CONTENTS.

Preface

page

I. Il gatto cogli stivali 1

Charles Perrault—C. Collodi.

II. Cenerentola 7

Charles Perrault—C. Collodi.

III. Il piccolo patriotta padovano 15

Edmondo de Amicis.

IV. La piccola vedetta lombarda 17

Edmondo de Amicis.

V. Sotto l'ombrello 22

Enrico Castelnuovo.

VI. Il giurato 28

C. Collodi.

VII. A un fiore secco 30

Enrico Guidotti.

VIII. La dote d'Orsolina 32

Antonio Caccianiga.

IX. Rivelazioni d' un'ostrica 37

Antonio Caccianiga.

X. Veni, vidi...non vici ! 43

Rosalia Piatti.

XI. Una notte infernale 48

Enrico Castelnuovo.

XII. Un naufragio 56

Enrico Castelnuovo.

XIII. Il maestro di calligrafia 67

Enrico Castelnuovo.

XIV. Lo zio ministro 81

Antonio Caccianiga.

XV. La mia padrona di casa 94

Edmondo de Amicis.

Notes 103

Vocabulary 111

PREFACE.

IN the study of Italian, as in that of French, "doubtless the best method of learning to read... is to read." Copious reading should accompany and supplement the study of the essentials of grammar; and it is to supply material for such early reading that the present book has been prepared. The chief object has been, not to offer select specimens that should be representative of Italian literature, but to furnish easy, interesting stories and sketches for beginners.

Complete selections have in all cases been preferred to extracts; and these selections have, as far as possible, been arranged according to their degree of difficulty. In the interests of the class-room—as the editor understands them—a special endeavor has been made to introduce stories that are bright and animated in tone, and to avoid, for the most part, the pathetic and melodramatic. It is, perhaps, not superfluous to add that in this respect there has been much to avoid.

The first two stories, from the French of Perrault, have been chosen because of the familiarity of their contents and because of their readableness. At this day it is certainly not necessary to offer any apology for the publication of translations in a reader of this scope. Translations of this kind have done such excellent service in French and German readers, that it is safe to say they can be equally useful in Italian.

In conformity with the strictly elementary character of this book, annotations of a literary or biographical nature have been almost entirely dispensed with. The notes are purposely brief, it having seemed preferable to render, under the proper word in the vocabulary, many expressions which, in other circumstances, might find a place in the notes. In constructing the vocabulary it has not been deemed necessary to insert all the forms, of article and pronoun, which are commonly listed in the first few pages of a grammar. Careful attention has been given to the irregular verb-forms, especially those occurring in the earlier selections.

The editor is indebted to Professor Joynes's French Fairy Tales for hints touching the annotation of the first two stories, and to Professor Grandgent's Italian Grammar and Composition for the wording of two or three statements in the notes and vocabulary; also to Professor Matzke of Stanford University for suggestions as to various series of racconti.

B. L. B.

Ohio State University, Columbus, November 12, 1896.

FIRST ITALIAN READINGS

I.

IL GATTO COGLI STIVALI.

UN mugnajo, venuto a morte, non lasciò altri beni ai suoi tre figliuoli che aveva, se non il suo mulino, il suo asino e il suo gatto.

Così le divisioni furono presto fatte: nè ci fu bisogno dell'avvocato e del notaro; i quali, com'è naturale, si sarebbero mangiata[1] in un boccone tutt'intera la piccola eredità.

Il maggiore ebbe il mulino;

Il secondo, l'asino;

E il minore dei fratelli ebbe solamente il gatto.

Quest'ultimo non sapeva darsi pace,[2] per essergli toccata[3] una parte così meschina.

—I miei fratelli,—faceva egli a dire,[4] —potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune; ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame.—

Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso,[5] gli disse con viso serio e tranquillo:

—Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un pajo di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato[6] trattato tanto male quanto forse credete.—

Sebbene il padrone del gatto non pigliasse[7] queste parole per moneta contante, a ogni modo gli aveva visto fare tanti giuochi di destrezza nel prendere i topi, or col mettersi penzoloni, attaccato per i piedi, or col fare il morto,[8] nascosto dentro la farina, che finì coll'aver qualche speranza di trovare in lui un po' di ajuto nelle sue miserie.

Appena il gatto ebbe ciò che voleva, s'infilò bravamente gli stivali, e mettendosi il sacco al collo, prese le corde colle zampe davanti e se ne andò in una conigliera, dove c'erano moltissimi conigli.

Pose dentro al sacco un po' di crusca e della cicerbita: e sdraiandosi per terra come se fosse morto, aspettò che qualche giovine coniglio, ancora novizio dei chiapperelli venisse a ficcarsi nel sacco per la gola di mangiare la roba che c'era dentro.

Appena si fu sdrajato, ebbe subito la grazia. Eccoti[9] un coniglio, giovane d'anni e di giudizio, che entrò dentro al sacco: e il bravo gatto, tirando subito la funicella, lo prese e l'uccise senza pietà nè misericordia.

Tutto glorioso della preda fatta andò dal Re,[10] e chiese di parlargli.

Lo fecero salire nei quartieri del Re, dove entrato che fu[11] fece una gran[12] riverenza al Re, e gli disse:

—Ecco, Sire, un coniglio di conigliera che il signor marchese di Carabà—era il nome che gli era piaciuto di dare al suo padrone—mi ha incaricato di presentarvi da parte sua.

—Di' al tuo[13] padrone,—rispose il Re,—che lo ringrazio e che mi ha fatto un vero regalo.—

Un'altra volta andò a nascondersi fra il grano, tenendo sempre il suo sacco aperto; e appena ci furono entrate dentro due pernici, tirò la corda e le acchiappò tutte e due.

Corse quindi a presentarle al Re, come aveva fatto per il coniglio di conigliera. Il Re gradì moltissimo anche le due pernici e gli fece dare la mancia.

Il gatto in questo modo continuò per due o tre mesi a portare di tanto in tanto al Re la selvaggina della caccia del suo padrone.[14]

Un giorno avendo saputo che il Re doveva recarsi[15] a passeggiare lungo la riva del fiume insieme alla sua figlia, la più bella Principessa del mondo, disse al suo padrone:

—Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: voi dovete andare a bagnarvi nel fiume, e precisamente nel posto, che vi dirò io: quanto al resto, lasciate fare a me.—

Il marchese di Carabà fece tutto quello che gli consigliò il suo gatto, senza sapere a che cosa gli avrebbe potuto[16] giovare.

Mentre egli si bagnava, il Re passò di là; e il gatto si messe a gridare con quanta ne aveva in gola:[17]

—Aiuto, aiuto! affoga il marchese di Carabà.—

A queste grida, il Re messe il capo fuori dallo sportello della carrozza e, riconosciuto il gatto, che tante volte gli aveva portata la selvaggina, ordinò alle guardie che corressero[18] subito in aiuto del marchese di Carabà.

Intanto che tiravano su, fuori dell'acqua, il povero Marchese, il gatto avvicinandosi alla carrozza raccontò al Re che mentre il suo padrone si bagnava, i ladri erano venuti a portargli via i suoi vestiti, sebbene avesse gridato al ladro con tutta la forza dei polmoni. Il furbo trincato aveva nascosto i panni sotto un pietrone.

Il Re diè ordine subito agli ufficiali della sua guardaroba di andare a prendere uno dei più sfarzosi vestiarj per il marchese di Carabà.

Il Re gli usò mille carezze, e siccome l'abito che gli avevano portato in quel momento faceva spiccare i pregi della sua persona[19] (perchè era bello e benissimo fatto), la Principessa lo trovò simpatico e di suo genio: e bastarono poche occhiate del marchese di Carabà, molto rispettose ma abbastanza tenere, perchè ella ne rimanesse innamorata cotta.

Volle il Re che salisse nella sua carrozza, e facesse la passeggiata con essi.

Il gatto, contentissimo di vedere che il suo disegno cominciava a pigliar colore, s' avviò avanti; e avendo incontrato dei contadini, che segavano, disse loro:

—Buona gente che segate il fieno, se non dite al Re che il prato segato da voi appartiene al marchese di Carabà, sarete tutti affettati fini fini[20] come carne da far polpette.

Il Re infatti domandò ai segatori di chi fosse[21] il prato, che segavano.

—È del marchese di Carabà,—dissero tutti a una voce perchè la minaccia del gatto li aveva impauriti.

—Voi avete di bei possessi,—disse il Re al marchese di Carabà.

—Lo vedete da voi, Sire, rispose il Marchese. Questa è una prateria, che non c'è anno, che non mi dia una raccolta abbondantissima.—

Il bravo gatto, che faceva sempre da battistrada, incontrò dei mietitori, e disse loro:

—Buona gente che segate il grano, se non direte che tutto questo grano appartiene al signor marchese di Carabà, sarete stritolati fini fini come carne da far polpette.—

Il Re, che passò pochi minuti dopo, volle sapere a chi appartenesse tutto il grano che vedeva.

—È del signor marchese di Carabà,—risposero i mietitori.

E il Re se ne rallegrò col Marchese.

Il gatto, che trottava sempre avanti la carrozza, ripeteva sempre le medesime cose a tutti quelli che incontrava lungo la strada; e il Re rimaneva meravigliato dei grandi possessi del signor marchese di Carabà.

Finalmente il gatto arrivò a un bel castello, di cui era padrone un orco, il più ricco che si fosse mai veduto; perchè tutte le terre, che il Re aveva attraversate, dipendevano da questo castello.

Il gatto s'ingegnò di sapere chi era quest'uomo, e che cosa sapesse fare: e domandò di potergli parlare, dicendo che gli sarebbe parso[22] sconvenienza passare così accosto al suo castello senza rendergli omaggio e riverenza.

L'orco l'accolse con tutta quella cortesia che può avere un orco; e gli offrì da riposarsi.

—Mi hanno assicurato,—disse il gatto,—che voi avete la virtù di potervi cambiare in ogni specie d'animali; e che vi potete, per dirne una,[23] trasformare in leone e in elefante.

—Verissimo!—rispose l'orco bruscamente,—e per darvene una prova, mi vedrete diventare un leone.

Il gatto fu così spaventato dal vedersi dinanzi agli occhi un leone,[24] che s'arrampicò subito su per le grondaje, ma non senza fatica e pericolo, a cagione dei suoi stivali, che non erano buoni a nulla per camminar sulle grondaje de' tetti.

Di lì a poco,[25] quando il gatto si avvide che l'orco aveva ripresa la sua forma di prima, calò a basso e confessò di avere avuto una gran paura.

—Mi hanno per di più assicurato,—disse il gatto,—ma questa mi par troppo grossa e non la posso bere, che voi avete anche la virtù di prendere la forma dei più piccoli animali; come sarebbe a dire,[26] di cambiarvi, per esempio, in un topo o in una talpa: ma anche queste son cose, lasciate che ve lo ripeta, che mi paiono sogni dell'altro mondo!

—Sogni?—disse l'orco.—Ora vi farò veder io!—

E nel dir così, si cangiò in sorcio, e si messe a correre per la stanza.

Ma il gatto, lesto come un baleno, gli s'avventò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re che, passando da quella parte, vide il bel castello dell'orco, volle entrarvi.

Il gatto, che sentì il rumore della carrozza che passava sul ponte-levatojo del castello, corse incontro al Re e gli disse:

—Vostra maestà sia la benvenuta[27] in questo castello del signor marchese di Carabà.

—Come! signor Marchese!—esclamò il Re.—Anche questo castello è vostro? Non c'è nulla di più bello di[28] questo palazzo e delle fabbriche che lo circondano; visitiamolo nell'interno, se non vi scomoda.—

Il Marchese dette la mano alla Principessa; e seguendo il Re, che era salito il primo, entrarono in una gran sala, dove trovarono imbandita una magnifica merenda, che l'orco aveva fatta preparare per certi suoi amici che dovevano[29] venire a trovarlo, ma che non avevano ardito di entrar nel castello, perchè sapevano che c'era il Re.

Il Re, contento da non potersi dire,[30] delle belle doti del marchese di Carabà, al pari della sua figlia, che n'era pazza, e vedendo i grandi possessi che aveva, dopo aver vuotato quattro o cinque bicchieri, gli disse:

—Signor Marchese! se volete diventare mio genero, non sta che a voi.—

Il Marchese, con mille riverenze, gradì l'alto onore fattogli dal Re, e il giorno dopo sposò la Principessa.

Il gatto diventò gran signore, e se seguitò a dar la caccia ai topi, lo fece unicamente per passatempo.

charles perrault.

Voltato in italiano da C. Collodi.

II.

CENERENTOLA.

C'ERA una volta un gentiluomo, il quale aveva sposata in seconde nozze una donna così piena di albagia e d'arroganza, da non darsi l'eguale.

Ella aveva due figlie dello stesso carattere del suo,[1] e che la somigliavano come due gocce d'acqua.

Anche il marito aveva una figlia, ma di una dolcezza e di una bontà, da non farsene un'idea; e in questo tirava dalla sua mamma, la quale era stata la più buona donna del mondo.

Le nozze erano appena fatte, che la matrigna dette subito a divedere la sua cattiveria. Ella non poteva patire le buone qualità della giovinetta, perchè, a quel confronto, le sue figliuole diventavano più antipatiche che mai.

Ella la destinò alle faccende più triviali della casa: era lei che rigovernava in cucina, lei che spazzava le scale e rifaceva le camere della signora e delle signorine; lei che dormiva a tetto, proprio in un granaio, sopra una cattiva materassa di paglia, mentre le sorelle stavano in camere coll'impiantito di legno, dov'erano letti d'ultimo gusto, e specchi da potervisi mirare dalla testa fino ai piedi.

La povera figliuola tollerava ogni cosa con pazienza, e non aveva cuore di rammaricarsene con suo padre, il quale l'avrebbe sgridata, perchè era un uomo che si faceva menare per il naso in tutto e per tutto dalla moglie.

Quando aveva finito le sue faccende, andava a rincantucciarsi in un angolo del focolare, dove si metteva a sedere nella cenere; motivo per cui la chiamavano comunemente la Culincenere.[2]

Ma la seconda delle sorelle, che non era così sboccata come la maggiore, la chiamava Cenerentola.

Eppure Cenerentola, con tutti i suoi cenci, era cento volte più bella delle sue sorelle, quantunque fossero vestite in ghingheri e da grandi signore.

Ora accadde che il figlio del Re diede una festa di ballo, alla quale furono invitate tutte le persone di grand'importanza e anche le nostre due signorine furono del numero, perchè erano di quelle che facevano grande spicco in paese. Eccole tutte contente e tutte affaccendate a scegliersi gli abiti e le pettinature, che tornassero loro meglio a viso.[3] E questa fu un'altra seccatura per la povera Cenerentola, perchè toccava a lei a stirare le sottane e a dare l'amido ai manichini. Non si parlava d'altro in casa, che del come si sarebbero vestite in quella sera.

—Io,—disse la maggiore,—mi metterò il vestito di velluto rosso e le mie trine d'Inghilterra.

—E io,—disse l'altra,—non avrò che il mio solito vestito: ma, in compenso, mi metterò il mantello a fiori d'oro e la mia collana di diamanti, che non è dicerto di quelle che si vedono tutti i giorni.—

Mandarono a chiamare la pettinatora di gala, per farsi fare i riccioli su due righe, e comprarono dei nei dalla fabbricante più in voga della città.

Quindi chiamarono Cenerentola, perchè dicesse il suo parere, come quella che aveva moltissimo gusto; e Cenerentola diè loro i migliori consigli: e per giunta si offrì di vestirle: la qual cosa fu accettata senza bisogno di dirla due volte.

Mentre le vestiva e le pettinava, esse le dicevano:

—Di', Cenerentola, avresti caro di venire al ballo?...

—Ah! signorine! voi mi canzonate: questi non son divertimenti per me!

—Hai ragione: ci sarebbe proprio da ridere,[4] a vedere una Cenerentola, pari tua, ad una festa da ballo.—

Un'altra ragazza, nel posto di Cenerentola, avrebbe fatto di tutto per vestirle male; ma essa era una buonissima figliuola, e le vestì e le accomodò come meglio non si poteva.

Per la gran contentezza di questa festa, stettero quasi due giorni senza ricordarsi di mangiare: strapparono più di dodici aghetti, per serrarsi ai fianchi e far la vita striminzita; e passavano tutt'intera la santa giornata[5] a guardarsi nello specchio.

Venne finalmente il giorno sospirato. Partirono di casa e Cenerentola le accompagnò cogli occhi più lontano che potè:[6] quando non le scorse più, si mise a piangere.

La sua Comare, che la trovò cogli occhi rossi e pieni di pianto, le domandò che cosa avesse.[7]

—Vorrei[8]... vorrei....—E piangeva così forte, che non poteva finir la parola.

La Comare, che era una fata, le disse:

—Vorresti anche tu andare al ballo, non è vero?

—Anch'io, sì,—disse Cenerentola,—con un gran sospirone.

—Ebbene: prometti tu d'esser buona?—disse la Comare.—Allora ti ci farò andare.—

E menatala in camera, le disse:—Vai nel giardino e portami un cetriolo.—

Cenerentola scappò subito a cogliere il più bello che potè trovare e lo portò alla Comare, non sapendo figurarsi alle mille miglia[9] come mai questo cetriolo l'avrebbe fatta andare alla festa di ballo.

La Comare lo vuotò per bene, e rimasta la buccia sola, ci battè sopra colla bacchetta fatata, e in un attimo il cetriolo si mutò in una bella carrozza tutta dorata.

Dopo, andò a guardare nella trappola, dove trovò sei sorci, tutti vivi.

Ella disse a Cenerentola di tenere alzato un pochino lo sportello della trappola, e a ciascun sorcio che usciva fuori, gli dava un colpo di bacchetta, e il sorcio diventava subito un bel cavallo: e così messe insieme un magnifico tiro a sei, con tutti i cavalli di un bel pelame grigio-topo-rasato.

E siccome essa non sapeva di che pasta fabbricare un cocchiere:

—Aspettate un poco,—disse Cenerentola,—voglio andare a vedere se per caso nella topajola ci fosse un topo; che così ne faremo un cocchiere.

—Brava!—disse la Comare,—va' un po' a vedere.—

Cenerentola ritornò colla topajola, dove c'erano tre grossi topi.

La fata, fra i tre, scelse quello che aveva la barba più lunga; il quale appena l'ebbe toccato, diventò un bel pezzo di cocchiere, e con certi baffi, i più belli che si fossero mai veduti.

Fatto questo, le disse:

—Ora vai nel giardino: e dietro l'annaffiatoio, troverai sei lucertole. Portamele qui.—

Appena l'ebbe portate, la Comare le convertì in sei lacchè, i quali salirono subito dietro la carrozza, colle loro livree gallonate, e vi si tenevano attaccati, come se in vita loro non avessero fatto altro mestiere.

Allora la fata disse a Cenerentola:

—Eccoti qui tutto l'occorrente per andare al ballo: sei contenta?

—Sì, ma che[10] ci devo andare in questo modo, e con questi vestitacci che ho addosso?—

La fata non fece altro che toccarla colla sua bacchetta, e i suoi poveri panni si cambiarono in vestiti di broccato d'oro e di argento, e tutti tempestati di pietre preziose: quindi le diede un pajo di scarpine di vetro, che erano una maraviglia.

Quand'ella ebbe finito di accomodarsi, montò in carrozza; ma la Comare le raccomandò sopra ogni altra cosa, di non far più tardi della mezzanotte, ammonendola che se ella si fosse trattenuta al ballo un minuto di più, la sua carrozza sarebbe ridiventata un cetriolo, i suoi cavalli dei sorci, i suoi lacchè delle lucertole, ed i suoi vestiti avrebbero ripreso la forma e l'aspetto cencioso di prima.

Ella dette alla Comare la sua parola d'onore che sarebbe venuta via dal ballo avanti la mezzanotte.

E partì, che non entrava più nella pelle dalla gran contentezza.[11]

Il figlio del Re, essendogli stato annunziato l'arrivo di una Principessa, che nessuno sapeva chi fosse, corse incontro a riceverla, le offrì la mano per iscendere di carrozza, e la condusse nella sala dov'erano gl'invitati.

Si fece allora un gran silenzio: le danze rimasero interrotte, i violini smessero di suonare, tutti gli occhi erano rivolti a contemplare le grandi bellezze della sconosciuta.

Non si sentiva altro che un bisbiglio confuso, e un dir sottovoce:—Oh! com'è bella!...—

Lo stesso Re, per quanto vecchio,[12] non rifiniva dal guardarla, e andava dicendo sottovoce alla Regina, che da molti anni non gli era più capitato di vedere una donna tanto bella e tanto graziosa.

Tutte le dame avevano gli occhi addosso a lei, per esaminarne la pettinatura e i vestiti, e farsene fare degli uguali per il giorno dopo, sempre che fosse stato possibile trovare delle stoffe così belle e delle modiste così valenti.

Il figlio del Re la collocò nel posto d'onore; quindi andò a prenderla per farla ballare.[13] Ella ballò con tanta grazia, da far crescere in tutti lo stupore.

