PATAFFIO — TESORETTO



MESSER

BRUNETTO
LATINI

IN NAPOLI MDCCLXXXVIII.
A spese di Tommaso Chiappari.
Con Licenza de' Superiori.


[INDICE]


Non gite a genti brocole mie rime;

Perchè non porterebbon la gorgiera,

E farebbon di voi picciole stime.

Pataff. 5.

ALL'ECCELLENTISSIMO
SIGNOR DUCA
D. NICOLA
DE SANGRO
De' Conti de' Marsi ec. ec. ec.

SIGNORE.

Mi do io a credere Eccellentissimo Signore, che la bizzarra Poesia di Brunetto Latini non tanto compiacciasi di sortir finalmente dall'oscurità di più secoli, che la nascosero alla pubblica luce; quanto sollecita sia d'abbattersi in un personaggio, che ricco di meriti e splendido per natali l'introduca sotto l'ombra della sua protezione nel gran teatro del mondo. E per verità presentandosi al pubblico in veste ruvida e in chioma canuta, come chi dagli ultimi confini ne viene di stupenda antichità; non potrebbe ella non paventare di veder rivolti contra di se cento e cento sguardi accigliati e severi. Ma quale sarà mai il suo conforto, Eccellentissimo Signore, qualor veda che voi vi degniate di porgerle cortesemente la mano; e coll'autorità del vostro nome l'assicuriate da' pungenti motteggi di certi spiriti, come poco filosofici, così altrettanto ambiziosi di schernir tuttociò, che non ridonda de' lezzi e delle galanterie della moda! Darà ella un'occhiata alla vostra nobilissima origine, e la vedrà derivare da' più rimoti fonti, e dalle regie cune della Borgogna. Scorrerà col guardo i magnanimi vostri Antenati, e ne mirerà un numero prodigioso che riempion la terra colla celebrità del lor nome: gareggiando insieme scambievolmente ad accrescer di sempre nuovi ornamenti la splendidissima Famiglia; altri col rendersi alla Religione non men utili che gloriosi, sostenendone col maggior decoro le dignità più cospicue; altri alla civil società, promovendone colla maggior saviezza i vantaggi; ed altri allo stato, dilatandone colla gloria dell'armi la maestà ed i confini. Si fermerà poi in voi, Eccellentissimo Signore; e in voi scorgerà un ornatissimo Cavaliere pieno di magnanimità e di grandezza; fornito di spiriti generosi, che vi sollevano all'ammirazione de' vostri pari; provveduto di lumi, che vi rendon sì ragguardevole alla più scelta porzione de' cittadini; e fregiato insieme di tante e sì amabili qualità, che forman la preziosa corona di tanti impareggiabili vostri ornamenti. Piacciavi dunque, o Signore, d'accoglierla quest'Operetta; giacchè non sa trovar fuor di voi sì copiosi argomenti di fiducia e di conforto: e accordate a me il vantaggio pregevolissimo di potervela presentare. Spero che per un tratto del vostro bel cuore, non la sdegnerete nella sua tipografica povertà; e sol vi compiacerete di riguardare in me la rispettosa ambizione di professarmi al cospetto del pubblico, col più alto profondissimo ossequio

Dell'Eccellenza Vostra

Umiliss. Divotiss. Ossequiosiss. Servit.
Tommaso Chiappari.

A' CORTESI CITTADINI L'EDITORE.

Che dirà il Sig. Tiraboschi al comparire in istampa il Pataffio di Brunetto Latini? Egli per una certa sua antipatia compiaceasi che da alcuni pochissimi manoscritti se ne serbasse la sola esistenza, celata da folto stuolo di anni alla comune notizia. Ma il vostro genio, cortesissimi Cittadini, fu assai diverso. Voi ambiste di veder tratto dalla polvere dell'antichità il monumento più venerabile della lingua toscana, il codice autentico della legislazion della Crusca, il primo modello delle Terze Rime, l'esemplare originario della scherzosa e satirica poesia dell'Italia. Infatti se tanto si pregiano i consumati avanzi della greca e della latina antichità, era ben da volersi mirare un pezzo sì interessante per la storia poetica. Egli è da appressarsi, dicea l'Abbate Genovesi, alle stesse ferree porte dei Peripato, almen per iscorgere nel natio loro aspetto le varie vicende dell'uman pensamento. Or eccolo, Cittadini cortesi, il fin qui inedito lavoro del rispettabilissimo maestro di Dante. Io ve lo do assistito da due esemplari; uno favoritoci dall'eruditissimo Sig. Marchese Andrea Tontoli, l'altro fatto ritrarre dalla Corsiniana di Roma. La lezion del secondo è stata quasi sempre la preferita, perchè sostenuta dall'autorità d'un Ridolfi. Non così posso io autorizzarvi la prefissa punteggiatura. Negli scritti degli antichi è vano sperarne la ben minima traccia. Quanto perciò compatirete la tormentosa incertezza di fissarne la legge, analoga al più vero significato; altrettanto cambiar la potrete, quando ne scopriate l'errore. Temea il Sig. Tiraboschi un operoso comento che caricasse il Latiniano Pataffio. Le mie annotazioni dovrebber per questo capo renderne ad esso men antipatica l'edizione. Quelle del Salvini ho io avute davanti. Sarei più pedante, se a lui mi fossi attaccato; e voi men capireste la Poesia di Brunetto. Ne' molti passi più oscuri e più dubbj ho fatto consultare il Ridolfi sul codice Corsiniano. Vi prego del vostro favore.

BRUNETTO LATINI. NOTIZIE STORICHE.

