C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO V.


STORIA
DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO V.

TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1875


[INDICE]


LIBRO SESTO

CAPITOLO LVIII. Il medioevo. — Essi e noi.

Ponete una gente, la quale consideri suprema felicità il riposo, e perciò affidi ogni cura a un ente astratto, chiamato il Governo; che all'unità, alla costituzione, al poter centrale, ad altre formole vaghe immoli la vera libertà, nel mentre a questa tributa un'idolatria, ricalcitrante ad ogni superiorità, fino a quella del merito; che professi principj assolutissimi, poi nell'applicazione li stringa in una mediocrità, rivelante il contrasto fra assiomi che si adorano e conseguenze che si ripudiano; e questa gente creda che ad attuar riforme basti il decretarle; chiami civiltà il sottomettere le idee ai fatti positivi e materiali, e la misuri dalla quantità dello scrivere; e perchè essa scrive assai, abbia di sè una stima così profonda, quanto sogliono essere i sentimenti non ragionati, e un conseguente disprezzo per ciò che a lei non somiglia; e pensando che ciò che le sta sott'occhio sia la natura delle cose, non s'immagini una società senza re, nè un re che non faccia tutto: qual gente meno di questa sarà capace d'intendere quel che chiamiamo il medioevo? Di sentimenti, di idee, di ordinamento politico e sociale tanto diverso, qual meraviglia se, nel secolo passato e dalla nazione legislatrice dell'eleganza e veneratrice della monarchia, fu giudicato con tanta, non dirò ingiustizia, ma leggerezza? Un villano onesto ma incolto, col vestire di cinquant'anni addietro, colla cortesia ingenua ed espansiva, col parlare cordialmente chiassoso, ma che ignori le mille importanze del cinguettìo cittadino, non sfogli gazzette, sappia scrivere a malapena, moverà nausea alla squisita e frivola attillatura della buona compagnia, e la ruvida scorza impedirà di apprezzare e nè tampoco scorgere quell'onestà a tutta prova, quell'inalterabile fedeltà alla parola, quell'effettivo amor del paese, quella limpidezza di buon senso, quella disposizione ai sagrifizj, che nel suo villaggio lo fanno il consigliere dei dubbiosi, il conciliatore dei dissidenti, il padre dei poveri.

Tale ad una coltura cortigiana dovette apparire il medioevo. Al deperire delle cose sottentrano le finzioni; al fiaccarsi delle convinzioni s'ingentiliscono le forme. E di forme qual età fu più raffinata che l'antecedente alla nostra? laonde essa stomacava quell'altra che sì poco le rispettò, cruda di parole, zotica d'atti, stranamente ingenua e scortesemente franca nell'espressione; e che scarseggiando di scienza, lasciava maggior campo al meraviglioso e al soprannaturale. Compassionarono il medioevo perchè mancava delle comodità domestiche: ma ciò è gusto e abitudine, non prova di sociale inferiorità; nè que' raffinamenti di pulizia avanzata entravano nei bisogni o ne' pensieri di alcuna classe, come oggi non ci crediam meno felici perchè non navighiamo sott'acqua o non veleggiamo i campi dell'aria.

La letteratura accademica, che annettevasi direttamente all'antica sopprimendo l'intermedia, giudicava bello soltanto ciò che si uniformasse a prefissi modelli, e si esprimesse con certa dignità e certe riserve; e alle cose straordinarie quantunque vere, preferisse le credibili quantunque false; le corrette quantunque mediocri, alle irregolari che possono riuscire sublimi. Intanto la letteratura militante, già preludendo a quella tirannia in cui trucidò tutti i fratelli maggiori, pretendeva dagli scriventi un coraggio che non hanno i lettori; e poichè sarebbe riuscito pericoloso contro ai forti, lo sparnazzava contro agli impotenti, ai papi, ai frati, ai nobili, a ciò che derivava dal medioevo.

Monarchica com'è per essenza quella nazione, la quale non sa attestare ammirazione e riconoscenza ad uno se non col darsegli in braccio, esecrò le morali restrizioni agli arbitrj regj, e la costituzione del medioevo, dalla quale furono colpite più volte le fronti de' suoi re, e quelle più superbe de' suoi avvocati; trovò schifoso che in altri tempi vi fossero tante repubbliche quanti Comuni, tanti Parigi quante città; che un vecchio inerme e lontano accettasse i richiami degli oppressi, intimasse ai principi di rendere la giustizia, non rincarire le tasse, non computare gli uomini al ragguaglio di bestie; e chi non obbediva, escludesse dall'accostarsi alla sacra mensa, dal partecipare al tesoro delle preghiere; castighi della natura del potere da cui emanavano, e che perciò non avriano dovuto eccitarla che al riso.

Stava, gli è vero, in prospetto un'altra nazione, ricca di senso pratico e di applicazione, la quale rispetta gelosamente le forme del passato, e in un resto di vecchia pergamena trova maggior riparo contro gli arbitrj, che non in tutte le teorie filosofiche: ma la moda facea desumere da altre fonti quella scienza sociale, che da un secolo in qua perdè di vista l'individuo per guardar solo agli Stati; che il principio e la fine dell'ordinamento civile cercò in materiali interessi o in astratte argomentazioni; e a titolo di emancipare gli uomini, li sminuzzò in atomi, fra i quali non si mantiene la coesione se non mediante una pressura esterna.

Da qui la venerazione per la forza, espressa o brutalmente dai marescialli, dalle insurrezioni, dai duelli; o legalmente da quel meccanismo che ha per canone i decreti, per mezzo d'attuarli i soldati. Pertanto snervata l'autorità del padrefamiglia, intepidito l'ardore di cittadino, resi di spettanza pubblica tutti i servigi privati, nel Governo si concentrò ogni azione: anzichè limitarlo ad assistere al progresso sociale e a rimoverne gli ostacoli, ad esso si affidarono gli attributi più preziosi dell'umana individualità, ad esso il dar limosina ai poveri, tutela agli orfani, educazione e collocamento ai figliuoli, impiego ai capitali, ispirazione alle belle arti, norme al culto, misure alla morale; e migliore si giudicò quello che a maggiori atti interponesse i suoi regolamenti. Confidando non vi sia miglioramento che con decreti non si possa raggiungere, si fecero a profluvio ordinanze, e codici sempre nuovi, suppliti da quotidiani bullettini, e costituzioni improvvisate, corrette, mutate, abolite; e per applicar tutto ciò, un esercito d'impiegati irrazionale; e per francheggiarlo, un esercito irrazionale di militari; e in conseguenza enormi imposizioni e debiti divoranti; e per farli pagare, escussioni e carceri; cioè la forza.

Ma mentre tutto si esige dal Governo, si censura tutto ciò che il Governo fa; si onora la sistematica opposizione, quand'anche, priva del sentimento d'onore pe' suoi avversarj e per se medesima, riducasi affatto individuale, e scassini tutte le opinioni, nessuna ne assodi; quand'anche soltanto di abilità e di teorie, è creduta buona perchè suggerisce spedienti tanto facili quanto è il distruggere e il negare, tanto accetti quanto sono quelli che non subirono la prova della attuazione.

Rintronato dalla dottrina che i Governi possano tutto, qual meraviglia se il popolo li imputa di qualunque male succeda? I poveri stentano? le credenze vacillano? le famiglie si sfasciano? che più? intemperie e malattie guastano il paese? se ne accagiona il Governo; e odiandolo come maligno o disprezzandolo come inabile, si cerca abbatterlo per sostituirne un altro, che all'atto non compar migliore. Fallite le prove, sottentra lo scoraggiamento, e l'abbandonare fino i diritti meno contestabili; si piega senza nemmanco la dignità di mostrare che si obbedisce spontaneamente e per stima o persuasione.

Tutto ciò rende difficilissimo l'intendere il medioevo, che fu un irregolato sviluppo della personalità, senza le formole generali secondo cui sono disposte le classificazioni di quella pittura o aritmetica che s'intitola filosofia e statistica. I Governi, derivati dall'eguaglianza di molti capi riunitisi per la guerra sotto di un solo, primo tra i pari, non bastavano tampoco alla legittima difesa dei diritti individuali, ch'è la loro razionale attribuzione; e ciascuno, invece di aspettar tutto dalla società, esercitava intere le proprie facoltà. La classe preponderante si diede un sistema mirabilmente opportuno ad arrestare le migrazioni guerresche, da ottocento anni micidiali della civiltà, fissarle ai territorj, e provvedere alla difesa di questi senza il flagello degli eserciti stanziali: mentre gli antichi non conosceano che l'indipendenza dello Stato e della città, nel feudalismo si otteneva l'indipendenza de' singoli; le relazioni fra individui erano determinate da fede, speranza e carità comuni, e i doveri appoggiandosi soltanto su promesse, prendeano aria di lealtà; gli uomini, non tiranneggiati da opprimente accentrazione, si spingeano ciascuno individualmente alla ricerca del vero, all'attuazione del buono, in una libertà (come disse il Sismondi) che avea per iscopo la virtù, a differenza della moderna che ha per iscopo il ben essere; erranti ma originali, e con infinita varietà di centri e di modi.

Azione privata però non vuol dire isolata, e si concilia coll'associazione, anzi viemeglio quant'è più libera. La rivoluzione che da settant'anni sobbalza l'Europa, figliata da una filosofia che considera la società come un aggregato convenzionale di individui, predicò dai palchi la particolare indipendenza, la formale eguaglianza, il lasciar fare; e in conseguenza vituperò le istituzioni del medioevo, che quella scarmigliata attività aveano sottoposta a regole, mediante suddivisioni gerarchicamente coordinate, entro le quali ognuno operasse stabilmente, anzichè arrancarsi di continuo a sempre maggiore elevazione. Divenuto adulto quel ch'era bambino, si buttarono via le fascie; sta bene: ma insieme si sciolsero i legami benefici, si tolse ogni difesa togliendo ogni unione morale, e l'uomo ne' bisogni si trovò ridotto ai proprj espedienti, e in balìa della forza e della scaltrezza.

