IL ROMANZO DELLA MORTE


BRUNO SPERANI

IL
ROMANZO DELLA MORTE

MILANO
LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
C. CHIESA & F. GUINDANI
Lipsia e Vienna. F. A. Brockhaus — Berlino. A. Asher
Parigi. Veuve Boyveau — Londra. D. Nutt
Napoli. Ernesto Anfossi

1890


PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano — Tip. Enrico Trevisini, Via Broletto, 43.


I.

Il pranzo volgeva al suo termine, in mezzo alla gioia e alle conversazioni sempre più animate e festose. I convitati, per la maggior parte studenti dell'Università, futuri medici e futuri avvocati, ma più medici che avvocati, avevano naturalmente un buon umore comunicativo, una giocondità espansiva.

Il professor Pisani, un luminare della scienza, soleva riunire così tutti gli anni gli amici più intimi e i migliori suoi allievi alla fine delle vacanze, sul morir dell'autunno, nella sua villa, poco discosta dal Borgo di S. Patrizio nei dintorni di Pavia.

La festa non era mai riescita come quell'anno; i giovani non erano mai stati così amabili; egli stesso non si sentiva da molto tempo la mente così libera da preoccupazioni, il cuore tanto leggero.

Alcuni suoi scolari lo interessavano particolarmente. Un gruppo di giovani eccezionali! Si eran fatti conoscere fin dal primo anno. Peccato che ormai fosse l'ultimo! Presto se ne sarebbero andati quei bravi giovani, andati via per il mondo a portare la scienza e la vita; mentre il povero professore rimaneva inchiodato sulla sua croce. Essi eran come le onde del mare che si rinnovano continuamente e mutano sito, mentre lui era un rudero di quel gran porto universitario.

Fortunatamente egli non persisteva in questo tono di vecchia elegia così poco d'accordo col suo tipo di uomo allegro e positivo.

E poi, non tutti se ne sarebbero andati!....

Uno ritornava intanto: Fausto Lamberti ritornava.

In fondo tutti sapevano che la piccola festa era tutta in onore di quel ritorno. Ma si taceva discretamente. Il viso pallido e serio di Argìa Pisani, la primogenita del professore, non incoraggiava gli scherzi nè le allusioni. Fausto pure sembrava preoccupato. E gli amici intimi si domandavano sommessamente: — Che cosa pensano? Cosa faranno?... L'amerà essa ancora? Gli perdonerà il lungo abbandono?

Se l'aspetto sereno del professore rispondeva già trionfalmente a cotali dubbi, don Paolo Giudici li mise tutti in tacere con una sola frase.

— Mio nipote è ritornato e non ripartirà più! — esclamò egli in un momento d'espansione, mentre i suoi occhi languidi di vecchio si fermavano con tenerezza su Fausto ed Argìa, abbracciandoli in uno sguardo.

I convitati sorrisero argutamente, e i due giovani diventarono bersaglio di occhiate e bisbigli.

Per fare un diversivo, Fausto pronunciò un brindisi alla salute dell'esercito rappresentato da Filippo Pisani che sfoggiava da pochi giorni le sue spalline di ufficiale, con grande soddisfazione del padre e sua propria. Fu un hurrà, un grido di gioia.

I brindisi così ben cominciati, sfilarono uno dopo l'altro, in prosa ed in versi.

Don Paolo si fece applaudire con una graziosissima anacreontica, in lode di Argìa.

Finiti i brindisi, il padron di casa invitò i suoi ospiti a passare in un'altra sala, dove fu servito il caffè.

Era questa la sala dei ricevimenti, decorata di un ampio verone per il quale si scendeva nel mezzo della corte, e rappresentava quindi l'entrata d'onore della villa.

L'entrata comune era sul fianco destro e non aveva scalini esterni.

Sebbene fosse vicino il tramonto, una luce sfolgorante entrava nella sala, dal verone aperto e dalle due larghe finestre a terrazzino che lo fiancheggiavano. Le tappezzerie rosse, i mobili eleganti tutti in legno chiaro come il bel pianoforte a coda che stava nel mezzo della sala, sembravano prender parte alla gaiezza dei convitati.

Il pianoforte sembrava dire: Su allegri! Anche questa sera vi farò ballare! E i giovani lo guardavano con un sorriso.

Ma finchè il sole splendeva, e il buon pranzo e i vini profumati non erano digeriti, la campagna chiamava fuori i giovani, nell'aria fresca e gagliarda.

Era una fine di ottobre tepente e smagliante.

Amelia, la figliuola minore del Pisani, fu la prima a svignarsela. Argìa con la cugina Carmela Donati, una ragazza in sull'invecchiare, nè brutta nè bella, nè sciocca, nè intelligente, ma abbastanza buona per una ragazza che invecchia, la seguirono subito, trascinandosi dietro la Bice Chiari una grassona inerte.

Un momento dopo, come attirati da una forza magnetica, tutti i giovani si trovarono presso di loro. La corte, poco fa silenziosa, fu piena di movimento, di voci gaie, di risate giovanili.

— Che bel giorno, Argìa! — mormorò Fausto Lamberti accostandosi un momento alla fanciulla.

E l'accento con cui egli pronunciò questa semplice frase voleva dir tante cose!

Argìa non rispose; un leggero rossore colorò la trasparente bianchezza del suo viso ideale.

— Un bel giorno, sì! — esclamò un giovinotto magro, piccolo, zoppicante dal piede destro, che aveva sentito le parole di Fausto.

— Un bel giorno! — replicò — Se non lo guastasse la previsione dei brutti giorni, noiosi, che ci preparano i professori!

Lamberti si voltò ridendo.

— Ah! Vittorio, sei sempre allo stesso punto tu.

