GLI
ERETICI D'ITALIA
DISCORSI STORICI
DI
CESARE CANTÙ
A Deo credita sunt illis eloquia Dei. Quid enim si quidam illorum non crediderunt? numquid incredulitas eorum fidem Dei evacuabit? Absit.
Ep. B. Pauli ad Romanos, cap. III, 2, 3.
Hæc omnia pertractantes, nihil aliud teneatis nisi quod vera fides per catholicam ecclesiam docet.
S. Gregorii L. VI, ep. 15.
VOLUME PRIMO
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33
1865
Diritti di riproduzione e di traduzione riservati alla Società Editrice.
Depositate le copie volute dalla Legge, il 4 novembre 1865.
AI LETTORI SERJ.
Ne' lavori storici, che formarono l'occupazione, la compiacenza e lo strazio della lunga mia carriera letteraria, sempre una gran parte ho assegnato alle religioni, persuaso non possa acquistarsi intero concetto dei tempi e degli uomini quando non si conosca ciò che essi credeano, temeano, speravano intorno alle cose superne. Principalmente nella Storia degli Italiani accurai le vicende del cattolicesimo, che sempre nel nostro paese ebbe trono e capo; e particolarmente il momento in cui esso venne straziato dalla Riforma.
Gli storici nostri, preoccupati della politica, vi trasvolarono; e accennato ch'ebbero l'appalto delle indulgenze, le diatribe di Lutero, la scomunica di Leone X, il concilio di Trento, poc'altro si brigarono di un fatto, che pure agitava la società fin nelle viscere. La vulgare abitudine di dire una cosa perchè fu detta, fa ripetere tuttodì quel di Voltaire, che l'italiano, popolo ingegnoso, occupato d'intrighi e di piaceri, nessuna parte prese alle sovversioni di quel tempo.
All'opposto gli scrittori ecclesiastici, col tono querulo e desolato che sembra in essi rituale, esagerano l'estensione del danno; e intenti solo a difendere la Chiesa stabilita, negli eretici non riconoscono che anime perdute, da esecrare piuttosto che da esaminare; e col non supporvi nè buona fede, nè scusabile errore, giustificano i rigori usati contro di essi, come contro malvagi e ribelli.
Nobili caratteri, limpide intelligenze, passionate persuasioni che disputano per arrivare al possesso delle verità eterne; intere generazioni moventisi sotto l'impero d'una legge morale, qual è il bisogno di riformare le credenze e gli atti, parvero a me spettacolo solenne; nè forse infruttuoso a tempi affogati negli interessi materiali. Anzi, più lo contemplavo, più vi trovava somiglianze alla situazione odierna.
Fattasi anche nel Cinquecento una subitanea effusione di cognizioni, gli uomini si videro aperti nuovi orizzonti, e demolirono il diritto antico senza riuscire a edificarne un nuovo. Anche allora le fazioni calunniarsi a vicenda ne' costumi, nella fede, nell'intelligenza; palleggiarsi que' titoli, che sono tanto più irreparabili quanto più generici e mal definiti; sotto frasi simpatiche mascherare calcoli egoistici; a parole inani arrogare l'autorità di fatti, e a formole il valor di ragioni; anche allora gridarsi libertà di coscienza, come oggi libertà politica, senza volerla lealmente, e fin senza intenderla; anche allora sostituire la smania di repentine innovazioni al progressivo emendamento delle consuetudini, le opinioni al diritto, la violenza alla persuasione.
Qualche cosa più che spettatori d'una crisi consimile, siamo in grado di meglio valutare quella d'allora, le accuse e i processi, le glorie e le infamie sparnazzate a capriccio o a capopiede; e così da un nuovo punto osservare la storia dell'Italia, e insieme la storia del pensiero indipendente. Che se in questi anni si pubblicarono tante ricerche sulla Riforma ne' diversi paesi, l'essere scritte da soli acattolici potrebbe lasciar indurre che questo tema giovi soltanto alle negazioni eterodosse[1].
Ben l'odierno orgoglio che ci fa negare tutto ciò che non comprendiamo, e crederci disobbligati dal faticare a comprenderlo; la repugnanza da ogni autorità e più dalla jeratica; il predestinato applauso ad ogni sovvertimento; l'applauso domandato dallo scandalo e dall'echeggiare la folla; il predominio dell'opinione sopra la coscienza; il disaccordo in tutto fuorchè nell'abbattere la fede che non s'ha, nell'impugnar dottrine che non si conoscono o male, fan presentire l'antipatia contro la parte che in Italia prevalse; antipatia che si propagherà sul narratore.
Poi una società che, idolatra di se stessa, si persuade che il suo progresso consiste nel rinnegare e vilipendere il suo passato, giudicherà non solo inopportuno, ma insensato il tornare alla teodicea de' padri nostri, anticaglia da museo; e in un passato compassionevole rivangar discussioni dimenticate.
Dimenticate! ma non è questa una lotta delle idee, come tutte quelle grandiose che si mantellano sotto i nomi di Grecia e Persia, metropoli e colonie, re e repubblica, papato e impero? Dimenticate! ma come dirlo or che con tanta sollecitudine e spese si fomenta l'apostolato di dottrine avverse alla cattolica? come dirlo or che si odono tutt'i giorni agitare, ne' caffè come ne' parlamenti, punti supremi della fede e dell'organamento della Chiesa, e l'efficacia di questa sopra la convivenza sociale? Non è guari, un attacco contro il maggior ente che vestisse l'umanità risvegliò le timorate non men che le temerarie coscienze, e Gesù divenne quistione del giorno.
Vero è che di tutto ciò prendeasi ben maggiore pensiero quando gli intelletti si occupavano principalmente di Dio, dell'anima, della destinazione dell'uomo: riconosceano la santità non solo, ma la bellezza della redenzione, del pentimento, dell'amore; in tal senso dirigevansi e le azioni e le astinenze, sorgevano le sètte, incalorivansi i partiti; e tutti gli studj, come tutte le meditazioni s'aggiravano sulle massime eterne, misteriose quanto la coscienza.
Quell'età è tramontata, ma anche gli odierni, indifferenti alla analisi delle anime, non possono negare che nell'uomo il bisogno di credere sia forte quanto quello di ragionare. Poi, si può egli trattare nulla di grande senza chiarire e assodare i principj? Che cos'è il diritto? in qual connessione stanno gli individui fra loro e colla società? dove termina il campo della ragione e comincia quello della fede? qual parte deve farsi all'autonomia individuale, quale all'autorità? come venimmo e per qual fine al mondo? come dobbiamo condurci od essere condotti, se quest'ordine è voluto da un essere superiore?
Tali quistioni si tengono per mano; e il problema religioso siede al fondo di tutti i problemi contemporanei, dove men pare; e si realizza nell'ordine de' fatti in maniera, che la macchia originale è la legittimazione de' governi, e i supplizj e gli eserciti sono autorati dai reprobi istinti; la volontà libera, o la fatalità e la predestinazione sono i poli fra cui oscilla eternamente la filosofia non meno che la teologia.
Quando il sofista eloquente fantasticò uno stato di natura, diverso e opposto al sociale, e disse «L'uomo è nato buono, e la società lo pervertisce», sovvertendo l'ordine teologico sovvertì l'ordine politico, e produsse la rivoluzione.
E più il fiotto di questa s'ingrossa, più flagella gli argini dell'autorità: ma il sentimento rivela confusamente, l'intelligenza chiarisce, l'esperienza intìma che occorrono o la fede o la forza; attenuare le credenze è attenuare l'uomo, e sostituire all'imperio delle coscienze il despotismo dei decreti, e con comminatorie, e carceri, e soldati, e prestiti, e impiegati costringere a subire bestemmiando quel che prima portavasi con spontaneità o rassegnazione.
Per verità, adesso, mentre la vita de' popoli si trasforma con tal fatica, da non lasciar tempo al pensiero, l'uomo si storna dalle idee elevate per strisciare fra le palpabili e giornaliere; e insaziabile di esaltazione e di godimenti, invanito dei progressi materiali, vilipende istituzioni che non si traducono in moneta o in piaceri. Per conseguenza all'eresia che dissente e nega, sottentrò quella che ignora e non distingue. Chi più oggi ha qualche esperienza della vita spirituale? chi disputa se sieno le opere o la fede che salva, e se Cristo nel sacramento si trova sostanzialmente o simbolicamente? Il dogma si considera non come essenza della religione, ma come spiegazione, chiesta dal raziocinio avido di essere chiarito su ciò che ognun sente, ponendo però sempre superiore alle credenze l'indipendenza dell'intelletto individuale. Sin pei buoni la fede è men tosto una qualità interna soprannaturale, che la regola esterna della vita; pur tacendo coloro che non solo eliminano dall'ordine naturale il soprasensibile, ma ne niegano la possibilità.
Quante, anche fra le persone colte, possedono appena nozioni generiche, mal accertate, oscure, irreverenti sopra le divergenze dottrinali fra Cattolici e Protestanti! In parte n'è causa l'appartener noi a nazione che, prima degli odierni sbrani, era tutta cattolica, e perciò scevra dalle controversie; ma neppur quelli che l'hanno per dovere, coltivano abbastanza questi studj, sia la scienza delle fonti letterali (filologia biblica, critica, ermeneutica), sia quella de' principj (apologetica, dogmatica, catechesi, pedagogia, liturgia, arte, diritto, morale), sia quella dei fatti (archeologia, storia) o de' simboli.
E perchè i frivoli ne ciarlano tuttodì con sfacciataggine pari all'ignoranza, i sapienti, non trovandosi a fronte antagonisti serj, sdegnano venir con loro alle braccia, e con ciò lasciano a quelli, se non l'onore, il vanto del trionfo. Di tal passo arrivasi a reputar merito l'indifferenza, cioè non solo il diritto reciproco di pensare ciò che si vuole, ma il ripudio d'ogni indagine severa, la beffa d'ogni convinzione profonda. Eppure la sorgente dei sentimenti cristiani sono i dogmi.
Si vuol incolpare i controversisti di sollevare più dubbj che non ne dissipino.
Per verità, a chi non concepì mai, o mai non intese objezioni contro la religione di sua madre, qualunque libro che gliene affacci diviene pericoloso, qualunque confutazione lascia un'impressione pericolosa; laonde molti vorrebbero che il debito del Cristiano si limitasse a credere e venerare. Fortunato chi n'ha il dono! Ma dietro a Tertulliano il quale diceva, che «la verità non arrossisce che del non essere conosciuta», tutti i Padri tennero che la religione non ha a temere la leale investigazione, bensì l'ignoranza e l'errore, e i maggiori santi francamente rivelarono le opposizioni. Queste provocano spiegazioni e in conseguenza luce. Che se è buono che i più credano ingenuamente perchè bevvero coi primi insegnamenti la venerazione a ciò che la Chiesa ingiunge, a molti corre obbligo di mostrare che ne esplorarono i fondamenti con quell'ossequio ragionevole che l'Apostolo raccomandava, associando scienza e discussione, esame e obbedienza.
Noi non crediamo v'abbia reale consorzio civile là dove si opina solo, invece di credere; e il vilipendio delle idee religiose è sintomo spaventoso per l'avvenire morale d'un paese; giacchè, obliterato il senso dell'ideale, non restano che l'empirismo, e la cura di soddisfazioni inferiori, precarie, servili. Or dove l'idea religiosa illanguidì, il discuterla in pubblico al par degli affari comuni, la ravviva; dove poi si declama in contrario, mal si temerebbe che riescano di scandalo le verità dette da fedeli. Or dunque, che crescono i contatti coi dissidenti, importa di non trovarsi sprovveduti sulle differenze dogmatiche, nè credere che basti disprezzare l'attacco e maledire l'assalitore: vuolsi conoscere e propugnare le grandi verità quando l'insipienza le ingombra, la malizia le nega, la passione le stravolge.
In tempi d'altre tirannie, quando non aveano valore sul mercato le voci di libertà, patria, nazionalità, noi ci ostinammo a ripeterle finchè divennero moda, e, com'è delle mode, se ne alterò, e fin capovolse il senso. Così ora ci ricorreranno le parole di coscienza, fede, avvenire, salute, giustificazione: che importa se le disappresero fin quelli che più dovrebbero conoscerle e insegnarle?
Ma anche la verità ha le sue sètte, ed esse portano a quell'esagerazione, dalla quale dovrebbero più rifuggire le cause che hanno coscienza della propria forza. Quindi ci si rinfaccia che agli ecclesiastici devono essere riservate disquisizioni, ov'è impossibile a laici mantenersi in quell'esattezza, alla quale falliscono fin i maestri in divinità, nè convenire ai figli d'Abinadab stendere la mano a sorreggere l'arca barcollante.
Quando tanti secolari si fanno lecito di berteggiare i dogmi e i riti, e dar consigli ai depositarj di essi, perchè sarebbe men conveniente a laici l'assumerne la difesa? Tanto più imparziali essi appajono quanto che niuna speranza terrena li lega al potere che sostengono, niuno speciale carattere nè prefissa educazione gli obbliga o li trae a professare sgradite verità e ad affrontare l'impopolarità; nè sono stretti da quello spirito di corpo che i corpi ruina, perchè, colla paura di screditarli, ne scusa o maschera le aberrazioni, e non ne scevera gli elementi corrotti.
Quando il senatore Flaminio Cornaro mandò a Benedetto XIV la sua Storia delle chiese venete, il papa ringraziandolo, non solo lo esortava a continuare le dotte ricerche, ma desiderava che altri laici vi s'applicassero, come in vecchi tempi ne han dato esempio san Giustino, Atenagora, Arnobio, Didimo, Latanzio, Prospero d'Aquitania, Severino Boezio, Cassiodoro, Evagrio, e ne' recenti il Fiorentini, il Buonarroti, il Sigonio, il Masini, lo Zani, il Cappello, il procuratore Giustinian, Diodo, Morosini, Loredano, Laura, Quirini, Secondini, Maffei ed altri molti[2].
Dicasi pure che questa è una scusa che noi predisponiamo agli sbagli e alle inesattezze nostre. E in quante incapperemo! Ma sempre cercammo esporre con precisione la verità, quale è definita dalla Chiesa, alle cui decisioni noi ci sommettiamo senza riserva, protestando che i nostri dubbj non sono che interrogazioni rispettose, e pronti a ritrattare qualunque errore o temerità, autorevolmente avvisataci.
Di essere ascetici ne rinasceva l'occasione ogni tratto, ma non ci esporremmo alle risa d'una società che calcola e non sente? Nè tesseremo lavoro apologetico ed encomiastico, ma procederemo colla sincerità che ci è consueta. L'istituzione ecclesiastica è mescolata, e più era un tempo, alle cose terrene, in modo, chè ne contrasse l'inquinazione; di mezzi mondani dovette valersi per assicurare la propria indipendenza; fu diretta e preseduta da uomini, ai quali Cristo promise l'infallibilità nelle decisioni, non l'impeccabilità negli atti. E come, se impeccabili non furono gli angeli in cielo, il primo uomo in paradiso, Pietro al fianco di Gesù?
Poco disposti a dissimularne i traviamenti, quanto lontani dall'esagerarli, noi sappiamo che ai papi è dovuto l'omaggio dell'intera verità: e se molte volte leniremo colla spiegazione ciò che è moda esacerbare col sarcasmo, siamo primi a deplorare gli abusi che diedero occasione o vigore alle separazioni.
Credemmo obbligo nostro conoscere le capitali controversie odierne sull'origine del cristianesimo e la pretesa formazione dei libri canonici e dei dogmi; e oltre la Vita di Gesù di Strauss e di Renan, e gli Evangeli di Eichthal, non abbiamo trascurato la Storia dei tre primi secoli della Chiesa di E. de Pressensé; la Storia del Cristo di Ewald; gli Studj storici e critici sull'origine del cristianesimo di A. Stop; la Storia elementare e critica di Peyrat; abbiamo seguitato gli studj esegetici della scuola di Tubinga, i Saggi degli inglesi seguaci di Colenso, e le tante disquisizioni di Jowel sulle Epistole di san Paolo; di Milman sul Cristianesimo latino; di Witt sugli accordi fra la dottrina cristiana e la scuola di Alessandria; di Baur sul Cristianesimo e la Chiesa cristiana;..... ma ricondotto il cristianesimo in faccia alla storia, alla ragione, alla coscienza, interpretato con libertà di spirito, non trovammo ragioni per iscostarci dalla tradizione cattolica. Anzi lo studio ci convinse che l'attuazione ecclesiastica n'è eccellente, sia pel necessario contemperamento della sovranità de' pochi colla soggezione delle moltitudini, sia per procurare la maggior possibile felicità, quella cioè in cui le volontà non alla coazione, ma s'adagino alla morale persuasiva; e che il principato sacerdotale, com'è il più antico, così è il più venerabile e generoso potere, la chiave della vòlta dell'edifizio sociale, la salvaguardia della libertà nelle nazioni civili, perocchè alle sovversioni oppone l'unica forza capace di resistervi, la coscienza.
La religione non tocca solo la parte sentimentale, ma abbraccia tutto l'uomo, anzi tutta la società, e ne sono riflesso i costumi e la legislazione, la vita domestica e la politica; insomma è l'espressione più profonda della coscienza dell'umanità in un dato periodo. Ecco perchè ogni religione è storia, e la nostra è delle più importanti alla umanità, nè può comprendersi bene in un secolo se non rimontando al precedente. Perciò dovemmo rifarci alla cuna del cristianesimo, non per riconoscervi il principio divino della civiltà moderna, la garantigia del diritto comune, la base delle nuove legislazioni, il legame sociale de' popoli, la norma delle coscienze, ma solo per vedervi assodarsi e svolgersi le verità tradizionali, e germogliare gli errori, che poi ingrandirono nel XII secolo e nel XVI, sul quale di preferenza vi indugeremo.
Dovendo parlare di persone e fatti già da noi esposti anche più d'una volta, non ci si farà colpa d'usare talvolta le stesse parole; il diverso scopo di questo lavoro n'ha però cambiata l'economia, e se altrove prediligemmo le vedute sintetiche e comprensive, qui saremo spesso biografi e aneddotici.
Rifuggendo dalla fraseologia di moda, che annichila la realità e confonde le immagini, e mette anche nel libro il tono superficiale ed evasivo del giornale, noi c'industrieremo di ritrarre gli uomini colle passioni, colle virtù, coi vizj loro, nè angeli nè demonj. All'urbanità che devonsi creature decadute e fallibili non mancheremo mai, sebbene non la speriamo da coloro che dall'infanzia abituaronsi a non vedere la verità che traverso ad occhiali comprati, e intitolare pregiudizio ciò che urta i pregiudizj loro.
E fra questi pregiudizj è l'apporre a chi tratta materie religiose, le taccie d'ignoranza, d'illiberalità, d'intolleranza. La prima ben ci sta, e fu appunto per minorarla che faticammo tanti anni a raccoglier fatti e notizie, parte nuovi, parte dispersi in libri di difficile accesso; e invocammo i consigli di quelli, pochissimi in Italia, che prestano sussidio e consigli a chi studia.
Se amiamo la libertà, lo dicano i nostri libri e la nostra vita, e il non averla rinnegata neppure negli schifosi trionfi di coloro, che la trascinarono al postribolo e al palco da ciarlatano.
D'intolleranza non fummo imputati mai, neppure dai nemici, bensì del contrario; e l'affliggente spettacolo di ecclesiastici che portarono fino a classificare l'odio teologico, ci renderà attenti a serbar la dignità nostra rispettando quella degli avversarj, che la Chiesa c'insegna a considerare come fratelli in Cristo, e ci dà speranza di vederli qui in terra raccolti in un solo ovile, poi in cielo a contemplar con noi la luce nella luce, e conoscere tutte le verità nel centro loro, che è Colui che solo nè inganna, nè s'inganna.
Rovato, ottobre 1865.
DISCORSO I.
FONDAZIONE E STABILIMENTO DELLA CHIESA.
L'uomo era stato creato di retta intelligenza, e favorito di superne comunicazioni, ma libero e però capace di errare[3]. In fatto, mutando la coscienza del somigliar a Dio colla pretensione d'esser identico ad esso, peccò di superbia e disobbedienza; e il reato di quella colpa, trasmesso per generazione dal primo stipite a tutta la sua discendenza, quasi al modo che ne' rami e ne' frutti della pianta trapassa il guasto della radice, costituisce il più profondo mistero, non accettando il quale si moltiplicherebbero altri misteri. Ottenebrata allora la verità che l'uomo avea ricevuta coll'immediata intuizione di Dio e col linguaggio; venuti in disaccordo l'intelletto, la volontà e la potenza, la stirpe umana decadde dall'altezza in cui era stata costituita, e perdette la piena conoscenza del vero e la pratica del bene. Pure a queste non cessò d'esser destinato; ma, per ristabilire il rotto accordo, non basta la ragione, e richiedesi la coscienza, appoggiata sulla fede, la quale è data solo dalla rivelazione. Tale rivelazione era conservata da un popolo eletto, per tradizione orale e in libri santi. In questi promettevasi un redentore o mediatore, che ripristinerebbe la comunicazione tra l'eterna giustizia e la creatura peccatrice. Chi poteva far ciò altri che un Dio?
Giunta la pienezza de' tempi, vaticinata dai profeti, figurata in tanti fatti e tanti simboli, deposti in libri conservati da coloro che lo avrebbero più risolutamente osteggiato, Cristo figliuol di Dio nasceva da una vergine, in paese colto e ricco, a due ore dalla città più famosa d'Oriente[4], nell'età più splendida di Roma, l'età dell'oro della letteratura. Così dal Dio esistente in se medesimo e nascosto passavasi al Dio conoscibile, manifestato e conversante fra gli uomini; all'Emanuele, cioè Iddio fra noi. Il dogma dell'incarnazione costituendo l'unità personale della natura divina e dell'umana nell'uomo-dio, additava come fine dell'uomo l'unione divina; passo essenziale dell'umanità sulla strada che la riconduce a Dio.
Egli era luce nelle tenebre, e le tenebre non lo compresero; venne fra' suoi, e i suoi non l'accolsero; gl'ipocriti e gl'intriganti lo perseguitarono; mossero l'ira consueta dei depravati contro chi vuol rigenerarli, e come riottoso e seduttore fattolo denunziare dalla pubblica opinione, cioè dagli schiamazzatori di piazza, trionfarono del vederlo messo legalmente a morte obbrobriosa, dalla quale resuscitò più vigoroso.
Venuto a riordinar la scienza e l'amore, l'intelligenza e l'opera, che il peccato avea sconnesse, recava la redenzione, e in conseguenza la legislazione religiosa. Tutto era insegnato a tutti, e il mistero non era una parte della credenza, arcana al volgo e riservata ai sapienti, ma imponevasi egualmente a ognuno, perchè trascende l'umana ragione, sia colta o ineducata[5].
Cristo conferì a' suoi ministri la facoltà di sciogliere e legare i peccati tra l'effusione della grazia, e lo stupendo privilegio d'immolar il Figlio al Padre, vittima incessante per le colpe, sotto le specie del pane e del vino, sotto le quali si acchiude l'incarnata divinità (se immagine umana può adombrare il mistero) come l'idea nella parola. Il qual sacramento, assunto da' fedeli in commemorazione di lui, esprimesse la debolezza degli uomini, e comunicasse la forza che viene da Dio.
Nulla scrisse egli, e il Cristo storico non ci è noto che per tradizione, avendone raccolto le parole e gli atti alcuni di coloro che l'udirono, e postane in iscritto parte, professando che molt'altro ne tacevano.
Acciocchè la verità non tornasse più ad offuscarsi, Cristo fissava una fiaccola viva e indefettibile, la Chiesa; la quale, avvivata dallo Spirito Santo che sempre la inabita, come l'anima il corpo vivo, e serbando intemerato il deposito delle verità rivelate, adempie perennemente nel mondo una doppia missione.
La prima, di trasmettere infallibilmente, in coloro che rigenera di mano in mano colle parole e co' sacramenti, la vital verità e quel medesimo spirito di cui ella vive, presso a poco siccome la madre nel figliuolo tramanda la sua stessa vita e natura umana, e l'allatta della sua sostanza, e l'istruisce col linguaggio comune della società[6]: e come niuno può darsi da se medesimo l'essere e la natura d'uomo, ma deve riceverla dalla natura, e riceverla tal quale gli è data, prima d'ogni suo giudizio, essendo assurdo che il bambino volesse giudicare il latte della madre, e più ancora il germe da cui lo genera, così l'essere e natura di cristiano fa duopo ricevere dalla Madre Chiesa senza previo giudizio. Che se, per mantenere inalterata la schiatta umana, Iddio ordinò leggi impreteribili alla natura, per tramandare inalterata la vita cristiana alle ultime generazioni deve aver fatta infallibile la Chiesa. Sotto questo primo aspetto si deve essa considerare qual madre di tutti i viventi, con autorità che non grava o lega le coscienze, bensì le forma e le genera, come la madre non è di aggravio al bambino, nè la radice esercita violenza sui rami. Uno è il capo, da cui prende vita tutto il corpo; una la radice che germina tutta la pianta; una la madre di prole sì numerosa: dal suo seno nasciamo, del suo latte siamo nodriti, del suo spirito animati[7], per modo che tutti i Cristiani son germogli della radice apostolica e della Chiesa[8].
L'altra missione della Chiesa è di tenere nell'unità, coloro che dall'arbitrio individuale sarebbero indotti alla varietà e al fallo. In ciò la Chiesa fa sentire la sua potestà, costituita sopra le coscienze; potestà, alla quale spetta di risolvere ogni dubbio, determinare le credenze, non avendo altre arme se non la persuasione, la grazia invocata e la infallibilità promessa da Colui che prega in cielo affinchè la fede di Pietro non venga meno.
Così il vangelo, promulgato per testimonio divino, doveva esser conservato e tramandato per testimonio indefettibile. Senza una tale istituzione infallibile non si dà conservazione certa della verità rivelata, nè quindi dogma fisso, o alcun dovere determinato, o possibilità della vita cristiana. La Chiesa è la sintesi della incarnazione, e svolgesi nell'esercizio d'una religione, i cui elementi sono, per parte di Dio, la rivelazione; per parte dell'uomo, la fede.