Di qui un sospettar reciproco, giacchè in ognuno si vede un emulo, un competitore; s'ignora che cosa pensi, perchè operi, come intenda. Paura e livore rimangono dunque i sentimenti più comuni; fiaccato il coraggio civile, spenta l'operosità interiore, si ha sempre bisogno d'appoggiarsi all'esterno, di cercar l'approvazione altrui. Quindi pertinacia, non costanza d'opinioni, e al chiacchericcio de' circoli, e alle arguzie de' begli spiriti far bersaglio le convinzioni profonde e chi soffriva per esse: quindi il dubbio, padre d'ipocrisia e d'inazione: quindi esitanza a dir ciò che si pensa, e meraviglia e quasi raccapriccio quando alcuno l'esprime senza le complimentose smozzicature: quindi il non procedere mai per slancio; sicchè fra molto intelletto e poca coscienza, il predominio rimane assicurato al ciarlatano, che, deposta ogni vergogna, urla più forte, nella certezza che nessuno oserà opporgli il senso comune, altra parola soggetto di scherni.

Coloro che scorgono questi mali traverso alla bassa adulazione di noi stessi, invocano un rimpasto della società, un organamento che nessuno sa quale sia, nessun vede donde verrà, ma certo non potrà venire dal vilipendio del passato; non da questo divorzio dell'anima dal corpo, degli interessi dall'incremento morale; non dal persuadersi che i fatti siano tutto, e nulla le credenze; non dal sottigliarsi a criticar la società, anzichè accingersi a migliorare gli individui.

A questo invece si dirigevano le istituzioni del medioevo, come fondate sui dogmi di Chi, per riformare il mondo, non sovvertì la società, anzi ne rispettò fin le patenti ingiustizie, ma le elise col far buoni coloro che doveano applicarle o subirle. A quel modo, poco a poco dalla forza passarono gli uomini civili a reggersi sulla fede, cioè sull'autorità; di cui era e depositaria ed espressione la Chiesa.

I pensatori d'oggi vogliono l'attualità, e dicono «A che serve rivangar il passato?» come chi credesse inutile d'un frutto studiar il fiore e la pianta e la radice. Il presente deriva dal medioevo, e molti mali e beni d'oggi vi nacquero; sicchè chi voglia progredire, noi potrà se non meditando seriamente sulle colpe e virtù passate, e cercandovi la morale eterna sotto la varietà de' contingenti.

Ora, chi voglia intendere il medioevo, non avrà mai troppo insistito sulla costituzione religiosa, che tra le infinite differenze, unica rimaneva costante, e dava un'unità, mancata ai tempi di dubbio accidioso e di arrogante oscillazione.

Nel politeismo, su cui il mondo erasi a lungo adagiato artisticamente, si svolse la splendida e armonica civiltà ellenica, trapiantata poi a Roma. Il cristianesimo gli diede il crollo; dopo tre secoli di battaglie e discussioni rimase trionfante: ma, nell'attuarsi nella società civile, si trovò impacciato da quei sostegni ch'egli stesso nella fanciullezza aveva invocati. Quando però l'imperio romano cadde, e seco tutto l'impianto gentilesco, la Chiesa, che nella fede e nella morale nuova riconciliava i barbari vittoriosi coi civili conquistati, si trovò incomparabilmente superiore a quelli per istruzione, per ordinata gerarchia, per moralità, per generali idee di giustizia e di rettitudine. I popoli nuovi aggradirono questa religione, la quale, non che richiedere sottilità d'argomentazioni e copia di dottrine, sottrae alla critica i dogmi cardinali; e su questi riposava lo spirito e si modellavano gli atti, mentre la ragione de' più colti esercitavasi nell'applicarli e nel trarne induzioni.

Questa religione attribuisce l'onnipotenza, la sapienza, la bontà unicamente a Dio; all'uomo il peccato e, punizione di esso, i mali che, mentre necessariamente circondano la vita, servono a prepararne una migliore. L'uomo dunque era un essere decaduto, cui la redenzione avea ravviato al bene coi precetti e con un modello divino, ma senza togliere l'originale disaccordo fra il conoscere e il volere; dato nuovi mezzi alla Grazia, ma senza abolire la concupiscenza: laonde ogni cura dovea drizzarsi a deprimere la materia col rialzare le facoltà morali, invigorir l'anima col mortificare la carne.

Sol quando, cessato di credere alla sua duplice unità, meramente al corpo badando, si proclamò l'uomo destinato alla felicità, ogni attenzione si limitò a farlo star bene, e accelerargli il paradiso quaggiù, non essendo certo se altrove vi sia.

Invece dunque dell'odierno interminabile lamentarsi, si faceano preghiere a Colui che solo può deviare i mali, ed espiazioni per non meritarli; maniere che alcuno direbbe inefficaci quanto le stizzose querele d'oggidì, se non vi si fosse aggiunta la carità per alleggerirli.

Di qui l'importanza de' sacerdoti e de' monaci, le cui preci e le penitenze, attesa la comunione de' fedeli, contribuivano a diminuire i castighi. Che se oggi in Europa quattro milioni di giovani baliosi sono condannati involontarj al celibato in mezzo a tristi esempj, armati, provocatori, ozianti, acciocchè siano pronti a volger l'armi più raffinate, non tanto a sterminio de' nemici, quanto a repressione de' sudditi; allora alquante migliaja di frati inermi si diffondevano tra il popolo, mangiando parte del suo pane, che retribuivano con conforti, benedizioni, assistenza; tanto operosi, che dissodarono mezza Europa, e ci tramandarono tutti i libri che ci restano dell'antichità; tanto amici del vulgo e vulgari essi stessi, che move gli stomachi dilicati il grossolano loro vestire e lo sparecchiato vivere; tanto obbligati alla virtù, che il mondo gli accusava di fingerla, e che metteansi in cronache e canzoni coloro che si mostrassero ghiotti e disonesti; pii così che si fanno caricature della loro santocchieria; così caritatevoli che si imputano d'aver fomentato l'ozio colle limosine, come si imputano perchè frenavano il popolo con rosarj e santini, invece della mitraglia e degli ergastoli.

De' tesori che oggi si profondono nell'esercito, allora si donava parte alla Chiesa, ed essa suppliva a quel tanto che oggi nel culto, nella beneficenza, nell'istruzione consumano i Governi; più lodati quanto più tolgono al cittadino di ciò che è suo, per dare gratuitamente servigi che esso forse non chiede. Monasteri e spedali erano gli edifizj meglio situati in campagna e meglio fabbricati in città; sicchè si potette poi adattarli a palazzi dei ministeri, a ville regie, a caserme, a carceri, a quell'altre necessità dell'odierno progresso.

Posta come importanza suprema la salute dell'anima, voleansi liberi i modi di conseguirla; e non si sarebbe tollerato che un re ordinasse in qual modo credere, quali culti adottare o respingere, a quali scuole mettersi, quali scienze e con quai libri e da quali maestri imparare. Tale persuasione deducevasi dall'infallibilità della Chiesa, la quale sentenziava come organo dello Spirito Santo, e in concilj composti del fior d'ogni nazione. E quelle sentenze non erano le transazioni di assemblee, mutabili dall'agosto all'ottobre; ma tali che il volger de' secoli e tanto incremento di cognizioni non vi cangiarono un punto di essenziale. Quella persuasione trascendeva sino all'intolleranza; e se unica era la verità, unica la via di giungere alla salute, pretendeasi dovessero tutti crederla e seguirla; e fin castighi corporali si inflissero a chi non volesse abjurare l'eresia. Vero è che allora l'intolleranza, persuasa profondamente, tormentava i corpi nella fiducia di salvar le anime; mentre in altri tempi l'intolleranza politica empì le carceri a mero vantaggio d'un uomo o d'un sistema, e per opinioni che, non solo in altri luoghi, ma in altri giorni menano alle ovazioni; e l'intolleranza scettica applica una pena ben più atroce, l'infamia a chiunque declina da opinioni, che ella stessa domani avrà barattato.

La Chiesa, oltre custode, dispensiera e interprete della verità, consideravasi anche depositaria del potere. Unica fonte di questo era Dio; laonde i principi non regnavano perchè figli di re: e se non bastava che nel proprio attuamento esterno ella si costituisse in una repubblica, dove nessun posto era ereditario, e il torzone poteva divenir pontefice, e nulla si risolveva se non in sinodi e concistorj, la Chiesa ungeva i re purchè giurassero ai popoli; cioè sanciva costituzioni, non fissate da una carta e garantite solo dalla forza, bensì fondate sovra la morale eterna e l'inconcusso evangelo. Con tal modo essa creò gli Stati, autorò i principi nuovi, benedisse alle leghe popolari, e consacrò le repubbliche; dava lo scettro ai re di Sicilia, come ai dogi l'anello di sposo del mare, non mettendo divario nelle forme, purchè restasse la libertà.

La società non rimaneva dunque abbandonata al fatale arbitrio delle potestà di fatto; nell'economia religiosa e sociale dell'umanità non eransi dispajati il legame intimo che nell'eternità stringe l'uomo a Dio mediante la coscienza, e il legame imperioso universale che nel tempo sottomette a un'autorità esteriore. Allora tutto era fede religiosa nelle cose soprannaturali, dove ora è fede politica nelle cose terrene: allora attribuivasi all'intelligenza e alla rivelazione l'infallibilità, che oggi passò alla forza e allo scettro; allora tutto riponevasi nella religione, oggi tutto nella dottrina, sino a ridurre la scienza del governo ad abilità, l'educazione a istruzione; sino a misurare la prosperità dalle maggiori spese del governo e l'incivilimento dal numero delle scuole; quand'anche a proporzione di queste aumentino i delinquenti, i pazzi, gli esposti, i suicidi.