— Sempre coerente! — sentenziò con burlesca solennità il piccolo zoppo. — Odio la scuola! Detesto l'avvocatura!.. E non muto parere per volger d'anni e mutar d'eventi. Ho un carattere fermo.

Una scoppiettante risata accolse la fiera protesta. Gli studenti di medicina batterono le mani; due o tre futuri avvocati domandarono la parola.

— Bravo! Bene!

— Silenzio! È negata la parola ai mercanti della medesima!

In mezzo al baccano due avvocatini incominciarono una difesa burlesca dell'avvocatura.

— Avresti dovuto fare come me! — diceva Filippo Pisani, il brillante ufficialetto tanto contento di se medesimo che si portava per esempio. — Io non ho voluto saperne di studi classici e nessuno ha potuto forzarmi, sebbene...

— Giuochiamo a mosca cieca!.... Giuochiamo a mosca cieca! — gridò in mezzo al chiasso una vocina fresca.

E una figuretta svelta, che non era ancora di donna e non più di bambina, si gettò nei gruppi interrompendo dispute, troncando frasi, persuadendo a tutti che bisognava giuocare, per riscaldarsi, per divertirsi.

— Quando Amelia vuole, non c'è verso di contraddirla!

Tutti cedettero. Il giuoco cominciò e Amelia si lascio bendare gli occhi per dare il buon esempio.

— È sempre una bamboccia — sentenziò l'ufficialetto discorrendo colla sorella maggiore. — Non sei riescita a tirarla su seria come te!

Uno strano sorriso passò sulle labbra coralline e tumidette di Argìa, e le lunghe ciglia dei suoi grandi occhi azzurri si chinarono per velare il lampo corruscante delle pupille.

— È stata sempre così seria la signorina? domandò Fausto Lamberti a Filippo, guardando la fanciulla con inesprimibile tenerezza.

— Sempre! È stata la nostra provvidenza fin dal giorno in cui abbiamo avuto la disgrazia di perdere la mamma. Sebbene abbia un anno meno di me, l'ho sempre considerata come il vero capo della famiglia. E non solo io, ma anche lui, il tuo professore...

— Basta Filippo!... — supplicò la ragazza posandogli una mano sulla bocca appena ornata da due nascenti baffetti.

— Acchiappata! Acchiappata!... Chi sei?... Dà una voce!

— Ah!...

— Argìa! Argìa! Argìa!...

E la birichina si strappò la benda per affrettarsi a legarla sugli occhi della sorella.

— Mi avevi vista!

— Vero niente!... Aspetta che ti lego bene.... Ecco fatto, dammi la mano.

— Ora sei nel mezzo; aiutati come puoi. Non ti disperare, faranno di tutto perchè tu li acchiappi. Sono galanti... con te!...

Tornò al suo posto saltando. Filippo l'afferrò per un braccio.

— Sei una pazza!...

— E tu sei savio?

Lanciata questa piccola sfida si divincolò e sgusciò via come un serpentello.

— Attenti! ricomincia il giuoco.

E la catena si mise a girare, prima adagio, poi galoppando. Bice Chiari, quella sorniona come la chiamava l'Amelia, aveva l'aria di abbandonarsi con voluttà a quella danza frenetica, stretta fra due studenti che si serravano ai suoi fianchi.

— Allargate la catena!... Così!

Argìa pareva sbalordita. Rimaneva quasi immobile in mezzo al largo circolo, le mani protese dinanzi a sè, il viso fosco.

Era bella, di una bellezza seria e ideale. La pienezza delle sue forme, che l'abito di panno azzurro-mare copriva pudicamente senza nascondere, pareva superiore ai suoi diciotto anni. Ma la linea generale nulla aveva perduto della primitiva purezza. Nei suoi movimenti era ancora la casta severità e la indefinibile rigidezza che formano il carattere fisico di molte fanciulle.

In mezzo a un profluvio di capelli neri, ondati, sul viso bianco marmoreo, dai lineamenti delicati, dal naso diritto, sottile, il fazzolettino di seta rossa, che Amelia le aveva allacciato sui dolci occhi azzurri, accresceva il fascino della bella figura, come una nota bizzarra di provocante civetteria.

Amelia aveva ragione; più di uno di quei giovani desiderava di essere preso. Un po' per il piacere di liberare l'Argìa che non aveva l'aria di divertirsi; più ancora per mettersi sul viso quel fazzolettino impregnato del calore e del profumo di lei.

Ma Amelia vegliava; e con lei vegliavano gli occhi gelosi di Fausto Lamberti.

Il giuoco andava in lungo: la catena girava girava.

I ragazzi dei contadini, aggruppati in un angolo, se la godevano.

Alcuni correvano qua e là per la corte, mischiandosi arditamente ai signori.

Era il tormento del Pisani quella banda di monelli scalzi e scapigliati; ma non poteva liberarsene. La casa di campagna rifabbricata da lui e decorata col nome di villa, sorgeva in mezzo a un immenso cortile erboso, una specie di prato cinto da un muro assai alto che formava un quadrato ad angoli retti. Tre cancelli si aprivano nei tre lati del muro davanti alla casa: uno metteva nello stradale del Borgo; l'altro conduceva ai campi; il terzo nell'orto, e di là a una vigna e a un frutteto.

Dietro la casa, il cortile diventava rustico e terminava con la vecchia cascina, rimasta tale e quale, abitata dalle famiglie dei contadini addetti al podere.

Da tempo il Pisani pensava ad un'abitazione più appartata per quella gente e ad un riordinamento di tutta la corte; ma quando si metteva a fare i conti, trovava che i danari non gli bastavano, e doveva rassegnarsi a tirare innanzi così. Talvolta egli si sfogava in potenti sgridate, che distribuiva un po' alla cieca; ma poi si rilassava com'era del suo carattere.

