ROMA
NELLA MEMORIA E NELLE IMMAGINAZIONI
DEL MEDIO EVO VOLUME I
ROMA
NELLA MEMORIA E NELLE IMMAGINAZIONI
DEL
MEDIO EVO
DI
ARTURO GRAF
Prof. Straord. di Storia comparata delle Letterature romanze
nella R. Università di Torino
Roma caput mundi regit orbis frena rotundi.
Volume I.
TORINO
ERMANNO LOESCHER
1882
Roma e Firenze presso la stessa Casa.
PROPRIETÀ LETTERARIA
L'Editore si riserba il diritto di traduzione.
Torino — VINCENZO BONA, Tip. di S. M.
VRBI
AETERNAE
D.
PREFAZIONE
All is not false which seems at first a lie.
Southey, St. Gualbert.
L'aver di tanto arricchito il patrimonio delle singole scienze di quanto, dal Rinascimento in poi, non lo arricchì tutta intera l'età che ci precede, è, senza dubbio, gloria principalissima del nostro secolo; ma è gloria ancor maggiore l'aver riconosciuto che il dominio della scienza è così vasto com'è vasto lo stesso dominio dell'essere, nella infinita varietà, e nella interminabile consecuzione delle forme, e che non v'è, sia nel mondo fisico, sia nel mondo morale, fatto così lieve, nè così fuggitiva parvenza, che non meriti studio, e non contenga in sè qualche parte della verità che si cerca.
Poniamo da banda le discipline che si esercitano intorno alla natura fisica, e guardiamo, per quanto è lecita una separazione così fatta, a quelle che, dato alle parole il più largo significato, si chiamano morali e storiche. Quali avanzamenti in breve giro di anni! e quanto diversi da quelli dei non lontani predecessori nostri, sono i principii direttivi ed i metodi che guidano e sorreggon noi nell'indagine! Non è ancora un secolo la critica dissolvente dei razionalisti, tutta involta nelle lotte vive e negl'interessi pratici del tempo, pareva intendesse di deliberato proposito, a restringere sempre più, a menomare, a sfaldare il tutto insieme dei fatti in che consiste la vita varia della umanità e il complicato processo della storia, e a privarsi degli ajuti più efficaci a penetrarne il secreto. Si abbattevano le religioni senza cercar le cause e le leggi del loro nascere, fiorire e scadere; si combattevano le superstizioni perchè dannose, senza sapere propriamente che cosa fossero, a che altro accennassero, perchè perdurassero; le letterature e le immaginazioni popolari s'ignoravano, o, in nome del buon gusto e della ragione, si deridevano; se accadeva di dover riferire una ingenua finzione, una tradizione nata sulla gleba o sul lastrico, una immaginosa leggenda, non si faceva senza prima domandarne scusa al lettore, volta in beffe la cosa.
Tutt'altro modo si tiene ora da noi, e la scienza nostra ha dismesso ogni sprezzatura antica. Cercare il vero così nelle minime come nelle massime cose, non ispezzare con elezioni e con esclusioni consigliate dall'arbitrio le grandi unità della natura e della storia, è legge suprema di ogni nostra indagine, e condizione indispensabile di buon successo. I linguaggi più rozzi ed inorganici, i miti più semplici, gl'ingenui racconti di popolazioni non ancora uscite di fanciullezza, i canti e le confuse memorie dei nostri volghi, le credenze religiose più assurde, le più pazze superstizioni, le povere cantilene con cui dalle nutrici si allettano al sonno i bambini, queste, ed altrettali forme ed espressioni del pensiero nascente, del sentimento indistinto, sono da noi con amorosa diligenza raccolte e studiate; e in tutte queste menzogne cerchiamo e troviamo la verità. Come negli organismi più umili il naturalista rintraccia le leggi della vita fisica, così noi in questi rudimenti le leggi della vita intellettuale e morale, e ad ogni passo che moviamo su questa via vediamo mutarcisi dinnanzi gli aspetti della storia, e sorgere nuove e più larghe apparite.
Fra queste menzogne feconde di verità uno dei primi luoghi spetta alla leggenda, cui più particolarmente si volge ora la mia attenzione. L'attrattiva che la leggenda esercita anche sopra spiriti disciplinati dalla critica e temprati nello studio del vero non è cosa nuova. In tempi di critica già soperchiante diceva Gian Giacomo Rousseau: Le pays des chimères est, en ce monde, le seul digne d'être habité..... Il n'y a de beau que ce qui n'est pas; e il Voltaire, lo strenuo oppugnatore d'ogni falsa credenza, il Voltaire, di cui, più che d'altro qualsiasi, giova qui citare la testimonianza, conchiudeva una sua poesia, dove si ricordano le immaginose fole di un'altra età, dicendo:
On court, hélas! après la vérité:
Ah! croyez-moi, l'erreur a son mérite!
Se non che noi siamo oramai proceduti più oltre. La poesia, alcune volte sovrana, della leggenda, commuove senz'alcun dubbio gli animi nostri; ma il pregio poetico, non è già a nostro giudizio, il pregio suo principale, o almeno, non è più il solo. Chi della leggenda non vede altro aspetto che quello della menzogna conosce assai malamente qual essa sia; giacchè ogni leggenda ha due aspetti; l'uno che guarda l'esterno, cioè il mondo, ed è, ma non in tutto sempre, l'aspetto della menzogna, l'altro che guarda l'interno, cioè lo spirito, ed è l'aspetto della verità. Ogni leggenda è necessario portato dello spirito che l'ha prodotta, e a giudicare della struttura, della economia, delle tendenze di quello spirito porge i più sicuri e più pregevoli indizii. Inoltre, ogni leggenda, quando siasi largamente diffusa, quando vada vestita di molta autorità, diventa essa stessa un fatto storico, e una forza che interferisce e si compone con l'altre forze ond'è promosso e guidato il corso della storia. La leggenda della guerra di Troja (dico leggenda, senza tuttavia voler negare che possa esservi in essa un germe di verità) spande il suo spirito ed i suoi influssi su tutta l'età più gloriosa della storia greca.
