IL CONTE DI VIRTÙ
VOLUME SECONDO


Tipografia del dottor Francesco Vallardi.


AGNESE MANTEGAZZA


IL CONTE DI VIRTÙ

STORIA ITALIANA DEL SECOLO XIV

NARRATA DA

CARLO BELGIOJOSO


VOLUME SECONDO

TERZA EDIZIONE

CASA EDITRICE DOTT. FRANCESCO VALLARDI

BOLOGNA MILANO NAPOLI
Via Farini, 10. Via Disciplini, 15. Via Monteoliveto, 70.

PROPRIETÀ LETTERARIA DELL'AUTORE


CAPITOLO DUODECIMO

LXXXIV.

Con vezzo rettorico, antico osiam dire come la civiltà, il consorzio umano viene paragonato ad un corpo vivo, le cui membra ricevono legge da una forza interna, ed obediscono ad un'unica volontà. — È noto l'apologo di Menenio Agrippa. Quando la plebe di Roma, ammutinata sulle rive dell'Aniene, udì dal suo tribuno le fatali conseguenze della rivolta tra le membra operose e lo stomaco infingardo, dimise le vane pretensioni, e si rassegnò agli ultimi scanni della republica.

Il meccanismo fisiologico ci fornisce una chiara imagine del vivere sociale; anzi, più che imagine, ne è quasi embrione. — Nelle deserte lande che fiancheggiano l'Orenoco v'hanno dei selvaggi, liberi da ogni patto, i quali, appena divezzati dalla madre, errano soli, immemori della famiglia, scarichi d'ogni dovere, stupidi e quasi atei. Costoro, fatta ragione ad ogni istinto, traggono la vita come i bruti, finchè sull'ultima ora abbandonano, a chi passa, l'arco e le frecce, e legano le ossa alle fiere. — Ma tali tipi di monarchie individuali, in cui l'istinto può dirsi il sovrano, il braccio l'esercito, e il resto del corpo le minori gerarchie, vanno scemando in ragione della crescente civiltà, la quale o li trascina a sè, o li costringe a collegarsi in bande, come i lupi nelle steppe del nord, per difendere il privilegiato individualismo. — Da ciò nasce l'aggregamento degli individui in famiglie ed in tribù, anche presso coloro cui non era già prima' consigliato da mitezza di sangue e da istintiva sagacia.

Nelle tribù si trovano più nettamente delineati i contorni di una società. La verga del comando vuol essere conferita al più forte, od al più saggio[1]. Vi potrà essere in ciò errore di scelta, non disparità d'intenzioni. Il vile o l'inetto non sarà mai il favorito. Per volere dei più quel comando può essere tolto all'uno, e reso ad un altro, oppure conservato nell'istesso individuo, e perfino legato a' suoi discendenti. Il capo della tribù impera; ma altri saggi gli stanno allato, e lo giovano di consigli e d'opera. La gioventù apparecchia le armi, s'addestra nell'usarle, s'ordina in ischiere; veglia o pugna alla comune difesa.

Le primitive abitazioni dell'uomo sono gli antri, disputati alle belve. Poscia si costruiscono capanne fuor terra; più tardi i tugurj sparsi e maldifesi vengono abbandonati, e i singoli abitatori che si sono stretta la mano combattendo a fianchi, convengono nella plaga più sicura e più feconda, ed ivi edificano i proprii casolari[2]. Ecco un altro sacrificio d'individuale libertà, di abitudini e di simpatie, compensato largamente dalla maggior sicurezza, dalla scambievole protezione, dalla speranza di crescente prosperità. Il tugurio dell'uno s'appoggia su quello dell'altro; si accomunano le pareti; si disegnano le publiche strade. Tutti hanno il rispettivo abituro; mentre la siepe, che cinge il gruppo di capanne, è comune a tutti; per tutti sono le vie, il rigagnolo, la reggia, il tempio. All'emergere di dissensi o contese fra i soggetti, il capo della tribù chiama a consulta i saggi, e decide; chi soccumbe cerca invano di resuscitare la questione. Le sentenze del capo diventano leggi; le consuetudini ingrossano il codice, la tradizione supplisce alla storia.

Se la tribù è minacciata da un'invasione di nemici, tutti corrono alle armi, escono fuor del ricinto a difendere la giovine patria; e, dove il nemico è rotto, viene trascinata una pietra a ricordo della vittoria.

Ecco pertanto una società civile costituita su basi quanto semplici altretanto solide e complete. Qui v'hanno governanti e governati, leggi, milizia, equilibrio di poteri e di forze; qui sta la genesi di una nazione che pone le basi alla sua storia, e già l'illustra co' suoi rozzi monumenti. “Nella agricultura essa fonda la sua economia, nella possidenza territoriale sta il fondamento del suo potere[3].„

Non è difficile che in quella nascente società vi sieno degli uomini che arrestano fra tali confini i loro desiderj, e che, paghi di un modesto benessere, vogliano eternare quella mediocrità, che è aurea per le republiche come per gl'individui. Ma un impulso più gagliardo spingerà gli inerti a ricercare nelle terre finitime stirpi consanguinee od affini, con cui accomunare la civiltà e le forze.

Non parliamo delle conquiste, perchè il vincitore tratterà i vinti come uomini senza dei o imiterà il popolo ebreo, che allo straniero assetato non additava il fonte[4]. Non parliamo delle alleanze fondate sugli interessi, perchè saranno mutabili come la base su cui s'appoggiano. Ben più saggia guida è la natura: questa insegnerà ai popoli come si debbano riconoscere, e riunire in una sola nazione. Cesserà il vincolo fraterno dove la natura avrà posto i suoi confini; nè il moverli potrà mai essere lavoro d'uomini o di secoli.

Abbiamo divagato in queste lontane speculazioni per annicchiarci un po' in alto, ed acquistare il diritto di movere una dimanda. — Può un popolo, chiediam noi, rifare il cammino retrogrado sulla via della civiltà, e correre direttamente e per gradi alla primitiva barbarie?

Invero, dopo la caduta di Roma cagionata dal malgoverno de' suoi imperatori, ma più efficacemente affrettata dall'ignavia del popolo, la nostra penisola offre il tristo spettacolo di una nazione che si affatica in questo indecoroso regresso.

Poichè la porpora imperiale divenne la posta di un gioco azzardoso, l'eletto ad ornarsene era colui, che meglio sapeva trafficare il baratto. — Allora la fortuna non fu più cieca; diventò malefica. Lo scettro non passò da questa a quella mano; ma cadde di pugno all'uno, perchè l'altro lo raccogliesse: e questi, senza punto tentare di purgarlo dall'onta delle replicate cadute, non potendo avvantaggiarsi del despotismo, di cui era un simbolo vuoto, s'accontentava della vanità d'essere salutato col nome di imperatore da centoventi millioni di soggetti. Vanità e non gloria; perocchè il nome di cittadino s'attribuiva soltanto alla parte dei sudditi che soggiornava in Roma, ed i diritti civili spettavano esclusivamente alla casta senatoriale e patrizia. Il resto era un'immensa colluvie di servi; tra i quali emergevano soltanto alcuni favoriti, tolti dalla plebe, e più tracotanti dei nobili; dappoichè la inerte mollezza di questi accordava loro l'uso delle armi, il comando delle milizie e perfino la sostituzione nelle magistrature.

Per tal modo l'impero, logoro nell'interna sua costituzione per l'impotenza e la precarietà dei tiranni, non che per le soverchianti ambizioni dei clienti e dei legionarii, stremo di forze per le continue ribellioni delle province lontane, contro cui si movevano scarse e spesso infide milizie, screditato nel suo culto pel trionfo dell'evangelio, trionfo splendido ed incontrastato perchè nemico d'ogni schiavitù, consumava due secoli in una ignominiosa decrepitezza. — E i soggetti, imbaldanziti dalla provata impotenza dei tiranni, nuovi all'arte della guerra ma strenui di corpo, gelosi della loro medesima barbarie, che li separava dalla inferma grandezza dei dominatori, ben lungi dal lasciarsi corrompere dalle molli costumanze di Roma, moltiplicavano le sedizioni e le rivolte; finchè, vestiti delle assise imperiali ed aggregati alle legioni romane, drizzarono contro gli imperatori quelle armi che avevano impugnato per loro difesa.

Così lo spirito civilizzatore della città eterna si spense sotto la pressura corrotta de' suoi stessi allori. L'aquila del Campidoglio non fece più ritorno al suo nido; e sulle torri romane sventolò lo stendardo straniero di Odoacre (Anno 476.)

LXXXV.

In quest'epoca i popoli d'Europa, scossi da una febre comune, o istrutti dall'esempio dell'audacia fortunata dei loro dominatori, traboccarono armati dai proprii confini per cercare fortuna su terra straniera. L'Italia fu più spesso e più crudelmente desolata da queste invasioni. Attraversando con rapido esame la storia dei cinque secoli, che seguirono la caduta dell'impero di Occidente, ci si presenta una ripetuta sovraposizione di leggi, di esazioni, di violenze comandate dagli stranieri. Qualche larva di libertà, qualche ricordo dell'antica grandezza giungiamo a scoprire a quando a quando nell'ingrata esplorazione di quelle pagine; ma tali avanzi, simili ai fossili di un terreno perturbato da naturali convulsioni, accennano ad una vita spenta da secoli, di cui non v'ha, e non vi può esser riscontro nelle condizioni successive. Dietro tale esame, solo ci è dato di numerare gli strati di materie distruggitrici che ricopersero il bel paese, desolarono le sue fertili campagne, uccisero la civiltà dei suoi abitatori.

In questa universale emigrazione vediamo i Franchi occupare la Gallia, i Visigoti la Spagna, i Sassoni ed i Normanni l'Inghilterra. Ogni paese ebbe il suo invasore: l'Italia li provò tutti.

Rovesciato l'argine dalla prima onda, era facile alle successive l'irrumpere nell'indifeso piano, occuparlo, e scacciarne i primi arrivati. Il condottiero delle orde incomposte quivi pigliava nome di capitano o di re. Sulle fumanti ruine delle città banchettava e mesceva nei cranii dei vinti. Quanto apparteneva al popolo soggiogato tornava nella legge primitiva, che dà il diritto ad ogni uomo di ritenere per se ciò che è di nessuno. L'avventuriero che forzava l'ingresso in una città, la faceva cosa propria: suoi erano quindi i diritti, gli averi, le vite dei cittadini. — Ma a favor suo e de' suoi egli intanto cangiava la preda di guerra in diritto patrimoniale, e voleva essere italiano pel fatto d'aver contribuito a disfare l'Italia.

All'imperversare di tanto flagello, la nazione scomparve. Il silenzio forzato dei vinti generò la codarda rassegnazione; questa, la smarrita coscienza de' proprj diritti. Assai bene s. Ambrogio, scrivendo intorno al 400, qualificò i municipii italici col nome di cadaveri di città; e invero, dopo tanti secoli di glorie, dopo sì numerose prove di nazionale orgoglio, una toleranza sempre rassegnata era infallibile sintomo di morte.

Il trono d'Odoacre, puntellato da milizie miste d'Eruli, di Turcilingi e di Rugi, fu presto travolto dall'ostrogoto Teodorico. Ma la gente di costui, rammollita da una mezza civiltà, contrasse presto l'impotenza delle orde fortunate. Addormentatasi nelle delizie di un clima dolce e di un'agiatezza non mai provata, (sotto il regno del pessimo Teodato) fornì a Belisario, generale degli imperatori d'Oriente, l'occasione ed i mezzi alla rivincita (anno 536).

Agli otto monarchi goti successe la dominazione dei Longobardi, rappresentata da ventun re. Più barbari ma più belligeri dei Goti, condussero le loro armi colla fortuna, che facilmente sorride agli audaci. Solo, per mancanza di istituzioni civili, non seppero estendere il loro impero su tutta Italia, nè conservare a lungo le provincie soggiogate. Infatti, un ministro dell'imperatore d'Oriente governava l'esarcato di Ravenna; il patriarca d'Occidente teneva Roma, e nel mezzodì della penisola le città greche si reggevano a popolo.

Al governo civile di Roma presiedeva un magistrato spedito da Costantinopoli, ove s'erano rifugiati gli avanzi della grandezza imperiale. Ma il maltalento di quei proconsoli e l'impotenza di un governo staccato dal suo centro d'azione, impegnavano il popolo romano a rivolgere gli sguardi e le speranze al vescovo che ei medesimo eleggeva, e che riuniva in sè l'autorità di patriarca d'Occidente e di capo della Chiesa latina. — Allora il pontefice fu veramente il padre del suo popolo: allora si brandirono le armi spirituali per maledire lo straniero che desolava la nostra patria. — Giunta infatti al trono di Costantinopoli una famiglia d'eretici iconoclasti, il vescovo di Roma, che allora assunse il titolo di papa, prosciolse dal giuramento i sudditi italiani, e restaurò l'antica libertà. La risurta republica, per lui, salutò di nuovo il suo senato, i suoi consoli.

Se non che, l'autorità tutta morale del pontefice non bastava a far paga l'ambizione dei successori. Fu per opera di costoro, che s'iniziò a danno d'Italia quella fatale politica delle avvicendate predilezioni per lo straniero, che fu la prima e la più esiziale cagione delle sventure nostre dal medio evo in poi. Tentavano i Longobardi d'impossessarsi dell'Esarcato di Ravenna, e il vescovo di Roma chiamava i Franchi a combattere quegli invasori, che Stefano III, scrivendo a Carlo Magno, chiamò razza perfida e fetentissima. Carlo Magno sceso in Italia, sconfitti i Longobardi, ripetè l'oltraggio dei precedenti invasori; ma meno barbaro di quelli, restaurò a proprio profitto l'impero, e ricevette da Leone III la corona e il titolo d'Imperatore d'Occidente.[5](Anno 800)

La dinastia di Carlo Magno regnò meno di un secolo sull'Italia, ed estinguendosi lasciò la penisola in balía ai due pretendenti, Guido di Spoleti e Berengario, nepoti agli imperanti Pipino e Lodovico il pio (888); i quali si contesero lo scettro italico, e finirono per ispezzarlo, tenendone ciascuno un troncone. A comporre definitivamente la contesa dei due emuli, scese in Italia Ottone I. di Sassonia, e co' suoi feroci Alemanni battè ad uno ad uno i rivali, e ridusse il paese disputato sotto il suo scettro, pigliando la corona dei re d'Italia (anno 962).

In questo e nel successivo secolo la sventura nostra toccò quell'estremo, davanti al quale diventa impossibile un peggioramento. Alla mancanza di un governo stabile, alla successione rapida e violenta di prìncipi di ignota origine e di troppo nota crudeltà, al rovescio d'ogni legge patria, alle continue scene di sangue provocate da un armeggiare senza tregua, rimaneva muta, o sembrava esserla, la voce dei popoli sì pronta e sagace, nei periodi di libertà, a sindacare i fatti di chi li governa. Il Cristianesimo aveva abolito la servitù personale; ma l'intera nazione, esautorata de' suoi diritti, non era più che una turba d'iloti. Coi terreni erano divenuti roba di rubello gli uomini che li coltivavano; quindi scarsi, e a poco a poco nulli i frutti dei campi; perocchè la troppo vantata feracità dei suolo italiano non risponde a braccia neghittose per fame o indolentite dai ceppi. S'arroge, che i vincitori, per sdebitarsi verso i fidi condottieri che avevano guidato a buon esito le imprese, solevano premiarli dividendo fra loro le terre e le persone dei vinti.[6] — Tolto ogni patrocinio della legge pel popolo debellato, questo non poteva trovar scampo nemmeno fra le intime e definite angustie de' suoi oblighi servili; poichè il vincitore non riconosceva limite a' suoi diritti. Nel lungo ordine di anni, che accompagnò questa totale ruina, le città italiane (e Roma, anzi tutto, già ricca di qualche millione d'abitanti) s'andavano spopolando. Ogni commercio era morto; ogni cultura sbandita; poche e disconosciute le reliquie di una gloriosa civiltà di dieci secoli.

Ma coi mali estremi si ridestò negli Italiani l'istintivo amore alla vita, naturale così nei popoli, come nell'individuo. Il gigante giaceva a terra sanguinoso, stremo di forze, immobile; ma il suo cuore s'allargava ancora a qualche battito intermittente. Fu da quel resto di vitalità che si accese la favilla dell'amore d'indipendenza, sì caldeggiata dopo il mille, sì validamente protetta dalla costituzione dei comuni.

Per quanto i conquistatori, e gli avventurieri che facevano causa comune con essi, operassero a tutto potere, onde cancellare ogni traccia di libertà sulla terra dei vinti, spegnendo le istituzioni e oltraggiando i monumenti, pure, per la completa ignoranza della lingua e dei costumi italiani, non giungevano essi a rendersi in tutto e sempre e prontamente intesi. Per la qual cosa, si dovette conservare fra padroni e servi una magistratura che si facesse interprete del comando degli uni, e garante della docilità degli altri. Questo potere intermedio, strana saldatura di due sostanze eterogenee che si avvicinarono senza confondersi mai, ebbe da principio il solo officio di ripartire i balzelli, più tardi vegliò alla tutela personale dei cittadini, finchè, simulando sollecitudine per gli interessi dei dominatori, potè favorire i proprj.

In quel tempo non erano infrequenti le subinvasioni d'altre genti nemiche. — Alani, Vandali, Svevi, Borgognoni prima e poi, con varia vicenda, furibondi per fame o per avidità di sangue, si spingevano, s'incalzavano, si mescevano su questa infelicissima terra. — V'erano oltracciò delle masnade perdute le quali, o calate dai monti o spergiurato il vessillo del capo avventuriero, invadevano le terre e le città, mettendo per conto proprio ogni cosa a ruba ed a sacco. — La Venezia era stata più volte desolata dagli Ungari; le coste d'Italia subivano frequenti invasioni dai Saraceni d'Africa. Il popolo, sgomentato dalle continue minacce, accorreva alla curia cittadina ad implorare armi e difese. I magistrati popolari porgevano ai capitani stranieri, questi ai loro signori, la preghiera dei cittadini. Per tal modo, dopo ripetute istanze e nell'interesse medesimo dei dominatori, si ottenne l'assenso di riedificare le mura delle città, abbattute nelle precedenti invasioni.

Fu allora che ogni città, e sull'esempio di quelle ogni grosso borgo, pose mano a restaurare le proprie bastite, ed a munirle di torri e di castella. — Allora le braccia dei cittadini ripigliarono le aste e le targhe. Nei cuori rinacque la speranza di miglior avvenire; e colla speranza s'avviò in essi il primo battito di amor patrio. — Coloro, che avevano abbandonata la terra natale, e s'erano dispersi nei campi per essere risparmiati dagli invasori, ora che le città possedevano mura ed armi, rimpatriavano. Al ritorno di costoro, i duchi, i conti ed i prelati che tenevano in feudo le città e vi esercitavano diritti sovrani, mal tolerando il contatto con una plebe armata, che sottovoce balbettava parole di libertà, volontariamente si condannarono all'ostracismo: e ritiratisi nelle rocche, si piegarono a vedere ristretta la superficie del loro dominio, per la speranza di conservarne integra l'essenza. — Però, siccome il moltiplicarsi delle armi e degli armati rendeva malsicuro il loro asilo e scarso il satellizio che li circondava, così si videro costretti ad armare gli agricultori già servi della gleba. — Doppio fu il vantaggio di ciò: dall'un canto nelle città, tolta l'oppressione dei nobili, si svilupparono rapidamente le istituzioni civiche; dall'altro la classe campagnuola, addestrata alle armi, si rilevò anch'essa dalla sua servile abjezione; e, nella difesa del proprio signore, apprese a difendere sè stessa, il suo focolare, i suoi diritti. — Tanto è ciò vero, che dopo l'istituzione dei coloni militanti prosperò l'agricultura, e si moltiplicarono le braccia ad ogni genere d'industria.

Luminosi effetti di questo generale armamento si raccolsero nella lunga querela tra Roma e l'impero a proposito delle investiture; querela, che costò all'Italia sessant'anni di guerra civile, ma che mostrò quanto già fossero gagliarde e poderose le forze popolari. Imperocchè delle due parti una pugnava per la libertà; l'altra, fosse poi legata al papa o all'imperatore, non traeva le armi servilmente, ma faceva sua la causa d'altri, e pugnava per esso come un alleato.

Il milanese Eriberto aggiunse alle schiere combattenti il carroccio, su cui accoppiò il vessillo della redenzione e la bandiera del comune, affinchè le milizie raccolte intorno alla doppia insegna della libertà e infervorate dal sentimento che fa di Dio e della patria una sola religione, operassero prodigi di valore. — Allora l'arte della guerra non fu più professata da orde incomposte, ma da piccoli eserciti aventi un capo, un centro, una bandiera. Le spedizioni militari non erano inconsulte: le credenze e i seniori, radunati dai consoli a suon di campana, discutevano e deliberavano: il braccio obediva alla mente.