In fondo a tutti i fatti v'è un mistero: l'origine loro, la loro destinazione; giacchè li vediamo andare, e non sappiamo perchè. Questo mistero allora rispettavasi, come il medico applica il chinino alle febbri senza sapere di queste o di quello l'essenza. Sottentrata poi l'indagine, più non si potè arrestarsi; che cos'è il papa? il re? la proprietà? la famiglia? perchè i comandanti e gli obbedienti? perchè i ricchi e i poveri? perchè il bene e il male?

Ne deriva la presunzione, la quale non solo beffa opinioni che più non sono le sue, ma non vuol tampoco dubitare che un giorno anche il suo senno possa venire chiamato a scrutinio da qualche futura infallibilità. Eppure, per poco che uno sia vissuto, dovrebbe ricordarsi quanto i giudizj nelle stesse materie e sulle identiche persone s'invertirono in questi otto anni[1], e perciò accettare i sentimenti d'altre età, almeno quale spiegazione di atti che altrimenti mancano di significato.

Al ferreo medioevo sottentrò un tempo che, per contrapposto, fu intitolato secol d'oro. Ma l'Italia quanto vi dovette patire, e fra quante vergogne abjettarsi, fin alla suprema di perdere la nazionalità! Certo il medioevo non subì papi quali Alessandro VI e Clemente VII; non abusi della vittoria così avvilenti come il sacco di Roma; non ribaldi così calcolanti come il Valentino; non maestri quali il Machiavelli; nè principi che violassero la morale non solo impunemente, ma quasi con vanto; nè leghe assassine come quella contro Venezia, nè paci sozze come quelle di Cambrai e di Castel Cambrese. Eppure si fa astrazione dai nomi del Medeghino, del Leyva, di Carlo V, per proporre all'invidia il secolo di Rafaello e dell'Ariosto. Perchè non fare altrettanto, non dico affine di encomiare, ma affine di conoscere il medioevo?

Anche il nostro secolo si presenterà all'avvenire co' suoi miliardi di debito e milioni di soldati, per attestare che unicamente la forza egli seppe surrogare a idee e ad istituzioni abbattute; coll'incertezza di tutte le opinioni; con un tarantismo di brame, di prove, di sforzi; colla smania del bene senza coscienza per discernerlo dal male; colla perpetua surrogazione dell'intelletto alla coscienza, del fatto al diritto; con quell'inettitudine alla carità, per cui fra la nazione più ricca di denari e d'istituzioni si vedono migliaja di poveri morire ogni anno di pura fame: per cui ai cuori impetuosi invasi dalla noja, esasperati dall'ingiustizia, non sa largire che lo scherno finchè vivi, e compassione dopo suicidi: per cui le inclinazioni perverse diede a punire alla polizia, invece di industriarsi a raddrizzarle, e moltiplicò tante prigioni quanti v'erano conventi, prigioni di condanna, di prevenzione, di correzione, fin d'osservazione, e birri e gendarmi e vigili e guardie e ferri duri e durissimi, e disopra di tutto il carnefice a tutelare la sicurezza pubblica e salvare la civiltà.

Eppure chi negherà i meravigliosi suoi avanzamenti? e non dico solo questa dominazione assicurata sopra il mondo fisico coll'applicazione di stupende scoperte; ma questo rispetto all'uomo, quest'acquisto di dignità, questa diffusione degli agi, delle dottrine, della ragione?

Pari tolleranza usiamola anche per trasformarci ne' tempi passati, quant'è necessario a intendere un diverso incivilimento. Certo l'età delle incalzantisi rivoluzioni a fatica comprenderà quella delle lente evoluzioni: ma ha torto di rinfacciarle solo gli sconci e il bene che non compì; guardar solo al lato triviale delle cose grandi e al debole delle potenti. Chi il Coliseo di Roma trovi rinfiancato d'informi contrafforti, li befferà o riproverà, se non rifletta che altrimenti la mirabil mole sarebbesi sfasciata. Cura perpetua della Chiesa fu il sostituire l'autorità alla forza. Se non riuscì a rintuzzar le spade, è sua la colpa? e la tacceremo di usurpatrice se in mano dei soli studiosi d'allora traeva i giudizj, strappandoli alle sanguinose e ladre dei baroni? Avendo a fare con uomini, e non potendo annichilare il passato, essa, sprovvista di forze materiali, si contentava di collocarvi accanto qualche cosa che il correggesse. Sussisteva la schiavitù? e la Chiesa istituisce le feste, in cui anche il servo riposi, e l'asilo dove rifugga, e lo riceve agli ordini monastici e agli ordini sacri, mediante i quali si pareggia al padrone, e può divenire capo del mondo. Le fiere pel santo, i mercati attorno al santuario, sono l'unico commercio possibile fra tante prepotenze. Le croci e i tabernacoli sui crocicchi offrono un ricovero al viandante contro alle intemperie e ai masnadieri, e gli servono d'indirizzo, come le lanterne che vi si accendono. Apre i monasteri agli sgomenti d'anime sfiduciate della propria forza, all'espansione di bisognose d'isolarsi col loro Creatore, all'indignazione di disingannate della felicità, alla violenza di inacerbite dalla nequizia, alla prostrazione di logorate d'ogni speranza.

Diversi i sentimenti, doveano essere diverse le scritture. Oltre mancare della carta e della stampa, non si aveano tanti ozj da mascherare coll'occupazione da tavolino, nè si credeva che il mondo potesse governarsi colla penna, quando non sapeano maneggiarla Teodorico, Carlomagno, Federico Barbarossa, personaggi sì grandi. Noi beffiamo la loro ignoranza delle scienze mondane; non potrebbero essi deridere la nostra ignoranza di teologia? noi credere che i nostri studj siano più utili; essi chiederci se v'ha cosa di maggior conto che la salute dell'anima? Pochissimi scriveano la storia, e questa per la congregazione, per la città, per la famiglia propria; noi, tutti politica, empiamo le gazzette colla nascita, la salute, i viaggi dei re, coi pensamenti de' magnati, coi preparativi di guerre, cogli affari altrui, con ciò che fanno, dovriano fare o avrebber dovuto fare i ministri e i re: allora si occupavano di ciò che al popolo concerneva; ad una carestia, ad un allagamento, a un'irruzione di cavallette davano l'importanza che noi oggi alla nomina d'un maresciallo o d'un consigliere; la fondazione d'un convento, cioè d'una repubblichetta nella quale ogni plebeo potea trovare asilo e virtù e primato, era tenuta in conto quanto oggi gli atti d'un'accademia e le conferenze di due plenipotenti: oscure virtù d'un benefico, penitenze d'un eremita, pie fondazioni, credeansi degne dello stile istorico, non meno che oggi le parlate che mai non furono dette, le descrizioni di battaglie non viste, e le teoriche umanitarie. Non dirò che que' cronisti avessero dottrina maggiore dei gazzettieri d'oggi: pure a quelli si ricorre con tanto frutto, quanto si disimpara da questi, perchè non proponeansi d'ingannare; e leggendoli si ha da indovinare cosa volessero dire quando oscuri, illusi o passionati, ma non supporre dicessero quel che non pensavano o sentivano.

Poi, parliamo di lettere e scienze? il poema nazionale d'Italia in quai tempi fu concepito? e il maggior filosofo suo e teologo a qual secolo diede il nome? e il libro più letto dopo la Bibbia quando fu composto? Parliamo di belle arti? il medioevo seppe creare un ordine nuovo; vanto conteso alla moderna sterilità. Parliamo d'opere pubbliche? basta girare gli occhi per vedere in ogni luogo coltivazione, canali, palazzi, cattedrali, dovuti a quei secoli. Parliamo di libertà del pensiero? non v'è opinione per avanzata, infino al comunismo, che non siasi dibattuta ne' concilj, i quali allora proferivano decisioni su dottrine, su cui in appresso si proferirono sentenze capitali; le fondamentali quistioni della filosofia e della teologia v'erano agitate con un'attualità piena di persuasione e di scienza: se non che ogni età ha le sue forme, nè è ancora dimostrato quali siano le migliori.

Che se gli stranieri, i quali ingrandirono coll'uscire dal medioevo, per nazionale pregiudizio lo avversano, pel pregiudizio stesso parrebbe dovesse prediligerlo l'Italia, la cui civiltà vi fu somma non solo, ma unica; «quando (dice lo straniero istorico delle nostre repubbliche) Tedeschi, Francesi, Inglesi, Spagnuoli aveano privilegi municipali, capi feudali, monarchi da dover difendere; ma soli gl'italiani avevano una patria, e lo sentivano; aveano rialzato la natura umana degradata, dando a tutti gli uomini dei diritti come uomini, e non come privilegiati; primi aveano studiato la teoria dei governi, e agli altri popoli offerto modelli d'istituzioni liberali; restituito al mondo la filosofia, l'eloquenza, la poesia, la storia, l'architettura, la pittura, la musica, facendosi istruttori dell'Europa; e a pena si potrebbe nominare una scienza, un'arte, una cognizione, di cui non abbiano insegnato gli elementi ai popoli che poi li sorpassarono: e quest'universalità di cognizioni avea raffinato l'ingegno, il gusto, le maniere; pulitezza che restò loro anche molto dopo ch'ebbero perduto tutti gli altri vantaggi, come l'eleganza e il garbo sopravvissero all'antica dignità che n'era Stato il fondamento».

La grandezza politica dell'Italia non equiparò i vantaggi che essa recò all'incivilimento del mondo, nè i grandi suoi ingegni maturarono frutti politici: ma non sono prediletto tema a declamazioni sentimentali Genova e Venezia, capolavori del medioevo? E se strazj sì lunghi e variati non hanno ancora gittato la patria nostra nell'avvilimento, è dovuto forse più ch'altro agli avanzi delle istituzioni del medioevo e al sistema comunale; e quando essa testè si eresse tutta insieme ad una sublime aspirazione, il fece evocando le idee e le forme del medioevo.

