GLI
ERETICI D'ITALIA
DISCORSI STORICI
DI
CESARE CANTÙ
Error cui non resistitur, approbatur: et veritas quaæ minime defensatur, opprimitur.
Papa Felice III ad Acacio.
VOLUME SECONDO
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33
1866
[DISCORSO XXI.]
PAOLO III. L'ARETINO SUGGERIMENTI DI RIFORME. TEATINI E GESUITI.
Alessandro Farnese avea studiato sotto Pomponio Leto, poi alla Corte dei Medici erasi formato nell'erudizione elegante e ne' facili costumi; parlava squisitamente italiano e latino, rifuggendo ogni frase che classica non fosse: amante delle belle arti, cominciò in Roma il più bel palazzo del mondo; teneva splendida villa presso Bolsena; affabile e mansueto quanto magnifico, indulgeva alle fragilità umane, e prediligeva un figlio, che poi diffamossi col nome di Pier Luigi duca di Parma. Da Alessandro VI creato cardinale, in quarant'anni aveva assistito a cinque conclavi; quando di sessantasette anni, in prima per ispirazione, poi per iscrutinio, i trentasette elettori a schede aperte lo celebrarono papa.
Da Martino V in poi nessun altro romano era salito pontefice, onde pensate che tripudj menò il popolo! Denominatosi Paolo III, non volle che i Farnesi paressero da meno dei Medici, sicchè ordinò a Michelangelo di continuare i cartoni pel Giudizio universale e i palazzi sul Campidoglio; fece in Vaticano la sala Regia e la cappella Paolina, sul Palatino gli orti Farnesiani, e può dirsi rifabbricasse Roma; colla fortezza Paolina tenne in freno i Perugini: spossessò i sempre riottosi Colonna. Persuaso che si riesce sempre, purchè s'abbia la pazienza d'aspettare e l'abilità di cambiare le vie secondo le circostanze, bilanciossi anch'egli tra la Francia, sempre breve dominatrice in Italia, e Carlo V che, prevalendo, avrebbe qui dominato solo: e sperò aver riconciliate le due emule potenze e pacificatele nel congresso di Nizza, dove col re di Francia e coll'imperatore cercò impedire gl'incrementi della Riforma e l'avanzarsi dei Turchi, contro i quali esibiva 200,000 scudi d'oro e 12,000 armati, oltre la facoltà d'alienare beni ecclesiastici per mezzo milione d'oro.
Ma insieme poneva improvido studio a ingrandire il suo Pier Luigi, al quale attribuì varj dominj della Santa Sede, e infine il ducato di Parma e Piacenza, col pretesto di impedire fosse annesso al Milanese, e così aumentasse la potenza di Carlo V. Ad Alessandro, figlio quattordicenne di Pier Luigi, diede la porpora e la collazione di quasi tutti i benefizj del Novarese; a Ottavio, altro figlio di quindici anni, il governo di Roma, poi la mano di Margherita, bastarda di Carlo V, colla speranza d'averne il Milanese. Ma invece Carlo V assecondò i congiurati piacentini che scannarono l'esecrato Pier Luigi, e occupò Piacenza. Quando, atterrito da questo colpo, il papa piangeva e disperavasi, non mancò qualche cardinale di rivelargli i turpi comporti del figlio ucciso e la necessità di rendersi esempio, anzichè scandalo al mondo. Ma è notevole che, mentre con disordinata politica, apriva brutto arringo alle dicerie dei Protestanti, Paolo III comprese lo spirito cattolico, e secondando quelli che lo ridestavano negli intelletti e nei costumi, nominò da settanta cardinali, de' quali ben quattro ottennero poi la tiara; lasciava che in concistoro ognuno dicesse liberamente il suo parere; si pose attorno eccellenti prelati, quali il Caraffa, il Sadoleto, il Contarini, il Polo, il Ghiberti, il Fregoso, il modenese Badia, maestro del Sacro Palazzo; tutti che aveano per cure particolari cominciato la riforma della Chiesa. Formò di essi una commissione per attendere a questa, e ai membri di essa scriveva: Te speramus electum, ut nomen Christi, jam oblitum a gentibus et a nobis clericis, restituas in cordibus et in operibus nostris; ægritudines sanes; oves Christi in unum ovile reducas; amovaesque a nobis iram Dei et ultionem eam quam meremur, jam paratam, jam cervicibus nostris imminentem.
Costoro in fatti vi si accinsero. Il Sadoleto, persuaso che colla mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pur lamentavasi che il papa non s'accorgesse della defezione degli spiriti anche in Italia, e della loro mala disposizione verso l'autorità ecclesiastica[1]: il Caraffa dichiaravagli che l'eresia luterana aveva infetto l'Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero[2]. D'accordo que' nove consultori levavano rimproveri contro i papi, che spesso aveano scelto non consiglieri ma servidori, non per apprendere il proprio dovere, ma per farsi autorizzare ad ogni loro desiderio[3]: snudavano gli abusi della curia; e poichè alcuno gli appuntava di eccedente vivacità. «E che?» disse il Contarini: «Dobbiamo darci pena dei vizj di tre o quattro pontefici, o non anzi correggere ciò ch'è guasto, e a noi meritar migliore reputazione? Arduo sarebbe lo scagionare tutte le azioni de' pontefici; è tirannide, è idolatria il sostenere ch'essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per istabilire o abolire il diritto positivo».
Esso Contarini aggiungeva anche consigli sul governo temporale, non volendo che il despotismo venisse negli Stati del papa rinfiancato dalla infallibilità di questo. «Qual uomo di mente sana direbbe si possa costituire un buon governo, dove regola sia la volontà d'un solo, propensa per natura al male e soggetta a passioni? Chi fa principe l'uomo anzichè la legge, fa il principe uomo e fiera, atteso che son congiunti negli animi gli appetiti ferini e gli affetti degli uomini. Che può pensarsi di sì contrario alla legge di Cristo che è legge di libertà, quanto il dover Cristiani servilmente obbedire al pontefice, al quale da Cristo fu dato di stabilire leggi ad arbitrio, abrogarle, dispensarle, aver per sola norma la propria volontà? Governo siffatto convien egli, non dico solo a Cristiani, che sono posti nella legge della libertà, e perciò denno astringersi con poche leggi esterne; non dirò ancora a liberi uomini e a qualsiasi governo di uomini liberi; ma a qualunque padrone sopra i servi, ai quali comandi per proprio vantaggio, e di cui si serva come d'organi animati? Tolga Iddio dai Cristiani quest'empia dottrina. Nè il pontefice stabilisca leggi ad arbitrio, nè ad arbitrio le cassi o ne dispensi: ma segua le regole della ragion naturale, dei divini precetti, della carità, che in Dio dirige ogni cosa al ben comune. E i giurisperiti non pensino il diritto positivo sia diritto arbitrario, ma che dipende dal diritto naturale, e non è altro che una determinazione di questo, secondo i tempi, i luoghi, le persone, lo Stato. Non pensate, o santo padre, che da questa dottrina abbiano i Luterani preso ansa a comporre que' loro libri della cattività di Babilonia? E per Iddio, qual maggior cattività e servitù può indursi al popolo cristiano, che questa, professata da certi giureconsulti? Se alcuno predicasse agli infedeli che, secondo la religione dataci da Cristo, il popolo cristiano è governato dal sommo pontefice in modo, che non solo non abbia veruna podestà superiore in terra (il che facilmente potrebbe provarsi) ma non sia tenuto ad altra regola che la propria volontà, non riderebbero essi, e non giudicherebbero un tal governo il peggior di tutti?»[4]
Il cardinale Angelo Maria Quirini, vescovo di Brescia nel secolo passato, si propose di richiamare scientificamente gli eterodossi alla cattolica Chiesa, pubblicando molte opere, fra cui le lettere del cardinale Polo, accompagnate da commenti, poi varie altre scritture in occasione del giubileo di Benedetto XIV[5]. Tolse principalmente a difendere Paolo III[6], provando che volea sinceramente la riforma, laonde restava levata ogni ragione di staccarsi dalla Chiesa appunto col pretesto di riforma. I compilatori degli Atti di Lipsia ed altri gli opposero che la riforma di Paolo III non bastava alla Chiesa; che esso mostrava desiderarla solo in apparenza; che Paolo IV distrusse quanto il III avea fatto, sino a mettere all'indice il Consiglio Novemvirale. Il Quirini rispose, quanto all'ultimo punto, che il Vergerio fu il primo che ciò asserisse, mentre Antonio Blado l'avea stampato nel 1538 a Roma; lo Sturm ristampollo a Strasburgo con maligni commenti, siccome poi fecero esso Vergerio ed altri; e la proibizione cadeva sopra tali edizioni; nè lo Sleidan, o il Sekendorf, o il Sarpi apposero questa taccia a Paolo III, sebbene intenti a denigrarlo.
Lo Schölhorn replicò che, quantunque nell'Indice fossesi espresso che l'edizione proibita era quella dello Sturm, Paolo III medesimo cercò coprire quel Consiglio; che nessun raccoglitore de' Concilj, (eccetto Crobbe del 1551 anteriore a quell'Indice) non l'inserì, supponendolo proibito. Il Quirini ripetè che l'argomento negativo non vale, essendovene tant'altri esempj; che Paolo III cercò in fatto sopprimerlo dopo che vide i Protestanti trarne materia di attacchi: nulla conchiude poi l'averlo molti raccoglitori ommesso, come dalle opere di Lutero è ommessa la traduzione ch'esso ne fece con impudenti aggiunte. Noi sappiamo poi che il Mansi, nei supplementi alla Raccolta dei Concilj, pose benissimo quel Consilium, senza credersi d'offendere la Chiesa. E pare in realtà che quella consulta dovess'essere un atto meramente interno, e invece comparve subito a stampa, con note velenose, che ben doveano farla spiacere.
Nello Schölhorn Amœnitates ecclesiæ, tomo VIII, sta un lungo consulto di riforme, proposte da una commissione eletta da Ferdinando I imperatore, colle risposte fattevi dalla curia romana. Inoltre si conosce un Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod de ratione stabiliendæ romanæ ecclesiæ Julio III P. M. datum est. Porta la data di Bologna 20 ottobre 1553, ed è firmato Vincentius de Durantibus, ep. Thermularum, brixiensis: Egidius Falceta, ep. Caprulanus: Gherardus Busdragus ep. Thessalonicensis. Oltrechè forma di soscrizione non è la consueta de' vescovi, comparve in un'opera intitolata Appendix ad fasciculum rerum expetendarum et fugiendarum, ab Orthwino Gratio editum Coloniæ, a. d. 1555: sive tomus secundus scriptorum veterum, quorum pars magna nunc primum e mss. codicibus in lucem prodit, qui Ecclesiæ romanoæ errores et abusus detegunt et damnant, necessitatemque reformationis urgent; Opera et studio Eduardi Brown Londini, 1690. Anche la provenienza è dunque sospetta, benchè il Brown asserisca avere trovato esso Consilium fra le opere del Vergerio, e nelle Lectiones memorabiles del Wolf. I Protestanti se ne valgono assai, perchè i consigli ivi dati concernono moltissimi riti delle Chiesa ed anche alcuni dogmi: ma se anche la falsità del documento non fosse evidente, basta riflettere che la Chiesa su molti punti non aveva ancora deciso chiaramente, talchè di discuterne restava pieno diritto; e in secondo luogo, esprimeva voti e sentimenti particolari, sicchè non proverebbesi altro se non che alcuni, anche prelati, la pensavano così.
Certo è che Paolo III, assecondando i suoi consultori, riformò la camera apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria; diede vigore all'Inquisizione, massime allo scopo d'escludere i libri cattivi; e, dice Natale Conti, se si fossero recati in una catasta tutti i libri che vennero arsi in diverse parti, sarebbe stato un incendio pari a quello di Troja, non essendosi risparmiata biblioteca nè privata, nè pubblica. Nel 1549 monsignor Della Casa pubblicò il primo Indice di libri proibiti, cui ne seguirono altri, sempre cresciuti: e Pier Paolo Vergerio, vescovo apostata, vi fece postille, dove ne indicava moltissimi altri che aveano le colpe stesse, o assai più gravi a suo giudizio.
Per verità il peggior momento a far riforme è quando sia impossibile il differirle. Ora solo col tempo potevano ripararsi i guasti fatti dal tempo; mentre invece ogni dì crescevano l'urgenza le violenze della distruzione; nei popoli si connaturavano l'abitudine dei riti nuovi e lo sprezzo dei dogmi vecchi; i figliuoli s'educavano nel nuovo credo; i principi adagiavansi nei beni tolti alla Chiesa, gli ecclesiastici nelle blandizie della famiglia. Le stesse riforme, com'è il solito, divenivano appiglio di nuovi attacchi per opera de' Protestanti, che voleano la demolizione non l'emenda, e diceano che il papa confessava i disordini, che dunque era ragionevole la protesta.
Per quanto venga generalmente negato[7], documenti recati dal Quirini nelle sue diatribe alle epistole del cardinal Polo, attestano il sincero desiderio di Paolo III di radunare il Concilio, pel quale erasi destinata la città di Trento. Antonio Soriano, residente veneto a Roma, con singolar misto d'ingenuità e malizia, racconta che «sua santità non manca di usare ogni diligenza e industria acciocchè, in caso non si possa del tutto declinare il Concilio, almeno si faciliti. E il facilitarlo si procura con la via del reverendissimo di Capua, il quale è cognato di Martin Lutero (?), perchè Martino tolse per moglie una sorella di detto cardinale, la quale era abbadessa in un monastero: ed ha mezzo appresso questi capi, come è Filippo Melantone ed altri suoi complici: ed ha autorità da sua santità di placarli, riducendoli alla santa Chiesa con promissione di benefizj e vescovadi, e quando bisogni, di cappelli»[8]. Prima di riuscirvi, Paolo III morì, e dicono negli estremi si ricordasse del versetto, Si mei non fuissent dominati tunc immaculatus essem. La sconcia bellezza del suo sepolcro pruova che i rafacci irosi non aveano ancora emendato gli antichi errori[9].
E lo pruova il favore che ottenne un de' più luridi ingegni, uno che può stare con quanto di più feccioso produce l'età nostra, Pietro Aretino. Nato il 1492 in un ospedale di Arezzo, vede una statua della Maddalena che tende le braccia verso Cristo, ed egli v'addatta un liuto, sicchè ella sembra sonare; fa un sonetto contro le indulgenze: onde è cacciato di patria, e va a Roma, e a forza di lodare e vituperare, penetra nella società de' grandi, cerca a tutti, minaccia tutti, e diviene terribile a prelati, ad artisti, a principi, che per calmarlo gli danno monete, pensioni, collane, fin lodi. Egli dedica la più turpe delle sue tragedie al cardinale di Trento: da Giulio III è baciato, e donato di mille zecchini e del titolo di cavaliere di san Pietro: fa libri, di cui nemmanco il titolo si oserebbe ripetere, eppure insieme scrive sui sette salmi, sulla genesi, sull'umanità di Cristo, e vite di santi, e operette d'ascetismo esagerato, le quali gli meriterebbero tanta riprovazione quanta le oscene.
La marchesa di Pescara cerca indurlo a occuparsi d'argomenti religiosi, ed egli il fa; ma ricascava nel suo brago, e a lei scriveva: «Confesso che mi faccio meno utile al mondo e men grato a Cristo consumando lo studio in ciancie bugiarde e non in opere vere; ma d'ogni male è cagione la voluttà d'altrui e la necessità mia; chè, se i principi fossero tanti chietini[10], quant'io bisognoso, non ritrarrei con la penna se non dei Miserere»[11].
E quando tardano a donargli, minaccia passare fra i Turchi: qui si dà l'aria di perseguitato, e va a Venezia «dove almeno non è in arbitrio di niun favorito nè di niuna favorita di assassinare i poverini, ov'è pace, amore, abbondanza e carità»: vi trova «pane e letizia col sudore degl'inchiostri»; e il doge Gritti gli «salva l'onore e la vita dall'altrui persecuzioni».
Povero martire! Queste persecuzioni erano i donativi di che l'aveano rimpinzato ma non satollo Giovanni dalle Bande Nere e Clemente VII, Francesco I e Carlo V. E come è deplorabilissimo segno della prostrazione de' caratteri odierni il tremar davanti a un giornalista, così di quell'età ci dà tristissimo concetto il vedere costui accarezzato e donato da principi, da prelati, da artisti, da papi. A petto a' quali vantavasi: «Procedo alla libera, conosco i ribaldi, abborrisco gl'ingrati; e non lo vuò dire per modestia, eppure si sa e non si nega, per sì more offese e sì turche non mancò di battezzata credenza alla Chiesa: del che fanno fede i libri che di Cristo ho scritto e dei santi..... Intanto comincio a mettere la penna in tutto il legendario dei santi, e tosto ch'io abbia composto, vi giuro, caso che non mi si provegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo, facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne' futuri secoli il mondo, imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria muoverlo a lasciar la moschea per la chiesa».
Tornando a Roma, «Son fuori da me sempre più (scrive) non per altro che per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la Corte a vedermi, non m'incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si diedero stanze da re. Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser nato al suo tempo, nel suo paese e suo devoto». Se credessimo a lui, si pensò fino di ornarlo cardinale: certo a Paolo III scriveva: «Io in esser fervido ecclesiastico non cedo alla essenza dell'istessa Chiesa, e fanno di ciò fede, insieme coi salmi e col genesi che di mio si legge, la vita di Gesù Cristo, e la di Maria Vergine, e la di Tommaso d'Aquino e la di Caterina santa; volumi da me composti quando si giudicava per i tradimenti usatimi dalla Corte ch'io piuttosto dovessi scrivere ciò che mi dettava lo sdegno, che quanto mi consigliava la coscienza»[12].
Monsignor Giovanni Guidiccioni al 30 novembre 1539 scriveva a costui, scusandosi di non aver potuto ancora far nulla per esso, e soggiunge: «È capitato qui monsignor Luigi Alamanni, e dopo lui il Cesano, l'uno e l'altro dei quali, sì per l'amor che portano a vostra signoria, come per consolar il desiderio mio, hanno avuti meco lunghi e onorati ragionamenti di lei, conchiudendo in somma che ella ha il cuore pieno d'amorevolezze, la lingua o la penna che dir vogliamo, piena di verità, e l'ingegno pieno di bellissimi concetti.... Non mancherò, avanti ch'io parta, di venire a Venezia solo per visitare e goder due giorni vostra signoria, la quale nel mio pensiero vedo più illustre che la fama, e più magnanimo che un re».
Quell'anno l'Aretino avea pubblicato il Ragionamento del Zoppino fatto frate.... dove contiensi la vita e la genealogia di tutte le cortigiane di Roma: ed è questo libro probabilmente che esso Guidiccioni mandava al Guttierez, segretario del marchese del Vasto, dicendogli: «Le mando un'opera, la quale, nella sua sorte oscena, non ha da cedere a niuna delle antiche, acciocchè possa leggerla all'eccellenza del signor marchese quando averà ozio e voglia di ridere».
Morì costui qual era vissuto, in un postribolo a Venezia il 1557, e pur troppo dovremmo accostargli un frate domenicano, un vescovo, autore di lubrici racconti e di massime sporche, il Bandello, se non ci affrettassimo a toglierci da questo imbratto per narrare come il regno di Paolo III fu immortalato da istituzioni efficacissime alla riforma cattolica.
Gaetano Tiene, nobile veneto di Vicenza, buono e placido credente, nel pregare piangeva, e desiderava «riformare il mondo, ma senza che il mondo s'accorgesse di lui». A tal uopo, in Santa Dorotea di Roma fondò l'oratorio del Divino Amore, dove giunse a radunare cinquanta compagni che ravvivassero lo spirito devoto; poi di simili ne piantò a Venezia, a Vicenza, a Verona, a Brescia, altrove. Come l'angelo coll'aquila, s'accordò coll'impetuoso Gian Pietro Caraffa vescovo di Chieti, che, visto come l'abbandonarsi al cuor suo non gli avesse che cresciuto inquietudini, cercò la pace in seno a Dio, rinunziando alla mitra. Sul monte Pincio di Roma, oggi ridente della più smagliante vegetazione e d'un popolo sereno e festante, allora sterile deserto, al 3 maggio 1524 essi, con un Colle d'Alessandria e un Consiglieri romano, istituirono i Teatini. Non voleansi più Ordini monastici, e questa novità introduceva preti, con voto di povertà ma senza mendicare, aspettando la limosina dalla mano che veste i gigli de' campi, e senza regole strette, sicchè potessero liberamente attendere ai malati, ai prigionieri e giustiziandi, e insieme restituire al culto la decenza e il lustro antico, e l'osservanza dei riti e delle rubriche; indurre frequenza ai sacramenti; predicare senza superstizioni nè smancerie; convertire eretici; esercitare la salmodia con canto semplice nel coro, che non era più aperto in mezzo alla Chiesa, ma posto dietro all'altare e chiuso da cortine.
Venivano qual solenne protesta contro le negazioni di Lutero questo ringiovanito clericato, questo raddoppiamento di opere pie, e l'obbedienza al papa, e la venerazione al Sacramento, che allora si espose in ostensorj scoperti; ed i suffragi ai morti, pei quali s'introdusse l'Ave della sera. Nell'infando saccheggio di Roma, i Teatini correano per le piazze col Crocifisso, mitigando i ladroni e confortando i soffrenti. Un Tedesco, ch'era stato in Vicenza a servizio dei Tiene, suppose che Gaetano dovesse posseder grandi ricchezze, e menò suoi camerati a saccheggiarne la cella, e non trovandovi nulla, lui spogliarono e oscenamente torturarono, e i maggiori strapazzi usarono a' suoi compagni. Gaetano partì dalla desolata Roma co' suoi cherici e con null'altro che il breviario, e a Venezia furono ricoverati in San Nicola di Tolentino, dove crebbero ben presto. A Milano il cardinale Antonio Trivulzio fabbricò apposta per essi la chiesa di Sant'Antonio. A Napoli entrati nel 1533, collocaronsi a Santa Maria della Stalletta, sussidiati da Antonio Caracciolo conte d'Oppido e da Maria Francesca Longa, fondatrice dell'ospedale degli Incurabili; ma per ristrettezze stavano per andarsene, quando il vicerè Toledo affidò loro la parrocchia di San Paolo (1538). Ivi Gaetano combattè il Valdes, l'Ochino e la restante compagnia; istituì spedali e il Monte di pietà: morto ch'egli fu, e santificato come primo riformatore del clero secolare, se ne estese il culto; molte città lo tolsero a compatrono, e a Napoli gli fu eretta una statua di bronzo sulla piazza di San Lorenzo, e l'immagine tutte le porte della città: ben presto i Teatini ebbero da per tutto e scuole e missioni; e col loro nome (Chietini) si dinotarono, da chi per rispetto, da chi per dispregio, i cristiani più fervorosi.
Il Caraffa divenne poi Paolo IV. Andrea Avellino, nel fare l'avvocato avendo sostenuto una bugia, se ne pentì a segno che lasciò il mondo. Incaricato di mettere riparo a scandali delle monache di Sant'Angelo in Napoli, s'inimicò un giovinastro che lo fece pugnalare. Guarito delle ferite, si vestì teatino, e andò a fondare questa religione a Milano, a Piacenza, a Parma. Vecchissimo, nel cominciare la messa cascò d'apoplessia. Il suo scolaro Lorenzo Scupoli d'Otranto fu autore del Combattimento Spirituale (1608), che passa pel miglior libro ascetico dopo l'Imitazione di Cristo.
Questa novità de' Cherici Regolari ben tosto ebbe imitatori, poichè s'introdussero i Somaschi, i Barnabiti, i Cherici Minori, i Ministri degli infermi, i Padri delle scuole pie, e sopratutto i Gesuiti.
Ignazio da Lojola, nobilmente nato il 1491 a Guipuscoa, servì da paggio ai re cattolici Fernando e Isabella, che aveano assicurato la nazionalità spagnuola distruggendo la dominazione araba: e divenuto uffiziale, si distinse non meno per belle forme che per valore nel respingere dalla patria i Francesi. Ferito all'assedio di Pamplona, e obbligato al letto, prende a leggere alcune vite di santi, e al lume di quelle austere virtù scorge la voragine del male e la forza delle tentazioni, come Lutero; ma mentre questi disperando si sprofonda nell'abisso della predestinazione, Ignazio ricorre alle opere, e s'invoglia ad altre glorie che non quelle del mondo, a vive battaglie contro lo spirito del male. Vota la sua castità a Maria coi riti cavallereschi ond'altri dedicavansi a una donna: e diveltosi dalla famiglia, mendicando s'avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a surrogare al sacco un ferrajuolo, e cappello e scarpe, naviga da Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero e in tempo di peste: sfuggendo, appena vedeva ai vilipendj sottentrare la riverenza. Baciati i piedi di Adriano VI, che non s'immaginava certo dover costui essergli ben più utile che i re, giunge a Venezia, sozzo, macilento, rejetto; poi nel pellegrinaggio di Terrasanta, risolve di non badare più soltanto alla propria santificazione, ma anche all'altrui, e fondare una nuova cavalleria, che combatta non giganti e castellani e mostri, ma eretici, idolatri, maomettani; e tratti sei amici nel suo disegno, fan voto di mettersi all'obbedienza del papa per le missioni. Tornati in Italia, e agitando le ampie tese de' patrj cappelli, in Lombardia predicano penitenza in quell'italiano spagnolesco, in cui i nostri erano troppo avvezzi a udire minacce e improperj. A Roma cercavano convertire male femmine, istituivano ricoveri per le pentite o le pericolanti, il che facilmente si prestava alle risa de' bajoni e alle calunnie degli ipocriti.
È solito de' tempi di partiti attribuire ad uno i vizj più opposti alle sue qualità. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici mascherati, di quella setta degli Illuminati (Alumbrados) che in Ispagna pretendeano avere l'immediata intuizione de' misteri. L'Università di Parigi se ne adombrò; e il libro degli Esercizj Spirituali côlto fra le perquisite carte d'Ignazio, parve d'esuberante fervore, onde egli fu condannato alle staffilate[13]: anzi erasi divulgato che cotesti cherici fossero stati arsi dall'Inquisizione. Altrettanto si ripetè a Venezia. Ma essi aveano una dote che manca agli eretici, l'obbedienza; e il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa ne compresero la virtù, della quale davano pruova assistendo agl'incurabili, e predicando la penitenza nei contorni di Vicenza e Verona. Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio, preparati con rigorosi esercizj, e ricevette da Ignazio il disegno d'un Ordine nuovo. Il clero superiore era scaduto per abitudini troppo disformi dalla ecclesiastica austerità; il basso si conformava a quegli esempj, nè veniva preparato alle grandi lotte contro l'errore: degli Ordini monastici alcuni destavano scandalo fra ozj opulenti; altri beffe per la povertà degenerata in sudiceria, per la semplicità ridotta a rustichezza, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante a tempi di dubbio e di controversia. Ora Ignazio ne proponeva uno, diretto ad assodar la fede e propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali, coll'assistere a prigionieri e malati, e chiamato dei Cherici della Compagnia di Gesù (1540). Ignazio, designato generale, la sua milizia, che prima era ristretta a sessanta persone, diffuse bentosto per tutta la cristianità; ed egli la governava senza che uscisse mai dal collegio di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una, onde rimettere gli abitanti di Tivoli in pace coi loro vicini di Sant'Angelo; una, per riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d'Aragona sua moglie. I famosi Esercizj stese egli «per mettere in cuore di tutti lo zelo per l'eterna salute propria e degli altri», insegnando un metodo agevole a ciascuno di meditare sopra di sè e sopra la redenzione e gli adorabili misteri della condotta di Dio verso gli uomini. San Carlo dichiarò aver tratto da quelli le norme per avviarsi all'apostolica perfezione, e ne faceva ogni giorno soggetto di meditazioni: Paolo III gli approvò colla bolla speciale Pastoralis officii.