Chi pertanto disse la leggenda essere la storia ideale, non disse vero se non in parte; la leggenda è ancora storia reale. Tanto che l'esser suo di leggenda non è riconosciuto, essa può offuscare la verità ed esser causa di errore; ma riconosciuto che sia, essa diventa, per contrario, principio di critica e d'interpretazione. Non si può sperare di cogliere il carattere esatto e la giusta significazione di certi fatti storici, se questi, oltrechè nei documenti e nelle relazioni autentiche, non si rintraccino ancora nelle finzioni cui diedero origine. Le numerose leggende raccoltesi intorno al nome e alla persona di Carlo Magno sono, in certo qual modo, una effusione della storia certa di lui; e noi solamente allora intendiamo a pieno l'importanza storica del suo operato quando ne vediamo crescere e perpetuarsi nella leggenda la fama gloriosa. Mi sarebbe agevole di moltiplicare gli esempii in prova di quanto dico; ma uno ne addurrò che può valere per tutti. Ognuno sa quanta parte abbia nella vita del medio evo il sentimento religioso, e come, senza la chiara cognizione di tal sentimento, quella vita non possa essere intesa a dovere. Di molti storti e parziali giudizii sul medio evo è cagione appunto il non sapere quali fossero l'indole e le necessità di quel sentimento, che s'inframette per tutto, e tutto allora segna del proprio carattere. Noi possediamo numerose storie, e alcune eccellenti, della Chiesa, dei concilii e dei canoni, del dogma e delle eresie; ma una storia della credenza religiosa, popolare e comune, immaginosa ed essenzialmente affettiva, considerata fuori delle stretture del dogma, e dei rigidi confini della chiesa ufficiale, non fu fatta per anche. E questa è veramente la religione che vive e che opera. Alla coscienza cristiana, sino da tempo antico, non bastarono nè i libri canonici, nè i dogmi con lungo e faticoso studio fermati dalle supreme potestà ecclesiastiche; il sentimento prorompeva da ogni banda e si ricomponeva in figure, in simboli, in finzioni d'ogni maniera. Di fronte alle scritture canoniche sorgeva la schiera dei libri apocrifi; dove nella storia autentica era un silenzio che lasciava insoddisfatta la devota e premurosa curiosità dei credenti, la tradizione viva, nata del sentimento di tutti, metteva una voce e una memoria. Si rifaceva la storia della creazione, si rifacevano le storie della Vergine e della fanciullezza di Cristo, si rinarravano, col sussidio di nuove testimonianze, i fatti meravigliosi della Passione. Poi venivano le Vite dei Santi, opera della poesia non meno che della fede, creazioni in gran parte libere, dove il sentimento poteva espandersi e dar figura e corpo di realtà agl'ideali suoi più sottili e più reconditi. La religione popolare nel medio evo è fatta per un terzo di dogma, e per due terzi di leggenda, e chi questa leggenda non considera, e non ricerca nelle sue ragioni e nelle sue forme, non conosce quella religione, e non può conoscere la vita del medio che è ad essa così strettamente legata.
Nelle pagine che seguono io discorro delle leggende e delle immaginazioni d'ogni maniera cui diedero argomento nel medio evo. Roma antica e la sua storia indimenticabile. Non preoccuperò qui il mio soggetto, nè dirò cose che il lettore potrà trovare più opportunamente trattate nel primo capitolo di questo volume. Desidero solamente si sappia che io non iscrissi il mio libro, frutto di più anni di perseverante lavoro, per servire al diletto e ad una oziosa curiosità; ma bensì per giovare, come per me si poteva meglio, a questi studii cui va meritamente crescendo di giorno in giorno il favore, e più, mi duole il dirlo, fra gli stranieri che non fra noi. Le finzioni onde il medio evo venne popolando la storia di Roma mi sono sembrate non indegno argomento di studio, e non immeritevole dell'altrui attenzione. In esse vive e si palesa lo spirito di quell'età inquieta e fantastica cui travagliarono ideali eccedenti fuor d'ogni misura le condizioni della vita reale; ed io esponendole, commentandole, illustrandole, non ho creduto far altro se non aggiungere alla storia di quella età un capitolo nuovo.
Se dico nuovo non mi sia imputato a tracotanza. L'argomento da me impreso a trattare era ancora in gran parte vergine, il che ben di rado incontra in questi tempi di febbrile lavoro. Di buon numero di leggende esposte nei capitoli che seguono, aveva già parlato, gli è vero, con erudizione copiosa e minuta il Massmann nel terzo volume della Kaiserchronik da lui data in luce; ma non dirò per questo ch'egli abbia prima di me trattato il mio tema. Anzi tutto il suo non è un libro, ma una raccolta di materiali non ordinati, nè dominati da nessuno spirito d'unità; schede d'appunti ricucite insieme; in secondo luogo egli non conobbe, generalmente parlando, altre fonti che le latine e le tedesche, mentre alla trattazione del tema si richiede la notizia di fonti appartenenti a tutte le letterature del medio evo; finalmente sette capitoli del presente volume, e sei del volume che segue, non hanno quasi riscontro nel libro di lui. Di talune leggende si tratta pure in apposite monografie, di cui mi sono più d'una volta giovato, e che saranno debitamente ricordate ai lor luoghi; ma non voglio lasciar di ricordare qui in modo speciale quella incomparabile del Prof. Comparetti, intitolata Virgilio nel medio evo, la quale, quanto più è degna di trovare imitatori, tanto è più difficile che ne trovi.
Chi ha qualche pratica di così fatti lavori, intenderà di leggieri quale fatica mi sia costata quest'opera. Le mie ricerche dovevano estendersi sopra libri d'ogni generazione, stampati e manoscritti, e che in nessuna biblioteca del mondo si potevano trovare insieme riuniti. Quindi la necessità di ripetuti viaggi e di più o meno lunghe dimore, non solo nelle principali biblioteche d'Italia, ma in quelle ancora della rimanente Europa.
Dell'ordine e del modo da me tenuto nello scrivere dà dimostrazione, senza che io ne ragioni altrimenti, il libro stesso. Se nel riferire passi di scritture edite o inedite ho largheggiato, non credo di dovere per ciò invocar l'indulgenza dell'erudito lettore. In poesia e in istoria leggendaria i testi sono fatti, e nulla v'è che possa farne adeguatamente le veci.
Nei lunghi giorni consumati in pazienti e penose indagini un pensiero mi sorreggeva e mi alleggeriva il còmpito; il pensiero di quella gloriosa città che da venticinque secoli assiste imperitura alla drammatica vicissitudine della storia, e vede dalla polvere della signorie cadute e delle morte generazioni rifarsi senza fine i suoi misteriosi destini. Mi tornavano in mente gli anni, lontani oramai, vissuti tra le sue mura, e le impressioni indelebili della sua maestà ricevute fra quelle ruine superbe di memorie e parlanti. Un affetto riconoscente scalda nell'animo mio quei cari ricordi, ond'io ne do, come posso, una prova. La storia certa della città regina, nel tempo antico, nell'età di mezzo, nella età presente, fu scritta per modo che poca speranza può rimanere ad altri di meglio: in questa parte io nulla poteva dare; ma un libro delle sue leggende io tentai di comporre, e a questo godo di potere scrivere in fronte il nome venerato di Roma Eterna.
CAPITOLO I. La Gloria e il Primato di Roma.
Durante tutto il medio evo l'immagine dell'antica Roma, cinta dello splendore della sua gloria incomparabile, è presente alla memoria degli uomini.
