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Proprietà letteraria.

STORIA
DʼINGHILTERRA

di

LORD MACAULAY,

TRADOTTA DA PAOLO EMILIANI-GIUDICI.

SECONDA EDIZIONE, RIVEDUTA DAL TRADUTTORE.


VOLUME SECONDO.

FIRENZE.
FELICE LE MONNIER


1860.

INDICE

CAPITOLO SESTO Pag. [1]
CAPITOLO SETTIMO [143]
CAPITOLO OTTAVO [242]
CAPITOLO NONO [353]
CAPITOLO DECIMO [493]

STORIA DʼINGHILTERRA.


CAPITOLO SESTO.

SOMMARIO.

I. La potenza di Giacomo giunge alla sua maggiore altezza nellʼautunno del 1685.—II. Sua politica estera.—III. Suoi disegni di politica interna; lʼAtto dellʼHabeas Corpus.—IV. Lʼesercito stanziale.—V. Disegni in favore della Religione Cattolica Romana.—VI. Violazione dellʼAtto di Prova; disgrazia di Halifax—VII. Malcontento generale.—VIII. Persecuzione degli Ugonotti francesi.—IX. Effetti da tale persecuzione prodotti in Inghilterra.—X. Ragunanza del Parlamento; discorso del Re; opposizione nella Camera deʼ Comuni.—XI. Sentimenti deʼ Governi stranieri.—XII. Comitato della Camera deʼ Comuni intorno al discorso del Re.—XIII. Sconfitta del Governo.—XIV. Seconda sconfitta del Governo; invettive falle dal Re ai Comuni.—XV. Coke messo in prigione, per aver mancato di rispetto al Re.—XVI. Opposizione al Governo nella Camera deʼ Lordi; il Conte di Devonshire.—XVII. Il Vescovo di Londra.—XVIII. Il Visconte Mordaunt.—XIX. Proroga.—XX. Processi di Lord Gerard e di Hampden.—XXI. Processo di Delamere.—XXII. Effetti dellʼessere stato dichiarato non colpevole.—XXIII. Partiti in Corte; Sentimenti deʼ Tory protestanti.—XXIV. Pubblicazione di scritti trovati nella cassa forte di Carlo II.—XXV. Sentimenti degli uomini più rispettabili fraʼ Cattolici Romani.—XXVI. Cabala dei Cattolici Romani irruenti.—XXVII. Castelmaine; Jermin; White; Tyrconnel.—XXVIII. Sentimenti deʼ ministri dei Governi stranieri.—XXIX. Il Papa e la Compagnia di Gesù in vicendevole opposizione.—XXX. La Compagnia di Gesù.—XXXI. Padre Petre.—XXXII. Umori ed opinioni del Re.—XXXIII. È incoraggiato neʼ suoi errori da Sunderland.—XXXIV. Perfidia di Jeffreys.—XXXV. Godolphin; la Regina; amori del Re.—XXXVI. Caterina Sedley.—XXXVII. Intrighi di Rochester in favore di Caterina Sedley.—XXXVIII. La influenza di Rochester decade.—XXXIX. Castelmaine è inviato a Roma; Giacomo tratta male gli Ugonotti.—XL. La potestà di dispensare.—XLI. Destituzione deʼ Giudici disubbidienti.—XLII. Caso di Sir Eduardo Hales.—XLIII. Ai Romani Cattolici è dato diritto ad occupare i beneficii ecclesiastici; Sclater; Walker.—XLIV. La Decania di Christchurch è data ad un Cattolico Romano.—XLV. Distribuzione deʼ Vescovati.—XLVI. Determinazione di Giacomo ad usare la propria supremazia ecclesiastica contro la Chiesa.—XLVII. Difficoltà a ciò fare.—XLVIII. Crea una nuova Corte dʼAlta Commissione.—XLIX. Procedimenti contro il Vescovo di Londra.—L. Malcontento nato al comparire in pubblico deʼ riti e deʼ vestimenti cattolici romani.—LI. Tumulti.—LII. È formato un campo militare in Hounslow.—LIII. Samuele Johnson.—LIV. Ugo Speke.—LV. Procedimento contro Johnson.—LVI. Zelo del Clero Anglicano contro il papismo; scritti di controversia.—LVII. I Cattolici Romani rimangono vinti.—LVIII. Condizioni della Scozia.—LIX. Queensberry; Perth; Melfort.—LX. Loro apostasia.—LXI. Favore mostrato alla Religione Cattolica Romana in Iscozia; tumulti in Edimburgo.—LXII. Collera del Re.—LXIII. Suoi intendimenti rispetto alla Scozia.—LXIV. Una Deputazione deʼ Consiglieri Privati Scozzesi è mandata a Londra.—LXV. Suoi negoziati col Re; ragunanza degli Stati Scozzesi.—LXVI. Si mostrano disubbidienti.—LXVII. Le loro sessioni vengono aggiornate; sistema arbitrario di governo in Iscozia.—LXVIII. Irlanda.—LXIX. Condizioni delle leggi rispetto a cose religiose.—LXX. Ostilità delle razze; contadini aborigeni.—LXXI. Aristocrazie aborigene.—LXXII. Condizioni della colonia inglese.—LXXIII. Condotta che Giacomo avrebbe dovuto seguire.—LXXIV. Suoi errori—LXXV. Clarendon giunge in Irlanda come Lord Luogotenente.—LXXVI. Sue mortificazioni; paura sparsa fra i coloni.—LXVII. Arrivo di Tyrconnel a Dublino come Generale dʼarmi.—LXXVIII. Parzialità e violenza di lui.—LXXIX. Si studia di far revocare lʼAtto di Stabilimento; ritorna in Inghilterra.—LXXX. Il Re è mal satisfatto di Clarendon.—LXXXI. Rochester è aggredito dalla Cabala gesuitica.—LXXXII. Giacomo si studia di convertire Rochester.—LXXXIII. Destituzione di Rochester.—LXXXIV. Destituzione di Clarendon; Tyrconnel Lord Deputato.—LXXXV. Scoraggiamento deʼ coloni inglesi in Irlanda.—LXXXVI. Effetti della caduta degli Hydes.

I. Giacomo trovavasi oramai giunto al più alto grado di potenza e prosperità. Sì in Inghilterra che in Iscozia aveva vinti i suoi nemici, e puniti con una severità che aveva neʼ cuori loro suscitato acerbissimo odio, ma ad un tempo gli aveva efficacemente disanimati. Il partito Whig pareva spento. Il nome di Whig non usavasi mai, tranne come vocabolo di rimprovero. Il Parlamento piegava sommessa la fronte ai voleri del re, il quale aveva potestà di tenerselo sino alla fine del proprio regno. La Chiesa faceva più che mai clamorose proteste di affetto verso lui, proteste chʼella aveva confermate col fatto a tempo della trascorsa insurrezione. I giudici erano suoi strumenti; e qualora non si fossero mostrati tali, stava in lui di cacciarli dʼufficio. I corpi municipali erano pieni di sue creature. Le sue entrate eccedevano dʼassai quelle deʼ suoi predecessori. Ei si gonfiò dʼorgoglio. Non era più lʼuomo il quale, pochi mesi innanzi, tormentato dal dubbio che il trono potesse essergli abbattuto in unʼora sola, aveva implorato con supplicazioni indegne di un re il soccorso dello straniero, ed accettatolo con lacrime di gratitudine. Vagheggiava con la fantasia visioni di dominio e di gloria. Vedevasi già il sovrano predominante dʼEuropa, il campione di molti Stati oppressi da una sola monarchia troppo potente. Fino dal mese di giugno, aveva assicurate le Provincie Unite, che, appena rassettate le faccende dellʼInghilterra, avrebbe mostrato al mondo quanto poco ei temesse la Francia. Giusta siffatte assicuranze, in meno dʼun mese dopo la battaglia di Sedgemoor, concluse con gli Stati Generali un trattato, secondo i principii della triplice alleanza. Fu considerata e allʼAja e a Versailles come circostanza significantissima, che Halifax, perpetuo ed acerrimo nemico della influenza francese, il quale quasi mai, dallʼinizio del regno, era stato consultato sopra alcuno importante negozio, fosse precipuo operatore della lega, in modo da parere che le sue sole parole trovassero ascolto allʼorecchio del principe. E fu circostanza non meno significativa, che innanzi non ne fosse stato fatto pur motto a Barillon. Egli e il suo signore furono presi alla sprovvista. Luigi ne rimase sconcertato, e mostrò grave e non irragionevole ansietà rispetto ai futuri disegni di un principe, il quale, poco avanti, era stato suo pensionato e vassallo. Correva molto la voce che Guglielmo dʼOrange si affaccendasse a formare una grande confederazione, che doveva comprendere i due rami della Casa dʼAustria, le Provincie Unite, il regno di Svezia e lo Elettorato di Brandenburgo. Adesso pareva che tale confederazione dovesse avere a capo il re e il Parlamento dʼInghilterra.[1]

II. Difatti, furono iniziate pratiche tendenti a simile scopo. La Spagna propose di formare una stretta lega con Giacomo; il quale accolse favorevolmente la proposta, comecchè chiaro apparisse che tale alleanza sarebbe stata poco meno che una dichiarazione contro la Francia. Ma ei differì la sua ultima risoluzione fino alla nuova ragunanza del Parlamento. Le sorti della Cristianità pendevano dalla disposizione in cui egli avrebbe trovata la Camera deʼ Comuni. Se essa era inchinevole ad approvare i suoi divisamenti di politica interna, non vi sarebbe stata cosa alcuna che gli avesse impedito dʼintervenire con vigore ed autorità nella gran contesa che tosto doveva travagliarsi nel continente. Se la Camera era disubbidiente, egli sarebbe stato costretto a deporre ogni pensiero dʼarbitrato tra le nazioni contendenti, ad implorare nuovamente lo aiuto della Francia, a sottoporsi di nuovo alla dittatura francese, a diventare potentato di terza o quarta classe, e a rifarsi del dispregio, in che lo avrebbero tenuto gli stranieri, trionfando della legge e della pubblica opinione nel proprio regno.

III. E veramente, non sembrava facile chʼegli chiedesse ai Comuni più di quello che essi inchinavano a concedere. Avevano già date abbondevoli prove dʼessere desiderosi di serbare intatte le regie prerogative, e di non patire eccessivi scrupoli a notare le usurpazioni chʼegli faceva contro i diritti del popolo. Certo, undici dodicesimi deʼ rappresentanti o dipendevano dalla Corte, o erano zelanti Cavalieri di provincia. Poche erano le cose che una tale Assemblea avrebbe pertinacemente ricusate al Sovrano; e fu fortuna per la nazione, che tali poche cose fossero quelle appunto che a Giacomo stavano più a cuore.

Uno deʼ suoi fini era quello dʼottenere la revoca dellʼHabeas Corpus, che egli odiava, come era naturale che un tiranno odiasse il freno più vigoroso che la legislazione impose mai alla tirannide. Cotesto odio gli rimase impresso in mente fino allʼultimo dì di sua vita, e si manifesta negli avvertimenti chʼegli scrisse in esilio per erudimento del figlio.[2] Ma lʼHabeas Corpus, quantunque fosse una legge fatta mentre i Whig dominavano, non era meno cara ai Tory che ai Whig. Non è da maravigliare che questa gran legge fosse tenuta in tanto pregio da tutti glʼInglesi, senza distinzione di partito; perocchè, non per indiretta, ma per diretta operazione contribuisce alla sicurezza e felicità di ogni abitante del Regno.[3]

IV. Giacomo vagheggiava un altro disegno, odioso al partito che lo aveva posto sul trono, e ve lo manteneva. Desiderava formare un grande esercito stanziale. Erasi giovato dellʼultima insurrezione per accrescere considerevolmente le forze militari lasciate dal fratello. I corpi che oggidì si chiamano i primi sei reggimenti delle guardie a cavallo, il terzo e quarto reggimento dei dragoni, e i nove reggimenti di fanteria, dal settimo al decimoquinto inclusivamente, erano stati pur allora formati.[4] Lo effetto di tale aumento, e del richiamo del presidio di Tangeri, fu che il numero delle truppe regolari in Inghilterra, erasi in pochi mesi accresciuto da sei mila a circa ventimila uomini. Nessuno deʼ Re nostri in tempo di pace aveva avuto mai tante forze sotto il suo comando. E Giacomo non ne era nè anche soddisfatto. Ripeteva spesso, come non fosse da riposare sulla fedeltà delle milizie civiche, le quali partecipavano di tutte le passioni della classe a cui appartenevano; che in Sedgemoor sʼerano trovati nellʼarmata ribelle più militi cittadini che non fossero nel campo regio; e che se il trono fosse stato difeso soltanto dalle milizie delle Contee, Monmouth avrebbe marciato trionfante da Lyme a Londra.

La rendita, per quanto potesse sembrare grande, in agguaglio di quella deʼ Re precedenti, serviva appena a questa nuova spesa. Gran parte deʼ proventi delle nuove tasse spendevasi nel mantenimento della flotta. Sul finire del regno antecedente, lʼintera spesa dellʼarmata, incluso il presidio di Tangeri, era stata minore di trecento mila lire sterline annue. Adesso non sarebbero bastate seicento mila sterline.[5] Se nuovi aumenti dovevano farsi, era necessario chiedere altra pecunia al Parlamento; e non era probabile che esso si sarebbe mostrato proclive a concedere. Il semplice nome dʼesercito stanziale era in odio a tutta la nazione, e a nessuna parte di quella più in odio, che ai gentiluomini Cavalieri, i quali riempivano la Camera Bassa. Nella loro mente, la idea dʼun esercito stanziale richiamava lʼimmagine della Coda del Parlamento, del Protettore, delle spoliazioni della Chiesa, della purgazione delle Università, dellʼabolizione della Parìa, dellʼassassinio del Re, del tristo regno deʼ Santocchi, del piagnisteo e dellʼascetismo, delle multe e deʼ sequestri, deglʼinsulti che i Generali, usciti dalla feccia del popolo, avevano recato alle più antiche ed onorevoli famiglie del reame. Inoltre, non vʼera quasi baronetto o scudiere nel Parlamento, che non andasse non poco debitore della propria importanza nella propria Contea al grado chʼegli aveva nella milizia civica. Se essa veniva abolita, era mestieri che i gentiluomini inglesi perdessero gran parte della loro dignità ed influenza. Era, dunque, probabile che il Re incontrasse maggiori difficoltà ad ottenere i mezzi per il mantenimento dello esercito, che ad ottenere la revoca dellʼHabeas Corpus.

V. Ma ambidue i predetti disegni erano subordinati al grande divisamento al quale il Re con tutta lʼanima intendeva, ma che era aborrito da quei gentiluomini Tory, i quali erano pronti a spargere il proprio sangue per difendere i diritti di lui; aborrito da quella Chiesa che non aveva mai, per lo spazio di tre generazioni di discordie civili, vacillato nella fedeltà verso la sua casa; aborrito perfino da quellʼarmata alla quale, negli estremi, era dʼuopo chʼei sʼaffidasse.

La sua religione era tuttavia proscritta. Molte leggi rigorose contro i Cattolici Romani contenevansi nel Libro degli Statuti, e non molto tempo innanzi erano state rigorosamente eseguite. LʼAtto di Prova escludeva dagli ufficii civili e militari tutti coloro che dissentivano dalla Chiesa dʼInghilterra; e un Atto posteriore, proposto ed approvato allorché le fandonie di Oates avevano resa frenetica la nazione, ordinava che niuno potesse sedere in nessuna delle Camere del Parlamento se prima non avesse solennemente abiurato la dottrina della transustanziazione. Che il Re desiderasse ottenere piena tolleranza per la Chiesa alla quale egli apparteneva, era cosa naturale e giusta; nè vʼè ragione alcuna a dubitare che, con un poʼ di pazienza, di prudenza e di giustizia, avrebbe ottenuta tale tolleranza.

La immensa avversione e paura che il popolo inglese provava per la religione di Giacomo, non era da attribuirsi solamente o principalmente ad animosità teologica. Tutti i dottori della Chiesa Anglicana, non che i più illustri non-conformisti, unanimemente ammettevano che la eterna salute potesse trovarsi anche nella Chiesa Romana: che anzi alcuni credenti di quella Chiesa annoveravansi fra i più illustri eroi della virtù cristiana. È noto che le leggi penali contro il papismo erano ostinatamente difese da molti, che reputavano lʼArianismo, il Quacquerismo, il Giudaismo, considerati spiritualmente, più pericolosi del papismo, e non erano disposti a fare simiglianti leggi contro gli Ariani, i Quacqueri o i Giudei.

È facile comprendere perché il Cattolico Romano venisse trattato con meno indulgenza di quella che usavasi ad uomini i quali non credevano nella dottrina deʼ Padri di Nicea, e anche a coloro che non erano stati ammessi nel grembo della Fede Cristiana. Era fra glʼInglesi fortissima la convinzione che il Cattolico Romano, sempre che si trattava dellʼinteresse della propria religione, si credesse sciolto da tutti gli ordinarii dettami della morale; che anzi reputasse meritorio violarli, se, così facendo, poteva liberare dal danno o dal biasimo la Chiesa di cui egli era membro.

Nè questa opinione era priva dʼuna certa apparenza di ragione. Era impossibile negare, che varii celebri casuisti cattolici romani avessero scritto a difesa del parlare equivoco, della restrizione mentale, dello spergiuro, e perfino dellʼassassinio. Nè, come dicevasi, le speculazioni di cotesta odiosa scuola di sofisti erano state sterili di frutti. La strage della festività di San Bartolommeo, lo assassinio del primo Guglielmo dʼOrange, quello dʼEnrico III di Francia, le molte congiure macchinate aʼ danni dʼElisabetta, e sopra tutte quella delle polveri, venivano di continuo citate come esempii della stretta connessione tra la viziosa teoria e la pratica viziosa. Allegavasi, come ciascuno di cotali delitti fosse stato suggerito e lodato daʼ teologi cattolici romani. Le lettere che Eduardo Digby scrisse dalla Torre col succo di limone alla propria moglie, erano state di fresco pubblicate, e citavansi spesso. Egli era uomo dotto e gentiluomo onesto in ogni cosa, e forte animato del sentimento del dovere verso Dio. E nondimeno, era stato profondamente implicato nella congiura ordita a fare saltare in aria il Re, i Lordi e i Comuni; e sul punto di andare alla eternità, aveva dichiarato di non sapere intendere in che guisa un Cattolico Romano potesse stimare peccaminoso un tale disegno. La conseguenza che il popolo deduceva da siffatte cose, era che, per quanto onesto si volesse immaginare il carattere dʼun papista, non vi era eccesso di fraude e di crudeltà, di cui egli non fosse capace ogni qualvolta ne andasse della securtà e dellʼonore della propria religione.

La straordinaria credenza che ebbero le favole di Oates, è massimamente da attribuirsi al prevalere di tale opinione. Era inutile che lo accusato Cattolico Romano allegasse la integrità, umanità e lealtà da lui mostrate in tutto il corso della propria vita. Era inutile chʼegli adducesse a schiere testimoni rispettabili appartenenti alla sua religione, per contraddire i mostruosi romanzi inventati dallʼuomo più infame del genere umano. Era inutile che, col capestro al collo, invocasse sopra il suo capo la vendetta di quel Dio, al cospetto del quale, tra pochi momenti, egli doveva presentarsi, se ei fosse stato reo di avere meditato alcun male contro il suo principe, o i suoi concittadini protestanti. Le testimonianze addotte in proprio favore servivano solo a provare quanto poco valessero i giuramenti deʼ papisti. Le sue stesse virtù facevano presumere la sua propria reità. Il vedersi dinanzi agli occhi la morte e il giudicio, rendeva più verisimile chʼegli negasse ciò che, senza danno dʼuna causa santissima, non avrebbe potuto confessare. Tra glʼinfelici convinti rei dellʼassassinio di Godfrey, era stato Enrico Berry, protestante di fama non buona. È cosa notevole e bene provata, che le estreme parole di Berry contribuirono più a togliere credenza alla congiura, di quel che facessero le dichiarazioni di tutti i pii ed onorevoli Cattolici Romani che patirono la medesima sorte.[6]

E non erano solo lo stolto volgo, i soli zelanti, nello intelletto deʼ quali il fanatismo aveva spento ogni ragione e carità, coloro che consideravano il Cattolico Romano come uomo che, per la facilità della propria coscienza, di leggieri diventava falso testimonio, incendiario, o assassino; come uomo che trattandosi della propria religione non abborriva da qual si fosse atrocità, e non si teneva vincolato da nessuna specie di giuramento. Se in quellʼetà vʼerano due che per intendimento o per indole inclinassero alla tolleranza, queʼ due erano Tillotson e Locke. Nonostante, Tillotson, che per essersi sempre mostrato indulgente a varie classi di scismatici ed eretici, ebbe rimprovero dʼeterodosso, disse dal pulpito alla Camera deʼ Comuni, essere loro debito di provvedere con somma efficacia contro la propaganda dʼuna religione più malefica della irreligione stessa; dʼuna religione che richiedeva daʼ suoi proseliti servigii direttamente opposti ai principii della morale. Confessò come per indole ei fosse prono alla dolcezza; ma il proprio dovere verso la società lo forzava, in quella sola circostanza, ad essere severo. Dichiarò che, secondo egli pensava, i Pagani che non avevano mai udito il nome di Cristo ed erano solo diretti dal lume della ragione naturale, erano membri della civile comunanza più degni di fiducia, che gli uomini educati nelle scuole deʼ casisti papali.[7] Locke, nel celebre trattato, nel quale si affaticò a dimostrare che anche le più grossolane forme dellʼidolatria non erano da inibirsi con leggi penali, sostenne che quella Chiesa la quale insegnava agli uomini di non serbare fede agli eretici, non aveva diritto alla tolleranza.[8]

Egli è evidente che, in tali circostanze, il grandissimo dei servigi che un Inglese cattolico romano avrebbe potuto rendere ai propri confratelli, era quello di provare al pubblico, che qualunque cosa alcuni temerari, in tempi di forti commovimenti, avessero potuto scrivere o fare, la sua Chiesa non ammetteva che il fine giustifichi i mezzi incompatibili con la morale. E Giacomo poteva mirabilmente rendere alla fede un tanto servigio. Era Re, e il più potente di quanti principi fossero stati sul trono dʼInghilterra a memoria degli uomini più vecchi. Stava in lui far cessare o rendere perpetuo il rimprovero che si faceva alla sua religione.

Sʼegli si fosse uniformato alle leggi, se avesse mantenute le fatte promissioni, se si fosse astenuto dallʼadoperare alcun mezzo iniquo a propagare le sue proprie opinioni teologiche, se avesse sospesa lʼazione degli statuti penali, usando largamente della sua incontrastabile prerogativa di far grazia, a un tempo astenendosi di violare la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno; il sentire del suo popolo si sarebbe rapidamente cangiato. Un tanto esempio di buona fede scrupolosamente osservato da un principe papista verso una nazione protestante, avrebbe spenti i comuni sospetti. Quegli uomini che vedevano come a un Cattolico Romano si concedesse dirigere il potere esecutivo, comandare le forze di terra e di mare, convocare o sciogliere il Parlamento, nominare i Vescovi e Decani della Chiesa dʼInghilterra, avrebbero tosto cessato di temere che vi fosse gran male, permettendo ad un Cattolico Romano dʼessere capitano dʼuna compagnia, o aldermanno dʼun borgo. E forse, in pochi anni, la setta per tanto tempo detestata dalla nazione, sarebbe stata, con plauso universale, ammessa agli uffici e al Parlamento.

Se, dallʼaltro canto, Giacomo avesse tentato di promuovere glʼinteressi della Chiesa, violando le leggi fondamentali del suo regno e le solenni promesse da lui ripetutamente fatte al cospetto di tutto il mondo, mal potrebbe dubitarsi che gli addebiti che, secondo lʼandazzo, facevansi contro la Religione Cattolica, si considerassero da tutti i Protestanti come pienamente stabiliti. Imperocchè, se mai si fosse potuto sperare che un Cattolico Romano fosse capace di mantenere fede agli eretici, si sarebbe potuto supporre che Giacomo mantenesse fede al clero Anglicano. Ad esso egli andava debitore della sua corona; e se esso non avesse potentemente avversata la legge dʼEsclusione, egli sarebbe stato un esule. Aveva più volte ed enfaticamente riconosciuto i propri obblighi verso quello, e giurato di non attentare minimamente ai diritti spettanti alla Chiesa. Sʼegli non poteva sentirsi obbligato da cosiffatti vincoli, risultava manifestamente che, in ogni cosa concernente la sua superstizione, non vʼera vincolo di gratitudine o di onore che potesse obbligarlo. Era quindi impossibile aver fiducia in lui; e se i suoi popoli non potevano fidarsi di lui, qual altro membro della sua Chiesa era egli meritevole di fiducia? Non era reputato costituzionalmente e per usanza traditore. Per il brusco contegno e la mancanza di riguardo verso gli altrui sentimenti, sʼera scroccato una fama di sincero chʼegli affatto non meritava. I suoi panegiristi affettano di chiamarlo Giacomo il Giusto. Se dunque diventando papista, volesse supporsi chʼegli fosse parimente divenuto dissimulatore e spergiuro, quale conclusione doveva ricavarne un popolo ormai disposto a credere che il papismo avesse perniciosa influenza sul carattere morale dellʼuomo?

VI. Per tali ragioni, molti deʼ più illustri cattolici, e fra gli altri il sommo Pontefice, opinavano che glʼinteressi della loro Chiesa nellʼisola nostra verrebbero più efficacemente promossi da una politica costituzionale e moderata. Ma cosiffatte ragioni non facevano punto effetto nel tardo intelletto e nella imperiosa indole di Giacomo. Nel suo ardore a rimuovere glʼimpedimenti che gravavano i suoi correligionari, egli appigliossi ad un partito tale, da persuadere ai più culti e moderati protestanti di quel tempo, che per la salute dello Stato era necessario mantenere in vigore i suddetti impedimenti. Alla politica di lui glʼInglesi Cattolici erano debitori di tre anni di sfrenato e insolente trionfo, e cento quaranta anni di servitù ed abiezione.

Molti Cattolici Romani occupavano uffici neʼ reggimenti novellamente formati. Questa violazione della legge per qualche tempo non fu censurata; perocchè le genti non erano disposte a notare ogni irregolarità che commettesse un Re chiamato appena sul trono a difendere la corona e la vita contro i ribelli. Ma il pericolo non era più. Glʼinsorti erano stati vinti e puniti. Il loro malaugurato attentato aveva accresciuta forza al Governo che speravano abbattere. Nondimeno, Giacomo seguitò a concedere comandi militari ad individui privi delle qualità richieste dalla legge; e dopo poco si seppe chʼegli era risoluto di non considerarsi vincolato dallʼAtto di Prova, che sperava dʼindurre il Parlamento a revocarlo, e che ove il Parlamento si fosse mostrato disubbidiente, egli avrebbe fatto da sè.

Appena sparsa cotesta voce, un profondo mormorare, foriero di procella, gli dette avviso che lo spirito, innanzi al quale lʼavo, il padre e il fratello di lui erano stati costretti a indietreggiare, come che tacesse, non era spento. Lʼopposizione mostrossi primamente nel Gabinetto. Halifax non ardì nascondere il disgusto e la trepidazione che gli stavano in cuore. In Consiglio animosamente espresse queʼ sentimenti, che, come tosto si vide, concitavano tutta la nazione. Da nessuno deʼ suoi colleghi fu secondato; e non si parlò altrimenti della cosa. Fu chiamato alle stanze reali. Giacomo si studiò di sedurlo coʼ complimenti e con le blandizie, ma non ottenne nulla. Halifax ricusò positivamente di promettere che avrebbe nella Camera deʼ Lordi votato a favore della revoca sia dellʼAtto di Prova, sia dellʼHabeas Corpus.

Taluni di coloro che stavano dintorno al Re, lo consigliarono a non cacciare allʼopposizione, in sulla vigilia del ragunarsi del Parlamento, il più eloquente ed esperto uomo di Stato che fosse nel Regno. Gli dissero che Halifax amava la dignità e gli emolumenti dellʼufficio; che mentre seguitava a rimanere Lord Presidente, non gli sarebbe stato possibile adoperare tutta la propria forza contro il Governo, e che destituirlo era il medesimo che emanciparlo da ogni ritegno. Il Re si tenne ostinato. Ad Halifax fu fatto sapere che non vʼera più mestieri deʼ suoi servigi, e il suo nome fu casso dal Libro del Consiglio.[9]

VII. La sua destituzione produsse gran senso non solo in Inghilterra, ma anche in Parigi, in Vienna e nellʼAja; imperciocchè bene sapevasi, come egli si fosse sempre studiato di frustrare la influenza che la Francia esercitava nelle cose politiche della Gran Brettagna. Luigi si mostrò grandemente lieto della nuova. I ministri delle Provincie Unite e quelli di Casa dʼAustria, dallʼaltro canto, esaltavano la saviezza e la virtù del deposto uomo di Stato, in modo da offendere la Corte di Whitehall. Giacomo, in ispecie, era incollerito contro il segretario della legazione imperiale, il quale non si astenne dal dire che gli eminenti servigi resi da Halifax nel dibattimento intorno alla Legge dʼEsclusione, erano stati rimunerati con somma ingratitudine.[10]

Dopo poco tempo si conobbe che molti sarebbero stati i seguaci di Halifax. Una parte deʼ Tory, guidati da Danby loro antico capo, cominciarono a parlare un linguaggio che olezzava di spirito Whig. Persino i prelati accennavano esservi un punto in cui la lealtà verso il principe doveva cedere a più alte ragioni. Il malcontento deʼ capi dellʼarmata era anche più straordinario e più formidabile. Principiavano già ad apparire i primi segni di queʼ sentimenti che, tre anni dipoi, spinsero molti ufficiali dʼalto grado a disertare la bandiera regia. Uomini che per lo avanti non avevano mai avuto scrupolo alcuno, subitamente divennero scrupolosi. Churchill susurrava sottovoce, che il Re andava troppo oltre. Kirke, pur allora ritornato dalle stragi dʼoccidente, giurava di difendere la religione protestante. E quandʼanche, ei diceva, avesse ad abiurare la fede alla quale era stato educato, non sarebbe mai diventato papista. Egli era già vincolato da una solenne promessa allo imperatore di Marocco, al quale aveva giurato che se mai si fosse indotto ad apostatare, si sarebbe fatto Musulmano.[11]

VIII. Mentre la nazione, agitata da molte veementi emozioni, aspettava ansiosa il ragunarsi delle Camere, giunsero di Francia nuove, che accrebbero lo universale eccitamento.

La diuturna ed eroica lotta degli Ugonotti col Governo francese era stata condotta a fine dalla destrezza e dal vigore di Richelieu. Il grande uomo di Stato gli vinse; ma confermò loro la libertà di coscienza ad essi conceduta dallo editto di Nantes. Fu loro promesso, sotto alcune non incomode restrizioni, dʼadorare Dio secondo il loro rituale, e di scrivere in difesa della loro dottrina. Erano ammissibili agli uffici politici e militari; nè la eresia loro, per uno spazio considerevole di tempo, impedì ad essi praticamente dʼinnalzarsi nel mondo. Alcuni di loro comandavano lo armate dello Stato, ed altri presiedevano aʼ dipartimenti dʼimportanza nellʼamministrazione civile. Finalmente, variò la fortuna. Luigi XIV, fino dagli anni suoi primi, aveva sentita contro i Calvinisti unʼavversione religiosa e insieme politica. Come zelante Cattolico Romano, detestava i loro domini teologici. Come principe amante del potere assoluto, detestava quelle teorie repubblicane, che erano frammiste alla teologia ginevrina. A poco a poco privò gli scismatici di tutti i loro privilegi. Sʼintromise nella educazione deʼ fanciulli protestanti, confiscò gli averi lasciati in legato ai Concistori protestanti, e con frivoli pretesti chiuse tutte le chiese protestanti. I ministri protestanti furono spogliati daʼ riscuotitori delle tasse. I magistrati protestanti furono privati dellʼonore della nobiltà. Agli ufficiali protestanti della Casa Reale fu annunziato che Sua Maestà più non aveva mestieri deʼ loro servigi. Furono dati ordini perchè nessun protestante fosse ammesso alla professione di legale. La oppressa setta mostrò qualche lieve segno di quello spirito che, nel secolo precedente, aveva sfidata la potenza della Casa di Valois. Ne seguirono stragi e pene capitali. Furono acquartierate compagnie di dragoni nelle città dove gli eretici erano numerosi, e nelle abitazioni rurali di gentiluomini eretici; e la crudeltà e la licenza di cotesti feroci missionari, era approvata o debolmente biasimata dal Governo. Nondimeno, lo editto di Nantes, quantunque fosse stato violato di fatto in tutte le sue più essenziali provvisioni, non era stato per anche formalmente revocato; e il Re più volte dichiarò in solenni atti pubblici, dʼessere deliberato a mantenerlo. Ma i bacchettoni e gli adulatori, che governavano lʼorecchio del Re, gli porsero un consiglio chʼei volentieri accolse. Gli dimostrarono la sua politica di rigore avere già prodotti stupendi effetti, poca o nessuna resistenza essersi fatta al suo volere, migliaia dʼUgonotti essersi già convertiti; e conclusero che, ove egli facesse lʼunico passo che rimaneva a compire lʼopera, coloro che seguitavano a ricalcitrare, si sarebbero sollecitamente sottomessi; la Francia sarebbe purgata della macchia dʼeresia; e il suo principe si sarebbe acquistata una corona celeste non meno gloriosa di quella di San Luigi. Tali argomenti vinsero lʼanimo del Re. Il colpo finale fu dato. Lo editto di Nantes venne revocato; e comparvero, rapidamente succedendosi, numerosi decreti contro i settarii. I fanciulli e le fanciulle furono strappati dalle braccia deʼ genitori, e mandati ad educarsi nei conventi. A tutti i Ministri Calvinisti fu ingiunto o di abiurare la loro religione, o dentro quindici giorni uscire dal territorio della Francia. Agli altri credenti della Chiesa Riformata fu inibito di partirsi dal Regno; e a fine dʼimpedire loro la fuga, i porti e i confini vennero rigorosamente guardati. In tal modo, il traviato gregge—sperava il principe—diviso dai malvagi pastori, sarebbe tosto ritornato in grembo alla vera fede. Ma, a dispetto di tutta la vigilanza della polizia militare, numerosissimi furono gli emigrati. Fu calcolato che in pochi mesi cinquantamila famiglie dissero per sempre addio alla Francia. Nè i fuggenti erano tali da importar poco alla patria che li perdeva. Erano per lo più persone intelligenti, industriose e di austera morale. Trovavansi fra loro nomi illustri nella milizia, nelle scienze, nelle lettere, nelle arti. Parecchi degli esuli offersero le spade loro a Guglielmo dʼOrange, e si resero notevoli pel furore onde combatterono contro il loro persecutore. Altri vendicaronsi con armi anco più formidabili, e per mezzo delle stamperie dʼOlanda, dʼInghilterra, di Germania, infiammarono per trenta anni gli animi di tutta lʼEuropa contro il Governo Francese. Una classe più pacifica di gente istituì manifattorie di seta nel suburbio orientale di Londra. Una compagnia dʼesuli insegnò ai Sassoni a fare le stoffe e i cappelli, di che fino allora la sola Francia aveva tenuto il monopolio. Unʼaltra piantò le prime viti nelle vicinanze del Capo di Buona Speranza.[12]

In circostanze ordinarie, le Corti di Spagna e di Roma avrebbero fatto plauso ad un principe che aveva vigorosamente guerreggiato contro la eresia. Ma tanto era lʼodio ispirato dalla ingiustizia ed alterigia di Luigi, che, fattosi egli persecutore, le Corti di Roma e di Spagna presero le parti della libertà religiosa, e forte riprovarono le crudeltà di scagliare senza freno sopra genti inoffensive una feroce e licenziosa soldatesca.[13] Un grido unanime di dolore e di rabbia levossi daʼ petti di tutti i protestanti dʼEuropa. La nuova della revoca dello editto di Nantes giunse in Inghilterra circa una settimana innanzi che si aggiornasse il Parlamento. Apparve allora manifesto, che lo spirito di Gardiner e del Duca dʼAlba seguitava sempre ad animare la Chiesa Cattolica Romana. Luigi non era da meno di Giacomo per generosità ed umanità, e certo eragli superiore in tutte le doti e i requisiti dʼuomo di Stato. Luigi, al pari di di Giacomo, aveva ripetutamente promesso di rispettare i privilegi deʼ suoi sudditi protestanti. Nulladimeno, Luigi adesso era diventato scopertamente persecutore della religione riformata. Quale ragione, dunque, eravi a dubitare che Giacomo aspettasse solo la occasione di seguire lo esempio del Re francese? Egli andava già formando, a dispetto della legge, una forza militare composta in gran parte di Cattolici Romani. Vi era nulla dʼirragionevole nel timore che tale forza potesse venire adoperata a fare ciò che i dragoni francesi avevano fatto?

IX. Giacomo rimase conturbato quasi al pari deʼ suoi sudditi per la condotta della Corte di Versailles. A dir vero, essa aveva agito in modo che parea volesse essergli dʼimpaccio e di molestia. Egli stava sul punto di chiedere al corpo legislativo protestante piena tolleranza pei Cattolici Romani. Nulla, quindi, gli poteva giungere tanto importuno, quanto la nuova che in uno Stato vicino, un Governo cattolico romano avesse pur allora privati della tolleranza i protestanti. La sua vessazione fu accresciuta da un discorso che il Vescovo di Valenza, a nome del clero gallicano, diresse a Luigi XIV. Lʼoratore diceva, come il pio sovrano dellʼInghilterra sperasse dal Re Cristianissimo soccorso contro una nazione eretica. Fu notato che i membri della Camera deʼ Comuni mostravansi singolarmente ansiosi di procurarsi esemplari di cotesta arringa, la quale venne letta da tutti glʼInglesi con isdegno e timore.[14] Giacomo voleva frustrare la impressione da siffatte cose prodotta, ed in quel momento mostrare allʼEuropa di non essere schiavo della Francia. Dichiarò quindi pubblicamente, comʼegli disapprovasse il modo onde gli Ugonotti erano stati trattati; largì agli esuli qualche soccorso dal suo tesoro privato; e con lettere munite del gran sigillo, invitò i suoi sudditi ad imitare la liberalità sua. In pochi mesi chiaro si conobbe, come la mostrata commiserazione fosse finta a blandire il Parlamento; come egli sentisse verso i fuorusciti odio mortale; e come di nulla tanto si dolesse, quanto della propria impotenza a fare ciò che Luigi aveva compìto.

X. Il dì 9 di novembre, le Camere si ragunarono. I Comuni furono chiamati alla barra deʼ Lordi a udire il discorso della Corona, profferito dal Re stesso sul trono. Lo avea composto da sè. Congratulossi coi suoi amatissimi sudditi di vedere spenta la ribellione nelle Contrade Occidentali; ma soggiunse che la celerità onde quella ribellione era nata e formidabilmente cresciuta, e la lunghezza del tempo in che essa aveva infuriato, dovevano convincere ciascuno quanto poco conto si potesse fare delle milizie cittadine. Aveva per ciò aumentata lʼarmata regolare. Le spese a mantenerla quinci innanzi sarebbero più che raddoppiate; ed aveva fiducia che i Comuni gli concederebbero i mezzi a provvedervi. Annunziò poi agli uditori dʼavere impiegati parecchi ufficiali i quali non sʼerano sottoposti allʼAtto di Prova; ma egli li conosceva ben degni della pubblica fiducia. Temeva che gli uomini astuti si sarebbero giovati di cotesta irregolarità per turbare la concordia che esisteva tra lui e il Parlamento. Ma gli era forza di parlare schietto, dichiarando di essere fermissimo a non dividersi, da servi sulla cui fedeltà ei poteva riposare, e del cui soccorso forse tra poco tempo avrebbe egli avuto mestieri.[15]

La esplicita dichiarazione, chʼegli aveva rotte le leggi dalla nazione reputate principalissime tutrici della religione stabilita, e chʼegli era determinato a persistere nel violarle, non era atta a mansuefare gli esasperati animi deʼ suoi sudditi. I Lordi, rade volte inchinevoli ad iniziare lʼopposizione al Governo, consentirono a votare formali rendimenti di grazie per le cose espresse dal Re nel proprio discorso. Ma i Comuni furono meno proclivi. Ritornati alla sala delle loro adunanze, vi fu un profondo silenzio; e sui visi di molti spettabilissimi rappresentanti era dipinta la profonda inquietudine degli animi. Infine, Middleton alzossi, e propose che la Camera subitamente si formasse in Comitato intorno al discorso del Re; ma Sir Edmondo Jennings, Tory zelante della Contea di York, che supponevasi esprimesse il pensiero di Danby, protestò contro, e chiese tempo a considerare maturamente la cosa. Sir Tommaso Clarges, zio materno del Duca di Albemarle, e da lungo tempo rinomato in Parlamento come uomo atto agli affari ed economo della pubblica pecunia, fece eco alle parole di Jennings. Il sentire della Camera deʼ Comuni non poteva non esser chiaro a tutti. Sir Giovanni Ernley, Cancelliere dello Scacchiere, insistè onde lo indugio non fosse più di quarantotto ore; ma gli fu forza cedere, e deliberossi di differire la discussione a tre giorni.[16]

Questo intervallo di tempo fu bene adoperato da coloro che erano capi della opposizione alla Corte. E davvero, non era lieve la impresa che si studiavano di compiere. In tre giorni dovevano riordinare un partito patriottico. Non è agevole neʼ giorni nostri intendere la difficoltà di ciò fare; perocchè oggidì può dirsi che la intera nazione assista alle deliberazioni deʼ Lordi e dei Comuni. Ciò che vien detto dai capi del ministero o della opposizione dopo la mezza notte, si legge allʼalba da tutta la metropoli, nel pomeriggio dagli abitanti di Northumberland e di Cornwall, e nella mattina seguente in Irlanda e nelle montagne della Scozia. Nellʼetà nostra, quindi, tutti gli stadii della legislazione, le regole della discussione, la strategia delle fazioni, le opinioni, gli umori, lo stile dʼogni membro di ambedue le Camere, sono cose familiari a centinaia di migliaia dʼuomini. Chiunque adesso entri in Parlamento, possiede ciò che nel secolo decimosettimo si sarebbe reputato gran tesoro di scienza parlamentare. La quale allora nessuno avrebbe potuto acquistare senza aver fatto il tirocinio nel Parlamento. La diversità fra un membro antico ed uno nuovo, era quanta la diversità che corre tra un vecchio soldato ed una recluta di recente tolta allʼaratro; e il Parlamento di Giacomo comprendeva un affatto insolito numero di nuovi membri, i quali dalle loro rurali residenze sʼerano recati a Westminster, privi di sapere politico, e pieni di violenti pregiudizi. Questi gentiluomini odiavano i papisti, ma non portavano odio meno forte ai Whig, e sentivano pel Re superstiziosa venerazione. Di cotesti materiali formare una opposizione, era un fatto che richiedeva arte e delicatezza infinite. Molti uomini di grande importanza, nondimeno, assunsero la impresa e la compirono con esito felice. Vari esperti politici Whig che non sedevano in quel Parlamento, davano utili consigli ed erudimenti. Nel dì che precesse al fissato per la discussione, si tennero molti convegni, dove gli esperti capi ammaestrarono i novizi; e tosto si vide come tali sforzi non fossero stati invano.[17]

XI. Le legazioni straniere furono tutte in commovimento. Intendevasi bene che fra pochi giorni si sarebbe risoluta la gran questione, se il Re dʼInghilterra sarebbe o no il vassallo di quello di Francia. I ministri di casa dʼAustria desideravano ardentemente che Giacomo satisfacesse al Parlamento. Papa Innocenzo aveva inviati a Londra due uomini, ai quali aveva commesso di inculcare moderazione e con gli ammonimenti e con lo esempio. Uno era Giovanni Leyburn, Domenicano inglese, già stato segretario del Cardinale Howard; ed uomo che, fornito di qualche dottrina e dʼuna ricca vena di naturale arguzia, era il più cauto, destro e taciturno deʼ viventi. Era stato di recente consacrato vescovo dʼAdrumeto, e fatto Vicario Apostolico della Gran Brettagna. Ferdinando, conte dʼAdda, italiano, di non grande abilità, ma dʼindole mite e di modi cortesi, era stato nominato Nunzio. Questi due personaggi furono lietamente accolti da Giacomo. Nessun vescovo cattolico romano, per più di un secolo e mezzo, aveva esercitata autorità spirituale nellʼisola. Nessun Nunzio ivi era stato ricevuto per lo spazio deʼ centoventisette anni chʼerano scorsi dopo la morte di Maria. Leyburn fu alloggiato in Whitehall, ed ebbe una pensione di mille lire sterline lʼanno. Adda non aveva per anche assunto carattere pubblico. Egli passava per un forestiere dʼalto lignaggio, che per curiosità era venuto a Londra; andava giornalmente a Corte, ed era trattato con segni dʼalta stima. Ambedue gli emissari del pontefice, fecero ogni sforzo per iscemare, quanto fosse possibile, lʼodiosità inseparabile dagli uffici che occupavano, e frenare il temerario zelo di Giacomo. Il Nunzio segnatamente dichiarò, che niuna cosa poteva recare maggior detrimento agli interessi della Chiesa di Roma, che una rottura tra il Re e il Parlamento.[18]

Barillon agiva per un altro verso. Gli ordini che aveva ricevuti in questa occasione da Versailles, sono degnissimi di studio; imperocchè porgono la chiave a conoscere la politica seguita sistematicamente dal suo signore verso lʼInghilterra nei venti anni che precessero la nostra Rivoluzione. Luigi scriveva, come le notizie giunte da Madrid fossero sinistre. Ivi fermamente speravasi che Giacomo avrebbe fatta stretta colleganza con la Casa dʼAustria, appena si fosse assicurato che il Parlamento non gli darebbe molestia. In tali circostanze, importava molto alla Francia fare in modo che il Parlamento si mostrasse disubbidiente. A Barillon, quindi, fu dato comandamento di fare, con tutte le possibili cautele, la parte dʼarruffamatassa. In Corte, non doveva lasciare fuggire il destro di stimolare lo zelo religioso e lʼorgoglio regio di Giacomo; ma nel tempo stesso, doveva ingegnarsi di tenere secrete pratiche coi malcontenti. Siffatte relazioni erano rischiose e richiedevano somma destrezza; nondimeno, avrebbe forse trovato mezzo dʼincitare,—senza mettere a repentaglio sè stesso o il proprio Governo,—lo zelo dellʼopposizione per le leggi e le libertà dellʼInghilterra, e lasciare intendere che quelle leggi o libertà non erano dal Re di Francia guardate di mal occhio.[19]

XII. Luigi, quando dettava coteste istruzioni, non prevedeva come presto e pienamente la ostinatezza e stupidità di Giacomo gli dovessero togliere dallʼanimo ogni inquietudine. Il dì 11 di novembre, la Camera deʼ Comuni si formò in Comitato per discutere il discorso della Corona. Heneage Finch, Procuratore Generale, teneva il seggio. La discussione fu condotta con peregrino ingegno e destrezza daʼ capi del nuovo partito patriottico. Non uscì loro dalle labbra espressione alcuna dʼirreverenza pel sovrano, o di simpatia pei ribelli. Della insurrezione delle Contrade Occidentali parlarono sempre con abborrimento. Non fecero pur motto delle barbarie di Kirke o di Jeffreys. Ammisero che le gravi spese cagionate daʼ trascorsi disturbi, giustificavano il Re a domandare un aumento di pecuniari sussidi; ma si opposero fortemente ad accrescere lʼarmata, e alla infrazione dellʼAtto di Prova.

Pare che i cortigiani avessero studiosamente schivato ogni discorso intorno allʼAtto di Prova. Favellarono, nondimeno, con vigore a dimostrare quanto lʼarmata regolare fosse superiore alla civica milizia. Uno di loro, con modo insultante, chiese se la difesa del reame era da affidarsi alle sole guardie del Re. Un altro disse che gli si mostrasse in che guisa i militi civici della Contea del Devonshire, i quali, sgominati, fuggirono dinanzi ai contadini armati di falci che seguivano Monmouth, avrebbero potuto affrontare le guardie reali di Luigi. Ma cosiffatte ragioni facevano poco effetto nellʼanimo deʼ Cavalieri, che serbavano amara rimembranza del Governo del Protettore. Il sentimento comune a tutti loro fu espresso da Eduardo Seymour, primo deʼ gentiluomini Tory dellʼInghilterra. Egli ammise che la milizia civica non era in condizioni soddisfacenti, ma sostenne che poteva riordinarsi. Tale riordinamento avrebbe richiesto danari; ma, per parte sua, avrebbe più volentieri dato un milione a mantenere una forza dalla quale ei non aveva nulla a temere, che mezzo milione a mantenere una forza della quale gli era dʼuopo vivere in continua trepidazione. Disciplinate le legioni della Civica, rafforzata la flotta, la patria rimarrebbe sicura. Un esercito stanziale avrebbe, se non altro, emunto il pubblico tesoro. Il soldato era uomo rapito alle arti utili. Non produceva nulla; consumava il frutto della industria altrui; e tiranneggiava coloro daʼ quali era mantenuto. Ma la nazione adesso era minacciata non solo di un esercito stanziale, ma dʼun esercito stanziale papista; di un esercito stanziale comandato da ufficiali che potevano essere gentili ed onorevoli, ma erano per principio nemici alla Costituzione del Regno. Sir Guglielmo Twisden, rappresentante della Contea di Kent, parlò nel medesimo senso con detti pungenti, e ne ebbe plauso. Sir Riccardo Temple, uno deʼ pochi Whig che sedevano in quel Parlamento, accomodando la favella agli umori del suo uditorio, rammentò alla Camera, come un esercito stanziale si fosse sperimentato pericoloso sì alla giusta autorità deʼ principi, che alla libertà delle nazioni. Sir Giovanni Maynard, il più dotto giureconsulto deʼ suoi tempi, prese parte alla discussione. Aveva più di ottanta anni, e poteva bene rammentarsi delle contese politiche del regno di Giacomo I. Aveva seduto nel Lungo Parlamento, e parteggiando per le Teste-Rotonde, aveva sempre pôrti consigli di mitezza, ed erasi affaticato a compire una riconciliazione generale. Per le doti della mente, non iscemate punto dalla vecchiezza, e per la scienza nella propria professione, onde egli aveva sì lungamente imposto rispetto in Westminster Hall, governava lʼuditorio nella Camera deʼ Comuni. Anchʼegli si dichiarò avverso allo aumento delle milizie regolari.

Dopo molto disputare, fu deliberato di concedere un sussidio alla Corona; ma fu parimente deliberato di presentare una legge per riordinare la milizia civica. Questa ultima deliberazione equivaleva ad una dichiarazione contro lʼidea di formare un esercito stanziale. Il Re ne ebbe assai dispiacere; e si lasciò correre la voce, che se le cose seguitavano ad andare a questo modo, la sessione del Parlamento non avrebbe avuto lunga durata.[20]

La dimane riprincipiò la contesa. Il linguaggio del partito patriottico fu visibilmente più audace e pungente, che non era stato il dì innanzi. Il paragrafo del discorso del Re, che si riferiva al sussidio da concedersi, precedette quello che si riferiva allʼAtto di Prova. Fondandosi sopra ciò, Middleton propose che il paragrafo riferentesi al sussidio, venisse discusso il primo nel comitato. Quei della opposizione proposero la questione pregiudiciale. Allegavano come lʼusanza ragionevole e costituzionale fosse di non concedere pecunia innanzi che fosse provveduto agli abusi; la quale usanza sarebbe finita, se la Camera si fosse reputata servilmente vincolata a seguire lʼordine in cui le cose venivano rammentate dal Re sul trono.

Fecesi uno squittinio di divisione intorno alla questione se la proposta di Middleton fosse da adottarsi. Il Presidente ordinò che coloro i quali opinavano pel no, andassero nellʼantisala. Se ne offesero molto, e querelaronsi altamente di siffatta servilità e parzialità; imperocchè pensavano, secondo la intricata e sottile regola che allora vigeva, e che ai dì nostri venne messa da parte, sostituendovene unʼaltra più ragionevole e conveniente, avere il diritto di rimanere ai loro seggi; e tutti gli uomini più esperti degli usi parlamentari di quella età sostenevano, che coloro i quali rimanevano nella sala, avevano un vantaggio sopra coloro che uscivano fuori: imperciocchè i seggi erano così difettosi, che niuno il quale avesse avuta la fortuna di trovare un buon posto, amava di perderlo. Ciò non ostante, con isbalordimento deʼ Ministri, molti di coloro daʼ cui voti la Corte onninamente dipendeva, furono veduti muoversi verso la porta. Fra loro era Carlo Fox, pagatore delle truppe, e figlio di Stefano Fox, scrivano della Corte Regia di Palazzo. Il pagatore era stato indotto daʼ suoi amici ad assentarsi durante la discussione. Ma fu tanta la sua ansietà, che entrò nella stanza del Presidente, udì parte del dibattimento, ritirossi; e dopo dʼavere per una o due ore ondeggiato fra la propria coscienza e cinque mila lire sterline di paga annua, prese unʼanimosa risoluzione e si rificcò nella sala, appunto mentre facevasi la votazione. Due ufficiali dellʼarmata, il Colonnello Giovanni Darcy, figlio di Lord Conyers, e il Capitano Giacomo Kendall, andarono nellʼantisala. Middleton scese alla barra e li rimproverò aspramente. In ispecie, diresse la parola a Kendall, servitore bisognoso della Corona, che da un collegio elettorale di Cornwall, ligio agli ordini del Re, era stato mandato al Parlamento, e che di recente aveva ottenuto un dono di cento ribelli condannati alla deportazione. «Signore,» disse Middleton «non comandate voi un reggimento di cavalleria aʼ servigi di Sua Maestà?»—«Sì, o Milord,» rispose Kendall «ma mio fratello è morto ora che è poco, e mi ha lasciato settecento lire sterline lʼanno.»

