STORIA D'ITALIA
DAL 1789 AL 1814
SCRITTA
DA CARLO BOTTA
Tomo I
CAPOLAGO
presso Mendrisio
Tipografia Elvetica
MDCCCXXXIII
STORIA
D'ITALIA
LIBRO PRIMO
SOMMARIO
Proposito dell'opera. Stato d'Italia nel 1789. Come siano nati gli ordini feudali; poi come moderati. Opinioni ed inclinazioni del secolo in questa materia. Stato della religione; perchè fu soppressa la società dei gesuiti, e quali effetti siano nati da questa soppressione. Lodi di Giuseppe II imperatore d'Alemagna, e riforme fatte da lui. Viaggio di papa Pio VI a Vienna. Buon governo del ducato di Milano sotto il conte di Firmian. Lodi di Leopoldo gran duca di Toscana; sue numerose ed utili riforme; felice condizione del popolo sotto questo principe. Dottrine di Scipione de' Ricci vescovo di Pistoia, e del suo sinodo. Quali effetti partoriscano queste dottrine sulla corte di Roma. Stato del regno di Napoli; amministrazione del marchese Tanucci; opinioni che vi regnavano; riforme eseguite, o sperate. Stato, e parlamento di Sicilia. Stato del ducato di Parma sotto i duchi don Filippo e don Ferdinando: buona amministrazione di Dutillot. Condizioni di Roma e delle romane cose: disegni che vi si facevano: qualità di Pio VI; sua magnificenza; suoi sforzi pel prosciugamento delle paludi Pontine. Stato del Piemonte; qualità di Vittorio Amedeo III re di Sardegna; suoi ordinamenti sui soldati, sull'amministrazione, sulle finanze. Stato della repubblica di Venezia; natura del suo governo, e de' suoi popoli. Condizioni della repubblica di Genova, poi di quelle di Lucca, e di San Marino. Stato del ducato di Modena, e qualità del suo principe, Ercole Rinaldo d'Este. Sunto generale delle opinioni, ch'erano prevalse in Italia nel 1789.
Proponendomi io di scrivere la storia delle cose succedute in Italia ai tempi nostri, non so quello che gli uomini della presente età saran per dire di me. Conciossiachè mancati col finire del decimo sesto secolo gli eccellenti storici fiorentini, i quali soli forse fra gli storici di tutti i tempi e di tutte le nazioni scrissero senza studio di parti la verità, i tempi andarono sì fattamente peggiorandosi, e l'adulazione in guisa tale distendendosi, che il volere scrivere la storia con sincerità pare opera piuttosto incredibile, che maravigliosa. E non so perch'io m'oda dire tuttavia, che la storia è il lume del tempo, e che insegna bene il fatto loro ai popoli, ed ai principi: imperciocchè, scritta secondo il costume che prevalse, io non so quale altra cosa ella possa insegnare altrui, fuori che a dir le bugie; e qual buona guida nel malagevole cammino della nostra vita siano queste, ognun sel vede, stantechè i negozi umani con la realtà si governano, non con le chimere. E già i più tra coloro ai quali io appalesai questo mio pensiero, mi dissero apertamente o ch'io non oserei, o ch'io non potrei, od all'ultimo ch'io non dovrei mandarlo ad esecuzione. Pure, pare a me, che se l'adulazione si cerca da una parte, che certamente si cerca, molto ancora più si offra dall'altra, e che più ancora siano da accagionarsi di viltà gli scrittori, che di rigore, o di ambizione i principi. Per la qual cosa io, che di maggior libertà nello scrivere non pretendo di godermi di quella, cui Benedetto Varchi, o Francesco Guicciardini ottennero dal duca Cosimo, e Niccolò Machiavelli dal pontefice romano, il quale concesse anco un amplissimo privilegio per la stampa delle sue opere, mi confido che comportare mi si possa: salvochè si voglia credere, od almeno dire, ciò che credeva e diceva colui, che ai nostri dì avrebbe voluto spegnere anco il nome della libertà, cioè che tutto il male (così chiamava egli il desiderio mostrato prima dai principi, poscia dai popoli, di un governo più benigno) procedette dal secolo di Leone X. Che se ad alcuni sembrasse essere le cose più tenere oggidì, che ai tempi passati, dirò che anche allora furono, come negli anni vicini a noi, massime nella misera Italia, inondazioni di eserciti forestieri, arsioni di città, rapine di popoli, devastazioni di provincie, sovvertimenti di stati, e fazioni, e sette, e congiure, ed ambizioni crudeli, ed avarizie ladre, e debolezze di governi effeminati, e fraudi di reggimenti iniqui, e sfrenatezze di popoli scatenati. Per me, sonmi del tutto risoluto, se a tanto si estenderanno le forze del mio ingegno, a mandare ai posteri con verità la compassionevol trama di tanti accidenti atroci, di cui la memoria sola ancora ci sgomenta. Seguane poi ciò che vuole: che la vita è breve, ed il contento di avere adempiute le parti che a buono e fedele storico si appartengono, è grande, e quasi infinito. Oltrechè di conforto non poco sarammi il raccontare, come farò, con uguale sincerità le cose liete, utili, e grandi, che fra tanti lagrimevoli casi si operarono per un benigno risguardo della divina providenza che mai non abbandona del tutto i miseri mortali.
L'Europa conquistata dai re barbari fu data in preda ai capitani loro; uomini e terre caddero in potestà di questi. Così se ai tempi romani le generazioni erano partite in uomini liberi, e schiavi, ai tempi barbari furono divise in conquistatori, e servi. Tale è l'origine degli ordini feudali. Teodorico re de' Goti moderò una tal condizione coll'avere istituito i municipii. Poi gli ecclesiastici diventati ricchi fecero ordine, e mitigarono, dividendola, o contrastandola, l'autorità feudale. Così sorsero gli ordini, o stati, o bracci, che si voglian nominare, della nobiltà, del clero, e dei comuni. Carlo V gli spense nella Spagna, ma non potè nell'isole d'Italia; i Borboni gli conservarono in Francia, servendosene più o meno, secondo i tempi. Nell'Italia divisa in tanti stati, e sì spesso preda di principi forestieri, che a fine di tenerla accarezzavano pochi potenti per assicurarsi dei più, l'autorità municipale, se si eccettuano alcune antiche repubbliche, si mantenne più ristretta, la feudale più larga. Ciò quanto allo stato. Rispetto ai particolari restavano ancora non pochi vestigi dell'antico servaggio, tanto circa le cose, quanto circa le persone. Di questi, alcuni andarono in disuso per opinione de' popoli, o per benignità dei feudatarii; altri furono aboliti dai principi: dei superstiti, il secolo, di cui abbiamo veduto il fine, voleva l'annullazione.
Nè in questo si contenevano i desiderii dei popoli. Volevasi una equalità quanto alla giustizia, e quanto ai carichi dello stato; nella quale inclinazione concorrevano non solamente coloro ai quali questa equalità era profittevole, ma eziandio la maggior parte di quelli, che si godevano i privilegi. Dire poi, come alcuni hanno scritto, e probabilmente non creduto, che si volesse una equalità di tutto, ed anche di beni, fu improntitudine d'uomini addetti a sette, soliti sempre a non guardare quel che dicono, purchè dicano cose che possano infiammare i popoli, e farli correre alle armi civili. Queste erano le quistioni dei diritti; e sarà da quinc'innanzi cosa luttuosissima al pensarci, e degna di eterne lagrime, che col progresso di tempo siansi alle quistioni medesime mescolate certe altre astrattezze, e sofisterie, che insegnarono alla moltitudine il voler fare da se, quantunque si sapesse che la moltitudine commette il male volentieri, e si ficca anco spesso il coltello nel petto da se: tanto i moti suoi sono incomposti, i voleri discordi, le fantasie accendibili, e tanto ancora sopra di lei possono sempre più gli ambiziosi, che i modesti cittadini.
La religione medesima era già trascorsa, non già nel dogma, che sempre rimase inconcusso, ma bensì nella disciplina. Dolevansi i popoli che gli utili operai della vigna del Signore fossero poveri, mentre gli oziosi se ne vivevano in grandi ricchezze, delle quali non solo usavano, ma spesso ancora abusavano: dolevansi essere i primi insufficienti per numero, o per mala distribuzione delle cariche, i secondi eccessivi; dolevansi di certe pratiche religiose, più utili a chi le metteva su che decorose pel divin culto, mentre per queste era nel medesimo tempo scemato maestà e frequenza alle più gravi e necessarie solennità della chiesa: scandalizzarsene le anime pie, darsi cagion di calunnia agli empi, ed agli acattolici.
Ma ben altri discorsi si facevano, massimamente in Italia, i quali tutti nascevano da quella inclinazione del secolo favorevole ai più. Era stata soppressa la società di Gesù, perchè era divenuta formidabile ai principi, e perchè faceva coll'autorità sua, e co' suoi maneggi formidabile di soverchio ai medesimi la corte di Roma. Imperciocchè, mescolate le profane cose con le divine, temevano i principi cattolici, che siccome era una monarchia universale spirituale di cui era capo il sommo pontefice, così venisse a nascere per mezzo dei gesuiti, tanto attivi, e tanto sagaci operatori per la santa sede, una forma di monarchia universale temporale, in cui avesse il capo della fede cattolica più autorità, che gli si convenisse. Vedevasi il sommo pontefice Clemente XIV, che lo spegnere i gesuiti era un privarsi della più efficace milizia che s'avesse: con tutto ciò non potè resistere alle esortazioni ed alle minacce di tanti principi potenti di forze, celebrati per pietà, formidabili per concordia. Pure stette lungo tempo in forse; finalmente consentì, poi fra breve si pentì. Ma seguitonne a timore del papa, ed a contentezza dei principi maggior effetto, che quello e questi non avevano creduto; poichè ne sorse più viva nel corpo della chiesa la parte popolare. Parlossi di doversi ridurre alla semplicità antica la chiesa di Cristo; allargare la autorità de' vescovi e dei parrochi; scemar quella del pontefice sommo, nè doversi più tollerare il romano fasto. Le querele, che risuonarono già fin dai tempi antichissimi contro la corruzione di Roma, rinnovellavansi, ed andavano al colmo. Le dottrine di Porto-Reale si diffondevano; coloro che le mantenevano erano in molta autorità presso il popolo, perchè risplendevano non per oro, nè per corredi, ma per dottrina, per austerità di costumi, e per una certa semplicità di vita, che molto ritraeva degli antichi tempi evangelici.
Inclinazioni di tal sorte arridevano ai principi, memori tuttavia della superiorità dei gesuiti, e della potenza di Roma. Nè non pensavano, che maggiore autorità acquisterebbero nell'ecclesiastiche discipline, se i vescovi, che sempre sono da loro dipendenti, meno da Roma dipendessero. Stimavano che la diminuzione delle prerogative papali fosse per essere la libertà dei principi.
Queste massime più strette per chi dominava, più larghe per chi obbediva, trovavano disposizioni favorevoli nell'opinione de' popoli, e però più profonde radici mettevano. Così uno spirito stesso e circa le cose civili, e circa le ecclesiastiche andava insinuandosi a poco a poco in tutte le parti del corpo sociale. Ciò non ostante, se molti pensavano a riforme, nissuno pensava a sovvertimenti; nè alcuno ambiva di far da se, ma ognuno aspettava dal tempo e dalla sapienza dei principi temperamento alle cose, e compimento a' desiderii.
Piacemi ora, venendo ai particolari, che in proposito di riforme il mio discorso abbia principio da un nome imperiale. Giuseppe II, imperatore d'Alemagna, principe per vigor di mente, e per amore verso l'umana generazione facilmente il primo, se si paragona ai principi de' suoi tempi estranei alla sua casa; il primo forse ancora, od il secondo, se si paragona a Leopoldo suo fratello, molto pensò e molto operò in benefizio dell'austriache popolazioni. Nè voglio, che le accuse dategli, perchè era re, dagli sfrenati commettitori di tante enormità in Francia a' tempi della rivoluzione, nè quelle dategli dopo, perchè ei volle operare, ed operò molte novità, da coloro, che vorrebbono in chi regge una potestà non solo assoluta, ma anche dura e terribile, tanto gli nocciano, ch'io non lo predichi, come uno dei primi, e più principali benefattori, che abbia avuto il mondo. Molto viaggiò, non per pompa, ma per conoscere le instituzioni utili, ed i bisogni dei popoli; i casolari dei poveri più aveva in cale, che gli edifizj dei ricchi; nè mai visitava il bisognoso, che nol consolasse di parole, ed ancor più di fatti. Protesse con provvide leggi i contadini dalle molestie dei feudatari, opera già incominciata dalla sua madre augusta Maria Teresa: gli ordini feudali stessi voleva estirpare, e fecelo. Volle che si ministrasse giustizia indifferente a tutti; là creava spedali, ospizi, conservatorii, ed altre opere pie; quà fondava università di studi; i giovani ricchi d'ingegno, e poveri di fortuna, in singolar modo aiutava. Ai tempi suoi, e per opera sua lo studio di Pavia sorse in tanto grido, che forse alcun altro non fu mai sì famoso in Europa. Lo studio medesimo empiè di professori eccellenti in ogni genere di dottrina, cui favoriva con premii, e non avviliva con la necessità dell'adulazione. Nè contento a questo, fondò premii per gli agricoltori diligenti ed aprì novelle vie al commercio per nuove strade, per nuovi porti, per abolizione delle dogane interne; nè mai in alcun altro paese o tempo, furono in così grande onore tenuti, come in Italia sotto Giuseppe, gli scienziati che sollevano, ed i letterati che abbelliscono la vita incresciosa e trista. Mandovvi altresì, qual degno esecutore de' suoi consigli, il conte di Firmian, sotto la tutela del quale la Lombardia austriaca venne in tanto fiore, che sto per dire, che in lei verificossi la favolosa età dell'oro.
Quanto alle instituzioni ecclesiastiche, dichiarò Giuseppe la religione cattolica dominante, ma volle che si tollerassero tutte; comandò ai vescovi, che niuna bolla pontificia avessero per valida, che non fosse loro dal governo trasmessa, regola già praticata da altri principi, ma non sempre osservata; statuì, che gli ordini dei religiosi regolari, non dai loro generali residenti in Roma, ma bensì dal superiore ordinario, cioè dal vescovo, dipendessero; parendogli nè sicura, nè decorosa allo stato quella dipendenza, nè alla ecclesiastica disciplina profittevole; abolì i conventi che gli parvero inutili, lasciando sussistere fra le monache solamente quelle, che facevano professione d'ammaestrar le fanciulle; eresse nuovi vescovati, accoppionne altri; distribuì meglio l'entrate di tutti; fondò poi un numero assai considerabile di parrocchie, sollecito piuttosto dell'instruzione, e della salute di tutti i fedeli, che del fasto di pochi prelati.
A queste innovazioni risentissi gravemente il sommo pontefice Pio VI, uomo di natura assai subita, e delle prerogative della santa sede zelantissimo. Perciò confidatosi nell'autorità del grado, nella maestà dell'aspetto, e nell'eloquenza, che era in lui grandissima, nè pensando alla diminuzion di riputazione, che gli verrebbe, se la sua gita riuscisse senza frutto, se n'andò a Vienna. Quivi fu ricevuto forse tanto più onoratamente, quanto più gli si volevano denegare le proposte. Passate le prime caldezze, e ristrettosi con l'imperatore, entrò il pontefice a negoziare con lui delle cose che occorrevano; e con incredibile maestà favellando lo ammonì: «Badasse molto bene a quel che si faceva; magnifiche parole essere la semplicità delle cose antiche, ma non convenirsi ad un secolo che non le cura; esser trascorsi i costumi, debilitate le credenze, gli animi pieni d'ambizione, però l'apparato esteriore dover aiutare la fede vacillante, frenare dall'un canto, saziare dall'altro gli appetiti; altra dover esser la condizione della chiesa ristretta, povera, e perseguitata, altra quella della chiesa estesa quanto il mondo, ricca, e trionfante; se possono convenire i governi larghi ai piccoli stati, convenirsi certamente le monarchie ai grandi, nè in tanta immensità di dominio spirituale potersi senza pericolo debilitare la potestà suprema della santa sede; senza di lei sorgerebbero tosto le ambizioni locali, e nascerebbe lo scisma; osservasse quante discordie, e quante sette fossero nate dal solo errore di Lutero, non per altro, che per aver gettato via il salutare freno del successore di San Pietro: lacererebbesi del pari la restante chiesa cattolica da tali principii; e tolti al governo consueto del pastore universale, gli agnelli diventerebbero preda dei lupi; in materia di riforme, quando si vuol far da se, cominciarsi forse con animo innocente, e volto al bene, finirsi per la pervicacia, e per l'ambizione connaturale all'uomo, nel male; non desse ascolto alle parole melliflue, e suonanti umiltà di certuni; sotto umili spoglie, entro discorsi mansueti velar essi pensieri superbissimi; non voler obbedire altrui per poter col tempo dominare altrui; deboli, esser supplicanti, forti, intolleranti; riflettesse, quanto importasse alla conservazione delle monarchie temporali la monarchia spirituale; le male usanze appiccarsi facilmente; sciolta questa, esser pericolo, che per contagio si sciolgano anche le altre, e già gittarsene motti per le dottrine dei moderni filosofi; dal torre la venerazione ad un potente, al torla a tutti esser facile la strada; in un secolo scapestrato nissun maggior fondamento aver i monarchi, che l'autorità monarchica del pontefice romano; ch'esso ne voglia abusare, come ne fu accusato ai tempi antichi contro i monarchi stessi, apparire nissun indicio, nè comportarlo il secolo; quanto a lui particolarmente, avvertisse diligentemente alla potenza del re di Prussia, emulo della potenza sua, e capo della parte protestante in Germana; se alienasse da se i cattolici, i quali seguiteranno sempre o per persuasione, o per consuetudine i dettami della chiesa di Roma, quale speranza, quale appoggio, quale forza gli resterebbe? Ricordassesi di Carlo V, suo glorioso antenato, costretto a fuggirsene in fretta da Inspruck, cacciato da quei protestanti medesimi, a cui pur troppo grandi favori aveva compartito; seguitasse le vestigia dell'augusta sua madre, e di tanti altri antecessori del suo stesso sangue famosi al mondo per le cose grandi fatte sì in pace che in guerra, ma più famosi ancora per la pietà loro e per la divozione verso la santa sede; lasciasse dall'un de' lati queste subdole opinioni, questi pericolosi fatti, tornasse al grembo suo, ch'ei l'avrebbe accolto ed abbracciato, quale amorosissimo padre accoglie ed abbraccia un amatissimo figliuolo; sapersi lui, le cose umane trascorrere di secolo in secolo, ed aver bisogno di esser ritirate di tempo in tempo verso i principii loro; esser parato a farlo, come padre comune di tutti i fedeli in tutto quanto e la religione richiedesse, e la dignità, ed i diritti della santa sede tollerassero; ma da lui solo dover venire, come da fonte comune, ed in virtù della pienezza della potestà apostolica, le riforme; venir da altri, non poter essere senza scandalo, nè senza offesa della dignità, e delle prerogative del vicario di Cristo; in età già grave aver lasciato la sede apostolica sua, corso un tratto immenso di strada, valicati aspri monti, venuto in paese tanto strano a lui, a ciò spinto da quel divino spirito, che non inganna, per rimuovere ogni intermedia persona, per ammonirlo a bocca lui medesimo dei pericoli che sovrastavano, e per farlo avvertito, che una è la chiesa di Cristo, uno il governo di lei, ed uno il suo pastore, dal quale solo gli altri derivano l'autorità loro; non sopportasse, che tanta fatica, che sì solenne viaggio, che esortazioni tanto paterne, che sì grande aspettazione dei buoni, in affare di tanto momento, fossero indarno».
Tutte queste cose gravi in se stesse, e porte altresì con grandissima gravità dal pontefice, non poterono svolgere Cesare dalle prese deliberazioni. Tornossene Pio a Roma tanto più dolente, quanto più vicino alla sua sede stessa vedeva sorgere la tempesta, cui voleva stornare. Era stato assunto nel 1765 al trono di Toscana il gran duca Leopoldo. Questo principe, il quale non si potrà mai tanto lodare, che non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità dei popoli una mente sana congiunta con un animo buono, e tutto volto a gratificare all'umanità. Solone fece un governo popolare, e torbido, Licurgo un governo popolare, e ruvido, Romolo un governo soldatesco, e conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce, e pacifico, tanto più da lodarsi dell'aver concesso molto, quanto più poteva serbar tutto. E se anche si vorrà accagionare il gran duca di aver dato occasione co' suoi nuovi ordinamenti alla rivoluzione Francese, come odo che si dice, io non so se sia più da deplorarsi la cecità di certuni, o l'infelicità dei principi, più soggetti sempre ad esser adulati quando fan male, che lodati quando fan bene.
Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate, incommode, improvvide, siccome quelle che parte erano state fatte ai tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le quali tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche, o nissune generali. Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze d'affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare a posta dei ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli, o insufficienti, un commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo pestilenziale, possessioni mal sicure, coloni poveri, debito pubblico grave, dazii onerosissimi.
A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o superflui, o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle regalìe, togliendo in tal modo qualunque prerogativa, che sottraesse ai tribunali ordinarii quelle cause, che percuotevano l'interesse della corona. Esentò i comuni dai fori privilegiati; gli rendè liberi nel governo dei loro beni, diè loro facoltà non solamente di esaminare, ma ancora di giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze, per modo che il corpo loro venne a formare nel gran-ducato a certi determinati effetti una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a ciò, dei debiti verso l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a grande prosperità; crebbela ancor più il miglioramento del catasto.
Soppressi adunque i privilegii individui, ed i fori privilegiati, corpi e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali, annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena di morte, abolì la tortura, il crimen-lese, la confisca dei beni, il giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale instanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa; restituissersi i contumaci all'integrità delle difese; del ritratto delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si formasse un deposito separato a beneficio e sollievo di quegli innocenti, che il necessario e libero corso della giustizia sottopone talvolta alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno che per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa maravigliosa, un fisco, che dava in vece di torre; le pene stabilì proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere un novello codice toscano all'auditor di Ruota Vernaccini, ed al consiglier Ciani, uomini, l'uno e l'altro i quali non solo volevano e sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare, che la miglior legislazione che sia, è quella dei tempi barbari.
Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Toscana una vita felicissima dopo le novità di Leopoldo; i costumi non solo buoni, ma gentili, i delitti rarissimi, nè sì tosto commessi che puniti; le prigioni vuote, ogni cosa in fiore. Così questa provincia, che già aveva dato al mondo tanti buoni esempii, venuta in potestà di un principe umanissimo, diè ancor quello di un corpo di leggi temperato di modo, che nè il governo maggior sicurezza, nè i popoli potevano maggior felicità desiderare.
A questo medesimo fine contribuirono non poco i nuovi ordini di Leopoldo rispetto all'agricoltura, ed al commercio. Rendè i coloni liberi dalle vessazioni, le terre dalle servitù; moderò la facoltà d'instituir fide-commissi, riunì la facoltà del pascolo al dominio, onde fu distrutta l'antica legge del pascolo pubblico, per cui veniva impedito ai possessori ed ai coloni il cingere di stabili difese i terreni, e costretti erano a lasciargli in preda al bestiame inselvatichito, con grandissimo guasto delle ricolte. Nacquero da questa provvisione effetti notabilissimi, che e le ricolte si migliorarono, ed i bestiami s'addomesticarono.
Considerato poi quanto gli appalti generali dei dazii fossero molesti ai popoli, e gravi ai governi buoni, Leopoldo gli abolì. Molte privative ancora furono tolte, quella della vendita dei tabacchi, dell'acquavite, e del ferro: a tutti si diè facoltà di cavar miniere; le gabelle sui contratti, e la regalìa della carta bollata si moderarono. Sapevasi Leopoldo, che tutte queste riforme avrebbero diminuito l'entrate dell'erario. Pure non se ne rimase, movendolo il ben pubblico più che il vantaggio del fisco. Ciò non ostante assai meno diminuirono, che si era creduto: perchè la prosperità del paese, e la più attiva circolazione dei generi, che ne risultarono, supplirono in gran parte a quello che si perdeva. Mirabile argomento, che la prosperità dei popoli prodotta dalla libertà, non la gravezza delle imposte, è la miglior fonte che sia della ricchezza dell'erario.
S'aggiunsero le dogane interne soppresse, nuove strade aperte, canali scavati, porti, e lazzaretti o nuovi, o ristorati, fatto sicuro a Livorno agli esteri l'esercizio della religione, aboliti i corpi delle arti e le matricole, surrogati agl'impedimenti premii, facilità, ed esenzioni, massime in beneficio delle arti della seteria e del lanificio, parti essenzialissime del commercio di Toscana. La libertà delle tratte, mediante un modico dazio rispetto alle sete, tanto operò, che se il provento loro in Toscana montò nel 1780 solamente a libbre 163,178, montò nel 1789 a ben 300,000.
Ma per parlar di nuovo del governo delle terre, non solo Leopoldo lo migliorò d'assai, migliorando la condizione dei coloni, ma rendè ancora coltivabili quelle che per infelicità di suolo si trovavano incolte. Così la val di Chiana, così quella di Nievole, ricche ed ubertose terre; così la gran parte il capitanato di Pietrasanta, e le frontiere del littorale livornese e pisano, usando secondo i luoghi appositamente tagli, colmate, argini, canali, furono per opera sua liberate dall'acque, ridotte a sanità, e restituite alla coltivazione. Ma opera di molto maggior momento, e di quasi insuperabile difficoltà, fu il prosciugamento delle maremme sanesi a tal termine condotto, che si aveva speranza di totale perfezione. Sono le maremme sanesi un vastissimo padule, che dai confini della provincia di Pisa fino a quelli dello stato ecclesiastico si distende, lungo il mare, lo spazio di circa settanta miglia, e per larghezza dentro le terre da cinque o sei, fino a quindici o diciotto. La pianura di Grosseto è la parte più considerabile di queste maremme. Sono in questi luoghi i terreni non sommersi tanto fecondi, quanto l'aria vi è infame, e pestilenziale.
Sotto Ferdinando primo de' Medici erasi già in parte conseguito l'intento, e parecchi paduli a stato coltivabile ridotti. Trascurate poi le opere da' suoi successori, ritornarono le terre e l'aria a peggior condizione di prima. Ma non così tosto fu assunto Leopoldo, che pensò alle maremme. Mandovvi il padre Ximenes, mandovvi Ferroni e Fantoni, matematici di chiaro nome, e dell'idraulica intendentissimi. Già la pianura di Grosseto, già il lago, o per meglio dire, la palude di Castiglione, ambedue parti principalissime delle maremme, eransi ridotte a stato tollerabile. Speravasi meglio, anzi il finale intento: usavansi le colmate per le acque dell'Ombrone, e della Bruna, introdotte ai tempi delle torbe; usavansi canali, e cateratte in più opportuni siti trasportate.
Oltre a ciò Leopoldo, mosso dal pensiero che le popolazioni scarse fanno l'aria insalubre, le abbondanti sana, allettò con premii ed esenzioni tanto i paesani, quanto i forestieri, principalmente gli abitatori dell'agro romano, a fermar la sede loro nella maremma. Pagassesi dall'erario il quarto del prezzo delle nuove case ai fondatori; dessersi terre o gratuitamente, od a basso prezzo, od a carico di livelli, od in enfiteusi; dessesi anco denaro a presto, e sicuro asilo a chi vi si venisse a ricoverare. Per questo e crebbe la popolazione, ed i terreni si coltivarono, e l'aria risanò. Peggiorarono poi le opere per le difficoltà dei tempi. Pure rimangono, e forse ancora lungo tempo rimarranno nelle maremme sanesi i vestigi della generosità di Leopoldo.
Nè minor lode meritano gli ordinamenti di questo giusto e magnanimo principe circa il debito dello stato. Più di tre mila luoghi di monte furono cancellati, restituiti i capitali ai creditori col ritratto dei beni venduti spettanti a regie e pubbliche aziende, impiegando a questo uso anche i capitali provenienti dalla dote e contraddote della regina sua moglie, ed altri constituenti parte del patrimonio suo privato. In tal modo si spense in gran parte il debito, che tanto gravava l'erario: così mentre in altri luoghi d'Italia il debito dello stato montava continuamente, non per altro fine che per crear soldatesche, in Toscana per opera di Leopoldo il debito medesimo si estingueva per fondarvi un governo dolce, quieto per se, sicuro pei vicini.
Nè per questo tralasciavansi provvedimenti di utilità o di ornamento; perciocchè nel tempo medesimo sorgevano scuole per ogni ceto, conservatorii, case di rifugio e di ricovero, ospizi ed ospedali: gli studi di Pisa e di Siena meglio s'ordinavano: nuovi palazzi fondavansi, gli antichi s'abbellivano, nuovi passeggi si aprivano, lo librerìe s'arricchivano, il gabinetto di fisica s'accresceva, ed un orto botanico si piantava.
Tra mezzo a tutto questo il principe, siccome quello che giusto era e sincero, non volle starsene oscuro. E però fe' pubblicare la dimostrazione per entrata e per uscita delle rendite dello stato dal 1765 fino al 1789. In questo quasi specchio dell'economia di Toscana vedonsi ed i risparmi fatti, e le imposizioni moderate, ed il denaro convertito in cause pietose di sollievo, o d'ornamento pubblico.
Sonmi io fermato lungo spazio nel parlare della sapienza civile di Leopoldo, perchè a ciò fare m'invitava il grandissimo diletto ch'io ne prendeva, e perchè pur troppo il filo della mia storia guiderammi a favellare di casi di gran lunga da questi dissomiglianti; nè credo, che chi mi leggerà, se fia d'animo benigno, m'accagionerà di essermene andato per le lunghezze, o di essermi dimorato alquanto in questa dolcezza; poichè dolcezze tali son rare per gli storici, in tanta infelicità dell'umana condizione.
Ma è tempo oramai ch'io venga a discorrere delle riforme fatte in Toscana da Leopoldo nell'ecclesiastiche discipline, materia di tanta gravità, e che destò tanto grido e tanta aspettazione d'uomini sì in Italia, che fuori di essa. Gli antichi Toscani più propensi a dar ricchezze ai conventi che alle parrocchie, lasciarono quelli ricchi, queste povere. Le massime larghe dei gesuiti, e la constituzione UNIGENITUS erano state accettate senza opposizione alcuna in Toscana. Ma quando fu assunto al vescovato di Pistoia l'Ippoliti, i libri degli scrittori di Porto-Reale incominciarono ad andar per le mani degli ecclesiastici. Arnauld, Nicole, Dughet, Gourlin, Quesnel, diventarono i libri favoriti dei preti. Questa inclinazione verso la scuola di Porto-Reale molto s'accrebbe, quando Scipion Ricci successe all'Ippoliti nella sede vescovile di Pistoia. Se ne compiacque Leopoldo, e convocò nel 1787 un'assemblea dei vescovi di Toscana, proponendo loro cinquanta sette punti, tutti relativi alla riforma dell'ecclesiastica disciplina. Molti s'accordarono, altri si modificarono, alcuni si serbarono a tempi migliori.
Il principe, avuto il parere di prelati venerabili per dottrina e per integrità di costumi, procedè più francamente alle riforme. Stabilì, le parrocchie dessersi a concorso, s'aumentassero i redditi loro, veruna tassa più non pagassero ai vescovi forestieri, annullassersi le pensioni di qualunque sorte sopra i benefizi curati, permutassesi la destinazione dei fondi vincolati ad usi religiosi, e indifferenti, o poco utili, ed il provento di tali capitali in aumento delle scarse congrue dei parochi più bisognosi s'impiegasse; con questo, ed in compenso di tali concessioni, i rettori delle cure dall'esazione delle decime, e da altri emolumenti di stola desistessero; i parochi alla residenza obbligati fossero; niuno più di un benefizio goder potesse, ancorchè semplice, massimamente se residenziale fosse; tutti i sacerdoti che benefizio residenziale avessero, fossero alla chiesa, ov'era fondato, incardinati, e tutti i sacerdoti semplici, alla chiesa parrocchiale, dove abitassero, e ciò con dipendenza dal paroco, ed obbligo di aiutarlo nel pio suo uffizio; i benefizi tanto di collazione ecclesiastica, quanto di nomina regia, a chi servito avesse od attualmente servisse la chiesa, solo ed unicamente si conferissero; i regolari ed i canonici dal paroco dipendessero, e ad aiutarlo in tutto che abbisognasse obbligati fossero; alla sussistenza degli ecclesiastici o poveri, od infirmi provvedessesi; i romiti, salvo quelli che utili fossero, abolissersi; tutte le compagnie, congregazioni, e confraternite sopprimessersi; a tutte sostituissersi le sole compagnie di carità; le chiese, oratorii, refettorii, e stanze delle compagnie soppresse ai parochi gratuitamente si consegnassero; i religiosi regolari dal vescovo dipendessero; l'abito non vestissero prima dei dieciott'anni, non professassero prima dei ventiquattro; le religiose non prima dei venti vestissero, non prima dei trenta professassero; il tribunal del sant'officio s'annullasse; le censure di Roma, per quanto si risolvono in pene temporali, ed i monitorii di scomunica, senza il regio consenso non s'eseguissero, nè pubblicarsi, nè intimarsi, nè attendersi nel foro esterno potessero; s'intendesse abolito il privilegio degli ecclesiastici di tirar i laici al foro loro, e nelle cause criminali in tutto e per tutto ai laici parificati fossero; le curie ecclesiastiche e delle cause meramente spirituali conoscessero, e pene puramente spirituali definissero; gli ordinarii ogni due anni il sinodo diocesano, per conservare la purità della dottrina e la santità della disciplina, convocassero.