Quanto più i tempi sono calamitosi, quanto più aspra la vita, tanto più sollecito e appassionato par che si drizzi il sentimento verso quell'indimenticabile paragone d'ogni grandezza, tanto più ardente pare che vi si appunti il desiderio. I destini di Roma non avevano pari nel mondo. Decaduta dalla signoria politica, vinta, conculcata, la città regina risorge armata di nuova potenza, e, fatta centro della fede, riconquista sui popoli un nuovo dominio, più sicuro e più formidabile dell'antico. La storia presente si ricongiunge alla passata: l'unità sussiste, turbata sì, ma non interrotta dagli esterni travolgimenti, e si manifesta, e s'impone agli spiriti. Restituito l'impero d'Occidente, si riprenderà come se nulla ci fosse stato di mezzo, la serie degl'imperatori, si crederà trasmessa direttamente in Carlo Magno, traverso ai despoti di Bizanzio, la potestà imperiale. Roma è piena delle proprie rovine, quasi ad ammonire altrui della caducità d'ogni cosa terrena; ma ferve tra quelle una vita nuova, che si spande all'intorno; e regna negli animi una credenza che Roma, sortita dalla divina provvidenza ad essere la reggitrice perpetua dell'uman genere, non può morire, ed è serbata a vedere la consumazione dei secoli. In mezzo alla crescente barbarie, tra il frastuono della vita disordinata e battagliera, nei silenzii dello spirito ingombrato d'ignoranza, la voce dell'antica città suona insistente come un richiamo e un segno di riconoscimento. Principio e fonte d'ogni potestà, Roma è il simbolo della universale cittadinanza, è la patria comune in cui tutti si riconoscono. Disfatta l'unità reale dell'impero, sciolti i vincoli di soggezione che legavano i popoli conquistati alla città dominatrice, il sentimento di quella unità e di quella soggezione rimane vivo negli animi, e se ne genera come una tradizione di comunanza fra genti che seguiranno da indi in poi ciascuna il suo particolare cammino. Le antiche province dove si parla latino formeranno, sotto il nome di Romania, una specie di entità geografica ideale, e romani si diranno, di fronte ai barbari, gli abitatori di essa discesi dagli antichi soggetti di Roma, e romana sarà ciascuna lingua nata dalla variazione del latino rustico[1]. Dalle invasioni dei barbari più e più secoli passeranno, sarà dileguato ogni vestigio della civiltà latina, nuovi interessi e nuove fedi avranno occupato il mondo, e il fantasma di Roma, ritto in mezzo alla cristianità, trarrà pur sempre a sè, da ogni parte, l'ammirazione e l'ossequio. Gl'influssi che tacitamente essa diffonde formano come un'atmosfera morale in cui tutti respirano. L'ammirazione per gli uomini e per le cose cresce di giorno in giorno e diventa un culto, la poesia se ne ispira, la leggenda ne nasce.
La storia non presenta altro esempio simile a questo di sollecitudine viva ed universale per le cose d'una età passata e per una gloria irrevocabile. Giacchè qui non si tratta punto dell'interesse erudito che, per un esempio, muove noi moderni allo studio metodico delle forme più disparate dell'antica civiltà, a cui è al tutto estranea la vita nostra; nè quella sollecitudine somiglia punto all'entusiasmo misto di pedanteria che scalda il petto agli umanisti; ma è una sollecitudine ingenua, e direi quasi nativa, per cose che si credono appartenere ancora in qualche maniera al mondo dei vivi. Pel medio evo Roma non è solamente il passato, è ancora il presente e l'avvenire. L'impero esiste in diritto, e qualche volta anche in fatto, e una vaga speranza che i tempi felici e gloriosi possano ancora tornare non si spegne in tutto mai. È questa la speranza che accende l'animo e muove il braccio di Arnaldo da Brescia e di Cola di Rienzo.
Premesse queste brevi considerazioni generali, su cui non giova che io mi trattenga più a lungo, facciamoci ora ad esaminare un po' particolarmente come nel medio evo si ricordasse la grandezza di Roma, e quali sentimenti, e quali atti si generassero dal ricordo.
Anzi tutto la storia della città e dell'impero, benchè stravolta in mille modi e ammiserita, si rammenta sempre ed entra a far corpo con le cronache. La fondazione di Roma si ricorda come uno degli eventi massimi della storia della umanità, e con fantastica esattezza se ne indica l'anno, il mese, il giorno e l'ora, e si notano gli astri che influirono nel suo nascere. Incuteva negli animi ammirazione e stupore quel crescere ed allargarsi di Roma da oscuri ed umili principii ad altissima signoria. Semenque processu temporis in arborem excellentissam crescens per universa mundi climata ramos suae viriditatis extendit, dice Rodulfo Colonna nel suo trattato De translatione imperii[2]. Nei libri scritti in Italia durante il X, l'XI e il XII secolo i romani illustri sono frequentissimamente e con amore ricordati[3]. La storia di Enea, del Pater Aeneas romanae stirpis origo, era una di quelle che il giullare doveva sapere a mente e recitare all'occasione. Tali reminiscenze, troppo vive e tenaci, potevano anzi offendere gli spiriti timorati. Nel X secolo Raterio da Verona si lagna della vana scienza de' tempi suoi che più attendeva a ricordare la vittoria di Mario sopra Giugurta che non la vittoria di Cristo sopra il mondo, più Siface prigione che non Michele trionfatore del drago, più Scipione, Pompeo, Dejotaro e Catone che non Pietro, Paolo e Giovanni[4]. Ma nè i suoi ammonimenti, nè gli altrui fecero frutto. Anzi le storie romane diventarono sempre più famose, e finirono per entrare largamente nelle raccolte di esempii che si propongono la edificazione dei fedeli. Dice Fra Guido nell'Antiprologo del Fiore d'Italia che i romani tutto il mondo di maravigliosi esempli hanno illuminato. Nei Gesta Romanorum i fatti veri o supposti della storia romana servono di tema a numerose moralizationes. I trionfi romani porgono spesso argomento a pietose ammonizioni in molti libri ascetici e non ascetici. Vero è che la mania moralizzatrice giunge a tale nel medio evo che non tralascia nessuna delle cose esistenti, tutte considerandole quali simboli di verità morali, e che però anche la storia pagana doveva essere da lei sfruttata; ma è pur vero che i fatti della storia romana avevano una propria virtù esemplare, la quale li faceva accogliere anche in opere dove quella mania non aveva luogo. Così Rodulfo Tortario, il quale fiorì in sul principio del XII secolo, nei nove libri dei suoi Memorabilia in circa 8000 versi trae dalle istorie di Roma un infinito numero di esempii[5].
Nè solamente si ricordavano le persone e l'opere, ma si cercavano ancora le memorie risguardanti in più particolar modo la città che i secoli e le molte vicende avevano tanto mutata da quella di prima. Carlo Magno, per testimonianza di Eginardo, custodiva nel suo privato tesoro una tavola d'argento su cui era incisa la pianta di Roma, e che lasciò poi per testamento alla chiesa vescovile di Ravenna[6]. Copie di Regionarii e di luoghi di scrittori latini che parlarono di Roma, s'incontrano molto frequentemente nei manoscritti.
