ATTRAVERSO IL CINQUECENTO
ARTURO GRAF
ATTRAVERSO
IL
CINQUECENTO
PETRARCHISMO ED ANTIPETRARCHISMO
UN PROCESSO A PIETRO ARETINO
I PEDANTI
UNA CORTIGIANA FRA MILLE: VERONICA FRANCO
UN BUFFONE DI LEONE X
(Ristampa)
TORINO
Casa Editrice
ERMANNO LOESCHER
1916
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. Olivero & C. · Via Accademia Albertina
ang. Piazza Carlo Eman. II, Torino.
PETRARCHISMO ED ANTIPETRARCHISMO
PARTE PRIMA PETRARCHISMO
Il Petrarchismo è una malattia cronica della letteratura italiana. A cominciare dai tempi stessi del poeta che gli diede il nome, e a venir giù sino a quelli dei nonni o bisnonni nostri, ogni secolo della nostra storia letteraria se ne mostra, non voglio dire infetto, che potrebbe parere troppo irriverente verso la causa prima e non volontaria del male, ma soprappreso, o colpito, in varii modi e con diversità di grado e di effetti. È una specie di febbre ricorrente, da cui non so se possiam dirci ancora in tutto e per sempre guariti, ma che già più di una volta c’ebbe a tornar perniciosa. Il Petrarca era ancor vivo e vegeto che molti già, com’egli stesso ci dice, si facevano belli delle sue spoglie, tentavano di tramandare sull’ali stesse dell’ingegno di lui il nome loro ai posteri. Costoro, che spacciavan per proprii i versi stessi del cantore di Laura, sono certo i petrarchisti più petrarchisti che sieno mai stati. Poi, subito dopo, comincia la imitazione, comandata, in certo qual modo, da quella riputazione strabocchevole, e forse senza riscontro, la quale, avendo accompagnato il poeta in vita, non fece, lui morto, se non accrescersi e confermarsi. Zenone da Pistoja, che in due migliaja di fastidiosissimi versi deplorò quella morte, fa dire al mondo, vedovato del suo poeta:
Quest’era la colonna del mio stato
Quest’era luce mia universale,
Come dal sol da lui illuminato.
E, veramente, a questo sole ebbero a scaldarsi infiniti, cui Febo molto volentieri avrebbe lasciato morirsi di freddo, nel bujo.
Ebbe petrarchisti il Trecento; ebbene il Quattrocento, e non pochi; ma il secolo in cui il petrarchismo galla, lussureggia, trionfa e strabocca, è il Cinquecento: così che quando si parla di petrarchismo, subito la mente corre a quel secolo, come se a quello esso appartenesse strettamente ed in proprio.
Quali le ragioni del fatto?
A tale domanda alcuni storici della letteratura non dànno risposta di sorta, paghi di descrivere incompiutamente, o anche solo di registrare il fatto; altri rispondono assai per le spicce, con pericolo grande di risponder male[1].
Il buon Settembrini, che batteva sempre su quel suo chiodo (ma non sempre a torto, intendiamoci) della oppressione civile ed ecclesiastica, nemica così del pensiero, come della unità e libertà d’Italia, dice a tale proposito[2]: «La Lirica è essenzialmente affettuosa: tra gli affetti il solo amore era libero, non dava sospetto ai principi ed alla Chiesa: il Petrarca fra gli antichi ed i moderni è il maggior poeta di amore: i monumenti antichi di recente scoperti e pubblicati fecero stabilire come principio di arte l’imitazione: ecco come fu imitato il Petrarca». A ciò si risponde che significare altri affetti nel verso non era poi così rigorosamente vietato, provando il contrario gli esempii noti del Guidiccioni, dell’Alamanni, e di quant’altri, e non furono pochi, ebbero allora a deplorare i mali d’Italia, a esecrarne le cagioni, a ricordare con dolore e con desiderio i tempi e le glorie antiche; che il petrarchismo non è tutto contenuto nella poesia imitativa di quei lirici; che il fatto, ben lungi dall’avere una causa sola, ne ha parecchie, le quali si potranno vedere specificate più oltre.
Uno storico tedesco della letteratura italiana, il Ruth, cerca le cause del petrarchismo del Cinquecento in una innata ed incurabile debolezza dell’ingegno italiano, e dice che, senza una tale debolezza, il Petrarca non sarebbe stato mai, come fu, canonizzato massimo poeta[3]. A quest’affermazione sommaria, che fa torto ad uno storico di professione, troppe cose ci sarebbero da opporre; ma basterà, per mostrare quanto sia vana ed ingiusta, ricordare che il Petrarca non fu meno ammirato nella rimanente Europa di quello fosse in Italia; che di petrarchisti ce ne furono in Ispagna e in Portogallo, ce ne furono in Francia, ce ne furono in Inghilterra, ce ne furono, sebbene più tardi, come di ragione, in Germania; e che però quella presunta debolezza, se è del popolo italiano, è anche di tutti gli altri popoli a cui si allargò la coltura del Rinascimento. Certamente il Settembrini e il Ruth, per non parlare di altri, o non colgono il vero, o lo colgono solamente in parte.
Il petrarchismo del Cinquecento è un fatto storico e letterario assai complesso, e le cause di esso sono molteplici e variamente composte e intrecciate, per modo che non riesce troppo agevole determinare il prima e il poi dell’apparire e dell’operar loro; ma le più, se non tutte, si possono riferire, come a principio, o a recapito, alla coltura del Rinascimento, la quale, com’è noto, si specifica, non solamente in una moltitudine di forme, ma in una moltitudine ancora di tendenze e d’indirizzi. In queste forme, in queste tendenze, in questi indirizzi, sono da ricercare le ragioni del petrarchismo; mentre in forme, tendenze, indirizzi di opposta natura sono da ricercare le ragioni dell’antipetrarchismo, che, come fenomeno di reazione, o sintomo di nuova evoluzione, si appalesa in quel medesimo secolo. Nelle pagine che seguono io mi propongo di parlare, così del petrarchismo, come dell’antipetrarchismo, e, secondo l’ordine richiede, comincio dal primo.
Il petrarchismo del Cinquecento è, come ho detto, un fatto complesso, che prende varie forme: studiando queste forme, quali la vita del tempo ce le vien presentando, noi potremo, senza sforzo, darci ragione delle cause che lo produssero.
La forma più appariscente assunta da esso è la imitazione, quale la ci mostrano i canzonieri degli innumerevoli petrarchisti: dico la più appariscente, e, se vuolsi, anche la principale; non certo la sola. Di cotesta imitazione si parla in tutte le nostre storie letterarie; ma un po’ troppo in succinto, e senza la debita distinzione e l’opportuno apprezzamento dei modi, dei gradi, delle vicende. Dire che la lirica nostra di quel secolo è, presso che tutta, imitazione del Petrarca, gli è dire la verità, ma non tutta la verità; giacchè dentro al fatto generale ci son molti fatti particolari, i quali han tutti la loro significazione, e meriterebbero di essere diligentemente raccolti e ordinati. Io non intendo di supplire qui al difetto delle storie letterarie, al che si richiederebbe lavoro molto maggiore di questo; ma solo di ricordare alcune cose già note, e di metterne innanzi parecchie altre che fanno al proposito.
Antesignano, corago e campione dei petrarchisti del Cinquecento è messer Pietro Bembo, uomo di mediocre ingegno, ma di molta e varia erudizione, educato in tutte le finezze e peregrinità di quella coltura nelle Corti di Urbino e di Roma, nella impareggiata Venezia; non vero poeta, ma studiatore e rifacitor di poeti; ringrandito dalla fama fuori d’ogni misura, gridato meraviglia e fenice del secolo. Se s’ha a credere a quanto scrive nel Dialogo della storia Sperone Speroni, Aldo Manuzio confessava che prima del Bembo il Petrarca non era conosciuto in Lombardia e nel Veneto[4], dove, per contro, fu poi tanto cognito, e tanto studiato, che Giangiorgio Trissino poteva con tutta sicurezza affermare intendersi il Petrarca meglio in Lombardia che in Firenze[5]. E Venezia diventò appunto il propugnacolo e la principal sede del petrarchismo in Italia. Sulle orme del Bembo si accalca un popolo di rimatori d’ogni generazione e d’ogni temperamento, in mezzo a cui, a far fede della forza dello andazzo, si trovano storici e politici, come il Machiavelli; veri poeti, come l’Ariosto; poeti da succiole, come Lodovico Paterno; medici insigni, come il Fracastoro; eruditi di peso, come il Trissino; buoni mariti, come il Rota; buone mogli, come Vittoria Colonna; scapestrati, come il Molza; cortigiane, come Tullia d’Aragona; uomini gravi, come il Varchi; artisti, come Michelangelo; attrici, come Isabella Andreini; e cardinali, e frati, e cortigiani, e guerrieri, e mecenati, e parassiti, e pedanti.
Tutti costoro imitano, ma non tutti ad un modo; chè anche in ciò l’indole propria di ciascuno, gli studii, certi abiti della mente, la condizione di vita, dovevano, o poco o molto, farsi sentire. C’è chi studia di appropriarsi quanto più può la lingua, lo spirito, la maniera del Petrarca, e procaccia poi di rifare il modello, senza altrimenti curarsi di conformare in qualche modo a quel modello se stesso, e alla vita di quello la propria vita. Per costoro l’arte del Petrarca è una veste che s’attaglia a ogni dosso. Così il Bembo ruba le forme di cui il Petrarca aveva rivestito il suo purissimo amore per Laura e ci caccia dentro l’amore troppo diverso per quella sua Morosina, che lo fece padre di parecchi figliuoli. Certo, non si può frantendere più di così l’indole e il magistero della poesia. Gerolamo Muzio petrarcheggiò in onore di quella famosissima Tullia d’Aragona, che, non giova nasconderlo, figura in certa Tariffa dell’inclita città di Venezia; e Bernardino Rota, men malamente, scrivendo le Rime in vita e in morte della propria moglie, Porzia Capece. Altri, con alquanto più di buon giudizio, procurava di rifar dentro di sè l’anima del Petrarca, e intorno a sè alcuna condizione della vita di lui, o lasciava credere che così facesse. Il Cariteo scovava a dirittura un’altra Laura, e spasimava per lei dodici anni; e quattordici durava lo struggimento del Sannazaro per la bella Carmosina; undici quello del buon Guidiccioni per non ricordo quale fera virtuosa e bella. C’era chi si attaccava alle falde del maestro, e non osava scostarsi un passo da lui; e c’era chi, pure imitando, si studiava di metter qualche cosa di suo ne’ suoi versi. Così ebbero lode, per alcuna tentata novità, Giovanni Della Casa, Angelo Di Costanzo, ed altri. Parecchi imitatori si accozzavano insieme, e di pezzi componevano un nuovo Canzoniere, come può vedersi nelle Rime di diversi eccellenti autori in vita e in morte dell’illustrissima signora Livia Colonna, stampate in Roma nel 1555. Più che imitatori erano i centonisti, i quali rifacevano il Petrarca con lo stesso Petrarca, e spesso i versi di lui forzavano a dire ciò che mai non avevano detto: e abbiamo centoni del Sannazaro, di Bernardino Tomitano, d’Isabella Andreini, di un Fabrizio Accolti, di un Luc’Antonio Ridolfi, di altri. Un Giulio Bidelli, mostro di pazienza, giungeva a mettere insieme Dugento stanze e dui capitoli, tutte de versi del Petrarca. Si usava anche di lardellare con versi del Petrarca i proprii componimenti. Così Isabella Andreini compose un capitolo in cui ogni terzetto finisce con un verso del Petrarca, e il medesimo, già molto prima, aveva fatto per celia Pietro Aretino: un Fabio Cavofigli, da Bitonto, morto nel 1570, compose un poema in sei canti, intitolato L’Esiglio; dove ogni stanza termina con un verso del Petrarca.
Non mancava chi, lasciando al Canzoniere i suoi versi, ne rubava le rime, per avere il gusto di accodarvene altri, di sua fattura. Un po’ meno che imitatori direi coloro i quali pigliavano dal Petrarca di seconda o di terza mano, facendosi seguaci dei seguaci di lui, come a dire del Bembo e di monsignor Della Casa. Si veniva ad avere per tal modo un Petrarca assottigliato e annacquato con processo che ricorda certe soluzioni ripetutamente diluite dei chimici; e se i versi dei primi imitatori posson rassomigliarsi a un vinello di poco spirito e manco sapore, quelli dei secondi sono a dirittura la risciacquatura del tino. C’era ancora chi pensava di dover compiere o rifare il Canzoniere, oppure dargli un opportuno riscontro. Uno Spina componeva Il bel Laureto (Milano, 1547) tutto in lode di Madonna Laura, che, a suo giudizio, non doveva essere stata dal Petrarca abbastanza lodata. Nel 1552 si pubblicavano in Venezia I sonetti, le canzoni, et i trionphi di M. Laura in risposta di M. Francesco Petrarca per le sue rime in vita, et dopo la morte di lei pervenuti alle mani del magnifico M. Stephano Colonna. E senza più, Ludovico Paterno osava chiamare Nuovo Petrarca un suo sciattissimo canzoniere in vita e in morte di una madonna Mirzia (Venezia, 1560). Per agevolare la imitazione, o il furto, si moltiplicarono i Rimarii del Canzoniere.
La prosunzione in molti di questi imitatori era assai grande, e più d’uno si credette d’aver superato il maestro, o che il superasse fu creduto da altri. A noi le rime di monsignor Della Casa non pajono veramente gran cosa: ma il Varchi, il Tasso ed altri non isdegnarono di studiarci sopra, di esporle e di commentarle: il primo di aprile del 1616 Orazio Marta mandava al conte di Castro un suo parere, in cui quasi quasi pone il Casa sopra il Petrarca. In un suo epigramma latino Marc’Antonio Flaminio dà al Molza più gloria che a Tibullo e al Petrarca, e ciò per aver egli saputo riunire in sè il pregio dell’uno e dell’altro poeta. Il marchese di Mantova scriveva a Pietro Aretino il 27 d’agosto del 1524: «La canzone mi è sommamente piaciuta in la imitazion aveti fatto di M. Francesco Petrarca: lo avete molto, secondo il nostro judizio, superato, e nel corso lassatolo drieto a voi un gran pezzo»[6]. E sì che messer Pietro non ci teneva punto a passare per un gran petrarchista.