L'Italia non potea giacer lungamente nella fatale dimenticanza delle bell'arti. Il talento della nazione dovea presto destarsi per divenire il maestro d'Europa. La Toscana fu la madre fortunata de' primi genj d'Italia. Merita fra questi un distinto luogo Brunetto Latini. Egli nacque in Firenze da Buonaccorso figlio di Latino de' nobili di Scarniano. Il nome dell'avo passò a divenir cognome di sua illustre famiglia. Nessuno s'è compiaciuto di lasciarci memoria nè dell'anno della sua nascita, nè di quelli della sua gioventù. Dal 1260, comincia l'epoca gloriosa per sì grand'uomo. Una lega de' Ghibellini co' Sanesi e il Re Manfredi minacciava oppressione alla Repubblica di Firenze. I Fiorentini rivolsero le speranze ad Alfonso Re di Castiglia, eletto Imperatore; e nelle sue forze cercavano un argine contra il potente Manfredi. Brunetto già famoso in que' tempi per dottrina e per eloquenza; e riguardato come uomo di particolar senno ed industria, fu scelto per recarsi a lui ambasciatore de' Guelfi. L'esito di quest'ambasciata aggiunger non potè nuovo peso al merito dell'inviato. Prima di compierla udì egli la nuova della sanguinosa giornata di Montaperti sì fatale alla patria. I Guelfi per non restare intera vittima del furor Ghibellino, preferirono un crudele esilio, e si ritirarano da Firenze. Un siffatto partito scelse anche Brunetto, prendendo la via della Francia. Parve ch'un colpo di vendetta si riserbasse contra Manfredi, scrivendo poi ch'avesse egli occupato contra Dio e contra ragione il reame di Puglia e di Sicilia. Quanto in Francia prolungasse il suo soggiorno non è pervenuto alla nostra notizia. Colà tanta prese affezione a quella lingua, che ne divenne scrittore, producendo un libro intitolato il Tesoro. Interrogato perchè rinunziando al materno linguaggio l'avesse scritto in Francese: perchè, disse, io scrivea nella Francia, e perchè sopra tutte è la lingua Francese e più comune e più dilettevole. Godano i Francesi di sì rispettabile e sì autentica testimonianza, che non potè non destare la compiacenza d'un Bayle. Il Tesoro è un monumento dell'adeguatezza e della vastità di sua mente. Prende in esso a formar l'uomo, provvedendolo di quelle nozioni che gli son necessarie per esserlo. Sulla scorta dell'antico e del nuovo Testamento gli porge un quadro storico della sua religione. Perchè sappia il mondo, con un piano di geografia gli fa conoscer la terra che abita, e lo scorge alla contemplazione degli elementi, de' cieli, degli animali. Per informarlo alla società, va filosofando su' vizj e sulle virtù; gli detta leggi di ben parlare; gli addita l'arte di governar la repubblica. Questo libro è ancora inedito nella lingua in cui fu scritto. I tempi ne serbaron qualche prezioso esemplare nelle più insigni biblioteche d'Europa: nella Vaticana cioè, e nelle regie di Parigi e di Torino. N'ebbe il pubblico un'imperfetta traduzione italiana da Buono Giamboni, quasi coetanea al suo originale. Il 1284. è l'altro punto di sicura cronologia nella storia di Ser Brunetto. Sindaco allora del Comun di Firenze con Manetto di Benincasa maneggiò una famosa alleanza tra' Fiorentini i Genovesi e i Lucchesi, diretta ad umiliare i Pisani. Egli presedè in Firenze al congresso che si tenne nella Badia co' Sindaci di Lucca e di Genova; e sotto le sue viste politiche si stabiliron le convenzioni di questa lega. Buon cittadino tutti sempre consacrò i suoi talenti alla felicità della patria. Per lui risorsero in Firenze gli studj de' rettorici insegnamenti, e della morale filosofia. La lingua latina vi riprese per lui una gran parte del suo antico splendore, e v'acquistò l'italiana una più nobil forma e una più vasta estensione. Il suo genio gli fu di scorta a ricercar le scienze negli scritti della dotta antichità, e il suo profitto lo rendè lo stupore e l'ammirazione di tutti. Sono un prodigio i molti e grandi elogi che la storia letteraria riempion del nome suo. Gran filosofo, gran rettorico, gran politico. I fasti della patria non parlan di lui se non col più alto rispetto. Uomo eccellente, uomo sommo; padre e maestro della fiorentina letteratura e della fiorentina repubblica, è il tuono ond'è concordemente acclamato. Di questa fu segretario, ossia dittatore. Ebbe ella a godere d'aver collocato in sì grato figlio le sue beneficenze e i suoi onori. Ei si vergognò che sterili e infruttuosi si rimanessero in lui. Co' lumi pertanto d'Aristotile andò mostrando l'arte della retta amministrazion dello stato; e impiegò le sue industrie in perfezionarne il governo. Scrisse Brunetto diverse opere, quanto rare altrettanto pregiate fra' letterati. Tra quelle è la Chiave del Tesoro, e la Rettorica di Tullio, ch'illustrò colle sue riflessioni. Alla sua mente creatrice deesi l'invenzione delle Terze Rime, in cui scrisse il Pataffio; e in cui porse a Dante un modello per la Divina Commedia. Del Pataffio e del Tesoretto parleremo a suo luogo. Altri scritti a lui attribuiti non reggendo alla più esatta critica, li lasciamo fragli apocrifi o dubbj. Tale si è l'Etica d'Aristotile, che credesi non altro essere se non una parte del suo Tesoro. Tante cognizioni traeano a lui la gioventù Fiorentina per direzione e per guida. Dante Alighieri e Guido Cavalcanti sono due de' suoi discepoli più rispettabili; e che rendon più venerabile la memoria del lor maestro. Gloriosa è la testimonianza del primo, che in lui prometteasi un aumento di conforto per la Divina Commedia, se fosse più a lungo vivuto. Chi legge Brunetto scorge i primi lumi, ch'influirono in Dante. Non è da dissimularsi però che questi riprende talvolta come volgare lo stil del Latini. Ma le mire di questi eran di scrivere al popolo: così richiedendolo o il soggetto satirico ch'avea per mano, o l'impegno della comune istruzione. Il suo nome intanto si dilatò per le Corti, che con onori singolarissimi mostraron qual conto si facesser di lui. I Re di Napoli si distinser fra tutti, accordando all'arme sua gentilizia l'onor del Rastrello, distintivo de' cadetti della real Casa di Francia. Perseo, unico figlio da se lasciato, spiegò il primo sì onorifica insegna. Morì Brunetto nel 1294, sebbene per una dubbia espressione di Gio. Villani molti riferiscano la sua morte al 1295. Un codice della Magliabechiana osservato dal Mazzuchelli decide il litigio di quest'inutil cronologia. Fu sepolto in Firenze nel chiostro di S. Maria Maggiore de' Carmelitani della Congregazione di Mantova. Fino a questi ultimi tempi s'osservarono i vestigi del suo nobil sepolcro sostenuto da quattro colonne; su cui scolpite vedeansi le sei rose, che formavan l'impresa di sua famiglia. Il celebre Giotto impiegò il pennello a perpetuarne la sensibile immagine. Per un illustre ristorator delle lettere non dovea adoprarsi se non quel famoso ristoratore della pittura. Il ritratto fu collocato nella cappella del palazzo del Potestà, come quello del padre più augusto della Repubblica. Fu di professione notajo. I Toscani han creduto di non doversi depositare la pubblica fede, se non in mano di persone nobili, superiori alle frodi e alla cabala. Fecondo di motti piacevoli e spiritosi era la delizia delle più gaje conversazioni. In esse piacevole ed officioso con tutti, sebben venisse dalla sua filosofia animato all'austerità. Era veramente da bramarsi che lo splendor d'una vita così gloriosa oscurato non fosse da alcuna macchia. L'umana debolezza l'abbassò ad una vergognosa scorrezion di costume. Dante, quel suo discepolo benemerito, non potè risparmiargli un posto fra' rei d'infame peccato.

