IL DIAVOLO.
ARTURO GRAF
IL
DIAVOLO
QUARTA EDIZIONE.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1890
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tutti i diritti riservati.
Milano. Tip. Fratelli Treves.
A
EDMONDO DE AMICIS.
Caro Edmondo,
Questo libro lo dedico a te, che fosti soldato e non hai paura dei brutti musi.
Non è, a dir proprio, una storia ordinata e compiuta del diavolo, perchè non credo si possa fare di tale storia un libro popolare; e un libro popolare appunto intesi far io, un libro cioè che si potesse leggere senza fatica, ma forse non senza qualche gusto, da chiunque non faccia profession di erudito.
Perciò mi sono studiato di ritrarre il diavolo nelle sue svariate sembianze, e nei casi e nelle operazioni più notabili di quella lunga, affaccendata e rimescolata sua vita; e poichè gli anni migliori della vita di lui, gli anni, direi, della virilità rigogliosa e della maggiore operosità e potenza, sono i secoli di quello che noi chiamiamo il medio evo, così entro i termini del medio evo, assai larghi del resto, costringo la più gran parte del mio racconto.
Narro e descrivo assai più che non ragioni, e credo d'aver fatto bene, e che di ciò tu m'abbia a dare piuttosto lode che biasimo. Assai volte, importando quelle innumerevoli tresche, mariolerie e meraviglie diaboliche, e le credenze e le superstizioni, e i sogni di cui si pascevano quelle anime dei padri nostri, intenebrate di paura e d'ignoranza, avrei potuto indicare i fatti fisiologici e psicologici d'onde il tutto deriva, e dissertar serrato, e farmi onore; ma coloro pe' quali io voleva scrivere, o non m'avrebbero inteso, presto si sarebbero stancati d'intendermi. Mi venne in mente ciò che fanno i marinai soprappresi dalla burrasca, quando, per salvare una parte del carico, buttano in mare l'altra; e, un po' a malincuore, imitai il loro esempio.
Qualcuno potrebbe dirmi: perchè hai tu scritto di un vano fantasma? perchè non piuttosto di cose vive e reali? e confesso che questa medesima domanda fec'io più d'una volta a me stesso. Ricordo giorni in cui rimasi come sgomento in pensare che il diavolo, il formidabile re dell'abisso, la cagione di tante cadute, di tanti dolori, di tanti terrori, l'oggetto di tanti ragionamenti, di tante dispute, di tante dottrine, colui per cui furono versati fiumi di sangue e d'inchiostro, non esiste, non è esistito mai, più inconsistente della nebbia, più vano dell'ombra. E mi parve doloroso e stolto far di quel nulla un libro.
Ma poco duravo in quei pensieri, e di non esserci durato mi applaudo. Chi segna il limite che separa la vita dalla morte, il reale dal non reale? Terribile, incoercibile è la forza delle cose che non sono, e molti fra i più poderosi fattori della storia della umanità non sono tra le cose reali, non furono, non saranno mai. Satana fu un sogno; ma un sogno che rapì nei caliginosi avvolgimenti suoi le generazioni ed i secoli.
Non lo dimentichino coloro che rimpiangono (nè io so loro dar torto) le fedi e le speranze di un'altra età, e i conforti ineffabili che ne venivano alle anime travagliate. Il sangue di Cristo fu veramente come un balsamo prezioso versato sulle ferite sanguinanti dei figli del peccato; ma dietro a Cristo c'era Satana, e nelle ferite sanguinanti Satana stillava la velenosa sua bava. Il trepido credente era come sospeso fra il cielo e l'inferno, e dal cielo si sentiva scendere in cuore una soave letizia e dall'inferno si sentiva salire al cuore un orror disperato. L'anima di lui era come questo povero nostro pianeta, che sempre ha l'una parte rivolta al sole e l'altra immersa nel bujo; essa, come quello, rotava, ed ogni suo punto passava per una perpetua vicenda di luce e di tenebra, di speranza e di terrore. Le storie dei santi e delle sante, cui arrise da ultimo il sole della vittoria, sono là a farne fede.
I santi e le sante, i campioni della fede e i martiri della carità, i meravigliosi asceti, i quali non d'altro cibo si pascono che di speranza, anime di foco appese ad un tenue raggio che scaturisce dalle profondità immensurabili dell'infinito! Dovunque io spinsi il piede sulle buje tracce di Satana, io li scontrai, e fui lunghi giorni in lor compagnia. I casi meravigliosi, e le formidabili istorie, che tu, Edmondo, potrai leggere in queste pagine, io raccolsi, per molta parte, nelle antiche memorie della vita e degli atti loro, isole sopravanzate di un mondo sommerso, tutte dipinte dei fiori vivaci della leggenda. Altri s'inerpica su pei dirupi, e sfida le insidie e le asprezze dei ghiacci perpetui, pur di cogliere un gracile fiorellino spuntato dal greppo vivo a uno sguardo di sole; a me giova spesso arrancarmi pei ghiareti del latino barbaro, e avvilupparmi tra' pruni del solecismo, pur di cogliere alcuno di quei fiori di leggenda, così caldi di colore, così pregni di strano ed acuto olezzo.
Accetta, amico mio, questo libro, non pel valore suo proprio, ch'è ben poco, ma per l'antico affetto di cui vuol essere un segno, e ch'è molto. E se in leggerlo ti parrà di sentirti dentro quella mite angoscia che prepara ed annunzia lo sbadiglio, tienti il libro a ogni modo, e manda pur me a colui che mi diede materia a scriverlo. Vedendo l'opera mia, e più che l'opera le buone intenzioni; e conoscendo lo zelo, la sincerità e la liberalità con cui io scrissi dei fatti suoi, vorrà usarmi qualche riguardo, e trattarmi men male di quello faranno forse i critici.
Torino, marzo 1889.
Tuo
A. Graf.
Capitolo Primo. ORIGINE E FORMAZIONE DEL DIAVOLO.
Tutti conoscono il poetico mito della ribellione e della caduta degli angeli. Questo mito, che inspirò a Dante alcuni tra i più bei versi dell'Inferno, e al Milton un indimenticabile episodio del Paradiso perduto, fu da varii Padri e Dottori della Chiesa variamente foggiato e colorito; ma non ha altro fondamento che la interpretazione di un versetto d'Isaia e di alcuni luoghi, abbastanza oscuri, del Nuovo Testamento. Un altro mito, di carattere molto diverso, ma non meno poetico, accolto da scrittori così ebraici come cristiani, narra di angeli di Dio, che invaghitisi delle figliuole degli uomini, peccarono con esse, e furono in punizione del loro peccato esclusi dal regno dei cieli, e convertiti di angeli in demonii. Questo secondo mito ebbe nei versi del Moore e del Byron consacrazione perpetua. Così l'un mito come l'altro fa dei demonii angeli caduti, e la caduta rannoda a un peccato: superbia o invidia nel primo caso; amor colpevole nel secondo.
Ma questa è la leggenda, non già la storia di Satana e dei compagni suoi. Le origini di Satana, considerato quale personificazione universa del principio del male, sono meno epiche assai e in pari tempo assai più remote e profonde. Satana è anteriore, non solo al Dio d'Israello, ma a quanti altri dei, possenti e temuti, lasciarono ricordo di sè nella storia degli uomini; egli non precipitò giù dal cielo, ma balzò fuori dagli abissi dell'anima umana, coevo a quegli oscuri iddii delle antichissime età di cui nemmeno una pietra ricorda i nomi, e a cui gli uomini sopravvissero, dimenticandoli. Coevo ad essi e spesso confuso con essi, Satana comincia embrione, come le cose tutte che vivono, e solo a poco a poco cresce e si fa persona. La legge di evoluzione, che governa gli esseri tutti, governa lui pure.
Nessuno, che abbia qualche educazione scientifica, crede oramai che le religioni più rozze sieno nate dalla corruzione e dal disfacimento di una religion più perfetta; ma sa benissimo che le più perfette si sono svolte dalle più rozze, e che in quelle per conseguenza si debbono cercare le origini del tenebroso personaggio che sotto varii nomi rappresenta il male e se ne fa principio. Se quello che si chiama periodo terziario nella storia del nostro pianeta vide già l'uomo, forse il vide tanto simile al bruto da non potersi scernere in lui sentimento religioso propriamente detto. L'uomo quaternario più antico conosce già il fuoco, e sa far uso di armi di pietra; ma abbandona i suoi morti, segno certo che le sue idee religiose, se pur ne ha, sono quanto mai si possa dire scarse e rudimentali. Bisogna giungere a quello che si chiama dai geologi il periodo neolitico per ritrovare le prime tracce sicure di religiosità. Quale si fosse la religione dei nostri antenati in quella età noi non possiamo sapere direttamente, ma possiamo arguirlo, guardando a quella di molte popolazioni selvagge che vivono ancora sopra la terra, e riproducono fedelmente le condizioni della umanità preistorica. Sia che il feticismo preceda l'animismo, sia che questo preceda quello nella evoluzione storica delle religioni, le credenze religiose di quei nostri antenati dovettero essere simili in tutto a quelle che ancora professano i Negri d'Africa, o le Pelli Rosse d'America. La terra, che insieme con le vestigia delle loro abitazioni, con l'armi e gli utensili, ha serbato i loro amuleti, ce ne porge testimonio. Essi immaginarono un mondo ingombro di spiriti, anime delle cose, e anime di morti, e da quelli riconobbero quanto incontrava loro di bene o di male. Il pensiero che alcuni di questi spiriti fossero benefici, altri malefici, alcuni amici, altri nemici, era suggerito dalla esperienza stessa della vita, nella quale profitti e danni si avvicendano costantemente, e si avvicendano in modo che, se non sempre, assai spesso, si riconoscono diverse le cause degli uni e degli altri. Il sole che illumina, il sole che in primavera fa rinverdire e rifiorire la terra, e matura i frutti, doveva essere considerato come una potenza essenzialmente benefica; il turbine, che riempie di tenebre il cielo, schianta le piante, svelle e spazza i mal connessi tugurii, come una potenza essenzialmente malefica. Gli spiriti si raccoglievano in due grandi schiere, secondochè agli uomini pareva di riceverne beneficio o nocumento.
Ma non per questo si costituiva un vero e risoluto dualismo. Gli spiriti benefici non erano ancora nemici dichiarati e irreconciliabili dei malefici, e quelli non erano benefici sempre, nè sempre malefici questi. Il credente non era mai sicuro della disposizione degli spiriti che lo avevano in loro balìa; temeva di offendere non meno gli amici che i nemici, e con eguali pratiche si studiava di renderseli favorevoli tutti, non troppo fidandosi di nessuno. Tra buoni e cattivi non era contraddizione morale propriamente detta, ma solo contrasto di opere. Essi non potevano avere un carattere morale che mancava ancora ai loro adoratori, usciti appena dalla condizione dell'animalità, e solo in tanto si possono chiamare buoni e cattivi in quanto par bene all'uomo primitivo tutto ciò che gli giova, male tutto ciò che gli nuoce. I selvaggi adoratori li immaginavano in tutto simili a sè, mutabili, vinti dalla passione, quando benevoli, quando crudeli, e non istimavano i buoni più alti e più degni dei tristi.
Certo, nei tristi appare già un'ombra di Satana, si delinea lo spirito del male, ma del male puramente fisico. Male è ciò che nuoce, e spirito malvagio è quello che vibra la folgore, accende i vulcani, sommerge le terre, semina la fame e la malattia. Esso non giunge ancora a rappresentare il male morale, perchè il discernimento del bene e del male morale non s'è ancor fatto nella mente degli uomini: delle due facce di Satana, il distruggitore e il pervertitore, una sola è ritratta da lui. Esso non ha una propria indegnità, non ha chi gli stia sopra e lo domini.
Ma a poco a poco la coscienza morale si qualifica e si determina, e la religione acquista un carattere etico che prima nè aveva, nè poteva avere. Lo spettacolo stesso della natura, dove forze contrastano a forze, e dove l'una distrugge ciò che l'altra produce, suggerisce l'idea di due opposti principii che reciprocamente si neghino e si combattano; poi l'uomo non tarda ad accorgersi che oltre al bene ed al male fisico c'è un bene ed un male morale, e crede riconoscere in sè quello stesso contrasto che vede e sperimenta in natura. Egli si sente buono o cattivo, si concepisce migliore o peggiore; ma la bontà o reità propria non conosce come sua, come l'espressione della sua natura medesima. Uso ad attribuire a potenze divine e demoniche il bene ed il male fisico, egli attribuirà similmente a potenze divine e demoniche il bene e il male morale. Dallo spirito buono verranno allora, non solamente la luce, la sanità, tutto quanto sostenta ed accresce la vita, ma la santità ancora, intesa quale complesso di tutte le virtù: dallo spirito malvagio verranno, non solamente le tenebre, i morbi, la morte, ma ancora il peccato. Così gli uomini, spartendo con giudizio meramente soggettivo la natura in buona e cattiva, e impastando con quel buono e con quel cattivo fisico il buono e il cattivo morale che loro appartiene, foggiano gli dei e i demonii. La coscienza morale già desta, che naturalmente afferma la superiorità del bene sul male, e vagheggia il trionfo di quello su questo, fa sì che il demonio appaja subordinato al dio, e colpito di una indegnità tanto maggiore quanto più quella coscienza è viva e imperiosa. Il demonio, che in origine si confondeva col dio in un ordine di spiriti neutri, capaci così di bene come di male, se ne distingue a poco a poco e se ne stacca in ultimo del tutto. Egli sarà lo spirito delle tenebre e il suo avversario lo spirito della luce; egli lo spirito dell'odio e il suo avversario lo spirito dell'amore; egli lo spirito della morte e il suo avversario lo spirito della vita. Satana abiterà negli abissi, Dio nel regno dei cieli.
Così si stabilisce e si determina il dualismo; così il concetto di esso si disviluppa per lento lavorio di secoli dal concetto che gli uomini hanno e della natura e di sè stessi. Se non che quella che ho indicata è la storia per così dire schematica ed ideale del dualismo, non la concreta e reale. Il dualismo si trova, o svolto, od in germe, o espresso o sottinteso, in tutte, o quasi tutte le religioni; ma esso corre per diversi gradi, assume varie forme e variamente si specifica a seconda della diversità delle genti e delle civiltà.
Abbiam veduto che spiriti malefici compajono già nelle religioni più rozze e manco differenziate; ma definiti malamente e come diffusi nelle cose. Nelle religioni più elevate, mano mano che l'organismo di esse si circoscrive e si compie, gli spiriti malefici si mostrano meglio definiti, vanno acquistando attributi e persona. Tra le grandi religioni storiche la religione dell'antico Egitto è quella di cui abbiamo più remota e più sicura notizia. In essa a Ptah, a Ra, ad Ammone, a Osiride, a Iside, ecc., divinità benefiche, largitrici di vita e di prosperità, si contrappongono il serpente Apep, che personifica l'impurità e le tenebre, il formidabile Set, il devastatore, il perturbatore, padre d'inganno e di menzogna. I fenici opposero a Baal e ad Aschera, Moloc e Astarte; in India, il generatore Indra, il conservatore Varuna, ebbero contrari Vritra e gli Asuri, e il dualismo penetrò nella stessa Trimurti; in Persia Ormuz ebbe a contendere con Arimane per la signoria del mondo; in Grecia e in Roma tutto un popolo di genii e di mostri malefici sorse di fronte alle divinità dell'Olimpo, esse stesse non sempre benefiche, e furono Tifone, Medusa, Gerione, Pitone, demonii malvagi d'ogni fatta, lemuri e larve. Il dualismo appare similmente per entro alla mitologia germanica, alla slava, e, in generale, a tutte le mitologie.
In nessun'altra delle antiche e delle nuove religioni il dualismo raggiunse la forma piena e spiccata che raggiunse nel mazdeismo, o religion dei persiani antichi, quale ce la fa conoscere lo Zend-Avesta; ma in tutte esso si lascia scorgere, e in tutte, per qualche parte almeno, si può rannodare ai grandi fenomeni naturali, alla vicenda del giorno e della notte, all'alternare delle stagioni. I concetti varii, le figurazioni, gli avvenimenti in cui esso prende forma e si esplica, ritraggono, non solo dell'indole e della civiltà del popolo che gli dà luogo nel sistema delle proprie credenze, ma ancora del clima, delle condizioni naturali del suolo, delle vicende storiche. L'abitatore di tale regione calda riconosce l'opera dello spirito maligno nel vento del deserto che affoca l'aria e uccide le biade; l'abitatore delle plaghe settentrionali la riconosce nel freddo che assidera la vita intorno a lui e lui stesso minaccia di morte. Dove la terra è scossa da terremoti frequenti, dove vulcani vomitano cenere e lave devastatrici, l'uomo immagina facilmente demonii sotterranei, giganti malvagi sepolti sotto ai monti, spiracoli dell'inferno: dove frequenti procelle turbano il cielo, immagina demonii trasvolanti e urlanti per l'aria. Se un nemico invade, vince e soggioga, il popolo soggiogato non mancherà di trasferire nello spirito malvagio, o negli spiriti malvagi cui crede, i caratteri più odiosi dell'oppressore. Così la religione è il risultamento composto di una moltiplicità di cause, le quali non sempre, certo, si possono rintracciare e additare. I greci non ebbero propriamente un Satana, come non l'ebbero i romani, e può sembrare strano che questi, i quali divinizzarono una quantità di concetti astratti, come la gioventù, la concordia, la pudicizia, non abbiano immaginata una vera divinità e potestà del male, sebbene abbiano immaginato una dea Robigo, una dea Febris ed altre così fatte. Non mancano tuttavia nelle religioni dei greci e dei romani potestà antagonistiche e figure che presentano come un duplice aspetto, e se per poco si approfondisce l'indole dei due popoli, e le condizioni di vita e la storia, si vede che il dualismo presso di loro non avrebbe potuto prendere forma gran che diversa da quella che prese. Si consideri tra l'altro che in Grecia e in Roma non vi fu un libro sacro di morale, un codice teocratico propriamente detto.
Il dualismo assume forma e caratteri speciali nel giudaismo prima, nel cristianesimo poi, e se in altre religioni, se nelle stesse religioni primitive, si può scorgere come una larva di Satana, o come una forma che, rubando il vocabolo alla chimica, potrebbe dirsi allotropa, diversamente qualificata, e alcuna volta ingrandita, il Satana vero, con le qualità e gli attributi che gli son proprii, e ne formano la persona, non appartiene che a quelle due religioni, e, anzi, più particolarmente alla seconda.
Satana tiene ancora assai poco posto nel mosaismo; direi che esso vi tocca soltanto l'adolescenza o la giovinezza, senza poter raggiungere la maturità. Nel Genesi il serpe non è se non il più accorto ed astuto degli animali, e solo in virtù di una tarda interpretazione si tramuta in demonio. L'Antico Testamento tutto intero non conosce Beelzebub se non come divinità degli idolatri; al quale proposito è da notare che gli ebrei, prima di negar l'esistenza degli dei delle genti, il che s'indussero a fare solamente assai tardi, credettero che quegli fossero dei davvero, ma meno possenti e meno santi di Jeova, loro dio nazionale. In fatti, il primo comandamento del Decalogo non dice già: io sono il Dio tuo, e tu non devi credere vi sieno altri dei fuori di me; ma bensì: Io sono il Dio tuo, e tu non adorerai altri dei fuori di me. Ora è noto che molte volte gli ebrei si lasciarono trascinare ad adorare altri dei che non era il loro. Azazel, lo spirito immondo a cui abbandonavasi nel deserto il capro emissario, carico dei peccati d'Israele, appartiene assai probabilmente a credenze anteriori a Mosè; ma la figura sua manca di perspicuità e di rilievo, e forse altro non è che un pallido riflesso dell'egizio Set, e un ricordo dei tempi della schiavitù sofferta nella terra dei Faraoni.
È opinione comunemente accettata che solo dopo la cattività di Babilonia gli ebrei abbiano avuto circa i demonii concetti chiari e precisi. Trovandosi durante quel tempo, in contatto, se non intimo, almeno continuo, col mazdeismo, gli ebrei ebbero opportunità di conoscerne alcune dottrine e di appropriarsele in parte, e tra queste la dottrina concernente l'origine del male dovette trovar facile accesso negli spiriti loro, preparati e predisposti a riceverla dalle recenti calamità e dalle preoccupazioni di un fosco avvenire. Tale opinione dà luogo a qualche dubbio, e più di una obbiezione le si può fare; ma non è però meno certo che se la nozione di spiriti malefici, e la credenza nelle opere loro, non mancavano agli ebrei prima dell'esilio, Satana non comincia a rivestir la figura e i caratteri che gli son proprii se non in iscritti posteriori all'esilio stesso. Nel libro di Giobbe, Satana appare tuttavia fra gli angeli in cielo, e non è propriamente un contraddittore di Dio e un perturbatore delle sue opere. Egli dubita della santità e della costanza di Giobbe, e provoca l'esperimento che deve precipitar costui dal sommo della felicità nel più basso fondo della miseria. Non è per anche un fomentator di peccato e un operator di sciagure; ma già egli dubita della santità, e alcuno dei mali che colpiscono il patriarca innocente viene da lui.
A poco a poco Satana cresce e si compie. Zaccaria lo rappresenta quale un nemico e un accusatore del popolo eletto, desideroso di frustrar questo della grazia divina. Nel Libro della Sapienza, Satana è un perturbatore e un corruttore dell'opera divina, colui che instigò per invidia i primi parenti al peccato, e per invidia introdusse la morte nel mondo. Egli è il veleno che guasta e contamina la creazione. Ma nel Libro di Enoc, e propriamente nella parte più antica di esso, i demonii altro non sono che angeli innamoratisi delle figlie degli uomini, e impigliatisi per tal modo nei lacci della materia e del senso, quasi che si voglia con sì fatta finzione evitar di ammettere un ordine di enti originariamente diabolici; mentre in altra parte, più recente, dello stesso libro, i demonii sono i giganti nati da quegli amori.
Nelle dottrine dei rabbini Satana acquista sembianze e caratteri nuovi, ma nell'Antico Testamento la sua figura spicca ancora assai poco, e può dirsi evanescente confrontata con quella che egli ebbe di poi. Le ragioni di ciò possono essere parecchie: tuttavia la principale è da rintracciare senza dubbio nell'indole stessa del monoteismo giudaico, il quale è così fatto che assai difficilmente può dar luogo a una concezione dualistica un po' risoluta. Jeova è un dio assoluto, un signore despotico, estremamente geloso della potenza e dell'autorità propria. Egli non può soffrire che gli si levino a fronte esseri, sia pure di lui meno possenti, ma che si arroghino di contrastargli, si atteggino ad avversarii suoi, osino attraversare l'opera sua. Il voler suo è unica legge, la quale governa il mondo, e ha obbedienti sotto di sè le potestà tutte, meno forse quelle divinità delle genti di cui non si nega l'esistenza, ma che non entrano come elementi vivi nell'organismo della religione di Jeova. Perciò nel Libro di Giobbe Satana apparisce più che altro come un ministro di Dio, un provocatore di giudizii e di esperimenti divini. Ma c'è di più. Basta por mente alquanto all'indole di Jeova per avvedersi subito che dove è un tal dio, un demonio non ha più troppa ragion di essere. In Jeova le contrarie potenze, gli opposti elementi morali che, distinti e separati, dànno luogo al dualismo, sono ancora come confusi insieme, il che certamente non dà un alto concetto della morale degli ebrei primitivi. Jeova è geloso, feroce, inesorabile; le pene che egli infligge son fuori d'ogni proporzione con le colpe commesse, le sue vendette sono spaventose e bestiali, colpiscono senza discernimento rei ed innocenti, uomini e bruti. Egli tormenta i suoi devoti con prescrizioni assurde che li fan vivere in un perpetuo terror di peccato, e impone loro di passare a fil di spada le popolazioni delle città espugnate. Egli dice per bocca di Isaia: “Io formo la luce, e creo le tenebre, faccio la pace, e produco il male: io sono il Signore che faccio tutte queste cose.„ In lui dio e Satana sono ancora congiunti: la separazione che lentamente si va facendo di essi, e l'antagonismo risoluto cui mette capo, sono sintomi di un più squisito senso morale, e segni dell'approssimarsi del cristianesimo.
Satana è già in parte formato, ma non raggiunge la pienezza dell'esser suo se non nel cristianesimo, nella religione che dice di voler compiere il giudaismo, ond'è uscito, e che per tanta parte lo nega. Qui noi ci troviamo dinanzi un intreccio e un viluppo di cause morali e di cause storiche, le quali han tutte per effetto di rilevar sempre più, colorire, ingrandire la sinistra figura di Satana. Anzi tutto Jeova si trasforma in un dio incomparabilmente più sereno e più benigno, in un dio d'amore, che necessariamente respinge da sè, come elemento non assimilabile, ogni elemento satanico; e quando Cristo sarà ancor egli assunto alla divinità, la mite e radiosa figura del nume che per amor degli uomini si fece uomo, che per essi versò il suo sangue e patì la morte ignominiosa, farà per ragion di contrasto spiccare in modo al tutto nuovo la truce e tenebrosa figura dell'avversario. La tragedia umana, fusa con la tragedia divina, rivelerà le intime ragioni del suo meraviglioso processo, suscitando negli animi nuovi concetti morali, nuove immagini delle cose, nuova pittura del cielo e della terra. Gli è dunque vero che Satana indusse i primi parenti a peccare, e che in virtù della colpa provocata da lui, tolse a Dio l'umana famiglia, ed il mondo in cui questa vive. Quale non deve essere la potenza di lui, la saldezza dell'usurpato dominio, se a riscattare i perduti è forza che lo stesso figliuol di Dio si sacrifichi, si dia in preda a quella morte che per fatto appunto del nemico penetrò nel mondo! Prima che Dio dèsse mano all'opera della redenzione Satana poteva posare nella sicurezza del possesso; ma ora che la redenzione si compie, anzi è già compiuta, non dovrà egli far l'estremo d'ogni sua possa per contendere al vincitore il frutto della vittoria, e racquistare, almeno in parte, il perduto? Ecco; egli osa di tentare il redentore medesimo, e l'apostolo lo dipinge quale un leone ruggente, in traccia di preda da divorare.