Il Petrarca era maestro massimo di poesia; da lui si ripetevano e si ricavavano tutte le parti e le norme dell’arte. Il poeta che senza paragone si cita più di frequente nelle Poetiche del Cinquecento, è lui; veggane le prove chi vuole nelle Poetiche di Bernardino Daniello, di Mario Equicola, del Muzio, del Minturno, di Andrea Gilio e di altri. E non è a dire se versi del Petrarca occorrano spesso nel Tesoro di concetti poetici del Cisano e in altre consimili raccolte. A mostrare di quanto favore egli abbia goduto in quel secolo basta ricordare che le edizioni del Canzoniere, di trentaquattro ch’erano state nel Quattrocento, salirono a centosessantasette, per cadere a diciasette soltanto nel secolo successivo; mentre le edizioni della Divina Commedia furono rispettivamente in quei tre secoli di quindici, di trenta e di tre. Dante ebbe anche nel Cinquecento ammiratori ardenti, come, per citarne due, Michelangelo Buonarroti e Giambattista Gelli; e qualcuno ce ne fu che, come il Cosmico, osò porlo sopra il Petrarca; ma, ad ogni modo, la fama sua fu ben poca a paragone della fama di questo. Ed era lo spirito del secolo tutto intero che voleva così. Il Cinquecento era fatto per intendere il Petrarca e per non intender Dante. Fermiamoci un poco a considerare perchè.
Immaginatevi il rigido e sdegnoso Alighieri, quell’Alighieri, che, come dice Giovanni Villani, quasi filosofo mal grazioso non bene sapeva conversare co’ laici, in mezzo ad uno di quei crocchi eleganti dove la coltura, l’ingegno, la beltà, la cortesia, gli affetti teneri e gentili si stimolavano a vicenda, si davano scambievolmente risalto e valore; uno di quei crocchi che formavano la principale attrattiva della vita in Urbino, in Ferrara, in Mantova, in Roma, in Venezia: certamente egli vi si sarebbe trovato molto a disagio, ed anche agli altri sarebbe stato cagion d’imbarazzo. Poneteci per contro il Petrarca e vedrete subito ch’egli ci si trova, come si suol dire, nel suo centro. Gli è che il Petrarca, malgrado le melanconie ascetiche e i disgusti profondi che di tanto in tanto lo soprapprendono, è quasi, già nel Trecento, un uomo del Cinquecento; è il maestro insuperato e insuperabile di tutte le squisitezze e di tutte le eleganze. Un secolo come il Cinquecento, che ricerca in ogni cosa la peregrinità e la grazia, che tutto affina e illeggiadrisce, che, rifuggendo istintivamente da quanto è semplice, primitivo, ingenuo, fa della vita un’arte, per non dire un artificio, doveva riconoscere nel Petrarca il solo poeta volgare degno d’essere posto in ischiera coi poeti dell’età augustea, e compiacersi della poesia del Canzoniere come di quella che meglio assecondava, blandiva, esprimeva i gusti e gl’ideali suoi proprii. A dirla in una parola, è la cortigiania del secolo XVI, presa nella sua duplice e più larga significazione di forma di coltura e forma di vita, che leva sugli altari il Petrarca, e in molteplici guise ne promuove il culto. Però s’intende quale sia il pensiero di monsignor Della Casa, quando, nel Galateo[7], appunta di disonestà alcuni vocaboli e versi di Dante, e dice che dal poeta della Commedia non si può apprendere l’arte di essere grazioso. Al Petrarca, nè monsignore, nè altri, avrebbe potuto muovere così brutto rimprovero.
In fatti noi troviamo il petrarchismo in istretta relazione anche con la cortigiania più frivola e scioperata, quella che si spendeva tutta nelle graziosità non sempre di buona lega della vita esteriore, senza dignificarsi nell’amore degli studii e delle buone arti. Dice Pietro Aretino nella Cortegiana[8] che certi cortigianuzzi effeminati e sciocchi avevano molto a mano il Petrarca; e altrove, per bocca di quella sua Nanna[9], descrive i leggiadri cavalieri di Roma, quali usavano mostrarsi per le vie, «andando soavi soavi co’ loro famigli a la staffa, ne la quale tenevano solamente la punta del piede, col Petrarchino in mano, cantando con vezzi». Il Petrarchino era il Canzoniere, in edizione elegante, di piccolo formato[10]. In una scena del Furbo, commedia di Cristoforo Castelletti, l’innamorato Aurelio si presenta con un Petrarca in mano, regalatogli dalla diva[11]. Sì fatti stucchevoli vagheggini descrive quel cervel balzano del Garzoni nella sua Piazza universale di tutte le professioni del mondo[12]: «caminano tutto il giorno vestiti come ninfati Narcisi, col fiore nell’orecchia, con la rosa in mano, coi suoi guantetti profumati, con la gamba attilata, col passo artificioso, col motto galantino, con l’andar lesto, che pajono daini di Soria, e qui si fermano un tratto, danno una occhiata, fanno un cenno, tranno un sospiro, fan di pennacchino una volta, salutan sotto voce, si raccomandano alquanto, ricevono un risetto forbito, un guardo maliziosetto, e allora col farsetto pien di gioja partono cantando, e vanno a casa a comporre una sestina, o un madrigaletto, dove il cieco d’Adria non s’accorge che la mariuola gli ha furfato in versi, senza essere discoverta da veruno». Una genía che vive e prospera ancora, come si vede. Costoro dovevano molto spesso rassomigliare a quel messer Simpliciano che descrive il Bandello[13], dicendo, tra l’altro, che era «il più polito ed il più profumato giovane di Milano; e teneva un poco, anzi che no, del Portogallese; che ogni dieci passi, o fosse a piede o cavalcasse, si faceva da uno dei servidori nettar le scarpe». Aveva ragione il Castiglione, che gli escludeva dal consorzio dei veri e buoni cortigiani[14]: «Questi, poi che la natura, come essi mostrano desiderare di parere ed essere, non gli ha fatti femine, dovrebbono, non come buone femine essere estimati, ma, come publiche meretrici, non solamente delle corti de’ gran signori, ma del consorzio degli uomini nobili esser cacciati».
Anche costoro, dunque, dovevano, alla lor maniera, favorire il petrarchismo, mentre non dovevano certo, da parte loro, contrariarlo quegli Spagnuoli che, maestri di scioperata e sdilinquita cortesia, avevano, come dice l’Ariosto, messa la signoria sino in bordello. Quei Don Cirimonia di Moncada e quei Signor Lindezza di Valenza, di cui ride il sempre arguto Aretino, stretti in cintura, come li ricorda il Sanga, attillati, odoriferi, schifi....., la spadiglia a canto, fumosi, il mozzo dirieto, per vida de la Imperadrice, e con l’altre lor lindezze attorno[15], sempre assassinati d’amore, dopo aver veduto il Petrarca godere di tanta considerazione in casa loro, dovevan dar mano ad allargarne il culto anche tra noi. E c’è memoria di un Don Diego, il quale osò persino d’imbrancarsi col gregge degli imitatori, facendo così venire la muffa al naso al buon Lasca, che sotto nome di messer Goro della Pieve, gli scaraventò contro un sonetto, esortandolo a levarsi di Firenze. Non si può ragionevolmente non credere che costoro facessero spalla con molto impegno al petrarchismo, se è vero ciò che dice il Mauro, che cogli Spagnuoli entrò in Italia una nuova usanza di sospiri:
Non era in uso quel baciar di mani
Nè ’l sospirar sì forte alla spagnola,
Ch’or è sì proprio de’ napoletani[16].
E chi al mondo sospirò più di messer Francesco? Così la cortigiania favoriva il petrarchismo, non meno con le sue tendenze cattive che con le buone.
Si capisce come il Petrarca, riconosciuto maestro insuperabile e modello unico della poesia lirica, dovesse tirarsi dietro a rimorchio, oltre agli ingegni migliori, anche un infinito popolo di poetastri e poetucoli da strapazzo, pei quali la imitazione era ineluttabile necessità, mentre per gli altri, almeno sino ad un certo punto, era libera elezione. La molta e diffusa coltura, se reca alla società cui appartiene benefizii grandi e molteplici, reca pur qualche danno, fra gli altri quello di promuovere e di stimolare un dilettantismo non sempre di buona lega. Ciò si vede in ispecial modo in quel secolo XVI, nel quale la smania di passare per letterato, d’imbrattar fogli e di stampar libri, assume il carattere di una vera e propria epidemia. Aggiungasi che il mecenatismo, falso o sincero, dei tempi, suscitava molte facili speranze, e faceva seguaci delle muse molti ch’erano nati per la striglia, e pur vagheggiavano il pane con poca fatica lucrato, gli onori e i favori delle Corti. Per tacere degli altri, i poeti, o direm meglio, i verseggiatori di quel secolo sono come l’arene del mare. Può far Domenedio che i poeti ci diluvino come i Luterani? esclama l’Aretino nel prologo della Cortegiana. E nella commedia[17] ricorda un Cinotto, un Casto da Bologna, un prete Marco da Lodi, e nel Capitolo all’Albicante un fra Porro, tutti d’una buccia e d’un midollo. Alcuni, come il Querno, il Baraballo, il Brittonio, il Gazoldo, riuscirono per singolare concorso di casi, a tramandare ai posteri un nome vituperato; ma quanti altri mai affondarono irrevocabilmente nel mar dell’oblio? quanti vissero e morirono senza che il nome loro uscisse fuori di quei tristi e luridi tinelli, dove dividevano cogli staffieri e coi mozzi di stalla la scarsa pietanza? E a che cosa doveva riuscire tra le mani di costoro il Petrarca? Contro uno di questi, certo Eufrosino Lapini, si scaglia con un veemente sonetto il Lasca:
Oh gran gagliofferia,
Veder le vostre goffe e fredde stanze,
Piene di passerotti e discordanze;
E per belle creanze
Metter quei versi del Petrarca in guisa
Che chi li legge crepa delle risa!
Ma il Petrarca non era solamente l’oracolo della poesia; era ancora l’oracolo della lingua. E perchè? Anche di ciò la ragione è da cercare nella coltura del nostro Rinascimento. Di mezzo a quella coltura vien fuori quel particolar gusto, quel complesso di opinioni e di indirizzi, quella suscettività e intolleranza in materia di lingua, che formano il purismo. Considerare il purismo nostro non altrimenti che come un fatto di rigidità e di grettezza accademica, solo perchè l’Accademia della Crusca ne fu massima fautrice e tutrice, non è nè ragionevole nè giusto. In sostanza il purismo non è se non la esagerazione e la conseguenza finale di quelle stesse tendenze per cui, in mezzo ad un popolo, viene a formarsi, diversa dalla volgare, la lingua colta, letteraria od aulica che voglia dirsi. Come tale il purismo non è cosa propria della nostra storia letteraria soltanto, ma comune, quando in una, quando in altra forma, a tutte le storie letterarie: sebbene possa tra noi, per le condizioni stesse della coltura nostra, essere riuscito più che altrove fastidioso ed eccessivo. La soverchia raffinatezza, già tendente a leziosaggine, della coltura e del costume, importa, insieme con molt’altre cose, anche una elezione minuziosa, schifa e sofistica nel fatto della lingua, la quale vuolsi rivesta quel carattere di signorile ed inappuntabile eleganza, che è proprio di tutte l’altre cose, e delle forme e dei modi a quella vita appartenenti. Come per veste ed ornamento del corpo si scelgono allora i panni più costosi e più belli, così per veste del pensiero le parole più nobili e più peregrine; e l’uso artificioso che un’arte men degna fa di quei panni, un’arte più degna, o più presuntuosa, fa di quelle parole. Nascono per tal modo ad un tempo la preziosità della lingua e la preziosità dello stile, per cui l’uomo colto e cortigianesco, nel fatto del parlare e dello scrivere, come in ogni altra cosa, si distingue e separa dal volgo. E poichè quel medesimo lavoro di scelta si viene ancora esercitando sulle cose di cui è lecito parlare, e sulle idee che è lecito esprimere all’uomo di finita coltura, e che perciò la materia del discorso si viene restringendo entro una cerchia sempre più angusta, ne segue che tutta quella parte di lingua, la quale risponde a cose e a pensieri non contenuti in tale cerchia, è facilmente considerata come impura, guardata con sospetto, e messa in contumacia, se non rinnegata affatto. Così nasce quella grande smanceria e quella solenne pedanteria che si chiama il purismo, il quale, per una parte di buono che possa avere, ne ha nove di cattivo, e, quando giunga alle ultime sue conseguenze, dissangua la lingua, uccide il pensiero, cancella di sana pianta le cose. E un altro fatto si consideri. L’umanesimo ebbe per lungo tempo in dispregio il volgare; era però naturale che il giorno in cui si piegava a fargli un po’ di posto a canto al greco e al latino, si mostrasse assai schifiltoso e severo, e si desse a cercare, per levarlo a tant’onore, il volgare men volgare che fosse possibile di trovare. L’umanesimo, quanto a lingua, era divenuto assai schizzinoso studiando in Cicerone e in Virgilio, e in tutto oramai recava la tormentosa preoccupazione dell’aureo.
Così stando le cose, qual altro miglior esemplare di lingua poteva scegliere il Cinquecento che il Petrarca, il sempre purgato e sempre manieroso Petrarca, il quale avendo da esprimere i pensieri e i sentimenti più delicati e più nobili, e da ritrarre le cose più piacenti e leggiadre, poteva schiumare, per uso suo, la parte più odorifera e linda del vocabolario, e lasciar tutta l’altra da un canto? Nessuno, certo, almeno per la poesia. Gli è vero che quel grandissimo pedante del Salviati ebbe a dire Dante più puro del Petrarca[18], e che il medesimo disse pure Torquato Tasso[19]; ma questa non era opinione molto cattolica. Gli è vero ancora che accanto al Petrarca si ponevano Dante e il Boccaccio; ma quando si dice accanto, s’intende ai fianchi, egli nel mezzo. Così li vide veramente il Caporali nella reggia di Parnaso:
Nella più badiale e ricca sede
Stava il Petrarca, ed a man destra Dante
E ’l gran Boccaccio alla sinistra siede[20].
Niccolò Liburnio intitolò Le tre fontane certa sua opera grammaticale fatta sugli esempii di Dante, del Petrarca, del Boccaccio; ma se la fontana principale era per la prosa il Boccaccio, per la poesia era il Petrarca. Anzi il Giovio, nei suoi Elogia, chiama a dirittura il Petrarca italicae linguae conditorem et principem. Le regole della grammatica si cominciarono più particolarmente a fissar sul Petrarca; e anche qui ci troviamo dinanzi, se non primo, certo uno dei primi, messer Pietro Bembo, il quale, se ebbe in sè molti buoni ingegni, non ebbe però mai il sentimento della lingua viva, e in fatto di lingua e di stile aperse una scuola di pedanteria, che da ben poco può dirsi chiusa[21]. Frughi chi ha tempo le molte grammatiche del Cinquecento e vegga il posto e l’officio che vi tiene il Petrarca.