In quel dopo pranzo d'autunno, circondato dai suoi figli e dai suoi scolari prediletti, egli non pensava a queste malinconie.

Pensava piuttosto che Argìa si sarebbe consolata finalmente e il suo visino pallido avrebbe riacquistato lo splendore di una volta.

Egli era rimasto nella sala rossa, col suo amico don Paolo, condannato dalla grama salute ad una infinità di riguardi.

Era ancora un bell'uomo il professor Pisani chirurgo abilissimo, famoso conquistatore, e s'apprestava risolutamente ad attaccare la cinquantina, certo di domarla.

Senza arricchirlo, la scienza gli dava una discreta agiatezza ed ei se ne accontentava. In generale era un uomo contento: sopratutto contento di sè.

La sua faccia prospera, dal sorriso leggermente fatuo, dai grandi occhi salienti, lo diceva senza misteri.

Era nato in basso. Suo padre, semplice caposquadra nelle guardie di finanza ai tempi dell'Austria, aveva avuto l'ambizione di farlo studiare; ed egli aveva risposto magnificamente a quell'ambizione. Nel cinquantanove appena dottore, si era messo a curare i feriti; e il sessantasei, lo trovava alla direzione di un ospedale militare.

Nel frattempo aveva sposata una signorina pavese, di buona famiglia, che gli morì presto.

Gli avversari del professore pretendevano ch'egli l'avesse fatta morire a forza di rimproveri e di spaventi.

Lui invece era convinto di averla adorata; e, siccome rimaneva vedovo, si vantava fedele oltre la tomba.

Don Paolo Giudici, abate e letterato, ricchissimo, settantenne e gaudente, somigliava in fondo dell'anima all'amico suo, sebbene all'esterno sembrasse l'opposto. Piccolino ed esile, mentre l'altro era alto e robusto, Don Paolo conservava, insieme alla giovanilità dell'animo una grande dolcezza di modi e una placidità inalterabile. Era stato un bel prete, un prete galante, e ci teneva ad esserlo, od almeno a sembrarlo ancora.

Nessun elegante sapeva portare l'abito di società con maggior distinzione di quella con cui don Paolo portava la veste talare.

La fisonomia espressiva, gli occhietti vivi, le folte sopracciglia nere e la chioma bianca abbondante; lunga e ricciuta, gli davano una impronta pittoresca, un non so che di romantico. E romantico ei si vantava per gusti letterari e per sentimenti.

Osservandolo meglio però, ci si accorgeva facilmente che l'intonaco romantico aveva poca consistenza, e lo spirito del settecento con la sua filosofia apparentemente superficiale e il giocondo egoismo, sgusciava fuori audacemente. Qualche volta traspariva anche il prete, come una di quelle macchie di vecchio unto indelebili su certe stoffe, ma visibili soltanto in un dato punto di luce.

— Siamo stati fortunati! La vostra festicciuola mi è parsa più geniale che mai! Tutto è con noi, la terra ed il cielo!...

Si interruppe sorridendo, e fiutò una presa di tabacco. Poi dandosi una leggera fregatina di mani soggiunse, come parlando a sè stesso:

— Il cielo e l'amore!...

— Ah! Don Paolo, avete ragione di gloriarvene; lo si deve a voi!...

— A me?... Ah! Ah! Bella cosa essere sacerdote d'amore a settantadue anni!... Poichè oramai sono settantadue sapete?...

— Sì... Ma come li portate, don Paolo!

Felice di questo complimento poco sincero che l'autorità dell'uomo di scienza rendeva prezioso, l'abate arrovesciò la testa sulla poltrona e sfregando i suoi riccioli bianchi sulla morbidezza della felpa, continuò a sorridere beatamente, mentre i suoi sguardi si fermavano sui giovani nella corte.

— Come sono belli i nostri due colombi! La vostra Argìa pare una dea.... Ma, posso dirlo senza iattanza, mio nipote è degno di lei. Guardate: non ha punto l'aria di un giovine borghese di questa fine di secolo!

— In verità, don Paolo, mi avete reso un padre felice con la vostra domanda venuta così a proposito. Senza di voi non si concludeva niente con quelli di Mantova. Argìa si credeva abbandonata... Ha sofferto molto, povera figliola!... Io la incoraggiavo a distrarsi, a dimenticare; ma inutilmente!... Tre partiti mi ha rifiutati, sapete?

L'abate sorrise.

— Ha fatto benissimo, dal momento che amava Fausto...

— Certo, certo! Ma poi, se Fausto sposava la contessina, eravamo serviti!... Tutto a voi dobbiamo, tutto al vostro intervento, ripeto.

— ... E l'amore di Fausto?... E la bellezza di Argìa?... Dove li lasciate, questi grandi fattori?... Guardate se non è divina col fazzolettino rosso che quella birichina di Amelia le ha legato su gli occhi!... Del resto, sapete la mia massima: non si deve mai disperare dei giovani, nè dell'amore!

— In realtà io ho sempre avuto fede nella mia stella.

— Lo credo! Siete sempre stato fortunato.

— Sempre?... Sempre, è troppo! Ho avuto anch'io le mie delusioni. Tuttavia posso dire che la vita è stata una buona madre per me. Mi ha colpito di rado e mi ha colpito con dolcezza. Perfino il più grande, il solo vero dispiacere della mia vita, la morte di mia moglie, mi è capitato in un momento in cui l'ho sentito meno. Ero a letto con un famoso tifo che per poco non mi ha portato via anche me. Non capii nulla. Non m'avvidi di nulla.

«Poi, quando cominciai a risvegliarmi, le mie forze si trovarono accaparrate da quella profonda sensazione di gaudio fisico che si prova nella convalescenza di certe malattie. Non potevo intender la morte nel momento in cui mi sentivo rinascere alla vita. E allorchè finalmente compresi tutta la grandezza della mia disgrazia, il colpo era passato, lontano...