XIII. Come i questori compirono lʼufficio loro, i voti affermativi furono cento ottantadue, i negativi cento ottantatre. In quella Camera di Comuni, che era stata messa insieme per mezzo di raggiri, di corruzione e di violenza; in quella Camera di Comuni, della quale Giacomo aveva detto che più di undici dodicesimi deʼ membri erano quali dovevano essere se gli avesse nominati da sè, la Corte aveva avuta una sconfitta sopra una questione vitale.[21]

A cagione di questo voto, le espressioni adoperate dal Re parlando dellʼAtto di Prova furono, il dì 13 novembre, poste in discussione. Eʼ fu risoluto, dopo molto discutere, di fargli un indirizzo, a rammentargli come ei non potesse legalmente seguitare a tenere in ufficio uomini che ricusassero di uniformarsi alla legge, e a sollecitarlo perchè prendesse gli opportuni provvedimenti a quietare i sospetti e le gelosie del popolo.[22]

Fu poi proposto che i Lordi venissero richiesti di aderire allo indirizzo. Adesso è impossibile chiarirsi se mai tale proposta fosse stata onestamente fatta dalla opposizione, sperante che il concorso dei Pari avrebbe aggiunto peso alla rimostranza, o fatta artificiosamente dai cortigiani con la speranza che ne seguisse un dissenso fra le due Camere. La proposta venne rigettata.[23]

La Camera si era formata in Comitato onde deliberare intorno la pecunia da concedersi. Il Re chiedeva un milione e quattrocento mila lire sterline; ma i Ministri sʼaccôrsero che sarebbe stato vano domandare una sì grossa somma. Il Cancelliere dello Scacchiere propose un milione e dugento mila lire sterline. I capi della opposizione risposero, che concedere tanta pecunia sarebbe stato il medesimo che approvare la permanenza delle forze militari allora esistenti: mentre essi erano disposti solo a dar tanto da bastare pel mantenimento delle truppe regolari finchè le milizie civiche venissero riformate; e però proposero quattro cento mila lire sterline. I cortigiani si misero ad urlare contro siffatta proposta, come indegna della Camera e irriverente al Re. Ma trovarono vigorosa resistenza. Uno deʼ rappresentanti le Contee Occidentali, voglio dire Giovanni Windham, che era deputato di Salisbury, si oppose vivamente, dicendo come egli avesse sempre avuto terrore ed abborrimento per gli eserciti stanziali; massime da che la recente esperienza lʼaveva riconfermato in tale pensiero. Si provò poi di toccare dʼuna cosa che fino allora era stata con sommo studio schivata. Dipinse la desolazione delle Contee Occidentali. Disse che i popoli erano stanchi della oppressura delle truppe, stanchi degli alloggi, delle depredazioni, e di scelleratezze anche peggiori che la legge chiamava fellonie, ma che essendo commesse da tale classe di felloni, non era possibile ottenerne giustizia. I ministri del Re avevano detto alla Camera, che erano stati fatti buoni provvedimenti pel governo dellʼarmata; ma nessuno avrebbe osato dire che fossero stati mandati ad esecuzione. Quale ne era la necessaria conseguenza? Il contrasto tra i paterni ammonimenti profferiti dal trono e la intollerabile tirannia deʼ soldati, non provava egli che lʼarmata era anche allora troppa e pel principe e pel popolo? I Comuni potevano, perfettamente coerenti a sè stessi, senza menomare la fiducia che avevano posta nelle intenzioni di Sua Maestà, ricusare che venisse aumentata una forza che, manifestamente, la Maestà Sua non avrebbe potuto tenere in freno.

XIV. La proposta delle quattrocento mila lire sterline, non passò per dodici voti di minoranza. Questa vittoria, riportata dai Ministri, era una quasi sconfitta. I capi del partito patriottico, non punto scoraggiati, indietreggiarono un poco, per ritornare alla prova, e proposero la somma di settecentomila lire sterline. Il Comitato votò nuovamente, e i cortigiani furono sconfìtti con dugentododici voti contro centosessanta.[24]

Il dì dopo, i Comuni andarono solennemente a Whitehall recando lʼindirizzo, dove si parlava dellʼAtto di Prova. Il Re li accolse seduto sul trono. Lʼindirizzo era scritto con parole spiranti riverenza ed affetto; imperocchè la maggior parte di coloro che avevano votato a favore di quello, erano fervidamente anzi superstiziosamente realisti, e avevano di leggieri assentito ad inserirvi alcune frasi di complimento, omettendo ogni parola che i cortigiani avevano reputata offensiva. La risposta di Giacomo fu una fredda e austera riprensione. Manifestò dispiacere e maraviglia nel vedere che i Comuni avevano così poco profittato degli ammonimenti dati loro. «Ma,» soggiunse «quantunque possiate seguitare a fare a modo vostro, io sarò fermissimo in tutte le promesse che vi ho fatte.»[25]

I Comuni si radunarono nella loro sala mal satisfatti, e alquanto intimoriti. La più parte di loro portavano al Re alta riverenza. Tre anni dʼoltraggi, e dʼinsulti più duri degli oltraggi stessi, bastavano appena a sciogliere i vincoli onde i gentiluomini Cavalieri erano legati al trono.

Il Presidente ridisse la sostanza della risposta del Sovrano. Successe per alcun tempo un solenne silenzio; poi si lesse regolarmente lʼordine del giorno; e la Camera si formò in Comitato per discutere la legge di riforma della milizia civica.

XV. Nondimeno, servirono poche ore perchè la opposizione si rifacesse dʼanimo. Come, sul cadere del giorno, il Presidente riprese il seggio, Wharton, il più ardito ed operoso deʼ Whig, propose di stabilire il giorno in cui la risposta del Re si dovesse prendere in considerazione. Giovanni Coke, rappresentante di Derby, quantunque fosse Tory conosciuto, secondò le parole di Wharton, dicendo: «Spero che noi tutti saremo Inglesi, e che poche parole altere non varranno a intimorirci e distoglierci dal proprio dovere.»

E furono parole coraggiose, ma non savie. «Notate le sue parole!—Alla barra!—Alla Torre!» gridavano da ogni canto della sala. I più moderati proposero, che lʼoffensore venisse severamente ripreso: ma i Ministri insisterono con veemenza perchè fosse mandato in prigione. Dissero che la Camera poteva perdonare le offese fatte ad essa, ma non aveva ragione di rimettere un insulto fatto alla Corona. Coke fu condotto alla Torre. La indiscretezza di un solo uomo aveva interamente disordinato il sistema di strategia con tanta arte congegnato dai capi della opposizione. Invano, in quel momento, Eduardo Seymour tentò di riordinare i suoi aderenti, esortandoli a stabilire il giorno per discutere la risposta del Re, ed esprimendo la fiducia che la discussione sarebbe stata condotta col rispetto debito deʼ sudditi verso il sovrano. I rappresentanti erano tanto intimiditi dal dispiacere del Re, e tanto esasperati dalla rozzezza di Coke, che non sarebbe stato savio partito fare squittinio di divisione.[26]

La Camera si aggiornò; e i Ministri sʼillusero credendo che lo spirito della opposizione fosse domo. Ma la mattina del dì 19 novembre, nuovi e sinistri segni comparvero. Era giunto il tempo di prendere in considerazione le petizioni arrivate da ogni parte dellʼInghilterra contro le ultime elezioni. Allorquando, nella prima adunanza del Parlamento, Seymour sʼera altamente querelato del Governo, il quale usando la forza e la fraude aveva impedito che la opinione deʼ collegi elettorali liberamente si manifestasse, non aveva trovato niuno che lo secondasse. Ma molti che allora sʼerano da lui scostati, avevano poi ripreso animo, e con a capo Sir Giovanni Lowther, rappresentante di Cumberland, innanzi lo aggiornamento avevano manifestata la necessità dʼinquisire intorno agli abusi che avevano tanto commossa lʼopinione pubblica. La Camera adesso trovavasi più stizzita; e molti alzavano la voce in tono di minaccia e dʼaccusa. Ai Ministri fu detto, che la nazione aspettava e doveva avere solenne giustizia deʼ torti patiti. Intanto accennavasi destramente, che la migliore espiazione che ogni gentiluomo eletto con illeciti mezzi potesse fare agli occhi del pubblico, era di usare il mal conseguito potere in difesa della religione e delle libertà della patria. Niun rappresentante, che in tanta ora di pericolo facesse il debito proprio, aveva nulla a temere. Forse potevano trovarsi argomenti per escluderlo dal Parlamento; ma la opposizione prometteva di adoperare tutta la propria influenza a farlo rieleggere.[27]

XVI. Il giorno stesso chiaramente si conobbe, che lo spirito dʼopposizione erasi propagato dalla Camera deʼ Comuni a quella deʼ Lordi, e perfino al banco deʼ vescovi. Guglielmo Cavendish, Conte di Devonshire, aperse lo arringo nella Camera Alta, e a ciò fare aveva i necessari requisiti. Per ricchezze ed influenza a nessuno deʼ Nobili inglesi era secondo; e la voce pubblica lo diceva il più compìto gentiluomo deʼ tempi suoi. La magnificenza, il gusto, lo ingegno, la classica dottrina, lʼaltezza dello spirito, la grazia e la urbanità deʼ modi, erano qualità che i suoi stessi nemici gli consentivano. Sventuratamente, i panegiristi suoi non potrebbero sostenere che la sua morale rimanesse incontaminata dal contagio a queʼ tempi sparso dappertutto. Quantunque ei procedesse avverso al papismo e al potere arbitrario, aveva sempre abborrito dagli esagerati provvedimenti; era, come vide perduta la Legge dʼEsclusione, inchinato ad un compromesso, e non sʼera mai immischiato negli illegali ed imprudenti disegni che avevano screditato il partito Whig. Ma benchè gli spiacesse in parte la condotta deʼ propri amici, ei non aveva mai mancato di compire con zelo gli ardui e perigliosi doveri dʼamicizia. Sʼera mostrato al fianco di Russell alla sbarra; nel tristo giorno della sua decapitazione, gli aveva detto addio, fra amplessi affettuosi e copiose ed amarissime lacrime; anzi, sʼera offerto di mettere a repentaglio la propria vita per procurargli la fuga.[28] Questo grandʼuomo, adunque, propose in Parlamento di fissare un giorno per esaminare il discorso del Re. Dal lato opposto sostenevasi, che i Lordi col deliberare rendimenti di grazie al Sovrano per il discorso, sʼerano privati del diritto di muovere querela. Ma Halifax trattò con ispregio simile risposta. «Cosiffatti ringraziamenti» disse egli con quella piacevolezza di sarcasmo di cui era maestro «non includono approvazione. Siamo gratissimi sempre che il nostro Sovrano si degna di rivolgerci la parola. E in ispecie siamo grati quando, come ha fatto nella presente occasione, ci parla chiaro ed accenna ciò che ci tocchi a patire.»[29]

XVII. Il dottore Enrico Compton, vescovo di Londra. parlò fortemente a favore della proposta. Quantunque ei non avesse ricco corredo di insigni doti, nè fosse profondamente versato negli studi della propria professione, la Camera sempre lo ascoltava con riverenza; imperocchè egli era uno deʼ pochi ecclesiastici che in quellʼetà potesse vantare nobiltà di sangue. Ed egli e la sua famiglia avevano dato prove di lealtà. Suo padre, secondo Conte di Northampton, aveva strenuamente combattuto per Carlo I, e circuito dai soldati dellʼarmata parlamentare, era caduto con la spada in pugno, ricusando di concedere o dʼaccettare quartiere. Lo stesso vescovo, innanzi di ricevere gli ordini sacri, era stato nelle Guardie; e ancorchè generalmente facesse ogni sforzo per mostrare la gravità e la sobrietà convenevoli ad un prelato, di quando in quando si vedeva in lui sfavillare qualche scintilla dellʼantico spirito militare. Gli era stata affidata la educazione religiosa delle due Principesse, e aveva adempito a quel solenne dovere in modo da soddisfare tutti i buoni Protestanti, e da assicurargli considerevole influenza sopra le menti delle sue discepole, e massime della Principessa Anna.[30] Adesso dichiarò dʼavere potestà di manifestare lʼopinione deʼ suoi confratelli, i quali insieme con lui pensavano che la intera Costituzione civile ed ecclesiastica del reame fosse in pericolo.[31]

XVIII. Uno deʼ più segnalati discorsi di quel giorno uscì dalle labbra dʼun giovane, che con la bizzarria deʼ suoi casi era destinato a rendere attonita la Europa. Aveva nome Carlo Mordaunt, Visconte Mordaunt, grandemente rinomato anni dopo come Conte di Peterborough. Aveva già date numerose prove di coraggio, di capacità, e di quella stranezza di cervello che rese quel coraggio e quella capacità inutili alla propria patria. Sʼera perfino messo in mente di rivaleggiare con Bourdaloue e Bossuet. Quantunque ei fosse conosciuto come libero pensatore, aveva vegliato tutta notte in un viaggio di mare per comporre sermoni, e con difficoltà gli era stato impedito di edificare con un pio discorso la ciurma di un vascello da guerra. Adesso favellò per la prima volta nella Camera deʼ Pari con singolare eloquenza, con ardore, con audacia. Biasimò i Comuni di non essersi messi in una via più ardimentosa, dicendo: «Essi hanno avuto timore di parlare schietto. Hanno ragionato di sospetti e di gelosie. Che cʼentrano qui le gelosie ed i sospetti? Essi sono sentimenti che provansi per danni incerti e futuri; e il male che stiamo esaminando non è futuro nè incerto. Esiste un esercito stanziale. È comandato da ufficiali papisti. Non abbiamo nemico straniero. Non vʼè ribellione nel paese nostro. A che fine, dunque, si mantengono tanto numerose forze se non per abbattere le nostre leggi, e stabilire il potere arbitrario, cotanto giustamente abborrito dagli Inglesi?»[32]

Jeffreys parlò contro la proposta con quel rozzo e feroce stile di cui egli era maestro; ma si accôrse subito non essere così agevole atterrire gli alteri e potenti baroni dʼInghilterra nella loro sala, come lo era intimidire gli avvocati, il cui pane dipendeva dal favore, o gli accusati le cui teste erano nelle mani di lui. Un uomo che abbia passata la vita ad aggredire ed imporre ad altrui, sia quale si voglia supporre il suo coraggio ed ingegno, generalmente, qualvolta è rigorosamente aggredito, fa meschina figura: imperciocchè, non essendo avvezzo a starsi sulla difensiva, si confonde; e il sapere che tutti glʼinsultati da lui godono della sua confusione, lo confonde vie maggiormente. Jeffreys, per la prima volta da che era divenuto grandʼuomo, veniva incontrato a condizioni uguali da avversari che non lo temevano. A soddisfazione universale, era quella la prima volta chʼegli passava dallo estremo dellʼinsolenza allo estremo dellʼabbiettezza, e non potè frenarsi di spargere lacrime di rabbia e di dispetto.[33] Nulla, a dir vero, mancò ad umiliarlo; poichè la sala era piena di circa cento Pari, numero maggiore anche di quello che vi sʼera trovato nel gran di del voto intorno alla Legge dʼEsclusione. Arrogi che vʼera presente anche il Re. Carlo aveva avuto costume di assistere alle tornate della Camera deʼ Lordi per sollazzo, e spesso era solito dire che una discussione gli era di piacevole intertenimento al pari dʼuna commedia. Giacomo ci andò non per divertirsi, ma con la speranza che la propria presenza fosse di qualche freno alla discussione. E sʼingannò. Gli umori della Camera si manifestarono con tanto vigore, che dopo una pungentissima orazione fatta da Halifax a concludere, i cortigiani non vollero avventurarsi allo squittinio di divisione. Fu stabilito un giorno prossimo a prendere in considerazione il discorso del Re; e fu ordinato che tutti i Pari i quali non fossero in luoghi molto distanti da Westminster, si trovassero al proprio posto.[34]

XIX. Il dì seguente, il Re in tutta pompa andò alla Camera deʼ Lordi. LʼUsciere della Verga Nera intimò ai Comuni di recarsi alla sbarra; e il Cancelliere annunziò che il Parlamento era prorogato fino al giorno decimo di febbraio.[35] I membri che avevano votato contro la Corte, furono destituiti dai pubblici uffici. Carlo Fox fu cacciato dalla Pagatoria. Il vescovo di Londra cessò dʼessere Decano della Cappella Reale, e il suo nome fu casso dalla lista deʼ Consiglieri Privati.

Lo effetto della proroga fu di porre fine ad un processo della più alta importanza. Tommaso Grey, Conte di Stamford, discendente da una delle più illustri famiglie dellʼInghilterra, incolpato di crimenlese, era stato di recente preso e posto in istretta prigionia dentro la Torre. Lo accusavano dʼessere stato implicato nella congiura di Rye House. La esistenza del fatto era stata dichiarata dai Grandi Giurati della Città di Londra, e la causa era stata portata alla Camera deʼ Lordi, che erano il solo tribunale dinanzi a cui un Pari secolare, durante la sessione del Parlamento, potesse essere processato per grave delitto. Il dì stabilito allo esame del caso era il primo di decembre; erano stati dati ordini perchè nella sala di Westminster si facessero gli apparecchi bisognevoli. A cagione della proroga, la causa venne differita ad un tempo indefinito; e Stamford fu tosto messo in libertà.[36]

Tre altri Whig di grande importanza stavano già incarcerati allorquando si chiuse la sessione: cioè Carlo Gerard, Lord Gerard di Brandon, primogenito del conte di Maclesfield; Giovanni Hampden, nipote del rinomato capo del Lungo Parlamento; ed Enrico Booth, Lord Delamere. Gerard e Hampden erano accusati come complici della Congiura di Rye House, Delamere, di avere favorita la insurrezione delle Contrade Occidentali.

XX. Non era intendimento del Governo far morire Gerard o Hampden. Grey, prima che acconsentisse a testificare contro di loro, aveva patteggiato per la vita loro.[37] Ma vʼera anche una ragione più forte a lasciarli vivi. Erano eredi di grosso patrimonio; ma i genitori loro vivevano ancora. La Corte, quindi, poteva ottenere poco in via di confisca, ma molto in via di riscatto. Gerard fu processato, e dalle assai scarse notizie che ci rimangono, eʼ sembra che si difendesse con grande animo e con vigorose parole. Vantò gli sforzi e i sacrifici fatti dalla sua famiglia per la causa di Carlo I, e provò che Rumsey, quel desso che inventando una storiella aveva assassinato Russell, e poi Cornish dicendone unʼaltra, era testimone affatto indegno di fede. I Giurati, dopo qualche esitazione, lo dissero colpevole. Dopo una lunga prigionia, a Gerard fu concesso di redimersi.[38] Hampden aveva ereditate le opinioni politiche e gran parte delle esimie doti dellʼavo, ma era degenerato dalla probità e dal coraggio onde lʼavo erasi tanto predistinto. Eʼ pare che lo accusato, per crudele astuzia del Governo, fosse lungamente tenuto in una agonia di dubbio, affinchè la sua famiglia sʼinducesse a pagare assai caro il perdono. Il suo spirito prostrossi sotto il terrore della morte. Condotto al banco degli accusati, non solo si confessò reo, ma disonorò il nome illustre chʼegli portava, con sommissioni e suppliche abiette. Protestò di non essere stato partecipe del secreto disegno di assassinare Carlo e Giacomo, ma confessò di avere meditata la ribellione; dichiarossi profondamente pentito del fallo, implorò la intercessione deʼ Giudici, giurando che ove la reale clemenza si stendesse sopra lui, dedicherebbe intera la vita a mostrare la propria gratitudine. I Whig a tanta pusillanimità divennero furiosi, ed altamente dichiararono lui meritare più biasimo di Grey, il quale, diventando testimonio del Governo, aveva serbato un certo decoro. Ad Hampden fu perdonata la vita; ma la sua famiglia pagò alcune migliaia di lire sterline al Cancelliere. Altri cortigiani di minore momento estorsero da lui altre somme più tenui. Lo sciagurato aveva spirito bastevole a sentire la vergogna in cui sʼera gettato. Sopravvisse di parecchi anni al giorno della propria ignominia. Ei visse per vedere il proprio partito trionfante, avere in esso importantissima parte, innalzarsi nello Stato, e far tremare i propri persecutori. Ma una rimembranza insopportabile gli attoscava tanta prosperità. Non riacquistò mai la gaiezza dello spirito, e finalmente di propria mano si tolse la vita.[39]

XXI. Che Delamere, ove avesse avuto mestieri della regia clemenza, lʼavrebbe potuta ottenere, non è molto probabile. Egli è certo che tutto il vantaggio che la lettera della legge dava al Governo, fu adoperato contro lui senza scrupolo o vergogna. Era in condizioni diverse da quelle in cui trovavasi Stamford. Lʼaccusa contro costui era stata portata dinanzi alla Camera deʼ Lordi mentre il Parlamento era in sessione, e però non poteva essere processato se non alla riapertura del Parlamento. Tutti i Pari avrebbero allora avuto un voto da dare, e sarebbero stati giudici di diritto e di fatto. Ma lʼatto dʼaccusa contro Delamere non fu prodotto fuori se non dopo la proroga.[40] Egli era, quindi, soggetto alla giurisdizione della corte del Lord Gran Maggiordomo. Questa corte, alla quale appartiene mentre è chiuso il Parlamento la cognizione deʼ delitti di tradimento e di fellonia commessi dai Pari secolari, era allora siffattamente costituita, che nessuno accusato di delitto politico poteva sperare un processo imparziale. Il Re nominava il Lord Gran Maggiordomo. Questi, a proprio arbitrio, nominava vari Pari a giudicare il loro accusato confratello. Al numero loro non era limite. Una semplice maggioranza di voti, purchè fosse di dodici, serviva a dichiarare colpevole. Il Gran Maggiordomo era solo giudice di diritto; e i Lordi erano Giurati per pronunciare sul fatto. Jeffreys fu nominato Gran Maggiordomo. Scelse trenta Pari, e la scelta fu qual poteva aspettarsi da siffatto uomo in simiglianti tempi. Tutti queʼ trenta per opinioni politiche procedevano avversi allo accusato. Quindici erano colonnelli di reggimenti, e potevano essere destituiti a volontà del Re. Tra gli altri quindici erano il Lord Tesoriere, principale segretario di Stato, il Maggiordomo e il Sindaco di Palazzo, il Capitano della Banda deʼ Gentiluomini Pensionisti, il Ciamberlano della Regina, ed altri individui fortemente vincolati alla Corte. Nondimeno, Delamere aveva alcuni grandi vantaggi sopra i colpevoli di minor grado processati in Old Bailay. Quivi i Giurati, violenti uomini di partito, presi per un solo giorno dagli Sceriffi cortigiani fra la massa della società, e rimandati poi nella massa, non avevano freno di rossore; e poco avvezzi a giudicare della evidenza del caso, seguivano senza scrupolo le voglie del seggio. Ma nella corte del Gran Maggiordomo, ogni Giurato era uomo esperto neʼ gravi negozi, e considerevolmente noto al pubblico; e doveva profferire separatamente, e sullʼonor suo, la propria opinione dinanzi a un numeroso concorso. Quella opinione, insieme col suo nome, sarebbe andata in tutte le parti del mondo e rimasta nella storia. Inoltre, quantunque i nobili scelti fossero tutti Tory e quasi tutti impiegati, molti di loro avevano cominciato a sentire inquietudine della condotta del Re, e dubitavano un giorno non sʼavessero a trovare nel caso di Delamere.

Jeffreys si condusse, secondo lʼusato, con iniquità ed insolenza. Serbava in petto un vecchio rancore che lo irritava. Era stato capo Giudice di Chester allorquando Delamere, che allora chiamavasi il Signor Booth, rappresentava quella Contea in Parlamento. Booth aveva mosso amarissima querela nella Camera deʼ Comuni perchè i più cari interessi deʼ suoi elettori erano affidati ad un buffone briaco.[41] Il giudice vendicativo, ora non arrossì di adoperare artifici tali, che sarebbero stati criminosi anche in un avvocato. Ricordò ai Lordi Giurati con significantissime parole, che Delamere in Parlamento erasi opposto alla condanna infamante di Monmouth; fatto che non era nè poteva essere provato. Ma non era in potestà di Jeffreys intimorire un sinodo di Pari, come era avvezzo a fare verso i Giurati ordinari. La testimonianza addotta dalla Corona si sarebbe forse reputata ampiamente bastevole nel giorno giuridico nelle Contrade Occidentali o nelle sessioni di Città, ma non poteva per un momento imporre ad uomini come Rochester, Godolphin e Churchill; nè essi, con tutti i falli loro, erano sì depravati, da condannare a morte un uomo contro le più semplici norme della giustizia. Grey, Wade e Goodenough furono dal Governo addotti come testimoni, ma poterono solo ripetere ciò che avevano udito dire da Monmouth e dagli emissari di Wildman. Fu dimostrato con incontrastabile evidenza che un ribaldo, di nome Saxton, principale testimonio dellʼaccusa, già stato implicato nella ribellione, ed ora affaccendato a procacciarsi il perdono testificando contro tutti glʼinvisi al Governo, aveva detto gran numero di menzogne. Tutti i Lordi Giurati, da Churchill, il quale come il più giovane deʼ baroni parlò primo, fino al Tesoriere, dichiararono sullʼonor loro, che Delamere non era colpevole. La gravità e la pompa del processo fece profonda impressione nellʼanimo del Nuncio, ancorchè fosse assuefatto alle cerimonie della Corte di Roma, le quali per solennità e magnificenza vincono tutte le cerimonie del mondo.[42] Il Re, che vʼera presente, e non poteva muovere lamento della sentenza evidentemente giusta, montò in furore contro Saxton, giurando che lo sciagurato sarebbe stato prima posto alla berlina, come reo di spergiuro, innanzi a Westminster Hall; e poi mandato nelle contrade occidentali, per essere appeso alle forche e squartato come reo di tradimento.[43]

XXII. La pubblica esultanza, come si seppe che Delamere era stato assoluto, fu grande. Il regno del terrore era finito. Lʼinnocente incominciava a respirare liberamente, e il falso accusatore a tremare. Non può leggersi senza lacrime una lettera scritta in questa occasione. Giunse alla vedova di Russell nella sua solitudine la nuova, e le suscitò nellʼanima un misto di sentimenti diversi. «Rendo grazie a Dio» scriveva ella, «che ha posto alcun freno allo spargimento del sangue in questo misero paese. Ma mentre me ne rallegro con altrui, mi tiro da parte a piangere. Più non mi sento capace di godere; ma ogni nuova circostanza, il paragonare la mia notte di dolore, dopo un tanto giorno, con le loro notti di gioia, o per un pensiero o per un altro, mi tortura lʼanima. Comecchè io sia lungi dal desiderare che le loro ore trascorrano come le mie, non posso frenarmi talvolta di lamentare che le mie non siano simili alle loro.»[44]

Adesso il vento era cangiato. La morte di Stafford, accolta con segni di tenerezza e di rimorso dalla plebaglia, alla cui rabbia egli era stato sacrificato, stabilisce il finire di una proscrizione. Il proscioglimento di Delamere stabilisce il chiudersi dʼunʼaltra. I delitti che avevano disonorato il procelloso tribunato di Shaftesbury, erano stati terribilmente espiati. Il sangue deglʼinnocenti papisti era stato più che dieci volte vendicato dal sangue deʼ fervidi protestanti. Unʼaltra grande reazione era incominciata. Le fazioni andavano speditamente prendendo nuove forme. I vecchi collegati scindevansi. Si congiungevano i vecchi nemici. I mali umori spandevansi in tutto il partito fino allora predominante. Una speranza, comunque per allora debole e indistinta, di vittoria e vendetta, rianimava il partito che pareva estinto. In siffatte condizioni si chiuse il 1685, anno torbido e pieno dʼeventi, e incominciò il 1686.

XXIII. La proroga aveva disimpacciato il Re dalle moderate rimostranze delle Camere; ma gli toccava udirne altre, simili per lo effetto, ma formulate con parole anche più caute e sommesse. Taluni, che fino allora lo avevano servito con cecità tale da nuocere alla loro fama e al pubblico bene, cominciarono a provare dolorosi presentimenti, e di quando in quando risicavansi a significare alcun che di ciò che sentivano.

Per molti anni lo zelo del Tory inglese per la monarchia ereditaria e per la religione stabilita, erano insieme venuti crescendo e scambievolmente afforzandosi. Ei non aveva mai pensato che questi due sentimenti, i quali parevano inseparabili e pressochè identici, si sarebbero un giorno potuti trovare non solo distinti, ma incompatibili. Dal principio della lotta tra gli Stuardi e i Comuni, la causa della Corona e quella della gerarchia erano state apparentemente una causa sola. Carlo I veniva dalla Chiesa considerato come martire. Se Carlo II aveva contro quella congiurato, aveva congiurato secretamente. In pubblico sʼera sempre confessato grato e devoto figliuolo, erasi inginocchiato dinanzi agli altari di essa; e malgrado i suoi corrotti costumi, gli era riuscito di persuadere il maggior numero degli aderenti alla Chiesa, che egli sinceramente la preferisse. Per tutti i conflitti che lʼonesto Cavaliere avesse fino allora potuto sostenere contro i Whig e le Teste-Rotonde, non aveva almeno dovuto patire nessun conflitto nella mente propria. Egli sʼera veduto piano ed aperto dinanzi agli occhi il sentiero del dovere. Traverso al bene e al male, ei doveva mantenersi fedele alla Chiesa e al Re. Ma se queʼ due augusti e venerandi poteri, i quali fino allora sembravano così strettamente congiunti, che i fedeli allʼuno non potevano essere perfidi allʼaltro, venissero divisi da mortale nimistà, a quale partito doveva il realista ortodosso appigliarsi? Quale condizione sarebbe stata più critica che quella di trovarsi ondeggiante tra due doveri egualmente sacri, tra due affetti egualmente fervidi? Come poteva egli rendere a Cesare ciò chʼera di Cesare, e non negare a Dio parte di ciò chʼera di Dio? Nessuno che avesse siffattamente sentito, poteva mirare, senza profondo timore e neri presentimenti, il contrasto tra il Re e il Parlamento intorno allʼAtto di Prova. Se Giacomo anche ora si fosse indotto a ripensare sul proprio disegno, a lasciare riaprire le Camere, e cedere ai desiderii loro, tutto poteva rivolgersi a bene.

Così opinavano i due cognati del Re, i Conti cioè, di Clarendon e di Rochester. La potenza e il favore che godevano questi gentiluomini, sembrava veramente grande. Il più giovane deʼ fratelli era Lord Tesoriere e primo ministro; il maggiore, dopo di avere per alquanti mesi tenuto il Sigillo Privato, era stato nominato Luogotenente dʼIrlanda. Il venerando Ormond pensava medesimamente. Middleton e Preston, che, come dirigenti la Camera deʼ Comuni, avevano di recente sperimentato quanto cara fosse aʼ gentiluomini realisti dʼInghilterra la religione stabilita, davano consigli di moderazione.

In sul principio del nuovo anno, i sopraddetti uomini di Stato, e il numeroso partito da essi rappresentato, ebbero a patire una crudele mortificazione. Che il Re defunto fosse Cattolico Romano, era stato per molti mesi sospettato e bisbigliato, ma non annunziato formalmente. Tale manifestazione non si sarebbe potuta fare senza grave scandalo. Carlo erasi innumerevoli volte dichiarato protestante, ed aveva avuto costumanza di ricevere dai vescovi della Chiesa stabilita il sacramento della eucaristia. Queʼ Protestanti che lo avevano sostenuto neʼ pericoli, e che di lui serbavano tuttavia affettuosa rimembranza, dovevano provare sdegno e rossore al sentire che la intera sua vita era stata una menzogna; che mentre confessava dʼappartenere alla loro religione, gli aveva veramente tenuti per eretici; e che i demagoghi, i quali lo avevano chiamato papista nascosto, erano stati i soli che avessero formato un esatto giudicio del suo carattere. Anche Luigi intendeva tanto lo stato dellʼopinione pubblica in Inghilterra, da accorgersi come il divulgare il vero potesse recar nocumento, ed aveva, dʼaccordo, fatta promissione di tenere strettamente segreta la conversione di Carlo.[45] Giacomo, nel principio del suo regno, aveva pensato doversi in tanto negozio procedere cauto, e non erasi rischiato a seppellire il fratello, secondo il rito della Chiesa di Roma. Per qualche tempo, quindi, ciascuno potè liberamente credere ciò che volesse. I papisti dicevano che il defunto principe era loro proselite. I Whig lo esecravano come ipocrita e rinnegato. I Tory consideravano la voce della sua apostasia come una calunnia che i papisti e i Whig, per ragioni differentissime, avevano interesse a spargere.

XXIV. Giacomo ora fece un passo che pose in gran perturbazione tutto il partito anglicano. Due scritture, in cui erano concisamente esposti gli argomenti dʼordinario usati dai Cattolici Romani nella controversia coi Protestanti, sʼerano trovate nella cassa forte di Carlo, e sembravano di mano sua. Le quali scritture Giacomo mostrò, menandone trionfo, a parecchi Protestanti, e dichiarò sapere che il suo fratello era vissuto e morto Cattolico Romano.[46] Uno di coloro ai quali i manoscritti furono mostrati, fu lo arcivescovo Sancroft. Li lesse grandemente commosso, e rimase tacito. Tale silenzio era solo lo effetto naturale di una lotta tra la riverenza e la repugnanza. Ma Giacomo suppose che il Primate tacesse per la forza irresistibile della ragione, e seriamente lo sfidò a produrre, col soccorso di tutto il seggio episcopale, una soddisfacente risposta. «Datemi una risposta solida e in istile da gentiluomini; e forse potrà far sì, secondo che molto vi sta a cuore, di convertirmi alla vostra Chiesa.» Lo arcivescovo dolcemente rispose, che, secondo lui, cotale risposta poteva farsi senza molta difficoltà; ma non accettò la controversia, adducendo per iscusa la riverenza alla memoria del suo defunto signore. Il Re considerò la scusa come un sutterfugio dʼun vinto avversario.[47] Se egli avesse conosciuta la letteratura polemica deʼ centocinquanta anni precedenti, avrebbe saputo che i documenti ai quali ei dava tanto peso, gli avrebbe potuti comporre ogni giovinetto di quindici anni della scuola di Doaggio, e che non contenevano cosa alcuna, la quale, secondo lʼopinione di tutti i teologi protestanti, non fosse stata dieci mila volte confutata. Nella sua stolta esultanza, ordinò che quegli scritti si stampassero col più squisito lusso tipografico, e vi appiccicò dietro una dichiarazione munita della sua firma, ad attestare che gli originali erano scritti di pugno del fratello. Giacomo ne distribuì con le proprie mani tutti gli esemplari ai cortigiani, e alle persone del popolo che si affollavano attorno il suo cocchio. Ne dètte un esemplare ad una giovine di vile condizione, chʼegli supponeva appartenere alla religione da lui professata, e le assicurò che leggendolo se ne troverebbe edificata grandemente e confortata. In ricambio di questa cortesia, pochi giorni dopo, ella gli mandò una lettera, scongiurandolo di uscire dalla mistica Babilonia, e rimuovere dalle sue labbra la coppa delle fornicazioni.[48]

XXV. Tali cose davano somma inquietudine ai Tory aderenti alla Chiesa Anglicana. Nè i più spettabili Cattolici Romani ne rimanevano meglio satisfatti. Si sarebbero, in verità, potuti scusare, se in cosiffatte circostanze la passione gli avesse resi sordi alla voce della prudenza e della giustizia, come quelli che avevano molto sofferto. La gelosia deʼ Protestanti gli aveva gittati giù dal grado in cui erano nati, aveva chiuse le porte del Parlamento agli eredi deʼ Baroni che avevano firmata la Magna Carta, e deciso che il comando dʼuna compagnia di pedoni non fosse da fidarsi ai discendenti dei capitani che avevano vinto a Flodden e a San Quintino. Non vʼera un solo Pari eminente, fido alla vecchia religione, del quale lʼonore, gli averi, la vita non fossero stati in pericolo; che non avesse passati molti mesi rinchiuso dentro la Torre, che più volte non si fosse aspettata la miseranda sorte di Stafford. Uomini che erano stati così lungamente e con tale crudeltà oppressati, si sarebbero potuti perdonare, se avessero avidamente côlta la prima occasione a conseguire a un tempo grandezza e vendetta. Ma nè fanatismo, nè ambizione, nè rancore di torti patiti, nè ebrietà prodotta dalla sùbita buona fortuna, poterono far sì che i più cospicui Cattolici Romani non si accorgessero come la prosperità che finalmente erano pervenuti a godere, fosse solo temporanea, e non usata saggiamente, potrebbe tornar loro fatale. Avevano con dura esperienza imparato, che lʼavversione del popolo alla religione loro non era fantasia che sarebbe svanita al comando dʼun principe, ma profondo sentimento, tramandato crescendo per cinque generazioni, spanto in tutte le classi e in tutti i partiti, e avvincolato non meno strettamente coi principii deʼ Tory che con quelli deʼ Whig. Certo, il Re poteva, nello esercizio della sua prerogativa di far grazia, sospendere le leggi penali. Avrebbe in appresso potuto, operando con discrezione, ottenere dal Parlamento la revoca deʼ decreti che privavano deʼ diritti civili gli aderenti alla religione di lui. Ma tentando di domare il sentimento protestante della Inghilterra con mezzi bruschi, era facile vedere che la violenta compressione dʼuna molla così potente ed elastica, sarebbe seguita da uno scatto egualmente violento. I Pari Cattolici Romani, tentando prematuramente di entrare a forza nel Consiglio Privato e nella Camera deʼ Lordi, avrebbero potuto perdere le case e le vaste possessioni loro, e finire la vita o da traditori in Tower Hill, o da mendicanti alle porte deʼ conventi dʼItalia.

Così pensava Guglielmo Herbert, conte di Powis, generalmente considerato come capo della aristocrazia cattolica romana, il quale, secondo le fandonie di Oates, doveva essere primo ministro se la congiura papale sortiva prospero successo. Medesimamente opinava Giovanni Bellasyse. In gioventù, aveva valorosamente pugnato per Carlo I; dopo la Restaurazione era stato rimunerato con onori e con gradi militari, e gli aveva deposti dopo che fu promulgato lʼAtto di Prova. A questi insigni capi del partito cattolico facevano eco tutti i più nobili ed opulenti membri della loro Chiesa, tranne Lord Arundell di Wardour, uomo decrepito e pressochè rimbambito.

XXVI. Ma in Corte era un piccolo nucleo di Cattolici Romani, che avevano il cuore esulcerato da vecchie ingiurie, il cervello inebriato dal recente innalzamento; che erano impazienti di rampicarsi alle dignità dello Stato, ed avendo poco da perdere, non si davano punto pensiero del giorno del rendimento deʼ conti.

XXVII. Uno di costoro era Ruggiero Palmer, conte di Castelmaine in Irlanda, e marito della Duchessa di Cleveland. Sapevasi da tutti chʼegli aveva comperato il suo titolo col disonore della moglie e col proprio. Il suo patrimonio era scarso. Lʼindole sua, scortese per natura, era stata esasperata dalle domestiche vessazioni, dai pubblici rimproveri, e da ciò chʼegli aveva patito a tempo della congiura papale. Era stato lungamente in carcere, e in fine era stato processato per delitto capitale. Fortunatamente per lui, non fu tratto al banco degli accusati se non dopo che erasi spento il primo scoppio del furore popolare, e i falsi testimoni avevano perduto ogni credito. Gli era, quindi, riuscito di campare a gran pena dal pericolo.[49] Con Castelmaine era collegato uno deʼ più prediletti deʼ cento amanti di sua moglie; cioè Enrico Jermyn, che da Giacomo di recente era stato fatto Pari col titolo di Lord Dover. Jermyn, venti e più anni innanzi, erasi reso notevole con isconci amori e disperati duelli. Adesso trovavasi rovinato dal giuoco, ed era ansioso di rifare il patrimonio col mezzo degli uffici lucrosi, dai quali lo escludevano le leggi.[50] Al medesimo branco apparteneva un intrigante ed importuno Irlandese, chiamato White, che aveva molto viaggiato, aveva servito la Casa dʼAustria con un impiego mezzo tra lʼinviato e la spia, e che in rimunerazione deʼ servigi resi era stato fatto marchese dʼAlbeville.[51]

Tosto dopo la proroga, questa trista fazione sʼafforzò di un nuovo aiuto. Riccardo Talbot, conte di Tyrconnel, il più feroce ed implacabile di quanti avevano in odio le libertà e la religione dellʼInghilterra, da Dublino era giunto alla Corte.

Talbot discendeva da una antica famiglia normanna, la quale, da lungo tempo stabilita in Leicester, era degenerata, aveva adottati i costumi deʼ Celti, e come essi aderito alla vecchia religione, e partecipato alla ribellione del 1641. In gioventù egli era stato uno deʼ più rinomati scrocconi e bravazzoni di Londra; era stato presentato a Carlo ed a Giacomo mentre erano esuli in Fiandra, come un uomo adatto e pronto ad assassinare infamemente il Protettore. Subito dopo la Restaurazione, Talbot si provò dʼottenere il favore della famiglia reale con un servigio anche più infame. Bisognava un pretesto per mezzo del quale giustificare il Duca di York a rompere la promessa di matrimonio onde egli aveva ottenuto da Anna Hyde lʼestrema prova dʼaffetto che possa dare una donna. Talbot, dʼaccordo con alcuni deʼ suoi dissoluti compagni, imprese di apprestare siffatto pretesto. Concertarono di dipingere la povera giovinetta come donna priva di virtù, di pudore, di delicatezza, e inventare lunghe storielle di teneri ritrovi e di rapiti favori. Talbot, segnatamente, riferì come in una delle secrete visite a lei fatte, avesse per caso versato il calamaio del Cancelliere sopra un fascio di scritture, e con quanta destrezza, perchè il vero non si scoprisse, ella ne avesse data la colpa alla sua scimmia. Tali storielle, che se fossero state vere, non sarebbero uscite dalle labbra di nessuno che non fosse il più vile degli uomini, erano prette invenzioni. Talbot tosto fu costretto a confessare che erano tali, e lo fece senza ombra di rossore. Lʼoltraggiata donna divenne duchessa di York. Ove il suo sposo fosse stato uomo diritto ed onorevole, avrebbe con indignazione e disprezzo cacciato via dal proprio cospetto gli sciagurati che gli avevano calunniata la consorte. Ma una delle particolarità del carattere di Giacomo era che nessuna azione, comunque si fosse malvagia e vergognosa, fatta col desiderio di ottenere il suo favore, gli sembrava mai degna dʼessere riprovata. Talbot seguitò a frequentare la Corte, mostravasi quotidianamente con fronte di bronzo dinanzi alla principessa di cui aveva tentata la rovina, ed ottenne il posto lucroso di principale lenone del Re. Dopo non molto tempo, Whitehall si mise sossopra alla nuova che Riccardo (Dick) Talbot, come veniva comunemente chiamato, aveva concepito il disegno di assassinare il Duca dʼOrmond. Il bravo fu mandato alla Torre; ma dopo pochi giorni fu visto chiassando per le sale di palazzo, e recando letterine dʼamore su e giù tra il suo signore e le più brutte dame di Corte. Invano i vecchi e discreti consiglieri supplicavano i due principi a non proteggere quel ribaldo, che altro merito non aveva, tranne la prestanza della persona e il gusto nel vestirsi. Talbot non solo era bene accolto nella reggia quando la bottiglia e i dadi giravano attorno, ma veniva attentamente udito in negozi di grave momento. Affettava il carattere di un patriotto irlandese, e patrocinava con grande audacia, e talvolta con esito prospero, la causa deʼ suoi concittadini, i beni deʼ quali erano stati confiscati. Studiavasi, nulladimeno, di farsi ben pagare deʼ servigi che rendeva, e gli venne fatto di acquistare, parte vendendo protezione, parte scroccando, e parte facendo il lenone, una rendita di tremila lire sterline lʼanno; imperocchè, sotto la maschera di leggiero, di prodigo, dʼimprovvido e di impudente bisbetico, egli era pur troppo uno deʼ più venali e cupidi uomini del mondo. Oramai non era più giovane, e scontava con acerbi dolori le stemperatezze della gioventù; ma gli anni e le infermità non gli avevano essenzialmente mutato il carattere e i modi. Sempre che apriva la bocca, schiamazzava, imprecava e bestemmiava con sì terribile violenza, che i più superficiali osservatori lo giudicavano il più feroce deʼ libertini. Il popolo non sapeva intendere come un uomo il quale anche da sobrio, era più furioso e vanitoso dʼaltri ubbriaco, e che sembrava affatto incapace di mascherare il più lieve moto dellʼanimo o di serbare il minimo secreto, potesse veramente essere un adulatore di cuore freddo, dʼocchio acuto e dʼingegno macchinatore. Non pertanto, tale era Talbot. E davvero la sua ipocrisia era dʼuna specie più squisita e più rara che non fosse quella che regnava nel Parlamento di Barebone. Perocchè lo ipocrita perfetto non è colui che asconde il vizio sotto i sembianti della virtù, ma colui il quale si serve del vizio che egli non si vergogna di mostrare, come di maschera per celare un altro vizio più nero e proficuo, che gli giova di tenere nascosto.

Talbot, fatto da Giacomo conte di Tyrconnel, aveva comandate le truppe in Irlanda neʼ nove mesi che corsero dalla morte di Carlo al principio del viceregno di Clarendon. Quando il nuovo Luogotenente stava per partire da Londra alla volta di Dublino, il Generale fu chiamato da Dublino a Londra. Dick Talbot era da lungo tempo conosciuto nel cammino che doveva fare. Fra Chester e la Metropoli non vʼera quasi locanda nella quale non avesse attaccato lite. Dovunque giungeva, affaticava i cavalli a dispetto della legge, imprecava ai cuochi ed ai postiglioni, e quasi destava tumulti con le sue insolenti rodomonterie. Andava dicendo che la Riforma aveva rovinato ogni cosa. Ma il bel tempo era presso. Tra breve i Cattolici si sarebbero rialzati, e si sarebbero rifatti sugli eretici. Infuriando e bestemmiando sempre come un indemoniato, ei giunse alla Corte;[52] dove tosto si collegò strettamente con Castelmaine, Dover ed Albeville. Costoro ad una voce gridavano guerra alla costituzione della Chiesa e dello Stato. Dicevano al loro signore, chʼegli per la sua religione e per la dignità della sua Corona, era in debito di affrontare intrepidamente il grido degli eretici demagoghi, e mostrare fin da principio al Parlamento chʼegli sarebbe il signore a dispetto della opposizione, e che il solo effetto della opposizione sarebbe stato di renderlo signore severo.

XXVIII. Ciascuno deʼ due partiti in che la Corte era divisa, aveva zelanti alleati stranieri. I ministri di Spagna, dello Impero e degli Stati Generali erano adesso desiderosi di sostenere Rochester, come per lo innanzi lo erano stati verso Halifax. Barillon adoperava tutta la propria influenza dalla parte opposta, ed era aiutato da un altro agente francese, inferiore a lui per grado, ma assai superiore per ingegno; voglio dire da Bonrepaux. Barillon non era privo di buone qualità, ed aveva grande corredo di quelle doti onde allora andavano predistinti i gentiluomini francesi. Ma la sua capacità non era quale il suo alto ufficio richiedeva. Era divenuto pigro e a sè troppo indulgente; amava i piaceri della società e della tavola, meglio delle faccende; e nelle grandi occasioni era dʼuopo che da Versailles venissero ammonimenti, ed anche riprensioni, per ispingerlo ad operare.[53] Bonrepaux si era alzato dalla oscurità a cagione della intelligenza ed industria che aveva mostrata come impiegato nel dipartimento della marina, ed aveva riputazione dʼiniziato ai misteri della politica mercantile. Alla fine del 1685, fu mandato a Londra con varie commissioni dʼalta importanza. Doveva stabilire le basi per un trattato di Commercio, indagare e riferire in che condizioni trovavansi la flotta e gli arsenali inglesi, e fare qualche proposta ai fuorusciti Ugonotti, i quali supponevasi che fossero tanto prostrati dalla penuria e dallʼesilio, che avrebbero di gran cuore accettato quasi qualunque patto di riconciliazione. Il nuovo inviato nasceva da parenti plebei; era di statura quasi nano, dʼaspetto sì brutto da muovere a scherno, e parlava con lʼaccento di Guascogna dove era nato: ma vigoroso buon senso, acutezza di mente, e vivacità di spirito lo rendevano eminentemente adatto al suo ufficio. In onta ad ogni svantaggio di nascita e di persona, fu tosto stimato come assai piacevole compagno, ed espertissimo diplomatico. Mentre folleggiava con la duchessa di Mazzarino, studiavasi di discutere di cose letterarie con Waller e Saint Evremond, e carteggiare con la Fontaine, onde bene erudirsi nella politica inglese. Per la perizia chʼegli aveva nelle cose marittime, venne in grazia di Giacomo; il quale, per molti anni, prestò non poca attenzione alle faccende dello Ammiragliato, e le intendeva quanto egli era capace dʼintendere cosa alcuna al mondo. Conversavano entrambi ogni giorno lungamente e liberamente intorno alle condizioni delle navi e degli arsenali. Lo effetto di tale dimestichezza fu quale era da aspettarsi: val quanto dire, che lo acuto e vigilante francese concepì sommo pregio per le doti e il carattere del re, dicendo il mondo avere male giudicato Sua Maestà Britannica, che aveva meno capacità, e non maggiori virtù di Carlo.[54]

I due inviati di Luigi, comecchè mirassero ad un medesimo fine, con molto accorgimento presero vie diverse. Si partirono fra loro la Corte. Bonrepaux usava principalmente con Rochester e gli aderenti di lui. Le relazioni di Barillon erano principalmente con la opposta fazione. Conseguenza ne fu, chʼessi soventi volte guardassero un medesimo fatto da diversi punti di veduta. Il migliore racconto che esista intorno alla contesa che a quel tempo ferveva in Whitehall, è da trovarsi neʼ loro dispacci.

XXIX. Come ciascuno deʼ due partiti nella Corte di Giacomo era sostenuto da principi stranieri, così ciascuno aveva il sostegno dʼuna autorità ecclesiastica, alla quale il Re mostrava gran deferenza. Il sommo pontefice inchinava alla moderazione; e i suoi sentimenti erano espressi dal Nunzio e dal Vicario Apostolico.[55] Dallʼaltra parte, stava una corporazione che col suo peso controbilanciava anche quello del Papato; stava, cioè, la potente Compagnia di Gesù.

È circostanza importantissima e degna di considerazione, che queste due grandi potenze spirituali, un tempo, a quanto pareva, inseparabilmente collegate, fossero fra loro opposte. Per un periodo di tempo poco minore di mille anni, il clero regolare era stato il sostegno precipuo della Santa Sede. Essa lo aveva protetto daʼ vescovi che volevano immischiarsi nelle sue faccende, e ne era stata ampiamente ricompensata. Senza gli sforzi dei regolari, è probabile che il Vescovo di Roma si sarebbe ridotto ad essere il presidente onorario dʼuna aristocrazia di prelati. Eʼ fu col soccorso deʼ Benedettini, che Gregorio VII potè lottare ad un tempo contro glʼImperatori della Casa di Franconia, e contro il clero secolare. Eʼ fu col soccorso deʼ Domenicani e deʼ Francescani, che Innocenzo III spense la setta degli Albigesi.

XXX. Nel secolo decimosesto, il Papato, esposto a nuovi pericoli e più formidabili di quanti lo avessero per innanzi minacciato, fu salvato da un nuovo ordine religioso, animato da vigoroso entusiasmo e costituito con insigne magistero. Allorquando i Gesuiti accorsero alla liberazione del Papato, lo trovarono in estremo pericolo; ma da quel momento le sue sorti mutarono aspetto. Al protestantismo, che per una intera generazione aveva abbattuto tutto ciò che aveva incontrato per via, fu mozzo lo andare avanti, e fu rapidamente fatto indietreggiare dalle Alpi fino alle sponde del Baltico. Non era scorso un secolo da che la Compagnia di Gesù esisteva, e il mondo era pieno deʼ ricordi di quanto essa aveva fatto e sofferto per la fede. Non vʼè comunità religiosa che possa gloriarsi dʼuna schiera di uomini così variamente cospicui; nessuna aveva esteso le proprie operazioni sopra uno spazio sì vasto; e nondimeno, in nessuna vʼera stata cotanto perfetta unità di sentimento e dʼazione. Non era contrada nel mondo, non sentiero nella vita attiva o speculativa, in cui non si trovassero i Gesuiti. Dirigevano i Consigli dei re: decifravano iscrizioni latine: osservavano il moto deʼ Satelliti di Giove: pubblicavano intere biblioteche, controversia, casistica, storia, trattati dʼottica, odi alcaiche, edizioni dei Santi Padri, madrigali, catechismi e satire. La educazione letteraria della gioventù era quasi interamente nelle loro mani, e condotta con esquisita maestria. Sembra che avessero scoperto il punto preciso al quale possa condursi la cultura intellettuale senza il rischio della intellettuale emancipazione. Gli stessi nemici loro erano costretti a confessare, che nellʼarte di governare e formare le menti deʼ giovani, i Gesuiti non avevano rivali. Infrattanto, con assiduità e prospero successo coltivavano la eloquenza del pulpito. Con assiduità e successo anche maggiore si dettero al ministero del confessionale. Per tutta la Europa Cattolica, i secreti dʼogni Governo, e quasi dʼogni notevole famiglia, erano in poter loro. Girovagavano da un paese protestante ad un altro, travestendosi in infinite fogge, da galanti cavalieri, da semplici contadini, da predicatori puritani. Viaggiavano fin dove nè lʼavidità mercantile nè la curiosità della scienza aveva persuaso altri ad andare. Trovavansi in abito di mandarini a dirigere lʼosservatorio astronomico di Pechino. Si vedevano con la marra in mano ammaestrare nellʼagricoltura i selvaggi del Paraguay. Ciò non ostante, in qualunque parte risedessero, qualunque mestiere esercitassero, il loro spirito era sempre lo stesso; cioè piena devozione alla causa comune, implicita obbedienza allʼautorità centrale. Nessuno sʼera scelto da sè il luogo dove abitare e la vocazione da seguire. Se il Gesuita dovesse vivere sotto il cerchio artico o sotto lʼequatore, se dovesse passare tutti i suoi giorni a classificare gemme e a collazionare manoscritti nel Vaticano, o a persuadere i barbari dellʼemisfero meridionale perchè non si divorassero lʼun lʼaltro, erano cose che egli con profonda sommissione lasciava allʼaltrui pensiero. Se lo volevano a Lima, trovavasi con la prima flotta a veleggiare sullʼAtlantico. Se di lui vi era bisogno in Bagdad, si vedeva traverso al deserto fra la prima caravana. Se vʼera bisogno del suo ministero in qualche regione dove la sua vita fosse meno sicura di quella dʼun lupo, dove fosse delitto lʼospitarlo, dove i teschi e i corpi squartati deʼ suoi confratelli glʼindicavano quale sorte egli dovesse aspettarsi, andava senza lamento o esitazione al proprio destino. Nè questo spirito eroico è oggimai estinto. Allorchè, ai tempi nostri, una nuova e terribile pestilenza girò infuriando attorno al globo, mentre in alcune grandi città lo spavento aveva rotti tutti i vincoli che congiungono la società, mentre il clero secolare aveva abbandonato il proprio gregge, mentre non vʼera oro che bastasse a comperare il soccorso del medico, mentre i più potenti affetti di natura cedevano allo amore della vita, il Gesuita vedevasi presso a quel lettuccio che il vescovo e il curato, il medico e la balia, il padre e la madre avevano abbandonato; vedevasi, dico, piegare la persona sulle labbra infette, per raccogliere il fioco accento del moribondo che si confessava, e tenergli dinanzi agli occhi fino allʼultimo istante della vita la immagine del Redentore spirante sulla croce.