Ascolta e guarda: ascolta la voce ch'è in te; guarda la bocca che ti risponde. Non è necessario che tutti conoscano le dimostrazioni e le confutazioni, cioè che abbiano ponderato la storia: basta guardino il presente, i caratteri della Chiesa attuale, per esser certi del suo passato e del suo avvenire, della sua storia e della sua destinazione. E perciò Cristo disse alla sua Chiesa: «Chi ascolta voi ascolta me[9] perchè io sono con voi[10], e chi resiste alla voce vostra resiste alla mia»[11]. Cristo è così chiaramente colla Chiesa, che ella dee considerarsi come una prova della rivelazione; e per lo splendore de' suoi caratteri è il primo de' motivi di credibilità.
Ad ogni uomo di buona fede si può domandare: «Voi conoscete che tutti han sete della felicità e della vita, orrore della morte: voi volete vivere, felice, sempre: in fondo al cuor vostro c'è l'invincibile inclinazione alla vita futura. Ma che cos'è questa vita futura? che possono dirvene gli altri uomini? Lo sguardo dell'anima non vi penetra, l'esperienza non ce ne dice nulla; intorno a Dio, alle cose invisibili l'uomo non vuol ascoltare che Dio. In fatto di religione, la ragione domanda la fede divina. E perciò la fede è un fatto generale quanto la ragione: l'umanità credette sempre che Dio non l'ha gettata sulla terra senza istruirla del suo fine e della legge con cui raggiungerlo. Questa testimonianza divina la ragione umana non la cerca in una voce morta, in un libro finito; non chiede un oggetto di studio, ma un maestro, un'autorità viva e parlante. Or dove sta quest'autorità divina insegnante? autorità distinta dalle umane, improntata del suggello divino? Non può variare, questa non può insegnare ora il sì ora il no. Deve dunque esser una, perpetua, universale, infallibile: tal la vuole la coscienza umana; a tali caratteri la riconosce, appena le si mostri. E la coscienza e la storia ci attestano che un'autorità divina è manifestamente necessaria all'uomo e al mondo.»
Or la ricerca de' testi, il paragone de' sistemi non sono possibili alla generalità: eppure l'uomo ha bisogno di tal certezza. Fuori del cattolicismo, nessuna Chiesa pretende all'infallibilità nè all'universalità.
Quei che raccomandano la Bibbia, la sola Bibbia, suppongono l'infallibilità di tutti; il che è un evidente assurdo: i Protestanti stessi nol credono: tant'è vero, che predicano. Per la missione che il cristianesimo aveva di rintegrare l'unità religiosa e morale nel mondo, bisognava l'autorità, mentre la ragione individuale è fonte e materia eterna di scissura. Se al primo momento avesse potuto ognuno interpretare a sua voglia le Scritture, e applicare i precetti evangelici, ognuno avrebbe avuto un sistema proprio; non potea proferire «Questo è l'errore», nè come san Paolo dire «Un solo Cristo, un solo battesimo, una sola fede». Sin dall'origine sant'Ignazio raccomanda: «Siate soggetti all'autorità stabilita da Cristo. Rimanete uniti a Dio, a Gesù Cristo, ai vescovi, ai precetti degli apostoli».[12] E san Clemente ai Corintj: «Cristo è venuto a stabilir la comunione de' cuori come degli spiriti: in conseguenza bisogna l'unità. Ma l'unità, l'ordine, l'armonia richiedono una sommessione assoluta alle leggi divine: e senza umiltà non v'è sommessione. Il pontefice (vescovo) ha incarichi particolari, particolari il prete, il levita; il laico è tenuto solo ai precetti di laico».[13]
La Chiesa ha uno scopo soprannaturale, e però il potere di essa dovea provenire dall'alto; e la forma di reggimento meglio appropriata doveva essere la monarchica.[14] Da principio essa fu tale necessariamente nella persona di Cristo. Morto, non potendo più sensibilmente esercitarla, dovea sostituire chi ne facesse visibilmente le veci. Disse dunque a Pietro, «Sopra te edificherò la mia Chiesa»; e agli Apostoli, «Andate e predicate a tutto il mondo». Così Pietro pronunzierebbe la verità; gli altri la propagherebbero: e la Chiesa visibile, vivificata da invisibile virtù soprannaturale, otteneva l'unità di governo.[15]
Pietro stesso avea rinnegato Cristo: onde, nonchè esser superiore alle debolezze umane, rappresenta l'umanità peccabile. Pietro pone dapprima la sua cattedra in Antiochia, dove applica il nome di cristiani ai nuovi credenti. Passa poi a Roma, e quivi la stabilisce: fatto che gli eterodossi negherebbero volentieri, perchè così negherebbero l'apostolica istituzione della sede romana, divenuta la primaria del mondo cattolico; ma che è provato da abbondantissimi argomenti. I nostri videro un miracolo provvidenziale nell'esser cadute le chiese di Gerusalemme, d'Antiochia, d'Alessandria, fondate in origine, e di cui conosceasi quando cominciarono; solo Roma offre una serie di vescovi, non mai interrotta fra tanto avvicendare di accidenti.
Quando Pietro fu ucciso, potea credersi spento il cristianesimo, poichè trovavasi di fronte il politeismo signoreggiante colla forza e coll'ingegno, e il mosaismo coi miracoli e la legge; nessuna temporalità sorreggeva il papato, e il mondo non vedeva in effetto che pochi visionarj, sparpagliati per l'orbe. Eppure i raggi dalla stalla di Betlem e dalle catacombe di Roma si diffondeano per tutta la terra, e cominciava quella concatenazione di atti stupendi, ove incontra il miracolo chi studia puramente la storia.
Paolo, da persecutore de' Cristiani divenutone l'apostolo, diffuse il vangelo tra le genti colla parola e con epistole, ove discute le idee degli Ebrei che pretendeano miracoli, e dei Gentili che pretendeano il legame logico delle idee. Uomo della ragione, argomenta ed estende ai varj membri le verità universali; mentre san Pietro, anche quando scrive, è l'uomo dell'autorità che proclama il dovere e la sommissione. Ma «non sia chi s'intitoli di Pietro o di Paolo, ma solo di Cristo»; intima Paolo: «Solleciti di conservare l'unità dello spirito mediante il vincolo della pace; un solo corpo, un solo spirito, una sola speranza, un solo signore, una sola fede, un solo Dio padre di tutti e per tutte le cose»[16].
Intanto san Matteo avea scritto pel primo la storia di Cristo, la più abbondante di fatti, come palestino ch'egli era e testimonio diretto. Marco, discepolo di Pietro, la espose in greco qual l'aveva udita, e così Luca antiocheno, più colto e dignitoso, che appare anche autore degli Atti degli Apostoli, narrazione sublime per semplicità.
Giovanni ebreo, che ebbe parte nelle scene della redenzione, e poi fu vescovo e martire, vedendo diffondersi molti errori sulla natura divina del Redentore, scrisse ultimo il suo vangelo, men curandosi di ripetere i fatti già prodotti dagli altri, che di combattere le dottrine gnostiche. Poi da narratore mutato in contemplatore, nell'Apocalissi manifestò le visioni soprannaturali, in cui gli furono predette le persecuzioni e i trionfi della Chiesa, la distruzione del mondo e i gaudj della superna Gerusalemme.
Altri vangeli, epistole, costituzioni, la Chiesa o riprovò o non riconobbe, ma per la loro antichità possono servir di testimonio; come la tradizione costante che risulta da monumenti storici, prova apostoliche alcune verità, sebbene non scritte[17].
Il simbolo detto apostolico, primo compendio della teologia cristiana, non consta sia stato composto dagli apostoli avanti dividersi; tale però lo vuole la tradizione costante: e forse vi furono fatte aggiunte posteriori, sebbene non sembri probabile che a quella formola battesimale si attaccasse qualche nuovo articolo man mano che una nuova eresia rendeva necessaria una protesta. Certo è concepito in modo tanto generale, che anche i maggiori dissidenti poterono conservarlo[18].
Ciò che distinse ben tosto il cristianesimo da tutte le altre religioni e filosofie, è il pretender subito all'universalità. Fin allora non si conoscevano che religioni nazionali o di Stato; ciascun popolo teneva le sue divinità, i suoi culti; la religione serviva a discernere popolo da popolo. Il cristianesimo pel primo, rotte queste barriere particolari, dichiarò esser destinato a tutto il mondo, esser capace di abbracciare tutte le nazioni, qualunque ne fosse la civiltà, di soddisfarne tutti i bisogni religiosi, e fondare una chiesa dell'umanità, un regno di Dio indipendente da frontiere geografiche o governative. In conseguenza non presentasi come attuamento d'alcuna teorica particolare, non s'appoggia a veruna scuola, nè cerca alcuna alleanza: oppone francamente la follia della croce alle osservanze ebraiche come alla bellezza greca e alla legalità romana, talchè subito è considerato come una empietà, una ignoranza, una ribellione, la negazione di Dio, della scienza, della legge, il nemico del genere umano[19].
L'opera del Cristianesimo era di preparare un nuovo mondo, assodandone la base, cioè la fede: fede superiore a qualunque ostacolo. Pertanto il primo secolo dovette essere più pratico che speculativo, più d'azione che di parola: la dottrina era perpetuata da una tradizione orale e viva; era concentrata in alcune parole gravi e semplici. La fede provavasi colla testimonianza di quelli che aveano udito e veduto l'Uomo Dio: le disparità che nascessero restavano appianate dal detto d'un discepolo; la gran giustificazione consisteva nel rinovellarsi del mondo, e la dichiarazione di fede nell'escludere dalla comunione d'una Chiesa chi credesse altrimenti, cioè chi alla verità generale surrogasse una restrizione di particolar suo giudizio.
E poichè quaggiù il bene e il male sono in perpetua lotta, il cristianesimo dovè combattere, prima col martirio, dappoi colla ragione, l'erudizione, l'eloquenza. E qui s'apre lo spettacolo della controversia, dove gli apologisti che erano stati filosofi, cominciarono quel conflitto dell'errore colla verità, che finirà solo coi secoli; dove il cristianesimo, combattendo gli Ebrei e i Gentili, parla alla ragione e all'intelletto; l'esegesi biblica è creata; una scuola cristiana fondasi accanto alle altre dell'êra alessandrina.
San Giustino nell'Apologia descrive le usanze, le assemblee, i riti dei primi Cristiani. «Terminate le orazioni, al preside vien presentato del pane e una coppa di vino e acqua. Presili, egli glorifica il Padre nel nome del Figliuolo e dello Spirito Santo, e ringrazia dei doni, e i diaconi distribuiscono quel pane e quel vino e acqua. Questo cibo da noi chiamasi eucaristia, e non può assumerlo chi non creda la nostra dottrina, e non sia stato terso de' suoi peccati, e non si conduca giusta i precetti di Gesù Cristo. Imperciocchè questo non è da noi mangiato come pane e bevanda comune; ma come per la parola di Dio si è incarnato Gesù Cristo, così quel cibo, santificato per l'orazione del suo Verbo, diviene la carne e il sangue del medesimo Gesù Cristo incarnato, e diverrà carne e sangue nostro per la mutazione che accade nel cibo».
Tennero dietro que' grandi che chiamiam Santi Padri, la più splendida luce che sfolgori sul mondo, in tempo che vi si addensavano tutte le sciagure.
Più attenti ad abbatter l'errore che a dichiarar sistematicamente la verità, i Padri non ci lasciarono veruna sistematica esposizione della fede, sino a san Gregorio taumaturgo e a Cirillo vescovo di Gerusalemme. Origene dà una spiegazione metodica della dottrina rivelata, e una teologia cristiana pone come corona della scienza enciclopedica; tutto ciò nel mentre l'antica società si sfasciava. Il loro studio sarà sempre la più solida confutazione di coloro che negano o l'esistenza o la divinità di Cristo, o che attribuiscono a moderne intrusioni i dogmi e i riti più sacri.
Ma non vi si cerchi l'espressione più precisa e sistematica de' dogmi; la dottrina al pari che l'organamento si vanno svolgendo e assodando via via che la disputa costringe alla definizione più esatta e al chiarimento. Dapprima i dogmi sono, direi, fatti; è la parola di Cristo che costituisce l'insegnamento degli apostoli, non allegando altra autorità che la rivelazione divina: in appresso divien necessario formolare le basi del cristianesimo, e imprimervi un carattere, che più non possa alterarsi. A tal uopo Gesù Cristo avea promesso alla Chiesa l'indefettibile assistenza dello Spirito Santo. Essa nel cenacolo ha la stessa fede come quando è diffusa in 200 milioni di credenti: sicchè bisogna ammettere o un miracolo permanente, o che Cristo non abbandonò al capriccio della ragione individuale l'interpretare il senso delle verità rivelate.
Se san Paolo avea fulminato la ragione umana[20], certamente intendeva gli abusi che ne faceva allora la filosofia, come alcuni cattolici ai dì nostri condannano la libertà, poichè di questo nome si ammanta l'abuso del potere. Ma i Padri, e Giustino avanti a tutti, concilia la fede colla ragione, il vangelo colla vera filosofia, mostrando che quanto essa ha di vero e di buono l'ha dedotto da noi: assegnano i limiti della ragione e della fede, senza confonderle.
De' quali insegnamenti una gran pruova si ha nel vedere come gli etnici allora, cambiando sistema, togliessero a dimostrare che i Cristiani aveano dedotto ogni cosa dalla filosofia gentile: fino artifizio di colpirli appunto colle armi, di cui essi eransi muniti.
Ed è notevole come, nel valutare il lavoro spontaneo della ragione e i soccorsi della tradizione, i Padri concordino con ciò che poco fa[21] proclamò la più venerata autorità, cioè che fra la ragione e la fede non può darsi antagonismo, perchè entrambi emanano dalla fonte stessa; che la ragione può provar l'esistenza di Dio, la spiritualità dell'anima, la libertà dell'uomo; che l'uso della ragione precede la fede e a questa conduce: che della ragione non sono colpa gli errori in cui cadde la scienza superba.
Cristo disse agli apostoli: «Io dispongo per voi del regno, come il Padre ne dispose per me, in modo che mangiate e beviate alla mia mensa nel regno mio e sediate in trono a giudicare delle dodici tribù d'Israele». E a Pietro: «Simone, Simone, ecco Satana vi cercò per vagliarvi come il grano. Ma io pregai per te acciocchè la fede tua non venga meno; e tu rivolto conferma i fratelli tuoi[22]».
Qui evidentemente Cristo lasciava a' suoi apostoli il sacerdozio come privilegio particolare; e dava a Pietro lo special dovere di assodare i fratelli nella fede. Non è dunque il sacerdozio accomunato a tutti i fedeli. Negli Atti degli apostoli, per l'elezione de' primi diaconi è consultato il popolo, ma il ministero è conferito dagli apostoli. Sorge contestazione sulla necessità o no de' riti giudaici? si fa appello agli apostoli e agli anziani. Nel concilio di Gerusalemme gli apostoli e i seniori non consultano tutti i fedeli sull'astinenza dalle carni immolate e dalla fornicazione; san Paolo ingiungeva il da farsi, e scrive ai Tessalonici: «Vi supplichiamo di riconoscere le cure di quei che vegliano sopra di voi, e vi governano secondo il Signore».
Ecco la superiorità di diritto divino de' preti sopra i laici, ch'è negata dai Protestanti quasi non vi fosse altra distinzione fra la plebe credente e il governo della Chiesa, tranne quella di fatto e diritto meramente umano, che corre fra il popolo mandante e i suoi mandatarj. La superiorità della gerarchia sopra i fedeli somiglia alla superiorità de' padri sui figliuoli, che non dipende da delegazione di questi, ma si fonda s'un titolo anteriore, e da essi indipendente. I preti non sono costituiti dal popolo suoi mediatori appo Dio, ma sono costituiti da Dio suoi ministri sopra il popolo: l'autorità vien dall'alto al basso, non il contrario. È dunque fuor di ragione il sostenere che, chiunque conosce la verità, può annunziarla, senza bisogno di carattere o missione speciale.
Ma gli acattolici dicono che i pastori della Chiesa perdettero la missione dacchè insegnarono l'errore. E qual tribunale sentenziò tal decadenza? e qual legge avea prefisso che, insegnando il falso, perderebbero il carattere e la podestà, e i popoli avrebbero diritto di rivoltarsi? Quei che li condannarono furono gli stessi che gli accusarono; ammessa la colpa, li dichiararono decaduti; agli spossessati surrogarono se stessi. Tre atti di eguale illegalità.
Ed oggi stesso, ampliando que' precedenti, si sostiene che i sacerdoti sono semplici mandatarj del corpo de' fedeli; e che non ad essi, ma a tutto quel corpo fu demandato l'insegnare e governare; che il potere de' sacerdoti non essendo d'istituzione divina, non può obbligare i fedeli in coscienza; e quindi le loro decisioni non hanno vigore se non accettate dalla congregazione dei fedeli. Aggiungono che i sacerdoti non possono avere autorità indipendente da quella del principe: sta ad essi la decisione della fede, ma la pubblicità di questa e del ministero dee dipendere dai governi; nè i sudditi possono essere legati che per podestà dell'imperante.
Certo queste teoriche non le deducono dal vangelo, dove non appare mai che Cristo domandasse dal principe licenza di predicar la redenzione; e i primi apostoli annunziarono la verità a dispetto dello Stato, tanto che legalmente furono uccisi.
Siffatto governo della Chiesa parrebbe dispotico, giacchè estendesi sulle coscienze, impone quel che s'ha a credere, e proscrive il dissenso. Sì: appunto come la stella polare inceppa l'azione del nocchiero, additandogli il nord, e impedendogli di errare. E la infallibilità deriva da un principio superiore all'uomo, di modo che la ragione vi si acqueta. Tutto poi fa in pubblico, per lettere, dibattimenti, assemblee diocesane, provinciali, nazionali, universali, nulla determinando se non dopo deliberazione comune. L'obbedienza dunque nasce dalla persuasione; e solo a Dio, vero e primo sovrano, ed al Cristo suo si sottomettono il pensiero e la coscienza; i principi cessano d'aver diritto su questa, e si limitano a tutelarla, e a provvedere che la giustizia sia rettamente distribuita.
V'è chi nega obbedire, persiste nel peccato, scandalizza i fratelli? la pena più severa sarà l'escluderlo dalla comunione della Chiesa, talchè non partecipi alle preghiere e al convito de' buoni.
Uomini di nessun credito, di mediocre scienza, sprovisti di ricchezze e di spade, fra un mondo ripieno di «opere della carne, dimenticanza di Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti, sangue e omicidj, furti e inganni, orgie, sacrificj tenebrosi, persone uccise per gelosia, o contaminate coll'adulterio, tutte le cose confuse, e una gran guerra d'ignoranza che la follia degli uomini chiama pace»[23], deploravano la perversità del secolo, senza per questo staccarsene ed abborrirlo, come Cristo sedeva alla mensa de' banchieri; e vi opponevano la voce, l'esempio, il martirio, colle aspirazioni della vita interiore, colle virili gioje dell'astinenza e del sacrifizio, colla fratellanza della preghiera e delle opere, «coi frutti dello spirito, che sono carità, gioja, pace, pazienza, bontà, longanimità, dolcezza, fede, modestia, temperanza, castità»[24]. Così la luce propagavasi con miracolosa rapidità, di mezzo alla sfrenata potenza di quell'idolo senza viscere, che si chiama lo Stato, alla febbre de' progressi materiali, all'orgoglio degli Stoici, alla grossolanità de' Cinici, alla depravazione degli Epicurei, allo scetticismo degli Accademici, alle raffinate voluttà, allo spietato egoismo, all'indifferenza d'una religione ove si appajano la superstizione e l'incredulità, all'inebriamento della forza e della scienza, ai savj ed ai gaudenti che, sdrajati in orgogliosa noncuranza, limitavansi a domandare «Che c'è di nuovo?», e all'annunzio della buona novella rispondevano «Abbiam altro da fare»; oppure «Vi ascolteremo domani». Quella dottrina, che all'opinione, all'esitanza, al timore opponeva virtù ignote, la fede, la speranza, la carità: al panteismo filosofico e al popolare la personale spiritualità di Dio e l'individualità dell'uomo; alla disperazione la providenza; all'amor proprio la carità: che rivelava l'inesplorabile profondità della natura divina: che al gran mistero della vita porgea spiegazione in ciò che la precedette o che la seguirà: che rimettea la pietà del cuore nella religione dond'era partita: questa dottrina, esposta in omelie e catechismi, forme diverse d'una fede sola e d'una sola speranza, adattate alla capacità d'una plebe, bisognosa di ragione, d'industria, di benevolenza, rendea comune la cognizione delle attinenze dell'uomo con Dio per via del mediatore, i principj che importano all'ordine sociale, e la scienza che è essenziale, quella de' proprj doveri. Soddisfacendo ai bisogni intellettuali e morali, che la tirannide o le sventure reprimono non spengono, e sottraendo alla società la parte più eletta dell'uomo, asilo di Dio, responsale de' proprj atti, piantava la libertà vera, generata dalla cognizione della verità, dalla pratica della virtù, dalla fede in Colui pel quale regnano i re.
Date le convinzioni, grandeggiano i caratteri; veggonsi fanciulli e donne soffrire e morire per render testimonianza alla più sublime delle cause, la verità; e gli Atti de' martiri sono il libro d'oro dell'umanità rinobilitata; della coscienza che ripulsa gli attentati della forza. I martiri rigenerarono il mondo per via dell'amore, quando la persecuzione spingerebbe a sovvertirlo coll'ira; attestano la propria vita col ricever la morte senza darla, e procedere al supplizio colla croce in mano, e sul labbro la confessione del vero.
La Chiesa, non avendo regno in questo mondo, avvicinava più sempre gli uomini al regno di Dio, il quale consiste nell'unità di credenze e d'affetto. Quel governo spirituale, diritto di Dio introdotto fra gli uomini, non metteasi in urto col temporale, anzi avea precetto d'attribuire a Cesare quel ch'è di Cesare, serbando a Dio quel ch'è di Dio. Ma a fronte del Cesare, adorato e trucidato a vicenda, ergeva dottrine che innovavano la società, surrogando alla violenza il consiglio, al castigo affliggente la penitenza emendatrice, insomma allo Stato la Chiesa, al dominio d'uno o di pochi sopra moltitudini asservite, l'eguaglianza di tutti davanti alla legge morale, che trae forza unicamente dall'infallibilità di chi l'impone.
Da poco più d'un secolo era morto il discepolo prediletto, quando il suffragio unanime della Chiesa portava a capo della cristianità uno schiavo, che avea fatto girar la macina d'un molino, e che divenne uno de' papi più insigni col nome di san Calisto. Qual rivoluzione! Tutto il mondo era diviso, stando la potenza, la ricchezza, la libertà da un lato, dall'altro la schiavitù, l'oppressione, la miseria; sol nella famiglia cristiana tutte le classi e le posizioni s'avvicinano; essa possiede la più alta autorità morale che mai comparisse sulla terra, e la confida a uno schiavo. E questo schiavo divenuto pontefice, prosegue l'opera dell'emancipazione e dell'affratellamento dei popoli: e mentre le leggi Giulia e Papia dichiarano illegittimo il matrimonio d'un figlio di famiglia senatoria con persone di classi inferiori, Calisto predica che il patrizio e il servo ebbero da Dio gli stessi doveri, che Dio li giudicherà coll'egual rigore, nè permetterà mai che l'orgoglio rompa l'unione da lui consacrata. Papando Calisto, s'istituì che, nella nomina dei vescovi convocassesi il popolo, non perchè eleggesse, ma perchè dichiarasse se l'eletto pareagli degno o no del sublime suo ministero: altra insigne modificazione della legge romana, ammirando la quale, Alessandro Severo decretò che nelle varie provincie si facesse altrettanto per l'elezione dei prefetti.
Gli estremi di fierezza e d'iniquità, che ad essi consentiva la legge, furono fatti dagli imperatori per reprimere la nuova fede; ma ormai il mondo divideasi in due gran parti, idolatri e cristiani. Costantino sentì la nuova forza innovatrice[25], e le concesse parità di diritti; e tanto bastò perchè presto divenisse prevalente. Alla nuova Chiesa egli profuse doni ricchissimi[26]; e sebbene sia falsa la carta con cui a papa Silvestro concedeva la sovranità di Roma e dell'Italia[27], parve adempiere un decreto della Providenza quando egli trasferì a Bisanzio la sede dell'impero, lasciando libera la metropoli del cristianesimo[28]. Alle chiese fu attribuito il diritto che già spettava alle congregazioni pagane, di possedere beni sodi, e subito gliene furono profusi a segno, che Valentiniano I vietò al clero d'accettare eredità: ove san Girolamo riflette non esser deplorevole il divieto, ma il meritarlo.
Uscita dai nascondigli, la Chiesa manifestò e compì quell'organamento esterno, che durò sempre colla stabilità che essa imprime alle opere sue. Entrato nella vita civile, il clero adottò la magnificenza che parea necessaria a colpire le immaginazioni e onorar le cose sacre. Della religione bisognava ordinar l'arte, cioè il culto, moderandolo in guisa che il sentimento non trascenda, determinandone l'oggetto e i confini, acciocchè l'anima soddisfi al bisogno d'elevarsi a Dio, e di svolgere la divina idea che crede. E pel culto aggiungendo alla fede e alla scienza il sentimento, più che per la costituzione clericale, la Chiesa esercita l'apostolato civile, e, pur mettendo Iddio come unico fine, come verità da conoscere e bene da conseguire, opera tanto sull'umana società.