NOTIZIE LETTERARIE DEL PATAFFIO.

Molti han parlato del Latiniano Pataffio, come d'un articolo di recondita erudizione. Nascosto fin qui tra' manoscritti più rari, a pochi si dette a vedere, poteron pochissimi impegnarsi ad intenderlo. Molto perciò non ci volle a stabilirsi, che fosse un'informe radunanza d'antichi proverbj senz'ordine e connessione. Il sentimento d'un solo potè facilmente servir di canone a' giudizj degli altri. Io non potea persuadermi che potesse un Latini scriver parole senza vincolo di sentimento. Non però si giunge sì tosto al compiuto trionfo d'una fatal prevenzione. Ho io motivo di dolermene nel comento de' primi capitoli. Piacque a Brunetto di morder con satirici sali le persone o i costumi de tempi suoi. Piace alla satira l'oscurità de' gerghi de' motti e degli equivoci. Si scelse quindi per questo scritto il titolo di Pataffio: come se qual epitaffio antico non dovesse essere a portata dell'intendimento di tutti. Il saper lejere li antichi pataffj contavasi fralle doti più singolari del famoso Cola di Rienzo. Che sian però nel Pataffio migliaja di Vocaboli motti proverbi riboboli: e oggi di cento non se ne intenda pur uno; sarà certamente un'esagerazione del Varchi.

Francesco Ridolfi ad istanza d'Alessandro VII. s'accinse il primo a comentare quest'arduo componimento. Cotesto esemplare si serba inedito in Roma nella Ghisiana cod. 2050. Ne trasse di sua mano una copia Gianantonio Papini illustrator del Burchiello. Questo è il codice[1] a cui mi sono appellato. Un siffatto lavoro non dovea lasciarsi intentato dall'Abb. Salvini. Era esso per verità assai analogo al di lui genio. Il suo originale divenne ornamento della Severoliniana. Che l'annotazioni del secondo sieno e più copiose e più pellegrine di quelle del primo, è una dell'autorevoli decisioni de' giornalisti d'Italia. L'osservazioni del Salvini non sogliono passar più in là d'un vocabolo. Mira il Ridolfi ad internarsi nello spirito del Poeta; e si mostra persuaso, che non fosse il Pataffio un disordinato accozzamento di sole parole.

Servan due lettere a terminare queste notizie. La prima, sarà un attestato della mia diligenza. La seconda concilierà all'edizione il ben dovuto rispetto. In questa mi son presa la libertà di troncare ciocchè sarebbe ripetizione riguardo a Brunetto.

Illustriss. e Reverendiss. Signore

Mi trovo nell'impegno d'assistere a una ristampa del Parnaso Italiano, corredandolo di notarelle, ove lo richieda il bisogno; e rifondendone le vite degli Autori. Ho già compito il Petrarca. Adesso questo Sig. March. Tontoli ha somministrato un moderno manoscritto del Pataffio di M. Brunetto Latini illustrato con note del Salvini. Esse non bastan però all'intelligenza del testo. Questo Libraro che fa la spesa dell'edizione, ha sparsa la voce della produzione di questo opuscolo inedito, e n'ha eccitata non poca fame. Vorrei io corrispondere al pubblico desiderio. Ma mi sgomenta la poca autenticità dello scritto e la mia inabilità d'attingerne il senso. Temo il giusto rimprovero di produrlo adulterato. Prevedo un'inevitabile disuguaglianza nello spiegare alcuni passi, e lasciarne altri nascosti al mio medesimo intendimento. Ecco ciocchè mi fa ardito ad incomodarla; presentando intanto al suo esame uno squarcio del primo capitolo per riportarne il suo giudizio e pregarla de' lumi suoi; giacchè so certamente che non potrei a miglior oggetto rivolgermi. Sopra un tale riflesso scuserà la mia animosità. Mi sarebbero poi preziose le sue cognizioni relative alla storia dello Scrittore. Ed oh potessi essere nella comodità di consultarla sulla dilucidazione di tanti continui passaggi d'una poesia, ch'appunto avrebbe bisogno d'una man sì maestra! Io intanto rinnovando le più umili scuse, ho il vantaggio di ripetermi a tutte prove

Di V. S. Illustriss. Reverendiss.

Napoli S. Maria in Portico 5. Maggio 1789.