Queste deliberazioni del principe toscano, ancorchè molestissime alla corte di Roma, non toccavano però la sostanza stessa di quell'autorità pontificia, che già da più secoli o tacitamente consentita, o espressamente riconosciuta dalla chiesa pretendono i papi aver piena ed intiera. Tengono i curialisti romani quest'opinione, che il papa sia solo vicario, e rappresentante di Cristo, e suo plenipotenziario; e che tutti gli altri vescovi del mondo siano vicari, non di Cristo, ma del pontefice romano, cosicchè nella chiesa non vi sia veramente che un vescovo solo universale, che riceva da Cristo tutto il deposito dell'autorità ecclesiastica da comunicarsi da lui con misura a' suoi subalterni. Ma a quelle deliberazioni non si rimase Scipion Ricci, vescovo di Pistoia, che intento sempre a voler ritirare il governo della chiesa verso i suoi principii, aveva già opinato nell'assemblea dei vescovi di Toscana, acciò si ampliassero le facoltà, non che dei vescovi, dei parochi, volendo, a foggia dell'antica comunanza dei Cristiani, che gli uni e gli altri avessero voce deliberativa nei sinodi diocesani. Statuì poi nel suo sinodo, avere il vescovo ricevuto da Cristo immediatamente tutte le facoltà necessarie al buon governo della sua diocesi, nè potersi le facoltà medesime od alterare, od impedire, e poter sempre, e dovere un vescovo nei suoi dritti originari ritornare, quando l'esercizio loro fu per qualsivoglia cagione interrotto, se il maggior bene della sua chiesa il richiegga. Le quali proposizioni fecero assai mal suono alle orecchie romane, per guisa, che Pio VI come erronee, ed anche come scismatiche, alcuni anni dopo, le condannò. Aggiunse il Ricci alcune altre dottrine, che parvero e temerarie ed alla santa sede ingiuriose; essere una favola pelagiana il limbo dei fanciulli, un solo altare dover essere in chiesa secondo il costume antico; la liturgia ed esporsi in lingua volgare, e ad alta voce recitarsi; il tesoro dell'indulgenze esser trovato scolastico, chimerica invenzione l'averlo voluto applicar ai defunti; la convocazione del concilio nazionale esser una delle vie canoniche per terminar le controversie circa la fede ed i costumi. In fine sommamente dispiacque a Roma quella proposizione del sinodo pistoiese, per la quale i quattro articoli statuiti dal clero gallicano nell'assemblea del 1682 si approvarono, e questa particolarmente Pio Sesto con una sua bolla tassò, e dannò come temeraria, scandalosa, ed alla santa sede ingiuriosa.
Le dottrine del sinodo pistoiese levarono un gran rumore in Italia, massimamente quando furono condannate da Roma. Scritti senza numero vi si pubblicarono da persone dottissime nella storia ecclesiastica, alcuni in favor di Roma, molti in favor di Pistoia, e fra Pistoia e Roma pendeva sospesa la lite. Allegavasi dai papisti, incominciare a por piede in Italia l'eresie di Lutero; dai difensori del Ricci, un salutar freno incominciarsi a porre alla prepotenza di Roma. Gli ultimi, tra perchè pretendevano ai discorsi loro parole santissime di semplicità e di parsimonia, e perchè inclinavano a favore dei più, e perchè finalmente era divenuta intollerabile a tutti la potenza eccessiva di Roma, molto s'avvantaggiavano sugli avversari loro, ed andavano ogni dì maggior favore acquistando.
Queste ferite tanto più addentro andavano a penetrare nel cuore del pontefice, quanto più nel regno stesso di Napoli le medesime, o poco dissomiglianti dottrine si professavano. Pareva a tutti, ed ai principi massimamente, che le dottrine, che in Toscana prevalevano, non solo la disciplina trascorsa ristorassero, ma ancora la potenza temporale alla libertà, ed alla debita indipendenza dai romani pontefici restituissero. Perlochè con piacere si abbracciavano, con celerità si propagavano, con calore si difendevano. Ma nel regno delle due Sicilie erano alcuni particolari motivi, per cui le medesime dottrine, che suonavano parole tanto gradite di libertà e d'indipendenza, fossero dal governo medesimo più volonterosamente ed accettate e difese. Prima però di favellare di queste controversie, fia d'uopo raccontare qual fosse lo stato del regno, e quali le opinioni e le affezioni che vi predominavano, rincrescendoci già fin d'ora, che principii che spiravano umanità e beneficenza, siano stati poi seguitati, per la malvagità dei tempi, dalle più orribili, e lagrimevoli tragedie, di cui ci abbiano gli storici tramandato la memoria. Tanto, o l'ardor del cielo, o l'atrocità delle ingiurie, o il desiderio immoderato della vendetta, o tutte queste cagioni unite insieme fanno trascorrere sempre fino agli estremi le cose in quella parte d'Italia.
Essendo il re Carlo di Borbone salito sul trono di Spagna nel 1750, cedè il regno delle due Sicilie a Ferdinando Quarto, suo figliuolo secondogenito, constituito allora nella tenera età di nove anni. Creata prima di partire la reggenza, pose per moderatore della giovinezza del nuovo re il principe di S. Nicandro. Questi privo di ogni sorte di lettere, non potendo insegnare altrui quello che non sapeva egli medesimo, insegnò al regio alunno la pesca, la caccia, ed altri cotali esercizi di corpo. Di questi s'invaghì il giovane Ferdinando, che ne prese poscia in tutti i tempi di sua vita grandissimo diletto. Ma crebbe poco instrutto di ciò che importa alla vita civile, ed al governo degli stati. Pure amava chi sapeva, e di consigliarsi con loro. Piacque alla fortuna, qualche volta pure favorevole ai buoni, che a quei tempi avesse grandissima introduzione e principal parte nei consigli napolitani il marchese Tanucci, uomo dotto, di libera sentenza, mantenitor zelante delle prerogative reali, ed avverso alle immunità ecclesiastiche, massime in materie criminali. Dava il re facile orecchio alle parole sue; però il governo del regno procedeva con prudenza e con dolcezza. Speravasi qualche moderazione alla tirannide feudale, che in nissuna parte d'Italia erasi conservata più gravosa, che in quel regno, principalmente nelle Calabrie. I baroni, possessori dei feudi, nemici egualmente dell'autorità regia e del popolo, quella disprezzavano, questo tiranneggiavano. Oltre i soliti bandi della caccia, della pesca, dei forni, dei mulini, essi nominavano i giudici delle terre, essi i governatori delle città; per loro erano le prime messi, per loro le prime vendemmie, per loro le prime ricolte degli oli, delle sete, e delle lane; per loro ancora i dazi d'entrata nelle terre, i pedaggi, le gabelle, le decime, ed i servigi feudatarii. Insomma erano i popoli vessati, l'erario povero, l'autorità regia manca. Sì fatte enormità, tanto discordanti dal secolo, non potevano nè sfuggire a Tanucci, nè piacere ad un re di facile e buona natura. Però con apposite leggi furono moderate. Inoltre Tanucci chiamò i baroni alla corte; il che fu cagione che, raddolciti i costumi loro, diventarono più benigni verso i popoli.
Quanto agli stati esteri, questo ministro, amico a tutti, pendeva per la Francia: ciò spiacque a Carolina d'Austria, fresca sposa di Ferdinando, donna d'animo imperioso ed aspro. Fu dimesso Tanucci, e surrogati in suo luogo, prima il marchese della Sambuca, poi Acton, uomini di natura consenziente a quella della regina; prevalsero allora le parti d'Austria.
Pure le salutari riforme si continuarono; parecchi privilegi baronali furono aboliti, i pedaggi soppressi, migliori speranze nascevano dell'avvenire. Gli animi si mostravano disposti. Aveva Filangeri filosofo pubblicato i suoi scritti, nei quali non saprei dire, se sia maggiore la forza dell'ingegno, o l'amore dell'umanità. Erano con incredibile avidità letti, e con grandissime lodi celebrati da tutti. Sorse allora universalmente un più acceso desiderio di veder lo stato ridotto a miglior forma. Volevasi una libertà civile più sicura, una libertà politica maggiore, una tolleranza religiosa più fondata. Nè a questa inclinazione dei popoli contrastava il governo, non ancora insospettito dalla rivoluzione di Francia.
Nel regno di Napoli specialmente più si desideravano le riforme, perchè più erano necessarie, e maggiori radici avevano messe le generose dottrine, massime fra i legisti. Gran confusione ancora era nelle leggi: vivevano tuttavia quelle degli antichi Normanni, viveano quelle dei Lombardi, nè le leggi dei due Federici, nè le aragonesi, nè le angioine, nè le spagnuole, nè le austriache erano del tutto dismesse. Quindi niun diritto in palese, nè niuna lite terminabile. La gravità del male faceva più desiderare il rimedio, principalmente negli ordini giudiziali, per le dette ragioni imperfettissimi.
Ma queste cose meglio si conoscevano per dottrina che per esperienza; desideravasi qualche saggio pratico dell'utilità loro. Aveva il re, mentre viaggiava in Lombardia, visitato le cascine, per cui tanto sono celebrate le pianure del Parmigiano, e del Lodigiano. Piacquergli opere tali, ne fondò una a San Leucio, luogo poco distante da Caserta. La colonia cresceva. Gli amatori delle riforme tentarono Ferdinando dicendo, che, poichè era stato il fondatore di S. Leucio, fossene anche il legislatore; l'ottennero facilmente. Statuì il re delle leggi della colonia, per cui venne a crearsi nel regno uno stato indipendente, di cui solo capo era il re. Dichiarossi la colonia indipendente dalla giurisdizione ordinaria, e solo soggetta ai capi di famiglia, ed agli anziani di età; gli atti appartenenti alla vita civile, massime al matrimonio, reggevansi con forme, e regole speciali, ogni cosa in conformità delle dottrine di Filangieri. Con queste leggi particolari prosperava dall'un canto continuamente la colonia, dall'altro il re vieppiù se n'invaghiva, e vedutone il frutto in pratica, diventava ogni dì meno alieno da quei pensieri, che gli si volevano insinuare. Appoco appoco si distendevano nel popolo, ed il desiderio di nuovi ordini andava crescendo, parendo ad ognuno, che quello che per l'angustia del luogo era fino allora utile a pochi, sarebbe a tutti, se con la debita moderazione a tutti si estendesse.
Questi consigli tanto più volentieri udiva Ferdinando, quanto più coloro che gliene porgevano, erano appunto i più zelanti difensori della autorità e dignità sua contro la corte di Roma. Già s'era Tanucci dimostrato molto operativo in questo negozio delle controversie romane. Già per consiglio suo erasi soppresso il tribunale della nunziatura in Napoli, a cui erano chiamate in appello avanti il nunzio del papa tutte le cause, nelle quali qualche ecclesiastico avesse interesse; fu anche troncato ogni appello a Roma. Pareva in fatti abuso enorme, che un principe forestiero esercitasse giurisdizione, e rendesse giustizia negli stati di un altro principe. Era Tanucci stato anche autore, che la corona di Napoli, e non la santa sede nelle vacanze dei benefizi nominasse i vescovi, gli abbati, e gli altri beneficiati, che la presentazione della chinea il giorno di S. Pietro in una offerta di elemosina si cangiasse, che il nuovo re non s'incoronasse per evitar certe formalità, che si usavano fin dai tempi dei re Normanni, e che la sovranità romana sul regno indicavano. Per consiglio suo medesimamente si era diminuito il numero dei religiosi mendicanti, e soppressa la società di Gesù. Parlossi inoltre di rendere i frati indipendenti dai generali loro residenti a Roma, e d'impiegar una parte dei beni della chiesa per allestir un navilio sufficiente di vascelli da guerra.
Tutte queste novità non si potevano mandar ad esecuzione senza grandissime querele dalla parte di Roma; infatti elle furono molte. Ma sorsero nel regno molti scrittori a difesa della libertà, e della indipendenza della corona. I fratelli Cestari risplendevano fra i primi; si accostò a loro l'arcivescovo di Taranto. Ma vivi soprattutto si dimostrarono coloro, che desideravano un governo più largo, proponendosi in tal modo, e ad un tempo medesimo di difendere la dignità della corona, e di combattere le prerogative feudali. Ciò andava a' versi a Ferdinando grandemente sdegnato contro Roma; però ogni giorno più si addomesticava con loro, e gli vedeva, e gli udiva più volentieri. S'aggiunse, che Carlo di Marco, uno dei ministri del re, uomo di non poca dottrina, dava lor favore, per quanto spetta alle controversie con Roma.
Tale era lo stato del regno di Napoli, in cui si vede che i medesimi tentativi si facevano, che nella Lombardia austriaca ed in Toscana circa la disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore a cagione delle controversie politiche con Roma. Rispetto poi alle riforme nelle leggi civili, vi si era anche incominciato a por mano, ma con minor efficacia, perchè Acton non se n'intendeva e ripugnava; la regina, che se n'intendeva, ripugnava ancor essa; ed il re occupato ne' suoi geniali diporti, amava meglio che altri facesse, che far da se. Da ciò nasceva, che gli umori non si sfogavano, ed il negato si appetiva più avidamente.
La Sicilia, parte tanto essenziale del regno di Napoli, si reggeva con leggi particolari. Da tempi antichissimi ebbe un parlamento di tre camere dette Bracci, ch'erano gli ordini dello stato. Una chiamavasi Braccio militare, o baronale; in questo sedevano i signori, che avevano in proprietà loro popolazioni, almeno di trecento fuochi. L'altra intitolavasi Braccio ecclesiastico; entravano in questo tre arcivescovi, sei vescovi e tutti gli abati, ai quali il re conceduto avesse abbazie. La terza aveva nome Camera demaniale; era composta dai rappresentanti di quelle città che non appartenevano ai baroni, e che demaniali si chiamavano; cioè del dominio del re. Perciocchè due sorte di città avea la Sicilia, baronali, e libere. Le prime erano quelle che stavano soggette ad un barone, le seconde quelle che dipendevano immediatamente dal re, e si reggevano con le proprie leggi municipali. Accadeva spesso, che un solo barone avesse più voti in parlamento, per essere feudatario di più terre. Lo stesso accadeva, e per la medesima ragione, degli ecclesiastici; lo stesso ancora dei deputati delle città, dando più città il mandato ad una persona medesima. Capo del Braccio baronale tenevasi il barone più antico di titolo, dell'ecclesiastico l'arcivescovo di Palermo, del demaniale il pretore della medesima città: adunavasi anticamente il parlamento ogni anno; poi fu fatto quadriennale. Prima di Carlo V faceva le leggi; dopo venne ridotto a concedere i donativi.
Da questo si vede, che il nervo principale del parlamento siciliano consisteva nei baroni, perchè più ricchi erano, e più numerosi. Ma ben maggior era la potenza loro nelle terre, a cagione dei privilegi feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigi feudatarii vi erano ancora gravi. Del resto le opinioni del secolo poco avevano penetrato in quell'isola; ma quello che non dava l'opinione, il potevano dare facilmente gli ordini dello stato.
Questa che abbiamo raccontata, era la condizione del regno delle due Sicilie verso l'ottantanove; ma poco diversa appariva quella del ducato di Parma e Piacenza, dove come a Napoli, regnava la famiglia dei Borboni di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi sorta una maggior perfezione del vivere civile, e le contese con la sedia apostolica pel medesimo fine delle investiture avevano aperto il campo ad investigazioni a diminuzione dell'autorità romana. Quando l'infante D. Filippo governava il ducato, era in lui grande l'autorità del francese Dutillot, il quale nato di poveri parenti in Baiona, era salito per la virtù sua al grado di primo ministro. Era stato appunto mandalo Dutillot dalla corte di Francia al duca Filippo, acciocchè lo consigliasse intorno agli affari che correvano con la corte di Roma, temendosi che in quella nuova possessione del ducato, ella volesse dare qualche sturbo in virtù dei diritti di superiorità sovrana, che pretendeva in quello stato. Per verità se grande fu la fede che la Francia ed il duca Filippo ebbero in Dutillot, non furono minori la sua destrezza, e la prudenza. Chiamò a se i più famosi ingegni d'Italia, tra i quali non è da tacersi il teologo Contini, uomo dottissimo nelle scienze canoniche, ed il Turchi, cappuccino di molte lettere, di notabile eloquenza, ed amatore delle libertà ecclesiastiche, benchè, fatto vescovo, abbia poi mutato, non dirò opinione, ma discorso; ma tanto per opera di Dutillot si dirozzarono i costumi in quella bella parte d'Italia, e tanto vi prosperarono le buone arti, che il regno di D. Filippo ebbe fama del secol d'oro di Parma. Certo, città nè più colta, nè più dotta di Parma non era a quei tempi, nè in Italia, nè forse anche altrove. Crearonsi, per consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti ordini nell'università degli studi, un'accademia di belle arti, una magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni insegnamenti, ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi, oltre Paciaudi, e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac, Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo stesso, ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate, per edifizi, per strade, per pubblici passeggi. Così passò il regno di D. Filippo assai felicemente sotto la moderazione di Dutillot.
Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto il ducato nel duca Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governar lo stato con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè avendo il duca mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un editto, che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa Clemente XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò nulle quelle ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità non idonea a farle, e lesive dell'immunità ecclesiastica, ammonendo eziandio, che tutti coloro, che cooperato vi avevano, erano incorsi nelle censure ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti in nissun caso, eccettuato l'articolo di morte, se non da lui stesso, o dal pontefice, che dopo di lui sulla cattedra di San Pietro sedesse. Dutillot difese con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto sovrano del duca, alla quale difesa diedero non poco favore molti scritti pubblicati da uomini dotti in tale proposito.
Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio, e l'arti dei papisti già entrati molto addentro nella buona grazia del giovinetto principe. Ciò non ostante in tutto il tempo, in cui questi fu minore d'età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi, giunto all'età di diciott'anni, assunse il governo, s'indrizzarono i suoi pensieri ad altro fine. Perchè congedato Dutillot, il principe si governò intieramente a seconda dei papisti. Il tribunale dell'inquisizione fu instituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto a molti il rigore eccessivo, che si usava per far osservare certe pratiche di esterior disciplina. In questo i popoli non potevano dir del principe, che altro suono avessero le sue parole, ed altro i fatti; poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro, egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i santi nel calendario dell'anno. Ma mentre il duca pregava, i popoli si erudivano, nè Parma perdette il nome, che si era acquistato, di città dotta e gentile.
Sedeva a questi tempi, come abbiam già detto, sulla cattedra di san Pietro il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il colmo della prospera, e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore Clemente XIV da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla grandezza del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella semplicità di costumi, e quella modestia di vita, alle quali nella solitudine dei chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma, nel primo seggio della Cristianità, ed in tanta non solo curiosità d'indagine, ma ancora inclinazione alla miscredenza, che nei popoli di quell'età molte evidentemente apparivano, cosa altrettanto intempestiva, e pericolosa, quanto era in se lodevole, e virtuosa; perchè ove gli argomenti non persuadono, le virtù non muovono, e per ultimo rimedio si deve por mano alla pompa, imperciocchè gli uomini facilmente credono esser la ragione dove vedono la grandezza: ed il rispettare è principio del persuadersi.
Questi pensieri tanto operarono nella mente dei cardinali, che, morto Clemente, chiamarono papa il cardinal Braschi, che già fin quando era tesoriero della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia del discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere, procedendo in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che e la venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la sede ne venivano facilmente conciliati. Vero è, che tale generosa natura dava spesso, come suol avvenire, nell'eccesso contrario; perchè s'era bello d'aspetto, voleva anche comparir tale, forse più che al suo grado s'appartenesse; l'eloquenza sua sentiva talvolta di eccessiva squisitezza, e la grandezza peccava non di rado di vanità; del resto arbitrario e sdegnoso, sopportava malvolentieri che altri ai voleri suoi si opponesse. Queste erano le qualità di papa Pio. Circa i costumi, e' furono non che non meritevoli di riprensione, degni di lode; e certe voci corse in questo proposito, piuttosto alla malvagità dei tempi che seguirono, che a verità debbonsi attribuire.
Ognuno crederà facilmente, che un pontefice di tal natura, sentendo altamente di se, doveva anche altamente sentire dell'autorità sua, e delle prerogative della sedia apostolica. Nè mancavano incentivi a queste inclinazioni. Covava allora fra quei cardinali, che non erano o dall'ignoranza offesi, o dall'ozio, o dalle morbidezze ammolliti, un disegno d'una suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla unita sotto un governo confederato, di cui fossero parte tutti i principi italiani, e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo consiglio era il cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che no, ma dottissimo in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle prerogative romane; se ai più pareva, che Gregorio VII avesse troppo detto e troppo fatto, pareva all'Orsini, ch'ei non avesse nè detto, nè fatto abbastanza. (Gorani, Mémoires secrets des Cours d'Italie, t. II) Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiere dell'Orsini circa la lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia, come pur troppo spesso n'è nata la rovina; perchè non sempre ebbero i papi il dovuto rispetto all'autorità temporale dei principi italiani; ed i principi italiani hanno sempre amato invidiarsi fra di loro, e chiamare, per ultimo rimedio, i forestieri in Italia piuttosto che pensare alla preservazione della comune madre. Quali effetti ne siano risultati e per loro, e per tutti, il mondo se gli ha veduti, e gl'Italiani non piangeran mai tanto, che non resti loro a piangere molto più.
Tornando ora al proposito nostro, non potendo Pio allargare, come avrebbe voluto, nè il dominio, nè l'autorità, perchè l'opinione era contraria, cercò di acquistar fama di splendido sovrano. Debbesi per prima e principal opera mentovare il prosciugamento delle paludi Pontine, se non a final termine condotto, certamente per la maggior parte eseguito con ispesa tanto enorme rispetto a stato sì angusto, con costanza tanto mirabile, che pochi esempi si leggono nelle storie degni di ugual commendazione.
Chiamano paludi Pontine una pianura di centottanta miglia quadrate, che si distende in lunghezza fino a ventisette, ed in larghezza fino a otto, più o meno, secondo i luoghi. Ella è terminata a greco dalle montagne della Spina, a piè delle quali sorgono le città di Terracina, Piperno, e Sezze; a maestro dalle colline di Velletri, e dai boschi della Cisterna, a libeccio; a scirocco, ed ad ostro dal mare.
Erano anticamente questi luoghi, e prima che diventassero tanto infami per aere pestilenziale, colti e salubri. Solo un piccolo padule vi si osservava vicino a Terracina. Fecevi nel quinto secolo di Roma il censore Appio la magnifica via, che ancora si chiama col suo nome. Ma spopolate le provincie per l'atrocità delle guerre, e fatti i terreni incolti, le acque stagnanti soprabbondarono, e sopraffecero ogni cosa. Poi Cetego consolo di nuovo prosciugando, le risanò. Ma le guerre civili le tornarono a peggior condizione; tanto che ai tempi d'Augusto la via Appia appariva sola in mezzo di quel vasto marese. Tentò Augusto, tentarono gl'imperadori suoi successori di ridurlo a sanità, e fecerlo; ma i Barbari, che sopravvennero, spensero, con tutti gli altri, anche questo segno dell'uman culto, e dell'opere d'ingegno. Così quelle pingui e vaste terre impaludate si rimasero fino ai tempi più moderni, in cui i pontefici romani Leone Primo, e Sisto Secondo applicarono l'animo a volerle prosciugare. Aprì il primo il gran portatore della torre di Badino, aprì il secondo il fiume Sisto, ch'è un canale artefatto, che attraversa le paludi per la lunghezza loro, ed è destinato a raccorre tutte le acque superiori per condurle al mare. Ma nè l'uno, nè l'altro di questi pontefici regnarono tempo, che bastasse a compir l'impresa. Sgomentaronsene i successori, o fecero tentativi inutili. Clemente XIII volle dare sfogo all'acque pel rio Martino, ma non potè, ritraendolo l'enormità della spesa. Finalmente non così tosto fu assunto al pontificato Pio VI, che pensò al prosciugamento delle Pontine. Quattro fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa, e la Teppia, non trovando sfogo al mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento. Rapini, ingegnere di grido, proposto da Pio alle opere, cavata la linea Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico fiume Sisto, alveò l'Uffente, e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.
Non dimostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di S. Pietro; opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stile della basilica di Michelagnolo. Dolsersi anche non pochi, che per fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato, che si atterrasse l'antico tempio di Venere, al quale Michelagnolo aveva avuto tanto rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere, come aveva fatto già fin quando esercitava l'ufficio di auditore del Camerlingo, a papa Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso Museo, il quale poi condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione, fu chiamato Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue, busti, bassirilievi, ed altre anticaglie di gran pregio, alle quali non mancava mai il motto: dato dalla munificenza di Pio Sesto; vanità per certo molto innocente. Come nobile fu l'intento suo nel fondar il Museo, così nobile del pari fu il suo consiglio di volerne tramandare con eccellente rappresentazione di scritture, e di figure la memoria ai posteri. Nè fu meno commendabile l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto alle figure, a Ludovico Mirri, e quanto ai comenti, ad Ennio Quirino Visconti, ne sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino, una delle opere più perfette, che in questo genere siano.
Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno: così visitata dai più potenti principi d'Europa lasciava in loro riverenza, e maraviglia, così la magnificenza che cresceva, suppliva alla fede che mancava; così i popoli mossi da sì sontuosi apparati non rimettevano di quella venerazione, che avevano sempre avuto verso la sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che parlavano tanta umanità, poche radici avevano messo in Roma: non che i gentili pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro mescolando, come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo a certi effetti cagioni non vere, troppo in se stessi si compiacquero di condannar le romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a se medesima conforme, che mancate l'armi, comandò con la fede, mancata la fede, comandò con le pompe, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza, che per ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.
Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per benefizio dei principi, o per ammaestramento dei buoni scrittori, le vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei popoli, e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più ferma di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in tutte le altre, o rovine nella casa regnante, o rivoluzioni di popoli. Del quale privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà, prima e principal cagione essere la potestà assoluta del principe, giunta con un uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni dell'ambizione dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto tra la Francia e l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione di un potente, anche fortunata, che render se ed il paese suddito o dell'una o dell'altra; nè mai chi avesse voluto imitare un duca di Braganza, avrebbe potuto venir a capo della sua impresa. S'aggiunse, che i principi di Savoia governarono sempre gli eserciti loro da loro medesimi, nè potevano sorgere capitani di gran nome, che potessero, non che distruggere, emulare la potenza dei principi.
Da questo, e dagli eserciti molto grossi, nacque la maravigliosa stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in quello stato una opinione generale stabile, che da generazione in generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante alle repubbliche, nelle quali, se cangiano gli uomini, non cangiano le massime, nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.
Ciò non ostante alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento, si ravvisavano negli stati del re di Sardegna, massime circa la ecclesiastica disciplina. Imperciocchè tolte con providissimo consiglio dal re Vittorio Amedeo II le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita l'università degli studi di ottimi professori, incominciarono le dottrine dell'antichità cristiana a diffondersi. I tre bibliotecari dell'università, Pasini, Berta, e Pavesio, uomini di molto sapere e pietà, promossero lo studio delle opere scritte dai difensori di quelle dottrine: Vaselli ne arricchì la libreria del re.
Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo generoso, di vivo ingegno, e di non ordinaria perizia nelle faccende di stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di misura: il che rovinò le finanze, che tanto fiorivano ai tempi di Carlo Emanuele suo padre; sparse largamente nella nazione la voglia delle battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili, soli ammessi a capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo re di Prussia. Certamente se immortali lodi si debbono a Federigo per aver difeso il suo reame contra tutta l'Europa, gran danno ancora le fece per avervi introdotto coll'esemplo suo un eccessivo umor soldatesco, ed aver messo su eserciti smisurati. Gli altri potentati o per fantastica imitazione, o per dura necessità furono costretti a far lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia, che dilatò questa peste ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte, che la portò agli estremi, ed altro non mancherebbe alla misera Europa per aver la compita barbarie, se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti, coi combattenti anche i vecchi, le donne, ed i fanciulli. Certo nè libertà alcuna, nè ordine buono di finanza, nè civiltà durevole potrà mai essere in Europa, se i principi non si risolvono a por giù questi loro eserciti sterminati. Questi sono gli obblighi, che le generazioni hanno a Federigo.
Ma tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato, che soleva dire, ch'ei faceva più stima di un tamburino, che d'un letterato, benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro lasciato da Carlo, ma i debiti dello stato, non ostante che le imposizioni s'aggravassero, tanto s'ammontarono, che sommavano nel 1789 a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento venti milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche conferivansi solo ai nobili, ed agli abbati di corte. Ad una generazione di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti, successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti per dottrina, e fors'anche meno per costume a reggere gli uffizi loro.
Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere. Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano pontefice, ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio, contuttochè pensasse da illuminato cristiano in materia religiosa, aveva, per amor di quiete, ordinato, che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè contro la bolla Unigenitus, nè mai si trattasse dei quattro capitoli della chiesa gallicana; che anzi, siccome questi capitoli erano apertamente insegnati, e costantemente difesi nell'università di Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe Secondo, aveva, a petizione del cardinale Gerdil, uomo dotto, ma romano in eccesso, proibito, che i sudditi andassero a studiare in quella università. Ma tali opinioni più pullulavano, quanto più si volevano frenare.
Da quanto abbiam finora discorso si può raccogliere, che il paese d'Italia, il quale ne sta ai passi, e doveva il primo esser percosso dalla tempesta, trovavasi, sotto sembianza forte, in non poca debolezza; poichè, se aveva esercito grosso e pieno di buoni soldati, che aveva certamente, governavasi questo esercito da ufficiali più notabili per nobiltà, che per esperienza di guerra; l'erario penuriava per debiti e per dispendio esorbitante; la superiorità dei nobili odiosa a tutti. Perciò vi covava qualche mal umore, crescendo dall'una parte la superbia per sospetto, dall'altra l'ambizione per dispetto.
Se la monarchìa Piemontese era la più ferma delle monarchìe, la repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro i quali credono, essere le repubbliche varie e turbolente, nè poter la quiete sussistere che nelle monarchìe, potran vedere nella Veneta una repubblica più quieta di quante monarchìe siano state al mondo, eccetto solo quella del Piemonte. Passò gran corso di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni, da Turchi, da Germani, da Francesi; trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti; Roma stessa fulminava contro di lei. Pure conservossi, non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe bisogno di alterar gli ordini antichi. Tanto perfetti erano i medesimi, e tanto s'erano radicati per antichità! Pare a me, che più sapiente governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si risguardi la conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai parti pericolose; per questo certe nuove opinioni non vi si temevano, perchè non vi si amavano, e forse ancora non vi si amavano, perchè non vi si temevano. Solo da biasimarsi grandemente era quel tribunale degl'inquisitori di stato per la segretezza, l'arbitrio, e la crudeltà dei giudizi: pure era volto piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizi, che a tiranneggiare i popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi che non gli hanno per legge stabile, se gli procurano per abuso; e non so se muovano più il riso o lo sdegno certuni, che tanto romore hanno levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto da lui di distruggere quell'antica e santa repubblica. Del resto, la providenza di lei era tale, che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli animi, e se vi rimanevano ordini buoni, mancavano uomini forti per sostenergli. Diminuita la potenza Turchesca, e composte a quiete le cose d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano, ed al regno di Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar salva nei pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero certi tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare senza la forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti: la sapienza civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso l'ottantanove stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di risoluzioni prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edifizio politico vi stava senza puntello: una prima scossa il doveva far rovinare.
Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno da' suoi maggiori degenerato del Genovese. Fortezza d'animo, prontezza di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista con qualche rozzezza, ma esente da mollezza; un osare con prudenza, un perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui di quel popolo, che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli estremi Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e Doria, cacciò dalla sua città capitale i soldati d'Austria; e se i destini in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarj alla misera Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel saggio di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza con la oppressione, e di libertà con la servitù, e gli animi distratti fra dolci parole e tristi fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè vendicarsi del male. Era in Venezia un acquetarsi abituale alla sovranità dei patrizj, perchè era non solamente non tirannica, ma dolce, e perchè era da principio presa, e non data. Era in Genova un vegliare continuo, una gelosìa senza posa nell'universale verso la sovranità dei nobili, non perchè tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi comandava, ma data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar gli animi in Venezia: le sette, le fazioni, le parti ora rompendo in manifesta guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri, avevano mantenuto in Genova gli animi forti, e le menti attente. Era nel paese veneto gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là si poteva conservar l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo operando. Era in Venezia chiuso a' plebei il libro d'oro; era in Genova aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che la fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più per delicatezza di costumi, che per forza, e se pel contrario era più conspicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni, quelle relative allo stato poco sapevano di cambiamento, quelle relative all'ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto-Reale era in favore, e molto largamente si pensava sull'autorità del papa. Tal era Genova non cambiata dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi abitatori al molto amor patrio suo sempre molesto ai forestieri, piuttosto che a verità, debbonsi attribuire.
Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità dei popoli e per la stabilità degli stati l'aristocrazia temperata dal costume, se Genova c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di governo temperata dal costume e dalla gelosia del popolo, dimostravalo Lucca con l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile investigazione sul procedere tanto dei nobili, quanto dei popolari. Era in Lucca quest'ordine, che chiamavano discolato, e rappresentava l'antico ostracismo d'Atene, e la censura di Roma, che quando alcuno, o nobile o popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia civile, o dei costumi buoni, tosto tenevasi Discolato, scrivendo ciascun senatore il suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il dannavano in tre Discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine, od in esilio. Tenevasi il Discolato ogni due mesi; il che era gran freno agli uomini ambiziosi e scorretti. Pure siccome sempre il male è vicino al bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che ne nasceva, rendevano di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi; perfino l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare Lucchese, ed una terra, oltre ogni credere dolce e gioconda, era abitata da gente grave e contegnosa.
Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero: poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato, o vogliam dire ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusargli di gravame; commessarj espressi tenevano registro, e facevano rapporto al senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca giudizj integerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza dei popoli.
Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato dalle stagioni, si fornivano, o danari dall'erario, o generi dai magazzini del comune. Così mite, provvido, e libero era il reggimento di Lucca. Così ancora facilmente si vede, che nei paesi d'Italia, che non erano stati dati in preda dagl'imperadori a principi assoluti, od a signori arbitrarj, erano state ordinate la giustizia e la libertà, non impronte e superbe favellatrici, come in altri paesi, ma fondate su buoni statuti, sull'assenza d'eserciti esorbitanti, sulla modestia di chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo, ed assennata degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per fondare una compita libertà, nè io, nè altri, credo, che s'ardirà dire. Ma dove sia questo genere di perfezione, per me nol so; poichè neanco credo che sia dove le soldatesche sterminate possono conquistare, e recare a servaggio non che la patria, una, ed anche più parti del mondo. Che se poi solo ed unicamente si volesse giudicare della bontà dei governi argomentando dall'infrequenza dei delitti, certamente si affermerebbe i governi di Venezia, di Genova, di Lucca, e di Toscana essere i migliori. Va con questi, se però non è superiore per bontà, quello della repubblica di San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica di questo nome, appena nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide, felicità senz'invidia: quivi nobiltà solo per chiarezza di natali, non per dritti oltraggiosi, nè per privilegj, nè per desiderio di dominazione: quivi popolo occupato ed industrioso, e come fra nobili temperati, così nè irrequieto, nè tirannico. Fortunate sorti, per cui, tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli affetti conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno a San Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli uomini per civili e per esterne guerre: sul Titano monte perseverarono i Sammariniani in tranquillo stato, ed amici a tutti: dall'alto, e dal sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come fia da noi a suo luogo raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente dai capi di tutte le famiglie adunati in generale congresso, o vogliam dire a parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da se stesso a misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani del comune reggono lo stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva: avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte della giudiziale, ma questa poi cesse a uomini chiamati dall'estero dal consiglio sotto nome di podestà: rimase ai capitani l'ufficio di paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del loro ufficio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle obbligazioni, o come dicono i Francesi, della risponsabilità, trovato dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i forestieri. Nulla ci desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizj, la quiete non piace ai turbolenti, nè la libertà ai corrotti.
Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo di Este, ultimo rampollo di una casa, da cui l'Italia riconosce tanti benefizj di gentilezza, di dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli, che non solo ogni reggimento Italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel di Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo. Era il duca Ercole principe degno dei suoi maggiori, se non che forse la sua strettezza nello spendere era tale, che sapeva di miseria. Pure dubitar si potrebbe, se tale qualità in lui si debba a vizio, od a virtù attribuire; perchè se dagli eventi giudicar si dovesse, e dalla natura sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode, che di biasimo. Certo, era in lui maravigliosa la previdenza, e non so se i posteri mi crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito, quando dirò, che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso predisse, parecchi anni prima dell'ottantanove, il sovvertimento di Francia, e la rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica, che la Francia perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze si sarebbero collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata. Principe buono, ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano più funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste, nè mai comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener in freno il clero e Roma, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi, e si ricordava del tratto di Ferrara. Fiorirono maravigliosamente a tempo suo le lettere in quella parte d'Italia: finì la casa d'Este simile a lei, nell'antico costume perseverando.
Ora per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati finora largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia desiderj di riforme, non apparivano semi di rivoluzione; che questi desiderj risguardavano parte lo stato politico, parte la disciplina ed il governo della chiesa; principalmente una evidente impazienza vi era sorta di quanto rimaneva degli ordini feudali. I principi, i primi mostrarono di volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la macchina delle instituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava la filosofia tanto squisita di quei tempi, non quella, dico, turbolenta e sfrenata, che non s'intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella che desiderava maggior moderazione nei potenti, e maggior felicità nei deboli. Imperciocchè la religione divenuta ricca e potente, per opera dei gesuiti, lusinghiera e comportatrice di ogni cosa ai potenti, in troppo minor cura aveva, di quanto si convenisse, coloro i quali, secondo i precetti del suo divino Autore, suoi figliuoli prediletti esser dovrebbono, ch'è quanto a dire i deboli. In ciò volle supplir la filosofia, e fecelo, fintantochè uomini senza freno di lei troppo enormemente abusando, empierono il mondo di sterminj e di sangue, come altre volte uomini senza freno troppo enormemente ancora della religione abusando, avevano i secoli spaventato con stragi e con ruine. A questo, erano in alcuni luoghi della penisola uomini rozzi, ma forti, in altri uomini gentili, ma deboli; di nuovo in alcuni armi deboli, ma opinioni tenaci; in altri armi forti, ma eccessive, e per questo medesimo che eccessive erano, non sufficienti. Del resto, se erano in Italia desiderj buoni, non erano ambizioni cattive; non solo non vi si aveva speranza, ma neanco sospetto di rivoluzione, e gli Italiani hanno natura tale, che se van con impeto, maturano con giudizio.
Tale era Italia, quando giunto il secolo verso l'anno della nostra salute 1789, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere co' suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori in Italia, secondo la diversità degl'ingegni e delle passioni. In questi crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono a sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per sospetto, i popoli più le desiderarono per l'esempio: tutti credettero che per la vicinanza dei luoghi, per la frequenza del commercio, per la comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero di là, come già erano avvenute di qua da' monti.
LIBRO SECONDO
SOMMARIO
Rivoluzioni in Francia, e loro cagioni, ed effetti. Loro effetti negli altri paesi d'Europa, massime in Italia. Proposizione di una lega Italica. Vera natura del trattato di Pilnitz. Morte di Leopoldo, imperatore d'Alemagna; assunzione di Francesco, suo figliuolo. Stimoli della Russia alla guerra contro la Francia. L'Austria e la Prussia in guerra con questa potenza. Risoluzione della Sardegna, di Venezia, di Napoli, di Genova, del papa e della Toscana. Umori dei popoli in Italia: opinioni delle due parti contrarie. Arti del governo di Francia rispetto ai governi Italiani nel 1792. Egli dichiara la guerra al re di Sardegna nel mese di settembre. Fatti d'armi nella Savoia, e nella contea di Nizza tra i Francesi, e i Piemontesi. Dispersione di questi ultimi nelle due provincie. Esse vengono in potestà dei primi. Fuga lagrimevole dei fuorusciti francesi dalla Savoia. Risoluzioni del re Vittorio Amedeo in un caso tanto improvviso, e tanto pericoloso.
Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo non fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi volesse investigar le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi, che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il governavano, e finalmente lo stato dell'erario.
Quello spirito di benevolenza verso l'umana generazione, il quale era prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde, e più larghe radici in Francia, che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè dalla Francia medesima quasi da fonte principale derivava, sì perchè la civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta, e sì finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere spesso le mode ed i tempi, ed i tempi poscia gli governano. Così era allora tempo d'umanità; e siccome questa è una nazione, che per la prontezza della mente, e per la grandezza dei concetti, dà facilmente negli estremi così nel bene, come nel male, e sempre si governa coi superlativi, così questa universale benevolenza era diventata eccessiva, estendendosi anche a certi fini, che toccano la radice del governo, e ciò non senza pericolo dello stato; poichè se è necessario allettar gli uomini con l'amore, è anche necessario frenargli col timore, più potendo in loro l'ambizione e l'altre male pesti, che la gratitudine.
In tale disposizione di animi non solo erano divenuti, più che non fossero mai stati, odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni leggier freno, che dal governo venisse, era riputato duro e tirannico. Da questo procedeva, che con riforme utili si desideravano anche riforme disutili, o pericolose.
Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle, che s'erano formate e sparse ai tempi dell'ultima guerra d'America, sì opportunamente intrapresa, e sì generosamente condotta dalla Francia: esser doni volontarj le contribuzioni dei popoli, dover essi e della necessità loro, e della quantità giudicare, esser la nobiltà non necessaria, anzi pericolosa allo stato, il re capo, non sovrano, il clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza per gli oppressi, che se mancavano i veri, si cercavano i supposti per isfogar la piena di tanto amore; poichè ogni punito ed ogni imposto riputavansi oppressi, ed un gran di sale, che si pagasse, faceva sì che si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni, ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione, volevano diventar potenti con salire alle dignità, ed alle cariche dello stato.
Quest'erano le improntitudini popolari; ma la ferita era anche più grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello stato; conciossiachè coloro fra i nobili, che avevano militato in America, eransi lasciati ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da una illusione benevola, credendo che un'Americana pianta potesse portar buoni frutti in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli, che alla corona; ed oltre alla equalità dei dritti, desideravano l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica constituzione del regno. Piacevano loro le forme della constituzione d'Inghilterra. Ciò mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano per le novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.
Ma i più fra coloro dei nobili, che o per coscienza, o per interesse perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona tale quale era durata da tanti secoli, davano novella forza, certo per orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè e più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più duramente esigevano gli abborriti dritti feudali, credendo con maggior forza doversi tener quello, che si temeva di perdere. Ciò tanto maggiormente si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella parte dei nobili che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini o intieramente dismessi, o grandemente moderati, ed i restanti con molta mansuetudine riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè questi nobili arroganti erano appunto quelli, che facevano maggior dimostrazione in favore delle prerogative, e della potenza regia.
Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è, che i vizi maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo la natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di corrompere e di corrompersi; nè bastano le gentili dottrine a raffrenar quest'impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi era sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi, che ne fu tolto alle persone loro quel rispetto, che già aveva tolto ai loro dritti l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri infami erano giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione sua, che, nata l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire, ed ogni modo era riputato buono, o di pecunia accattata che si fosse, e di meretrice compra, o di bugia, o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia dei tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa, nè bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del re, per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che le corti s'informino sul modello dei re, così i Francesi vedendo una corte scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore, che in tutti i secoli hanno portato ai re loro.
Il perverso influsso era tale, che ne furono contaminati anche coloro, che dovrebbero avere in se più di sacro e di venerando. L'alto clero, posto da Dio per esempio e per modello ai fedeli, era diventato scandaloso per ogni sorte di corruttela. Non pochi fra i prelati, abbandonate le sedi e gli ovili loro, se ne givano a Parigi per ivi far opera a diventar ministri, o mostra di ozio, di lusso e di lussuria; nè era raro il vedere ecclesiastici di primo grado fare o i dottori politici, o i corteggiatori di dame nelle conversazioni sì pubbliche che private; e tra di loro alcuni, poste le mani violentemente nel proprio sangue terminarono una vita infame con modo ancor più infame. In mezzo a tutto questo scemava fra i popoli il rispetto verso la religione, ed è una fra le tante maraviglie di questi tempi strani, che i vizj dei prelati tanto e forse più abbiano contribuito all'incredulità del secolo, che gli accagionati filosofi con gli scritti loro; poichè, se questi davano gli argomenti, quelli davano la materia. In tal modo la potenza separatasi prima dalla virtù, separossi anco dal rispetto, suo principal fondamento; la virtù medesima sbandita dalla città e dalle curie, ricoverossi fra i modesti presbiterj dei parochi, e fra gli umili casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla potenza popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa, dov'era la virtù, e la cattiva, dov'era il vizio.
A questo si aggiungeva, che a gran pezza l'entrata non pareggiava l'uscita dello stato, deplorabil frutto dei concetti smisurati di Luigi decimoquarto, del voluttuoso vivere di Luigi decimoquinto, e del profuso spendere della corte di Luigi decimosesto, ancorchè questo principe se ne vivesse per se molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era giunto a tale sul finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina, se presto non vi si rimediava.
In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai nobili ai popolani, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati, e mancato il denaro, principal nervo dello stato, si vedeva, che ove nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe accaduto. Nè la natura del re dolce e buona era tale, che potesse dare speranza di potere o allontanare o indirizzare con norma certa, ed a posta sua gli accidenti che si temevano.
Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre più consentanea a se stessa nel male, che nel bene, e tanto sono cupe le ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata dai tempi, e come cosa utile e giusta, una equalità civile, una equilità d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato ad accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza, e le prerogative della corona tanto salutari in un reame vasto, ed in una nazione vivace e mobile, il comportassero. Ma la setta aristocratica, composta principalmente dai parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più ragguardevoli, dai nobili più principali, e secondata da un principe del sangue, del quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il fine, preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori dell'impresa. In questo il pensier loro era di cattivarsi con allettative parole la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento della propria, l'autorità della corona. Forse i primi e i principali autori di questo disegno miravano più oltre, velando con parole denotanti amore di popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia regnante.
Quale di questo sia la verità, i capi di questa setta si prevalsero molto opportunamente per arrivar ai fini loro di un'errore commesso dal governo, il quale diede occasione alla resistenza loro, e fu primo principio di quel fatale incendio, che arse prima il nobile reame di Francia, poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio ed a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto desiderate dal popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por le tasse, poi far le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque avendo egli pubblicato due editti, uno perchè si ponesse una imposta sopra le terre, l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata, il parlamento di Parigi, non solo fortemente protestò, ma ancora più oltre procedendo ordinò, che chiunque recasse ad effetto i due editti, fosse riputato reo di tradimento, e nemico della patria. Quest'era il momento d'insorgere da parte del governo, e di dar forza alla legge, e di aggiungere al tempo stesso qualche editto contenente riforme e giuste per se, e desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il passo. Ma egli, rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti i suoi editti. Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che volendo usar la occasione di guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione dell'autorità regia, passò ben a ragione ad abbominare con pubbliche scritture, e con parole infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo ad una convocazione degli stati generali, non essere in facoltà sua, nè della corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per via di tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la semplice espressione di questa volontà poter constituire l'atto formale della nazione; essere necessario, a volere che la volontà del re debba trarsi ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite dalla legge; tali essere i principj, tali i fondamenti della constituzione francese; sapere il parlamento, che si volevano sovvertire i diritti pubblici per stabilire il dispotismo; la libertà comune essere in pericolo; ma non volere, nè potere a tali rei disegni dar la mano, anzi volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali dritti dei sudditi fossero conculcati e messi al fondo: poi rivoltosi al re, gli intimò, non isperasse di poter annullare la constituzione, concentrando il parlamento nella sola sua persona.
Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto secondo gli ordini fondamentali dello stato; non s'intromettessero in affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna; ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili solo a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità nè legislativa, nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza pericolo, nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse, cambierebbesi la monarchìa in aristocrazìa di magistrati, badassero a far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai re di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà dei parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di notari del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti ai quali e' si dovevano conformare, e se nol facessero, sì gli costringerebbe.
Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, come quello di Parigi o avevano cessato di per se stessi l'ufficio, o erano dall'autorità regia sospesi. Volle il re rimediare con la creazione della corte plenaria, ma proruppe il parlamento in un'asprissima protesta: protestarono i pari del regno, il clero stesso titubava.
Intanto uomini faziosi di ogni genere o stimolati espressamente dai capi della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente della occasione offerta dalla resistenza loro per macchinar novità, andavano spargendo in ogni luogo semi di discordia e di anarchìa. Tumultuavasi a Grenoble, a Rennes, a Tolosa, ed in altre sedi di parlamenti; orribili scritture uscite in Parigi chiamavano tiranno il re, distruttore dei diritti del popolo, oppressore crudelissimo; esortavansi le genti a levarsi, a disvelare, e punir gli oppressori.
Avendo il re trovato in vece d'appoggio, opposizione e resistenza nei parlamenti, nella nobiltà, ed in una parte del clero, dovette necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua sulla potenza dei più, giacchè i pochi l'abbandonavano. Così era fatale, che le prime occasioni delle enormità che seguirono, siano state date da coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono alla fine le miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il Ginevrino Necker, e con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si sperava bene, il popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno, convocaronsi gli stati generali. Prevalse in sul bel principio la parte popolare, siccome quella, in favor della quale operavano i tempi. Decretossi dapprima, del qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio il numero dei deputati del terzo stato; poi sedessero i tre ordini, non separatamente, ma in comune; poi si deliberasse, non per ordini, ma per capi, il che diede del tutto la causa vinta ai popolari. Gli ordini uniti presero il titolo di assemblea nazionale. Erano portati al cielo: non si parlò più dei parlamenti, quantunque eglino con opportune scritture si fossero sforzati di riguadagnarsi quel favore, che per un nuovo empito popolare si era voltato all'assemblea.
L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì l'inequalità delle imposte, poi i privilegi della nobiltà, poi quelli del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio dell'equalità era solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano la occasione dell'indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia non gli poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità popolare non ardiva, perchè parlavano in nome, ed in favor del popolo. In ogni luogo sedizioni, incendj, e rapine; morti funeste, e modi di morte più funesti ancora: uomini mansueti divenuti crudeli; uomini innocenti cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficati. Virtù in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni giorno; e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva mano nel sangue, o ad ardere i palazzi; nè il sesso, nè l'età si risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime in Parigi. In mezzo a tutto questo atti sublimi di virtù patria, e di virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile, e contrario. Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.
In fine dopo molti e varj eventi, l'assemblea con una cotal constituzione, che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico, molto del democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne l'assemblea legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale, che l'uccise. Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della somma delle cose i tristi, la nazione francese, non trovando più riposo in se stessa, minacciava, qual mare ingrossato dalla tempesta, di uscir dai propri confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.
A tali accidenti di Francia cadevano nelle menti degli uomini negli altri paesi di Europa varj pensieri. Da principio quando solo si trattava dell'opposizione nata fra il re ed i parlamenti, era sorta un'aspettazione tuttavia scevra da timore. Ma quando vi si aggiunsero le insolenze popolari, le rapine e le uccisioni continue, quando si distrussero, e più ancora quando si schernirono i dritti, sopra i quali erano fondati gli ordini delle monarchìe d'Europa, quando s'insultò il re, quando mani scellerate cercarono la regina per ucciderla, cominciò alla meraviglia a mescolarsi il timore. Finalmente quando alle incredibili enormità si arrosero quelle compagnie raunate in Parigi, ed affratellate in tutta la Francia, le quali apertamente dichiaravano volere, con portar la libertà, come dicevano, fra gli altri popoli, distruggere i tiranni (chè con tal nome chiamavano tutti i re) il timore diventò spavento. Veramente uomini a posta scorrevano la Germania, massime i Paesi Bassi, e pretendendo magnifiche parole a rei disegni, insidiavano ai governi, ed incitavano i popoli a cose nuove: si temeva che per le sfrenate dottrine tutte le province s'empissero di ribellione. Si aveva anche in Italia avuto odore di tali mandatarj, i sospetti crescevano ogni giorno. Dava ancora maggior fondamento di temere il sapersi, che si trovavano in tutti i paesi non solo uomini perversi, i quali pei malvagi fini loro desideravano far novità nello stato, ma ancora uomini eccellenti, che levati a grandi speranze dalle riforme già fatte in quei tempi dai principi, e credendo potersi dare una maggior perfezione al vivere civile, non erano alieni dal prestar orecchie alle lusinghevoli parole. Il pericolo si mostrava maggiore in Germania ed in Italia per la vicinanza dei territorj, per la facilità e la frequenza del commercio con la Francia, e per la comunanza delle opinioni.
Tale era la condizione dei tempi; e per dar principio a favellare dell'Italia, il re di Sardegna, trovandosi il primo esposto, per la prossimità dei luoghi, a tanta tempesta, aveva più che ogni altro principe, cagione di pensare a provveder al suo stato. Del che tanto maggior necessità il premeva, che non gli era nascosto, che nella parte de' suoi dominj posta oltre l'Alpi, le nuove opinioni s'erano largamente sparse, e ch'ella poco attamente si poteva difendere dagli assalti Francesi, quando si venisse a rottura di guerra con la Francia. Sapeva di più, che i suoi stati erano principalmente presi di mira da quella compagnia di propagatori di scandali, che s'era unita in Parigi, secondochè sfacciatamente uno di loro favellando in pubblico aveva predicato.
Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro, i quali reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli ambasciadori e ministri degli altri principi d'Italia, rappresentarono loro, che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale, acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro agli affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali e di ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi incominciavano a sorgere, stantechè sebbene fosse stato continuo il vigilare del governo, e continue le provvidenze date, non s'erano potute evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri, moti nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più o meno nelle altre parti d'Italia; che per verità attentamente s'affaticavano in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte radici, per chiudere i passi ai malvagi mandatarj, per iscoprir le congreghe segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi quale dei due alfine avesse a restar superiore o la vigilanza dei governi, o la pertinacia dei novatori, se non si prendevano nuove e più accomodate risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva che i principi d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e difesa comune; poichè quello, che spartitamente non avrebbero potuto conseguire, l'avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi comuni. Aggiunsero, che per verità questo disegno era già loro venuto in mente da gran tempo, di tanta opportunità egli era; ma che gli aveva ritirati dal proporlo il sapere che Giuseppe, imperatore d'Allemagna, pareva volersi condurre ad assaltar con l'armi nel proprio loro covile quei nemici dell'umanità e della religione; che ora, cambiate le circostanze per la morte di Giuseppe, e volti i pensieri di Leopoldo suo successore piuttosto a preservare, e conservare il proprio, che ad assalir l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno di ordinare, e di stringere i vincoli di una comune difesa; che già il fuoco era vicino a consumare la Savoia; che il Piemonte era in procinto di ardere; e chi avrebbe potuto prevedere le calamità d'Italia, se non si spegnevano queste prime faville? che però, visti i pericoli sì gravi e sì imminenti, il re giudicava doversi, più presto il meglio, stringersi una lega fra tutti i potentati d'Italia, non già diretta a danno altrui, ma solo a preservazione propria, a tenersi guardati l'un l'altro dalle insidie dei mandatarj francesi, a mantener la quiete negli stati, a parteciparsi vicendevolmente le notizie sulle faccende presenti, e ad ajutarsi con l'armi e coi denari ove nascesse in questo luogo, od in quello qualche turbazione. Nè pretermisero i ministri Sardi di spiegar meglio quali dovessero essere i membri della lega, nominando particolarmente il re loro signore, l'imperatore d'Allemagna, la repubblica di Venezia, il papa, il re di Napoli ed il re di Spagna per la parte di Parma. Il re di Sardegna s'era già chiarito per alcune pratiche segrete della mente dei re di Napoli e di Spagna, che acconsentivano ad entrar nella lega; il papa vi si accostava ancor esso, siccome quello che ardeva di sdegno a cagione delle innovazioni effettuate in Francia circa gl'interessi spirituali e temporali della religione. Solo la repubblica di Venezia se ne stava sospesa, considerando quanto questa lega, ancorchè apparisse pacifica e meramente difensiva, avrebbe fatto ingrossar le armi in Italia, e chiamato forti eserciti di Allemagna, se le cose venute all'estremo avessero necessitato l'esecuzione; cosa sempre, e non senza cagione detestata da quella repubblica. S'aggiungeva, che non avendo essa pur testè voluto collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale ed eterno nemico dello stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto le male parole da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato lo stringersi ora in alleanza con Leopoldo suo successore in una impresa evidentemente dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la Francia, amica vera e necessaria della repubblica. Nè grande era il timore, che aveva il senato delle nuove massime francesi; poichè la natura Italiana molto eminente negli stati Veneti efficacemente si opponeva alla loro propagazione: poi le consuetudini da tempi antichissimi radicate nell'animo dei popoli, e l'amore che portavano al loro governo, non consentivano; ma erano continue, e forti le istanze del re di Sardegna, e degli altri alleati, acciocchè il senato si risolvesse, perchè, se non avevano molta fede nelle armi Venete, avevano gran bisogno del nome e dei denari della repubblica.
Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime deliberazioni, ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla Prussia dopo la morte di Giuseppe, e l'assunzione di Leopoldo. Erasi Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza comune contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia, e contro le vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi, non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose essere stata stipulata la guerra, e lo smembramento della Francia, furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni guerriere ed ostili, che non fece, e per stimolare a maggior empito i Francesi, che già con tanto empito correvano.
Ma morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco, principe giovane, ed ancora inesperto delle faccende, i negozj pubblici si piegarono a diverso, anzi a contrario fine. Caterina di Russia, la quale, visto il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo, si era constituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in Europa, la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con molte protestazioni volerlo rinstaurare. Non doversi, spargeva, un re virtuoso lasciar in preda a gente barbara; diminuita la potestà regia in Francia, diminuirsi ancora per riverbero in tutti gli altri regni; avere gli antichi per rispetto di un solo proscritto, preso le armi contro stati potenti: perchè si resterebbero i principi d'Europa dal correre in ajuto di un re, e di tutta una famiglia regia prigione, di tanti principi esuli, di tutto il fior d'un regno perseguitato e ramingo? l'anarchìa esser il pessimo dei mali, e più quando veste le sembianze della libertà, perpetuo inganno dei popoli; tornare l'Europa nella barbarie, se presto non si rimediasse; quanto a lei, essere parata ad opporsi con tutte le forze sue alla moderna barbarie, come Pietro il Grande, glorioso suo antecessore, aveva combattuto e superato un nemico ostinato, e sempre pronto ad infestar con l'armi i popoli vicini. Ora esser tempo d'insorgere, ora di unirsi, ora di pigliar l'armi per frenar quegli scapestrati di Francia: ciò richiedere la pietà, ciò domandar la religione, ciò volere l'umanità, ed ogni più santo, ogni più utile interesse d'Europa.
Queste, ed altre simili cose diceva continuamente Caterina, ed insinuava destramente nell'animo dei principi, massimamente di Francesco e di Federigo Guglielmo. Nè mancarono a se medesimi in tale auguroso frangente i fuorusciti francesi, e più i più famosi ed i più eloquenti, i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di ministro in ministro per raccomandar la causa del re, la causa stessa, come affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni l'imperatore Francesco, che giovane d'età aveva già assaggiato la guerra all'assedio di Belgrado, deposti del tutto i pensieri pacifici di Leopoldo, e non dando ascolto ai ministri, nei quali suo padre aveva avuto più fede, accostossi ai consigli di coloro, che dipendendo dalla Russia, lo esortavano ad assumere l'impresa, ed a cominciar la guerra. Dal canto suo Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia, e ricordandosi della gloria acquistata da Federigo secondo, si lasciò svolgere, e postosi in arbitrio della fortuna corse anch'egli all'armi contro la Francia.
Noi non descriveremo nè la lega, che seguì tra la Russia, l'Austria, e la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente cominciata, e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna. Quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dalle cose d'Italia. Incredibile era l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e ciascuno formava in se varj pensieri secondo la varietà dei desiderj e delle opinioni. Il re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far chiaro il suo nome per le imprese d'armi, stimolato continuamente dai fuorusciti francesi, che in grandissimo numero s'erano ricoverati ne' suoi stati, e lasciandosi tirare alle loro speranze, certo molto più che a uomo prudente si appartenesse, aveva meglio bisogno di freno che di sprone. Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la Savoja, e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le prime percosse dell'armi francesi, e donde, se la guerra dal canto suo fosse amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente nelle viscere delle province più popolose, e più opime della Francia. Nè contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente alle mani, persuadendosi che le soldatesche francesi, come nuove ed indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso a' suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano creduto di terminar da se la bisogna, marciando sollecitamente contro Parigi, o che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi troppo presto, lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che si fosse veduto a che termine inclinasse la guerra sulle sponde della Matrona, e della Senna. Così mutate le cose per la morte di Leopoldo, e pei nuovi consigli di Francesco, il re di Sardegna, prima talmente rispettivo, che altro non pretendeva che una lega fra i principi Italici a difesa comune, ora datosi in preda allo spirito guerriero, gli pareva mill'anni, che non cominciasse a mescolar le mani con la Francia.
La subitezza di Vittorio Amedeo, e la lega dei re contro la Francia, diedero non poco a pensare al senato Veneziano, e lo confermarono vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato, quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime instanze, affinchè aderisse alla lega Italica. Ma prevedendo le ostilità vicine anche dalla parte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi armate di potenze belligeranti potessero entrar nel golfo, e turbar i mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia non forti sull'armi navali, gli domandassero ajuti per preservar i lidi dagl'insulti nemici, ordinò che le sue armate, che ritornate dalla spedizione contro Tunisi stanziavano nelle acque di Malta e nell'isole del mare Ionio, se ne venissero nell'Adriatico. Veramente essendo stato richiesto poco dopo dai ministri Cesareo, e di Toscana, che mandasse navi per proteggere Livorno ed il littorale pontificio, rispose, aver deliberato di osservar la neutralità molto scrupolosamente; la qual deliberazione convenirsegli e per massima di stato, e per interesse dei popoli.
Il re di Napoli stimolato continuamente dalla regina, e dal debito del sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi con l'armi navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente, perchè sapeva che una forte armata francese era pronta a salpare dal porto di Tolone; nè era bastante da se a difendersi dagli assalti di lei, nè appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi ancora il re Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella neutralità. o congiunger le sue armi con quelle del confederati. Perciò se ne giva temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a poter prorompere con frutto in aperta guerra, quando fosse venuto il tempo, e teneva più che poteva le sue pratiche segrete.
Il gran duca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione pei traffichi di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar occasione di tirare a se la tempesta, che già desolava i paesi lontani, e minacciava i vicini.
Il papa non poteva tollerare pazientemente le novità di Francia in materia religiosa. Ma l'assemblea constituente astutamente procedendo ed andando a versi alla natura di lui alta e generosa, protestava volersene star sempre unita col sommo pontefice, come capo della chiesa cattolica, in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre comune, lo salutavano vicario visibile di Dio in terra. Queste lusinghe venute da un'assemblea di cui parlava, e per cui temeva tutto il mondo, avevano molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava mitigare. Ma succedute all'assemblea constituente, la quale benchè proceduta più oltre che non si conveniva, aveva non di meno mostrato qualche temperanza, l'assemblea legislativa, ed il consesso nazionale, queste disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in ogni sorte di enormità. Pio VI risentitosi di nuovo gravissimamente fulminò interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò sdegnosamente le dottrine dei novatori circa le materie religiose. Allora fu opportunamente tentato dall'imperatore d'Allemagna, e dai principi d'Italia, che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè il pontefice parendogli, che alla verità impugnata della religione, alla necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa della sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi, e la protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore di Cristo, prestò orecchie alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri nella lega offensiva contro la Francia.