Nella fanciullezza della vita morale, la Chiesa parlava men tosto col linguaggio della speculazione dogmatica, che col merito e il demerito, il premio e il castigo. Perciò bisognavano tipi, ed erano i santi, il cui culto crebbe quello di Cristo, estendendolo a coloro che meglio a lui si conformavano. Modelli di virtù parziali, variate, molteplici, erano più accessibili che non la perfezione divina, erano quasi decomposizioni dell'unico esemplare, altri tipi d'una bellezza inarrivabile. Quel culto derivava dunque necessariamente dall'amore e dalla devozione al Redentore; e ciascuno sceglievasi un protettore per virtù o meriti ed uffizj speciali; e tutti vi trovavano un ideale diverso, e lo atteggiavano artisticamente nella leggenda, nella poesia, nel disegno.
A una dottrina, che è per essenza universale, tornava indispensabile l'unità del sacerdozio, ordinato in guisa da perpetuare la rigorosa conformità di credenza nell'infinita varietà di popoli, effettuando una civiltà cattolica, cioè universale. Con questo introdusse una distinzione, ignota a Greci e Romani, quella di ecclesiastici e laici. I primi, destinati a speciale servizio divino, riceveano la missione e la dignità dal vescovo. Ogni comunità aveva un vescovo eletto da essa, e che agli altri vescovi annunziava la propria elezione con lettere pastorali, in cui faceva la professione di sua fede; gli uni agli altri partecipavansi la lista degli scomunicati, rilasciavano lettere di raccomandazione demissorie pei fedeli che dalla propria passassero in un'altra diocesi.
E diocesi, con nome dedotto dalla nuova distribuzione dell'impero, chiamavasi il territorio su cui un vescovo avea giurisdizione.
Al clero fu di buon'ora imposto il celibato, tantochè Nicolao d'Antiochia, eletto dagli apostoli per sovvenire ai fedeli bisognosi, fu incolpato perchè, anche dopo diacono, s'accostasse alla moglie[29]. Con ciò formossi una milizia, pronta a lanciarsi ne' pericoli d'ogni guisa, senz'esser rattenuta dai legami domestici, vie più forti quanto che legittimi.
Ma il clero era poco numeroso: in ogni città per lo più un'unica chiesa e una messa o due, fino a considerare scismatica l'adunanza di fedeli dove non assistesse il vescovo: egli solo potea consacrare, sebbene nelle città maggiori, come Roma, il pane da lui consacrato fosse distribuito anche da qualch'altro prete, senza diritto però di assolvere o di scomunicare. Entrante il Vº secolo, Roma gloriavasi di possedere ventiquattro chiese e settantadue sacerdoti. Lo sconcio di mandare attorno le sacre specie indusse poi a permettere anche ai plebani di consacrare, e poi di amministrare pure gli altri sacramenti, eccetto l'ordine e la cresima, riservati ai vescovi, come l'assoluzione d'alcuni peccati.
I vescovi, depositarj dell'autorità, non doveano stare assenti più di tre settimane dalla loro diocesi; e applicandovi le norme del matrimonio, si proibì il divorzio, cioè d'abbandonar una chiesa per un'altra, se non l'esigesse il bene universale. Abitualmente il vescovo veniva scelto nella diocesi stessa, laico o sacerdote: ma poteva anche essere uno straniero, come tanti dei primi papi; come i Milanesi vollero vescovo il loro governatore Ambrogio da Treveri.
I vescovi sin dapprincipio furono subordinati al papa; ma alcuni si sottoponeano anche a quello della città più illustre, o la cui sede fosse fondata da qualche apostolo, formando così provincie, il capo delle quali intitolavasi metropolita, arcivescovo, patriarca: non aveva superiorità spirituale, ma convocava a concilio i vescovi della provincia, perciò chiamati suffraganei: li consacrava prima che entrassero in funzione; rivedeva le loro decisioni: vigilava sulla fede e la disciplina di tutta la provincia.
Quando morisse un vescovo, il metropolita destinava un sacerdote che, sede vacante, amministrasse la diocesi; e in presenza di questo, il clero proponeva, e l'assemblea del popolo eleggeva il successore; ma la nomina doveva essere approvata dagli altri suffraganei, e confermata dal metropolita.
Una due volte l'anno accoglieansi i vescovi a concilio sotto il metropolita, di cui erano quasi i consiglieri. Le decisioni (canoni), invigorite dal consenso comune dei vescovi, sostenute dalla rappresentanza del popolo e dal diritto divino, acquistavano forza di leggi per tutta la provincia.
La Chiesa di Roma, oltrechè eretta nella maggior città d'allora, era stata fondata prima d'ogni altra d'Occidente e dal maggiore degli apostoli, e consacrata col sangue di esso e di san Paolo. Consideravasi dunque come supremo gerarca il vescovo di essa, benchè gli altri patriarchi talvolta competessero; e se questa supremazia non ebbe sulle prime occasione di mostrarsi quale apparve secoli dopo, se rifulgea più per dignità che per esercizio di potere, esisteva in genere; il papa in radice aveva ragione di giurisdizione sopra gli altri vescovi, che nei casi più gravi non mancò di manifestarsi, e più dacchè gl'imperatori cristiani ingiunsero che ogni vescovo potesse dalle sentenze del metropolita appellarsi al papa della città eterna.
Quando erano difficili le comunicazioni fra le varie chiese, frequenti concilj si teneano presso le singole; pure ricorreasi sempre a Roma, e sant'Ireneo diceva: ad hanc ecclesiam propter potiorem principalitatem necesse est omnem convenire ecclesiam[30]; e già san Girolamo era tutt'occupato nell'assistere papa Damaso a rispondere ai consulti che gli venivano dall'Oriente e dall'Occidente[31]; il concilio di Calcedonia chiese da san Leone la conferma de' suoi decreti; i vescovi d'Oriente scrissero a papa Simmaco, riconoscendo che le pecore di Cristo furono confidate al successore di Pietro «in tutto il mondo abitato»; papa Ormisda nel 318 stese un formulario, che i vescovi doveano trasmettere firmato ai metropoliti, e questi al pontefice, come simbolo dell'unanimità colla sede apostolica «in cui risiede la verace e intera solidità della religione cristiana».
Quella superiorità divenne anche legale nell'ordine civile quando l'imperatore Giustiniano ordinò che tutte le Chiese fossero soggette alla romana[32], quum ea sit caput omnium sanctissimorum Dei sacerdotum, vel eo maxime quod, quoties hæretici pullularunt, et sententia et recto judicio illius venerabilis sedis coerciti sunt; e a papa Giovanni II scrivea: Nec patimur quidquam quod ad ecclesiarum statum pertinet, quamvis manifestum et indubitatum sit, ut non vestræ innotescat sanctitati, quia caput est omnium sanctarum ecclesiarum.
Pietro fu eletto da Cristo: i successori suoi da un senato ecclesiastico, poi quando a quella dignità si unirono ricchezze che non cercò, ma che non doveva ricusare, sicchè mescolò la sua vita alla convivenza civile, all'elezione concorsero il clero e il popolo; quando quel posto divenne ambito, gl'imperatori s'intromisero, a titolo d'impedir le sedizioni; e anche di poi pretesero confermar l'elezione. Odoacre, che spossessò l'ultimo imperatore d'Occidente, vietò di eleggere il vescovo di Roma senza prima consultare il re o il prefetto della città, ma il decreto non tenne (482). Gelasio, papa in quel tempo, è notevole per avere, in concilio, distinti i libri canonici dagli apocrifi, determinato a quali scrittori competesse il titolo di Padri della Chiesa, e definiti ecumenici i quattro sinodi di Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia. Egli scriveva all'imperatore Anastasio: «Il mondo è governato dall'autorità pontificia e dalla podestà regia: la sacerdotale è più grave perchè dee render ragione a Dio per l'anima dei re. Tu sovrasti a tutti per dignità, pure t'inchini devoto ai capi delle cose divine, o da loro impetri i mezzi di salute, e comprendi che, pei sacramenti e per l'ordine della religione, devi sottometterti a loro, anzichè sovrastare; e in tali materie pendere dal giudizio loro, anzichè ridurli alla tua volontà. Se nell'ordine della pubblica disciplina, anche i capi della religione obbediscono alle leggi tue perchè a te fu conferito l'imperio per disposizione suprema, con quale affetto non dovete voi obbedire a coloro, che hanno incarico di dispensare gli augusti misteri?»
I re barbari conquistatori s'ingerirono sempre più o meno nelle nomine dei papi fino ad Adriano II nel 867, quando l'elezione fu restituita al clero e al popolo; ma da Giovanni XII fin dopo l'antipapa Silvestro (dal 956 al 1102) i tirannelli e gli imperatori vi ebbero gran tresca; tornò poi l'elezione al clero e al popolo fino all'antipapa Vittore nel 1138. Allora il diritto elettorale fu ristretto ne' cardinali; poi nell'elezione d'Innocenzo V (1276) si regolarizzò il conclave nella forma prescritta poco prima dal suo predecessore Gregorio X, e che tuttavia conserva. Oggi il papa è sempre scelto fra i cardinali, sicchè uno di loro è predestinato ad avere l'infallibilità. Lo Spirito Santo illumina gli altri a riconoscere il predestinato, che essi non costituiscono propriamente, ma nominano, quasi come cosa che già esisteva. Per tal modo connettonsi vescovi e papa.
Damaso, poi Gregorio Magno presero il titolo di servo de' servi di Dio; Benedetto III quel di vicario di san Pietro; e dopo il secolo XIII si adottò quello di vicario di Gesù Cristo.
Questa monarchia elettiva e rappresentativa, accoppiava l'obbedienza perfetta dovuta al capo, benchè tolto dal popolo, colla libertà e l'eguaglianza; una gerarchia, indipendente da ogni eredità, poteva svilupparsi indefinitamente, eppure sottostava a una magistratura suprema infallibile, e tutti erano sottoposti, ma unicamente alla legge di Dio, promulgata e interpretata dalla Chiesa, alla quale Iddio disse, «Chi ascolta voi, ascolta me; pascete le mie pecore; ciò che voi sciorrete sarà sciolto, ciò che legherete sarà legato».
L'infallibilità del pontefice s'induce dalle espressioni con cui Cristo costituì Pietro fondamento della Chiesa: benchè altri opini che dalle espressioni stesse non traggasi a rigore l'infallibilità dogmatica. Questa è interpretazione di passo scritturale, e perciò non dipende da criterio privato, bensì da decisione della Chiesa; e poichè la Chiesa non la proferì, nessuna delle due parti può sentenziare d'eretica l'altra; e viviamo tutti nello stesso vincolo della carità. Se mai potesse fallare il vescovo di Roma, come parrebbe avvenisse nel caso di Onorio e di Liberio, la sua definizione non resterebbe accettata dal corpo dell'episcopato, il quale è infallibile, come infallibile chi definisce qual capo di esso.
Infallibili, i papi non sono però impeccabili. E il severo Tertulliano dicea: «Che m'importa qual sia la condotta dei prelati, purchè insegnino la verità? La verità della fede non dipende dalle persone; bensì dalla fede noi argomentiamo l'autorità delle persone».
E sant'Agostino: «Giuda predicò il vangelo al par degli altri, e chi lo rigettò, rigettò Cristo medesimo, che disse, Chi sprezza voi sprezza me[33]. Quand'anche tutti i prelati e vescovi fossero uomini viziosi, tu non devi staccarti dalla cattedra di Pietro, colla quale tutti sono congiunti per l'unità della dottrina»[34].
Quasi compimento all'esterna attuazione della Chiesa vennero i monaci, vittoria del soprasensibile sul sensibile, perfezione del cristianesimo, del quale vogliono adempire non solo i precetti, ma anche i consigli. Già durante l'Impero, alcuni ritraevansi nella solitudine, stomacati del mondo e con eccessi di ascetiche penitenze colpivano l'immaginazione de' Barbari. Ma se in Oriente il monachismo parve solo un'avversione ai sensi, evangelizzatore di civiltà nuova mostrossi in Occidente, dove si preferì unirsi in comunità di preghiere, di studio, d'operosità. In questo senso dettò una regola di condotta permanente e uniforme san Benedetto. Da Norcia nella Sabina, dond'era nativo e signore, ritiratosi a Subiaco, poi a Monte Cassino, formò dodici conventi (529), ove sperimentò quella sua legislazione, la quale operò per più lungo tempo e su maggior numero d'individui che qualunque altra principesca; ammirata anche da grandi statisti, che aveano sperimentato quanto sia difficile sistemare una società. Tutto v'è democratico ed elettivo, senz'altro riguardo che alla dottrina, alla santità, all'abilità; ogni monaco abbandona i titoli e sino il nome di famiglia, e accomuna i possessi, come Cristo che, cum esset dives, egenus factus est: ma può esser eletto fino alla suprema dignità. Nulla di aspro e di grave[35]; ma uomini, cose, tempo, tutto v'è disciplinato; tutte le volontà sono sottomesse a quella dell'abbate, che una volta eletto, esercita potere assoluto, ma avvinto dalla regola e dalle consuetudini, le quali determinano le più minute particolarità della vita, come vestire, quando lavarsi o radersi; in che giorni alle fave e alle erbe aggiunger olio e grasso, o il frugal desco rallegrare di ova, pesci, frutta.
Benedetto introdusse nella vita monastica la perpetuità di voti solenni. Provata la vocazione in lungo noviziato, tra mortificazioni e prove, che dirà vane e puerili sol chi non le conosca dirette a ottener la sommessione della carne allo spirito, e quella libertà che consiste nel padroneggiare le passioni, proferivano i voti di castità, obbedienza, povertà, e così nel vilipendio d'ogni godimento materiale, davansi alla ricerca esclusiva della vita superiore.
Associavansi in tal modo la prudenza e la semplicità, la libertà e la sommessione, il coraggio e l'umiltà. Nell'uffizio di sottrarre lo spirito alla materia concentrandolo, gli si dava un concetto elevatissimo della sua natura, dell'alto principio e del fine suo; con istraordinarj atti convinceasi che l'uomo, assistito dalla Grazia, può vincere le passioni brutali, e viver da angelo in terra. Ricordando il detto dell'Apostolo Qui non vult operari nec manducet, tutti industriavansi a qualche arte; copiar libri, predicare, comporre, ovvero domesticar selve all'agricoltura e alla civiltà, fondare conventi che divenivano come stazioni al progresso dell'incivilimento, o nucleo di villaggi e città che ancor ne serbano il nome; alimentavano anche il sentimento delle bellezze naturali e artistiche, educando fiori, ornando chiese e altari, avvivando le solitudini colla delizia del canto. In questi centri d'attività e di studj, ricovero d'anime afflitte o disingannate, di grandi decaduti, di violenti ammansiti, di innocenti oppressi, di spose tradite, di vedove che col marito aveano perduto il lustro di lor dignità, fondeansi i Romani coi Barbari, i vincitori coi vinti nella uniformità della disciplina.
Fra i tumulti d'un'età robusta e di transizione, molti agognavano la solitudine dello spirito, la pace della coscienza, le elevazioni del cuore, voleano interporre uno spazio fra le procelle della vita e la calma del sepolcro; e non entrava ne' chiostri soltanto chi fosse stanco dell'attività o disilluso delle passioni e delle speranze; ma anime infervorate, che accanto alla penitenza collocavano le virtù naturali e le civili.
E i monaci sottentravano ai martiri, i quali spesso imitavano anche nel coraggio e ne' tormenti; fra società mutevoli rappresentavano la sapienza della durata colla volontà liberamente sottomessa alla fede e coi mezzi che dà lo spirito di corpo, unito a severa disciplina; fra le cupidigie ambiziose, essi soli per istinto rimanevano contenti alla loro sorte, ma il torzone e il canepajo poteano diventar guardiani e priori, e ottenere il cappello rosso e il triregno; il mondo ammirava in essi una dottrina e una virtù, che considerava egualmente come sopranaturale.
Altri Ordini si fondarono poi[36], esercito volontario e attivo in favor della Chiesa, ma con armi e ordinamenti diversi dalla comune società. Alcuni erano contemplativi; e son quelli che, ne' momenti ove i popoli operano e non pensano, pensan per essi, e adocchiano l'istante in cui richiamare certe verità, che rimettano in equilibrio l'azione e la riflessione, e far giudicare i fatti non dall'esito, ma da canoni morali. Altri portavano il lavoro, la fecondità, la forza, l'intelligenza umana nelle solitudini, dianzi invase dalle fiere, o dalle paludi, o dalle sabbie; là introducevano la vite, i pomi, le mandrie, le pecchie, l'irrigazione, la coltura del riso, la fabbrica de' formaggi, e risedeano sui beni proprj costantemente, il che quanto importi lo sanno i contadini del nostro secolo; il ricavo ne versavano tutto a miglioramenti, cioè a crescere il capitale di cui vantaggiano i poveri agricoltori; non esigeano da questi che tenui affitti o moderate retribuzioni, a differenza de' piccoli possidenti che vi succedettero. Il nostro secolo, glorioso d'averli distrutti, gl'incolpa che non ricavavano dai terreni tutto quel che si poteva; al qual biasimo non so quanto applauda la plebe, che vivendo giorno per giorno, non si trova più nulla nel passato, nulla nell'avvenire.
Il povero, del quale in oggi tanto si ciancia e per cui così poco si fa, trovavasi onorato e consolato quando vedeva la povertà eletta volontariamente e considerata come meritoria. Le loro sollicitudini agricole insegnavano il rispetto alla proprietà. Il grande avea sgomento di questi cucullati, che senza speranze, senza timori, venivano al suo castello o alla sua reggia a rimproverarne le prepotenze, a chieder la riparazione d'un'ingiustizia, a intimare castighi da cui non li salverebbero nè i torrioni nè i bravi.
Carlomagno dicea loro: Optamus vos, sicut decet ecclesiæ milites, interius devotos et exterius doctos esse, e in fatti è da loro soli che ci vennero conservati i libri e le cognizioni di tutta l'antichità. Uomini di preghiera e di penitenza, pure non si credeano estrani alla politica, anzi parlavano alto ai re, teneano i conti e le casse delle città, ripristinavano le paci, tesseano le leghe de' popoli, dettavano nelle Università, raccoglievano gli artisti.
Ma della missione civile li lodano anche i profani e gl'increduli; nè questa era la loro speciale, bensì il purificar il mondo colla carità, domarlo colla rassegnazione, edificarlo con quella sublime vocazione, che lungi dall'invidiosa povertà d'un amore esclusivo, fa che l'uomo si dia tutto a tutti, nei doveri consultando unicamente l'interesse spirituale: e nell'amor di Dio portato all'eroismo, cerca un rimedio supremo all'amor delle creature; sforzandosi a domare i bassi istinti, resistere alla natura corrotta, ed accostarsi alla perfezione cristiana. Mentre disputavano ne' concilj, dettavano nelle Università, maneggiavansi ne' congressi, tu li trovavi al focolare casalingo, senza rumore, senza apparato, in opere di misericordia, in oscuri sacrifizj, purificando i costumi, arrivando fino agli abissi della colpa o della virtù, rigenerando colla fede, colla carità, col dovere, coll'abnegazione. Questa suprema forma del sentimento cristiano tirava i Barbari a civiltà mediante il sentimento; l'umiliazione, la carità universale, l'eroismo di penitenza, divenivano esempj a gente calda d'ire e di concupiscenza; la intera sommessione a un capo, a una regola infondea la coscienza del diritto.
La preghiera, che attestando la debolezza dell'uomo, è potente sino ad espugnare il cielo, e l'ardente confidenza negli effetti di essa, erano carattere del medioevo, quanto divengono incomprensibili all'età nostra, dacchè in tanti luoghi essa ammutolì. Tutti inoltre riconoscevano la solidarietà de' peccati e dell'espiazione, considerando la vita come un castigo, una prova, una preparazione; anche il peccatore domandava la preghiera, la domandava come un'elemosina, ed in ispecialità ai frati, potenza mediatrice presso Dio sdegnato.
Tali ce li dà la storia: e per quanto esecri la verità, il secolo dee rassegnarsi a sentirlo ripetere da chi n'ha il coraggio. L'esservene sempre stati attesta come s'annettano strettamente colla Chiesa, benchè non essenziali ad essa. In fatti, chiunque volle intaccarla cominciò sempre dallo screditare questa sua milizia, che rappresenta la guerra che l'ideale fa al reale.
Non sono essenziali alla religione, dicono. Verissimo; ma è uno de' sofismi più usitati e più speciosi il rispondere alle objezioni con una proposizione vera in sè, ma che non ha a fare con quella di cui si tratta; stornando così l'attenzione, e mettendo per conclusione quel che è soltanto un divagamento. Verissimo; non sono essenziali, ma neppur lo sono e la chiesa e la predica, e tant'altre cerimonie, introdotte in una religione di spirito e di verità: ma forse alla società civile sono indispensabili i re, gli eserciti, le monete, anzi nè tampoco il vestire? Non sono essenziali alla Chiesa, perchè nessuna cosa contingente è essenziale a ciò che è eterno; ma son necessarj a mantenere l'alito ecclesiastico.
Più accortamente si dice che poterono esser buoni un tempo, ma perdettero opportunità. I frati son pianta repubblicana, e per intendere san Francesco ci vuole il popolo, non società principesche e costumi cortigiani e pensare aristocratico quali oggidì, nè l'abdicazione dell'attività, della volontà, delle opinioni di ciascuno in man d'un governo o d'un giornalista: ci vorrebbe quell'Italia alla vecchia, tutta democrazia, e forze distinte, e fede, e municipj. Il materialismo d'oggi che ha mai a vedere in questi sacrifizj di spirito, fatti in vista di premj che non sono denari, nè godimenti? Eppure anche tra le beatitudini odierne, tra questo ammirato incremento dell'industria e degli interessi materiali, il cuore ha de' bisogni che non restano appagati dal teatro, dalla borsa, dal telegrafo; anela a qualcosa di più alto e più grande, che i padri nostri chiamavano Dio. Trascinati nel vertiginoso progresso, noi variamo ogni giorno pensamenti, convinzioni, bandiera, modo di pensare e d'operare, di nulla stabilmente convenendo; sino la beneficenza riducesi a un'istituzione civile, a soscrizioni, lotterie, amministrazione. Ma giacchè si vanta come conquista del tempo la tolleranza, vogliasi consentirla anche a chi pensa che, in tale sfasciamento, non abbiano a riuscire superflui questi Ordini; che tra l'indifferenza eretta in teoria, e i pregiudizj malevoli, e il vitupero chiassoso, e l'avido urtare di tutti contro tutti, possano svolgere e applicare le istituzioni caritatevoli, educare la classe più numerosa, non foss'altro, a sopportare una disuguaglianza, della quale non vede la ragione, non conosce i compensi; a risparmiare i gendarmi, unica salvaguardia quando è tolta la difesa morale; a pregare per coloro che li maledicono.
Ecco per quali guise la Chiesa svolgeva il benefizio della redenzione nella società civile, adoprando continui strumenti l'autorità, la ragione, il sentimento; non usurpava, ma raccoglieva i poteri che cascavan di mano alle antiche autorità; alla violenza de' nuovi padroni opponeva la ragione, la santità, la scienza, e il diritto che avea di giovare alla plebe cristiana; ristabiliva i dogmi della responsalità personale e dell'autorità, scassinati dall'accentramento romano; mediante un potere ammesso e consentito dalle anime, costituiva una repubblica morale, dove la moltitudine non diveniva confusione perchè ridotta a unità, nè l'unità diveniva tirannide perchè era moltitudine, e la cieca sommessione era mutata in ragionevole obbedienza.
DISCORSO II.
PRIME ERESIE. CONSOLIDAMENTO DELLA PRIMAZIA PAPALE. GLI ICONOCLASTI.
Il sangue dei martiri non aveva ancora finito d'irrigare la pianta immortale del cristianesimo, e già in seno a questo alcuni, come l'antico serpente, valeansi della parola per diffondere l'errore, o restringere a concetti particolari le verità generalissime enunciate dalla Chiesa, creando scismi ed eresie[37]. Già al tempo degli apostoli, alcuni ebraizzanti, pur riconoscendo la divina missione di Cristo, voleano conservare il mosaismo, che, come troppo ristretto e nazionale, era ripudiato dai nostri, aspiranti ad una religione universale[38]. San Paolo si duole delle dissensioni nella nascente Chiesa; san Pietro venne a Roma per oppugnare Simon Mago, il quale aveagli esibito denaro per ottenerne la facoltà di conferire lo Spirito Santo: onde da lui è denominata la prima e quella che sarà ultima delle eresie, la vendita delle cose spirituali. E quel santo scriveva agli Ebrei: «Pascete il gregge a voi affidato, senza sforzare, ma spontaneamente secondo Dio; non per cupidigia di lucro, ma volontariamente». E ne' canoni apostolici è registrato: «Se alcun vescovo o prete a denaro abbia conseguito la dignità, venga deposto esso e chi l'ordinò; e dalla comunione affatto escluso, come Simon Mago da me Pietro». Ecco la colpa, ecco il castigo.
Più il cristianesimo cresceva e illustravasi, l'orgoglio s'ingegnava a trovarne qualche lato debole, e scalzarne le basi. Alcuni negavano ricisamente il Cristo, mentre, mediante il platonismo, appuravano le teoriche gentilesche. Altri ringiovanivano le ebraiche, massime colla cabala: i Gnostici dicevano che Cristo fosse un mero simulacro, e pretendevano a una scienza superiore ai culti pagani, alla religione mosaica, alla cristiana, eppure indipendente dalla rivelazione, togliendo alla Chiesa l'autorità infallibile per ridurla a un sistema, da perfezionare coi sistemi imperfetti della filosofia, agognando di raggiungere colle forze proprie un'altezza inaccessibile alla ragione; eresia che tratto tratto rinacque coi mistici, credenti alla intuizione immediata, e aspiranti ad una perfezione più che umana. Manete spiegava l'esistenza del mal morale e del fisico col supporre una divinità benefica ed una maligna. Gli spiriti forti diceano fin d'allora che le differenti maniere d'intendere e adorar Dio fossero, non essenziali forme di dottrina, solo varianti vedute dell'intelligenza cristiana.