Umiliss. Ossequiosiss. Servidore
Luigi Franceschini
Della Congreg. della Madre di Dio.

Molto Reverendo Padre

Le moltissime occupazioni che presentemente m'opprimono, fanno sì che io debba tumultuariamente rispondere all'umanissima sua de' 5. stante, in cui mi ricerca di qualche schiarimento sopra il Pataffio di Brunetto Latini.....

È da vedersi Gianantonio Papini nelle lezioni sopra il Burchielli stampate in Firenze per Bernardo Paperini nel 1733., ove nella prefazione a pag. 27. parlando della poesia detta alla burchiellesca, e d'un Sonetto di Franco Sacchetti su questo gusto, soggiunge; „Questa sorta di componimento maneggiata e condotta viene per mezzo di antichi proverbi, e strani vocaboli, di molti de' quali perduta è la significazione, chente e quale è il celebre Pataffio di M. Brunetto Latini.“ ec.....

Vengo ora all'illustratore del suddetto Pataffio, che fu Francesco Ridolfi gentiluomo Fiorentino, benemerito della celebre Accademia della Crusca col nome di Rifiorito. Trovandosi in Ferrara Maestro di Camera del Cardinale Sigismondo Ghigi Legato, fecesi ammirare in quelle Accademie con i suoi poetici componimenti. Servì anche in Napoli il di lei Eminentiss. Arcivescovo Cardinale Pignatelli, da lui lasciato pochi giorni prima che assunto fosse al sommo Pontificato sotto il nome d'Innocenzo XII. sotto il di cui governo morì, essendo stato pure Canonico di S. Maria in via Lata in Roma.

Corresse gli Ammaestramenti degli Antichi raccolti e volgarizzati da Fra Bartolomeo da S. Concordio Pisano dell'ordine de' Frati Predicatori; ridotti alla vera lezione, col riscontro di più testi a penna, dal Rifiorito Accademico della Crusca, al Sereniss. Cosimo Duca di Toscana. I compositori del Vocabolario della Crusca si sono serviti degli Ammaestramenti, nell'ultima edizione di detto Vocabolario.

Comentò l'anno 1666. il Pataffio di Ser Brunetto Latini, che manoscritto trovasi nella Libreria Ghisiana cod. 2050. come rapporta il Giornale de' Letterati d'Italia art. 3. del Tom. 24.

A dì 16. Maggio 1657. furono fatte nella Basilica Laurenziana di Firenze solenni esequie a Ferdinando III. Imperatore, ove fece l'Orazione il nostro Francesco Ridolfi, come si ricava da alcuni ricordi di Michele Ermini, Mss. nella Strozziana, ed ora nella Magliabechiana.

Ne parla Anton Magliabechi nelle sue schede Mss. nella pubblica Libreria Magliabechiana. Salvino Salvini Canonico Fiorentino ne tratta ne' Fasti Consolari dell'Accademia Fiorentina, essendo il nostro Francesco riseduto Console dell'Accademia suddetta.

In questa selva di notizie che ho l'onore di parteciparle potrà rilevare ciocchè fa al suo bisogno; e farà un bel dono alla Repubblica Letteraria dandoci il Pataffio coll'illustrazioni del mentovato Ridolfi, che giungeranno affatto nuove. Godo di questo felice riscontro per rinnovarle la mia servitù: mentre ansioso de' suoi ulteriori comandi col più distinto ossequio mi protesto

Di V. P. R.

Firenze 19. Maggio 1789.

Devotiss. Obbligatiss. Servitore
Angelo Maria Bandini.

PATAFFIO DI MESSER BRUNETTO LATINI.

CAPITOLO PRIMO.

Squasimodeo, introcque e a fusone

Ne hai ne hai pilorcio, e con mattana;

Al can la tigna; egli è un mazzamarrone.

Squasimodeo: per dio; voce contadinesca. Squasimodeo, ch'ella mi par pur bella. Pulci Bec. 23. Il Salvini intende: scusimi Dio, salvo mi sia.

Introcque; intanto; dal Lat. intra hoc. Dante Inf. 20. E andavamo introcque.

A fusone: in gran copia, a bizzeffe; dal Lat. ad effusionem.

Ne hai ne hai: s'intende de' denari secondo il prov. Chi non ha non è. Ne hai, e tanti ne hai che te ne vien la mattana; ch'è una noja prodotta da non sapersi che fare. Che mojam di mattana, e crepiam d'ozio. Malm. 1. 18.

Al can la tigna: prov. per significare che niuno dee lamentarsi de' mali che derivano dal suo medesimo naturale, come ne' cani la tigna. Gli sta bene che lo tormentino i denari; giacchè è così (mazzamarrone) babbeo, che non se ne sa veder bene.

La difalta parecchi ad ana ad ana

A cafisso, e a busso, e a ramata:

Tutto cotesto è della petronciana.

Difalta: sproposito, bestialità. Ad ana ad ana: in ugual porzione; termine medicinale. Vai manipolando le tue bestialità, una non men grossa dell'altra.

A cafisso ec. vale tutto alla disperata, a botte da orbi. Cafisso: capo fisso, basso. Ramata: pala di vinchi per colpir gli uccelli al frugnuolo.

Petronciana: frutto perlopiù di color violaceo, detto ora petonciano. Lat. mela insana. Leggesi Nov. Ant. 34. 1. Maestro Taddeo trovò che chi continuo mangiasse nove dì petronciano, diventerebbe matto. Dunque tutto cotesto è effetto della tua pazzia.

Bituschio, Scraffo, e ben l'abbiam filata

A chiedere a balante, e gnignignacca

Punzone, e sergozzone, e la recchiata.

Ben filata: abbiam veramente fatto assai a stuzzicare questo gnignignacca.

Balante: uomo inconcludente; forse dal Lat. balans, pecorone. Balante è pure un soggetto romanzesco de' Reali di Francia.

Gnignignacca: vale pure uomo inetto. Avverte il Ridolfi che volendosi significare l'inettitudine di uno, si dica: E' mi fu intorno du' ore, e gni gni gni non raccapezzava mai nè io nè esso quel ch'ei volesse.

