RACCONTI
STORICI E MORALI

DI

CESARE CANTÙ


TERZA EDIZIONE


MILANO
LIBRERIA EDITRICE DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE
DI PAOLO CARRARA
Via S. Margherita, 1104
1878


Proprietà Letteraria dell'Editore.

INDICE

[L'Editore] Pag. 5
[Avventure guerresche di un uomo di pace] 7
[Una figlia di Galileo Galilei] 61
[Tecla] 93
[Una buona famiglia] 99
[La madre] 113
[Conforti d'un vecchio ai vecchi] 129
[Il letterato] 151
[Gli artigiani] 161
[Franklin] 177
[Indignarsi e soccombere, perseverare e riuscire] 205
[L'ultimo degli Hohenstaufen] 221
[Giangiacomo Medici] 245
[Bona Lombarda] 269
[Girolamo Cardano] 275
[Due alchimisti italiani] 285
[Rostopcin] 295
[Me al naturale] 298
[I frati pacieri] 303
[Dell'attaccar lite] 321

Nel 1868 pregai Cesare Cantù di lasciarmi ristampare i suoi Racconti già comparsi in molte edizioni. Egli non solo vi annuì, ma varj ne aggiunse, tutti riordinò e ritoccò: non credendo indegni di tal cura lavori che, quantunque i minimi fra' suoi, erano sopravissuti a trenta anni e a tante ruine di cose e di uomini.

Consumate due edizioni, una nuova ne intraprendo, cominciando da questo volume, che sta anche da sè, e che è abbastanza qualificato dal titolo: al quale vanno compagni uno di Paesaggi e Macchiette, e uno di Novelle Lombarde.

La materia loro e il nome dell'autore mi dispensano dal raccomandarli.

Milano, ottobre 1877.

P. Carrara.

AVVENTURE GUERRESCHE D'UN UOMO DI PACE

CAPO I.
I trentanove anni.

Alli 6 ottobre anno 1806 compivo i trentanove anni, e abitavo in una cameretta da studente a Berlino.

Quando mi svegliai, le campane sonavano della bella, che era domenica: e un sudor freddo mi corse tra pelle e pelle al riflettere che, fra un anno, questo sarebbe il mio quarantesimo giorno natalizio. — Il quarantesimo!

A diciannove anni un giovane sospira il ventesimo, perchè fino a quello non gli pare di trovarsi a livello del mondo: a ventinove comincia a far il viso dell'armi al trentesimo anniversario che si avvicina: le illusioni della vita sono ite in dileguo.

Ma il quarantesimo!... Ah, quarant'anni, e ancora senza impiego, senza uno stato!

Era il mio caso nè più nè meno, eppure non era colpa mia.

Risolsi dunque tra me e me, finchè durassi nell'ordine de' celibatarj, di non aver mai più di trentanove, nè meno di trentott'anni. Presa questa disperata deliberazione, mi alzai, e mi posi a dosso gli abiti da festa: ma l'anima era colma d'amaritudine...

Roba di chiodi! Fra poco quarant'anni sulle spalle, e ancora solo, e niente più che un povero candidatus theologiæ senza posto, senza avvenire! Neppure un impieghetto di professorello in città avevo potuto buscare; a che dunque tutto il mio sapere, l'instancabile zelo mio, la mia vita esemplare?

Non ho parenti, non protettori,

Non amiche, non ville,

Che far mi possan mai

Nell'urna del favor preporre a mille:

passavo la giornata a correre le vie per bastare a' miei bisogni dando lezioni al terzo e al quarto: poi nelle ore libere facevo il letterato, scrivevo su pe' giornali e per le strenne: ma che pane salato vi so dir io! I libraj salariavano le mie vergini muse non con altre monete che di rame.

Eppure tutti in generale i conoscenti mi faceano una cera da non dire, e portavano in palmo di mano il mio talento: ma dite mo se ci sarebbe stato un cane che mi desse un bruscolo? Il più distinto favore onde mi potessero onorare gli era un invito a pranzo.

E la mia buona Giulietta? ah! invano si sarà conservata fedele a' miei destini. Anch'essa dovette appassire come un fiorellino delle Alpi nella solitudine, ignorata dal mondo.

Giulietta m'era da nove anni promessa sposa, senza che mai avessimo tra noi una parola a ridire: buona come il pane, ingenua come l'acqua, al par di me povera e dimenticata, non avea che me solo. Nasceva da un consigliere, che in grazia d'un fallimento era morto impoverito. La vecchia madre sua che stava a casa in una città là su' confini della Polonia, era in sì basse acque da non potersi tener a lato la Giulietta; onde questa serviva in una casa a Berlino come compagna d'una dama, o, a dirla più prosasticamente, come cameriera: e col tenue ritratto del suo lavoro sostentava la madre.

Quante volte non sarei io soccombuto all'umor negro se la buona Giulietta, Dio la benedica, non avesse sostenuto il mio coraggio! Ma ora non eramo più fiori e baccelli: io entrava nel quarantesimo anno, Giulietta toccava già i venticinque, ed io non era che un aspirante, ella una cameriera!

CAPO II.
Fu il ciel che delle lettere il conforto
Certo inventò.

Così pensando e ruminando, non avea che finito di vestirmi, quando sento bussare alla mia porta; entra il postino, e mi rimette una lettera, ma molto grossa, che costava niente meno che trenta soldi. Prezzo enorme per la borsa avizzita d'un teologhetto!

Abbandonatomi sul seggiolone, stetti un buon quarto d'ora esaminando la soprascritta e il suggello, strologando da chi mi venisse.

Io ci ho un gusto matto a far così per combattere la mia curiosità; e poi ghiribizzare co' più bei castelli in aria sul contenuto della lettera.

Oggi poi la questione era se aprirla subito o aspettare domani. Non volevo mettermi a rischio di leggere forse notizie sinistre, proprio il mio giorno natalizio: sarebbe stato un cattivo pronostico per tutto l'anno. L'infelice è superstizioso.

Tirai le buschette, e la sorte decise pel no. Cattivo segno! ma la mia curiosità, animata da eroico coraggio, scosse il giogo della sorte e delle ubbie; il suggello fu rotto, — lessi, ed i miei occhi s'empirono di lacrime.

Dovetti deporre la lettera per calmarmi alquanto poi la rilessi. O provvidenza eterna! o mia Giulietta! — strinsi al cuore la lettera, mi posi in ginocchio colla fronte sino a terra, e sparsi le prime lacrime di gioja che avessi versate in vita mia, ringraziando l'Onnipotente della sua bontà.

La lettera veniva dal mio unico protettore, un negoziante di Francoforte sul Meno, nella cui famiglia ero vissuto un pezzo come precettore. Per un caso... No: dove c'è Dio non c'è caso!... Basta: per interposto del mio mecenate, io era chiamato come capellano nelle terre d'un conte dell'impero, ricco sfondato, con settecento scudi di paga, abitazione, giardino e legna, e per giunta la speranza, quando andassi a genio al signor conte, d'esser nominato precettore di suo figliuolo, con assegni particolari. Doveva ai 19 ottobre trovarmi a Magdeburgo, ove il conte faceva una scappata quel giorno, e desiderava vedermi.

Rimasi come stordito: tutti i miei voti erano compiuti. Lesto lesto finii d'affazzonarmi, e colla lettera di nomina in tasca, non corsi no, volai dalla Giulietta galluzzando. La sua padrona era per fortuna in chiesa, onde la trovai sola soletta. Restò spaventata al vedermi com'ero sfiatato, rosso come una brace, scintillante negli occhi; con angoscia mi trasse nella sua cameretta, dove io voleva bene spiattellarle il fatto, ma sì! non poteva formolar parole: piangevo, la stringevo fra le braccia, appoggiava il mio viso ardente sulle spalle di lei, che tremava di spavento.

— Cosa v'è accaduto di sinistro? Cosa potè abbattere tanto il vostro nobil cuore?»

— Oh Giulietta! (esclamai io) il mio cuore è avvezzo ai patimenti, sicchè vedrei il più acerbo destino col sorriso sulle labbra. Ma la gioja è ospite sconosciuta per me, nè ho armi contro di essa. Me ne vergogno: oppure, malgrado la mia filosofia, essa mi opprime.

— La gioja, signor dottore!» disse Giulietta stupefatta.

Nota bene, lettor cortese, che io aveva ottenuto all'Università soltanto il grado di licenziato, ma, per adattarmi alla moda, mi sorbivo a tutto pasto il titolo di dottore in filosofia.

— Vi ricorda (le risposi) quando nel giardino di Sans-Souci ci trovammo insieme la prima volta? quanto eramo contenti! Nove anni scorsero d'allora, o Giulietta, e noi serbammo il giuramento di amore e di fedeltà che prestammo quel dì sotto la volta brillante de' cieli, innanzi al Dio che è dappertutto: benchè senza speranza, lo serbammo religiosamente. — Vuoi venir con me, Giulietta? (io seguitai in tono men tragico, ed era la prima volta che le dava del tu.) Una bella casa, un fior di giardino t'aspettano: vuoi tu dividere la mia felicità? Guarda questa è la nomina: io sono capellano.»

Lesse la lettera, e mano mano che la scorreva, s'infocavano gli occhi suoi, che mai non la m'era parsa così bella. Poi finito, lasciando cascar le braccia, mi fissò un momento silenziosa, e le si gonfiavano negli occhi care lagrimette,

Pari alle stille tremule brillanti,

Che alla nuova stagion gemendo vanno

Dai palmiti di Bacco entro agitati

Al tepido spirar delle prim'aure

Fecondatrici.

— Verrò teco dove tu vorrai, Giammaria», essa mormorò, e singhiozzando gettommisi al collo.

Era il primo tu che le usciva dalle labbra: era il primo tu ch'io udissi darmi dopo morta la mia mamma, pover'anima. Noi eramo felici come angeli in paradiso. Pochi istanti dopo, si spiccò da me per gettarsi ginocchioni, e pregare; poi sorse, mi volse uno sguardo ove scintillava una tenera gioja, e la prima domanda fu: — Ma questo è proprio verità? non è un sogno? Mostratemi la lettera: non mi ricordo più del suo contenuto.»

CAPO III.
Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate tornanti all'addio.

— È naturale (diss'io a Giulietta) ch'io non entri alla mia parocchia prima d'esser ammogliato. Come potrei ne' primi giorni occuparmi d'una folla di minuzie e d'intersesi mondani? Dov'è lo studio? ove la stanza da letto, e che so io? Tu, Giulietta, tu me le additerai: tu mi tramuterai la casa straniera in patria deliziosa: noi staremo da papi. Solo non ti scordare che il mio studiolo abbia una finestra che dia sul tuo giardino, affinchè la primavera, mentre io lavorerò a tavolino, possa vederti per le redole annaffiare e zappettar le ajuole. Oh che goder di Dio che noi abbiamo a fare!

Ella arrossì, e disse cambiassimo discorso: pure fu lei la prima a rattaccare del modo con cui volea disporre il suo orticello, e a discutere se o no tornasse conto comprare a Francoforte ogni nostro occorrente. Nè avemmo nulla a far di meglio che lavorare sul serio a conchiudere la nostra unione, domandare il congedo di Giulietta alla sua padrona, disdire la mia cameruccia, le mie lezioni, far fare le pubblicazioni di nostre nozze, avere il sì, e tutto.