Giustino martire, autore dell'Apologia, avea composto un libro contro tutte le eresie e sètte, e lo esibiva all'imperatore Antonino[39]. Anche Ippolito scrisse la Confutazione delle eresie; un Catalogo delle eresie san Filastro vescovo di Brescia; e Tertulliano nelle Prescrizioni sostiene che le eresie non sono strade ad appurare il cristianesimo, perchè ciascuna è nuova in paragone della verità che esistea fin dal principio: perchè l'eretico non ha regola nè fine nel disputar contro la Chiesa, abbandonato com'è al proprio giudizio: perchè quelle opinioni contraddicono una all'altra, e ciascuna pretende essere la verità. Inoltre ciascuno si crede in diritto di cangiare e di modificare per proprio talento ciò che ha ricevuto, come per proprio talento l'autor della sètta lo ha composto. L'eresia ritiene sempre la propria indole col non cessar d'innovare, e il progresso è simile all'origine; ciò che fu permesso a Valentino, lo è pure ai Valentiniani; i Marcioniti hanno la stessa facoltà che Marcione, nè agli autori d'un'eresia compete maggiore diritto d'innovare che ai loro seguaci; tutto cangia in esse, e quando se ne cerca il fondo si trovano nel loro seguito differire in molti punti da quel ch'erano alla loro nascita[40].
Origene, volendo acconciare il platonismo col cristianesimo, indagava nelle storie evangeliche un triplice senso: mistico, storico, morale: in modo che una narrazione biblica poteva esser non vera letteralmente; teoria di alcuni recenti esegeti tedeschi. Combattè molte eresie, ma v'inciampò egli stesso o ne gettò i germi, forse solo perchè mancavagli quella precisione del linguaggio, che derivò da distinzioni raffinate nei dibattimenti.
Perocchè, nel silenzio e nell'isolamento cui li costringeva la persecuzione, molti aveano concepito e insegnato in buona fede idee, che poi si scopersero erronee allorchè la Chiesa parlò alto e d'accordo. Ma questa non aveva definito molti punti; sicchè v'ebbe erranti fra' più grandi maestri, quali Tertulliano, Eusebio da Cesarea e questo Origene; o fra austeri monaci, e fin tra martiri. Talvolta anche il proposito di sfuggir un errore traeva nell'opposto; perchè Origene sottilizzava i corpi fino a spiritualizzarli, Audio ed Epifane abbassavano la divinità sino alla figura umana; poi restavano le traccie del paganesimo nell'insegnamento e nei costumi: poi intromettevansi gl'imperatori, volendo coi decreti modificare la più libera delle facoltà, la coscienza.
I Pagani, incapaci di discernere la linea sottilissima che il vero disgiunge dal falso, voltavano in beffa quell'ostinarsi sopra inezie cavillose e in quistioni di parole, e dichiararono semenzajo di garruli litigi questa religione, che vantava d'essere una di fede, di spirito, di culto. Ma erano ben altro che di parole le quistioni che doveano assicurar le nozioni sull'essenza di Dio, contro il misto di idee platoniche e cabalistiche colle evangeliche, insinuato da falsi dottori.
Adunque, dopo che i martiri ebbero mostrata la forza e la virtù, vennero i Padri a sostenere la purezza e l'unità della fede, combattendo l'orgoglio dell'intelletto e l'indocilità del cuore. San Girolamo scriveva: «Restate nella Chiesa fondata dagli apostoli e sempre sussistente. Se udite alcuni designati con altro nome che quel di Gesù Cristo, sappiate che non sono la Chiesa di Cristo: e l'essere istituiti posteriormente convince che son di quelli, di cui l'Apostolo predisse la venuta. Nè vi lusinghi il sembrare che s'appoggino alle Scritture: anche il demonio disse cose conformi alla Scrittura, nè basta leggere questa, ma vuolsi intenderla. Che se non ci atteniamo che alla lettera, possiam noi pure formare un dogma nuovo, e pretendere d'escluder dalla Chiesa coloro che vanno calzati e che hanno due tuniche»[41]. San Cipriano, che contribuì forse più che altri de' primitivi Padri a separare i due ordini di fede e di esame, di rivelazione e di concetto, la cui mescolanza produce o la schiavitù o il traviamento dell'intelletto, mentre la distinzione schiude le barriere dell'infinito, traendolo dal simbolo nella realtà; dopo avere nella Vanità dell'idolatria combattuto il vecchio culto, nella Unità della Chiesa dissipava gli scismi, stabilendo l'unità della fede nell'unità della cattedra romana. «Come non v'ha che un solo Cristo, così non v'ha che una Chiesa sola, una sola cattedra fondata sopra san Pietro per voce di Gesù Cristo; dunque un solo altare, un solo sacerdote: nè può esservene due, nè un altro differente, se non per rea demenza e sacrilega empietà. V'è un solo episcopato, una parte del quale è tenuta in solido da ciascun vescovo: in conseguenza una Chiesa sola, diffusa nella moltitudine de' membri componenti. Così dal sole partono molti raggi, ma un solo n'è il focolare; un albero ha molti rami, ma rampollano da un tronco solo, profondamente radicato; da una fonte molti rivi defluiscono, ma unica è la sorgente. Nè può un raggio separarsi dal sole, nè un ramo divelto più rampolla; e un ruscello deviato dalla sorgente inaridisce»[42].
In Italia avea trovato molti seguaci Ario. Questo prete d'Alessandria d'Egitto pretese spiegare chi fosse Cristo, e mentre la Chiesa lo tiene come la conoscibilità divina, il pensiero eterno di Dio, coesistente coll'eterna sua attività, e della sostanza medesima (ὁμούσιος), Ario riconosceva in esso la forza, la verità, l'avvenire, ma ne formava un essere distinto da Dio, benchè di sostanza analoga (ὁμοιούσιος), il tipo che Dio creò per servir di modello alle creature. Alle donne domandava: «Avete voi avuto figliuoli prima di partorire? Così Dio non potette averne uno prima che il generasse». Gli uomini, che, fatti cristiani per l'esempio o per comando della Corte, non aveano studiato abbastanza per discernere il Cristo da uno di que' profeti che di tempo in tempo recano qualche nuovo schiarimento all'insolubile problema dell'umanità, gustavano le spiegazioni di Ario, che, pur mostrando conservare integro il valore dogmatico, levavano via la nube che la trinità delle persone recava all'unità di Dio. Non s'accorgeano che, se l'autor del cristianesimo non è dio, eguale e consustanziale coll'autor dell'universo, l'adorarlo è idolatria; più non esiste il mediatore divino che colmi l'abisso fra l'uom peccatore e Dio: e in conseguenza può ingannarsi quell'autorità suprema, sulla cui unità e infallibilità fondasi il cristianesimo.
Da questo intaccare la persona di Cristo, cioè i fondamenti della fede, il mondo fu commosso, e l'imperatore Costantino convocò un concilio universale, nel quale la Chiesa, rappresentante dell'umanità divinamente rintegrata nell'unità, si mostrasse una, riconoscesse qual era il comune consenso, e definisse che cosa credere sopra la natura del Verbo.
Era la prima volta che tutti i popoli conosciuti, diversi di leggi, d'usi, di civiltà, uniti in una fede, eppure indipendenti, inviassero deputati popolari a trattar del come credere, come adorare, come operare; e dove si proclamasse un simbolo d'unità universale. Trecendiciotto vescovi raccolti a Nicea (an. 325), dopo lungo contendere cogli avversarj, condannarono Ario, e compilarono il simbolo che precisasse la vera fede.
Ario non si diè vinto, e con sottigliezze argutissime e variate sedusse altri vescovi, e gl'imperatori. La tenue differenza tra ὁμούσιος e ὁμοιούσιος sfuggiva ai nostri, più positivi de' Greci, e meno eruditi e arguti nelle distinzioni; un simbolo in senso ariano fu sottoscritto da quattrocento vescovi (an. 358), e lo stesso papa Liberio, o ingannato o fiaccato dalla prigionia, parve aderirvi, ma appena fattone accorto si ritrattò. Bandi imperiali e carceri intervennero contro la parola consustanziale, e pretendeasi impor la fede co' soldati, «cattivi apostoli della verità, la quale non conosce altr'arme che la persuasione», come diceva sant'Atanasio, campione dei Cattolici in quel diuturno conflitto.
Teodosio, imperatore d'Oriente, decretò poi che tutti aderissero alla religione insegnata da san Pietro ai Romani, quale allora veniva professata da papa Damaso e da Pietro vescovo d'Alessandria; i seguaci di essa s'intitolassero Cristiani Cattolici; i dissidenti infamava col nome di eretici, e minacciava di castighi[43]. Invece l'imperatore d'Occidente Valentiniano II e sua madre favorivano l'arianismo, fino a pretendere che sant'Ambrogio vescovo di Milano cedesse a questi una delle due chiese, che eran allora in quella città. S'oppose egli con fermezza, e vinse, e finalmente nel concilio d'Aquileja potè asserirsi che più non esistevano Ariani fino all'Oceano.
Per sciagura i primi che apostolarono i Barbari settentrionali erano stati ariani, sicchè con essi quell'eresia tornò in Italia coi Goti di Teodorico e i Longobardi d'Alboino.
Vero è che il genio positivo degli Occidentali non sottilizzava tanto come gli Orientali; e i Padri latini cercavano piuttosto la legalità, senza artifizio di retorica nè raffinamenti di logica esponendo il dogma, ed appellandosi alla lettera scritta e all'autorità. Le eresie concernenti la natura dell'ente primo e necessario (Gnostici), o il Verbo (Ariani), o lo Spirito Santo (Macedoniani), o la maniera ond'è unita la divinità coll'umanità in Cristo (Nestoriani, Eutichiani, Monofisiti, Monoteliti) agitaronsi di preferenza in Oriente; mentre da noi discuteasi piuttosto sulla natura dell'uomo, perchè soffra tanti mali sotto un Dio buono; quanto negli atti suoi sia ajutato dalla Grazia, senza che questa ne inceppi la libertà. Sant'Agostino, ch'era stato valorosissimo oppugnatore de' Manichei, rifletteva che le quistioni relative alla creazione, all'origine dell'anima, agitate fra san Girolamo e Rufino in proposito di Origene, riguardano solo il passato, nè importano tanto come quelle della Grazia e della Redenzione, che conducono alla salute. Ma il problema della Grazia implica quello del generale sistema dell'universo, e può sollevare dubbj fin sulla personalità del creatore e sulla suprema misericordia, qualora nel libero arbitrio delle creature non si trovi il motivo delle miserie umane. E fu sant'Agostino che più di tutti penetrò nell'incomunicabile perfezione di Dio, nella sovranità assoluta e onnipotenza di esso: posando una vera teologia, cioè la conoscenza della natura divina.
La Chiesa assisteva nella sua maestà a quei dibattimenti, attenta a non imporre limiti alle credenze se non dove necessarj, nè volendo reprimere la discussione finchè si attenesse ai dogmi sanzionati; frenando i proprj difensori, anzichè spingere sulla via pericolosa delle teoriche, persuasa che il suo sposo la condurrebbe alla meta. Per conservare e consolidare l'unità eransi raccolti altri concilj ecumenici, cioè universali; il II a Costantinopoli (381), il III a Efeso (431), il IV a Calcedonia (451), importantissimi per la dogmatica cristiana e la gravità dei punti ivi discussi e definiti: in quello di Costantinopoli la divinità e consostanzialità dello Spirito Santo contro i Macedoniani; in quello di Efeso l'unità di persona in Gesù Cristo, avente ad un tempo due nature l'umana e la divina, cioè vero Dio Uomo, Verbo incarnato, contro Nestorio che del figlio di Dio e del figlio di Maria faceva due persone, fra loro amiche ma distinte; in quello di Calcedonia la distinzione delle due nature in Gesù Cristo e la verità e interezza dell'umana natura in Lui, contro Eutiche, il quale, dando nell'eccesso opposto a quello di Nestorio che l'unica persona di Gesù Cristo scindeva in due, le due nature di Lui confondeva in una, volatilizzando l'umanità del Redentore, e facendola assorta e consunta dalla divinità. Quest'ultimo concilio essendo stato tenuto contro gli Eutichiani, lasciò correre come alieni dal suo proposito tre punti che pareano favorevoli ai Nestoriani: cioè non proferì sentenza contro la memoria e gli scritti di Teodoro di Mopsuesta, già maestro di Nestorio ed infetto della stessa eresia e di pelagianismo; nè riprovò una lettera di Iba vescovo di Edessa, nella quale era lodato esso Teodoro, e vituperati san Cirillo e il concilio di Efeso tenuto contro l'errore di Nestorio; nè finalmente condannò gli scritti di Teodoreto, nei quali parimenti trovavansi cose contrarie a san Cirillo e al concilio di Efeso, e puzzanti di nestorianismo. Che anzi il suddetto concilio di Calcedonia assolse Iba e Teodoreto dacchè ebbero detto anatema contro Nestorio. Ora gli Eutichiani, per prendere una rivincita contro esso concilio che aveali condannati, misero in campo la causa di questi tre capitoli, e l'imperatore Giustiniano, lasciatosi persuadere che colla disapprovazione di que' tre punti avrebbe ridotto all'unità i nemici del concilio calcedonese, convocò un altro concilio ecumenico a Costantinopoli, e ve li fece condannare (542). I nostri non sapeano molto di greco, nè aveano letto Teodoro e Iba; sapevano solo che non erano stati condannati dal concilio di Calcedonia, del quale s'infirmerebbe l'autorità col riprovarli per secondare una prepotenza dell'imperatore. Incalzato dal quale, papa Vigilio li condannò, salva l'autorità del concilio di Calcedonia, e purchè non se ne discutesse in iscritto nè a voce. Questo partito era in se stesso ragionevole, perchè da un lato que' capitoli erano riprovevoli, dall'altro era rea l'intenzione di coloro che ne promoveano la condanna per iscreditare il concilio di Calcedonia; pure sulle prime disgustò tutti: i Cattolici per la condanna, i nemici dei capitoli per la riserva; e dal papa si segregarono (553) i vescovi dell'Istria, della Venezia, della Liguria, prendendosi a capo Paolino patriarca d'Aquileja, che in un sinodo provinciale (556) ripudiò il concilio di Costantinopoli come contrario a quello di Calcedonia, già ricevuto come ecumenico: onde comprometteasi l'infallibilità della Chiesa. Da principio i nostri sono scusabili: parendo s'intaccasse l'infallibilità de' primi concilj coll'aggiungervi o togliervi, personaggi di virtù e dottrina grandissima rifiutarono il quinto, e fra altri il celebre Cassiodoro, segretario di re Teodorico, e i vescovi santi Onorato da Milano, Massimiano di Ravenna; i papi stessi blandamente procedettero col patriarca e coi vescovi, discutendo con ardore le ragioni del loro operare. Ogni scusa cessa quando si separano dalla Chiesa universale, e condannano i propugnatori dell'opinione opposta[44]. Fatto è che questo sciagurato scisma durò fino al 698, quando un altro sinodo d'Aquileja accettò il concilio costantinopolitano, e ripristinò queste chiese nell'unità.
Però tutte le eresie, o concernessero Cristo, o la potenza divina, o la libertà umana, o la costituzione ecclesiastica, aveano faccie diverse, ma le code legate insieme[45], secondo una frase ripetuta dai papi, giacchè riduceansi a sottomettere la fede al raziocinio, la universale credenza a particolari opinioni. Gregorio Magno, che vide terminato lo scisma dei tre capitoli, e che vietava d'affliggere verun cattolico sotto pretesto d'eresia, nè di usar violenza a scismatici, diede forma definitiva alla Messa, all'Offizio e a tutta la liturgia; e al canto impresse quel carattere solenne, al quale pur si ritorna dopo i traviamenti della moda e le frivolezze profane. Il popolo, che più volte egli avea nutrito col tesoro della Chiesa, dopo morto lo oltraggiò come prodigo, e volea distruggerne gli scritti: poi lo venerò come santo; consuete alternative; e fu messo quarto dottore della Chiesa con Ambrogio, Agostino, Girolamo.
Era egli riuscito a trarre al cattolicismo Teodolinda regina de' Longobardi, sul cui esempio tutta la nazione si convertì. Ciò non tolse che quei re, ambiziosi di formare un gran regno d'Italia, non minacciassero ed assalissero Roma. Questa città dipendeva sempre dagli imperatori d'Oriente, sicchè i papi non vi aveano sovranità principesca, bensì di dignità, sostenuta da immensi possessi non solo nella Sabina, ma in Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Campania, in Dalmazia, in Illiria, in Sardegna, fra le Alpi Cozie e nella Gallia; possessi, all'antica coltivati per mezzo di coloni, sui quali il pontefice esercitava anche giurisdizione.
Oltre il governo di Roma e de' paesi meridionali, gli imperatori d'Oriente dominavano la Pentapoli di Ravenna (Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia) e l'esarcato, cioè il litorale della Venezia e il paese che poi si disse la Romagna e le Marche. Come gli altri alla violenza de' Barbari, così questi paesi erano esposti alla dotta oppressione di que' Cesari, che turbavano le coscienze ora col tipo, ora coll'ectesi, ora coll'enoticon, infine col proibire il culto delle immagini.
Questo culto era stato vietato dal legislatore degli Ebrei sia per la costoro proclività all'idolatria, sia per sceverarli viepiù dai Gentili, che confondendo la copia coll'originale, adoravano le effigie di Dio o dell'eroe. Ma i Cristiani, ricchi di spirito e aborrenti d'ogni idolatria, ben presto cercarono quelle del Redentore e dei cooperatori suoi, e se qualche Padre, per considerazioni particolari, ciò disapprovava, la Chiesa trovò inutile il divieto, ogniqualvolta non cadesse timore d'idolatria. Moltiplicaronsi dunque le figure de' santi e del Salvatore, le storie del nuovo e vecchio Testamento, opportune sì a dare alle arti belle il pascolo che aveano tratto fino allora dal gentilesimo, sì ad allettare gli occhi de' Barbari, che talvolta da una rappresentazione erano condotti a conoscere le morali verità del vangelo. Avendo un vescovo di Marsiglia spezzato alcune statue di santi perchè non fossero occasione d'idolatria, Gregorio Magno il rimproverò, mostrando come da tutta l'antichità le storie de' santi furono rappresentate in pittura, la quale all'ignorante serve come lo scritto a chi sa leggere[46].
Si sarà abusato di questo, come d'ogni cosa umana, e prestato adorazione alla figura, destinata ad elevare verso l'ente supremo; ma un tale errore non potè divenire comune nei Cristiani: laonde i Maomettani che lor rinfacciavano d'essere idolatri, non aveano maggior ragione che quando li tacciavano di politeisti a causa della Trinità. Leone Isaurico, da pastore divenuto imperatore d'Oriente (717), pensò levar appiglio a quest'accusa col vietare le effigie devote, e mandò per tutto l'impero ad abbattere o bruciare quanto prima erasi venerato. Il popolo pronunziossi contro questo re teologo, l'intitolò spezza-immagini (Iconoclaste), repulsò la violenza colla violenza, onde l'imperatore fu costretto a moltiplicar ingiustizie e violenze, come chiunque tocca alla religione con potere profano.
Nello scompiglio cagionato dall'invasione dei Barbari, dove si schiantarono tutti i vincoli civili, unica la società cristiana era rimasta immobile, perchè fondata non su contingenze, ma su idee perpetue; alla forza opponeva freni di giustizia, d'amore, e consolidava l'unità e l'indipendenza propria, non coll'eccitare le antipatie, ma col connettere le nazioni tutte; e al governo de' Barbari, che, più o meno, era uno stato d'assedio imposto ai vinti da un esercito vincitore, affacciava esempj d'ordine, di pace, di personale dignità.
Le miserie del despotismo e la immoralità dei magistrati, regj o municipali, spingeano a ricoverarsi agli ecclesiastici, che seppero mantenersi indipendenti e onorati nelle relazioni civili e nella opinion pubblica. Già nella prammatica dell'imperatore Giustiniano è stabilito: «I giudici delle provincie vogliamo siano eletti dai vescovi e dai primati di ciascuna regione, idonei e sufficienti all'amministrazione locale, e tolti dalle provincie stesse che dovranno amministrare senza donativi: la conferma ne è data dai giudici competenti». Teodorico, benchè ariano, faceva scrivere a papa Giovanni II: «Voi siete guardiano del popolo cristiano: voi col nome di padre ogni cosa dirigete; a voi la sicurezza del popolo è dal cielo affidata; a noi spetta sorvegliare alcune cose, a voi tutto; spiritualmente pascete il gregge affidatovi, nè però potete trascurare ciò che riguarda il corpo, attesochè, doppia essendo la natura dell'uomo, un buon padre le deve entrambe favorire» (a. 534).
Pertanto gli ecclesiastici non usurpavano un potere, giacchè nol toglievano a nessuno; ma lo raccoglievano dal fango dove era caduto pe' suoi eccessi: acquistavano la superiorità naturale a chi è migliore.
Quando il regime sociale annetteva la giurisdizione ai possessi di terre, dovette la Chiesa studiar di accrescere i proprj, e così collocarsi colla più alta gerarchia anche umanamente. E infatto acquistò smisurate ricchezze, sì perchè sola ordinata fra il disordine universale, sì perchè coltivava i campi meglio che nol potessero i secolari, e li garantiva coll'immunità concessa ai possessi ecclesiastici: sia perchè la devozione, e l'idea allora dominante, dell'espiazione, induceva molti a lasciare i proprj beni alla Chiesa: altri ad essa li donavano per sottrarli alla rapina signorile, ricevendoli poi da essa come livelli, o feudi, o benefizj, protetti dall'immunità ecclesiastica.
I popoli nel pontefice non veneravano solo il vicario di Cristo, il depositario dell'eterna verità, ma il tutore universale, il freno de' prepotenti, l'oracolo della giustizia; i nuovi convertiti piegavansi a questo, dal quale eran venuti ad essi i missionarj, e deferivangli le cause più controverse. E a lui ricorsero nella persecuzione iconoclasta.
Gregorio II, invocato anche dai vescovi greci[47], esponeva all'imperatore la dottrina della Chiesa cattolica su quel punto: e «se aveste interrogato persone intelligenti v'avrebbero chiarito che, se l'ignoranza può far credere che noi adoriamo pietre e muraglie o tavole, noi vogliam con esse unicamente commemorare coloro di cui esse portano il nome e le sembianze, ed innalzare il nostro spirito, torpido e grossolano. Tolga il cielo che le teniamo per Dei, nè poniamo in essi fiducia. Ma posti dinanzi a quella di Nostro Signore diciamo: Signor Gesù, soccorreteci e salvateci; a quella della sua Santa Madre: Santa Maria, pregate il figliuol vostro che salvi le anime nostre; ad un martire: Santo Stefano, che spargeste il sangue per Gesù Cristo, e presso lui tanta grazia avete, pregate per noi».
L'iconoclasta non usò altra risposta che quella usata da' prepotenti, obbedissero, o guai: e, «Manderò a Roma a sfrantumar le immagini di san Pietro, e il papa portar via carico di catene». Tutta Italia si mise in fuoco; Ravennati e Napoletani insorti uccisero l'esarca, i Romani trucidarono il duca Esilarato, venuto per arrestar il papa; e armati per difendersi, rifiutando il peccato e il tributo, gl'Italiani gridano non voler più il dominio di questi Greci, sprezzati come deboli, abborriti come eretici, ed eleggono magistrati proprj, invece di quelli venuti da Costantinopoli.
Qui sia lecito agli esageranti o vantare i papi d'aver voluto emancipar l'Italia dagli stranieri, o bestemmiarli d'aver voluto crearsi un dominio. Il vero è che Gregorio s'interpose fra il popolo e l'imperatore onde riconciliarli, e ne rintegrò l'autorità a Napoli e a Roma; ma nella sommossa gli ordini municipali aveano ricuperato i naturali poteri; popolo, consoli, nobili s'adunarono per condannar l'opinione che l'imperatore imponeva, e Gregorio si trovò naturalmente a capo d'una federazione di città, le quali non voleano nè sopportare il giogo bisantino, nè sottomettersi al longobardo, ma come simboli di libertà e nazionalità sostenevano Roma e il papa.
Gregorio III (731) ripudiò gli editti iconoclastici, e raccolti novantatre vescovi d'Italia, dichiarò anatema chi distruggesse, profanasse, bestemmiasse le immagini. Leone Isaurico s'accinse a ripristinar l'obbedienza colla forza, ma provò come feriscano le armi impugnate per la patria e per la religione.
Di questi dissensi pensarono trar profitto i Longobardi, che già, possedendo tanta parte d'Italia, miravano a ridurla tutta in loro servitù, acquistando anche Roma, Venezia e la Liguria: e violentemente invasero la Pentapoli e minacciarono Roma. I papi, vedendo pericolare l'indipendenza della Chiesa, e con essa i resti della civiltà latina, fecero quel che si è sempre usato da Narsete fino a Cavour; dapprima strinsero alleanza col re de' Franchi[48], da poi l'invitarono a venir a reprimere gli oppressori d'Italia.
Gli Italiani dalla parte de' Greci vedevano decreti tirannici, avida burocrazia, teologastri armati; dalla parte de' Longobardi, barbari senza fede nè costumi, devastatori che spropriavano i possidenti, spopolavano le città a vantaggio di orde armate e di capitani sbuffanti; re che patteggiavano e mentivano, minacciavano e tremavano; a fronte a loro vecchi sacerdoti mansueti, venerandi pel carattere, per la pietà, per la scienza, che faceano processioni onde placar Dio e gli uomini, pregavano, esortavano, consigliavano, e rendevano ancora riverito al mondo quel nome di romano, che per altrui cagione sonava vilipendio.
Pertanto il pubblico voto si pronunziava pei papi, e pei Franchi, da essi invocati. In fatto Pipino, poi Carlomagno, sostenuti dalle simpatie nazionali, facilmente abbatterono i Longobardi, e ne distrussero il regno, e restituirono al pontefice quel che già era signoria de' Greci: sicchè i papi vi ebbero non soltanto il dominio utile, ma veramente la sovranità, e dissero, «La nostra città di Roma, o di Ravenna, o di Comacchio; il nostro popolo romano», e collocaronsi fra i principi della terra.