Fu servito un magnifico rinfresco, che il giovine Principe non assaggiò nemmeno, tanto era assorto nel rimirare la bella sconosciuta.

Ella andò a porsi accanto alle sue sorelle: usò loro mille finezze: e fece parte ad esse delle arance e dei cedri, che il Principe le aveva regalato; la qual cosa le meravigliò moltissimo, perchè esse non la riconobbero nè punto nè poco.[14]

In quella che[15] stavano discorrendo insieme, Cenerentola sentì battere le undici e tre quarti; e fatta subito una gran riverenza a tutta la società, scappò via come il vento.

Appena arrivata a casa, corse a trovare la Comare, e dopo averla ringraziata, le disse che avrebbe avuto un gran piacere di tornare anche alla festa del giorno dipoi, perchè il figlio del Re l'aveva pregata molto.

Mentre stava raccontando alla Comare tutti i particolari della festa, le due sorelle bussarono alla porta: Cenerentola andò loro ad aprire.

—Quanto siete state a tornare!—disse ella stropicciandosi gli occhi e stirandosi come se si fosse svegliata in quel momento.

E sì, che ella non aveva avuto davvero una gran voglia di dormire, dacchè s'erano lasciate.

—Se tu fossi stata al ballo,—le disse una delle sue sorelle,—non ti saresti dicerto annoiata: vi è capitata la più bella Principessa, ma di' pure la più bella che si possa vedere al mondo: essa ci ha fatto mille garbatezze, e ci ha regalato dei cedri e delle arance.—

Cenerentola non capiva più in sè dalla gioja.[16] Ella domandò loro il nome di questa Principessa; ma quelle risposero che non la conoscevano, e che il figlio del Re si struggeva della voglia di sapere chi fosse, e che per saperlo avrebbe dato qualunque cosa.

Cenerentola sorrise, e disse loro:

—Dev'esser[17] bella davvero! Dio mio![18] come siete felici voi altre! Che cosa pagherei di poterla vedere! Via, signora Giulietta, prestatemi il vostro vestito giallo, quello di tutti i giorni.

—Giusto, lo dicevo anch'io!—rispose Giulietta.—Prestare il mio vestito a una brutta Cenerentola come te! Bisognerebbe proprio dire che avessi perso il giudizio.

Questa risposta Cenerentola se l'aspettava: e ne fu contentissima; perchè si sarebbe trovata in un grande impiccio, se la sua sorella le avesse prestato il vestito.

La sera dopo le due sorelle tornarono al ballo: e Cenerentola pure; ma vestita anche più sfarzosamente della prima volta.

Il figlio del Re non la lasciò un minuto; e in tutta la serata non fece altro che dirle un monte di cose appassionate e galanti.

La giovinetta, che non s'annojava punto, si era dimenticata le raccomandazioni fatte dalla Comare; tant'è vero che sentì battere il primo tocco della mezzanotte, e credeva che non fossero ancora le undici. S'alzò e fuggì con tanta leggerezza, che pareva una cervia.

Il Principe le corse dietro, ma non potè raggiungerla.

Nel fuggire, ella lasciò cascare una delle sue scarpine di vetro, che il principe raccattò con grandissimo amore.

Cenerentola arrivò a casa tutta scalmanata, senza carrozza, senza lacchè e con addosso il vestito di tutti i giorni, non essendole rimasto nulla delle sue magnificenze, all'infuori di una delle sue scarpine, la compagna di quella che aveva perduta per la strada.

Fu domandato ai guardaportoni del palazzo, se per caso avessero veduto uscire una Principessa: ma essi risposero che non avevano veduto uscir nessuno, tranne una ragazza mal vestita e che all'aspetto pareva piuttosto una contadina che una signora.

Quando le due sorelle ritornarono dal ballo, Cenerentola chiese loro se si erano divertite e se c'era stata anche la bella signora.

Esse risposero di sì, e che era scappata via allo scocco della mezzanotte, e con tanta furia, che s'era lasciata cascare una delle sue scarpine di vetro, la più bella scarpina del mondo: e che il figlio del Re l'aveva raccattata, e non aveva fatto altro che guardarla tutto il tempo del ballo, e che questo voleva dire che egli era innamorato morto della bella signora, alla quale apparteneva la scarpina.

E dicevano la verità: perchè di lì a pochi giorni,[19] il figlio del Re fece bandire a suon di tromba, che sposerebbe colei, il cui piede avesse calzato bene quella scarpina.

Si cominciò a provare la scarpa alle Principesse: poi alle Duchesse e a tutte le dame di corte: ma era tempo perso.

Fu portata a casa delle due sorelle, le quali fecero ogni sforzo possibile per far entrare il piede in quella scarpa: ma non ci fu modo.

Cenerentola, che stava a guardarle e che aveva riconosciuta la scarpina, disse loro:

—Voglio vedere anch'io se mi va bene!—

Le sorelle si misero a ridere e a canzonarla.

Il gentiluomo incaricato di far la prova della scarpa, avendo posato gli occhi addosso a Cenerentola e parendogli molto bella, disse che era giustissimo, e che egli aveva l'ordine di provar la scarpa a tutte le fanciulle.

Fece sedere Cenerentola, e avvicinando la scarpa al suo piedino, vide che c'entrava senz'ombra di fatica e che calzava proprio come un guanto.

Lo stupore delle due sorelle fu grande, ma crebbe del doppio, quando Cenerentola cavò fuori di tasca l'altra scarpina e se la infilò in quell'altro piede.

In codesto punto arrivò la Comare, la quale, dato un colpo di bacchetta ai vestiti di Cenerentola, li fece diventare assai più sfarzosi, che non[20] fossero stati mai.

Allora le due sorelle riconobbero in essa la bella signora veduta al ballo; e si gettarono ai suoi piedi per chiederle perdono dei mali trattamenti che le avevano fatto patire.

Cenerentola le fece alzare, e disse, abbracciandole, che perdonava loro di cuore, e che le pregava ad amarla sempre e dimolto.

Vestita com'era, fu condotta dal Principe, al quale parve più bella di tutte le altre volte, e dopo pochi giorni la sposò.

Cenerentola, buona figliuola quanto bella, fece dare un quartiere alle sue sorelle, e le maritò il giorno stesso a due gentiluomini della corte.

charles perrault.

Voltato in italiano da C. Collodi.

III.

IL PICCOLO PATRIOTTA PADOVANO.

UN piroscafo francese partì da Barcellona, città della Spagna, per Genova; e c'erano a bordo francesi, italiani, spagnuoli, svizzeri. C'era, fra gli altri, un ragazzo di undici anni, mal vestito, solo, che se ne stava sempre in disparte, come un animale selvatico, guardando tutti con l'occhio torvo. E aveva ben ragione di guardare tutti con l'occhio torvo. Due anni prima, suo padre e sua madre, contadini nei dintorni di Padova, l'avevano venduto al capo d'una compagnia di saltimbanchi; il quale, dopo avergli insegnato a fare i giochi a furia di pugni, di calci e di digiuni, se l'era portato a traverso alla Francia e alla Spagna, picchiandolo sempre e non sfamandolo mai. Arrivato a Barcellona, non potendo più reggere alle percosse e alla fame, ridotto in uno stato da far pietà, era fuggito dal suo aguzzino, e corso a chieder protezione al Console d'Italia; il quale, impietosito, l'aveva imbarcato su quel piroscafo, dandogli una lettera per il Questore di Genova, che doveva rimandarlo ai suoi parenti; ai parenti che l'avevan venduto come una bestia.

Il povero ragazzo era lacero e malaticcio. Gli avevan dato una cabina nella seconda classe. Tutti lo guardavano; qual cuno lo interrogava: ma egli non rispondeva, e pareva che odiasse e disprezzasse tutti, tanto l'avevano inasprito e intristito le privazioni e le busse. Tre viaggiatori, non di meno, a forza d'insistere con le domande, riuscirono a fargli snodare la lingua, e in poche parole rozze, miste di veneto, di spagnuolo e di francese, egli raccontò la sua storia. Non erano italiani quei tre viaggiatori; ma capirono, e un poco per compassione, un poco perchè eccitati dal vino, gli diedero dei soldi, celiando e stuzzicandolo perchè raccontasse altre cose; ed essendo entrate nella sala, in quel momento, alcune signore, tutti e tre, per farsi vedere,[1] gli diedero ancora del denaro, gridando:—Piglia questo!—Piglia quest'altro!—e facendo sonar le monete sulla tavola. Il ragazzo intascò ogni cosa, ringraziando a mezza voce, col suo fare burbero, ma con uno sguardo per la prima volta sorridente e affettuoso. Poi s'arrampicò nella sua cabina, tirò la tenda, e stette queto, pensando ai fatti suoi. Con quei danari poteva assaggiare qualche buon boccone a bordo, dopo due anni che stentava il pane; poteva comprarsi una giacchetta, appena sbarcato a Genova, dopo due anni che andava vestito di cenci: e poteva anche, portandoli a casa, farsi accogliere da suo padre e da sua madre un poco più umanamente che non l'avrebbero accolto se fosse arrivato con le tasche vuote. Erano una piccola fortuna per lui quei denari. E a questo egli pensava, racconsolato, dietro la tenda della sua cabina, mentre i tre viaggiatori discorrevano, seduti alla tavola da pranzo, in mezzo alla sala della seconda classe. Bevevano e discorrevano dei loro viaggi e dei paesi che avevan veduti, e di discorso in discorso,[2] vennero a ragionare dell'Italia. Cominciò uno a lagnarsi degli alberghi, un altro delle strade ferrate, e poi tutti insieme, infervorandosi, presero a dir male d'ogni cosa. Uno avrebbe preferito di viaggiare in Lapponia; un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori e briganti; il terzo, che gl'impiegati italiani non sanno leggere.—Un popolo ignorante,—ripetè il primo.—Sudicio,—aggiunse il secondo.—La...—esclamò il terzo: e voleva dir ladro, ma non potè finir la parola: una tempesta di soldi e di mezze lire si rovesciò sulle loro teste e sulle loro spalle, e saltellò sul tavolo e sull'impiantito con un fracasso d'inferno.[3] Tutti e tre s'alzarono furiosi, guardando all'in su, e ricevettero ancora una manata di soldi sulla faccia.—Ripigliatevi i vostri soldi,—disse con disprezzo il ragazzo, affacciato fuor della tenda della cabina;—io non accetto l'elemosina da chi insulta il mio paese.

edmondo de amicis.

IV.

LA PICCOLA VEDETTA LOMBARDA.

NEL 1859, durante la guerra per la liberazione della Lombardia, pochi giorni dopo la battaglia di Solferino e San Martino,[1] vinta dai Francesi e dagli Italiani contro gli Austriaci, in una bella mattinata del mese di giugno, un piccolo drappello di cavalleggieri di Saluzzo[2] andava di lento passo, per un sentiero solitario, verso il nemico, esplorando attentamente la campagna. Guidavano il drappello un ufficiale e un sergente, e tutti guardavano lontano, davanti a sè, con occhio fisso, muti, preparati a veder da un momento all'altro biancheggiare fra gli alberi le divise degli avamposti nemici. Arrivarono così a una casetta rustica, circondata di frassini, davanti alla quale se ne stava tutto solo un ragazzo d'una dozzina d'anni, che scortecciava un piccolo ramo con un coltello, per farsene un bastoncino: da una finestra della casa spenzolava una larga bandiera tricolore: dentro non c'era nessuno: i contadini, messa fuori la bandiera, erano scappati, per paura degli Au striaci. Appena visti i cavalleggieri, il ragazzo buttò via il bastone e si levò il berretto. Era un bel ragazzo, di viso ardito, con gli occhi grandi e celesti, coi capelli biondi e lunghi: era in maniche di camicia, e mostrava il petto nudo.

—Che fai qui?—gli domandò l'ufficiale, fermando il cavallo.—Perchè non sei fuggito con la tua famiglia?

—Io non ho famiglia,—rispose il ragazzo.—Sono un trovatello. Lavoro un po' per tutti. Son rimasto qui per veder la guerra.

—Hai visto passar degli Austriaci?

—No, da tre giorni.

L'ufficiale stette un poco pensando; poi saltò giù da cavallo, e lasciati i soldati lì, rivolti verso il nemico, entrò nella casa e salì sul tetto.... La casa era bassa; dal tetto non si vedeva che un piccolo tratto di campagna.—Bisogna salir sugli alberi,—disse l'ufficiale, e discese. Proprio davanti all'aia si drizzava un frassino altissimo e sottile, che dondolava la vetta nell'azzurro. L'ufficiale rimase un po' sopra pensiero, guardando ora l'albero ora i soldati; poi tutt'a un tratto domandò al ragazzo:

—Hai buona vista, tu, monello?

—Io?—rispose il ragazzo.—Io vedo un passerotto lontano un miglio.

—Saresti buono a salire in cima a quell'albero?

—In cima a quell'albero? io? In mezzo minuto ci salgo.

—E sapresti dirmi quello che vedi di lassù, se c'è soldati austriaci da quella parte, nuvoli di polvere, fucili che luccicano, cavalli?

—Sicuro che saprei.

—Che cosa vuoi per farmi questo servizio?

—Che cosa voglio?—disse il ragazzo sorridendo.—Niente. Bella cosa![3] E poi... se fosse per i tedeschi, a nessun patto; ma per i nostri! Io sono lombardo.

—Bene. Va su dunque.

—Un momento, che mi levi le scarpe.

Si levò le scarpe, si strinse la cinghia dei calzoni, buttò nell'erba il berretto e abbracciò il tronco del frassino.

—Ma bada...—esclamò l'uffiziale, facendo l'atto di trattenerlo, come preso da un timore improvviso.

Il ragazzo si voltò a guardarlo, coi suoi begli occhi celesti, in atto interrogativo.

—Niente,—disse l'uffiziale;—va su.

Il ragazzo andò su, come un gatto.

—Guardate davanti a voi,—gridò l'uffiziale ai soldati.

In pochi momenti il ragazzo fu sulla cima dell'albero, avviticchiato al fusto, con le gambe fra le foglie, ma col busto scoperto, e il sole gli batteva sul capo biondo, che pareva d'oro. L'uffiziale lo vedeva appena, tanto era piccino lassù.

—Guarda dritto e lontano,—gridò l'uffiziale.

Il ragazzo, per veder meglio, staccò la mano destra dall'albero e se la mise alla fronte.

—Che cosa vedi?—domandò l'uffiziale.

Il ragazzo chinò il viso verso di lui, e facendosi portavoce della mano, rispose:—Due uomini a cavallo, sulla strada bianca.

—A che distanza di qui?

—Mezzo miglio.

—Movono?

—Son fermi.

—Che altro vedi?—domandò l'uffiziale, dopo un momento di silenzio.—Guarda a destra.

Il ragazzo guardò a destra.

Poi disse:—Vicino al cimitero, tra gli alberi, c'è qualche cosa che luccica. Paiono baionette.

—Vedi gente?

—No. Saran[4] nascosti nel grano.

In quel momento un fischio di palla acutissimo passò alto per l'aria e andò a morire lontano dietro alla casa.

—Scendi, ragazzo!—gridò l'ufficiale.—T'han visto. Non voglio altro. Vien giù.

—Io non ho paura,—rispose il ragazzo.

—Scendi...—ripetè l'uffiziale,—che altro vedi, a sinistra?

—A sinistra?

—Sì, a sinistra.

Il ragazzo sporse il capo a sinistra: in quel punto un altro fischio più acuto e più basso del primo tagliò l'aria.—Il ragazzo si riscosse tutto.—Accidenti!—esclamò.—L'hanno proprio con me![5] —La palla gli era passata poco lontano.

—A basso!—gridò l'uffiziale, imperioso e irritato.

—Scendo subito,—rispose il ragazzo.—Ma l'albero mi ripara, non dubiti.[6] A sinistra, vuole sapere?

—A sinistra,—rispose l'uffiziale;—ma scendi.

—A sinistra,—gridò il ragazzo, sporgendo il busto da quella parte,—dove c'è una cappella mi par di veder....

Un terzo fischio rabbioso passò in alto, e quasi ad un punto[7] si vide il ragazzo venir giù, trattenendosi per un tratto al fusto ed ai rami, e poi precipitando a capo fitto colle braccia aperte.

—Maledizione!—gridò l'uffiziale, accorrendo.

Il ragazzo battè della schiena per terra e restò disteso con le braccia larghe, supino; un rigagnolo di sangue gli sgorgava dal petto, a sinistra. Il sergente e due soldati saltaron giù da cavallo; l'uffiziale si chinò e gli aprì la camicia: la palla gli era entrata nel polmone sinistro.—È morto!—esclamò l'uffiziale.—No, vive!—rispose il sergente.—Ah! povero ragazzo! bravo ragazzo!—gridò l'uffiziale;—coraggio! coraggio!—Ma mentre gli diceva coraggio e gli premeva il fazzoletto sulla ferita, il ragazzo stralunò gli occhi e abbandonò il capo; era morto. L'uffiziale impallidì, e lo guardò fisso un momento;—poi lo adagiò col capo sull'erba;—s'alzò, e stette a guardarlo;—anche il sergente e i due soldati, immobili, lo guardavano:—gli altri stavan rivolti verso il nemico.

—Povero ragazzo!—ripetè tristamente l'uffiziale.—Povero e bravo ragazzo!

Poi s'avvicinò alla casa, levò dalla finestra la bandiera tricolore, e la distese come un drappo funebre sul piccolo morto, lasciandogli il viso scoperto. Il sergente raccolse a fianco del morto le scarpe, il berretto, il bastoncino e il coltello.

Stettero ancora un momento silenziosi; poi l'ufficiale si rivolse al sergente e gli disse:—Lo manderemo a pigliare[8] dall'ambulanza: è morto da soldato; lo seppelliranno i soldati.—Detto questo mandò un bacio al morto con un atto della mano e gridò:—A cavallo.—Tutti balzarono in sella, il drappello si riunì e riprese il suo cammino.

E poche ore dopo il piccolo morto ebbe i suoi onori di guerra.

Al tramontare del sole, tutta la linea degli avamposti italiani s'avanzava verso il nemico, e per lo stesso cammino stato percorso[9] la mattina dal drappello di cavalleria, procedeva su due file un grosso battaglione di bersaglieri, il quale, pochi giorni innanzi, aveva valorosamente rigato di sangue il colle di San Martino. La notizia della morte del ragazzo era già corsa fra quei soldati prima che lasciassero gli accampamenti. Il sentiero, fiancheggiato da un rigagnolo, passava a pochi passi di distanza dalla casa. Quando i primi uffiziali del battaglione videro il piccolo cadavere disteso ai piedi del frassino e coperto dalla bandiera tricolore, lo salutarono con la sciabola; e uno di essi si chinò sopra la sponda del rigagnolo, ch'era tutta fiorita, strappò due fiori e glieli gettò. Allora tutti i bersaglieri, via via che passavano, strapparono dei fiori e li gettarono al morto. In pochi minuti il ragazzo fu coperto di fiori, e uffiziali e soldati gli mandavan tutti un saluto passando:—Bravo, piccolo lombardo!—Addio, ragazzo!—A te, biondino!—Evviva!—Gloria!—Addio!—Un uffiziale gli gettò la sua medaglia al valore, un altro andò a baciargli la fronte. E i fiori continuavano a piovergli sui piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo. Ed egli se ne dormiva là nell'erba, ravvolto nella sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente, povero ragazzo, come se sentisse quei saluti, e fosse contento d'aver dato la vita per la sua Lombardia.

edmondo de amicis.

V.

SOTTO L'OMBRELLO.

MANCAVANO ancora più di tre chilometri per arrivare alla villa quando cominciò a piovere.

La signora Susanna guardò in alto, allungò il braccio e ricevette le prime goccie sul dorso della mano e sulla faccia. Poi disse a suo nipote ch'era un ragazzo tra i quattordici e i quindici anni:—Ferruccio, va in due salti laggiù dalla[1] vecchia Marta; ella avrà forse da prestarci un ombrello. Tu, Cecilia, resta qui.... Non faresti che inzaccherarti tutta.

In pari tempo la signora Susanna aperse il suo ombrellino e disse alla figliuola:—Finchè torna Ferruccio, vieni sotto anche tu. Non sarà un gran riparo, ma a qualche cosa servirà pure.—Però Cecilia rispose:—No, mamma, è inutile, in due non ci si sta.[2]

Ferruccio non tardò a ricomparire, seguito a pochi passi di distanza da una donna trafelata che teneva sotto il braccio un grande ombrellone rosso.

—Non sarebbe meglio che s'accomodassero da me per un quarto d'ora?—disse officiosamente la nuova arrivata.—Già questo tempaccio tanto non può durare.... Creda, signora, sarebbe meglio.... Se poi non vuole, eccole un ombrello.... Un ombrello da povera gente, ma non ho che questo.

—Grazie, Marta,—replicò con affabilità la signora Susanna.—Verrei da voi volontieri; ma è già tardi e il desinare ci aspetta. Accetto il vostro ombrello che vi farò avere più tardi. E grazie di nuovo.

Ferruccio e Cecilia ridevano fra di loro contemplando quell'ombrellone da curato che pareva dover proteggere sotto le sue ali un'intera famiglia.

