RACCONTI
DI CATERINA PERCOTO.


RACCONTI

DI
CATERINA PERCOTO.

FIRENZE
FELICE LE MONNIER.

1858


Proprietà letteraria.



[INDICE]


NICCOLÒ TOMMASEO A' LETTORI.

Quando una forma ci si offre di buono o di bello, giova cercare il come e il perchè la sia nata, non per imporne l'esempio ad altrui come legge tiranna, ma per dedurne un qualche documento a noi stessi. Così, vedendo negli scritti della signora Caterina Percoto lo spirito della poesia spirare dalla schietta prosa senza quasi mai ricerca d'ornamenti poetici; ricevendo dalle semplici sue narrazioni un diletto più vero che da romanzesche avventure intrigate insieme, sorge in me desiderio d'investigare per che via ella sia giunta fin là; e mi fo ardito ad esporre le mie congetture, lasciando a chi conosce più davvicino l'autrice giudicare s'io colga nel vero. Quelli che ad altri parrebbero impedimenti, dico l'essere lei vissuta lontano dalle grandi città, e nel consorzio di povera buona gente, vissuta straniera alle raffinatezze della letteratura accademica e ai solletichi di sempre nuove letture e esperienze degli uomini e delle cose; questi a me paiono appunto i sussidi che meglio la fecero quel ch'ell'è.

La educarono i sacri dolori e le gioie schiette della famiglia, nella cara loro uniformità variate, e che però meglio d'ogni rettorica insegnano a conciliare la soavità con la forza, ch'è il pregio e della virtù e dello stile. Amica e sorella alla madre, rimanendole pur sempre figliuola, in quest'affetto continuò ad educarsi, e ad apprendere il segreto difficile dell'educare lo spirito altrui. L'essere lei nata contessa le giovò non tanto alla gentilezza del sentire e de' modi che in altre condizioni può essere non meno delicata e forse più schietta, quanto al culto di certe tradizioni che la nobiltà della stirpe insegna a serbare per secoli, parte per coscienza di dovere, parte per amore d'utile che se ne abbia o se ne speri, parte per orgoglio e per vanità; ma laddove non hanno luogo le cagioni vili, quel culto partecipa della religione, ed è alla verace nobiltà de' pensieri incessante alimento. E molto più quando, come qui, la persona collocata un po' più in alto, e per il mutare de' tempi, e meglio per virtuosa e liberale volontà, e per bisogno dell'animo e della mente si volga, benevola ancor più che benigna, ai minori, non per tingerli de' propri difetti o farli servire alle proprie debolezze, ma per nobilitare e rinvigorire del loro esempio sè stessa. Cresciuta in agiatezza modesta, l'autrice di queste Novelle vide poi dì men lieti, ma forse allo spirito più sereni; e non tanto per tirannia di fortuna o per propria negligenza, quanto per elezione d'anima veramente eletta, per amore del semplice, e per istinto di quella verace uguaglianza che non condiscende se non per assumere gli altri a sè, e non ambisce appareggiarsi ne' vantaggi e ne' trastulli ma sì piuttosto ne' danni e ne' dolori, spontanea si condusse alle angustie di povera vita; e quando poteva freddamente, se non duramente, comandare, si fece a sè e ad altri, come insegna l'Amico degli uomini, ilaremente ministra; e acquistò così, non che perdere, dignità. Non è mica che la Contessa si contentasse d'andare, così per balocco e quasi per burla, a cogliere margheritine ne' prati, e chinandosi lasciasse cadere come elemosina una parola alle povere contadine, beate di quel raggio piovuto dall'alto su loro, e maravigliate che le contesse camminino su due piedi; non è già che per chiasso e come in maschera la si vestisse da contadinella e andasse ne' dì solenni a' perdoni, e quindi alle veglie, non contraffacendo ma naturalmente tenendo il linguaggio del paese, acciocchè l'umile popolo a lei non conosciuta si desse a conoscere meglio. Ma essa davvero convisse con loro, e si prestò a tutti i servigi di massaia, intanto che i nepoti lavoravano nel podere proprio; ben disgraziati se dall'incallire alquanto le mani e dall'abbronzare la faccia non acquistassero gentilezza allo spirito, e all'anima umanità. Non è dunque arcadico in lei l'amore de' campi, è patimento insieme e diletto, com'ogni affetto vero dev'essere nella vita. E dal conoscere la natura morale ne' campagnuoli le venne il poter meglio sentire, e però meglio dipingere, le bellezze della esteriore natura, non in genere o in ombra per circonlocuzione accettate da' libri, ma quali stanno ne' luoghi da essa abitati. Nè le bellezze de' luoghi potevano davvero piacerle se le fosse uggiosa la gente che vive in essi, s'ella non sapesse discernere non solo sotto i difetti il pregio, ma anche sotto i pregi il difetto; giacchè il troppo abbellire dall'un lato con la rettorica delle scuole o con quella delle conversazioni, è dall'altro un imbruttire al di là del vero e fin del possibile; e chi adula il male, da ultimo calunnia il bene, perchè smarrisce e le norme del conoscerlo e la potenza ad amarlo.

Non tanto la nascita e le consuetudini domestiche e gli studi ameni e la vicinanza di colte città e la conoscenza d'uomini ornati di lettere diedero all'autrice il poter congiungere agli ammaestramenti della natura i sussidi dell'arte, e l'uno con l'altra aiutare anzichè disservire; ma questo benefizio le venne principalmente dall'essere lei italiana, e d'una delle province del Veneto, dove, quasi al par che in Toscana e più che nelle altre, le memorie e gli abiti della civiltà sono sparsi per le campagne, e ne fanno altrettante contrade d'una medesima terra; dove i piccoli villaggi rammentano illustri nomi d'artisti e scrittori, mostrano opere d'arte invidiabili a molte capitali d'Europa, e rare in talune d'Italia stessa. Così le fu dato sentire talune almeno tra le ispirazioni e della natura e dell'arte, conciliare alcuni vantaggi e attenuare alcuni inconvenienti delle due vite diverse, e spesso per nostra colpa repugnanti, la campestre e la cittadina. Non già che le fosse possibile indovinare tutti i segreti nè della squisitissima nè della corrotta urbanità, per maniera che nel dipingere uomini e cose non famigliari a lei, la non ecceda talvolta nell'abbellire, e che, per forza d'inevitabili disinganni, la non sia tratta a giudizi severi e a diffidenze acerbe alla bontà dell'anima sua. Ma qual è l'uomo esperto di quel che chiamasi mondo nelle grandi città, che conosca a pieno e al vero tutti i segreti del cuore, che possa fedelmente ritrarli? In tutti i dipintori dell'affetto umano, anche sommi, chi ne conoscesse intera la vita, discernerebbe delle opere loro quelle parti che non in tutto si conformano a verità o per la poca esperienza o per l'osservazione non sufficientemente esatta; e chi ben riguardasse quelle opere, senza conoscerne punto la vita, ne indovinerebbe da esse un qualche arcano agli autori medesimi non conosciuto. Ma quella di cui ragioniamo, osservando riverentemente l'uomo là dov'egli è più schietto, e intravvedendolo ad ora ad ora anche là dove è meno, scelse la parte migliore; e in questo s'accosta più ai veri intenti dell'arte che spesso non faccia Giorgio Sand con le sue massime prestabilite, con la sua passione che vuol parere sistema, ed è pregiudizio; con la sua perpetua querela ribelle non tanto alle presenti condizioni della società, quanto all'eterna natura delle cose, querela di rancore più che di accoramento, più che di pietà, di vendetta.

Il pregio di questi scritti più raro (e così raro non fosse!) si è che l'autrice parla di cose a lei note per quanto si può; che non cerca almeno l'incognito a bello studio per gabbare sè stessa; come fanno taluni che si figurano che quel ch'essi non sanno debba essere ignorato da tutti, e che però tutti abbiano a farsene ammiratori sorpresi, nessuno giudice intelligente. Il reale che l'autrice si pone dinnanzi non è del più basso, nè affettatamente volgare, come in certuni che cercano col fuscellino il mostruoso dell'inerzia, l'eroico della trivialità. Ma la realità ch'ella prende a ritrarre è nobilitata, non però trasmutata, da quel senso del conveniente, ch'è l'ideale più sicuro all'artista, appunto perchè un senso tale, seguendo la legge del bene, muove dalla norma del vero, ch'è il bello sovrano. E il sentimento del bene fu in essa educato da quegli affetti di stima e di ammirazione i quali si nutrono meglio nella solitudine che nella frequenza, e sono quasi gli affetti domestici ampliati, e in nuovo modo applicabili. L'abito dello stimare con soverchia indulgenza, dell'ammirare con credula docilità, può portare disinganni e dolori; e nelle anime meno gentili qualche eccesso in contrario; ma gli è pur sempre meno pericoloso, gli è pur sempre migliore indizio dell'anima, che non sia l'abito della diffidenza, del dispregio, dello scherno. E anche in questo ella si può chiamare fortunata, che Dio la scampò dalle ammirazioni premature degli uomini, dalle lodi che, se non corrompono, fiaccano, dalle cerimonie tra galanti e accademiche, che prosificano e istupidiscono. La si venne svolgendo da sè, come germe, per naturale temperie della terra e del cielo, non per calore di stufe: i suoi primi fiori caddero a ornare quasi riconoscenti la terra che li nutrì, nè mano straniera li colse per sgualcirli con voglia irriverente. Le fu privilegio il non essere lodata troppo, il non essere tentata a far pompa dell'ingegno e dell'arte, e stemperare l'essenza del suo pensiero in volumi, come insegnarono al sesso detto debole i romanzieri del sesso forte, che d'un fiasco di vino empiono botti d'acquerello. E a non ammontare libri sopra libri le insegnò lo studiarne e l'amarne pochi; la Bibbia sopra tutti, e Virgilio. E le giovò l'apprendere la lingua tedesca sulla Messiade, e per la Messiade: poema dove Dio e gli Angeli e gli uomini parlano troppo, ma più alto e più puro che nel Paradiso perduto, come si conveniva cantando il cielo racquistato e la terra redenta.

Ho già rammentato Giorgio Sand; con la quale, fra molte differenze, ha la signora Percoto alcune conformità, ma nel bene. Essa non conseguirà mai la fama che toccò in sorte alla donna francese, più svestita forse che travestita; non la conseguirà sì perchè qui il paradosso con le apparenze della novità non colora le cose vecchie, sì perchè la fantasia qui non fa sfoggio di sè in lunghi intrecci felici; sì perchè l'Italia divisa e ignota a sè stessa non offre agl'ingegni nè le tentazioni nè i premi che la Francia; sì perchè a scrittore italiano manca lo strumento richiesto a diffondere nelle moltitudini il senso e l'affetto della bellezza, manca un linguaggio comune a tutta la nazione, determinato, vivente, che faccia con l'affetto e con l'idea, come corpo con ispirito, un ente solo. E anco qui la gentildonna, per divinazione di poeta, si fece più popolo che molti scrittori del popolo stesso non degnino: e non potendo al dialetto toscano, attinse al proprio dialetto, ch'ella scrive con garbo d'artista; e col linguaggio de' libri lo contemperò come meglio sapeva, meglio però che assai celebrati non sappiano. Sentì per istinto come nel fondo di tutti i dialetti italiani è un che di comune alla nazione tutta; come pensando il friulano pretto ella fosse men lontana dal vero toscano di que' tanti che toscaneggiano per grammatica, e sfiorettano non co' Fioretti di San Francesco (più friulani anch'essi e più milanesi e più siciliani di quel che paia), ma col Boccaccio e col Bembo. Non già che qualche o improprietà di linguaggio mezzo erudito o affettazioncella di stile quasi accademico non dia fuori anche qui, ma non frequente così come in altri: e la verità del sentire infondendosi nella schiettezza del dire, è qui tanto più notabile quanto men ricercata bellezza. Quest'è uno degli insegnamenti che noi dall'esempio di questa donna possiamo dedurre: ma il migliore, e che tutti li comprende e ne dà la ragione, si è l'indicato già, non mai raccomandato abbastanza: parlare delle cose che meglio si conoscono, di quelle che si amano, parlarne appunto nel modo che le si veggono e sentono; e a tal fine trascegliere tra le conosciute le più gentili, tra le amate le più meritevoli dell'amore di tutti.

I. LIS CIDULIS, SCENE CARNICHE.


A LUCIA VENTURA VIVANTE

CATERINA PERCOTO.

I.

Volgeva il giorno al tramonto, e Giacomo, seduto sul dinanzi del pigro carrettone, giugneva appena sotto le sbiancate rupi di Amaro; egli avrebbe voluto divorare la via, guardava al sole che già si nascondeva dietro Cavasso, guardava ai cavalli stanchi, alla strada che si faceva sempre più ripida.

— Ancora una mezz'oretta, disse il carrettaio, e poi siamo a Càneva.

— Contate di passar la notte là? chiese il povero giovinotto, cui la speranza che l'aveva mantenuto allegro e facondo tutto il viaggio, or quasi scaduta cominciava a mettere in serietà.

— Farò dare due misure alle mie bestie e poi proseguirò, disse l'altro. Passarono entrambi quella mezz'ora in perfetto silenzio: l'uno pratico del sentiero e sicuro delle sue mule, lasciavasi andare a lor discrezione, senza por mente all'orribile pericolo di quelle erte così frequenti, e saliva lento, e veloce discendeva, sempre intento a raggruppare la coda della sua frusta; l'altro cogli occhi fisi ad un punto, aveva mille volte col pensiero percorso lo spazio che ne lo divideva, e, se gli avessero offerto di guadare il torrente, di gettarsi attraverso quelle frane e que' rompicolli, avrebbe accettato, purchè avesse potuto marciare in linea retta. Giunsero a Càneva, e Giacomo, smontato dal carrettone, contò alcune monete al compagno; indi, postosi in ispalla il suo fardello, prese la via di Paluzza, contento d'essersi liberato da quella pigra vettura, e persuaso che le sue gambe dovessero servirgli assai meglio. Infatti, pareva ch'ei volasse. Lasciò la strada non ancora compiuta che passa per Terzo, e tenutosi basso tra le ghiaie del dirupato torrente, lo saliva a ritroso valendosi di tutte le scorciatoie e tendendo l'orecchio perchè il fragore delle acque gl'insegnasse il luogo dei ponticelli. In tre anni di assenza, quanti rivolgimenti! Il fiume inquieto aveva cangiato più volte di corso, ed egli era obbligato a rintracciare le seghe e i passi mutati. Era dirimpetto a Zuglio, quando le aeree campane di San Pietro suonarono l'Avemmaria. Quel suono lo commosse. Parevagli la voce conosciuta d'un amico che rivedi dopo lunga lontananza. Quante memorie gli tornarono allora nel cuore! La sua fanciullezza passata, i genitori, gli amici, la patria, il primo palpito della sua anima innamorata, tutto si legava a quella campana armoniosa, che, illuminata dall'ultimo raggio del sole, salutava la prima il suo ritorno. Bel pensiero gli parve allora quello dei suoi vecchi compatriotti, che consecrarono all'Apostolo quella sublime pendice. E la chiesa parrocchiale circondata dal cimitero, comune un tempo a tutta la vallata, e il magnifico campanile situato in modo che l'angolo della sua guglia compie la piramide della montagna, gli parvero in quell'istante opera veramente maravigliosa. Arrivò sull'imbrunire ad Arta, guardò la montagna che sorge a sinistra del villaggio, e sulla cui cima è situata Cabia. Il cuore gli batteva impetuoso. Nel dimani celebravasi la messa così detta della gioventù, ed egli avea tanto corso, ch'era giunto prima che si cominciasse a far scivolar le girelle. Tra que' monti vige un antico costume. La sera precedente a un dì solenne, alcuni giovinotti del villaggio ascendono la montagna, piantano a lor dinanzi un impalcato, e tagliate di legno resinoso delle rotelle in forma di stella, le conficcano ad un palo, indi danno lor fuoco e le girano, le girano finchè sieno bene ardenti, poi battono d'un gran colpo il palo sulla panca, e le fanno scivolar giù a salti per la montagna consecrandole al nome delle giovinette del paese. A' piedi del monte vi è un'altra turba di garzoni, che stan pronti con armi da fuoco per festeggiare a chi più può il nome della propria amorosa. Giacomo sapeva che la gioventù del suo villaggio era solita nel dì seguente far cantare una messa alla Vergine perchè ne custodisse i costumi, e che in quella sera salivano a metà dell'erboso monte di Cabia per lanciare le girelle. Erano tre anni ch'egli aveva abbandonato Arta per guadagnarsi il pane col mestiere del legnaiuolo. Era giunto a farsi benvolere dal suo padrone, aveva accumulato qualche risparmio, e ritornava in patria a far provvista di legnami, e nello stesso tempo a vedere se la Rosa gli era ancora fedele. Portava un paio di pistole e della polvere da schioppo, e tutto il viaggio aveva mulinato del come arrivare sconosciuto, e della grata sorpresa che preparava a lei nel farle sentire nella festa delle girelle salutato il suo nome da parecchi spari e forse più che alcun altro delle compagne. Quando guardò al monte di Cabia e vide che arrivava in tempo, sentì corrersi al cuore un tal soprassalto di gioia e sì fattamente cominciarono a tremargli le gambe, che dovè entrare nell'osteria per refocillarsi un istante. Ivi ad una tavola trincavano alcuni giovinotti suoi coetanei. Vicino alla tazza tenevano le pistole già cariche e cantavano le patrie villotte, quelle villotte, ch'egli stesso un tempo insieme con essi avea creato e che più d'una suonava nel nome della Rosa. Fu lì per correre ed abbracciarli, ma si rattenne pensando all'improvvisata che macchinava. Si ritirò in un cantuccio, visitò le sue armi; e quando vide partire i compagni, tenne lor dietro fino alle falde della montagna. Là si nascose dietro una macchia presso il fonte, e stava aspettando il grido di gioia che doveva dirgli il nome dell'amata. Era una bella notte serena, mite la stagione e tutte ancor verdi le montagne. Di dietro ai gioghi di Cabia spuntavano due candidi raggi che andavano allargandosi a guisa di ventaglio e si perdevano nell'immenso azzurro. Prima che comparisse la luna incominciò la festa. Fu accesa la prima girella e balzò pei greppi della montagna consecrata al parroco del paese; dopo questa fu lanciata la seconda nel nome della più bella ragazza del villaggio, e poi una terza, e poi una quarta, e spari di fucile e grida festose le salutavano al basso, e l'eco fragorosa le ripeteva fin'oltre Paluzza. L'un dopo l'altro furono declinati ventotto nomi, senza che mai suonasse quello di Rosa Pignarola. Era indescrivibile l'ansietà di Giacomo. Sul principio, il proprio orgoglio gli faceva sperare primo quel nome. Bionda, ricciutina, candida e rosata, dagli occhi neri e dalla svelta figura, gli pareva impossibile che tutti come lui non la vedessero per la più bella. Ma quando udì preposte altre, ch'egli aveva conosciute, e che nella sua mente non valevano un ricciolino della Rosa, cominciò a pensare che la poveretta era così trascurata perchè aveva l'amante lontano, e sentivasi crescere il cuore, e si felicitava di vendicarla e farla trionfare cogl'impensati suoi spari. Intanto suonò l'ultimo nome di fanciulla. Dopo questo furono inalberate un'altra ventina di girelle, e fra gli evviva i canti e gli scoppi balzavano a salti dalla montagna, ed altre a furia le seguivano, sicchè da lungi ti pareva una pioggia di stelle che giù volassero a tuffarsi nelle acque della Bût, o che una magica verga per illuminare la notte avesse percosso il monte e fatta scaturire questa magnifica fontana di foco. Povero Giacomo, che fu di lui, allorchè sentì svanirsi ogni speranza! Ch'era dunque stato della Rosa? Avrebbe voluto lanciarsi tra i compagni e chiederne conto, ma lo rattenne la paura d'una risposta fatale. Potevano dirgli ch'ella era morta.... o maritata.... Ah! ch'egli avrebbe dovuto prevederlo. Così bella!... Era impossibile che si fosse contentata d'aspettarlo; lui tapino che non aveva di suo che le braccia! — Questo pensiero lo riempì d'amarezza, e per un istante gli pesò sul cuore tutta l'impotenza della sua umile condizione. Si ricordò allora di sua madre.... Con quanto affetto non lo avrebbe abbracciato la povera vecchia! Erano tre anni che non la vedeva. Quando partì, ella pianse tanto! Era infermiccia e temeva di morire senza rivederlo, gli diede tutto il danaro che a forza di privazioni aveva potuto raggranellare, lo benediva con tanto amore.... ed egli aveva potuto ritardarle la consolazione di riabbracciarlo?... Aveva potuto fantasticare tutto quel giorno per far sorpresa ad una ingrata che lo aveva dimenticato, e neppure un pensiero alla povera donna che non viveva se non per lui.... Ben gli stava l'immenso dolore con che il cielo ne lo puniva! e lacrime dirotte gli corsero per le guance. Cresciutogli affetto dal rimorso, avviossi alla sua casa ansioso di abbracciare la buona vecchia, la cognata ed i figliuolini del fratello, l'ultimo dei quali era nato dopo la sua partenza. La porta della cucina era socchiusa, due fanciullini giocavano insieme seduti dinanzi al focolare, e un terzo dormiva in grembo alla cognata, che ad ogni tratto smetteva di ninnarlo per attizzare gli stecchi sotto un paiuolo che dal fumo e dal borboglío conoscevi presso a bollire. La vecchia col dorso vôlto alla porta e china sulla madia aperta, era affaccendata a far correre lo staccio. Prima ad accorgersi del sopravvenuto fu la cognata, che mise il suo bimbo sullo spazzo e corse ad abbracciarlo. Ei le fe' cenno di starsi cheta, e pian pianino era per gittare le braccia al collo di sua madre, quando questa s'accorse, diè un grido, e, gettato lo staccio, strinse al cuore il suo povero Giacomo. Dimenticarono per buona pezza la polenta, lieti del rivedersi e curiosi di tutto che era passato in quel frattempo. Suo fratello era ito sul monte colla mandria di compare Giovanni, e doveva di giorno in giorno ritornare. Le due donne lo aspettavano pel dì della Madonna, ed erano liete che il caso avesse così per quel giorno solenne riunita tutta la famigliuola. Intanto i fanciullini, che al suo venire s'erano rincantucciati in un angolo del focolare, gli si fecero d'intorno e mescevano anch'essi la loro linguetta a quell'allegro chiacchierare; ei tenne un pezzo fra le braccia il piccino, e lo baciava con quell'affetto con cui avrebbe baciato il fratello. Chiese dei conoscenti, degli amici, del parroco; ma non nominò la Rosa, nè le donne s'attentarono di farlo. Era uno scoglio che tutti tre fuggivano per diverso motivo. Giacomo procurava di mostrarsi gaio: fu solamente durante la cena, che il cuore la vinse. Suo malgrado gli corse la memoria ai giorni precedenti la sua partenza, e impensierito teneva in mano la scodella, senza poter trangugiare il tozzo che meccanicamente aveva imboccato. Le donne si accorsero, e dopo un minuto di silenzio: — Che hai Giacomo? chiese la madre con voce affettuosa. Povero Giacomo! gli occhi gli si fecero grossi, e suo malgrado fu vista luccicare una delle tante lagrime che inghiottiva. — Hai dunque saputo della poveretta? continuò essa. Quest'anno è stato un grand'anno per lei! Noi abbiamo preveduto che doveva finire così. Si affaticava di troppo, massime sul taglio dei fieni: correre ogni giorno fin lassù nei prati di Sorassacco.... — Ma dunque?... diss'egli, e aspettava, come il condannato aspetta la fatale sentenza che deve troncargli il capo. — Dunque è morta? — Morta no! ma gravemente ammalata. Dopochè suo padre si è riammogliato, la poveretta non poteva aver pace con quel demonio della Margherita. Ne pativa d'ogni sorte, finchè finalmente risolse d'andarsene, e prese servigio qui a Cedarzis in casa di quel mandriano, che ha suo figlio muratore in Germania; te lo ricorderai, era della tua età. In quella casa ella lavorava dì e notte per farsi benvolere, e un po' forse per dar torto alla matrigna, che la predicava per una dappoco. La mattina una fornata di pane, ch'e' hanno i dazi, poi l'acqua per la cucina, talvolta un mastello di pezze: a mezzogiorno un boccone, e poi su ne' boschi a legna, e caricava più che alcun'altra; e quando si fecero i fieni, mi diceva qui la Togna, dall'alba alla sera un continuo lavorare, finchè si è buscata la malattia, per cui sono otto giorni che batte la febbre. — E che ne ha detto il medico? chiese Giacomo. — Ho paura che nessuno si sia preso la briga di consultarlo, e forse, soggiugneva la vecchia, sarà meglio; che se la è destinata.... — Oh madre mia! vi prego.... Che ora abbiamo? Non devono essere ancora le dieci, e forse s'io corro in Piano, arrivo prima che il dottore si corichi. — Il dottore? ripigliò Tonina; facilmente, se andate qui da M*** egli c'è ancora. È solito giocar la partita con quei signori che son venuti a prendere le acque, e l'altra sera batteva mezzanotte che ho sentito passare il suo carrettino. — Volo dunque là, disse Giacomo: a rivederci domanmattina.

II.