Ma se le condizioni del riscatto, se la qualità di colui che l'aveva a compiere, davano a Satana una grandezza e un valore che non avrebbe avuto altrimenti, la redenzione stessa non toglieva a costui tanta preda quant'egli ne aveva fatta e quanta ancora era per farne, e la vittoria di Cristo non prostrava così la potenza di lui come il desiderio dei riscattati poteva sperare. San Giovanni dice che il mondo aveva ad essere giudicato e discacciato il suo principe; San Paolo afferma che la vittoria di Cristo era stata piena ed intera, e con la sua morte aveva distrutto il re della morte: ma il principe di questo mondo veramente non fu spodestato; ma il re della morte non fu ucciso, anzi seguitò come prima a spargere intorno la morte, non meno l'eterna che la temporale. Cristo frange le porte dell'inferno, irrompe nel regno delle tenebre, spopola l'abisso; ma dietro di lui le porte si risaldano, le tenebre si ricongiungono, l'abisso si ripopola. Strano a dire! mai fra gli uomini fu tanto parlato di Satana, mai Satana fu tanto temuto quanto dopo la vittoria di Cristo, dopo la redenzione compiuta.
Nè ciò avveniva per un semplice error di giudizio, per una contraddizione logica. Il male è con sì fatti caratteri impresso nel libro di nostra vita che non basta una dottrina religiosa, non basta un sogno di fede e di amore a cancellarnelo. Lo spettacolo desolante di un mondo in dissoluzione si offriva da ogni banda agli sguardi dei nuovi credenti: il fior delicato e odoroso della dottrina di Cristo spuntava di mezzo al fimo di Satana. Non era opera dell'eterno prevaricatore quel politeismo variopinto che aveva affascinati e sedotti gli spiriti? Non erano Giove e Minerva, Venere e Marte, e gli dei tutti che popolavano l'Olimpo, incarnazioni di lui, o ministri del suo volere, esecutori de' suoi disegni? Quella civiltà rigogliosa e gioconda del paganesimo, quelle arti fiorite, quella filosofia temeraria, quelle ricchezze e quegli onori, quegli amori e quegli ozii, e quelle infinite lascivie, non erano trovati suoi, inganni suoi, forme e strumenti della sua tirannide? Non era l'impero di Roma l'impero di Satana? Sì, veramente; Satana era adorato nei templi, celebrato nelle pubbliche feste; Satana sedeva in trono con Cesare, Satana saliva coi trionfatori in Campidoglio. Chi sa quante volte i pii fedeli, raccolti nelle catacombe, udendosi passar sopra il capo il fremito e il mugghio di quella vita, paventarono non fosse la procella diabolica per sommergere in tutto la navicella di Cristo, e fra le braccia stesse della croce si sentirono minacciati e premuti.
Così Satana ingigantiva di tutta la grandezza del mondo pagano raccolta in lui. In ogni parvenza di quella vita che la stringeva tutto allo intorno il cristiano ravvisava una sembianza del forte armato che Cristo era venuto a vincere, e che, vinto, era fatto più audace e più impetuoso di prima. E l'anima sua si riempiva di costernazione e di terrore; giacchè come guardarsi dalle insidie, come difendersi dagli assalti di un nemico più velenoso dell'Idra, più moltiforme di Proteo? Tertulliano ammonirà, ed altri ammoniranno, di non frequentare pagani, di non partecipare alle feste e ai giuochi loro, di non esercitar professione alcuna che possa, direttamente o indirettamente, servire al culto degli idoli; ma come osservare tale divieto e vivere? o come, osservatolo, assicurarsi di serbar puro il cuore, se la terra che si calca, se l'aria che si respira è fatta d'impurità e di peccato?
E Satana non si contenta del lenocinio o della insidia; con altre armi ancora egli tenta di riconquistare il perduto. Egli assalta d'ogni parte la Chiesa appena fondata, e come un ariete dal capo di bronzo, ne percote giorno e notte e ne sfalda le mura. Suscita le persecuzioni spaventose, e la nuova fede cerca di annegare nel terrore e nel sangue. Promuove le grandi eresie e sbranca innumerevoli agnelle dal gregge di Cristo. Tristi tempi, vita piena di periglio e di dolore! No, il regno di Cristo non è giunto ancora; ma gli spiriti contristati cui dà le sue ali la fede, credono di scorgerne da lungi, nei sogni apocalittici, i rutilanti bagliori, e annunciano la seconda venuta del redentore, e la finale sconfitta dell'antico serpente.
Sogni vani, deluse speranze! Il redentore non viene, e l'antico serpente, fatto più velenoso che mai, moltiplicale sue spire, avvolge più sempre il mondo. Una prova tra l'altre se ne può avere dalla dottrina di alcune sètte che travagliarono la Chiesa, più particolarmente nei primi tre secoli, e che tutte s'industriarono d'introdurre nel cristianesimo un dualismo poco diverso da quel dei persiani. Quelle dottrine formano nel loro complesso ciò che si chiama lo gnosticismo, e le più eccessive hanno per comune tendenza di attribuire a Satana assai più importanza che non avesse innanzi, di considerar Satana quale creatore della natura corporea, di far del male un principio originario e indipendente, non sorto da defezione o scadimento, ma coeterno al bene e in lotta con esso. Per tal modo cresceva la potenza di Satana, e l'opera della redenzione si faceva più difficile, la salute più incerta. Clemente Alessandrino e Origene avevano sostenuto che tutte le creature tornerebbero a Dio, loro comune principio; ma Sant'Agostino pensò che Dio salverebbe solo alcuni eletti, e che la massima parte del genere umano sarebbe preda del diavolo.
Non è punto agevole, nel cozzo delle opposte dottrine e nella contrarietà degli influssi, traverso le speculazioni della filosofia, specie neoplatonica e cabalistica, le brillanti fantasie della gnosi, il dogma ortodosso ancor vacillante, farsi un chiaro ed esatto concetto delle variazioni e degli accrescimenti di Satana nei primi secoli della Chiesa. Chi sa a quale sincretismo strano e mostruoso fosse giunta la religione di Roma, facilmente immagina che da quell'indefinibile miscuglio di credenze assurde e di pratiche pazze Satana dovesse derivare più d'uno degli elementi della sua rinnovata persona. Veramente il Satana cristiano esce dallo scontro, dal mutuo penetrarsi di svariate civiltà, di filosofie repugnanti, di religioni nemiche, e quando la Chiesa trionfa, quando il dogma è fermato, egli stende sul mondo uno spaventoso dominio.
La insanabile corruzione pagana dà nuovo rilievo all'idea del male e fa giganteggiare colui che personifica quell'idea. I cristiani credevano il mondo pagano fattura di Satana; invece gli è il mondo pagano che foggia in gran parte Satana nella fantasia dei cristiani. Senza l'impero di Roma Satana sarebbe riuscito molto diverso da quello che egli è, o fu. Tutto il turpe e tutto il diabolico diffuso per entro la civiltà pagana, si raccoglie in lui, si condensa in lui; egli diventa il natural richiamo di quanto appar peccato alla timorata e ritrosa coscienza cristiana, cioè una varietà infinita di pensieri, di costumanze, di opere. I numi che avevano avuto altari e templi non muojono, non dileguano, ma si trasformano in demonii, perdendo alcuni l'antica formosità seduttrice, serbando tutti la pravità antica, accrescendola. Giove, Giunone, Diana, Apollo, Mercurio, Nettuno, Vulcano, Cerbero, e fauni e satiri, sopravvivono al culto che loro era reso, ricompajono fra le tenebre dell'inferno cristiano, ingombrano di strani terrori le menti, provocano fantasie e leggende paurose. Diana, mutata in demonio meridiano, invaderà i disaccorti troppo obbliosi di lor salute, e la notte, pei silenzii dei cieli stellati, si trarrà dietro a volo le squadre delle maliarde, instruite da lei. Venere sempre accesa d'amore, non meno bella demonio che dea, userà negli uomini l'arti antiche, inspirerà ardori inestinguibili, usurperà il letto alle spose, si trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio, non più curante di Cristo, avido di dannazione. Un pontefice, Giovanni XII, reo, diranno i suoi accusatori, di aver bevuto alla salute del diavolo, invocherà, giocando a dadi, l'ajuto di Giove, di Venere e degli altri demonii. Satana sarà spesso rappresentato in figura di fauno, di satiro, di sirena.
Quando la Chiesa trionfa, la storia di Satana par cognita in ogni sua parte, e piena la figura di lui. Si conoscono, cioè si crede di conoscere, le sue origini, le prime e le posteriori vicende, i procedimenti e le opere. I Padri l'hanno narrato e descritto. Satana fu creato buono, e si fece perverso; cadde per suo peccato, trascinando nella ruina un innumerevole popolo di seguaci. Si dirà più tardi che la decima parte della milizia celeste fu precipitata quaggiù, sommersa negli abissi, e s'immaginerà una schiera di angeli neutrali, non ribelli a Dio, non avversi a Satana, spettatori della pugna combattuta fra quello e questo; angeli che san Brandano incontrerà nel corso delle sue avventurose peregrinazioni; che Parzival udirà ricordare laggiù nell'ultimo Oriente, dove si custodisce la santa reliquia del Graal; che Dante porrà nel vestibolo dell'inferno insieme con gli sciagurati vigliacchi che mai non fûr vivi.
Ma Satana non ha ancora finito di crescere, la sua persona non è per anche perfetta; lunga è la storia di lui, e quando un'èra ne è chiusa, un'altra incomincia. Gli asceti, che avevano creduto fuggirlo fuggendo il mondo, e nel deserto l'avevano ritrovato, più maligno e più possente che mai, e avevano sperimentate le sue innumerevoli insidie, sostenuti gli insulti feroci, non lo conoscevano ancora sotto tutti i suoi aspetti.
Alle antiche calamità altre successero; a una età di corruzione profonda tenne dietro una età di dissoluzione violenta, che parve schiantare dai cardini il mondo. Giù dal settentrione caliginoso, i barbari irrompono come un mare che abbia travolte le dighe, e l'impero di Roma al loro urto si sfascia con fragorosa rovina. La rea e maledetta civiltà pagana si spegne, ma per dar luogo a una tenebra disperata di barbarie, per entro a cui non è possibile scorgere lume di salvezza. Par che il regno umano sia per finire, sia invece per cominciare sulla terra un regno ferino. L'immane sciagura, quale da Salviano fu narrata con eloquenza focosa, fece dubitar della provvidenza; e offrendo spettacolo di mali incogniti prima, innumerevoli, incommensurabili, diede, com'era naturale, nuovo rilievo alla figura di colui che è di tutti i mali principio e promotore. Satana cresceva dell'opera dei barbari, ma in pari tempo cresceva di molte loro credenze, attirando a sè quanto, e non era poco, nella loro religione, trovava conforme e omogeneo al suo essere. A contatto con la vita greca e romana, egli, in una certa misura, si grecizzò e romanizzò; a contatto con la barbarie settentrionale si germanizzò. Numerose figure della mitologia germanica, il dio Loki, il lupo Fenris, ed elfi, e silfi, e gnomi, si trasfondono in lui, e gli conferiscono nuovi aspetti, nuovi caratteri e nuove movenze. Così Satana si costruisce e si forma, quando con accrescimenti rapidi, quando con lenti, in virtù di stratificazioni successive, d'infiltrazioni continue, variando senza posa, passando pei gradi di una evoluzione faticosa e lunga. Semplice potenza elementare in origine, egli acquista a poco a poco il carattere morale che gli appartiene, e quando lo si guarda cresciuto, quando si scruta dentro il suo essere, si rimane stupiti e sopraffatti vedendo la sua grandezza, vedendo la moltiplicità e diversità degli elementi che lo compongono. Non solo le forze della natura, non solo gli dei di varie mitologie diventano Satana, ma gli uomini ancora. In poemi e leggende del medio evo Pilato, Nerone, Maometto, si convertono in diavoli.
Satana tocca il sommo grado di esplicazione e di potenza nel medio evo, nella torbida e travagliosa età in cui più vigoreggia il cristianesimo. Egli perviene a maturità insieme con le istituzioni varie e con le forme proprie di quella vita; e quando l'arte gotica fiorisce nei templi cuspidati, anche il mito di lui fiorisce, tetro e meraviglioso, nella coscienza delle genti cristiane. Chiuso il secolo XIII, egli declina e disviene, come declinano e disvengono il papato, la scolastica, lo spirito feudale, lo spirito ascetico. Satana è figlio della tristezza. In una religione come la greca, tutta serena, tutta irradiata di luce e di colore, egli non avrebbe potuto metter persona; a farlo crescere e prosperare son necessarie l'ombre, son necessarii i misteri di peccato e di dolore, che, simili a un velo funereo, avvolgono la religione del Golgota. Satana è figlio del terrore, e il medio evo è l'età del terrore. Presi d'invincibil ribrezzo, gli animi temono la natura gravida di portenti e di mostri, il mondo corporeo opposto al mondo dello spirito e suo irreconciliabile nemico; temono la vita, perpetuo fomite e periglio di peccato; temono la morte, dietro a cui si spalanca dubbiosa l'eternità. Sogni e farnetichi turbano le menti. L'eremita estatico, da lunghe ore ginocchioni in preghiera dinanzi all'uscio della sua cella, vede trasvolar per l'aria eserciti spaventosi, tregende di mostri apocalittici: le notti si illuminano di segni fiammeggianti, gli astri si sfigurano e si bagnan di sangue, tristi presagi di sciagure imminenti. In occasione di morbi che falciano gli uomini come spiche mature si vedono saette, vibrate da mani invisibili, fendere l'aria, sparir sibilando: e ogni po' corre traverso la cristianità esterrefatta come un brivido di finimondo, e la sinistra novella che l'Anticristo è già nato, e sta per cominciare il formidabile dramma annunziato dall'Apocalisse.
Satana cresce nella mestizia e nell'ombra delle cattedrali spaziose, dietro i massicci pilastri, nei recessi del coro; Satana cresce nel silenzio dei chiostri, invasi dallo stupor della morte; Satana cresce nel castello merlato, dove un occulto rimorso rode l'anima al torvo barone; nella cella recondita dove l'alchimista tenta i metalli; nel bosco solitario, dove il mago, la notte, ordisce le sue malie; nel solco, dove il servo affamato getta imprecando il seme che dovrà nutrire il signore. Satana è in ogni luogo: infiniti l'hanno veduto, infiniti hanno favellato con lui.
La credenza era ben radicata, e la Chiesa non mancò di darle favore, di accrescerle forza. La Chiesa si giovò di Satana, fece di lui uno strumento efficacissimo di politica, e quanto più potè gli crebbe credito, giacchè ciò che gli uomini non facevano per amor di Dio, o per ispirito d'obbedienza, facevano per paura del diavolo. Satana fu offerto sotto tutti gli aspetti, dipinto e scolpito, alla sgomenta contemplazion dei devoti; Satana venne in coda a ogni frase di predicatore, a ogni ammonizione di confessore; Satana diventò l'eroe di una leggenda senza fine, che ebbe riscontri ed esempii per tutti i casi della vita, per ogni azione, per ogni pensiero. Non poche Visioni del medio evo mostrano quale applicazione si sapesse fare del diavolo alla politica in genere: certo alla politica ecclesiastica il diavolo servì assai più della inquisizione e dei roghi, sebbene e quella e questi l'abbiano servita abbastanza. Sino dall'anno 811 Carlo Magno accusava in un suo capitolare i chierici di abusar del diavolo e dell'inferno per truffar denari e carpir possessioni.
Se grande era la paura che si aveva di Satana, l'odio che si nutriva contro di lui non era punto minore. Tale odio non era certo ingiustificato, giacchè odiando lui si odiava l'autor di ogni male, e quanto più si amava Cristo tanto più si doveva odiare il suo nemico. Ma anche in questo caso la paura e l'odio produssero gli effetti consueti, stravaganza di opinioni, ed esagerazion di giudizii. La figura di Satana ebbe a risentirne le conseguenze, e l'eccesso avvertito da alcuno di mente più temperata, diede origine al proverbio che dice: Il diavolo non è poi così brutto come si dipinge.
Capitolo II. LA PERSONA DEL DIAVOLO.
Gli uomini non riescono se non con somma difficoltà, se pur vi riescono, a formarsi il concetto di una sostanza incorporea, essenzialmente diversa da quella che cade loro sotto i sensi. L'incorporeo per essi non è di solito altro che un'attenuazione, una rarefazione del corporeo, uno stato di minima densità, paragonabile, anche se minore, a quella propria dell'aria, o della fiamma. Per tutti gli uomini non civili, e per la massima parte ancora di quelli che si chiamano civili, l'anima è un fiato, o un vapor leggiero, e si può vedere sotto apparenza di ombra. Gli déi di tutte le mitologie sono o poco o molto corporei; quelli della greca si nutrono d'ambrosia e di nettare, e se si cacciano, come usan di fare, nelle zuffe dei mortali, corron pericolo di toccare, come i mortali, di buone busse. Per ciò non deve sembrare strano che le dottrine pneumatologiche, così giudaiche, come cristiane, attribuiscano di solito un corpo agli angeli e ai demonii.
Dottori e Padri della Chiesa, son quasi unanimi nel credere che i demonii sieno provveduti di un corpo, già posseduto da essi quando ancora duravano nella condizione di angeli, ma fatto, dopo la caduta, più denso e più grave. La densità di quel loro corpo, assai più lieve sempre che non sia il corpo degli uomini, non è da tutti stimata egualmente: nel secondo secolo Taziano la faceva simile a quella dell'aria o del fuoco, e un corpo formato d'aria dava ai demonii Isidoro di Siviglia in principio del settimo. Altri, come san Basilio Magno, inchinarono ad attribuir loro un corpo anche più sottile. Ma ben s'intende come non potesse esservi in sì fatto argomento una opinione unica, da doversi seguire universalmente, e come potesse Dante, senza offendere la coscienza di nessuno, dare al suo Lucifero, là fra i ghiacci di Cocito, un corpo saldo e compatto, al quale egli e Virgilio si aggrappano come ad una roccia.
Avendo corpo, i demonii debbono anche avere certe necessità naturali, come hanno tutti gli esseri corporei viventi; prima fra tutte quella di riparar l'organismo, la cui trama, con l'esercizio della vita, perpetuamente si logora. I diavoli debbono aver bisogno di nutrirsi, e in fatti, Origene, Tertulliano, Atenagora, Minucio Felice, Firmico Materno, san Giovanni Crisostomo, ed altri parecchi, dicono che i diavoli assorbono avidamente il vapore e il fumo delle vittime sacrificate dai pagani; cibo poco sostanzioso a dir vero, ma non disdicevole alla complessione loro. Alcuni rabbini, largheggiando un po' più, e pensando a introdurre nella diabolica vivanda qualche maggior varietà, dissero che i diavoli si nutrono dell'odore del fuoco e del vapore dell'acqua, ma sono anche avidissimi di sangue, quando ne possono avere, e un proverbio tedesco soggiunge che il diavolo, quando è affamato, mangia le mosche.
Il popolo parla volentieri di diavoli vecchi e di diavoli giovani, e sono parecchi i proverbii che, in varie lingue, traggono il tema da quella sua credenza. Si sa che il diavolo, divenuto vecchio, si fece eremita, e parrebbe ragionevole che ancor egli dovesse invecchiare, dacchè tutti gli esseri che hanno organismo invecchiano; ma il già citato Isidoro di Siviglia afferma che non invecchiano, e noi non possiamo dir altro fino a che l'anatomia e la fisiologia diabolica non sieno meglio studiate. Se non invecchiano, non debbono neanche morire, e una grande bugia avrebbero detto quei rabbini i quali asserirono che anch'essi, come gli uomini, muojono, non tutti veramente, ma la maggior parte. Ammalare sembra che dovrebbero potere; tanto è vero che le streghe, quando ce n'erano, giunsero a dire qualche volta nelle loro deposizioni, dopo ricevuti due o tre tratti di corda, che il diavolo di tanto in tanto cadeva ammalato, e che allora toccava ad esse vegliarlo e curarlo.
Alcuni Padri e Dottori, come, per non ricordarne altri, san Gregorio Magno, vollero i diavoli al tutto incorporei; ma fu questa, come ho detto, l'opinione meno accreditata. Ad ogni modo si poteva credere così o così, come meglio piaceva, e san Tommaso, riferite le contrarie sentenze, concludeva con dire che, abbiano i demonii o non abbiano corpo, ciò poco importa alla fede. Ma se poco importa alla fede, molto importa alla fantasia, e il popolo non mancò mai di dare ai diavoli un corpo quanto più sodo gli fu possibile.
E come era fatto cotesto corpo? Badisi che qui si tratta del corpo che i diavoli hanno naturalmente, non di quello che essi possono assumere a lor piacimento e di cui dovrò parlare più innanzi.
In generale, e di regola, il corpo dei demonii aveva forma umana. Ciò non deve recar meraviglia: l'uomo che ha fatto a propria immagine gli déi, ha fatto pure a propria immagine gli angeli e i diavoli. Se non che, quando si dice forma umana, non si deve intendere forma in tutto simile alla nostra. In conseguenza del peccato e della caduta. Satana
La creatura ch'ebbe il bel sembiante,
come dice l'Alighieri, e con Satana gli altri ribelli, videro, non solo il corpo loro farsi più denso e più grossolano, ma ancora mutarsi in obbrobriosa deformità la bellezza sovrana di cui Dio li aveva vestiti. La forma dei diavoli è pertanto una forma umana deturpata e mostruosa, nella quale il ferino si mescola con l'umano, e non di rado soperchia; e se per ragion della forma si dovesse assegnare ai diavoli (mi perdonino i naturalisti) un posto nella classificazione zoologica, bisognerebbe raccoglierli per buona parte in un'apposita famiglia di antropoidi.
Una bruttezza eccessiva, quando spaventosa e terribile, quando ignominiosa e ridicola, fu dunque tra i caratteri, dirò così, fisici del diavolo, il più spiccato ed appariscente; e non senza ragione, giacchè se non è vero, come si volle far dire a Platone, che il bello è lo splendore del buono, è per contro verissimo che gli uomini sono tratti da una specie d'istinto di cui non cercheremo ora le origini, ad accoppiare bellezza e bontà, malvagità e bruttezza. Dare a Satana una bruttezza eccessiva fu considerato come un'opera meritoria, che per sè stessa faceva bene all'anima, e nella quale trovava anche legittimo sfogo l'odio contro un nemico non mai temuto abbastanza. Autori di leggende, pittori, scultori, spesero in raffigurar Satana il meglio della lor potenza inventiva, e così bene, o, se vogliamo dir più giusto, così male lo raffigurarono, che Satana stesso ebbe a risentirsene, sebbene sia da credere che egli della sua bellezza non si tenga troppo. È nota la storia, narrata da molti nel medio evo, di quel pittore, che avendo dipinto un diavolo più brutto assai dell'onesto, fu da esso diavolo precipitato dal palco su cui lavorava. Buon per lui che una Madonna, da lui figurata bellissima, sporse il braccio fuor del dipinto, e lo sostenne, a mezz'aria.
Del resto non c'era bisogno d'inventar nulla di proposito. Il diavolo molti l'avevano veduto co' proprii occhi, e potevan dire com'era fatto: nella vorticosa fantasia dei visionarii, egli ad ogni minimo urto, si formava di rottami e di cascami d'immagini, a quel modo che si formano, di pezzetti di vetro multicolore, le capricciose figure del caleidoscopio.
I manichei, eretici famosi sorti verso il mezzo del terzo secolo, attribuivano al principe dei demonii, non solo forma umana, ma gigantesca, e gli uomini dicevano fatti ad immagine sua. Sant'Antonio, che sotto tanti altri aspetti ebbe a vederlo, lo vide appunto una volta in figura di smisurato gigante, che toccava col capo le nubi, e tutto nero; ma un'altra volta in figura di un fanciullo, nero del pari, ed ignudo. Il color nero si trova dato ai diavoli, come loro color naturale, sino dai primi secoli del cristianesimo, e le ragioni che suggerivano di darglielo si palesan da sè, tanto sono ovvie e spontanee. Più di un anacoreta della Tebaide vide il demonio in figura di Etiope, il che prova una volta di più come il demonio ritragga sempre de' tempi e de' luoghi in mezzo ai quali si muove, o è fatto muovere; ma infiniti altri santi di poi continuarono a vederlo a quel modo, non ultimo san Tommaso d'Aquino. La figura gigantesca non è nemmen essa senza ragione, giacchè in tutte le mitologie, i giganti sogliono essere malvagi. Nella greca i Titani sono gli avversari di Giove, e però Dante li pone in inferno. Lo stesso Dante fa gigantesco il suo Lucifero: nelle epopee francesi del medio evo i giganti sono assai spesso diavoli, o figli di diavoli. Nella Visione di Tundalo, composta verso il mezzo del XII secolo, il principe dei demonii, che in eterno cuoce sopra una graticola, non solo è gigantesco, ma ha, come Briareo, cento braccia, e simile a Briareo, con cento mani e cento piedi, lo vide nel secolo XIV santa Brigida. Per contro qualche volta il diavolo è rappresentato come nano, probabilmente per influsso di miti germanici, di cui non serve ora discorrere.
