voga presso una gran parte degli antichi popoli della terra. Fra le innumerabili altre che quelli hanno immaginato, può annoverarsi l'Istoria dell'antico Bacco, che supponevano molto anteriore al tempo in cui gli ebrei fissano l'esistenza di Mosè. Questo Bacco dunque, nato nell'Arabia, avea scritte lo sue leggi sopra due tavole di pietra; si chiamò Misem, gli Arabi lo dicono salvato dalle acque, e tale è la genuina significazione egiziaca di questo nome; esso avea una bacchetta colla quale operava delle gesta sorprendenti; questa verga si trasformava in serpente quando ei volea; raccontano parimente che questo Misem passò il mare rosso a piede asciutto alla testa della sua armata, esso divise le acque dell'Oronte, e dell'Idaspe, e le sospese a diritta, ed a sinistra; una colonna di fuoco rischiarava i passi della di lui armata durante la notte. Questa favola era si antica che molti Scrittori de' primi secoli del cristianesimo supposero che questo Misem, questo Bacco fosse Noè. Or può egli mai ritrovarsi una rassomiglianza più prossima di quella che si scorge tra Bacco, e Mosè, fra le gesta, le circostanze, e il nome del falso Dio Egizio, e i portenti, le operazioni, e il nome stesso del Legislatore ebreo? Io non oso approfondire di soverchio tale odibile confronto; lascio a' filosofi perspicaci, a' mitologici, ed agl'intelligenti le indagini più vaste, e più analitiche di un assunto sì arduo, e stravagante, e abbandonando gli increduli in preda al loro delirio, io preferirò sempre frattanto un eccelso Ministro del Dio di verità a quelli che non lo sono che dell'errore e della menzogna.
[(16)] Fossero quì terminati almeno gli essenziali doveri dell'ebreo, il compimento non ne riuscirebbe sì malagevole ad eseguirsi, massimo oggi che la situazione di questo popolo cotanto differente essendo da quella in cui era a' tempi di Mosè (come a luogo più opportuno mi farò a dimostrarlo) egli si troverebbe dispensato dall'osservanza delle nove decime parti almeno di simili Precetti: ma e quale vantaggio di vedersi da una parte attualmente alleggerito di una affluente quantità di pratiche e cerimonie, s'egli trovasi dall'altra eccessivamente aggravato di altrettante che gl'imposero le glose, le parafrasi, e i commenti? (Ved. la [Nota 21.] susseguente) Io rifletto che non avea in questa parte tutto il torto S. Pietro allorchè dicea; che il giogo della Legge era sì opprimente (e notisi che a' tempi di Pietro nè la Misnà, nè il Talmud erano tuttavia comparsi al giorno) che nè quelli della sua età, nè i loro progenitori avevano potuto sostenerlo: Nunc ergo quid tentatis Deum imponere jugum super cervicem discipulorum quod neque patris nostri, necque nos portare potuimus, Act. ch. 15. v. 10.
[(17)] I Rabbini attribuiscono a questo numero un allusione assai curiosa, secondo il solito a praticarsi da' medesimi; essi dunque pretendono che il corpo umano comprenda altrettante parti differenti quanta è la somma de' precetti che Mosè avea prescritti. I 248. affermativi rapportansi alla somma equabile de' membri esistenti nel corpo dell'uomo; ed i 365. negativi corrispondono al numero de' nervi che nelle varie sue parti esso contiene. Io me ne rapporto agli anatomici, a' quali solo appartiene il decidere, con piena cognizione di causa, se questo calcolo è per se medesimo esatto.
[(18)] Tra le tante male fondate ragioni sulle quali varj critici increduli pretendono appoggiare le obiezioni che oppongono contro l'opinione ricevuta generalmente che Dio abbia parlato in ebraico a Mosè, e che questi si servisse del medesimo idioma per esternarsi al Popolo, la prima si è che Mosè venendo dell'Egitto donde avea tratti i suoi natali, dove succhiò il primo latte, ed in cui ebbe le prima educazione, instruito ne' principj, e nella cultura degli Egiziani, è molto verosimile ch'egli non dovesse parlare altra lingua fuori di quella usata in que' tempi sotto il suo Cielo natalizio, nel modo appunto che Filone lo rimarca nella Vita, e le gesta di Mosè; dal che inferiscono in ultimo, che nel tempo della promulgazione del Pentateuco, gli ebrei non essendo tutta via entrati nel paese di Canaan, nè avendo fatto ancora una pratica consumata, e sufficiente della lingua ebraica, essi non potevano in veruna maniera pervenire e capirla, e che per conseguenza quel codice scritto nel Deserto non potea esserlo che nell'Egizio dialetto, giacchè Dio, aggiungono essi arditamente, non avrebbe, per certo, comunicata la sua Legge in una lingua che riconosceva intelligibile affatto per quelli a' quali era una sì eccelsa legge conferita, e che più aveano duopo di capirla.
Queste, ed altre sì fatte opposizioni ci lanciano con fierezza i miscredenti, ad oggetto di rovesciare delle fondamenta quanto le sacre pagine appariscono garantirci, e per ismentire, senza ragione, e senza base, ciò che il suffragio univoco delle Nazioni autorizza, e conferma; noi, per altro, lasciandogli miseramente in balìa del loro fluttuante, quanto stolido scetticismo, ci permetteremo soltanto di osservare essere molto probabile, che il Pentateuco scritto da Mosè in origine ebraico, fosse tradotto in seguito nella lingua della Palestina, che altro in fatti non era, che un mero derivato del Siriaco idioma; poscia in Caldeo, in Greco, ed in Latino, e lungo tempo dopo anche in antico Gotico dialetto; in tale maniera lo pensarono parimente varj celebri Scrittori dei secoli a noi più recenti.
CAPITOLO IV.
Come tali Precetti dovrebbero essere oggi ridotti alla decima parte, mentre le 9 restanti, si dimostrano, o inopportune, attesa la cessazione dell'osservanza; od inutili, perchè variamente ripetuti; od incompatibili colle Leggi alle quali è il Popolo d'Israel attualmente subordinato.
Già noi fino al presente dimostrammo esistere sulla terra un tempo immemorabile in cui l'esercizio della Religione de' primi abitatori dell'universo, meno fastoso, più interno, meno apparente, rendeva il loro culto più esimio, più semplice, più terso, in cui i loro intimi sentimenti più liberi essendo, più chiari, e più integerrimi di ciò che lo furono, ad un tale riguardo, quelli delle progenie discendenti, non facevano ad essi considerare la Religione come un fardello eccessivamente aggravante, o insopportabile, mentre quelli tutta consistere la facevano in un ristretto numero di virtuose azioni esterne, sempre uniformi, nè soggette erano giammai ad alterarsi; convinti d'altronde fermamente che il vero culto più accetto alla Divinità, e più conferente all'Eterna salute dell'anima è soltanto quello che ha per base la virtù, che ha per sede il cuore, calcolando tutto il resto come affatto chimerico, ed accessorio, ridicolo per se stesso, pernicioso il più delle volte alla specie dell'uomo, e sempre degradante alla sua propria condizione. O tempi di felicità, e di innocenza! sareste forse voi un illusorio fantasma, parto della feconda immaginazione de' Vati? E se tali non siete, perchè mai sì fugace, ed instantaneo fu il soggiorno vostro fra i mortali? Pur troppo voi spariste allo sguardo peribile di essi, come dissipa l'Atmosfera un fummifero vapore. Ah! sono essi già esistiti que' giorni venturati per gli esseri umani, i quali alieni onninamente dalle pratiche bizzarre, e dalle futili apparenze di simulata pietà, non avevano soffocati ancora i primi germi salutari di un incontaminato culto che edifica il cuore, per abbandonarsi ciecamente alle mostruose chimere che degradano lo spirito; non vedeasi allora l'accessorio tenere le veci di principale, nè miravasi mai come fra noi confondere l'illusione col buon senso, e la Religione diventare l'oggetto speculativo del più scaltro [(19)]; non erano già i Tempj di que' sani credenti empiuti come quelli de' moderni di larve, o simulacri, nè ingombri gli altari di porfidi, di ebani, di gemme, o di squisiti metalli; nè i suoli coperti di sontuosi tappeti; non erano già dico tali arredi fastosi quelli che attraevano l'intuito religioso de' primi adoratori del Dio dell'universo; un sasso informe serviva loro di altare, ed un erema foresta era il sacro venerabile tempio in cui penetrati da un integro Divino amore, si adunavano i primi Padri della specie umana per implorare grazie dall'autore della Natura, e con illeso puro culto estollerne le glorie, propalarne i portenti, riconoscerlo, e adorarlo [(20)].