LXXXVI.

Questi pochi fatti risolvono la questione che ci siamo proposta. — La vita d'un popolo corre la vicenda delle stagioni; può un nembo del cielo disertare ed isterilire un campo, ma non farà mai retrogradare i raggi del sole, nè posporrà i fiori alle frutta. Le nazioni hanno un'epoca in cui gettano il seme, un'altra in cui mietono. Viene anche per esse il pigro inverno, triste ed infeconda stagione in cui si vive di ciò che si è raccolto: — Roma attraversò queste vicende: con Numa, coi due Bruti e con Augusto segnò i confini della sua triplice età. — Ma Roma era altra cosa che l'Italia. La caduta dell'Impero simigliava al decesso di un avo glorioso e decrepito, cui tien dietro una turba di nepoti che ne ereditano le memorie e le sciagure. — Poco fruttarono ai posteri le prime; nell'ultime, invece, si ritemprarono le languide virtù, s'accesero i nobili sentimenti, si maturarono le opere generose. È la più provida delle leggi eterne quella che volge la stessa sventura a profitto dell'umanità. — Senza Attila non avremmo la potente Venezia; senza le irruzioni dei Saraceni non sarebbe surta l'invitta republica di Pisa; e non avremmo la lega lombarda e la vittoria di Legnano se non avesse esistito il Barbarossa. Fatti cotesti che non vogliono essere considerati soltanto come rimedii ai mali estremi, nè come glorie spente, simili a quelle che ingemmano gli annali di Roma. Essi costituiscono la parte più efficace e più feconda d'ammaestramento della storia moderna: in essi si fondò la genesi del nuovo diritto, e si consacrò quell'alto concetto della dignità dei popoli, che per una lunga strada di secoli e di dolori condusse la patria nostra ad essere quella che è: una grande nazione.

Dobbiamo dire dunque che nei molti secoli intermedii lo spirito d'indipendenza non era estinto del tutto, ma che ardeva sotterra come le faci dei primi cristiani, aspettando il momento di celebrare i suoi riti alla faccia del sole. Quella meta fu avvicinata, ma non raggiunta dal governo dei comuni. Ognuno di essi aveva in sè tutti gli elementi, che ponno rendere completa ed invidiabile la libertà di un popolo, ma il fascio popolare non era ancora raccolto da quel legame, che lo rende unico e perciò invitto. — Erano nondimeno più patriotiche le sommesse aspirazioni di un cittadino di quei giorni, che non le classiche apologie dei poeti del secolo d'oro. L'ultimo e meno glorioso municipio italiano era meglio esperto della libertà, che non Roma quando vantavasi d'essere: mari oceano, aut amnibus longinquis septum imperium.[7]

Nel 1042 un patrizio di Milano uccise un plebeo e si dispose ad ottenere venia del sangue versato, pagando una misera ammenda, giusta il prescritto dalle tariffe feudali.[8] La plebe, indignata del fatto e stanca d'essere merce di sì vil prezzo, si sollevò contro i feudatarii e, guidata da Lanzone, corse armata ad abbattere i ripari feudali. Nell'attrito delle armi, il giusto sdegno pur troppo trasmodò in truce vendetta. I nobili, capitanati dall'arcivescovo Ariberto, resistettero alla furia popolare; due anni durò la lotta cittadina; ma infine la libertà ne escì vittoriosa. — I feudatarii ed Ariberto furono espulsi dalla città; i beneficiati vennero costretti a render conto dei beni posseduti per simonia, e ad abbandonare le loro donne, considerate quali concubine. Il fatto di Milano trovò imitatori nelle ville e nelle città vicine. L'Ildebrando favorì dalla sedia pontificia il movimento popolare.

Anche la contessa Matilde di stirpe straniera, erede delle immense ricchezze dei Longobardi in Toscana, osteggiò quanto potè la baldanza feudale. — Valga questo buon intendimento a scemare la colpa delle sue improvide larghezze al Vescovo di Roma. — Le terre di colei furono l'asilo dei vassalli proscritti; i patti che ella dettava potevano essere accolti da cittadini, e questi, rinvigoriti al travaglio dalla restaurata dignità, porsero in breve tempo luminosi risultamenti del lavoro commesso a libere braccia. Per opera loro si diede il crollo al servaggio feudale: e fu da quel tempo che gli schiavi della gleba si diffusero sulle terre finitime cambiati in coloni. “La prima onda di questa corrente si mosse dalla nostra patria poco dopo il mille.„[9]

LXXXVII.

Abbiamo aperto e consultato un volume di storia, scorrendone il sommario rapidissimamente. Ora ne torna acconcio il proseguire quest'esame; almeno per ciò che riguarda la storia milanese; fino all'epoca cui mettono capo le prime fila del racconto; che andiamo svolgendo. L'arrestarci potrebbe indurre taluno a credere che ogni aspirazione ed ogni gloria nostra siano esclusivamente legate a quest'epoca storica.

Chi è giovane e vigoroso non cura gran fatto i proprj giorni; ei crede che la vita abbia il suo interesse a stringersi con lui. Ma chi discende il declivio degli anni, se trovasi sospinto in qualche pericolo, consulta, non senza angoscia, le proprie forze; il che vuol dire che non ha piena fiducia in esse, e che troppo stima l'oggetto ch'ei rischia di perdere. Così un popolo. Ne' suoi primi anni ama la libertà più assai che la vita; fatto maturo, preferisce la gloria alla vita ed alla libertà; volto a vecchiezza, vuol vivere ad ogni patto, quasi gli bastasse di conservare le forme esterne del suo edificio civile. — Spettano ai popoli nati o risurti di fresco quegli slanci inconsulti, che suscitano od affrettano le grandi imprese. Una nazione, da lunga mano civile, riordina, di rado edifica.

La republica milanese nel secolo XII godeva entro angusti confini tutta la vigoria della sua gioventù, la massima libertà civile e politica.[10] Il popolo, per mezzo di una numerosa assemblea, faceva le leggi. — Sull'esempio di Roma, di Ravenna e di Ferrara, che fino dal secolo X avevano eletti dei consoli, tolse anch'essa dalle diverse classi dei cittadini un vario numero di magistrati, che, esercitando il potere esecutivo in luogo degli officiali regii, completarono la sovranità popolare.[11] Nel consesso legislativo, i conti ed i baroni erano rappresentati dai capitani; la minore nobiltà dai valvassori; la plebe trafficante ed industriale dalle credenze. I consigli consolari, composti talvolta perfino di 18 o 20 individui, costituivano il governo della republica. Ma come l'aumentarne il numero non bastò sempre a mantenere l'equilibrio fra le caste a cui appartenevano, i patrizii pensarono di crescerne l'importanza preponendo ad essi un Podestà, che in certe occasioni investivano di un potere dittatoriale. Allora la plebe, dal canto suo divenuta più gelosa dei proprii diritti, vi contrapose un tribuno, chiamandolo capitano del popolo. — I podestà erano sempre chiamati da qualche republica amica; in più d'un caso si elessero due, tre, e perfino cinque magistrati con questo nome.

Benchè tali fatti accennino una gara penosa e tutt'altro che fratellevole, pure in realtà essi giovarono per qualche tempo ad equilibrare le varie forze, facendole concorrere tutte ad un solo scopo. — Già la republica, in via di fatto, esercitava i diritti sovrani d'imporre i tributi, di far la guerra e di concludere la pace. All'imperatore non era riservato che il diritto eminente di riscuotere una tassa, e di porre il proprio nome sull'esergo delle monete, già fregiate della croce milanese.

Ma il palladio della libertà era il popolo armato. Ogni comune aveva a propria difesa quanti cittadini erano atti a reggere un ferro. Nei momenti di pericolo, tutti gli uomini convenivano sotto la bandiera del comune; e quando le operazioni militari richiedevano lungo tempo e lungo lavoro, una parte o l'altra dei cittadini (e questa dicevasi quartiere) andava al campo.

In questo turno, anche i vescovi si videro costretti a rimettere al popolo, od a' suoi rappresentanti, quella porzione di diritti sovrani che nel traffico feudale si erano usurpati. Anzi, l'autorità vescovile discese a tanto che l'arcivescovo di Milano dovette in più d'un casa implorare dal consiglio consolare la conferma dei decreti emessi dai sinodi. E ciò ne insegna che, altre volte e in un secolo nel quale la riverenza alle persone che rappresentavano la chiesa era giovata dal fanatismo, non s'ebbe scrupolo di invadere, quando la publica salute lo dimandò, i diritti temporali del clero, casualmente associati alla sua spirituale autorità.

Fu in ossequio a tale principio, che Arnaldo da Brescia, nel bel mezzo di Roma, levò la voce contro l'avidità del clero; e suggellò la coraggiosa asserzione col martirio. Quasi contemporaneamente, un povero prete milanese, chiamato Liprando, s'oppose all'elezione dell'arcivescovo Grossolano, chiamandolo simoniaco; ed invitato a provare la sua asserzione coll'esperimento del fuoco, escì illeso dal rogo, davanti ad un sinodo convocato a fare testimonianza del giudizio di Dio.[12]

Ogni successione d'imperatore metteva in pericolo l'ancora malferma libertà. Sotto l'impero di Enrico III e di Corrado suo figlio, amendue occupati dalla guerra per le investiture, i milanesi avevano guadagnata e prosperata la loro indipendenza. Ma Arrigo V, fratello di Corrado, senza porre tempo di mezzo, scendeva in Italia (1110) col proposito di rivendicare i diritti della corona imperiale, e di ridurre le città italiane all'antica obedienza, o per dir meglio all'obliata servitù. L'imperatore dichiarò ribelli tutte quelle terre, che avevano scosso il giogo straniero; e come tale castigò Novara, mettendola a sacco e distruggendola col fuoco.

Sgomentite le città sorelle, spedirono al campo dell'imperatore i loro rappresentanti, affinchè colle preghiere, colle promesse e coi donativi, cercassero di rabbonire l'indignato monarca: — Nobilis urbs sola Mediolanum populosa non servivit ei nummum, scrive Frate Donizone nella sua cronaca[13]; anzi, trattò il superbo principe come fosse nemico, e peggio; perocchè ad un potente riesce assai più oltraggiosa la noncuranza, che la stessa ribellione. E come se tutto ciò fosse ancor poco, sotto gli occhi dello stesso imperatore reduce da Roma, il Comune di Milano punì colle armi la più fedele delle città imperiali, provocando Lodi ad una guerra, che finì colla totale sua distruzione. Gli storici non sanno trovare la ragione di questa discordia, e nemmanco la natura dei fatti che la provocarono[14]. In tanto vuoto di congetture, non ci sembra temerario l'asserire che Milano non avesse in ciò altra mira che quella di esprimere all'imperatore, nel modo il più efficace, il sentimento della propria indipendenza; e che l'oltraggio fatto a Lodi fosse il castigo inflitto ad una città, che si era troppo facilmente rassegnata alla tutela straniera.

Le stesse prepotenze, per una identica ragione, e sempre colla vittoria della maggiore republica, furono operate a danno di Como, di Cremona e di Pavia. La nostra città imitava Roma, il cui ingrandimento fu l'opera delle armi guidate da una virtù selvaggia, che nelle intemperanti aspirazioni della gloria municipale, non riconosce legame di natura e d'interessi all'infuori delle proprie mura.

Ma ciò che i cronisti contemporanei non seppero giustificare, fu chiaramente spiegato dai fatti posteriori. Le violenze di città contro città erano il sinistro preludio di quelle due leghe formidabili, che dovevano scuotere l'Italia non solo, ma tutta Europa, e che sul campo di Winsberg (1140) armarono e posero di fronte i duchi d'Alemagna col nome di Guelfi, e gli imperiali con quello di Ghibellini.[15]

Questo seme di discordia trovava terreno preparato a' suoi progressi nelle terre italiane, le quali, nella vacillante libertà, sentivano esser legge pel debole lo stringersi al forte. Ma i cittadini milanesi avevano imparato a diffidare tanto della protezione imperiale, quanto di quella del Papa. Estranei fin qui ad ogni lega, che minacciasse l'integrità dei loro diritti, afferravano ogni pretesto per combatterle entrambe nei vicini, che ad esse troppo leggermente s'accostavano. — Gli sdegni che fervevano tra città e città rassodavano intanto la concordia fra gli individui, cui mura o fossa legasse in un solo comune.

S'accordano i popoli, come gli individui, in ciò che tutti vogliono o credono volere il proprio vantaggio. Si discute e si dissente non già nel fissare quale sia il meglio, ma nello scegliere i mezzi più acconci a raggiungerlo. Noi meniamo troppo rumore delle discordie dei nostri maggiori. Era condizione dei tempi se ciò che adesso esala in un rabbuffo della penna, allora faceva correre il sangue.

LXXXVIII.

Gli sdegni dei milanesi contro Lodi e Como, fide all'impero, furono esorbitanti: la discordia fu crudelmente protratta oltre 40 anni. La prima delle due città venne smantellata; all'altra si recò grave oltraggio, atterrandone le bastite e le torri. — Durissime leggi pesavano sui vinti; era prescritto, che nessun lodigiano potesse escire dalla propria capanna, dopo il tramonto del sole; ogni vendita, ogni compera, e perfino ogni matrimonio doveva sottoporsi al placito dei consoli milanesi[16]. Le pene ai contravventori erano, come le leggi, fuor misura feroci. Per la qual cosa, due esuli lodigiani si recarono nascostamente alla dieta di Costanza (1153) e prostesi nella polvere invocarono la protezione dell'imperatore Federico. — Non ci è lecito determinare fino a qual punto operasse sull'animo di costui la voce pietosa dei supplicanti. Certo è, che l'imperatore nel vendicare l'offesa fatta ai lodigiani, assecondava i suoi proprii interessi. — Lo scettro imperiale era, per antiche ragioni di guerra, il giogo del popolo italiano. — Le violenze dei milanesi fornivano il migliore pretesto a richiamarli alla dimenticata soggezione. Il Barbarossa spedì a Milano un suo ministro, latore di un decreto sovrano, che ingiungeva ai milanesi di desistere da ogni prepotenza in danno dei lodigiani.

Ma in qual conto fosse tenuta la protezione straniera anche presso coloro che gemevano in schiavitù, lo attesta la mala fortuna dei due intercessori, che l'avevano invocata. Agli oppressi avanzò tanto senno da farli accorti, che la tutela altrui era ben più triste ventura, che la fraterna discordia. Laonde i reduci da Costanza, che forse s'aspettavano dai proprii concittadini gratitudine e onore, s'ebbero in premio dell'inconsulte pratiche un carico di villanie e il bando.

Peggior sorte toccò poi al legato imperiale. Non appena si mostrò ai consoli di Milano, ed esibì loro il diploma cesareo, l'ira dei rappresentanti ruppe in parole amare ed in espressa dichiarazione di inobedienza. Gli ordini sovrani furono respinti, il rescritto imperiale fu lacerato e messo sotto i piedi; e l'ambasciatore ebbe a grave stento salva la vita[17].

Da ciò nacquero le due calate del Barbarossa in Italia, e la susseguente dieta di Roncaglia (1154); nella quale un numeroso stuolo di feudatarj e di vescovi oltraggiati ed impoveriti dalla cresciuta potenza popolare, indussero l'imperatore a pigliar l'armi per soffocare la libertà e repristinare l'antico ordine di cose.

La prima a sentire gli effetti di questa alleanza fu Tortona, presa d'assedio e distrutta. — Era spettacolo straziante il vedere quei cittadini lottar dalle mura contro le armi nemiche, esinaniti dal più terribile degli strazii, la sete. — Ma a riscontro di tante scene desolanti, la storia ci narra come i tortonesi, dopo l'eccidio della loro patria, trovarono la più cortese ospitalità in Milano, e come più tardi, ajutati dal braccio e dal denaro milanese, ritornarono alla loro patria e la riedificarono più forte, se non più bella, di prima.

Era debito dei milanesi il soccorrere ai fratelli, che avevano sacrificata l'esistenza della loro città nativa al bene della patria comune. Di tali esempi non è ricca la storia. Ciò prova, che le ire di Milano non nascevano da vanità d'impero, ma da più nobile origine. Cadevano Lodi e Como perchè troppo docili vassalle dell'imperatore: si rialzava Tortona perchè sua dichiarata nemica.

Una più fiera tempesta s'addensava intanto sopra Milano: l'ingiuria fatta al ministro imperiale doveva essere espiata dalla nostra città. Due volte Federico volse contro Milano un esercito formidabile ingrossato dalle stesse armi italiane che, più o meno di buon grado, s'erano collegate alle sue. — Nella prima si venne a patti per la troppo facile mediazione del conte Guido di Biandrate, capitano dei milanesi. — Ma questa non fu pace, fu tregua; durante la quale, Milano dovette suo malgrado rassegnarsi alle condizioni imposte dall'imperatore e ratificate dall'infido conte. Il più importante risultamento di tale accordo fu la riedificazione di Lodi, che surse in poco tempo a quattro miglia dalle ruine dell'antica città.

Nella seconda calata, l'imperatore congregò di nuovo la dieta in Roncaglia, e raccolse altri titoli di malcontento contro Milano. — Pentito forse d'essere stato troppo generoso nella precedente capitolazione, cercava pretesti ad infrangerla. E la infranse di fatto quando richiamò a se il diritto d'eleggere i Podestà e di sostituirvi un ministro imperiale. — Se i cittadini avessero piegato il capo a questo comando, la libertà loro poteva dirsi irreparabilmente perduta. Non v'assentirono; prescelsero di essere dichiarati ribelli, e di provarne le terribili conseguenze. Milano fu quindi posta al bando; le robe dei cittadini abbandonate al saccheggio; le persone condannate alla schiavitù.

Ma i cittadini milanesi non deposero per ciò le armi. — Gli imperiali avevano distrutto Crema alleata coi ribelli; questi ripresero Trezzo difeso dagli imperiali. Vi furono atrocità inaudite nell'uno e nell'altro campo. A nostro conforto però, possiam rilevare dagli stessi cronisti alemanni che, in questa e in altre simili vicende, la superiorità della ferocia non fu mai vanto degli italiani.

Tre anni duravano le ostilità tra l'imperatore e le terre amiche dei milanesi. Un orribile incendio devastò la stessa nostra città, e ne consunse una terza parte; intanto che le continue scorrerie nemiche desolavano la campagna, mietendo le biade immature. Il popolo milanese provava l'estremità della fame e della miseria; soffriva mille torture, mille oltraggi. Una volta, alcuni cittadini esciti a caso dalle mura e caduti in potere degli imperiali, venivano accecati; solo ad un di essi si lasciò in dono un occhio, onde guidasse i compagni in città, e mostrasse a' suoi gli effetti dello sdegno nemico. — Resistette il popolo fino all'estremo; i consoli esaurirono ogni parola di conforto, nè mai uscì dalla loro bocca una proposta codarda. Ma prima che la morte di tutti rassicurasse il trionfo dell'inimico, il popolo dovette arrendersi. Per editto imperiale i cittadini abbandonarono le case loro, che furono rase al suolo in un colle mura e coi publici edificii (marzo 1162). La tradizione ci tramandò questo fatto in un'appropriata iperbole, dicendo che sulla ruinata città fu sparso il sale, e percorse l'aratro.[18]

LXXXIX.

Cinque anni dopo, i milanesi toccavano di nuovo il suolo patrio; e, coll'animo rinvigorito dal patto di ventitrè città giurato a Pontida, si affrettavano a riedificare Milano. La novella città surse come per incanto; anzitutto fu cinta di validi terrapieni, muniti di torri. Poscia, con più vasto intendimento, a difesa di tutta quanta la pianura bagnata dal Po, la lega edificò Alessandria, che fu ed è la più salda trincea dell'insubre indipendenza.

Qui delle due cose l'una. Se la condotta dei milanesi verso le città di Lodi e di Como fu solo un atto severo di sdegno diretto a reprimere le improvide alleanze e la servile obedienza, noi dovremo scriverla fra quegli slanci di selvaggio patriotismo, che trovano una scusa nella barbarie dei tempi, perchè rivelano un culto ardente alla libertà. Ma se, com'è assai più verisimile, fu abuso di forza e concussione dispotica, dovremo altamente commendare la magnanimità delle città oppresse, che, scordato l'oltraggio fraterno, accorsero prontamente in ajuto della compagna pericolante. In questo dilemma sta indubiamente il fatto vero; e l'una e l'altra ipotesi spettano alla storia nostra; nè ci ha il tornaconto per noi a voler nascondere la colpa di una città, quando a riscontro di essa sta l'eroismo di molte.