Ogni cosa andò al solito: mi rallegro e regalucci da tutte le bande; onde mi trovai più ricco che non fossi stato da parecchi anni in qua. Un altro amico di Berlino, di cui avevo allevato i figliuoli, mi offerse, per far il viaggio di Magdeburgo, il suo calessino, ed io non dissi di no, e mi fornii del passaporto necessario.

Per verità il tempo era disastroso; bolliva carne in pentola: la guerra e i suoi guasti coprivano le campagne: il re s'era già avanzato coll'esercito fino a Turingen incontro a Napoleone, sin allora invitto. Noi però ci tenevamo sicuri, nella persuasione che fra un quindici giorni i Francesi sarebbero cacciati di là dal Reno. Via gli stranieri:

O stranieri, strappate le tende

Da una terra che patria non v'è.

Per qualche guadagno io aveva composto cinque odi pindariche sulle vittorie de' Prussiani, ove descrivevo tutte le future battaglie, lasciando in bianco solamente il luogo delle azioni. Erano il non plus ultra della poesia classica, e potevo far conto di ricavarne cinque bravi talleri d'argento dai libraj di Berlino. Per tutti i buoni conti posi il manoscritto de' miei canti trionfali in saccoccia, per essere pronto, all'occasione, a fare stampare le prime a Magdeburgo. Ahi, come la speranza era diversa dall'effetto!

Il 14 ottobre, giorno che l'antica potenza prussiana restò annichilata a Jena e ad Auerstedt, presi congedo da Giulietta: tornato appena da Magdeburgo, si farebbe il matrimonio, poi si andrebbe alla parocchia.

Per quanto vago di lusinghe ci sorridesse innanzi l'avvenire, non sapevamo consolarci di questo distacco: pareva non avessimo a rivederci più. Per verità, come dottore in filosofia, io non dava retta ai presentimenti; ma come sposo ci avevo una fede scrupolosa.

— Giammaria, Giammaria! Il Signore sia con te!... Vivi, vivi felice; ma noi non ci rivedremo più — più», esclamò Giulietta singhiozzando. Povera zitella!

CAPO IV.
Viaggio a Magdeburgo.

Il 15 ottobre uscii contento come una pasqua dalla porta di Brandeburgo, portando in tasca la mia nomina e i miei cantici decasillabi di vittoria.

Dovetti, per qualche faccenduola, pernottare a Potsdam; la sera traversai Sans-Souci, e nel giardino e sulla classica piazza, ove la Giulietta, fanciulla allora sui sedici anni, mi aveva promesso eterno amore, rinnovai, dopo nove anni, il mio fedele giuramento.

La notte scrissi fin tardi all'amica mia un'idilio di mie speranze e di mie immaginazioni, dipingendole la felicità del nostro viver futuro nella parocchia, lungi dal trambusto del gran mondo. In mezzo ai quali disegni attaccai della grossa: e deh che sogni dorati vennero a cullare il mio sonno!

Al domani buon'ora ripresi via, conducendo meco la vettura mia ed un cavallo de' buoni. Lungo il cammino, ripassava un ad uno i discorsi che improvviserei al conte di Magdeburgo per mostrarmi a lui dal mio lato più brillante, e quelli che volgerei a Giulietta nel menarla alla nostra parocchia.

A Brandeburgo, nell'osteria, tutto era vita! Parlavasi di battaglie da casa del diavolo che doveano essere successe tra Napoleone e il caro re nostro, che Dio conservi: l'eroica morte del principe Luigi Ferdinando a Saalfeld era stata, diceano, vendicata nella più splendida guisa: nelle vallate della Turingia i cadaveri dei vinti ingorgavano il corso de' fiumi, niente meno.

— E dell'imperatore Napoleone che n'è?» chiesi io.

— Mah!

— E il maresciallo Lannes?

— Morto.

— E Davoust?

— Morto.

— E Ney?

— Morto: tutti morti.

— Ma è proprio vero?

— È un vangelo».

Chi dubiterebbe di trionfi che si desiderano? Io non capivo più nella pelle, e tutto fuoco porsi la mano alla saccoccia per cavarne i miei inni trionfali: quando un vecchio sedutomi a spalla, trasse di bocca la pipa e mi soffiò nell'orecchio, ma con bassissima voce: — Magaridio la fosse così! ma io so che le sono sparampanate, e che ce n'è toccata una grossa.»

Queste parole, potete immaginarlo, m'inchiodarono la mano nella tasca, e lasciai i lirici canti in luogo e posto.

Una grossa! ed io vo a Magdeburgo. Non potrebbe succedere che Napoleone e la grande armata venissero a situarsi fra Giulietta e me? Un brivido febbrile mi cercò dal capo alle piante.

Ma, eccetto il vecchio, tutti faceano gavazza nella sala dell'albergo, con un patassio, con un abbandono tale; ciascuno descriveva la pugna, la vittoria, la fuga con tante particolarità che avresti detto, e' l'han vista proprio cogli occhi loro. Ond'io, senza cercare se fosse verità o buccia di porro, mi adagiai nel parere de' più, e andai a dormire con tanto di cuore.

CAPO V.
Terribili presentimenti.

Il giorno appresso scontrai di molti corrieri, che pareano venire da Magdeburgo o dall'esercito, difilandosi a Berlino a spron battuto. Il diplomatico silenzio di questi messaggieri non mi pronosticava niente di consolante, perchè la consolazione è naturalmente espansiva.

In non mi ricordo qual villaggio fra Ziesar e Burg un subisso di gente stava raccolto; e quando io m'avvicinai, non s'insognavano di farsi da banda. Allora solo distinsi, innanzi ad un gran casamento, de' cavalli sellati, e alle finestre della casa molti ussari prussiani.

— Ohe, cosa c'è di nuovo?» chiesi a quelli che m'erano intorno, fermando il calessino.

— Ah, cara lei! ah, Signor benedetto!» esclamò una vecchia paesana. — Come, non sa? se non si discorre d'altro. Il re ha perduto tutto: e non son ancora boccie ferme: i Francesi arrivano a gambe: fra un'ora forse saranno qui.»

Naturalmente io non le aggiustava piena fede; pure volli informarmi meglio, e fattomi verso il casamento, saltai di calesso, e v'entrai. Le camere formicolavano di gente; ussari, paesani, impiegati alla rinfusa, pipando, bevendo, narrando, ciaramellando: ma tutti col viso lungo, buzzo buzzo. Ora parlavasi della disfatta de' Prussiani e dell'avvicinare de' Francesi; ora d'un Maggiore che in grazia d'una ferita non potea continuare la strada a cavallo, ed avea bisogno d'una vettura: ne volevano una, e s'erano spediti messaggieri da tutte le bande a cercarne.

Non sapendo quanto n'avessi in tasca dalla paura, più di là che di qua, io mi sedetti ad un cantuccio della tavola, e feci portar una fiaschetta di birra per aver comodo di sentire più giusto l'occorso, e a norma di quello regolarmi.

Un dieci minuti dopo, gli ussari sgombrarono e salirono a cavallo: ed io mi feci alla finestra a vederli partire. E li vidi in fatto sfumare, ma che? nel bel mezzo di loro vidi andarsene il calessino mio, cioè prestato a me dall'amico di Berlino. Ebbi un bel gridare dalla finestra — Ohe! Alto là! Fermatevi! cotesta carrozza è mia di me;» fra un minuto ogni cosa era ita in dileguo. A furia di spintoni m'apersi un varco tra il pigio della folla, e uscii di là entro: ma il posto era vuoto; il mio biroccino andato a Dio lo rivedi.

— Non la si sperpetui: la stia pure di buon animo,» mi disse uno smingherlino; che davasi tutta l'importanza di un impiegato. — Il signor Maggiore non ci andrà gran pezzo che rimanderà il calesso. E' non lo prese che per condursi fino alla città più vicina. Quel povero signore sdolorava delle sue ferite, e ha pigliato il miglior partito per calmarle.

— Ma chi è questo Maggiore!» chies'io.

Nessuno lo conosceva.

— E dove diavolo va col mio biroccino?»

Nessuno lo sapeva.

Corsi al villaggio sulla direzione del calessino e della sua scorta; prima d'arrivarvi, la strada si spartiva in tre o quattro altre, ma per nessuna riuscii a trovare vestigia sicure de' fuggitivi: in nessuna parte rinvenni chi me ne sapesse dire gallo nè gallina. Tornato, tutti stavamo ancora dinanzi a quel casone, dove entrai anch'io scalmanato e aggirandomi che parevo un terremoto: ma nessuno badava a me più che alla terza gamba, tutti pensando all'avvicinarsi de' proprj malanni, al sovrastare de' Francesi.

— La scriva; la rediga il processo verbale dell'ingiustizia fattami.» diss'io all'impiegato. — Tutto il paese e lei stesso furone testimonj di questo atto arbitrario. La scriva che, in conseguenza del sopruso del signor Maggiore tal dei tali, io Giammaria mi vedo costretto a fermarmi qua finchè torni il mio calessino, e che pretendo esser risarcito del danno emergente e del lucro cessante.»

Lo scrivano fece il suo dovere a meraviglia; io ritirai copia del processino, e la riposi coi canti trionfali. La notte passò; passò il domani; l'impazienza mia era al colmo, ma il calesse non sapeva tornare. Il 19 ottobre spuntò. Giusti Dei! e l'illustrissimo signor conte dell'impero che mi aspettava a Magdeburgo? Chiesi a nome del Maggiore una carrozza, o, almen che fosse, un cavallo per andarmene ai fatti miei: ma il Maggiore innominato godea sì scarso credito, che nessuno volle anticiparmi nulla a nome suo.

Che fare? Qui non c'è rimedio, e bisogna avere una buona pazienza. Ringraziato Dio che io portava con me tutti i miei beni, e potevo camparmela: ma la mia guardaroba se n'era andata col signor Maggiore. Ed all'amico di Berlino cosa dare per la vettura ed il cavallo? come comprare altri abiti, altra biancheria? dove prendere da far con Giulietta il viaggio sino alla parocchia?

Certo la era una prova ben dura per la fede d'un capellano cristiano.

Tagliai dalla siepe un bravo bastone di spino, e, così col cavallo di san Francesco, mi posi tra le gambe la strada per Magdeburgo. Il signor conte verrà in soccorso mio, pensavo tra me e me; e canterellavo traversando una landa non coperta che di macchie e di cespugli.

CAPO VI.
Gran ritirata.

Mi abbattei in spizzichi di soldati prussiani di tutti i reggimenti, chi con armi, chi senza; vivandiere, carri da bagagli, che zitti e chiotti mi passavano allato: nè a me bastò il coraggio di volgere la parola a questi prodi sfortunati.

— Ehi, sor dottore, dov'è ben avviato?» gridò una voce, in quella che, nel giardino di Burg, io mi trovavo in mezzo ad una truppa di soldati.