Questa tanto bersagliata sovranità temporale de' papi non è consacrata nè nella necessità, nè nel principio, nè dentro, nè fuori da verun dogma. La fede non dice che il poter temporale sia indispensabile all'esercizio dello spirituale: pure determina questo in modo che, date certe circostanze, non può venire esercitato se non da un capo che non sia suddito di altro re; laonde, senza che facciasi luogo ad eresia, la quistione implica la necessità di scegliere tra lo spirito della Chiesa e lo spirito della rivoluzione.
Volendo i papi rintegrare la grandezza romana, sicchè non restasse più l'Italia a dominazione di Barbari, ridestarono l'impero abbattuto, da questi, e Adriano papa incoronò Carlo Magno per imperatore d'Occidente.
Così originava quella sistemazione del mondo cristiano che durò tutto il medioevo. Secondo questa, ogni autorità deriva da Dio. E Dio l'affidò al suo vicario in terra, che virtualmente rimaneva capo dell'intera umanità, raccolta nella chiesa universale, e avea dal cielo la potenza spirituale e la temporale. La spirituale partecipa egli coi vescovi, che la esercitano sotto la sua supremazia; la temporale egli affida all'imperatore da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice, dopo unto da lui, e giuratogli d'osservare la legge di Dio e le costituzioni de' popoli, diviene capo visibile della cristianità negli interessi terreni. Come tale, primeggia sopra tutti gli altri re: giusta il costume ecclesiastico, non è ereditario, ma scelto ogni volta, ogni volta coronato. Le due podestà s'appoggiano l'una l'altra, onde non possono separarsi; neppure possono distruggersi fra loro, diversa essendo la natura della loro giurisdizione. L'imperatore qualche volta pretenderà aver mano nell'elezione dei papi, ma questi zeleranno sempre l'indipendenza della Chiesa e de' suoi capi. Se l'imperatore viola la legge di Dio e i patti col popolo che lo elesse, il papa lo pronunzia decaduto, e lo separa anche dalla congregazione dei fedeli mediante la scomunica. Nei litigi fra l'imperatore e il popolo o i re, il papa proferisce come arbitro supremo, e con una sanzione spirituale[49].
Un sacerdote, senz'armi, senza interessi domestici o dinastici, senza pregiudizj di nazionalità, che decide le contese fra' regnanti, intima l'onestà, la giustizia, la carità a quelli che non conoscono se non il capriccio e la forza; e gli obbliga a obbedire in nome di Dio; è un tipo sublime, che forse non fu mai attuato pienamente: ma esercitò ben maggiore efficacia che non i tanti altri sistemi, fantasticati per mantenere una libera alleanza fra i popoli civili.
Roma, dopo convertita, avea tenuta la Chiesa in dipendenza, come già soleva la religione nazionale: tal dipendenza ora cessava. Fra i popoli germanici antichi però i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano mescolati col potere civile; sicchè, dopo fatti cristiani, ammettevano i vescovi ne' consigli del regno, come duchi e conti e re assistevano ai sinodi ecclesiastici, intrecciandosi lo Stato e la Chiesa, il cristianesimo e la nazionalità. I regni che formavansi di nuovo cercavano una sanzione col fare omaggio al pontefice e dichiararsene vassalli. Quando sol dalla scimitarra d'un soldato o dalla tracotanza d'un feudatario erano decise le controversie, la Chiesa conservava forme legali, esame di testimonj, scritture, contratti; sicchè fu un grande acquisto di libertà pei popoli e un gran ritegno ai principi l'estendersi del diritto canonico, complesso di ordinanze emanate dall'autorità più disinteressata.
I vescovi, in nome di questo diritto e pel carattere che rivestivano, come anche per la potenza cui erano saliti come grandi baroni ed elettori dei re, ammonivano i potenti qualora sviassero dalla giustizia; proteggeano la donna dagli arbitrj brutali; colla tregua di Dio e coll'asilo ne' luoghi sacri rimediavano alle guerre, incessanti ove vigeva il diritto del pugno, cioè della vendetta privata.
Qual meraviglia se il capo de' vescovi crebbe tanto di potenza? Questa non è nell'essenza della sua missione, ma non vi ripugna, e diveniva occasione di svolgere ed ampliare l'incivilimento. Roma provedeva anche ai più lontani popoli, ricevendo reclami, scrivendo, citando, mandando nunzj e istituendo tribunali di nunziatura ove nessun altro ve n'avea[50]; ponendosi arbitra nelle contese dei principi, o di questi coi popoli; dettando leggi comuni, fondate sulla giustizia eterna, e delle quali, anche in circostanze sì mutate, possono alcune trovarsi inopportune, nessuna ingiusta.
Se dunque l'autorità pontifizia giganteggiò, non fu un'ambizione, tramandata per mille anni da un all'altro de' papi, così diversi di origine, di patria, di regola, di costumi, di scienza, di partito, di umori, di passioni, eppure consenzienti infallibilmente nell'ordine delle cose superne; non un palmo di terra s'aggiunsero essi per via di conquista, durante il medioevo; variarono di politica nelle vicende terrene, or cacciati, or prigionieri, ora schiaffeggiati da que' potenti, sui quali imperavano assolutamente nelle materie religiose, e ai quali impedivano di rendersi tiranni.
Da questa mescolanza di diritti e d'interessi nascevano frequenti cozzi, che costituiscono una gran parte della storia del medioevo, e diedero origine alle eresie politiche, delle quali dovremo occuparci. E per ciò giova chiarire la natura di questo sacro romano impero, che col titolo stesso mostrava aspirare ad un primato morale, a modellare il consorzio laico sulla gerarchia ecclesiastica, introdurre ordine legale fra i popoli scomunati; lo che era pure l'intento de' pontefici. Quel primato non vuolsi confondere colla monarchia universale; bensì unificava la podestà laica per disciplinarla sotto la podestà di Dio: rendendosi venerabile non per soldati e forza muscolare, ma pel diritto e per l'idea del dovere, costituiva una gran federazione, dove, sotto un capo elettivo, poteva sussistere qualunque forma di governo; superiorità, non dominio, che rispettava le individualità delle nazioni, pur mettendole d'accordo nello sviluppare ciascuna la propria, e tutte la generale civiltà.
DISCORSO III.
ETÀ FERREA DEL PONTIFICATO. I CONCUBINARJ. LE INVESTITURE. GUERRA FRA IL PASTORALE E LA SPADA.
La nostra religione è inalterabile nella essenza; ma nella sua attuazione esterna toccando alle cose umane, trovasi esposta alla contaminazione degli interessi e delle passioni terrene. Nuove irruzioni di Saraceni ed Ungheri, e orrida sequela di sventure aveano colpito l'Italia; lo stesso rinnovamento che i papi aveano sperato ricostruendo l'impero d'Occidente riuscì a nuovi disastri, causati dal disordine feudale, che annetteva la giurisdizione al possesso, cioè tramutava ogni possidente in principe, con diritto di giustizia e di guerra. Ne seguiva uno stato di perpetui e personali conflitti, e la depravazione che accompagna la guerra permanente.
I principi e i baroni invidiando le vaste ricchezze e il conseguente potere acquistato dalla Chiesa, ne voleano almen qualche porzione. Ogni vacanza di vescovadi e del papato apriva l'arena a brogli, a corruzioni, a violenze; disputandosi la mitra e la tiara, siccome un tempo la corona imperiale. Gli imperatori, quali tutori della Chiesa, credettero rimediarvi col presedere alle elezioni e confermarle: ma ciò che prima era una protezione, un rimedio a deplorabili abusi, divenne un'arroganza e un peso quand'essi non tennero per legittima l'elezione d'un papa se non fosse approvata da loro. Secondo le norme feudali, ogni dovere veniva da un impegno personale; il possesso medesimo era una concessione, simboleggiata con atti materiali e solenni, e condizionata a patti espressi. Tale natura aveano anche i possessi, di cui gli imperanti o i baroni investivano le chiese e gli ecclesiastici, a titolo di regalie. In conseguenza essi pretendevano di godere di quei beni, duranti le vacanze (regalia utile), e conferire i benefizj mentre i vescovadi vacassero (regalia onoraria): pel qual modo l'imperatore e gli alti signori investivano i prelati non solo dei beni, ma della dignità, cioè non solo collo scettro e la spada che significavano il possesso temporale, ma anche coll'anello e il pastorale che esprimevano la podestà spirituale, e ne riceveano l'omaggio e la promessa di soggezione. Era un mettere in ceppi la Chiesa, e stornarne lo spirito; imperocchè, le fazioni portando imperatore ora un Franco, ora un Italiano, ora un Tedesco, a capriccio di questi modellavasi la scelta de' papi; la tiara acquistavasi per intrighi di donne, cabale di politicanti, violenza di bravi; papa Formoso, forse perchè mostratosi avverso alla fazione italiana, era fatto disseppellire dal suo successore, e giudicare, e condannare ad avere mozzo il capo e le tre dita con cui benediceva, poi gittato nel Tevere, disacrando quelli che da lui aveano ricevuto l'ordinazione; Teodora e Marozia portavano al supremo seggio i loro favoriti e parenti; la fazione di Albano o quella di Tusculo, l'italiana o la tedesca ergeano, deponeano, richiamavano i papi, fino a crearne uno di 18 anni (Giovanni XII). Questi disordini[51] sono raccontati colle esagerazioni consuete ai partiti, fino a dire che sedesse papa una Giovanna, la quale poi, nella solennità d'una processione, fu côlta dal travaglio del parto[52].
Quasi non trovasse in se stessa gli elementi della propria rigenerazione, la Chiesa li domandava all'autorità secolare. Ottone Magno di Sassonia, ottenuta a Roma la corona imperiale, prestò omaggio ligio a papa Giovanni XII, confermandogli le donazioni di Pepino, di Carlomagno, e di Lodovico il Pio; poi informato de' turpi portamenti del pontefice, lo depose, e fece decretare dai prelati che spetta agli imperatori dar l'istituzione ai papi e l'investitura ai vescovi (964). Così il romano impero, rinnovellato ai tempi di Carlomagno come principio d'equilibrio politico e tutela della sociale giustizia, per le mal determinate attribuzioni veniva a collidersi coll'autorità pontifizia, e tra le violenze e la vigliaccheria, capitali nemici della libertà, l'uno perdea del carattere sacro, l'altra dell'indipendenza.
Badie e parrocchie commendavansi a qualche secolare, cioè se gliene attribuivano i frutti, i pesi negligendo o affidando a qualche frate. Gli uomini di retta coscienza rifuggivano dai turpi maneggi, sicchè le sedi rimanevano a persone o basse o perverse; che entrate nel gregge o colla violenza di lupi o collo strisciar di serpenti, come poteano esserne vigili custodi? I vescovi che aveano ricevuta la dignità ed altre ne speravano dal principe, favorivano gl'interessi di questo; cercavano oro in ogni modo per poter con questo comprarsele, poi se ne rifaceano col trafficare delle cose sacre; doveano andar in guerra o mandare i loro uomini, e sostenere viaggi, e alla Corte sfoggiare di fasto profano; non di rado le dignità venivano in premio di umili e vergognosi servigi e fin del peccato; canoniche e monasteri, più che di cantici e litanie, risonavano di trombe, latrati e nitriti; anteposta la spada alla virtù e alla scienza, alla religione la superstizione che n'è la peggiore avversaria, come i prelati poteano più riprendere e correggere vizj, ne' quali essi erano tuffati?
Ridotti usufrutto secolare anche i benefizj ecclesiastici, restava solo che il clero ai tanti vantaggi aggiungesse quello di trasmetterli ereditariamente. A ciò tendeva l'eresia de' Nicolaiti, che fondandosi su condiscendenze antiche, più o meno accertate, domandavano il matrimonio dei preti. Così nella Chiesa introducendo le dignità ereditarie, assurdità ch'essa avea sempre rejetta, sarebbero divenuti retaggio domestico i beni ch'eranle attribuiti qual patrimonio universale de' poveretti.
Se mai fu momento in cui potesse dubitarsi della promessa di Cristo sull'eterna conservazione della sua Chiesa fu allora; tanto pareva spento lo spirito di santità e carità. Pure non mancarono i rimedj ad essa consueti; decreti di morale e di disciplina per parte de' concilj, riforma degli Ordini monastici antichi e introduzione di nuovi, come furono quelli de' Camaldolesi, de' Cluniacesi e de' Certosini, donde uscirono modelli di meravigliosa santità e carità, quali san Pier Damiani, san Giovan Gualberto, il beato Andrea da Vallombrosa, san Romoaldo, san Nilo, e ben presto Gregorio VII.
Questi era Ildebrando, di Soana nel Sanese, di profonda erudizione, di costume integerrimo, di cuor retto e ponderato giudizio nell'ideare, di ferma prudenza nell'eseguire. Per tali meriti salito ad alte dignità ecclesiastiche, e stomacato dell'universal corruttela, si propose di correggere il mondo, correggendo la Chiesa che n'è il capo. Sinchè vendevansi le sedi pastorali, sinchè le dignità vi si ottenevano per moneta e brighe, sinchè il libertinaggio facea propendere ai principi venditori più che ai pontefici emendatori, potea sperarsi che i vescovi recuperassero l'indipendenza d'autorità, della quale avean fatto gitto per acquistare indipendenza di costumi? Ildebrando deliberò di rompere il triplice vincolo che incatenava il clero alla società, cioè i terreni, la famiglia, la podestà. A tal fine bisognava cozzare coi re che ne scapitavano di potenza, coi preti che perdeano comodità alle passioni, colle perverse abitudini e la cupidigia de' godimenti. A imprese sì gravi richiedesi un uomo straordinario; e uomini tali non vanno misurati col metro comune.
Accostatosi ai papi eletti dagli imperatori, li persuadeva a rinunziare, e farsi legittimamente rieleggere dal clero e dal popolo; e perchè vi brigavano le fazioni, indusse ad affidare l'elezione ad un'accolta di cardinali vescovi e cardinali cherici[53], «salvo l'approvazione del clero e l'onore dovuto all'imperatore».
Spiacque ai grandi il perdere un privilegio da cui traevano e lucro e influenza, e ricorsero all'imperatore Enrico IV (1061) perchè desse egli un papa, scegliendolo a preferenza nel «paradiso d'Italia»; voleano dire nella dissoluta Lombardia, acciocchè avesse viscere da compatire la fragilità umana. Ed egli scelse Cadolao vescovo di Parma, che sostenuto dalle armi imperiali e dalla fazione di Tusculo, s'insediò; ma Ildebrando fece dai cardinali proclamare il rigoroso milanese Anselmo da Baggio, che s'intitolò Alessandro II. Ne derivò guerra civile, finchè Cadolao restò vinto, e Alessandro confermato dal concilio di Mantova.
Com'egli morì (1073), il popolo tumultuariamente gridò papa quel che da molto tempo faceva i papi, cioè Ildebrando, che assunse il nome di Gregorio VII. Munitosi anche dell'assenso dell'imperatore, affronta a viso aperto la simonìa e l'incontinenza, cerca che alla forza prevalga il pensiero, che all'oltrepotenza dell'impero sovrasti l'efficacia del sacerdozio, come al corpo l'anima, come il talento alle braccia.
Non è del nostro quadro il divisare le cure che in tal senso diede a tutto il mondo. Fermandoci all'Italia e alle eresie di qua, diremo come in Lombardia sopratutto si fossero estesi fra gli ecclesiastici il concubinato e la simonìa[54]. A Milano principalmente pretendevasi che il vescovo sant'Ambrogio avesse concesso la moglie al clero[55]: il quale, della propria ricchezza insuperbito, asseriva che sant'Ambrogio non fosse inferiore a san Pietro, e rinegando i papi, appoggiavasi a re e imperatori, dai quali comprava per rivendere. Il clero minore e il popolo scandolezzavansi di que' disordini, viepiù pel confronto colle austerità de' monaci; e quando i prelati dicevano messa, la plebe li piantava soli sull'altare. Anselmo da Baggio stava a capo de' zelanti anche dopo che fu vescovo di Lucca, e s'intese con Landolfo Cotta e Arialdo d'Alzate, caporioni degli ortodossi, affine di opporsi all'arcivescovo Guido da Velate e alle sue creature. Videsi così partita la diocesi; da un lato i Nicolaiti, dall'altra i devoti, che chiamavano Patarini. Roma sostenne questi: i sinodi provinciali li favorirono; le armi gli oppressero invano; ma Anselmo e Pier Damiani riuscirono a ridurre la Chiesa milanese in obbedienza del papa; sicchè in un sinodo a Roma l'arcivescovo tenne il primo posto dopo il pontefice, e ricevette da questo l'anello, col quale prima lo investivano i re d'Italia: ai colpevoli s'imposero penitenze, cioè ai meno rei il digiuno in pane e acqua per cinque anni due giorni la settimana e tre nelle quaresime di Pasqua e di san Giovanni; ai più gravati, sette anni, oltre il digiuno d'ogni venerdì lor vita durante; all'arcivescovo per cento anni, con facoltà di redimersi a prezzo, e promessa di mandare tutti i cherici colpevoli in pellegrinaggio alle soglie degli apostoli e a Terrasanta.
In tale pellegrinaggio aveva attinto nuovo fervore il cavaliere Erlembaldo, che si pose alla testa de' Patarini, e sembrandogli che i Nicolaiti avessero fatto sommessione unicamente per ipocrisia, tolse a incalzarli (1066). Benedetto da Anselmo di Baggio, ch'era divenuto papa, strappava dagli altari i preti ammogliati, faceva popolo per respingere i nobili, che colle armi proteggevano i prelati loro parenti. Questi fanno trucidare Arialdo; e invocano l'imperatore, che intrude un altro arcivescovo; Erlembaldo repulsa gli attacchi fin col saccheggio e coll'incendio, ed eretto in Milano un altro governo, confisca i beni de' preti concubinarj, e domina, malgrado le armi e le beffe avversarie, sinchè dai nobili è ucciso, e dal popolo onorato come martire (1075); culto riconosciuto dalla Chiesa[56].
Il messo dell'imperatore lodò l'assassinio, proscrisse i Patarini, elesse nuovo arcivescovo; ma il popolo non sapea darsi pace che i beni della Chiesa e le limosine andassero a pro de' ricchi e delle famiglie de' preti, e prevalse, e volle osservato il decreto del papa che imponeva il celibato. Così sciolti dai legami di famiglia, i sacerdoti restarono una milizia dedicata interamente al servizio della Chiesa e al vantaggio del popolo.
Torino apparteneva allora alla provincia ecclesiastica di Milano, e a Cuniberto vescovo di quella città, san Pier Damiani diresse una lettera in otto capitoli Contra clericos intemperantes, ove lo rimprovera d'aver mostrato troppa connivenza verso i preti che tenevansi donne a modo di mogli: del che tanto più si meraviglia, perchè sa che è austero ne' proprj costumi, mentre chiude gli occhi sugli altrui; e perchè i suoi preti sono del rimanente onesti e dati agli studj, e quando andarono a lui pareano un coro di angeli luminosi[57].
Anche il patriarca d'Aquileja, che dicemmo da un pezzo essersi sottratto a Roma, allora vi si sottomise (1079), e nel ricevere il pallio prestò un giuramento, che poi fu esteso a tutti i metropoliti e vescovi nominati direttamente da Roma. In esso si obbligavano, come i vassalli verso i loro signori, a serbare fedeltà al pontefice; non tramare contro di lui; difendere la primazia della Chiesa romana e le giustizie di san Pietro; assistere ai sinodi convocati dal papa, riceverne orrevolmente i legati; dappoi vi si aggiunse di visitare ogni tre anni le soglie degli apostoli, e mandare a render conto dell'amministrazione della diocesi; osservare le costituzioni apostoliche, non alienare verun possesso della mensa.
Quest'autorità della Chiesa, recuperata colle abnegazioni del clero e col suo sottomettersi a un capo, bisognava saldarla col togliere il diritto che i signori laici arrogavansi d'investire i prelati, e di esigerne soggezione e servigi. Se la Chiesa per sottrarsene avesse rinunziato alle temporalità, rimanea destituita d'ogni considerazione e d'ogni giurisdizione, quando questa era innestata al possesso delle terre. Se le conservasse senza formalità d'investitura, i beni, che erano forse un terzo di quelli della cristianità, si troverebbero sottratti all'autorità principesca, e sottomessi alla pontificia, la quale sarebbesi ingagliardita a segno, da predominare ai re. Gregorio non indietreggiava da quest'ultima conseguenza[58], come il potrebbe fare l'età nostra, annichilatasi in fatto davanti ai monarchi, mentre in parole ostenta di contradirli e avversarli. Allora la libertà intendevasi in un senso molto più pieno e positivo, e questa lotta del sacerdozio coll'impero, delle usurpazioni dei governi colle naturali libertà, generò l'idea moderna dello Stato. Se fonte del potere è Dio, e Dio è rappresentato in terra dal papa, questo è superiore ai re. Se la società corrotta non può rigenerarsi che dalla Chiesa, è necessario che questa sovrasti ai troni. E come superiore, già Gregorio VII provedeva agli interessi anche temporali dei popoli; agli uni vietava il trafficare di schiavi, ad altri rinfacciava i vizj, scomunicava re contumaci; obbligò altri a continuar alla Chiesa l'omaggio con cui i predecessori ne aveano compensata la tutela; volea ridurre uomini quei che i baroni teneano schiavi; tanto più efficace perchè nulla faceva per vantaggio o ambizione sua personale, e sempre irremovibile come chi s'appoggia a dettati che non ammettono dubbio e non consentono paure.
Da ciò quel che i moderni, inneggiatori d'un imperatore che insultò ad un papa supplichevole, rinfacciano come la maggior tracotanza: il rappresentante dei diritti del popolo e della morale, che umilia un tiranno depravato. L'imperatore Enrico IV, oltre le turpitudini personali, avea violato la costituzione giurata ai Sassoni. Questi ne portarono reclamo al papa, e il papa ne ammonì ripetutamente Enrico. E perchè questi promise e mancò, citollo a Roma onde giustificarsi, altrimenti lo dichiarava decaduto, e scioglieva i popoli dall'obbedirlo (1076). Oggigiorno in simili emergenti si fan rivoluzioni, barricate, sangue; allora i re erano eletti colla sottintesa condizione che regnavano perchè meritevoli, cioè conforme a una moralità, che non era diversa per essi che per tutti. Questa era sottoposta al giudizio di un arbitro supremo; quand'egli proferisse ch'era violata, i popoli cessavano dall'obbedire, e il re indegno era colpito da una pena tutta morale, la scomunica, che mettea fuor delle comuni orazioni lui e le persone o le provincie che gli continuassero la devozione. Nel paese scomunicato cessavano quelle cerimonie religiose che consacrano tutti gli atti solenni della vita, e consolano e rinfrancano l'anima nelle battaglie della vita. Chiuso il tempio, immagine della città di Dio; non letizia d'organi, non richiamo di campane; non più l'assoluzione per tranquillar le coscienze; non la santa cena per refiziare lo spirito; non quelle feste ove il barone e il villano trovavansi uniti e pari nella medesima preghiera: spente le lampade, velati i crocifissi e le immagini edificanti; veruna solennità accompagnava l'entrare e l'uscir dalla vita: insomma pareva non esistesse più mediatore fra il peccatore e Dio. In secoli credenti questa pena era spaventosa, come sarebbe ai nostri gaudenti il chiuder i teatri od i caffè; e il re colpito, abbandonato da tutti, era costretto a sottomettersi.
Non è raro che la città di Roma imprechi a' suoi pontefici per favorire altri re. Anche allora Cencio, prefetto della città, in nome di Enrico IV contrariò Gregorio, lo aggredì tra le affettuose cerimonie della notte di Natale, e afferratolo pei capelli, lo trasse al proprio palazzo. Il popolo, levatosi a rumore, lo liberò, e a fatica il perdono di Gregorio salvò l'offensore.
Enrico imperatore, incapricciato in tali ostilità, v'era incalorito dal favore de' prelati lombardi, lieti di veder umiliato quel che li frenava; ma quando il papa lo scomunicò, Sassoni e Turingi ritiraronsi dall'ubbidirlo, e tutta Germania applause al papa, che rappresentava la volontà e i diritti del popolo; onde l'imperatore fu costretto venir a piedi di qua dell'Alpi, ed egli, re delle spade, umiliarsi al re della giustizia, che, nel castello di Canossa presso Reggio, lo fece aspettare tre giorni in abito di penitente (1077), poi gli perdonò e l'ammise alla comunione. Presa l'ostia consacrata, Gregorio lo assolse, e appellando al giudizio di Dio se mai fosse reo d'alcuno dei misfatti che erangli imputati dagli imperiali, ne inghiottì una metà; l'altra porse ad Enrico perchè facesse altrettanto se si sentiva incolpevole. Potere della coscienza! Enrico non ardì un atto che avrebbe risolta ogni questione, e paventò il giudizio di Dio.
Indispettito, non compunto, tese insidie al papa, e reluttò, sicchè i suoi lo deposero, e Gregorio, riconoscendo il surrogatogli Rodolfo di Svevia, ideò di far un regno dell'Italia settentrionale e media, che fosse vassallo della sede romana, come già l'erano i Normanni dell'Italia meridionale, e a questo regno restasse subalterna la Germania, invece di sovraneggiarlo com'essa allora faceva. Ma Enrico venne con buone armi, elesse un antipapa, e Gregorio VII, profugo dalla sua città, come tante volte i suoi antecessori e successori, morì a Salerno esclamando: «Amai la giustizia e odiai l'iniquità; perciò finisco in esiglio» (1089).
Matilde, contessa di Toscana, il personaggio più potente allora in Italia, ed uno de' più insigni del medioevo, aveva sostenuto Gregorio, e così sostenne i suoi successori nella quistione sopravvissuta, e morendo lasciò alla santa sede l'eredità de' suoi possessi, che, oltre la Toscana, il ducato di Lucca e immensi territorj, comprendeano Parma, Modena, Reggio, Cremona, Spoleto, Mantova, Ferrara ed altre città. In questi trovandosi mal distinti i beni allodiali dai feudali, nuove quistioni ne originarono cogli imperatori, ai quali ricadeano i feudi vacanti, e che col diritto del forte occupavano anche la proprietà, e trovavano sempre fautori in Italia e nel clero[59].
