C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO IV.
STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO IV.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1875
CAPITOLO XLIII. Da Comodo a Severo. Despotismo militare.
Di età la più felice del genere umano furono da alcuno qualificati gli ottantaquattro anni dalla morte di Domiziano a quella di Marc'Aurelio; e il nome degli Antonini restò così caro ai Romani, che i successori l'aggiunsero al proprio, sebbene non curassero meritarselo; anzi da quel punto si manifesta più apertamente, e senz'ammanti di giurisdizione civile, il despotismo militare; pessima fra le tirannidi, perchè soffoga le passioni che sono vita della società.
Lo aveva preparato Augusto coll'incarnare nello Stato la forza militare per mezzo delle guardie pretoriane. In onta dell'antica costituzione, erano aquartierate in Italia; poi Tiberio, col pretesto d'esimere le altre città dagl'incomodi alloggi e di mantener meglio la disciplina, stanziò le loro dieci coorti sui colli Quirinale e Viminale, in un campo fortificato donde padroneggiavano e minacciavano Roma; Vitellio le crebbe a sedicimila. Erano più che bastanti a tener in freno qualche milioni d'inermi; ma guaste negli ozj d'un'opulenta città, vedendo dappresso i vizj del regnante e la fiacchezza del governo, si persuadevano che nulla resisterebbe alla loro forza, e come arbitri assoluti, davano e toglievano l'impero, non per altro, sovente, che per la speranza del donativo. Gl'imperatori per connivenza ne dissimulavano l'indisciplina, ne compravano il favore e il voto, che esse pretendevano poter dare quali fiore e rappresentanti del popolo; i loro capitani nei casi di Stato sedevano giudici[1], col qual mezzo superarono di potenza i consoli stessi, e contribuirono a sfasciare il senato. Quando poi Comodo nel prefetto del pretorio unì al militare comando un'autorità civile, come ministro di Stato e presidente al consiglio del principe, quella dignità divenne la prima dell'impero, e se ne gloriarono Ulpiano, Papirio, Paolo, Modestino ed altri giureconsulti di primo grido.
Se la suprema podestà apparteneva alla forza, perchè anche le legioni di provincia non sarebbonsi arrogato di salutare imperatore colui che fossero disposte a sostenere colla spada? Massime dopo il tempo che descrivemmo, essendo gli eletti per lo più stranieri, spesso contendenti un coll'altro, scelti fra soldati, e costretti a vivere nei campi, l'impero vestì sembianze affatto militari, e l'imperatore non fu il primo magistrato di Roma, ma il generale degli eserciti, e sua principale e quasi unica cura il contentar questi o frenarli. Ma attesochè l'estensione dell'impero obbligava a mantenerne molti, l'uno per gelosia chiarivasi nemico all'imperatore che fosse eletto dall'altro esercito. Dopo che, coll'estinguersi la famiglia dei Cesari e le succedutevi de' Flavj e degli Antonini, neppure un'ombra di legittimità sosteneva que' principi di ventura, i soldati sentirono di poterli fare e disfare, alzar sullo scudo o trafiggere colle spade.
L'esercito poi e nel fondo e nelle forme era ben altra cosa da quello che vinse il mondo. Augusto lo ridusse stabile, distribuito nelle provincie di frontiera, di cui egli riservossi il governo, sicchè lo stato civile rimaneva distinto dal militare: supremo difetto della costituzione imperiale. La nobile gioventù di Roma e d'Italia non aprivasi più la via alle magistrature col militare a cavallo, ma coll'amministrar la giustizia e le rendite pubbliche: se si applicasse alle armi, non per merito o per anzianità, ma per denaro o nobiltà otteneva il comando d'un'ala di cavalleria o d'una coorte di pedoni. Già Tiberio si lagnava non vi fossero volontarj, e mal si soffrisse la disciplina. Trajano e Adriano sistemarono la milizia quale si conservò sino alla fine dell'impero; e sui loro regolamenti è fondato il compendio di Vegezio De re militari. Augusto aveva assegnato a ciascun pretoriano due dramme al giorno, cioè ottantadue centesimi; Domiziano portò la paga a novecensessanta dramme l'anno; sotto Comodo ne ricevevano mille ducencinquanta, se ben leggiamo un passo confuso di Dione al libro LXXII, discusso da Valois e Reimar. Le altre truppe, fra il 536 e il 703 di Roma, ebbero venticinque centesimi il giorno, sotto Giulio Cesare cinquantuno, sotto Augusto quarantanove, quarantotto sotto Tiberio, quarantacinque sotto Nerone, quarantaquattro sotto Galba, quarantatre sotto Otone, quarantaquattro sotto Vitellio, Vespasiano e Tito, cinquantasette sotto Domiziano.
Delle venticinque legioni che erano sotto Augusto, sedici furono poi licenziate o incorporate nelle altre: ma Nerone, Galba, Vespasiano, Domiziano, Trajano, Marc'Aurelio ed Alessandro Severo ne formarono tredici nuove. Ciascuna componevasi di cinquemila uomini; e al tempo di quest'ultimo imperatore, tre accampavano in Bretagna, una nell'Alta e due nella Bassa Germania, una in Italia, una nella Spagna, una nella Numidia, una fra gli Arabi, due nell'irrequieta Palestina, altrettante nella Mesopotamia, e così nella Cappadocia, due nella Bassa ed una nell'Alta Mesia, una nel Norico, una nella Rezia: dell'altra non sappiamo il posto. Il numero ne variò poi, e fin trentasette furono imperante Diocleziano. Ad alcuni paesi imponevasi d'offrire truppe ausiliari, che si esercitavano colla disciplina romana, ma nelle armi cui ciascuno avevano avvezzato la patria e l'educazione; il che metteva ogni legione in grado d'affrontarsi con qualsifosse altra gente, comunque armata. Inoltre si menava appresso un treno di dieci grandi macchine militari e cinquantacinque minori da avventare projetti; oltre l'occorrente per piantare un campo.
Corruttela agli uni e scoraggiamento agli altri recò la distinzione delle truppe in palatine e di frontiera; quelle destinate agli ozj cittadini, queste agli stenti del campo con soldo maggiore; sicchè mal sentivansi animate a respingere il nemico quando pensassero che i loro commilitoni marcivano in pingui riposi.
Le prime guerre Roma sostenne coll'armi proprie e dei popoli vinti, obbligati a tributare un certo numero di cavalli e fanti, di navi e marinaj. Obbedivano questi a capi di loro nazione; e sebbene talvolta eguagliassero, talaltra eccedessero anche in quantità l'esercito romano, li teneva in rispetto l'essere scelti ciascuno da gente diversa, scevri dalle legioni, dipendenti dal generale supremo. Cesare pel primo assoldò Barbari; Augusto imitò ed estese l'esempio, e per sicurezza propria ne introdusse fra le guardie pretoriane. Progredendo, l'Italia si trovò esausta di forze, i socj ridotti a provinciali e privati dell'uso delle armi; onde fu necessario ricorrere ai Barbari. I Germani, gente robusta ed agguerrita, volentieri ponevano a servizio altrui il proprio valore, contenti di tenue soldo e scarsa prebenda; sicchè furono preferiti dagl'imperatori, cui sembrava anche vantaggioso il decimare così quei formidabili.
Però la tirannide uccide se stessa. Coll'escludere dalle armi i provinciali e i cittadini, separavasi la forza dall'interesse d'adoprarla; ottenevasi per avventura la quiete, ma si spegneva il valore; nel mentre si rendevano più formidabili i nemici coll'aggiungere la disciplina al naturale coraggio. Costoro ben presto entrarono anche tra le privilegiate file legionarie; poi, non più bande, ma popolazioni intere vennero assoldate: infidi ajuti, che nel frangente ricusavano travagliarsi contro i proprj fratelli; avidi, preferivano il sacco alla battaglia; capricciosi, costringevano il generale a far giornata quando e dove meno convenisse; infine torcevano le armi contro i proprj maestri.
Insomma le minaccie dei Barbari aveano reso necessario l'esercito, e perciò l'onnipotenza imperiale; vero governo militare, parallela al quale svolgeasi un'altra civiltà pacifica; quello opprimendo, questa costituendo leggi sapienti. Una serie d'insigni guerrieri portati all'impero ritardò per avventura l'invasione da ogni parte minacciata, ma recavano sul trono le dispotiche e feroci abitudini dell'accampamento e della guerra. Dalle spade alzati, da queste abbattuti, qualvogliasi riforma restava impedita dall'effimera loro durata, e dall'obbligo di vegliar sempre in armi contro gli stranieri, e più contro gli usurpatori, che con altrettanto diritto si sollevavano, e che si sostenevano col tenersi amici i soldati per gratitudine del passato e per apprensione dell'avvenire.
Comodo, successore di Marc'Aurelio, ricco solo di forza, lussuria e codardia, fu il primo imperatore nato da padre regnante; ma si credè generato da uno dei gladiatori che Faustina dalla sanguinosa palestra chiamava a contaminare il talamo di Marc'Aurelio. Gli esempj e le lezioni di questo non ne corressero l'indole; e a dodici anni trovando soverchiamente scaldata l'acqua del bagno, ordinò di gettar nel fornello il bagnajuolo.
Arrivato al trono di venti (180 — 17 marzo), benchè non avesse nè emuli da tor di mezzo, nè ambizioni o memorie da sradicare, sbrigliasi a tutte le crudeltà che potevano suggerirgli il carattere atroce e fomenti malvagi: si compiace di veder uomini alla tortura; vantandosi esperto chirurgo, fa sue prove sopra infelici, che costringe ricorrere a' suoi consulti; girando notturno per le vie, a chi taglia per celia un piede, a chi cava un occhio; gitta alle belve uno perchè avea detto lui e Caligola esser nati lo stesso giorno; un altro fende in due di netto, per mostra di sua gagliardia; vestito da Ercole compare in pubblico, onde intitolarsi vincitore de' mostri. Per ostentare al genere umano le sue virtù, scende ignudo nell'arena, che i predecessori suoi avevano interdetta ai senatori, e non essendo mai rimasto ferito in settecentotrentacinque combattimenti, assume il titolo di vincitore di mille gladiatori.
Di forza prodigiosa, trapassò fuor fuori un elefante colla lancia; uccise in un giorno cento leoni nel circo, ciascuno d'un solo trar d'arco; colle frecce levava di netto il collo a struzzi correnti, e trafisse una pantera senza toccar l'uomo con cui essa era alle prese. Perchè non mancassero belve all'imperial trastullo, vietò agli Africani d'uccider leoni, nè respingerli qualora affamati si accostassero ai villaggi. Di tutto ciò si fa gloria, e vuole se ne tenga memoria ne' giornali. Degli applausi del vulgo s'inebbria, e per serbarselo amico, istituisce una compagnia di mercadanti e una flotta che rechi grano dall'Africa, se càpiti male quella d'Egitto; ma immaginatosi un giorno che il popolo lo schernisca, comanda un generale macello e l'incendio della città, e a gran pena il prefetto de' pretoriani nel dissuade. Non meno segnalato per lussurie, tenne a sua posta trecento concubine e altrettanti cinedi; violò le proprie sorelle; sul resto si tiri un velo[2].
A tante pazzie occorrevagli denaro; onde rincarì le imposizioni, trafficò delle cariche, per denaro assolse rei, e permise assassinj e vendette. Lungo sarebbe ridire le vittime innocenti del forsennato, che ben presto, dato lo sfratto ai tutori impostigli da Marc'Aurelio, lasciò ogni arbitrio ai compagni di sue dissolutezze, salvo a disfarsene non appena il contrariassero. Perenne, entratogli in grazia col fomentarne le passioni, assisteva con esso ai giuochi Capitolini, quando un filosofo cinico compare nel teatro e grida a Comodo: — Mentre ti tuffi nelle voluttà, alla tua vita insidiano Perenne e suoi figliuoli». Detto fatto, Perenne fe gettar nel fuoco colui: ma all'imperatore restò il sospetto ch'egli aspirasse veramente a regnare perchè n'era capace; indi le legioni britanne deputarono mille cinquecento uomini che venissero a Roma chiedendo la morte del ministro; il quale, reo o no, fu ucciso colla moglie, la sorella e tre figliuoli: condiscendenza che rivelò la debolezza del governo all'esercito lontano.
Gli sottentrava Cleandro, che dalla Frigia nativa portato schiavo a Roma, appartenne prima a Marc'Aurelio, poi a Comodo, il quale gli diede una sua concubina a sposa e la libertà; poi non avendo a temerne nè l'abilità nè la virtù, gli concesse sconfinato potere. E colui ne abusava per vender cariche, provincie, entrate, giustizia, vite d'innocenti. Fatto incetta de' grani, affamò la città per arricchirsi e per acquistar favore colle distribuzioni. Creò patrizj molti schiavi appena tolti alla catena, e gli assise in senato; e fin venticinque consoli elesse in un anno: chi osò portarne richiamo all'imperatore, pagò l'ardimento col sangue. Ma mentre celebravansi i giuochi circesi ecco entrare una turba di fanciulli capitanati da una viragine, e mandar feroci grida contro Cleandro: il popolo vi fa eco, ed accorre al palazzo suburbano ove questi era coll'imperatore, e ne chiede la morte; a tegoli e ciottoli volta in fuga i pretoriani: e Comodo che, immerso in sozze lascivie, ignorava il caso, sgomentato fa gettare ai tumultuanti la testa del favorito, che con la moglie, i figliuoli, gli amici è trascinato per le vie.
Altro consigliatore de' suoi delitti era il liberto Antero di Nicomedia; e quando i pretoriani lo uccisero, l'imperatore se ne vendicò col mandare a male quanti di essi potè. Gli stessi prefetti del pretorio erano mutati si può dire ogni giorno; alcuni non durarono che sei ore; i più colla carica perdettero la vita.
Scaricandosi d'ogni cura su cosiffatti, l'imperatore ricusava persino appor la firma a' dispacci; e appena sotto alle lettere degli amici scriveva il vale. Eppure questo basso infame nelle medaglie attribuiva a sè il titolo di felice, e al secolo suo quel di comodiano, di colonia comodiana a Roma; il senato piacentiero chiamò il luogo di sue assemblee casa di Comodo; i nomi dei mesi furono mutati in aggettivi a lode di lui; ed egli scriveva al senato: — L'imperatore Cesare Lucio Comodo Elio Aurelio Antonino Augusto felice, leone, pio, sarmatico, britannico, germanico, pacificatore, invincibile, ercole, romano, padre della patria, pontefice massimo, console per la VII volta, imperatore per l'VIII, tribuno per la XVII, agli illustri senatori comodiani salute».
Mossa da privata ambizione, Lucilla sorella sua (183) presunse di voltare lo Stato congiurando coi principali senatori; ma il sicario, preso mentre vibrando il colpo diceva, «Questo dono t'inviano i senatori», fu coi complici messo a morte; la principessa esigliata a Capri ed ivi uccisa: dove pure fu relegata e morta l'imperatrice Crispina, propostasi d'imitare le scostumatezze del marito.
Le parole del sicario, il quale seppe dire e non fare, invelenirono Comodo contro il senato; e se dapprima, feroce per inclinazione non per calcolo, sapeva anche perdonare, e sull'esempio paterno avea gittato al fuoco le rivelazioni offertegli da Manilio, segretario dell'usurpatore Avidio Cassio, allora fece rivivere i delatori e i processi di maestà e, solito corredo, i supplizj degl'innocenti e di quelli la cui virtù facesse raffaccio all'imperiale corruttela. Ricorderemo fra questi i due fratelli Quintilj Massimo e Condiano della Troade, unanimi a segno che operavano come un uomo solo; insieme governavano le provincie e comandavano gli eserciti, insieme sostennero il consolato ed altri onori, insieme da Comodo furono uccisi.
Avesse almeno costui saputo usare la brutale valentìa a tutela de' confini. Ma al primo arrivar al trono cedette quante fortezze serbava sul territorio dei Quadi, patto che questi si tenessero inermi e cinque miglia discosto dal Danubio, nè s'adunassero che una volta il mese in presenza d'un centurione. Anche da altri Germani comprò la pace, e lasciò che i Saracini (qui per la prima volta nominati) riportassero vantaggi sopra l'impero. Poi un semplice soldato, di nome Materno, che a capo di disertori avea messe a soqquadro Spagna e Gallia, vedendosi circuito d'ogni dove, sparpagliò i suoi, e con alquanti di essi si spinse fino in Italia col proposito di scannare Comodo e farsi imperatore (188). Già alcuni suoi eransi mescolati alle guardie di questo, allorchè altri li tradirono, e il supplizio di Materno sedò il tumulto. Però il valore de' generali potè reprimere i Frisoni, e respingere i Caledonj che avevano superato la muraglia di Trajano; e Comodo menava trionfi, e intitolavasi imperatore senza veder mai gli accampamenti. Solo una volta mostrò voler passare in Africa; ma come ebbe raccolto denari assai, li sciupò in gozzoviglie.
Naturali infortunj aggravarono i mali del suo regno: tremuoti; peste, che fin due in tre migliaja d'uomini al giorno mieteva in Roma; andò in fiamme il tempio della Pace, dove erano riposte le spoglie della Giudea, le opere dei letterati, preziose spezie d'Arabia e di Egitto; perfino al palazzo s'apprese l'incendio e al tempio di Vesta, da cui fuggendo, le sacre vergini esposero per la prima volta agli occhi profani il Palladio, talismano dell'impero.
Il privato pericolo potè più che la pubblica indignazione; poichè Marcia concubina di Comodo, Leto capitano delle guardie, ed Ecleto suo ciambellano, sapendosi designati a morte, avvelenarono Comodo, di appena trentun anno, dopo regnato dodici (192 — 31 xbre). Il senato, che ver lui era disceso all'infimo dell'abjezione, come il vide morto ripigliò coraggio, fece abbatter le statue, raderne il nome dalle lapidi, negar sepoltura al vile gladiatore, al parricida, al tiranno più sanguinario di Nerone; ma fra poco Settimio Severo lo farà riporre fra gli Dei, istituirgli sagrifizj e solennità anniversarie pel suo natale.
I congiurati corsero alla casa di Publio Elvio Pertinace, vecchio senatore e consolare, allora prefetto della città, il quale, udito chiamarsi di mezzanotte, suppose venissero per ordine di Comodo a ucciderlo; onde, fattili entrare, disse: — Da buon tempo vi aspettavo, giacchè io e Pompejano siamo i soli amici di Marc'Aurelio lasciati sopravivere». Pompejano era virtuoso marito della trista Lucilla sorella di Comodo, e ricusando assistere all'anfiteatro, nè vedere il figliuolo di Marc'Aurelio prostituire la persona sua e la dignità, stava per lo più in campagna, pretessendo malattie che cessarono solo nel breve regno del successore.
Pertinace era nato presso Alba del Monferrato, da uno schiavo carbonajo, che gl'impose quel nome per la pertinacia sua nel voler abbandonare il mestiero paterno, e mettersi a Roma maestro di greco e latino. In questa professione poco vantaggiando, diede il nome alla milizia, divenne centurione, poi prefetto di una coorte nella Siria e nella Britannia. Marc'Aurelio per un'accusa il degradò, poi scopertala falsa, creollo senatore, e il mandò colla prima legione a guerreggiare i Germani. Ritolta a questi la Rezia, fu fatto console: poi, regnando Comodo, si vide a vicenda alzato e depresso, in fine assunto governatore di Roma. Dabbene, assiduo agli affari, grave senza dispetti, dolce senza fiacchezza, prudente senz'astuzie, frugale senz'avarizia, grande senza orgoglio, amatore dell'antica semplicità romana, parve a Leto e ai congiurati opportunissimo a riparare ai guasti dell'ucciso.
Lo portarono dunque al campo de' pretoriani (193), i quali, sebbene affezionati a Comodo dalle largizioni, accettarono il nuovo imperatore, perchè prometteva tremila dramme per testa, e il condussero con rami d'alloro al senato, perchè se n'approvasse l'elezione. Qui cogli applausi interrompendo i rifiuti di Pertinace, gli fu conferito il titolo d'augusto, di padre della patria (3 genn), di principe del senato, e recitato dai consoli il panegirico. Egli non permise si chiamasse augusta la moglie sua che nol meritava, nè cesare il figlio sinchè non ne venisse degno. A questi cedette ogni suo possesso perchè non avessero ragione di chieder nulla allo Stato; poi, perchè l'accidioso fasto della corte nol guastasse, mandò il figliuolo ad educare presso l'avo materno.
Le virtù private conservò sul trono. Schietto nel vivere, usava come prima co' migliori senatori e gl'invitava a cene familiari, derise da quelli che preferivano le sanguinarie prodigalità di Comodo. Per risanguare l'erario fece voltare in moneta le abbattute statue del predecessore, vendere all'asta l'armi, i cavalli, le vesti di seta, i mobili (193), fra cui un carro che indicava l'ora e il cammino percorso[3]; le concubine e gli schiavi, eccettuando solo i nati liberi e rapiti a forza; costrinse i favoriti del tiranno a rendere parte del male acquistato, con cui pagò, oltre i pretoriani, i creditori dello Stato, le pensioni maturate e i danneggiati; abolì i pedaggi nocevoli al commercio, e decretò per dieci anni immune chi rimettesse a coltura le sodaglie d'Italia; professò non accetterebbe legati a danno di legittimi eredi; ai banditi per fellonia restituì patria e beni, castigò i delatori, e impedì si apponesse il nome suo sugli edifizj, dicendo: — Sono pubblici, non dell'imperatore».
I buoni godeano di veder rivivere Trajano e Marco Aurelio: ma troppi erano quelli cui giovavano il disordine e il silenzio delle leggi; e i pretoriani, temendo riformata la disciplina, ribramavano Comodo. Ottantasette giorni appena dopo la sua elevazione, alcune centinaja di essi precipitaronsi traverso a Roma nel palazzo (30 marzo), aperto dalle guardie e dagli infidi liberti. L'imperatore, vilmente abbandonato dai cortigiani, colla maestà della presenza e l'autorità della parola arrestò i furibondi, che già si ritiravano, quando un Gallo, o non avesse inteso il discorso, o fosse di passione più violenta, gli cacciò la spada nel corpo, dicendo: — Eccoti un dono de' tuoi soldati»; negli altri rinasce la sete di sangue; e l'imperatore, avvoltosi il capo nella toga, pregando il cielo a vendicarlo, spira sotto mille colpi, e per la sgomentata città è portato dai pretoriani.
Così la forza militare sormontava il contrasto oppostole dall'impotente senato e dagli Stoici, e stabiliva il despotismo de' pretoriani in Roma, degli eserciti fuori. Lo rivelò una scena di beffa tremenda. Perocchè il popolo infuriato corse al campo de' pretoriani, assediandolo minaccioso: ma non avendo capi, non comparendo i consoli, non adunandosi il senato, la folla si disperse. I pretoriani non aveano ucciso Pertinace per alcun fine o per innalzare qualc'altro, ma non trovando raccolto il senato per eleggere un successore, pubblicarono che l'impero era in vendita, si darebbe al miglior offerente. Sulpiciano, suocero dell'imperatore, ch'era stato spedito da questo nel campo a chetare il tumulto, non aborrì di concorrere a un seggio stillante di tal sangue; altri competerono; finchè ne venne voce a Didio Giuliano, vecchio e ricco milanese, che or favorito or disgraziato dagli imperatori, avea traversato senza rumore le principali dignità, e adesso nel lusso e ne' bagordi consumava una delle più sfondolate fortune. Stava allora spensieratamente banchettando cogli amici, i quali lo animarono a concorrere, ed egli va al campo, comincia a dirvi, promette ripristinar le cose come sotto Comodo, e dalle cinquemila dramme offerte per soldato, sale a seimila ducencinquanta (4300 lire), pagabili all'atto.
O Giugurta, Roma ha trovato il compratore!
Didio, a piene voci acclamato, è fra' pretoriani condotto per le deserte vie di Roma, indi nel senato, che uditolo enumerare i proprj meriti e vantare la libertà della sua elezione, ossequiosamente si congratulò della pubblica felicità. Collo stesso corredo guerresco portato in palazzo, vide il trono di Pertinace e la frugal cena che s'era disposto: eppure imbandì con più splendore che mai, e consumò la notte in banchettare, trarre ai dadi, e ammirar Pilade ballerino.
Ma il popolo non un applauso avea levato; anzi, qualvolta egli comparisse, gli avventavano ingiurie e sassi, indignati da quel turpissimo mercato; e provocavano a sempre nuove risse i pretoriani. Poi fra breve la folla si ammutina, ed avventatasi nel circo dove egli assisteva ai giuochi, gli rinnova le imprecazioni; ricorrendo anch'essa fatalmente alla forza armata come i tiranni, fa appello agli eserciti lontani perchè vengano a vendicare la prostituita maestà dell'impero. Quel grido d'angoscia trovò eco in tutto l'impero, e gli eserciti di Britannia, di Siria, dell'Illiria, comandati da Clodio Albino, Pescennio Nigro e Settimio Severo, disdissero l'indegno contratto, fosse orgoglio, o invidia dei soldati, od ambizione dei capi.
Clodio Albino, nato nobilmente in Adrumeto d'Africa, avea scritto d'agricoltura, poi, abbandonato lo stilo per la spada, allora comandava l'esercito di Britannia. Mai non aveva perdonato; crocifisse centurioni per colpe da nulla; uggioso in casa e con tutti; in un pasto logorò cinquecento fichi, cento pesche, dieci poponi, cento beccafichi e quattrocento ostriche. Ricusata obbedienza a Didio, si sosteneva nella Britannia senza assumere il titolo d'augusto, anzi esortando a ripristinare la repubblica, e asserendo non si acconcerebbero le cose finchè il potere civile non prevalesse al militare, e al senato non fosser rese le antiche prerogative.
Pescennio Nigro d'Aquino, di poca ricchezza e meno studio, ma ardito soldato e buon capitano, era salito ai primi gradi della milizia; mantenitore della disciplina, non tollerava che gli uffiziali maltrattassero i soldati, fece lapidare due tribuni per avere sottratto alcun che della paga, e appena a suppliche dell'esercito perdonò la testa a dieci che avevano rubato del pollame; non permetteva il vino in campo; viaggiava a piedi e scoperto la testa; voleva i suoi servi portassero fardelli onde non parere oziosi nelle marcie. Nel governo importante quanto lucroso della Siria, procacciossi amore colla fermezza non discompagnata da affabile compiacenza: onde appena s'udì assassinato Pertinace, tutti l'esortarono ad assumere l'impero, le legioni orientali si chiarirono per lui, per lui il paese dall'Etiopia all'Adriatico, e di là dal Tigri e dall'Eufrate gli vennero regie gratulazioni. Nella solennità dell'acclamazione proferendosi il consueto panegirico, Pescennio interruppe l'oratore che il paragonava a Mario, ad Annibale, a non so quali altri capitani, dicendo: — Narraci piuttosto quel che han fatto costoro d'imitabile. Lodare i vivi, e massime l'imperatore che può ricompensare e punire, è da adulatore. Vivo, desidero di piacere al popolo: morto, mi loderete». Virtù moderate, pregevoli nel secondo posto, non sufficienti al primo. Invece di difilarsi sopra l'Italia ov'era invocato, Pescennio si rallentò nella voluttuosa Antiochia, persuaso che la sua elezione non sarebbe nè contrastata, nè macchiata di sangue cittadino.
Un emulo superiore sorgeva in Settimio Severo, di Lepti nell'Africa Tripolitana e di famiglia senatoria; sperto nell'eloquenza, nella filosofia, nelle arti liberali e nella giurisprudenza, sostenne magistrature e comandi; faticante di corpo e di mente, alieno dal fasto e dalla gola, violento e tenace nell'amore come nell'odio, provvido dell'avvenire e dei mezzi onde profittarne, disposto a sacrificare fama e onestà all'ambizione, incline all'ingordigia e più alla crudeltà. L'astrologia, passione de' suoi nazionali, lo aveva lusingato dell'impero; sposò una Giulia Domna sira, perchè gli astri aveano promesso a costei, diverrebbe moglie d'un sovrano; e sotto Comodo ebbe accusa d'avere interrogato indovini sul divenir imperatore.
In Pannonia, udita la morte di Pertinace, raduna i soldati, svela il turpe mercato de' pretoriani, e gli incita a vendetta con un'orazione eloquente e colla più eloquente promessa di un donativo doppio di quel di Didio: poi colla prontezza richiesta dal caso scrive ad Albino promettendo adottarlo e chiamandolo cesare; non tentò Nigro, perchè sapeva nol potrebbe sedurre; e mosse senza riposo verso l'Italia, che con isgomento vide le legioni di Pannonia sbucare per Aquileja.
Didio sgomentavasi; i pretoriani, buoni solo al tumulto, tremavano delle invitte legioni di Pannonia e d'un tal generale; e se dai teatri e dai bagni correvano alle armi, a pena sapeano maneggiarle; gli elefanti sbattevano dal collo gl'inesperti condottieri; la flotta di Miseno mal volteggiava; e il popolo rideva, il senato gongolava. Didio in tentenno, ora faceva pronunziare Severo nemico della patria, ora pensava associarselo all'impero, oggi gli spediva messi, domani assassini: ordinò che le Vestali e i collegi sacerdotali uscissero incontro alle legioni, ma ricusarono: armò i gladiatori di Capua, e con magiche cerimonie e col sangue di molti fanciulli[4] fece prova di sviare il nembo.