Sebbene fossero anni domini che nol vedevo, pure lo ravvisai per un tenente, che a Berlino stava nella stessa casa dove io, e che solevo chiamarlo Carlomagno, perchè questo capameno faceva discendere la sua famiglia in linea retta col gran conquistatore.

— A Magdeburgo, per servirla, signor tenente.

— A Magdeburgo? Eh! voglio dirle bravo se ci arriva, sor dottore; i Francesi vi sono già accampati con una bagatella di cencinquantamila uomini, sputi la voglia, e torni con noi, se mi vuol dar ascolto. Tutto è perduto: Brunswich è morto; Mollendorf è prigioniero: del re non si sa che diavolo ne sia: il corpo di riscossa del principe di Würtenberg fu battuto jeri ad Alla.

— Ma tant'è, io devo essere dentro oggi a Magdeburgo.

— Sì? La corra dunque a gettarsi sulle bajonette de' Francesi. Buon viaggio, sor dottore, e buona tornata.»

Mentre Carlomagno finiva con questo dire, due dragoni accorsero a spron battuto gridando: — Il nemico è già a Wittenberg, sull'Elba.» Tosto la fanteria raddoppiò il passo; ed io, non sentendomi di sostenere solo soletto l'affrontata dei cencinquantamila accampati a Magdeburgo, accettai la compagnia del tenente, e voltai tanto di spalle all'illustrissimo signor conte dell'impero.

Addio, parocchia mia; addio, mie nozze; addio, paradiso di mie felicità! Benchè fossi già innanzi cogli anni, la fortuna di simili non me n'avea mai giocato. La battaglia di Jena scompaginava tutte le mie speranze quand'erano più brillanti che mai, e mi faceva tornar dottore, celibe e povero in canna.

Io non risolveva a quale tra me ed il re avessero recato danni maggiori le vittorie di Napoleone. Ma la fortuna tiranna trovò in me la costanza usata; finchè mi restava qualcosa a perdere, io era tutto inquietudine, tutto paure. Ora che, spiantato di ramo e di radice, neppure a vender l'abito che portavo indosso avrei potuto pagare all'amico il cavallo e la carrozza, mi tornò il buon umore, e me n'impippavo dell'Olanda. S'è fatto primiera con peggiori carte.

CAPITOLO VII.
Il Cappellano.

— Presto, avanti: io seguo la bandiera di Carlomagno,» dissi ridendo al tenente; — e vada come la sa andare, sotto la generosa sua protezione fuggo sino a Berlino.

— Potenzainterra! non la è poi così disperata. Ho meco ancor mezza compagnia... tutti fior di Prussiani che fumano, e che non avrebbero paura davanti a una legione dell'inferno. Uh, avessi solo un cannone! non darei un passo indietro al cospetto di due reggimenti francesi. Se fossi stato io al posto del duca di Brunswich a Jena, o che sì o che no la battaglia sarebbe andata come è andata. Venite, dottore: io vi nomino gran cappellano della mia mezza compagnia.»

Ogni volta che si traversasse un villaggio, il tenente faceva sfilare i soldati, reliquie di tutti i reggimenti li disponeva per colonna, ed orgoglioso del suo grado, stava diritto impalato come un i, finchè a suon di trombe il suo esercito sfilava innanzi ai paesani. Quei che non avevano armi seguitavano umilmente dietro a' bagagli; e me, come cappellano quest'era il mio posto naturale.

Ben tosto legai un'amicizia da spartir colle pertiche con la vivandiera, padrona d'un baroccio. Questa brava creatura camminava a piedi, traendo per la cavezza una rôzza sfinita; e perchè non le moriva la lingua in bocca, essa mi contò per filo e per segno la storia dei fatti di Saalfeld e d'Auerstedt, censurando le posizioni e i movimenti dei Prussiani su questi due campi: alle quali critiche di strategia io non aveva a ridir nulla, io che mi sentivo capacissimo di perdere una battaglia, fossi ben a capo di dugentomila soldati.

Questa commilitona si chiamava Elisabetta, e quel ch'è curioso, acconciava il capo al modo che si vuol dipingere la regina d'Inghilterra di questo nome: avea il viso e tutto contro tutte le tentazioni, ma umor allegro, spiritosa, pizzicava di letteratura, e cantava canzoni berlinesi con una voce da passare le orecchie. Il suo spirito e la sua acquavite le davano non poca influenza sulla truppa nostra, e le schiudevano l'accesso al consiglio di guerra, dove mettea fuori il suo partito ogni qual volta si trattasse di determinar la marcia del nostro convoglio.

Il lento passo della sua rôzza, le lusinghe dell'acquavite e il suo ascendente sovra i soldati, la rendevano il vero capo nostro, tuttochè marciasse alla coda: e per non isfaticar il suo ronzino, non facevamo più di dieci o dodici miglia al giorno. La notte ci fermavamo nei villaggi, dove i soldati godevano tutta la libertà: ogni due giorni si teneva consiglio.

Per dire il vero, di questo passo non s'andava innanzi gran che: ma di giorno in giorno l'esercito aumentava di alcuni soldati che s'intruppavano con noi, in modo che arrivammo a contare dugento uomini, fra i quali due dragoni e quattro trombetti.

CAPITOLO VIII.
L'Ajutante generale.

La sera del quarto giorno Carlomagno mi trasse in disparte: aveva capito da un pezzo che in quel suo capaccio maturava qualche magnanimo disegno.

— Sor dottore (mi disse), alla guerra si fa passata. Io sono tenente già da otto anni: oggi sarò generale, o mai più. Comando dugento uomini a un bel circa: innanzi di arrivare all'Oder, ne avrò probabilmente uniti duemila, che conduco al nostro re. Ma prima qualche eroica impresa. Piombo colla mia truppa sulla Sassonia, e detto fatto prendo il nemico alle spalle.

— Come, come, non volete andare a Berlino?» l'interruppi io, pensando alla mia povera Giulietta.

— No: io volto a diritta, verso Mittenwalde. Dottore, il posto di cappellano non vi sta bene: ho pensato che sareste un bravo soldato. Vi do un cappello militare, un mantello turchino, una brava spada e un buon puledro; e sarete mio ajutante generale. So che conoscete le matematiche e disegnate a meraviglia: vi adopererò nelle ricognizioni ed a levare i piani.»

Avrei io osato contraddirgli? Accettai il posto di ajutante generale, perchè mi procurava il bene di sedere sul dosso di un cavallo, col cui mezzo speravo veder più tosto la Giulietta: lodai la confidenza di Carlomagno, e mutai il mio abito nero collo spadone di san Paolo. La sera stessa il generale passò in rassegna il suo esercito, nominò nuovi capitani, caporali, tenenti e tutto; mi presentò come suo ajutante generale, e sviluppò il suo disegno ai Prussiani meravigliati.

— Sì, camerati miei, (gridò alzando ambe le braccia) il dado è gettato. Noi colle imprese nostre faremo il nome prussiano terribile per sempre. Lo spirito del gran Federico ci anima: la patria insanguinata e deserta ci guarda... Camerati, e noi soffriremo d'essere ridotti ad un indegna servitù? Quale sceglieremo? vittoria e fama nell'universo, od una miserabile esistenza sottomessi a stranieri? Quelli che vogliono essermi fedeli, che vogliono seguirmi per vendicar il loro Dio, il loro re, la patria loro, ripetano con me: Vittoria o morte.»

Infiammati a questo discorso, sbolgettato con nobile ardore, i più gridarono — Vittoria o morte.» Solo alcuni, ustolando gli alberghi di Berlino, gridarono con un comico entusiasmo — Vittoria o pane.»

La regina Elisabetta era fra i malcontenti: tutta versata per questa risoluzione presa senza consultarla, trasse fuori la tabacchiera, la rotolò fra le dita, l'aperse, poi la guardò con aria cupa e minacciosa.

Il domattina eramo poco lontani da Brandeburgo: Carlomagno camminava innanzi con una maestà proprio imperatoria; io dietrogli giù giù sopra una rôzza che l'ultimo villaggio dove pernotammo era stato costretto a fornirci. A mancina stendevasi la strada grossa di Berlino; a destra il sentiero che dovea menarci alla gloria e all'immortalità.

Il generale e me, benchè il mio cuore sanguinasse, voltammo eroicamente a dritta: l'esercito ne seguì: la vivandiera chiudeva la marcia cantilenando sul suo baroccio, ma arrivata che fu al crocicchio infilò bravamente la strada di Berlino.

Non appena la retroguardia vide il bariletto dell'acquavite in quella direzione, voltò fronte, e lo seguitò senza proferire parola. L'esempio trascinò poco a poco tutti i soldati, che rinunziarono all'immortalità per l'attraente baroccio; sicchè alla fine ci trovammo soli il generale e me, esso involto ne' fumi suoi e negli umor bravi, io struggendomi dal desiderio della mia povera fidanzata.

Il dispetto di Carlomagno quando vide la sua truppa sparita, voglio lasciarlo pensare a voi. Essa, volgendoci le spalle, camminava in coda al diletto barile; a capo le stava Elisabetta, assisa sul suo botticino come sur un trono, cantando in quilio: Viva Bacco e l'allegria. L'imperatore mandava faville: corremmo dietro ai disertori, comandammo con voce tonante, Alto là! L'orgogliosa Elisabetta si compiacque di fermar il baroccio, e i soldati obbedirono: allora l'eroico tenente buttò fuori con energica voce la sua filippica. Oh, che ci hanno mai a che fare le parlate degli eroi di Senofonte e del Guicciardini? I commilitoni ascoltavano con tanto d'orecchi la pifferata: pure ebbi ad osservare che poteano tenersi di gettare tratto tratto uno sguardo amorevoluccio sulla carriola d'Elisabetta, temendo vederla sguisciar via. Nè so bene a che sarebbe andata a riuscire l'eloquenza del nostro generale, atteso che la regina Elisabetta rialzava la cresta con aria disdegnosa; ma tutt'a un tratto un nuovo incidente trasse la nostra curiosità.

CAPITOLO IX.
Marcia dell'esercito.

Un tenente di ussari, sforza, sprona, divora la via venendo dalla direzione di Berlino, e, senza altro preambolo ci dirige, le parole seguenti dal più lungi che potè farsi ascoltare: — Corpo di tre legioni di diavoli, dove andate per di qua, canaglia berrettina? I Francesi sono entrati in Berlino con tanta gente che nulla è floge: noi abbiamo dato volta: il re è a Kustrin nella Prussia occidentale, bisogna procurare di salvarci in Slesia dietro l'Oder.»

— Viva Dio!» gridò Carlomagno con gran prosopopea; noi siamo Prussiani, signor mio, e non scappiamo; no, perdinci: noi, piuttosto, noi passeremo a traverso dei battaglioni.»

Tale risposta fece metter la berta in seno al tenente, che si carezzò la barba corvina, e salutò con profondo rispetto il nostro generale. — Se volete unirvi alle mie truppe che ho raccozzate per conservarle al re (soggiunse Carlomagno maestosamente) sarete il benvenuto. Io vi do il comando della cavalleria sotto i miei ordini. Guard'a voi! in riga! per fianco destro! Il primo che parla di Berlino sarà trattato da disertore ed appiccato. Marsc.»