Roma era la più nobile, la massima fra le città del mondo. Ciò che Ausonio aveva detto di lei: Prima urbes inter, divum domus, aurea Roma; ciò che di lei avevano detto tanti altri nel tempo antico, il medio evo fedelmente ripete, aggiungendovi anche di suo. L'epiteto di aurea le rimane come quello che più si conviene alla sua dignità. Aurea seguitano a chiamarla gli scrittori ecclesiastici, aurea la saluta Ermoldo Nigello[7], aurea è detta in una bolla plumbea di Papa Vittorio II (1055-1057), aurea spesso nei suggelli imperiali, aurea nel titolo stesso della Graphia urbis, di cui avremo a parlar più oltre. I nomi di mater urbis, di mater imperii, di domina mundi, le si danno anche con amoroso compiacimento, ma più sovente, e con manifesta predilezione, si usa quello di caput mundi. Questo doveva sembrare più d'ogni altro appropriato, dopochè, fatta sede della suprema potestà spirituale, Roma era divenuta più che non fosse mai stata in passato, la direttrice del genere umano. Queste due sacramentali parole si trovano in monumenti e documenti disvariatissima natura: negli scritti di Sidonio Apollinare, di Cassiodoro e di più e più altri autori della letteratura latino-cristiana[8], in suggelli di Enrico II, Corrado II, Lotario II, Federico II e Lodovico il Bavaro (1002-1347), dove una immagine prospettica di Roma è accompagnata dal verso famoso e tante volte ripetuto:
Roma caput mundi regit orbis frena rotundi[9];
su due monete coniate durante il tribunato di Cola di Rienzo, che si faceva chiamare liberator urbis, amator orbis, unendo in un solo pensiero la città e il mondo, ecc., ecc. Giovanni Caligator, che fiorì verso il mezzo del XIV secolo, comincia un carme De vita et passione SS. Apostolorum Petri et Pauli col verso:
Roma caput mundi, primo pastore beata;
e il distico:
Roma decus, mutata secus quam prima fuisti,
Roma caput mundi super omnes omne novisti,
si trova riportato in molte scritture. A quel titolo glorioso Alcuino raccosta la seguita ruina:
Roma caput mundi, mundi decus, aurea Roma,
Nunc remanet tantum saeva ruina tibi[10];
e il Petrarca chiama Roma nostro capo nella canzone famosa indirizzata a Stefano Colonna.
Ma questo titolo glorioso di caput mundi viene usato anche con intenzione derisoria da chi rinfaccia alla Roma dei Papi la rapacità o la corruzione dei costumi. Nei Carmina Burana si legge[11]:
Vidi, vidi caput mundi
instar maria et profundi
'vorax guttur siculi;'
e
Roma caput mundi est, sed nil capit mundum[12].
Il primato di Roma è riconosciuto da tutti, Italiani e non Italiani. Vulgario, nel X secolo, così lo afferma[13]:
Roma caput mundi, rerum suprema potestas,
Terrarum terror, fulmen quod fulminat orbem,
Regnorum cultus, bellorum virida virtus,
Immortale decus solum, haec urbs super omnes.
Nel Roman de Rou si dice[14]:
De Rume oi Hasteins parler
E Rume oi forment loer,
Qu'en tut le munt, a icel iur,
N'aveit cita de sa valur;
e Fra Guido nel Prologo del Fiore d'Italia così ne parla: «Piena (l'Italia) delle più nobili cittadi e delle più nobili terre marine e terreste, che siano in tutto il mondo; ed in mezzo d'essa è l'alta città di Roma, ove Iddio pose tutta la potenzia umana spirituale e temporale, cioè lo papato e lo impero». Martino da Canale non si accorda certo col comune sentimento quando osa dire Venezia la più bella città del mondo: .... la noble Cite que l'on apele Venise, qui est orendroit la plus biele dou siècle[15].
Un segno di primato si credeva scorgere anche nella forma della città, che si diceva essere quella di un leone. Onorio Scolastico dice nel Liber de imagine mundi[16]: «Antiqui civitates secundum praecipuas feras ob significationem formabant. Unde Roma formam leonis habet qui caeteris bestiis, quasi rex praeest. Huius caput est urbs a Romulo constructa, lateritia vero aedificia utrobique disposita, unde et lateranis dicitur. Brundisium autem cervi formam, Carthago bovis, Troia equi figuram habuit». E Gervasio di Tilbury[17]: «.... ad formam leonis ob insignem sui dominationem formata... Habet ergo Roma formam, ut dixi, Leonis, sicut Brundusium, ecc.». Lo stesso dicono Galvagno Fiamma[18] ed altri. Qualche rara volta il primato si dà a Troja[19], ma per eccezione[20]. Anzi il concetto che si ha del primato romano è tale che in Roma s'immagina quasi tutta raccolta l'antichità, e che il nome di Roma serve a designare l'antichità tutta quanta. Nella poesia epica francese del medio evo la matiere de Rome la grant comprende, non solamente le storie romane, ma le greche ancora, come la storia della guerra di Troja, e la storia favolosa di Alessandro Magno, e le altre tutte che, appo gli storici di quella poesia, formano il così detto ciclo dell'antichità. Giovanni Bodel nella seconda metà del XII secolo scriveva[21]:
Ne sont que trois matieres a nul hom entendant,
De France, de Bretaigne et de Rome la grant,
dove per matieres de France e de Bretaigne s'intendono le storie del ciclo carolingio e del ciclo bretone. E nel Dit de Flourence de Rome sono questi versi[22]:
Douce gent, ès croniques de Saint-Denis en France
Voit-on moult de merveilles; mais sachiez sans doutance
Celles de Romme sont de trop plus grant sustance.
Rutilio Numaziano aveva già detto, apostrofando Roma[23]:
Fecisti patriam diversis gentibus unam,
. . . . . . . . . . . . . . . .
Urbem fecisti, quae prius orbis erat.
Il papa Zaccaria era forse mosso da questo pensiero quando, l'anno 741, fece dipingere nel triclinio Lateranense una descriptionem orbis terrarum[24].
Altro documento della dignità di Roma si ricorda, con la scorta di antichi scrittori, che la città aveva tre nomi, uno volgare, uno arcano, uno sacro[25], e del nome dei romani si dice che significa sublimi ovvero tonanti[26].
Dopo ciò non è a maravigliare se l'ammirazione inspirata da tanta grandezza e da così alti destini si esprime nelle più svariate forme, e con parole, e con atti. Sanno tutti quale rispetto la maestà e il nome di Roma incutessero negli stessi barbari invasori. Gundebaldo e Odoacre ambiscono e ottengono il patriziato; Teodorico va superbo del titolo di console e di quello di proconsole Clodoveo. Il longobardo Autari si faceva bello del nome di Flavio e i dotti della corte di Carlo Magno volentieri usurpavano, per fregiarsene, i nomi di Orazio e di Ovidio. Un san Virgilio del secolo VII adorna il calendario della Chiesa irlandese.
Si potrebbe riempiere un grosso volume dei luoghi di scrittori che nel medio evo levarono a cielo il nome e la gloria di Roma; siami concesso di recarne qui alcuno. Alessandro Neckam, che fioriva nella seconda metà del XII secolo, così ne parla nel poema De laudibus divinae sapientiae[27]:
Primitus Europae mea pagina serviet, in qua
Roma stat, orbis apex, gloria, gemma, decus.
Urbe titulis claris tam laetis clara triumphis,
Quondam bisseno Caesare tuta fuit.
Haec genuit Magnum tam magni nominis, Eurus
Imperio vidit regna subacta suo.
Haec genuit Brutum, qui victor ab urbe tyrannum
Expulit, iste pater urbis et orbis erat.
Victorem Magnum genuit Carthaginis altae,
Fulsit in hac geminum sidus uterque Cato.
Urbe Boethius hac consul, Symmachusque senator
Fulsit, sub Fabio consule laeta fuit.
Quis non miretur linguam Ciceronis, et ausus
Tantos, eloqui maximus auctor erat.