Tra i forestieri venuti a bere le acque, c'era una ricca signora di B*** sul primo fiorire dell'età, appariscente piuttosto che no; grandemente amata da' suoi, ell'era da tre anni ammalata e forse vicina al sepolcro. Dopo aver consultato indarno i primi professori dell'arte e ricorso a tutti gl'immaginabili rimedi, furono suggerite a sua madre le acque di Carnia, e la figlia accettò, non perchè le credesse efficaci, ma per compiacere a' suoi cari, e forse nel suo secreto per una trista speranza. Nata di seme italiano, in una città italiana, i suoi genitori avevano creduto di farla distinguere fra tutte le sue coetanee col procurarle un'educazione peregrina, ed a tal fine se la tolsero dal seno, e la mandarono ancor bamboletta in un convento nel cuore della Germania. Povero fiore così acerbamente trapiantato! Lungi dal suo clima e dalla sua terra natale ella crebbe a stento. Aveva sortito da natura un carattere timido, un cuore espansivo e facile all'affetto. Si trovò sola in mezzo a volti stranieri: lungo tempo incompresa suonò per essa la voce umana, e ad uno ad uno morirono sulle sue labbra tutti gli accenti del suo armonioso dialetto. Dicevano che l'uso della stufa, a lei italiana e debole, era stato cagione della malattia che soffriva. Aveva perduto la voce, e tutto faceva dubitare che fosse affetta da tisi. Ella stessa n'era persuasa, e placidamente si rassegnava a lasciare questa bassa terra di guai dove non aveva còlto che dolore; ma per una contraddizione inconcepibile nascondeva a tutti la sua malattia. Pareva che cercasse di velare agli occhi degli altri, ciò ch'era pienamente manifesto a' suoi. Giunta in Carnia, non volle che fosse chiamato per lei il dottore, e la madre fu obbligata ad informarlo in secreto ed a fare che le sue visite fossero come di semplice civiltà, o per l'occasione di altri forestieri alloggiati nello stesso albergo. Se avveniva che una notte avesse tossito più delle altre, o se la mattina guardandosi nello specchio le pareva di essere più sparuta del solito, si chiudeva nella sua camera e ricusava di lasciarsi vedere. Sul tramontare quasi ogni giorno la coglieva un po' di febbriciattola: allora i suoi occhi, per solito muti e come appannati, si animavano, e benchè brillanti di una luce sinistra, apparivano bellissimi; le sue labbra si colorivano d'un rosso vivace traente più al chermisino che al corallo, e le sue gote sempre pallide si facevano serene, e serena mostravasi la sua ampia fronte italiana, ombrata da nitidi folti capelli castagni, che, oltre le tempie lasciati liberi, si avvolgevano in due morbide spire scendenti sulle delicate ma pallide spalle. Il sussulto della febbre le rimetteva nelle vene il brio della giovinezza per lei già perduto, e in quell'ora e tutta la sera parlava volontieri, e le facevano gradita attenzione nel farle visita e giuocare la partita. La madre, poveretta, lusingata dall'affetto, vedeva con piacere queste ore d'ilarità, faceva buon viso a tutti, procurava di farla divertire, e non s'accorgeva di contribuire con ciò a consumare la vita preziosa per conservar la quale avrebbe dato la propria. Il dottore guardava con interesse questa gentile creatura già destinata al sepolcro, e nel vedere che le acque, ch'ella con gran coraggio beveva, lungi dal recarle danno, come in simili disperati casi suole avvenire, pareva anzi che l'avessero alquanto migliorata, nel suo intimo nutriva una lontana lusinga. Quanto avrebb'egli pagato nel veder consolata la povera madre! Non ardiva peraltro palesare questa sua fievole speranza, ma faceva più frequenti le visite; e tutto il tempo che gli era libero la sera, lo passava in loro compagnia, nel pensiero d'osservare più dappresso l'ammalata, di giovarle se fosse stato possibile coll'arte, od almeno colla sua presenza impedire ciò che avrebbe potuto accelerare il punto fatale. Era dunque egli spessissimo da M*** e si fermava fin tardi, come aveva osservato la Tonina; e Giacomo, che diritto corse là a vedere di lui, lo trovò infatti, che già montato in carrettino stava per andarsene. In poche parole narrò il caso della Rosa. Il dottore lo fece salire nel proprio carrettino, e invece d'avviarsi a Piano tenne a mancina verso Cedarzis. Faceva un bel chiaro di luna, ed erano magnifiche quelle montagne vedute così di notte. Tacevano entrambi. Giacomo stanco di quella troppo combattuta giornata, e presso ad un di quei momenti solenni che s'imprimono nell'anima per poi colorare gran parte della nostra futura esistenza, pensava alla Rosa; ma era calma la sua fronte, e il cuore lungi dall'essere agitato batteva placido, e l'aria fresca del torrente gl'irrigava le membra d'una dolcezza tranquilla e soave. Sia che la finita nostra natura non ci permetta le agitazioni del dolore che sino a un punto oltre il quale tornano i nervi nella quiete di prima, o che l'interno dell'uomo rassomigli alla faccia esterna del globo che abita, sulla quale, prima della procella, regna sempre la calma più perfetta, fatto si è che il povero giovane, lontano pochi minuti dalla terribile catastrofe che poteva infrangere la sua anima, si lasciava andare a una soavità di pensieri e ad una pacatezza d'immagini, quasi simile al sopore d'innocente bambino. I pensieri del dottore erano quali da qualche tempo solevano essere ogni sera a quell'ora. Riandava il saluto, gli atti, il portamento, ogni parola della forestiera. Erasi fitto in mente, che la malattia di lei derivasse da più recondita fonte che non si diceva. Quell'ostinato fuggire ogni rimedio, quella sua disperazione di guarire unita alla strana cura di dissimulare e nascondere i propri patimenti, alcune espressioni a cui egli aveva dato un senso assai lontano forse dall'idea di chi le aveva proferite, la malinconia, l'abbandono e un cupo desiderio ch'egli credeva d'aver talvolta sorpreso ne' languenti suoi sguardi, qualche sospiro, qualche istante di astrazione involontaria, tutto questo ingigantito e colorato poeticamente dalla sua fantasia di giovanotto, gli faceva vedere in quella interessante creatura la vittima di qualche tremenda passione. Qual era la spina che s'era fitta in questo cuore di vergine? Amava ella colla veemenza d'un primo affetto forse contrastato, forse illecito? più facilmente, come dicevano i suoi occhi lenti e freddi, avrebb'ella così giovanetta percorso un lungo stadio, e disingannata, piegherebbe la frale esistenza oppressa dal peso dell'umana malizia? La prima volta che la vide restò colpito dal singolare contrasto che la sua educazione faceva coll'esteriore sua forma. Infatti guardando Massimina, chi mai avrebbe immaginato di ritrovare nelle sue labbra, mobilissime come quelle di tutti i meridionali, il barbaro accento e le aspirazioni del settentrione? Anche le sue maniere avevano un non so che di esotico; e v'era ne' suoi detti, nel suo vestire, in ogni suo tratto una tal quale bizzarria, che tuo malgrado ti feriva; ond'egli avvezzo a tutto notomizzare avrebbe voluto squarciar il mistero e contando ad una ad una le fibre di quel cuore, scoprire donde proveniva il veleno che così distruggeva quella macchina gentile. E non s'avvedeva, che i soli cadaveri ponno venir sottomessi a tale disamina, e che a misura che ti avanzi colla face della scienza nella mano, fugge ritrosa la vita, e che se v'ha qualche cosa per cui la sottile osservazione sia un'arte affatto vana, gli è appunto il cuore della donna! Giunsero intanto a Cedarzis, smontarono dinanzi una casetta che Giacomo additò, e picchiato, chiesero della Rosa.

La povera fanciulla giaceva in una cameruccia a pian terreno; sul meschino letticciuolo le vesti della malata facevano uffizio di coperta; da più ore niuno era stato a vedere di lei. Era nel delirio della febbre, il suo volto infocato ardeva, le carni inaridite scottavano; non conobbe il dottore, non s'accorse di Giacomo, sempre nella stessa positura cogli occhi impietriti e fisi in un punto continuava a delirare, e le parole tronche e sconnesse uscivano dalla sua bocca tutte di un tuono e senza che mai perciò movesse le labbra. Fu indarno il farle mostrare la lingua: il dottore le prese il braccio per forza, e mentre tacito contava il rapido battere dell'arteria, diede un'occhiata a Giacomo che finì di sconcertarlo. Si pose a scrivere. Prima di terminare la ricetta, si volse alla padrona di casa, e le disse di trovar tosto chi andasse in Piano a farla spedire. — Non basterebbe doman mattina? dimandò quella femmina mezzo assonnata e vogliosa di presto sbrigarsi. — No, rispose il dottore, s'è già anche di troppo ritardato.... e stava per dire alcunchè di brusco: ma guardatala, s'accorse che l'inchiesta non proveniva da cattivo cuore, bensì da quel fatale pregiudizio per cui la maggior parte dei villici riguardano la medicina come scienza inutile. — Non avete alcuno, buona donna, ripigliò egli con voce più mansueta, da mandar tosto alla spezieria? perchè, vedete, questa povera fanciulla è di molto aggravata, e un'ora perduta potrebbe forse decidere della sua vita.

— Ma.... diss'ella, son tutti a dormire.

— Ebbene! fateli alzare. — Giacomo allora richiamò tutta la sua energia e fece un passo come per proferirsi.

— Buon giovanotto! gli disse il dottore che lo intese, monta nel mio carrettino, trotta, ti aspetto qui: forse intanto dechinerà l'accesso, e potrò somministrarle io stesso la prima pillola.

Non ringraziò, non rispose Giacomo; ma era già nel calesse e volava. Il dottore fece alcune interrogazioni a quella donna; ma accortosi che ne cavava poco costrutto, si rivolse all'ammalata e tornò a sentirle il polso. La vecchia intanto aggiustò il lucignolo alla candela, poi si assise su di una cassa, e tiratosi il fazzoletto sugli occhi, dormicchiava. La malata continuava nel suo terribile vaneggiamento: solamente, dopochè le si aveva per forza fatto cavare il braccio, all'immobilità di prima aveva sostituito un sinistro movimento, come se, dato una volta l'impulso ai nervi, fosse per lei impossibile di frenarli. Se ne accorse il dottore, e più volte fe' prova di coprirla, ma indarno; ella tornava sempre a quel moto convulsivo, e presentava fuori delle coperte quella mano pallida e tremolante. A tal sintomo, che annunziava in modo così evidente la presenza del sussulto nervoso, scosse il capo il dottore, e tremò di non essere forse più in tempo d'arrestare la tremenda malattia. Concentrato camminava su e giù per la cameretta, gli parve l'aria soffocante, e pensò che negli otto giorni dacchè ella giaceva forse non si erano aperte mai le finestre. Mentre colla mano allontanava la rozza imposta di una di esse, gli corse alle nari un lieve profumo, come di garofano. Era una cassetta con un bel pedale di questo fiore e due bottoni già quasi dischiusi. Ma sbocciavano languidi, ed anche la pianta era imbianchita. Dacchè Rosa giaceva, niuno s'era più ricordato de' suoi fiori, ed essi crescevano all'oscuro, senz'aria e senz'acqua. Nella rude sua vita di fatica e di travaglio, forse quella cassetta era il suo unico sollievo. Forse ell'era un dono dell'amante, e chi sa con quanta gioia avrà veduto spuntare que' due bottoni sperando di adornarsene nella vicina festa della Madonna; ed ahi! pensò il dottore, non fiorivano forse che per venir gettati sulla sua bara. I loro petali scoloriti, il gambo sottile, e quell'esile fragranza che spandevano, tornarono nella mente del dottore un'altra creatura che grandemente li somigliava. Anch'ella pareva cresciuta all'oscuro; la sua giovanezza era come quella di que' garofani, avvizzita prima di sbocciare, senza un soffio d'aura vitale, senza un raggio di sole che la confortasse, senza una stilla di benefico umore che la rinverdisse!... Eppure così languida e così morente, spandeva anch'ella un effluvio di gentilezza che dolcemente rapiva. — Tornò ad osservare la malata. Il rosso infocato delle sue guance cominciava a dar giù, a poco a poco tranquillossi il delirio e il sussulto, e parve come conspersa d'un lieve madore. Di lì a pochi minuti Giacomo di ritorno entrava con in mano la scatola delle pillole. Il dottore guardò l'orologio, e vôlto alla vecchia:

— Su, madonna, disse, portate un cucchiaio e una tazza d'acqua. Ma come faremo, continuava, a provvedere che venga bene assistita questa povera fanciulla? Bisognerebbe cambiarla di biancheria, farle del brodo; e qui in casa, o non hanno, o non vorranno, e se ci fidiamo di loro.... Dite, madonna, diss'egli alla femmina che ritornava, chi assisterà quest'oggi la malata?

— Che c'è da fare? rispos'ella. — Allora il dottore prese Giacomo in disparte, e restarono intesi di mandar tosto a chiamare una brava donna del villaggio che faceva da levatrice, e che questa assisterebbe la malata, senza che quei di casa s'impicciassero nè punto nè poco. Indi tornato al letto di lei, le fece prendere la pillola. Più non delirava, ma non era peraltro in sè, e mostravasi abbattuta. Giacomo la chiamò più volte per nome; ella non fece che aprire i suoi grandi occhi languenti, lo fisò come mentecatta, e poi di nuovo assopì. Venne intanto la Maddalena, il dottore le diede i suoi ordini, le lasciò il proprio orologio perchè fossero eseguiti colla massima esattezza, e partiva accompagnato da Giacomo, che non sapeva come ringraziarlo, se non col pregare per lui e consecrargli tutto sè stesso.

III.

Nel dimani, prima che il sole avesse superato le pendici del monte Marianna, Giacomo era di già un'altra volta a Cedarzis. Attraverso frane, grebbani e siepaglie, egli avea tenuto la via più breve, e spuntava sull'altura che cuopre a settentrione il villaggio, quando udì sonare a distesa il campanello che precede la comunione agl'infermi, e poi giù tra il verde vide le torce, la bianca ombrella del Sacramento e una riga di lumi e di donne devote, che col fazzoletto sugli occhi e le mani giunte seguivano pregando ed alternando con voce sottile le litanie al grave salmeggiare del sacerdote e dei pochi che lo accompagnavano. Portavano il Signore alla Rosa. A quella vista sentì nel cuore un subito affetto e un desiderio di preghiere, e corse ad unirsi alla processione, e coll'anima purificata da immenso dolore pregava per lei.... Pregava che il Signore gliela ridonasse! Giunto alla casa del mandriano, entrò il sacerdote con pochi, tra' quali Giacomo. Gli altri s'inginocchiarono sulla via, e pregavano sommessi. Nella cameretta di lei avevano apparecchiato un tavolino coperto da una tovaglia da chiesa con suvvi due candele accese e il secchiello dell'acqua santa; Maddalena, la padrona di casa, Giacomo, il sagrestano, e i due che portavano le torce, inginocchiati facevano corona al letto. La malata aveva sul capo il suo fazzoletto da festa, teneva gli occhi chiusi, le mani giunte, e nella semplicità della sua fede pregava in silenzio. La sua faccia era pallida, abbattuta, ma serena; i graziosi ricciolini che solevano contornarla, ora distesi e negletti volitavano in tenui liste sulle tempie e lungo le guance. Quando sentì la voce grave del sacerdote annunziarle la pace, adunò tutte le sue forze e fece come un moto per sollevarsi incontro al Signore che veniva a visitarla; indi con più divozione strinse le mani, e al chiarore delle torce fu veduta correre sulle bianche sue gote più di una lagrima. Cogli occhi sempre chiusi aprì le labbra pallidissime, e ricevette l'Agnello che toglie i peccati, chinò la fronte, e dentro a sè raccolta pregava con grande affetto. Spensero i lumi e partirono: solo Giacomo era rimasto, e colla faccia nelle palme inginocchiato a' piedi del letto piangeva in silenzio. Di lì a qualche poco Rosa s'accorse di lui.

— Giacomo? diss'ella, siete proprio voi?

Egli si alzò, ma non poteva proferire parola.

— Oh! se sapeste quanto ho pianto per paura di morire senza vedervi! — e gli porse la mano, e quelle mani affettuosamente congiunte più si dicevano di quanto avrebbe saputo la lingua. — Nei giorni passati, continuò Rosa, ho tanto pregato la Vergine e i Santi che vi mettessero in cuore di tornare al vostro paese, e questa notte mi siete comparito in sogno: eravate seduto lì — e additava il posto che Giacomo aveva tenuto durante il suo tremendo delirio; — ero così contenta di vedervi!... Quando mi sono svegliata questa mattina e che mi sono accorta d'aver sognato, ho sentito una tale amarezza!... Non ho potuto tranquillarmi, se non nel momento della comunione. Mi parve allora che il Signore mi promettesse che vi avrei riveduto in paradiso.... Ah! Giacomo, e voi siete qui!... Mi farete una grazia? chies'ella dopo alcuni minuti di silenzio.

— Potete credere! disse Giacomo tutto commosso.

— Dopochè voi lasciaste il paese, ne ho patite tante....

— So tutto, interruppe egli, mi hanno raccontato....

— Or bene. Mio padre non voleva che venissi qui, e crede che io non lo ami! Gli ho fatto dire che sono ammalata....

— Ed è stato a ritrovarvi?

Rosa fe' cenno di no, e le si annebbiarono gli occhi.

— Pur troppo morrò senza vederlo! diss'ella dopo un altro momento. Mi dorrebbe, ch'egli credesse ch'io fossi partita da questo mondo serbando rancore contro di lui.... e voi, Giacomo, avete a farmi la grazia d'andarlo a trovare. Gli direte ch'io l'ho sempre amato come quando ero picciola e che viveva la mia povera madre, gli porterete quel po' di danaro che mi viene del mio salario, lo bacerete per me, e voi contategli con quanto dolore vada sotterra priva della sua benedizione e del suo perdono.... — In quella entrò Maddalena con una scodella. Si accorse che la malata era commossa, e non le parve bene; fece viso arcigno, e mentre col cucchiaio andava freddando il brodo.

— Bisognerebbe, disse a Giacomo, che arrivaste da Galante per farvi dare quel paio di lenzuola e quella copertina che dicevano ieri sera; e poi qui ci vuole della carne.... — E andava ricordando al giovane diverse faccenduole e spese da farsi tanto da torselo dai piedi. Giacomo intese, e salutata la Rosa, se ne andava.

— Ricordatevi di tornare! diss'ella.

— Sì! borbottò la Maddalena, faremo un altro piagnisteo, e così la febbre tornerà da capo.

La malata prese con molto piacere quel brodo, poscia dolcemente s'addormentò. Quando venne il dottore a visitarla, si mostrò ilare, parlò di buon umore, il suo polso era quasi senza febbre. Verso sera ei fece di nuovo ritorno. Trovò rinnovato l'accesso, ma però dalle riferte della Maddalena capì che il delirio s'era spiegato più tardi e men feroce della sera innanzi. L'ammalata aveva il viso straordinariamente acceso, sicchè pensò all'applicazione delle sanguisughe alle tempie. Tra il mandarle a prendere, l'applicarle, una nuova prescrizione di chinino, e l'insegnare a Maddalena come doveva regolarsi in quella notte e nel dimani, fece sì tardi, che per quella sera dovette rinunziare alla sua solita partita di Arta.

IV.

Il dì seguente, era domenica; quantunque si fosse innanzi colla stagione, faceva bellissimo tempo, e il dottore con alcuni amici pensò di fare dopopranzo una passeggiata sino alle fonti, e così visitare tutti ad un tratto i suoi ammalati; almeno quelli a cui era permesso di venir soli ad attignere le acque salutari. Quando furono sul ponticello dirimpetto ad Avvosacco, scorsero il bacino circondato di gente; v'erano delle signore sedute sulla panca, e qui e colà tra le ghiaie del torrente apparivano delle brune macchiette di chi andava, di chi veniva, o di chi gironzava, sicchè compresero che non avevano sbagliato, e che tutti com'essi avevano saputo approfittare della lieta giornata. Anche la Massimina era venuta, e la sua toletta, benchè semplice, era alquanto più ricercata del solito. Aveva un vestitino alla religiosa, liscio, di forme svelte, e minutamente quadrigliato bianco e verde, con sul capo a mo' di cuffia una pezzuola di raso nero adorna di trine: una bella dalia fresca color scarlatto, posata con leggiadro capriccio dall'un dei lati, accresceva il pallore di quel volto, ed i suoi occhi quasi sempre abbattuti, or pel contrasto di quel fiore vivacissimo parevano ancora più smorti, e più languidi. Quando vide il dottore fu prima a salutarlo, e la madre in tuono di gentile rimprovero:

— Bravo! gli disse. E che fu ieri sera di voi? Noi vi abbiamo aspettato sin tardi....

— Signora, rispos'egli, ho dovuto trattenermi a Cedarzis per una malata — e narrò di Rosa.

— Ieri sera, disse un'altra signora, abbiamo progettato una piccola gita, e speriamo che voi pure sarete della brigata.

— Si! sì! anch'egli, replicarono due vispe ragazzine, che alla sola idea di già tripudiavano; ed egli deve persuadere a venirci la signora Massimina che fa la ritrosa....

— Ma di che si tratta? chiese il dottore.

— Qui la signora N***, disse un giovinotto, ha proposto di far dimani una passeggiata sino a San Pietro....

— Partiremo tutti in corpore, continuava un altro, e dopo ammirata e visitata in ogni angolo l'antica cattedrale, ci ritireremo sul praticello dietro la chiesa donde si vede il tramonto, e là, seduti in faccia a quella superba prospettiva, vogliamo goderci una lieta merenduccia.

— Il progetto non può essere più bello, rispose il dottore; ma temo di non poterne approfittare, perchè ho molti ammalati; — e guardava Massimina e coll'occhio pareva che la scongiurasse a guardarsi da un simile strapazzo. La povera giovinetta aveva ben compreso che il salire quel monte e l'esporsi all'intemperie d'una cena all'aperto non era piacere per lei, e vi si era rifiutata; ma nella gentilezza della sua anima avrebbe voluto che ne godessero almeno gli altri, sua madre, il dottore, e che nell'andarsene non fossero amareggiati dall'idea ch'ella restava. Perciò mostravasi lieta, e coi più cortesi modi cercava di far sì che il progetto venisse consolidato e che tutti ne approfittassero. Intanto il sole si raccoglieva nel verde degli abeti che incoronano la cima del monte di Fiellis. Era un di quei solenni momenti della natura che si fanno sentire nell'anima. La luce infranta dal folto degli alberi si spandeva più dolce, e i pratelli e i boschi che vestono il dorso delle ridenti montagne dirimpetto a Fiellis, per la fusione delle tinte e per la quietezza del lume apparivano come più freschi. Al di là della via che va a Paluzza, il tratto di fertile campagna che lieve s'inchina da Piano ad Arta era ancora illuminato, e quelle fiorenti biade parevano un tappeto di soffice verzura su cui tranquillo si riposava lo sguardo. A sinistra sulla più elevata pendice l'antica cattedrale col suo coperto di piastre, colle invetriate rutilanti di luce, e coll'ardito campanile che si slancia al cielo come un sublime pensiero, Zuglio più basso tra le rovine, e lungi, dove finiva la vista, Terzo quasi avvolto nella nebbia; a destra Arta candida nel grembo di tre verdi montagne, e Piano ed altre villette sparse qua e là nei punti più fertili della vallata, componevano un quadro, che veduto in quell'ora era veramente magnifico. Aggiugni il torrente le cui acque fragorose spandevano freschezza ed armonia, aggiugni il delicato effluvio dei ciclami misto al profumo di mille piante resinose che ti veniva alle nari con quell'aria sì pura e sì viva, onde senza saperlo tutti sentivano l'influsso della bella natura che li circondava, e la contemplavano assorti in religioso silenzio. Venne a trarneli una carniela che fu udita intonare sulla cima del monte vicino. Non arrivavano a discernere le parole: lor giugneva soltanto la cadenza, e quelle voci giovanili e quelle note semplici e prolungate scendenti dall'alto, e all'aperto, erano una musica ch'entrava nel cuore. Da lì a poco scoprirono due donne che venivano giù per que' grebbani leste e quasi saltando; s'assisero e di nuovo cantavano. Questa volta udivasi chiaro

Olin gioldi l'alegrie

Come zovins che no sin;

Sunerà l'avemarie

Dopo muartis che sarin.

Sia che quel canto armonizzasse colla disposizione degli animi, e colla gentile malinconia dell'ora, tutti lo trovarono bello, e fuvvi chi osservò come la Carnia, produttrice di acutissimi ingegni, ricca di tradizioni popolari, di memorie nazionali, di ruderi consecrati dalla storia, paese così eminentemente poetico; con un dialetto armonioso, particolarmente in bocca alle sue donne, pure non aveva un poeta. Ella vantava in Francesco Janis un bravo giureconsulto, in Ermagora un riputato antiquario ed elegante latinista, nel conte Camucio vescovo d'Istria e poi patriarca d'Antiochia un illustre teologo, in Floriano Morocutti un insigne letterato e famoso diplomatico, in Dalla Stua un erudito, e non vi era chi con patria canzone avesse celebrato questa bella natura così ricca e così pomposa! Le due montanine erano intanto discese, e s'appressavano anch'esse alla fonte. Con quella ingenuità ch'è loro naturale vennero a ber l'acqua senza soggezione dei signori che ivi erano. Una di esse attinse una tazza e la presentò all'altra, che assaggiatala fece una smorfia e ratto la gettò via.

— Diacine! sclamò con quel suo accento provenzale, e questi signori la bevono?

— Non vi piace?