Accortosi di quanto vantaggio potesse tornargli questa milizia, incondizionatamente devota, il papa di privilegi la favorì nel fondare case e collegi, talchè quando Ignazio morì, contavansi più di mille Gesuiti, distribuiti in dodici provincie: Portogallo, Germania alta e bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile, e tre di lingua italiana; cioè la siciliana, l'italiana propriamente detta che comprendeva l'alta Italia, e la romana, immediatamente sottoposta al generale col collegio romano e col germanico, in cui si educavano ventiquattro Tedeschi alle dignità e fatiche ecclesiastiche, e con case per professi e novizj, e v'apparteneva anche Napoli. Claudio di Jay va ad estirpare da Brescia la pullutante eresia; dove Francesco Strada cento e più giovani guadagna a Dio; e a Ghedi, ove si toglieano in burla i predicatori, egli, col lasciare via i fioretti e la retorica, e col venire alle strette, ottiene copiosissimi frutti, come nella restante terraferma veneta. A Ferrara il duca e il popolo del pari gli ammirano e seguono. A Macerata festeggiandosi con isfrenata profanità il carnevale, alcuni Padri esposero il Sacramento, con preci ed istruzioni tali, che il popolo per assistervi abbandonò balli e maschere, e ne cominciò una devozione, che molto propagossi. Nimistà secolari sono spente in Faenza, e fatte gran conversioni, a malgrado dell'Ochino. Il Bobadilla rabbonaccia le furenti nimicizie dell'isola d'Ischia: il Lefevre apostola Parma; il Brouet riforma uno scandaloso monastero a Siena: il padre Silvestro Landini apostola la patria Lunigiana, la Garfagnana, il Lucchese, Spoleto, Modena, Reggio, dove trovava molto esteso il luteranismo, e «ammorbatine persino de' sacerdoti, e professarlo dove più e dove meno alla scoperta» (Bartoli); rabbonaccia molte ire, principalmente a Correggio e in Garfagnana; poi passa a disciplinare la difficile Corsica e la selvaggia Capraja.
Fra gli Italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo Bernardino Realino di Carpi, caro alle Corti per bei modi, ai dotti per sapienza filologica e legale, al pubblico pel disprezzo degli onori e per pazienza, dolcezza e carità. Paolo da Camerino e Antonio Criminale apersero alla fede la Cina e l'Indie dove poi tanto si segnalarono il Nobili e il Ricci; e dove compironsi i fasti più insigni dei Gesuiti e un de' principali pretesti alla loro soppressione nella colonia del Paraguai, tana di antropofagi ch'essi convertirono in un paesaggio da idillio, governato con quanto di più giocondo immaginarono i socialisti moderni.
Benedetto Palmia convertì molti studenti a Padova, fra cui tre fratelli Gagliardi e Antonio Possevino, divenuti luminari della Chiesa. Achille Gagliardi, già più che sessagenario facea sin tre prediche al giorno; tutto zelo e abilità nel dirigere la gioventù nei collegi di Milano, Torino, Venezia, Brescia, e lasciò opere spirituali che vorrebbero mettersi a fianco dell'Imitazione di Cristo.
Francesco Adorno genovese fu primo rettore del collegio di Milano, provinciale di Lombardia e direttore spirituale di san Carlo, che tanto operò ad introdurre questi cherici in Lombardia. Il padre Acquaviva, dell'insigne famiglia dei duchi di Atri, generale de' Gesuiti per trentaquattro anni, molte cose scrisse intorno alla sua Compagnia e alla religione, e a lui si attribuiscono i Monita secreta, librettaccio riconosciuto falso persino dal Gioberti, eppure riprodotto oggi pomposamente, ad insulto del buon senso. Luigi, figlio del prode don Ferrante Gonzaga di Castiglione delle Stiviere, lasciò la reggia per entrare nella Compagnia, e nella brevissima vita si rese modello d'interiore perfezione non meno che di carità nel soccorrere i poveri e gli infermi. Il suo direttore spirituale Girolamo Piatti milanese, attirò molti alla vita ascetica coll'esempio e coll'Ottimo stato di vita del religioso.
Istituiti pel popolo, presto divennero i favoriti delle classi elevate. In Sicilia il vicerè di Vega gli ajuta ad aprire la prima casa di novizj: il padre Domenecchi gl'introduce a Messina, poi a Palermo, ove presto ottengono l'Università: il valtellinese Pietro Venosta, spedito da sant'Ignazio a missionare in quell'isola, vi è ammazzato nel 1564. A Montepulciano Francesco Serda traeva persone d'alto posto a mendicare seco; egli bussava alle porte, essi riceveano le offerte. Il padre Alfonso Salmeron a Napoli predicava per le piazze; nelle pubbliche e private librerie cercava i libri empj da bruciare: e appena egli v'ebbe condotto i Gesuiti, Ettore Pignatelli duca di Monteleone assegnò loro una casa nel vicolo del Gigante, ove allevavano giovani nel cattolicismo: poi nel 1557 comprarono la casa del conte di Maddaloni; indi ebbero il famoso collegio, pel quale il solo principe della Rocca spese ventimila ducati. Il doge di Venezia chiese due Gesuiti ad Ignazio, fra i quali il Laynez che, divenuto generale, spiegava il vangelo di san Giovanni pei nobili, e predicava ai tanti eretici chiamativi dal commercio. Alloggiava nello spedale di San Giovanni e Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch'egli protestò dal pulpito non ne riceverebbe più. Poi il priore Lippomani provvide colà d'una casa i Gesuiti, che n'ebbero pure a Padova, a Belluno, a Verona.
Se Ignazio non era meglio che un ignorante entusiasta, come alcuno vuole, cresce la meraviglia che fondasse una Compagnia di accorgimenti proverbialmente sottili, e che più d'ogni altra rivelò quanta potenza morale acquisti un'associazione robusta in una società che si sfascia[14].
Le costituzioni de' Gesuiti portano i tre voti consueti: ma alla povertà si obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere onesta agiatezza. Non legavansi ai voti prima dei trent'anni, con lungo e scabroso noviziato prevenendo le incaute professioni e i tardivi pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla società, pur senza mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben fabbricati; abito ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare con quello del paese ove dimorano; vita tutta di opere reali, efficienti, avendo per ogni condizione un posto, per ogni capacità una destinazione. Ciascuna provincia aveva un luogotenente e gradazione di cariche, dipendenti dal generale, che, a differenza degli Ordini monastici, era perpetuo, sedeva nella capitale del mondo cristiano: conosceva ciascuno per le relazioni trasmessegli dai capi; vegliava sull'amministrazione de' beni, e disponeva de' talenti e delle volontà. Acciocchè l'obbedienza fosse più intera, aveano divieto di chiedere dignità, anzi da principio asteneansi da qualunque impiego permanente. La Riforma avea tolto a pretesto l'ignoranza e la corruttela del clero? ed essi mostransi studiosi, e d'una costumatezza che i maggiori avversarj non poterono se non dire ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi e la disciplina? essi gli emendano cogli spedienti migliori, cioè l'esempio e l'educazione. L'alto insegnamento è negletto? essi se ne impadroniscono. Piaciono le rappresentazioni? ed essi ne danno di sacre. È tacciato di venalità e ingordigia il clero? ed essi insegnano gratuitamente, gratuitamente si prestano alla cura delle anime; moltiplicano scuole pei poveri, esercitano la predicazione, e ne colgono mirabili frutti, sino a portare all'entusiasmo della devozione. Il secolo tende alla disunione? questa società si rinserra in modo, da parere un uomo solo. Il secolo assale la Chiesa nel suo capo? essi se ne fanno l'antemurale, i gianizzeri come si disse allora, i granatieri come diceva Federico di Prussia. Obbediscono incondizionatamente ad ogni accenno di lui: Caldeggiano a propugnarne l'autorità, non la temporale scassinata, ma quella che poneva Roma alla testa dell'incivilimento; a restituire, oltre l'apostolato del diritto, anche quello dell'azione, cioè della scienza e della pietà.
Quando il pensiero si rivoltava contro ogni restrizione, quando scrollavasi ogni autorità, Ignazio organizza la cieca obbedienza, la sommessione dell'intelletto e della volontà a un capo, il quale invierà il figliuolo del principe a mendicare, il grand'erudito a insegnare l'abicì, l'eloquente oratore a convertire selvaggi.
È il tempo delle grandi scoperte, ed essi gettansi ad apostolare i Barbari nelle missioni, convertono la Cina e l'America, il Giappone e l'India. È il tempo degli studj, ed essi ne fecondano il fiore; in ogni ramo dello scibile si collocano fra i primi dotti, e i letterati d'allora hanno una voce sola per magnificarne le scuole. È il tempo delle controversie, ed essi le accettano, e liberi pensanti e scopritori di nuove verità, fondano sistemi filosofici e teologici, che possono combattersi, non trascurarsi nella storia della scienza; e combattono i Protestanti con ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il privilegio d'assolvere gli eretici dalle pene corporali.
Dapertutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a direttori spirituali. Non stitichezze nel confessare, non vulgarità nel predicare, non rigorosa disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l'applicazione più che due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici; officiosi, affabili, l'uno all'altro coadiuvanti, scevri da ogni personale interesse a segno, che vennero imputati d'affievolire gli affetti domestici.
Non v'è forte pensatore che i meriti de' Gesuiti non confessasse; non v'è cianciero da caffè che non vi lanciasse accuse, sicuro d'essere creduto, come l'accertava due secoli fa il maggiore scettico[15], e come ne diè prova fino il secol nostro ove la sistematica miscredenza portò la tolleranza, e che la ricusa solo a costoro, e a chi osasse non rivomitar contr'essi il vomito antico.
E per vero una società che proponeasi inculcare il sentimento e dare l'esempio dell'unità, che annichilava la propria dinanzi alla volontà superiore, sommetteva la propria ragione al decreto altrui, urtava talmente gli istinti orgogliosi e l'irruente fiducia dell'uomo in se stesso, che non è meraviglia se fu segno d'inestinguibil odio, e se ad ogni lampo di libertà tenne dietro un fulmine su di essa. La podestà secolare poi armavasi allora per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa d'Austria, costituitasi guardiana e restitutrice dell'ordine, arrestava il torrente rivoluzionario; onde i novatori nell'avversione a questa confusero i Gesuiti, che ne pareano o istigatori o stromenti. Ma la storia vive d'indipendenza e di libertà; se esecra i persecutori forti, peggio ancora i persecutori pusilli; e pronta a lodare le virtù perchè non disposta a dissimulare i vizj, non può adagiarsi in beffe e leggerezze nel giudicare quest'associazione, fusa e robusta come l'acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano ogn'altra coesione fuor quella de' Governi; questa milizia che, dovendo offrire il perfetto contrapposto del protestantismo, professava obbedienza e venerazione al pontefice, unità, organamento; questa milizia che, quando ogni stabilità è scossa dal calcolo, dall'interesse, dal dubbio, lasciasi distruggere piuttosto che cangiarsi, e morrà esclamando, Aut sint ut sunt, aut non sint.
Quanto ai punti allora disputati, i Gesuiti stavano per la maggior libertà dell'uomo; Dio non vuol niente per noi senza di noi; volle tutto per gli uomini e per mezzo degli uomini. Di qui la loro speciale tendenza ad educare ancor più le volontà che gl'intelletti.
Propensi alla democrazia come tutti i teologi cattolici, e derivando il potere principesco dal popolo[16], furono tacciati di insinuare odio ai tiranni, e scolpare il regicidio; eppure la prima conseguenza della loro distruzione fu un regicidio legale. Ma neppure la distruzione ammorzò l'odio contro della Compagnia; e mentre gli antichi avversarj ne intaccavano l'istituzione, i moderni ebbero parole eloquentissime affine di esaltarla, e vantarne come i meriti intrinseci così gli effetti, per soggiungere che n'erano traviati. E ancora mette i brividi di paura perfino nel suo sepolcro, come allorquando, armata di gioventù e di abnegazione, identificando l'utile del genere umano col trionfo della Santa Sede, offrivasi per la giornata campale ai pontefici, i quali, se fino allora erano indietreggiati davanti alla Riforma, allora voltarono faccia e ripigliarono l'attacco[17].
Erasi dunque in via d'una riforma, diversa da quella de' Protestanti, in nome dell'autorità, opponendosi all'individualità di opinioni e di morale, quand'anche l'individuo fosse il papa, soggetto esso pure a debolezza. Nella Chiesa il principio era santo, s'anche pervertiti i ministri, ond'essa galleggiava nel naufragio di questi, e sentiva in se stessa la forza di rigenerarsi. I Protestanti intaccavano il principio stesso, quasi avesse usurpato i diritti della parola scritta di Dio; ed eccolo invece attestare la propria vitalità; e senza accordo, e prima del Concilio, e non per opera del capo della Chiesa nè tampoco dei vescovi, uomini privati e ignoti restringersi attorno al gran dogma dell'autorità ch'è vita della Chiesa, e questa utilizzar quale riformatrice delle genti civili, com'era stata dirozzatrice delle barbare.
Questi riformatori non si ascondono nel deserto come i primi anacoreti; non si approfondano nella povertà come i Francescani, ma gettansi nel mondo, fra la società colta e gaudente, pure accorrendo a Roma a chiederne l'ispiramento e la sanzione; proclamando così i due grandi canoni della visibilità della Chiesa e della sua autorità.
Varj i mezzi di organamento, tutti però aspirano alla riforma, e con concetti opposti a quelli de' Protestanti; tutti alla santità del principio religioso e sociale congiungono quello della peccabilità dell'uomo. Disputino i teologi se le opere sien necessarie o no alla salute: intanto essi operano, e più della contenzione irritante adoprano la carità pacificante. Di tal guisa la fede veniva suscitata dalla parola, avvivata dalle opere, e non cercavasi soltanto di formare consorzj che leggessero la Bibbia, ma che imitassero Cristo e acquistassero lo zelo e l'abnegazione, che sono necessarj alla salute propria e a quella del prossimo.
[DISCORSO XXII.]
GIULIO III. MARCELLO II. PAOLO IV.
Morto Paolo III. settantacinque giorni durarono nel conclave l'arruffamento tra la fazione imperiale e la francese, e le promesse e transazioni, finchè Giammaria Ciocchi dal Monte, già passato per le maggiori e più scabrose dignità, ottenne la tiara col nome di Giulio III (1551). Egli mandò Girolamo Franchi agli Svizzeri annunziando di aver assunto quel nome in onor di Giulio II ad essi tanto caro; volere una guardia di loro alla sua persona e a Bologna, e sollecitavali ad inviare i loro prelati alla seconda sessione del Concilio di Trento.
Poco si tardò a comprendere com'egli fosse uno di que' molti, che pajono degni del primo luogo sol finchè stanno nel secondo. Dalla lodatissima capacità e coraggiosa operosità cascò nell'infingardaggine; e abbandonati gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo, denari e convenienza in una deliziosa vigna fuor di porta Flaminia, rimasta proverbiale. Di lui non è male che non dica il Bayle, dietro allo Sleidan, al Tuano, al Bullinger, a Crespin, ad Erasto: che a forza di denari mandasse a monte l'elezione, già fattasi del cardinale Polo a papa; che bestemmiasse senza dignità; ma anche il Pallavicino confessa che i vizj di esso comparivano maggiori che le virtù, sebbene in apparenza più che in realtà. Fece prodigalità ai parenti, e li pareggiò ai più antichi signori, essi di cui jeri ignoravasi il nome: avendogli la resistenza de' cardinali impedito investirli di feudo papale, vi ottenne dal duca di Firenze la signoria del Montesansovino; diede titoli e cappelli rossi ad altri; Camerino in governo a vita a Balduino suo fratello: al costui figlio Giambattista il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria. La costui moglie donn'Ersilia lussureggiava di tal fasto, che la duchessa di Parma figlia dell'imperatore penava a ottenerne udienza. A un pitocchetto raccolto, e che lo spassava giocolando con un bertuccione, Giulio pose tal amore, che il fece adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto zotico fosse, e i prelati vi repugnassero. lo ornò della porpora: ma il mal allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.
Ottavio Farnese, per assicurarsi il dominio di Parma che la santa sede ridomandava, si era messo a protezione della Francia, la quale amò sempre mantener l'agitazione in Italia, appoggiando o le città che voleano farsi libere, o i principi che voleano ingrossare; e se non altro, vi cercava posizioni strategiche. Anche allora mandò guarnigione a Parma: di che corrucciato, il papa minacciava di togliere al re l'obbedienza de' sudditi; ma questo rispondeva come chi si sente maggiore di forze, facendo presentire che, come altra volta gli Imperiali, così adesso i Francesi potrebbero scendere a saccheggiare Roma; e spargeva nel suo paese l'idea d'un Concilio nazionale[18].
Nè venerato, nè amato passò Giulio[19], e gli fu surrogato Marcello dei Cervini da Montepulciano, un de' prelati più pii e insieme più dotti (1555). Marcello II, com'egli si titolò, voltosi con ardore alla riforma, escluse il vasellame d'oro dalla tavola pontifizia, e lo mandò alla zecca pei bisogni pubblici; la guardia svizzera giudicava sconveniente al vicario di Cristo, che col segno della croce si difende meglio che coll'armi; tenne discosti i nipoti; per non lentare la disciplina degli ecclesiastici voleva a soli laici affidare la politica amministrazione. Ma queste ed altre rimasero nello stato di mere intenzioni, perchè dopo pochi giorni moriva.
Fra i grandi e sant'uomini che illustravano la Chiesa d'allora, risplende Girolamo Seriprando, gentiluomo napoletano, poi generale degli Agostiniani; alto filosofo, perfetto teologo, istrutto nelle più varie discipline e in molte lingue, di costumi soavissimi, di vita esemplare: da Giulio III fatto arcivescovo di Salerno, poi da Pio IV cardinale e legato al Concilio di Trento, ove morì nel 1563. A Baccio Martelli vescovo di Fiesole scriveva egli come non avrebbe mai creduto che il Cervini potesse divenir papa, «perchè tutti i modi suoi e tutta quella strada per la quale camminava sì ostinatamente, gli pareva contraria a quella per la quale si suol giungere al papato...... essendo costante ne' buoni propositi e inflessibile dalla strettissima e severissima semita della giustizia e bontà». Allora dunque che lo vide eletto papa, «Cominciai (dice) a pensare la grandezza di Dio, la quale fa fare agli uomini molte volte quel ch'essi non vorrebbero, e, secondo il discorso umano, non dovrebbero fare. E quando da senno in simili azioni si chiamasse lo Spirito Santo, sempre succederebbe così.... Quanto al benefizio pubblico della Chiesa e alla riforma, io certo me ne prometteva assai, ma temeva ancora e dubitava assai, perchè comprendeva quanto grande sia la differenza tra l'immaginarsi una cosa, ragionarne e scriverne bene, e il porger le mani ad eseguirla.... Quando, dopo ventidue giorni, è sopraggiunta la morte, che cosa ho io detto vedendo con improvviso impeto tolta alla Chiesa tanta speranza di rinnovazione e di riforma? Che pensieri sono stati i miei, sentendomi sonare intorno le voci di tutti i buoni, che dicevano, Nos autem sperabamus quod ipse esset redempturus Israel?..... I pensieri e le parole mie furono simili a quei della donna sunamite, quando si vide morto il figliuolo, la quale, gittata a' piedi d'Eliseo, disse: Numquid petivi filium a Domino meo? Numquid non dixi tibi, ne illudas me? Mi ricordai non aver pregato Dio che costui nominatamente fosse papa, ma solo che fosse uno, il qual togliesse tanto obbrobrio e tanta derisione, quanta è quella nella quale, da molti anni, si trovano questi santi nomi, Chiesa, Concilio, Riforma, ecc. Parevami che le speranze di questo nostro desiderio fossero cresciute fino al sommo, anzi, che non fossero più speranze ma fatti, e possessioni di beni presenti, quando la morte disturbò il tutto, e ci fece cascare quasi in peggior grado di quello ch'eravamo prima, cioè in una mezza disperazione, o opinione che siamo in odio a Dio, il quale, come che fosse stato addormentato quando fu fatta quella elezione, svegliato e adirato ha distrutto a un tratto quella sant'opera, come fosse stata fatta contra la sua volontà, ed in dispregio dell'onnipotenza sua. Ma la cosa non sta così. La creazione di papa Marcello è stata da Dio, perchè tutte le opere nostre opera Dio in noi e per noi. La morte di papa Marcello è stata da Dio, perchè la morte e la vita sono in mano del Signore: ma chi può penetrare il profondo de' secreti consigli di Dio? chi può immaginarsi, non che dire, perchè ha voluto darci sì buona speranza, per torlaci così subito? Qui bisogna tacere, e pregar Dio che questo, che a noi par male, ritorni in bene della Chiesa sua; e che questo effetto, che pare sdegno ed odio, si volti tutto in pace ed amore. Non lascerò però di dire un mio pensiero, ancorchè basso, e molto lontano dall'infinita altezza della provvidenza di Dio. Ha voluto per avventura mostrarci, coll'avvicinarci tanto alla riforma, e in un tratto toglierci sì grande speranza, che la riforma non ha ad essere opera umana, nè ha da venire per le vie aspettate da noi, ma in modo che noi non avremmo saputo immaginarlo, e per mano valida, che parrà veramente suscitata da Dio a vendetta degli empi e laude di coloro che saranno veramente buoni; buoni, dico, nel cospetto di Dio, non negli occhi degli uomini. Della qual riforma ha voluto mostrarne che non è ancora il tempo, non essendo ancor finite le nostre iniquità. Sia pregato che si degni sempre temperare i suoi giusti sdegni con la dolcezza della sua misericordia[20]»....
Ebbe successore Giampietro Caraffa di Napoli (1555-59). Mentre egli trovavasi nunzio alla Corte di Spagna, Ferdinando il Cattolico venne a morte, e provando rimorso dell'aver tolto il regno di Napoli agli Aragonesi, consultò persone pie e dotte, fra le quali esso Carafa, che gli disse chiaramente, non poter lui salvare l'anima se non restituendo quel regno. E forse ne seguiva l'effetto se altri, «perturbando con la ragione degli interessi di Stato le ragioni di Dio e della giustizia», non avessero distolto il moribondo[21]. In conseguenza Carlo V considerò il Carafa come avverso a Spagna, gli contrastò lungamente l'arcivescovado di Napoli, ne turbò sempre la giurisdizione; com'egli non dissimulava l'odio contro gli Austriaci, e contro Carlo V fautore d'eretici.
Era stato de' più zelanti nel restaurare la Chiesa, e rinunziati a Clemente VII i due arcivescovadi di Chieti e di Brindisi, e distribuito ogni aver suo ai poveri, si ritrasse a vita devota, e con san Gaetano fondò i chierici regolari, che chiamò Teatini dal suo arcivescovado. Paolo III ne vinse la ritrosia chiamandolo ancora negli affari, e l'ornò cardinale. Al Concilio di Trento avea propugnato continuamente la parte più rigorosa, nè mai usato condiscendenza a verun cardinale; onde si meravigliò del vedersi eletto, già ottagenario e malgrado la decisa opposizione di Spagna. Intitolatosi Paolo IV, dalla pietà e austerità primitiva declinò subito; richiesto come volesse esser trattato, rispose, «Da gran principe»; volle tavola di venti piatti, benchè egli mangiasse pochissimo e da frate, e si mostrò suntuoso e temporale più che alla dignità sua non convenisse.
Quasi non comprendesse che ormai il papa era il capo morale, non più il capo politico della cristianità, volle togliersi dalla difensiva per ripigliare l'offensiva; ma più non era tempo. L'Italia stava divisa tra undici Stati; Venezia, Genova, Lucca repubbliche; Parma, Piacenza e Urbino feudi pontificj; Modena feudo imperiale; feudo spagnuolo la Toscana; il ducato di Savoja, lo Stato papale, i dominj spagnuoli di Milano, Napoli, Sicilia. Ma le potenze effettive erano la Chiesa, la Spagna, Venezia e Savoja; sotto di essi un'infinità di baronie, contadi, marchesati, principati; tutti con costituzioni storiche, senati, concistori, parlamenti, sedili; e per norma il diritto romano, modificato da statuti particolari. Dapertutto però l'autorità prevaleva sulle libertà locali; le monarchie aveano scassinato così l'impero come il papato, mentre una folla di fuorusciti, uomini illustri e di gran seguito, come dice il Nores[22], pieni di coraggio e di speranze, di spiriti vivacissimi, di prudenza singolare, instavano continuamente ricordando la servitù presente e il pericolo che sovrastava a Italia tutta, invitando i principi e persuadendoli ad ajutarli a racquistar la libertà.
Con tali elementi pretese Paolo IV restaurare la grandezza d'Italia, e ne mescolò a suo senno o capriccio la politica, maledicendo quei che l'aveano guastata col chiamarvi o Spagnuoli o Francesi. E formò una lega santa per isbrattare l'Italia dai forestieri che, oltre il resto, introduceano qui continuamente eretici, con pericolo d'aggiungere alle altre divisioni d'Italia anche quella delle credenze. I principi si stizzirono che si movesse ancora e divenisse minaccioso un potere, ch'essi speravano morto e sepolto; e il Perenotto, che fu poi cardinale Granuela e ministro di Carlo V, eccitava questo a levar lo Stato al papa, atteso che, fin quando durasse il dominio temporale, egli non terrebbe mai l'Italia senza contrasti[23]. In fatto ai Protestanti toccò ancora il gaudio di vedere il papa in guerra col re cattolico, e Roma assalita di nuovo dai Colonna e dal duca d'Alba, alle cui devastazioni non isfuggì se non accettando gli accordi che il re di Spagna, concesse larghissimi[24].
Ma il suo patriotismo non era disinteressato, volendo favorire i nipoti, e ottenere loro Siena, che sperava sottrarre a Cosimo di Toscana. In conseguenza ebbe nemico il duca, il quale a Carlo V, fra il resto, suggeriva di ruinar il papa «non con armi, ma per via del Concilio, con procurar che si facci una riforma, che i preti dismettino la tirannide che hanno usato ed usano. Con questa via (soggiunge) non solo il re di Francia e li Veneziani stariano a vedere, ma concorrerebbono ed ajuterebbono l'impresa: con questo modo si faria grande piacere al re d'Inghilterra, come cosa sommamente desiderata da lui; per questa via la eresia di Germania si spegneria, e la cristianità si purgheria da eretici e dalli mali e strani modi de' preti.... Procedendo per la via del Concilio, non sarà nessuno che non esalti a cielo l'imperatore: e se il papa farà le pazzie; sua maestà lo castighi, ch'è facilissimo..... E se mi fosse detto «Sua Maestà lascierà il papa come sta, e cercherà levare le eresie» oltre che lo tengo difficilissimo, dall'altro canto lascia la tirannide de' preti e lascia questa grandezza a' papi, e questa potenza che sempre gli farà gran contrappeso in vita, e in morte la pietra dello scandalo per la sua posterità»[25].