—Tutti e tre a braccetto, tutti e tre a braccetto,—esclamò la ragazza battendo le mani.

—Nemmen per sogno,[3] bimba che sei,—riprese la madre.—A te il mio parasole, Ferruccio terrà l'ombrellone e farà da cavaliere a me.

Queste disposizioni piacquero poco a' due cugini le cui facce si allungarono di alcuni centimetri. Ma la signora Susanna non se ne accorse, perchè in quel momento ella s'era voltata al rumore di una carrozza che si avvicinava.

Era la timonella del dottor Lonzi.

—Signora Mellini,—gridò il dottore fermando il cavallo e sporgendo la testa fuori del mantice alzato a metà,—vuol salire in timonella? Ho un posto disponibile.

—In verità,—rispose la signora Susanna,—se non credessi di farla deviare dal suo cammino, accetterei.

—Si figuri.... Passo anzi davanti alla sua villa. E in ogni caso.... Mi dispiace piuttosto di non potere offrire ospitalità a que' due signorini.

—I due signorini vanno a piedi,—disse Cecilia tutta contenta.

E restituendo alla madre l'ombrellino si ricoverò sotto l'ombrello rosso.

—Quella lì resterà una bimba sino all'estrema vecchiezza,—osservò la signora Susanna mentre, aiutata dal dottore, saliva in timonella. E continuò, rivolgendosi ai due ragazzi:—Mi raccomando di non far pazzie e di andar subito a casa. Ferruccio, tu sei il più giovine, ma sei anche il più savio. Abbi tu giudizio per tua cugina. Te l'affido.

Il dottore Lonzi scosse le redini sul collo al cavallo che si mise al trotto.

—Ha sentito?—disse con aria d'importanza Ferruccio.—È affidata a me. Dunque rispetto e soggezione.

—Oh!—esclamò Cecilia.—Che cavaliere formidabile! Con un buffetto lo getterei in fosso.

—Questa vorrei vederla,—replicò Ferruccio piccato.

—To', mi negheresti d'esser tre buone dita più basso di me?

—È una calunnia. Ci siamo forse misurati quest'autunno?

—Quest'autunno no, ma l'autunno passato.

—Qui sta il busillis.... In un anno io son cresciuto e tu no... almeno in altezza.

Quest'allusione alle curve nascenti di sua cugina parve a Ferruccio un'audacia immensa, ond'egli arrossi e chinò gli occhi a terra.

La ragazza rimase un momento in forse se doveva ridere o arrabbiarsi, e si contentò di borbottare fra i denti:—Sguaiato!

—Un altr'anno poi ce la conteremo,—soggiunse Ferruccio, lieto d'averla passata liscia.[4]

—A proposito di che ce la conteremo?

—Oh bella! A proposito della mia statura.

—Sicuro... diventerai il gigante Golia.... Ma andiamo, grullo, lo sai tenere o no quel famoso ombrello?

È innegabile che Ferruccio lo teneva piuttosto male, costretto com'era a camminare in punta di piedi per non parer meno alto della cugina. Per peggio tirava vento, e ogni tanto una raffica faceva piegare l'asta ora da una parte, ora dall'altra.

—Io faccio la doccia dal lato destro,—osservò Cecilia.

—E io dal lato sinistro.

—Vuoi lasciar provare a me?—disse la giovinetta.

—Lasciarti l'ombrello?

—Sì, per cinque minuti.

—Ma nemmen per sogno.

—Via, sii compiacente.

—Ti dico di no.

Ma Cecilia, ostinatella per indole, non voleva smettere e tentava di conquistare con la forza ciò ch'ella non poteva ottener colle buone.[5] Tira di qua, tira di là, l'ombrello che non aveva le molle ben salde si chiuse a un tratto pigliando come in una trappola le teste dei due contendenti.

Quando poterono riaprirlo, Ferruccio aveva il cappello a sghimbescio e Cecilia era tutta arruffata; grondavano poi tutti e due come se fossero usciti allora da un bagno.

—Colpa tua,—gridò la ragazza.—Sgarbataccio!

—Ah colpa mia! Fosti tu che....

A questo punto però l'ilarità prese il sopravvento e i due cugini si guardarono in viso ridendo a più non posso.[6]

—Fu una bella capata.

—Eh, lo credo io. Debbo aver un bernoccolo sulla fronte.

—E anch'io qui....

—Povera cuginetta!—esclamò Ferruccio.

—Non rider così forte,—disse Cecilia fingendo un comico sgomento.—Se scuoti troppo l'ombrello, esso ne fa ancora una delle sue[7] e torna a chiudersi.

—La gran disgrazia! Non si stava punto male lì sotto.

Anche questa volta Ferruccio credette d'essersi lasciata sfuggire una frase arrischiata anzichenò, e divenne rosso.

Cecilia gli lanciò un'occhiatina in cui c'era un fondo d'inconscia civetteria; poi, atteggiandosi a donna di proposito:—Orsù,—disse,—facciamo da gente soda il resto del cammino.

Ella passò di nuovo il braccio sotto a quello del suo cavaliere e gli si strinse addosso quanto più era possibile.—Così sarò al coperto con tutta la persona,—ella disse.

Ferruccio si sentiva intorno una specie d'inquietudine, un malessere non provato ancora; un malessere però così delizioso che in quel momento egli non l'avrebbe cambiato con nessuna cosa al mondo.

E Cecilia intanto, chinando verso di lui la leggiadra testina, gli parlava come non gli aveva parlato mai sino a quel giorno, come si parla, non già a un fanciullo che si prende per compagno di chiassi, ma a un giovinetto che può essere il confidente, l'amico.

A vedersi finalmente trattato da pari a pari da una ragazza che aveva quasi quindici anni e mezzo e ch'era bellina davvero, Ferruccio non capiva in sè dalla contentezza. Sulle prime era confuso, si impappinava, ma a poco a poco gli si sciolse lo scilinguagnolo e cominciò anch'egli a discorrere con un calore, con un'enfasi insolita.

Quante cose si dissero i due cugini sotto a quell'ombrello! Ricorsero i tempi dell'infanzia allorchè vivevano nella stessa città e passavano insieme molte ore della giornata, bisticciandosi spesso, tirandosi anche di tanto in tanto per i capelli, ma non potendo mai star divisi. Più tardi le famiglie erano andate ad abitar paesi diversi, e Cecilia e Ferruccio si rammentavano d'aver pianto dirottamente il giorno della separazione. Sì, certo, avevano pianto, avevano giurato di scriversi, ma poichè sapevano fare appena le aste, non c'era stato caso di mantener la promessa. Però Ferruccio era venuto sin da quell'autunno a passar le vacanze presso gli zii, e così negli autunni succes sivi. Era quella anche per Cecilia la più lieta stagione dell'anno. È vero, c'era stato un po' di raffreddamento quando Cecilia pareva voler diventare un campanile e Ferruccio invece non si decideva mai a crescere. Allora ella lo guardava proprio dall'alto al basso.[8] Basta; ormai questa umiliazione era finita, e Cecilia riconosceva lealmente che Ferruccio non faceva punto una cattiva figura al suo fianco. Ma! Che peccato di non poter andar a braccetto tutto l'anno! Che peccato di non poter sempre confidarsi i pensieri intimi, i desiderii segreti, le piccole contrarietà della vita!

I due cugini sdrucciolavano nel patetico. Chi sa che cosa riserbava loro l'avvenire? Una serie di disinganni, una morte precoce forse... brr... l'idea sola faceva gelare il sangue.

—Non dirlo nemmeno, Cecilia,—esclamò Ferruccio.

—Ti dispiacerebbe davvero se io morissi?

—Oh che discorsi!—egli replicò fissandola con occhi umidi.

Ella, per risposta, gli premette dolcemente il braccio.

Questo dialogo sentimentale fu interrotto da una voce.

—Ehi, ragazzi, volete spicciarvi?

Era la signora Susanna la quale aspettava la figliuola presso la cancellata della villa ov' essi erano giunti senz'accorgersene.

—E adesso,—continuò la signora Susanna,—mi farete la grazia di spiegarmi perchè tenevate l'ombrello aperto? Son più di venti minuti che ha smesso di piovere.

—Ha smesso di piovere!—gridarono Cecilia e Ferruccio pieni di maraviglia.

—Ma sì.... Eravate nelle nuvole? Di Cecilia non mi stupisco; ella non sa mai dov' abbia la testa; ma tu, Ferruccio, vergogna! E in che stato siete! Col fango fin sopra i capelli! Su, presto, andate a mutarvi vestito, e poi subito a tavola. Tu, Ferruccio, consegna l'ombrello a Menico che lo riporti alla vecchia Marta. Già per quello che vi ha servito, si poteva fare a meno di prenderlo.[9]

—No, mamma, credilo, sotto quell'ombrello si stava benissimo,—disse Cecilia avviandosi a casa.

—Birichina!—le susurrò all'orecchio Ferruccio mettendosele al fianco.

enrico castelnuovo.

VI.

IL GIURATO.

L'ISTITUZIONE dei giurati è un mistero come un altro. Più si studia e[1] meno si arriva a capirlo.

Difatti, a che serve fare un corso intero di giurisprudenza, subire esami, addottorarsi, avvocatarsi e, cominciando dal primo gradino del pretore, salire su su fino a giudice o presidente della Corte, quando un bottegaio, un farmacista, un negoziante d' olio, un venditore di fiammiferi all'ingrosso, vengono in Tribunale a pigliare il posto del vero giudice, e il loro verdetto, quale e' si sia,[2] decide sommariamente della sorte dell'imputato?

Mistero!...

Perchè si crede e si deve credere che dodici o quindici persone, sprovviste per il solito d' ogni studio legale e d' ogni pratica forense, debbano essere più competenti, in un dibattimento grave e spesso complicatissimo, a emettere un giudizio retto e spassionato, di quello che potrebbero esserlo gli stessi magistrati, largamente forniti di studi, di criteri e d' esperienza?

Mistero!...

E perchè, per la medesima ragione, dovendo giudicare della gravità di un caso chirurgico, invece di chiamare un professore dello Spedale o un altro valente operatore, non si chiama il lattaio, il calzolaio o il tappezziere di casa?

Mistero!...

Perchè ostinarsi a cantare tutti i giorni la coscienza, la rettitudine e l'incorruttibilità della nostra magistratura, mentre poi, all'atto pratico,[3] questa medesima magistratura così coscienziosa, così retta, così incorruttibile la facciamo controllare (il verbo è francese, ma il significato è italiano) da un' altra magistratura, apocrifa, posticcia, improvvisata?

Mistero!...

Perchè deve esser lecito strappare dalle sue consuetudini giornaliere un povero diavolo, il quale per venti o trent' anni non ha fatto altro che fabbricare o sapone, o camiciole di lana, o versi endecasillabi, per costringerlo a mascherarsi lì per lì da giudice di Tribunale, col pericolo che egli assolva innocentemente qualche arnese galerabile,[4] e mandi all'ergastolo qualche malcapitato galantuomo?

Mistero, mistero, e sempre mistero! vale a dire[5] tutte cose che si vedono fare, senza poterne capire la ragione ragionevole per cui si fanno.

—Che cos' è il giurato?

—Il giurato è un libero cittadino, condannato dalle libere istituzioni a far da urna, rigirandosi in bocca due pallottole, sopr'una delle quali è scritta la condanna, e sull'altra l'assoluzione dell' imputato. La prima pallottola che il giurato sputa, è quella che il vero giudice è tenuto a fare eseguire.

—Qual'è, per un giurato, la più grande afflizione di spirito?

—Quella di non saper mai a che ora potrà pranzare.

—Che fa il giurato, durante il dibattimento?

—Quando va a prendere il suo posto è rassegnato: dopo un' ora, è uggioso: dopo un' ora e mezzo, è impaziente: dopo un' ora e tre quarti, diventa atrabiliare: dopo due ore, finisce col credersi più infelice dello stesso imputato, perchè egli si sente già condannato, mentre l'altro ha sempre qualche speranza.

—Come si chiama la deliberazione del giurì?

—Verdetto.

—Questa parola significa forse l'obbligo nei giurati di colpire nel vero?

—Nossignore. Questa parola significa semplicemente "è vero che i giurati hanno detto quel che hanno detto!"...

—Che cos'è dunque il verdetto?

—È la cosa meno seria, fra le cose serie di questo mondo.—

c. collodi.

VII.

A UN FIORE SECCO.

ECCOTI qui, tra le mie mani, sotto i miei occhi.

Nulla è più in te di ciò che era meraviglioso in te. Non hai nè colore, nè rilievo, nè profumo. Il vento non ti culla più, gli insetti non ti cercano, le farfalle ti hanno dimenticato. Appena appena al vederti si può credere che tu sia stato un fiore, e che tu sia stato bello nessuno lo crederebbe se io non lo affermassi.

Ebbene: in cotesto tuo aspetto freddo e rassegnato tu vali per me più di tutti i fiori che abbelliscono e abbelliranno i giardini della terra. Non perchè dal delicato ramo che ti diede la vita sia venuta a staccarti trepidante la mano d'una donna, chè tale felice sorte non ti toccò. Non perchè tu sappia la voluttà del riposo sopra il seno di lei che amo, o conosca il divino contatto delle sue labbra. No: in una notte buia, quando tutto attorno a te era silenzioso e vuoto e tu dormivi sognando forse il lieto sole del domani, io venni a coglierti.

Perchè ti colsi, quella notte, allorchè tutto taceva ed era vuoto attorno a te? Perchè approfittai di quell'istante in cui tu eri rimasto solo, e perchè ora sei mio e ti tengo celato e caro come il più prezioso di tutti i tesori?

Perchè tu, un giorno, vivo, scarlatto, profumato, spiccando in mezzo al verde tenero delle foglie, fosti il testimone.

Perchè tu fosti presente quando i miei occhi per la prima volta si incontrarono nei suoi, e ammirasti il sorriso che illuminò la sua faccia allorchè essa rispose leggiadramente al mio saluto.

Perchè tu assistesti al nostro primo incontro e contasti, uno ad uno, i minuti di quell'ora che non ritornerà giammai.

Perchè mi vedesti felice al suo fianco, udisti il suono della sua voce e la mirasti ascoltare benevolmente le mie parole.

Perchè contemplasti la mia sommissione e vedesti i miei occhi inalzarsi a lei supplici.

Perchè udisti il suo riso e ammirasti la gentilezza della sua persona.

Perchè tu puoi far fede[1] che ella un istante mi amò, affinchè io mai non ne dubiti; perchè tu sentisti il dolore che velava la mia voce allorchè le indirizzai l'ultima parola, e vedesti il subitaneo smarrimento che passò in quell'istante dentro i suoi occhi.

Per questo io corsi a te, solo, di notte, e ti tolsi al tuo ramo senza pietà, e mi impadronii di te come cosa che a buon diritto dovesse appartenermi. Per questo ti tengo ora qui, mio prigioniero, e voglio che tu mi risponda, e ti invito a raccontare lungamente. Descrivi in tutti i suoi più minuti particolari la storia di quell'ora e falla[2] divenire la storia di cento secoli. Dimmi[3] la sua bellezza, rivelami tutte le grazie della sua persona, ricordami il colore dei suoi occhi come se io già lo avessi dimenticato. Parlami della soavità del suo sguardo e pensa insieme a me alla voluttà di un suo bacio. Parlami di lei, di lei sempre, e quando credi di aver terminato, ricomincia ancora!

enrico guidotti.

VIII.

LA DOTE D'ORSOLINA.

SE in un giardino si trovano dei pomi maturi, una bella ragazza di diciott'anni, e un bel giovinetto di venti, e non si rinnova la storia di Adamo ed Eva, è proprio un miracolo. Non occorre nemmeno il serpente.

Nei dintorni di Milano c'è uno stabilimento industriale circondato da un parco, ove il signor Carlo Y——, figlio del proprietario, s'incontrava sovente con l'Orsolina, figlia del capo-fabbrica.

Egli è un bel giovane che ha appena finiti i suoi studi, e la ragazza è un tipo milanese perfetto; svelta, brunetta, graziosa. Si vedevano ogni giorno, si piacquero, e dichiararono di amarsi sul serio, coll'intervento del Sindaco e la registrazione nello "stato civile."[1] Per disgrazia, invece del serpente che incoraggiasse i loro progetti clandestini, li vide il cassiere della casa, che si credette in obbligo di avvertirne il padrone, il quale appunto in quel giorno aveva ricevuto una lusinghiera proposta di matrimonio pel figlio. Si trattava d'una ricchissima signora di Como,[2] che portava in dote case, campagne e capitali, con un quarto di nobiltà per giunta, e le solite speranze.

Il babbo del signor Carlo, uomo di lunga esperienza, capì subito che non bisognava attaccare il giovinotto di fronte; nell'amore, l'opposizione è un incentivo, e gli ostacoli sono sproni.

—Sarà un amoretto giovanile,—egli pensava,—bisogna farlo cessare con prudenza, e si fece chiamare il capo-fabbrica.

Il sor Fabrizio era un ambrosiano all'antica,[3] la probità in persona, calmo e operoso ad un tempo, e fino come una volpe, sotto un'apparente bonomia.

—Dite un po', Fabrizio, vi siete accorto che mio figlio va ronzando intorno alla vostra figliuola?[4]

—Non me ne sono proprio mica accorto.

—Ebbene, ve lo dico io per vostra norma a scanso di pericoli. 10

—Pericoli non ve ne possono essere, la mia Orsolina è una perla!

—Lo so benissimo, ma la gioventù... m'intendete....

—Anzi non intendo niente!... io vado superbo... e mi chiamo altamente onorato della predilezione del signor Carlo.

—Va bene fino ad un certo punto,... ma sapete... i giovinotti... non bisogna troppo fidarsi....

—Mi meraviglio!... sono discorsi questi che mi sorprendono... e, se non fosse lei che parla, farei subito tacere chi osasse di calunniare i miei signori padroni. Sono quarantadue anni e quattro mesi che li servo, e non ho avuto che a lodarmi di tutti loro. Primo il signor Giacomo di venerata memoria,... poi il signor Gaspare di pari probità,... adesso lei che seguita le onorate tradizioni della casa, poi verrà il signor Carlo a continuare l'inalterabile sistema.... A Milano li conoscono, neh? e anche fuori! Sono case vecchie... e bisogna andar superbi di servirle!

—Vi ringrazio, vi ringrazio, ma non bisogna confondere le cose; gli amoretti non hanno a che fare cogli affari. Insomma, capite bene che i giovani si scaldano presto la testa, e allora....

—Allora tocca a lei, se non è contento, di allontanare il signor Carlo. Da parte mia, se i giovani si amassero, do il mio pieno consenso, ed anzi mi reputo ben fortunato di diventare il suocero del mio futuro padrone!

—Oh, là... là... come andate avanti! non si tratta già di matrimonio!

—Ma allora,... di che si tratta?

—Infatti vi parlerò chiaro. Mi vien fatta una proposta di matrimonio, che potrebbe convenire a mio figlio, e che a me conviene perfettamente. Si tratta d'una ricchissima signora!... capite bene....

—Capisco benissimo... se colla ricchezza ci entra anche l'amore, niente di meglio! ma se l'amore mancasse... ci sarebbe il superfluo senza il necessario.

—Ma neanche il solo amore basta per maritarsi... ci vuole la dote!

—Sicuro!... è giustissima, ci vuole la dote, anzi, ci vogliono delle doti... e il denaro è la cosa meno necessaria alla felicità,... specialmente per chi ne ha più del bisogno.

—Converrete, caro Fabrizio, che un padre ha pieno diritto di scegliere per suo figlio un partito conveniente.

—Verissimo!... Qualora al figlio convenga il principale, che è la donna, il padre ha diritto di occuparsi dell'accessorio... che è la dote.

—Ebbene, vi dirò in confidenza chi sarebbe la donna, e poi mi direte francamente la vostra opinione. Si tratta della figlia unica del signor B——, della casa B. S. e Comp., di Como.

—Una bellissima ragazza... e ricchissima.

—Il padre vedovo cede alla figlia tutta la dote materna, la magnifica villa sul lago, la galleria dei quadri, e vi aggiunge un cospicuo capitale. Poi, alla sua morte il resto. Di più, la madre della ragazza era contessa, ciò che la mette in parentela colle famiglie più nobili. Trovatemi, caro Fabrizio, fra le vostre aderenze un simile partito!