— Ma sa di ova fracide! e rideva, e maravigliava che si potesse venir sì da lontano per tracannare quella nequizia. E non sarebbe meglio una tazza di buon vino? diceva alla compagna, sbirciando cogli occhi furbetti alcuna di quelle signore, che alla cera sparuta e malaticcia pareva a lei facesse gran fallo a non ristorarsi piuttosto con un bicchierino di quelli che si bevono nei dì di sagra dall'oste di Paluzza.

— Non ne avevate mai più bevuta? chiese il dottore.

— Mainò, mio bel signore, e spero di non beverne neanche altra. Venendo giù dal monte abbiam veduto qui tanta gente, e c'è venuta la curiosità di sapere anche noi che delizia vi fosse.

— Eravate dunque voi altre quelle che cantaste quella bella canzoncina?

Esse arrossivano e ridevano.

— Or via, fatecene sentire un'altra! — E tutti le pregavano; ma esse guardando quella numerosa comitiva non si sentivano di servir loro di trastullo, e mossero per andarsene.

— Dunque, e questa villotta?

— Al solo suono dell'acqua Pudia,[1] o signori, non è troppo buon cantare, disse la più maliziosa, e salutando con bel garbo continuarono la loro strada. Anche gli altri pensavano a ritirarsi; si salutarono, e chi per una parte, chi per l'altra s'avviavano alle loro dimore. Il dottore prese la via di Arta, e dava braccio alla madre di Massimina. Giunti al ponticello, s'accorse che la fanciulla era rimasta ultima, e senza riflettere, dopo aver dato mano a passare a più di una di quelle signore, tornò di qua per offrire il suo braccio a lei. Ella vi si appoggiò languidamente, e ristette un minuto come pensierosa a riguardar l'acqua che a gran gorgogli e rapida come il fulmine passava sotto il debole ponticello e faceva traballare le uniche due travi che lo costituivano. A che pensava? Quelle onde concitate e l'una all'altra continuamente succedentisi le rendevano forse immagine della vita? Forse il suo pensiero vagava lungi e ricordavasi di qualche amata persona, o di qualche gioia fuggita come quel rapido torrente? forse per una di quelle bizzarrie che pur sono in natura, compiacevasi, ella così debole e quasi morente, a bilanciarsi sopra il pericolo e da sì fragile riparo a sfidare quell'impeto?

— Vi fa paura, madamigella? le chiese il dottore.

— Oh no! diss'ella con un quieto sorriso. La mia malattia mi ha da gran tempo avvezza a non temere.

Non comprese egli allora tutto il senso di tali parole; e poichè per la prima volta aveva toccato della sua malattia, prese il destro di parlargliene, e l'andava confortando e persuadendo a voler fidarsi ai soccorsi dell'arte, e le narrava di guarigioni ch'egli stesso aveva vedute e di casi assai più disperati del suo. Massimina camminava in silenzio, e pareva come assorta in altri pensieri. Quando furono ad Arta, la madre fece invito ai dottore di entrare; ma egli se ne scusò, e salutati tutti ed affrettando il passo prese la via di Cedarzis.

V.

Nel dì susseguente, sul far della notte, il dottore passava di nuovo per Arta. Vide lume nelle camere di Massimina, entrò nell'albergo, e gli dissero che tutti i forestieri erano andati a far una gita a San Pietro, e che sola era rimasta colla sua cameriera la giovinetta. Pensò di salutarla, e salì. La camera dove solevano ricevere stava aperta, acceso il lume; ma niuno vi stava. S'assise sul piccolo sofà e attese. Passati alcuni minuti, si alzò, e si pose a camminar forte: l'uscio che metteva nella stanza di lei era semichiuso; suppose ch'ella vi fosse, e continuò a far rumore. Indarno. Gli venne allora in mente che le fosse venuto male, e senza più riflettere spalancò la porta. Non c'era anima viva. Sul tavolo vide la sua calzetta e penna e calamaio e un libricciuolo aperto su cui erasi scritto di recente. Il cuore gli batteva forte: ei faceva una male azione; ma suo malgrado gli occhi gli correvano su quella scrittura minuta e leggera. Ei lesse. Erano memorie vergate dalla fanciulla, erano segreti del suo cuore. Egli coonestava la sua indiscretezza coll'idea che, conoscendo a fondo l'animo di lei, avrebbe potuto forse giovarle. La prima pagina datava dai cinque di gennaio di quell'anno, e diceva così:


«........ Mi avevano regalato un bel mazzetto. — Quindici giorni dopo, mio padre, che voleva far aggiustare la stufa della sua camera, mandò un muratore sulla soffitta. Sgombravano macerie, e trovarono ivi nascosta una tazza con acqua limpida ed entrovi un fiorellino di geranio cannella. Chi aveva là portato quel fiore? Chi vel manteneva cangiandogli ogni giorno l'acqua? Una fanciulletta di dieci anni, che i miei genitori hanno raccolta per carità e che si educa nel servigio della casa, aveva rubato quella cannella dal mazzetto che mi era stato regalato. Confessò, e fu gravemente sgridata per aver osato metter le mani nei fiori della sua padrona. Me ne dolse.... e amai quella povera fanciulla, che certo deve aver l'animo gentile. Aveva rubato un fiore! e non dei più brillanti: v'erano dei garofani, delle camelie, ed ella scelse l'esile e pallido fiorellino della cannella. Non se ne adornò il seno, o i capegli, ma lo nascose in luogo sì remoto che non poteva neanche goderne, se non di rado, il profumo. A lei bastava il cangiargli ogni giorno l'acqua e compiacevasi di sapere che, nascosto a tutti, viveva per lei!.... Quando glielo tolsero, divenne rossa rossa e le si gonfiarono gli occhi. Avevano scoperto il suo secreto e troncata la misteriosa simpatia che la legava ad un fiore. Privo di chi lo curasse ei moriva in quel giorno, ed a lei venivano dissipati molti gentili pensieri, candida delizia della fanciulletta sua mente....»


Voltò in fretta due o tre fogli, e gli cadde l'occhio sulla seguente

«Memoria funebre.

»Povera Lugrezietta! Così all'udire la precoce tua perdita prorompono coloro che ti conoscevano. Quante delle compagne, che un dì teco scherzavano entro i recinti del chiostro, avran oggi così esclamato! Quelli che non ti conoscevano, allo spettacolo della tua bara, segnata di candida croce, avran chiesto il tuo nome, e all'udire che appena tocco il quarto lustro ti appassivi come un tardo bottoncino di rosa colto dalla bruma invernale, ti avran donato una lagrima di compassione. Povera Lugrezietta!... Volano i giorni, e ratta si dilegua l'orma leggera che tu stampasti nella vita. Breve tempo basterà a seppellire nell'oblio la tua memoria. Lo sconosciuto, che tra i monti del settentrione si commosse ai funerali dell'itala verginetta, forse ha già dimenticato il tuo nome: le tue compagne per pochi giorni ancora ridiranno la dolente istoria intrecciando false novelle alla tua verace sciagura; le antiche vergini, e il venerando nostro padre, egli che pietoso raccolse dalle tue pupille la prima lagrima del pentimento, per pochi giorni ancora ti raccomanderanno a Dio nelle loro preghiere, e quando il dì dei morti verrà a metterti nella lista di coloro che in quest'anno abbandonarono la vita, il tuo nome inscritto sulla nera scheda del coro ridesterà alla lor mente la tua sorte come una dimenticata arietta ci rammenta al riudirla le fuggite idee della fanciullezza. Da qui a dieci, da qui a vent'anni chi più ti ricorderà? Quella stessa madre sconsolata che corse a strignerti al seno per l'ultima volta, e spenta ti depose sul letto funebre, ti avrà allora già dimenticata.... o almeno i ridenti tuoi anni ch'ella vide svanire non le sembreranno più che un bel sogno il cui dileguarsi profondamente rammarica. Povera Lugrezietta! A questa voce di universale compianto io non mesco la mia. Compagna dei tuoi primi anni, conscia delle più segrete ambasce del tuo cuore, come potrei piangere quel sonno profondo che finalmente ti dà pace? Ma di tutte forse le tue amiche io più a lungo serberò la tua memoria. Piacemi la melanconia, è mio diletto la solitudine, ed ha per me voluttà il dolore delle tombe. Giovinetta, tu verrai spesso a farmi compagnia nei silenzi della notte, finchè un fatto simile al tuo me pure addormenti entro la terra dei sepolcri.»


Più innanzi così voltando le carte lo percossero queste altre parole:


«.... Padova.... Bassano.... Vicenza.... In altri tempi, o con quanto ardore avrei visitato queste belle città! Oggi il mio cuore chiuso aborre le loro allegrie, e rifugge dall'ammirarne i preziosi monumenti. Pochi passi lontana dal villaggio che fu cuna a Canova, io non l'ho ancora visitato.... Io che tante volte piansi all'aspetto dei capi d'opera dell'arti belle, dimani vedrò forse fredda ed insensibile questi marmi che il genio del grand'uomo animò? Non avrò più nel mio petto neppur una scintilla d'entusiasmo? Oppressa dalla sciagura l'anima mia è morta, i miei occhi disseccati non hanno più lacrime, sulle mie labbra non v'è più sorriso....»


Il giovane leggeva rapidissimo, avrebbe voluto nell'intuizione d'un minuto percorrer tutte quelle linee; tremava, ed era attento al minimo rumore. Fu più volte per desistere, ma la curiosità lo vinse, e dopo aver deposto il libretto e stato un attimo in orecchie, lo riprese: lo scartabellò tutto velocissimo e lesse quest'ultima pagina:


«Oggi appunto compiono quattr'anni. Questo breve spazio di tempo ha operato per me una grande rivoluzione. Ho cangiato paese, il modo di vivere, le persone che mi circondano, perfino il pensiero; anzi mi pare di non ritrovar più me stessa in me.... Avevo penato da principio ad assuefarmi alla vita del chiostro. Parlavano una lingua a me straniera; non c'era una creatura che mi amasse! Sognavo ogni notte i baci di mia madre, le carezze di mio padre, i giuochi e le corse gioite co' miei fratellini. Quell'aria così fredda, quel cielo sempre fosco, quei volti tutti sconosciuti mi agghiacciavano il cuore.... Un po' alla volta mi ci sono avvezza; amai la mia prigione, ed ora il più dolce de' miei piaceri è il rammemorare gli anni infantili ivi passati. — Oggi quattr'anni fu un giorno solenne. L'amica dell'anima mia, Beatrice, dedicavasi a Dio! Ci avevano vestite di bianco. E a molto tempo che noi aspettavamo con ansietà questo giorno, vi ci eravamo apparecchiate colla preghiera e col digiuno: vegliai tutta la notte, piansi e pregai.... Oh se oggi potessi ricordarmi tutti i pensieri di quella vigilia! — Il mio cuore non è più lo stesso. — Parmi ancora sentire la fredda brezza dell'alba e vederne il languido crepuscolo. Le campane sonavano a festa, la chiesa arredata come ne' dì solenni, tutte già alzate le monache, e noi liete correnti pe' chiostri bramose di rivedere finalmente la nostra amata Beatrice. Mi ricordo che mi tolsi all'allegria e prima della funzione mi ritirai sola in coro e pregai per essa.... Oh se io potessi sentire ancora l'affetto di quella preghiera! Era innocente l'anima mia, e la mia voce alzavasi a Dio come la fiamma della lampada perenne che arde dinanzi al suo altare, e mi pareva che fosse accetta. Venne il momento della funzione, tersi la faccia lagrimosa e andai ad unirmi alle altre alunne, che mi aspettavano per accompagnar la novizia. Dacchè aveva cominciato il suo anno di prova, noi non l'avevamo più riveduta. Ci avevano fatte inginocchiare in capitolo con un cereo acceso in mano di rimpetto ai banchi delle monache. I nostri occhi erano volti alla porta: si apre; credevamo fosse lei, era invece la Badessa coi veli rabbassati e tutta chiusa nel suo maestoso ammanto; ella venne a sedersi nella sua cattedra a destra dell'altare. Pochi minuti dopo guidata dalla maestra delle novizie e seguita da due fanciulline coronate di fiori, l'una delle quali portava una ghirlanda di spine, l'altra il Crocefisso, comparve la Bice. Era vestita da un magnifico abito di raso bianco, coi capelli leggiadramente annodati, sul cui nitido nero spiccavano molti brillanti e il prezioso diadema a cui era raccomandato il velo che le ombreggiava le spalle. Era pallida, e in atto modesto teneva chinate al petto le potenti pupille. S'inginocchiò sul damasco che avevano apparecchiato per lei, e dopo breve preghiera, si cominciò a disporre la processione. Portava la croce una giovane monachella che aveva professato l'anno innanzi; seguivano a due a due, colle mani incrociate sotto lo scapolare, le altre suore, ultime le più vecchie; dietro ad esse la Badessa, indi noi accompagnate dalle nostre maestre. A misura che si svolgeva, la processione passava dinanzi al banco dove noi inginocchiate aspettavamo la nostra volta. Così Beatrice, quando mi passò dappresso, potè strignermi una mano, e susurrarmi un affettuoso: Prega per me! Mi balzava il cuore con una commozione che non ispero sentire più mai! Quando entrammo in coro, l'organo suonava devoto e alcune voci come di angeli cantavano il Veni Sponsa Christi. Ardevano tutte le lampade e numero infinito di ceri. La chiesa di fuori era piena di gente, ed alcuni curiosi si vedevano affollati alle grate delle finestre che si aprono ai lati dell'altare, e che in quel giorno erano senza cortina. Prendemmo il nostro posto, e la novizia s'inginocchiò nel mezzo del coro sul banco ivi apparecchiato per lei. Tutte le particolarità di quella funzione mi stanno ancora in mente come se vi avessi assistito pur ieri. Vedo la folla dei curiosi dar luogo al Prelato che col suo pastorale e con devote parole chiamava la giovinetta al suo cospetto; la vedo avanzarsi timida, odo la sua protesta, l'ho presente quando si toglieva dalle mani gli anelli e dal collo e dalla testa i brillanti, e calpestava tutti quei muliebri adornanenti; indi le tagliavano i capelli, le velavano il capo ed il mento, la cingevano d'una corona di spine, la vestivano di povera lana, le strignevano i fianchi con una fune; e mentre le monache intonavano un salmo di gioia, mi par ancora vederla tutta lieta correre a baciarle una per una. Ella aveva consumato un gran sacrifizio, e la sua fronte era serena, e da' suoi occhi come da limpido ruscello traspariva la contentezza della sua anima. Dedicavasi a Dio sul più bel fiore della giovanezza, voleva consumare tutta la sua vita nel tempio del Signore come il candido cereo che sull'altare gli arde in olocausto. Tal pensiero allora mi pareva bello e gentile. Sparirono quegli anni di preghiera e d'innocenza, altri palpiti commossero il mio povero cuore, imparai altri affetti.... Ragioni splendenti m'insegnarono a ridere di quel mio primo devoto desiderio; ma queste ragioni non han potuto svellermi dalla memoria quei giorni, e spesso, quando la mia anima geme oppressa dal dolore a cui la sorte mi ha condannata, vedo un coro di pudiche monachelle che salmeggiano nel crepuscolo mattutino: odo le monotone lor voci che in quella solitudine posatamente ripetono le divine parole che a Dio cantavano gl'inspirati profeti, e sento che in mezzo a loro potrei forse ancora aver pace!...»


Qualcuno saliva le scale.... Ei getta il libro, ed è in un attimo nell'altra camera seduto sul sofà e, tenendo il respiro, accompagnava coll'orecchio teso quella pedata, finchè udì crocchiare l'uscio in fondo al corridoio. Prese allora il cappello e giù in due salti nel cortile, e poi fuori in istrada. Stava per svoltare l'angolo, quando vede lungo il muricciuolo, che fa parapetto alla via, una figura di donna, e ravvisa la cameriera di Massimina.

— Siete voi, Marietta? e la vostra padrona? ei chiese quasi involontario.

— Zitto! È uscita, e devo aspettarla qui.

— A quest'ora? e dove?...

— In quel casale colaggiù. La poverina non mangia nulla: un po' di latte di capra è il meglio che appetisce: qui non ne hanno, ed ora che sono tutti fuori è andata sola a provvederlo in segreto per non far dispiacere ai padroni di casa.

— Non le dire di avermi incontrato — e tirò innanzi. La porta del casale era aperta e d'intorno al fuoco si vedevano tre fanciulli cenciosi, una povera donna e l'alta ed elegante figura di Massimina, che dritta in piedi tra quella squallida miseria pareva l'angiolo della consolazione. Il dottore, situato in modo da non essere scoperto, si fermò a guardare. Apparve un vecchio e con passi tremanti le portava un fiasco di latte. Ella lo prese, mise in mano a lui alcune monete ed uscì velocissima. Non vide il dottore che gli avesse dato, ma il vecchio cadeva inginocchioni piangendo e baciava la terra ch'ella aveva toccato coi piedi, e la donna e i fanciulli consolati pregavano per lei.

VI.

Rosa ogni giorno acquistava vigore. Ell'era in quello stato di convalescenza in cui il corso pericolo fa più preziosa la ricuperata salute, e in cui il cibo ed il sonno divengono così saporiti che sono voluttà. Le cure amorose di Giacomo, la sua compagnia, il perdono del padre che egli le aveva ottenuto, e la speranza di vedersi presto unita a quell'ottimo giovane per cui la gratitudine le accresceva affetto, facevano sì che ella trovasse sempre più dolce e cara la vita. Cominciava ad alzarsi, e il dottore le aveva promesso di lasciarla andare a messa pel dì della Madonna. Giacomo consumava il suo giorno tra la propria famiglia e lei; l'amava ogni dì più, parevagli d'aver egli salvato quella giovine esistenza; il bene ch'ella godeva era suo, viveva in lei ed eragli divenuta cara a misura dei patimenti e delle angosce sofferte. Ma non era lieto.... Aveva dei pensieri pel capo; stava talvolta le ore intere senza proferire parola. Nella sua famiglia pativano di miseria; più volte s'accorse che la cena che le due donne gli riserbavano era cavata dalla lor bocca, e che i fanciulletti stentavano il pane. Erano sparutelli, quasi nudi, ed egli comprendeva i lunghi lor pianti e tristamente gli suonavano nel cuore. Era venuto in paese con qualche soldo di risparmio e con una somma affidatagli dal suo padrone perchè provvedesse legname. Comperò invece polenta pei suoi, provvide ai bisogni di Rosa ed intaccò ciò che non era suo. Sperava alcun poco nella prossima venuta del fratello; ma il suo bel sogno di piantar casa, metter su bottega da legnaiuolo e condur moglie era già quasi svanito. Venne la vigilia della Madonna. Le mandrie scendevano dalla montagna, la via di Paluzza era tutta ingombra. Venivano giù a processioni a processioni, e udivi un continuo tintinnio di quelle infinite campanelle misto al belato delle capre ed al muggire delle stanche giovenche. I pastori affranti da lungo viaggio seguivano lenti quell'immenso torrente di bestiame. Erano tre mesi che mancavano dalle lor case; tre mesi di una vita durata allo scoperto e quasi nomade, e pur su que' volti squallidi e rifiniti dalla fatica vedevi un raggio d'ineffabile allegria. Tornavano alle lor mogli, ai figli, alla famiglia, e dappertutto ti si mostravano donne e fanciulli che lor venivano incontro, e ad ogni istante udivi un dolce salutarsi, e voci piene di affetto e di consolazione. Giacomo col più grandicello dei nipoti era anch'egli sulla via. Ravvisò il fratello da lungi che veniva colla mandria di compare Giovanni, corse ad abbracciarlo; e dopo il reciproco interrogarsi e narrare, continuavano insieme la strada.

— Tornano magre quest'anno, osservò Giacomo.

— Le capre non c'è tanto male, ma le armente!... disse l'altro: abbiamo dovuto contentarsi delle due prime poste; non è stato possibile a nessuno salire al terzo casone. Ier l'altro, quando siamo partiti, c'era ancora tanto di neve. È stato sì poco caldo quest'anno, che la neve non s'è potuta liquefare.

— Anche le biade han sofferto per mancanza di caldo.

— Pur troppo sono indietro! Le migliori che ho veduto in tutta la via sono coteste — e additava la campagnuola di Piano. Davvero hai fatto bene a metterti a un mestiere: le annate corrono sì scarse, che in questi nostri monti non si campa.

Giacomo si sentiva serrar il cuore.

— Ho tanto fatto, continuava l'altro, per conservare queste due armente.... e quest'anno purtroppo prevedo converrà mangiarle.

— Non siete andato al monte colle mandrie di compare Giovanni?

— Avevo un grosso debito con lui.... e voglia il cielo che le donne non l'abbiano di già rinnovato! — Qui si fece tetro ed ammutirono entrambi. Quando furono a casa la madre narrò tosto della biada provveduta col danaro di Giacomo. Il fratello rimase prima sorpreso, e poi talmente grato e commosso che non rifiniva dai ringraziamenti.

— Oh Dio mio! caro Giacomo, andava esclamando, tu mi hai proprio redento! aveva una tal passione di dover far danaro di quelle due bestie.... Ora poi compare Giovanni può nettarsene la bocca! È un pezzo ch'ei fa all'amore alla Beleetta. Sono stato in montagna per lui e vorrei sperare d'aver pagato il mio debito; che se avesse ancora pretese, gli darò il vitellino della Picotta. — E di lì a poco ripigliava: Quest'inverno tu ti fermi in paese, n'è vero? Sposi la Rosa, noi l'ameremo come una sorella, lavoreremo tutti uniti, tu tornerai al mestiere, intanto crescerà la canaglia, e formeremo una famigliuola di grazia di Dio, che ha ad essere una vera benedizione.

Tali parole erano coltellate al cuore di Giacomo. Fu più volte per narrargli com'era ita la faccenda; ma al vederlo così contento non gli pativa l'animo di turbarlo. Almeno, ei diceva tra sè, lasciamolo cenare in pace questa sera, e dimani gliela conterò. Andati a dormire, Giacomo pensava a' suoi casi. Non potè serrar occhio in tutta la notte; pentivasi di non aver subito detto che quel danaro non era suo, pentivasi di averlo toccato. D'altra parte gli sanguinava il cuore all'idea di dover privare la sua povera famigliuola di quelle due mucche unico bene che possedeva, e gli si presentavano alla mente i nipotini nudi, chiedenti pane, e udiva quei pianti prolungati ch'ei bene sapeva che valessero. Vedeva sua madre malaticcia, cadente, strascinar nell'indigenza di tutti gli ultimi giorni; e Rosa? Avrebb'egli avuto cuore di sposarla così, senza avere di che mantenerla? Farla stentare come la sua povera cognata? E se un suo figlio, un biondino delicato e tenerello, amore d'entrambi, avesse dovuto piangere, com'egli si ricordava di aver udito quelli di suo fratello? Ah, ch'ei voleva piuttosto patire tutta la sua vita, ma patir solo! Risolse dunque di lasciarla, d'essere galantuomo, e di compensare col lavoro delle sue braccia il dolore e il sacrifizio ch'era nella necessità d'imporre alla sua povera famiglia. Si alzò con questo proponimento, e rassettatosi del suo meglio andò a Cedarzis per accompagnare a messa la Rosa. La trovò già pronta.

— Andiamo fino a Fiellis? interrogò essa tosto che lo vide.

— Appunto, è sagra colassù quest'oggi; ma per voi sarà forse troppo lontano....