Ma, con lʼammirevole energia, il disinteresse, e lʼabnegazione che facevano il carattere della Società, erano mescolati grandi vizi. Dicevasi, e non senza fondamento, che lʼardente spirito pubblico che rendeva il Gesuita spregiatore degli agi, della libertà e della vita propria, lo induceva parimente a spregiare il vero e a non sentire pietà; che nessun mezzo il quale potesse promuovere lʼutile della sua religione, sembravagli illecito, o che col vocabolo dʼutilità della propria religione ei troppo spesso intendeva lʼutile della Società sua. Affermavasi, che nelle più atroci congiure di cui faccia ricordanza la storia, lʼazione di lui poteva distintamente scoprirsi; che, solo costante nello affetto per la confraternita alla quale egli apparteneva, in parecchi Stati era lʼinimico più pericoloso della libertà, in altri il più pericoloso nemico dellʼordine. Le più grandi vittorie che vantasse avere riportate pel bene della Chiesa, erano, secondo il giudicio di molti illustri membri di quella, più apparenti che reali. Si era, in verità, affaticato con maraviglioso buon esito a ridurre il mondo sotto le leggi della Chiesa; ma lo aveva fatto rilassando le leggi in guisa che si adattassero ai gusti mondani. Invece di studiarsi dʼinalzare la natura umana alla meta stabilita dai precetti ed esempi divini, egli aveva abbassata quella meta al di sotto dellʼumana natura. Gloriavasi dʼuna moltitudine di convertiti, che per mano sua avevano ricevuto il battesimo nelle più rimote regioni dellʼOriente; ma correva la voce, che ad alcuni di queʼ convertiti, i fatti daʼ quali dipende tutta la dottrina del Vangelo erano stati astutamente nascosti, e che ad altri era stato permesso di schivare la persecuzione collʼinchinarsi dinanzi alle immagini deʼ falsi Dei, mentre internamente recitavano Pater ed Ave. Nè simiglianti arti erano adoperate solo neʼ paesi pagani. Non era da maravigliare che genti dʼogni grado, e specialmente quelle in alto locate, si affollassero attorno ai confessionali nei tempii deʼ Gesuiti; imperocchè da queʼ tribunali di penitenza nessuno se ne andava poco contento. Ivi il sacerdote era tutto a tutti. Mostrava tanto rigore quanto bastasse perchè coloro che gli sʼinginocchiavano dinanzi non ricorressero alle chiese deʼ Domenicani o dei Francescani. Se aveva da fare con unʼanima veramente divota, parlava con le caute parole degli antichi padri cristiani; ma con quella gran parte degli uomini che hanno religione abbastanza da sentire rimorso quando commettono il male, e non abbastanza da astenersi di commetterlo, il Gesuita seguiva un sistema diverso. Non potendo ritrarli dalla colpa, studiavasi di salvarli dal rimorso. Aveva agli ordini suoi un deposito immenso di farmachi per le coscienze perturbate. Neʼ libri composti daʼ casisti suoi confratelli, e stampati con licenza deʼ suoi superiori, trovavasi in gran copia dottrine di conforto per ogni generazione di peccatori. Ivi il mercatante fallito imparava in che modo potesse, senza peccato, nascondere le mercanzie alle indagini deʼ suoi creditori. Il servo apprendeva come potere, senza peccato, rubare le argenterie del proprio padrone. Il mezzano dʼamore veniva fatto certo, ad un cristiano esser lecito sostentare la vita recando lettere e messaggi tra le donne maritate e i loro amanti. Gli alteri e puntigliosi gentiluomini di Francia ricevevano lietamente una decisione a favore del duello. GlʼItaliani, avvezzi a vendicarsi con modi più vili e crudeli, godevano dʼimparare che essi potevano, senza peccato, tirare, nascosti dietro a una siepe, archibugiate ai loro nemici. Allo inganno era lasciata licenza bastevole a distruggere il valore del contratto e del testimonio fra gli uomini. E veramente, se lʼumana società non si disciolse, se vi fu alcuna certezza della vita e degli averi, egli fu perchè il senso comune e la umanità frenavano i popoli dal fare ciò che la Società di Gesù assicurava loro che potessero fare con sicura coscienza.

Erano così stranamente mescolati il bene e il male nel carattere di queʼ celebri padri; e in tale mistura stava il secreto della loro gigantesca potenza. La quale non poteva appartenere nè ai pretti ipocriti, nè ai rigidi moralisti; ma poteva solo conseguirsi da uomini che con vero entusiasmo correvano dietro ad un fine, e nel tempo stesso non pativano scrupoli rispetto ai mezzi di giungervi.

Fin da principio, i Gesuiti erano vincolati da un voto speciale dʼobbedienza verso il papa. Avevano missione di domare ogni insubordinazione in seno della Chiesa, non che di respingere le ostilità degli aperti nemici di quella. La loro dottrina era similissima a quella che oggidì di qua dalle Alpi si chiama oltremontana, e differiva dalla dottrina di Bossuet quasi quanto da quella di Lutero. Dannavano le libertà gallicane, il diritto deʼ concili ecumenici a sindacare la Santa Sede, e il diritto che vantavano i vescovi a un mandato divino indipendente da Roma. Lainez, a nome di tutta la confraternita, proclamò nel Concilio di Trento, fra gli applausi delle creature di Pio IV e le mormorazioni deʼ prelati francesi e spagnuoli, che il governo dei fedeli era stato affidato da Cristo al solo Papa, e che nel solo Papa era accentrata tutta lʼautorità sacerdotale, e che per mezzo del solo Papa i sacerdoti e i vescovi erano rivestiti di tutta lʼautorità loro.[56] Per molti anni la colleganza tra il Sommo Pontefice e la Società di Gesù non era stata rotta. Ed ove lo fosse stata allorchè Giacomo II ascese al trono dʼInghilterra, ove la influenza deʼ Gesuiti, non che quella del Papa, avesse promossa una politica costituzionale moderata, è probabile che la grande rivoluzione, la quale in breve tempo cangiò le condizioni dellʼEuropa, non sarebbe accaduta. Ma anche avanti la metà del secolo diciassettesimo, la Società, inorgoglita daʼ servigi resi alla Chiesa, fidente nella propria forza, era divenuta disdegnosa del giogo. Sorse una generazione di Gesuiti disposti a lasciarsi proteggere e guidare dalla Corte di Francia, meglio che da quella di Roma; la quale disposizione non era lieve allorchè Innocenzo XI ascese al trono pontificio.

In quel tempo, i Gesuiti combattevano una guerra a morte contro un nemico da loro in prima spregiato, ma pel quale poscia erano stati costretti a sentire riverenza e timore. Mentre erano pervenuti al più alto grado di prosperità, furono sfidati da una mano di avversarii, che, a dir vero, non avevano influenza sopra i potenti del mondo, ma avevano fortissima fede religiosa ed energia intellettuale. Travagliavansi in una lunga, strana e gloriosa lotta del genio contro il potere. I Gesuiti chiamarono in soccorso loro, ministeri, tribunali, università, che risposero alla chiamata. Porto Reale si richiamò, e non invano, ai cuori ed alle menti di milioni dʼuomini. I dittatori della Cristianità si trovarono, in un subito, nella condizione di colpevoli. Furono accusati di avere sistematicamente abbassata la meta della morale evangelica a fine dʼaccrescere la loro influenza; e lʼaccusa fu formulata in modo che tirò a sè lʼattenzione dello intero mondo, imperocchè il principale accusatore era Biagio Pascal. Le sue doti intellettuali erano quali rade volte sono state impartite ad alcuna umana creatura; e dello zelo veemente che lʼanimava, erano solenni argomenti le penitenze e le vigilie che anzi tempo trascinarono al sepolcro il macero suo corpo. Aveva lo spirito di San Bernardo; ma la squisitezza, il brio, la purità, la energia, la semplicità della sua eloquenza, nessuno ha mai raggiunto, tranne i grandissimi oratori greci. Tutta Europa lesse e ammirò i suoi scritti, piangendo e ridendo ad un tempo. I Gesuiti si provarono di rispondergli, ma le loro deboli risposte furono ricevute dal pubblico con fischi di scherno. Non che avessero difetto dʼingegno, e di quelle doti le quali si acquistano con elaborata educazione; ma tale educazione, quantunque possa suscitare le forze di una mente ordinaria, tende a spegnere, più presto che a promuovere, il genio originale. Fu universalmente riconosciuto che nella contesa letteraria i Giansenisti rimasero vincitori. Ai Gesuiti nullʼaltro restava, che opprimere la setta da essi non potuta confutare. Luigi XIV era il loro sostegno precipuo. La sua coscienza, fino dagli anni suoi primi, era nelle mani loro; egli aveva da loro imparato ad aborrire il Giansenismo, come aborriva il Protestantismo, e molto più di quanto aborrisse lʼAteismo. Innocenzo XI, dallʼaltra parte, pendeva verso le opinioni giansenistiche. Quindi fu che la Compagnia di Gesù trovossi in una situazione non contemplata mai dal suo fondatore. I Gesuiti si scissero dal Sommo Pontefice, e collegaronsi fortemente con un principe che si spacciava campione delle gallicane libertà e nemico delle pretese oltremontane. In tal guisa la Compagnia divenne in Inghilterra strumento deʼ disegni di Luigi, e cooperò con successo tale che i Cattolici Romani poi lungamente ed amaramente deplorarono, ad accrescere la rottura tra il Re e il Parlamento, ad impacciare il Nunzio, a minare il potere del Lord Tesoriere, ed a promuovere i disperatissimi intendimenti di Tyrconnel.

Così, da una parte stavano gli Hydes e tutti i Tory aderenti alla Chiesa Anglicana, Powis e tutti i più rispettabili gentiluomini e nobili, credenti nella religione del Re, gli Stati Generali, la Casa dʼAustria e il Pontefice. Dallʼaltra parte erano pochi avventurieri cattolici romani, senza fortuna e senza riputazione, spalleggiati dalla Francia e daʼ Gesuiti.

XXXI. Il principale rappresentante deʼ Gesuiti in Whitehall, era un Inglese padre della Compagnia, il quale per qualche tempo era stato vice-provinciale, prediletto da Giacomo con peculiare favore, e di recente fatto scrivano del gabinetto intimo. Questʼuomo, chiamato Eduardo Petre, discendeva da onorevole famiglia. Aveva modi cortesi e facondo parlare; ma era debole, vano, ambizioso e cupido. Di tutti i pessimi consiglieri che andavano a Whitehall, egli forse fu il fabbro principale nella rovina della Casa Stuarda.

XXXII. La ostinata e imperiosa natura del Re faceva grandemente prevalere coloro che lo consigliavano a star fermo, a non cedere in nulla, e a rendersi temuto. Una massima politica gli sʼera cosiffattamente abbarbicata al cervello, che non vʼera ragione che bastasse a sradicarla. A dir vero, egli non era assuefatto a porgere ascolto alla ragione. Il suo modo dʼargomentare, se così si debba chiamare, era quello che non di rado sʼosserva negli individui tardi di cervello e caparbi, avvezzi ad essere circuiti dai loro sottoposti. Asseriva una cosa; e qualvolta i savi uomini provavansi di mostrargli rispettosamente essere erronea, lʼasseriva di nuovo con le stessissime parole, e pensava che così facendo tutte le obiezioni sparissero.[57] «Non farò mai concessioni» spesso ei ripeteva; «mio padre le fece, e gli fu mozzo il capo.»[58] Se fosse stato vero che le concessioni erano tornate fatali a Carlo I, un uomo di buon senso avrebbe conosciuto, un solo esperimento non essere bastevole a stabilire una regola generale anche nelle scienze molto meno complicate di quella di governare; che dal principio del mondo fino a noi, non vi furono mai due fatti politici, le cui condizioni fossero esattamente simili; e che lʼunico modo dʼimparare dalla storia prudenza civile, è quello di esaminare e raffrontare un infinito numero di casi. Ma se lʼunico esempio sul quale appoggiavasi il Re, era buono a provare alcuna cosa, provava solo chʼegli aveva torto. Mal può dubitarsi che, se Carlo avesse francamente fatte al Corto Parlamento, che si ragunò nella primavera del 1640, solo mezze le concessioni chʼegli, pochi mesi dopo, fece al Lungo Parlamento, sarebbe vissuto e morto da Re potentissimo. Dallʼaltro canto, non può punto dubitarsi che, se egli avesse ricusato di fare concessione alcuna al Lungo Parlamento, e avesse ricorso alle armi a difesa della imposta pel mantenimento della flotta, e a difesa della Camera Stellata, avrebbe veduto nelle file degli inimici Hyde e Falkland accanto a Hollis e Hampden. Ma, certo, non avrebbe potuto ricorrere alle armi; poichè nè anche venti Cavalieri sarebbero accorsi al suo vessillo. Solo alle concessioni fatte egli era debitore del soccorso prestatogli dalla gran classe deʼ nobili e deʼ gentiluomini, i quali pugnarono per tanto tempo e con tanto valore per la causa di lui. Ma sarebbe stato inutile dimostrare a Giacomo simiglianti cose.

Un altro fatale errore gli si era fitto in mente, e vi stette finchè lo condusse alla rovina. Credeva fermamente, che per qualunque cosa egli avesse potuto fare, i credenti nella Chiesa Anglicana avrebbero sempre agito a seconda deʼ loro principii. Sapeva dʼessere stato proclamato da dieci mila pulpiti. La Università di Oxford aveva solennemente dichiarato, che anche una tirannide terribile quanto quella deʼ più depravati Cesari, non giustificava i sudditi a resistere alla regia autorità: e da ciò egli era cotanto stolto da concludere, che lo intero corpo deʼ Tory gentiluomini e chierici, si sarebbero da lui lasciati spogliare, opprimere ed insultare, senza alzare una mano a difendersi. Eʼ sembra strano che un uomo possa avere trapassato lʼanno cinquantesimo della propria vita, senza scoprire che il popolo talvolta fa ciò che stima illecito: e Giacomo altro fare non doveva che frugarsi nellʼanima, per trovarvi abbondevoli prove a conoscere, che anche un forte sentimento deʼ religiosi doveri non sempre serve a impedire che la fragile creatura umana indulga alle proprie passioni, a dispetto delle leggi divine ed a rischio di terribili pene. Avrebbe dovuto sapere, che comunque egli giudicasse atto peccaminoso lo adulterio, era un adultero; ma nulla valeva a convincerlo che chiunque per principio credeva la ribellione essere peccato, si potesse anche in grande estremità indurre a ribellare. Credeva che la Chiesa Anglicana fosse una vittima paziente, chʼegli poteva senza pericolo oltraggiare e torturare a suo libito; nè si accôrse mai del suo errore se non dopo che vide le Università pronte a coniare le loro argenterie per sussidiare la cassa militare deʼ suoi nemici, e un vescovo lungamente rinomato per la lealtà sua, gettar via la sottana, e cingendo una spada, prendere il comando dʼun reggimento dʼinsorti.

XXXIII. A coteste fatali follie il Re era studiosamente incoraggiato da un ministro, che era già stato esclusionista, e tuttavia seguitava a chiamarsi protestante; voglio dire dal Duca di Sunderland. Le cagioni della condotta di questo immorale uomo politico, sono state spesso erroneamente esposte. Mentre ancora viveva, fu dai Giacomisti accusato di avere, anche avanti il cominciamento del regno di Giacomo, il pensiero di produrre una rivoluzione a favore del principe dʼOrange, e dʼavere, con tale scopo, consigliato il Re a commettere numerose aggressioni contro la costituzione civile ed ecclesiastica del reame: frivola storiella che è stata fino ai dì nostri ripetuta da ignoranti scrittori. Ma nessuno storico bene erudito nel vero, qualunque si vogliano supporre i suoi pregiudicii, si è indotto ad accoglierla, come quella che non riposa sopra nessuna prova; e non vʼè prova che basti a convincere gli uomini assennati, che Sunderland deliberatamente si gettasse nella colpa e nella infamia onde produrre un mutamento di cose, nel quale ei vedeva chiaramente di non poter vantaggiare, e seguito il quale, di fatto ei perdè le immense ricchezze e la influenza che sotto Giacomo possedeva. Nè vi è la più lieve cagione per ricorrere ad una sì strana ipotesi, poichè il vero traspare dalla superficie stessa deʼ fatti. Per quanto tortuosa e subdola fosse la via nella quale cotesto uomo procedeva, la ragione che ve lo aveva spinto era semplice. La sua condotta è da attribuirsi alla possanza della cupidigia e del timore che avvicendavansi in unʼanima molto subietta ad entrambe cotali passioni, e che aveva occhio lesto anzichè acuto. Aveva mestieri di assai più potere e pecunia. Lʼuno ei poteva ottenere solamente a danno di Rochester, e lʼunico modo di conseguirlo a detrimento di Rochester, era quello di accrescere lʼavversione che il Re sentiva pei moderati consigli di Rochester. Danari, ei con grande agevolezza e in gran copia poteva ottenere dalla corte di Versailles; e Sunderland fu sollecito a vendersi a quella. Non aveva nessun vizio gioviale o generoso. Curava poco il vino e la beltà, ma bramava la ricchezza con insaziabile e irrefrenabile cupidigia. La passione del giuoco glʼinfuriava tempestosamente nellʼanima, nè era stata domata da perdite rovinosissime. Il suo avito patrimonio era grande. Egli aveva lungamente occupato uffici lucrosi, e non avea trascurata arte nessuna a renderli più lucrosi; ma la sua mala ventura aʼ giuochi di sorte fu tanta, che i suoi beni diventavano quotidianamente più gravati di debiti. Sperando di disimpacciarsi da tante molestie, rivelava a Barillon tutti i disegni che il governo inglese meditasse ostili alla Francia, ed accennò che, pei tempi che correvano, un Segretario di Stato poteva rendere servigi che Luigi avrebbe fatto opera savia a pagare largamente. Lo ambasciatore disse al proprio signore, che sei mila ghinee era la minore gratificazione che potesse offrirsi ad un così importante ministro. Luigi assentì a dare venticinque mila scudi, somma equivalente a circa cinque mila seicento lire sterline. Fu stabilito che Sunderland riceverebbe annualmente la predetta somma, e che egli in ricompensa farebbe ogni sforzo per impedire il ragunarsi del Parlamento.[59]

Si collegò quindi alla cabala gesuitica, e usò così destramente dellʼinfluenza della cabala, che gli venne fatto di succedere ad Halifax nellʼalta dignità di Lord Presidente, senza rinunziare allʼufficio maggiormente lucroso di Segretario.[60] Sentì nondimeno di non potere ottenere lʼequivalente influenza in Corte, finchè fosse riputato aderente alla Chiesa Anglicana. Tutte le religioni per lui erano una medesima cosa. Nelle private conversazioni aveva costume di parlare con profano dispregio delle cose più sacre. Deliberò, dunque, di dare al Re il diletto e la gloria di avere compita una conversione. Se non che, eravi dʼuopo qualche destrezza a ciò fare. Non vʼè uomo che sia affatto non curante dellʼopinione dei suoi simili; ed anche Sunderland, quantunque non sentisse molto la vergogna, rifuggiva dalla infamia della pubblica apostasia. Rappresentò la parte sua con esimio magistero. Agli occhi del mondo mostravasi protestante; nelle secreto stanze del re, assumeva il contegno di uno che, seriamente affaccendato ad indagare il vero, pressochè persuaso a dichiararsi Cattolico Romano, ed aspettando dʼessere maggiormente illuminato, era pronto a rendere tutti i possibili servigi ai credenti nella vecchia fede. Giacomo, che non ebbe mai grande discernimento, e nelle materie religiose era affatto cieco, in onta alla esperienza che aveva della umana malvagità, della malvagità deʼ cortigiani come classe, e di quella di Sunderland come individuo, si lasciò gabbare inducendosi a credere che la grazia aveva toccato il più falso e indurito deʼ cuori umani. Per molti mesi lo astuto ministro fu considerato in Corte come buon catecumeno, senza mostrarsi al pubblico in sembianza di rinnegato.[61]

Poco dopo, mostrò al Re lʼutilità dʼistituire un comitato secreto di Cattolici Romani, onde consigliare intorno a tutte le cose spettanti allʼinteresse della loro religione. Il comitato adunavasi talvolta nelle stanze di Chiffinch, e talʼaltra negli appartamenti ufficiali di Sunderland, il quale, quantunque fosse tuttavia protestante di nome, era ammesso a tutte le deliberazioni di quello, e tosto giunse a predominarne tutti i membri. Ogni venerdì la cabala gesuitica desinava col Segretario. A mensa conversavano liberamente: e non risparmiavano nè anche le debolezze del Principe, verso il quale intendevano mostrarsi indulgenti. A Petre, Sunderland promise un cappello cardinalizio; a Castelmaine, una magnifica ambasciata a Roma; a Dover, un lucroso comando nelle guardie; e a Tyrconnel, un alto impiego in Irlanda. In tal guisa, stretti insieme dai più forti vincoli dellʼinteresse, costoro cooperavano a cacciare di seggio il Lord Tesoriere.[62]

XXXIV. Vʼerano due membri protestanti del Gabinetto, i quali non presero decisamente parte al conflitto. Jeffreys, in questo tempo, era torturato da una crudele infermità interna, esacerbata dalla intemperanza. In un pranzo che un ricco Aldermanno dètte ad alcuni deʼ principali membri del Governo, il Lord Tesoriere e il Lord Cancelliere ubriacaronsi tanto, che si spogliarono quasi ignudi, e vennero a stento impediti dallo arrampicarsi ad un piuolo per bere alla salute di Sua Maestà. Al pio Tesoriere non toccò altro che i pungoli della maldicenza per lʼosceno baccano; ma il Cancelliere fu assalito da un violento accesso del suo vecchio male. Per qualche tempo fu creduto in gravissimo pericolo di vita. Giacomo mostrossi inquietissimo, pensando di dovere perdere un ministro che gli conveniva sì bene, e disse, con qualche verità, la perdita di un tanto uomo non potersi così di leggieri riparare. Jeffreys, venuto in convalescenza, promise di sostenere ambedue i partiti, aspettando di vedere quale di loro fosse rimasto vittorioso. Esistono tuttora alcune curiose prove della sua doppiezza. È stato già notato che i due diplomatici francesi i quali trovavansi in Londra, sʼerano divisi fra loro la Corte. Bonrepaux era di continuo con Rochester, e Barillon stava con Sunderland. A Luigi nella medesima settimana fu scritto da Bonrepaux, che il Cancelliere era tutto dalla parte del Tesoriere, e da Barillon che il Cancelliere era in lega col Segretario.[63]

XXXV. Godolphin, cauto e taciturno, fece ogni sforzo a serbarsi neutrale. Le opinioni e i desiderii suoi erano senza dubbio con Rochester; ma, per debito dʼufficio, gli era necessario starsi sempre presso alla Regina, chʼei naturalmente voleva tenersi bene edificata. Certo, vʼè ragione a credere chʼegli sentisse per lei un affetto più romantico di quello che spesso nasce nel cuore dei vecchi uomini di Stato; e certe circostanze che adesso è uopo riferire, lʼavevano interamente gettato nelle mani della cabala gesuitica.[64]

Il Re, per quanto fosse uomo dʼindole severa e di grave contegno, rimaneva sotto lo impero delle malìe donnesche, quasi al pari del suo vivace ed amabile fratello. Se non che, la beltà delle leggiadre dame di Carlo non era qualità necessaria a muovere i sensi di Giacomo. Barbera Palmer, Eleonora Gwynn e Luisa de Querouaille annoveravansi tra le più avvenenti donne deʼ tempi loro. Giacomo, mentre era giovane, aveva perduta la libertà propria, era disceso dal proprio grado, e incorso nel dispiacere della propria famiglia per le grossolane fattezze di Anna Hyde. Tosto, a gran sollazzo di tutta la Corte, venne rapito alle braccia di una disavvenente consorte da una concubina anche più disavvenente, cioè da Arabella Churchill. La sua seconda moglie, quantunque avesse venti anni meno di lui, e non fosse spiacevole di viso e di persona, ebbe spessi motivi a lamentare la incostanza del marito. Ma di tutte le sue illecite relazioni, la più forte era quella che lo avvincolava a Caterina Sedley.

XXXVI. Questa donna era figliuola di Sir Carlo Sedley, uno deʼ più gai e dissoluti ingegni della Restaurazione. La licenza deʼ suoi scritti non è compensata da molta grazia e vivacità; ma il prestigio del suo conversare era riconosciuto anche dagli uomini più sobri che non facevano stima del suo carattere. Sedergli accanto in teatro, e udirlo a giudicare dʼuna nuova produzione, considerarsi quale insigne favore.[65] Dryden lo aveva onorato ponendolo precipuo interlocutore nel Dialogo intorno alla Poesia Drammatica. I costumi di Sedley erano tali, che anche in quellʼetà porsero grave argomento di scandalo. Una volta, dopo un baccano, si mostrò ignudo al balcone dʼuna taverna presso Covent Garden, arringando la gente che passava con linguaggio così sconcio e insolente, che fu ricacciato dentro da una pioggia di sassate, venne processato per indecente condotta, condannato ad una grossa multa, e dalla Corte del Banco del Re ricevette una invettiva espressa con energiche parole.[66] La sua figlia ne aveva ereditate le doti e la impudenza. Non aveva alcuna leggiadria di persona, tranne due occhi brillanti, lo splendore deʼ quali, agli uomini di gusto squisito, sembrava fiero e punto donnesco. Era magra di forme, e feroce di portamento. Carlo, benchè amasse di conversare secolei, rideva a vederla sì brutta, e soleva dire che i preti lʼavrebbero dovuta prescrivere a Giacomo come penitenza. Ella conosceva bene di non essere bella, e liberamente scherzava sulla propria disavvenenza. Nondimeno, con istrana incoerenza a sè stessa, amava ornare magnificamente la propria persona, e attirarsi i pungentissimi scherzi del pubblico, comparendo in teatro impiastrata, dipinta, coperta di trine di Bruxelles, e fiammeggiante di diamanti, affettando il grazioso contegno dʼuna giovinetta di diciotto anni.[67]

Non è agevole a spiegare di che natura fosse la influenza che ella esercitava sopra lʼanimo di Giacomo. Ei più non era giovine. Era religioso; almeno desiderava fare per la propria religione sforzi e sacrifici, da cui la più parte di coloro che si chiamano uomini religiosi avrebbero abborrito. Sembra strano che vi fossero al mondo attrattive le quali valessero a gettarlo in un modo di vita chʼegli avrebbe dovuto considerare altamente criminoso: e in questo caso, niuno poteva intendere in che consistevano tali attrattive. La stessa Caterina era stupefatta della violenta passione del suo reale amante. «Eʼ non può essere per la mia bellezza» diceva essa, «poichè bisogna che egli veda che io non sono punto bella; non può essere per il mio spirito, poichè egli non ne ha tanto da conoscere chʼio ne abbia alcuno.»

Il Re, come fu asceso al trono, pel sentimento della nuova responsabilità che pesava sopra lui, aperse per qualche tempo lʼanima propria alle impressioni religiose. Fece ed annunziò molte buone determinazioni, parlò pubblicamente con gran severità degli empii e licenziosi costumi di quel tempo, e in privato assicurò la Regina e il confessore che non avrebbe mai più veduta Caterina Sedley. Le scrisse difatti scongiurandola di abbandonare gli appartamenti da lei occupati in Whitehall, e di trasferirsi in una casa in Saint Jamesʼs Square, che le era stata, a spese di lui, splendidamente addobbata. Le promise nel tempo stesso di darle una grossa pensione dalla sua borsa privata. Caterina, destra, forte, intrepida, e conscia del proprio potere, lo compiacque. Dopo pochi mesi, cominciossi a vociferare che Chiffinch aveva di nuovo ripreso lʼesercizio del proprio ufficio, e che la druda spesso andava e veniva per lʼuscio segreto, pel quale fu fatto passare Padre Huddleston allorquando portò lʼEucaristia al moribondo Carlo. Eʼ sembra che i ministri protestanti del Re sperassero che la cecità del loro signore per cotesta donna, lo avrebbe guarito della cecità assai più perniciosa che lo spingeva aʼ danni della loro religione. Caterina aveva tutti i requisiti che le erano necessari a governare i sentimenti e gli scrupoli del Re, e porgli in piena luce dinanzi allo sguardo tutte le difficoltà e i pericoli contro ai quali ei correva ad urtare a capo fitto.

XXXVII. Rochester, campione della Chiesa, sforzossi di accrescere siffatta influenza. Ormond, che è popolarmente considerato come la personificazione di tutto ciò che vʼè di più puro ed elevato in un Inglese Cavaliere, approvò quel disegno. Perfino Lady Rochester non arrossì di cooperarvi, e con riprovevolissimi mezzi. Si tolse lo incarico di dirigere la gelosia dellʼoffesa moglie contro una giovinetta che era al tutto innocente. Tutta la Corte notò i modi freddi ed aspri con che la Regina trattava la povera fanciulla sospetta; ma la cagione del mal umore della Maestà Sua era un mistero. Per alcun tempo, cotesto intrigo andò innanzi con prospero successo e con segretezza. Caterina spesso ripeteva chiaramente al Re ciò che i Lordi protestanti del Consiglio osavano appena accennare con delicate parole. Gli diceva come la sua Corona corresse gravissimo pericolo: il vecchio pazzo Arundell e il furfante Tyrconnel lo condurrebbero alla rovina. Può darsi che le carezze di lei avessero potuto fare ciò che gli sforzi insieme congiunti della Camera deʼ Lordi e di quella deʼ Comuni, della Casa dʼAustria e della Santa Sede, non erano riusciti ad ottenere, se non fosse stata una strana avventura che fece onninamente mutare aspetto alle cose. Giacomo, in un accesso di amorosa insania, deliberò di creare la sua druda Contessa di Dorchester di proprio diritto. Caterina misurò tutto il pericolo di tal passo, e ricusò un onore che le avrebbe suscitata contro la invidia altrui. Lo amante ostinossi, e pose di forza il diploma nelle mani di lei. Ella infine accettò ad un patto, che serve a mostrare quanta fiducia avesse nella propria potenza e nella debolezza di lui. Gli fece solennemente promettere di non lasciarla giammai; ma che volendola lasciare, le dovesse annunziare egli stesso la propria risoluzione, e concederle un abboccamento.

Appena divulgossi la nuova dello innalzamento di lei, tutto il palazzo fu sossopra. La Regina sentì ribollirsi nelle vene il fervido sangue italiano. Altera della giovinezza e dellʼavvenenza propria, dellʼalto grado e della intemerata castità, non potè senza strazio di dolore e di rabbia vedersi abbandonata ed insultata per una simile rivale. Rochester, rammentando forse con quanta pazienza, dopo una breve lotta, Caterina di Braganza aveva acconsentito ad usare cortesia alle concubine di Carlo, aveva sperato che, dopo un poco di lamento e di sdegno, Maria di Modena si sarebbe mostrata egualmente sommessa. Eʼ non fu così. Nè anche si provò di ascondere agli occhi del mondo la violenza delle proprie emozioni. Quotidianamente, i cortigiani che andavano a vederla desinare, notavano come le vivande erano riportate via senza chʼella le avesse assaggiate. Le lacrime le scorrevano giù per le guance alla presenza di tutto il cerchio deʼ ministri e degli ambasciatori. Al Re parlò con veemenza. «Lasciatemi andare» esclamò. «Avete fatta la vostra druda contessa; fatela regina. Strappate dal mio capo la corona, e mettetela sopra il suo. Solo lasciatemi seppellire in qualche convento, chʼio non la vegga mai più.» Poi, con più calma, gli chiese in che guisa egli potesse conciliare la sua riprovevole condotta con lo spirito religioso di cui faceva mostra. «Voi siete pronto» disse ella «a porre a repentaglio il vostro Regno per la salute dellʼanima vostra, e nondimeno vi dannate lʼanima per amore di siffatta donna.» Padre Petre, prostrato sulle ginocchia, secondava la Regina. Era suo debito così fare; e lo adempiva valorosamente, poichè era connesso con lʼutile proprio. Il Re per qualche tempo si confessò peccatore, e si mostrò pentito. Nelle ore in che lo assalivano i rimorsi, faceva severe penitenze. Maria serbò fino allʼultimo dì di sua vita, e morente la legò al convento di Chaillot, la disciplina con che Giacomo aveva scontate le proprie peccata flagellandosi vigorosamente le spalle. Nulla, fuorchè lo allontanamento di Caterina, avrebbe potuto porre fine a cotesto conflitto tra un abietto amore ed una superstizione abietta. Giacomo le scrisse, supplicandola e comandandole di partire. Confessava di averle promesso che le avrebbe detto addio col proprio labbro. «Ma conosco pur troppo» soggiungeva «lo impero che voi avete sopra di me. Non avrei forza dʼanimo bastevole a tenermi fermo nella mia risoluzione, se consentissi a rivedervi.» Le offerse un legno per trasportarla, con tutti i comodi e il decoro, alle Fiandre; e le minacciò che ove non si fosse indotta ad andarsene quietamente, sarebbe stata mandata via per forza. La donna, in sulle prime, provò di destare la pietà del Re fingendosi inferma. Poscia prese il contegno dʼuna martire, ed impudentemente si spacciò di patir tanto per la religione protestante. Riprese quindi i modi di Giovanni Hampden, sfidando il re a mandarla via; nel quale caso se ne sarebbe richiamata ai tribunali. Finchè la Magna Carta e lʼHabeas Corpus erano leggi del Regno, ella voleva starsi dove meglio le talentasse. «E in Fiandra» gridò ella «giammai! Ho imparato una cosa dalla Duchessa di Mazzarino mia amica, ed è di non fidarmi mai dʼun paese dove siano conventi.» Alla perfine, elesse lʼIrlanda come luogo dʼesilio, probabilmente perchè ivi era vicerè il fratello di Rochester suo protettore. E dopo molto indugiare, ella si partì, lasciando vittoriosa la Regina.[68]

La storia di questo stranissimo intrigo sarebbe incompiuta, ove non aggiungessi che esiste tuttora una meditazione religiosa, scritta di mano propria dal Lord Tesoriere, nel giorno stesso in cui la notizia chʼegli si provava di governare il suo signore per mezzo dʼuna concubina, fu trasmessa da Bonrepaux a Versailles. Nessun componimento di Ken o di Leighton è imbevuto di spirito più fervido e di pietà più esaltata, che questa religiosa effusione. Non può tenersi in sospetto dʼipocrisia; imperocchè manifesto si conosce che quello scritto doveva solo servire per uso privato dello scrittore, e non fu pubblicato se non cento e più anni dopo chʼegli giaceva cenere ed ossa dentro il sepolcro. Fino a tal segno la storia supera in istranezza la finzione! ed è pur troppo vero che la natura ha capricci che lʼarte non osa imitare. Un poeta drammatico mal si rischierebbe a porre sulla scena un principe severo, nel verno degli anni, pronto a sacrificare la corona per giovare la propria religione, instancabile nel fare proseliti, che ad unʼora abbandonava ed insultava la moglie giovine e bella, per vaghezza d1 una druda che non aveva nè giovinezza nè beltà. Anche meno, se pure è possibile, un drammaturgo ardirebbe immaginare un uomo di Stato che si abbassi al vergognoso mestiere di mezzano dʼamore, e chiami la propria moglie ad aiutarlo in quel disonorevole ufficio; e nulladimanco, nei momenti dʼozio, ridottosi nel domestico ritiro, innalzi lʼanima a Dio, spargendo lacrime di penitenza e recitando devote giaculatorie.[69]

XXXVIII. Il Tesoriere presto sʼaccôrse che servendosi di mezzi scandalosi per giungere ad un laudevole fine, aveva commesso non solo un delitto ma uno sbaglio. Adesso la Regina gli era divenuta nemica. Ella fece sembiante, a dir vero, di ascoltare con cortesia le parole con che gli Hydes tentarono di scusare, come meglio poterono, la propria condotta; e in alcune occasioni mostrò di usare la sua influenza a favor loro: ma avrebbe dovuto essere o da più o da meno che non è una donna, se avesse veramente dimenticata la congiura ordinata dalla famiglia della prima moglie di Giacomo contro la sua dignità e felicità domestica. I Gesuiti, con rigorose parole, dimostrarono al Re il pericolo dal quale era, quasi per miracolo, campato, dicendo come la riputazione, la pace e lʼanima di lui fossero state poste a repentaglio per le trame del suo primo ministro. Il Nunzio, che volentieri avrebbe frustrato la influenza del partito violento, e cooperato cogli uomini moderati del Gabinetto, non potè onestamente e decentemente dividersi in questa occasione da Padre Petre. Lo stesso Giacomo, dopo che il mare lo ebbe partito dalle malìe onde era stato sì fortemente affascinato, non potè non sentire ira e dispregio verso coloro i quali sʼerano studiati di governarlo per mezzo deʼ suoi vizi. Le cose successe era mestieri che gli facessero maggiormente stimare la sua Chiesa, e disistimare quella dʼInghilterra. I Gesuiti che, come correva la moda, erano chiamati i più pericolosi deʼ consiglieri spirituali, sofisti che sovvertivano tutto il sistema della morale evangelica, adulatori che andavano debitori del proprio potere principalmente alla indulgenza con cui trattavano i peccati deʼ grandi, lo avevano ritratto da una vita colpevole con rimproveri acri ed arditi, come quelli che Natan fece a David, o Giovanni Battista ad Erode. Dallʼaltra parte, i fervidi Protestanti, che parlavano sempre della rilassatezza deʼ casisti papali, e della malvagità di operare il male perchè se ne potesse conseguire il bene, avevano tentato di procurare il bene della propria Chiesa per una via considerata da ogni cristiano come gravemente criminosa. La vittoria della cabala deʼ pessimi consiglieri fu quindi compiuta. Il Re trattò freddamente Rochester. I cortigiani e i ministri stranieri tosto si accôrsero che il Lord Tesoriere era primo ministro solamente di nome. Seguitò a dare consigli ogni giorno, ed ebbe lʼonta di vederli ogni giorno rigettati. Nulladimeno, non sapeva indursi ad abbandonare quellʼapparenza di potere, e gli emolumenti che direttamente e indirettamente ei ricavava dal suo alto ufficio. Fece quindi quanto potè per nascondere agli occhi del pubblico lʼamarezza dellʼanima sua. Ma le sue violenti passioni e le sue intemperanti abitudini non gli concedevano di sostenere la parte di simulatore. Il suo conturbato aspetto, sempre che egli usciva dalla sala del Consiglio, mostrava che non erano stati lieti i momenti ivi passati; e quando il bicchiere gli scaldava il cervello, gli fuggivano di bocca parole che manifestamente rivelavano la inquietudine dellʼanimo.[70]

E aveva ragione dʼessere inquieto. Glʼindiscreti e impopolari provvedimenti si succedevano rapidamente lʼun lʼaltro. Ogni pensiero di ritornare alla politica della Triplice Alleanza era abbandonato. Il Re esplicitamente confessò ai ministri di queʼ potentati continentali, coi quali già aveva avuto intendimento di collegarsi, che aveva affatto mutato pensiero, e che lʼInghilterra doveva seguitare ad essere, come era stata sotto lʼavo, il padre e il fratello suoi, di nessun conto in Europa. «Non sono in condizioni» ei disse allo Ambasciatore Spagnuolo «dʼimpacciarmi di ciò che accade fuori deʼ miei Stati. Sono risoluto di lasciare che le faccende straniere piglino il loro corso, di consolidare lʼautorità mia nel mio Regno, e di fare qualche cosa a pro della mia religione.» Pochi giorni dipoi manifestò i medesimi intendimenti agli Stati Generali.[71] Da quel tempo sino alla fine del suo ignominioso regno, non fece alcuno positivo sforzo a trarsi di vassallaggio, quantunque non potesse mai, senza dare in furore, sentirsi chiamare vassallo.

I due fatti onde il pubblico si accôrse che Sunderland e il suo partito avevano vinto, furono la proroga del Parlamento dal febbraio al maggio, e la partenza di Castelmaine per Roma, col grado dʼambasciatore di primissima classe.[72]

Fino allora tutti gli affari del Governo Inglese alla Corte Papale erano stati affidati a Giovanni Caryl. Questo gentiluomo era noto ai suoi coetanei come persona ricca e educata, e come autore di due opere drammatiche applaudite; cioè dʼuna tragedia in versi rimati, che era stata resa popolare dallʼinsigne attore Betterton; e di una commedia, che dʼogni suo pregio va debitrice alle scene rubate a Molière. Questi componimenti sono da lungo tempo caduti in oblio; ma ciò che Caryl non valse a fare a suo pro, è stato fatto per lui da un più possente ingegno. Un mezzo verso nel Riccio Rapito ha reso immortale il suo nome.

XXXIX. Caryl, il quale al pari di tutti gli altri rispettabili Cattolici Romani era nemico alle misure violente, aveva con buon senso e buon animo adempiuto il suo delicato incarico a Roma. La commissione affidatagli ei compì lodevolmente; ma non aveva carattere officiale, e studiosamente schivò ogni dimostrazione. E però i suoi servigi furono quasi di nessuna spesa al Governo, e non provocarono mormorazioni. Al suo ufficio venne adesso sostituita una dispendiosa e pomposa ambasciata, che offese grandissimamente il popolo inglese, mentre non piacque punto alla Corte di Roma. Castelmaine ebbe lo incarico di domandare un cappello cardinalizio pel suo alleato Padre Petre.

Verso il medesimo tempo, il Re cominciò a mostrare, in modo non equivoco, ciò che veramente sentiva verso gli esuli Ugonotti. Mentre sperava di sedurre il Parlamento a mostrarsi sommesso, e intendeva di farsi capo della coalizzazione europea contro la Francia, aveva simulato di biasimare la revoca dello editto di Nantes, e commiserare quegli infelici dalla persecuzione cacciati lungi dalle patrie contrade. Aveva fatto annunziare che in ogni chiesa del Regno si sarebbe fatta, con la sua approvazione, una colletta a beneficio loro. Un apposito proclama era stato compilato con parole che avrebbero ferito lʼorgoglio di un sovrano meno irritabile e vanaglorioso di Luigi. Ma adesso tutto mutò dʼaspetto. I principii del trattato di Dover diventarono di nuovo i fondamenti della politica estera dellʼInghilterra. Si fecero quindi ampie apologie per la scortesia con cui il Governo Inglese aveva agito verso la Francia mostrando favore ai fuorusciti francesi. Il proclama che era spiaciuto a Luigi, fu revocato.[73] I ministri Ugonotti furono avvertiti di parlare con riverenza del loro oppressore neʼ loro pubblici discorsi; se no, avrebbero corso pericolo. Giacomo non solo cessò di manifestare commiserazione per queʼ malarrivati, ma dichiarò di credere che essi covassero perfidissimi disegni, e confessò di avere errato proteggendoli. Giovanni Claude, uno deʼ più illustri fuorusciti, aveva pubblicato nel continente un piccolo volume, nel quale dipingeva con tinte vigorose i patimenti deʼ suoi confratelli. Barillon chiese che il libro venisse solennemente vituperato. Giacomo assentì, e in pieno Consiglio dichiarò, come fosse suo piacere che il libello di Claude venisse bruciato dinanzi la Borsa Reale per mano del boia. Anche Jeffreys ne rimase attonito, e provossi di mostrare che siffatto procedimento era senza esempio; che il libro era scritto in lingua straniera; che era stato stampato in una tipografia straniera; che si riferiva interamente a fatti successi in un paese straniero; e che nessun Governo inglese sʼera mai impacciato di tali opere. Giacomo non patì che la questione venisse discussa. «La mia deliberazione» disse egli «è fatta. Oramai è nata lʼusanza di trattare i Re con poco rispetto, ed è mestieri che tutti vicendevolmente si difendano. Un Re dovrebbe essere sempre il sostegno dellʼaltro; ed io ho ragioni particolari per rendere al Re di Francia questo atto di rispetto.» I consiglieri stettero muti. Lʼordine fu emanato; e il libro di Claude fu dato alle fiamme, non senza alte mormorazioni di molti che erano stati ognora riputati fermi realisti.[74]

La colletta, già promessa, fu per lungo tempo per vari pretesti differita. Il Re volentieri avrebbe mancato alla sua parola; ma lʼaveva così solennemente data, che non poteva, senza somma vergogna, ritirarla.[75] Non per tanto, nulla fu omesso che potesse intiepidire lo zelo delle congregazioni. Aspettavasi che, secondo la costumanza solita in simili casi, il popolo venisse esortato dai pulpiti. Ma Giacomo era determinato di non tollerare declamazioni contro la religione e lʼalleato suo. Lo arcivescovo di Canterbury ebbe, perciò, ordine di far sapere al clero, che si doveva semplicemente leggere il regio proclama, senza presumere di predicare intorno ai patimenti deʼ protestanti francesi.[76] Nondimeno, le offerte furono in tanta copia, che, fatta ogni deduzione, la somma di quaranta mila lire sterline venne depositata nella Camera di Londra. Forse non vʼè stata nellʼetà nostra colletta così generosa in proporzione deʼ mezzi della nazione.[77]

Il Re rimase amaramente mortificato da sì generosa colletta, fattasi in ubbidienza al suo invito. Sapeva bene, disse egli, che cosa significava tale liberalità. Era un puro dispetto che i Whig avevano inteso di fare a lui ed alla sua religione;[78] ed aveva già deciso che la somma raccolta non servisse per coloro che i donatori volevano beneficare. Era stato per parecchie settimane in istretta comunicazione intorno a questo negozio con la Legazione. Francese; ed approvante la Corte Francese, si appigliò ad un partito che non può di leggieri conciliarsi coʼ principii di tolleranza chʼegli poscia pretese di professare. I fuorusciti erano zelanti del culto e della disciplina deʼ Calvinisti. Giacomo, quindi, fece comandamento che a niuno fosse dato un tozzo di pane o una cesta di carbone, se prima non avesse prestato il giuramento a seconda del rituale anglicano.[79] È cosa strana che questo inospitale provvedimento fosse stato immaginato da un principe, il quale considerava lʼAtto di Prova come un oltraggio fatto ai diritti della coscienza: imperocchè, per quanto ingiusto possa essere lʼimporre un Atto di Prova con sacramento onde chiarirsi se gli uomini meritino occupare gli uffici civili e militari, è senza alcun dubbio assai più ingiusto imporre il detto sacramento per conoscere se essi, nella estrema miseria, meritino carità. Nè Giacomo aveva la scusa che potrebbe allegarsi a scemare la colpa da tutti quasi i persecutori; perocchè la religione chʼegli imponeva ai fuorusciti, a pena di lasciarli morire di fame, non era la religione chʼegli professava. La sua condotta, adunque, verso loro era meno scusabile di quella di Luigi: poichè costui gli oppressava sperando di ricondurli da una dannevole eresia alla vera Chiesa; Giacomo gli opprimeva solo onde costringerli ad apostatare da una dannevole eresia, ed abbracciarne unʼaltra.

Una Commissione, nella quale era il Cancelliere, fu istituita a distribuire le pubbliche limosine. Nella prima adunanza, Jeffreys manifestò la volontà del Re. Disse che i fuorusciti erano troppo generalmente nemici della monarchia e dello episcopato. Se volevano ottenere qualche sussidio, era mestieri che si convertissero alla Chiesa Anglicana, e prestassero il giuramento nelle mani del suo cappellano. Molti esuli che erano andati pieni di gratitudine e di speranza a chiedere qualche soccorso, udirono la propria sentenza, e con la disperazione nel cuore partironsi.[80]

XL. Si appressava il mese di maggio, mese stabilito per la ragunanza delle Camere; ma furono di nuovo prorogate sino a novembre.[81] Non era strano che il Re aborrisse di vederle adunate; imperciocchè era risoluto di abbracciare una politica che egli sapeva bene essere da loro detestata. Daʼ suoi predecessori aveva ereditate due prerogative, i confini delle quali non sono stati rigorosamente definiti, e che, esercitate illimitatamente, basterebbero a sovvertire tutto lʼordinamento politico dello Stato e della Chiesa. Erano il potere di dispensare e la supremazia ecclesiastica. Per virtù dellʼuno, il Re propose di ammettere i Cattolici Romani, non solo agli uffici civili e militari, ma anche agli spirituali. Per virtù dellʼaltra, sperava di rendere il clero anglicano strumento della distruzione della loro propria Chiesa.

Questo disegno si venne gradatamente esplicando da sè. Non si stimò sicuro cominciare concedendo allo intero corpo deʼ Cattolici Romani dispensa dagli statuti che imponevano pene e giuramenti; perciocchè non vʼera cosa che fosse così pienamente stabilita come la illegalità di una tale dispensa. La Cabala nel 1672 aveva promulgata una dichiarazione generale dʼIndulgenza. I Comuni, appena adunatisi, protestarono contro. Carlo II aveva ordinato che fosse cassata in sua presenza, ed aveva di propria bocca e con un messaggio scritto data assicurazione alle Camere, che lʼatto che aveva cagionato tanto lamento, non sarebbe stato mai considerato come esempio precedente. Sarebbe stato difficile trovare in tutti i collegi dʼavvocati un giureconsulto di qualche riputazione, che avesse voluto difendere una prerogativa, alla quale il Sovrano, assiso sul trono in pieno Parlamento, aveva solennemente pochi anni innanzi rinunziato. E però, il primo fine che Giacomo si prefissse, fu quello dʼottenere che le Corti di Diritto Comune riconoscessero chʼegli, almeno fino a questo segno, possedeva la potestà di dispensare.

XLI. Ma, quantunque le sue pretese fossero modiche in agguaglio di quelle che manifestò pochi mesi dopo, si accôrse tosto che gli stava contro lʼopinione di quasi tutta Westminster Hall. Quattro deʼ giudici gli fecero intendere, che in questa occasione non potevano secondare il suo proponimento; ed è da notarsi che tutti e quattro erano Tory violenti, e fra essi vʼerano uomini che avevano accompagnato Jeffreys nella sua missione di sangue, e che avevano assentito alla morte di Cornish e dʼElisabetta Gaunt. Jones, Capo Giudice deʼ Piati Comuni, uomo che non sʼera mai prima ricusato a nessuna bassa azione, comunque crudele e servile, adesso parlò nel gabinetto regio con parole che sarebbero state convenevoli alle labbra deʼ magistrati più integerrimi di cui faccia ricordo la storia nostra. Gli fu detto chiaramente, o di smettere la propria opinione, o lasciare lʼimpiego. «In quanto al mio impiego» rispose, «poco mi curo. Ormai son vecchio, e mi son logorata la vita in servizio della Corona; ma rimango mortificato nel vedere che Vostra Maestà mi stimi capace di dare un giudicio che nessuno, tranne un uomo stolto e disonesto, potrebbe dare.»—«Ho risoluto» disse il Re «di avere dodici giudici i quali la pensino come me in questo negozio.»—«La Maestà Vostra» rispose Jones «potrebbe trovare dodici giudici che la pensino come Voi, ma non dodici giurisperiti.»[82] Fu destituito, con Montague, Capo Barone dello Scacchiere; e due altri giudici inferiori, Neville e Charlton. Uno deʼ nuovi giudici era Cristoforo Milton, fratello minore del gran poeta. Poco si sa di Cristoforo, salvo che a tempo della guerra civile era stato realista, e che adesso, giunto alla vecchiezza, pendeva verso il papismo. Non pare che si convertisse mai formalmente alla Chiesa di Roma; ma certo scrupoleggiava a comunicare con la Chiesa dʼInghilterra, ed aveva quindi un forte interesse a difendere la potestà di dispensare.[83]

Il Re trovò i suoi consiglieri giuristi disubbidienti quanto i giudici. Il primo che seppe di dovere difendere la potestà di dispensare, fu lʼAvvocato Generale Heneage Finch. Senza tanti andirivieni, ricusò di farlo, e il dì dopo fu destituito dallʼufficio.[84] Al Procuratore Generale Sawyer fu ingiunto di rilasciare ordini per autorizzare i membri della Chiesa di Roma ad occupare i beneficii pertinenti a quella dʼInghilterra. Sawyer era stato profondamente implicato nelle più crude e inique persecuzioni di quel tempo, ed era daʼ Whig abborrito come uomo che aveva le mani imbrattate del sangue di Russell e di Sidney; ma in questa occasione non mostrò difetto dʼonestà e di fermezza. «Sire,» disse egli «questo non importa dispensare semplicemente da uno statuto; ma vale il medesimo che annullare lʼintero Diritto Statutario, da Elisabetta fino a noi. Io non oso porvi mano; e scongiuro la Maestà Vostra a considerare se una tanta aggressione ai diritti della Chiesa sia dʼaccordo con le ultime promesse che avete generosamente fatte.»[85] Sawyer sarebbe stato come Finch destituito, se il Governo avesse potuto trovargli un successore: ma ciò non era cosa di poco momento. Era necessario, a proteggere i diritti della Corona, che uno almeno deʼ legali della Corona fosse uomo dotto, abile ed esperto; e non era da trovarsi un tale uomo che difendesse la potestà di dispensare. Al Procuratore Generale fu, dunque, per pochi mesi lasciato lʼimpiego. Tommaso Powis, uomo da nulla, che non aveva altri requisiti, dalla servilità allʼinfuori, per occupare qualche alto ufficio, fu nominato Avvocato Generale.