L'imperatore Federico non rivolse le sue armi soltanto contro le città dell'Italia settentrionale. L'anno istesso, in cui queste si stringevano in lega, egli scese ad Ancona per punirla dell'alleanza contratta coll'imperatore d'Oriente Manuello Comneno. — Federico, colle sue rapide mosse, prevenne gli effetti di questa lega, ed accerchiò Ancona, non d'altro forte che del valore de' suoi figli. La resistenza di quella nobile città costituisce un altro fasto della storia italiana. L'imperatore fu costretto a levare le tende da quei campi e, rôso nell'anima dalla vergogna dell'impresa fallita, piombò su Roma, ed ebbe l'indegna gloria di devastarla. Ma non gli fu concesso di godere a lungo le dolcezze de' suoi trionfi: perocchè nell'estate il veleno dell'aria decimò il suo esercito, e spense oltre a due mila gentiluomini e baroni; per la qual cosa, ritornò sbaldanzito alla sua reggia.

La potenza della nuova lega, l'insubordinazione impunita d'Ancona, gli antichi diritti del serto imperiale obliati o manomessi, risvegliarono gli ardori guerrieri di Federico, che nell'anno 1174 scese pel Cenisio in Italia e, dopo aver incendiata Susa e taglieggiata Asti, mosse contro Alessandria, dov'era raccolta una parte delle forze alleate. Le recenti mura della fortezza sostennero l'urto delle armi nemiche per ben quattro mesi; scorsi i quali, le milizie della lega pigliarono l'offensiva e, rotto il blocco, costrinsero il nemico a raccogliere le proprie forze in lontana pianura, per ivi tentare una battaglia affrontata. — Il campo di essa fu la terra di Legnano; l'epoca, il 29 maggio 1176. In quel dì, l'esercito della lega annientò le schiere imperiali; 900 giovani milanesi, che costituivano la legione della morte, operarono prodigi di valore, e, fatto salvo il carroccio, rassicurarono la vittoria degli italiani. In quella pugna lo stesso imperatore sarebbe caduto in potere dei vincitori, se, visto il rovescio, non si fosse celato in un mucchio di cadaveri. I suoi soldati lo credettero morto; ed è fama che l'imperatrice avesse già indossato il lutto della vedovanza.

La vittoria di Legnano è il più glorioso avvenimento del medio evo italico; questo gran fatto non fu opera di un esercito, ma dell'intera nazione; e perciò dall'intera nazione furono usufruttati i vasti suoi risultamenti. — Per essa l'imperatore Federico dovette scendere a patti coi vincitori; e, soscritte le condizioni della pace nella dieta di Costanza, le registrò nel corpo delle leggi come base al diritto publico del popolo italiano (25 giugno 1183). In forza di quel patto, la feudalità venne bandita dalle terre di Lombardia, ogni città della lega riacquistò il pieno diritto di reggersi da sè, di erigere fortificazioni, d'assoldare armate proprie, di far pace, guerre ed alleanze, di godere di tutte le regalíe, e di dare forza di legge alle proprie consuetudini. — L'imperatore conservò il diritto eminente di accordare le investiture ai consoli delle republiche, di riscuotere un decennale giuramento, e di definire in ultima istanza le querele insurte fra i cittadini o fra le città della lega, qualora la parte soccumbente lo richiedesse. Quest'ultimo atto di sudditanza però, poteva dalla lega istessa venir commutato nell'annuo tributo di due mila marche d'argento.

Federico Barbarossa, che dagli storici alemanni è proclamato un eroe, ed è per noi il più esecrabile fra i nostri nemici, non fu nè l'uno, nè l'altro. — Non fu grande guerriero, perchè spesso e troppo facilmente battuto da forze minori; nè insigne politico, perchè non tenne conto della indomabile potenza di un principio, quand'esso surge a dominare ogni materiale interesse di un popolo. — Ma non deve essere nemmanco il bersaglio d'ogni nostra invettiva; perocchè, mentr'egli non era per nulla più barbaro del secolo in cui visse, giovò più ch'altro, colle armi sue infelicemente adoperate, a rassodare l'indipendenza di quel paese, contro cui egli le aveva rivolte.

I tiranni (ce lo dice la storia, e ce lo confermano i fatti di cui noi stessi siamo oggidì testimonii) sono alcuna volta la providenza dei popoli. Non è sempre vero che gli oppressi sieno facili a sollevarsi contro chi li regge. Spesso anzi s'addormentano negli ozii inverecondi e nei servili ossequii, se la tirannia è blanda, o pel solo fatto che essa è d'antica data. Allora si esita a far getto delle abitudini, benchè indecorose; allora o non si riconosce il bene di una più libera condizione, o se ne discutono le probabilità; e per questo misero conteggio è impossibile giungere alla gloria delle imprese difficili. Ma se le catene diventano insopportabili, se lo strazio è indefinito, e la morte certa, rivivono gli istinti, ed ammaestrano l'oppresso a raccogliere le forze per lottare e vender cara la vita. I migliori amici dei popoli, che hanno perduta la loro libertà, furono dunque e sono sempre quelli, che l'hanno calpestata più crudelmente. Se la lotta, dice un moderno publicista, è la condizione necessaria della vittoria, il nemico diviene il nostro migliore alleato[19].

XC.

Un fiume gonfio scava il suo letto, abbatte quanto lo vuol far deviare, e trascina seco i rivi minori. L'acqua invece, che poltre in uno stagno, si suddivide in pozzànghere, e nella sua inerzia elabora i veleni che l'ammorbano. — Così fu di noi. Le guerre di Federico I avevano ritemprato l'ardor nostro, e fatto convergere ad un solo scopo tutte le forze nazionali. La mitezza di Ottone IV, e la pace che ne seguì, generarono il contagio della discordia. Capitani, valvassori e credenze erano una sola cosa, durante il pericolo: scomparso questo, riconobbero diritti parziali, e si levarono a difenderli. Da ciò ebbe origine quella delimitazione di caste, che creò una prevenzione diffidente ed astiosa fra i nobili capitani e i sottofeudatarj. Ogni casta volle avere il suo consiglio, perchè ognuna sentì d'avere i proprj interessi. Non di rado da tali interessi nacque disparità di vedute; queste generarono dissidj, minaccie, violenze.

In quel secolo, le personali ambizioni dovevano essere meno potenti che non più tardi, quando la risurta civiltà fece dell'ingegno e della cultura intellettuale una forza di prim'ordine, spesso indirizzata a buon fine, talvolta abusata per mire egoistiche e sovversive. — Pure, malgrado l'eguaglianza cagionata dalla comune barbarie, il concetto di una republica, costituita sull'equilibrio dei diritti d'ogni classe e d'ogni individuo, era cosa più bella ad imaginarsi che facile ad ottenersi. La sovranità, spartita una volta equamente fra gli individui, era simile al talento della parabola evangelica, che a ciascuno recò frutto diverso a seconda delle diverse industrie. Il conservarlo integro, riesciva come andare al chino e perdere, quand'altri più operosi o più accorti avevano saputo avvantaggiarlo. In un paese, in cui la sovranità fosse talmente sminuzzata che ogni cittadino ne posseda la sua piccola parte, la custodia di essa è più dovere che diritto; e l'esercizio del medesimo riesce più increscioso perchè meno facoltativo. Non per difetto delle istituzioni popolari, ma per la natura dell'uomo, ciò che è comune, benchè necessario, è meno vagheggiato di quanto ci solleva dalla folla, fosse anche superfluo. Quando a tutti gli individui di un paese venisse distribuito un abito di un sol colore e di una foggia sola, cesserebbe l'orgoglio d'ornarsene; e colla estinta vanità scemerebbe l'interesse di averlo caro e di custodirlo.

Cacciati i tiranni e ricomposta la republica sopra un nuovo ordine di cose, spontaneo fu il volere, facile l'ottenere l'eguaglianza civile. Il dì in cui si fonda una società, ogni membro di essa presenta una distinta ed eguale quota di oblighi e di diritti. Ma non è tutto: bisogna che questi doveri e i corrispondenti diritti si mantengano quali sono, o crescano e s'avvantaggino a beneficio di tutti. Bisogna contenere le forze eccedenti perchè non oltrepassino il livello medio della forza comune; scuotere e ravvivare quelle che languono, perchè la parte inerte non discenda troppo, e nel far modesta rinuncia de' suoi diritti, leda e trascuri i proprj doveri. Tutto ciò, e le naturali differenze generate dall'età, dal clima e dalle circostanze, non che le incidentali, cagionate dall'educazione e dalla civiltà, resero e renderanno sempre arduo l'assunto di conservare all'edificio sociale un'eguaglianza perfetta e durevole.

Chi era tolto dalla folla assai di rado vi rientrò, e vi si confuse, al cessar del favore che lo ebbe sollevato. Intorno a lui si stringevano a poco a poco inavvertitamente i consanguinei, i partigiani, i clienti. La superficie sociale non fu più perfettamente piana. Gruppi di gente privilegiata formarono le caste. In mezzo ad esse, quasi centro e culmine di altretante associazioni parassite, sursero gli ottimati. Era intento loro di dividersi in parti eguali la somma del potere; il volevano, o piuttosto dissero di volerlo: bastò un nonnulla a turbare l'equo riparto dei diritti; bastò a tanto il momentaneo allentamento nella pratica delle virtù cittadine. — Le passioni, malgrado ogni buona intenzione, si gettavano sulle coppe della bilancia, e la facevano traboccare. Le caste si cangiarono in partiti; gli ottimati in emuli. Una guerra sorda, piena d'invidie, di prevenzioni, di false amicizie, ruppe il buon accordo della famiglia. Venne presto il giorno, in cui il popolo, vedendo irreparabilmente turbato l'ordine prestabilito, compì l'ultimo suo atto sovrano, rinunciando ai proprj diritti, ed accettando la signoria di un solo, sempre meno uggiosa e più tolerabile che quella di pochi.

Tale fu la nostra sorte. Le discordie, i partiti, le turbolenze tennero dietro ben presto a quel fortunato equilibrio, che era l'essenza del reggimento popolare. Il comune era fatto un campo: bisognava star con questo o con quello; quindi contro l'uno o l'altro. — Ad escire da tante incertezze, la rappresentanza popolare non trovò miglior rimedio, che conferire il supremo comando ad un solo individuo, imitando ciò che faceva l'imperatore prima della pace di Costanza. Ed a questa autorità venendo designati uomini d'altre città italiane, non si volle già riconoscerne la comunanza di stirpe, il che sarebbe stato un progresso glorioso; ma si cercò nell'individuo d'altra republica un principio di autorità straniera, un potere che fosse meno famigliare, e quindi più riverito. Il primo di tali magistrati che, col nome di podestà, esercitò sul comune di Milano la dittatura, fu un Oberto Visconti da Piacenza. Questo fu il primo e decisivo passo del nostro popolo verso il governo monarchico.

In questo mezzo l'eresia, altra cagione di discordia, fermentava nel nostro paese, alimentata per una parte da uno spirito d'indagine affatto nuovo, per l'altra nutrita dalla stessa intoleranza del clero che credeva spegnerla coi roghi e nel sangue. Al principio del secolo XIII si enumeravano in Milano quindici professioni eretiche. Il podestà Oldrado da Tresseno arse a centinaia i novatori (1233) e si rese caro alla curia romana.[20] Intanto il popolo non infrequentemente si faceva giustizia da sè, rompendo il filo degli atroci processi collo spegnere la vita degli inquisitori. Fra Pietro da Verona e fra Pagano da Lecco furono di questo numero; e, in premio del martirio sofferto e pel merito di averlo fatto subire a tanti traviati, ottennero dopo morte l'incenso e le preci dei beati. La profetessa Mainfreda era gettata alle fiamme; il prete Andrea, che divideva con essa le offerte dei devoti di Chiaravalle, la seguì sul rogo; e le ceneri della taumaturga Guglielmina, poco prima venerate come una reliquia, furono strappate dall'avello e disperse al vento. Citiamo questi fatti perchè ritraggono fedelmente il fanatismo intemperante del secolo; non volendo che ci si apponga l'accusa d'essere ciechi ammiratori delle artistiche scene del medio evo.

L'imperatore Federico II ricondusse la guerra in Italia; e colla guerra si riaccesero in noi le virtù intiepidite. A Cortenova i milanesi furono battuti dagli imperiali; ma la sconfitta non fu ingloriosa. I più preferirono morire sul campo anzichè arrendersi; i pochi superstiti, raggruppati intorno al Carroccio, seppero condursi in salvo, e serbare incontaminato il vessillo della libertà, attraversando terre infestate da nemici, o da amici sleali. Fu Pagano della Torre signor di Valsassina che guidò l'impresa; e fu quest'impresa che preparò a lui ed a' suoi figli un mezzo secolo di gloria e di potenza (1237).

Della rotta di Cortenova ebbero i milanesi larga rivincita in tre memorabili giornate. Duplice fu la vittoria di Camporgnano, poichè in essa furono battuti gli imperiali e gli alleati Saraceni. A Casorate l'esercito dell'imperatore, tratto in inganno da una finta ritirata, credette per un momento d'essere padrone del campo, che poscia coperse de' suoi cadaveri, ed abbandonò. — Presso Gorgonzola, in un terzo scontro, cadde in potere dei milanesi Enzo figlio dell'imperatore. Fu questa l'ultima e la più segnalata vittoria nostra; doppiamente gloriosa giacchè, mercè sua, si fiaccò per sempre la baldanza di Federico; e più ancora perchè i vincitori resero, senz'altro patto che una promessa di neutralità, il reale ostaggio a colui, che non risparmiò la vita ad uno solo dei prigionieri italiani. — Ed anche in questa occasione i nostri maggiori, combattendo per la loro indipendenza, davano prova di una moderazione, che è assai più bella della stessa vittoria. La santità della causa consigliò sempre, anche nell'ardore delle battaglie, l'uso saggio dei mezzi atti a difenderla. Si diede la vita e la libertà al figlio del nostro mortale nemico con una generosità degna di miglior secolo, mentre e prima e poi, nelle piccole e vulgari lotte municipali, i vincitori solevano oltraggiare i vinti fratelli con un carico d'ingiurie, che potrebbero essere chiamate villanie puerili se non fossero figlie di un livore empio e fratricida.[21]

Il servigio reso da Pagano della Torre diede origine ad una carica tribunizia conosciuta sotto il nome di anziano della credenza (1240). Ne fu insignito lo stesso Pagano e, morto lui, Martino suo nipote. Egli doveva difendere la plebe dalle prepotenze dei nobili e sorvegliare l'amministrazione delle entrate. Durante la guerra contro Federico, per strettezze di finanza si era posto in giro il credito dei notabili rappresentato da un obligo scritto.[22] Era, nè più nè meno, la carta moneta dei nostri giorni; e, come ai dì nostri, un tal valsente non gradiva ai cittadini sospettosi sempre dei soprusi di chi li regge. L'anziano diede opera all'estinzione di questo debito, dividendolo in otto rate annuali, e suddividendolo fra proprietarii in quote proporzionate, colla scorta dell'inventario o catastro del censo (1248). Da ciò nacque l'imposta sulla proprietà fondiaria, detta fodro, che è la prima e più netta idea del carico prediale.

XCI.

I torbidi, per cui passò l'impero durante la disputata successione di parecchi monarchi, giovarono per mezzo secolo all'indipendenza nostra: tempo più che bastevole a rassodare la cosa publica, se le ambizioni e le rivalità de' suoi cittadini non l'avessero commossa col continuo travaglio della guerra civile.

Si creò l'officio di capitano generale della republica per contraminare l'elezione del tribuno. L'onore della nuova dignità, che per poco non toccò al feroce Ezzelino da Romano, tanta era la gelosia che ispirava ogni nome cittadino, fu palleggiato tra il Marchese d'Incisa ed Oberto Pelavicino.

Verso quest'epoca il Papa, pigliando in sospetto la crescente potenza dei Torriani, violò il diritto popolare di eleggere i pastori, ed inviò alla sede arcivescovile di Milano Ottone Visconti (1260). Era pensiero del pontefice, che la ricchezza e la potenza di questa famiglia risveglierebbero nel popolo milanese quella fiducia che l'infeudata autorità dei Torriani aveva troppe volte delusa.

Ciò malgrado, la popolarità degli anziani serbavasi ancora assai potente in Napo, benchè d'animo assai diverso de' suoi predecessori. — Napo, camminando ardito sulle orme loro, varcò a poco a poco il limite della tribunizia podestà; e a consacrare l'abuso impiegò l'arte dei tiranni. Milano a quei tempi obliava la semplicità degli antichi costumi, per fantasticar feste e baldorie, come la plebe di Roma. Con questo mezzo, l'anziano perpetuo del popolo riesciva a divenirne il padrone. Egli nominava il podestà, ed accordava alla sua creatura il diritto di eleggere la metà dei membri del consiglio. Ambizioso, e non vano, mostrò disprezzare quelle pompe esteriori, che tradiscono l'interna sete di comando; mantenne vigorosamente le forme dell'antico reggimento nelle monete, nelle adunanze, nelle publiche concioni; ma ingannava tutti, e in sostanza regnò da tiranno. — Che se alcuna volta vide il colosso della plebe levare su lui l'occhio torvo, egli seppe rasserenarlo coi tornei, colle gualdane, con ogni maniera di spettacoli; fra i quali per lungo tempo fu il più gradito il bando od il supplicio d'un nobile. — Per tal modo codesti tribuni, che si vantavano d'aver fatta libera la patria solo per ossequio ed affetto verso di essa, e che di fatto l'avevano servita con zelo e fortuna, ottenuto l'intento, non ponevano misura alle loro esigenze, e mettevano a debito della publica gratitudine ogni pretensione sollevata dalla loro cupidigia. — Si sarebbe detto che volevano avere il diritto di ricondurre il paese all'antica ruina, pel merito d'averlo una volta salvato.

Da tali arti potè il popolo milanese essere sedutto più volte, ma non abusato sempre. — Ogni plebe, e specialmente la nostra, suol essere pronta allo sdegno, ma non meno facile all'oblío delle offese e generosa nel perdonarle. — I cittadini s'accorsero che chi aveva frenata la prepotenza dei nobili, non agiva meglio di loro. Parvero meno gravi le passate sciagure, da che lo stato presente non era gran fatto più rassicurante. Il titolo di vicario imperiale, che Napo sollecitò da Rodolfo d'Asburgo, contribuì a crescergli il disfavore del popolo. Ottone Visconti rinfocolò i sospetti; raccolse partigiani a Como e nel contado; li pose in armi e mosse verso Milano. Incontrato, nella terra di Desio, l'esercito Torriano impegnò con esso una battaglia decisiva, in cui Napo fu battuto, e fatto prigioniero (1277). Dopo ciò, venne rinchiuso in una gabbia di ferro, dove perì miseramente un anno dopo.

Qui comincia la grandezza dei Visconti. Il popolo milanese non avrebbe spodestato il Torriano pel solo scopo di affrettare un mutamento di signoria. — Era la libertà dei tempi della lega, ch'egli, con troppo languide istanze, chiedeva; non un nuovo signore ed una larga dote di promesse e di spergiuri. Ma tale era la sorte nostra. Nel momento istesso che le varie classi ond'era composta la republica venivano ad un accordo, già maturavano novelle ambizioni, foriere di altre discordie. Colui, che per fortuna o per momentaneo favore del popolo s'incamminava dinanzi ad esso col pretesto di farlo libero, sdegnava poscia di rientrare nelle fila dei semplici cittadini, e rinnovava la necessità di cacciarvelo a viva forza.

Quando un tesoro è debolmente custodito, torna buono ai tristi il dire: tanto fa che io m'approprii ciò che non è mio, perchè altri se lo piglierebbe. Il nostro popolo cessò dal custodire il tesoro della propria libertà dal momento che, fidatone il deposito ad altri, s'addormentava neghittoso alle seducenti declamazioni di civismo, intonate da' suoi scaltri tribuni.

Ora tra Napo della Torre, tiranno in nome della plebe, e Ottone Visconti, despota ottimate, vi era forse gran differenza? Quando l'una classe doveva affaticarsi a schiacciar l'altra, qual conforto per la republica se la plebe era vincitrice, e i nobili soccumbenti? L'alternato inalzamento dei Visconti e dei Torriani era sempre vittoria di un partito e, come tale, traeva seco indispensabilmente la sconfitta del principio nazionale, al cui sviluppo è necessaria l'opera attiva e sempre concorde di tutti. — Vero è che questa specie di altalena doveva cagionare eguaglianza, al momento che gli ottimati erano tanto discesi quanto erasi rialzata la plebe; perchè allora le due classi estreme trovavansi ad uno stesso livello. Ma i partiti, mossi da un impulso progressivo o retrogrado, non potevano arrestarsi; all'indimani la plebe riguadagnava tutto quel più che jeri rendeva odiosa la sconfitta nobiltà. Il flagello non era spezzato, ma cambiava di mano: e la cosa publica, oltre al patirne gli abusi inseparabili da ogni autorità conquistata colla forza, andava incontro alle fatali conseguenze di una continua vicenda di gare, di discordie e di vendette.

XCII.

Il nome di Visconte non spettò in origine ad un casato, ma fu titolo di dignità attribuito a tutti i feudatarii dell'impero, che reggevano una contea in nome dell'imperatore, e perciò erano detti vicarii, o vicecomiti.