—Ecco, le dirò quello che penso. Fra le mie aderenze conosco le terre dell'Orsolina;... essa le ha divise in quattro tenute; un vasetto di geranio, uno di reseda, un garofano e un rosaio. Non ha spese di coltura, perchè governa tutto da sè; non teme la grandine, perchè ad ogni minaccia li mette al coperto. Denaro non ha che quello che guadagna colle sue mani, ma siccome spende sempre meno di quanto guadagna, così ha sovente qualche risparmio da mettere alla banca del popolo. Conosco la signora B——, l'ho veduta quest'inverno a Milano; è bella, ma meno dell'Orsolina; si veste di velluto, ma lo trascina nel fango delle strade; ha carrozze e cavalli di lusso, cocchieri in parrucca, palchi in teatro, ma non so se le rendite della sua dote basteranno a pagare tutte le spese! È vero che i miei signori padroni non hanno bisogno di denaro,... e possono fare anche un matrimonio passivo, per il gusto d'avere una villa sul lago, una galleria di quadri... e un quarto di nobiltà. Alla mia Orsolina bastano i giardini pubblici e la galleria di Brera,[5] nostre proprietà comuni, come cittadini milanesi,... e per la nobiltà l'Orsolina ha la sua parte, e tanto bella che non vorrebbe cederla per nessuna altra. Essa ha ereditato la medaglia del merito militare, che mio figlio ha guadagnata combattendo valorosamente nelle guerre per l'indipendenza della patria, e che morendo sul campo di battaglia ha mandata a sua sorella col mezzo d'un camerata ferito al suo fianco.

Così dicendo, Fabrizio si asciugava gli occhi gonfi di lagrime, e non potè proseguire; le parole gli rimasero strozzate nella gola alla memoria di tanto sacrificio!

Il padrone, parimenti commosso, lo guardava tacendo, quando s'aperse l'uscio, ed entrò nello studio il giovane Carlo.

—Padre mio,—egli disse,—so tutto; il cassiere mi ha informato delle vostre intenzioni; io vengo ad aprirvi il mio cuore. Amo teneramente l'Orsolina, e le ho promesso di sposarla; essa è degna di portare il nostro nome, e sarà la provvi denza della nostra casa, come lo era la povera mia madre, che dal cielo approva la mia scelta. Voi non vorrete che io manchi alla parola d'onore, sagrificando anche il mio affetto. Ho tutta la venerazione per il signor B—— di Como e sua figlia, ma rinunzio volentieri a tutte le loro ricchezze e sento che sarò più felice coll'Orsolina senza dote....

—Come senza dote?—saltò su a dire Fabrizio un po' risentito.

—Se parli con lui,—soggiunse il padre di Carlo, con mal dissimulata ironia,—sua figlia è più ricca della signora B——.

—Sicuro,—rispose Fabrizio,—mia figlia appartiene alla classe che produce, e le signora B—— alla classe che consuma. È facile tirarne le conseguenze. Se poi le doti morali sono da preferirsi alle materiali, chi più dell'Orsolina ha un cuor d'oro, una mente retta, un giudizio sano, un'anima onesta? È certo però che, per quanto possa essere profonda la sua affezione, essa non concederà mai la mano di sposa ad un giovane, che non abbia ottenuto il pieno consenso paterno, specialmente se questo giovane è ricco! C'è dunque realmente un pericolo, quello di passare per intriganti, o di veder mia figlia deperire per un amore infelice; noi non abbiamo altre ricchezze che l'onore e la salute, ma queste ci bastano per vivere e non abbiamo bisogno d'altro. Io condurrò mia figlia lontano da tale pericolo,... e da questo momento domando il mio congedo.

Fabrizio era sincero ed era alieno dal conoscere il proprio valore. Bensì lo conosceva il padrone che fidava interamente il buon andamento della fabbrica sull'onestà e sull'attitudine del suo capo. La partenza di lui equivaleva ad un fallimento; un buon capo-fabbrica val più d'una ricca dote; il padre di Carlo si affrettò quindi a chiedere a Fabrizio la mano di Orsolina per suo figlio; e quando alle doti morali della futura nuora aggiunse anche il valore del padre di lei, s'accorse benissimo che se mantenendo la promessa del figlio aveva fatta una buona azione, aveva conchiuso, in pari tempo, anche un ottimo affare.

antonio caccianiga.

IX.

RIVELAZIONI D'UN'OSTRICA.

IL dotto naturalista signor X—— si presentò all'Accademia scientifica di N—— chiedendo d'essere ammesso a leggere in pubblica adunanza alcuni suoi studi. La domanda venne accolta favorevolmente da tutti i membri della presidenza, che lo invitarono a prender posto fra loro.

—Ella ci fa un vero onore,—gli disse il presidente.—La stampa ci porta via il lavoro dei nostri soci che preferiscono presentarsi direttamente al pubblico. I pochi che danno la preferenza alla qualità sulla quantità degli uditori mostrano il loro acume. So che Ella studia molto....

—Sì signore,—rispose il naturalista,—studio moltissimo... e non so nulla.

—Troppa modestia.... Ora siccome dobbiamo inserire gli argomenti delle letture nell'ordine del giorno delle adunanze, la prego di voler favorirmi il titolo dei suoi studi.

—Intendo di presentare all'Accademia... le rivelazioni d'un'ostrica.

La presidenza non seppe rattenere uno scroscio di risa.

—Il naturalista se ne trovò offeso.

—Che cosa c'è da ridere!—egli chiese con indignazione.—Voi ascoltate seriamente le nenie dei vostri poetuncoli, i verbosi vaniloqui dei vostri filosofi, i fantastici sproloqui dei vostri teologhi, e non potete prendere sul serio le modeste rivelazioni d'un mollusco? Vi sorprendete forse perchè vi prometto le rivelazioni d'un acefalo? O credete che colui che non ha testa non possa pensare col cuore... o collo stomaco! Non avete mai veduto degli uomini che ragionano coi pugni? Mi fareste venir la voglia di darvi un saggio di argomentazioni persuasive col solo uso delle gambe.

E così parlando si animava gradatamente, e vedendo che i dotti si facevano dei segni coi gomiti, e lo guardavano con paurosa diffidenza, la sua indignazione giunse al colmo. Si levò in piedi e disse:

—Signori... voi ignorate che il sublime sta nel semplice. Voi siete un composto d'imbecilli... e d'idioti... io vi disprezzo, e vi scaccio da questo tempio della scienza, che profanate colla vostra dabbenaggine!

E così dicendo alzò in aria una sedia, coll'evidente intenzione di rompere la testa ai membri della presidenza, che non volevano credere al linguaggio degli acefali.

Tutti gl'illustri accademici se la svignarono[1] per la porta più vicina.

Allora lo sdegno furibondo del signor X—— si sfogò sugli scaffali dei libri, rompendo le lastre, mandando in aria i volumi, le carte, i calamai, le lampade, e quanto gli cadde sotto mano. Poi discese le scale gesticolando; e si mise a passeggiare per la via con passi concitati, parlando da solo, e dimenando le braccia.

Alcuni agenti di questura[2] avvertiti dal presidente lo seguirono per qualche tempo e quando giudicarono di poterlo afferrare senza pericolo, gli saltarono addosso, lo legarono strettamente, e lo condussero al manicomio.

Sorpreso dall'inaspettata violenza, rimase sbalordito, non oppose la minima resistenza, e si lasciò condurre macchinalmente; ma quando giunse davanti il portone del famoso ospizio, alzò gli occhi in atto di profondo disprezzo, ed esclamò:

—Adesso capisco! è il caso attribuito a Salomone di Caus![3]

* *   *

Pochi giorni dopo questo avvenimento l'Accademia tenne un'adunanza a porte chiuse, nella quale il dottore Z—— fece delle comunicazioni intorno ad alcune sue recenti ricerche sulla pazzia.

Risulterebbe da studi profondi, che gli uomini sono tutti più o meno matti... senza far eccezione delle donne. I pazzi rinchiusi nei manicomii sono varietà di poca importanza, che si trovano all'ospizio per circostanze fortuite. Non sono quasi mai i più pericolosi, tanto è vero che gli assassini, che non sono altro che pazzi, si consegnano alle prigioni, e molte volte con stupida barbarie si guariscono dalla malattia di cervello, coll'amputazione della testa!

Il genio è un'esuberanza vitale, come molte altre manifestazioni intellettuali che passano per pazzie. Leggete senza pregiudizi le vite di tutti gli eroi, e vi troverete molti sintomi di pazzia. Ogni guerra offensiva è l'azione furiosa d'un pazzo seguito da migliaia d'altri pazzi. Ogni colpo di Stato che non mena al potere, conduce direttamente al patibolo. La storia non è altro che la narrazione delle più strane pazzie dell'umanità.

Il dottore Z—— discendendo colle sue prove fino agli avvenimenti del giorno, parlò d'uomini illustri che vivono circondati dall'ammirazione dei contemporanei, e provò, come due e due fan quattro, che sono matti.

Ascoltando le dotte elucubrazioni dello scienziato, qualche socio credeva di scorgere nel fondo della propria coscienza un germe fosforescente di pazzia, come si vede una fiammella attraverso un vetro appannato.

Taluno ebbe paura che la scienza colle sue progressive scoperte giungesse a leggere i pensieri attraverso le pareti del cranio, e pensava già d'inventare una berretta impermeabile agli sguardi scientifici e di ottenerne il brevetto.

Tal altro pensava invece che il dottor Z—— studiasse l'uomo guardandosi nello specchio, e giudicando la società come la riproduzione perpetua di sè stesso.

Però finita la comunicazione scientifica, tutti i soci indistintamente circondarono il lettore, gli strinsero la mano, e gli prodigarono le più lusinghiere congratulazioni.

Tuttavia il presidente dopo replicati elogi, pregò il dottore di voler conservare inediti tali studi, a solo beneficio della scienza, non giudicando la società abbastanza matura per conoscere positivamente i propri destini. Ed anzi allo scopo di prevenire almeno in parte i pericoli minacciati dal progresso delle scienze naturali si propose di fare una lettura in una prossima adunanza, sull'argomento seguente: "Dell'assoluta necessità d'ingannare il genere umano sulle sue origini, e sulle condizioni dell'esistenza, incominciando dall'insegnamento delle scuole elementari, e seguitando a cullarlo d'illusioni, secondo i suoi gusti speciali, per mezzo della libertà di tutti i culti."

I soci approvarono in grande maggioranza.

* *   *

Intanto al manicomio, dopo un accurato esame del signor X——, era insorta una discrepanza di pareri fra i medici: il dottor L—— lo dichiarava affetto da alienazione mentale idiopatica, con delirio ricorrente; il dottore Z—— non vedeva che sintomi di neurosi ipocondriaca. Il paziente passava rapidamente da un profondo abbattimento ad eccessi d'esaltazione furibonda. Egli urlava che i veri pazzi non sono all'ospedale, che lo lasciassero andare in pace, se non volevano che diventasse pazzo davvero.

La famiglia del signor X—— venne invitata ad informare sulla condotta di lui, sulle sue abitudini, occupazioni e tendenze. Venne dichiarato di carattere bizzarro, capriccioso, ineguale; ora taciturno ora impetuoso. Abitualmente chiuso in sè, immerso in profonde meditazioni, si mostrava intollerante d'ogni volgare pregiudizio, e si accendeva di collere subitanee. Misantropo, disprezzava gli uomini, e studiava i costumi delle bestie. Da qualche tempo[4] aveva gettato sul fuoco tutti i libri della sua biblioteca, dichiarandoli un ammasso di assurde corbellerie. Diceva di non voler più leggere altro che il libro inesauribile della natura, e passava il giorno coll'occhio intento sul microscopio, e molte notti sul tetto a contemplare le stelle.

Tali informazioni servirono a confermare i due medici nelle loro diverse opinioni e valsero di prova, al primo per dimostrare l'evidenza della pazzia, al secondo l'evidenza contraria.

Le dichiarazioni della famiglia vennero accompagnate da alcuni foglietti manoscritti, fra i quali si ritrovarono le note seguenti:

"Nel segreto del mio gabinetto io ho interrogato un'ostrica sulle sue idee.

"Essa mi rispose:—Prima di uscire dal mare, io credeva, come tutte le mie compagne, che il mondo fosse stato creato per le ostriche; e che Iddio fosse un'ostrica gigantesca, al cui cenno tutto obbedisse. Però vi sono delle ostriche atee che negano Dio, perchè non lo vedono, si burlano delle ostriche dabbene che credono all'ignoto, e suppongono che fuori del mare tutto sia finito, non potendo immaginare un'altra vita.

"Io stessa non mi sono mai immaginata che vi potessero essere degli animali colla testa.

"Io non la trovavo necessaria, non ne sentivo il bisogno, nè per mangiare, nè per vivere, nè per fabbricare la mia casa, nè per propagare la specie.

"Quale non fu la mia sorpresa, quando cavata fuori dal mare dalla mano d'un uomo, venni posta con alcune mie sorelle in un panierino, e portata in giro per la città! Quali meraviglie! quanti splendori! quale incanto alla vista di tante cose varie, strane, incredibili! e di tanti esseri superiori alle ostriche... almeno in apparenza!

"E se nel solo piccolo mondo si trova tanta varietà d'esseri viventi e di meraviglie, che cosa deve trovarsi in tutti quei globi luminosi che girano negli spazii incommensurabili, e che brillano in ogni parte dell'infinito orizzonte!

"Anche l'uomo, come l'ostrica, non conosce che un minimo frammento del creato, un granellino di sabbia dell'universo!

"Ma l'uomo, tanto superiore alle ostriche, non deve avere la vista corta come i poveri molluschi!

"Egli non giudicherà certamente l'immensità dell'infinito ignoto, dal pochissimo che gli è noto; egli colla sua testa orgogliosa non potrà limitare il suo spirito alle idee dei crostacei, e non vorrà essere nè religioso nè ateo alla maniera delle ostriche!

"—Se io leggessi tali rivelazioni d' un'ostrica all'Accademia scientifica?

"Vado subito a chiederne la licenza."

* *   *

Dopo avergli somministrate alcune doccie, e praticati dei salassi, il signor X—— mostrandosi tranquillo, venne restituito alla sua famiglia, raccomandandogli un regime deprimente, e di vivere in calma, abbandonando affatto gli studi di storia naturale, e lasciando vivere e morire in pace gli uomini, le accademie, e le ostriche.

antonio caccianiga.

X.

VENI, VIDI... NON VICI!

—Ci si provò anche lei, eh,[1] professore?

—Se mi provai?! E come... e come!

—Ottenne?—

Rise il professor Gianlucardi scotendo la testa: poi soggiunse:—Non me ne volevo mescolare, perchè sono faccende troppo delicate; ma quella povera madre così afflitta mi faceva compassione, e pregato e ripregato mi provai... ma... tanto è inutile, son cervellini, quelli, che non si raddirizzano.

—Crede lei, professore,—gli dissi,—che una seria educazione non possa....

—L'educazione...—interruppe con voce tonante il professor Gianlucardi che aveva il difetto d'interrompere sempre e quello di stemperare un'idea in un lago di parole:—l'educazione...—e continuò così a lungo che io credei volesse affogarmi in uno di quei trattati di educazione a regole stabilite, applicabili in tutti i casi, come le medicine delle quarte pagine dei giornali. Quando il professor Gianlucardi, pensai, sarà deputato, non starà in parlamento per alzarsi e rimettersi a sedere; ma chiederà spesso la parola, e se l'ottiene non la vorrà lasciare tanto per fretta; sarà più facile che i suoi colleghi lascino lui. Toltone, però, quei due difetti, il professor Gianlucardi è un fior di galantuomo e la perla degli insegnanti.

Esaurita la digressione sui vari modi pratici di educare, più o meno efficaci, si venne al fatto, il quale, in verità, è così meschinuccio per sè stesso che non merita le circonlocuzioni verbose del professor Gianlucardi, e si racconta in quattro parole. Ecco la cosa come sta.

Si trattava di convertire alla religione del dovere, e in con seguenza del buon senso, una scapatella di marchesina, sposa da poco tempo, che minacciava di abiurare e l'uno e l'altro. La madre si disperava: madre ottima, o meglio ottima donna, che aspettava sempre dall'alto un consiglio, un aiuto, e spesso anche il miracolo: era come quelli che a forza di guardare in su non guardano mai dove mettono i piedi. Rimase vedova presto la contessa Cecilia con quell'unica figlia, che fino dai primi anni prometteva molto per avvenenza, per astuzia, per vanità; e veniva su un maligno serpentello che dava da fare per quattro, e avrebbe dovuto anche dar pensiero per l'avvenire.

—Coi bambini non si ragiona,—diceva la contessa Cecilia;—quando la mia Albertina avrà qualche anno di più, avrà anche un diverso contegno.—E gli anni passavano e il contegno era diverso, ma in peggio; tantochè alcuni amici consigliarono la contessa Cecilia a mettere la figlia in convento: ma lei dichiarò che in convento non l'avrebbe messa mai, perchè non voleva, non poteva separarsi dalla figliuola.

—Quando prenderà marito diventerà più assennata,—concludeva la contessa Cecilia;—sì, bisogna maritarla presto:—e si consolava con quella speranza, e con incessanti preghiere a Dio e ai Santi che avrebbero mutata in meglio l'indole ribelle della sua Albertina. Infatti, presto fu sposa di un giovine elegante, un marchesino, a cui pareva mill'anni di prender moglie per uscir di pastoie,[2] per aver più denari e potere scorrazzare per il mondo a suo talento, e darsi bel tempo.[3]

Da prima viaggiarono insieme: poi, nato che fu[4] un bambino, si vedevano poco: lui faceva frequenti viaggi a Monte Carlo;[5] lei faceva molto parlar di sè, tanto nelle feste di ballo e nei ritrovi del carnevale, quanto nei mesi delle bagnature, sfoggiando sempre gran copia di eleganti e ricchi abbigliamenti.

La contessa Cecilia era impensierita: andando di questo passo, quel povero bambino sarebbe diventato poco meno di un pezzente. Poi s'impensierì sempre più, perchè la sua Albertina aveva stretto amicizia con alcune giovani signore frivole, ch'ella non avrebbe mai creduto conducessero una vita sì scioperata. Eppure andavano alla messa tutte le feste e mezze feste! Chi se lo sarebbe mai aspettato? V'era poi una certa baronessa che si vantava di essere emancipata, si vestiva da uomo, andava a caccia, andava a cavallo, fumava, e si prendeva gran spasso,[6] ogni anno d'autunno, in una sua villa, dove invitava per settimane intere le sue amiche intrinseche a darsi bel tempo con lei. Si parlava molto di queste villeggiature, e se ne parlava in cento modi: chi a mezz'aria[7] scotendo la testa: chi sbraitando scandalizzato; e v'era pure chi sghignazzava: ma la contessa Cecilia non rideva davvero. Era uno scandalo, via: il decoro della famiglia ne pativa. Mille volte aveva consigliato la sua Albertina a ricusare gl'inviti della baronessa; mille volte l'aveva ammonita di sfuggire quell'intrinsichezza che non le faceva onore e che le sarebbe dannosa, ma era stato come predicare nel deserto.

Vedendo che nè consigli, nè ammonizioni o preghiere valevano, le venne in mente di ricorrere al professor Gianlucardi, al quale confidato che ebbe l'animo suo e sfogato le sue angustie, finì col dire:—bisogna addirittura che lei, professore, faccia di tutto perchè la mia Albertina non vada quest'anno a villeggiare dalla baronessa... non c'è che lei che possa persuaderla... e forse lei ci riuscirà... è stato suo maestro....—Benchè il professor Gianlucardi fosse stato il maestro di letteratura dell'Albertina, e anche ne avesse cantato gli sponsali in terza rima, pure non la vedeva spesso: la vedeva qualche volta in casa della contessa Cecilia, perchè, uomo alla buona com'era, nemico delle cerimonie, visite non le ne faceva. Ma ora non potendo esimersi dall'incombenza della contessa Cecilia, vinto dalle sue preghiere, impietosito dal suo ramma rico, dovè promettere di andare sollecitamente dalla sua alunna di una volta.

—La signora è sempre in letto,—diceva un servo, quando il professor Gianlucardi, in un'ora che gli parve adattata alle visite, si presentò al palazzo della marchesa Albertina. Due giorni dopo vi tornò ed era uscita, un'altra volta non si sentiva bene e perciò non riceveva nessuno: e allora il professor Gianlucardi le scrisse due righe pregandola a indicargli in qual giorno e in quale ora avrebbe potuto parlarle.

Nell'ora e nel giorno indicati dall'Albertina, ecco che il professor Gianlucardi entra nel portone del palazzo; e salita l'ampia scala, trova un servo che gli fa strada[8] per quattro salotti e poi lo fa passare in una gran sala, più che ammobiliata, ingombra di mobili, com'ei diceva, e posti così alla rinfusa e per tutti i versi, che a lui, poco pratico di salotti sul gusto moderno, parve di entrare nel magazzino ben fornito di un mercante di mobilia: e forse, in quel momento, pensò al suo salotto con quelle sei seggiole allineate alla parete, col canapè verde e accosto accosto il tavolino di ciliegio lucido come uno specchio. Il professor Gianlucardi, che è un omaccione alto e massiccio, non sapeva come rigirarsi tra tanta farragine di mobili, e per scansare una giardiniera inciampò in una causeuse e capovolse un pouff; molto più che le pesanti, ampie soprattende di stoffa damascata delle due finestre attenuavano anche troppo la luce in quella sala.