Artis rethoricae fuit arx, fons, manna, columna;
Cessit et invitus huic Catalina ferox.
Clarus avos fulsit hac urbe Sallustius, isti
Par aliquis, nemo major in urbe fuit.
E così seguita per molti altri versi predicando le lodi dell'antica Roma, ma poi soggiunge il biasimo che si merita Roma papale. Nè men caldo di entusiasmo è il linguaggio che Amato di Monte Cassino (morto nel 1093) usa nel poema da lui composto in onore di san Pietro e Paolo[28]:
Orbis honor, Roma splendens decorata corona
Victorum regum, discretio maxima legum,
His simul et multis aliis redimita triumphis
O victrix salve; cuius super ethera palme
Pulcre scribuntur, et quam colit undique mundus.
Que vox, quis sapiens, vel que facundia verbi
Quisque tuas laudes poterit replicare poeta?
Grecus et Hebreus, si barbarus atque Latinus
Hec pertemptarent, tantus labor hos maceraret.
Gratia que terra poterit vel inesse potestas,
Quam tua precellens dominatio non sit adepta?
Tu retines sceptrum super omnia sceptra timendum,
Tu nosti gentes armis redomare furentes.
Que sis, quam prestane Cicero dictamine narrat,
Cui similis nullus describitur atque secundus.
Et Livius Titus, Lucanus in ense peritus
Egregiusque Maro magnusque poemate Naso,
Et vir mirificus Varo quem fovet iste Casinus,
Et plures de te scripserunt plura poete.
Ex te qui cunctum meruere subdere mundum,
Et processerunt ex te qui iura dederunt.
Tu titulum dextra gestas et dona sinistra:
His concedis opes, his et largius honores,
Hec quia magna facis mundi regina vocaris.
Chi così parlava aveva certo innanzi agli occhi della mente l'immagine di Roma antica assai più che non quella di Roma papale. Alessandro Neckam fu abate di Cirencester, Amato fu abate di Monte Cassino, ma lo spirito che scalda le parole di questi due ecclesiastici quando parlano di Roma, è interamente laico. Nel codice testè citato della Biblioteca regia di Bruxelles, in un elenco di città d'Italia con cui si dà principio a un Liber variis historiis compositus[29], di Roma così si ragiona: «Sequitur omnium nobilior, ditior atque potentior Italia generaliter tota, quam quidem plurimi non solum descripsere, sed laudabiliter ac triumphabiliter cecinere philosophi, tam greci, quam et latini; nec incongrue, quippe totius mundi monarchiam, obsequiumque orbis ac plenitudinem sola in domina et regna omnium urbium Roma sortita est».
L'onore di Roma rifluisce su tutta Italia. Fra Guido nel Prologo del suo Fiore, spiega a modo suo il nome di Magna Grecia dato già in antico all'Italia. «E se altri domandasse perchè fu chiamata la Gran Grecia, dico che fu, non perchè sia maggior terreno che l'altra Grecia, ma perchè più nobil gente di vita, di costumi e d'ingegni e d'arme fu sempre in Italia, che nell'altra Grecia, ed anche perchè ella è la più nobile patria che sia nel mondo». Non si può più risolutamente affermare la precellenza del gentil sangue latino. Che se ci appressiamo a quell'estremo confine del medio evo dove già principia il rinascimento, voci ben più possenti e più clamorose ci soneranno allo incontro. Leggasi ciò che Dante con la solennità consueta scrive della città predestinata nel cap. 5 del trattato IV del Convivio: «E certo sono di ferma opinione che le pietre che nelle mura sue stanno siano degne di reverenzia; e 'l suolo dov'ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è predicato e provato». Leggasi ciò che il Petrarca scriveva da Avignone a Giacomo Colonna, quando non ancora aveva visitata Roma e ardeva del desiderio di visitarla[30]: «De civitate, inquam, illa, cui nulla similis fuit, nulla futura est; de cuius populo scriptum legimus: magna est fortuna populi romani, magnum et terribile nomen; cuius sine exemplo magnitudinem, atque incomparabilem monarchiam futuram praesentemque divini cecinerunt vates». Lo stesso Petrarca nella epistola 1ª a Carlo IV introdusse Roma a celebrare le proprie sue glorie[31]. E a compiere la triade non si mostra da meno il Boccaccio che alla glorificazione di Roma tutta consacra la canzone che comincia:
O fior d'ogni città, donna del mondo,
O degna, imperiosa monarchia.
Le ricordanze che si serbavano dell'antichità suggerivano naturalmente questi pensieri; ma ad accrescere il gran concetto che si aveva di Roma giovavano inoltre non poco le scoperte non infrequenti di monete, di statue e di vasi preziosi[32], e le maestose rovine sparse su tutta la faccia dell'Europa[33].
Così ammirata e magnificata Roma diventa come il natural paragone di ogni umana grandezza. Le città andranno a gara per potersi fregiare, quasi titolo singolare di nobiltà, del nome di Nova Roma[34], o di Roma secunda; e prima si farà chiamare Nova Roma Bizanzio, e poi, nei tempi a cui è più particolarmente volta la nostra attenzione, si glorieranno di potersi così chiamare Aquisgrana[35] e Treveri, Milano e Pavia. È noto come, a cominciare dal IV secolo, Milano acquistasse, per le condizioni dell'impero, tanta importanza da far ombra a Roma. Se si dovesse prestar fede a certi racconti, un proconsole Marcellino avrebbe fatto scolpire sopra le porte di Milano i versi seguenti:
Dic homo qui transis, dum portae limina tangis:
Roma secunda vale, Regni decus imperiale;
Urbs veneranda nimis, plenissima rebus opimis,
Te metuunt gentes, tibi flectant colla potentes,
In bello Thebas, in sensu vincis Athenas[36].
Quattro versi che esprimono gli stessi concetti quasi con le stesse parole si leggevano, nel secolo XV, sopra una delle porte di Pavia[37]. Accostarsi a Roma come al supremo termine della gloria, e coprirsi di un lembo della sua porpora, tale è il pensiero che suggerisce questi ed altri simili vantamenti.
Il sentimento e l'amor della gloria non erano così scarsi e così freddi nel medio evo come da taluno si va dicendo. La fede e la sapienza che da lei s'inspirava, raccomandavano, è vero, il disprezzo dei beni e delle grandezze della terra, ma non riuscivano a soffocare le naturali cupidigie dell'anima umana, nobili od ignobili che fossero. Poter essere paragonato a qualcuno di quegli illustri figliuoli di Roma, fulmini di guerra, o maestri d'ogni dottrina, i cui nomi avevano vita immortale nelle storie, stimavasi lode maggiore d'ogni altra, e l'adulazione, più ingenua che servile, alcune volte la largiva con manifesto compiacimento. Quando il Poeta Sassone vuol celebrare nel più degno e solenne modo l'alte virtù e i gran fatti di Carlo Magno, ecco in quali parole prorompe[38]:
Ob hoc, mirificos Karoli qui legeris actus,
Desine mirari historias veterum.
Non Decii, non Scipiadae, non ipse Camillus,
Non Cato, non Caesar maior eo fuerat;
Non Pompeius huic merito, vel gens Fabiorum
Praefertur, pariter mortua pro patria.