Dalla dignità divenuta ereditaria, di cui vi hanno esempj fino nel secolo V, nacque il cognome della famiglia Visconti.[23] Quando essa crebbe in potenza, i cronisti si compiacquero di tessere un romanzo intorno alla sua origine, risalendo alla “fonte del nobile río per una strada di meravigliosi avvenimenti.... Il Prencipe di Macedonia, scrive G. P. Crescenzi, per avere consanguinei questi signori, li notò originati dall'imperatore Anicio Flavio Giustiniano, il grande; gli ascendenti del quale si ascrivono ai reali di Troja.„ E come ciò fosse poco, aggiunge “che con l'imperatore Heraclio venne da Roma Marco, che fu conte d'Angera, e della cui stirpe furono i Visconti„; e infine asserisce “che Angera fu fabricata da Anglo figlio di Ascanio re, il quale fu di Enea genero, et nipote di Priamo ultimo re di Troja„[24].

Perchè Angera fosse la degna patria di sì cospicua famiglia, è chiamata da Stefanardo Vimercati una vasta città, residenza di quei principi, che regnavano nella contea del Seprio, altra nobile parte del regno d'Insubria. E Carlo Torre ci racconta, come il nome d'Insubria fosse dato dal gigante Subre “figlio di quell'Espero, che fu germano d'Atlante (a' cui prodigiosi fatti ottenne l'Italia tutta il titolo d'Esperia) il quale entrato con poderoso esercito in questo clima, facendosi padrone di varj luoghi, stabilì sua ferma sede tra i laghi Lario e Verbano, e tra i fiumi Adda e Tesino, fabricandovi un castello, che dal suo nome Subre, o Seprio fu detto ecc.„[25]

Uberto Visconti, che viveva ai tempi di S. Ambrogio, ammazzò un terribile drago, che devastava le campagne milanesi. Per ciò il popolo decretò a lui ed a' suoi posteri certa decima di grano, che misuravasi in publico collo stajo, onde i suoi discendenti, conservando tale regalía, ebbero per impresa lo stajo, e s'intitolarono Vicecomites de sextario.[26] Galvano Fiamma, per aggiungere altra gloria alla casa Visconti, la fa consanguinea di Carlo Magno, e conferma che i primi conti d'Angera si chiamavano re, e che parlavano alla francese, desumendolo da un'iscrizione da lui letta sur un marmo, scoperto nel 1339 a Turbigo provincia del microscopico regno d'Angera.[27] Il Corio scrive d'un Alione, figlio del re d'Angera e Visconte di Milano nel quinto secolo, che fu dagli imperatori e da pontefici rivestito di grandi privilegi, della dignità di conte d'Italia, del diritto di creare giudici e notai, di riscuotere decime, d'armar militi e cavalieri, spedir nuntii et separare il marito dalla moglie. Egli ne racconta come da Alione nascesse Galvagno, e da questo Perideo, che regnava quando scesero i Longobardi, e morì in battaglia contro i Greci di Ravenna[28]. Giorgio Merula[29] e Tristano Caleo[30] si copiano a vicenda per istabilire che fra i Visconti e i re longobardi eravi legame di sangue, e che la pia regina Teodolinda era di stirpe viscontea. Da Stazzone conte d'Angera nacque Desiderio ultimo re di quella gente, e Berengario II si vuol figlio d'Azzo, conte di Lecco e d'Angera...[31]

Ma basta così: questo è ben altro che storia. Abbiamo messo fuori queste anticaglie, per dar idea dei gettoni di bassa lega che correvano, come oro puro, nella universale povertà dei secoli scorsi. Sono queste notizie simili alle maglie di ferro e alle cotte d'armi: arnesi fuor d'uso, che si guardano però, non senza interesse. Ma in mezzo a tante favole, v'ha la sua parte di vero; e questa è l'arte dei vecchi cronisti, d'appoggiare le fila dei loro racconti in regioni ignote, come se ciò valesse a meritar fede ai grandi avvenimenti veduti od uditi; se pur non è il men nobile proposito di lisciare i potenti e di rabbonirli coll'adulazione. — Concludiamo col secentista Torri, che questa volta la dice giusta: “prendetevi di questi racconti qual più vi aggrada, poichè discorrendo d'ationi occorse nello spazio di più di mille anni, la verità afflitta da così lungo viaggio non può se non zoppicare, stanca d'essere agitata ora su un foglio ad un modo, ed ora su un libro ad un altro[32]„.

Teniamci ai fatti accertati. — Nel 881 Pietro Visconte sottoscrisse i privilegi accordati da Carlo il Crasso alla Basilica Ambrosiana. Nel 1037 Eriprando liberò dalle carceri di Piacenza Eriberto arcivescovo di Milano, e sette anni dopo un Riccardo Visconti fu creato dall'imperatore sacri palatii judex[33]. — È storico che i privilegi accordati dalla città di Milano al Monastero di Pontida fossero sottoscritti da Eriprando, e Marco Visconti. — Nel 1155 Ugo, pur dei Visconti, accorse coi Milanesi in ajuto di Tortona assediata da Federigo I, e morì sotto le mura di quella città. Nel 1158 Ardengo Visconti, con altri capi della republica milanese, fu fatto prigioniero da quello stesso imperatore nella battaglia di Cassano. Combattè in quell'epoca alla difesa di Milano, e vi perì Gherardo Visconte virtute et nobilitate clarus[34]. — Il primo dei podestà di Milano fu un Oberto Visconti; ed un Ottone, console della republica milanese, segnò in Lodi, nel 1162, la capitolazione coll'imperatore Federico. — Consoli di Milano nel 1173, 1186 e 1194 furono Ruggiero, Marco e Guido Visconti. Pietro firmò in Piacenza la pace di Costanza nel 1185. E in un solo anno, cioè nel 1190, al dire del Calchi, questa famiglia dava ad Alessandria, a Vercelli ed a Bergamo i podestà Guidettino, Uberto e Pietro. Matteo Visconti era vescovo di Bergamo, quando Ottone occupava la sede arcivescovile di Milano.

XCIII.

I Visconti, già favorevolmente noti ai milanesi per le cospicue cariche occupate, crebbero nel favore del popolo, quando i Torriani abusarono della vantata loro popolarità. Giovava inoltre ai primi il prestigio di una ricchezza fuor d'uso munifica e generosa. — Il popolo impreca contro i ricchi solo quando li trova spietati; ma, se ha pane e lavoro, fa lume coll'esempio ai declamatori, e precede le facili teorie colla pratica di una vita sobria, industriosa e rassegnata: anzi, l'accontentarsi di un pane parco ed affaticato, è ancor poco; non di rado lo vediamo compiacersi dello splendore altrui, come se il fasto di pochi fosse un vanto di tutti. Esso dunque comprende che tra la ricchezza e la miseria la Providenza pose l'equilibrio, distribuendo il cruccio ed il sorriso in altra misura che non è quella del censo.

I Visconti erano ghibellini; ma a quest'epoca il nome delle due fazioni non aveva più il significato primitivo. Le famiglie potenti, alle quali i comuni avevano conferito il governo delle città, erano guelfe o ghibelline, non perchè favorissero lo sviluppo della libertà nazionale, o difendessero i diritti della corona cesarea; ma si appoggiavano a questa o a quella parte per rassodare la potenza loro ed infeudare nella propria stirpe quell'autorità, che poteva guidarli al trono. — È dunque erronea la sentenza di quanti storici asserirono che la parte guelfa fosse la nazionale. — “Nei vesperi siciliani, che furono un fatto di nazione, quant'altro mai, non si fece strage se non di guelfi[35]„. Erano guelfi i Torriani, come lo fu pressochè tutta Italia, quando Carlo d'Angiò ebbe sconfitto il re Manfredi e con esso la parte imperiale: ma erano guelfi, perchè non potevano più essere ghibellini. — La conseguenza era una sola e la stessa: l'Italia subiva nell'un caso e nell'altro la dipendenza straniera; e, in cambio di servire ai Cesari alemanni, obediva ai re francesi.

Se i Visconti non fossero stati ghibellini di nascita, dovevano divenir tali come successori dei Torriani, per distruggere la potenza dei rivali, e per volgere a vantaggio della propria famiglia le tendenze monarchiche quali si manifestavano nella languente republica. Assisi sul trono e sicuri, avrebbero cessato di mostrare un inutile studio ad una fazione od all'altra: intenti solo a liberare la patria da ogni influsso straniero, a spese della libertà interna, che ormai non sapevasi abbastanza difendere. Venne infatti il dì che i Visconti, fidando la propria fortuna alle armi, schiacciarono con mano di ferro ogni fazione; allora si dannò perfino a morte chi solo pronunciasse la parola di guelfo o di ghibellino. Ma finchè essi salivano, avevan bisogno di un appoggio; il ghibellinismo favoriva lo sviluppo del concetto monarchico, ed abituava i tralignati republicani a riverire una dinastia. Del trionfo della parte ghibellina tutti i nobili si erano felicitati; ma “immiseriti da un lungo esilio, avevano pigliato un contegno rimesso ed ossequioso; la loro condiscendenza tralignò in obedienza, e la republica di Milano, governata dai Visconti, non tardò guari a mutarsi in principato[36]„.

Da qui inanzi, per quasi due secoli, la storia di Milano è strettamente legata a quella dei Visconti, sì che l'una nell'altra si confonde. V'ebbe un periodo in cui ricomparve la signoria dei Torriani; ma fu brevissimo: l'intrusa potenza sembrò suscitata dal destino a rinfrancare viemeglio la grandezza de' suoi rivali.

L'arcivescovo Ottone Visconti, settuagenario, trattava armi e cavalli come un giovine capitano; ma, giunto a decrepita vecchiezza, chiuse il suo governo cedendolo al pronipote Matteo, dopo averlo coi supplicii e colle alleanze messo al riparo dalle pretensioni degli emuli. Nell'elezione di un successore violava egli la prima e più importante legge della costituzione republicana. Grave dovette essere lo scandalo: ma nessuno osò opporsi. Il Consiglio fu interrogato, solo perchè non v'era dubio che avrebbe ratificata l'usurpazione.

Ottone passava gli ultimi suoi giorni nell'abbazia di Chiaravalle; e Matteo, col nome di capitano del popolo, continuava in Milano l'opera dello zio. Meno violento e più scaltrito di lui, chiamò a parte de' suoi ambiziosi disegni la stessa rappresentanza del popolo, forzandola a cospirare inconsapevolmente contro la libertà della patria. In questo senso soltanto, e come maestro nelle arti degli ambiziosi, non deve negarsi a Matteo il nome di Magno, che la storia gli ha troppo generosamente decretato.

Per frenare i replicati tentativi dei Torriani egli aveva bisogno d'armi; e già, l'annuncio di una nuova crociata minacciava di suscitare e rivolgere a lontana impresa l'ardore guerriero de' suoi. Matteo seppe soffocarla. — Dall'imperatore Adolfo di Nassau implorava intanto la dignità di vicario imperiale. Ma le pratiche intorno a ciò erano condotte con tale mistero, che quando giunse il diploma cesareo, tutta Milano credette dovere esso tornar nuovo e quasi sgradito al suo signore. — A convalidare l'inganno, Matteo si finse restío ad accettare la dignità conferitagli; e vi si piegò solo quando il consiglio popolare gli diede quell'assenso, che in niun caso gli avrebbe saputo negare. — Ottenne dallo stesso consiglio la facoltà di usare contro la fazione torriana di quei mezzi, ch'egli aveva già apprestato in secreto; e fece nominare capitano il figlio Galeazzo, proponendolo a tale officio con quel piglio dei tiranni, che non ammette discussione.

Ma l'avveduto principe fu cieco padre: poichè le improntitudini di Galeazzo affrettarono il ritorno de' suoi nemici. Guido della Torre costrinse colle armi il Visconti ad abbandonare la signoria, e a cercare nell'esilio l'oblio della sua sventurata ambizione (1302). — Matteo sopportò la mala fortuna con non comune grandezza. In un piccolo borgo della terra veronese seppe gustare per molti anni la calma della vita privata, aspettando com'ei diceva — “che i peccati dei Torriani superassero quelli dei Visconti[37].„

Guido della Torre restaurò il governo popolare, e lo mantenne in pieno vigore per cinque anni. Ma, rieletto capitano, cedette alla tentazione di allargare la propria autorità, a spese dei diritti del popolo: facile impresa, da che questo aveva ormai rinunciato alla custodia delle proprie franchigie.

Fu a quest'epoca che Enrico di Lucemborgo, eletto imperatore, scendeva in Italia per cingervi la doppia corona; rito, per circa un secolo, obliato da' suoi antecessori. Scendeva egli in Piemonte, già informato di quanto accadeva a Milano da Francesco Garbagnate, accorso ad incontrarlo al di là delle Alpi. Lo zelo di costui rimise i Visconti in grazia dell'imperatore; sicchè Matteo, dietro avviso dell'amico, escì dal suo modesto ritiro di Nogarola; e, trovatosi con Enrico nella città di Asti, entrò in domestichezza con lui, e n'ebbe larga promessa di protezione. — Infatti, la venuta dell'imperatore in Milano segnò la seconda ed irreparabile caduta dei Torriani. Guido, sedotto da falsi consigli, troppo fidando nel numero e nell'ardimento de' suoi partigiani, meditò un piano di resistenza contro gli imperiali. Se non che, scoperta la trama da quelli stessi, che dovevano prendervi parte, mentre i figli del Visconte (non del tutto innocenti) escivano assolti, Guido, i suoi congiunti e gli amici della sua parte, dopo una rotta decisiva, furono banditi dalla città, e taglieggiati nella vita e nelle sostanze (1311).

Lo scaltro Visconti aveva condotto a buon fine la difficile impresa, palliando con arte finissima la sua ambizione. — Lo stesso imperatore, tratto in inganno dalle sue disinteressate proteste, gli confermò la dignità di vicario imperiale, estendendola a più vasta giurisdizione. A Matteo spettava la suprema amministrazione dello stato; a' suoi figli, strenui soldati, la difesa e l'ampliamento di esso. In tre anni, il piccolo stato soggetto ai Visconti, comprendeva undici cospicue città.

Il Papa Giovanni XXII, ingelosito dai rapidi progressi di questa famiglia, che minacciava di raccogliere sotto il suo scettro le lacerate province italiane, moveva querela contro Matteo per la dignità di vicario imperiale da esso lui accettata a danno della libertà italiana, che in quel punto tornava bene il difendere. — Matteo eluse le iraconde pretensioni del Papa dimettendo la vanità del titolo; anzi, persuase il proprio figlio Giovanni a spogliarsi del pallio arcivescovile di Milano, perchè lo assumesse frate Aicardo Caccia, eletto intempestivamente dal Papa. — Dalla condiscendenza di Matteo l'irrequieto pontefice trasse maggiore baldanza ad osteggiarne i diritti. Egli suscitò la Francia contro lui; e già le legioni regie calate dalle alpi minacciavano il Visconti d'una guerra di sterminio.

Ma il sagace Matteo anche questa volta seppe scongiurare la procella. — Con larghe proteste e generosi doni, secretamente spediti al campo francese, disarmò gli spiriti guerrieri del capitano nemico; il quale, pago delle spiegazioni ottenute, ricondusse il suo esercito fuori d'Italia senza colpo ferire.

Ancora più adirato il Papa brandì le armi spirituali, e fulminò la scomunica contro il Visconti (1322). Ma gli anatemi già troppo abusati non produssero alcun effetto. Volevasi sollevare il popolo contro la signoria, e questo non si scosse. Matteo, invitato solennemente a scolparsi davanti al legato pontificio residente in un borgo presso Alessandria, vi spedì in sua vece il proprio figlio Marco alla testa di una poderosa armata, contraponendo minaccia a minaccia. — Gli inquisitori non aspettarono il figlio dell'impenitente Visconti. Postisi al sicuro in Valenza, fulminarono contro il signore di Milano una seconda scomunica, condita di così strane imprecazioni, che il successore Benedetto XII, per decoro della sede pontificia, le dovette ritrattare ed annullare, l'anno 1341[38].

XCIV.

Ci sia permesso di ravvicinare e porre in confronto alcune date storiche, onde rimovere il sospetto d'aver scelto ad arte le occasioni di combattere la temporale autorità dei pontefici, d'averla giudicata dagli abusi che la macchiarono, d'aver posto l'eccezione all'altezza della regola.

Prima di Costantino, i pontefici oscuri, umili, poverissimi regnavano sui loro seguaci per la fede ardentissima, e per la carità di cui erano banditori e modelli. Essi facevano causa comune coi neófiti, dividevano con essi nel bujo delle catacombe il pane del povero; fuor di quelle, gli strazii e la gloria del martirio. — Il figlio di Costanzo Cloro, abbracciando la fede di Cristo (312), pose fine alle persecuzioni. Disfatto Massenzio ed ucciso in battaglia il feroce proconsole Licinio, rassicurò alla novella cristianità un'era di pace; ma, traviato da un improvido fanatismo, credette far più gloriosa la chiesa, arricchendola di quella dote madre di tanti mali, che strappò allo sdegnoso poeta quell'amara invettiva contro i chierci del suo secolo:

.... la vostra avarizia il mondo attrista,

Calcando i buoni e sollevando i pravi[39].

Gregorio Magno favorì la caduta degli esarchi ed inaugurò un'epoca affatto nuova pei pontefici (590). Da quel momento il suo sacro officio varcò il tranquillo e modesto esercizio delle virtù cristiane. Il mansueto pastore cominciò a gustare la vanità mondana; ma scorrendo sul pendío delle ambizioni, non seppe arrestarsi e, molto meno, potè risalire alla purezza della sua originaria istituzione. Caddero gli esarchi, e Roma si prosciolse dall'obedienza verso gli imperatori iconoclasti (726); gran ventura per quel secolo, ma irreparabile calamità pei successivi; perocchè d'allora

. . . . . . . . . . . . . la chiesa di Roma

Per confundere in sè duo reggimenti

Cade nel fango e sè brutta e la soma[40].

Quando Carlo Magno restaurò l'impero occidentale (800), i pontefici, chiamati a consacrare l'eletto monarca, raccolsero nelle proprie mani una parte della autorità di lui; imperocchè, mentre gli imperatori confermavano o deponevano i papi, questi riconoscevano od esautoravano gl'imperatori. L'accordo dei due poteri riesciva per solito fatale alla libertà dei popoli; la discordia partoriva guerre lunghe e fratricide; ma, nell'un caso e nell'altro, il concetto tutto spirituale della cristiana associazione era travolto.

Troppo è per noi il consultare una storia veramente imparziale; ci basta aprire un volume qualunque, compilato, se vuolsi, nelle cupe cancellerie della curia romana, per proclamare altamente che i primi pontefici furono senza confronto migliori dei successivi prìncipi, o vassalli dei prìncipi. Dietro ciò, oseremo chiamare necessaria alla incolumità della religione di Cristo una mondana potenza, che giovò soltanto a rendere meno buoni coloro che se ne adornarono? Vuolsi che la grandezza del principato civile sia mezzo necessario a proteggere l'indipendenza e la inviolabilità della religione. Il buon senso e l'alto concetto delle sublimi dottrine insegnate nell'evangelio ci fanno restii a riconoscere una tale necessità. Imperocchè non fu mai officio del debole sorreggere il forte; la verità non cercò mai d'essere rischiarata dal fittizio bagliore delle glorie terrene. — Al contrario, la storia c'insegna che le meschine alleanze immiseriscono la buona causa. Quella carità che prosperò in mezzo al sangue versato da tanti martiri, nè ora nè mai, dovrà reggersi colla spada, o cercare mercè ai piedi d'un trono.

“I papi furono uomini e non angeli„, disse un rispettabilissimo scrittore, facendo appello all'indulgenza della storia per palliare le gravi esorbitanze dei prìncipi della chiesa[41]. Non temano le anime ingenue; non vogliamo togliere la polvere a viete cronache. — La storia politica dei papi, quale ci viene proposta dai rigidi censori del progresso intellettuale, è soltanto una serie cronologica di nomi non interrotta da Pietro fino a noi. — Quanto vi sia di sovrumano in ciò non spetta a noi il dimostrarlo: accettiamo intanto il riserbo della storia come uno splendido omaggio alla publica morale, e come riprova di quanto abbiamo asserito. Ci limiteremo ad osservare che nelle dinastie storiche il caso si compiace di avvicendare i buoni ed i tristi; sicchè ogni stirpe deplora il suo Tiberio e vanta il suo Tito. I pontefici, per converso, tolti dal seno di una casta, ben di rado portarono al soglio le virtù individuali. Per patto d'elezione, e come atomi d'una mole che ha vita propria ed eccentrica, conservarono integri, e tradussero in atto, a totale vantaggio d'una potente oligarchía, quei principj di cui si chiamavano i temporanei custodi.