XLII. Gli apparecchi preliminari erano ormai compiti. Vʼerano un Avvocato Generale per difendere la potestà di dispensare, e dodici giudici per decidere a favore di quella. La questione, adunque, fu sollecitamente messa in campo. Sir Eduardo Hales, gentiluomo di Kent, erasi convertito al papismo in tempi neʼ quali niuno poteva impunemente dichiararsi papista. Aveva tenuta secreta la propria conversione, e tutte le volte che ne veniva richiesto, affermava dʼessere Protestante con solennità tale, da dare poco credito ai suoi principii. Come Giacomo ascese al trono, non vi fu mestieri di simulazione. Sir Eduardo apostatò pubblicamente, e ne ebbe in ricompensa il comando dʼun reggimento di fanteria. Lo aveva tenuto per più di tre mesi senza prestare il giuramento. Era quindi soggetto alla pena di cinquecento lire sterline, che chi lo avesse accusato poteva ricuperare per via dʼazione di debito. Un uomo di condizione servile fu adoperato a portare lʼazione nella Corte del Banco del Re. Sir Eduardo non negò i fatti allegati contro lui, ma disse di possedere lettere patenti, che lo autorizzavano a tenere il suo ufficio, malgrado lʼAtto di Prova. Lo accusatore ammise che le ragioni di Sir Eduardo erano vere in fatto, ma negò che quella fosse una soddisfacente risposta. Così fu fatta una semplice questione di diritto da decidersi dalla Corte. Un avvocato che era notissimo strumento del Governo, comparve per il simulato accusatore, e fece alcune lievi obiezioni alle ragioni allegate dallʼaccusato. Il nuovo Avvocato Generale rispose. Il Procuratore Generale non prese parte al giudicio. Il Lord Capo Giudice, Sir Eduardo Herbert, profferì la sentenza. Annunziò dʼavere esposta la questione a tutti i dodici giudici, e che undici di loro opinavano che il Re potesse legittimamente dispensare dagli statuti penali nei casi particolari, e per ragioni di grave importanza. Il Barone Street, lʼunico che dètte il voto contrario, non fu destituito dallʼufficio. Era uomo così immorale, che era abborrito perfino dai suoi stessi parenti, e che il Principe dʼOrange, a tempo della Rivoluzione, fu avvertito di non ammetterlo al suo cospetto. Il carattere di Street rende impossibile il credere che egli avesse voluto mostrarsi più scrupoloso deʼ suoi colleghi. Il carattere di Giacomo rende impossibile il credere che un Barone dello Scacchiere, mostratosi disubbidiente, fosse stato lasciato nellʼimpiego. Non può esservi alcun dubbio ragionevole che il giudice dissenziente, come lʼaccusatore e il costui difensore, non avessero agito dʼaccordo. Importava assai che vi fosse grande preponderanza dʼautorità a favore della potestà di dispensare; ed era al pari importante che il Banco, che era stato studiosamente ricomposto per quella circostanza, avesse lʼapparenza dʼessere indipendente. Ad un giudice, quindi, che era il meno rispettabile deʼ dodici, fu permesso, e più probabilmente comandato, di votare contro la prerogativa.[86]

La potestà in tal modo riconosciuta dalle Corti di Legge, non fu lasciata inoperosa. Un mese dopo la sentenza proferita dal Banco del Re, quattro Lordi cattolici romani furono chiamati al Consiglio Privato. Due di loro, Powis e Bellasyse, appartenevano al partito moderato, e probabilmente accettarono lʼufficio con repugnanza e con molti tristi presentimenti. Gli altri due, Arundell e Dover, non avevano cosiffatti presentimenti.[87]

XLIII. La potestà di dispensare fu, nel medesimo tempo, adoperata a rendere i Cattolici Romani atti ad occupare i beneficii ecclesiastici. Il nuovo Avvocato Generale prontamente emanò i decreti che Sawyer aveva ricusato di fare. Uno di questi decreti fu in favore dʼuno sciagurato che aveva nome Eduardo Sclater, e che possedendo due beneficii, voleva tenerli a qualunque costo, e in tutte le vicissitudini. La domenica delle Palme del 1686, egli amministrò la comunione ai suoi parrocchiani secondo il rito della Chiesa Anglicana. Nella seguente domenica della Pasqua, celebrò la Messa. La regia dispensa lo autorizzò a fruire degli emolumenti deʼ suoi beneficii. Alle rimostranze deʼ patroni che gli avevano conferiti, rispose con insolenti parole di provocazione; e mentre alla causa deʼ Cattolici Romani spirava prospero il vento, ei pubblicò un assurdo trattato in difesa della propria apostasia. Ma pochi giorni dopo la Rivoluzione, una gran folla convenne nel tempio di Santa Maria nel Savoy, per vederlo rientrare nel grembo della religione da lui abbandonata. Leggendo lʼabjura, le lacrime gli scendevano copiose giù per le guance, e profferì unʼacre invettiva contro i preti papisti, dalle arti deʼ quali era stato sedotto.[88]

Con non minore infamia si condusse Obadia Walker. Era vecchio prete della Chiesa Anglicana, e ben noto nella Università dʼOxford come uomo dotto. Sotto il regno di Carlo, era venuto in sospetto dʼinclinare al papismo, ma esteriormente erasi conformato alla religione stabilita, ed infine era stato eletto Maestro o Rettore del Collegio Universitario. Subito dopo che Giacomo ascese al trono, Walker deliberò di gettar via la maschera con che fino allora sʼera coperto. Si astenne dal culto anglicano, e con alcuni convittori e sottograduati da lui pervertiti, ascoltava giornalmente la Messa nel proprio appartamento. Uno deʼ primi atti del nuovo Avvocato Generale, fu di fare un decreto che autorizzava Walker e i suoi proseliti a ritenere i loro beneficii, non ostante la loro apostasia. Furono tosto chiamati deʼ muratori, perchè trasformassero in oratorio due file di stanze. In pochi giorni nel Collegio Universitario celebraronsi pubblicamente i riti cattolici romani. Vi fu posto a cappellano un Gesuita. Vi fu allogata una tipografia con licenza regia, per istampare i libri cattolici romani. Per lo spazio di due anni e mezzo, Walker seguitò a guerreggiare contro il protestantismo con tutto il rancore dʼun rinnegato: ma quando la fortuna mutò faccia, ei mostrò che gli mancava il coraggio dʼun martire. Fu tratto alla barra della Camera deʼ Comuni perchè rendesse ragione della propria condotta, e fu tanto vigliacco da protestare di non aver mai mutato religione, nè mai cordialmente approvate le dottrine della Chiesa di Roma, e di non essersi mai provato a convertire a quella nessun uomo. Non valeva lʼincomodo di violare gli obblighi più sacri della legge e della fede data per convertire uomini come Walker.[89]

XLIV. Dopo breve tempo, il Re fece un passo più innanzi. A Sclater e Walker era stato solamente permesso di tenere, dopo dʼessersi fatti papisti, i beneficii già loro concessi mentre si dicevano protestanti. Conferire unʼalta dignità nella Chiesa Anglicana ad un aperto nemico di quella, era un atto più audace che rompeva le leggi e la reale promessa. Ma non vʼera provvedimento che a Giacomo paresse ardito. Il decanato di Christchurch divenne vacante. Quellʼufficio, e per dignità e per emolumenti, era uno deʼ più considerevoli nella Università di Oxford. Al decano era affidato il governo di un maggior numero di giovani di cospicue parentele e di grandi speranze, che si potesse trovare in qualunque altro collegio. Egli era parimente il capo di una cattedrale. Con ambedue questi caratteri, era necessario chʼegli appartenesse alla Chiesa Anglicana. Nondimeno, Giovanni Massey, che manifestamente era membro della Chiesa di Roma, e che altro merito non aveva, tranne dʼesser membro di quella Chiesa, fu, per virtù della potestà di dispensare, nominato allʼufficio predetto; e tosto dentro le mura di Christchurch fu innalzato un altare, dove ogni giorno si celebrava la Messa.[90] Al Nunzio il Re disse, che come aveva fatto in Oxford, così tra breve farebbe in Cambrigde.[91]

XLV. Non pertanto, anche ciò era lieve male in paragone di quello che i Protestanti avevano buone ragioni a temere. Sembrava assai probabile che lʼintero governo della Chiesa Anglicana verrebbe, tra poco tempo, posto nelle mani deʼ suoi mortali nemici. Vʼerano tre insigni sedi vacanti; quella di York, quella di Chester e quella dʼOxford. Il vescovato dʼOxford fu dato a Samuele Parker, parassito; la cui religione, se pure egli aveva religione alcuna, era quella di Roma; e che si chiamava protestante, solo perchè aveva lʼimpaccio dʼuna moglie. «Io voleva» disse il Re ad Adda «nominare un aperto cattolico: ma il tempo non è ancora giunto. Parker è bene disposto per noi; sente come noi; ed a poco per volta convertirà tutto il suo clero.»[92] Il vescovato di Chester, vacante per la morte di Giovanni Pearson, uomo di grande rinomanza e come filologo e come teologo, fu conferito a Tommaso Cartwright, anche più abietto parassito di Parker. Lo arcivescovato di York rimase varii anni vacante. E non potendosi a ciò allegare nessuna buona ragione, sospettavasi che il Re differisse la nomina, finchè si potesse rischiare di porre quellʼinsigne mitra sul capo dʼun papista. E veramente, egli è molto probabile che il senno e la buona disposizione del Papa salvassero da tanto oltraggio la Chiesa Anglicana. Senza speciale dispensa del Papa, nessun Gesuita poteva divenire vescovo; e non vi fu mai modo dʼindurre Innocenzo ad accordarla a Petre.

XLVI. Giacomo nè anche dissimulò lo intendimento che aveva di giovarsi con vigore e sistematicamente di tutti i poteri che aveva come capo della Chiesa stabilita, per distruggerla. Disse con chiare parole, che per opera della divina Provvidenza, lʼAtto di Supremazia sarebbe stato il mezzo di richiudere la fatale ferita da esso inflitta nel corpo della Chiesa universale. Enrico ed Elisabetta avevano usurpato un dominio che di diritto apparteneva alla Sede. Tale dominio, nel corso della successione, era venuto nelle mani di un principe ortodosso, il quale lo terrebbe come deposito appartenente alla Santa Sede. La legge gli dava potestà di reprimere gli abusi spirituali: e il primo di quelli chʼegli intendeva reprimere, era la libertà con cui il clero anglicano difendeva la propria religione e combatteva contro le dottrine di Roma.[93]

XLVII. Ma incontrò un grande ostacolo. La supremazia ecclesiastica di che egli andava rivestito, non era punto la stessa alta e terribile prerogativa da Elisabetta, da Giacomo I e da Carlo I esercitata. Lʼatto che dava alla Corona una quasi infinita autorità visitatoria sopra la Chiesa, quantunque non fosse mai stato formalmente abrogato, aveva veramente perduto in gran parte il primitivo vigore. La legge in sostanza rimaneva, ma senza nessuna formidabile sanzione, e senza efficace sistema di procedura; ed era perciò poco più che una lettera morta.

Lo statuto che rese ad Elisabetta il dominio spirituale, assunto dal padre e deposto dalla sorella, conteneva una clausula che dava al Sovrano autorità di costituire un tribunale che poteva inchiedere e riformare, o punire i delitti ecclesiastici. Per virtù di tale clausula, fu creata la Corte dellʼAlta Commissione; Corte che per molti anni era stata terribile ai non-conformisti, e sotto la cruda amministrazione di Laud divenne argomento di timore e dʼodio, anche a coloro che amavano maggiormente la Chiesa stabilita. Adunatosi il Lungo Parlamento, lʼAlta Commissione venne generalmente giudicata come il più grave degli abusi che la nazione sosteneva. E però fu fatta alquanto frettolosamente una legge, la quale non solo privò la Corona della potestà di nominare visitatori per soprintendere alle faccende della Chiesa, ma abolì senza distinzione ogni specie di corti ecclesiastiche.

Dopo la Restaurazione, i Cavalieri, che erano numerosissimi nella Camera deʼ Comuni, per quanto fossero zelanti della prerogativa, rammentavano ancora con amarezza la tirannia dellʼAlta Commissione, e non erano punto disposti a richiamare a vita una cotanto odiosa istituzione. Pensavano, ad unʼora, e non senza ragione, che lo statuto il quale aveva distrutte tutte le corti cristiane del reame senza nulla sostituirvi, fosse soggetto a gravi obiezioni. E però lo revocarono, tranne nella parte che riferivasi allʼAlta Commissione. Così le Corti Arcidiaconali, le Concistoriali, quella dellʼArcivescovo di Canterbury, lʼaltra così detta deʼ Peculiari, e la Corte dei Delegati furono richiamate a vita; ma lʼatto per virtù del quale ad Elisabetta ed aʼ suoi successori era stata concessa la potestà di nominare Commissioni con autorità visitatoria sopra la Chiesa, non solo non fu rimesso in vigore, ma con parole estremamente forti fu dichiarato pienamente abrogato. È, dunque, chiaro, quanto può esserlo qualunque punto di diritto costituzionale, che Giacomo II non era competente a istituire una Commissione, con potestà di visitare e governare la Chiesa Anglicana.[94] Che se così fosse stato, poco valeva che lʼAtto di Supremazia, con parole alto sonanti, gli desse facoltà da correggere ciò che non era equo in quella Chiesa. Nullʼaltro, fuorchè una macchina formidabile come quella, chʼera stata distrutta dal Lungo Parlamento, poteva forzare il clero anglicano a divenire strumento del Re per la distruzione della dottrina e del culto anglicano. Egli, perciò, nellʼaprile del 1686, deliberò di creare una nuova Corte dʼAlta Commissione. Il disegno non fu mandato subitamente ad esecuzione. Fu avversato da tutti i ministri che non erano ligii alla Francia ed aʼ Gesuiti. I giureconsulti lo considerarono come oltraggiosa violazione della legge, e gli aderenti alla Chiesa Anglicana come unʼaggressione alla Chiesa loro. Forse la contesa sarebbe durata più a lungo, se non fosse accaduto un fatto che ferì lʼorgoglio e infiammò la collera del Re. Egli, come capo supremo ordinario, aveva dato ordini affinchè il clero anglicano si astenesse di toccare i punti controversi della dottrina. In tal guisa, mentre tutte le Domeniche e le festività dentro il ricinto deʼ reali palazzi recitavansi sermoni a difesa della religione cattolica romana, alla Chiesa dello Stato, alla Chiesa della grandissima parte della nazione era inibito di spiegare e difendere i propri principii. Lo spirito di tutto lʼordine clericale destossi contro cotesta ingiustizia. Guglielmo Sherlock, teologo insigne, che aveva scritto con asprezza contro i Whig e i Dissenzienti, e ne era stato rimunerato dal Governo collʼufficio di Maestro o Rettore del Tempio e con una pensione, fu uno deʼ primi a incorrere nello sdegno del Re. Gli fu sospesa la pensione, ed ei venne severamente redarguito.[95] Poco appresso Giovanni Sharp, Decano di Norwich e Rettore di Saint Giles-in-the-Fields, fece più grave offesa a Giacomo. Era uomo dotto e di fervida pietà, predicatore di gran fama, e prete esemplare. In politica, come tutti i suoi confratelli, era Tory, ed era pur allora stato fatto regio cappellano. Ricevè una lettera di un anonimo, il quale simulava venire da uno deʼ suoi parrocchiani che era stato vinto dagli argomenti deʼ teologi cattolici romani, ed agognava dʼimparare se la Chiesa Anglicana fosse parte della vera Chiesa di Cristo. Nessun teologo che non avesse perduto ogni senso deʼ religiosi doveri o dellʼonore del proprio ministero, poteva ricusare di rispondere. La Domenica prossima, Sharp fece un vigoroso discorso contro le alte pretese della Chiesa di Roma. Alcune delle sue espressioni vennero esagerate, scontorte, e recate dai ciarlieri a Whitehall. Fu falsamente riferito, chʼegli avesse vituperosamente parlato dello disquisizioni teologiche già trovate nella cassa forte di Carlo, e pubblicate da Giacomo. Compton, vescovo di Londra, ebbe da Sunderland ordini di sospendere Sharp, fino a tanto che il Re avesse altrimenti provveduto. Il vescovo si sentì grandemente perplesso. La sua recente condotta nella Camera dei Lordi aveva profondamente offesa la Corte. Il suo nome era già stato casso dalla lista deʼ Consiglieri Privati. Egli era già stato cacciato dallʼufficio che occupava nella cappella reale. Non voleva aggiungere nuove provocazioni; ma lʼatto che gli sʼimponeva era un atto giudiciale. Intese essere ingiusto, e i migliori consiglieri gli assicuravano essere illegale infliggere una pena senza che al supposto colpevole fosse dato modo a difendersi. E però, con umilissime parole, espose al Re le difficoltà ad eseguire lʼordine ricevuto, e avvertì privatamente Sharp a non mostrarsi per allora in pulpito. Per quanto ragionevoli fossero gli scrupoli di Compton, per quanto ossequiose le sue scuse, Giacomo montò in gran furore. Quale insolenza allegare o la giustizia naturale o la legge positiva in opposizione ad un espresso comandamento del Sovrano! Sharp fu dimenticato. Il vescovo divenne segno alla vendetta del Governo.[96]

XLVIII. Il Re sentì più penosamente che mai la mancanza di quella arme tremenda che un tempo aveva costretti i disobbedienti ecclesiastici a cedere. Probabilmente, sapeva che per poche acri parole profferite contro il governo di Carlo I, il vescovo Williams era stato dallʼAlta Commissione sospeso da tutte le dignità e funzioni ecclesiastiche. Il disegno di richiamare a vita quel formidabile tribunale, fu più che mai affrettato. Nel mese di luglio, Londra fu in commovimento per la nuova che il Re, sfidando direttamente due atti del Parlamento formulati in vigorosissimi termini, affidava lʼintero governo della Chiesa a sette Commissari.[97] Le parole con che la giurisdizione loro veniva significata, erano, come suoi dirsi, elastiche, e potevano essere stiracchiate per ogni verso. Tutti i collegi e le scuole di grammatica, anche quelli chʼerano stati istituiti dalla liberalità di benefattori privati, furono sottoposti alla autorità della nuova Commissione. Tutti coloro che per guadagnarsi il pane avevano mestieri dʼimpiego nella Chiosa o nelle istituzioni accademiche, dal Primate fino al più piccolo curato, dai vicecancellieri dʼOxford e di Cambridge fino al più umile pedagogo che insegnava il Corderio, rimasero in preda alle voglie del Re. Se qualcuno di quelle molte migliaia di uomini cadeva in sospetto di aver fatto o detto la minima cosa spiacevole al Governo, i Commissari potevano citarlo dinanzi al loro tribunale. Nel modo di contenersi con lui, non erano vincolati da alcun freno, come quelli che erano accusatori a un tempo e giudici. Allo accusato non davasi copia dellʼatto dʼaccusa. Era esaminato e riesaminato; ed ove le sue risposte non fossero soddisfacenti, poteva essere sospeso dallʼufficio, destituito, dichiarato incapace di occupare beneficio alcuno per lo avvenire. Sʼegli fosse stato contumace, poteva essere scomunicato, o, in altre parole, privato di tutti i diritti civili, e imprigionato a vita. Poteva anco, a discrezione della Corte, essere condannato a pagare le spese del processo che lo aveva ridotto ad accattare. Non vʼera appello. I Commissarii avevano ordine di eseguire lʼufficio loro, non ostante alcuna legge che fosse o paresse essere incompatibile con le norme ricevute. Da ultimo, perchè nessuno dubitasse essere stata intenzione del Governo ristabilire quella terribile Corte dalla quale il Lungo Parlamento aveva liberata la nazione, al nuovo tribunale fu ingiunto di usare un suggello in cui fosse il medesimo segno e la epigrafe medesima che erano nel suggello della vecchia Alta Commissione.[98]

Capo della Commissione era il Cancelliere. La presenza e lo assenso di lui erano necessarii ad ogni atto. Ciascuno ben conosceva con quanta ingiustizia, insolenza, e barbarie egli sʼera condotto nei tribunali, dove, fino ad un certo segno, era infrenato dalle leggi dellʼInghilterra. Non era quindi difficile prevedere come si sarebbe portato in una situazione in cui egli aveva pieno arbitrio di fare da sè forme di procedura o regole ad investigare i casi.

Degli altri sei Commissarii, tre erano prelati e tre laici. A capo della lista era il nome dello Arcivescovo Sancroft. Ma egli era pienamente convinto che la Corte era illegale, che tutti i suoi giudicii sarebbero stati nulli, e che sedendovici sarebbe incorso in grave responsabilità. Deliberò quindi di non accettare il regio mandato. Nulladimeno, non agì in questa occasione con quel coraggio e con quella sincerità chʼei mostrò allorchè, due anni dopo, si trovò ridotto agli estremi. Pregò lo scusassero, allegando gli affari e la mal ferma salute. Gli altri membri della Commissione, egli soggiunse, erano uomini di tanta abilità, da non avere mestieri del suo aiuto. Queste poco sincere scuse sedevano male sul labbro del Primate di tutta lʼInghilterra in quella occasione; nè valsero a salvarlo dalla collera del Re. Egli è vero che il nome di Sancroft non fu cancellato dalla lista deʼ Consiglieri Privali; ma, con amara mortificazione degli amici della Chiesa, non fu più chiamato neʼ giorni di sessione. «Se egli» disse il Re «è sì malato da non potere andare alla Commissione, è cortesia alleggiarlo dal carico di venire al Consiglio.[99]»

Il Governo non incontrò uguale difficoltà con Nataniele Crewe, Vescovo della grande e ricca diocesi di Durham, uomo di nobile stirpe, e nella sua professione salito tanto alto, che quasi non poteva desiderare di salire di più; ma abietto, vano e codardo. Era stato fatto decano della Cappella Reale, allorquando il vescovo di Londra fu cacciato di Palazzo. Lʼonore di sedere fra il numero deʼ Commissarii ecclesiastici toccò a Crewe. Nulla giovò che alcuni deʼ suoi amici gli mostrassero il rischio a cui egli si esponeva sedendo in un tribunale illegale. Non vergognò di rispondere, chʼei non poteva vivere privo del sorriso del Re, ed, esultando, significò la speranza che il suo nome sarebbe rimasto nella storia: speranza che non gli andò al tutto fallita.[100]

Tommaso Sprat, vescovo di Rochester, fu il terzo Commissario clericale. Era uomo, allo ingegno del quale la posterità non ha reso giustizia. Sventuratamente per la sua riputazione, i suoi versi sono stati stampati nelle raccolte deʼ Poeti Inglesi; e chi lo voglia giudicare daʼ suoi versi, è forza che lo consideri come un imitatore servile, che senza una scintilla dellʼammirevole genio di Cowley, scimmiottava ciò che nello stile di Cowley era meno commendevole: ma chi conosce le prose di Sprat, farà un diverso giudicio delle sue facoltà intellettuali. E veramente, era grande maestro della nostra lingua, e possedeva ad unʼora la eloquenza dellʼoratore, del controversista e dello storico. Il suo carattere morale avrebbe riportato poco biasimo, se egli fosse stato addetto ad una professione meno sacra; imperocchè il peggio che intorno a lui si possa dire, è dʼessere stato indolente, lussurioso e mondano; ma tali falli, quantunque nei secolari non sogliano comunemente considerarsi come bruttissimi, sono scandalosi in un prelato. Lo arcivescovato di York era vacante; Sprat sperava dʼottenerlo, e però accettò lʼufficio nella Commissione ecclesiastica: ma era uomo di sì buona indole, da non potersi condurre con durezza; ed aveva tanto buon senso, da vedere ohe avrebbe in futuro potuto essere chiamato a render conto di sè dinanzi al Parlamento. Per la qual cosa, benchè egli acconsentisse di accettare lʼufficio, si studiò di acquistare, quanto gli fu possibile, meno nemici.[101]

I tre altri Commissari furono il Lord Tesoriere, il Lord Presidente, e il Capo Giudice del Banco del Re. Rochester, disapprovando la cosa e brontolando, assentì a servire. Quantunque gli toccasse di soffrir molto alla Corte, non sapeva indursi ad abbandonarla. Quantunque molto amasse la Chiesa, non sapeva indursi a sacrificare per essa il suo bianco bastone, il potere di disporre deglʼimpieghi, la sua paga di ottomila lire sterline lʼanno, e gli assai più grossi emolumenti indiretti del suo ufficio. Scusò con gli altri la propria condotta, e forse con sè stesso, allegando che, come Commissario, avrebbe potuto impedire molti danni; ed ove egli avesse ricusato quel posto, sarebbe stato occupato da qualcun altro meno di lui devoto alla religione protestante. Sunderland rappresentava la cabala gesuitica. La sentenza di recente profferita da Herbert intorno alla questione della potestà di dispensare, era bastevole argomento a provare che non avrebbe abborrito di obbedire ciecamente a tutte le voglie di Giacomo.

XLIX. Appena apertasi la Commissione, il vescovo di Londra fu citato dinanzi al nuovo tribunale. Obbedì. «Io voglio da voi» disse Jeffreys «una risposta diretta e positiva. Perchè non avete sospeso il Dottor Sharp?»

Il vescovo chiese copia dellʼatto che istituiva la Commissione, per conoscere per virtù di quale autorità egli fosse così interrogato. «Se intendete» disse Jeffreys «contrastare allʼautorità nostra, userò altri mezzi con voi. In quanto allʼatto che chiedete, non dubito punto che lo abbiate veduto. In ogni caso, potreste vederlo per un soldo in qualunque bottega di caffè.» Eʼ pare che la insolente risposta del Cancelliere muovesse a sdegno gli altri Commissari, sì che gli fu forza di addurre qualche scusa contorta. Ritornò poi al punto dal quale erasi dilungato, dicendo: «Questa non è una Corte dove le accuse si mostrano in iscritto. La nostra procedura è sommaria, e verbale. La questione è chiarissima. Perchè non avete voi obbedito al Re?» Con qualche difficoltà Compton potè ottenere un breve indugio, e lʼassistenza dʼun avvocato. Udite le ragioni da lui allegate, fu manifesto a tutti che il vescovo aveva semplicemente fatto ciò chʼegli era tenuto a fare. Il Tesoriere, il Capo Giudice e Sprat opinarono di mandarlo assoluto. Il Re arse di sdegno. Eʼ pareva che la sua Commissione Ecclesiastica gli volesse anchʼella mancare, come gli aveva mancato il suo Parlamento Tory. A Rochester disse di eleggere tra il dichiarare colpevole il vescovo, o lasciare lʼufficio del Tesoro. Rochester fu sì vile, che si arrese. Compton fu sospeso dalle sue funzioni spirituali; il carico della sua grande diocesi fu commesso ai suoi giudici, Sprat e Crewe. Seguitò, non per tanto, a risedere nel proprio palazzo e ricevere le rendite; perocchè sapevasi che ove avessero tentato di privarlo deʼ suoi emolumenti temporali, ei si sarebbe posto sotto la protezione del diritto comune; e lo stesso Herbert dichiarò, che i tribunali di diritto comune avrebbero profferita sentenza contro la Corona. Ciò indusse il Re a star cheto. Solo alquanti giorni erano corsi dacchè egli aveva a suo modo raffazzonate le Corti di Westminster Hall, onde ottenere una sentenza favorevole alla sua potestà di dispensare; e adesso si accôrse che, ove non le avesse di nuovo raffazzonate, non avrebbe potuto ottenere una decisione in favore degli atti della sua Commissione Ecclesiastica. Deliberò, quindi, di differire per breve tempo la confisca deʼ beni liberi deʼ chierici disubbidienti.[102]

L. Gli umori della nazione, a dir vero, erano tali da renderlo esitante. Per alcuni mesi, il malcontento era venuto grandemente e con rapidità crescendo. Il Parlamento da lungo tempo aveva inibita la celebrazione del culto cattolico romano. Pel corso di varie generazioni, nessun prete cattolico romano aveva osato mostrarsi in pubblico con le insegne del proprio ufficio. Contro il clero regolare, e contro glʼirrequieti e sottili Gesuiti, erano state fatte molte leggi rigorose. Ogni Gesuita che avesse posto piede nel Regno, era soggetto ad essere impiccato, strascinato e squartato. Coloro che lo avessero scoperto, ricevevano un premio. Non godeva nè anche il beneficio della regola generale, che gli uomini non sono tenuti ad accusare sè stessi. Chiunque fosse in sospetto di essere Gesuita, poteva essere interrogato; e ricusando di rispondere, incarcerato a vita.[103] Tali leggi, benchè non fossero state poste rigorosamente in esecuzione, tranne in tempi di speciale pericolo, e benchè non avessero mai impedito i Gesuiti di venire in Inghilterra, avevano reso necessario il travestirsi. Ma adesso ogni travestimento fu messo da parte. Alcuni insani uomini appartenenti alla religione del Re, incoraggiati da lui, ebbero lʼorgoglio di sfidare leggi che senza verun dubbio erano ancor valide, e sentimenti abbarbicati nel cuore del popolo come non lo erano stati mai nei tempi trascorsi. Sorsero in ogni dove, per tutto il paese, cappelle cattoliche romane. Cocolle, cordoni e rosari vedevansi di continuo per le vie, e rendevano attonita una popolazione di cui lʼuomo più vecchio non aveva mai veduto, tranne sulla scena, un abito monacale. Un convento fu innalzato in Clerkenwell, nel luogo dellʼantico chiostro di San Giovanni. I Francescani occuparono un edificio in Lincolnʼs Inn Fields. I Carmelitani furono acquartierati nella Città. Una congrega di Benedettini ebbe alloggio nel Palazzo di San Giacomo. Nel Savoy fu edificata ai Gesuiti una vasta casa, con una chiesa e una scuola.[104] Lʼarte e la cura onde cotesti padri avevano, per parecchie generazioni, educata la gioventù, avevano strappate le lodi alle labbra ripugnanti deʼ Protestanti più savi. Bacone aveva detto, che il metodo dʼistruzione adoperato nei collegi deʼ Gesuiti, era il migliore che fino allora si conoscesse nel mondo, ed aveva mostrato amaro rincrescimento pensando che un sistema cotanto ammirevole di disciplina intellettuale e morale dovesse servire agli interessi dʼuna religione cotanto corrotta.[105] Non era improbabile che il nuovo collegio nel Savoy, sotto la protezione del Re, sarebbe diventato formidabile rivale delle grandi scuole di Eaton, di Westminster e di Winchester. Poco dopo aperta, la scuola contava quattrocento fanciulli, metà circa deʼ quali erano Protestanti. Costoro non erano tenuti ad assistere alla Messa; ma non poteva esservi dubbio che la influenza di esperti precettori appartenenti alla Chiesa Cattolica Romana, e versati in tutte le arti che valgono a conseguire la fiducia e lʼaffetto della gioventù, non avrebbe fatto molti proseliti.

LI. Siffatte cose produssero sommo eccitamento fra il basso popolo, il quale sempre è mosso da ciò che tocca i sensi, più presto che da ciò che si dirige alla ragione. Migliaia di rozze e ignoranti persone, per le quali la potestà di dispensare e la Commissione Ecclesiastica erano parole vuote di senso, videro con indignazione e terrore un collegio di Gesuiti sorgere sulle rive del Tamigi, frati in sottana e cappuccio passeggiare nello Strand, i devoti accorrere in folla alle porte deʼ tempii dove adoravansi le sculte immagini. In parecchi luoghi del paese scoppiarono tumulti. In Coventry e in Worcester, il culto cattolico romano fu violentemente interrotto.[106] In Bristol la marmaglia, spalleggiata, secondo fu detto, dai magistrati, dètte un profano ed indecente spettacolo, in cui la Vergine Maria era rappresentata da un buffone, e unʼostia finta era portata in processione. Il presidio fu chiamato a reprimere la plebaglia. Questa, che sempre era stata lì più che in altro luogo del Regno ferocissima, oppose resistenza. Seguirono da ambe le parti percosse e ferite.[107] Grande era lʼagitazione nella capitale, e maggiore nella Città propriamente detta, che in Westminster. Imperocchè il popolo era avvezzo a vedere le cappelle private degli Ambasciatori Cattolici Romani; ma la Città, a memoria dʼuomo vivente, non era stata mai profanata da cerimonie idolatriche. Nondimeno, lʼinviato dellʼElettore Palatino, incoraggiato dal Re, eresse una cappella in Lime Street. I capi del municipio, quantunque fossero uomini posti in quellʼufficio perchè riconosciuti come Tory, protestarono contro questo fatto, che, dicevano essi, i più dotti gentiluomini in abito lungo consideravano illegale. Il Lord Gonfaloniere ricevè ordine di presentarsi dinanzi al Consiglio Privato. «Badate a quel che fate» disse il Re, «obbeditemi; e non vʼimpacciate con gentiluomini in abito lungo, o in abito corto.» Il Cancelliere tosto cominciò ad inveire contro il malarrivato magistrato, con quella stessa eloquenza che soleva adoperare in Old Bailey. La cappella fu aperta. Tutto il vicinato si pose subito in movimento. Gran torme di popolo accorsero a Cheapside per aggredire la nuova chiesa. I sacerdoti furono insultati. Un crocifisso fu strappato dal luogo, e posto sopra il pozzo della parrocchia. Il Lord Gonfaloniere uscì fuori a quietare il tumulto, ma fu accolto col grido di «Non vogliamo Dio di legno.» La milizia civica ebbe comandamento di sgominare la folla; ma partecipava al sentimento del popolo; e voci corsero per le file che dicevano: «Noi non possiamo in coscienza combattere a pro del papismo.»[108]

Lo Elettore Palatino era, come Giacomo, sincero e zelante Cattolico, e imperava, al pari di lui, sopra una popolazione protestante; ma i due principi si somigliavano poco per indole e per intendimento. Lo Elettore aveva promesso di rispettare i diritti della Chiesa chʼegli trovò stabilita neʼ suoi domini. Aveva rigorosamente mantenuta la promessa, e non sʼera lasciato trascinare a nessun atto di violenza dai predicatori, i quali abborrendo dalla sua credenza, dimenticavano di quando in quando il rispetto che gli dovevano.[109] Seppe, e gliene increbbe, che lʼatto imprudente del suo rappresentante aveva grandemente offeso il popolo di Londra; e, a suo sommo onore, dichiarò chʼegli avrebbe rinunziato al privilegio al quale, come principe straniero, aveva diritto, anzi che mettere a rischio la tranquillità dʼuna grande metropoli. «Anchʼio» scrisse egli a Giacomo «ho sudditi protestanti; e so con quanta cautela e destrezza debba agire un principe Cattolico posto in cosiffatte condizioni.» Giacomo, invece di sentire gratitudine per questa mite e savia condotta, mise la lettera in canzone avanti ai ministri stranieri; e deliberò che lo Elettore, volesse o non volesse, avrebbe una cappella nella Città; e qualora la milizia cittadina avesse ricusato di fare il debito proprio, si sarebbero chiamate le guardie.[110]

LII. Lo effetto che cotesti perturbamenti produssero sul commercio, fu assai grave. Il ministro olandese scrisse agli Stati Generali, che gli affari alla Borsa erano arrestati. I Commissari delle Dogane riferirono al Re, come nel mese che seguì lʼapertura della Cappella in Lime Street, glʼincassi del porto del Tamigi fossero scemati dʼalcune migliaia di lire sterline.[111] Vari Aldermanni, i quali, comecchè fossero realisti zelanti, nominati in ufficio sotto il nuovo statuto municipale, avevano molto interesse alla prosperità commerciale della città loro, e non amavano nè il papismo nè la legge marziale, dettero la loro rinunzia. Ma il Re era risoluto a non cedere. Formò un campo militare in Hounslow Heath, dove, in una circonferenza di circa due miglia e mezzo, raccolse quattordici battaglioni di fanteria, e trentadue squadroni di cavalleria, che insieme facevano unʼarmata di tredici mila combattenti. Ventisei pezzi dʼartiglieria, e molti carriaggi carichi dʼarmi e di munizioni, furono trascinati dalla Torre, traverso alla città, a Hounslow.[112] I Londrini, vedendo ragunarsi queste grandi forze militari nei dintorni della terra, sentirono un terrore, che in breve scemò collʼavvezzarvisi. Visitare Hounslow neʼ giorni festivi divenne un sollazzo. Il campo offriva lo aspetto dʼuna vasta fiera. Confusa coi moschettieri e coi dragoni, una moltitudine di lindi gentiluomini e dame di Soho Square, di borsaiuoli e di sgualdrine di Whitefriars coʼ visi imbellettati, dʼinfermi in portantine, di frati in cappucci e sottane, di servitori coperti di ricche livree, di merciaiuoli ambulanti, di fruttaiuole, di impertinenti garzoni di bottega e di stupefatti villani, passava di continuo e ripassava fra mezzo alle lunghe file delle tende. In alcuni padiglioni udivasi il baccano dei beoni, in altri le bestemmie deʼ giocatori. E davvero, il luogo pareva un allegro suburbio della metropoli. Il Re, come ben si conobbe due anni dopo, aveva commesso un grande errore. Aveva dimenticato che la vicinanza agisce in più modi. Aveva sperato che lo esercito avrebbe atterrita Londra; ma lo effetto di questo provvedimento fu, che i sentimenti e le opinioni deʼ cittadini di Londra invasero pienamente lʼesercito.[113]

Erano appena formati gli accampamenti, allorquando corse voce di litigi tra i soldati protestanti e i papisti.[114] Un breve scritto intitolato: Indirizzo a tutti glʼInglesi protestanti dellʼarmata,—era stato con attività distribuito nel campo. Lo scrittore con veementi parole esortava le truppe a pugnare in difesa, non del Messale, ma della Bibbia, della Magna Charta e della Petizione deʼ Diritti. Il Governo lo vedeva di mal occhio. Era uomo notevole per carattere, e la cui storia può riuscire istruttiva.

LIII. Aveva nome Samuele Johnson, era prete della Chiesa Anglicana, e già stato cappellano di Lord Russell. Johnson era uno di quelli uomini mortalmente odiati daʼ loro oppositori, e meno amati che rispettati daʼ loro colleghi. La sua morale era pura, fervido il sentimento religioso che gli stava nel cuore, non ispregevoli la dottrina e le doti dello ingegno, debole il giudicio, e lʼindole acre, torbida e invincibilmente ostinata. Per la sua professione, egli era venuto in odio agli zelanti sostenitori della monarchia; perocchè un repubblicano con gli ordini sacri appariva un ente strano, e quasi contro natura. Mentre Carlo regnava, Johnson aveva pubblicato un libro col titolo di Giuliano Apostata. Era suo scopo mostrare, che i Cristiani del quarto secolo non ammettevano la dottrina della non-resistenza. Era agevole addurre passi di Crisostomo e di Girolamo, scritti con uno spirito assai diverso da quello deʼ teologi anglicani che predicavano contro la Legge dʼEsclusione. Johnson, nulladimeno, trascorse anche più oltre. Tentò di richiamare a vita lʼodioso addebito che, per manifestissime ragioni, Libanio aveva gettato sopra i soldati cristiani di Giuliano; ed affermò che il dardo che uccise lʼimperiale rinnegato, partì non daglʼinimici, ma da qualche Rumbold o Ferguson delle legioni romane. Ne seguì caldissima controversia. I disputatori Whig e Tory lottarono accanitamente intorno ad un passo oscuro, nel quale Gregorio Nazianzeno loda un pio vescovo che andava ad infliggere la fustigazione ad alcuno. I Whig sostenevano che lʼuomo santo andasse a fustigare lo imperatore; i Tory, che egli volesse fustigare, a tutto dire, un capitano delle Guardie. Johnson compose una risposta ai suoi avversarii, nella quale fece un elaborato paragone tra Giuliano e Giacomo, allora Duca di York. Giuliano per molti anni aveva fatto sembiante di aborrire la idolatria, mentre in cuor suo era idolatra. Giuliano aveva, per giungere a certi suoi fini, in alcune occasioni simulato di rispettare i diritti della coscienza. Giuliano aveva punite le città che erano zelanti per la vera religione, spogliandole deʼ loro privilegii municipali. Giuliano daʼ suoi adulatori era stato chiamato il Giusto. Giacomo si sentì provocato a segno, da non poterlo patire. Johnson fu accusato di calunnia, convinto reo, e condannato ad una multa che egli non aveva mezzi di pagare. Fu quindi gettato in un carcere; e sembrava probabile che vi dovesse rimanere per tutta la vita.[115]

LIV. Sopra la stanza chʼegli occupava nella prigione del Banco del Re, era rinchiuso un altro condannato, il cui carattere è degno di studio. Chiamavasi Ugo Speke, edera giovane di buona famiglia, ma di singolarmente bassa e depravata indole. In lui la passione del mal fare e di giungere per vie torte ai suoi fini, era quasi frenesia. Arruffare senza essere scoperto, era a lui occupazione e diletto; ed aveva grande arte di giovarsi degli onesti entusiasti come di strumenti della sua fredda malignità. Aveva tentato, per mezzo di uno deʼ suoi fantocci, di spingere Carlo e Giacomo ad assassinare Essex nella Torre. Scopertosi lui essere stato lo istigatore a quel delitto, quantunque gli fosse riuscito gettare in gran parte la colpa sullʼuomo da lui sedotto, non gli era venuto fatto di sottrarsi al castigo. Adesso era in carcere; ma col danaro potè procacciarsi i comodi che ai più poveri prigioni mancavano, ed era tenuto con tanto poco rigore, da comunicare di continuo con uno deʼ suoi colleghi che dirigeva una tipografia clandestina.

LV. Johnson era lʼuomo adatto ai fini di Speke. Era zelante ed intrepido, dotto ed esperto disputatore, ma semplice come un fanciullo. Una stretta amicizia nacque fraʼ due compagni di prigione. Johnson scriveva diversi acri e virulenti trattati, che Speke faceva giungere allo stampatore. Allorquando formossi il campo militare in Hounslow, Speke incitò Johnson a comporre un indirizzo per istigare le truppe al disordine. Detto, fatto. Ne furono tirate molte migliaia di copie e portate alla stanza di Speke, da dove furono sparse per tutto il paese, e in ispecie fraʼ soldati. Un Governo più mite di quello che allora reggeva lʼInghilterra si sarebbe risentito a simigliante provocazione. Si fecero rigorose ricerche. Un agente subordinato, di cui eransi serviti per distribuire lʼindirizzo, salvò sè, tradendo Johnson; e Johnson non era uomo da salvarsi tradendo Speke. Se ne fece processo, e lo scrittore fu dichiarato reo. Giuliano Johnson, come comunemente lo chiamavano, fu condannato ad essere tre volte posto alla berlina, e fustigato da Newgate a Tyburn. Il giudice, Sir Francesco Withins, disse al condannato di dovere rendere grazie al Procuratore Generale, che aveva mostrata moderazione, là dove poteva considerare il delitto come crimenlese. «Io non gli debbo punto ringraziamenti» rispose intrepidamente Johnson. «Debbo io, il cui solo delitto è quello di avere difeso la Chiesa e le leggi, mostrarmi grato dʼessere flagellato a guisa dʼun cane, mentre gli scrivacchiatori papisti si lasciano ogni giorno impunemente insultare la Chiesa e violare le leggi?» La energia con che egli favellò fu tale, che i giudici e i legali della Corona stimarono necessario difendersi, e protestarono di non saper nulla di pubblicazioni papiste, a cui il prigione alludeva. Il quale immantinente si trasse di tasca alcuni libri o ninnoli cattolici romani, che allora vendevansi liberamente sotto la regia protezione; lesse ad alta voce i titoli di queʼ libri, e gettò un rosario sul banco agli Avvocati del Re; e forte gridando, disse: «Io presento questa prova dinanzi a Dio, a questo tribunale ed al popolo inglese. Ora vedremo se il Signor Procuratore Generale farà il proprio dovere.»

Fu deliberato che innanzi di mandare ad esecuzione la sentenza, Johnson fosse degradato della dignità sacerdotale. I prelati ai quali dalla Commissione Ecclesiastica era stata affidata la cura della diocesi di Londra, lo citarono dinanzi a loro nelle stanze del Capitolo della Cattedrale di San Paolo. Il modo onde egli subì la ceremonia, fece profonda impressione nellʼanimo di molti. Mentre lo spogliavano degli abiti sacerdotali, esclamò: «Voi mi private dellʼabito sacro, perchè mi sono studiato di tenervi addosso il vostro.» Lʼunica formalità che parve contristarlo, fu lʼavergli strappato dalle mani la Bibbia. Lottò debolmente perchè non gliela togliessero, la baciò e diede in uno scoppio di pianto. «Voi non potete» disse egli «privarmi delle speranze che io debbo a quel libro santo.» Tentossi di ottenere che gli fosse perdonata la fustigazione. Un sacerdote cattolico romano, a cui fu fatta la promessa di duecento lire sterline, sʼofferse dʼintercedere per lui. Fu fatta una colletta, e raccolta la somma; e il prete fece ogni possibile sforzo, ma invano. «Il signore Johnson» rispose il Re «ha lo spirito dʼun martire; ed è giusto che divenga tale.» Guglielmo III, pochi anni dopo, disse dʼuno deʼ più arrabbiati e imperterriti Giacomiti: «Egli sʼè fitta in cuore la voglia dʼessere martire, ed io mi son fitto in capo di privarlo della gloria del martirio.» Questi due detti basterebbero soli a spiegare lo differentissime sorti di quei due Principi.

Giunse il dì stabilito per la fustigazione. Fu adoperato un flagello di nove funi. Trecento diciassette furono i colpi; ma il paziente non feʼ motto. Dopo, confessò che il tormento era stato crudele; ma mentre ci veniva trascinato, richiamava al pensiero la pazienza con che il Salvatore aveva portata la croce al Golgota; e ne ebbe tanto conforto, che se non fosse stato impedito dal timore dʼincorrere nella taccia di vanaglorioso, avrebbe cantato un salmo con la voce ferma e lieta con che avrebbe adorato Dio nella congregazione. E fu eroismo da farci desiderare che fosse meno macchiato dʼintemperanza e dʼintolleranza.[116]

LVI. Fra il clero anglicano, Johnson non trovò compatimento. Aveva tentato di giustificare la ribellione; aveva anche accennato di approvare il regicidio; e i preti della Chiesa dʼInghilterra, malgrado tanta provocazione, sostenevano tenacemente la dottrina della non-resistenza. Ma inquieti e impauriti vedevano il progresso di quella che essi consideravano dannosa superstizione; e mentre aborrivano dal pensiero di difendere la propria religione con la spada, battagliavano con armi di specie diversa. Il predicare contro gli errori del papismo, adesso era da loro considerato come dovere e punto dʼonore. Il clero di Londra, il quale per meriti ed influenza primeggiava fra lʼordine sacerdotale, porse un esempio che intrepidamente seguirono i suoi confratelli in tutto il Regno. Se pochi spiriti audaci avessero osato tanto, sarebbero stati probabilmente riconvenuti dinanzi alla Commissione Ecclesiastica; ma era quasi impossibile punire un fallo che veniva commesso ogni Domenica da migliaia di teologi, da Berwick fino a Penzance. Le tipografie della metropoli, dʼOxford e di Cambridge, erano in continuo moto. La legge che sottoponeva la stampa alla censura, non impediva gli sforzi deʼ controversisti protestanti; perocchè conteneva una clausula a favore delle due Università, ed autorizzava la pubblicazione delle opere teologiche approvate dallo Arcivescovo di Canterbury. Non era, quindi, in potestà del Governo lo imporre silenzio ai difensori della religione dello Stato. Erano una numerosa, imperterrita e ben formata legione di combattenti. Comprendeva eloquenti favellatori, esperti dialettici, dotti profondamente versati nella lettura degli scritti deʼ Santi Padri, ed in ogni ramo di storia ecclesiastica. Alcuni di loro, tempo dopo, rivolsero vicendevolmente gli uni contro gli altri le armi formidabili, da essi già impugnate contro il nemico comune; e a cagione delle feroci contese e delle insolenti vittorie loro, recarono biasimo alla Chiesa che avevano salvata. Ma adesso erano una falange unita. Stava nel vanguardo una fila di fermi ed esperti veterani; Tillotson, Stillingfleet, Sherlock, Prideaux, Whitby, Patrick, Tenison, Wake. Il retroguardo era composto dai più insigni baccellieri, che studiavano per conseguire il diaconato. Predistinto fra le reclute che Cambridge mandava al campo di battaglia, era uno scolare del gran Newton. Aveva nome Enrico Wharton, e pochi mesi prima era stato capo disputatore, ossia principe della sua classe: la sua morte poco appresso fu compianta dagli uomini di ogni partito, qual perdita irreparabile per le lettere.[117] Oxford anchʼessa sʼinorgogliva dʼun giovane, le cui grandi doti intellettuali, che facevano il primo esperimento in questo conflitto, turbarono poscia per quaranta anni la Chiesa e lo Stato; voglio dire di Francesco Atterbury. Da tali ingegni venivano discusse tutte le questioni tra papisti e protestanti, ora in istile sì popolare che potessero intendere i fanciulli e le donne, ora con estremo acume di logica, ed ora con immenso corredo di dottrina. Le pretese della Santa Sede, lʼautorità della tradizione, il purgatorio, la transustanziazione, il sacrificio della Messa, lʼadorazione dellʼostia, il negare il calice ai laici, la confessione, la penitenza, le indulgenze, lʼestrema unzione, la invocazione dei santi, lʼadorazione delle immagini, il celibato del clero, i voti monastici, lʼuso di celebrare il culto pubblico in una lingua ignota al popolo, la corruttela della Corte di Roma, la storia della Riforma, i caratteri deʼ principali riformatori, venivano copiosamente discussi. Gran numero di assurde leggende di miracoli fatti daʼ santi e dalle reliquie furono tradotte dallʼitaliano, e pubblicate come esempi delle arti pretine che avevano ingannata gran parte della Cristianità. Molti degli scritti pubblicati dai teologi anglicani nel breve regno di Giacomo II, probabilmente perirono. Coloro che possono anche oggi trovarsi nelle nostre grandi biblioteche, formano una congerie di circa ventimila pagine.[118]

LVII. I Cattolici Romani non cessero senza lottare. Uno di loro, chiamato Enrico Hills, era stato nominato stampatore della casa e cappella reale, e posto dal Re a capo dʼun grande ufficio in Londra, dal quale uscivano a centinaia libri e libercoli teologici. Non meno operosi in Oxford erano i torchi dʼObadia Walker. Ma, salvo qualche cattiva traduzione degli ammirevoli scritti di Bossuet, quelle tipografie non pubblicarono cosa alcuna che avesse il minimo pregio. Nessun savio e sincero Cattolico Romano poteva negare che i campioni della sua Chiesa, e per ingegno e per dottrina, erano di gran lunga inferiori ai loro avversari. Il più grande degli scrittori cattolici sarebbe stato reputato di terzo ordine. Molti di loro, anche qualvolta avessero qualche cosa da dire, non sapevano come dirla. La loro religione gli aveva esclusi dalle scuole e università inglesi; nè fino al tempo in cui Giacomo ascese al trono, essi avevano reputata lʼInghilterra gradita o nè anche sicura residenza. Avevano però spesa la più gran parte della loro vita sul continente, e quasi disimparata la lingua materna. Quando predicavano, il loro accento mezzo forestiero moveva a riso lʼuditorio. Pronunziavano le parole a moʼ di vetturini. La loro locuzione era deturpata da frasi straniere; e quando intendevano essere eloquenti, imitavano, come meglio potevano, quello che consideravasi come bello stile in quelle accademie italiane dove la rettorica, a queʼ tempi, era caduta nella più gran corruzione. Disputatori impacciati da tutti cotesti svantaggi, non avrebbero potuto, anche qualora il vero fosse stato dalla loro parte, far fronte ad uomini, lo stile deʼ quali rifulge mirabilmente di purità e di grazia.[119]

Le condizioni in cui la Inghilterra trovatasi nel 1686, non possono esser meglio descritte che con le parole dello Ambasciatore Francese. «Il malcontento» dice egli «è grande e universale; ma il timore di cadere in mali maggiori trattiene tutti coloro che hanno qualche cosa da perdere. Il Re apertamente manifesta la gioia che prova trovandosi in condizione da potere menare arditissimi colpi. Egli ama vedere che altri se ne congratuli con lui. Me ne ha parlato, assicurandomi che non vorrà indietreggiare.»[120]

LVIII. Frattanto, nelle altre parti del Regno erano accaduti importantissimi fatti. Le condizioni deʼ protestanti Episcopali di Scozia grandemente differivano da quelle in cui trovavansi i loro confratelli inglesi. Nelle contrade meridionali dellʼisola, la religione dello Stato era quella del popolo, ed aveva forza al tutto indipendente da quella che derivava dal sostegno del Governo. I conformisti sinceri erano in molto maggior numero deʼ papisti e deʼ Protestanti dissenzienti, insieme congiunti. La Chiesa stabilita in Iscozia era la Chiesa di pochi. La più parte della popolazione delle pianure aderiva fermamente alla disciplina deʼ Presbiteriani. La gran massa deʼ Protestanti scozzesi abborriva dalla prelatura, come istituzione contraria alle divine scritture e dʼorigine straniera. I discepoli di Knox la consideravano quale reliquia delle abominazioni della grande Babele. Quel popolo, altero della memoria di Wallace e di Bruce, amaramente rammentava come la Scozia, dacchè i suoi sovrani erano ascesi al trono dellʼInghilterra, fosse stata indipendente solo di nome. Lʼordinamento episcopale alla mente di ciascuno richiamava la immagine di tutti i danni prodotti da venticinque anni di corrotto e crudele Governo. Nulladimeno, tale ordinamento, quantunque sopra unʼangusta base e fra mezzo a terribili procelle, stette, tentennante, a dir vero, ma sostenuto dai magistrati civili, e sperante dʼessere soccorso, sempre che si facesse grave il pericolo, dalla potenza inglese. I ricordi del Parlamento di Scozia erano pieni zeppi di leggi spiranti vendetta contro coloro che in qualunque modo traviassero dalla meta prescritta. Secondo un Atto parlamentare, fatto a tempo di Knox e impregnato del suo spirito, era gravissimo delitto ascoltare la Messa; delitto che, ripetuto tre volte, diventava capitale.[121] Un altro Atto, di fresco approvato ad istanza di Giacomo, puniva di morte chiunque avesse osato predicare in un conventicolo presbiteriano qualunque, ed anche coloro che fossero intervenuti ad un conventicolo allʼaria aperta.[122] La Eucaristia non era, come in Inghilterra, degradata alla condizione di Atto di Prova civile; ma niuno poteva occupare qualsifosse ufficio, aver seggio in Parlamento, o anche diritto di votare nelle elezioni parlamentari, senza firmare, prestando giuramento, una dichiarazione che riprovasse con fortissime parole i principii e deʼ papisti e quelli deʼ Convenzionisti.[123]

LIX. Nel Consiglio Privato di Scozia erano due partiti, rispondenti a quelli che lottavano tra loro in Whitehall. Guglielmo Douglas, Duca di Queensberry, era Lord Tesoriere, e per vari anni era stato considerato come primo ministro. Era strettamente vincolato, per parentela e per simiglianza dʼindole e dʼopinioni, al Tesoriere dʼInghilterra. Entrambi erano Tory, entrambi uomini di cervello fervido e di forti pregiudicii, entrambi pronti a secondare il loro signore in ogni aggressione contro le libertà civili del suo popolo; ma entrambi portavano sincero affetto alla Chiesa dello Stato. Queensberry aveva fin dapprima annunziato alla Corte, che non avrebbe partecipato a qualunque innovazione concernente la Chiesa. Ma fraʼ suoi colleghi erano vari uomini, non meno di Sunderland, spregiatori dʼogni principio. E veramente, la Camera del Consiglio dʼEdimburgo era stata, per lo spazio di venticinque anni, scuola di vizi pubblici e privati; ed alcuni uomini politici ivi educati, avevano una così peculiare durezza di cuore e di fronte, che Westminster, anche in quella pessima età, non aveva nulla da contrapporvi. Il Cancelliere Drummond, Conte di Perth, e suo fratello Lord Giovanni Melfort, Segretario di Stato, studiavansi di supplantare Queensberry. Il Cancelliere aveva già un incontrastabile diritto al regio favore, come quello che aveva posto in uso una piccola vite per torturare le dita, la quale recava così esquisito tormento, che aveva strappato confessioni dalle labbra anche di coloro che lo stivaletto, dalla Maestà Sua tanto amato, non aveva potuto indurre a confessare.[124]

LX. Ma era ben noto che la barbarie non apriva, così agevolmente come lʼapostasia, il varco al cuore di Giacomo. Alla apostasia, dunque, Perth e Melfort ricorsero con certa audace abiettezza, che nessuno inglese uomo di Stato avrebbe potuto sperar di uguagliare. Dichiararono che ambidue erano stati convertiti dagli scritti trovati entro la cassa forte di Carlo II, e che avevano incominciato a confessarsi e ad ascoltare la Messa.[125] Quanto poco entrasse la coscienza nella conversione di Perth, ne fu chiaro argomento lʼavere egli sposata, pochi giorni dopo, a dispetto delle leggi della religione da lui pur allora abbracciata, una sua cugina germana, senza provvedersi dʼuna dispensa. Come il buon Pontefice seppe la nuova del fatto, disse, con quello spregio e disdegno convenevole alla dignità sua, quella essere una strana specie di conversione.[126] Ma Giacomo ne rimase più agevolmente satisfatto. I due apostati sʼappresentarono a Whitehall, dove riceverono tali assicurazioni di favore, che provaronsi di apporre direttamente addebiti al Tesoriere. Ma tali addebiti erano così manifestamente frivoli, che a Giacomo fu forza di assolvere lo accusato ministro; e molti credettero che il Cancelliere si fosse rovinato per la maligna voglia di rovinare il rivale. Taluno, nondimeno, faceva più esatto giudicio. Halifax, al quale Perth manifestò qualche timore, rispose, con un sorriso di scherno, che non vʼera punto pericolo. «Staʼ di buon animo, Milord; la tua fede ti ha salvato.» La profezia fu vera. Perth e Melfort ritornarono a Edimburgo capi del Governo della loro patria.[127] Un altro membro dei Consiglio Privato di Scozia, cioè Alessandro Stuart, conte di Murrey, discendente ed erede del Reggente, abiurò quella religione della quale il suo illustre antenato era stato precipuo campione, e si dichiarò membro della Chiesa di Roma. Devoto, come sempre era stato Queensberry, alla causa della regia prerogativa, non poteva resistere ai suoi competitori, i quali ambivano, mostrandosi ligii al Sovrano, acquistarne la grazia. Gli toccava sostenere mille mortificazioni ed umiliazioni, simili a quelle che, verso quel tempo, cominciarono ad amareggiare la vita del suo amico Rochester.