Insomma il Petrarca è maestro e signore, così del vocabolario, come della grammatica, e in suo nome si fanno le leggi, e in suo nome si assolve e si scomunica. Egli è in lingua ciò che San Tommaso in teologia. Ond’è che il Castelvetro, volendo dare in capo al Caro per ragione di quella sua canzone dei Gigli d’oro, comincia asciutto asciutto con un Il Petrarca non userebbe, e ci attacca una filatessa di voci e di modi che pare a lui abbiano dell’eretico. Ma certo non a tutti doveva riuscire agevole l’uso di quelle parole melate e di quelle graziette confettate del Petrarca, e qualcuno se n’aveva da avvedere. E pare se ne avvedesse quello sciocco innamorato di Gerozzo, nella Pinzochera[22] del Lasca, quando invasato dal pensiero della sua bella, si lasciava scappar di bocca: «ch’è di quella ladra, traditora, rubacuori? maledetto sia il Petrarca!» O non dev’egli parere tanto più strano, che in quello sciagurato gergo ch’ebbe nome di lingua jonadattica entrasse l’uso, secondo attesta Nicola Villani[23], di dire anima Petrarca per anima di pietra, come si diceva studiare il Boezio per essere un bue, e leggere il Mattioli per avere del matto?
Perchè il Petrarca non era solamente il grande erudito, il grandissimo poeta; ma era ancora il solennissimo innamorato, il maestro e il dottore di tutti gli innamorati; onde ben a ragione lo chiamava il Domenichi gran maestro per pratica e per scienza di tutti gli affetti amorosi[24]. E qui ci si scopre un’altra e principalissima ragione di simpatia fra il nostro poeta e quegli uomini del Rinascimento.
L’amore, che tiene un gran posto nella vita di tutti i popoli e di tutti i tempi, ne tiene uno grandissimo nella vita italiana del Cinquecento, e ci si presenta con forme e con caratteri che, parte sono generali e comuni, parte sono specifici e proprii. Dico amore e dovrei dire amori; perchè quell’amore è di due maniere, teoretico e pratico; e certo in nessun tempo corse tanta diversità dal teoretico al pratico quanta allora si vede. Che cosa fosse l’amore pratico nel Cinquecento sa chiunque abbia una qualche cognizione dei costumi e della vita di quella età, e può ognuno vederne i documenti e udirne le testimonianze parlanti nella novella, e in molt’altra parte di letteratura contemporanea: amore sensuale e brutale, senza pudore e senza velo; amore che non è altro ormai se non un rigoglio e un impeto di appetiti animali, l’istinto che si sfrena e soverchia. Questo è l’amore che risponde alla furia di godimento ond’è invasata e agitata allora la società italiana, furia che la trascina su tutte le vie della dissolutezza e la esercita in tutte le forme della colpa e del vizio. Una triste istoria che a me non tocca narrare! Ma di contro a questo l’altro amore si leva, l’amore che risponde alla intellettualità fiorita dell’umanesimo ed ha suo luogo fra gl’ideali più elaborati di quella coltura. Già col restaurato platonismo era sorta tutta una dottrina d’amore puro ed etereo, che se in molte parti si rassomiglia a quella dell’amore cavalleresco, se ne distingue e disgiunge pel carattere essenzialmente filosofico de’ presupposti e degli argomenti, e continua e svolge la dottrina degli antichi lirici nostri. Oltre di ciò, data la società del Cinquecento, dati quegli uomini educati in tutte le raffinatezze del pensiero, del sentimento e del costume, non era possibile che per essi non s’indagassero, non si tentassero le forme più immateriali, più delicate, più difficili a reggersi ed a serbarsi, della relazione affettuosa fra l’uno e l’altro sesso. Non era possibile che uomini, il cui animo era aperto ad ogni incanto di bellezza e di venustà, non riuscissero talora a levarsi alla contemplazione serena, non conturbata da grossolanità di appetiti, della bellezza e della venustà muliebre, e a farne obietto di culto. E nei crocchi dove la donna sedeva regina, e dove i più culti intelletti gareggiavano di ingegnosità e di acume, i sentimenti e i pensieri attinenti a quel culto dovevano rivestire le forme più delicate e più peregrine. L’amore, i suoi caratteri, gli effetti, porgevano assai frequente argomento di discorso e di disputa a quelle geniali conversazioni. «L’avervi io conosciuta savia ed ingegnosa più assai che non fu mai Nicostrata, Diotima, o Targelia», scriveva Ottavia Bajarda a Camilla Testa, «mi fa confidente e molto ardita a chiedervi la soluzione di alcuni dubbii che l’altro giorno nella mia casa da ingegnose donne si trattorno»[25]; e seguita con una lunga filza di quesiti d’amore.
Formavasi così quella dottrina artificiosa, e anche parecchio pedantesca, la quale poneva l’amore puramente sensuale e corporeo agl’infimi gradi della scala, l’amore santificato dal matrimonio, nel mezzo, e l’amore ideale o platonico, emancipato dai sensi, e figlio, come dicevasi, di Venere celeste, in sulla cima; e questo poi considerava come causa, nella natura umana, di molte qualità ed operazioni virtuose, e come anello di congiungimento con l’amore divino. Questa dottrina si trova esposta e discussa da innumerevoli autori del Cinquecento, in iscritture di ogni forma e qualità; trattati, dialoghi, ragionamenti, lezioni, commentarii. E questi autori sono varii di condizione e d’ingegno, filosofi, storici, novellatori, poeti, cortigiane: sì, persino cortigiane, giacchè la celebratissima Tullia di Aragona scrisse un dialogo della infinità di questo amore, lei che pur aveva dell’altro sì pertinente ed ampia cognizione. Al quale proposito è da notare che la stessa grande, anzi eccessiva depravazione dei costumi, contribuì forse a far sorgere, o a dar risalto, per ragion di contrasto, a questo amore puro e spirituale. Così in tempi di corruzion soverchiante viene in onore la letteratura pastorale, e l’arte gode di porre a riscontro della turpitudine della vita reale la innocente serenità dell’idillio. L’amor trascedente si accompagna in assai facile modo con la scostumatezza.
Del resto andrebbe errato chi credesse che questo amore fosse cosa assolutamente ed esclusivamente teoretica, vivesse soltanto nei ragionamenti e nei libri, e non avesse anche nella vita il suo luogo. Si contan sulle dita gli scrittori del Cinquecento che non abbian vantato in vita loro alcuno amore purissimo e santissimo: e sappiam che le donne più illustri allora per beltà, senno, e illibatezza di costumi, ebbero tutte una corte di adoratori ossequenti, che si contentarono di adorarle e di celebrarle.
Certo, molti di questi amori, anzi la grandissima parte, furono tutti di testa, furono un’eleganza tra l’altre eleganze, furono una ostentazione, o una divisa, che non aveva nulla di vero, fuori delle parole che la esprimeva; molti altri furono men puri che non piacque agl’interessati di dire; ma ce ne fu pure qualcuno di reale e di sincero: basterà ricordare per tutti l’amore che per Vittoria Colonna nutrì la maschia anima di Michelangelo. Di molti di quei pretesi innamorati platonici e lodatori dell’amor platonico, sappiamo che nella vita pratica indulsero a tutt’altre voglie che non son quelle da essi ostentate nelle loro scritture; ma noi siamo pure in grado d’intendere come uomini dissoluti, che senza ritegno alcuno appagavano i sensi, potessero, ajutati da felice coltura di mente, in certi tempi e condizioni, compiacersi di un amor peregrino e puro, con quel sentimento medesimo con cui si compiacevano dei più squisiti miracoli d’arte; potessero fregiarsene e insuperbirne.
Io non ho bisogno di entrare qui nella disamina di quella sottile scienza d’amore elaborata dal Cinquecento, la quale, se molto ha del sofistico e del fastidioso, e troppe occasioni di chimerizzare senza costrutto porse a moltissimi scioperati, mostra peraltro, in compenso, uno studio spesso meraviglioso dell’animo e degli affetti umani, un’arte in sommo grado penetrativa nello sceverare gli elementi del sentimento. Di ciò si ha la prova, per non parlar d’altri, negli Asolani del Bembo, e nel terzo libro del Cortegiano del Castiglione; ma quel tanto che ho detto basta a fare intendere come, anche per questa parte, il Petrarca dovesse tornare molto accetto alla culta società del Cinquecento, e dovesse inoltre con le sue rime molto efficacemente promuovere in seno ad essa quella dottrina e quell’entusiasmo d’amore. Giacchè fu egli un grandissimo innamorato, del carattere appunto che quella dottrina vagheggia, ed è il suo canzoniere un libro, dove, con arte non mai sorpassata, e non ostante il molto falso che vi si trova, sono analizzati, descritti, chiariti, con osservazione acutissima, con inesauribile copia di pensieri e d’immagini, i fenomeni tutti, o, come allora dicevasi, gli accidenti della passione amorosa. Agli uomini del Cinquecento parve il Petrarca ciò che ancora, e giustamente, pareva all’Alfieri,
Quel sì gentil d’amor, mastro profondo;
e quanti ebbero allora animo aperto all’amore furono necessariamente suoi discepoli. Abbiam veduto che i poeti innamorati usavano il suo linguaggio, e che i vagheggini imbertoniti cantavano i proprii suoi versi. «Come farei io bene uno assassinato d’amore», fa dire l’Aretino all’Istrione, nel Prologo della sua commedia Il Marescalco; «non è Spagnuolo, nè Napolitano, che mi vincesse di copia di sospiri, d’abbondanza di lagrime, e di cerimonia di parole; e tutto pieno di lussuriosi taglietti[26] verrei in campo col paggio dietromi vestito de’ colori donatimi da la diva, e ad ogni passo mi farei forbire le scarpe di terzio pelo, e squassando il pennacchio, con voce sommessa, aggirandomi intorno a le sue mura, biscanterei:
Ogni loco mi attrista ove io non veggio...».
Il qual verso è appunto un verso del Petrarca. Quanto ai trattatisti, dirò così, dell’amore, essi citano ogni momento il nostro poeta come autorità di cui nessun’altra è maggiore.
Così l’Italia s’empieva d’amori alla petrarchesca, in verso e in prosa, e il Sarrazin avrebbe potuto vederci ciò che più tardi vide in Francia, ai funerali del poeta Voiture:
Les Amours d’obligation,
Les Amours d’inclination,
Quantité d’Amours idolâtres,
Une troupe d’Amours folâtres,
Force Cupidons insensés.
Des Cupidons intéressés,
De petits Amours à fleurettes,
D’autres petites Amourettes,
Mêmement de vielles Amours,
Qui ne laissent pas d’avoir cours,
En dépit des Amours nouvelles,
. . . . . . . . . . . .
Et, bref, tant d’Amours qu’à vrai dire,
On ne pourrait pas les décrire.
Se il Petrarca era maestro in materia d’amore, non poteva non essere in materia di bellezza e di leggiadria, egli che aveva celebrata la più leggiadra e la più bella delle donne. In fatti, nei numerosi trattati che il Cinquecento consacrò alla bellezza muliebre, il suo nome è spesso citato, e versi suoi ricorrono con molta frequenza[27].
Ricco di tanta riputazione, e circondato di tanto favore e di sì gran plauso, non è a stupire se il Petrarca vide allora calar sui suoi versi, come stormo d’uccelli alla pastura, un nugolo di espositori e di commentatori, venuti giù dalle gelide plaghe della grammatica e della retorica, e smaniosi di far anatomia di quel bel corpo del Canzoniere. E anche qui noi troviamo ogni fatta d’ingegni e di attitudini. Ecco in prima riga i commentatori grossi, che accaparrano il Canzoniere tutto intero e lo rivendono a lor bell’agio a ritaglio; ecco poi l’infinita schiera degli espositori minuti, che sudano un anno sopra un passo oscuro, recitano in pubblico cinque lezioni sopra un sonetto, scrivono cento pagine sopra un verso. Il famoso sonetto Era il giorno che al sol si scoloraro fece spiritare da quattro generazioni di espositori. Il buon Benedetto Varchi recitava nel 1565, nello studio Fiorentino, la bellezza di otto lezioni sulle così dette Canzoni degli occhi, il che faceva dire ad Alfonso de’ Pazzi:
Le canzoni degli occhi ha letto il Varchi,
Ed ha cavato al gran Petrarca gli occhi.
Ma a che pro moltiplicare gli esempii? Le bibliografie del Rossetti, del Marsand e del Ferrazzi scusano così ingrata fatica. Fatta eccezione di pochi buoni e sensati, tutti coloro che si davan aria di esporre e di commentare son degni d’andarne in ischiera con coloro che si credevano d’imitare; e come uscisse conciato il Petrarca dalle lor mani si può immaginar facilmente. Io dovrò riparlare di loro quando verrò a dire dell’antipetrarchismo: lasciamoli intanto dormire del sonno profondo che giustamente si sono con le loro fatiche acquistato.
Ma non è da passare in tutto senza qualche ricordo un’altra, e non iscarsa schiera di scioperati, formata di coloro che, senza troppo curarsi d’intendere i versi del poeta, si davano ad investigare per entro la vita di lui certe cose ingarbugliate ed oscure, e a muoverci sopra dubbii e questioni. Madonna Laura e l’amore del Petrarca per lei destavano molte e poco discrete curiosità. Nel 1545 ci fu chi pretese d’avere scoperta la tomba della famosissima donna. Alfonso Cambi Importuni si affaticò a ritrovare il giorno e l’ora precisa dell’innamoramento di messer Francesco; un Ludovico Gandino compose una lezione sopra un dubbio come messer Francesco non lodasse Laura espressamente dal naso. Di questi e di altri fa menzione Anton Francesco Doni: «Chi dice de’ versi, chi de’ vocaboli; un altro non vorrebbe che ’l Petrarca avesse fatto i Trionfi, ed a certi non sa buon loro quel verso: Standomi solo un giorno alla fenestra: oltre al combattimento che s’ode far tutto il giorno di Laura divina e di Laura umana[28]».