— Oh sono quattro passi! Fa una giornata di paradiso, e poi io sto così bene.... E mossero entrambi alla volta di Fiellis. Rosa infatti aveva bella cera, quantunque non fosse più così rossa nè così fresca come prima che ammalasse. La sua tinta s'era fatta più chiara, i suoi begli occhi neri non avevano riacquistato tutto il loro splendore: erano un po' languidi, parevano più lenti, e quando poi si fisavano su Giacomo avevano un non so che di così affettuoso, di così soave.... la gratitudine e la semplicità del suo amore vi tralucevano come da limpido specchio. Anche la sua voce aveva perduto quel brio e quel correre degli anni fanciulleschi, s'era fatta più mite, e dava più di rado in iscrosci di risa; invece una tinta di leggiadria malinconica ne ingentiliva il colore. Pareva insomma che la natura si fosse compiaciuta di gettare su lei risanata un candido velo dalle cui pieghe leggere traspariva più graziosa la splendida Rosa di prima. Arrivarono a Fiellis proprio sul punto che s'incominciava la messa. Il Prevosto apparato solennemente era già sull'altare, fumavano gli incensi, e di mezzo a quella nube azzurrina alzavasi un Kirie devoto cantato d'alcuni semplici montagnuoli, che non intendevano quelle greche antichissime parole consecrate dal culto; ma le cui voci erano pure come la fede che professavano. La chiesa era zeppa di gente, che ti offriva un contrasto singolare. In quella remota villetta posata sulla cima della montagna, come il nido dell'avoltoio, nel verde di quegli abeti che paiono inaccessibili all'uomo, od almeno tanto lontani dallo strepito del mondo civilizzato che t'immagineresti d'esser finalmente nel grembo della natura ancora vergine ed intatta, tra le mura di quella rustica chiesetta, dinanzi all'altare povero d'arredi e di cera, e non ornato che di fiori campestri, vedevi una moltitudine di giovinotti in guarnacchino di velluto con calzoni attillati, coi capelli alla renaissance e col fare e coi modi cittadineschi. Fiellis, come la maggior parte delle ville della Carnia, manda la sua gioventù a vivere fuori di paese, ed il mestiere che a preferenza si scelgono è il sarto. Appena son essi in istato di camminare da sè, emigrano, vanno a Venezia, in quelle lucide botteghe imparano a trattar l'ago e le forbici, e ritornano coi costumi e coi vestiti affatto disformi. Il dì della Madonna ne aveva richiamati molti, e lì li vedevi malamente contrastare col rozzo vestire e co' modi ingenui delle lor madri e sorelle. Se a questa messa solenne qui cantata avesse assistito quel tale che dimandava, perchè la Carnia non aveva un poeta, la risposta veniva assai facile. Dall'epoca in che il superbo despota romano obbligò i Carni ad emigrare, continua ancora il tristo costume. Lasciano essi i lor monti e consumano gli anni dell'affetto nel tumulto cittadino, indi ritornano a profanare la semplice lor patria coi vizi della società, e Dio li ha puniti, e non hanno un poeta. — Rosa cogli occhi fisi nella sacra funzione faceva correre i grani del rosario che le pendeva dalle mani piamente incrociate. Giacomo non poteva pregare, era distratto, inquieto: andava pensando al modo di tenerle discorso della sua risoluzione. Fin dalla mattina aveva fermato di farlo nell'accompagnarla a casa; ma ora che il punto si avvicinava, avrebbe voluto trovar qualche pretesto per poterlo ancora protrarre. Come mai dirle ch'ei la lasciava? Quali parole avrebbero potuto mitigare il dolore di questo abbandono? Ah! ell'era guarita, era sì bella, e non doveva esser più sua! Uscirono di chiesa, e il povero giovane nell'offrirle l'acqua benedetta tremava tutto e si sentiva mancare. Sulla piazzetta c'erano altre donne state a messa, conoscenti della Rosa, che la salutarono e si congratulavano con lei risanata: fecero un po' di strada in compagnia. Egli era impaziente, avrebbe voluto che andassero, e temeva di restar solo. La fanciulla s'accorse di qualche cosa ch'ei le avesse a dire, e come se fosse stanca lasciò andar innanzi le altre e si sedette: ma a Giacomo la parola non veniva. Stettero un pezzo ivi seduti cogli occhi fisi nella magnifica prospettiva che lor s'apriva dinanzi e che forse non vedevano nè l'uno nè l'altra. Ripresero il cammino, ed egli guardando giù fiso una svolta del viottolo ch'entrava in un boschetto di giovani abeti, e si propose di non passar quel sito, senza aver parlato. Quando vi giunsero, fe' cenno di sostare.

— Ma non sono mica stanca, disse la fanciulla.

— Sediamoci, Rosa, ho voglia di parlarvi.... ed esitava. Voi sapete se io vi voglio bene!... E si fisavano entrambi, e il lungo loro sguardo diceva più delle parole. Eppure, continuava egli, io deggio lasciarti!...

— Ma perchè?

— Povera Rosa! Non piangete Rosa; vi dirò tutto, e poi farò quello che voi vorrete; anzi intendo di metter la cosa nelle vostre mani. Or bene. Io son venuto in paese con qualche soldo; ma non erano tutti miei: doveva provvedere una zattera di legname. I miei pativan fame... In poche parole, io non ho più il danaro; e se voglio essere galantuomo, bisogna che obblighi mio fratello a vendere le nostre armente, che sono quanto possediamo. Mia madre è vecchia infermiccia.... a casa sono tre fanciulli che dimandano pane.... Fa d'uopo ch'io ritorni al mestiere per compensarli del sacrifizio che fanno. Voi Rosa potete campare colle vostre fatiche....

— E non possiamo lavorare tutti insieme? diss'ella prendendogli la mano. Ci ha ad essere provvidenza anche per noi!

— Sì: ma le mie braccia sono vendute per fin che avrò pagato! E se laggiù doveste patire di fame? Ed io esservi lontano.... e non potervi aiutare?....

— Or bene, tornate al mestiere, lavorate, e io vi aspetterò....

— No, Rosa! è d'uopo ch'io vi ritorni la vostra libertà. Potrebbe presentarvisi una buona occasione; e non è giusto che la perdiate per aspettare un poveretto che non può offrirvi se non la miseria!

— Ah! sclamò Rosa, ho capito, non mi volete più bene!

— Che dite mai? Sa il cielo se io vi amo! Non vi voglio, perchè non ho cuore di farvi stentare.... perchè possiate esser felice con altri!... Ma la fanciulla piangeva più che mai amaramente, e a lui, che tentava rabbonirla e toglierle dagli occhi il grembiule, voltava le spalle e colle mani lo respingeva.

— Quietatevi, Rosa! Le vostre lacrime mi fanno male al cuore.... via, siate buona, e capitemi....

— Eh vi ho capito, sì! diss'ella. Tornerete via, e un'altra vi farà ben presto dimenticare di me.... Era ben meglio lasciarmi morire!

— Ma se vi ho detto che non voglio fare se non quello che voi volete!

— Dunque non parlate più di lasciarmi.

— E vorreste star così impegnata!...

— Sicuro!

— E se non mi fosse possibile ritornarne prima di altri tre anni?...

— Magari dieci! O vostra, o di nessuno.

— O mia Rosa, sclamava egli, amiamoci dunque sempre!

E sorgevano entrambi, e continuavano la via alquanto racconsolati dal vicendevole loro amore.

VII.

Pareva a Giacomo d'essersi tolta dal cuore una montagna di piombo, tanto il colloquio tenuto colla Rosa lo avea consolato. Lasciatala a Cedarzis, ei mosse verso casa con passo più celere. Trovò sua madre intenta al desinare; suo fratello e sua cognata non erano ancora ritornati da messa. Fu contento di trovar lei sola, e tosto le narrò ogni cosa. La buona donna, che si avrebbe cavato il sangue dalle vene per veder felici i suoi figli, cominciò a dargli coraggio, e a dolcemente rimproverarlo per non aver prima chiarito la faccenda; poichè, diceva essa, a quest'ora si sarebbe già ripiegato, e tu saresti fuori di pena. Intanto vennero anche gli altri, e insieme concertarono di ricorrere a compare Giovanni, il quale, nella speranza di far suo l'armento, avrebbe volentieri prestato il denaro. Giacomo poi si sarebbe affrettato di ritornare al mestiere, dove col suo assiduo lavoro poteva in breve coprir questo debito, indi ripatriare e sposarsi la Rosa. Così stabilito, desinarono lieti, e poscia il giovane cominciò subito a darsi le mani attorno. Fra la scelta e la compera del legname, l'approntare la zattera e due o tre corse fino a Paluzza per causa di compare Giovanni, che in quest'affare voleva camminare coi piè di piombo, il povero giovinotto consumò tutta la settimana, senza che gli restasse tempo di andar a vedere la Rosa. Questa lo aspettava ogni sera coll'impazienza propria degl'innamorati, e non vedendolo mai, cominciò ad immalinconire. Riandava tutte le parole del lor ultimo abboccamento, e ogni giorno più parevale intravedere il pensiero d'abbandonarla. A principio scacciava tale idea come una tentazione, si rimproverava d'ingratitudine. Quel povero giovane aveva tanto fatto per lei, che il sospettarlo così le pareva ingiustizia; ma un po' alla volta il mal umore offuscò tutte queste ragioni, ed ella trovavasi misera, afflitta, e assai più malata di quando giaceva. Sul tramonto, quando aveva spacciate le sue faccende, mettevasi a filare sulla porta della casetta. Guardava ansiosa verso Arta, una lieve speranza la rincorava; ma a misura che mancava la luce, ogni speranza svaniva. Traeva sempre più lenta le agugliate; le mani le cadevano, sentivasi serrare il cuore e finiva col ritrarsi a piangere nel suo povero letticciuolo. Venne finalmente il sabbato sera, e Giacomo, benchè fosse stanco per molte corse che aveva dovuto fare, capitò a Cedarzis a vedere di lei. La fanciulla lo accolse malinconica, per altro non si lagnò. Era venuto: ciò valeva per essa più di qualunque scusa, e quando ei le prese la mano e fisandola con affettuosa premura pareva ricercare il perchè di quella sua malinconia, ella gli aveva già ampiamente perdonato, e il racconto che fece degli impicci che lo avevano impedito di venire, non servì che ad accrescerle il rammarico d'averlo ingiustamente sospettato, sicchè procurava di compensarlo con più di affetto. Parlarono a lungo, il tempo volava per essi graditamente, e l'idea di doversi presto separare veniva addolcita dal proponimento di patire, e di affaticarsi l'uno per amore dell'altro. Disse Giacomo del come aveva aggiustate le sue faccende; disse ancora come a forza di reiterate corse e preghiere aveva ottenuto, che tra le molte zattere in quella settimana approntate fosse prima a partire la sua, e che perciò gli conveniva darle in quella sera l'ultimo addio, mentre nel dimani per tempo avrebbe dovuto trovarsi alla sega a lanciare il legname e a seguirlo....

— Dimani?... chiese Rosa, e restò come perturbata. Era domenica, e pareva a lei trista cosa profanare colla fatica il dì consecrato al Signore.

— Altrimenti avrei dovuto aspettare ancora molti giorni.... Gli è per grazia che vengono dimani al mulino....

— Ma non sarebbe stato possibile lunedì?

— Lunedì, martedì e tutta questa settimana saranno lanciate quelle che furono messe in pronto prima della mia, e niuno certamente vorrebbe cedermi la sua volta.

— Avete fatto gran fallo, diss'ella dopo alcuni minuti di silenzio, a non pensarvi prima. Questo vostro partire in giorno di festa io l'ho per cattivo augurio — e si mise di nuovo in malinconia.

— Ma non si lavora mica dimani. La zattera è già bella e apparecchiata, non v'è che a lanciarla, e prima potete credere bene che anderemo a messa. — Qui Rosa lasciò cadere una lacrima. Il povero giovane era mortificato, avrebbe voluto persuaderla, togliere quest'ubbia, rasserenarla: ma le parole non gli venivano. Una voce segreta nel profondo del cuore gli ripeteva invece ch'ella aveva pur troppo ragione. Intanto si faceva tardi, la luna era comparsa sull'alto della montagna di Cedarzis; si avvicinava il momento di separarsi, ed entrambi consumavano in silenzio i pochi minuti che loro restavano: eppure avevano ancora mille cose da dirsi. Ella stava appoggiata all'uno degli stipiti della porta col capo chino e quasi nascosto in seno, e colle mani teneva la cordella del grembiule e così soprappensiero l'andava facendo a piccole pieghine. Pareva la fiammella della candela di cera, quando sul primo accendersi arde così languida e debolina, che non sai se voglia mancare, o rompere il dubbioso silenzio e dar su rinvigorita e potente.

— Dunque?... diss'egli, ed allungò una mano come per prendere quella di Rosa. Gliela strinse la fanciulla e poi se la posò sul cuore, e

— Or via, rispondeva riscossa e rinfrancata, or via, non ci lasciamo così! — E qui tutti due esilarati tornarono a parlare del loro amore, finchè finalmente si venne all'addio.

— Mi vorrete dunque sempre bene? chies'ella per ultimo.

— Che domanda! borbottò Giacomo, e mosse per andarsene, ed ella lenta lo accompagnava alcuni passi. Si salutarono e poi ancora camminavano insieme un altro poco. La luna impicciolita ed alta splendeva a perpendicolo sul loro capo. Si strinsero per l'estrema volta la mano, e poi Rosa a tutta corsa ritornava: si sedette sul limine della porta, e accucciolata e tutta in sè ristretta posò la fronte nelle mani e stette un istante; il core le batteva che parea volesse schiantarsi, surse e andò sul suo povero letticciuolo a pascersi di lacrime e di dolore.

VIII.

Cinque miglia più in su di Paluzza, dove comincia la terra tedesca e dove cessano le verdi montagne che fiancheggiano il canal di San Pietro, nel mezzo, come per confine, sta un monte di aspetto severo. Aspro e selvaggio ei sorge solitario: non un filo di erba, non un arbusto sulle dirupate sue spalle. La roccia, stagliata a perpendicolo, ha la forma di un muro che termina in tre orride punte, di cui la mezzana s'inalza fin nella regione delle nubi, ed è tanto inclinata sul dinanzi che par sia lì per piombare sul sottoposto villaggio. Là sopra, dietro quell'immane padiglione di pietra, avvi un laghetto la cui faccia tranquilla mantiensi sempre allo stesso livello. Le sue rive son coperte di freschissimo verde che fa in quell'altezza una serie di ridenti pratelli, seminati di fiori e di fraghe il cui delizioso profumo scende talora a consolare le valli circonvicine e il profondo torrente. Alla metà di questa rupe, dalla parte di mezzogiorno, s'apre una caverna in forma di O, da cui coll'impeto della folgore sgorga la But. Nè per siccità di cielo, nè per arsura di stagione giammai vien meno, ed è tanta la foga del suo scaturire, che per lungo tratto la vedi correre spumante e bianca come calce in bollitura, e chi su per le valanghe, che continuamente cadono scosse dal monte, s'inerpica a vederne dappresso la sorgente, sente sotto a' piedi il tremito della terra convulsa. Eppure l'ardito montanaro si serve di questo impetuoso torrente per esportare i legnami, e qui e colà lungo il suo letto vedi a tal uopo eretti degli edifizi. Spesso nelle piene ella li riversa, e l'uomo di nuovo li ricostruisce. Il piede delle montagne che fanno sponda è in più luoghi corroso, in più luoghi l'alveo scende ripido, ed è aspro di ciottoli smisurati e di cretaglie a cui d'intorno fan vortice le acque e sono continuo pericolo alle zattere che osano percorrere quella via. Nella piena del 1823, quando il Moscardo, ingrossato dall'immensa congerie di pietre che sfranavano dalla montagna di Silverio, ruppe dirimpetto a Cleulis e vuotò il lago che per dieci anni aveva coperto le campagne di Timao, oltre a molti altri guai, furono rovesciati il mulino e la sega che sorgevano a piedi di San Pietro, e lungo tempo la But corse in quella direzione sicchè ne risentirono danno anche le fonti salutari che nascono là dappresso. Or essa ha di nuovo ripreso l'antica sua via, e vedi asciutto il solco profondo che vi fece e dirupata la montagna che lì forma una ripida gradinata, il cui ultimo ciglio è gremito di giovani abeti, dietro il cupo verde de' quali, il sole della sera fa ridere un piano pratello che si stende in semicerchio e su cui basa a guisa di piramide il monte di Fiellis. Più volte Massimina, quando veniva a bere le acque e sedevasi sulla panca del fonte, guardava a quella ricca verdura. Oh s'ella avesse potuto salire colassù! ammirare da di là il bel paese che le stava d'intorno! Le pareva così fresca quell'erbetta, così soave quell'aria ch'ella vedea tremolare tra quelle frondi, ed il suo cuore appassito avea tanto bisogno di freschezza e di riposo! Se in quell'amena solitudine ell'avesse potuto passeggiare a bell'agio, sedersi e respirare e bevere di quell'atmosfera così nitida, forse i suoi polmoni si sarebbero esilarati, e scosso il peso che a guisa d'incubo da tre anni l'opprimeva. Ma ella si sentiva debole, malata: per venire sin lì avea messe in opera tutte le sue forze, non poteva neppur raccogliere tanto fiato da rispondere a chi la salutava; attraversare le ghiaie del torrente, arrampicarsi per quel dirupo era fatica che non osava, e indarno gliene mettevano vaghezza gli anni giovanili non ancora domati dalla sua tremenda malattia. Spesso, fitta in tal pensiero, ella stava le ore intere colla tazza in mano e cogli occhi in quel verde, e guardava con accorato desiderio, e non udiva i discorsi di chi le sedeva dappresso, e talvolta neppure la parola a lei diretta. Una mattina (era di domenica) alzossi prima del consueto e scese alla chiesa per udirvi la messa. Dopo questa doveva celebrare e predicare il Prevosto. La madre di Massimina desiderava fermarvisi, ma vedendo affollarsi la gente e temendo che a lei potesse nuocere, si levò. La giovinetta intese, le disse all'orecchio restasse, ch'ella intanto andava a far colazione, e fe' segno a Marietta che la seguisse. Bevette con piacere il suo caffè col latte; il sole splendeva limpido, neppur un filo di aria turbava il sereno di quella bellissima e tepida giornata: prese il suo ombrellino e s'avviò sola verso le fonti. Era più ilare del solito e camminò senza fatica tutto quel tratto di via. Stette buona pezza seduta sul margine del bacino, che a quell'ora era affatto solitario. Attinse l'acqua salutare proprio dove limpida come argento liquefatto zampilla dal terreno, bevette, e si rinfrescò con essa il volto e le mani. Godeva diguazzare, e cogliere i sassolini ch'ella copre di zolfo a guisa di candida peluria. Godeva seguire cogli occhi le mille giravolte del ruscelletto, e udirne il lene mormorío. I suoi pensieri erano lieti come la brezza leggera che vien giù colle acque della But, come l'effluvio che a lei mandavano i fiori de' circonvicini pratelli. Giù per la riva di Arta vide discendere alcun che di bruno; le parve persona che ivi dirigesse il passo, e come disturbata surse per isfuggirla. — Vi sono momenti nei quali si sta così bene soli! Si sente come un bisogno di abbandonarsi interamente all'aria e alla terra che ne circonda: i nostri pensieri, i nostri affetti ci corrono sulla faccia, e i più reconditi secreti dell'anima, come l'immagine nel vetro, vi si dipingono tanto nudi che lo sguardo anche di un caro sarebbe allora importuno. Massimina, quasi senza accorgersi, mosse verso il monte. Fosse il desiderio di sfuggire quell'incontro, o che il tepore della bella giornata e il bevere dell'acqua l'avessero rinfrancata, attraversò le ghiaie senza fatica, e saliva con coraggio il viottolo, e le pareva di averselo figurato assai più ripido di quel ch'era difatti. Giunse sul praticello, e nell'ombra degli abeti che gli fanno siepe sedette su di un sasso, e nascosta in quel verde contemplava la magnifica scena che le si apriva in cospetto. Piano, guardato da quel punto appariva evidentemente fabbricato su di un terreno d'alluvione. Dalle gole che s'internano tra la montagna del Cucco e quella che tutta sfranata gli sorge di rincontro e protende i grebbani della fronte come tanti denti di lupo, si precipita un'immensa congerie di materia calcare che forma i rialzi del villaggio, e abbasso con declivio più dolce la fertile campagna che si stende sino al torrente. Ivi la vegetazione è rigogliosa e l'occhio si posa volentieri su' rotondi e morbidi noci che qui e colà sorgono di mezzo ai seminati, e sul verde oscuro dei mille colossali abeti che a guisa di tende compariscono schierati sulla via di Paluzza e con bizzarra linea chiudono a settentrione il ridente dei campi. Massimina non poteva saziarsi di mirare, e l'orrido ossame del Cucco, che gigantesco s'inalza colle sue creste puntite sulle floride montagne del canale, le pareva una vecchia invidiosa che con occhio losco guardasse alla danza d'una compagnia di vergini. Intanto, la persona ch'ella aveva veduto scendere nel torrente, dalla riva di Arta giugneva alla fontana. Era una bionda contadina con sul dorso una gerla piena di bottiglie. La posò presso alla panca, poi cavatene alcune le sciacquava e le metteva in piedi sulle pietre del bacino. Vistasi sola, lasciò lì la gerla con tutte le bottiglie, e per la ghiaia si dirizzava quasi correndo al ponticello di Piano. Alla sega sotto il villaggio era in pronto una zattera, e Massimina distingueva benissimo cinque o sei uomini che si travagliavano per lanciarla, e udiva i colpi di martello e lo scassinare dei pali che le toglievano d'innanzi. Già erano montati due in punta, tre dietro, e coi remi ricurvi a guisa di falce stavano pronti per tenerla in mezzo e difenderla ed equilibrarla tra le rocce sporgenti e le cretaglie del ripido alveo. È liberata; vola come strale dall'arco giù per le acque rapidissime; vola, e i giovani han tutta abbandonata la persona sull'agile remo, e vedi le loro svelte figure delinearsi or sul verde dell'opposta riva, or sul bianco delle ghiaie. Giungono al ponte; a corpo morto si gettano boccone, passano, saltano in piedi e son di nuovo all'opra. Svoltavano uno degli angoli più pericolosi; per isfuggire un vortice che menava dritto in alcuni massi, le cui schiene acuminate sporgevano come punte di scure, tennero un po' troppo a mancina, e non videro una donna che lì proprio sotto la ripa stava lavando alcuni cenci. Era domenica, non immaginavano che fosse, ed ella, fidata nel dì festivo, non temeva le zattere. Quando se ne accorsero, non erano più in tempo di schivarla, e la pigliarono sotto colla gerla, col vassoio e con tutte le sue pezze. Quell'intoppo li portò di netto ad un'altra punta, il mezzo della zattera si sollevò, croccarono le travi, la furia della corrente terminò di squarciarla, e fatta in pezzi andò per lungo tratto battendo d'una riva nell'altra, finchè affatto disciolta correvano e travi e tavole come tante paglie per l'acqua. Giacomo fu il primo a salvarsi; spiccò un salto su d'un masso, e di là coll'aiuto del remo si lanciò sulle ghiaie. Due de' suoi compagni furono rotolati lunga pezza, finchè finalmente, arrampicandosi alle sponde, poterono anch'essi uscire; un altro diede colla fronte in un macigno, e disparve tingendo di sangue l'onda che lo travolse. Fu tratta viva a terra la donna, benchè mal concia da molte percosse; e l'ultimo, nel mezzo del fiume aggrappato ad un sasso, metteva tutta la sua forza per non cedere alle ondate, che gli si rompevano sul dorso. Gridavano: si tenesse fermo finchè potessero venirgli in aiuto; ma, o che le mani aggranchite più non reggessero allo sforzo, o che gli entrasse lusinga di poter solo salvarsi nuotando, si lasciò andare, e in un attimo fu gettato nello scoglio, e sfracellato. Al caso orribile alzarono un urlo i compagni, e Massimina spaventata, come se il suo accorrere avesse potuto aiutarli, scendeva in gran fretta, senza più ricordarsi della sua debile salute. Dall'altra parte, colle mani nei capegli e piangendo e gridando tornava di tutta corsa alla fontana anche la contadina che lì avea lasciato la gerla. Essa era in tale stato d'angoscia, che non s'accorse della signora, e inginocchiata sul fonte, mentre procacciava d'empiere i fiaschi, cogli occhi pieni di lagrime non vedeva che si facesse, e rompeva di continuo in questo singhiozzo:

— Oh Dio mio! Oh Dio mio!

— Quegl'infelici vi appartenevano? chiese Massimina.

— Oh no! diss'ella, cioè, sì signora.... Ah ch'egli s'è accoppato! L'han tratto fuori che non aveva più figura d'uomo. Vergine santissima! — e nascondeva il volto nelle mani.

Massimina piangeva con lei.

— Era festa quest'oggi! Dovevano rispettare la festa! Ah! che il cuore mel disse ieri sera quando venne a darmi l'ultimo addio. Ora: un d'essi accoppato.... quella donna rovinata.... ed egli? egli.... tutto perduto! — e tornava a chinar la fronte nelle palme.

— Or via poverina, non vi disperate così! e faceva di rialzarla, e quando l'ebbe seduta sulla panca, le s'assise dappresso, la teneva abbracciata, e piangevano insieme. Poi l'aiutò ad attignere e a collocare nella gerla le bottiglie, indi a caricarsene le spalle. Tornavano ad Arta, e strada facendo la fanciulla narrò alla pietosa signora tutti i particolari della disgrazia. Per dare un ultimo addio a Giacomo, alzatasi prima dell'alba, ella aveva pregato un'altra ragazza facesse per lei in quella mattina il servigio della casa, e in cambio era venuta ad attignere quei fiaschi per alcuni ammalati di Tolmezzo, e così vederlo partire. Poveretta! Fu spettatrice invece dell'orribile disastro che toglieva a lui due de' suoi compagni, tutto il suo avere, ed ogni speranza per sempre ad entrambi.

Ad Arta, Rosa immersa nell'angoscia continuò la lunga sua via, e Massimina commossa, conturbata entrò nell'albergo, salì le scale, si chiuse nella sua camera, e rifiutò di lasciarsi vedere per tutto il restante del giorno.

IX.