Sergozzone: quasi soggozzone, pugno dato sotto il mento. Recchiata: cioè orecchiata, tiramento d'orecchie.

Bindo mio no, che l'è una zambracca:

In pozzanghera cadde il muscia cheto;

E pur di palo in frasca, e bulinacca.

Zambracca: meretrice; da zambra, camera.

Il muscia cheto: quella gatta morta c'è già data dentro a cotesto pantano.

Bulinacca: una delle più cattive erbe, che nasce da cipolla puzzolente. Vuol dire ch'il merlotto girando e rigirando andò giusto a cader nel peggio, cadendo in cotesta donna.

Io mi vo ciacchillando, e non fo eto;

In confrediglia andiam garabullando;

Pisciata l'ha chi fugge pe 'l faeto.

Ciacchillando: voltandomi e rivoltandomi come fa il ciacco, cioè il porco. Non fo eto; non faccio un et, non ne cavo niente.

Confrediglia: combriccola di gente poco buona. Garabullando: ingarbugliando, ingannando.

Pisciata l'ha: l'ha indovinata chi n'è fuggito pe 'l faeto: cioè per mera paura; chi alla puzza s'è accorto subito dall'aria cattiva.

Punta nel legno, e va dimergolando,

E no 'l farebbe nacchi; e a schimbeci

A dio riveggio va dirupinando.

Dimergolando: va dimenando il chiodo piantato nel legno, eppur non gli farebbe far (nacchi) cricch; cioè non lo smuoverebbe un tantino.

A schimbeci: a traverso, per le rotte. A Dio riveggio; in precipizio; come a babboriveggioli, quasi andare a rivedere il babbo nell'altro mondo.

Egli ha cotte le fave il lavaceci;

E sarà cuccuin: va egli al lecca?

Egli è 'l gran Ser Mazzeo, e Capodieci,

Ha cotte le fave: par ch'equivalga al prov. addio fave; il caso è disperato, il botto è fatto. Cuccuin: forse dal Francese cocu, cornuto, becco. Salvini.

Al lecca: il Ridolfi legge: all'esca; va dove lo tira l'appetito.

Ser: titolo de' notari: Mazzeo: persona caratteristica nota in que' tempi. Nel volgar Fiorentino è usitatissimo il trar de' modi di dire dal carattere di certi soggetti noti fralla plebe. Per esempio: Il guadagno del Tinca. Perchè costui, dice il mio P. Paoli, vendea le frittelle allo stesso prezzo, che le comprava; contentandosi di sol leccarsene le dita. Ma di molti se n'è poi perduta memoria; e n'avrem diversi esempj nel Pataffio.

Borbotta, cionca, millanta, e contecca

Contorno cuticagna, e chiappuzino

Allichisato, che sempre la becca.

Contorno cuticagna: scherza sulle prime sillabe co cu per ridargli del cuccuino.

Allichisato: da allichisare, perdere il tempo invano. Questa terzina manca nel codice del Ridolfi.

Lasciam'andar giù l'acqua per lo chino:

Tu gli hai di bazza, non lo smozzicare

A bacchio, a micca, a gratta 'l cul Giannino.

Hai di bazza: gli hai fatto un colpo, che non era da sperarsi; metafora tolta dal giuoco de' trionfini. Quando la carta non è presa nè con trionfo, nè senza, è di bazza: Menag.

A bacchio: alla peggio; dal bacchiar le noci, che si fa senza discrezione. Lo stesso valgono a micca, e a gratta 'l cul.

Catellon catellon non abbajare,

Che se' inciprignito, e stramazzato.

Vuomi tu gherbellir? non cespicare.

Catellon catellon: cagnaccio che se ne va quatto quatto facendo il fatto suo. Quindi in prov. Catellon catellone se ne va, e torna al Piovano. Sacch. Nov. 118.

Inciprignito: indiavolato, con faccia arcigna com'una capra. Stramazzato: stralunato, fuor di se.

Gherbellir: ghermire, dar di mano. Non cespicare: non inciampare, bada a te.

Tu se' fancel marin, garzon bollato:

Non tutti quei, che gridon sia sia:

Egli è un bebo, e fu aggratigliato.

Fancel: tu sei un fanticello di marina, o di galea. Garzon bollato: una birbacchiola marcata dal boja, perchè tutti t'abbiano a conoscere.

Sia sia: come amen amen. Non tutti que' che dicon domine domine ec. e vi ci sottintende. son buoni. In fatti costui è un bebo, cioè un becco; dal belar delle pecore.

Aggratigliato: fu ben serrato in una carcere. Detto dalle graticole o ferrate delle prigioni.

Io non ho fior nè punto, nè calia,

Minuzzol, nè scamuzzolo: sta masso,

Ritenso con rimeggio, e ricadia.

Io non ho fior ec. nè scamuzzolo: tutti modi per significar la minima parte di qualsisia cosa. Io non ho un briciolo di cervello.

Sta masso: sta sodo. Onde in modo basso: Star sodo com'un travertino.

Ritenso: ritenuto; sta sulle tue con rimeggio, o sia remeggio, quasi con remi tesi, con cui si rompe il corso dell'acqua. E ricadia: e con ritegno. Aver ricadia si dice di coloro, i quali perchè apprendono, così non operano se non con ritegno.

E spalancato gli è di palo il passo;

Tu m'hai ben raffilata la ghiandaja;

Io non farei a parlacocco un asso.

Spalancato ec. dice il Ridolfi che il sentimento di questi due versi è tale, che meglio sia il tacerne che il dirne. Palo è anche un piccolo luogo di sbarco della spiaggia Romana.

Io non farei ec. son così sfortunato, che non mi riuscirebbe mai un buon colpo. Parlacocco: sorta di giuoco.

Or tu ti mostri delle sei migliaja;

Egli è casalananna, e dice duto:

Non t'affannar, ch'egli 'l vedrebbe naja.