Tacque di botto, e restò interdetto nella confusione di aver toccato quell'argomento.

Don Paolo si era rannicchiato in fondo all'ampia poltrona. Il suo viso scarno appariva sconvolto e le piccole pupille agonizzavano in fondo alle occhiaie affossate.

— Ah! morire! — mormorò con un rantolo — Morire... È orribile!

Il medico trasalì. Che bestia! Avere dimenticato che Don Paolo non poteva sostenere l'immagine della morte, e tenergli un discorso simile nell'ora della digestione!

Si morse le labbra, cercando invano un'idea, una parola per distrarre il suo ospite.

Le gaie risate dei giovani lo trassero d'impiccio.

— Benedetta gioventù! — mormorò il prete, riavendosi. — Cari spensierati! Quando avrò quei due colombi innamorati sempre vicini, il brutto incubo non mi tormenterà più!...

Sorrise, e un rossore gli passò tra carne, e pelle, come un ultimo guizzo di fiamma morente; ma il sorriso finì in una smorfia e al fuggittivo colorimento subentrò una mortale pallidezza. I lineamenti affilati si stirarono; le pupille vitree scomparvero nelle orbite; tutto il corpicciolo si ripiegò sul fianco destro, e la gola arsa emise un suono rauco.

— Maledizione! — balbettò il professore battendosi la fronte.

Da lungo tempo egli prevedeva quell'attacco; e in un momento d'irriflessione l'aveva forse provocato.

II.

Nella sala deserta le ombre del crepuscolo si addensavano. Gl'invitati erano partiti «per non disturbare» contenti in fondo all'anima di avere un pretesto per allontanarsi dalla casa divenuta improvvisamente tetra, opprimente.

Don Paolo non era morto: gli sforzi del Pisani erano riesciti, dopo alcune ore di lotta; l'immediato pericolo si poteva dire scongiurato. Ora l'infermo dormiva e il professore vegliava al suo capezzale, insieme a Vittorio Giudici il piccolo zoppo.

Quel sonno poteva essere una salvezza.

Fausto si allontanò sapendo che la sua presenza non era assolutamente necessaria. Un'altra inquietudine lo dilaniava: un'ansia più acuta lo chiamava fuori.

Che faceva Argìa? Che cosa pensava?... Non una parola avevano potuto scambiare da solo a sola, non una parola, dopo quello che era avvenuto!...

Il professore e Vittorio, che indovinavano la febbre ond'egli era arso, lo incoraggiarono ad uscire un poco. Andasse a respirare una boccata d'aria, ne aveva bisogno.

Cautamente egli frugò la casa. Dall'uscio socchiuso di un salottino sentì la voce di Amelia che discorreva con Bice Chiari, e passò via smorzando il rumore dei passi per non essere costretto a fermarsi.

La Carmela dormiva su un canapè.

Di Argìa neppur l'ombra.

In casa, non era. Bisognava cercarla fuori. Dove?

Uscì, risoluto a cercarla da per tutto.

Il sole, giunto all'estrema linea dell'orizzonte, illuminava tutto il cielo di una luce vivida, rossastra. La corte chiusa dall'alto muro era tutta in ombra, eccetto le cime dei due grandi alberi che da molti anni sorgevano nei due angoli estremi a Sud-Est e a Sud-Ovest eccetto il tetto della casa e i vetri di alcune finestre che scintillavano come tanti braceri. Già l'aria era fredda e impregnata del vapore vespertino; e l'erba, molle di rugiada.

Un brivido corse per l'ossa del giovine.

Argìa! Argìa!

Dove s'era nascosta?

Se non l'avesse amato più?.. Se non avesse voluto più saperne di lui?... Chi sa quante cose le avevano dette! Chi sa di quali vigliaccherie lo avevano accusato!... Ma perchè era egli stato tanto crudele con sè e con lei?... Perchè l'aveva lasciata così, senza una parola di conforto?... Sei mesi... sei lunghi mesi!.. e amandola tanto!..

Era stato uno scrupolo, un eccesso di lealtà. Finchè non era sicuro di poterla sposare, non aveva voluto legarla: non dare una promessa, prima di sapere se l'avrebbe realmente mantenuta.

E intanto forse ne aveva perduto l'amore!

Forse l'aveva offesa irreparabilmente!... Certo, fatta soffrire, ferita nel fondo del cuore... Oh! Dio! Dio!... Se ella non avesse voluto perdonargli?!... Era stata così seria, tutto quel giorno, così malinconica... Non una parola affettuosa gli aveva concesso, non un sorriso incoraggiante, nulla!...

Ed ora lo fuggiva... si nascondeva forse, prevedendo ch'ei la cercava, volendo sottrarsi alle spiegazioni.

Ma egli non si rassegnava davvero ad una condanna così recisa, senza difendersi, senza giustificarsi. Ah! no! per Iddio!... In qualunque luogo ella si fosse cacciata, l'avrebbe trovata, costretta ad ascoltarlo...

Fausto amava Argìa con tutto l'impeto dell'anima, come si ama nell'ardore della prima giovinezza, allorchè, per singolare ventura, ci si è imbattuti in una creatura che risponde ai nostri più intimi desideri.

Amico di Filippo Pisani egli conosceva Argìa da un pezzo. Ma l'amore non era nato in lui a poco a poco, come una cristallizzazione. Fino a due anni addietro, credeva di non amarla affatto: gli pareva troppo conscia di sè, troppo altera.

L'amore l'aveva colpito tutto in una volta, una sera di carnevale, durante un ballo, vedendo Argìa passare da un braccio all'altro, e ballare e ballare, senza mai stancarsi, con evidente entusiasmo.

Egli aveva sentito come un morso al cuore, e la passione era scoppiata in tutto il suo essere simile ad un incendio che un soffio di vento scatena improvvisamente.