Quindi la teocrazia romana, gloriosa della sua immobilità, pose ogni cura ad eternare la mansueta ignoranza. Se la civiltà moderna, coll'impeto del suo corso, non l'avesse trascinata dietro di sè, Galileo sarebbe ancora per essa un tristo od un demente. — Le gloriose scoperte della scienza, le nuove dottrine e perfino le industrie della mano, si dovettero proclamare, diffundere, insegnare lungi da Roma e in onta alle sue minaccie. Per la qualcosa, la città eterna, un dì maestra del mondo, fu nell'evo recente l'ultima sempre a godere i beneficii della civiltà, e non li gustò se non dopo aver visto i suoi reggitori costretti a riconoscere ciò che prima, sprecando l'infallibile parola, avevano combattuto.

Ben è vero, e non si deve tacerlo, che questa regola subì delle importanti eccezioni. Alessandro III, a cagione di esempio, favorì la lega lombarda; Gregorio VII tolse agli imperatori il diritto di eleggere il pontefice. Entrambi accarezzavano il disegno di fondare in Italia una republica teocratica svincolata da ogni straniera influenza. Ma i mezzi per giungere alla gloriosa meta non erano acconci. Più tardi, e in altra mano, quelle stesse armi dovevano tornar buone a spegnere la propugnata libertà. Gregorio VII, per non dar ragione ai popoli delle sue opere, e per trascinarli seco nell'ardua impresa, impose ad essi la credenza nella sua infallibilità; tolse loro il diritto d'eleggere i pastori: e, qualificandosi rappresentante di Dio, costrinse prìncipi ed imperatori a chinarsi nella polvere ed a baciargli il piede. — Noi, avvezzi agli atti tracotanti dello straniero, godiamo in vedere coteste fronti coronate farsi umili e riverenti davanti al povero monaco di Soana. Ma badisi che, consacrato una volta un principio, bisognerà subirne le conseguenze anche quando ne riescono fatali.

Infatti, i papi del secolo XIII non poterono compiere le splendide gesta dei loro antecessori. Le armi erano già logore; il principio ormai vieto divenne il retaggio di una fazione; contro questa surse la fazione rivale. I guelfi favorivano il papa; ma di fronte ad essi surgeva un partito non meno autorevole, e del pari fortunato e potente. Anzi guelfi e ghibellini, a lungo andare, non erano più i fidi combattenti di rivali autorità, ma partigiani inerti e spesso spergiuri di due bandiere, oggi sventolate con orgoglio, dimani vilipese, a norma dei momentanei interessi. E vero altresì, che anche a quest'epoca guelfo voleva significare fautore della chiesa; ma la chiesa dei guelfi non era già l'originaria società dei buoni nella fede e nella carità insegnate dall'evangelio, sì bene una fazione, che aveva censo, feudi, privilegi, armi, passioni come ogni estremo partito. — Gelosa della propria potenza, tenace dei proprii diritti, scambiato il mezzo col fine, non si affaticava già a rendere più grande e rispettata l'autorità dell'evangelio, ma faceva arma di questo per avvantaggiare ed estendere la sua terrena grandezza. — Così l'accessorio divenne l'oggetto principale. Per conservare intatto un patrimonio di caduche vanità, si pose il tesoro mondano sotto il manto della religione; si rinchiuse la creta nel sacrario.

Intanto, mentre gli abusi della corte romana, e i suoi dispotici giudizj turbavano le menti, i ministri di quella religione che insegna a perdonare e ad amare, puntellavano le vacillanti credenze colla spietata parola, e coi supplicj. Fu Innocenzo III (tra i papi non certo il peggiore), che istituì un tribunale per indocilire le menti erranti nelle astruse disquisizioni dogmatiche (1204). Il truce rimedio piacque tanto a' suoi successori, che lo corredarono di squisite carneficine, cui non erano per anco arrivati i sacrificatori di vittime umane. Si era proibito di ardere i cadaveri per non ripetere una costumanza pagana, e si credette di depurare l'aria contaminata dall'eresia, nutrendo i roghi colle carni palpitanti dei vivi. — Allora la chiesa parve chiamata a fare crudele vendetta di quelle persecuzioni, che erano state la più bella gloria de' suoi primi tempi.

Altri pontefici, e non pochi, abusarono della sacra parola per assordare e conquidere le ignoranti moltitudini, fulminando contro di esse l'anatema di Dio. Per tal modo, il sovrano di Roma, oltre al godere entro i confini del suo Stato di tutti quegli esorbitanti diritti che la ferocia del secolo consentiva ai tiranni, possedeva un potere sovrumano e terribile, che abolita ogni discussione, spuntava le armi della lecita guerra, e penetrava, veleno rapido e sottile, nelle fibre d'ogni lontano consorzio per recarvi la civile dissoluzione. Anatemi, scomuniche, interdetti, dettati dal capriccio o da passioni mondane, in contingenze del tutto politiche, furono arti di guerra, che, prosciogliendo i popoli dai legami civili, ed aizzandoli alla discordia fraterna, fecero versare torrenti di sangue.

Gli è per tutto ciò, che quell'anima sdegnosa dell'Alighieri preferì abbeverarsi del fiele ghibellino, anzichè essere patriota coi guelfi.

Per colmo di sventure, venne il dì in cui gli stessi pontefici gradirono l'alleanza dei rampolli imperiali; e ciò accadde quando i capi delle opposte fazioni s'intesero nell'obbietto di spegnere, a vantaggio reciproco, la libertà dei popoli. Allora cessarono o diminuirono nei papi le velleità guerriere. Le armi estere si tolsero l'assunto di arrestare il mondo; e, incoraggite dal cieco orgoglio d'essere sacre alla causa della religione e della legitimità, si scagliarono sui già oppressi per gravarli di un doppio giogo. — Dopo ciò, il principe di Roma, che aveva condannato come ribellione la tarda e naturale difesa del debole, chiamava atto meritorio il delitto del prepotente, e lo arricchiva di mille benedizioni.

Se nel nostro secolo è sparito fin l'ultimo vestigio dell'antico guelfismo, può negarsi che la parte ghibellina non vanti i suoi più ardenti seguaci nei principi del Vaticano? Tra i più caldi zelatori della podestà temporale del Papa non si annoverano forse quelle orde oltramontane, in cui stanno raccolte le reliquie dell'antico impero?

Nei secoli andati, tale politica larvata di pietà, ravvolta nel manto della religione, padrona di noi anche al di là della tomba, intimidiva le menti, e fiaccava le deboli volontà. Ma se lo spirito umano, soffocato da tanta autorità d'armi e di parole, camminava lentamente, esso, altretanto tenace d'ogni sua conquista, non retrocedette mai. La ragione raccolse in secreto i suoi giudizj, spense a poco a poco il falso entusiasmo che travia la coscienza, e rilevossi dalle vane paure. — Davanti ad essa, il bene ed il male, il giusto e l'ingiusto assumono forme vaste e precise, sul cui giudizio riesce impossibile l'ingannarsi. — Se per ossequio ad un principio, o per rispetto alle consuetudini, o per incertezza dell'avvenire, essa si condannò, spontaneamente e per secoli, alla toleranza, non è a dirsi che abbia disconosciuto i principj raccolti e maturati durante il suo paziente silenzio. Se stanca di un'abusata longanimità levò alfine la voce a combattere l'errore dovunque lo scoperse, non deve esser fatta colpa solo ad essa perchè nel demolire una falsa autorità si recò una scossa a tutto l'edificio, minacciando ruina anche a ciò che pur si vorrebbe conservare intatto. — Dicano le storie degli scismi e delle riforme se mal ci apponiamo.

XCV.

Lo sdegno del Papa Giovanni XXII contro la signoria dei Visconti non si raffreddò nemmanco dopo la morte di Matteo, avvenuta l'anno 1322. Avendo il figlio Galeazzo iniziato il suo governo con atti tirannici, il papa tentò smovere il popolo milanese dalla sua inerte rassegnazione, e sollevarlo contro il suo principe. Ma poichè il popolo rispondeva troppo debolmente a' suoi avvisi, egli colse il destro di togliere Piacenza alla signoria dei Visconti, facendosi vindice di Bianchina Landi, dama di quella città, oltraggiata nell'onore da Galeazzo. Ordinò poscia al clero milanese, che chiudesse i tempj, ed abbandonasse la città; publicò infine una bolla, nella quale venivano accordate larghissime indulgenze a quanti italiani o stranieri pigliassero le armi a danno dei Visconti.

Un esercito numeroso, composto del rifiuto delle orde avventuriere di varie nazioni, mosse contro Milano colla croce in testa; e, strettala d'assedio, per ischerno alle vane difese degli abitanti, fe' correre il pallio sotto le sue mura. Legga il Moriggia ed il Corio chi desidera conoscere per minuto di quali enormità si macchiarono nei sobborghi indifesi codesti paladini della Chiesa.

Tornò buona al Visconti l'amicizia dell'imperatore Lodovico il Bavaro; alla cui detronizzazione mirava l'ambizioso pontefice. — Le armi imperiali ruppero il cerchio di ferro, che stringeva le nostre mura. Marco fratello di Galeazzo, con piccolo nerbo di valorosi, sconfisse i papalini al passaggio dell'Adda presso Vaprio (1324). Le reliquie della Crociata rinchiuse in Monza, dopo un blocco di otto mesi, dovettero calare agli accordi, e chiedere mercè alla biscia scomunicata.

A fare le vendette del Papa e a dar credito a' suoi anatemi, contribuì in sèguito l'incostanza di Lodovico il Bavaro: il quale nella sua seconda calata in Italia pigliò in sospetto i Visconti, e li carcerò nei famosi forni di Monza, appunto allora compiuti dal crudele Galeazzo. Nella mente dei guelfi parve che il cielo si togliesse il carico di continuare le vendette. La prigionia fu breve; ma non meno breve la vita degli scarcerati. Stefano Visconti morì improvisamente il 1327. Galeazzo suo fratello lo seguì nella tomba un anno dopo; e il valoroso Marco, che sognava grandezze ed aveva animo e braccio a conseguirle, fu spento e gittato da un balcone, l'anno 1329.

Considerando la storia di questo secolo, ardua cosa riesce il dipanare l'intricata matassa degli avvenimenti e il risalire, pel vero corso di essi, fino a riconoscerne l'origine. Erano alquanto sbollite le due grandi rivalità, che partivano l'Italia, ma sotto le ceneri ancor tiepide fervevano altre passioni. Le gare municipali, cresciute e rinfocate dalle novelle dinastie, non avevan tregua. I rapidi avvolgimenti della guerra, rotte le vecchie alleanze, creavano nuove amicizie, mutabili sempre come la fortuna. Le città marittime divenivano ognidì più gelose del dominio del mare; in queste, e nelle mediterranee, la varia sorte del commercio e delle armi accendeva invidie e livori. Il dirsi guelfo ormai più non bastava a chiarire quale fosse la bandiera inalberata. Un Papa sedeva ad Avignone in Giovanni XXII; un altro in Italia ed aveva nome Nicolò V. — Così dei Ghibellini. Lodovico il Bavaro fu per gli uni il legittimo imperatore, per gli altri un intruso. E lui cacciato, al sopravenire di Giovanni re di Boemia, quasi tutte le città d'Italia aprirono le porte al più splendido fra i principi stranieri; mentre i Fiorentini prima, poscia i signori di Lombardia, levatiglisi contro, lo forzavano a cedere i suoi possedimenti e ad uscire d'Italia. Di qui surse l'alleanza tra Milano e Firenze, prima stretta per la comune difesa dei due Stati, poscia bruscamente rotta da gelosia municipale. Ed a Firenze s'aggiunse poscia Venezia, insospettita dell'alleanza fra i Visconti e gli Scaligeri.

Ma quanto è difficile tener dietro alle moltiplici vicende, per scoprirne l'origine, altretanto è ovvio il riassumerne le conseguenze. Nella lotta che ferveva da oltre un secolo tra la libertà ed il principato, il popolo, per istinto inchinevole alla prima ma ognidì più svigorito, cedeva terreno a palmo a palmo a quelle famiglie, che egli stesso aveva inalzato. E ciò senza gravi convulsioni e lentamente, sicchè avveniva della cosa publica ciò che accade di un tessuto nel quale i fili non sono omogenei e l'uno consuma l'altro, ed è alla sua volta consunto; così che entrambi si logorano prima del tempo. — Questa consunzione di forze s'operava lenta e quasi inavvertita. I passi che gli antichi governi popolari facevano verso l'assoluta monarchia erano brevi, ma continui; ogni occasione essendo buona a dare un crollo alla maldifesa libertà, ogni piccolo evento propizio per togliere qualcosa a chi non ne ha cura, e per aggiungerlo a chi smaniosamente l'ambisce.

La signoria di Milano fu conferita ad Azzone figlio di Galeazzo I, per decreto del Consiglio generale della città, pronunciato a voti unanimi il 14 marzo 1330[42]. Ma ci è lecito asserire che quella rappresentanza non fosse libera di scegliere altro individuo, quando pure Azzone non fosse quel buon principe, che giustificò coi fatti l'alta stima in cui era tenuto.

Intanto lo sgoverno dei minori municipj favoriva le ambizioni del Visconte. — Brescia, per sfuggire agli Scaligeri, invocava la protezione di Giovanni re di Boemia. Altre città di Lombardia, e la stessa Milano, dovettero subirla; ma Azzone, per trarne più largo profitto per se, ottenne dal monarca straniero il titolo di vicario imperiale. — Per buona sorte, il re di Boemia non tardò a far conoscere di qual peso fosse la sua tutela; onde nel 1332 fu tenuto in Castelbaldo di Verona un congresso di prìncipi italiani, i quali, posti in oblio gli antichi rancori, si strinsero in lega per fiaccare il comune nemico, e trarre a ruina il pontefice, che seco lui congiurava. Cacciato il re di Boemia (1333) e sbaldanzito il Papa, surse Azzone più potente e rispettato di prima. Vercelli e Cremona lo eleggono loco signore: Franchino Rusca gli cede la città di Como: il popolo di Lodi, bandito l'esoso Pietro Tremacoldo, invoca le sue armi. Piacenza s'offre a lui, a patto d'essere liberata dalla tirannide di Francesco Scotto.

Per tal modo, la successione dei Visconti alla signoria di Milano s'andò sempre più consolidando. E quel che era in Milano, avveniva d'altre città: a Verona s'insediavano gli Scaligeri, a Padova i Carraresi, a Ferrara ed a Modena i Marchesi d'Este, a Mantova ed a Reggio i Gonzaga, nel Piemonte i marchesi di Monferrato. Presso qualche comune esisteva ancora, il nome di republica, ma la libertà republicana era spenta del tutto. Bologna, a cagion d'esempio, sfuggiva al malgoverno del legato Bertrando del Poggetto, dandosi ai Popoli; Perugia e Siena obedivano servilmente a Firenze, schiava alla sua volta di Gualtieri di Brienne, duca di Atene, odiosissimo fra i tiranni[43]. Ogni minore città, che non fosse serva di un'altra, aveva il suo tiranello.

Non era dunque più questione di libertà o di servaggio: l'obedire poteva dirsi una necessità. Fortunato il popolo cui fosse dato di piegarsi a men crudo signore. Il mediocre parve buono; il buono ottimo. Invidiavansi i milanesi, e quanti come essi potevano senza adulazione chiamare Azzone il migliore fra i prìncipi. E lo era di fatto: perchè nelle sventure della sua prima età aveva appreso quanto è uggioso l'imperio non secondato dall'amore dei soggetti. Egli, che aveva languito un anno nei forni di Monza, non ebbe cuore di rinchiudervi il suo più fiero nemico. E quando l'amore dei popoli gli suscitò contro la gelosia dei principi rivali e dovette ricorrere alle armi, seppe usare della vittoria con moderazione. — Nell'interno poi, onde rendere meno gravi i disagi della guerra, promosse le arti e le industrie, riedificò le mura della città, ne rabbellì le case e le strade, e costrusse una reggia sì splendida, che destò l'invidia degli stessi imperatori.

L'ambizioso Lodrisio Visconti, cugino di Azzone, mal soffrendo l'umile suo stato, meditò di cacciarlo dalla signoria e di collocarsi al suo seggio. Accarezzò a quest'uopo la plebe colle promesse, i soldati di ventura colle paghe generose; ed, allestita la famosa compagnia di S. Giorgio, modello di feroce valore, si gittò sulle terre del milanese, e pose le tende sulle rive dell'Olona. Ma Azzone (prova non dubia che egli era amato) non appena dichiarò il pericolo, vide tutto il popolo pigliar l'armi in sua difesa, e seguirlo. La vittoria di Parabiago (21 febrajo 1339) è tra le glorie delle armi milanesi. — Tale fu l'impeto dei soldati e sì luminosa la vittoria, che si volle segnalarla come prodigio del cielo. Vive ancora nella memoria dei posteri la tradizione che s. Ambrogio a cavallo, armato di staffile, percotesse le schiere fuggenti di Lodrisio. Lo stesso condottiero nemico cadde in potere dei milanesi. Azzone gli risparmiò la vita; pago di sottrarlo alla tentazione di nuove congiure rinchiudendolo nel castello di s. Colombano.

Sei mesi dopo, Azzone morì (16 agosto 1339); e il lutto del popolo milanese fu profondo e sincero. Convocato il dì seguente il Consiglio generale, furono acclamati signori di Milano Luchino e Giovanni zii del defunto. L'elezione, come nei tempi republicani, fu convalidata dall'unanimità dei membri del Consiglio; ma giova ricordarlo, essi non erano i rappresentanti del popolo, sì bene creature del principe, perchè nominate da lui, o dal podestà, che era suo ministro.

Nella divisione dello Stato, Luchino ben presto raccolse in sè la parte d'imperio spettante al fratello. Valoroso nelle armi, sagace nella civile amministrazione, instancabile nel sorvegliare l'operato de' suoi ministri, severo fino alla crudeltà, ma giusto perchè severo con tutti, egli possedeva i più sodi requisiti di un principe chiamato a fondare una novella monarchia. — Le buone leggi emanate da lui sono il suo miglior elogio. Soppresse ogni sdegno di parte. Ghibellino per interesse dinastico, rispettò i guelfi, e li eguagliò nei favori ai proprii partigiani. — Proibì che si bruciassero le case dei banditi, detrimento della città e sfogo spesse volte di passioni private. Vietò i duelli, pose freno alle soperchierie dei feudatarj, abolì le tasse arbitrarie, compartì equamente le imposte, assolse i contadini e gli artigiani dall'obligo della milizia, perchè attendessero all'industria e all'agricultura, nutrì i poverelli, e seppe preservare Milano dalla pestilenza che desolò tutta Italia nell'anno 1348.

Pari alla sapienza delle leggi era la fermezza di chi doveva sorvegliarne il rispetto. Fe' guerra a oltranza alle masnade che infestavano le campagne, e minacciavano le città; ma, dopo averle debellate, le riabilitò coll'assisa e colla disciplina, di un esercito stanziale. Per esso aggiunse altre sette città alle dieci, che componevano lo stato ai tempi d'Azzone, e portò le armi vittoriose fin sotto le mura di Pisa, da cui riscosse un vistoso tributo. — Creò un giudice d'appello per le cause civili, ed, abolite le immunità processuali, piegò all'unica legge ogni ordine di cittadini. — Nella politica estera si tenne egualmente lontano da atti di timido ossequio e di ostentata indipendenza. Amò vivere in pace coi prìncipi stranieri, ma non sollecitò mai l'amicizia d'alcun potente con indecorose proteste. Sopratutto adoperò rara sagacia a sfuggire ogni occasione di doversi dire vassallo e vicario dell'imperatore.

Da sì accorta amministrazione derivò pronto vantaggio al novello Stato. — Le guerre erano state brevi e fortunate. Benchè gl'interni dissidj fossero soltanto assopiti, la severità di Luchino e la fermezza del suo governo comandavano quella apparente concordia, che, se non è morale progresso, favorisce pur sempre lo sviluppo della prosperità materiale. — Il commercio, l'industria, l'agricultura, durante il suo governo, avevano toccato un alto grado di floridezza.

Farebbe triste officio lo storico che si provasse a difendere Luchino nel suo procedere contro la famiglia Pusterla. Che il capo di essa Francesco, per viste ambiziose, tendesse le fila di una cospirazione a danno dei Visconti, è cosa fuor di dubio; ma ciò non giustifica nè le arti con cui si adescò l'esule a ritornare in patria per tradirlo al carnefice, nè l'atroce sentenza pronunciata contro la virtuosa sua donna, i figli di lei, ed un gran numero di cittadini, di null'altro colpevoli che d'essere amici dell'ambizioso Pusterla. Ma l'inesorabile Luchino possedeva a perfezione l'arte di governare a dispetto dei partiti e senza l'amore dei sudditi. — La ragione di Stato era il suo idolo: e questa tetra divinità, che richiede talora sacrificii di sangue, non sapeva in altro modo accordargli la imperturbata sicurezza del suo governo. Per tal modo, egli già consacrava coll'opera le dottrine più tardi raccolte da Machiavelli, il quale insegnò ai tiranni: che essendo difficile l'essere amato e temuto, meglio è si cerchi d'essere temuto che amato; badando però ad usate cautamente della roba d'altri più che non del sangue, “perchè gli uomini sdimenticano prima la morte del padre, che la perdita del patrimonio[44]„. Sentenza umiliante ma vera, che non discolpa i tiranni, ed accusa l'intera umanità.