L'esercito nostro così riprese il cammino di Mittinwald, senza che alcuno volgesse la testa verso Berlino, non mica per paura d'essere impiccato, ma per paura dei Francesi. Elisabetta stessa tenne dietro mogia mogia, discesa dal suo trono, e cessati i suoi canti di trionfo. Tutto l'esercito era preso da un certo terrore. I Francesi già a Berlino! Ma per dove diavolo sono passati? Che sian fioccati dal cielo?

Io chinai anch'io la testa: Napoleone aveva in poter suo metà della monarchia prussiana, la città capitale del regno del gran re, e la mia Giulietta. Oh! l'aveva pur ragione la povera tosa quando, animata di profetico spirito, m'aveva detto tra gli scapigliati congedi, — Giammaria, non ci vedremo più!

Qual improvviso rovescio! Alquanti giorni bastarono a tutto sovvertire: la Prussia, i cui eserciti erano testè lo sgomento dell'universo, un regno così florido, distrutto da una sola battaglia: la mia sposa prigioniera in potere del popolo più galante e più prode d'Europa: il mio protettore conte dell'impero, in una città che era già stata incendiata da Tilly: la mia parrocchia Dio sa dove; ed io pacifico dottor in filosofia, io magister bonarum artium, di tutti i miei titoli non mi restava più che quello di ajutante generale di Carlomagno.

Allorchè, galoppando fra questo e il suo comandante di cavalleria Sparapane, mi abbandonavo alle illusioni, passando in rivista le mie memorie antiche, l'immagine di Giulietta, la mia stanzuccia di Berlino, eccettera, uno scapuccio del mio cavallo veniva a trarmi di botto dalle dorate visioni: e volgendo attorno gli sguardi inquieti, quelle contrade sconosciute che traversavamo, quelle strane figure che mi circondavano, tutto pareami un sogno, ed era obbligato a stropicciarmi gli occhi per assicurarmi che non dormivo.

Di fatto io era un osso fuori di posto. Quanto meglio avrei fatto a fuggire a Berlino sull'ali dell'amore! O che i marescialli di Francia volevano prendersi la briga d'un povero maestruccolo? e poi, i miei canti di vittoria non m'erano usciti ancora di tasca. — Sì, ma cos'avrei fatto per vivere? Le mie lezioni sarebbero preoccupate da altri; i miei canti non potevano veder più la luce. Come ajutante generale sono spesato; sono alloggiato: e po' poi, chi sa ch'io non riesca meglio a pan che a farina? chi sa ch'io non faccia fortuna nella carriera delle armi? Moreau non era che un avvocatello, e più tardi, in qualità di generale, eseguì una ritirata da far la barba a Senofonte. Chi sa mai che il dottore in filosofia non faccia un giorno meravigliar l'universo colle sue imprese? S'ella coglie coglie: o Cesare o niente.

Sospinta dal cattivo vento de' Francesi, che da Berlino ci soffiava in faccia, la nostra truppa si dirigeva sempre verso mezzodì. Fra noi non si parlava altro che d'eroi, che d'imprese, ma in fatto Sparapane non aveva tutti i torti quando ci insinuava di fuggire. Non ci avanzavamo che con precauzione e pe' tragetti, schivando le città e le borgate considerevoli, non fermandoci che in miserabili cascinali, e spesso facendo marcie forzate; simili piuttosto ad una masnada di ladri, che ad audaci conquistatori. I paesani ci tenevano informati delle notizie, e ci fornivano di viveri in abbondanza; ma tutti ci dicevano ad una voce: — Combatterete nella Slesia, perchè i Francesi sono già a Francoforte sull'Oder.»

CAPITOLO X.
Fu il vincer sempre mai laudabil cosa.

— In somma delle somme (mi diceva il generale la seconda sera dopo esserci spiccati dalla via di Berlino, intanto che prendevamo i quartieri in un povero casale, e postavamo le guardie). In somma delle somme ho condotta la cosa sì bene, che piglio Napoleone a rovescio.»

E sorrise con un'aria che dava a pensare; poi si mise a riflettere ancora.

— Potrebbe anche essere (disse Sparapane), purchè egli non ci pigli noi domani.»

Quest'objezione mi fe' raggricciare, perchè naturalmente io pensava al figliuol di mio padre. Tutti e tre meditabondi serbammo il silenzio, poi di scatto ci levammo dalle seggiole come sbigottiti, perchè nel villaggio s'era intesa una fucilata di allarme, e tutti i soldati esclamavano: — I Francesi! i nemici! all'armi!» La trombetta sonò il tutti a cavallo; i tamburri batterono: Sparapane fecesi pallido come un panno lavato, ed io, per mascherare la mia spaventosa agitazione, mi gettai come forsennato nella sala dell'albergo, gridando a quanto me n'usciva dalla gola: — Allò, bravi Prussiani, suvvia: presto all'armi.»

Cercai la porta, ma non la sapevo trovare, sì ero sgomentato; e battendo il capo di qua, di là, rovesciai l'armadio della nostra vecchia ostessa continuando: ad urlare — Prussiani, all'armi! Bravi Prussiani non mi abbandonate.»

L'ostessa si lamentava: i bambini piangevano; cane e gatto saltarono, in mezzo al trambusto sulla tavola. Il qual tramestìo crebbe viepeggio il mio delirio, sicchè credendo i Francesi già in camera, supplicavo il cielo d'avermi pietà, promettendo a me stesso, se la campavo, di non esser mai più ajutante generale, mai più.

Il mio turbamento e le lagrime mie, che fortunatamente Carlomagno e Sparapane interpretarono a mio favore, istillarono ad essi nuovo coraggio; trassero fuori le durindane, e ci recammo al posto ov'erano adunate le truppe. Deh qual fortuna fu il trovarmi al bujo! Nessuno mi vedea, onde potevo, se caso occorresse, sgabellarmene, facendo incognito una ritirata alla Moreau od alla Senofonte. Io non son vile no, pure quel giorno un terror panico mi aveva preso: e poi in generale io sono più inquieto di notte che di giorno. — Ajutante! avanti, con venti uomini verso il cimitero: il nostro posto vi fu attaccato: se avete bisogno di soccorsi, mandate, e vi condurremo dei rinforzi. Finora non è che una scaramuccia dei posti avanzati.»

Così perorò Carlomagno: i venti uomini si difilarono dietro a me, ed io li dovetti condurre. Povero magister bonarum artium, che cera facevi tu nel cavar dal fodero la spada! — Al diavolo il tenente, pensava io. Guarda mo'! non si ricorda più che a Berlino io abitavo al quinto piano?»

Ma bastava che si fidavano del mio coraggio, e l'amor proprio me ne dava. Quando fummo arrivati al cimitero, i miei occhi si copersero di profonda tenebrìa, perchè ci avanzavamo verso un muro alto assai. Ma io scambiai il muro per truppe francesi, e facendomi da una banda, gridai, come se vedessi degli spettri! — Fuoco! fate fuoco!»

Al lampeggiare della polvere ci chiarimmo che s'attaccava battaglia con un muro. Ma, indovinate un po'? sentimmo a un tratto molte voci gridare: — Perdono! quartiere! la vita!» e sette uomini di fanteria leggera francese, uscendo di dietro il muro, ove s'erano rannicchiati, vengono al mio piede gettan l'armi e si danno prigioni. Balordi! se fossero rimasti zitti e cheti noi non ce ne saremmo accorti per insogno. Così vennero da sè in bocca al gatto: e come prigionieri furono disarmati e condotti al quartier generale. Vi lascio pensare quanto mi pavoneggiassi arrivando dinanzi a Carlomagno, come l'ammazzasette, fra lo splendore di torchi e di fanali. Esso mi abbracciò al cospetto di tutto l'esercito, dicendomi: — Ajutante, il coraggio e la prudenza vostra vi fanno un immortale onore. Dirigerò un rapporto a Sua Maestà il Re, in cui gli presenterò la vostra condotta in questo affare sotto l'aspetto più favorevole.»

Dai prigionieri spillammo che una compagnia di fanteria leggera, mandata a prendere i quartieri nel villaggio, avea avuto paura al sentire che Prussiani v'erano in grosso numero; il gran batter delle casse, la gran quantità delle sentinelle, i grandi strombettamenti nostri gli aveano convinti, a non dubitarne che fossimo chi sa quanti. I sette prigionieri s'erano avanzati un po' troppo nell'andar a scoprir paese. Io non toccava terra dal piacere: erano i primi uomini in mia vita che facessi prigionieri; i primi soldati di Napoleone che vedessi in muso. Li feci refiziare di quel poco che si potè avere, e coloro non vi s'addormentarono sopra. Alle mie domande sul numero dei Francesi che si trovavano nei contorni, risposero che un intiero corpo, sotto gli ordini di Davoust, era in cammino per Berlino.

Io tradussi questa risposta al mio degno generale, ed esso, inorgoglito del primo esito delle sue armi, alzò le mani e gridò; — Corpo e sangue! è dunque vero che piglio l'esercito francese alle spalle.» Sparapane al contrario divenne smorto, cogli occhi invetriati.

CAPITOLO XI.
Secondo scontro e sue conseguenze.

Quel che più mi lusingava nella mia prima impresa militare era la persuasione di non aver fatto versare una stilla di sangue. È ben vero che non era mia colpa: ma il merito del generale, nelle grandi battaglie come nelle più piccole scaramuccie, mi pare affatto dubbioso. Il più spesso, particolari circostanze, la felice idea d'un caporale, l'arguzia d'un tamburrino, l'accordo d'un reggimento, che altro so io, influiscono più che il genio del comandante sull'esito d'una mischia. I reggimenti, i battaglioni e le compagnie sul campo non sono più macchine affatto, siccome si suol credere: e non so quanto pagherei a leggere le battaglie di Maratona, di Farsaglia, di Marengo, di Jena descritte in modo filosofico da un testimonio ben informato.

Non appena s'imporporò l'aurora, fummo all'ordine per la partenza: faceva gran freddo, e il nostro generale pensava che avremmo una giornata calda. I paesani narravano che il villaggio era circondato di truppe nemiche, onde fu risolto nel consiglio di guerra di sfilare traverso alla foresta.

Usciti dal villaggio, ecco venirci contro da tutte le parti Francesi, sbucando fino dal bosco ove contavamo passare. Ma il tenente non si sconcertò: con calma stoica dispose in battaglia l'esercito: l'ala sinistra appoggiata ad un pantano, la dritta contro un noce antico. — Camerati, oggi non v'esca di mente che siete Prussiani: bandiera non abbiamo, ma tenete fisso lo sguardo al pennacchio bianco del mio cappello, che sarà dovunque siavi gloria da acquistare.

Questo pensiero mi richiamò a mente Enrico IV, che, in un caso men disastroso, pronunziò alcuna cosa di consimile.

— Se non possiamo vincere, possiamo almeno, da veri Prussiani, non esser vinti, continuò esso. Il peggio che ci possa accadere gli è di dormire sta sera con De Ziethen, Schwerin; Winterfeld e Federico il grande, invece di dormire nelle nostre miserabili caserme.»