Non può certamente dubitarsi con ragione che tale in ogni senso non fosse il pretto genuino carattere della primitiva Religione, conosciuta, e praticata dalle remote società umane che cominciarono a popolare le terracquee regioni; ma siccome l'incostanza è l'appannaggio positivo, ed omogeneo di tutte le associazioni umane, e quindi ciò che da questo procede, regolarmente nella progressione de' tempi, o si corrompe, o degenera, o si altera, così appunto questo salutare primitivo stabilimento ha dovuto esso pure soggiacere alle infauste vicissitudini medesime di tanti altri, condannati a sobire la fatale sorte istessa. Chi inclinasse a fare un ristretto analisi delle Religioni che or conosciamo, sormontando col pensiero fino al primo loro nascimento, e discendendo in seguito all'epoca della propalazione delle medesime, quale mostruoso confronto non vedrebbe mai risultarne onde convincersi delle verità innegabili da noi fin quì esposte? Abbandonando le altre che ci sono indifferenti, solo arrestiamoci un breve istante sulla Religione d'Israel che ci riguarda. La Credenza degli antediluviani non era già il culto di Abramo, nel modo che la Religione conosciuta, e professata da' Patriarchi, era bene differente da quella che Mosè ordinò al Popolo ebreo nel Deserto, appena liberati dall'Egitto; e la Religione di questo è troppo lontana dall'essere quella che mirasi oggi esercitare dall'ebreismo di nostre età; sette soli precetti costituivano l'intera credenza di Hanoh, di Noè, di Shem, quali Precetti, sebbene si trovino fare parte de' 613 prescritti da Mosè nel Pentateuco, i Commentatori, non ostante, sembra che ne facciano separata menzione, denominandoli Precetti Noakiti (come già osservammo più estesamente altrove) vale a dire, di Noè, attesa l'analogìa prossima che riconoscevasi fra questi, e le leggi stesse della natura. Un solo precetto, cioè la circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro nascita, venne aggiunto alla Religione che professarono Abramo, Isaak, Jacob, e la legge di grazia che Dio comunicò a Mosè sul grande Horeb, ne fece accrescere il numero fino a 613, diversamente classificati, nel modo che frappoco noi entriamo a dimostrarlo, senza calcolare forse altrettanti che le immense tradizioni delle quali è la medesima aggravata, ingiungono all'ebreo di osservare scrupolosamente, e di cui mi riserbo a ragionare di proposito altrove [(21)].
Ma sono essi questi nuovi credenti divenuti per ciò più religiosi, più saggi? Mi si produca di grazia, uno solo fra tutti gli osservanti la nuova legge (se si eccettua Mosè per l'onore di sua missione, per l'eccelso carattere che sosteneva, e pe' favori Divini de' quali era colmato) che possa dirsi, con giustizia, più integro di Hanoh, che non soggiacque alla morte naturale, ma che fu tratto da Dio stesso fra gli esseri viventi [(A)]; uno più giusto di Noè cui Dio preferì a tutto il genere umano liberando esso, e tutto ciò che gli apparteneva, dall'orrido flagello del Diluvio universale [(22)] che unitamente alla terra sommerse tutti i suoi abitatori [(A)]? Chi più retto di Schem, che la Genesi denomina come uomo singolare fra i suoi simili [(B)]? Chi finalmente può con diritto maggiore vantare fra tutti quelli una Religione più chiara, un culto più semplice, più vero, più elevato di quello che la Scrittura ci accenna professato da' tre primi Patriarchi, i quali Dio volle per tante volte parzialmente distinguere suoi amici favoriti, e prediletti? Dal che può giustamente inferirsi non essere già il numero affluente di usi, di precetti, o di cerimonie quello che l'Essere Supremo esige dagli enti ragionevoli; nè la somma onerosa di pratiche, di doveri, e di prescrizioni sarà giammai una solida base, od una prova dimostrata della sana Religione dell'uomo, nè il deposito fondamentale del retto culto, che la terrigena creatura dee prestare al suo Eterno Creatore. Ben lontano da ciò, dimostrasi, al contrario, che la Religione tanto è più semplice, e meno complicata, tanto, e più facilmente porta seco, a indelebili caratteri, l'augusta impronta di verità, e tanto meno rincrescevole ne riesce l'osservanza; tale fu la mente irrefragabile di un Dio, prescindendo degli espliciti differenti esempi testè da noi riportati, che ne formano la prova certa, e convincente [(23)].
Il legislatore Mosè dunque, allorchè nel suo Pentateuco impose al Popolo ebreo de' suoi tempi l'osservanza di 613 Precetti, non intese certamente che questi dovessero essere intatto mantenuti complessivamente dal Popolo ebreo de' nostri secoli, di cui le circostanze, la destinazione, i costumi, la società, e i doveri sono affatto cotanto differenti da quelli ne' quali si trovavano gli antichi fautori di tale credenza; ciò che l'antiveggente Mosè non potea di proposito ignorare. Or siccome un esteso dettaglio di tutti gli accennati precetti sarebbe quello solo opera di un immenso volume, lo che distraendomi alquanto dalla serie complicata delle moltiplici altre materie importanti che quì mi accinsi di trattare, mi renderebbe di soverchio prolisso; così affine di non perdere di vista un soggetto che più di ogni altro dee interessare le nostre cure, e fare con evidenza più sensibile discernere che l'abrogazione delle nove decime parti di essi, proposta da noi come ovvia, e necessaria non è dettata che delle imponenti vicissitudini odierne di questo Popolo, noi divideremo tutti gl'indicati precetti in 3 classi; due delle quali essendo state fondatamente riconosciute da noi, od inutili, o insussistenti, non saranno che rapidamente accennate in complesso, ad oggetto di rendere con solidità maggiore dimostrato che tali sono in fatti tutti que' precetti che le racchiudono: quelli poi che compresi abbiamo nell'ultima classe, supponendo che dovrebbero essenzialmente constituire, secondo il fissato nostro sistema, la inconcussa Religione de' veri professanti la credenza di Mosè; tali precetti, dico, saranno tutti da noi riportati in dettaglio, astrazione fatta di un certo dato numero comandato replicatamente dal medesimo; e che nella guisa che noi entriamo ad osservarlo con ogni esattezza possibile, altro non vogliono inferire, che la cosa medesima riportata sotto varie, e in apparenza differenti prescrizioni.
Entrando quindi all'esame de' precetti che abbiamo disegnato appartenere all'ordine delle prima classe, questi ritroviamo ascendere in tutto al numero di 237 sparsi or quà, or là nel Pentateuco, secondo l'opportunità, l'epoca, il bisogno; cioè, 110 affermativi, o prescriventi dovere di esecuzione, e 127 negativi, o portanti divieto di esecuzione, i quali tutti avendo per iscopo o le oblazioni de' Sacerdoti, o l'abbigliamento di costume di essi, o la costituzione del tempio, degli altari, o l'acquisto, il trattamento, e la liberazione degli schiavi, o il voto di Nazzareismo o l'anno Sabbatico, e il giubileo, ovvero la distribuzione de' terreni da assegnarsi a' Leviti nell'estensione della terra promessa, e tanti altri simili oggetti del tutto indifferenti per il Popolo ebreo del nostro secolo, perchè più non esistono in verun modo, per esso lui; egli è dunque perciò che, come insussistenti, essi dovrebbero necessariamente cessare, ed è appunto per tale motivo che noi quì più non faremo di sorte alcuna ulteriore menzione.
La seconda classe poi nella quale comprendemmo que' precetti che risguardano puramente il giudiziario, il politico, l'economico, il civile, e che io ritrovo ascendere alla somma di 203; cioè 115 negativi, e 88 affermativi, per le medesime imponenti ragioni che servono di base fondamentale all'abrogazione di quelli contenuti nella prima, dee questa essere considerata non solo come inutile onninamente per gli ebrei de' nostri tempi, ma come incompatibile altresì colle provide leggi alle quali sono questi attualmente subordinati, leggi tutto affatto diverse da quelle che Mosè ha creduto opportuno di adattare a' costumi dominanti de' suoi giorni; alle Regioni che destinava di fare occupare al Popolo di cui era esso conduttore, all'indole irrequieta e grossolana del medesimo; ed al governo teocratico che meditava di introdurre, e sistemare ne' suoi recinti; e se qualche debole traccia di tali Mosaiche instituzioni è pervenuta fino a noi, tanto per quello che risguarda un articolo, quanto perciò che rapportasi agli altri di maniera che si creda indispensabile l'osservanza, le leggi ammirabili recenti prevedono con pari saggezza, che giustizia e attività; e l'ebreo che a livello di ogni altro vi è sommesso, ne risente gl'illimitati vantaggi, e riconosce la necessità urgente di osservarle, quale fedele vassallo, ed obbediente subalterno: quindi è che di questa classe ancora troppo debole fondamento sembrami che risultare ne potrebbe il ragionare.