Se non che la quistione restò fra noi complicata dal principato terreno, che la Chiesa assunse, non già per essenza sua, ma condottavi da contingenze deplorabili; e quando, soccombendo dappertutto le repubbliche ai principati, anch'essa più non potè appoggiarsi a' popoli, e dovette cercar posto fra i re, allora le toccò la sua parte dell'odio serbato ai Governi; e vi fu chi ebbe l'arte d'inasprirlo per distornarlo da altri oggetti: rimase esposta all'esagerazione di opposti partiti; e grandi scrittori d'Italia si chiarirono avversi, non tanto ad essa, quanto ad alcun papa: e in conseguenza, da Dante, dal Petrarca, dal Machiavelli si attinse colla prima educazione avversione e disprezzo pei papi; la turba pedissequa fece eco: oggi stesso i dettatori ci intimano che bisogna pensare coi nostri classici. Vero modo di progredire! Ma quelli almeno erano leali, e ci presentano gli errori col contorno delle virtù: poi, altrettanti scrittori nostri diverso giudizio portarono sui poteri in contrasto, o almeno spogli da quell'acrimonia esotica contro ciò che avea formato la grandezza del nostro paese, e che ancora gli dava l'unico primato lasciatogli dal trionfo di coloro, per cui campeggiavano i sostenitori della libertà del principato.

E dell'Italia specialmente crediamo rimanga inintelligibile e sterile la storia quando la si guardi come una nazione unica, guidata dai principi, i quali la lasciano occuparsi regolarmente de' mestieri e delle lettere. Questo tipo, acconcio a popoli la cui vita consiste nella vita dei loro re, manca di verità fra noi: il che, se nuoce alla compagine artistica, schiude però uno spettacolo più vario ed animato a chi sappia elevarsi fin là, dove si può non solo abbracciare il movimento politico e le operazioni materiali, ma esaminare sentimenti e raziocinj, lo sviluppo poetico e religioso insieme col teorico, collo scientifico e coll'industriale, unificando sentimenti, dottrina, attività.

E noi, con questo discorso che non a tutti parrà fuor di proposito, vogliamo soltanto inferire che importa osservare il medioevo, non con irriflessivo dileggio o cieca venerazione, ma con meditabonda serietà; non con iraconda preoccupazione, ma con amorevole coscienza; non con santocchieria angustiante, ma con franca e larga indagine; riferendosi all'opportunità de' tempi, anzichè misurare tutto col metro odierno; non repudiando il bene per gl'inconvenienti che l'accompagnano; non rampognando un buon fatto perchè poteva esser migliore, a somiglianza di que' frivoli che accusano i monaci d'avere distrutto alcuni libri antichi, senza tener conto che tutti quelli che abbiamo ci furono conservati da essi.

I lettori vulgari, incapaci di altro vero fuor quello che corre pei caffè o sui giornali, e che s'impennano ad ogni coraggiosa manifestazione di un ponderato sentimento, ci apporranno alcuno di que' nomi, che sono condanne codarde e stolte perchè vaghe e quindi irreparabili; e il meno sarà il dire che noi ribramiamo le istituzioni del medioevo. Spiegare non è lodare, e noi abbiamo detto e ripetuto che non se n'ha nulla a desiderare, forse poco ad imitare, ma moltissimo ad apprendere; e non poco anche a dilettarsi, se il vedere uomini operanti ciascuno coll'attività propria, obbedienti ma per devozione, soffrenti ma per propria colpa e come un'espiazione, alletta più che non il volteggiare d'una coorte al comando d'un colonnello; o il compassato procedere d'una società di pupilli e di petizionanti, o il forbottarsi d'una caterva di scrittori, intenti a illudersi, a piacersi, a stracciarsi a vicenda.

Attruppandoci con cotesti, ci saremmo potuti ripromettere morbidi trionfi: eppure sin nel fervore della gioventù preferimmo affrontare pregiudizj, allora profondamente radicati; molti brani sanguinosi lasciammo a quelle spine, ma forse alcune ne strappammo. L'aggravata età e la sbaldanzita esperienza non ci fan pentire di quel sentiero, e lo ricalcheremo come italiani, come cattolici, come indipendenti, che sottomettendosi ai supremi dogmi sociali e morali, respingono il despotismo e uffiziale e vulgare; disposti ai medesimi patimenti, e confidando non sieno indarno.

Perocchè, lontani dal fare idillj del medioevo italiano, nessuna delle piaghe sue dissimuleremo, procurando riescano a scuola ed emenda de' presenti; se non altro, chiariremo che la felicità vagheggiata non si godette in nessun tempo; che il carattere di sapienza, di accordo, di bellezza, cui il mondo aspira, e la convivenza amorevole, regolata, robusta, non sono a cercar nel passato; che, se è progresso il crescere in dose e l'estendersi in ispazio la libertà e la dignità dell'uomo, si progredì sempre verso il meglio; che, essendo legge della società e di tutto ciò che ad essa appartiene, il passare per successioni e rinnovazioni continue, il medioevo fu il valico da un passato non più possibile a un avvenire non possibile ancora, onde riteneva moltissimi vizj di quello, di questo non possedeva ancora le virtù; che, in quella serie di emancipazioni lente, tergiversate, dolorose, è di conforto efficace il contemplar la fatica de' padri; che l'età nostra è dunque migliore delle passate, ma sarà superata dalle future: dal che trarremo pazienza a sopportare i mali inevitabili, fiducia nel credere al meglio, perseveranza a cooperare coi nostri fratelli per ottenerlo.

CAPITOLO LIX. Odoacre. Teodorico goto. Ultimo fiore delle lettere latine con Cassiodoro e Boezio.

Fin qui parlando dell'Italia parlavamo del mondo intero civile, di cui essa era il capo: ora il cessare dell'impero d'Occidente lascia Costantinopoli alla testa dell'antica civiltà romana. L'impero non avea cangiato d'essenza, e conservava le leggi, la gerarchia, lo spirito, il nome; solo perdeva sempre maggior numero di provincie, concentrava a Costantinopoli l'amministrazione dell'altre. L'Italia però non solo cessava d'esser capo degli altri paesi, giacchè, a tacere i più remoti, di là dell'Alpi Marittime dominavano i Visigoti nella Gallia meridionale e fin nella Spagna; di là dalle Cozie e nella Savoja s'erano assisi i Borgognoni; i Franchi nella restante Gallia; gli Alemanni nella bassa Germania: ma perdeva anche l'indipendenza, e come campo indifeso, i Barbari, vogliosi di bottino, d'imprese, di patria più fortunata, venivano a correrla, spogliarla, conquistarla, lasciandola poi per altre prede, sinchè alcuni vi fermarono stanza.

Tutta Germania, cioè dall'Adriatico al Baltico e dalle foci del Reno a quelle del Danubio, era in movimento: per vendetta o per amor di conquista, di guadagno, d'imprese, i capibanda menavano di qua di là i loro fedeli, senz'altro sentimento che della propria forza, abbattendo le istituzioni ammirate, non provvedendo a sostituirne: i vanti della maestà romana, le finezze dell'amministrazione soccombevano: solo coloni e schiavi proseguivano in egual modo le fatiche, poco badando per qual padrone sudassero; e i sacerdoti, pregando, istruendo, mitigando, mostravano il flagello di Dio nella caduta del passato, e procuravano ammansare i nuovi oppressori.

Uno di questi apostoli della carità abitava presso Vienna sul Danubio, venerato per santità dai paesani, visitato da personaggi; e la cortesia de' suoi modi e la purezza del parlare latino il facevano supporre di buona nascita, quantunque e' lo celasse. Lo chiamavano Severino, e pareva che Dio ve l'avesse collocato a edificazione degli invasori che per di là irrompevano sull'Italia; molti ne convertì, altri ammansò; schermì i fedeli, consolò i desolati. Quando Odoacre menava bande ragunaticcie a difesa degl'imbelli successori di Costantino, passando da quelle parti volle vedere quel pio, e modestamente in arnese entrò nella cella di lui, così bassa, che dovette star chino. L'anacoreta, ragionatogli d'iddio e dell'anima, — Tu passi in Italia (soggiunse) vestito di povere lane; ma poco andrà che sarai arbitro delle più elevate fortune[2].

Questa leggenda sul limitare de' nuovi tempi sia un preludio delle molte che v'incontreremo; potendo lo scettico deridere e il critico repudiare, ma non lo storico tacere fatti, che dai contemporanei furono creduti, e di cui sentiremo l'efficacia, il più delle volte benefica. Chi conosce la potenza delle anime dolci e meditabonde sopra i caratteri vigorosi, esiterà a credere che le parole del pio romito di Vienna abbiano mitigato il feroce Odoacre, e risparmiato qualche dolore ai nostri padri?

Col suo valore e con quest'augurio venne Odoacre a procacciar sua ventura in Italia; e senz'altro che voltare contro degl'imperatori le armi da questi assoldate, dissipò quella scena dove si riproduceano le immagini e le denominazioni antiche, combinate coi dolori presenti e colla fantasia di nuovi. Perocchè già era un pezzo che l'Impero veniva preseduto da Barbari; anche soppresso il titolo supremo, non tralasciò di raccogliersi il senato, rappresentanza civile sotto a quella militare; si nominavano i consoli; nessun magistrato regio o municipale fu spostato; il prefetto del pretorio continuò co' suoi dipendenti ad amministrare l'Italia e riscuoterne i tributi: Odoacre potea dirsi uno de' tanti, che stranieri occuparono il trono di Roma: se non che nè imperatore intitolossi, nè forse re[3]: non pretese primazia sugli altri regni; anzi lasciava qui proclamare le leggi emanate dall'imperatore d'Oriente, dal quale invocò invano il titolo di patrizio d'Italia.