Certamente Leonida non parlò meglio alle Termopile, incoraggiando i suoi a morire per la patria. L'amico mio Carlomagno faceva le più bizzarre parodie del re spartano, e certo senza saperlo. Ma le nostre truppe mostravano di preferir i cavoli e le rape al duro prandio e alla terribil cena dei Campi Elisi. Quanto a me, un tozzo di pane di man di Giulietta mi sarebbe somigliato mille volte più prezioso, che tutta l'ambrosia in compagnia degli eroi dell'antichità.

Era un tristo spettacolo a vedere le colonne francesi avanzarsi a rilento e il sentire tratto tratto lo squillo di loro trombe. Io stava alla peggio sul mio cavallo, non lungi dal noce, all'ala destra, e tremavo a verga a verga. Il buon Sparapane posto alla sinistra, ove le sue cornette facevano un fracasso di casa del diavolo, non parea guari più sicuro.

Per l'ultima volta, prima d'ingaggiar il sanguinoso combattimento, Carlomagno mi s'accostò: — Signor ajutante generale, ecco il giorno di spiegare il genio vostro. Ma in nome di Dio, vi prego, non abbandonatevi all'impeto del vostro coraggio. Conservatevi calmo. S'io cado in battaglia, assumete voi il comando. Il nemico è troppo forte: se siamo battuti, ci ritireremo nel villaggio, e là morremo tutti fino ad uno nel cimitero.»

Dopo questo breve discorso si ritrasse, lasciandomi al turbamento e alle angoscie mie.

Fra ciò la regina Elisabetta aveva scelto per la sua vettura un posto molto opportuno, donde agevolmente potea trovare via di scampo. Tale posizione doveva impacciare i movimenti di Sparapane, giacchè esso la respinse scortesemente, e costrinse la vivandiera piangente a volgersi verso di me, passando innanzi alla fronte della linea.

Questo movimento accidentale decise la sorte della battaglia prima che fosse cominciata.

CAPITOLO XII.
Già di mezzo sparito è il terreno,
Già le spade respingon le spade.

Mentre l'esercito nostro fissava occhi d'amore e di desiderio sul barile amato, che gli rullava dinanzi, il primo colpo di cannone si fece intendere, ed, ahi tenor d'inique stelle! la palla diede giusto nel mezzo alla botte dell'acquavite, sicchè il néttare delizioso schizzò d'ogni parte, mentre il cavallo sgomentito se ne portava il carretto.

Col liquore divino ogni coraggio disparve: e la retroguardia fece un movimento addietro verso il villaggio.

Carlomagno urlò: — Avanti;» ma sì! ogni entusiasmo era sparito: neppure un soldato s'avanzò. Tra la furia egli aveva dimenticato che la sua penna bianca doveva indicare il cammino della gloria; e giusto quella penna cascava al dietro della testa, onde i soldati si diedero a intendere che il cammino della gloria conducesse al villaggio.

Un secondo colpo bombò: il mio cavallo, già rintronato dal primo tuono di quelle artiglierie così malsane, cominciò a partecipare all'inquietudine del suo cavaliere, che non potè lasciar di volgere la testa per assicurarsi se il cammino del villaggio fosse libero tuttavia.

Allora i nemici cominciarono un fuoco di moschetteria, e tosto come un pazzo io mi posi a gridare: — Fuoco! fate fuoco! sparate!:» calcai il cappello sugli occhi, strinsi i denti, e pensando — Dio v'ajuti,» volli battermela minchion minchione verso il villaggio. Ma prima di trovar via nè verso di fare dar di volta alla mia rôzza capricciosa, i soldati obbedienti fecero fuoco, il mio cavallo n'ebbe spavento non minore di me, e mi portò in sua balìa dietro il noce. Tre cacciatori francesi mi spararono contro, e non vedendomi cascare, ed avendo paura della sciabola, che io teneva in mano, voltarono le spalle, e gambe. Il mio Pegaso, per quanto facessi per frenarlo, col capo fra le gambe seguitava il nemico; ond'io a giurare, a piangere, a gridare: — Fermo là! — Brrr — Quieto!»

Il mio Pegaso, per quanto facessi per frenarlo, col capo fra le gambe seguitava il nemico; ond'io a giurare, a piangere, a gridare: Fermo là! — Brrr! — Quieto! (Pag. 38)

Ma niente era del fermarsi. I cacciatori presero uno stradello tra due fratte; e il mio bellicoso corridore dietro. Allenati, furono essi côlti da un vero spavento, perchè io era loro senza posa alle coste: spronavano i cavalli stanchi, ma il mio ronzino scaldato raddoppiava di celerità. Sicuramente mi tolsero per un diavolo incarnato, che avesse giurato di bevere il sangue loro; perchè tratto tratto si voltavano a guatarmi con aria costernata. Ah se que' buoni cristiani avessero saputo quanto questa vittoria mi pesava!

Sbucati da una foresta di abeti, ci trovammo in un vasto piano, dov'era un campo di Francesi. Là perdetti le staffe, i miei fuggiaschi svanirono, e alcuni soldati mi trassero delle fucilate, onde il cavallo fece una capriola, e mi gettò là lungo e disteso come una pera cotta.

Addio, Giulietta! addio, conti senza l'oste! addio a chi resta! addio, mondo ingannatore! io dicea fra i sospiri: giacchè la mia caduta fu sì violenta che i soldati mi credettero morto, anzi sepolto e corsero a me coi tre fuggitivi sghignazzando. Sorsi tremante come avessi la quartana; mi domandarono la spada, ed io la cedetti: i tre fantaccini volevano schioppettarmi lì per lì, ma i cacciatori mi tolsero in protezione, giurando ch'ero uom d'onore e prode. Una lode sì poco meritata, in bocca d'un nemico, mi fece andar in brodo, principalmente quando m'accorsi di non essere ferito.

CAPITOLO XIII.
Me prigioniero.

Ora eccomi prigioniero di guerra. Mi condussero in una casa da paesani isolata, e lungo il cammino feci penitenza cedendo l'orologio, la borsa e l'anello d'oro che portavo, memoria della Giulietta.

Un capitano, che stava trincando e scuffiando a due palmenti con diversi ufficiali in essa casa, mi domandò qual fosse il mio grado, dopo che fu narrato come qualmente io aveva inseguito i cacciatori fino nel campo. Cosa rispondere? Capellano? maestro d'arti? dottore in filosofia? M'avrebbero riso sul muso. Carlomagno non m'avea sollevato al grado d'ajutante generale? Senz'esitare adunque risposi: — Ajutante generale.»

L'abito fa il monaco; ed anche i titoli. Mi fecero prender posto a tavola; c'era dell'arrosto rifreddo, del malaga, fior di rosolio; il capitano mi drizzò parole di consolazione sul caso mio: — È il destino della guerra. Cinquant'anni fa voi avevate Federico il Grande, e a noi toccò Rosbach; oggi noi abbiamo Napoleone il Grande, e a voi tocca Jena.»

Gli uffiziali montarono a cavallo, ed io fui messo in arresto nel campo. Il brivido della paura non m'era passato ancora, onde il trovar fuoco al corpo di guardia mi tornò da morte a vita.

Che ne sarà del tenente Leonida e de' suoi magnanimi? che sarà divenuta la regina Elisabetta col suo barile traforato? che diverrò io stesso?

Questi pensieri m'invadevano lo spinto. M'era stato detto che sarei condotto a Francoforte sull'Oder, e che là mi unirei ad un convoglio di prigionieri per la Francia. Offrii di giurare sull'onor mio che non porterei più le armi contro sua Maestà Imperiale e Reale l'Imperatore de' Francesi, ma l'offerta non era stata accettata dal capitano, il quale diceva che la mia sorte doveva essere decisa dalle autorità superiori.

Eccoti dunque destinato per la Francia, povero dottore per esservi inchiodato in una fortezza. Deh come tutto in un lampo si cangiò! Quando stavi assettato nella tua soffitta da poeta, girando gli occhi sopra i tetti vicini; quando leggevi Plutarco o la gazzetta, tirando quietamente una presa di tabacco, che cosa mai poteva turbare la tua pace? Poi finita la giornata, date le lezioni, tu andavi a fianco della tua Giulietta, a ragionar con lei delle speranze e dell'avvenire, o nella tua poetica solitudine scrivevi nuovi cantici guerrieri.

A ciò mi corsero in mente gl'inni delle vittorie prussiane, che tenevo sempre in tasca: onde cacciai a mano lo scartafaccio, mi guardai attorno per vedere se ero osservato, e lo gettai sul fuoco. Canti di trionfo, canti pieni di rabbia e di spregio contro Napoleone e gli eserciti suoi, poteano nella mia prigionia costarmi nientemeno che la pelle. Dunque li vidi perir tra le fiamme, quasi col piacere stesso onde, in momenti più felici, io gli aveva partoriti. Nè la mia gioja fu sminuita per avere nella furia gettata con loro anche la mia nomina di capellano.

Alcuni soldati mi s'accostarono ben tosto; quelli appunto che mi avevano fatto cascar di cavallo, e mi domandarono: — Cosa bruciate costì furtivamente?» e parlavano di spionaggio, di moschettare. Io, imbarazzato a rispondere, davo cartacce, il che non migliorò la mia situazione. Que' mariuoli, me n'accorsi ben io, cercavano di attaccar bega; m'insultarono, mi condussero in una camera del corpo di guardia, ove dovetti deporre la giubba e gli stivali; essi se li presero e via, nè più rividi i mariuoli nè la giubba.

Fuori pel giorno fui interrogato molte volte sulle carte bruciate; e perchè io stava sul tirato, sostenendo che erano miserie, carte di famiglia, lettere private, fui condotto al quartier generale da due uomini, che in mia presenza caricarono il fucile.

Senza giubba, mal in arnese, e in una giornata brusca d'ottobre, dovetti seguitar le mie guardie per una passeggiata di tre ore. Impillaccherato, stracciato, mezzo svestito, stavo peggio d'un pitocco, perchè non aveva la mia libertà: anzi la mia vita stessa non valeva in quel punto cinque soldi, perchè i Francesi in campagna amano i processi spicciativi. Un povero diavolo accusato di spionaggio essi l'impiccano e lo fucilano caldo caldo, senza curare s'egli se l'abbia a male.

CAPITOLO XIV.
Le montagne stanno al posto, gli uomini si trovano.

Al cader della notte, una linea di fuochi mi si scoperse allo sguardo: a avvicinandoci, trovammo un campo considerevole. Fui condotto in una bella casa di campagna fuor del villaggio; dove stavano alla porta guardie a piedi, guardie a cavallo: uffiziali d'ogni arma, in belle divise, uscivano ed entravano continuamente. Condotto innanzi all'uffizio militare si lesse il rapporto sopra di me, mi fu chiesto il nome, il grado, e poi ordinato — Portatelo di là cogli altri prigionieri.»

Uno de' primi uffiziali disse: — L'hanno spogliato in guisa, che è una vergogna.»

Un altro volgendosi a me soggiunse: — Andate pure; sarà mio pensiero procurarvi abiti decenti.»