Or detraendo dunque i 237 Precetti, che abbiamo racchiusi nella prima classe, ed i 203 che comprende la seconda, montanti insieme a 440; deduzione fatta da' 613 totale, restaci un reliquato di 173 Precetti, ma siccome anche fra questi rimarcasi esservene molti replicatamente comandati, e che in massima non implicano radicalmente che la cosa medesima, noi stimammo conveniente di restrignerne l'osservanza a quelli soli che ci sembrarono i più utili, ed i più degni di un Codice sano, metodico, e sociale, e che abbiamo ritrovato ascendere al numero di 60; 36 de' quali distinguemmo negativi, e 24 affermativi, ma dovendo questi constituire essenzialmente la prima base fondamentale della Religione Mosaica, secondo i nostri già fissati principj, noi riguardiamo come un assunto della più grande urgenza per se stesso, ed oltremodo necessario, di riportarli tutti estesamente, apponendo gli analoghi schiarimenti a quelli che potessero esigere delle utili, ed opportune osservazioni, dalle quali risulteranno ancora i motivi efficaci dell'esatta osservanza de' medesimi, riserbandoci a trattarne degli altri, che, o modificammo come superfluamente ripetuti; o annullati furono da noi come non confacenti a' tempi nostri, allorchè ne' due Capitoli immediatamente dopo quello in cui entriamo, riporteremo in chiari sensi le ragioni evidenti ed inconcusse che ci hanno indotto a stabilire una sì fatta restrizione, in apparenza sì considerabile, la quale con più robuste giustificazioni sarà poscia dimostrativamente comprovata, allorchè ci faremo di proposito a discutere, in tempo debito, le tradizioni, o parafrasi Rabiniche aggiunte a questi, ed a tanti altri Precetti, e sovente assai più oscure di ciò che riescano gli stessi testi originali, ch'essi pretesero di rischiarare colle medesime, e delle quali si ignora generalmente la causa, ed il disegno, senza che alcuno giugnere potesse in alcuni tempo a discernere l'una, o a risentire i vantaggi che risultare pretendesi dall'altro.
[(19)] Non vi è stato forse in alcun tempo chi con più rea impostura de' così detti compagni di Gesù (non saprei se appartenenti a quelli che furono spettatori alla sua nascita, benchè più giustamente collocare si potrebbero nella classe degli altri che gli furono compagni nel supplizio) esercitassero un traffico vergognoso della religione che facevano credere di difendere, e di professare; all'estremo indigenti nel loro primo stabilimento, umili, rassegnati, ed in forza di una bolla di Paolo III. pubblicata il 3. Ottobre 1540. ridotti al solo numero di 60. individui (Extr. de l'hist. univers. de Thou pag. 6.): ma i loro intrighi tenebrosi, protetti, e alimentati dalla stupida credulità di quelli che la loro criminosa pietà avea sedotti, fece crescere il loro numero ad un affluenza enorme tale fino ad incutere timore agli stessi formidabili Regnanti.
[(20)] Ma l'uomo, sembrami che alcuno quì opponga di proposito, caduco, e frale qual'è di sua natura, dimenticherebbe sovente l'esistenza di un Dio che lo vivifica, e lo sostiene, se il culto che tributare gli dee non fosse accompagnato qualche volta da certe marche esterne che arrestino la sua mente, ed attraggano i suoi sguardi.
Accordando tutto ciò anche un solo istante, donde dunque procede, domando, che la vera cognizione dell'Essere Supremo divenne tanto più straniera per l'uomo in proporzione che queste decantate marche sono state più affluenti, più stravaganti, e universali? Inoltre quali orrori non furono commessi nell'introdurle, quali contradizioni nell'adottarle? Quì mirasi i Sciti, i Messicani, i Peruviani, e i Galli immolare gli uomini ferocemente, persuasi di non dovere adorare Dio in altra guisa; colà i Dervigj Turchi, i Bramini, e i Quakeri stordire con giravolte, percuotersi il petto sulla terra, bilanciando il proprio corpo sopra un rogo, e rimanendo in estasi per molte ore; tali sono, secondo essi, le marche più ovvie ed essenziali al puro Culto di un Dio; altrove si fecero quelle consistere in luminosi apparati, processioni, baldacchini, candele, strepiti di bronzi ec.; più oltre finalmente si è supposto che le marche più efficaci per ottenere prontamente il Divino soccorso, e conseguire l'espiazione de' peccati, fossero le importune jaculatorie, le incessanti ossecrazioni, il digiuno frequente, la coltivazione di certe pratiche bizzarre, l'abbigliamento di certi arnesi, l'astinenza di alcuni cibi, ed altri sì fatti usi ridicoli, non meno che detestabili. In una parola, si può in ultimo conchiudere, senza timore d'ingannarci, che se si eccettua quelli ai quali Dio stesso degnò illuminare, poche persone certamente sono state capaci d'inalzarsi fino alla sublime contemplazione dell'Eterno Creatore, e di superare le malefiche barriere che apposero loro, in ogni tempo, tanto pratiche futili, e contradittorie.
[(21)] Oltre i testè accennati precetti contenuti nel vasto Codice Mosaico, gli Ebrei Talmudisti ne riconoscono una quantità considerabile di altri che distinguono col nome di מצות רבנן (Mizvoth Rabanan) Precetti de' Rabbini, a' quali essi attribuiscono egualmente che a Mosè il potere di fare nuove ordinanze, secondo le circostanze, il tempo, ed il bisogno, quale amplia facoltà è fondata sulle parole stesse di Dio che ingiugne d'indirizzarsi a' 70 anziani dei quali era composto il Sanhedrim, creato allora da Mosè (Num. cap. 11. V. 16.) ad oggetto di sciogliere tutte le vertenze che nascere potevano sulla vera intelligenza della Legge, e che supponevansi forniti, e diretti dallo Spirito Divino, ciò che, secondo i Talmudisti, gli rendeva infallibili nelle loro decisioni (Ved. il [cap. IX.] colle sue annotazioni di questo primo Tomo).
[(A)] Gen. cap. 5 v. 25.)
[(22)] Tutti i più dotti critici del mondo non cessano di rimarcare, che nello stato in cui trovasi attualmente la terra è presso che impossibile che possa accadere un Diluvio universale, che cuopra di 15 cubiti le sommità delle più alte montagne. Il mare preso in complesso non ha, si dice, più di 300 passi di profondità; le montagne le più elevate, come il monte Gordiano, o di Ararat non eccedono 3000 passi la superficie del mare. Quindi senza calcolare che la capacità del globo si dilata a misura ch'ei s'inalza, sarebbe duopo necessariamente 12, o 15 volte tant'acqua, quanta è la massa della terra nella congerie marcata dalla Genesi; e com'essa non rapporta che de' mezzi naturali, cioè, l'apertura dell'abisso, e la caduta delle pioggie, sembra che prevenga la risposta che si potrebbe addurre, dicendo che Dio creò per l'esecuzione di simile flagello una nuova quantità di acque che desso volle in seguito annientare. Egli non si servì, secondo la Scrittura che del vento per diseccarle; così conchiude il Lenglet (pag. 187). V'ha, per altro, luogo di credere, che il mezzo ch'esso ha preso per ispargerle sulla terra, non fosse meno naturale.
Essi medesimi sostengono inoltre ch'egli era impossibile che le pioggie fossero stato tanto abbondanti per cagionare un simile effetto, essi appoggiano i loro sentimenti sull'opinione del filosofo Mersenna, il quale prova con delle dimostrazioni esatte, che le borrasche le più violenti non giungono e versare che un polso, e mezzo di acqua ogni 30 minuti primi, ciò che farebbe 6 piedi nello spazio di un solo giorno; e il Diluvio non essendo durato che 40 volte 24 ore, supponendo le più alte montagne a 2000 passi di elevazione, che è un terzo meno della loro altezza, bisognerebbe, non per sormontare, ma anche per uguagliarle, che il Cielo avesse versate in 24 ore 125 piedi di acqua, in vece di 6 che desso versa nelle più gran tempeste; ciò che i filosofi asseriscono eccedere la possibilità della natura. (Lett. Juiv. T. II. Lett. 35 pag. 36 e 37).