Egli tirannello chiamava oppressori i papi: egli italiano volea tor via gli ostacoli al dominio austriaco: egli laico, suggeriva come rimedio all'eresia l'abbatter il papa: vie morali che battonsi anche oggi. E come oggi, si valse delle penne per difonder calunnie contro il suo carattere. Paolo Giovio avea chiesto il vescovado di Como, e ricusato, disse di Paolo IV il peggio che sapesse, e in capo alla sua storia pose una lettera di Andrea Alciato, ov'è malmenato grossolanamente. Il venale comasco potette essere stimolato dal duca a questi atti, o dal sapere di riuscirgli grato; come certo a saputa di esso duca fu inserita dal Varchi nelle storie la tanto famosa quanto incredibile nefandità di Pier Luigi.
Il popolo, che dapprima temeva Paolo, poi l'odiava per le gravezze raddoppiate in causa della guerra, e pei rigori dell'inquisizione, in fine prese ad amarlo con gli eccessi consueti, sia per rispetto alle sue virtù, sia perchè largheggiava, e molte volte salvò dalla carestia; anzi gli si eresse una statua in Campidoglio, e formossi per custodia della sua persona una guardia di volontarj, che poi si perpetuarono col titolo di lancie spezzate. Certo coll'alienarsi dall'imperatore per istudio dell'italiana indipendenza, tolse che questi lo coadjuvasse ad estirpare l'eresia. Mentre si sparnazava in questa politica secolaresca, gloriavasi di non aver mai passato un giorno senza dare qualche ordine per l'emendazione della Chiesa, onde gli fu appropriata una medaglia portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori. Ma un giorno che il cardinale Pacheco in sua presenza voleva scolpare un altro cardinale, il papa gli ruppe le scuse in bocca, esclamando, «Riformazione ci vuole, riformazione»: e il Pacheco gli rispose: «Sta bene, santo padre, ma la riformazione dovrebbe cominciar da noi», e gli accennò gli inverecondi abusi de' suoi nipoti, che poi gli furono disvelati dall'ambasciadore di Firenze; sicchè egli ne pianse, e deplorò in concistoro, e li tolse di grado e relegò.
Gl'interni rigori gli aveano eccitato molti avversi, e viepiù tra i frati che a migliaia viveano fuor de' conventi, e ch'egli obbligò a rientrarvi, proibendo di dare altrimenti ad essi nè cibo nè ricovero, e tra gli Ebrei che avea ristretti nel ghetto. E questi furono motori d'un tumulto appena egli chiuse gli occhi; ove la sua statua fu decapitata e strascinata, per la città.
Il Bromazio nella vita di Paolo IV[26] dice questi insulti cagionati in origine dalla pretensione che aveano i Romani che, al morire del pontefice, recuperassero la propria libertà, tolta fin dai tempi di Giulio Cesare; sicchè per esercitare giurisdizione, schiudevano i carcerati. Adunato anche questa volta il consiglio in Campidoglio, si venne alla sentenza di spalancare le prigioni, donde uscirono da quattrocento detenuti, tutti accanniti contro il pontefice. Si diedero a correre per la città, e condottisi anche a Ripetta dov'erano le secrete del Sant'Uffizio, «e dove stavano settantadue eretici, dei quali quarantadue erano eresiarchi», col fuoco e colle scuri apertele, fecero giurare a que' detenuti «di voler sempre esser cattolici; come se tutti in un istante fossero convertiti», e li posero in libertà, sfogandosi a ferire, saccheggiare, bruciare robe e carte nel palazzo, poi nel convento della Minerva, minacciando mettervi il fuoco se tosto i Domenicani «non isgombravano da Roma, perchè più non s'impacciassero nel Sant'Uffizio». Segue narrando gl'insulti alla statua del papa, e come la testa «fu rotolata giù pel monte di Campidoglio, divenuta ludibrio di ogni vil sorta di gente, insultandola con grandi strapazzi non solo i fanciulli e gli eretici, ma anche i timidissimi Ebrei, e da uno di questi coprendosi colla berretta gialla, che Paolo loro aveva comandata per distintivo»: poi al domani in Campidoglio si fece decreto che saccheggiato fosse ed abbruciato il palazzo dove il papa stava da cardinale, e fossero gettate a terra tutte quante le armi e l'immagini di casa Caraffa[27].
Di quest'ingiuria volle si facesse riparazione il suo successore, e che il senato romano, ogni 17 gennajo, assistesse alla messa cantata in Sant'Eustachio, che poi si cambiò nell'offerta d'un calice d'argento e quattro ceri a Santa Maria sopra Minerva. In questa chiesa Pio V fece trasportare il corpo d'esso papa, e porgli magnifico monumento a spese del popolo; e ogni anniversario vi si celebrasse cappella cardinalizia dalla congregazione del Santo Uffizio. La statua pure venne fatta rialzare da Clemente VIII coll'iscrizione: Paulo IV pontifici maximo scelerum vindici integerrimo, catholicœ fidei propugnatori.
Molto è difficile giudicarlo fra atti tanto difformi: e noi nel papa veneriamo la dignità divina, non ogni volontà umana, nè i fatti di esso trasformiamo in diritto. Certo egli fu zelatore grandissimo della religione: e nel conclave che seguì, Giulio Pogiano lesse la solita orazione sul papa da eleggersi, ove si congratula che le depravazioni rinfacciate cessarono, e deh! se ne sperdesse la memoria. «Lode vostra è, o cardinali, se tanto cambiamento avvenne nella città e nelle provincie; furono represse le prepotenze e le libidini, e quella smodata licenza del vivere e del parlare; ora alla messa intervengono gli uomini, si confessano, frequentano la comunione, onoransi i giorni di festa, si solennizzano gli augusti templi: e questa città gli stranieri conoscono e confessano capo del cristiano impero, ma anche maestra e guida del dover cristiano. E donde questa ripristinata giustizia se non dalla probità, dalla continenza, dall'altre virtù dell'animo e dall'ingegno che splendettero dalla somma sede?»
[DISCORSO XXIII.]
FRÀ BERNARDINO OCHINO.
Quando, molt'anni fa, io saliva la prima volta faticosamente verso la città di Siena, teatralmente assisa su que' due sproni di poggi, ricorrevo col pensiero com'ella, riconosciuta repubblica indipendente nel 1186 da Enrico VI con diritto di zecca e libera elezione de' consoli e del podestà, e giurisdizione su tutto il contado, crescesse fra le agitazioni feconde che svolgeano l'attività individuale, la fede, il senso pratico, e fin il senso estetico. Perdute quelle libertà che il secol nostro principesco vitupera o compassiona, come i vecchi disapprovano il balioso ruzzare della gioventù; ridotta a città secondaria d'una provincia secondaria, pure ad ogni passo rammemora altri tempi o gloriosi o almeno memorabili; ed essendo, per posizione, a minor contatto colla folla passeggera e colla moltitudine aspirante o proponente, serba un'impronta di vetustà, tutt'altro che disacconcia alla cortesia de' suoi abitanti, i quali, nell'indole come nella pronunzia, son mezzi fra Toscani e Romani, fra la razza gentile e la gagliarda.
Mutate le cose, vi ritornavo colla strada ferrata, e dai bastioni contemplandola, «È la città degli eretici», dicevo ad uno di que' patrioti all'antica, che non si sgomentano dell'essere beffati per municipali, dagli idolatri dell'annichilante accentramento. Ed egli rimbalzandomi quella frase, soggiungeva: «È la città dei santi. Sena vetus civitas Virginis è intitolata da quando il beato Tommaso Balzetti la fece votare a Maria, prima della battaglia dell'Arbia; e il vecchio nostro sigillo portava: Salvet Virgo Senam quam signat amœnam. E la gloria di Maria campeggia nello stupendo nostro duomo, dove mai non si finirebbe d'ammirare la vastità del piano (che pur è la sola traversa del tempio ideato), la varietà dei disegni, la finissima esecuzione[28], tanto superiori a quanto possano offrire altre arroganti capitali. Anche fuor di là, tutto è pieno di ricordi di santità. Qualunque porta per cui entriate, vi offrirà effigie di santi: sull'una la Beata Vergine incoronata, opera di Ansano di Pietro; sull'altra l'ammirato presepio del Sodoma. Ad ogni svolta incontrate dipinti i quattro antichi patroni, Ansano, Crescenzio, Vittore, Savino; aggiungete il beato Andrea Gallerani, fondatore dei frati della Misericordia; il beato Ambrogio Sansedoni, che parlava alto a Federico II; Gioachino Pelacani e Antonio Patrizj, miracoli di carità pei poveri e per Maria; il beato Antonio che riformava i Serviti; il beato Tomasuccio che istituì i Gerolomini; il beato Giovanni Colombini, narratoci in una delle più ingenue e affettuose scritture del Trecento, e che, per la pazienza della moglie e pel legendario, richiamato dalle dissipazioni, e da gonfaloniere ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti istituì il nuovo ordine de' Gesuati[29], inducendo la cugina Caterina a fondar le Gesuate là nella contrada di Valpiatta. Il beato Bernardo Tolomei, dottore in ambe le leggi e cavaliere imperiale, erasi ritirato al deserto con Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizj, fondando gli Olivetani di Santa Maria di Montoliveto, in uno sterilume che oggi ride della più lieta coltivazione, come la chiesa di squisite pitture. Stefano e Giacomo, agostiniani di Lecceto, istituiscono i canonici regolari Scopettini. Pietro Petroni, certosino, morendo mandava dire al Boccaccio riparasse agli scandali del suo scrivere. E il nostro san Bernardino? Profusosi a cura de' poveri nella peste, fu ammirato per le prediche e pe' frutti che ne raccolse in tutta Italia. Pietà quasi domestica c'invita nel quartiere dell'Oca a venerar tanti ricordi ancora palpitanti di santa Caterina, la pia figliuola del tintore Benincasa, che afflitta di dolorose infermità e di tentazioni, ristorava l'anima colle preghiere e la carità; andava assister i malati e suggerne le ulcere, colla semplicità stessa colla quale ai Fiorentini dettava la pace, in lei compromessa, o scriveva al papa che tornasse da Avignone a Roma, o a Giovanni Aukwood che frenasse le sue bande di mercenarj inglesi. Privilegiata del dono di convertir peccatori, trasse a pentimento due assassini già sul patibolo, e tutta la famiglia Tolomei, onde il papa deputò qui tre Domenicani sol per udire le confessioni di coloro ch'essa aveva convertiti. Aggiratevi per quel quartiere, e vi parrà ch'ella sia morta jeri, tanto ognun ne ragiona; ognun ne addita le orme: a lei le spose, a lei le madri dirigono voti e portano donativi. Pochi anni fa, alla granduchessa di Toscana che visitava il paese, le fanciulle offersero graziosi fiori, nell'artefare i quali son abilissime, e volendo ella ricambiarle con un ricco donativo, esse la pregarono che invece ne facesse offerta alla loro santa Caterina. Nella cappella di essa, Pio IX, il 1857, veniva in trionfo popolare, e vi riceveva al bacio del piede la conferenza di san Vincenzo di Paolo. Sono di questa città i papi Pio II, Pio III, Alessandro VII; delle vicinanze Giovanni I, Bonifacio VI, Gregorio VII, Alessandro III e moltissimi cardinali. Qui le arti belle fecero forse le prime pruove di rinnovamento con Mino da Turrita, Guido, Duccio di Boninsegna, Simon Memmi: come la poesia col Folcalchieri. Veneriamo tuttora la Madonna che portossi alla battaglia di Montaperti, ove i Fiorentini «fecero l'Arbia colorita in rosso»: e il sentimento cattolico si mantenne nella nostra pittura anche quando Roma e Firenze l'aveano sacrificato alla classica imitazione».
Questo ed altro mi dicea quel buon Senese: eppure è vero che da quella città ci vennero famosi eresiarchi, quali i Soccini ed altri, di cui ora entriamo a discorrere.
Quando, surrogato al concetto dei governi buoni quello dei governi forti, la guelfa Toscana cadeva in arbitrio de' Medici, Siena raccomandò la propria libertà al patronato di Carlo V; il quale, visitatala nel 1536, vi lasciò governatore il senese Piccolomini. Ma le irrequietudini e turbolenze, foriere della perdita d'un popolo, vi erano soffiate dai profughi fiorentini e dai Francesi, desiderosi di dar molestie al duca di Toscana, e impedirgli di sistemar il paese. Noto è che ne seguì una terribile guerra (1554) ove, indarno difesa dagli Strozzi e dai Francesi, Siena soccombette al duca e agli Spagnuoli, e perduti cinquantamila uomini, rimase in irreparabile decadenza e rovinata del commercio e dell'agricoltura.
Queste pubbliche sciagure erano state esacerbate anche dal difondersi di opinioni nuove. Fin nel 1537, facendovi il quaresimale Giovanni da Fano, famoso cappuccino, con tanto zelo e frutto, che dicevanlo non inferiore a san Bernardino, da un predicatore d'altro Ordine egli udì sentenze contrarie alle cattoliche; onde prima lo ammonì, e poichè quegli insisteva e peggiorava, lo accusò e confutò pubblicamente, sicchè quegli stimò prudenza andarsene dalla piissima città[30].
Domenico Tommasini fu un oscuro abitante della contrada dell'Oca, donde il soprannome di Ochino a suo figliuolo Bernardino. Vestitosi frate Osservante, n'uscì per mettersi a studiare medicina a Perugia, dove contrasse amicizia con Giulio De' Medici, che fu poi Clemente VII; rientrato nell'Ordine, vi ottenne dignità, e ne agognava di maggiori; e forse sperò agevolarsele mettendosi ne' Cappuccini, istituiti da soli dieci anni, e appena introdotti in Siena. Soffriva lotte colla carne: «Invano (egli confessa) io cercava mortificar il corpo con digiuni e preghiere. Alfine lessi la Scrittura, e gli occhi miei s'apersero, e Cristo mi rivelò tre grandi verità: che il Signore col morire in croce soddisfece pienamente alla giustizia del Padre, e meritò il Cielo a' suoi eletti: che i voti religiosi sono invenzione umana; che la Chiesa di Roma è abominevole agli occhi di Dio».
Ciò scrisse, e fors'anche pensò più tardi: per allora, sebbene creduto incostante di risoluzioni, acquistò tal rinomanza d'eccellente predicatore, che il Sadoleto lo agguagliava a qualunque oratore antico. Il vescovo di Fossombrone scriveva ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono, frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo; e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti, de' quali ve ne mando uno». Carlo V diceva: «Predica con ispirito e devozione tale che farebbe piangere i sassi».
Pietro Bembo, che presto fu cardinale, poco amava i predicatori d'allora, dicendo: «Che ci ho a far io? mai non s'ode che garrire il dottor Sottile contro il dottor Angelico, poi venirsene Aristotele per terzo e terminare la quistione proposta». Ora, il 6 aprile 1536, da Venezia scriveva alla marchesa di Pescara: «Io sono pregato da alquanti gentiluomini di questa città ad intercedere V. S. che sia contenta a persuadere al reverendo nostro padre frate Bernardino da Siena, che accetti di venir quest'altra quaresima a predicare qui nella chiesa de' Santi Apostoli, a riverenzia ed onor di nostro Signore Dio. Tutta questa cittadinanza aspetta di udirlo infinitamente volentieri. Io mi terrò a buona ventura poter conoscere ed udir quel santo uomo».
E il 25 marzo seguente: «Ragiono con V. S. come ho ragionato questa mattina col reverendo padre frà Bernardino, a cui ho aperto tutto il cuore e pensier mio, come avrei aperto dinanzi a Gesù Cristo a cui stimo lui esser gratissimo e carissimo; nè a me pare aver giammai parlato col più santo uomo di lui. Io non voglio lasciare d'udire le sue bellissime e santissime e giovevolissime predicazioni, ed ho deliberato starmi qui mentre ci stava egli».
Poi al 4 aprile: «Il nostro frate Bernardino (che mio voglio da ora innanzi chiamare, a parte con voi) è oggimai adorato in questa città. Nè vi ha uomo nè donna che non l'alzi fino al cielo. Oh quanto vale, oh quanto diletta, oh quanto giova! Ho pensiero di supplicar Nostro Signore ad ordinar la sua vita di maniera, ch'ella possa bastar più lungamente ad onor di Dio e giovamento degli uomini; chè ella non è per bastare, governandola sì duramente com'egli fa».
In fine il 23 aprile: «Mando a V. S. Ill. le allegate dal nostro reverendo frate Bernardino, il quale io ho udito così volentieri tutti questi pochi dì della presente quadragesima, che non posso abbastanza raccontarlo. Confesso non aver mai udito predicar più utilmente, nè più santamente di lui. Nè mi meraviglio se V. S. l'ama tanto quanto Ella fa. Ragiona molto diversamente e più cristianamente di tutti gli altri che in pergamo siano saliti a' miei giorni, e con più viva carità ed amore, e migliori e più giovevoli cose. Piace a ciascuno sopra modo. Estimo ch'egli sia per portarsene, quando egli si partirà, il cuore di tutta questa città seco. Di tutto ciò si hanno immortali grazie a V. S. che ce l'avete prestato». E al curato avea scritto: «Ricordatevi di forzare, se occorre, frà Bernardino a far uso di carni, e s'e' non tralascia l'astinenza quaresimale, non potrà reggere alla fatica del predicare».
Perocchè era dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado inducono soverchia fiducia in se stesso. Camminava a piè scalzi su per le roccie, nelle nevi, fra i bronchi, scoperta la testa, esposto a tutte le intemperie: limosinando di porta in porta: la notte appoggiavasi a un albero, e vi si addormentava, sebbene i grandi avessergli preparato letti e mense. Vedendolo passare, colla grossa tonaca, colla lunga barba, incanutita anzi tempo, coll'occhio spento e le guancie scarnate dalla macerazione e l'aspetto di un martire, la gente s'inginocchiava, presa istintivamente da meraviglia e rispetto. «Dove andava (dice un contemporaneo), uscivagli incontro la folla; non bastavano le chiese agli uditori: ed egli arrivava sempre a piedi, chè nessun mai lo vide pur s'un giumento: se doveva entrar ne' palazzi de' principi, nulla mutava del rigor di sua vita, non vino mai, mai più d'una vivanda, gli sprimacciati letti abbandonava per dormire sul nudo pavimento[31]. Sin l'infame Aretino, risoluto a far parlare di sè in qualsifosse modo, fingeva il convertito, e scriveva al papa da Venezia, il 21 aprile 1537, che il Bembo «avea dato mille anime al paradiso con l'aver trasferito in questa città cattolica il tanto umile quanto buono frà Bernardino», e che esso «da quella sua tromba che si fa udire col frate apostolico, ha creduto alle ammonizioni della riverenza sua, le quali vogliono che questa lettera, in mia vece gettatasi ai piedi della Vostra Santità beatissima, le chiegga perdono della ingiuria fatta alla Corte dalla stultizia delle scritture mie, benchè tutto quello che io ne ho detto con la bocca e scritto con la penna l'hanno ordinato i cieli, acciò, se nulla mancasse alla beatitudine sopradetta, vi forniate di glorificare nella conversione Aretina».
Mentre predicava a Venezia, «illustrissima città, teatro del mondo, emporio di tutto l'orbe, regina dell'Adriatico, vincitrice de' nemici, miracolo d'Italia», l'Ochino vi ottenne una cella, che elevò a monastero de' suoi Cappuccini. Nelle deliberazioni del concistoro, o vogliam dire consiglio municipale di Siena, al 21 giugno 1539 si stabiliva che, «essendo buono e molto utile alla salute delle anime che il detto frà Bernardino, che stamane nella gran sala del consiglio fece una salutare predica a tutto il popolo, rimanesse alcuni giorni a predicare nella cattedrale o in palazzo», che quattro illustri personaggi andassero da esso frate a procurare non partisse da Siena, e scrivessero al pontefice, se fa bisogno. Predicando nel 1540, ove in fatto introdusse la devozione delle Quarant'ore, che Siena fu la terza città a praticare; se non che, invece del Santissimo Sacramento, esponevasi il Crocifisso delle Compagnie.
Di quel tempo rinvenimmo colà alcune carte, tutte pietà, delle quali, non isbigottiti dalla taccia di frateschi, esibiremo qualche cosa[32].
«A dì 17 settembre 1540. Fu per il priore presentata una lettera alla nostra Compagnia di san Domenico per la predicazione da farsi nell'avvento prossimo da frà Bernardino Ochino, frate cappuccino, senza soscrizione, ma dagli effetti poi seguiti si stima sia stata mandata da lui senza nome, la quale contiene di fare l'orazione di quaranta giorni in tutte le Compagnie di Siena, e ore quaranta per Compagnia; la quale fu, d'ordine del nostro priore, letta da Lorenzo di Bernardino nostro fratello, il tenore della quale è questo:
«(Di fuora). Alla Compagnia di san Domenico in Campo regi. Carissimi in Christo Giesù fratelli.
«(Ommissis). Si prega la carità vostra, che vogliate essere in compagnia di molti altri a fare due divotissime e santissime opere, delle quali la prima sarà questa, che l'uno inviti l'altro, l'uno ammonisca l'altro con amor santo a fare la santissima penitenza con vera contrizione, purissima confessione e integra soddisfazione, con elemosine spirituali e corporali, con digiuni in verità fatti e con la santa orazione, contemplando quella cosa per la quale l'anima si trasforma nel suo amato Cristo, alli cui santi piedi umilmente gettandoci, la nostra propria e le pubbliche necessità spirituali doviamo esporre, esortando, e col buon volere ajutando l'anima nostra a vestirsi in modo di quelle divine virtù, fede, speranza e carità, che di quelle abituali possiamo fermamente vedere e tenere per certo, che, nel dì del gran giudizio, quella riunita a questi corpi, con essi insieme saranno con gli altri beati nel regno di Dio.
«E perchè fare orazione richiede l'anima raccolta nelle sue potenze salga su in cielo alli piedi della Santissima Trinità, e questo non può farsi se il corpo non s'allontana dall'opere del mondo, et essendo vero ch'a far questo (come può dire chi cristianamente lo sa) non si è ancora veduto nè saputo il più spedito modo, non tanto a far partecipe ognuno, quanto a mostrare a quelli che nol sanno (che son molti) il modo d'orare, che quello che da poco in qua è cominciato nella città nostra, cioè l'orazione durante lo spazio di quarant'ore. Però si prega per parte di Dio la carità vostra, da quella per grazia si domanda, che, fattone il sopradetto apparato e preparamento dell'anima vostra, siate contenti, secondo l'ordine infrascritto, quando al vostro oratorio toccherà, assettare quello, come è solito, e disporre le persone, ch'hanno a fare la guardia del tempo, e mettere i fratelli, e gli altri d'ora in ora in qualsivoglia numero senza strepito e confusione nel detto oratorio, dove si stia in continua orazione ore quaranta; il quale spazio giunto all'ultima ora, con quelli fratelli, che potrete in abito di battenti, anderete alla Compagnia che dopo voi segue, dalla quale alcuni venghino per voi, computando quanto tempo basti a partirsi dal vostro oratorio, e che, quando giungete all'altro, sieno al fine le quarant'ore, et ivi dicendo qualche prece, incomincierà l'altra orazione, restandovi quelli della prima ora, ritornerete al vostro oratorio, dove aspettandovi quelli dell'ultima ora, farete tutti qualche prego per finire l'orazione.
«Durerà secondo l'ordine sottoscritto l'orazione d'una Compagnia in un'altra, quaranta giorni, a similitudine delle maggiori orazioni che si leggono nella vecchia e nuova scrittura santa, e comincerassi a dì 19 di ottobre martedì la mattina seguente il dì di san Luca a ore 14, e durando fino alla prima domenica dell'Avvento, alla medesima ora saranno quaranta dì, e farassi l'orazione ventiquattro volte; tutte l'ore sono novecensessanta.
«Venuta l'ultima mattina, la prima domenica dell'Avvento, siate invitati a fare una processione in questo modo, che in abito di battenti tutti siamo a udire la predica, dopo la quale, la Compagnia che sarà l'ultima all'orazione con l'immagine di quel Crocifisso che doviamo imprimere e stampare nelli cuori nostri, deva andare per la città e seguendo l'altre senza confusione e senza altra insegna, ma standosi dove lo vorrà bene, ritorneranno alla chiesa cattedrale, dove la predetta Compagnia deve aver fatto provisione d'un sacerdote che celebri la messa all'altar maggiore, la quale, finita e avuta la benedizione, ciascuno tornerà alla casa sua, risoluto totalmente spogliarsi il vecchio uomo, e vestirsi del nuovo Cristo benedetto.
«Questa è la prima grazia, quale vedete. Se tutta è in benefizio vostro, cercatela adunque, e respondete a Gesù Cristo crocefisso che vi infiammi alla seconda.
«Questo è l'ordine delle Compagnie, preso così solo per la commodità; resta che facciate sapere alla Compagnia che è innanzi a voi, e a quella che è dopo, come siete parati a fare quest'orazione: l'uno animisca l'altro, e in virtù del preziosissimo sangue di Cristo, vincete ogni tentazione che 'l nemico dell'umana generazione vi porgesse dinanzi.
«Vi si dà quest'ordine ora, acciocchè abbiate tempo a trovare li fratelli; e confortargli a questo, e disporli all'ora loro.
«1º Comincierà col nome di Dio la Compagnia del Corpus Domini a dì 19 ottobre, martedì mattina a ore 14, e mercoledì notte a ore 6 finirà.
«2º A ore 6 mercoledì notte San Niccolò passerà giovedì, e venerdì a ore 22 finirà.
Segue divisando le ore di ciascuna Compagnia.
«La prima domenica dell'Avvento sarà il fine delle quarant'ore e de' quaranta giorni, a laude e gloria della santissima Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo.
«La seconda grazia non meno utile della prima, la quale è atta a confermarsi ne' principiati beni, è questa: che le carità vostre, senza alcuna contradizione siano contente mandare secondo l'ordine soprascritto, quando sarà la volta loro, quattro o sei fratelli a guardare por una notte i poveri infermi dello spedale maggiore. A quelli non solo la notte, ma ancora il dì bisognerebbero la presenza e le consolazioni della carità vostra, quando solamente sono governi da mercenari, e da chi senza amore alcuno li vede, anzi da chi non considera che manco sono infermi dell'anima che del corpo.
«Oh! di quanto bene sarete cagione, e a voi prima, perchè da questi imparerete l'esser vostro, e quanto invano fatighiamo fuori della via di Dio, e a quelli, quando li conforterete, e con amore sovvenirete nelli loro affanni e dolori.
«S'entrerebbe in un lunghissimo ragionamento a volere esporre le molte e buone utilità che da quest'opera usciranno; però le taceremo, essendo per certo che molto più con l'opera stessa la conoscerete, che con parole non si mostrerebbero.
«Però, per parte (di nuovo) di Gesù Cristo crocefisso, si prega la carità vostra, immo a quella per la virtù del suo sangue comanda che la prima e la seconda di quelle grazie sieno da voi esaudite e ad effetto mandate, e Cristo, il quale a queste vi chiama, darà parte in voi e nell'anima vostra, e doneravvi grazia che con pura fede opererete quello che ne comanda.
«Restate nell'amore di Gesù Cristo, al quale col Padre e col Santo Spirito ha onore, gloria et imperio, sempre ne' secoli de' secoli».
«E questo è il tenore della presente lettera, come ho detto, del nuovo modo d'orare, trovato novamente dalli reverendi padri frati de' Cappuccini, e da loro predicato.
«Letta la presente lettera, non si risolvè altro la presente mattina per esser tardi, ma si risalvò a un'altra tornata.
«A dì 3 ottobre 1540.