LXI. Giunsero a Edimburgo lettere regie che autorizzavano i papisti ad occupare gli uffici senza essere sottoposti allʼAtto di Prova. Al clero fu fatto rigoroso comandamento di non fare nelle prediche riflessioni sulla Religione Cattolica Romana. Il Cancelliere si tolse il carico di mandare i mazzieri del Consiglio Privato attorno per le poche tipografie e librerie che allora si trovavano in Edimburgo, ad ordinar loro di non pubblicare nessuna opera senza sua licenza. Intendevasi bene che tale ordine doveva impedire la circolazione degli scritti protestanti. Un onesto cartolaro disse ai mazzieri, chʼegli aveva in bottega un libro che con dure parole discorreva del papismo, e chiese di sapere se lo potesse vendere. Coloro domandarono di vederlo, ed egli mostrò loro un esemplare della Bibbia.[128] Un carico dʼimmagini, di rosari, di croci e di turiboli, giunse a Leith, diretto a Lord Perth. La importazione di tali cose da lungo tempo consideravasi illegale; ma adesso glʼimpiegati delle dogane le lasciarono passare liberamente.[129] Poco dopo si seppe che una cappella papalina era stata accomodata nella casa del Cancelliere, e che vi si celebrava regolarmente la Messa. Insorse la plebe, ed assaltò ferocemente il luogo dove celebravansi i riti idolatrici. Strappò le inferriate delle finestre. Lady Perth, ed alcune altre donne sue amiche, furono imbrattate di fango. Uno deʼ faziosi fu preso, e condannato per ordine del Consiglio Privato alla fustigazione. I suoi compagni lo liberarono, e bastonarono il boia. La città per tutta la notte fu in tumulto. Gli studenti della Università si congiunsero alla folla, incoraggiando glʼinsorti. I borghesi zelanti bevevano alla salute deʼ giovani collegiali, a confusione deʼ papisti; e vicendevolmente facevansi animo ad affrontare i soldati. Questi, che erano già sotto le armi, furono ricevuti con una pioggia di sassate, nella quale un ufficiale rimase ferito. Fu dato ordine di far fuoco; e vari cittadini furono uccisi. Il tumulto fu serio; ma i Drummonds, infiammati dallʼodio e dallʼambizione, stranamente lo esagerarono. Queensberry fece osservare, che la loro relazione avrebbe fatto credere, a chiunque non fosse stato testimonio oculare, che in Edimburgo fosse seguita una sedizione formidabile quanto quella di Masaniello. Essi, allʼincontro, accusarono il Tesoriere non solo di scemare la gravità del delitto, ma dʼaverlo suggerito, e fecero ogni possibile sforzo a procurarsi una prova della colpa di lui. Ad uno deʼ capi, che cadde nelle mani del Governo, fu offerta la grazia, a patto che confessasse dʼessere stato incitato a tumultuare da Queensberry: ma lo stesso entusiasmo religioso che aveva spinto lo sventurato prigione ad illegittima violenza, glʼimpedì di comprare la propria vita con una calunnia. Egli e vari altri deʼ suoi complici furono impiccati. Un soldato che accusavano dʼavere gridato, mentre infuriava la sommossa, come egli desiderasse di dare addosso con la spada ad un papista, venne fucilato; in Edimburgo fu ristabilita la tranquillità: ma coloro che patirono il rigore del Governo furono considerati come martiri; e il Cancelliere papista divenne segno ad un odio mortale, che tra non molto tempo fu ampiamente appagato.[130]

LXII. La collera si accese nellʼanimo del Re. La nuova del tumulto gli pervenne mentre la Regina, aiutata dai Gesuiti, aveva pur allora riportata vittoria sopra Lady Dorchester e i suoi collegati protestanti. I malcontenti si accorgerebbero, disse egli, che il solo effetto della resistenza che avevano fatta alla sua volontà, era di renderlo sempre più fermo nel proprio proponimento.[131] Spedì ordini al Consiglio Scozzese di punire con estrema severità i colpevoli, e dʼadoperare senza ritegno lo stivaletto.[132] Simulò di essere profondamente convinto della innocenza del Tesoriere, e gli scrisse cortesissime parole; alle quali parole tennero dietro scortesissimi atti. Il Tesoro scozzese fu affidato ad una Commissione, in onta alle calde insistenze di Rochester, il quale probabilmente previde la propria sorte in quella del proprio parente.[133] Queensberry fu nominato Primo Commissario, e Presidente del Consiglio Privato; ma la sua caduta, quantunque siffattamente addolcita, era sempre una caduta. Gli fu tolto anche il comando del Castello dʼEdimburgo, ed in quel posto di fiducia gli successe il Duca di Gordon, cattolico romano.[134]

LXIII. Giunse da Londra al Consiglio Privato una lettera, nella quale erano appieno dichiarati glʼintendimenti del Re. Ei voleva che i Cattolici Romani fossero esenti dalle leggi che imponevano pene e incapacità civili a coloro che non si uniformassero alla religione dello Stato; voleva, inoltre, che si perseguissero senza pietà i Convenzionisti.[135] Ciò incontrò grave opposizione in Consiglio. Alcuni non amavano vedere rilassate le leggi esistenti. Altri, che a ciò non erano punto contrari, sentivano ancora quanto sarebbe stato mostruoso ammettere i Cattolici Romani alle dignità dello Stato, e frattanto non revocare lʼAtto che puniva di morte chiunque intervenisse ad un conventicolo presbiteriano. La risposta del Consiglio, quindi, non fu, secondo lʼusato, ossequiosa.

LXIV. Il Re riprese severamente glʼirriverenti consiglieri, e ordinò che tre di loro, cioè il Duca di Hamilton, Sir Giorgio Lockhart e il Generale Drummond, si recassero a Westminster presso lui. Lʼabilità e la istruzione di Hamilton, quantunque non fossero tali da bastare a trarre un uomo dallʼoscurità, sembravano altamente rispettabili in uno che era primo Pari di Scozia. Lockhart era stato da lungo tempo considerato come uno deʼ principali giureconsulti, logici, ed oratori che fossero mai stati nella sua patria, e godeva anche quella specie di stima che deriva dalle vaste possessioni; perocchè la sua opulenza era quale a queʼ tempi pochi deʼ nobili scozzesi possedevano.[136] Era stato, da ultimo, fatto Presidente della Corte di Sessione. Drummond, fratello minore di Perth e di Melfort, era comandante delle forze in Iscozia. Era uomo dissoluto e profano; ma, per un sentimento dʼonore, che mancava affatto ai suoi confratelli, abborriva dalla pubblica apostasia. Visse e morì, secondo lʼespressiva frase dʼun suo concittadino, da cattivo cristiano, ma da buon protestante.[137]

Giacomo si compiacque dellʼossequiose parole con che gli favellarono i tre consiglieri, allorchè primamente comparvero al suo cospetto. Parlò assai bene di loro a Barillon, e in specie esaltò Lockhart, come il più esperto ed eloquente degli Scozzesi. Nondimeno, poco appresso si accôrse di non averli esattamente giudicati; e corse voce alla Corte, che fossero stati pervertiti dalle genti con le quali avevano usato famigliarmente in Londra. Hamilton stava molto in compagnia deʼ saldi partigiani della Chiesa Anglicana; e temevasi che Lockhart, il quale era congiunto alla famiglia Wharton, fosse caduto in una compagnia anche peggiore. E veramente, egli era naturale che quelli uomini di Stato, pur allora arrivati da un paese dove ora quasi sconosciuta ogni altra specie dʼopposizione, tranne quella che facevasi per mezzo dʼaperta insurrezione o dʼassassinio, e dove tutto ciò che non fosse furore eslege veniva considerato come avvilimento, rimanessero maravigliati vedendo il caldo e vigoroso e, nondimeno, sobrio scontento che regnava in Inghilterra, e nascesse in loro il pensiero di far prova di resistenza costituzionale alle voglie del Re. Dichiararonsi però dispostissimi ad alleggiare grandemente i Cattolici Romani, ma a due condizioni: primo, che una simile indulgenza venisse anco concessa ai settari calvinisti; e poi, che il Re promettesse solennemente di non tentar nulla a danno della religione protestante.

LXV. Ambedue coteste condizioni spiacquero sommamente a Giacomo. Nondimeno, assentì con ripugnanza, dopo parecchi giorni di contrasto, che i presbiteriani venissero trattati con qualche indulgenza; ma non volle affatto concedere loro la piena libertà chʼegli voleva pei membri della sua propria religione.[138] La seconda condizione proposta daʼ tre consiglieri Scozzesi, ei ricusò positivamente dʼammettere, dicendo: la religione protestante essere falsa; per lo che egli non voleva promettere di non giovarsi del proprio potere a danno dʼuna falsa religione. La disputa fu lunga, e non condusse a conclusione che soddisfacesse ad alcuna delle parti.[139]

Appressavasi il tempo stabilito alla ragunanza degli Stati Scozzesi; ed era dʼuopo che i tre consiglieri si partissero da Londra per trovarsi allʼapertura del Parlamento in Edimburgo. In questa occasione, Queensberry ricevette un altro affronto. Nellʼantecedente sessione aveva occupato lʼufficio di Lord Alto Commissario, e, come tale, rappresentava la maestà del Re assente. Simile dignità, che era la grandissima alla quale un nobile scozzese potesse aspirare, fu adesso conferita al rinnegato Murray.

LXVI. Il dì vigesimonono dʼaprile, il Parlamento sʼadunò in Edimburgo. Vi si lesse una lettera, nella quale il Re esortava gli Stati ad alleggiare i suoi sudditi cattolici romani, ed offriva in ricambio il libero traffico con la Inghilterra, e una amnistia pei delitti politici. Fu istituita una Commissione onde compilare la risposta da farsi al Re. Tale Commissione, quantunque fosse nominata da Murray e composta di Consiglieri Privati e di cortigiani, scrisse una risposta, piena, a dir vero, di espressioni di riverenza e dʼossequio, ma che chiaramente indicava che il Parlamento avrebbe respinto la richiesta del Re. Gli Stati—diceva la Commissione—sarebbero andati sin dove avrebbe loro consentito la propria coscienza, per compiacere ai desiderii della Maestà Sua rispetto ai sudditi appartenenti alla Religione Cattolica Romana. Queste espressioni non soddisfecero punto il Cancelliere: nondimeno, gli fu forza accettarle, ed incontrò anche qualche difficoltà a persuadere il Parlamento perchè le adottasse. Alcuni zelanti partigiani del protestantismo obiettarono contro le parole Religione Cattolica Romana, dicendo non esistere tale religione; bensì una apostasia idolatra, che dalle leggi era punita col capestro: non essere quindi convenevole ad un Cristiano ricordarla con nomi onorevoli. Chiamare Cattolica una simile superstizione, era un rinunziare interamente alla questione che agitavasi fra Roma e le Chiese riformate. Lʼofferta del libero traffico con la Inghilterra, fu considerata come un insulto. «I nostri padri» disse un oratore «venderono il loro Re per lʼoro del mezzogiorno; e sopra noi pesa tuttavia il rimprovero di quellʼiniquo mercato. Non si dica di noi, che abbiamo venduto il nostro Dio!» Sir Giovanni Lauder di Fountainhall, uno deʼ Senatori del Collegio di Giustizia, propose le parole «le persone comunemente chiamate Cattoliche Romane.»—«E che! vorreste voi dare tal soprannome a Sua Maestà?» esclamò il Cancelliere. La risposta, così come fu formata dalla Commissione, passò; ma una grande e rispettabile minoranza votò contro le parole proposte, perchè troppo cortigiane.[140] Eʼ fu notato che i rappresentanti della città mostraronsi, quasi tutti, contrari al Governo. Fino allora essi erano stati di poco peso nel Parlamento, e generalmente considerati come sottoposti ai nobili potenti. Eglino adesso per la prima volta mostrarono indipendenza e risolutezza e spirito di colleganza tali, che la Corte ne ebbe terrore.[141]

La risposta spiacque talmente a Giacomo, che non permise che si stampasse nella Gazzetta. Subito dopo, gli giunse la nuova, che una certa legge chʼegli voleva, vedere approvata, non sarebbe stata nè anche proposta. I Lordi degli Articoli, che avevano lʼufficio di formulare gli atti, intorno ai quali poscia gli Stati dovevano deliberare, erano virtualmente nominati dal Re. E anche i Lordi degli Articoli mostraronsi disubbidienti. Come si ragunarono i tre Consiglieri Privati, che erano di recente ritornati da Londra, si fecero capi della opposizione alle voglie del Re. Hamilton dichiarò apertamente di non poter fare ciò che gli veniva chiesto. Egli era suddito fido e leale; ma vʼera un limite imposto dalla coscienza. «La coscienza!» esclamò il Cancelliere «la coscienza è una parola vaga, che significa ogni cosa, o niente.» Lockhart, che sedeva in Parlamento come rappresentante della grande Contea di Lanark, lʼinterruppe dicendo: «Se la coscienza è una parola vuota di senso, la cambieremo con altra frase, che spero significhi qualche cosa. Tolgasi dunque via il vocabolo coscienza, e si adotti—le leggi fondamentali di Scozia.» Queste parole fecero nascere una virulenta discussione. Il Generale Drummond, che rappresentava la Contea di Perth, dichiarò di concordare con lʼopinione di Hamilton e di Lockhart. La maggior parte deʼ vescovi ivi presenti furono del medesimo parere.[142]

Bene si scorgeva che nè anche nel Comitato degli Articoli Giacomo poteva avere una maggioranza. Tali nuove lo afflissero e lo irritarono. Parlò in tono dʼira e di minaccia, e punì alcuni deʼ suoi sediziosi ministri, sperando che ciò agli altri servisse dʼammonimento. Parecchi furono cacciati di Consiglio; altri privati delle pensioni, che erano molta parte delle loro entrate. Sir Giorgio Mackenzie di Rosehaugh fu la più cospicua di quelle vittime. Aveva lungamente occupato lʼufficio di Lord Avvocato, ed aveva avuta tanta parte nella persecuzione deʼ Convenzionisti, che fino ai dì nostri presso lʼaustero e religioso contadiname di Scozia serba una odiosa rinomanza, quasi simile a quella di Claverhouse. Mackenzie non aveva profondi studii giuridici; ma come ingegno dotto, spiritoso e fecondo, era altamente riputato fraʼ suoi concittadini; e la sua rinomanza si era sparsa per tutte le botteghe di Città in Londra e pei chiostri di Oxford. Quel che ci rimane delle sue orazioni forensi, lo fa estimare uomo fornito di egregie doti intellettuali; se non che il suo stile è imbrattato di quelle chʼegli certamente considerava come grazie ciceroniane: cioè di esclamazioni, che mostrano più arte che passione, e di amplificazioni studiate, in cui gli epiteti sono, lʼuno sopra lʼaltro, accumulati in pesantissimo modo. Adesso, per la prima volta, aveva manifestati scrupoli; e però, nonostante tutti i suoi diritti alla gratitudine del Governo, fu destituito del suo ufficio. Si ritrasse in campagna, e poco dopo andò a Londra onde scolparsi, ma gli fu negato lʼaccesso alla regia presenza.[143] Intanto che il Re in tal guisa provavasi di atterrire i Lordi degli Articoli, e indurli alla cieca ubbidienza, la pubblica opinione glʼinanimiva a non cedere. Gli estremi sforzi del Cancelliere non poterono far sì, che il sentire della nazione non si manifestasse dal pulpito e dalla stampa. Un libretto scritto con tale audacia ed acrimonia che nessun tipografo volle rischiarsi a stamparlo, girava per tutti i luoghi manoscritto. Le scritture degli avversarii avevano molto minore effetto, quantunque fossero diffuse a spese pubbliche, e gli Scozzesi difensori del Governo fossero soccorsi da un collega inglese di gran fama; voglio dire da Lestrange, che era stato mandato a Edimburgo ed alloggiava in Holyrood House.[144]

Alla perfine, dopo tre settimane di continuo discutere, i Lordi degli Articoli vennero ad una risoluzione. Proposero semplicemente, che ai Cattolici Romani fosse permesso di adorare Dio nelle case private, senza incorrere nelle pene comminate dalle leggi; e tosto si conobbe, che quantunque tale provvisione fosse assai lontana dalle richieste e speranze del Re, gli Stati o non lʼavrebbero approvata affatto, o lʼavrebbero approvata con grandi restrizioni e modificazioni.

Mentre ferveva la contesa, Londra era in grande ansietà. Ogni relazione, ogni rigo giunto da Edimburgo, era avidamente letto. Un giorno spargevasi la voce che Hamilton avesse ceduto, e che il Governo lʼavrebbe vinta in tutto. Un altro arrivava la nuova che la opposizione si fosse rianimata, e si mostrasse più ostinata che mai. Nei momenti più critici, ordinavasi agli ufficii postali di mandare a Whitehall le valigie della Scozia. Per tutta una settimana, nè anche una lettera privata che venisse di là dal Tweed, fu distribuita in Londra. Ai tempi nostri, un simile interrompimento di comunicazione metterebbe sossopra lʼisola intera; ma allora vʼera così poco traffico e carteggio tra lʼInghilterra e la Scozia, che il danno fu probabilmente molto minore di quello che oggidì arrechi un breve indugio nello arrivo della valigia delle Indie. Mentre i mezzi ordinali di sapere le nuove erano in tal modo intercetti, la folla nelle gallerie di Whitehall osservava intentamente il contegno del Re e deʼ suoi ministri. Fu detto, a grande soddisfazione del popolo, che ogni qualvolta giungeva un corriere dal Nord, glʼinimici della religione protestante avevano aspetti sempre più tristi. Finalmente, con universale esultanza, fu annunziato che la lotta era terminata, il Governo non aveva potuto fare adottare le proposte misure, e il Lord Alto Commissario aveva aggiornato il Parlamento.[145]

LXVII. Se Giacomo non fosse stato sordo ad ogni ammonimento, questi fatti sarebbero bastati ad ammonirlo. Pochi mesi avanti, il più ossequioso deʼ Parlamenti Inglesi aveva ricusato di cedere ai voleri di lui. Ma il più ossequioso deʼ Parlamenti Inglesi poteva considerarsi come unʼassemblea animosa e indipendente in agguaglio di qualunque Parlamento che fosse mai stato in Iscozia; e lo spirito servile deʼ Parlamenti Scozzesi, era da trovarsi in altissimo grado estratto, dirò così, e condensato neʼ Lordi degli Articoli. Ed anche costoro sʼerano mostrati disubbidienti. Era, dunque, chiaro che tutte le classi, tutte le istituzioni che fino a quellʼanno erano state considerate come i più forti puntelli della monarchia, persistendo il Re nella sua insana politica, fossero da reputarsi come parte della forza dellʼopposizione. Nulladimanco, tutti cotesti segni gli tornavano inutili. Ad ogni querela egli dava una sola e medesima risposta; cioè che non cederebbe mai, perocchè le concessioni erano state la rovina di suo padre; e alla sua invincibile fermezza facevano plauso la Legazione Francese e la cabala gesuitica.

Quindi dichiarò dʼessere stato troppo generoso allorchè sʼindusse a richiedere che gli Stati Scozzesi assentissero ai suoi desiderii. La regia prerogativa gli dava potestà di proteggere gli amici e di punire gli oppositori suoi. Fidavasi che in Iscozia la sua potestà di dispensare non gli verrebbe contrastata da nessuna corte di legge. Ivi esisteva un Atto di Supremazia, il quale dava al Sovrano tale un predominio sopra la Chiesa, che avrebbe potuto satisfare anco Enrico VIII. E però i Papisti furono ammessi in folla agli ufficii ed agli onori. Il vescovo di Dunkeld, che come Lord del Parlamento aveva fatta opposizione al Governo, fu arbitrariamente cacciato dalla sua sede, e gli fu dato un successore. Queensberry fu destituito da tutti i suoi impieghi, ed ebbe ordine di rimanere in Edimburgo, finchè fossero ricerchi ed approvati i conti del Tesoro per tutto il tempo della sua amministrazione.[146] E perchè i rappresentanti delle città erano stati i più sediziosi del Parlamento, fu deliberato di modificare ogni borgo in tutto il Regno. Simile cangiamento era stato poco innanzi fatto in Inghilterra per mezzo di sentenze giudiciarie; ma in quanto alla Scozia, un semplice mandato del Principe reputavasi sufficiente. Furono inibite tutte le elezioni deʼ Magistrati e Consigli municipali; e il Re assunse il diritto di nominare da sè glʼindividui a quegli ufficii.[147] In una lettera formale al Consiglio Privato annunziò che intendeva di erigere una Cappella Cattolica Romana nel palazzo di Holyrood; e comandò che i Giudici considerassero come nulle tutte le leggi contro i papisti, a pena dʼincorrere nella sua disgrazia. Confortò nondimeno i Protestanti Episcopali, assicurando loro che comunque egli fosse deliberato di proteggere la Chiesa Cattolica Romana contro loro, era egualmente deliberato a protegger loro contro ogni usurpazione dalla parte deʼ fanatici. A cotesta lettera Perth propose una risposta, espressa con servilissime parole. Il Consiglio comprendeva molti papisti; e i membri protestanti che continuavano a sedervi, erano intimiditi dalla ostinazione e severità del Re; ed osavano appena sommessamente mormorare. Hamilton profferì alcune parole contro la potestà di dispensare, ma affrettossi a palliarle spiegandole. Lockhart disse, che avrebbe amato meglio perdere il capo, anzi che apporre la sua firma ad una lettera quale era quella composta dal Cancelliere; ma ebbe destrezza di dire tali cose così piano, che fu udito dai soli amici. Le parole di Perth furono approvate con frivolissime modificazioni; gli ordini del Re furono eseguiti; ma un cupo scontento si diffuse in tutta quella minoranza della nazione scozzese, con lʼaiuto della quale il Governo fino allora aveva tenuto in freno la maggioranza.[148]

LXVIII. Allorquando lo storico di questo perturbato regno rivolge lo sguardo alla Irlanda, lʼopera sua diventa singolarmente difficile e delicata. Ei procede—per usare la squisita immagine adoperata in simigliante occasione da un poeta latino—sopra un fuoco dʼingannatrici ceneri coperto. Il secolo decimosettimo, in quello sventurato paese, ha lasciato al decimonono un fatale retaggio di maligne passioni. Nessun a delle due razze ha perdonato di cuore i vicendevoli torti recati dai Sassoni difensori di Londonderry, e dai Celti difensori di Limerick. Fino ai dì nostri, una più che spartana alterigia deturpa le molte insigni qualità che caratterizzano i figli deʼ vincitori; mentre un sentimento da Iloti, misto dʼodio e di paura, si manifesta troppo spesso neʼ figli deʼ vinti.

Nessuna delle caste avverse può equamente andare assoluta dal biasimo; ma il maggior biasimo tocca a quellʼinsensato e testardo principe, il quale, posto in condizioni di poterle riconciliare, adoperò tutta la sua possa a soffiare nel fuoco della nimistà loro, e in fine le costrinse ad affrontarsi e pugnare per la vita e la morte.

LXIX. Gli aggravi che i membri della sua Chiesa sostenevano in Irlanda, differivano grandemente da quelli chʼegli tentava di far cessare in Inghilterra e in Iscozia. Il Libro degli Statuti Irlandesi, poscia deturpato da una intolleranza barbara quanto quella deʼ tempi barbarici, allora conteneva appena un solo Atto, e non molto rigoroso, che imponesse penalità ai papisti, considerati come tali. Al di qua del Canale di San Giorgio, ciascun prete che avesse ricevuto un neofito nel grembo della Chiesa di Roma, era soggetto ad essere appeso alle forche e squartato. Al di là del Canale non correva simile pericolo. Un Gesuita che approdasse a Dover, metteva a repentaglio la vita, mentre poteva in sicurtà passeggiare per le vie di Dublino. Tra noi, niuno poteva occupare un ufficio, o anche procacciarsi da vivere come avvocato o maestro di scuola, senza avere solennemente prestato il giuramento di supremazia; ma in Irlanda un pubblico funzionario non era tenuto a prestare tale giuramento, se non quando gli veniva formalmente imposto.[149] La qual cosa non escludeva daglʼimpieghi niuno che il Governo avesse voluto promuovere. La prova sacramentale e la dichiarazione contro la transustanziazione erano ignote; ed ambedue le Camere del Parlamento ammettevano nel proprio seno glʼindividui di qualunque setta religiosa si fossero.

LXX. Parrebbe, adunque, che lʼIrlandese Cattolico Romano fosse in posizione tale, da essere invidiato daʼ suoi confratelli dʼInghilterra e di Scozia. In fatto, nondimeno, le sue condizioni erano più misere ed ardue delle loro; imperciocchè, quantunque non fosse perseguitato come Cattolico Romano, era oppresso come Irlandese. Nel suo paese, il medesimo confine che partiva le religioni, divideva le razze; ed egli apparteneva alla razza vinta, soggiogata ed avvilita. Nel medesimo suolo stanziavano due popolazioni, localmente mescolate, ma mortalmente e politicamente divise. La differenza di religione non era la sola, e forse nè anche la principale differenza che esistesse tra loro. Discendevano da genti diverse, parlavano diversa lingua. Non solo differivano di carattere, ma lʼuna era opposta allʼaltra, quanto lo possono essere due qualunque altri caratteri di razze diverse in Europa: differivano per grado di civiltà. Tra coteste due popolazioni non poteva essere se non poca simpatia; e secoli di calamità e di danni hanno fatto nascere un forte vicendevole abborrimento. La relazione che la minoranza aveva con la maggioranza, somigliava a quella deʼ commilitoni di Guglielmo il Conquistatore coʼ villani sassoni, o a quella deʼ seguaci di Cortes coglʼIndiani del Messico.

Il nome dʼIrlandesi allora davasi esclusivamente ai Celti, e a quelle famiglie, le quali, ancorchè non fossero dʼorigine celtica, avevano nel decorso degli anni adottati i celtici costumi. Queste genti, che erano probabilmente un poʼ meno dʼun milione, aderivano, tranne poche, alla Chiesa di Roma. Fra mezzo a loro risedevano circa dugento mila coloni, alteri del loro sangue sassone e della loro fede protestante.[150]

La grande preponderanza del numero da una parte, era più che controbilanciata da una gran superiorità dʼintelligenza, di vigore e dʼordine, dallʼaltra. Sembra che glʼInglesi ivi stabiliti fossero per istruzione, energia e perseveranza più presto sopra che sotto lʼordinario livello della popolazione della madre patria. Allʼincontro, il contadiname aborigeno era in uno stato quasi selvaggio. Non lavoravano, se non quando sentivano il pungolo della fame. Contentavansi dʼabitazioni inferiori a quelle che in paesi più prosperi servivano per i bestiami domestici. Già la patata, radice la quale può essere coltivata quasi senza arte, industria o spesa, e non può lungamente tenersi ammassata in gran quantità, era divenuta lo alimento del popolo comune.[151] Da genti che siffattamente vivevano, non era da aspettarsi diligenza nè preveggenza. Anche a poche miglia da Dublino, il viandante, in un suolo che è il più fertile e verdeggiante che sia nel mondo, vedeva con disgusto le misere capanne, innanzi alle quali i barbari, squallidi e seminudi, stavano attoniti a guardarlo mentre passava.[152]

LXXI. Lʼaristocrazia aborigena serbava ancora lʼorgoglio della sua nascita, ma aveva perduto la influenza che deriva dalla ricchezza e dal potere. Le terre deʼ signori erano state da Cromwell partite fraʼ suoi seguaci. Parte, a dir vero, del vasto territorio da lui confiscato, era stato reso, dopo la restaurazione della Casa Stuarda, agli antichi proprietari: ma grandissima parte rimaneva in mano deglʼInglesi, ivi stabiliti sotto la guarentigia di un Atto del Parlamento. Questo atto era rimasto in vigore pel corso di venticinque anni; e per virtù di quello, erano state fatte ipoteche, concessioni, vendite e fitti innumerevoli. Gli antichi gentiluomini irlandesi erano dispersi per tutto il mondo. I discendenti deʼ capitani Milesii brulicavano in tutte le corti e in tutti i campi militari del Continente. Quelli spogliati possidenti che rimanevano tuttavia nella patria loro, ripensavano amaramente alle loro perdite, piangevano la dignità od opulenza di che erano stati privati, e nutrivano le feroci speranze dʼunʼaltra rivoluzione. Un individuo appartenente a cotesto ceto, veniva dipinto daʼ suoi concittadini come un gentiluomo che sarebbe dovizioso ove gli fosse resa giustizia, e che sarebbe provveduto dʼun ricco stato ove potesse riaverlo.[153] Rade volte ei si dava a qualche pacifica occupazione. Reputava il commercio più disonorevole del ladroneccio. Talvolta ei diventava predone; talʼaltra, a dispetto della legge, studiavasi di vivere a spese degli antichi affittuari di sua famiglia, i quali, per quanto tristi fossero le loro condizioni, non potevano ricusare parte del loro alimento ad uno che essi seguitavano a considerare come legittimo signore.[154] Quel gentiluomo che avesse avuta la sorte di serbare o riavere qualcuna delle sue terre, spesso viveva a guisa di principotto dʼuna tribù selvaggia, e delle umiliazioni che la razza dominante gli faceva soffrire, rifacevasi governando dispoticamente i propri vassalli, immerso nelle voluttà dʼun rozzo harem, o abbrutendosi quotidianamente con liquori spiritosi.[155] Politicamente, ei non contava nulla. Egli è vero che non vʼera statuto che lo escludesse dalla Camera deʼ Comuni; ma aveva quasi tanto poca probabilità ad essere eletto membro del Parlamento, quanto negli Stati Uniti ne ha un mulatto ad essere eletto senatore. Difatti, un solo papista, dalla Ristaurazione in poi, era stato eletto al Parlamento Irlandese. Il potere legislativo ed esecutivo era interamente nelle mani dei coloni inglesi; la preponderanza deʼ quali era sostenuta da unʼarmata stanziale di sette mila uomini, del cui zelo per ciò che chiamavasi glʼinteressi inglesi, il Governo di Londra poteva fidarsi.[156]

Rigorosamente esaminando la cosa, si conoscerà che nè lʼIrlandismo nè lʼInglesismo formavano un corpo perfettamente omogeneo. La distinzione fra glʼIrlandesi di razza celtica, e glʼIrlandesi discendenti dai seguaci di Strongbow e di De Burgh, non era affatto cancellata. I Fitz alcuna volta osavano parlare con dispregio degli Oʼ e dei Mac; e questi talvolta siffatto dispregio ricambiavano con lʼodio. Nella precedente generazione, uno deʼ più potenti degli Oʼ Neill ricusò di mostrare il più lieve segno di rispetto a un gentiluomo cattolico romano dʼorigine normanda. «Dicesi che la sua famiglia sia rimasta tra noi per quattro cento anni. Non importa. Io odio quel villano come se fosse arrivato ieri.»[157] Nulladimeno, eʼ pare che tali sentimenti fossero rari, e che la lotta la quale da lungo tempo ardeva fra i Celti aborigeni e glʼInglesi degeneri, avesse pressochè ceduto alla lotta più feroce che divideva ambedue le razze dalla colonia moderna e protestante.

LXXII. La colonia era anchʼessa lacerata da intestine contese, si nazionali che religiose. Di quei che la componevano, i più erano Inglesi; ma non pochi erano delle contrade meridionali della Scozia. Metà appartenevano alla Chiesa Anglicana; gli altri erano Dissenzienti. Ma in Irlanda lo Scozzese e lʼInglese erano fortemente vincolati dalla comune origine: lʼAnglicano e il Presbiteriano lo erano dal protestantismo comune. Tutti i coloni avevano comuni la lingua e glʼinteressi pecuniarii. Erano circondati da nemici comuni, e potevano vivere sicuri per mezzo di cautele e sforzi comuni. Perle quali cose, le poche leggi penali che erano state fatte in Irlanda contro i Protestanti Non-Conformisti, erano lettera morta.[158] La bacchettoneria dei più ostinati partigiani della Chiesa, non poteva allignare al di là del Canale di San Giorgio. Appena il Cavaliere giungeva in Irlanda e vedeva che senza valido e coraggioso aiuto deʼ suoi compatriotti puritani, egli e tutta la sua famiglia avrebbe corso pericolo dʼessere assassinato daʼ ladroni papisti, lʼodio chʼei sentiva contro il Puritanismo, cominciava, suo malgrado, ad intiepidire e spegnersi. Fu notato da uomini illustri di ambedue i partiti, che un Protestante il quale in Irlanda veniva chiamato Tory, in Inghilterra sarebbe stato tenuto per Whig moderato.[159]

I Protestanti Non-Conformisti da parte loro tolleravano, con pazienza maggiore di quanta potesse da loro aspettarsi, la vista del più assurdo ordinamento ecclesiastico che sia mai stato nel mondo. Quattro arcivescovi e diciotto vescovi erano impiegati a reggere circa la quinta parte del numero degli Anglicani che abitavano nella sola diocesi di Londra. Del clero parrocchiale, gran parte erano pluralisti, e risedevano lungi dalle loro cure. Vʼerano alcuni che dai propri beneficii ricavavano poco meno di mille lire sterline di rendita annua, senza mai adempire al loro ufficio spirituale. E non pertanto. questa istituzione mostruosa ai Puritani stabiliti in Irlanda, spiaceva meno che la Chiesa Anglicana ai settari inglesi. Imperocchè in Irlanda le scissure religiose erano subordinate alle nazionali; e il Presbiteriano, mentre come teologo non poteva non condannare la gerarchia stabilita, sentiva per essa una specie di compiacimento, qualvolta la considerava come un sontuoso e pomposo trofeo della vittoria riportata dalla illustre razza da cui discendeva.[160]

In tal modo i mali che pativano i Romani Cattolici irlandesi, non avevano nulla di comune con quelli deʼ Cattolici inglesi. Il Cattolico Romano delle Contee di Lancaster o di Stafford altro far non doveva che diventare protestante, e subito trovavasi, per ogni rispetto, nel medesimo livello in cui erano i suoi vicini: ma se i Cattolici Romani di Munster o di Connaught si fossero fatti protestanti, sarebbero sempre rimasti un popolo soggetto. Tutti i danni che il Cattolico Romano avesse potuto patire, in Inghilterra, erano effetto di durissime leggi, e vi si poteva porre rimedio con leggi più liberali. Ma fra le due popolazioni che abitavano in Irlanda, era una ineguaglianza, la quale non essendo cagionata dalle leggi, non poteva per virtù di quelle cessare. Lo impero che lʼuna esercitava sullʼaltra, era quello della opulenza, sopra la povertà, del sapere sopra lʼignoranza, e della cultura sopra la barbarie.

LXXIII. E parve che lo stesso Giacomo, in sul principio del suo regno, conoscesse perfettamente le sopra esposte cose. I perturbamenti dellʼIrlanda, diceva egli, nascevano non dalle differenze tra Cattolici e Protestanti, ma da quelle tra Irlandesi ed Inglesi.[161] Le conseguenze che da tali premesse avrebbe dovuto dedurre, erano chiare; ma, sventuratamente, per lui e per lʼIrlanda, ei non seppe conoscerle.

Se si fosse potuta mitigare la sola animosità nazionale, non vʼè dubbio che lʼanimosità religiosa, non essendo tenuta desta da crude leggi penali, e da rigorosi Atti di Prova, si sarebbe spenta da sè. Calmare una animosità nazionale simile a quella che vicendevolmente sentivano le due razze abitatrici della Irlanda, non poteva essere opera di pochi anni. Nondimeno, un savio e buon principe vi avrebbe, potuto molto contribuire; e Giacomo lʼavrebbe potuto imprendere con vantaggi che nessuno deʼ suoi predecessori o successori ebbe giammai. Come Inglese e Cattolico Romano, egli apparteneva mezzo alla casta dominatrice e mezzo alla dominata, e però aveva i requisiti necessari a far la parte di mediatore fra esse. Nè riesce difficile indicare la via chʼegli avrebbe dovuto prendere. Avrebbe dovuto dichiarare inviolabile la proprietà territoriale esistente, ed annunziare ciò in modo così efficace da calmare lʼansietà deʼ nuovi possidenti, e da estinguere le sinistre speranze che i vecchi proprietari potessero nutrire. Poco importava chiarirsi se vi fosse ingiustizia nel passaggio deʼ beni da uno ad un altro individuo. Quel passaggio, giusto o ingiusto, era seguito tanti anni innanzi, che rovesciarlo sarebbe stato il medesimo che crollare le fondamenta della società. È dʼuopo che ci sia un limite di tempo ad ogni diritto. Dopo trentacinque anni di non interrotto possesso, dopo venticinque, anni di possesso solennemente guarentito dalle leggi, dopo innumerevoli fitti e cessioni, ipoteche e legati, era troppo tardi porre ad esame la validità deʼ titoli. Nondimeno, qualche cosa si sarebbe potuta fare a guarire, i cuori lacerati e rialzare, le prostrate fortune deʼ gentiluomini irlandesi. I coloni erano in prospere condizioni. Avevano grandemente migliorate le loro terre facendovi su fabbricati, piantagioni e chiuse. In pochi anni la rendita era quasi raddoppiata; il commercio era vivo; e le pubbliche entrate, che ascendevano quasi a trecento mila sterline lʼanno, erano più che bastevoli alle spese del Governo locale, e davano un avanzo che mandavasi in Inghilterra. Non vʼera dubbio alcuno, che il primo Parlamento che si fosse ragunato in Dublino, ancorchè rappresentasse quasi esclusivamente glʼinteressi inglesi, in ricompensa alla promessa che il Re avrebbe fatta di mantenere queglʼinteressi neʼ loro diritti legali, gli avrebbe volentieri concessa una considerevolissima somma onde indennizzare, almeno in parte, le famiglie irlandesi ingiustamente spogliate. In cotesto modo, aʼ tempi nostri, il Governo Francese pose fine ai litigi nati dalla più vasta confisca che sia mai stata in Europa. E in simil modo, se Giacomo avesse seguito il parere deʼ suoi consiglieri protestanti, avrebbe almeno grandemente mitigato uno dei precipui mali che affliggevano lʼIrlanda.[162]

Fatto ciò, egli avrebbe dovuto affaticarsi a porre in armonia le razze avverse, proteggendo imparzialmente i diritti e frenando gli eccessi di entrambe. Avrebbe dovuto punire con pari severità lʼindigeno che trascorreva alla licenza della barbarie, e il colono che abusava della forza della civiltà. Fino al punto cui poteva giungere la legittima autorità della Corona—e in Irlanda era molto estesa—niuno che per occupare un ufficio avesse i requisiti dʼintegro e di esperto, avrebbe dovuto esserne escluso a cagione della razza alla quale apparteneva e della religione che professava. È probabile che un Re Cattolico Romano, potendo liberamente disporre dʼuna grossa rendita, avrebbe, senza grave difficoltà, potuto persuadere i prelati e i preti cattolici romani a cooperare con lui nella grande impresa della riconciliazione. Molto, nondimeno, sarebbe rimasto a farsi dalla mano riparatrice del tempo. La razza natia avrebbe dovuto imparare dalla colonia la industria e la preveggenza, le arti del vivere civile, e la lingua dellʼInghilterra. Non poteva essere uguaglianza tra uomini che abitavano dentro case, e uomini che stavansi dentro porcili; tra gli uni che si cibavano di pane, o gli altri che alimentavansi di patate; tra quelli che parlavano la nobile favella di grandi filosofi e poeti, e questi che, con pervertito orgoglio, vantavansi di non potere contorcere la loro bocca a balbettare un gergo nel quale erano scritti gli Augumenti delle Scienze e il Paradiso perduto.[163] Nulladimeno, non è irragionevole il credere che se la moderata politica la quale siamo venuti esponendo, fosse stata fermamente seguita dal Governo, ogni distinzione si sarebbe andata a poco a poco cancellando; e adesso non vi sarebbe vestigio della ostilità che ha formata la sciagura della Irlanda, come non ne esiste della avversione che un tempo regnava tra i Sassoni e i Normanni in Inghilterra.

LXXIV. E fu sventura che Giacomo, invece di farsi mediatore, divenisse il più feroce e dissennato uomo di parte. Invece di calmare il rancore delle due popolazioni, lʼinfiammò fino ad un punto non mai prima veduto. Deliberò di invertire la loro posizione relativa, e porre i coloni protestanti sotto i piedi deʼ Celti papisti. Appartenere alla Chiesa Anglicana, essere di razza inglese, era agli occhi suoi un demerito per conseguire gli uffici civili e militari. Meditava il disegno di confiscare nuovamente e partire il suolo di mezza lʼisola; e manifestava così chiaramente tale pensiero, che una classe degli abitatori dellʼIrlanda fu tosto agitata da terrori chʼei poscia invano volle calmare, e lʼaltra da speranze chʼegli poi vanamente si studiò di frenare. Ma questa era piccolissima parte della sua colpa e demenza. Stabilì deliberatamente, non solo di dare agli abitatori aborigeni dellʼisola lʼintero possesso del loro paese, ma di giovarsene anche come strumenti per istabilire la tirannide in Inghilterra. Lʼesito di questo divisamento fu quale era da prevedersi. I coloni si posero in sulle difese, con la invincibile pertinacia della loro razza. La madre patria considerava come sua propria la causa loro. Allora seguì una lotta disperata per una terribile partita di giuoco, sulla quale ambe le parti posero ogni cosa più caramente diletta: nè possiamo giustamente biasimare lʼIrlandese o lʼInglese per avere, in tanta estremità, ubbidito alla legge della propria difesa. Il conflitto fu tremendo, ma breve. Il più debole cedette. La sua sorte fu crudele; e nondimeno la crudeltà onde fu trattato, era degna, non di difesa, ma di scusa; imperocchè, quantunque egli avesse sofferto tutto ciò che la tirannia possa infliggere, non patì più di quanto egli stesso avesse inflitto altrui. Lo effetto dellʼinsano attentato di soggiogare la Inghilterra per mezzo della Irlanda, fu che glʼIrlandesi divennero servitori deglʼInglesi. Gli antichi possidenti sforzandosi di ricuperare ciò che avevano perduto, perderono la maggior parte di ciò che era loro rimasto. Il breve predominio del papismo produsse poi tal numero di leggi barbare contro il papismo, che il libro statutario dʼIrlanda è passato in proverbio dʼinfamia per tutta la Cristianità. Tali furono gli amari frutti della politica di Giacomo.

Abbiamo già veduto che uno deʼ primi suoi atti, dopo che ascese al trono, fu quello di richiamare Ormond dalla Irlanda. Ormond in quel Regno era considerato come capo deglʼinteressi inglesi; aderiva fermamente alla religione protestante; e il suo potere eccedeva dʼassai quello di un ordinario Lord Luogotenente, prima perchè per grado ed opulenza era il più grande fraʼ coloni, e poi perchè non solo era capo dellʼamministrazione civile, ma anco comandante delle forze. Il Re, in quel tempo, non voleva affidare interamente ad un Irlandese il Governo. Vero è chʼegli avea detto che un vicerè nativo dellʼisola, sarebbe presto diventato sovrano indipendente.[164] Per allora, quindi, ei pensò di partire il potere di che Ormond era rivestito, dando lʼamministrazione civile ad un Lord Luogotenente inglese e protestante, e il comando delle armi ad un Irlandese Cattolico Romano. Lord Luogotenente fu fatto Clarendon; Comandante dello esercito Tyrconnel.

Tyrconnel discendeva, secondo che sopra abbiamo detto, da una di quelle degeneri famiglie di Pale, che comunemente erano annoverate fra la popolazione primigenia dʼ Irlanda. Talvolta chiacchierando parlava con albagia normanna dei barbari Celti,[165] ma in fatto parteggiava per i naturali dellʼisola. Odiava i coloni protestanti, i quali lo rimeritavano di pari abborrimento. Clarendon sentiva assai diversamente; ma per indole, interesse e principii, era un ossequioso cortigiano. Aveva animo basso; trovavasi in circostanze impacciate; ed aveva la mente profondamente imbevuta delle dottrine che la Chiesa Anglicana aveva a quei tempi con tanta assiduità propagate. Nondimeno, era fornito di doti non ispregevoli; e sotto un buon Re, forse sarebbe stato un rispettabile vicerè.