Il Lucifero di Dante ha tre facce, ma non è Dante il primo a dargliele. La Trinità fu qualche volta rappresentata nel medio evo sotto specie di un uomo con tre volti; e poichè il concetto della Trinità divina suggerisce, per ragion di contrasto il concetto di una Trinità diabolica, e poichè, inoltre, nello spirito del male si supponeva essere tre facoltà o attributi opposti e contraddicenti a quelli che si spartiscono fra le tre persone divine, così era naturale che si ricorresse per rappresentare il principe dei demonii a una figurazione atta a far riscontro a quella con cui si rappresentava il Dio trino e uno. Questo Lucifero con tre facce, che è come l'antitesi della Trinità, o come il suo rovescio, appare in iscolture, in pitture su vetro, in miniature di manoscritti, quando cinto il capo di corona, quando sormontato di corna, tenendo fra le mani talvolta uno scettro, tal altra una spada, o anche due. Quanto tale figurazione sia antica è difficile dire, ma certo è anteriore a Dante che la introdusse nel suo poema, e a Giotto che prima di Dante la recò in un suo affresco famoso: essa si trova già nel secolo XI; e di un Beelzebub tricipite è cenno nell'Evangelo apocrifo di Nicodemo, il quale, nella forma che ha presentemente, non è posteriore al secolo VI.
Come più cresce negli animi e si dilata nel mondo la paura di Satana, più la bruttezza di lui si fa orrenda e fantastica; ma s'intende bene che a fargli dare piuttosto una che un'altra figura contribuivano non poco le occasioni, le credenze, i temperamenti. La forma più semplice di cui egli sia stato vestito è quella di un uomo alto, macilento, fuligginoso o livido, straordinariamente magro, con occhi accesi e sbarrati, spirante da tutta la sua tetra persona un orrore di larva. Tale lo descrive più di una volta nel secolo XIII Cesario di Heisterbach, monaco cisterciense, il cui nome ricorrerà frequente in queste pagine, e tale lo introduce ancora Teodoro Hoffmann nel suo strano racconto, che appunto s'intitola l'Elisir del diavolo. Un'altra forma, infinite volte rappresentata dalle arti, è quella di un angelo annerito e deturpato, con grandi ali di pipistrello, corpo asciutto e peloso, due o più corna in capo, naso adunco, orecchie lunghe ed acute, denti porcini, mani e piè con artigli. Così è fatto il demonio che nell'inferno dantesco butta giù nella pegola spessa dei barattieri uno degli anziani di Santa Zita:
Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero!
E quanto mi parea nell'atto acerbo,
Con l'ale aperte e sovra i piè leggiero!
L'omero suo, ch'era acuto e superbo,
Carcava un peccator con ambo l'anche,
E quei tenea de' piè ghermito il nerbo.
Questa forma non esclude una certa eleganza; ma appunto perchè non l'esclude doveva facilmente trovare chi l'imbruttisse. Le corna diventarono spesso corna di bue, le orecchie, orecchie d'asino; la coda si munì in cima di una bocca di serpente; ceffi mostruosi, simili a mascheroni di fontana, copersero le giunture, boccheggiarono sul petto, sul ventre, sulle natiche; il membro virile s'inserpentì, si contorse in istrane fogge, così da ricordare certe bizzarre creazioni dell'arte antica; le gambe si mutarono in gambe di capro, reminiscenza del satiro pagano, o l'una di esse soltanto in gamba di cavallo; i piedi furono talvolta artigli d'uccel di rapina, o zampe d'oca.
Ma con ciò non si toccavano ancora gli ultimi termini del mostruoso. Una strana credenza voleva che il corpo dei diavoli non avesse che la parte anteriore, e fosse cavo dentro, simile a quei vecchi tronchi d'albero cui una lenta dissoluzione ha votato della sostanza legnosa. San Furseo vide una volta una turba di diavoli con lunghi colli e capi come caldaje di rame. Certi altri diavoli, veduti da san Gutlaco, avevano grandi teste, colli lunghi, volto lurido e macilento, barba squallida, orecchie ispide, fronte torva, occhi truci, denti equini, chiome arsicce, bocca ampia, petto sollevato, braccia scabre, ginocchia nodose, gambe arcate, calcagna massicce, piedi stravolti. Di giunta avevano voce clamorosa e rauca, e dalla bocca vomitavano fuoco. E questo vomitar fuoco dalla bocca non è gran cosa, perchè di solito schizzavano fiamma viva da tutte le aperture del corpo. A santa Brigida apparve una volta un diavolo che aveva il capo simile a un mantice munito di lunga canna, le braccia come serpenti, le gambe come un torchio, i piedi come uncini.
Ma chi mai potrebbe descrivere sotto tutti i suoi aspetti questa nuova Chimera? L'opinione che ciascun demonio dovesse avere una sua forma particolare, conveniente al suo particolar carattere, al suo grado, e alla natura del suo magistero infernale, moltiplicava le immaginazioni strane, accresceva la confusione. Abbiam veduto membra bestiali accoppiarsi nel corpo dei demonii alle umane; non di rado il bestiale soperchia l'umano, e in tal caso si ha poniamo, una fiera con capo d'uomo, come il Gerione di Dante: talvolta ancora il bestiale esclude interamente l'umano, e allora si ha una fiera diabolica, la quale può essere anche una bestia composita, fatta di pezzi tolti di qua e di là, un mostro che fa violenza alla natura, un vivo simbolo di prevaricazione e di disordine.
Durante tutto il medio evo il diavolo s'immagina, come abbiam veduto, bruttissimo, e a questa regola, più morale ancora che estetica, gli è molto difficile trovare eccezione. Tuttavia qualche rarissima eccezione si trova. Una Bibbia latina del IX o X secolo, la quale si conserva nella Biblioteca Nazionale di Parigi, ha tra molt'altre una miniatura che rappresenta Satana e Giobbe. Satana vi è ritratto in modo da non potersi dir brutto. Dell'angelo antico esso serba ancora le ali e, cosa assai più strana, il nimbo che cerchia il capo; ma i piedi ha muniti di artigli, e nella mano sinistra tiene un vaso pien di fuoco, col quale sembra voglia dar segno dell'esser suo. Un diavolo che il poeta chiama bello, ma che nondimeno ha gran bocca e naso adunco, è descritto in un'epopea francese del XII secolo, la Bataille Aliscans. Federigo Frezzi, vescovo di Foligno, e autore del Quadriregio (m. 1416), trova in inferno, contro l'aspettazion sua, un Satana bellissimo:
Credea veder un mostro dispettoso,
Credea veder un guasto e tristo regno,
E vidil trionfante e glorïoso.
Egli era grande, bello, e sì benegno
Avea l'aspetto, di tanta maesta,
Che d'ogni riverenza parea degno.
E tre belle corone avea in testa,
Lieta la faccia e ridenti le ciglia
E con lo scettro in man di gran podesta.
E benchè alto fosse ben tre miglia,
Le sue fattezze rispondean sì eguali,
E sì a misura ch'era maraviglia.
Dietro alle spalle sue avea sei ali,
Di penne sì adorne, e sì lucenti.
Che Cupido e Cillen non l'han cotali.
Ma non è questa se non una bugiarda apparenza, e il poeta, guardando attraverso lo scudo adamantino di Minerva, sua guida, vede il principe dei demonii qual è veramente, di ferissimo aspetto, tutto nero, con gli occhi accesi, cinto il capo, non di corona, ma di draghi, mutati in serpi i capelli e i peli tutti del corpo, le braccia armate di artigli, il ventre e la coda come di smisurato scorpione. Satana comincia a rabbellirsi alquanto col sopravvenire, o meglio con l'esplicarsi del Rinascimento, e si capisce come una età innamorata della bellezza, e che al culto della bellezza diede il meglio delle proprie energie, non dovesse comportare nemmeno in Satana una deformità troppo turpe e spaventosa. Nel Giudizio di Michelangelo le figure dei demonii non sono gran che diverse da quelle dei dannati, e fanno impressione più per la terribilità loro che per l'orridezza. I demonii del Milton serbano nella caduta non piccola parte dell'antica bellezza e dell'antica maestà; ma quelli del Tasso hanno strane ed orribili forme, anzi riproducono i mostri tutti dell'antichità. La figura del cavaliere, col giustacuore di velluto, il mantello di seta, il berretto adorno di una lunga penna di gallo, la spada al fianco, è immaginazione moderna.
I demonii, che avevano le proprie lor forme, potevano anche, a piacimento, assumerne altre; ma tanta è la varietà, e tanto il viluppo dell'une e dell'altre, che non sempre vien fatto distinguerle. In genere si può dire non esservi forma che il diavolo non possa rivestire all'occorrenza, e questa sua attitudine lo rende ben meritevole del nome di Proteo infernale che gli fu dato. Il Milton ben lo sapeva. Gli spiriti, egli dice, parlando appunto degli angeli caduti,
Pigliano a grado lor l'un sesso e l'altro,
O li fondono insieme. È tanto molle,
Semplice tanto la spirtale essenza,
Che libera da fibre e da giunture,
E non come la carne al frale appoggio
Dell'ossa accomodata, in qual sia forma
lucida od opaca, o rara o densa,
Può gli aerei seguir divisamenti,
Ed all'opre dell'ira e dell'amore
Dar l'effetto proposto.
Vediamo un po' di raccapezzarci in mezzo a questa interminabile mascherata infernale.
I diavoli, brutti per natura, potevano procacciarsi con artifizio un aspetto bello e seducente; potevano anche procacciarsi una deformità diversa da quella lor propria. A seconda degli intendimenti e dei bisogni loro, facevano l'una cosa o l'altra.
Che i diavoli, specie nel tempo più antico, apparissero alcuna volta ai cristiani in figura delle tali o tali altre divinità pagane, non parrà strano a nessuno. San Martino, il famoso vescovo di Tours, ebbe a vederli camuffati da Giove, da Mercurio, da Venere, da Minerva. Ma san Martino visse nel IV secolo, in un tempo in cui il paganesimo era, se non vegeto, vivo ancora, e però quelle sue visioni s'intendono facilmente: non così facilmente s'intende che vedesse ancora diavoli in figura di Giove, di Venere, di Mercurio, di Bacco, di Ebe, san Rainaldo, vescovo di Nocera nel secolo XIII. In questo secondo caso dobbiam riconoscere gli effetti di certe letture di autori classici, e i sintomi dell'approssimarsi del Rinascimento. Le ragioni stesse che inducevano i demonii a mascherarsi da divinità pagane, potevano indurli a vestirsi delle sembianze di illustri antichi. Nel X secolo, a un grammatico di Ravenna, per nome Vilgardo, apparvero una notte alcuni diavoli sotto le spoglie di Virgilio, di Orazio, di Giovenale, e ringraziatolo della diligenza che egli adoperava intorno ai loro scritti, gli promisero di farlo dopo morte partecipe della stessa loro gloria.
Spessissimo i diavoli, che già avevano, di solito, forma umana, ne prendevano un'altra, pure umana, ma più conveniente al bisogno loro. Innumerevoli storie di santi ci narrano di decmonii apparsi in figura di donne avvenenti, e infinite storie di sante ci narrano di demonii nascosti sotto le apparenze di bei giovani procaci. Su queste apparizioni pericolose dovrò ritornare quando parlerò del diavolo tentatore. Non di rado i diavoli si prendevano il gusto di capitare innanzi a colui o a colei cui volevano dar noja, sotto sembianze di amici, di parenti, di persone in altro modo cognite e familiari; dal che poteva venire, e venne qualche volta, danno e scandalo grande. La venerabile Maria di Maillé scoperse il diavolo sotto la scorza di un eremita che tutti reputavano santo. Alla beata Gherardesca Pisana, e ad altre sante, il diavolo apparve in figura degli sposi loro; in figura di cavaliere uscì un giorno dalla camera da letto di santa Cunegonda. Una volta poi ne fece una anche più grossa. Prese l'aspetto di san Silvano, vescovo di Nazaret, scoperse ad una fanciulla il suo amore, e si lasciò trovare sotto il letto di lei. Messosi un giorno alla finestra, Tommaso Cantipratense, domenicano del secolo XIII, vide il diavolo in figura di un prete, che (bisogna dirlo in latino) si mostrava nudato inguine, ex tento asinino veretro velut ad urinam faciendam. Chiamatolo, quello immantinente sparì. Lo stesso Tommaso racconta che nell'anno 1258, presso Colonia, fu veduta una gran ridda di diavoli, in figura di monaci bianchi, trascorrere danzando pei prati.
Assai di frequente i diavoli si lasciarono vedere sotto forma di varii animali. Non parlo del drago, perchè non s'intende bene se quella del drago sia una propria forma di alcuni diavoli, oppure una forma assunta accidentalmente. Come drago, senz'altro, appare Satana nell'Apocalisse, e sono molti i santi a cui apparvero draghi diabolici. Nel secolo VIII Giovanni Damasceno descriveva i demonii come draghi volanti per l'aria. Alcuna volta il drago sembra un essere intermedio fra il demonio e la bestia. Ma infinite altre forme animalesche usavano rivestire i demonii per tormentare, intimorire, infastidire i buoni fedeli. Sant'Antonio, là nel deserto, ebbe a vederli in forma di belve ruggenti, e muggenti, di serpi e di scorpioni, e, più di mille anni dopo, santa Coleta li vedeva ancora trasformati in volpi, in serpenti, in rospi, in lumache, in mosche, in formiche. Nel secolo XIII sant'Egidio riconobbe il demonio sotto il guscio di una smisurata testuggine. In figura di leone il demonio uccise un fanciullo, cui sant'Eleuterio, vescovo di Tournay, ridiede la vita; in figura di corvo si mostrò a molti. Nella leggenda di san Vedasto si ricorda che i diavoli furono veduti una volta oscurare il giorno sotto forma di un nugolo di pipistrelli. Cane, il diavolo si fece compagno di papa Silvestro II, sospetto di magia; cane apparve a Fausto, e cane fu veduto custodire tesori nascosti sotterra; caprone, si lasciò vedere nelle tregende; gatto, si strofinò nelle cucine delle maliarde; mosca, ronzò ostinatamente intorno ad uomini dabbene. Insomma non è animale feroce, o deforme, o schifoso, sotto le cui sembianze i demonii non siensi celati talvolta.
Tutta questa zoologia diabolica non deve recar meraviglia. Non solo era naturale che i demonii prendessero, per raggiungere i particolari loro fini, quali forme animalesche più loro piacessero; ma tra gli animali stessi, o almeno tra parecchi di essi e i demonii, era una certa affinità, era talvolta una vera medesimezza di natura. Lasciamo stare che nel simbolismo cristiano parecchi animali, come il serpente, il leone, la scimia, rappresentano il diavolo; lasciamo stare che i demonii stessi sono molto sovente chiamati col nome poco complimentoso di bestie; ma certi animali sono a dirittura trasformati in demonii, o confusi coi demonii. In un'antica formola di esorcismo si prega Dio di voler preservare i frutti della terra da bruchi, topi, talpe, serpenti ed altri spiriti immondi. Da altra banda mi ricordo di aver veduto in un antico Bestiario, o trattato zoologico del medio evo, il diavolo messo in ischiera con l'altre bestie. Ho già notato che il drago era alcun che di mezzo tra il demonio e la bestia; altrettanto può dirsi del basilisco. Il rospo, che molto spesso compare in compagnia delle streghe, riesce in certi racconti assai più demonio che bestia. A provarlo può bastare la seguente spaventevole istoria narrata da Cesario di Heisterbach. Un fanciullo trova in un campo un rospo e lo ammazza. Il rospo morto perseguita il suo uccisore, non dandogli requie nè giorno nè notte; ammazzato più altre volte, continua a perseguitarlo, e non ismette nemmeno dopo essere stato arso e ridotto in cenere. Il povero perseguitato, non trovando altro modo di liberarsi, si lascia mordere dal suo nemico, e sfugge alla morte tagliando rapidamente via con un coltello la carne in cui era penetrato il morso velenoso. Appagato il suo furore di vendetta, il terribile rospo non si lasciò più vedere.
San Patrizio, san Goffredo, san Bernardo, altri santi parecchi, scomunicarono mosche e altri insetti nocivi, o anche rettili, e liberarono dalla loro presenza case, città, province. I processi fatti agli animali nel medio evo, e ancora in pieno Rinascimento, sono famosi nella storia della superstizione: si citavano le bestie, come si citavano i diavoli. Nel 1474 i magistrati di Basilea giudicarono e condannarono al fuoco un gallo diabolico, che aveva ardito di fare un uovo. Se gli animali si trasformavano in demonii, era pur giusto che i demonii si trasformassero in animali.
Nè bastava loro di trasformarsi in animali, chè si trasformavano ancora in cose inanimate. San Gregorio Magno narra il lacrimevole caso di una monaca, la quale, credendo di mangiare una foglia di lattuga, mangiò il diavolo, e se lo tenne in corpo un pezzo. Un discepolo di sant'Ilaro, abate di Galeata, vide una volta il diavolo sotto forma di un appetitoso grappolo d'uva. Ad altri, secondo i casi e le occorrenze, il diavolo si lasciò vedere sotto specie di un bicchiere di vino, di un pezzo d'oro, di una borsa piena di monete, di un tronco d'albero, di una botte che ruzzola, e perfino di una coda di vacca. Non senza ragione dunque l'olandese Gerolamo Bosch, e qualche altro tra' più famosi pittori di diavoli, avvivarono spesso di diabolica vita alberi, pietre, fabbriche, suppellettili casalinghe, arnesi di cucina.
Se non che non finiscon qui gl'immascheramenti diabolici, e se quelli che ho ricordati dànno prova di non poca versatilità di natura e di non picciola fantasia, altri ne sono che rivelano grandissima temerità ed impudenza veramente diabolica. Più di una volta osò Satana di assumere le venerate sembianze di alcun santo famoso, vivo ancora, o già morto e levato all'onor degli altari. Assai spesso ancora si lasciò vedere in figura di angelo, splendente di luce e di gloria. Ponendo il colmo all'audacia egli apparve a parecchi in sembianza della Vergine Maria, di Cristo crocifisso, o risorto, dello stesso Dio Padre, e insieme co' satelliti suoi giunse talvolta a simulare, a porre in iscena l'intera corte celeste.
I demonii potevano, addensandosi l'aria d'attorno, o foggiando acconciamente alcun altro elemento, fingersi il corpo che loro meglio piaceva; ma potevano anche cacciarsi in un corpo bell'e formato, e servirsene non altrimenti che se fosse il loro proprio. Non intendo qui parlare della possessione, di cui avrò a dire a suo luogo, e che i demonii esercitavano invadendo corpi tuttora vivi; ma della intrusione loro in corpi morti, che per loro virtù ostentavano le apparenze della vita. Dante fa dire a frate Alberigo de' Manfredi che i traditori della patria, puniti nella Tolomea, hanno tal sorte, che mentre l'anime loro penano nell'ultimo fondo d'inferno, i corpi, governati da demonii, durano per un certo tempo nel mondo, ancora vivi in apparenza. Questa fu giudicata una ingegnosa fantasia di Dante, e non è. Cesario racconta la lugubre storia di un chierico morto, il cui corpo era animato e tenuto su da un diavolo. Questo chierico di contrabbando cantava con voce così soave che tutti in udirlo trasecolavano; ma un bel giorno un sant'uomo, dopo averlo ascoltato alquanto, disse senza smarrirsi: “Questa non è voce d'uomo, anzi è voce di un dannatissimo diavolo;„ e fatti suoi bravi esorcismi, forzò il diavolo a venir fuori, e quando il diavolo fu fuori, il cadavere cascò in terra. Tommaso Cantipratense racconta come un demonio entrò nel corpo di un morto, che era deposto in una chiesa, e tentò con sue ciurmerie di spaventare una santa vergine che pregava; ma la santa vergine, conosciuto l'inganno, diede al morto un buon picchio sul capo, e lo fece chetare. Di un diavolo, che per tentare un povero recluso tolse il corpo di una donna morta, narra Giacomo da Voragine (m. 1298) nella sua Legenda aurea. Ma questa immaginazione è assai più antica. Di un diavolo che, entrato nel corpo di un dannato, traghettava a un fiume i viandanti, con isperanza di farli affogare, si legge nella Vita di san Gilduino: di un altro, che teneva vivo il corpo di un malvagio uomo, si legge nella Vita di sant'Odrano. I teologi ammisero ciò che le leggende narravano; solo determinarono in loro sapienza che i diavoli non potessero cacciarsi nei morti di buona riputazione, approvati dalla Chiesa. La credenza, con o senza questa restrizione, non è così innocua come potrebbe a primo aspetto sembrare. Ad essa si legano parecchie superstiziose opinioni circa il male che corpi morti possono fare, e parecchie orribili pratiche intese a impedir che lo facciano. Se uno creduto morto faceva alcun movimento, tosto si pensava esser quella una illusione del diavolo, e al morto che voleva esser vivo davasi sepoltura in tutta fretta. La credenza durava tuttavia in pieno Rinascimento, e nel secolo XVIII non era ancora del tutto dileguata.
Il diavolo poteva a posta sua assumere forme onorate e piacenti, ma non cessava però d'essere diavolo; fatta invisibile, la diabolicità sua non cessava di raggiargli da tutta la persona come un influsso maligno. Anche quando si celava sotto le sembianze di una bella fanciulla, o sotto quelle di un angelo, della Vergine Maria, di Cristo medesimo, egli col suo appressarsi turbava e sgomentava l'umana natura, inspirava ribrezzi inesplicabili, o lasciava dietro sè ansie e terrori profondi. L'influsso pernicioso poteva rafforzarsi d'assai se egli si lasciava vedere sotto il proprio suo aspetto, o sotto alcun altro aspetto mostruoso. Il bravo Cesario mostra, con varii esempii, quanto pericolo porti la vista del diavolo. Due giovani ammalarono dopo aver veduto il diavolo in figura di donna; parecchi, dopo averlo veduto, morirono. Tommaso Cantipratense dice che la vista del diavolo fa ammutolire. Dante, giunto in presenza di Lucifero, divien gelato e fioco, non muore e non è vivo. Nè ciò deve far meraviglia se si pensa che alla donna bianca e ad altri spettri fu spesso data facoltà di uccidere con lo sguardo e con l'aria del volto.
Infinite erano le forme sotto cui il diavolo poteva celarsi, e infiniti gl'inganni che per esse poteva fare altrui; ma c'era pure chi, come san Martino, sapeva scovarlo sotto le forme più inusitate e più ingannevoli. Scoperto, il diavolo travisato si dileguava improvvisamente, o riprendeva l'aspetto suo consueto.
Questa era la natura fisica del diavolo: della morale non parlo ora, giacchè noi la vedremo esplicarsi nei capitoli seguenti. Dirò solo che, contro alla sentenza di san Tommaso d'Aquino, il quale non gl'imputa altro peccato che la superbia e l'invidia, la opinion popolare ha regalato al diavolo tutti e sette i peccati capitali.
Capitolo III. NUMERO, SEDI, QUALITÀ, ORDINI, GERARCHIA, SCIENZA E POTENZA DEI DIAVOLI.
Parlar del diavolo, come se il diavolo fosse uno solo, non è esatto: i diavoli erano molti, e quando si dice diavolo, al singolare, s'ha a intendere il principe loro, oppure s'ha a intendere la diabolica razza tutta intera, collettivamente presa, e rappresentata dall'individuo.
I diavoli, non solo erano molti, ma erano innumerevoli. Si ammetteva generalmente dai teologi che degli angeli la decima parte si fosse ribellata a Dio; ma ci fu chi non si contentò di una supputazione così vaga, e sottopose il popolo infernale a regolare censimento. Un teologo più diligente degli altri, approfondito l'esame della cosa, trovò che i diavoli dovevano essere non meno di 10,000 bilioni.
Per tanta gente ci voleva del posto, e perciò le sedi dei diavoli erano due, la sfera dell'aria, e l'inferno; quella perchè avessero agio di tentare e tormentare i vivi, questa per punizione lor propria, e perchè dessero ai morti il meritato castigo. La sede aerea era loro concessa solo fino al dì del giudizio: pronunziata la finale sentenza essi dovevano tutti stiparsi in inferno per non uscirne più mai.
I diavoli non erano tutti di una qualità e di una condizione. C'erano diavoli acquatici, che si chiamavano Nettuni; ce n'erano di quelli che abitavano nelle spelonche e nelle selve, ed erano detti Dusii; c'erano gl'Incubi, i Succubi, ecc. Inoltre non tutti avevano le stesse attitudini: questo riusciva meglio a far la tal cosa; quello riusciva meglio a far la tal altra. Di qui la divisione del lavoro e la necessità di un certo ordinamento sociale. Parve a taluno che fra i demonii, i quali appunto personificano il disordine e la confusione, un ordinamento così fatto non ci dovesse, nè ci potesse essere; ma tale non è la opinione di san Tommaso e dei teologi più accreditati, i quali vogliono ci sia una gerarchia fra i diavoli, come c'è una gerarchia fra gli angeli rimasti fedeli. Anzi la gerarchia dei diavoli parrebbe più salda e più intera che non quella degli angeli, perchè, mentre quelli hanno un capo che sta sopra tutti, ed a tutti comanda, questi non l'hanno, o l'hanno solamente in Dio, che è monarca universale e non loro soltanto. Principe e monarca dei diavoli è Beelzebub, secondo si afferma negli Evangeli di Matteo e di Luca, e si tiene dai teologi in generale; ma bisogna dire che qualche incertezza regna a tale riguardo. Alcuna volta comparisce capo Satana, alcun'altra Lucifero, e Dante, forse per tôrsi d'impaccio, fa di Satana, di Lucifero, di Beelzebub un solo e medesimo diavolo, contrariamente alla opinione di altri, che ne fanno tre diavoli distinti e non eguali in potenza fra loro.