Oramai la maggior parte dei forastieri, che erano in Carnia per le acque, pensavano a partire, e la madre di Massimina riceveva ogni giorno visite, or dall'uno or dall'altro, che prima d'andarsene venivano a salutarla. Contenti quasi tutti di quell'aria balsamica e di quelle fonti veramente prodigiose, coll'aspetto della salute e colla loro allegria crescevano a lei il rammarico del poco o quasi nessuno profitto della sua povera figlietta. Fra gli altri, chi più le destava invidia, era un giovine di sedici anni venuto lì in Arta dopo di lei, e in sì miserabile stato, che il dottore credette prudenza consigliarlo a non voler neanche tentar quelle acque, che per la loro troppa efficacia potevano riescirgli fatali. Ma egli, a cui tutti i rimedi erano fino allora tornati vani, si ostinò alla prova di quest'ultimo, e contro ogni aspettazione cominciò a migliorare. Aveva racquistato il sonno e l'appetito, i suoi occhi impietriti s'erano svegliati, e quando prima di ripatriare venne a riverire la signora, le sue guance rifiorite promettevano in breve perfetta la guarigione. Quanta gioia per i suoi genitori nel rivederlo così mutato! Lo avevano mandato tra quei monti esile, moribondo, forse senza neanche speranza di riabbracciarlo, e tornava come una bella rosa rinfrescata dalla rugiada. Ella invece tra pochi giorni avrebbe ricondotta al padre la sua Massimina più pallida di prima, col dolore di non aver più nulla a tentare, e nella sola aspettazione di vederla soccombere. Infatti la fanciulla da alcuni giorni era tornata a tutti i suoi soliti patimenti. Stava quasi sempre chiusa in camera, e nel suo malinconico silenzio pareva dimandasse di partire per rivedere ancora una volta il suo paese, e morire tra le braccia de' suoi. L'aria della montagna aveva cominciato a farsi rigida e la mattina e la sera non permetteva più di uscire, senza molto riparo di vesti. Anche le acque diventate fredde piombavano sullo stomaco come una massa di pietra, e Massimina da due giorni ricusava di beverne. Allora la madre a malincuore, come chi si vede costretto a rinunziare a speranza lungamente vagheggiata, risolse di ritornarsene a casa. La sera, in presenza della fanciulla, ordinò al padrone dell'albergo una carrozza per portarsi in un villaggio vicino a far visita di congedo a una buona signora del paese, sua antica conoscenza, che, durante la loro dimora in Arta, era stata più volte a farle cortese compagnia. Parve che Massimina accogliesse con piacere questa gita; ma nel dimani mattina ella stava così male, aveva tanto tossito tutta la notte, era sì pallida ed abbattuta, che la madre non osò neppur proporle di accompagnarla. Col cuore raggruppato baciò in fronte la sua povera creatura, e si mise in carrozza quasi piangendo. Rimasta sola Massimina, si chiuse nella sua camera, aprì l'armadio e cominciò a cavarne vestiti, biancheria, libri e a tutto disporre per la partenza. Ma era così svogliata! Ogni qual tratto si sedeva, affisava languida languida il pavimento, e colle mani abbandonate in grembo stava lunga pezza come assorta in tristi pensieri. Poi di nuovo tornava in traccia or di quest'oggetto, or di quello, e li apparecchiava in fila sul letto, perchè la Marietta trovasse più facile l'allestire i bauli. Aprì la sua cassettina da lavoro, riordinava gomitoli, forbici, ditale, metteva a suo luogo quei mille nonnulla indispensabili alla donna, quando le venne tra le mani la busta delle sue gioie: sorrise d'averla portata lì in Carnia, indi pensierosa tornò ad assidersi, e guardava la sua bella collana, gli orecchini, le smaniglie. Era ancora in semplice sottanino, e sulle spalle per ripararsi dal freddo aveva gettato una mantiglia color grigio perla che in altri tempi le avea servito per uscire dal ballo, e che ora disusata strapazzava per camera. Tornò col pensiero a quando per la prima volta, adorna di quelle gioie, ella lasciava la festa coperta da quella stessa mantiglia allora elegante. Col gomito posato sul tavolo velava colle dita bianchissime gli occhi semichiusi, e le sue labbra abbandonate ad un lieve sorriso, e la sua mesta fronte inchinata, da cui scendevano in vago disordine i lunghi capelli non ancora pettinati, le davano sembianza d'una delle Malinconie di Natale Schiavoni. Rifaceva colla memoria tutti i pensieri di quella sera. Sul primo fiore degli anni, elegantemente abbigliata, ella aveva danzato e sorriso: mille sguardi di ammirazione l'avevano dolcemente applaudita, s'era sentita bella, e il suo cuore di fanciulla aveva balzato di emozioni ignote in allora, ma così vive e soavi, che col solo ricordarsene ne sentiva ancora l'oscillazione. Quando assisa nel suo cocchio ella tornava a casa per la notte stellata, la sua anima piena di vita si slanciava nell'avvenire con più impeto di quello con cui i suoi giovani cavalli divoravano la via. Erano passati tre anni. Quante illusioni svanite in sì breve spazio di tempo! Oramai una alla volta l'erano morte in cuore tutte le speranze della giovanezza. A que' bei sogni dorati era successo il disinganno; pochi passi lontana dal sepolcro, ella quasi vi si gettava contenta per riposare dall'aspra via a cui la sorte l'avea condannata. Surse, e meccanicamente si cinse al collo i diamanti e poi serrò sui polsi i manigli: le andavano larghi. Alzò il braccio, e si guardava quella mano pallida e quasi trasparente che pareva di cera. Si affacciò allo specchio. Oh come cangiata! Le sembrava d'esser appena l'ombra di sè stessa. Si posò la destra sul cuore, e mentre ne contava i palpiti pensò: tra poco dormiremo! E s'immaginava d'esser distesa sul suo letto di morte, attorniata da' suoi cari, e di ordinare che le mettessero intorno quelle gioie a cui stavano legate tante memorie della sua vita passata, e pensava l'ultimo addio, e le lagrime della sua povera madre.... Ma già in questo mondo ella pativa troppo! e dinanzi al trono di Dio avrebbe tanto pregato per lei, che la si sarebbe finalmente racconsolata. E continuava colla mesta fantasia a figurarsi la pompa funebre, il canto freddo e posato dei sacerdoti, tanti volti sconosciuti, che sarebbero venuti a vederla, tanti di persone amate, e allora indifferenti.... e le passavano dinanzi tutte le fisonomie di cui si ricordava, e per caso anche quella della giovane contadina al cui dolore pochi giorni prima ella aveva tanto compatito. Pensò: Anch'essa così giovane e così infelice! Come lampo improvviso le si affacciò allora un'idea. Non avrebb'ella potuto rimediare alla disgrazia da cui era stata colpita? fare la felicità di due poveri sfortunati?.... assumere per essi le veci della Provvidenza?... per quei pochi giorni che ancora le restavano, privarsi d'una memoria anche cara, e donare ad altri quel bene ch'ella non potea più godere? Ah sì! Consolare quelle due afflitte creature, aprir loro i tesori dell'amore, vivere benedetta nella loro memoria, le parve in quel momento gioia tale da compensare le molte sue lacrime! Prese un foglio di carta, e scrisse rapidissima una letterina al dottore che diceva così:


«Mi preme di parlar con voi. Fatemi la cortesia di venir subito. — Massimina.»


Poi chiamò la Marietta, le diede il foglio, e le disse di tornar a vestirla e pettinarla. Il dottore appena l'ebbe in mano che ravvisò i caratteri, e l'aprì involontariamente agitato. Che mai poteva volere?... Prese il cappello, e fantasticando si mise sulla via di Arta. Arrivò all'albergo.

— La signorina vi aspetta nella sua camera, — gli disse Marietta tosto che lo vide, e gli fece balzare il cuore con un tremito di cui non sapeva rendersi conto. Trovò Massimina seduta sul sofà. Vestiva un semplice accappatoio a fondo bianco, chiuso con nodi rosati. Era assai sparuta, e in mezzo al suo visibile soffrire lo salutò con un lieto sorriso, e nella sua gratitudine gli rivolse uno sguardo pieno d'affetto, ma così puro e così giovanile, ch'ei non potè a meno di non paragonarla a un di que' freschi germogli, che sul finire d'ottobre mette talvolta il rosaio, la cui fragile e dilicata tessitura e il verde malaticcio ci richiamano con un mesto desiderio alla stagione che passa.

— Perdonate, dottore, diss'ella, se ho ardito disturbarvi. Ma voi mi sembrate così buono.... e mi avete inspirato tanta confidenza....

— Se fosse vero!... Se io potessi in qualche maniera esservi utile....

— Anzi voi solo.... E continuava con una specie di timidezza, che suo malgrado le colorava le guance.

— Ho approfittato di questo momento che la mamma è fuori....

Il dottore, che pieno delle sue idee era già assai innanzi, e credeva di capir la cose a mezz'aria, appressò la sedia, e fisandola con rispettoso affetto:

— Gli è un pezzo, disse, che io vi osservo.... Le mie cognizioni sono scarse, Madamigella, ma l'interesse che voi mi destate!... Se voi voleste accettarmi per vostro amico, e come a tale aprirmi il vostro cuore.... dirmi tutti i vostri patimenti.... Credete: il morale ha grande influenza sul fisico.... e io non sono di quelli che prescrivono di dimenticare. Vi sono dei dolori che l'anima non può dimenticare! e l'ostinarsi a chiuderli dentro di noi, lungi dall'esser rimedio, è rovina: giova invece confidarli all'amicizia, trovar chi sappia piangere con noi....

La povera fanciulla s'era fatta bianca bianca, teneva chinati gli occhi, e avrebbe voluto poter troncare un discorso ch'ella aveva bene involontariamente provocato, e che a guisa di ferro in piaga ancora aperta le rincrudiva il patire. Quando credette di poter parlare, senza che le sgorgassero le lacrime:

— Non si tratta di me, disse con un suono di voce che aveva del mesto e del rassegnato insieme. In quanto a me, credo già fissa la mia sorte, nè se anche il potessi, vorrei cangiarla.... Oh no, no! Io ho già compíta la mia carriera. L'arte vostra potrebbe forse restituirmi la vita.... ma, a che mi varrebbe senza le dolci illusioni che la fanno bella?

Scosse la testa, come se volesse scacciarne qualche pensiero, poi ricomponendosi:

— Vedete dottore, io vi ho chiamato qui, soggiunse, perchè mi aiutiate a procurarmi un piacere.... Un piacere che mi compensa dei mali che soffro.... — e titubando girava tra le mani la busta delle gioie. — Voi avete salvato la vita a una bella ragazza di questo paese, che io ho poi veduta l'altro giorno assai misera....

— La fidanzata, interruppe il dottore, di quel disgraziato che ha perduto domenica?...

— Sì, la Rosa. In quel giorno abbiamo fatto amicizia insieme. Queste gioie io non le porterò più.... Avevo pensato che me ne adornassero quando sarò morta, ma è meglio che servano alla felicità di quei due poveri giovani.... Pregheranno per me!....

— E vorreste?...

— Ch'essi godano quel bene che io non posso.

— Oh signora! sclamò il dottore, e nell'impeto della sua ammirazione allungava la mano per prendere una delle sue e baciargliela.

— Tenetemi il segreto, gli disse la fanciulla mettendogli in pugno la busta, e ricordatevi che vi siete profferto d'essermi amico!

E alzatasi si ritirava nella cameretta contigua.

L'indomani il dottore colla Rosa e con Giacomo tornava ad Arta per presentarli alla loro benefattrice. I due giovani erano fuori di sè per la gioia, e non vedevano l'ora di gettarsi a' piedi dell'angelo celeste, che senza conoscerli aveva loro fatto tanto bene. Giunsero all'albergo, chiesero di lei.... Era partita da due ore. Rivolti verso il Friuli piangevano e pregavano, e il Signore li avrà certamente ascoltati.

II. PRETE POCO, BIOGRAFIA.

Pre-poco, così chiamavasi per dileggio un povero prete che visse cinquanta e più anni nella nostra parrocchia, una creatura che pareva nata per essere il paria della società, tant'era il disprezzo di cui fu colmato tutto il tempo della lunga sua vita. Sono ora due anni ch'egli riposa nel cimitero, e sarebbe difficile trovare il suo tumulo, ch'egli non ha lasciato alcuno che lo bagnasse di lagrime, o che vi spargesse un fiore od una preghiera. Visse non consolato d'amicizia nessuna, nè lasciò eredità di affetti. Ho visitata per caso la piccola cameruccia ch'egli abitava. Chiusa tra quelle quattro mura come in una scatola di pietra visse anni e anni un'anima, e pensava, e i suoi pensieri non sono caduti in nessun'altra anima: simili a ruscello che rientra in sè stesso, simili a favilla che si spegne in grembo alla stessa cenere dove fu accesa, essi sono nati e morti nel cranio di cotest'uomo senza che nessuno li scrutasse. Chi sa quali gioie romite, quai sogni, quai fantasmi ei vide dispiegarsi l'un dopo l'altro sulle brune pareti di questa povera cameretta! Chi sa quai dolori, e quante lacrime furono qui versate!

È una notte freddissima: dalle fessure degli usci e dalle impòste delle finestre s'ode un sibilo acuto: è il vento di dicembre che turbinando percorre la nuda campagna e a grandi ondate viene a rompersi nelle muraglie. Mi sono svegliata, ho acceso il lume e in queste ore di solitudine e di sonno il pensiero mi dipinge la vita di questo povero prete. Nel rammemorarlo e investigarne le azioni e gli affetti, nel rintracciare, per così dire, il solco leggiero ch'egli ha lasciato su questa terra dalla quale scomparve, io provo una specie di piacere. La nostra anima gode nel contemplare le opere del Creatore; e sia che fermiamo lo sguardo sovra gli animali, sulle piante, sulle reliquie del passato, o sovra noi stessi, ci disfavillano da per tutto i raggi della sua sapienza; e colui che ritrasse nel marmo una fanciullina che raccolte sulla spiaggia del mare alcune conchiglie ne appressa una all'udito come in atto di spiarne la tenuissima vita, ci ha dato un'idea giusta di questa secreta compiacenza che emana dall'osservazione. Mentre seduta sul mio letto io sto qui delineando questa specie di bizzarra biografia, è facile che nessuna altr'anima si ricordi di lui. Eppure per più di cinquant'anni fu veduto invariabilmente intervenire alle sacre funzioni. Sempre nello stesso posto, cogli stessi arredi, questa figura singolare era l'ultima fra i ministri della Chiesa, e portava senza mai alterare la sua pacata fisonomia il disprezzo di che veniva continuamente caricato. Quand'io dopo sette anni di assenza ritornava dal collegio, trovai mutato il parroco, altri gli accoliti; le fanciulline mie coetanee, abbandonati i banchi della dottrina, sparse per la chiesa come tanti bei fiori già sbocciati, od altre in lor vece le cui fisonomie non aveva più mai vedute, e mille volti nuovi, e que' che brillavan per giovinezza già appassiti, ed altri dispersi, e tutta quasi la popolazione cangiata. Solo quest'uomo era rimasto immobile al suo posto. Sette anni volati sul suo capo non avevano fatto che leggermente più pallida la sua faccia, e più bianchi i suoi radi capelli, e un po' più grigia la sua vecchia sottana. Pareva che il tempo avesse solamente scolorata la forma, del resto come i pilastri dell'altare, come le statue che ne lo adornano, fra tanti rivolgimenti egli era ancora lo stesso. Vestito della còtta più gualcita e più povera, sia che uscisse dalla sacristia portando l'incensiere, o che a piedi dell'altare inginocchiato servisse la Messa, o che dopo la funzione dietro la turba dei preti attraversasse la navata di mezzo, i suoi occhi continuamente avvallati non guardavano che la terra, o, per meglio dire, pareva che immobili a tutti gli oggetti circostanti non avessero più la forza di accorne l'immagine. Anche la sua voce era in disaccordo cogli altri suoni come quella di un sordo per cui tutta la natura è muta. Quando nei vespri della Domenica cantava, al suo solito, l'ultima delle Antifone, le parole rotte, ineguali e in un accento come straniero, parevano il suono di una campana appesa a sterminata altezza a cui un vento furioso rapisce la voce appena creata. Avresti detto che dinanzi alla mente di quell'uomo stava fitta una memoria di altri luoghi, e di altri tempi, e che alle sue orecchie suonavano altre armonie, per cui era impotente a mettersi all'unisono della realtà che lo circondava. Era come l'assetato di Dante che in mezzo ai tormenti dell'inferno vedeva continuo i freschi pratelli e i rivoletti del Casentino. Ma quali esser potevano coteste memorie? Era venuto ad abitar qui fin dalla sua prima giovinezza, nè più mai dopo, che si sappia, uscì di parrocchia. Menava una vita precisamente di chiesa e casa. Un suo zio che gli aveva fatto il patrimonio, e che morì cappellano del villaggio, gli aveva lasciato in eredità alcuni campi e la casuccia dov'era la cameretta in cui dimorava. Nessuno gli prestò mai il minimo servigio. Viveva, come il più austero anacoreta, di erbaggi senza condire, o di qualche frutto, o di patate e di rape ch'egli solo abbrustolava sul suo picciolo caminetto. Nessuno gli vide mai in dosso un abito nuovo. Quelli che portava, erano di sì vecchia data e cotanto smontati di colore, che lo avresti preso per uno di quegli antichi ritratti dei nostri nonni, a cui il tempo ha rosicchiate le tinte. Dormiva su di un saccone di paglia, ed aveva un tal guanciale che meglio una pietra. Quella casuccia dov'egli abitava, è situata quasi dietro la chiesa nel vicolo più deserto e più melanconico del villaggio. Non vede quasi mai sole; e di questa stagione solamente dopo mezzo giorno, quando egli ha superato il culmine della chiesa, le getta una zona di luce che si rompe in angolo dall'ombra del campanile.

Io mi ricordo d'averlo veduto una volta che sedeva leggendo sul breve pianerottolo a cui appoggia la scala esterna di legno, che mette nella sua camera; aveva gli occhiali; scoperta la fronte: pareva che fosse profondamente assorto, non tanto nella lettura, come in qualche grande pensiero ch'ella gli avesse risvegliato; e nella sua faccia pallida, e nelle sue labbra semiaperte ed immobili v'era un senso di tranquillo dolore, come quello d'un uomo che ha ricevuto un gran torto di cui sdegna lagnarsi, o di chi tradito dalla fortuna senta morirsi in cuore una speranza lungamente vagheggiata. Mi par ancora di vedere in cima a quella rozza scaletta quella figura meditabonda, quell'ampio librone e il dolce riverbero del sole che dorava la muraglia. La fantasia me ne dipinge un quadro colla sottoscritta — annos eternos in mente habui.

La quaresima insegnava catechismo ai fanciulli, e anche via per l'anno nelle Domeniche dopo la messa parrocchiale addottrinava i più bamboli, assisteva immancabilmente a tutte le funzioni, eccetto a funerali ed a quelle dov'è annessa limosina; per altro, se moriva un mendico, era questo prete che sulla sua fossa pregava per carità. Non celebrava: e narravano che lo avesse fatto solo otto giorni quando fu consacrato sacerdote, e un'altra volta in un'epoca più tarda per condiscendere al parroco defunto, uomo di rara pietà e santa discrezione che fra noi ha lasciato una memoria ogni giorni più benedetta e più cara; ma poi fu veduto restituire la limosina ai devoti che gli avevano commesso il sacrificio, e quando si lasciò ridurre a nuovamente dir messa, si accostò all'altare tremando, patì tanto, e pianse, ed era così annichilito, che il buon parroco non glie ne parlò più mai, avendo compreso che era pena superiore alle sue forze. Talvolta il Giovedì santo s'accostava alla comunione cogli altri sacerdoti. Più sparuto del solito, egli veniva all'altare in atto così umile e così contrito, che non era possibile guardarlo senza sentirne commozione. Pareva che compreso della sua nullità si tenesse indegno d'appartenere al clero, o che la memoria gli rinfacciasse qualche gran colpa commessa, o che nel suo cuore ci fosse qualche tremenda passione cui non valevano a domare nè gli anni, nè li patimenti, nè la vita orribile a cui si era spontaneamente condannato. Presso il volgo, questo suo non dir messa, e non essere mai progredito d'un passo nella carriera sacerdotale, gli valeva dispregio: aggiungi che la gente giudica spesso dall'esterno anche la capacità morale; ed egli esile e meschino della persona, vestito all'antica, di panni scolorati, con un rancido cappello ch'era sempre lo stesso, senza amici od aderenze di sorta, si era guadagnato il soprannome di Pre-poco, e veniva pubblicamente canzonato, e la sua vita austera si diceva sordida avarizia, e nessuno si faceva scrupolo di deriderlo e recargli molestia. Dopo la morte del parroco suo protettore, questi dispregi crebbero a tale, ch'ei più non comparve in canonica nei giorni d'invito al clero, come soleva per lo innanzi. Forse ch'egli comprese, che la sua età avanzata, il suo silenzio, la sua costante malinconia lo rendevano esoso, e potevano turbare il lieto umore degli altri; e visse più solitario e più ritirato. Vi fu perfino chi negli ultimi suoi anni, quando perduto ogni vigore, infermiccio e cadente strascinavasi a stento alla chiesa, e il tremolante suo capo pareva implorare il riposo del sepolcro, vi fu chi ardì deriderlo in un'oscena canzone, che cantavasi per le vie, e forse ferì le orecchie del vecchio moribondo. Questa fu l'ultima goccia del tremendo suo calice! e allora che disteso sulla paglia del suo miserabile giaciglio chiese di venir consolato da quel Signore ch'è padre anche degli sfortunati, fu visto raccogliere tutte le sue forze per inginocchiarsi a riceverlo, e stese la mano a' suoi offensori, e pregò pace e perdono a tutti i fratelli; quella pace e quel perdono che a lui gli uomini non concessero. Oh! se quel tale avesse meco visitata la sua cameretta pochi giorni dopo la sua morte, ed avesse letto sulla sua scrivania, tra le pagine d'una vecchia bibbia che appariva in più luoghi logorata, questa nota scritta di suo pugno fin dagli anni suoi giovanili, come rilevasi dalla data 1784!


«Per guarire....

»Alzarmi invariabilmente ogni giorno alle quattro del mattino:

»Recitare l'Uffizio, leggere un capo del Kempis, poi due ore di meditazione, indi in Chiesa ad assistere alla Santa Messa.

»Nei giorni che non si fa dottrina, e il tempo che avanza dalle funzioni sacre occuparmi in qualche lettura divota.

»Dopo pranzo studiare la bibbia, poi di nuovo due ore di meditazione.

»La sera leggere in ginocchio sino alle dieci.

»A mezza notte alzarmi per recitare i salmi e piangere a' piedi del Crocifisso.»


Oh! se avesse veduto dinanzi al suo oratorio logorato il suolo a forza di starvi inginocchiato, e cangiato il colore del tavolino su cui era piantata la croce dalle tante lacrime versate, e avesse pensato un momento all'anima che visse lì sepolta cinquanta e più anni, e lottò tutto quel tempo contro un pensiero od un affetto che doveva essere più potente della sua volontà.... oh! invece di deriderlo, l'avrebbe facilmente compianto! Negli scaffali della sua libreria v'erano molte opere de' Santi Padri, v'era la Somma dell'Angelico, le Confessioni di Sant'Agostino, v'era un piccolo libercoletto tutto sdrucito, la Lettera di San Girolamo a Nepoziano. Vidi un libro di conti dove appariva che tutti i suoi risparmi servirono ad estinguere un debito incontrato dallo zio per mantenerlo nel collegio de' Somaschi a Cividale, e per costituirgli il patrimonio. Pochi giorni prima della sua morte, si parlava in paese di un lascito alla Compagnia di Gesù, per cui diventava probabile che se ne erigesse in Cividale una Casa; e sul suo oratorio era spiegata una copia della famosa bolla di Clemente XIV.

V'era in più luoghi di suo pugno sul muro inciso il nome di Premariaco villaggio del quale egli era oriundo. Ciò mi fece venir l'idea di visitarlo. Partii sull'alba della mattina susseguente. Attraversava le liete prateríe che si stendono all'oriente delle colline di Buttrio, udiva il fremito del Nadisone che le taglia, senza poter vederne le acque, chè l'alveo scende lì assai profondo e le rive gremite di erba dinanzi alla vista si uniscono e fanno tutta una spianata. Il villaggio è ameno per molta verzura, e per le tante selvette di pioppi che fanno argine alle acque. Due passi fuori dell'abitato sta un piccolo ponte eretto su due macigni che si sporgono incontro, e tra cui sepolto come in un abisso, passa mugghiando con grand'impeto tutto il torrente. Ei viene dall'antica Cividale dritto come freccia. Presso Premariaco si frange ad un creto, s'allarga e forma una spezie d'oasi di ghiaja minutissima che fa parer più verdi le macchie dei giunchi silvestri, e dei saliceti onde è cinta; poi fatto un angolo acuto e tutto in sè ristretto, si precipita sotto il ponte e si perde in mille zampilli tra un'immensa congerie di cretaglia ch'egli ha smosso dalle sponde e che per lungo tratto ingombra il suo letto. Que' grebbani si dispiegano alla vista in forme svariate e bizzarre. Surgono alcuni in piramide, altri pendenti dalle rive paiono pronti a precipitare: ve n'ha di piatti, pensili sull'onda sotto cui s'interna ampio cavo che pare una grotta, altri, piombati nel mezzo, fanno isolette su cui vive ancora qualche annosa pioppa che nella caduta s'è piegata e con parte dei rami lambe la corrente. Uno ve n'è nel bel mezzo che s'erge come campanile ed ha la testa forata, e sulla pigna cresce un virgulto; altri tutti nudi ed irti di punte stanno accavalciati ed infranti, e le acque chiuse nel loro grembo formano pozzi che dal cupo verdastro giudichi profondissimi. I nativi chiamano questo luogo Businot, nome che in friulano indica l'assordante fragore che manda, e i qui nutriti hanno nella loro pronunzia alcun che dell'aspro di cotesto fragore. Pre-poco ne conservò l'accento fino alla morte. Non gli valse a dimenticarlo nè la lunga dimora in Coteggio, nè la vita menata tutta fuori di patria. Quest'uomo che qui ha passato gli anni della sua prima gioventù, che avrà mille volte errato a diporto su coteste rive e custodito il gregge pei pratelli che le inghirlandano, che nella sua oscura cameretta su tutte le pareti ne segnava il nome, facilmente doveva aversele sempre dinanzi. Qui forse egli gustò qualche rapida gioia che gli si volse in lutto dall'ambizione di chi gli strappò di mano la verga per sostituirgli la penna. Guardando dal ponte l'umile casuccia dov'egli nacque, pensai alle speranze tradite de' suoi poveri genitori. Era figlio unico. — Avranno raggranellato tutti i loro risparmi per unirli a quelli dello zio, e farne un giorno o l'altro un bravo piovano presso cui trarne nell'opulenza gli ultimi loro anni. Donna Tomasa sua madre chi sa quanti bei sogni avrà fatto, quando sel vide la prima volta dinanzi vestito degli abiti clericali! Doveva essere stata un'epoca, nella quale questo povero prete tanto disprezzato brillava per leggiadria e lindura, e forse anche per acutezza d'ingegno. Rivelavano il primo le stesse sdruscite sue vesti non mai rinnovate, poichè faceva d'uopo che fosse assai ricco il suo mobile, se durò quasi sessant'anni; in quanto al secondo, nato contadino fu posto in un collegio rinomato, disse messa giovanissimo, e i libri che leggeva bastano a farci comprendere che la sua mente doveva valere alcun che di più dello zero. Una catastrofe successe in quest'anima che tarpò tutti i suoi voli, e la ridusse ad aspettare la fine senza più fare un passo nella vita.