Ma i soldati che custodivano l'Appennino disertarono a Severo; disertarono i pretoriani, appena esso gli assicurò da ogni castigo, purchè consegnassero gli assassini di Pertinace. Avvertito che questi erano presi, il senato decretò morte a Didio, il trono a Severo, a Pertinace onori divini. Illustri senatori furono deputati a Severo, sicarj a Didio, che piagnucolò (2 giugno) perchè gli lasciassero la vita: — Che male fec'io? ho mai tolto di vita alcuno?» Ma dovette ripagare col sangue i sessantaquattro giorni di regno che coll'oro avea comprati.
Severo, che in quaranta giorni avea coll'esercito traversate le ottocento miglia che corrono da Vienna a Roma, conseguì l'impero senz'altro sangue. Uccisi gli assassini di Pertinace, rese a questo segnalate esequie, e diede lusinghe al popolo e al senato. Prima d'entrare in Roma raccolse i pretoriani in gran parata, e ricinto de' suoi guerrieri, salito in tribunale, li rimbrottò di perfidia e codardia, e privandoli del cavallo e delle insegne, li congedò come felloni, e li sbandì a cento miglia.
In loro luogo ne elesse quattro tanti, cernendoli dai più prodi suoi, di qual fossero paese: onde a tutti i soldati fu aperta la speranza d'entrare fra' pretoriani. Questi cinquantamila uomini, fior degli eserciti, dovevano dalle legioni essere considerati come loro rappresentanti, e togliere le speranze d'una ribellione. Il prefetto del pretorio crebbe d'autorità, non solo restando capo dell'esercito, ma e delle finanze e delle leggi. Per gratitudine o per politica condiscendenza Severo concesse ai soldati l'anello d'oro, aumentò le paghe, e con ciò il lusso, la mollezza, l'indisciplina, mentre l'itala gioventù, sturbata da quel suo privilegio, si diede al ladro o al gladiatore.
Ciò più tardi: per allora, con truppe valorose e devote egli mosse ad assicurarsi l'impero non da' Barbari, ma dai due emuli, pari d'armi, di forza, d'artifizio. Prevalendo di rapidità e d'accorgimenti, appo Isso e Nicea sconfisse Nigro, e quando il seppe ucciso dai soldati presso Cizico, aspre vendette esercitò sugli amici del vecchio e generoso amico suo; spense la famiglia di esso e i senatori che l'aveano servito da tribuni o generali, gli altri sbandì, e i beni al fisco; molti di grado inferiore mise a morte; condannò coi padri i figli degli uffiziali che avea tenuti ostaggi; alle città fautrici dell'emulo tolse i privilegi; quelli che, buono o mal grado, l'aveano servito di denaro, ne dovettero il quadruplo a lui; lamenti scoppiassero pur d'ogni parte, egli non vi ascoltava.
Nel caldo della vittoria passa l'Eufrate, vince gli abitanti dell'Osroene e dell'Adiabene che, fra l'ultime discordie, avevano trucidato i Romani e scosso il giogo; penetra nell'Arabia che avea parteggiato con Nigro, fa guerra anche ai Parti, conquista una porzione della Mesopotamia che riduce a provincia, assedia ed espugna Bisanzio, principale baluardo contro i Barbari.
Sapendo che Albino era caro al senato quant'egli odioso, Severo non osava romperla seco apertamente, e gli scriveva lettere lusinghiere, ma al tempo stesso mandava per assassinarlo. Scoperta la slealtà, Albino la proclamò, assunse il titolo d'imperatore, e tragittato nella Gallia, vi fece nodo di autorevoli persone. Severo allora sacrifica una fanciulla per cercare nelle viscere di essa l'esito della guerra[5]: presso Lione s'affrontano cencinquantamila Romani: dopo lunga e incerta battaglia fra eserciti di pari valore, Albino, piagato a morte, spira ai piedi di Severo (197), che con barbara gioja il fa calpestare dal suo cavallo e lasciare ai cani sulla soglia della sua tenda.
La sicurezza non sopì in lui il desiderio di vendetta. La moglie ed i figliuoli d'Albino, già perdonati, fe trucidare e gettar nel Rodano, come tutti i parenti e gli amici, coi beni de' quali arricchì i guerrieri suoi e se stesso. Mandando al senato la testa d'Albino, si lamentò con lettera beffarda del bene che i senatori gli aveano voluto, vantò il governo di Comodo, e — In questo teschio (soggiungeva) voi che l'amaste leggete gli effetti del mio risentimento». Giunto poi, sciorinò in senato vilipendj contro Albino, lesse lettere a quello dirette, encomiò le precauzioni di Silla, Mario ed Augusto, mentre Pompeo e Cesare erano periti per inopportuna clemenza. Conseguente alle parole, in pochi giorni quarantadue senatori, consolari o pretori immolò con altri assai alla vendetta, alla gelosia ed all'avarizia sua; fece deificare Comodo, uccidere Narcisso che l'aveva attossicato.
La disciplina era il suo scopo; la voleva come un generale d'esercito, dispoticamente; giusto coi piccoli per deprimere i grandi, valendosi de' giureconsulti per organizzare l'obbedienza, e associando la giurisperizia coll'assolutismo; i soldati viepiù voleva sottomessi, quantunque obbligato a condiscendere in parte ad essi perchè stromenti di sua elevazione e conservazione. Il popolo, contento di vederlo uccider ladri, masnadieri, prepotenti, prese a benvolergli; lo chiamava il Mario o il Silla punico, mentre gli Africani lo amavano qual vindice dell'antica Cartagine, il cui nome ricompariva sulle medaglie che la nuova batteva in riconoscenza de' vantaggi da lui decretatile.
Mosso per nuove battaglie, da Brindisi fu nella Siria ed a Nisiba di Mesopotamia per respingere i Parti (198): varcato l'Eufrate, prese Seleucia e Babilonia abbandonate, e la capitale Ctesifonte, dopo lungo contrasto e gravi malattie, causate da deficenza di cibo. A Roma è comandato esultare di questi trionfi, fra i quali esso dichiara augusti Caracalla e Geta suoi figliuoli. Riposato alquanto in Siria, visita l'Arabia e la Palestina, ove proscrive la religione ebrea o cristiana: vede i monumenti dell'Egitto, e raccolti dai tempj i libri di arcane dottrine, li chiude nella tomba d'Alessandro Magno, perchè nè quelli nè questa più fossero veduti.
Fra ciò non dimentica di spigolare, come dice Tertulliano, i fautori di Nigro e d'Albino e chi gli desse ombra: poi abbandonasi tutto a Flavio Plauziano (201), prefetto del pretorio, cui ne' domestici ragionari e in senato lodava più che Tiberio non facesse di Sejano. Senatori e soldati offrivano a costui statue, voti, sacrifizj, come all'imperatore, e giuravano per la fortuna di Plauziano; solo per lui arrivavasi all'imperatore e ai posti; ed egli abusava dell'autorità, fino a mandare a morte illustri personaggi senza tampoco informarne Severo: il quale, credendolo un sant'uomo, il cresceva d'onori, e ne faceva sposare la figlia Plautilla al suo Caracalla (202). Costei portò una dote che sarebbe bastata, dice Dione, a cinquanta regine; e cento persone di nobili case, alcuni anche padri di famiglia, furono fatti eunuchi per servirla. Ma non sempre spirò quell'aura. Ingelosito di Plauziano, Severo comandò s'abbattessero le statue erettegli: vero è che alcuni governatori, interpretandolo per segno di disfavore, essendosi affrettati di fare altrettanto nelle provincie, furono tolti di posto o sbanditi, e Severo dichiarò che guaj a chi facesse affronto a Plauziano. Caracalla, nojato del fasto di Plautilla, prese tal odio a lei ed al suocero, che ne giurò la ruina; e nel regio appartamento avventatosegli (204), lo fece quivi stesso trucidare, dopo, fui per dire, un regno di dieci anni. La figlia e i confederati di esso furono relegati o morti, dicendosi che macchinava assassinar l'imperatore.
Eppure Severo rifiorì il paese; corresse gli abusi insinuati dopo Marc'Aurelio; il tesoro trovato esausto, lasciò riboccante, e grano bastevole per sette anni[6], olio per cinque, avendo disposto onde alquanto distribuirne in perpetuo a ciascun cittadino. Alzò nuovi monumenti, e riparò i vecchi a Roma e nelle maggiori città, sicchè molte presero il nome di sue colonie; largheggiò col popolo e negli spettacoli; mantenne la pace interna.
Contro i Caledonj sollevati e vincitori accorse nella Britannia (208), traendo seco i due suoi figli per istrapparli dalle lascivie: e benchè gottoso e vecchio, inseguiva a foco e ferro i nemici ne' più fitti loro recessi, li costrinse alla pace, e per separare le conquiste nuove dal paese indipendente, tirò una mura sull'istmo tra il golfo di Forth (Bodotria æstuarium) e la foce della Clyde (Glota). Poco durarono in quiete i Caledonj, e saputo che Severo stava malato, irruppero, ond'egli mandò Caracalla che li guerreggiasse a sterminio. Costui, che già aveva tentato assassinare il padre in battaglia, ora a capo d'un esercito colorì gli empj disegni, inducendo soldati e tribuni a disdire obbedienza al vecchio infermo. Severo rimbrottò l'esercito, fece decollare i più rei, ma al figlio perdonò; e l'unico suo atto di clemenza nocque al mondo più che tutte le sue crudeltà.
Desolato dall'infame condotta di Caracalla, a York (Eboracum) sentendosi morire, Severo fece leggere ai due figliuoli il discorso che Sallustio mette in bocca a Micipsa per esortare i suoi eredi alla concordia: raccomandò quella ch'è principale arte de' tiranni, conciliarsi i soldati colle liberalità, poco curandosi del resto: fece trasferire la Fortuna Aurea dalla sua nella camera di Caracalla, poi in quella di Geta, ed esclamò, — Fui tutto, e a nulla giova»[7]; chiesta l'urna preparata per le sue ceneri, soggiunse, — Tu racchiuderai quello a cui la terra fu piccola». Non reggendo agli spasimi, domandò veleno, e negatogli, mangiò tanto da soffocare (211).
Accostavasi ai sessantasei anni, e ne regnò diciassette e otto mesi. All'effigie cerea di lui, in Roma collocata sopra letto d'avorio e coltrici d'oro, per sette giorni fecero corteggio senatori in bruno e dame in bianco; i medici proseguivano regolari visite, annunziando i progressi del male, finchè il settimo pubblicarono la morte. Allora il feretro fu per la via Sacra portato a spalla di cavalieri nel fôro, accompagnato dai senatori e dalla gioventù che inneggiava l'estinto. Sul Campo Marzio erasi elevata splendida piramide di legno, contenente quattro camere sovrapposte e decrescenti: nella seconda fu collocato il simulacro, sparso d'aromi e di fiori; e poichè i cavalieri ebbero attorno gareggiato in corse di cavalli, vi fu messo fuoco, e di mezzo alle vampe un'aquila, sciogliendo il volo, simboleggiò l'anima di Severo salente agli Dei.
Avea pubblicato leggi di grande, quantunque severa giustizia, cui dettava e faceva eseguire egli stesso come despoto; poichè avvezzo ai campi e sapendosi esoso al senato, sprezzò e conculcò questo simulacro di autorità intermedia fra l'imperatore e i sudditi. Così svellendo gli ultimi resti della repubblica, insinuò colla dottrina e colla pratica il sistema despotico, e agevolò gli abusi de' suoi successori e il tracollo dell'impero.
CAPITOLO XLIV. I Trenta Tiranni. Diocleziano. Imperatori colleghi. Costituzione mutata.
Caracalla e Geta, uno di ventitre, l'altro di ventun anno, all'indolenza di chi nasce nella porpora aggiungevano mostruosi vizj ed un reciproco esecrarsi. Il padre adoprò consigli e rimproveri per mitigare quell'accannimento; s'ingegnò di uguagliarli in tutto, fin, cosa inusata, nel titolo d'augusto: ma Caracalla tenevasi oltraggiato di ciò, e del veder Geta conciliarsi il popolo e l'esercito.
Appena Settimio Severo chiuse gli occhi, i due augusti abbandonarono le conquiste per giungere a chi primo in Roma; e proclamati entrambi dagli eserciti, ebbero eguale dominio indipendente. Già in via non aveano mangiato mai insieme, mai dormito sotto il medesimo tetto; in città si divisero il palazzo, ch'era più grande di tutta Roma[8], fortificando la porzione dell'uno contro quella dell'altro, e postando sentinelle; nè mai s'incontravano che coll'ingiuria sul labbro, col pugno sull'elsa. Per ovviare l'imminente guerra fraterna, fu proposto di spartire l'impero; ma Caracalla tolse le difficoltà col trucidar Geta (212 — 27 febb) in grembo a Giulia loro madre.
Fra rimorso e soddisfazione, quel mostro fugge al campo de' pretoriani, prostrasi agli Dei, e dicendosi scampato dalle insidie fraterne, protesta voler vivere e morire coi fedeli soldati. Questi prediligevano Geta, ma un donativo di mille settecento lire ciascuno sopì le mormorazioni. Caracalla non avea udito da suo padre, — Tienti amici i soldati, e basta?» Del senato non restavagli a temere; per dare un osso al popolo, lasciò deificar Geta, dicendo, — Sia divo, purchè non sia vivo»; e consacrò a Serapide la spada con cui l'avea trafitto.
Ma le furie ultrici straziarono il fratricida, che tra le occupazioni, le adulazioni, le lascivie, vedevasi incontro i fantasmi del padre e del fratello. Per cancellare ogni memoria dell'estinto, ne abbattè le statue, e fuse le monete; a Giulia che lo piangeva, minacciò morte; la diede a Fadilla, ultima figlia di Marc'Aurelio; ventimila persone fe trucidare, come amici di esso. Ad Emilio Papiniano giureconsulto, già odioso a lui perchè Severo gli avea raccomandato l'amministrazione del regno e la concordia di sua famiglia, comandò di scrivere un'apologia del suo fratricidio, come Seneca avea fatto con Nerone; ma questi rispose: — È più facile commetterlo che giustificarlo», e con intrepida morte suggellò la fama acquistata colle opere e colle cariche.
Fattosi al sangue, Caracalla ne agogna sempre di nuovo, e basta per colpa l'esser ricco o virtuoso. Girò le varie provincie (213-16), massime le orientali, sfogando l'ingordigia di supplizj contro tutto il genere umano. Dovunque fosse, i senatori doveano preparargli e banchetti e sollazzi d'immenso costo, ch'egli poi abbandonava alle sue guardie; ergergli palazzi e teatri, che o nè guardava tampoco o comandava di demolire. Per acquistare popolarità, vestiva secondo il paese; in Macedonia, attestando ammirazione per Alessandro, ordinò un corpo del suo esercito a modo della falange, attribuendo agli uffiziali il nome di quelli dell'eroe; in Asia idolatrò Achille; dappertutto buffone e carnefice; nella Gallia fece uccidere sino i medici che l'aveano guarito; per una satira ordinò di sterminare gli Alessandrini, e dal tempio di Serapide dirigeva la strage di migliaja d'infelici, lutti, come egli scrisse al senato, colpevoli.
Del resto nessuna cura nè degli affari nè della giustizia; a giullari, cocchieri, commedianti, gladiatori profondeva oro; a liberti, istrioni, eunuchi dava i primi posti: che importavano i lamenti del mondo intero? «Tienti amici i soldati, e basta». A costoro Caracalla largheggiò ancor più che suo padre, del quale poi non avea la fermezza per frenarli; settanta milioni di dramme all'anno distribuiva ad essi, oltre la paga aumentata; li lasciava poltrire ne' quartieri, e ne provocava la famigliarità, imitandone il vestire, i modi, i vizj. Dopo sprecato l'immenso tesoro di Severo, dovette fin battere moneta falsa, e a Giulia, che nel rimproverava, rispose impugnando la spada: — Finchè avrò questa, mai non me ne mancherà».
Menò qualche guerra, ed essendosi i popoli della Germania sollevati di conserva, volendo o parte de' suoi tesori o guerra eterna, egli scelse il primo patto: non ricevette però gli ambasciatori, ma i soli interpreti, che subito fece ammazzare perchè non testimoniassero della sua vergogna. Assassinò il re dei Quadi; e chiamati i giovani della Rezia alle armi, li fece scannare. Avendo invitato Tiridate re dell'Armenia e dell'Osroene ad Antiochia, lo gittò in carcere, e l'Osroene ridusse a provincia; ma l'Armenia non potè. Senz'altra dichiarazione entrato sulle terre dei Parti, ne sterminò gli abitanti, fin collo sbandare bestie feroci: e sebbene non avesse visto nemico, si vantò vincitore dell'Oriente, e il senato gli aggiunse i titoli di Germanico, Getico e Partico, ed il trionfo. Elvio Pertinace, figlio dell'imperatore ucciso, disse che il soprannome di Getico gli conveniva, per allusione a Geta ucciso; e pagò il motto colla vita.
La prefettura del pretorio, che allora comprendeva tutte le funzioni del dominio, era stata divisa; pel militare ad Avvento, pel civile a Marco Opilio Macrino avvocato di Cesarea in Mauritania. Un africano indovino predisse a quest'ultimo l'impero: del che fu mandato avviso a Caracalla mentre in Edessa guidava un cocchio, ed egli consegnò il dispaccio a Macrino stesso. Questi vide inevitabile il morire o dar morte; onde comprò il centurione Marziale, che trafisse Caracalla intanto che pellegrinava al tempio della Luna a Carre (217 — 8 aprile).
Giulia Domna sua madre, che Severo avea sposata perchè le stelle prediceanle regio marito, oltre bella, era di vivace immaginativa, di fermo animo, di squisito giudizio, insegnata nelle arti e nelle lettere, e protettrice degli uomini d'ingegno, le cui lodi però non sopirono certi scandali. Sull'austero e geloso marito mai non avea preso ascendente, ma sotto il figlio amministrò con prudenza e moderazione; poi, per non sopravivere alla dignità, lasciossi morir di fame.
Questo mostro si rese memorabile coll'avere dichiarato cittadini romani tutti i sudditi, non per generosità, ma per sottoporre anche i provinciali alla ventesima delle eredità, che pagavasi dai soli cittadini[9].
Tre giorni vacò l'impero del mondo: al quarto, i pretoriani non trovando a chi darlo, acclamarono Macrino, che se ne mostrava alieno ed accorato dell'uccisione di Caracalla, e che subito sparse doni, promesse, amnistia. Il senato, fin allora esitante, prodigò imprecazioni al morto, a Macrino più onori che a verun altro mai, cesare il figlio suo, augusta la moglie; e il supplicò di punire i ministri di Caracalla e sterminare i delatori. Macrino gli permise d'esigliare e senatori e alcuni cittadini, crocifiggere gli schiavi o liberti accusatori de' padroni; poi all'esercito consentì la deificazione di Caracalla, che il sempre docile senato approvò.
Tentando riparare i disordini, annullò gli editti repugnanti alle leggi di Roma; punì col fuoco gli adulteri, chiunque fossero; gli schiavi fuggiaschi obbligava a combattere coi gladiatori; talvolta i rei lasciava morir di fame; condannava nel capo i delatori che non provassero l'accusa; se la provassero, lasciava loro l'ordinaria ricompensa d'un quarto dei beni dell'accusato, ma li dichiarava infami; i cospiranti contro la sua persona ora punì, ora perdonò. Questo rigore, e il surrogare talvolta nelle cariche a persone illustri gente sprovvista di nobiltà e di merito, eccitò scontenti; trovossi indecoroso il vedere in trono uno che nè tampoco era senatore, nè con veruna qualità ricattava la bassezza dei natali.
Giustizia o paura, l'imperatore rimandò i prigionieri rapiti da Caracalla: ma Artabano IV re dei Parti, che faceva armi per vendicare il costui affronto, pretese riedificassero le terre da Caracalla diroccate, restituissero la Mesopotamia, e un'ammenda per le sepolture dei re Parti oltraggiate; e non ottenendolo, assalì i Romani presso Nisiba, li ruppe, nè concedette pace che al prezzo di cinquanta milioni di dramme. Gli Armeni furono mitigati col rimettere Tiridate in trono.
Causa principale delle rotte era l'indisciplina degli eserciti; onde Macrino, ingegnandosi di ristabilirla, dai molti quartieri delle città li trasferì alla campagna, vietando anzi d'accostarsi a quelle, e puniva irremissibilmente ogni lieve fallo: volle anche attenuare la paga ai soldati, che allora levarono il grido, rinfacciandogli l'oziare suo suntuoso in Antiochia, e l'ipocrisia onde avea finto piangere l'assassinio di Caracalla, opera sua.
Soffiava nel fuoco Giulia Mesa, sorella di Giulia Domna, scaltra come donna, e come uomo coraggiosa, alla quale Macrino avea lasciato le molte ricchezze, relegandola però ad Emesa in Fenicia, coi nipoti Vario Avito Bassiano di tredici e Alessandro Severo di nove anni, nati quello da Giulia Soemi, questo da Giulia Mammea sue figliuole. Il primo, detto Elagabalo dal nome del dio Sole di cui essa l'avea fatto sacerdote, dai soldati del non lontano campo di Macrino si fece ben volere per dolcezza e affabilità, tanto più dopo che Mesa sparse fosse generato da Caracalla, e puntellò tal opinione con larghi donativi; indotti dai quali, il proclamarono imperatore col nome di Marc'Aurelio Antonino Elagabalo (218). Ulpio Giuliano prefetto del pretorio, spedito contro di esso, fu trucidato: Macrino, in tentenno fra il rigore e l'indulgenza, alfine lo dichiarò nemico della patria, proclamò augusto il proprio figlio Marco Opilio Diadumeno, e promise a' soldati cinquemila dramme, al popolo cencinquanta per testa. Non ostante ciò, i soldati si chiarirono pel giovinetto; trucidavano gli uffiziali per succeder loro nei beni e nel grado com'era promesso; poi in battaglia sui confini della Siria e della Fenicia, Macrino con intempestiva fuga decise della giornata. Côlto presso Archelaide in Cappadocia, mentre era condotto all'emulo, avendo inteso che il bilustre figliuolo Diadumeno era stato pubblicamente decollato, si precipitò dal carro, e le guardie ne finirono i dolori e la vita. I pochi che resistettero, perirono: in venti giorni cominciata e finita la rivoluzione.
Elagabalo molti mesi consumò in frivolo viaggio e pomposo dalla Siria in Italia, ove intanto spedì le solite promesse, e il proprio ritratto in abiti sacerdotali di seta e d'oro, ondeggianti all'orientale, sul capo la tiara, monili e collane e gemme per tutto, le ciglia tinte in nero, le gote in rosso; talchè Roma dovette accorgersi che, dopo la militare brutalità, le sovrastava il molle despotismo orientale.
E veramente il sacerdote del Sole sorpassò in empietà, prodigalità, impudicizia e barbarie i mostri che l'avevano preceduto. Fra le sei mogli che in quattro anni condusse e che ripudiò od uccise, contò anche una Vestale, colpa inaudita. Non d'altro che di stoffe d'oro coprivansi i suoi appartamenti: nudo guidava il cocchio tempestato di gemme, cui aggiogava donne seminude, e per giungere a quello non dovea calcare che polvere d'oro: d'oro i vasi a qualunque uso, e la notte distribuiva ai convitati quelli usati il giorno: le vesti, de' drappi più fini, nè mai portò due volte la stessa, mai due volte un anello. Le peschiere empì d'acqua di rose, di vino il canale de' conflitti navali: un indistinto di fiori ricreava le camere, le gallerie, i letti suoi: imbandiva pranzi di sole lingue di pavoni e rossignuoli, d'ova di rombi, cervella di papagalli e fagiani, talloni di camelli, mamme di cigni: non assaggiava pesci se non quando si trovasse lontanissimo dal mare, ed allora ne distribuiva al vulgo quantità de' più fini e più costosi al trasporto: nutriva i cani con fegato di paperi, i cavalli con uva, le fiere con fagiani e pernici. Chi inventasse qualche pruriginoso manicaretto, n'avea premio; ma se non incontrasse il gusto dell'imperatore, era condannato a non mangiar altro che di quello, finchè non ne scoprisse uno più avventurato. Servivansi inoltre a quelle mense piselli misti con grani d'oro, lenti con pietre di fulmine, fave con ambra, riso con perle; mescevasi mastice al vin di rosa, spolveravansi d'ambra i tartufi e i pesci. D'argento erano le tavole, e i vasi in forme impudiche; di nardo alimentavansi le lampade; rose e giacinti piovevano sui convitati, alcuna volta in tal quantità da soffocarli, per divertimento dell'imperatore.
A infamie le più sozze, di cui il suo palazzo fu un ridotto, invitava gli amici, che chiamava commilitoni per l'indegno consorzio; e le salaci prodezze guadagnavano agli amasj suoi le prime cariche dell'impero. Repente cacciò tutte le meretrici, e vi surrogò garzoni, e si fece sposare da un uffiziale e da uno schiavo, consumando le bestiali nozze al cospetto del mondo. Amò tanto il servo Ganni, che pensò sposargli sua madre e farlo cesare; ma avendolo questi esortato a maggior decenza, lo trucidò: altri assai mandò a morte nella Siria e altrove, come disapprovassero la sua condotta. Quando apparve la prima volta nella curia, volle sua madre fosse annoverata fra i padri coscritti, con voce al par di loro; anzi istituì, sotto la presidenza di lei, un senato di donne, che risolvessero sugli abiti dei Romani, i gradi, le visite, e siffatte importanze.
Pazzo pel dio al quale doveva il nome e il trono, e che era adorato sotto forma d'un cono di pietra nera, gli alzò tempio magnifico sul Palatino, con riti forestieri; Giove e gli altri Dei gli fossero servi; anzi a nessun altro che a quello si prestasse adorazione. Profanati adunque e spogli i tempj, al suo furono recati il fuoco eterno di Vesta, la statua della Gran Madre, gli scudi Ancili, il Palladio; e da Cartagine trasferita la dea Astarte con tutti gli ornamenti, la sposò al dio suo con nozze sfarzose. Pel culto di quello, non che astenersi egli medesimo dalla carne di porco e farsi circoncidere, sagrificava fanciulli, rapiti ad illustri famiglie. Menando in processione la rozza pietra s'un carro a sei bianchi cavalli, fece spolverar d'oro la via; egli, tenendo le briglie, camminava a ritroso per non torcere gli occhi dalla prediletta divinità. Nei sacrifizj suoi vini squisiti, rarissime vittime, preziosi aromi si consumavano, e tra le lascive danze che sirie fanciulle menavano al suono di barbarici stromenti, i più gravi personaggi di toga e di spada adempivano ridicole ed abjette funzioni.
Mesa faceva inutile prova di frenare quel forsennato: e prevedendo che i Romani, ossia i soldati, nol soffrirebbero a lungo, lo indusse (221) a adottare il cugino Alessandro Severo, acciò, diceva, gli affari nol distraessero dalle divine sue cure. Elagabalo, come vide costui non pigliar parte alle sue dissolutezze, e rendersi caro al popolo e al senato, tentò ucciderlo: ma i pretoriani si sollevarono, e uccidevano l'imperatore se a lacrime non avesse impetrato gli lasciassero la vita e lo sposo; onde sfogarono la loro indignazione sugli altri compagni di sue dissolutezze. Quando l'anno vegnente attentò ancora alla vita d'Alessandro, i pretoriani di nuovo tumultuarono, e avendo Elagabalo dovuto portarlo nel loro campo, a quello profusero applausi, a lui insulti. Irritato, comanda la morte di alcuni, ma i loro compagni li strappano al carnefice; si fa baruffa; Elagabalo si nasconde nelle fogne, ed ivi scoperto è ucciso (222). Avea diciott'anni!
Alessandro Severo di quattordici fu gridato imperatore, augusto, padre della patria, grande, prima di pur conoscerlo[10]. Egli, dolce e modesto, lasciossi regolare dalla madre Mammea[11], la quale gli pose attorno un consiglio di sedici senatori, e a loro capo il celebre Domizio Ulpiano, affinchè risarcissero lo scompiglio del governo e delle finanze, rimovessero i tanti indegni impiegati, e formassero il giovane imperatore.
Rispettoso ad essa e ad Ulpiano, aborrente dagli adulatori, Alessandro amò la virtù, l'istruzione, il lavoro. Sorto coll'alba, dopo le devozioni nella domestica cappella, adorna delle immagini d'eroi benefici, dava opera agli affari nel consiglio di Stato e alle cause private, donde ricreavasi coll'amena lettura e collo studiare poesia, filosofia, storia, massime in Virgilio, Orazio, Platone e Tullio, senza trascurare gli esercizj del corpo. Rimessosi poi agli affari, dava spaccio a lettere e memoriali, fin alla cena, frugalmente imbandita per pochi amici, dotti e virtuosi, la cui conversazione o la lettura gli tenesser luogo de' ballerini e de' gladiatori, condimento ai banchetti romani. Vestiva positivo, parlava cortese, a tutti dava udienza in certe ore, e un banditore ripeteva quella formola de' misteri eleusini: — Qua non entri chi non ha animo castigato ed innocente». Avea scritto sulle porte del palazzo: — Fate altrui quel che a voi vorreste fatto». Di Cristiani avea piena la Corte, e v'è chi dice adorasse in secreto Cristo ed Abramo, e pensasse ergere tempj al vero Dio, se gli oracoli non avessero riflettuto che ridurrebbe con ciò deserti que' degli altri. Come vedeva usato dai Cristiani nella scelta de' sacerdoti, pubblicava il nome de' governatori che eleggeva alle provincie, invitando chi avesse alcun che da opporre. Moderato il lusso, diminuì il prezzo delle derrate e l'interesse del denaro, non lasciando al popolo mancare nè largizioni nè divertimenti. I governatori, persuasi che l'amore de' governati fosse il solo modo di piacergli, tornavano in lena le provincie; e così ricreavasi l'impero da quarant'anni di diversa tirannia.