«Dato dal priore licenza ad ognuno di parlare a bene et utilità della Compagnia etc. Lorenzo di Bernardino cimatore, fatta la debita riverenza, propose che si dovesse fare quattro persone sopra l'ordinare ed ornare la Compagnia nostra per fare la nuova orazione delle quarant'ore, e perchè bisogna fare qualche spesa, che detti quattro fratelli avessero autorità di fare tutte le spese, che bisognassero per detta orazione, e così si deliberò di fare detta orazione».....
1540, a dì 1 novembre, a ore 22.
«Essendo adorna la Compagnia con il cielo, e panni d'araza per chiesa, e la sagrestia, radunati gli fratelli andorono innanzi a certa ora 21, vestiti da battenti, tutti con torcie, alla Compagnia di Santa Caterina in Fontebranda per il Crocefisso, e così processionalmente con molte torcie vennero alla nostra Compagnia, accompagnati da moltissimi fratelli della detta Compagnia di Santa Caterina, e giunti nella nostra Compagnia, fatte le debite orazioni e invocazioni dello Spirito Santo, e fatto un breve sermone da Mº Bernardino di san Domenico in esortazione alla frequenza della detta orazione e ringraziamento alla Compagnia di Santa Caterina, ed alla moltitudine delle persone che vennero ad accompagnare il Crocefisso, dêtte licenza a ognuno, eccetto quelli che volessero restare all'orazione, e così chiusa la Compagnia, spento tutti i lumi, eccetto un lanternino con la figura di Gesù Cristo, portata la croce, e così a laude dell'onnipotente Dio si dêtte principio alla detta orazione. E un'ora si dura di stare in orazione per volta, e finita un'ora, si mette altre persone d'ora in ora, nell'ordine che li sopradetti fratelli hanno ordinato, cioè (seguono i nomi).
«Così a laude dell'onnipotente Dio si finì la detta orazione con molta frequenza de' fratelli, e di molte altre persone fuora della nostra Compagnia e di frati ad ogn'ora; e innanzi che fussero le 13 ore andammo tutti vestiti da battenti con torcie accese accompagnare il Crocefisso alla Compagnia di Sant'Andrea Gallerani, prima nella nostra sagrestia e detta Compagnia di Sant'Andrea fatta parare, cantate le litanie, e per il nostro correttore fatto un breve sermone, tornati poi alla nostra Compagnia, si cantò il Te Deum, fu fatto fine alla detta orazione, ecc.
«A dì 7 ottobre 1540.
«Al nome di Gesù Cristo crocefisso, radunato il Capitolo, fu per il nostro priore presentata una polizza da parte del vicario dell'arcivescovo, il tenore della quale è questo:
«Al nome di Giesù Christo,
«Il signor vicario dell'arcivescovo e li tre canonici eletti dall'altro sopra il fine dell'orazione delle quarant'ore, e il reverendo padre frà Bernardino Ochini, fanno intendere alla carità vostra che sieno contente per la prima domenica dell'avvento, per fuggir la confusione, osservare l'infrascritte cose:
«E prima per ragione della comunione da farsi comunemente in duomo, si prega quella che là sarà innanzi, vadino a reconciliarsi dove li piace; perchè la mattina sarebbe impossibile per molti rispetti: ecc., ecc.
A dì 14 ottobre 1540, fº 8.
«Al nome di Gesù Cristo crocefisso; per il nostro Padre Priore fu presentata la presente lettera diretta alla nostra Compagnia, e per comandamento del medesimo Priore, fu letta da Lorenzo di Bernardino Cimatore, il di cui tenore è questo: — Alla Compagnia di San Domenico; — Carissimi in Cristo Gesù crocefisso fratelli.
«Non a quelli che cominciano, ma a quelli che perseverano è riservato il premio, e questo per esperienza vediamo: se l'arbore, fatto ch'ha una volta il frutto, si restasse e non ne facesse più, ovvero, come una volta le facesse buone, e l'altra le facesse cattive, quello si è da tagliare e porlo al fuoco.
«Sarebbe per questo, in Cristo fratelli, vedendo il servire a Gesù Cristo nostro Signore santissimo, assai cosa tanto fruttuosa, buona e necessaria, avendo concessa la prima e maggior grazia, non dee negarsi la seconda più facile, e non manco accettabile al Redentor nostro Gesù Cristo, la quale sarà il visitare quelli poveri infermi, anzi esso Cristo Gesù nella sua santissima casa dello spedale di Santa Maria della Scala, scala del paradiso; e questo doveremmo trattare con un modo et ordine che fusse perpetuo, e tanto facile con la grazia di Gesù Cristo, che non sarà fatica o rincrescimento alcuno, quantunque nè fatica nè rincrescimento può porgere il servire a Gesù Cristo, anzi a noi medesimi.
«Pigliamo dunque quest'ordine: noi siamo ventidue Compagnie: pigliamo ogni ventidue giorni, una volta almeno visitare (con 2, 4 o 6 quelli che a ogni compagnia piacerà) quella santissima casa, e vegliare una notte con Gesù Cristo, e tenendo quest'ordine toccherà sedici o diciassette volte l'anno per Compagnia: facciasi dunque da ogni Compagnia di quelli sono più atti a tal offizio, tante parti, che in un anno tocchi una volta per parte o più come piacerà.
«E chi sarà quello che una volta l'anno per amor di Gesù Cristo non vogli pigliare quella consolazione di vegliare una notte con Gesù Cristo? facciamolo adunque, fratelli, facciamolo, deh! facciamolo, e non dubitiamo di niente, che per Gesù Cristo potiamo il tutto.
«Voi, carissimi fratelli della Compagnia di San Domenico, piglierete al nome di Dio a dì 12 di novembre in martedì, e seguitarete questa santa opera, e così ogni terzo martedì vi toccherà una volta, e di poi con la grazia di Dio seguiranno l'altre Compagnie.
«Questo qui sotto è l'ordine per tutto l'anno, ecc.
«A dì 17 gennaro 1541 a nativitate.
«Adunato il Capitolo ecc. fu dal P. Priore (Ochino) presentata la seguente lettera diretta alla nostra Compagnia.
«Grazia, laude e gloria a Gesù Cristo benedetto.
«Per li grandi e mirabili effetti, che sono esciti dalla passata orazione dei quaranta giorni si è potuto chiaramente conoscere e far giudizio, che non fu motivo d'uomini il mostrarvi un tal ordine, ma che viene dal Donatore di tutta la grazia, dalla bontà e misericordia del Salvator nostro.
«Però sappiate di certo, e tenete per fermo, ch'ogni grazia, e ogni dono perfetto viene di sopra, dall'infinita bontà e carità di Dio. Da parte del quale oggi vi si presenta un preziosissimo dono spirituale, il quale non solo a voi, mentre che vivete, ma ancora a quelli, che dopo voi verranno sarà di tal giovamento, che sempre voi e loro ne ringrazieranno Dio.
«Il dono è questo, che la carità vostra senza alcuna contradizione, con sincero cuore e grato animo, sperando sempre in Dio, e con voi si disponghino a fare deliberazione, e vincasi non con lupini, ma con viva voce, non per tempo determinato, ma che passi da voi nelli vostri posteri, e da quelli in perpetuo, che nell'Oratorio vostro (come nell'altro si farà) si faccia quattro volte l'anno l'orazione di quaranta ore secondo 'l modo sottoscritto.
«La cosa è tanto da se onesta, giusta, santa e divina, che non fa bisogno di persuaderla, tenendo per certo che, nel sentir voi presentarvi tal cosa, a tutti parrà un'ora anni mille di ritrovarla, e per amor di chi ve la manda, metterla in esecuzione.
«Prima che altro vi si dica, si prega la carità vostra che procurino e con diligenza osservino l'infrascritta avvertenza, acciò che 'l nemico nostro non semini nell'opera nostra qualche disordine, ch'a ciò sempre sta parato, e massime contro l'orazione, dove (dicono i santi) che porrà ogni sua industria per disviarli da quella.
«E perchè questa ha da essere l'ultima volta che di ciò vi ragioni, non vi porga fastidio se troppo a lungo vi si scrive.
«Faccisi dunque prima sapere a quelli che non sanno, che, dovendosi dare un tempo determinato, si è preso questo di quaranta ore e quaranta giorni, perchè 'l numero quadragenario è stato sempre di grandissimo mistero, e di più, che non solo in questo tempo determinato doviamo orare, ma sempre che questo è fatto per eccitare, e ricordare.
«Quattro volte l'anno si ha da fare l'orazione di quaranta giorni, talchè a quaranta per volta tocca sei dì e sedici ore l'anno per Compagnia...
«Acciochè questa oratione facci l'effetto suo di fare salire la mente nostra a Dio per pietoso e umile affetto, bisogna darle per guida la santa penitenza, cioè con fermo proponimento di levarsi dall'offesa verso Dio e verso 'l prossimo, fare uno splendido preparamento di vera contrizione, piena confessione e intiera sodisfazione, e di poi spiritualmente, e sagramentalmente comunicarsi; bisogna ancora, oltre alla guida, aggiungere a quest'orazione due ali, cioè il vero digiuno e l'elemosina spirituale e corporale; facendo così, pentendosi, e domandando misericordia da Dio della nostra côlpa e rendendo grazie alla bontà sua di tanta grazia che ci ha concessa, e che continuamente con larga mano per sua benignità sopra noi sparge, potiamo renderci sempre certi che la maestà sua averà grate, e riceverà l'orazioni nostre, e doneracci grazia che conosceremo il bene e lo avremo, che fuggiamo il male, e che sempre operiamo in onore e gloria sua (seguono molte regole particolari).
«I sermoni per non tediare sieno brevissimi e divoti, ammaestrando sempre l'orazione; sieno fatti da persone ecclesiastiche, e per l'amor di Dio s'avvertisca che sieno brevi e senza cerimonie, ringraziamenti e frascherie, perchè importa assai, acciocchè di zelo di Dio non si venga in pompa del mondo e vanagloria.
«Venuto il fine de' quaranta giorni, l'ultima Compagnia inviti l'altre; e venendo o no, faccino una breve e divota processione, odi la messa e si comunichi, e se pure trova altre Compagnie disposte, le guidi in qualche tempio, dove, dopo un pubblico sermone o predica, si facci una pubblica e divota comunione, e cantando Te Deum ognuno ritorni all'oratorio suo, e la Compagnia che fu prima piglierà la sua croce, e porteralla al suo oratorio. Non si facci apparati con drappi, panni, tappezzerie o frasche, anzi si faccia semplicemente con divozione e zelo di Dio, e gli apparati nell'anima nostra.
«Vi si comanda da parte di Cristo crocefisso, che si fugga ogni precedenza, ambizione e onore, acciocchè non possa mai nascere un minimo scandalo e facendosi processione, vadasi senza insegna confusamente. E se invitando voi le Compagnie, qualcheduna o tutte non venissero, non vi scandalizzate, anzi state quieti, e pensate che così è volontà di Dio. Fino quando l'altre vi inviteranno, siate li primi, e umiliatevi, perchè con la santa umiltà s'acquista il paradiso.
«Insomma quando sentite cosa alcuna che possi dare alterazione, immediate mozzate le maestre, e non se ne parli, nè vi si pensi più, e fate questa deliberazione ora per sempre di far ciascuna vostra opera a onor di Dio, e di poi trattatela alla libera e puramente, e così vedrete che di bene in meglio anderanno le cose vostre, e quest'orazione santissima, la quale renderà frutti gratissimi a Dio e salutiferi a noi.
«Perchè una delle cose necessarie ad un cristiano, anzi la più importante è l'orazione, e perchè rari sono che sappino altro che rimenare le labbra, non che fare orazione, e maggiormente l'orazione mentale; però si prega la carità vostra, che qualche volta, anzi spesso avvertiate li nostri fratelli che si faccino insegnare da chi se n'intende, e di più che si provedino di libri spirituali che ne contenghino, e molti vedano con quanto loro scapito fino ad ora o per negligenza o per ignoranza sono stati privi di cosa sì utile.
«Mancando qualche Compagnia, si succedano l'altre di mano in mano, fin che si finiscano li quaranta giorni».
Seguono altri avvertimenti. In appresso son registrate le funzioni fattesi man mano, ove copieremo quest'una:
«A dì 20 giugno 1542.
«Fu letta una polizza, inviata dalla Compagnia della Madonna sotto lo spedale, come avea deliberato la Balìa e conservatori della libertà di Siena che si dovesse fare un orazione di quaranta giorni, a pregare Dio che, per sua infinita pietà e misericordia, per i meriti della passione e sangue sparso dal suo unigenito Figliuolo per salute dell'uman genere, che vogli temperare il suo giusto sdegno preparato contro di noi, di guerre grandissime che si vedono preparare per tutta cristianità, evenimento de' Turchi contro li Cristiani, per la disunione de' prencipi cristiani l'uno contro l'altro, ed altri gran prodigi di terremoti con gran rovine di cappelle e ville, ecc.
«A quest'affetto elessero due di loro che fussero con le Compagnie, e così congregati due di ciascuna Compagnia nello spedale, si deliberò a gloria di Dio di fare la detta orazione nell'oratorio e Compagnia della Madonna sotto lo spedale, di far quaranta giorni continui dì e notte».
E basti delle preghiere: veniamo a materia più pruriginosa; gli errori.
Il Boverio, annalista de' Cappuccini, non ha frasi sufficienti per lodare l'Ochino, «prudente, sagace, di bei costumi, esercitatissimo per lungo uso di molte cose, ingegno e grandezza d'animo ad abbracciar qualunque gran fatto; tanta compostezza esterna ed onestà, che mostrava apparenza non vulgare di virtù e santità; mirabile predicatore, coll'eloquenza guadagnava gli animi, sicchè fu una generale approvazione allorchè, nel terzo capitolo generale, fu eletto generale il 1538. E tolse ad amministrar l'Ordine con tanto consiglio, prudenza, zelo della regolar osservanza, e coll'esempio d'ogni virtù, che i frati s'applaudivano dell'elezione d'un tal uomo. Quasi sempre pedestre visitò i varj conventi; esortava con mirabile eloquenza alla povertà, all'osservanza della regola, all'altre virtù, e s'acquistò sempre maggior nome presso i suoi e presso gli esteri: grande autorità godeva presso re e principi, che l'usavano in difficilissimi consigli; il papa avealo in massimo onore; talmente era cercato, che bisognava ricorrere al papa per averlo predicatore, e le più grandi chiese non bastavano agli uditori, sicchè bisognava aggiungervi portici; e molti, levando le tegole dal tetto, calavansi di là per ascoltarlo. Predicando a Perugia nel 1540, calmò le nimicizie per quanto inveterate. A Napoli avendo dal pulpito raccomandata non so qual pia opera, l'elemosine offerte salirono a cinquemila zecchini».
Scaduto il triennio (prosegue con incolta prolissità) fu rieletto, ma ricusò fermamente, finchè dalle istanze persistenti si lasciò vincere. E negli otto anni che fu cappuccino, mai non diede il più piccolo sentore di eresia.
Eppure sotto quelle apparenze celava un'estrema superbia, il desiderio di levar rumore, e la fiducia nel proprio intelletto, avendo imparato dai libri di Lutero a cercare nelle sacre carte ciò che alla sua passione compiacesse. Dicono che, mentre predicava a Napoli in San Giovanni Maggiore nel 1536, il Valdes lo avvicinasse, e fomentandone l'immaginativa e l'ambizione, l'inducesse a insultare Paolo III, che non l'aveva ornato cardinale. Al vicerè Toledo fu rapportato che spargesse errori luterani, e quegli cercò che il vicario arcivescovile chiarisse la cosa; «ma perchè con l'austera vita che mostrava, con l'abito asprissimo, con il gridar contro i vizj ricopriva il suo veleno, non si potè per allora conoscere se non da pochi la sua volpina fraude». Son parole del domenicano Caracciolo, il quale prosegue: «Pure vi fu alcun che se n'accorse, e fra i primi, per quanto ho inteso dai nostri vecchi, furono i nostri santi padri don Gaetano e don Giovanni; i quali poi più chiaramente se n'accorsero nel 1539 quando l'Ochino, predicando nel pulpito del duomo, andava spargendo molte cose contro il purgatorio, contro le indulgenze, contro le leggi ecclesiastiche del digiuno ecc.; e quel che fu pessimo, soleva talora l'empio frate proferire interrogative quel che sant'Agostino dice negative, Qui fecit te sine te, non salvabit te sine te? dando a questo modo ad intendere tutto il contrario di quel che insegna sant'Agostino, cioè che sola fides sufficit, e che Iddio ci salva senza che noi facciamo opera alcuna per cooperar con Dio. Andavano attorno iscritti prima, e poi stampati i libri di costoro, come di tanti profeti, e già in pochi anni non solo i plebei ed ignoranti, ma anche molti signori e signore nobili, e molti religiosi e preti se n'erano infetti; e si facevano conferenze e conventicole secrete tra loro, e si prestavano scritti l'un l'altro di cotali dottrine pestifere»[33].
In quel tempo l'Ochino mostrava ancora una pietà incolpabile, e possiamo offrire in testimonio alcune sue lettere, tali quali le abbiam desunte dagli archivj della sua patria.
«Molto magnifici signori; Non penso vi habi a esser difficile el persuadersi che molto volentieri verei in questa quaresima a predicar alla mia Siena, sicchome per una vostra o visto sarebbe intento di vostre signorie: resta solo che da chi può comandarmi io non sia impedito. Di me potran servirsi nel scrivere che a me el venire sarebe gratissimo, pur che sia con volontà di sua santità. Questo medesimo o expresso al reverendissimo monsignore Ghinucci; et perchè del tempo fuor della quaresima sua santità non è solita impedirmi, quando a vostre signorie paresse che io venisse in questo tempo innanzi alla quaresima, mi dieno un cenno del quando, che non mancarò, col non cessare ancora di tentare per la quaresima; il che sarà etiam più facile di ottenersi per esser lì; et se in altro posso si servin di mè, che per la singolare affetione li porto mi sarà facile tutto in Christo per il quale vivo e spero di morire. Resto col pregarlo che vi prosperi sempre con la sua grazia in ogni vostra felicità.
«Da Roma il 5 settembris 1540.
Frater Bernardinus sen.
«Molto magnifici signori; Non ho più presto resposto per non essere resoluto di sua santità. Oggi s'è contentata che io per lo advento venghi, e così mi sforzarò circa Ognisanti essere a Siena. Preghiamo el Signore ch'el mio venire non sia vano. Resta che vostre signorie in quanto posso mi comandino che non sarà cosa tanto difficile che lo amor non me lo renda facile.
«Il Signore vi conservi e prosperi nella sua grazia.
«Da Roma 27 settembris 1540.
«Molto magnifici signori Priori Governatori e Capitani miei osserv.; Mi dolgo, per la molta affetione e cordiale amor che porto ed alle signorie vostre e alla patria, di non poter soddisfar a quello che per debito me si conviene, e a quanto saria il volere di quelle. Io non harei già aspettato che mi havessin fatto istantia di venir costà a predicare, che (quantunque non sia secondo il merito di quelle) al primo cenno sarei venuto, ma mi trovo, da molti giorni indrieto, con un dolor grande di schiena, e con altre indispositioni, attalchè, si ben mi forzasse a venir, non potrei predicare, e per questo ho ricusato anche a molti, e mi sò fermato qui che, tra che curarò il mal, mi verrò rassettando le mie scritture; per questo le Signorie Vostre si degneranno per tal impedimento scusarmi, contentandosi di quanto è voler di Dio per la mia imperfetione; e di questo è il mio buon volere verso di tutti, e mi faran gratia avermi nella vostra protectione e così a quelle con tutto il core mi fo raccomandato.
«Dal luogo nostro di Firenze, il dì xjj di novembre del D4j».
«Molto magnifici signori; Sa Dio quanto piacere ho avuto in intendere de diverse parti e ultimamente per una vostra, el ben essere della mia diletta patria: desidero essere instrumento di Christo a honorarlo se fosse possibile in ogni loco, ma spetialmente come sarebbe justo ne la mia Siena: e tanto più me n'è cresciuto el desiderio quanto che intendo che comincia a reformarsi et mi desidera. Ma le Signorie Vostre hanno a sapere che io, poi partii da Venetia, ad istantia dell'illustrissimo dominio veneto, la santità di Nostro Signore per un breve mi a imposto che ritorni a Venetia, e li stia in lor satisfatione in fin tanto che di me altro non determina, però bisogna che acceptiate per ora la bona volontà e mi haviate per excusato. Trovandomi così legato, mi sforzarò ben quanto più presto potrò venir a visitarvi: e se in altro possa in Cristo servirvi, sapino che lo animo è prontissimo. El Signor vi conservi et prosperi sempre nella sua divina gratia.
«Da Verona alli 20 maggio 1542.
«Molto magnifici signori; Per esser lo amor della patria justo e santo, e tanto più quanto è d'un bene universale e pubblico, cognosco che tanto più siamo obligati a amarla quanto siamo a Dio più proximi, però per esser frate non sò escluso da questo dolce vinculo, anzi tanto più strettamente ligato, quanto in me fusse più charità. Unum est che mi son congratulato del felice essere della mia patria, e o incominciato a honorarmene, però in Cristo, tanto ne sento dir bene, e desidererei presentialmente godermene, si chome del contrario in altre volte ne ho avuto molestia, e tanto più quanto per la vostra vedo el desiderio di Vostre Signorie e della città, maxime quando credesse avere a giovare. Ma poi so qui a Verona ad instantia del clarissimo dominio veneto, o avuto un breve da Sua Santità dove mi impone che ritorni a Venetia, e li stia infin tanto che altro non determina: tal che so impedito, e bisogna mi haviate non solo per excusato, ma compassione, e tanto più quanto el venire mi sarebe più contento ch'el restare. Pregarò bene el Signore che, essendo suo onore, faci che Sua Santità osservi la promessa, e quanto più presto potrò me ne verrò alla mia Siena. Pregando Dio che la conservi e prosperi nella sua gratia e pace.
«Da Verona alli 20 maggio 1542[34].
Nel 1541 l'Ochino avea stampato alcune prediche, locchè crebbe ne' Veneziani il desiderio di riudirlo. E il papa vi assentì: pure essendogli già insinuato qualche dubbio, diede ordine di tenerlo d'occhio. In fatto predicando in Santi Apostoli, cominciò a spargere errori. Alcuni ne l'accusarono, e (non essendovi ancora il sant'Uffizio) il nunzio papale lo dimandò a chiarirsene, ed egli ebbe l'arte di spiegarli in buon senso e diceva: «È più difficile convincere uno d'eresia, che accusarlo d'oscura definizione di frasi teologiche». Esso nunzio l'anno prima avea fatto arrestare Giulio Terenziano teologo milanese, che predicava eresie: e a ciò parve alludere l'Ochino quando dal pulpito proruppe: «Che facciamo, o uomini veneti? Che macchiniamo? O città regina del mare, se coloro che t'annunziano il vero chiudi in carcere, mandi alle galere, come si farà luogo la verità? Oh potesse questa liberamente enunciarsi! quanti ciechi recupererebbero la vista!»
Pertanto il nunzio lo sospese, e riferì ogni cosa al santo padre; ma gliene seppero mal grado i Veneziani, ammiratori di quel bello ingegno, di modo che dopo tre giorni bisognò restituirgli la parola, ch'egli usò più cautamente[35].
Da Venezia, il 10 febbrajo 1542, scriveva al marchese del Vasto:
«Illustrissimo signore; Non fu mai, nè manco sarà capitano più valoroso di Cristo. Imperocchè, dove gli altri vincono con potenti eserciti, per forza d'arme e d'artiglierie, e molti con inganni, astuzie o favori di fortuna, Cristo, venendo in questo mondo, solo soletto entrò in guerra, e disarmato d'ogni forza e favore del mondo, sendo in sulla croce, vestito solo di verità, umiltà, pazienza, carità e dell'altre sue divine virtù, con impeto d'amore, in una sola guerra ha superato per sempre non gli uomini del mondo, ma gl'infernali spiriti, la morte, li vizj, e tutti li nemici di Dio, e fatto la più bella e ricca preda dell'anime, per tanti secoli state già in sì misera servitù, che mai si facesse o potesse fare. È ben vero che vi lasciò la vita, ma questo rende più mirabile il suo trionfo e la sua gloria. Però essendo sì divino capitano, V. E. non si ha da vergognare, anzi da onorare d'essere nel numero delli suoi valorosi cavalieri, massime che le palme, corone, vittorie, trofei e trionfi delli suoi soldati senza comparazione sono più gloriosi che quelli del mondo. E si ricordi che prima, cioè nel sacro battesimo, fu ascritto alla milizia di Cristo, che a quella di Cesare; e mancar di fede a Cristo è cosa tanto più vile, quanto che Cristo, degli altri signori è più ricco, liberale, potente, pio, santo, giusto e pieno d'amore: e siccome furono empie quelle parole della turba, Non abbiamo altro re che Cesare, così divine quelle di Cristo, Rendasi quello ch'è debito a Cesare, ma non si manchi a Dio. Ed ora tanto più, quanto non si serve, anzi si disserve a Cesare ogni volta che s'ingiurasse Dio, dal favor del quale pendono gl'imperj e monarchie del mondo. Questo ho scritto, non perchè io non pensi che V. E. abbia sempre l'occhio aperto all'onor di Dio, siccome son costretto a credere e dalle vostre virtù, e dall'amor ch'io vi porto: ma vi veggo nelle altezze del mondo, dove li venti impetuosi delli rispetti umani sono potentissimi; talchè bisogna esser perfettissimi per vincere. Però l'impresa è conveniente alla grandezza e nobiltà dell'animo vostro. Gli altri vostri amici faranno festa, e magnificheranno le vostre vittorie del mondo: ed io, quando vincerete voi stesso, e non avrete per idolo il rispetto del mondo, anzi per grandezza di spirito gli sarete superiore, e non servirete al mondo, ma ve ne servirete in onore di Dio».
Finita la quaresima, a Verona raccolse molti Cappuccini della provincia veneta, ai quali insinuò errori, poi prese a spiegare le Epistole di san Paolo; e tra gli altri corruppe frà Bartolomeo da Cuneo, guardiano in quel convento, che divenne eretico. Essendo generale de' Cappuccini, avea promesso a frà Angelo da Siena di fabbricare il loro convento con un lusso disdicevole alla professata povertà; onde i pii credettero che quel che seguì fosse castigo di Dio per questa vanità. Certo le anime pie già n'erano sgomente, e san Gaetano Tiene gli fece interdire la predicazione in Roma. Angelica Negri di Gallarate, saviissima donna, le cui lettere si leggevano ne' refettorj, e che il marchese Del Vasto governatore di Milano volea ne' suoi consigli e al letto di sua morte, udendo l'Ochino predicare a Verona, predisse cadrebbe nell'eresia[36].
E in fatto cominciò a mostrare disgusto dell'orazione, del coro, della messa, al punto che tutti ne prendeano scandalo: qualche frate il rimproverò, tra cui frà Agostino da Siena gli disse lepidamente: «Andando ad amministrar la religione senza la preghiera, mi somigliate a chi cavalca senza staffe. Badate non cascare». Egli rispondeva che non cessa di pregare chi non cessa di ben fare. Poi talmente si avviluppò in affari di principi, che non avanzava tempo di dire l'uffizio, e ne domandò la dispensa dal papa. Insieme prese famigliarità con eretici, ne gustava i libri, fantasticava innovazioni.