Ti mostri ec. vale quanto delle cento miglia. Fai il balocco, come se non avessi capito. Il Gonnella udendo la proferta s'allegrò dentro; e di fuori si mostrò delle cento miglia. Sacch. Nov. 211.

Casalananna: egli non è mica un bambino. Vien forse, dice il P. Paoli, da sa la nanna; cantilena delle balie. Dice duto: sa dir Dio t'ajuti. Salvini.

Egli 'l vedrebbe naja: non ti pigliar pena: provar che l'è un furbo, perchè lo conoscerebbe un nanni, un cieco.

Egli è cenato, e par pur un piovuto;

Più vago n'è, che la scimia de' granchi:

Pappa, diluvia, e io te ne rifiuto.

Piovuto: cotto fracido dal vino; Lat. madidus.

Più vago n'è: intendi del vino, di cui è tanto ingordo che si cuoce come una bertuccia.

Diluvia: diluviare si dice d'un mangione, che divora.

Tre d'accia, e due di porro tu abbranchi;

E non gli crocchia il ferro a Vincolenza:

Egli è al verde con dolci arri granchi.

Tre d'accia ec. detto di chi avendo per le mani cose disparatissime, ne confonde una coll'altra. Accia: matassa di filo.

Non gli crocchia il ferro: detto di chi è bravo di sua persona, e non teme. Vincolenza: forse un paese, in cui nell'occasioni ben s'adoprasse il ferro. Ridolfi.

Egli è al verde: ha dato fondo a tutto il suo. Arri: arri là, va là; voci de' vetturali per istimolare gli asini al corso. Granchi: dicesi d'un avaro ha il granchio alle mani. Egli è divenuto miserabile con tanto pungolar l'avarizia.

In un barlonco andai, e pesca' lenza;

Leal faina se', non far la ghega;

Or va moltoso, e schifo in contenenza.

Barlonco: specie di barile, qui per picciolo stagno. Pesca' lenza: non presi niente; perchè lenza in gergo furbesco significa acqua. Ho perduto il tempo.

Leal faina ec. non fare il sempliciano, che sei un tristo. Faina: animal rapace e scaltro. Ghega: beccaccia, uccello innocente.

Contenenza: per contegno. Della statura e contenenza dell'Imperadore. Franc. Sacch. 18.

Egli è al cul del sacco, e là si frega;

Ne' bucini non entra il falimbello;

Ed in parroffia van ch'han fatto lega.

È al cul del sacco: è arrivato all'ultimo del mandar male la sua roba. E là si frega: e là si spassa a scuoter questo sacco voto.

Bucini: sorta di reti da pescare, larghe a principio e strette in fondo. Falimbello: sorta d'uccello, allusivo ad uomo vano e leggiero. Vuol dire, chi chi non è messere non c'incappa.

In parroffia van: vanno in brigata; da parrocchia, unione di molti. Arcita entrò con tutta la parroffia. Bocc.

Isceverare striscia e scartabello,

Tromba da Vico; il bizzarro scamoja,

E buffa all'aglio, e dagli un bucconcello,

Isceverare: metti pur da parte, va pur raccogliendo ogni minuzzolo, ogni pel di notizia, o tromba da Vico. Il Boccaccio: Giovani di tromba marina, susurroni, disseminatori di novelle infamanti.

Scamoja: fugge a gambe levate. Buffa: fa delle baje. All'aglio: giuoco de' fanciulli simile alla cieca mosca, oggi becca l'aglio, in cui il fanciullo bendato corre dietro agli altri per prenderli. Il preso si conduce in mezzo, e gli si dice: Che sei tu venuto a fare in piazza? Ed egli risponde: A beccar l'aglio. E quegli battendolo sopra una spalla, soggiunge: O beccati cotesto. Quindi si può intendere: dagli un bucconcello, cioè una percossa, forse sulla bocca.

E ne fa gran burbanza, e falamoja:

Da occhi abbiam fatt'acqua, eccoci frate,

E tu se' di cassetta una gran gioja.

Ne fa gran burbanza: e il peggio si è ch'ei se ne fa gran boria. Salamoja: similmente nel Malm. 8, 26. Acciocchè i versi suoi sieno immortali Porgli fra sale e inchiostro in salamoja.

Da occhi abbiam fatt'acqua: dicesi far acqua da occhi, quando non riesce di rimediare a niente.

Cassetta: dove si raduna la spazzatura e l'immondezza. Quindi si capisce che gran gioja si fosse costui; una gioja di cassetta, uno stronzo.

Là oltre elle si son raffazzonate

Giubbo, tallero, e zugo tal festuco,

Iscalaverna, e l'oche impastojate.

Raffazzonate: raffazzonarsi con uno si dice talvolta per accordarsi con lui, aprir seco corrispondenza

Giubbo ec. son quattro voci di disprezzo, con cui si denominano que' tali, di cui non si fa stima. Si ha andare al giubbetto per andare alla forca. Zugo: è propriamente una frittella avvolta sopra un fuscello, che per la sua forma di baccello diede luogo al modo di dire: Rimanere un zugo; cioè restar com'un minchione.

Iscalaverna: pensa il Ridolfi che possa essere un peggiorativo di caverna. Ma qui non potrebbe aver luogo. Dico essere un peggiorativo di Laverna, deità protettrice de' ladri; presa anche pel ladro stesso.

Oche impastojate: uomini dappoco, ch'in qualunque minimo affare si trovano intrigatissimi.

Brollo biotto egli è, brullo e caluco:

Deh pecora margiolla va costinci,

E cui frolle in canestro, e bruco bruco.

Brollo e brullo: arso; dal Franc. brulè: cioè arso e asciutto di quattrini. Così biotto e caluco; quasi bigotto e caloscio, cioè ch'è dato giù.

Pecora margiolla: pecora rognosa, marcia.

Canestro: con equivoco scherzoso è stato detto per brache. Vede le calze sfondate al maestro, E la camicia ch'esce del canestro. Bern. Rim. Frolle: che sia frollo, macero. Bruco bruco: mal in arnese, cui cascan gli stracci da dosso.