Una vocina garrula con delle note di riso frenato a stento, diede il ben arrivato al professor Gianlucardi, che aguzzando gli occhi vide laggiù all'estremo lato della sala, seduta sopra una poltroncina bassa, la sua antica scolara. L'Albertina gli fece festa[9] e cominciò subito a discorrere fitto fitto, senza mai aspettar risposta, rammentando il tempo in cui era stato suo maestro.—Povero professore, quanta pazienza aveva con me! Si rammenta di quel giorno che mi sgridò tanto, e io mi provai a sgridare lei? Oh! ero proprio cattivuccia! E lei mi chiamava la sua alunna ribelle....—

E continuava a parlare sempre lei, e con tutte queste reminiscenze non riusciva al professor Gianlucardi, gran parlatore assuefatto a essere ascoltato, nè di manifestare lo scopo della sua visita, e nemmeno di deviare con qualche parola quel rapido fiumiciattolo di ciarla femminina. Finalmente potè accennare così alla spezzata quello che doveva dirle, e lei interrompendolo:

—Ho capito,—disse,—lei parla in nome della mamma che non vorrebbe che io andassi in villa dalla baronessa. Ma come si fa a ricusare? E che male c'è? Si sta così allegri, ci si diverte tanto! E poi la baronessa è così carina, così gentile con me che non potrei farle uno sgarbo. È un'idea storta della mamma, questa....—

Qui il professor Gianlucardi la interruppe coraggiosamente, e cominciava col suo vocione sonoro a entrare a vele spiegate nel mare magnum[10] dell'eloquenza, quando ecco arrivare una signora a far visita; poi un'altra; poi due giovani eleganti, e finalmente due signore madre e figlia; e allora un ricambio di saluti, di baci, di strette di mano, di motteggi, di risa, e poi una conversazione ben nutrita sui fatti del giorno, sulle mode, sui teatri, e su cento scandalucci saporosi, indovinati più che detti.

Il professore Gianlucardi era sulle spine: non v'era rimedio: capiva che bisognava andarsene. Nell'atto di stringere la mano alla marchesina per accomiatarsi, le disse piano:—Posso portare alla contessa Cecilia la sua promessa che....

—No no; venga domattina alle dieci da me a far colazione, e riparleremo insieme di quello che vorrebbe la mamma... badi, professore, non manchi,... l'aspetto:—gli rispose con una grazietta che innamorava; e il professore se ne andò consolato, sperando bene.

Quando la mattina dopo alle dieci arrivò al palazzo, gli parve di udire nell'interno un certo via vai di servi, e nel cortile quel leggero scalpitio prolungato di cavalli che aspettano impazienti di moversi: poi udì varie voci allegre, e quando entrò nel cortile vide una lieta comitiva di signore e di signori a cavallo sul punto di partire, e tra questi primeggiavano, accanto, una bella donna ch'era la baronessa, e quella figuretta aggraziata dell'Albertina; la quale appena vide il professor Gianlucardi con quella cera stupefatta, spronò il cavallo, e seguìta dagli altri, partì di galoppo dando in uno scroscio squillante di risa.

—Dove vanno?—domandò il professore a un servo.

—Vanno tutti in villeggiatura con la signora baronessa:—rispose il servo.

—Non v'era da aspettarsi altro;—diceva a me il professore chiudendo il suo racconto;—ma confesso il vero, quella risata mi passò l'anima![11] Perciò affermo che l'educazione....

—Dica la verità, professore:—gli dissi (mi premeva di troncare il tèma solito)—lei credeva di fare come Cesare, veni, vidi...

—Pur troppo...—interruppe con un sospiro:—veni, vidi... non vici!—

rosalia piatti.

XI.

UNA NOTTE INFERNALE.

FIGURIAMOCI tre piccole stazioni ferroviarie disposte nell'ordine seguente: X, Y, Z. Mi par già di sentirmi chiedere: o che[1] si tratta d'una equazione a tre incognite? No, l'algebra non c'entra per nulla, ma quelle tre lettere opache fanno benissimo al caso mio.

È una sera d'agosto soffocante, burrascosa. La luna, cinta di vapori sanguigni, scende la curva dell'orizzonte; in fondo, verso il nord, spessi lampi fendono in tutti i sensi grandi masse di nuvole accavallate l'una sull'altra come montagne gigantesche. Il tuono romba sinistramente.

Il signor Cesare Favari, capostazione di Y, in maniche di camicia, senza cravatta e col colletto slacciato siede nel suo ufficio, davanti all'apparecchio telegrafico. Fu una cattiva giornata pel signor Cesare, il quale dovette supplire il telegrafista indisposto e non ebbe un momento di riposo. Ora bisogna notare che il signor Cesare è un'ottima persona, ma è un po' facile a turbarsi, a confondersi, sopratutto quando la sua degna consorte, la signora Arpalice, scende dal suo primo piano e viene a intrattenersi con lui. E oggi, per esempio, la signora Arpalice fece un lunghissimo soggiorno in ufficio. Adesso però, grazie al cielo, la signora Arpalice è a letto, e il signor Cesare pensa che potrà raggiungerla, appena siano passati i due treni 44 (proveniente da X ) e 105 (proveniente da Z ). Ma il diavolo ci ha messo la coda.[2] Il treno 44 è in ritardo, ciocchè fa ritardare anche il treno 105 che suole scambiarsi col primo a Z. Sono le 11.

Finalmente la stazione di X dà segni di vita e annunzia telegraficamente la partenza del treno 44.

Quasi nel medesimo tempo giunge da Z un dispaccio di quel capostazione:

Se potete trattenere costì treno 44, spedisco treno 105.

Il signor Cesare si rende conto dell'impazienza dei viaggiatori del treno 105, e da quell'uomo[3] compiacente ch'egli è 30 ritelegrafa subito:

Tratterrò treno 44. Spedite treno 105.

E dalla stazione di Z capita senza indugio un secondo telegramma:

Treno 105 partito.

—Fra pochi minuti saremo in quiete,—osserva il signor Cesare stropicciandosi le mani. Indossa in fretta la giubba, si allaccia il colletto, si rasciuga il sudore ed esce all'aria aperta.

Altro che quiete! Minaccia un temporale indiavolato, di quelli che sveglierebbero anche i morti. E la signora Arpalice ha tanta paura del fulmine! Anzi il signor Cesare si meraviglia ch'ella non si sia ancora affacciata sul pianerottolo della scala e non abbia chiamato con la sua voce di pentola fessa:—Cesare! Cesare!

Bartolommeo, l'inserviente della stazione, passeggia su e giù lungo il marciapiede della strada, portando in mano la lanterna che proietta davanti a sè una lunga striscia di luce rossa. Però al guizzo dei lampi la luce rossa impallidisce, e spicca invece la colossale figura di Bartolommeo che par veramente un uomo troppo grande per una stazione così piccola.

—Corpo dei sette fratelli Maccabei![4] —brontola fra sè l'inserviente (è la sua esclamazione favorita).—Che tempo!

Infatti il tuono rumoreggia vicino, e il vento solleva turbini di polvere, investe fieramente gli alberi e arruffa i campi di biade. Non c'è in stazione nemmeno un viaggiatore. Chi deve moversi con una notte simile?

Il signor Cesare si accosta al suo subalterno, e gli dice:—I treni 44 e 105 si scambieranno qui.

—Come?—risponde Bartolommeo.—Ma il treno 44 non si ferma....

—Che un minuto, lo so. Vuol dire che stasera si fermerà fino all'arrivo del treno 105.

—Ma non si ferma affatto.

Bartolommeo è pazzo sicuramente, ciò che non impedisce al capostazione di sentir drizzarsi i capelli in testa.

—Imbecille!—grida quest'ultimo perdendo il sangue freddo tanto necessario.—Non s'è fermato anche iersera?

L'inserviente conserva la sua calma, ma sembra voglia adoperarla piuttosto a provar la verità delle sue asserzioni che a prevenire un disastro.—Fino a iersera si è fermato, ma oggi non si ferma più.

E riconducendo in stazione il signor Cesare inebetito, gli fa leggere un laconico avviso del seguente tenore: "A partire dal 5 agosto il treno 44 non si fermerà più alla stazione di Y. La Direzione."

—E oggi è il 5,—dice Bartolommeo.

Il capostazione se l'era dimenticato! Adesso egli comprende di che sbaglio si sia reso colpevole nel rispondere al suo collega di Z prima di assicurarsi s'era in tempo di fermare il treno 44; adesso vede tutto l'orrore della situazione, vede la catastrofe imminente, terribile.

—Ai segnali allora, ai segnali!—egli grida con voce troncata dalla commozione.—Ai segnali per arrestare il convoglio 44 che deve ormai esser vicino. Ma presto, per Dio!

E corse di nuovo sulla strada spingendo davanti a sè Bartolommeo che borbotta fra i denti:—Che brutta faccenda! Che brutta faccenda! Corpo dei sette fratelli Maccabei!

Proprio in quel momento un fischio acutissimo fende l'aria e il treno 44 passa davanti alla stazione con la rapidità di una freccia.

—Ferma! Ferma!—urlano il signor Cesare e Bartolommeo, come se la loro voce potesse giungere fino al macchinista, occupato soltanto dall'idea di riguadagnare il tempo perduto.

Il signor Cesare e Bartolommeo si guardano esterrefatti. È sogno? È realtà?

Il treno 44 e il treno 105, venendosi incontro sullo stesso binario con una velocità di oltre a 30 chilometri all'ora, non possono tardare a dar di cozzo l'uno nell'altro. Ancora due minuti, un minuto forse, e le due locomotive si urteranno, s'impenneranno, ansando, muggendo, sbuffando, e i due convogli, simili a due serpi immani abbracciati in un amplesso mortale, si stritoleranno a vicenda nelle spire poderose. Lo schianto del legno, il cigolio delle catene, lo scroscio dei vetri ridotti in frantumi, il gemito del vapore sprigionantesi da mille parti si mesceranno al grido d'angoscia che uscirà da cento petti, alle imprecazioni dei feriti, agli estremi aneliti dei moribondi.

E non si può far nulla, nulla!

Davanti a queste catastrofi repentine manca all'ingegno umano l'elemento ond'egli abbisogna per far valere le sue forze; gli manca il tempo. La fortuna ama coglierlo all'improvviso per soddisfare i suoi capricci spietati.

Sono scomparse l'ultime stelle, cominciano a cader grossi goccioloni di pioggia, il vento raddoppia di violenza, i lampi rischiarano di una luce rossa, sinistra, le due faccie livide, istupidite del capostazione e di Bartolommeo.

Quest'ultimo rientra in ufficio col capo basso, con le braccia penzoloni, agitando indolentemente la lanterna cieca che tiene in mano.

Dal pianerottolo si fa sentir la voce della signora Arpalice che sbigottita dal tempo cattivo chiama:—Cesare! Cesare!

Ma Cesare non risponde.

Egli s'è messo a correre all'impazzata nella direzione di Z. A che pro? Lo sa forse? Ha un'idea netta di ciò che fa?

La pioggia cade a torrenti, il rimbombo del tuono scuote la terra, l'impeto del vento schianta gli alberi, rovescia i pali del telegrafo, ma il signor Cesare non sente nulla, non si cura di nulla. Al guizzo dei lampi la lunga strada s'illumina d'una luce bianca, le guide di ferro scintillano, le pozze d'acqua mandano un barbaglio, le poche abitazioni sparse nella campagna emergono fuggevolmente dalle tenebre, mentre si vedono le alte cime dei pioppi chinarsi fin quasi al suolo e le masse dei carpini agitarsi disordinate.

Il signor Cesare corre, senza arrestarsi mai. Egli procede lungo le rotaie con la vaga speranza che un convoglio straordinario sopraggiunga, lo schiacci, lo annienti. Oh la morte, la suprema liberatrice! Vi sono istanti in cui anche i più codardi l'invocano. Sol ch'ella sapesse risolversi ad arrivare in tempo!

Dei dieci chilometri che dividono la stazione di Y da quella di Z il signor Cesare ne ha già percorso una terza parte. È strano. Ancora non si scorge nessuna traccia del disastro. Eppure, considerate tutte le circostanze di spazio o di tempo, lo scontro avrebbe dovuto succedere a meno di 3 chilometri da Y. Che il signor Cesare fosse vittima di un'illusione, che lo scambio dei telegrammi, che il passaggio del treno non fosse stato che un sogno di fantasia malata? No, no pur troppo. Quei telegrammi egli li ha davanti a sè in caratteri di fuoco, ha sempre negli occhi la visione di quel treno precipitoso, inesorabile, sordo alla sua voce, lugubremente deciso a perire.

E allora? Sarà più in là,[5] sarà dopo quella casa cantoniera[6] dove la strada fa una svolta a sinistra.

Avanti, avanti! Il disgraziato capostazione s'affretta ancora, raggiunge la casa cantoniera, supera la svolta della strada. Nulla. Nulla, fuorchè il bagliore dei lampi che rischiara per un lungo tratto di via il binario deserto.

Ma il signor Cesare non ne trae argomento a sperare. Nello stato d'animo in cui si trova, lo turba, lo irrita quasi di non aver la prova materiale della catastrofe che deve essere accaduta, che non può non essere accaduta.

E gli sembra che la sorte sia doppiamente crudele nel prolungare le sue incertezze.

Lo assale un altro dubbio. Se, nel moversi da Y avesse preso la direzione opposta a quella che voleva prendere? No, nemmen questo è possibile. Egli conosce la via, e i numeri delle case cantoniere gli provano che non s'è sbagliato.

Potrebbe bussare ad un uscio, ma non osa. Una forza irresistibile lo spinge avanti. E poi quelle case sono ermeticamente chiuse, hanno l'aspetto di tombe. O tutti i cantonieri sono accorsi sul luogo del disastro, o nel terrore di quella notte d'inferno hanno dimenticato che deve passare ancora un treno, il treno 105.

Da quanto tempo sia in cammino, il signor Cesare non lo sa. Sa che non può arrestarsi quantunque le vesti inzuppate d'acqua inceppino i suoi movimenti, quantunque i suoi piedi indolenziti si sprofondino nel fango, e senta un formicolio per tutte le membra, e il cuore gli batta con violenza come se volesse frangerglisi in petto.

È incespicato due volte, e s'è rialzato, ha perduto il berretto e non s'è dato il pensiero di raccoglierlo. Procede a testa scoperta coi capelli incollati sulle tempie, con le orecchie tese, con gli occhi intenti nel buio. Infatti i lampi vanno via facendosi più radi. Anche la pioggia è meno dirotta, anche il vento è meno impetuoso.

L'idea d'essere in preda ad un'allucinazione torna ad affacciarsi alla mente del nostro Cesare. Però questa idea gliene suscita un'altra che gli gela il sangue. Sarebbe egli impazzito?

Ah!... Non è inganno questa volta. In fondo tremola qualche lume, si agita qualche ombra. Ancora pochi passi, e chi sa quale scena d'orrore!

Dalla stessa parte ove brillano i lumi si innalza un segnale.—La strada è libera? chiede il segnale nel suo muto linguaggio.

Di lì a poco, nella direzione di Y, un altro segnale risponde.—È libera.

Allora si sente un fischio, e due occhi di fuoco[7] sboccano dalle tenebre, e la terra oscilla sotto il peso d'un convoglio che viene.

In quel momento l'istinto della vita riprende il disopra nell'animo dell'infelice che poco prima anelava di morire. Egli esce dalle rotaie: poi le forze gli mancano ed egli cade privo di sensi sul margine della strada. Il treno gli passa rasente.

* *   *

La mattina dopo, il signor Cesare si sveglia nel letto del capostazione di Z, che gli spiega per quale miracolo si sia evitata una catastrofe.

Il treno 105 era realmente partito, ma la bufera che imperversava sgomentò il macchinista, il quale credette opportuno di retrocedere e ripararsi sotto la tettoia. Vi si trovava da pochi minuti quando con maraviglia universale giunse il treno 44. Non accadde uno scontro nella stazione perchè il convoglio 105 si trovava sul binario di scambio. Il macchinista del 44 dichiarò di non aver veduto nessun segnale che gli ordinasse di fermarsi. Ciò fece sorgere il dubbio di qualche disordine alla stazione di Y. Si corse al telegrafo, ma il temporale aveva rotto i fili. E d'altra parte l'impeto del vento non consentì per due buone ore di alzare nessun segnale. Appena fu possibile di assicurarsi in questo modo che la strada era sgombra, il treno 105 si mosse. Ed era appunto il treno 105 quello che aveva quasi investito il signor Cesare. In quanto a lui, lo si era raccolto svenuto a mezzo chilometro dalla stazione di Z.

Una febbre violenta tenne per qualche giorno sospeso il povero uomo tra la vita e la morte. Si riebbe alla fine, ma il ricordo di quella notte infernale non gli permise più di continuare il suo servizio. Chiese la sua pensione e si ritirò in un poderetto di sua moglie, lontano dalla linea ferroviaria. E in istrada ferrata non viaggia mai, e non vuol sentirne a parlare, e la vista di due rotaie basta a turbarlo per una settimana.

enrico castelnuovo.

XII.

UN NAUFRAGIO.

CI trovavamo (quindici o venti passeggieri di prima classe) sul ponte d'uno de' più bei piroscafi del Florio, durante la traversata da Livorno a Genova.

Il sole era appena tramontato, ma l'occidente era ancora pieno di luce; spirava una brezza tepida e soave. Gli uomini fumavano; le signore contemplavano il cielo lontano e il mare tranquillo; due sposi si guardavano teneramente negli occhi.

Qualcheduno ebbe la malaugurata idea di parlare d'un sinistro marittimo successo pochi giorni prima nella Manica. Un signore ufficioso soggiunse:—Ho qui in tasca un giornale francese pieno di particolari strazianti.

Da due o tre parti si cominciò a dire:—Legga, legga.—E il signore ufficioso non si fece pregare, e spiegando il foglio lesse una diffusa descrizione del lugubre fatto, il quale può riassumersi in brevi parole. Nel cuor della notte, a cinque o sei miglia da Douvres, un vapore mercantile inglese aveva squarciato il fianco d'un vapore tedesco carico d'emigrati e lo aveva mandato a picco[1] in meno d'un quarto d'ora. Su seicento persone se n'erano salvate centocinquanta al più. Erano perite intere famiglie. Il vapore inglese, dopo aver messo in mare le imbarcazioni e aver raccolto quanti più naufraghi avea potuto, era stato costretto a riparare in un porto molto malconcio. S'era aperta una delle solite inchieste.

A questa lettura tennero dietro i commenti che parevano non voler più finire.

—Che tragedia!

—Ma! Pare impossibile che con un po' di prudenza non si debbano evitare simili disgrazie.

—Ci sono pericoli tanto in terra quanto in mare.

—A pensarci su troppo non ci si muoverebbe mai di casa.

—Eh, anche in casa i guai ci capiterebbero addosso quando meno ce li aspettassimo.

—Una buona dose di fatalismo è indispensabile nella vita.

Queste profonde considerazioni furono interrotte da un viaggiatore nervoso il quale disse:—Non si potrebbe mutar discorso?

—Sì, sì,—risposero parecchi.—Parliamo di cose allegre.

* *   *

Però, quando, per un motivo qualunque, un argomento riesce a produrre una viva impressione, è difficilissimo di attaccarne un altro. Così avvenne quel dopopranzo. La conversazione generale languì e non tardò a cessare affatto. Si formarono invece dei piccoli crocchi, e si potrebbe giurare che in ciascuno di essi si continuava a parlare della catastrofe successa nella Manica. Se ne parlava certo nel mio crocchio.

Eravamo in cinque; io, i due sposi novelli a cui accennai in principio, e due signori di mezza età, tutte conoscenze fatte alla tavola rotonda dell'albergo di Livorno. I due sposi erano siciliani e facevano il loro viaggio di nozze. Il marito mi aveva consegnato il suo viglietto da visita su cui era scritto:— Avvocato Camillo Riani.

La sposa apparteneva a una famiglia di negozianti oriundi francesi, ma stabiliti da un paio di generazioni a Messina. Si chiamava Maria.

Ben di rado m'era successo d'incontrare una così bella coppia. Egli bruno, occhi neri ed espressivi, folta e nerissima barba; ella con capelli tra il biondo ed il castagno, carnagione bianca, pupille del color del mare, denti candidi come l'avorio.

A veder questi due giovani (e non avevano fra tutti e due quarant'anni) si capiva l'amore in ciò ch'esso ha di più intimo e di più squisito, un amore pieno di ingenuità e di freschezza, non isguaiato, non isvenevole, ma troppo intenso e gagliardo da poter nascondersi sotto il manto dell'indifferenza: un amore insomma che tutti vorrebbero provare e inspirare e che desta nell'anima di chi n'è semplice spettatore un'invidia scevra d'acrimonia, una simpatia scevra d'indiscrezione.

Si continuava dunque a parlar tra noi dello scontro fatale de' due vapori, a compianger le vittime, a commiserare i superstiti.

—Senza dubbio,—disse la signora,—tra i superstiti ci son molti più disgraziati che tra le vittime. Son quasi da invidiare le famiglie che perirono intiere. Ma sopravvivere alle persone amate, essere in salvo e non veder più intorno a sè i propri cari! In simili casi io supplicherei il mio salvatore di lasciarmi morire.