Restavano, pessima piaga, i soldati, indocili d'ogni freno. Alessandro gli amicò coi donativi e con alleviarli da qualche peso, come dal portar nelle marcie la provvigione per diciassette giorni; ne diresse il lusso sui cavalli e sulle armi; alle loro fatiche sottoponevasi egli stesso, li visitava malati, non lasciava alcun servizio senza memoria o compenso, e diceva premergli più il conservar loro che se stesso, in quelli consistendo la pubblica salvezza.
Ma val rimedio a male incancrenito? Ai pretoriani venne a noja la virtù del loro creato, e tacciavano Ulpiano loro prefetto di consigliarlo alla severità; onde infuriati corsero Roma per tre giorni come città nemica, ficcando anche il fuoco, sinchè ebbero Ulpiano, che trucidarono sugli occhi stessi dell'imperatore (230), indarno buono. Egual fine minacciavano a qualunque ministro fedele; nè Dione storico campò, che con celarsi nelle sue ville di Campania. Le legioni imitarono il tristo esempio, e da ogni banda rivolte e uccisioni d'uffiziali attestavano che nulla più giovava la bontà in tanta sfrenatezza.
Al tempo suo (223-26) una grande rivoluzione ristorò l'impero di Persia, e Ardescir-Babegan o Artaserse, figlio di Sassan, re dei re, all'unità dell'amministrazione e del culto del fuoco secondo la dottrina di Zoroastro ridusse quanto paese giace tra l'Eufrate, il Tigri, l'Arasse, l'Oxo, l'Indo, il Caspio e il golfo Persico. Erano nuovi tremendi nemici all'impero romano; giacchè Ardescir disegnò ricuperare quanto avea posseduto Ciro; e senza riguardo ad Alessandro Severo, passò l'Eufrate (232), sottomise molte provincie contigue, ed all'imperatore che s'avvicinava coll'esercito mandò quattrocento uomini, i più atanti di loro persone, i quali dicessero: — Il re dei re manda ordine ai Romani e al loro capo; sgombrino la Siria e l'Asia Minore, e restituiscano ai Persiani i paesi di qua dell'Egeo e del Ponto, posseduti dai loro avi».
Alessandro s'irritò a quella tracotanza, e tolti ai messi gli ornamenti, li relegò nella Frigia; la Mesopotamia senza battaglia ricuperò; e sconfisse Ardescir (233), che contava cenventimila cavalli, diecimila soldati pesanti, mille ottocento carri da guerra, e settecento elefanti. Alessandro divise il suo esercito in tre corpi, che per diversi lati invadessero la Partia; e la concordia del ben disposto attacco avrebbe potuto fiaccare i Persi, se l'esercito romano non avesse ricusato le fatiche e trucidato gli uffiziali. Reduce a Roma (234), e vantate le sue imprese in senato, Alessandro trionfò condotto da quattro elefanti, ed ebbe il soprannome di Partico e di Persico: ma poco stante Ardescir ripigliò quanto i Romani aveano acquistato, e in quindici anni di regno consolidò la sua potenza minacciosa alla romana.
Alessandro disponevasi a rinnovare le ostilità, da cui lo distrassero i Germani. Accorso al Reno, ne li respinse (235); ma l'arrestò lo scompiglio de' suoi eserciti, intolleranti delle fatiche, della disciplina e del rigore ond'egli puniva qualunque oltraggio recassero nelle marcie, lungo le quali faceva ripetere dagli araldi quel suo — Fate come volete che a voi si faccia».
Quando Alessandro, reduce d'Oriente, festeggiò nella Tracia con giuochi militari il natogli Geta, si presentò un garzone balioso, in barbara lingua implorando l'onore di concorrere alla lotta. La sua corporatura dava grand'indizio di vigoria; laonde, affinchè non avesse, egli barbaro, a trionfare d'un soldato romano, furongli opposti i più forzosi schiavi del campo: ma un dopo l'altro, sedici ne abbattè. Compensato con regalucci ed arrolato nelle truppe, al domani le divertì con saltabellare a modo del suo paese: e vedendo che Severo gli avea posto mente, tenne dietro al cavallo di lui in una lunga corsa, senz'ombra di stanchezza; al fine della quale avendogli l'imperatore esibito di lottare, accettò e vinse sette robusti soldati. Alessandro il regalò d'una collana d'oro, e lo scrisse fra le guardie del suo corpo con paga doppia, l'ordinaria non bastando al suo mantenimento.
Costui chiamavasi Massimino, di padre goto, di madre alana: alto otto piedi, trascinava un carro cui non bastava un par di bovi, sradicava alberi, fiaccava la tibia di un cavallo con un calcio, spiaccicava ciottoli fra le mani, mangiava quaranta libbre di carne, bevea ventiquattro pinte di vino al giorno, quando non eccedesse. Nel trattare cogli uomini vide la necessità di frenare la natìa fierezza; e sotto i succedentisi imperadori si conservò in grado: Alessandro il costituì tribuno della quarta legione; indi, per la disciplina che serbava, lo promosse al primo comando, lo ascrisse al senato, e pensava dare sua sorella a Giulio Vero figlio di lui, bello, robusto e coraggioso quanto superbo.
Tanti benefizj, non che ammansassero Massimino, l'invogliarono a tutto osare quando tutto potea la forza; spargeva cronache e risa su questo imperator siro, tutto senato, tutto mamma; e formatasi una fazione, lo assalì presso Magonza (235), e lo trucidò con Mammea, di soli ventisei anni. I soldati uccisero gli assassini, eccetto il capo: popolo e senatori piansero Alessandro quanto meritava, e con annua festa ne commemoravano il natale. Massimino, gridato imperatore, si associò il figlio, cui i soldati baciarono le mani, le ginocchia, i piedi; il senato confermò quel che non poteva disfare; e tosto cominciarono le vendette e le crudeltà. Come chi da infima perviene ad alta fortuna, Massimino temeva il dispregio e i confronti; quindi la nascita illustre o il merito erano colpa agli occhi suoi, colpa l'averlo vilipeso, colpa l'averlo sovvenuto nella sua povertà. Un sospetto bastava perchè governatori, generali, consolari fossero incatenati sui carri e portati all'imperatore, che, non sazio della confisca e della morte, li faceva o esporre alle fiere entro pelli fresche di bestie, o battere sinchè avessero fil di vita. Nè i Cristiani cansarono la sua ferocia (236).
A pari con questa andava in lui l'ingordigia; e incamerò le rendite indipendenti che ciascuna città amministrava per le pubbliche distribuzioni e per sollazzi, spogliò i tempj, e le statue di numi e d'eroi volse in moneta. Dappertutto fu indignazione, in qualche luogo tumulto. Nell'Africa, alcuni giovani ricchissimi, spogliati d'ogni ben loro dal procuratore ingordo, armano schiavi e contadini, trucidano il magistrato, e gridano imperatore Marc'Antonio Gordiano (237) proconsole di quella provincia.
Questo ricco e benefico senatore, discendente dai Gracchi e da Trajano, occupava in Roma il palazzo di Pompeo, adorno di trofei e pitture: aveva sulla via di Preneste una villa di magnifica estensione, con tre sale lunghe cento piedi, e un portico sorretto da ducento colonne de' quattro più stimati marmi: nei giuochi dati al popolo, non esibiva mai meno di cencinquanta coppie di gladiatori, talora cinquecento: un giorno fece uccidervi cento cavalli siciliani ed altrettanti cappadoci, e mille orsi, a non dire le fiere minori: e siffatti giuochi, essendo edile, rinnovò ogni mese; fatto console, gli estese alle principali città d'Italia.
Qui tutta la sua ambizione; placido del resto da non eccitare la gelosia de' tiranni, attendeva alle lettere e cantò in trenta libri le virtù degli Antonini. Toccava gli ottant'anni quando gli sopragiunse codesta sventura dell'impero; e poichè preci e lacrime adoprò invano a stornarla, vedendo non camperebbe altrimenti o dai soldati o da Massimino, accettò e pose sede in Cartagine. Imperatore con esso fu dichiarato suo figlio Gordiano, il quale avea raccolto ventidue concubine e sessantaduemila volumi: da ciascuna delle prime ebbe tre o quattro figliuoli; degli altri si valse per fare egli stesso libri, di cui qualcuno ci rimane.
Dando contezza al senato della loro elezione, i nuovi imperatori protestavano deporrebbero la porpora se così a quello piacesse; dei decreti ordinavano la pubblicazione soltanto qualora il senato vi acconsentisse; richiamavano gli esuli, promettevano generosamente ai soldati e al popolo, invitavano gli amici a sottrarsi dal tiranno. La risolutezza del console vinse l'esitanza del senato, che dichiarò nemici i Massimini e chi con loro, e ricompense a chi gli uccidesse; e per tutta Italia si diffuse la rivolta, contaminata di troppo sangue. Il senato avvilito a quel modo sotto il villano goto, ripigliava allora spiriti e dignità, disponeva la difesa e la guerra, per deputati invitava i governatori in ajuto della patria. Dappertutto erano i ben accolti; ma Capeliano, governatore della Mauritania e privato nemico de' Gordiani, fatto massa, aggrediva i nuovi imperatori (238) in Cartagine. Il figlio periva combattendo; il padre all'annunzio si strangolava, regnato appena sei settimane: Cartagine fu presa, e torrenti di sangue saziarono la vendetta di Massimino.
Il quale, all'udire le prime nuove, infuriando a modo di bestia, voltolavasi per terra, dava del capo nelle muraglie, trafisse quanti gli erano intorno, finchè a viva forza gli si strappò la spada, poi mosse verso Italia. Proclamava intera perdonanza: ma chi si sarebbe fidato? Il senato, spinto dalla disperazione ad un coraggio che la ragione rinnegava, proclamò imperatori due vecchi senatori, Massimo Pupieno e Claudio Balbino, uno che dirigesse la guerra, l'altro che regolasse la città. Il primo, figlio di un carpentiere, rozzo ma valoroso ed assennato, era salito di grado in grado fino ai sommi e alla prefettura di Roma. Le sue vittorie contro Sarmati e Germani, e il tenore austero di sua vita, non disgiunta da umanità, il faceano riverito dal popolo; come amato n'era Balbino, oratore e poeta di nome, integro governatore di molte provincie, ricco sfondolato e liberale, amico de' piaceri senza eccesso.
Appena costoro in Campidoglio compivano i primi sagrifizj, il popolo tumultua, vuol fare esso pure una elezione, e che ai due s'aggiunga un nipote di Gordiano, fanciullo di dodici anni, anch'esso Gordiano di nome. Quelli accettarono il cesare, e rabbonacciato il tumulto, pensarono a consolidarsi.
Massimino, a capo dell'esercito col quale avea più volte vinto i Germani e meditato stendere l'impero fino al mar settentrionale, movea sbuffando sopra l'Italia, che mai non avea vista dopo imperatore; e sceso dall'AIpi Giulie, trovava il paese deserto, consumate le provvigioni, rotti i ponti, volendo così il senato logorarne le forze sotto i castelli nel miglior modo muniti. Prima Aquileja gli abbarrò la marcia con risoluto coraggio, fidata nel dio Beleno, che credeva combattesse sulle sue mura. Se però Massimino si fosse lasciata alle spalle quella città, difilandosi sopra Roma, che cosa avrebbe potuto opporgli Pupieno, proceduto sin a Ravenna per tenergli testa? E che valevano i politici accorgimenti di Balbino contro gl'interni tumulti? Ma le truppe di Massimino, trovando il paese desolato e un'inattesa resistenza, s'ammutinarono; e un corpo di pretoriani, tremando per le mogli ed i figli loro rimasti nel campo d'Alba, trucidarono il tiranno col figlio e co' suoi più fidati.
Aquileja spalanca le porte, assediati e assediatori abbracciansi nella esultanza della ricuperata libertà, e in Ravenna, in Roma, per tutto la gioja, i mirallegro, i ringraziamenti agli Dei sono in proporzione del terrore eccitato dagli uccisi e dalla fiducia nei nuovi. Questi abolirono o temperarono le tasse imposte da Massimino, rimisero la disciplina, pubblicarono leggi opportune col consiglio del senato, e cercarono rimarginare le ferite sanguinose. Pupieno chiedeva a Balbino: — Qual premio aspettarci per aver liberato Roma da un mostro? — L'amore del senato, del popolo e di tutti», rispose Balbino; ma l'altro più veggente: — Sarà piuttosto l'odio dei soldati e la loro vendetta».
E indovinò. Ancor durante la guerra, popolo e pretoriani si erano in Roma levati a stormo, inondate le vie di sangue, gittato il fuoco ne' magazzini e nelle botteghe. Il tumulto fu sopito, non estinto, talchè i senatori andavano muniti di pugnali, i pretoriani adocchiavano l'occasione di vendicarsi; tutti al pari beffandosi dei deboli argini che gl'imperatori mettevano al torrente delle fazioni. Crebbe il fermento allorchè i pretoriani si trovarono riuniti in Roma; e fremendo che agl'imperatori da essi eletti fossero surrogate queste creature del senato, e che si pretendesse rimettere le leggi e la disciplina, trucidano gl'imperatori, e recano al campo il giovine Gordiano III, proclamandolo unico padrone (238).
Quel fanciullo pareva nato fatto per riconciliare i rissosi: egli bello, egli soave, egli rampollo di due imperatori, morti prima di divenire malvagi; egli detto figliuolo dal senato, come dai soldati; egli dalla plebe amato più che qualunque suo predecessore. Misiteo, suo maestro di retorica poi suocero e prefetto al pretorio, dato lo sfratto a' ribaldi confidenti del giovine imperatore, meritò la fiducia coll'onestà e colla valentìa. Ma poco appresso morì; e il comando de' pretoriani fu commesso a Marco Giulio Filippo, che, non contento di quel posto, brigò fra i soldati tanto, che obbligò Gordiano ad assumerlo compagno nel dominio (244), poi lo depose, infine lo trucidò a Zait mentre guerreggiava il re sassanide Sciapur o Sapore, figlio di Ardescir.
Filippo era nato a Bosra nell'Idumea, da un capo di carovane arabe, e v'è chi lo dice cristiano, sebbene le opere nol mostrino. Acconciatosi con Sàpore, tornò in Antiochia (243), dove volendo assistere alla solennità della Pasqua, il vescovo Babila lo dichiarò indegno, finchè non subisse la penitenza. Giunto a Roma, si conciliò il popolo colla dolcezza, e celebrò il millenario della città (247) con giuochi ove combatterono trentadue elefanti, dieci orsi, sessanta leoni, un caval marino, un rinoceronte, dieci leoni bianchi, dieci asini, quaranta cavalli selvaggi, dieci giraffe, oltre belve minori e duemila gladiatori. Sanguinosi dovean essere i giubilei della eroica città.
Ma d'ogni parte rampollavano nuovi imperatori, il più fortunato de' quali fu Gneo Messio Decio di Sirmio, governatore della Mesia; marciando contro del quale Filippo fu trucidato a Verona (249) per mano dello stesso Decio, dopo cinque anni d'impero.
Aveva egli lasciato progredire la religione cristiana, contro della quale invece Decio bandì severissimi editti (250): e chi ne faceva professione, era sturbato dalle case e dai beni, e tratto al supplizio. Rinnovaronsi allora gli orrori delle proscrizioni; fratelli tradirono i fratelli, figliuoli i padri; chi potea sottrarsi a quel furore, si riduceva nelle selve e negli eremi. V'era mosso Decio dall'amore dell'antica disciplina, che, attribuendo le sciagure dell'impero alla corruttela, tentò ripristinare. Avea pensato ristabilire la censura; quasi la rugginosa instituzione fosse applicabile quando su tutto il mondo incivilito sarebbesi dovuto estendere l'ispezione, e chiamare a giudizio inerme l'armata depravazione. Pure volendo che il senato eleggesse un censore, l'unanime voce acclamò Valeriano; e l'imperatore, conferendogli il grado, disse: — Te fortunato per l'universale approvazione! ricevi la censura del genere umano, e giudica i nostri costumi. Eleggerai i meritevoli di seder nel senato, renderai lo splendore all'ordine equestre, crescerai le pubbliche entrate pur alleggerendo le gravezze, dividerai in classi l'infinita moltitudine de' cittadini, terrai ragione di quanto concerna le forze, le ricchezze, la virtù, la potenza di Roma. Al tuo tribunale sono soggetti la corte, l'esercito, i ministri della giustizia, le dignità dell'impero, eccetto solo i consoli ordinarj, il prefetto della città, il re dei sacrifizj, e la maggior Vestale sinchè casta».
Prima che al fatto apparisse ineseguibile quel disegno, lo interruppero i Goti, che invasero la Bassa Mesia (254), poi la Tracia e la Macedonia. Ora vincendo a forza, ora giovato dai tradimenti, l'imperatore li ridusse a tale estremità, che offrirono di rendere i prigionieri ed il bottino, pur che fossero lasciati ritirarsi. Decio, risoluto a sterminarli, s'attraversò al loro passo. Mal per lui; giacchè, assalito in disperata battaglia, vide cadere trafitto il proprio figliuolo. Decio gridò ai soldati: — Non abbiam perduto che un uomo; sì lieve mancanza non ci scoraggi»; ed avventatosi ove più fervea la mischia, vi trovò la morte.
Dell'esercito sbaragliato le reliquie si raggomitolarono al corpo di Vibio Treboniano Gallo, da lui spedito per tagliare la ritirata ai Goti. Questi, che forse avea colpa della sconfitta, finse volerla vendicare, e così amicossi l'esercito che l'acclamò imperatore: ed egli si associò Ostiliano figlio di Decio, e, morto fra breve costui, il proprio figlio Volusiano. Ma non appena il senato lo confermò, conchiuse vergognosa pace coi Goti, promettendo fin un tributo; serbatosi a manifestare il suo coraggio col perseguitare i Cristiani.
Nel suo regno d'un anno e mezzo, peste e siccità desolarono; Goti, Borani, Carpi, Burgundioni irruppero nella Mesia e nella Pannonia; gli Sciti devastarono l'Asia, i Persiani occuparono fino Antiochia. Il mauro Emilio Emiliano, comandante della Mesia, borioso d'aver vinto i Barbari, e sprezzando Gallo che marciva a Roma nei piaceri, si fa salutare imperatore (253 — maggio), e prima che questi ben si sdormenti, entra in Italia, e scontratolo a Terni, il vede ucciso col figlio Volusiano da' suoi stessi soldati. Ma l'esercito uccide lui pure presso Spoleto, dopo quattro mesi di regno, e s'accorda col senato e coll'esercito della Gallia e Germania che aveano acclamato Licinio Valeriano.
Illustre nascita, modestia, prudenza faceano caro costui, che forbendosi dai vizj d'allora, applicava alle belle lettere i suoi riposi; devoto dei costumi antichi, aborriva la tirannide, talchè parea degno dell'impero. Ma come l'ottenne, si sentì inabile a tanto peso; nè altro ajuto seppe scegliere che il proprio figlio Egnazio Gallieno, effeminato e vizioso. Pure dava miti ed opportuni provvedimenti, quando il chiamarono all'armi i popoli, che dal Settentrione e dall'Oriente irrompevano.
Valeriano, vittorioso dei Goti, combattendo Sàpore (259) nella Mesopotamia restò vinto e prigioniero per tradimento di Fulvio Macriano suo favorito. Il re dei re, invanito dell'opìmo trionfo, il menò catenato per le città principali, sul dosso di lui metteva il piede per montare a cavallo: morto dopo parecchi anni di prigionia, lo fece scorticare, e dedicarne la pelle in un tempio, a perpetuo obbrobrio. Altri storici attestano che rispettò il prigioniero, a cui lo strazio peggiore fu il vedere suo figlio esultare d'una sventura che anticipavagli il regno. I Cristiani vi ravvisarono la punizione dell'aver perseguitato i Fedeli, come fece ad istigazione di Marciano, famigerato mago egizio, il quale gli persuase non potrebbe l'impero mai prosperare finchè non annichilasse un culto abbominato dai patrj numi.
All'annunzio della sconfitta, tutti i nemici dell'impero quasi d'accordo l'assalgono e invadono anche l'Italia. Dal pericolo ridesti, i senatori posero in essere la guarnigione pretoriana, arrolandovi i più robusti plebei, sicchè i Barbari diedero volta. Gallieno rimasto solo all'impero, s'adombrò di quest'accesso marziale; onde interdisse ai senatori qualunque grado militare, e fin l'accostarsi ai campi delle legioni: esclusione che i ricchi ammolliti accettarono come un favore.
Gallieno procurò imbonire i Barbari anche con parentele, sposando la figlia di Pipa re dei Marcomanni, nozze sempre tenute per sacrileghe dalla romana vanità. Nell'Illiria sconfisse e uccise Ingenuo acclamato imperatore, e in vendetta mandò per le spade gli abitanti della Mesia, colpevoli o no. — Non basta (scriveva a Veriano Celere) che tu faccia morire semplicemente quelli che portarono le armi contro di me, e che avrebbero potuto perire nella zuffa; voglio che in ogni città tu stermini tutti gli uomini, giovani o vecchi: non risparmiare pur uno che m'abbia voluto male o sparlato di me, figlio, padre e fratello di principi. Uccidi, strazia senza pietà, fa come farei io stesso che di propria mano ti scrivo»[12].
Al furibondo decreto davasi esecuzione (261), talchè i minacciati, per disperazione, gridarono imperatore Nonio Regillo. Daco d'origine, e discendente da Decebalo che guerreggiò con Trajano, era prode a segno, che Claudio, futuro imperatore, gli scrisse: — Un tempo ti sarebbe stato decretato il trionfo: ora ti consiglio a vincere con maggior precauzione, e non dimenticare che v'è cui le tue vittorie darebbero sospetto». Questo valore lo portò al trono, ma non gliel conservò, e ben tosto fu ucciso (262) dai proprj soldati.
Un altro imperatore sorto nelle Gallie, Cassiano Postumio, di bassa nazione ma sommo capitano, assediò in Colonia Salonino figlio di Gallieno, e l'uccise (259), ed ebbe omaggio dalla Gallia, dalla Spagna e dalla Bretagna, per otto anni conservandovi la tranquillità, e facendosi amare.
Tanti tumulti interni lasciavano agevolezza al persiano Sàpore di devastare a baldanza l'Oriente. Anicio Balisto, capitano del pretorio sotto Valeriano, raccolte le reliquie dell'esercito di questo, osa tenergli fronte, e supplendo al numero colla rapidità e l'arte, libera Pompejopoli in Cilicia, fa macello de' Persi in Licaonia, molti rendendone prigioni, e tra questi le donne di Sàpore; poi ritirandosi prima che questi il raggiunga, sbarca come un lampo a Sebaste e a Corissa di Cilicia, sorprendendo e trucidando gl'invasori. Lo aveva soccorso Odenato di Palmira, sceico d'alcune tribù di Saracini, educato dalla puerizia a caccie e battaglie; e che respinto Sàpore e toltigli i tesori, entrò nella Mesopotamia, e inoltrossi nel cuore dell'impero per liberare Valeriano. Vinto Sàpore in campale giornata (261) sulle sponde dell'Eufrate, lo chiude colla sua famiglia in Ctesifonte, e gli sforzi suoi erano forse coronati, se le rinascenti sedizioni dell'impero non avessero resa impossibile qualunque impresa grande. In ricompensa de' segnalati servigi, nominato da Gallieno capo di tutte le forze romane in Oriente, Odenato assunse il titolo di re di Palmira, città del deserto (263), che per la cintura delle solitudini isolata dal mondo, erasi serbata indipendente fra Roma e i Parti, straordinariamente arricchita dall'essere la posata delle carovane che andavano e venivano fra l'impero romano e le Indie.
Mentre quivi Odenato e Balisto faceano mirabili prove, Gallieno logoravasi fra meretrici: la crudeltà esercitava, non contro i senatori, ma contro i soldati, facendone morire fin tre e quattromila al giorno. Una volta menò ridicolo trionfo con finti prigionieri vestiti da Goti, Sàrmati, Franchi e Persiani; onde alcuni inopportunamente lepidi si diedero a squadrare costoro, e chiesti che cosa esaminassero tanto minutamente, risposero: — Cerchiamo il padre dell'imperatore». Gallieno li fece buttare nel fuoco, ottimo modo di aver ragione. Poi prendea diletto a disputare col filosofo Plotino, e ideava di commettergli una città ove ridurre in atto la repubblica di Platone; faceva anche bei versi ed orazioni; sapeva con pari maestria ornare un giardino o cuocere un pranzo; iniziavasi ai misteri di Grecia, sollecitava un posto nell'areopago d'Atene; e nelle solennità d'immeritati trionfi o nel lusso di sua corte profondeva tesori, che la pubblica miseria e le grandi calamità reclamavano. Singolarmente memorabile fu il trionfo da lui menato a Roma il decimo anno di suo impero, e descrittoci da Trebellio. L'imperatore, corteggiato dal senato, dai cavalieri, dalle milizie biancovestite, preceduto dal popolo, da donne, da servi con torcie e candele, andò processionalmente in Campidoglio. Cento bovi colle corna dorate e con gualdrappe di seta, preziosa rarità, e ducento pecore bianche precedeano, ond'essere sagrificate. Vi fecero pur mostra dieci elefanti, milleducento gladiatori, carrette con ogni maniera di buffoni e commedianti, forze ciclopiche, feste e giuochi per tutto, infine alquante centinaja di persone vestite da Sciti, da Franchi, da Sarmati, da Persi. Fra ciò, nessuna cura de' pubblici interessi; se gli si dice morto suo padre, — Sapevo ch'egli era mortale»; se gli annunziano perduto l'Egitto, — Faremo senza delle sue tele»; se occupata la Gallia, — Perirà Roma senza le stoffe di Arras?» se predata l'Asia dagli Sciti, — Non potremo noi lavarci senza le spume di nitro?»
Quest'indolenza suscitava d'ogni parte usurpatori, che nella storia sono conosciuti col nome di Trenta Tiranni, sebbene quel numero non si ragguagli col vero: ma come senza noja e confusione seguire tutti costoro nel breve tragitto dal trono alla tomba?
Fulvio Macriano, meritati i primi gradi della milizia, coll'appoggio di Balisto si fece gridar imperatore. Appena l'udì, Valerio Valente, proconsole nell'Acaja, prese il titolo stesso: lo imitò Calpurnio Pisone (261), speditogli contro. Era quest'ultimo d'illustre casa e di grandi virtù, talchè, all'udirlo ucciso, Valente sclamò: — Qual conto dovrò rendere ai giudici infernali della morte d'uno che non ha l'eguale nell'impero!» Il senato ne decretò l'apoteosi, dichiarando non essersi mai dato uomo migliore nè più fermo.
Macriano sul confine della Tracia fu sconfitto e morto. Balisto, chiamatosi imperatore in Emesa, è da un sicario di Gallieno tolto di vita (264). In Egitto un Emiliano fu pure sconfitto e spedito a Roma, e quivi strangolato in prigione, secondo il rito degli avi. Nell'Asia Minore gl'Isauri acclamarono Claudio Annio Trebelliano, e morto questo in campo, ricusarono sottomettersi, e devastarono l'Asia Minore e la Siria fin al tempo di Costantino. Cornelio Gallo, gridato augusto in Africa, in capo a sette giorni è crocifisso.
Postumio nelle Gallie associossi Pianvonio Vittorino, resistendo a' replicati attacchi di Gallieno, e vincendo un Lucio Eliano, erettosi imperatore a Magonza; ma non volendo assentire ai soldati il saccheggio di questa città, fu trucidato col figlio. Servio Lolliano che gli successe, cadde ucciso per istigazione di Vittorino (266), che restò unico padrone delle Gallie, finchè un marito oltraggiato non lo scannò. Erasi egli destinato successore il figlio: però i Galli, sdegnando obbedire ad un fanciullo, elessero Marc'Aurelio Mario, armajuolo di forza e valore straordinario; ma, tre giorni dopo, un suo garzone gli confisse la spada nel cuore, dicendo: — Fu fabbricata nella tua fucina». I soldati gli surrogarono Pesuvio Tetrico, senatore e consolare, che restò in possesso della Gallia, Spagna e Britannia. Questi efimeri erano elevati ed abbattuti da Vittoria madre di Vittorino, che a Gallieno opponeva virile coraggio e immense ricchezze.
Anche Odenato, che, pel merito d'aver conservate le provincie orientali, era stato da Gallieno assunto socio all'impero, e che continuava prosperamente contro i Persi, mentre accorreva per riparare alle invasioni dei Goti fu assassinato ad Emesa da un suo nipote (267); e in nome dei tre figli che lasciava, governò la sua seconda moglie Zenobia, forse complice dell'assassinio, col titolo di regina d'Oriente e colle insegne imperiali.
Acilio Aureolo, generale di Gallieno nell'Illiria, era stato obbligato dall'esercito ad accettare la porpora, e passate le Alpi, battuto l'esercito imperiale sull'Adda fra Bergamo e Milano, ove gettò un ponte che ancora conserva il suo nome (Pons Aureoli, Pontiròlo) (268), occupò Milano. Quivi assediava Gallieno, quando una congiura tolse questo di vita, nel decimoquinto anno di regno, trentesimoquinto d'età. Sulle prime i soldati voleano vendicarlo, poi vinti a denaro il dichiararono tiranno; il senato lo pubblicò nemico della patria, fece trabalzare i suoi amici e parenti dalla rupe Tarpea, poco dopo lo deificò.