LXXV. Circa nove mesi erano scorsi dal richiamo dʼOrmond allo arrivo di Clarendon in Dublino. In quellʼintervallo di tempo, il Re era rappresentato da un Consiglio di Lordi Giudici; ma lʼ amministrazione militare era nelle mani di Tyrconnel. Già i disegni della Corte cominciavano a svolgersi. Un ordine reale giunse da Whitehall per disarmare la popolazione. Tale ordine fu rigorosamente eseguito da Tyrconnel, rispetto aglʼInglesi. Benchè le campagne fossero infestate da bande di ladroni, un gentiluomo protestante appena poteva impetrare licenza di tenere un paio di pistole. Al contadiname del paese, dallʼaltra parte, fu concesso di tenere le armi.[166] La esultanza deʼ coloni perciò fu grande; allorchè, finalmente, nel dicembre del 1685, Tyrconnel fu chiamato a Londra, e Clarendon spedito a Dublino. Ma tosto si conobbe che la direzione del Governo Irlandese era di fatto in Londra, non in Dublino. Ogni corriere postale che giungeva dal Canale di San Giorgio, recava nuove della infinita influenza che Tyrconnel esercitava nelle cose irlandesi. Dicevasi che sarebbe fatto Marchese, Duca, comandante delle armi; che gli sarebbe affidata la impresa di riordinare lʼarmata e le Corti di Giustizia.[167]

LXXVI. Clarendon rimase amaramente mortificato al trovarsi come un membro subordinato in quella amministrazione, della quale egli aveva creduto dʼessere il capo. Lamentavasi che qualunque cosa egli facesse, fosse male rappresentata daʼ suoi detrattori: e che i più gravi provvedimenti intorno al paese da lui governato, erano fatti in Westminster, resi noti al pubblico, discussi nelle botteghe di Caffè, scritti in migliaia di lettere private, vari giorni prima che ne fosse dato avviso al Lord Luogotenente. Poco importargli, diceva, la sua dignità personale; ma non esser cosa lieve, che il rappresentante della maestà del trono fosse reso zimbello al pubblico disprezzo.[168] La paura rapidamente si diffuse fra glʼInglesi appena conobbero che il vicerè, loro concittadino e protestante, non poteva proteggerli secondo che avevano sperato. Cominciarono a fare amaro esperimento di ciò che importi essere una casta soggetta. Erano molestati daglʼindigeni con accuse di crimenlese e di sedizione. Questo protestante aveva carteggiato con Monmouth; quellʼaltro aveva con poco rispetto favellato del Re quattro o cinque anni innanzi, mentre si discuteva la Legge dʼEsclusione; e la testimonianza del più infame degli uomini serviva a provare la colpa. Il Lord Luogotenente riferì, che temeva, ove non si fosse posto fine a siffatto modo dʼagire, in Dublino tra breve sarebbe stato il regno del terrore simile a quello che sʼera veduto in Londra, allorchè lʼonore e la vita deʼ cittadini erano nelle mani di Oates e di Bedloe.[169]

A Clarendon fu, dopo poco tempo, annunziato, in un conciso dispaccio di Sunderland, il principe avere deliberato di fare senza indugio un pieno cangiamento nel Governo civile e militare dellʼIrlanda, e di porre negli uffici un gran numero di Cattolici Romani; e si aggiungeva, con pochissima grazia, che la Maestà Sua aveva in tali cose chiesto consiglio a uomini più competenti del suo inesperto Lord Luogotenente.[170]

Avanti che cotesta lettera fosse pervenuta al vicerè, la nuova di ciò che vi si conteneva era per vari mezzi arrivata in Irlanda. Il terrore deʼ coloni fu immenso. Essendo inferiori di numero alla popolazione indigena, la loro condizione sarebbe stata tristissima se la popolazione indigena si fosse armata contro loro di tutti i poteri dello Stato: e tale, nientemeno, era la minaccia. Gli Inglesi abitanti di Dublino passava lʼuno accanto allʼaltro per le vie con afflitto sembiante. Nella Borsa i negozi erano sospesi. I possidenti affrettavansi a vendere a qualunque prezzo le loro terre, e mandare in Inghilterra le somme ricavate. I trafficanti cominciavano ad assestare i loro conti, ed apparecchiavansi a ritirarsi dai commerci. Lo effetto della paura tosto si risentì nella pubblica rendita.[171] Clarendon tentò dʼispirare agli impauriti quella fiducia chʼei non aveva in cuore. Assicurò loro, che la proprietà sarebbe stata considerata come sacra; e disse di sapere di certa scienza, che il Re era determinato di mantenere lʼAtto, così chiamato, di Stabilimento, che guarentiva i loro diritti sulle terre. Ma al Governo in Inghilterra egli scriveva in tono diverso. Rischiossi per fino a querelarsi del Re, e senza biasimare lo intendimento che Sua Maestà aveva dʼimpiegare i Cattolici Romani, suggerì con vigorose parole, che i Cattolici Romani destinati agli impieghi fossero inglesi.[172]

La risposta di Giacomo fu secca e fredda. Dichiarò, come egli non intendesse privare i coloni inglesi delle terre loro, ma molti di loro ei teneva suoi nemici; e dacchè consentiva di lasciare tutta lʼopulenza nelle mani deglʼinimici, era maggiormente necessario che lʼamministrazione civile e militare fosse posta in quelle degli amici suoi.[173]

Per le quali cose, vari Cattolici Romani furono chiamati al Consiglio Privato; e spedironsi ordini ai municipii perchè ammettessero i Cattolici Romani ai privilegi municipali.[174] A molti ufficiali dellʼesercito fu arbitrariamente tolto e grado e pane. Invano il Lord Luogotenente patrocinò la causa di parecchi, che egli sapeva essere buoni soldati e leali sudditi. Fra costoro erano vecchi Cavalieri, che avevano strenuamente pugnato per la monarchia, e che portavano onorate cicatrici. Neʼ loro posti furono messi uomini i quali altro merito non avevano che la loro religione. Dicevasi che deʼ nuovi capitani e luogotenenti alcuni erano stati bifolchi, altri servitori, altri anche predoni; taluni erano così assuefatti a portare scarponi, che inciampavano e procedevano stranamente impacciati neʼ loro stivali da soldati. Non pochi degli ufficiali destituiti arruolaronsi nellʼesercito olandese, e quattro anni dopo provarono il diletto di sconfiggere ignominiosamente i loro successori, e cacciarli oltre le acque del Boyne.[175]

Lʼangoscia e il timore di Clarendon si accrebbero ad una nuova che gli giunse per vie private. Senza la sua approvazione, senza nè anche fargliene saper nulla, facevansi apparecchi per armare e disciplinare tutta la popolazione celtica dellʼisola di cui egli era governatore di solo nome. Tyrconnel da Londra dirigeva le cose; e i prelati cattolici erano suoi agenti. Ciascun prete era stato richiesto di compilare una lista di tutti i suoi parrocchiani maschi, atti alle armi, e mandarla al suo Vescovo.[176]

LXVII. Già correva voce che Tyrconnel sarebbe tra breve ritornato a Dublino, investito di poteri straordinari e indipendenti; e la voce ogni giorno maggiormente spandevasi. Il Lord Luogotenente, che per nessuno insulto al mondo sapeva indursi a rinunziare alla pompa e agli emolumenti del suo ufficio, dichiarò che avrebbe piegata la fronte dinanzi al volere del Re, e si sarebbe mostrato in ogni cosa suddito obbediente e fedele. Disse di non avere mai in vita sua avuto il minimo litigio con Tyrconnel, ed era sicuro che nè anche adesso nascerebbe differenza tra loro.[177] Eʼ pare che Clarendon non si rammentasse della congiura fatta a rovinare la fama della sua innocente sorella, della quale congiura Tyrconnel era stato precipuo macchinatore. Simigliante ingiuria non è tale che un uomo dʼalto animo possa agevolmente perdonare. Ma nella malvagia corte nella quale gli Hydes si erano tanto tempo affaccendati a farsi lo stato, simiglianti ingiurie venivano di leggeri perdonate e poste in oblio, non mai per magnanimità di carità cristiana, ma per semplice abiettezza e difetto di senso morale. Nel giugno 1686, Tyrconnel giunse in Irlanda. Il regio mandato lʼautorizzava solamente a comandare le truppe; ma aveva istruzioni concernenti tutte le parti dellʼamministrazione, e a un tratto si recò in mano il Governo effettivo dellʼisola. Il di dopo il suo arrivo, esplicitamente dichiarò, che gli uffici dovevano largamente darsi ai Cattolici Romani, e che per ciò era dʼuopo mandar via i Protestanti. Si dètte con pertinacia ed ardore a riordinare lʼarmata. E davvero chʼera questa lʼunica delle funzioni di comandante supremo chʼegli potesse adempire: poichè, quantunque fosse coraggioso nelle risse e neʼ duelli, non conosceva punto lʼarte militare. Alla prima rassegna chʼegli fece, coloro i quali gli stavano da presso poterono chiaramente accorgersi che egli non sapeva guidare un reggimento.[178]

LXXVIII. Cacciare dallʼarmata glʼInglesi e porvi glʼIrlandesi, era, secondo la sua opinione, il principio e il fine dellʼamministrazione della guerra. Ebbe lʼinsolenza di cassare il capitano delle Guardie del Corpo del Lord Luogotenente; nè Clarendon seppe di ciò chʼera seguito, se non quando vide un Cattolico Romano, il cui volto gli giungeva nuovo, scortare il suo cocchio di gala.[179] Il cangiamento non si limitò ai soli ufficiali. Le file furono pienamente disfatte e rifatte. Quattro o cinquecento soldati furono reietti da un solo reggimento, principalmente sotto pretesto dʼessere di statura inferiore a quella richiesta dalla legge. Nulladimeno, anche lʼocchio più inesperto conobbe a un tratto che essi erano più atti e meglio formati deʼ loro successori, il cui aspetto selvaggio e squallido disgustava i riguardanti.[180] Ai nuovi ufficiali fu ingiunto di non arruolare nessun soldato protestante. I reclutatori, invece di battere i loro tamburi per raccogliere volontari nelle fiere e nei mercati, secondo lʼantica usanza, recavansi ai luoghi aʼ quali i Cattolici Romani solevano andare in devoto pellegrinaggio. In poche settimane, il Generale aveva posto nello esercito più di due mila reclute indigene; e chi gli stava dappresso, con sicurtà affermava che pel dì di Natale in tutta lʼarmata non sarebbe rimasto nè anche un soldato di razza inglese.[181]

In tutte le questioni che sorgessero nel Consiglio Privato, Tyrconnel mostravasi similmente violento e parziale. Giovanni Keating, Capo giudice deʼ Piati Comuni, uomo insigne per abilità, integrità e lealtà, espose con modi assai miti, che tutto ciò che il Generale potesse ragionevolmente chiedere per la sua propria Chiesa, era la perfetta uguaglianza. Disse, il Re aver voluto manifestamente intendere, che nessun uomo meritevole della fiducia pubblica dovesse essere escluso perchè Cattolico Romano, e nessuno immeritevole della pubblica fiducia dovesse essere ammesso perchè Protestante. Tyrconnel subito cominciò a vomitare imprecazioni e bestemmie. «Io non so che rispondere a ciò; ma devono essere tutti Cattolici Romani.»[182] I più assennati Irlandesi aderenti alla Religione Cattolica rimasero atterriti alla demenza di lui, e provaronsi di rimproverarlo; ma li cacciò via imprecando.[183] La sua brutalità trascorreva tantʼoltre, che molti lo credevano ammattito. Eppure, era meno strana della svergognata volubilità con che gli uscivano di bocca le bugie. Lungo tempo prima aveva acquistato il soprannome di Lying Dick Talbot (il bugiardo Guglielmo Talbot); e a Whitehall ogni strana finzione veniva chiamata una delle verità di Dick Talbot. Adesso giornalmente mostrava dʼessere ben meritevole di cotesta non invidiabile riputazione. E davvero in lui il mentire era una infermità. Dopo dʼaver dato ordini di destituire gli ufficiali inglesi, era capace di condurli nelle sue segrete stanze, e assicurarli della fiducia ed amicizia che sentiva per loro, dicendo: «Dio mi confonda, mi sperda, mi fulmini sʼio non avrò a cuore i vostri interessi.» Talvolta coloro ai quali aveva fatto simili giuramenti, sapevano, innanzi ohe il giorno si chiudesse, dʼessere stati destituiti.[184]

LIX. Al suo arrivo, quantunque bestemmiasse oscenamente contro lʼAtto di Stabilimento, e chiamasse glʼinteressi inglesi cosa iniqua, cosa scellerata, cosa maledetta, simulò nondimeno dʼesser convinto che la distribuzione delle proprietà, non si poteva, dopo si lungo corso dʼanni, alterare.[185] Ma giorni dopo, cangiò linguaggio. In Consiglio si mise a declamare con veemenza intorno alla necessità di renderò le terre agli antichi padroni. Ma non aveva per anche ottenuto lʼassenso del Re a codesto fatale disegno. Nella mente di Giacomo, il sentimento nazionale tenzonava ancora debolmente contro la superstizione. Egli era uomo inglese; era Re inglese; e non poteva, senza tristi presentimenti, acconsentire alla destruzione della maggior colonia che lʼInghilterra avesse mai fondata. Glʼinglesi Cattolici Romani, ai quali aveva costume di chiedere consiglio, furono di quasi unanime opinione a favore dellʼAtto di Stabilimento. Non solo lʼonesto e moderato Powis, ma il dissoluto e testardo Dover, porsero savi e patriottici consigli. Tyrconnel mal poteva sperare di frustrare da lungi lo effetto che tali ammonimenti producevano nella mente del Re. Deliberò, quindi, di difendere in persona la causa della sua casta; e però, verso la fine dʼAgosto, partì per lʼInghilterra.

LXXX. Si la presenza che lʼassenza di lui erano egualmente cagione di timore al Lord Luogotenente. Gli era veramente doloroso vedersi ogni giorno umiliato dal suo nemico; ma non eragli di minor dolore il sapere che il suo nemico ogni giorno susurrava calunnie e pessimi consigli alle orecchie del Principe. Clarendon era tormentato da molte e diverse vessazioni. In una sua gita nellʼinterno dellʼisola, sʼera veduto trattare con disprezzo dalla popolazione irlandese. I preti cattolici romani esortavano le loro congregazioni a non fargli nessun atto di riverenza. I gentiluomini indigeni invece di andare a complirlo, rimanevano nelle proprie case. Il contadiname indigeno da per tutto cantava canzoni in lingua ersa in lode di Tyrconnel, il quale tra breve sarebbe riapparso ad umiliare pienamente i loro oppressori.[186] Il vicerè era appena ritornato a Dublino dalla sua poco soddisfacente gita, allorquando gli giunsero lettere che gli annunciavano il Re essere seriamente sdegnato contro di lui. La Maestà sua—dicevano tali lettere—aspettarsi che i suoi ministri non solo adempissero i suoi comandamenti, ma gli adempissero di cuore e con esultanza. Esser vero che il Lord Luogotenente non aveva ricusato di cooperare alla riforma dellʼarmata e dellʼamministrazione civile, ma averlo fatto con ripugnanza e con negligenza: il suo aspetto avere tradito il sentimento dellʼanimo: tutti essersi accorti comʼegli disapprovasse la politica che gli era stato commesso di recare ad effetto.[187] Immerso in amarissima angoscia, scrisse lettere onde difendersi; ma gli fu bruscamente annunziato, la sua difesa non essere soddisfacente. Allora, con abiettissime parole, dichiarò che non avrebbe tentato di giustificarsi; si sarebbe sobbarcato riverente alla sentenza, qualunque si fosse, del principe; si sarebbe prostrato nella polvere onde implorare perdono, dacchè egli sincerissimamente pentivasi, e riputava glorioso il morire pel suo sovrano: ma gli era impossibile di vivere percosso dallʼira di lui. Tali parole non movevano da sola ipocrisia dʼinteresse, ma, almeno in parte, da animo prettamente servile e meschino; avvegnachè, nelle lettere di confidenza non destinate ad andare sotto gli occhi del Re, Clarendon si spassionasse nel medesimo tono lamentevole con la propria famiglia: sè essere degno di pietà, sè ruinato, sè non aver forza da sostenere la collera del Re, sè non curare punto la vita ove non vi fosse mezzo a placare lʼira dellʼadorato principe.[188] Il misero si sentì accrescere in cuore lo spavento, come seppe essersi già deliberato in Whitehall di richiamare lui, e fargli succedere il suo rivale e calunniatore Tyrconnel.[189] E in tanto, per alcun tempo lʼavvenire parve rischiararsi; il Re era di buon umore; e per pochi giorni Clarendon sʼilluse credendo che la intercessione del fratello fosse prevalsa, e la tempesta abbonacciata.[190]

LXXXI. La tempesta, invece, era appena incominciata. Mentre Clarendon studiavasi di appoggiarsi a Rochester, Rochester non bastava a sostenere sè stesso. Come in Irlanda il fratello maggiore, quantunque avesse le Guardie dʼonore, la spada dello Stato e il titolo dʼEccellenza, era sottoposto di fatto al Comandante delle armi; così in Inghilterra il fratello minore, quantunque ritenesse il bastone bianco e la precedenza, in grazia del suo alto ufficio, sopra i grandi nobili ereditari, andava diventando un semplice impiegato nelle finanze. Il Parlamento fu nuovamente prorogato a un tempo lontano, contro i noti desiderii del Tesoriere. Nè anche gli fu detto che doveva esservi unʼaltra proroga, ma ei ne lesse la nuova nella Gazzetta. La effettiva direzione degli affari era passata nelle mani della cabala, che il venerdì pranzava a casa di Sunderland. Il Gabinetto si ragunava solo per udire la lettura deʼ dispacci giunti dalle Corti straniere; nè tali dispacci contenevano più di quel che si sapesse alla Borsa Reale; imperocchè tutte le legazioni inglesi avevano ricevuto ordini di porre nelle lettere officiali solo i discorsi ordinari delle anticamere, e comunicare privatamente i segreti importanti a Giacomo stesso, a Sunderland o a Petre.[191] E di ciò la vincitrice fazione non era paga. Coloro deʼ quali il Re si fidava, gli dicevano che la ostinatezza con che la nazione avversava i disegni di lui, era veramente da attribuirsi a Rochester. In che guisa avrebbe potuto il popolo credere che il sovrano fosse incrollabilmente risoluto a perseverare nella via nella quale sʼera messo, vedendogli a lato, ostensibilmente primo per possanza e fiducia fra i suoi consiglieri, un uomo che, come tutti sapevano, disapprovava grandemente quella via? Ogni passo che il principe aveva fatto ad umiliare la Chiesa Anglicana, ed esaltare quella di Roma, era stato avversato dal Tesoriere. Era pur vero, che qualvolta aveva sperimentata vana ogni opposizione, egli si era sottomesso di malavoglia; chè anzi aveva cooperato a mandare ad esecuzione quegli stessi progetti chʼegli aveva con estremo calore contrastati. Egli era vero che, quantunque abborrisse la Commissione Ecclesiastica, aveva consentito di essere uno deʼ Commissari. Era anche vero, che mentre dichiarava di non trovare nessuna cagione di biasimo nella condotta del vescovo di Londra, aveva ripugnantemente votato a favore della sentenza che lo cacciò dalla sua sede. Ma ciò non era bastevole. Un principe dedito ad unʼintrapresa così grave ed ardua come quella in cui Giacomo sʼera messo, aveva diritto dʼesigere dal suo primo ministro, non una acquiescenza fatta mal volentieri e senza grazia, ma una zelante e fortissima cooperazione. Mentre con tali consigli la cabala tentava di continuo lʼanimo di Giacomo, gli giungevano per la posta-di-un-soldo molte lettere cieche, ripiene di calunnie contro il Lord Tesoriere. Questo modo dʼaggressione era stato immaginato da Tyrconnel, e concordava perfettamente con ogni azione della sua vita infame.[192]

Il Re esitava. Eʼ sembra, a dir vero, che portasse singolare affetto al suo cognato, e per lʼaffinità, e per la lunga dimestichezza, e per molti scambievoli buoni uffici. Pareva probabile che finchè Rochester avesse continuato a sottoporsi, quantunque lento e mormorando, alle voglie del Re, sarebbe rimasto, di nome, primo ministro. Sunderland, quindi, con finissima astuzia suggerì al proprio signore la convenevolezza di chiedere a Rochester lʼunica prova dʼobbedienza; prova che Rochester, senza alcun dubbio, non avrebbe mai data. Per allora—tale era il linguaggio dello scaltro segretario—tornava al Re impossibile consigliarsi col primo deʼ suoi ministri intorno a ciò che gli stava più a cuore.

LXXXII. Era doloroso il pensare che i pregiudicii religiosi, in sì grave negozio, dovessero privare il Governo di un tanto aiuto. Forse non era impossibile vincere simiglianti pregiudicii. Allora lo ingannatore bisbigliò sapere che Rochester di recente avesse manifestato qualche dubbio intorno i punti in questione tra i Protestanti e i Cattolici.[193] Ciò fu bastevole perchè il Re prendesse un partito. Cominciò a lusingarsi di potersi sottrarre alla necessità di allontanare da sè un amico, e nel tempo stesso assicurarsi un esperto coadiutore alla grandʼopera chʼera in via di compiere. Fu anche solleticato dalla speranza dʼacquistare il merito e la gloria di avere salvata unʼanima dalla eterna perdizione. Eʼ pare in verità, che intorno questo tempo fosse invaso da un insolito e violento accesso di zelo per la sua religione: la qual cosa è più da notarsi in quanto era pur allora ricaduto, dopo un breve intervallo dʼastinenza, nella dissolutezza; che tutti i teologi cristiani condannano come peccaminosa, e che in un uomo maturo, ed ammogliato ad una giovine e leggiadra donna, anche dai mondani è giudicata riprovevole. Lady Dorchester era ritornata da Dublino, e nuovamente divenuta concubina del Re. Politicamente il suo ritorno non era dʼalcuna importanza. Aveva imparato per propria esperienza, essere stoltezza ogni prova di salvare il suo amante dalla distruzione a cui correva diritto. E però lasciò che i Gesuiti lo guidassero nella condotta politica. Nondimeno, ella era la sola di parecchie donne abbandonate, che a quel tempo dividesse con la Chiesa Cattolica lʼimpero nel cuore di lui.[194] Sembra chʼei pensasse di fare ammenda di aver trascurata la salute dellʼanima propria, dandosi cura delle anime altrui. Si pose, adunque, ad operare con sincera volontà, ma con la volontà dʼun animo aspro, severo ed arbitrario, per la conversione del suo cognato. In ogni udienza accordata al Tesoriere, il tempo era speso ad argomentare intorno allʼautorità della Chiesa ed al culto delle immagini. Rochester aveva fermo in cuore di non abiurare la propria religione; ma non pativa scrupoli a ricorrere, per difendersi, ad artifici disonorevoli al pari di quelli che altri aveva adoperati ad offenderlo. Simulava di parlare come uomo che ondeggi nel dubbio, mostrava desiderio di essere illuminato ove si trovasse nellʼerrore, si faceva prestare libri papisti, ed ascoltava cortesemente i teologi papisti. Ebbe vari colloqui con Leyburn vicario apostolico, con Godden cappellano e limosiniere della Regina vedova, e con Bonaventura Giffard, teologo educato alla polemica nelle scuole di Doaggio. Fu stabilito che vi sarebbe una disputa formale tra cotesti dottori ed alcuni ecclesiastici protestanti. Il Re disse a Rochester, di scegliere qualunque ministro della Chiesa Anglicana, da due soli allʼinfuori. I due esclusi erano Tillotson e Stillingfleet. Tillotson, il più popolare predicatore di queʼ tempi, e per costumi lʼuomo più inoffensivo del mondo, aveva stretta relazione con alcuni dei principali Whig; e Stillingfleet, che avea voce di destro maneggiatore di tutte le armi della controversia, era anche più esoso a Giacomo per avere pubblicata una risposta agli scritti trovati nella cassa forte di Carlo II. Rochester elesse i due regi Cappellani, che per avventura trovavansi di servizio. Uno di loro chiamavasi Simone Patrick, i cui commentari sopra la Bibbia formano ancora parte delle biblioteche teologiche; lʼaltro era Jane, Tory virulento, il quale aveva cooperato a formulare il decreto, con cui la università dʼOxford aveva abbracciate le peggiori follie di Filmer. La conferenza seguì in Whitehall il dì 30 novembre. Rochester, che voleva non si sapesse lui avere consentito a porgere ascolto agli argomenti deʼ preti papisti, si fece promettere secretezza. Non fu presente altro uditore che il Re. La discussione versò intorno alla presenza reale. I teologi cattolici romani assunsero lʼincarico di provarla. Patrik e Jane ragionarono poco; nè era mestieri consumare molte parole, perocchè lo stesso Conte imprese a difendere la dottrina della sua Chiesa; e come soleva succedergli, tosto riscaldato dal conflitto, perdè il proprio contegno, e domandò con gran forza, se era da sperarsi chʼegli si inducesse mai a cangiare religione per argomenti sì frivoli. Poi si rammentò del rischio che egli correva, cominciò nuovamente a dissimulare, lodò i dottori per lʼarte e la dottrina che avevano mostrata nella disputa, e chiese tempo a meditare sopra ciò che avevano detto.[195]

Comecchè Giacomo fosse di tardo intendimento, non poteva non accorgersi che il cognato non diceva da senno. Il Re disse a Barillon, che il linguaggio di Rochester non era quello dʼun uomo che sinceramente desideri di giungere al vero. Nondimeno, non amava di proporre al cognato direttamente di eleggere o lʼapostasia o la destituzione: ma tre dì dopo la conferenza, Barillon recossi a visitare il Tesoriere, e con lunga circonlocuzione e molte espressioni dʼamichevole affetto, gli rivelò la spiacevole verità. «Intendete forse» disse Rochester imbrogliato dalle confuse e cerimoniose frasi del ministro francese, «intendete forse che ove io non mi faccia Cattolico, la conseguenza ne sarà che debba perdere il mio posto?»—«Non parlo punto di conseguenze» rispose lo scaltro diplomatico. «Vengo solamente come amico a dirvi chʼio spero che abbiate cura di tenere il vostro posto.»—«Ma certo,» disse Rochester «ciò chiaramente significa che o mi debba fare Cattolico, o andar via.» Gli fece molte dimande onde chiarirsi se Barillon parlasse per ordine del principe, ma non potè ricavarne se non vaghe e misteriose risposte. Infine, simulando una fiducia chʼegli non aveva punto, disse a Barillon che sʼera lasciato ingannare dalle oziose ciarle deʼ maligni, e concluse: «Vi dico che il Re non mi destituirà, e chʼio non rinunzierò mai. Io conosco lui; egli conosce me; e non ho timore di nessuno.» Il Francese rispose essere lieto, essere incantato di sentir ciò; e che lʼunica cagione onde era stato mosso ad intromettersi in cotesta faccenda, era stata la sincera ansietà chʼegli provava per la prosperità e lʼonore del suo egregio amico il Tesoriere. E in tal guisa partironsi, ciascuno illudendosi dʼavere gabbato lʼaltro.[196]

Intanto, malgrado le promesse di serbare il secreto, la nuova che il Lord Tesoriere avesse consentito ad essere ammaestrato nelle dottrine del papismo, erasi sparsa per tutta Londra. Patrick e Jane erano stati veduti entrare per quella porta misteriosa che conduceva alle stanze di Chiffinch. Alcuni Cattolici Romani che rigiravano in Corte, avevano indiscretamente o ad arte propalato tutto ciò che sapevano, ed altro ancora. I Tory aderenti alla Chiesa Anglicana, stavano ad aspettare più fondate notizie. Incresceva loro il pensare che il loro capo si fosse mostrato ondeggiante nelle proprie opinioni; ma non sapevano indursi a credere chʼei sarebbe sceso alla abbiettezza dʼun rinnegato. Lo sventurato ministro, straziato a unʼora dalle sue feroci passioni e dai suoi bassi desiderii, molestato dal pubblico biasimo e dalle parole allusive di Barillon, trepidante di perdere la riputazione e lʼufficio, si condusse alle secrete stanze del Re, col proponimento di mantenere lo impiego, ove avesse potuto farlo, abbassandosi ad ogni specie dʼinfamia, tranne una sola. Farebbe sembiante di tentennare nelle sue opinioni religiose, e dʼessere mezzo convertito; prometterebbe di sostenere con ogni sua possa quella politica fino allora da lui oppugnata: ma nel caso che ei si vedesse ridotto agli estremi, ricuserebbe di abbandonare la propria religione. Cominciò, dunque, con dire al Re: lo affare che importava tanto alla Maestà Sua, non sonnacchiare; Jane e Giffard attendere a rovistare libri intorno ai punti controversi fra le due Chiese; ed appena finite le loro lucubrazioni, essere convenevole un altro colloquio. Lamentò quindi amaramente come la città tutta sapesse ciò che avrebbe dovuto tenersi gelosamente nascosto, e come taluni, i quali per la loro posizione potevano supporsi bene informati, riferissero strane cose intorno aglʼintendimenti del principe. «Si vocifera» disse egli «che ove io non faccia siccome la Maestà Vostra vorrebbe, non sarei più oltre tollerato nel mio ufficio.» Il Re rispose con qualche espressione di cortesia, essere malagevole impedire i chiacchiericci del popolo, nè doversi badare alle scempie storielle. Siffatte inconcludenti parole non potevano calmare la perturbata mente del ministro; il quale, anzi, sentendosi violentemente agitato cominciò a supplicare per lo impiego come avrebbe fatto per la propria vita. «La Maestà Vostra vede bene chʼio fo tutto ciò che posso per obbedirvi. E davvero chʼio farò tutto il possibile per obbedirvi in ogni cosa. Vi servirò come vorrete. Anzi farò ogni sforzo per abbracciare la vostra fede; ma non mi si dica, che mentre mi provo di piegare a ciò lʼanimo mio, ove io nol possa, debba perdere ogni cosa. Imperocchè bisogna dire alla Maestà Vostra esservi altri riguardi...»—«Bisogna dirmi! bisogna dirmi!» esclamò il Re con una bestemmia. La minima parola che suonasse onesta e vigorosa, sfuggita fra mezzo a tanto abietto supplicare, bastò a muoverlo ad ira. «Spero» disse il misero Rochester «di non avervi offeso, o Sire. Vostra Maestà certamente non avrebbe fatto buon giudicio di me, qualora non avessi parlato in cotesta guisa.» Il Re ritornò in sè, protestò di non sentirsi offeso, e consigliò il Tesoriere a spregiare le ciarle, e ragionar nuovamente con Jane e Giffard.[197]

LXXXIII. Dopo siffatto colloquio, corsero quindici giorni innanzi che gli giungesse il colpo fatale. Rochester spese queʼ quindici giorni a intrigare e supplicare. Studiossi di rendere a sè favorevoli quei Cattolici Romani che maggiormente influivano in Corte. Diceva loro di non potere rinunziare alla propria religione; ma, tranne ciò solo, esser pronto a far tutto quanto potessero desiderare. Soggiungeva che ove egli potesse rimanere in ufficio, avrebbero trovato più utile alla loro causa lui protestante, che qualunque altro della loro religione.[198] Si disse che la moglie di Rochester, la quale giaceva inferma, avesse implorato lʼonore dʼuna visita della molto offesa Regina col fine di muoverla a compassione.[199] Ma gli Hydes scesero invano a tanta abiezione. Petre gli odiava implacabilmente, ed aveva giurata la loro rovina.[200] La sera del diciassette dicembre, il Conte fu chiamato alle stanze del Re. Giacomo era stranamente commosso, e perfino aveva le lacrime sugli occhi. Quello istante, a dir vero, non poteva non isvegliare rimembranze tali da muovere anche un cuor duro. Disse rincrescergli grandemente che il proprio dovere glʼimponesse di sacrificare le sue inclinazioni private. Essere ormai impreteribilmente necessario, che coloro i quali stavano a capo deʼ suoi affari, abbracciassero le opinioni e i sentimenti suoi. Si confessò singolarmente obbligato a Rochester, e aggiunse non essere meritevole del più lieve biasimo il modo onde le finanze erano state da lui amministrate: ma lʼufficio di Lord Tesoriere era di sì grave momento, che, in generale, non era da fidarsi ad una sola persona, e da un Re Cattolico Romano non poteva fidarsi ad un uomo zelante della Chiesa dʼInghilterra. «Pensateci meglio, Milord,» continuò il Re «rileggete gli scritti trovati nella cassa forte di mio fratello. Vi concederò anche qualche altro poʼ di tempo, se così desideriate.» Rochester si accôrse che tutto era finito, e che il miglior partito che gli rimanesse a prendere, era quello di ritirarsi con quanto più danaro e credito gli fosse possibile; e bene vi riuscì. Ottenne una pensione vitalizia di quattro mila lire sterline annue per due vite, suʼ proventi dellʼufficio postale. Aveva accumulato gran copia di pecunia dagli averi deʼ traditori, e serbava la obbligazione scritta di quaranta mila sterline firmata da Grey, e una concessione di tutte le terre che la Corona aveva nei vasti beni di Grey.[201] Niuno era stato mai cacciato dal proprio impiego a condizioni così vantaggiose. Al plauso deʼ sinceri amici della Chiesa Anglicana, Rochester aveva ben poco diritto. Per mantenersi in ufficio, aveva seduto in quel tribunale illegalmente creato con lo scopo di perseguitarla. Per mantenersi in ufficio, aveva disonestamente votato la degradazione deʼ più cospicui ministri di quella, aveva simulato di dubitare della ortodossia, ascoltato con apparenza di docilità i maestri che la chiamavano scismatica ed eretica, e sʼera offerto di secondare i più accaniti nemici cospiranti a distruggerla. La maggior lode che egli potesse meritare, consisteva nello avere aborrito dalla enorme malvagità e vigliaccheria di abiurare pubblicamente, per amore di guadagno, la religione nella quale egli era nato e cresciuto, da lui creduta vera, e per lungo tempo e con ostentazione da lui professata. E nondimeno, la maggior parte degli aderenti alla Chiesa Anglicana, lo esaltavano, quasi fosse stato il più intrepido e puro deʼ martiri. Frugarono dentro il Vecchio e il Nuovo Testamento, dentro i Martirologi dʼEusebio e di Fox, per trovare esempi di paragone alla sua eroica pietà. Ei fu detto Daniele nella caverna deʼ leoni, Shadrach nella fornace ardente, Pietro nella prigione dʼErode, Paolo al tribunale di Nerone, Ignazio nellʼanfiteatro, Latimer nei ceppi. Tra i molti fatti che provano come a queʼ tempi fosse bassa la idea dellʼonore e della virtù negli uomini pubblici, il più convincente è forse lʼammirazione destata dalla costanza di Rochester.

LXXXIV. Nella sua caduta trascinò seco Clarendon. Il dì settimo di gennaio 1687, la Gazzetta annunziò al popolo di Londra, che il Tesoro era stato affidato ad una Commissione. Il giorno seguente, giunse a Dublino un dispaccio, in cui formalmente dicevasi che dentro un mese Tyrconnel avrebbe preso le redini del Governo dʼIrlanda. Non senza grande difficoltà costui aveva vinti i numerosi ostacoli che lo impedivano nel cammino dellʼambizione. Sapevasi come egli in cuore nutrisse la voglia di sterminare la colonia inglese in Irlanda. E però gli era necessario di vincere parecchi scrupoli che stavano nellʼanimo del Re. Doveva conquidere la opposizione, non solo deʼ membri protestanti del Governo, non solo deʼ moderati e rispettabili capi deʼ Cattolici Romani, ma altresì di parecchi membri della cabala gesuitica.[202] Sunderland rifuggiva dal pensiero di un rivolgimento religioso, politico e sociale, in Irlanda. Dalla Regina Tyrconnel era personalmente detestato. Per la qual cosa, Powis venne proposto come lʼuomo più atto alla dignità di vicerè. Era di nascita illustre; e comecchè fosse sinceramente Cattolico Romano, veniva daglʼimparziali Protestanti considerato come uomo onesto, e buono Inglese. Non pertanto, ogni opposizione cesse alla energia ed astuzia di Tyrconnel, il quale si mostrò infaticabile a strisciarsi, a bravazzare, a corrompere. Petre fu vinto dallʼadulazione. Sunderland si arrese alle promesse ed alle minacce. Un prezzo immenso,—niente meno che cinque mila lire sterline annue sopra la Irlanda, redimibili col pagamento di cinquanta mila lire sterline,—gli fu offerto. Ove tale proposta fosse respinta, Tyrconnel minacciava di rivelare al Re che il Lord Presidente, neʼ desinari chʼei soleva dare alla cabala tutti i venerdì, aveva dipinto la Maestà Sua come uno imbecille, chʼera forza governare per mezzo dʼuna donna o dʼun prete. Sunderland, pallido e tremante, offrì dʼottenere a Tyrconnel il supremo comando delle milizie, enormi emolumenti, in fine qual si fosse cosa, tranne lʼufficio di vicerè: ma ogni qualunque proposta venne ricusata; e fu mestieri cedere. La stessa Maria di Modena non andò immune della taccia di corruzione. Esisteva in Londra una famosa collana di perle, la quale stimavasi valere dieci mila lire sterline. Apparteneva già al principe Rupert, dal quale era stata lasciata a Margherita Hugues, cortigiana, che verso la fine della vita di lui, lo aveva grandemente dominato. Tyrconnel menava vanto di avere col dono di siffatta collana comperato la protezione della Regina. Furono nondimeno taluni, i quali sospettarono che cotesta asserzione fosse una delle verità di Dick Talbot, e che la non avesse miglior fondamento delle calunnie ventisei anni innanzi da lui inventate a denigrare la fama di Anna Hyde. Ai cortigiani cattolici romani parlò della incertezza onde essi tenevano gli uffici, gli onori e gli emolumenti loro. Disse, il Re poter morire da un giorno allʼaltro, lasciando tutti loro a discrezione di un ostile Governo, e dʼuna plebaglia ostile. Ma se la religione degli avi potesse predominare in Irlanda, se gli interessi inglesi potessero distruggersi, rimarrebbe loro, nel peggiore evento, assicurato un asilo dove riparare, venire a patti, o vantaggiosamente difendersi. Ad un prete papista fu promessa la mitra di Waterford, perchè predicasse in San Giacomo contro lʼAtto di Stabilimento; e il suo sermone, comecchè suscitasse profondo disgusto nel cuore di tutti glʼInglesi che stavano ad ascoltarlo, non andò privo dʼeffetto. Era cessata la lotta che lo amore di patria aveva fino allora nella mente del Re mantenuta contro la bacchettoneria. «Vi sono cose tali da eseguirsi in Irlanda,» disse Giacomo «cose tali, che nessuno Inglese vorrà mai fare.»[203]

Alla perfine, tolto di mezzo ogni ostacolo, Tyrconnel, nel febbraio del 1687, cominciò a governare la sua terra natia con la potestà e gli emolumenti di Lord Luogotenente, ma col titolo più modesto di Lord Deputato.

LXXXV. Il suo arrivo sparse lo sgomento fra tutta la popolazione inglese. Clarendon fu accompagnato, o sollecitamente seguito a traverso il Canale di San Giorgio, da moltissimi deʼ più illustri abitatori di Dublino, gentiluomini, trafficanti ed artigiani. Si disse che mille e cinquecento famiglie in pochi giorni emigrassero. Nè tanta paura era irragionevole. La impresa di porre tutti i coloni sotto i piedi degli Irlandesi, faceva rapidi progressi. In breve, quasi ogni Consigliere Privato, Giudice, Sceriffo, Gonfaloniere, Aldermanno e Giudice di Pace, fu Celta e Cattolico Romano. Sembrava che le cose presto si volessero disporre in modo, che da una elezione generale sorgerebbe una Camera di Comuni propensa ad abrogare lʼAtto di Stabilimento.[204] Coloro i quali fino allora erano stati signori dellʼisola, adesso lamentavano, nellʼamaritudine dellʼanime loro, dʼessere divenuti preda e ludibrio dei loro propri servi e manuali; le case essere bruciate, e gli armenti rubati impunemente; i nuovi soldati scorrazzare il paese saccheggiando, insultando, stuprando, mutilando qua, facendo colà saltare per aria sopra un lenzuolo un Protestante, legandone un altro pei capelli e flagellandolo; e nulla giovare il richiamarsi alle leggi: i giudici, gli sceriffi, i giurati, i testimoni irlandesi, tutti congiurare a salvare glʼIrlandesi delinquenti; e tra breve tempo, anche senza apposito Atto del Parlamento, tutto il suolo dover cangiare padroni; avvegnachè, governante Tyrconnel, in ogni causa di sfratto, i Giudici avevano sempre sentenziato contro lʼInglese, ed a favore dellʼIrlandese.[205]

Mentre Clarendon rimaneva in Dublino, il Sigillo Privato era stato affidato ad una Commissione. I suoi amici speravano che, ritornato a Londra, gli sarebbe tosto reso lʼufficio. Ma il Re e la cabala gesuitica volevano intera la caduta degli Hydes. Lord Arundell di Wardour, Cattolico Romano, ricevè il Sigillo Privato. Bellasyse, Cattolico Romano, fu fatto Primo Lord del Tesoro; e Dover, altro Cattolico Romano, ebbe un posto in quellʼufficio. La nomina di un giuocatore rovinato ad un impiego di tanta fiducia, sarebbe sola bastata a disgustare il pubblico. Il dissoluto Etherege, che allora dimorava in Ratisbona come inviato del Governo inglese, non potè frenarsi dallo esprimere, con un sarcasmo, la speranza che il suo vecchio compagno Dover avrebbe custoditi i danari del Re meglio che i propri. Perchè le finanze non fossero rovinate daʼ papisti privi di capacità ed esperienza, lʼossequioso, diligente e taciturno Godolphin fu nominato Commissario del Tesoro; ma seguitò a rimanere Ciamberlano della Regina.[206]

LXXXVI. La destituzione deʼ due fratelli forma una grande epoca nella storia del regno di Giacomo. Da quel tempo apparve manifesto come ciò chʼegli voleva, non fosse la libertà di coscienza peʼ suoi correligionarii, ma la libertà di perseguitare i membri delle altre Chiese. Pretendendo di non volere Atti di Prova, egli ne aveva imposto uno. Pensava che fosse cosa dura, cosa mostruosa, che uomini abili e leali fossero esclusi daʼ pubblici uffici solo perchè erano Cattolici Romani. E nulladimeno, aveva cacciato via un Tesoriere chʼegli teneva leale ed abile, solo perchè era protestante.

Corse la voce, essere vicina una proscrizione generale, ed ogni pubblico funzionario dovere eleggere fra la perdita dellʼanima o dellʼimpiego.[207] E chi, a dir vero, avrebbe potuto sperare di mantenersi dopo che gli Hydes erano caduti? Erano cognati del Re, zii e tutori naturali delle sue figliuole; gli erano stati amici fino dagli anni suoi primi, fermi seguaci nellʼavversità e nel pericolo, servi ossequiosi dopo che era asceso sul trono. Loro sola colpa era la religione, e per essa erano stati messi da parte. Ineffabilmente perturbato, ciascuno cominciò a volgere attorno lo sguardo desioso di trovare scampo allʼimminente pericolo; e tosto gli occhi di tutti posaronsi sopra un uomo, il quale da un raro concorso di doti personali e di circostanze fortuite veniva indicato come liberatore.


CAPITOLO SETTIMO.

SOMMARIO.

I. Guglielmo principe dʼOrange. Suo aspetto.—II. Sua vita giovanile.—III. Sue opinioni teologiche.—IV. Sue doti militari.—V. Suo amore deʼ pericoli; sua salute cagionevole; freddezza deʼ suoi modi e forza delle sue emozioni.—VI. Sua amicizia per Bentinck.—VII. Maria Principessa dʼOrange.—VIII. Gilberto Burnet.—IX. Mette dʼaccordo il Principe e la Principessa.—X Relazioni tra Guglielmo e i Partiti inglesi.—XI. Suoi sentimenti verso la Inghilterra, verso lʼOlanda e la Francia.—XII. Coerenza della sua politica.—XIII. Trattato dʼAugusta.—XIV. Guglielmo diviene capo della Opposizione inglese.—XV. Mordaunt propone a Guglielmo di andare in Inghilterra.—XVI. Guglielmo ricusa il consiglio.—XVII. Malumori in Inghilterra dopo la caduta degli Hydes.—XVIII. Conversioni al Papismo; Peterborough; Salisbury.—XIX. Wycherley; Tindal; Haines.—XX. Dryden.—XXI. La Cerva e la Pantera.—XXII. La Corte muta politica verso i Puritani.—XXIII. Concede alla Scozia una certa tolleranza.—XXIV. Tenta con segrete conferenze di corrompere gli avversari.—XXV. Non vi riesce; lʼAmmiraglio Herbert.—XXVI. Dichiarazione dʼIndulgenza.—XXVII. Umori deʼ Protestanti Dissenzienti.—XXVIII. Umori della Chiesa Anglicana.—XXIX. La Corte e la Chiesa si contendono il favore deʼ Puritani.—XXX. Lettera ad un Dissenziente.—XXXI. Condotta dei Dissenzienti—XXXII. Alcuni di loro parteggiano per la Corte; Care; Alsop; Rosewell; Lobb—XXXIII. Penn.—XXXIV. La maggior parte deʼ Puritani si dichiarano avversi alla Corte; Baxter; Howe—XXXV. Bunyan.—XXXVI. Kiffin—XXXVII. Il Principe e la Principessa dʼOrange si mostrano ostili alla Dichiarazione dʼIndulgenza.—XXXVIII. Loro modo di vedere intorno alla difesa deʼ Cattolici Romani In Inghilterra.—XXXIX. Nimistà di Giacomo per Burnet.—XL. Missione di Dykvelt in Inghilterra.—XLI. Negoziati di Dykvelt con gli statisti inglesi; Danby.—XLII. Nottingham.—XLIII. Halifax; Devonshire.—XLIV. Eduardo Russell.—XLV. Compton; Hebert; Churchill.—XLVI. Lady Churchill e la Principessa Anna.—XLVII. Dykvelt ritorna allʼAja, recando lettere di molti uomini cospicui dʼInghilterra.—XLVIII. Missione di Zulestein—XLIX. La inimicizia tra Giacomo e Guglielmo sʼaccresce—L. Influenza della stampa olandese—LI. Carteggio di Stewart e Fagel—LII. Ambasceria di Castelmaine a Roma.

I. Il luogo che Guglielmo Enrico, Principe dʼOrange, occupa nella storia dʼInghilterra e in quella del genere umano, è siffattamente grande, da far desiderare che il suo carattere venga con molta diligenza pennelleggiato.[208]

Allʼepoca cui richiama la presente narrazione, egli toccava lʼanno trentasettesimo dellʼetà sua. Ma e nel corpo e nella mente sembrava più vecchio di quel che sogliono gli uomini di pari numero dʼanni. E veramente, potrebbe dirsi chʼegli non sia mai stato giovane. I suoi sembianti sono a noi famigliari quasi come lo poterono essere ai suoi capitani e consiglieri. Scultori, pittori, intagliatori, posero ogni arte nel tramandare ai posteri le fattezze di lui; e la sua fisonomia era tale, che, vista una volta, non poteva dimenticarsi mai più. Il suo nome ci sveglia in mente a un tratto la immagine dʼuna figura debole e delicata, con ampia ed elevata fronte, naso ricurvo ed aquilino, occhio sì lucido e acuto da rivaleggiare con quello dellʼaquila, ciglio pensoso e alquanto tristo, bocca ferma ed alquanto sdegnosa, guance pallide, scarne, e profondamente solcate dalla infermità e dalle cure. Un aspetto sì pensoso, severo e solenne, mal si giudicherebbe quello dʼun uomo felice o di buon umore: ma indica manifestamente una capacità pari alle più ardue imprese, e una fortezza che non cede a sciagure e pericoli.

II. La natura aveva con profusione conceduto a Guglielmo le doti dʼun gran dominatore; e la educazione le aveva in modo non comune esplicate. Dotato di vigoroso buon senso naturale, di rara forza di volontà, trovossi, appena la sua mente cominciò a concepire, figlio orbato di padre e di madre, capo dʼuna grande ma depressa e disanimata parte, ed erede di vaste e indefinite pretese, le quali destavano paura e avversione nella oligarchia che allora predominava nelle Provincie Unite. Il popolo, che per un secolo sʼera mostrato teneramente affettuoso alla famiglia di Guglielmo, sempre che lo vedeva, a chiari segni indicava di considerarlo come suo legittimo capo. Gli abili ed esperti ministri della Repubblica, implacabili nemici al nome di lui, recavansi quotidianamente a fargli simulati complimenti, e ad osservare i progressi della sua mente. I primi moti della sua ambizione vennero con istudio invigilati: ogni parola che gli uscisse spensieratamente dal labbro, era notata, nè egli aveva da presso alcuno del cui senno potesse fidarsi. Toccava appena il quindicesimo degli anni suoi, allorquando tutti i famigliari che amavano il suo bene, o godevano in alcun modo la sua fiducia, furono dal geloso Governo rimossi dalla sua casa. Indarno ei protestò con energia superiore alla sua età; e taluni videro più volte le lagrime spuntare sugli occhi del giovine prigioniero di Stato. La sua salute, naturalmente delicata, rimase qualche tempo depressa dalle emozioni che la sua trista situazione destavagli in cuore. Simiglianti condizioni traviano e snervano lʼanimo debole, ma nel forte suscitano tutta la vigoria di cui sia capace. Circuito da trame, nelle quali un giovane dʼindole ordinaria sarebbe perito, Guglielmo imparò a procedere cauto e fermo ad un tempo. Assai prima chʼei giungesse alla virilità, sapeva il modo di mantenere un secreto, frustrare lʼaltrui curiosità con secche e caute risposte, nascondere le passioni sotto lʼapparenza di una grave tranquillità. Intanto ei progrediva poco nella educazione letteraria e socievole. I modi deʼ nobili in Olanda difettavano, a quei tempi, di quella grazia che trovavasi in grado perfettissimo neʼ gentiluomini francesi, e che, in grado inferiore, adornava la Corte dʼInghilterra; e i modi di Guglielmo erano prettamente olandesi. Gli stessi suoi concittadini lo reputavano brusco. Ai forestieri spesso ei sembrava grossolano. Nelle sue relazioni colle persone in generale, ci pareva ignorante o non curante di quelle arti che accrescono il pregio dʼun favore, e scemano lʼamarezza dʼun rifiuto. Amava poco le lettere e le scienze. I trovati di Newton e di Leibnizio, i poemi di Dryden e di Boileau gli erano ignoti. Le rappresentazioni drammatiche lo annoiavano; e sia che Oreste vaneggiasse o Tartuffo stringesse la mano dʼElmira, ei volgeva gli occhi dal proscenio per parlare dʼaffari di Stato. Aveva, a dir vero, un certo ingegno pel sarcasmo, e non di rado adoperava, senza saperlo, una certa eloquenza manierata, ma vigorosa ed originale. Nulladimeno, non pretendeva minimamente a mostrarsi ciò che dicesi bello spirito ed oratore. Aveva intera rivolta la mente a quelli studi che formano i valorosi e sagaci uomini di affari. Fino da fanciullo ascoltava con interesse le discussioni concernenti leghe, finanze e guerre. Di geometria sapeva quanto bisogna alla costruzione di un rivellino o di unʼopera a corno. Di lingue, con lʼaiuto dʼuna singolare memoria, imparò tanto da potere intendere e rispondere senza altrui sussidio ad ogni cosa che gli venisse detta, ad ogni lettera che gli fosse scritta. Il suo idioma natio era lʼolandese. Intendeva il latino, lʼitaliano e lo spagnuolo. Parlava e scriveva il francese, lo inglese e il tedesco, inelegantemente, a dir vero, ed inesattamente, ma con facilità e in guisa da farsi intendere. Non vʼerano qualità che potessero essere più proprie ad un uomo destinato ad organizzare grandi alleanze, ed a comandare eserciti, raccolti da diversi paesi.

III. Le circostanze lo avevano costretto ad intendere ad una specie di questioni filosofiche, le quali, a quanto sembra, lo interessarono più di quel che fosse da aspettarsi dallʼindole sua. Fraʼ protestanti dellʼisola nostra, erano due grandi partiti religiosi, che quasi esattamente coincidevano coi due grandi partiti politici. I capi della oligarchia municipale erano Arminiani, comunemente dalla moltitudine considerati poco migliori deʼ papisti. I principi dʼOrange erano quasi sempre stati i protettori del Calvinismo, ed andavano debitori di non piccola parte della popolarità loro allo zelo da essi mostrato per le dottrine della elezione e della perseveranza finale; zelo non sempre illuminato dalla scienza o temperato dallʼumanità. Guglielmo, fin da fanciullo, era stato diligentemente erudito nel sistema teologico al quale la sua famiglia aderiva, e prediligevalo con parzialità maggiore di quella che gli uomini generalmente sentono per una fede ereditaria. Aveva meditato intorno ai grandi enimmi chʼerano stati discussi nel Sinodo di Dort, ed aveva trovato nella austera ed inflessibile logica della Scuola Ginevrina qualche cosa che armonizzava con lo intelletto e lʼindole suoi. Certo, egli non imitò mai la intolleranza di cui avevano porto esempio alcuni deʼ suoi antenati. Abborriva da ogni specie di persecuzione: aborrimento chʼegli confessò non solo quando il confessarlo era manifestamente atto politico, ma in parecchi casi in cui sembrava che la simulazione o il silenzio dovessero maggiormente giovargli. Nondimeno le sue opinioni teologiche erano più definite di quelle degli avi suoi. La dottrina della predestinazione egli teneva come pietra angolare della sua religione; e dichiarò più volte, che ove fosse costretto ad abbandonarla, avrebbe con essa perduto ogni fede nella Divina Provvidenza, e sarebbe divenuto un pretto epicureo. Tranne in questo solo caso, fino dai suoi primi anni egli rivolse tutta la vigoria del suo robusto intelletto dalla speculazione alla pratica. I requisiti necessari a condurre importanti affari, in lui erano maturi in unʼepoca della vita, nella quale per la più parte degli uomini appena cominciano a fiorire. Da Ottavio in poi, il mondo non aveva mai veduto altro esempio di precocità nellʼarte di governare. I più esperti diplomatici rimanevano attoniti udendo le osservazioni che a diciassette anni il Principe faceva sugli affari di Stato, ed anche più attoniti vedendo un giovinetto, posto in circostanze tali da farlo apparire passionato, mostrare un contegno composto e imperturbabile al pari del loro. A diciotto anni egli sedeva fraʼ padri della repubblica, grave, discreto e giudizioso, come il più vecchio di loro. A ventun anno, in un giorno di tristezza e di terrore, ei fu posto a capo del Governo. A ventitrè anni godeva per tutta la Europa rinomanza di soldato e dʼuomo politico. Aveva schiacciate le fazioni domestiche; era lʼanima dʼuna potente coalizione, ed aveva pugnato onorevolmente in campo contro alcuni deʼ più grandi generali di quel tempo.

IV. Per inclinazione di natura era più guerriero che uomo di Stato; ma, a somiglianza dellʼavo, il tacito Principe che fondò la Repubblica Batava, egli tiene un posto più elevato fra gli uomini di Stato che fraʼ guerrieri. Veramente lʼesito delle battaglie non è prova infallibile dello ingegno dʼun capitano; e sarebbe cosa singolarmente ingiusta giudicare con siffatta prova Guglielmo; imperocchè gli toccò sempre di combattere con capitani, profondi maestri dellʼarte militare, e con milizie per disciplina molto superiori alle sue. Nulladimeno abbiamo ragione di credere che egli non pareggiasse punto, come generale nel campo, alcuni che per doti intellettuali erano a lui molto inferiori. Ai suoi familiari ei ragionava sopra tale subietto con la magnanima franchezza dʼuomo che aveva fatto grandi coso, e che poteva confessare i propri difetti. Diceva di non aver fatto mai il necessario tirocinio dellʼarte militare. Da fanciullo era stato preposto a capo di unʼarmata. Fra i suoi ufficiali non era alcuno che potesse ammaestrarlo. Solo i propri errori e le conseguenze loro gli avevano servito di scuola. «Darei volentieri» esclamò un giorno «buona parte delle mie possessioni pel vantaggio di aver militato in poche campagne sotto il Principe di Condé, prima che avessi comandato un esercito contro lui.» Non è improbabile che lʼostacolo onde Guglielmo fu impedito di conseguire eccellenza nella strategica, contribuisse a rinvigorirgli lo intelletto. Le sue battaglie non lo mostrano un gran tattico, ma gli dànno diritto alla rinomanza di grandʼuomo. Non vʼera disastro che gli potesse far perdere la fermezza o lo impero della propria mente. Rimediava alle proprie sconfitte con celerità talmente maravigliosa, che avanti che glʼinimici cantassero il Te Deum, era nuovamente pronto al conflitto; nè lʼavversa fortuna gli fece mai perdere il rispetto e la fiducia deʼ soldati; fiducia e rispetto chʼegli massimamente doveva al proprio coraggio. La più parte degli uomini hanno o con la educazione possono acquistare il coraggio di cui un soldato ha mestieri per condursi senza infamia in una campagna; ma un coraggio simile a quello di Guglielmo, è veramente raro. Egli sostenne ogni prova; guerre, ferite, penose ed opprimenti infermità, fortune di mare, imminente e continuo pericolo dʼessere assassinato; pericolo che ha prostrato uomini di vigorosissima tempra; pericolo che angosciò fortemente il carattere adamantino di Cromwell. Eppure non vi fu occhio che potesse scoprire qual fosse la cosa che il Principe dʼOrange temeva. I suoi consiglieri con difficoltà lo potevano indurre a munirsi contro le pistole e i pugnali deʼ cospiratori.[209] I vecchi marinari maravigliavano vedendo la compostezza chʼegli serbava fra mezzo agli ardui scogli dʼun pericoloso littorale. Nelle battaglie il suo valore lo rendeva cospicuo fra le migliaia di strenui guerrieri, meritavagli il plauso deglʼinimici, e non veniva mai posto in dubbio nè anche dalle avverse fazioni. Nella sua prima campagna si espose al pericolo come uomo che cerchi la morte, fu sempre primo allo assalto ed ultimo alla ritirata, combattè con la spada in pugno dove più ferveva la mischia; e con una palla dʼarchibugio fitta nel braccio e col sangue che gli scorreva giù per la corazza, rimase fermo al suo posto, agitando il cappello sotto il fuoco più vivo. Gli amici lo pregavano di avere più cura della propria vita, che era di inestimabile prezzo alla salute della patria; e il più illustre deʼ suoi antagonisti, il Principe di Condé, notò, dopo la sanguinosa giornata di Seneff, come il Principe dʼOrange in ogni cosa si fosse portato da vecchio generale, tranne nello avere esposto sè stesso al pericolo come un giovine soldato. Guglielmo negò dʼessere reo di temerità, dicendo chʼera sempre rimaso nel posto del pericolo, mosso dal sentimento del proprio dovere e dal pensiero del bene pubblico. Le milizie da lui comandate erano poco assuefatte alla guerra, ed aborrivano da uno stretto scontro colle agguerrite soldatesche di Francia. Era quindi mestieri che il loro capitano mostrasse il modo di vincere le battaglie. E veramente, più dʼuna volta al pericolo dʼuna giornata che pareva disperatamente perduta, ei riparò arditamente riordinando le sgominate schiere, e tagliando con la propria spada i codardi che davano lo esempio della fuga. Alcuna volta, nondimeno, eʼ pareva che sentisse uno strano compiacimento nellʼarrisicare la propria persona. Taluni notarono che non si mostrò mai di così allegro umore, di modi così graziosi ed affabili, come fra mezzo al tumulto od alla strage dʼuna battaglia. Perfino neʼ sollazzi amava lo eccitamento del pericolo. Le carte, gli scacchi, il biliardo non gli andavano punto a sangue. La caccia era la prediletta delle sue ricreazioni; e tanto maggiormente piacevagli, quanto era più rischiosa. Talvolta spiccava tali salti, che i più audaci deʼ suoi compagni non osavano seguirlo. Sembra anche chʼegli reputasse come esercizi effeminati le più difficili cacce dellʼInghilterra, e fra mezzo alle immense foreste di Windsor con doloroso desio ripensasse alle belve che egli aveva costume di inseguire neʼ boschi di Guelders, ai lupi, ai cignali, ai grossi cervi dallʼenormi corna.[210]

V. Cotesta impetuosità dʼanima diventa straordinario fenomeno, solo che si consideri come egli fosse singolarmente delicato di corpo. Fino da fanciullo egli era stato debole e malaticcio. In sulla virilità la sua salute erasi intristita per un forte accesso di vajolo. Era asmatico, e pareva volesse andare in consunzione. La sua gracile persona era travagliata da una continua tosse secca. Ei non poteva dormire se non appoggiando il capo sopra parecchi guanciali, e non poteva trarre il respiro se non nellʼaria più pura. Spesso era torturato da crudeli dolori al capo; tosto stancavasi al moto. I medici mantenevano ognora deste le speranze deʼ suoi nemici, predicendo lʼepoca in cui, se pure vʼera certezza alcuna nella scienza, avrebbe cessato di vivere. Nonostante, in una vita che poteva dirsi una continua malattia, la forza dellʼanima non gli falli mai, in ogni grave occasione, a sostenere il suo infermo e languido corpo.