—Siete avvertiti,—disse il marito gestendo animatamente e adoperando il voi secondo l'usanza meridionale.—Se questa notte il nostro vapore andasse a fondo e non poteste trarre a riva anche me, non v'incaricate di mia moglie.

—No sicuro,—ella rispose con enfasi.

—Purtroppo,—egli soggiunse nello stesso tuono scherzevole,—purtroppo io sarò tra i primi ad affogare. Non so tenermi a galla un minuto.

Era ormai buio e ci disponemmo a scender sotto coperta.

In quel punto notai che il cielo non era più sereno come un quarto d'ora addietro; in fondo, dalla parte della costa tirrena c'erano alcune nuvole e di tratto in tratto lampeggiava. Forse per effetto dei discorsi tenuti sino allora, quella vista mi fece una certa impressione che però mi guardai bene dal[2] comunicare a' miei compagni i quali non s'erano nemmeno accorti del cambiamento successo nell'atmosfera. Tuttavia, preso in disparte un marinaio, gli chiesi sottovoce:—Avremo burrasca?

Il marinaio, che non era un miracolo di cortesia, si strinse nelle spalle,[3] nè io potei capire se la mia domanda gli sembrasse ridicola o se realmente egli non fosse in grado di far pronostici.

La sala di prima classe era quasi piena. Una signora francese, seduta davanti al pianoforte, sonava a memoria alcuni notturni di Chopin, incoraggiata dalle sommesse approvazioni di dieci o dodici uditori di buona volontà; i posti intorno alla tavola erano in gran parte occupati. Due uomini maturi giocavano a scacchi, i coniugi Riani sfogliavano i giornali illustrati mentr' egli cingeva amorosamente col braccio la vita di lei; un signore calvo che aveva l'aria d'un colonnello in pensione consultava l' Indicatore generale delle ferrovie e dei piroscafi; una zitellona scriveva qualche nota nel suo taccuino. Finalmente, davanti a sette tazze di tè e sette piattini di sandwiches, sedevano con molta gravità sette Inglesi tra maschi e femmine, così somiglianti fra loro che le femmine si distinguevano dai maschi soltanto per merito dei vestiti. Essi mangiavano i sandwiches e sorseggiavano il tè con la regolarità d'una compagnia di soldati che fa l'esercizio,[4] e quando il più anziano fra loro, certo il capo della famiglia, diceva qualche parola, gli altri rispondevano in coro: yes... o yes... indeed.

Appena la signora francese ebbe finito di suonare, un giovine, che aveva una vocina simpatica di tenore, e che seppi essere un negoziante di Bologna, cantò una graziosa romanza intitolata: Sognai; dopodichè molti si ritirarono nelle loro cabine e non rimasero in sala che quelli i quali avevano intenzione di passarvi la notte. Fra i primi ad andarsene furono i signori Riani che mi salutarono con molta cordialità. In quel momento la sposa mi parve più bella che mai.

* *   *

Trattandosi d'una sola notte non m'ero fatto dare una cabina neppur io: m'ero scelto invece un buon posto sul divano e vi avevo deposto il mio plaid e il mio mantello per acquistarmi quello che i giureconsulti chiamano diritto d' usucapione.

Prima di coricarmi risalii sopra coperta affine di vedere lo stato del cielo. Non erano successe notevoli variazioni; però le nuvole s'erano avanzate alquanto sull'orizzonte e lampeggiava con maggiore frequenza. Anche il rullio del piroscafo era divenuto più sensibile.

Comunque sia, io non tardai a sdraiarmi sul divano col mio plaid arrotolato sotto il capo e il mio soprabito sui piedi. Quattro o cinque passeggieri erano già addormentati; il tenorino russava profondamente poco distante da me.

Un marinaio spense tutti i lumi meno uno.

Rimasi alcuni minuti supino con gli occhi aperti ascoltando con curiosità i vari rumori del piroscafo in movimento, i colpi secchi e regolari dell'elice, l'ansar della macchina, lo scricchiolio dello scafo, il tintinnio dei vetri, il sordo borbottare dell'acqua che spumeggia rabbiosa lungo la carena. Alla fine la stanchezza mi vinse, sentii un gran peso alle palpebre e pigliai sonno.

Non so per quanto tempo dormissi; so che uno scroscio violento, uno strepito di cristalli infranti mi fece sbarrar gli occhi spaventato. E al fioco raggio del lume che ardeva ancora vidi ogni cosa traballare intorno a me, e altre figure sonnacchiose come la mia sollevarsi a mezzo sul divano e guardarsi in giro atterrite. Una campana che suonava a distesa ci avvertì di un pericolo imminente; urli disperati si alzarono da ogni parte. Qualcheduno disse:—Tutti sopra coperta, tutti sopra coperta.—Mezzo svestito com'ero mi precipitai verso la scaletta ove s'accalcavano uomini in camicia, donne scapigliate, discinte, alcune delle quali si trascinavano dietro o tenevano in collo dei bambini quasi ignudi, cascanti dal sonno. E chi gridava, e chi piangeva, e chi si raccomandava al Signore, e chi bestemmiava, e chi domandava con piglio istupidito:—Cos'è? Cos'è stato?[5]

Delle torcie a vento accese sul ponte rischiaravano il lugubre spettacolo. Il cielo era nuvoloso e solcato da spessi lampi; ma con mio stupore il mare si conservava abbastanza tranquillo, nè io sapevo rendermi conto di ciò che era avvenuto. C'eravamo scontrati con un altro vapore? Avevamo urtato contro uno scoglio? Mistero.

Certo si è che il capitano con aspetto risoluto, ma bianco come un lenzuolo, circondato da una dozzina di marinai, gridava con voce stentorea:—Subito le lancie in mare.—Riuscii a farmi strada fino a lui e a chiedergli di che si trattasse. Egli mi guardò con un sorriso che mi rimescolò il sangue e rispose freddamente:—Il vapore ha investito in un banco e sarà sommerso in venti minuti. Se i passeggieri avranno giudizio, è sperabile di salvarne due terzi.

—E l'altro terzo?

Il capitano tornò a sorridere: poi mi disse:—Nell'altro terzo ci sarò anch'io.

E si voltò a dar de' nuovi ordini.

La folla cresceva, cresceva. E cresceva lo schiamazzo e la confusione. Tutti facevano ressa dalla parte ove erano state calate le prime imbarcazioni; tutti volevano esser tra i primi a discendere.

* *   *

Vidi il capitano avanzarsi con un revolver in mano verso alcuni de' più riottosi.

—Chi disubbidisce lo uccido,—egli disse con un piglio che non lasciava il minimo dubbio sulla sincerità delle sue intenzioni.

—Non ci sta più nessuno,—si gridò da una delle lancie.

—Prendete il largo,[6] —ordinò il capitano.

—Prendete il largo,—egli ripetè voltandosi fieramente e puntando la pistola contro un tale che voleva opporsi.

Non pochi intanto, o pazzi, o disperati, o impazienti, s'erano gettati in mare, sia nel desiderio di finirla più presto, sia nella speranza di esser raccolti da un'imbarcazione o di guadagnar a nuoto la riva.

Avrei forse potuto cacciarmi avanti, scendere anch'io in una lancia, ma lasciavo passare gli altri, non per magnanimità, non per disamore della vita, ma per accidia, per una specie di fatalismo, o, meglio ancora, per una fiacchezza generale di tutte le membra, aggiunta a un'ansia affannosa, a un'oppressione di respiro che mi teneva inchiodato al mio posto e mi annodava la lingua.

Come si può ben credere, i passeggeri delle varie classi erano mescolati insieme, e in mezzo alla calca io non vedevo più nessuno dei compagni di viaggio con cui avevo chiacchierato piacevolmente nelle prime ore del tragitto. O forse li vedevo senza riconoscerli, tanto le fisonomie eran contratte dal terrore, tanto gli atteggiamenti erano strani, tanto era grande il disordine dei vestiti, seppur la parola vestito poteva applicarsi a quelle camicie cascanti, a quelle sottane male allacciate, a quei mantelli gettati sulle spalle come vien viene.[7]

Io pensavo agli sposi Riani, pensavo ai discorsi che essi avevano fatto nel dopopranzo, quasi avessero avuto un presentimento di ciò che doveva succedere. E chiedevo a me stesso: Dove saranno? Saranno ancora a bordo? Saranno in un'imbarcazione? Saranno affogati?

Ed ecco da due voci ad un punto sento pronunziato il mio nome. Erano dessi, marito e moglie, distanti pochi passi da me, immobili, addossati ad un argano. Si tenevano per mano. Così giovani, così belli, parevano rassegnati a morire. Perchè è destino che nella vita ci sia una vena di comico anche nelle cose più tragiche, io mi vergognai in quel momento d'essere senza cravatta davanti a una signora la quale non avea che uno sciallo sopra la camicia. Tuttavia questo scrupolo balordo non fece che attraversarmi la mente, e avvicinatomi ai due sposi, dissi loro:—Forse c'è ancora tempo. Moviamoci. Tentiamo.

Appena proferite queste parole, una manovra mal riuscita fece piegar d'improvviso il vapore sul fianco; un urlo spaventevole salì al cielo, fui travolto da una ondata di gente e balzato nell'acqua. Altri molti eran precipitati con me e si dibattevano disperatamente; al bagliore d'un lampo scorsi fra quelli i due Riani già presso a sommergersi. Abile nuotatore, arrivai in un attimo a loro. Il Riani ebbe il tempo di dirmi: salvatela, e si svincolò a forza dalla sua donna che gridava:—No, Camillo, Camillo... non voglio esser salvata... Camillo.

Allorchè ella non vide più il suo sposo, allorchè ebbe la certezza ch'egli era stato ingoiato dalle onde, chiuse gli occhi e svenne. E nuotavo, nuotavo vigorosamente per raggiungere una lancia che non era molto lontana, e già stavo per toccare la meta, quando la giovane riavendosi, e guardandomi in atto supplichevole:—No,—disse,—no... per amor di Dio, non mi salvate... lasciatemi morire....

E poichè io non badavo alle sue parole ella fece uno sforzo sovrumano per liberarsi da me. Nella lotta che ne seguì, un'onda passò sul capo di entrambi, e mentre io mi agitavo per tornare a galla, il corpo svelto e flessuoso di Maria sguizzò dalle mie braccia.

* *   *

Quand'io rimisi la testa fuori dell'acqua ero solo. L'istinto della vita prevalse a ogni altro sentimento, e dopo aver pensato invano alla salvezza altrui pensai alla mia. In due nuotate fui presso alla lancia da cui veniva un gridio confuso: gemiti di donne, pianti di fanciulli, voci iraconde o pietose che dicevano:

—Non c'è più posto.

—Si rischia di capovolgersi.

—Uno ci può stare ancora.

—No, no.

—Ce ne possono star due.

—Neppur uno, neppur uno.

—Ma sì, abbiate carità.

In mezzo a questo tramestio, due braccia nerborute mi presero per di sotto le ascelle e mi trassero nella barca ove mi trovai pigiato, compresso in quell'informe catasta di carne umana.

—Basta adesso, per Dio,—si urlò rabbiosamente.

E i più furibondi strapparono i remi dalle mani dei marinai per respingere i nuovi naufraghi che tentavano d'accostarsi.

—Presto, presto,—gridò colui che sedeva al timone,—allontaniamoci prima che il vapore si sommerga e formi il vortice.

I marinai si misero a vogare con quanta lena avevano, ma fosse il peso della barca, fosse la corrente contraria, noi facevamo ben poco cammino. E intanto a qualche centinaio di metri da noi il vapore andava a grado a grado sprofondandosi nell'acqua. Era uno spettacolo che agghiacciava il sangue nelle vene. Al lume delle fiaccole, che, come torcie funerarie, ardevano ancora sulla coperta, noi vedevamo un brulichio di figure umane. Erano i disgraziati che non avevano potuto riparare in nessuna imbarcazione. Chi correva come un pazzo da poppa a prora e da prora a poppa, chi s'aggrappava alle catene e alle funi, chi s'arrampicava sulle antenne, chi stava rannicchiato sui pennoni guardando stupidamente in giù. A un tratto il movimento di discesa si fece rapidissimo, si spensero i fanali e le torcie, e la nave s'inabissò in mezzo a un gorgoglio spaventevole. Il vortice tanto temuto ci raggiunse, ci avviluppò nelle sue spire; la barca girò ripetutamente sopra sè stessa, i remi andarono in pezzi, il timone si ruppe, fummo tratti a capofitto come lungo l'arco d'una cascata, e il mare parve sul punto di chiudersi sopra di noi. Nello spasimo di quella suprema agonia il nodo che mi serrava la gola si sciolse, misi un grido acuto, e...

—Signore, signore,—disse qualcheduno vicino a me scotendomi forte per una spalla,—signore, si svegli.

* *   *

Apersi gli occhi (bisogna ritenere che fino allora avessi soltanto creduto di aprirli) e mi trovai sul divano in una posizione disagiatissima.

Quegli che mi scuoteva per la spalla era il negoziante bolognese che la sera innanzi aveva cantato in chiave di tenore.

—Ma come?—balbettai confuso.—Dove siamo?

—Per bacco! Sul vapore... e già vicini a Genova.... Ella deve aver sognato qualche cosa d'orribile.

—Come lo sa?

—Sfido io. Ha messo un grido straziante che ci ha svegliati tutti.

E, invero, gli altri viaggiatori che avevano passato la notte nella sala comune mi guardavano con aria inquieta e disgustata. Scommetterei che a più d'uno era balenata l'idea ch'io non avessi il cervello a segno.[8]

—Sì, sì,—risposi mogio mogio, alzandomi a sedere sul divano,—mi pareva che facessimo naufragio.

—Corbezzoli! Meno male che non era che un sogno.... Però il sogno della mia romanza era più innocente. Se ne ricorda?

—Sicuro.

—Io ho una gran passione per la musica,—continuò il mio espansivo interlocutore,—e credo che se avessi potuto andar sul teatro, avrei fatto una discreta carriera.

—Senza dubbio, senza dubbio,—replicai distratto.

Mi pareva mill'anni[9] di prender una boccata d'aria libera, e rivestitomi alla meglio salii sopra coperta ove c'erano già alcune persone più mattiniere di me.

La coppia Riani mi venne incontro.

—Noi abbiamo veduto spuntare il sole,—mi disse la signora. E soggiunse con entusiasmo:—C'erano alcune nubi, e il sole le ha spazzate via tutte. Con questo tempo il viaggio per mare è delizioso.

—E voi come avete dormito?—mi chiese l'avvocato Camillo.

—Se sapeste!—risposi.—Sognai che andavamo a picco.

—Nientemeno?—proruppe la signora ridendo e mostrando la doppia fila de' suoi bianchissimi denti.

—Curioso fenomeno i sogni!—io ripigliai.—Mi pareva così vero, così vero.

—E noi due che fine si faceva?... Via, raccontateci.

In quel momento il vapore imboccava il porto di Genova.—No, no,—diss'io,—piuttosto che sentir raccontare un brutto sogno, guardate questa bella realtà.... Guardi, signora Maria, guardi le colline liguri, guardi la Lanterna, guardi la città che biancheggia laggiù in fondo.... Non è vero ch'è una vista magnifica?

—Sì, avete ragione.... Oh Camillo!—esclamò la giovine, posando la testa sulla spalla di suo marito in uno di quegli slanci di tenerezza che lo spettacolo delle cose belle desta nei cuori gentili.

I due sposi non badavano più a me. Io mi ritirai in disparte a pensare al mio sogno.

enrico castelnuovo.

XIII.

IL MAESTRO DI CALLIGRAFIA.

IN un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidetta sorveglianza era affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione.[1] Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al[2] signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero.[3] Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera.[4] Non passava giorno senza che un monello di scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero: Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando: Or ora faccio una nota a tutti —ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve lieve per diventar poi gagliardo e impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.

Il signor Antonino faceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.

Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei conti,[5] al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore Antonino o[6] poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non era forse celebre la sua soprascritta a una lettera, che cominciava: All'pregiatissimo? Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano:—Scusi, sa,[7] signor professore, se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli s'inteneriva subito e diceva:—Ohibò... ohibò!... Loro[8]... voi altri siete stati buoni,... lo so io quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?

E dava loro un pizzicotto alla guancia.

L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.

Eppure, malgrado tutto, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione.—Ma—soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila—ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione di cinque sesti come dànno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?

Che sua sorella gli desse del[9] babbuino non era alla fin dei conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie contro[10] la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello, ma perchè un giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne uscivano, la ragazzaglia, com'ella la chiamava, s'era messa a gridare dietro a squarciagola: bella! bella! bella!

La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!

—Già—brontolava la bisbetica donna—quando si ha la disgrazia di non aver uomini in casa ma pecore (ho detto pecore), non si può nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le maraviglie[11] davvero se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu lascierai quella maledetta scuola, beninteso con la tua pensione intiera, potrai pensare un poco a tua sorella.

Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso.[12] Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze, egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente di madamigella Bettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi, egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.

Intanto il professore passava la giornata a desiderare la riapertura della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti i progressi della scrittura gotica e rotonda (pel corsivo aveva accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia del signor Bartolommeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolommeo era anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del Governo, del Consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta, e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolommeo; anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello, anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini, ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare al signor Bartolommeo la calma, la pazienza; col ripetere l'antico adagio—Chi ha più giudizio lo adoperi.... Anch'io se volessi badare a tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah! insomma tutti abbiamo le nostre.[13]

E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolommeo una presa di tabacco.

Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.

Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel collocamento a riposo,[14] pregandolo che la facesse pervenire al Governo. Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in quella pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo ufficio.

Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del professore Antonino, gli aveva detto con una gentilezza insolita:—Senza complimenti, professore, se egli non ha voglia di stare in classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni abbastanza.

—Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di essere utile alla scuola... anche dopo... oh per me già ho sempre voluto un gran bene a quest'Istituto.

—Lo so, lo so, professore.

—Troppo buono, cavaliere.... E se ho mancato... non fu per cattiva volontà.

—Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero[15] tutti.

E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.

Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.

—Ho mal giudicato anche il Preside,—egli diceva fra sè,—degnissima persona.... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!

Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!

E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti per l'idea dell'esame, con queste disposizioni aveva inteso dal Preside dettare il tema della prova in iscritto, un tema così difficile, così difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per tutti! Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere asini!

Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito così gai si mettevano a guardare in alto, come chie dendo l'ispirazione alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.

A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere, consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.

—Sia ringraziato il cielo—disse fra sè il buon calligrafo come sollevato da un gran peso.—Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno preso l'aire[16] tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.

Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere, l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco importava.

Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si mise a passeggiar su e giù per la classe.

Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.

Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.

Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona? Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando, interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo, ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto con voluttà crudele disegnò una bella croce nella colonna delle classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso signor professore— Benissimo, scriverò alla famiglia —oh allora il nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della scuola! E ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo così bene! Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria, era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano, tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature del legno, in parte tengono una direzione opposta e formano una linea tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da cento mani l'una più inquieta dell'altra.

Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca, come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, o alla peggio le inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che saranno nel mondo? Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.

Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.

Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento volti dimenticati ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa insieme.

Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai[17] capelli ricciuti, dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui. Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino a lui c'era... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci.... Ah sì!... Da una parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai, altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche. A sinistra poi,... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demoni! Bisogna però eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli, poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo, d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli lo chiamavano agnello e gli amministravano una dose straordinaria di scappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno, e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro, nelle vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme a sua madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come suo figlio.

Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.

Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso:—Caro Angelo... stimatissima signora... prego, si accomodino....—Poi, senza nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a cui si parli la prima volta d'amore.

—Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in disordine.... Non c'è mia sorella.... (Ci mancherebbe altro che ella ci fosse[18] —egli soggiunse in cuor suo.)

—Per carità, professore, non si dia pena per noi,—disse la signora.—Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore.... Angelo fu malato alcuni giorni.... Ora sta meglio, ma non si è ancora liberato dalla tosse....

E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.

—Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui,—continuò la signora con un tremito nella voce.—Non voglio sforzarlo.... Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una figliuola.... E prima di lei ne ho perduti altri due... e mio marito anche lui... sempre dello stesso male.... Ma questo qui bisogna che mi resti,—continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.

—Si calmi, signora, si calmi,—rispose il buon professore,—posso offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.

—Ecco ciò che volevo chiederle,—ripigliò la signora poichè si fu ricomposta alquanto,—scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho quasi perduta la testa.... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima... Due ore sole per adesso... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli darebbero quindici lire al mese... pochine, ma tanto per cominciare.... Senonchè, c'è un guaio, vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere in rotondo, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato.... Pretesti, forse.

—No, no,—si affrettò a interrompere il professore Antonino,—il rotondo non l'ho insegnato nella sua classe.

—Ebbene, allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche lezione, così per metterlo sulla strada.[19] Il resto lo farà egli da sè....

—Ma sì, ma sì,—sclamò il Bottaro, beato di fare un piacere.

—Noi compenseremo secondo le nostre forze....

—Nemmen per idea[20]... non voglio neanche sentirne a discorrere.... No, signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri.... Angelo verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può, e vedrà che bel rotondo egli imparerà a scrivere in cinque o sei lezioni... Siamo intesi,[21] non è vero?