Varj altri Scrittori hanno preteso che il Diluvio non era stato universale, ma che Dio non avea avuto che l'intenzione di punire un popolo ingrato alle tante beneficenze di cui lo avea esso colmato. I medesimi vollero parimente fare servire la Scrittura e fortificare la loro opinione, e quindi hanno essi spiegato in loro favore quel passaggio della Genesi dove leggesi espressamente, che i figli di Noè Ab his divisæ sunt gentes in terra post diluvium, (Cap. X. v. 32) apparisce da ciò che i figli di Noè non solo aveano divise la terra fra d'essi, ma ancora le nazioni che vi abitavano, lo che ritroverebbero contrario alla pretesa inondazione universale di tutta la terra.
[(A)] Gen. cap. 7 v. 22.)
[(B)] Ibid. cap. 9 v. 24.)
[(23)] Oltre che lo stesso Creatore Supremo fece, senza mistero, espressamente conoscere per bocca del Profeta (Isaia cap. 58. v. 5 6 7) non essere già il lungo digiuno, le interminabili ossecrazioni, le complicate cerimonie rituali, quelle che si esigono da esso, ma un puro, e integro cuore soltanto, noi avremo luogo di osservare altrove, che le Religioni che sono le più aggravate di dogmi, di pratiche, e di usi, lungi dall'essere le più ovvie a costituire la felicità de' suoi credenti, riescono, ad ogni riguardo, le più opposte all'umana ragione, le più tormentose allo spirito, e le meno osservate in ciò che possono le medesime racchiudere d'utile, di necessario, e di essenziale.
CAPITOLO V.
De' Precetti che soli dovrebbero costituire, la pretta Religione dell'Ebreismo fondata sul Codice Mosaico, ridotto alla sua vetusta purità.
Siccome niente riconosciamo più naturale nella complicata immensa catena degli esseri viventi; che succedersi l'un l'altro, colla pronta non interrotta propagazione delle speci differenti, la provvida natura con un declivio irresistibile ad ogni animale, distribuì gradatamente il suo adeguato instinto, in maggiore, o minore dose, che lo trascina con più, o meno veemente trasporto, ad accoppiarsi ad un essere omogeneo, affine di conservare inalterabile l'ordine primitivo già prescritto. Egli è dunque perciò che sebbene il Maimonide, facendo il riepilogo nomenclativo di tutti i precetti del Pentateuco, abbia stimato bene di dovere inserire quello della propagazione per il primo [(A)], noi non possiamo questo assolutamente riguardarlo come tale, altro esso non essendo, come si disse, che un mero sentimento incitativo della natura, a cui niun essere vivente sulla terra, purchè fornito di organo, e d'istinto, non potrebbe certamente non aderire; mentre quello è identico, e comune agli enti ragionevoli, ed a' bruti. Quindi mi sembrerebbe più ovvio prescindere da questo, e stabilire altresì per primo Precetto del nostro nuovo sistema, quello comandato da Dio con tanto impegno, per tre volte, ad Abramo [(B)], in segno del patto perpetuamente irrefragabile di alleanza contratta da esso col Popolo che discendere dovea dal successivo suo lignaggio, cioè, 1. La Circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro nascita [(24)]. E da questo Primo Precetto progredendo, noi passiamo tosto a dare per detaglio la nomenclatura generale di tutti gli altri da noi testè fissati.
2. Dalla sera in cui entra il plenilunio del mese di Nissan (che coincide col Marzo, non essendo bisesto, od altrimenti coll'Aprile) per sette giorni dal 15 decorrendo, e tutto il ventuno dello stesso mese inclusivamente, non dovranno gli ebrei cibarsi di altro pane fuori che dell'azzimo, dovendo per detto spazio allontanare de tutti i loro recinti qualunque sorta di materia fermentata. Questa è contradistinta חג המצות (Hag Amazoth) Pasqua delle azzime; la medesima sarà solennizzata come tale durante sette giorni, ed il primo, e il settimo di esse ogni opera servile (eccetto che quelle che sono di un urgenza indispensabile) dovrà cessare interamente [(25)].
3. Credere nell'Esistenza semplicissima dell'Essere Supremo, nè adorare altri fuori di esso [(26)].
4. Non adorare simulacri di qualunque siasi specie, nè costruirli anche per uso di altri.
5. Non giurare il nome di Dio in vano.
6. Santificare il sabato, e non fare in esso alcun opera servile [(27)].
7. Rispettare i genitori, soccorrerli, e temerli.
8. Non uccidere.
9. Non adulterare.
10. Non rubare.
11. Non fare testimonianze false.
12. Non desiderare la roba, nè la moglie del prossimo.
13. Non ingannar lo straniere in parole nè in azioni.
14. Non opprimere le vedove, nè gli orfani.
15. Non molestare l'indigente per i suoi debiti, ma soccorrerlo ne' di lui pressanti bisogni.
16. Non bestemmiare Dio, nè il Sovrano.
17. Non cibarsi di animali immondi, nè de' serpeggianti, nè di pesci che non hanno ala, e squama, nè di volatili rapaci, nè di vermi generati dalla corruzione de' frutti, delle palludi, terreni ec. [(28)].
18. Non cibarsi di alcun animale difettoso, benchè non vietato, nè di quello morto naturalmente.
19. Non cibarsi di sangue di qualunque siasi animale [(29)].
20. Non commerciare carnalmente con la madre, nè con la matrigna, nè commettere incesto qualunque.
21. Non isposare madre, e figlia in verun tempo, nè zia, e nipote procedente dal figlio o dalla figlia, nè due sorelle insieme contemporaneamente.
22. Non accoppiarsi con la moglie in tempo de suoi mestrui, nè durante il corso del di lei Puerperio [(30)].
25. Non accoppiarsi co' bruti; nè con altro uomo.
24. Correggere il traviato senza farlo arrossire delle sue colpe.
25. Non ispionare.
26. Non vendicarsi del prossimo, nè conservare odio contro di esso.
27. Amare il proprio simile come se stesso.
28. Non giurare in nome delle false divinità adorate dai Popoli idolatri.
29. Non fare incisione d'idolatrìa sulle membra del corpo [(31)].
30. Non imitare i costumi de' Gentili.
31. Non castrare un Israelita per farlo Eunuco.
32. Festeggiare, e riposare il primo giorno della neomenia del settimo mese [(32)].
33. Digiunare il giorno decimo, del settimo mese, con astinenza totale di qualunque siasi nutrimento durante lo spazio di 24 ore dalla sera del 9 al tramontare del sole fino al periodo stesso del giorno dieci, e solennizzarlo colle medesime prescrizioni del sabato [(33)].
34. Solennizzare la festa delle capanne il giorno 15, e il 21 di detto mese; mangiare sotto le medesime per sette giorni, ed il primo di questi prendere la palma, il mirto, il salce, il cedro durante la preghiera di quella sola mattina [(34)].
35. Festeggiare l'ottavo giorno susseguente alla solennità delle capanne con gli stessi doveri delle osservanze imposte nel primo giorno, e nel settimo di detta festa [(35)].
36. Contare sette settimane; decorrendo dal secondo giorno della Pasqua delle Azzime, al termine delle quali solennizzare la festa delle primizie, così distinta festa di settimane colle prescrizioni medesime delle altre [(36)].
37. Non prestare ad usura [(37)].
38. Rispettare la virtù, e la vecchiezza.
39. Non prestare fede a' mendaci Profeti.
40. Non prestare fede egli aruspici, nè agli esorcizzatori.
41. Ubidire le leggi civili, senza, mai prevaricarle.
42. Venerare i luoghi Sacri [(38)].
43. Pregare Dio per la conservazione del Sovrano, e per la tranquillità dello Stato.
44. Non ritenere, nè ritardare le mercedi altrui.
45. Non abbigliarsi l'uomo delle suppellettili da femmina; nè questa ornarsi degli abiti di quello [(39)].
46. Non commettere azioni che possano cagionare scandalo.
47. Osservare, e mantenere con esattezza le promesse pie.
48. Proclamare i novilunj [(40)].
49. Credere nell'Immortalità dell'anima umana [(41)].
50. Restituire gli oggetti perduti al loro legittimo proprietario.
51. Usare ospitalità cogli stranieri.
52. Una femmina divorziata passata a seconde nozze, ed indi restata vedova, non potrà più accoppiarsi col di lei primo consorte.
53. Chiunque avesse avuto commercio violentato con una fanciulla senza renderne consci i di lei genitori, esso è in dovere di sposarla, senza poterla in alcun tempo ripudiare.