Vi sono degli uomini che sanno vivere a seconda degli eventi, che cangiano amici ed opinioni colla stessa facilità con cui si cangia di camicia; degli uomini che tengono schiava la fortuna, e che in ogni posto del mondo sanno crearsi un Eden che li circonda di beni; ma ve n'ha anche degli altri il cuore dei quali una volta piagato non guarisce più mai, e per cui un affetto è come un destino. Il mondo li chiama pazzi. Questa parola toglie di più vederne i patimenti, ed è come la pietra che si getta in bocca al sepolcro e che nasconde il cadavere. Forse il mondo ha ragione, ma mi perdonerà, se io li compiango.

III. LA NIPOTE DEL PARROCO.

Se tu avessi visitato nel 18... il villaggio di B***, una figura singolare ti colpiva. Era una giovinetta di diciotto anni, di civile condizione, che rimasta orfana, viveva coll'unico suo parente, il venerando parroco di B***. Ei l'aveva raccolta fin dagli anni più teneri, ed affezionatosi alla fragile creatura, non aveva potuto distaccarsene neppure in vista di procurarle un'educazione più adatta al suo sesso ed alla sua nascita. Sacerdote interamente dedicato ai doveri del suo ministero, in una campagna abitata da soli contadini, se ne eccettui le due o tre famiglie signorili che venivano a far vendemmia a B*** o in quei dintorni, come poteva egli intendere all'educazione d'una fanciulletta? Le insegnò a leggere, a scrivere, qualche regola di morale, qualcuna di economia: del resto ella filava, o cuciva grossolanamente una camicia. Non sapeva di trapunti, non di musica, e tranne l'animo gentile per natura, e fatto più gentile dalle scelte pagine che lo nutrivano, la sua educazione era affatto semplice, anzi quasi contadinesca. L'autunno, in grazia dello zio, uomo venerando, la cui memoria dura ancora in benedizione, veniva ammessa nelle famiglie dei signori. Que' due mesi, in cui ella godeva della società, era accarezzata dalle dame, saggiava i modi cittadineschi, partecipava alla musica, alle danze, ai conviti, alle partite di piacere, non erano i più belli del suo anno. In que' due mesi era costretta a rinunziare a tutte le sue gradite consuetudini: mille catene suo malgrado la costringevano, ed i piaceri che in cambio le si offerivano, non valevano per lei la vita solitaria sì, ma liberissima a cui era avvezza. Aggiugni, che il suo amor proprio restava spesso offeso dall'orgoglio con che quelle signore spiegavano a lei dinanzi tutta la pompa delle loro mode. Ella vestita di semplice tela, ella coi capegli costantemente ad una foggia annodati, senza gioielli, adorna solo di qualche fiore campestre, ignara dei modi e delle gentili costumanze del vivere cittadino, in que' convegni era straniera, era come un fiore di prato posto a morire nella calda serra dove fiorisce la pomposa camelia. Non le cadde però mai in pensiero d'imitare le fogge in che brillavano quelle galanti damine, contentavasi della vesticciuola fina, ch'ella stessa aveva filato, e del suo rozzo cappellino di paglia. Eppure quella figura sì umile non era la meno interessante del crocchio. Tuo malgrado fra tante belle donne ti si fermava involontario lo sguardo su quella giovine testa così semplice, e nello stesso tempo così affettuosa. Orfana dai primi anni, avvezza al dolore, malaticcia, la sua fisonomia aveva un non so che di malinconico, e il candore della sua pelle faceva aggradevole contrasto colla nerezza delle sue chiome e co' suoi grandi occhi pensosi. Ma non era in una stanza riccamente addobbata, non era tra gli specchi, e i mobili eleganti, e i fiori, e le seriche cortine, che bisognava vedere Adelina. La solitudine dei campi, e la rusticità d'una capanna facevano più adeguata cornice a quest'ingenua figura. Bisognava vederla nella canonica dello zio quando riceveva le visite dei curati dei contorni, e faceva gli onori della casa. Lì era a suo agio; lieta del piacere che sentiva il buon vecchio nell'essere visitato da' suoi amici, la vedevi far loro accoglienza co' modi i più schietti e i più cortesi. Lì presentava della bottiglia, faceva colle sue mani un caffè così fresco ed aromatico, ch'era passato in proverbio. Bisognava vederla quando, partiti i signori, sedeva in fila colle giovani contadine al chiaro della luna, e con quelle sue mani picciolette filava, filava un lino, le cui finissime agugliate non avevano pari. Talor cantava in coro le villotte del paese, e fra tutte quelle voci argentine distinguevasi la sua per una tinta di soave malinconia ch'era anche ne' suoi sguardi, nel pallor della sua fronte, nell'espressione delle labbra, in tutti i suoi moti. Bisognava vederla, quando, raccolti i lembi della leggera sua gonna, errava pei campi scegliendo erbette salubri ed odorosi funghi, e quando armata d'una canna, alla cui estremità faceva rete candido velo, inseguiva pei prati le mille farfallette di che va ricca la nostra primavera. Ma se poi l'avessi veduta sul fare dell'alba ritornare dall'aver visitato un vecchio mendico, o un qualche malato in lontano casolare, oh allora bisognava confessare, che anche Adelina era bella! Ella soleva levarsi assai per tempo, spillava una botticella di limpido cividino, o di vecchio piccolit, metteva la bottiglia in un suo forzierino, vi aggiungeva alcune picce di candido pane, talvolta dello zucchero, del caffè, od altre siffatte provvigioni, e postosi in capo il suo leggiadro cappellino, ed impugnata una verghetta, via pei campi lesta lesta, e solitaria arrivava alla capannuccia del misero, come l'angelo consolatore, e prima che fosse surto il sole era già di ritorno. Molti anni dipoi i contadini di quei contorni narravano ancora mille di questi tratti. Ma dov'era allora la buona fanciulla? Sposa fortunata, e madre di figli amabili come lei, godeva ella forse il premio dovuto al suo cuore pietoso? Nessun lo sapeva. Da quel paese era disparsa; e solo durava la memoria di lei, come la fragranza del garofano che una mano indiscreta recise, come il raggio che fa bionda la neve delle nostre montagne molte ore dopo che il sole è tramontato....

IV. IL REFRATTARIO.

Mancava un'ora al levare del sole, e sulle ghiaie del torrente dietro i colli di Oleis, spuntava un giovanotto avvolto in uno oscuro pastrano col cappello calcato sugli occhi, guardingo e quasi sospettoso. Era gonfio il torrente, la barca legata all'altra riva, deserto il paese. Ei fisò il guardo sulle rovine del castello dei conti di Manzano che di là dalle acque gli sorgevano di faccia sulla prima delle fertili colline che da settentrione a levante chiudono la bella vallata di B***. Vide le creste dei negri murazzi che incominciavano a rosseggiare, tornò indietro, e con rapidi passi rasentava il torrente fin là dov'ei freme profondissimo fra due muraglie d'indomabil cretaglia. Evvi un sito dove le sponde han franato, e l'un sull'altro in immensa congerie giacciono i sassi e riempiono il letto sicchè da lungi odi il fragor dell'onda adirata. Ivi ei discende, e saltando d'un masso in un altro passa il torrente: poi di nuovo si dirige verso le colline, e par che ne fisi una, che sorge di mezzo ed ha la cima coronata di pini. A misura ch'ei s'avanza, il suo passo diventa più ratto, la sua fisonomia più serena. Giunto in vetta a quel colle siede un istante vòlto all'oriente, e contempla lo spettacolo d'un'aurora del nostro paese. Oh come bella a lui dinanzi si spande la feconda pianura! Cento villaggi tra quel verde arridono al primo raggio del sole. Era nel principio di primavera, e i campi seminati a frumento parevano tappeti di morbido velluto a cui facevano frangia i filari delle viti e i mori che cominciavano allora a mettere lungo i nitidi rami que' lor fiocchi di foglia, il cui verde allegro e stillante di rugiada guardato di contro al sole nascente, dava sembianza ad ogni albero di un velo sparso a mazzolini di dorato ricamo. Egli stette buona pezza fiso in quella prospettiva, poi surse e s'avviò verso una casuccia che sorgeva a metà del declivio dov'erano più folte le viti, e dove parea più fertile il suolo. Stava per entrare e già alzava la rustica porta del cortile, quando percosso da contrario pensiero tornò piano piano a posarla sul palo biforcato che faceva da stipite, e si ritrasse guardingo, e si nascose dietro una siepe vicina donde vedeva il fonte a cui sogliono attignere i colligiani di que' contorni. Da lì a pochi minuti usciva dal casolare una giovinotta ben tarchiata e ridente, e cantarellando e dondolando sulle spalle le secchie, avviavasi al fonte. Ei le tenne dietro, e quando chinavasi per attignere:

— Bondì, Nencia, gridò, che fa mio padre? — La fanciulla spaurita diè un grido, e rossa rossa fisavalo, e non sapeva ravvisarlo.

— Tu dovresti essere la Nencia, continuò egli, parmi riconoscerti alla fisonomia; ma, mio Dio, come se' cresciuta e diventata bella! Quand'io partiva da casa eri così piccina!

— Sareste Giovanni? diss'ella, e lo guardava maravigliata.

— Ma sì, Nencia mia, sono il fratel tuo, sono Giovanni, e vengo alle tue nozze. L'ho saputo, or saranno un quindici dì, che sposi Meni il nostro vicino; e all'udirvi nominare m'è venuto in cuore un tal desiderio di abbracciarvi e di rivedere il mio paese, che ho tosto fermato di voler essere anch'io a coteste nozze, se credessi che nel dimani mi mozzassero il capo. Or di', si può entrare in casa?

— Entrate pure, entrate liberamente, non vi sono che i vecchi; — e lasciate sul margine della fontana le secchie, corse tutta giuliva a portare in casa la lieta notizia. Uscirono i due vecchi ad abbracciare il loro primogenito, e la fanciulla corse giù pel colle a chiamare i fratelli e la cognata ch'erano già pe' campi. Ei mancava da otto anni, erano otto anni che quei poveri vecchi piangevano perduto il loro amato figliuolo! Sulla canuta lor fronte ei vedeva scritti a caratteri tremendi questi otto anni di dolore a cui li aveva condannati. Oh se avesse saputo rassegnarsi ai voleri del cielo! Ora egli avrebbe potuto ottenere il suo congedo e ritornerebbe in famiglia contento, coll'anima quieta a scegliersi una compagna, e sostenere la vecchiaia dei suoi cadenti genitori. Invece non era che un esule perseguitato dalla giustizia. Questi otto anni di aborrito servigio militare, per fuggire i quali aveva lasciato la patria e ogni cosa amata, ora si prolungavano su tutta la sua esistenza. Non aveva voluto essere soggetto per un'epoca determinata, e lo era diventato per fin che viveva! Entrò in casa, e nel rivedere gli oggetti compagni della sua fanciullezza, dei soli anni che avea passato felici, gli si strinse il cuore. Indarno per togliersi a quella potente commozione interrogava delle nozze della sorella. Dovevano celebrarsi nel posdimani, egli era venuto a tal fine. Nel luogo del suo esilio un mercatante di buoi che ne aveva venduti un paio a suo padre, senza saperlo, così chiacchierando gliene aveva data la notizia. Sola notizia dei suoi che dopo la sua fuga fosse giunta sino a lui! Aveva chiesto del padre, della madre, dei fratelli, degli amici, della patria; e all'udire quei cari nomi, sentì risvegliarsi in cuore tutto l'affetto che loro portava, e risolse rivederli, riabbracciarli, respirare anche una volta l'aria del suo paese; e venne alle nozze di Nencia. Ma la sua situazione era tale, ch'ei non poteva nè accompagnarla all'altare, nè sedersi co' suoi cari alla mensa. Doveva contentarsi di godere di soppiatto per qualche momento la loro compagnia in qualche angolo e separato dagli altri. Non potè fidarsi neppure di rimaner lì in cucina. Sua sorella postasi sulla porta del cortile faceva la guardia; ma lo spavento dei vecchi ad ogni entrare di qualcheduno, spavento che indarno cercavano dissimulare, era indizio troppo pericoloso; risolvette mettersi in sicuro e lasciar in quiete gli altri col salire disopra. Tutta quella bella giornata, ei la passò in una cameruccia oscura dalla cui picciola finestrella vedeva i campi del poderetto su cui viveva la sua famiglia, e ardeva di desiderio di tornarli a percorrere. Quelle viti così rigogliose i cui festoni gli serravano l'orizzonte, egli stesso aveva dato mano a piantarle. Colaggiù una fila di bei mori era come per incanto spuntata dalla terra: si ricordava, ch'era stato suo il progetto del dissodare quella lista di terreno inutile. Dall'altra parte cercava indarno una riva di vecchie viti alla cui ombra egli aveva mille volte guidato al pascolo i buoi. Erano state tolte, vangata l'erba e rinnovate le piantagioni declinando la terra a mezzogiorno. Tutti questi cambiamenti operati nella sua assenza erano per lui del più grande interesse, e guardava accorato dall'angusta finestrella al verde dei campi e alle patrie colline. A poco a poco mancava la luce, un velo si distendeva tranquillamente su quel paese per lui pieno di tante memorie, ed egli assorto ne' suoi pensieri assopivasi placidamente come la natura già scolorita e già discesa in grembo alla notte. Le campane dei villaggi circonvicini che ad una, a due, a tre, a più, e poi tutte suonavano l'avemaria vennero a risvegliarlo. Ei conosceva distintamente la voce di ognuna. Questa gli rammentava qualche allegra partita di piacere goduta co' suoi compagni nella sagra di quella villa; l'altra un mortorio di amata persona a cui era intervenuto, e dove il suo cuore aveva tanto patito. Anche la memoria dei dolori sofferti è cara nel luogo dove siam nati. Surse Giovanni, ed affacciatosi alla finestrella, e veduto già tutto oscuro e tranquillo, pensò di scendere. In cucina allestivano la cena; quando lo videro, Nencia andò a chiudere la porta, e poi gli fe' segno di sedersi vicino al fuoco, che in quelle ore fresche della notte e su quella collina, colla limpida sua fiamma, benchè si fosse innanzi colla stagione, faceva ancora dolce invito. Chiacchieravano insieme, espandevano il loro cuore dopo tanti anni di lontananza, e i dolci legami del sangue, rinforzati dal dolore e dall'amore, si facevano sentir più potenti. Picchiano, e prima ch'egli abbia tempo di salire la scala, la porta senza catenaccio si apre, ed entra una donna; la comare Betta, che dal colle vicino veniva a quel casolare a chiedere a prestito cinque libbre di farina. Tutti ammutolirono, e Giovanni tornò a sedersi, abbassò il capo e si tirò il cappello sugli occhi; stava tutto ristretto in sè, e malediva alle vampe del fuoco che gli davan proprio per mezzo alla faccia. Sua madre erasi affrettata d'aprire la madia e colla bilancia in mano pesava la farina; ma l'accorta comare, come per veder meglio dove tagliava il romano, la trasse verso il focolare e china sulla spranga diè un'occhiata di soppiatto allo sconosciuto, mosse le labbra ad un lieve risolino, ringraziò ed uscì. Lo aveva alla ravvisato? Stettero in silenzio alcuni minuti come per dimenticare, se fosse stato possibile, questa disgustosa circostanza che avvelenava la loro gioia; poi cenarono. La Nencia spillò una botticella di vino di ronco che tenevano riservato pel dì delle nozze. Era nero come inchiostro, e guardato di contro al fuoco traspariva limpido e granatino; e nella tazza s'incoronava d'una rosa spumante che ratta dileguavasi spandendo un gratissimo effluvio come di fraghe. In poco d'ora ei fe' loro svanire di mente la malaugurata comparsa della Betta, e li tornò all'ilarità di prima.

Il dimani era giornata di grande impiccio per quella buona famiglia di colligiani. Trattavasi di apparecchiare il pasto, la dote, i vestiti, di fare le convenienze della partenza; insomma era la vigilia delle nozze di Nencia. Cominciò prima dell'alba un andirivieni di persone, che continuò tutta la giornata, e che obbligava Giovanni a viversi rintanato peggio di qualunque prigioniero. Ora, era una frotta di giovinotte che cercavano della Nencia per salutarla; ma in fatto per vedere l'abito nuziale, il fazzoletto, gli anelli, e su disopra nella sua cameruccia, e un cicalío di voci acute, e un prendersi fuori di mano l'una a dispetto dell'altra or quest'oggetto or quello, e provarselo e sentenziare e tripudiare, e un continuo pericolo per il povero refrattario ch'era miracolo sfuggisse ai dardi di que' tanti maliziosi e vivacissimi occhietti. Ora venivano i suonatori per stabilir l'ora e intendersi pel dimani. Abbasso in cucina, chi grattugiava il pane, chi apparecchiava intrisi e tortelli, la madre in maniche di camicia e colla gonna succinta era intenta a lustrare i lebeti, i paiuoli, gli alari. Or entrava una comare portando tegami ed altre masserizie; chè la povera gente in queste occasioni han tutto comune, e si prestano l'un l'altro ciò che tengono, come fossero una sola famiglia. Or un'altra veniva con timo, con amaroco, con menta, e sfoderava la sua sapienza sulla fabbrica degl'indispensabili raviuoli. E così fino all'avemmaria, senza che il povero diavolo potesse mai un momento uscire dal suo nascondiglio. Andavano a trovarlo uno per volta con circospezione, or il padre, or la madre, ora il cognato, or qualcuno degli amici i più fidati, ma anche questi brevissimi istanti di gioia erano amareggiati dalla paura. Non aprivano mai la porta della cameruccia senza che il sangue tutto gli piombasse sul cuore; ed immobile senza trar fiato aspettava la sentenza di morte in ogni faccia che gli si presentava. In mezzo ai più cari discorsi, all'espansioni di più dolce affetto, cadeva in cucina un qualche arnese, davasi un'improvvisa serrata di porta, un abbaiare del cane, una voce od un rumore qualunque non conosciuto bastavano per agghiacciargli sul labbro la parola ed a farlo morire dieci volte per ora. Erano otto anni ch'ei menava questa vita infelice, e non aveva mai tremato così. Quei poveri vecchi, la sua famiglia ch'ei poteva da un momento all'altro gettare nella disperazione, accrescevano di tal maniera i suoi timori, che l'essere venuto a trovarli invece di riescirgli consolazione com'egli si riprometteva, era tormento dei più squisiti. Nel dimani prima della funzione per un solo momento vide la Nencia, e non gli fu possibile d'abbracciare nessuno degli altri. Appoggiato alla sua finestrella aspettava che passassero da una svoltata a' piedi della collina, e di lì mentre a due a due sfilavano per andare alla chiesa, egli dal profondo del cuore mandava loro saluti ed auguri.

Nella villa la gente s'era affollata lungo la via, e quando attraversavano la piazza e sulla porta della chiesa, Meni osservò alcuni gruppi di curiosi che guardavano alla comitiva nuziale con interesse un po' troppo vivo, e tra loro chiacchieravano, pareva a lui, con qualche sinistro sogghigno. Ma finita la messa, all'udire gli evviva d'una frotta di giovanotti suoi coetanei che lo aspettavano all'uscire di chiesa, e univano la loro voce allo scoppio delle pistole e alle arcate dei violini, tranquillossi, e si persuase che da non altro provenivano i suoi sospetti, se non dall'esser conscio a sè stesso d'un pericoloso segreto. Stavano per sedersi a tavola, quando entrò il Parroco: tutti rispettosi col cappello in mano lo salutavano, e la sposa rossa come un bel pomo corse a baciargli la mano; il buon vecchio le diede un leggiero buffetto sulla guancia, e dicendole alcune parole affettuose e sorridendo con pacata dolcezza, coll'occhio indagatore cercava di Meni, e tiratolo innanzi univa nella sua le mani dei due amorosi giovinotti. Poi si sedeva alla mensa, alla sinistra della sposa, e con quel suo fare tutto alla buona procurava d'inspirare confidenza a que' semplici contadini che tenevano per un grande onore l'aver lì a commensale il loro Piovano, ma non sapevano uscire dal silenzio che loro imponeva la presenza di sì autorevole e venerata persona. Un po' alla volta col vuotare delle tazze cominciarono a trarsi di soggezione, ed alla terza o quarta portata già tutti chiacchieravano a voce alta, ed erano divenuti eguali e sentivansi a lor agio. L'allegria s'era fatta generale, ed il Parroco godeva nel vederli lì tutti insieme festeggiare le nozze della sua buona figliozza. Solamente l'acuto suo sguardo aveva scoperto una nube d'inquietudine sulla fronte aperta e sincera del vecchio Valentino, ed anche, l'allegria di Meni gli pareva forzata. In quanto alla Nencia, più d'una volta l'aveva sorpresa che si asciugava le lagrime; ma un po' di malinconia in fanciulla ch'esce dalla casa paterna è cosa tanto naturale, che non ci aveva posto caso. Tutto ad un tempo s'ode abbaiare il cane, e poi una forte picchiata. Il più giovane dei fratelli della Nencia corre ad aprire, ed entrano l'agente comunale, il cursore, tre contadini dei più anziani, e nella corte seguivano altri ancora. Il Parroco dà una rapida occhiata a sè d'intorno, e vede messer Valentino pallido come la morte, Meni che pareva lì basito, la Nencia che tremava come una foglia. Si alzò, si fece incontro ai sorvenuti dimandando loro il perchè di una tal visita. Allora l'agente comunale si fe' innanzi cavando di tasca un ordine con cui gli si era comandato d'impadronirsi di Giovanni.

— Date qua — disse il Parroco; e cercava degli occhiali. Quando gli ebbe inforcati spiegò la carta come per leggere; ma invece cogli occhi al disopra dei vetri guardava attentamente i circostanti, e stette buona pezza in simile attitudine, che nessuno ardiva disturbarlo, tant'era la venerazione in che l'avevano.

— Intanto, buoni amici, accomodatevi, e voi compare, continuò egli rivolgendosi a messer Valentino, fate girare il boccale, chè qui si fa allegria e devono tutti partecipare. — Il povero vecchio, come rianimato dalla voce di lui, cominciò a mescere ed a far sedere i nuovi venuti. Ma sulla porta un contadino faceva cenno ad altri ch'entrassero, e mormorava del ritardo. Se ne accorse il Parroco, e posata la carta sulla mensa, ed incrociate le mani, così cogli occhiali ancora sul naso fisava severo; e ravvisato un giovanotto che si disponeva a salir primo le scale:

— Ehi! disse, Michele, facciamo un brindisi alla sposa, — e gli offriva il suo proprio bicchiere; poi vòlto all'agente comunale:

— Mi pare, disse, che avrebbero potuto lasciarci almeno terminar di pranzare; non dico mica a voi; voi non fate ch'eseguire il vostro dovere, e fate bene; — e cavata la scatola in atto amichevole gli offeriva una presa, poi ne annusava un'altra, e lentamente assaporandola:

— Via, messer Valentino, allegri! che grazie al cielo non ci sono disgrazie. Credevano che vostro figlio Giovanni fosse stato così gonzo da venire alle nozze di Nencia, ma poichè cotesta, come si vede, è una mera fanfaluca, non v'è ragione di spaurirsi. Voi già permetterete a questi galantuomini che salgano disopra, e se ne accertino coi propri occhi. Intanto date loro da bevere, e voi altri accomodatevi; che vi assicuro io che niuno uscirà di qua. — Erano parole di persona autorevole e grandemente amata, sortirono effetto; e tranquillati, cominciarono a girare intorno il boccale, e a fare evviva agli sposi. Alcuni peraltro s'erano posti a' piedi della scala come per essere più certi che nessuno discendesse, tra questi Michele l'ultimo dei coscritti di quell'anno, e che sperava esentarsi, se fosse stato preso il refrattario. La maggior parte, che un certo interesse non avevano, già cominciavano a pentirsi d'esser lì venuti a mettere in iscompiglio quella buona famiglia, e trovavano assurdo d'aver potuto credere che Giovanni fosse ritornato in paese e in famiglia proprio in un giorno di nozze, ed alcuni già ridevano di aver bevuto così grosso e si traevano dietro gli altri, che in una moltitudine il pensare di pochi dà sempre norma al rimanente. Avviene come in un vaso di acqua, se lasci cadere due o tre gocce di vino, d'indaco, o di altro liquore colorante, che tutta la massa si tinge in quello. Un contadino d'aspetto franco, dal gran cappellone e dalla giubba tagliata all'antica, s'era intanto avvicinato al Parroco, e con aria di confidenza soffregava le dita, come per chiedere una presa:

— Oh, compare Martino! gli disse il buon vecchio porgendo la tabacchiera, voi pure siete qui?