Il suo fu de' più infelici tempi che la storia ricordi; tutto guerra dal Nilo alle Spagne, dall'Eufrate alla Bretagna; orde di Barbari irrompevano, gli schiavi agricoli insorgevano, i tiranni faceano a chi peggio: e poichè ogni nuovo che saltasse su, doveva profondere coi soldati, bisognava smungesse il popolo; come in ogni Stato nuovo, commetteva vessazioni e crudeltà; poi rapidamente cadendo, avvolgeva nelle ruine l'esercito e le provincie. Talvolta ancora questi istantanei signori davano mano ai Barbari per sostenersi contro i rivali; sempre la loro disunione ne fomentava le correrie. La fame e la peste durata dal 250 al 65 faceano del resto; poi tremuoti, eclissi di sole, cupi muggiti della terra accrescevano lo sgomento dei popoli.
A un impero costituito sulle armi, dalle armi potea derivare qualche ristoro: e ne arrestò di fatto il tracollo una serie di prodi imperatori, venuti dall'Illiria dopo di tristi venuti d'Africa e di Siria. L'esercito acclama Marc'Aurelio Claudio (268), come il più degno di sostenere il nome e la dignità imperiale; e i senatori lo confermano, adunandosi nel tempio d'Apollo: — Augusto Claudio, gli Dei ti conservino per noi (ripetuto sessanta volte). Te o un par tuo noi abbiamo sempre desiderato (quaranta volte). Tu padre, tu fratello, tu amico, tu senatore eccellente, tu vero imperatore (quaranta volte). Tetrico è un nulla avanti a te (sette volte). Liberaci da Aureolo, da Zenobia, da Vittoria (cinque volte)».
Quest'illirico, acquistato il trono senza delitti, continuò l'assedio di Milano finchè vi prese Aureolo, e ne concesse la morte alla domanda del suo esercito; sconfisse i Germani inoltratisi fino al lago di Garda: ma Tetrico si sostenne nella Gallia anche dopo morta Vittoria. Claudio in Roma attese a ricomporre come meglio poteva i disordini causati dai precedenti tumulti; agli amici e alla famiglia di Gallieno, dal senato condannati a morte, impetrò il perdono; e fu soprannomato il secondo Trajano.
Mosso contro i Goti (269) che, saccheggiate le provincie, ritiravansi per l'Alta Mesia, scrisse al senato: — Mi trovo al cospetto di trecenventimila nemici. Se n'esco vincitore, confido sulla vostra riconoscenza: se l'esito non risponde alle speranze, vi ricordi che dal regno di Gallieno l'impero restò snervato, colpa sua e de' tiranni che desolarono le nostre provincie. Nè lancie abbiamo, nè spade, nè scudi; le Gallie e la Spagna, anima dell'impero, sono in mano di Tetrico; gli arcieri, occupati contro Zenobia. Per poco che otteniamo, sarà già assai». Pure, dopo alquanti giorni, potè scrivere di nuovo: — Abbiam disfatto i Goti e distrutto la loro flotta di duemila vele; i campi sono coperti di scudi e di cadaveri; e tanti prigioni, che due o tre donne toccarono per ciascun soldato».
Di vittorie così segnalate faceva mestieri per puntellare il vacillante impero. Ma Claudio durò appena due anni: il senato gli decretò divini onori (270), e sospese nelle sale delle adunanze uno scudo d'oro coll'effigie di esso; il popolo gli alzò una statua d'oro alta sei piedi, una d'argento pesante mille cinquecento libbre; e unanimi chiamarono a succedergli il fratello Marc'Aurelio Quintillo: il quale, dopo diciassette giorni, fu trucidato dall'esercito, o si uccise all'udire che l'esercito aveva proclamato Lucio Domizio Aureliano.
Quest'umile pannone era segnalato per forza e valore, sicchè i soldati il conosceano col soprannome di Mano al ferro; cantavano ad onor suo canzoni, il cui ritornello era Mille, mille, mille uccise, e diceano che in varie battaglie ammazzasse di suo pugno novecentocinquanta nemici. I Goti gli chiesero pace: ma Alemanni, Giutongi e Marcomanni malgrado suo penetrarono in Italia, e presso Piacenza voltolo in fuga, si difilarono sopra Roma. Lo spavento allora andò al colmo, si consultarono i Libri Sibillini, e l'imperatore stesso si lagnò col senato perchè ne' riti religiosi procedesse a rilento. — E che? (diceva) siete forse radunati in una chiesa cristiana, non più nel tempio di tutti gli Dei? Esaminate; e qualunque spesa, qualunque animale od uomo vi ordinino i sacri libri, io ve ne fornirò». Processioni di sacerdoti biancovestiti tra cori di vergini e garzoni, che lustravano la campagna e la consacravano con mistici sacrifizj, ravvivarono il coraggio de' Romani, sicchè Aureliano, raccozzate le reliquie, presso Fano ruppe i Germani, poi in altre battaglie li sterminò. Anche i Vandali che avevano varcato il Danubio, furono da lui sconfitti, e costretti a dare ostaggi i figli dei due loro re. Cercando però vantaggio reale, più che lusinghiera apparenza, abbandonò la conquista di Trajano di là dal Danubio.
Ripristinata la disciplina[13], ogni leggier mancamento de' soldati puniva severissimamente; avendo un d'essi violato la donna dell'ospite suo, lo fece legare a due alberi piegati, e sparare. I soldati pertanto, in canzoni diverse dalle prime, cantavano: — Costui versò più sangue che altri non bevesse vino». Se non che faceva sembrare meno pesante quella disciplina col sottoporvisi egli stesso. Anche in Roma dovette ricorrere ai partiti più rigorosi, e varj senatori mandò a morte per accuse lievi nè provate. Riparò la mura attorno alla città, per modo che ventun miglio circuiva: il che, se blandiva l'orgoglio romano coll'estensione, l'umiliava, avvertendo come la capitale dell'impero dovesse provvedere con munizioni alla propria sicurezza.
Disposte le cose per la pace e la guerra, drizzò contro la regina Zenobia, che scaltra e coraggiosa restò padrona della Siria e della Mesopotamia, ebbe anche l'Egitto, prese gran parte d'Asia. Aureliano la vinse presso Antiochia ed Emesa (272), l'ebbe prigioniera, distrusse Palmira di modo, che fin le immense sue ruine si ignorarono, finchè nel secolo passato ridestarono la meraviglia degli artisti e de' curiosi. Domo anche l'Egitto, la cui conservazione tanto importava per vettovagliare l'Italia, determinato il grano, il papiro, il lino, il vetro che annualmente dovea tributare, Aureliano si volse all'Europa per ritogliere Spagna, Gallia e Britannia dalle mani di Tetrico. Questi, che per cinque anni avea piuttosto obbedito che comandato a turbolenti soldati, venne a darglisi spontaneo (271), onde dopo tredici anni quelle provincie si ricongiunsero all'impero.
Aureliano menò trionfo pomposo se altro mai. Precedeano venti elefanti, quattro tigri, oltre ducento fiere delle più rare e curiose dell'Oriente e del Mezzodì; poi mille seicento gladiatori destinati all'anfiteatro. Seguivano i tesori dell'Asia e della regina di Palmira in bell'ordine e disordine; e sopra carri innumerevoli, elmi, scudi, corazze, insegne militari. Gli ambasciadori di remotissime regioni, etiopi, arabi, persi, battriani, indi, cinesi, venuti al rumore delle sue vittorie sopra Palmira, attraevano gli occhi sì per la stranezza loro, sì per la dovizia e la singolarità dell'addobbo. I prodotti di tutte le parti, e le corone d'oro regalategli dalle città riconoscenti, attestavano l'obbedienza e la devozione del mondo a questa Roma sull'orlo del sepolcro. Seguivano lunghe file di Goti, Vandali, Sarmati, Alemanni, Franchi, Galli, Siri, Egizj incatenati; dieci guerriere gotiche, prese coll'armi alla mano, e intitolate nazione delle Amazoni; l'imperatore Tetrico, colle brache galliche, la tunica gialla e il manto di porpora, accompagnato dal figlio e dai gallici cortigiani; Zenobia regina, tutta gioje e con catene d'oro alle mani e al collo, sorretta da schiave persiane, con dietro il magnifico carro, in cui avea sperato salire trionfalmente al Campidoglio, e i due sontuosi di Odenato e del re persiano. Nel quarto stava Aureliano, tratto da quattro cervi o forse renni, tolti a un re goto. Senatori e illustri cittadini chiudeano fra un suono di viva: poi giuochi scenici e circesi, battaglie di gladiatori, di fiere, di navi fecero memorabile quella solennità.
Sebbene l'esercito avesse a gran voci domandato in Siria la morte di Zenobia, Aureliano le donò assai terre nei contorni di Tivoli, ove potesse vivere conforme al grado: collocò nobilmente le figlie di essa, e all'unico maschio sopravissuto conferì un piccolo principato in Armenia. A Tetrico consentì il titolo di collega e il governo della Lucania, e gli diceva celiando che il governare una provincia d'Italia dava più onore che il regnar nelle Gallie.
A porre in qualche miglior assetto la pubblica cosa, bandì leggi contro l'adulterio e il concubinato, eccetto se fosse con ischiave: i liberti e servi suoi puniva severamente, e se delinquessero li consegnava al magistrato ordinario. Cercò reprimere il lusso, principalmente la profusione dell'oro in ricami; e fin alla moglie e alla figliuola sua non soffriva gli abiti di seta, perchè questa vendevasi a peso d'oro[14]: alzò in Roma il tempio del Sole, riboccante di metalli preziosi e di perle, con vasi d'oro pel peso di quindicimila libbre: il Campidoglio e altri tempj ornò con doni speditigli da principi stranieri, e assegnò stipendj pei sacerdoti e pel culto, ravvivato in ogni modo. Oltre l'olio e il pane, distribuiva al popolo carne di majale; voleva aggiungere il vino, ma il prefetto del pretorio notò che presto il popolo avrebbe preteso anche polli. Rimise ogni debito de' privati verso l'erario, facendo bruciare le polizze, e ogni colpa di Stato. Ma una sollevazione, eccitata da non sappiamo quale riforma della moneta, e che fu a fatica soffocata in torrenti di sangue, ridestò l'indole severa di Aureliano, il quale empì le carceri e i patiboli, massimamente di senatori.
Unico diritto conoscendo la spada, trattava l'impero non altrimenti che paese di conquista. Perciò il senato recosselo in odio, quanto l'amava l'esercito; eppure da questo trovò la morte. Mentre s'accingeva a vendicare in Persia Valeriano, Mnesteo suo liberto e segretario, minacciato da esso per alcune estorsioni, prevenne il castigo col mostrare ai principali dell'esercito una finta lista di nomi proscritti, e persuaderli a fuggire la morte col darla all'imperatore. In fatto tra Eraclea e Bisanzio fu trucidato dalle sue guardie (275); scoperta poi falsa la scritta, i congiurati gettarono Mnesteo alle fiere, ed eressero un tempio al restauratore dell'impero. E veramente in que' cinque anni Aureliano avea rimarginato le piaghe aperte dall'infingardo Gallieno, schermito l'Italia da' Barbari, tornato l'unità all'impero, ricevuto omaggio da Ormisda successore di Sapore; e se l'eccessivo rigore nol lascia noverare fra i principi buoni, sta fra gli utili, in tempo che la spada sola poteva rinfrancare un impero sulle spade fondato.
I primarj uffiziali, trovandosi rei del sangue d'Aureliano, non osarono scegliere il successore, e scrissero al senato perchè esso medesimo eleggesse uno, pari al presente bisogno, e mondo di quell'assassinio. Marco Claudio Tacito, principe del senato, dissuase dall'accettare un incarico che susciterebbe turbolenze se la scelta spiacesse all'esercito: onde la rimisero a questo, e questo di nuovo ai senatori, e così fin a tre volte; sicchè otto mesi vacò l'impero. La quiete interna non ne pativa, ma prendevamo baldanza i nemici dall'Eufrate al Danubio; onde alfine esso Tacito, discendente dallo storico, dolce di natura, ammiratore dell'antica semplicità, vecchio di settant'anni, si lasciò indurre ad accettar la primazia dello Stato e del mondo, decretatagli per autorità del senato, e meritata pel grado suo e per le azioni.
Il suo patrimonio, del valore di un milione seicentomila sesterzi, vendette e cesse al pubblico[15]; francò quanti schiavi aveva in Roma; e dalla sua temperanza e dal risparmio trasse di che fare liberalità. Chiuse i postriboli affatto, i pubblici bagni prima di sera; ordinò tempj e sacrifizj per gl'imperatori buoni; escluse gli schiavi dal testimoniare contro i padroni; vietò le dorature e l'amalgamare i metalli[16]. Ai senatori rese le attribuzioni antiche; del che esultanti menarono processioni, e scrissero a tutte le città e popoli amici che a loro si dirigessero gli appelli dai proconsoli, non più all'imperatore nè al prefetto del pretorio: essi destinavano i proconsoli, e conferivano le magistrature con tale indipendenza, che negarono il consolato a un fratello di Tacito, da lui raccomandato; e davano forza agli editti imperiali coi loro decreti. Ultimo lampo dell'autorità senatoria.
Tacito si amicò anche l'esercito con largizioni e col condurlo contro i nemici: ma da una parte la rigidezza del clima, dall'altra le turbolenze dei soldati, imbaldanziti dalla dolcezza di lui, il trassero in Cappadocia (276) alla tomba, dopo appena sei mesi. Antonio Floriano suo fratello si fece vestire della porpora, ed ebbe obbedienza dalle provincie d'Europa e d'Africa: ma tre legioni d'Asia si chiarirono per Valerio Probo sirmiese; quindi guerra civile, sinchè, due mesi dopo, il primo restò trucidato.
Probo, colle doti di gran principe, rincacciò fin oltre il Reno i Barbari invasori della Gallia; costrinse Goti e Persi a chieder pace; soggiogò gl'Isauri, spargendoli fra le provincie più lontane; ruppe i Blemmi, stanziati fra l'Etiopia e l'Egitto; contro i Germani tese una linea, non più d'alberi e palizzate come Trajano, ma di muro vivo, che dalle vicinanze di Neustadt e di Ratisbona sul Danubio stendeasi traverso a monti, valli, fiumi e paludi sino a Wimpfen sul Neckar, e dopo ducento miglia riusciva al Reno. Costrinse anche i Germani a dare sedicimila dei loro giovani più robusti, che scompartì fra le truppe nazionali, cui ogni giorno più difficile riusciva il reclutare fra le ammollite popolazioni d'Italia e delle provincie interne. Nel trionfo suo del 281, Roma vide il circo mutato in selva, trasportandovi alberi colle loro radici, e quivi mille struzzi, altrettanti cervi, cignali, capriuoli, ibis abbandonati alla caccia del popolo: il domani poi cento leoni, cento leonesse, ducento leopardi, trecento orsi, coi ruggiti, cogli urli, colla morte divertirono la plebe, non meno che le trecento coppie di gladiatori.
Quando le guerre esterne e i rinascenti competitori gliel consentissero, Probo, non volendo i soldati mangiassero il pane a tradimento, gli adoprava in utili lavori, piantar di vigne le pendici della Gallia, della Pannonia e della Mesia, ricostruire più di dieci città diroccate, aprir canali: ma avendo detto che sperava fra poco metter pace dappertutto e far senza de' soldati, questi lo trucidarono (282), catastrofe ormai consueta degl'imperatori, fossero ribaldi come Gallieno, o prudenti, giusti e rispettati come Probo[17].
E gridarono Marc'Aurelio Caro, prefetto del pretorio, che nominò Cesari i figli suoi Carino e Numeriano, sconfisse i Sarmati nella Tracia, assicurando così l'Illiria e l'Italia, indi mosse ai Persi una guerra, divenuta omai di necessaria difesa.
Varane II, succeduto su quel trono, avea già invaso la Mesopotamia; ma come udì che i Romani avanzavano, indietreggiò, e mandò a Caro ambasciadori. Questi il trovarono in abito guerresco con un rozzo manto di porpora, che assiso sull'erba cenava con un pezzo di lardo e pochi piselli; e quando ebbero esposto la legazione, egli, cavatosi un copolino con cui copriva la sua calvizie, rispose: — Se il vostro principe non si piega ai Romani, io ridurrò la Persia così nuda di alberi, come vedete di capelli la mia testa».
Perchè non paresse vuota millanteria, v'entrò vincendo; ma sul meglio morì a Ctesifonte (283), regnato sedici mesi. Il suo secretario Calpurnio scriveva al senato: — Il veramente caro nostro imperator Caro giaceva malato nella sua tenda quando scoppiò un nembo, e tutto fu tenebre: lampi e tuoni ci tolsero di conoscere quel che accadeva; ma al cessar di quelli odesi gridare L'imperatore è morto. Gli uffiziali di camera, desolati di tal perdita, miser fuoco alla tenda, onde corse voce che l'imperatore fosse colpito dal fulmine; a quanto possiam giudicare, non morì che della sua malattia». Che che ne fosse, l'ebbe per sinistro augurio l'esercito, e costrinse Numeriano, figlio dell'estinto, a retrocedere dal Tigri, termine fatato alle conquiste romane. Era questo ricco di bellissime qualità, poeta e oratore: ma nella ritirata anch'esso fu ucciso (284).
Carino, dalla Gallia dove avea condotto la guerra non senza abilità, venne a Roma, ed occupò l'impero: in pochi mesi condusse e ripudiò nove donne, troppe più ne contaminò; in musiche, balli, oscenità logorava il tempo; amici e consiglieri di suo padre, e chiunque poteva esser rinfaccio a' suoi vizj o gli era stato pari in privata fortuna, mandò a morte; superbo coi senatori, vantava voler distribuirne i poderi alla plebe, che trastullava colle feste, e tra la quale schiumò i favoriti, ministri e complici a un tempo, sopra i quali scaricavasi d'ogni cura, fin dell'apporre le firme.
Oziava e godeva sopra l'abisso; poichè l'esercito che con suo padre aveva combattuto in Persia, come nel ritorno fu giunto a Calcedonia d'Asia, acclamò imperatore Aurelio Diocleziano, comandante alle guardie del corpo, dalmato di bassa gente, prode in armi, lontano da ogni fasto e mollezza, destro agli affari, amico del bel sapere, benchè null'altro intendesse che guerra. Correndo qualche dubbio ch'egli avesse avuto parte all'assassinio di Numeriano, giurossene puro, indi fatto venire Ario Apro, suocero dell'estinto, disse: — Costui fu l'assassino dell'imperatore», e gl'immerse la spada in petto. Con ciò intendeva di dare una prova all'esercito, che se n'accontentò, e adempiere la predizione fattagli da una druidessa, ch'egli diverrebbe imperatore quando uccidesse un cinghiale, che in latino dicesi apro. Perciò nelle caccie egli inseguiva sempre questi animali; e allora colpito l'emulo, sclamò: — L'ho pur ucciso l'apro fatale».
L'esercito si dispose a sostenerne l'innocenza e l'augurio colla guerra civile; per assicurare l'esito della quale, Diocleziano fomentò il malcontento fra le truppe di Carino; ed essendo questo ucciso (285) per vendetta d'un tribuno, Diocleziano si trovò padrone dell'impero, ed ebbe la generosità o la politica di perdonare. Nei novantadue anni da Comodo a Diocleziano, di venticinque volte che vacò l'impero, ventidue fu per violenta fine di chi l'occupava; dei trentaquattro imperadori, trenta furono uccisi da chi aspirava succedere; elettori, carnefici, padroni di tutto i soldati: bisognava dunque un riparo, e Diocleziano vi pensò col mutare la forma dell'impero, e ridurlo, da comando soldatesco, a principato despotico.
Incominciò dall'associarsi Massimiano (286 — 1 aprile), contadino sirmiese, una delle migliori spade d'allora, crudele però tanto, che Diocleziano potè comparire generoso moderandone gli atti severi, forse da lui medesimo suggeriti. Assunsero Massimiano il titolo di Erculeo, Diocleziano di Giovio: quegli rispettava per genio superiore Diocleziano; questi trovava necessario il valore del collega fra tanti nemici sbuffanti. Anzi, per essere più pronti ad ogni occorrente, Diocleziano suddivise ancora l'autorità (292), scegliendo a Cesari due generali sperimentati; Galerio, detto Armentario forse dal prisco suo mestiere, e Costanzo Cloro, soldato venuto su col proprio valore, e che allora si volle far discendere da Claudio II. A Costanzo diede Massimiano una figlia, Diocleziano una a Galerio; e così questi quattro Illirici spartirono tra loro, se non l'amministrazione, la difesa dell'impero. Gallia, Spagna, Bretagna furono affidate a Costanzo, che sedeva a Treveri od a York: a Galerio le provincie illiriche sul Danubio, la Mesia superiore, la Macedonia, l'Epiro, l'Acaja, facendone centro Sirmio: l'Italia, colle due Rezie, i due Norici, la Pannonia e parte dell'Africa a Massimiano: a Diocleziano la Tracia, l'Egitto e l'Asia. Nè per questo si scomponeva la monarchia, poichè riguardavano spontaneamente come primo e come un gran dio quel che gli aveva assunti; in concordia rara fra potenti, unica fra quattro guerrieri diversi di patria, d'età, d'inclinazione, si assistevano di consiglio e di braccio: le provincie erano più da vicino guardate; le legioni imparavano a rispettare la vita dei capi, quando l'assassinio d'un solo nulla avrebbe fruttato: e mentre capitani che proclamavansi augusti, Barbari che d'ogni parte irrompevano, faceano difficilissimo il governare, i quattro sovrani mantennero l'autorità sul Danubio come in Africa, nelle Spagne come in Persia. Ma se più pronti erano all'interna sicurezza e alla difesa esteriore, s'indeboliva il sentimento dell'unità, e preparavansi gli animi alla divisione dell'impero, che presto si effettuò.
Diocleziano dall'Egitto ai dominj persiani estese una linea di campi, forti di buone armi; dalla foce del Reno a quella del Danubio, antichi accampamenti e nuove fortezze sì ben custodì, che i Barbari non s'arrischiarono quasi mai a superarle. I prigionieri venivano scompartiti tra i provinciali, e massime dove le guerre avevano decimato la popolazione, adoperandoli alla pastorizia ed all'agricoltura, talvolta alle armi.
Meglio di Roma parve conveniente Milano per tener d'occhio i Barbari della Germania; popolosa, ben fabbricata, con circo, teatro, zecca, palazzo, terme, portici adorni di statue; onde fu munita di doppia mura, e Massimiano vi pose sua residenza. Per sè Diocleziano abbellì Nicomedia sul confine dell'Europa coll'Asia, e se ne compiaceva, quanto lo disgustavano di Roma la plebe insolente e il senato che ancora voleva arrogarsi qualche diritto, in mezzo all'onnipotenza del brando. Fuori dell'antica metropoli non v'erano memorie: onde nell'accampamento o ne' consigli delle provincie gli augusti potevano spiegare assoluta podestà; risolvevano co' proprj ministri, senza nè render conto nè domandar parere al gran consiglio della nazione. Per istrappare a questo le ultime apparenze di considerazione, Diocleziano lasciò che il collega sbrigliasse il natural rigore col punire immaginarie cospirazioni. I pretoriani che, sentendosi fiaccare da questa robusta amministrazione, inclinavano a dar mano al senato, furono scemati di numero e di privilegi, surrogandovi nella custodia di Roma due legioni dell'Illiria col nome di Gioviani ed Erculei: i nomi di console, di censore, di tribuno più non parvero necessarj per esercitare con titoli repubblicani una potenza, da cui la repubblica era stata distrutta: e l'imperatore, non più generale degli eserciti patrj, ma capo del mondo romano, fu intitolato dominus anche negli atti pubblici, con titoli e attributi divini.
E questa imperiale autorità, scaduta nell'opinione, rapina di viziosi, trastullo dell'esercito, Diocleziano pensò ristaurarla dalla radice. Italiano egli non era, sicchè gli rincrescesse di togliere alla patria la primazia con tanto sangue acquistata: nei campi erasi avvezzo alla disciplina indisputata e alle pompe allettatrici, sicchè tutto foggiò a sistema orientale. Alla semplicità d'abbigliamenti, di corte, d'udienze, che aveano serbata gl'imperatori quando si consideravano come primi cittadini e nulla più, Diocleziano surrogò il fasto asiatico; si cinse il diadema ch'era costato la vita a Cesare; di seta, oro, gemme coprivasi dal capo alle piante la sacra persona; scuole di uffiziali domestici custodivano gli accessi del palazzo; e chi traverso a questi e ad infinite cerimonie s'accostasse alla maestà dell'imperatore, doveva prostrarsi in adorazione.
Tutto insomma dovea dirigersi a circondare d'un gran fasto la dignità suprema, a scapito dei poteri subalterni: l'imperatore dovea dirigere ogni cosa cogli ordini, eppure non iscemare la dignità coi particolari dell'esecuzione e colle comunicazioni troppo immediate: i magistrati doveano essere null'altro che esecutori: e poichè non si poteva accordare quell'immensa estensione con un governo temperato, bisognava studiare di renderlo forte insieme e dolce. Due imperatori e due Cesari moltiplicavano queste appariscenze, e ministri del lusso, uffiziali, servi; e gareggiando di splendidezza, da una parte crebbero gl'intrighi, dall'altra le spese e in conseguenza i tributi.
L'autorità eccessiva de' prefetti al pretorio fu ridotta a giusti limiti, introducendo i maestri della milizia, ispettori generali della cavalleria e della fanteria. Alla Corte potea portarsi reclamo contro la decisione di qualsifosse magistrato. Le provincie furono suddivise, e perciò sminuita la potenza di quei che le reggevano: a cagion d'esempio, la Gallia, che ne formava un solo, fu tagliata in quattordici governi. Conseguentemente cessava l'autorità del senato sopra le provincie; le cariche civili restavano separate dai comandi militari; represse le vessazioni causate dalla prevaricazione o dalla negligenza de' magistrati; tolte le ingiustizie che nascevano dai privilegi conceduti ad alcuni. Insomma il despotismo militare dava luogo al despotismo governativo, appoggiato sopra innumerevole quantità d'impiegati amministrativi.
Diocleziano, autore del nuovo sistema, conservossi moderato, continuò le distribuzioni al popolo, fabbricò splendidamente a Cartagine e Milano, oltre Nicomedia, e meravigliose terme a Roma, bastanti a tremila persone, alle quali unì la biblioteca di Trajano. E quando nel ventesimo anno di suo regno menò un trionfo, il popolo, vedendo portate le immagini di fiumi e città persiane non prima soggiogate, e de' figli e della moglie del persiano re, potè illudersi ancora sull'eternità del Giove Capitolino. Ma i Romani guardavano di mal occhio chi gli avea tolti dall'esser capi del mondo; onde lanciavano motti, intollerabili all'autocrato, che mostrò il suo dispetto abbandonando per sempre i sette colli.
Girando per le provincie illiriche, contrasse una malattia che il portò a fil di morte. Riavutosi, nè sentendosi la pristina vigoria per reggere l'impero, risolse abdicare. In una pianura presso Nicomedia, salito sopra eccelso trono (305), dichiarò la sua intenzione al popolo ed ai soldati, nominando Cesari Massimino Daza e Severo. Il giorno stesso Massimiano, per adempiere il giuramento datone già prima al collega, abdicava in Milano. Diocleziano ritiratosi in uno splendido palazzo a Salona, sopravisse nove anni in privata condizione, rispettato e consultato dai principi cui aveva ceduto l'impero. Spesso esclamava: — Ora vivo, ora vedo la bellezza del sole»; e quando Massimiano, ch'erasi ritirato nella Lucania, il sollecitava a ripigliarsi il governo, rispose: — Non me ne consiglieresti, se tu vedessi i bei cavoli che ho piantato in Salona di mia mano». Meditando sui pericoli di chi regna, — Quanto spesso (diceva) due o tre ministri s'accordano per ingannare il principe, al quale, separato dal resto degli uomini, rara o non mai giunge la verità! Non vedendo e udendo che per gli occhi e gli orecchi altrui, egli conferisce i posti a viziosi o inetti, trascura i meritevoli, e benchè savio, è traviato dalla corruzione de' suoi cortigiani».
Al lentarsi di quella mano robusta, le discordie ripullularono ad agitare per diciott'anni l'impero, disputato fra varj. Massimino Daza cesare, nipote di Galerio, rozzo di parole e d'atti, governò l'Egitto e la Siria; Severo, l'Italia e l'Africa; e Galerio, valoroso ma scaltrito e arrogante, dominando su queste sue creature e sul malaticcio Costanzo, confidava restare unico signor dell'impero, e trasmetterlo alla sua famiglia.
Costanzo amministrò la Gallia, la Spagna e la Bretagna con generosa e modesta dolcezza, dicendo voler piuttosto ricchi i sudditi che lo Stato. Narrano che, avendo Diocleziano mandato a querelarlo perchè non avesse denaro in cassa, Costanzo pregò i deputati tornassero fra pochi giorni per la risposta. In questo mezzo informò i primarj delle sue provincie, accadergli bisogno di denaro; ed essi a gara gliene recarono. Mostrando allora quei tesori ai legati, li pregò a riferire a Diocleziano com'egli fosse il meglio provvisto de' quattro dominatori, se non che lasciava quelle dovizie in deposito presso il popolo, considerando l'amor di questo come il più pingue e sicuro erario del principe. Partiti i messi, rinviò il denaro a di cui era (303). Quando infieriva la persecuzione mossa da Diocleziano contro i Cristiani, egli diè loro ricetto, che perciò il lodarono a cielo, come fuor misura aveano denigrato Diocleziano.