Rimase dunque come un esercito in mezzo a un popolo civile; come uno di que' governi militari, di cui neppure a tempi più civili mancò la ruina. Colla labarda propria e de' venderecci compagni schermì Italia da nuovi invasori: per assodare la propria autorità e punire gli assassini di Giulio Nepote, sottomise la Dalmazia: per mantenere libera comunicazione fra l'Italia e l'Illiria osteggiò i Rugi, piantati sul Danubio ove ora dicesi Austria e Moravia; e abbandonando quelle terre a chi le volesse, menò prigioniero in Italia Feleteo, ultimo re loro, e molta gente. Ad Eurico, re de' Visigoti, confermò la porzione di Gallia che aveva occupata sotto Giulio Nepote, aggiungendovi l'Alvernia e la Provenza meridionale; e strinse alleanza con lui e con Unnerico re de' Vandali, da cui ottenne la Sicilia mediante annuo tributo. Tuttochè ariano, rispettò i vescovi e sacerdoti cattolici, vietò al clero di vendere i beni, acciocchè la divozione dei fedeli non fosse messa a nuovo contributo per riprovvedernelo. Ma era un conquistatore; e guai ai vinti! Già prima, scarsissima cura adoperavasi ai campi, sì per la sterminata ampiezza dei possessi, sì perchè le largizioni imperiali mettevano sui mercati il grano ad un prezzo, col quale non poteva concorrere l'industria privata: e al modo che usa ancora nella campagna di Roma, su gl'immensi poderi lasciati sodi educavansi branchi di pecore, a guardia di pochi schiavi. Gl'invasori, rubando questi e quelle, lasciavano deserto e fame; nelle regioni più fiorenti a pena si scontravano uomini[4]; la plebe, avvezza a vivere coi donativi del pubblico o dei patroni, periti questi, dismessi quelli, basiva in lunga inedia o migrava.

Odoacre spartì un terzo dei terreni a' suoi seguaci; ma non che ripopolassero il paese e coltivassero le sodaglie, come alcuno sognò, avranno da prepotenti snidato i nostri. Nè gl'italiani potevano quetarsi al nuovo stato, come si fa ad una stabile miseria: giacchè, mancando ogni accordo nazionale, e reggendosi unicamente sulla forza, poteano prevedere che poco durerebbe quel dominio, e che a nuovi Barbari frutterebbero i terreni che si disselvatichissero.

E così fu. Perocchè i Greci non si rassegnavano a perdere quest'Italia, culla dell'impero; e mentre aveano fatto sì poco per conservarla, adesso la sommoveano con brighe secrete o aperte guerre, che le toglievano pace senza darle libertà. L'Impero col restringersi era cresciuto di forza, e in Oriente non si trovava esposto all'arbitrio soldatesco come già l'occidentale: non turbato da memorie repubblicane, o da ambizioni di famiglie antiche, o dall'opposizione d'un clero robusto, nè d'un senato memore d'antica potenza, nè da ordinamenti municipali; ma costituito in regolare dominio, e con una metropoli ben munita e stupendamente collocata, poteva godere quella quiete del despotismo, ch'è il ristoro, sebbene infelicissimo, delle nazioni corrotte.

Ma di rimpatto lo agitavano dentro, sia intrighi di palazzo, sia il farnetico delle dispute religiose, nelle quali parteggiavano gli stessi imperatori or favorendo, or anche inventando eresie, e per esse trascurando gli affari. Il popolo di Costantinopoli, tra garriti teologici, tra le chiassose gare pei combattenti del circo, tra le frivolezze d'un lusso spendiosissimo, abbandonava ogni esercizio d'armi, sicchè bisognava affidar la difesa a capitani barbari, i quali, profittando della disciplina, ultimo merito che perdessero gli eserciti romani, prevalevano agli altri Barbari osteggianti l'Impero.

Tra quei capitani, serviva all'imperatore Zenone l'ostrogoto Teodorico, discendente in decimo grado da Augis, uno degli Ansi o semidei de' Goti. Questa nazione, recuperata l'indipendenza al cadere di Attila, e piantatasi nella Pannonia, promise pace all'Impero, purchè le tributasse trecento libbre d'oro. Siccome statico fu dato Teodorico, giovane figlio del re Teodemiro, il quale crebbe in Costantinopoli alternando gli esercizj di corpo proprj della sua gente colla conversazione colta de' Greci, e in quel centro del mondo civile affinò lo spirito nelle arti del governare e negli scaltrimenti della politica. Succeduto al padre (475), gli fu dall'imperatore assegnata la Dacia Ripense e la Mesia inferiore, acciocchè vi collocasse i suoi Ostrogoti in posto da potere più facilmente accorrere in ajuto dell'Impero. Di fatto Teodorico li menò contro i nemici interni ed esterni dell'imperatore, il quale gli prodigò i gradi di patrizio e di console, statua equestre, nome di figlio, capitananza de' soldati palatini, migliaja di libbre d'oro e d'argento, e gli promise una moglie di puro sangue e di laute ricchezze.

Sintomi di paura più che d'affetto; e come avviene di cotesti liberatori militari, Teodorico divenne minaccioso all'Impero che difendeva, e l'obbligò a vergognose concessioni. Ma più alto levava egli le mire; e volendo terger la taccia appostagli dai compatrioti, di piacersi soverchiamente negli ozj cortigiani, si presentò a Zenone (486), e — L'Italia e Roma, retaggio vostro, giaciono preda del barbaro Odoacre. Consentite ch'io vada a snidarnelo. O cadremo nell'impresa, e voi resterete sollevato dal nostro peso; o ci riuscirà, e mi lascerete governar quella parte che avrò al vostro imperio recuperata».

Qual partito meglio di questo potea piacere a Zenone? All'annunzio d'un'impresa diretta da tal capitano, accorsero in folla gli Ostrogoti, che nel colmo della vernata, con bestiami, salmerie, mulini da macinare, con donne, vecchi, fanciulli, impaccio per la guerra, eppur necessarj a chi cercava non una conquista ma una patria[5], per settecento miglia si volsero all'alpi Giulie, pretessendo alla loro invasione il nome romano. Quanti avanzi di altre orde scontravano per via, gli arrolavano seco, come una valanga che rotolando ingrossa; e tal turba formavano, che nell'Epiro in una sola azione perdettero duemila carri.

Odoacre tentò sviare quella piena sollecitando contr'essa Bulgari, Gepidi, Sarmati, accampati fra i deserti della già popolosa Dacia; indi alle ultime spiagge dell'Adriatico la affrontò: ma benchè prevalesse di numero, e comandasse a molti re (490), fu battuto sull'Isonzo presso le rovine d'Aquileja. Allora dall'Alpi accorsero i Borgognoni, non per alleanza o nimistà, ma per rubare, e assediarono Teodorico in Pavia: egli chiamò di Gallia i Visigoti, e liberato per opera loro, scese a giornata risolutiva con Odoacre nel piano di Verona. L'eroe ostrogoto si era fatto dalla madre e dalla sorella ornare con ricche vesti, di lor mano tessute: mescolata la battaglia, già i Goti disordinavansi in fuga, quando essa madre, affrontandoli e rimbrottandone la viltà, li spinse alla riscossa e alla vittoria. Odoacre cercò un ultimo scampo in Ravenna, inespugnabile pel mare e per le fortificazioni, e donde, col favore del popolo o de' malcontenti, sbucò più volte a mettere a nuovo repentaglio la fortuna del vincitore, che alfine accampato nella Pineta, strinse Ravenna d'assedio. Durati per tre anni tutti gli orrori della fame, Odoacre, per interposto del vescovo, patteggiò, salva la vita e diviso il comando: ma poscia alquanti mesi, Teodorico mentì la parola (493), e a mensa ospitale l'uccise, fe scannare i mercenarj che avevano abbattuto il trono d'Augustolo, e, al solito, accusò il tradito di tradimento.

Alla fortuna di lui si sottomise Italia dall'Alpi allo Stretto; vandali ambasciatori gli rassegnarono la Sicilia; popolo e senato l'accolsero qual liberatore — consueta lusinga degli Italiani.

L'ambigua convenzione coll'imperatore lasciava dubbio se Teodorico avesse a tenere il bel paese come vassallo o come alleato. Mandò a richiedere le gioje della corona che Odoacre avea spedite a Costantinopoli; e Anastasio, nuovo imperatore, concedendole, parve investirlo del regno. Ma se l'ambizione imperiale lo poteva considerare come luogotenente, egli sentivasi padrone, e da padrone reggeva l'Italia. Però sulle prime volle tenersi amici gl'imperatori onorandoli di epigrafi, lasciando l'impronta loro sulle monete, e scriveva a questi: — Nello Stato vostro appresi come governare i Romani con giustizia; non durino separati i due imperi; una volta uniti, eguale volontà, egual pensiero li governi»[6]. Ma Anastasio s'accorse che erano mostre, e che l'Italia era perduta per l'Impero: laonde a osteggiare Teodorico spedì nella Dacia il prode Sabiniano con diecimila Romani e molti Bulgari; e poichè li vide sbaragliati in riva al Margo, indispettito mandò ducento navi e ottomila uomini che saccheggiarono le coste di Puglia e di Calabria; e rovinato Taranto e il commercio, superbi di indecorosa vittoria, recarono piratesche spoglie al despoto di Bisanzio. Teodorico con mille legni sottili tolse agl'imperatori la voglia di più molestarlo; eppure non negò loro il titolo di padre e fin di sovrano[7], consentiva ad Anastasio la preminenza che egli stesso esigeva dagli altri re, e di concerto con esso eleggeva il console per l'Occidente, come costumavasi durante l'Impero.

I Rugi, gente fierissima, ai quali avea dato a custodire Pavia mentr'egli osteggiava Odoacre, furono ammansati dal santo vescovo Epifanio: ma poi Federico lor re si avversò a Teodorico, e ne restò disfatto e morto. Duranti quelle guerre stesse i Borgognoni aveano devastato ancora la Liguria (sotto il qual nome van pure il Piemonte, il Monferrato, il Milanese), moltissimi abitanti menandone prigioni di là dall'Alpi, lasciando le campagne spopolate.

Teodorico in prospere guerre estese il dominio anche sulla Rezia, il Norico, la Dalmazia, la Pannonia; ebbe tributarj i Bavari, in protezione gli Alemanni; domò i Gepidi, piantatisi fra le ruine del Sirmio; dispose in opportune colonie Svevi, Eruli ed altri che chiesero di vivere sotto le sue leggi; e come tutore del nipote regolando i Visigoti di Spagna, ebbe riunite, dopo separazione lunghissima, le due frazioni dei Goti, che così dai monti Macedoni fin a Gibilterra, dalla Sicilia fin al Danubio occupavano i migliori paesi dell'antico impero occidentale.