Mi condussero nel campo, e là fui consegnato ad un uffiziale, incaricato di custodire i prigionieri. Questi, seduti accanto al fuoco, godevano la loro cena, ed io mi posi fra loro. Ma indovinereste quali furono le prime faccie che distinsi? Sparapane, e allato a lui Carlomagno, che mangiavano ambedue una minestra spessa in un badiale lavamano che la regina Elisabetta reggeva sulle ginocchia, invece di tavola. — Potenzinterra! gli è proprio il mio generale!» esclamai io, fuor di me dal contento. «È cotesto il pasto che avevate a fare all'Eliso con Ziethen, Schwerin, Winterfeld e Federico il Grande?»

Il tenente, al sentir la mia voce, alzossi tripudiante, e mi serrò teneramente fra le braccia. — Come, signor ajutante? vivo ancora? sia lodato Iddio! Rimane adunque ancora un eroe al nostro re. Deh quanto vi piansi! Ma voi, perchè non saper moderare il vostro ardore? Ho ben visto come cacciaste in fuga i tre cacciatori, e come essi vi trascinarono dietro di sè. L'esempio vostro ravvivò la mia gente, un tantino scoraggiata; incrociammo le bajonette contro il nemico; morti e feriti a furia da ambe le parti: combattemmo come leoni una buona mezz'ora, poi ci fu forza metter giù le armi. Venite, ajutante del cuor mio, venite a parte della nostra cena.»

Il prode tenente m'abbracciò ancora dalle tre volte in su: il valoroso Sparapane non sapea finire le fratellanze e i complimenti: la regina Elisabetta m'offrì un cucchiajo di stagno, e così posi in oblìo la noja ed il mal della passata via.

Forse mezz'ora dopo, l'uffiziale di guardia comparve con un caporale: — Chi di lor signori è l'ajutante generale?»

Carlomagno sorrise di contentezza, e m'accennò col dito proteso, perchè non era molto forte nel parlar francese.

— Signor ajutante, (aggiunse l'uffiziale) mi piange il cuore ch'ella sia stata trattata sì indecorosamente. Le mandano dal quartier generale questi vestiti da addossare, con due bottiglie di vino per rifocillarsi. La stia sicura che i Francesi sanno stimare i loro nemici come uomini d'onore, e che i mariuoli e i ladri sono eccezioni alla regola.»

Io feci al mio nobile nemico la più gentile risposta che sapessi immaginare, ed è un vero peccato che non abbia potuto, lì sui due piedi, trovar una frase migliore di questa: — I conquistatori dell'universo oggi m'hanno vinto due volte.»

Noi tedeschi abbiamo un bel fare; ma, è forza dirlo, i Francesi sono il popolo più ingegnoso del mondo: sono proprio i Greci del nostro tempo. Fino i soldati semplici hanno un esteriore grazioso e amabile, che non si trova da noi se non sul teatro: una battaglia animata li rapisce, un buon pensiero li ricompensa, il sentimento dell'onore gl'infiamma: in questo popolo v'è dello spirito; non solamente patate e birra.

CAPITOLO XV.
Un bel fuggir salva la vita ancora.

Al domani fummo tradotti a Francoforte sull'Oder. Io conosceva da cima a fondo quella città, anzi v'avevo degli amici a rotoli, ma nel caso presente questi amici mi riuscivano affatto inutili, se non anco dannosi. Un onesto Francofortese poteva trovarsi per caso sull'ingresso di sua casa nel momento appunto del nostro arrivo, e alluciarmi: e riconoscendomi, salutar l'ajutante generale col nome di «Caro mio dottore;» e forse domandarmi conto delle mie odi guerriere.

Perciò, all'arrivar dinanzi alla porta, oh come il cuore mi faceva ticche tocche! Tirai giù il cappello, e su la cravatta fino agli occhi; mi sentivo vergognoso di entrare come un malandrino, fra mezzo a prigionieri, in una città che conoscevo; e davvero cominciava a mangiare del pan pentito, perchè, diciamolo, un po' di colpa ce l'avevo io coll'arrogarmi gradi e onori militari che aveano a far con me come il papa colla Cina.

Ci prese in mezzo un nugolo d'oziosi, — ma no; sì duro nome non s'addiceva a quella buona gente; venivano, mossi di compassione, o forse cercando fra noi un amico, un parente.

Benchè già buiccio, io mi rimpiccinivo il più che poteva: la mia coscienza era certo irreprensibile, ma una virtù involontaria somiglia al delitto. Infine giungemmo ai nostri quartieri di notte, e, parola d'onore promettemmo di non fuggire.

Lo confesso, questa parola d'onore, non era gran fatto onorevole per me, giacchè mentre la dava, rifletteva tra me e me: — L'ajutante generale può ben legare la sua promessa, ma senza che ciò formi alcuna obbligazione pel signor dottore e magister.

Appena fatto scuro, chiesi licenza d'andar a visitare certi amici: n'ebbi un bel no; ma quando volli uscire nessuno mi fermò, nessuno mi chiese, Dove va? nessuno per le strade mi volse la parola; onde vedendomi libero a metà, volli esser libero affatto sgusciando fuori della città, e la sentinella mi tolse per un uffiziale francese.

CAPITOLO XVI.
Questi furo gli estremi onor renduti
Al domatore di cavalli.

Senza guardarmi ai piedi, corsi per forse un'ora a rotta di collo, poi sfiatato m'accôrsi d'aver lasciate le strette e miserabili callaje de' sobborghi: una sabbietta copriva la strada sotto gli stanchi miei piedi: intorno a me nell'oscurità si stendeva un bosco di pini, e sovra il mio capo la luna inargentata scintillava attraverso le nubi.

Trovai la situazione mia poeticissima: eppure, che volete? una prosaica cena presso una cuccetta di paglia non mi sarebbe dispiaciuta.

Ed ora che fare? ove drizzarsi? Io non sapeva cosa rispondere a queste mie domande. La fame non si fa mai sentire così viva come quando non si sa come calmarla: nè la vita è mai sì cara come nel momento che è in pericolo. Questi tristi pensieri ingombravano il mio spirito; onde rimisi in moto i miei piedi a benefizio di fortuna, curioso di sapere cosa diverrei, e dove infine mi condurrebbe la mia sorte avversa.

Sentii cani abbajare; qualche lume mi apparve da lontano, alla cui scorta arrivai spedato ad un villaggio. Innanzi all'osteria stava un carozzino di posta a tiro a due, voltato proprio verso la direzione ch'io intendeva seguire. Guardai attorno: il sottopiede dietro al cocchio non aveva nulla che mi impedisse di accomodarvimi d'incanto, e di attaccar un sonnellino intanto che la vettura mi trascinerebbe lontano assai. Il padrone era ancora nell'osteria: io, cercandomi nelle tasche, non mi trovai allato nemmeno la croce d'un quattrino: eppure avrei comprato sì volentieri una pagnottina, perchè la vedevo in aria. In qualità d'uffiziale non potevo batter l'accattolica; potevo bensì goder a isonne mettendo a contribuzione: onde risolsi di tentare la fortuna, ed entrai nella casa.

Sopra un truogolo di avena erano posati un cappello rotondo, un palandrane ed un frustino. Risoluto di cavarne le mani dal mestiero dell'armi, senza esitare gettai in là il mio cappello gallonato, deposi la giubba turchina sull'avena, e presi il palandrano: se avessi avuto la sciabola, di tutto cuore l'avrei barattata col frustino, che non ostante presi in mano per sicurezza, se non altro, contro i bottoli del villaggio. Non occorre dire che in tale arnese non potevo più pensare a cenar in quella casa onde attaccai la voglia ad un arpione: ma andava in solluchero pensando che ormai potrei viaggiare incognito tra mezzo ai Francesi.

Stavo ancor ritto e fermo come un termine a piè dell'uscio, cercando cogli occhi un cantuccio, dove ripormi ad agguatar la vettura, che non la se ne andasse senza me, quando a un tratto una voce francese mi sonò dietro, che fece su me l'effetto di un fulmine. — Andiamo, ghiotto; lesto, andiamo,» gridò il Francese, che mi aveva tolto pel suo cocchiere, lo rimaneva lì intra due di cascar morto, o di darla alle gambe come un ladro: ma il Francese non voleva nè l'uno nè l'altro: e ghermitomi pel colletto con una forza prodigiosa, mi trasse presso il cocchio, e mi intronò nell'orecchio: Sitzen dich auf: poi balzando egli stesso nella carrozza, aggiunse: — Presto, frusta; avanti.»

Alla buon'ora: pensai io nel sedermi sulla cassetta: e sferzando i cavalli uscimmo dal villaggio, tirando via di pratica.

CAPITOLO XVII.
Altre pugne, altre stragi.

Più io toccavo su, e più il degno mio padrone ripeteva; — Buono! bravo!» Pareami arcifrettolosissimo, e a giudicar dalle parole che d'ora in ora gli scappavano di bocca, la sua coscienza non era più netta della mia.

Al chiaro di luna credetti scorgere ch'ei fosse uno di quegli importanti personaggi che in francese si chiamano impiegati; avendo abiti troppo borghesi per un militare, e troppo militari per un borghese.

La nostra conversazione riducevasi a monosillabi, perchè egli non parlava quasi punto il tedesco; io per restare in carattere, doveva ignorare totalmente il francese. Mi domandò; — Quanto star da qui a Posen?» ed io: — Molto ancora.» Egli aggiunse: — Essere molti Prussiani là? — Oh molto,» rispos'io: al che egli come forsennato gridò: — Andare, camminnare, sempre:» ed io faceva galloppar i cavalli colla pancia a terra.

M'indussi poi a fargli intendere che avevo bisogno di mangiare col domandargli se aveva de' viveri seco; intese che gli domandassi di viver seco. Gli parlai di avermi compassione; credette che parlassi di commissione. Dissi che avevo hunger, cioè fame, e pensò che parlassi degli Ungheresi. Infine ripetei brod, e questa parola e il gesto onde l'accompagnai fece l'effetto, sì che mi diede un bel quarto di pagnotta, che fu meglio d'una sassata.

Contento come un giubileo, sbocconcellai pane e pane in sulla cassetta, lodandomi del posto mio che mi forniva di tutto quanto potevo desiderare. Capellano o palafarniere, ajutante generale o maestro, dottore o vetturale, cos'importa? l'uomo sta sempre bene sotto qualunque abito: peggio per lui se l'abito è il solo bene che possiede.

Io prendevo la strada di Polonia, dicendomi: Chi sa ch'io non vada in riva alla Vistola a trovar il comando d'un corpo d'armata? E non ci mettevo nè pepe nè sale, e per quanto oscura fosse la mia sorte, io la vedevo chiara come un'ambra.

Mi sentiva nella migliore disposizione di spirito per comporre un sermone, quando a chiaro di luna distinsi alcune sentinelle sulla strada. Il mio commissario le vide al punto stesso, sfoderò la sciabola, impugnò una pistola che inarcò. Lo scatto d'uno scodellino mi coprì d'un sudor freddo da capo ai piedi.

— Corpo e sangue, lesto, presto, avvia, tocca su,» gridava lui.

— Fermo là. Chi viva! Alto là: chi viva?» gridarono alcuni soldati, presentandomi al petto la punta delle bajonette.