Da Elena, donna oscura, egli avea generato Costantino; e per riguardo, o per timore della nuova regal moglie, l'avea mandato alla corte di Diocleziano. Questi lo fece educare, allettato dalle rare qualità del giovinetto, che bello di sua persona, generoso, affabile, temperava il giovanile ardore con virile prudenza, e facevasi amare al popolo ed ai soldati. Galerio ingelosito indusse Diocleziano a scegliere altri cesari, con vivo dispiacere del campo; poi fatto augusto, tenne sempre d'occhio Costantino, e l'avrebbe morto se non avesse temuto l'esercito a lui favorevole, o non gli fossero usciti a vuoto i tradimenti. Quando il padre lo ridomandò, esso gli frappose indugi, finchè il giovane fuggì, e raggiunto il padre, mosse con lui felicemente contro i Pitti e i Caledonj delle isole Britanniche.
CAPITOLO XLV. Nemici dell'impero. I Germani. Costantino.
Questi nomi di Barbari ci avvertono ch'è tempo di far conoscere coloro, contro cui l'impero oggimai non tentava conquiste, ma cercava difese.
Nell'immenso spazio occupato da questo impero (t. III, p. 272) poche città e poche provincie conservavano un'indipendenza di puro nome, come sarebbe nelle Alpi il re Cozio, possessore di dodici città, di cui era capo Susa (Segusia): il resto obbediva agli ordini ed ai magistrati che venivano da Roma o da Milano. Ma chi scorresse quel confine, sentiva d'ogni parte fremere popoli, che minacciavano rialzarsi contro questa universale tiranna, non appena la compressione si rallentasse.
Dell'Africa settentrionale occupavano i Romani si può dir tutto il territorio abitabile, spintisi anche più volte fra le gole del monte Atlante. I Bereberi, i Getùli, i Mori o si scagliavano nel deserto rubando, o coltivavano le oasi, non domabili perchè non istanziati: e da essi il Romano traeva gli agrumi, la porpora delle loro rupi, le fiere per gli anfiteatri, l'avorio e gli schiavi negri. Ma di mano in mano che l'oppressione e l'esorbitanza de' tributi sminuivano la popolazione nei paesi sudditi a Roma, Mori e Getuli riconducevano gli armenti sulle campagne abbandonate, saccheggiando e fuggendo, e vendicando come un'ingiuria i supplizj che di loro pigliasse un'autorità che non riconoscevano. Cresciuti d'ardimento collo scemare della potenza romana, respinsero la civiltà sempre più verso le coste; e all'aprire del IV secolo, alcuni principi mori già avevano piantato dominj alle falde dell'Atlante e fra il deserto e la risorta Cartagine. Aspiravano però all'indipendenza non alla conquista; sicchè Roma non n'aveva a temere che di vedersi sottratto qualche terreno.
Nubia e Abissinia non erano soggette ai Romani. Altri Barbari circondavano l'Egitto, quali i Mori Nasamoni sulla riva occidentale del Nilo, e sulla orientale gli Arabi. Sopra la grande penisola dell'Asia meridionale, che gli Europei intitolano Arabia, i Romani vantarono qualche trionfo: all'effetto s'avvidero come natura non abbia fatto quei popoli per rimanere soggetti, nè acconci ad una stabile civiltà. Valeansi dunque di loro per trafficare coll'India; talvolta ne prendevano agli stipendj la cavalleria, senza pari al mondo per l'instancabile ardore e la docilità dei cavalli: ma nulla più che scorrerie pareano a temersi da un popolo, che trecencinquant'anni più tardi, svegliato alla voce di Maometto, doveva in men di uno conquistare più paesi che non Roma in otto secoli.
I Parti aveano soggiogato l'Armenia, che allora stendeasi ad oriente dell'Eufrate, da Satala fino alla spina di monti che costeggia il mar Caspio; e col porre un ramo degli Arsacidi sul trono d'Artaxata, erano venuti a contatto coll'impero. Ma quando li rimise al giogo la risorta schiatta persiana, anche l'Armenia ricuperò l'indipendenza, e si strinse ai Romani coi legami della religione. I Sassanidi, che aveano rinnovato l'impero della Persia, lo crebbero a segno, da sembrare il solo emulo formidabile del Campidoglio.
Ma più che i quaranta milioni obbedienti al re dei re doveva riuscire funesta a Roma la libertà de' popoli del Settentrione, che incolti e vigorosi, aspettavano il cenno di Dio per avventarsele e vendicare l'universo. Dai primordj della civile società, la stirpe che denominano indo-germanica si stese in diverse direzioni sopra la terra (t. I, p. 36); e gli uni, vôlti alla Persia, all'India, al Tibet, crearono o conservarono una civiltà meravigliosa; altri, costeggiando il mar Nero e il Caspio, si spiegarono dalla Siberia all'Eusino, e da tre bande inondarono l'Europa. Gli uni, per le montagne di Tracia, la Macedonia e l'Illiria vennero assidersi fra gli ulivi e i laureti della Grecia; e a quei miti soli e alla limpida aria indocilendo la natìa rozzezza, e temperando la fervida fantasia coll'armonico sentimento, crearono la più eletta immagine del bello, mercè della quale primeggiò la stirpe greca. Ma questa, all'ora ove siamo col nostro racconto, ha compiuto la sua missione, non più s'inorgoglia che di rimembranze, nè s'occupa che di diverbj, come i popoli decaduti: mentre sul teatro politico appajono la stirpe gotica e la teutone, che la lunga separazione rese affatto disformi dalla prima, benchè il linguaggio, anche dopo tante modificazioni, ne attesti la comune origine.
L'arrivo de' Germani in Europa rimonta forse a quattordici secoli avanti Cristo; ed otto o nove ne tennero a dilatarsi dal Dniester al Pruth, e sul paese fra l'Ural e i Crapak. Tendendo continuo verso occidente, spingendo i Cimri, e spinti essi medesimi degli Slavi, trovaronsi arrestati dall'impero romano al tempo di Augusto, sicchè voltarono la fronte contro gli Slavi, e rincacciatili, poterono assodarsi nel vasto paese, che poi collettivamente si chiamò Germania o Alemagna.
Solo da quel punto la storia si prende cura di essi, e ci addita la stirpe gotica nelle montagnose foreste della Scandinavia; la teutonica sulle rive dell'Elba e del Reno, attenta ad esercitare la naturale vigoria, e mantenere gelosamente l'indipendenza, fidando nell'indomito suo coraggio. I primi di questi popoli che i Romani abbiano conosciuti, sono i posti avanzati che Cesare trovava sulle frontiere della Gallia; erranti, scomunati, senza proprietà fissa, nè agricoltura, nè vanto che del distruggere. Tacito conobbe quelli sulle rive del Reno, e seppe che, dietro alle popolazioni nomadi corseggianti al confine, n'esisteano di fisse, aventi lavoro, proprietà, poteri ereditarj, culto pubblico: ma le sue cognizioni non arrivavano che dove gli eserciti romani, onde fermavansi all'Elba, nè di là seppe altro che nomi.
Quando, imperante Augusto, i Romani ebbero particolarmente a fare coi popoli sul Danubio, li designarono col nome di Germani, che probabilmente i Galli avevano applicato a qualche orda venuta di qua dal Reno, e che poi fu accomunato a tutta la gente che, nel primo secolo, abitava dal Reno ai Carpazj e alla Vistola, e dal Baltico e dal mar Germanico fino al monte Cezio (Kalengebirge) e al Danubio; oltre quelli diffusi lungo questo fiume sin all'Eusino, e piantati nella Scandinavia. Probabilmente queste popolazioni diverse attribuivansi la generale denominazione di Daci (Deutsch) o Teutoni, ma nomi speciali deducevano da particolari circostanze; come gli Svevi da schweifen errare, o da swee, see il mare; i Sassoni, da sitzen stare seduti, o da saks spada corta; i Longobardi dalle labarde o dalle barbe prolisse; i Franchi da franke lancia; i Marcomanni dallo star vicini alla frontiera (marca); i Vandali da wand acqua, perchè forse da principio abitassero al mare o su qualche grosso fiume.
Queste medesime denominazioni son però male determinate, e nuova confusione proviene dall'uso degli antichi d'attribuire ai popoli deboli e vinti il nome del potente e vincitore. Per quanto ci è dato scorgere tra quel bujo, questi popoli si unirono in federazioni, simili a quelle degli Etruschi antichi e degli Svizzeri moderni, accordate in prima per resistere, in appresso per nuocere alla potenza romana. Sembra ancora che, verso il secondo secolo, alle varie genti prevalessero alcune, in modo da comparire otto nazioni, che paragoneremmo ad otto corpi di esercito; cioè Vandali, Burgundi, Longobardi, Goti, Svevi, Alemanni, Sassoni e Franchi.
Anche popolazioni sarmate, cioè di quella che or chiamiamo Russia, scesero in Europa; e principalmente formidabili furono i Rossolani e gli Jazigi, scorridori inarrivabili, contro cui i Romani alzarono un vallo fra il Theiss e il Danubio, senza per questo ottenere sicurezza.
Secondo l'Edda, libro sacro e poetico in cui è deposta la mitologia scandinava, Heimdall figliuolo di Odino (Wodan), scorrendo il mondo, generò tre figli: primo il Servo, nero, colle mani callose e gobbo; secondo il Libero, con capelli biondi, viso rosato, occhi sfavillanti; terzo il Nobile, col guardo penetrante di un dragone, gote vermiglie, capelli argentei. E quei che nacquero da ciascuno furono servi, liberi o nobili come essi. I figli del nobile aguzzarono le freccie, domarono cavalli, brandirono lancie: ultimo fu il re che conobbe i numi, comprese il canto degli uccelli, seppe calmare i flutti, estinguere gl'incendj, sopire i dolori[18].
Qui avete delineata la costituzione primitiva della nazione scandinava, la quale si riprodusse nelle principali razze germaniche. Un Dio padre; tre Caste d'uomini, diversi per natura; vero e assoluto libero non era che il capo; in dipendenza da lui gli altri si trovavano o liberi o no, e i figliuoli seguivano la condizione del padre. Correva però divario tra le famiglie semplicemente libere ed i tenitori delle grandi possessioni, ai quali soli spettava il voto nelle adunanze, fors'anche il sacerdozio, e tra essi eleggevansi i re[19]. I liberi erano capaci di tutti i diritti.
La nobiltà, fosse patriziato religioso, o privilegio delle famiglie e dei conti, sembra fosse ridotta ad una distinzione affatto personale, che non dava prevalenza nel governo o nell'amministrazione della giustizia; se non che ad essa erano privilegiate alcune dignità, come in Roma ai cittadini d'ottimo diritto. Non potevano i nobili sposarsi con liberi, nè questi con schiavi. Il restante popolo serviva in guerra col titolo di liti (leute, gente), o con quello di coloni lavorava i campi. I coloni avevano casa e famiglia propria, coltivando il terreno cui erano affissi in perpetuo, senz'altro che pagar al signore un canone in derrate, in bestiame o in panni. A costoro, e a servi, affrancati, donne, vecchi, infermicci lasciavansi i campi e le arti, mentre ai liberi restavano la guerra per occupazione, la caccia per divertimento, il saccheggio per industria.
È antico il vezzo de' malcontenti di cercare fra i Barbari quella moralità, che dicono scomparsa d'infra la gente civile. Così lo storico Tacito esagerò la bontà morale de' Germani per farne raffaccio ai Romani; anche i santi Padri gli elevarono sopra di questi, perchè non ne aveano la raffinata corruttela: ma vuolsi distinguere l'ignoranza de' vizj dalla pratica ragionata delle virtù. Appena cessassero dalla caccia o dalla guerra, piombavano, come tutti i Barbari, dall'eccesso della fatica nell'inerzia assoluta; restavano poveri, perchè nulla si esaurisce più presto che il saccheggio; e ignudi e sudici passavano l'intero giorno al focolare sguazzando la preda, e poltrendo, bagnandosi, straviziando, alle violenti emozioni del giuoco abbandonandosi con tale frenesia, da mettere s'un trar di dadi l'avere, la moglie, i figli, se stessi. Tra i conviti, loro delizia, ponevano in discussione gli affari di maggior momento, serbandosi a deciderne il domani a mente riposata. Qualunque capitasse, otteneva franca ospitalità, e dava occasione di banchettare gli amici, e d'eccedere in voracità e bagordi. Mentre i meno ricchi mesceano bevande forti in tazze formate del cranio di nemici, i doviziosi traevano il vino dalle terre dell'impero, e scaldati da questo, rompevano a risse ed a violenze mortali, dimenticando le accordate paci, e ridestando antiche vendette.
Non bollente di voluttuosi istinti come nell'Asia, più che la bellezza l'uomo pregiava nelle donne la prudenza, il valore, la castità. Sposate in età abbastanza matura, non venivano al marito con vezzi e cervello e passioni fanciullesche come in Asia, ma tali da ragionar l'obbedienza: onde inspiravano più saldo affetto, e ottenevano grand'ascendente sugli uomini. In casa attendevano all'ago, al pennecchio, ai campi; in guerra seguivano gli uomini incorandoli, talora combattendo, sempre pigliando in cura i feriti. Una fanciulla macchiava la verginale onestà? fosse pur bella e ricca, più non trovava nozze; l'adultera era severamente punita; la poligamia permessa soltanto ai re ed ai grandi come distintivo d'onore. Non che le mogli recassero dote al marito, questo le comprava dal futuro suocero con doni, che consistevano per lo più in un par di bovi, un cavallo bardato, e scudo e lancia; cui la sposa ricambiava con una compita armadura, simbolo della comunione di beni e di fatiche.
Quando un garzone se ne fosse reso degno con qualche bella lode, riceveva asta e scudo dal padre o da alcun ragguardevole Germano nell'adunanza degli uomini; e d'allora più non li deponeva, assistendo armato alle assemblee, a banchetti, a giudizj, a giuochi, a sacrifizj; sulle armi giurava come sacre; coll'armi e col cavallo era sepolto.
A tutti i liberi possidenti era un dovere, anzi un diritto il militare; e in occasione di guerra nazionale tutti convocavansi col bando militare o eribanno per proteggere la patria. Altre volte un capo qualunque radunava in banda armata i suoi clienti, o chiunque preferisse i rischi al riposo ed al lavoro, e s'avventurava in nuovi paesi. Supremi loro distintivi erano l'amore dell'indipendenza, e il diletto d'esercitare liberamente le forze: quindi il mettersi a pericolo con baldanza spensierata, non curarsi della sorte dei vicini, combatter domani quelli con cui jeri trovavansi in lega; manìa di libertà, che associandosi colla dipendenza militare, diede origine alla feudalità.
Tra gente siffatta dovevano frequentare occasioni di guerra; e quand'anche gli storici nol dicessero, la mobilità di quelle tribù è attestata dalla grande migrazione. Questa a torto vien dipinta quasi un'improvvisa vertigine generale, un subito levarsi de' Germani ed irrompere sull'impero, o perchè giurati in lega d'armi a guerra finita, o perchè rincalzati da un'onda di Jung-nu che fossero espulsi dalla Cina, e che a torto si confondono cogli Unni. Il movimento era continuato da secoli, e queste popolazioni derivate dall'Oriente (matrice dei popoli, più vera che non il Settentrione), or più or meno, ma incessantemente si erano dilatate pel nord dell'Europa, spingendosi e respingendosi a vicenda, contrastate da indigeni, da Boj, da Lettoni, da Celti.
Forse per incalzo dei Germani, i Galli erano piombati sui paesi meridionali e nella nostra penisola, fin a distruggere Roma col loro Brenno (t. I, p. 493), e prendere stanza nell'Italia superiore. I Teutoni al tempo di Mario valicarono le Alpi: Cesare impedì che con Ariovisto occupassero l'Elvezia. Incontratisi con quest'altra onda romana, che in senso contrario invadeva il paese, ne restarono lungo tempo frenati, non però quieti.
Il Danubio, divenuto frontiera settentrionale dell'impero, come il Reno fu munito con una schiera di fortificazioni e con uno spalto di terra da Ratisbona fin al confluente del Lahn, le quali impedissero le correrie dei Germani non soggiogati, mentre quelli di qua dal fiume accettavano i modi, l'industria e l'oppressione dei vincitori. Questi sulle prime eransi proposto di sottomettere i Germani come avean fatto dei Galli, svellendone i costumi, il governo, la lingua: ma lo sterminio di Varo (t. ii, p. 375) mostrò impossibile l'impresa, e che invece d'assalirli a visiera alzata, conveniva alimentare fra essi le discordie, or questi or quelli favorendo. Con ciò i Romani riuscirono a farsene alleati alcuni, come i Cherusci e i Batavi; alcuni tributarj, come i Frisoni e i Caninefati; o snervare i loro capi coi godimenti della civiltà.
Non però rimanevansi tranquilli alle loro sedi; ed ora i Cherusci insorgevano pel valore di Erminio; ora Maroboduo snidava i Boj dall'antica sede, e vi piantava nuove genti; ora Claudio Civile rialzava la fortuna dei Batavi. E furono vinti spesso; ma se l'orgoglio romano si vantava d'avere volta per volta distrutti questi popoli, essi lo smentivano col sorgere più rigogliosi di prima a lanciare nuovi colpi contro il non più immobile sasso del Campidoglio.
Trajano, spintosi ben addentro nel nord-est, potè ridurre a provincia la Dacia, ponendovi numerosa colonia di soldati, che misti coi natii, formarono la gente dei Valacchi, superbi anche adesso della romana origine. Sotto Marc'Aurelio i Marcomanni riuscirono fino ad Aquileja, e d'allora crebbe il numero degli Alemanni che Roma adoprò in guerra, nelle magistrature e nelle colonie.
Duravano dunque da molti secoli e i moti interni e le migrazioni. Fame, peste, diluvj, allettamento di patria migliore, baruffe intestine, oracoli, emulazioni di re, avidità di bottino, di conquiste, di sangue, traevano alcun popolo a respingere un altro: talvolta un capo colla numerosa banda de' suoi fedeli, o con una tribù, cominciava correrie; e dal fare preso ardimento al fare, spingeva le imprese più che prima non avesse immaginato. Il paese che abbandonavano non lasciava ad essi nè rimembranze nè desiderj, giacchè portavano seco gli Dei, le famiglie, le ossa dei progenitori, tutte le cose che fanno cara la patria.
Allora poi che videro i Romani indeboliti lentarsi nella resistenza, cedere alcune provincie, in altre non opporre che una muraglia, più innanzi s'ardirono; ed allettati dal predare paesi colti e ricchi, e dall'umiliare la nazione che li chiamava barbari, irruppero tutti insieme; come al fiaccarsi della diga precipita il nostro Po sulle circostanti campagne, senza che per questo si dica esserne allora cominciati il corso e la foga. Che però l'impulso venisse di lontano, parrebbe provato dal vedere che i primi invasori non sono già i popoli confinanti, bensì i più remoti: gli Unni dal Volga; poi gli Alani dal Tanai e dal Boristene; poi i Vandali dalla Pannonia; seguono i Goti dalla Germania settentrionale, indi dalla centrale Eruli e Turingi, in appresso i Franchi dalla meridionale, e i Borgognoni dalla grande Polonia.
I più segnalati fra questi popoli sono i Goti, che provenivano essi pure dall'Asia, e precisamente dai contorni del lago Aral, dove ebbero il nome di Messàgeti o Geti[20]: poi sembra pigliassero stanza nella penisola scandinava e attorno al Baltico, divisi in Ostrogoti od orientali, e Visigoti od occidentali, secondo la loro posizione colà; nomi che conservarono poi nelle successive migrazioni. Aggiunge la nazionale leggenda, che in tre vascelli uscirono dalla Scandinavia, uno dei quali essendo rimasto indietro, a quei che lo salivano restò il nome di Gepidi, cioè infingardi.
Sarebbero dunque tre famiglie della nazione stessa: ma qual conto fare di tradizioni, alterate sulle bocche, e spesso mutate di gente in gente? Fatto è che i Goti ci appajono una nazione battagliera e numerosa, che meglio d'ogni altra germanica ebbe il concetto della monarchia ereditaria, dipendendo, non obbedendo, gli Ostrogoti alla stirpe degli Amali, i Visigoti a quella dei Balti, che si vantavano progenie degli Ansi loro semidei, e tra essi la nazione sceglieva il re.
Dapprima seguirono il corso della Vistola, poi la catena de' Carpazj: al tempo degli Antonini abitavano quella che oggi è la Prussia, donde mossi, abbracciarono o sospinsero Eruli, Burgundi ed altri, bevettero alle foci del Boristene e del Tanai, e trovaronsi dinanzi la Dacia, ove un popolo laborioso coltivava campi gratissimi, s'arricchiva colle industrie, e nella diuturna pace aveva trascurato le difese contro nemici che reputava abbastanza discosti. Con poca difficoltà i Goti la invasero, e Decio imperatore, venuto in persona a combatterli, vi perdè la battaglia e la vita. Il successore di nulla si mostrò più premuroso che di lasciar liberamente tornarsene i Barbari, carichi di preda e di baldanza; che più? s'obbligò a loro di annuo tributo. Non era il modo d'invogliar altri all'attacco? Sempre nuovi sciami irrompevano in fatto sulle provincie limitrofe come a preda sicura, respinti talvolta, reduci sempre, tanto più mentre gli eserciti si trovavano impegnati fra emuli imperatori.
Piantatisi nell'Ucrania, i Goti vennero ben presto signori della costa settentrionale dell'Eusino, donde corseggiarono le ricche e molli provincie dell'Asia Minore. Usciti poi dall'Ellesponto, serpeggiarono tra le isole Egee, e sorti nel Pireo, s'impadronirono della città di Minerva, sparsero il guasto per tutta la Grecia, e si difilavano sull'Italia, quando Gallieno, scosso dalle torpide voluttà e comprata una banda di Eruli, al cui capo concesse gli ornamenti consolari, tenne testa agli invasori. La dissensione e l'indisciplina dell'esercito romano diedero agio ai Goti di ritirarsi, e sui rimasti vascelli devastare il lido ove Troja fu, poi riposarsi nella Tracia.
Aureliano, dopo giornata campale, gl'indusse ad una pace, ove obbligavansi a fornire di duemila cavalieri gli eserciti romani, lasciando ostaggi i figliuoli de' caporioni, cui Aureliano fece educare convenientemente al sesso e al grado, poi le fanciulle impalmò a' primarj suoi uffiziali affine di saldar l'unione tra le due genti. Egli poi ritirava le guarnigioni dalla Dacia, i cui coloni rinvigorirono la parte meridionale del Danubio, mentre sull'abbandonato paese dilagavano Vandali e Goti, che dai coloni rimasi impararono qualche arte di pace, mantennero relazioni di commercio coll'altra riva del fiume, e furono barriera a nuovi invasori.
Come dall'oriente i Goti, così dal nord-est della Germania uscì una seconda invasione, quella dei Franchi, che sotto Gallieno tragittarono il Reno, invasero le Gallie e la Spagna. Gli usurpatori che non iscrupoleggiavano sui mezzi per sostenersi nell'impero, ricorsero più volte al costoro braccio; ma infine Aureliano li ricacciò di là dal Reno. Poco tardarono a ripassarlo; e avvegnachè Probo ne trionfasse, non per questo mitigò la loro fierezza. Gran prova rinnovarono di loro ardimento allorchè dal mar Nero, ove esso imperatore gli aveva relegati, osarono sopra fragili legni tragittarsi nel Bosforo Tracio e nell'Egeo, e sbarcati predarono molti luoghi della Grecia e dell'Asia Minore, sorpresero Siracusa, approdarono in Africa, indi usciti dallo stretto di Cadice per l'Oceano tornarono in Germania[21]. Corsa appena credibile a chi non abbia osservato anche ai dì nostri quanto ardimento possa infondere la navigazione da corsaro. Rapidissimi si vedevano i Franchi piombare sulle coste dell'Armorica e della Belgica, saccheggiare e sottrarsi; poi quando Carausio si fu valso di loro per usurpare la Bretagna, divenuti più audaci, occuparono tutta l'isola de' Batavi. Colà furono vinti da Costanzo Cloro, e trapiantati lungi dal Reno; ma poco indugiarono a sorgere terribili contro di Costantino e di Crispo.
Altra o lega o gente principale fra' nemici di Roma, sono gli Alemanni. Con questo nome comparvero primamente sul Meno ai giorni di Caracalla, il quale non solo scelse fra loro le sue guardie, ma ne imitò il vestire e la bionda capellatura. Benchè non osassero travalicare le barriere dei Romani, molestavano senza tregua il confine e le opulente contrade della Gallia; poi alcuni, varcato il Danubio, per le alpi Retiche scesero in queste nostre parti, ed accamparono fin sotto a Ravenna, donde con lautissimo bottino ritirarono il passo davanti all'esercito romano. Un'altra volta ben trecentomila di essi giunsero a Milano.
Mentre poi Aureliano componeva coi Goti le cose sul confine illirico, gli Alemanni si scagliarono da capo nell'armi, e con quarantamila cavalieri e il doppio di fanti invasero la Rezia, menarono guasto dal Danubio al Po; ma intanto che si ritiravano, l'imperatore intercettò loro i passi con tanta maestria, che chiesero patti. Appena però dalle incalzanti necessità fu egli chiamato altrove, gli Alemanni ruppero quella siepe d'armi, e si difilarono sopra l'Italia, sperperando fin a Milano, e spargendosi a branchi per le valli dell'Adda e del Ticino: presso Piacenza sconfissero i Romani, ma a Fano rimasero vinti: poi disfatti interamente a Pavia, sbrattarono l'Italia. La subitanea invasione fece avvisato Aureliano della necessità di circondare di mura Roma, ridotta a difendersi sul Tevere, non più sul Volga o sull'Eufrate. E gli Alemanni acquistarono tanta preponderanza, che il nome loro venne esteso a tutti que' Germani che non s'appigliarono alla lega dei Franchi; laonde essendo spesso scambiati Alemanni e Germani, mal si possono sceverare le imprese di questi e di quelli.
Fu per tenere questi Barbari in soggezione che Diocleziano collocò un imperatore ed una corte sul loro stesso confine, nell'alta Italia. Costanzo irruppe sul terreno dei Franchi, e rattenne gli Alemanni dal riversarsi sulle Gallie; ma a molte orde di Sarmati, di Carpi, di Bastarni fu concesso stanza nelle provincie consumate d'abitanti. Da ciò rimaneva blandita la vanità romana; e una politica di corta veduta s'appagava di questi effimeri trionfi, senza avvedersi che l'impero si educava in seno la serpe che lo morderebbe.
I Franchi diedero assai a tribolare a Costantino, il quale contro di loro esercitò le legioni che dovevano renderlo signore del mondo; e, in memoria de' ben riusciti successi, istituì giuochi detti Franchici. Crispo suo figlio si rese formidabile a questi ed agli Alemanni; campeggiò egli medesimo i Goti, che rifattisi nella lunga pace, si unirono ai Sarmati della palude Meotide, e devastarono l'Illirico, finchè furono costretti a vergognosa ritirata. Anche nei loro paesi gli inseguì Costantino, passando il Danubio sul ristorato ponte di Trajano; e ridusse i Goti a cercar pace, e a tributargli quarantamila soldati.
Di molti allori già era dunque glorioso Costantino, quando, morto e deificato Costanzo, egli fu salutato imperatore (306); e secondo il costume, spedì all'altro augusto e ai Cesari la propria effigie in addobbo imperiale. Galerio ne montò in superbissima collera; pure, onde evitare la guerra civile, gli mandò la porpora e il solo titolo di cesare, quello d'augusto serbando a Severo.
Ma la inumanità di Galerio, la lunga assenza, e un censimento delle ricchezze fatto con tal rigore da ricorrere fin alla tortura per iscoprire gli averi nascosti, aveano mossa a rumore l'Italia, ove Massenzio, figlio di Massimiano e genero di Galerio, si fece gridare augusto, comprando i pretoriani col denaro, i Romani colla speranza di redimerli da Galerio, i Gentili con quella di restaurarne il culto. Massimiano, uscito dal ritiro, ripigliò gli affari (307), e qual collega di suo figlio ricevette omaggio dal popolo e dal senato; vinse e uccise Severo, chiese amico Costantino dandogli sposa sua figlia Fausta e il titolo d'augusto; poi vedendo di esser considerato men di quello che desiderasse, si recò a Galerio, chi dice per incitarlo contro il proprio figliuolo, e chi per trovar luogo e tempo a tradirlo. Galerio intanto era penetrato in Italia; ma come vide l'immensità di Roma, o piuttosto la risolutezza di questa a servirsi delle ricchezze per respingere colui che voleva rapirgliele, non ardì assediarla e si ritirò, devastando la nostra patria, che peggio i barbari non avrebbero potuto.
Al posto di Severo collocò Licinio Liciniano dace, amico suo e al par di lui valoroso ed ignorante, lascivo in vecchia età ed avaro. Massimino Daza, che governava l'Egitto e la Siria, pretese anch'egli al titolo d'augusto: per modo che sei imperatori presedevano al mondo romano, dal combattersi non rattenuti se non dal reciproco timore. Massimiano, rejetto da Galerio, rannodò con Costantino: ma mentre questo campeggiava i Franchi, ne divulgò la morte (309), e schiuso il tesoro d'Arles, colla prodigalità e col rammemorare l'antico splendore mosse i Galli a voler tornare in dominio, e stese la mano a Massenzio (310). Costantino sopragiunto, assediatolo in Marsiglia, l'ebbe in balia, e non gli lasciò che la scelta della morte.