Pasquale papa, volendo appianar ad ogni costo le differenze, si spinse sino all'estrema concessione; cioè che gli ecclesiastici rinunziassero a tutti i possessi temporali, coi castelli e i vassalli avuti dagli imperatori, purchè gl'imperatori rinunziassero all'immorale diritto delle investiture. Nel suo desiderio di pace non s'accorgeva ch'era impossibile spogliar i signori ecclesiastici, tanto potenti, nè togliere ai nobili laici l'aspettativa di tanti benefizj. In fatti sorse un'opposizione universale, e s'incalorì la guerra, dove la città di Roma per lo più osteggiava il papa sinchè non l'avesse cacciato; cacciatolo, tornava a volerlo.
A quel litigio, dove Voltaire non vide che una questione di cerimoniale, mentre invece implicava la libertà umana, quattro soluzioni poteano darsi. O annichilar il potere morale e l'elemento spirituale surrogandovi la forza sfrenata, come voleano gl'imperatori. O annichilare l'ordine politico, sublimando il papa come voleva Gregorio VII, ma vi repugnavano le costituzioni nazionali. O come propose Pasquale II, separare affatto i due ordini, isolandoli in modo che lo Stato non sorreggesse la Chiesa, nè questa illuminasse lo Stato; al che si opponevano e i costumi e gl'interessi. Non restava se non che il capo politico smettesse la nomina diretta dei vescovi e degli abbati, vigilando però sulle elezioni; e investendoli delle temporalità, in modo che fossero preti insieme e vassalli, come il tempo portava. Tal fu la transazione Calistina (23 settembre 1122), ove l'imperatore rinunziava ad investire i prelati coll'anello e col pastorale, lasciando libera l'elezione alle chiese; mentre Calisto II assentiva all'imperatore che le elezioni de' vescovi e abbati del regno tedesco si facessero coll'assenso imperiale, purchè senza simonia o violenza; l'eletto, prima d'essere consacrato, bacierebbe lo scettro col quale eragli conferita dall'imperatore l'investitura per tutti i beni e le regalie. In Italia e nelle altre parti dell'impero, l'eletto, fra sei mesi dopo consacrato, riceverebbe l'investitura.
È la prima di quelle transazioni fra il potere spirituale e il temporale, che si chiamano Concordati; e il concilio lateranese (1123), ch'è il primo universale in Occidente, la confermò; poi il secondo lateranese (1139) rinnovò la scomunica contro chi ricevesse l'investitura laicale.
In tale accordo il vantaggio restava tutto al poter secolare, perocchè l'imperatore non recedeva da alcuna delle sue pretensioni, vedevasi confermato l'alto dominio, e dirigeva le scelte. Ma la Chiesa sacrificava le eventualità temporali al desiderio di far indipendente lo spirituale[60]. Dappoi l'imperatore Lotario II rinunziò al diritto di assistere alle elezioni; e fu rimesso al papa il decidere delle differenze che in tal fatto si suscitassero; come poco a poco fu tolto ai principi il goder de' frutti de' benefizj vacanti, e dello spoglio de' vescovi e abbati defunti.
Duranti questi fatti, l'autorità ecclesiastica dei papi erasi viepiù ingrandita col restringere quella de' metropoliti, revocare a Roma la collazione di molti benefizj; riservarsene le annate; sottrarre ai vescovi la giurisdizione sui conventi e sui beni parrocchiali. Queste prerogative furono convalidate dalle decretali del falso Isidoro. Così chiamossi una raccolta di leggi, che non erano state realmente pubblicate dai papi, ma dove l'autore, tutt'altro che ignorante e inetto, pare raccogliesse titoli antichi, trasformando in decreti alcune allusioni del pontificale romano, o relazioni storiche, o brani di lettere dei papi, dei codici di Teodosio e d'Alarico, della regola di san Benedetto, del Liber pontificalis e d'altre autorità. Qualche volta adottò titoli spurj; qualche volta alterò, pure quelle norme doveano esser conformi alle istituzioni vigenti nella Chiesa, perocchè furono accolte senza ostacolo, e sinodi e papi le citarono, e altri compilatori fondaronsi su di esse, finchè al rinascere della critica i Cattolici le posero in dubbio, ben prima dei Protestanti[61].
Un grave colpo al cristianesimo avea dato l'arabo Maometto, predicando una religione, desunta dalle credenze ebraiche e cristiane, e colla pretenzione di semplificarle; asserendo l'assoluta unità di Dio, cioè escludendo la trinità delle persone[62]; non vedendo perciò in Cristo che un profeta come Mosè, come Maometto; proibendo ogni rappresentazione della divinità; indulgendo alla poligamia e alle inclinazioni della carne, e propagando la sua religione colla spada. Così conquistata gran parte dell'Asia e dell'Africa, la dinastia degli Aglabiti di Cairoan venne a invadere la Sicilia (827), e vi piantò lo stendardo del profeta, che ben presto passò anche sul continente d'Italia.
I Cristiani dovettero allora soffrire persecuzioni dall'intollerante apostolato musulmano, e probabilmente alcuni avranno abbracciata la religione de' vincitori. I pontefici ebbero dunque l'impresa e di salvare i dominj loro da questi nuovi invasori, che minacciavano fin Roma, e di impedire la diffusione delle loro dottrine e de' loro costumi. E poichè essi aveano occupato la Terrasanta, teatro della redenzione e meta di devoti pellegrinaggi da tutto il mondo, i papi eccitarono l'Europa a muoversi per liberarla, come fecesi nelle crociate. Queste imprese, ch'erano un indirizzo dato dalla Chiesa alla forza e al sentimento esuberanti, verso uno scopo religioso e civile, dovettero ingrandire il potere de' papi che le intimavano, le benedivano, le dirigevano, e che investivano i principi e i vescovi de' paesi recuperati.
Di rimpatto la potenza degli imperatori in Italia era stata attenuata dal costituirsi de' Comuni. Questi aveano poco a poco recuperato i diritti civili, sostenuti sempre dagli ecclesiastici, e massime dai vescovi, i quali, ottenendo che le città di loro residenza restassero immuni dalla giurisdizione dei conti, e sottoposte alla loro propria, aveano agevolato la costituzione de' municipj. Sempre più rinforzandosi, questi fondavano l'eguaglianza popolare, eleggevano magistrati proprj, rendevano giustizia secondo leggi fatte dai loro parlamenti, o ripristinavano le romane, e faceansi guerra dall'uno all'altro, deplorabile conseguenza ma pur sintomo di libertà. Gli imperatori o doveano combattere in Germania per le disputate elezioni, o campeggiavano in Terrasanta, o cozzavano coi papi per le investiture; laonde nè potevano sostenere colle loro armi i baroni, nè opprimer i Comuni, che assodavansi collo spossessare i dinasti vicini.
Quel movimento repubblicano, sebbene originato e favorito dal clero, riusciva però nulla meno che favorevole all'autorità temporale de' pontefici. In Francia Abelardo (1079-1142), noto ancor più pe' suoi malincontrati amori che per l'ardimento filosofico, accoppiando la dialettica colla teologia, avea voluto far precedere la scienza alla fede, anzichè considerar quella come uno sviluppo di questa, e la sottoponeva al giudizio individuale, quasi coll'esame e col dubbio si progredisse. Lo aveva udito un bresciano di nome Arnaldo, mutatosi dal mestier delle armi alla cocolla, e ne portò le idee in Italia. Bel parlatore, cominciò come tutti i novatori dal rimbrottare i costumi del clero; donde passò a battere la potenza ecclesiastica; repugnare al buon diritto e al vangelo che il clero possedesse beni, i vescovi regalie; ma dovrebbero restituire ai principi i possessi che ne aveano ricevuto, e ridursi all'apostolica, a viver di decime e di spontanee oblazioni. Non intendendo la libertà nuova, vagheggiava quella che apparivagli ne' libri classici, blandendo idee che sempre diedero per lo genio al popol nostro. Piaceva a questo pel dolce suono di repubblica: piaceva ai signori laici, che teneano feudi dagli ecclesiastici, e speravano emanciparsene; e formò una fazione detta de' Politici, che dal dir ingiurie al pontefice passava a negargli obbedienza.
Roma era allora circondata da baroni e da Comuni, che aspiravano del pari all'indipendenza; dentro era straziata da due fazioni, guidate dai Frangipani e da Pier di Leone, che pretendeano usurpar i beni delle chiese, ed eleggere a voglia papi e antipapi. Con costoro ebbe capiglie Innocenzo II (1130), che costretto andar fuggiasco in Germania, in Francia, in Inghilterra, ebbe sostegno l'eloquenza di san Bernardo, fondatore dell'ordine de' Cistercensi. Dall'imperator Lotario ricondotto a Roma, il papa doveva tenersi munito in Laterano, mentre l'antipapa Anacleto fortificavasi in Vaticano (1133). Ma ben presto i Normanni che, colla solita facilità, aveano acquistato le due Sicilie, fecero di queste omaggio al papa, chiedendogliene l'investitura; poi radunato in Laterano l'XI concilio ecumenico, ai 2000 prelati raccolti il papa diceva: «Sapete che Roma è metropoli del mondo; che le dignità ecclesiastiche si ricevono per concessione del sommo pontefice siccome feudo; nè altrimenti possono legittimamente possedersi».
Malgrado l'opposizione di san Bernardo, Arnaldo riuscì a ribellare la città (1141), che gridò la repubblica, e pose un senato di 56 membri, decretando in nome di questo e del popolo. E un amico di Arnaldo fu scelto per nuovo papa col nome di Celestino II, ma questi cessò ben presto dal favorirlo; ed anche il popolo recosselo in sinistro, dimodochè dovette fuggire, e ricoverarsi a Zurigo. Quivi anticipate le declamazioni di Zuinglio contro la Chiesa, passò in Francia e in Germania, sempre inseguito dall'occhio e dalla voce di san Bernardo.
Coi sussidj, che mai non mancano a chi guerreggia la Chiesa, soldò 2000 Svizzeri, e con questa forza venale tornato a Roma, ripristinò la magistratura repubblicana; e invasato da reminiscenze di libri, rinnovò i consoli e i tribuni; ideava un ordine equestre, che fosse medio fra il popolare e il senatorio; al papa non lasciava che i giudizj ecclesiastici, mentre l'autorità imperiale supremava.
Bastano le più vicine memorie per ricordarci come il popolo romano s'inebbrii di siffatte idee; e come all'entusiasmo dell'applauso si accoppii l'entusiasmo dell'ira. Mentre osannavano quell'intempestiva restaurazione, i Romani gettavansi a furia sulle torri dei baroni, sui palazzi degli avversi e de' cardinali, e anche sulle loro persone; abolivano il prefetto della città; negavano obbedienza al nuovo papa Eugenio III (1145), il quale dovette coll'armi domar quella gente che san Bernardo qualificava proterva e fastosa, disavvezza dalla pace, avvezza solo al tumulto; immite, intrattabile, non sottomessa se non quando le manchi forza di resistere. E questa prevalse, e cacciò il papa che andò esule in Francia, sicchè Bernardo scriveva: «Ecco l'erede di Pietro, per opera vostra espulso dalla sede e dalla città di san Pietro; ecco per le vostre mani spogliati de' beni e delle case loro i cardinali e i vescovi ministri del Signore. O popolo stolto e disennato! I padri vostri resero Roma donna del mondo; voi v'industriate di renderla favola delle genti. Or ch'è divenuta Roma? miratela; un corpo informe senza testa, una fronte incavata senz'occhi, un volto privo di luce. Apri, infelice popolo, apri una volta gli occhi, e guarda la desolazione che ti sovrasta. Come in brev'ora lo splendore di tua gloria s'è offuscato! fatta sei come vedova, tu ch'eri la signora delle nazioni, la regina dei regni. Eppur questi non sono che principj de' mali; più gravi calamità ti minacciano, se più ti ostini nella fellonia»[63].
Intanto i repubblicani invitavano l'imperatore Corrado III, vantando d'avere operato solo per restituire a Roma l'ecclissato splendore; e secondo la storia, le prediche d'Arnaldo e il voto de' giureconsulti classici, voleano riformare lo statuto, assicurando illimitata autorità al principe. Ma ai nobili premea di conservar le loro prerogative, a fronte dell'imperatore come del papa; e quando il popolo trucidò il cardinale di santa Prudenziana (1154), il nuovo papa Adriano IV diede l'insolito esempio di metter all'interdetto la capitale del cristianesimo, finchè non ne fosse espulso Arnaldo. Commosso dal vedersi negati i sacramenti all'avvicinar della Pasqua, il popolo cacciò Arnaldo, che rifuggì presso un conte di Campania.
Intanto era venuto imperatore di Germania Federico Barbarossa, risoluto di ripristinar l'autorità imperiale, scassinata in Italia dal costituirsi de' Comuni, riformare il sistema ecclesiastico, il feudale, il municipale. Son divulgatissime le costui imprese in Lombardia; nè noi dobbiamo ricordare se non che, mentre Milano gli resisteva, egli mosse a Roma per esser coronato.
Quivi trovò in piedi la repubblica istituita da Arnaldo, la quale, ristretto il papa nella città Leonina, gl'intimava rinunziasse ad ogni podestà temporale, e s'accontentasse del regno che non è di questo mondo. I repubblicani speravano prevarrebbe in Federico l'antica nimicizia contro i papi; ma egli, uom dell'ordine, astiava le rivoluzioni, e questo slancio della gran città verso la forma che fu sempre prediletta in Italia, ma che ridurrebbe al nulla la prerogativa imperiale. Pertanto (1153) avuto nelle mani Arnaldo, lo consegnò al prefetto imperiale della città. A questo l'esser presente l'imperatore conferiva pieni poteri, elidendo ogni contrasto de' preti; sicchè egli fece, come eretico e ribelle, strangolare Arnaldo, ardere in piazza del Popolo, e gettarne le ceneri nel Tevere. La turba accorse come ad ogni spettacolo; gli scrittori applaudirono; Goffredo di Viterbo canta:
Dogmata cujus erant quasi pervertentia mundum
Strangulat hunc laqueus, ignis et unda vehunt[64]:
Gunter nel Ligurino dice s'era fatto reo contro ambedue le maestà:
sic læsus stultus utraque
Majestate reum geminæ se fecerat aulæ;
nè alcun contemporaneo lo compiange, o nega gli aberramenti suoi. Solo nel secolo passato si cominciò a presentarlo come una vittima della tirannide papale, come un precursore de' riformatori del cinquecento, o dei Giansenisti del seicento[65].
Nelle avventure di lui, come in tutto il conflitto che descriviamo, non fu abbastanza distinta la lotta dei laici coi cherici, da quella dell'autorità imperiale coll'autorità pontifizia: differenza troppo notevole. In fondo gl'imperatori, sebbene con maggior misura, sostenevano quel che oggi la rivoluzione: la Chiesa, congregazione spirituale, non aver bisogno di temporalità; queste metter ostacolo ai principi, e però dover cessare, necessaria essendo l'unità del comando, nè esser vero principe chi ha un superiore. Rispondeasi: la Chiesa sovrasta a tutti i diritti, perchè è la fonte di questi; nè si dà diritto quando essa nol voglia riconoscere; esistendo divinamente, e assolutamente essa non tien conto che di se medesima. La legge, l'ubbidienza derivano da Dio: dacchè il principe le rompe, perde, quant'è da lui, il diritto di comandare, e la coscienza il dover di obbedire. La giustizia è il bene armato, la legge morale armata, sicchè bisogna rimanga in mani morali e legittime. Più si restringe la Chiesa, più fa duopo estender la forza che la surroga.
I fautori della Chiesa nominavansi Guelfi; Ghibellini i sostenitori dell'impero, ma entrambi i partiti riconoscevano un principio superiore a tutte le rivoluzioni, la distinzione del potere temporale dall'ecclesiastico, dello spirito dalla legge, della fede dal diritto, della coscienza dell'individuo dal vigore della società, dell'unità umana dall'unità civile. Il prevalere d'una di queste tesi porta necessariamente l'antitesi dell'altra: se la Chiesa si fa democratica col popolo, l'impero si fa democratico colla plebe: se i Guelfi stabiliscono l'eguaglianza, i Ghibellini vogliono tutelarla colla legge; se prevale l'idea della libertà individuale, bisogna frenarla colla potenza sociale.
Questi partiti si spiegarono massimamente sotto i due Federichi di Svevia. Il primo credette potere nella gagliarda mano schiacciare le libertà comunali e la Chiesa: ma a Venezia dovette piegar il collo sotto al piede del papa, che esclamò, Super aspidem et basiliscum ambulabis[66], e per sua mediazione pacificato colle città lombarde, riconobbe l'indipendenza di queste, e andò a morire in Terrasanta.
La sua discendenza rinnovò il cozzo coi papi, anche per l'eredità della contessa Matilde, sicchè essi favorirono l'elezione di Ottone di Baviera. E questi, davanti a tre legati pontifizj prestò questo giuramento (1201):
«Io Ottone, per la grazia di Dio, prometto e giuro proteggere con ogni mia forza e di buona fede il signor papa Innocenzo, i suoi successori e la Chiesa romana in tutti i dominj loro, feudi, diritti, quali sono definiti dagli atti di molti imperatori, da Lodovico Pio sino a noi; non turbarli in quel che già hanno acquistato; ajutarli in quel che lor resta ad acquistare, se il papa me lo ordini quando sarò chiamato alla sedia apostolica per la corona. Inoltre presterò il braccio alla Chiesa romana per difendere il regno di Sicilia, mostrando al signore papa Innocenzo obbedienza e onore, come costumarono i pii imperatori cattolici fino a quest'oggi. Quanto all'assicurare i diritti e le consuetudini del popolo romano, e delle leghe Lombarda e Toscana, m'atterrò ai consigli e alle intenzioni della santa Sede, e così in ciò che concerne la pace col re di Francia. Se la Chiesa romana venisse in guerra per cagion mia, le somministrerò denaro secondo i miei mezzi. Il presente giuramento sarà rinnovato a voce e in iscritto quando otterrò la corona imperiale».
Ai Tedeschi spiacque siffatta sommessione; altrettanto sarebbe dovuta gradire agli Italiani, de' quali assicurava l'indipendenza come della Chiesa; ma ben presto Ottone, venuto qua co' suoi Tedeschi, disgustò i nostri e il papa, che lo scomunicò, e gli eresse incontro Federico II, nipote del Barbarossa. Questo allievo e favorito dei papi, ben presto divenne il più dichiarato loro avversario, e ravvivò la lotta delle investiture, colle vicende che in altri lavori noi divisammo più che non occorra in questo speciale.
Innocenzo III, uno de' pontefici più insigni per scienza e virtù, convocò il XII concilio ecumenico lateranense (1215), dove assisteano quattrocendodici vescovi, ottocento abati, ambasciadori di tutta cristianità; vi fu letto un discorso sulle prerogative del papa, e acciocchè anche i laici lo comprendessero, venne ripetuto in spagnuolo, francese, tedesco; fu esposta la dottrina cattolica contro Albigesi e Valdesi ed altri eretici, scomunicando il signore che non purga il suo paese da questi: colla parola transustanziazione si espresse il cambiamento operato nell'eucaristia: fu imposto a tutti i fedeli di confessarsi e comunicarsi almeno alla Pasqua.
Innocenzo attese a riformar la costituzione interna della Chiesa mediante lo spirito mistico con cui i Francescani operavano sulle classi basse, e i mezzi legali con cui i Domenicani difendeano la società feudale e religiosa. Onde far che le istituzioni civili non si togliessero dall'ombra del trono papale, e impedire che la società laica invadesse la ecclesiastica, volle ridurre in atto i concetti di Gregorio VII intorno alla supremazia del papa. Era allora dottrina comune ai canonisti e ai politici che tutta la cristianità gravita attorno a due centri: il papa e l'imperatore, delegati da Dio a governar le cose spirituali e temporali. Nessun altro ideale conosceasi in fatto di governo, e se ne valeano i due poteri per impedir sia le usurpazioni dell'uno sull'altro, sia le pretensioni de' baroni o de' cittadini; l'eresia al par della ribellione: due mali (dice Pier dalle Vigne) cui la Provvidenza preparò non due rimedj ma un solo sotto duplice forma: il balsamo della potenza sacerdotale e la forza della spada imperiale.
Tale era dottrinalmente la quistione: ma nel fatto ciascuno di questi due fanali della via sociale aspirava a splender unico; e si osteggiavano colle armi e colle scomuniche. Ma due podestà, diverse eppure non opposte, con idee e linguaggio differenti, non possono intendersi, sicchè nè la violenza riesce nè la discussione.
Federico II, ricco delle doti più belle e più ammirate, dotto, poeta, guerriero, legislatore, a guisa dei re moderni abborriva le libertà municipali, e la religione voleva ridurre a ramo dell'amministrazione. Pel primo scopo lungamente contese colle repubbliche dell'Italia superiore, e se non riuscì a spegnerle, impedì si estendessero anche al resto d'Italia, e costituissero l'intera penisola in un sistema, che potea divenir modello all'Europa e cambiarne i destini.
Uomo d'ordine, vide negli eretici dei disobbedienti e ribelli, e condannò senza esame le sêtte dualiste, ridestando le più severe leggi imperiali. Fece il solenne trasporto delle reliquie di san Carlomagno: onorò quelle della buona santa Elisabetta d'Ungheria, sul cui capo posò una corona d'oro, attestandone pubblicamente i miracoli. Pure dai papi è tacciato di eresie; ma quali fossero non è precisato.
Veneratore della civiltà pagana, usava e abusava dei titoli divini che l'adulazione del basso impero aveva attribuiti agli imperatori. A suo figlio Corrado diceva «stirpe divina del sangue de' Cesari», e diva mater nostra alla regina Costanza; i suoi cortigiani applicavano a lui frasi scritturali: Terra promessa, Betlem della marca d'Ancona la città di Jesi ove nacque: egli il giusto disceso dalle nubi, e su cui i cieli versano la rugiada; egli il Signore a cui avviarsi camminando sulle acque; egli antistite, cooperatore e vicario di Dio, immagine visibile dell'intelligenza celeste. Pier dalle Vigne suo segretario era denominato suo primo apostolo, nuovo Pietro, destinato a confermar la fede altrui, dacchè l'imperatore gli disse: «Pietro, poichè tu mi ami, pasci le mie pecorelle»; eretto a fronte al falso vicario di Cristo, per esser vicario vero governando secondo la giustizia, istruendo, riformando per mezzo della fede; su questa pietra angolare fondasi la nuova Chiesa imperiale (in cujus petra fundatur imperialis ecclesia); su lui riposò Augusto quando celebrò la cena co' suoi apostoli; ciò ch'egli chiude nessun altro apre; nessun chiude ciò ch'egli aperse: Pietro di Galilea rinegò tre volte il suo maestro, Pietro di Capua non v'è pericolo che neghi il suo, neppur una volta[67].
Così da un lato profanavansi le memorie sante, dall'altro tornavasi verso quell'antichità, a cui non repugnava la pretensione di governar le coscienze non meno che i corpi, e Federico fantasticava una supremazia religiosa, simile a quella degli imperatori greci e dei musulmani, che congiungevano i due poteri; e invidiava Vatace imperator d'Oriente, che nulla aveva a temere dalla indipendenza de' preti, e lo persuadeva a non acconsentire alla riunione della Chiesa greca colla romana che era scismatica. E poichè sentiva di non bastare a lottar col papa, divisava spartire la cristianità in tante Chiese nazionali, dove il re fosse anche pontefice, e così il conflitto divenisse impossibile.
Tutto ciò sembra costituirlo quel che oggi diremmo un materialista incredulo, o se vogliasi, un politico indifferente; difetto ben raro in quei secoli. Raccontano che, traversando un campo spigato, dicesse ai suoi seguaci: «Badate a non far guasto, giacchè quei grani potrebbero divenire corpo di Cristo». E veduta la Palestina, esclamò: «Se Dio avesse conosciuto Napoli, certo non sceglieva questa per terra prediletta». E metteva in burla il parto della Vergine, il viatico ed altri dogmi, quasi repugnassero alla ragione e alla natura. Scandolezzava poi col tener a tavola ambasciadori musulmani insieme coi vescovi; guardie arabe custodivano il suo corpo e le sue fortezze; odalische allietavano i suoi riposi abbelliti da rarità orientali e dalle voluttà che avea vedute presso gli emiri di Sicilia e gli sceichi dell'Asia; i Musulmani stessi lo consideravano come un loro credente, perchè educato in Sicilia, e un d'essi avendo, in presenza di lui, proferito un versetto del Corano che nega la divinità di Cristo, egli vietò di infliggergli alcun castigo.
Si disse che egli avesse chiamato Mosè, Cristo e Maometto tre impostori, e l'asseriva Gregorio IX scomunicandolo. Nell'abitudine del medioevo di atteggiare ogni idea in un fatto, il motto trasformossi in un libro Dei tre impostori. Quest'opuscolo venne attribuito a chiunque voleasi denigrare: ad Averroé, a Federico II, a Pier dalle Vigne, ad Arnaldo di Villanuova, a Bonifazio VIII, al Boccaccio, al Poggio, all'Aretino, al Machiavello, al Pomponazio, al Cardano, all'Ochino, al Campanella, a Giordano Bruno, al Vanino, per non dir che dei nostri, ma da nessuno fu veduto. Veramente perirono anche i libri de' Gnostici, de' Manichei, degli Albigesi: distruzione non difficile quando mancava la stampa; anche dopo inventata questa perirono alcune opere, come quella del Sacrifizio di Cristo di cui appena testè si fece lo scoprimento: pure il libro Dei tre impostori noi crediamo non esistesse mai, ma simboleggiasse l'incredulità materiale, derivata dagli Arabi.