La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del professore e disse commossa:—Giacchè il professore è tanto gentile non so come rispondere con un rifiuto. Angelo, che dici al professore?

—Grazie,—bisbigliò il ragazzo.

—Nulla, nulla, caro,—replicò il signor Antonino—Vuoi cominciar domattina?

Angelo guardò sua madre, poi disse:—Sì, professore.

—Allora siamo intesi.

E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.

Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo ufficio, poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.

Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a sedici anni.

E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera madre, adesso morta anche lei, che diceva:—Ma questo qui bisogna che mi resti.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in siffatti pensieri se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente sulla spalla!

—Che c'è?—proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.

—Signor professore, le consegno il mio elaborato,—rispose il ragazzo guardandolo in aria di mezza canzonatura.

—Oh!... Ha ragione... hai ragione, caro.... Dunque hai finito? Va, va, che andrà tutto benissimo.

Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo un quarto e così via via fino all'ultimo.

—Ma bravi ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!

Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra cosa, quella cioè che i giovanetti, non disturbati punto dalla sua sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti gemelli.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.

Grazie, professore,—disse questi con amabilità,—grazie. La pregherò poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni.... Ma che cos'ha che mi pare turbato?

—Scusi, cavaliere,—balbettò il calligrafo,—non so nemmen io che cos'abbia.... Ha già inoltrato la mia istanza?

—No—rispose il Preside togliendo da un mucchio di carte il documento che gli era stato consegnato nella mattina dal professore.—No, è ancora qui.

—Potrebbe darmela un momento?

—Eccola.

—Se me la lasciasse fino a domani,—continuò timidamente il nostro Antonino.—Vorrei pensarci su.

—Davvero?—disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un tantino ironico.

—E posto il caso[22] ch'io sospendessi la domanda della pensione fino all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?

—Oh si figuri,—rispose coi denti alquanto stretti l'inter rogato.—È dal suo punto di vista.... Mi pare che, poichè la legge le dà il diritto al riposo.... Ah se fossi nel caso suo!—sospirò il Preside, guardando macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.

—Ah, per lei è un'altra cosa,—ripigliò il professore di calligrafia, che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza.—Lei è una brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche....

Il Preside scrollò le spalle quasi a significare:—Povero grullo! come t'inganni!

—Ma io,—seguì a dire il nostro Antonino, senza badare ai gesti del suo interlocutore;—io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia per mio conto?

—Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata....

—E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.

—Perchè,—incalzò il Preside,—mi pare che questi benedetti ragazzi non si contengano con lei come dovrebbero.

—Si esagera, sa,—ripigliò un po' confuso il signor Antonino,—fanno qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che è necessario nelle altre materie.... Ma, in ogni maniera, quest'anno non c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.

Il Preside non potè a meno di sorridere.[23] Indi soggiunse a modo di conclusione:—Che vuol che le dica? Ci pensi.

————

Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua dimissione all'anno successivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi incertezze, e poi decise di aspettare.

Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ——. Gli studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non lo tengono in nessun conto; la signora Bettina lo strapazza senza misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete,[24] ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la necrologia.

enrico castelnuovo.

XIV.

LO ZIO MINISTRO.

IL piccolo villaggio di —— nell'alta Lombardia era tutto scombussolato. Avete mai provato a battere le nocche sulle pareti d'un alveare?... Le api fanno un sussurrio che indica la loro agitazione pel rumore straordinario che interrompe le occupazioni laboriose della loro vita. Così in quell'angolo tranquillo del mondo, in quel paesello di semplici coltivatori si vedeva un movimento inusitato, un va e vieni di gente frettolosa e di curiosi, che arrestavano per via i vicini interrogandoli e facendo le meraviglie.

Tutto questo movimento era stato prodotto da una semplice lettera privata d'un ministro a suo fratello.

Ecco la lettera:

"Carissimo fratello, ti scrivo con la massima segretezza (un'ora dopo tutto il villaggio sapeva a memoria la lettera), desiderando di passare in pace due giorni in seno della famiglia, che non rivedo da tanti anni, e respirare un po' d'aria paesana nel mio caro villaggio nativo. Stanco d'una vita irrequieta e tumultuosa, stomacato delle umane passioni che amareggiano la vita pubblica, vengo a ritemperarmi al paterno focolare, che mi rammenta gli anni felici della prima gioventù. Dopo le Cinque giornate di Milano[1] sono entrato nell'esercito, ho fatto, come sai, una lunga e faticosa carriera nella milizia, poi essendo passato nel corpo diplomatico ho soggiornato in lontani paesi, fino che il voto dei miei elettori mandandomi in Parlamento, un bel giorno, o per meglio dire, un brutto giorno, mi sono trovato non so come ministro! E in tanta baraonda d'affari sono diventato vecchio senza ritornare al paese a respirare un po' d'aria sana e vitale, della quale ho tanto bisogno. Appena finita la mia corsa turbinosa attraverso i congressi, le feste centenarie, le inaugurazioni di monumenti, le esposizioni e i concorsi agrari, spero di poter sottrarmi un paio di giorni agli affari pubblici, prendere un poco di riposo, rivedere finalmente la casa paterna, e stringervi tutti al mio seno. Come puoi immaginarti, sono ristucco di folle plaudenti, di bandiere spiegate, di musiche tonanti l'inno nazionale, e specialmente di discorsi dei sindaci. Ne ho una vera indigestione. Mi farai dunque il sommo favore di tener segreto il mio arrivo per evitarmi ogni specie di dimostrazione paesana. Vi raccomando!

"Dalla tua ultima lettera ho veduto con piacere che Sandrino ha compiuto lodevolmente il corso degli studi legali, e, per soddisfare il tuo desiderio, acconsento a condurlo a Roma con me, per collocarlo in un posto che gli possa convenire. Frattanto salutami la cognata Giulia e gli amici, e a rivederci presto. Ti avvertirò con un telegramma del giorno preciso del mio arrivo. Addio.

"Tuo affezionato fratello."

I ministri si perdono sempre colle ultime parole! "Salutami tanto la cognata Giulia e gli amici!" Il ministro lasciandosi sfuggire queste parole imprudenti aveva distrutto l'effetto delle prime raccomandazioni di segretezza; egli forse ignorava che sua cognata Giulia era la gazzetta del villaggio, e che nel suo piccolo nido tutti gli abitanti gli erano amici. Eseguendo quest'ultimo incarico, il fratello aveva fatta la più estesa pubblicità del suo prossimo arrivo.

C'era dunque una grande aspettativa, tutti si promettevano di avvicinare il proprio compatriota salito al potere, ciascheduno pensava di approfittare delle antiche relazioni per raccomandargli qualche cosa o qualche persona. I più ambiziosi speravano mettersi in vista per ottenere una croce o almeno una medaglia. Il sindaco si proponeva di chiedergli dei sussidii pel Comune, il maestro sperava un avanzamento, il segretario una gratificazione, il medico un aumento di stipendio, il parroco voleva invocare il concorso del Governo nella erezione del nuovo campanile. Le donne apparecchiavano bandiere e tappeti da fornire i balconi, e i candelieri per l'illuminazione, e si sentiva qua e là uscire dalle case qualche nota isolata di tromba e clarinetto, che minacciava il frastuono della musica paesana.

Invano il fratello del ministro raccomandava a tutti il silenzio e l'astensione d'ogni concorso; dalla stessa sua casa partiva il movimento. Donna Giulia faceva lustrare i mobili delle camere e i rami della cucina, spazzare i pavimenti, lavare le scale, metteva al bucato le cortine, rinnovava le provvisioni.

E intanto che cosa faceva Sandrino per apparecchiarsi alla prossima partenza per Roma?

* *   *

Sandrino erborizzava sulla collina, specialmente in vicinanza d'una casa bianca, che sorgeva in sito aprico davanti d'un bosco. Egli assaporava con delizia la pace e la solitudine dei campi, ascoltava il ronzio degli insetti, lo stormire delle fronde, il canto degli uccelli, osservava attentamente l'aspetto vario e pittoresco dei monti e della sottostante pianura, che si perdeva da lontano nei vapori d'autunno.

Suo padre gli aveva fatto percorrere gli studi legali per farne un avvocato, un procuratore del Re od un prefetto, forse anche un deputato e un ministro come lo zio. Sandrino, ubbidiente ai paterni voleri, era diventato dottore, malgrado la sua antipatia pei codici e le pandette; ma le sue inclinazioni lo portavano all'amore della natura.

Aveva passata l'infanzia in mezzo a quelle colline, correndo dietro alle farfalle con sua cugina, e quelle corse vagabonde gli lasciarono nell'animo una soave memoria. La necessità degli studi lo aveva diviso dall'Annina; essa era entrata in un istituto d'educazione, egli era partito pel collegio. Finito il corso legale all'università di Pavia e ritornato a casa colla laurea, aveva ritrovato la cuginetta divenuta grande, bella e modesta, come lui memore del passato, desiderosa di riprendere le corse d'una volta, ritenuta soltanto dalle convenienze sociali, che li obbligava entrambi a trattarsi con cerimonia.

Appena giunta la lettera dello zio ministro, che annunziava la notizia della prossima sua partenza per Roma, Sandrino sentì un desiderio irresistibile di erborizzare intorno al muro di cinta della casa bianca, e salì sulla collina del bosco. Raccolse per via alcuni fiori, ma giunto al solito sito, abbandonò la ricerca dei semplici, e incominciò a guardare in aria. Certo non pareva più un erborista, ma rassomigliava piuttosto ad un astronomo che cerca il suo astro. Vedendo che l'astro non compariva all'orizzonte... d'una finestra, si decise di tirare il campanello. Poco dopo la mamma d'Annina gli aperse l'uscio, e lo accolse lietamente, dicendogli:

—Venite avanti, Sandrino; che nuove ci recate?

—Brutte nuove!...

—Oh, come?...

—Vengo a darvi l'addio della partenza, rispose il giovane con voce commossa.

La signora Matilde sentì una stretta al cuore che le impedì di fare nuove domande, lo fece entrare nel salottino a pian terreno, ove si trovava l'Annina col suo lavoro, lo fece sedere, riprese il suo posto, e potè finalmente annunziare la triste novella a sua figlia.

La fanciulla divenne pallida, pallida come un pannolino lavato.

Dopo breve sosta la signora Matilde riprese ad interrogarlo:

—Volete dunque lasciarci?... e dove andate?...

—Vado a Roma con mio zio....

—Col ministro?

—Col ministro. Lo attendiamo fra pochi giorni al villaggio.

A questa nuova rivelazione fu la signora Matilde che divenne pallida... e poi rossa come la porpora.

Succedette un lungo silenzio, durante il quale ciascheduno pensando a' casi suoi, non aveva più nulla da dire agli altri.

Sandrino guardava l'Annina con un lungo e languido sguardo, che pareva significare: siamo troppo infelici! la natura ci vorrebbe uniti, la società ci divide! Essa non potendo frenare una lagrima, cercava invano di nasconderla colla mano; soffocava un sospiro, ma il seno agitato svelava la sua ambascia. La signora Matilde era assorta nell'amara rimembranza di speranze svanite. Nella sua gioventù essa aveva amato lo zio di Sandrino, rapitole dalle vicende del quarantotto. Dopo quell'epoca non lo aveva più riveduto. Sapendolo arruolato nell'esercito, si fece sposa al notaio del paese, che, appena divenuto padre d'Annina, la lasciò vedova. La madre perspicace aveva indovinata la reciproca simpatia dei due giovani, e n'era contenta; ma ora la vedeva troncarsi d'un tratto, rinnovandosi nella figlia la dolorosa istoria della sua gioventù: il primo amore perduto!

Finalmente ruppe il silenzio dicendo a Sandrino:

—A Roma colla protezione di vostro zio farete un rapido cammino, e travolto dalle ebbrezze della vita pubblica, al pari di lui, avrete ben presto dimenticato il povero villaggio, che vi vide nascere!

Annina esalò un profondo sospiro, e il giovane rispose:

—A Roma, lontano dal mio paesello, sarò isolato e infelice: voi sapete benissimo che non ho mai aspirato a grandezze: figlio unico, con una sostanza sufficiente per vivere agiato, io non desiderava altro che formare una famiglia tranquilla e contenta del paterno retaggio... ma mio padre la pensa diversamente, e mi ripete ogni giorno:—Che cosa vuoi fare in questo misero villaggio? Hai avuto una bella educazione, pensa a trarne partito,[2] non devi sacrificarti al pari di me nell'aridità dei piccoli affari domestici. Io basto a queste cure volgari, tu devi cercare maggiori soddisfazioni, seguendo le pedate di tuo zio; guarda un po' lui come è giunto in pochi anni al sommo del potere guadagnando onori e denaro, mentre io ho passata la vita come un minchione a far l'agente di campagna senza profitti che mi compensino delle noie. Ascolta i consigli della mia esperienza, lasciati slanciare da tuo zio nella vita pubblica, e un giorno sarai contento.... Ora, vi domando io che cosa posso rispondere?

La conversazione venne interrotta dall'arrivo del padre di Sandrino, il quale avendo ricevuto un telegramma dal fratello che ne annunziava per l'indomani l'arrivo, era corso subito dalla signora Matilde per pregarla di volersi recare con sua figlia a tener compagnia al ministro. Ringraziandolo di tale onore, essa rifiutò dapprima recisamente l'invito, ma quando venne assicurata che questo era un desiderio dello stesso ministro, il quale nelle sue lettere chiedeva sempre di lei, non seppe lungamente resistere al desiderio di rivederlo, e diede una cortese adesione. Quantunque avesse oltrepassato i qua rant'anni, era ancora una bella donna, e poteva piacere a chiunque, e tanto maggiormente al ministro, il quale, trovandola libera, poteva forse risolversi a terminare lodevolmente un romanzo incominciato a vent'anni, sospeso come l'appendice d'un giornale, per motivo della politica, mentre probabilmente dopo l'ultima riga il desiderio aveva scritto la solita frase: sarà continuato.

Così il villaggio si apparecchiava a ricevere Sua Eccellenza, che pretendeva di giungere nel più stretto incognito, mentre a sua insaputa tutti i giornali annunziavano il suo viaggio, che suscitava diverse passioni, facendo sperare impieghi e onorificenze, risvegliando vecchi amori assopiti, minacciando di rompere il filo di nuove affezioni, germogliate sul ceppo delle antiche. Qualche corrispondente dei più accreditati periodici, non avendo niente da raccontare agli ingenui lettori, si era anche immaginato di attribuire un motivo politico al viaggio del ministro; e l'opposizione faceva degli articoli di fondo, e dava dei consigli al governo sull'argomento.

* *   *

Intanto il ministro aveva presa una vettura chiusa, e per maggiore precauzione aveva abbassate le tendine per giungere segretamente al villaggio; e mentre i cavalli andavano al trotto, egli si era assopito e sognava le delizie del riposo e della solitudine. Tutto a un tratto si risveglia allo scoppio di alcuni mortaretti, che gli ricordarono la macchina infernale di Fieschi[3] e le bombe d'Orsini.[4] Allo scoppio succedette l'inno nazionale con trombe reboanti, striduli clarinetti e il solito accompagnamento di gran cassa, e tamburi e applausi iterati di popolo. Alzò le tendine, sporse la testa dallo sportello della vettura, e vide, orribile aspetto! un arco trionfale vestito di verdi fronde e sormontato da iscrizioni, fiancheggiato da immensa folla e da un codazzo di veicoli paesani, che ambivano l'onore di servirgli di scorta.

Per merito di suo fratello gli venne risparmiato il discorso del sindaco, e nella sventura questo gli parve un guadagno considerevole. Entrando nel villaggio non riconobbe più il suo nido tranquillo; non vedeva che tappeti e bandiere. I tre colori per quali aveva congiurato in gioventù, si era battuto coraggiosamente contro gli austriaci; quei colori tanto desiderati una volta come simbolo di libertà, erano divenuti la sua persecuzione costante, dalla quale non giungeva a liberarsi nemmeno in cima a' suoi monti. Due sogni avevano sorriso alla sua gioventù, l'amore d'una fanciulla, e la speranza della libertà della patria; il più facile era svanito, il più difficile si era mutato in realtà, a tal punto da morirne sotto il peso della dimostrazione continua.

Giunto a casa fra la polvere e il frastuono assordante degli applausi, della musica, dei mortaretti e delle campane, dovette ricevere le autorità, i maggiorenti ed il clero, stringere mille mani, sorridere, interrogare, rispondere, mostrarsi lieto e soddisfattissimo di tanta festa, onoratissimo e beato di tante dimostrazioni.

Poi strinse al seno i parenti, giovani e vecchi, salutò cordialmente i domestici, i coloni, i loro bambini, le balie e i conoscenti, e finalmente chiese la grazia di ritirarsi nella sua stanza, ove chiuse l'uscio a doppio giro di chiave, cadde sul canapè, mandò un profondo sospiro, e sentì il bisogno di stirarsi e di respirare in libertà, a pieni polmoni.

Poi chiuse gli occhi, e cercò di dormire; ma l'eco dell'inno nazionale gl'intronava sempre gli orecchi, le stonature del clarinetto gli avevano urtati i nervi e gl'impedivano il sonno. Dopo d'aver preso alla meno peggio[5] un qualche riposo, si decise finalmente di aprire la finestra, e quello fu l'istante più beato del giorno. Sentì l'aria pura e imbalsa mata del paese nativo che gli sbatteva sul viso, ne riconobbe il profumo, gli parve che quegli aliti montani dissipassero la nebbia che gli offuscava la mente. Gli scomparvero come per incanto gli anni trascorsi, perdette la memoria delle lotte sanguinose, dei tumulti del parlamento, del febbrile lavoro del ministero, e li credette un sogno di malato. Difatti le cime de' suoi monti, i casolari delle colline, le brune chiome del bosco che gli stavano davanti, non avevano punto mutato d'aspetto. Riconobbe la casa bianca sul poggio, respirò con voluttà l'esalazione del fieno recentemente reciso, guardò con affetto l'orto paterno e la vigna che portava ancora i suoi grappoli. Rimase lungamente estatico a quella finestra, contemplando quel panorama così eloquente al suo cuore.

Poi aperse l'uscio, accolse il fratello e il nipote... e chiese subito della signora Matilde.

—È qui abbasso che ti aspetta,—gli disse il fratello,—l'ho pregata di pranzare con noi.

—Ah! eccola anzi che ci viene incontro,—disse il ministro, correndo verso l'Annina che saliva le scale, e che, sorpresa all'improvviso, divenne rossa come una bragia.

Il fratello fu pronto a dargli una tirata ai lembi del vestito, dicendogli all'orecchio:

—T'inganni... questa è sua figlia.

Il ministro si accorse subito dell'errore, e seppe dissimularlo colla prontezza abituale degli alti magistrati quando s'avvedono d'aver detto una corbelleria. La prese per le mani, la contemplò con emozione dicendo:

—Tal quale sua madre... alla sua età....

Sbalordito al risvegliarsi di tante memorie, assorto nella contemplazione d'una natura sempre fresca di perenne giovinezza, vedendo che fuori dalla finestra, i monti, le colline, il bosco, le case, l'aria, la luce, tutto era al suo posto, tutto conservava l'antico carattere, egli si era dimenticato per un istante che gli uomini e le donne non hanno la stessa fortuna, ed alla apparizione della fanciulla gli parve di vedere la sua Matilde, quando aveva diciott'anni. Scese le scale, la vide finalmente, e gli parve che, quantunque ancora bella, non fosse più dessa. Con isquisita galanteria seppe dissimulare la sua impressione, le prese la mano affettuosamente, gliela tenne stretta a lungo, e guardandola teneramente le andava ripetendo:—Vi ricordate? vi ricordate? Oh i begli anni che non tornano più!—e si passava la mano sulla fronte, e sul capo divenuto calvo e brizzolato di capelli bianchi. Gli anni erano passati anche per lui!... e le rughe del volto gli marcavano le passioni e le lotte del tempo.

La mensa, composta di pochi amici, fu lieta, espansiva, cordiale. Si parlò dapprima del passato, dei compagni dell'infanzia, poi si passò a ragionare degli avvenimenti politici, delle fortune d'Italia e della grandezza di Roma, e tutti invidiavano la sorte di Sandrino che coll'influenza dello zio avrebbe preso un bel posto nella vita pubblica. A tali discorsi Annina abbassava gli occhi, e soffocava i sospiri.

Il ministro colla sua abitudine d'osservazione sorprese più volte lo scambio degli sguardi fra Sandrino e l'Annina, e non tardò molto a penetrare il mistero del loro amore.

Alla sera fu illuminato il villaggio, e vennero slanciati dei fuochi d'artificio, che a giudizio dei più vecchi non s'erano mai veduti.

Finalmente, prima d'andare a letto, il ministro disse al fratello:

—Domani parleremo dell'avvenire di Sandrino: sono deciso di condurlo a Roma, ma prima voglio intendermela[6] con lui. Domattina lo chiamerò per tempo nella mia stanza, voglio dargli una buona lezione! La nostra gioventù perde la bussola, io lo metterò sulla buona strada. Intanto felice notte.