Galerio divise la vita tra opere di pubblica utilità, piaceri e sevizie. Geloso del sapere e della franchezza, sbandì giureconsulti, avvocati, letterati; affidava i giudizj a guerrieri, digiuni delle leggi: ma ulceri vergognose e schifosi insetti il consumarono, senza che trovasse ristoro o nei medici che spesso mandava a morte, o nei voti moltiplicati ad Apollo e ad Esculapio. Credendosi castigato dal cielo per la persecuzione contro i Cristiani, la sospese con un editto in nome suo, di Licinio e di Costantino, e poco stante morì (311). Massimino volò dall'Oriente per occuparne le provincie, volò Licinio a contrastarlo; poi scesero ad accordi, statuendo per confine l'Ellesponto e il Bosforo di Tracia. Accordo di nemici, poichè le due rive stettero irte d'armi, e Licinio cercò l'alleanza di Costantino, Massimino quella di Massenzio, e guatavansi con terribile aspettazione dei popoli.
Massenzio tiranneggiava l'Italia smungendola con pazze prodigalità; dai senatori esigeva spontanei donativi in moltiplicate occasioni; pel minimo sospetto sfogava il rancore contro di questi, mentre colla seduzione o la violenza ne disonorava le mogli e le figliuole. Costrinse il governatore della città a cedergli Sofronia sua sposa: ma questa, cristiana e virtuosa, chiese tempo per addobbarsi; e orato, si uccise. Lasciava che i soldati lo imitassero, saccheggiando, uccidendo, lascivendo; talora ad alcuno concedeva la villa, ad altri la donna d'un senatore; mentr'egli nel voluttuoso palazzo, gittando magìa e indagando l'avvenire nelle viscere di femmine e di fanciulli, vantavasi d'esser unico imperatore, gli altri sostener solo le sue veci. Il contrasto dava spicco alla felicità delle provincie soggette a Costantino, assicurate dai Barbari, e meno esauste dagli ingordi tributi.
Udendo questi che Massenzio radunava gagliardo esercito per torgli l'impero col pretesto di vendicare il padre, lo prevenne e mosse verso Italia, sollecitato dal popolo e dal senato a redimere l'antica regina del mondo. Massenzio, fidando tutto ne' guerrieri, se gli era amicati; tornò i pretoriani al pristino numero; pose in armi ottantamila Italiani, aggiungendovi metà tanti Mori d'Africa, oltre i Siciliani, talchè comandava censettantamila pedoni e diciottomila cavalli[22]. Costantino non armava in tutto che novantamila de' primi ed ottomila degli altri; onde, distribuitine ove occorreva, provveduto alla difesa del regno suo, non potè moverne che quarantamila, prodi però, esercitati contro i robusti Germani, e condotti da capitano esperto ed amato.
Il quale, mentre la sua flotta assaliva la Corsica, la Sardegna e i porti d'Italia, valicò le alpi Cozie, e, prima che Massenzio il sapesse partito dal Reno, pel Moncenisio calò a Susa. Presala di viva forza (312), nelle pianure della Dora scontra un corpo italiano, coperti uomini e cavalli di ferro, e li rompe; entra in Torino, poi in Milano; ha Verona a discrezione, dopo sconfitto Pompejano che con grand'arte la difendeva. Massenzio intanto si stordiva o lusingava, finchè i suoi uffiziali furono spinti a mostrargli imminente la ruina. Posto in piedi un terzo esercito, egli se ne mise a capo, vergognandosi dei rimbrotti della moltitudine, e confortato dai Libri Sibillini che avevano ambiguamente risposto: — In questo giorno perirà il nemico di Roma». Incontratisi a nove miglia da Roma (ad Saxa Rubra), Massenzio vide l'esercito suo tagliato a pezzi, e fuggendo precipitò dal ponte Milvio nel Tevere: e Costantino, cinquantotto giorni dopo mosso da Verona, ebbe compita la guerra.
Padrone di Roma, estirpò ogni seme e razza del tiranno, ma per quanto la moltitudine gridasse, non consentì l'uccisione de' primarj amici di quello; e sospesa la crudeltà quando più non era necessaria, dimenticò il passato, diede il congedo ai pretoriani e ne disfece il campo, impedì i delatori, sollevò gli oppressi da Massenzio, e in due mesi, dicono i panegiristi, rimarginò le piaghe recate da sei anni di tirannia. Al senato restituì lo splendore, e ne fu ripagato con ogni modo d'onoranze; il primo posto fra gl'imperatori, arco di trionfo che tuttora sussiste, dedicati a lui molti edifizj cominciati da Massenzio, a non dire le feste che attirarono infinito concorso. Diede sua sorella all'imperatore Licinio: mosso sopra i Franchi, devastò le loro terre, e molti prigionieri gettò alle belve.
Quando Massimino Daza morì a Tarso, rimasero padroni Licinio delle provincie orientali, delle occidentali Costantino. Poteasi prevedere una scissura, che non tardò; e Costantino disfece l'emulo nella Pannonia e nelle pianure di Tracia (314), indi gli concesse pace. Ma avendo Costantino, nello sconfiggere i Sarmati e i Goti, inseguiti questi ultimi fin sulle terre di Licinio, si rinnovarono lamenti, che finirono in guerra aperta. Licinio fu novamente battuto presso Adrianopoli, e la sua flotta nello stretto di Gallipoli, onde chiese patti e gli ottenne. Avendo però Costantino saputo ch'esso allestiva nuove armi (323 — 3 luglio), e chiedeva perfino in ajuto i Barbari, lo prevenne e ruppe a segno, che non isperò salvezza altrimenti che col gettarsegli ai piedi, rinunciando alla porpora. Costantino l'accolse benigno, e lo inviò a Tessalonica con ogni cortesia; poco poi mandò a strangolarlo. Così l'impero restava unito nella robusta mano di Costantino, che, padrone del mondo, potè trarre ad effetto i lunghi divisamenti, e dargli politica nuova; nuova capitale, nuova religione.
LIBRO QUINTO
CAPITOLO XLVI. Il Cristianesimo perseguitato, combattente, vincitore.
Allorchè Costantino movea verso l'Italia contro Massenzio, tutto l'esercito vide, sopra del sole, uno splendore in forma di croce, dove leggeasi, Per questo segno vincerai. Dappoi in sogno esso imperatore fu avvertito che adottasse la croce per insegna; ond'egli fece farne una col monogramma di Cristo ☧ e la attaccò al làbaro, cioè allo stendardo imperiale, invece degli Dei che soleano portarsi innanzi alle legioni. Dall'obbrobrio del Gólgota passa dunque la croce a guidare gli eserciti; presto sfolgorerà in fronte ai re, aprendo una nuova civiltà; ma traverso ai contrasti e ai patimenti, che sono indispensabili pel trionfo del vero.
Gli apostoli e i primi loro discepoli, colla voce, coll'esempio, col martirio, colla Grazia propagarono la redentrice morte in parti remotissime; giovati umanamente dalla grande concentrazione del mondo civile nell'Impero, per cui erano tolte le barriere delle nazionali nimicizie, e rese universali le lingue greca e romana.
Come le antiche città voleano derivare le proprie origini da semidei, così le Chiese aspirarono al vanto d'esser fondate da apostoli o dai primi loro discepoli. Che san Paolo, allegando d'essere cittadino romano, declinasse i giudizj provinciali, e si facesse condurre a Roma, consta dagli Atti Apostolici. Un'antica fama vi porta anche san Pietro (t. III, p. 194), il quale, secondo le tradizioni napoletane, venendo da Antiochia approdò a Brindisi, quindi a Otranto; in Taranto lasciò vescovo Amasiano; visitò Trani, Oria, Andria; per l'Adriatico navigò a Siponto, indi pel Tirreno giunse a Napoli, e convertitala, vi pose vescovo Aspreno; s'addentrò pure a Capua, facendone vescovo Prisco, e Marco ad Atina, Epafrodito a Terracina, Fotino a Benevento, Simisio a Sessa, così a Bari e altrove. Reggio vanta per primo pastore Stefano, ricevuto dall'apostolo Paolo; e Pozzuoli Patroba, discepolo di questo. Farebbero discepolo di Pietro san Paolino, che battezzò i Lucchesi. A Milano vorrebbe dirsi piantata la croce dall'apostolo Barnaba: nella Venezia da san Marco evangelista, il quale avendo convertito ad Aquileja Ermàgora, in Roma lo presentò a Pietro, che destinollo vescovo di questa città[23], di Trieste, di Concordia; come san Massimo d'Emona, san Prosdocimo di Padova, Vicenza, Altino, Feltre, Este.
Pie tradizioni, che la critica non può tutte accettare, ma neppure senza leggerezza repudiar tutte. Certo in Roma, trentatre anni dopo Cristo morto, Nerone trovava Cristiani in quantità (multitudo ingens); e non si poteano più reprimere che coll'inventare contro di loro insane calunnie, quali l'incendio di Roma (t. III, p. 197). I grandi e i dotti continuavano come Pilato a dire — Cos'è la verità?» ma numerose classi, che la necessità del lavoro salvava dalla corruzione, credendo quello che avevano creduto i loro padri, frequentavano i tempj, e sentivano il bisogno della divinità che soccorre, che consola, che rimunera. Fra gli schiavi, se molti riduceansi turpe strumento ai vizj del padrone, altri, più remoti dal lezzo signorile, mantenevano la moralità naturale. A costoro dunque come riusciva consolante l'udire parlarsi d'un Dio, eguale per essi e pei loro tiranni; e che colla pazienza poteano le dure fatiche, gl'iniqui strapazzi tramutare in tesoro per un'altra vita, ove ad un giudizio incorruttibile sarebbero chiamati non meno gli oppressori che gli oppressi!
Il più de' Cristiani cernivasi dunque tra costoro: ma ben presto Plinio ne scontrava d'ogni età ed ordine; Tertulliano asseriva al proconsole: — Se persisti a sterminare i Cristiani, puoi decimare la città, e fra' colpevoli troverai molti del tuo grado, senatori, matrone, amici»; l'editto dell'imperatore Valeriano suppone battezzati e senatori e cavalieri romani e dame di grado.
Neppure ai popoli più abbandonati la Provvidenza non avea lasciato mancare lumi per iscorgere la verità, e per almeno rispettare quel che non aveano forza di seguire. L'orgoglio degradasse pure lo spirito, la concupiscenza invilisse la carne, gli uomini si stordissero fra cure e voluttà; non poteano spegnere la coscienza prepotente che porta a cercare chi è Dio? chi l'uomo? quali relazioni fra questo e quello? come il peccatore può rigenerarsi? che cosa s'incontrerà dopo morte? A siffatte domande niuna risposta soddisfacente adduceano l'orgoglio degli Stoici, la depravazione degli Epicurei, la grossolanità de' Cinici, lo scetticismo degli Accademici; e soltanto dubbj o sottilità esibivano a chi invocava il riposo della certezza.
Nè meglio appagava una religione, dove professavasi o un Dio imperfetto, o la creatura perfetta; il che equivale a negare e la creatura e Dio; e che, spoglia di dogmi, riusciva mancante d'efficacia morale. Fra quei sacerdoti, se eccettuate alcuni fanatici egizj e siri, chi mai avrebbe patito disagi non che tormenti pel suo Dio? chi voluto girare predicandone il culto, più di quel che giovasse ad acquistare credito e ricchezze? tenevano la loro dignità non altrimenti che un impiego dello Stato; pronti, se il senato lo decretasse, a sostituire Giove a Tina, Mitra ad Apollo, ed erigere altari al tiranno ed alla meretrice.
Or ecco il cristianesimo, «dalle tenebre chiamando nell'ammirabile sua luce», e rivelando Colui che è la chiave di tutti i secreti, la parola di tutti gli enigmi, il compimento di tutta la legge, proclamava di nuovo la fede perchè fondato sulla rivelazione, la speranza perchè appoggiato a promesse divine, la carità perchè mostra tutti fratelli e solidarj in quell'ordine universale, ove ogni cosa si armonizza al fine supremo che a ciascuno impose Iddio, e a quel supremo bene che è la manifestazione esterna delle perfezioni divine[24]. Gente non natavi per accidente, ma entrata nel cristianesimo per intima persuasione e dopo lunga lotta e duri sacrifizj e persuasa non darsi salute fuori di esso, restava impegnata a conservarlo e diffonderlo coll'esaltamento d'una profonda fiducia; scendere al vulgo, alle donne, ai fanciulli, per illuminarne l'intelletto, dirigerne la condotta, comunicare a tutti la cognizione più essenziale, quella de' proprj doveri; sicchè i principj importanti all'ordine sociale diventano universale eredità per via di catechismi, omelie, professioni di fede, cantici, preghiere: forme diverse d'una fede sola, d'una sola speranza, adattate alla comune capacità. Il padre convertito trae la famiglia ad una credenza, fuor della quale sa che non si arriva a salvamento; il soldato predica alla sua coorte, uno schiavo all'ergastolo e talora al padrone.
A quest'apostolato potea lungamente resistere la gentilesca indifferenza? Roma avea provato ogni bene terreno, la potenza e la gloria, poi la ricchezza e le voluttà; e non se ne trovava appagata. De' suoi pensatori, alcuni deploravano ancora Farsaglia, ed oscillavano tra un'avventata resistenza e il disperare della pubblica cosa; altri in represso fermento aspettavano misteriosi avvenimenti predetti dagli oracoli, e creduti come si suole in tempi e da uomini infelici tra quell'avvicendare d'anarchia e despotismo, tra la brutalità degli imperanti, la feroce licenza de' guerrieri, le rapine de' magistrati. All'annunzio d'una religione, divina nella sua origine, semplice e vera nell'insegnamento, pura e generosa nell'applicazione; a quella dottrina semplice, chiara, umana e insieme sublime, l'intelletto s'apriva, se ancora la volontà esitava; quand'anche la Grazia non trionfasse delle abitudini e dell'interesse, il cristianesimo palesava virtù, a cui non poteasi ricusare ammirazione; colla fratellanza procurava i gaudj d'una vita interiore; coi purificati sentimenti sapeva occupare le anime robuste, esercitare le immaginazioni attive, soddisfare ai bisogni intellettuali e morali, repressi, non isradicati dal sofisma, dalla tirannide, dalle sventure. Prova di questo bisogno di virtù si è, che coloro i quali tentarono ringiovanirle, dovettero alle credenze antiche mescere alcun che di puro ed elevato, che non traevano dalla loro essenza, che mai non aveano avuto nella pratica; il grossolano politeismo avvicinare al dogma d'un Dio solo, restringendo il culto quasi unicamente a Giove, e facendo di Apollo un mediatore fra Dio e gli uomini per mezzo degli oracoli, un salvatore dell'umanità, il quale si fosse incarnato, vissuto servo in terra, sottoposto a patimenti per espiazione.
Ma per quanto s'industriasse a rifarsi dei dogmi cristiani, forse che l'idolatria soccombente offriva la consolante dottrina della remissione de' peccati? Rimorso dalla coscienza, uno potea attutirla altrimenti che con olocausti, con farsi piovere sul capo il sangue di vittime scannate, o con altre espiazioni, di cui sentiva la superstiziosa vanità? Or che buona novella l'udire che un Dio aveva radunata in sè solo quell'ira ineffabile, e che ciascuno può appropriarsi i meriti infiniti del sacrifizio della croce mediante la fede nel divino Redentore? I fedeli di quelle legalità, dove allo scellerato non serbavasi che il castigo, ben faceano colpa ai Cristiani dell'accogliere i peccatori; ma i Cristiani rispondevano col restituirli innovati dalla penitenza.
Di buon'ora i Cristiani si costituirono in società con capi e regolamenti, entrate e spese (t. III, p. 202); legami volontarj e morali, eppur tenaci, che davano prevalenza sopra le fiacche e disperse aggregazioni religiose degli antichi, nelle quali ciò che in Etruria si credeva, beffavasi in Sicilia, ed i sacerdoti de' varj delubri e de' molteplici numi, non che fra loro indipendenti, erano gelosi e nemici. Ne' Cristiani invece, uno lo spirito, una la morale, uno il culto: devoti fin alla morte alla causa stessa; «nell'unità della fede e nella cognizione del Figliuol di Dio»[25], credevano infallibile il concilio de' loro sacerdoti, perchè lo Spirito Santo avea promesso d'esser con loro; dipendevano da capi che avevano conversato coll'Uomo Dio, o con chi gli era vissuto a' fianchi. Vedendo quell'intima comunanza, quel legame fraterno, saldato dall'unità delle credenze e delle speranze, i Gentili esclamavano, — Vedi com'e' si amano!» Ed a ragione, dice Tertulliano, ne fan le meraviglie, essi che non sanno se non odiarsi.
I miracoli sono generalmente attestati, prodotti in apologie nelle quali troppo importava non mentire; dai nemici stessi non negati, bensì attribuiti a magia; tanto che anche il critico di buona fede s'arresta prima di volgerli in riso. Si negano? più grande diventa il miracolo di convertire il mondo, d'ispirare agli ignoranti la cognizione di sì elevate dottrine, ai dotti la sommessione a tanti misteri, agli scredenti la fede di cose incredibili; e tutto ciò a fronte di ostacoli potentissimi.
E ostacolo dei più robusti era l'abitudine. Colle prime idee, colle prime parole, il Gentile avea bevuto il politeismo; gli Dei erano associati alle impressioni di sua gioventù; ne' bisogni s'era rivolto ad essi, ricorso ai loro oracoli nel dubbio, sciolto ad essi il voto dopo campato da malattia, da naufragj, dalle manie di Caligola o dalle vendette di Sejano.
Le immagini della mitologia ridono di tale squisitezza, che, anche perduta ogni fede e trascorsi tanti secoli, lusingano tuttora le nostre immaginazioni. Che doveva essere allora, quando tutte le arti v'attingeano? quando n'erano pieni i libri, con cui si coltivava l'ingegno, s'incantavano gli ozj, si distraevano le malinconie? Il Cristiano, che negli Dei protettori della musica, della poesia, dell'eloquenza non riconosceva altro che demonj, era ridotto a privarsene: perchè ad ogni piè sospinto trovava pericoli e contaminazione, non dovea festeggiar i giorni di reciproci augurj o di solenni commemorazioni; non sospendere lampade e rami di lauro alle porte, nè coronarsi di fiori quando tutto il popolo s'inghirlandava; anzi protestare ad ogni atto che inferisse idolatria. A nozze si cantano Talassio ed Imene? alle esequie si fanno espiazioni? nei banchetti si liba agli Dei ospitali? nelle case si riveriscono i Lari? il Cristiano deve fuggire, mostrarne orrore. Da ciò continui disgusti; e il convertito obbligato a lasciar le più care distrazioni, ridursi alle abnegazioni, all'isolamento.
A impieghi e dignità era unica via il piacere al principe: e il principe bruciava i Cristiani, e ne faceva fanali a' suoi orti. Per rinfrancare il debole sentimento morale, eransi muniti di religiose cerimonie tutti gli atti della pubblica vita. Quelli dunque che già occupavano magistrature, come poteano prestare il giuramento? come sacrificare? come intervenire nel senato che radunavasi in un tempio, e le cui tornate cominciavano da libagioni alle divinità? come presedere ai giuochi gentileschi?
E ai giuochi ripetemmo quanto traessero ingordi i Romani. Or bene, il cristianesimo esecrava spettacoli ove per diletto si versava sangue, e i nuovi convertiti venivano conosciuti all'allontanarsi dal circo; ma ciò quanto costava! Alipio (ce lo racconta sant'Agostino) convertito rinunziò agli spettacoli sanguinarj: pure un giorno i suoi amici lo trassero al circo romano. Egli vi si tenne ad occhi chiusi e immobile durante la lotta; quando improvviso il silenzio ansioso degli spettatori è rotto da applausi feroci, perchè un gladiatore aveva atterrato l'altro. Vinto dalla curiosità, Alipio schiude gli occhi, e la vista di quel sangue gli ridesta la crudele voluttà; mal suo grado s'affissa su quel corpo boccheggiante, e l'anima di lui s'inebbria del furore del combattimento e degli omicidj dell'arena. «Più non era l'uomo strascinatovi a forza, ma uno anch'esso della folla, commosso del pari, del pari gridante, ebbro di gioja come essa, e impaziente di ritornar a godere i furori del circo». Tanto l'abitudine prevaleva sopra le migliori risoluzioni.
L'idolatria sfoggiava la solennità d'un pubblico culto, con feste patrie e regie; il cristianesimo non esibiva che povera e semplice austerità; quella, connessa a' primordj della storia nazionale, deificava i fondatori e i legislatori del popolo; questo li sbalzava dall'are per sostituirvi il figlio di un fabbro, uno morto sul patibolo. Il vulgo stesso nel culto della patria vedeva quello della sua gloria; talchè s'innestavano pietà e patriotismo.
E chi erano costoro che venivano a dar il crollo a credenze, antiche quanto il mondo, diffuse quanto il genere umano? Non sapienti Greci, non Pitagorici o Gimnosofisti, ma della genìa degli Ebrei, rinomata per corriva e nata al servaggio, derisa per la singolarità de' costumi e per le astinenze. Il loro fondatore non avea, come gli altri autori di religioni, usato lo scettro o la spada, nè tampoco la cetra o la penna: i suoi discepoli, levati dal remo o dal banco, erano una marmaglia pezzente, che si raccoglieva attorno poveri schiavi, giovani inesperti o vecchi mentecatti, per contar baje d'un Dio che si umana, d'uno che crocifisso risorge; vietava di discutere le ragioni dell'adorare e del credere; giudicava un male la sapienza del mondo, un bene la follia; riponeva la sapienza (come Giuliano li rimproverava) nel ripetere stupidamente, — Io credo».
Pertanto la religione di Cristo era dai Latini chiamata insania, amentia, dementia, stultitia, furiosa opinio, furoris incipientia; l'orgoglioso repugnava dall'accomunarsi con artigiani e schiavi; i dotti trovavano ridicoli que' misteri, la cui sublimità non s'attinge che mediante la Grazia; la povertà e i supplizj de' discepoli davano argomento della debolezza del fondatore in una società che tutto riponeva nell'esito, tutto conchiudeva con questo mondo. Esagerando poi e falsando, dicevano che i Nazareni adorassero il sole, un agnello, una forca, una testa di giumento: e il vulgo, sempre numerosissimo, rideva, e li giudicava stolti ancor più che malvagi[26].
Ma anche malvagi li credeva. Costretti com'erano a tenere le assemblee in secreto, i Cristiani davano appiglio alle accuse, solite apporsi a tutto ciò che è arcano; e nel più sinistro senso venivano intesi i riti loro. Le sobrie agapi sono inverecondo stravizzo: nei silenzj delle catacombe violentano il pudore e la natura: un fanciullo coperto di farina è presentato al neofito, il quale lo trafigge senza sapere che si faccia, se ne raccoglie il sangue in calici che passano da un labbro all'altro, e se ne mangiano le carni. Ritraggonsi dalle magistrature per non dovere far omaggio agli Dei? li sentenziano d'infingardi: sono stregonerie i miracoli; malefizio la loro costanza nei supplizj: anzi sono atei perchè non hanno sagrifizj, non tempj[27].
Eppure cotesti ribaldi qual morale insegnano? la più pura ed austera: povertà ad un mondo idolatrante le ricchezze; umiltà al secolo della superbia; castità in mezzo alle ostentate lascivie; abnegazione tra il filosofico egoismo. Invece di quell'assenza d'ogni dogma, così comoda all'accidia umana, che permetteva tutte le contraddizioni all'intelligenza, tutti i vaneggiamenti all'anima, tutte le superstizioni ai cuori, tutti gli eccessi alle passioni, intimavasi un dogma preciso, assoluto, universale, che richiedeva l'intensità dell'intelletto, la sommessione del raziocinio, l'obbedienza del cuore; al panteismo filosofico o al popolare l'idea della spiritualità di Dio e dell'individualità dell'uomo; agli Epicurei la fede nella Provvidenza e nelle retribuzioni postume; agl'increduli e agli indifferenti la necessità del culto; agli egoisti la solidarietà del genere umano; ai gaudenti le austerità e l'umiliazione; allo schiavo di ritenere le sue catene, sebbene al padrone intimi ch'egli è eguale al servo; al povero di non esigere i soccorsi, sebbene al ricco imponga di dare volontariamente. La gente, che da tanti mali erasi rifuggita nelle voluttà, senza tampoco sospettare che queste offendessero divinità tuffate nello stesso brago, vedevasi allora non solo interdetti gli atti, ma riprovato il desiderio; riprovata la fornicazione anche colle libere, anche colle schiave; riprovata la vendetta, che prima era dovere e religione; riprovato il fasto, e detti beati coloro che soffrono, beati gli umili di spirito; esclusi dalla gloria i molli, gli adulteri, i pederasti. Questa guerra alle passioni, questo freno agli istinti naturali, quanti non dovea stornare dal cristianesimo?
Mercanti e artieri assai vivevano del somministrar vittime, dell'allestire giuochi e simulacri: sacerdoti, auguri, re sacrificuli, incantatori, astrologi recavansi in odio chi guastava lor arte, e facevano prova di sostenerla col ravvivare il fervore pel culto antico, l'attenzione degli oracoli, la scaltrezza dei prodigi. Così invalse una quantità di maghi e prestigiatori, tra cui famosi Simone samaritano in patria e Apollonio di Tiane a Roma. Quegli offerse a san Pietro del denaro se gli partecipasse la facoltà di conferire lo Spirito Santo; donde fu nominata la simonia, cioè il vendere le cose sacre; prima eresia che comparve, ultima che sparirà. Vogliono capitasse egli a Roma regnante Claudio, e co' suoi prestigi talmente s'illustrasse, da meritare una statua nell'isola del Tevere[28]; ma avendo voluto librarsi a volo, si ruppe la persona. Anche Apollonio venne a Roma imperando Nerone, il quale, sebben nemico ai filosofi, gli permise di rimanere, e d'alloggiar ne' tempj, secondo soleva; poi a Vespasiano diede consigli sul ben governare l'impero. Accusato da un Greco a Domiziano, tornò a Roma a giustificarsi, ma il giorno medesimo fu visto a Pozzuoli e ad Efeso; e trovandosi in quest'ultima città al momento che Domiziano cadeva trafitto a Roma, sospese di parlare, e stato alquanto assorto, agli uditori meravigliati, disse: — Il tiranno è morto». Nerva succeduto imperatore, e che già eragli amico, l'invitò; ma egli scusossene, e mandogli de' pareri; indi sparve, nè più fu veduto vivo o morto.
Persone devote al nome di costui e a quel di Pitagora, a cui egli s'appoggiava, professavano che un'infinità di genj occupassero il vuoto fra l'uomo e Dio, partecipi in vario grado alla natura di esso; e poter l'uomo contrarre patti con quelli per via di cerimonie, digiuni, purificazioni. Il popolo li temeva e pagava, i grandi vi credevano; non Caracalla soltanto, ma fin Marc'Aurelio ne aveva sempre agli orecchi; e la malignità li confondeva coi Cristiani, e i miracoli de' santi coi costoro prestigi.
La più grave imputazione però ai Cristiani, vorrei dire la più romana, era d'odiare il genere umano, il che significava odiare l'impero[29]. Le istituzioni di Roma traevano lor forza dallo spirito di famiglia, sopra il quale era sorta la gran città, e dalla conseguente venerazione per gli antenati. Or ecco il cristianesimo, che, per guadagnare gli spiriti volgendosi principalmente alla gioventù, la sottraeva ad una generazione frivola, logora, ignara del vero bene, nimicava il padre ai figli, il fratello al fratello; donde eseredati figliuoli, repudiate mogli, puniti schiavi, scassinata l'autorità domestica. Non che opporre agli antichi nuove glorie, nuove virtù, proferivansi dannati eternamente gli uomini più cari e venerati, i conquistatori ed i sapienti, i Cesari e i Ciceroni; chiamati demonj gli Dei, pel cui auspicio era ingrandito il Campidoglio. Mentre Roma intitolava eroi quelli che aveano sterminato maggiori popoli, grandezza il rapire a molti l'indipendenza, principal fonte di potere e di gloria la guerra, unico scopo di questa la conquista; ecco predicarsi la pace, la fratellanza, la giustizia, condannarsi cioè tutta la politica antica e nuova di Roma; dall'angustie d'una patria terrena sollevati gli animi ad una invisibile, della quale erano cittadini gli uomini tutti, anche il vinto, anche il barbaro, anche lo schiavo.
La religione de' Latini era essenzialmente nazionale, e incarnata colla repubblica; Roma, città santa, inorgoglivasi di derivare dagli Dei; a sette cose sacre annetteasi la conservazione dell'impero (t. I, p. 153-4); nei maggiori frangenti consultavansi i Libri Sibillini; senza auspicj non si tenevano assemblee, senza feciali non s'indiceva la guerra o saldava la pace, senza sacrifizj non s'inaugurava imperatore o console; a comuni solennità si congregavano le federazioni; e le teorie, portando l'annuo omaggio della lontana colonia alla madrepatria, teneano stretto il nodo fra questa e quella. Intaccare pertanto la religione era intaccare lo Stato, era un dichiararsi nemici del genere umano.