Quando Fra Guittone d'Arezzo rimprovera ai suoi concittadini la miseria in cui da felice e glorioso stato precipitarono per lor colpa, ecco in qual forma esprime il suo pensiero[39]: «O miseri, miserissimi, disfiorati, ove è l'orgoglio e la grandezza vostra, che quasi sembravate una novella Roma, volendo tutto soggiogare il mondo? e certo non ebbero cominciamento gli Romani più di voi bello, nè in tanto di tempo più non fecero, nè tanto quanto avevate fatto, e eravate inviati a fare, stando a comune».
Città e popoli si studiano di tenersi stretti a Roma quanto più possono, credono e fanno credere ad antiche alleanze, a guerre combattute insieme, a glorie e a trionfi comuni. Se v'è una tradizione che secondi comechessia tale vaghezza, non si lascerà perire; se nulla sussista che paja far testimonio di quel venturoso passato, si serberà come preziosa reliquia. Roma, com'è fonte di ogni diritto, così ancora di ogni nobiltà. Nei tempi di sua maggiore prosperità e potenza Siena ostenta il titolo di colonia Romana, e dinnanzi alla sua cattedrale una colonna regge la lupa coi gemelli[40]. Il municipio romano rivive forse nel nostro comune[41]. L'ordo e la plebs sussistono ancora durante la dominazione dei Longobardi in molte città della media e della inferiore Italia, e a molte più tardi diventa impresa comune il sacro e solenne Senatus populusque. Si continua a conferire il patriziato. Nella incoronazione degl'imperatori, nell'ordinamento della loro casa civile e militare, nella forma degli atti loro, si cerca di conservare, quanto è più possibile, le antiche costumanze imperiali[42].
L'ammirazione detta i raccostamenti, e i raccostamenti fanno nascere il desiderio delle origini comuni. Città, o nazione, per potersi dar vanto di vera nobiltà, bisogna aver avuto comuni con Roma i principii, bisogna essere usciti d'onde i romani uscirono primamente, avere nelle vene un sangue con essi; oppure derivare, propaggine di nobilissima pianta, dalla stessa Roma, dagli stessi suoi abitatori. Quando si vedono nel medio evo popoli diversissimi per lingua e per costume, alcuna volta anzi divisi da lunga e indimenticabile inimicizia, far risalire sino a' Trojani le proprie origini, non è possibile d'ingannarsi circa il sentimento che a ciò li muove. Venir dai Trojani, vuol dire essere consanguinei dei Romani, e però nobili e illustri quant'essi. Che cosa poteva importare ai Franchi, ai Bretoni e ai Danesi, di Troja e dei pochi scampati alla sua ruina, se Troja non fosse stata la madre di Roma, se da quegli scampati non fosse venuto il popolo romano? Dimostrata la comune origine, i barbari non sono più i barbari. Gotofredo da Viterbo dice nel suo Speculum Regum[43]:
In duo dividimus Troiano semine prolem:
Una per Ytaliam sumpsit diademate Rome,
Altera Theutonica regna beata fovet.
I nemici di un tempo si scopron fratelli:
Romanum fore Troianum natura fatetur,
Germanus patriota suus fraterque videtur,
Troia suis populis mater utrique fuit.
Questa fratellanza fa sembrare più legittimo il trasferimento della potestà imperiale[44].
Nasceva tutta una serie di leggende parallele[45]. Come Enea in Italia, così giungeva Franco, o Francione, figlio di Ettore, dopo l'eccidio di Troja, in Germania. Da lui traggono l'origine i Franchi. Fredegario fa derivare a dirittura i Franchi dalla quarta parte degli abitanti di Troja distrutta[46]; i Gesta Regum Francorum li fan venire dall'avanzo dell'esercito Trojano sommante a circa 12,000 uomini[47]. Priamo, ultimo figlio di Priamo il vecchio, giunge con grande moltitudine in Ungheria e fonda la città di Sicambria. Paride fonda Parigi, e Gallo, suo socio, Gallia, che poi dà il nome a tutta la regione. Da Colono e da Maganzio hanno principio Colonia e Magonza. Bruto, nipote di Enea, espulso dall'Italia, giunge in Bretagna, che da lui riceve il nome[48]. In Italia, oltre Padova, cent'altre città si gloriano di trojane origini[49].
Ma e in Italia e fuori molte pur se ne trovano che stimano gloria uguale, se non maggiore, trarre l'origine dalla stessa Roma. Non parlo di quelle cui tale origine è dalle storie debitamente riconosciuta, ma di quelle che se la usurpano. Aquisgrana si diceva fondata da un Grano, fratello di Nerone; Perugia da un Perus romano[50]. Pisa pretendeva d'essere il luogo dove si pesavano (quindi il nome) i tributi che dalle varie province si mandavano a Roma[51], ecc. Il cronista Giovanni d'Outremeuse, instancabile raccoglitore di ogni maniera di favole, parla della città di Nimay in Germania, fondata da Numa Pompilio, e di cinque altre città, similmente in Germania, fondate da Tarquinio il Superbo[52].
Non mancano tuttavia esempii di città che pretendono farsi più antiche, e però più nobili di Roma. Anteriore alla Roma romulea[53] si vantarono Genova, fondata da Giano, Ravenna, fondata da Tubal, Bologna, fondata da Felsino (Felsina), ampliata da Buono (Bononia). Secondo che narra Galvagno Fiamma, Milano fu edificata 932 anni prima di Roma[54]. Brescia si vantava fondata da Ercole[55], Torino da Fetonte[56]; persino Chiusi si reputava più antica di Roma. Ma di tutte le città d'Europa la più antica, secondo gl'italiani, era Fiesole[57], secondo i Tedeschi, Treveri[58] .
Se intere città pretendono di trarre da Roma l'origine, non mancheranno famiglie patrizie, e persino dinastie, che cercheranno in qualche romano illustre il primo loro stipite, o si spacceranno per diretta e legittima discendenza di qualcuna tra le più famose famiglie romane. I Frangipani, i conti di Pola, altri, si gloriavano di discendere da Ottavio Manilio, morto alla battaglia del Lago Regillo[59]. Gli Uberti di Firenze si dicevano discesi da Catilina[60]. I Colonnesi facevano risalire sino a Giulio Cesare la loro prosapia[61]. Altre famiglie Romane provvidero in egual modo, o anche meglio, alla dignità propria. I Savelli si vantavano d'essere stati con Aventino, re degli Albani, in soccorso del re Latino contro Enea. Dei Conti pensavano alcuni che discendessero dai primi re d'Italia, ma più sicuri scrittori li facevano venire dalla gente Anicia, che fu quella di Giulio Cesare. La famiglia Cesi, discesa da Ceso, nipote di Ercole, e re degli Argivi, sin dai tempi della repubblica aveva dato a Roma molti uomini insigni; e antichissimi ancora fra i Romani erano gli Anguillari, sebbene la loro prosapia «sotto altro nome fosse vissuta»[62]. Dalla gente Anicia similmente si fecero derivare gli Absburgo[63], e secondo il Chronicon Rastadense[64], compilato nel secolo XV, tutti i lignaggi dei re, duchi, conti e baroni di Alemagna e di Germania vengono da Ottaviano Augusto.