Contemporaneamente alla condanna dei Pusterla, Luchino, fatto accorto che i tre suoi nipoti Matteo Galeazzo e Barnabò erano impazienti di dividere il pingue suo retaggio, e che a questo fine tenevano pratiche co' suoi sleali amici, s'accontentò di bandirli dalla città e dalle terre del Milanese. — Questa volta l'accortezza non lo preservò dalla congiura. Il truce disegno dei nipoti ebbe compimento per opera di Isabella del Fiesco, moglie di lui ed amante dell'esule Galeazzo. — La Fiesco, ancora più famosa per la perversità dell'animo che per la rara bellezza della persona, sospettando che le sue tresche incestuose fossero note al marito, prevenne la collera di lui, e si liberò del suo giudice con un veleno (1349).

XCVI.

Morto Luchino, le redini del governo furono raccolte dall'arcivescovo Giovanni. Sagace quanto il fratello, valendosi d'una amministrazione già bene avviata, fu e potè essere più di lui umano e tolerante. Richiamò i nipoti dall'esilio; tolse dal carcere Lodrisio; e si mostrò disposto a vivere in pace con tutti. Pose la prima delle sue ambizioni nel rendere invidiato il suo governo. — E non andò guari infatti che Bologna, stanca delle malversazioni di un tirannello, implorò d'essere aggregata alla signoria di Milano. Egli gradi l'offerta, e fece pago il principe spodestato con una somma di denaro.

Il papa Clemente VI, dolente forse d'aver lasciato sfuggire l'occasione di riavere quella città, non riconobbe tal patto, ed intimò al Visconte di scioglierlo e di rimettere entro 40 giorni la città di Bologna al suo antecedente possessore; sotto pena d'interdetto contro lui e il suo popolo. Giovanni rispose colle parole tante volte ripetute dagli stessi pontefici “tenere egli l'evangelio con una mano, coll'altra la spada„, e rimandò i legati del Papa senz'altro. Chiamato poscia a scolparsi della doppia inobedienza presso la corte d'Avignone, si mostrò docile all'invito, e fece correre la voce che stava allestendo 12 mila cavalli e 6 mila fanti per fare onore alla chiamata[45]. Bastò la nuova perchè l'ira del Papa si calmasse, senza altra ritrattazione. Bologna divenne città dello Stato di Milano, al solo patto che il Visconti in quella terra s'intitolasse Vicario della Santa Sede.

In questo mezzo la republica veneta, ingelosita delle prospere sorti di Genova in levante, preparavasi a moderarne l'orgoglio. I pretesti ad una guerra sono l'ultima e la più facile cosa a trovarsi, quando fervono le gelosie, e le armi son pronte. Non appena scoppiate le ostilità, la vittoria fu pei Veneziani soccorsi dal re Pietro d'Aragona. Genova allora bloccata in mare dalle galere Venete, assediata sulla costa di ponente dalle schiere aragonesi, provò estrema penuria di viveri. L'unica escita dell'affamata città s'apriva verso le terre d'Alessandria e di Tortona possedute dal Visconti. — L'arcivescovo Giovanni non si mostrò sollecito a soccorrerla, pensando forse che le durezze dell'assedio portate all'estremo sarebbero tornate a suo maggior profitto. Nè s'ingannò: i Genovesi, piuttosto che darsi vinti ai Veneziani od agli Aragonesi, offrirono la signoria della republica al Visconti, che di buon grado l'aggiunse all'altre città dello stato (1353). In questa occasione, il vessillo dei milanesi sventolò la prima volta sul mare. Le navi di Genova, cariche d'armi milanesi, respinsero vittoriosamente le galere veneziane fino sul lido d'Istria; ed ivi, messa a terra una piccola armata, videro andare in fiamme la città di Parenzo, uno dei porti più formidabili della costa veneta.

Dopo sei anni di governo, il signore di Milano cessò di vivere (1354), e la sua morte fu sinceramente compianta. Chi ricorda con noi, che

. . . . . . . . . . . . giunta la spada

Col pastorale, l'un coll'altra insieme

Per viva forza mal convien che vada[46].

non inclinerà per fermo a trovar provida la signoria di Giovanni Visconti, arcivescovo, principe e capitano. E saremmo di tale avviso, se, per onor del vero, non si dovesse confessare, che la condotta di lui non mirò a conciliare i due poteri, usandoli o meglio abusandoli ad una volta. Vivo Luchino, fu prelato e non principe; nè mai s'immischiò nel governo. Dopo la morte del fratello, condotto dalla forza degli avvenimenti al trono, brandì la spada e dimise la stola; nè mai di questa fe' sostegno a quella: perciò, nell'urto dei due poteri, preferì difendere i diritti del principato civile; e, libero da ogni vano ossequio, verso l'ambiziosa corte d'Avignone, raggiunse l'onorevole scopo di far felice il suo popolo. — Per lui la patria divenne grande, ricca, potente; e se, in mezzo a tanto splendore, egli non fu largo di istituzioni libere, è temerario l'accusarne il maltalento del principe; mentre ci è lecito credere, che il popolo di buon animo s'accomodasse al governo di un sovrano assoluto, quand'ei fosse mite ed illuminato come il Visconti.

XCVII.

Colla successione al trono dei tre fratelli Matteo, Galeazzo e Barnabò, rientriamo nella cerchia dei fatti che abbiamo preso a narrare, e torniamo al nostro umile officio di cronisti. Questo sommario storico ci parve indispensabile a chiarire meglio la condizione dei tempi a cui risale il racconto. Non ci duole d'esserci di soverchio dilungati in questa digressione. La storia è il più semplice e più salubre nutrimento dello spirito umano: quand'essa è veritiera (e può esserla anche in bocca ad umile narratore) non sarà mai, a parer nostro, inopportuna e superflua.

Dei tre fratelli correggenti lo stato di Milano, ci venne dato di far parola separatamente in varie pagine, e torneremo a parlare d'alcuno di loro, se e quando lo sviluppo del racconto il richiegga. Ci sia intanto permesso di chiudere queste notizie con una considerazione.

Il modo, con cui qui si è tracciata la storia dell'origine e dell'incremento della dominazione viscontea, forse ci avrà meritato l'accusa di parzialità verso una famiglia, che la maggior parte degli storici chiama tirannica e liberticida; e se ciò fosse, si leverebbe contro di noi il vecchio adagio: che una cattiva causa condanna chi la difende. — Ma è bene dichiarare che non è e non può essere nostra intenzione di attenuare la colpa di chi degrada la patria, privandola della sua libertà; chè in questo caso saremmo rei di una pietà stolida ed ingiusta. Ponendo i fatti come base dei nostri giudizj, asseriamo intanto che colla signoria dei Visconti andò mano mano scemando la libertà nei paesi a loro soggetti. Ma nel cercare la vera cagione di ciò, non ci arrestiamo alla sola influenza di questa famiglia, nè al volere, per quanto ferreo ed efficace, di pochi uomini. Convien salire per trovarne una più alta e più potente.

Chi fosse chiamato a decidere quale fra le stagioni è la più bella, quale fra le età dell'uomo la più robusta, certamente non esiterà nella risposta. La primavera è la giovinezza della natura; come la giovinezza è l'aprile della vita umana. — Ma questo dono, sì prezioso e più o meno durevole, è sempre caduco. Sulla fede soltanto di queste povere pagine, chi oserà porre in dubio che i tempi della lega lombarda rappresentano la giovinezza del nostro popolo, la primavera della nostra vita civile? Chi non preferisce l'austera e selvaggia virtù di quel secolo alle balde millanterie dei cavalieri, ai canti evirati dei trovatori? Se quell'epoca è la meno celebrata dagli storici, dicasi che “quando è universale la virtù, non si fa pompa di virtuosi[47].„

Ma qui è necessario avvertire che, mentre il reggimento dei comuni dopo le vittorie contro gli Svevi era popolare, il governo, per diritto, non poteva dirsi del tutto libero: imperocchè anche nei migliori momenti di quel secolo, quando il patto di Costanza, conquiso a Legnano, fu il palladio delle franchigie italiche, il diritto eminente di sovranità sopra queste terre rimase intatto pressa gli imperatori ed i re alemanni. Se i prìncipi lontani e deboli non pesarono sempre con braccio ferreo sopra un paese, che già vantava armi e leggi proprie, lo spirito della dominazione straniera era tradutto nell'ingordigia dei feudatarj, vera emanazione della nordica prepotenza.

Eppure, essendo la durevole concordia del popolo nelle condizioni di quel tempo una virtù impossibile, queste famiglie, con tutto l'odioso apparato delle loro ribalderie, potevano diventare lo scampo della patria nostra. Codeste stirpi, ora bandite dal popolo pel loro fasto insultante, ora richiamate a vestire gli alti officii di capitani o di podestà, avrebbero potuto nel loro interesse compiere quell'emancipazione, che il popolo colle rapide sue vittorie lasciava a mezzo. — La via doveva essere lunga; i mezzi forse odiosi ed illiberali: ma la meta certa ed onorevole. — Mentre le città erano divise tra loro per vecchie ruggini o per gelosie recenti; mentre diveniva un Marcello, come dice Dante, ogni villan che venisse parteggiando; mentre infine l'Italia, per l'infelice destino di Roma sottratta al patrimonio nazionale, cercava invano il faro a cui rivolgere le prore fluttuanti delle sue cento republiche, nulla di più opportuno, a coordinare ad una sola meta i moltiplici e discordi tentativi, che l'opera violenta di una mano che raccogliesse gli sparsi brani della nazione, frenando nei popoli la garrulità delle fazioni e, per compenso, togliendo ai prìncipi stranieri quella autorità che, anche fiacca e maldifesa, era sempre come una punta di ferro latente nella cicatrice.

Queste famiglie avevano tutta l'ambizione che basta a rendere possibile l'ardua impresa. — La maggior parte di esse vantava sangue italiano; alcune, o franche o longobarde, eransi rese italiane vivendo sotto questo cielo, il più adatto a naturalizzare le stirpi straniere. Già in altri paesi, dove le popolazioni barbare ed ignare dei loro diritti erano a discrezione dei tiranni, le nazioni, sparse in un numero indefinito di famiglie, si collegavano, e si rendevano compatte e formidabili. “Ivi i progressi nella civiltà, dice il Sismondi, s'operavano a rilento; i padroni aumentavano in potenza, non già per lo dirozzamento dei sudditi, sibbene per la congiunzione di nuovi stati; e una decina di sovrani potenti era sottentrata a un centinaio di sovrani più deboli[48].„

A tale rivolgimento non doveva e non poteva rimanere estranea l'Italia. Già varie famiglie surgevano a far bottino della sovranità sbriciolata nelle secolari contese. I Visconti tra queste non furono certamente secondi ad alcuna. — L'ardito concetto rifulse nella vita dei più fra i signori e duchi di Milano. Si chiamarono ghibellini, più che non lo fossero: giacchè riconobbero il vassallaggio verso l'impero, per consolidarsi con lui e per lui; l'ossequio ben presto cangiarono in alleanza; coi matrimonii mirarono finalmente a trattare gli altri prìncipi da eguali. Con tale procedere tentavano di rifare sulle ruine del dominio straniero e delle interne fazioni il nuovo regno italico, ed aspiravano a quella corona, che con perdonabile invidia vedevano posare su fronti non italiane.

Quando i diritti sovrani sono abusati, nulla di più provido che il vedere strappar lo scettro dalla mano del tiranno, perchè, ripartito equamente sul popolo, sia da lui guardato con quella religiosa osservanza con cui i gentili custodivano gli dei penati; ma quando l'egoismo o l'ambizione operano di modo, che gli uni abbandonano in un'obbrobriosa incuria il sacro deposito, gli altri lo mercanteggiano o lo usurpano, è minor male, ch'esso ricada nella mano di un solo, il quale si faccia garante della sua incolumità al cospetto della nazione.

Già si è veduto come le signorie d'Ottone, di Matteo I, di Galeazzo I, d'Azzone, di Luchino, e di Giovanni, con più o meno fortuna, riescissero al nobile intento di temperare le intestine discordie, e di svolgere le forze necessarie a rendere ampio, securo e glorioso il nuovo stato. Non si vuol dissimulare, che cotesta naturale espansione fu inceppata dal maltalento dei tre figli di Stefano, ma la vedremo ripigliare vigore poco dopo pel senno e per l'infaticabile operosità del Conte di Virtù; il quale, associando alle armi la sagacia politica, chiamò a sè molti popoli d'Italia, che sonnecchiavano in una maldifesa libertà o, in braccio a tiranelli, si contorcevano in inutili rivolte. Per lui, se la fortuna gli fosse stata propizia, avremmo veduto surgere un forte regno, quale da Roma in poi non aveva mai esistito che di nome, e a tutto nostra danno. Per lui l'italica corona, già da cinque secoli, avrebbe cessato d'essere il trastullo dei prìncipi stranieri, per divenire retaggio e gloria della monarchia italiana.

CAPITOLO DECIMOTERZO

XCVIII.

Il palazzo di Barnabò Visconti surgeva a sinistra della chiesa di s. Giovanni in Conca, lungo la via che conduce alla Porta Romana e sull'area di tutta l'isola compresa tra quella strada e l'altra diretta alla pusterla del Bottonuto. Chi bramasse conoscere la ragione storica di questi nomi così strani, consulti il Lattuada ed il Torre, che in fatto di etimologie hanno un coraggio, che a noi manca del tutto.

Per mezzo di una galleria coperta, esso congiungevasi alla corte dell'Arengo ed alla rocca di Porta Romana: e in vista delle sue mura massicce, della fossa che lo cingeva e della porta munita di ponte e di saracinesca, poteva dirsi un castello. — Erano in esso ampii e splendidi appartamenti pei prìncipi, belle e commode stanze pei cortigiani, cui si accedeva per diversi cortili. Il pian terreno serviva in parte ai domestici ed al presidio; il resto racchiudeva immense stalle, e quei famosi canili in cui si nutrivano a spese dello Stato migliaja di bracchi e di segugi ed altretanti alani, con una turba di canattieri di proverbiale ferocia.

Nella parte più remota ed obliata del palazzo esisteva l'alloggiamento di Medicina. Per arrivarvi era necessario percorrere un riscontro di cortili, salire scale e pianerottoli, girare anditi e ballatoj. Chi avesse osato spingersi fin là, doveva far conto di schiassuolare da un labirinto, per trovare la via del ritorno.

Medicina, non dissimile da quegli animali, che vivono ed ingrassano nei mondezzaj, si dilettava di abitare una topinaja, la cui sporcizia faceva torcere gli occhi ai curiosi, e ravvolgeva la sua potenza in qualcosa di uggioso e di spaventevole. Avrebbe potuto ottenere una dimora più commoda: non la chiese e non l'avrebbe accettata, per la stessa ragione che il mendicante non vuol dimettere i cenci, che gli servono di mostra a tenere in credito la professione.

Abitava egli dunque nella parte più alta del palazzo, in una cameruccia a tetto, che aveva le anguste proporzioni di un forno. Vi penetrava scarsa la luce da piccole finestre protette da una fitta graticciata tutta polvere e ragnatele. Dalla impalcatura della volta annerita dal fumo pendevano gli scheletri bianchi di un icneumone e d'un cocodrillo. Un immenso avoltojo cogli occhi di vetro, ed una strige colle ali aperte, parevano creature vive impazienti di un varco per escire a volo. Sul fondo della parete, di colore arsiccio e bituminoso, tutta fessa e sbullettata, erano schierati a varii piani fiaschi e vaselli differenti di misura e di forma, ampolle ed ampolline di vetro, di terra, di metallo; alcune colorite dal liquido contenuto; altre lucenti di un riflesso argentino o di color cupreo. Di qua storte e lambicchi destinati a stillare acque salutari o velenose; di là fornelli e crogiuoli; e nel mezzo, sopra un cippo di serpentino, una sfera a grandi armille, poi un astrolabio, che al dì d'oggi farebbe andare in visibilio un antiquario; e in giro tavole nere, con suvvi disegnate a bianco figure angolose, o curve, o serpeggianti: strana traduzione delle cabale non per altro riverite dal vulgo che pel merito d'essere affatto incomprensibili.

Poichè è necessario tenere di vista quest'uomo, che non è l'ultimo personaggio del racconto, sarà bene che visitiamo la sua officina, e che lo cogliamo di sorpresa in uno dei momenti, in cui egli s'abbandona con tutta sicurezza all'esercizio delle sue arti malefiche.

Vestito di una zimarra bruna che traeva al rosso, tutta squarci e rappezzature, coperto il capo d'una beretta a cono simile ad uno spegnitojo, andava egli tramenando la mestola entro un pentolone, dal cui bollore, simile allo scrosciare della pioggia, surgeva un fumo nero e nauseante. Questo lavoro non gli impediva di conversare con un uomo di statura mezzana, d'aspetto ambiguo, e vestito assai poveramente, che gli stava dinanzi coll'aria umile di un accattone.

“Mal vecchio, mal cronico ed incurabile, Seregnino mio: che vuoi che io faccia?„ diceva il negromante, senza levar lo sguardo dal suo fornello, che gli vibrava sul volto una tinta infocata, opportunissima a chi volesse dipingere il demonio.

“Lo so, messere, lo so: non si viene da voi che per farsi acconciare l'osso del collo. — E voi ci riescite, quando vi mettiate all'impresa da quell'uomo che siete. — Ajutateci, messere, ajutateci per carità; e non ci troverete ingrati. — Una manata d'ambrogini per ognuno dei nostri nemici, che avrete spedito al cassone. — Non è un affare spregevole, eh? Ve lo dico e ve lo prometto in nome della comunità„.

“Figliuol mio, non si crede al santo, finchè non ha fatto il miracolo; — soggiunse Medicina crollando il capo con aria incredula. — Ma pure.... vediamo. Raccontami per ispasso e più chiaramente qual è, e come ti venne dato l'incarico da' tuoi borghigiani. Ma cerca d'essere spiccio, e sopratutto sincero„.

“Ecco la storia genuina; — prese a dire l'incognito avvicinandosi al ciurmatore, e biasciando le parole per trovare un buon esordio. — Ecco qua... Da un pezzo i nostri di Seregno soffrono ogni maniera di villanie per colpa dei vicini di Desio. Una volta costoro vengono a far vendemmia nelle nostre vigne, od a danzare sui seminati; un'altra ci tagliano i cedui, o ci spazzano i pollaj. Sempre poi (perchè questo è frutto che matura in ogni stagione) svaligiano i forastieri stilla strada che congiunge i due comuni; e se il mal capitato è uno dei nostri, ce lo rimandano spoglio e con un rifrusto di legnate. Non v'è pietà per donne o bambini; non più rispetto pei vecchi; inutile pregar Dio e i santi: è un toccarne ad ogni momento, una pioggia d'insulti e di violenze, che gridano vendetta in Cielo. Poco tempo fa ci hanno spedito in borgo il nostro Console, la miglior pasta d'uomo, derubato, pesto, seminudo e colla faccia sfregiata per ischerno da nero fumo, che faceva venire la bruttura ai bimbi. E quando i furfanti hanno un somaro morto o peggio, lo trascinano di notte sulla nostra piazza, e ve lo lasciano con un cartello, che dice: date sepoltura a un fratel vostro. — Vi par piccola cosa, cotesta? Di simili baronate avrei da contarne un pien sacco„.

“Dicendovi che il vostro male è incurabile, non intendeva parlare dei bocconi amari che dovete inghiottire; non è questo il peggior malanno. — Il cancro l'avete voi altri nel cuore, che vi fa piagnucolare, e non sa trarvi d'impaccio. — Sentiamo un po': chi sono e quanti quelli di Desio? Chi e quanti quei di Seregno? Oh per la conca di s. Giovanni! Fate anche voi, come fanno essi: pan per focaccia. — Pigliate l'armi, correte sul comune del nemico; fatevi render ragione degli insulti; e compensatevi dei danni. Se non bastano le minacce, date la picchierella al primo che vi capita alle mani. E se non basta neppur questo, battete all'orba; mettete a ruba le case dei nemici, appiccate il fuoco ai quattro canti del villaggio... Per Dio! che cuore è il vostro?„.

“Si è pensato anche a ciò... ma...„

“Il piovano v'insegna, che le busse sofferte per l'amor di Dio, spingono a gran passo sull'erta del paradiso, n'è vero? — „ soggiunse sghignazzando Medicina.