Augusto, fondando l'impero, trovò la necessità di rinnobilire le svilite idee religiose, e «ristorare i tempj e le crollanti immagini degli Dei» (Orazio); e in testimonio dell'alleanza fra lo statuto e la religione, unì il sommo pontificato alla potenza imperiale, e collocò nel senato l'altare della Vittoria. Allora fu imposto silenzio alle voci che nella Roma repubblicana sbraveggiavano gli Dei e la vita futura; si moltiplicarono sacrifizj, iscrizioni votive, delubri. Mecenate, consigliando Augusto sul modo di governare, gli aveva detto: — Onora sempre e dappertutto la divinità secondo le leggi e gli usi aviti, e costringi gli altri a farlo. Quelli che introducono alcun che di stranio nel culto, detesta e punisci, non solo per riguardo agli Dei, ma perchè questi novatori trascinano molti cittadini ad alterare i costumi, donde vengono congiure, intelligenze, associazioni pericolose»[30]. Le assemblee erano vietate, anche quando tendessero a pubblica utilità; e tanto più sedi scopo religioso. I giureconsulti «custodi delle divine ed umane cose» pronunziavano doversi conservare ad ogni costo il culto avito, e Ulpiano radunò tutte le leggi in proposito[31]. Ben è vero che ai numi patrj e ai greci si erano aggiunti ora l'Iside egizia, ora il Mitra persiano, poco importando al politeismo che gli Dei fossero venti o cento, anzi alla costituzione essendo consono l'adottare gli Dei stranieri, ed alla politica l'assimilarsi i vinti coll'accettarne le credenze. Ma tutt'altrimenti andava il caso con una religione che ogn'altra escludeva, che diceasi universale, e destinata a fabbricare il suo tempio colle macerie delle nemiche.
La tirannia fin allora aveva colpito gli uomini nel corpo, ne' beni, nella vita, non s'era rivolta all'anima, al pensiero, mai non avendoli incontrati sulla sua via. Era la prima volta che desse di cozzo in una fede seria, profonda, pronta ad obbedire finchè le si chiedessero gli averi e il sangue, ma risoluta a resistere quando n'andassero di mezzo la credenza o il dovere: in quella gara di farsi vili al pie' di vili regnanti, insegnano che l'uomo è soltanto di Dio[32]; quanto ai dogmi ed all'esercizio di loro religione, non conoscono superiorità terrena; adoprano sincerità e pazienza, non forza o scaltrezze, non calare a transazioni, non guadagnar tempo; persuasi che tutte le cose visibili sono un nulla a petto delle arcane, che l'unico bene consiste nell'accettar la croce, l'unico male nel peccato, e che la follia del Calvario trionferebbe dell'ostinazione d'Israele e della superbia di Roma: gl'imperatori o i proconsoli vogliono forzarli? se deboli, fuggono; se no, soffrono, non piegano: contro la barbarie raddoppiasi la loro costanza, la quale diventa ad altri eccitamento, sicchè «il sangue è semenza di Cristiani».
Pure cotesti settarj dal loro Cristo aveano imparato a rispettare la potestà; sotto imperatori che disonoravano la natura, i loro dottori gli esortavano alla docilità, non essendo ancora in tal numero che bastassero a rappresentare un voto nazionale e mutare un reggimento. San Vittore interrogato da un prefetto, risponde: — Nulla ho fatto contro l'onore o gl'interessi dell'imperatore o della repubblica; non ricusai di assumere la difesa ove il dovere me l'imponeva; ogni giorno offro il sacrifizio per la salute di cesare e dell'impero; ogni giorno in favore della repubblica immolo vittima spirituale al mio Dio». Perocchè il cristianesimo, improntato della universalità, attributo incomunicabile delle soluzioni divine, collocò la religione ben disopra alla parte contingente e variabile della società, fermandola nell'essenziale e permanente, sicchè l'uomo, in qualunque clima e qualunque governo, possa operare il perfezionamento proprio e meritarsi il cielo; sotto principi crudeli e scostumati non si ribella alla società, da' cui peccati rifugge; non pretende sovvertirla, ma cerca emendarla; combatte i vizj del secolo, ma senza staccarsi da esso.
Pertanto i Cristiani, ignorati o tollerati, erano cresciuti. I padroni degli schiavi s'accorgeano d'un mutamento, non cominciato dalle sublimi, ma dalle infime parti della società: alcuni sofisti tolsero a sillogizzare sopra quelle credenze: i sacerdoti vedeano diradarsi i tempj, sminuire le offerte. Allora, aperti gli occhi, si conobbe che costoro, nati appena jeri, già empivano i fòri, i tribunali, le legioni; senz'armi, senza difesa, negavano obbedienza ad ordini così semplici, quali pareano il bruciare un grano d'incenso sull'ara di un dio o d'un imperatore; e piuttosto accontentavansi di morire. Alla romana legalità, che faceva delitto il contrariare un decreto qualunque, come doveva movere sdegno questa inobbedienza! Gli statisti, che sentivano non poter più Roma prosperare dacchè era spoglia di morale ed abbandonata ai baccanali della forza, sapevano però che nel cadavere d'un grande Stato le istituzioni antiche conservano una vita galvanica, perchè e l'aristocrazia si ricorda qual fu, e l'esercito è abituato ad una certa disciplina, e il popolo ad un'amministrazione qual ella sia, e nel principe si concentrano la forza e l'opinione. Di qui la tenacità alle forme vetuste, che è propria de' dominj deboli; di qui l'odio dei politici contro il cristianesimo.
Sopragiungevano intanto sempre nuove traversie; peste, tremuoti, fame, correrie di Barbari: e i Cristiani predicavano, — Sono avvisi del cielo; Roma e il mondo, sommersi in un mare di vizj, meritano questi e peggiori castighi». Fremeano i Gentili a tal voce, quasi desiderassero o si compiacessero de' mali di cui adducevano la ragione: i politici si confermavano nel crederli avversi allo Stato: i religiosi pensavano che le costoro bestemmie irritassero gli Dei, i quali, destri un tempo agl'incrementi di Roma, lasciavanla allora sfasciarsi. Adunque ne si plachi la collera col sagrificare i loro nemici; il Cristiano, pel solo suo nome, sia considerato «nemico de' numi, degl'imperatori, delle leggi, de' costumi, di tutta la natura»[33].
Derivavano dunque dalla legalità romana le persecuzioni, che quella civiltà ci presentano in un aspetto differente assai dal classico; quistione politica più che religiosa, dove, poco curando la dottrina, punivasi la disobbedienza; e dove gl'imperatori buoni, cioè ispirati dall'antico genio romano, imperversarono più che non i malvagi, quali Comodo od Elagabalo.
La Chiesa noverò le sue vittorie dal numero delle sue tribolazioni. Sotto Nerone vedemmo la prima volta perseguitati i Cristiani, e non pare fosse soltanto per dare una soddisfazione al popolo, nè che si limitasse a Roma[34]. Domiziano, quando voleva rifabbricare il Giove Capitolino, tassò gli Ebrei un tanto per testa; e i Cristiani, compresi sotto quel nome, non volendo a verun patto contribuire per idolatrie, ne nacque nuova persecuzione, in cui caddero Flavio Clemente, cugino dell'imperatore e collega di lui nel consolato, colla moglie e la nipote Domitilla. Il cristianesimo era già dunque arrivato ai limitari della reggia.
Plinio Cecilio (t. III, p. 339), stando proconsole della Bitinia e del Ponto, sentì contrasto fra il dovere d'eseguir la legge che condannava i Cristiani, e la coscienza propria che glieli mostrava incolpevoli; laonde interpellò l'imperatore Trajano come comportarsi, e se fossero a punire indistintamente giovani e vecchi, se perdonare a chi si pentiva. — Gl'interrogai (soggiunge) se fossero cristiani; e quei che confessarono, escussi due o tre fiate con minaccia del supplizio se perseveravano, gli ho condannati, giacchè meritano castigo la disobbedienza e l'ostinazione. Alcuni denunziati negarono; altri dissero aver cessato d'essere cristiani, ed affermavano che tutto il loro errore o delitto consisteva nell'adunarsi un giorno prefisso avanti l'alba e avvicendare inni a Cristo come fosse dio; si obbligavano con giuramento di non commetter furto, adulterio od altro misfatto, nè negare il deposito; poi raccoglievansi a mensa comune, innocente. Credetti bene chiarir la verità col mettere alla tortura due giovani schiave che diceansi addette ai ministerj di quel culto: non vi ho scoperto che una superstizione trasmodata, laonde ho sospeso tutto, aspettando tuoi ordini. Gran numero di persone d'ogni sesso e grado sono e saranno comprese in tale accusa, poichè questo contagio non ha soltanto infette le città, ma si è dilatato pei villaggi e le campagne».
L'imperatore, rispondendo, collauda l'operato del suo ministro, ma essere impossibile stabilir regola certa e generale in cause di questa natura. — Non bisogna fare indagini; ma se accusati e convinti, punirli; se l'imputato nega d'esser cristiano, gli si perdoni».
Strana rivelazione del contrasto fra la legalità e la giustizia! Il proconsole, uomo onesto, non trova rei questi settarj se non del nome, pure non domanda che siano salvati, sibbene con qual misura deva castigarli; e li mette al tormento per iscoprirne delitti, di cui non sono accusati. L'imperatore, un de' migliori, anch'egli tentenna fra il proprio sentimento e la ferrea rigidezza delle leggi! E come! la legge è tanto vaga che i prudenti stessi non sanno come interpretarla, e può essere sospesa non solo dall'imperatore, ma fin dal proconsole: eppure a' dubbj di questo l'imperatore non risponde se non che ha fatto bene. Se sono colpevoli, perchè declinare l'indagine? perchè assolverli sulla semplice negativa? Se innocenti, perchè punirli di confessare ciò che non è colpa? Che legislazione è cotesta dove si castiga non un fatto, ma un sentimento? Qual sanguinoso testimonio del niun conto che gli antichi faceano della vita dei loro simili![35]
Che se tanto lasciavasi all'arbitrio de' tribunali, e sotto un Plinio ed un Trajano, che doveva essere delle assemblee tumultuarie, quando la plebe, nei giorni devoti agli Dei o fra la sanguinaria ebbrezza dell'anfiteatro, chiamava a gran voci, — I Cristiani alle fiamme, alle fiere?» Editti d'Adriano e d'Antonino vietarono di far fondamento sulla semplice diceria per condannarli: ma che, se i rei medesimi confessavano, anzi gloriavansi? Come doveva inviperire l'orgoglio degli imperatori o de' loro ministri allorchè vedeano un fanciullo, una donna, un oscuro cittadino confessare apertamente il delitto apposto; e a lusinghe, a promesse, a minaccie resistendo, ricusare non un delitto, ma l'atto il più semplice del culto nazionale, un granello d'incenso al dio Giove o al dio Antinoo! Li straziavano allora colla tortura, non per istrapparne la confessione del delitto, ma acciocchè il negassero; oppure mettevano a lubriche prove la continenza dei giovani e la castità delle vergini; e infelloniti dalla resistenza, gli abbandonavano a' manigoldi e al vulgo, in cui la ferocia, innestata dall'abitudine de' supplizj e de' giuochi circesi, veniva esasperata dal fanatismo.
Talvolta governatori umani respingevano le accuse, o con sotterfugi salvavano gl'imputati; talvolta li cacciavano solamente a confine: ma altri li chiudevano negli ergastoli e nelle miniere, oppure esercitavano su loro l'esacerbazione che permetteva la legge, iniquissima perchè indeterminata. Alla prova soccombevano? riportavano applausi dai Pagani, orrore e compassione dai Cristiani. Chi subisse generoso i tormenti, restava in venerazione: i fedeli baciavano le catene portate e le cicatrici rimaste; pei morti istituivano annue commemorazioni; e il sangue e le ossa, raccolte studiosamente, venivano poste sotto gli altari che servivano di mensa al viatico di quelli che si professavano pronti ad imitarli, e che in impeto generoso ambivano il martirio fin a denunziarsi da se stessi, a sturbare a bella posta i riti idolatrici, a ricusare la clemenza, e negli anfiteatri provocar l'ira delle fiere e de' manigoldi[36].
A malgrado degli scrupoli di Trajano, consta che sotto di esso molti subirono il martirio. Clemente papa fu sbandito dalla sua sede. Ignazio, vescovo d'Antiochia, fu da quell'imperatore mandato a Roma, perchè vi fosse ucciso: sul viaggio dell'intrepido confessore di Cristo accorreano vescovi, diaconi, fedeli; in Roma tanti mostravano interesse per lui, ch'egli temeva riuscissero a camparlo dal martirio; ma come vi si seppe destinato, coi fedeli pregò il Figliuol di Dio per le Chiese, per la carità fra' Cristiani, per la cessazione delle persecuzioni: esposto nell'anfiteatro alle fiere nelle feste Sigillarie, mentre i Gentili applaudivano ai leoni che lo sbranavano, i fedeli pregavano per esso, e ne davano avviso ai fratelli d'ogni paese, affinchè quel giorno tenessero in perpetuo solenne.
Adriano, spinto al sangue da zelo per le superstizioni e la magìa, e da odio per gli Ebrei, ordinò processure, nelle quali caddero i papi Alessandro, Sisto e Telesforo. Fabbricata la villa di Tivoli, cominciò magnifici sacrifizj per dedicarla: ma che? le vittime, gli auspizj, gli augurj uscivano a vuoto o in sinistro. Interrogati con più vigorose evocazioni, gli Dei risposero: — Come renderemmo oracoli, se ogni giorno Sinforosa co' suoi sette figli ci oltraggia, invocando il suo Dio?» L'imperatore ebbe a sè costei, che richiesta dell'esser suo, rispose: — Mio marito Getulio, con Amanzio fratel suo, tribuni militari, patirono per Gesù Cristo, ed anzichè immolare agli Dei, lasciaronsi recidere il capo, acquistando infamia in terra e gloria fra gli angeli». E intimandole l'imperatore, — Tu sagrificherai agli Dei, o sarai a loro sagrificata», non esitò nella scelta, anelando di ricongiungersi collo sposo. L'imperatore dunque la fece condurre nel tempio d'Ercole, quivi schiaffeggiare, sospendere pei capelli, e durando pur ferma, gettare nelle cascatelle, memori delle voluttuose canzoni d'Orazio. I figliuoli ne imitarono la costanza.
Era Aglae una romana tanto ricca, che tre volte diede i pubblici spettacoli; amministravano le sue entrate settantatre agenti, ai quali soprantendeva Bonifazio, uomo ospitale e largo coi poveri, ma licenzioso, e che con essa viveva in peccato. Avuto da Aglae commissione di andare in Oriente, e recare reliquie di martiri, per cui intercessione ottenere perdonanza, egli partì con dodici cavalli, tre lettighe e molti profumi; e per via cominciò a pensare seriamente ad un'opera assunta con leggerezza, e ad orare e far astinenza. Giunto a Tarso, vide il martirio d'alcuni Cristiani, e preso dalla costoro fermezza, li pregò che per lui pregassero; sicchè il governatore fece esporre lui pure ad ogni peggior tormento, che egli comportò pazientissimo in ammenda del passato. Aglae, avvertita del martirio dell'amante, ne ricomprò il cadavere a molto prezzo, e ritornata allo spirito, diede ogni aver suo ai poveri, e con poche donzelle si ritirò dal mondo.
Cecilia romana, obbligata contro voglia al matrimonio, converte il marito, il cognato e altri, ed è condannata a perdere gli occhi da un governatore cui troppo erano piaciuti. Maria, schiava d'un Tertullo senatore romano, sola della casa adorava Cristo, ed era tollerata per la fedeltà e l'esatto servire. Sopragiunta la persecuzione di Diocleziano, il padrone, per non essere costretto a denunziarla e così perderla, la fa battere a verghe onde muti fede, e sepellire in carcere, ma senza smoverla. Il giudice, informatone, la volle a sè, la fece martorare tanto che il popolo incompassionito volle si cessassero i tormenti. Il giudice la diede allora in custodia ad un soldato, ed essa temendo per la sua onestà, fuggì tra i monti, ove finì poi santamente[37].
Molte altre donne col santo eroismo assicuravano la libertà della femmina, e ricompravano dall'obbrobriosa servitù il loro sesso, elevandolo alla dignità della donna cristiana. Così la bellezza domava la forza, la morte intimoriva i viventi, e la fede trionfava dell'orgoglio.
Que' Romani che non voleano stordirsi sull'avvilimento della patria, si compiacevano nel rimembrare gli Scevola, i Bruti, i Catoni, prodighi delle grand'anime per una libertà, che sembrava più bella dacchè perduta; e nel segreto vantavano i pochi che ancora gl'imitassero o li contraffacessero resistendo ai cesari e affrontando la morte. Or eccoti una setta che proclama la libertà; non la libertà che rinnega l'ordine e che si acquista per sommosse, ma che rifiuta qualsivoglia restrizione alla coscienza, e per la quale cotesti Galilei sanno, non darsi la morte, ma intrepidi aspettarla[38]. Ma gli eroi, sublimando la passione umana, operavano cose straordinarie per l'acquisto di gloria: i santi, rinunziato ad ogni passione, senza calcolare le proprie forze, inermi ma intrepidi affrontavano le potestà umane e le infernali, nulla curando della lode, e la volontà propria rimettendo affatto a Dio.
Vero è che i Romani erano avvezzi a quotidiani supplizj, a conflitti di gladiatori, a battaglie nella città o sui campi, a stoici suicidj: ma coloro o lasciavano la vita costretti, o la gittavano come un carico importabile, al più la deponevano con indifferenza, come cosa che saziò. Ne' Cristiani, all'incontro, fanciulli «che non distinguono la destra dalla sinistra», vecchi, donne, morivano non coll'orgogliosa dignità delle scuole, ma con semplicità; non per erudizione di dottrine morte, ma per le parole della vita; non per se stessi, ma pel genere umano: fra supplizj squisiti non metteano lamento, gioivano, perdonavano. «Il vulgo (dice Lattanzio) vedendo le persone lacerate con varj tormenti, e mentre i carnefici si stancano, esse durare nella pazienza, fa giudizio che non sia vanità questa perseveranza dei morenti, e che senza Dio non potrebbero sopportarsi tanti spasimi. Masnadieri, persone robustissime non reggono a pari torture, gemono, urlano, soccombono al dolore, perchè vi manca l'ispirata pazienza. I nostri, non che uomini, ma fanciulli e donnicciuole, tacendo vincono i loro tormentatori, nè il fuoco stesso può strappar ad essi un gemito; il sesso debole, la fragile età soffrono d'essere sbranati a membro a membro, e non per necessità, giacchè potrebbero evitarlo, ma per volontà, giacchè confidano in Dio»[39].
L'antica società facea dunque il suo dovere, e il suo la nuova; i Cristiani subiscono la pena di morte, ma la dichiarano iniqua; si crederebbero contaminati pur dalla vista d'un supplizio, e interdicono il sacerdozio a chi uccise od esercitò diritto di sangue[40]; sublimando per tal guisa il carattere dell'uomo, non più soltanto quand'è ravvolto nella toga senatoria o nel mantello filosofico, o decorato dell'anello equestre, ma anche povero, ignorante, nudo, perfin colpevole; è uomo, e basta. Questa tacita ma costante resistenza rivelò la vigoria del cristianesimo.
Ai propagatori del vero più che le persecuzioni e la morte pesano la calunnia o la noncuranza; e queste porsero nuovo esercizio alla pazienza de' primi Cristiani. Giovenale descrisse uno dei loro supplizj coll'indifferenza d'un franco pensatore al cospetto di fanatici[41]; Tacito confuse questa setta odiosa colle tante che infestavano Roma, cloaca di tutte le immondezze[42]; Plinio giuniore non può crederli rei, eppure li punisce; Plinio maggiore, Plutarco, Quintiliano nè tampoco li nominano; nè la lunga storia di Dione Cassio, nè quasi la più ampia Storia Augusta; il satirico Luciano ne fa assurde celie; i dotti gli accusano di predicare a donne, fanciulli, schiavi, evitando di scontrarsi con pensatori.
Ma intanto la parola, soffocata o derisa, echeggiava da mille parti; e già penetrava nelle scuole, sostenuta con eloquenti scritture e incalzanti argomentazioni; nè più fu lecito alle persone colte ignorarla quando veniva a provocar l'esame e chiedere giustizia. Alcuni autori vi attingevano verità dapprima ignote, sicchè qualcosa di più puro ed elevato inserivano in libri di fondo pagano. Singolarmente in Seneca, fra tante debolezze e vanità, s'incontrano rudimenti di precetti e persino frasi, che accertano avesse cognizione de' libri cristiani, anzi alcuno disse amicizia con san Paolo[43]. Il suo non è più il Dio cieco ed impotente degli Stoici, ma uno incorporeo, indipendente, che è sua propria necessità, e che prima di far il mondo lo pensò[44]; abita in cuor dell'uomo virtuoso[45], vuol essere amato[46] perchè ci ama; noi siamo socj e membri suoi[47]: la maestà degli Dei è nulla senza la loro bontà: la Provvidenza governa il mondo, non da madre cieca, ma da padre prudente, laonde obbedire a Dio è libertà[48]: supremo bene è il possedere un'anima retta e una lucida intelligenza. Romano, egli seppe compassionar l'uomo esposto alle belve e agli stocchi dell'anfiteatro. — Voi dite, egli commise un delitto e merita morte. Sia; ma voi, qual delitto avete voi commesso per meritare d'essere spettatori del suo supplizio?»[49] Proclamò che «il divino spirito appartiene allo schiavo come al patrizio; schiavo, liberto, cavaliere, son parole inventate dalla vanità o dal dispregio; la virtù non esclude veruno; ognuno è nobile perchè discende da Dio. Non li chiamare schiavi, ma uomini, ma commensali, ma men nobili amici, ma consorti di schiavitù, giacchè la fortuna ha su noi i medesimi diritti come su loro. Quel che tu dici schiavo, viene dal ceppo stesso che tu. Consultalo, ammettilo a' tuoi colloquj, a' tuoi pasti; non voler essergli formidabile, e ti basti quel che basta a Dio, rispetto e amore»[50].
Per verità le azioni sue furono poco cristiane, ma certo egli migliorò sul fine di sua vita: le lettere a Lucilio tengono più del serio; nella sesta accenna ad un cambiamento avvenuto in lui, ad una trasfigurazione; gli manda libri dove ha segnato i passi più degni d'approvazione e ammirazione. Pure nelle lettere stesse colloca il saggio più in alto che Dio, esalta il suicidio, dubita dell'immortalità, e affatto da gentile fu la sua morte; onde possiam conchiudere con Erasmo: — Se si legga come pagano, scrisse cristianamente; se come cristiano, scrisse gentilesco».
Ma la sapienza, che in lui e in altri moralisti s'incontra a frammenti e tra contraddizioni, veniva insegnata nella sua pienezza dai santi Padri, e col carattere dell'universalità. Quella manifestazione di Dio rendeva inescusabile il paganesimo[51]; quella fede indomita a terrori e lusinghe, quelle virtù più che umane infondeano nel mondo uno spirito nuovo; sicchè la Chiesa, poc'anzi appena sperante, si estende trionfatrice, e s'accinge a riformare la società con nuovo sistema di credenze e di morale. Chè, sebbene il cristianesimo non tendesse a cambiar le relazioni e la condizione esterna dell'uomo, dichiarasse anzi non voler portare la mano all'edifizio della società, e rispettasse le grandi ingiustizie d'allora, la tirannide, la schiavitù, la guerra, pure sin da' primordj si mostrò fruttuosissimo al civile progresso. Non cambiando la società, bensì il modo d'apprezzarla; non togliendo i patimenti, ma trasformandoli in meriti; non mirando a riformare il popolo per mezzo dei governi, ma questi per mezzo di quello, migliorava la morale e gl'intelletti, incivilimento importantissimo giacchè intimamente connesso col civile. Ove dominavano l'anarchia, l'empietà, la dissolutezza, l'egoismo, eccolo sostituire un gerarchico ordinamento, la fede, la santità, l'amor generoso ed universale. Il potere, anche mentre restringe e comprime la spirituale società, ne prova il virtuoso ascendente: i giureconsulti, meditando sulla lettera tenace delle leggi, sentonsi da un'aura diversa lor malgrado ispirati: nella costituzione, ove tutto possono l'esercito e l'imperatore, appare un esempio delle due supreme garanzie della libertà, l'elezione e il dibattimento: si sciolgono gli uomini dalle leggi umane arbitrarie, per sottometterli alla legge razionale e divina[52].
Tali benefizj non furono allora intesi dai forti nè dai savj; e quelli, indispettiti e meravigliati del trovar gente che, contro il volere imperiale, sostenesse l'indipendenza delle proprie convinzioni, tolsero a perseguitarla, dapprima per antipatia, senz'ira, senza timore, fin senza fanatismo, per secondare il gusto che il popolo prendeva ai supplizj; poi per un deliberato proposito di sterminarla.
Sotto gli Antonini, che erano la stessa bontà, come dice il dabben Muratori; che erano i migliori de' principi e i migliori degli uomini, come dice il retorico Gibbon, non mancarono martiri. Pare che del loro tempo venisse a Roma Luciano, nativo di Samosata in Asia, il quale per l'universale ironia ben fu paragonato a Voltaire. Ricco di cognizioni, potente di stile, arguto di riso, fece una trista pittura de' costumi romani, poi volse in beffa tutto quanto si credeva e venerava, il potere come il sapere, le religioni come la filosofia; gli Dei perseguita con frizzi che doveano sconficcarli non meno dei ragionamenti, e attesta che nè gl'intelletti serj nè gli arguti più non vi prestavano fede o rispetto; e se ancora se ne frequentavano gli altari, più non era se non per convenienza sociale.
Marc'Aurelio fra tante virtù non ebbe quella di resistere ai filosofi che l'accannivano contro i Cristiani; e come rei di attentare alla religione dello Stato, e nutrire spiriti avversi alla pubblica cosa, li perseguitò o lasciolli perseguitare, finchè, dicono, il riferito miracolo della legione fulminante sospese le stragi. Risparmiata sotto Comodo e i successivi, si dilatò la credenza nostra. Se n'adombrò Settimio Severo sul finire del regno, e confondendoli cogl'irrequieti Ebrei, promulgò un editto contro i nuovi proseliti, ma che facilmente si estendeva anche agli altri, e massime a quelli che andavano a convertire: onde la persecuzione cominciata in Egitto, si propagò pel resto dell'impero.
È ingagliardita assai un'opinione quando la parte che può opprimerla a forza, sentesi tratta a combatterla con argomenti. Trasferita che fu la quistione nel campo della parola, i Cristiani poterono accettare quella battaglia, per la quale, più che per pacifiche comunicazioni, si propaga la verità. Adunque, mentre i martiri col sangue, altri coll'ingegno difesero la verità in una serie di apologie, dirette le più agl'imperatori onde distorli dalla persecuzione coll'esporre la morale e i dogmi cristiani. Le più rinomate sono quelle che san Giustino samaritano indirizzò ad Antonino e Lucio Vero, al senato e al popolo romano, poi a Marc'Aurelio, lagnandosi che, dove si tolleravano tante assurde religioni, soli i Cristiani venissero perseguitati, essi tanto meglio costumati che i Gentili, e che con orribili torture si estorcessero confessioni di colpe bugiarde.
Tertulliano cartaginese, il più eloquente padre in lingua latina, commentando l'accennata lettera di Trajano a Plinio[53], mostrava quale ingiustizia fosse il punirli pel solo nome, togliere ad essi la difesa e gli avvocati che a nessun reo si negano, nè appurare i delitti confessati, la qualità, il tempo, il modo, i complici. All'illegalità delle processure aggiunge la sconvenienza di castigare tante persone, e — Che farete delle migliaja d'uomini, di donne, d'ogni età e condizione, che presentano le braccia alle vostre catene? di quanti roghi, di quante spade non avrete bisogno? Ci si accusa di mangiar fanciulli. Come! bensì in Africa durò l'uso d'immolarne a Saturno, fin quando Tiberio non fece crocifiggere i sagrificatori agli alberi che ombreggiavano il tempio. Ma se l'uso pubblicamente è cessato, praticasi ancora in segreto: uomini si scannano a Mercurio dai Galli; sangue umano versasi in Roma stessa per onore di Giove; mentre noi Cristiani ci asteniamo perfino dal gustare qualunque sangue[54]. Ci calunniano di lesa maestà: ma sebbene i Cristiani non manifestino la devozione con giuramenti e bagordi, pregano il Dio vero acciocchè all'imperatore conceda lunga vita, regno riposato, sicurezza nei palazzi, valor nelle truppe, fedeltà nel senato, probità nel popolo, pace in tutto il mondo. Coloro che più profondono di tali testimonianze agl'imperatori, gli sono i meno fedeli e meglio disposti alla ribellione: al contrario i Cristiani perseguitati obbediscono; e quand'anche il popolo previene gli ordini supremi per ucciderli, e viola perfino i cadaveri, essi non pensano alla vendetta... Dilaga il Tevere? non dilaga il Nilo? difettasi d'acqua? trema la terra? gittasi una carestia, una peste? tosto si esclama, I Cristiani ai leoni. Simili sventure non venivano esse anche prima di Cristo? e sono effetti dello sdegno di Dio contro gli uomini colpevoli e ingrati. Intanto, quando il seccore fa temere di sterilità, voi sacrificate a Giove, frequentando i bagni, le osterie, i postriboli; noi cerchiamo placare il Cielo colla continenza, colla frugalità, con digiuni, col coprirci di sacco e di cenere; e ottenuta misericordia, ne diamo onore a Dio. Ma queste sciagure non ci scompongono, nè in questo mondo altro desiderio abbiamo che di partirne il più presto possibile».
Così la Chiesa dogmatizzava e disputava, soffriva e protestava; venerava i martiri, ma facea sentir le ragioni ai popoli ed agli imperatori.