L'origine stessa della costoro religione era un'eresia; prendeano a edificare una terza Chiesa accanto alla giudaica e alla cristiana; molti filosofi di quella gente consideravano le tre siccome pari, e siccome sviluppo l'una dell'altra; di tutte con egual libertà discutevano, e con maggiore il gran commentatore Averroé, che tratta di ciarlieri i teologi, e di fantasie le dispute su qualsiasi religione.
Tormentato dalla febbre del sapere, Federico lo cercava interrogando anche i sapienti musulmani. Ad essi nel 1240 presentò varie quistioni, sull'eternità del mondo, il valore e numero delle categorie, la natura dell'anima, il metodo che conviene alla metafisica e alla teologia. Non soddisfatto da alcuno, s'indirizzò al califo almoade Rascid per sapere ove dimorasse Ibn Sabin di Murcia, e saputolo, mandògli quelle dimande. Il dotto arabo rispose come un pedante che vuol mostrare più scienza che non abbia, e finge esser costretto a dissimulare il troppo più che sa; a tu per tu coll'imperatore, o con sapienti da lui mandati, direbbe altre cose secrete, perocchè, soggiunge, se i dottori fossero certi che io risposi a certi punti, mi guarderebbero con orrore, e non so se Dio colla sua bontà e sapienza mi camperebbe dalle loro mani[68].
L'eresia di Federico era più pratica, e consisteva nel voler sostituire se stesso al papa, usurpare le funzioni del sacerdozio, far moneta coi vasi sacri, deporre e istituir prelati, e da questi pretendere segni di sommessione e quasi d'adorazione; e mentre sprezzava la Chiesa perchè non fa più miracoli, voleva ricondurla alla semplicità primitiva.
Per ciò, e per aver giurato di andare alla crociata, poi mentito; andatovi poi, aver patteggiato co' Musulmani, anzichè sterminarli, Gregorio IX lo scomunicò. Federico s'appella a un concilio generale, e Gregorio lo convoca a Roma (1241), poi Innocenzo IV un altro a Lione (1245), ove la Chiesa riunita, e per essa il vicario di Cristo, dichiarano Federico convinto di sacrilegio ed eresia, scaduto dall'impero, dispensati i sudditi dall'obbedirgli. Pier dalle Vigne avea composto un trattato De consolatione, uno De potestate imperiali, e credesi il libello Paro figuralis, ove nel pavone raffigura Innocenzo IV al concilio di Lione, circondato di colombe, tortore, oche, anitre, passeri, rondini, figuranti i cardinali, i vescovi, gli abati d'ogni colore, i cittadini, i mendicanti; il gallo rappresenta il re di Francia, la pica i Guelfi, il corvo i Ghibellini; l'aquila l'imperatore; gli uccelli grifagni Tedeschi, Siciliani, Spagnuoli. Il libercolo non trae valore che dall'opportunità, ma mostra come le nazioni d'Europa non fossero così estranie fra loro, come darebbe a supporre la asserita barbarie; e che già la letteratura militante elaborava l'opinione pubblica. In fatti Federico le proprie discolpe diramò ai principi, mostrandosi eretico appunto nell'atto che voleva scolparsene, poichè gli incitava contro il papa: «Come mai soffrite d'obbedire a figli di vostri sudditi? La Chiesa è divenuta affatto mondana; i suoi ministri, inebriati delle delizie terrestri, non badano guari al Signore; uniamoci, e vigiliamo insieme, affinchè, privati d'ogni superfluo, costoro servano all'Altissimo, contenti di poco... Assisteteci contro la superbia di questi prelati, acciocchè possiamo rassodar la Chiesa dandole le guide più degne, e riformare pel suo bene e per la gloria di Dio, com'è nostro dovere. Ve' come essi impinguano di limosine! Gonfi d'ambizione, aspettano che tutto il Giordano coli nelle loro bocche. Quanto denaro risparmiereste sbrattandovi da codesti scribi e farisei! ai quali se tendete la mano, essi pigliano tutto il braccio; e voi somigliate all'uccello preso nella ragna che, più cerca fuggire, più s'accalappia. Intenzion mia fu sempre ricondurre gli ecclesiastici, e principalmente i più grandi, a tale stato che perseverino sin al fine nelle vie che furono quelle della Chiesa primitiva, menando una vita apostolica, e mostrandosi umili come Gesù Cristo[69]. Noi crediamo far opera di carità togliendo a costoro i tesori di cui sono satolli per loro eterna dannazione».
Ipocrito! se tanto ti sta a cuore la loro salute, perchè non ne lasci a loro stessi la cura? perchè inviti a spogliarli, come poi farà Lutero? Questi pure griderà di tornar la Chiesa alla purità primitiva, e con ciò provocherà tre secoli di guerre e dissidj. E come lui, Federico seminava il concetto di nazionalizzar le Chiese in tutta Europa; e già in Germania, sia per favorire al loro tedesco, sia per l'antica avversione alle cose italiane, varj vescovi e capitoli più non badavano alle ordinanze pontifizie, e persone senza nome giravano liberamente dicendo: «Che scomuniche? che papa? Egli è così tristo, che neppur s'ha da parlarne; piuttosto predicate per Federico imperatore e suo figlio Corrado; essi perfetti; essi re galantuomini».
Di sottomettere la Chiesa allo Stato fece Federico il tentativo nel regno delle Sicilie, ove già la dominazione de' Greci e degli Arabi aveva abituato a una tal condizione di cose. I Normanni eransi provati a delimitare i mutui poteri mediante que' concordati, che il nostro secolo bestemmia senza pur conoscerli, e a cui vuol sostituire la formola assurda della assoluta indipendenza delle due potestà. I trattati conchiusi coi due Guglielmi, con Tancredi, con Costanza imperatrice emanciparono più o meno la società civile; ma Federico, infatuato della propria persona e della propria autorità, cercò sottrarnela affatto; negò al papa l'omaggio che doveagli come re di Sicilia; vi mutò leggi, crebbe tributi, levò soldati senza consenso del pontefice. Per ricolpo Innocenzo IV pubblicò più tardi la famosa bolla 8 dicembre 1248, che tendeva ad assorbir lo Stato nella Chiesa, escludendo ogni intervenzione laica dalla nomina de' prelati, dispensando questi dal giuramento al sovrano e dalla giurisdizione laica, civile o criminale; autorizzando i possessori di beni ecclesiastici a fortificar i castelli, rialzare le ville, ripopolare le distrutte, senza bisogno di regia placitazione.
L'imperatore rispose con supplizj, paragonando ad eretici i fautori del papa, e sè stesso al profeta Elia che purgò Israele dai sacerdoti di Baal; e così sotto pena di morte si dovette riconoscere che solo capo della Chiesa è il capo dello Stato.
Il popolo non aveva mezzo d'esprimere le sue proteste, e i cortigiani, che soli scrissero, ci dicono come fosse lietamente obbedito l'imperatore, rappresentante del Dio vivo; e dalle stesse loro adulazioni traspare come, senza innovar il dogma, Federico II tendesse a render il papa cappellano dell'imperatore. Se fosse riuscito, l'aquila tedesca avrebbe surrogata la croce italiana, e tutta Europa avrebbe presentato il tristo spettacolo che scorgesi a Costantinopoli e a Mosca; la podestà spirituale serva alla temporale; il papa ridotto a registrare i decreti di Cesare; il quale, come il czar o come il sultano, avrebbe avuto impero assoluto sul clero e sui laici. Un papa che obbediva a un imperatore avrebbe cessato d'ispirare fiducia o d'imporre riverenza ai paesi estremi: Toledo e Reims, Cantorbery e Vienna avrebber preso per sè porzione dell'autorità di esso; tutti i patriarchi, tutti i principi ecclesiastici di Germania avrebbero voluto dirsi pari al pontefice; il quale si sarebbe trovato ridotto a null'altro che figurare in qualche cerimonia, e disputare sulla consustanzialità e sul filioque.
Roma lo vide: vide come quest'esempio sarebbe funesto in tutto l'Occidente, e sostenne la lotta dei Lombardi, di Venezia, di Genova contro Federico. Persuaso egli che bisognava colpir la testa, si diresse sopra Roma, ma il popolo la difese, e salvò il poter temporale e con esso l'indipendenza del papa, e respinse Federico anche quando due altre volte vi si accostò.
Vinto sul terreno politico, invase il religioso, cercando sottrarre al papa il governo delle anime; cercò tirar dalla sua i frati mendicanti, carezzando il loro generale frate Elia, ma non riuscì: fomentò gli eretici, sol perchè avversi a Roma, e così propagavasi anche in Italia la negazione. Pure il popolo ascoltava al papa, suo rappresentante; e ai frati e ai preti, immediati suoi consiglieri e amici, e a sant'Ambrogio Sansedone, a santa Rosa da Viterbo, a sant'Antonio da Padova, al beato Giordano Forzaté, ad altri che Federico perseguitava con armi, legulei e carceri. Poi Dio mandò al superbo il flagello dei re, il sospetto; e credendosi tradito da amici e parenti, mandò al supplizio molti e lo stesso Pier dalle Vigne: e benchè fosse un de' più insigni talenti del medioevo, e durasse trentadue anni d'impero, nulla compì di grande, perchè, com'ebbe a dire il contemporaneo san Luigi di Francia, «fe guerra a Dio coi doni suoi»: e al suo sepolcro il popolo guardava tra meraviglia e spavento, riflettendo che sarebbe stato senza pari sulla terra «se avesse amato l'anima sua».
Sulla sua discendenza parve pesare l'anatema, trovandosi a guerra coi popoli e tra loro. Manfredi, bastardo di Federico, usurpato il regno di Sicilia, periva nella battaglia di Benevento; Corradino, ultimo di quel sangue, moriva sul patibolo di Napoli. Il nome di Federico II restò fra gli antesignani della riforma: nel secolo seguente un cronista svizzero ne invocava e prediceva la resurrezione per riformar la Chiesa; i primi apostoli del protestantismo si giovarono degli argomenti di lui e di Pier dalle Vigne. Un riscontro moderno possiamo trovargli in Enrico VIII, che al luogo di Pier dalle Vigne ebbe Tommaso Cromwel, e che, al par di Federigo, proclamava lo scisma da una parte, dall'altra bruciava gli eretici: ma l'opinione al tempo di Federico era volta tutt'altrimenti, e ne vennero infiniti mali al suo secolo e lo sterminio della sua famiglia. Il patetico fine di questa dee compatirsi da tutti, può deplorarsi dagli avvocati della monarchia assoluta e del diritto divino dei re, ma i liberali dovran riconoscere che essa fu osteggiata per la libertà del popolo, per l'indipendenza delle varie nazioni, la quale sarebbe dovuta soccombere a un impero che avesse assorbito anche la potestà spirituale. Che i papi trascendessero lo credette fin il pio re san Luigi, ma furono stromenti della Provvidenza a un grande scopo, il progresso civile, e la costituzione delle nazionalità[70].
Spenta la famiglia di Svevia, al concilio ecumenico IV di Lione (1274) comparve un messo di Rodolfo d'Habsburg, povero conte dell'Argovia che era stato eletto imperatore, e che non avendo puntigli ereditarj, sentiva l'opportunità di terminar questo litigio, ripullulante da 70 anni. Giurò dunque adempier le promesse d'Ottone IV e Federico II; confermava al papa le antiche donazioni del paese da Radicofani a Ceprano, oltre l'Emilia, la Marca d'Ancona, la Pentapoli, l'eredità della contessa Matilde e l'alto dominio sulla Sicilia, la Corsica, la Sardegna, rinunziando alle terre disputate fra l'impero e la Chiesa; non accetterebbe tenute ecclesiastiche nè cariche nello Stato Romano se non assenziente il papa.
La Chiesa assicuravasi dunque l'indipendenza, e sugli imperatori riportava una vittoria ben più vistosa che l'altra volta, ma non più profittevole. Attesochè cessava l'importanza che i papi traevano dall'opporsi al dominio tedesco, e i Guelfi divennero un partito, non propugnatore dell'indipendenza nazionale, ma di certe idee o certe persone, e facilmente stromento de' prepotenti e degli scaltriti. Aggiungi che, nella contesa, le reciproche ragioni si eran portate al tribunale del pubblico, che ormai pretenderebbe giudicarne.
DISCORSO IV.
I PATARINI. GLI ORDINI MENDICANTI. LA SCOLASTICA.
Sebbene i nostri non s'ingolfassero in tante sottigliezze e sofisterie intorno alla divinità, alla natura sua, a' suoi attributi, quanto gli Orientali, più vicini a quell'India dove pajono naturali l'ascetismo, la contemplazione e l'idealità, pure, dall'impero greco, ove sempre vivea, trasmetteasi anche in Italia l'eresia, proveniente dall'antica Gnosi, e a guisa d'un vulcano dava fumo di tratto in tratto, come sentimento però, anzichè come idea pura. Claudio, di nazione spagnuolo, in Francia diresse la scuola istituita poco prima da Carlomagno, e predicava, e commentava le divine scritture, onde Lodovico il Pio lo propose a vescovo di Torino verso l'820. Quivi cominciò dal solito titolo di correggere abusi e superstizioni; e dicendo non dover le immagini usurpare il culto che a Dio solo è dovuto, le toglieva; spezzava le croci; non più feste di santi; non più lampade nelle funzioni, non pellegrinaggi a Roma; dal che passò anche a sostenere errori intorno alla divinità del Verbo. Il popolo suo ed i vicini gliene vollero male; Pasquale I lo disapprovò; molti scrissero sin dalle Gallie e dall'Irlanda, per difendere l'antica consuetudine, distinguendo il culto reso ai santi e agli angeli da quello alla divinità; adunatosi un sinodo, Claudio ricusò intervenirvi, chiamandolo congregationem asinorum. Morì del 830, e quanto riprovata dai Cattolici, tanto la sua memoria fu poi esaltata dai Protestanti, che, per la smania di darsi antenati, pretesero vedervi il fondatore della Chiesa valdese. Dalle confutazioni fattene allora non appare ch'egli negasse la presenza reale, o la transustanziazione, nè alcuno de' sacramenti, nè la primazia de' pontefici, nè asserisse la privata interpretazione delle sacre scritture, che sono i fondamenti del protestantismo.
A mezzo il secolo IX, Pietro vescovo di Padova scoprì nella sua diocesi una setta che ghiribizzava sulla Redenzione, e che solo cinquant'anni dopo fu dissipata dal vescovo Gozzelino. Nel mille, a Ravenna un Vilgardo sosteneva che la verità sta nei detti di Orazio, Virgilio, Giovenale, e si hanno a preferire ai dogmi cattolici[71].
Eriberto da Cantù, operosissimo arcivescovo di Milano dal 1018 al 1045, seppe che alcuni eretici tenevano convegni nel castello di Monforte presso Asti, e citatone uno di nome Gerardo, l'esaminò sulla loro fede. La risposta fu: «Crediamo nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo, che soli hanno la facoltà di sciogliere e legare; e il Padre è l'eterno, in cui e per cui tutte le cose sono; il Figliuolo è lo spirito dell'uomo, cui Dio amò; lo Spirito Santo è l'intelletto delle scienze divine, dal quale tutte le cose sono regolate: non riconosciamo il vescovo di Roma o verun altro, fuori d'un solo che quotidianamente visita i nostri fratelli per tutto il mondo, e gli illumina; e quand'è mandato da Dio, presso lui si trova il perdono dei peccati. Osserviamo la castità, benchè ammogliati; non mangiamo carne; digiuniamo strettamente; leggiamo ogni giorno la Bibbia; molto preghiamo, e i nostri maggiori s'alternano dì e notte nella orazione. I beni teniamo comuni; e il morir ne' tormenti ci è dolce per isfuggire i castighi eterni».
Di quest'eresia conobbe i pericoli l'arcivescovo, tanto che menò contro Asti i suoi vassalli, e presi per forza i miscredenti, nè potendo tutti indurli a ritrattarsi, non potè impedire che la nobiltà milanese li mandasse al fuoco, ch'essi subirono come un martirio. Ciò è riferito da Landolfo Seniore[72], specie di spirito forte, al quale, come dicemmo, non possiamo concedere troppa fede; e certamente è fantasia di lui questo discorso.
Nella lotta fra gl'imperatori e i pontefici, l'opposizione a questi o risolvevasi in eresia, o almeno scassinava l'autorità pontificia. Tra quelle feconde contese ridestosi, il popolo veniva ad accampare gl'interessi e i diritti proprj là dove prima non discuteano che baroni, capitani e re. Allora, nel punto di smarrirsi, vie meglio si pronunzia il carattere di quel medioevo, cui i gran savj credono poter dispensarsi dallo studiare col dichiararnelo immeritevole. E davvero questa nostra età, tutta regia, tutta sistemazione legale, tutta decreti e volontà generale, dove l'inchinarsi agli impiegati disavvezza dall'inchinarsi a Dio, mal può comprendere quella ove dominava la più grande e la più libera varietà; un'aristocrazia affissa a titoli storici, e una democrazia con tutti i problemi e gli sperimenti moderni; insofferente di dipendenza, eppur venerabonda del valore; passioni energiche ad intraprendere con audacia e compire con mezzi violenti, poi tranquillantisi in un convento, fieramente espiando i fieri delitti, o frapponendo un intervallo fra le tempeste della vita e il riposo eterno; un'ignoranza alimentata da spettacoli strani, da credenze bizzarre, eppure avida di sapere, entusiasta per tutto ciò che avesse nome scienza; e che non conoscendo se stessa, e bramando di trovare un'armonia fra le istituzioni sociali, sentiva bisogno di lasciarsi guidare, se non potea farsi illuminare. Quindi affollarsi alle università per udire i gran sapienti; quindi accettare il miracolo come un fenomeno ordinario; rigide pratiche e penitenze esagerate, insieme con licenza gigantesca; pratiche empie e sordide, insieme con affettuose devozioni; mania del nuovo, con attaccamento al vecchio; ingenuità selvaggia di popoli nuovi, con raffinata corruzione di rimbambiti.
Il cristianesimo, dettando precetti morali purissimi in contraddizione all'indole e allo stato di quella società, e con istituzioni robuste ingiungendone l'osservanza, produceva quelle posizioni tanto strane, e que' contrasti tanto drammatici; ordine ed anarchia, santità e scostumatezza, carità e ferocia, nobilissimi concetti attuati selvaggiamente, come nelle crociate; insomma la barbarie temperata dal cristianesimo, e il cristianesimo contaminato dalla barbarie.
La moltitudine vivacchiava senza riflettervi; i più si sgomentavano o sbalordivano, ma altri ragionavano: e troppo scostansi dal vero coloro, i quali figurano che nessun dubbio siasi elevato contro la fede, dal perire del razionalismo antico fin al mostrarsi del moderno. Già nel xiii secolo, parlando di Federico II, trovammo il pensiero incredulo, che ripudia il fondamento stesso dei dogmi, e crede tutte le religioni sieno invenzioni umane, e l'una valga l'altra; donde l'indifferenza e il naturalismo, derivanti dalla scienza araba, ed espressi nel libro dei Tre Impostori.
Pietro Valdo, mercante di Lione, verso il 1180, venduti gli averi suoi, predicò che la Chiesa aveva traviato, e bisognava richiamarla alla semplicità evangelica, sbandendo il lusso del culto, la ricchezza de' preti, la potenza temporale de' papi. I suoi seguaci si dissero Poveri di Lione o Catari, cioè puri, e tanto erano persuasi di tener tutto quanto tiene la Chiesa cattolica[73], e di non uscire dal vero, che chiesero al pontefice la permissione di predicare[74]: ma bentosto negarono l'autorità del papa, e dietro a ciò altri dogmi cardinali, e pretesero libera anche ai laici la predicazione.
Si vorrebbe da loro derivassero i Valdesi[75], sopravissuti fino ad oggi, e dei quali avremo a dir molto in appresso: ma non che i loro laudatori, anche Bossuet vuole distinguerli affatto dai Catari, che inclinavano alle dottrine manichee.
Il problema che tormentò i pensatori d'ogni generazione, cioè «Come mai, sotto un Dio buono, tanti mali?» ne' primi tempi della Chiesa dai Manichei veniva sciolto trivialmente, supponendo due divinità, l'una autrice del bene, l'altra del male[76]. Vinti sin dai tempi di sant'Agostino, sopravvissero in Oriente, donde si propagarono all'Europa. Mescolandosi ai dogmi le leggende, favoleggiavasi esser Dio e il demonio coeterni, ed eguali in potenza. A Dio toccarono il cielo e gli angeli: al demonio la terra e le femmine. Attorno al muro, di cui Dio avea cinta la sua creazione, ronzava invidioso il demonio, e dopo centinaja di secoli accortosi d'una screpolatura in quello, mise per essa il capo, e lusingò gli angeli ad affacciarvisi, ed osservare le bellezze delle donne. Ottenne l'intento, e a frotte gli angeli ne sbucarono, e dai loro abbracciamenti vennero gli uomini, mescolanza di bene divino e di male diabolico. Iddio sdegnato sentenziò che nessuno più di quegli angeli penetrerebbe nella cerchia celeste, ma vagherebbero sulla terra, abitando corpi d'uomini e di bruti, fin al giorno del giudizio. Se non che anime elette scopersero certe formole di preghiere, certi atti, per cui le anime ottenevano di recuperare il paradiso: formole e atti custoditi appunto dalla setta de' Catari.
Queste credenze vissero sempre in segreto, e massime nella Tracia e nella Bulgaria. Di là, di tempo in tempo inviavansi missionarj di qua dell'Alpi, i quali vivamente ritraevano la purezza della Chiesa orientale, derivante (diceano) senza interruzione dagli apostoli; e recavano libri apocrifi e fantastici, profezie e vangeli, riferendosi a un pontefice supremo, successore di quello che san Paolo aveva istituito in queste contrade; santo come tutti i suoi, aborrente dalle sensualità, dalle ricchezze, dalle cure mondane.
E appunto dalla Bulgaria un tal Marco venne come vescovo a presedere alla Chiesa di Lombardia, della Marca e di Toscana. Ma un altro papa sopraggiunto, di nome Niceta, riprovò l'ordine della Bulgaria, e Marco ricevette quello della Drungaria, cioè di Traù in Croazia[77]. A Milano distingueano i Catari vecchi, venuti di Dalmazia, Croazia e Bulgaria, cresciuti singolarmente quando il Barbarossa li favoriva per far dispetto a papa Alessandro; e i nuovi, usciti circa il 1176 di Francia, che potrebbero essere gli Albigesi.
Perocchè nella Linguadoca, fra il Rodano, la Garonna e il Mediterraneo, ove le città aveano conservato gli avanzi delle istituzioni romane, opportune a nuovi incrementi della civiltà, s'erano svolti e grazia d'immaginazione e gusto delle arti e dei piaceri dilicati: ivi s'intesero i primi versi nelle lingue nuove, cantati sulla mandòla dell'elegante trobadore, che errava pei castelli celebrando l'amore e le prodezze, o satireggiando magnati e preti. Insieme eransi propagati alcuni errori, e perchè nella città di Alby, primamente furono tolti a condannare, quegli eretici vennero intitolati Albigesi. Pare tenessero alle opinioni manichee, ma impugnata l'autorità per appellarsi alla ragione individuale, doveano necessariamente variare in infinito: e frà Stefano di Bellavilla racconta, che sette vescovi si adunarono in una cattedrale di Lombardia, per accordarsi sugli articoli di loro fede; ma non che riuscire, si separarono scomunicandosi reciprocamente. Un libro depositario di loro credenze non ebbero: in coloro che li confutano e negli storici che raccolsero dal vulgo, li troviamo imputati di colpe le più contraddittorie; or proclamando creatore Iddio, ora il demonio; ora facendo Iddio materiale, ora riducendo Cristo stesso a null'altro che ombra; chi fa ammettere alla salute tutti i mortali, chi escludere le donne dall'eterna felicità; chi semplificare il culto, chi ordinare cento genuflessioni il giorno; chi licenziare alle voluttà più grossolane, chi riprovare persino il matrimonio[78].
Quanto alla Lombardia, tre sètte primeggiavano: Catari, Concorezj, Bagnolesi. I Catari (si dicevano anche Albanesi, vulgare corruzione probabilmente di Albigesi) venivano suddivisi in due parzialità; alla prima era vescovo Balansinanza veronese, all'altra Giovanni di Lugio bergamasco. I primi dicevano eterno il mondo; i patriarchi ministri del demonio; un angelo aver portato il corpo di Gesù Cristo nell'utero di Maria, senza che ella v'avesse parte; solo in apparenza egli esser nato, vissuto, morto, risorto. Gli altri tenevano che le creature fossero state formate quali dal buono, quali dal tristo principio, ma ab eterno; la creazione, la redenzione, i miracoli erano accaduti in un mondo diverso dal nostro; Dio non essere onnipotente, perchè nelle opere sue può venir contrariato dal principio a sè opposto; Cristo aver potuto peccare.
I Concorezj ammetteano Iddio aver creato gli angeli e gli elementi; ma l'angelo ribellato e divenuto demonio, formò l'uomo e quest'universo visibile; Cristo fu di natura angelica.
I Bagnolesi facevano le anime create da Dio prima del mondo, e allora avessero peccato; la beata Vergine esser un angelo; e Cristo avere bensì assunto corpo umano per patire, ma non glorificatolo, anzi depostolo all'ascensione. A tutti costoro opponevasi la sètta de' Passaggini o Circoncisi, e poichè i Catari repudiavano il vecchio Testamento, essi pretendeano avessero validità fin le leggi penali di Mosè: poichè quelli supponeano che Cristo si fosse incarnato solo in apparenza (docetismo), essi lo riduceano ad uomo, siccome gli antichi Ario ed Ebione.