Di ordini diabolici si parla già nel così detto Libro di Enoc, anteriore al cristianesimo, e se ne parla poi nel Nuovo Testamento. San Tommaso fa espressa menzione di diavoli superiori ed inferiori e di ordini gerarchicamente costituiti, senza entrare per altro in troppi particolari. Ma un tale riserbo, se poteva convenire ai teologi in genere, non conveniva ai demonografi in ispecie, e a quanti attendevano a studio o a pratica di magia. A tutti costoro importava di conoscere esattamente la gerarchia diabolica, e insieme la condizione e le operazioni di ciascun ordine in essa compresa, anzi, quando fosse possibile, di ciascun singolo demonio. Del resto il principio dell'ordinamento non fu da tutti inteso ad un modo, e se alcuni Padri pensarono che gli ordini si distinguessero secondo le varie specie di peccati che i demonii promuovono, altri credettero si distinguessero secondo il grado della potenza e la qualità dell'azione.
Dante chiama Lucifero imperatore del doloroso regno: per lui l'universo si spartisce simmetricamente in tre grandi monarchie, la celeste in alto, l'infernale in basso, l'umana tra le due, nel mezzo. Ma questo concetto di un regno satanico non è un concetto proprio di Dante, e neanche del medio evo, sebbene nel medio evo acquisti il massimo di pienezza e di precisione. Esso già si trova negli Evangeli e negli scritti di alcuni Padri, e di qui venne l'uso di attribuire a Lucifero, quali insegne della sua potestà, scettro, corona e spada. In più di una leggenda ascetica Satana appare seduto in un trono eccelso, cinto di regia pompa, accompagnato da grande stuolo di ministri e di seguaci. E si andò tant'oltre in questa fantasia da immaginare a dirittura una corte satanica, simile in tutto alle corti dei gran principi della terra. Nel libro magico di Giovanni Fausto, di quel Fausto la cui formidabile istoria diede argomento al capolavoro del Goethe, si legge che re dell'inferno è Lucifero, che Belial è vicerè, che Satana, Beelzebub, Astarotte e Plutone sono governatori, che Mefistofele con altri sei sono principi, e che nella corte di Lucifero si trovano cinque ministri, un segretario e dodici spiriti familiari. In altri libri magici e demonologici è fatto ricordo di duchi, di marchesi, di conti infernali, e di ciascuno è detto appuntino quante legioni di diavoli abbia sotto i suoi ordini.
Legioni e capi formano un esercito. I demonii sono di lor natura spiriti militanti, e la milizia loro si contrappone alla milizia del cielo. Qual meraviglia che una tal milizia s'immagini simile in tutto alle milizie terrestri? Nella leggenda della beata Maria di Antiochia si vede, di nottetempo, passar sopra un carro il re dei demonii, circondato e seguito da innumerevole esercito di cavalieri. Pietro il Venerabile (m. 1156) narra di una immensa turba di guerrieri diabolici, armati di tutto punto, che passò una notte attraverso un bosco. E quante volte non si videro le legioni armate trasvolar come nembi per l'aria?
Se l'inferno era un regno, e se Satana aveva, come re, la sua corte, non parrà strano che in tal corte si tenessero consigli, si esaminassero questioni, si pronunziassero giudizii e sentenze, nè che, di tanto in tanto, Satana, desideroso di svago, movesse con parte de' suoi seguaci a qualche caccia furibonda traverso le foreste della terra, sbarbando nel corso gli alberi secolari, e spargendo all'intorno il terrore e la morte. Con meno impeto, ma non sempre con minor danno, cacciavano in quei tempi i principi d'ossa e di polpe. Come re, Satana pretendeva l'omaggio di chi si dava a lui.
Circa il sapere dei demonii i teologi non vanno troppo d'accordo, sebbene si ammetta da tutti che l'intelletto loro siasi ottenebrato dopo la caduta, di maniera che, se vince ancora, e di molto, l'umano, è di gran lunga inferiore all'angelico. Conoscono le cose passate e le presenti, anche più occulte; ma le presenti Dio può sempre, quando il voglia, celarle loro. Alcuni Padri asserirono che Satana ignorò molte cose attinenti a Cristo e al mistero della sua incarnazione, o, a dirittura, che non riconobbe in Cristo il dio fatto uomo. Tale ignoranza gli costò cara, perchè, procacciando egli la ingiusta morte di lui, diè luogo all'opera della redenzione e compiè la propria rovina. In fatti nell'Evangelo di Matteo, Satana dice a Cristo: “Se sei figliuolo di Dio fa che queste pietre si convertano in pani;„ parole che mostrano come egli non abbia sicura contezza di colui che tenta.
I demonii conoscono tutti i secreti della natura; ma conoscono essi egualmente quelli dell'animo umano? Possono essi penetrare nell'intimo della coscienza, spiare i pensieri e gli affetti nostri? Anche su ciò le opinioni sono divise. Parve a taluno che se tale facoltà fosse loro concessa, l'uomo sarebbe tutto in loro balía e senza possibile difesa contro le suggestioni e le tentazioni. E in vero, fate che io abbia cognizione piena e sicura dell'animo di un uomo, e quell'uomo, per poco che l'ingegno mi ajuti, io potrò governarlo a mio modo. Perciò molti affermarono che i demonii non possono veder l'animo umano, ma solo da segni esteriori argomentano quanto in esso si muove, facendo così, con accorgimento incomparabilmente maggiore, ciò che anche l'uomo può fare. Altri invece pensarono che i demonii leggessero nell'animo nostro come in un libro aperto, e di questa opinione è il principe dei teologi, san Tommaso d'Aquino. Qualcuno prese la via di mezzo.
Così Onorio Augustodunense (m. dopo il 1130) pretende che i demonii conoscano le male cogitazioni degli uomini, ma non già le buone. Fatto sta che più di un povero esorcista, mentre si affaticava a cacciare il diavolo fuori del corpo di un indemoniato, ebbe la mortificazione di sentirsi recitare coram populo dal maledetto la lista de' peccati suoi più secreti, compresi quelli di pensiero.
Sanno i diavoli il futuro? Altra ingarbugliata questione. I più dei teologi dissero che no, e con ragione, sembra; giacchè, se sanno il futuro, come sanno il presente e il passato, in che mai la scienza loro è diversa dalla scienza di Dio? E come può Dio patire che i diavoli conoscano anticipatamente quant'egli sarà per fare nei secoli dei secoli? Una tal cognizione non dovevano essi avere nemmeno prima della loro cacciata dai cieli, perchè se l'avessero avuta, sapendo come la cosa doveva andare a finire, non si sarebbero ribellati. In fatti si dice che gli angeli buoni non hanno neppur essi cognizione diretta del futuro, ma in tanto lo conoscono in quanto lo leggono nella mente di Dio, e in quanto Dio concede loro sì fatta lettura. Anche in ciò del resto si trova modo di conciliare le opposte ragioni. Origene voleva che i demonii argomentassero il futuro dagli aspetti e dai movimenti degli astri, opinione non troppo conciliabile, parmi, con quella di Lattanzio, che dell'astrologia faceva appunto una invenzion dei demonii. Sant'Agostino credeva che i diavoli non conoscessero per vision diretta il futuro, ma in grazia della facoltà ch'essi hanno di tramutarsi da luogo a luogo con più che fulminea velocità, e in grazia ancora dell'acume dei loro sensi e del loro intelletto, potessero argomentarlo, immaginarlo, indovinarlo. San Bonaventura afferma che non conoscono le cose future contingenti, ma bensì quelle che obbediscono a leggi certe, avendo essi pienissima notizia del corso della natura.
I diavoli avevano a mente dunque tutte le scienze, e gli è probabilmente per ciò che la Chiesa non mancò mai, ogniqualvolta un uomo di scienza fece manifesta a' suoi simili qualche gran verità, di gridare: Dálli al diavolo! e di bruciarlo vivo potendo. Tuttavia Dante nega che i demonii possano filosofare, perocchè amore è in loro del tutto spento, e a filosofare... è necessario amore. Ciò non toglie che lo stesso Dante faccia argomentare in assai buona forma il diavolo che se ne porta l'anima di Guido da Montefeltro, indebitamente assolto da papa Bonifacio VIII, e gli permetta di chiamarsi da sè stesso un loico, non altrimenti che se fosse un dottor di Sorbona. Dicesi (e il famoso Giovanni Bodin lo scrive nella sua Demonomania) che il celeberrimo Ermolao Barbaro, patriarca di Aquileja (m. 1493), evocò una volta un diavolo per sapere da lui che cosa Aristotile avesse inteso di dire con la sua entelechia. Ad ogni modo, se ignaro della buona filosofia, il demonio doveva essere assai versato nella sofistica, anzi maestro d'essa; al quale proposito va ricordata la spaventevole storia di quello scolare di Parigi, che morto, e andato a perdizione, apparve all'esterrefatto maestro con indosso una cappa ricamata di sofismi, storia narrata dal buon Passavanti ad ammonimento ed a confusione di quanti non fanno buon uso del sillogismo.
Ma se i demonii non avevano a sapere di filosofia, parrà strano a taluno ch'ei potessero saper di teologia, e avere a mente le Scritture, e disputar dei misteri con quella stessa chiarezza e precision di concetti che si ammira nei teologi di professione. E pure è così. Infinite volte, per bocca degli indemoniati del cui corpo s'erano fatti padroni, essi citarono luoghi dell'Antico e del Nuovo Testamento, recarono in mezzo opinioni e sentenze di Padri e di Dottori della Chiesa, proposero quesiti imbarazzanti, con non piccola vergogna di chi standoli a udire, o pretendendo di scongiurarli, si avvedeva di saperne assai meno di loro. In una delle Visioni di San Furseo, i demonii disputano assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le Scritture, e non si mostrano men buoni dialettici che teologi amplissimi. Altri esempii simili non mancano: si sa che il diavolo disputava assai acremente di teologia con Lutero.
Del resto non bisogna credere che tutti i diavoli avessero lo stesso sapere e fossero tutti d'una levatura. C'erano anche tra loro i più e i meno dotti, come c'erano i più e i meno avveduti. A suo luogo c'imbatteremo nel diavolo sciocco ed ignorante, concetto non così irragionevole come parrebbe a prima giunta. Se a un diavolo un certo sapere riusciva più gradito di un altro poteva, sembra, approfondirsi in quello. Cesario narra di un diavolo consigliere, per nome Oliviero, il quale era assai buon causidico. Altri diavoli si dilettavano più delle cose naturali, e questi ajutavano a cuocer filtri, a trasmutar metalli e a compier altre così fatte bisogne.
Chi dice scienza dice potenza, e però non deve far meraviglia che i diavoli potessero grandi cose. Certo, anche la loro potenza aveva dei limiti; ma dov'eran essi? difficile il dirlo con esattezza. Matteo chiama Satana uno spirito potente, e, in verità, non a torto. La sua potenza non è paragonabile alla onnipotenza di Dio, ma è pur grande e formidabile. Ribelle, è vinto, e la vittoria non gli sorriderà più mai; ma tuttochè vinto, risorge e si vendica. Egli penetra nella felice dimora dei primi parenti e v'introduce il peccato; turba l'armonia dell'opera divina e v'introduce la morte. Egli attossica il mondo e lo fa apostatare da Dio; egli diventa il signore e l'arbitro di questo mondo pervertito, princeps hujus sæculi. Si dice, è vero, che egli tanto solo può quanto Dio gli permette; ma bisogna riconoscere che molto Dio gli permette, e che quanto egli opera, opera in virtù di una forza che è in lui, che è connaturata con lui. Quanto è di male al mondo viene in principio da lui, e l'eccesso del male fa ingigantire il concetto della sua potenza. E questa sua potenza, l'opera della redenzione che doveva fiaccarla, non l'ha fiaccata. Si narra che il diavolo apparve una volta a sant'Antonio e gli disse essere ingiuste le maledizioni che senza fine gli uomini scagliavano contro di lui, poichè, regnando Cristo, egli non poteva più nulla. Ma il diavolo che così diceva mentiva. Col paganesimo cessava forse il suo pieno dominio sopra la terra, non cessava già la potenza. Cristo l'ha vinto, ma non l'ha disarmato, ed egli rappicca incontanente la zuffa, e corre novamente la terra per sua, disputando anima per anima al vittorioso avversario questa misera umanità. Egli popola di schiavi il suo regno, e passati più e più secoli dalla morte del redentore chi mai, guardando questo povero e tribolato mondo direbbe di trovarsi in un mondo redento?
La potenza dei demonii è grande, così sulle cose della natura, come su quelle della umanità, e l'esercizio di tale potenza è loro agevolato da facoltà portentose. Essi possono, in un baleno, volare da un termine del mondo all'altro, profondarsi nell'acqua e nella terra, compenetrar gli elementi.
La natura corporea è ad essi in particolar modo soggetta. Non si dimentichi che parecchie sètte di eretici considerarono la materia quale fattura di Satana, e che come più, nell'idea religiosa, si faceva vivo il contrasto fra materia e spirito, e la materia veniva in concetto di vile o di corrotta, più le fantasie dovevano inchinare a vedere nella natura il gran laboratorio, il regno proprio di Satana. Le ragioni per cui pajono sì rari e sì esigui nel medio evo i segni di quel particolare sentimento che noi chiamiamo ora sentimento della natura, sono certamente parecchie; ma non può mancare fra esse il sospetto e il terrore che della natura si aveva come di cosa, se non prodotta da Satana, almeno contaminata da lui. Il peccato che corruppe i primi parenti pervertì, nel tempo medesimo, la natura, e se l'umanità fu redenta da Cristo, la natura non fu redenta.
Il fuoco, che ebbe in India antichissimi adoratori, e che il mito ellenico immaginò rubato a Giove dall'audacia di Prometeo, il fuoco è il proprio elemento dei demonii. Ma noi abbiam veduto che i demonii hanno una delle lor sedi nell'aria; perciò ragion vuole che anche sull'aria essi esercitino il loro formidabile dominio. I teologi sono generalmente concordi nell'ammettere che essi possono a lor piacimento (salvo sempre il voler divino) suscitar venti impetuosi, addensar le nubi, vibrar le folgori, rovesciar sulla terra a torrenti le acque del cielo. L'urlo della bufera è fatto di grida di demonii inviperiti. San Tommaso dice, gli è vero, che tali sconvolgimenti son da essi prodotti soltanto artificialiter, e non naturali cursu; ma in pratica viene ad esser lo stesso. Nell'Antipurgatorio Dante fa raccontare a Buonconte da Montefeltro, morto a Campaldino, come il corpo suo, che dopo la battaglia non si trovò, fosse travolto dalle acque di una ruinosa procella suscitata dal diavolo. Ai demonii fu attribuita facoltà di provocare tutti in genere i fenomeni atmosferici, e Tommaso Cantipratense credeva opera loro le illusioni della Fata Morgana.
Non minore potestà avevano i demonii sopra la terra, ed è cosa ragionevole se si pensa che nel centro della terra appunto si poneva l'inferno. I terremoti erano, o potevano essere, opera loro, e così ancora le eruzioni vulcaniche, e i vulcani si credeva generalmente fossero bocche e spiragli dell'inferno. Quando un diavolo frettoloso voleva prendere la via più diritta per far ritorno alla sua buja magione, ordinava alla terra di aprirsi, e spariva nella voragine spalancata come in un trabocchetto di teatro.
Ma non tutte le cose in natura erano egualmente soggette alla potestà dei demonii: ce n'erano alcune le quali obbedivano loro interamente, e si facevano, senza contrasto, strumento e ricettacolo della loro malvagia potenza; ce n'erano altre le quali mostravansi loro risolutamente contrarie. La fantasia e la superstizione trovarono in così fatte credenze abbondantissimo pascolo. I demonii prediligevano i luoghi solitarii e spaventosi, i monti dirupati, le foreste dense e tenebrose, le spelonche, i precipizii, e ciò perchè in cotali luoghi la potenza loro era più intera ed irresistibile. Già gli ebrei consideravano il deserto come la propria stanza degli spiriti malefici, e tutti sanno a quali e quante angherie e vessazioni diaboliche soggiacessero nel deserto gli anacoreti. Alcune piante, come per esempio, il noce e la mandragora, si può dire che appartenessero al diavolo, mentre altre, come l'aglio, gli erano del tutto nemiche. Il carbone, la cenere gli conferivano, ma il sale gli toglieva ogni vigore, e lo stesso dicasi di alcune gemme. Gli animali anch'essi non si comportavano con lui tutti ad un modo: il rospo era un suo buon servitore, e il gallo un suo grande avversario.
Ho detto che molto poteva Satana sulle coso della umanità, e a persuadersene basta ricordare che la perdizione del genere umano fu opera sua. Ma anche in ciò bisogna distinguere. La potestà sua sopra l'umana natura, depravata dopo il peccato, era assai grande, ma non isconfinata, non assoluta. C'è l'uomo fisico e c'è l'uomo morale; c'è il corpo e c'è l'anima; e la potenza di Satana non si estendeva sopra entrambi egualmente. Il corpo, altrimenti detto la bestia, è in certo modo un amico, un vassallo di Satana, e ci furono degli eretici i quali dissero chiaro e tondo che esso è fattura di lui e non di Dio. Il corpo, che è la prigione dell'anima, e un perpetuo fomentator di peccati, si piega docilmente ai voleri di chi non tende ad altro che a corromper l'anima. Se tra l'anima e il corpo c'è la discordia che tutti sanno, ne viene di conseguenza che il corpo è il naturale alleato del diavolo. E il diavolo ne profitta. Il diavolo blandisce il corpo e lo fa prosperare affinchè sempre più s'inorgoglisca contro quella meschinella dell'anima, e le cresca addosso; egli ne aguzza gli appetiti, ne inasprisce gli stimoli, ne corrobora le energie, ne moltiplica le sfacciate richieste, tanto che l'anima perde la bussola e si lascia trascinare a rimorchio. Ma può anche tenere il modo contrario. Per far rinnegare all'anima ogni pazienza, per farla invelenire e disperare, Satana può infestare il corpo di morbi, può tribolarlo con mille accidenti, come fece a quel pover'uomo di Giobbe. Le epidemie si credeva da molti fossero opera sua, e così ancora le epizoozie.
L'anima era di solito meno soggetta, ma non però sottratta alla potenza e agli influssi del diavolo. I teologi sono tutti d'accordo nel dire che egli non può far forza alla volontà, che il libero arbitrio non può essere manomesso da lui. Ma se era questa la regola, la regola pativa eccezione. In fatti gl'indemoniati sono interamente in balía di Satana, il quale fa loro dire e fare ciò che a lui piace; e secondo una opinione molta diffusa sin dai primi secoli della Chiesa, erano similmente in potestà di Satana gli scomunicati e tutti coloro che non erano stati riscattati mediante il battesimo. Quanto agli indemoniati la cosa può intendersi agevolmente, perchè il demonio non solo si cacciava nei corpi, ma penetrava ancora le anime. Più difficile a intendere è per contro come avvenisse questa specie di ipostasi o di endosmosi diabolica.
Ma molto poteva il demonio anche sulle anime di coloro che non erano, come gl'indemoniati, in sua potestà; al qual proposito bisogna aver presente che ogni peccato commesso è come una porta aperta al nemico. Il demonio suscita nelle anime pensieri riottosi, immaginazioni scomposte, affetti disordinati, mille larve e cogitazioni di peccato; egli le assalta nel sonno, quando il giudizio è offuscato, quando la volontà è assiderata, e le insidia e le oppugna con visioni e con sogni che si lasciano dietro turbamenti e sollevamenti pericolosi. Le anime stesse dei santi non vanno immuni dal suo influsso; egli soffia sopr'esse e le fa vacillare come fiaccole al vento.
La vita di ogni singolo uomo era per non picciola parte governata da Satana; ma così ancora era quella delle nazioni e della intera umanità. Dato che la storia sia opera della Provvidenza, bisogna concedere che essa è pure opera di Satana; e veduto qual essa fu nel corso dei secoli, è forza riconoscere che la parte di Satana è rilevante e cospicua. E per vero i Padri e i Dottori tutti si dànno l'intesa per dire che le false religioni sono inventate da lui, le scienze occulte (e le non occulte?) trovate da lui, le eresie suscitate da lui; egli getta i semi di tutte le discordie, suggerisce le congiure, matura le ribellioni, prepara le carestie, promuove le guerre, mette in trono i malvagi principi, consacra gli antipapi, detta i cattivi libri, e negl'interstizii che lasciano tra loro le maggiori calamità, semina incendii, ruine, naufragi, uccisioni, rapine, scandali e subissamenti. Notisi che egli conosce ed ha in sua potestà tutti i tesori nascosti nelle viscere della terra, ed è espressamente detto che l'Anticristo, suo figliuolo e vicario generale, se ne servirà per farsi, quando sia tempo, signore del mondo. Ora, tutti sanno che l'oro è un nerbo, non soltanto della guerra, ma della storia in genere, ed è probabilmente per torlo di mano al nemico che i papi cercarono sempre di arraffarne quanto più fu loro possibile.
Ma non finisce qui il discorso della potenza di Satana: non ho ancor detto nulla di quella che si potrebbe chiamare la sua abilità tecnica. Il diavolo sa fare tutti i mestieri; ma naturalmente, sdegna gli umili, e solo in cose grandi si piace di misurare la sua forza e la sua destrezza. Egli ha una passione, quella delle fabbriche. La vecchia Europa è piena di ponti, di torri, di muraglie, di acquedotti, di edifizii d'ogni maniera costruiti da lui. La famosa muraglia eretta per ordine di Adriano tra l'Inghilterra e la Scozia fu creduta opera sua, e lo stesso fu creduto di altre muraglie e difese. Il ponte di Schellenen in Isvizzera, il ponte sul Danubio a Regensburg, il ponte sul Rodano ad Avignone, e cent'altri, si credettero fabbricati da lui, e molti portano ancora il suo nome e si chiamano ponti del diavolo. In tempi di barbarie e di povertà le ingenti costruzioni romane, comprese le strade, parvero eccedere la potenza degli uomini, e facilmente furono attribuite all'artefice maledetto. Più strano parrà che il diavolo con le proprie sue mani si mettesse a fabbricar chiese e conventi; ma egli poteva ciò fare, o per suoi fini occulti, o sforzato da potestà superiore. Le piante e gli altri disegni delle chiese di Colonia e di Acquisgrana furono, dicesi, fatti da lui; anzi quest'ultima chiesa fu, almeno in parte, da lui fabbricata. L'abbazia di Crowland in Inghilterra è opera sua. E da tanto egli si teneva in quest'arte che una volta ardì sfidare l'arcangelo Michele, l'antico suo vincitore, a chi fabbricherebbe sopra un monte di Normandia, che appunto è detto di San Michele, la più bella chiesa. L'arcangelo vinse, come di ragione; ma anche il diavolo si fece onore. Nè il miracolo era, di solito tanto nell'opera compiuta, quanto nella misura del tempo accordatogli a compierla. Spesso una notte doveva bastare, e bastava nel fatto, se non c'entrava di mezzo l'inganno, un inganno, intendiamoci, fatto non da lui, ma a lui. Nello spazio di una notte, se, per esempio, trattavasi di una chiesa, il diavolo portava, di regioni talvolta lontanissime, i materiali tutti necessarii alla fabbrica, i gran quarti di granito, le lastre e i cubi dei marmi variopínti, magari le colonne enormi rubate a qualche antico tempio pagano, le roveri poderose, gli sperticati abeti, le ferramenta, e senza mai prender fiato tagliava, scalpellava, puliva, scortecciava, riquadrava, impostava, commetteva, dipingeva, scolpiva, tanto che, sopraggiunto il giorno, il primo raggio del sole accendeva in cima alle guglie le palle di bell'oro brunito, e faceva balenare i gran vetri dipinti dei finestroni. E non c'era pericolo che dopo un anno o due le mura si scrostassero, o venisse giù il soffitto.
Tutto ciò richiedeva non solamente ingegno e destrezza e alacrità somma; richiedeva ancora una forza, dirò così, muscolare, veramente portentosa. Di cotal forza io non ho detto nulla; ma le prove di essa sono senza numero, sparse nelle storie e per il mondo. Non è regione d'Europa dove non si veda qualche smisurato macigno, portato a braccia dal diavolo in mezzo a una pianura, da un monte lontano, e le buone genti dei campi, interrogate in proposito, sanno dirvi per filo e per segno come andò la cosa. Qua era in antico un romitorio, abitato da un uomo di santissima vita, il quale passava in preghiera i giorni intieri e le intiere nottate: il diavolo, indispettito, tentò di schiacciar lui e la sua cella sotto quel masso che vedete, ma non tolse bene la mira, e il sant'uomo se la cavò con un po' di paura. Laggiù, quel gran buco nel monte, fu fatto dal diavolo, un giorno che, pazzo di rabbia, scaraventò per l'aria il maglio enorme della sua fucina. Per tutto, i gran massi erratici che i ghiacciai delle età preistoriche trascinarono a miglia e miglia lungi dai monti loro, si credette fossero stati lanciati o rotolati dal diavolo, e così pure si credette delle pietre druidiche.