Era nato con violente passioni e con gagliardo sentire; ma la forza delle sue emozioni non era minimamente da altri sospettata. Agli occhi del mondo ei nascondeva la gioia, il dolore, lʼaffezione, il risentimento sotto il velo dʼuna calma flemmatica, che lo faceva reputare il più freddo degli uomini. Coloro che gli recavano buone nuove, rade volte potevano in lui scoprire il più lieve segno di contento. Chi lo vedeva dopo una disfatta, in vano cercava di leggergli in volto il dispiacere dellʼanimo. Lodava e riprendeva, premiava e puniva con lʼaustera tranquillità dʼun capitano di Mohawk; ma coloro che bene lo conoscevano e gli stavano da presso sapevano pur troppo che sotto cotesto ghiaccio ardeva perpetuamente un gran fuoco. Rade volte lʼira gli faceva perdere il contegno. Ma quando davvero lo invadeva la rabbia, il primo scoppio ne era tremendo, si che altri appena reputavasi sicuro a farglisi da presso. In simiglianti rari casi, nulladimeno, appena riacquistava lo impero delle proprie facoltà, faceva tali riparazioni a coloro che ne avevano patito il danno, da tentarli a desiderare chʼegli andasse nuovamente in collera. Nellʼaffetto procedeva impetuoso come nellʼira. Amando, egli amava con tutta la vigoria della sua vigorosissima anima. Quando la morte lo privava dellʼoggetto amato, queʼ pochi che erano testimoni del suo strazio, temevano non volesse perdere il senno o la vita. Aʼ pochi intimi amici, nella cui fedeltà e secretezza ei poteva onninamente riposare, era un uomo ben diverso dal riserbato e stoico Guglielmo, che la moltitudine supponeva privo dʼogni mite sentimento. Era cortese, cordiale, aperto, ed anche festevole e faceto, da rimanere a mensa lunghe ore, ed abbandonarsi allʼallegria del conversare.

VI. Fra tutti i suoi più cari, ei prediligeva singolarmente un gentiluomo chiamato Bentinck, discendente da una nobile famiglia batava, e destinato ad essere fondatore dʼuna delle maggiori case patrizie dellʼInghilterra. La fedeltà di Bentinck era stata sottoposta a prove non comuni. Mentre le Provincia Unite lottavano a difendere la propria esistenza contro la potenza francese, il giovine Principe, nel quale erano poste tutte le loro speranze, infermò di vajuolo. Tal malattia era stata fatale a parecchi della sua famiglia; e quanto a lui, in sulle prime si manifestò peculiarmente maligna. Grande era la costernazione pubblica. Le strade dellʼAja erano affollate da mane a sera di gente ansiosa di sapere le nuove di Sua Altezza. Infine il male prese un corso meno sinistro. La salvezza dello infermo fu attribuita in parte alla sua singolare tranquillità di spirito, e in parte alla intrepida e instancabile amicizia di Bentinck. Dalle sole mani di Bentinck Guglielmo prendeva i farmachi e il nutrimento. Il solo Bentinck era colui che alzava Guglielmo da letto e ve lo riponeva. «Se Bentinck dormisse o non dormisse mai nel tempo chʼio giacqui infermo» diceva Guglielmo grandemente intenerito a Temple; «non so. Ma questo io so, che per sedici giorni e sedici notti, non chiesi mai cosa alcuna che Bentinck allʼistante non fosse accanto al mio letto.» Innanzi che questo amico fedele finisse di prestare i propri servigi, fu preso dal contagio. Non pertanto, ei non curò la febbre e lo stordimento del capo ondʼera travagliato, finchè il suo signore fu dichiarato convalescente. Allora Bentinck chiese dʼandare a casa; e ne era tempo, imperocchè non poteva più sostenersi sulle proprie gambe. Corse gravissimo pericolo, ma risanò; e non appena si senti in forze da sorgere dal letto, corse allʼarmata, dove per molte ardue campagne fu sempre veduto da presso a Guglielmo, come vi era già stato in pericoli di altra specie.

È questa la origine dʼuna amicizia fervida e pura più di qualunque altra di cui faccia ricordo la storia antica o la moderna. I discendenti di Bentinck serbano tuttavia molle lettere da Guglielmo scritte al loro antenato; e non è troppo il dire che chiunque non le abbia studiate, non potrà mai formarsi una giusta idea dellʼindole del Principe. Egli, che i suoi ammiratori generalmente reputavano il più freddo e inaffabile degli uomini, in coteste lettere dimentica ogni distinzione di grado, ed apre lʼanima sua con la ingenuità dʼun fanciullo. Partecipa senza riserbo arcani di gravissimo momento. Palesa con tutta semplicità vasti disegni concernenti tutti i governi europei. Miste a siffatte cose trovansi altre dʼassai diversa natura, ma forse di non minore interesse. Tutte le sue avventure, i suoi sentimenti, le sue lunghe corse ad inseguire un enorme cervo, il suo folleggiare nella festa di Santo Uberto, il vegetare delle sue piantagioni, i suoi poponi andati a male, in che condizione sono i suoi cavalli, il desiderio chʼegli ha di trovare un buon palafreno per la sua moglie; il suo dispiacere udendo che un suo famigliare dopo dʼavere rapito lʼonore ad una fanciulla di buona famiglia, ricusi di sposarla; il suo mal di mare, la sua tosse, il suo mal di capo, i suoi accessi di divozione, la gratitudine chʼegli sente per la divina Provvidenza che lo ha scampato da un grave pericolo, gli sforzi chʼegli fa a sottoporsi alla volontà divina dopo un disastro: queste e simiglianti cose ivi sono descritte con una amabile garrulità, tale da non aspettarsi dal più discreto e calmo uomo di Stato deʼ tempi suoi. Va anche maggiormente notata la spensierata espansione della sua tenerezza, e il fraterno interesse chʼegli prende nella domestica felicità dellʼamico. Se nasce un figlio a Bentinck, Guglielmo gli dice: «Io spero chʼegli viva, per essere buono come voi; ed ove io abbia un figliuolo, le nostre creature si ameranno, lo spero, come ci siamo amati noi.»[211] Per tutta la vita egli seguita ad amare i piccoli Bentinck con affetto paterno. Gli chiama coi più cari nomi; nellʼassenza del padre prende cura di loro; e quantunque gli rincresca di rifiutare loro cosa alcuna, non permette che vadano alla caccia, dove potrebbero correre il pericolo di ricevere un colpo di corno dal cervo inseguito, o abbandonarsi alle intemperanze dʼuna gozzoviglia.[212] Se la loro madre si ammala nellʼassenza del marito, Guglielmo, fra mezzo ad affari di gravissimo momento, trova il tempo di spedire parecchi corrieri in un giorno per recargli notizie della salute di lei.[213] Una volta, come essa dopo una grave infermità è dichiarata fuori di pericolo, il Principe con fervidissime espressioni rende grazie a Dio: «Io scrivo lacrimando di gioia» dice egli.[214] Serpe una singolare magia in coteste lettere, scritte da un uomo, la cui irresistibile energia ed inflessibile fermezza imponevano riverenza ai nemici, il cui freddo e poco grazioso contegno respingeva lʼaffetto di quasi tutti i partigiani, e la cui mente era occupata da giganteschi disegni che hanno cangiata la faccia del mondo.

E tanto affetto non era mal collocato. Bentinck allora fu detto da Temple il migliore e più sincero ministro che alcun principe abbia mai avuta la fortuna di possedere, e continuò per tutta la vita a meritarsi un nome tanto onorevole. I due amici veramente erano fatti lʼuno per lʼaltro. Guglielmo non aveva mestieri di chi lo dirigesse o lo lusingasse. Avendo ferma e giusta fiducia nel proprio giudizio, non amava i consiglieri che inclinavano molto a suggerire o ad obiettare. Nel tempo stesso, aveva discernimento ed altezza di mente bastevoli a sdegnare lʼadulazione. Il confidente di un tal principe doveva essere uomo non di genio inventivo, o di predominante carattere, ma valoroso e fedele, capace dʼeseguire puntualmente gli ordini ricevuti, di serbare inviolabilmente il secreto, di notare con occhio vigilante i fatti e riferirli con verità: e tale era Bentinck.

VII. Guglielmo nel matrimonio non fu meno fortunato che nellʼamicizia. Nulladimeno, il matrimonio in sulle prime non parve dovere essergli fonte di felicità domestica. A quel parentado egli era stato indotto principalmente da cagioni politiche; nè sembrava probabile che alcuna forte affezione dovesse nascere tra una avvenente fanciulla di sedici anni, di buona indole e intelligente, ma ignorante e semplice; ed uno sposo, il quale, comecchè non giungesse ai ventotto anni, era per costituzione più vecchio del padre di lei, ed aveva modi agghiaccianti, e tenea di continuo la mente occupata dʼaffari pubblici e di cacce. Per qualche tempo Guglielmo fu marito negligente. Fu strappato alle braccia della moglie da altre donne, e in ispecie da Elisabetta Villers, che era una delle dame di lei, e che quantunque fosse priva di attrattive personali e sfigurata da un occhio guercio, aveva ingegno tale da rendersi gradevole a Guglielmo.[215] Per vero dire, egli vergognavasi deʼ propri falli, e con ogni studio cercava nasconderli; ma, non ostanti tutte le sue cautele, Maria bene conosceva la infedeltà del marito. Spie e delatori, istigati dal padre di lei, fecero ogni sforzo per infiammarla allʼira. Un uomo di assai diverso carattere, lʼottimo Ken, il quale fu suo cappellano allʼAja per parecchi mesi, prese tanto fuoco vedendo i torti che ella soffriva, che con più zelo che giudizio minacciò di rimproverare severamente lo infido marito.[216] Ella, non pertanto, sosteneva le proprie ingiurie con tanta mansuetudine e pazienza, che meritò e, a poco a poco, ottenne la stima e la gratitudine di Guglielmo. Rimaneva nondimeno unʼaltra cagione che teneva divisi i loro cuori. Poteva probabilmente giungere il giorno, in cui la Principessa, la quale era stata educata solo a ricamare, leggere la Bibbia e i Doveri dellʼUomo, diverrebbe sovrana dʼun gran Regno, terrebbe la bilancia della politica europea; mentre lo sposo di lei, ambizioso, esperto deʼ pubblici negozi e inchinevole alle grandi intraprese, non troverebbe nel Governo dʼInghilterra luogo a sè convenevole, e avrebbe potere quale e quanto e finchè a lei piacesse concedergliene. Non è strano che un uomo come Guglielmo, amante dellʼautorità e conscio del proprio genio a comandare, sentisse fortemente quella gelosia, la quale in poche ore di sovranità pose la dissensione tra Guildford Dudley e Lady Giovanna, e produsse una rottura anche più tragica fra Darnley e la Regina di Scozia. La Principessa dʼOrange non aveva il più lieve sospetto deʼ pensieri del marito. Il vescovo Compton, suo istitutore, con gran cura lʼaveva erudita nelle cose di religione, insegnandole specialmente a guardarsi dalle arti deʼ teologi cattolici romani; ma lʼaveva lasciata profondamente ignara della sua posizione e della Costituzione inglese. Ella sapeva che, per dovere conjugale, era tenuta ad obbedire al proprio sposo; e non le era mai venuto in mente come la relazione in cui stavano entrambi potesse essere invertita. Nove anni erano corsi di matrimonio innanzi chʼella sapesse la cagione del malcontento di Guglielmo; nè lʼavrebbe mai saputa da lui. Generalmente, ei per natura inchinava più presto a chiudere in cuore che a sfogare i propri dolori; ed in cotesta peculiare occasione le sue labbra rendeva mute una ragionevole delicatezza. In fine, per mezzo di Gilberto Burnet, i due coniugi, avuta una spiegazione, pienamente riconciliaronsi.

VIII. La fama di Burnet è stata assalita con singolare malizia e pertinacia. Tali aggressioni cominciarono fino dai suoi primi anni, e continuano tuttavia con non minore virulenza, comecchè egli da cento venticinque e più anni riposi sotterra. Veramente, egli è il bersaglio più adatto che lʼanimosità delle fazioni e gli spiriti petulanti possano mai desiderare; imperciocchè i suoi difetti dʼintendimento e dʼindole sono così visibili, che facile è a ognuno il notarli. Non erano quei difetti che ordinariamente si reputano comuni a tutti i suoi concittadini. Solo fra tutti i non pochi Scozzesi che si sono inalzati a grandezza e prosperità in Inghilterra, egli aveva quel carattere che gli scrittori satirici, i drammatici, i romanzieri sogliono concordemente ascrivere ai venturieri irlandesi. Gli spiriti animali, le millanterie, la vanità, la propensione a spropositare, la provocante indiscretezza, la indomita audacia di lui apprestavano inesauribile materia agli scherni deʼ Tory. Nè i suoi nemici trascuravano di complirlo talvolta, più con piacenteria che con delicatezza, per la spaziosità delle sue spalle, la grossezza delle sue gambe, il buon successo deʼ suoi disegni matrimoniali con qualche amorosa e ricca vedova. Ciò non ostante, Burnet, benchè per molti rispetti fosse subietto di scherno ed anche di grave riprensione, non era uomo spregevole. Aveva vivissima intelligenza, instancabile industria, vasta e svariata dottrina. Era, a un sol tempo, storico, antiquario, teologo, predicatore, articolista, disputatore ed operoso capo politico; e in ciascuna di coteste cose emergeva cospicuo fraʼ suoi competitori. I molti vivaci e brevissimi scritti chʼegli pubblicò sopra i fatti di queʼ tempi, oggimai son noti solo agli amatori di curiosità letterarie; ma la Storia deʼ suoi Tempi, la Storia della Riforma, la Esposizione degli Articoli, il Discorso deʼ Doveri dʼun Pastore, la Vita di Hale, la Vita di Wilmot, vengono anche aʼ di nostri ristampati, nè vi è buona biblioteca privata che non gli abbia neʼ suoi scaffali. Contro questi argomenti tutti gli sforzi dei detrattori riescono vani. Uno scrittore, le cui opere voluminose in diversi rami della letteratura, trovano numerosi lettori cento trenta anni dopo la sua morte, può avere avuto grandi difetti, ma è mestieri che abbia anche avuto meriti grandi; e Burnet aveva grandi meriti, cioè fecondo e vigoroso intelletto e stile, ancorchè ben lontano dalla intemerata purità del bello scrivere, sempre chiaro, spesso vivace, e talvolta inalzantesi fino alla solenne e calorosa eloquenza. Nel pulpito, lo effetto deʼ suoi discorsi, chʼegli recitava senza sussidio di manoscritto, era accresciuto dalla nobiltà della sua persona, e da un modo patetico di porgere. Spesso veniva interrotto dal profondo fremito del suo uditorio; e quando, dopo dʼavere predicato tanto che fosse trascorsa lʼora dellʼoriuolo a polvere—che a queʼ giorni era parte degli ordegni del pulpito,—egli lo prendeva in mano, la congrega clamorosamente lo incoraggiava a seguitare finchè la polvere non fosse passata di nuovo.[217] Sì nel suo carattere morale, che nello intellettuale, i grandi difetti erano più che compensati da grandi meriti. Tuttochè spesso fosse traviato dai pregiudizi e dalla passione, era uomo onesto per eccellenza. Tuttochè non sapesse resistere alle seduzioni della vanità, aveva spirito superiore ad ogni influenza di cupidigia o timore. Era, per indole, cortese, generoso, grato, compassionevole.[218] Il suo zelo religioso, comunque fermo ed ardente, era per lo più temperato dʼumanità, e di rispetto pei diritti della coscienza. Vigorosamente aderendo a quello chʼegli credeva spirito del Cristianesimo, considerava con indifferenza i riti, i nomi e le forme dellʼordinamento della Chiesa; e non era punto inchinevole ad essere severo anche con glʼinfedeli e gli eretici la cui vita fosse pura, e i cui errori sembrassero più presto effetto dʼintelligenza pervertita, che di cuore depravato; ma, al pari di molti dabbene uomini di quella età, considerava il caso della Chiesa di Roma come una eccezione a tutte le regole ordinarie.

Burnet, per alcuni anni, ebbe rinomanza europea. La sua Storia della Riforma era stata accolta con istrepitosi applausi da tutti i Protestanti, mentre i Cattolici Romani lʼavevano giudicata come un colpo mortale inflitto alla loro credenza. Il più grande dottore che la Chiesa di Roma abbia mai avuto dopo lo scisma del secolo decimosesto, voglio dire Bossuet vescovo di Meaux, tolse lo incarico di farne una elaborata confutazione. Burnet era stato onorato con un voto di ringraziamento da uno deʼ più zelanti Parlamenti del tempo in cui ferveva la concitazione della Congiura Papale, ed era stato esortato, a nome della Camera deʼ Comuni dʼInghilterra, a seguitare i suoi studi storici. Era stato ammesso alla familiarità di Carlo e di Giacomo, era vissuto in intimità con parecchi egregi uomini di Stato, segnatamente con Halifax, ed era stato direttore spirituale di molti grandi personaggi. Aveva redento dallo ateismo e dalla licenza Giovanni Wilmot, Conte di Rochester, chʼera uno deʼ più splendidi libertini di quel secolo. Lord Stafford, vittima di Oates, comunque Cattolico Romano, aveva, nelle ore estreme di sua vita, ricevuto il conforto delle esortazioni di Burnet intorno a queʼ punti di dottrina sui quali tutti i cristiani concordano. Pochi anni dopo, unʼaltra vittima più illustre, cioè Lord Russell, era stata accompagnata da Burnet dalla Torre al patibolo in Lincolnʼs Inn Fields. La Corte non aveva trascurato mezzo alcuno per trarre a sè un teologo cotanto profondo ed operoso. Non vi fu cosa che non tentasse, regie blandizie e promesse di alte dignità; ma Burnet, quantunque fino dalla giovinezza fosse imbevuto delle servili dottrine che erano in quel tempo comuni al clero, era divenuto Whig per convinzione; e traverso a tutte le vicissitudini, fermamente aderiva ai propri principii. Nondimeno, ei non fu partecipe di quella congiura che recò tanto disonore e calamità al partito Whig, e non solo aborriva dai disegni dʼassassinio concepiti da Goodenough, e da Ferguson, ma opinava che anche il suo diletto ed onorato amico Russell si fosse spinto troppo oltre contro il Governo. Finalmente arrivò tempo in cui la stessa innocenza non era arra di sicurezza. Burnet, comecchè non fosse reo di nessuna trasgressione della legge, fu fatto segno alla vendetta della Corte. Si rifugiò nel Continente, e dopo dʼavere speso un anno a viaggiare la Svizzera, lʼItalia e la Germania—viaggi deʼ quali egli ci ha lasciata una piacevole descrizione,—nella state del 1686 giunse allʼAia, e vi fu accolto con cortesia e riverenza. Conversò più volte e liberamente con la Principessa intorno alle cose politiche e religiose, e tosto le divenne direttore spirituale e confidente. Guglielmo gli usò ospitalità più graziosa di quel che si potesse sperare. Imperciocchè, fra tutti i difetti umani, quei che più lʼoffendevano, erano lʼofficiosità e lʼindiscretezza; e Burnet, a confessione anche deʼ suoi amici e ammiratori, era il più officioso e indiscreto degli uomini. Ma il savio Principe sʼaccôrse che quel petulante e ciarliere teologo, il quale sempre cicalava di secreti, faceva impertinenti domande, sciorinava consigli non richiesti, era, nonostante, uomo retto, animoso, esperto, e ben conosceva gli umori e i disegni delle sètte e delle fazioni inglesi. Burnet aveva gran fama dʼuomo eloquente e dotto. Guglielmo non era uomo erudito; ma da molti anni era stato capo del Governo Olandese in un tempo, in cui la stampa olandese era una delle macchine più formidabili che muovessero lʼopinione pubblica dellʼEuropa; e benchè egli non gustasse i piaceri delle lettere, era savio ed osservatore tanto, da pregiare lʼutilità dello aiuto deʼ letterati. Sapeva bene che un libercolo popolare talvolta poteva tornare proficuo al pari dʼuna vittoria riportata in campo. Sentiva parimente la importanza di avere sempre da presso alcun uomo ben esperto nellʼordinamento politico ed ecclesiastico dellʼisola nostra; e Burnet aveva in sommo grado i requisiti ad essere un dizionario vivente delle cose inglesi, perocchè le sue cognizioni, quantunque non sempre accurate, erano immensamente vaste; e sì in Inghilterra che in Iscozia, pochi erano gli uomini insigni di qual si fosse partito politico o religioso, coʼ quali egli non avesse conversato. Per le quali cose ottenne tanta parte di favore e di fiducia, quanta ne era concessa solo a coloro che formavano il piccolo nucleo intimo deʼ privati amici del Principe. Quando il dottore si prendeva qualche libertà, il che non rade volte avveniva, il suo protettore diventava oltre lʼusato freddo e severo, e tal fiata gli usciva dalle labbra qualche pungente sarcasmo che avrebbe fatto ammutolire chiunque. Tranne in cotesti casi, nondimeno, lʼamicizia tra questi due uomini singolari durò, con qualche temporanea interruzione, fino alla morte. Certo, eʼ non era agevole ferire la sensibilità di Burnet. La compiacenza chʼegli provava di sè, gli spiriti animali, la mancanza di tatto in lui erano tali, che quantunque spesso offendesse altri, giammai egli ne rimaneva offeso.

IX. Per cosiffatto carattere, egli aveva i requisiti necessari ad essere paciere tra Guglielmo e Maria. Ogni qualvolta coloro che dovrebbero vicendevolmente stimarsi ed amarsi, si trovano per avventura divisi, come spesso accade, per qualche differenza che sole poche parole franche e chiare basterebbero a comporre, debbono riputarsi bene avventurati ove abbiano un indiscreto amico che palesi intera la verità. Burnet, senza andirivieni, rivelò alla Principessa il pensiero che turbava la mente del suo consorte. E fu quella la prima volta in cui ella seppe, non senza grandemente maravigliarne, come diventando Regina dʼInghilterra, Guglielmo non dovesse secolei sedere sul trono. Dichiarò quindi caldamente dʼesser pronta a porgere qual si fosse prova di sommessione e dʼaffetto conjugale. Burnet, assicurando e giurando di non parlare per suggerimento altrui, disse in lei sola stare intero il rimedio. Ella poteva di leggieri, appena assunta la Corona, indurre il Parlamento non solo a concedere al marito il titolo di Re, ma con un atto legislativo in lui trasferire il Governo dello Stato. «Ma Vostra Altezza Reale» aggiunse egli «dovrebbe, innanzi di parlare, maturamente considerare la cosa; imperocchè egli è un passo, che una volta fatto, non potrebbe facilmente e senza pericolo disfarsi.»—«Non ho bisogno di tempo alcuno a considerare ciò chʼio fo» rispose Maria. «A me basta di cogliere questa occasione per mostrare il mio rispetto pel Principe. Riportategli ciò chʼio vi dico; e conducetelo a me, perchè egli possa udirlo ripetere dal mio labbro stesso.» Burnet andò in traccia di Guglielmo; ma Guglielmo trovavasi molte miglia lontano a dar la caccia ad un cervo. Eʼ non fu se non il giorno susseguente, che ebbe luogo il colloquio fraʼ due conjugi. «Non avevo mai saputo fino a ieri» disse Maria «che vi fosse tale differenza tra le leggi dellʼInghilterra e quelle di Dio. Ma adesso vi prometto che voi sarete colui che governerà sempre; e in ricambio, questo solo vi chiedo, che come io osserverò il divino comandamento, il quale vuole che le mogli obbediscano ai mariti, voi osserviate lʼaltro che ingiunge ai mariti dʼamare le proprie mogli.» Tanta generosità dʼaffetto, pienamente conquise il cuore di Guglielmo. Da quel tempo fino al di funesto in cui egli fu trasportato convulso lungi da lei che giaceva sul letto di morte, fra loro fu sempre vera amicizia e piena confidenza. Esistono ancora molte delle lettere che ella gli scrisse, e porgono numerosi argomenti come a questo uomo così inamabile, quale sembrava agli occhi del pubblico, fosse riuscito dʼispirare ad una bella e virtuosa donna, a lui superiore per nascita, una passione che era quasi idolatria.

Il servigio in tal guisa reso da Burnet alla propria patria, era di sommo momento, perocchè era giunto il tempo in cui molto importava alla pubblica salvezza che il Principe e la Principessa fossero pienamente concordi.

X. Fino dal tempo in cui fu spenta la insurrezione delle Contrade Occidentali, gravi cagioni di dissenso avevano scisso Guglielmo dai Whig e dai Tory. Aveva con rincrescimento veduti i tentativi fatti daʼ Whig a privare il Governo di certi poteri chʼegli riputava necessari alla efficacia e dignità di quello. Aveva con molto maggiore rincrescimento veduto il modo onde molti di loro sʼerano contenuti verso le pretensioni di Monmouth. Eʼ pareva che lʼopposizione volesse avvilire la Corona dʼInghilterra, e porla sul capo di un bastardo e di un impostore. Nel tempo stesso, il sistema religioso del Principe grandemente differiva da ciò che formava il segno distintivo della credenza deʼ Tory. Costoro erano tutti Arminiani e Prelatisti; spregiavano le Chiese protestanti del continente, e consideravano ogni rigo della loro liturgia e rubrica sacro quasi al pari del vangelo. Le sue opinioni concernenti la metafisica della teologia, erano calviniste: le sue opinioni rispetto allʼordinamento e ai modi del culto, erano larghe. Ammetteva lo episcopato essere una forma legittima e convenevole di governo ecclesiastico; ma parlava con parole acri e sprezzanti della bacchettoneria di coloro i quali giudicavano la ordinazione deʼ vescovi essenziale alla società cristiana. Non aveva punto scrupolo intorno ai vestimenti e ai gesti prescritti dal libro della Preghiera Comune; ma confessava che i riti della Chiesa Anglicana sarebbero migliori se più si allontanassero daʼ riti della Chiesa di Roma. Era stato udito mormorare con segni di cattivo augurio, allorquando nella cappella privata della sua moglie ei vide un altare acconcio secondo il rito anglicano, e non parve molto satisfatto di vedere nelle mani di lei il libro di Hooker sopra lʼOrdinamento Ecclesiastico.[219]

XI. Egli, adunque, da lungo tempo seguiva con occhio vigile il progresso della contesa tra le fazioni inglesi; ma senza sentire forte predilezione per nessuna di quelle. In verità, fino allʼultimo giorno di sua vita, ei non divenne nè Whig nè Tory. Difettava di ciò che è fondamento ad ambi cotesti caratteri; imperciocchè egli non diventò mai Inglese. È vero che salvò lʼInghilterra; ma non lʼamò mai, e non fu mai da essa riamato. Per lui lʼisola nostra fu sempre terra dʼesilio, chʼegli visitava con ripugnanza e abbandonava con diletto. Anche mentre le rendeva quei servigi, deʼ quali fino ai nostri giorni sentiamo i felici effetti, il bene di quella non era lo scopo precipuo delle sue azioni. Sʼei sentiva amore di patria, lo sentiva tutto per la Olanda. Quivi era la splendida tomba entro la quale riposava il grande uomo politico, di cui egli aveva ereditato il sangue, il nome, lʼindole, il genio. Quivi il semplice suono del suo titolo era una magica parola, che per tre generazioni aveva destato lo affettuoso entusiasmo deʼ contadini e degli artigiani. Lʼolandese era lo idioma chʼegli aveva imparato dalla balia; olandesi gli amici della sua giovinezza. I sollazzi, gli edifizi, le campagne della sua terra natia gli empivano il cuore. Ad essa ei volgeva sempre desioso lo sguardo da unʼaltra patria più altera e più bella. Nella galleria di Whitehall egli amaramente ripensava alla sua avita casa nel Bosco allʼAja; e non sentivasi mai tanto felice, quanto nel giorno in cui dalla magnificenza di Windsor passava alla sua molto più modesta abitazione in Loo. Nel suo splendido esilio ei trovava consolazione creandosi dʼintorno, con edifici, piantagioni, escavazioni, una scena che gli rammentasse le uniformi moli di rossi mattoni, i lunghi canali, e le simmetriche aiuole di fiori, fra mezzo ai quali egli aveva trascorsi i suoi giovani anni. E nonostante, cotesto suo affetto per la sua terra materna era subordinato ad un altro sentimento che da gran tempo aveva signoreggiato nellʼanima sua, erasi mescolato a tutte le sue passioni, lo aveva spinto a maravigliose imprese, lo aveva sostenuto nelle mortificazioni, neʼ dolori, nelle infermità, e che verso la fine della sua vita sembrò per alcun tempo languire, ma tosto ridestossi più fiero che mai, e seguitò ad animarlo fino allʼora suprema, in cui i ministri di Dio recitavano accanto al suo letto di morte la prece deʼ moribondi. Questo sentimento era la inimicizia alla Francia, e al Re magnifico, il quale in più sensi rappresentava la Francia, e a virtù e pregi eminentemente francesi congiungeva quellʼambizione irrequieta, scevra di scrupoli e vanagloriosa, che ha più volte ridesto contro la Francia il risentimento dellʼEuropa.

Non è difficile rintracciare il progresso del sentimento che a poco a poco sʼinsignorì interamente dellʼanima di Guglielmo. Mentre egli era ancora fanciullo, la sua patria era stata aggredita da Luigi, sfidando con ostentazione la giustizia e il diritto pubblico; era stata corsa, devastata, ed abbandonata ad ogni eccesso di ladroneria, di licenza e di crudeltà. Gli Olandesi sgomenti, sʼerano umiliati dinanzi allʼorgoglioso vincitore, chiedendo mercè. Era stato loro risposto, che ove desiderassero ottenere la pace, era mestieri rinunciare alla indipendenza, e rendere ogni anno omaggio alla Casa deʼ Borboni. Lʼoltraggiata nazione, disperando dʼogni altro umano argomento, aveva aperte le sue dighe, chiamando in soccorso le onde marine contro la tirannia francese. Eʼ fu nelle angosce di quel conflitto, allorquando i contadini tremebondi fuggivano dinanzi agli invasori, centinaia di ameni giardini e di ville erano sepolte sotto le acque, le deliberazioni del Senato erano interrotte dagli svenimenti e dal pianto deʼ vecchi senatori, i quali non potevano sopportare il pensiero di sopravvivere alla libertà ed alla gloria della loro terra natia; eʼ fu in queʼ terribili giorni, che Guglielmo fu chiamato a capo dello Stato. Per alcun tempo la resistenza gli parve impossibile. Cercava da per tutto soccorso, e lo cercava invano. Spagna era snervata, Germania conturbata, Inghilterra corrotta. Nullʼaltro partito sembrava rimanere al giovine Statoldero, che quello di morire con la spada in pugno, o farsi lo Enea dʼuna grande emigrazione, e creare unʼaltra Olanda in contrade inaccessibili alla tirannia della Francia. Nessuno ostacolo sarebbe allora rimasto a infrenare il progresso della Casa Borbonica. In pochi anni essa avrebbe potuto annettere ai propri domini la Lorena e le Fiandre, Castiglia ed Aragona, Napoli e Milano, il Messico e il Perù. Luigi avrebbe potuto assumere la Corona imperiale, porre un principe della sua famiglia sopra il trono della Polonia, divenire solo signore dellʼEuropa dai deserti della Scizia fino allʼOceano Atlantico, e dellʼAmerica dalle regioni nordiche del tropico del Cancro, fino alle regioni meridionali del tropico del Capricorno. Tale era il prospetto del futuro che stava dinanzi agli occhi di Guglielmo nel suo primo entrare nella vita politica, e che non gli sparì mai dallo sguardo fino allʼestremo deʼ suoi giorni. La Monarchia Francese era per lui ciò che la Repubblica Romana era per Annibale, ciò che la Potenza Ottomana era per Scanderbeg, ciò che la dominazione inglese era per Wallace. Questa intensa e invincibile animosità era rafforzata dalla religione. Centinaia di concionatori calvinisti predicavano, che il medesimo potere che aveva suscitato Sansone per essere il flagello deʼ Filistei, e che aveva chiamato Gedeone dallʼaja per domare i Madianiti, aveva suscitato Guglielmo dʼOrange per essere il campione di tutte le nazioni libere, e di tutte le Chiese pure; pensiero che non fu senza influenza sulla mente di lui. Alla fiducia che lo eroico fatalista aveva posta nel suo alto destino e nella sua sacra causa, è da attribuirsi in parte la singolare indifferenza onde egli affrontava il pericolo. Aveva debito di compire unʼaltra impresa; e finchè non fosse compita, nulla gli avrebbe potuto nuocere. E però, per virtù di questo pensiero, egli, malgrado i pronostici deʼ medici, si riebbe da infermità che sembravano disperate; lo aperto navicello in cui egli si gettò nel fitto buio della notte fra mezzo alle frementi onde dellʼOceano, e presso ad una traditrice spiaggia, lo condusse a terra; e in venti campi di battaglia, le palle deʼ cannoni gli fischiarono dʼintorno senza toccarlo. Lo ardore e la perseveranza con che egli si dedicò alla propria missione, mal troverebbero agguaglio nella storia degli uomini illustri. Considerando il suo gran fine, ei reputava la vita altrui di sì poco pregio, come la propria. Pur troppo, anche i più miti e generosi soldati di quella età avevano lʼabitudine di curar poco lo spargimento del sangue, e le devastazioni inseparabili dalle grandi imprese militari; e il cuore di Guglielmo era indurito non solo dalla insensibilità acquistata nellʼesercizio della guerra, ma da quella specie di insensibilità più severa, la quale nasce dalla coscienza del dovere. Tre grandi coalizioni, tre lunghe e sanguinose guerre, in cui tutta Europa dalla Vistola fino allʼOceano occidentale era in armi, devono attribuirsi alla sua invincibile energia. Allorquando nel 1678 gli Stati Generali, esausti e scuorati, desideravano posa, la sua voce tuonava contro coloro che volevano riporre la spada nel fodero. Se la pace fu fatta, ciò avvenne solo perchè egli non potè infondere neʼ cuori altrui uno spirito fiero e risoluto come il suo. In sullo estremo istante, con la speranza di rompere le pratiche che ei sapeva pressochè concluse, combattè una delle più sanguinose ed ostinate battaglie, deʼ tempi suoi. Dal giorno in cui fu firmata la pace di Nimega egli cominciò a meditare unʼaltra coalizione. La sua contesa con Luigi, tradotta dal campo di battaglia al gabinetto, venne poco dopo esacerbata da un privato litigio. Per ingegno, indole, modi ed opinioni, i due rivali erano lʼuno allʼaltro diametralmente opposti. Luigi, gentile e dignitoso, prodigo e voluttuoso, amante della pompa ed abborrente dai pericoli, munificente protettore delle arti e delle lettere, e crudele persecutore deʼ Calvinisti, offriva un notevole contrasto verso Guglielmo, semplice nelle sue inclinazioni, di poco grazioso portamento, infaticabile e intrepido in guerra, non curante degli ameni studi, e fermo partigiano deʼ teologi Ginevrini. I due nemici non osservarono lungamente quelle cortesie che i loro pari, anche oppugnantisi con le armi, rade volte trascurano. Guglielmo, a dir vero, giunse fino ad offrire i suoi migliori servigi al Re di Francia. Ma tali cortesie vennero estimate al loro giusto pregio, e ricompensate con una riprensione. Il gran Re affettava disprezzo pel principotto servitore dʼuna federazione di città commercianti; e ad ogni segno di spregio lo intrepido Statoldero rispondeva con una nuova disfida. Guglielmo prendeva il suo titolo—titolo che le vicissitudini del secolo precedente avevano reso uno deʼ più illustri in Europa—da una città che giace sulle rive del Rodano non lungi da Avignone; e che, al pari dʼAvignone, quantunque da ogni lato circuita dal territorio francese, era propriamente feudo non della Corona di Francia, ma dello Impero. Luigi, con quella ostentazione spregiatrice del diritto pubblico, la quale formava il suo carattere, occupò Orange, ne smantellò le fortificazioni e ne confiscò le rendite. Guglielmo dichiarò ad alta voce a molti cospicui personaggi, i quali con lui sedevano a mensa, che avrebbe fatto pentire il Re Cristianissimo dellʼoltraggio ricevuto; ed allorchè dal Conte dʼAvaux gli fu chiesto conto delle parole profferite, ricusò positivamente o di ritrattarle o di spiegarle. La querela andò tanto oltre, che il ministro francese non poteva rischiarsi di comparire nelle sale della Principessa per timore di essere insultato.[220]

I sentimenti di Guglielmo verso la Francia, spiegano tutta la sua politica verso la Inghilterra. Il suo spirito pubblico era europeo. Il fine principale dʼogni suo studio non era lʼisola nostra, non era nè anche la sua Olanda, ma la grande comunità delle nazioni minacciata di essere soggiogata da uno Stato troppo potente. Coloro i quali commettono lo errore di considerarlo come uomo di Stato inglese, è forza che guardino la intera sua vita in una falsa luce, e non perverranno a scoprire nessun principio buono o cattivo, Whig o Tory, al quale possano riferirsi le sue più importanti azioni. Ma ove lo consideriamo come uomo, il cui fine speciale era quello di congiungere una torma di Stati deboli, divisi e sgomenti, in ferma e vigorosa concordia contro un comune nemico; ove lo consideriamo come uomo, agli occhi del quale la Inghilterra importava principalmente, perchè, senza essa, la grande coalizione da lui desiderata, sarebbe stata incompiuta; saremo costretti ad ammettere che non vi è stata una vita sì lunga, di cui facciano ricordo le storie, maggiormente uniforme dal principio sino alla fine, quanto quella di cotesto gran Principe.[221]

XII. Col filo che adesso abbiamo tra le mani, potremo senza difficoltà rintracciare la via dritta in effetto, sebbene in apparenza talvolta tortuosa, chʼegli prese verso le nostre interne fazioni. Chiaramente vedeva (ciò che non era sfuggito agli occhi di uomini meno sagaci di lui) come la impresa alla quale egli con tutta lʼanima intendeva, potesse avere probabilità di prospero successo con la Inghilterra amica, dʼesito incerto con la Inghilterra neutrale, e di disperatissimo fine ove la Inghilterra agisse come aveva agito ai tempi della Cabala. Con non minore chiarezza, vedeva che tra la politica estera e la interna del Governo Inglese vʼera stretta connessione; che il sovrano del nostro paese, operando dʼaccordo col Parlamento, deve sempre di necessità esercitare grande influenza negli affari della Cristianità, e deve anche avere un evidente interesse di avversare lo indebito ingrandimento dʼogni potentato continentale; che, dallʼaltro canto, il sovrano privo della fiducia del Parlamento e impedito nella sua via, non può avere se non poco peso nella politica europea, e che quel poco peso potrebbe anche gettarsi tutto nel lato nocivo della bilancia. Il principe, adunque, desiderava massimamente la concordia fra il Trono e il Parlamento. Il modo di stabilirla, e quale delle due parti dovesse fare concessioni allʼaltra, erano, secondo lui, cose dʼimportanza secondaria. Avrebbe gradito, senza alcun dubbio, di vedere una piena riconciliazione senza il sacrificio dʼun briciolo della regia prerogativa; perocchè alla integrità di quella egli aveva diritto di reversibilità; ed egli, per indole, era cupido di potere e intollerante di freno, almeno quanto qualunque degli Stuardi. Ma non vʼera gioiello della Corona chʼegli non fosse apparecchiato a sacrificare, anche dopo che la Corona era passata sul suo capo, qualvolta fosse convinto siffatto sacrificio essere impreteribilmente necessario al suo grande disegno. E però, nel tempo della congiura papale, comecchè egli disapprovasse la violenza con cui la opposizione assaliva la regia autorità, esortò il Governo a desistere. La condotta della Camera deʼ Comuni rispetto agli affari interni, diceva egli, era molto irragionevole: ma finchè rimaneva malcontenta, le libertà della Europa pericolavano; ed a questa suprema ragione ogni altra doveva cedere. Giusta siffatti principii egli operò allorquando la Legge dʼEsclusione pose la nazione tutta in commovimento. Non vʼè ragione a credere chʼegli incoraggiasse la opposizione a spingere innanzi quella legge, e ricusare ogni patto che le venisse offerto dal trono. Ma come chiaro si conobbe che, ove non si fosse posta in campo quella legge, vi sarebbe stata seria rottura tra i Comuni e la Corte, egli intelligibilmente, benchè con assai decoroso riserbo, manifestò la propria opinione, dicendo il Governo dovere ad ogni costo riconciliarsi coi rappresentanti del popolo. Allorchè una violenta e rapida mutazione dellʼopinione pubblica aveva lasciato per alcun tempo il partito Whig privo dʼogni soccorso, Guglielmo tentò di giungere al suo scopo supremo per una nuova via, forse allʼindole sua più convenevole di quella chʼegli aveva anteriormente presa. Pei cangiati umori della nazione, era poco probabile che venisse eletto un Parlamento disposto ad opporsi alle voglie del Sovrano. Carlo per alcun tempo fu solo padrone. Il Principe quindi rivolse ogni pensiero a renderselo favorevole. Nella state del 1683, quasi nel momento medesimo in cui la scoperta della congiura di Rye House sconfisse i Whig e rese trionfante il Re, succedevano altrove fatti tali che Guglielmo non poteva vedere senza estrema ansietà e timore. Il Turco aveva condotte le sue schiere fino ai suburbii di Vienna. La grande Monarchia Austriaca, nel cui soccorso il Principe aveva calcolato, sembrava giunta alla estrema rovina. Per la qual cosa, ei mandò in fretta Bentinck dallʼAja a Londra, ingiungendogli di nulla omettere che fosse necessario a riconciliargli la Corte dʼInghilterra, e peculiarmente significare, con le più calde espressioni, lʼorrore che il suo signore aveva sentito per la congiura deʼ Whig.

Nel corso deʼ diciotto susseguenti mesi, vi fu qualche speranza che la influenza di Halifax prevalesse, e che la Corte di Whitehall ritornasse alla politica della Triplice Alleanza. Guglielmo nutrì avidamente in cuore tale speranza, e fece ogni sforzo per conseguire lʼamicizia di Carlo. La ospitalità che Monmouth trovò allʼAja, deve principalmente attribuirsi alla brama che il Principe aveva di appagare i segreti desideri del padre di Monmouth. Appena morto Carlo, Guglielmo mirando ognora intentamente al supremo suo scopo, di nuovo cangiò contegno. Aveva ospitato Monmouth per piacere al Re defunto. Affinchè il Re Giacomo non avesse argomento di querelarsi, Monmouth ebbe commiato. Abbiamo veduto come, scoppiata la insurrezione delle contrade occidentali, i reggimenti inglesi che servivano in Olanda, fossero, alla prima richiesta, mercè gli sforzi del Principe, mandati alla patria loro. Per vero dire, Guglielmo anche si offerse a comandare in persona contro i ribelli; e che tale offerta fosse perfettamente sincera, non potrà mai dubitarsi, solo che si leggano le sue lettere confidenziali a Bentinck.[222]

Il Principe manifestamente in quel tempo sperava, che il gran disegno al quale nella mente sua ogni altra cosa era subordinata, fosse approvato e sostenuto dal suo suocero. Lʼaltero linguaggio che allora Giacomo teneva verso la Francia, la prontezza con che egli consentì ad una alleanza difensiva con le Provincie Unite, la inclinazione chʼegli mostrava a collegarsi con la Casa dʼAustria, accrescevano cotesta speranza. Ma poco dopo rabbuiossi la scena. La caduta di Halifax, la rottura tra Giacomo e il Parlamento, la proroga, lo annunzio distintamente fatto dal Re ai ministri stranieri che oramai la politica estera non lo distrarrebbe dallo intendere a trovare provvedimenti onde rinvigorire la regia prerogativa e promuovere glʼinteressi della sua Chiesa, posero fine a tanta illusione. Chiaro vedevasi, che arrivato il tempo critico per la Europa, la Inghilterra, signoreggiata da Giacomo, o sarebbe rimasta inoperosa, o avrebbe operato in unione della Francia.

XIII. E la crisi europea era imminente. La Casa dʼAustria, dopo una serie di vittorie, erasi assicurata dʼogni pericolo da parte della Turchia, e non trovavasi più nella necessità di sostenere pazientemente le usurpazioni e glʼinsulti di Luigi. Per lo che, nel luglio del 1686, fu firmato in Augusta un trattato, col quale i Principi dello Impero collegavansi strettamente insieme a vicendevole difesa. Il Re di Spagna e di Svezia erano parti di cotesta alleanza; lʼuno come Sovrano delle provincie comprese nel circolo della Borgogna, lʼaltro come Duca di Pomerania. I confederati dichiaravano di non avere intendimento alcuno di aggredire, nè voglia dʼoffendere nessun potentato, ma erano bene risoluti di non tollerare la minima infrazione dei diritti che il Corpo Germanico possedeva sotto la sanzione del diritto pubblico e della pubblica fede. Vincolavansi tutti a difendersi in caso di bisogno, e stabilivano le forze che ogni membro della lega dovesse apprestare, ove fosse mestieri respingere lʼaggressione.[223] Il nome di Guglielmo non si leggeva in quellʼatto; ma tutti sapevano che esso era opera di lui, e prevedevano che tra breve tempo egli sarebbe nuovamente il capitano dʼuna coalizione contro la Francia. In cosiffatte circostanze, tra lui e il vassallo della Francia non poteva esistere buono e cordiale intendimento. Non vʼera aperta rottura, non ricambio di minacce o di rimproveri; ma il suocero e il genero sʼerano per sempre lʼuno dallʼaltro separati.

XIV. Nel tempo medesimo in cui il Principe era così diviso dalla Corte dʼInghilterra, andavano disparendo le cagioni che avevano fino allora prodotto freddezza tra lui e i due grandi partiti del popolo inglese. Gran parte, che formava forse una maggioranza numerica, dei Whig, aveva prestato favore a Monmouth: ma Monmouth non era più. I Tory, dallʼaltro canto, avevano temuto che glʼinteressi della Chiesa anglicana non avessero ad essere sicuri sotto lo impero dʼun uomo educato fraʼ presbiteriani olandesi, e, come ciascuno sapeva, di larghe opinioni rispetto ai vestimenti, alle cerimonie, allo episcopato: ma dacchè quella Chiesa diletta era stata minacciata da molto maggiori pericoli, cosiffatti timori erano quasi spenti. In tal guisa, nello istante medesimo, ambidue i grandi partiti cominciarono a porre le speranze e lo affetto loro nello stesso capo. I vecchi repubblicani non potevano ricusare la loro fiducia ad un uomo, il quale aveva per molti anni degnamente tenuta la più alta magistratura dʼuna repubblica. I vecchi realisti credevano di agire secondo i loro principii, tributando profonda riverenza ad un Principe cotanto vicino al trono. In tali condizioni, era cosa di massima importanza la perfetta unione tra Guglielmo e Maria. Un malinteso tra la erede presuntiva della Corona e il marito, avrebbe prodotto uno scisma in quella vasta massa che da ogni parte andavasi raccogliendo intorno al vessillo dʼun solo capo. Avventuratamente, ogni pericolo di questo malinteso fu tolto dallo intervento di Burnet; e il Principe divenne lo incontrastato capo di tutto quel gran partito che faceva opposizione al Governo, partito che quasi comprendeva la intera nazione.

Non vʼè ragione a credere che egli verso questo tempo meditasse la grande impresa alla quale poscia fu da una dura necessità trascinato. Scorgeva bene che la opinione pubblica dellʼInghilterra, comecchè i cuori fossero esasperati dagli aggravi del Governo, non era punto matura per la rivoluzione. Avrebbe senza dubbio voluto evitare lo scandolo che doveva produrre una lotta mortale tra persone strette con vincoli di consanguineità e dʼaffinità. Anche per ambizione, gli ripugnava il riconoscere dalla violenza quella grandezza alla quale egli sarebbe pervenuto pel corso ordinario della natura e della legge: perocchè, bene sapeva che ove la corona fosse regolarmente toccata in sorte alla sua moglie, le regie prerogative non patirebbero detrimento; ed allʼincontro, se ei lʼottenesse per elezione, gli verrebbe concessa con quelle condizioni che agli elettori piacesse dʼimporre. Egli, adunque, fece pensiero, come sembra, di attendere con pazienza il giorno in cui potesse con incontrastato titolo governare, e di contentarsi infrattanto di esercitare grande influenza sopra gli affari della Inghilterra, come primo Principe del sangue, e capo del partito che decisamente preponderava nella nazione, e che certo, appena ragunato il Parlamento, avrebbe decisamente preponderato in ambedue le Camere.

XV. Egli è vero che già a Guglielmo, da un uomo meno savio e più impetuoso chʼegli non fosse, era stato consigliato di appigliarsi a più audace partito. Questo consigliere era il giovane Lord Mordaunt. In quel tempo non era sorto un uomo che avesse genio più inventivo e spirito più ardimentoso di lui. Se la impresa era splendida, Mordaunt rade volte chiedeva se fosse fattibile. La sua vita fu un bizzarro romanzo, composto di misteriosi intrighi dʼamore e di politica, di violente e rapide variazioni di scena e di fortuna, e di vittorie somiglievoli a quelle dʼAmadigi e di Lancillotto, più presto che a quelle di Lussemburgo e dʼEugenio. Gli episodii disseminati nella sua strana istoria erano cónsoni a tutto il tenore della vita sua. Vʼerano notturni incontri con ladroni generosi; e dame nobili e belle liberate dalle mani deʼ loro rapitori. Mordaunt essendosi reso notevole per la eloquenza e lʼaudacia con che nella Camera deʼ Lordi erasi opposto alla Corte, tosto dopo la proroga del Parlamento, si rifuggì allʼAja, e propose a Guglielmo di fare una sùbita discesa in Inghilterra. Erasi persuaso che sarebbe stato così facile sorprendere tre grandi Regni, come lungo tempo dopo gli tornò facile sorprendere Barcellona.

XVI. Guglielmo ascoltò, ripensò, e rispose, con parole vaghe: il bene dellʼInghilterra stargli tanto a cuore, che non lo perderebbe mai dʼocchio.[224] Qualunque fossero i suoi intendimenti, non era probabile chʼei si scegliesse a confidente un temerario e vanaglorioso cavaliere errante. Questi due mortali nullʼaltro avevano di comune che il coraggio personale, il quale in entrambi giungeva allʼaltezza dʼun favoloso eroismo. Mordaunt aveva bisogno solamente di eccitarsi nel conflitto, e di rendere attonito il mondo. Guglielmo mirava perpetuamente ad un solo gran fine, al quale era trascinato da una forte passione, chʼegli reputava sacro dovere. Onde ridursi a quel fine, faceva prova dʼuna pazienza, siccome una volta egli disse, simile a quella con cui aveva veduto nel canale un marinaio lottare contro la corrente, spesso ricacciato indietro, ma non cessando mai di spingersi innanzi, satisfatto se potesse con molte ore di fatica, avanzare di pochi passi.[225] Il Principe pensava che le imprese le quali non lo facevano avvicinare a cotesto fine, per quanto il volgo potesse estimarle gloriose, fossero vanità fanciullesche.

Sʼavvisò, quindi, di ricusare il consiglio di Mordaunt; e senza alcun dubbio ei fece bene. Se Guglielmo nel 1686, o anche nel 1687, avesse tentato di fare ciò che egli fece con tanto prospero esito nel 1688, è probabile che molti Whig, alla sua chiamata, sarebbero corsi alle armi; ma avrebbe, ad unʼora, sperimentato la nazione non essere per anche apparecchiata ad accogliere un liberatore armato che veniva da terra straniera, e la Chiesa non essere stata provocata e insultata fino a porre in dimenticanza la dottrina politica, della quale sʼera per tanto tempo singolarmente inorgoglita. I vecchi Cavalieri sarebbero accorsi intorno al regio vessillo: si sarebbe, probabilmente, in tutti i tre Regni accesa una guerra civile, lunga e sanguinosa al pari di quella della precedente generazione. E mentre nelle Isole Britanniche infuriasse siffatta guerra, che non avrebbe mai potuto tentare Luigi nel continente? E quale speranza sarebbe rimasta alla Olanda, emunta di forze militari ed abbandonata dal suo Statoldero?

XVII. Guglielmo, adunque, fu pago per allora di provvedere in modo da rendere concorde e rianimare la potente opposizione dalla quale era riconosciuto come capo. E ciò non era difficile. La caduta degli Hydes aveva destato in tutta la Inghilterra strano timore e forte sdegno. Tutti accorgevansi, oggimai trattarsi di sapere non se il protestantismo sarebbe predominante, ma se sarebbe tollerato. Al Tesoriere era succeduta una Commissione, della quale era capo un papista. Il Sigillo Privato era stato affidato ad un papista. Al Lord Luogotenente dʼIrlanda era succeduto un uomo, il quale non aveva nessun altro merito per quellʼalto ufficio, tranne dʼessere papista. Lʼultima persona che un Governo, sollecito del bene dello Stato, avrebbe dovuto mandare a Dublino, era Tyrconnel. Per le sue maniere brutali era indegno di rappresentare la maestà della Corona. Per la pochezza dello intendimento e la violenza dellʼindole, era inetto a maneggiare gravi affari di Stato. Lʼodio mortale chʼegli sentiva pei possessori della più parte del suolo dʼIrlanda, lo rendeva segnatamente inabile a governare quel Regno. Ma la sua intemperante bacchettoneria era reputata bastevole espiazione della intemperanza delle altre sue passioni; e a contemplazione del suo odio contro la fede riformata, lo lasciavano abbandonarsi senza freno al suo odio contro il nome inglese. Tale era allora il vero intendimento del Re intorno ai diritti della coscienza! Voleva che il Parlamento abrogasse tutte le incapacità delle quali erano gravati i papisti, solo perchè potesse alla sua volta imporre pari incapacità ai Protestanti. Chiaro vedevasi che sotto un simigliante Principe lʼapostasia era il solo sentiero da condurre alla grandezza. E non pertanto, era un sentiero pel quale pochi rischiavansi di procedere; avvegnachè lo spirito nazionale fosse ormai desto, e ad ogni rinnegato toccasse soffrire tanto scherno ed abborrimento da parte del pubblico, che anche i cuori più induriti e nudi di vergogna non potevano non sentirlo.