“Il piovano ha cura d'accendere ognidì una lampada a S. Martino.„

“E' non gli crocchia il ferro al vostro santo: — replicò con ghigno ancor più satanico il ciurmatore. Ebbene volgetevi a lui; ei cangerà i conigli in leoni.„

“Eh via, messere, non andate in collera per ciò. — Se fui mandato a voi, gli è che si ha confidenza nel vostro ajuto.„

“Non avete chiesto finora consiglio ad altri?„

“No, no: ve lo giuro come se fossi in punto di morte„ — riprese il Seregnino, ponendosi il palmo della mano sul petto.

“E chi snocciola in caso che io accetti?„, soggiunse il ciurmatore sospendendo il suo lavoro, e facendo colla mano l'atto di chi numera delle monete.

“Quei del comune.„

“Il mio secreto in mano al comune ed alla comunità — Fossi matto....!„

“Come volete che si faccia altrimenti?„

“Bisognava venir qui cogli spiccioli, e pagar anzi tutto.„

“Rimango io qui in mano vostra, come ostaggio.„

Medicina non potè trattenere una goffa risata. — “Grazie dell'offerta: un poltrone tuo pari da satollare. No, no; vattene con Dio, torna al tuo paese, e dì a' tuoi, che chi tosto crede, tardi si pente.„

Seregnino rimase come colui, che si sente cascar di mano il pane. Andava mendicando ragioni, e almeno parole, per rabbonire il negromante; e intanto lo guardava con un viso piagnoloso e scontento, come se volesse moverlo a pietà.

“Che fai qui, baccellone? — ripigliò Medicina con tuono adirato; — t'ho già detto il pensier mio. Vattene alla malora e dì a chi t'invia, che di buone intenzioni è pien l'inferno; e che si rivolgano ad altri, chè io non ho nulla per loro.„

L'inviato del Comune, vedendo che s'addensava sul suo capo un temporale, non volle insistere, ma nel ritirarsi, bel bello, faceva scricchiolare gli scarponi, come se escisse a gran passo; e intanto aveva l'occhio al ciurmatore, sperando ancora d'essere da lui richiamato. Nè il suo presentimento fallì; poichè giunto sulla porta vide che Medicina, deposta la mestola, si volgeva a guardarlo, e gli faceva cenno colla mano di tornare indietro.

Forse fu il liquido fumante della caldaja, che dalle sue bolle infocate spinse un vapore inebriante alla testa di Medicina, e vi risvegliò un progetto temerario ed infernale. Pensarlo, studiarne il piano, indovinarne il risultato, fu un punto solo. Per l'esecuzione aveva bisogno di un compagno, o meglio di un complice, e designava il Seregnino a quest'officio.

Il primo ed immediato suo scopo era quello di far del male; chè nel male degli altri egli, pe' suoi malvagi istinti, riponeva ogni suo bene. In via d'appendice poi, per cavar costrutto dalle sue fatiche, aveva ideato di riservare a sè la diffusione di un rimedio atto a scemarne gli effetti; e questo rimedio doveva costar salato ai borghigiani. E qui stava la morale del suo disegno. — Udiamolo il progetto dalle sue stesse parole.

“Vien qua, mártore, — disse Medicina richiamando l'altro con un tuono di voce alquanto raddolcito. — Non si dica mai che io ho cacciato chi implorava il mio soccorso.„

Il Seregnino gli si avvicinò sollecitamente.

“Senti che cosa m'è frullato per la fantasia. Quel che vorrebbero fare i tuoi amici del comune, perchè non lo facciam noi, a tutto nostro diletto e profitto, senza dar ragione alle comari del che e del come?..„

L'uditore aveva tanto d'occhi, e mostrava la sua crescente meraviglia sbarrando la bocca ad ogni parola.

“In questa pentola, ripigliava, v'è di che mandar due volte quei di Desio a dar le barbe al sole: basterebbe versare una presa della polvere, che sta sul fondo, in ogni scodella da massaro, poi — e fece un gesto, che non è possibile tradurre, — tutto il paese sarebbe in preda a una furiosa moría. Non ti spaventare, non mi far gli occhiacci; ascoltami. A noi basterà dare a quei gradassi una seria lezione per farli saggi ed amicarli coi vicini. — Gitteremo una dose conveniente di questa polvere, nelle fontane... e...„

“Quale ne sarà la conseguenza?„ — chiese il Seregnino sbigottito.

“I terrieri di Desio, m'imagino, ad eccezione del piovano, saranno accostumati a bere acqua e ad attingerla alla fontana. — Quei villani che, tornando dai campi trafelati e sitibondi, si chineranno su di essa per succhiarne una buona tirata, di lì a poco, côlti da un granchio mortale, non avran tempo di chiamare il prete. Ma ciò non accadrà che a più robusti e ai meno temperanti. In quanto al grosso della popolazione che la ingoia nei modi ordinarii, dilungata coi cibi e a corpo fresco, non accadrà tanto male; o per lo meno il male andrà sì a rilento da accordar tempo di porvi rimedio, e in ogni caso quello necessario a dimandar perdono dei peccati, e salvar l'anima. — Da principio sentiranno arsura allo stomaco, poi abbandono di forze e d'appetito, infine una malavoglia ed un fastidio, che li trarrà supini a chieder mercè a Dio ed agli uomini.„

“E poi?...„

XCIX.

La scelerata vendetta proposta dal ciurmatore non tardò ad essere compiuta per mano del suo degno satellite, il Seregnino. — Subito dopo l'inquinamento delle fonti, cominciarono a manifestarsi nel villaggio deplorabili casi di decessi e di malattie inqualificabili. Alcuni spiravano come fulminati da una sincope; altri ammalarono, accusando sintomi nuovi e stravaganti, ai quali la dottrina empirica d'allora non sapeva applicar un nome, e meno ancora un rimedio. Il resto della popolazione portava le impronte dello sgomento sul viso allibito, negli occhi invetrati, nell'andar lento e scomposto. Per giustificare i primi casi, si trovarono le solite contorte ragioni. Chi moriva di colpo era un beone, un diluvione, un uomo senza modo e senz'ordine. Ma quando i casi si fecero più spessi, il chiamarli tutti colpa delle povere vittime era un vezzo crudele, che non bastava neppure a tener tranquilli i superstiti, tocchi essi pure dai sintomi d'una stessa natura. Le menti esaltate dal veleno e dalla paura, pretesero di trovare l'origine dei loro mali in un ordine più alto di cagioni; la prima e la più ovvia di esse fu il credere d'essersi meritati un castigo di Dio. — Quelli che avevano ancora forza per reggersi, accorrevano in chiesa, e si prostravano umili e piangenti, a dimandar perdono dei loro peccati. Fu spedita una eletta d'uomini a Seregno, per confessare i torti dei compagni e chiederne scusa. — Il piovano, che in mezzo a tante miserie, per la ragione già presentita da Medicina, conservava una faccia tonda e rubizza, volendo trar frutto dalla disgrazia, fece tuonare dal pulpito la sua voce, per indurre i peccatori a mutar vita, e a meritarsi il perdono del cielo: mallevando che l'avrebbero ottenuto col riempire il bossolotto delle elemosine.

Quando Medicina, informato d'ogni andamento, potè chiamarsi sodisfatto del successo ottenuto, pensò al resto del suo disegno, dal cui compimento sperava un doppio effetto: quello, cioè, di rassodare il proprio credito col restituire la salute ai borghigiani, e quello ancora più importante di ottenere per sè un generoso compenso della sua turpe impresa.

Aspettò che s'entrasse in quaresima, e fece correre la voce pel borgo, che un santo eremita reduce di Palestina, con un carico di reliquie e d'indulgenze, informato della terribile calamità che affliggeva quella terra, sarebbe accorso ad offrire ad essa il tesoro della grazia divina e il conforto della salute del corpo. — Con quanta ansietà, con qual fede ei fosse aspettato ed accolto, lo imagini chi può farsi un'idea della disperata paura di quegli infelici, che già sognavano il finimondo.

Per eludere ogni sguardo malizioso, Medicina s'ornò il mento d'una barba posticcia, la fronte e le guance alterò con rughe profonde, si chiuse nel suo mantello, avvolse la testa nel cappuccio, prese il bordone e la sporta, ed entrò in borgo col capo chino e curvo nel dorso, come se fosse vecchio d'anni e di penitenze.

Seregnino, quantunque dopo un mese di soggiorno in Milano avesse spogliata l'aria povera e macilenta della sua condizione, dovette mascherarsi con maggior studio, temendo di essere scoperto. I suoi l'avevano conosciuto magro allampanato; ora, dopo i beati ozj dell'officina, s'era vestito di carne soda e rubiconda. — Nondimeno, per ingannare il più fino sguardo, si fe' radere il capo e le ciglia, e si appiccicò una barbetta rossa. — Medicina poi, per isviare la curiosità della gente che non avrebbe lasciato di chiedergli se il suo compagno era un santo di egual peso, improvisò una ridicola storia sul suo conto: spacciando essere egli un infedele convertito, che dianzi non aveva nè legge nè fede, e che, tocco dalla grazia divina e dalle sue parole, abbandonò una greggia di mogli e di schiavi, rinunciò alle ricchezze, ed all'abitudine di mozzare la testa a chiunque non gli andasse a versi, per farsi battezzare nelle acque del Giordano, e divenire il più mansueto, il più savio, il più virtuoso della cristianità. Peccato, però, ch'ei non sapesse spiegarsi che nella lingua del suo paese. Così Medicina diè l'imbeccata al suo allievo; il quale, arrischiando solamente qualche monosillabo tolto a imprestito da una lingua di sua invenzione e pronunciato con una voce fessa e nasale, riesci a farsi credere un miracolo ambulante, una vera pasta di paradiso.

Medicina, tornato alla vita d'altri tempi, aperse le cellule della sua memoria per trarne, coi ricordi della gioventù, gli infallibili secreti di gabbare il mondo. Dall'alto di un palco, costrutto sulla piazza, ed ornato di sacri emblemi, egli dominava la folla collo sguardo e con la parola. — Il primo volgeva spesso al cielo in atto di profonda pietà; l'altra ora improntava di un'eloquenza maschia, minacciosa, terribile, atta ad estinguere ogni avanzo di ribellione; poi tornava piano, mansueto, affettuoso a segno da svegliare negli ascoltatori un tenerume, che si squagliava in lacrime ed in picchiamenti di petto. Il vulgo gradiva tutto: le parole di chiaro senso, come i bisticci inesplicabili ed arcani; anzi forse più questi che quelle.

Certo ormai il ciurmatore d'aver fatto colpo sulla moltitudine, pensò di accreditare le parole col dare un pegno luminoso della sua benefica influenza. — A quest'uopo, di piena notte, (dopo d'aver consigliato ai terrieri di ritirarsi al cader del sole) si recò alla fontana avvelenata, e v'introdusse un reagente atto a cangiare la sostanza venefica sparsa nell'acqua in un'altra di diversa natura che, precipitata nel fondo, doveva rendersi affatto insolubile, e quindi innocua. Per maggior cautela, il dì seguente consigliò all'uditorio di correre ad una fontana fuor del paese, che per inspirazione del cielo gli era stata indicata come ricca di miracolose virtù. Propose agli infermi che s'inebriassero di quell'acqua salutare; e ne porgessero largamente a coloro, che non potevano trascinarsi alla fonte. — Tacciamo delle preci, delle offerte, degli atti di pietà, che inculcava ai devoti, onde rendere più efficace l'uso del farmaco. Fatto è, che al terzo giorno cominciarono a manifestarsi, in modo non dubio, i sintomi di un generale miglioramento. Già i borghigiani, rapiti dall'improvisa ed insperata grazia, gridavano al miracolo: e Medicina, frenando l'incomposta esultanza dei creduli, gridò dal pergamo la ragione alta e secreta del grande prodigio.

“Figliuoli miei, disse egli; sapete voi perchè da due giorni i vostri dolori sono calmi, perchè cominciate a sentire i benefici effetti della salute?... Ve lo dico io — Ho fatto per voi il voto di portare in Terra Santa tant'argento che basti ad ornare il santo sepolcro di una lampada che arderà sempre in memoria della grazia ottenuta. Il cielo accetta il dono che io fo secondo le vostre intenzioni. Ora tocca a voi a mostrarvene degni. Il bene che ora cominciate a sentire, vi può essere tolto, se voi mancherete al sacro patto che io ho giurato in vostro nome. — Guai figliuoli, guai! Pensateci bene: pensate se, per conservare quell'inutile materia, vi conviene perdere la salute del corpo in un con quella dell'anima.„

Non appena ebbe dette queste parole, vide ammucchiarsi intorno a sè tutto quel poco ben di Dio, che i borghigiani avevano in tasca. E questo era un nulla. Tutti correvano alle loro case, e mettevano la mano sui ruspi e sui tesoretti, raggruzzollati a gran fatica o nascosti. Alcuni vi fecero una importante sottrazione; i più deposero il proprio, tal quale, ai piedi del liberatore. Erano piccoli valori; ma gli offerenti erano molti; la somma fu tale, perciò, da vincere l'ingorda aspettazione di Medicina.

Il dì vegnente, caricate su di un somaro (dono esso pure di un povero contadino) l'elemosine raccolte, partì col suo compagno alla volta della città. — Egli riportava intatta un'altra dose della polvere micidiale, di che intendeva far uso in caso di renitenza o d'insolvibilità de' suoi protetti. Ma i borghigiani erano stati fin troppo docili; non mancava altro, che il portassero in trionfo fino a Milano; e l'avrebbero fatto, se Medicina non avesse imposto loro di ritornarsene. Obedì quella buona gente come alla voce di Dio, e tutti si ritirarono nelle loro case a gonfiarsi d'acqua benedetta, a magnificare il miracolo ottenuto, ed a consolarsi del vuoto della borsa, pensando con nobile orgoglio che il loro nome avrebbe suonato glorioso fino nella terra degli infedeli.

C.

Medicina in ogni sua azione soleva proporsi più di uno scopo. Il primo e il più palese, come già si è veduto in tante occasioni, era il guadagno. L'altro o gli altri, collocati, direm quasi, in seconda linea, erano le anella di una catena d'interessi diversi, con mezzi e fini loro proprii, tanto più cupidamente vagheggiati, quanto erano meno facili a raggiungersi.

Nell'affare di Desio si è veduto com'egli abbia toccato vittoriosamente il primo scopo; diciamo ora qual altro disegno nutrisse, e come volgesse a quello ogni suo procedimento.

Medicina era stato punto al vivo dal rovescio toccatogli a Campomorto. Non appena ebbe salva la vita, abbandonò l'affettata mitezza con cui cercava ricomprarla a prezzo di viltà dai vincitori, per tornar quello di prima, l'uomo della vendetta. Non sapeva dire se più gli dolesse il perduto bottino o l'onta della sconfitta. La speranza di avere la rivincita dello smacco sofferto, e di vendicarsi di chi o di che ne era stata la cagione, era l'unico refrigerio di quella doppia spina. Ottenuto il primo intento, l'altro non poteva andar fallito.

Ma quando voleva trovare il bandolo della strana avventura, egli era costretto a frugare nel bujo, e vi si smarriva. Allora riassumeva i suoi voti nel progetto di rendere male per male, aggiungendo al novero delle sventure che affliggono l'umanità una sventura di più, come se questa fosse la restituzione di un valore preso a mutuo, e gli togliesse dalla coscienza il peso d'un debito.

I suoi primi pensieri di vendetta erano rapidi, febrili, sanguinarii: ma non avevano costrutto. Avrebbe voluto radere al suolo il villaggio; ucciderne gli abitatori, far di tutti e di tutto un orribile scempio; e poi gli pareva che sarebbe stato l'uomo il più felice della terra. Ma una voce interna, dato giù il primo bollore, applaudendo all'ardita impresa, gliene chiedeva sommessamente i mezzi. Allora la terribile sentenza, sottoposta all'esame della mente esperta al malfare, veniva richiamata entro i limiti di una moderazione tanto più terribile in quanto che rendeva facile ciò che prima era impossibile. — In questa nuova fase, Medicina risolvette di trovare una vittima qualunque, che espiasse la colpa dell'ignoto destino. La mente sua non andò molto fantasticando nella ricerca: la vittima designata fu Agnese Mantegazza.

Ci verrà chiesto perchè scelse Agnese e non altri? perchè rivolse le sue ire contro costei, che non gli aveva fatto alcun male, e che appena conosceva di nome?

La passione da cui era mosso Medicina, entrata in un secondo stadio e divenuta più fredda, non voleva essere cieca. Appunto perchè l'ira sua non aveva un punto fisso, egli ne faceva questione di opportunità, libero essendo di sfogarla dove e quando meglio gli conveniva. Per una sorte fatale, Agnese fu la prima vittima che gli si presentò alla mente, e il vendicarsi su lei, gli parve cosa che gli offriva la maggior probabilità di riescita, e le migliori condizioni. Forse egli pensò di colpire nella castellana di Campomorto tutta quanta la popolazione del villaggio; forse la fuga di lei, le sue avventure, l'affetto istesso che ella nutriva pel conte, e la protezione che ne ritraeva, gli risvegliarono nell'animo la scelerata compiacenza di distruggere una nascente fortuna ed un futuro pieno di speranze.

Che se queste ragioni pajono deboli, non si ha che a studiare la malvagia natura di quell'uomo, per convincersi ch'egli doveva odiare istintivamente Agnesina. Vera incarnazione dello spirito maligno, era e doveva essere implacabile nemico di colei, ch'egli reputava la stessa virtù. Risoluto ed estremo nelle sue ire, come sagace e prudente nello scegliere i mezzi a sodisfarle, doveva preferire una guerra d'intrighi, ricca di mezzi, ad ogni slancio subitaneo e pericoloso. Ei si preparava pertanto a tirar botte all'oscuro, certo di ferire altrui, ma più ancora certo di salvare sè stesso.

Appena ebbe digrossato il suo perfido disegno, trovò la necessità d'avere un compagno, che lo ajutasse a metterlo in opera. — Lo cercò; o, meglio, il caso glielo offerse in Bergonzio detto il Seregnino, l'uomo fatto per lui. Il suo corto ingegno lo rendeva fedele ed ossequioso; una spensierata temerità, figlia della sua stessa ignoranza, dava a lui l'incrollabile fermezza dello scoglio che sopporta inerte il flagello delle onde. Medicina aveva, per mezzo suo, raddoppiate le forze del suo braccio, ed esteso il raggio della sua malefica influenza, senza ledere l'unità del comando. — Il compagno volava dovunque fosse spedito, senza chiederne il perchè, senza mai pattuire la mercede avanti il lavoro, o pretendere di indovinare le conseguenze prima dei fatti. L'affare di Desio diede occasione ad entrambi di conoscersi bene; la cieca servitù dell'uno divenne, per dir così, il complemento della versatile e poderosa volontà dell'altro. Per tal modo, Medicina aveva scelto il campo della nuova guerra, e stretta la necessaria alleanza per accertarne la vittoria.

Senz'altro occuparci delle tenebrose macchinazioni di quel ribaldo, senza seguire le oblique tracce percorse da lui e far tesoro dell'arcana scienza degli scelerati, vediamolo alle prove, e giudichiamolo secondo i fatti; condonando a lui quel tanto che restò entro i confini di un male incompiuto.

Qui si rannoda il filo che abbiamo spezzato per pigliare notizia di una serie di avvenimenti anteriori al racconto, ma che formano parte integrante di esso, perchè ne preparano e ne affrettano lo scioglimento. Ricordi il lettore d'aver lasciata Agnese impensierita, mesta, incerta del proprio avvenire, sempre però amante, malgrado il dubio crudele di non essere più ricambiata di pari amore.

CI.

In un giorno di maggio dell'anno susseguente ai fatti di Campomorto, Bergonzio da Seregno detto il Seregnino, recava uno scritto da Milano a Pavia, e più precisamente dalla Rocca di Porta Romana al casolare in cui viveva nascosta la nostra eroina. — Quel foglio, chiuso in quarto e suggellato a nero, conteneva delle linee irregolari, sgorbiate, sconnesse, che davano certo indizio della fretta e del pericolo in mezzo al quale erano state tracciate. La firma recava il nome di un prigioniero ascoso in uno scarabocchio misterioso. Solo una persona esperta avrebbe potuto leggervi queste due parole: Ognibene Manfredi. — Questo nome, tutto nuovo per noi, era famigliare ad Agnese: era l'unico degli amici della sua casa, che dopo la dolorosa catastrofe le rivolgesse la parola.

Agnese, che aveva accolta dalla stessa mano di Bergonzio quello scritto con un'aria di stupore, rese a lui un sorriso di compiacenza tosto che ebbe aperto il foglio e riconosciuto il nome di colui che lo inviava.

Ecco il senso di quella lettera: lasciam da parte il testo, perchè il suo stile non volga al ridicolo una cosa che ne pare abbastanza seria per sè e per le sue conseguenze.

“Madonna! Colui che vi scrive è l'unico amico di vostro padre, che non siasi giovato del suo generoso consiglio per scampare all'ira del tiranno. Egli non vi chiede lode o riconoscenza per ciò. Dio fu già troppo buono con lui se lo destinò a rendere un servigio alla figlia di quell'uomo che non pose misura ai sacrificii per essere utile a' suoi concittadini.