Ma la forza strabocchevole non esclude in Satana l'agilità e la destrezza, chè anche queste sono in lui meravigliose. Egli possiede le arti tutte del giocoliere e del funambolo, e non è operazione così delicata da cui non sappia levare destramente le mani. Tertulliano afferma che fu veduto il diavolo portar acqua in un crivello.
Le fabbriche del diavolo, dicevo, sono solide e degne di tanto artefice; ma si capisce che debbano risentirsi in qualche modo dell'origine loro, ed avere in sè alcun che di soprannaturale. Generalmente parlando, se il diavolo le lascia incompiute, non è dato ad altri di compierle. Con pensiero analogo a questo fu creduto in molti luoghi che se il diavolo recava a un edifizio alcun danno, il danno non poteva più essere riparato.
In uno dei canti che compongono la Légende des siècles, Vittore Hugo racconta una gara che il diavolo ebbe con Dio, a chi facesse la cosa più bella. Il diavolo chiese al suo avversario una gran quantità d'ingredienti, di cui aveva bisogno, e avutili si mise all'opera.
Et grondant et râlant comme un boeuf qu'on égorge,
Le démon se remit a battre dans sa forge;
Il frappait du ciseau, du pilon, du maillet,
Et toute la caverne horrible tressaillait;
Les éclairs des marteaux faisaient une tempête;
Ses yeux ardents semblaient deux braises dans sa tête;
Il rugissait; le feu lui sortait des naseaux,
Avec un bruit pareil au bruit des grandes eaux
Dans la saison livide où la cigogne émigre.
Tanta forza e tanta fatica non riescono ad altro che a produrre una cavalletta, mentre Dio, con solo guardarlo, fa di un ragno il sole. Ma il poeta ha torto. Ben maggiori cose, e senza punto affannarsi, poteva fare il diavolo, e la potenza di lui era veramente grande e terribile.
Ciò nondimeno quella potenza aveva pure i suoi limiti, e spesso assai più angusti che non parrebbe. Come vedremo in seguito, non solo c'erano contr'essa ripari e difese, ma, cosa ben più importante, c'era anche modo di assoggettarla e dirigerla. Ciò che mi preme far notare sin da ora si è che, secondo un'opinione divulgatissima, il diavolo non può esercitare la sua potenza se non la notte, o, se la esercita durante il giorno, non la esercita più con la stessa efficacia. I primi albori che imperlino il cielo, la squillante chicchiriata del gallo, volgono il diavolo in fuga, o, almeno, gli dimezzan le forze. Del resto non è punto irragionevole che il re delle tenebre abbia vigor dalle tenebre, e che in mezzo ad esse la potenza sua riesca più intera e più formidabile.
Ma non si creda che Satana, sebbene assai volentieri faccia mal uso del suo potere, sia assolutamente e sempre un campione della violenza, il principale seguitator della massima che ha tanti altri seguaci: la forza vince il diritto. S'egli fa ciò che fa, se con portamenti da despota scorrazza la terra, se tratta gli uomini come nemici o come schiavi; ha pure il diritto di far tutto ciò, o, se non lo ha più, lo ebbe. Ireneo, il santo vescovo di Lione, fu il primo, già nel secondo secolo della Chiesa, a porre in chiaro cotal diritto. Il peccato diede legittimamente gli uomini in mano a Satana, e gli è per legittimamente ricomperarli, senz'uso di violenza, che Cristo versò il suo sangue. Satana, procacciando ingiustamente la morte di un giusto, perdette ogni diritto precedentemente acquistato. Tale dottrina incontrò molto favore, e, sino al principiare del medio evo, tutti gli scrittori ecclesiastici ammisero, più o meno, l'antico diritto di Satana, cancellato da Cristo. Satana, dal canto suo, non volle riconoscere cancellazione di sorta, e seguitò ad esercitare il diritto suo quanto e come meglio potè; e noi dobbiamo confessare che se lo esercitò illegalmente, non lo esercitò senza frutto. Per meglio far trionfare il suo, vuoi legittimo, vuoi usurpato diritto, Satana ebbe cura di ordinare il suo regno e le sue milizie, e di imitare, per quanto gli fu concesso, le istituzioni e gli ordinamenti divini, imitazione che gli valse il nome vilificativo di scimia di Dio. Alla Chiesa di Cristo egli contrappose la propria sua Chiesa, ed ebbe sacerdoti, culto, e, affermava già Tertulliano, sacramenti.
Abbiam veduto qual fosse il diavolo, quale la sua potenza ed industria; vediamo ora come egli combattesse contro gli uomini, e contro Dio, cotidiana battaglia, vediamolo nell'opera sua principale.
Capitolo IV. IL DIAVOLO TENTATORE.
Satana non ispera più di riconquistare in cielo il posto che ha perduto. Egli rimpiange l'antica felicità, ma nel rimpianto non anneghittisce, anzi procura di accrescere a sè stesso grandezza e potenza. Egli è re; vasto e popoloso è il suo regno, ed ei può farlo maggiore e popolarlo vie più. Se l'umanità non sarà più sua tutta intera, sarà ancora sua la più parte. Rendere labile e scarso, quanto più far si possa, il frutto della redenzione; moltiplicar sulla faccia della terra l'errore; far della terra, invano bagnata del sangue di Cristo, un altro inferno, e della storia umana una sequela rovinosa di mali, dove peccato e dolore s'indentano l'uno nell'altro; tale sarà il suo costante proposito, tale il perpetuo suo studio. Ogni peccato commesso, ogni anima rubata al cielo e guadagnata all'inferno, segnerà un suo trionfo. Sia pure forte e salda la Chiesa come uno scoglio in mezzo ai marosi; egli saprà bene investirla e percuoterla d'ogni intorno, facendola tremare sin nelle fondamenta, e staccandone di tanto in tanto alcuna pietra angolare. Vigili il pastore, e vigilino i cani a custodia del gregge; egli, come un lupo affamato, anzi come il leone ruggente ricordato dall'apostolo, non cesserà dal rapire delle dieci pecorelle le nove.
Satana non può far sue le anime se prima non le intrida e non le corrompa di peccato; ma l'umana natura, tuttochè redenta, è proclive e pronta al peccato. Satana non può far forza al libero volere; ma può di tal maniera moltiplicargli le insidie d'attorno che esso abbia quasi necessariamente a soccombere. Satana è il grande, l'infaticabile tentatore. Egli tenta Eva e ardisce di tentar Cristo: qual meraviglia se tenta gli uomini anche più santi? Anzi gli è contro ai più santi ch'egli usa ogni sua industria, giacchè i non santi, senza troppo contendere, gli si fanno seguaci e servitori.
Questo della tentazione era un esercizio molteplice e vario, irregolare e malagevole, che prendeva norma dalle occasioni e dalle condizioni, si piegava e mutava secondo le persone, i tempi, i luoghi, richiedeva sottile accorgimento, e non di rado grande perseveranza. La tentazione era un'arte in cui Satana dava a conoscere tutto il suo ingegno e tutta la sua destrezza.
Le occasioni del tentare erano innumerevoli. San Paolo aveva detto: “Non fate luogo al diavolo;„ ma il diavolo sapeva farsi luogo da sè. Aveva anche detto: “Resistete al diavolo ed egli fuggirà da voi;„ ma spesso spesso chi più strenuamente resisteva era più ostinatamente assalito. Sottrarsi interamente al suo influsso non era possibile; non era nemmeno possibile evitare in tutto il suo pernicioso contatto. L'anima timorata poteva fare come la testuggine, restringersi tutta nel suo guscio; ma per fare che facesse lasciava sempre aperto un qualche adito, entro a cui il demonio poteva spingere l'ugna acuta e rapace. Chi viveva nel mondo, e della vita del mondo, non solo s'imbatteva in Satana ad ogni passo, ma si può dire vivesse in Satana, perchè la mondanità, nel tutto insieme delle sue parvenze ingannevoli, de' suoi lenocinii e delle sue lascivie, non è se non Satana. Vivere nel mondo e non peccare, gli è come voler tuffarsi nel mare e non bagnarsi. Chi viveva nel mondo era dunque soggetto ad una tentazione continua; ma chi se ne ritraeva non cessava d'esser tentato. I buoni cristiani, che scandalizzati e nauseati della corruzione cittadina, e di tutta quella che appunto chiamavasi la pompa del diavolo, cominciarono, sin dai tempi di Costantino il Grande, a disertar la città, a fuggire il consorzio degli uomini, a cercare il deserto, ritrovarono nelle solitudini dell'Egitto e dell'Asia quel medesimo Satana che con tanto studio avevano voluto fuggire. E non altrimenti incontrò a quegli altri fuggiaschi del mondo che, senza disertar le terre popolate e le stesse città, cercarono fra le mura dei chiostri un asilo sicuro contro il temuto avversario. E gli uni e gli altri ritrovaronsi a fronte quel medesimo Satana, anzi un Satana molto più insidioso e più acerbo. L'assalto suo non cessava, ma mutava alquanto di qualità. Nel mondo la tentazione era continua, minuta, diffusa in certo qual modo nelle cose ch'erano perpetuo incentivo di peccato, e però non violenta d'ordinario: in solitudine si faceva acuta, subitanea, intermittente, ritraeva del parossismo. Nel mondo la tentazione sembrava muovere più dalle cose esteriori; in solitudine toglieva argomento dalle mal vinte energie dell'organismo, da ogni moto dell'animo che potesse in qualche maniera essere avviamento a peccato. Nessuna occasione di tentazione, per quanto fuggevole, per quanto dubbia si fosse, fu mai trascurata da Satana. Come si credette che ciascun'anima avesse, durante il terrestre pellegrinaggio, compagno un angelo, che si adoperava a guidarla sulla via della salute, così si credette ancora avesse compagno un diavolo che senza posa si studiava di trarla a perdizione. A destra l'angelo custode, a sinistra il diavolo tentatore.
Tutti gli uomini potevano esser tentati, ma la tentazione variava, secondo il sesso, l'età, la condizione propria di ciascuno, quando semplice e poco o punto dissimulata, quando artificiosa e fraudolente. Mezzi sicuri a preservarsi dalla tentazione non c'erano, giacchè quegli stessi che avevan più credito ed erano più universalmente preconizzati, spesso spesso si mostravano inefficaci alla prova. I santi erano, come ho già detto, assaltati e perseguitati con più furore, perchè, dicevasi, importa a Satana assai più trionfare di uno di loro che non di mille altri. Noi, guardando la cosa sott'altro aspetto, potrem dire che i santi, a cagione appunto di quella continua ed angosciosa preoccupazion di peccato che turbava le anime loro, e delle macerazioni insensate cui assoggettavano il corpo, credendo così di nettarlo da ogni mala prurigine di carnali appetiti, si esponevano assai più che altri alle fiere battaglie della tentazione. Vero è altresì che tali battaglie erano da essi spesso invocate e cercate, come quelle in cui la virtù loro brillava di lume più vivo, e ritraeva dal trionfo vigore novello. Ma checchessia di ciò, Satana sapeva, il più delle volte, commisurare alla qualità e condizion di ciascuno il grado e la forma della tentazione, e così facendo si dava a conoscere non meno buono psicologo di quello fosse buon loico.
Come i tempi non tutti, così non tutti i luoghi erano egualmente opportuni e propizii all'opera della tentazione. Quel della notte era il tempo più acconcio, non solo perchè cresce col crescere delle tenebre la potenza diabolica, ma ancora perchè nelle tenebre i fantasmi suscitati da Satana non così facilmente si scoprono bugiardi. E l'ora fra tutte più propizia era quella in cui il sonno comincia a occupare le membra affaticate, quando si smarriscono i sensi, non però chiusi ancora alle impressioni del mondo esteriore, e cessa nell'anima la vigilanza della volontà e del giudizio. Ond'è che non senza ragione san Pacomio dormiva seduto, e chiedeva a Dio l'insonnia per poter meglio combattere il nemico.
I modi e le forme della tentazione erano innumerevoli, come sono innumerevoli gli atti dell'anima e i fatti della vita. Non c'era così tenue pensiero, non così picciolo avvenimento da cui Satana non sapesse cavare argomento di tentazione, e quando l'occasione mancava, egli la faceva nascere. Quegli strani documenti della credenza cristiana che sono le leggende dei santi, riboccano di racconti che il provano, e forniscono non di rado notizie e indizii preziosi per la cognizione dell'umana natura.
Talvolta la tentazione era assai semplice, si offriva con poco o punto apparato, e si raccoglieva tutta in un solo momento. Sant'Antonio, le cui tentazioni sono diventate famose e proverbiali, viaggiando una volta nel deserto, trovò in terra un disco d'argento: era una insidia del demonio che voleva fargli nascere in cuore un peccaminoso rincrescimento delle lasciate ricchezze. Sant'Ilarione, affamato, si vedeva improvvisamente davanti gran copia di vivande squisite. A santa Pelagia, che un tempo era stata commediante in Antiochia, ed erasi poi ritirata a vita contemplativa in una spelonca del Monte Oliveto, il diavolo offriva, oggetto di desiderii antichi, anelli, monili, gemme d'ogni sorta. Queste immagini bugiarde si dileguavano così subitamente come erano apparse.
Alcun'altra volta l'apparato e l'ostentazione eran maggiori, le larve allettatrici o paurose si moltiplicavano e si variavano, la tentazione si sceneggiava. Sant'Ilarione, mentre pregava, si vedeva schizzar sotto gli occhi lupi ululanti, volpi squittenti, assisteva a pugne improvvisate di gladiatori, vedeva i morenti rotolarsi a' suoi piedi, e gli udiva implorare da lui la sepoltura. Una notte, mentre vegliava com'era consueto, cominciò a udire vagito di bambini, belato di greggi, muglio di buoi, rugghio di leoni, pianto di donne, un murmure vasto, come di esercito in campo. Conosciuto il diabolico ludibrio, si butta in ginocchio, si segna in fronte, e si guarda d'attorno, aspettando nuovo portento. Ed ecco, subitamente, al lume della luna, vede un cocchio, trascinato da focosi cavalli, farglisi addosso. Invocato dal santo il divin nome di Cristo, incontanente s'apre la terra ed inghiotte il fantasma. Il tutto era opera di Satana, voglioso di stogliere il buon servo di Dio dalla meditazione e dalla preghiera, e di rendergli incresciosa, popolandola di terrori, la solitudine. Le storie dei santi riboccano di sì fatti esempii.
Queste, che Satana esercitava col sussidio di larve ingannevoli, o, come pure accadeva, con quello di cose reali e corporee, erano tentazioni assai poderose, perchè occupavano i sensi, e attraverso i sensi investivano l'anima, sempre così pronta a farsi ancella dei sensi; ma tra esse tutte la più formidabile era quella che toglieva argomento dai pervicaci istinti della generazione e dell'amor sessuale. Era questa la tentazione che procurava a Satana i maggiori trionfi.
Il cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l'amore. L'atto vario e molteplice ne' modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si riproducono, e a cui gli antichi avevano preposta una delle maggiori, e certo la più radiosa fra le divinità dell'Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e turpe, e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura d'Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non altro in teorica, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il conjugio, e la continenza è virtù che va tra le maggiori. Lattanzio afferma essere la verginità come il fastigio di tutte le virtù, e il grand'Origene, detto l'adamantino, non aveva aspettato l'affermazion di Lattanzio per porsi, con le proprie sue mani, nella impossibilità di perderla.
Non è dunque da stupire se gli asceti consumarono spesso il meglio delle forze loro nella disperata fatica di spegnere in sè medesimi ogni favilla di concupiscenza, di sedare ogni benchè involontario e minimo fremito della carne; ma non è da stupir similmente, se in cotal opera di ribellione contro alla natura, essi, più di una volta, furono soperchiati e vinti. Per fuggir le insidie di Venere, riparavano nei deserti, si muravan nei chiostri; e Venere rinasceva dentro di loro, dall'orgoglio degli umori, come già altra volta dalla spuma del mare, e soggiogava le lor fantasie. Per sottrarsi al temuto contagio, ricusavano di vedere, dopo anni ed anni di separazione, le madri e le sorelle; ma la donna invadeva le loro celle egualmente, immagine vagheggiata e detestata ad un tempo. A un accenno fortuito, a un pensier fuggitivo, la virilità, compressa, ma non vinta, insorgeva con impeti belluini, mordeva e dilaniava quelle carni esacerbate dalle mortificazioni. Ed erano battaglie spaventose che lasciavano affranto, anche se vittorioso, l'atleta di Cristo. Oh quante volte, scriveva san Gerolamo alla vergine Eustochia, essendo io nel deserto, in quella vasta solitudine arsa dal sole, che porge ai monaci orrenda abitazione, immaginava d'essere tra le delizie di Roma! Sedeva solo, piena l'anima di amarezza, vestito di turpe sacco, e fatto nelle carni simile ad un Etiope. Non passava giorno senza lacrime, senza gemiti, e quando mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m'era letto la nuda terra. Nulla dico del mangiare e del bere, essendochè i monaci, anche ammalati, non bevono se non acqua, e stimano lussuria ogni vivanda cucinata. E quell'io, che per timor dell'inferno m'era dannato a tal vita, e a non avere altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m'immaginava d'essere in mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era fatto pallido dai digiuni, ma nel frigido corpo l'anima ardeva di desiderii, e nell'uomo, quanto alla carne già morto, divampavano gl'incendii della libidine. Allora, privo d'ogni altro soccorso, mi gettavo ai piedi di Gesù, li bagnavo di lacrime, li tergevo co' miei capelli, e la carne ribelle soggiogavo col digiuno di una intera settimana. Non arrossisco in confessare la mia miseria; anzi piango di più non essere qual fui. E mi sovviene che assai volte, gridando e pregando, vidi succedere al giorno la notte, e come non cessassi dal percuotermi il petto finchè, alla voce di Dio, non fosse in me tornata la calma.
Sono senza numero i santi a cui il diavolo apparve in figura di leggiadra fanciulla, o di nobil matrona pomposamente vestita, e non rarissimi quelli che non seppero vincere la terribile tentazione. Di solito la falsa e diabolica donna fingeva d'avere smarrita la via, d'essere stata soprappresa dal mal tempo o dalla notte, ovvero anche, come l'Abimelech del Boccaccio, d'avere abbandonato la casa e la famiglia per darsi al servizio di Dio, e con volto dimesso, con grande umiltà e onestà di parole, chiedeva al sant'uomo asilo e protezione. E se il sant'uomo, mosso da intempestiva pietà, o troppo fidente nella virtù propria, accoglieva nella sua celletta, appena capace di due persone, la bella supplicante, c'era pericolo, ma pericolo grande, che la cosa andasse a finir male. Ruffino d'Aquileja narra a tale proposito una storia degna d'essere scelta fra cento.
Viveva nel deserto, e abitava in una spelonca un monaco, uomo di grandissima astinenza, adorno di tutte le virtù, solito di passare in orazione i giorni e le notti. Costui, vedendo il profitto che faceva in santità, cominciò a montare in superbia, e a dare tutto a sè il merito che solo apparteneva a Dio. Il demonio, ciò conoscendo, non tarda ad apparecchiare e tendere i suoi lacci. Ed ecco, una sera, giunge dinanzi alla spelonca del santo uomo una bellissima donna, la quale, entrata dentro, fingendosi al tutto vinta dalla stanchezza, si getta ai suoi piedi, e con ogni istanza lo prega di volerle dare ricovero: la notte l'ha colta in quel deserto; non la lasci, per carità, in preda alle fiere. Egli, impietosito, l'accoglie benignamente, e comincia a chiederle la ragion del suo viaggio; ella narra una sua storia, ingegnosamente ordita, e con arte sparge di blandizie e di lusinghe il racconto, ora mostrandosi degna di commiserazione, ora meritevole di difesa, e con la eleganza e soavità del discorso circuisce e soggioga l'animo di lui. A poco a poco il colloquio si fa più intimo; alle parole si mescolano il riso e gli scherzi, ed ella, fatta ardita, non tarda a stendere la mano alla barba di lui, ad accarezzargli dolcemente la nuca e il collo. Ed ecco, è già vinto il milite di Cristo. Divorato dalle fiamme della concupiscenza, dimentico del suo passato, non curante del frutto di tante fatiche strenuamente sostenute, egli, fatto simile a un bruto (dice Ruffino), già si accinge agli osceni amplessi. Ma in quella appunto, la menzognera immagine, gettando un urlo spaventevole, fugge dalle sue braccia, lasciando lui in assai indecoroso (Ruffino dice più e meglio) e ridicolo atteggiamento. Allora i demonii, che in grande moltitudine erano ivi congregati nell'aria, spettatori del turpe fatto, lo scherniscono, gridando a gran voci: “O tu, che ti estollevi sino al cielo, come sei così precipitato in inferno? Conosci ora che chi si innalza sarà umiliato.„ Dopo così dolorosa avventura, il mal consigliato monaco, disperando della salute, fece ritorno al mondo, e tutto si abbandonò all'impudicizia e all'iniquità, e si diede irrevocabilmente in preda a Satana.
Avverte Ruffino che il monaco avrebbe potuto con le lacrime del pentimento lavarsi del peccato commesso, e ritornare, con le astinenze e le orazioni, nella grazia di prima. In fatti, san Vittorino, vescovo d'Amiterno, cadde nello stesso peccato; ma seppe con formidabile penitenza riscattarsi dalle mani del vittorioso nemico. E così fecero altri parecchi. C'è appena bisogno di dire che quando si trattava, non di santi, ma di sante, il diavolo assumeva l'aspetto di un bel giovane, non meno audace che tenero. In tal forma appunto egli si mostrò a santa Francesca Romana, che molto ebbe a soffrire della sua importunità.
Non sempre il diavolo si piegava a far la parte che in questi racconti si vede, o non sempre lo giudicava necessario. Egli poteva contentarsi talvolta di far nascere certi desiderii, perchè i desiderii sono già peccato per sè stessi, e la sua naturale tristizia poteva trovare una soddisfazione tutta particolare in far nascere quei desiderii e in non dare poi modo di appagarli. Narra san Gregorio Magno che il diavolo accese una volta in corpo a san Benedetto una concupiscenza così rabbiosa e spasimata che il povero santo, a chetarla, non trovò altro rimedio che di spogliarsi ignudo e voltolarsi ben bene in uno spineto. Quando altro non poteva, il diavolo provocava polluzioni notturne, le quali, tuttochè involontarie, potevano essere peccato, se accompagnate da immagini lascive e da sentimento di voluttà, e bastavano, a ogni modo, a tener deste certe energie, a metter la fantasia in subbuglio.
Volentieri il diavolo prendeva questa o quella forma, sia per tentare più efficacemente, sia per indurre altrui piuttosto in uno che in altro peccato. Ai santi uomini si lasciava spesso vedere in figura di angelo, circonfuso di luce, o di santo, o di Cristo stesso, con in fronte i segni della divinità, e ciò a fine di farli salire in superbia, provocando in essi un esagerato concetto della lor santità, o anche per suggerir loro false e malvage dottrine, funesti propositi. Gli è con quest'arte che egli riuscì, più di una volta, a persuadere il suicidio ad uomini d'impeccabile vita, che avevano insino allora respinto vittoriosamente ogni suo assalto. Si narra di un monaco Erone, che da cinquant'anni menava nel deserto austerissima vita, per modo che nemmeno il giorno di Pasqua allentava il rigore delle astinenze. Un giorno il diavolo gli appare in figura d'angelo, e gl'impone di gettarsi capofitto in un pozzo, ciò ch'egli fa senza indugio, fermo nella opinione che ne uscirà illeso, e che sarà questa una grande e irrefragabile prova della sua santità e della grazia divina. Altri monaci riescono con grande fatica a trarnelo fuori, ed egli in capo di tre giorni si muore.
Altro esempio. Guiberto di Nogent (m. 1124) racconta la storia di un giovane che aveva peccato con una donna, e che pentito se n'era andato in pellegrinaggio a San Giacomo di Gallizia. Un bel giorno gli apparve il diavolo sotto le sembianze del santo, e gl'impose per penitenza di tagliarsi, prima ciò che il discreto lettore vorrà indovinare senza ch'io il dica, e poi la gola. Obbedì l'incauto giovane, e sarebbe andato senza remissione in inferno, se la beata Vergine non l'avesse in buon punto risuscitato. Tornò vivo, ma non riebbe più ciò che s'era tolto con le proprie sue mani.
Certi santi invece, per quanto s'immascherasse, il diavolo non riusciva a ingannarli. Ho già ricordato san Martino. Una volta il diavolo gli si presentò con la porpora indosso, la corona in capo, i calzari dorati, e gli disse: “Non mi conosci? io sono Cristo.„ Ma il santo: “Che Cristo! Cristo non ebbe nè porpora, nè corona, ed io non lo conosco se non ignudo, quale fu sulla croce. Tu sei il diavolo.„ Se i papi avessero meditato questa risposta!