Gli sguardi della fanciulla autorizzarono le sue assiduità con una muta simpatia.

Malgrado ciò egli non si spiegò subito.

Carattere guardingo, delicato, non poteva risolversi a contrarre un impegno difficile a mantenere. Sapeva che sua madre aveva altre mire per lui, e prima di mettersi nella lotta voleva misurare le proprie forze. D'altra parte quell'affetto occulto, quella tenera inconsapevolezza, quella specie di sospensione sul limitare della vita, piacevano immensamente al suo cuore mistico e sentimentale.

Intanto sua madre l'aveva penetrato; e per allontanarlo da quello ch'essa chiamava il pericolo, gli aveva fatto interrompere gli studi, trattenendolo presso di sè a Mantova col pretesto che era ammalata e che aveva bisogno di lui per guarire.

Apparentemente, il giovine aveva ceduto. In fondo in fondo, egli avrebbe voluto cedere completamente e obbedire a quella madre adorata. Ma l'amore combattuto si era fatto più forte, ed avea vinto tutto.

Dopo cinque mesi di angoscie e di combattimenti, Fausto aveva scritto a don Paolo pregandolo di recarsi a Mantova e di aiutarlo a convincere i suoi genitori ch'egli non poteva vivere senza l'amore di Argìa Pisani.

E don Paolo, sempre poeta, sempre innamorato idealmente delle belle fanciulle, era accorso all'appello del pronipote, e aveva appianato col suo intervento tutti gli ostacoli. La voce di don Paolo era indiscutibile in casa Lamberti; e ciò per molte ragioni, ma, specialmente perchè don Paolo era milionario e da parecchi anni aveva dimostrato di prediligere Fausto, il pronipote: e dichiarato pure che Fausto sarebbe stato il suo principale erede. La stessa donna Evangelina, femmina altera e tenace, la quale aveva pure un certo ascendente sul fratello di sua madre, non osava contraddirlo. Epperò, allorchè don Paolo diceva: «Questo si deve fare» nessuno fiatava. Disgustarlo sarebbe stato imprudente; poichè, il signor Carlo Giudici, fratello minore del prete, carico di figli, spiava l'occasione propizia per tirare l'eredità in casa propria, sebbene fosse già ricco.

— Io ho sette figli — soleva dire il banchiere Carlo al canonico — sette figli che sono tuoi nipoti nel modo più diretto e che portano il tuo casato; possibile che tu non voglia considerarli almeno quanto Fausto che è tuo pronipote, e ancora, da parte di donne!...

Ma un giorno don Paolo perdette la pazienza.

— Da parte di donne!... Da parte di donne!... borbottò seccato — Chi sa cosa tu ti credi di dire!... Devi sapere che da parte di donna è la parentela migliore; certamente la più sicura!

Vittorio Giudici era uno dei sette figli del signor Carlo; ma lui non pensava ai denari come non vi pensava Fausto. Molte volte questa grande questione dell'eredità li aveva fatti ridere.

Vi pensava invece il professor Pisani. Fausto intuiva che egli non gli avrebbe accordato la mano di Argìa, se non avesse conosciute le intenzioni dell'abate.

Ma questo che gl'importava?

Si sa, i padri guardano al sodo.

Quanto alla fanciulla, non c'era dubbio.

Egli la conosceva profondamente; non era capace di mercanteggiare il suo amore, di sottomettere i suoi sentimenti al vile interesse. Essa l'avrebbe amato ugualmente se fosse stato povero; e se acconsentiva a sposarlo... Ma acconsentiva ella veramente, dopo quell'abbandono, dopo quei sei mesi di apparente obblio?... Sarebbe egli riescito a convincerla della verità?...

Questo il solo dubbio ch'egli potesse avere su lei; ma un dubbio crudele che lo pungeva come un terribile aculeo confitto nelle sue carni.

Il Pisani e don Paolo ignoravano affatto queste ansie del giovine.

Il Pisani, perchè conosceva troppo bene l'amore della sua figliola; don Paolo, perchè non poteva nemmeno supporre che una ragazza serbasse rancore a un giovine come Fausto. D'altra parte, pauroso che altri parlasse alla fanciulla, prima di lui, di quella cosa sacra che era l'amor suo, rischiando fors'anco di offenderla con malaccorte parole, Fausto aveva pregato l'abate di serbargli il segreto per alcuni giorni.

— Argìa sa tutto — egli aveva detto — e mi ama e mi accetta, ma desidera che non se ne parli ancora; aspetta la lettera di mamma...

Sorrideva ora amaramente di questa piccola astuzia. Un bell'aiuto, se Argìa lo rifiutava!

Giunto presso al cancello di fronte allo stradone, sostò perplesso.

Doveva cercarla per di là?...

Lo stradone era deserto. In fondo, tra le due file di gelsi e salici che parevano unirsi stava ancora il sole come un gran disco d'oro su un cielo di madreperla.

Scorato, incerto, Fausto si allontanò dal cancello; tornò a girare per la corte.

— Dove sei? Dove sei?... Perchè mi fuggi?...

E stringeva i pugni con nervosa inquietudine.

Tutto a un tratto egli ebbe un soprassalto. Dalla cancellata dell'orto aveva intravveduta Argìa.

Ella era là in fondo, sotto al pergolato. Gli voltava le spalle; ma l'abbandono e la pesantezza con cui s'appoggiava alla tavola di marmo mostravano un grande abbattimento. Pareva che piangesse. Doveva sentirsi male. Chi sa!...

Entrò con rapido passo.

Improvvisamente ristette.

Piangeva davvero, Argìa!

Pareva disperata. Oh! perchè mai piangeva a quel modo la sua fanciulla?...

Egli tremava da capo a piedi; una nube gli oscurava la vista.