“Sono molti mesi, ch'io vivo nel carcere di Barnabò Visconti. I miei giudici mi hanno dimenticato: Dio ruppe loro i fili della memoria, ond'io sopravivessi. Sono abbandonato da tutti, fin'anco dall'ira degli uomini. — In questo mezzo non vidi creatura viva, fuor quella, che vi recherà questo scritto, e l'altra che, a caso o per volere di Dio, me ne fornì l'argomento. In questa profonda solitudine i miei pensieri non escirono mai fuori di una via. Non ebbi bisogno di chiudere gli occhi per non vedere i raggi del sole. Qui il giorno e la notte si rassomigliano. — Ma in questo eterno languore dei sensi, il mio spirito non si stancò di pensare a voi e di pregare il cielo che prima di morire mi facesse degno di rendervi un po' di quel bene ch'io ricevetti dal vostro genitore.

“Le mie preghiere furono esaudite. Il povero prigioniero, cieco dalla diuturna oscurità, ormai disperato d'escire dal carcere che per la mannaja, vi compiange, o Madonna; sì, egli osa compianger voi libera delle vostre azioni, voi ricca di gioventù e di bellezza, e consolata nei vostri dolori dalle lusinghe di uno splendido avvenire.

“Un uomo, di cui non so dirvi il nome, ma che vi ama, e che apprezza altamente le vostre rare virtù, un uomo esperto del mondo e delle sue ribalderie, arrivò a me, per parlarmi di voi ed eccitarmi ad interporre la mia parola, onde siate avvisata del pericolo che vi sovrasta.

“Egli sa, che voi vivete in Pavia all'ombra di un gran nome, e che riponeste vita e virtù nelle mani di lui, credendo che i suoi giuramenti fossero saldi ed inviolabili come la parola di vostro padre. — Povera illusa! Mentre voi sognate un futuro pieno di gioje e di grandezze, qui in Milano, alla corte di Barnabò, quell'uomo patteggia un'alleanza, che spezzerà tra breve il legame, che a voi lo congiunge.

“Se questo legame può essere ancora dinodato, deh, per l'amore di vostro padre, affrettatevi a svolgerlo, perchè l'onor vostro n'esca integro ancora! — Se no; Dio punisca il traditore; e voi non aspettate a fuggirlo il dì in cui dal balcone del castello di Pavia saranno proclamate le nozze del Conte di Virtù con Caterina figlia di Barnabò Visconti.

“Colui che vi parla per mezzo mio, giura che le pratiche intorno a quest'affare sono avviate da circa un mese, e toccano ormai ad un risultato. — Colui che scrive vi scongiura, per quanto vi ha più sacro, a prestar fede alle sue parole, onde sia salvo l'onore di un nome che suona caro a tutti gli onesti.

“Ognibene Manfredi.„

Quanto strazio per la povera Agnese a quella terribile novella! che cuore fu il suo all'impensata rivelazione! Ben è vero, che già da qualche tempo ella stessa aveva ravvisato nel suo amante qualcosa d'insolito che le cagionava inquietudine. — Ma al nascere de' suoi sospetti li aveva cacciati con isdegno, chiamandoli ingiusti ed irragionevoli. Se talora lo vide pensieroso e preoccupato, come chi volge in mente un secreto e teme che altri lo scopra; all'atto di vederlo partire dovette confessar sempre ch'egli era ancora egualmente tenero ed amoroso verso di lei. I dubii surgevano ad ogni occasione che lo vedesse taciturno; ma si dileguavano tosto ch'egli aprisse le labra per dirle una parola sola. Più di una volta lo aveva supplicato a volerle rivelare la cagione della sua mestizia; e ne lo pregava con quel fare ingenuo, che mentre accenna ad una pietà sollecita ed insistente, esclude ogni sospetto di vana curiosità. Qualche volta era giunta a tanto da metterlo sulla via di dichiararle tutto francamente, foss'anche un pensiero oltraggioso alla sua fede. Ella lo aspettava a questo varco, per combatterlo: ma non ottenne nulla, neppure la confessione ch'egli fosse alcuna volta men sereno di quello che era stato in addietro. — Agnese desiderava ingannarsi; ma l'ostinata negativa di un fatto evidente non faceva che dar corpo alle ombre, e rassodare i sospetti.

Il suo cuore, al lontano timore di un disinganno, si era fatto più sobrio nelle sue manifestazioni. L'occhio, divenuto più penetrante, osservò spesse volte che l'incontro dei due sguardi suscitava in lui un ritorno alle abituali amorevolezze, quasi fosse un trionfo della volontà che gli imponeva di riaccendere la vecchia face, per disperdere la luce sinistra di un sospetto. La lotta durava brevissima, ma non era perciò meno grave. La vittoria era sempre per lei; poichè, una volta spianata l'unica ruga, che solcava quella fronte malinconica, egli tornava l'amante appassionato dei tempi felici.

V'ha una mestizia che si accorda colle emozioni delle anime innamorate, ed è per l'amore ciò che il ritmo flebile è per l'elegia; ma questa mestizia non è mai accigliata o taciturna. Pronta forse agli sdegni, imaginosa nel creare scene lugubri, nutrita a preferenza di lacrime, essa è elemento di vita; non impietra i cuori, ma li accende. — La tristezza che si dipingeva sul volto del conte era d'altra natura. Simigliava alla piccola nube, che incontra momentaneamente i raggi del sole, ma lo attraversa e lo sgombra di colpo. Se l'oscurità ch'essa cagiona è ben lieve sciagura per l'uomo che ama il limpido ed il sereno, la sua densità e il vento che la sospinge sono di tal natura che danno a sospettare pel dimani. — Così pensava Agnese; la quale avrebbe di gran lunga preferito uno sdegno vivo all'invincibile riserbo del suo amante.

Una sola cosa le tornava a tutto conforto: la certezza, cioè, ch'ella non poteva essere cagione di quel mutamento. Perocchè ogni volta che si diseppellivano le memorie del passato e le recenti emozioni, l'amante non trovava in esse noja o sazietà; anzi, in quei discorsi che pajono inezie a chi ha il cuor vuoto, egli rinverdiva il suo animo, e tornava all'estasi ed alla poesia d'altri momenti.

Oh quante volte i sospetti nati da un amore geloso morivano tra le emozioni di un amor confidente! Come spesso Agnese prometteva a sè medesima di combattere le pungenti istigazioni del primo, e di coltivare l'altro, sì ricco di conforto e di speranze! Quante altre volte alle più o meno contorte ragioni, con cui la gelosia creava freddezze e colpe, contraponeva una franca ed illogica negativa, a cui il cuore piegavasi docilmente, come l'atleta infermo al rimedio di una feminetta. — “Oh no, non mai; ciò è impossibile; — ella diceva fra sè con quella fermezza che non ammette discussione; — ciò è impossibile. Egli mi ama troppo; offendendo me, egli offenderebbe sè medesimo; ne' miei stanno i suoi interessi.„ Ed accettava queste parole come una verità che non è lecito mettere in dubio, e beveva a larghi sorsi un palliativo che attenuava i suoi dolori, che talvolta sembrava calmarli del tutto. Ma al rinovarsi del parossismo, il cuore si palesava sempre più sensibile al male, sempre meno obediente al rimedio. — Ognuno di quegli accessi era una nuova spina, cui voleva e sapeva strappare dalle sue carni lacerandole; e, pel momento, lo strazio della operazione faceva tacere l'assidua puntura; ma un avanzo del corpo estraneo, rimaso nella ferita, riproduceva tosto il male più gagliardo e più profondo di prima.

Mentre Agnese cercava invano delle ragioni valevoli per combattere i suoi sospetti; il conte non s'accorgeva che la fanciulla fosse, per colpa sua, meno felice. — Non a capriccio nè per calcolo egli aveva determinato di tener coperta una piaga, di cui forse sentiva del pari il dolore e la vergogna. Tacendo, ei credeva nasconderla; negandola, ei pensava di correggere l'altrui prevenzione; e se alcuna volta gli correva dalla mente al cuore un rimorso, egli sapeva costringerlo al silenzio, confessando a sè stesso che l'amor suo per Agnese era ancora quello dei primi giorni, e giurando che non isperava trovar mai in altra donna quel bene, che Agnese gli aveva fatto gustare.

Così passarono le settimane racchiuse tra la visita del conte, di cui si è fatto parola addietro, e l'arrivo della lettera accennata or ora. — Ma dopo questa, come poteva essere calma e preparata a correre incontro al suo amante?

Appena ebbe percorso il foglio fatale, pronunciandone mentalmente ad una ad una le parole, lo lasciò cadere a terra, e, copertasi il volto colle due mani, rimase alcuni momenti immobile in atto di meditazione. — Poscia, scuotendosi, rese grazie con voce commossa a chi le aveva portato la parola di un amico che già dubitava d'aver perduto. Non volle sembrare sconoscente nemmanco al Manfredi, benchè il servizio che le veniva reso da lui fosse tanto doloroso. S'accostò quindi allo scrigno, e vergò su di un foglio la sua risposta, la quale non fu per certo nè la più pensata, nè la meglio corretta cosa che escisse dalla sua penna. — La passione però vi era rappresentata fin troppo fedelmente; e non mancavano le parole di cortesia per colui, che le aveva data una funesta ma veritiera prova d'affetto. Trasse infine dalla borsa, che le pendeva alla cintura, alcune monete, le porse a Bergonzio, e lo congedò.

Tanto impero sulla sua volontà durò il tempo necessario all'escita di quell'incognito. Rimasta sola, invano avrebbe tentato di prolungare una violenza che le recava strazio insopportabile. Fece alcuni passi barcollando, giunse a stento ad afferrare la spalliera di una sedia, vi si appoggiò un istante, poi si lasciò cadere di tutto peso sullo scranno. Le sue membra, colpite da languore, non l'avrebbero portata un minuto di più. Tutta la vita di lei si era raccolta negli occhi, che, guardando al cielo, sembravano implorar grazia; e forse l'ottennero nel dirotto pianto, che le aprì la via delle parole.

“O Signore Iddio, che ascolto io mai? sclamò ella, con un accento interrotto dai singhiozzi.... Possibile! mi si inganna, e.... perchè con me, e per mezzo mio, s'inganna un'innocente?... Quell'amore, che io accettai come un patto sacro e solenne, non sarà dunque altra cosa che il laccio teso ad un'incauta?... Il mondo è proprio sì tristo.... O poveretta me! O digraziata creatura, che odi tua madre ritrattare le benedizioni, che porse al cielo, quando tu ricevesti il soffio della vita. E questa vita sarà dunque per te una condanna prima d'essere un dono? Ma dov'è la giustizia? A che servono le promesse e i giuramenti? Perchè gli uomini chiamano Dio in testimonio del loro spergiuro?„

E piangeva, piangeva l'infelice a calde lacrime. — Poi ad un tratto, cacciandosi una mano nei capelli e scomponendoli in modo che si disciolsero in un'onda di trecce; — “o Signore Iddio, sclamò coll'accento della disperazione, se quanto mi vien detto è vero, fatemi morire. La morte è l'unico rimedio a' miei mali. Ma non mi condannate per pietà a vedere arrossire l'uomo che io amo; questo strazio vince ogni forza, abbatte ogni ragione. — Madre mia, che leggi nel mio cuore, che presenti da questa l'angoscia che mi è serbata, deh, prega Iddio per me.... pregalo per quell'innocente, che io porto nelle viscere, e che è sangue tuo!„

E in dire queste parole, giunte le mani in atto di preghiera, rimaneva alcun poco muta ed assorta. — Forse credette d'essere esaudita, perchè sentì destarsele in cuore un dubio confortatore.

“Tutto quanto mi vien detto, soggiunse ella alquanto più calma, è egli poi certo? Ognibene Manfredi non sa mentire; ma chi è quell'anonimo che lo ha informato? È possibile che i secreti della corte penetrino le pareti d'un carcere? V'ha dell'improbabile in ciò. — E se mai?... povero Manfredi, in tempi più felici egli volgeva a me giovinetta l'occhio appassionato. Gli perdoni il cielo, s'ei cedette alle esasperate delusioni del carcere. — Forse pensò di parlare pe' miei interessi, e senza pur saperlo, non rispose che ai suoi.... Povero Manfredi; quanto sarei lieta di perdonargli un inganno, una menzogna!„

Ma queste sue parole errarono a fior di labra, e il conforto che ne provava non durò che il tempo voluto a pronunciarle. — Rimaneva quindi l'infelice in quella situazione d'incertezza, in cui la mente, pel troppo rapido lavoro, non afferra alcuna idea netta, e le comprende tutte indistintamente. La scena, che le si svolgeva dinanzi, era cupa; e le speranze cadevano ad una ad una, come le foglie di un fiore percosso dal nembo.

Entrava Canziana in questo punto, col suo aspetto sorridente, biascicando una frase famigliare com'era solita; ma, poichè ebbe veduto la padrona in quello stato, inghiottì il sorriso e le parole e, con un espressione indefinibile di sbigottimento, le domandò:

“Vergine santa che ci è di nuovo?„

Agnese, senza risponder parola, accennò la lettera rimasta a terra, e con un gesto della mano che equivaleva ad una preghiera, la invitò a leggerla. Canziana raccolse il foglio; lo esaminò tutto quanto a corso d'occhio per indovinarne l'autore; e, riconosciutolo alla firma, l'ebbe come segno di buon augurio. Ma quando s'inoltrò nel pieno di esso, e comprese dove mirava, inarcò le ciglia, corrugò la fronte colpita da indicibile dolore; e, masticando la lettura a mezza voce, come sogliono coloro che non hanno famigliarità collo scritto, riempiva le frequenti interruzioni con sospiri ed esclamazioni, con atti di sorpresa e di angoscia.

“Che ne dici?„ dimandò la fanciulla, crollando la testa in segno di completa sfiducia.

Canziana non avrebbe certo risparmiato una buona parola, se questa le si fosse presentata alla mente. Dal canto suo, non tralasciava di metterla alla tortura per trarne un'interpretazione, che non fosse una sentenza. Ma compresa da quella rivelazione che per lei (non messa in guardia come Agnese dallo sveglierino della gelosia) riesciva ancora più strana, cedeva all'attonitaggine propria di chi è colpito all'impensata da grave sventura, e taceva.

“Tu taci mia cara: comprendo... io sono dunque irreparabilmente perduta!.., sclamò Agnese piangendo. Tu non hai una parola per consolarmi; a chi dunque io mi rivolgerò?„

“Figlia mia, non vi nego che la mi par terribile, cotesta nuova... ed è per ciò che vorrei pigliar tempo a crederla....„; soggiunse la donna che finalmente aveva trovato il bandolo alla matassa, e ne dipanava quelle parole, che tornano gradite agli afflitti anche quando non significano nulla.

“Parla: dimmi, che non credi a quello scritto; che esso è menzognero; spiegati in nome di Dio.„

“Ecco qui, — ripigliava Canziana, facendo una breve pausa su queste prime parole che sogliono essere l'esordio delle persone imbarazzate. — Io vorrei aspettare a disperarmi quando vedessi meglio le cose. A nulla udienza, nulla sentenza. Finchè non si ode che una campana, è troppo facile decidere a torto. Non per metter male sul conto di messer Manfredi, che Dio me ne guardi: poveretto, egli è già troppo infelice; ma cosa può saper lui, dico io, di quanto passa fra i signori di Milano e di Pavia? È egli naturale che i secreti della signoria vengano rifischiati qui e qua al terzo ed al quarto? Uhm! più ci penso, e manco ci credo. Povero messer Manfredi, mi fa male il dirlo, egli è sempre stato una testa calda, e di rado ne imbrocca una giusta...„

Qui Canziana, vedendo che la padrona cedeva alle sue parole e si era racconsolata un poco, spiegò con più coraggio tutte le vele della sua eloquenza ad un'aura insolita, che le pareva di buon augurio.

“E poi, se anche quello che vi è scritto fosse nè più nè meno ciò che si è detto in palazzo, e che per ciò? Non li abbiam noi, povera gente, sbugiardati le mille volte quei signori del palazzo? Quante, tra guerre e paci, tra nozze ed alleanze, rimasero nel numero delle panzane, di cui oggi si parla per fabricarne un grande avvenimento, e dimani si sparla per riderne di cuore? Anzi, mille volte (vostro padre, che Dio l'abbia con sè, lo diceva spesso) fu posta in giro una ciarla a bella posta per far volgere da un lato le viste dei curiosi, e intanto dall'altro lato azzeccare di soppiatto qualcosa di ben diverso... Insomma, quello scritto non è mica una bella cosa, ma non la è nemmanco sì brutta da perderne il senno. Quanto a me, (e si mise la mano sul petto in segno d'asseveranza) vi dico schiettamente, vo' farle un bel po' di tara a questa ciancia.„

Agnese, benchè alquanto rincorata da queste parole, si mostrava ancora poco proclive ad ammetterle come una verità, e ciò per due buone ragioni: prima, perchè non aveva dimenticato quei precedenti, di che abbiamo fatto cenno; poi, perchè è istinto di chi desidera fortemente una cosa, il combatterne le probabilità, onde provocare in altro una resistenza armata di tutte quante le ragioni che militano in sua difesa. In simil caso, ci è grato l'aver torto, e non ci stanchiam mai di sentircelo ripetere. Allora le ragioni nuove, a cui non avevamo posto mente, ci cagionano quella grata sorpresa, che proveremmo al vederci ajutati da uno sconosciuto; le vecchie, già ventilate e discusse, crescono pregio alle nostre vedute, aggiungendovi il credito di quello o di quelli, che consentono nella medesima nostra opinione.

Canziana non aveva ancora messo fuori il più valido de' suoi argomenti; ma lo teneva in serbo per chiudere la perorazione, certa di vincere per esso ogni ritrosía, e di neutralizzare completamente gli effetti del disgraziato scritto.

“In fin dei conti, — continuava ella rompendo il silenzio della sua ascoltatrice, — m'è d'avviso che la prima a saperne qualcosa, (se qualcosa vi fosse) dovreste essere voi, figlia mia; nessun altri che voi. Non mi si venga a dire che il conte tenga il piede in due staffe per farsi gioco di una fanciulla: ohibò! Hanno forse bisogno i grandi signori di queste miserie? Sentite cosa mi frulla pel capo; se ciò avvenisse, giurerei che il conte si burla del signor di Milano, per quelle vecchie partite che non sono ancora accomodate fra le due signorie. Vicino a voi, non è vero, che ei va lieto di scordare i suoi fastidii? Lo dice a voi, lo ripete a me le cento, le mille volte, che qui dimentica le cure e gli affanni, e ch'ei non farebbe più ritorno al castello, se non avesse la certezza di esser qui il giorno dopo a rifarsi di tante noje nella tranquilla pace che regna in questa casa. Qual interesse a mentire? Vi pare a voi, che il conte sia uomo da tali viltà?„

Agnese crollava il capo, in atto di chi rimove da sè un dubio oltraggioso. — Rafforzata da questa adesione, l'altra proseguiva:

“Perchè gli onesti sono radi, radi più che i corvi bianchi, non bisogna fare fascio di tutti e di tutto, e credere che non vi sia più al mondo un galantuomo. Ma vo' supporre che gli sia stata fatta qualche proposta; egli l'avrà respinta: e se non l'avesse, gli mancherebbe il coraggio di venir qui, e venendo si darebbe a conoscere. Un raggiro di simil natura non è facile a nascondersi. Voi lo vedreste esser meno calmo, meno espansivo; diventar sospettoso di sè medesimo; rispondere con esitanza o con affettazione agli affetti vostri. — Voi gli leggereste la bugia negli occhi; poichè, a noi altre donne, madre natura ci ha data una speciale penetrazione per scavare i secreti che ci si voglion nascondere; ed è ben più facile che trascendiamo negli ingiusti sospetti, non che viviamo beate e noncuranti quando si ha ragione di sospettare. — Ora, ditemi un po', è questo il caso nostro?...„

Canziana s'aspettava un trionfo, e non s'avvedeva d'aver tocco un tasto dolorosissimo. Ella aveva dichiarato il pensier suo alla buona e schiettamente: ma siccome non era dotata di quella vista penetrante di che faceva merito al suo sesso, metteva per base de' suoi ragionamenti l'esclusione di un fatto, ch'ella credeva impossibile soltanto perchè l'ignorava.

“Tu dici il vero, — ripigliò con un accoramento indescrivibile la povera Agnese, — ed è appunto perchè le tue ragioni sono assennate che esse cagionano in me quell'effetto che tu speravi di rimovere. — Sappi adunque, che i miei sospetti non hanno vita dalla lettura di quel foglio d'oggi; sappi che da oltre un mese io ravviso nel conte alcuno di quei sintomi che tu mi hai accennato.„ E qui, senz'altro riserbo, le dichiarò ciò che essa pensava di lui, e ciò che noi già conosciamo.