Alla morte di Settimio Severo tanto s'erano assodati i Cristiani, che, mentre prima adunavansi in case private e di nascosto, poterono eriger chiese, comprare terreni in Roma, pubblicamente far le elezioni. Alessandro Severo gli ammise nella reggia come sacerdoti e come filosofi, e a vescovi e dottori concesse le sue grazie: ma quando Massimino succedutogli punì gli amici del predecessore, molti Cristiani andarono avvolti nel castigo, poi altri in occasione di un tremuoto.
L'imperatore Filippo li favorì tanto, che si credette ne avesse abbracciata la fede: ma sotto Decio, un fanatico poeta uscì in pubblico, deplorando l'abbandonata religione; il vulgo chiese fosse riparata col sangue degli empj; e i magistrati cercarono l'aura popolare col concederlo. Anche la peste, che in quel tempo devastava l'impero, aizzò la furia del popolo e la superstizione dei ministri ad isfogarsi sopra queste innocenti vittime, che rendevano il ricambio col profondere assistenza, preghiere, carità. Allora i principali vescovi furono morti od esigliati; per sedici mesi impedito al clero di Roma d'eleggere un successore all'ucciso papa Fabiano; i preti di questo messi in carcere; sistemata la persecuzione per via di decreti.
Valeriano al fine del regno, per istigazione del prefetto Macriano, egizio e dotto di magia, perseguitò nuovamente i Cristiani, tra i quali caddero illustri vittime, e Stefano e Sisto II papi. Gallieno sospese le persecuzioni; e quantunque alcune vittime cadessero sotto Aureliano, la Chiesa potè assumere quell'aspetto di legalità che il tempo conferisce.
È nella natura dell'uomo di lasciar illanguidire una credenza allorchè non contrastata, ravvivarla quando combattuta. I Pagani guardavano con indifferenza o spregio la loro religione; ma quando i Cristiani si presentarono a mostrarne la falsità e l'indecenza, per reazione vi si affezionarono; le dottrine o le pratiche che bastava conoscere per disapprovarle, dichiararono non essere che vulgari aggiunte, oppure simboli di arcana sapienza e di morale sublime. Si rinfrescò pertanto la venerazione alle antiche favole; e il dispetto di vederle malmenate dai nuovi settarj, insegnava mille arti di sostenerle. Allora dunque rinnovati più pomposi che mai i sagrifizj, introdotti di nuovi, proposte iniziazioni ed espiamenti, con cui supplire a ciò che la Chiesa prometteva col battesimo e colla confessione; poi si moltiplicarono miracoli, e profeti, e oracoli, e guarigioni ai sacrarj di Esculapio e d'Igia; e tanto se n'esaltò il fanatismo del popolo, che città e comuni a gara supplicavano gl'imperatori di adempire le antiche leggi, cioè sterminare i Cristiani.
Galerio e Diocleziano, abboccatisi dopo la guerra persiana affine di prendere un partito sopra un punto ormai divenuto capitale, da un'accolta di pochi primarj vennero persuasi di toglier via una setta, che formando uno Stato nello Stato, ne impacciava il movimento, e poteva minacciarne l'esistenza. Ed era vero che il cristianesimo cresciuto scomponeva l'unità così necessaria delle leggi e delle credenze; e chi volesse rintegrarla, trovavasi obbligato a questa scelta, o di rendere dominante la nuova religione, o di distruggerla. Di far il primo non ebbe senno o volontà Diocleziano; tentò il secondo, e professando voler abolire il nome cristiano, pubblicò la proscrizione generale: — In tutte le provincie si demoliscano le chiese; pena il capo a chi tenga conventicole segrete; si consegnino i libri santi per essere bruciati in forma solenne; i beni ecclesiastici venduti all'asta, o tratti al fisco, o donati a comunità e a cortigiani: quelli che ricusino omaggio agli Dei di Roma, se ingenui rimangano esclusi da onori e impieghi; se schiavi, dalla speranza di libertà; tutti sottratti alla protezione della legge: i giudici accolgano qualunque accusa contro i Cristiani, e nessun richiamo o discolpa».
Se non fosse attestato concordemente da tanti storici, appena si potrebbe credere pubblicato da nazione civile un decreto di sì tirannesca perversità, che avvolgeva tanta parte del mondo nella persecuzione, sbrigliando le private violenze e le frodi coll'interdire agii offesi di portarne querela, e l'uffizio del giudice riduceva non a librare l'accusa colle prove, ma a scoprire, perseguitare, cruciare chi fosse cristiano o un cristiano volesse salvare.
E la persecuzione di Diocleziano rimase famosissima[55], e la Chiesa d'Italia vi diede larga messe: in Roma Genesio commediante, Pancrazio di quattordici anni, Agnese di dodici, Sebastiano milanese, Marcello sacerdote, Pietro esorcista; a Benevento Gennaro vescovo, ingloriato dai Napoletani; a Bologna Agricola gentiluomo con Vitale suo schiavo; in Milano Nazaro, Celso, Naborre, Felice, Gervaso, Protaso; in Aquileja Canzio, Canziano e Canzianilla, di casa Anicia; — glorie nuove nel paese ove la gloria fin allora s'era dedotta dall'uccidere, non dal patire. Il diacono Cesario, venuto d'Africa a Terracina, vi fu testimonio dell'empio rito, per cui a certe solennità sagrificavasi un giovane ad Apollo gettandosi in mare; e levò la voce contro questo suicidio, onde meritò il martirio. Vuolsi che la legione Tebea negasse idoleggiare, e agli ordini imperiali rispondesse: — Noi siamo soldati dell'imperatore; da lui riceviamo la paga, ma da Dio la vita. Dobbiamo versar questa contro il nemico? sì il faremo: abbiam l'armi alla mano, ma non opponiamo resistenza, e preferiamo morire incolpevoli che uccidere gl'innocenti». Distinzione ignota ai soldati antichi, e per la quale furono trucidati a San Maurizio del Vallese[56].
Gli editti di Diocleziano furono dai successori suoi modificati secondo l'indole loro o le circostanze; chè ormai la quistione non era più religiosa ma politica, e gl'imperatori ai Cristiani recavano pace o guerra, per calpestare o alzar una fazione, già preponderante nella fortuna dell'impero. Galerio, forse dalla malattia richiamato a sentimenti migliori, in nome proprio e di Costantino e Licinio, pubblicò un editto ove, asserendo «d'avere adoperato a ristabilire l'antica disciplina romana, e fare che si ravvedessero i Cristiani, i quali, presuntuosamente disprezzando la pratica dell'antichità, abbandonarono la religione dei padri; e avendone molti fatti patire e perire, vedendoli però ostinarsi a non rendere il culto debito agli Dei», permette che professino liberamente le private opinioni, e uniscansi nelle loro conventicole, purchè serbino rispetto alle leggi e al governo stabilito.
L'opinione dianzi perseguitata, era ancor vilipesa, ma tollerata; onde i confessori vennero schiusi dagli ergastoli e dalle miniere, gli apostati tornavano a penitenza, i raminghi rivedevano le dolci case, e nella pubblica professione della fede e del culto loro ricantavano il Dio forte, il quale può dai sassi suscitare figliuoli d'Abramo.
Costantino doveva meritare il cognome di grande da chiunque sa far merito a un principe di accettare le novità, mal fin allora combattute: che se gli emuli suoi chiedevano il favor popolare col secondare i Gentili, egli pensò appoggiarsi sui Cristiani, men numerosi ma pieni di gioventù e della forza di chi viene a riformare, talchè poteasi prevedere come nel loro movimento trascinerebbero l'inerzia pagana, e resterebbero in piedi quando il gentilesimo andava a fasci.
Allora la santa letizia della libertà si diffuse in tutto l'impero; dalle squallide catacombe sbucavano i sacerdoti a celebrare alla faccia del mondo i riti della nuova alleanza; i vescovi solennizzavano memorie di martiri, o dedicavano chiese; i letterati pubblicavano virtù fin allora dissimulate; i fedeli, riconoscendosi fra loro, s'abbracciavano, saldando la fratellanza colla cena della perpetua commemorazione.
Se non che al paganesimo rimanevano sostegno i sacerdoti, l'aristocrazia, i corpi municipali che spesso aveano provocato gl'imperatori alla persecuzione, i tanti magistrati e capitani. A Roma, per memoria degli antichi auspizj e per lunga sequela di sacerdozj, erano affezionate le persone di grado, e per consenso i liberti e gli schiavi; essa veniva considerata come splendido centro della religione; i riti, i giuochi, più che trastullo, v'erano l'occupazione e il nutrimento del vulgo; d'ogni parte vi conveniva il fiore della gioventù, che in quella sentina di tutte le superstizioni, come san Girolamo la chiamava, bevea l'odio del nome cristiano ne' tempj, nei teatri, nelle scuole. Era dunque assai che l'imperatore alla nuova religione concedesse libertà pari all'antica, senza avventurarsi di colpo ad un cambiamento che avrebbe sovvertito lo Stato[57]: onde prepararvi gli animi, negligentò alcuni riti nazionali; non celebrò i giuochi secolari nel 314; i Capitolini, cui avrebbe egli dovuto presentarsi cinto dai pontefici e dal senato, a capo dell'esercito, non impedì, ma volse in derisione[58].
Eppure doveano inorridire i Romani rugginosi nel vedere il successore d'Augusto mettere a pari col pagano il culto pur dianzi proscritto; esimere i sacerdoti di questo dalle funzioni municipali, come quei del gentilesimo; proibire che la domenica si lavorasse, o che i giudici e i corpi dello Stato s'occupassero di verun affare, salvo che dell'emancipazione de' figli o degli schiavi. Ma Costantino non vi facea mente: e allorchè si trovò senza colleghi nè emuli, proscrisse i giuochi gladiatorj, le feste scandalose; chiuse tempj, tolse alle Vestali e ai sacerdoti profani i privilegi, concedendoli invece al clero e ai vescovi, alle cui sentenze diede forza quanto alle sue medesime, sminuendo in tal modo l'autorità de' magistrati secolari; largheggiò di beni e di denaro colle chiese[59]; sedeva ne' concilj, disputava di teologia, metteva sugli edifizj pubblici la croce, alzava il làbaro alla testa degli eserciti, e nel campo una cappella uffiziata da Cristiani.
Ma non che indicesse guerra al paganesimo, conservava, come i suoi predecessori, il titolo di sommo pontefice, e in tale qualità fece decreti religiosi con titoli idolatrici; con immagini di numi si lasciò scolpire sulle medaglie; poi quando morì, sagrifizj gli furono fatti all'antica, ascrivendolo fra gli Dei. Tanto i Gentili erano lontani dal credere ch'egli avesse soppiantato il culto nazionale, e dal prevedere che non tarda il trionfo della verità, posta che sia a pari armi coll'errore.
CAPITOLO XLVII. Traslazione della sede imperiale a Costantinopoli. Costituzione del Basso Impero.
Chi conosce quanta potenza sia inerente alla vista dei luoghi, intenderà gli ostacoli che in Roma dovea trovar Costantino alla sua deliberazione d'impiantare la nuova politica sopra una religione nuova. Unico centro non aveva il politeismo, che, neppure col concedere a tutti gli Dei l'ospitalità, caratteristica degl'istituti romani, giunse mai all'unità: pure Roma, cominciando dal suo fondatore, racchiudeva una serie di tradizioni gentilesche, colle quali andavano connesse le sue vittorie, l'orgoglio de' suoi bei giorni; e sarebbesi detto che Giove dalla rupe Capitolina minacciasse chiunque ne violava gli altari, benchè fosse disposto a dividerne gli onori con qualsifosse dio nuovo o rinnovato, da qualsifosse parte del mondo giungesse a Roma col suo bagaglio di superstizioni. Fra le quali come poteva il buon seme attecchire?
Ogni atto pubblico poi, giusta l'origine sacerdotale del governo patrizio, era consacrato da cerimonie; e Costantino si stomacò de' riti profani: popolo e patrizj si scandolezzarono o indispettirono di vederlo vilipendere ciò che, non più per convinzione, ma per legalità era sacro; ed egli, non che sbigottire, deliberò staccarsi da cotesta genìa dirazzata e pretensiva. Il senato professava ancora che il governo del mondo fosse privilegio d'una stirpe; laonde l'abbattere le case senatorie, che parve il solo proposito comune a tutti gli imperatori, venne ancor meno da frenesia di sangue che da gelosia di dominio e da bisogno di rifornire l'erario colle pinguissime loro fortune. Di tal passo rimase annichilata l'antica razza conquistatrice, a segno che, sotto Gallieno, credeasi che delle famiglie patrizie unica la Calfurnia sussistesse. Coll'accomunato diritto di cittadinanza erasi surrogata una gente nuova; gl'imperatori da eunuchi e da liberti sceglievano i confidenti ed i ministri, i quali costituivano nuove famiglie, ricche e potenti: equavasi il diritto a vantaggio della plebe e fin degli schiavi.
Ma anche scomparsi i discendenti degli Scipioni e degli Emilj, la ricordanza d'altri tempi sopraviveva: il Romano, dovunque si volgesse, incontrava d'altra natura memorie sull'Aventino, al Foro, in Campidoglio, il sangue di Virginia, l'ombra de' Gracchi, il cipiglio di Catone, il pugnale di Bruto; nel suo orgoglio arricciavasi dinanzi a imperadori, stranieri alle gloriose sue rimembranze, impostigli dall'esercito, e che stavano fuor di Roma gran tempo e fin tutta la vita.
Sintanto che gli augusti risedevano nella metropoli, il popolo credeva serbare ancora un residuo d'autorità quando sotto alle finestre del palazzo o nel teatro, coll'applauso o col sibilo, approvava o disdiceva un fatto, una legge; quando li vedeva accattare il suo favore con largizioni, con giuochi. Ma le condiscendenze che gl'imperatori doveano alla maestà del senato e alla famigliarità del popolo, repugnavano ai nuovi ordinamenti, e a chi erasi abituato alla docile obbedienza delle legioni e dei provinciali. Se ne emancipò Diocleziano piantando altrove la residenza, e convertì la tenda militare in una corte di despoto orientale, sopra l'elmo collocando il diadema: fra i sudditi e l'imperante fu scavato l'abisso da che a questo più non accadea bisogno di cattivarsi la plebe, nè venerare il senato, nè rispettare le patrie costumanze, ma gli bastava abbagliare col fasto, imporre colla forza.
Alle provincie, avvezze a servire, non costava nulla il piegarsi alla nuova politica, tanto più che ridondava tutta in loro vantaggio: laonde Costantino stabilì rompere interamente col passato, mutando la sede dell'impero in luogo che non avesse memorie da rinfacciare, riti da adempiere, tombe da riverire. E scelse Bisanzio, che, sul limite dell'Europa e dell'Asia, univa alla salubrità e all'incomparabile bellezza l'opportunità di tener occhio sì agli irrompenti Settentrionali, sì ai minacciosi Persiani. Rifabbricò dunque essa città, intitolandola Costantinopoli (329), vi improvvisò edifizj e vi trasferì la Corte[60]: la nuova capitale, per riverenza all'antica, fu intitolata colonia e prima e prediletta figlia di Roma; e a' suoi cittadini partecipato il diritto italico.
Ma il tempo ha un'irresistibile efficacia a fare divenir vere le cose e repudiar le finzioni: e la nostra Roma, sebbene conservasse il primato nominale, non fu più la metropoli del mondo; dietro all'imperatore migrarono magistrati, cortigiani e la folla di coloro che voleano vivere di largizioni, o vendere l'adulazione, o sfoggiar l'opulenza, od esercitare le arti del lusso; tornarono verso Levante tanti capi d'arte, che alla Grecia e all'Asia erano stati usurpati in dieci secoli di vittorie.
Fu questa la terza trasformazione del potere di Roma; e qui noi ci baderemo a dar conto dell'amministrazione civile e militare, cominciata da Diocleziano, migliorata da Costantino, compita da' suoi successori, e che durò per tutto quel che dicono Basso Impero.
Per tre secoli l'imperatore non era stato che comandante all'esercito, nè l'autorità amministrativa esercitava altrimenti che arrogandosi le varie magistrature con militare usurpazione. Augusto, fondato il despotismo unicamente sulle armi e sulle finanze, avviava alla monarchia collo spossare la democrazia: dal che derivò un potere assoluto e precario, conturbato da frequenti rivoluzioni, causate non più dalla plebe ma dalla soldatesca.
Alla sfrenatezza militare bisognava un rimedio, e lo applicò Diocleziano coll'introdurre un'amministrazione che tutto facesse dipendere da una volontà, da un impulso, da un sentimento; i poteri, dianzi confusi e indeterminati, divenissero distinti e precisi; la suddivisione di provincie, d'eserciti, di funzioni tenesse gli uni subordinati agli altri, e tutti all'imperatore, causando il pericolo di soverchio ingrandimento e di subitanee usurpazioni.
Scorgendo quale appoggio sia al trono l'aristocrazia, Costantino all'antica ne surrogò una che non avesse diritti e memorie da tutelare, ma dall'imperatore traesse e su lui riflettesse il proprio splendore. Fu essa disposta in quattro ordini, i chiarissimi, i rispettabili, gl'illustri, i perfettissimi, oltre i nobilissimi membri della famiglia imperiale. Titolo di Chiarissimi competeva ai senatori; a quelli tra essi che sortivansi a governare una provincia, e a chi per grado od uffizio si elevasse sopra gli altri, toccava del Rispettabile: Illustri erano i consoli e patrizj, i prefetti al pretorio di Roma e di Costantinopoli, i generali, i sette uffiziali del palazzo: dietro a questi venivano i Perfettissimi. Mentre prima il Romano volgeva la parola direttamente anche al capo dello Stato, allora più non parlò che alla sua maestà; i magistrati primarj chiamava serenità, eccellenza, eminenza, gravità, sublime ed ammirabile grandezza, illustre e magnifica altezza; e l'usurpare un titolo indebito, anche per ignoranza, dichiaravasi sacrilegio[61].
Le porzioni di sovranità, che tradizionalmente conservavano il popolo e le magistrature curuli, cessarono, rimanendo unico padrone e signor delle cose l'imperatore, unica fonte all'autorità de' magistrati[62]. Il senato, «consiglio sempiterno della repubblica dei popoli, delle nazioni e dei re» (Cicerone), era soccombuto ai colpi replicati degl'imperatori e alle proprie bassezze; e l'assemblea, che a Cinea era sembrata un'accolta di re, allora spendeva lunghe adunanze in recitare codardi vituperj agl'imperatori caduti, o codarde apoteosi ai nuovi innalzati, e registrava ne' suoi atti quante volte fossero stati ripetuti i viva e i riviva[63]. Se i primi imperatori offrivano al senato in lettere o libelli od orazioni il loro desiderio, che dal consenso di esso acquistava forza di legge; i susseguenti fecero di per sè editti, rescritti, costituzioni, le quali a metà del III secolo aveano già vigor di legge; e i padri coscritti trovaronsi ristretti a formolare in senatoconsulti le proposizioni fatte dall'imperatore in materie legali, a riconoscere il nuovo augusto, e morto decretargli altari o patibolo. Conservassero pure il laticlavo, i calzari neri colla mezza luna d'argento, il posto distinto agli spettacoli, la direzione d'alcune minuzie; ma ogni ingerenza nel reggimento dell'impero, nella cura dell'erario, nel governo delle provincie fu tolta loro da Diocleziano. Infine non furono più che un consiglio municipale, di giurisdizione circoscritta quasi alle mura della città, sicchè appena si trovava chi desiderasse appartenervi. Per ciò, e per secondare lo spirito monarchico, quella dignità venne, almeno in parte, ridotta ereditaria[64].
I consoli non più dal popolo e dal senato, ma erano eletti dal principe per propria autorità[65]. Inaugurati erano là dove sedeva l'imperatore: il primo gennajo, vestiti di porpora ricamata a seta ed oro, con ricche gemme e col corteo dei primarj uffiziali di toga e di spada, preceduti dai littori, andavano con gran maniere di letizia al fôro, ove seduti sul tribunale d'avorio, esercitavano atto di giurisdizione col manomettere uno schiavo; davano le feste che soleansi in Roma; i nomi e le effigie loro su tavolette d'avorio si spargeano in dono al popolo, alle città, alle provincie, ai magistrati. A ciò, e a dar nome all'anno riducevasi l'uffizio dei consoli, vigliaccamente esultanti d'ottenere un onore senza peso[66].
Il titolo di patrizio fu concesso a vita da Costantino ad alcuni personaggi, appena inferiori ai consoli, e detti padri adottivi dell'imperatore e della repubblica.
I prefetti al pretorio da Severo a Diocleziano erano primi ministri dell'impero nell'amministrazione civile e militare: ma fiaccati, poi tolti via i pretoriani, si trasformarono in magistrati civili. Erano quattro, uno per l'Oriente, uno per l'Illirico, uno per le Gallie, uno per l'Italia, al qual ultimo spettavano pure la Rezia fin al Danubio, le isole del Mediterraneo, la provincia africana. Ammiano Marcellino, storico di quel tempo, non esita a chiamarli imperatori di minor grado, giacchè competeva ad essi l'amministrare le finanze e la giustizia, il regolar la moneta, le strade, i granaj, il traffico e quanto ha tratto alla pubblica prosperità; spiegare, estendere, talvolta anche modificare gli editti generali; vigilare sui governanti delle provincie, decidere supremamente delle cause di maggior rilievo.
Da essi rimanevano dissoggette Roma e Costantinopoli, dipendendo da un prefetto ciascuna. Quel di Roma, istituzione d'Augusto, era assistito da quindici uffiziali nel soprantendere alla sicurezza, abbondanza e polizia della città, uno dei quali specialmente aveva in cura le statue. Il prefetto trasse ben presto a sè le cause già attribuite ai pretori; poi occupò nel senato il posto de' consoli, come presidente ordinario; a lui si recavano gli appelli da cento miglia in giro; da esso dipendeva l'autorità municipale.
Pel governo civile l'impero fu distribuito in tredici diocesi, le quali poi suddivideansi in centosedici provincie; tre governate da proconsoli, trentasette da consolari, cinque da correttori, settantuna da presidi.
Quanto è specialmente dell'Italia, i successori d'Augusto s'erano avvisati che il miglior mezzo a consolidare la loro tirannide fosse il mozzar man mano i diritti alla penisola, nido dell'antica libertà municipale privilegiata. Comodo estese a tutto il mondo ciò che era stato speciale di Roma, poi dell'Italia: pure la penisola era rimasta esente dal tributo. Ma quando Diocleziano la concesse al collega Massimiano, non essendo più alimentata dalle contribuzioni altrui, dovette sottoporsi ai pesi medesimi delle provincie, e più mai non ne fu alleviata.
Col fondere Osci, Sabelli, Latini nella nazionalità romana si era dato forza e vitalità allo Stato: ma sette secoli vi vollero perchè l'Italia divenisse nazione, e solo col sistema di Costantino quel nome espresse un'unità politica, anzi più propriamente significò le contrade superiori, l'antica Gallia Cisalpina, i paesi una volta abitati da Veneti, Liguri, Insubri.
Dal prefetto di Roma dipendeano dieci provincie, chiamate suburbicarie: Campania, Etruria ed Umbria, Piceno suburbicario, Sicilia, Apulia, Calabria, Lucania e Bruzio, Sannio, Sardegna e Corsica, Valeria. Dal suo vicario, la Liguria, l'Emilia, il Piceno annonario e la Venezia, dette provincie d'Italia, cui furono poi unite l'Istria, le alpi Cozie, le due Rezie. In appresso la prefettura d'Italia venne divisa in due diocesi, d'Italia e d'Africa. Nella diocesi d'Italia, l'Emilia fra il Po e l'Appennino, la Liguria, la Venezia, il Piceno, la Flaminia tra Modena e Rimini col litorale dell'antica Umbria, la Campania, l'Etruria, la Sicilia erano governate da un consolare; da correttori l'Etruria, l'Apulia, la Calabria, la Lucania, il Bruzio; da presidi il Sannio, la Valeria, le alpi Marittime, Pennine e Graje, le due Rezie, la Sardegna, la Corsica.
Proconsoli, correttori, presidi, erano varj d'attribuzioni; tutti però amministravano e la giustizia e le finanze in dipendenza dai prefetti, e per quanto al principe piacesse; infliggevano pene fin capitali; il mitigarle era serbato ai prefetti, come pure il condannare all'esiglio. Ponevasi attenzione che nessuno fosse natìo del paese che governava, nè vi contraesse parentele, o comprasse schiavi e terre, volendo con ciò ovviare gli abusi e le corruzioni; pure Costantino medesimo, poi i successivi imperatori non rifinano di querelarsi che tutto si venda da essi o da' loro ministri[67].
Ciascuna provincia formava un corpo politico, rappresentato dall'assemblea generale, che una volta l'anno o per occasioni straordinarie, concedente il prefetto del pretorio, radunavasi nel capoluogo, intervenendovi gli onorati, i curiali e possessori liberi. Questa dieta provinciale potea far decreti, spedire messi al principe, anche malgrado del vicario, del preside o del prefetto al pretorio[68].
Si trasformano dunque i magistrati all'antica in impiegati alla moderna, gli uffiziali della patria in servitori del principe. Sotto i re, essi magistrati rimanevano sottoposti al capo dello Stato: nella repubblica, ciascuno aveva un'autorità sovrana entro la sfera d'attività a lui competente, e poteva fare opposizione al collega o ai funzionarj inferiori, sempre esposto ad una responsalità reale e terribile: or eccoli connessi in un'assoluta gerarchia. Nella repubblica, ed anche sotto i primi imperatori, le insegne della dignità accompagnavano il magistrato soltanto in uffizio; fuor di quello, console, pretore, imperatore non avevano altro corteggio o servitù che i liberti, i clienti, gli schiavi proprj: ma cogli innovamenti di Diocleziano, il palazzo, la tavola, lo sfarzo, il numeroso codazzo posero immensurabile distanza fra il monarca ed i sudditi.
Già prima il titolo di onorato distingueva chi avesse sostenuta alcuna dignità nell'impero, o cui il principe avesse concesso trionfi od onorificenze: al perdersi delle altre distinzioni, tutti ambirono questa, e l'imperatore la largì a chiunque prestasse alcun servizio alla sua persona; merito più rilevante che il giovare allo Stato. Pertanto gli uffizj dapprima affidati a schiavi, il tagliare avanti, il servire alla coppa, fin le prestazioni sordide, erano ambite da gran signori, non tanto per gli stipendj, quanto per le esenzioni ond'erano privilegiate; perocchè gli Onorati restavano ascritti al senato senza subirne i pesi, e dopo servito dieci o quindici anni, andavano sciolti da ogni vincolo che per nascita li legasse alla curia o ad alcuna corporazione. Per codicilli onorarj poi si concedevano talvolta i titoli a persone che mai non avevano servito, nè tampoco veduto il principe, tanto per godere l'esenzione, od almeno usar le insegne della nominale dignità.
A fianco dell'imperatore stavano sette uffiziali, consiglieri privati, e custodi della persona, della casa, del tesoro. Un eunuco, gran ciambellano (præfectus sacri cubiculi), mai non distaccavasi dal principe, fosse agli affari o alle ricreazioni, prestandogli i più umili servigi, e avendo così mille occasioni d'insinuarsegli nelle grazie e di regolarne i favori. Da quello dipendevano i Conti della mensa e della guardaroba. Il maestro degli uffizj, ministro di Stato, dirigeva gli affari pubblici, e nessun richiamo di suddito giungeva al principe se non attraverso a quattro uffizj, uno dei quali riceveva i memoriali, l'altro le lettere, il terzo le domande, il quarto la corrispondenza varia. Davano spaccio agli esibiti cenquarantotto segretarj, per lo più legali, e preseduti da quattro maestri.
Al maestro degli uffizj sottostavano alcune centinaja di messaggeri, che, col favore delle buone strade e delle poste, dalla capitale fin alle provincie estreme recavano gli editti, le vittorie degl'imperatori, il nome de' consoli; e che acquistarono importanza col riferire quanto raccogliessero sulle condizioni del paese e sui portamenti de' magistrati e de' cittadini. Crebbero costoro fin a diecimila, a proporzione della debolezza della corte o del timore di ribellioni; e divennero gravosi al popolo pel modo con cui esigevano il servizio delle poste, e perchè favorivano o perseguitavano (stile dei delatori) chi sapeva o no tenerseli amici.
Divenuta imperiale la podestà, tolta l'aristocrazia delle famiglie, accomunata la cittadinanza, cambiasi pure la procedura giudiziale: non occorrono più magistrati patrizj che dicano il diritto; senatori, cavalieri, plebe non lottano più per essere ammessi nella lista de' giudici; non più le decurie sono annualmente elette nel fôro ed esposte al pubblico: nè il cliente sceglie il magistrato, nè i cittadini il giudice sopra la lista annuale. La giustizia emana dal trono: il rettore di ciascuna provincia o il vicario suo; il prefetto del pretorio in appello come rappresentante dell'imperatore; l'imperatore stesso per supremo ricorso, costituiscono l'alto organamento giudiziario: l'inferiore i magistrati locali di ciascuna città con giurisdizione limitata: alcuni agenti speciali per le cause fiscali: una distinta giurisdizione militare, e la ecclesiastica de' vescovi. Più non sono separati lo jus dal judicium; più non si sceglie il giudice, e si redige la formola a ciascuna causa. L'attore cita il reo davanti l'autorità competente, mediante un atto; il magistrato gliene fa l'intimazione per mezzo d'un usciere, giudica la causa e nel fatto e nel diritto. Questa procedura, in origine introdotta come straordinaria, allora divenne generale.