Più raro era il caso che il demonio venisse a tentare sotto l'aspetto suo proprio, ma anche questo caso si dava. Satana non si trasformò, nè si travestì per tentar Cristo. Una volta san Pacomio vide una torma di diavoli trascinare un fastello di foglie e fingere di durarci una grande fatica, non per altro che per muoverlo al riso. Ora, il riso, se non era peccato, poteva essere semente di peccato. I migliori monaci non ridevano mai, anzi piangevano spesso, come quel sant'Abramo di Siria, che non passò mai un giorno senza piangere.
Non parlo delle mille tentazioni minute e leggiere che intravenivano pressochè del continuo, e non avevano altro scopo che di distogliere dalla meditazione e dalla preghiera, o di far rinnegare la pazienza a chi le pativa; come, per esempio, ripetere, a guisa d'eco, le parole dei leggenti, fare sternutire ripetutamente un predicatore nel più bel punto del suo discorso, fare che una mosca importuna si posasse dieci volte di seguito sul viso di chi stava per abbandonarsi al sonno, ecc. ecc. Ma abbiasi a mente che non è tentazione così piccola e lieve la quale non possa divenir principio d'irreparabile caduta. Mettete un seme in terra, e se non fanno difetto gli elementi e le condizioni necessarie alla vegetazione, il seme diventa pianta. Così il diavolo, che sa queste cose, riesce con una prima tentazione, spesso leggierissima, a porre nell'animo un primo germe di peccato, e questo germe, ajutato da lui, subito alligna, cresce, si fa pianta e reca in breve i perniciosi suoi frutti. C'era un eremita, che menava vita austerissima, e aveva grande riputazione di santità. Un giorno gli capita innanzi il diavolo, in sembianza di un uom dabbene, e gli dice: “Voi vivete così solo; perchè non togliete con voi un gallo che vi serva di compagnia, e vi faccia la mattina levare a tempo?„ Il povero eremita ricusa da prima, poi esita, ma finalmente segue il consiglio e toglie il gallo. Che sarà? un gallo non è mica il diavolo. Ma il gallo a star solo s'annoja, smagrisce di giorno in giorno. Allora l'eremita, per sentimento di carità, gli provvede una gallina. Non l'avesse mai fatto! La vista di certi spettacoli ridesta nell'animo suo ardori antichi, e che egli certamente credeva spenti per sempre. Si innamora della figlia di un gentiluomo del vicinato, assai giovane e bella, e pecca con lei; poi per celar la sua colpa e sottrarsi alla vendetta dei parenti, uccide la giovane, e la nasconde sotto il letto. Ma si scopre il misfatto, e il colpevole è condannato all'ultimo supplizio. Salendo il patibolo egli esclama: “Ecco a che termine m'ha condotto un gallo!„
Queste erano tentazioni che davano al diavolo poca faccenda, e che quasi da sè venivano al fine loro; ma ce n'erano altre che il diavolo preparava di lunga mano, e a cui attendeva con diligenza indefessa, con pazienza miracolosa. Una storia che ebbe nel medio evo grandissima voga, e che fu narrata tra gli altri dal nostro Bernardo Giambullari, racconta come il diavolo, una volta, si fece bambino, e, in tal forma, chiese ed ottenne d'essere accolto in un monastero il quale era in grandissimo odore di santità. L'abate, uomo dabbene, lo fece istruire, e vedendo che il fanciullo imparava ogni cosa con somma facilità, ed era di ottima indole, e assai costumato, stimava avere il convento fatto un grande acquisto e ne ringraziava Iddio. Quando il fanciullo fu cresciuto, ed ebbe l'età, vestì l'abito, con grande giubilo dei fratelli; e morto, dopo qualche anno, il vecchio abate, egli n'ebbe, per voto unanime, la dignità. Ma non andò molto che la regola del convento cominciò ad allentarsi, i costumi a corrompersi. Il nuovo abate migliorò assai il vitto, accordò facilmente dispense, e agevolò in tutti i modi le relazioni dei suoi monaci con le suore di certo monastero ivi presso. Lo scandalo era grande e si faceva ogni giorno maggiore. Il papa, informatone, mandò sul luogo due monaci di santa vita, e di sua fiducia, perchè vedessero e provvedessero. Costoro cominciarono le loro indagini, e a un certo punto il diavolo, sentendosi scoperto, gettò le insegne dell'usurpato officio, e si sprofondò nella terra. I monaci traviati fecero penitenza, e l'antico ordine fu restaurato. In Danimarca, in Germania, in Inghilterra, fu notissima un tempo la storia di frate Ruus, Rush, o Rausch, un diavolo che si pose per cuoco in un convento, fece da mezzano all'abate e agli altri monaci, fu dopo sette anni ricevuto nell'ordine, e tutto il convento avrebbe condotto in perdizione, se non fosse stato scoperto per caso.
Come si vede, il demonio, da quel volpone ch'egli è, non prendeva sempre la via più diritta per venire ai suoi fini, ben sapendo che non sempre la più diritta è la più corta, e la più sicura. Anzi, non di rado, egli prendeva una via che sembrava doverlo condurre ad un fine affatto opposto a quello che s'era prefisso, ma tanto più sicura per lui quanto meno sospettata dagli altri. Così, se vedeva un uomo tutto dedito alle pratiche di devozione, chiuso ad ogni lusinga, inaccessibile all'errore, egli non perdeva il tempo a stuzzicarlo con tentazioni di carattere più o meno mondano; ma, all'incontro, lo esortava a perseverare, lo stimolava a inasprire vie più le macerazioni, a moltiplicare le preghiere, a esagerare le pratiche tutte dell'ascetismo, e giungeva persino ad inspirargli una grande conoscenza delle Scritture, come se ne può vedere esempio nella Vita di san Norberto, vescovo di Magdeburgo. Di san Simeone Trevirense si racconta che i diavoli volevano fargli dire la messa per forza, lo toglievano dal letto, lo menavano davanti all'altare, gli ponevano indosso le vesti sacerdotali. La conseguenza non insolita di tutto ciò era che il sant'uomo, meravigliando della propria santità, cominciava a levarsi in superbia, e a perdere, per questo solo peccato, il frutto d'ogni sua virtù. Così per voler essere troppo santi si finiva qualche volta all'inferno.
Ad esercitare questa specie di tentazioni il diavolo di rado si valeva di argomenti esteriori, che potessero fare impressione sui sensi, ma si giovava, d'ordinario, della pericolosa facoltà ch'egli ha di sommuovere gli animi umani e d'influirvi in vario modo. Nè quelle erano, come può bene immaginarsi, le sole tentazioni che egli, in grazia di quella sua facoltà, potesse esercitare. Dato che la volontà non patisca violenza da lui, tutte le altre potenze dell'anima umana soggiacciono al suo influsso, e questo influsso si risolve in un lavoro di tentazione continua. Ed anche qui le Vite dei santi abbondano di esempii e di prove. Sullo specchio dell'anima egli faceva passar l'ombre che più gli piacevano, e nella viva sostanza di lei spargeva a larga mano i più svariati fermenti. Suscitava fantasmi fascinatori, evocava ricordi pungenti, acuiva desiderii, sollevava dubbii, incuteva terrori, fomentava inquietudini dolorose e profonde, promoveva quell'intimo e generale turbamento dello spirito entro a cui si forma e si addensa il peccato come si forma e si addensa la nube negli avvolgimenti della bufera.
Così il diavolo era sempre attorno alle anime per sedurle e per rapirle, e gli è perciò ch'ei fu chiamato cacciatore, pescatore, stupratore, ladrone, omicida delle anime. San Gerolamo ebbe a chiamarlo pirata, perchè, veramente, questo mondo è come un mare in tempesta, dolorosamente navigato da noi, e corso trionfalmente da lui. Dico da lui e dovrei dire da loro. Perchè tutti i diavoli facevano mestiere di tentatori, ed era anzi opinione ricevuta comunemente che ciascun vizio avesse suoi particolari demonii, che l'insegnavano e fomentavano. Costoro ricevevano dal principe gli ordini necessarii e le opportune istruzioni, poi, compiuta l'opera, tornavano a darne conto, e quelli che s'erano fatti poco onore trovavano assai brutte accoglienze. San Gregorio Magno racconta di un così fatto consesso o conciliabolo diabolico, tenuto in un tempio di Apollo. Nelle Vite dei Santi Padri è un curioso racconto, il quale prova che i diavoli avevano un bel da fare a contentare il principe. Il figlio di un sacerdote degli idoli, entrato un giorno nel tempio, vede Satana in trono, circondato della sua milizia, e in atto di esaminatore e di giudice. Viene un demonio, e l'adora, e Satana gli domanda: “Dove fosti, e che facesti?„ Quegli risponde: “Fui nella tal provincia, e suscitai guerre e turbazioni grandissime, e feci versar molto sangue.„ “E quanto tempo chiede Satana, spendesti in tal opera?„ — “Trenta giorni.„ — “Tanto, ti ci volle?„ dice Satana, e senz'altro ordina che sia bastonato ben bene. Capita un altro diavolo. — “D'onde vieni, che hai fatto?„ — “Fui sul mare, e levai grandi burrasche, e sommersi molte navi; feci morire assai uomini.„ — “In quanto tempo?„ — “In venti giorni.„ — “Troppi!„ esclama Satana, e ordina subito che anche questo sia bastonato. Sopraggiunge un terzo diavolo, e ricomincia l'interrogatorio: “A te; dove fosti, e che facesti?„ — “Fui nella tal città, e mentre si festeggiavano certe nozze, eccitai gli animi, accesi litigi e zuffe, e procurai molte uccisioni, e ammazzai anche lo sposo.„ — “In quanti giorni?„ — “In dieci.„ — “Oibò!„ dice Satana, e lo dà in mano ai bastonatori. Ecco finalmente un quarto diavolo. “D'onde vieni? che facesti?„ — “Fui nel deserto, dove tentai un monaco lo spazio di quarant'anni, e solo la scorsa notte riuscii a vincerlo e a farlo fornicare.„ In udir ciò Satana si leva da sedere e bacia il demonio; poi la propria corona gli pone in capo, e se lo fa sedere a fianco, dicendo: “Gran cosa facesti e ti comportasti da valoroso.„
Questa storia lascia intendere, fra altre cose parecchie, che la tentazione poteva essere qualche volta opera assai laboriosa; ma quanto laboriosa fosse la resistenza alla tentazione, non dice. I Dottori affermano, gli è vero, che la tentazione non supera mai le forze del tentato, così chiedendo la bontà e la giustizia di Dio; ma gl'infiniti tentati che caddero dovettero essere, in generale, d'altro avviso. Comunque sia, sta il fatto che resistere alla tentazione non era, alcuna volta almeno, senza grande pericolo. Cesario racconta il lacrimevole caso di un brav'uomo, il quale, avendo ricusato di fare all'amore con un diavolo, fu dal diavolo afferrato per i capelli, levato in aria, e poi scaraventato in terra, per modo che, dopo un anno, se ne morì.
Tutti gli uomini erano, come abbiam veduto, esposti alla tentazione, e la tentazione durava tutta la vita. Il santo, anzichè andarne immune, la sperimentava più violenta e più assidua di ogni altro: ciò nondimeno egli aveva un modo di liberarsene del quale non potevano fruire i miseri peccatori. Quando egli aveva domati in sè tutti gli istinti e tutte le energie; quando a furia di digiuni, di flagellazioni, di veglie, di orazioni, aveva uccisa la carne, scombujata la memoria, spenta la fantasia, assiderato l'intelletto; quando aveva fatto dentro di sè il silenzio e la immobilità della morte, la tentazione cessava, come cessa la fiamma, quando più non trovi a che appigliarsi. Chi abbia, come san Simeone Stilita, passato mezzo secolo in cima a una colonna, può ridersi di tutte le arti del tentatore. Il santo, diventato un sasso, ha raggiunto la perfezione.
Capitolo V. BURLE, TRUFFE, SOPRUSI, ANGHERIE E VIOLENZE DEL DIAVOLO.
Ma Satana non si contenta del tentare. Sedurre gli uomini, trascinarli per mille strade al peccato, e, mercè il peccato, all'inferno, alla dannazione senza riscatto, non basta all'odio suo, alla sua invidia. Bisogna ancora che egli, in mille modi, li affligga e li tormenti, ed amareggi loro la vita con noje infinite, quando, per altri suoi fini, non gli piaccia di abbellirla loro, allietandola di falsi guadagni e di gioje bugiarde.
Satana, è, come abbiam veduto, un infaticabile operatore di calamità e di sciagure: le guerre, i morbi, le carestie, le ruine d'ogni maniera, le infinite disgrazie grandi e piccole che contrassegnano ogni istante del tempo che fugge, hanno in lui, il più delle volte, cagione e principio. Nè questo ancora gli basta. La notte, il dì, senza intermissione, egli, con l'innumerevole suo popolo, affronta buoni e perversi, picchia gli uni, strazia ed uccide gli altri, e quanti più può truffa e defrauda. Egli è, oltrechè un tentatore, anche un tormentatore di professione, e il suo ufficio di tormentatore esercita non meno sopra la terra che in inferno. Chi lo chiamò nemico ed avversario, omicida e ladro, pose mente, senza dubbio, a entrambi gli offici.
Satana fu chiamato il primo bugiardo, e, sembra, non senza ragione. Gli esempii delle sue menzogne, e dei danni che mercè loro egli reca a chi gli crede, sono infiniti. Narra alcun cronista del medio evo che egli apparve una volta, sotto figura di Mosè, a molti giudei che vivevano in Creta, e dato loro ad intendere di volerli condurre nella Terra Promessa, li fece tutti imbarcare, e poi in alto mare li sommerse. Guai a chi presta fede alle sue promesse ed ai suoi oracoli, o non è più che guardingo nel giovarsene! E quelle e questi sogliono essere espressi con parole artifiziose ed equivoche, tali che fanno nascere in chi le ascolta aspettazione contraria all'evento.
Dice il proverbio che la farina del diavolo va tutta in crusca. Non sempre, ma molto sovente, le cose ch'egli mostra di fare in servigio altrui, e quelle che procaccia, riescono ben diverse da ciò che a primo aspetto sembravano: i denari, di cui suol essere largo donatore, si convertono in foglie secche, le gemme in carboni spenti, le vivande in sterco o in sassi. Prudenzio sapeva quel che diceva quando chiamava Satana un prestigiatore.
Satana si piace di fare alla gente burle e dispetti di molte sorta. Sono senza numero i pollaj disertati, i granaj votati, le cantine asciugate da lui. A san Morando monaco strappava la coltre dal letto; a santa Gudula spegneva il lume mentre era in orazione, e rovesciava il candelliere a san Teodeberto; a santa Francesca Romana empieva di mosche l'acqua da bere; ad altri rubava la tonaca, nascondeva l'uffizio, imbrattava la minestra. Ai monaci di san Dunstano sparecchiava a dirittura la tavola. I discepoli di san Benedetto stavano costruendo il cenobio. Bisognava mettere a posto una gran pietra; ma per quanto ci si affaticassero intorno non c'era verso di smuoverla: il diavolo ci s'era seduto sopra, e bisognò che venisse il santo in persona a cacciarlo via. Ma la burla peggiore, la più villana, a mio avviso, era questa: cogliere uomo e donna in flagrante peccato carnale e annodarli in indissolubile amplesso, more canino.
I santi erano fra tutti i più tormentati, e così doveva essere. Il diavolo odia i santi, non solo perchè servi di Dio, ma ancora perchè ogni loro atto, le preghiere, i digiuni, le pie opere, sono a lui ingiuria e tormento. Inoltre, certe nature d'uomini, inclinate alla melanconia, e nelle quali la fantasia sormonta, sembrano attirare il diavolo, e dargli buon giuoco. Dice Amleto che il diavolo ha grande potestà sopra nature come la sua. Del resto bisogna fare a questo proposito una distinzione. Il diavolo poteva contentarsi di tormentar l'uomo esteriormente, moltiplicando le offese e le angherie; poteva anche tormentarlo interiormente, cacciandosi in lui, invasandolo. Nel primo caso si aveva la ossessione propriamente detta; nel secondo si aveva la possessione. Ora, i santi, erano del continuo esposti alla ossessione, ma dalla possessione andavano, generalmente parlando, immuni.
La ossessione aveva, come la tentazione, alla quale andava molto spesso congiunta, forme e gradi infiniti, e a darne un concetto che in qualche modo si raccosti al vero, bisogna ricorrere senz'altro agli esempii, i quali, per buona sorte, sono infiniti ancor essi, e ci permettono di tener dietro al formidabile crescendo di quest'altro capitale esercizio diabolico.
La ossessione più leggiera e più semplice era quella che il demonio esercitava con solo esser presente. Nè c'era bisogno che la presenza sua fosse avvertita, che egli la facesse in qualche modo sentire. L'uomo il quale si credeva assiepato tutto intorno da una gran caterva di diavoli, che con occhi intenti e spalancati perpetuamente spiavano l'occasione di tentare e di nuocere, doveva provar l'emozione e il cruccio di chi si trovi solo in una foresta popolata di ladroni, o in mezzo a un grande stuolo di nemici poderosi e crudeli. Ma i diavoli potevano anche lasciarsi vedere, o sotto gli aspetti loro naturali, o sotto altri aspetti mostruosi e terribili, e per la via degli occhi gelar gli animi di terrore. Potevano anche farsi udire, e allora erano angosce d'altra maniera, e noje insoffribili. Infiniti santi, a cominciare da sant'Antonio, li udirono ruggire come leoni, urlare come lupi, stridere come aquile, fischiare come serpi, e li videro in figura di così fatti animali, venir loro incontro, aggirarsi loro d'attorno, tumultuosamente, rabbiosamente. Santa Margherita di Cortona, nella sua cella, li udiva cantare a squarciagola canzoni oscenissime. Altre volte erano invettive furibonde, contumelie atroci, spaventose minacce. Fuggendo, i diavoli, dopo aver torturato gli occhi e le orecchie, affliggevan le nari, lasciandosi dietro un odor nauseabondo, a cui nessun fetore della terra poteva paragonarsi.
Ma questo era nulla ancora. I diavoli non eran gente da rimanersi con le mani alla cintola, e o prima o poi venivano ai fatti. Qualche volta se la pigliavano con le cose inanimate, guastando, distruggendo, sperperando quanto capitava loro sotto; ma questa specie di danno recavano più volentieri ai profani che ai santi, i quali, o non possedevano nulla, o delle cose proprie non si curavano punto. Tuttavia un demonio tentò una volta con una scure di demolire la cella del santo eremita Abramo, là nel deserto, e un'altra volta diede fuoco alla stuoja su cui il santo dormiva. Se si trattava di santi, assai più volentieri che alle cose, i diavoli si attaccavano alle persone.
Per cinque anni continui san Romualdo dovette soffrire che il diavolo venisse ogni notte a sederglisi sulle gambe e sui piedi. A sant'Egidio, una volta, il diavolo saltò sulle spalle e ci si aggrappò così fortemente, che per più tempo non ci fu verso di levarglielo di dosso. Da questi due si fece sostenere e portare; altri, per contro, sostenne e portò egli stesso, ma, si può credere, con poco loro gusto. Più e più volte levò per l'aria, e trasportò da questo a quel luogo, la buona beghina Gertrude da Oost. Santa Francesca Romana fu da lui ripetutamente sollevata per i capelli, e una volta tenuta sospesa sopra carboni ardenti. I diavoli detti dusii avevano in uso di rapir le persone vive, portarle in luoghi spesso remotissimi da quelli ove prima avevano stanza, e lasciare in loro luogo immagini ad esse somiglianti.
Santa Francesca Romana ebbe, del resto, a soffrirne di tutti i colori. Un giorno, non sapendo che altro farle, il diavolo la legò a un cadavere putrefatto, e cominciò a voltolarla per terra come una fascina. Ma non so s'ella avesse più ragion di dolersi che la beata Cristina da Stommeln, che un sozzo demonio imbrattava villanamente di sterco.
Innumerevoli sono i santi che ebbero a patire violenze anche più gravi. San Simeone Stilita, il Giovane, ebbe una volta strappata dalla barba una man di peli; sant'Everardo fu schiaffeggiato notte e giorno, senza intermissione, dal Venerdì Santo alla Pentecoste, ossia cinquantadue giorni di fila. San Niccolò da Rupe fu ravvoltolato ben bene in un roveto. I santi Romano e Lupicino ricevevano addosso una gragnuola di sassi quando si mettevano in orazione; san Dunstano fu ancor egli preso a sassate. Dalle sassate alle legnate poco ci corre. Una notte sant'Antonio fu assalito da uno stuolo di diavoli, i quali lo lasciarono mezzo morto a furia di bastonate. A san Romualdo toccò la stessa disgrazia un giorno che s'era messo a cantare i salmi, e le busse furono tali che gliene rimasero i segni fin che visse. A santa Coleta i diavoli non si contentavano di dare le più villane bastonate di cui si abbia memoria, ma portavano ancora in cella i corpi degl'impiccati. A Tolentino si conservava, e forse si conserva ancora, il nodoso bastone con cui il diavolo aveva dato più di un carpiccio a san Niccolò che appunto si chiama da Tolentino. Il beato Giovanni di Dio fu ancora legnato in pieno secolo XVI.
Nè la cosa finisce qui. I diavoli minacciavano santa Francesca Romana di gettarla in un pozzo e di ucciderla; lasciavano mezzo accoppato san Mosè Etiope; tentavano di uccidere santa Caterina di Svezia; si studiavano di bruciar vivo in letto san Guglielmo di Roeskilde; precipitavano dalla cima di un monte sant'Alferio, fondatore della celebre abbazia della Cava; per poco non istrangolavano sant'Antonio da Padova. A san Domenico, un giorno che stava pregando in chiesa, scagliarono dall'alto una grandissima pietra, e poco mancò che il santo non ci rimanesse sotto. Ai poveri tribolati non sempre mancava, in tali frangenti, il soccorso del cielo; ma il soccorso del cielo era un po' come il proverbiale soccorso di Pisa. Il diavolo picchiava la beata Gherardesca, la stramazzava a terra, tentava di affogarla in Arno, e quando s'era stracche le braccia in così fatto esercizio, giungevano la Vergine e gli angeli e picchiavano il diavolo. Figuriamoci in quali peste dovesse trovarsi la povera santa Cristina da Stommeln, tormentata da 200,000 diavoli, e qual vita dovesse essere quella di certo prete di Colonia, del quale racconta Cesario che i diavoli lo inseguivano e tormentavano persino nella latrina.
Si possono contar sulle dita i santi che, in tutto il corso di vita loro, non soffrirono dal diavolo offesa e danno alcuno. Uno dei pochissimi fu san Niccolò, patrono di Trani: egli morì delle gran legnate che gli fece dare un vescovo. I peccatori erano poco tormentati dai diavoli, com'erano poco tentati, e spesso anzi ne avevano favori e carezze; ma pagavan cara qualche volta, anche in questo mondo, l'apparente immunità loro. Molti di essi furono da ultimo squartati vivi, fracassati, e abbruciati dai diavoli; molti furono portati via interi interi.
La ossessione più formidabile era quella a cui andavano soggetti i moribondi, fossero essi peccatori o santi. Il diavolo aspettava che l'uomo fosse disteso sopra un letto di dolore, vinto dal male, angosciato dal pensiero della morte imminente e del giudizio che lo attendeva, e gli dava allora l'ultimo e più terribile assalto. Secondo un'antica credenza, Satana aveva assistito, sul Calvario, alla morte del Redentore, anzi, dicevano alcuni, aveva osato, simile a un uccel di rapina, posarsi sopra uno dei bracci della croce; non doveva egli dunque assistere all'agonia delle sciagurate creature per la salute delle quali il Redentore aveva sparso il suo sangue? Non una, ma molte ragioni lo inducevano a far così, e non facevano se non confermare una divulgata opinione i vescovi di Reims e di Rouen, che in una lettera da essi scritta l'anno 858 a Luigi il Germanico, dicevano essere i demonii sempre presenti alla morte degli uomini, così dei giusti, come dei malvagi. In fatti, in quell'ultima ora della vita, i diavoli potevano sperimentare un'ultima e decisiva tentazione; potevano impedire, o render manchevole il pentimento; potevano cogliere a volo, e senza ritardo alcuno, l'anima rea che doveva, per l'eternità, farsi loro compagna; potevano, quand'altro non era loro concesso, far l'agonia più angosciosa e più orrenda. Certo, morire in una camera piena di diavoli arrabbiati e mostruosi, sopra un letto squassato da mani uncinate e impazienti, doveva essere una tortura ineffabile, ignota agli antichi. Lodovico il Pio cacciava da sè gli avversarii ansando con l'estremo anelito: “Fuori! fuori!„ Santa Caterina da Siena, essendo già in transito, ancora contrastava loro e teneva lor testa. La più crudele battaglia si doveva sostenere in quella appunto che l'ultime forze mancavano. Morire in tal modo e in tali condizioni doveva essere ardua e terribil cosa, e perciò non è da meravigliare se nel 1542 Domenico Capranica, vescovo di Fermo, raccogliendo gli ammaestramenti di molti suoi predecessori, scriveva un libro ch'ebbe molta fortuna e molte edizioni, e che s'intitola Ars moriendi, l'Arte di morire.