XVIII. Non può negarsi che alcune notevoli conversioni di recente avevano avuto luogo; ma tutte erano tali da accrescere poco credito alla Chiesa di Roma. Due uomini dʼalto grado, Enrico Mordaunt Conte di Peterborough, e Giacomo Cecil Conte di Salisbury, avevano abbracciata quella religione. Ma Peterborough, il quale era stato operoso soldato, cortigiano e diplomatico, allora giaceva affranto dagli anni e dalle infermità; e coloro che lo vedevano procedere per le sale di Whitehall barcollante, appoggiato ad un bastoncello e ravvolto di pannilani e dʼimpiastri, della sua diserzione confortavansi pensando chʼegli sʼera mantenuto fido alla religione degli avi finchè le sue facoltà intellettive non furono spente.[226] La imbecillità di Salisbury era passata in proverbio. Oltremodo sensuale, era tanto ingrassato che appena si poteva muovere, e quel corpo tardo era degno abitacolo dʼunʼanima stupida. Le satire di queʼ tempi lo dipingono come uomo nato stampato per farsi ingannare, il quale fino allora essendo stato vittima deʼ giuocatori, poteva di leggieri essere vittima dei frati. Una pasquinata, la quale circa lʼepoca del ritiro di Rochester, fu appiccata alla porta della casa di Salisbury nello Strand, esprimeva con grossolane parole lʼorrore con cui il savio Roberto Cecil, ove fosse potuto sorgere dal sepolcro, avrebbe veduto quale abbietta creatura era lʼerede deʼ suoi titoli ed onori.[227]

XIX. Questi due uomini erano i più alti per grado fraʼ proseliti di Giacomo. Vʼerano altri rinnegati di unʼaltra specie; uomini di doti insigni, ma privi dʼogni principio e dʼogni senso della propria dignità. Abbiamo ragione di credere che fra costoro fosse Guglielmo Wycherley, il più licenzioso e insensibile scrittore dʼuna scuola singolarmente insensibile e licenziosa.[228] È certo che Matteo Tindal, il quale più tardi acquistò grande rinomanza scrivendo contro il Cristianesimo, fu in quel tempo ricevuto nel grembo della Chiesa infallibile; fatto, che, come può agevolmente supporsi, i teologi coi quali egli poscia appiccò controversia, non lasciarono punto nellʼoblio.[229] Altro più infame apostata fu Giuseppe Haines, il cui nome adesso giace quasi dimenticato, ma che era ben noto a queʼ tempi come avventuriere di versatile ingegno, scroccone, falsificatore di monete, falso testimonio, mallevadore impostore, maestro di ballo, buffone, comico, poeta. Taluni deʼ suoi prologhi ed epiloghi furono molto ammirati daʼ suoi contemporanei, i quali universalmente gli rendevano lode di buono attore. Costui si fece Cattolico Romano, e si recò in Italia come addetto allʼambasciata di Castelmaine; ma tosto, per riprovevole condotta, venne cacciato via. Se è da prestarsi fede ad una tradizione lungamente conservatasi, Haines ebbe la impudenza dʼasserire che la Vergine Maria gli era apparsa per esortarlo alla penitenza. Dopo la Rivoluzione, si provò di pacificarsi coi suoi concittadini con una ammenda più scandolosa dellʼoffesa stessa. Una notte, innanzi di rappresentare la parte sua in una farsa, comparve sul proscenio, avvolto in un bianco lenzuolo, con una torcia in mano, recitando una profana ed indecente filastrocca di versi, chʼegli chiamò la propria ritrattazione.[230]

XX. Col nome di Haines correva congiunto in molti libelli il nome di un rinnegato più illustre, cioè di Giovanni Dryden. A quel tempo egli era in sul declinare degli anni suoi. Dopo molti successi ora prosperi ora sinistri, lʼopinione generale lo considerava come primo fra i poeti inglesi coetanei. I suoi diritti alla gratitudine di Giacomo erano molto superiori a quelli di qualunque altro scrittore del Regno. Ma Giacomo pregiava poco i versi, e molto il danaro. Dal dì in cui egli ascese al trono, si diede a fare piccole riforme economiche, e tali che acquistano sempre al Governo la taccia di spilorceria, senza recare alcun manifesto giovamento alle finanze. Una delle vittime di questa insensata parsimonia, fu il Poeta Laureato. Eʼ fu ordinato, che nella patente, la quale a cagion della nuova successione al trono, doveva rinnovarsi, lʼannuo onorario in origine concesso a Jonson, e continuato ai suoi successori, si omettesse.[231] Fu questo lʼunico pensiero che il Re, nel primo anno del suo regno, si degnò di volgere al possente poeta satirico, il quale, mentre ardeva il conflitto intorno alla Legge dʼEsclusione, aveva sparso il terrore nel partito deʼ Whig. Dryden era povero, e mal sopportava la povertà. Sapeva poco e davasi poco pensiero delle cose di religione. Se aveva in petto profondamente radicato alcun sentimento, era lʼavversione contro i preti di tutte le religioni, Leviti, Auguri, Muftì, Cattolici Romani, Presbiteriani, Anglicani. La natura non gli aveva largito anima elevata; e le sue occupazioni non erano state punto tali, da fargli acquistare altezza e delicatezza dʼanimo. Per molti anni erasi guadagnato il pane quotidiano arruffianando la sua musa al pervertito gusto della platea, e grossolanamente adulando ricchi e nobili protettori. Rispetto di sè, e senso squisito di convenevolezza, non potevano trovarsi in un uomo il quale aveva trascinata una vita di mendicità e di adulazione. Pensando che ove egli seguitasse a chiamarsi protestante, i suoi servigi non verrebbero rimunerati, si dichiarò papista. Cessò subitamente la parsimonia del Re. A Dryden fu conceduta una annua pensione di cento lire sterline, ed ebbe il carico di difendere in verso e in prosa la sua nuova religione.

Due illustri scrittori, Samuele Johnson e Gualtiero Scott, hanno fatto ogni sforzo per persuadere sè ed altrui, che cotesta memorabile conversione fosse sincera. Era cosa naturale che volessero cancellare una macchia disonorevole dalla memoria dʼun ingegno da essi giustamente ammirato, e col quale concordavano rispetto ad opinioni politiche; ma lo storico imparziale è uopo che pronunci un giudizio assai dal loro differente. Vi sarà sempre forte presunzione contro la sincerità dʼuna conversione ogni qualvolta riesca a utile del convertito. Nel caso di Dryden, non vi ha nulla che contrappesi siffatta presunzione. I suoi scritti teologici provano ad esuberanza chʼegli non si studiò mai con diligenza ed amore di imparare il vero, e che le sue nozioni intorno alla Chiesa abbandonata e alla Chiesa abbracciata da lui, erano superficialissime. Nè la sua condotta dopo la conversione, fu quella dʼun uomo da un profondo senso deʼ propri doveri costretto a fare un così solenne passo. Ove egli fosse stato tale, la medesima convinzione che lo aveva condotto ad abbracciare la Chiesa di Roma, gli avrebbe certo impedito di violare gravemente e per abitudine i precetti da quella Chiesa, come da ogni altra società cristiana, riconosciuti obbligatorii. Tra i suoi scritti precedenti e traʼ susseguenti alla sua conversione, vi sarebbe stata notevole diversità. Avrebbe sentito rimorso deʼ suoi trenta anni di vita letteraria, durante i quali egli aveva sistematicamente adoperata la sua rara potenza di linguaggio e di versificazione a corrompere il pubblico. Dalla sua penna non sarebbe uscita, da quellʼora in poi, una sola parola tendente a rendere spregevole la virtù, e ad infiammare le licenziose passioni. Ed è sventuratamente vero, che i drammi da lui scritti dopo la sua pretesa conversione, non sono punto meno impuri o profani di quelli della sua giovinezza. Anche traducendo, scostavasi dai suoi originali per andare in cerca dʼimmagini, che, ove le avesse trovate negli originali stessi, avrebbe dovuto schivare. Ciò che in quelli era cattivo, nelle sue versioni diventava peggiore; ciò che era puro, passando nella sua mente, contraeva qualche macchia. Le più grossolane satire di Giovenale egli rese più riprovevoli; inserì descrizioni lascive nelle Novelle di Boccaccio; e corruppe la dolce e limpida poesia delle Georgiche con lordure che avrebbero stomacato Virgilio.

XXI. Lo aiuto di Dryden fu accolto con gioia da quei teologi cattolici romani, i quali con difficoltà sostenevano un conflitto contro i più illustri ingegni della Chiesa Stabilita. Non potevano non riconoscere il fatto, che il loro stile, sfigurato da barbarismi contratti in Roma e in Doaggio, faceva meschina figura in paragone della eloquenza di Tillotson e Sherlock. Per lo che, pareva loro non essere lieve acquisto la cooperazione del più grande scrittore vivente dellʼidioma inglese. Il primo servigio che a lui fu chiesto in prezzo della sua pensione, fu di difendere in prosa la sua Chiesa contro Stillingfleet. Ma lʼarte di dir bene le cose diventa inutile ad un uomo che non abbia nulla da dire; e tale era il caso di Dryden. Vide come egli non valesse a sostenere il combattimento con un uomo da lunghi anni assuefatto a maneggiare le armi della controversia. Il battagliere veterano disarmò il novizio, gli inflisse qualche ferita di dispregio, e si volse contro più formidabili combattenti. Dryden allora impugnò unʼarma, nella quale non era agevole trovare chi potesse vincerlo. Si ritrasse alcun tempo dal trambusto deʼ caffè e deʼ teatri per rinchiudersi in un quieto luogo nella Contea di Huntingdon, ed ivi compose con insolita cura e fatica il suo celebre poema intorno ai punti disputati tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra. Rappresentò la Romana sotto la similitudine dʼuna candida cerva, sempre in pericolo di morte, e nondimeno destinata a non morire. Le belve della foresta congiuravano a spegnerla. Il Tremante coniglio, a dir vero, si teneva strettamente neutrale; ma la volpe Sociniana, il lupo Presbiteriano, lʼorso Indipendente, il cignale Anabattista, avventavano sguardi feroci alla intemerata creatura. Nondimeno ella poteva rischiarsi a bere insieme con loro alla fonte comune sotto la protezione del leone Regale. La Chiesa Anglicana era significata dalla pantera con la pelle macchiata, ma bella, anco troppo bella per bestia da preda. La cerva e la pantera, egualmente esose al feroce popolo della foresta, si ritrassero da parte per ragionare intorno al pericolo comune. Quindi seguitarono a discutere intorno ai punti delle loro differenze, e dimenando le code e leccandosi le ganasce, tennero un lungo colloquio sopra la presenza reale, lʼautorità deʼ papi e deʼ concili, le leggi penali, lʼAtto di Prova, gli spergiuri dʼOates, i servigi resi da Butler, benchè non ricompensati, al partito deʼ Cavalieri, i libercoli di Stillingfleet, e le ampie spalle e i fortunati negozi matrimoniali di Burnet.

Lʼassurdità di questo poetico disegno è manifestissima. E in vero, cosiffatta allegoria non poteva regolarmente procedere oltre a dieci versi. Non vʼè magistero di forma che possa servire di compenso agli errori di un tal disegno. E nulladimeno, la Favola della Cerva e della Pantera è senza verun dubbio la produzione più pregevole della letteratura inglese del breve e torbido regno di Giacomo II. In nessuna delle opere di Dryden si potrebbero trovare brani più patetici e splendidi, maggior pieghevolezza ed energia di stile, e più piacevole e variata armonia.

Il poema comparve alla luce con ogni vantaggio che la regia protezione potesse impartire. Una magnifica edizione ne fu fatta per la Scozia nella tipografia cattolica romana di Holyrood House. Ma le genti non erano in umore da lasciarsi ammaliare dal lucido stile e dagli armoniosi versi dello apostata. Il disgusto eccitato dalla sua venalità, il timore eccitato dalla politica di cui egli sʼera fatto panegirista, non erano cose da cantarsi per addormentare le menti. Il pubblico fu infiammato di giustissimo sdegno da coloro cui gli scherni del poeta scottavano, e da coloro che erano invidi della sua rinomanza. Non ostante le restrizioni che avvincolavano la stampa, ogni giorno apparivano satire intorno alla vita e agli scritti di lui. Ora lo chiamavano Bayes, ora il Poeta Squab. Gli rammentavano come in gioventù avesse tributato alla Casa di Cromwell le medesime servili lusinghe le quali egli adesso tributava alla Casa degli Stuardi. Alcuni deʼ suoi avversari maliziosamente ristamparono i versi pieni di sarcasmo già da lui scritti contro il papismo, allorquando non gli avrebbe nulla giovato lʼessere papista. Tra i molti componimenti satirici venuti alla luce in tale occasione, il più notevole fu opera di due giovani, i quali di recente avevano compiti i loro studi in Cambridge, ed erano stati accolti come novizi di belle speranze neʼ caffè letterari di Londra; voglio dire Carlo Montague e Matteo Prior. Montague era di nobile schiatta; la origine di Prior era talmente oscura, che nessun biografo ha potuto rinvenirla: entrambi poscia giunsero in alto; entrambi allo amore delle lettere congiungevano arte mirabile in quella specie dʼaffari di che i letterati generalmente sentono disgusto. Tra i cinquanta poeti deʼ quali Johnson ha scritto le vite, Montague e Prior sono i soli che avessero profonda conoscenza del commercio e delle finanze. Non andò guari, e presero vie lʼuna dallʼaltra diverse. La loro giovanile amicizia si sciolse. Uno di loro divenne capo del partito Whig, e fu processato dai Tory. Allʼaltro furono affidati tutti i misteri della diplomazia deʼ Tory, e fu lungamente tenuto in istretta prigionia dai Whig. Infine, dopo molti anni di vicissitudini, i due colleghi, chʼerano stati lungo tempo divisi, si ricongiunsero nellʼAbbadia di Westminster.

XXII. Chiunque abbia attentamente letto il racconto della Cerva e della Pantera, si sarà dovuto accorgere che mentre Dryden lo stava componendo, grande variazione era seguita neʼ disegni di coloro che si servivano di lui come loro interprete. In sul principio, la Chiesa Anglicana è rammentata con tenerezza e rispetto, e viene esortata a collegarsi coʼ Cattolici Romani contro le sètte deʼ Puritani; ma alla fine del componimento, e nella prefazione scritta dopo che quello fu compiuto, i Protestanti Dissenzienti vengono invitati a far causa comune coi Cattolici Romani contro la Chiesa dʼInghilterra.

Sì fatto mutamento di linguaggio nel poeta cortigiano indicava un grande mutamento nella politica della Corte. Il primitivo scopo di Giacomo era stato quello dʼottenere per la propria Chiesa non solo piena immunità da tutte le pene e da tutte le incapacità civili, ma ampia partecipazione ai beneficii ecclesiastici ed universitari, e nel tempo stesso di rinvigorire le leggi contro le sètte puritane. Tutte le dispense speciali da lui concedute, erano state a pro deʼ Cattolici Romani. Tutte le leggi più dure contro i Presbiteriani, glʼIndipendenti, i Battisti, erano state per qualche tempo da lui mandate severamente ad esecuzione. Mentre Hale comandava un reggimento, mentre Powis sedeva nel Consiglio, mentre Massey era decano, mentre i breviari e i messali stampavansi in Oxford muniti di regia licenza, mentre lʼOstia esponevasi pubblicamente in Londra sotto la protezione delle picche e degli archibugi delle guardie reali, mentre frati e monaci vestiti degli abiti loro passeggiavano per le vie della metropoli, Baxter era sepolto in carcere; Howe era in esilio; le leggi dette Five-Mile-Act, e Conventicle-Act, erano in pieno vigore; gli scrittori puritani erano costretti a ricorrere alle tipografie straniere o clandestine; le congregazioni puritane potevano riunirsi solamente di notte o in luoghi vasti, e i ministri puritani erano forzati a predicare travestiti da carbonai o da marinari. In Iscozia il Re, mentre non trascurava sforzo nessuno ad estorcere dagli Stati pieno alleggiamento pei Cattolici Romani, aveva chiesto ed ottenuto nuovi statuti di severità senza esempio contro i presbiteriani. La sua condotta verso gli esuli Ugonotti aveva con non minore chiarezza rivelato il suo cuore. Abbiamo di sopra veduto, che quando la pubblica munificenza aveva posto nelle mani del Re una grossa somma per alleggiare la sciagura di queʼ miseri, egli, rompendo ogni legge dʼospitalità e di buona fede, impose loro di rinunziare al culto calvinista, cui essi forte aderivano, ed abbracciare quello della Chiesa Anglicana, innanzi dʼottenere la più piccola parte delle limosine che erano state a lui affidate.

Tale fu la sua politica finchè nutrì la speranza che la Chiesa Anglicana avrebbe consentito a predominare insieme con la Chiesa di Roma. Tanta speranza un tempo fu per lui una certezza. Lo entusiasmo con che i Tory lo avevano salutato nello ascendere chʼegli fece al trono, le elezioni, il rispettoso linguaggio e le ampie concessioni del suo Parlamento, la insurrezione delle Contrade Occidentali spenta, prostrato il partito che aveva tentato di privarlo della corona; queste e simiglianti altre cose lo avevano spinto oltre i confini della ragione. Era sicuro che ogni ostacolo cederebbe innanzi la sua potenza e fermezza. Il Parlamento gli oppose resistenza. Egli adoperò il cipiglio e le minacce; ma a nulla giovarono. Si provò di prorogarlo; ma dal giorno della proroga la opposizione ai suoi disegni era divenuta ognora più forte. Sembrava chiaro che volendo mandare ad effetto il proprio pensiero, gli era mestieri farlo sfidando quel gran partito che aveva dato segnalate prove di fedeltà al suo grado, alla sua famiglia, alla sua persona. Tutto il clero anglicano, tutti i gentiluomini Cavalieri gli stavano contro. Invano egli, per virtù della sua supremazia ecclesiastica, aveva comandato al clero che si astenesse dal discutere i punti controversi. In ogni chiesa parrocchiale del Regno, tutte le domeniche i sacerdoti esortavano i fedeli a guardarsi dagli errori di Roma: esortazioni che erano le sole efficaci, perocchè venivano accompagnate da proteste di riverenza verso il Sovrano, e da giuramenti di sopportare pazientemente ciò che gli sarebbe piaciuto di infliggere. I Cavalieri e scudieri realisti, i quali in quarantacinque anni di guerra e di fazioni avevano con esimio valore difeso il trono, adesso andavano con franche parole dicendo, essere risoluti di difendere con pari valore la Chiesa. Per quanto duro dʼintelletto fosse Giacomo, per quanto ei fosse dʼindole dispotica, conobbe chʼera tempo di appigliarsi ad altra via. Non poteva a un tratto rischiarsi ad oltraggiare tutti i suoi sudditi protestanti. Se si fosse potuto indurre a fare concessioni al partito predominante in ambe le Camere, a lasciare alla Chiesa Stabilita tutti gli emolumenti, i privilegi, le dignità, avrebbe potuto sturbare le ragunanze deʼ presbiteriani, ed empire le carceri di predicatori Battisti. Ma se era risoluto di spogliare la gerarchia, gli era mestieri privarsi della voluttà di perseguire i Dissenzienti. Se doveva da quinci innanzi appiccare lite coʼ suoi vecchi amici, gli era necessario far tregua coi vecchi nemici. Poteva opprimere la Chiesa Anglicana solo formando contro essa una vasta coalizione, che comprendesse le sètte, le quali, benchè e per dottrine e per ordinamento differissero lʼuna dallʼaltra molto più che da quella, potevano, perchè erano egualmente gelose della sua grandezza e ne temevano la intolleranza, essere indotte a far posa alle loro animosità finchè la ponessero in condizione di non poterle più opprimere.

Cosiffatto disegno piacevagli singolarmente per questa ragione. Potendo riuscirgli di riconciliare fra loro i protestanti non-conformisti, gli era dato sperare di porsi al sicuro contro ogni probabilità di ribellione. Secondo i teologi anglicani, nessun suddito per qual si fosse provocazione poteva equamente resistere con la forza allʼunto del Signore. La dottrina deʼ Puritani era ben diversa. Essi non avevano scrupolo a trucidare i tiranni con la spada di Gedeone. Molti di loro non temevano dʼusare la daga di Ehud. E forse in quel mentre meditavano unʼinsurrezione simile a quella delle Contrade Occidentali, una congiura come quella di Rye House. Giacomo quindi pensò di potere senza pericolo perseguitare la Chiesa qualora gli fosse riuscito di amicarsi i Dissenzienti. Il partito, i cui principii non gli offrivano nessuna guarentigia, si sarebbe a lui accostato per interesse. Il partito del quale egli aggrediva glʼinteressi, sarebbe stato impedito dʼinsorgere per principio politico.

Mosso da tali considerazioni, Giacomo, dal tempo in cui si divise di mal umore dal suo Parlamento, cominciò a meditare una lega generale di tutti i non-conformisti, cattolici e protestanti, contro la religione dello Stato. Fino dal Natale del 1685, gli agenti delle Provincie Unite scrivevano al loro Governo, essersi deliberato di concedere, e pubblicare tra breve una tolleranza generale.[232] Si vide col fatto che tale annunzio era prematuro. Eʼ sembra nondimeno, che i separatisti fossero trattati con più mitezza nel 1686, che nellʼanno precedente. Ma solo a poco a poco, e dopo lunga tenzone con le proprie inclinazioni, il Re potè indursi a formare colleganza con coloro chʼegli sopra tutti aborriva. Doveva vincere un odio non lieve o capriccioso, non nato e cresciuto pur allora, ma, ereditario nella sua famiglia, rinvigorito da gravissimi torti inflitti e sofferti pel corso di cento venti anni di vicende, e immedesimato a tutti i suoi sentimenti religiosi, politici, domestici e personali. Quattro generazioni di Stuardi avevano mosso guerra mortale a quattro generazioni di Puritani; e per tutta quella lunga guerra non vʼera stato nessuno fra gli Stuardi che al pari di lui odiasse i Puritani, e fosse da loro odiato. Eransi provati a disonorarlo, e ad escluderlo dal trono; lo avevano chiamato incendiario, scannatore, avvelenatore; lo avevano cacciato dallo Ammiragliato e dal Consiglio; lo avevano più volte bandito; avevano congiurato ad assassinarlo; gli erano a migliaia insorti contro impugnando le armi. Ei se ne era vendicato con una strage non mai fino allora veduta in Inghilterra. I loro capi e le loro squartate membra stavansi tuttavia fitti sulle pertiche a imputridire in tutte le piazze delle Contee di Somerset e di Dorset. Donne venerande per età e tenute in grande onoranza per religione e carità daʼ settarii, erano state decapitate e bruciate vive per falli sì lievi, che nessun buon principe avrebbe giudicate meritevoli nè anche dʼuna severa riprensione. Tali erano state, anco in Inghilterra, le relazioni tra il Re e i Puritani; e in Iscozia, la tirannia del Re e il furore deʼ Puritani erano tali, che nessuno Inglese gli avrebbe potuti concepire. Porre in oblio una nimistà così lunga e mortale non era lieve impresa per un cuore singolarmente duro e implacabile qual era quello di Giacomo.

La tenzone che travagliava lʼanimo del Re, non isfuggì allʼocchio di Barillon. Alla fine di gennaio 1687, egli spedì a Versailles una lettera notevolissima. Il Re—tale era la sostanza di cotesto documento—era quasi convinto di non potere ottenere piena libertà a pro deʼ Cattolici Romani, e a un tempo mantenere le leggi contro i Protestanti Dissenzienti. Per la qual cosa, inclinava al partito di concedere una indulgenza generale; ma in cuor suo amerebbe meglio di potere anche adesso dividere la sua protezione e il suo favore tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, escludendone tutte le altre sètte religiose.[233]

XXIII. Pochissimi giorni dopo che fu scritto cotale dispaccio, Giacomo, esitando e di poco buona grazia, fece i primi passi a negoziare coi Puritani. Aveva fatto pensiero di cominciare dalla Scozia, dove la sua potestà di dispensare era stata riconosciuta dagli Stati verso lui ossequenti. Il dì 12 febbraio, quindi, fu pubblicata in Edimburgo una ordinanza ad alleggiare le coscienze scrupolose,[234] la quale prova come fosse esatto il giudicio di Barillon. Fino nello stesso atto di fare concessioni ai Presbiteriani, Giacomo non poteva nascondere il disgusto che sentiva per essi. I Cattolici ebbero piena tolleranza. I Quacqueri ebbero poca ragione di dolersi. Ma la indulgenza concessa ai Presbiteriani, che formavano la maggioranza del popolo scozzese, fu inceppata da condizioni tali, da renderla pressochè inutile. Al vecchio Atto di Prova, il quale escludeva egualmente i Cattolici e i Presbiteriani dagli uffici, fu sostituito un nuovo Atto di Prova che ammetteva i Cattolici, ma escludeva la maggior parte deʼ Presbiteriani. Ai Cattolici era lecito edificare cappelle, e anche portare lʼOstia processionalmente in ogni luogo, tranne nelle strade maestre deʼ borghi reali; ai Quacqueri era lecito di ragunarsi neʼ pubblici edifici: ma ai Presbiteriani fu inibito di adorare Dio altrove che nelle private abitazioni; non dovevano osare di erigere edifici per ragunarvisi; non potevano servirsi nè anche di una loggia o di un granaio per gli esercizi religiosi; e fu loro distintamente notificato, che ove avessero ardimento di tenere conventicole allʼaria aperta, la legge che puniva di morte i predicatori e gli uditori, verrebbe eseguita senza misericordia. Qualunque prete cattolico poteva dir Messa; qualunque Quacquero poteva arringare innanzi ai suoi confratelli: ma il Consiglio Privato ebbe comandamento di impedire che nessun ministro presbiteriano predicasse, senza speciale licenza del Governo. Ogni parola di cotesto Atto e delle lettere onde fu accompagnato, mostra quanto costasse al Re di mitigare minimamente il rigore col quale egli aveva sempre trattato i vecchi nemici della sua famiglia.[235]

XXIV. Veramente, abbiamo ragione di credere, che allorquando egli pubblicò cotesta ordinanza, non era pienamente risoluto di far lega coi Puritani, e che il suo scopo era solo di concedere loro tanto favore che bastasse ad atterrire i credenti della Chiesa Anglicana e indurli a cedere. Onde egli aspettò per un mese a fine di vedere lo effetto che produrrebbe in Inghilterra lʼeditto promulgato in Edimburgo. Quel mese fu da lui impiegato assiduamente, giusta il consiglio di Petre, in ciò che chiamavasi ingabinettare. Londra era molto affollata di gente. Aspettavasi dʼora in ora la riapertura delle Camere pel disbrigo degli affari, e molti deʼ membri erano in città. Il Re si pose a indagare lʼanimo di ciascuno partitamente. Lusingavasi che i Tory zelanti—e di siffatti uomini, tranne pochissimi, era composta la Camera deʼ Comuni—avrebbero difficoltà a resistere alle calde dimande, fatte loro non in comune, ma separatamente a ciascuno, non dal trono, ma nella familiarità della conversazione. I rappresentanti, perciò, i quali recavansi a Whitehall per rendere riverenza al sovrano, erano tratti in disparte, e ricevevano lʼonore di lunghi colloqui. Il Re li pregava, a nome della lealtà loro, a compiacerlo nella sola cosa che gli stesse a cuore. Diceva andarci dellʼonor suo; le leggi fatte sotto il suo predecessore da Parlamenti faziosi contro i Cattolici Romani, avere avuto di mira lui solo; tali leggi avergli inflitta una macchia, averlo espulso dallʼAmmiragliato e dal Consiglio Privato; avere egli diritto che tutti coloro dai quali era amato e riverito, dovessero cooperare ad abrogare quelle leggi. Come si accôrse che i rappresentanti rimanevano duri alle sue esortazioni, si mise ad intimidirli e a corromperli. A coloro che ricusarono di cedere alle sue voglie, fu a chiare note detto, che non dovevano aspettarsi il più lieve segno della grazia sovrana. Per quanto ei fosse spilorcio, aperse e profuse i suoi tesori. Parecchi di coloro, chʼerano stati invitati a conferire con lui, uscirono dalle regie stanze con le mani piene dʼoro dato dal Re stesso.

XXV. I Giudici, che a quel tempo facevano il giro ufficiale di primavera, ebbero ordine di vedere quei rappresentanti che rimanevano in provincia, e investigare i loro intendimenti. Il risultamento di tali investigazioni fu, che la grande maggioranza della Camera deʼ Comuni era risolutamente decisa ad opporsi alle misure della Corte.[236] Fra coloro la cui fermezza destò universale ammirazione, si rese notevole Arturo Herbert, fratello del Capo Giudice, rappresentante di Dover, Maestro Guardaroba e Contrammiraglio dʼInghilterra. Arturo Herbert era molto amato daʼ marinai, ed aveva voce dʼessere uno deʼ migliori ufficiali appartenenti al ceto aristocratico. Supponevasi comunemente chʼegli avrebbe di leggeri aderito alle voglie del Re, imperciocchè era non curante della religione, amante di godere e di spendere; non aveva patrimonio; i suoi impieghi gli fruttavano quattromila lire sterline lʼanno; ed era da lungo tempo annoverato tra i più fidi partigiani di Giacomo. Non per tanto, allorchè il Contrammiraglio fu condotto alle secrete stanze del suo signore e gli fu richiesta la promessa di votare contro la revoca dellʼAtto di Prova, rispose che lʼonore e la coscienza non gli consentivano di farlo. «Nessuno dubita dellʼonor vostro,» disse il Re «ma un uomo che conduce la vita come voi, non dovrebbe parlare di coscienza.» A questo rimprovero, che usciva con cattiva grazia dalle labbra del drudo di Caterina Sedley, Herbert animosamente rispose: «Io ho i miei difetti, o Sire; ma potrei nominare taluni i quali parlano di coscienza assai più di quel che io ho costume di fare, e intanto menano una vita sciolta come la mia.» Fu destituito da tutti i suoi impieghi; e i suoi conti dʼentrata e uscita come Maestro Guardaroba, furono sindacati con grande, e—come egli se ne dolse—ingiusta severità.[237]

Oggimai vedevasi chiaramente, che era mestieri abbandonare la speranza dʼuna lega tra la Chiesa dʼInghilterra e quella di Roma a fine di partire tra esse gli uffici e gli emolumenti. Nullʼaltro rimaneva, che tentare una coalizione tra la Chiesa di Roma e le sètte puritane contro la Chiesa Anglicana.

XXVI. Il diciottesimo giorno di marzo, il Re annunziò al Consiglio Privato il pensiero di prorogare il Parlamento sino alla fine di novembre, e concedere, di propria autorità, a tutti i suoi sudditi piena libertà di coscienza.[238] Il di quarto dʼaprile, fu promulgata la memorabile Dichiarazione dʼIndulgenza.

In questa Dichiarazione, il Re significava essere suo desiderio di vedere il suo popolo rientrare in grembo di quella Chiesa alla quale egli apparteneva. Ma poichè ciò non poteva conseguirsi, annunziava chʼera suo intendimento proteggere ciascuno nel pieno esercizio della propria religione. Ripeteva tutte quelle frasi che otto anni innanzi, quando anchʼegli pativa oppressione, sʼudivano di continuo sulle sue labbra, ma che aveva cessato dʼusare fino dal giorno in cui, per un volgere di fortuna, era venuto in condizione di farsi oppressore. Diceva, essere da lungo tempo convinto, che la coscienza non doveva forzarsi; che la persecuzione tornava nociva allo incremento della popolazione e del commercio, e non conduceva mai al fine vagheggiato dal persecutore. Ripeteva la promessa, già più volte fatta e più volte violata, di volere proteggere la Chiesa dello Stato nel godimento deʼ suoi diritti. Procedeva quindi ad annullare, di propria autorità, una lunga serie di Statuti. Sospendeva tutte le leggi penali contro tutte le classi deʼ non-conformisti. Autorizzava i Cattolici Romani e i Protestanti Dissenzienti a esercitare pubblicamente il loro culto. Inibiva aʼ suoi sudditi—pena la collera sovrana—di molestare alcuna religiosa assemblea. Abrogava parimente quegli Atti che imponevano la prova religiosa come requisito ad occupare gli uffici civili e militari.[239]

Che la Dichiarazione dʼIndulgenza fosse atto incostituzionale, è cosa, intorno alla quale entrambi i grandi partiti inglesi hanno sempre pienamente concordato. Chiunque sia capace di ragionare sopra una questione politica, deve intendere che un monarca competente ad emanare una simigliante dichiarazione, è niente meno che un monarca assoluto. Nè a difesa di Giacomo possono allegarsi quelle ragioni con le quali molti atti arbitrari degli Stuardi sono stati difesi o scusati. Non può dirsi chʼei sʼingannasse circa i confini della regia prerogativa, come quelli che non erano esattamente definiti. Imperciocchè è innegabile chʼegli li travarcava, non ostante che gli stesse dinanzi allo sguardo un esempio recente che in quel caso precisamente li stabiliva. Quindici anni innanzi, una Dichiarazione dʼIndulgenza era stata promulgata dal suo fratello per consiglio della Cabala. Ove cotesta Dichiarazione si paragoni con quella di Giacomo, potrebbe reputarsi modesta e cauta. La Dichiarazione di Carlo dispensava solo dalle leggi penali. La Dichiarazione di Giacomo dispensava anco da tutti gli Atti di Prova religiosa. La Dichiarazione di Carlo permetteva ai Cattolici Romani di celebrare il loro culto solamente nelle private abitazioni. Per virtù della Dichiarazione di Giacomo, essi potevano erigere e adornare i tempii, ed anche andare processionalmente lungo Fleet Street con croci, immagini e gonfaloni. E non ostante ciò, la Dichiarazione di Carlo era stata nel modo più solenne giudicata illegale. La Camera deʼ Comuni aveva deliberato, che il Re non aveva potestà di dispensare dagli Statuti nelle materie ecclesiastiche. Carlo aveva ordinato che quellʼistrumento venisse cancellato in presenza sua, aveva con le proprie mani strappato il sigillo, e con un messaggio munito della sua firma, e colle proprie labbra dal trono in pieno Parlamento, aveva chiaramente promesso ad ambe le Camere, che quellʼAtto, il quale aveva loro recato si grave offesa, non verrebbe mai considerato come esempio. Le Camere a pieni voti, tranne un solo, avevano ringraziato il Re per essersi degnato di compiacere ai desiderii loro. Non vʼè questione costituzionale che sia stata decisa con maggiore delicatezza, chiarezza ed unanimità.

I difensori di Giacomo, ad escusarlo, hanno spesso allegato il giudizio della Corte del Banco del Re intorno alla querela collusivamente deposta contro Sir Eduardo Hales: ma tale argomento è di nessun valore; imperocchè quella sentenza, come è a tutti noto, fu ottenuta da Giacomo per mezzo di sollecitazioni e di minacce, cacciando via i magistrati scrupolosi, e sostituendone altri più cortigiani. E nondimeno, quella sentenza, tuttochè dal fôro e dalla nazione venisse generalmente considerata come incostituzionale, giunse solo ad affermare, che il sovrano, per ispeciali ragioni di Stato, può glʼindividui nominatamente esentare dagli Statuti portanti incapacità. Ma nessun tribunale, di faccia alla solenne decisione parlamentare del 1673, si era arrischialo ad affermare, che il Re avesse facoltà dʼautorizzare con un solo editto tutti i suoi sudditi a disubbidire ad interi volumi di leggi.

XXVII. Tali, nonostante, erano le condizioni deʼ partiti, che credevasi certo, la Dichiarazione di Giacomo, quantunque fosse il più audace degli attentati fatti dagli Stuardi contro le pubbliche libertà, dover piacere a quegli stessi cittadini, i quali avevano con più coraggio e pertinacia resistito a tutti gli altri attentati degli Stuardi contro le libertà pubbliche. Non era supponibile che il Protestante non-conformista, daʼ suoi concittadini diviso da dure leggi rigorosamente eseguile, volesse contrastare la validità dʼun decreto che lo alleggiava da insopportabili aggravi. Un osservatore pacato e filosofo avrebbe indubitatamente affermato, che nessun male derivante da tutte le leggi intolleranti fatte dai Parlamenti, era da paragonarsi a quello che sarebbe nato, ove il potere legislativo dal Parlamento fosse passato nelle mani del principe. Ma tanta pacatezza e filosofia non è da trovarsi in coloro che gemono nella sciagura, e ai quali sʼoffre la tentazione dʼessere subitamente liberati. Un teologo puritano non poteva punto negare, che la potestà di dispensare pretesa dalla Corona, era incompatibile coʼ principii fondamentali della Costituzione. Ma anderebbe forse scusato sʼegli avesse detto: Che importa a me della Costituzione? LʼAtto dʼUniformità lo aveva, in onta alle promissioni sovrane, privato di un beneficio chʼera sua proprietà, e lo aveva ridotto miserabile e dipendente. LʼAtto, chiamato Five-Mile-Act, lo aveva bandito dalla sua abitazione, daʼ parenti, dagli amici, da quasi tutti i luoghi pubblici. Per vigore del Conventicle-Act, gli erano stati tolti i beni, ed egli era stato seppellito in carcere fra mezzo ai ladroni ed agli assassini. Fuori di prigione si vedeva ai fianchi gli ufficiali della giustizia; era costretto a dar la mancia alle spie perchè non lo denunciassero; passava ignominiosamente travestito, per finestre e bugigattoli onde riunirsi al proprio gregge; e versando lʼonda battesimale e amministrando il pane eucaristico, tendeva gli orecchi ansiosamente ascoltando il segno che lʼavvertisse come gli uscieri si avvicinavano. Non era egli uno scherno pretendere che un uomo in siffatta guisa oppresso patisse il martirio per gli averi e la libertà deʼ suoi spogliatori ed oppressori? La Dichiarazione, per quanto potesse sembrare dispotica ai suoi felici vicini, lo liberava da tanti mali. Egli fu chiamato ad eleggere, non tra la libertà e la schiavitù, ma fra due gioghi; ed è naturale chʼegli stimasse il giogo del Re più lieve di quello della Chiesa Anglicana.

XXVIII. Mentre tali pensieri agitavansi in mente ai Dissenzienti, il partito anglicano era compreso di maraviglia e di terrore. Cotesto nuovo rivolgimento delle pubbliche cose era, a dir vero, terribile. La Casa Stuarda in lega coʼ repubblicani e coi regicidi contro i Cavalieri dʼInghilterra; il papismo in lega coʼ Puritani contro un ordinamento ecclesiastico, del quale i Puritani non querelavansi, se non che riteneva troppo deʼ riti papali: erano portenti tali da confondere tutti i calcoli degli uomini di Stato. La Chiesa doveva, adunque, essere aggredita da ogni parte; e capo della aggressione doveva essere colui che, per virtù della costituzione, era capo della Chiesa stessa. Era, quindi, naturale che rimanesse maravigliata e atterrita. E misti alla maraviglia e al terrore, destaronsi altri sinistri umori: risentimento contro lo spergiuro Principe, da essa fino allora affettuosamente servito; e rimorso delle crudeltà, a commettere le quali egli era stato complice della Chiesa, e adesso pareva dovernela punire. Ed era giusta punizione, imperocchè essa raccoglieva ciò che aveva seminato. Dopo la Restaurazione, trovandosi al più alto grado di sua potenza, non aveva ella altro spirito che vendetta. Aveva inanimati, incitati e quasi costretti gli Stuardi a rimunerare con perfida ingratitudine i recenti servigi deʼ Presbiteriani. Se nella stagione della prosperità ella si fosse interposta, come era suo debito, a pro deʼ propri nemici, gli avrebbe ora nella sciagura trovati amici. Forse non era troppo tardi; forse poteva anche riuscire di volgere la strategia del suo infido oppressore contro lui stesso. Esisteva fra il Clero Anglicano un partito moderato, il quale era stato sempre animato da miti sentimenti verso i Protestanti Dissenzienti. Cotesto partito non era numeroso; ma sʼera reso rispettabile per lʼabilità, la dottrina, e la virtù di coloro che lo componevano. Gli alti dignitari ecclesiastici gli erano stati poco favorevoli, e i bacchettoni della scuola di Laud lo avevano senza pietà oltraggiato: ma dal giorno in cui apparve la Dichiarazione dʼIndulgenza fino a quando la potenza di Giacomo cessò dʼincutere terrore, tutta quanta la Chiesa Anglicana sembrò animata dallo spirito, e guidata dai consigli deʼ calunniati Latitudinarii.

XXIX. Allora seguì, per così dire, una concorrenza al rincaro più strana dʼogni altra, di cui serbi ricordo la storia. Da una parte il Re, dallʼaltra la Chiesa, studiavano acquistarsi, ciascuno a danno dellʼaltro, i favori di coloro ad opprimere i quali, fino a quel tempo, il Re e la Chiesa erano andati dʼaccordo. I Protestanti Dissenzienti, pochi mesi innanzi, erano una classe spregiata e proscritta; adesso tenevano la bilancia del potere. La durezza usata loro venne universalmente condannata. La Corte si provò di gettare tutta la colpa sopra la gerarchia; la quale la rigettava in viso alla Corte. Il Re dichiarò dʼavere a malincuore perseguito i Separatisti, solo perchè i suoi affari erano in tali condizioni, che egli non poteva rischiarsi a spiacere al clero anglicano. Il clero protestava dʼavere avuto parte in una severità contraria alle proprie inclinazioni, solo per deferenza allʼautorità del Re. Il Re mise insieme una raccolta di storielle concernenti rettori e vicari, i quali con minacce di persecuzione avevano estorto danaro dai Protestanti Dissenzienti. Ne parlò molto e pubblicamente; minacciò dʼistituire unʼinchiesta, la quale avrebbe mostrato al mondo i parrochi nelle loro genuine sembianze: e di fatto, creò diverse Commissioni, incaricando certi agenti, deʼ quali credeva potersi fidare, dʼindagare quanta pecunia in diversi luoghi del reame gli aderenti alla religione dello Stato avevano estorta daʼ settari. I difensori della Chiesa, dallʼaltro canto, citavano esempi di onesti sacerdoti, i quali dalla Corte erano stati ripresi e minacciati per avere dal pulpito inculcata la tolleranza, e ricusato di spiare e denunziare le piccole congregazioni di Non-Conformisti. Il Re asseriva che parecchi partigiani della Chiesa Anglicana, coi quali aveva conferito in secreto, gli avevano offerte ampie concessioni a favore deʼ Cattolici, a patto che la persecuzione contro i Puritani avesse a continuare. Gli accusati partigiani della Chiesa animosamente dicevano falsa lʼaccusa, aggiungendo che ove avessero voluto consentire ciò che il Re domandava, questi avrebbe volentieri conceduto loro che si indennizzassero perseguitando e spogliando i Protestanti Dissenzienti.[240]

La Corte era cangiata dʼaspetto. Lʼabito da prete non poteva mostrarvisi senza provocare gli scherni e i maliziosi bisbigli deʼ cortigiani. Le dame di Corte, invece, astenevansi di ridere, e i ciamberlani sʼinchinavano profondamente quando per la reggia vedevano il viso e il vestire deʼ Puritani, che da tanto tempo erano stati neʼ circoli del bel mondo materia di scherno. Taunton, che pel corso di due generazioni era stata il baluardo del partito delle Teste-Rotonde nelle Contrade Occidentali, che aveva due volte respinto le armi di Carlo I, che sʼera levata come un solo uomo a favore di Monmouth, e che da Kirke e da Jeffreys era stata trasmutata in macello di carne umana, sembrava avere repentinamente acquistato nel cuore del Re il posto una volta occupato da Oxford.[241] Il Re faceva forza a sè stesso, per mostrarsi lusinghevolmente cortese aʼ più egregi fraʼ Dissenzienti. A chi offerse danari, a chi uffici municipali, a chi grazie pei parenti ed amici, i quali, implicati nella congiura di Rye House o nella ribellione di Monmouth, ramingavano nel continente, o sudavano fra le piantagioni americane. Simulò perfino di consentire coʼ Puritani inglesi nella cortesia che mostravano ai loro confratelli stranieri. Furono pubblicati in Edimburgo un secondo e un terzo proclama, coʼ quali considerevolmente egli slargava la futile tolleranza concessa ai presbiteriani dallo editto di febbraio.[242] I banditi Ugonotti, che il Re per molti mesi aveva guardati in cagnesco, privandoli della limosina fatta loro dalla nazione, adesso ricevevano alleggiamento e carezze. Il Consiglio emanò un ordine per destare a favor loro la pubblica liberalità. La condizione di conformarsi al culto anglicano, che il Re aveva loro imposta per ottenere parte della limosina, sembra questa volta essere stata tacitamente abrogata; e i difensori della politica del Re ebbero la sfrontatezza di affermare, che quella condizione—la quale, come risulta incontrastabilmente daʼ fatti, era stata immaginata da lui dʼaccordo con Barillon—fosse stata adottata ad istanza deʼ prelati della Chiesa Anglicana.[243]

Mentre il Re in cotesto modo studiavasi di blandire i suoi antichi avversari, gli amici della Chiesa non erano meno di lui operosi. Appena vedevansi i segni di quellʼacrimonia e di quel disprezzo con che, dopo la Restaurazione, i prelati e i preti solevano trattare i settarii. Coloro che poco innanzi erano additati come scismatici o fanatici, adesso erano divenuti diletti confratelli protestanti; deboli uomini forse, ma tuttavia confratelli, i cui scrupoli meritavano pietoso compatimento. Ove essi in cotesta crisi si mostrassero sinceri alla causa della Costituzione inglese e della religione riformata, la loro generosità verrebbe tosto e largamente rimunerata. Invece di una indulgenza di nessun valore legale, ne otterrebbero una vera, assicurata con un atto del Parlamento. Anzi, molti aderenti alla Chiesa Anglicana, i quali fino allora sʼerano fatti notare per la loro inflessibile venerazione dʼogni gesto e dʼogni parola prescritta nel Libro della Preghiera Comune, dichiaravansi oramai favorevoli, non solo alla tolleranza, ma anche alla comprensione. Dicevano che la disputa intorno al vestire e allo atteggiarsi, aveva per lungo tempo diviso coloro i quali concordavano intorno ai punti essenziali della religione. Finita la lotta mortale contro il comune nemico, vedrebbero come il clero anglicano si mostrerebbe pronto a far loro ogni concessione. Se i Dissenzienti dimandassero allora ciò che è ragionevole, non solo sarebbero loro concessi gli uffici civili, ma gli ecclesiastici; e Baxter e Howe, senza macchia veruna dʼonore e di coscienza, potrebbero assidersi fra i vescovi.

XXX. Fra tutti i numerosi scritti coʼ quali in quel tempo la Corte e la Chiesa ingegnavansi di trarre a sè il Puritano, che oggimai, per uno strano volgere di fortuna, era divenuto arbitro delle sorti deʼ suoi persecutori, dʼun solo è serbata fino ai dì nostri ricordanza; cioè della Lettera a un Dissenziente. In questo articoletto, tratteggiato con gran magistero, tutti gli argomenti atti a convincere un Non-Conformista comʼera di suo dovere e interesse il preferire la lega con la Chiesa alla lega con la Corte, sono condensati nel più breve spazio, con lucidissimo ordine disposti, illustrati con spiritosa vivacità, e rinvigoriti con eloquenza, la quale, ancorchè fervida e veemente, non travarca i confini del buon senso e della convenevolezza. La sensazione da esso prodotta fu immensa; imperocchè, essendo un solo foglio volante, ne furono spediti per la posta ventimila e più esemplari; e non vi fu luogo nel Regno, in cui non ne fosse sentito lo effetto. Tosto comparvero alla luce ventiquattro risposte; ma la voce pubblica le disse tutte cattive, e peggiore di tutte quella di Lestrange.[244] Il Governo ne fu fortemente irritato, e fece ogni sforzo a scoprire lo autore della Lettera; ma non fu possibile trovarne prove legali. Ad alcuni parve riconoscervi le opinioni e lo stile di Temple.[245] Ma, a dir vero, quella larghezza e acutezza di concepimento, quella vivacità di fantasia, quello stile terso ed energico, quella calma dignità, mezzo cortigiana e mezzo filosofica, non perturbata mai dalla estrema concitazione del conflitto, erano qualità appartenenti al solo Halifax.

XXXI. I Dissenzienti ondeggiavano; nè vanno di ciò rimproverati, avvegnachè il Re gli alleviasse daʼ mali che essi soffrivano. Molti insigni pastori erano stati liberati dalla prigionia; altri eransi rischiati a ritornare dallo esilio. Le congregazioni che fino allora sʼerano tenute di furto e fra le tenebre, adesso ragunavansi in pieno giorno; cantavano salmi ad alta voce, tanto da farsi udire dai magistrati, daʼ sagrestani e dagli agenti di polizia. Parecchi modesti edifici per servigio del culto puritano, cominciarono a sorgere in tutta la Inghilterra. Un diligente viaggiatore potrebbe anche oggi notare la data del 1687, in alcuno deʼ più vecchi di siffatti edifici. Nondimeno, per un giudizioso Dissenziente, le profferte della Chiesa erano più accettabili di quelle fatte dal Re. La Dichiarazione era nulla al cospetto della legge. Sospendeva gli statuti penali contro i Non-Conformisti, solo finchè rimanevano sospesi i principii fondamentali della Costituzione, e lʼautorità legittima del corpo legislativo. E che era mai il valore di privilegi posseduti con tanta ignominia e con sì poca sicurezza? Il trono da un giorno allʼaltro avrebbe potuto divenire vacante, e toccare in sorte ad un Sovrano fedele osservatore della religione dello Stato. Si sarebbe potuto ragunare un Parlamento composto di credenti nella Chiesa Anglicana. Quanto, deplorabile sarebbe allora la situazione deʼ Dissenzienti, collegati coʼ Gesuiti contro la Costituzione! La Chiesa offriva una indulgenza molto differente da quella concessa da Giacomo, e valida e sacra al pari della Magna Carta. Ambedue i partiti avversi offrivano libertà ai Separatisti: ma lʼuno voleva che essi la comperassero col sacrifizio della libertà civile; lʼaltro glʼinvitava a godere della libertà civile e della religiosa.

Per tali ragioni, quando anche si fosse potuto prestar fede alla sincerità della Corte, un Dissenziente avrebbe ragionevolmente dovuto congiungere la propria sorte con quella della Chiesa. Ma qual guarentigia della propria sincerità offriva la Corte? La condotta fino a quel tempo tenuta da Giacomo era nota a ciascuno. Per vero dire, non era impossibile che un persecutore si fosse potuto col ragionamento e con la esperienza convincere dellʼutilità della tolleranza. Ma Giacomo non asseriva dʼessersi pur allora convinto: allʼincontro, non lasciava sfuggire nessuna occasione per protestare come egli da molti anni per principio abborrisse da ogni intolleranza. E nulladimeno, in pochi mesi, aveva perseguitato a morte uomini, donne, giovinette, per la loro religione. Aveva egli agito contro la evidenza e le proprie convinzioni? O adesso mentiva per calcolo? Da questo dilemma non vʼera modo a svincolarsi; ed ambedue le supposizioni erano fatali alla pretesa onestà del Re. Era parimente manifesto, chʼegli sʼera compiutamente sottoposto ai Gesuiti. Solo pochi giorni innanzi la pubblicazione della Indulgenza, la Società di Gesù era stata da lui onorata, malgrado i ben noti desiderii della Santa Sede, con un nuovo segno di fiducia ed approvazione. Il Padre Mansueto, dellʼOrdine deʼ Francescani, suo confessore, riverito da tutti per la sua indole dolce e per la sua vita irreprensibile, ma da lungo tempo in odio a Tyrconnel e Petre, era stato posto da parte. Il posto vacante era stato dato ad un Inglese, di nome Warner, il quale, apostatando dalla religione del proprio paese, erasi fatto Gesuita. Tale nomina non fu punto gradevole ai Cattolici Romani moderati ed al Nunzio; e da ogni protestante venne considerata come prova dello assoluto predominio deʼ Gesuiti sullʼanimo del Re.[246] Siano quante si vogliano le lodi alle quali queʼ reverendi possano giustamente pretendere, gli stessi adulatori non potrebbero loro attribuire le qualità di largamente liberali o rigorosamente veraci. Che, trattandosi dello interesse dellʼordine, non avessero mai avuto scrupoli a chiamare in loro aiuto la spada deʼ Principi, o violare il vero e la buona fede, era stato asserito al cospetto del mondo, non solo daʼ protestanti loro accusatori, ma da uomini altresì della cui virtù e del cui genio gloriavasi la Chiesa di Roma. Era incredibile che un cieco discepolo deʼ Gesuiti, per principio fosse zelante della libertà di coscienza; ma non era nè incredibile nè improbabile chʼegli si reputasse giustificato, dissimulando i propri veri sentimenti, onde rendere servigio alla propria vera religione. Era certo che il Re in cuor suo gli Anglicani preferiva ai Puritani. Era certo parimente, che mentre aveva speranza di trarre al suo partito i credenti della Chiesa dʼInghilterra, non sʼera menomamente mostrato cortese verso i Puritani. Poteva, adunque, dubitarsi, che ove gli Anglicani si fossero anche allora arresi ai suoi desiderii, non avrebbe volentieri sacrificato i Puritani? Per la parola da lui più volte data, ei non sʼera astenuto dallo invadere i diritti legittimi di quel clero, il quale aveva date cotante prove di affetto e di fedeltà verso la casa di lui. Di qual sicurtà sarebbe adunque la sua parola alle sètte che da lui divideva la rimembranza di mille imperdonabili ferite fatte e ricevute?