I principi circostanti avevano tremato pei recenti lor regni; ma quando videro Teodorico frenare la propria ambizione, e nella vigoria della giovinezza riporre la spada vincitrice, tolsero a guardarlo con fiduciale rispetto, e cercarne l'amicizia e la parentela; e ad insinuazione di lui presero qualche modo di pacifico e civile ordinamento. Egli mandò donativi ai re Franchi; da altri ricevette cavalli ed armi: un principe scandinavo spodestato a lui rifuggiva, e fin gli estremi Estonj gli tributavano l'ambra del Baltico.

Quanto all'Italia, Teodorico cominciò il regno come gli altri Barbari, col dividere a' suoi un terzo dei terreni conquistati, sopra i quali si stanziarono con titoli d'ospiti e con fatti da padroni. Aveva decretato la cittadinanza romana, vale a dire la piena libertà a quelli che l'avevano favorito nella conquista; mentre ai fedeli ad Odoacre tolse di poter testare nè disporre dei loro beni. Epifanio, vescovo di Pavia, si condusse intercessore per questi a Ravenna, con Lorenzo, vescovo di Milano; e Teodorico gli esaudì, solo alcuni capi eccettuando; poi disse ad Epifanio: — Vedete in che desolazione giace l'Italia, spopolata dai Borgognoni. Io voglio riscattarli; nè trovo vescovo più atto a ciò. Andate, ed avrete il denaro occorrente».

Epifanio dunque, con Vittore vescovo di Torino, fu a Lione, e da Gundebaldo re ottenne il rilascio de' prigionieri, pagando riscatto sol per quelli presi colle armi. Al fausto annunzio della liberazione, per tutta Gallia si commossero i tanti soffrenti; quattrocento in un giorno partirono da Lione; seimila furono restituiti senza riscatto; Godegisilo, re di Ginevra, concesse altrettanto ad Ennodio; la carità de' Galli sovveniva alla povertà italiana; e il papa ebbe a ringraziare i vescovi di Lione e d'Arles pe' sussidj da loro mandati in Italia: Epifanio ripassò le Alpi nel più bello e più inusato trionfo, non conducendo schiavi, come soleano i re, ma gente da lui redenta; e accolto dappertutto fra benedizioni, coronò l'opera coll'impetrare che Teodorico ripristinasse i tornati nei beni perduti[8]. A quest'uopo traversava il Po, allora impaludato in estesissimo letto, e obbligato a giacersi la notte fra quelle pestifere esalazioni, fu preso da gravissima malattia; oppresso dalla quale si presentò a Teodorico, e ottenuta la grazia, volle rivedere il suo gregge, fra il quale appena giunto, morì.

Ma gl'italiani come stavano sotto Teodorico? Il popolo risponde, Pessimamente, e nel nome di Goto compendia ogni barbarie, ogni ignoranza, ogni avvilimento della vita e del pensiero. I dotti vollero figurarlo principe desiderabile anche all'età nostra, e il regno suo un de' più giocondi o dei meno dolorosi all'Italia. Opinioni entrambe eccessive. I meriti di Teodorico sono esaltati nel panegirico che Ennodio recitò in presenza di lui per ringraziarlo o mansuefarlo; e nelle lettere di Cassiodoro, che, a nome di esso, con barbara eleganza stese decreti pomposi, magnificando il principe, e il bello ubbidirgli, e il fiore ch'e' recava ai sudditi, e la grata benevolenza di questi. Fonti sospette.

Merito suo certo è l'avere procurato alla penisola trentatre anni di pace, gran ristoro anche sotto tristo reggimento: ma non sa di storia chi si figura che i Goti od altri Barbari accettassero come pari la gente italiana. Lingua, consuetudini, credenze, li teneano distinti: il Goto, tutt'armi, insultava le oziose scuole letterarie; di rimpatto l'imbelle Romano, nel misero orgoglio del tempo passato, intitolava barbaro il suo padrone: e sebbene questi adottasse alcun uso del vinto e professasse desiderio di fondersi insieme[9], al fatto repugnava l'indole di quei governi. Che se la storia degnasse guardare ai vinti, registrato avrebbe le sanguinose proteste che fecero a volta a volta contro i conquistatori[10]. I tributi furono conservati quali sotto i Romani, cioè enormi, ed occasione d'abuso ai magistrati: v'erano soggetti al pari i terreni de' Romani e de' Goti, neppure eccettuati quelli del re. L'amministrazione municipale restò ai natii, ma il re nominava i decurioni; magistrati paesani che giudicavano dei loro concittadini, curavano la polizia, compartivano e riscotevano le imposizioni, dal prefetto del pretorio assegnate a ciascuna comunità[11]. Sette consolari, tre correttori, cinque presidi reggevano le quindici regioni d'Italia, colle forme della romana giurisdizione: un duca fu posto alle provincie di confine, ch'erano state munite contro nuovi attacchi.

I Romani in materie civili appellavansi al vicario di Roma, e al prefetto della città nelle otto provincie della bassa Italia, dai quali davasi ancora appello al prefetto del pretorio, e da ultimo al re in persona: viluppo di brighe e di spese.

Conserviamo una serie di brevetti di nomina (formulæ), ove a ciascun eletto si spiegano gli uffizj suoi, esortandolo a ben adempirli; ma la luce che ne potremmo derivare è adombrata dai fiori retorici di Cassiodoro che li stese: bastano però ad attestare che brevi duravano gl'impieghi, e dagli alti si passava agli inferiori, con iscapito della buona amministrazione.

Unico legislatore sembra il re, senza le assemblee nazionali, comuni fra i Germanici. Un consiglio di Stato sedente a Ravenna discuteva gli atti di suprema autorità, che poi erano comunicati al senato di Roma. Questo corpo degenere poteva invanirsi allorchè il re gli mandava i suoi decreti, compilati in forma di senatoconsulti, e gli scriveva: — Auguriamo che il genio della libertà riguardi, o padri coscritti, la vostra assemblea con occhio benevolo»; ma in effetto non gli rimaneva che a far complimenti e a dire di sì.

Ma dove i precedenti conquistatori aveano portato solo ira e distruzione, poi n'erano fuggiti, quasi spaventati dal fantasma dell'Impero che avevano assassinato, Teodorico vide poter assumere uffizio più glorioso e piacente, e farsi considerar successore degli Augusti, conservando gli ordini antichi, e cercando introdurli fra la sua gente. A tal uopo non potea che valersi di nostrali, ed ebbe il senno e la fortuna di sceglier bene, e il merito di non temer gl'ingegni superiori. A Laberio conferì la prefettura del pretorio, malgrado la fedeltà mostrata verso Odoacre; tenne amico Simmaco, grande erudito pel suo tempo; Cassiodoro e Boezio, ultimi scrittori romani, posti in grandissimo stato, contribuirono non poco a mascherare il regno di un Barbaro agli occhi dei contemporanei e dei posteri.

Costoro opera fu l'Editto che Teodorico pubblicò, per rimediare alle moltissime querele arrivategli contro coloro che nelle provincie conculcavano le leggi. Fondasi esso sulla ragione romana, sottoponendo a questa anche i suoi Goti, nell'intento di dilatare fra loro la civiltà latina, di cui conosceva il pregio, senza però ridurli a dividere con altri il privilegio dell'armi e quei che ne erano conseguenti: che se le nuove disposizioni obbligavano tutti, sussisteva però il diritto di ciascuna nazione, i Goti col gotico, col romano i Romani regolandosi, eccetto i casi distintamente indicati. In fatto quelle leggi versano quasi solo su ragione criminale, negligendo la civile: lo che non potrebbe ragionevolmente imputarsi a trascuranza in governo ordinato com'era quello di Teodorico, ma sì all'aver egli imposto norme a ciò che direttamente concerneva lo Stato, senza intromettersi del diritto privato de' due popoli[12]. Nel poco che riguardano il civile sono dedotte principalmente dalle Sentenze di Paolo, manuale pratico di quei tempi: se non che il compilatore parlando in voce propria, trasforma e sfigura i passi, e nell'arbitraria distribuzione li distrae dal vero significato. Ai cencinquantaquattro paragrafi, dodici ne soggiunse poi Atalarico, criminali e di procedura. Notevole cosa, che la peggiore raccolta di leggi romane sotto i Barbari siasi fatta in Italia.

Traverso all'ambizioso moralizzare del legislatore e alle declamazioni di Cassiodoro trapela come il rispetto alle leggi romane fosse o una maschera del conquistatore, o patriotica illusione del compilatore: del resto si riducono a istantanee provvigioni, indicanti il buon volere del re, non attitudine o potenza di farle eseguire, non concetti generali, non larghi intenti. Comanda giustizia pronta non precipitosa, senza badare a grado o nascita de' contendenti; esecra i rapportatori e le migliaja di curiosi[13], de' quali valevansi gl'imperatori piuttosto a turbar la pace privata codiando gli andamenti, che a tutelare la pubblica sicurezza; desidera il popolo agiato, nutrito nelle carestie. Diresti il regno della felicità: ma la storia ci fa vedere come a spie desse fede Teodorico, sino a danno de' suoi più cari; trovasse ragione di crescere i tributi la migliorata agricoltura, punendo così l'industria[14]; i deboli fossero costretti invocare contro dei prepotenti il braccio militare de' Sajoni; l'avarizia dei magistrati e il favore corrompessero la giustizia; considerati come delitti frequenti, e perciò minacciati con nuove pene, l'invasione violenta, l'omicidio, l'adulterio, la poligamia, il concubinato, la frode di rescritti surrettizj, le donazioni estorte con minaccie, il perpetuarsi delle liti per sempre nuove appellazioni[15]. Un anonimo contemporaneo asserisce che poteansi lasciar dischiuse le porte, e denaro ne' campi: ma le lettere stesse di Cassiodoro rivelano e violenze e furti non radi; — buon avvertimento a riscontrare le lodi dei principi coi fatti.