A qual dei due obbedire? Io speravo che una bugia officiosa mi trarrebbe d'imbarazzo: onde credendo che i soldati fossero Francesi, avviati a raggiungere il loro reggimento, dissi loro: — Signori, il mio padrone è un generale francese.»

— Alto là; rendetevi,» gridarono più voci ad un tratto.

— Un canchero che ti roda,» urlò il mio preteso generale, e balzando di netto dal calesso, stramazzò due di costoro: sparò; gli risposero; di qua, di là, da destra da manca sentivo le palle fischiando volar. I miei cavalli furono spaventati anche più di me; onde, senza dire addio nè a diavolo morsero, il freno, e presero un galoppo disperato. Ed io certo non li teneva. Sentii ancora l'urtarsi delle sciabole e qualche scoppio; poi non intesi più nulla. Io mi trovavo salvato, grazie alla prudenza e alla velocità de' miei cavalli.

— Maledetto accidente,» pensava io tastandomi dal capo alle piante, perchè dapprima mi credeva tutto crivellato dalle palle, e di perdere il sangue a catinelle, ma in fatto non avea tocca neppure una scalfitura.

Tanto meglio. Ma del mio padrone che n'era? Doveva io tornar indietro a cercarlo? Sì! a rischio di farmi sciabolare. Ah, la fedeltà e la generosità mia non arrivavano a tanto. Quel che avvenne del commissario di guerra, Dio vel dica; per me non n'ebbi nè nuova nè ambasciata.

Continuai pacificamente la mia strada, ma i cavalli erano spossati. Un villaggio mi si scoperse dinanzi; cosa dovevo fare? passarvi la notte, o tirar di lungo? Una voce mi diceva sommesso: — Va innanzi, va innanzi: perchè, sai tu di chi erano la carrozza ed i cavalli?» È ben vero che non gli avevo nè rubati, nè requisiti io, ma per questo dovevo tenermi l'altrui?

In tale perplessità arrivai all'osteria, che già era un pezzo di là di notte. Lo stalliere affacciossi; io smontai, chiesi avena pei cavalli, birra per me, e mi accomodai nel salotto.

Non avevo neppure un bezzo: ma ad un bisogno io pensava dar in pagamento il cappello e il palandrano: l'uno m'era troppo piccolo, l'altro troppo grande.

CAPITOLO XVIII.
Compagnia compromettente.

L'ostessa, donna guarnita di ciccia in abbondanza, venne a sedermisi a lato, appoggiò i gomiti sulla tavola, e domandò se intendevo passar la notte sotto il suo tetto. Come risposi di no, mi chiese se voleva continuare il viaggio, sta sera fino alla piccola città di ***.

Risposi di sì, stracontento che la curiosità di questa buona cristiana contentasse la mia, insegnandomi in qual parte del mondo mi trovassi. Mi domandò pure se non mi rincrescerebbe toglier meco una giovine che era giunta a piedi, e che gustava un po' di riposo, resole necessario da questa camminata.

Io accettai a bocca baciata, sì per la mancia che mi darebbe, e sì pel piacere di sua compagnia.

L'ostessa aggiunse che farei bene ad aspettar la punta del giorno per partire, giacchè la notte non era gran fatto sicura in questi tempi di guerra: molti Francesi ronzavano là intorno e i Prussiani che cercavano scappare, non erano un incontro meglio augurabile. Nessun giorno passava che non si sentisse parlar d'assassinio o di furto. Queste notizie mi fecero scrollar la testa con aria di malcontento e fu stabilito che sveglierebbe me e la signorina un pajo d'ore avanti giorno: per me era abbastanza presto, il mio padrone non c'era pericolo che mi rabbufasse; e quel riposo tornerebbe utile a' miei cavalli, ed anche alla signorina. Risolsi però di partire di buon mattino, atteso che, da bravo fisiologo, calcolavo che le strade doveano in quell'ora essere meno pericolose, perchè quelli che le rendono mal sicure durante la notte si ritirano o stanchi o paurosi dell'avvicinarsi del chiarore; e quelli che vogliono batterle di giorno, non si sono ancora messi in campagna.

Il letto, cioè una materassuccia fatta colle fedi di miserabilità, non mi lusingò molto, e all'orologio scoccavono le quattro, ch'io stava aggiogando i cavalli. Feci trambusto per la casa finchè lo stalliere si svegliasse; esaminai colla lanterna il carrozzino, mia nuova proprietà. Dentro v'era un fodero di sciabola, vuoto; una delle tasche conteneva una bella pipa di schiuma, guarnita d'argento, una borsa da tabacco in seta ricamata, con queste tenere parole, souvenir d'amitié. Era senz'altro una galanteria di qualche giovinottina tedesca, conquista dell'impiegato, mio riveritissimo padrone. Il baule della vettura era chiuso, e l'impiegato avea tenuto seco la chiave.

L'ostessa venne a portarmi il conterello sì pei cavalli, sì pel mio. — Madamigella pagherà per me,» le diss'io, e mi ribadii al posto, ove jeri sedeva il mio padrone. Vi so dire che ci stavo più caldo e più agiato che non a cassetta; oltre che speravo d'aver una amabile conversazione colla mia compagna di viaggio.

Essa comparve al fine: salì nella carrozza al mio fianco; e detto addio all'ostessa, partimmo.

Ma la nostra conversazione non fu sì piacevole quanto me l'ero immaginata. La giovane si abbiosciò nell'angolo della vettura, il più possibile discosto da me; e a tutte le mie riflessioni sulla frescura del mattino, sull'oscurità del crepuscolo, e sulla noja del viaggiare, ella non rispondeva che con un o un no secco secco. Rimasi adunque immerso nelle mie riflessioni, che diventavano di più in più curiose, mano mano che l'addormentata mia compagna veniva ravvicinata dal trabalzare della vettura. Il bujo rendeva ancora più potenti sull'immaginazione mia le sue invisibili attrattive. Poco a poco la testa della mia compagna si trovò sulla mia spalla: io passai pian pianino il mio braccio sinistro attorno allo svelto suo corpicciuolo, e me la strinsi contro il seno. Ma i battiti accelerati del cuor mio non la turbavano ne punto nè poco, mentre io tremava come un delinquente. Per la prima volta un'addormentata giovinetta stavasi appoggiata al mio seno; per la prima volta io teneva tra le braccia una creatura di quel sesso incantevole... Ah! perdona, Giulietta, se in quell'istante... Ma no, il cuor mio non fu infedele; anzi era con te. E mi immaginavo d'aver te per compagna: a te era dedicato il delizioso bacio che deposi sulla fronte della bella sconosciuta. Deh qual uomo resisterebbe ad una donna, il cui cuore batte sul suo cuore, il cui respiro si mesce col suo? Bisognerebbe esser di ghiaccio, non un celibatario di trentanove anni.

CAPITOLO XIX.
Sei pur bella cogli astri sul crine,
Porporina foriera del dì.

La vettura ruzzolava pianamente sulla sabbia, ed io lasciava andar i cavalli al loro passo, stringendo l'innocente mia compagna fra le braccia; e chiudendo gli occhi, m'abbandonai alle dolci visioni, che un benefico sonno mi offeriva. Giulietta, la mia parocchia, la più intera felicità, erano le fantasie tra cui il mio spirito andava rapito.

La fanciulla ed io ci svegliammo nel momento stesso, nel momento che la vettura, lasciando la subbia, entrava sopra una strada ciottolata.

Già schiariva il giorno, e la più bella aurora spiegava all'orizzonte dinanzi a me i suoi fuochi, scintillanti tra i vivi zaffiri. Gettai lo sguardo prima su' miei bravi cavalli, poi sulla mia compagna. — Ci guardammo per un po' l'un l'altro come stupefatti: ella fregò gli occhi, io altrettanto, pensando che il sole levante m'avesse abbagliato. Ma no! tornai a guardarla, e allora rimasi convinto ch'io sognava ancora della Giulietta, perchè mi pareva che fosse lei, seduta al mio fianco in petto e in persona.

— O buon Dio! signor dottore, siete proprio voi?» domandò essa colla sua gentil voce argentina, esaminando ora il mio volto e i baffi, avanzo della divisa d'ajutante generale, ora il mio vecchio pastrano tutto a strambelli.

— Giulietta! (gridai io.) Come! voi qui? possibile che voi siate al mio lato, voi?»

Ma le domande cessarono: lacrime di felicità ne oscurarono gli occhi, e lasciai cascarmi le redini. Nell'eccesso della nostra gioja dimenticammo il mondo, dimenticammo tutto quel che ne circondava, e chi sa fin quando restavamo in quell'estasi deliziosa, vera beatitudine celeste, se una violenta sciacca non fosse venuta a richiamarci sulla terra.

Ripresi le redini in mano, e allora fu una furia di bôtte e risposte.

Giulietta era più bella che mai, ed i primi raggi del sole la facevano sfolgorare in tutta la sua gloria: sicchè lasciai cascare le briglie di nuovo.

La informai delle mie avventure guerresche, già ben conosciute a voi, o lettori; e che ella ascoltò con attenzione più grande di quella di voi, o lettori. Molto più semplice era l'istoria dell'amica mia. La sua padrona, sgomenta dall'avvicinarsi dei Francesi, le aveva dato il congedo, lasciando Berlino per fuggire a Stettino, e per di là Dio sa dove Giulietta rimase sulla croce nell'incertezza de' fatti miei, sinchè ricevette da sua madre l'ordine di venirla a raggiungere. Da fanciulla obbediente partì detto fatto, lasciando le opportune spiegazioni per me, ove mai tornassi; e prese una vettura sino Francoforte. Di là, non avendo potuto trovar una carrozza, o perchè i Francesi le avessero requisite tutte, o perchè nessuno avesse voglia di muoversi in que' tempi, erasi eroicamente avventurata a piedi L'jeri sera, morta di fatica, era giunta nel villaggio, dov'ebbi la fortuna di scontrarla.

CAPITOLO XX.
E qui finì la dolorosa storia.

Ci fermammo a fare un boccon di colazione in un albergo, poco lontano dal luogo ove la madre di Giulietta abitava. Là un bravo rasojo cancellò le ultime vestigia del mio grado d'ajutante generale.

Giulietta mi comprò una bella giubba e un cappello, sicchè potei risalire il cocchio rinfronzito, e in un arnese più degno d'una bella giovinetta elegantemente vestita, e seguitammo la strada. Il sole ci saettava co' suoi raggi, e il cuor nostro non era men giulivo che tutta la natura. Da un pezzo erano state fatte le nostre pubblicazioni, sicchè nulla più impediva di sposarci; e ben tosto ci accordammo sul giorno.

Nel frattempo io doveva scrivere a Francoforte per informarmi del conte dell'impero e della capellania cui dovevo essere nominato, benchè avessi bruciato la mia vocazione nel campo, insieme co' miei pindarici canti di trionfo. Giulietta aveva messo da banda cento talleri fumanti, che, a buoni conti, erano un bel principio. E poi, se la sventura ci bersagliava, io poteva rizzar una scoletta; pane e acqua, noi lo sentivamo, poteano bastare e anche troppo alla nostra felicità, purchè non fossimo l'un dall'altro separati.