Frà Ranerio Saccone, che, dopo essere stato diciasette anni coi Catari, li confutò e perseguitò, sicchè poteva averne buona conoscenza[79] li distingue affatto dai Valdesi, padri degli Albigesi. Sedici loro chiese annovera, delle quali sei in Lombardia; degli Albanesi, che stanno principalmente a Verona, e sono cinquecento; de' Concorezj, che fra tutta Lombardia sommeranno a un migliajo e mezzo; de' Bagnolesi, non più di ducento, sparsi a Mantova, a Milano, nella Romagnola; cento nella chiesa della Marca; aggiungansi altrettanti in quelle di Toscana e di Spoleto; un cencinquanta della chiesa di Francia, dimorano a Verona e per la Lombardia; ducento delle chiese di Tolosa, di Alby, di Carcassona; cinquanta di quelle di Latini e Greci a Costantinopoli; e cinquecento delle altre di Schiavonia, Romania, Filadelfia, Bulgaria. Questi quattromila (avverte l'autore) sono da intendere per uomini perfetti; giacchè di credenti ve n'ha senza numero.
Patarini furono detti da pati, perchè ostentavano penitenza; o dal pater, che era la loro preghiera[80], ed infiniti nomi indicavano le varie sètte, de' Gazari, Arnaldisti, Giuseppini, Insavattati, Leonisti, Bulgari[81], Circoncisi, Publicani, Comisti[82], Credenti di Milano, di Bagnolo, di Concorezzo, Vanni, Fursci, Romulari, Carantani, e non so che altri.
Fra tante varietà come orientarsi? Sembra avessero comune la credenza nei due principj[83], ed al malvagio essere dovuto il mondo e il vecchio Testamento. Appoggiati all'Obedire oportet magis Deo quam hominibus, si emancipavano d'ogni autorità terrena; non papa, non vescovi, non canoni o decretali, non dominio dei preti; i magistrati non possono imporre il giuramento nè alcuna punizione corporale; la Chiesa romana è una congrega di malignanti; non si dà risurrezione della carne; è ridevole la distinzione de' peccati in veniali e mortali; sono prestigi del diavolo i miracoli; non devesi adorare la croce, simbolo d'obbrobrio. Repudiavano l'estrema unzione, il purgatorio, e di conseguenza i suffragi pei morti, l'intercessione dei santi e l'Ave Maria: il battesimo conferito agli infanti non vale; i sacramenti non sono istituiti da Cristo, ma inventati dall'uomo; la loro validità dipende dal merito dell'operante, e possono essere amministrati anche da laici. Pel matrimonio basta il consenso de' contraenti, senza uopo di benedizione, e il Saccone dice condannavano chi ne usasse per altro fine che per aver figliuoli; il che è conforme alla superbia del mostrarsi superiori all'umana debolezza, alla quale risponde l'altro fine di calmare la concupiscenza.
Del sacramento dell'Ordine teneva luogo l'elezione dei loro gerarchi, che erano disposti in quattro gradi; il vescovo, il figliuolo maggiore, il figliuolo minore e il diacono. Al vescovo spettava l'imporre le mani, frangere il pane, dir l'orazione: mancando lui, suppliva il figliuolo maggiore, se no il minore o il diacono: e in difetto, un semplice credente e fin anche una catara. I due figliuoli coadjuvavano al vescovo, visitavano i fedeli. In ogni città aveasi un diacono per ascoltare i peccati leggeri una volta al mese; il che dai Lombardi (i quali appare da ciò ritenessero la distinzione dei peccati veniali) dicevasi caregare servitium. Il vescovo, avanti morire, inaugurava a succedergli il figliuolo maggiore, imponendogli le mani.
Quotidianamente, allorchè sedevano a mangiar di brigata, il maggiore fra i convitati sorgeva, e recatosi in mano il pane e il calice, proferiva: Gratia Domini nostri Jesu Christi sit semper cum omnibus vobis; spezzava quel pane, lo distribuiva, e quest'era la loro eucaristia. Il giorno della cena del Signore imbandivano più solennemente; e il ministro, postosi ad un tavoliere, su cui erano una coppa di vino ed una focaccia d'azimo, diceva: «Preghiamo Dio ci perdoni i peccati per sua misericordia, ed esaudisca le nostre petizioni; e recitiamo sette volte il Pater noster a onore di Dio e della santissima Trinità». Tutti s'inginocchiano; orato, sorgono; esso benedice il pane e il vino, frange quello, dà mangiare e bere, e così è compiuto il sacrifizio. Di presenza reale o transustanziazione, non parola.
Al confessore non rendevano minuto conto della loro coscienza, ma uno recitava a nome di tutti la formola: «Confessiamo innanzi a Dio ed a voi, che molto peccammo in opere, in parole, colla vista, col pensiero, ecc.». In casi più solenni il peccatore, presentandosi al cospetto di molti col vangelo sul petto, proferiva: «Eccomi avanti a Dio ed a voi, per confessarmi e chiamarmi in colpa de' peccati che ho fin ora commessi, e ricevere da voi la perdonanza». Era assolto col posargli il vangelo sopra il capo. Se un credente ricadesse, doveva confessarsene, e ricevere di nuovo l'imposizione delle mani in privato. I peccati leggeri confessavansi ogni mese, e si espiavano con astinenze.
Quest'imposizione, o consolamento, o battesimo di Spirito Santo, vero punto cardinale delle credenze e del culto loro, era necessario per rimettere il peccato mortale, e comunicare lo spirito consolatore; e fu per opporsi al consolamento de' Patarini che il concilio Lateranese IV ingiunse ai Cattolici di confessarsi almeno una volta l'anno.
I semplici credenti poteano menar tutta la vita senza astinenze o mortificazioni, e in piena licenza di costumi, nessun altro dovere religioso tenendo fuorchè il contribuire al mantenimento de' Consolati, riservandosi poi a cancellare ogni colpa in punto di morte col ricevere il consolamento. Perocchè, se uno dei perfetti imponga le mani a un moribondo, e proferisca l'orazione dominicale, quello va sicuro a salvazione.
Frà Ranerio aggiunge che, data la consolazione al moribondo, gli chiedevano: «Vuoi in cielo andare tra i martiri o tra i confessori?» Eleggeva i primi? lo facevano strangolare da un sicario a ciò stipendiato; eleggeva i confessori? più non gli davano bere nè mangiare.
Questa endura riscontrasi già prima in altri settarj, fondata sull'idea che una morte volontaria e violenta fosse meritoria: e poichè i risanati che, dopo ricevuto il consolamento, si fossero buttati al vizio, avrebbero dimostrato la poca virtù de' ministri di quel sacramento, forse voleasi evitarne il pericolo col sacrificare il consolato.
Vero è che siffatte atrocità gratuite sogliono apporsi dall'ignoranza o dalla malignità a tutte le congreghe secrete. E non c'è misfatto di cui non siansi tacciati i Patarini; essi ladri, essi usuraj, essi sovratutto carnali, adulteri e incestuosi in qualsiasi grado; con connubj promiscui e contro natura; non poter l'uomo peccare dall'umbilico in giù, perchè il peccato origina dal cuore. Finita l'assemblea spegneansi i lumi: e ciascuno abbracciava la prima donna che gli capitasse[84]. Ma come credere questa bacchica santificazione del libertinaggio, quando altrove, e ne' libri de' loro stessi nemici, troviamo che con penose astinenze reprimeano la carne, ribelle alla volontà ed opera del principio maligno; tre quaresime l'anno, perpetua astinenza da carni e latte, replicati digiuni, iterate preghiere?
Il Ranerio suddetto narra come, per l'iniziazione, adunati i credenti, il vescovo interrogasse il neofito: «Vuoi tu renderti alla fede nostra?» Questo afferma, s'inginocchia, e pronuncia il Benedicite; al che il ministro ripete tre volte «Dio ti benedica», ad ogni volta più discostandosi dall'iniziato. Il quale soggiunge: «Pregate Iddio mi faccia buon cristiano»; e il ministro replica: «Sia pregato Iddio a farti buon cristiano».
L'interroga poi: «Ti rendi a Dio ed al vangelo?» — Sì.
«Prometti non mangiar carne, ova, formaggio, nè d'altra cosa se non d'acqua o di legno? (cioè pesci e frutte)» — Sì.
«Non mentirai? non giurerai? non ammazzerai, neppure vitelli? non farai libidini nel tuo corpo? non andrai scompagnato quando puoi avere compagna? non mangerai da solo potendo aver commensali? non ti coricherai senza brache e camicia? non lascerai la fede per timore di fuoco, d'acqua o d'altro supplizio?»
Risposto che avesse il neofito secondo ciascuna domanda, l'universa assemblea mettevasi ginocchione; il sacerdote posava sopra il novizio il volume dei vangeli, e leggeva l'inizio di quello di san Giovanni, poi lo baciava tre volte: così facevano tutti gli altri, che egualmente si davano l'uno all'altro la pace: indi veniva messo al collo dell'iniziato un fil di lana e di lino, ch'egli non doveva levarsi giammai[85].
Qui non v'è ombra delle sistematiche ribalderie, che trovansi in alcune professioni di fede, esibiteci da' loro antagonisti, secondo le quali gl'iniziati rinunziavano, non solo a tutte le sane credenze della religione, ma ad ogni costume, pudore, virtù. San Bernardo, implacabile indagatore di loro colpe, dice: «Non v'era cosa in apparenza più cristiana che i loro discorsi, nè più lontana da ogni taccia che i costumi loro». Il domenicano Sandrini, che potè a sua posta indagare gli archivj del Sant'Uffizio in Toscana, scrive: «Per quanto io abbia cercato ne' processi eretti da' nostri frati, non ho trovato che gli eretici Consolati in Toscana passassero ad atti enormi, e che si commettesse mai da loro, massime tra uomini e donne, eccesso di senso; onde, se i frati non si tacquero per modestia, il che non mi par credibile in uomini che abbadavano a tutto, i loro errori erano, più che di sensualità, d'intelletto».
Eppure contro tale asserzione starebbero alcuni processi, e recentemente fu pubblicato il formulario delle interrogazioni da farsi loro[86], donde appajono quali ne fossero le opinioni più consuete. Dice:
Ai Lionesi può domandarsi: se sia povero di Lione, o lombardo, o oltramontano — se la romana sia la Chiesa di Cristo o meretrice — se il papa è nel luogo del beato Pietro, e se può perdonare più che altr'uomo — se alcuno è buono, e può salvarsi seguendo la fede della Chiesa romana — se avvi altri in terra in luogo di san Pietro che possa sciogliere e legare, e chi sia — se ogni uomo buono può consacrare anche non ordinato e da chi — se il cattivo sacerdote possa consacrare, e conferire gli altri sacramenti della Chiesa — se i bambini si salvano senza il battesimo della Chiesa romana — se la Chiesa di Dio venne meno dal tempo di san Silvestro, e chi la riparò — se papa Silvestro fu l'anticristo — chi successe a san Pietro nella potestà di sciogliere e legare — se i Poveri Valdesi, lombardi od oltramontani sieno la Chiesa di Dio — se la congregazione de' Catari sia la Chiesa di Cristo — se nella Chiesa di Dio vi debbano essere gli ordini e l'unzione. — Delle indulgenze e dei pellegrinaggi che fa la Chiesa, delle pitture, della croce, del viaggio in Terrasanta. — Delle contribuzioni della Chiesa romana, e del mangiar carni in quaresima. — Se san Lorenzo è santo. — Chi diede a te l'autorità di predicare? — Se è peccato mortale sposar una parente — se giova dir mille messe e dar mille lire pei defunti che sono in purgatorio — se alcuno, fabbricando a spese sue mille chiese, meriterebbe presso Dio — se alcuno peccherebbe mortalmente distruggendo tutte le chiese materiali, e bruciando tutte le croci. — Della giustizia, e chi t'insegna a dire che la giustizia è male. — Del giuramento per salvar la vita d'un uomo. — Se imparasti la credenza dei Poveri di Lione — se vuoi rinunziare, e stare ai precetti della Chiesa.
Le risposte possiam raccorle da un processo, formato il 1387, e tratto dalla stessa fonte, nel quale uno de' molti inquisiti confessa, che nell'assemblea de' Valdesi, insegnavasi che la loro setta è ottima, cattiva quella de' Cristiani, e che niuno si salva se non nella setta loro; che il sommo pontefice della loro setta, dimora nella Puglia, e che la Chiesa romana è Chiesa de' malignanti e congregazione di peccatori, dal tempo di san Silvestro in poi, e in lui essa fallì, sin quando essi la riformarono; che ogni giuramento è peccato mortale; che due sole vie ci sono, cioè paradiso e inferno; e purgatorio non è che in questa vita; limosine e pellegrinaggi non giovano ai defunti: Cristo non fu vero Dio, perchè Dio non può morire; chiunque della loro setta può consacrare il corpo di Cristo; non devono celebrarsi feste di santi, perchè nessuno entrò in paradiso, ma aspettano fino al giorno del giudizio, ecc.
Come avviene in quasi tutti i processi, vi fu un di cotesti ciarleri, che rinvesciano quel che sanno e che non sanno, e che, se pajono rivelare molti fatti, lasciano troppi dubbj sulla veracità di essi o sulla fedeltà della loro memoria. Qui fu un frate Antonio Galosna del Monte San Rafaele diocesi torinese, che, davanti al vescovo di Torino e a frate Antonio di Setto di Savigliano inquisitore, seppe enumerar tutte le moltissime persone che in varj paesi intervennero a quelle ch'ivi sono chiamate sinagoghe dei Patarini o Valdesi. Troppe sarebbero le interrogazioni e le objezioni che una processura odierna gli vorrebbe fare, ma noi dobbiamo tenerci alle sue risposte.
Da tredici anni dunque era terziario francescano, vestitone l'abito davanti l'altare di san Francesco in Chiari. Più d'una volta fu in casa di Martino del Prete di Vico (Ponte Vico?); il quale stando presso il fuoco, gli disse che in un libro avea trovato che la prima grazia ed il primo sacramento fatto da Dio fu ed è il pane; e questo è superiore ai sacramenti tutti. Allestita la cena, prese un pane, se lo pose sulle ginocchia, poi ne staccò tre bocconi, e ne diede uno ad esso rivelante, uno a un altro frate Antonio, uno alla moglie sua; ne staccò due altri, e un lo diede alla fante, uno lo prese egli stesso, facendovi prima il segno della santa Croce: essi lo riceveano a ginocchio, poi tutti bevvero. Tra il cenare, Martino cominciò a dire che gli ecclesiastici di fuori sono Dei, dentro son lupi rapaci: e narrò come egli e un frate Jacobo Bech di Chiari avessero concertato di far quivi una cappella per le preghiere e discipline loro: e in fatti questo Jacobo stette con Martino tutto l'inverno facendo penitenza, e camminando scalzo nella neve. Altra volta invitò questo frate Antonio a far vita seco, e che dovean adorare il demonio (draconem), ch'è più forte d'ogni cosa, combatte contro Dio e padroneggia il mondo. E cenando, Martino tenevasi accanto un gatto (murelegium) grosso come un agnello, e gli dava mangiare, e diceva che era il miglior suo amico in questo mondo. Esso Martino gli diede la facoltà di ascoltare le confessioni, quanto qualsiasi sacerdote, e gliela rinnovava d'anno in anno.
Lo condussero poi al luogo delle Macchie due uomini, che gli toccarono il dito auricolare come sogliono i Valdesi, (le donne invece toccano due dita) e il menarono in una casa ov'erano diverse persone, e una gli pose in mano un pane di frumento ch'esso benedisse e distribuì ai presenti, che lo baciarono, poi mangiarono; indi una vecchia mescè da bere a tutti.
In Avigliana molti conobbe, e vi predicò un lavoratore di pelli di pecora (pergamenos), dicendo che la grazia del pane è superiore a ogni grazia, al battesimo, alla fede cattolica: mangiarono il pane, bevettero, poi spensero i lumi dicendo: «Ognuno faccia quello per cui è qui: chi avrà tenga».
A Focardo assistette a una sinagoga, ove si disse che Dio non è nell'eucaristia, ma sta in cielo; che la Chiesa romana è casa di menzogna, riprovata da Dio; che nè papa, nè sacerdote può assolvere se non sia della loro setta; che due sole vie ci ha, paradiso e inferno, e non il purgatorio, e che non si devono fare esequie pei morti. Non essere peccato il dare a interesse dieci fiorini per undici o dodici; che nessun sacramento ha efficacia, salvo il battesimo; gli altri furono inventati per avidità de' preti. I santi non devono venerarsi nè accendervi candele, giacchè Dio solo può giovare. Frate Antonio promise a quel Martino del Prete di credere tuttociò, e d'adorare per Iddio il dragone che combatte con Dio e cogli angeli, ed è più forte.
A Susa fu due volte nella sinagoga, con osti, panattieri, calzolaj, sartori, fabbricanti di candele di sego, e donne merciaje, fruttivendole, ostiere.
Ben venticinque volte in un anno assistette alle adunanze in Andezzeno, e vi facea da portinaio, e quando la gente del paese erano iti a dormire, si accoglievano a mangiare e bere, poi spegnevano i lumi e «chi abbia tenga», e vi stavano fino a giorno. Bilia la Castagna dava a tutti una bevanda di brutta apparenza, e chi n'avesse bevuta di molto gonfiava: e se ne prendeva un centellino al principio dell'adunanza, ed era di tale efficacia, che, chi una volta n'avesse gustato, non potea più lasciar quella congrega: e correa fama che ella tenesse un grosso rospo sotto il letto, cui nutriva di carne, pane e cacio, per far questa bibita collo sterco di esso, mescolandovi capelli bruciati: e la facea nella notte avanti l'epifania, e la comunicava il primo di marzo. Altre donne sapean fare quell'ampolla. Da trenta persone, oltre le donne, s'accoglievano, ch'egli nomina, e a capo loro Lorenzo di Ormea, nelle cui mani esso rinnegò specialmente l'incarnazione di Cristo, la passione, risurrezione, ascensione, non potendo darsi che Iddio si umiliasse a tal segno: i sacramenti non giovare nulla alla salute. Ed esso Lorenzo diceva che Dio padre era creatore del cielo, ma della terra fu il dragone, signore di questo mondo, ov'è più potente di Dio.
Frate Antonio avea data la consolazione a moribondi della loro setta, fra cui Alassona la Lauriana di Andezzeno. Vittore di Andezzeno prese un boccone di pane, e le disse: «Credi che questo sia il più gran sacramento, e che questo pane è superiore all'eucaristia e agli altri sacramenti amministrati dai preti?» Essa rispose di sì, poi giunte le mani, prese con devozione, baciò e si pose in bocca quel pane. Essi le tirarono sopra il capo le coltri, in cui giaceva, e il domani fu trovata morta.
Ad altre congreghe assistette in Chieri, in casa di Berardo Rascherio, il quale diceva le stesse cose, e che Dio non nacque, nè morì, nè fu sepolto; che Maria non restò vergine; che, morto il corpo, è morta l'anima; poi seguivano il pane, la bevanda, il giuramento del secreto, e lo spegner dei lumi, e il mescolarsi per un'ora o due.
Da venti volte egli fu in Moncalieri, in casa di Elena scarpolina, ed erano moltissimi i settarj, ch'esso enumera, e che andavano a pochi per volta. Così a Candiolo, a Podrovarino, a Trana, a Sangano, ove Giacomo Doo ripeteva il pane essere il maggior sacramento, e doversi adorare il dragone ch'è più potente di Dio; purgatorio non v'è che in questo mondo; poi s'estinguevano i lumi e «chi ha tenga». A Giaveno, Ciaberto predicava le solite cose, e Cristo non essere stato concetto di Spirito Santo; e i precetti della Chiesa non legano le anime nè obbligano di colpa o pena qualunque, nè è peccato lavorare la festa, mangiar carni in vigilia o in sabato; Dio non può essere nel sacramento dell'altare; tutte le cose visibili sono create dal demonio; e così via. Supponeva che tutti quelli del vicino Balangero sono Valdesi e di siffatta credenza, come udì più volte rinfacciarglielo quei di Giaveno.
Il mirabile è l'esattezza con cui frate Antonio nomina non solo, ma descrive le varie persone de' varj luoghi, e così di Coazze, di Piossasco, di Pinerolo, ove l'adunanza teneasi in casa d'una beghina Coleta, e il pane era distribuito da Pietro di Belmonte di Pragelato. Tutto ciò diceva d'aver confessato appena gli fu minacciata la tortura, e d'averlo poi spontaneamente riconfermato, benchè i suoi settarj gli largheggiassero promesse onde negasse; e lo sostenne anche sotto nuova tortura, consistente nel metterlo supino, e sederglisi sul petto. Ma condotto davanti al principe del paese, cioè del Delfinato, professò che quanto avea detto era stato per le minaccie dell'inquisitore. Poi tornò a confessar tutto, dicendo lo avea negato per istigazione del carceriere e d'un foriero, che diceangli sarebbe stato condannato a morte se confessava.
Simili cose di eresia e valdesia depose di Feruzasco (?), di Castagnole, di Scalenghe, di Pianezza, di Alpignano: e in Germagnano della Val di Lanzo, in Avigliana, in Paglirino (Paglieres?), in Villar Almese, in Bubiana (Bobbio Pellice?), Porte, Caburro (Cavour), Campiglione[87].
Fu poi, davanti all'arcivescovo di Torino e all'inquisitore Antonio di Setto di Savigliano, esaminato Giacomo Bech di Chieri; il quale dice essere secolare e ammogliato, non tenere veruna eresia, benchè abbia praticato con Martin del Prete e altri che poi intese colpevoli; nega aver fatto intelligenze con esso Martino, e da dieci anni non averne saputo più nulla. Interrogato su altre particolarità, or afferma or nega. Interrogato se crede che papa Urbano V coi cardinali, vescovi e preti sia la vera Chiesa cattolica; esservi il purgatorio; poter il sacerdote anche in peccato assolvere il penitente, e consacrare; che sia peccato l'usura; che deva adorarsi la croce, e venerare i santi, risponde di sì. Se fu in alcuna congrega di Valdesi, dice di no. Ma un mese dopo, senza tortura, confessa avere spergiurato; e che un trenta anni prima avea preso l'abito di quei che diconsi apostoli, o della povera vita, a Pontolino (?) nel contado di Firenze, dalla mano di Giovanni di Pronassio della riviera di Genova: e visse un anno coi fratelli, e ogni mattina davansi il bacio di pace, e faceano la confessione generale al modo loro, e baciavansi ogni volta che uscissero o rientrassero. Bisticciatosi, andò a stare a Perugia con altri che faceano la stessa vita, poi fu a Roma, tornò a Chieri, rivide Roma e Assisi, ed a Perugia trovò Pietro Garigh con dieci compagni, il quale gli narrò d'essere figlio di Dio, e costoro gli apostoli suoi. Egli non volle aggregarvisi: e anche a Chieri sollecitato da altri, rispose il farebbe se la loro dottrina fosse migliore di quella della Chiesa romana. Avendo giurato il secreto, essi gli esposero non aver Dio creato le cose visibili, bensì il diavolo, che n'era padrone, e che facea penitenza in questo mondo, finchè ritornerebbe in cielo: che l'uomo non consta d'anima razionale e di corpo, ma uno dei demonj peccatori si unisce col corpo, e lo anima; e quei che si salveranno riempiranno il vuoto degli angeli caduti. Il papa non è papa, nè la romana è la vera Chiesa; bensì la loro, e il loro maggiore; non s'ha a credere ai dodici articoli, nè ai sette sacramenti; non adorare la croce; non è peccato lavorare la festa; non vale l'assoluzione se non da chi è della loro setta; non v'è purgatorio o inferno se non in questo mondo; nè altri diavoli che gli uomini e le donne di qui. La donna gravida ha in corpo un diavolo, nè può salvarsi se non entri nella loro setta, il che fanno solo a ventiquattro anni; e prima restano a governo del diavolo; e il battesimo nulla giova se si muoja avanti. Chi della loro setta non riceve il consolamento in morte, il suo spirito rientra in un corpo dell'uomo o della bestia che prima ritrovi, finchè in morte non riceva la benedizione dal loro padre spirituale. Questo padre spirituale benedice il pane, di cui tutti i credenti mangiano ogni giorno almeno una bricciola. Non è peccato usare colla madre, la sorella, la figlia, nè il dare a usura, nè lo spergiurare avanti al vescovo o all'inquisitore, anzi è peccato irremissibile il discoprire sè o i suoi maestri. Pellegrinaggi, elemosine, indulgenze nulla approdano ai morti. Il diavolo fece Adamo ed Eva; profeti, patriarchi e fino san Giovanni Battista sono dannati; Mosè fu il maggior peccatore che fosse mai, e la legge ricevette dal diavolo. Non s'ha a credere la resurrezione della carne, nè il giudizio.
Ed egli, davanti a Giocerino dei Balbi di Chieri, a Pietro Patrizio, e ad uno Schiavone giurò credere tutto ciò sopra un grosso volume che chiamavano Libro della Città di Dio, nel quale registravano chiunque facesse tale professione. Poi da esso Patrizio fu mandato in Schiavonia onde perfezionarsi in questa dottrina in un luogo che dicesi Boxena (Bosnia?), sottoposto a un signore che chiamasi Albano di Boxena, dipendente dal re di Rascia: e colà andarono molt'altri Chieresi ch'e' nomina.
Oltre questa setta, nel Delfinato conobbe di quelli che chiamansi Poveri di Lione, e credette quel ch'essi.
Aggiungeva che, quando essi eretici di Chieri vedono alcuno de' loro maestri, e siano in luogo appartato, genuflettono dicendo: «Benedite, perdonate a noi bon christian», e il maestro risponde «Vi perdono»: ma se siano in pubblico, fan solo riverenza col capo. Anche costui declinò una lunga lista di eretici. In che consista il consolamento degl'infermi non sa, bensì che, prima di darlo, si fanno promettere dal malato, se campi, di non mentire mai, non mangiare che cibi quaresimali, non toccare mai persona d'altro sesso, morire piuttosto chè negare la fede, portare guanti per non toccare nessuno nè essere toccati. Dopo ricevuta la consolazione, il maestro gli domanda: «Vuoi essere martire o confessore?» Se dice martire mettongli l'origliere sopra la bocca, e vel tengono buona pezza mentre recitano certe preghiere, e se rimane soffocato lo dichiarano martire; se campa, chiamasi perfetto, ed ha autorità di dare ad altri la consolazione.