Ma altre testimonianze ed altre prove ci rimangono del favore grandissimo onde godette il Petrarca nel Cinquecento, degne d’essere rilevate. Se il Canzoniere era cantato, e probabilmente, almeno in parte, saputo a mente dai vagheggini di professione, non poteva poi essere ignorato da una classe di buone persone con cui essi signori vagheggini solevano avere famigliarità molta, voglio dire dalle cortigiane. Noi sappiamo come il Cinquecento riproduca, insieme con molt’altre cose, e fatta ragione di differenze inevitabili, l’etèra antica. Nè ciò avviene per caso. Le cortigiane si risentono allora ancor esse di quella che è condizione comune di tutta la società, e non possono sottrarsi agli influssi della generale coltura. Quella tra esse che si fosse serbata digiuna di ogni studio, che avesse mostrato di non aver sentimento di poesia nè gusto d’arte, avrebbe avuto un’attrattiva di meno e avrebbe scapitato. Perciò noi le vediamo intente a procacciarsi un certo grado di coltura, e, come allora dicevasi, quelle virtù che fanno la persona di più grata conversazione[29]. Avrà ragione l’Aretino, quando fa dire a Ponzio nella Talanta[30]: «Sappi che le ribalde si danno a grattar l’arpicordo, a cicalar del mondo, ed a cantar la solfa, per assassinar meglio altrui, e guai per chi vuole udire, come elleno san ben sonare, ben favellare, e bene ismusicare»; ma fatto sta che esse imparavano a far tali cose e più altre ancora. La famosa Imperia fu coltissima e imparò a far versi da Niccolò Campano, detto lo Strascino. Veronica Franco andò celebre per le sue terze rime, e tutti sanno qual fama acquistasse la già più volte ricordata Tullia.
Nei Ragionamenti[31] dell’Aretino è ricordata una famosa cortigiana romana, conosciuta sotto il curioso nomignolo di Madrema non vuole, la quale, dice l’Antonia, una delle interlocutrici del dialogo, «si fa beffe di ogni uno che non favella a la usanza, e dice che si ha da dire balcone e non finestra, porta e non uscio, tosto e non vaccio, viso e non faccia, cuore e non core, ecc.». E altrove lo stesso Aretino fa dir di lei a un certo Lodovico[32]: «ella mi pare un Tullio, e ha tutto il Petrarca e ’l Boccaccio a mente, e infiniti e bei versi latini di Virgilio e d’Orazio e d’Ovidio e di mille altri autori». Certe lettere pubblicate di recente[33] mostrano quanto alle volte fosse in coteste donne il garbo e il buon gusto, quanta la schiettezza nel modo di pensare e di scrivere, e la (almeno apparente) gentilezza dell’animo. La Tullia abbiam veduto come imitasse anch’ella il Petrarca, e Ludovico Domenichi ricorda una disputa che intorno al Petrarca appunto fecero alcuni gentiluomini in casa di lei[34]; molt’altre di certo lo leggevano, e, ardisco dire, lo gustavano. In Venezia Lucrezia Squarcia si lasciava vedere spesso col Petrarchino in mano, e una Laura sembra si facesse a dirittura chiamare Laura del Petrarca. A una Fulgenzia il buon Andrea Calmo mandava, o fingeva di mandare, in regalo il Canzoniere del Petrarca, il Decamerone e un Libro della ventura, accompagnando il tutto con una lettera, di cui giova riferire il seguente curioso e grazioso passo[35]: «Madona mia speculativa, prudente, e acorta, tantosto che la secretaria di nostri cuori me ha mostrao la vostra polizza, la qual reverentemente averta, e con mille basi onorà, in quel instante anditi a comprar questi tre libri, cusì a mio muodo, cognossando esser al proposito de la vostra complesion, de la vostra natura, e del vostro judizio, e anche per imparar, descorando, qualche bel trattesin, per i nostri debesogni. Adunca vu lezerè el Petrarca, considerando quanta longhezza de anni el portete amor a madona Laura, e quante fatighe, passion, suspiri, lagreme e male note el patite per essa, metandola, in vita, sora de ogni altra creatura amorosa, e in morte può, tegnir conclusion che la sia intel pi bel liogo di beai; sì che credo che vu l’averè molto ben da caro, e tanto pi che, co ’l gustarè, vu butarè da banda quelle vostre fandonie de istorie, e de zanze trivial, minchione, e material; l’altro è le Cento novele del Boccazzo dove fè vostro conto che ’l sia un recetario de tutti i amanti, perchè in quelle diese zornae, ghe se truova el modo da inamorarse, da meter i ordeni, da sconder el so moroso, da scampar via, da far le so vendete co i maridi, da risponder a le sansere, da far la santa, da far la crudel, da far la gofa e breviter da piar tutti i rimedii, da offender e da defenderse, talmente che oltra ste circonstanzie, se fa una lengua elegante, se fa bela creanza, e se fa bonissima memoria; el terzo che ve mando è quel piasevele libro della Ventura, da star con le parente in berta, e anche int’una compagnia de femene, e de omeni; tragando quei tre dai se intende le pi gran stampie, le pi gran zanze, le pi gran busie del mondo».
Quelle fandonie de istorie e zanze trivial sono i romanzi cavallereschi, e certe storie e fiabe popolari in parte ancor vive, di cui nelle sue lettere il Calmo fa assai spesso ricordo[36]. Il libro della ventura è forse quello intitolato Bugiardello, che dovette avere gran voga[37].
Ma torniamo al Petrarca. Racconta il Giraldi Cinzio in una delle sue novelle, che un certo ascolano, innamoratosi di una bellissima cortigiana di Napoli, per nome Nea, non avendo denari da poterle dare, «si diede a comporre versi di varie maniere, a sembianza del Petrarca, come quegli che di acuto e di gentilissimo ingegno era, e recitando a costei quando un mandriale, e quando un sonetto, e quando una canzona, e quando un’altra cosa a sua lode composta, le prometteva, s’ella di lei il compiaceva, di allogarla nel seno della immortalità». Ma, soggiunge il buon novelliere: «era di tal natura costei, che se vi fosse ito il Petrarca accompagnato da Apolline e dalle muse, e non vi fosse ito colle mani piene,» non avrebbe potuto averne il più picciol favore[38].
Forse il Petrarca non avrebbe troppo arricciato il naso vedendo il suo canzoniere tra le mani di così fatte donne, e sentendo ripetere dalle lor labbra alcuno dei sonetti da lui composti per la divina sua Laura; ma non so poi che cosa avrebbe detto, se gli fosse toccato di leggere certo capitolo, dove Lodovico Dolce fa sperticatissime lodi di un suo ragazzo (κίναιδος in greco), dicendo, tra l’altro:
Avea il Petrarca e gli Asolani a mente,
E a tempo e loco, s’io gliel comandava,
Sguainava un sonettin leggiadramente[39];
e se avesse udito Fidenzio Glottocrisio Ludimagistro tradurre in versi pedanteschi il primo sonetto del Canzoniere per offrirlo al leggiadro Camillo, acerbo lanista del suo cuore. Povero messer Francesco, via!
Il Petrarca era dunque in tutte le mani e in tutti i luoghi. Frequentava le aule dei palazzi coi cortigiani; girava per le vie in compagnia di melici spasimanti; entrava nella scuola sotto la magistrale zimarra dei retori e dei grammatici; penetrava in chiesa con la canzone Vergine bella che di sol vestita; saliva sul pulpito coi predicatori che citavano a gara i detti e i versi sentenziosi di lui, e, senza troppo confondersi, dava una capatina sino negli spogliatoi delle etère in voga. Nè finisce qui: noi lo incontriamo ancora in luoghi che parrebbero meno acconci all’indole ed all’umor suo. Ranuccio Farnese, trovandosi accampato, co’ suoi cavalleggieri, non molto dopo il sacco di Roma, sotto Viterbo, un giorno, finito di desinare, prese in mano il Canzoniere, e molto galantemente ne lesse parecchie rime ai commensali[40]. Anche sul teatro ebbe a mostrarsi il buon Petrarca, giacchè nel 1579, in Venezia, i comici Gelosi lo fecero comparir sulla scena per recitar le lodi del Groto[41]. E probabilmente capitò in altri luoghi ancora, ed entrò nella botteguccia dell’artigiano e si strofinò alle panche dell’osteria, perchè Niccolò Franco, il gran nemico dell’Aretino, così dice parlando di lui nel suo dialogo intitolato Il Petrarchista: «l’opra sua (intendi il Canzoniere) è venuta a tale che approvata per un comune conforto di tutte le qualità, si vede ne le mani fin de la plebe, la quale de le sue cose sa rendere buona ragione»[42].
Se il Petrarca aveva, nella vita cortigianesca, la parte che s’è veduto, non parrà strano che versi suoi si togliessero per farne motti ed imprese. Il Domenichi reca questa impresa di Alessandro Piccolomini:
Sotto la fè del cielo, all’aer chiaro.
Tempo non mi parea da far riparo[43].
Scipione Ammirato, nel suo dialogo Il Rota, ricorda un cavaliere che aveva tolto per impresa un albero, i cui rami rompevansi sotto il carico dei frutti, e cui accompagnava il verso del Petrarca:
Povero sol per troppo averne copia[44].
Ed altre se ne potrebbero notare. Sembra inoltre che certi luoghi del Canzoniere suggerissero nuove maniere di giuochi alle brigate gaje e cortesi[45].
Ma una possente ajutatrice del petrarchismo fu senza dubbio la musica. Abbiam già veduto che gl’innamorati bellimbusti andavan cantando versi del Canzoniere in omaggio delle loro belle, e, naturalmente, il cantarli era occasione e cagione dello apprenderli a mente. Ma questo Petrarca in musica non era cosa da bellimbusti soltanto. È noto come nel Cinquecento, insieme con tutte le altre arti che abbelliscon la vita, e il cui esercizio orna la persona, venga in grande onore anche la musica. Lo studiarla ed il coltivarla era proprio di quanti, uomini o donne, si piccavano di fine educazion cortigiana; e si ricordano gli esempii di quegli artisti celeberrimi che all’esercizio di molte e svariate arti, pittura, scultura, architettura, sentirono il bisogno allora di aggiungere anche quello della musica, accompagnata spesso con la poesia. Studiava musica persino un Benvenuto Cellini, uomo certo non molto ossequente alle leggi del vivere cortigianesco. Il conte Lodovico da Canossa dice nel libro di Baldassar Castiglione[46]: «Signori... avete a sapere ch’io non mi contento del Cortegiano, se egli non è ancor musico, e se, oltre allo intendere ed esser sicuro a libro, non sa di varii instrumenti». E seguita parlando accortamente dei pregi della musica e della potenza che essa ha in penetrar gli animi teneri e molli delle donne[47]. Si vede subito quale stretta relazione la musica, specialmente vocale, dovesse avere, non solamente con gli eleganti costumi e col gusto fine del tempo, ma ancora, e più, col donneare cortigianesco e con l’amore. Si cantano versi d’amore per le vie, e sotto i balconi delle innamorate, la notte; si cantano nell’aule sfarzose dei palazzi, alla luce abbagliante dei doppieri; si cantano nei grati ozii delle ville, sotto l’ombre ospitali; e spesso chi canta è egli stesso autore della musica e dei versi, è preso dalla passione che sfoga o palesa col canto, come quell’Antonio Bologna di cui narra il Bandello[48]. Tutta Italia risuona dei melodici languori del madrigale. Come mai non si sarebbe pensato a vestire di note i versi del più musicale dei poeti e del maggiore fra gli spasimati d’amore?
Lo stesso Petrarca componeva le sue rime al suono del liuto, e ciò spiega, almeno in parte, quella grande soavità che ci si sente. Cominciarono subito a metterle in musica i contemporanei di lui, e tra gli altri si fa ricordo di Jacopo da Bologna, che intonò, come allora dicevasi, il madrigale Non al suo amante più Diana piacque[49]. Si seguitò a fare lo stesso nel Quattrocento, finchè, sopravvenuta la Rinascenza piena e fiorita, l’universal culto che si rendeva al Petrarca ebbe a mostrarsi, più assai che non si fosse fatto in passato, anche con le forme della musica. Ed ecco tutta una schiera di compositori esercitar l’arte loro sui versi di lui. Certo, si preferivano i madrigali, perchè il madrigale era considerato componimento musicale per eccellenza; ma non per ciò si lasciavano l’altre rime. In una sua Orazione al cardinale Pisani, quel curioso ingegno del Ruzzante finge che un contadino del Padovano vegga, tra il sonno e la veglia, il Petrarca (Cecco Spetrarca) che lo manda appunto a quel cardinale, per indurlo a non gettar giù la casa del poeta in Padova, come aveva intenzione di fare, per ingrandire la Cattedrale. Parlando della camera in cui era il ritratto del Petrarca, il contadino dice: «E tanto pì l’è vero quel ch’à ve dighe, que in quella cambaretta ello ghe fè una bona parte de quiggi smardegalle (intendi madrigali), que sti zovegnatti spua grosso dal tempo d’anchuò va scantuzzando tutto el dì». Ma molt’altre cose si mettevano in musica in quel secolo, come mottetti, ballate, ottave, sonetti, per non parlare delle villotte alla padovana, delle canzoni alla villanesca, delle canzoni alla napolitana, ecc. I sonetti, cosa che importa a noi di notare, godevano di molto favore, e persino il Folengo narra nel Baldo[50], come per passar la noja del viaggio, i quattro eroi, Rubino, Falchetto, Cingar e Baldo, andassero appunto cantando sonetti:
Quatuor hi varios pergunt cantando sonettos.