Ma siccome questa era una guerra, non solamente di armi, ma ancora d'opinioni, così si pensò a Roma ad un rimedio singolare per fermar in suo favore quelle, che si erano tanto dilatate, e che minacciavano sì grave ruina ai principi; conciossiachè temendosi di qualche sbocco di Francesi in Italia, fu creduto utile il preoccupare il passo, con fare che la religione santificasse certi principj politici, acciocchè non facessero più forza contro di lei; e al tempo stesso, il che era più importante, si pruovasse, che ella era il mezzo più efficace, anzi il solo che fosse abile a prevenir gli abusi, che sogliono spingere i popoli a trascorrere contro i principi. Così, ammessa e conciliata la radice politica con la religione, si toglieva, speravano, agli avversari quell'arma tanto potente delle opinioni, che allora più che nei tempi passati erano prevalse, e si confermava vieppiù l'imperio della religione. Adunque, ed a questo fine si diede opera, che uno Spedalieri, uomo molto dotto e di non mediocre ingegno, stampasse nel 1791 in Assisi un libro intitolato, I diritti dell'uomo. Questo libro fu dedicato al cardinale Fabbrizio Ruffo, allora tesoriere generale della camera apostolica, e Pio sesto ne nominò l'autore beneficiato di s. Pietro. Afferma in questa sua opera lo Spedalieri, che la società umana, ossia il patto che unisce gli uomini nello stato civile, è formato direttamente, e immediatamente dagli uomini stessi, che è tutto loro, che Dio non vi ha parte con volontà particolare diretta ed immediata, ma soltanto come primo ente e primo movente, cioè a dire che il patto sociale viene da Dio come vengono da lui tutti gli effetti naturali delle cause seconde. Afferma ancora, che il governo dispotico non è governo legittimo, ma abuso di governo, e che la nazione, che ha formato il patto sociale, è in diritto di dichiarare decaduto il sovrano, se questi, invece di eseguire le condizioni sotto le quali gli è stata affidata la sovranità, le viola tirannicamente. Quindi l'autore spiega i caratteri, per cui si viene a conoscere la tirannide, e che adducono il caso della decadenza. Queste sue proposizioni corrobora con l'autorità di San Tommaso, il quale nel suo opuscolo latino intitolato: De regimine principum ad regem Cypri, ne dimostra la verità. Finalmente lo Spedalieri pruova che la religione cristiana è la più sicura custode del patto sociale, e dei diritti dell'uomo in società, e che anzi ella è l'unica capace di produrre un tanto effetto. Rimedio non senza prudenza era questo, ma non fu usato universalmente; imperciocchè dalla dimostrazione in fuori, che se ne fece in Roma, nissun altro segno sorse in Italia, che i principi il volessero accettare: appresso a loro un principio politico contrario prevalse, la religione restò sola, e le cose rovinarono.
La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni che si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente, o troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio dei sudditi, che tutt'intenti al commercio di mare con la Francia navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.
Così erano in Italia nel corso del millesettecentonovantadue timori universali; armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in Piemonte; preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in Toscana; armi poche, ed animo guerriero in Roma; neutralità dichiarata nelle due repubbliche. Quest'erano le disposizioni dei governi; ma varj si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza le nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi per le enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto rimessamente siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia per l'indole molto ingentilita dei popoli gli atroci fatti avevano destato uno sdegno grandissimo, e poco vi si temevano gli effetti dell'esempio, massime con quel tribunale degl'inquisitori di stato, quantunque fosse divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuovi opinioni, e fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese, ed il cielo vi fa gli uomini eccessivi. In Roma fra preti, che intendevano alle faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori, che a tutt'altro pensavano, che a quello che gli altri temevano, si poteva vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili, e gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la felicità del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano molti e fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano sfogare, poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive sul commercio.
La Francia intanto venuta in preda a uomini senza freno e senza consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare alle armi le lusinghevoli promesse, e le disordinate opinioni. Però i suoi agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà del governo loro, e delle beatitudini della libertà. Affermavano, non voler la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi fedeli, rispettar chi rispettava. Quest'erano parole; ma i fatti avevano altro suono; imperciocchè e cercavano di stillare le nuove massime nell'animo dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il modo di unirsi, loro promettevano ajuti di consiglio, di denaro, e di potenza, e tentando ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar la forza dei governi con torre loro il fondamento della fedeltà dei sudditi.
Per meglio dichiarare il secolo, sarà mestiero raccontare ciò che allegavano le due contrarie parti; parrà certamente ch'io dica cose enormi, ma se ne fecero delle più enormi ancora. Dicevano adunque i novatori smoderati apertamente, ed a tutti che lo volevano udire, che i re son tutti tiranni, e bisognare uccidergli; i nobili satelliti dei tiranni; i nobili appoggiare i tiranni con l'armi, i preti con le opinioni; il popolo esser sovrano; da lui derivar ogni potere; il popolo esser pupillo, nè poter mai perdere i suoi diritti nè per tempo nè per usurpazione; il ribellarsi esser dovere, quando son lesi da chi governa i diritti del popolo; abbominevole, assurda e ridicola cosa esser la realtà; solo governo legittimo esser la repubblica; nè tutte le repubbliche esser legittime, ma solo le democratiche; l'aristocrazìa mera peggiore della realtà; l'oligarchìa un male orrendo; sola, e vera fedeltà esser quella verso il popolo; la fedeltà verso i re e verso gli aristocrati esser tradimento; perciò tradire i re, tradire gli aristocrati essere non solo lecito, ma debito; quest'esser le massime eterne dettate dalle natura e da Dio; il Vangelo esser democratico; e qui aggiungevano cose, che quantunque siamo disposti a favellar alla libera, non osiamo per riverenza alla santità replicare; nascere una era novella per l'umana generazione, e compiersi le predizioni delle scritture; sorgere coi diritti la giustizia, con la giustizia la pace, con la pace la felicità; abbastanza, e pur troppo essersi fatto pruova delle usurpazioni, ora doversi pruovare la libertà; abbastanza, e pur troppo essersi pruovati i privilegi, ora doversi pruovare l'equalità; la libertà elevar gli animi, l'equalità consolargli; essere finalmente giunto il tempo, in cui il povero avrà soccorso senza scherno, l'oppresso riparo senza prezzo, ed in cui la società più farà per chi meno puote; poichè negli antichi governi il potere era tutto volto a favor di chi può contro chi non può, vero ed unico fine di ogni buon governo; avere il potere e la legge, esser troppo, aver nemmen la legge esser troppo poco; aver tutti una legge uguale esser giusto; bastar bene, ed esser anche di soverchio, che i ricchi ed i grandi abbiano il potere che danno le ricchezze e le dipendenze, senza che abbiano quello che danno i privilegj; così nelle nuove forme torsene a chi ha troppo, e darsene a chi ne manca, santo e dolce compenso. Sorgessero adunque, sclamavano, giacchè sorgevano i tiranni, sorgessero i popoli a far quello che più piace a Dio, quello che stat'era da Dio eternamente prescritto: sorgessero, abbattessero, conculcassero i tiranni, fondassero i governi popolari, fondassero le repubbliche, e stabilissero un fortunato e dolce vivere. A così alta impresa spirar l'aure favorevoli; la tirannide essere stata spenta in Francia, parte tanto principale d'Europa; una grande, valorosa e potente nazione esser tutta sorta in piè per ajutare chiunque voglia gettar dal collo il grave giogo; abbastanza essersi sofferto, abbastanza tollerato, ora splendere più benigne stelle; pruovassero, che i più numerosi sono i più forti, che gli oppressi non son vili; trasportassero il governo del mondo dal vizio potente alla virtù infelice.
Dall'altro canto nè maggior moderazione d'animi si osservava, nè maggior modestia di parole. Dove sono, dicevano, questi giacobini (che così gli chiamavano da una setta furibonda nata in Parigi), che ora si fanno a voler riformare il mondo? Bel principio al governo loro il metter la mano nella roba e nella vita altrui, e portar le teste lacere in processione! Imprigionar gli onesti, e scannar gl'imprigionati! parlar di aristocrazìa! ma se l'aristocrazìa fa male, fallo a pochi, la democrazìa a tutti; chi fa scudo ai re, unico, e salutar temperamento in una nazione grande, se non l'aristocrazìa, massime quando i re son diventati bersaglio a popoli indemoniati? che virtù! I ladri in onore, le meretrici in trionfo! Se sono i popolari virtuosi per ignoranza, sono i magnati per educazione, e la virtù rozza diventa ferocia, se non la tempera la gentilezza. Se i magnati son freno alle voglie assolute del principe, ed alle voglie disordinate della plebe, sono ancora esempio ad infondere nei popoli costumi miti, e gentili; non essere nidi di tiranni i castelli, bensì specchi di civiltà; ciò che fu, non esser quello che è, e nemmanco i popoli essere stati angeli; doversi in questo, e quanto al passato dare e chiedere perdonanza. E che valse ai nobili l'aver dato alla patria i privilegi loro, non conquistati per forza ma conceduti per ricompensa, se, spenti i privilegi, loro si tolsero le proprietà, poi la libertà, poi la vita? E quando finiranno gli esilj, le persecuzioni, e le carneficine? Della realtà che dirassi? se non se questa esser modo di governo connaturale all'uomo, poichè là dove sono uniti uomini in società, là sempre nasce come di necessità la realtà, se non di nome, almen di fatto, ma le più volte e di nome e di fatto; non vedersi forse dove i più governano, reggere un solo? e non valer forse meglio la realtà vera, che la realtà velata? non esser quella sempre più temperata o dalle leggi, o dalle consuetudini, o dalla necessità di comparire, se non buono, almeno giusto? all'incontro esser questa più sospettosa, perchè senza appoggio, più crudele perchè più sospettosa, più arbitraria perchè senza freno. Nascere la realtà dal desiderio innato in tutti di dominare; poichè questo inducendo l'anarchìa, morte della società, fa che si trasporta il dominio da tutti prima in pochi, poi per la medesima ragione da pochi in un solo; e beate le nazioni che trovano la realtà bell'e fatta, senza dover passare per l'anarchìa per farsela! Il popolo sovrano! Certo sì per ammazzar prima i migliori uomini, poi se stesso! Error scelerato essere il voler ridurre un teorema speculativo in pratica; che anche i matti furiosi son padroni di muoversi, e pure si metton loro le catene addosso: con le astrattezze non governarsi gli uomini, ma con i rimedj contro le passioni, e mal rimedio essere lo sbrigliarle. Doversi perciò questi regoli plebei spegnere del tutto ad eterno esempio di una gran malvagità punita; e siccome ne furono scrollate le fondamenta stesse della società, così doversi questa ritirare non solo là dond'era partita, ma più verso un governo forte e stretto. A questo opportuni stromenti essere i nobili ed i religiosi, i primi perchè dan la forza, i secondi perchè danno la persuasione, ed a tutti questi preporre un re forte e risoluto. Nè ciò bastare; spenti gli uomini infami, doversi anche spegnere le dottrine sfrenate; perchè, se bisogna castigar la generazione presente, e' bisogna sanar le future; una moderata ignoranza esser migliore d'un insolente sapere: insomma punir i traditori, premiar i fedeli, riordinar in tutto e per sempre il vivere sociale. Per questo muoversi l'Europa, per questo aguzzar l'armi; nè tanto moto essere per palliar solamente un male immenso, ma per estirparlo; rimanere ancora in Europa sufficienti residui di realtà e di aristocrazìa per risarcir l'edifizio della società rovinata, se prudentemente e gagliardamente si rimettessero insieme; questo voler fare i re confederati, a questo mirare le speranze di tutti i buoni, a questo offerirsi i nobili, a questo persuadere i religiosi; che se tanta aspettazione, se così gran consenso, se una sant'ira mossa da crudeli misfatti fossero indarno, dover cader l'Europa in una inudita barbarie.
Da tutto questo si vede, quanto siano intemperanti gli uomini, quando sono mossi da passioni politiche; imperciocchè i primi erravano per aver portato tropp'oltre le riforme, i secondi per averle fatte degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e giuste; gli uni per aver posto mano nel sangue, gli altri per volerlavi porre; quelli per aver deposto ed ucciso un re santo, questi per aver chiamato i re stranieri a' danni della patria loro; e se la libertà, quantunque di un valore inestimabile, male si compra con la crudeltà, male ancora si riacquistano i dritti feudali, e le seggiole in corte, con dar il proprio paese in preda ai forestieri. Certo quel che più mancò all'età nostra, è l'amor della patria, poichè i primi la resero serva con le mannaje, i secondi la volevano render serva coi cannoni Tedeschi, rei gli uni e gli altri per non aver voluto accettare quella libertà, che il re e gli uomini savj volevano dar loro, unica e sola libertà, che ad un tanto stato, quanto la Francia è, potesse convenirsi; nuovo, ma non unico argomento, che non può esser libertà, dove sono i mali costumi, massime la cupidità sfrenata di comandare, e di comparire.
Le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli, che quelle dei loro avversarj, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro, che si coprono col velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli, che pretendono i privilegi. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano funesti incendi per ogni parte.
Intanto essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e l'altra di queste potenze applicarono l'animo alle cose d'Italia; la prima per conservar quello che vi possedeva, la seconda per acquistarvi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente aver il passo col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.
Dall'altro lato il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e palesi per domandare, parte con minacce, parte con preghiere, ai governi d'Italia, o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Semonville fu destinato ad andare a specular le cose in Piemonte, ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano, si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre a Vittorio Amedeo di collegarsi con la Francia, e di dar il passo agli eserciti Francesi, perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoja, cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperatore. Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie, sì perchè procedeva in queste faccende con troppa passione, e sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era tropp'oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Perlochè, giunto essendo Semonville in Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore, che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori degli stati del re, usando però col ministro Francese tutti quei termini di complimento, che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo assai cortese, ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.
Il fatto fu gravissimamente sentito in Parigi. Il giorno quindici settembre del millesettecentonovantadue, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia nella persona del suo ambasciadore in Alessandria, conchiuse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un romore grandissimo; chè le parole di despoto, di tiranno, di nemico del genere umano andarono al colmo. Insomma fu chiarita solennemente la guerra tra la Francia e la Sardegna.
Di già il giorno dieci dello stesso mese il consiglio esecutivo provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, capo dell'esercito che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi Piemontesi oltremonti, di usare tutte quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e che empierono tutto il corpo suo di ferite, che non si potranno così facilmente sanare.
Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto notabili apparecchi in Savoia, e nella contea di Nizza. Ma le vittorie dei Francesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a difendere i proprj. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei Francesi; poichè nei due paesi contigui, in cui si doveva far la guerra, la Savoia parteggiava pei Francesi, il Delfinato non solo non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si erano fatte e si facevano: sicchè i Francesi avevano favore andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.
Non ostante tutto questo, i capi, che governavano le cose del re in Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti francesi, che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò, che era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero, che male con le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.
Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità verso i fuorusciti, e verso un generale di Francia, che, per ispiare, il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete Irlandese, con duro governo asperava i popoli, soffiò imprudente sur un fuoco che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva quell'autorità e quel credito, che in sì pericoloso accidente si richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete Irlandese. Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco atto a sostenere le guerre vive dei Francesi.
Adunque tali essendo le condizioni della Savoia nel mese di settembre, si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo sempre nella solita sicurtà, nè potendo credere sì vicino un assalto, in vece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le avevano sparse quà e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a rannodarsi subitamente dove egli assaltasse. Tanta era questa loro semplicità, che anche quando i Francesi, prima divisi in diversi campi, si erano raccolti tutti vicino al forte Barraux, il che denotava l'intenzione di un assalto vicino, non fecero dimostrazione alcuna.
Il prete Irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran novelle del mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti Francesi, che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo; risposero del no. Aggiunsero, ch'era la gente di roba, che aveva paura, e che spargeva spaventi. In questo mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il quale essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro, che voleva far partire alla volta del Piemonte. Certo, impossibil cosa era il difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie dei confederati: non stanziavano in questa provincia più di nove in diecimila soldati; ma siccome erano buoni, così se fossero stati retti da capitani pratichi, e posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata, e ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine, il riunirgli fu impossibile in accidente tanto improvviso.
Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar la guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito raccolto, in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente, se non molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli Abresti, donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il Varo, assaltasse nel tempo medesimo la contea di Nizza. Presidiavano la contea genti poco numerose, che obbedivano al conte Pinto. Queste mosse doveva anche ajutare dalla parte del mare il contr'ammiraglio Truguet, il quale partito da Tolone con un'armata di undeci legni dei più grossi, ed alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne giva correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a sbarcar le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta. Sua principal intenzione era di sbarcar sotto Monaco per prender alle spalle l'esercito che difendeva Nizza. Così i Francesi dall'Isero fino al Varo si apparecchiavano ad assaltare gli stati di un re, che con ostili dimostrazioni gli aveva provocati prima che gli ajuti, che aspettava d'Alemagna, fossero giunti. Tale fu l'effetto delle rotte di Sciampagna.
Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra. Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Sanparelliano, ed il castello delle Marcie, per poscia camminar velocemente alla volta di Ciamberì. Nel medesimo tempo per tagliar il ritorno al nemico, spediva due grosse bande, delle quali una radendo la riva sinistra del fiume Isero, doveva chiudere il passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo d'Oisano, valicando gli aspri monti che dividono la valle della Romanza da quella dell'Arco, serrare al tutto la strada della Morienna; nel qual caso tutto l'esercito Piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca parte se ne sarebbe potuta salvare per le strade aspre e difficili della Tarantasia. Aveva egli con certo pensiero avvisato, che la via principale di ritirata ai Piemontesi era la Morienna, ed il monte Cenisio. Ma queste due ultime fazioni non ebbero effetto, la prima per una piena improvvisa dell'Isero, che rotti i ponti non permise il passo, la seconda per la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli altissimi monti del Galibiero.
I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi francesi, tentarono di affortificarsi con artiglierìe presso Sanparelliano agli abissi di Mians, donde pensavano di tempestar di traverso con palle sul passo per mezzo d'artiglierìe poste sul castello delle Marcie. Ma a questo non ebbero tempo; le artiglierìe non erano ancora ai luoghi loro, quando la notte dei ventuno settembre, tirando venti orribili, e cadendo una grossissima pioggia, il generale Laroque, a ciò destinato dal generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di Barraux, se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera. E come disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a quell'oscurità improvvisamente della terra, e se non fosse stato il tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la difendevano. Ma avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico, si ritirarono a salvamento.
Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi privi di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di Bellosguardo, di Aspromonte, e la Madonna di Mians. Così le fauci della Savoia vennero da quel lato in poter dei Francesi. Ma Montesquiou, usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico, si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanterìa, una di dragoni, e venti bocche da fuoco, alle quali fe' tener dietro come retroguardo da due altre brigate di fanterìa, una di cavallerìa, parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito Piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Annecì, l'altra verso Monmeliano. Gli rimase aperta la strada per Ciamberì, capitale della provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regj, mostrando i capi in sì importante fatto tanta pochezza d'animo, quanta vanità avevano mostrato innanzi. Sì grande fu la subitezza dello spavento loro, che i Francesi, temendo d'insidie, non s'ardirono di entrar incontanente nella città, che se ne stette posta in propria balìa alcuni giorni. Quì è debito nostro il raccontare come in sì pericoloso passo non vi fu tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna; tanta è la bontà, e la civiltà di quel popolo Ciamberiniano. Vi arrivarono i Francesi; furonvi accolti con tutte quelle dimostrazioni d'allegrezza, che portavano le opinioni, e la ricordanza delle precedenti vessazioni.
Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non avendo ancora avuto notizia dell'assalto, che doveva dare Anselmo a Nizza, e vedendo la celerità incredibile delle genti Sarde nel ritirarsi, dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda per opprimere l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva ancor voce, che i Piemontesi forti di sito, e provveduti di munizioni da guerra e da bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge, che separano Ciamberì dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e passarvi l'inverno. Però deliberossi di sostare alquanto per ispiar meglio le cose, e per aspettare, che portassero i tempi dal canto dell'Alpi Marittime. Solo fece occupare il passo di Monmeliano abbandonato dai soldati reali con quella medesima celerità, con la quale avevano abbandonato la città capitale. La rotta loro fece cadere, come premio della vittoria, in mano dei Francesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di casse e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e di vettovaglia.
Ma egli è tempo oramai di raccontare la guerra di Nizza. Non dimostrarono in queste parti i capi Piemontesi miglior consiglio, nè miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto ebbero avviso che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i due stati, la notte dei ventitre settembre, dandosi precipitosamente alla fuga, abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare con grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca. I Francesi usando prestamente il favore della fortuna, corsero a Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede a discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande di milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglierìa grossa, una fregata, una corvetta, e tutti i magazzini reali. Così la parte bassa della contea di Nizza venne in poter dei Francesi con incredibile celerità, e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte di Montalbano, ma poco stante si arrese ancor esso a patti. A queste vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata, che dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto d'assalti da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di ritirarsi dal littorale.
Anselmo, avuto Nizza, Villafranca, e Montalbano, si spinse avanti per la valle di Roia, e non fece fine al perseguitare, se non quando arrivò a fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma alcuni giorni dopo, le genti Piemontesi, avuto un rinforzo di un grosso corpo d'Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè ritornato Anselmo col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio divenne l'estremo confine dei combattenti.
Queste spedizioni dei Francesi nella provincia di Nizza costarono poco sangue; perchè la ritirata dell'esercito Sardo fu tanto presta, che non successero se non poche, e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori si scostarono dai termini dell'umanità e della moderazione. Assai diverso da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè accostatasi l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un palischermo per negoziare, gli furon tratte le schiopettate, per le quali furono uccisi, o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e non mai abbastanza da biasimarsi. Però l'armata francese accostatasi vieppiù, e schieratasi più opportunamente, che potè, cominciò a trarre furiosamente contro la città. Quando poi per il fracasso, per la rovina, per le ferite e per le morti, l'ammiraglio credè, che lo spavento avesse fatto fuggire i difensori, sbarcò le genti che aveva a bordo, le quali unite ai marinari s'impadronirono della città, e la posero miserabilmente a sangue, a sacco ed a fuoco; compassionevole punizione dei violati messaggeri di pace. Questa fu mera vendetta. Oneglia, cinta da ogni parte dalle terre del Genovesato, era luogo di poco profitto; perciò i Francesi l'abbandonarono, e l'armata loro, toccato Savona, e posatasi alquanto nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a Tolone. Essendosi ora mai tanto avanzata la stagione, che non si potea guerreggiare, se non con molto disagio, si posarono dalle due parti le armi tutto l'inverno, attendendo solo a far apparecchi più che potevano gagliardi, per tornar sulla guerra con frutto, tosto che il tempo s'intiepidisse. In mezzo a questo silenzio dell'armi nulla occorse, che sia degno di memoria, se non se la differenza del procedere dei Savoiardi e dei Nizzardi verso i Francesi, avendo i primi mostrato molta inclinazione per loro, e desiderio di accomodarsi alle fogge del nuovo governo: al contrario i secondi fecero pruova di molta avversione, e di volersene rimanere nel termini del governo antico. Non è però da passarsi sotto silenzio, che sebbene l'inclinazione verso le nuove cose fosse molto maggiore in Savoja che a Nizza, non pochi ciò non pertanto fra coloro, i quali in quel paese viveano nei primi gradi della società, o nobili o ecclesiastici che si fossero, o per fede verso l'antico sovrano, o per paura del nuovo si resero fuggitivi, oppure rimasti essendo nelle loro antiche sedi, soggiacquero alle carcerazioni, ed alcuni eziandio agli estremi supplizj. Degno altresì di commemorazione si è, che i soldati del reggimento di Savoja dispersi per la subita invasione dei Francesi, di propria volontà, per istrade e sentieri insoliti trapassando, tornarono alle loro bandiere, e sotto i consueti capi si rannodarono, esempio di fede dato dai più umili figli di quell'alpestre nazione: il quale effetto fu poi rinnovato circa venti anni più tardi dai generosi Spagnuoli invasi dalle armi Napoleoniche.
Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in sul voler cacciar del tutto le genti Sarde dalla Savoja. A queste fine ordinò a Rossi, che cacciandosi avanti le truppe del re, le spignesse fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo S. Bernardo per la Tarantasia; il che eseguirono con grandissima celerità, e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere, che se Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di Nizza, fosse, dopo la conquista di Ciamberì, camminato con la medesima celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità dell'Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar a ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta era la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumilli, Carouge, Bonneville, Tonone, e l'altre terre della Savoia settentrionale, abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa provincia venne tutta, non senza grande contentezza pubblica e privata, in potestà dei Francesi. La quale possessione per quell'inverno venne loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute sui monti, le quali indussero da queste bande la medesima cessazione dall'armi ed anche più compiuta, che era prevalsa nell'Alpi Marittime.
In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella difesa del medesimo si sia mostrato consiglio o valore. Del qual doloroso caso si debbe imputar in parte il re medesimo per aversi voluto scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra, molto innanzi, che gli ajuti austriaci arrivassero in forza sufficiente, e per aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro, che più miravano a comparire, che ad informarsi nell'arte difficile della guerra. Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito militare ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandargli sulle prime alla guerra, come se l'arte della guerra ed il romor dei cannoni non fossero cose da far sudare, e tremare anche i soldati vecchi. I nobili poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non so se mi dica ridicolo, od assurdo, in cui tenevano i Francesi. Pure fra di loro non pochi erano che modesti e valorosi uomini essendo, detestavano i male avvisati consigli, e sentivano sdegno grandissimo della vergogna presente.
La rotta di Savoja, già sì grave in se stessa, fu anche accompagnata da accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Piogge smisurate, strade sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no, gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso, e di ogni età, terribili apparenze e di cielo, e di uomini, e di terra. Ma fra tutti muovevano compassione grandissima i fuorusciti Francesi, i quali confidandosi nelle parole dei capitani regj eransi soprastati a Ciamberì fino agli estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva dietro, non potevano nè stare senza pericolo, nè fuggire con frutto. Imperciocchè a chi mancava il denaro per povertà, a chi la forza per infermità, a chi le bestie, od i carri per trasferirsi; perchè non se ne trovavano per prestatura nè amichevole, nè mercenaria, ed in tanto scompiglio era venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere. Spettacolo miserando era quello, che si vedeva per le strade che portano a Ginevra ed a Torino, tutte ingombre di gente caduta da alti gradi in un abisso di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con le figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte fra i sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa fortuna. Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e portanti al petto le creature loro certamente non nate a tal destino. Nè si desiderò la virtù o la carità umana in sì estremo caso, perchè furono viste spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler seguitare nelle terre strane, anche a mal grado dei parenti e padroni loro, gli sposi, i padri, i fratelli, ed i padroni, posponendo così la dolcezza dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire; secolo veramente singolare, che mostrò quanto possano fra l'umana generazione la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il viaggiar crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni, o niuni su quelle rocche, e bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato, e mandava diluvj di pioggia. A questo, soldati commisti che fuggivano sbandati, armi sparse quà e là, un tramestìo d'uomini sconsigliati, un calpestìo di bestie, un romor di carrette, un furore, un dolore, una confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore a grandissima miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le dolcezze di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro, che a gente nata in umil luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi magistrati, dopo aver ministrato la giustizia nei primi tribunali del nobilissimo reame di Francia, e vissuto una vita integerrima, ora travagliosamente incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano prevedere nè il modo, nè il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi prima speravano di dar eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei maggiori loro, ora vicine a partorire, fra lo squallore di tetti abjetti ed alieni, a padri venuti in povertà figli più poveri ancora! Quante fanciulle richieste prima da principi, non sapere ora nè a qual rifiuto andassero, nè a qual consenso! Quanti capitani valorosi, ed invecchiati nella milizia, ora che per la fralezza dei corpi loro avevano più bisogno del riposo e dello stato, mancati il riposo e lo stato, correre raminghi sotto cielo straniero, cacciati da quei soldati medesimi, ai quali avevano e l'onore ed il valore insegnato! Erano le strade, per donde passavano, piene di gente instupidita a sì miserabile caso, od intenerita a tanta disgrazia. E spesso trovarono sotto gli umili tugurj più ristoro e più consolazione che non s'aspettavano. Così per molti dì e molte notti, su per le vie di Ginevra e di Torino, la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa cieca fortuna nel precipitare in fondo chi più se ne stava in cima. Eppure in mezzo a tanto lutto la natura Francese era tuttavia consentanea a se medesima. Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado e canti, e risi, e piacevolezze tali, che pareva piuttosto, che a festa andassero, che a più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini gravissimi o galoppanti sulla fangosa terra, o dentro, o dietro le carrozze stanti, recarsi con le capellature acconce, e con croci, e con nastri, e con altri segni dell'andata fortuna. Tanto è tenace ciò che la natura dà, che la sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti in Ginevra ed in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il guardare, ed il pensare degli uomini. Gran cose aveva rapportato la fama di Francia; ma ora ai più pareva, che il fatto fosse maggior del detto; chi andava considerando quel che potesse fare una nazione furibonda, che usciva dai proprj confini; chi il valore de' suoi soldati, e chi la contagione delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla vanità di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di coloro che l'avevano provocata potente. Meglio, sclamavano, fora stato il lasciarla lacerare da se stessa, che il riunirla con le minacce; meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti tempi pericolosissimi, essere minacciata Elvezia, essere minacciata Italia; già già titubare la società umana in Europa.
A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi. Quest'essi, dicevano (poichè nelle disgrazie gridar contro il governo è sfogo e consolazione), quest'essi sono i frutti di tante spese, di tante leve, di tanti vanti? Essersi per questo esausto l'erario, le contribuzioni fatte insopportabili? Per questo chiedersi al pontefice la vendita dei beni del clero? Per questo aumentarsi il debito dei monti? Essersi congiunta la vergogna al danno! A questo estremo essersi ridotti soldati valorosi per colpa di comandanti inesperti! Trattarsi la salute di tutti, ma principalmente dei nobili: ai nobili spettarsi maggior valore, non insolentire nella sicurtà, non perdersi d'animo nel pericolo. Ottimo essere il re Vittorio, amarlo tutti, desiderar tutti la salute sua; ma perchè separar la nazione in due con metter dall'una parte i pochi coi privilegj, dall'altra i più coi gravami? Parlasse, si mostrasse padre comune, e vedrebbe correre volonterosi i popoli per istornare dal felice Piemonte il fatale pericolo.
Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore. Tutta la città era contristata, e piena di pensieri funesti. Ma tanta era la fermezza della fede dei Piemontesi nel re loro, che pochi pensavano a novità, alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento civile e politico dello stato; tutti volevano la conservazione della monarchìa, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più miravano ad ammenda, che a satira.
Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso, poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto d'ajuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con frutto, perchè il fatto toccava anche a lei. Laonde reggimenti Tedeschi arrivavano a gran giornate dalla Lombardìa in Piemonte, e s'inviavano prestamente alle frontiere, massime verso il colle di Tenda. Addomandossi denaro in presto a Venezia, che ricusò, fondandosi sulla neutralità. Si spedirono corrieri per rappresentare il caso in Inghilterra, in Prussia ed in Russia. Allegavasi, essere il re solo guardiano d'Italia: se si rompesse quell'argine, non sapersi dove avesse a distendersi quella enorme piena; starsi di buon animo il re, ma ove mancano le forze proprie, abbisognar gli ajuti altrui. Cercavasi anche di scusare le rotte di Nizza e di Savoia con dire, che quei paesi non erano difendevoli, se non con grossi eserciti; le forze che là s'erano inviate, essere state sufficienti non solo per difendere, ma ancora per offendere, senza le disgrazie di Sciampagna: dopo queste non poter più bastare neanco a difendere; per verità essere stata troppo presta, ed anche disordinata la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorio a non mancare a se medesimo, nè alla lega; solo richiedere, che come egli era l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse fronteggiare con gli aiuti comuni.
Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate, avevano gran peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava a pensare a' casi suoi, siccome quella che essendo lontana dalla voragine, aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già ardeva ne' suoi proprj stati, per preservare il resto, procedeva con sincerità, e si risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte. L'Inghilterra, che aveva serbato certa sembianza di neutralità sino alla morte di Luigi decimosesto, dopo questa orrenda catastrofe s'era scoperta del tutto, e licenziato da Londra Chauvelin, ministro plenipotenziario di Francia, si preparava alla guerra. Però diè buone speranze al re, promettendo denari, ed efficace cooperazione con le sue armate sulle coste del Mediterraneo. Intanto in Piemonte si compivano i numeri delle compagnìe, si ordinava la milizia, si creavano nuovi luoghi di monti, si gittavano nuovi biglietti di credito, si coniavano monete che scapitavano più della metà del valor loro edittale, pessimo, ma non evitabile rimedio dei mali presenti, e segno troppo evidente dell'improvidenza dei reggitori ai tempi lieti. Nel punto medesimo si provvedevano le fortezze poste ai passi dell'Alpi con ogni genere di munizioni, e si affortificavano le cime del Cenisio e del piccolo san Bernardo. Con questo, usando l'opportunità della stagione, che andò freddissima, e fatti tutti i preparamenti necessarj, si aspettava con incredibile ansietà da tutti qual fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle battaglie, dalle quali dipendeva il destino d'Italia e del mondo.
LIBRO TERZO
SOMMARIO
Nuove deliberazioni dei confederati nel 1793. Istanze dell'imperatore d'Alemagna presso al senato Veneziano. Discorso del procurator di San Marco Francesco Pesaro in favore della neutralità armata. Discorso di Zaccaria Vallaresso, uno dei savj del consiglio, in favore della neutralità disarmata. Risoluzione del senato. Deliberazioni di Genova. Pratiche dei confederati con Lione e Marsiglia. Disposizioni militari e politiche dei Francesi. Umori diversi in Italia. Assalto dato a Cagliari di Sardegna dall'ammiraglio Truguet. Paoli muove la Corsica, e la toglie all'imperio di Francia. Guerra sull'Alpi: fatto di Raus favorevole ai regj. Minacce superbe degl'Inglesi a Toscana ed a Genova. Insinuazioni dei medesimi a Venezia. Deliberazione del gran mastro dell'ordine di Malta contro la Francia. Moti considerabili contro il consesso nazionale in varie provincie: Lione e Marsiglia si sollevano. Fatti d'armi. I regj sono respinti dalla Savoia, e da Nizza; Marsiglia è presa, Lione si arrende. Tolone si dà ai confederati. I repubblicani l'oppugnano, e lo prendono di assalto. Spoglio fatto dai confederati nell'andarsene.
La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti Tedeschi delle terre Francesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per questo, e per l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie, e di più feroci instigamenti l'appetito delle cose nuove, la furia delle menti in Francia, eglino s'accorsero, che assai più dura impresa si avevano per le mani di quanto avevano a se medesimi persuaso; nè mai tanto discapito dalle credenze al fatto aveva la fortuna recato, che pur sì grandi ne suol mostrare, quanto a questi tempi. Bande tumultuarie ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare generali, che erano in voce dei primi per tutte le contrade d'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala pena potevano difendere i dominj proprj dagli assalti di un nemico poco prima disprezzato, ed ora vittorioso ed insultante.
Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace quella furia Francese, e coll'accrescer le forze proprie, e con l'unione di aliene, si potesse mutar la fortuna, e compensar le perdite passate coi guadagni a venire. Tal è la costanza delle menti Tedesche, che più e meglio ancora che l'impeto, le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri alla preservazione de' suoi stati in Italia, ai quali già si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua potenza. Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli stati Austriaci, quanto nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata dei Francesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di libertà e d'uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i Francesi nemici di Dio e degli uomini, conculcare la religione, profanare i tempj, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti, contaminare i sacri arredi, e facendo d'ogni erba fascio, proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano mirabilmente gli animi del volgo.
Parte essenziale dei disegni della lega erano le deliberazioni del senato Veneziano. L'imperatore conghietturando, che il terrore cagionato dall'invasione di Savoja e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle frontiere del Piemonte di un nemico audace, e che mostrava tanta inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato, che era oramai tempo di non più procedere con consigli separati, e di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non isperasse preservare lo stato, se quel diluvio di gente sfrenata, valicati i monti, inondasse Italia; voler fare e per se, e per gli sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta calamità; ma esser feroci i Francesi, e gli eventi di guerra incerti, vano pensiero essere il credere, che chi fa spregio dell'umanità e conculca ogni legge divina ed umana, rispetti le neutralità, disprezzare i Francesi la neutralità ed amar meglio un nemico aperto, che un amico dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazìe, che le monarchìe, ed il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi ingannare da per se stesso; poter concludere il senato della sincerità loro dai tentativi fatti da loro a Costantinopoli per concitare contro di lui la rabbia Ottomana; poter giudicare della moderazione dalle insolenze già fin d'ora usate in sul mare verso le navi della repubblica, esser sempre disordinata la natura Francese, ma ora per la rivoluzione esser disordinatissima; nè esser di soverchio tutte le forze d'Europa per ostare ad una nazione potente, e presa di pazzia; certamente imprudentissimo consiglio essere il darsi a credere, che ove un popolo sfrenato abbia superato monti difficilissimi, prostrato le forze di un re e di un imperatore, e penetrato nel cuore stesso d'Italia, superbo per indole, superbissimo per vittoria, voglia arrestar l'impeto suo alle frontiere Veneziane, solo per vedere sulli estremi confini scritte le parole di neutralità; non sapere il senato, che tanto sa, quanto sia avida la natura dei Francesi della roba altrui? Queste terre da sì lungo tempo immuni di guerra, questo cielo sì dolce, questi campi tanto fertili, queste colline così feconde, questi palagi così sontuosi, e questi arredi così ricchi non allettar forse con forza irrepugnabile chi già non ha freno in se che lo tenga? e forse non sono in Italia i vizj e le male pesti, che gli ajuteranno? Non sono forse qui gli ambiziosi per dominare, i ladri per rubare, gli scapestrati d'ogni sorte per istraviziare? Nè perturbatrici parole, e piene di atroce influenza non sono forse le parole di libertà e d'uguaglianza, che costoro van gridando per ispogliare chi ha, e per ingannare chi non ha? Forse i popoli non corrono dietro alle novità molto volentieri? e non può più sempre in loro la fortuna che la fede? Chi dà sicurtà al senato, che una prima insegna Francese, la quale si mostri in cima all'Alpi, non mandi improvvisamente sottosopra il Piemonte, il Milanese tutto, e con essi questo felice stato Veneziano? Non empierassi allora ogni cosa di tumulti e di ribellione? Non si portan già quì di soppiatto da uomini audacissimi le scelerate insegne Francesi? e già costoro non si accordano, già non si affratellano, già non corrompono, già non rapportano per ajutare un nemico crudele, per far isgabello alla potenza loro dell'estremo sterminio d'Italia? ad occasione insolita insoliti consigli. Che montano in tanto pericolo le cautele usate un dì, e le gelosìe antiche? Non voler Germania opprimere Italia, esser queste cose dannate dal secolo; bensì voler Germania preservare Italia, e con Italia il mondo, da un sovvertimento totale, da un dominio insopportabile; fugace sempre esser la occasione, ma ora fugacissima; che superare solo il colmo dell'Alpi è pei Francesi vittoria certa, poichè il resto darallo un fiume insuperabile. Questo è, aggiunse l'imperatore, l'estremo dei tempi; il sorger di tutti solo poter esser la salute di tutti, il mancar di un solo la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato, e maturamente considerasse la necessità dei tempi, l'infedeltà della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli ajuti offerti, e l'avvenire, che già già incalzava, e premeva o felice, o funestissimo per sempre.
Il senato Veneziano che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere i tempi, ora male misurandogli, e volendo applicare ad un male nuovo rimedj antichi, rispose, che la repubblica sempre moderata e temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che quanto ai sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro, e la vigilanza dei magistrati; che ammirava bene la costanza dell'imperatore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva, che Sua Maestà Imperiale, considerando bene secondo la prudenza sua la natura del governo Veneziano, avrebbe conosciuto, non dovere lui allontanarsi da quella moderazione, che l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti; esser parata la repubblica a dar il passo alle genti Tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri, non comportar la fede, la costanza, e la consuetudine della repubblica.
Ma moltiplicando sempre più gli avvisi dei progressi fatti dai Francesi nel ducato di Savoja e nel contado di Nizza, fu ben necessario il pensare a provveder quello, che la stagione richiedeva; e se non si voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene considerare quanto fosse a farsi per preservar la repubblica dagli assalti forestieri, e dai tumulti cittadini.
Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in consulta, quali fossero i provvedimenti da farsi per conservar salva la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Francesi in Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo il quale e per se, e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatto menzione in queste storie, dal suo seggio levatosi, e stando ognuno attentissimo a udirlo, parlò con gravissimo discorso in questa sentenza: «Se la giustizia più potesse negli uomini, che la forza, voi non sareste quì a deliberare, eccelsi senatori, e della patria amantissimi, se l'innocenza vostra si possa o di per se stessa difendere, o si debba tutelare con l'armi. Imperciocchè tutto il mondo sa, che contenti allo stato vostro, nissun appetito vi costringe a desiderare quello d'altrui, e dappoichè è sorta in mezzo a queste acque la nostra generosa repubblica, piuttosto per la felicità sua, che invitava i forestieri a sottoporsi volontariamente al suo soave giogo, o per fuggire col patrocinio nostro la tirannide altrui, che per forza, o per cupidità di ampliare l'imperio, crebbimo in questa potenza, ed a questo splendore arrivammo, che, se non di terrore, certo è d'invidia agli uomini maravigliati cagione; e se pure qualche volta non provocati impugnammo le armi, ciò fu piuttosto per la salute comune d'Italia, che per acquistar nuovo e non usitato dominio. Ma poichè i disegni degli uomini sono cupi, l'invidia grande, gli appetiti sfrenati, e l'innocenza inerme è sempre stata preda dei potenti, resta per noi a deliberarsi, se in mezzo a tanto romor d'armi, se in mezzo a tante ire ed a sì crudele discordia, se allor quando nazioni potentissime corrono con infinito sdegno l'una contro l'altra, e che tolto ogni rispetto, calpestato ogni diritto, non della scorza, ma del fondo stesso, non di una parte, ma del tutto, non di un danno, ma di un totale sterminio gareggiano fra di loro, noi dobbiamo starcene disarmati alla discrezion loro, ovvero usando quella potenza che Dio ci diede, armarci di modo, che il rispettarci sia pei forestieri necessità, e l'assaltarci pericolo. Nella quale disquisizione tanto mi pare il discorso facile, e la via che dobbiam seguire spedita, che il sentire diversamente da me fia piuttosto semplicità da secol d'oro, che prudenza in un secolo scapestrato. Per verità di che ora si tratta? Forse di provocare, forse di assaltare, forse di trarre ad inopportuna e pericolosa guerra questo felicissimo dominio? Non già: ma solo d'impedire che provocati, che assaltati non siamo, solo appunto di allontanare dalle terre nostre la guerra, e con lei le ingiurie, le ruberìe, e le uccisioni che l'accompagnano; conciossiachè come l'acqua allaga i luoghi bassi, così la guerra allaga i luoghi inermi, ed il migliore stromento di pace in mezzo all'armi mosse, sono appunto le armi. Ciò mostrano e la natura umana più pronta sempre ad ingiuriare che a rispettare, ciò la esperienza dei secoli, ciò nazioni distrutte, perchè trascurata la forza, sulla fede unicamente si appoggiarono. E senza riandare i secoli antichi, vi muovano i freschi esempi. Non vi ricorda ancora, ed ancora non udite i pianti e le querele dei sudditi straziati dai barbari nella fatal guerra, che arse l'Europa sul principiar di questo secolo per la successione di Spagna fra queste medesime nazioni, che ora combattono sì ferocemente fra di loro? Allora la repubblica fu lacerata, perchè inerme; allora i sudditi ricevettero molestie infinite, perchè la repubblica con imprudentissimo consiglio aveva mancato loro della necessaria tutela dell'armi. Ammaestrato da sì crudele esempio il senato armossi nella guerra che venne dopo, e lo stato fu preservato salvo. Ora credete voi che la rabbia fra chi combatte, sia minore adesso che cento anni sono, e che l'efficacia dell'armi impugnate meno possa presentemente di quanto ella potesse, or son quaranta? Certamente nol credete voi; che anzi, se dai brevi saggi che pur testè vedemmo, si dee giudicare, la rabbia è infinita, ed il timore di provocar l'armi della repubblica grande, perchè il pericolo per ambe le parti è, oltre ogni credere, grave, e mira ad un totale esterminio. E non dubitate, poichè ci va troppo posta, che alcune bocche d'artiglierìe veneziane poste ai luoghi forti, ed alcune insegne di San Marco sventolanti sulle frontiere non siano per far istar in dovere coloro, che già romoreggiano, o sarebbero per romoreggiarci intorno. Dio allontani l'augurio, ma io vedo che se Venezia non s'arma, Venezia è perduta, e vedo altresì che s'ella s'arma, ella può essere non solo la salute sua, ma ancora la salute d'Italia, poichè questi forestieri, che per appetito smoderato han sempre fatto campo dei furori loro la misera Italia, non la correranno così a grado loro, quando sapranno essere svegliato e pronto a sorgere il lione Veneziano. Ma poi che sarà? Credete voi d'evitar la guerra, se state senz'armi? Il Francese ed il Tedesco ugualmente recheransi ad ingiuria il non essere stati ajutati, e voi sapete che i pretesti d'offendere non mancano mai a chi nutre pensieri sinistri. E posto eziandio, che per inudito esempio la fede dei governi sia pura, chi vi assicura che se la guerra si conduce sui vostri confini, bande armate degli uni e degli altri non corrano le vostre terre, o per pigliar vantaggi sul nemico, o per far sacco a vantaggio proprio? Le sopporterete voi queste ingiurie senza risentimento? Dove sarà allora l'onor di Venezia fin quì illibato? ed anco ingiuria non vendicata moltiplica le ingiurie. O ne farete voi risentimento? Ma risentimento non armato è nullo per chi fa ingiuria, e dannoso per chi la riceve, perchè essendo di necessità senza effetto, ti scema la riputazione. Io ho vergogna, o senatori, dello andarmi aggirando fra queste supposizioni inonorate, quando penso al valor vostro, alla potenza, ed al nome di questa gloriosa repubblica. Ma pogniamo finalmente che i governi siano fedeli, ed i soldati santi, che certo non è pur poco: come siete voi sicuri, che non si turbi con grandissimo movimento tutto lo stato nostro, se i Francesi arrivano sui confini? Non abbiamo noi quì novatori, non uomini ambiziosi, non avari, non vendicativi, non contaminati sin dentro al cuor loro di perturbatrici dottrine? E se costoro fan novità, e certo la faranno, quando sarà lor porta la occasione, poichè già fin d'ora, che ancora son lontani i sussidi sperati, a mala pena rattengono il veleno loro, che farete voi, se non siete armati? I tumulti eccitati da questa gente pestifera serviran di pretesto ai Francesi per ajutargli, ai Tedeschi per frenargli, e gli uni e gli altri correranno i nostri campi impunemente, se noi per noi non siam capaci di far argine a queste acque furibonde. Farete allor voi guerra? Con che? Farete allor voi pace? Con chi? La sedizione vi condurrà alla guerra, la guerra alla rovina. Odo dire a certe timide persone, che l'armarsi è dar sospetto e pretesto di guerra ad altrui. Ma chi ha mai dannato alcuno, se pon argine alla casa quando il fiume minaccia, o se taglia i tetti quando l'incendio s'avvicina? Superba troppo, ed intollerabile pretensione sarebbe certamente quella di un forestiero, che volesse comandarci come e quando noi dobbiamo assicurare lo stato nostro, e che altra alternativa non ci lasciasse o di starcene disarmati alla discrezion sua, o d'incontrar la sua nimicizia. Per me costui come nemico, e non come amico terrei, ed amerei meglio avere con lui una guerra pericolosa, che può aver buon fine, e sempre avrà onore, che una pace pericolosa, che non può aver se non cattivo fine, e sempre porterà con se una vergogna infinita. Poi la fede di questa inclita repubblica è nota al mondo, ed il mondo sa, se noi siamo vicini inquieti, ambiziosi, ed offensivi, oppur quieti, temperanti, ed amatori del giusto e dell'onesto. In somma per restringere in poche parole quello che sono andato sinora allargando, a me pare, che lo starcene disarmati in mezzo a così rabbioso moto, non sia nè sicuro nè onorato; che l'armarci sia senza sospetto, e necessariamente richiesto all'onore ed alla salute nostra, poichè i consigli onorati sono sempre i più sicuri, e la riputazione è gran parte della forza. Per la qual cosa io opino, che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di Terra Ferma. A questo io penso, che si debba dichiarare alle potenze belligeranti, che il senato costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele ed amico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace, che a dimostrazione di guerra».
Grande impressione fecero nella mente del senato queste parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti, che nel deliberare le imprese principalmente considerare si debbono. Al contrario parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso, a un di presso in questi termini: «Non è stato mai costume di coloro, che s'intendono dello stato, il giudicare dalle apparenze esteriori delle cose, nè da certi bollori d'opinioni, che presto sfumando se ne vanno in dileguo, lasciando in fondo la realtà. Queste apparenze, e questi fumi sono a guisa d'un nugolo, il quale vela con false forme il vero, ma in breve ora sparendo, lascia nel loro aspetto naturale i monti e le campagne. Grande certo, anzi infinito è l'amore del mio avversario verso questa nostra felicissima patria, grande l'ingegno, e grande altresì la sperienza del mondo; ma mi pare, anzi certo sono, che nel presente caso egli adombri, e si lasci svolgere da un fantasma, da un nugolo, da un'apparenza fallace. Il quale nugolo io voglio dagli occhi vostri, ed anche da' suoi, se possibil fia, sgombrare con mostrarvi la verità. Ed in primo luogo io vi dirò, che il timore è sempre stato mal consigliere; e che il timore sia quello che offusca l'intelletto del procurator Pesaro, quantunque di animo costante e sano, dimostranlo gli spaventi nati per la recente invasione di Nizza e della Savoia. Adunque un Pesaro si lascia ire alla corrente, adunque opina col volgo pazzo, adunque fa caso degli sgomenti delle donnicciuole? e che grave caso è ella mai la mentovata invasione? l'essersi perduto un paese che sempre si perde, quando nasce guerra tra il re Sardo e Francia, e che esso re nè può, nè vuole difendere! Mi maraviglierei ben io, se quelle terre si fossero conservate, non tanto che mi spaventi, perchè si sono perdute. Credete voi che le frontiere militari d'Italia siano, come le politiche, il Varo, e l'umile fiumicello che bagna Sanparigliano? mai no: le frontiere militari sue sono i monti smisurati, che la natura pose fra lei e la Francia, sono quei ghiacci eterni, quelle nevi altissime, quelle rupi senza via, quei passi stretti e difficili. Ora, se così è, qual timore può far tanto che si creda, che i Francesi, quantunque audaci, possano, ora che s'avvicina l'inverno, superar quello che sarebbe difficilissimo a superarsi anche ai tempi più caldi? Grossi sono e valorosi gli eserciti Sardi; grossi e forti quelli che loro giungono in ajuto dall'Alemagna, e le fortezze del Piemonte poste ai luoghi più opportuni nel cuore stesso, ed a tutte le sboccature dell'Alpi, danno ancor maggior sicurezza. Da tutto questo si può inferire, che il superar l'Alpi pei Francesi sarà in ogni tempo impresa difficilissima, ed in questi sei mesi impossibile. Dico poi, che nel presente caso chi vince per sei mesi, vince per sempre; perciocchè non è da dubitare che lo stato popolare introdotto presentemente in Francia, non sia in breve tempo per dissolversi; perchè la storia dimostra, che quella foggia di governo, breve persino nei paesi piccoli, non può a nissun modo sussistere ne' vasti territorj. Al che se si aggiunge l'abitudine del lungo vivere dei Francesi sotto la monarchìa, la loro natura pronta e volubile, la feroce tirannide che ora gli opprime, le confiscazioni, gli esilj, le decapitazioni de' migliori e de' più assennati cittadini, ogni cosa in incerto, ogni cosa piena di terrore, facilmente verrassi a conoscere, che quello stato avrà corta vita; poichè le sette armate vi sorgeranno, la guerra civile ajuterà l'esterna, e la Francia assalita dentro da partigiani arrabbiati, fuori da eserciti potenti, non solo non sarà in grado di opprimere Italia, ma gran fatto sarà, se non fia oppressa ella stessa. Sperate nei luoghi forti, sperate negli eserciti gagliardi, sperate nella tirannide altrui, che sarà mantenitrice della libertà d'Italia, e del benigno vivere nostro. Poterono i nostri maggiori facilmente, e senza pericolo metter su eserciti a fine di mantener la neutralità, e certo il fecero con provvido consiglio; ma allora l'erario era ricco, e poteva di per se sopperire alla voragine militare; mentre ora trovandosi esausto per le anteriori neutralità armate, pei racconci dei fiumi, pei contagi di Dalmazia, per la spedizione di Barbaria, a mala pena potrebbe bastare, e fia forza prestanziare i popoli, che gravati per modo insolito potrebbero risentirsi e pensare a novità. Questo toccar dei cofani riuscirebbe al certo più pregiudiziale, che le pazze dicerìe, che ci vengono di Francia. Oltre a ciò i mari aperti e sicuri, intrattengono ora per la frequenza del commercio i sudditi, arricchiscono le famiglie, conferiscono splendore, vigore, e potenza allo stato; ma se i Francesi dan volta a motivo delle minacce vostre, e certo la daranno, perchè e' sono superbi ed amatori di preda, diventeranno chiusi i mari, interrotti i traffichi, l'ozio darà luogo ai discorsi, la povertà alle male voglie, e tra pel danno emergente delle imposte, e il lucro cessante dei traffichi, si spargeranno dissidj e semi pestiferi in queste medesime popolazioni, che finora non si sono mai partite da quell'affezione, che sempre hanno avuta verso la repubblica. Così per volere il meglio avrete il peggio, ed avrete introdotto le turbazioni nei più intimi penetrali dello stato con quei medesimi mezzi, coi quali proposto avevate di allontanarle. Nè non senza efficacia nella presente trattazione è il pensare, che se la repubblica è armata, si accresceranno i desiderj ed i tentativi delle parti contendenti, per congiungersela con esso loro, e per questo ogni modo di richiesta, di offerta, d'insidie ed anche di offese, sarà posto in opera per farla pendere dall'un de' lati. I quali tentativi se l'armi fan nascere, l'armi ancora non lasciano tollerare, perciocchè l'uomo armato è più pronto al risentimento, e peggior estimatore dei casi avvenire, che quello il quale armato non è; perchè l'armi accrescono la superbia, e fan che l'uomo creda di potere più di quello che può. Sono l'armi pericolose sempre al maneggiarsi, e chi le maneggia non sa dove sia per riuscire; perchè con esse la prudenza è muta, e se tu cominci, il futuro non è più in potestà tua. Certo io non mi fido più del mio avversano nelle lusingherìe, nella fede, e nelle promesse altrui; ma per questo medesimo io non voglio sollecitar le ire dove già la fede è incerta, ed al postutto meglio è fidarsi di governi ordinati, che di governi disordinati, ed il fine della lega è spegnere un governo disordinato. La lega farallo, perchè lo può fare, e certamente non avrà per male che noi lontani dal campo dove si combatte, noi pacifici da sì lungo tempo, noi temperanti per natura e per consuetudine, noi amici di tutti e nemici di nessuno, conserviamo studiosamente quella quiete, che stata è sempre il principal fine dei desiderj nostri; che troppo infelice sarebbe la condizione dell'umana generazione, se, ove nasca guerra in un lato, tosto abbiano a sorgere armi ed armati da tutte le terre del mondo. E' deesi dare qualche cosa alla umanità, qualche cosa all'innocenza, qualche cosa alla giustizia, nè penso che esse siano ancora del tutto sbandite dalle scene umane; che se così fosse, invano staremo noi quì a deliberare, e non credo che alcuni pochi cannoni Veneziani ci potessero salvare. Adunque fatte tutte queste considerazioni, ed avuto ad ogni cosa riguardo, io porto opinione, che continuando nel pacifico stato nostro, ed abborrendo dal tirare con preparazioni imprudenti nel dominio Veneziano una guerra di tanto pericolo, nissuna dimostrazione militare si faccia, e si protesti, volere la repubblica vivere in buono ed amichevole stato con ognuno».
Questa orazione del Vallaresso fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dall'eloquenza dell'avversario, e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi il Savio di Terra Ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare, che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente, e con fine degno del suo principio.
Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità dei traffichi, e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea constituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica, come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli: sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono, non permettesse, che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse, essere i Francesi quelli stessi nemici contro i quali aveva già sì generosamente combattuto; considerasse, avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensasse, quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.
Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza del fatto, prima di muoversi, era che l'Inghilterra si chiarisse delle sue intenzioni; perchè senza la presenza delle sue armate nel Mediterraneo, stante la potenza marittima della Francia, non era da sperarsi che il moto avesse felice fine. Perlochè di comune consentimento fu deliberato, che si aspettasse la guerra d'Inghilterra: solo intanto si tenessero gli animi disposti. Così la lega era confidente di trovare, ove fosse venuto il tempo, appoggio in Corsica, caso di non poco momento per l'Inghilterra, e per la sicurezza della Sardegna, e della stessa Italia.
Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva oltre il denaro che gli veniva dalla Gran Brettagna, dall'accessione della Spagna: era evidente, che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava ver l'Alpi, sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano, combattendo, ad un medesimo fine. Nè le forze navali della Spagna erano da disprezzarsi; il che poteva dare grandissime comodità sì per difendere i territorj proprj, sì per invadere quei di Francia, se la fortuna si mostrasse favorevole.
A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e quest'era, che presentandosi grossi gli alleati sulle province meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro l'autorità del governo Parigino, movimenti d'importanza. Ciò massimamente stimolava il re di Sardegna, per quella sua cupidità di trasferire in se il Delfinato, e la Provenza. L'aspettare che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle province più vicine alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei traffichi nata a cagion della guerra vi aveva dato occasione a non poca mala contentezza, e le enormità commesse in Parigi, operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori di tanti scandali. Ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo, che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e cattivi, massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in guerra; e se il nome del re di Sardegna era molto esoso nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.
Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati, massime per mezzo della corte di Torino, che usava un'arte grandissima nell'ispiare, e nell'accordarsi secretamente in Savoia ed in Nizza, sì coi magistrati che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così spesso punivano gl'innocenti ed esaltavano i rei. I supplizj poscia e le confische producendo abbominazione nei popoli, operavano, che sempre più quell'aversione che hanno naturalmente i Francesi contro i forestieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si diminuisse, e con lei gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal era il terror delle mannaje, che i più preponevano la servitù forestiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore e il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti Tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come Croati, Panduri, e simili, atti piuttosto a rubare che a combattere, s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi, e la cavallerìa stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi sì fattamente ordinati, che le truppe Piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri dell'imperatore, mentre le genti grosse Austriache, stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli, e si tenevano pronte a marciare ovunque il nemico avesse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.
Era Devins uomo di buona mente e salito pel valor suo dagl'infimi gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua eccellenza nell'arte della guerra.
Intanto alcune pratiche segrete si erano appiccate fra la corte di Torino, e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che si macchinavano a beneficio comune avessero la loro esecuzione. E siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito, più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più tenaci di proposito che i Provenzali, così coi primi massimamente si tenevano questi trattati. A questo fine uomini confidati andavano segretamente da Lione a Torino, e da Torino a Lione. Finalmente quando i negozj si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò nascostamente egli medesimo a Torino per quivi accordarsi su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte; e stantechè egli e Devins misuravano le cose non a stregua delle passioni, ma della verità, così l'uno e l'altro non tardarono ad entrare nella medesima opinione. Era il parer loro, che lasciata una parte dell'esercito sull'Alpi Marittime per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia, per quindi marciare a Lione. Nè dubitavano che ove fossero giunti in quella città, i popoli vicini per la vicinanza, ed i Provenzali per la natura loro pronta e vivace, si sarebbero levati tumultuando alla fama di tanta venuta. Certamente disegno nè più conforme agli accidenti, nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; se ne promettevano gli autori effetti certissimi. Ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Francesi, e che tuttavia gli ajutavano, quanto era in poter loro, di consiglio e di forza. A questo sdegno aggiungeva possente stimolo il vedere, che le persone più chiare in Savoia per virtù, per sapere e per valore, parteggiavano caldamente per la Francia, levavano soldati, facevano ogni sforzo perchè la nuova signorìa si stabilisse. Amaro fastidio poi gli dava quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet, uomo strano assai, ma di molto ingegno, e nelle opinioni di quei tempi ardentissimo: questa legione asperava coi fatti il re, ma vieppiù ancora lo asperava con gli scherni, e per l'eccessive cose che diceva contro di lui; il che alterava a dismisura l'animo di Vittorio.
Assai diverso da questo era il procedere dei Nizzardi, i quali più alieni di natura, e forse anco meno propensi a lasciarsi volgere, non so se per indole meno buona o per giudizio più prudente, dalle utopìe dottrinali che giravano a quei dì, di mala voglia sopportavano il nuovo imperio, tenevano con rapporti informato l'antico signore loro, e con bande sparse, ed appostate nei luoghi più opportuni di quei monti aspri, e difficili, infestavano continuamente i Francesi, e facevan loro tutto quel maggior male che potevano.
Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, solito a misurare le cose più col desiderio che con la prudenza, operarono di modo, che grandissima affezione portando a' suoi Nizzardi, e concitato a gravissimo sdegno contro i Savoiardi, non volle mai udire con pacato animo, che si desse mano a liberare dalla tirannide Francese prima i secondi, che i primi. Ogni ora gli pareva mill'anni, che i suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più volentieri, che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto sapessero i Francesi, non considerando, ch'ei gli castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenar il nemico, ed anche per ispignersi più oltre secondo le occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar la impresa.
Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili, e della variazione di quasi tutte le cose, che poco dopo seguirono. Devins continuamente si lamentava, che il re di Sardegna gli avesse tolto la occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande vittoria.
Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Francesi pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso: le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due eserciti dell'Alpi superiori e delle inferiori, dei quali il primo chiamavano dell'Alpi, il secondo d'Italia, un solo generale, acciocchè per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo fine. Siccome poi, parte per sospetti vani, parte per argomenti veri si erano persuasi, che alcuni fra i generali loro, come non contenti dello stato, o freddamente si adoperavano, o nascostamente s'intendevano coi Sardi, così pensarono di dar il governo dei due eserciti ad un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata fede. Questi fu il generale Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani con molta gloria sulle sponde della Matrona. A questo tutte le genti, che per loro si potevano risparmiare per la grossa guerra che si guerreggiava verso il Reno, mandavano all'Alpi, per modo che all'aprirsi della stagione componevano un esercito di cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina, ottimi pel valore, terribili per la rabbia. Kellerman, avendosene recato in mano il governo, andò considerando, come la frontiera fosse di troppo più grande larghezza, perchè in ogni luogo si potesse difendere convenevolmente; e siccome il nemico principalmente minacciava di prorompere sulle ali estreme, cioè sulla Savoia e su Nizza, così determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano, acciocchè fosse in grado di soccorrere con uguale celerità od al ducato, od alla contea, se l'uno o l'altra corressero pericolo. Questa opportunità offeriva il sito di Tornus posto nella valle di Queiras, per essere a un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, non che avesse sfogo d'importanza in cospetto, che anzi non ne aveva a cagione dei luoghi chiusi o precipitosi, ma per quella rispondenza coi due estremi. Per la qual cosa Kellerman vi pose il campo, e vi mandava le genti, le armi, e le vettovaglie; ma la difesa era difficile, perchè gli alleati occupavano tuttavia la sommità dell'Alpi su tutta la frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più basse, e cacciarne i Francesi, combattendogli dall'alto. Per ovviare a questo pericolo il generale Francese dispose con lodevol arte le sue genti nelle valli della Savoia superiore, che accennano per istrade più facili nell'Italia. Così munì Termignone, e San Giovanni nella Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza alloggiò un grosso corpo a Conflans, dove le due valli dell'Isero e dell'Arco si congiungono. Nell'Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, a dritta sul monte di Raus, a stanca sulle creste delle Sorgenti, e nel mezzo sulla fortezza di Saorgio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e posto il campo di mezzo sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo era maggiore per la facilità dei varchi, e per la vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmente miravano gli alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul monte Boletto.
Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti ajuti, ed ingrandimento di stato a pregiudizio dell'imperatore. Ma i tentativi di Costantinopoli mettevano sospetto, lo stato disordinato della Francia non dava confidenza, l'Austria sì vicina, sì potente, e già penetrata pel passo concesso quasi dentro alle viscere della repubblica recava timore, e quel perpetuo pagar lo scotto dei minori, quando si mescolano nelle differenze fra i maggiori, teneva gli animi sospesi, e lontani dall'entrar in un mare di tanto pericolo. Perseverò adunque il senato nella neutralità, offerendo ai Francesi quelle medesime agevolezze negli stati Veneti, che erano state concedute alle potenze confederate.
Parte principalissima della lega, tra per la forza de' suoi eserciti, e per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna. Adunque i capi del governo Francese assai volentieri piegarono l'animo a pruovare, se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di Robespierre per parte della Francia, ed il conte Viretti per parte del re. Aveva il conte Viretti grande introduzione in tutte le faccende importanti, benchè di governare le cose di stato avesse piccolo intendimento. Ricercava Robespierre il re, che si alienasse dall'amicizia dell'imperatore, cedesse Savoia e Nizza, desse il transito libero all'esercito di Francia, unisse le sue armi a quelle della repubblica, od almeno se ne stesse neutrale, purchè solo desse il passo. Prometteva poi che gli sarebbero assicurati gli stati, e quanto si conquistasse in Italia a danni dell'imperatore. A questo aggiungeva, che se il re consentisse a cedere la Sardegna alla Francia, gli sarebbe dato in compenso lo stato di Genova, e che ogni giorno più apparirebbero dimostrazioni evidenti dell'amicizia della repubblica verso di lui. Il re, che era animoso, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar dei giacobini. Così rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla guerra.
Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a posta e per mezzo dei loro giornali, che pure malgrado della vigilanza dei governi ad interrompergli, s'insinuavano nascostamente in ogni luogo, a spargere mali semi nei popoli, con invasargli dell'amore della libertà, e con incitargli a levarsi dal collo il giogo degli antichi signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il particolarizzare gli umori che correvano a quei tempi in Italia, acciocchè i posteri possano distinguere i buoni dai tristi, conoscere i grandi inganni, e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che parteggiando pei Francesi desideravano mutazioni nello stato. Fra i primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero dei quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili, che temevano di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar nobili, od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano numerosissimi: a costoro poco importava la equalità o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero, o sperassero gli stipendj. Si aggiungevano i prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava una avversione antica contro i Francesi, nata per opera dei governi Italiani sempre sospettosi della potenza di quella nazione, e del suo appetito di aver signorìa in Italia.
Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi. Gli utili erano gli uomini intelligenti di stato, e pratichi del mondo, i quali ajutavano i principi coi buoni consigli. Utilissimi erano poi i preti popolari, ed i popoli da loro ammaestrati. Solo si sarebbe desiderato che avessero usato maggior temperanza nel dire, perchè magnificando di soverchio le cose di Francia, scemavano appresso a molti fede alle parole loro, ed operavano che non credessero loro neanco la verità.
I disutili apparivano gli amatori teneri delle persone principesche, soliti ad adulare nella fortuna prospera, ed a piangere nell'avversa.
I dannosi erano i nobili ed i prelati ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenargli non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro, di cui avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli.
L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti, tiranni; gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione, ed introdotta la discordia nello stato, si preparava l'adito ai forestieri.
Ora per raccontar di coloro che inclinavano ai Francesi, od almeno desideravano, che per opera loro si facessero mutazioni nello stato, diremo, che per la lettura dei libri dei filosofi di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali siccome benevolenti, ed inesperti di queste passioni umane, credevano esser nata una era novella, e prepararsi un secol d'oro. Costoro misurando gli antichi governi solamente dal male che avevano in se, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano gli animi, così portavano opinione, che a procurar l'utopìa fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità umana potesse solo, e dovesse consistere nella verità applicata. Atteso poi che il governo della repubblica pareva loro assai più conforme a quelle dottrine filosofiche, che quello della monarchìa, parteggiavasi generalmente per la repubblica; ognuno voleva essere, ognuno si vantava di esser repubblicano, cioè amatore del governo della repubblica. I Francesi avevano a questi tempi statuito questa maniera di governo; il che diè maggior fomento alle nuove opinioni, trovando esse appoggio in un fatto, che veduto di lontano, e consuonando coi tempi, pareva molto allettativo. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente allignavano, quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle cose antiche; le storie della Grecia e di Roma si riandavano con diligenza, e maravigliosamente infiammavano gli animi. Chi voleva esser Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria; siccome poi un famoso filosofo Francese aveva scritto, che la virtù era la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i posteri deonlo sapere (poichè non vogliamo, per quanto sta in noi, che le opinioni contaminino coll'andar dei secoli le virtù), che gli utopisti di quei tempi per amicizia, per sincerità, per fede, per costanza d'animo, e per tutte quelle virtù, che alla vita privata si appartengono, non siano stati piuttosto singolari, che rari. Solo errarono, perchè credettero, che le utopìe potessero essere di questi tempi, perchè si fidarono di uomini infedeli, e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizj.
Costoro, così affascinati come erano, offerivano fondamento ai disegni dei repubblicani di Francia, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano il maggior numero, avvisavano, non doversi movere cosa alcuna, ed aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci opinavano, doversi ajutar l'impresa coi fatti; e però s'allegavano, tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia, procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.
A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di repubblica, di libertà, d'uguaglianza. Di questi alcuni volevano signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, essi i patriotti, ed i poveri utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribil avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.
I buoni utopisti intanto non si svegliavano dal forte sonno, e continuavano nelle loro beatitudini, non che scusassero le enormità di Francia, che anzi le detestavano, ma stimavano fra breve dover cessare per far luogo alla felicissima repubblica. Fra loro i migliori, e quelli che non andavano presi alle grida, sapevano che non si poteva mutar lo stato senza molte calamità, nè ignoravano che la presenza in Italia di una gente inquieta, non poteva portar con se se non un diluvio di mali; ma si consolavano col pensare che i Francesi, come incostanti, avrebbero finalmente lasciato Italia in balìa propria, e con quel reggimento politico che più si desiderava. A tutto questo si aggiungevano altri stimoli: credevano, i governi Italiani aver certamente bisogno di riforme, ma molto più ancora credevano, qualunque fosse il modo di governo che si avesse ad ordinare, che l'Italia abbisognasse di sottrarsi a quell'impotente giogo, a cui era posta da tanti secoli, e di risorgere a nuova vita, ed a nuova grandezza, nel qual pensiero erano infiammatissimi. Spargevano, esser venuto il tempo, che Italia pareggiasse Germania e Francia per potenza, come le pareggiava per civiltà, e per dottrina; dovere l'Italia moderna assomigliarsi all'antica; quei governi vieti ed umilianti non esser pari a tanto disegno, quelli spartimenti di stati essere pregiudiziali alla independenza; assai e pur troppo aver corso i forestieri a posta loro l'Italia; doversi finalmente alzar l'animo a più larghi pensieri; ora dovere questa nobile provincia aver tali condizioni, che la speranza della debolezza sua non dia più ai forestieri ardire di assaltarla; e poichè la libertà comune non si poteva conseguire se non con un rivolgimento totale, così questo doversi meglio desiderare che fuggire. A che montare mali passeggieri in soggetto di perpetua felicità? Benediranno, aggiungevano, benediranno i posteri con infinite laudi coloro, ai quali non rifuggì l'animo d'incontrar mille pericoli, di soggettarsi a calamità senza fine per creare un beato vivere all'Italia.
Era fra i zelatori di novità una rara spezie; quest'era di ecclesiastici di buoni costumi, e di profonda dottrina, i quali nemici alla potenza immoderata dei papi, che chiamavano usurpata, s'immaginavano, che come in Francia essa era stata distrutta, così sarebbe in Italia, se i Francesi vi ponessero piede. A questi pareva, che il governo popolare politico molto si confacesse con quel governo popolare religioso, che era in uso fra i Cristiani nei tempi primitivi della chiesa. Gridavano, essersi accordati i papi coi re per introdurre la tirannide nello stato e nella chiesa; doversi i popoli accordare per introdurvi la libertà con ritirare l'uno e l'altra verso i suoi principj. I giovani allievi delle scuole di Pavia e Pistoia avevano, e propagavano queste dottrine. Fra i vecchi poi ve n'erano anche de' più pertinaci nelle opinioni loro, e questi per l'autorità che avevano grandissima, mettevano divisione fra la gente di chiesa.
A tutte queste sette si aggiungeva quella degli ottimati, o vogliam dire, per parlar secondo i tempi, la setta aristocratica, la quale avida anch'essa del dominare e nemica ugualmente alla autorità reale ed all'autorità popolare, sperava, che in mezzo alle turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Questi settarj avvisavano, che lo stato popolare si volge sempre all'aristocrazìa, per l'autorità che danno necessariamente le ricchezze, le dottrine, la esperienza e la celebrità del nome; e non dubitavano che debilitata, o spenta l'autorità reale, e male ordinata quella del popolo, avesse a nascere l'anarchìa, per fuggir la quale il popolo suol sempre ricorrere all'autorità dei pochi. Fra questi erano quei nobili massimamente, che, ragguardevoli per ricchezze, e per virtù, non tenevano i magistrati, e se ne vivevano lontani dalle corti. Desideravano le novità, ma siccome quelli, che erano astuti e pratichi del mondo, ed anche pretendevano dignità ad ogni proceder loro, non macchinavano, anzi se ne stavano in disparte ad aspettar quietamente quello, che la fortuna si cacciasse avanti; imperciocchè non ignoravano, che a chi comincia, sempre mal n'incoglie, e che la necessità senza nissuna cooperazione loro avrebbe indotto il loro dominio. Così costoro nè ajutavano, nè disajutavano la potenza reale che pericolava, e aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.
Tal'era la condizione d'Italia: i buoni esperti volevano la conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano le novità per isperanza di bene; i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e per succiarsi lo stato; il clero stesso parteggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo; altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano continuamente i fondamenti dello stato; pure la massa dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente, e fortemente.
Narrati i preparamenti, le trame, e le speranze d'ambe le parti, ora descriveremo gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nella quale trattazione si dovrà sempre por mente, che in quest'anno intenzione dei Francesi non era di farsi strada in Italia per forza, se non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando la offensiva, penetrare nell'interno della Francia.
I Francesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna, potenze forti sull'armi navali, e volendo usare la breve signorìa che restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Speravano che qualche moto interiore avrebbe ajutato l'impresa, che era per loro di grand'importanza, perchè l'avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima e di burrasche, era stimato utilissimo; poi i fromenti che l'isola produce in abbondanza, offerivano un opportuno ristoro alle coste della Provenza sterili per se stesse, e non sicure per la presenza dei nemici sul mare. A questo dava anche fomento il considerare, che per l'autorità di Paoli, la Corsica si commoveva contro il governo testè ordinato in Francia. Si argomentava essere necessaria la possessione della Sardegna per conservar quella della Corsica, che già pericolava. Stimolato da questi motivi il governo di Francia avea messo in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila; e per combattere su terra, ed usar le occasioni che si appresentassero, vi aveva imbarcato seimila soldati atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera dovevano seguitare molte navi da carico per imbarcarvi i fromenti, e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet: laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed appena giunto l'anno 1793, l'armata Francese salpando da Tolone, se ne veleggiava con vento prospero verso la Sardegna; vi giunse prima del finir di gennajo, ed il dì ventiquattro del medesimo mese pose l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a far la chiamata alla città. Quì, secondo che narrano gli scrittori Francesi più degni di fede, nacque il medesimo caso che già abbiamo deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì che l'uffiziale, e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare, ed a bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Nè i difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi, e traendo con palle di fuoco contro le navi Francesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno dei Sardi, ma con gravissimo dell'armata Francese, della quale una nave grossa arse, e due andarono di traverso. Le altre o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono i montanari, che già si erano mossi quando dall'alto avevano veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile, e di virtù militare. Nè fu inutile l'opera loro, poichè i Francesi, mentre più ardeva la battaglia, avevano posto piede a terra nei luoghi circonvicini, sperando di far muovere i popoli a favor loro, od almeno, dando diversi riguardi e spartendo le forze nemiche, di far rallentare la difesa della città, nella quale consisteva tutta l'importanza del fatto. Ma coloro che sbarcarono o restarono uccisi, o costretti dai montanari si ricoverarono precipitosamente alle navi. Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Francesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, nei quali aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata delle batterìe, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi, così lacere come erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante, non essendo senza sospetto di ammottinamento ne' suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.
Mentre in tal modo una guerra viva si era accesa e presto spenta sulle coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente: la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diè fomento a coloro, che scontenti del governo di Francia macchinavano di rivolgere lo stato. Mosso dall'odio antico e dall'ingiurie recenti, andava Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente nei luoghi montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei repubblicani. Pubblicava, essere oramai venuto il tempo di levarsi dal collo la superiorità Francese stata sempre intollerabile, ed ora per l'insolita ferocia diventata intollerabilissima; lo sdegno di tutta l'Europa, e la rabbia interna, che consumava la Francia, aprir l'adito a compire quello che una volta impedirono i fati inesorabili; afferrassero la fortuna propizia, si liberassero dai tiranni, acquistassero la independenza, fondassero la libertà; bastare quelle anime forti, bastare quei corpi robusti all'onorata impresa, ma per soprappiù già muoversi in ajuto loro la potente Inghilterra; avere l'Inghilterra forza sufficiente per ajutare la libertà d'altri, non sufficiente per opprimerla; cacciassero quei crudeli stromenti mandati da una crudelissima assemblea a taglieggiare, a decimare la generosa ed innocente Corsica; cacciassero, o tuffassero nel mare i Casabianca, i Saliceti, gli Arena con tutti gl'infami satelliti loro; già titubare i loro eserciti, già cercar rifugio ai luoghi forti del lido, pronti a salpare, già fuggire dalle terre di Sardegna la vinta armata loro, già a pena trovar ricovero lacera e conquassata nel porto di Tolone. Sorgessero adunque, e mostrassero al mondo, non essere spenti in loro quei generosi spiriti, che detestarono una vendita infame, e combatterono con tanta gloria il compratore.
Queste esortazioni fatte da un uomo di tanta autorità, e tanto eminente sopra il grado privato, producevano effetti incredibili. Le secondavano col credito e con le persuasioni coloro, che erano o amatori della libertà, o fastiditi della signorìa di Francia, o dipendenti dall'Inghilterra. I montanari mossi alla voce del mantenitore della libertà Corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali di Corte, e di Ajaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati, chiamavano Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e fatto un grosso di miladugento soldati bene armati s'impadronivano delle riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani sorpresi da tanto tumulto, e ad impeto sì improvviso, fatto prima un poco di testa ai luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di Bastìa, e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran Brettagna, e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi, che aderivano a Paoli, e detestavano il nome di Francia.
Intanto per dar forma al governo nuovo, e ricompor quello che il disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato una consulta, che procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà, ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva sotto pena di morte i commissarj di Francia Casabianca, Saliceti ed Arena.
Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli, si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo stato e castigar i ribelli. Mandarono al general Lacombe Saint-Michel, anch'esso rappresentante, come dicevano, del popolo, adunasse prestamente quanti soldati stanziali, quante guardie nazionali, quante genti d'armi, e quanti marinari abili all'armi potesse, e marciasse contro i ribelli. Obbediva agli ordini Lacombe; nel medesimo tempo i commissarj del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli, e contro coloro che a lui si aderivano, gli chiamavano uomini vili, traditori della patria, prezzolati dall'avara Inghilterra; invitavano le popolazioni a conservarsi in fede, ad accorrere con le armi per assicurare a se non quella contaminata libertà antica, ma la nuova, la sola, la vera, quella che fondata era sui diritti dell'uomo; questa non poter dare, anzi a lei esser nemica l'Inghilterra; sola la Francia difenditrice dei dritti eterni, poterla dare; si ricordassero del dolce dominio col quale la Francia le aveva sempre rette, della fratellanza nata, degl'interessi fatti comuni; conoscere loro la Francia, e sapere con quali termini si potesse vivere con lei; non conoscere l'Inghilterra, anzi conoscerla troppo bene, e sapere esser sempre venditrice così del bene, come del male; quei mercanti superbi, vantatori essere di una libertà dubbia in casa loro, mantenitori aperti di una tirannide certa in casa altrui; non sopportassero di diventar fautori della tirannide universale, alla quale mirava l'Inghilterra; fossero Francesi, fossero Corsi, non fossero Inglesi; si ricordassero, che una nuova via e non mai più udita era aperta al mondo per arrivare alla felicità, e questa tenere la generosa Francia. Aggiungevano a queste esortazioni parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e prigioni, e confische, e morti a chi contrastasse. Alcuni mossi dall'amore nè del bene nè del male, ma solo dall'amor delle parti, che e per antica consuetudine, e per natura tenace dei popoli sono sempre e vive e perpetue nelle isole, seguitavano le insegne Francesi. Altri si conducevano alla medesima deliberazione per desiderio di libertà, credendo, che là fosse dove non era, ed altri finalmente per cupidità di commetter male in mezzo alle turbazioni.
Raggranellati questi Corsi, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altra parte insisteva Paoli con le sue genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce, nella quale morivano molti, accusandosi, come suol avvenire nelle guerre civili, le due parti di crudeltà orribili, parte vere, parte esagerate. Prevalevano ne' giusti incontri le genti disciplinate di Lacombe, ma nella guerra sparsa avevano il vantaggio le genti di Paoli, le quali avendo le popolazioni amiche, e conoscendo i tragetti, tendevano insidie e facevano sorprese. Non ostante, il generale Francese s'avanzava; già Nusa e Dolmetta erano venute in poter suo, e già il forte di Farinuolo era stato preso d'assalto; già parecchi cantoni più vicini a Calvi, ed agli altri luoghi che si tenevano per Paoli, o vinti per forza o spaventati dall'apparenza arresisi, imploravano la generosità del vincitore; e se non pareva che fosse possibile, che i Francesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Francesi forti per disciplina e per artiglierìe, nelle pianure e nelle terre che occupavano sul lido.
Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi Inglesi da guerra le quali facevano opera per intraprendere quelle che si avviavano all'isola. Poscia appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con bombe e con palle i luoghi, che Paoli assaltava dalla parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa ai Francesi. Per la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiar di maggio. Rimanevano in mano dei Francesi Bastìa, Calvi e San Fiorenzo; ma non soprastettero ad entrar sotto la divozione del vincitore. Così tutta la Corsica dopo di aver obbedito al freno di Francia lo spazio di venticinque anni, venne, non so se mi debba dire in potestà propria, od in potestà dell'Inghilterra.
Cacciati i Francesi dall'isola, vi fu creato un governo per modo di provvisione, che intieramente dipendeva da Paoli, e dalla parte contraria alla Francia; l'autorità dei municipj fu ordinata secondo le forme antiche. Paoli s'accorgeva che questa condizione, siccome transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola tanto opportuna a' suoi traffichi, a' suoi arsenali, ed alla sua potenza, che si venisse ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare il re della Gran Brettagna, acciocchè ordinato un governo libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della Francia; gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli accidenti, che racconteremo nel seguente libro. Luttuosa condizione de' tempi, che un Paoli non abbia saputo o potuto trovare altro rimedio di sottrarre la sua patria dal giogo della Francia, se non col darla in preda all'Inghilterra; il che dimostra o che Paoli vecchio non aveva più i medesimi spiriti di Paoli giovane, o che la lunga famigliarità cogl'Inglesi non gli aveva lasciato l'animo intero, o finalmente che la sua parte in Corsica non era tale, che potesse di per se stessa resistere a quella che seguitava il nome di Francia.
La guerra sorta coll'Inghilterra e con la Spagna, e le loro armate, che o già erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano occasione di molesti pensieri ai Francesi, che occupavano la contea di Nizza; poichè essendo i Piemontesi signori dei sommi gioghi dell'Alpi, potevano con evidente vantaggio calare, e sboccare a danno loro nei luoghi più bassi, ed unitisi improvvisamente con qualche forza di gente Spagnuola od Inglese scesa a terra, cagionar loro qualche notabile pregiudizio. Perchè Brunet che governava a quei tempi l'esercito di Nizza, si risolvette a tentar qualche impresa di momento prima che i confederati si fossero fatti forti nel mari vicini. Il fine di questo moto era di cacciare i Piemontesi dalle sommità, e prender per se quel vantaggio, che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E siccome l'esercito Piemontese era padrone di tutte le creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Dava il governo della dritta al generale Dumorbion per assaltare il campo posto sul monte Peruzzo, e quel della stanca al generale Serrurier per impadronirsi del colle di Raus, fazione più importante, e più difficile delle altre; ma per battere nel medesimo tempo i campi intermezzi di Liniere, del Molinetto, e del monte Fogasso, comandava al generale Mioskoski che si sforzasse di guadagnar quei gioghi aspri e montuosi. Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli, e Dellera; siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque preparati gli uomini e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano il dì otto giugno i Francesi all'assalto con un valore, e con una furia incredibile; nè la difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la tempesta di palle, che fioccavano loro addosso, non gli poterono rattenere, che non giungessero fin sotto le trincee, con le quali sul sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con un'audacia inestimabile fin sotto le bocche dell'artiglierìe Italiane; ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi, e con gravissimo danno dei Francesi, i quali rinfrescando continuamente con nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro. Ma in questo punto i capi regj, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al capitano Zin, piantasse le artiglierìe in un giogo vicino, e di là lo fulminasse sul fianco. Il qual consiglio opportuno per se, fu con tanta arte, e con sì gran valore eseguito da Zin, che, percossi i repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente l'impresa, ritirandosi, e lasciando i fianchi di quelle montagne miseramente cospersi dei cadaveri dei compagni loro. In questo fatto mostrarono i Francesi il solito valore impetuoso, e sconsiderato; i Piemontesi, massimamente gli artiglieri, ed il reggimento provinciale d'Acqui, che difendeva le trincee di Raus, arte, e costanza. Perdettero i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti, feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo giorno, circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata circa trecento con due cannoni, e molti arnesi da guerra. Ma tale era l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottitisi all'infelice successo della battaglia degli otto, lo assaltarono di nuovo il dì dodeci dello stesso mese con ben dodeci mila soldati risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto, che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle parti. Imperciocchè quel colle soprastava alla estremità del corno sinistro del nemico, per mezzo della quale si congiungeva con l'estrema destra dell'esercito dell'Alpi, e pei passi del Viletto accennava alla Bolena; la qual cosa agevolava agl'Italiani l'adito di calarsi verso il Varo, e di mettersi in mezzo tra l'esercito dell'Alpi Marittime, e quello dell'Alpi superiori.
La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato l'audacia dei repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta dei capi, non da mancanza di valore nei soldati si doveva riconoscere.
Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle dei fatti avversi accaduti nell'Alpi Marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera quei rimedj, che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello, che l'esercito alleato facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto fe' munire accuratamente i posti, che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi Marittime, con porvi nove battaglioni grossi, tra i quali uno di granatieri, ed alcune compagnie di soldati armati alla leggiera. Guernivano i primi Lantosca, Bolena, e Belvedere lungo la Vesubia, le seconde San Dalmazzo e Duplano, su quei monti che separano la valle della Tinea da quella della Vesubia. Il fine che il generale Francese si proponeva con munire questi luoghi, era di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura per qualche passo dei gioghi sommi, che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole. Gli dava molto sospetto un corpo grosso di truppe Sarde ed Austriache, che si era adunato nei contorni di Saluzzo, e poteva in due alloggiamenti condursi sulle alture, che dividono le acque della Stura da quelle della Tinea, ed in tal modo tentare con forze preponderanti qualche fatto grave in pregiudizio delle armi Francesi.
A rincontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio, e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime sino al forte di Saorgio avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria: non che volessero cimentare le sorti non ancora mature, ma intendevano con difendere i luoghi commessi alla fede loro, dar tempo a quei disegni importanti, che si maturavano nelle consulte dei confederati.
L'arrivo delle armate Inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli stati d'Italia, che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro, che più per timore, che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora inoperosi ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli scoprendosi intieramente, chiudeva i porti ai Francesi, e si obbligava a fornire alla lega sei mila soldati, con grosse navi da guerra, e molte minori. Il papa medesimamente che aveva causa particolare di temere dei Francesi a motivo delle faccende religiose, armava, e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici: mostrarono in questi trattati massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello, che le preparavano Inglesi, Tedeschi, e Francesi, cupidissimi tutti di mescolarsi in lei, e di averne il dominio, come se per altri fosse creata, e non per se medesima.
Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Serristori, ministro del gran duca, sapere tutta l'Europa le querele ch'egli aveva fatte per la parzialità mostrata dal gran duca a favore della Francia; avere fatto quanto era in poter suo per isvelare a Sua Altezza i pericoli, che le sovrastavano per aver tuttavia comunicazione con una nazione di regicidj, nemica di ogni legge e governo, con una nazione che distruggeva la religione, che si bruttava le mani nel sangue del suo re, del clero, dei nobili, e di tutti coloro che erano fedeli al re; non ostante avere prevalso presso il gran duca i cattivi consiglj, e le pericolose massime dei malvagi; volere pertanto lui venirne a determinazioni vigorose; sapesse adunque il gran duca, che l'ammiraglio Hood aveva comandato, che un'armata Inglese con una parte dell'armata Spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello, che Sua Altezza volesse farsi; sapesse inoltre Sua Altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood, e in nome del re suo signore, che se nel termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi stati de La-Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene Sua Altezza a quello che si facesse, poichè il solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra era di eseguire puntualmente, e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La-Flotte, rompesse col consesso nazionale, e con quel governo di Francia, facesse causa comune con gli alleati.
Tali furono le minacce del ministro Inglese al gran duca di Toscana: nel qual favellare si vedono due grandissime insolenze; la prima si è quel superbo favellare medesimo ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa Austriaca; la seconda quel rimproverare, che fa ad altrui un Inglese di aver ucciso un re.
Rispose assai rimessamente Serristori, che il gran duca aveva dato ordine, che La-Flotte, ed i suoi aderenti, che erano, fra gli altri, due marchesi molto inclinati alle novità dei tempi, Chauvelin, e Fougere, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto all'accostarsi alla lega, ed al romper guerra alla Francia. E come disse, così fece; poichè La-Flotte, e Chauvelin, cacciati di Firenze, se ne andarono nello stato Veneto per la via di Ferrara; La Fougere si ritrasse a Genova.
Le stesse minacce furono fatte, e nel medesimo tempo dal ministro Inglese Drake ai Genovesi: assai e pur troppo aver tollerato, che un Tilly ministro di Francia spargesse semi di discordia e di anarchìa tanto nel Genovesato, quanto nei paesi circonvicini; doversi finalmente por fine a tanto scandalo; però ei ricercava espressamente la repubblica o accettasse l'amicizia dell'Inghilterra, cacciasse Tilly ed i suoi aderenti, desse ricovero alle armate del re nel porto di Genova, ed in tutto si risolvesse ad ajutare la lega, o altrimenti l'Inghilterra avrebbe trattato, come nemica, la repubblica.
A queste minacciose ed inconvenienti parole s'aggiunsero fatti più minacciosi, e più inconvenienti ancora; imperciocchè trovandosi la fregata Francese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi Inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marinari, che vi si trovarono a bordo.
Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze Francesi in uno stato così vicino, ora vieppiù si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato, che i rappresentanti del popolo Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono sdegnosamente uno scritto, dicendo, che il patto sociale di tutte le nazioni era stato in modo troppo indecente violato, che l'atroce fatto commesso nel porto di Genova verso i membri della repubblica Francese da uomini, che si qualificavano sudditi del monarca d'Inghilterra, aveva ed i diritti delle nazioni oltraggiato, e messo in pericolo l'essere dell'umana generazione; che tali fatti detestabili importavano a tutti i popoli, principalmente a quel di Genova, che aveva veduto sotto agli occhi suoi questo crimenlese contro la società; che il castigo ne doveva essere tanto pronto, quanto terribile; e però Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici, o nemica dei nemici della società oltraggiata nelle persone dei repubblicani Francesi; protestavano poscia al popolo Genovese, che se il senato tardasse a risolversi, ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto, e sotto le bocche delle sue artiglierìe, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per se fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.
Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova favellando alla tribuna del consesso nazionale.
Il governo di Genova trovandosi stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure siccome il non risolversi era peggio che risolversi, e considerando dall'un dei lati, che i Francesi difficilmente sarebbero venuti dalle minacce ai fatti finchè l'Inghilterra avrebbe avuto la signorìa de' mari, a cagione che le coste della Provenza non potevano trarre le vettovaglie da altri luoghi che dal Genovesato, e finchè ancora gli Austro-Sardi starebbero forti ai fianchi; dall'altro e quanto all'Inghilterra, che l'assaltar le riviere era per lei di poco momento, e l'assaltar Genova difficile, e che di più rompere la neutralità di Genova era un gettarla in grembo ai Francesi, ed un aprir loro l'adito nel cuor del Piemonte, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali. Così Genova posta in pericoloso frangente non satisfece dell'effetto nè agli uni, nè agli altri, e persistette in quello stato, che certo era di maggiore utilità alla Francia che alla lega; perciò Drake riempiva di querele tutta Italia contro i Genovesi, chiamando la prudenza loro timidità Italiana, ed infezione Francese. Ma alla deliberazione del senato diede anche favore il pensare, che forse il popolo non avrebbe tollerato senza risentirsi la rottura della pace a cagione dei profitti grandissimi, che per lui nascevano dalla neutralità.
Il senato Veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio non tanto rotto quanto Harvey e Drake, ma pure intentissimo a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, rappresentò modestamente al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta, considerasse molto bene la repubblica di quanto danno fosse l'avere i Francesi un'ambascerìa a Venezia, fonte e mezzo di trame pericolose ad ogni buon governo; che per lei passavano i corrieri e le lettere dirette a turbare l'Oriente; sapersi, che un d'Enin, già stato inviato a Venezia, ed ora condottosi a Costantinopoli, vi usava ogni sforzo con persuasioni lusinghevoli e con offerte di denaro, per concitare la Porta Ottomana contro l'Austria e la Russia, acciocchè non potessero correre con tanto apparato di forze contro la Francia; che d'Enin medesimo si proponeva, ove non riuscisse a guadagnarsi il Divano, di concitar tumulti ed ingiurie sui confini, massime per mezzo dei Ragusei corrotti per danaro, affinchè la Porta risentendosi movesse le armi contro la repubblica; che in ciò sperava d'Enin, che assaltata la repubblica da nemico sì poderoso, chiamasse, in virtù del trattati, in ajuto l'imperator di Germania, e che per questo si diminuirebbero le forze della lega contro la Francia; che quella medesima ambascerìa in Venezia intratteneva male pratiche coi Grigioni, esacerbandoli continuamente per dar loro occasione di muoversi, con ricordare l'esclusione data loro dai Veneziani, e la dissoluzione della lega nel 1766; che là passavano i corrieri portatori dei semi pestiferi, là covavano i seminatori degli scandali, là concorrevano gli scapestrati di Francia, ed ogni bandito dalla patria per opere ree, o per malvage opinioni politiche; che l'ambascerìa era un fomite continuo d'incendio per gli stati Veneti stessi: perchè là venivano a rinvergare come a centro comune le lettere, i giornali, e gli uomini perversi tanto di Francia, quanto d'Italia. Pregava pertanto, ed esortava caldamente il senato, che fosse contento di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice di corruttele. Concludeva, che se il senato consentisse a licenziare l'ambascerìa, e se vietasse ai Francesi le tratte d'armi e di vettovaglie dagli stati della repubblica, sarebbero gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinato di modo che ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole, terminò dicendo, porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che gliene comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt; porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le Russie, dell'imperator d'Austria, e del re di Prussia. Si riscuotesse adunque, e prendesse quelle deliberazioni, che a tempi tanto pericolosi, a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose, ed alla salute stessa della repubblica si convenivano.
Il senato Veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace di fare qualche grande sbocco in Italia, volendo altresì conservar salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbar intera la neutralità, non poter risolversi a licenziare l'incaricato d'affari di Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione Francese, non della repubblica.