Trai delitti, la fellonia è punita di morte e confisca; il caporibelli e il calunniatore, bruciati vivi; morte a maghi, a Pagani, a violatori delle tombe, a rapitori di donna o fanciulla libera, al falsificatore di carte o di pesi, al giudice venale, all'involatore di bestie; bandito chi abusa dell'autorità o depone il falso; l'accusatore si esponga a sostener la pena che sarebbe tocca al reo, se questo si scolpi. Ma ai Goti non era consueto il guidrigildo, cioè lo scontar i delitti a denaro, e l'omicidio punivasi con pene corporali al modo romano: il che dovea fare men dura la sorte dei vinti, perchè meno sproporzionata.

Salvo queste disposizioni comuni, i Goti conservavansi superiori e distinti dai Romani, sottoposti a un grafione o conte che, al modo germanico, in guerra li capitanava, in pace decideva dei loro litigi; associandosi un giurisperito romano qualora con un Romano si discutesse[16].

Durava dunque l'organamento antico, ma vi sovrastava un governo militare, siccome ne' paesi che ora si pongono in istato d'assedio. Soli Goti portavano le armi; e Teodorico ne congratula i Romani come d'un bel privilegio, mentre era un sospettoso disarmo dei nostri, e una consuetudine generale de' Barbari, il cui nome stesso nazionale (Germano vale uom di guerra) indicava che la pienezza dei diritti spettava solo all'armato. Nel dolce clima d'Italia moltiplicaronsi i Goti a segno, da poter fra breve mettere in piedi ducentomila guerrieri, obbligati a servigio non per soldo, ma per le terre ad essi distribuite. E la penisola perseverava su piede di guerra; e al primo bando accorrevano i Goti per far guardia al re, presidiare la frontiera o marciar contro i nemici, provvisti d'arme e vettovaglie dal prefetto al pretorio. Anche di buona marina fu munita la costa, comprando abeti da tutt'Italia e massime dalle boscose rive del Po, sgombri dalle fratte pescatorie il Mincio, l'Oglio, il Serchio, l'Arno, il Tevere, perchè ne scendessero il legname e le barche[17].

Senza credere che il nome di Goti significhi buoni[18], alcuni fatti attestano la vigorosa loro disciplina, non esigua virtù in bande armate. Allorchè Teodorico vinse i Greci al Margo, nessuno de' suoi stese un dito alle ricche spoglie dei vinti, perchè egli non diede il segno del saccheggio. Più tardi Totila, presa Napoli, non solo la campò dalle violenze che il feroce diritto della guerra consente fin alle genti civili, ma fece distribuire agli assediati il vitto in misura, che non nocesse dopo il lungo digiuno[19]. La lingua gotica era già stata scritta, se non altro per tradurre i Vangeli, ma non era coltivata; e in latino pubblicavansi le leggi e le epistole, valendosi di segretarj romani, e lasciando che i legati spiegassero la cosa nel vulgare natìo[20]. Teodorico medesimo non sapea sottoscrivere se non scorrendo colla penna negli incavi di una lastrina d'oro: eppure dilettavasi di ragionamenti istruttivi[21], fece attentamente educare le sue figliuole, e volle anche favorire le lettere e le arti. Ma qui, come nel resto, appare il contrasto fra le abitudini nazionali e il proposito d'imitazione; perocchè egli interdisse ai Goti gli studj come corruttori, mentre li promoveva fra i Romani.

Aurelio Cassiodoro, nato a Scillace di famiglia benemerita, conte delle cose private e delle sacre largizioni di Odoacre, indi segretario di Teodorico, a nome di questo e dei successori stese rescritti ed ordini, pubblicati col titolo di Variarum libri XII. Nei cinque primi raccolgonsi quelli a nome di Teodorico, seguono due di diplomi per le varie cariche civili e militari; poi tre delle epistole dei successori di Teodorico; infine due di ordinanze, da Cassiodoro emanate come prefetto al pretorio. Le durezze dello stile, la irremissibile gonfiezza, l'ostentazione d'ingegno, di retorica, di erudizione, non tolgono pregio a quell'unico monumento della storia italica d'allora. Egli parla d'un archiatro allora istituito; d'un professore di grammatica, uno di retorica, uno di legge[22], che dettavano in Campidoglio: ed Ennodio loda le scuole milanesi prosperanti sotto Teodorico, e gli eccellenti ingegni di Liguria, pei quali correa proverbio[23] qui nascere ancora i Tullj.

Severino Boezio, nato a Roma da padre che avea sostenuto primarie dignità, dai dieci ai ventott'anni studiò in Atene, ove tradusse opere di Tolomeo, Nicomaco, Euclide, Platone, Archimede, Aristotele. I suoi commenti su questo rimasero canoni nel medio evo[24], e diffusero tra noi la cognizione delle opere dello Stagirita, del cui metodo si valse egli per trattare dell'unità e trinità divina. Pari in elevatezza di pensiero a qualsivoglia filosofo, vi unisce il sentimento cristiano; e sebbene la ridondanza e l'enfasi degli ultimi Latini guastino il suo stile, sorvola in questo ad ogni contemporaneo.

Gli è inferiore Ennodio, vescovo di Pavia, che stese esortazioni scolastiche ed altre a modo delle antiche declamazioni; poi alquante lettere di materie ecclesiastiche, la vita di sant'Epifanio[25] e di sant'Antonio Lerinese, un gonfio e bujo panegirico di Teodorico, oltre alquanti epitafj ed epigrammi. Quando Boezio fu fatto console, esso gli scriveva: — Mi congratulo dell'onore a te conferito, e ne ringrazio Dio, non perchè sii sopra gli altri sollevato, ma perchè il meriti. Nè questo consolato è concesso agl'illustri natali: chi per quelli soli l'ottenesse, sarebbe indegno di succedere al grande Scipione, essendo ricompensa degli avi, non sua. Più che alla gentile tua prosapia, era dovuto alle tue doti. Qui non sangue sparso, non soggiogate provincie, non popoli ridotti in servitù e trascinati dietro al carro trionfale, sciagurato preludio in una carica volta tutta a conservazione dei popoli, non a loro distruzione. Ora che profonda pace gode Roma, divenuta anch'essa guiderdone e premio al coraggio dei nostri vincitori, di altra natura virtù si domandano ne' consoli suoi».

Così alla mente del vescovo italiano ricorrono le glorie passate; se ne consola colle nuove destinazioni, e mitiga con sentimento cristiano la fierezza dell'antica gloria.

Sui Benefizj di Cristo lasciò un poema Rustico Elpidio, medico di Teodorico. Di Cornelio Massimiano etrusco (che allora equivaleva ad italiano) restano idillj, donde raccogliamo ch'egli erasi educato agli esercizj ginnastici e all'eloquenza, e forse fu uno degli ambasciadori spediti da Teodorico ad Anastasio imperatore quand'era in pratica di farsi riconoscere re d'Italia. A Costantinopoli s'invaghì d'una fanciulla, ed essendo ben in là negli anni, ne provò le sciagure, che deplora a lungo nella sua egloga De incommodis senectutis. Fra troppi vizj, ha immagini sì graziose e passi tanto consoni agli antichi, che lungo tempo furono le sue egloghe attribuite a Cornelio Gallo, amico di Virgilio.

Egli è posto fra' dodici poeti scolastici, di cui restano specie di difficili sfide, come ventiquattro epitafj per Cicerone, dodici espressi con tre distici, altrettanti con due; variazioni sul tema del Mantua me genuit; dodici altri per Virgilio in altrettanti distici; gli argomenti de' canti dell'Eneide, ciascuno da diverso poeta, in cinque versi; dodici esametri sui giuochi di ventura (De ratione tabulæ); dodici coppie di distici sul levare del sole; dodici da quattro distici sulle quattro stagioni, secondo quel di Ovidio Verque novum flabat; dodici sopra un fiume gelato: freddure artifiziate. Questi poeti sono Asclepiadio, Asmeno, Basilio, Euforbo, Eustenio, Ilasio, Giuliano, Massimiliano, Palladio, Pompeo, Vitale, Vomano.

Aratore, probabilmente milanese e addetto al fôro, venne deputato dai Dálmati a Teodorico; fu conte dei domestici in corte d'Atalarico; infine, sciolto dalle brighe civili, stette suddiacono della chiesa di Roma. Tradusse in due libri d'esametri gli Atti degli Apostoli.

Li supera Venanzio Fortunato, trevisano di Valdobiàdene, che studiò a Ravenna grammatica ed arte poetica[26] senza curarsi di filosofia e di studj sacri. Patendo degli occhi, e risanato dall'olio della lampada che ardeva ad un altare di san Martino, per gratitudine andò a venerarne la tomba a Tours, e accolto da Sigeberto re de' Franchi, ne cantò epitalamj e lodi, poi divenne confidente e limosiniere di Radegonda di Turingia e vescovo di Poitiers. Scrisse sette vite di santi; voltò in esametri quella di san Martino fatta da Sulpizio Severo; inoltre lettere teologiche in prosa e ducenquarantanove componimenti in vario metro per chiese erette o dedicate, o a nome di Gregorio di Tours, o dirizzate a questo o ad altre persone, poetando frivolo per lo più e di color rosato, fra l'immensa serietà ed importanza di quei tempi. Agli inni suoi non mancano armonia e movimento: alla prosa fanno impaccio antitesi e cadenze rimate. Quando Radegonda ottenne da Giustino imperatore un pezzo della vera Croce, egli compose il Vexilla regis prodeunt ed una elegia disposta in forma di croce.

Con queste gratuite e inamene difficoltà cercavasi supplire all'eleganza e alla castigatezza: quindi gli anagrammi ed altre ingegnose combinazioni; quindi ancora l'uso della rima, già evidente in un epigramma di papa Damaso, e che coll'armonia delle cadenze vellicava le orecchie, dacchè s'erano divezze dal riconoscere il tempo esatto di ciascuna sillaba; onde la poesia veniva passo passo da metrica trasformandosi in ritmica.