Non ci dice se fossero del Petrarca; ma è certo che molti di quelli del Petrarca, e forse tutti, furono messi in musica, e il simile si fece delle ballate, delle sestine, delle canzoni. Sì, persino delle canzoni, le quali confrontate con le nostre romanze, potrebbero a noi parere alle volte un po’ lunghette. Già alcune se ne trovano messe in musica dal celebre Bartolomeo Tromboncino, che Pietro Aretino ricorda come vivo nel prologo della Talanta[51], e, tra l’altre, le due che cominciano: Sì è debile il filo a cui s’attene, e Che debbo io far? che mi consigli Amore? E queste stesse, e molt’altre, insieme con sonetti, ballate, sestine e madrigali, si trovano musicate da Vincenzo Ruffo, da Francesco Orso, da Stefano Rossetti, da Teodoro Riccio, dal celebre Cipriano Van Rore e da altri molti. E non solo le rime d’amore furono messe in musica, ma anche le altre: così Teodoro Riccio intonò la famosa canzone Italia mia, e Cipriano Van Rore vestì di note il terribile sonetto Fontana di dolore, albergo d’ira. Ma le rime d’amore erano certamente preferite, e chi sa quante volte la gemebonda canzone, o il sospiroso sonetto dell’innamorato poeta, cantati da una voce commossa, al fremer soave di un liuto, furono galeotti di nuovi amori, e principio, pur troppo, di nuovi canzonieri. Del resto, giova avvertirlo, molt’altri versi si mettevano in musica, così volendo quella quasi frenesia musicale dei tempi. «Se non piacciono ai petrarchisti i Serafini», dice Antonfrancesco Doni, «lascingli stare; ci saran bene di quegli che lo impareranno a mente per cantarlo su la cetera, con far le serenate alla druda»[52]. E intende parlare di Serafino Aquilano; ma chi si vuol persuadere che anche in ciò il primato spettava al Petrarca, legga ciò che Luigi Groto narra della sua concittadina Alessandra Lardi, cantatrice insuperabile e divina (morta nel 1568), la quale cantando rime del poeta intonate da Francesco Adriani, rapiva, ammaliava, faceva andare in visibilio la gente[53].
E un’altr’arte s’inspirava dal sommo poeta, la pittura. Si moltiplicarono in quel secolo i ritratti fatti per mano di dipintori famosi, e Raffaello ne introduceva la immagine nel suo Monte Parnaso, e in un suo quadro la introduceva il Vasari. Perin del Vaga ritraeva la scena della incoronazione in Campidoglio; altri dipinsero il poeta insieme con l’amata sua donna. Assai probabilmente Raffaello trasse dai due Trionfi della Fama e dell’Amore l’idea della Scuola d’Atene e del Monte Parnaso: altri i Trionfi tutti, o alcuni di essi riprodussero col pennello. A vie più glorificare il poeta gareggiavano con la pittura l’altre arti sorelle, la scultura e la incisione.
Primo in tante cose, il Petrarca diventa primo in tutte: nel medio evo si sarebbe fatto senza dubbio di lui un taumaturgo, di lui che ebbe pure a sostenere un’accusa di magia. Perciò non istupiremo, udendo dire al Bembo che il Petrarca piaceva oltre modo, non solamente a coloro che di proposito attendevano a poesia, ma anche a coloro che a tutte le altre arti più si danno o sonosi dati che a questa[54]. Sperone Speroni loda molto l’onestà del Petrarca, e dice che dell’amore egli fece scala al cielo, e che è da tenere non meno per predicatore che per poeta[55]. Pare che il buono Speroni, facendo allora officio di avvocato, non si ricordasse, o non volesse ricordarsi di certe taccherelle che, senza troppo frugare, si possono trovare in dosso anche al poeta canonico. Di uno scrittore così costumato e virtuoso non potevano non occuparsi coloro che attendevano a dare ammaestramenti e norme circa la educazione, e Lodovico Dolce, parlando nel Dialogo della instituzione delle donne[56], per bocca di un certo Flaminio, dei libri volgari che una fanciulla può leggere, esce in queste parole: «Tra quelli, che si debbono fuggire, le novelle del Boccaccio terranno il primo luogo, e tra quelli, che meritano esser letti, saranno i primi il Petrarca e Dante. Nell’uno troveranno, insieme con le bellezze della volgar poesia, e della lingua toscana, esempio di onestissimo e castissimo amore, e nell’altro un eccellente ritratto di tutta la filosofia cristiana». E più oltre[57] la Dorotea, con cui quel Flaminio ragiona, dice appunto di aver letto più volte il Petrarca; mentre non dice altrettanto di Dante. Non so poi se il Dolce facesse qualche riserva per certi luoghi del Canzoniere che diedero molto da meditare a espositori e commentatori, quale, per citarne uno, è quello ove occorrono i notissimi versi:
Con lei foss’io da che si parte il sole,
E non ci vedess’altri che le stelle.
Solo una notte, e mai non fusse l’alba.
Qualcuno in sì fatto argomento l’avrà certo pensata diversamente da lui. Lodovico Vives, che raccomanda alle donne la lettura delle opere di san Gerolamo, di sant’Agostino, di sant’Ambrogio, e di altri padri e dottori della Chiesa, e quella pure degli scritti di alcuni gentili, come Platone, Cicerone, Seneca[58], proibisce severamente il Decamerone, e non dice una parola in favor del Petrarca; si capisce che non doveva averlo in grazia[59]. Ma Lodovico Vives non era italiano. In Italia non solo si raccomandava, dagli uomini colti, la lettura del Petrarca, ma il Petrarca stesso era ancora molto di frequente allegato, come autorità di prim’ordine, in certe disputazioni. Ricorda il Bandello[60] che, parlandosi in presenza d’Ippolita Sforza, dei costumi delle donne, alcuni che affermavano non aver queste pregio maggiore della onestà, citarono il sonetto del Petrarca:
Cara la vita, e dopo lei mi pare ecc.;
e più raccolte si fecero allora dei versi morali, delle sentenze, delle comparazioni e dei proverbii di lui.
Giovanni Boccaccio aveva profetato che il sepolcro del Petrarca diventerebbe famoso al pari di quello di Virgilio, e che da tutte le parti del mondo vi trarrebbero le genti in pellegrinaggio. E così avvenne in fatto. Arquà, dove il poeta era morto, e dove, prossima all’arca che racchiudeva le spoglie di lui, sorgeva la casa in cui egli aveva passati gli ultimi anni di sua vita, diventò nel Cinquecento una specie di san Giacomo di Compostella letterario e laico. I varii e successivi possessori della modesta quanto famosa casetta, non solo non ne contesero mai l’accesso a nessuno, ma si adoperarono per dare ai pietosi visitatori ogni possibile soddisfazione; e forse al troppo zelo di alcuno di essi si deve l’una o l’altra delle cose stimate del Petrarca che ancor vi si vedono, lo stipo, la scranna, la gloriosa gatta. In un breve capitolo in lode del poeta, capitolo attribuito da alcuni al Doni, da altri al Sansovino o all’Anguillara, si legge:
Mi dite che in Arquato è una bell’arca,
Lontan da Padoa circa dieci miglia,
Dove son Tossa del Toscan Petrarca.
Che ’l luogo ad un Parnaso s’assomiglia.
E d’Italia non pur gente vi corre,
Ma di Francia, Lamagna e di Castiglia.
Che peccato che non ci sia rimasto di quel tempo, come ci è di tempi più prossimi a noi, un libro dove fossero raccolti i nomi dei visitatori, e i pensieri che suggeriva loro la vista di quelle sacre mura! Chi sa quali curiose sorprese ci avrebbe serbate e quante utili notizie.
Un’altra e capitale testimonianza del culto reso al Petrarca noi l’abbiamo dunque nei pellegrinaggi che si facevano ad Arquà. Non ispiacerà pertanto al lettore se io mi soffermo un poco sopra di ciò, e se, traendo argomento da una, gli mostro quali dovevano essere in genere quelle visite. Il libro d’onde traggo l’esempio è Il Petrarchista, dialogo di Ercole Giovannini, poeta bernesco morto nel 1591. L’autore narra di un nobil giovane bolognese, per nome Claudio Gozzadini, il quale, desideroso di veder cose nuove, lasciata Bologna, capita in Padova, e di quivi, per non mancare a se stesso di tanta conoscenza, si reca a visitare Arquà. Giuntovi, vede per prima cosa il sepolcro del poeta, eretto da Francesco da Brossano, e ne fa prendere esatta misura al servitore. Sopraggiunge intanto un valentuomo d’Arquà, il signor Paolo Valabio, il quale, accontatosi col bolognese, lo invita a casa sua, e poi gli fa da cicerone, e gli mostra una per una tutte quelle meraviglie. Mentre s’avviano alla casa del poeta, vedono entrarvi un drappello di gentildonne, tratte dalla medesima curiosità. Il Valabio mostra e descrive all’ospite suo ogni parte della illustre dimora: ecco le porte, ecco il frantojo e la legnaja, e qui la scala di pietre cotte che scende in cantina, e là un camerino. Dal lato destro è la cucina, di contro una camera, poi altre camere, donde si passa in una sala comoda, dove sono parecchie pitture, le quali mostrano il Petrarca e Laura che discorrono insieme. Questa è quella meravigliosa credenza, di stupendo lavoro, che si dice essere stata del poeta. Viene appresso la stanza dove il poeta stava ordinariamente, e dove morì. Entrato in luogo di tanta santità, il signor Gozzadini non può più frenare l’entusiasmo che gli gonfia lo spirito, e prorompe in quest’apostrofe un po’ da secentista, ma che doveva riprodurre su per giù i pensieri e i sentimenti della più parte dei visitatori: «O luogo felice, e degno d’esser smaltato di zaffiri, e delle più preziose pietre che mai dall’Oriente uscirono. Felice piano, che hai sostenuto le piante di così onorato colosso di virtù, gloriose mura che difendeste per tanti mesi dai contrarii accidenti dell’aria quelle membra, che in terra da tanti si facevan con stupore onorare e riverire amorosamente. Glorioso coperchio, che fosti cielo a colui che in terra fu stimato oracolo dei letterati».
In questa felicissima stanza il buon bolognese vede, sopra il camino, le ossa di quella che fu gatta del Petrarca, e legge i versi latini che in onor di lei aveva composti il padovano Antonio Querenghi (1546-1633), discepolo di Sperone Speroni, segretario in Roma del collegio dei cardinali e referendario delle due segnature, poeta e prosatore latino di molto grido, uom principale in varie lingue, come afferma il Tassoni, e che
... tutto a mente avea sant’Agostino[61].
In quegli eleganti distici parla la gatta stessa, e nel primo non si perita di dire che il Petrarca ebbe due amori, il primo lei, il secondo Laura, e asserisce poi che a lei si deve se le rime composte in onore di Laura non furono preda dei topi. Questa gatta dabbene dovette avere altri lodatori, giacchè il Tassoni, ricordato Arquà, ricordato il Petrarca, dice di lei che
in secca spoglia
Guarda dai topi ancor la dotta soglia;
e soggiunge:
A questa Apollo già fe’ privilegi,
Che rimanesse incontro al tempo intatta,
E che la fama sua con vari fregi
Eterna fosse in mille carmi fatta:
Onde i sepolcri de’ superbi regi
Vince di gloria un’insepolta gatta[62].
E certo, oltre ai regi, questa vince tutte le altre gatte che furono, e le celebrate da Ortensio Lando e dal Coppetta, e persin quella Rosa trucidata da un furioso soldato, la quale allo Stoppino, suo inconsolabile signore, inspirò quei versi maccheronici sì, ma pieni di tenerezza:
Sola meae giornos vitae rendebat allegros.
Heu! quid agam infelix, sine te, mea Rosa, quod ultra?
Non potero sine te laetum sperare solazzum.
Dopo la gatta il signor Claudio ammira la sedia del poeta, e sebbene gli paja povera cosa, e troppo indegna di tanto possessore, pure ne toglie, a mo’ di reliquia, un pezzetto di certo arazzo che la copriva; d’onde si vede che i ricercatori di curiosità furono e saranno in ogni tempo gli stessi: più oltre misura la tavola dello studio, meravigliandosi che tant’uomo potesse capire in sì picciola stanza. Girata la casa, il signor Paolo mostra al signor Claudio il maggior tesoro che sia in quella, cioè molte scritture di mano dello stesso Petrarca, e lettere di lui a Laura e di Laura a lui, cose vie più ricche delli tesori di Creso, e in una scatola d’ebano, aghi e spilli, un ditale, un pettine, un pezzo di specchio, tutte reliquie di Madonna Laura, e in una borsa di damasco verde il privilegio della incoronazione in bellissima pergamena, e il preteso racconto di essa incoronazione scritto da Sennuccio Del Bene. Il signor Claudio vede, tocca, legge, ragiona, ammira, si esalta in se stesso della fortuna toccatagli e ringrazia quanto più può il cortesissimo signor Paolo.
Visitatori così fatti dovevano essere assai numerosi, e ve ne dovevano capitar di fanatici, i quali non sempre si saran contentati, come il signor Claudio, di un pezzettino di arazzo logoro. Anzi io mi meraviglio che solamente nel secolo XVII, e non prima, si sia trovato un arrabbiato come quel frate Tommaso Martinelli, che osò rompere l’arca dentro cui riposava il corpo del poeta, e levarne un braccio che non si sa dove sia andato a finire. Da altra banda pellegrinaggi si facevano anche a Valchiusa e alla pretesa tomba di Laura, e con che anima si facessero dagli adoratori del Petrarca, e che cosa si ammirasse da loro, dice satireggiando Niccolò Franco nel suo Petrarchista. Tra i visitatori illustri del sepolcro di Laura si dice sia stato anche Francesco I, il quale compose per la gloriosa donna un elegante epitafio. Un altro epitafio componeva per lei Giulio Camillo Delminio, il ciarlatanesco inventore del Teatro in cui si apprendevano tutte le scienze e tutte le arti.
L’universalità e la vivezza del culto reso durante tutto il Cinquecento al Petrarca ci prova che noi non abbiam qui dinanzi un fatto accidentale, una voga capricciosa, o l’effetto di una particolare oppressione esercitata dal di fuori sopra lo spirito degli italiani. Il petrarchismo non è una anomalia nella vita e nella coltura del secolo XVI, ma è un portato del Rinascimento. Non di tutto il Rinascimento, intendiamoci; perchè lo spirito del Rinascimento stesso è formato d’ideali e di tendenze molteplici, il più delle volte cospiranti insieme, ma spesso ancora contrastanti fra loro. Non si dimentichi che in ogni condizione di vita sociale il moto delle idee si fa di azione e di reazione. Il petrarchismo vien fuori da quelle tendenze del Rinascimento che ho enumerate di sopra: da cert’altre tendenze, disformi o contrarie, vien fuori l’antipetrarchismo. E di questo mi rimane ora a parlare.
PARTE SECONDA ANTIPETRARCHISMO
L’antipetrarchismo, in parte è semplice resistenza ed opposizione all’andazzo comune; in parte è espressione di concetti e d’ideali nuovi nella vita e nell’arte.