Il papa non sapea indursi a crederlo traviato; e l'invitò a Roma, coi maggiori i riguardi, avendo divisato di ornarlo cardinale. Egli bilicossi lungamente tra rinegare le sue dottrine, o esporsi alla morte sostenendole; e il Giberti, santo vescovo di Verona ove allora egli si trovava, lo indusse andare a consultarne il cardinale Contarini a Bologna. Giunto colà, il trovò sì gravemente ammalato, che non potè averne se non queste parole: «Padre, voi vedete a che stato sono ridotto: pietà di me; pregate Dio per me e fate buon viaggio».
L'Ochino passò a Firenze a visitare Pietro Martire Vermiglio, e questi, che già era fisso nell'eresia, lo dissuase risolutamente dall'andare a Roma nè mettersi in mano del pontefice, bensì seguisse il consiglio del salvatore, «Se siete perseguitati in un paese fuggite in un altro». Mosse dunque a Siena a salutare i suoi; e vedendosi o credendosi in pericolo di venir preso, si ricondusse a Firenze, e di là scrisse alla marchesa di Pescara, palesandole l'ansie sue. «Con non piccolo fastidio di mente mi trovo qui fuor di Firenze, venuto con animo d'andar a Roma, dove sono chiamato, benchè da molti ne sia stato dissuaso, intendendo il modo col quale procedono; perchè non potrei se non negar Cristo, o esser crocifisso. Il primo non vorrei; il secondo sì, con la sua grazia, ma quando Lui vorrà. Andar io alla morte volontariamente non ho questo spirito. Dio quando vorrà mi saprà trovar per tutto. Cristo m'insegnò a fuggir più volte ed in Egitto ed alli Samaritani: e che andassi in altra città quando in una non ero ricevuto. Da poi, che farei più in Italia? Predicar sospetto, e predicar Cristo mascherato in gergo; e molte volte bisogna bestemmiarlo per soddisfar alla superstizione del mondo; nè manco scrivendo potrò dare in luce cosa alcuna. Per questi ed altri rispetti eleggo partirmi, e prontamente; chè veggo che procedono in modo, che dà pensar che vorrebbero infine farmi rinegar Cristo o ammazzarmi. Credo se Paolo fosse nel mio caso non piglierebbe altro partito...... Ho inteso che il Farnese dice che son chiamato perchè ho predicato eresie e cose scandalose. Il Teatino, Puccio[37] ed altri che io non voglio nominare, dalli avvisi che ho avuti, parlano in modo, che se io avessi crocifisso Cristo, non so se si farebbe tanto rumore. Io son tale qual sa V. S., e la dottrina si può sapere da chi mi ha udito: mai predicai più riservato e con modestia che quest'anno, e già senza udirmi mi hanno pubblicato per un eretico. Ho piacere che da me incomincino a riformare la Chiesa. Temono infino un frate con l'abito nostro in Ara Cœli, che il Capitolo ordinò che gli fosse cavato l'abito: onde, udendo tanta commozione contro di me, penso sia bene cedere a tanto impeto. Dall'altra parte pensate se mi è aspro per tutti li rispetti che sapete. Considerate se sento repugnanza a lasciar tutto, e a pensare che si dirà. Cristo ha permesso e voluto ch'essi mi perseguitino così, a qualche buon fine. Mi sarebbe stato sopra modo gratissimo parlarvi, ed avere il vostro giudizio e di monsignor Polo, o una lettera loro. Pregate il Signore per me. Ho animo servirgli più che mai in la sua grazia.
«Firenze, 22 agosto 1542»[38].
Allora fu da Caterina Cibo duchessa di Camerino, colla quale pure teneva usata; e deposto l'abito, con tre altri monaci varcò gli Apennini. A Ferrara visitò la duchessa Renata, che lo munì di commendatizie per Ginevra. Avea preso a compagno fra Mariano da Quinzano laico, che sapea di francese e tedesco per essere stato militare; ed era sì caritatevole, che una volta, più non avendo altro da poter dare, al mendicante disse: «Non mi resta che questo mantello, e neppur esso è mio, sicchè non posso dartelo. Ma se tu me lo togli, io non mi opporrò». E sfibbiatolo, lasciò che il povero se lo pigliasse.
L'Ochino diede intendere a frà Mariano che zelo di Dio lo traesse a predicare fra gli eretici; e per entrare nel loro paese bisognasse deporre l'abito. Parte dunque con lui, frà Ginepro, frà Francesco, va a Mantova, ad Aosta, e dice all'Italia un addio, che il Beverini stemperò in suo prolisso latino. Tosto che frà Mariano s'accorse della frode, procurato invano dissuaderlo, staccossene, e ritornò col sigillo della religione, consegnatogli dal desertore. Nella prefazione alle «Prediche di Bernardino Ochino da Siena, novellamente ristampate et con grande diligentia rivedute e corrette» senza anno e luogo[39], ripete quel che disse al magistrato della sua patria: «Quando avessi possuto in Italia predicare Cristo, se non nudo siccome ce 'l donò il Padre, e si dovrebbe, almanco vestito e velato come già in parte mi sforzava di fare, a buon fine per non offendere i superstiziosi, non mi sarei partito. Ma ero venuto a termini tali, ch'el mi bisognava, stando in Italia, tacere, immo mostrarmi inimico dell'evangelio o morire. Ed io non volendo negar Cristo, e non avendo speziale rivelazione nè particolar spirito d'andare volontariamente alla morte, per non tentare Dio elessi partirmi, siccome m'ha insegnato Cristo e con la dottrina e con l'esempio, il che fece anche Paolo ed altri santi. Quando verrà l'ora mia, Dio mi saprà trovare pertutto. So ben che se il pio, santo e prudente considera quello che ho lassato in Italia, a quante calunnie mi sono esposto, e dove sono andato in questa ultima età, sarà certo che il mio partirmi non nacque da umana e carnal prudenza, nè anche da sensualità, siccome spero in Cristo che la mia vita dimostrerà...... Da poi adunque, Italia mia, che con la viva voce non posso più predicarti, mi sforzerò scrivere, ed in lingua volgare, acciò sia più comune, e penserò che Cristo, abbia così voluto acciò ch'io non abbi altro rispetto che alla verità». Come l'Ochino arrivò a Ginevra, Calvino ne esultò, e scriveva a Melantone: «Abbiamo qui frà Bernardino, quel famoso, qui suo discessu non parum Italiam commovit». Subito si indissero preghiere per lui in tutta Italia; fra' Cappuccini si prese gran cura di estirpar ogni seme che avesse potuto lasciare, e molti che se ne conobbero infetti, abjurarono. Frà Girolamo di Melfi, valoroso predicatore, corse dietro all'Ochino ma non guari dopo periva in un incendio. Frà Bartolomeo da Cuneo fu incarcerato dal vescovo, e persistendo nell'eresie, fu condannato a morte. Frà Francesco di Calabria, vicario della provincia milanese, si purgò con penitenza rigorosissima.
Il papa, irritato anche da una lettera dell'Ochino, voleva sopprimere i Cappuccini, quasi con lui aderissero, e n'avessero bevuto gli errori, ma ne fu dissuaso da ragioni, sopra le quali gli storici di quella religione tessono pompose dicerie. Claudio Tolomei nobile senese[40], appena seppe apostatato l'Ochino, gli diresse da Roma il 20 ottobre 1542 una lettera, che s'ha a stampa, donde appare quanto senso avesse fatto quel passo tra un popolo che l'ammirava e stimava. Esposte le ragioni di perdurare nella Chiesa, dove unicamente è la verità, lo pregava almeno a tenersi tranquillo e non inveire contro la Chiesa cattolica. Il cardinale Caraffa, che poi fu papa, deplorava quell'apostasia colle parole onde la Scrittura deplora la caduta dell'angelo Lucifero[41].
«Ancor ci suonano nelle orecchie quelle tue splendidissime prediche, dei beni della continenza, della devozione alle cose sacre, dell'osservar i digiuni, de' panegirici di santi, delle lodi di monaci, dell'onor della povertà: ancora ci stai davanti agli occhi co' piedi scalzi, mal in arnese, mal acconcio; ancora hai freddo, hai fame, hai sete, sei nudo: ed or tra cibi e bevande, dilicature e letti fra molli coltri, in vulgari taverne, fra beoni, fra incestuosi, fra bestemmiatori, svergognato apostata soffri d'esser veduto? Dove son quelle tue magnifiche voci del disprezzo del mondo, della beatitudine delle persecuzioni, della costanza nelle cose avverse? Dove le acutissime tue invettive contro la cupidigia dei beni, la vanità delle ambizioni, le false insanie? Tutto è confuso, tutto disfatto. Dove tu stesso, che predicavi di non rubare e rubi, di non adulterare e adulteri? tu maestro distruggi tutta l'opera che dianzi insegnavi. Chi darà agli occhi miei una fonte di lacrime per pianger giorno e notte un bastone della Chiesa spezzato, un maestro di popoli accecato, un pastore mutato in lupo? Che hai tu a vedere colle barbare genti? Che colla straniera nutrice, che colla matrigna, che colla meretrice la quale uccise il proprio figlio, e cerca separare il figlio vivente dalla vera madre? Riconosci il seno che ti nutriva, la voce di quella che piange, e grida, Torna, diletto mio, come la capra e il cerbiatto sul monte degli aromi. Sarà mite per te la verga del sommo pastore; troverai un padre indulgente, qualor ti mostri figlio ravveduto. Ti commuovano il coro de' santi, le preci de' fratelli tuoi, le lacrime de' figli; non deludere, non vilipendere quelli per cui Cristo è morto.... Te non perseguita quella che odia il peccato non il peccatore, che a tutti porge le mamme, che a nessuno chiude il grembo. La Chiesa non può perseguitare Cristo in te, che da Cristo ti scostasti: non ti segua l'ambizione tua, non la tua iniquità, e non avrai alcuno avverso, non alcuno persecutore; sia una sola fede, e sarà una la pace: sia una confession sola nella Chiesa, e una la ragione dell'amicizia. Via i vitelli d'oro; via il culto sulle alture; non vi siano Roboamo e Geroboamo, Gerusalemme e Samaria; sia un solo ovile e un solo pastore».
Altri ancora scrissero all'Ochino, e fra essi l'inevitabile Muzio, al quale esso rispose colla lettera, che quasi intera produciamo.
«Bernardino Ochino senese a Muzio Giustinopolitano S. e P. dove rende la ragione della partita sua d'Italia.
«Essendo giovanetto, ero in quest'inganno il quale ancora regna in quelli, che sono sotto l'impio regno d'Anticristo, che pensavo avessimo a salvarci per le nostre opere proprie, e che potessimo e dovessimo con digiuni, orazioni, astinenze, vigilie, e altre simili opere satisfare alli peccati e acquistarci il paradiso, concorrendo però la grazia di Dio.
«Avendo adunque desiderio di salvarmi, andai considerando che vita dovessi tenere, cercando che le religioni umane fussero sante, massime per essere approvate dalla Chiesa romana, la quale pensavo, che non potesse errare. Parendomi che la vita de' frati di San Francesco, nominati dell'Osservanza, fosse la più aspra, austera e rigida, però la più perfetta e a quella di Cristo più conforme, entrai in fra di loro, e benchè io non vi trovassi quello che m'ero immaginato, niente di meno non mi si mostrando per allora vita migliore, secondo il mio cieco giudizio stetti così in fin a tanto che incominciarno apparire al mondo i frati Cappuccini, e visto l'asprezza della vita loro, con repugnanza non piccola della mia sensualità e carnal prudenza presi l'abito loro e credendo d'aver trovato quello che cercavo, mi ricordo che dissi a Cristo: — Signore se ora non mi salvo, non so che farmi più. — Vedi se ero empio fariseo. Posso con Paolo dire (Gal. I) — Io profittavo nel giudaesimo, sopra molti di mia età troppo zelante delle paterne tradizioni e ammaestramenti. — Ma pochi giorni stetti con essi, che il Signore incominciò a aprirmi gli occhi, e mi fece in fra l'altre vedere tre cose: la prima, che Cristo è quello che ha satisfatto per li suoi eletti e meritogli il paradiso, e che lui solo è la giustizia nostra; la seconda, che i voti delle umane religioni sono non solo invalidi ma empj, la terza, che la Chiesa romana, benchè di fuore resplenda agli occhi carnali, niente di meno è essa abominazione in cospetto di Dio. Or avendomi il Signore così mostrato chiaro, e avendo di ciò il testimonio delle Scritture sacre, immo e dello Spirito Santo, facendo in me legge il suo offizio, caddi dalla cima della presunzione di me stesso, nel profondo della disperazione delle mie opere e forze, e vidi che, sotto spetro di bene, avevo sempre con Paolo perseguitato Cristo, la sua grazia e il suo evangelio, e che, quanto più con maggiore impeto d'opere m'ero sforzato d'andare a Dio, tanto più m'ero allontanato. Però mi trovai in una gran confusione ma non restai lì, imperocchè Cristo mostrandomisi con la sua grazia, cadendo con Paolo dalla confidenzia propria, respirai a Dio, e ponendo in esso le speranze mie, mi commessi in tutto al suo governo, poichè per me stesso ero sempre andato al contrario.
«E benchè varie cose mi venissino innanzi, niente di meno mi si mostrò alcun modo di vivere, nel quale potessi per allora più onorare Dio, che servirmi di quella maschera dell'abito, e di quella estrinseca e apparente santità di vita, in predicare la grazia, l'evangelio, Cristo e il suo gran benefizio. Questo dico, atteso e considerando quale e quanta era e è la superstizione d'Italia, e lo stato nel quale mi trovavo. E così incominciai a mostrare, che siamo salvi per Cristo. Vero è che vidi gli occhi d'Italia sì infermi, che, se avessi alla scoperta subito mostrato la gran luce di Cristo, non potendo tollerarla, l'avrei in modo tale offesa, che li Scribi e Farisei, i quali in essa regnano, mi arebbono ucciso. E giudicai esser bene, non così subito scoprirgli la gran luce dell'evangelio, ma a poco a poco per condescendere alla sua debile vista. Però contemperando le parole al suo lippo vedere, predicavo che, per grazia e per Cristo siamo salvi, che lui ha satisfatto per noi, e che egli ci acquistò il paradiso. Vero è che non scoprivo esplicatamente l'empietà del regno d'Anticristo, non dicevo, — Non ci sono altri meriti, satisfazioni, indulgenze che quelle di Cristo, nè altro purgatorio; — lasciavo simili illazioni farle a quelli che da Dio per grazia avevano vivo sentimento del gran benefizio di Cristo: non avrei ditto, — Voi sete sotto l'empio regno d'Anticristo, il quale fa residenza a Roma; i costumi della sua e vostra Chiesa sono corruttissimi, ma non manco la dottrina, le vostre religioni umane. Sono esse empietà, e non ci è altra vera religione che quella di Cristo; voi siete manifesti idolatri, e in pigliare i santi per vostri avvocati, offendete Dio, Cristo, la madre, e tutto il paradiso. — Non potevo esplicare simili verità, ma le tacevo aspettando che Cristo mi mostrasse quello che voleva fare di me. È ben vero che in secreto esplicai il vero a molti, delli quali alcuni che per tentarmi m'avevano domandato, ed altri per loro proprj interessi, manifestorno al papa e cardinali qual fusse la mia fede, mostrandosi contrarj di quello, che, già in camera parlando, avevano mostrato d'accettare per vero. Non mancarono anche persone, le quali, mosse da invidia e sì per la religione come per la predicazione si diedero intorno a dare il tratto alla stadera, con dire che predicavo eresie, e tanto con maggior veneno, quanto che in modo tale, che nessuno poteva puntarmi, nè pigliarmi in parola, e che, per il gran credito che avevo, avrei potuto un dì fare qualche gran commozione in Italia con ogni minima occasione; massime perchè in fra i Cappuccini molti e precipue i primi predicatori aderivano alla mia opinione, e di continuo moltiplicavano quelli che essi chiamano eretici perchè credono veramente in Cristo.
«Or ben sai che Anticristo con i suoi primi membri, temendo con Erode di non perdere il regno, e sapendo che quello di Cristo ruina il loro, come quello che gli è contrariissimo, con Caifas conclusero che io morissi, e furono eletti sei cardinali e deputati a spegnere ogni lume, che più scoprisse le loro ribalde latroncellerie. Or con furia mirabile fui citato da Anticristo, e comandato che subito andassi alla sua presenza: fecero anco saper per tutto, che io era citato per eretico, sì come essi dicevano.
«Trovandomi in quel caso, consigliandomi con Cristo e con li pii amici, dissi in fra me stesso: — Tu sai che costui, il qual ti chiama, è Anticristo, il quale non sei tenuto obbedire. Costui ti perseguita a morte perchè predichi Cristo, la grazia, l'evangelio e quelle cose le quali, con esaltare il Figliuolo di Dio, distruggono il suo regno: però questa è una impresa a essi di stato. Puoi dunque esser certo che egli ti torrà la vita, sì come ne hai avvisi e certezze.
«Un giorno più che fossi andato avanti, ero preso da dodici, i quali, la vigilia di san Bartolomeo, a cavallo circundonno il monasterio de' Cappuccini fuor di Siena per pigliarmi, sì come è pubblico; e non mi trovando corsero verso Firenze a fare il simile. Dicevo a me stesso: — Tu vai a morire scientemente volontariamente senza speranza di frutto, immo con scandalo de' pii; tu vai a tentare Dio esponendoti alla morte senza particolare rivelazione, o spirito: tu sei micidial di te stesso: tu puoi e debbi con Paolo e con gli altri santi, immo con Cristo fuggire, sì come con l'esempio e con le parole ti ha insegnato fare in simil casi, dicendo, Se vi perseguitano in una città, fuggite in un'altra. Tu in obbedirgli con andare ad una certa morte, onori e approvi supremamente la sua autorità; con disonore sommo di Dio, tu mostri a tutto il mondo di averlo per vero e legittimo vicario di Cristo in terra, sapendo certo che egli è Anticristo; però dâi gran scandalo al mondo con ingiuria di Dio. Cristo s'è servito di te in fino a ora con questa maschera dell'abito e vita, acciocchè con minor sospizione della superstiziosa Italia potessi predicare la grazia, l'evangelio, il gran benefizio di Cristo: Ora Dio si vuole servire di te in altro modo; vuole che alla scoperta scriva la verità, senza alcun rispetto umano, il che, perchè non potresti fare stando in Italia, però Dio ti ha condotto in questa necessità.
«Dipoi non potevo più tacere vedendo così impiamente sotto spezie di pietà ogni dì di nuovo crocifiggere Cristo: era necessario che io parlassi, sì come sanno quelli che più familiarmente praticavano meco, e che io dannassi non solo i costumi, ma molto più l'empia dottrina del regno d'Anticristo, nè potevo vivere in fra quell'empie e diaboliche superstizioni, ipocrisie, idolatrie, inganni o tradimenti di anime. Ben sai che al partirmi repugnava il senso e la carnale prudenza, secondo la quale mi era difficile lasciare Italia con parenti e amici, gran credito, reputazione e nome; e scientemente espormi alle calunnie e infamie del cieco mondo, immo di tanti Farisei, i quali per invidia erano sì pieni di veneno che crepavano. Vedevo la bella occasione che avrebbono da sfogarsi. Mi suadeva la prudenza umana a più presto morire che vivere così infame, ma lo spirito rispondeva, che è somma gloria del cristiano vivere per Cristo e con Cristo, infame al mondo. M'adduceva anco lo scandolo, che ne piglierebbeno molti, ma vidi che era de' Farisei, del quale, secondo Cristo, non dobbiamo curarci. Cristo anco fu e è scandalo al mondo, e quando gli empj per la sua morte sommamente si scandalezzarono, i pii supremamente s'edificarono. Se anco andando a Roma m'avessero morto, i Farisei sarebbono restati di me scandalezzati. Però il loro scandolo non poteva evitarsi. Ora non so qual persona sarà che abbi spirito, immo giudizio, che non veda che io feci ottimamente a partirmi, non potendo più col mio stare in Italia servirmi dell'abito, predicare, giovare alli miei fratelli in Cristo, immo nè vivere; e partendomi potendo scrivere e aprire la verità con speranza di frutto. E chi è quello di sano giudizio che in tal caso non potendo più servire a Cristo, dal regno d'Anticristo non si fosse partito? Obbediresti tu ad Anticristo s'ei ti chiamasse per torti la vita, potendo preservarti a onore di Dio, esaltazione del suo regno e confusione, vergogna, morte, annichilazione di quella fetente e sporca meretrice d'Anticristo? La quale benchè dentro sia piena di sporcizie, immo essa abominazione in cospetto di Dio (2 Thess. 2), nientedimeno è chiamata dal cieco vulgo Chiesa romana, solo perchè lisciata di colori mondani resplende negli occhi degli uomini carnali.
«So che dirai, — Quando così fusse aresti ragione, ma non è vero che siamo giustificati per grazia e fede di Cristo, e non per l'opere nostre, nè voti delle religioni umane sieno invalidi e empj, nè anco che quella che i è chiamata Chiesa romana sia la Babilonia d'Anticristo; che, quando così fosse, avresti in tal caso fatto ottimamente a partirti. — Or io ho chiarito tutto: nelli primi venti sermoni che già sono in luce, ho apertamente mostrata la giustificazione per Cristo; nelli altri venti che anco sono in luce, ho fatto vedere chiaro come i voti delle religioni umane e primi membri d'Anticristo sono invalidi e empj, e che non ci è altra vera religione al mondo che quella di Cristo, e negli altri seguenti che ora s'imprimono si vedrà come quella che avete per Chiesa di Cristo è la vera Babilonia, nella quale colui che tiene il principato è esso Anticristo, e voi l'avete per vicario di Cristo. Però lascia stare di impugnare più me e la mia partita giustamente fatta, e se puoi impugna la dottrina, che sono per difenderla con la grazia di Dio. Sì è potente la verità che, se ben si unissero tutti li diavoli a scrivermi contra, sarebbe forza che restassero confusi; ma siete ben voi ciechi, stupidi, insensati e stolti, da poi che dove i santi ebbero lume di Anticristo inanzi venisse e lo conobbero per tale, voi nè esso nè i suoi membri vedete, avendoli inanzi agli occhi e nel tempo nel quale si dimostra contrario a Cristo con somma impietà. E ben che Cristo abbi incominciato a scoprirlo per Anticristo, e dato di ciò lume a tanti, e singolarmente ai più nobili spiriti, i miseri e empj Farisei non solo non l'hanno in orrore essendo essa abominazione, immo l'adorano per Dio in terra e l'hanno esaltato sopra Dio siccome predisse Paolo. Sono innumerabili gli errori i quali avete imparati nell'empia scuola d'Anticristo per essere la sua dottrina impura, falsa, diabolica, nè avete altro scudo per difendervi se non col dire — Così ci hanno insegnato i nostri parenti e prelati con i membri d'Anticristo —; il che se basta per scusarvi in cospetto di Dio, lo lascio giudicare a voi. Lascia, lascia dunque le tenebre d'Egitto, partiti dall'intollerabil servitù e tirannide di Faraone; non ti lasciare ingannare dall'estrinseco splendore del mondano regno d'Anticristo; risguarda all'umil Cristo in su la croce, e pregalo che 'l ti apra gli occhi e ti dia lume del vero, il che quando per sua grazia ti concedesse, non danneresti, immo approveresti il mio essermi in tal caso partito.
«Non potendo adunque giustamente dannare la mia mutazione, se prima non gitti per terra l'invincibile e inespugnabile verità che si contiene nelli suoi sermoncelli, vedili un poco, e con animo puro, sincero e candido, che so resterai preso dal vero. Che temi al leggerli, se come buon cristiano hai nel cuore il testimonio dello Spirito Santo e sei in verità? La quale, quanto è più discussa, resplende, e quanto più se gli approssima il falso suo contrario, tanto più si dimostra chiara. Sei forse di sì poco giudizio che, essendo come pensi in luce e chiarezza di fede, in ogni modo temi di non essere ingannato? Non è sì piccolo il lume della verità che ella non si possa facilmente discernere: ma se sei in tenebre sì come dimostri, dovresti tanto più cercare e non fuggire la luce della verità, quanto n'hai più bisogno, acciocchè insieme con gli altri fratelli eletti di Cristo e figliuoli di Dio rendiamo al nostro ottimo e divin Padre ogni laude, onore e gloria, per Gesù Cristo Signore Nostro.
«Da Ginevra 7 aprile MDXLIII».
Un'altra lettera l'Ochino inviò stampata ai signori della balia della sua città natale, in cui non si propone di far una professione intiera e l'apologia della sua fede, ma s'arresta al canone della giustificazione, «dalla viva fede del quale pende tutta la salute della vera Chiesa di Cristo, e la ruina del regno d'Anticristo. Però per esso sono perseguitato e questo è ch'io credo, e confesso con Paolo (Rom. 8) che, essendo gli uomini, per il peccato del primo parente, figliuoli dell'ira e della dannazione morti e impotenti a rilevarsi e a reconciliarsi con Dio, Cristo giustizia nostra, mandato dal suo eterno Padre, con attribuirsi li peccati delli suoi eletti, e offerirsi in croce per essi, ha satisfatto pienissimamente, e in tutto placato l'ira di Dio; immo adottati per figli del suo eterno Padre e fatti suoi eredi, ricchi di tutti li divini tesori e grazie; e tutto per Cristo, per mera grazia e misericordia di Dio, senza che 'l meritassimo o facessimo alcuna opera, la quale in tutto o in parte fosse di tal grazia degna. Talchè, non perchè gli eletti aprano gli occhi e conoscono Dio, vanno a esso e operano in gloria sua opere sante, o si fanno forza di operare, però Dio gli accetta a braccia e gli ha eletti: ma perchè per mera grazia gli ha eletti in Cristo. Però li chiama internamente e tira a sè, n'apre gli occhi, gli dà lume, spirito e grazia, e li fa fare opere buone in gloria sua, in modo tale che, benchè l'empio sia libero in fare e non far molte opere umane e basse, niente di meno, infinchè per Cristo non è rigenerato, essendo prigione e servo del peccato, non può operarne divine e alte per non essere in sua libertà d'operare nè in tutto, nè in parte in gloria di Dio. E questo perchè non è in alcun modo in sua potestà l'avere spirito, lume sopranaturale, fede, speranza e carità, e l'altre virtù necessarie per operare a gloria di Dio. Immo l'empio, mentre che è empio, se ben facesse tutto quello potesse, non solo non amerebbe Iddio con tutto il cuore, e il prossimo infino alli inimici come se medesimo, ma non osserverebbe straccio della divina legge, nel modo che è obbligato. È ben vero che farebbe delle opere estrinseche, ma non a onore di Dio, sì come è tenuto; però non satisfarebbe a un minimo suo peccato o obbligo, nè meriterebbe appresso a Dio benefizio alcuno, nè si disporebbe in modo alcuno alla divina grazia, immo in tutte quell'opere sue peccherebbe non per farle ma per non farle a gloria di Dio sì come è obbligato. Nè per questo debbe l'empio mancare d'andare a udire la parola di Dio, di fare elemosine, orazioni e simili opere. Imperocchè in non farle peccarebbe molto più. Dio vuole che si passi per simili mezzi, e che se gli obbedisca nel modo possiamo riconoscere ogni grazia in tutto da Dio per Cristo e in nessun modo da noi.