54. Instruirsi nella legge mosaica.
55. Non mormorare contro un sordo, od una persona assente.
56. Non mettere impedimento davanti un cieco.
57. Non negare ciò che si è ricevuto in deposito.
58. Non uccidere gli animali co' loro piccoli entro lo spazio di un medesimo giorno [(42)].
59. Tenere le bilancie, i pesi, e le misure giuste.
60. Non alterare i Precetti della Scrittura con inutili commenti [(43)].
In seguito dunque delle indagini le più accurate, e lo più profonde, tali noi ritrovammo potere in massime ridurre tutti i Precetti, gli Statuti, ed i Giudizj proclamati già da Mosè al Popolo ebreo de' suoi tempi [(44)].
Ma sul dubbio che alcuno s'inducesse quì ad obbjettarmi (animato forse da impocrito zelo) come una diminuzione, in apparenza, sì rimarcabile, potrebbe ragionevolmente farsi luogo in un Codice, che oggi conta ormai 30 e più secoli, e sempre intatto conservatosi nel mondo, senza che alcuno in verun epoca osasse minorarne il valore, nè alterarlo, io non debbo dispensarmi del fare illativamente riflettere, in primo luogo; che il Popolo ebreo non potea fino ad ora determinarsi giammai ad un tale partito salutare, atteso che dopo la memorabile sua dispersione, desso non ebbe in alcun tempo un protettore per difenderlo; un padre sensibile per interessarsi de' suoi solidi, e durabili vantaggi; un Napoleone in fine per illuminarlo, e fare ad esso ampliamente comprendere che ciò che era necessario nella Palestina potrebbe essere inutile in Francia, ed in Italia, siccome quello che è adottato ottimo in un tempo, viene sovente considerato riprovabile in un altro; e che 30 e più secoli di antichità non potranno mai trasformare l'accessorio in essenziale, nè l'errore in verità [(45)]. Ed ecco propriamente le solo vere dimostrate cagioni per le quali niuno ha osato giammai per l'addietro effettuarlo.
In secondo luogo poi, trattandosi di un oggetto sì rilevante, quale apparisce una sì enorme restrizione di oltre nove decime parti de' Precetti Mosaici, affine di diminuire la sorpresa che recare dessa forse potrebbe nella riscaldata fantasia de' zelanti, noi entriamo nel Capitolo seguente a produrre in detaglio i genuini motivi pe' quali fummo costretti ad abrogare anche una gran parte degli altri che parrebbero escludere interamente quelli che comprendono le due prime classi, ed entrare al contrario nell'ordine della terza, riguardata da noi come ovvia, e necessaria a costituire, o fissare solidamente il propostoci nuovo piano di riforma del Culto del Popolo d'Israel.
[(A)] Genesi cap. 1. v. 20.
[(B)] Ibid. cap. 17 v. 10 11 12.
[(24)] I Rabbini oltre la recisione del prepuzio, comandata da Dio al Patriarca Abramo, vi aggiungono cert'altra operazione, che chiamano פריעה (Peringha) scuoprimento, che vogliono doversi fare scuoprendo colle due unghie del police (che gli addetti a tale ufficio denominati מוהלים (mohelim) circoncisori lasciano espressamente accuminate) la tenue pellicola che copre l'orificio dell'uretera dopo la recisione del prepuzio, affinchè la sommità della corona del pene resti per ogni parte dilatata; essi appoggiano questa nuova prescrizione sul comando che Dio fece a Jesuè di circoncidere gl'Israeliti una seconda volta. Eo tempora ait Dominus ad Josuè: Fac tibi cultros lapideos, et circumcide secundo filios Israel. Jos. c. 5 v. 2. L'autore del Berescit Rabah la pretende inserita nell'ordinazione fatta da Dio stesso ad Abramo con la replica di המול ימול (himol, imol) circoncidere circonciderai. Gen. cap. 17 v. 13. quale replica (aggiugne quell'autore) riguardare si potrebbe come affatto inutile, se non volesse altro significare che la semplice recisione del prepuzio (Ved. Talmud Trat. Ievam. c. 71 p. 2 Comm. Tossaf. Id. Com. R. Ief. Toar.) fermi dunque in tale opinione i Rabbini conchiudono che מל ולא פרע כאילו לא מל (mal velò parangh cheilu lo mal) chiunque circoncidesse senza lo scuoprimento, è come se non avesse circonciso. (Ved. Iorè Deng. cap. 264 § 4 Mis. fol. 137.). Le Nazioni che menzionammo anticamente praticarla, non usavano lo scoprimento; siccome non lo conoscono nè pure i Musulmani a' nostri tempi.
[(25)] Dies prima erit Sancta, atque Solemnis, et dies Septima eadem festivitate venerabilis: nihil operis facietis in eis, exceptis his quæ ad vescendum pertinent. Exo. cap. 12 V. 16.
Questa Pasqua è stata instituita in commemorazione dell'uscita prodigiosa del Popolo ebreo dall'Egitto; ed essa è chiamata delle azzime, riferendo al pane senza lievito di cui si è esso alimentato, che per fretta di sua partenza non potè lasciare fermentare: la medesima è distinta dalle sacre pagine col nome di פסח (Pesah) a cui la Scrittura istessa assegna l'etimologia di פסח (Passah) che significa saltare, o tragittare alludendo al tragitto che fece l'angelo sterminatore nella notte dell'orribile strage de' primogeniti dell'Egitto, lasciando illese le abitazioni degli ebrei, e portando la desolazione, e la morte in quella de' loro barbari oppressori: Transibit enim Dominus percutiens Ægyptios cumque viderit sanguinem in superliminari, et in utroque poste, transcendet ostium domus, et non sinet percussorem ingredi domos vestras et lædere Exo. Cap. 12 v. 23.
Ma senza nulla spiegare sul valore intimo di sì fatta etimologia, non si potrebbe farla inoltre significare il passaggio repentino che fece il popolo ebreo dalla schiavitù, alla libertà? Io la riguarderei molto più degna del nitido fonte da cui parte; riserbandomi a parlare delle tante superstizioni che hanno luogo in questa Pasqua presso gli ebrei, allorchè mi emergerà in seguito di ragionare de' Talmudisti, e de' loro interminabili commenti.
[(26)] Il deciso ingenuo trasporto che io sento per la verità, mi astrigne a dovere quì formalmente smentire l'opinione che da varj pensatori stravaganti si è preteso erroneamente sostenere con qualche pertinace asseveranza, cioè che i due punti essenziali reggenti qualunque sistema religioso, l'Esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima umana, sono interamente tacciuti da Mosè; nè che questi dogmi trovinsi menzionati, di sorte alcuna, in verun luogo del Pentateuco. In quanto alla prima si porrebbe, senza scrupolo, tacciare di delirio chiunque volesse immaginare che gli ebrei potessero dubitare un solo istante dell'esistenza di un Essere, che ad ogni momento manifestavasi ad essi ora con proteste, or con prodigi, or con minaccie, ed ora con gastighi differenti. Oltre a ciò quante volte ritrovasi nella Scrittura la confessione esplicite e universale di tutto questo Popolo di credere, obbedire, ed adorare il Dio de' suoi Padri? E il primo dei comandamenti del Decalogo non forma egli la prova la più convincente, e la più chiara dell'Esistenza di un Dio? Perciò che riguarda poi l'immortalità dell'anima umana, di questa sarà da noi parlato quanto fa duopo nella susseguente [Annot. 41], dove la Scrittura stessa concorrerà con eguali prove irrefragabili a dimostrarla.
[(27)] Supponendo che la creazione dell'universo avesse il suo primitivo cominciamento il giorno che noi chiamiamo Domenica, da questo decorrendo sette giorni, che tanti furono, secondo il primo capit. della Genesi, quelli che Dio ha impiegati in tutta l'opera immensa tratta dall'onnisciente suo consiglio, il giorno settimo fu contraddistinto col nome di שבת (sciabat) che significa Riposo. Quindi è che Mosè lo ha instituito come un giorno sacro dedicato perpetuamente al Creatore, ed un giorno di delizia, e di ricreazione: ma come gli ebrei Talmudisti lo abbiano in seguito alterato, colle infinite superstiziose cerimonie che vi aggiunsero, noi lo dimostreremo fra qualche breve momento, non essendo quì l'opportuna occasione di ragionarne.