Che la tentazione potesse ancora trovar luogo quando l'uomo era ormai fuor dei sensi e quando sembra dovesse avere tutt'altra voglia che di peccare, parrà strano a molti, e pure era così. Si racconta di un povero giovane di Loreto, che avendo sempre menato vita onestissima, da ultimo s'innamorò di certa donna, ed ebbe con lei peccaminoso commercio. Infermatosi improvvisamente, e giunto in fin di vita, piange contrito il suo fallo, e fa una devotissima confessione, tanto che coloro che lo assistono si tengono sicurissimi della sua salvazione. Ma all'ultimo momento, quando egli era già per spirare, ecco farglisi accosto il diavolo, sotto le sembianze della donna amata, e chiedergli con voce tronca dai singhiozzi: “Adunque mi abbandonerai tu, amor mio?„ Il poveretto, dimenticando a quella vista e a quelle parole sè stesso, preso da un ultimo spasimo di tenerezza, raccoglie quanto gli rimane di fiato e mormora: “Mai non ti abbandonerò, mia diletta.„ Muore in quel punto, e il diavolo se ne porta l'anima all'inferno per tutta l'eternità. In altri casi il diavolo teneva altro modo: ricordava al moribondo tutti i peccati commessi e ne esagerava a bello studio la gravità, gliene imputava anche molti d'immaginarii, e lo assicurava ch'era irremissibilmente dannato; il tutto per farlo morir disperato e dannar veramente. Procurava anche di fargli credere che non ci fosse più tempo a pentirsi, e che il pentirsi era inutile.
Il diavolo finiva spesso i moribondi che sapeva suoi. Il venerabile Beda e il buon Passavanti narrano la storia di un vizioso cavaliere d'Inghilterra che, avendo rifiutato di confessarsi, quando era già preso dal male, morì per le mani di due diavoli che si posero con due gran coltellacci a tagliarlo, l'uno da capo e l'altro da piede. Cesario fa menzione di corvi diabolici che ai peccatori strappavano col becco l'anima dal petto.
Ho detto che quando non potevano, o non volevano altrimenti nuocere, i diavoli si studiavano di rendere l'agonia più angosciosa e terribile. I moribondi se li vedevano intorno al letto in sembianza di uomini smisurati e tetri, fuligginosi e torvi, i quali ficcavan loro nel viso gli occhi accesi e spalancati; li vedevano in figura di corvi e di avvoltoi volar per la stanza, in forma di serpenti pendere dal soffitto, e di rospi saltellare sul pavimento. San Gregorio Magno fa ricordo di un giovane che, combattendo con la morte, credeva d'essere divorato da un orribile drago. Spesso ancora i moribondi udivano il clangor formidabile delle trombe infernali, il frastuono e il fracasso delle enormi caldaje, delle smisurate graticole, dei ponderosi martelli, delle tenaglie, delle catene e degli altri stromenti di tortura senza posa ammanniti, rimescolati e tramestati dai diavoli, e l'incessante, disperato, spaventoso urlar dei dannati.
Ma assai più proficua della ossessione, quale l'ho definita e descritta, tornava ai diavoli la possessione. L'ossessione procacciava sfogo all'astio e alla invidia loro; ma la possessione era quella che li faceva padroni veri e assoluti degli uomini. Tanto che dovevano starsi paghi al tentare e al tormentare, i diavoli erano simili a soldati che assediino una fortezza, nella quale entreranno, o non entreranno, secondo i casi; ma quando dalla tentazione e dalla ossessione venivano alla possessione, erano come soldati vittoriosi, entrati nella fortezza e diventati padroni d'ogni cosa.
Chi è tentato e tormentato dal diavolo ha ancora di suo, se non altro, la volontà; ma chi è posseduto da lui, chi è indemoniato, gli appartiene tutto intero, anima e corpo, e se altri non lo libera, dopo aver trascinato alcun tempo la più scellerata vita che immaginar si possa, finisce inevitabilmente in inferno. L'anima dell'indemoniato è un'anima invasa da Satana, un'anima privata della vita sua propria, e che non si muove e non opera se non in quanto Satana la stimola, l'agita, la violenta e la travolge a suo senno.
Come mai poteva il diavolo così cacciarsi dentro l'anima altrui? Non è facile il dirlo. Sant'Ildegarde afferma che il demonio non penetra l'anima con la propria sostanza, ma solo l'investe con l'ombra e la nigredine sua. L'anima s'immergerebbe nella diabolica tenebra come un astro che si eclissa s'immerge nel cono d'ombra di un altro. Ma questa opinione si regge male, e giova più credere a una vera e propria penetrazione e commistione, le quali si compievano a volte con fulminea rapidità. Ogni pretesto era buono ai diavoli per invadere chi non si guardava e non si premuniva. Se l'anima non era più che intera e più che salda, correva pericolo grande e continuo, giacchè una incrinatura bastava a Satana per penetrarvi. Ogni peccato commesso, anche se minimo, era come una porta aperta al nemico, e non solamente ogni peccato, ma ancora ogni più leggiera negligenza, ogni più piccola sbadataggine. Un fanciullo ha sete e chiede da bere. Appare subitamente un diavolo travestito e gli porge un bicchier d'acqua: il povero bambino la beve senza pensare di farci su il segno della croce, e il diavolo gli entra in corpo. Questo si legge nella storia della invenzione di San Celso. A questo modo a un di presso una monaca si cacciò in corpo il diavolo mangiando una lattuga: lo attesta san Gregorio Magno. Di una puerpera che inghiotti il diavolo Fumareth bevendo un bicchier d'acqua su cui s'era dimenticata di fare il segno della croce, si legge nella vita di san Bononio, abate di Lucedio. Chi poi era in peccato, non si poteva tener sicuro in luogo alcuno, e di nulla si poteva fare scudo. Nella leggenda di san Costanzo, arcivescovo di Conturbia, è riferito il caso di certo monaco giovane, invaso dal diavolo mentre cantava l'evangelo della messa. C'erano poi gl'indemoniati nati, ed erano tutti coloro i quali, venuti al mondo col peccato originale, non si erano lavati nelle acque del battesimo; tant'è vero che molte volte furono veduti i demonii uscir loro di bocca proprio nel punto che si battezzavano. I Massaliani, eretici del IV secolo, sputavano continuamente per espellere il demonio che credevano d'avere dentro.
Non sempre, del resto, l'invasione era improvvisa e subitanea. In una storia della morte e dei miracoli di Leone IX il diavolo ha la bontà di dire che molte volte egli, prima d'invadere l'anima, ingombra il corpo, tenendovisi occulto, ma generando sonnolenza, pigrizia e fame. Era questo, come si vede, il periodo d'incubazione della possessione. Anzi il corpo si poteva considerare come un ordinario abitacolo di demonii. Dice santa Brigida nelle sue Rivelazioni che il diavolo sta nel cuor dell'uomo come il verme nel pomo, nei genitali come un nocchiero in nave, fra le labbra come un sagittario con l'arco teso.
L'invasione poteva essere di un diavolo solo, o di molti, e i molti potevano non invadere tutti in una volta, ma a più riprese, in varii stuoli, secondo chiedeva il bisogno. Di un indemoniato, in cui erano entrati 6666 diavoli, si legge già nell'Evangelo di San Luca. Gregorio Magno racconta: Una giovane sposa, in Toscana, doveva recarsi alla cerimonia della solenne dedicazione di una chiesa a San Sebastiano. La notte precedente all'andata cercò ed ebbe, in mal punto, le carezze del marito. Entrata la mattina seguente nel santuario, fu subito invasa da un diavolo che, scongiurato, saltò addosso al prete. I congiunti condussero la donna, non bene guarita, sembra, a certi incantatori, i quali non ottennero altro con l'arte loro se non di farla invadere da 6666 diavoli nuovi. Questi finalmente cedettero alle preci di un sant'uomo per nome Fortunato. Una indemoniata, che sant'Ubaldo liberò con molti stenti, ne aveva addosso 400,000: in altri casi si vide un diavolo solo posseder più persone. Interrogato, il diavolo diceva di solito il suo nome, e indicava la ragione e il modo della invasione.
La possessione si rendeva manifesta per un gran numero di fenomeni, o strani, o prodigiosi, parte fisici e parte psichici. Negli indemoniati le condizioni e le funzioni tutte della vita erano più o meno alterate e turbate. In molti una voracità straordinaria era il sintomo più spiccato della infezione diabolica; e lo storico Teodoreto, nel V secolo, ricorda il caso di certa donna la quale divorava ogni giorno non meno di trenta polli. Spesso tale voracità era accompagnata da perversione profonda dell'appetito e del gusto, e allora si vedevano gl'indemoniati inghiottire avidamente le cose più sudice e stomachevoli, il che sembrava del resto convenirsi assai bene alla sozza natura dei diavoli. Altri indemoniati, per contro, mostravano per qualsiasi cibo repugnanza profonda, e duravano in digiuni lunghissimi senza che ne venisse loro danno alcuno. Del resto i diavoli facevano dei posseduti da loro quello che lor meglio piaceva. Centuplicavano in essi le forze, o li facevano cadere in deliquio e in catalessia; li sollevavano da terra, tenendoli sospesi a mezz'aria, o li stramazzavano al suolo; li piegavano in due, li capovolgevano, li raggomitolavano, li facevano girare su sè stessi come trottole, ruzzolar come cercini, capitombolare, gesticolare e contorcersi in mille guise, strane, ridicole, spaventose. Ancora, li facevano latrare come cani, muggir come buoi, gracchiar come corvi, fischiar come serpi, urlar com'anime dannate, e spesso per le loro bocche eruttavano fiamme e fetidissimo fumo. Governati dai diavoli a questo modo, molti indemoniati avevano il viso macilento, l'occhio vitreo, la carnagione terrea, il corpo consunto; ma altri apparivano vegeti, pingui, rubicondi, e davano così nuovo esempio e nuova prova della molteplicità degli artifizii diabolici.
Queste erano le meraviglie e le singolarità d'ordine fisico; ma c'erano ancora, e più notabili, le meraviglie e le singolarità intellettuali e morali.
La persona morale dell'indemoniato era una persona mutata di pianta, o in vario modo alterata; non di rado soppressa interamente, oppure ritagliata e sminuita. In fatti, nell'indemoniato non c'era più un'anima sola; ma ce n'erano almeno due, e potevano essercene le centinaja e le migliaja, se a centinaja od a migliaja si contavano i demonii invasori, e la vita psichica di lui, tanto che la possessione durava, era il risultamento e il prodotto della sovrapposizione; dell'intreccio, della fusione di quelle due, o di quelle cento, o mille anime. L'indemoniato, secondo che variava l'influsso diabolico, secondo che l'accesso sopravveniva o si dileguava, perdeva o racquistava coscienza di sè, ricordava o non ricordava il passato, era lui, o non era lui, o era solamente una parte e un frammento di sè.
Gl'indemoniati mostravan di solito profondo pervertimento morale. Bestemmiare Iddio, la Vergine, i santi; deridere le verità della fede, e le cerimonie del culto; mostrare una ripugnanza estrema, anzi un vero ribrezzo pei sacramenti e per tutto quanto appartiene alla religione e ai suoi ministri, erano portamenti e atti che assai sovente, se non sempre, li facevano riconoscere a primo aspetto. Essendo il diavolo padre di menzogna, gli è naturale che gl'indemoniati di consueto mentissero, ma giova pure avvertire che non mentivano sempre, e che qualche volta dicevano la verità, spontaneamente, senza esservi sforzati. Anzi, cosa più notabile ancora, la verità da essi detta tornava sovente in danno lor proprio, cioè di quel demonio che avevano in corpo, e in onor della Chiesa e della religione. Così si ricordano indemoniati i quali molto sanamente argomentarono contro l'idolatria e l'eresia; indemoniati che indicarono sepolcri ignoti di uomini santi; indemoniati che svelarono le altrui turpitudini occulte, e le altrui ignorate virtù; indemoniati che designarono la persona che con frutto poteva esorcizzarli. Non si dimentichi poi che la possessione poteva anche in certi casi accompagnarsi con la pietà più profonda e con le pratiche tutte di devozione.
Le facoltà mentali dell'indemoniato ora apparivano depresse ed ottuse, ora invece, ed era questo il caso più frequente, esaltate ed acuite; c'era l'indemoniato muto, e c'era l'indemoniato loquace. Infiniti parlarono lingue non mai apprese, rivelarono segreti occultissimi, indicarono i luoghi dove si sarebbero ritrovate cose perdute o rubate, diedero conto, come se le avessero presenti, di cose che avvenivano in remoti paesi, predissero alcuna volta persino l'avvenire. Una smania degli indemoniati fu spesso quella di palesare i peccati non confessati delle persone che capitavano loro dinanzi: più di un esorcista, mentre attendeva al malagevole suo officio, ebbe la sgradita sorpresa di sentirsi così recitare in pubblico la lunga e poco edificante litania dei peccati commessi.
La possessione, la quale era più frequente assai tra le donne che non tra gli uomini, assumeva alle volte carattere contagioso. Un primo indemoniato ne suscitava un secondo, un terzo, e ne poteva suscitare altri cento. Così è che si videro più di una volta gli abitanti di un intero villaggio, o i frati, e più spesso le suore, di un intero convento essere invasi in brevissimo tempo dai diavoli. Basterebbe ricordare a tale proposito il celebre esempio delle Orsoline di Loudun, uno dei meno antichi e dei più noti. A cominciare dalla badessa, suor Giovanna degli Angeli, le diciassette suore del chiostro furono tutte invase dal diavolo, e le rivelazioni ch'esse fecero agli esorcisti e ai magistrati costarono la vita al povero Urbano Grandier, che era stato loro confessore, e che fu arso per mago. L'esempio delle monache di Loudun può dirsi in certo modo recente, perchè del secolo XVII; ma esempii molto più antichi non mancano. Nel 1490, le suore del monastero di Quercy, nel Belgio, furono invase dai diavoli, e rimasero indemoniate quattr'anni. Nel 1124 furono invasi dai diavoli i religiosi del monastero di Prémontré, fondato da san Norberto. Le danze epidemiche, le quali a più riprese, e in varie province d'Europa, apparvero nel corso del medio evo, erano ancor esse fenomeni di possessione generale e contagiosa.
L'indemoniato da sè non si poteva liberare; bisognava che altri lo ajutasse. La operazione di liberare altrui dal demonio si chiamava esorcismo, e a così fatto esercizio provvide la Chiesa istituendo appunto l'ordine degli esorcisti. Vedremo più là quali argomenti si adoperassero contro il demonio nell'esorcismo; ma voglio dire subito che la pratica non andava senza difficoltà grandi, e, qualche volta, senza grande pericolo. Spesso il diavolo, uscito di corpo all'indemoniato, entrava in corpo all'esorcista.
La possessione poteva essere acuta, con un certo decorso, o cronica: la beata Eustochia da Padova fu posseduta tutta la vita.
Il diavolo usciva sempre di mala voglia, e più tardi che poteva, e quando era costretto a far piazza pulita, s'ingegnava ancora di nuocere e spaventare fuggendo. Spesso metteva urli terribili, e sgusciando via si portava dietro l'uscio o un pezzo di soffitto, o la cappa del camino, oppure, lasciato l'uomo tramortito in terra, si cacciava in corpo a un bue, a una pecora, o ad altro animale. E ora usciva con la forma sua propria, ora con la forma di un pipistrello, di una biscia, di un rospo, di un uccello nero, o come un fumo denso e nauseabondo. Molti indemoniati guarirono subitamente dopo aver vomitato il desinare, oppur dopo una colica violenta, o un copioso flusso di ventre.
Gl'indemoniati ora non si curano più dagli esorcisti, ma dai medici, e ciò malgrado che il gesuita Giovanni Perrone abbia nelle sue Prælectiones theologicæ con molta diligenza enumerati i segni in virtù de' quali si può sicuramente distinguere la possessione da certe malattie che hanno con essa alcuni caratteri comuni. In questa materia il reprobo Charcot sa ciò che nessun teologo ha mai saputo.
Capitolo VI. L'INFESTAZIONE DIABOLICA.
Abbiamo veduto qual fosse la potenza di Satana, e come egli tentasse e tormentasse gli uomini; ma siam lontani ancora dall'avere un giusto concetto della parte ch'egli aveva in questo povero mondo, del luogo ch'egli teneva nella vita del genere umano, delle infinite faccende che si trovava e delle infinite noje che dava.
Chi non aveva il diavolo addosso, lo aveva dattorno, sempre desto, pronto sempre a cogliere tutte le occasioni d'importunare o di nuocere. Ogni più semplice atto della vita poteva dargli pretesto a mal fare. Gregorio di Tours racconta la storia di un prete Pannichio, che trovandosi con amici a tavola, e stando per recarsi il bicchiere alle labbra, si accorse di una mosca, la quale gli ronzava importunamente d'intorno, e pareva volesse imbrattargli il vino. Pratico di tali faccende, Pannichio capì quella non esser mosca, ma diavolo, e con un segno di croce pose fine allo scherzo. Vero è che il vino si sparse miracolosamente in terra, e il buon prete non lo bevve per quella volta.
Figuriamoci che vita dovesse essere quella di coloro che, non di tanto in tanto, ma sempre, così di notte come di giorno, così nel sonno come nella veglia, si trovavano esposti a queste insidie, a queste burle, a queste soperchierie. Il più perseguitato dei perseguitati fu forse un certosino, a nome Ricalmo, abate di Schoenthal nel Vürtemberg, non si sa precisamente in qual tempo. Questo dabben uomo compose, o fece comporre, in latino, un Libro delle insidie, degli inganni e dei dispetti che i diavoli fanno agli uomini, il quale è per certo uno dei più curiosi documenti delle credenze del medio evo che sieno pervenuti sino a noi. Egli racconta i dispetti fatti a lui e quelli fatti agli altri. I diavoli, senza un rispetto al mondo pel suo carattere e la sua età, lo chiamavano immondo sorcio pelato, gli gonfiavano e movevano il ventre, gli davan nausea e capogiri, gli appesantivano le mani per modo che non poteva quasi più farsi il segno della croce, lo facevano addormentare in coro, e poi russavano per far credere agli altri monaci ch'egli fosse colui che russava. Parlavano con la sua voce, lo facevano tossire, lo stimolavano a sputare, si cacciavano in letto con lui, gli tappavano il naso e la bocca per modo da non lasciargli avere il fiato, lo forzavano ad orinare, lo pungevano a guisa di pulci, e se per combattere il sonno egli esponeva al freddo le mani, essi gliele tiravano sotto le vesti per riscaldargliele. Qualche volta a tavola gli facevano passar l'appetito, ed egli allora cercava di ajutarsi con un granello di sale, che ha grande virtù contro i demonii. Tutte queste cose, ed altre assai, racconta Ricalmo a un discepolo. Il fruscio che le sue vesti pajono fare, quand'egli si muove, è cicalio di demonii. Tutti i rumori che escono dal corpo umano, tutti quelli che vengono dalle cose, sono pure opera di maligni spiriti, meno il suono delle campane che è opera di spiriti buoni. La raucedine, il dolor di denti, certi affiochimenti di voce, gli errori commessi nel leggere, i moti e le smanie degli infermi, i tristi pensieri, i mille piccoli accidenti della vita del corpo e della vita dell'anima son dovuti a potenza diabolica. A un certo momento il frate che ascolta si ravvolge tra le dita un filo di paglia; insidia del demonio anche quella. Tutto ciò che noi diciamo di buono viene dagli angeli, tutto ciò che diciam di cattivo viene dai diavoli, così che, confessa il povero Ricalmo, io non so più quel che mi dica io. Egli aveva almeno questo vantaggio, che udiva e intendeva tutti i discorsi che i diavoli facevano tra di loro, ed era informato di tutte le loro trame, e di tutti i loro maneggi. Di ciò i diavoli si dolevano assai; ma la colpa era loro, perchè, invece di parlare una lingua incognita a Ricalmo, si ostinavano a parlar latino, e si sforzavano di parlarlo correttamente. Per difendersi dagli assalti continui del popolo infernale, Ricalmo si segnava dalla mattina alla sera, nel viso, nel petto, e col pollice della mano destra nella palma della sinistra, e consigliava di segnarsi tutto il corpo, fin dove fosse possibile di giungere con le mani. Confessava per altro che, stante la grande ressa dei demonii, il segno della croce rimaneva inefficace talvolta, come un'arma di cui per troppa calca di nemici più non si possa far uso. Ciò spiega come anche l'angelo custode, sebbene non abbandoni mai l'uomo, ma con tutte le forze anzi si adoperi in sua difesa, possa alle volte dar poco ajuto. I diavoli, dice Ricalmo, sono nell'aria come è il pulviscolo in un raggio di sole; anzi l'aria stessa è come una gelatina di demonii, nella quale l'uomo è immerso e sommerso. Si può anche dire che i diavoli involgono l'uomo come il guscio la testuggine, o che gli stanno addosso come uno strato di cenere. Un frate, essendo ancora novizio, vide una sera, dopo compieta, venir giù dal cielo una gran pioggia di diavoli, e correre l'onda impetuosamente, rigurgitando, per tutto l'atrio, e durar l'acquazzone finchè egli ebbe recitato per intero quattro volte il salmo Beati quorum. Come si vede, non colsero tutto il vero quei cabalisti i quali dissero che ciascun uomo aveva 1000 diavoli da man destra e 10,000 da mano manca; ciascun uomo ne aveva pure dinanzi e di dietro e di sopra; e che l'aria ne fosse tutta pregna è anche provato dalla testimonianza dell'anacoreta Gutlaco, il quale se li vedeva schizzare in cella attraverso le fessure dell'uscio.
Secondo alcuni gnostici la natura è opera di angeli maledetti, e la materia è il male, il contrario di Dio. Gli Albigesi professarono la stessa dottrina. Senza giungere a una affermazione così categorica, la credenza ortodossa del medio evo le si raccosta, in quanto inclina a considerare la natura tutta intera come contaminata, come caduta in potestà di Satana dopo il peccato dei primi parenti. La natura è indemoniata; lo spirito di Satana la pervade e la soggioga. Il frate, che vive murato nel suo convento come in una fortezza, la contempla con vago senso di terrore, e vede in essa quasi l'accampamento degli innumerevoli suoi nemici. Le selve profonde e nereggianti, le accigliate creste dei monti, una rupe smisurata, pendente sull'orlo del precipizio, una valle orrida e cupa, un lago immobile in mezzo a una pianura deserta, un torrente che balza spumeggiando e mugghiando fra travolti macigni, sono per lui come gli aspetti di una scena minacciosa, dietro alla quale si trama un'immensa e formidabile insidia, e d'onde prorompe ogni poco e penetra nello stesso asilo di lui la potenza impetuosa del male. Se quello che noi diciamo sentimento della natura sembra nel medio evo pressochè estinto, non bisogna farsene meraviglia. Satana è nelle nuvole procellose che s'incalzan per l'aria, nella nebbia che si stende sulle terre e sui mari, nella pioggia che fa straripare i fiumi, nella grandine che distrugge i raccolti, nel vortice che inghiotte la nave; Satana rugge nel vento, divampa nella fiamma, si diffonde nella tenebra, urla nel lupo, gracchia nel corvo, fischia nel serpe, si cela in un frutto, in un fiore, in un granello di sabbia, è in ogni luogo, è l'anima delle cose.
Ma sebbene la giurisdizione di lui si stendesse sopra tutta la natura; sebbene egli potesse in ogni parte della terra fermar la sua sede ed esercitare la sua potestà, pur nondimeno v'erano luoghi nei quali egli e il suo popolo dimoravano più volentieri che altrove, e che parevano essere da loro in più particolar modo occupati e dominati. Tali erano i luoghi deserti in genere, certe foreste, certi cucuzzoli di montagna, certe isole, alcuni laghi e fiumi, le città abbandonate, i castelli smantellati, le chiese diroccate. San Peregrino confessore, capitato un giorno in una tenebrosa foresta, ode improvvisamente un fragore spaventoso, e si vede accerchiato da una infinita moltitudine di demonii, che tutti gridano a squarciagola: A che sei venuto? questa selva ci appartiene, e serve all'esercizio della malvagità nostra. Gervasio di Tilbury racconta in sul principio del secolo XIII che in Catalogna è un monte dirupatissimo, sulla cui cima si raccoglie un lago quasi nero e d'imperscrutabile profondità, e sorge, invisibile al comune degli uomini, un palazzo abitato da demonii. San Filippo d'Argirone cacciò i diavoli dal monte Etna. San Cutberto liberò l'isola di Farne dai demonii che l'occupavano; e nelle storie della fondazione di molti conventi si legge come fu necessario di togliere il luogo ai nemici, i quali non lo lasciarono se non dopo lunga ed ostinata difesa. Nella storia dei miracoli di San Guglielmo di Orange è ricordato un fiume, di cui i diavoli s'erano fatti padroni. Ugone d'Alvernia trovò in Oriente, durante la sua lunga e faticosa peregrinazione, una città tutta intera popolata di diavoli. San Sulpizio, andato a pregare una notte, mentr'era ancor fanciullo, in una chiesa diroccata, fu villanamente assalito da due diavoli neri che ci stavano di casa.
Se c'erano luoghi preferiti dagli spiriti malvagi e frequentati più volentieri da loro, non c'erano, per contro, luoghi in cui essi non potessero penetrare e attendere alle loro faccende. Le alte e spesse mura, le porte ferrate e munite di ponderosi catorci, non impedivano loro d'irrompere nei chiostri; e le chiese stesse, debitamente consacrate e regolarmente officiate, non erano sicure dalle loro invasioni. Il chiostro e la chiesa erano come due fortezze, rimaste in mano dei legittimi padroni in mezzo a un paese già corso e conquistato dai nemici.