La stradicciuola scendeva davanti a lui per lieve declivio, coperta da una pergola lunga, una specie di tunnel fronzuto che l'autunno tingeva dei suoi sfarzosi colori di porpora e d'oro.

In fondo, il pergolato si allargava in un chiosco, e le viti s'intrecciavano a rosai bianchi, rossi e gialli, di quelli che durano a fiorire tutto l'autunno. L'esile timo, la maggiorana e le arboscello del ramerino spandevano intorno i dolci aromi. In mezzo al chiosco era una tavola e alcune panche di pietra.

Là sedeva Argìa, il bel corpo abbandonato; soprafatta da una crisi di pianto.

Fausto la guardava e il cuore gli batteva a colpi disordinati, e le gambe, fatte pesanti, gli davano la sensazione d'irradicarsi nel terreno. Ma un leggero movimento della fanciulla lo fece riscuotere; ed egli tornò a muovere verso di lei cedendo ad un nuovo impulso. Non facevano alcun rumore i suoi passi sull'erba molle; eppure Argìa si voltò. Era pallidissima e aveva gli occhi pieni di lagrime.

Egli balbettò:

— Le dò noia?...

— No... no... Le pare?...

E arrossì e tacque.

— Si è sentita male?...

— No... Ero stanca..., triste...

«Il povero don Paolo mi ha fatto tanto senso!...

Chinò gli occhi imbarazzata; e il pallore del suo volto si tinse ancora una volta di un fuggevole carnato.

— L'ha visto?...

— Sì; ma poi non ho avuto coraggio di salire; mi son mancate le forze. Come sta adesso?

— Meglio assai. Il professore ha fatto miracoli. E lei dunque come sta?... Le sue mani bruciano.

Argìa ebbe un gesto di sbigottimento e ritirò vivamente le mani, che il giovine le aveva prese e teneva strette fra le sue con tenerezza.

Fausto non fiatò, sebbene quell'atto lo pungesse.

Restarono tutti e due imbarazzati e tristi, senza parole.

Dopo tanto amore, dopo tanti sogni, un tale incontro era stranamente freddo e penoso.

Ma Fausto aveva un pensiero fisso: qualunque cosa ella dicesse o facesse, non voleva addontarsene: non rischiare di perdere, per un vano puntiglio, quella preziosa occasione di spiegarsi con lei.

— ... Argìa!

La fanciulla trasalì e alzò su lui i grandi occhi pieni di sorpresa e di malinconia.

— Non m'intende?... Non sa cosa io voglio dirle?... Oh! Argìa!... Lasciami smettere questo lei odioso; lascia che io ti parli come ne' miei sogni. Che io ti amavo da lungo tempo, tu lo sapevi: i miei occhi te l'avevano detto... Così io sapevo di non esserti indifferente. Vero, Argìa?...

«Capisco, capisco... non irritarti!... Sei mesi sono trascorsi... sei mesi di apparente oblio... e tu hai creduto che io ti avessi dimenticata... che amassi un'altra... Ebbene, senti... io posso avere avuto torto, ma non ho amato che te!... Ed ora sono qui per sempre e mio zio ha chiesto la tua mano al babbo; i miei acconsentono... Non ti basta?... No?... Ah! lo sapevi?... Sapevi... ed eri qui a piangere?! Oh! Argìa! Argìa! Come sei cattiva! Mi strazi il cuore...

Egli si era seduto vicino a lei, sulla stessa panca; le aveva ripresa una mano che portava alle labbra con passione. Ma Argìa non sentiva.

La testa bassa, le guancie irrigate di grosse lagrime, ella rimaneva immobile, come irrigidita.

— Piangi sempre?! Non mi darai dunque altra risposta che le lagrime?... Ma perchè, perchè piangi così?... Dillo!

Un singhiozzo gli rispose.

Ah! era proprio vero, Argìa non l'amava più. Quel cuore amareggiato dal dubbio non rispondeva più al suo.

Egli si era ingannato giudicandola una di quelle creature privilegiate, dalla fede incrollabile, che vivono e muoiono sotto l'impero della prima forte impressione: veri angeli d'amore, incapaci di analizzare e di discutere un sentimento; anime tetragone alle insinuazioni della maldicenza, perchè incapaci di ammettere il male nella persona che amano.

L'illusione cadeva. Argìa non era di quella tempra adamantina e purissima. Argìa aveva accolto, nutrito il dubbio.

Questo pensiero, sorto improvvisamente nell'anima del giovine, lo immergeva in profonda tristezza; ma non poteva distruggere di un colpo l'immenso amor suo. Altre considerazioni sorgevano spontaneamente a difenderlo quell'amore.

Argìa soffriva; e chi sa quanto aveva sofferto e pianto!...

E quelle angosce, quelle lagrime erano segni evidenti di amore.

Meno ideale, meno ammirabile, essa gli appariva più umana e affascinante, e più vera.

E che dolcezza poterla consolare quella bella creatura che singhiozzava vicino a lui!... Che gioia immensa poter asciugare quello lagrime a forza di baci!... E ci sarebbe arrivato... l'avrebbe convinta: ne era sicuro.

Cominciò a parlarle dolcemente, diffusamente, del tempo passato, delle loro memorie giovanili, delle ingenue e preziose prove di simpatia ch'ella gli aveva dato in mille occasioni. Egli non aveva dimenticato nulla: le più tenui manifestazioni gli erano rimaste impresse incancellabilmente. Certe frasi, certe inflessioni di voce.... certi sorrisi... tutto.... tutto, egli rammentava. Non avrebbe mai dubitato di lei, del suo cuore, qualunque cosa gli avessero detto... Lei invece...

La fanciulla balzò in piedi, tutta tremante, nervosa.

— Non vede che non ne posso più?... Non capisce che soffoco? Moviamoci... Andiamo via!... Ho bisogno d'aria libera.