«Ma dipoi che siamo liberi da Cristo dal peccato, e per fede rigenerati, se bene restano in noi le prave concupiscenze a esercizio di virtù, nientedimeno abbiamo un cuor nuovo, e tale che non gli consentiamo nè obbediamo, immo gli repugnano. Allora essendo veramente liberi, liberamente con spirito operiamo opere grate e accette a Dio, secondo le quali ci renderà, non perchè in sè siano degne di essere premiate, essendo anco quelle de' giusti sempre imperfette, e non tali quali ci sarebbe debito e si converebbe all'infinita bontà di Dio, benchè tali difetti non ci siano imputati per essere noi già membri di Cristo. Ma i giusti saranno premiati secondo l'opere loro, in quanto che quelli che avranno fatto migliori opere, avranno tanto migliore lume della bontà di Dio, e con maggior fede abbracciato per suoi li tesori di Cristo: però se ne saranno insignoriti, li goderanno con maggior sentimento spirituale, e saranno più felici, ma non già per la degnità delle loro opere, ma per la degnità d'esse opere di Cristo, e per mera bontà e misericordia di Dio. Però, benchè possiamo satisfare alcuna volta ai debiti e obblighi che abbiamo con gli uomini, e appresso d'essi meritare qualche grazia, nientedimeno non possono in modo alcuno satisfare a uno de' minimi obblighi e debiti, che abbiamo con Dio, nè meritare appresso a lui una minima grazia: immo di continuo crescono gli obblighi nostri; e rimosso Cristo, tutte l'opere nostre, passate alle bilancie della divina giustizia, sono degne di punizione.
«È pure vero questo che, se avessimo a gloriarci dell'opere, io potrei gloriarmi sopra molti altri, imperocchè come Paolo facevo profitto nel mio giudaismo sopra molti miei coetanei: ma ora col medesimo Paolo, reputo come fango tutte l'opere e giustizie mie, nè cerco se non di possedere Cristo con fede per mio, ed essere trovato in esso ricco, non delle mie giustizie e opere, ma delle sue.
«In cospetto di Dio adunque non vedo altre satisfazioni che quelle di Cristo, nè altre indulgenze se non quelle che per lui abbiamo, e solamente in Cristo vedo esser purgati li peccati de' suoi eletti e pienamente. E se Dio alcuna volta li castiga, non è per satisfarsi nè purgarli de' peccati, o della pena ad essi debita, essendosi tutto adempito a sufficienza e superabbondanza in Cristo, ma per svegliarli, umiliarli, perseverarli e esercitarli in tutte le virtù, con farli ogni dì più perfetti. Non vedo anco altri tesori spirituali e meriti, che quelli di Cristo, nè altre grazie e benedizioni e giustizie; e è empissima cosa patire o operare con intento di satisfare in cospetto di Dio a peccati o agli obblighi che abbiamo con lui, o con animo di meritare appresso a Dio. Perchè, è un dire, che Cristo non ha satisfatto in tutto, nè meritatoci ogni tesoro e grazia, ma che in parte siamo salvi per noi, con diminuire la gloria di Cristo, la quale per esso si debbe tutta dare a Dio, e non darne parte all'uomo, al quale non si conviene se non obbrobrio, confusione, vergogna e vitupero.
«Credo anco e confesso che al mondo non fu mai nè sarà altra vera, pia e santa religione se non quella di Cristo, la quale consiste in credere vivamente che siamo in tutto purgati da peccati per Cristo, e per lui reconciliati col Padre, giustificati, santificati, adottati per figliuoli di Dio, e fatti suoi ricchissimi e felicissimi eredi; e colui che questo crede con maggior fede, è meglio cristiano e religioso; tutte l'altre religioni nelle quali gli uomini cercano, credono e pensano di giustificarsi, purgarsi e arricchirsi da sè in tutto o in parte, sono empie, e tanto più quanto che più patono o si affaticono a questo fine con sotterrare il gran benefizio di Cristo. Nè per questo, danno ritraggo dalle buone opere, immo nessuna cosa è che tanto ecciti e serva a bene operare sì come questa viva fede, che siamo salvi in tutto per Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, e in nissun modo per nobiltà, dignità, bontà, o preziosità d'opere nostre.
«Aggiungo anco di più, che è impossibile farsi da noi un'opera veramente buona, grata e accetta a Dio se non abbiamo questa viva fede; imperocchè, mentre che l'uomo pensa almanco in parte potere satisfare e meritare da sè, non opera mai in tutto a gloria di Dio, e questo perchè, non sentendo il gran beneficio di Cristo d'essere salvo in tutto solamente per lui, resta sempre in amor proprio e confidenza di sè, però opera per interessi suoi.
«Ma quando in Cristo sente tanta bontà di Dio, che solamente per Cristo e per grazia crede esser salvo, allora non avendo più causa d'operare per sè, e scoprendosegli supremamente la gran carità di Dio in Cristo, è sforzato a operare non da servo per timor di pena, o speranza di premio, ma da figlio per impeto di spirito e d'amore a gloria di Dio; e queste sono l'opere che gli sono grate. Credo anco e confesso essere una sola universale santa e cattolica Chiesa di Cristo, cioè la congregrazione degli eletti e di quelli che credono in tutto essere giustificati per Cristo. Questo è quello che non può errare, in cose che importino alla salute, stante in essi lo Spirito Santo. E se gli eletti qualche volta cascano, non però periscono, imperocchè Cristo è con essi sempre, e sarà in fin alla consumazione del secolo.
«Credo anco e confesso, che tutti gli eletti si salvino per Cristo e per mera grazia, e non per alcuna opera loro, nè in tutto, nè in parte; e credere così è l'unica fede, per la quale i veri e buoni cristiani sono differenti da tutte l'altre false fedi, religioni e sêtte. Immo in questa fede consiste tutta la somma della cristianità. E di più credo e confesso, questo essere l'unico e vero evangelio di Dio, promesso per i profeti nel vecchio Testamento, predicato da Cristo, da Paolo, dagli apostoli e da santi. Di questa verità ne sono piene le Scritture sacre, e in particolari l'epistole di Paolo alli Romani e Galati. Questa è quell'evangelica verità, per la quale Cristo fu crocifisso, lapidato Stefano, e i profeti di Dio, gli apostoli e santi perseguitati, incarcerati, flagellati e morti. Per questa verità sono fuor d'Italia perseguitato a morte, e dagli anticristiani avuto per escomunicato, ma la causa è sì giusta che mi scusa per se stessa. Se erro in questo articolo, hanno anco errato dal principio del mondo infin a ora tutti quelli che in verità sono stati santi, precipue gli apostoli e singolarmente Paolo, immo e Cristo, e meritano tutti d'essere escomunicati, reprovati, e maledetti. Immo se in questo erro, si dovrebbono abbruciar gli evangelj, l'epistole di Paolo, e tutte le scritture sacre, imperocchè l'evangelo sarebbe un inganno, falsa la fede di Cristo, empia la religione, il che è impossibile. Le scritture sacre rendono testimonio di questa verità. Studiate con umiliarvi di cuore a Dio, e vi darà lume del vero. Ho incominciato e con la divina grazia seguirò di dare in luce sommariamente e vulgarmente quelle cose, che sono necessarie al cristiano, acciò siate inescusabili appresso a Dio. Direte, — Le tue opere sono proibite leggersi. — Rispondo, che questo è evidente segno ch'elle danno lume del vero, e essi non vorrebbono essere scoperti. In quelli miei sermonelli non v'è in sostanza altro che le proprie sentenze e parole delle scritture sacre. Però in proibirle, proibiscono ai popoli la parola di Dio. Vedete se sono empj, e se se gli debba obbedire, e dall'altra parte, nelle pubbliche scuole e per i pulpiti lasciano leggere e predicare profana, eretica, empia dottrina, purchè non tirino l'acqua da' loro mulini.
«La luce dell'evangelio non è sì piccola, che, se siete in essa, abbiate da temere che io v'inganni, immo è sì grande, che secondo Paolo, è ascosta solamente a quelli che periscono; e se siete in tenebre, dovete farvi beffe di chi vi proibisce il lume. Non amo sì poco la mia patria, che io volessi ingannarla, immo li miei, me stesso e Cristo. Se anco fossi io solo in credere e confessare il vero evangelio, e voi non mi credessi, avereste qualche apparente scusa; ma non vedete, che la maggior parte de' Cristiani hanno aperto gli occhi al vero? massime i nobili, pii e veramente dotti spiriti? E se in Italia, in Francia e nella Spagna potesse liberamente predicarsi l'evangelio sì come in Germania, quasi ognuno accetterebbe, sì è potente la verità.
«Ma con tutto che sieno proibiti li libri cristiani e il predicarsi la pura parola di Dio, e di più puniti crudelissimamente quelli che confessano, o si mostrano amici dell'evangelio, nientedimeno, quanto sono più perseguitati, esprobati, incarcerati, bruciati e morti, più crescono. Se vedeste il numero de' Cristiani segreti, che sono in Italia, in Francia e nell'altre parti del mondo, vi stupireste. S'ella non fosse opera di Dio si dissolverebbe, siccome disse già Gamaliel; ma la va sempre crescendo.
«Forse potete dire che questa sia dottrina nuova? È quella de' profeti, di Moisè, di Cristo, degli apostoli e di tutti i santi; quella che incominciò al principio del mondo, è durata infino ad ora, e durerà sempre. Vero è che per un tempo è stata sepolta, e in modo tale che, quando alli tempi nostri Cristo incominciò a dare di sè un poco di lume, si verificò quello che già predisse quando disse, Credi, che quando verrà il figlio dell'uomo, cioè a manifestarsi in spirito, troverà fede in terra? Come un folgore e un baleno che viene da Oriente, subito apparisce in Occidente, immo illustra tutto, così fa adesso l'evangelio. Dottrina nuova sono l'umane e diaboliche invenzioni e tradizioni che si predicano nel regno d'Anticristo, sforzandosi non di cattivare la loro carnale prudenza e sensualità alla parola di Dio, ma di tirare con gli argani fuori d'ogni sesto ai loro propositi le scritture sacre, con corromperle e depravarle, e con servirsi del nome solo di Cristo, della sua Chiesa e religione, imporlo di nuovo su la croce.
«Forse che il credere che siamo salvi solamente per Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, è dottrina sospetta? Immo è sicurissima, talchè se bene non avesse il testimonio delle scritture sacre e dello Spirito Santo, in ogni modo è sì chiara, che per se stessa si manifesta vera, santa e divina, perchè dà tutta la gloria a Dio, e all'uomo ignominia e confusione, e in queste due cose non si può nè eccedere, nè errare. Cristo, quando volle provare agli Ebrei, i quali calunniavano la sua dottrina, ch'ella era vera e santa e divina, lo dimostrò con questo mezzo, perchè ella dava tutta la gloria a Dio. Sospetta vi debbe essere la dottrina d'Anticristo, perchè esalta l'uomo con deprimere Cristo. L'omo non è altro che un empio e velenoso verme, e nella sua salute volle esser compagno di Cristo. Forse che non c'è stato predetto che Anticristo debba venire, e che il suo regno debba succedere all'imperio romano, sì come Paolo scrisse, che sarà uomo di peccato, figliuolo della perdizione, che sederà nel tempio di Dio, e si mostrerà al mondo come s'el fusse Dio? immo per questo si chiama Anticristo, perchè si metterà innanzi a Cristo, e si farà adorare in loco suo, estollendosi sopra Dio, e gli sarà contrario allora abbondando l'iniquità, essa abominazione starà nel loco santo.
«Ditemi, non abbiamo noi viste tutte le predette cose nella tirannide papistica? È stato anco predetto, non solo che l'opere loro saranno di Satana, ma che la dottrina loro sarà di demonj, e essi dicono che non possono errare. Paolo dice che l'uomo animale non intende le cose dello spirito, e loro essendo carnalissimi e impiissimi, non solo presumono di volere giudicare, sindacare e dannare le cose divine e spirituali, immo camminando alla cieca, vogliono che se li creda che non possono errare.
«È stato pur predetto che sarà allora tal tribulazione, che non fu mai la simile, e che sedurranno e inganneranno il mondo infin con segni, miracoli e prodigi mendaci e falsi; talchè, se quelli giorni non fossero abbreviati, ognuno si dannerebbe, infino agli eletti se fosse possibile; ma Dio abbrevierà per loro rispetto. È stato pur predetto e predicato, che la Chiesa debba reformarsi: non vi par forse che ne abbia bisogno non manco nella dottrina che ne' costumi?
«Abbiamo anco incominciato a vedere verificarsi quello che già Paolo predisse, cioè che Cristo ucciderebbe Anticristo, non con le forze umane, ma con lo spirito della sua bocca, cioè con la sua parola, e che distruggerebbe e annichilarebbe il suo regno col mostrarsi in ispirito chiaro e illustre, e dar lume di sè alli suoi eletti. Ditemi, si vede pur che già è incominciato a cadere il suo regno. E che sia il vero, dove è ora quel credito, quella reputazione, maestà, reverenzia, obbedienza, autorità, dominio, tirannide infin nelle coscienze, che i papi con ingannare il mondo, avevano ad un venticinque anni in là? Dov'è quella affluenza di popoli, i quali correvano a Roma dove sono tante loro rendite e entrate? Già il mondo si fa beffe delle loro indulgenze, giubilei, assoluzioni, benedizioni, censure e maledizioni; e se una scintilla sola da un sì poco tempo in qua ha dato tanto lume del vero, che credete faranno ora tante torcie accese? Al mondo non furono forse mai, dagli apostoli in qua, sì chiari spiriti, nè anco sì bene discusse le scritture sacre siccome ora; questa è opera di Dio, il quale vuole sempre onore delle sue imprese.
«Vincerà adunque, però col sangue de' martiri, il qual si sparge di continuo in diverse parti del mondo e si verificherà quello che disse Cristo ch'el suo evangelio sarebbe predicato per tutto il mondo: allora verrà la fine. Non vedete che non adorano già più Anticristo se non certi uomini carnali per interessi proprj, e gente data in reprobamento? E se 'l popolo ebreo non accettando Cristo quando venne in carne, non fu escusato appresso a Dio per dire, come i nostri prelati dicono, che non è il messia ma un seduttore, e ch'essi non possono errare, gli abbiamo a credere? e non dobbiamo volere essere più savj di tutti gli altri? se la nostra sinagoga e chiesa l'ha repudiato, siamo obbligati a fare il simile anco noi? Non saranno anco scusati quelli che ora non accettano Cristo, il quale si mostra in ispirito, nè gli gioverà il dire, sì come molti dicono. Noi vogliamo credere secondo che ci hanno insegnato i nostri parenti, e secondo che abbiamo trovato credere gli altri; la nostra chiesa e i nostri prelati non possono errare; così non vogliamo saperne più di loro. Immo tanto manco saranno escusati, quanto che ora Cristo si mostra con maggior chiarezza, e quanto, che ora sono, in diverse parti del mondo, tante chiese, tanti popoli e nobili spiriti, che hanno ricevuto l'evangelio; e quanto la chiesa d'Anticristo è più corrotta in dottrina e costumi che non fu mai la sinagoga degli Ebrei, è possibile che non vediate la loro falsa religione essere piena d'umane invenzioni, ipocrisie, superstizioni, idolatrie e abominazioni? O quanto saresti felice, e si sarebbe per te se ti purgassi, Siena mia, de tante ridicole farisiache fastidiose, perniziose, stolte e empie frenesie, di quelli che mostrano d'essere li tuoi santi, e sono essa abominazione presso a Dio, e pigliassi la parola di Dio e il suo evangelio nel mode che lo predicò Cristo, gli apostoli e quelli i quali in verità l'hanno imitato! Non vuoi fare qualche dimostrazione verso Cristo, essendo dotata di tanti nobili spiriti? vuoi forse essere l'ultima a conoscere Cristo? Apri, apri ora mai gli occhi al vero, acciò che conoscendo il Figliuolo di Dio per ogni tua giustizia, sapienza, salute e pace, vivendo a Dio sempre felice, gli renda ogni laude, onore, e gloria per Gesù Cristo Signor Nostro. Amen»[42].
Più d'una volta nominammo Caterino Politi senese, fra' più vivi battaglieri di quel tempo, e smaniato di trovare eresie, tanto che denunziò alla facoltà parigina molte proposizioni ereticali nell'opera del cardinale De Vio. Ientacula, hoc est præclarissima plurimarum notabilium sententiarum novi testamenti liberalis expositio. A vicenda, quando si trattò di elegger vescovo il Caterino, Bartolomeo Spina, maestro del sacro palazzo, recò in mezzo cinquanta proposizioni, tolte dalle opere di lui, dandole come ereticali: ma egli se ne difese. Ciò ad indicare come allora fosse divulgata l'accusa di eresie[43].
Pensate se risparmiò l'Ochino. Narrando di sè, dice che dopo il primo libro adversus impia ac valde pestifera M. Lutheri dogmata, tacui multis annis, cum jam scriberent plurimi in hæreticos Germaniæ, donec venerunt qui, suppresso nomine, libellis lutheranam doctrinam continentes, in vulgus sparserunt. Quo tempore fratrem B. Ochinum, impium illum apostatam, dudum Italiæ concionatorem, suis coloribus parvo livello depinxi, ut nosceretur crudelis hypocrita, et simplicium animarum mactator, et libellum composui quem noncupavi Speculum hæreticorum contra Bernardinum Ochinum, primo editum Romæ 1542. Poi nel 1544 stampò in italiano la Riprovazione della dottrina di Bernardino Ochino e d'alcune conclusioni luterane. Egli stesso, il 5 gennajo del 1543, da Roma scriveva alla balía di Siena:
«Magnifico e a me molto onorando magistrato; Essendomi venuta alle mani un'epistola che Bernardino Ochino mandò alle magnificenzie vostre e a tutta la città, la quale ha fatto stampare in Ginevra, e vedendo in quella un perfetto veneno che vi porge per uccidere l'anime vostre, io, mosso da persone religiose e dal zelo della fede, e dall'obbligo che tengo con la mia patria in cose spirituali per la mia professione, ho scritto un breve trattatello contro questa epistola, e contra la sua pestilente dottrina, e hollo diritto a voi e a tutta la città, dedicato all'arcivescovo, acciocchè, se ha Siena un figliuolo secondo la carne che li porge con fallaci blandizie il veneno, non gliene manchi un altro che con salutifere verità lo scopra, e faccila cauta, perchè ne va qui il vero stato della vita eterna. Ricordo a voi quello che si promesse nell'ultima riforma nel primo capitolo, cioè di attendere di conservar la città contra l'eresie. La qual cosa se farete, posso sperare che la misericordia di Dio venga sopra la città, e se non l'osservarete, vi annunzio travagli orribili nel mondo, e di poi la dannazione eterna. E questo mi sia testimonio e scusa dinanzi a Dio, che per me non è mancato di predirvi questa verità. Il Signore ve ne liberi. Degneretevi di far leggere il trattatello con comodità vostra, e di conoscere il vero, che sarà facile a chi non si vorrà accecare lui stesso.
«Non mi accade altro se non ricordarvi la giustizia, e levar le passioni, e attendere in prima all'onor di Dio, e a placarlo con vera penitenza in tempi tanto travagliosi e pieni d'ira nell'Onnipotente».
Poi il 7 marzo 1544 di nuovo:
«Mando alle signorie vostre il libretto vulgare già impresso contro la pestilente dottrina di frate Bernardino Ochino, con molto desiderio che quelle, come sono obbligate, sien vigilanti contra questa spirituale e maligna peste, tanto più che contra la peste corporale, quanto di questa spirituale ne seguita la morte eterna. Prego il Signore che in questi miseri e infelici tempi vi scampi, e tutta la città dagli imminenti pericoli e travagli, il che farebbe per sua misericordia se si provedesse prima col temere Dio e rendergli il debito culto, e di poi con osservar la giustizia senza rispetto proprio e affezione di parti, che son cagione della ruina de' regni, e de le città. Non mi occorre altro».
Nell'indice delle Carte Cerviniane dell'archivio di Firenze, filza XXVIII, vedo registrata una lettera di Aonio Paleario, e un'altra della marchesa di Pescara che concernono l'Ochino. Ma non si trovano più, e andarono fra le non poche, sottratte gli anni scorsi, quando anche persone di dottrina e di nome dieder mano al turpe latrocinio, sfacciato a segno, che un negoziante di Parigi offriva pubblicamente agli amatori qualunque autografo desiderassero di questi archivi.
Bensì trovai nella Biblioteca Magliabechiana, manoscritta (Classe XXXIV, num. 2), la risposta latina di Don Basilio de Lapis cistercense a un'epistola dell'Ochino. Oltre usar tutti i modi per toccargli il cuore e indurlo a non nuocere a tante pecorelle che lo aveano seguito nella verità, il frate viene a confutare direttamente la sua dottrina sul matrimonio de' preti, sulla supremazia del pontefice, sul sangue di Cristo come unico espiatore, sul libero arbitrio, sul culto delle immagini, i digiuni, i giorni festivi; la distinzione fra sacerdoti e laici, la confessione.
Avverte bene esser pazzia il dire che tutte le costituzioni della Chiesa siano cattive, giacchè ogni società la leggi per il proprio meglio, niuna ne fa apposta di cattive: qui poi gli autori di tali leggi sostennero il martirio. Finisce con una patetica esortazione. Ad pacis terminum et Domini hereditatem pervenire non potes, quando pacem Domini cum tuo furore corrumpis; quando et nos filii tui non a te, sed tu a nobis continuo recessisti, non unitatem conservasti, non verbum Domini tenuisti; sed quid ultra? finem dabimus et Dominum rogabimus ut te ac nos... dirigat in semitis suis et prorrigat gressus nostros in viam pacis, et te ipsum nobiscum in unitate ecclesiæ et vinculo pacis convertat, et in sinu suo te recipiat atque conservet.
L'Ochino a Ginevra fondò la prima Chiesa italiana[44] e vi pubblicò varie operette, fra cui Cento apologhi[45], lavoro sì accanito, che dicea di vergognarsene perfino lo Sleidan, storico e panegirista della Riforma. Eppure è ancor più sozza una lunga sua lettera che serbasi a Firenze nella Biblioteca Laurenziana contro Paolo III, colle amplificazioni in uso, e col tono a cui oggi ci riavezzano i masnadieri della stampa. Avendo quel papa proibito le opere di lui, esso l'investe, non perchè speri correggere un vecchio ottagenario, ma per mostrare al mondo ch'e' non è vero pontefice, bensì creatura del diavolo. E tira via leggendone la vita, sin da quando giovinetto avvelenò la propria madre, e riuscì a sottrarsi dal processo. Seguono stupri in ogni grado, e libidini su persone, distintamente nominate. Molti assassinj gli attribuisce, dai castighi meritati sempre schermendosi, e poi facendo giustiziare o incarcerare o bandire i proprj complici. La sua elezione fu un traffico ontoso. Dappoi tutto andò per simonie, per corruzione dei cardinali, per vendita d'impieghi, di stupri, di giustizia. Il governo di lui non potrebbe essere peggiore. Gli rinfaccia le colpe e la fine di Pier Luigi, e d'aver lasciato dipingere in una cappella papale il Giudizio di Michelangelo, che appena staria in una bettola. Lo imputa sopratutto d'astrologia e di necromanzia, molto difondendosi sopra questo punto per mostrare come la ragione divina e l'umana vietino l'interporre i demonj alle operazioni nostre, siccome usava Paolo III. E per patti col demonio è egli riuscito papa; quindi non è eletto legittimamente; laonde si esortano i principi a deporlo[46].
Eppure l'Ochino fu filosofo e dialettico non vulgare. Insegnava non potersi giungere al vero colla ragione, ma essere necessaria l'autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l'autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire al misticismo e all'immediata ispirazione. «La ragione naturale, non sanata per la fede (dic'egli) è frenetica e stolta. Sì che puoi pensare come possa esser guida e regola delle cose soprannaturali, e come la sua erronea filosofia possa essere fondamento della teologia, e scala per salire ad essa. Se la ragione umana non fosse frenetica, benchè abbia poco lume delle cose create, pure se ne servirebbe, non solo in elevarsi alla cognizione di Dio, ma molto più in conoscere con Socrate, non solo che non sa, ma nè può alcuna cosa senza la divina grazia. Dove ora è sì superba, che con deprimere, sotterrare e perseguitare Cristo, l'evangelio, la grazia e la fede, ha sempre magnificato l'uomo carnale, il suo lume e le sue forze. E di più per essere frenetica è in modo cervicosa, che per fede non è sanata; non accetta per vero se non quello che gli pare, nè se gli può dare ad intendere una verità, se in prima sindacata dalla sua frenetica ragione, non è conforme al suo cieco giudizio. La filosofia adunque sta giù, bassa, nella oscura valle de' sentimenti; non può alzare la testa alle cose alte e soprannaturali, alle quali è al tutto cieca[47].
«Potrebb'essere una persona, la quale avesse le scritture sacre e la loro interpretazione a mente, e per forza d'umano ingegno l'intendesse umanamente, e fosse senza fede, spirito e vero lume di Dio. Perciò ci bisogna spirito e lume soprannaturale, e che Dio col suo favore ci apra la mente, e ce le facci penetrare divinamente. Non abbiamo dunque ad avere le scritture sacre per nostro ultimo fine, nè per nostre supreme regine ed imperatrici, ma per mezzi e ancille che servano alla fede, allo spirito e alla vera cognizione di Dio, e molto più che le creature. Di poi, benchè nella Chiesa di Dio, per certificarci, formarci e stabilirci nelle verità divine, rivelate e soprannaturali, bisogna all'ultimo venire all'interno testimonio dello Spirito Santo, senz'il quale non si può sapere quali scritture sieno sante e da Dio, e quali no»[48].
Ma l'Ochino, che non avea consentito alla Chiesa universale, potea rassegnarsi alle opinioni individuali di Calvino? Presto in fatti si trovò in disaccordo con quello, sicchè a Ginevra venne scomunicato e perseguitato. A piedi, come sempre, ripigliò dunque il cammino colla moglie, in cerca della verità, e di chi permettesse dirla. A Basilea dov'erasi adunato uno degli ultimi concilj, dove eransi rifuggiti Erasmo ed Hutten, disgustati degli eccessi, dove il Froben stampava scritti arditissimi, l'Ochino recossi per pubblicare i suoi sermoni: ad Augusta chiesto predicatore con ducento fiorini l'anno, moltissimi uditori attirava, sinchè la invasione di Carlo V gli lasciò appena tempo di salvarsi, fuggendo collo Stancari di Mantova.
A Strasburgo ritrovò il vecchio suo amico e compatrioto Pietro Martire Vermiglio, di cui ora diremo, e con lui passato in Inghilterra, predicò ai rifuggiti italiani[49], ma cessata la tolleranza alla morte d'Eduardo VI, tornò in Isvizzera, e fu assunto pastore dagli emigrati di Locarno, i quali dal senato di Zurigo aveano ottenuto una chiesa e l'uso della propria lingua.
Ma accusato di opinioni antitrinitarie, e di acconsentire la poligamia, è costretto ad una professione di fede, ed egli giura di vivere e morire nella fede di Zuinglio. Ma subito n'ha pentimento, in pulpito impugna alcuni dogmi di questo, e ne' suoi Labirinti nega quasi tutte le verità cristiane: onde n'è sbandito, e neppure ottenendo d'indugiarsi fino alla primavera, di settantasei anni, nel cuor dell'inverno, con quattro figliuoli è costretto ripigliare il cammino dell'esiglio, verso la Polonia.
La prima volta che predicò ai fratelli italiani in Cracovia, «Non crediate (disse) venir oggi a veder altro che un vero apostolo di Gesù Cristo. E pel nome e per la gloria di Cristo, e per chiarire la verità delle cose celesti ho io patito ben più di quello che sia di fede aver patito l'uomo o alcun degli apostoli. Nè, se a me non è conceduto come ad essi di far miracoli, meno fede dovete aver a me che ad essi, giacchè noi insegniamo le cose stesse dallo stesso Dio ricevute, ed è miracolo abbastanza grande l'aver noi sofferto quel che patimmo»[50]. Fin a tal punto spingeva la superbia!
Fu de' più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l'aver sostenuto l'indissolubilità del matrimonio, a fronte delle principesche lubricità. Ma già Lutero, per ingrazianirsi il landgravio d'Assia, aveva approvato la bigamia: ora l'Ochino, nel XXI de' suoi Trenta dialoghi, sostenne che un marito, il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve prima implorare da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l'istinto, che conoscerà certamente provenire da Dio, e prendersi una seconda moglie senza sciogliersi dalla prima[51].
Era una bassa condiscendenza a Sigismondo, re di Polonia, inuzzolito di nuove nozze: e meritò all'Ochino lo sdegno di molti cattolici, e principalmente del cardinale Osio gran difensore del regno d'Ungheria. Il quale ne scrisse dissuadendo esso re, e mostrando qual pregiudizio ne deriverebbe a tutto il paese. «Non credo che nel nostro secolo siavi stato più pestilente eretico di quell'empio Bernardino Ochino, che osò fin richiamare in dubbio se esista Dio, e se si prenda cura delle cose umane. Ai consigli di questo scellerato dicesi che si ascolti nella patria nostra; i quali se avesser sèguito, fin gli elementi insorgerebbero contro di noi nè potrebber sì atroce delitto sopportare[52]». Anche il protestante Bullinger inveiva contro l'Ochino, meravigliandosi che un vecchio scrivesse di tali cose, e tanto più un ministro della Chiesa: nei dialoghi aver ritratto se stesso, affinchè il conosca chi nol conobbe finora: «è uomo dotto in senso reprobo, ingrato contro il senato e i ministri, empio, malizioso per non dire bugiardissimo».
L'Ochino di rimpatto lagnavasi di esso, e «Non pensavo che il Bullinger fosse papa a Zurigo, e che non solamente a' suoi precetti, ma ancora alle sue esortazioni s'avesse ad obbedire, e molto più che al senato». Teodoro Beza pure gli urlava dietro: «Ochino è uno scellerato, libidinoso, fautor degli Ariani, beffatore di Cristo e della sua Chiesa»: onde non fu raccolto a Basilea, nè a Mulhausen; e s'ascose in Moravia, dove, perduto due figliuole e un ragazzo dalla peste, morì nel 1564.
Tutt'altrimenti il Boverio ne racconta a lungo la fine, quasi avvenisse in Ginevra, e che si confessò da un prete cattolico, e si ritrattò dinanzi a quanti lo visitavano. Di ciò istizziti, i magistrati di Ginevra ordinarono che, se persisteva, venisse ucciso, come fecero a pugnalate. Di un fatto così improbabile adduce molte testimonianze, ma non dirette. Egli fa gran caso che Teodoro Beza, nel libro intitolato Verae imagines virorum illustrium impietate et doctrina, quorum labore Deus usus est, his extremis temporibus, ad veram religionem instaurandam ex diversis christianitatis regionibus (Ginevra 1531), dice: Petrus Martir (Vermiglio) in egressu suo ex Italia habuit socium Bernardinum Ochinum, monachum magni nominis apud Italos, et auctorem ordinis Capucinorum (?), qui in fine se ostendit esse iniquum hypocritam, atque habuit alios qui omnino aliter se gesserunt.
Il Boverio argomenta che, se il Beza lo giudicò ipocrita, vuol dire che l'Ochino finì cattolico[53]. Ma ognun comprende che allude alle opinioni antitrinitarie del frate, per le quali i dissidenti fra loro paleggiavansi ingiurie, non meno violente che contro i Cattolici[54].
[DISCORSO XXIV.]
PIETRO MARTIRE VERMIGLIO.
A un Vermiglio di Firenze morivano tutti i figliuoli: onde fece voto, se uno ne conservasse, dedicarlo a san Pietro Martire. E di questo pose il nome a un maschio, natogli la madonna di settembre 1500, e che sopravvisse.
L'affettuosa madre Maria Fumantina coltivò di buon'ora i talenti del fanciullo, e gl'insegnò il latino, ch'essa conosceva a segno da poter tradurre Terenzio: non furono risparmiate spese per l'educazione di esso: e sotto Marcello Vergilio, secretario della repubblica fiorentina, ebbe valenti condiscepoli, Francesco Medici, Alessandro Capponi, Angelo e Pandolfo Stufa, Francesco Rafaele Ricci e, miglior umanista di tutti, Pietro Vettori. A sedici anni dalla corruttela del secolo rifuggitosi nel chiostro, si fe canonico regolare agostiniano a Fiesole, mentre sua sorella Felicita entrava nelle monache di San Pietro Martire. Ne provò dolore, pur non senza compiacenza, il loro padre, ch'era uno dei devoti a frà Savonarola, e che morendo lasciò parte de' suoi beni all'Albergo de' Forestieri in sussidio dei poveri.
A Fiesole Pietro Martire trovò grande opportunità agli studj; e massime alle sacre scritture dava grand'attenzione, e se ne metteva a mente dei pezzi, del che si giovò in appresso grandemente. Dopo tre anni passato nel convento di San Giovan di Verdara presso Padova onde frequentare quella Università, vi studiò otto anni le varie opinioni filosofiche e teologiche; e poichè la filosofia d'Aristotele c'era in voga, nè egli si soddisfaceva della traduzione latina, s'applicò al greco assiduamente: mentre nella teologia l'istruivano due professori domenicani ed uno eremitano. Di ventisei anni si pose a predicare; al che gli Agostiniani di solito erano scelti nell'advento e nella quaresima, serbandosi le prediche ordinarie dell'anno ai Domenicani. Fece il primo saggio a Brescia, indi a Roma, Bologna, Venezia, Mantova, Bergamo, Pisa, Casal Monferrato; oltre che leggeva scrittura sacra in varj conventi del suo Ordine, a Padova, a Ravenna, a Bologna, a Vercelli, dove legò amicizia con Benedetto Cusano vercellese, buon grecista e traduttore d'Omero, e da cui siamo informati degli studj assidui di quello.
Dapprincipio la devozione di suo padre l'ebbe innamorato del Savonarola, e ne ammirava l'intrepidezza al predicare e al soffrire. Egli stesso predicando seguiva i metodi scolastici; leggeva i Padri, e non trovandoli concordi, si appigliò al Vecchio e Nuovo Testamento, e per meglio comprenderlo apprese l'ebraico da Isacco, medico israelita. Investito dell'abazia di Spoleto, mostrò capacità agli affari e prudenza; molte irregolarità vedute in conventi e monasteri cercò emendare, come pure di riconciliare i partiti della città.
Accettato quindi nel convento di San Pietro ad Ara di Napoli, maggiore in dignità, quivi gli capitarono i commenti del Bucer sul vangelo e sui salmi, stampati il 1527, e tradotti in italiano sotto il falso nome del Arezzo Felino; poi la Vera e falsa religione di Zuinglio, ed altre opere di Riformati. Se ne invaghì e le meditava col Cusano e col poeta Flaminio, e più dopo che strinse relazione cogli amici del Valdes. Già intinto di questi principj, cominciò nel 1541 in San Pietro ad esporre l'epistola ai Corinti, con tal concorso, che, chi non v'andasse, era reputato mal cristiano. Un giorno prese per testo le parole della prima, delle quali soleano valersi i teologi per appoggiar la credenza al purgatorio: «Il dì del Signore farà conoscere le opere di ciascuno; il fuoco proverà qual sia l'opera di ciascuno; se l'opera di alcuno brucerà, egli ne soffrirà il danno: ma sarà salvato, però per mezzo al fuoco». Aspettavansi la solita parenesi sulle anime purganti, e invece provò che quelle parole doveano prendersi in senso emblematico, significando l'intera distruzione dell'errore, e ciò sostenne con grandi autorità. I preti, e massime i Teatini, lo denunziarono, onde il vicerè Toledo gli interdisse di più predicare: ma Pietro Martire, sorretto da' suoi frati e da persone ragguardevoli, ricusò obbedire, n'appellò al papa, ottenne di continuare come prima, e così sparse quel seme che poi germogliò.
Se non che, avanti compiere il suo triennio, gittaronsi pericolose febbri, delle quali il Cusano morì, e Pietro Martire fu costretto cangiar aria. Allora destinato visitatore generale del suo Ordine in Italia, ebbe modo di riparare molti abusi, all'uopo consigliandosi col cardinal Gonzaga, protettore di quella religione, e rimovendo i contumaci: uno de' più resistenti fu relegato in vita nell'isola Diomedea.
Posto priore a San Frediano di Lucca (1541), meno velò le sue opinioni, e quasi ne aperse scuola, ed affinchè la gioventù fosse ben istrutta, chiamò Paolo Lazise, famoso aristotelico di Verona, a insegnare il latino; Celso Martinengo il greco, Emanuele Tranellio di Ferrara l'ebraico, ed eccitava i giovani a tenere ben d'occhio se egli spiegasse rettamente le epistole di san Paolo e qualche salmo. Così acquistò alle nuove credenze diciotto monaci, che nelle vicinanze le sparpagliarono, mentr'egli le predicava nella cattedrale di Lucca.
Il cardinale Contarini, tornando dal colloquio di Ratisbona, venne col maestro del Sacro Palazzo a far riverenza a papa Paolo III, ch'erasi reso a un congresso in Lucca con Carlo V, e quivi si trattenne con Pietro Martire in discussioni religiose, siccome le aveva intese in Germania, e per le quali il Fiorentino venne a confermarsi nelle sue idee[55]. Pure nella dimora del papa egli non ebbe disturbo. Ma presto a Roma se ne sussurrò, e il vescovo Bartolomeo Guidiccioni scrisse alla signoria di Lucca, lamentando vi si tollerassero i nuovi errori: ch'erano predicati anche apertamente da don Costantino priore di Fregonara.
Di Pietro Martire non è cenno in quelle lettere, forse per riguardo a' suoi molti amici. Ma egli temendo, e viepiù dopo che fu citato a un capitolo generale del suo Ordine in Genova, dispose ogni cosa, e secretamente ajutato da Cristoforo Brenta patrizio lucchese, partì col Lazise, col Trebellio e con Giulio Terenziano di Piacenza, il quale restò sempre suo fedele compagno. Da Pisa scrisse al cardinale Polo ed a' suoi amici di Lucca, sponendo le sue opinioni sui traviamenti della Chiesa romana. A Firenze persuase l'Ochino a imitarlo, e di due giorni il precedette per Bologna, Ferrara, Verona, accolto con favore dagli aderenti, e per l'Alpi retiche arrivò a Zurigo il 1542.
Bullinger, Pellicano, Rodolfo Gualter, Bibliander l'accolsero come fratello; passò quindi a Basilea, poi a Strasburgo[56], donde il 6 gennajo 1543 dirigeva una lettera alla sua diletta Chiesa di Lucca.
In cinque anni che colà dimorò, stampava prima il Catechismo ovvero esposizione del symbolo apostolico (Basilea, 1546), poi varj libri sul Nuovo e Vecchio Testamento, e facea pubblici commenti. Suo metodo era di dare in prima il senso letterale di ciascun versetto, poi ne traeva gli argomenti e l'istruzione, ciascun passo confrontando con altri, e gli uni cogli altri rischiarando, sempre con severità e semplicità; adduceva in appresso le opinioni dei Padri sui punti discussi, e faceasi ammirare per la lucidità e precisione, forse dovuta allo studio fatto su Aristotele, e per cui veniva giudicato superiore a Bucer. Puro ed elegante riconosceasi il suo latino, benchè troppo conciso; nè mancava di movimenti patetici qualora dovesse esortare l'uditorio al pentimento, o descrivere la gioja di servir a Dio. Gran cura metteva alla precisione delle parole quando trattava della giustificazione e predestinazione e della santa cena.
Pietro teneva sempre occhio alle cose d'Italia e massime di Lucca; doleasi che molti per terrore rinunziassero ai nuovi insegnamenti, e al Bullinger scriveva: «Ti prego di pregare per quell'infelice Italia, perchè, fin quando non siasi convertita a Cristo, non troverà la fine de' suoi mali»[57].
Ai Lucchesi diresse anche uno scritto per esortarli a rimaner nella fede, rammentando con compiacenza i tempi che, debole ancora, dalle loro piante raccolse i primi germi dell'evangelica cognizione. «Ma come frenar le lagrime quando vedo il lieto giardino de' miei fratelli lucchesi devastato dal nembo così, che pare non abbia mai avuto il buon seme, nè la celeste rugiada dello Spirito Santo l'abbia irrorato? O cari fratelli in Cristo, chi mai turbò così lo spirito vostro, mutato il vostro cuore? Foss'io ancora tra voi, potessi con voi piangere e desolarmi della grande sventura che vi colpì! Che se il pericolo vi sgomenta, vi resta lo spediente dei deboli, come taluni lo chiamano, ma ch'io credo un mezzo prudente; la fuga. Vedete i Lucchesi che fuoruscirono; sono ancora fedeli campioni di Cristo, vogliono col loro sangue spianare la via al vangelo in Italia. Ma quanto tempo non restò soffocata questa speranza!» E gli esorta alla penitenza e alla preghiera, e li conforta coll'esempio di tanti loro fratelli, martiri per la verità; anch'essi avrebbero preferito rimanere in Italia cogli amici, coi compatrioti; e godere i proprj retaggi; ma Cristo concesse loro la grazia di farsi superiori al mondo, di preferire a tutto la pace della loro coscienza, non separarsi dal Signore, e porgere testimonianza della verità del suo vangelo[58].
Non potendo, in grazia della lingua, servire alla Chiesa di quel paese, viveva in comune co' profughi italiani, massime frati che, ad esempio di lui aveano abbandonato i conventi, e continuavano una vita modesta e parca. Sposò Caterina Dammartin di Metz, lodata per modestia, gentilezza e affetto maritale.
Poichè, quando in Germania i Protestanti della Lega Smalcaldica trovaronsi sconfitti da Carlo V, Eduardo VI li favoriva in Inghilterra; e l'arcivescovo Cranmer, famoso capoparte, chiamò colà Pietro Martire e l'Ochino nel 1547. Pietro Martire v'andò col suo Giulio Terenziano, e l'arcivescovo assegnò a lui una pensione come regio professore di divinità a Oxford, all'Ochino un canonicato di Cantorbery, senza obbligo di residenza. Pietro Martire fece s'invitasse colà anche Bucer, che si lamentava non potesse più la divina parola proclamarsi in Germania, e che v'arrivò coll'ebraicista Paolo Fazio l'aprile 1549, spiegando questo il Vecchio Testamento, Pietro Martire il nuovo. Lautamente stipendiato, leggeva l'epistole ai Corintj come ricche d'insegnamenti, e opportune ad opporre la semplicità e purezza della primitiva Chiesa alle baldorie della romana. Con ciò disgustava i molti, che a questa conservavano affezione colà, come col dichiarare ciò che già in Italia aveva insegnato, la santa cena non essere nulla più che una commemorazione. Cominciossi dunque a disapprovarlo, e tal rumore levossi, che dovette intromettersi l'autorità. Pietro Martire rassegnavasi a molte modificazioni per amor di pace. Alcun tempo opinò con Bucer, che barcollava tra Zuinglio e Lutero intorno alla presenza reale e al merito delle opere; col che imbarazzavansi i fedeli a segno, che più non sapevano con chi tenere. Allorchè stampò a Francoforte l'esposizione delle epistole ai Corintj, lasciò che Bullinger correggesse le sue espressioni in proposito, non tenendo tanto (dice) all'opinione sua personale quanto a stabilirne una nella Chiesa. E proponeva una disputa a Oxford, volendo però che gli avversarj nel combatterlo seguitassero lo stesso metodo di lui; ma Ricardo Smith, capo di quelli, prima del giorno prefisso alla sfida uscì di paese. I delegati del re assistettero alla disputa, che per quattro giorni Pietro Martire sostenne con tre teologi papali contro la transustanziazione e la presenza reale: e il gran cancelliere dell'Università lo pronunciò vincitore, e vero Pietro per la costanza, vero Martire per le tante testimonianze addotte in pruova della verità[59].
Ma l'abolizione de' conventi avea cresciuto le sofferenze de' poveri in Inghilterra, i quali dapertutto sollevatisi, domandavano si ripristinasse il cattolicismo; in aspetto minaccioso avvicinavansi ad Oxford, e uno dei designati alla loro collera era Pietro Martire, gridato a morte.
L'autorità durò fatica a tutelarlo; furono sospese le sue lezioni, e non sentendosi egli sicuro, tampoco in casa, sotto buona scorta fu condotto a Londra. Il re l'accolse favorevolmente a Richmond, e gli promise il primo canonicato che vacasse nella chiesa del Cristo, come in fatto fece: ove, quetate le cose, tornò a' suoi lavori.
La storia della Riforma in Inghilterra è piena del nome di Pietro Martire, che fu adoprato moltissimo anche dall'arcivescovo Cranmer[60]; ma egli riconosceva che immensi abusi vi si erano lasciati sopravvivere, e che il bene era più in aspettazione che in attualità; e si lagna che il popolo si opponga all'istruzione, perchè secretamente vien assodato ne' suoi errori dai papisti. Infatto gl'insulti non cessavano contro di lui, nè i libri avversi[61]: ma di rimpatto vedeasi riverito da eminenti personaggi, e fu dottorato dall'Università d'Oxford, sicchè in gaudiosa agiatezza poteva attendere ai suoi studj; trattò della liturgia inglese, che fu stabilita in quarantadue articoli, avvicinandosi alla ginevrina; censurò il Libro di preghiere, nel quale ancora supplicavasi a Maria e ai santi[62].
Continuavano pure le sue dispute sull'Eucaristia, non tenendosi ben saldo in una credenza.
Ma in quella moriva re Eduardo, e Maria la Cattolica ripristinava in Inghilterra il culto avito e le credenze popolari, onde gli esuli capirono che più non era clima per loro. Pietro Martire appena ricuperavasi da grave malattia, quando fu afflitto dalla morte della moglie. Fu ella sepolta nella cattedrale di Oxford presso la tomba di santa Fridesvida; rivalsi i Cattolici, ne venne levata, poi rimessavi al tempo di Elisabetta, e unita agli avanzi di quella santa, recitandosi un discorso che conchiudeva: «Qui riposa la religione colla superstizione».
Pietro Martire fu tenuto in arresto in casa, ma avendo rimostrato d'essere stato chiesto colà dal defunto re, e aver invano domandato d'andarsene, non ebbe altre molestie, e assistette Cranmer nel dimostrare che il Libro di preghiere non contenea nulla di contrario alla Chiesa cattolica.
Passò poi non senza pericoli sul continente, e col fido Giulio arrivò a Strasburgo il 30 ottobre 1553. Informato subito da lui di quanto aveva operato in Inghilterra, Calvino lo invitò a dirigere a Ginevra la Chiesa italiana, ma egli esortò a lasciarvi Celso Martinengo, uomo onesto, dotto, grave. A Strasburgo, il senato gli diede a espor le sante scritture nella scuola di san Tommaso; mentre Girolamo Zanchi, che gli era succeduto quando passò in Inghilterra, leggeva il libro De natura di Aristotele. I molti Lucchesi rifuggiti avrebbero bramato averlo per loro ministro, ma egli rispondeva l'8 marzo 1555: «Quanto volontieri presterei ancor una volta servigio a' miei italiani! come Paolo di nuovo ai Giudei predicò la salute, così io nulla meglio desidererei che convertire i miei compatrioti. Ma il concistoro di qui non v'acconsente; ed io son di tanto obbligato agli Strasburghesi, che non posso lasciarli, e anche la Chiesa francese mi esorta agli rimanere».
I due italiani però vi erano forte contraddetti dai Luterani per le loro opinioni sulla Cena. I magistrati avrebbero voluto si acconciassero alle credenze del paese, e a ciò ch'erasi stabilito nella pace di religione; ma per quanto Pietro Martire fosse persuaso doversi tollerare tutte le opinioni parziali, purchè non uscissero dalla rivelazione divina, non credette poter far tacere la sua coscienza fino a quel punto. Pertanto volontieri ricevette l'invito, direttogli dal senato di Zurigo, di succedere all'illustre Corrado Pellicano come professore di lingua santa. Bullinger gli scriveva confortandolo ad accettare: «Lungo sarebbe enumerare le ragioni che ti devono indurre. E prima l'elezione evidente di Dio. Poi il tornare co' tuoi colleghi e nella società d'uomini che ti amano, e sono alieni da alterazioni. Qui troverai il vecchio tuo amico e fratello Ochino, e una Chiesa italiana, che la Germania non ha la pari. Tu se' in vicinanza dell'Italia, e puoi mandarvi ciò che credi. Qui fra gl'incomodi della vecchiaja troverai pace e calma», e continuava con ragioni che molto valsero sul Vermiglio.
Il quale ruppe i legami con una città, che per lungo tempo era stata il campo della sua attività e dove lasciò onorata memoria, massime tra i rifuggiti inglesi e italiani. Il suo discorso di congedo eccitò la commozione di tutti; e alquanti anni dopo, Wigand Orth professore di Marburgo scriveva allo Zanchi: «Parmi ancora veder le lacrime che professori e studenti versarono; molti consideravano come inabissata questa scuola da che spegnevasi un tanto lume. E davvero fu grande sbaglio il lasciar partire un tal uomo, un teologo, qual la Germania presente non ne possiede un altro»[63].
E Bullinger a Giovanni Travers di Zus: «Morto Pellicano nell'integra e sincera confessione della fede, in suo luogo a professar lettere sacre ed ebree fu chiamato Pietro Martire, che venne a noi il mese passato, e fu accolto con pubblica allegrezza. Ora professano a vicenda due persone incomparabili; Teodoro Billiander e Pietro Martire: e questo espone le storie, quello spiega i profeti; entrambi con rara cognizione delle lingue e perizia delle Scritture; entrambi eloquenti ed esercitatissimi in ogni arte e disciplina, sicchè riportano somma lode».
Nel discorso inaugurale, Pietro Martire esponeva la propria vita, e quali lotte ebbe a sostenere in Italia per giungere alla conoscenza della verità, ma ciò che poteva opprimerlo servì invece a saldarlo nella fede, per ajuto dello Spirito Santo: mostrava come i tanti dottori di Parigi, Lovanio, Salamanca, Bologna, Padova insegnassero tutt'altro che la vera teologia, a confronto di quelli che la spiegano in Isvizzera.
Colà egli interpretava i libri di Samuele, e a due mire principali si volgeva; giustificare gli Evangelici contro i loro avversarj romani, e mostrare il giusto governo della Chiesa. Che i Protestanti avessero rotto l'unità della Chiesa, e introdotto uno scisma più profondo e deplorabile de' precedenti, ei lo nega, giacchè unione non vi può essere che nella parola di Cristo, sciolta dalla parola umana; aver essi pure desiderato un Concilio, ma dove intervenissero anche i Protestanti, e non aver potuto ottenerlo.
Morto che fu Celso Martinengo, gli Italiani e massime i Lucchesi rifuggiti a Ginevra chiedeano Pietro Martire per loro pastore, e Calvino ve l'esortava, attesochè a Zurigo molti teologi v'avea, pochissimi a Ginevra, dove pur tanto n'era bisogno per frenare le opinioni antitrinitarie che vi serpeggiavano.
Oltre le lunghe contese coi Luterani intorno alla Cena, altre ne durò Pietro Martire col Brenzio intorno all'ubiquità, con Bibliander intorno al libero arbitrio, e i molti scritti in proposito trovansi ne' suoi Loci comunes. Combatteva anche gli errori degli Unitarj di Polonia; eppure il suo spirito di conciliazione gli cagionò dispiaceri, lasciando credere propendesse alle teorie antivangeliche dell'Ochino e del Biandrata. Onde a Calvino scriveva nel giugno 1558, che le turbolenze della Chiesa italiana di Ginevra non gli lasciavano quiete giorno o notte; che il Biandrata, venuto a trovarlo, aveva cercato guadagnarlo a' suoi errori; che ne' colloqui con esso erasi fatto certo come ammettesse solo una persona nella divina natura, e il Padre e il Figlio non formare una sola essenza, talchè si veniva alla pluralità degli Dei, anzi il Gribaldi la affermava in termini evidenti. Pietro Martire ingegnossi d'indur il Biandrata all'unità della Chiesa, e con pura e sincera mente soscrivere alla formola sanzionata; ma quegli perseverò, e andossene a Chiavenna con un tal Giovanni Paolo pedemontano, come vedremo.
Anche d'Inghilterra, dopo che, morta Maria, la succeduta Elisabetta rintegrò il protestantismo, continue lettere riceveva il Vermiglio, fin di vescovi e di Università, e a nome della regina chiedeanlo di pareri in fatto di credenze, di riti, di vesti, di cerimonie. Perocchè in paese tanto attaccato agli usi precedenti, segregatosi da Roma sol per decreti sovrani, la regina non osava distruggere tutto, e si ritennero croci, lumi, paramenti; nè Pietro Martire mostrava repugnarvi, forse per quel suo sistema conciliatore. Richiamato nell'isola, non si sapeva indurre a recarvisi, perchè avrebbe avuto a lottar di continuo, mentre ormai non ambiva più che la quiete. Bensì accettò di assistere Teodoro Beza nel colloquio di Poissy, dove trattavasi di stabilire una fede pel regno di Francia.
In quel colloquio egli parlò italiano, e fece molto effetto[64] non di mutare Cattolici, ma d'indurre i Riformati a credere che nella santa cena, per virtù ed efficacia di Dio, riceviamo realmente il corpo e sangue di Cristo. Pure industriavasi sempre a trarre ad accordi; mutava transustanziazione in consustanziazione; e cercava dissipare nella regina le sinistre voci, sparsesi sulle sue credenze; essere egli vissuto in paesi differenti, ma sempre procacciando pace e concordia; obbedendo alle leggi, per altro senza disviare dalle proprie credenze.
Questa regina era Caterina de' Medici, sua concittadina. Chiamato da lei, le s'ingnocchiò davanti, come di costume; ed essa con lui depose l'orgoglio consueto, e lungamente gli favellò in italiano. Egli la esortò a farsi coraggio, e professare la religione pura, col che gioverebbe non alla Francia solo, ma a tutta la cristianità: che Dio poteva compiere l'opera sua anche senza i principi, pure voleva a questi offrire il mezzo di adempiere il loro dovere. Caterina rispose che anch'ella desiderava si conoscesse la verità, e per tal proposito aveali radunati, e per avere consiglio del come assodare la pace senza ledere gli avversarj. Difficile cómpito suggerire un mezzo che piacesse ai Protestanti e non costasse ai Cattolici! Nè il Vermiglio lo sapeva, e rispondeva: «Ignoro se un tale spediente esista; esistesse anche, poco io aspetto dalla buona volontà degli avversarj. Ma Cristo stesso disse che non era venuto a portar la pace, sibbene la spada. Abbracci ella la vera religione, e non avrà sudditi più fedeli che i Protestanti.
E Caterina: «Nol posso credere: gli Ugonotti han preso le armi di nuovo.
Martire. «Purchè Vostra Maestà stabilisse d'aprir la via alla verità, Iddio manderebbe subito la pace.
Caterina. «Se tu non credi che la Chiesa possa esser riformata dai prelati, dammi un parere sulla soluzione di questa difficoltà.
Martire. «Concedete ai Protestanti la libertà di religione, e la verità si farà da se medesima manifesta, ne più sarà mestieri di colloqui o disputazioni».
Così il discorso procedea sulle generali; se non che Caterina pensava potesse dai Cattolici farsi adottare la confessione augustana, ma Pietro Martire assicurava non potrebbe mai da Roma prendersi come base dell'unità quella ch'era stata condannata come eresia.
Fu proseguito il colloquio col gran cancelliere L'Hopital, poi col re di Navarra, che volle intendere da esso le particolarità della sua fuga dall'Italia e de' successi posteriori. Ma Pietro Martire non s'illudeva, e al Bullinger descrivendo questi fatti[65], chiamava cieca la regina, se sperava riformare col consenso de' prelati; tacciava il re di Navarra come freddo, perchè andava ancora alla messa.
Molto ebbero a dire e Cattolici e Protestanti di questo colloquio, quali asserendo che l'astuta Italiana avesse guadagnato lui, quali ch'egli avesse convertita lei; paure e speranze del pari mal fondate, poichè egli era troppo prudente per mettersi in mano di Caterina, e questa troppo imperiosa per lasciarsi dominare da motivi religiosi.
Tornato a Zurigo, Pietro Martire cadde nell'ultima malattia. Nella quale, assistito dal Bullinger, sempre si occupava di cose spirituali, fin nel delirio togliendo a confutare l'ubiquità del Brenzio[66].
Spirato il 12 novembre 1562, ebbe esequie solenni ed affettuose[67]: e Wolfango Haller scriveva allo Zanchi: «Martire non era soltanto un lume e un appoggio della nostra Chiesa, ma di tutta la comunione de' fedeli; sì grandi erano la sua prudenza, le cognizioni, la dignità, l'umanità, che tutti lo ammiravano ed amavano. Chi potrebb'essere così privo di senso, da non deplorare nel profondo del cuore la perdita di un tal uomo?» Lo compiansero in versi latini e greci Giosia Simler, Corrado Gesner suo medico ultimo, Rodolfo Gualter, Wolfango Musculo, Giovanni e Wolfango Haller, Beza, il vescovo inglese Parkhurst ed altri; a tacere le condoglianze onde sono piene le lettere d'allora, massime quelle del Beza, e fin de' Cattolici, solo dolenti che si fosse da loro scostato[68].
Aveva egli sposato in seconde nozze Caterina Merenda, d'una famiglia di mercanti bresciani, fuorusciti per religione; e n'ebbe due figli che morirono; e postuma Maria, che si maritò male in Paolo Zanin, profugo italiano. La vedova passò poi a seconde nozze con Lodovico Ronco mercante di Locarno.
A Zurigo il Vermiglio avea rivedute le opere sue antecedenti, e in particolar modo il commento all'epistola ai Romani. Il più lontano dai Cattolici è il libro sulla Cena, scritto in Inghilterra per confutare Stefano Gardiner, che aveva stampato col pseudonimo di Antonio Costanzo. Molte opere rimaste inedite furono dal Terenziano consegnate al Simler, il quale le pubblicò, e principalmente i commenti al primo, secondo e parte del terzo libro dell'Etica d'Aristotile. Queste ed altre opere di lui vennero tradotte in varie lingue, e da molti reputate pari, da alcuni fin superiori all'Istituzione di Calvino. Una medaglia d'argento col suo ritratto fu coniata a Zurigo da amici inglesi. Giosia Simler ne diresse una vita al vescovo Jewel, la quale è il fondamento di quanto se ne sa[69]. Non ebbe il fuoco d'un Farel (dice il suo biografo); non contribuì quanto Lutero, Calvino, Bullinger a formare la Chiesa, ma la sua moderazione non gli tolse di sacrificare tutto l'essere suo al vangelo, e con la sua rara superiorità sviluppò l'insegnamento e l'interpretazione delle Scritture. È anche convenuto che nella dogmatica e nell'esegesi ha reso grandi servigi per lungo tempo in tutte le chiese riformate in ogni parte d'Europa.
[DISCORSO XXV.]
GALEAZZO CARACCIOLO.
Colantonio marchese Caracciolo napoletano servì al principe d'Orange nell'assedio di Firenze, e sostenne varie missioni presso l'imperatore Carlo V, al quale avea reso pure segnalati servigi nell'occupazione francese del 1528, onde gli venne in gran favore, e ne fu creato uno de' sei consiglieri del vicerè di Napoli. Sposò una Carafa, e mortagli sovra il primo parto, egli concentrò tutto l'affetto sul rimastogli figlio Galeazzo, e gli cercò sposa Vittoria, erede del duca di Nocera; donde questi generò quattro figli e due fanciulle.
Galeazzo fu fatto ciambellano, cavaliere della chiave d'oro dell'impero: e colle cortesi maniere cattivavasi l'universale benevolenza. Frequentava le conferenze in casa del Valdes con Francesco Caserta, notando il divario fra l'insegnamento evangelico e le pratiche di Roma, viepiù da che intese Pietro Martire spiegare l'epistola ai Corintj. Il quale diceva: «Se alcuno vede in distanza una quantità di persone muoversi, e girarsi e rigirarsi in diverse direzioni, queste gli pajono una turba di disennati. Ma se accostandosi s'accorge della melodia che ispira e regola i loro movimenti, lo spettatore, non solo comincia a comprendere la loro azione, ma concepisce tal simpatia per questa scena, ch'egli stesso vuole unirsi ai danzanti. Altrettanto avviene se noi vediamo taluno cangiare tenor di vita, e operare diverso da tutta la restante società. Dapprima lo teniamo per disennato o stravagante: ma un più attento esame della condotta e de' principj suoi ci convince che armonizza colla parola di Dio e coi dettami dello Spirito Santo. Il movente delle sue azioni è rivelato, e gli spettatori ne rimangono talmente compresi, ch'essi medesimi rinunciano agli illusorj piaceri del mondo, volgonsi con sincero desiderio alla santificazione, e s'accordano colle persone che prima biasimavano».
Il Caracciolo ben presto entrò nella risoluzione di volgersi a vita di spirito: ma l'eseguirlo tornava difficile. Il suo grado, il posto alla Corte, la pubblicità della sua vita esponevanlo agli sguardi di tutti, e il suo cambiamento desterebbe meraviglia fra le persone, inabili a comprendere l'efficacia della parola di Dio[70]. Di ciò per altro davasi minor briga, che d'altri ostacoli. Suo padre Colantonio fondava su lui superbe speranze d'esaltamento alla sua famiglia: dedito alle pratiche cattoliche non men che alla Corte, abborriva coteste empie novità, e nessuna arte trascurò per distorne il figliuolo. La moglie non sapeva più riconoscere il suo brillante marito nel meditabondo Galeazzo, e l'accusava di sminuito affetto. La Corte stessa ben presto risolse di estirpare gli eretici, che colà pendeano al senso degli Ariani e degli Anabattisti, e coi quali confondeansi tutti i novatori; nè il Caracciolo era così fino teologante da sapere distinguere, o da poter confutare. L'Inquisizione in fatto cominciò a perseguitare i novatori e fra gli altri il Caserta, amico del Caracciolo, che finì sul patibolo.
Come ciambellano, il Caracciolo doveva condursi spesso in Germania, dove porgeasegli occasione di udire Protestanti, e particolarmente nella Dieta di Ratisbona (1542), dove si oppugnò la supremazia di san Pietro, e si sostennero
il matrimonio de' preti, la comunione sotto due specie, ed altri punti. Ne ritornava egli sempre meglio confermato nella dottrina della giustificazione, e ancor più dopo una visita che fece a Pietro Martire a Strasburgo. Reduce a Napoli, esortò gli amici a staccarsi dalla Chiesa di Roma: e poichè li vide tiepidi, soffocò in sè le affezioni domestiche, e raccomandandosi sovente a Dio (i suoi ci conservano la preghiera che suppongono facesse), se ne partì il marzo 1551, avendo trentacinque anni, e portando duemila ducati. Molti amici aveano promesso accompagnarlo; ma nol seguirono oltre i confini d'Italia. Stette alla Corte in Augusta fin quando Carlo V lo mise fuor della legge; allora passò a Ginevra, ove giunsero poco poi Lattanzio Ragnoni di Siena, da lui conosciuti a Napoli: e legossi con Calvino ed altri caporioni, che pensate se carezzavano questo insigne acquisto.
A Napoli tal fuga fu udita con sommo dolore: la famiglia se ne tenne disonorata; l'Inquisizione fece indagini su' suoi amici: il padre non tralasciò nulla per richiamarlo; supplicò l'imperatore lo lasciasse venire impunemente, e gli mandò un salvacondotto di Venezia, in nome dell'autorità paterna intimandogli tornasse. In fatto padre e figlio scontraronsi a Verona il 29 aprile 1553, ma per quanto valutasse e l'affetto e l'autorità paterna, Galeazzo non si lasciò smuovere.
Più tardi, allorchè divenne papa il Carafa suo prozio, Colantonio ne impetrò che Galeazzo potesse rimanere sul territorio veneto, senza cessare nessuna pratica religiosa; e gli mandò un passaporto perchè venisse a Mantova. Ci arrivò infatto il 15 giugno 1555, e subì un nuovo assalto della tenerezza paterna; non chiedersegli nulla di contrario alla sua religione; tornasse all'Italia sua; obbedisse al padre in un punto che nulla ledeva la coscienza; riabitasse colla moglie, coi figliuoli, nel modo che conveniva al suo grado. Ma egli calcolò che avrebbe dovuto vivere sotto al papa, presso l'Inquisizione, e preferì le cipolle d'Egitto alla manna del deserto. Il padre deluso tornossene a Napoli per la via di Roma: e Galeazzo l'accompagnò quanto il salvocondotto gli permetteva, per tutto il dominio veneto. In quell'occasione visitò la duchessa di Ferrara: poi per la Valtellina si restituì a Ginevra, ove i suoi amici ringraziarono Dio del suo ritorno.
La moglie Vittoria non sapeva rassegnarsi al distacco, e con lettere e messaggi incessanti lo sollecitava al rimpatrio. Alfine gli chiese d'almeno vederlo: esibendosi incontrarlo in qualche porto veneto, non troppo distante dal Regno. E si fissò Lésina, sulla costa di Dalmazia, sol dalla larghezza del mare Adriatico disgiunta da Vico, feudo suo paterno. Galeazzo vi comparve puntuale ad aspettarla, ma essa mancò, e scusandosi con buone ragioni, gli mandò solo i due figliuoli Colantonio e Carlo. Fosse amore per la donna, o speranza di convertirla e trarla seco, Galeazzo risolse andarla a raggiungere. Erasi egli fatto cittadino di Coira, concessione difficilissima a chi non v'abitasse[71]; onde sicuro tragittossi a Vico, e vi trovò tutta la famiglia.
Quanta fu la prima esultanza del ritrovo, altrettanto il dispiacere di lui nel non riuscire a trascinar nelle sue opinioni la donna sua, fida alla religione avita, e risoluta di non abitare paese ove quella fosse proscritta, e per sempre separarsi da esso se persisteva nell'eresia. Lasciamo all'immaginazione il distacco, ove mescolavansi gli affetti di parentela e di patria coi sentimenti religiosi opposti, e lottavano due convinzioni pertinaci. Col cuore lacerato e chi restava e chi partiva, si divisero per sempre.
Tragittatosi di nuovo a Lesina, passò rapidamente a Venezia, ove trovò una lettera di Calvino, che mostravasi sospettoso dell'indugio, e anelare al pronto suo ritorno, persuaso avrebbe alle affezioni del cuore preferito la volontà del Signore. «In grande angustia m'avea posto la vostra gita a Vico; e che cosa non avrei fatto per impedirla? Ma il Signore vi ha invigorito a resistere alle insinuazioni mondane. La vostra assenza riuscì penosissima ai vostri nuovi compatrioti». E segue narrando come avesse dovuto citare avanti al Concistoro Giorgio Biandrata, Silvestro e Gian Paolo; e quanti scandali nascessero dai dissensi di costoro e di Valentino Gentili, che disseminavano errori conformi a quelli di Serveto: che Gentili fu imprigionato; il giovane Nicolò Gallo di Sardegna rinegò le falsità di cui era accusato. Torni presto, che spera col suo ajuto ristabilire la pace (19 luglio 1558).
Fu dunque il Caracciolo accolto a Ginevra con grandi dimostrazioni. Poco dopo consultò Calvino, Pietro Martire, lo Zanchi, se, attesa l'ostinazione di sua moglie, potesse repudiarla; molto esitarono, discutendo sul passo della prima lettera ai Corintj, VII, 12; Se alcuno ha moglie infedele, ed ella consente abitare con lui, non lascila: e malgrado altri passi della Scrittura ove è detto, Ciò che Dio congiunse, l'uomo non separi, prevalse quel di san Matteo XIX, 29: Chiunque avrà abbandonato o casa, o fratelli, o padre, o moglie, o figliuoli pel mio nome, ne riceverà cento cotanti, ed erediterà la vita eterna. Dissero essere questo il caso di abbandonare la moglie; onde esso, a' 10 gennajo 1560, sposò Anna Fremery, da Rouen venuta a Ginevra per religione. Non fu unione d'amore, ma consonanza di sentimenti; vissero semplicemente e placidamente a Ginevra; essa andava a fare le compre, e portava a casa ella medesima le provviste; egli ricusava il titolo di marchese, contento al semplice nome. Eppure in ogni comparsa aveva il posto d'onore, ed era riverito non meno che se godesse i titoli e la fortuna paterna; ogni forestiero lo visitava o invitava, tra' quali Francesco ed Alfonso d'Este, il principe di Salerno, Ottavio Farnese duca di Parma. La conversazione rendeva egli dilettevole col narrare i casi suoi, i viaggi in Germania, e aneddoti sulla Corte di Carlo V. Meglio amava parlare delle cose divine. A Ginevra pensò stabilire una Chiesa pei rifuggiti italiani, e vi pose a capo Celso Martinengo da Brescia, collocandolo sotto la protezione del magistrato. Calvino dedicogli la seconda edizione de' suoi Commenti sulle epistole ai Corintj, dicendogli: «Ancorchè voi non cerchiate, alla maniera del mondo, l'applauso degli uomini, contento d'aver Dio spettatore della vostra probità, non è giusto che io lasci ignorar ai lettori chi voi siate, e li frustri della soddisfazione, che dee recar loro l'intender che un uomo come voi, nato di famiglia chiarissima, abbondantemente provveduta di cariche eminenti e di beni, avendo moglie nobilissima e castissima, e da essa una schiera di bellissimi figliuoli, e col godimento d'una perfetta concordia e pace domestica, in condizione affatto degna d'invidia, volle, per arrolarsi sotto la bandiera di Gesù Cristo, abbandonare un'amabile patria, un paese delizioso, un lauto patrimonio, una casa delle più comode e pompose, spogliarsi direi quasi dello splendore d'un'alta nascita, sceverarsi dalla dolce compagnia di padre, moglie, figliuoli, parenti, amici, e rinunziato a tutti i contenti e gli alettativi che offre il mondo, appagarsi d'arrampicar qui fra noi, e vivervi col comun popolo, come se nulla il distinguesse. Oh quanto bramerei che tutti prendessero esempio da voi del rinunziar a se stessi! locchè è il solido fondamento di tutte le virtù, e propriamente l'essenza del cristianesimo; nè voi ignorate che poco caso io fo di quelli che, avendo abbandonata la patria, danno a comprendere alla fin dei conti di non avervi lasciato le loro cattive affezioni» (20 gennajo 1556).
Ma morto Calvino, il Caracciolo ebbe disgusti e male intelligenze col consiglio della città, e pensava abbandonarla. Di ciò sarebbesi pregiudicata nell'opinione Ginevra, che aspirava a divenire la Roma degli Evangelici: onde si interposero ufficj, pei quali egli rimase[72]. Invecchiando decadde, e soffriva di asma. Considerava rotta ogni comunicazione colla famiglia, quando gli arrivò un nipote, chierico teatino, con lettere di Vittoria e di alcun de' figliuoli, cercando indurlo a tornare a Napoli, o almeno in alcuna parte d'Italia, offrendogli denaro, e annunziandogli che verrebbe suo figlio Carlo, il quale, essendosi messo nella carriera ecclesiastica, era per ottenervi dignità convenienti alla sua nascita. Commosso per affetto e indignato per ostentazione, alfine Galeazzo buttò le lettere nel fuoco, e dichiarò non aveva tanto sofferto tutta la vita per poi cambiarsi nella vecchiaja; nè cercava l'approvazione degli uomini, opposta diametralmente allo spirito del vangelo. Il Teatino insistette, dalle preghiere passò ai rimproveri, finchè il magistrato di Ginevra gl'impose d'andarsene.
Anche un famoso predicatore mosse per convertirlo, ma trovò che, fra le cure de' medici e le preci della sua Chiesa, era morto il 7 maggio 1556, di sessantanove anni. La seconda sua moglie sopravvisse di poco, e abbiamo la lettera che ai capi della Chiesa lucchese in Ginevra essa dirigeva, congratulandosi del modo rispettoso e risoluto con cui aveano rigettate le offerte del cardinale Spinola, che gl'invitava a restituirsi a Lucca e alla Chiesa cattolica[73].
Che il titolo di secondo Mosè fosse dato al Caracciolo dal Beza, ci è asserito da Nicola Balbani. Questo lucchese, venuto a Ginevra il luglio 1557, elettovi ministro della Chiesa italiana il 25 maggio 4561 e morto il 1587, tradusse il catechismo di Calvino nel 1566[74], e scrisse la vita del Caracciolo (Ginevra 1587) che fu tradotta in francese da Teissier de l'Estang (1681), ristampata a Ginevra il 1554 in inglese e in latino da Vincenzo Munitoli (1587-1596) poi nel Musæum Helveticum (1717). Il traduttore francese dice che l'originale ormai era rarissimo, e giovava rinnovarne la memoria alle chiese riformate. «Ginevra, nostra seconda madre, era tanto poco istrutta di un avvenimento sì raro e sì bello, benchè passato tutto in essa, ch'era tempo di farle sapere, non solo che una Chiesa italiana si era formata nella sua cerchia, ma anche di quali virtù sfavillarono i fedeli di diverse favelle e nazioni, che Dio qua condusse primi, e indurla a rimettersi a quel primitivo fervore di pietà, che tanto allettava le oneste persone qua rifuggite».
[DISCORSO XXVI.]
ERETICI A FERRARA. LA DUCHESSA RENATA. OLIMPIA MORATA.
Luigia di Savoja, a ventidue anni rimasta vedova di Carlo d'Orleans duca d'Augoulême, si ritirò dalla Corte coi figli Margherita e Francesco, sintantochè quest'ultimo diventò re. Ella fu tacciata d'avarizia, e d'aver lasciato perdere il Milanese per intascarsi il denaro destinato a pagare le truppe; amò d'amore il contestabile di Bourbon, famoso traditore; ma mostrò senno e imparzialità durante la prigionia del re dopo la battaglia di Pavia. Scrisse un giornale dal 1501 al 1522, in cui i Protestanti pretesero trovar sentimenti conformi ai loro[75]. Ma quali sono? La rassegnazione al voler di Dio, il crederlo autore d'ogni ben nostro, e altri che vanno comuni a tutti i Cristiani. In esso giornale al 1522 scriveva: «Mio figlio e me, per la Dio grazia, cominciamo a conoscere gli ipocriti, bianchi, neri, ombrati d'ogni colore, da' quali Iddio, per la sua clemenza e bontà infinita, voglia preservarci e difenderci; chè, se Gesù Cristo non mentisce, non v'è generazione più pericolosa per ogni conto».
Margherita, figlia di madre tutt'altro che rigorosa, moglie d'un fiacco ignorante, il duca d'Alençon, poi del re di Navarra, compose novelle che starebbero bene al Boccaccio. Dopo il 1521 ascoltò volentieri Jacobo Lefèvre, uno de' primi in Francia a sostenere che bisognava ricorrere direttamente alla Bibbia, e interpretarla a proprio senno. Margherita prese a leggerla, e poichè ella tanto poteva su tutta la politica di Francesco I, sperò trarlo coi Riformati; l'indusse a venire ascoltare i sermoni del Lefèvre, da' quali egli parve tocco non meno che Luigia di Savoja.
Ma non che Francesco nè Luigia coltivassero queste velleità, anzi cominciarono le persecuzioni, colla fierezza che abbiam veduto. Margherita invece si fissò nella nuova fede, ed eccitò grave scandalo ne' Cattolici col suo Specchio dell'anima peccatrice, ove tutto attribuisce alla Grazia, non discorrendo nè di confessione, nè d'indulgenze, nè di purgatorio[76].
Alla scuola di costei e de' primi Riformati, che conobbe a Nerac e a Parigi, bevvè gli errori di Calvino Renata (1510-1576), figlia di Luigi XII e d'Anna di Bretagna, alla quale sarebbe toccata la corona di Francia se la legge salica non escludesse le donne. I sublimi natali e il coltissimo ingegno, se non i pregi del corpo, la designavano a sublimi nozze: fu promessa a Carlo V, a Enrico VIII d'Inghilterra, a Gioachino marchese di Brandeburgo, e ragioni politiche vi s'attraversarono sempre: la domandò pure il contestabile di Borbone; infine fu fidanzata ad Ercole II d'Este duca di Ferrara (10 luglio 1527), nella speranza che tale parentela assicurerebbe alla Francia il possesso del Milanese. Egli le regalò gioje per centomila zecchini; ricchissimamente le nozze celebraronsi a Parigi il 28 giugno 1528: e appena cessate le micidiali desolazioni recate all'Italia dal sacco di Roma e dalla carestia, gli sposi vennero a Ferrara, e si stabilirono alla magnifica e deliziosa villa del Belvedere sul Po, ridente di pitture del Dosso, e della quale non rifinano di dire coloro che la videro prima che andasse distrutta.
Quei duchi, gareggianti cogli altri dinasti a far primeggiare il piccolo Stato, voleano abbellita la loro città non meno d'edifizj, quadri, biblioteche, che di valenti ingegni, carezzati da essi, festeggiati dal popolo: compravansi manoscritti antichi, recitavansi antiche commedie, assegnavansi case, doti, cattedre nella fiorente Università a letterati d'ogni paese; Pandolfo Colenuccio comico, l'erudito Guarini, Calcagnini, Mainardi, Brasavola, l'antiquario Costanzo Landi, Lilio Gregorio Giraldi che dedicò la sua Storia de' poeti alla Renata; Alessandro Sessi, autore delle Numinum et heroum origines. Nell'accademia degli Elevati, fondata da Alberto Lollio, ed in altre venivasi a improvisare, sia versi, sia dissertazioni. E come Venezia d'eruditi e Firenze d'artisti, così Ferrara abbellivasi di poeti, sino a far dire al satirico che n'avea tanti[77], quante rane il suo territorio. Il ferrarese Bojardo conte di Scandiano, che traduceva dal greco Erodoto, faceva egloghe latine, e commedie di forza comica, coll'Orlando innamorato avea preparato tutte le invenzioni, che leggiamo svolte con incomparabile e pericolosa leggiadria dal ferrarese Ariosto, professava:
Chi vuol andar attorno, attorno vada,
Vegga Inghilterra, Ungheria, Francia, Spagna:
A me piace abitar la mia contrada.
La costui armonia sonava ancora nelle orecchie, con quella di Bernardo Tasso che preludeva alla superiore di Torquato. Bartolomeo Riccio verseggiava sulla gloria: satire faceva il Manzolli; endecasillabi catulliani il Flaminio: altri versi latini i due Strozzi; Marcello Palingenio Stellato (cioè Pietro Angelo Manzioli della Stellata) lo Zodiacus vitæ, poema dove non risparmia i frati, i preti nè i pontefici, eppure nella prefazione si sottomette ai giudizj della Chiesa. Quando Paolo III passò da Ferrara, rappresentaronsi gli Adelfi di Terenzio, recitandovi i figliuoli della Renata, e facendo Anna da amoroso, Leonora da giovinetta, Alfonso da giovane, Luigi da schiavo, Lucrezia da prologo.
Per verità, le lodi agli ultimi Estensi di Ferrara furono in parte postumamente prodigate per raffaccio al succeduto dominio papale: e a dir vero queste letizie non erano che della Corte, mentre il paese andava spopolandosi, guasto da gravi inondazioni, eppure costretto a nuove imposte, e a severissimi divieti dalla caccia fin col minacciarsi morte ai violatori.
Quella Corte soleva piacersi di quistioni teologiche. Una che si dibatteva internamente era quella dell'immacolata concezione di Maria Vergine, sostenuta dai Francescani, impugnata da alcuni Domenicani; il che non è imputabile all'Ordine nè alle persone, attesochè, la Chiesa non avea ancor definito, onde dicea sant'Antonino, non sit determinatum per Ecclesiam Virginem esse conceptam in peccato originali, vel non: propter quod, absque præjudicio salutis, licet unicuique tenere alteram opinionem quæ sibi placeat[78]. Ercole duca di Ferrara volle sentire discuterne; e l'opinione contraria fu argomentata da Vincenzo Bandelli, che fu poi generale dei Domenicani, mentre san Bernardino da Feltre propugnava l'immacolato concepimento. Nulla si conchiuse, ma il Bandelli pubblicò una relazione della disputa, che fu proibita da Sisto IV come ingiuriosa ai difensori del privilegio.
Ciò accadeva nel 1476: l'anno dopo, Sisto IV lasciò tenerne novamente discussione in sua presenza, e contro Francesco da Brescia, generale dei Francescani, silogizzò ancora il Bandelli, il quale poi stampò nel 1494 un uffizio, da sostituire a quello approvato da Sisto IV dell'immacolata concezione, ove sosteneva che Maria fu concepita nel peccato originale, e fu santificata dopo la sua animazione. Anche nel 1494, in presenza del duca Ercole, fu tenuto a Ferrara un sinodo di tutti i frati della provincia sotto il maestro Gioachino Torriano, con molti dotti, alla cui testa Giovan Pico della Mirandola; sostenendovi tesi principalmente quel che poi fu il cardinale Cajetano, contro cui altre volte disputò frà Bartolomeo Spina.
Questo gusto delle discussioni religiose crebbe quando vi capitò la Renata, desiderosa di emulare la regina Margherita, e di fare di Ferrara quel ch'essa della Navarra, il nido de' pensatori settarj. Dotta di storia, di lingue, di matematica, di teologia, e sapendo discorrere senza annojare; aveva imparato astrologia dal napoletano Luca Guarino: parlava così bene italiano come francese: di corpo infelice, pure maestoso, di spirito sottile e dilicato[79]: prese a secretario Bernardo Tasso; e irata ai pontefici Giulio II e Leon X pe' torti che aveano fatti a suo padre in tante maniere, ne rinnegò la potestà e dimenticò l'obbedienza, giacchè non potea far peggio perchè donna. Quando essa ringravidò la terza volta, il francese poeta Marot in un'elegia la felicitava d'aver concepito in tempi sì fortunati, e le prometteva la ruina del papa e della santa sede, nemica alla casa di lei. La troviamo lodata come santissima anima dal Brucioli nella dedica della Bibbia; per gran religione dal Belussi nella giunta alle Donne illustri del Boccaccio, da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue Lettere, che al Fontanini, giudice arcigno, parvero seminate di frasi eterodosse, e la Parafrasi sulle Epistole di san Paolo.
Ricordiamo volontieri com'ella abbondasse in carità, e massime coi Francesi che dalle guerre tornavano derelitti e sofferenti; e se alcuno le rimostrava come in tali spese eccedesse, «Che volete? (rispondeva); e' son francesi, di mia nazione, e sarebbero sudditi miei s'io avessi avuto barba al mento».