I monasteri, reputati luoghi di salvazione, erano cinti di perpetuo assedio, e per quanto quei di dentro s'ingegnassero di far buona guardia, non era possibile sempre vietar l'ingresso a quegli avversarli così leggieri e spediti. Dov'erano frati e monache era sempre una gran ressa e un grande rimescolamento di diavoli d'ogni generazione. San Macario d'Alessandria, vissuto nel quarto secolo, vide una volta nella sua propria città una moltitudine di piccoli diavoli, simili a fanciulli neri, aggirarsi affaccendati tra i monaci, e tentarli in varii modi. Alcuni accarezzavano ai servi di Dio le palpebre per farli dormire; altri cacciavano loro in bocca le dita per farli sbadigliare. Pietro il Venerabile narra le tribolazioni d'ogni maniera che i diavoli davano ai santi abitatori dell'abbazia di Cluny. Cesario racconta di un abate Ermanno, il quale vedeva i diavoli balzar fuori dalle pareti, gironzar pel convento, mescolarsi coi monaci, correre a guisa di picciolissimi nani su e giù per il coro, schizzando faville, o trarre in volta gran corpi tenebrosi, con volti affocati, come di un ferro rovente. Turbato da tali visioni, chiese per grazia a Dio d'esserne liberato, e gli fu concesso; ma il capo di quei demonii gli si mostrò un'ultima volta, in forma di un occhio aperto e luminoso, grande come il pugno, pieno di vita e di malizia. Come l'occhio di Dio, l'occhio del diavolo era per tutto, vedeva tutto. Non avevano dunque il torto quegli antichi monaci, che a tutela dei chiostri e di sè ponevano la notte, di contro al nemico, scolte e sentinelle: l'apostolo li aveva messi in sull'avviso: Vigilate!
Nelle sculture e nelle pitture che adornano le chiese del medio evo, i diavoli sono ritratti infinite volte, in tutti i modi, sotto tutti gli aspetti; ma, oltrechè scolpiti e dipinti, ci si lasciavano vedere vivi e sani, allegri e sfacciati, come in casa loro. Quanti monaci, stando a pregare in coro, non videro i diavoli ruzzar davanti l'altare, correre in questa banda e in quella, fare a rimpiattino tra le panche, rotolar per terra, spenzolarsi dai capitelli, spegnere i ceri, rovesciar le lampade, metter sozzure nei turiboli, voltar sottosopra i messali, senza un timore, senza un rispetto al mondo! Quante volte i maledetti non frastornarono gli oranti, non guastarono le sacre funzioni, frammettendo ai canti sacri stonature risibili, arruffando e confondendo nelle bocche innocenti le parole dei salmi, troncando sul più bello il fiato agli organi, mentre il demonio Tutivillo, serbato a quest'officio, andava raccogliendo di sulle bocche ogni error di lettura, ogni sfarfallone di pronunzia, e ne faceva fardello, da tirar poi fuori e sciorinare a suo tempo, nell'ora del giudizio, dinanzi all'anime intontite! La fanciulla, nel cui seno s'agitava una prima vampa d'amore; la moglie che non ogni pensiero aveva dato al marito; la suora cui terribili e pur cari fantasmi turbavano i sonni, s'accostavano tremando al confessionale, presso a cui, dietro il bruno pilastro, era acquattato il demonio, consigliero di peccaminose reticenze, e di più peccaminose menzogne. Forse, chi sa? quel monaco oscuro, immobile sotto la tonaca, perduto il volto nell'ombra del cappuccio, quel monaco silenzioso ed austero, dalle cui labbra doveva venire la santa parola dell'esortazione e del perdono, era egli stesso un diavolo camuffato. Se n'eran veduti di questi casi, e si ricordavano con raccapriccio.
Racconta il già citato Gregorio di Tours come Eparchio, vescovo degli Alverni ai tempi del re Childeberto, trovasse una notte la chiesa sua piena di diavoli, seduto il principe loro, in figura di laida meretrice, sulla cattedra episcopale. Cesario narra, giustamente sdegnato e scandalizzato, di una torma di diavoli, i quali entrarono in certa chiesa sotto forma di un branco di porci, sozzi e grugnenti. Moltissimi indemoniati furono invasi in chiesa. Non ebbe dunque torto l'antico ed ignoto artefice, che nella loggia esterna della chiesa di Nostra Donna in Parigi, pose una statua di demonio, appoggiata al parapetto, in postura di persona che stia a tutto suo agio, in luogo non vietato, ma familiare; e non ebbe torto il Lessing, quando immaginò di cominciare certo suo dramma non finito di Fausto con un conciliabolo di diavoli in una chiesa. Nel dramma del Longfellow intitolato La leggenda aurea, Lucifero, vestito da prete, entra in una chiesa, si genuflette per ischerno, si meraviglia che luogo così scuro ed angusto abbia il nome di casa di Dio, pone alcuna moneta nella cassetta delle elemosine, ben sapendo a quale uso queste si serbino, filosofeggia e deride, si siede nel confessionale e confessa il principe Enrico, assolvendolo con una maledizione, poi se ne va pei fatti suoi.
Il mondo fisico era in preda a una vera infestazione diabolica; ma così ancora era il mondo umano. In tutti i fatti della storia Satana era immischiato, sia per promuovere, sia per contrastare e confondere. Egli suscitava le eresie, egli poneva la tiara in capo agli antipapi e la superbia in cuore agli imperatori, egli sommoveva i popoli, preparava e capitanava le ribellioni e le invasioni. Le armi e le vittorie di quei saraceni che misero in periglio la cristianità, erano armi sue, vittorie sue. Della interminabile e varia tela della storia egli era il tessitore più operoso e più industre. I mali costumi e le cattive leggi, il fasto ed il lusso, gli spettacoli profani, il denaro per cui tutto si compra e si vende, erano sue invenzioni. Gli istrioni, i giullari, i bagatellieri, lavoravano per lui, sotto i suoi ordini. L'uomo che si mena in casa gl'istrioni e i saltimbanchi, dice Alcuino in una sua lettera, non sa quanto gran turba di spiriti immondi li segua. Le danze erano un trovato di Satana, ed ogni agio che altri potesse concedersi, ed ogni spasso, anche innocentissimo a primo aspetto, poteva celare, e celava quasi sempre, una diabolica insidia, e apriva l'adito alle diaboliche prepotenze. San Francesco d'Assisi, un giorno che era fieramente travagliato da un gran male di capo e di denti, chiede un guanciale di piuma per adagiarvi il capo; ed ecco subito farglisi addosso il diavolo e non dargli requie fino a tanto che il santo non abbia gettato lungi da sè il guanciale. Guiberto di Nogent narra la storia di certi cacciatori, che credendo d'inseguire un tasso, inseguono un demonio, lo prendono e lo mettono in un sacco; ma tosto assaliti da una infinita moltitudine di demonii, lo lasciano andare, e giunti a casa muojono. Finalmente Satana era bellezza, ricchezza, ingegno, scienza: egli era in ogni vizio e poteva celarsi dietro ogni virtù. Aveva ragione Salviano quando esterrefatto gridava: ubique daemon, il diavolo è per tutto.
Con giurisdizione così larga, con tanti svariati ufficii, i diavoli poco potevano stare in ozio. La vita loro era un perpetuo scorazzare i mari e le terre in busca di preda, un perpetuo affaticarsi in provocar peccati e preparare occasioni di peccato, un travagliarsi senza posa in mille opere di nocumento. Notte e giorno la bocca dell'inferno vomitava sopra la terra, sopra la misera umanità, le legioni dei diavoli arrabbiati, smaniosi di far nuovo male, e ringojava le legioni di quelli che, tentando, seducendo, insozzando, scompigliando, distruggendo, avevano fornito il cómpito. La tresca non aveva nè fine, nè tregua.
Al pensiero di una potenza malvagia così diffusa in ogni luogo, vigile sempre, sempre operosa, e per giunta invisibile, gli animi dovevano empiersi, e veramente si empievano, di terrore. La storia del medio evo è tutta intera come aduggiata dall'ombra immane che getta sopr'essa il nemico implacabile. Secondo una immaginazione degli arabi, in quella estrema e sconosciuta parte dell'Oceano Atlantico che aveva nome di Mar Tenebroso, mare seminato di portenti e di perigli, si vedeva sorgere di mezzo all'acque, all'orizzonte, la mano smisurata e nera del principe dei demonii, minaccia formidabile a' troppo temerarii navigatori. Così di mezzo al mondo medievale, sopra le città che si raccolgono intorno alle chiese cuspidate come il gregge intorno al pastore, si leva tenebrosa e terribile, quasi in segno di dominazione, la mano di Satana. E quel terrore che ingombra gli animi prende forma e colore e plasticità nelle bieche visioni, nelle fosche leggende, e in tutta un'arte tormentata e mostruosa. Chi dicesse che nel medio evo la più gran moltitudine dei credenti fu governata assai più dal terrore di Satana che non dall'amore di Dio, assai più dal raccapriccio dell'inferno che dal desiderio del paradiso, non direbbe se non il vero. Mille spedienti e mille mezzi erano stati immaginati per contrastare alla potenza del terribile avversario, e per eludere le sue arti; ma si andò anche più oltre, e si cercò modo di mitigare la ferocità sua, di placarne il furore, come si userebbe con un dio malvagio sì, ma strapotente. Satana ebbe preghiere, oblazioni e vittime. Un benedettino francese, Pietro Bersuire (m. 1362), racconta, in un suo libro di esempii morali, la seguente istoria. Fra certi monti prossimi alla città di Norcia, in Italia, è un lago, abitato da demonii, che prendono e rapiscono chiunque si avvicini ad esso, meno gli stregoni di professione. Tutt'intorno al lago fu costruita una muraglia, vigilata da custodi, affinchè non possano andarvi i negromanti e consacrare i libri loro al nemico. Ma la cosa più terribile è, che in ciascun anno, quella città deve mandare in tributo ai demonii, sulla sponda del lago, un uomo vivo, che incontanente da quelli è fatto a brani e divorato. La città sceglie ogni anno, a tal fine, alcuno scellerato, degno di così miserabile morte; chè se nol facesse, se volesse mancare del consueto tributo, sarebbe in punizione devastata e distrutta dalle procelle.
Ad aumentar quei terrori squillava di tanto in tanto, simile al clangore delle novissime trombe, in mezzo alla cristianità stupefatta, l'annunzio della prossima fine del mondo. Ora, si sapeva che per un tempo, prima della fine del mondo, la potenza di Satana, sarebbe, Dio concedente, cresciuta a dismisura. Il bene doveva trionfare da ultimo; ma il suo finale trionfo sarebbe stato preceduto da tale strabocco di perversità e di mali di ogni sorta, quale non s'era veduto innanzi sulla faccia della terra, e quale la più fervida fantasia non avrebbe potuto immaginare. Satana doveva esser vinto; ma non senza aver dato a Dio e alla sua Chiesa un'ultima e disperata battaglia.
Capitolo VII. AMORI E FIGLI DEL DIAVOLO.
Tentando, tormentando, invadendo le anime come rocche espugnate, Satana e gli spiriti suoi erano in perpetuo commercio con gli uomini e stringevano con essi legami varii e molteplici. La possessione era il legame più intimo, e comunque lo si spiegasse, riusciva pur sempre un connubio, una specie di copula, da cui poteva seguitare una fecondazione maligna, e una proliferazion di peccato. Ma la possessione era una semplice copula spirituale, e i diavoli, sempre intenti a far guadagno, con tutti i mezzi e per tutte le vie, dovevano desiderare anche l'altra, dovevano tentare di congiungersi carnalmente con gli uomini, di fondere in mostruose geniture l'umano e il diabolico, e procrear figliuoli, che fossero, sino dal concepimento, consacrati all'inferno. E procrearono figliuoli, e il mondo li conobbe, e più d'una volta sentì il peso di lor malvagia potenza.
La cosa, per altro, non è al tutto chiara. Come fanno i diavoli a generare? Che ne avessero facoltà pareva accertato da un luogo del Genesi, dove sembra si dica che gli angeli ebbero commercio con le figlie degli uomini, e generarono i giganti; e da molti si credeva che i demonii fossero per l'appunto quegli angeli peccatori, che la celeste loro natura avevano bruttata del fango della sensualità. Ciò nondimeno molti dubbii si mossero, e molte difficoltà si fecero su questo proposito da teologi di grande e di piccola levatura, e le opinioni loro non sono gran fatto concordi. Secondo i cabalisti, i demonii s'accoppiano regolarmente fra loro, e si propagano al modo stesso degli uomini. In Germania è spesso ricordata tra il popolo la nonna del diavolo, una signora non troppo cattiva, provveduta di novecento teste; e tra gl'italiani del mezzogiorno è conosciuta, e torna spesso nei discorsi, la mamma di lui. I rabbini nominano le quattro mogli di Samaele, madri d'infiniti demonii. Il greco Michele Psello, segretario dell'imperatore di Costantinopoli, monaco del Monte Olimpo in Bitinia, filosofo, matematico, medico, oratore, alchimista e teologo, vissuto sin verso la fine dell'XI secolo, afferma in certo suo trattato delle operazioni dei demonii, che questi possono benissimo generare, provveduti come sono di quanto si richiede al bisogno. Ma qui appunto le opinioni discordano. San Tommaso d'Aquino, san Bonaventura e infiniti altri teologi, dicono risolutamente che i diavoli non hanno seme proprio, e perciò non generano, nel vero senso della parola; ma, facendosi succubi, ricevono il seme dell'uomo, e poi trasformandosi in incubi, impregnano di quel seme la donna con cui si accoppiano, e così generano. La loro sarebbe dunque una peculiar maniera di paternità putativa, la quale tuttavia non esclude la trasmissione di certe qualità diaboliche alla prole generata in tal modo. Aveva torto dunque Lodovico Dolce, quando a certo Fra Girolamo di una sua commedia intitolata Il Marito faceva dire con troppo dogmatica sicumera:
.... i demonii non possono concipere,
O per dir meglio ingravidar le femine,
Perchè non hanno seme; nè l'Altissimo
Permetteria che donna con battesimo
Ingravidata fosse dal dimonio.
Lascia pur ch'altri ciarli, che i teologi
Tutti d'accordo quant'io dico affermano.
Ma l'Altissimo permetteva al diavolo tant'altre cose; perchè avrebbe dovuto vietargli questa? E le donne che non erano con battesimo? Il popolo, che poco intende e meno gusta le distinzioni, le arguzie e gli arzigogoli dei signori teologi, credette da senno, e senza volersi torre la briga di venire in chiaro del modo, che i diavoli potessero procreare figliuoli, e così séguita a credere ancora oggi giorno, per tutto dove non abbia scosso un pochino da sè le antiche superstizioni e l'antica ignoranza.
E perchè non avrebbero potuto i diavoli generare, se fantasmi di donne morte potevano concepire e partorire? L'inglese Gualtiero Mapes (m. c. 1210) racconta in certo suo libro De nugis curialium, ossia Delle frascherie dei curiali, la mirabile storia di un cavaliere di Brettagna, che cavalcando una notte per una valle recondita, trovò in mezzo a una schiera di donne che si sollazzavano al cheto lume della luna, la propria moglie, già morta da un pezzo, la rapì, come si fa di un'innamorata, visse con lei molt'anni felicemente, e n'ebbe parecchi figliuoli, che per soprannome furono detti i figliuoli della morta, filii mortuæ.
I diavoli facevano quando da incubi, quando da succubi; quando cioè da maschi e quando da femmine, secondo il gusto e l'opportunità; ma mi affretto a dire, senza pretendere di darne le ragioni, che essi volevano essere piuttosto maschi che femmine. Tommaso Cantipratense assicura d'avere ricevuto assai volte la confessione di donne che si dolevano d'essere state violate da incubi; e nella vita di san Bernardo si narra la scandalosa istoria di un incubo sfacciatissimo, il quale per più anni di fila giacque cotidianamente con certa femmina, senza un ritegno o rispetto al mondo, tanto che si cacciava in quello stesso letto in cui anche il povero marito dormiva.
Che la natura umana potesse essere profondamente turbata e sconvolta da quegli spaventosi contatti; che gli amplessi diabolici potessero tornare alle volte mortali, non parrà strano a nessuno, e chi ne voglia gli esempii può trovarne a bizzeffe negli scrittori. Tommaso Walsingham, monaco di sant'Albano d'Inghilterra circa il 1440, racconta la terribile storia di una fanciulla, che contaminata da un diavolo, morì in capo di tre giorni, enfiata per tutto il corpo, spandendo intorno orribile fetore. Cesario va più in là e racconta di una donna, la quale abbracciata (non altro che abbracciata) da un diavolo vestito di bianco, impazzì subitamente e morì poco dopo; e di un'altra, cui un diavolo travestito da servo toccò la mano, e che ebbe la stessa sorte.
Ben più strano parrà, credo, che donne di carne e d'ossa potessero reggere per anni ed anni a quei connubii senza troppo risentirsene: e pure anche di ciò sono prove ed esempii; celebre tra gli altri quello di un diavolo e di una donna i cui amori durarono un quarto di secolo. E sembra che alle volte i diavoli innamorassero per davvero, a dispetto dei teologi, i quali pretendono che in quella loro depravata natura l'amor non alligni. Gervasio di Tilbury, gran conoscitore di tutti questi secreti, dice chiaro: certi demonii amano con tanta passione le donne, che per possederle ricorrono ad ogni arte e ad ogni inganno.
Ardori nefandi, ma rispondenti ai loro, si producevano poi in certe donne, nelle cui anime l'idea di soprannaturali abbracciamenti suscitava strani fantasmi e concupiscenze mostruose. A quante non dovette sembrare terribile, ma pure invidiabile ventura avere amante un angelo del fuoco! Alvaro Pelagio, vescovo di Silva, che circa il 1332 compose in latino un libro Del pianto della Chiesa, dice d'aver conosciuto molte monache, le quali volentariamente si sottoponevano al diavolo. Le streghe erano le concubine ordinarie e volenterose dei diavoli, che nelle assemblee e nei bagordi di cui dovrò parlare più oltre, usavano con loro pubblicamente. Sono senza numero quelle che nei processi confessarono apertamente e senza vergogna i turpi amori, e sul rogo ne pagarono la pena; e più d'una ebbe a svelare questa strana particolarità, che il seme dei diavoli è freddo come il ghiaccio.
Michele Lermontov, uno dei maggiori poeti che abbia avuto la Russia in questo secolo, morto a ventisett'anni in duello, nobilitò il tema di tante fosche leggende in un poema ch'è tra i suoi più belli, e s'intitola appunto Il demone. Satana s'innamora perdutamente, là, fra le aspre e meravigliose solitudini del Caucaso di una fanciulla bellissima, per nome Tamara. Costei, mortole il fidanzato, si seppellisce in un chiostro; ma l'innamorato demone anche quivi la persegue, e ottiene ch'ella s'innamori di lui, e giura di voler per quell'amore rinnegare il suo passato e rendersi a Dio. Gli amplessi del superbo caduto uccidono la fragile creatura, che perdonata e benedetta è dagli angeli assunta in cielo, mentre quegli, non ravveduto, si risommerge nelle tenebre sempiterne.
I demonii succubi non erano meno sfacciati e pericolosi degl'incubi. Cesario racconta di un converso, che abbracciato e baciato in letto da un diavolo vestito da monaca, infermò e in tre giorni morì; e ricorda il caso di un uomo dabbene, che non avendo voluto consentire alle lubriche voglie di un succubo, fu da questo tratto a volo per l'aria e scaraventato in terra, così che, dopo avere stentato un anno, se ne andò all'altro mondo. Ma di quanti succubi vide il medio evo, il più fascinatore fu Venere, quella Venere che mutata, come le nuove credenze volevano, di nume in demonio, innamorò di sè il gentil cavaliere e poeta Tanhäuser, ed altri assai, cui fu larga de' suoi favori. Fu amata da molti e taluno forse anche amò, come in antico; certo era gelosa dei diritti o bene o male acquistati e s'ingegnava di farli valere. Lo prova il seguente caso narrato da parecchi, e che io riferisco, voltando in volgare il forte e colorito latino di un cronista inglese, Guglielmo di Malmesbury, che nel XII secolo ne fece primo il racconto.
Un giovane cittadino romano, ricco di molto censo, e nato d'illustre famiglia senatoria, avendo condotto moglie, invitò gli amici a banchetto. Levate le mense, e stimolata coi vini più generosi l'ilarità, uscirono i commensali in un prato, desiderosi di alleggerire danzando e sbalestrando, in altri giuochi esercitando il corpo, gli stomachi aggravati dal cibo. Lo sposo, re del convito, e maestro del giuoco, chiese una palla, e trattosi l'anello nuziale, questo pose in dito a una statua di bronzo ch'era ivi presso. Ma poichè tutti i compagni, giocando, in lui solo inveivano, egli, affannato ed acceso, si ritrasse primo dal campo, e volendo riavere il suo anello, trovò piegato sulla palma della mano il dito della statua, che prima si vedeva disteso. Avendo quivi penato un pezzo, senza potere nè strappare l'anello, nè frangere il dito, taciuta la cosa ai compagni, affinchè, lui presente, nol deridessero, o, assente, non involassero l'anello, in silenzio se ne partì. Tornatovi poi con alcuni familiari a notte scura, ebbe a stupire vedendo raddrizzato il dito e sparito l'anello. Tuttavia, dissimulato il danno, si lasciò dalle carezze della sposa rasserenare, e giunta l'ora di coricarsi si adagiò accanto a lei. Ma, come appena si fu adagiato, sentì alcun che di nebuloso e denso voltolarsi fra sè e lei, la qual cosa si poteva sentire, ma non vedere. Vietatogli da tale impedimento l'amplesso conjugale, udì una voce che diceva: “Giaciti meco, dacchè oggi pure tu m'hai sposata. Io sono Venere, a cui tu ponesti l'anello in dito: l'anello è in poter mio, e più nol renderò.„ Spaventato da tanto prodigio, nulla osò, nulla potè rispondere il giovane, e passò insonne l'intera notte, esaminando tacitamente nell'animo il caso. Corse gran tempo, e in qualunque ora tentasse egli di accostarsi alla sposa, sempre sentiva e udiva il medesimo: del rimanente era validissimo e atto a checchessia. Alla fine, mosso dalle querele della moglie, scoperse ogni cosa ai parenti, i quali, avuto consiglio fra loro, ne informarono un prete suburbano per nome Palumbo. Aveva costui virtù di suscitare per arte di negromanzia figure magiche, e d'incutere terror nei demonii, facendoli obbedire come più gli era a grado. Pattuita pertanto la mercede, che doveva esser grande, e tale da riempirgli d'oro la borsa quando fosse riuscito a far congiungere gli sposi, usò quegli il supremo dell'arte sua, e composta una espistola, diedela al giovane dicendo: “Va alla tale ora di notte al crocicchio, dove la via si spartisce in quattro, e poni mente a ciò che tu vedrai. Passeranno di colà molte figure umane, d'ambo i sessi, d'ogni età, d'ogni grado e condizione, alcune a cavallo, altre a piede, quali con la fronte volta alla terra, quali col ciglio superbamente levato; e quante sono insomma le forme, e le sembianze dell'allegrezza e della tristezza, tutte le potrai vedere nei volti e nei gesti loro. Non favellare a nessuna, quando pure quelle favellassero a te. Seguirà alla turba uno di maggior statura degli altri e più corpulento, sedente in un carro; a lui porgi silenzioso l'epistola, e incontanente sarà appagato il tuo desiderio, purchè tu faccia tanto d'essere d'animo risoluto.„ Il giovane si avviò, come gli era stato prescritto, e stando la notte a ciel sereno, vide la verità di quanto avevagli detto il prete, chè nulla non mancò alle promesse. Fra gli altri che di là passavano, scorse sopra una mula una donna vestita a modo di meretrice, sparsi i capelli giù per le spalle, e stretti in capo da un'aurea benda. Teneva colei in mano una verga d'oro, con la quale governava la cavalcatura, e per la tenuità delle vesti mostrandosi quasi ignuda, faceva ostentazione d'atti impudichi. Che più? l'ultimo, che pareva il signore, ficcando i terribili occhi nel viso al giovane, dal carro superbo, tutto composto di smeraldi e di perle, chiese la cagion del suo venire; ma quegli, nulla rispondendo, stesa la mano, porse la epistola. Il demonio, non osando disprezzare il noto suggello, lesse lo scritto, e tosto, levate al cielo le braccia: “Dio onnipotente,„ esclamò, “insino a quando soffrirai tu la iniquità di Palumbo?„ E senza por tempo in mezzo, mandò due suoi satelliti, perchè togliessero a Venere l'anello, la quale, dopo molto contrastare, finalmente lo rese. Così il giovane, venuto a capo del suo desiderio, potè godere dei sospirati amori; ma Palumbo, com'ebbe udita la lagnanza che di lui il demonio aveva mossa a Dio, intese esser prossima la sua fine; per la qual cosa, fattosi di suo arbitrio troncar tutti i membri, morì con miserevole penitenza, avendo confessato al papa e a tutto il popolo le inaudite sue scelleraggini.
Così Guglielmo; il quale avverte da ultimo come ancora al tempo suo, in Roma, e in tutta la circostante provincia, le madri usassero raccontare il caso ai figliuoli, affinchè ne fosse tramandata ai posteri la memoria.
Non lascerò i succubi senza dire che la bellissima Elena, ricordata nella leggenda quale concubina di Simon Mago, era, secondo la più fondata opinione, un diavolo, e che da amori con succubi tolsero argomento, il Cazotte a quel suo strano romanzetto intitolato Le diable amoureux, e il Balzac ad uno dei suoi Contes drôlatiques.