I circostanti risposero:—Felice notte, buon riposo,—e se ne andarono a letto, tutti contenti e pieni di speranze per l'avvenire... meno l'Annina.

* *   *

All'indomani per tempo, il ministro, come aveva promesso, fece chiamare Sandrino, e, fattoselo sedere dirimpetto, gli disse:

—Dimmi francamente, vieni a Roma volontieri?

—Io, sì, s'immagini!—rispose freddamente il giovane.

—E che cosa vuoi fare a Roma?—soggiunse lo zio.—Credi forse di venir a fumare il sigaro tutto il giorno pel corso,[7] di fare all'amore con tutte le belle, e di giuocare al bigliardo?

—Nemmeno per sogno,—saltò su a dire il ragazzo;—vengo per lavorare sul serio, per farmi una posizione!

—Una posizione! ma che posizione vuoi farti? Tu non vuoi certamente che ti dia un incarico che non meriti, tu non pretendi che io metta alla porta uno de' miei impiegati per farti sedere al suo posto. Tu devi ben sapere che queste cose non si fanno, nè si possono fare checchè ne dicano i giornali d'opposizione. Ove diavolo[8] intendi dunque di andarti a nicchiare?

—Ma!—rispose l'altro, restando colla bocca aperta, e guardando il soffitto.

Suo zio lo esaminava attentamente, poi continuò:

—Facciamo una supposizione: supponi di entrare in un ministero come applicato di terza classe, a che cosa speri di pervenire?

—Che so io!... non me ne intendo.

—Te lo dirò apertamente. In capo a vent'anni di lavori forzati tu non guadagnerai tanto da mantenere la famiglia. Avrai passato i più begli anni della vita nell'aria viziata d'una camera, seduto ad ore fisse sopra un duro sedile, sotto la sorveglianza di un usciere. Oh, la bella vita!

—E il babbo che s'immagina che con la vostra influenza io possa correre una brillante carriera....

—Ebbene, egli ha torto; ma supponiamo per un momento che egli abbia ragione, supponiamo pure che tu sia un ingegno superiore, di quelli che si fanno largo dappertutto; che s'impongono al governo con un'attitudine rara, con servigi esuberanti; supponiamo che la fortuna ti sorrida, e che tu possa diventare Prefetto di Napoli, Senatore e Ministro! Ebbene, sei contento? spero che non vorrai ambire un posto più alto! ebbene, mio caro amico, io ti compiango in anticipazione, perchè tu sarai sempre infelice!

"Ascoltami giovinotto, la vita pubblica è un aspro cammino, pieno di rovi e di sterpi, è una lotta continua che consuma le forze, inaridisce il cuore, distrugge le intime affezioni, condanna all'adulazione degli ingrati, e ci procura l'odio e le maledizioni degli ambiziosi delusi, degli avari disingannati, degl'imbroglioni smascherati ed offesi. Bisogna camminare ogni giorno faticosamente nel fango delle umane passioni, e calpestare dei serpenti!

"Ah, mi dirai che ci sono i gran giorni, i tripudi della gloria, le soddisfazioni del potere, la fama che vola. Ah, amico mio, tutte queste cose non valgono i beni perduti... la libertà... l'amore... la scienza... la vita insomma colle sue burrasche, ma colle sue bonaccie, colle sue gioie tranquille, serene, nel seno della famiglia!

"La mia generazione ha dovuto subir tutto per fare l'Italia; la nostra vita era consacrata a questa idea: si voleva vincere o morire, e ne valeva la pena, perchè un popolo schiavo non è che un vile branco d'animali. Abbiamo vinto, coll'aiuto di Dio, e malgrado tutte le nostre sciocchezze, ora l'Italia è fatta, e voi fortunati che non avete che a conservarla e farla migliore! Ora non è nei banchi dei ministeri che si farà prosperare l'Italia, ma bensì colle cure della vita privata, migliorando l'agricol tura, le industrie, le arti, il commercio, creando delle famiglie oneste, colte, operose, lavorando ciascheduno al proprio posto, pel bene di tutti. Se il dovere ci chiama a servire pubblicamente il paese, non è lecito rifiutarsi, bisogna concorrere in tutti a sopportare certi incarichi noiosi ma indispensabili, ma bisogna giudicare queste funzioni come un peso necessario, non come una scala dell'ambizione o dell'interesse. Questo è lo scopo che devono prefiggersi i galantuomini che non hanno bisogno del pane del governo, e fortunati loro e la patria se vogliono intenderla. In quanto a te, mio Sandrino, vuoi che ti dica francamente che cosa io farei, se fossi al tuo posto? Vorrei sposare l'Annina, formare una buona famiglia, migliorare i miei campi, e servire il paese raddoppiando i prodotti del suolo. La vita sociale bene intesa, non deve contrariare gl'istinti, ma secondarli. Nella scelta dello stato non dobbiamo consultare l'ambizione, ma le nostre naturali inclinazioni, che, coltivate a dovere, daranno utili risultati. Da tale condotta derivano la fortuna e la felicità. Tu che le hai sulla porta, non andare a cercarle da lontano. Ami l'Annina; è una buona e bella ragazza; devi sposarla, e sarete felici."

—Ma chi le ha detto, caro zio, che amo l'Annina?

—Nessuno. Se me l'avessero detto, potrei dubitarne; ma l'ho veduto co' miei occhi, e m'inganno di raro. Vuoi negare che l'ami?

—Non posso negarlo, ma che cosa direbbe mio padre, se rovesciassi tutto il suo piano sul mio avvenire?

—Come tutti gli uomini semplici, tuo padre è felice senza saperlo; tocca a me illuminarlo, e non mi sarà difficile di convincerlo che fu sempre più felice di suo fratello ministro!

—Dunque non avete più l'intenzione di condurmi a Roma?

—Anzi domani partiamo. Anche coloro che servono il paese restando sotto al tetto che li vide nascere, devono visitare l'Italia. È così bella, e poi conoscere la patria è un dovere per chi può farlo, ed è una scuola che può sempre servire. E poi vedrai quello che non conosci, avrai tempo di meditare la grave questione della scelta dello stato, e fra un mese potrai scegliere fra un impiego, o un bel regalo di nozze per la sposa. Accetti la mia proposta?

Sandrino gettò le braccia al collo di suo zio... e all'indomani partirono. Un mese dopo Sandrino ritornava al suo villaggio con un magnifico presente dello zio ministro all'Annina, che col pieno consenso paterno diventava sua sposa. Era beato d'aver veduto Roma... e d'essere tornato a casa, e si mise sul serio ad utilizzare i suoi studi di naturalista diventando un ottimo agricoltore.

Lo zio gli scrisse ultimamente da Roma una lunga lettera, che si può compendiare in queste poche parole: "Apparecchiami l'appartamento verso le colline. Finalmente posso anch'io ritirarmi dalla vita pubblica, e voglio finire i miei giorni nella pace del mio villaggio, in seno d'una famiglia felice."

antonio caccianiga.

XV.

LA MIA PADRONA DI CASA.

NON posso pensare a Firenze, senza ricordarmi della mia buona padrona di casa di via dei ——, la quale m'insegnò in sei mesi più lingua italiana di quanto io n'abbia imparata in dieci anni da tutti i miei professori di letteratura, nati, come diceva l'Alfieri,[1] là dove Italia boreal diventa.

Era una vecchietta simpatica, vedova d'un interprete di albergo, buona come il pane, fiorentina fin nel bianco degli occhi, operosa, assestata e pulita come un'Olandese. Viveva d'una piccola rendita e di quel po' che guadagnava tenendo dozzina.[2] Leggicchiava, giocava al lotto, faceva qualche visita, e passava quasi sempre la sera, sola come uno sparago, in un cantuccio della sua piccola camera ingombra di mobili vecchi, vicino a una finestra, dalla quale si vedeva, di là dai tetti di molte case, la cima del campanile di Giotto.[3]

Che cos'è questo benedetto parlare toscano! Era una povera donna, non aveva cultura, sapeva appena leggere e scrivere; ma parlava da far rimanere a bocca aperta. E non il fiorentino volgare, perchè non ho mai inteso dalla sua bocca una parola o una frase che una signora non potesse ripetere in conversazione. Il suo parlare era tutto frasi efficacissime, immagini, proverbi, diminutivi graziosi, vezzi e fiori di lingua, che venivan via facili e fitti ad ogni proposito, come nei novellieri trecentisti, senza che le sfuggisse mai neppure un lampo di quel sorriso leggerissimo che per il solito tradisce la compiacenza intima di chi sa di parlar bene.

Ogni momento gliene sentivo dire una nuova.

Stentavo un po' a infilare il soprabito: essa mi diceva: Ma perchè non se lo fa allargare che le è stretto assaettato?

Entravo nella sua camera:—Badi,—mi diceva,—di non inciampare, perchè è buio come in gola.

Veniva un amico a chiedermi dei denari; essa capiva, e mi domandava:—Le è venuto a dare una frecciata, non è vero?

Diceva che il suo predicatore aveva la parola facile e ornata; che il lattaio aveva la voce come uno di questi cani incimurriti e fiochi che non posson più abbaiare; che erano tre giorni che non vedeva più l' effige dello spazzaturaio che pure le aveva promesso di venire; che il bambino della vicina aveva rotto un vetro, e suo padre non se ne era anche accorto, ma il poverino stava già rannicchiato dietro l'uscio ad aspettare il lampo e la saetta; che il mio maestro di spagnuolo aveva un vestito che gli piangeva addosso; che con tutte queste guerre che si fanno dopo che Pio IX[4] ha date le su' riforme bisogna sempre stare palpitando per i nostri cari; che un tale ch'era caduto dal secondo piano, e non era morto, aveva il sopravvivolo come i gatti; che un certo quadro pareva fatto coll'alito; che a una certa sua amica, in una certa congiuntura, essa aveva parlato come al cospetto di Dio, da cuore a cuore; e altre espressioni gentili ed argute, che a scriverle tutte, ci sarebbe da fare un vocabolario.

Però, quando s'accorgeva ch'io mi divertiva a farla parlare, taceva tutt'a un tratto e mi guardava con aria di diffidenza. Temeva che io la volessi canzonare. Anzi, qualche volta, quando mi lasciavo sfuggire un'esclamazione di meraviglia, quasi s'indispettiva.

—Oh insomma,—mi disse un giorno,—io parlo come so. Se dico degli spropositi, m'insegni lei a parlar meglio. Io non ho mai preteso di parlar bene.

—Ma no, cara signora,—le risposi coll'accento della più profonda sincerità.—Le giuro che ammiro davvero la sua maniera di parlare, che vorrei parlare io come lei, che vorrei saper scrivere come lei parla. Che c'è da stupirsi? Non lo sa che i fiorentini parlano meglio degli italiani delle altre provincie? Non l'ha mai inteso dire? Mi piace sentir parlare l'italiano da lei come mi piacerebbe sentir parlare il francese da un parigino. Mi piace perchè lei parla con naturalezza, perchè pronunzia bene, perchè io imparo. Ne vuole una prova? Guardi questi fogli.

E le misi sott'occhio alcuni fogli sui quali avevo notato una lunga filza dei suoi modi di dire.

Guardò, sorrise, poi sospettò daccapo e mi disse che non sapeva capire che cosa io trovassi di particolare in quelle parole.—Qualunque mercatino,—soggiunse,—è in caso di dirgliele tali e quali.

Nondimeno, a poco a poco, finì per persuadersi che mi divertivo davvero a sentirla parlare perchè parlava bene.

Ma trovavo sempre mille difficoltà a farmi capire quando volevo saper qualche cosa di preciso in fatto di lingua.—Come direbbe lei,—le domandavo,—per dire che piove forte?—Gua!—mi rispondeva,—direi che piove forte.—Io ripetevo la domanda in un'altra forma.—Ah! ho capito!—esclamava.—Chi si volesse spiegare in un'altra maniera potrebbe anco dire che piove a rovescio, a catinelle; a orciuoli, a ciel rotto; ognuno può dire come gli piace, non c'è regola fissa.

Un giorno le diedi un mio libro.—L'ha scritto lei?—mi domandò.—Sì,—risposi.—Tutto di suo pugno?—Tutto di mio pugno.—Lo tenne due o tre giorni e vidi che lo leggeva. Quando me lo restituì, mi disse:—Bravo! mi son divertita; si vede che è un buon figliuolo. E poi mi piacque anche lo stile.

A poco a poco mi prese a voler bene, mi parlava lungamente della buon'anima di suo marito, delle sue amiche, del caro dei viveri, delle tasse, del lotto, dei suoi malanni, della religione, sempre colla stessa grazia e colla stessa dolcezza. Ma specialmente quando parlava della sua disgrazia d'esser rimasta sola al mondo e diceva che la notte, non potendo dormire, pensava, pensava, fin che si metteva a piangere, aveva parole così dolci, così schiette, così poetiche, che mi stringeva il cuore, e nello stesso tempo provavo una specie di voluttà artistica a sentirla. Mentre essa parlava la sua bella lingua, io, appoggiato alla finestra della sua cameretta guardavo il campanile di Giotto dorato dalla luce del tramonto, e provavo uno struggimento d'amore per Firenze.

Una sera, ch'ero già a letto, s'affacciò alla porta e disse con voce commossa:—Ah! figliuol mio! bisogna proprio credere, sa, che c'è un Dio! Questa sera il predicatore ha detto che tutti i grandi uomini ci hanno creduto,—e Dante e Galileo e Colombo,—ne avrà citati più di cinquanta. E ha conciato per le feste[5] quelli che dicono che il mondo l'ha fatto il caso! Il caso! E dire che son gente che ha studiato! Io che sono una povera donna capisco che è una corbelleria. Se lo studio non dovesse portare altri frutti! Ma lei, benchè studi, non le pensa queste cose, non è vero, figliuolo? Dica un po': ci crede lei al caso?

—No, cara padrona,—le risposi;—io credo in Dio.

—Oh lei non può immaginare la consolazione che mi dà con codeste parole,—rispose la buona donna.

La notte, mentre lavoravo a tavolino, a una cert'ora sentivo picchiare nel muro e poi una voce insonnita che diceva:

—Non lavori più, figliuolo; s'abbia riguardo agli occhi.

Ed io:—Ancora una pagina.

—Nemmeno una pagina. Si ricordi del proverbio: È meglio un... cavallino vivo che un dottore morto.

Passava un altro quarto d'ora e lei daccapo:

—A letto, a letto, figliuolo.

—Padrona,—domandavo io,—com'è quel proverbio di Berto, che m'ha detto stamani? Ne ho bisogno per scriverlo.

—Berto,—rispondeva,—che dava a mangiare le pesche per vendere i noccioli. Vada a letto.

—Ancora una cosa. Come si chiama il bastone d'Arlecchino?

—Non mi cava più una parola, nemmeno se mi fa regina di Spagna.

E non diceva più una parola davvero e io andavo a dormire.

La mattina per tempo, appena svegliato, risentivo la sua voce:—Su, su! È un sereno che smaglia. Vada a fare un giro alle Cascine![6]

Una sera tornai a casa pieno di malinconia e mi buttai sul sofà senza dire una parola. Essa mi venne accanto. Duravo fatica a trattenere le lagrime. Mi domandò che cos'avessi. Non volevo rispondere. Insistette, e allora le apersi il mio cuore come a un amico.

—Ho avuto un dispiacere,—le dissi.—Ho saputo che l'altro giorno, in una casa, hanno detto che i miei scritti sono noiosi e che non farò mai nulla di buono. Io ne sono persuaso e non ho più voglia di studiare. Voglio buttar nel fuoco tutti i miei libri e tornare a fare il soldato. Sono triste, scoraggito e annoiato della vita. Non m'importerebbe nulla di morire.

La buona donna si sforzò di ridere; ma era intenerita. Cercò di consolarmi e di rimettermi di buon umore; chiamò a raccolta tutti i suoi frizzi, le sue frasi e i suoi proverbi; mi assicurò che i miei libri erano pieni di bei concetti e che avrebbe voluto saperli scrivere lei; mi promise che sarei riuscito un bravissimo scienziato a dispetto dei maligni; mi disse che avrebbe voluto trovarsi faccia a faccia con chi aveva sparlato di me, per fargli una risciaquata che non trovasse più la via di tornarsene a casa; mi fece bere un dito di vin Santo, mi diede del ragazzo, mi picchiò sotto il mento e gridò:—Su la testa!—Infine mi lasciò rasserenato, dicendo che se le facevo un'altra volta una di quelle scene, il pezzo più grosso che sarebbe rimasto di me, aveva da essere un orecchio, com'è vero che c'è tanto di Biancone in piazza della Signoria.[7]

Qualche volta però ci bisticciavamo, per cose da nulla, si intende; per esempio perchè tornavo a casa tardi, e lei mi trovava a ridire, ed io le rispondevo di mala grazia. Allora stavamo una mezza giornata senza scambiare una parola. La sera poi, pensando ch'essa era là in un cantuccio della sua camera, sola, malinconica, al buio, mi pigliava il rimorso, correvo all'uscio e le domandavo per il buco della serratura:—Padrona, come è quel detto di Cimabue che mi disse ier l'altro?

—Cimabue che conosceva l'ortica al tasto,—rispondeva con una voce in cui si sentiva un'improvvisa contentezza.

—Mi perdona?—le domandavo.

—Oh buon figliuolo!—rispondeva;—perdoni lei a me, che sono una brontolona e una zotica. Ma veda: glielo dico per il su' bene che non venga a casa tardi perchè... io non ho mica il diritto di impicciarmi nella sua condotta... si capisce... ma ho notato che tutte le sere che viene a casa tardi, e non studia più, la mattina dopo è di malumore.

—Ha ragione, padrona, ha ragione! Apra la porta, e facciamo pace.

Essa apriva la porta e non faceva mai in tempo a levarsi il fazzoletto dagli occhi.

Così passarono sei mesi.

Un giorno, dopo una settimana intera di preparativi e di esitazioni, mi feci forza e le dissi, guardandola fisso negli occhi:

—Padrona, io debbo partire da Firenze.

—Dove va?

—A casa mia.

—Va bene. Io terrò le sue camere libere per quando tornerà. Può lasciar qui libri, quadri, carte, come le lascerebbe alla sua famiglia. Prima che ritorni farò mettere la stufa, compererò un altro seggiolone e se mi salta il ticchio farò cambiare la tappezzeria al salotto. E passeremo il nostro invernetto insieme d'amore e d'accordo, lei a studiare ed io a fare le mie faccenduole. Ah! vedo che almeno negli ultimi anni della mia vita avrò qualche consolazione. Quando tornerà?

—Cara padrona... non glielo posso dire.

—Che forse non tornerebbe più?—domandò col viso alterato.

—Forse non tornerò più!

Stette qualche momento senza parlare e poi esclamò con voce tremante:—Ma dunque io resterò sola!...

E tacque di nuovo come per sentir l'eco di quella triste parola.

Poi nascose il viso nel grembiale e diede in uno scoppio di pianto.

M'aiutò a fare i miei bauli, volle riporre tutti i libri colle sue mani, non mi lasciò più un momento fino all'ora della partenza. L'ultima notte, verso le undici, mentre scrivevo, picchiò ancora una volta nella parete e mi pregò di avermi riguardo agli occhi. La mattina seguente, quando partii, mi accompagnò fin sul pianerottolo e mi disse colla solita dolcezza:—Lei se ne torna colla sua famiglia; io, povera vecchia, rimango sola. Si ricordi qualche volta di me che le volevo bene come a un figliuolo. Abbia giudizio; continui a studiare e sarà contento. Mentre viaggerà in Spagna e in Francia, io guarderò il suo ritratto, leggerò i suoi libri e pregherò il Signore per lei. Quando morirò, lei si ricorderà che le ho voluto bene e piangerà, non è vero? Ed ora vada, figliuolo, che è tardi; e Dio l'accompagni!

Le diedi un bacio e discesi per le scale. La povera donna mi mandò ancora un addio rotto da un singhiozzo e poi rientrò nella sua casa vuota e triste.

Oh buona e cara vecchia! se mi son ricordato di te! In viaggio, ogni volta che ho passata la notte a scrivere in una camera d'albergo, allo scoccare delle undici ho detto tra me, con tristezza:—Oh! se sentissi picchiare nel muro, quanto lavorerei più volentieri!—Ogni volta che scrivo, e rileggendo la mia prosa, la trovo scolorita e senza grazia, dico con rammarico:—Ah! quanto ci corre da[8] quest'italiano a quello della mia padrona di casa!—La sera, quando la mia famiglia è raccolta intorno al fuoco, e tutti ridono e lavorano, io penso col cuore stretto che tu sei sola nella tua stanza, forse al freddo e al buio, perchè la legna e l'olio sono rincarati. E non mi si presenta mai l'immagine della mia cara Firenze, senza ch'io goda in fondo all'anima pensando che un giorno forse vi tornerò, che andrò a cercarti, che ti troverò ancora, che mi rimetterò a imparare da te la lingua armoniosa e gentile con cui mi rallegravi e mi davi coraggio.

edmondo de amicis.