Certo, i petrarchisti eran falange, gli antipetrarchisti manipolo, e per giunta, quelli si coprivano dell’autorità di un gran nome, cosa che in ogni tempo bastò a dar credito, e spesso vittoria, alle opinioni, alle fazioni, alle scuole; mentre gli altri si facevan forti della ragione, del buon senso, di certi diritti dell’umano intelletto, non troppo chiaramente enunciati, ma pur sentiti, o piuttosto presentiti. Fra costoro noi troviamo l’intera scuola di quelli che si potrebbero, parmi, opportunamente chiamare gli scapigliati della letteratura nel Cinquecento; una man d’uomini che fanno il letterato come altri farebbe il capitan di ventura; menan la vita come i picaros dei romanzi spagnuoli; non han troppa dottrina, ma bensì ingegno, e buon giudizio ancora, quando deliberatamente non dieno, come del resto fanno troppo sovente, nel bizzarro e nel paradossale; sono poco rispettosi dell’autorità, punto teneri della tradizione, ribelli alla regola, vaghi di novità, e provveduti, per miglior patrocinio de’ proprii gusti, di una imperturbabile audacia, cui troppo sovente si fa compagna la sfrontatezza. A questa scuola, di cui non fu ancora chi studiasse l’indirizzo generale e l’opera comune, appartengono Pietro Aretino, Antonfrancesco Doni, Niccolò Franco, Ortensio Lando, alcun altro.
Antipetrarchismo, nel Cinquecento, non vuol dire proprio proprio il contrario di petrarchismo. Se il petrarchismo importa, anzi tutto, una esagerata venerazione pel Petrarca, l’antipetrarchismo non include di necessità avversione al grande imitato, ma è più spesso semplice avversione alle dottrine, agl’intendimenti e alla pratica letteraria degli imitatori. Al Petrarca stesso pochi si fanno addosso con deliberato proposito; siane cagione una riverenza vera e sentita, o il timore di guastar le cose proprie, dando troppo risolutamente di cozzo nella opinione prevalente. Tuttavia anche di questi più arditi non mancano. Non parliamo di certi saccentuzzi boriosi che per quattro cujus che sapevano si tenevano assai da più del Petrarca. In uno di quei ragionamenti dei Marmi del Doni[63], il Coccio ricorda certi pedanti, che non istimavan degni il Sannazaro e il Molza di portar loro dietro il Petrarca; e assai maggior del Petrarca si stima il pedante Zanobio nella commedia L’Idropica di Battista Guarini. Ma col Petrarca se la prendevano, e gli davan di buone risciacquate, Lodovico Castelvetro, che pure rimproverava al Caro l’uso di voci che non erano nel Canzoniere, e Gerolamo Muzio, per tacere di Alessandro Tassoni, che solamente nel 1602, o 1603, scrisse quelle sue Considerazioni con cui mise il campo a rumore[64]. Per contro non dobbiamo badare più che tanto a quel matto di Ortensio Lando, quando nella sua Sferza de’ scrittori antichi e moderni, mandata fuori sotto il nome di Anonimo d’Utopia, scappa a dire[65]: «Non è negli trionfi di M. Francesco una ignoranza espressa d’istoria e languidezza di stile? non vi ha eziandio ne’ suoi sonetti alcuni ternari che mal si convengono con gli quaternari? Parlate un poco col mio M. Francesco Sansovini, e costrignetelo per vita della sua diva ch’ei vi dica gli falli quai ha già in questo scrittore accortamente osservati, e poi diretemi s’egli è degno d’esser letto, e che per ispianarlo affaticati si sieno l’Alunno, il Filelfo, il Velutello, il Gesualdo, il Fausto, il Castelvetro, Giulio Camillo e il buon Daniello? So io certo ch’egli fu sempre molto timido nelle cose appartenenti alla lingua tosca». Non è da badargli, dico, non ostante ciò che di sincero vi può essere in quest’ultima osservazione, giacchè egli stesso, in un altro scritterello, intitolato Una breve esortazione allo studio, usa tutt’altro linguaggio, e del Petrarca dice: «mai certo produsse natura il più gentil scrittore». Gli è che l’amore del paradosso è quello che troppo spesso gli muove la lingua. E così non dobbiam prender sul serio Bernardino Daniello, studiosissimo del nostro poeta, quando, in una lettera ad Alessandro Corvino[66], citando una sentenza tolta dal Canzoniere, pone tra parentesi: come disse quella pecora del Petrarca; perchè gli è questo un semplice scherzo; e uno scherzo più innocente ancora è quello di Andrea Calmo, quando, in una lettera ad Angelo Barocci[67], chiama il Petrarca, con parole che parrebbero avere un tantino del derisorio, savio trombon de le rime.
Ma i petrarchisti non eran mica il Petrarca, e coi petrarchisti si parlava alla libera. Anzi tutto si vuol far loro intendere, per ogni buon fine, e perchè sappiano quanto e’ pesano, che da quella loro poesia biascicata e da ruminanti, alla poesia del Canzoniere, ci corre parecchio. Rubin parole al Canzoniere quante più possono; lo spirito non glielo ruberanno di certo.
Gli altri poeti imitar lo potranno,
E potranno anc’usar le sue parole.
Ma alla sostanza non s’accosteranno[68].
Il rubare è la loro qualità specifica e la loro operazione consueta. «Volete conoscere un petrarchista in vista?», dice Niccolò Franco, «guardiate che no sa fare un sonetto, se no ruba versi o non infilza parole»[69]. E si vanta di non aver rubato in vita sua un mezzo verso al Petrarca, nè al Boccaccio, «come fanno i poeti de la selva de l’aglio»[70]. Egli concederebbe la imitazione, ma non può menar buono il furto: «O petrarchisti (che vi venga il cancaro a quanti sete!) io ve l’ho pur detto che parliate come il Petrarca, ma che non gli rubiate i versi con le sentenze»[71]. A una sua loquace lucerna fa dire: «Lascio questi, (cioè i poeti che ne’ versi loro risuscitano tutta la mitologia) e mentre mi van gli occhi ad un’altra infornata, che s’infinge di star di banda, m’accosto, e veggo che son quegli che scartafacciano il Petrarca con Giovan Boccaccio. Veggo quando gli tolgono i mezzi versi e tal volta i versi interi. Veggo quando van facendo scelte de le parole, de l’invenzioni e de le sentenze, che facciano al proposito di quel che scrivono, non curandosi di parer poveri d’intelletto. E per che si credono di non esser visti ne i furti che fanno, gli comincio a sgridar dietro: Io v’ho pur visto; io v’ho pur saputo cogliere; io v’ho pur chiappati, ladri, tagliaborse, giuntatori, mariolacci! A rubare il Petrarca, ah? A spogliare il Boccaccio, eh?»[72]. Altrove dice: «Il Petrarca fu sempre e per omnia saecula sarà il primo, ed egli solo farebbe i sonetti simili ai suoi. Becchinsi il cervello, chè tra ’l fare e il contraffare ci son più di diece miglia»[73]. Talvolta, per meglio burlarsi di questi imitatori, o piuttosto ladri, il Franco finge di lodarli. Così nel dialogo intitolato Il Petrarchista, stampato la prima volta in Venezia nel 1539, egli fa che il Sannio, uno degli interlocutori, dette molte lodi del Petrarca, soggiunga: «Onde perciò non pur lo dovrebbero i rimatori imitare e rubare, ma i prosatori liberamente pigliarne, non solamente tutte le parti del parlare, i modi, le clausole e le figure, che ne le sue composizioni sono quasi stelle al cielo cosparte, ma ciò che c’è, ecc.»[74]: mentre poi, in altro suo dialogo introduce lo stesso Sannio a vituperare «certe gentuzze, che se non rubano quattro versi, non ne sanno mettere due insieme»[75]. Nè si creda ch’egli esageri. Nel Dialogo della Rettorica dello Speroni Antonio Brocardo racconta come, essendo ancor giovinetto, si dèsse tutto allo studio del Petrarca e del Boccaccio, e poi a compor versi. «Allora pieno tutto di numeri, di sentenzie, e di parole petrarchesche e boccacciane, per certi anni fei cose a’ miei amici meravigliose: poscia parendomi che la mia vena s’incominciasse a seccare (perciocchè alcune volte mi mancava i vocaboli, e non avendo che dire, in diversi sonetti uno stesso concetto m’era venuto ritratto) a quello ricorsi che fa il mondo oggidì; e con grandissima diligenzia fei un rimario o vocabolario volgare: nel quale per alfabeto ogni parola, che già usarono questi due, distintamente riposi; oltra di ciò in un altro libro i modi loro del descriver le cose, giorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura, speranza, bellezza, sì fattamente raccolsi, che nè parola nè concetto non usciva di me, che le novelle e i sonetti loro non me ne fossero esempio. Vedete voi oggimai a qual bassezza discesi, ed in che stretta prigione e con che lacci m’incatenai»[76].
In certa lettera che finge scritta al Petrarca, il Franco chiama gli imitatori una delle due disgrazie più grosse toccate al poeta. Vero è che in quella risposta della lucerna, già citata, fa del Bembo sperticatissime lodi, costituendolo duce e moderatore di tutta una famiglia di poeti, fra cui spiccano Gerolamo Quirino, Gerolamo Molino, Bernardo Navagero, Bernardo Cappello, il Molza, il Fortunio, lo Speroni, il Beazzano, il Grazia, Bernardo Tasso, l’Alamanni, il Varchi, il Rota, il Tansillo[77]; ma notisi che quando scriveva queste cose, nell’anno 1538, egli si trovava in Venezia, proprio nell’orbita di quell’astro maggiore dei cieli poetici ch’era allora messer Pietro Bembo; e così di più altre contraddizioni o menzogne sue noi potremmo avere spiegazione, se ci fosse dato di confrontarle con certi casi della sua vita, di quella vita lacera e fortunosa, che per eccessivo rigore di una giustizia che tropp’altre cose vedeva e comportava senza punto risentirsi, doveva miseramente finir sul patibolo. Ma, ad ogni modo, nell’anima sua, e per libero giudizio, il Franco fu antipetrarchista convinto, e ne vedremo altre prove. Quel mettere a sacco il Canzoniere, con levarne non pur le parole, ma i versi interi, pareva brutto del resto a molt’altri, e l’Aretino, per isvergognar quell’usanza, intarsiava di versi tolti appunto di là entro lo sconcio capitolo Alla sua Diva, e con versi tolti similmente di là cominciava lo stesso Franco alcuni sonetti della sua troppo famosa Priapea[78].
Quelle voci insolite e schife, que’ modi peregrini ed azzimati, tutte le sdilinquite eleganze onde, togliendole al modello, gl’imitatori venivano cospargendo e infiorando i loro componimenti, fastidivano alla lunga chi non avesse in tutto indolciti e smascolinizzati l’anima e i sensi. Ci erano orecchie cui meglio gradiva una musica di suono alquanto più grave e magari più aspro. Parlando di Michelangelo Buonarroti, dice il Berni nella sua epistola a fra Bastiano del Piombo, apostrofando per l’appunto i petrarchisti:
Tacete unquanco, pallide viole,
E liquidi cristalli e fere snelle:
Ei dice cose, e voi dite parole.
E queste parole, che infilate come perle, lucide e fredde, erano molta parte del vocabolario degl’imitatori, venivano in uggia a chi liberamente e a piene mani attingeva al tesoro della lingua viva; e quei quattro concettuzzi stremenziti che formavano la trama e l’ordito degl’innumerevoli canzonieri facevano venir l’affanno a chi era uso di respirar largamente nel mondo vario delle idee e delle cose. «Dico», esclama il Franco[79], «che in tal maniera son cresciute ne l’età nostra l’acutezze de gli intelletti, ed hanno i gattolini aperti talmente gli occhi, che ci vuol altro che falde di neve, pezze d’ostro, collane di perle, altro che smaltar fioretti, adacquare erbette, frascheggiare ombrelle, e nevicare aure soavi per sonettizzare a la petrarchesca». E altrove: «Veggo in un batter d’occhi monti, colli, poggi, campagne, pianure, mari, fiumi, fonti, onde, rivi, gorghi, prati, fiori, fioretti, rose, erbe, frondi, sterpi, valli, piagge, aure, venti, liti, scogli, sponde, cristalli, fiere, augelli, pesci, serpi, greggi, armenti, spelunche, tronchi, uomini, dei, stelle, paradiso, cielo, luna, aurora, sole, angeli, ombre e nebbie»[80]. È questo, un po’ in iscorcio, il vocabolario dei petrarchisti.
Il Garzoni, biasimati aspramente coloro che ricantavano le vecchie favole della mitologia, e detti più meritevoli di scusa coloro che spacciavano le storie dei Reali di Francia, di Buovo d’Antona, di Erminione, di Drusiana, di Pulicane, di Macabruno e altre sì fatte, soggiunge, con aperta canzonatura[81]: «E più ragionevolmente fanno i poetucci moderni, che attendono solamente a sfodrar fuori ne’ sonetti un lor sovente, un dogliose note, un verdi piagge amene, un lieti boschi, un ritrosetto amore, un pargoletti accorti, un bei crin d’oro, un felice soggiorno, dove non dan molestia ad altri che alle dive loro, nè sono almeno di tanto stomachevole invenzione come gli antichi, i quali, se non fanno convertire gli uomini in piante, le dee in fiumi, le ninfe in fonti, i satiri in augelli, non hanno fatto cosa di buono. Ma questi limpidetti poeti petrarcheschi almeno trovano soggetto e parole assai convenienti, perchè in un tratto t’assegnano a una sfera come intelligenza, a un polo come un cardine, a un orbe come una stella, e ti fanno apparer dal Nilo al Gange e da Calpe a Tile con sana cosmografia tutto illustre e glorioso». E l’Aretino, più risoluto e più energico[82]: «Sterpate da le composizioni vostre i ternali del Petrarca, e poi che non vi piace di caminare per sì fatte strade, non tenete in casa vostra i suoi unquanchi, i suoi soventi, ed il suo ancide, stitiche superstizioni de la lingua nostra: nel replicare l’istorie ed i nomi discritti da lui, allontanatevigli più che potete, perchè son cose troppo trite». Meglio ancora biasimava quel gergo artifiziato Pietro Nelli in una delle sue satire, dicendo[83]:
Mi piace usar vocaboli sanesi
Non tirati con argani, o con ruote,
Perch’io vo’ che i miei versi sieno intesi.
Questi c’hanno oggimai lasciate vuote
Le bisacce al Petrarca e la scarsella,
E pieno ’l mondo d’uopi e di carote,
Quasi mi fanno recer le budella
Col parlar su lo stitico e far mostra,
Come già il corvo, dell’altrui gonnella.
E nel secondo sonetto della sua Priapea, il Franco gridava:
Lungi, ser petrarchisti dal bel stile,
Che le rime con gli uopi profumate.