La grandezza e felicità di cui Roma aveva più particolarmente fruito nei tempi migliori della repubblica, e sotto il glorioso reggimento di Augusto, considerate a tanti secoli di distanza, e dal mezzo di una età piena di turbamento e di travaglio, non solo incutevano maraviglia e rispetto, ma naturalmente ancora facevano nascere di sè un desiderio fervido e generoso che più di una volta si tradusse in azione. Crescenzio, Arnaldo da Brescia, Cola di Rienzo pagarono con la vita i loro sogni di repubblica. Se un principe saggio e magnanimo sparge sopra il suo popolo i benefizii del buon governo, si crederanno prossimi a tornare, o già tornati, i tempi venturosi dell'antica Roma. Così Nasone, parlando, nell'ecloga poc'anzi citata, dell'era di felicità che novamente arride al mondo sotto il paterno reggimento di Carlo Magno, esclama:
Rursus in antiquos mutata saecula mores;
Aurea Roma iterum renovata renascitur orbi.
La rinnovazione dell'impero cresceva forza alle accarezzate speranze; ma il più delle volte tale è la reale condizione delle cose, che più che al desiderio non lascia luogo, e questo tanto più vivo e più impaziente quanto più la realtà si mostra disforme dal sogno. Presso Sutri i legati di Roma invitavano Federico Barbarossa a ricondurre gli antichi tempi, a difendere i sacri diritti della eterna città, a far piegare novamente sotto la imprescrittibile autorità di lei la mala tracotanza del mondo: ricordavano come in antico, per la saviezza del senato, per il valore dei cavalieri, Roma avesse esteso la sua dominazione sopra tutte le genti[65]. In una poesia goliardica la stessa Chiesa invoca i Catoni e gli Scipioni perchè sorreggano le sue vacillanti colonne[66], e tutta la poesia dei Vaganti è piena del rimpianto e del desiderio del tempo andato. Appena si presentava il destro di rimettere alcuna istituzione antica, o alcun antico costume, si rimetteva, senza punto avvertire che la diversità dei tempi non consentiva a sì fatte rinnovazioni nè lunga durata, nè prospero evento. Federico II, vinti nel 1237 i Milanesi a Cortenuova, mandava a Roma il Carroccio, e faceva intendere ai Romani di volere il trionfo secondo il costume dei Cesari antichi. Restituito nell'anno 1143 il Senato, di cui nei tempi anteriori poco più sussisteva che il nome, rinnovata per opera di Cola di Rienzo la repubblica, si dava principio a una nuova èra, quasi si fosse rifatto il mondo.
Ma un sentimento che si leva sopra tutti gli altri, o che tutti gli altri accompagna, si è quello di una profonda tristezza e di un vivo rammarico al cospetto della formidabile rovina di Roma. Già Gregorio Magno, quel Gregorio a cui la storia e la leggenda concordi imputarono, a torto, credo, devastazioni non osate dai barbari, piange amaramente in una sua celebre omelia lo sterminio della Città, e ad essa collega la fine del mondo[67]. Potrei di leggieri moltiplicare le citazioni e le testimonianze, ma, poichè dovrò tornare nel seguente capitolo sopra questo stesso argomento, mi terrò pago ora di riportar per intero un carme elegiaco d'Ildeberto di Lavardin, vescovo Cenomanense, morto fra il 1130 e il 1140, carme che da taluno fu creduto opera di poeta classico, e che godette nel medio evo di molta celebrità. Eccolo, ridotto a lezione più corretta che non sia la comune[68]:
Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;
Quam magni fueris integra fracta doces.
Longa tuos fastos aetas destruxit, et arces
Caesaris et superûm templa palude jacent.
Ille labor, labor ille ruit quem dirus Araxes
Et stantem tremuit et cecidisse dolet;
Quem gladii regum, quem provida cura senatus,
Quem superi rerum constituere caput;
Quem magis optavit cum crimine solus habere
Caesar, quam socius et pius esse socer,
Qui crescens, studiis tribus, hostes, crimen, amicos
Vi domuit, secuit legibus, emit ope;
In quem, dum fleret, vigilavit cura priorum:
Juvit opus pietas hospitis, nuda, locus.
Materiem, fabros, expensas axis uterque
Misit, se muris obtulit ipse locus.
Expendere duces thesauros, fata favorem,
Artifices studium, totus et orbis opes.
Urbs cecidit de qua si quicquam dicere dignum
Moliar, hoc potero dicere: Roma fuit.
Non tamen annorum series, non flamma, non ensis
Ad plenum potuit hoc abolere decus.
Cura hominum potuit tantam componere Romam
Quantam non potuit solvere cura deûm.
Confer opes marmorque novum superumque favorem,
Artificum vigilent in nova facta manus,
Non tamen aut fieri par stanti machina muro,
Aut restaurari sola ruina potest.
Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans
Aequari possit, diruta nec refici.
Hic superûm formas superi mirantur et ipsi,
Et cupiunt fictis vultibus esse pares.
Non potuit natura deos hoc ore creare
Quo miranda deûm signa creavit homo.
Vultus adest his numinibus, potiusque coluntur
Artificum studio quam deitate sua.
Urbs felix, si vel dominis urbs illa careret,
Vel dominis esset turpe carere fide.
In una seconda poesia Ildeberto finge che Roma stessa gli risponda[69]. Queste prosopopee sono molto frequenti nelle letterature del medio evo. Roma si dice lieta della sua sorte. Vero è che, decaduta d'ogni sua grandezza, ella ha quasi perduta la memoria di sè medesima; vero è ch'è perita la forza delle armi, che precipitata è la gloria del senato, che rovinano i templi, che i teatri giacciono nella polvere, che i rostri son vacui e mute le leggi, che manca il coraggio ai valorosi, il diritto al popolo, il colono ai campi; ma la presente miseria è più gloriosa dell'antica prosperità, ma Pietro è da più di Cesare. I Cesari, i consoli, i retori le diedero la terra, Cristo le diede il cielo. Un cristiano, il quale per giunta era vescovo, non poteva ragionare altrimenti; ma la enumerazione stessa, dolorosamente minuta, dei danni sofferti mostra che il bene acquistato non racconsolava interamente del bene perduto. La Roma di Pietro lasciava desiderare talvolta la Roma di Cesare.
E più che le mura superbe si ridesideravano gli uomini per la cui virtù Roma era diventata regina del mondo. Il Boccaccio nella già citata canzone, li chiama un per uno:
Ove li duo gentili Scipïoni,
Ov'è il tuo grande Cesare possente?
Ove Bruto valente,
Che vendicò lo stupro di Lucrezia,
Furio, Camillo, e gli due Curioni,
Marco Valerio e quel Tribun saccente,
Quinto Fabio seguente,
Cornelio quel che vinse Pirro e Grezia,
Publio Sempron colla vinta Boezia,
Il fedel Fabio, Fulvio, Quinto Gneo,
Metel, Marco, Pompeo,
Porzio Caton, Marcel, Quinto Cecilio,
Tito Flaminio, e il buon Floro Lucilio?
Ov'è il gran Consolato, e' Senatori,
Ove quel grazioso Ottaviano,
Ove il prode Trajano,
E Costantino valoroso Augusto?
Ove le dignitadi e gli alti onori,
Ove quel Tito e quel Vespasiano,
E 'l magno Aureliano,
E Marco Antonio sí benigno e giusto,
Ove il nobile oratore Sallusto,
Ove il facondo Cicero primero,
E il Massimo Valero,
E Tito Livio, e gli altri signor grandi?
Dove son l'ali tue che non le spandi?
Nella più bella forse delle sue canzoni[70] Fazio degli Uberti introduce Roma, come fa anche nel Dittamondo, a ricordare le glorie antiche e a dolersi della bassezza in cui è caduta.
Ne' suoi sospiri dicea lacrimando
Con voce assai modesta e temperata:
— O lassa isventurata,
Come caduta son di tant'altezza,
Là dove m'avean posto trionfando
Gli miei figliuol, magnanima brigata!
Che m'hanno or visitata
Col padre loro in tanta gran bassezza.
Lassa! ch'ogni virtù, ogni prodezza
Mi venne men quando morîr costoro,
I quai col senno loro
Domaro il mondo e riformârlo in pace
Sotto lo splendor mio ch'ora si face
Di greve piombo e poi di fuor par d'oro.
Or di saper chi fôro
Arde la voglia tua sì che no 'l tace.
Ond'io farò come chi satisface
L'altrui voler nella giusta dimanda,
E perchè di lor fama anc'or si spanda.
E da Romolo ad Augusto fa vedere al poeta i suoi più illustri figliuoli.
Secondochè avvenne un tempo (e in parte avviene ancora) di tutte le cose che fortemente occuparono la memoria e la fantasia degli uomini, Roma ebbe nella leggenda un'amplificazione ideale di vita e di gloria. Le sue mura secolari, le massime sue vicende, gli uomini che più con l'opre ne illustrarono o ne offuscarono il nome, diedero origine a tutto un mondo di colorite finzioni, delle quali ora mi accingo a discorrere. Come, essendo nel pieno della potenza, Roma vide affluire tra le sue mura, sin dai più remoti angoli della terra, le disparatissime genti soggette al suo dominio, così, essendo travolta e giacente, vide da settentrione e da mezzodì, da oriente e da occidente, scendere sopra di lei le immaginazioni e le favole. Essa divenne allora centro di attrazione per un infinito numero di fantasie solute e vaganti, le quali, come furono entrate, per dir così, nella sua orbita, non ne uscirono più. La smania delle riconnessioni, di cui più esempii ci mostrò la vita reale, si manifesta ugualmente in questo mondo di sogni. Poter dire di una storia bugiarda qualsiasi, che essa è romana, e narrata nelle istorie romane, vale acquistarle favore e credenza. Dalle più remote regioni del mondo verranno le favole a legarsi a Roma. Il libro dei Sette Savii, giunto dall'estremo Oriente in Europa, acquisterà dritto di cittadinanza e universalità senza pari, legandosi indissolubilmente al nome di Ottaviano, o di Diocleziano[71]. Nei Gesta Romanorum si romanizzeranno finzioni d'ogni patria e condizione, si attribuiranno a imperatori di Roma storie immaginate sulle rive del Gange, e i capitoli cominceranno spesso con le sacramentali parole: Quidam imperator regnavit, come per dare al racconto un nesso sicuro e legittimo. I monumenti e le rovine di Roma si copriranno di leggende come di piante parassite.
Così la ragione e il sentimento, il sapere e la fede, la storia e la leggenda, concorrono del pari nella glorificazione della eterna città. Quando, per ricevere la corona d'alloro, costume rinnovato dagli antichi Romani, Francesco Petrarca pospone Parigi e Napoli a Roma, il pensiero che lo guida non è, come a prima giunta potrebbe parere, un pensiero nuovo, proprio dell'umanista, ma è anzi un pensiero vecchio, familiare a tutto il medio evo, e solo ritemperato nella nuova coltura.
Se non che le voci che nella età di mezzo suonano intorno a Roma, non tutte sono di ammirazione e di lode. A fianco della Roma antica che vive nella memoria degli uomini, c'è la Roma Nuova, la Roma dei papi, che vive nella realtà delle cose, e quanto quella sembra degna di gloria, tanto questa, a molti, sembra degna d'infamia. Se alcuni uomini religiosi si sgomenteranno di certi ricordi, e imprecheranno ai poeti e ai filosofi pagani, molti più s'adonteranno delle vergogne onde Roma papale è fatta turpe ricettacolo, e malediranno alla corruzione della Chiesa. Quello stesso Alessandro Neckam che abbiam veduto celebrare in versi traboccanti di nobile entusiasmo la Roma degli Scipioni e di Cesare, così, in alcuni altri versi, parla della Roma dei pontefici[72]:
Roma, vale, papam, dominos quoque cardines orbis,
Romulidasque tuos opto valere, vale.
Roma, vale, numquam dicturus sum tibi, salve;
Compressas valles diligo; Roma, vale
Roma, Jovis montes, alpes nive semper amictas,
Hannibalisque vias horreo; Roma, vale.
Includi claustro, privatam ducere vitam,
Opto; me terret curia; Roma, vale.
Romae puid facerem? mentiri nescio, libros
Diligo, sed libras respuo; Roma, vale.
Numquid adulabor? faciem jam ruga senilis
Exarat, invitus servio; Roma, vale.
Mausolea mihi non quaero, pyramidasve,
Glebae contentus gramine; Roma, vale.
Respuo delicias tantas, tantosque tumultus;
Cornutas frontes horreo; Roma, vale.
Sed ne nugari videar tociens repetendo,
Roma, vale, cesso dicere, Roma, vale.
Chi così scriveva era un abate agostiniano, che forse vide Roma co' proprii occhi. Un monaco Cluniacense, Bernardo di Morlas, che fioriva nella prima metà del XII secolo, prorompe in queste più aspre parole[73]:
Est modo mortua Roma superflua; quando resurget?
Roma superflui, afflua corruit, arida, plena;
Clamitat et tacet, erigit et jacet, et dat egena.
E in queste ancora[74]:
Fas mihi dicere, fas mihi scribere, «Roma, fuisti,»
Obruta moenibus, obruta moribus, occubuisti.
Urbs ruis inclita, tam modo subdita, quam prius alta;
Quo prius altior, tam modo pressior, et labefacta.
Fas mihi scribere, fas mihi dicere «Roma peristi».
Sunt tua moenia vociferantia, «Roma, ruisti»[75].
Nè men severo si mostra Galfredo Malaterra benedittino (c. 1098)[76]:
Fons quondam totius laudis, nunc es fraudis fovea;
Moribus es depravata, exausta nobilibus,
Pravis studiis inservis nec est pudor frontibus:
Surge Petre, summe pastor! finem pone talibus.
In un poema latino sopra san Tommaso Becket si legge[77]:
Dudum terras domuit, domina terrarum
colla premens plebium, tribuum, linguarum;
nunc his colla subjicit spe pecuniarum;
aeris fit idolatra dux christicolarum.
Ciò che più fieramente si rinfaccia a Roma è la voracità insaziabile.
Roma dat omnibus omnia, dantibus omnia Romae,