[(28)] L'astinenza di certi animali per principio di Religione, non era già dogma particolare unicamente degli ebrei, i popoli attigui ne facevano lo stesso. I Sirj, e gli Egizj non mangiavano pesce, ed Erodoto (cap. 2.) assicura che per motivo di superstizione, se ne astenessero anche i Greci. I Tebani non si cibavano di montone, atteso che adornano Ammone sotto il simbolo di un becco, ma uccidevano le capre; altrove astenevansi delle capre, ed uccidevano il montone. I Sacerdoti dell'Egitto si astenevano de tutti que' cibi, siccome pure da tutte quelle bevande portate dalle estere città (Porphy. Abstin. 4); erano loro parimente vietate le bestie che hanno il piede di figura rotonda, ovvero in più dita partito, o che non hanno affatto corna, egualmente che degli uccelli di rapina; e durante l'intervallo delle loro purificazioni, astenevansi anche dagli ovi (Herod. Ibid.). Tutti gli Egizj reputavano immondo il porco, non già perchè non rumina, ma perchè desso è attaccato sovente da una specie di lepra dalla quale si ripete, secondo gli osservatori, la prima, e la sola cagione delle peste a cui è ora soggetto quasi tutto l'oriente, dove questi animali allignavano un tempo con un affluenza incalcolabile, e gli stessi Egizj portavano il loro scrupolo a tal segno che chiunque ne avesse toccato uno, anche per accidente, dovea tosto lavarsi tutto il corpo, e le vestimenta (Ibid.). Platone ancora fieramente inveisce contro quelli che si cibano, e nutriscono questo animale. Non avvi alcuno che ignori che attualmente pure, i Bracmani delle Indie, non mangiano, e non uccidono alcuna specie di animale, ed è cosa conosciuta che vivono in tal foggia da oltre venti secoli.
Da tutto l'esposto dunque chiaro apparisce, che le instituzioni di Mosè, concernenti le indicate astinenze non avevano niente di straordinario, ne di nuovo sulla terra; ma sembrami che quelle non tendessero propriamente che a ritenere il popolo entro i limiti della continenza, e vietando ad esso l'uso di certi cibi, si può arguire con qualche grado di certezza, non essersi Mosè prefisso altro disegno che la sua sanità, e i suoi costumi: esso vietò agli ebrei di mangiare sangue, come un cibo non solo assai difficile a digerire, ma in ogni senso ripugnante all'essere umano (vedi la seguente [Annot. 29]). La carne di porco, o di majale è ancora molto aggravante per lo stomaco, e di penosa digestione; lo stesso dicasi de' pesci che non hanno ala nè squama, la loro polpa regolarmente è oleosa, e grossa, e quindi oltremodo perniciosa al corpo umano. In tale maniera, per non più diffondermi di soverchio, si possono assegnare delle ragioni molto efficaci, della massima parte di simili divieti.
[(29)] Le stesse identiche regioni stabilite poc'anzi per l'astinenza di certi cibi si possono fondatamente assegnare (come osservammo) alla proibizione del sangue, e solo potrebbe quì aggiugnersi, che siccome da questo fluido è sostenuta, e alimentata l'esistenza di ogni vivente, così l'uomo facendosene il nutrimento potrebbe con fierezza maggiore, e meno ribrezzo incrudelire contro il proprio suo simile, nella guisa che l'ho chiaramente dimostrato in altro luogo, parlando delle carnificine che miransi fare ogni dì pubblicamente degli animali destinati per l'uso della mensa quotidiana dell'uomo (vedi l'Annot. 25 al tom. I. delle Notti Campest. pag. 80.)
[(30)] Questa è parimente una prescrizione di sanità, non meno dell'altra tendente al medesimo salutare disegno. La femmina imbrattata de' suoi corsi mestruali, essendo soggetta ad uno scolamento perenne di sangue viziato, come chiamano i medici, accoppiandosi ad un uomo in tale stato, in cui essa è più facilmente suscettibile di concezione, non solo pericolerebbe forse di generare una prole difettano viziata; ma ridurrebbe l'uomo pure ad acquistare frequenti malattie flogistiche, se si vuole avere riguardo alle varie discrasìe delle quali può essere affetto, e di cui ei perverrebbe dopo un lungo periodo di tempo, e con gran pena a liberarsi; le medesime ragioni si possono probabilmente assegnare al tempo de' lochii, o purgazioni alle quali è la puerpera soggetta dopo lo sgravamento del parto, lo che gli lascia una spossatezza tale che potrebbe cagionarle delle funeste conseguenze unendosi ad un uomo, sebbene il pericolo dalla parte di questo, per quanto asseriscono i medici, non sia tanto considerabile nè sì dannoso come nel primo caso.
[(31)] Era costume generalmente praticato da' Pagani dell'antichità, di incidere sopra a qualche parte del loro corpo le figure degl'idoli, e de' simulacri adorati da' medesimi, co' simbolici caratteri allusivi ch'essi vi applicavano. I cattolici romani de' nostri tempi hanno adottato questo abominevole costume, specialmente la parte idiota di questo popolo; barcajuoli, nautici, operai, facchini, ed altri di tal fatta, i quali colla punta di un ago immersa nell'inchiostro, che fanno con eccessivo spasimo penetrare entro la cute, o di un braccio, o di una mano, od anche del petto, imprimono qualunque immagine, o carattere che niun arte umana è giammai sufficiente a cancellare.
[(32)] Molti Commentatori hanno creduto che questa festa, altrimenti chiamata delle trombe (Num. cap. 9 v. 33.) fosse instituita affine di rendere grazie a Dio per avere data la legge al suo Popolo sul monte Sinai fra i tuoni, e lo strepito delle trombe, ossia Scioffar (tuba) di cui sarà da noi parlato altrove (ved. la seguente [annot. 51]), altri opinano che questa festa fosse instituita per avvertire gl'Israeliti che in quel giorno cominciava l'anno civile, onde eccitarli e servire Dio con maggiore divozione nell'anno nuovo; e disporli nel tempo stesso alla festa del Digiuno di Espiazione, che dovea solennemente celebrarsi nove giorni appresso.
[(33)] Questa festa è contraddistinta dalla Scrittura col nome di כפור Chipur ovvero Digiuno di Espiazione delle colpe del Popolo, e della purificazione del Tabernacolo, e del Santuario. (Levit. cap. 23 v. 31 e seq.). Essa è stata instituita, secondo quello che ci fa travedere la Scrittura, per assicurare il Popolo, il quale avea contro di esso provocata l'ira Divina coll'adorazione del Vitello d'oro, e garantirlo così che Dio erasi riconciliato seco lui. In tale giorno erano offerti due caproni per ispiazione dei peccati del Popolo; uno de' quali era immolato, e rimandavasi l'altro sciolto nel deserto carco di maledizioni, ed aggravato dei peccati del Popolo, che imponevagli il nome di Emissario (Levit. cap. 16 v. 26.)
[(34)] Queste Solennità denominata dalla Scrittura חג הסכת (Hag assucoth) festa de' Tabernacoli, o delle Tende (Levit. cap. 23 v. 40.), fu instituita affinchè gli ebrei si ricordassero del tempo in cui abitarono in esse i loro vetusti padri nel deserto per sì lungo intervallo di anni; la celebrazione di questa Solennità cedeva per lo più entro il mese di settembre, tanto per che la stagione allora temperata, riusciva più confacente, e meno incomodo a rimanere sotto le tende all'aperta campagna, quanto perchè sceglievasi la stagione nella quale erano raccolti i frutti della terra, onde ringraziare Dio per tutti que' favori ricevuti durante il decorso periodo dell'anno. In quanto poi al fascicolo prescritto in detta festa, mi riserbo a ragionarne altrove (ved. l'[ann. 52]).
[(35)] Le festa delle quale è quì falle menzione viene chiamata dalla Scrittura שמיני עצרת (Sceminì nghazereth) l'ottava (Levit. cap. 23 v. 36.) essa era un complimento della festa precedente, e la conclusione di tutte le altre, quasi che significare volendo propriamente la festa di congedo, imperciocchè la solennità de' tabernacoli terminando il settimo giorno, il susseguente, celebravasi la festa della Riunione degli Israeliti i quali essendo restati per sette giorni entro le tende, se ne ritornano tutti insieme nelle rispettive loro case, in quella guisa medesima che i loro padri dopo di avere abitato sotto le capanne per lungo corso di anni in mezzo de' deserti, ritrovarono nell'ubertosa terra di promissione un domicilio ameno, stabile, e tranquillo. Tale è l'oggetto delle commemorazione delle testè indicata solennità dell'assemblea, o della Riunione.
[(36)] Dal giorno susseguente al primo della Pasqua delle azzime le Scrittura ordina (Levit. cap. 20 v. 15.) di contare sette settimane, esse formano 49 giorni, ed il cinquantesimo osservare la solennità della חג שבועות (Hag Sciabungoth) festa delle settimane, o delle primizie, perchè dalla messe che facevasi allora, offrivasi a Dio le primizie unitamente a due Pani, ed a' sacrifizj di surerogazione. Una tal festa si allude parimenti alla commemorazione della legge che Dio proclamò in quel medesimo giorno per mezzo di Mosè sulla prodigiosa vetta di Sinaj.
[(37)] Dopo le tante dotte ponderate riflessioni, e gli energici discorsi fatti sopra questo proposito da entrambe le assemblee Israelitiche convocate in Parigi, l'una il Luglio 1806, l'altra in Febbrajo 1807 per Augusta Paterna disposizione dell'Illuminato Monarca della Francia, e dell'Italia, sempre intento a migliorare la condizione dell'ebreo soggetto alle ammirabili sue Leggi, cosa mai aggiugnere io potrei per dimostrare l'onta incancellabile che risulta all'ebreo la trasgressione di questo Precetto, per cui esso fu in ogni tempo, e ovunque preso di mira, sebbene non sia quello il solo ad esercitare impunemente l'infamante mestiere di usurajo? Che l'ebreo esercitasse l'usura in que' tempi calamitosi ne' quali un avverso destino lo volea soggiogato sotto l'impotente dominio di certi devoti, ed imbecilli regoluzzi, che religiosamente gli toglievano qualunque mezzo di sussistenza, interdicendoli per sino tutte le vie regolari di un commercio decoroso, il possesso di fondi, l'esercizio delle arti liberali, il diritto pur anche di cittadino, esso potea in tale stato ripeterne la legittima cagione dalla pressante necessità a cui trovavasi astretto: ma come potrebbe mai giustificarlo attualmente l'ebreo della Francia, e dell'Italia, in particolare, protetto, e governato da un Sovrano, il di cui vasto potere eguaglia l'estensione de' suoi lumi, che lo ha posto a livello della più insigne Nazione che calpesti l'universo, e della quale esso è felicemente per quello il Capo, la delizia, ed il sostegno? Or che all'ebreo fu permesso di rientrare nella classe degli enti ragionevoli, da cui la superstizione, l'orgoglio, e l'ignoranza tentarono sempre di eccettuarlo; ora che libero può disporre di que' talenti de' quali esso è fornito, che può usare di quella industria ch'egli sente; che può impiegare a suo piacere quelle dovizie che possede, or, in una parola, che esso è fatto Cittadino delle più cospicua monarchia che oggi esista, chi potrebbe mai, senza fremere, mirarlo esercitare ancora sì detestabile ufficio? A fronte di tanti considerabili vantaggi che ora concorrono a migliorare la di lui sorte, non è egli condannabile oltremodo, il vedere tutta via esistere fra noi queste sanguisughe crudeli, sitibonde delle sostanze altrui, come se non vi fosse altro mestiere da professare fuori di quello, che oltre essere cotanto vituperoso per se stesso, tende ad estenuare le facoltà le più opime, ed a porre nella desolazione la classe la più benemerita dello Stato, perchè la più laboriosa, e la più utile, ma quasi sempre scarsa di fortune, ed impotente? Si ha un bel opporci da costoro di esserne ampliamente autorizzati; adducendo che avvene parimente nella Francia, e nell'Italia un affluenza d'individui non ebrei, che esercitano l'usura con eguale avidità, come se ciò che è evidentemente contrario alla natura, e recalcitrante alle Leggi della società, sarebbe meno pernicioso per essere approvato, e come se permesso fosse all'uomo di giustificare le proprie colpe, adducendo per iscusa i depravati esempj altrui. Ma finiamo col conchiudere che l'usura, da chiunque siasi che venga esercitata, sarà sempre mai l'arte la più vile, che abbia saputo in alcun tempo immaginare la sordidezza umana, ed ovunque degna della perpetua esecuzione delle Leggi Divine, e terrene, e che per conseguenza l'interesse di ogni illuminato governo, che vuole la felicità de' propri sudditi, e l'equilibrio delle loro sostanze, dee essere quello di proscriverla sotto austere comminatorie da tutta la estensione de' loro dominj.
[(38)] A fronte di tutto lo zelo che gli ebrei dimostrano di avere per la Religione che professano, si potrebbe avanzare con qualche sicurezza, che niente è meno osservato da essi di questo Precetto. In fatti sarà egli mai un rispetto il fare dei conciliaboli com'essi fanno entro le loro Sinagoghe, durante il tempo delle loro preci, ed anche sovente trattare, e conchiudere degli affari? Sarà forse un rispetto il passarvi le 8, e 9 ore del giorno, reiterando sempre le medesime rapsodie insignificanti, indirizzando a Dio cento Benedizioni (che tante sono quelle prescritte da' Rabbini Ghem. Trac. Berah.) entro lo spazio di un solo giorno, o molte altre sì fatte repliche futili, che ad altro oggetto non servono che ad annojare il supplicante, ed a stancare l'esauditore? Sarà forse venerare il luogo Sacro le ridicole contorsioni che a guisa di Bonzi, o di Bracmani mirasi fare degli ebrei nell'occasione de' Tabernacoli, col fascicolo di palme che tengono fra le mani, che rivolgono postato a foggia di arma, or alla parte dell'oriente, or a quella di occidente; ora verso il Cielo, ed ora sulla terra, percuotendosi il petto; convinti di espellere, o conquidere il Demonio con sì fatte stravaganti giravolte? E quell'asta pubblica che osservasi fare dal (Sciamash) inserviente, in qualche luogo ogni sabato, ed in qualche altro ogni novilunio, consistente nell'incanto formale, in favore del migliore offerente, dell'apertura dell'armadio delle Bibbie, del trasporto del Sacro viluppo da questo dove si estrae, fino al pulpito dove si legge, nudarlo, sfasciarlo, indi avvilupparlo di nuovo per rimetterlo in esso; esservi chiamato astante alla lettura, e cose di tal fatta, saranno esse, dico, marche di rispetto, e di venerazione in un locale che si reputa santificato dalla gloria ineffabile dello stesso Eterno Creatore, che rendono testimonio delle loro pratiche puerili, e delle più ridicole cerimonie? Dovrà egli supporsi? . . . ma io non finirei sì tosto certamente, se tutti quì riportare io dovessi le tante altre varie trasgressioni che si commettono ad ognora dall'Israelita de' nostri tempi, contro questo essenzialissimo Precetto, che non giugnerà mai questo popolo a mantenere con esattezza, fino a tanto ch'esso non dispongasi, con animo integro, a riformare, unito a questo, i tanti altri abusi de' quali la sua Religione è da tempo immemorabile aggravata.
[(39)] I disordini che si veggono introdurre contro la decenza, ed i costumi per tutto dove questo abuso è tollerato, mi ha indotto ad inserire quì anche questo Precetto, già ordinato da Mosè (Deut. cap. 22 v. 5.), il quale vietando agli uomini ogni azione effeminata, siccome proibendo alle femmine di usare ciò che serve all'abbigliamento de' maschi, esso non ebbe altro scopo certamente, l'urbanità, e la politezza de' costumi del suo Popolo, sì soggetto a corrompersi con tali bizzarre trasformazioni. Io credo per altro, che lo stesso disegno abbia dato origine all'altro divieto imposto agli ebrei dallo stesso Legislatore (Levit. cap. 19 v. 27.) di radersi la barba col rasojo dalle tempie discendendo lungo le gote; ma questa prescrizione può essere oggi ancora mantenuta intatta da' soli ebrei dell'oriente, poich'essa si uniforma col costume universale di que' popoli; però sarebbe cosa ridicola oltremodo praticarlo in Europa dove le Nazioni che vi abitano generalmente usano di raderla.
[(40)] Di queste Neomenie, cioè, feste del novilunio che si celebravano il primo giorno di ciascun mese. La Scrittura ne parla espressamente in varj luoghi (Ps. 80 v. 4 Num. 28 v. 11.) ma questo non era mai considerato giorno di festa, benchè vi si offrissero altri sacrifizj, eccetto il quotidiano, e si suonassero trombe di argento, ciò non ostante non prefiggevasi dovere di astenersi da opera servile, come non se ne astengono gli ebrei nè pure ai nostri tempi: questo ad altro non serve, che a contraddistinguere il giorno, e l'epoca indicante le grandi solennità; del resto non vi ha che le donne maritate presso gli ebrei, che ne abbiano conservata qualche debole memoria, cessando com'esse fanno in detto giorno qualunque travaglio anche di famiglia, eccettuatane la cucina. Per altro, non mi sembra inopportuno di ragionare quì qualche cosa meramente di passaggio sulla natura de' mesi ebraici, e su' motivi delle fissate intercalazioni.