Fausto obbedì. Pensò che si trovava davanti a una crisi di nervi e che bisognava lasciarla passare.

— Dove vuoi andare?...

— Laggiù... dove c'è un po' di luce. Quest'ombra è opprimente.

Andò diritta al frutteto, camminando a passi concitati lungo i filari dei mandorli e dei peschi.

L'anima sua sosteneva un fiero conflitto, tale conflitto terribile, che Fausto neppure immaginava.

Egli la seguiva tristamente, ma non senza speranza. La crisi sarebbe passata presto, e nel susseguente periodo di calma, egli avrebbe parlato ancora chiamando in suo aiuto nuovi argomenti più efficaci...

Non era possibile ch'essa non l'amasse, dacchè soffriva a quel modo. E poichè l'amava, doveva pure ascoltarlo un momento o l'altro.

Il sole era scomparso, ma larghe striscie rosse, gialle, rosate e violacee, tingevano qua e là il pallido azzurro del cielo. Le cime della rovere e del faggio che decoravano il cortile della villa ed erano i due più alti alberi dei dintorni, serbavano ancora un'aureola rosata.

Argìa si fermò improvvisamente appoggiandosi con le spalle al tronco di un pesco.

Guardava dinanzi a sè nel vuoto; ma quelle due corone luminose attirarono le sue pupille.

Rabbrividì e si contorse tutta.

— Maledetti alberi!.... Maledetta casa!.... Vorrei abbattere ogni cosa... bruciare... distruggere!...

Si arrestò spaventata. Che cosa aveva detto?...

Tenero come una madre, il giovine si chinò su lei accarezzandola.

— Argìa! Argìa! povera piccina, sei ammalata, sei stanca; i tuoi poveri nervi accasciati protestano contro la ferocia della tua volontà. Dimentica i tuoi dolori, Argìa, dimentica i brutti giorni! Io sono qui, ti amo, sono tutto tuo... sposo..., amico..., fratello... quale tu mi vorrai!... Appoggiati su me; confidati all'amor mio!

Lentamente Argìa si staccò dall'albero e fissò i suoi occhi dolci in quelli del giovine.

Così soleva guardarlo una volta, quando lo amava. Quanto amore in quel lungo sguardo e che tenerezza!

Lo amava dunque ancora, poichè lo guardava a quel modo?...

Sommessamente egli la chiamò:

— Argìa!... Argìa! Angelo mio, mi ami ancora? Di' che mi ami ancora!...

Protese le braccia per stringerla, assetato di un abbraccio.

Ma la fanciulla lo respinse quasi con orrore.

— No, Fausto, no! Perderei la forza di respingerti se tu mi abbracciassi. E io ti devo respingere...

Si arrestò e tornò a concentrarsi.

Il giovine indietreggiò e ammutolì, stupito e dolente.

— Devi respingermi?... Non capisco, Argìa! Devi respingermi nel momento in cui io ti dico che ho chiesto la tua mano, che siamo fidanzati?... Sei pazza!

Le parole uscivano strozzate dalle labbra tremanti: una sorda irritazione lo vinceva.

Argìa si scosse e alzò ancora una volta gli occhi su lui, con una espressione di dolore intenso. Poi, con visibile sforzo, cercò di spiegarsi.

Era appunto perchè l'aveva chiesta che essa doveva respingerlo. Non potevano sposarsi, impossibile. Non la interrogasse. Soffriva più di lui... Non avrebbe parlato... Andasse via... via! Era inutile.

— Di' che non mi ami! Di' che ami un altro! — gridò Fausto esasperato.

— Non ti amo! Non ti amo!...

Ma la disperazione con cui essa pronunciava queste parole ne alterava il senso.

Fausto scattò.

Perchè piangeva se non l'amava? Che ragione aveva di disperarsi? Bugiarda!... Civetta! Perchè non l'aveva detto fin da principio? Perchè aveva fatto la commedia?... Vizio di femmine vane: fingere sempre! Giuocare all'eroina che si sacrifica... inventare dei misteri... tutto per mantenere l'amore ispirato, pure non sapendo che farsene.

— Ma io non mi appagherò di queste ciarle! — riprese egli con alterezza, dopo un istante di silenzio. — Io voglio sapere tutto: sapere che cosa hai fatto che non puoi accettare la mano di un galantuomo!... Che cosa hai fatto: capisci?...

Si arrestò come spaventato dalle proprie parole. Aveva sentito una morsa di ferro serrargli la gola. Tacque e fece alcuni passi per il frutteto, in preda al parossismo.

Era la sua Argìa... la sua sposa, colei ch'egli apostrofava così duramente!...

Argìa si copriva la faccia in silenzio. Le pareva di morire.

Guardandola Fausto si calmò e riaccolse la speranza a cui il suo cuore fermo e tenace non sapeva rinunciare. Già si vergognava di aver ceduto a quell'impeto. Tornò accanto a lei che gemeva: tornò a parlarle con dolcezza.

L'aveva offesa: le domandava perdono.

L'impeto disperato di quel dolore così nuovo l'aveva trascinato. Del resto riconosceva il proprio torto: lei non aveva alcun dovere verso di lui: era liberissima di amare un altro. Ma, se non amava un altro, se era vero che amava lui come negli anni passati... prima ch'egli si fermasse a Mantova quei maledetti mesi: se era vero quello che aveva detto, che lei pure soffriva... e questo si vedeva, povera Argìa!... se le cose stavano a quel modo, ella non poteva pretendere ch'egli si rassegnasse a perderla così, senza un perchè formidabile... forse per una ubbia!...

— No?... non è un'ubbia? Allora una sventura immensa... una cosa terribile?... Tu taci! Non neghi?... Oh! Argìa! Se tu sapessi quali sospetti, quali smanie desti nel mio povero cuore!...