Tu mi fai nefa, levati da quinci:

S'aggravò Screzio a gara, e schizzinoso

E' favella a Ser Poltro, e fa del pinci.

Mi fai nefa: tu mi dai noja, va via.

Favella a ser Poltro: parla con chi non si muove, con un poltrone. Fa del pinci: fa il locco, da pincio. Lasc. Rim. E qui rimase alfin pincon pincone.

Isbucciati, e non far dello stizzoso;

Egli mi porta broncio, e non ha zazza:

Digrigna un micolino smanzieroso.

Mi porta broncio: mi porta il muso, sta meco ingrugnato. Non ha zazza: forse non ha niente. Presso il Boccaccio s'ha zazzeato per ozioso, scioperato. Andando il Prete di fitto meriggio or qua or là zazzeato. Nov. 72, 6.

Digrigna: quasi digrugna, cioè tempera un pocolino (un micolino) il muso con un tantin di riso. Smanzieroso: svenevole, con lezzi affettati.

Tu mi facesti bocchi, e non magazza:

Di non volere stimoli s'ingegna

La lima sorda vivendo di razza.

Facesti bocchi: tu mi facesti boccacce, piuttostochè bocca graziosa, come mi farebbe (magazza) la mia ragazza; Franc. ma garce. Salv.

La lima sorda: il ladro, che suol servirsi di siffatte lime. Di razza: di rapina, di ratto.

E' calameggia, e sta 'n gota contegna;

Tra l'uscio e l'arca ciascun di lor fue:

Non piaccia a Dio, che 'l buon anno ti vegna.

Calameggia: sta a gote gonfie come chi suona il zuffolo, non avendo altro che fare. Sta 'n gora contegna: significa pure sta gonfio e pettoruto, sta in gravità.

Trall'uscio e l'arca: fu alle strette, fu trall'incudine e il martello.

Cotesto non farebbe Cimabue,

Che dipinse nell'acqua il peto grosso:

Tre se ne dà Ser Guinizzo per due.

Cimabue: un degli antichi pittori. Ancor va in proverbio: Non la farebbe Cimabue, che avea gli occhi fodrati di panno.

Dipinse il peto: uno che si bagni e che spetezzi, col far venire le gallozzole dell'acqua a galla, fa visibile il peto. Salv.

Tre se ne dà per due: questo Ser Guinizzo è un notajo molto accorto ne' fatti suoi. Comunemente aver tre pan per coppia signifca saper trarre un notabil vantaggio da qualche affare. Ridolf.

Ben avrei voglia de' botton dell'osso:

Tu se' in detta; deh pur pian barbiere

Quand'egli fiede nel bacino il cosso.

Botton dell'osso: aliossi, dadi. Avrei voglia di giuocare; ma tu se' in detta: tu ti sei accordato a mettere in mezzo chi giuoca.

Cosso: picciol tumore che viene in faccia.

Egli t'appiccò il fiasco il ciabattiere;

E pranzerebbe volentieri a squacquera;

Va in tregenda il cavalier micciere.

T'appiccò il fiasco: pose in pubblico i fatti tuoi, le tue vergogne. Tolto dal fiasco, che si suol in Toscana appender per segno delle cantine.

Pranzerebbe a squacquera: mangerebbe volentieri all'altrui spese. Par che voglia dire, ch'ei sguazza quando può dir male d'alcuno.

Tregenda: brigata notturna, che dal volgo credesi esser di streghe o di morti. Cavalier micciere: cavalier che cavalca un asino, un miccio.

Curra curra dicea la dolce pacchera,

Poi disse pica pica, e poi ve' tu;

E alla buona guelfa e fu suzzacchera.

Curra curra: voce con cui si chiamano le galline. Pacchera: l'ho per soprannome di femmina detto per vezzo. Ridolf. Pacchera è propriamente un uccello.

Buona Guelfa: donna de' Guelfi, del cui partito fu Brunetto; buona perciò detta da lui. Fu fuzzacchera: le recò onta e dispiacere.

La vaga forosetta disse: or du

Gotta, che dia a sta bestia felcina;

Ch'io ti farò, com'io fe' dianzi al bu.

Or du: or dunque Bestia felcina: bestia cornuta, avvezza a mangiar felci.

Ben piscia Berta, ben pisciò Fiondina;

E gli cornan gli orecchi, e molto gracchia:

E l'ebbe appunto in su la beccatina.

Ben piscia ec. l'hanno indovinata, han fatto bene.

Gli cornan gli orecchi: gli fischian gli orecchi. Noi diciamo: Ben mi fischiavan gli orecchi, quando ci accorgiamo che taluno da noi lontano mormorava di noi.

Su la beccatina: averla sulla beccatina significa esser colpito sul più vivo.

A gran gajaldo al barlume smiracchia

Al passo a Malamoco aggratigliato,

Alla ruffa alla raffa, ed abbatacchia.

A gran gajaldo: con gran gaudio, con brio. Smiracchia: aguzza la vista per vedere, per ispiare quanto v'è di male.

Passo a Malamoco: luogo dell'Adriatico; vale passo cattivissimo. Aggratigliato: imprigionato.

Alla ruffa alla raffa: è quando strappasi un all'altro una cosa, intorno a cui son molti a pretenderci; che perciò s'abbatacchia, cioè si sbatte qua e là alla peggio.

Cansati bizzocon, ch'e' t'ha alloccato:

Lodato sia San Pilpistro, e San Puccio;

Or non sellar, ma leva lo camato.

Bizzocon: fatti in là zotico ignorantone: giacchè t'ha alloccato, t'ha allumato, t'ha adocchiato.

San Pilpistro ec. Santi inventati per dir nel burlesco un equivalente di lodato Dio.

Non sellar: non metter la sella, ma deponi pur anche lo camato, ch'è la bacchetta che s'usa da chi cavalca. È un modo d'esprimer la sorte infelice di chi credendosi di migliorare stato, peggiorò anzi dell'antica sua condizione.