— Che vuole, reverendissimo? dietro questi matti....

— Io vi credeva ancora a Venezia.

— Siamo ritornati ieri sera, e, sia ringraziato il cielo, non l'han voluto il mio Tita. Ma ne ho avuto una! la mi capisce... se mel facevano buono, oh ci toccava di morir di crepacuore, mia moglie, mia figlia, e tutti noi!

— Or via, me ne consolo; ma dite un po' (e qui appiccavano un dialogo e tutti i circostanti attenti ad ascoltare), come vi è piaciuta Venezia?

— Niente affatto, reverendissimo!

— O diaccine! Non vi è piaciuta Venezia?

— Ma reverendissimo no! che ci preferisco qui il nostro piccolo villaggio di Bolzano.

— E perchè, di grazia, tutta questa antipatía?

— Perchè.... perchè.... da Bolzano, signore, si può uscire quando pare e piace. Io vado, vengo, torno e nessuno mi fa le freghe. Ma da Venezia.... oh! è un altro paio di maniche!

— Siete pure tornato sano e salvo.

— Sì, perchè in fondo sono un galantuomo, ma ce ne ha voluto!... Io l'ho per me, reverendissimo, che quello sia un paese di gran curiosi. — E il Parroco sorridendo e tornando ad offrire la tabacchiera, lo incoraggiava a dirne di belle; e anche gli altri s'erano fatti d'intorno e sghignazzavano a spalle del buon cappellone che col suo tuono spropositato continuava:

— Dappertutto volevano saper chi mi fossi, figlio di chi, quant'anni m'avessi; e poi — le carte! e taffete le spiegazzavano, e squadrarmi dalla punta del naso alle unghie dei piedi. Misericordia! Io vo mille volte in un anno a Bolzano, a Media, a Z*** e nessuno ne fa le maraviglie, e se entro in una osteria sono il ben capitato; e se anche non ho un quattrino, mi danno da bere e da mangiare sul credo quanto al nostro agente comunale e quasi quasi come a vossignoria illustrissima. — Ridevano, ed egli un po' mortificato:

— Io per me, ci sono ito perchè si trattava di Tita; ma prima che ci torni, prima che mi ci facciano mettere più piede in quelle lor brutte bicocche nere, che chiamano gondole....

— Vi ha fatto paura il mare?

— Eh! reverendissimo, non so mica se possa far buon bevere il trovarsi lì in quel brodo in una cuna mal connessa a due sole dita da Patrasso.... E serio serio narrava d'una brutta avventura di cui diceva d'essere stato egli stesso testimonio, e in mezzo all'incredulo sghignazzare degli ascoltanti asseverava:

— Ma se li ho veduti io, padre madre e un loro bimbo; e il mariuolo che li guidava, quando vide imbrogliato l'affare, gettò il remo; e dato un salto nell'acqua, via come un ranocchio si è salvato, e quelle tre povere creature avevano un bel gridare misericordia e tirar giù santi e sacramenti: la barcuccia, dopo aver un poco girandolato come una trottola, ha fatto un buco nell'acqua, che si è tosto rimarginato, e giù in fondo, e nessuno li ha mai più veduti.

— Vi sarà sembrato, compare.

— Eh signore!... È stato lei a Venezia?

— Ma sì, caro compare, più volte, e non mi è mai toccato di vedere nessuna disgrazia.

— Basta.... e lungo la laguna tutte quelle tante gondoline affondate, che stanno lì ancora col becco in aria...? ne ho contate io un numero infinito di qua e di là, e mi sentivo sudar i piedi ne' zoccoli, e non vedevo l'ora d'esserne fuori. Oh insomma, sono stati i gran matti que' primi che si sono pensati d'andar a fare il loro nido proprio nel bel mezzo dell'acqua!

— Ho capito, disse il Parroco ridendo, quando avete scambiato per tante gondole affondate anche i pali che segnano la via, è inutile più oltre contrastare. Ma parmi, diss'egli rivolgendosi all'agente comunale, che la vostra intenzione era di fare un sopraluogo....

— Signore, diss'egli, l'ordine ricevuto.... Ella peraltro ci ha rassicurati....

— No no, buona gente, fate pure il vostro dovere; qui già messer Valentino m'immagino che non vorrà mica averselo a male. Accompagnateli disopra, compare, diss'egli al povero vecchio, che a queste parole tramortito cercava indarno tanta forza da potersi reggere sulle gambe. Nondimeno si mosse, come per servir loro di guida, fece due o tre scalini e, appoggiatosi al muro, lasciò che gli altri salissero senza di lui. Ivi passò alcuni minuti in sì terribile aspettazione, che potrebbe solo descrivere chi, posato il capo sul ceppo fatale, avesse provato lo spavento dell'imminente ghigliottina. Visitarono a una a una tutte le camerucce, salirono sul granaio; poi di nuovo giù in cucina, in corte, nelle stalle e sul fienile, cercarono ogni angolo, e indarno, che non v'era anima viva. Alcuni ridevano di chi aveva prestato così bonariamente fede alle ciance di madonna Betta; altri erano mortificati d'esser lì venuti a far sì brutta figura: si gettavano la colpa l'un su l'altro; e se li avessi chiesti separatamente, ognuno era venuto per pura curiosità, e in quel momento ti sarebbe stato difficile trovare i caporioni dell'impresa se ne eccettui chi aveva segnato il ricorso. Fecero alla meglio le loro scuse, e partirono, lasciando quella povera famigliuola ancora tramortita e incredula d'un esito così insperato. Ch'era dunque stato di Giovanni? Dal suo nascondiglio egli li aveva veduti venire, aveva spiato ogni loro mossa, e quando s'accorse che la maggior parte già stava in cucina, era corso nella cameruccia di sua sorella, e dalla finestra che metteva sull'orto, col coraggio che in simili circostanze presta il pericolo, spiccò un salto, e poi arrampicatosi a un albero aveva scalato il muricciuolo e giù pel ronco attraverso i seminati dov'era più folto il verde, e in un batter d'occhio trovossi su di un viottolo che mette al villaggio dalla parte del cimitero; e passata la chiesa, nella sua confusione corse a rifugiarsi entro la prima porta che vide aperta, ed era il cortile della canonica. Una giovinetta mingherlina e pallida, ma di gentile aspetto, stava intenta ad innaffiare un quadrettino di terra pulitamente rastellato, netto di sassi e cinto di mirto. V'erano anche alcuni vasi su d'una panca lì dappresso, e certo aveva essa lasciato aperto l'uscio nell'entrare, carica dell'acqua ch'era stata ad attignere al fosso vicino. Giovanni non la ravvisò; ma incoraggiato dalla sua dolce fisonomia, le si prostrò dinanzi, e: — Per carità, gridava, salvatemi! ch'e' mi son dietro. — Adelina depose l'innaffiatoio; corse a chiudere l'uscio, e poi, fisato quel povero giovane:

— Possibile, disse, Giovanni? Or via, non temete, che qui nessuno ardirà entrare. — Si ricordò egli allora della nipotina del Parroco, e tutti i lineamenti della fanciulletta di quell'epoca gli balzarono repentinamente alla vista della ragazza che gli stava innanzi; l'età peraltro coll'accrescerne le forme le aveva abbellite, e ne' suoi grandi occhi pensosi s'era svegliato un raggio che prima non esisteva. Con rapide parole narrò il pericolo nel quale si trovava, e la pregò di volerlo nascondere finchè si fossero tranquillati e potesse di nuovo espatriare.

— Oh povero Giovanni! diss'ella. Avete fatto bene a venir qui. Ci scommetto che lo zio ne avrà piacere. Questi anni passati vi nominava sempre, e si rammaricava della vostra lontananza. Oh! egli vi proteggerà. E poi, lo pregheremo tanto tanto!... ma voi siete ancora tutto spasimato. — E correva in casa, e poi quand'era per entrare:

— Badate, soggiugneva, se a caso picchiassero, che non vi venisse il pensiero d'andar voi ad aprire! — E tornava con una bottiglia di refosco e con una tazza. Giovanni non voleva bevere.

— Or via, ripigliava Adelina, due dita per amor mio. Sapete pure ch'io vi ho voluto bene. Vi ricordate di quelle lunghe sere d'inverno, quando insieme con Meni, con Luca, cogli altri vostri compagni venivate qui a imparare a far di conto, e poi con lo zio vi preparavate per cantare sull'organo il Missus della novena di Natale...?

— Che bei tempi! diss'egli, e depose la tazza sul vassoio ch'ella teneva in mano.

— Ancora un tantino?

— No, vi ringrazio. — Ella posava la bottiglia sulla panca dov'erano i vasi de' suoi fiori, si sedeva lì dappresso e facevagli luogo perchè ei pure si sedesse. Ma Giovanni era inquieto; ad ogni lieve rumore tendeva l'orecchio, e parevagli sempre che la porta si spalancasse ed entrassero a catturarlo.

— Se a caso venissero, disse la fanciulla, intanto ch'io vo ad aprire, voi correte disopra e chiudetevi nello scrittoio dello zio. Crederanno ch'egli abbia la chiave; e poi, state pur certo che nessuno ardirà entrare là entro.

— Buona Adelina! e la fisava cogli occhi lagrimosi e pieni di gratitudine.

— Ma voi vi eravate dimenticato di me!... Siete stato tanto tempo via....

— Dite piuttosto che voi siete cresciuta, e che mi era difficile a potervi così a prima vista ravvisare.

— Eppure io ho conosciuto subito voi.... e mi pare che se steste mille anni lontano, tanto vi riconoscerei. Mi ricordo sempre le vostre buone grazie. Quand'era malata, e voi ogni sera tornavate dal pascolo con un piattello di fraghe selvatiche per la povera Adelina! E quando dicevano che le more di rovo mi facevano bene, e voi e vostra sorella ce le portavate ogni giorno! e quel vispo passerino che mi regalaste l'ultimo anno prima di partire, e che avevate nudrito a posta per me, e sul capo gli avevate attaccata quella bella crestina rossa di velluto.... Mi è durato più di due anni, sapete? Era così grazioso! Mi volava sulle spalle, sul capo, mi correva dietro come una pollastrella.... — Udivasi un passo posato che si faceva sempre più vicino.

È lo zio che ritorna, — disse Adelina, dopo essere stata un momento in attenzione.

— Andate di sopra, potrebbe darsi che fosse in compagnia. — E il giovane obbedì tosto, mentr'ella con precauzione pian piano apriva la porta. Era infatti il Parroco. Adelina gli corse incontro, lo fece sedere lì presso a' suoi fiori, e gli narrò di Giovanni. Il vecchio si fe' tetro, posò la fronte sul pomo del suo antico bastone e stette alcuni minuti senza dir parola.

— E dove è egli? — chiese poscia con accento un po' brusco.

— Di sopra nel vostro scrittoio. — Si alzò, e frastornato entrava in casa; la fanciulla col capo chino tutta mortificata lo seguiva in silenzio. S'era fatto notte, ed egli sulla soglia si fermò come irresoluto.

— Ho fatto male, n'è vero?... disse Adelina quasi piangente.

— Accendi un lume. — Poi quand'ella ritornò prese la candela e salì sopra. Giovanni in atto rispettoso corse a baciargli la mano. Egli tirò innanzi, posò il lume sulla scrivania, si sedette nella sua ampia seggiola a bracciuoli, guardava serio serio quel povero giovane che avvilito stava nel suo cospetto come un delinquente.

— Giovanni.... disse finalmente il prete, povero Giovanni! E chi mai mi avrebbe detto di vederti in questo stato, quando negli anni passati venivi qui tutto allegro coi tuoi compagni, e mi consolavi di tante belle speranze? Tu il primo nella scuola, tu il più morigerato, l'esempio della parrocchia, il mio confidente, il mio giovane amico!... Avevano un bell'inorgoglire di te i tuoi poveri vecchi! Credevano che tu dovessi essere il conforto degli ultimi loro anni.... e Dio ti aveva dato braccia e cuore! Ma non hai saputo resistere all'infortunio e li hai abbandonati.... e hai tradito la famiglia che il Signore ti aveva destinata. Che mai erano otto anni di servizio militare? Che consolazione, se ora ottenuto il tuo congedo, in vece di ritornare come un proscritto fossi venuto a sostenere la loro vecchiaia, e a vivere nel tuo paese da uomo onesto con una compagna che ti amasse e che ti desse dei figli buoni e costumati? Oh! ma la gioventù non pensa a cotesto: il presente è tutto per lei. Si crede libera, padrona di sè, e vuole a ogni costo fare a suo modo, se anche per fuggire una disgrazia dovesse abbracciarne una peggiore. Sai tu quante lacrime hai fatto versare a tua madre? Tremar sempre! piangerti irreparabilmente perduto! non saper nulla di te! Ogni anno della tua lontananza sono stati dieci che tu loro accorciavi di vita! Sono invecchiati, incanutiti prima del tempo, hai mangiato loro il cuore. Nel tuo esilio tu non hai veduto i loro patimenti. Potevi star allegro, perchè la gioventù gode di tutto e presto si affà ad ogni sorte di vita. Tuo padre era malato di crepacuore... e tu forse neppur ti ricordavi di lui.

— Oh mi credete cattivo!

— No Giovanni, no; il rammarico di vederti fuori di strada mi cava queste parole che forse ti offendono. Oh se tu sapessi quanto dolore mi ha recato la tua fuga inconsiderata! Ho peraltro più volte dubitato che l'esser lungi dal tuo paese, il menar vita raminga, e Dio sa con che gente! non distruggesse nel tuo cuore quei semi di religione e di affetto, ch'io con tanta consolazione aveva veduto germogliare fin dalla tua prima infanzia, e non ti nascondo che questo pensiero mi faceva un gran male.... ma le lacrime che ora ti vedo mi dicono che sei ancora il mio Giovanni. Fatti in qua poveretto! Oh tu pure devi aver molto sofferto nel viver così lontano da tutti quelli che ti amavano! — E il giovane prostravasi a lui dinanzi, e singhiozzando posava la faccia bagnata di pianto sulle sue ginocchia.

— Dì, e non ti è mai caduto in mente, che mentre eri così lontano potevano morire i tuoi, senza neanche la consolazione di darti l'ultimo addio? E se oggi che sei ritornato, avessi chiesto di questo povero vecchio e per risposta ti avessero mostrato il mio sepolcro, dì, e non avresti avuto rammarico di avermi lasciato partire da questo mondo senza neanche salutarmi?

— Dio mio! Voi mi squarciate il cuore.... Io che vi debbo tanto! io che anche quest'oggi son salvo in grazia vostra?... Ero disopra che sentivo tutte le vostre parole e vorrei potervi ringraziare....

— Ringraziarmi? di che? Ma credi tu, che quando sono venuti a cercarti io sapessi del tuo ritorno? Credi che se lo avessi saputo, gli avrei lì trattenuti in cucina?... E in buona coscienza, avrei io potuto valermi di quel poco di ascendente che ho sui miei parrocchiani per impedire ciò che poi infine era giustizia? Dio lo sa se mi duole di vederti così. Vorrei col mio sangue ridonarti al paese, alla tua povera famiglia: non mai però col danno di un altro. La sorte era toccata a te! Oltre il dovere che abbiamo tutti di sottostare alle leggi del nostro paese, col solo presentarti a cavare il numero, tu promettevi nella maniera la più solenne di accettare, qualunque ei si fosse, il destino ch'ei ti sortiva. Il servigio militare era un debito tuo, che colla tua fuga hai gettato sul capo di un altro, obbligandolo a pagare per te. È stata una mala azione, di cui tu devi render gran conto! Se io ti avessi abbastanza inculcato questi principj, tu forse non l'avresti commessa. Ma non vale richiamare il passato, se non per pensarci a ripararlo. Fra poche ore tu lascerai di nuovo questo paese; e forse per sempre. Io son vecchio, Giovanni, e facilmente non ci rivedremo più! Nel darti l'ultimo addio, lascia che ti preghi di una grazia. Io non vo' sapere come tu sia vissuto questi otto anni; profugo perseguitato dalla giustizia, senza mezzi di sussistenza, senza famiglia, solo nel mondo, la vita a cui ti sei condannato è pochi passi lontana dal delitto. Quando le passioni colla loro prepotenza vi ti spingeranno, ricòrdati degli anni innocenti della tua fanciullezza.... ricòrdati di questo povero vecchio che ti scongiura a voler essere onesto! — Si alzò, e fattosi sulla porta, colla voce ancora commossa chiamò Adelina.

— Vedi di dar da cena a questo giovane, le diss'egli.

— Vi ringrazio, rispose Giovanni, ma non ho bisogno di nulla. Vi prego solamente a far sapere ai miei che son partito, e a consolarli....

— Or bene, ripigliò il Parroco, e apriva la scrivania, spero che non vorrai ricusare questi pochi soldi: tu sai che son povero e non posso offerirti di più. — E insieme colla nipote lo accompagnava sin sulla porta della canonica. Il giovane li salutò, e baciò la mano al buon sacerdote, e gliela bagnò di lacrime. Essi stettero buona pezza sulla porta, e in silenzio ascoltavano i passi di lui che se ne andava, finchè finalmente anche quel leggiero rumore si perdette nelle tenebre della notte.

················

Circa due anni dopo, sulla sera d'una bella giornata d'autunno Giovanni ritornava a quella canonica. Nel luogo del suo esilio gli giunse una lettera nella quale gli si dava notizia che il buon Parroco si era tanto adoperato coi signori di que' contorni, da poter mettere insieme la somma necessaria per un cambio, e col mezzo di un amico potente ch'egli aveva nella città di Venezia aveva ottenuto il suo completo perdono. Pieno di gratitudine, egli aveva divorato la via, e suo primo pensiero era di correre a' piedi del suo benefattore. Veniva col cuore gonfio di mille affetti. Trovò la porta semichiusa, entrò nel cortile; non v'era anima viva, solo gli ferì la vista il giardinetto di Adelina tutto in disordine. Quel quadrettino ch'ella teneva con tanta cura, era ingombro di male erbe e pieno di sassi, il mirto che lo circondava ingiallito e in più luoghi disseccato, non v'erano più fiori nei vasi, solo un'ortica cresceva nell'angolo dov'egli si ricordava di aver veduto alcune rigogliose pianticelle d'amorini. S'inoltrò in cucina: una vecchia stava filando seduta presso il fuoco: chiese del Parroco.

— Sta poco bene, disse la donna, nondimeno aspettate, che lo avvertirò. — L'ordine e la nettezza che ivi altre volte regnavano, erano spente: parevagli tutto deserto. Scese il vecchio, e accolse freddo la riconoscenza e l'amore di lui. Le sue labbra sbiancate non avevano più sorriso. Era morto il raggio eloquente che soleva animargli lo sguardo, ed ora i suoi occhi si movevano lenti e come assiderati. Un'arbore percossa dal fulmine ha un aspetto meno tremendo di quel che avesse per Giovanni quell'uomo così cangiato. Avesse almeno veduta Adelina! Ma quell'amabile orfanella il cui dolce sorriso poteva ravvivare tutti gli oggetti che la circondavano, non comparve quel giorno, ed egli partì confuso, presago di qualche disgrazia. Si ricordava d'essersi ancora spiccato da quella porta piangendo, ma questa volta le sue lacrime erano senza misura più amare!

················

V. MARIA.

Maria era una contadina nata in un'amena villetta sulla sponda sinistra del Natisone, e venuta a marito in una famiglia di buoni mezzaioli, abitante a poche miglia di distanza dall'altro lato del torrente. La giovanezza passò per lei in un momento, ed appassitasi prima del tempo, a trentacinqu'anni ne mostrava quasi cinquanta. Non erano i suoi capelli che fossero imbiancati, ma la sua pelle delicata e fina aveva assunto una tinta giallastra. La sua fronte appariva solcata da rughe precoci, ed i suoi grandi occhi celesti parevano come impietriti. Chi si ricordava d'aver veduto nelle sagre del paese pochi anni innanzi danzare questa bionda e ricciuta contadina, le cui braccia fresche e vellutate vincevano in candore le maniche della camicia che le velava per metà, non poteva darsi pace che un così breve spazio di tempo avesse bastato a scolorire le rose vivaci delle sue guance, ed a trasformarla in modo da non poterla più quasi ravvisare. Era uno di quegli irrecusabili testimoni dell'umana caducità, che nostro malgrado ci fanno pensare alla vita che fugge, e ci riempiono il cuore di amarezza. Moglie di un uomo che l'amava, e ch'ella stessa aveva scelto, innestata in una famiglia di villici bensì, ma sufficientemente agiata, e dove il numero delle braccia non era scarso al lavoro, madre di cinque figli robusti e morigerati, la sua vita scorreva abbastanza tranquilla per non dar a divedere nessun adequato motivo di questa sua precoce consunzione. Ella aveva sortito da natura una gentilezza d'animo e una squisitezza di sentire in armonia forse coi delicati lineamenti del suo volto, e colla fina tessitura del suo individuo, ma poco comuni alla sua classe, e poco convenienti alla vita laboriosa e alla società grossolana a cui era destinata. Una parola, un pensiero, il cangiarsi del tempo, uno de' suoi cari in pericolo, la minima disgrazia o contrarietà bastavano talvolta a conturbarla. Si fabbricava sola le angosce, il suo cuore appassionato batteva rapido, e i suoi battiti avevano forse così anzi tempo consumata la fragile corteccia di che viveva avviluppato. Tutti i vari accidenti della vita lasciavano un'orma indelebile su questa dilicata creatura, simile alla candida campanella del convolvolo silvestre che non può senza offuscarsi sopportar l'ala del più leggiero fra gl'insetti. Una volta vennero ad avvisarla che suo padre trovavasi gravemente ammalato. Era tardi, e pioveva a dirotto; nulla di meno, ella, preso il suo fazzoletto da testa, e gettatavi sopra un'ampia tovagliola di tela ben fitta, correva per la strada più breve alla volta del villaggio nativo. Ma giunta al torrente, e guadato il primo ramo, s'accorse che l'acqua cresceva. A cavalloni giù per la ghiaia veniva un secondo, un altro più lungi torbido e spumante percuoteva con gran fragore nella riva, e rosicchiandola in cerchio faceva cadere le zolle del prato a cui aveva sotto cavate le fondamenta; capì che sarebbe stato vano il tentar di superarlo, tornò addietro, e costeggiando giunse fino a Manzano, dove sperava di trovar la barca che la tragittasse. Impossibile: le piogge cadute nei monti lo avevano talmente gonfio, ed ei precipitava con tanta furia, che per allora bisognava lasciarlo correre. Chi può dire l'affanno della povera donna? Ella guardava quell'immenso volume di acque biondastre che pareva volessero strascinar seco i villaggi fabbricati sulle sue sponde, stendeva le braccia come se avesse voluto trapassarlo a volo, piangeva, e stette lì tutta la notte esposta alla piova disperandosi, ed aspettando angosciata che venisse il momento di poter pur finalmente varcare. Un'altra volta ell'era al campo assieme con una sua cognata più giovane, a cui ella voleva un gran bene, e il bambino della quale ella spesso sovveniva del proprio latte e curava come fosse stato suo. Or egli avvenne che così chiacchierando, non so su che fatto domestico, la giovane si lasciò scappare una parola di rimprovero. Uscita da quelle labbra ch'ella aveva le tante volte baciate col più sincero affetto, la ferì nel cuore come freccia avvelenata. Pianse molto per quella parola, e fu sì afflitta, che quando gli altri neanche più se ne ricordavano, ella ammalò e stette più giorni a letto. Non era già che se le succedeva d'esser talvolta offesa od ingiuriata ella rompesse in lamenti. Chiudeva il suo dolore in sè; ma come una dimostrazione di benevolenza, una buona grazia qualunque, destavano in lei una gratitudine, così del pari manteneva a lungo la ricordanza dei mali tratti ricevutine, il suo cuore era tardo a rimarginare le ferite, e al minimo tocco rinsanguinava da capo. Un dì vide la suocera affaccendarsi ad ammannire non so che ghiottoneria per il bambino d'una sua figlia; si ricordò che sedici anni prima le era stato negato un po' di pan bianco per il suo primogenito che delicato e malaticcio non poteva trangugiare la polenta; e pianse, come s'egli avesse tuttora patito la fame di quel giorno. Questo eccesso di sensibilità era il lato debole della buona Maria, era l'ombra, la polvere che appannava un poco le altre belle qualità del suo carattere, perchè qualche volta oppressa dal dolore trascurava i doveri di famiglia, all'adempimento dei quali senza questo difetto sarebbe stata sempre zelantissima: ma più che agli altri era funesto a lei, che mangiava spesso il suo pane bagnato di lagrime, e non le spuntava quasi mai una gioia, che non le si volgesse tosto in amaro. Povera Maria quando le mancarono i genitori, quando le andò via soldato l'ultimo de' fratelli! ella pianse tanto e parve così distrutta, che in pochi giorni le erano volati sul capo degli anni interi. Ma la disgrazia che maggiormente la ferì, e per la quale mostravasi tanto disperata ed inconsolabile da far temere per la sua ragione e per la sua vita, fu la morte della sua ultima figliolina. Difatti quella bimba era così cara, che portò via il cuore a tutti quelli che la conoscevano. Io mi ricordo di una sera. — Si celebravano le nozze d'un cugino della Maria; e invitata da quei buoni villici a partecipare alla loro gioia, io sedeva presso al fuoco in compagnia d'alcune vecchie comari, mentre nella stanza contigua si ballava. La fanciulletta avrà contato allora quattr'anni. Venne con tutta libertà a sedersi su' miei ginocchi. Indarno le buone donne la sgridavano, e per poco mi toglievano il piacere di quelle innocenti carezze, ch'ella, protetta da miei baci, continuò a trattarmi come se fossi stata sua madre. Bisognava vederla, fatta allegra dal suono dei violini, danzare intorno per la cucina tenendosi il grembialino, e poi alla fine d'ogni scambietto mi saltava di nuovo in braccio, mi accarezzava i capegli e voleva che la baciassi. Ella mi conservò a lungo l'amicizia di quella sera. Tutte le volte che mi vedeva dappoi in chiesa attraverso di que' suoi ricci biondi che parevano oro filato, mi sorrideva e non era contenta finchè non l'avessi salutata d'un guardo. Se nelle sere festive, mentre ritornava dal rosario, s'accorgeva ch'io fossi a goder la notte seduta al mio solito su d'una pietra in fondo al villaggio, lasciava la compagnia delle sorelle, e in punta di piedi s'appressava. Mi par ancora di vederla sbucare dietro la siepe dei mori, e soffermarsi lì tacita al chiaro della luna finchè trovava il destro di dirmi quel suo affettuoso Mandi![2] ch'era un saluto venuto dal cuore, e che per il mio cuore valeva per ben mille studiati complimenti. La Menicuccia era una candida fanciulletta, sempre sorridente e diritta sulla ben complessa personcina, che non temeva la presenza dei signori, e che, per quanto procurassero di farla stare in rispetto, non voleva capire le differenze di condizione. Io l'amava per quella sua ingenua famigliarità, che mi lasciava guardare a fondo nel suo cuore non ancora chiuso dalla trista esperienza che insegna al povero a trattare da nemici i più fortunati di lui, per quel tu affettuoso e confidenziale che faceva sparire le cieche divisioni della sorte e mi rivelava i tesori di quella semplice e bella animetta. Or ella è volata in paradiso. Vi sono dei dolori che passano inosservati, o tutt'al più leniti di un breve compianto; dei dolori che non si osa di effondere, perchè la simpatia non sempre li propaga negli altri. Il mondo non dona che poche lagrime ad un vecchio che ha compiuta la sua mortale carriera: eppure quelli che lo amavano non devono sentir meno la sua perdita perchè la sua testa era grigia. Anzi una lunga abitudine e molti anni di affetto, col rafforzare i legami del cuore, dovrebbero farci sentire più viva e più irreparabile la ferita quando la morte viene a lacerarli. Chi pensa al fanciullino che dalla culla passa alla tomba quasi senza toccare la vita? Lo si cinge di candide vesti, lo s'inghirlanda di fiori, gli si canta un salmo di gioia, e si lascia pianger sola la madre che ha sentito con lui spegnersi parte della sua anima e che vede portar nel cimitero il suo sangue e la sua carne. Così trascorsi alcuni giorni, nessuno più pensava al dolore di Maria. Le restavano altri quattro figli, e poi non era giusto pianger un'angioletta beata nel cielo, e non avevano riguardo a parlargliene, e con improvvide consolazioni accrescevano la desolazione della povera madre. Essa pensava continuamente a' pochi anni della sua Menicuccia, la rammemorava dappertutto ov'era solita vederla; e quando, nel coricarsi, presso al suo letto gettava lo sguardo sulla culla deserta o sulle vesticciuole ancora appese alla parete, il cuore le s'infrangeva e passava tutta la notte piangendo. Gli ultimi momenti della fanciulla particolarmente erano per essa diventati una memoria indelebile. Nei quindici giorni ch'ella stette ammalata aveva voluto aver sempre sua madre daccanto; e, come la face che prima d'estinguersi manda più vivo splendore, così ella in quelle ore estreme aveva dato segno di un'intelligenza e di un affetto superiori alla sua età. Una sera mentre ritornava dal campo, passò in vicinanza al cimitero. Si ricordò che quando era a giornata in altra casa, la fanciulla andando pei campi e passando per di lì, soleva fermarsi ore e ore seduta sul limite della porta, affine di darle il buon giorno. Le parve di vedersela innanzi pallida pallida, che la rimproverava d'averla dimenticata e di passarle dappresso senza darle un abbraccio. Tornò addietro piangendo; s'inginocchiò sulla porta del cimitero, e chiamandola coi più dolci nomi la salutava e le parlava come se realmente l'avesse veduta. Un vecchio prete, che era stato a visitare un infermo in un molino poco di là distante, e che se ne tornava a casa attraverso la campagna, udì quel lamento. Chiuse il breviario, e stato un attimo in orecchi, s'incamminò a quella volta. Egli era d'un esteriore alquanto ruvido, ma il suo cuore schietto s'apriva alla compassione; e subito che ravvisò la donna, sentì rimescolarsi il sangue, le si appressò, e con la voce piana e più che poteva amorevole, — Comare! le disse, comare, che fate voi qui a quest'ora?