La fanciulla ebbe un gesto desolato.

Un brivido corse le vene del giovine.

Eppure, non voleva arrendersi. Voleva combattere per la propria felicità: conquistarsela col sangue del cuore. E la speranza, sostenuta dall'energia dell'amore lo riconduceva al primo pensiero: che Argìa non potesse credergli, che il dubbio le avesse spezzato il cuore.

— Senti Argìa, io ti comprendo! È per me che non vuoi... Sei nell'equivoco doloroso che i parenti miei e la gente pettegola hanno fatto sorgere fra noi. Tu credi ch'io abbia un impegno a Mantova con la contessina d'Arco... o almeno, pensi che l'abbia avuto e che io non mi sia sciolto completamente e temi, e non vuoi metterti in un conflitto umiliante e penoso. Se così fosse avresti ragione. Ma non è così. Io non ho alcun impegno. Non furono altro che chiacchiere. Un momento, sì... lo confesso... ho temuto di essere costretto a cedere alle preghiere della mia mamma... Sono sincero, l'avrei accontentata tanto volentieri povera mamma mia! È stata infelice tutta la vita, e ha concentrato tutte le sue speranze in me!... Ma non ho potuto: il mio cuore si è ribellato: il mio cuore non poteva amare che te. E per te sono tornato qui, libero, e scevro di qualunque indelicatezza verso la contessina. Non le ho mai detto una parola d'amore: non le ho promesso nulla: posso giurarlo. Tu mi puoi credere perchè ho fatto lo stesso con te; non ho parlato fino a che non sono stato sicuro di sposarti. E tu mi credi, lo vedo. Dunque calmati, amore mio! Non piangere più: saremo felici: tanto felici!...

Argìa non rispose.

Si era lasciata cadere su un monticello di terra, e tornava a piangere, con la fronte nelle mani, piegata in due, annichilita.

Gli ultimi splendori del sole, riverberati sui punti più alti, sparivano.

Il breve crepuscolo autunnale moriva nel freddo grigio della nebbia. Un vento crudo, venuto su con la sera, portava in giro le foglie sparse, con un rumore leggero di cose morte. Sembrava quasi che la campagna, improvvisamente abbrunata, presentisse la grande malinconia del vicino inverno.

Fausto non osava più insistere. Anche l'anima sua soggiaceva a un tetro presentimento di morte e di lutto. La sua ostinata speranza lo abbandonava di fronte alla desolazione di Argìa. I suoi pensieri si smarrivano. Era finito. Inutile lottare.

Affranto, scorato, si lasciò cadere vicino alla sua povera amica, e restò là in uno stato di rigidezza penosa, senza lagrime, come impietrito.

Nella sua mente non passavano che immagini confuse. Nessun pensiero netto si formulava, eccetto questo: che la sventura immane piombata sulle loro teste, li avrebbe annientati ben presto. E la voce interna e la gran voce misteriosa della campagna battuta dal vento gridavano insieme: Finito! Finito!... Svanito il sogno! Infranta la vita!...

— Fausto!... chiamò Vittorio dal fondo della corte — Argìa!

Argìa alzò la fronte e guardò il suo compagno di pena. Ah! non avrebbe mai creduto ch'egli l'amasse tanto!... Credeva di essere sola ad amare così; non supponeva pari affetto in un uomo.

Glielo disse.

Egli restò un momento pensoso. Neppure lui aveva misurato prima di quel giorno l'abisso dell'amor suo. Sapeva però che solo il dolore dà la giusta misura dei sentimenti umani. Bontà della vita!... E per la prima volta forse, le sue labbra giovani e fresche si stirarono in un sorriso di amara ironia.

— Argìa!... Fausto! — chiamarono un'altra volta dalle finestre della villa.

Li cercavano.

— Dobbiamo andare?....

— Non ancora. Prima di lasciarci intendiamoci bene. Non vi è equivoco tra noi?... Tu credi alle mie parole. Sai che ti amo più di quanto tu potessi immaginare: che non ho altri impegni: che non ti ho tradita. È così, vero?

Ella fece un leggero cenno di affermazione.

— ... E con tutto questo... è impossibile che noi siamo uniti?...

Argìa sentì tutto il significato terribile di questa domanda; sentì la voce che tremava; e tuttavia rispose senza esitare:

— Impossibile...

— Dunque.... l'impossibilità è.... dalla tua parte?

— Sì. Dalla mia parte. Per questo ho parlato. Tu mi hai accusata di falsità, di menzogna....

— Oh! Argìa! Ti ho domandato perdono e tu mi hai perdonato!

— Sì. Ma resta sempre vero che mi hai accusata. Ebbene: se fossi falsa e civetta e perfida, avrei cercato d'ingannarti!...

Ella gli dava del tu, così, senza badarvi, quasi senza sapere; e questa carezza del linguaggio pronunciata con quell'accento, agghiacciava il cuore di Fausto.

— Ancora una parola, Argìa. Forse... tu esageri... Forse, non è una cosa irreparabile... Tu sei innocente... pura... Di'!... Rispondi!...

— .... Taci, Fausto!... Taci!...

— Allora, dimmi tutto!!...

— Non così, Fausto.

Egli cercò di calmarsi. Dio!... Si sentiva certi impeti.... l'avrebbe ammazzata....

— È difficile a dire... E poi, perchè devo dire?... Non ti basta quello che ho detto?

No. Non gli bastava. Voleva sapere ogni cosa. Voleva i dettagli. Voleva un nome... Qualcheduno da massacrare, per Dio!...

Argìa, sbigottita, lo lasciava sfogare.

Tutto ad un tratto egli s'interruppe: ammutolì.

Se si lasciava trasportare a quel modo, non avrebbe ottenuta alcuna confidenza!