Worsley non fece altra dimostrazione, e continuò a starsene in Venezia; dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al gran duca, ed a Genova.
La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo più raffrenata dal timore dei Francesi a cagione dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più apertamente quello, che già da lungo tempo sentiva rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti Francesi se ne uscissero dall'isola, e che i porti fossero chiusi a qualunque nave Francese sì pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra. Avendo poi udito, che un d'Eymar mandato dal governo di Francia a risedere quale incaricato d'affari a Malta in iscambio del cavaliere Caumont, che continuava a starvi in nome del re Luigi, pubblicò, che non sarebbe mai per accettare nè d'Eymar, nè altra persona che a lui si mandasse da quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.
In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia, e l'Inghilterra, e comparse le armate Inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai Francesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i Veneziani, ed i Genovesi; s'aggiunsero alle forze della lega quelle della chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto maggiore, quanto più vedevano, che se dall'un de' lati si era cresciuta nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la concitazione ed il furore in Francia.
Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale, e la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a coloro che la seguitavano, ed a coloro che od amavano la libertà, conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordeaux, di Monpellieri e di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a Torino, ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau, ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome, con Precy, commossero all'armi tutta la città, e pubblicarono manifesti contro la tirannide del consesso nazionale. Nè valsero le esortazioni e le minacce dei rappresentanti del popolo e dei generali repubblicani a fare che i Lionesi, oramai disposti a volerne venire agli estremi, si ritraessero dalla determinazione loro. Che anzi moltiplicando ogni giorno più negli sdegni, ed armandosi di tutta possa, più s'infierivano, quanto più erano o lusingati, o minacciati. Nella quale deliberazione vieppiù si confermavano, perchè avevano speranza che prima che i soldati del consesso si fossero raccolti per combattergli, gli Austriaci ed i Piemontesi sarebbero arrivati in ajuto loro. Confidavano poi eziandìo che i Marsigliesi, che sapevano essersi mossi nel medesimo tempo, sarebbero accorsi, siccome ne avrebbero dato intenzione. Nè dubitavano che per viaggio eglino avrebbero tirate a se tutte le popolazioni, per guisa che e Lionesi, e Provenzali, e Piemontesi, raccolta insieme tutta la gioventù loro, avrebbero fatto un grande sforzo, a rovina ed a conculcazione degli uomini scelerati, che allora reggevano la Francia. E siccome anche nella Linguadoca e nella Guienna covavano umori contrarj al consesso, così pareva certa la caduta della repubblica. Quest'erano le speranze dei nemici del consesso da lungo tempo fomentate dagli alleati, ed ora giunte al colmo per l'esorbitanze dei giacobini, per l'accostamento dell'Inghilterra e della Spagna alla lega, e massimamente per l'arrivo dell'armate Inglese e Spagnuola sulle coste della Provenza. Acciocchè poi non si urtasse troppo con le opinioni, che correvano anche fra coloro che secondavano tutto questo moto, tanto era forte l'invasazione degli spiriti operata dalle nuove dottrine, si pubblicava dagli scontenti, voler loro solamente resistere alla tirannide di Parigi, dagli alleati, volere solamente ridurre le cose alle riforme dell'ottantanove. Così mettendo avanti un proposito men odioso, e velando con protestazioni moderate il vero fine loro con tutto quel fondo di male, che porterebbe necessariamente con se una tanta mutazione di stato in una nazione stimata ribelle, speravano di trovar minor resistenza, e maggior favore nei popoli.
Non è proposito nostro il narrare particolarmente l'oppugnazione di Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per la immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a romore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione. Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza, che avevano sperato. La Savoja parteggiava pel governo nuovo; il Delfinato, massime Grenoble, città capitale, non solo parteggiava pel governo medesimo molto caldamente, ma era anche avversa per gelosìe antiche a Lione. Intanto i Marsigliesi si vantavano di esser capaci da se soli di vincer l'impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in Avignone. Quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni superiori del Rodano. A tanto moto si commossero ancora le popolazioni della bassa Linguadoca; già gl'insorti dei due dipartimenti dell'Arauro e del Gardo si erano fatti padroni della cittadella di Santo Spirito, luogo molto importante a cagione del passo del Rodano.
Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati. I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci erano calati grossi dal monte Cenisio, e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si dirizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di fare spalla all'impresa di Tarantasia, e di rannodarsi verso la terra di Conflans per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole, sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume, e molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.
Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti, e che gli era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine di obbligare i Francesi ad evacuar la contea, o di tagliargli fuori dalla Provenza, se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto ardente in queste bisogne contro chi allora signoreggiava la Francia, e che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il principale sforzo che i confederati volevano fare, sì perchè il re, come già abbiamo narrato, non volle mai udire che si voltassero le forze più grosse contro la Savoja per la impresa di Lione, sì perchè speravano trovare, siccome il re medesimo si era persuaso, maggior aderenza nei popoli, e sì finalmente perchè le armate confederate che correvano i mari vicini, potevano dar polso alle cose che si tentavano. Così quel nembo, che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro l'Italia dalla Francia, ora si rivoltava contro la Francia dall'Italia.
Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoja, dove venuto al campo dei suoi, posto all'Ospedale presso Conflans, alloggio principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le sue esortazioni tanto inanimato i soldati, che si mostrarono prontissimi a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso alla fede loro. Nel tempo medesimo fe' venire dal campo di Tornus una grossa schiera, tra la quale si osservavano principalmente un battaglione intero di granatieri, e tre di volontarj, buona ed audace gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, perchè se l'esercito Italiano si congiungeva coi Lionesi, la signorìa del consesso nazionale sarebbe giunta al suo fine in quelle parti, aveva, costretto dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra, e mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto privo di difensori. A questo si aggiunse, ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della Savoja, e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po' di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio, e potessero in caso d'infortunio ristorar la fortuna della guerra. Per maggior sicurezza ordinava, che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero d'artiglierìe, avvisando, che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero arditi di correre fino a Lione. Egli poi a motivo di poter sopravvedere bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale, a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.
Nè in tale fortunoso accidente mancarono a se medesimi coloro, che in Savoja più si erano chiariti in favore dello stato nuovo; imperciocchè con le parole e con gli scritti animando i compatrioti loro a difendersi, facevano grandissimi frutti. In cotal modo arrestarono i capi Francesi il corso della fortuna contraria in Savoja, e diedero speranza di poter conservare alla Francia quella provincia tanto affetta al suo nome per lingua, per costume, e per sito: non ostante si aspettavano ancora le battaglie, che avrebbero definito, se i preparamenti fatti erano per rispondere al fine che le due parti si erano proposto.
Dall'altro lato e più sotto, Kellerman aveva spedito con tutta celerità il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli, riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Duranza, non passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorazzare sulla destra. Ma Carteau spinto da un Albitte, rappresentante del popolo, giovane pur troppo risentito nelle faccende dei tempi, varcava, e si sarebbe trovato in gravissimo pericolo, se i Marsigliesi fossero stati tanto pronti coi fatti, quanto erano con le parole. Ma nacque appunto la salute donde si aspettava la ruina; imperciocchè i Marsigliesi, udito che Carteau aveva varcato, in vece di assaltarlo e buttarlo nel fiume, il che sarebbe riuscito loro agevolmente, si diedero disordinatamente alla fuga, e con quella medesima celerità si disperdettero, con la quale si erano adunati. Carteau, usando la occasione, voltossi con tutte le sue forze contro di Aix, di cui s'impadronì; poi senza frappor tempo in mezzo, marciò contro Marsiglia, capo e fomite principale di quella guerra. E tanto fu il terrore concetto dai Marsigliesi, che fatta niuna difesa della città loro, la diedero in mano del vincitore. L'infelice Marsiglia, pagando troppo fiero scotto della sua imprudenza, fu posta miserabilmente a sacco, e vi furono commesse opere al tutto degne di quei tempi ferocissimi.
La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi, che per questa cagione si trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza. Molti Marsigliesi, fuggendo il furore dei repubblicani, si erano ritirati a Tolone, dove coi racconti e con le grida miserabili riempirono ognuno di spavento. A così orribile caso commossi i Tolonesi, e risolutisi a volere ogni altro termine di disgrazia incontrare piuttosto che accettar nelle loro mura soldati bruttati di tanto sangue cittadino, udirono con maggiore inclinazione le proposte che venivano loro fatte dagli alleati. Diedero la città ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra Hood, desiderando, che l'autorità del re Luigi si restituisse, e la constituzione dell'ottantanove si accettasse.
I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente di Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in opera per far correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore dell'intento; perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria, s'adunò tosto intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa quaranta mila soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar con la forza quello, che la fortuna aveva loro conceduto. Spagnuoli, Napolitani e Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone; gli altri potentati d'Italia gli fornivano di vettovaglie; il papa stesso somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della Savoja e di Nizza.
Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo, si erano fatti padroni delle valli superiori della Morienna, della Tarantasia, e del Faussigny: San Giovanni, Moutiers e Bonneville già obbedivano all'imperio loro. I Francesi cacciati dai luoghi più alti si erano ridotti a pigliar campo alla sboccatura delle valli, a Aigue-Belle, ed a Conflans, incerti se vi si potessero mantenere, perchè l'inimico ingrossava ogni giorno. Già Ciamberì pericolava: già poco spazio separava Lione dall'esercito Italiano, e se i Piemontesi si fossero spinti avanti con quella celerità che i tempi richiedevano, avrebbero acquistato, come pare, una compiuta vittoria. Ma non so per qual ragione, se ne stettero a soprastare: l'indugio diè comodità agli avversarj di rannodarsi, ed ai popoli di ajutargli. Giunto Kellerman a Ciamberì si deliberò di assaltar l'inimico, e stantechè era molto forte in Morienna, pensò di assalirlo con principale sforzo in Faussigny ed in Tarantasia, munendo però Aigue-Belle con una squadra numerosa di soldati eletti. I repubblicani secondati con ardore incredibile dalle guardie nazionali del Montebianco, appoco appoco cacciarono, non senza però grave contrasto, dai luoghi bassi del Faussigny e della Tarantasia i Piemontesi; fuvvi una feroce battaglia a San Germano, perchè i regj vollero dar tempo agli sviati ed alle artiglierìe di condursi a salvamento: infine si ritirarono al San Bernardo, donde un mese prima erano discesi con tanta speranza di vittoria.
Rimaneva pei repubblicani, che i regj si cacciassero dalla Morienna. Comandò Kellerman, che un corpo delle genti vittoriose della Tarantasia, passato il monte d'Encombe, marciasse contro Termignone, luogo situato alle radici del Cenisio; che il generale le Doyen si spignesse avanti di fronte per la Morienna, e che l'ajutante generale Pressy, che aveva testè acquistato Valmenie, si dirizzasse contro il fianco sinistro, ed alle spalle dei Piemontesi. Tutte queste mosse riuscirono a quel fine che il generale si era proposto; perchè l'esercito del re pressato da ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio: i repubblicani occuparono nuovamente Termignone.
Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoja dalle genti del re di Sardegna nell'autunno del 1793, e per tale modo fu esclusa la lega dalle sue speranze in queste parti: nel che si può considerare, che se l'esercito Piemontese fosse stato così grosso come voleva Devins, o condotto con quella celerità che sogliono usare i Francesi in tulle le fazioni loro, è da credersi che la fortuna avrebbe favorito il disegno dei confederati, e che Lione sarebbe stato liberato, con totale mutazione delle cose d'Europa.
I miseri Lionesi, udita la ritirata dell'esercito, e privi di quest'ultima speranza, furono costretti a rimettersi in potere dei repubblicani. Il mondo sa con quale immanità sia stata trattata quella città sì nobile, e sì generosa.
Dall'altra parte, e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano la Savoja, si erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio la fortuna si dimostrava loro favorevole; poichè, cacciati i nemici da tutti i luoghi superiori, già avevano speranza di calarsi per le sponde del Varo sino al mare, avvenimento, che ed avrebbe dato loro Nizza, ed aperto la strada a far risolvere l'oppugnazione di Tolone. Ma arrivati a Giletta, ed assaltato il dì diciotto ottobre con grandissimo impeto il ponte, furono duramente risospinti, e con perdita sì grave, che questo fatto, giunto alle sinistre novelle che si ebbero in quel punto di Savoja e di Lione, terminò la guerra di quest'anno in quelle parti. In cotal modo con un ignobile fatto di un piccolo ponte fu posto fine ad uno sforzo, che preparato con tanta cura e cominciato con tanta speranza, pareva che dovesse fra breve ricuperare al nome della casa di Savoja tutta la provincia di Nizza.
Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla quale era concorso l'esercito vincitore di Lione, e la guernigione di Valenziana, piazza forte in Fiandra, che gli alleati avevano espugnato. Già al monte Farone, sull'eminenza Reinier, al capo Bron, e sulle alture del Baleguier parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia fortuna, nelle quali mostrarono ambe le parti, quanto potesse il valore congiunto con l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare, o l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a presidiare i forti rizzati sulla stanca, massime quello, che chiamano il Malbousquet, i Piemontesi stavano a guardia sulla dritta, e munivano principalmente il forte, e la montagna Farone.
Gli oppugnatori si erano accampati per modo, che Dugommier, generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente dal forte Malbousquet sino al promontorio, che chiude l'estremità di quel piccolo seno di mare, Lapoype assaltasse verso levante tutte le difese che si distendono dalla montagna Farone, che sta a sopraccapo alla città verso tramontana sino al capo Bron, ed al forte Lamalgue, che sta a difesa del seno grande. Parte di queste genti stanziando principalmente alla Valletta, andavano a congiungersi con trincee, e batterìe non interrotte alla costa meridionale del seno grande, ed ai forti Lamalgue, e Margherita. Così una corona di schiere armate e di cannoni cingeva Tolone tutto all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli alleati consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia degl'Inglesi. Per maggior sicurezza avevano fatto, e munito di grosse artiglierìe un gran ridotto vicino al forte. Ma i Francesi con memorabile valore combattendo già si erano impadroniti delle eminenze opposte al forte medesimo, ed al ridotto Inglese; e condottivi numerose artiglierìe continuamente infestavano gl'Inglesi. Avevano anche preso per assalto il forte dei Pommets, che signoreggia tutte le alture a tramontana. La qual vittoria diè loro facoltà di porre un campo sulla montagna delle Arene, e chiuse il passo del rivo Laz dall'una parte all'altra della città.
Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma poste le artiglierìe in luogo molto opportuno, per opera massimamente del luogotenente colonnello d'artiglierìe Buonaparte, giovane di virile spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se non si cacciavano da quel nido i Francesi, bisognava pensar ad altro che a stare a Tolone, si deliberò di dar loro l'assalto. Per la qual cosa seimila soldati della lega, la più parte Inglesi, uscirono il tre novembre, e, passato il Laz, si spartirono in due colonne; l'una si scagliò contro il monte delle Arene, l'altra sulle batterìe, che bersagliavano il forte Malbousquet. La fortuna fu loro sul primo incominciare seconda. Sorpresi i Francesi da quell'impeto improvviso, cedettero il luogo; gl'Inglesi giunti al monte delle Arene vi presero, e chiodarono le artiglierìe. L'altra colonna s'era insignorìta dei posti, e delle batterìe, che munivano le strette d'Olioulles, e già, credendo essere in possessione della vittoria, faceva le viste d'impadronirsi del grosso di tutte le artiglierìe, che ivi era posto.
All'avviso di tanto sinistro Dugommier accorso, inanimiva i suoi con la voce e con l'esempio, e chiamando gente dagli altri posti fe' un grosso di soldati agguerritissimi, e gli condusse con ordine, e con ardire mirabile contro il nemico, che già trionfava; nè fu l'esito non conforme a tanto valore. Gl'Inglesi assaliti, pressati, urtati da ogni banda cederono prima ordinati, poscia con fuga manifesta, lasciando in poter degli assalitori tutti i luoghi conquistati, massime quello sì importante del monte delle Arene. Tanta fu la foga dei vincitori, che non si arrestarono, se non se alle palizzate del forte Malbousquet, e stette per poco, che non vi entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in questo incontro gravemente ferito, e fatto prigioniero Ohara, che era accorso per rannodare i suoi.
Questa fazione tanto sanguinosa diè molto a pensare agli alleati, non gli lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura di Tolone. Tanta variazione avevano fatto le cose da quei primi apparati, che nel possesso di quella sola città già vicina a cadere, eransi ridotte le speranze di conquistare con Lione mezza la Francia.
I repubblicani, preso nuovo animo, si mostravano pronti a mettersi ad ogni più grave pericolo per riconquistar Tolone: si risolveva Dugommier a dar l'assalto da tutte le bande. L'importanza del fatto consisteva in un grosso ridotto, che gl'Inglesi avevano construtto sul promontorio, dal quale scoprivano dall'un lato e dall'altro i due seni, dove stanziavano le armate confederate. Se il ridotto ed il promontorio fossero venuti in potestà dei francesi, le armate sarebbero state condotte all'ultimo sterminio, se presto non fossero fuggite. Il generale di Francia pose principalmente l'animo ad assaltar il ridotto, e per procedere con arte militare in un'opera di tanta difficoltà, divise le veci degli assaltatori per modo che una schiera facesse le viste di assaltarlo di fronte, mentre le due altre girando, e salendo per sentieri scoscesi ed aspri, gli riuscivano a' fianchi, ed alle spalle.
Nel tempo medesimo per tentar la fortuna anche in altre parti, e perchè i confederati, avendo a risguardarsi da ogni lato, non potessero mandar soccorsi al ridotto, il generale repubblicano ordinava un assalto su tutta la frontiera dei posti tenuti dal nemico. Così a destra Dugommier medesimo guidava i più valenti soldati contro il gran ridotto Inglese, Mouret assaltava quello del forte Malbousquet, Garnier quelli dei forti, che dominano il rivo Laz. A sinistra Lapoype faceva uno sforzo contro il monte Farone, e Laharpe contro le batterìe, che dal capo Bron fulminavano l'entrata del seno.
Adunque essendo in tal modo ogni cosa in pronto, il dì quattordici decembre i Francesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano che da quel fatto doveva risultare non solo la conservazione, o la perdita di Tolone, ma ancora la riputazione dell'armi e l'acquisto d'Italia, con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto, feroce anche la difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora prevaleva la furia al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la sicurtà dei luoghi faceva inclinare le sorti a favor degli assaltati, ora l'audacia per verità non credibile, se non fosse vera, le voltava a favor degli assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le difese erano lacere dall'un canto, già dall'altro i gioghi dei monti, ed i parapetti delle batterìe Inglesi apparivano cospersi di cadaveri Francesi, e non ostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi i sangui, che ribollivano, rendevano gli uomini più accaniti, e continuamente si dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso e da lontano. Prevalse la fortuna di Francia. Mouret e Garnier si facevano a viva forza strada nei due forti di Sant'Antonio, e di Malbousquet, cacciatine gli alleati, che si ritirarono frettolosamente. Lapoype impadronissi del monte e del forte Farone; il che fu cagione, che il nemico, vuotò incontanente i forti inferiori di Lartigue, e di Santa Caterina, esposti alla furia delle cannonate del forte Farone. Finalmente Laharpe, dopo un durissimo incontro di cinque ore, cacciò di forza gli avversarj dal capo Bron, e gli costrinse a fuggire nel forte Lamalgue.
Al ridotto del promontorio, dal cui conquisto dipendeva tutto l'esito del fatto, si combatteva tuttavìa asprissimamente. Nè la difficoltà de' luoghi, nè la spessezza dei tiri del nemico non poterono tanto impedire i Francesi, che non salissero sino al sito erto, in cui era posto. Tre volte entrarono per le cannoniere fulminanti, tre volte ne furono, pel bersaglio di un piccolo ridotto interno munito d'artiglierìe, con grandissima strage loro risospinti. Finalmente alla quarta entrati per le cannoniere medesime, e superato anche col medesimo impeto il piccolo ridotto, riuscirono vincitori di quel fondamento principalissimo di tutti i disegni. I difensori, la più parte uccisi; i superstiti si ritirarono a mala pena laceri e sanguinosi chi alla città, e chi alle navi.
La espugnazione dei forti, massimamente quella del ridotto, rendeva impossibile agli alleati il tenere più lungamente Tolone; conciossiachè i repubblicani potevano fulminarvi dentro, e spazzando i due seni sperperare all'estremo le flotte confederate. Deliberaronsi a vuotare; ma prima vollero fare tutto quel maggior male che poterono. Posto mano adunque alle faci appiccarono il fuoco alle navi che non potevano trasportar con loro, ed a tutte le opere preziose di marinerìa, di cui Tolone abbondava. In questo Sidney Smith, uomo più atto alle imprese rischievoli, che alle grandi, con molta industria ed attività si adoperava. Ardevano le navi, ardevano le armerìe, ardevano gli arsenali; nella città medesima le case ardevano. Breve ora distruggeva opere, cui l'industria umana aveva penato lungo tempo a compire. In tanta confusione traevano continuamente le artiglierìe repubblicane sì da palla che da bomba con orribile fracasso, ed accrescevano terrore ad una catastrofe già per se stessa tanto terribile.
Ma compassionevole spettacolo era quello dei Tolonesi, i quali costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose, che in tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierìe dei loro compatriotti, o da quelle degli Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il tuonare, lo scompiglio delle navi, che andavano e venivano, le minacce dei soldati da terra che fuggivano, lo strepito dei soldati da mare, che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una miseria, che si possono meglio con la mente immaginare, che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi disperando della pietà del vincitore, accettato l'esiglio, si ricoveravano alle navi, non sapendo nè dove, nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte confederate, sotto la tutela del forte Lamalgue, nel quale avevano lasciato presidio per proteggere la ritirata, tirandosi dietro le navi rapite di Francia i giorni diciotto e diecinove decembre, si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il giorno venti poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato anche il forte Lamalgue, lasciarono la misera terra intieramente a discrezione dei repubblicani: entraronvi fieri, e minacciosi.
Arsero nell'incendio Tolonese acceso dagl'Inglesi quindeci navi grosse di fila, il Tuonante, il Fortunato, il Centauro, il Commercio di Bordeaux, il Destino, il Giglio, l'Eroe, il Temistocle, il Duguai-Trouvin, il Trionfante, il Sufficiente, il Mercurio, la Corona, il Conquistatore, il Dittatore. Arsero sei fregate, la Seria, la Coraggiosa, l'Ifigenìa, l'Alerta, l'Iride, il Montereale, con molti altri legni minori. Rapirono, e s'appropriarono gl'Inglesi la grossissima nave di centoventi cannoni chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo, ed il Potente, l'uno e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il Topazzo, e non pochi altri legni minori.
I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste, i Napolitani il brigantino l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella d'Inghilterra.
Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emola, che ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio del mari, e che tuttavìa avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo. Così perì Tolone, città nobile, e ricca, e sede principale della marinerìa Francese. A tali strette conducono le discordie civili, e gli ajuti forestieri. Ma in queste cose l'esperienza non è fruttuosa, perchè elle si giudicano con lo spirito di parte, che sempre inganna, non con l'amore della verità, che solo conduce alle opere vantaggiose.
Rimasero nel porto o perchè non fossero capaci al mareggiare, o perchè la paura in quel tramestìo di fuga abbia superato nei vinti il desiderio della rapina, e della distruzione, le navi il Delfino reale di centoventi cannoni, la Linguadoca di ottanta, il Generoso, il Censore, il Guerriero, il Sovrano, tutte di settantaquattro.
I rappresentanti del popolo Barras, Freron, Robespierre giovane, e Saliceti scrissero il dì ventuno decembre al consesso nazionale, essere Tolone in potestà della repubblica.
LIBRO QUARTO
SOMMARIO
Partiti presi dagli alleati pei fatti di Lione e di Tolone. Trattato concluso a Valenziana il dì ventitre maggio 1794 fra l'imperatore d'Alemagna, e il re di Sardegna. Assalti dati dai Francesi a tutte le cime delle Alpi, ed invasione per essi della riviera di Ponente. Prosperi successi delle loro armi. Tutti i passi, ed il forte di Saorgio vengono in lor potere. Congiure in Piemonte; lodi dei magistrati di questo paese. Deliberazioni del re per ovviare ai pericoli presenti. Preparamenti guerrieri, e congiure di Napoli. Anche il pontefice si mette sull'armi. Deliberazioni di Venezia per l'invasione del Genovesato. Il conte Rocco San Fermo mandato dai Veneziani a Basilea, e con qual fine. Il conte di Provenza, sotto nome di conte di Lilla, arriva a Verona. Sua condotta, e procedere dei Veneziani verso di lui. Lallemand ministro di Francia a Venezia. Genova bloccata dagl'Inglesi. Costituzione politica data dagl'Inglesi alla Corsica. I Corsi coi loro corsari fanno un danno inestimabile ai Genovesi. Querele dei danneggiati, e deliberazioni dell'Inghilterra in questo proposito. Battaglia del Dego combattuta il dì ventuno settembre 1794.
L'infelice riuscita delle due imprese di Lione, e di Tolone, la cattiva prova fatta dai Marsigliesi e la poca dipendenza che trovavano nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai confederati quanto fosse fallace l'opinione loro di avere nei movimenti delle popolazioni, e nell'efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni, che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però si persuasero facilmente, che non nelle parole, ma nei fatti, non nelle armi altrui, ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior rabbia, ed a maggiore disubbidienza gli concitasse. E siccome era divenuto necessario, che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva, che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior incentivo all'appetito di conquistar per se, e di farsi proprio quello d'altrui. Pareva necessario torre per la risecazione di territorj forza ad una nazione potente per se stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si rivolgevano per la mente i confederati, i quali finalmente vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente politica, cambiava di natura, diventando guerra politica e territoriale. Non appartiene alla materia di queste storie il raccontare ciò, che i principi si deliberassero rispetto alle provincie orientali, e settentrionali della Francia; bensì diremo quanto l'imperatore d'Austria, ed il re di Sardegna accordassero fra di loro per fare, che non per un nome, che era oggimai vano, ma per una sostanza in utile loro combattessero. Eransi, già fin da quando si era combattuto così infelicemente in Provenza e nel Lionese per le armi regie ed imperiali, introdotte alcune pratiche molto segrete, il cui fine era di trattare un accordo, per cui si venisse a definire, quali parti dovessero cadere in potestà dell'uno o dell'altro, delle province conquistate in Francia. Perciò dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in Valenziana il dì ventitrè di maggio del presente anno tra il barone di Thugut per parte dell'Austria, ed il marchese di Albarey per parte della Sardegna un trattato, in virtù del quale si convenne, come principio irrevocabile, che tutte le conquiste, che dalla parte dell'Italia si facessero dalle armi imperiali e regie sulla Francia, e che alla pace si conservassero, in due parti uguali si dividessero, e che la valuta di quella che toccasse all'imperatore, si compensasse per la restituzione, che a lui farebbe il re di una parte proporzionata dei distretti successivamente smembrati dal Milanese; ovvero, se una tale condizione non piacesse, che ogni conquista qualsivoglia, senza eccettuarne veruna, che dalla parte medesima d'Italia si facesse a' danni della Francia, alla pace le si restituisse, ed in tal caso ella si obbligasse a pagare una somma proporzionata di denaro in compenso delle spese della guerra fatta dalla parte d'Italia, e che tal somma per ugual porzione fra le due corti si spartisse; che al finire d'agosto, al più tardi, le due corti si risolvessero per l'uno, o per l'altro membro dell'alternativa sopraddetta, dichiarando amendue volere aver più ferma e rata la parte che fosse scelta, e che inoltre nel tempo medesimo un modo giusto, ed un temperamento buono e leale si trovasse, per valutare le conquiste da farsi e da serbarsi, a fine di proporzionar loro le restituzioni da eseguirsi dal re dal lato del Milanese: prometteva il re di fare ogni maggiore sforzo, e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandare in Italia il più gran numero di genti che potesse, oltre le ausiliarie, che fin dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente, e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi, tanto verso la Savoja quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in un grosso corpo, sempre pronto ad operare fortemente, e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano, per prima cosa, e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il nemico sulla riviera di Genova, a fine di guarentire ed assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte; avesse l'arciduca, governator generale della Lombardìa Austriaca, facoltà di trattare, ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni cosa, e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare l'impresa.
I Francesi, i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati. Sapevano, che era grande il timore messo nei nemici loro dalle tanto gagliarde espugnazioni di Lione e di Tolone, e si risolvettero ad approfittarsene, mentre n'era fresca la impressione. Potevano inoltre prevalersi dell'esercito vittorioso di Tolone, che su quelle prime caldezze si credeva capace di conquistare il mondo, non che il Piemonte e l'Italia. Non ignoravano altresì che gli alleati, non s'aspettando quel terribile rincalzo di Tolone, anzi promettendo a se medesimi da quell'impresa frutti maravigliosi, non avevano ragunato forze sufficienti a poter resistere all'impeto ajutato dalla fama. Nè era loro nascosto, che il re di Sardegna, con memorabile semplicità consigliandosi, e credendo che i Francesi portassero più rispetto alla neutralità di Genova di quanto glien'avessero portato gl'Inglesi, andava compiacendosi nel pensiero, che essi non avrebbono preso passo nel Genovesato per assaltar i suoi stati. Per questo, se formidabili erano e gli apparati, e le munizioni militari dalla parte della Savoja, e verso le strade che accennano da Nizza al colle di Tenda, si trovavano, se non aperti del tutto, certamente non sufficientemente muniti i passi, che dal Genovesato tendono al cuore del Piemonte. Per la qual cosa la fazione dell'occupare le terre della riviera di Ponente si appresentava alla mente dei Francesi tanto facile quanto utile, sì per pascere l'esercito nel paese altrui, sì per far muovere i popoli Italiani con più vicine suggestioni, e sì finalmente per aprirsi l'adito negli stati del re. Era parimente noto ai capi Francesi, che finchè durava la stagione aspra, che allora correva, e che rendeva più precipitosi e più difficili i passi dei monti a cagione delle nevi e dei ghiaccj che gl'ingombravano, se ne vivevano i confederati a molta sicurtà in Piemonte, non potendo recarsi nell'animo, che un nemico audacissimo tanto fosse audace, che volesse affrontare in un cogli ostacoli posti dagli uomini anche quelli della natura. Laonde i Francesi facilmente si persuasero di poter acquistare una subita vittoria, passando per luoghi, cui la neutralità pareva render sicuri, e prevenendo un nemico, che a tempo sì inusitato non gli aspettava. Fine poi principalissimo dei generali della repubblica era quello di occupare con questo subito impeto le cime dei monti, e torre in tal modo al nemico quel vantaggio ch'egli aveva, del poter combattere da luoghi alti e sicuri contro chi veniva da luoghi più bassi.
Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli che reggevano le genti adunate nella Savoja e nel Delfinato, quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regj su tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insino alla costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio di una potenza neutrale, così là usarono le armi, e quà le persuasioni; le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo Francese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Francesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe, non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo Genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi, pagabili per metà nell'erario nazionale a Parigi, e per l'altra metà nella cassa dell'esercito d'Italia. Così sedate le ire, e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i Francesi usare la opportunità del territorio Genovese per assaltare gli stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto. Scrivevano da Nizza i rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti il dì trenta marzo, sapere il popolo Francese, che i tiranni suoi nemici avevano deliberato d'impossessarsi degli stati di Genova per mettergli sotto il dominio del despoto del Piemonte, perché avesse passo ad assaltare il territorio della repubblica; essere pertanto obbligato per rispetto alla propria salute, e per prevenire i disegni del nemico, di passare con l'esercito sulle terre del Genovesato; nonostante non voler i Francesi imitare i vili Inglesi, uccisori di gente inerme nel porto di Genova; voler anzi portar rispetto ad ogni cosa, e serbare in tutto le obbligazioni della neutralità; vivessero pur sicuri i Genovesi dai repubblicani soldati; la continenza loro farebbe fede, che il passare era per essi necessità, non abuso di forza.
A queste benigne parole succedevano bentosto apparati terribili. Erano i Francesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del generale Dumorbion, verso il principio d'aprile, nel territorio di Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del Genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni loro, mandarono la notte del sei dello stesso mese il generale Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore, che la Francia chiedeva, che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della violata neutralità, ma vano era il protestare contro una risoluzione irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì sei aprile sul territorio Italiano l'esercito repubblicano di Francia in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo, e quale si conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva dietro col retroguardo il generale Massena, destinato dai cieli a sollevarsi dai più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più periti e famosi capitani, che abbiano acquistato nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani per viemmeglio assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo, caldamente, ma invano s'era opposto il governatore Genovese: ma avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e Saliceti, ritirossene il presidio Francese, lasciando di nuovo il castello in potestà dei Genovesi.
Intanto proseguendo i Francesi la impresa loro, una parte voltatasi a sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un piccolo presidio Piemontese che vi stava a guardia, l'altra marciando sul littorale s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti a questo i Francesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire l'importante fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore acquistato una gloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Non ostante, essendo forte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione con assaltarlo da fronte.
Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi, che interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Francesi alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se non per le navi Genovesi, che loro portavano i fromenti. Oltre a questo la strada non era nè lunga, nè difficile per andar ad assaltare Ormea e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al re di Sardegna, a poter comunicare prontamente e sicuramente coll'Inghilterra, massimamente con le flotte Inglesi, che già erano, o fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste le artiglierìe nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che sopravvanzava per la moltitudine, ed era fatto più audace per le vittorie. La battaglia fu aspra. I Francesi partiti da San Remo, ed occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime delle artiglierìe, le quali traendo a punto fermo facevano una strage incredibile nelle file dei Francesi. Questi, veduto il danno, e stimando che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi d'artiglierìe minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa forma, tanto fecero, che questi, soppressati dal numero, e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia squadronatisi di nuovo si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet, aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani, e quì per fare testimonianza al vero, è debito nostro il raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanto a quei tempi in Francia correvano esempj degni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovavano allo stremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti, che tornassero, intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una quadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto situata in su quella marina, ed appartenente al re di Sardegna.
Quantunque questa fazione fosse d'importanza per le bisogne loro verso il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei sommi gioghi dei monti, ed a seminar terrore con più vicina presenza nelle pianure del Piemonte. S'accorgevano, siccome quelli che esperti erano ed avveduti, che insino a tanto che quelle altissime cime fossero in mano dei regj, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierìe, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Erano oltreacciò accorsi a difendere quel passo quindeci centinaja di Austriaci pronti a mostrare, poichè il male già si avvicinava, che l'ajuto loro verso un alleato generoso, i cui stati oggimai ardevano, era più che di parole. Massena, già vincitore di Sant'Agata e di Oneglia, fu destinato a questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con ottomila soldati scelti, e tanto, e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi, oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regj, nè le artiglierìe loro governate con molta maestrìa, poterono operare che i repubblicani non riuscissero vincitori. Questo fatto dimostrò, che nè i Piemontesi, nè gli Austriaci, quantunque forti e valorosi soldati fossero, non erano ancor usi a quegli assalti così subiti, ed a quelle battaglie da disperati. Ne nacque in loro uno sbigottimento di cattivo augurio, e tanto terrore nelle popolazioni, che pensarono meglio a salvar le persone, che le masserizie; le terre restarono quasi deserte. Massena, per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minacce: Piemontesi, dicendo, ecco che son vicini a voi gl'invincibili repubblicani di Francia; non conoscono essi altri nemici, che quelli della libertà; levatevi dal collo il giogo del vostro tiranno: così vi avremo in luogo di fratelli; quando no, vi tratteremo da schiavi: rispondetemi, e tosto al campo. Questi incentivi di Massena, sebbene ei fosse uomo da fare più che non diceva, non partorirono effetti di sorte alcuna, perchè i soldati regj non gl'intendevano, e le popolazioni non gli sapevano, gli uni e le altre erano fedeli.
Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di Ormea, che abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori; trovaronvi dodici pezzi d'artiglierìa grossa piemontese, dieci di bronzo gittati ai tempi di Luigi decimoquarto, tre mila archibusi, munizioni, e fornimenti da guerra in proporzione, con sei mila mine di fromenti, molto riso e farine destinate all'uso dell'esercito. Di singolare utilità pel vestire dei soldati, riuscì ai repubblicani la quantità di panni lavorati trovati in Ormea: undeci centinaja di prigionieri resero più cospicua questa vittoria. Più di cento fuggitivi dell'esercito repubblicano, ritornando alle insegne proprie, se ne andarono a Nizza. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, oramai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero in Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose, volerla difendere sino all'estremo.
I Francesi conquistata Oneglia ed i luoghi importanti, pei quali potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose militari, e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizj, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile si credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristarono gli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo di aver serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime dei monti, con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti ridotti, che i Piemontesi avevano construtto sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne impadroniva; i regj a tutt'altro pensando fuori che a questo, se n'erano stati a poco buona guardia. I repubblicani intanto insignoritisi delle artiglierìe che munivano i tre ridotti, le voltarono contro la cappella del San Bernardo, dove i regj avevano il campo più grosso, e facevano le viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano dei nemici un sito, che fu prima perduto, che si pensasse che si potesse perdere. Nè i Francesi arrestarono il corso loro; anzi spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi sin più là della Tuile, della quale s'impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che dopo di aver raccolte con se tutte le milizie, e tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso alle cose che precipitavano. Certamente nissuna fazione fra tante, e tutte audacissime, che le guerre dei nostri tempi offerirono, nissuna più audace, nissuna più pericolosa di questa tentossi o compissi; e sebbene sia stata fatta con pochi, e contro pochi soldati, ed in luoghi ristrettissimi, non debbono negarsi a chi la condusse, le prime e le più principali lodi di guerra.
Tentarono nel medesimo tempo, e pei medesimi motivi i repubblicani parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcarono, non arrestati nè dai turbini, nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo all'improvviso sopra il forte di Mirabocco difeso da pochi invalidi, se ne impadronirono facilmente. Poscia scendendo per la valle di Lucerna, occuparono Bobbio, ed altre terra superiori della medesima valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche quì si fecero dal governo le convenevoli provvisioni, per modo che assaliti valorosamente i Francesi dai regj nella terra del Villars, furono costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di aver presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti allo aver romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed allo aver fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Con la medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei si spianò la strada all'esercito d'Italia a poter comunicare con quello dell'Alpi.
Il fatto d'armi di maggior rilievo e per la sua grandezza, e pel valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte Cenisio. Appunto, e principalmente per facilitarne la vittoria, avevano i Francesi dato con forza a sinistra nel piccolo San Bernardo, a destra nei monti Ginevra, della Croce, e dell'Argentiera. Trovasi il sommo vertice del Moncenisio, là dove si spartono le acque tra il Rodano ed il Po, situato a quella estremità della sua pianura, che guarda la Savoja. Ivi una eminenza, quale sbarra, si distende dall'un lato e dall'altro, a sinistra, dalla Savoja guardando, insino ad un greppo di monti asprissimi ed altissimi, a destra insino ad un borro profondo ingombro di pini e di altri alberi alpestri, e poscia precipitando con somma ripidezza sino a Laneburgo, fa quella via molto erta e precipitosa a chi sale da quella prima terra della Savoja verso il sommo giogo. Così il piano del Cenisio, che va con comoda salita, a chi viene dall Italia, sollevandosi sino a quell'estrema eminenza, giunto alla medesima si dirupa ad un tratto verso la Savoja; il che è contrario al solito costume delle Alpi, sempre più precipitose verso Italia, che verso Francia. Avevano i Piemontesi munito quell'eminenza con molte e grosse artiglierìe, e con trincee, e con ridotti. Tre principalissimi massimamente parevano rendere sicuro quel passo, dei quali uno chiamato dei Rivetti guardava il borro; il secondo detto della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra de' regj, il quale, avuto il nome di un valente generale Italiano, che militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierìe volte verso una selva di spessi e folti virgulti, che poteva da quella parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi posti presidiati da soldati agguerriti, e da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di pruovata sperienza, che gli governava: così il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Francesi soliti a quei tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, capitano eccellente, ed assai pratico delle guerre dei monti, fatto convenire a Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa la stagione sin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi in tre parti. Condotta l'una da Dumas medesimo saliva per la strada maestra per affrontar il ridotto della Ramassa, la seconda guidata dal capitano Cherbin si andava volteggiando per la selva dei pini coll'intento di riuscire addosso al ridotto dei Rivetti, e finalmente la terza governata da Bagdelone, tanto chiaro per la fresca vittoria del San Bernardo, passando per gli sterpi e pei virgulti, si avvicinava al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regj si accorsero dello approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre con l'artiglierìe, e con l'archibuserìa. Ne nacque in mezzo a quei dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora ad ora le artiglierìe, e per l'eco, che in quelle cave montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così spesso, e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più crescevano, quanto più si avvicinavano i Francesi ai ridotti regj; poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa, nè dal numero dei loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti dei Rivetti, e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; perchè il conte di Clermont, che vi stava alla difesa, disposti bene ed incoraggiti i suoi soldati, rendendo furia per furia, nè poteva vincere gli assalitori, nè esser vinto da loro. Con pari evento e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio dell'Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti, massime da alcuni luoghi precipitosi, che gli si pararono davanti strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria dei suoi; imperciocchè i soldati del re, veduto eseguito ciò che credevano impossibile, ed essere venuto il pericolo donde non l'aspettavano e dove non avevano difesa, pensarono al ritirarsi; il quale consiglio non fu effettuato senza qualche inviluppata nelle schiere, mescolandosi, e crescendo secondo il solito il terrore là dov'è deliberazione necessitata dalla forza. Superato il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta dai difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già prima della rotta dei regj a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in quei forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Francesi, non senza però che il valore Italiano non avesse fatto mostra di se, e dato a vedere alle menti sane, che valore contro valore avrebbe tenuta la bilancia in fermo, ma che valor solo non può prevalere contro valore congiunto ad entusiasmo.
Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa, quanto era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regj acquistarono i Francesi tutte le artiglierìe dei ridotti che erano fioritissime, con alcune altre, che vicine stanziavano per gli scambj, molta moschetterìa, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità considerabile. Morirono pochi, rispetto alla gravità del fatto, dall'una parte e dall'altra; circa ottocento prigionieri ornarono la vittoria dei repubblicani. Nacquero in questa subita e confusa ritirata alcuni fatti miserabili; perchè trovandosi fra i regj alcuni fuorusciti di Savoja, e non potendo, o non credendo poter fuggire quella furia che loro teneva dietro, poichè velocemente i vincitori perseguitavano i vinti, precipitarono se stessi dalle alte rupi nei più bassi fondi, anteponendo una morte compassionevole, ma volontaria, agli strazj che nella patria loro sapevano contro di loro essere apparecchiati. Non fecero i Francesi fine al perseguitare, se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In tal modo la Ferriera e la Novalesa, terre poste l'una sul dorso, l'altra alle falde del Cenisio dalla parte d'Italia, vennero a divozione dei repubblicani; vi posarono le loro prime scolte. Perduto il Cenisio, tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi e di munizioni, era impossibile ad esser superato. Nè i Francesi si attentarono di combatterlo; poichè contenti all'essere divenuti signori del passo alpestre del Cenisio, ed allo aver messo spavento coll'armi loro sulle rive della Dora Riparia, nè essendo in numero sufficiente a poter tentare cosa d'importanza più oltre la Novalesa, se ne stettero quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti nelle altre parti, dove ardeva la guerra.
Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Francesi, nè potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata, che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione. Voltarono adunque il pensiero ad insignorirsene per assedio; il che credettero di poter conseguire facilmente, traversando i monti asprissimi, che dividono il Genovesato dalla valle della Roja, e scendendo ad occuparla nella parte superiore a Saorgio; perchè in tale modo essendo chiuso l'adito alla fortezza e sotto e sopra, e mancata ai difensori ogni speranza di soccorso, avrebbero dovuto fra breve cedere alla necessità. I capitani del re, e fra i primi Colli, conosciuto il pericolo, si erano ingegnati di ovviarvi con aver fortificato diligentemente le cime di quei monti, massime il passo principale del colle Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i Francesi, audaci secondo il solito, e baldanzosi per le vittorie, dopo di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro, si appresentarono alla batterìa il dì venzette aprile, ed incominciarono un furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente i Francesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di Felta, che era parte delle difese rizzate sulle rive del Tanarello e della Saccarda, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti quei passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti in potestà loro. Morirono in questo fatto parecchj soldati di nome, e di valore dall'una parte e dall'altra. Nè voglio che la solita continenza degl'Italiani, che sa qualche volta di freddezza, nel far onore agli uomini virtuosi loro, quando le testimonianze non vengono loro dai forestieri, tanto mi trattenga, che io non soddisfaccia ad un mio giusto desiderio raccontando come in questo fatto fu ferito mortalmente il capitano Maulandi, capitano che era nell'esercito regio, nel quale io non saprei dire se fosse maggiore o il valor militare, o la modestia civile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura. Amico de' miei, amico di tutti i buoni, e buono egli stesso, meritò certamente che altro più degno storico ch'io non sono, tramandasse le sue lodi ai posteri; ma siccome pure questa soma mi è stata accollata da chi in me stesso può più di me, godomi bene che l'occasione mi sia porta di fare una tal quale testimonianza al nome del buon Maulandi, confortandomi in tal modo colla immagine di un uomo giusto e dabbene, del fastidio dello aver a raccontare tante corruttele, e tanti vizj dell'età nostra: avvengadiochè io mi creda, che miglior fede ch'io far non posso delle sue virtù, faranno ai posteri gli scritti suoi pieni di spirito poetico, di dolce amenità, di grazia tutta Oraziana. Delle opinioni correnti pensava moderatamente. Amatore di corretta libertà, desiderava moderazione nelle potestà supreme, ma diede volentieri e sangue e vita alla patria, ed al re, per loro fedelmente e valorosamente combattendo.
La vittoria del colle Ardente diè campo ai Francesi di calarsi per la via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al colle di Tenda, ed in tal modo quel forte, abbandonato alla larga da' suoi difensori, e circondato da ogni parte dai nemici, fu ridotto a difendersi con le proprie forze. Certamente, essendo munitissimo, avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza, resistesse più lungamente che potesse e non cedesse la piazza, se non quando ne avesse avuto il comandamento da lui, perchè l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per l'effetto dello essere i Francesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con Mesmer, comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte da un consiglio militare, e passati per le armi sulla spianata della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori, e credenza ai popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.
Rimaneva ai Francesi per compir l'opera che s'impadronissero del colle di Tenda, sommo apice dell'Alpi Marittime; nè s'indugiarono a quest'impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regj, e del favore della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono i Piemontesi, che facevano le viste di voler difendere il colle. Prima di arrivare alle falde di questo monte, la strettura, nel cui fondo serpeggiano la strada di Nizza e il torrente della Roja, s'apre improvvisamente, e si allarga in una grande ampiezza. Quest'ampiezza è chiusa dal colle di Tenda, tanto largo quanto è l'ampiezza medesima il quale appresentandosi a guisa di tenda a chi venendo da Nizza se ne va verso il Piemonte, ha dato il nome al monte. Ma questo monte, quantunque assai ripido, essendo molto largo, e pieno quà e là, massime verso i fianchi, di facili eminenze, dà comodità al nemico che vuol salire, di pigliar posto in numerosi luoghi successivamente; il che, dando diversi riguardi a chi sta sulla sommità a difenderlo, rende più difficile la difesa, massime se l'assalitore, trovandosi in numero grosso, può occupare l'uno dopo l'altro i posti eminenti sulla faccia del colle. Ciò fecero con molta audacia e perizia i Francesi: per questo ancora, dopo debole difesa, i Piemontesi, abbandonata quella cresta in balìa del nemico, si ritirarono a Limone, terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.
La conquista di Saorgio e del colle di Tenda diede in mano dei repubblicani tutti i mezzi della guerra Alpigiana, ed altri fondamenti non restarono alla sicurezza degli stati del re posti verso Italia, che le fortezze situate alle sboccature delle valli. Per questo cambiossi del tutto la condizione della guerra; perchè i repubblicani stavano superiormente in atto d'assalitori, i regj pel contrario in atto di difensori, ed i vantaggi che questi avevano acquistato sul principiar della guerra di quest'anno, caddero in mano di quelli. Tanto fu l'effetto dell'impeto dei Francesi, e dello aver preso il passo pei territorj della repubblica Genovese.
Tutte queste fazioni molto perniziose allo stato del re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo stato da uomini condotti da illusioni funeste ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni, ed a tanti terrori. Tanto erano commendabili per la consuetudine, sebbene imperfetti per le forme, gli ordini giudiziali di quel regno, e tanto integri i magistrati, dappoichè Vittorio Amedeo secondo, moderata la potenza della nobiltà, aveva ridotto le cose ad uno stato più tollerabile di giustizia, e di equalità civile.
Vittorio, perduta la metà degli stati, e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti, e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerìe, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro, che meglio avessero combattuto pel re, e per la patria.
Questo stormo, a guisa di tutte le masse di simil natura, non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre, ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedj non bastavano alla salute del regno, perchè i limiti dello stato essendo oramai molto ristretti, e le precedenti leve avendo diradato la gioventù atta all'armi, non si sperava molto frutto. Laonde instantemente si ricercarono i generali Austriaci, che fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte, che pericolava, gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nel mese d'aprile tutte quelle, che avevano svernato in Pavia, Lodi, Codogno, Cremona, Bozzolo, Casalmaggiore, Mantova, Como, e Milano, e che unite componevano un esercito di ventimila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte a norma del trattato di Valenziana. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo, ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero le armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarj supplire, ordinava, che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguitavano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con se le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge, che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì, che i beni confiscati s'incorporassero alla corona.
Fu anche giudicato, che per prevenir le congiure, fosse necessario il soffocarne i semi, e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava, che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini; la qual ultima condizione, posta o da vero, o solo per non dar cagione alle classi inferiori di lamentarsi, accennava ad una congrega particolare, che faceva la nobiltà di Torino. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non giurassero, si univano perchè combattessero.
Le fazioni tanto favorevoli ai Francesi diedero molto a pensare ai governi Italiani, che prevedevano, che se i repubblicani vincendo compiutamente, occupassero l'Italia, sarebbe nato un sovvertimento totale per tutti; e se l'Austria ed il Piemonte vincevano, sarebbero stati, se non preda del tutto, certamente in balìa ed in soggezione loro. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in favore dei confederati, sì per por argine contro quella piena che minacciava l'Italia, e sì ancora per aver parte, se la fortuna si mostrasse favorevole, nei premj della vittoria. Indirizzava alla volta della Lombardìa, parte per terra parte per mare, diciottomila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato, pagassero i baroni, i nobili, ed i ricchi centoventimila ducati al mese; il restante, per non aggravar i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario: pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinajo; portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese, che non fossero necessarj al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinajo del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero; il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.
Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiurazione di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio, ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in se stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili, e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, preponendo il governo la salute propria a quella d'altrui. Si aggiunse che i corsari sì Francesi che Algerini infestavano i littorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandìo che rubare.
Anche il pontefice, che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose sui luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali, e nuove regole per la milizia. Essendosi poscia condotto, siccome usava ogni anno, non interrotto il consueto pensiero dalle cure moleste della guerra, e dai terrori che correvano, a visitare le paludi Pontine, andò rivedendo i posti militari sulle coste per inspirare con la gravità dell'aspetto fedeltà, e con le esortazioni coraggio ai soldati. In questi suoi pensieri dello armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per un fatto enorme accaduto in Roma sull'entrar dell'anno precedente; imperciocchè un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia, e del console Francese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui si era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui alla ferocia del Romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.
Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sull'Alpi, e del loro ingresso nel territorio Genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi, che il fidarsi. Sorse di nuovo in senato il procurator Pesaro, al quale s'aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, con efficacissime parole dimostrando, essere semplicità non comportevole il prestar fede al soave parlare di Francia, il governo della quale, se chiamando la repubblica di Venezia sua primogenita sorella, operava gl'incantamenti delle sirene, coi fatti poi ne avrebbe imitato il costume; che già le Alpi erano superate, che già Italia udiva il rimbombo delle artiglierìe barbare, che già le armi vacillavano in mano ai Piemontesi ed ai Tedeschi; ch'era oggimai tempo di svegliarsi dall'imbelle sonno, e di non restar più disarmati a discrezione altrui.
Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccarìa Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti, che l'armarsi non era possibile, perchè l'erario era esausto, non a tempo, perchè prima le genti forestiere sarebbero sui territorj della repubblica, che i soldati, e l'armi pronte; inutile, perchè la massa sarebbe di gente fresca ed inesperta, più atta a crescere disordine, che ad allontanarlo; non aversi per la lunga pace capi di sperimentato valore, nè potersi sperare di ottenerne dagli esteri, perchè tutti in guerra; aversi la repubblica a ridurre in non piccole angustie, se consentisse a discostarsi dalle prese deliberazioni. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiecinove voti favorevoli, e sessantasette contrarj. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piede che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la Terraferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in Terraferma per riempire i reggimenti Italiani si facessero, le compagnìe dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato, che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari Africani e Francesi. A questo modo aveva il senato prudentemente, e fortemente deliberato. Ma i savj del consiglio, ai quali apparteneva la esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di settemila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando tanto in pubblico quanto in privato l'improvvidenza degli uomini, ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.
Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco San Fermo, acciò spiasse, e mandasse quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finittima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorte. San Fermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia; che un certo Gorani (questi è quel Gorani che scrisse i monitorj in forma di lettere a tutti i re d'Europa) era destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; che aveva con se sei satelliti, pronti a fare quello, e peggio ch'ei volesse; che già questo Gorani aveva sollevato la Polonia, e solleverebbe anche l'Italia; ch'egli era stato cagione della congiura di Napoli; che parimente insidiava a tutti i governi d'Italia; badassero bene a questo Gorani, ch'era uomo da far gran cose. Aggiungeva San Fermo non so che ciance di un Bacher, segretario della legazione Francese in Basilea; poi, che un certo Guistendoerffer gli riferiva da Parigi, essendo stato con Robespierre, Couthon, e quegli altri della salute pubblica, che la Francia faceva grandissimi disegni sull'Italia; che volevano andarvi per trovarvi grani e ricchezze; che dal Reno marcerebbero soldati all'Alpi; che per mezzo dei loro fidati, e dell'oro sparso avevano intelligenze da per tutto; che già aveva costato, nel novanta tre, l'Italia undici milioni di franchi, Venezia sola trecento cinquanta mila; che costerebbe due volte tanto nel novanta quattro, per modo che già erano a loro obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni dei destinati dal governo a sopravvedere, ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica a cagione del non aver voluto accettare l'ambasciadore Noel, e dell'aver accomodato i confederati di armi, munizioni, vettovaglie e passo; che di più si accusava la repubblica di aver fatto carcerare il conte Apostoli, partigiano dei Francesi, ed addetto alla legazione loro in Venezia; che si accagionava oltre a tutto questo Venezia di sofferire, che i fuorusciti di Francia facessero sul suo territorio insulti, e superchierìe ai repubblicani. Queste novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molli, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in quei tempi difficili sentissero meglio di debolezza, che di prudenza.
Accrebbe la difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi decimosesto re di Francia, fuggendo il furore dei nemici della sua casa, condotto a Torino, dove accolto cordialmente, e con tutti i termini dovuti al suo grado ed alla sua disgrazia dal re Vittorio Amedeo suo suocero, se ne viveva quietamente, aspettando che la fortuna più favorevole aprisse qualche adito alla salute della Francia, e di tutti i suoi. Ma essendo i repubblicani tanto avidi del suo sangue, comparsi, prima sulle cime dell'Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccevole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nell'integrità del senato Veneziano, a cercar asilo sulle terre di una repubblica, giacchè alcuni fra i più potenti principi d'Europa non lo volevano raccorre nelle proprie. Seguitavano il conte di Provenza, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra i quali principalmente si notavano il duca di Avaray, ed il conte d'Entraigues. Il senato Veneziano pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che gliene sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche, ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderj del senato Veneziano si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, dai quali potessero seguir danno, o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; dal quale desiderio essendo fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù, e la sventura da cui era combattuto; riconoscesse anche in lui nei colloqui privati l'altezza del grado, ma pubblicamente si astenesse di usare verso di lui di quegli atti, coi quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi; il che però, siccome suole avvenire, che i forti usano la vessazione, come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del Robespierriano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. Insomma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbongli riconoscere i posteri, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, conosceranno coloro, che leggeranno il progresso di queste storie.
La Veneziana repubblica non era ancor giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregazione della salute pubblica con titolo d'inviato a Venezia Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile dai tempi, al serenissimo principe il dì tredici novembre, manifestava che per l'elezione del Lallemand cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varj i dispareri nelle consulte Veneziane, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri d'Austria e d'Inghilterra, acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.
Adunque introdotto Lallemand al cospetto dei padri orava con lungo discorso, e pieno di graziose offerte, e promesse, sincere, credo, quanto a lui che buona e leale persona era, ma quanto a coloro che lo mandavano, più fallaci che vere.
A questo introito del Lallemand rispose gravemente il senato, piacergli la persona sua già accetta pei graziosi uffizj fatti in altri luoghi verso i Veneziani; piacergli l'amicizia della nazione Francese, conserverebbela, per quanto stesse in lui, sincera e perpetua; userebbersi verso l'inviato tutti i riguardi che la qualità d'autorità sua richiedevano; serberebbonsi protetti ed immuni da offesa i Francesi, si veramente che anch'essi le leggi del paese, come si conveniva, osservassero: assicurasse pure il suo governo, che alle parole sarebbero conformi i fatti, e che Venezia tanto più fedele quanto più rispettata, sarebbe amica a tutti, nemica a nissuno, piena ed intiera la sua neutralità conservando.
Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il Piemontese, riceveva maggiori molestie del Genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità, o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo Inglese. Fu risposto per i generali. Intanto non essendo ancora racconcia la ferita data alla repubblica dal fatto della Modesta, ne successe un altro, il quale, sebbene non mescolato col sangue, offese nondimeno anche più direttamente la dignità, e l'independenza dello stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porto di Genova. Richiedeva l'Inglese, rompesse la repubblica ogni comunicazione con Francia; scacciasse da' suoi dominj gli agenti di lei, promettesse di non accettarne, finchè la guerra durasse. Aggiungeva parole superbe: non poter più i confederati tollerare una neutralità fomentatrice di una guerra più violenta, e più pregiudiziale agli interessi loro, che la guerra aperta non sarebbe. Lo Spagnuolo eccedeva anche di vantaggio, dando in termini più esorbitanti: consegnassegli la repubblica tutti i bastimenti carichi di vettovaglie che nel porto si trovavano, e che o fossero destinati per Marsiglia, od appartenessero ai Marsigliesi. Intimavano poi entrambi, che se la repubblica non consentisse, l'avrebbero per nemica, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia, e coi paesi occupati da Francia.
Questa prepotenza Inglese, dico Inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze dei Genovesi, se n'era ritirato, dimostrò come la libertà di dentro non impedisce la tirannide di fuori. Nè si vide che fra gli atti scorretti, di cui i tempi posteriori abbondarono pur troppo, alcuno sia che più di questo si possa riputare insolente: perciocchè non s'era mai veduto un governo comandare forzatamente ad un altro, che niuna nave di lui in nissun tempo, in nissun posto di un paese vastissimo, e qualunque fosse il suo carico, potesse approdare. Che se i Genovesi, popolo independente, e non servo dell'Inghilterra, nè in guerra con Francia, portavano ai Francesi vettovaglie, con qual ragione potevano gl'Inglesi proibirlo? e se altro modo non avevano essi di nuocere a Francia, che un attentato degno di biasimo, che stavano facendo che non se n'andassero dal Mediterraneo, lasciando Piemontesi, Austriaci, Francesi, Genovesi a far tra di loro guerra, o pace, o neutralità, come la intendevano, e come portavano i diritti delle genti? che venivano a fare le navi d'Inghilterra nel Mediterraneo? forse a fare guerra con loro? forse ad opprimere i deboli? che val la forza senza la giustizia?
Ma tornando là, donde un giustissimo sdegno ci ha allontanati, la prepotenza tanto era più odiosa, quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento, che ai comandamenti del suo governo. Bensì il governo errò di non aver castigato un suo agente dello aver fatto da se una deliberazione tanto importante e disonorevole al nome d'Inghilterra. Queste cose succedevano prima che i Francesi avessero posto piede sul territorio Genovese. Perciò servirono meglio d'incentivo che di freno dall'uno de' lati, dall'altro furono violenza, e non rappresaglia.
La signorìa di Genova, serbata la dignità, e non omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio, quanto lontane dal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico, e dell'independenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava o all'utile, o allo sdegno, che al giusto, o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti Genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi, e poste al fisco.
Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi Genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierìe del molo, avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso, per modo che il nome Inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole, e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli, più per vezzo che per disegno, la nappa nera, che è pure la insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'empito comune, stracciavano le nappe, e le schernivano con ogni strazio.
Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Francesi passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono ai rimedj. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita la invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidenti, che la repubblica, sempre consentanea a se medesima, ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità, e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale: munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.
Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome abbiam narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica, vollero temperare il dominio forestiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una constituzione, mancava il consenso dei popoli; adunossi una dieta, o congresso generale nella città di Corte; appruovò la constituzione.
Essere, statuirono, la constituzione della Corsica monarcale: la potestà legislativa investita nel re, e nei rappresentanti del popolo; il corpo legislativo, composto del re e di rappresentanti, chiamarsi parlamento:
Non potere gli atti del parlamento avere forza di legge, se non fossero ratificati dal re:
Nissuna imposta, o tassa, o contribuzione, e dazio si potesse porre, se non col consenso del parlamento:
Avere il parlamento autorità di accusare in nome della nazione innanzi al tribunale straordinario ogni e qualunque agente del governo nei casi di prevaricazione, ed i casi dovessero essere definiti dalla legge:
Potere il re dissolvere il parlamento, ma doverne convocare un altro fra quaranta giorni:
Fosse in Corsica un vicerè rappresentante il re:
Avesse la nazione il diritto delle addomande:
I magistrati collegialmente, i particolari privatamente potessero fare le addomande:
Il governo delle cose militari tutto al re si appartenesse, e potesse intimar guerra, e fare pace:
Il re nominasse tutti i magistrati, ma il popolo i municipali:
Niuno della sua libertà, niuno della proprietà potesse essere privato, se non per sentenza giudiziale, se l'arresto fosse dichiarato non conforme alle leggi, l'arrestato avesse facoltà del richiamarsi dei danni ed interessi innanzi ai tribunali competenti:
I delitti che importassero pene corporali, o infamanti, si giudicassero dai giurati:
Fossevi libertà di stampa, ma la licenza frenata dalle leggi:
Fosse la bandiera di Corsica una testa di Moro con le armi del re:
Giorgio III, re della Gran Brettagna, fosse re sovrano di Corsica; i successori succedessero secondo l'ordine della successione statuito pel trono della Gran Brettagna.
Orava molto acconciamente Elliot, affermando, sperare che la congiunzione della Corsica e dell'Inghilterra sarebbe durevole e fortunata: a ciò concorrere la fede vicendevole, la somiglianza delle nature, la comunanza degl'interessi; tentativi di oppressione non temessero da un re, che chiaro per virtù, chiaro per temperanza d'animo, sempre aveva retto i suoi dominj secondo le leggi, e fatto fondamento al suo regal seggio della libertà, e della prosperità del suo popolo; ora essere i Corsi liberi, ora felici; serbassero le loro antiche virtù, il coraggio, il santo amore della patria: sì facendo, manterrebbero viva fra di loro, e perpetua la libertà, quella libertà, che ha per fine i civili diritti e la felicità delle genti, che non serve nè all'ambizione nè al vizio: che si congiunge con la religione, con le leggi, e con un sacro rispetto verso le proprietà di ciascuno; che abborrisce da ogni dispotismo e da ogni violenza.
L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte al Corsi dai Genovesi, la tirannide loro, quand'erano signori dell'isola, gli ajuti d'armi e di munizioni porti ai Francesi assediati in Bastìa ed in San Fiorenzo, l'incredibile parzialità loro verso la Francia disordinata e feroce, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti Genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi, non solo le navi Genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme le merci Genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi, che fosse condotto a Bastìa. Non è certo da maravigliare che Paoli nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, nissuno non sarà per condannare. Adunque Algeri per mano dell'Inghilterra si trasportava in Corsica? Intanto arditissimi corsari Corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra, e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio Genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.
Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica: ma insidiosa, e non piena fu la moderazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari Corsi, autorizzati dai ministri Inglesi, avessero facoltà di predare i bastimenti Genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini, non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra, si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili. Tornò Drake a Genova, forse credendo che una temperanza subdola equivalesse ad una giustizia sincera.