Sonne fuor come Ughetto del Poltruccio:

Egli ha dato del culo in sul petrone;

Ben raccozzato egli è trezze e guarduccio.

Del culo in sul petrone: dicesi di chi è andato in rovina, è caduto in miserie, ha fatto cedo bonis.

Trezze e guarduccio: pensa il Ridolfi dover dire quartuccio, e che in gergo significhi quattro, come trezze valga tre: perciò che siccome tre e quattro stan bene uniti, come numeri tra lor vicini, così ben vadano insieme questi due malandati.

Facciamo a bella bargia, e a bel grillone:

Zoccoli in brodo! egli è Latin Calzari,

Agnardo, e Bella coscia di montone.

Bella bargia ec. sorta di giuochi insulsi. Giacchè oramai siamo spiantati, spassiamoci per consumar il tempo. Di costoro nel poem. intit. La compagnia di Belfiore: Basta ch'e' sappian cantar quella rima Di giorno e notte, di mattina e sera, Fa la là, li la là, la li, la lera.

Zoccoli in brodo: è un'esclamazione solita profferirsi al sopraggiunger d'una persona, di cui si parlava male. Lat. lupus est in fabula. Oggi: Co' zoccoli! per coprire un certo più sconcio intercalare.

Agnardo e Bella coscia ec. secondo il Ridolfi sono soprannomi plebei di due persone, che sopraggiungono insieme con Latin Calzari.

Uno sfolgoro ci ha: pazzi e denari;

Egli trasogna, e sta a canna badata:

Fate agl'ingoffi, che siete di pari:

Uno sfolgoro: un'immensa sfolgorata distanza v'è tra pazzi e denari; non potendo far roba se non chi ha senno. Così spese sfolgorate.

Trasogna: farnetica. Sogna quattrini chi quattrini non ha. Sta a canna badata: sta a bocca aperta come chi desidera, e sta a bada.

Agl'ingoffi: a musoni, a pugni. Vedetevela insieme, che siete spiantati e pazzi ugualmente.

Pisciaci su donna Berta arroncata.

Pisciaci su: dacci di naso, la cosa è fatta. Arroncata: forse grinza, da arroncare, sarchiare; o storta, da ronca.

CAPITOLO SECONDO.

Egli è sbandito il becco, e 'l magaluffo;

E pillottami dentro a chicchirlera:

Non traligno, e stordito non l'acciuffo.

Magaluffo: quasi magaluppo. Si dice galuppo ad uomo di vil canaglia e mal in arnese.

Pillottami: pillottare è gocciolare sull'altrui carne grasso o cera bollente. Chicchirlera: beffa, burla. Colle sue bajate mi fa arder di rabbia.

Non traligno ec. io la fo da par mio ; è per certo che non da sbalordito o da messere io l'afferro pel ciuffo.

Deh! non ne far così gran sugumera,

Ch'io ho pieno il bustaccio a maccabeo:

Aggaffala, ch'ell'è buona gemmiera;

Sugumera: è una boria caricata; oggi sicumera. Per amor di Dio non ne menar tanta boria.

A maccabeo: io ne son pieno a crepapelle, fino a non poterne più. A macca: in abbondanza.

Aggaffala: acchiappala. Egli è pure una strana cosa, che questi poveri mariti non posson trarre un peto, che non abbian sei persone che gliene ricolgano. Firenz. Luc. Gemmiera: per gemma.

Io non starò più punto al batasteo;

Non ne farei un tomo in su la paglia:

Tu t'hai a dar pacin, fa voto a Deo.

Al batasteo: in gergo secondo il Salvini per dire: Io non istarò più punto a batostare, a contrastare.

Tomo: capitombolo. Tanto poco me ne curo, che non farei un capitombolo sulla paglia.

Dar pacin: darti pace. Il Boccaccio ne derivò un nome per un suo personaggio.

Ardingo, 'l nuoto andrà ben di rigaglia,

Or va di notte; e non menare il cane,

Ghiotto tralinto a bilenco sparpaglia.

Il nuoto ec. andrà il negozio a maraviglia bene e vantaggiosamente. Si dice: io nuoto nel grasso. Significa poi rigaglia quell'utile che si ricava dalle possessioni oltre al pattuito, e di là da quel che si potea aspettare.

Or va di notte: si legge Esposiz. di Vang. Notte si è detta da nuocere. Quindi potrebbe intendersi: Or va male.

Non menare il cane: crederei potesse equivalere a non menare i denti; non menar tanto le gengive, non mangiar tanto.

Tralinto: ghiotto bisunto. A bilenco: a gambe storte e squatrasciate. Sparpaglia: disperge. Chi per se raguna, per altri sparpaglia. Sacch. N. 188.

Battisoffia, bedame, e berghinzane,

Ciurmati baldamente il bugigatto:

E scocossato a pian passo rimane.

Battisoffia: è quel batticuore cagionato da improvvisa paura: qui per uomo pauroso; come se dicesse: O poltrone vigliacco. Bedame e berghinzane son titoli d'ugual significato, di cui carica pure questo codardo. Bedame: forse bedale secondo il Ridolfi, soldato di poco conto. Berghinzane: da berghinella, vil femminetta.

Ciurmati: fatti un incantesimo al (bugigatto) pertugio; quasi buco di gatto.

Scocossato: sbattuto e ribattuto; Lat. succussatus. A pian passo rimane: pur non gli va male, cade in piè com'i gatti.

Egli è una trombetta, egli è mal gatto;

Per Pentecosta rimese le penne,

Diviatamente e' fia da polli imbratto.

È trombetta: va dappertutto predicando i fatti altrui. È mal gatto: è un furbo.

Rimese le penne: si rifece, si riebbe. Diviatamente: a dirittura, ben presto. Oggi nel volgar Fiorentino diviato.

Imbratto: beverone di crusca che si dà a' porci, o a' polli. Tornerà ad esser crusca da dare a' polli.

E genti senza senso dicon menne: