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CESARE CANTÙ
MARGHERITA PUSTERLA
RACCONTO STORICO
Quarantesima Edizione Milanese con incisioni
MILANO
LIBRERIA DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE DI PAOLO CARRARA EDITORE.
Proprietà Letteraria.
L'EDITORE AI LETTORI
Nel 1834 l'autore di questo libro trovavasi nelle prigioni di Stato dell'Austria. Il suo processante, Paride Zajotti, trentino, era letterato, e però conscio del tormento che maggiore dar si può ad un letterato, quel di privarlo di ogni mezzo di leggere e di scrivere. Brutalità tanto peggiore in quanto, al fine dell'inquisizione, si dovette dichiarare che non reggevano alla prova neppure gli indizj e i sospetti, pei quali era stato sì lungamente carcerato; e in quanto agli altri detenuti non letterati si permetteva perfino di abbonarsi a gabinetti di lettura.
In quella atroce solitudine, il Cantù trovò modo di farsi dell'inchiostro col fumo della candela, penna cogli steccadenti; e su carte straccie, dategli per altri usi, scrisse il presente romanzo. Egli si ricordava del fatto in di grosso e dei tempi: gli mancavano i nomi proprj e le date sicure, talchè i personaggi nacquero con nomi suppositizj, siccome variarono alcune circostanze di fatto allorchè, sprigionato, potè limare il suo lavoro, e dopo lunga quarantena alla censura di Vienna, perchè la censura milanese non credette poterlo ammettere, il diede alla stampa.
Questi fatti non importano al pubblico, eppure sono tutt'altro che indifferenti per intendere molte parti del lavoro, nel quale l'autore volle ritrarre, o forse non volendo, ritrasse i proprj patimenti e le proprie consolazioni sotto figura altrui, mentre Silvio Pellico aveva in persona dipinto i suoi.
Bensì è noto con quanto favore fu questo romanzo accolto in Italia, e tradotto in tutte le culte lingue. Ciò non recherebbe meraviglia, giacchè è fortuna comune a quasi tutti i libri di tal genere. Ben importa l'accertare che il successo della Margherita Pusterla si sostenne dopo il primo bollore; e da quarant'anni va ristampandosi continuamente in edizioni numerose; prova di meriti intrinseci e letterarj e politici e morali, indipendenti dalla moda e dalla novità.
Testè uno di quei critici, a cui pute ciò che sa di italiano, lagnavasi che, in tanti romanzi e drammi nostri, non apparisse un tipo di donna. Al tempo stesso il barone Niccola Taccone Gallucci, lodato autore del Saggio d'Estetica, in un lavoro sull'Arte cristiana asseriva che «poeti ed interpreti del perfetto pensiero dell'epoca moderna e della fede viva, profondi scrutatori degli affetti romantici, sono il Manzoni, il Cantù ed il Grossi.»
E soggiungeva:
«Il Cantù, che insieme al Manzoni e al Grossi formano il triumvirato, direi quasi, dell'epoca più prospera della moderna poesia italiana, si fa a sublimare la beltà del patire con la squisita pittura dell'amore, della sofferenza, della rassegnazione, della morte della sua Margherita Pusterla. L'affanno dell'affetto terreno negli ultimi istanti della sua vita è patetico in quelle parole, che suonano angosciose in ogni cuore: Morire! morire così giovane…. e morire innocente! Ma nello estremo quadro del dolore terribile e divinamente malinconico, risalta una morale leggiadria ed una purità di colorito, che seduce nel martirio anche sul palco.
«La nobile figura di frate Buonvicino, l'immagine più perfetta dell'ideale ascetico e cavalleresco, che, collocato accanto alla bella Margherita, guarda il cielo, e mormora quelle sublimi parole: Lassù, sono le speranze che non falliscono mai, manifesta il generoso carattere, la fede, l'invincibile fiducia, l'ineffabile amore del Cantù, che arriva fino all'apogeo dell'ideale doloroso e malinconico, allorchè la faccia di Margherita, fatta più pallida, si volge anch'ella cogli occhi lagrimosi al cielo, e si fa santa nel Dio, padre degli infelici, esclamando: Signore, la volontà vostra e non la mia.»[1]
Noi dunque facendo questa 42ª edizione, sotto gli occhi dell'autore, pensiamo ben meritare della moralità e della letteratura diffondendo un libro che crediamo rinvigorisca il sentimento del nobile e del giusto, mediante l'amore pei buoni e l'indignazione pei ribaldi.
Milano, maggio 1880.
—Lettor mio, hai tu spasimato?
—No.
—Questo libro non è per te.
1833.
CAPITOLO PRIMO.
LA PARATA.
Entrando il marzo del 1340, i Gonzaga signori di Mantova avevano aperta una corte bandita nella loro città, con tavole disposte a chiunque venisse, con musici, saltambanchi, buffoni, fontane che sprizzavano vino, tutta insomma la pompa colla quale i tirannelli, surrogatisi ai liberi governi in Lombardia, procuravano di stordire i generosi, allettare i vani, ed abbagliare la plebe, sempre ingorda dietro a queste luccicanti apparenze.
Fra i tremila cavalieri concorsi a quella festa con grande sfoggio d'abiti, colle più belle armadure che uscissero dalle fucine di Milano, con destrieri ferrati persino d'argento, v'erano comparsi molti Milanesi per fare la corte al giovinetto Bruzio, figliuolo naturale di Luchino Visconti, signor di Milano. Sono fra essi ricordati Giacomo Aliprando, Matteo Visconti fratello di Galeazzo e di Bernabò, che poi divennero principi; il Possidente di Gallarate, il Grande de' Crivelli, e sovra gli altri segnalato Franciscolo Pusterla, il più ricco possessore di Lombardia, e sarebbesi potuto dire il più felice, se la felicità potesse con beni umani assicurarsi, e se da quella non fosse precipitato al fondo d'ogni miseria, come il processo del nostro racconto dimostrerà[2].
Questi campioni milanesi avevano riportato il premio della giostra ivi combattutasi, il quale consisteva in un superbo puledro del valore di 400 zecchini, nero come una pece, colla gualdrappa color di cielo, ricamata ad argento; in un altro, mezzano di grossezza, baio di colore e balzano di due piedi: oltre a due abiti, uno di scarlatto, l'altro di sciamito foderato di vaio. Per farne mostra, erano i vincitori girati trionfalmente per Cremona, Piacenza e Pavia, donde s'erano vôlti dalla patria, appunto il 20 Marzo dell'anno predetto. Liete accoglienze ricevevano per tutto, poichè un istinto dominante e pericoloso dell'uomo fece al valore fortunato tributare rispetto ed ammirazione in ogni tempo, ma più ancora in quello, tutto di forza materiale. I signorotti poi vedeano volontieri che il coraggio si esercitasse in tornei e finte battaglie, come in altre età videro volontieri sfogato l'umore curioso e contenzioso in fazioni da teatro e in letterarj garriti. Perciò anche da Milano uscì ad incontrare i prodi una cavalcata della Corte e de' più nobili, che ricevutili nello splendido castello di Belgioioso, voltarono con essi alla città.
Entrati con solenne pompa per la via di Sant'Eustorgio, attraversato quel sobborgo, già cinto di mura e chiamato la Cittadella, vennero alla porta Ticinese, che si apriva laddove ora è il ponte sul canale Naviglio. Quel canale segna ancora la fossa che, larga quanto è ora la strada, aveano scavata attorno alla risorgente patria i Milanesi per difendersi dal Barbarossa: e col cavaticcio avevano formato un terrapieno (il Terraggio), unico riparo ma bastante quando ogni cittadino era guerriero,—guerriero per la patria e per la libertà. Ma pochi anni prima di quello di cui scriviamo, Azone Visconti aveva in quel luogo fabbricato la mura, lunga in giro diecimila braccia, con saracinesche e ponti levatoj a ciascuna delle undici porte, incoronata di cento torri e di migliaja di merli.
Passati i cavalieri per l'arco, che tuttavia sussiste a malgrado dei novatori, costeggiarono le famose colonne di San Lorenzo, logora e venerabile reliquia romana, e giunsero al crocicchio, detto Carrobio perchè dava luogo ai carri, qualità allora comune a poche vie. Il vulgo, sospendendo i lavori, traeva a quello spettacolo, invitato dal festoso sonare dei banditori della città, i quali, tutti in rosso, colle trombe d'argento, insieme coi sei portieri in corsaletto a quarti di bianco o scarlatto, e coi mantelli del colore istesso, precedevano la comitiva, togliendosi in mezzo il banderajo, che portava il gonfalone cogli stemmi delle varie porte, distribuiti attorno alla vipera nera in campo d'argento. E—Chi è quella signora tutta a velluto e oro?»—domandava qualche fanciulletto.
—È (gli rispondevano i genitori) è la signora Isabella del Fiesco, moglie di quel là, tutto lucente di acciajo, con sul cimiero una biscia che mangia un figliuolo cattivo. Si chiama il signor Luchino, nostro padrone. Vedi mo fortuna nostra d'avere un padrone così valoroso e una sì bella padrona!
—E vedete (soggiungeva un compare maliziosamente pigiando col gomito) che occhiatine ella si ricambia col bel Galeazzo.
—Eh eh! (replicava un terzo strizzando l'occhio) gli è un pezzo che se la intendono zia e nipote».
Qui cominciavano a leggere sulla cronaca scandalosa, e contare i torti, con cui la signora Isabella ricambiava i torti che riceveva dal marito. Luchino in fatto, senza una vergogna al mondo, veniva dietro circondato dai suoi figliuoli Forestino, Borsio e il già nominato Bruzio, partoritigli da diverse madri.
Luchino nasceva dal Magno Matteo, quello che, dopo dell'arcivescovo Ottone Visconti, col valore e colle brighe aveva ottenuto il dominio di Milano sotto il titolo di Vicario dell'Impero, poi di capitano e difensore della libertà. A Matteo era successo nel comando Galeazzo, a questo il figlio Azone, e morto lui, Luchino era stato, il 17 agosto dell'anno precedente a questo, assunto signore dal consiglio generale de' Milanesi. Ma perchè poco bene prometteva la sgovernata gioventù di lui, consumata a correre avventure fra libertini, gli avevano dato a compagno il fratello Giovanni, vescovo e signore di Novara.
Mostrerebbe conoscere pur poco il popolo chi si meravigliasse perchè, sapendolo un tristo arnese, non avessero eletto tutt'altri o nessuno.
Quando Luchino si trovò in potere, parte coll'astuzia, parte colla prepotenza, eliminò il fratello, che, prete, credenzone e voglioso di godersi i vantaggi di una lauta fortuna e di una rara avvenenza, abbandonò ad esso ogni pubblica cura.
Luchino, ricchissimo di quel valore militare che può associarsi con tutti i vizj e sino colla viltà, austero men di lingua che di fatti, scarso nel promettere, saldo nel mantenere, spedito nel prendere una risoluzione e nell'effettuarla, molto paese acquistò, nulla perdette: non sentì benevolenza per altri che pe' suoi bastardi: non perdonò mai, mai non si fidò in chi una volta avesse offeso: ma per dissimulare o l'odio o la vendetta, per seguitare con lunghi giri una preda, per consumare un'iniquità col più ipocrito aspetto di giustizia, pochi l'eguagliarono fra i signori di sua casa, che pur sapete se ve ne furono di tristi.
Di giustizia gli meritò lode l'aver liberato il paese dai ladri, frenato le prepotenze dei feudatarj, dato eguale ascolto a Guelfi e Ghibellini, chiamato i nobili al par de' plebei a sopportare le pubbliche gravezze. Ma in quel che riguardava lui stesso, aveva intitolato giustizia il proprio interesse. Fu unico in ciò?
Semplice era la sua politica: conservarsi ad ogni costo. Tornava opportuno il dar favore al commercio, alle arti? lo faceva. Conveniva meglio la guerra? la rompea, che che lagrime e che che sangue dovesse costare. Secondo il credea buono, favoriva letterati e poeti, ovvero ergea patiboli, empiva prigioni. Considerandosi come un custode di belve che lo sbranerebbero appena cessasse di mazzicarle o di mostrarsi necessario al loro sostentamento, ai buoni, cioè ai vili, comparire unico autore della pubblica felicità; coi malvagi, cioè con quelli che osassero guardare nei fatti suoi, esacerbava per calcolo la naturale e dissimulata fierezza: spie, giudici comprati, forza armata davano tratto tratto dei buoni esempj: cioè accusando, incarcerando, ammazzando, insegnavano agli altri a dimenticare le libertà un tempo godute, a credere unico dovere del capo il comandare, unico diritto dei sudditi l'obbedire.
Non però sempre violenti erano i mezzi, da Luchino messi in opera, e sembra che i Milanesi o non avvertissero o trovassero piacevole quell'altro suo accorgimento di domarli corrompendoli. Al vulgo feste, baccani, taverne, bordelli; ai nobili giovani, i cui costumi severi e riflessivi gli avrebbero fatto ombra, offriva alla Corte esempj e comodità di dissolutezza, affinchè, chiuse le vie alla gloria ed agli onori, badassero a cogliere il fior della vita fra spassi e gavazze.
Narrano che questa via lo guidasse più presto e meglio alla meta.
Nè la coscienza taceva in lui: ma ne soffocava o illudeva la voce con pratiche devote: recitava ogni giorno od ascoltava l'uffizio della Madonna; teneva a tavola spesso i suoi cani, ma altre volte vecchi e pitocchi, ai quali con fastosa umiltà ministrava egli stesso: mai non mangiò che cibi quaresimali al sabbato e ne' giorni comandati; tassò le spese dei funerali, e stabilì gravi pene contro i medici che visitassero tre volte un malato senza farlo confessare.
Che i sudditi lo amassero glielo ripetevano cagnotti, ambasciatori e poeti: quanto egli sel credesse potevasi argomentare dal giaco di maglia che mai non deponeva, dalle raddoppiate guardie, e da due enormi alani, che, come i soli non capaci di desiderare miglioramento nè libertà purchè mangiassero, si teneva ai fianchi dovunque andasse.
Pure, al veder le dimostrazioni che gli facevano in quel tragitto per la città, avreste potuto supporre Luchino un padre del suo popolo. E non tutte dovevano dirsi adulazioni e vigliaccheria. Nessun governo si dà che sia tristo affatto, nessuno che non profitti a qualche classe. I Lombardi erano corsi attraverso un'età d'interne turbolenze, ove la libertà, acquistata a prezzo di sangue e di sforzi generosi, erasi andata guastando tra fraterni dissidi, ire di fazioni, soperchierie di prepotenti: talchè, stanchi d'un assiduo tempestare ove il grosso del popolo arrischiava tutto senza nulla vantaggiare, vedeano di buon occhio un governo robusto che poneva un freno a tutti, si avvezzavano a chiamare pace la comune servitù, come la chiamavano libertà quelli che ne facevano il fatto loro. Luchino, inoltre conferiva gl'impieghi quasi solo a nostrali, talchè seimila cittadini vivevano sopra i pubblici stipendj: nella carestia che allora affliggeva il paese, quarantamila bisognosi erano mantenuti a spese della città: della città dico, non del principe: ma il popolo è sempre disposto ad attribuire a questo i beni come i mali che prova.
Quanto ai nobili, erano impazzati nel tempo che regolavano il pubblico interesse: ciascuno amò sè più che la patria, più le proprie soddisfazioni che le comuni libertà, più il comodo che la gloria, più la vita che la virtù: ora mangiavano del cibo che s'erano preparato. Alcuni, vedendo di non potere nè sopportar così, nè volgere in meglio la sorte del loro paese, o viveano ritirati in violenta pace, od uscivano in esteri paesi: col che più libero lasciavano il campo all'ambizione di coloro che, non più nella patria, ma alla Corte cercavano primeggiare, operando non all'utilità di tutti ma di quel solo da cui ricevevano o speravano lustro e ricompense.
Se non che Luchino, o insospettito o geloso, aveva dato lo sfratto a tutti coloro che erano stati in auge sotto di Azone, per attorniarsi di nuova brigata sul far suo, compagni alle sue giovanili dissolutezze, disposti a fare com'egli voleva e peggio. Nella cavalcata che noi descriviamo, si potevano discernere i nuovi dagli scaduti al rimanere quelli vicini al principe, e tal ora accostategli pronunziando qualche parola; allo sfoggiare in pompa di codardia; allo stringersi fra loro baliosi, e celiare, e sbizzarrire sui briosi palafreni; mentre gli altri si tenevano estremi, taciturni e fra loro scambiando qualche parola sommessa e dispettosa. La plebe naturalmente supponeva senno, valore e prudenza nei favoriti dal principe, il contrario negli altri: sberretteva i primi, assomigliava gli ultimi a patarini e scomunicati; e tenuta indietro dal ceffo arcigno del tedesco Sfolcada Melik, capitano alla guardia del corpo di Luchino, sbirciando sott'occhio quel muso baffuto, gridava:—Viva il Visconti, viva il biscione!»
Senza discernere gl'infimi dai sommi, tra la parata galoppava un buffone, razza di cui ogni Corte era provvista e più lautamente la milanese, che in simile genia spendeva ogni anno trentamila fiorini[3];—ottimo uso delle pubbliche entrate. Vi facevano costoro l'uffizio, che altre volte adempirono i poeti e sempre gli adulatori; lisciar i padroni, far ridere alle proprie spalle, trattenere con imbecillità corruttrici e velar l'orrore d'un delitto sotto la vivacità d'un'arguzia. Se non che (tanto in ogni istituzione vanno misti il male e il bene) in mezzo ai loro lazzi avventuravano qualche verità, che altrimenti non sarebbe giunta fino alle orecchie dei gran signori. Grillincervello, come chiamavasi il buffone di Luchino, copriva la zucca monda con un berretto bianco a cono, sormontato da un cimiero scarlatto a guisa di una cresta di gallo; con due brache e un farsettaccio di traliccio larghi e sciamannati, con enormi bottoni e ciondoli sonori; ed impugnava un bastone, il cui pomo figurava una testa di pazzo colle orecchie asinine. Messosi per isproni due ravanelli (fabbrica di Pavia, com'esso diceva), stuzzicava con essi un orecchiuto destriero di Barlassina (altra sua frase), tutto a fiocchetti e sonagliuzzi; e colla bocca atteggiata sempre a un riso fra idiota e maligno, con certi occhi sgranati e guerci, saltabellava di qua, di là, or dando la caccia ai porcelli e alle galline che liberamente pascolavano per le vie; ora ficcandosi attraverso ai passi del terzo e del quarto, e scagliando a questo un motto, a quello una zaffata. Farfogliando al Melik qualche frase mezzo tedesca, gli tirava i severi mustacchi, e mentre colui, senza scomporre di sua gravità, gli assestava una sciabolata di piatto, egli era guizzato un pezzo lontano. A Matteo Salvatico (scrittore dell'Opus pandectarum medicinæ, la più diligente opera intorno alla virtù delle erbe), il quale, secondo il lusso de' medici, cavalcava con un vestone di porpora e preziosi anelli e sproni dorati, il buffone, facendo al suo somarello un cenno ch'io non voglio descrivere, diceva:—Toccagli il polso»; poi indirizzandosi all'astrologo Andalon dal Nero, altro mobile indispensabile delle Corti d'allora, il quale procedeva contegnoso e sopra pensieri, gli batteva in sulla nuca, dicendo:—Questa non te l'avevano indovinata le stelle».
Lo udiva Luchino, e ne sorrideva, sinchè, passato appena il palazzo che egli aveva eretto per propria abitazione da privato in faccia a San Giorgio, ed inoltrandosi fra la turba che, presso alla chiesa di Sant'Ambrogino in Solariolo, affollavasi al mercato, o come dicevano, alla Balla degli olj e dei laticinj, cominciò a fissare gli occhi sopra una signora, che stava sur un terrazzino, sporgente dalla torre in angolo della via che di là mette a Sant'Alessandro. Questa era Margherita Pusterla, anch'ella di casa Visconti e cugina del principe, ma troppo da lui dissomigliante. Erasi fatta ad osservare il corteggio, non per capriccio di femminile curiosità, ma per cercare fra questo il marito suo Franciscolo Pusterla, uno, come abbiam detto, dei vincitori della giostra, e che teneasi in fondo tra gli scontenti. La dama, la quale era tutto il bello che dev'essere l'eroina d'un racconto, reggeva sulla spalletta del verone un caro fanciullo di forse cinque anni: e tendendo la destra candida e morbida come di cera, gli additava lontano un cavaliero superbamente vestito e montato, alla cui vista il bambino, trasalendo di gioia fra il seno e le braccia materne, esclamava:—Babbo! babbo!» e con ingenuo vezzo infantile sporgeva verso quello le braccia. Assorta in quest'episodio di famiglia che per lei era tutto, la Margherita non poneva mente nè agli applausi del vulgo, nè alla pompa del corteo, nè agli occhi che ammiravano la sua bellezza, nè a Luchino, sebbene questi, allorchè fu sotto al balcone, avesse rallentato il passo, e fatto sbraveggiare e atteggiar vagamente il superbo stallone bianco che cavalcava, bramoso di attirarsi uno sguardo della bella.
Ma invano: onde una nube di dispetto gli passò sul volto severo. Se non che Ramengo da Casale, uno dei cortigiani sempre disposti a piaggiare, qualunque essa sia, la passione dei potenti, si fece accosto a lui, ed inchinandolo con adulatoria sommessione, esclamò:—Se vuolsi trovare qualcosa di grande negli uomini, o qualcosa di bello nelle donne, è forza ricorrere al nome de' Visconti».
Luchino, non mosso dall'incensata che come uomo avvezzo alle vigliaccherie, rispose:—Sì: ma a costei pare che puta il nostro cognome: nè voi altri fra quanti siete sapeste mai farne belli i circoli nostri.
—Vero! (ripigliava Ramengo) Ella è tanto schifa ed orgogliosa quanto bella ed aggraziata. Ma più la vittoria è difficile, più torna a onore, e ad un sospiro del principe qual ritrosia durerebbe?»
Guizzò fra loro il buffone, e ghignando beffardamente sul viso dell'adulatore, poi di Luchino, disse a questo, vagliando la persona in modo da sonar tutto:—Non dargli ascolto, padrone; leccane i barbigi, che non la è carne pe' tuoi denti.
—E perchè no, sfacciato?» saltò su mezzo in collera Luchino.
—Perchè no», ripetè il mariuolo, e toccata la cavalcatura, in un batter d'occhio fu lontano, mentre Luchino, senza curare nè le piacenterie dei cortigiani, nè i viva del popolo, seguitava innanzi a rilento, volgendosi tratto tratto verso la signora Pusterla. Essa invece non distoglieva gli occhi dal marito, il quale procedeva fra un giovine e un frate, che pedestri uscitigli incontro, l'accompagnavano discorrendo. Il giovane era tutto fuoco nel gesto, negli sguardi, nel favellare; la faccia dell'altro, composta a gravità severa e pur dolce, annunziava una lotta profonda ma calma tra la violenza dei sentimenti e la robustezza della volontà; e nella fronte facile a corrugarsi, nelle guance scarne e affossate, nel labbro serrato, portava il marchio onde la sventura impronta le sue vittime, quasi per dar loro la consolazione di conoscersi a vicenda, e di allearsi per reggerle incontro.
La rincrescevole attenzione e il frequente rivolgersi del principe non isfuggirono al Pusterla, il quale, voltosi ai non meno accorti compagni, domandò loro:—Vedeste?
—Vidi», rispose il frate chinando le ciglia in atto di persona abituata a gravi pensieri.
—Sfacciato!» saltava con occhi sfavillanti il giovane.—Quest'altra ci mancava! Ma che non può aspettarsi da un tiranno? Oh perchè non ci ha a Milano cento persone deliberate al par di me! E voi, oh perchè non vi risolvete, signor Francesco, di far suonare alto il vostro nome e metter fine alle servitù della patria ed all'obbrobrio comune?»
Franciscòlo Pusterla col gesto e colla voce imponeva silenzio ad Alpinòlo (quest'era il nome del garzone), mentre il frate, colla posatezza abituale alle persone costrette a riflettere, a concentrarsi, a vivere in sè, diceva:—All'uomo scontento rimane un partito! spiccarsi dai viziosi, e senza paventare la dimenticanza de' suoi concittadini, cercare nella dignitosa ilarità de' domestici affetti la pace e la sicurezza della coscienza e del proprio onore. Così ha saputo fare tuo suocero Uberto Visconti: così avresti a far tu: e mille segni ti mostrano che n'è venuta l'ora. Con un tesoro qual è la tua Margherita, non è angolo del mondo così riposto, non solitudine così romita, che non ti possa convenire in un paradiso».
La voce del frate erasi animata a questo parlare, come anche il color delle guancie; egli se n'avvide, chinò il capo e tacque. Ma Franciscòlo, punto non mostrandosi convinto alle parole dell'amico:—Sì, frà Buonvicino (diceva); ritirarmi, questo è il sogno delle mie veglie. Ma poi? cos'è mai un uomo fuor degli affari? Come parrei dirazzato da' miei padri, sempre attenti alle pubbliche cure! Finchè il signor Azone governò, sai se continuamente adoperai al bene della mia patria; sai se fin d'allora ho usato ogni maniera di riguardi dilicati a questo Luchino, benchè fosse in urto collo zio, nella fiducia che, giungendo alla sua volta al comando, me ne saprebbe buon grado, mi terrebbe fra' suoi vicini, e così potrei dirizzarlo al meglio comune. Or vedi frutto! Appena impugnò quel bastone del comando, che tanto noi oprammo, per affidargli, non che dimenticare i meriti nostri recenti, fino gli antichi pare ci ascriva a colpa: e sbalzati noi tutti, si è posto attorno gente nuova e plebea, assurda consigliera, insana adulatrice, feccia tale, che mille miglia ne vorrei esser lontano, se non mi trattenesse la speranza di tornar utile alla famiglia mia, ed ai miei concittadini».
Applaudiva Alpinòlo a quel risentito parlare: ma frà Buonvicino, avvisando che, sotto al velo dell'utile pubblico, s'ascondevano l'ambizione e un naturale, che, non sapendo provare godimenti se non nella tempesta, metteva a pari la calma e la morte, trovava facilmente come ribattere le apparenti ragioni dell'amico, ma non come destargli una virile vergogna: onde, qual persona usata a concedere indulgenza alle debolezze degli uomini per non essere costretto a doverle disprezzare, finiva col seguitarlo tacendo, finchè si divisero allo sbucare sulla piazza del Duomo.
Se però volete figurarvi al vero gli uomini di quel tempo, vestiti di ferro e di sfarzosi mantelli, e pellicce, e collane d'oro, e berretti a piume ondeggianti, e spadoni ai fianchi, ed enormi mazze ferrate agli arcioni, e sul guanto astori e falchi, non dovete collocar loro d'attorno queste fabbriche d'oggidì, le vie larghe, allineate, selciate che sasso non eccede, fiancheggiate da case a tre o quattro solaj, colle finestre simmetriche, protette da gelosie, con botteghe d'ogni lusso, con tutta quella bellezza che ha per carattere il gentile, e che rivela tempi quieti, gente educata a non pensare gran fatto all'avvenire. L'architettura, come sempre fa, erasi foggiata ai costumi e alle opinioni correnti, tutta solidità nei palazzi, nel resto appena quel che fosse necessario per riparare dalle intemperie la plebaglia, perpetuamente condannata a faticare e patire, giovare ed essere disprezzata. Alte e massiccie torri accanto a bassi tugurj, pareano simbolo della società, divisa in due condizioni, una altissima, infima l'altra. Le poche abitazioni che si elevassero sopra il pian terreno, s'intitolavano solari; e da uno appunto di siffatti aveva ricevuto il nome la chiesa di Sant'Ambrogino in Solariolo, che fu poi detto alla Balla, da un atrio ove, tre volte alla settimana, tenevasi mercato d'olio, di pollami e latticinj. Colà presso può vedersi ancora[4] uno di quei torrazzi, che ajutano l'immaginazione a ricostruire il Milano antico; e da non molto tempo fu diroccato l'altro che faceva cantonata alla via che volge a Sant'Alessandro. Formava esso parte dello splendido palazzo dei signori Pusterla, il quale distendeasi fino all'Olmetto e ai Piatti, in apparenza più di fortezza che di abitazione. Tutto di pietre tagliate, verso la strada non aveva che due finestre alte, protette da robuste inginocchiate, siccome chiamavano le ferriate sporgenti a pancia: grossi anelli impiombati nelle bugne offrivano la comodità di legarvi i cavalli, per salir sui quali erano disposti lungo i muri ed alla porta, dei dadi di granito; la porta chiusa con enormi battenti ferrati e col suo ponte levatojo, aprivasi sotto una torretta quadrata, posta in fondo alla via mozza, che ancora nominiamo Vicolo Pusterla. Sull'accennato torrione di angolo sventolava lo stendardo della famiglia, coll'aquila nera in campo giallo; e dal mezzo ne sportava il verone, sul quale si era mostrata la signora Margherita. I Pusterla, famiglia delle più nobili e la più ricca di Milano, avevano nei tumulti antecedenti parteggiato ora coi Torriani ora coi Visconti: Matteo Magno aveva sposata una figliuola di Filippo Torriani, dalla quale era nato il Franciscòlo di cui parlammo.
Trascorso quel palazzo, la cavalcata tirò innanzi per la via de' Banderaj, detta poi de' Pennacchiari, indi per quella che fu poi nominata dei Mercanti d'Oro per le botteghe dei tessuti d'oro e seta, introdotti appunto dominando Luchino[5]. Le vie erano state, fin dal 1272, solate a mattoni per taglio o acciottolate: poi il signor Azone aveva fatto scavare cloache per tenerle monde, e ordinato che restassero sgombre da sozzure e impedimenti: ma altro è ordinare, altro è essere obbedito. Ove le fitte case lasciassero un poco di largo, il sole versava la limpida sua luce: ma generalmente basse tettoje ed acuminate, sporgendo in brutta guisa, se salvavano dalla pioggia il pedone e gl'indifesi balconi, impedivano però il circolare dell'aria e davano sgradevole vista.
Dalle anguste o distorte vie mal argomentereste la miseria della città; che quanto anzi fosse ricca e popolosa ce ne dà indizio una statistica di quei giorni. Contava essa (per dirne alcun che) tredicimila porte con seimila pozzi, uno più uno meno: quattrocento forni di pane, s'intende di mescolanza, che pel bianco n'aveva uno solo alla Rosa; mille taverne, oltre cencinquanta locande: tremila macine da molino, servite da seimila bestie da soma: a duecentomila salivano gli abitanti, di cui un quinto atti alle armi, ducento causidici, altrettanti medici, mille notaj, settanta maestri d'elementi, quindici di grammatica e logica, cinquanta copisti di libri, i Remondini ed i Bodoni di allora; oltre ottanta fabbri-ferraj e maniscalchi, quattrocento beccai, trecentottantacinque pescivendoli, trenta fabbricatori di sonagli, cento d'armadure, e innumerabili lavoratori, negozianti e ritagliatori di panni e di sete, per cui comodità si tenevano quattro fiere all'anno e mercati quotidiani.
Non accompagnerò in altre minuzie lo statistico, il quale sa fin dirvi che si consumavano in città ogni anno cinquantamila carra di legna, il quadruplo di fieno, seimilacinquecento staja di sale: ogni settimana si ammazzavano da settanta a ottanta bovi ingrassati; e al tempo delle ciliegie ne entravano sessanta carra al giorno; che nella sola città si numeravano seimila novecento quarantotto cani; fra la città e la campagna cento astori nobili e il doppio falconi, oltre sparvieri senza numero.
Io che, per prova, non mi fido alle cifre esibite dalle statistiche odierne, molto meno voglio spacciarvi per di fede queste d'allora: bastandomi vi diano in di grosso un'idea del quanto allora si vivesse diverso dal presente.
Ancor più diversi erano gli uomini che popolavano la Lombardia e tutta Italia. Prima di ogni altra nazione si erano alzati dall'invilimento, cui gli avevano ridotti le orde settentrionali: il commercio, le navigazioni, le ricordanze e i resti degli antichi municipj, la necessità della difesa, le lettere, la religione gli avevano ajutati a costituirsi in altrettante repubbliche quante erano le città.
La lotta degli imperatori tedeschi non fece che consolidare la civile e la politica libertà, fra cui si svilupparono le forze tutte del corpo, del cuore, dell'intelletto. Soldati valorosissimi, i più arditi marinaj, i più lauti negozianti, essi ridestarono la pittura, l'architettura, la poesia:—visitate l'Italia, e ad ogni città chiedete quando si cinse di mura, quando frenò o guidò quei fiumi, quando fabbricò quei porti, quelle ampie dogane, quei palazzi del Comune, quelle cattedrali, e tutte vi risponderanno che fu nei tre secoli de' governi popolari, quando nell'integrità di sue forze, usciva dal feudalismo, e ricuperava il sentimento della propria esistenza. Prosperità originata dagli sforzi individuali di persone, che ciascuna credevasi qualche cosa da sè; onde l'impulso indipendente dei singoli produceva l'avanzamento di tutti. Caduti quei governi in mano de' tirannelli, ben s'ingegnarono questi di soffocare quel vivo sentimento dell'individualità, ma il riuscirvi era serbato a tempi di pacata oppressione, in cui il popolo non fosse più valutato se non per la quota che contribuisce all'esattore.
Ma per allora, quelle cento repubblichette erano altrettanti centri di attività, di cognizioni, d'emulazione artistica e mercantile; sicchè, per tacere l'incontrastata primizia del sapere e dello arti belle, Italia da sola era più ricca di denaro che tutta la restante Europa: Romeo de' Pepoli bolognese aveva col commercio acquistata una rendita di cenventimila fiorini cioè un milione e mezzo di franchi: Mastino della Scala dalle città sue traeva settecentomila fiorini, quanti appena ne ricavava dalle sue il più ricco re, quello di Francia; fra i Bardi e i Peruzzi di Firenze prestarono alla Corona d'Inghilterra sedici milioni e mezzo di franchi; e sì che allora il denaro era cinque o sei volte più raro d'adesso.
Dovrò io al lettore italiano domandare perdono se, qui sulle prime, svio dal soggetto per rammentare con compiacenza gli antichi vanti della patria nostra? Pur troppo nel seguito del nostro racconto ci accadranno tutt'altro che piacevoli argomenti di digressione.
I Visconti a Milano, come gli altri signorotti, davano favore al commercio e all'industria; ma procuravano stornare il popolo dalle armi, conoscendo quale salvaguardia siano dei diritti in mano del popolo; e Luchino, col pretesto di alleviarli d'un peso, aveva dispensati i cittadini dalla milizia; sicchè godevano un riposo da gran tempo ignorato, senza accorgersi come ne patissero i diritti civili, sino ai quali la considerazione del popolo di rado s'innalza, o non mai.
Fra la plebe e il principe stavano i nobili, cioè i possessori delle terre; non genìa baldanzosa e prepotente, come nei paesi ove la feudalità conservava quell'antico rigoglio, che qui le era stato fiaccato dalle repubbliche. Anzi i nobili, da una parte facevansi amare dalla plebe proteggendola, spendendo, sfoggiando: dall'altra non recavano ombra al principe, perchè non vantavano annosi diritti, nè si stringevano in robusta federazione, nè andavano cinti di vassalli ligi ed armati così, da limitare il loro potere.
In tal modo viveano a fronte uno dell'altro il Comune, l'aristocrazia ed il tiranno, il quale, se era scaltro e di polso, profittando della superiorità che dona un potere costituito, far poteva liberamente ogni suo volere. In fatto, nella cavalcata che allora entrava in Milano, la plebe guardava e applaudiva; i nobili o piaggiavano o temevano; il principe, dando pane e feste a quella, mutando questi da feudatarj in cortigiani, facea suo pro dell'una e degli altri.
Da quelle callaje sbucò il corteggio sulla piazza, ove, mezzo secolo dopo, fu cominciato questo Duomo, e che poco prima Azone avea fatto sbrattare dalle botteghe e dalle baracche ond'era tutta ingombra. Accanto al tempio di Santa Maria Maggiore (rifatto ai tempi della Lega Lombarda coi giojelli offerti dal patriottismo delle brave Milanesi) aveva egli fabbricato un superbo campanile, su cui campeggiavano le insegne dei Visconti, del papa, dell'impero, di Milano e di ciascuna delle porte, ma sì poco solido, che non guari dopo crollò, mentre ancora sussiste l'altro assai bello, da lui parimenti eretto a canto a San Giovanni delle Fonti, battistero dei maschi, che ora chiamiamo San Gottardo, come chiamiamo delle Ore la via che lo rasenta, perchè su quella torre appunto venne collocato il primo orologio di Milano e il secondo di tutta Italia.
Dove sorge il palazzo reale, stava allora quello dei dodici Savj della Provvisione, e avanti ad esso tenevasi mercato di vestiti ogni settimana. Lo spazio quasi occupato ora dal Duomo denominavasi Piazza dell'Arrengo, perchè vi si radunavano i cittadini finchè si governarono a popolo, per fare e per udire le arringhe intorno ai pubblici interessi. Colà il sincero amor patrio de' pochi e l'ambizioso egoismo dei più lottarono lungamente, agitando tra varie fazioni il paese, finchè, sazj di quel tempestare, risolsero commettere il supremo comando ai Torriani, indi ai Visconti. Dei quali primo Ottone arcivescovo fu eletto signore, indi Matteo Magno, poi il costui figliuolo Galeazzo, da cui nacque l'Azone che più volte ci occorse di nominare in questa rassegna, che pur troppo sentiamo quanto a ragione i lettori potranno paragonare al passar delle immagini di una lanterna magica sulla parete, senza profondità e senza lasciare traccia.
Esso Azone, inteso a mascherare la servitù, aveva, oltre assai fabbriche cittadine, abbellito a meraviglia il palazzo, in cui, come in sua reggia, ora entrava Luchino. Una torre s'innalzava a molti piani, con camere, sale, corridoj, bagni ed orti: al piede innumerevoli stanze con doppie imposte e portiere e ori, che era una ricchezza a vedere; in un camerone, chiuso da una rete di fili di ferro, svolazzavano d'ogni razza uccelli; nè vi mancava un serraglio di orsi, babbuini, altre fiere, tra cui uno struzzo e un leone, lusso che parrà stravagante solo a chi non abbia pratica coi costumi di quel tempo. Ma non conviene tacere le pitture onde ogni cosa era adornata: un laghetto, in cui quattro leoni versavano acqua continuamente, e che figurava il porto di Cartagine, colle navi e tutto disposto per la guerra punica: in fine la chiesa, ricca di arredi pel valore di ventimila fiorini d'oro e di reliquie miracolose.
Fra questo lusso entrato il corteo principesco, un bellissimo giovane, d'occhi vivaci, lunga barba e capellatura cascante e anella sovra le spalle, splendido nel vestire quanto dir si potesse, e con gran piume ondeggianti tutt'in giro al capo, fu lesto a scavalcare, e dar braccio alla signora Isabella per ismontare dal palafreno. Era Galeazzo Visconte, il quale, susurrandole galantemente all'orecchio, l'accompagnò su per lo scalone con dietro tutta la comitiva.
E giunti alla gran sala, detta della Vanagloria, tanto splendida che altro non gridano le storie, mentre il buffone faceva inchini ad Ettore, ad Ercole, ad Azone, agli altri eroi in essa effigiati, la folla raccoglievasi in crocchi e capannelli per legare quella conversazione piena di parole e vuota di pensieri e di sentimenti, che formava e forma l'allettamento delle brigate; chiedevano e davano le notizie del paese, discorrevano della Corte dei Gonzaga, chi lodandola, chi tassandola: della maestria e de' bei colpi dei nostri giostratori, ai quali, per quanto avessero fresca la memoria de la libertà, pure dava superbia un sorriso, un'approvazione del principe. A lui facevano particolarmente omaggio i messi delle varie Corti de' tirannelli di Lombardia; e quello di Mantova singolarmente esaltava la cortesia e la bravura di Bruzio e di Franciscòlo Pusterla.
Il lodare quest'ultimo sarà parso una sinistraggine ai cortigiani consumati, che sapevano come poco egli andasse a sangue a Luchino; ma qual dovette essere la loro meraviglia, allorchè, su questo discorso, Luchino, avviatosi verso il Pusterla, più cortese che con loro non solesse, gli dirizzò la parola, ripetè le lodi dategli or ora dal Mantovano, e le molte che già soleva dargli Azone; e insinuatosi col genere di encomj che più lusinga, quelli che sono riferiti d'altrui bocca, entrò a ragionare con esso come con persona di cui facesse gran caso. E poichè n'ebbe con fina arte palpeggiate le passioni, in tono di confidenza gli soggiunse:—Franciscòlo, l'amicizia che in condizione privata ci legava, non l'ho dimenticata, siatene certo, nè aspettavo che l'occasione di farvene chiaro. Ora Mastino Scaligero, vedendo non potermi sopportare nemico, implora l'amicizia nostra. Una pratica sì delicata non conoscerei a chi meglio affidarla che a voi, saputo al pari nelle cose della pace e della guerra, ben voluto da quel potente, e capace di sostenere il decoro milanese in faccia ai forestieri. Innanzi che il mese finisca, vorrete dunque recarvi ad esso a Verona con nostre credenziali, che abbiamo ordinato di spacciarvi».
L'animo del Pusterla, esacerbato contro di Luchino non tanto per la servitù cui aveva ridotto la patria, quanto per la trascuranza che di lui mostrava, e per trovarsi ridotto ad una nullità di rappresentanze e d'azione, che a lui pareva, non che indecorosa, infame, in un baleno si mutò a questo primo segno di favore, al vedersi oggetto di invidia fra' cortigiani, cui forse testè era di sprezzo; ebbe dimenticato gli antichi oltraggi, dimenticato i propositi di solitudine e di ritiro, dimenticato il geloso sospetto che gli avevano desto i procaci sguardi di Luchino sopra la moglie sua; nè tampoco gli nacque dubbio che questo incarico fosse un'astuzia per rimoverlo e disonorarlo; e ringraziò il principe, accettando con riconoscenza. Tanto accieca l'ambizione!
E più lieto e baldanzoso tornò al suo palazzo, dove gli amici si erano raccolti per festeggiarlo. Alla Margherita, che gli correva incontro col figlioletto, appena rese l'abbraccio, ed esclamando,—Buone nuove», le raccontò la missione. Se ne congratulavano alcuni; ma quell'Alpinòlo che conosciamo, scosse il capo, esclamando:—Dalla vipera può venir altro che veleno?» La Margherita poi impallidì e mostrando con un gesto eloquentissimo il loro Venturino,
—Oggi appena (diceva al marito) tu ritorni, e già vuoi abbandonarci? V'è luogo migliore nella propria casa, compagnia più dolce che quella dei suoi domestici, missione più onorevole che quella di beare chi ci vuol bene?»
Francesco le stringeva la mano amorevolmente, levavasi in collo il bambino, e si mostrava intenerito: ma quello spontaneo moto di natura rimaneva ben tosto compresso dal desiderio di figurare, dall'abito di cercare la felicità fuori di sè. Anche il frate, allorchè l'amico gliene portò la notizia nel convento di Brera, con ogni modo si adoprò per distoglierlo da quell'andata. La cella solinga e meditativa dov'esso abitava, pareva accordarsi alle ragioni ch'egli addusse onde persuadere Franciscòlo a togliersi giù dalle pubbliche brighe quando non poteano essere che scompagnate dal decoro e dal sentimento di un nobile dovere. Anzi, dopo che frà Buonvicino vide l'amico sordo a tutti gli altri argomenti, quasi per ricordargli le osservazioni di jeri, e per tentar quello che a lui pareva il più robusto, gli chiese:—E Margherita?»
Pensò un tratto il Pusterla, poi rialzando il capo come un ostinato che pur voglia mostrare d'aver ragione, rispose:—La Margherita è un angelo.»
Il frate lo sentiva, e sentiva in conseguenza quanto disdicesse l'abbandonarla: pure non osò insistere su quel punto per non mettere a repentaglio la domestica tranquillità di Franciscòlo.
Ma chi era il frate, e perchè tanta parte prendeva alla sorte di questa famiglia?
CAPITOLO II.
L'AMORE.
Buonvicino dei Landi, famiglia principalissima di Piacenza, da giovinetto era stato posto in Bologna agli studj, cui con fervore si dirizzava la gioventù della risorta Italia, trovando in essi un'altra via per salire colà, ove dapprima si giungeva solo colle armi e colla prodezza della persona. Tali studj si riduceano, è vero, a pedantesche regole di grammatica e di retorica, alla filosofia dei commentatori d'Aristotele, e alla cognizione delle Decretali; ma l'amor delle belle lettere e la ricerca dei classici latini ravvivata poteano, qualora trovassero terreno da ciò, far negli animi germogliare affetti e sensi generosi. Così accadde di Buonvicino, il quale appunto, su quei primi anni, pascendosi nei detti e nei fatti gloriosi degli antichi, sollevava l'animo sopra le minute gare del suo tempo. E sebbene ne traesse idee, lontane affatto dalla nuova civiltà, di quelle idee che pur troppo nocquero al felice ordinamento delle repubbliche italiane, però quel nome di patria, perpetuo tema degli scrittori romani, aveva infervorato la fantasia del garzone, il quale non ambiva se non di crescere cogli anni, per potere o nelle magistrature servir il suo paese, o difenderlo in campo.
Infelice! Gli anni vennero, ma con essi la sventura e i desolati disinganni, che così spesso tormentano le anime generose.
Piacenza sua patria era caduta in podestà di Matteo Visconti, poi di Galeazzo. Questo qua, meno astuto e più corrotto del padre, credeasi lecito ogni suo talento nelle città dominate; e per tacere altre soperchierie onde aggravò la servitù dei Piacentini, tentò disonorare Bianchina, moglie di Opizino Lando detto Versuzio, fratello del nostro Buonvicino. Mal per lui: giacchè nella donna trovò virtù, trovò vendetta nel marito: il quale, fatta un'intelligenza con alcuni fidati, abolì nella sua città il dominio dei Visconti, e la consegnò al cardinal Poggetto, legato del papa.
Buonvicino, su quell'età in cui si vagheggiano i sentimenti più che non si calcolino le circostanze, pieno delle idee del patriottismo antico, modificato dalle nuove che faceano guardare come straniero l'abitatore d'ogni altra città, e servitù l'essere signoreggiati dal vicino, appena ebbe fumo di quella pratica, accorse con buon numero di suoi condiscepoli, ed arrivò a Piacenza in tempo, come di giovar col valore, così di mostrare generosità. Perocchè, il giorno che scoppiò la rivolta, trovavasi in quella città Beatrice moglie del signor Galeazzo, col figlioletto Azone, alla salvezza del quale unicamente intesa, la madre lo fece trafugare, rimanendo essa in palazzo per non dar sentore della fuga, ed affrontando lo sdegno e la brutalità d'un popolo sollevato, purchè ne andasse salvo il bambino. Come la cosa fu nota a Buonvicino, rispettando e venerando gli affetti di una madre, non che impedire le fosse fatta violenza di sorta, egli medesimo la scortò sino ai limiti del distretto piacentino, quivi consegnandola sicura alle guardie del marito.
Accadea questo fatto nel 1322, e da quell'ora si rimetteva in Piacenza il governo a popolo, giacchè il dominio papale potevasi riguardare come una libertà, sì perchè i pontefici, sedendo allora in Avignone, non esercitavano da così lontano che una autorità di protezione, sì perchè erano stati fautori del franco stato, se non altro per isvigorire i Ghibellini, tendenti a scemare le franchigie lombarde a pro dell'Impero.
Negli otto anni successivi, Buonvicino maturò fra le generose cure d'una libera patria, coll'altezza di sentimenti che ispira il togliersi alla vita privata per vivere la pubblica, il curare meno le domestiche cose che le comuni; educazione che tanto contribuì a migliorare l'Italia durante le sue repubbliche.
Andava in quel mezzo ognora più in basso la fortuna dei Visconti, guerreggiati da Lodovico il Bavaro imperatore, il quale era sostenuto dai molti nemici che si erano procacciati, e da Versuzio Lando che non mai desistette dal combattere contro di essi; tanto che Galeazzo, Luchino, Giovanni e Azone finirono coll'essere chiusi nelle orribili prigioni di Monza, dette i Forni, ove stentarono dal 5 luglio del 1327 fino al 25 marzo del seguente.
Ma quando Galeazzo morì, e con lui cessò il mal animo eccitato nei popoli e nei principi, piegarono a meglio le cose dei Visconti: Azone, miglior del padre, gridato signore di Milano il 14 marzo 1330, pensò a ricuperare le città che aveva perdute, come di fatto riuscì con Bergamo, Vercelli, Vigevano, Pavia, Cremona, Brescia, Lodi, Crema, Como, Borgo San Donnino, Treviglio e Pizzighettone. Anche sovra Piacenza fissava cupidi gli occhi, ma il conseguirla non era così agevole impresa; poichè, tenendo essa la sua libertà a nome del papa, non avrebbe potuto il Visconti insidiarla senza venire in rotta con questo. Cominciò dunque la sorda guerra de' politici tranelli, fece un capo grosso per non so che violazioni e rappresaglie dei Piacentini contra i sudditi suoi: minacciò, fu duopo mandare dei messi e degli ostaggi a Milano, fra i quali Buonvicino. Morto era il fratello Versuzio; morti i più vicini parenti; morti i più cari amici nelle guerre passate; aveva potuto vedere come all'atto gli affari riescano diversissimi da ciò che l'immaginazione figurava; vie più gli si disabbellirono le splendide fantasie di gioventù allorquando, venuto alla Corte milanese, conobbe con quanti viluppi e lacciuoli e coperte vie e secondi fini vi si guidassero i pubblici interessi; scaltrimenti che un'anima schietta neppure indovina, ma che i prudenti del mondo dicevano e dicono necessarj per reggere e prosperare gli Stati. Sulle prime egli si indispettì, s'infuriò anche; ma col lungo vederne, contrasse quella sentita melanconia che nasce dalla chiara cognizione di un fine, unita coll'impossibilità di raggiungerlo.
Del resto, in questa sua qualità media fra di ostaggio e di ambasciatore, ed anche per memoria del segnalato servigio reso alla signora Beatrice, Buonvicino era stato accolto e trattato con ogni onoranza; e sì egli, sì i compagni suoi, allogati presso le prime famiglie di Milano, colla speranza che l'ospitalità legasse le amicizie, e queste col tempo surrogassero ai rancori municipali quella che chiamavano universale benevolenza, e volea dire tolleranza del giogo comune. Buonvicino era stato appoggiato alla famiglia di Uberto Visconti, il quale abitava tra la via di San Clemente e una fornace di vetri posta in quella delle Tanaglie, dove poi venne allargata la piazza Fontana, e dove l'osteria del Biscione rammenta ancora gli antichi possessori.
Uberto Visconti, padre della Margherita da cui s'intitola il nostro racconto, sebbene, come fratello di Matteo Magno, fosse molto riguardato nella città, non partecipava però al comando, o che l'integro animo rifuggisse dal mescolarsi nei sozzi avvolgimenti della politica onde i suoi tendevano a conservare o crescere la signoria; ovvero che questi ad arte tenessero lontano un uomo, il quale si poco conoscevasi del mondo, che avrebbe preteso di gettare la parola di giustizia, fino a traverso ai passi dell'ambizione. Aggiungi che i Visconti, siccome ghibellini, cioè fautori dei diritti imperiali, erano sinistramente veduti dai papi, che coi Guelfi sostenevano i diritti della Chiesa e del popolo; e poichè le passioni politiche facilmente si avviluppavano cogli affari religiosi, accadeva non di rado che i Ghibellini professassero errori in fatto di fede, e i pontefici colpissero di pene spirituali i loro temporali nemici; e il popolo riguardasse come eretici anche coloro che contrariavano le mire terrene dei papi.
Quindi non poche anime timorate si faceano coscienza di seguitare la bandiera del Biscione: ed Uberto non favoriva i parenti suoi che repugnante, e quel tanto solo che pareva esigere il suo decoro e la fede di cavaliero. Però in una mischia avvenuta in Milano quando, nel 1302 i Torriani fecero un estremo sforzo per rientrarvi, Uberto era stato abbattuto da sella, e lì tra la folla e sotto ai piedi dei cavalli, si era per alcuni minuti vista la morte ad un pelo. Onde avea promesso alla Madonna di smettere le armi, impugnate per causa non giusta; ed avea creduto effetto di quel voto la generosità, colla quale un capo de' nemici, Guido della Torre, gli aveva dato mano a sorgere, tornar a cavallo e camparsi, dicendogli:—Non sia mai vero ch'io di cittadini pari tuoi privi la patria mia, che fortunata se molti ne contasse».
Allora Uberto si tolse dal parteggiare pei Visconti, tanto che questi disgustati lo confinarono ad Asti, poi richiamato, gli conferirono di quegli onori che possono contentare l'amor proprio senza crescere l'ingerenza; come l'andare podestà in questo o quel Comune, accompagnare a Roma l'imperatore, sostenere ambascerie di complimento.
I Visconti invece vennero in aperta rottura col papa; talmente che il cardinal legato, spiegato il vessillo delle sante chiavi sopra il solajo del suo palazzo in Asti, predicò che qualunque uomo o donna lo seguitasse per distruggere Matteo e i suoi, rimarrebbe assolto (dicono le rozze cronache) dalla pena d'ogni trascorso; scomunicò il Visconti fino alla quarta generazione, perchè eretico e reo di venticinque misfatti, fra i quali d'aver esercitata giurisdizione sui beni e le persone ecclesiastiche, impedito ai suoi di armarsi per le crociate, repressa la santa inquisizione, e procurato di campare dal fuoco l'eretica Mainfreda.
Il trovarsi involto in questa scomunica tanto più spiaceva a Uberto quanto più egli venerava l'autorità papale, e non tralasciò fatica per calmare gli animi, per riconciliare i Milanesi alla Chiesa: anzi pare doversi alle sue persuasioni se Matteo si diede a vita devota e a visitare chiese, finchè in Duomo, convocato il clero ed il popolo, recitò tutto il credo, protestando quella essere la propria sua fede. Il papa non giudicò sincero quel pentimento e quell'abjura, onde non ritirò l'anatema; Matteo morì con questo; e Uberto, più non volendo intendere di pubbliche cure, visse da privato, sebbene splendidamente, ora in Milano, ora sulle ridenti spiaggie del Lago Maggiore, dove ampj possedimenti teneva a Invorio inferiore, a Oleggio e altrove nel Vergante, là sulla sponda occidentale intorno a Lesa. Quivi confortavasi tutto nelle cure casalinghe, e poichè i suoi tre figli Vittore, Ottorino e Giovanni, di spiriti guerreschi, poco tempo rimanevano con lui, spendeva tutta l'attenzione sua a educare l'unica figliuola Margherita, con modi ben diversi da quelli che sogliono quei molti, cui supremo intento sembra formar savie fanciulle e donne cattive.
Disingannato del mondo in vecchia età, ben accordavasi con chi nella fresca se ne trovava disgustato, com'era Buonvicino. Si legò dunque un'intima amicizia tra il vecchio e questo giovane, il quale, non avendo più padre, come tale riguardava Uberto, come fratelli i figli di esso, e come sorella la Margherita. I discorsi dell'uomo pratico anticipavano a Buonvicino l'esperienza del mondo: sui pochi libri che allora correvano, egli esercitava gli involontarj riposi: scriveva anche qualche verso, come rozzamente allora e qui si poteva; per città brillava nelle gualdane e negli esercizj di corpo: mai non mancava di intervenire, come a scuola di filosofia sociale, ai pubblici dibattimenti; nelle brigate piaceva singolarmente per un far gentile, non iscompagnato mai da maschia franchezza: anche quelli che sedevano al governo lo riverivano, perchè sapeva accoppiare la soggezione, che la forza e la vittoria pretendono, colla dignità della sventura non meritata.
Un sì gentile e peregrino cavaliero non vi farà meraviglia se ottenne ricambio d'amore dalla Margherita. Poteva egli contare i trent'anni, mentre essa arrivava ai quindici appena, onde le gentilezze che Buonvicino usava all'ospite sua, nel cuore di lei, mal conscio di sè stesso e inesperto dell'amore, destavano un senso di pudica compiacenza. Ma questa inclinazione, come suole, restò gran tempo un segreto per tutti, e sino pei due amanti. Giammai non le aveva egli detto, Vi amo; parola che suol venire dopo che già l'eloquente linguaggio dell'affetto in cento altri modi l'espresse. Ella poi nè tampoco sapeva di amarlo, almeno non lo confessava, anzi nol chiedeva pure a sè stessa. Se non che al comparire di lui il cuore le batteva forte forte: quand'egli partiva rimanea sconsolata, come le mancasse alcuna cosa di necessario, di suo; egli non le aveva indicato che tornerebbe, nè quando, eppure essa lo attendeva: se tardasse era come sulle spine; al rivederlo provava una compiacenza interiore, una pienezza di vita, come (almeno pareva a lei), come al veder suo padre, le sue amiche, un'alba di maggio, una vigna in settembre. Avrebbe voluto piacergli, parergli bella; parergli buona e brava: quasi senza avvedersene, allorchè lo aspettava, adornavasi con più attenta cura: una parola ch'egli le dirigesse sentivasi ravvivare; ambiva ch'egli voltasse gli occhi sopra di lei, ma non appena la fissasse, ella abbassava i suoi arrossendo; nel rispondere alle domande, alle cortesie di lui, balbettava, si confondeva; sbagliava le note quando d'accordo toccavano il liuto; poi si pentiva, si vergognava, si rimproverava, accusava sè stessa come di una fanciullaggine; proponevasi di fare altrimenti, e tornava a far lo stesso. Le ajuole del suo giardino avevano un fiore preferito, un preferito albero il boschetto: il fiore della margaritina, ch'egli aveva mostrato prediligere; la pianta sotto cui, un giorno che ne piangeva la lontananza, egli le era comparso davanti improvviso.
Così, desiderarlo, rivederlo, fantasticare, staccarsene, desiderarlo di nuovo, formavano la storia della sua vita; vita povera di casi, ricca di sentimenti, e tutta dominata da quel non so che di misterioso, che tanta dolcezza sparge e tante pene sul prino amore, che ci fa sudare e rabbrividire, gemere e cantare, piangere e ridere senza aver di che: temere e sperare nè sapere qual cosa: cento volte in un giorno chiamarci beati, e cento crederci le più misere creature;—quel bene, quel male, che non si conosce al vero se non quando o crebbe fino al colmo della contentezza, o restò fulminato dalla sventura.
Non così incerti ondeggiavano gli affetti in Buonvicino, il quale, sebbene fresco ancora di cuore e virtuoso, avea però sperimentato del mondo la sua parte, ed esaminato abbastanza questa vita, che è una commedia per chi osserva, una tragedia per chi sente.
Nessuna seduzione più facile di quella che non si teme: nessun tempo in cui l'anima sia dischiusa tanto all'affetto, come nei travagli. Era il caso di Buonvicino, sentì d'innamorarsi della Margherita, e non se ne guardò: conobbe di non essere a lei discaro, e se ne compiacque: lieto d'aver sì bene collocato il cuor suo, pago di una dolce corrispondenza. Sovente, dopo le tempeste della pubblica vita, dopo avere, coll'occhio melanconico e penetrante di chi studiò gli uomini, ed alla prima scorge ove tendano le loro azioni, visto l'affaccendarsi delle egoistiche passioni, egli tornava a riconciliarsi coll'umanità nella contemplazione di un'anima schietta, in cui far il bene era istinto, non calcolo: cercava tranquillità nel costante sereno che dominava intorno ad essa; somigliante alla pace che gli angeli diffondono sovra le anime, di cui sono destinati ad alleggerire i patimenti.
Ma questa placida innocenza di lei lo ratteneva dal palesarle l'affetto suo, al tempo stesso che glielo rendeva più vivace. Possedere quell'ingenua fanciulla che, tra le cure dell'ottimo dei padri, veniva educandosi alla virtù ed al sapere, ben avvisava egli come sarebbe la felicità de' suoi giorni; ma potrebbe egli render lei altrettanto fortunata? Pendevano in bilancia i destini della casa e della patria di lui: poteva succedere che, in libera terra, avesse egli a vivere primo cittadino, colla potenza di un nome onorato e di un carattere più onorato ancora, guidando i compatriotti suoi al bene e alla decorosa quiete. Ma questo avvenire lusinghiero stava all'arbitrio di principi, in cui raro era il disinteresse. E se gli fossero mancati di parola? se fossero prevalse le brighe, l'ambizione? Egli poteva trovarsi, non che ridotto all'oscurità, ma balzato lontano, o precipitato fra quei pericoli avventurosi, ove, simile a chi naufraga in alto mare, un'anima leale desidera trovarsi sola, per sentirsi maggiore coraggio di lottare con fermezza, e minore cordoglio qualora il dovere o la generosità le impongono di soccombere. In tal caso quand'egli avesse alimentata la nascente fiamma della Margherita rivelandole la sua, ecco formata un'altra vittima: ecco procurato a sè il rimorso d'avere turbato in quella giovane anima la calma, il riso di quella primavera dell'età, che scorre, ahi troppo veloce e irreparabile! per dar luogo alle cure, alle faccende, alle amarezze, al disinganno, all'inutile repetìo per tutto il resto della vita.
Ciò lo indusse a tacere sempre l'amor suo, a dissimularlo almeno nelle parole, per quanto gliene costasse al cuore. Ma l'amore come si può nascondere? Contro al proposito, egli si lasciava trascorrere talora a qualche immeditata parola, ad una delicata prevenzione, ad uno di quei niente che rivelano alle fanciulle l'uomo, il cui sospiro può dischiuderne l'innocenza al pieno fiore della vita.
I temuti e previsti rivolgimenti a danno di Piacenza non tardarono. Azone, per quanto gli facesse gola l'acquisto di quella città, per quanto credesse una ragione del riaverla l'essere stata altre volte posseduta da suo padre, non s'arrischiava però di assalirla direttamente per non venir in guerra col pontefice, sotto la cui protezione erasi que la riparata Cortesie e promesse largheggiava dunque a Buonvicino: ma intanto adoperava, come si dice, a trar dalla buca il granchio colla zampa altrui. Francesco Scotto ambiva di possedere Piacenza, già dominata dalla sua famiglia, ed opprimendo gli emuli Landesi e cacciandone i Papalini, assodarvi la sua padronanza. Se l'intese a tal uopo coi Fontana, coi Fulgosi, con altre famiglie di colà, che occupati i castelli, proclamarono signore lo Scotto, cassata ogni supremazia papale, sbandeggiati per sempre e spossessati d'ogni aver loro i fautori dei Landi e nominatamente Buonvicino.
Si consolava questi nella sciagura tenendo per certo che Azone, secondo quel che prometteva e mostrava, dovesse prendere le armi contro al nuovo tiranno e rimetter libera Piacenza al papa ed a' suoi cittadini. Ma Azone giocava di due mani: sott'acqua aveva egli stesso dato ajuto allo Scotto nell'impadronirsi della patria non già per amore a questo, ma per poternelo poi spogliare senza correre in guaj colla Corte pontificia. Di fatto armò: tutti i fuorusciti presero parte alla spedizione; Buonvicino fu dei primi e meglio valenti; e col coraggio solito in chi muove a ricuperare la patria, ebbero presto levata Piacenza allo Scotto. Ma quando aspettavasi che il Visconti ne gridasse la libertà, egli ordinò che le due opposte fazioni deponessero le armi; indi, come buon conquisto, aggiunse Piacenza alle sue possessioni.
Quanto se ne trovassero scornati i Piacentini, e Buonvicino sopra gli altri, voglio lasciarlo pensare a voi. Quest'ultimo, tenuto povero e guardato attentamente a Milano, si trovò dunque perduta la patria, offuscato il lustro della famiglia, falliti i sogni della giovinezza, nè più rimanergli se non l'eredità, che unica sopravanzava a troppi signori in Italia, un braccio valoroso. Ma poichè egli non era disposto a venderlo al migliore offerente, doveva ricoverarsi nella propria virtù, cercare la compiacenza da cui, anche tra le miserie è accompagnato e consolato chi soccombe per la causa della giustizia.
Persuaso allora alla condizione sua presente più non convenisse l'accoppiarsi ad una fanciulla di casa tanto principale, e che, appunto perchè la conosceva e l'amava, pareagli degna del più sublime stato; fors'anche per non sembrare disertore de' suoi fratelli di sventura quando si fosse imparentato alla famiglia del tiranno, cominciò a dilungarsi dal vedere la Margherita, poi se ne distolse interamente; e chiuso dentro a sè l'affetto che le portava, giunse a persuadersi d'averla in tutto cancellata dal suo cuore.
Aveva egli conosciuto alla Corte di Azone il cavaliere Franciscòlo Pusterla, che, allora in grande stato presso il principe, nè del favore abusava a danno altrui, nè se ne prevaleva a proprio vantaggio; onesto, generoso, ricordevole delle virtù italiane, e volonteroso del bene de' suoi concittadini. Vero è che, per una certa debolezza di naturale che altri scambia per forza, per una irrequieta smania di fare, di comparire, di sentire la vita, non si trovava saldo quanto bastasse per resistere al fascino degli onori od all'autorità del potere; anche quando conosceva riprovevoli i passi del principe non osava dirlo, tanto meno poi mostrarne dispetto od opposizione: troppo compiacendosi di poter primeggiare in Corte e nella città,—senza accorgersi che uno può figurare vie più coll'apparir meno colà dove la turba si accalca.
Parve a Buonvicino che Franciscòlo dovesse essere il caso per rendere felice la Margherita. Già le due famiglie erano legate d'amicizia: i difetti della gioventù colla gioventù se n'andrebbero, e il Pusterla troverebbe in lei quanto bastasse ad appagarne i sensi, la ragione, l'immaginazione; la Visconti, collocata in alto luogo e di lei degno, avrebbe potuto, fortunata in casa, rendersi di fuori modello alle dame lombarde. Quindi colla dimestichezza onde usava con entrambe le famiglie, Buonvicino agevolò una parentela, la quale sommamente gradiva ad Uberto Visconti, lieto di vedere con sì nobile soggetto accasata la diletta sua figliuola, ed al Pusterla ancor più, sì per trovarsi possessore di una, che sull'altre otteneva il pregio della bellezza e dei modi colti e gentili, sì per legarsi in affinità colla casa dominante.
La Margherita, come prima si accorse del raffreddamento di Buonvicino, come lo vide diradar le occasioni di trovarsi da sè a lei, più sempre allontanarsi dalle cure che solevano aver comuni, dal toccare di concerto il liuto, dal leggere insieme la Divina Commedia di Dante e alcuni libri francesi e provenzali, non occorre ch'io vi dica se ne rimase melanconica. Esaminava a minuto ogni atto, quasi ogni pensier suo, se mai potesse averlo in qualche maniera disgustato, e non trovandosi in colpa si accorava, piangeva. Allora confessava a sè stessa di amarlo; allora chiamava crudele lui, che più non la ricambiasse di altrettanto affetto.
Poi riflettendo, tacciava sè stessa d'inconsiderata e vana, che si fosse lusingata d'essergli cara, quantunque egli mai non glielo avesse detto, quantunque forse mai non vi avesse egli fissato il pensiero. E qui si ingegnava di convincere sè stessa che quelle cortesie erano forse in lui naturali, erano forse consuetudini di tutti i cavalieri verso tutte le giovinette: ma il cuore voleva la sua ragione, e la faceva rincorrere quei mille ineffabili nulla che sono tutto per gli amanti: le ravvivava tutta la poesia dei primi turbamenti; tante esaltazioni in fondo al cuore non rivelate dal viso; tanti timori di non essere compresa, tanta gioja di esserlo stata; nei quali ricordi, mentre si veniva a convincere d'essere stata cara a Buonvicino, vie più l'anima sua si avvolgeva tra il labirinto di quei varj affetti che esacerbano un voto fallito, una speranza delusa. Talvolta lagnavasi con sè stessa di non avergli abbastanza mostrato il cuor suo: tal altra condannavasi d'averlo mostrato troppo: indi ritrovando penoso il passato e il presente, cercava stordirsi, e non vedere in queste memorie se non tante illusioni, di cui sforzavasi sorridere ella stessa compassionevolmente. E si vantava libera, guarita, smemorata; tornava ai libri, al suono, ai passeggi; ma che? quei suoni le recavano a mente una voce che li soleva accompagnare; in quei libri occorrevano cento allusioni ai casi suoi passati e presenti, cento cose ch'egli le aveva spiegato altre volte, e che ora desideravano una spiegazione; come riuscivano triste, monotone quelle passeggiate ora che più non ve l'accompagnava la speranza d'incontrare qualcuno!
Pure il tempo è gran rimedio anche alle grandi passioni: e la Margherita si dovette alfin persuadere di essersi veramente illusa quando vide Buonvicino intramettersi delle sue nozze col Pusterla. Trattandosi di un amore che non aveva ricevuto fomento sia da lusinghe di lui, sia da fondate speranze, ella non penò molto per rassegnarsi a deporlo. Del Pusterla udiva parlare da tutti colle lodi che al merito si profondono più facilmente quando sia dovizioso: le prodezze da lui compite nell'ultima spedizione di Piacenza, che ne avevano esaltato il nome per tutta Lombardia, non sarebbero no bastate a suscitare nella Margherita un nuovo amore, ma qual è la donna che, all'udire lodato un uomo, non si compiaccia di poter dire: È mio?
Richiesta dunque dal padre se sarebbe contenta di avere a marito il Pusterla, non negò: poi quando prese a conoscerlo da vicino, trovandolo ricco delle qualità che meglio stanno in un uomo gentile e in compito cavaliero, pose in lui ogni ben suo, benedisse il cielo d'averla tanto fortunata, e dacchè ebbe la persuasione di amarlo, di esserne amata eternamente, gli promise all'altare il più vivo, il più tenero, il più immacolato affetto.
Le memorie del tempo non pajono d'accordo che nel lodare la nuova sposa: essa bella, essa spiritosa, di affabile amorevolezza coi subalterni, d'inesausta carità coi bisognosi, eguale d'umore conversevole, costante in quella dolcezza di naturale, che nelle donne equivale a quasi tutte le altre doti, e che è il più opportuno avviamento ad essere e a rendere felici gli altri. Difetti ne avrà certo avuti; e chi no? ma gli storici non ce ne ricordano, forse perchè, così giovane fu così sfortunata: e l'uomo è tanto proclive a dimenticare i falli di chi merita la sua compassione, quanto a trovarne in chi gli desta invidia. Per altre vie però noi sappiamo che le sue pari la tacciavano di voler parere bella e buona e virtuosa: alcuni, per cui la massima delle virtù consiste nel non far male, davanle colpa del volersi frammettere nelle faccende altrui: beneficava, quindi fece degli ingrati, e questi palliarono l'ingratitudine col menarle dietro la lingua: so di chi la chiamava bacchettona: so di chi asseriva le opere sue non movessero sempre da buone e semplici intenzioni: so di molti più che la accusavano di non conoscere il viver del mondo perchè sostituiva il sentimento e la schietta sincerità alle compassate cortesie che il mondo insegna e pretende. In somma, ella aveva quante qualità bastassero per dar presa alla maldicenza, e per far beato chi la conosceva e l'avvicinava, tanto più chi la possedeva.
Le strane idee che correvano allora sull'amore maritale, faceano che una donna potesse, anzi (se bella e di garbo) dovesse avere uno o più cavalieri, che a lei dedicassero le imprese loro, o davvero in guerra, o da giuoco ne' tornei. Anche in ciò la Margherita scostavasi dalle contemporanee, perchè non credeva che della moralità si abbia a far un affare di moda.
Se il pensiero di Buonvicino mai non le ritornasse alla mente, se non ricorresse ella mai sulle prime fantasie di sua giovinezza, non ve lo saprei dire: ben so come un primo amore difficilmente si cancelli o non mai; so ancora che neppure la più rigida virtù può condannare un'incolpevole rimembranza.
Ben altrimenti corse la cosa per Buonvicino.
A torto aveva creduto spenta la sua passione: era soltanto sopita; e quando scorse la sua diletta rendere più l'un dì che l'altro felice il Pusterla, sentì ravvivarsi la fiamma antica. Per la comune amicizia frequentando la casa di questo, potè notare sviluppate nella nuova sposa le qualità, che aveva indovinate in genere nella fanciulla; nella serena e temperata giocondità che essa preparava al marito, vide maturi i frutti della apprestatale educazione. I sonni di incolpati gaudj e tranquilli, che tante volte lo avevano lusingato in quei giorni di floride immaginazioni, quando gli sorrideva la lusinga che di tanto bene potesse una volta divenir possessore, ora li scorgeva ridotti a realtà; ma per vantaggio di un altro. E quest'altro era un amico suo, alla cui contentezza aveva egli dato opera efficace: un amico che, qualvolta si trovavano insieme, sfogava con esso la piena di un cuore in giubilo, ragionandogli della sua fortuna, o coll'ardore di un nuovo sposo dipingendogli le doti, che, ogni giorno maggiori, veniva scoprendo nella sua Margherita; e lo benedicea di averlo consigliato a fissare in essa i suoi voti.
Così da una parte alimentata dalla convinzione dei meriti di essa, dall'altra rinchiusa a più potere sicchè nulla ne trapelasse, la fiamma sua cresceva più sempre. Ben chiamava egli a soccorso la ragione:—la ragione! ottimo rimedio contro il passato e l'avvenire; ma quando il presente incalza, che vale essa mai?
Il Pusterla frattanto, voltosi tutto ad ingrazianirsi la Corte, si era allentato nell'amore verso la sposa. Dissi male: non avea diminuito l'amore: ma, un poco alla moderna, vi combinava tutte le piccole ambizioni sociali: lo soffocava sotto un tumulto di altri pensieri, e per segnalarsi nelle cariche, nelle armi, nelle pompe, posponeva le dolcezze incomparabili della vita casalinga. Di gustar questa era egli poco capace, inclinato, come dissi, a non trovare felicità che nella tempesta del cuore e delle azioni: difetto che, dopo sbollito il primo amore verso la Margherita, lo recò persino a cercare altre gioje turbolente in amori contrastati, o nelle rinnovate vicende di effimere passioni. Eppure, lo ripeto, di nulla scemava la stima e cordialità sua verso la moglie, fenomeno che mi arresterei a spiegare se fosse più raro.
Mesi interi egli si teneva lontano dalla città; anche quando vi stava, occupato tutto alla Corte e nei crocchi brillanti, ben poche ore gli avanzavano di rimanere a fianco della sposa. Allorchè a questa toccò il dolore di veder morto il suo dolcissimo padre, il Pusterla viaggiava col principe fuor di paese, nè accorse a consolarla, pago d'inviarle per iscritto quelle condoglianze, che sì poco ristorano quando non escono dal labbro stesso della persona diletta.
Al contrario Buonvicino, in quella sventura si mostrò vero amico alla Margherita, o fra sè disapprovando la trascuranza in che pareva lasciarla lo sposo, raddoppiò con essa di affettuose attenzioni, piene di un nobile e disinteressato sentimento di pietà.
Ma dalla pietà all'amore è pur breve il tragitto! No: nessuna lusinga può tanto sedurre, quanto la lagrima sull'occhio della bellezza, quanto il piacere di poterla tergere e consolare. La graziosa e muta riconoscenza onde Margherita accettava le sue cure, gli abbandoni che sono così naturali negli istanti del dolore, toccavano vivamente Buonvicino, che sentivasi beato di aver acquistato i minuti diritti dell'affezione; e la conformità di sentimenti, di opinioni, di simpatie, i lanci di magnanimità, di commiserazione, più ribadivano in lei l'amicizia, in esso la passione. Perocchè vera passione ormai lo legava alla donna, e più s'infervorò quando la vide madre, madre del più caro bambino, in cui scorgeva incarnate tutte le contentezze dipintegli in altri giorni dalla sua fantasia; quando la vide adempiere i nuovi doveri della maternità con un affetto allegro, coraggioso, scevro di orgoglio e di ostentazione.
La Margherita, in tutti i modi di esso non ravvisava, non voleva ravvisare se non una continuazione della bontà con cui già da fanciulla egli la riguardava; altamente poi sentivasi persuasa della virtù del cavaliero, nè quindi manteneva il riserbo contegnoso e severo, a cui certamente sarebbe rifuggita, se punto si fosse accorta ch'egli tendesse a inspirarle un sentimento, che più non poteva essere se non colpevole. Ma gli occhi di un amante sono pur facili ad illudersi. Le piccole cortesie, le delicatezze d'animo gentile, le ingenue confidenze e passionate della Margherita, parvero lasciar a Buonvicino trapelare nell'avvenire della sua passione qualche speranze, speranze la cui natura egli stesso ignorava, non voleva esaminare; o che, se pure le investigava, non gli pareano che innocenti. Tradire l'amico, contaminare una donna, ch'egli ammirava ancor più di quel che l'amasse, che anzi amava appunto perchè l'ammirava, non era pensiero che gli sorgesse tampoco; nulla meglio ambiva che poterle dire come egli ardesse per lei, narrarle quanto amò, quanto patì; mostrarle come non l'avesse ingannata allorchè giovinetta gliene faceva un mistero, facile a penetrarsi, e perchè e con quanti spasimi avesse da lei divelto il cuor suo, o almeno tentato; il sommo de' suoi desiderii era poter conoscere ch'essa ne pigliava in grado l'amore, che non le dispiaceva il sapersi da lui adorata, che era contenta dedicasse a lei le cortesie cittadine, e le imprese cavalleresche, in cui più sempre egli si sarebbe segnalato.
Così a lui pareva, e così era fors'anche: sebbene questa sia la larva, sotto cui comunemente la passione si travisa per iscusare il primo passo,—quel primo passo, che poi ad un altro e ad un altro ne porta, di un modo che sembra inevitabile necessità.
Vero è che Buonvicino, nei momenti in cui la ragione prevaleva, accorgendosi di queste illusioni, aveva sperimentato varie guise per distogliere l'animo dal riprovevole sentimento. Viaggiò alcun tempo, ma presto ritornò, persuaso che la lontananza fa come il vento, spegne le fiammelle, avviva gli incendj. Cercò distrazioni nel mondo, nei divertimenti; ma come gli parea muta, scolorata ogni allegria, non divisa con lei! come, al confronto della vanità, dell'egoismo, della sozzura sociale, più soave e cara gli tornava l'immagine della Margherita! Pregò anche, ma ella ponevasi inevitabile fra lui e Dio, come la più bella creatura di questo. Tutto insomma tentò, eccetto quello che pur sentiva unico rimedio: la fuga assoluta.
Tra la forza dunque dell'amore e la persuasione dell'innocenza di esso, Buonvicino deliberò scoprirsi alla bella. Ma con parole, ma di presenza, invano l'avrebbe tentato. Egli, che sempre aveva taciuto con lei allorquando tale affetto era incolpabile, allorquando presumeva che verrebbe aggradito, come indursi ad aprirglielo ora, quando aveva ragione di tremare sul modo onde verrebbe accolto? Ricorse pertanto a quei mezzani partiti, che sono il ripiego di chi non osa afferrarne uno, e stabilì rivelarglielo per lettera. La meditò lungo tempo, la scrisse, la cancellò, tornò a scriverla, a cancellarla ancora: s'accingeva, poi a mezzo pentito, gettava la cannuccia; ricominciava, ripentivasi; nessuna frase era abbastanza calzante:—mai verun brano di pergamena non fu siffattamente tormentato.
Alla fine gli venne compita: e tra che l'amicizia ond'era avvinto alla famiglia, rimoveva ogni sospetto: tra che il Pusterla, tutto degli affari e degli spassi, consumava fuori il più della giornata, egli potè senza timore affidare ad un valletto lo scritto da recare a Margherita.
Ma, dal momento che questo pose il piede fuor della casa, quale tempesta nel cuore di Buonvicino! quante immagini! quante timori! quante speranze! Come avrebbe voluto non aver fatto quel passo! come avrebbe voluto averlo fatto altrimenti! Come ogni parola, ogni frase, ogni concetto della scheda fatale gli ritornava innanzi quasi un delitto, e col pentimento e l'emenda!—Pure, chi sa?—sentiva ragionarsi nella mente.—Forse il valletto se ne dimenticherà; forse non l'avrà trovata in casa; forse, occupata con altri, e non glielo consegnò. Me lo riporterà questo viglietto:—voglio lacerarlo, bruciarlo, e…. No, mai più, mai più.—Fuggirò… andrò lontano lontano, ove più non possa intendere il nome suo: me la strapperò dal cuore; almeno ne offuscherò l'immagine con altri amori, con altre cure, con altri stenti, con altri piaceri… Ma tutto questo perchè?… non è ella meritevole d'ogni bene? non è la più avvenente, la più nobile, la più gentile fra le donne?—un angelo? E se io mi sono sollevato fino ad amarla, non è dritto che io soffra per così degno oggetto? v'è fatica che compensi un premio qual sarebbe la benevolenza di lei?—E se io l'ottenessi? se non le fossi discaro? se me lo dicesse?—No, no; impossibile, impossibile! Sciagurato che fui a tentarla, a turbarne la pace! Torni, torni il messo.—Potessi richiamarlo! potesse riferirmi che non gliel'ha consegnato.
Così tempestava l'animo di Buonvicino nel tempo necessario perchè il valletto giungesse da casa i Visconti, ov'egli dimorava, sino al palazzo dei Pusterla alla Palla, e ne tornasse. Non v'erano oriuoli che gliene misurassero i minuti, ma glieli misurava un affannoso battito del cuore, una violenta successione di idee, che glieli facevano parer eterni. Passeggiava di su, di giù pel gabinetto, tendeva le orecchie ad ogni più sottile rumore; quel ritardo non v'era cosa che non gli lasciasse fantasticare. Ma sporgendo il capo dalla finestra, dischiusa a ricevere un primo soffio della tepida aria d'aprile, ecco scorge il damigello di ritorno. Ogni passo di questo su per lo scalone, era una spinta al coltello che Buonvicino sentivasi fitto nel cuore. Quando lo vide sollevare la portiera, ed affacciarsi, non gli resse il cuore di guardarlo in viso, non che d'interrogarlo. Quegli fece un inchino, disse:—Consegnato nelle proprie mani della dama»; ed uscì.
Questa parola, per naturale, per semplice, per aspettata che gli dovesse riuscire, lo fe' raggricciare: e abbandonatosi a sedere, una nuova serie di idee sorse a tormentarlo, l'effetto che lo scritto avrebbe a produrre sull'animo di Margherita. Perderne la stima sarebbe stato per lui quel che di peggio gli potesse incontrare. Pure, lusingava sè stesso col ripetersi che la lettera non era tale da meritargli un così acerbissimo castigo.—Dunque,—chi sa?—forse l'ha aggradita; forse una risposta gentile mi prepara; forse la prima volta che la vedrò, mi lascierà intendere che non le dispiacque.—Oh! sapere che ella mi ama! sentirmelo dire di sua bocca!—vedermelo anche solo mostrato da que' suoi occhi, che sanno dire quanto e più che le parole! Questo, questo basterà a colmare la felicità mia per tutta la vita. Quanta sollecitudine allora per compiacerla d'ogni suo desiderio! In prodezze d'armi, in cortesie d'onore; che non farò io per venir più sempre in grado alla donna mia, per rendermi di lei sempre più degno?—Ma… e se fosse il contrario? se si adontasse? e mi credesse scellerato?… seduttore?…
Giovani miei coetanei, che venti fiate vi trovaste a passi somiglianti, eppure senza tante agitazioni; che freddamente meditaste la seduzione, e celiando ne aspettaste il risultato, voi sorridete al vedere un cavaliero siffatto, commosso nell'animo da tanta procella, e vi pare di là del naturale. Ma, giovani coetanei miei, una mano sul cuore: se questo somiglia al suo, se gli oggetti in cui ne avete collocato i volubili desiderj somigliavano alla Margherita, allora deridete pure il mio cavaliero.
CAPITOLO III.
LA CONVERSIONE.
Con questo martello passò Buonvicino la giornata: invano procurò divagarsi in altre cure, in differenti pensieri. La notte non chiedetemi se velasse le pupille; nè il dì seguente fu più tranquillo, o l'altro, o l'altro. Aspettava una risposta, e la risposta non sapea venire; temeva, sperava; e quel rimanere sospeso gli venne alfine così tormentoso, che, per togliersene fuori, pareagli avrebbe sofferto meno di mal animo la certezza del peggio. Alcuna volta per uscire dalla perplessità, proponeva di recarsi a lei; pareva deliberatissimo, indi mutava pensiero; tornava a risolvere, movevasi, usciva, s'avviava per quel quartiere, giungeva a quella via mozza,—un'occhiata alla porta, un sospiro, e passava.
Dopo tanti pentimenti e ripentimenti pure trovò il coraggio di entrare. Come gli tremavano le ginocchia, come gli bollivano le tempia nel breve tragitto dalla via all'ingresso! il rimbombare del ponte levatojo sotto i suoi passi pareagli una voce di sconsiglio, di minaccia; salendo lo scalone, dovette appigliarsi alla sbarra, perchè gli si annaspavano gli occhi; vi era entrato sempre con tanto cuore, con sì serena baldanza!—Ch'io non sia più uomo?» disse fra sè; e col muto rimprovero rinvigorita la volontà, accostossi all'anticamera, ed ai famigli chiese della Margherita. A lui non tenevasi mai la porta: onde, rispostogli che la dama stava nel salotto, mentre un paggio correva ad annunziarlo, un altro ve lo introduceva.
Era un salotto capace, coll'altissima soffitta di travi maestrevolmente intagliate e dorate; le pareti coperte di corami a rilievi di colori e oro; un tappeto orientale era steso sul pavimento; un fino cortinaggio di damasco cremisino ondeggiava sopra gli usci, e innanzi alle spaziose finestre, fra' cui telaj arabescati, e i piccoli vetri rotondi penetrava la luce temperata. Sul vasto focolare lentamente ardeva un ceppo intero, diffondendo un tepore ancora gradevole in quella prima stagione. Macchinosi armadj di noce ed eleganti stipi di ebano intarsiato ad avorio, e messi ad argento e madreperla, erano addossati alle pareti: qui e qua alcuni tavolini, e qualche gran seggiola a bracciuoli ed orecchioni, somiglianti a quelli che oggi la comodità o l'imitazione ritorna di moda.
In una di queste sedeva la Margherita, in abito di semplice eleganza; e poco da lei discosto, muta e indifferente come una decorazione, sovra umile sgabello lavorava una damigella. Margherita pareva allor allora avesse deposto sul predellino il tombolo, sul quale coi piombini stava tessendo trine, occupazione prediletta delle sue pari, ed erasi recato in mano un libriccino di pergamena, riccamente rilegato, con borchie d'oro, cesellate finamente.
Senza levar gli occhi da questo,—Benvenuto!» esclamò con accento melodioso, e con un molle chinar di capo, allorchè il paggio, alzando l'usciale, ripetè il nome del cavaliero che introduceva. L'agitazione propria non permise a Buonvicino di notare se nel suono della voce di lei, qualche tremito annunciasse l'interno commovimento: ma, per legare discorso,—Qual è, madonna, (le chiese) il libro che ha la fortuna di occupare la vostra attenzione?»
—È (rispose ella) il dono più caro di che mio padre mi presentasse quando venni sposa. Caro padre! negli anni di sua senile quiete, occupava d'ogni dì qualche ora a scriverne una pagina; coll'accuratezza che voi vedete, miniò egli stesso e indorò queste lettere capitali; sono di sua mano questi ghirigori del frontispizio: ma il meglio, oh il meglio son le cose che vi ha vergate, col titolo di Consigli a mia figlia. E me lo consegnò coll'ultimo bacio, allorchè mi congedò dalla sua casa a questa. Pensate s'io mel tenga prezioso! Anzi, poichè la ventura vi guidò in buon punto, parrei troppo ardita se, avendo voi ozio, vi pregassi a farmene un poco di lettura?»
Un desiderio della Margherita era sempre il suo: quanto più questo, che lo toglieva da una situazione tanto penosa e impacciata? Accostato adunque uno scannello, tosto si fu seduto poco lontano da lei. Margherita riprese le sue trine, la damigella continuava a cucire, e Buonvicino, con avido movimento pigliato il libro, seguitando là appunto ove la dama mostrava d'averne sospesa la lettura, a voce alta incominciò:
—Ma sia pure, figliuola mia, che la passione ti tolga di mente quel Dio che chiamasti testimonio de' giuramenti fatti allo sposo: non badare nulla agli uomini, i quali, senza udire le discolpe, ti condanneranno all'inappellabile tribunale dell'opinione: deva pure il tuo consorte ignorare per sempre i torti tuoi—qual sarai tu con te stessa? Consumato appena il fallo, addio serenità; cento timori ti assalgono; a cento menzogne ti trovi costretta; e un passo dato in sinistro a mille altri ti conduce. Tante ore passavi col marito in quella mite gioja senza ebbrezza, che solo in grembo alla virtù si ritrova; con lui dividendo, alleggerivi le tribolazioni, retaggio dell'uomo nell'esiglio. Ora egli dee venirti odioso, egli continuo rimprovero del tuo peccato, egli la cui vista ti rinfaccia un giuramento, onde libera ti legasti seco, e che poi sleale hai violato. Se d'altro t'incolpa, se ti bistratta, vorresti giustificarti, ma la coscienza ti grida che meriti ben di peggio. Se ti accarezza—oh qual cosa di più straziante che le fidenti carezze d'un oltraggiato? I suoi affettuosi abbandoni lacerano l'anima tua ben peggio che i corrucci, che l'oltraggio, anzi, più che un pugnale. La notte, nel letto testimonio di sereni riposi, quieto, sicuro egli ti dorme a lato:—dorme quieto, sicuro a lato di colei che l'offese, che lo detesta come ostacolo alle fantastiche sue felicità. Ma il placido dormire non è più per te; egli è là per rimproverarti tacendo. Nelle penose ore della lunga veglia, t'ingegni stornare il pensiero sulle cure della vita, sui passatempi; cerchi bearlo in quell'oggetto che chiami il tuo bene, e ch'è causa d'ogni tuo male; ma in ciò pure che dubbj, che delirj! Degli affetti suoi chi ti assicura? Te n'ha egli neppur dato prove quante il marito?—Mi amerà, tu dici, perchè l'amo io.—Oh, non t'amava il tuo sposo? e lo tradisti. Bene; e se l'amico tuo ti trascuri e ti disprezzi, cosa gli dirai tu? rimproverarlo d'infedeltà, rinfacciargli i giuramenti? Ma il bene stesso che gli vuoi non è un'infedeltà, uno spergiuro? Allora abbandonata da esso, ove ricorrerai? allo sposo ingannato? ai figliuoli posti in dimenticanza? alla pace domestica demeritata?
_Tali sono le tue veglie. E quando pure il sonno dà tregua alla fatica dei pensieri, che sogni! che visioni! Tu ne balzi atterrita, e fissi gli occhi sullo sposo. Oh! forse, tra il dormire, ti uscì dal labbro una parola che tradisse il tuo segreto; lo guardi spaventata, egli guarda te carezzevole, e ti domanda: Che hai?—Oh l'animo tuo in quel punto!_
Ed ecco intorno i pargoletti, cari, vezzosi, dolcissima cura, abbellimento e delizia della vita. Tu li carezzi, li carezza il padre; li bacia, li palleggia, ne guida i primi passi: insegna alle labbra infantili a ripetere il suo nome, il tuo, con essi viene a ricrearsi dalle sollecitudini dei negozj; all'innocenza loro cerca il balsamo quando il nausearono la prepotenza, l'orgoglio, la doppiezza degli uomini. E ti dice: Diletta mia, quanto è soave questa età; quanta affezione ci lega al nostro sangue! Miserabile! perchè impallidisci?
Poi coll'immaginazione egli previene il lampo, quando, gia' vecchio, si vedrà ringiovanire in quegli esseri amati, e guidato a mano da loro, ritesserà la tela della vita: Essi saranno buoni, è vero, diletta mia? buoni come la loro madre; e consolazione nostra come essa fu sempre la mia.
Che? tu chini la fronte? arrossisci? premi al seno il più piccino, non per impeto d'affetto, ma per celare il turbamento del viso? Suvvia, sta ferma: che temi? Dio non v'è, o non cura, o perdonerà per un sospiro che gli darai quando il mondo ti avrà abbandonata. Gli uomini non ne sanno nulla: nulla mai ne saprà il tuo consorte… Oh ma che importa? Lo sa la coscienza tua: te lo rinfaccia con voce insistente che non puoi soffocare, cui non sai rispondere: essa ti mostra davanti una strada di menzogne e di raggiri, per cui sei costretta a scendere più rapida, quanto più inoltri nel declivio: vorresti fermarti e non puoi… Guai, guai se ti porta fin là, dove neppure ti giunga la voce della coscienza.
A ciò, figlia mia, a ciò vuol ridarti colui che tenta rapirti all'amore del tuo sposo.—E costui, ti ama?
Grosse stille di sudore gocciavano dalla fronte impallidita di Buonvicino mentre leggeva: il cuore gli si serrava: sentivasi mancare: più e più fioca gli diveniva la voce; qui alfine del tutto gli mancò. Depose il libro, o piuttosto se lo lasciò cascare di mano: rimase cogli occhi a terra confitti, nè per alquanti minuti potò riavere la parola. Margherita seguitava ad aggruppare i fili, muovere i piombini, trapiantare gli spilli del suo lavoro, studiando mostrarsi tranquilla: ma chi v'avesse posto mente, dallo scompiglio dell'opera avrebbe argomentato allo scompiglio dell'interno. Neppure a Buonvicino poterono rimanere inosservate alcune lagrime che, per quanto ella si ingegnasse di rattenere, le caddero dagli occhi sul lavoro.—Qual merito avrebbe la virtù, se le sue vittorie non costassero nulla?
Dopo un intervallo di silenzio, egli si alzò; e facendosi forza quanto poteva maggiore per rendere salda la voce,—Margherita (esclamò) questa lezione non sarà perduta: quanto mi basterà la vita, ve ne avrò obbligazione».
La dama levò sopra di lui uno sguardo di quell'ineffabile compassione, che forse prova un angelo quando osserva l'uomo, alla sua tutela commesso, inciampare nella colpa, da cui prevede che frappoco risorgerà, bello del pentimento. Poi, non appena Buonvicino fu uscito, non appena intese l'imposta rabbattersi sull'osservata orma di lui, concesse libero sfogo all'affanno, sin allora penosamente compresso: si alzò, corse alla culla ove dormiva il suo Venturino, lo baciò, lo ribaciò, e sulla tenera faccia del vezzoso infante lasciò sgorgare un torrente di lagrime; ultimo tributo che pagava alle memorie della gioventù, a quei primi affetti che aveva lusingati perchè innocenti. Una madre, nei pericoli del cuore, a qual asilo più sicuro può riparare, che all'innocenza de' suoi bambini? E il bambino aprì gli occhi, quegli occhi di fanciullo, in cui il cielo pare riflettersi in tutta la serena limpidezza; fissò, conobbe la madre, e gettandole al collo le tenere braccia, esclamò:—Mamma, cara mamma!»
Quella parola come sonava in quel momento preziosa, illibata, santa alla Margherita! Tutta ne godette la voluttà; in quella trovò di nuovo la calma, la sorridente tranquillità d'un cuore che, il momento dopo la procella, esulta d'esserne uscito illeso.
Buonvicino andossene come fuori di sè: non distinse la scala, i servi, la porta, la via; errò lungo tempo come il caso lo portava, senza vedere, senza udire. Era, non so se l'abbiamo accennato, il giovedì santo, giorno di universale compunzione, quando, siccome oggi ancora molti, così tutti in quel tempo solevano girare alla visita dei sepolcri, in cui si cela il Sacramento, per commemorazione di quel glorioso, ove stette riposta la salma dell'Uom Dio, nel dì che fu consumata la rigenerazione del genere umano. Torme d'uomini, di donne, di fanciulli, poveri, cenciosi e mezzo ignudi, contadini in zoccoli e giubbone di stamina, cavalieri in ricco abito dimesso, senza piume, senza le armi, empivano le strade, quali solitarj, quali a coppia, in fila o a disordinate torme seguitando una croce, da cui, tolto il divino peso, cascava un sindone a festone. I più camminavano scalzi, molti non d'altro coperti che d'un sacco; alcuno ripeteva ad alta voce il rosario, e un disaccordo di voci piagnolose gli rispondeva: altri intonavano lo Stabat Mater e i salmi del re penitente: o mormorando in tono compunto il Miserere, ad ogni verso si percotevano le spalle con flagelli di corde aggruppate: alcuno, quasi ciò fosse poco, ravvolto sino al capo in ruvido traliccio e cosperso di cenere, si avviava lento con dietro due o tre famigli e confratelli, che tratto tratto gli scagliavano sul dorso staffilate a tutta forza. Ed ecco comparivano numerose confraternite di maschi e donne imbacuccati, schiere di frati e di monache non legate alla clausura: e tutti nude le piante, le mani giunte, gli occhi a terra, scoronciando, cantando, singhiozzando.
In tal modo passavano da una all'altra delle sette basiliche principali, di cui le più rimanevano allora fuori del recinto della mura; e giunti in ciascuna, fra le adorazioni che vi prestavano, e le memorie del maggior mistero di amore e di espiazione, raddoppiavano le preci, il canto, il piangere, il gemere, il picchiar dei petti, il flagellarsi.
Da ciascuna parrocchia poi venivano alla visita lunghe processioni; in tutte era un uomo vestito da Cristo, con un pesante crocione sulla spalla: e intorno a lui donne che figuravano la Vergine, la Maddalena, santi d'ogni età, d'ogni nazione, innalzando gemiti di pietà: nel mentre altri, vestiti alla foggia che i molti pellegrini avevano veduto usarsi in Palestina, dovevano figurare i Giudei, Pilato, Erode, Longino, il Cireneo; e ciascuno rappresentava secondo il suo personaggio, e proferiva strane parole, interrotte dai gridi, dai singhiozzi degli spettatori, da un frastuono di raganelle e di mazze percosse per le muraglie e contro le porte, onde i fanciulli in frotta manifestavano l'incomposta loro devozione.
Un saltambanco cieco, montato sur un tavolotto, con una tal quale flebile e monotona cantilena ripeteva una composizione, rozza se poteva essere, e che oggi desterebbe sorriso e disprezzo[6], allora moveva lacrime di devota compassione. L'intenta plebe si affrettava di gettar un quattrino nel bossolo del povero cieco: ad alcuni di quei robusti uomini, educati o cresciuti per la guerra, che non avevano mai compatito ai travagli veri e presenti dei loro simili, ora udendo rammentare le volontarie pene dell'Innocente, s'imbambolavano gli occhi: e taluno, battendo la scabra destra sull'elsa della spada, esclamava:—Oh che non éramo là noi a liberarlo!»
Frati intanto, o palmieri coperti del sarrocchetto, profittavano di quell'ardore, di quel commovimento per dipingere gli orrori onde avevano veduta oppressa la Terrasanta dai Musulmani, e incoravano chi avesse fede a voler redimerla col ferro, o almeno coll'oro sollevarla.
In mezzo a questo brulichìo di popolo, a questa bizzarra mescolanza di cose le più serie con burlesche, carattere dei mezzi tempi; fra lo spettacolo grandioso di una gente intera che si condolea dei patimenti di tredici secoli fa, come fossero di jeri, passava Buonvicino, ora lasciandosi dalla calca trasportare, ora fendendola a ritroso, ma coll'occhio a terra, quasi temesse incontrar un accusatore in ogni volto che fissasse: assorto ne' suoi pensieri così, che uno, al mirarlo, potea crederlo più di tutti compreso dalla pietà universale. Era in quella vece un travaglio fiero, insistente, di fantasie, di sgomenti, che gli si stringevano attorno come la folla ond'era circondato. Ma dalla folla si sviluppò alla fine, e cacciossi fuori della città. Il sole piegava al tramonto; un vento impetuoso, come suole di quella stagione, fischiava tra i rami delle piante, ove appena cominciava a rifluire il succhio vitale, ed agitava le erbette rinnovate al raggio del sole, che, dopo il torpore invernale, le fomentava traverso un aere, la cui limpidezza non era offuscata ancora dalle crasse esalazioni dei prati marci.
Quivi trovata alfine la solitudine, tanto desiderata agli animi commossi, abbandonavasi Buonvicino ai suoi sentimenti,—sentimenti opposti di amore, di dispetto, di gioje, di tribolazioni, di speranze, di ripetio. Sedeva, girava, meditava: or rivolgeva gli sguardi sopra la città, sulle torri ove ammutolivano i sacri bronzi; sugli spaldi ove le ronde passeggiando, a intervalli gridavano e si rispondevano, Visconti, Sant'Ambrogio. Questo grido ritraendolo a pensare ai mali della sua patria, lo svagava un istante da' suoi proprj:—ma i mali della patria non erano gran parte, anzi la maggior parte de' suoi? Riandava i tempi della passata libertà, paragonandoli ai troppo diversi che ora gli pesavano sopra, ed ai peggiori che vedeva avvicinarsi; ricorreva le balde speranze giovanili, quando si figurava libero in libera patria, e giovare col braccio e col consiglio i suoi cittadini, salire ai primi onori, meritar lode e gloria nel pubblico:—in privato poi… E qui tornava alla Margherita, a lei ancora fanciulla, ancora un bocciuolo di rosa che da lui aspettava l'alito vivificatore: un cuore innocente, che ad una sua parola poteva sorgere al pieno sentimento di una intemerata felicità.—Ah! tutto era disparso; disparsa la pubblica speranza, disparsa la domestica contentezza.—Ella, almeno, ella sia felice, e goda anche la porzione di bene che a me fu negata.—Felice?… bene?… Ed io, sciagurato, io osai d'insidiarne la purezza? io aspirai a turbare per sempre la tranquillità di lei, d'un amico?»
Fra questi e somiglianti pensieri, Buonvicino si accostò alla postierla di Algiso, come chiamavano quel ch'è oggi il ponte di San Marco; ed entrato, si trovò di fianco alla chiesa degli Umiliati di Brera. Nel giorno e nell'ora che Buonvicino vi capitò, pochi devoti, quelli solo cui l'età o le occupazioni impedivano di visitare cogli altri le sette chiese, traevano qui ad offrire la solinga loro preghiera a Colui, che tutte e da per tutto le ascolta.
L'ordine degli Umiliati era nato in Milano, circa tre secoli prima, da alcuni laici congregatisi a far vita devota in case comuni, ove le donne non erano dagli uomini appartate. San Bernardo, quando viaggiava persuadendo l'Europa a precipitare sopra l'Asia per impedire che la mezzaluna prevalesse alla croce, Maometto a Cristo, la civiltà alle barbarie, dettò qui agli Umiliati le regole, per cui alcuni vennero unti sacerdoti, segregati i due sessi; onde rimase formato il secondo Ordine, di cui erano questi, che sovra un prædium, e vulgarmente breda o brera, avevano fabbricato il convento che conservò l'antico nome. Il terzo Ordine riconosceva per istitutore il beato Giovanni da Meda, che nella casa di Rondineto, oggi collegio Gallio a Como, fondò i preti Umiliati. Tanto crebbe l'Ordine, che nel solo Milanese possedeva ducenventi case (case e canoniche chiamavano i loro conventi), e in ciò si distingueva dagli antichi di san Benedetto e dai recenti di san Domenico e san Francesco, perchè dedito per istituto all'operosità manufattrice. La seta in quei tempi era cosa rara, e una libra pagavasi fino a 180 lire: nè Milano pare ne abbia posseduto manifatture prima del 1314, quando molti Lucchesi, avendo perduta la patria per la tirannide di Castruccio, si sparsero per l'Italia portandovi quell'arte che già tra loro fioriva. Vivissimo all'incontro era in queste parti il traffico e il lavorìo della lana, e gli Umiliati ne facevano la parte maggiore. Nel 1305, questi di Brera appunto avevano inviato alcuni dei loro a piantare manifatture sino nella Sicilia: per Venezia spedivano a tutta Europa gran quantità di panni, e guadagnavano immense ricchezze, con cui compravano immensi poderi, soccorrevano i bisognosi, e potevano persino, nelle debite proporzioni, prevenir quello che fece la Compagnia delle Indie in Inghilterra col servire di somme il patrio Comune, Enrico VII imperatore ed altri sovrani.
Gran credito perciò godeva quest'Ordine; e sovente ai membri di esso affidavasi pubbliche incombenze, singolarmente di riscuotere le gabelle, percepire i dazj all'entrata della città, trasportare peculj, conservare pegni. Ma essendo d'ogni istituzione umana il corrompersi, tralignarono anche gli Umiliati: le ricchezze bene acquistate furono convertite male: all'operosità subentrarono l'ozio e i vizj che ne conseguono: immensi tenimenti erano goduti in commenda da pochi prevosti che sfoggiavano in lusso di tavola e di trattamenti: tanto che gli scandali che ne nascevano indussero san Carlo Borromeo a domandarne l'abolizione nel 1570, destinando gran parte dei loro beni a favore d'un Ordine allora nascente, i Gesuiti.
Questi pure, passato il loro tempo, vennero dal papa disfatti, e il grandioso palazzo ch'essi avevano fabbricato a Brera, fu destinato all'istruzione, all'astronomia, alle belle arti, di cui oggi sono colà le scuole e i modelli.
Così ad un podere successe una manifattura, a questa l'educazione, infine il culto del bello: sicchè quel palazzo può in alcun modo segnare l'andamento della società.
A quel posto però, nei giorni di Buonvicino, sorgeva un monastero disadorno secondo i tempi, e una vasta chiesa di stile gotico, lavorata di fuori a marmi scaccati bianco e nero. Sui due campi laterali si vedea da una banda il beato Rocco, pio pellegrino di Mompellieri, morto poc'anni prima, dopo essere vissuto in continuo servizio degli appestati, perlocchè veniva riverito e invocato come tutore contro i contagi che allora di frequente ripullulavano; dall'altra un san Cristoforo, persona gigante, con un Gesù bambino a cavalluccio; effigie che poneasi sulle facciate e lungo le vie, perchè credeano che, al solo mirarla, desse la buona andata, e preservasse dalla morte improvvisa.
Nel mezzo si apriva una portella, cui faceano stipite certi fasci di colonnine ritorte a spira, con attorno fiori, rabeschi, uccelli; e che sorreggevano un arco acuto, di sopra il quale sormontava un terrazzino, sostenuto da due colonne dì porfido, le quali, invece di base, impostavano sopra due grifoni in atto di spiegare le ali. Quel terrazzino era il pulpito, da cui nei giorni festivi, i frati predicavano alla folla concorsa in sul sagrato, all'ombra di un olmo centenario.
V'ha dei momenti, quando l'animo nostro è disposto, quasi direi necessitato a meditare su tutto ciò che si affaccia ai sensi: le cose medesime, che cento volte si erano vedute con indifferenza, toccano e colpiscono.
Quante fiate Buonvicino era passato innanzi a quel piazzuolo, a quell'olmo, a quella chiesa senza più che inchinarsi, come si usa ai luoghi benedetti! Ora vi si fermò; tenne gli occhi sopra una porta che, di fianco alla chiesa, introduceva al convento, e vi lesse scritto: In loco isto dabo pacem.
La pace? non era quella ch'egli avea perduta? che andava rintracciando? un momento di calma non era la più ambita delle dolcezze fra le sue burrasche? Perchè non entrare laddove era promessa?
Ed entrò.
I conventi, in qualunque concetto voglia aversene la santità e la vita contemplativa, erano un ricovero, a cui volentieri rifuggiva l'uomo sbattuto dagli affanni; il loro silenzio, la devota quiete, quel distacco dagli affari mondani, li faceva somigliare ad isole fra il turbolento mare della società: e il cuore bersagliato dalla fortuna (onesta parola, onde si velano la slealtà, l'ingratitudine, l'incongruenza degli uomini) vi cercava, e spesso anche vi trovava il balsamo della dimenticanza.
Fra i duri casi di mia vita, non m'usciranno mai dalla mente otto giorni, che volli vivere in un monastero. La situazione di quello, sotto incomparabile temperie di cielo, ricreato dalla vista di un'ubertosa amenità campestre e montana, contribuirono senza dubbio a rendermi la tranquillità ch'io era venuto a domandarvi. Ma sotto quei portici taciturni, in quelle fughe di corridoj, non popolati che da persone, in ogni apparenza diverse da quelle che siamo avvezzi scontrare pel mondo, sempre mi tornava al pensiero Dante Alighieri, quando, errabondo al par di me, lasciata anch'egli ogni cosa più caramente diletta, anch'egli indispettito colla patria e coi compagni di sua sventura, là per la diocesi di Luni si assise in un chiostro a meditare. Dove un frate, vistolo rimanere così a lungo osservando, gli si appressò chiedendogli:—Che volete, che cercate, buon omo?»—Egli rispose:—Pace».
E per desiderio di pace Buonvicino si condusse sotto l'atrio, ove la tettoja proteggeva i muricciuoli, disposti ai pitocchi che numerosi, principalmente nella carestia d'allora, venivano per le zuppe ivi distribuite ogni mezzodì. Sulle pareti d'allato vedeasi la storia, vera o leggendaria della istituzione degli Umiliati: e chi oggi in quel palazzo ammira i capolavori degli artisti antichi e le mediocrità dei moderni, a fatica saprebbe figurarsi la rozzezza, onde allora v'erano pitturate a guazzo certe immagini lunghe, smilze, in punta di piedi, senza movenze nè scorci, senza ombre nè fondo nè terreno.
L'indovinare che cosa significassero non sarebbe stata facile impresa, se non fossero venuti in soccorso caratteri e versi non meno grossolani. A manritta dunque si mostrava un diroccamento di case, di mura, di chiese, e la scritta Mediolano indicava doversi intendere le rovine di questa città, allorchè rimase desolata per opera dell'imperatore Federico Barbarossa e de' suoi confederati, pur troppo italiani. Sul dinanzi, alcuni in abito dimesso, parte in ginocchio, tutti colle mani giunte, avevano a significare i cavalieri milanesi che, secondo la tradizione, fecero voto, se mai la patria si rassettasse dalla schiavitù, di congregarsi a vita di penitenza e di santità. Ciò dichiarava la sottoposta iscrizione in questi che, almeno nell'intenzione dell'autore, erano versi:
Come diruto Mediolano
De Barbarossa cum la mano
Li militi se botano a Maria
Ke laudata sia.
Erano dalla banda sinistra figurate delle case, quali finite, quali ancora in costruzione per indicare Milano, se distrutto dalle dissensioni, or rifabbricato dall'affratellamento dei Lombardi: e una dozzina fra signori e dame, non distinti che dal prolungarsi a queste la guarnacca bianca fino sul tallone, mentre agli altri dava appena al ginocchio, recandosi a braccio e in collo dei fardelli, cioè i loro averi, si dirizzavano ad una chiesa, sovra la quale, fra certe nuvole che avresti scambiato per balle di bambagia, appariva la Madonna, e la scritta diceva:
Questi enno li militi humiliati
Quali in epsa civitati
Solvono li boti sinceri.
Dicete un ave o passeggieri.
La rusticità dei versi e del dipinto non offendeva Buonvicino, a poco di meglio abituato; poichè, sebbene fossero già vissuti Dante e Giotto, ristoratori della poesia e della pittura; sebbene i canti di quello fossero letti pubblicamente e commentati in Lombardia, e Giotto fosse venuto qui a dipingere in Corte di Azone Visconti, non per questo il gusto era diffuso; e non era l'infimo degli scolari di Andrino da Edesia pavese quel che aveva eseguito il grossolano dipinto.
Bensì la storia quivi rappresentata rispondeva bene allo stato interno del nostro Lando, talchè vi stette alquanto fiso in muta contemplazione. Angiolgabriello da Concorezzo portinajo, allorchè lo vide accostarsi alla soglia, si trasse da banda, dicendogli:—Iddio vi benedica»; ed esso entrato, si trovò in un cavedio erboso, nel cui mezzo un pozzo, presso al quale verdeggiava un agnocasto, arboscello che nei chiostri mai non lasciavasi mancare, credendo giovasse a mantenere illibata la castità. Tutt'intorno girava un portico in volta, sostenuto da pilastrelli di cotto, sotto al quale altre immagini, del merito delle prime, istoriavano la vita operosa d'alcuni santi, come san Paolo che tesseva fiscelle, san Giuseppe intento alla pialla, i Padri dell'eremo che faceano carità insieme trecciando foglie di palma.
Del resto ogni cosa quieta. Passeri a migliaia stormivano su per le tettoje, mentre qualche rondine primaticcia aliava esplorando e meditando il nido sotto quelle volte, ove mai non le era stato turbato: i numerosi telaj, che si vedevano disposti negli spaziosi cameroni, riposavano in quel dì, sacro al meditare: tratto tratto appariva alcun frate in tunica di lana bianca: sovr'essa un'onestà, pur bianca, cinto i lombi d'una coreggia, cogli zoccoli in piede e coll'aria di grande mestizia, conveniente al solenne lutto di quel giorno. Erano avvezzi a vedere estranei vagare per le loro case: non ne facevano meraviglia, non domandavano, non temevano: la religione proteggeva le ricchezze ivi raccolte, e rendea sacre le persone, che la divozione o la sventura vi conducesse. Onde passavano da lato a Buonvicino, esclamavano Pax vobis, e seguitavano la loro via.
Tutto questo insieme facea su Buonvicino l'effetto di un placido zefiro sopra un lago mareggiante. Vagò osservando, riflettendo, e il suo passo, dapprima frettoloso e incomposto, veniva lasciando la furia, e dando indizio della calma che a poco a poco le subentrava. Udivasi fra ciò un accordo di voci, ma fioco, lontano come uscisse di sotterra, intonare una lugubre melodia; dietro al cui suono Buonvicino arrivò nella chiesa. Era affatto oscura acciocchè meglio ajutasse il raccoglimento: nessuna lampada, nessun cero luceva sullo spogliato altare: un bisbiglio di preghiere, fatto da devoti che non si vedeano, ricordava gli angelici spiriti che, nel giorno medesimo, furono intesi gemere invisibili nel tempio di Gerusalemme quando moriva il loro Fattore. Nella confessione o, come diciamo noi Lombardi, nello scuruolo, i frati ripetevano a muta le lamentazioni di Geremia, e il racconto così semplice e così appassionato della morte di Cristo.
Tentone si inoltrò Buonvicino, e appressatosi ad una delle sedici colonne che in tre navate dividevano il tempio, trovata alcuna cosa, le si inginocchiò davanti, e tastando si accorse esser un avello, con sopra effigiato colui che in esso riposava. Era di fatto il sepolcro di Bertramo, primo gran maestro generale degli Umiliati, che aveva loro dettate le costituzioni, e si era addormentato in Dio nel 1257.
Sopra quell'urna appoggiato il capo, Buonvicino pianse, dirottamente pianse. Una devota compunzione tutto l'aveva preso: il pensiero di un Dio, di una fine che tutti aspetta, di un Giusto, soffrente per le colpe altrui, di un dolore universale, era sottentrato al sentimento delle personali affezioni, all'idea dei danni antichi, del recente errore, della patria, di Margherita, di quanto il mondo l'aveva fatto godere e soffrire. Quel godere del mondo (egli pensava) a che riesce se non a scontenti e noje? Qui invece all'austerità della quaresima, al lutto di questi giorni, succederà il tripudio, l'alleluja: l'altro domani, scontrandosi per le vie, l'un l'altro saluterà esclamando: È risorto!—salubri penitenze che si risolvono in una santa esultazione!
Ciò meditando, Buonvicino si sentì toccar il cuore, e fermò la risoluzione di togliersi dal tramestio mondano, e rendersi tutto a Dio. La sera non uscì dal convento; chiese d'esser annoverato tra i fratelli, e l'ottenne; in breve fu vestito e professato. Persona di tal credito fu tenuta un prezioso acquisto per la congregazione: la fama se ne diffuse tosto, genza che destasse gran meraviglia, perchè non erano rari somiglianti casi. I buoni ne benedissero il Signore; Buonvicino più fu diletto dai suoi amici, più rispettato dai padroni; i malevoli stessi, ora ch'egli più non dava ombra, ne confessavano i meriti e le virtù.
Egli, assaporando quella pace di Dio che oltrepassa ogni intendimento, per alcun tempo attese alle cure comuni del nuovo suo stato; risolto poi di ordinarsi prete, sì per esercizio di pazienza, sì per acquistare una cognizione, buona a tutti, indispensabile a un sacerdote, prese ad esemplare la Sacra Bibbia. Oh allora, che pascolo trovò all'intelligenza e al cuore! Oltre la rivelazione delle superne verità, quanto conforto ne trasse a' suoi casi, quante consolazioni! quanto impulso al bene! Nei canti dei profeti sentiva continuo l'amor di patria, ond'esso aveva caldo il petto; la sventura v'è ogni tratto ricreata di speranze; l'ingiustizia che signoreggia, o manifesta, o colla maschera del diritto, trova colà un continuo appello ad altri giorni, ad altro giudice; concordia, amore, eguaglianza, giustizia, animano da capo a fondo quel libro, nel cui studio frà Buonvicino, accorgendosi quanto gli uomini ne deviassero operando a fini personali anzichè al bene comune, dividendosi in oziosi che godono e faticanti che stentano, in ribaldi che ingannano e sopraffanno, e leali che beneficano e soffrono, non che prendere odio per gli uni, disprezzo per gli altri, gli abbracciava tutti in generosa benevolenza, e nell'intento di amicarli, di concordarne gli sforzi a quella che è prima condizione di ogni sociale progresso: la moralità.
Molto durò, discosto da ogni pratica di gente; cominciò poi ad uscire predicando, e allora gran fama si levò, non tanto della sua bravura, come della grande sua bontà. Diffondevasi tra il popolo, massime della campagna; giacchè pel popolo, diceva egli, pei poveri specialmente, ha parlato Cristo, fra vulgari scelse i seguaci suoi, le primizie della Chiesa. Ne istruiva dunque l'ignoranza sulla eguale origine degli uomini, sulla comune destinazione; mostrava donde veniamo; dove si va; i più semplici doveri, le più schiette virtù di padri, di figli, di sposi, di operaj, erano perpetuo suo tema; ingenuo e fin vulgare nel dir suo, sminuzzando il pane della parola secondo la capacità; facendosi, come Eliseo, piccolino per ravvivare le piccole membra.
Passava quindi in concetto di santo, poichè, sebbene non fosse andato pellegrino al Monte Gargàno, a Roma, in Terrasanta, sebbene non facesse di quei miracoli, di cui smoderata era allora la frequenza, operava il miracolo più insigne, quello di rendere buoni gli uomini colla voce e coll'esempio. E poichè allora pur troppo fra quelle razze ineducate succedevano frequenti battibugli di contumelie e peggio, tutto egli davasi nel ricomporre la concordia, e mirabili effetti otteneva di conversioni.
Molti potrei raccontarne, se non udissi alcuno de' miei lettori domandarmi se questa sia una leggenda di santi. Dirò dunque soltanto come una volta (questo accadde in Varese mentre egli trovavasi colà nella Cavedra, casa del suo Ordine) uno dei Bossi ed uno degli Azzati, primarj borghesi, erano venuti a parole, dalle parole ai fatti, e dietro loro una turba parteggiante minacciava un sanguinoso scompiglio.—Bisogna chiamare fra Buonvicino», suggerì alcun prudente. Così fanno; egli accorre, procura mitigare gl'irritati, rammentando le promesse e le minacce di Cristo che ci vuole umili al pari di sè; ma il Bossi, che era dei due il più tracotante e bizzarro, cieco nella collera, volse il furore contro il frate, e bestemmiando Dio, le chieriche, le cose più riverite, cominciò a picchiarlo.
Picchiare un religioso era tenuto tale sacrilegio, che gli astanti parte si ritrassero come atterriti, parte si accingevano a volerne vendetta.
E frà Buonvicino, su quel primo momento, sentendo più l'impulso delle antiche abitudini, che non la legge d'abnegazione, che erasi da sè medesimo imposta, afferrato l'assalitore, l'ebbe sbattuto a terra, e alzava il pugno contro di esso; ma l'ira diede luogo subitamente; rientrò in sè; mise un sospiro, quasi dolente che l'antico uomo ad ora ad ora ricomparisse; sollevato il temerario, se gl'inginocchiò davanti, e incrociando le braccia sul petto, con umiltà tanto più sincera quanto che era generosa, gli disse: «Perdonatemi! non sapevo quel che facessi».
L'atto pio commosse il prepotente, il quale cadde egli medesimo ai piedi dell'offeso, chiedendo a gran voce perdono, misericordia; e tornato a coscienza, diventò esempio di quelle cristiane virtù, di cui la somma è la carità.
Nè meno famoso venne frà Buonvicino a Milano. In quei tempi che tutto andava per collera e fazioni nella Chiesa, nel foro, nelle scuole, nei conventi, nel campo, i contendenti si ingegnavano di trarre il frate dalla loro. Nel più vivo erano le questioni teologiche, se la luce apparsa sul Taborre fosse creata od increata: se il pane che mangiavano e la tunica che vestivano Cristo e i suoi fosse loro proprietà o di uso soltanto; se gli angeli e i santi godessero della beatifica visione della divinità, ovvero stessero sotto l'altare di Dio, cioè sotto la protezione e consolazione dell'umanità di Cristo, fino al dì del giudizio. Ma qual volta alcuno volesse metter Buonvicino sul ragionarne, e risolvere tra il dottor Angelico, il dottor Sottile, e il dottor Singolare, esso rispondeva che il nostro non è il Dio delle contese, che vuolsi studiare nella religione per rendere un ossequio ragionato, non per introdurre la superbia dell'umana sapienza nelle cose che il savio venera tacendo.
Che ne avvenne?
Sulle prime, tutte le parti egualmente il disapprovarono, e chi il chiamò pusillanime cristiano, chi troppo cieco credente. Egli non rispose, continuò, e, come accade sempre, tutte le parti egualmente finirono per rispettarlo. Piuttosto avendo conosciuto i vizj della città, penetrato nelle sale dei grandi come nelle officine del fabbro, e sotto la trabacca del soldato, sapeva dove occorressero i rimedj: alla libertà del paese, guasta non tanto dalla prepotenza de' dominatori, quanto dalla corruttela dei dominati, trovava ottimo ristoro predicare il Vangelo, scuola della libertà vera, vera opposizione e alla tirannia dei capi e alla sfrenatezza dei soggetti; vera soluzione del più importante problema sociale, quello di render soddisfatti coloro che non posseggono, assicurando il riposo di quei che posseggono. Per tal modo riusciva caro ai sofferenti che sollevava con superne consolazioni, e riverito dai potenti, i quali, nell'uomo probo, non ligio ai superbi loro capricci, sono costretti a venerare l'imperio della nobile virtù.
Margherita, già non crederete che egli la dimenticasse; più non si dimentica quando si è amato così. Nè della donna sua temeva egli lo spregio: non ne aveva egli veduto le lagrime in quel terribile momento? La ricordava sempre come la persona più cara che avesse lasciata in un mondo da cui si era diviso. Per lungo tempo ne schivò affatto la vista; la prima volta che osò domandarne conto a Francesco Pusterla, che, come altri amici, veniva tratto tratto a salutarlo, quel nome, quasi avesse dovuto bruciargli le labbra, tornò più fiate a morirgli in gola: pur finalmente lo pronunziò con un rossore, con un tremito convulso di tutta la persona.
Al fine la materia restò domata dallo spirito, e quando Franciscòlo gli parlava della sua domestica felicità, sentivasi inondato, non più da invidia, ma da tutta pura compiacenza. Nelle orazioni sue, la persona prima e più caldamente raccomandata, era la Margherita, senza che per questo il pensiero disviasse dal Creatore alla creatura: anzi, una dolce speranza il lusingava, che le espiazioni sue, le sue preghiere dovessero acquistare alla Margherita una serie di felicità.
Non doveva essere esaudito, perchè la felicità vera non è germoglio di queste glebe terrestri.
Allorchè si sentì sicuro di sè, tornò una volta a casa della signora Pusterla; ripassò con altro cuore su quel ponte, sotto quegli atrj, su per quelle scale: entrò nel memore salotto; e vi trovò la Margherita che fanciulleggiava col suo Venturino.
Qual momento fu quello pei due amanti! Ma l'una e l'altro vi si presentavano col vigore acquistato in lunga risoluzione virtuosa.
Frà Buonvicino ragionò di Dio, della fralezza dell'uomo; toccò del passato come una rimembranza cara e dolorosa; chiese perdono; si staccò dalla cintola un rosario di grani di cedro a faccette, su ciascuna delle quali era intarsiata una stella di madreperla, e con pendente una croce, allo stesso modo lavorata. Era paziente fatica del suo ritiro, e consegnandola a Margherita,—Tenetela per mia memoria. Possa questa un giorno venirvi di consolazione! e nel recitarne le orazioni, pregate Dio per un peccatore».
Queste parole, quell'atto non furono senza lacrime dell'uno e dell'altra. Margherita si strinse al seno e premette alle labbra quel dono, che assumeva un carattere sacro innanzi all'intelletto, nel mentre al cuore lasciava indovinare quante volte frà Buonvicino dovette pensare a lei nel lungo tempo duratovi intorno.
Quel rosario, quella croce, doveano mischiarsi, deh come! nelle avventure di quella infelice!
CAPITOLO IV.
L'ATTENTATO.
All'erta!—piglia!—segui!—lascia!
Queste voci schiamazzate dai cacciatori, ed un urlare e guaire di segugi e di levrieri, un sonare di corni, uno sparnazzare di falchi e di sparvieri, uno scalpiccìo di palafreni e di giumenti, il ragliare della cavalcatura del buffone Grillincervello, traevano i Milanesi a vedere una grossa comitiva, che, col signor Luchino, usciva a caccia dalla porta Comasina, e che dai cittadini faceva esclamare:—Oh bello!» ed ai contadini:—Povere le nostre campagne!»
A chi esce di quella porta verso Como, dopo corso un dieci miglia, fra Boisio e Limbiate, si affaccia sulla mancina un vago palazzotto, a cui la lieta situazione fece dare il nome di Mombello. Sta sul colmo di un poggetto, ultimo ondeggiamento del terreno che, via via digradando dopo le altissime vette delle Alpi, qui viene a perdersi nell'interminabile pianura lombarda. Di lassù spazia lo sguardo sopra le feconde campagne del Milanese, da cui sorgono tratto tratto casali, grosse terre, borgate, e più in là la metropoli dell'Insubria, colla meravigliosa mole del Duomo, monumento dell'originalità e della potenza dei tempi robusti e credenti; dall'altra parte vagheggia un cerchio di ubertose colline, poi di superbe montagne, che a mattina e a tramontana limitano l'orizzonte, varie di forma, di altezza, di tinte: alcune verdeggianti e coltivate a grano e a vigne: altre non vestite che di boscaglie; altre in fine brulle e squallide, siccome la vecchiaja dell'uomo che male trascorse la sua gioventù.
Quel palazzo, come ora è, fu rifabbricato dai signori Crivelli nel secolo scorso; negli ultimi anni del quale venne in celebrità, allorquando il giovane Buonaparte, sceso a nome della repubblica francese a rendere serva la Lombardia col solito titolo di liberarla, colà si piacque di porre alcun tempo il suo quartiere generale.
Ivi, attorno al giovane eroe, figlio della libertà e che credevano intento a dispensarla, mentre non mirava che a farsene erede, accorrevano a portare servilissimi omaggi i deputati delle improvvisate repubbliche d'Italia, alle quali la prepotenza militare aveva diminuito il numero delle azioni libere, cresciuto quello delle obbligatorie; concesso licenza di pagare assai più, e di piantare sulle piazze un grande albero, intorno a cui far gazzarre e risa e balli e canti, finchè a qualche burbanzoso ufficiale piacesse intimare il silenzio. Di tali dimostrazioni rideva il Buonaparte in quella villa; rideva della sincerità dei pochi, e si giovava dell'astuzia dei più; e intanto preparavasi a mercatare Venezia, ed a spianare a sè medesimo la via di salire a un trono, innalzatogli da coloro che dianzi, coll'abbatterne un altro, aveano proclamato al mondo lo sterminio dei regnanti e l'era della libertà e dell'eguaglianza,—non però della giustizia.
Non ti spaventare, lettor benigno; non temere che noi vogliamo qui tracciare il pendio, per cui l'Italia passò dal dominio dei Visconti sino a quello di Napoleone: il cenno fatto di lui non è che una delle tante e troppe digressioni del nostro racconto, alla quale ci recò la menzione di quel palazzo. Poco prima dei tempi da noi descritti, era stato, con isplendidezza pari alle loro dovizie, fabbricato dai signori Pusterla per villa suburbana; abbellito di tutti gli artifizj, onde allora si sapesse far lieta una casa campestre; giardini con ogni maniera di belle piante e rare, bei poggi di vigne, grotte, zampilli e ruscelletti da lungi condotti, davano amenità e frescura, mentre gli appartamenti offrivano tutte le agiatezze, non disgiunte da esteriore apparenza di forza. Poichè ai quattro angoli della fitta muraglia che lo girava, sorgeano torri di pietra, capaci ad ogni occasione di tener fronte a qualche improvviso attacco che, in tempi di tante agitazioni fra i privati e di sì poca forza nel Governo, potea venire o dal popolo ammutinato, o da bande di masnadieri, o da emuli baroni.
Quivi appunto erasi ridotta la signora Margherita allorquando il suo Franciscòlo, lusingato dalla confidenza mostratagli da Luchino Visconti, si era, mal per lui, assunta la esibita ambasceria a Mastino della Scala. Nè le dissuasioni di frà Buonvicino, nè le carezze della donna sua erano valse a stornarlo da incarichi, i quali, vergognosi sotto vergognoso dominio, potevano sembrare un assenso dato all'oppressione della patria: nè ad indurlo a vivere in decoroso ritiro, muta protesta che ognuno può senza pericoli opporre ai cattivi reggimenti. Come egli dunque si fu partito, essa preferì togliersi alla città, e nella quiete campestre risparmiarsi il dispiacere di veder il trionfo dei tristi, e cercare più frequenti le occasioni di fare il bene.
Altrimenti la intese o volle intenderla quel Ramengo da Casale, adulatore di Luchino, che altra volta ci venne occasione di nominare. Il quale, presentatosi al Visconti, pochi giorni dopo che Francesco Pusterla se ne fu andato per Verona,—Signore (gli disse), madonna Margherita si o collocata a Mombello. Certamente ella cercò la solitudine perchè ad alcuno piacesse di consolargliela. Non vorrà la serenità vostra onorarla di una sua visita?»
Il partito più destro che i cattivi signori traggono dai cortigiani, è il farsi suggerire da loro il male, di cui già avevano l'intenzione, e così scusarsi in alcun modo davanti alla propria coscienza. Luchino, dissimulatore dei proprj sentimenti, non mostrò fare caso di un suggerimento che tanto gli diede per lo genio: ma pochi giorni dopo, ordinava una gran caccia clamorosa nei boschi di Limbiate.
Era la caccia passione dominante in Luchino, siccome negli altri signori, che vi trovavano una imitazione ed un esercizio preparatorio della guerra. Immensa quantità di selvaggina si annidava pei frequenti boschi, moltiplicandosi protetta dall'impunità, poichè le leggi, riservando questi animali al diletto dei principi o dei feudatarj, punivano di gravissime pene il contadino che avesse ardito turbarli, non che ucciderli, quand'anche li vedesse correre sopra i suoi campi e desolarli. Ma i patimenti di questi, che importavano? non erano che vulgo: e il principe intanto si ricreava, e attorno a lui altri signori venivano in grossa comitiva, tutti, benchè da caccia, in abiti eleganti. Imperocchè i nobili, scemate le occasioni di distinguersi dagli altri nelle magistrature e fra le armi, s'erano vôlti a gareggiare di vestiti e di lusso; e siccome uno scrittore contemporaneo dice, cominciò la gente ismisuratamente mutare, abiti sì di restimenta sì della persona: cominciò a fare li pizzi delli cappucci lunghi: cominciò a portare panni stretti alla catalana e collare, portare scarselle alle coreggie, e in capo portare cappelletti, sopra lo cappuccio. Poi portavano barbe grandi e folte, come bene giannetti spagnuoli volessero seguitare. Dinanzi a questo tempo, queste cose non erano anco. Si radevano le persone la barba, e portavano vestimenta larghe e oneste; e se alcuna persona avesse portato barba, fora stato avuto in sospetto d'essere uomo di pessima ragione, salvo non fosse spagnuolo, ovvero uomo di penitenza. Ora è mutata condizione, idea, diletto. Portano cappelletto in capo per grande autorità; folta barba a modo di eremitano; scarsella a modo di pellegrino. Vedi nuova divisanza! E che più è, chi non portasse cappelletto in capo, barba folta, scarsella in cinta, non è tenuto covelle, o vero poco, o vero cosa nulla. Grande capitana, è la barba. Chi porta barba è temuto.
Che se l'ingenuità, soverchia davvero, di questo narratore non vi tediasse, vorrei lasciare ad esso il descrivervi i costumi di Luchino, poco mutando delle sue parole. Facciamolo, e a chi non piace, salti al fondo.
Luchino visse in signoria anni nove in tanta pace e giustizia, che non si trovava un terreno che si crollasse. Con l'oro in mano gira l'uomo franco. Fu uomo severo senza alcuna pietà. Mai non perdonava. Secondo lo peccato, secondo la fallanza puniva. Questo messer Luchino, benchè guardie avesse d'uomini da piede e da cavallo a modo regale, niente di meno ebbe una speziale e nuova guardia con seco. La guardia sua erano due cani alani grandi e terribili, grossi come leoni, lanuti come pecore; gli occhi avevano rossi e terribili. Questi due cani alani sempre lo seguitavano per la corte, l'uno dalla parte ritta, l'altro dalla parte manca. Quando mangiava solo stavano a tavola tuttavia con esso quattro grandi cani e della carne dava ora ad uno ora all'altro. Quando stava in piedi, la molto baronia gli faceva intorno piazza con silenzio per temenza dei cani: nulla si crollava, nulla parlava. Che se per ventura lo signore un poco guardasse alcuno con malo sguardo, subito li cani li erano sopra in canna, e davanlo per terra. Anche questo messere Luchino fu uomo molto giusto, nè per oro nè per argento lasciava di fare giustizia, sicchè sua terra era franca. Molto amava lo popolo minuto.
Quale amor di popolo e di giustizia fosse quel di Luchino, di Luchino che solo nei cani si fidava, il dica chi (come il Maj nei palimsesti) sa leggere altre parole sotto alle apparenti. È vero ch'egli favoriva lo popolo minuto, ma per deprimere i grandi, non già per sentimento del bene: son però queste le vie della Provvidenza, che fa dai despoti stabilire l'eguaglianza in faccia ad un padrone, finchè vengano tempi che avverino l'eguaglianza in faccia alla legge.
Se l'annunzio del venire di Luchino conturbasse la Margherita, non occorre che io ve lo dica. Acconcia colla leggiadria che ai campi si conviene, atteggiata d'ogni grazia ma pur maestosa, ella accolse la brigata allorchè si dirizzò per riposarsi al suo palazzo: nella sala e nei tinelli avea fatto disporre lauti e delicati rinfreschi pei signori e per la famiglia; goduti i quali fra l'allegria ed i festosi motteggi, e fra le sguajate smancerie di Grillincervello, cui la dama opponeva un dignitoso silenzio, Luchino chiese di ammirare a parte a parte la bella posta e la ben intesa eleganza del luogo. La signora il compiacque, e dal poggio spaziandosi giù per la pendice, tutto mostrava a Luchino, mentre i suoi seguaci animavano quel quadro, spargendosi in gruppi ad ammirare quel cielo così salutevole alla vita, e le ridenti circostanze, ove in quella stagione ogni cosa appariva nel colmo della bellezza e della bontà.
Ma la dama traevasi continuamente a mano il suo Venturino; una grave damigella non le si dipartì mai da fianco; e dietro, alcuni famigli in aspetto di far onore all'ospite, il quale trovò appena agio di poter dirle alcune galanterie, che essa mostrò accettare come nulla meglio che gentilezze universali e insignificanti. In sul partire adunque, Luchino, dopo aver levato a cielo la situazione gli adornamenti,—Ma per una solitudine (susurrò a Margherita) sarebbe bene che voi foste più sola».
Sperò il temerario averle fatto intendere l'animo suo; lo sperò tanto più, in quanto cortesissime gli erano parse le accoglienze della bella cugina; e la virtù conosciuta in questa, non che rimoverlo dai turpi suoi divisamenti, più ve lo infervorava, per quel mendo umano d'impuntarsi maggiormente ove più difficoltà si affaccia. Nè mancavano d'aggiungere legna al fuoco Ramengo e gli altri cortigiani, esaltando i meriti della bella e gli atti cortesi onde aveva accolto e onorato il principe parente. Unico il buffone osava lanciare motti al signor suo, di caccia fallita, di non so che altre baje, le quali, mentre moveano a riso Luchino, più ne istigavano l'amor proprio a voler ridurre ad effetto il suo capriccio.
Quella prima gita non era stata se non come la correria che si fa sotto una piazza nemica, tanto per riconoscere il luogo e le opportunità dell'accampamento e degli assalti. Non passarono molti giorni, e Luchino, con poco seguito di fidati, ricomparve baldanzoso a Mombello. Ricomparve sgradito ma non inaspettato: chè troppo la donna erasi avveduta come e le lusinghe della parentela, e l'autorità del grado, e il bagliore delle ricchezze dirigesse egli ad un iniquo fine. Era dunque cresciuto il pericolo, non per la virtù di Margherita, ma per la pace sua, la quale rimase turbata dal contrasto durato in frenare e respingere le proposizioni dell'audace, dall'incertezza del fin dove egli spingerebbe altre volte le sue persecuzioni.
Mentre Luchino tornava quel giorno verso Milano, computando dentro di sè i progressi che potesse aver fatti verso il fine delle sue voglie, e coll'allegria propria e col fragore della brigata cercando di lasciar indovinare un trionfo che sperava, che voleva agevolare col darlo già per ottenuto, Grillincervello gli disse:—Guarda, guarda, padrone! Colui là certo è un tuo debitore»; ed accennava un giovane che a cavallo veniva via a rotta per la strada, e che, come s'avvide del corteggio del principe, la diede attraverso i campi per iscansarlo.
Egli era quell'Alpinòlo che, se vi ricorda, abbiamo incontrato nel primo capitolo, a fianco del Pusterla, e del quale, poichè avrà molta parte nel nostro racconto, conviene che diciamo. Passava per un di quei tanti senza genitori, cresciuti come una pianta in mezzo al deserto.
Ottorino Visconti, fratello della nostra Margherita (quel desso sulle cui avventure vi ha fatto piangere un amico mio) avea nel 1329 dall'imperatore Ludovico il Bavaro ottenuto in feudo Castelletto sul Ticino e le giurisdizioni del Novarese, dominj restati poi nei Visconti d'Aragona, discendenti da quella famiglia. Per gratitudine egli andò ad accompagnare quel sovrano a Pisa; e reduce di là, varcato il Po non lontano da Cremona, gli accadde di fermarsi ad un casolare sulla riva, in cui stava una famigliuola di mugnaj, che nei barconi guidavano i mobili loro mulini a cercare la più opportuna corrente, e che, quando ne capitassero, tragittavano i passeggieri. Quivi desiderando un tratto riposarsi, Ottorino chiese che alcuno dei fanciulli gli tenesse il cavallo, mentre sbrucava un poco di erba sul pratello quivi innanzi.—Io no.—Neppur io» rispondevano dispettosetti, e scappavano volgendosi ad ora ad ora a guatar il cavaliero e la bestia con una meraviglia sospettosa. Ma uno di essi, che al corpo pareva di più età, ma in fatto contava appena sette anni, si fece innanzi baldanzoso, e—Che paure? a me». E preso alla briglia il palafreno, lo osservava, lo palpeggiava, godeva di porgergli l'erba di propria mano, di sentirsene il fiato sopra il volto, facendosi bello di poter dominare un sì grosso e generoso animale; poi, con un sospiro, qual non sarebbesi atteso dalla verde età e dal contegno ingenuo e risoluto di lui, esclamò:
—Oh ne avessi uno io!»
Ottorino, che compiacevasi al vedere quella vispa franchezza,—Che ne faresti tu?» gli chiese.
—Eh! so ben io che ne farei, io. Correrei per mari e per terre a cercar di mio padre».
—Ma il padre tuo non l'hai tu qui?» replicò Ottorino.
—Oh! signor no!» rispose crollando il capo con mesta tenerezza il garzoncello. «M'hanno trovato su queste rive; m'hanno portato in quella casa; m'hanno tirato su… Ma… non aver i suoi! non poter mai dire come tutti gli altri, caro babbo!»
—E tua madre?»
Si rimbambolarono gli occhi al fanciullo, e mentre col dosso d'una mano li tergeva, tendendo il dito dell'altra proferì:—Eccola là»; e mostrava una croce sur un rialto, alla quale era appesa una fresca ghirlanda di margaritine e garofanetti.
Ne prese pietà Ottorino, e—Verresti tu meco?»
—Se stesse a me! Ma recherei dispiacere a questa povera gente… mi vogliono tanto bene!… Ma non ci ho mio padre!»
Quei mugnaj avevano di fatto messo un grande amore nel ragazzo: quando però il Visconti chiese glielo lasciassero condur via, l'uomo rispose:—Oh signoria, la è troppo buona. Se lo porti pure. Tutta bontà di Vossignoria».
Ma la Nena, moglie di lui, forse che avesse in astratto sentito parlare dei guaj del mondo e delle bisbeticherie dei signori, cagliava, e al garzone diceva:—Non badargli! rimani qui. Pane non te ne verrà meno se vorrai lavorare: e sarai quieto e dabbene e timorato di Dio».
Maso invece (così chiamavasi il mugnajo), uomo che aveva girato il mondo, cioè era andato a prendere grano e riportar farina sino a Cremona e a Casalmaggiore, e che davasi a intendere d'aver conosciuto gli uomini perchè aveva conosciuto molti gastaldi e molti granaj, le dava sulla voce, e—Come? vorresti tu rubargli questa fortuna? Non vedi? egli è un diavoletto. Gran salute, gran coraggio, grande appetito; ha tutte le condizioni per diventare un grand'omo. Lascia pure che sua signoria se lo conduca, e vedrai, farà passata. Già non è nato mugnajo, nè il deve diventare».
Le ragioni del marito, come succede, prevalsero: la Nena, sul congedarlo, mentre rassettava indosso quel po' di cenci al fanciulletto che balzava tant'alto dalla contentezza, gli diceva:—Guardati dai pericoli, fuggi le cattive compagnie, le donne e le bettole», come dicono tutte le madri nel licenziar i figliuoli, Maso gli soggiungeva:—Rispetta sua signoria e fa fortuna»: e Ottorino si menò seco il ragazzetto.
Quest'era appunto il nostro Alpinòlo, e Ottorino destinava farsene uno scudiero; e intanto che venissero gli anni, lasciarlo per paggio a Bice sua moglie. Ma ohimè! tornando in patria scoperse che Bice l'avea tradito, ed erasi fuggita a viver male nel castello di Rosate con Marco Visconti suo cugino; il quale poi, sazio o insospettito, un giorno la trabalzò dalla finestra nella fossa, salvo a piangerla dirottamente dopo morta.
Ottorino ne patì come uomo di sentir generoso che vedesi ingannato da persona carissima; andò cercando distrazione fra le imprese e nei viaggi, ed il cordoglio lo trasse a morte sul meglio del vivere: e nel 1336 fu sepolto in Sant'Eustorgio di Milano, presso suo padre Uberto.
Lasciò egli raccomandato Alpinòlo specialmente alla Margherita, consolatrice sua in quel crepacuore; onde il garzone attaccassimo a lei, con essa passò nella casa Pusterla, ove serviva a Franciscòlo in uffizio di scudiere. Animo esuberante di affetto, non trovandosi al mondo persona su cui per naturale legame potesse rivolgerlo, tutto l'aveva diretto, dirò meglio, avventato sulla famiglia in cui era aggrandito: e ne amava le persone e gli interessi coll'impeto di una passione, qual poteva essere in un giovane che, non disciplinato da consigli di superiori, conservava in tutto il vergine loro vigore la foga, l'irriflessione, quell'estremo bisogno di sensazioni e di felicità, che sono pregio e difetto della giovinezza. Un desiderio, anzi una vera mania di libertà avevano ispirato in esso i bollenti discorsi del suo giovane signore, e le compagnie che in Milano frequentava di giovani acuti alle novità, e di veterani memori delle franchigie antiche e dispettosi della presente servitù. Si sarebbe detto che, al modo onde gli uomini sollevati da bassa fortuna s'ingegnano di farla dimenticare, così egli volesse far dimenticare altrui, dimenticare egli stesso di non avere nè parenti nè patria di nascita, coll'amare oltre misura quelli di adozione. Alla sua balda imperturbabile volontà non era sacrifizio che paresse grave per servire la repubblica milanese o i figli di Uberto Visconti e il Pusterla: mettere per essi la vita gli saria parso ben poca cosa.
Tali caratteri che, qualora si fissino sopra un'idea o sopra una persona, hanno per nulla tutto il resto del mondo, scarsissimi s'incontrano nelle odierne società, il cui attrito, come fa coi ciottoli il torrente, leviga e pareggia tutte le disuguaglianze della superficie. È un bene? è un male? Chiedete se è bene o male la polvere di cannone, la quale, ove saviamente si diriga, serve di potenza e di difesa; sregolata, diviene micidiale.
Se a questo fare di violenza, mai non iscompagnata da generosità, accoppiate la freschezza dei diciassette anni, una schiettezza ardita, eppure educata alquanto dal conversare coi signori, una melanconia su tutti i suoi sentimenti diffusa dall'ignorare i parenti suoi, comprenderete come dovesse venir caro ai Milanesi, gente per natura d'ottimo sangue; nè dico solo agli umili, ma a quelli ancora di alto grado. La stessa incertezza dei natali, che il mondo, per una delle mille sue ingiustizie, suole ascrivere a colpa, o almeno guardare colla superba compassione che tanto si avvicina all'insulto, non che nuocere ad Alpinòlo, il rendeva anzi più interessante a chi lo conoscesse, per la smania perpetua ch'esso mostrava di trovare, di ricuperar suo padre, di togliersi dal volto questa, ch'egli chiamava infamia, del non avere genitori. Se volta avveniva che udisse narrare le angustie di qualche malarrivato,—Ma egli almeno ha padre o madre», esclamava. Qualora mirasse un fanciulletto a mano o fra le braccia dei genitori, struggevasi di pietà, di desiderio. Quante fiate la Margherita il sorprese, che contemplando il suo Venturino e blandendolo con melanconiche carezze, frenava le lagrime a stento!
Come la Margherita fosse opportuna a ispirar amore in chiunque le si accostasse, già deve il lettore averlo compreso: e deve il lettore, per poca esperienza che abbia del mondo, avere osservato come coloro che poco hanno a lodarsi degli uomini, si volgano con entusiasmo di devozione alle donne, in cui trovano la compassione, il disinteresse, l'affettuosità, per così dire, che negli uomini rimangono o spente o soffocate dai calcoli dell'amor proprio e dal tumulto delle faccende.
Perciò sopra la Margherita aveva Alpinòlo concentrato tutto l'affetto che dapprima portava ad Uberto e ad Ottorino estinti, e ad altri due fratelli di essa che allora combattevano in Palestina; non affetto qual suole intendersi da uomo a donna; una specie di culto, tale da distruggere tutti i computi della vanità, tutte le speranze della passione: e considerandola come un punto lucente fra l'universale tenebria della società, non avrebbe tampoco saputo pensarla capace d'azione men che generosa e santa.
Se alcuno mai non ha versato lacrime sul seno di donna rispettata, se mai non ha all'occhio di lei rivelato un cuore ferito e contristato, non indovinerà quali momenti doveano esser quelli, in cui Alpinòlo, sedendo vicino alla signora sua, coll'affetto di un fratello, colla riverenza di un vassallo, le apriva le proprie ambasce. Su queste gli uomini avrebbero sorriso sdegnosamente siccome di una debolezza, di una fanciullaggine, di una esagerazione di sentimento: ma in lei trovavano un eco, una simpatia, ed alcune di quelle parole che bastano a tornare per un pezzo il sereno a chi più era da nubi ottenebrato.
Nell'anno precedente a quello in cui siamo col nostro racconto, i Visconti erano stati ad un pelo di perdere il dominio. Lodrisio Visconti, nipote di Matteo Magno, corrucciato di vedersi escluso dalla signoria, tentò fare novità, fidando sui molti scontenti, sulle promesse di qualche vicino, sul proprio ardire e sulla fortuna, e mosse contro Azone una banda di mercenarj. Questa banda, composta di Tedeschi e guidata dal capitano Malerba, fu chiamata la Compagnia di San Giorgio, ed è la prima delle molte che poi resero il valore un mestiere, e che, terribili non meno agli amici che ai nemici, tempestarono per due secoli la già abbastanza afflitta patria nostra.
Contro l'istante pericolo presero le armi tutti i Milanesi, i quali, se non trovavano gran fatto a lodarsi dei presenti dominatori, avevano però abbastanza lume d'intelletto per non credere alle promesse di libertà, che Lodrisio voleva effettuare colla violenza; nè sperare che un branco di masnadieri comprati venisse a raddrizzare i torti e rinsanichire la giustizia in un paese straniero. Non avendo però saputo impedire che Lodrisio passasse l'Adda a Rivolta, giungesse fin nel contado del Seprio, al cui dominio pretendeva, e si accampasse a Legnano, i Milanesi mossero ad incontrarlo colà con tremilacinquecento cavalli, duemila balestrieri, quattordicimila fanti, ragguardevole esercito per sì piccolo Stato. Lo comandava Luchino, non ancora principe, il quale dispose l'avanguardia a Parabiago, a Nerviano il centro, la retroguardia a Rho; ma sorpreso di gran mattino il 21 febbrajo (era domenica, e nevicava a fiocchi) ebbe un tale tracollo, che rimase egli medesimo prigioniero, e fu legato ad un albero finchè la giornata fosse decisa.
Lo vide in quest'arduo Alpinòlo, che dietro a Francesco Pusterla combatteva: e tosto recatone avviso ai cavalieri più fidi d'arme, con essi rinfrescò la battaglia; e raddoppiando gli sforzi, giunsero a ricoverare il capitano. Se non fosse stile della storia il non riferire mai che a persone illustri il merito delle illustri azioni, avrebbe essa confessato che la principale parte in quel fatto l'ebbe Alpinòlo, il quale, facendo meraviglie della sua persona, arrivò primo sino al Visconti, e tagliatone i lacci, rimessolo a cavallo, e cacciatagli in mano una mazza ferrata, tornò con esso a mostrare il volto ai nemici; i quali, al fine d'una giornata in cui cinque volte si rintegrò la battaglia, andarono in piena rotta, lasciando prigioniero lo stesso Lodrisio, che stentò degli anni assai in un carcere a San Colombano.
È questa la battaglia di Parabiago, tanto celebrata fra i Milanesi, in cui si narrò che sant'Ambrogio comparisse nell'aria con un poderoso staffile, percotendo quei mercenarj[7]; e in memoria della quale si fabbricò un insigne tempio sul luogo dove Luchino fu liberato, con ordine che ogni anno, nel dì stesso, considerato come festivo, i dodici signori della Provvisione vi tornassero in grande solennità a far un'offerta in comune, per assistere ad una messa speciale, nel cui prefazio si scagliavano imprecazioni contro quelle masnade: rito che seguitò fin quando san Carlo Borromeo lo restrinse a una visita alla basilica ambrosiana in città.
Per allora grandi feste, grandi falò si fecero in Milano, e Azone con pomposo corteggio recatosi a Parabiago, vestì cavalieri quelli che più si fossero nella battaglia segnalati. Un araldo d'arme chiamava un dopo uno i prodi, coi nomi e i titoli della famiglia e dei genitori: e non trovandosi macchie, gli diceva:—Vieni, e t'accosta a ricevere il cingolo militare, di cui la patria e gli altri cavalieri ti credono meritevole». In questa guisa furono da esso araldo nominati ed esaminati Ambrogio Cotica, Protaso Caimi, Giovanni Scaccabarozzo milanesi, Lucio Vestarini lodigiano, Inviziato di Alessandria, Lanzarotto Anguissola e Dondazio Malvicino della Fontana piacentini, Rainaldo degli Alessandri mantovano, Giovannolo da Monza, Sfolcada Melik tedesco: i quali un dietro all'altro si presentavano ad Azone, che ricevendone il ligio omaggio, dava ad essi una leggiera gotata, presentava la spada, e ne circondava i lombi colla cintura cavalieresca; mentre due altri cavalieri allacciavano ai loro talloni gli sproni d'oro. Fu poi chiamato Giovanni del Fiesco genovese, fratello della signora Isabella moglie di Luchino, ma gli onori non poterono esser renduti che al suo cadavere, là recato sopra ricca bara, accinto di tutte le armi come quando, ai fianchi del cognato combattendo, era rimasto ucciso.
Ultimo si proclamò il nome di Alpinolo, ma quando fu chiesto chi fosse il padre suo e quale la schiatta, nessuno potè renderne conto; egli stesso ammutolì confuso, come al rimembrare d'una vergogna; e non potendo provare di non uscire di stirpe non infamata, non venne ammesso all'onore dei prodi. Se la cosa il pungesse nell'anima, consideratelo. Solo la tirannia più sozza e sconsigliata parevagli che potesse badare alla razza, anzichè alla personale virtù: paragonava sè a questo, a quello, singolarmente al Melik, tedesco prezzolato, e da quell'ora si fece più astioso contro i Visconti, più sempre smaniato di conoscer suo padre; e somigliante a certe vergini involontarie dopo una serie di desiderj delusi, era divenuto irritabile, stizzito colla società, a dir suo, così mal regolata: e sempre più entusiasta per coloro che vi formavano eccezione, sempre più bisognoso di nuovi sogni, di pericoli, di prove rinascenti.
I Milanesi davanti a quasi tutte le case nobili costumavano un porticale, dove poter accogliersi ad asolare, a discorrerla cogli amici, a carattarsi l'un l'altro, così portando la vita pubblica e comune d'allora, come il rinchiudersi e isolarsi è portato in altri tempi dal non vivere ciascuno che per sè, dal non far più che sè stesso centro e periferia di ogni azione. Di sessanta che erano questi luoghi di ritrovo, che chiamavano Coperti, ora appena sussiste quello dei Figini, fabbricato poco dopo in piazza del Duomo[8].
Appunto sotto uno di questi Alpinolo, in sul mangiare, barattava parole, col fuoco che egli in ogni cosa poneva, allorchè se gli avvicinò un tal Menclozzo Basabelletta, umore satirico, beffardo, e caldo popolano, come quei tanti in cui lo sprezzo tiene luogo di libertà. Non so se per amore di bene, o per dispettosa invidia, o per piaggiare la plebe, che anch'essa ha i suoi adulatori, si faceva indagatore maligno, e sarcastico detrattore dei nobili, dei ricchi, dei magistrati.
Salutato egli il giovane, e battendogli sulla spalla,—Oh! (gli disse) quella cima di tutte le donne, quella coppa d'oro di cui non rifini di contar miracoli, scusa assai bene la lontananza del marito col ricevere il magnifico signor Luchino. L'ho visto io più volte uscire verso la villa di lei».
Chi avesse veduto Alpinolo inalberarsi nell'udire trassinato fra un pieno circolo quel nome a lui sacrosanto, l'avrebbe assomigliato a un basilisco che s'avventa a chi gli trasse la pietra. Rosso come i bargigli d'un tacchino, divampante negli occhi.—Menti per la gola, sparlatore villano!» urlò con irte le chiome; e cacciando a mano la sciabola, saltò senz'altro alla vita del petulante. I circostanti accorsi aiutarono questo a sottrarsi; poi con parole, e più a forza di braccia ritenendo Alpinolo, poterono alfine quietarlo. Pure, giurando a gran voce vendetta, ripetendolo bugiardo, stringendo le dita in pugno, pestando de' piedi, digrignando i denti, corse in furia a casa i Pusterla, e senza proferire parola, che tra quell'ira non avrebbe potuto articolarne alcuna, si difilò alle scuderie, e gettata la briglia al primo cavallo che gli venne sotto la mano, vi saltò su di netto e via a spron battuto.
—Salva! salva!» esclamavano le madri nel vederlo venire di carriera, e si affaccendavano a levare di mezzo alla strada i bambini trescanti. Egli via, prestamente ebbe guadagnata la porta Comasina, situata poco oltre il ponte Vetere: e uscitone per la strada allora angusta e bistorta, percoteva in fuga il corridore, quando, non essendo molto lontano da Boisio, conobbe di lontano la compagnia di Luchino, che tornava di Mombello.
Augurossi di non avere occhi, tanto gli trafiggeva il cuore quel trovar vero ciò ch'egli aveva al Menclozzo con tanta sicurezza disdetto. Più che mai fuori di sè, figgendo gli sproni nella pancia al cavallo, il precipitò di foga traverso ai frumenti spigati, evitando la brigata abborrita. Allora fu che lo notò Grillincervello, ma non potè intendere le imprecazioni, che non solo col pensiero, ma colla voce, ossia con un rantolo, con un gorgolìo inarticolato, slanciava contro di loro Alpinolo.
Siffatto, per viette non usate egli giunse a Mombello: in mezzo al cortile balzò dal cavallo, e senza por mente a questo, così come era polveroso e affiatato si presentò alla Margherita. Era la prima volta ch'e' si permettesse con lei simile eccesso di famigliarità: ma era anche la prima volta che per lei concepisse altro sentimento che di venerazione. Non appena però si vide incontro il soave e sicuro aspetto di quella bellissima, ancora un non so che turbato dalla visita ricevuta, a guisa d'un bel cielo sul cui zaffiro la passata bufera lasciò tuttavia qualche nuvoletta, ogni sdegno fu quieto in Alpinolo, ogni sospetto dileguato: e come era stato subito a supporre il male, altrettanto subito rimproverava sè stesso acerbamente d'aver potuto un istante dubitare di quell'angelo. Chinò dunque gli occhi, quasi indegno si credesse di fissarla; ma pure non potè lasciare di dirle:—Anche qua Luchino?»
La Margherita, colla dignità della virtù a cui non giungono gl'insulti direttile, alzò il capo, e in tono di dolce rimprovero esclamò:—Alpinolo! questa parola avrebbe potuto venire da tutt'altri: ma da voi non l'avrei mai temuta».
Ruppe in singhiozzi Alpinolo, e le si gettò ai piedi chiedendole perdono: narrò il sospetto, intese la spiegazione: e il conchiuso dei loro discorsi fu ch'egli subitamente istruisse d'ogni cosa frà Buonvicino. Non era scorso il domani, che Buonvicino era venuto alla Margherita, e persuasala a pigliare i passi innanzi, e ridarsi senza indugi alla città, come ella fece, tenendovisi ignorata nel chiuso palazzo finchè ritornasse il marito.
Luchino pochi giorni tardò a rivenire all'assalto, pieno di una contumace fidanza. Accostandosi a Mombello, trova un silenzio perfetto: le finestre chiuse: nessuna bandiera sulle torrette. Luchino comincia a sbuffare dal dispetto, Grillincervello dalle risa: questo lancia il suo somaro, e poco poi torna indietro riferendo:—L'uscio è imprunato, domine, c'è la faccia di legno.» Sviano dunque, e venuti alla corte rustica domandano al gastaldo che n'è della signora del luogo.
—È partita.
—Quando?
—Jer da sera, eccellentissimo.
—Per dove?
—I fatti dei padroni io non li cerco, io.
—Ma non aveva ella disposto per rimaner qua dei giorni molti?
—Anzi dei mesi, eccellentissimo.
—Onde dunque l'improvvisa risoluzione?
—I fatti dei padroni io non li cerco, io. Mio dovere è obbedire, eccellentissimo».
Troppo rincresceva a Luchino che altri dovesse accorgersi d'un torto fattogli, d'un mancatogli riguardo; sicchè mostrò di pigliare la cosa in riso; e prese a celiarne egli stesso, a lasciar quasi intendere che ciò fosse un accordo, un'intelligenza. Ma questa necessità del fingere ne aizzava tanto più lo sdegno, e pieno di maltalento, giurava pigliar vendetta di quello che chiamava oltraggio. Legna al fuoco aggiungevano quinci i lazzi del bigherajo che non si rassegnava a comparire ingannato, quindi il vile cortigiano Ramengo, che, per sue ragioni malvolto verso la Pusterla, sapeva con arte fina esacerbare contro di lei il principe, sperando addensare un turbine sul capo della innocente.
Nè la speranza scellerata gli fallì. Da quel punto l'amore, dirò meglio, il voluttuoso capriccio di Luchino, attraversato, si converse in fiera collera: e con profonda atrocità si propose, così in generale, di perdere quella infelice. Occasioni di nuocere a un nemico non vengono scarse al potente, e pur troppo gliene offrono talora le stesse vittime designate, talora gli amici di quelle. Fu il caso.
Alpinolo, coll'impeto sconsigliato a lui naturale non si limitò ad adempiere la commissione di Margherita: la quale anzi gli aveva ingiunto di risparmiare a suo marito la cognizione d'un oltraggio, per resistere al quale ella sentiva abbastanza forte sè stessa, non abbastanza forte lo sposo per accoglierlo come uom deve, o per legittimamente punirlo. Ma se a lei la prudenza insegnava a rivelare il men che si può de' guai irremediabili, Alpinolo era invece persuaso che il mostrare le piaghe equivalga a rimediarvi. Non appena dunque ebbe inviato frà Buonvicino alla signora, senza farne motto ad alcuno tornò fuori di città, e tirò per la più breve a Verona.
Senza dar riposo mai al suo corpo, senza distinguere il fitto meriggio dalla notte più fonda, stancando la cavalcatura, non l'indomito suo corpo, scorreva paesi e paesi, ma ancora più a furia trasvolava il pensiero, in un delirio di fantasie, vie più incitato dalle memorie dei luoghi per cui traversava.
In Crescenzago era morto Matteo Visconti:—Anch'essi questi grandi, questi prepotenti finiscono come l'ultimo della plebe. Oh se anche adesso il papa volesse parlar alto, e quando uno si fa tiranno, negargli le consolazioni della religione, la comunione coi fratelli!» A Gorgonzola il re Enzo era caduto prigione dei prodi Lombardi:—Ora vanno essi a prigione dei principi». Al ponte di Cassano i Milanesi avevano respinto Federico Barbarossa; una lega benedetta dalla croce, v'avea fiaccato l'orgoglio di Ezelino…; Treviglio stava libero ancora;—Possa conservarsi!»
Così al forte di Caravaggio, così a quelli di Mozzanica e d'Antignate erano accoppiate ricordanze, vive perchè recenti, perchè ripetute dai padri ai figliuoli.
Scorrendo il territorio bergamasco, Alpinolo si ricordava di quando v'accorreano d'ogni parte gl'inviati della città, per giurare a Pontida la reciproca difesa. Brescia gli tornava a mente i figliuoli, attaccati dal Barbarossa innanzi alle macchine murali, e nullostante percossi dai genitori, affinchè la pietà paterna non guastasse la patria libertà. Il lago di Garda, le rôcche di Lonato, del Sirmione, di Peschiera, di Castelnuovo per cui passò, le tante altre onde vedeva irte le alture, gl'inspiravano un fiero coraggio, un orgoglioso dispetto, paragonando il passato col presente; vedendo tutto oro in quello, in questo tutto fango e sozzura.
Alle mura dei borghi e delle città, ai palazzi del Comune, ai tempj, ai canali che crearono la fertilità d'intere provincie, egli domandava:—Chi vi ha compiti?» e tutti pareangli rendere una sola risposta:—La libertà. Ma ora (soggiungeva nella infervorata fantasia) perchè non altrettanto? perchè le braccia non basterebbero ad abbattere questi tirannetti che minacciano tremando? e render alla patria le franchigie e il primitivo splendore?…. Perchè siamo divisi».
Al mezzo del seguente giorno pervenne a Verona, dove, per usar una frase diplomatica, regnava l'ordine sotto la tirannia dei signori della Scala. Capo della fazione guelfa in Italia era di quei tempi Roberto re di Napoli, della ghibellina gli Scaligeri e i Visconti. I Guelfi (e chi nol sa?) teneano col papa, i Ghibellini coll'imperatore, secondo credevano che l'un o l'altro potesse meglio giovare alla patria ed alla libertà. Ma poi e papa e imperatore erano stati messi da banda: il primo risedendo in Avignone, allontanava la speranza di proteggere l'Italia o forse d'unirla in un solo dominio: gli altri, senza nè forza, nè denari, nè opinione, solo si reggevano in quanto erano sostenuti dai diversi principotti; onde, conservando pure gli antichi titoli di fazione, e Guelfi e Ghibellini non miravano che a crescere in dominazione.
Estendere la loro su tutta Italia era l'intento sì dei reali di Napoli, sì dei signori di Milano e di Verona: ma appunto per ciò si contrastavano gli uni gli altri; di modo che la politica, la quale, nei due secoli precedenti, aveva operato a passioni ed entusiasmo, in questo era ridotto a calcolo e ponderazioni; e gl'Italiani avevano inventata quella bilancia di poteri, che divenne poi norma universale in Europa, e fu non poche volte sostituita al diritto e alla giustizia.
Lunghi e fieri contrasti avevano tolto il re Roberto dalla speranza di signoreggiare tutta Italia; ora a ciò avevano l'occhio Mastin della Scala, e Luchino Visconti. Era Mastino succeduto a Cane suo zio, quel gran lombardo, la cui cortesia fu il primo rifugio e il primo ostello dell'esule Allighieri: e nessuna delle virtù, ma tutti i talenti n'aveva ereditato e l'ambizione: comandava a nove città, state capitali d'altrettante repubblichette, e ne traeva in gabelle settecentomila fiorini d'oro; potè mandare a spedizioni lontane fin quattromila cavalli; e chiesto dai Fiorentini di vender Lucca per trecensessantamila zecchini, rispose non aver bisogno di quelle miserie.
Conveniente a tanta ricchezza era lo splendore di sua Corte, ove dava anche magnifico ricetto agli uomini illustri, costretti ad esulare dalla patria, assegnando a ciascuno agiati appartamenti, con dipinture allusive al loro stato e grado; e sino a ventitrè signori vi si trovarono raccolti una volta, i quali avevano tenuta, e per varie guise perduta la dominazione di qualche città.
Non è qui il luogo di descrivere le arti, per cui andava acquistando preponderanza sull'Italia, del cui dominio erasi lusingato a segno, che fece preparare un diadema tutto gioje per coronarsene re. Ma una lega degli altri principi, istigata dalla gelosia dei Visconti, gli ruppe il disegno; del che egli voleva il maggior male ai signori di Milano, e non cessava di scalzarne l'autorità. La mossa mal riuscita di Lodrisio fu tutta maneggio di Mastino: ma fallita quella, perduta anche Padova, conobbe che non era il caso di usare la forza aperta; e voltosi agli scaltrimenti, propose patti. Per conchiudere questi era stato da Luchino, siccome vedemmo, prescelto il Pusterla, sì per allontanarlo dalla moglie, sì ancora perchè, conoscendo come costui non gli fosse troppo affezionato, si persuadeva condurrebbe la cosa tanto tiepidamente, da non istringer un nodo al quale nè egli era inclinato da vero, nè vi credeva inclinato lo Scaligero, di cui anzi sempre nuove macchinazioni gli venivano all'orecchio.
Che se Mastino cercava pace, v'era stato indotto anche dalla scomunica lanciatagli dal papa, perchè, il 27 agosto 1338, esso e Alboino fratel suo aveano per le vie di Verona, scannato il vescovo Bartolomeo della Scala, per astio privato, dando poi voce ch'egli tenesse intelligenza coi Veneziani e i Fiorentini per consegnare in man loro Verona, ed ammazzare i due signori. Della scomunica ei si risero da principio; ma quando videro le loro cose andar a fascio, pensarono davvero a torsela di dosso col sottoporsi a pubblica penitenza.
Grave penitenza, giacchè richiedeva che, per quaranta giorni, portassero dì e notte il cilizio, andassero scalzi e col cappuccio sugli occhi; giacessero sul pavimento; non lavarsi, non radersi, non tagliare l'unghie, non conversare, non accostarsi alla moglie, sedere per terra; sul desco ignudo non mangiare, nè carni, nè uva, nè cacio, nè pesci; puro pane e acqua tre giorni la settimana; levarsi al tocco del mattutino, assistere agli uffici fuor di chiesa, oltre recitare certe orazioni. Però non appena essi impetrarono perdono, la penitenza fu mitigata; e il dì che Alpinolo vi giunse fu appunto quello in cui essi Scaligeri facevano l'ammenda imposta. In camicia, a capo nudo, esso l'incontrò fuori la porta di Verona, donde fino alla cattedrale andarono con in mano un doppiere acceso, di sei libbre, e facendone portare innanzi a sè altri cento somiglianti. Venuti poi alla chiesa (era domenica e tempo di messa solenne) offersero quei ceri, chiesero perdono ai canonici, e furono ribenedetti. In aggiunta dovevano, entro sei mesi, offrir a quella chiesa un'immagine di nostra Donna d'argento e dieci lampade, con una rendita bastante a tenerle accese: e istituirvi sei cappellanie con venti fiorini d'entrata ciascuna. L'anniversario dell'uccisione del prelato, ciascuno dei due peccatori dovea nodrire e vestire ventiquattro poveri: digiunare tutti i venerdì: se mai si facesse il passaggio in Terrasanta, mandarvi venti cavalieri, mantenuti per un anno. Il papa di rimpatto, oltre assolverli, li nominava vicarj, essendo vacante l'impero, contro un annuo tributo di cinquemila fiorini.
Acconciatosi anche col pontefice, tanto meno si sentiva Mastino la voglia di accettare i gravi patti proposti dal Visconte. Era dunque mancato il principale oggetto dell'ambasceria del Pusterla, sebbene riuscisse in una commissione segretamente affidatagli da Luchino; ed era di ottenere che lo Scaligero non lasciasse più uscire dai suoi Stati Matteo Visconte, fratello di Barnabò e di Galeazzo, inviato anch'esso in aspetto di ambasciatore, ma in fatto perchè a Milano egli dava ombra allo zio.
Fino a servire alle segrete intenzioni ed ai sottofini di Luchino erasi lasciato indurre il Pusterla dall'ambizione, dal piacere di piacer al padrone. Ora pensate qual dovesse egli rimanere allorquando Alpinolo, colle vive tinte somministrategli da un'esagerata immaginazione, a sbalzi, a scosse gli espose gli osceni tentativi di Luchino. Nessun maggiore dispetto che sperimentare ingrato colui, per cui vantaggio siasi commesso un'ingiustizia, un peccato. Lo provava Franciscolo, il quale esacerbato contro Luchino quanto dianzi trovavasi a lui ben vôlto, scoprendo essere un nuovo oltraggio quello ch'esso aveva accettato per una riparazione degli oltraggi antichi, risolse senza più di abbandonare il suo posto e tornare alla città, pieno di truci pensieri, e della speranza non solo di ovviare lo scorno, ma di potersene vendicare.
CAPITOLO V.
LA CONGIURA.
—Buon Gesù, che foste anche voi pargoletto, e sin d'allora cominciaste a soffrire, e crescevate in età e sapienza, soggetto ai vostri genitori, ed acquistando grazia presso Dio e presso gli uomini, deh vogliate custodire la mia fanciullezza, fare che io non contamini l'innocenza; e che le opere mie, conformi al voler vostro, promettano bene di me ai parenti ed ai cittadini miei.
—Buon Gesù, che tanto bene voleste ai vostri genitori, vi sieno raccomandati i miei; benediteli, date loro pazienza nei travagli, forza nell'obbedienza, e la consolazione di veder crescere me quale essi desiderano nel timor vostro.
—Buon Gesù, che amaste la patria sebbene ingrata, e piangeste prevedendo i mali che le sovrastavano, guardate pietoso alla mia; sollevatene i mali; convertite coloro che colle frodi o colla forza la contristano; alimentatele la fiducia del bene, e fate che io possa divenire un giorno cittadino probo, onorevole, operoso».
Così faceva ripetere la Margherita al suo Venturino, che le stava inginocchiato davanti, tenendogli le manine giunte fra le sue mani. Una madre che insegna pregare al suo figlioletto, è l'imagine più sublime insieme ed affettuosa che possa figurarsi. Allora la donna, elevata sopra le cose terrene, somiglia agli angeli che, compagni della vita, suggeriscono il bene e ritraggono dal peccato. Al bambino poi, coll'idea della madre, si stampa in cuore la preghiera ch'essa gl'insegnò, l'invocazione al Padre che è nei cieli.
Giovinetto, allorchè le lusinghe del mondo vogliono avvoltolarlo nelle voluttà, esso trova il coraggio di resistere, invocando quel Padre che è nei cieli.