Se c’era dunque chi voleva la lingua pedissequa e stretta ai panni di messer Francesco e di messer Giovanni, c’era pure, per buona ventura, chi stimandola uscita ormai di pupillo, la voleva padrona di sè e degli andamenti suoi. Annibal Caro, nel Proemio a quel suo noto Commento di ser Agresto ecc., dice che, quanto a lingua, non vuole usare, nè la boccaccevole, nè la petrarchevole, ma solamente la pura toscana in uso a’ suoi dì. L’Aretino, che scriveva come gli uscia dalla penna, si faceva beffe di certe riprensioni che gli venivano dagli Accademici di Lucca, i quali sempre avevano in bocca: il verbo vuole essere nelle prose in ultimo, e cotesto non disse il Petrarca[84]. Tra quegli stessi che non s’arrischiavano a usare nelle scritture la lingua parlata, c’era pure chi si ribellava alla doppia tirannide del Petrarca e del Boccaccio. «Non so adunque come sia bene», fa dire a Lodovico da Canossa il Castiglione nel suo Cortegiano[85], «in loco d’arricchir questa lingua e darli spirito, grandezza e lume, farla povera, esile, umile ed oscura, e cercare di metterla in tante angustie, che ognuno sia sforzato ad imitare solamente il Petrarca e ’l Boccaccio, e che nella lingua non si debba ancor credere al Poliziano, a Lorenzo de’ Medici, a Francesco Diaceto e ad alcuni altri che pur sono Toscani, e forse di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e il Boccaccio». In una lettera al Corrado, scritta da Roma l’ultimo di febbrajo del 1562, il Caro dice a proposito di certe voci non usate dal Petrarca[86]: «E ’l dire che non si debba scrivere con altre parole, che con le sue, è una superstizione: e questo punto è stato di già esaminato e risoluto così dagli uomini di giudicio». Non così bene risoluto tuttavia che quella tirannide non durasse più o meno grave tutto quel rimanente secolo. In una curiosa lettera, indirizzata a Francesco Petrarca dal mondo, ai 5 di decembre del 1570, il Groto, che altrove confessa avere certo suo sonetto «un poco di parentado» con altro del sovrano poeta, descrive un viaggio che fece a Bologna per visitare la Cavaliera Volta. Dice di voler narrare quel viaggio in versi; chiedere pertanto a esso Petrarca licenza di usare vocaboli non usati nel Canzoniere, giacchè «sono alcuni pedanti, alcune scimmie, alcuni petrarchisti ed alcuni poeti salvatichi, i quali hanno introdotto per legge inviolabile, e per regola indispensabile, che in verso volgare non possono usarsi altre voci di quelle, che usaste voi, nei vostri componimenti»[87]. E sì che questi pedanti, queste scimmie, questi poeti salvatichi, erano stati esposti alle risa del pubblico fin sulla scena. L’Aretino, volendo dare in breve un saggio di ciò che fosse quella lor lingua, e del costrutto dei loro poetici discorsi, aveva fatto dire all’Istrione nel Prologo del Marescalco: «Spettatori, snello ama unquanco, e per mezzo di scaltro a sè sottragge quinci e quindi uopo, in guisa che a le aurette estive gode de lo amore di invoglia, facendo restío sovente, che su le fresche erbette, al suono de’ liquidi cristalli cantava l’oro, le perle e l’ostro di colei che lo ancide».
Quanto all’imitazione, c’era chi non voleva saperne per nulla, e chi l’ammetteva sì, ma con certo temperamento. L’Aretino, che si fregiava del nome significativo e pomposo di segretario della natura, la stimava una pusillanimità e viltà degl’ingegni. «Di chi ha invenzione», diceva egli, «stupisco, e di chi imita mi faccio beffe, conciosia che gli inventori sono mirabili e gli imitatori ridicoli»[88]. E altrove ancora dice molto assennatamente[89]: «il Petrarca e il Boccaccio sono imitati da chi esprime i concetti suoi con la dolcezza e con la leggiadria con cui dolcemente e leggiadramente essi andarono esprimendo i loro, e non da chi gli saccheggia, ecc.». Il che torna a dire che i grandi modelli vanno studiati per imparar da essi le vie e il magistero dell’arte, e non per rifare ciò che essi ottimamente han già fatto. In un luogo della sua Apologia contro il Castelvetro, Annibal Caro dice per bocca del Predella, bidello: «Non sarebbe pazzo uno, che, volendo imparare di camminare da un altro, gli andasse sempre drieto, mettendo i piedi appunto donde colui li lieva? La medesima pazzia è quella che dite voi, a voler che si facciano i medesimi passi, e non il medesimo andare del Petrarca. Imitar lui, vuol dire che si deve portar la persona e le gambe come egli fece, e non porre i piedi nelle sue stesse pedate». E più largamente ancora sembra che la pensasse il buon Guidiccioni, quando in una lettera ad Antonio Minturno scriveva parergli «viltà lo star sempre rinchiuso nel circolo del Petrarca e del Boccaccio, e massimamente a quelli i quali s’hanno acquistato con i lor sudori qualche credito di vera lode»[90]. Potevano gl’imitatori immaginarsi facilmente d’aver pareggiato il Petrarca in un tempo in cui, a detta del Sansovino, c’erano cantambanchi che si tenevan da più di lui, incedevan gonfii e pettoruti e volevano che ognuno facesse loro di berretta[91]; ma era la loro una sciocca immaginazione, e ciò che il Folengo diceva di alcuno[92]:
Tal volse del Petrarca sulle cime
Salir, ch’or giace in terra con gran scherno,
era, in parte almeno, vero di tutti, anche dei più famosi.
L’imitare, e l’imitar male, essendo assai più agevole dell’inventare, ne veniva che infiniti si davano a comporre colla falsariga del Petrarca innanzi, che, se non avessero avuto quella opportunità e quel comodo, si sarebbero forse astenuti dall’imbrattar carte. Ognuno che sapesse contare undici sillabe sulle dita e avesse in capo quattro dozzine di rime, si credeva da tanto di poter rifare il Petrarca. A tale proposito si ha nei Mondi del Doni una curiosa scenetta. Siamo nel Mondo misto, dove Momo conduce le anime a considerare lo stato loro. Si presenta un’anima e tra Momo e lei è questo dialogo:
Momo. Chi fosti tu al mondo?
Anima. Scarpellino e poeta.
Momo. O che discordanza che è questa! come di sartore e barbiere. Che scarpellavi tu e componevi?
Anima. Io m’avevo fatto un bel libro di monti, mari, sterpi, e valli, tutto in rima.
Di fior, fioretti, ombre, erbe e viole,
Poggi, campagne e poi pianure e colli,
Con fonti, gorghi, prati, rivi ed onde.
Momo. Oh tu cicali in versi sì petrarchevolmente! Io ne vo’ fare una querela in Parnaso. Andrai pur là, che tu non istai bene fra noi altri; va, fatti infrascare di questi lauri.
Anima.
Piaggie, liti, scogli, venti ed aure,
Cristalli, fiere, augelli, pesci e serpi,
Greggi, spelunche, armenti, tronchi, antri, dei,
Stelle, paradiso, ombre, nebbie, omei.
Momo. Costui è pazzo; odi versi! Sapevi tu far altro? e avevi messo altro nel tuo libro?
Anima. L’edere d’Ippocrene, gli amenissimi platani, i dirittissimi abeti, l’incorruttibil tiglio, le canne di Menalo, le querce di Dodona, i mirti d’Aganippe, i noderosi castagni e gli eccelsi pini[93].
Il buon Momo non vuol udirne di più: fa ingollare allo scarpellino poeta certo beverone e lo rimanda al mondo d’onde è venuto.
Il Doni era grande ammiratore del Petrarca, come prova, tra l’altro, una lettera tutta in lode del sommo poeta, lettera che si legge nella sua Zucca; ma i petrarchisti, o i petrarchevolisti, come più acconciamente li avrebbe chiamati Mattio Franzesi, specie quelli di bassa lega, non li poteva soffrire, e con lui non li potevan soffrire quanti avevano giusto concetto dei fini e della dignità dell’arte. Quello strabocco di poesia annacquaticcia, scolorita, scipita, faceva alla fine venir la nausea a chi era di più forte sentire, di gusti meno smaccati, e più d’uno lamentava col Franco che tanto si fosse rinforzata in Italia la maledetta foja della sonettaria. Chi si sentiva muovere dentro qualcosa di vivo e di caldo, chi credeva d’avere qualcosa di proprio da dire, non poteva non farsi beffe di que’ poeti da scranna, a’ quali accenna il Mauro nel suo capitolo Della caccia, là dove dice che
i lor versi
Ricaman d’altro che d’oro e di seta;
E negli studi stan sempre a sedersi,
Ove tengon le muse pei capelli,
Che sputan detti leggiadretti e tersi.
Molti avevano, non solo un buon concetto di ciò che deve essere poesia in genere, ma ancora come un presentimento indistinto ed ansioso di un’arte nuova che dovesse avvenire, di un nuovo mondo poetico che dovesse essere rivelato alle genti, dove non la imitazione, ma l’invenzione, non la pedissequa timidità, ma il felice ardimento segnassero la via della gloria, e non potevano acconciarsi a quella poesia peritosa e servile, sonante di parole e vuota d’idee, fatta di tasselli e lisciata con la pomice. Altro si voleva oramai. «O turba errante», esclamava l’Aretino con intuito meraviglioso e con bella efficacia di parole, «io ti dico e ridico che la poesia è un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli, e un campanil senza campane; per la qual cosa, chi vuol comporre, e non trae cotal grazia da le fasce, è un zugo infreddato[94]». E altrove, con assai buon sentimento del vizio capitale della imitazione: «Io non mi son tolto da gli andari del Petrarca, nè del Boccaccio, per ignoranza, che pur so ciò che essi sono; ma per non perder il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia del volermi trasformar in loro, non essendo possibile[95]».
L’Aretino doveva essere per natura e per consuetudini letterarie un gran nemico del petrarchismo, nè deve far credere altrimenti la somma riverenza da lui sempre addimostrata al principe di essi tutti, all’eccellentissimo Bembo, cui più di una volta difese contro detrattori temerarii, e cui chiama immortalissimo, reverendissimo, celeste, dicendosi indegno persin di lodarlo, gridando che egli aveva data agli uomini la ricetta del come possano diventare iddii, assicurandogli eternità di fama in un sonetto quando e’ fu morto[96]. Biasimi e lodi costavano egualmente poco al Divino, cioè nulla. Egli ed il Bembo stavano sui convenevoli, perchè l’uno temeva dell’altro; ma non eran uomini che potessero intendersi e accordarsi in nulla; e per ciò che spetta all’Aretino, ha certamente ragione l’autore di quella Vita di lui che va sotto nome del Berni, quando dice che non poteva soffrire il Bembo sebbene assai lo lodasse.
Ciò che della poesia petrarchevole pensava Pietro Aretino altri ancora pensavano; ma niuno certamente espresse il suo pensiero in forma più compiuta di quello fece in un apposito capitolo contro i petrarchisti Cornelio Castaldi, poeta poco noto, ma cui spetta nulladimeno il vanto di essersi tratto fuori del comun gregge e d’aver tentato nuove vie[97].
Leggo talor tutto un vostro volume
Da capo a piedi ch’io non vi discerno
D’arte o d’ingegno un semivivo lume.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io già vi amai, ed or non vi disamo,
Anzi v’onoro e riverisco in tanto
Che del versificar padri vi chiamo.
Ma non so darvi poetico vanto,
Perocchè mai non mi parrà poeta
Chi sol l’orecchi e mie pasce col canto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questo vostro infilzar di parolette
Mi rappresenta alla tenera etate.
Quando un fanciullo ad imparar si mette:
Che s’ei non scrive su carte rigate,
Non sa tener da sè dritta la mano,
Per non esser le dita anco addestrate.
E conchiude col verso:
Biasmo lo stil dove l’ingegno dorme,
il quale dice appunto ciò che un altro verso dice, un verso moderno che fece chiasso e diventò proverbiale:
Odio il verso che suona e che non crea.
Del resto, nelle tendenze molteplici e discordi della letteratura contemporanea il petrarchismo incontrava altre avversioni ed altri contrasti. Anzi tutto non potevano essere fautori suoi quegli umanisti intolleranti ed intransigenti che non avevano in pregio se non le opere dei greci e dei latini, e stimavano cosa vile l’usare scrivendo altra lingua che quella di Cicerone e di Virgilio. Contro a costoro ha un sonetto il Lasca, nel quale li pettina a dovere. Li chiama pedanti e logicuzzi; li accusa di mandare in rovina
La lor lingua toscana o fiorentina;
li strapazza, perchè nelle scienze concedono gli onori
Tutti ai latini ed ai greci scrittori,
mentre i più grandi fra quelli,
Virgilio, Orazio, Pindaro ed Omero
Appetto a Dante non vagliono un zero,
e son anche assai da meno del Petrarca e del Boccaccio. Ma quegli stessi scrittori che si opponevano alle sciocche pretese dei pedanti, quelli che, con ogni ragione, volevano essere italiani e non latini, si scoprivano poi alla lor volta nemici, non del Petrarca, ma del petrarchismo, se, come appunto è del Lasca, ritenevano nei gusti, nel modo di pensare, nell’uso della lingua, alquanto, anzi molto, del popolaresco; giacchè l’umor loro, schietto e nativo, non poteva acconciarsi a quelle raffinatezze e a quegli arzigogoli della petrarcheria. Anche il Lasca mostrava di professare una grande ammirazione pel Bembo; ma bisognerebbe poter vedere che cosa ci fosse sotto a quella sua ammirazione, e un pocolino il lascia vedere egli stesso. Che non potessero essere molto teneri delle melanconie petrarchevoli, e di una poesia moccicona, che si disfaceva in pioggia di lacrime, ed esalava in vento di sospiri, quegli spiriti giovialoni ed arguti, quei, come il Caro li chiama, poeti bajoni, che argomento a verseggiare traevano dai casi minuti della vita d’ogni giorno, dai piccoli piaceri un po’ volgari, dalle piccole miserie un po’ ridicole, dalle mille storture degli uomini e delle cose, voglio dire i creatori della poesia bernesca con a capo il loro padre comune, e con essi quanti di tal poesia facevano festa e sollazzo, si capisce troppo facilmente e non bisogna dimostrarlo. E così la intendeva il Lasca, quando in una poesia da lui premessa alla edizione delle rime del Berni, usciva a dire:
Chi brama di fuggir maninconia,
Fastidio, affanno, dispetto e dolore;
Chi vuol cacciar da sè la gelosia,
O, come diciam noi, martel d’amore,
Legga di grazia quest’opera mia,
Che gli empirà d’ogni dolcezza il cuore;
Perchè qui dentro non ciarla e non gracchia
Il Bembo merlo, o ’l Petrarca cornacchia.