— Ah! rispose la donna additando una sepoltura, ogni giorno ella veniva a salutarmi. Ogni sera sulla porta di casa ella stava aspettandomi per corrermi in braccio prima di coricarsi! — Il prete la lasciò piangere, e parlò a lungo con lei della fanciulla, e si fece raccontare tutti i particolari della malattia che l'aveva rapita; poi le stese una mano, e mostrava di volerla accompagnare a casa. Ma la donna tornò ai suoi pianti, e protestò che voleva rimaner lì presso a sua figlia. Ei le si assise vicino, e con voce calma: — Ella non è qui! le disse. Qui hanno posto il suo corpo, ma la sua anima è in cielo dove aspetta con gioia di rivedervi.... Sentite, Maria; se il Signore vi avesse detto: io vi lascio la vostra Menicuccia, ma dei figliuoli che v'ho dato questa piegherà a male e dopo la vita sarete sempre divisa da lei! dite, non sareste contenta d'avergliela invece donata adesso? Oh! la vita è breve, Maria, e sarà una gran consolazione il ritrovare lassù tutti quelli che abbiamo amato in questo mondo! Coraggio adunque, e affatichiamoci per questo poco di tempo! Ella intanto prega per voi, pe' suoi fratelli, per tutti i suoi cari. Pensate che avete dinanzi a Dio una creatura che è vostra. Sì; quell'anima che ora insieme cogli angeli gode il paradiso, l'avete voi donata al Signore!.... — E continuò a confortarla colle pietose idee della religione. La donna aveva sollevata la faccia, e teneva gli occhi lagrimosi al cielo ch'egli le additava. Il suo dolore s'era fatto quieto, come la notte che già occupava l'orizzonte. Alcune rare stelle scintillavano nell'azzurro, e la rugiada tacita e lenta si diffondeva su tutto il creato. Si avviarono insieme al villaggio. Nel dividersi, il buon prete le promise che avrebbe ogni giorno pregato per lei, e che sarebbe spesso venuto a visitarla per piangere insieme e parlare della sua figlioletta.

Maria aveva finalmente trovato un amico, e dopo di quella sera, la sua vita, se non fu lieta, scorse almeno rassegnata e tranquilla.

VI. UN EPISODIO DELL'ANNO DELLA FAME.

Chi passa per Manzinello a tre porte a diritta della chiesa, vede una meschina casuccia, le cui due uniche finestrelle sono ora quasi nascoste da una vite che lor dinanzi protende i tralci carichi di molta verdura e di bei grappoli color d'oro. Nel 1816, abitava ivi un povero bracciante di nome Pietro. L'inclemenza delle stagioni, le guerre antecedenti, e l'improvvidenza d'un governo affatto nuovo preparavano al Friuli quell'epoca tremenda, che doveva in seguito così crudelmente desolarlo, che a noi nati più tardi par catastrofe piuttosto immaginata che vera. La mercede giornaliera, unico mezzo di sussistenza di cui campava egli e la sua famigliuola composta di sua madre, di sua moglie e di un figliolino, andava facendosi sempre più meschina, e spesso anche il lavoro mancava affatto; sicchè non gli era più possibile provvedere i generi che la scarsezza del ricolto aveva fuor di misura rincariti. Le due donne erano state obbligate a smettere il filare, perchè non potevano più raggranellar i soldi necessari alla provvista del canape, nè trovavano chi loro facesse credenza. Da principio, avevano tirato innanzi colla vendita di alcuni utensili di cucina ed attrezzi di agricoltura, col mettere in pegno le lenzuola, le coltrici e perfino i vestiti; ma anche questo fonte fu presto al termine. Venne l'ottobre; i campi desolati dalle gragnuole non lasciavano neppure la speranza delle vendemmie. Per non tradire le viti, s'aveva dovuto reciderne le trecce quando l'uva non era anco verde, e s'erano falciati i frumenti tuttavia in fiore. Un piovere ostinato aveva di poi guasti i granturchi, dimodochè vegetavano bianchicci: i gambi esili lungo i solchi slavati dalle acque parevano in camicia, e, quando si venne alla raccolta, le pannocchie rachitiche e mal mature erano la maggior parte nude di granelli. Sedevano una sera egli e la moglie sul limitare della loro casuccia, e pensavano al come provvedere al loro meschino campamento. La vecchia, immiserita dallo stento, era già da alcuni giorni ammalata; non avevano di che sostentarla, mancava lavoro, non v'era più nulla da impegnare nè da vendere, ci volevano ancora tre lunghi mesi a finir l'anno, e il veniente si mostrava già nell'aspetto il più terribile. E l'inverno? di che avrebbero campato, quando non vi sarebbe stato più nulla di verde? Non sapevano dove dare il capo. Pietro intristito teneva la fronte nelle mani: Maria in silenzio guardava alla notte stellata, alla pace dei campi; e il pensiero, invece di tormentarsi del presente vagava nelle memorie del passato, e per un bizzarro contrasto, le tornavano in mente le gioie della sua giovinezza. Prima del suo matrimonio ella era stata parecchi anni nella città d'Udine in casa di un mercante in qualità di fantesca, ma più particolarmente per badare i bimbi, l'ultimo dei quali dalle braccia della nutrice era passato nelle sue, e si può dire ch'ella lo aveva cresciuto e divezzato come se stata fosse sua madre. Nata nella semplicità dei campi, ella aveva portato seco il suo cuore schietto e facile, e s'era attaccata a' suoi padroni come se fosse della famiglia. Serviva non per mestiere, ma per affetto; e siccome l'ultimo de' suoi pensieri era il salario che riceveva, così non le passava neanche per la mente che le attenzioni e la benevolenza che le si prodigavano provenissero dall'utile che si trovava dal suo ingenuo e disinteressato servizio. La povera fanciulla credeva di essere amata! Non sapeva ella vedere l'immensa muraglia che il destino ha posto tra il ricco e il povero, od almeno nella sua bonarietà credeva che l'affetto potesse superarla. Rammemorava il tempo passato in quella casa. Contava allora 15 anni, e dai lineamenti che ancora conservava si poteva facilmente dedurre ch'ella doveva essere stata a quell'epoca un'assai bella ragazzetta. A donna giovane infiorata dalle grazie dell'avvenenza tutto facilmente si piega, e per fin l'aria nel circondarla si fa più gentile. Sia pur meschina la sua condizione, nel mondo non v'ha trono che possa paragonarsi a que' brevissimi anni di sorriso e di amore. Sicchè la poveretta nel riandare quell'epoca si ricordava per certo de' suoi più bei momenti. Come lampo le balenò dinanzi alla mente un pensiero. Se ricorresse a' suoi antichi padroni? Lo disse al marito. Per tutta risposta scosse il capo con un mesto sorriso. Ma la Maria, che misurava il cuore degli altri dal proprio: — Accertati, andava dicendo, sono buoni signori. Mi volevano bene.... E poi non si tratta che di farci credenza pochi mesi. Pagheremo colla galetta.

— E se i bachi andassero a male?

— Ne abbiamo pur fatto quest'anno colla sola foglia del cortiletto quasi trenta libbre. Possibile che il Signore e la Vergine Santissima non ci aiutino anche in avvenire?

Nel dimani andarono alla città. La Maria tutta la strada non faceva altro che rammemorare gli anni ivi passati, e narrava al marito gli usi della famiglia, l'amore che le avevano i bimbi, i regalucci ricevuti dalla padrona; ed era allegra di rivedere persone ch'ella amava con tutto il cuore. Giunti all'abitazione del mercante, Maria picchiò, tutta fiducia; e Pietro, cavatosi il cappello, stava dietro alla moglie pieno di quell'umile esitanza che provano le genti di campagna nell'entrare le soglie del ricco, per cui quando mettono il piede in quelle pulite abitazioni e su quei lastrichi forbiti, elegantemente intarsiati, allegri di luce e di spazio, pare che inghiottano un'amara medicina, o che sien tratti ad un tribunale dove sappiano di non trovare nè misericordia nè giustizia. Un fanciulletto di circa dieci anni in uno svelto vestitino all'ungarica, in quella che entravano, attraversava il salotto d'ingresso. Lo ravvisò tosto Maria; e corsa ad abbracciarlo, non rifiniva d'ammirare il suo Carletto cotanto cresciuto ed imbellito. Il fanciullo s'era fatto vermiglio, ed aggiustava i suoi lunghi e biondi capelli scompigliati dai baci della rozza contadina, e si guardava le lattughe del candido collaretto, che nell'impeto di quell'affettuoso abbracciamento erano rimaste alquanto gualcite. Comparve sulla porta dello scrittoio il padrone di casa. — Spícciati, Carletto, diss'egli, di' alla mamma che ti dia quella nota.... — Poi accorgendosi dei contadini:

— Buona gente, di chi domandate?

— Una parola con lei, rispose Maria, baciandogli la mano.

Egli allora li fece entrare in scrittoio, si sedette, e, deposti gli occhiali sulle spalancate pagine di un ampio libro di conti, si fece puntello della destra al mento, e cogli occhi nei due che gli stavano dinanzi aspettava che parlassero. Ma la Maria, che in suo cuore sperava un altro accoglimento, era tutta mortificata, ed abbassato il volto con visibile commozione sfilava le punte dell'ampio fazzoletto che piegato a croce le copriva la testa e le spalle; e Pietro, veduto quel silenzio della moglie, non sapeva come cominciare. Finalmente, dopo aver girato da tutti i lati il suo povero cappello:

— Siamo a pregarla, Illustrissimo, diceva con voce contrita, se ella volesse farci la carità di darci tanto denaro da comperare un po' di biada.... che noi la pagheremmo colle galette....

— Dio mio, figliuoli miei! rispose il mercante, grattandosi il capo e col dosso della mano sollevando la grigia berretta che lo copriva.... darvi denaro, così su per le dita? Io non vi conosco....

— Non ci conosce!... Ha servito qui in casa quattr'anni....

Maria era sulle spine, avrebbe voluto potersi nascondere sotto terra: le sue guance infuocate brillavano di un tal rosso, che traspariva dal fazzoletto ch'ella si aveva tirato sugli occhi, e le di cui punte continuava a sfilare rapidamente e con un moto quasi convulso.

— Sarà, conchiuse il mercante, ma se non trovate chi vi faccia garanzia.... — Allora la donna pose la mano in saccoccia, e cavatone un biglietto di monte: — Per amor di Dio ci soccorra, signore, disse; questo le servirà di garanzia. Sono cinque fili d'oro, che ho guadagnati qui in sua casa. Me lo ha comprato lei co' risparmi del mio salario, e vi ha aggiunto in regalo la crocetta.... È giusto che ritorni nelle sue mani.

Il mercante prese il biglietto, lo esaminò, poi chiese a quanto poteva ammontare la galetta che speravano di fare; indi scrisse una lettera, e li mandò da un negoziante di granaglie che stava pochi passi lontano. Ringraziarono ed uscirono. Uno staio di granturco costava allora quarantotto lire; aggiungi il guadagno del rivenditore, quello di chi aspettava il denaro, la qualità cattiva del grano, la paga della macina e la fame che faceva consumare più del consueto, sicchè tutti quelli che l'hanno patita s'accordano nel narrare che in quell'annata mangiavasi il doppio; per il che poco durò loro quella provvidenza. Tornarono due o tre volte alla città col sacco sulle spalle, ed era esaurito il valore dei fili d'oro della Maria. Erano alla vigilia di Natale, e nella madia neanche una presa di farina. Il freddo si faceva sentire aspramente, pochi i vestiti, niente da bruciare, e lo stomaco vuoto. Pietro aveva portato a casa alcuni cavoli, ma le donne non avevano con che cuocerli. Sedevano entrambe intirizzite vicino al fuoco, su cui ardeva una manata di canne. Nei giorni precedenti avevano un po' alla volta abbruciate le tavole del letto, le sedie, una botte e tutti gli utensili che non era stato possibile di vendere, poi sfacevano il recinto di canne che chiudeva il cortile. Fracide, consunte dal tempo e dalla pioggia, più che calore spandevano fumo. Il vento che piombava dal fumaiolo, faceva stridere la debole fiammella e battere i denti alle donne. Soffiavano nelle mani, e ristrette l'una appresso dell'altra e accucciolate procuravano di tenersi calde coll'avvicinarsi della persona. Stettero alcuni minuti in triste silenzio; indi Pietro prese il cappello, e come ispirato da improvvisa risoluzione usciva.

— Dove vai? chiese la moglie.

— A provvedere un po' di stecchi, diss'egli, ed uscì. Era una bella notte stellata, ma un freddo così vivo che rodeva le viscere. Il vento s'era quetato, ma invece spirava di quel fino fino che taglia le orecchie e penetra sotto le unghie; la luna non ancora spuntata; tutta in silenzio la campagna. Ei si diresse verso un campo, dov'erano dimolte viti giovani appoggiate a dei pali. Prima di mettersi all'opera, posò il cappello in un solco; ma pensando che poteva dimenticarlo, e che trovato servirebbe di spia, lo riprese e lo nascose dietro il tronco d'un vinciglio, poi abbassatosi guardava giù pel campo attraverso i filari delle viti; gli parve che nessuno vi fosse, e slacciava i vimini. Aveva liberato un sette carracci, quando gli parve udire una pedata; tornò a guardare, e s'accorse di uno che veniva a gran passi lungo la pianta che gli stava di fronte. Si pose a correre, allora udì un fischio, e poi un dàlli dàlli, sicchè comprese ch'egli era in fra due; il povero diavolo scappava alla disperata, riuscì a togliersi di via prima che i suoi persecutori lo chiudessero in mezzo, ma inciampò in uno sterpo e cadde boccone: non era appena rialzato, che udì suonare per terra una tale mazzata, che guai! se lo avesse colto. Intanto che il galantuomo che lo inseguiva si riebbe dallo sforzo fatto nel menargli quel colpo, egli aveva potuto guizzargli di mano e saltato il fosso era sulla via e correva salvo a casa; ma aveva lasciato il cappello nel campo, e persoprappiù avea perduto anche la sua berretta di maglia, che nel passare così in fretta sotto a' festoni delle viti gli si era appiccata ad un viticcio. Nel dimani, giorno di Natale, come avrebbe fatto ad andare alla messa senza cappello? Tutti si sarebbero accorti del ladro; e Pietro, che per la prima volta costretto dal bisogno s'era posto a quella mala via, sentiva tutta la vergogna dell'essere scoperto. Intanto a casa le due donne stanche di aspettarlo erano andate a dormire senza cena. Salì tentoni la scala, e svestitosi piano piano per non isvegliare la moglie, si mise a letto. Ma la fame, il freddo e i mali pensieri non lasciavangli pigliar sonno. Si chiuse gli occhi colle mani e a forza di star quieto appisolò un momento, ma poi ratto svegliossi, e da capo a' suoi pensieri. Credette d'aver dormito lungamente e che già spuntasse l'alba; sicchè uscì dal giaciglio, si vestì in fretta, e tornò a vedere se avesse almeno potuto ricuperare il suo cappello. Era per entrare nel campo quando udì battere l'orologio del villaggio, contò: undici ore solamente! Si guardò intorno sospettoso, fischiò, stette in orecchi, poi tornava a fischiare e a guardare. Sinceratosi d'esser solo, corse al vinciglio a' cui piedi aveva appiattato il cappello. Lo raccolse contento, e poi rapidamente metteva in fascio i carracci già slacciati, ne cavava di altri, usando per altro diligenza per non offendere le viticelle; e mentre a ogni tratto si rannicchiava a spiare per di sotto a' festoni, se fosse scoperto, vide la sua berretta, che menata dal vento, dondolava da uno stecco, corse a pigliarla e, gettati sulle spalle tanti carracci quanti poteva portare, tornava a casa lieto, perchè aveva almeno di che godere una buona fiammata e sgranchirsi una volta le membra. — Lungo sarebbe descrivere ciò che patì quella povera famigliuola durante quell'orribile inverno. Nudrivansi di radici di erbe selvatiche raccolte nei prati, e, se veniva lor fatto di trovare in qualche recesso una covata di piantaggine ancor verde, lo avevano per fortuna, e se la mangiavano allessata così senza sale e senza condimento di sorta. Macinavano i torsi del cinquantino, e quella sterile e scheggiosa farina mescevano a poche prese di buona e ne facevano un arido pane insalubre, senza sapore, e piuttosto inganno alla fame che verace nutrimento. I semenzai delle rape e de' cavoli venivano disertati; e facevasi festa se potevano dar le mani in quelle piante già tallite, che mangiavansi fino alle radici. Vicino al villaggio fu seminato un campicello a fave; se ne accorsero i meschini che pativano la fame, e tosto a disseppellire, e colle unghie le razzolavano fuori, e in poco di ora tutta la terra fu voltata sottosopra. Una sera Pietro portò a un suo compare benestante un paio di calze di lana, e gliele diede per due pugni di farina di melica, e quello era il cibo di tutta la giornata. Un'altra volta gli venne in capo di far macinare un po' d'avena che teneva in serbo per semina, e vedere se avesse potuto servirsene a vivere; ne trasse una farina così candida da disgradarne il frumento. Lieto la diede alle donne, che tosto ne fecero una bella stiacciata, e cucinatala sotto la cenere, speravano di darsi una buona satolla. La cavarono, era color d'oro, e dentro bianca come latte. Per la cucina si spandeva un profumo di pan fresco che consolava, ma non fu nulla di poterla trangugiare. Aveva un sapore così ostico e tanto aspro e mordace, che lor stringeva le fauci come se avessero masticata una sorba ancora acerba. La vecchia già malaticcia non poteva più durare a vita così stentata, e sugli ultimi di carnovale si ridusse a letto. Il fanciullino strillava giorno e notte, e indarno la misera madre procacciava acquetarlo co' baci. Il suo petto era esausto; e più della fame la crucciava il veder immiserire quella sua creaturina, che continuamente le piangeva tra le braccia, e ch'ella non poteva in nessuna maniera aiutare. In quei giorni di dolore Pietro si risovvenne d'un suo antico credito. Ne' tempi addietro la sua famiglia teneva in affitto una colonia da un signore di Cividale. Dai conti fatti, quando venne accomiatato, egli risultava creditore di un cinquanta franchi per tanto vino di sua parte lasciato al padrone. Sul momento non gli furono pagati, ed egli li lasciava volentieri, persuadendosi di averli così in deposito in buone mani, e di potersene a qualunque bisogno servire. Pensò poi di riscuoterli; ma fu fatto correre tante volte indarno alla città, e l'ultima ricevette dal fattore una tal salva d'improperi, ch'egli, ignaro delle leggi ed impotente a farle valere, si rassegnò a riguardare quel suo capitale come per sempre perduto. Ora per altro che si trovava ridotto in sì deplorabile situazione, tornò a pensare a quel suo credito, e risolvette di fare un ultimo tentativo e di gettarsi ai piedi del ricco signore e d'implorare quel denaro ch'era suo sangue. Con questa intenzione sul principio di quaresima una bella mattina si pose sulla via che mena a Cividale. Camminava a rapidi passi, e qui e colà sotto i pioppi che fiancheggiano il torrente, sui prati, lungo le siepi vedeva dei miserabili gettati per terra, chiedenti indarno un tozzo di pane, e moribondi per inedia. Cacciati dalla fame, a torme scendevano dai monti, innondavano le città e i villaggi, e, non trovata misericordia, si spandevano a morire per li campi. Le fioche loro grida squarciavano il cuore a Pietro, come un orribile presentimento. Giunto in città, corse difilato alla casa del suo antico padrone. Saliva le scale proprio nel momento ch'egli colla moglie discendeva.

— Signore, una parola! disse il povero contadino.

— Non vedi che io esco? Aspetta in cucina: e partiva brontolando contro quegli asini dei servi, che aprivano, diceva egli, a ogni sorta di gente. Pietro mortificato si trasse in cucina, e, seduto in un cantuccio, aspettava. Aspettò il ben di Dio, senza che mai nessuno si ricordasse di lui. I servi mangiavano, vedeva correre su e giù con fiaschi di vino. Entrava il fornaio con un cofano di pane; e mentre lo riponevano negli armadi il profumo di quelle candide picce fresche di forno faceva venir l'acquolina in bocca al poveretto, che non aveva fatto colazione e a momenti più non isperava neanche di farla. Di quando in quando la cuoca scoperchiava un tegame e rivoltava non so che vivande, ma di un odore così squisito, ch'ei non potè più durare, e chiese:

— Quanto ancora staranno a ritornare?

In quella il padrone entrava in cucina.

— E non era un uomo?... disse; ehi Pietro! e lo tirava in disparte.

— Sono venuto, illustrissimo, per vedere se fosse di suo comodo di contarmi quei cinquanta franchi....

— E non c'è il fattore?

— Ma, illustrissimo, sono stato tante volte, e sempre inutilmente.

— Or bene, ritornerai.