I mesi degli antichi ebrei dunque erano lunarj, ma ad oggetto di rendere il loro anno così lungo come il nostro, ed accordarlo coll'apparente corso del Sole, essi intercalavano di tempo in tempo un mese; quindi è che ve ne era qualche volta 12, e qualche volta 13 nel periodo di un anno completo; d'altronde siccome celebravasi ogni primo giorno di mese, nel modo che testè lo abbiamo espresso, questo cominciamento dipendeva dalle apparizioni della Luna; si avea la precauzione di spedire delle persone sulla vetta delle montagne affine di scuoprire i primi momenti in cui la Luna compariva sull'Orizzonte, ed era tosto comunicato al Consiglio, il quale dietro il loro rapporto esatto, proclamava che in tale giorno era la Luna nuova, festa dell'Eterno, ed il principio del mese (ved. Cuz. p. 3 et not. Buxt. 207 ad 213 Sim. Dict. de la Bib. T. 1 pag. 384.) Ma i Rabbini essendo accostumati di rapportare tutto a Mosè, dicono che Dio gli mostrasse in visione una figura della nuova Lune, comandandogli di riguardarla attentamente, e di regolarsi intorno a ciò per fissare il primo giorno di ciascun mese, ciò ch'egli eseguì sempre con tutta diligenza.
Tale è dunque la prima, e la più positiva maniera che fu anticamente praticata nel fissare il calendario, o il principio del mese. Inoltre i Rabbini avendo rimarcato diversi inconvenienti in questo metodo, atteso che la Luna non comparisce sempre sullo orizzonte; e può non essere veduta per cagione delle nubi, o delle nebbie, specialmente nel suo primo quarto in cui essa non ha che una luce debole e tremolante, procurarono di rimediarvi colle intercalazioni, od aumento di un mese, facendo così l'anno ogni triennio di 13 lune, e questo è quello che gli ebrei chiamano מעובר (menghubar) che significa Pieno.
[(41)] Molti critici, e Warburthon, e Voltaire fra questi, ritrovano difficile di rendere ragione, perchè le leggi portate dall'Exodo, dal Levitico, dal Deuteronomio non facciano alcuna menzione di questo dogma terribile, che solo può mettere un freno ai rimorsi interni, ed alle colpe secrete; quindi essi pretendono illativamente inferire che l'Immortalità dell'anima fosse del tutto sconosciuta agli antichi ebrei.
Che nella Scrittura non trovisi alcun passaggio che dimostri espressamente esistere nell'uomo un essere incorporeo e non suscettibile di morte, come tanti altri ve n'ha che provano chiaro ad ogni tratto l'esistenza di un Dio Creatore, io ne convengo, ma condiscendere, al contrario, io non posso, che non vi sieno in essa delle espressioni che lo facciano distintamente sotto intendere (ved. Comment. Abrab. negli ult. cap. del Levit. Gen. 17 Exod. 12 Levit. 18 Menas. Ben Isr. suo Nishmat Haym cap. 3 e 5.). In fatti cosa vorrebbero mai significare quelle frasi per tante volte reiterate in varj luoghi del Pentateuco di חיו תחיה (hajò tihjeh) vivere vivrai; מות תמות (moth tamuth) morire morrai ונכרתה הנפש (venihretah anefesh) e sarà squarciata, o distrutta l'anima, se rapportare non si facessero alla Immortalità, od alla ricompensa, ed alle pene eterne dell'anima umana? Poichè diversamente opinando, io ricercherei di buon grado a' suddetti critici, come spiegherebbero essi mai quel vivere due volte, e due volte morire? E a quale oggetto minacciare l'anima di sterminio, se sobire essa dovea il medesimo destino del corpo, e soggiacere alla stessa dissoluzione di questo? Da tutto ciò chiaro apparisce che sebbene Mosè non insegnasse apertamente al suo Popolo il dogma dell'Immortalità dell'anima, esso con tali espressioni rendevagli agevole il mezzo di farglielo in ogni senso capire.
D'altronde mi sembra il massimo degli assurdi il credere che gli ebrei (come alcuni lo pensano senza fondamento) non conoscessero questo principio, se non se dopo di essere divenuti la conquista de' Romani, giacchè l'Istoria dimostraci, all'opposto, come evidente, che a' tempi di Nerone tutta Roma ripeteva che la Dottrina dell'altro mondo nuovamente introdotta, snervava il coraggio de' soldati, gli rendeva più pusillanimi, e togliendo loro l'unico, il principale conforto degli sventurati raddoppiava finalmente la morte colle minaccie di nuove sofferenze dopo questa vita (ved. M. Deslandes. Hyst. Crit. de la Philos.). Siccome è del pari una menzogna incontestabile l'asserire che gli ebrei apprendessero questo dogma da' primi Padri del cristianesimo (come alcuni altri erroneamente lo sostengono) mentre non solo l'ignoravano essi ancora, ma ne concepivano inoltre le idee le più informi, e le più materiali. S. Ireneo diceva che l'anima era un soffio, flatus est enim vita (Teol. Pagana). Tertulliano nel suo Trattato dell'anima la pretende corporea (De Anima cap. 7 pag. 268). S. Ambrogio insegna che non v'ha che la trinità esente da composizione materiale (Ambr. de Abramo). S. Ilario vuole che tutto ciò che è creato è corporeo (Hil. in Math. pag. 633.). Nel secondo Concilio di Nicea credeasi ancora fermamente gli angeli corporei, così vi si legge, senza scandalo, queste parole di Giovanni di Tessalonica: Pingendi Angeli quia corporei. S. Giustino, e Origene credevano l'anima così pure materiale;, essi consideravano la sua immortalità come un mero favore unicamente dell'Essere Supremo. E Agostino stesso, benchè a noi assai più recente degli altri menzionati, quali idee confuse non ci ha esso pure tramandate sulla spiritualità delle sostanze immateriali? (ved. Aug. De Civit. Dei Lib. II. Cap. XXIII. T. VII. pag. 290 De Gen. contr. Manich. Lib. I. Cap. XI.) con tali assurdi principj, si oserà egli sostenere ancora che gli antichi ebrei imparassero il dogma dell'Immortalità da' primi Padri della Chiesa Cristiana?
[(42)] Questa prescrizione non ha per iscopo che un mero suggerimento di pietà; come sarebbe quello appunto di non dovere cuocere l'agnello nel latte della capra; di che sarà da noi frappoco espressamente ragionato.
[(43)] I primi Padri della chiesa Giudaica erano sì persuasi, e convinti, che non era permesso di aggiugnere la benchè minima cosa alla Legge primitiva, e che i Profeti stessi non aveano il diritto, nè la facoltà di farvi degli aumenti di sorte alcuna, ch'essi presero a grande scrupolo l'ordine che Mordocheo, ed Ester hanno pubblicato di leggere tutti gli anni l'involto che conteneva l'Istoria della prodigiosa rivocazione che dessi avevano procurata della crudele sentenza di morte, già pronunziata contro l'intero Popolo ebreo della Media, e della Persia, che il reprobo Amano vice Re di quelle veste Province, tentava di sradicare dalla terra.
[(44)] Prescindendo da que' tanti raffinamenti co' quali pretendono i Talmudisti sottilizzare la divisione di simili Precetti; noi non facciamo quì espressa menzione, che de' tre soli nomi de' quali si è servito lo stesso Legislatore Mosè per esprimerli, e significarli al suo Popolo; questi nomi dunque sono: 1.º, מצות (mizvoth) Precetti 2.º חוקים (Hukim) Statuti; 3.º משפטים (mishpatim) giudizj. A' primi dicono appartenere que' Precetti di cui la ragione è renduta espressa nel resto della Legge; per esempio, i motivi pe' quali gli Ebrei debbono solennizzare le feste, questi sono in chiari sensi menzionati nella Scrittura: i secondi racchiudono in essi medesimi le loro ragioni nelle parole stesse della Legge; Dio, si aggiugne volle rendere queste ragioni occulte al Popolo Ebreo, e ciò pe' suoi arcani imperscrutabili disegni; gli ultimi finalmente contraddistinguono Precetti dell'intendimento, i quali, se anche non fossero menzionati delle sacre pagine, la ragione medesima dell'uomo gli ordinerebbe.