Mentre così abbellivamo la nostra povertà, Giulietta coll'immaginare de' pasti economici, io parlando sul mio zelo come maestro di scuola, un tintinno si fece sentire al fondo della vettura, come se qualche cosa ne cascasse ai piedi. Cercammo, ed era un marengo d'oro lampante.

— T'è cascato a te?» chiesi alla Giulietta.

— A me no: io non ne ho dell'oro», mi rispose ella.

Prendemmo questo amabile dono come un avanzo del signor impiegato. Ma un momento dopo non rotola un altro marengo a' nostri piedi?

— Da senno (diss'io) noi abbiamo qualche buon genio, o qualche fata benigna, che intese la nostra conversazione.»

Allungai le mestole a levar anche questo; cercai minutamente se non avesse altri compagni, ma non trovai nulla, il che m'increbbe al cuore.

Ma a poco andare, il fenomeno si rinnovò per la terza volta.

— Cattadedina, questo non viene dalla vettura!» gridai io, e rattenni i cavalli.

Allora un quarto ruspo d'oro brillò a' miei occhi, traverso una sfenditura del cofano, su cui stavamo seduti. La fonte aurea era dunque scoperta. Forzai il cofano, e trovai che, quel che dapprima avevo creduto il tintinno d'una catena, era un rotolo di marenghi che si era sgruppato, e presso a quello un sacchetto d'argento meglio chiuso.

In che modo il mio impiegato fosse divenuto possessore di questo tesoro, io nol so; e, appartenesse a lui o ad altri, poco m'importava. Ma sì io, sì Giulietta conoscemmo che questa somma era troppo considerevole pei nostri modesti desiderj; nè potevamo tenercela in coscienza. Riponemmo dunque i tre marenghi presso gli altri, rinserrammo il cassetto, e toccammo innanzi come se nulla fosse accaduto.

La vecchia madre di Giulietta, contentona di abbracciarci, ne ricevette con mille benedizioni. Il nostro tesoro fu dato a lei in deposito; ma, per quanti avvisi io facessi affigere sui cantoni e sulle gazzette, mesi e mesi passarono senza che alcuno comparisse a reclamare sia il cavallo e il calesso, sia il denaro.

Al termine dunque delle avventure mie, rimasi più ricco che mai non l'avessi sperato, e con Giulietta per moglie.

Mandai al mio amico di Berlino un lauto compenso per quella tal vettura che il signor Maggiore, m'avea menata via, senza tanti complimenti: rinunziai alla cura d'anime; una bella campagna, in situazione deliziosa, e all'ombra di tigli e di castani, una casetta grande abbastanza per Giulietta, sua madre e me, ecco il mio paradiso.

1845.

UNA FIGLIA DI GALILEO GALILEI

Se vi è titolo a scusare i romanzi storici, gli è l'introdursi che fanno nella vita privata, vorremmo dire nel cuore di coloro, di cui la storia non ci mostra che il braccio o la testa. Ma se la storia cesserà di essere un mostro convenzionale, se si convincerà che, di tutte le arti belle, ma di essa principalmente, la materia vera è l'uomo; l'uomo coi sentimenti, coi pensieri, colle speranze sue proprie; essa potrà raggiungere appieno l'intento suo d'essere l'immagine della vita, e non farà più bisogno di ricorrere a quelle ibridi composizioni, dove si è incerti anche del poco vero che serve d'intelajatura al molto finto.

E che la storia possa riccamente soddisfare a questo bisogno, lo mostrarono que' pochi che seppero, ai dì nostri, farla discendere dall'epico suo sussiego, perchè versasse nella vita; scapitando forse in dignità di procedimento, ma guadagnando in verità. E noi oggi vogliamo sfogliare alcune di queste pagine prosastiche della vita d'un grand'uomo. Non sono i contrasti che fan il bello (dico il bello formale) de' quadri? Non è per questo che si accostano sempre Marte e Venere, Otello e Desdémona, satiri e ninfe, santi e demonj; e in un'arte più plateale quegli spazzacamini, quei servitori mori, quelle scimmie?

Or noi, a canto all'austera figura di Galileo Galilei, che rammenta tanto senno, tanta perseveranza, tante contrarietà, ne abbiamo riscontrata un'altra, pura, ingenua, religiosa, che protegge quasi di candido velo gli occhi sfolgoranti che scopersero macchie nel sole, e circondano di carezze la risoluta volontà che, a fronte dei sofisti potenti, esclamava, Eppur si muove.

È noto che Galileo ebbe la disgrazia d'aver più d'una creatura fuor di matrimonio, e il conforto di poter confessarle. Due figliuole si resero monache in San Matteo d'Arcetri col nome di suor Arcangela e suor Maria Celeste. Di quest'ultima, a lui prediletta, rimangono da 120 lettere nella biblioteca Palatina di Firenze, donde alcune furono messe nell'edizione delle opere di quel grande, che, a cura di Eugenio Alberi e a spese del granduca, fu fatta in Firenze.

Abbiamo creduto non dovesse che piacere il trovarne qui alcune, di cui la religiosa mestizia e la candida affezione speriamo toccheran il cuore ai lettori come toccarono il nostro: vedendo questa pia soccorrere a tutti i dolori del padre con quei conforti, con quell'affetto, con quella dirittura di sentire, che la solitudine claustrale è così atta a ispirare in coloro che non vi si struggono di tristi repetìi, o di sollecitudini mondane.

Dal convento di San Matteo in Arcetri,
10 maggio, 1623; a Bellosguardo.

Sentiamo grandissimo disgusto per la morte della sua amatissima sorella e nostra cara zia (Virginia Landucci). Ne abbiamo dico, grave dolore per la perdita di essa, e ancora sapendo quanto travaglio ne avrà avuto V. S., non avendo lei, si può dir, altri in questo mondo, nè potendo quasi perder ogni cosa più cara, sì che possiamo pensar quanto gli sia stata grave questa percossa tanto inaspettata. E come gli dico partecipiamo ancor noi buona parte del suo dolore, sebbene dovrebbe esser bastato a farci pigliar conforto la considerazione delle miserie umane, e che tutti siamo qua come forestieri e viandanti, che presto siamo per andare alla nostra vera patria nel cielo, dove è perfetta felicità, e dove sperar dobbiamo che sia andata quell'anima benedetta. Sicchè, per l'amor di Dio preghiamo V. S. a consolarsi, e rimettersi nella volontà del Signore, al quale sa benissimo che dispiacerebbe facendo altrimenti, e anco farebbe danno a sè e a noi, perchè non possiamo non dolerci infinitamente quando sentiamo che è travagliata e indisposta, non avendo noi altro bene in questo mondo che lei. Non gli dirò altro se non che di tutto cuore preghiamo il Signore che la consoli e sia sempre seco.

Salì in quel tempo al trono papale Urbano VIII, ch'era grand'estimatore e amico di Galileo; sicchè questi ne esultò, e mandò a leggere a sua figlia le lettere che, in diversi tempi, n'avea ricevute. Suor Maria Celeste gli rispose a' 10 agosto 1623:

Il contento che mi ha apportato il regalo delle lettere che m'a mandate V. S., scrittegli da quell'illustrissimo cardinale, oggi Sommo Pontefice, è stato inesplicabile, conoscendo benissimo in quelle qual siasi l'affezione che le porta, e quanta stima faccia della sua virtù. Le ho lette e rilette con gusto particolare, e gliele rimando come m'impone, non l'avendo mostrate ad altri che a suor Arcangela (la sorella), la quale insieme meco ha sentito estrema allegrezza nel vedere quanto lei sia favorita da persona tale. Piaccia al Signore di concederle tanta sanità quanta gli è di bisogno per adempire il suo desiderio di visitare Sua Santità, acciocche maggiormente possa V. S. esser favorita da quella; e anco vedendo nelle sue lettere quante promesse gli faccia, possiamo sperare che facilmente avrebbe qualche ajuto per nostro fratello. Intanto noi non mancheremo di pregar il Signore, dal quale ogni grazia deriva, che gli dia d'ottener quanto desidera, purchè sia per il meglio.

Mi vo immaginando che V. S. in questa occasione avrà scritto a Sua Santità una bellissima lettera per rallegrarsi con essa della dignità ottenuta; e perchè sono un poco curiosa, avrei caro se gli piacesse di farmene vedere la copia. La ringrazio infinitamente di queste che ha mandate e ancora dei poponi, a noi gratissimi. Le ho scritto con molta fretta, imperò la prego a scusarmi se ho scritto sì male. La saluto di cuore insieme con le altre solite.

Pare che Galileo le facesse alcun rimprovero di quest'ultima parte della lettera; ond'essa gli replicava a' 13 agosto 1623, sempre a Bellosguardo.

La sua amorevolissima lettera è stata cagione che io a pieno ho conosciuto la mia poca accortezza, stimando io che così subito dovesse V. S. scrivere a una tal persona, o per dir meglio al più sublime signore di tutto il mondo. Ringraziola adunque dell'avvertimento, e mi rendo certa che (mediante l'affezione che mi porta) compatirà alla mia grandissima ignoranza, ed a tanti altri difetti che in me si ritrovano. Così mi foss'egli concesso il poter di tutti esser da lei ripresa ed avvertita, come lo desidero, che io avrei così qualche poco di sapere, e qualche virtù che non ho; ma poichè, mediante la sua continua indisposizione, ci è vietato di poterla qualche volta rivedere, è necessario che pazientemente ci rimettiamo nella volontà di Dio, la quale permette ogni cosa pel nostro bene. Io metto da parte e serbo tutte le lettere, che giornalmente mi scrive V. S.; e quando non mi ritrovo occupata, con mio grandissimo gusto le rileggo più volte, sì che lascio pensare a lei se amo volontieri leggere quelle che gli sono scritte da persone tanto affettuose ed a lei affezionate. Per non la infastidire di troppo farò fine, salutandola affettuosamente insieme con suor Arcangela e l'altre di camera.

Quanto affetto, e quanta venerazione per l'illustre genitore! Sette giorni dopo, le giunge nuova ch'e' si trovi indisposto, ond'essa gli scrive:

Stamattina ho inteso dal nostro fattore che V. S. si ritrova a Firenze indisposta, e perchè mi par cosa fuora del suo ordinario il partirsi di casa sua (a Bellosguardo) quando è travagliata dalle sue doglie, sto con timore e mi vo immaginando che abbia più male del solito. Pertanto la prego a dar ragguaglio al latore acciocchè, se fosse manco di quello che temiamo, possiamo quietar l'animo. Ed in vero ch'io non m'avveggo mai d'esser monaca se non quando sento che V. S. è ammalata, poichè allora vorrei poterla venire a visitare e governare con tutta quella diligenza, che mi fosse possibile. Orsù, ringraziato sia il Signore Iddio di ogni cosa, poichè senza il suo volere non si volta una foglia. Io penso che in ogni modo non gli manchi niente, pur veda se in qualche cosa ha bisogno di noi, e ce l'avvisi, che non mancheremo di servirla al meglio che possiamo; intanto seguiteremo, conforme al nostro solito a pregare Nostro Signore per la sua desiderata sanità, e anco che conceda la sua santa grazia.