E nella lettera a Lorenzo Scala, premessa egualmente a quelle rime, diceva «le petrarcherie, le squisitezze, le bemberie, avere, anzichè no, mezzo ristucco il mondo.» Perciò possiam credere che al duca di Mantova non tornasse sgradito l’avvertimento che gli dava l’Aretino, quando, mandandogli certa composizione ghiotta del Veniero, diceva:
Non aspettate veder la lindezza
Dell’andar petrarchevole a sollazzo,
Ch’a ricamar fiori e viole è avvezza.
Di quella lindezza doveva averne assai anche il duca di Mantova. Per chi amava di parlar grasso e ridere alla sbracata (e Dio sa s’era gusto di molti) non c’era canzoniere d’amore che valesse un sol capitolo del Berni. Gabriello Simeoni non si peritava di dirlo apertamente e di stamparlo.
Chi dice che ’l gentil compor berniesco
Non è il più bel che si leggesse mai
Sta dell’ingegno e del giudizio fresco.
Puossi con esso trar sospiri e guai
Senza tanti uopi, unquanchi, schivi e snelli,
Che dan che fare a gl’ignoranti assai.
Voglion le feste questi poverelli
Passarsi il tempo con un libro in mano
Senza tanti Laudivi o Vellutelli[98].
E notisi che il Simeoni fu grande ammiratore del Petrarca, e due volte si recò a visitare Valchiusa, una il sepolcro del poeta. Per parte loro i petrarchisti dovevano guardar con dispetto i poeti berneschi e la lor poesia, e cercare di screditarli quanto più potevano, nè io dirò che peccassero in questo. Certo il Giraldi Cinzio doveva esprimere il pensiero di molti, quando scriveva: «Alle cose basse nacque medesimamente il Bernia tra’ toscani, e tutti coloro che per loro principale esercizio a quel modo han scritto ch’egli scrisse; e infelici mi pajono quegli ingegni che spendono le lor buone ore in così fatte scritture, piene di nascosta disonestà, e di materie plebee, che sol dilettano a’ salcicciai, ed a simil sorti di genti»[99]. Che dilettassero solo a’ salcicciai e a simil sorte di genti, non è punto vero; e ad ogni modo rimane dubbio qual fosse poesia più oziosa se la bernesca o la petrarchesca. Questa era certo più sciocca.
Nè più dei berneschi potevano essere amici al petrarchismo i poeti maccheronici, che già nel fatto della lingua si mostravano sciolti da ogni regola, non sottoposti ad autorità di sorte alcuna, figli e fautori del proprio capriccio.
Ma se di molte beffe toccavano agl’imitatori del Petrarca, molte del pari ne toccavano ai commentatori. Non commentatori, ma crocifissori li chiama l’Aretino. «Se», dice egli nel Prologo della Cortegiana, «la selva di Baccano fosse tutta di lauri, non basterebbe per coronar crocifissori del Petrarca, i quali gli fanno dir cose con i loro comenti che non gliene fariano confessare diece tratti di corda». Quel bel matto di Alfonso de’ Pazzi si burla in un sonetto di coloro che avevano cava di commenti, e ricorda in un altro
..... l’Accademia, ’l Varchi e ’l Gello,
C’han messo Dante e ’l Petrarca in bordello.
Lo stesso Aretino dice in una lettera al duca di Mantova[100]: «Se l’anima del Petrarca e del Boccaccio, nel mondo suo, è tormentata, come son le loro opere nel nostro, debbono rinnegare il battesimo». Il Franco li scardassa in questo modo nella sua Epistola al Petrarca[101]: «Or questi dunque, perchè si conosceano non valere ad altro, si son posti a contentare le vostr’opere vulgari, ingegnandosi di trovarvi novità di chimere per parere ingegnosi, e di recarci ciance infinite per parere facondi. Ma con che rumor di scodelle i lavaceci si vadano poi imboccando le vostre fantasie, volendole intendere al vostro dispetto, non ve ’l potrei scrivere per una lettera. E volesse pure Iddio che fussero stati soli i processi fattivi sopra i versi, ed i tormenti dativi sopra i sensi, perchè son stati più i chiassi fatti in disonor de l’onore e del nome, per aver voluto investigare, se voi feste o non feste quella cosa con monna Laura, s’ella ebbe marito o no, se fu sterile o fe’ figliuoli, se ’l cardinal Colonna ve la tolse a forza d’oro, se ’l papa vi promettesse il cappello volendogli consentire una sorella di cui era invaghito, con tante altre sporche dispute ch’io mi vergognarei d’annoverarle scrivendo». Quando il Franco così scriveva, erano già stati pubblicati per le stampe i commenti dello Squarciafico, del Filelfo, del Vellutello, del Fausto, di Silvano da Venafro, del Gesualdo e di altri. E non meno acerbamente, anzi più, si esprime il Groto in quella lettera che ancor egli volle scrivere al Petrarca[102]: «Di novo non ci è altro, se non che ’l vostro canzoniere è più confuso, più rimescolato, più riversciato che le foglie scritte dalla Sibilla ad un lungo soffiar di borea, di austro, di levante e di ponente. Voi medesimo, se ’l vedeste, no ’l riconoscereste. Ci è di più, che vi fan cinguettare a lor modo, e dove pensate dir pettini, vi fan dir cesoje. A madonna Laura vostra han dato nome, chi di anima, chi di poesia, chi di filosofia, e mille altre chimere fantastiche di commentari. O se voi tornaste di qua avreste pur che fare co ’l notajo del maleficio, o danno dato! quanti ne fareste frustare, e impiccar per ladri! Ogni un s’ingrassa del vostro grasso, e s’ingrassa del vostro sugo; chi vi pela di qua, chi vi taglia di là, chi vi ruba, chi vi scaca, chi vi assassina». E qui l’autore lasciati i commentatori, torna a pigliarsela con quei gaglioffi d’imitatori. Ma già prima del Groto il Giraldi Cinzio aveva scritto: «E per non parlare degli altri, si son trovati e si trovano oggidì alcuni che, lasciati i sensi veri, fanno tali farnetichi su alcune cose del Petrarca, che pajono spiritati che dicano le maraviglie; e ovunque trovano la voce di amore o di natura, o di Giove, o di Giunone, o di disire, o di bellezza, o di sole, o di cielo, o di altre tali cose, vi vogliono tirare ciò che se ne scrisse mai dal principio del mondo insino alla loro età»[103].
Con tanta gente ai fianchi, sopra, sotto, d’ogni banda, imitatori, spositori, commentatori, musici, compilatori di vocabolarii, fabbricatori di grammatiche e di Arti poetiche, il malcapitato Petrarca fa pensare a un di quei bacherozzoli, che spesso si trovan pei campi, sepolti sotto un acervo di affamate ed affacendate formiche. Egli era come un nuovo Mecenate che, mal suo grado, faceva le spese a un nugolo di parassiti, ed era giusto che qualcuno, non potendolo egli, levasse la voce contro l’importunità e la improntitudine di costoro. In una sua madrigalessa in morte di Lodovico Domenichi, il buon Lasca, che in tant’altre cose sapeva mostrarsi uomo di retto sentire e di sano giudizio, esclama:
Una turba infinita
Di poetacci vive e di scrittori,
Pedanti e correttori,
Che metton tutto il mondo sottosopra,
Ogni antica storpiando e modern’opra,
Come Dante e ’l Petrarca fede fanno,
Con gran vergogna e danno, e con rovina
Dell’Accademia nostra Fiorentina,
Che fa molte parole e pochi fatti.
Molte parole e pochi fatti, come fu sempre usanza delle accademie. Poetacci e pedanti si contenta chiamarli il Lasca, ma meglio minuzzapetrarchi, lambiccaboccacci e stuccalettori di piccola levatura li chiama il Grappa in quel suo commento alla canzone del Firenzuola in lode della salsiccia[104]. E tenendosi più strettamente al Petrarca, il Franco fa dire alla sua lucerna[105]: «Veggo le cataste dei libri tanto alte, che mi tremano gli occhi a guardarci su... Veggo il Petrarca commentato, il Petrarca sconcacato, il Petrarca imbrodolato, il Petrarca tutto rubato, il Petrarca temporale e il Petrarca spirituale». Una pietà!
Abbiam veduto di quanto favore al petrarchismo fossero certi spiriti amorosi che aleggiavano in mezzo alla colta ed elegante società del Cinquecento; ma non ci dimentichiamo che sotto e a’ fianchi di questi spiritelli aerei, lindi, decenti, altri se ne agitavano di più grossa natura, di più liberi portamenti; non ci dimentichiamo che di contro all’amore dei canzonieri c’era l’amore delle novelle e delle commedie; di contro al piacere di spasimare il piacere di godere. Già quegli amori a cui, non che la speranza, non era lecito nemmeno il desiderio, quello stemperarsi in lacrime, quel dileguarsi in sospiri, tante metafisicherie e tanti arzigogoli cacciati dentro al più spontaneo degli affetti, alla lunga venivano a noja. Gli spasimanti perpetui cominciavano a diventar ridicoli. Odasi ciò che dice Ercole Bentivoglio in una sua satira indirizzata a M. Andrea Napolitano:
Andrea, tra le pazzie che non son meno
Di riso grande che di biasmo degne,
Di ch’oggi è sì questo vil mondo pieno,
Posto è il pensier, che ’n tutti or par che regne,
Cieco d’amor, quando la notte e ’l giorno
Spende l’uom dietro a queste donne indegne.
E più oltre, canzonando lo stesso Andrea:
Ite pensoso per quest’ampie strade,
Con gli occhi a tutte le finestre intenti,
Molli talor di tepide rugiade.
Poi ricorda un tal Cupennio:
Che profumato tutto ’l dì sospira
Al sole ed alla pioggia, e alla finestra
Gli occhi con certa gravitate gira.
Luigi Alamanni va più in là, e nella satira a M. Albizzo Del Bene biasima, non solamente quell’amore cortigianesco, ma ogni amore che, dice, è di grande nocumento agli uomini, nati a cose maggiori, è cagione d’infiniti guai. Cita il proprio esempio:
Anch’io con Febo gli amorosi strali
Al santo bosco già cantai d’intorno,
E so quante menzogne io dissi e quali.
Chi poi sentiva l’amore secondo natura e secondo umanità, si stizziva di quell’amore dei filosofanti e dei sonettai, inviluppato nei concetti, e con tante gale di sofismi intorno da parere un altro.
L’amore è diffinito così spesso
Da questi dotti, e così pesto e trito,
Ch’omai non più si conosce egli stesso,
dice Pietro Nelli in una delle sue satire. Francesco Sansovino la rompe con tutti i risguardi e dice chiaro di preferire l’amore quieto, naturale e senza cerimonie di una sgualdrina, agli amori smancerosi delle nobili dame[106]. Certo non tutti avevano i gusti, dirò così, troppo semplici del Sansovino, e anche del Berni, che componeva que’ saporiti capitoli in lode della sua schiattona, e molti indulgevano ad amori alquanto meno volgari, quali la novella e la commedia ci mostrano; ma erano pur sempre amori molti diversi da quelli di messer Francesco e di madonna Laura. Ora, se tra costoro c’era chi, per vaghezza di contrasto, cercava gli amori ideali dopo aver fruito, o mentre ancora fruiva, di quelli che chiameremo pratici; molto maggiore doveva essere il numero di coloro che si attenevano ai pratici, senza cercare più là. E costoro eran tutti naturali nemici del petrarchismo.
Il sentimento di questa classe di nemici, assumeva, tra le altre, una forma caratteristica, la forma di un dubbio circa la qualità degli amori del poeta e della donna celebrata da lui. Questi amori erano essi stati così puri come si diceva? Difficile il crederlo, e nel Canzoniere stesso si cercavano le prove del contrario. Alcuno più benevolo, come, ad esempio, Nicolò Astemio[107], credeva che tutto quell’amore altro non fosse che una finzione; sospetto antico, contro il quale ebbe a difendersi lo stesso Petrarca. Per contro, Pietro Cresci, autore di un’apposita dissertazione, alla famosa purità ci credeva assai poco, e Ubaldo De Domo non ci credette punto. Cesare Caporali è d’avviso
Che in Valchiusa non gì la cosa netta;
e Antonfrancesco Doni narra, nei Marmi[108], di una disputa fatta nell’orto de’ Rucellai, e riferita da quella buona femmina della Zinzera, nella quale disputa molti sostennero questa stessa opinione: «e tenevano che egli (il Petrarca) avesse amato donna, donna, donna da dovero; e che egli avesse anco corso il paese per suo: ma come uomo che era religioso, dottore, vecchio e calonaco di Padova, non voleva che restasse accesa sì fatta lucerna della fama; e appiattò la cosa sotto mille queste e mille quelle; la pose in bilico acciò che la non si potesse mai affermare; perchè la fu così giusta, giusta, ma che sempre si trovasse qualche oncino d’attaccarsi in pro e contra». Costoro non erano di certo poeti petrarchisti. Nè solo si dubitava della qualità di quello amore, ma, ancora della condizione di madonna Laura. In una delle Lettere argute del Rao, tra parecchie tesi da disputare c’è la seguente: Che madonna Laura, tanto amata dal Petrarca, ebbe modi e costumi di montanara, contra l’espositore di esso Petrarca[109].
Si mettano insieme tutte queste avversioni grandi e piccole, tutti i biasimi che abbiam notati sin qui, con le ragioni loro, e si vedrà che l’antipetrarchismo era una forza grande, piena di uno spirito vigoroso. Questo spirito, nella sua forma più acuta, si manifesta mediante la parodia. Gli imitatori del Canzoniere si videro a un tratto ai fianchi altri imitatori, i commentatori altri commentatori; ma mentr’essi facevan da senno, quegli altri facevan per beffa, e nell’alto lor riso travolgevano i seguaci e un pochino anche il maestro.
Ed ecco di fronte a Laura divina, di fronte a quel tipo invariabile di donna bionda, gelida e perfetta dei canzonieri, levarsi come una visione apocalittica la megera del Berni.
Chiome d’argento fine, irte e attorte
Senz’arte intorno a un bel viso d’oro;