Eccettuando Marcellino, conte dell'Illirico, che stese una cronaca da Valente al 534, sono a cercare fra il clero i pochi e difettivi storici di quest'età. Jornandes o Giordano, goto di nascita, segretario d'un re alano, poi forse vescovo di Ravenna sulla metà del secolo VI, compendiò la storia de' Goti di Cassiodoro, parziale e senza critica; da Floro estrasse una storia romana da Romolo ad Augusto. Epifanio avvocato, ad istanza di Cassiodoro, compendiò le storie ecclesiastiche di Socrate, Sozomene e Teodoreto, che, aggiuntavi la continuazione d'Eusebio fatta da Rufino, costituirono l'Historia tripartita in dodici libri, manuale per la storia ecclesiastica in Occidente.

La musica doveva esser coltivata alla reggia di Teodorico se Cassiodoro e Boezio ne scrissero: Clotario, re de' Franchi, gli chiese un musico che col suono accompagnasse il canto: a Gundebaldo mandò regalare un orologio solare e uno a acqua.

Le arti belle continuarono a decadere, ma Teodorico istituì magistrati sopra il conservare i monumenti; e a ristaurare gli edifizj pubblici destinò un architetto sperimentato, annui ducento denari d'oro, e le dogane del porto Lucrino, non ancora spopolato. Essendo in Como rubata una statua di bronzo, promise cento soldi d'oro a chi indicasse il ladro, lagnandosi che, mentr'egli cercava nuovi ornamenti alla città, venissero a perdersi gli antichi. Qui minaccia chi ruba il rame o il piombo dai pubblici edifizj; là chi svia gli acquedotti; stipendiò anche un Africano che pretendea saper scoprire le sorgenti: tanto al falso s'appone chi ai Goti attribuisce la rovina delle arti belle in Italia, cominciata assai prima, compita assai dopo. Anche emulare gli antichi cercò Teodorico con edifizj a Terracina, Spoleto, Napoli, Pavia. A Ravenna, sua residenza in tempo di guerra[27], alzò un palazzo e condusse acque, disagevole impresa fra le paludi che la separano dalla collina: un altro palazzo edificò presso il Bidente alle falde dell'Appennino: un magnifico con portici in Verona, residenza di pace, ove pure ristorò l'acquedotto a tutte sue spese, e le mura: un altro ne eresse in Pavia, e terme e anfiteatro; altrettanto presso i bagni di Abano.

Quanto sia falso il chiamare gotico l'ordine che ha per carattere il sesto acuto, appare da tali edifizj. Chi, dopo essersi, nel monotono viaggio traverso alle paludi Pontine, immalinconito al pensare che ventitre città e ville di suntuosità voluttuosa sorgevano dove ora infesta il deserto, sbocca alfine a ricrearsi nella vista del Mediterraneo, incontra in poggio Terracina, popolosa e lieta un tempo, ora squallida, malgrado le cure di Pio VI. Era essa limite fra il dominio greco e il gotico, e baluardo verso il mare: onde Teodorico ne munì il ricinto, lungo le mura alzando torri alternamente quadrate e tonde; poi a cavaliero della città pose una fortezza o piuttosto un palazzo, che tuttavia si conserva, e donde meravigliosamente spazia la veduta sul Lazio, la Campania e il mare. Ma quelle e queste non diversificano dallo stile della romana decadenza, nè v'ha ombra di architettura puntuta. In Ravenna, un muro che ora forma facciata al convento de' Francescani, e che si suppone avanzo della reggia di Teodorico, nella cattiva disposizione delle colonne alla parte superiore e nelle proporzioni dell'arco, tiene del palazzo di Diocleziano a Spalatro. Così la chiesa di Sant'Apollinare e un battistero per gli Ariani, da Teodorico fabbricatevi, arieggiano a quelli che al tempo stesso ergevansi a Roma, con ornamenti che attestano la continuante declinazione.

Amalasunta pose a suo padre un mausoleo rotondo, con una cupola, dalla quale sorgeano quattro colonne sostenenti un vaso di porfido attorniato da dodici apostoli di bronzo, entro cui riposava il re. Se la descrizione non è favolosa, altro non potrebb'essere che Santa Maria della Rotonda, la quale ad ogni modo sorse tra il fine del V e il principio del VI secolo. Nella distribuzione generale vi sono conservate le buone tradizioni antiche; piano semplice, elevazione di qualche magnificenza: meravigliosa poi la cupola, formata d'un pietrone di metri 10. 4 di diametro, m. 4. 5 dalla base al vertice, m. 1. 14 di grossezza, talchè il masso, qual fu tratto dalla cava, aveva la solidità di almeno metri cubi 495, e pesava 1287 mila chilogrammi: e se, come pare, fu scarpellato prima di trasportarlo dalle cave dell'Istria, aveva ancora il volume di 109 metri cubi e il peso di 283 mila chilogrammi; eppure fu alzato a 13 metri, prova di singolare abilità meccanica[28]. Infelicemente vi sono disposte le decorazioni, di pesante e sgraziato taglio, nè proporzionate fra sè o col tutto; riparti non ben calcolati, profili delle porte dissonanti dal resto; modiglioni irregolarmente distribuiti; piedritti che, invece d'imposta, reggono una mal eseguita cornice.

I peccati dell'architettura del suo tempo conosceva e additava Cassiodoro: altezza smodata, gracili colonne, superflui ornamenti[29], che sono sì i difetti dello stile gotico, ma non l'essenza sua. Somiglievoli forme presenta una medaglia ov'è effigiato il palazzo di Teodorico, con archi voltati sopra esili colonne, ma in tondo. Non era dunque un genere gotico, ma un deterioramento dell'antico gusto: e non ispeciale de' Goti, perocchè anche nel pittoresco ponte sul Teverone, a tre miglia di Roma, ricostruito dal greco Narsete il 565, alla solidità è sacrificata la bellezza[30]. Nè d'introdurre uno stile nuovo sarebbesi brigato Teodorico, che mostrava o affettava tanto rispetto alla civiltà latina. Condottosi a Roma, non finiva d'ammirarne i capolavori, il Campidoglio, il Foro Trajano, i teatri di Pompeo e di Marcello, il Colosseo, stupendi anche dopo i guasti del tempo e de' nemici; gli acquedotti, la via Appia, di cui nove secoli non aveano ancora sconnesso i lastroni; e l'Acqua Claudia che per trentotto miglia veniva dalle montagne sabine fin alla sommità dell'Aventino. Non era perduto il senso del bello e del grande quando Cassiodoro descriveva con tanto esaltamento il fuoco de' cavalli del Quirinale, la vacca di Mirone, gli elefanti di bronzo della via Sacra.

Teodorico vi fu accolto con uno splendore che rammentava alla fantasia di un patrioto i trionfi degli Augusti, a quella di un pio le magnificenze della vera Gerusalemme. Nella sala della Palma d'oro potè ammirare la nobiltà, il decoro, l'ordine della Curia romana, distinta a seconda della dignità[31]: e sfoggiò egli stesso d'eloquenza, ottenendo applausi. Il grano della Puglia, della Calabria, della Sicilia vi si distribuiva ancora al popolo decimato, che poteva nel circo veder le belve combattenti, o parteggiare pei Verdi e i Turchini, e insuperbire allorchè il goto conquistatore ammirava le magnificenze e le portentose comodità, le statue rapite ai vinti e salvate dai vincitori. A quel popolo Teodorico assegnò ventimila moggia di grano ogn'anno, ponendone memoria in bronzo; ristabilì le strade romane che solcavano l'Italia; diede venticinquemila tegoli ogn'anno per riparare i portici di Roma; ordinò che i marmi dispersi fossero riuniti ai palagi da cui erano svelti.

Per riparare all'incolto spopolamento vi invitò i Romani rifuggiti nel Norico, redense prigionieri, trapiantò schiavi. Decio sanò le paludi Pontine; Spes e Domizio quelle di Spoleto[32]: e l'Italia potè avere sì buon mercato di sue derrate[33], da mandarne sin fuori. Ennodio chiama la Liguria genitrice di messe umana, avvezza a numerosa progenie d'agricoltori[34]: intorno a Verona raccoglievasi il vino per la regia mensa, e Cassiodoro non rifina di lodar questo liquore, a cui nulla d'eguale può vantar la Grecia, sebbene medichi i suoi vini con odori e marine misture[35]. Metalli e marmi cavavansi per conto del re, e una miniera d'oro fu aperta nelle Calabrie[36].

Teodorico, tutto che ariano, rispettò la credenza cattolica; sua madre la professava, e molti illustri personaggi vi si convertirono senza scapitare nella grazia di lui; mentre un suo segretario avendo creduto ingrazianirsegli col farsi ariano, fu da lui mandato a morte, dicendo: — Non potrà esser fedele a me chi fu infedele al suo Dio». Al papa e ai vescovi mostrò rispetto e confidenza, valendosene nelle legazioni ai re od all'imperatore: accoglieva le querele dei sacerdoti contro i suoi ministri, e per loro mezzo soccorreva ai calamitosi: contribuì millequaranta libbre d'argento per rivestire la volta di San Pietro, cui regalò pure due candelabri di settanta libbre d'argento: una patena simile di sessanta diede a Cesario vescovo d'Arles, e trecento monete d'oro. Disputandosi il papato Simmaco e Lorenzo, dopo due anni di guerra civile fu rimessa a Teodorico la decisione; ond'egli radunò un concilio. E avendogli il vescovo di Milano rimostrato che tal convocazione non era di sua spettanza, egli asserì averne lettera del papa: e perchè quegli ne dubitava, non esitò a porgliela sott'occhio[37]. Vero è che tenne sempre occhio e mano alle elezioni, dubitando che i papi non favorissero a suo scapito gl'imperatori; e pretendeva esercitare giurisdizione anche sopra gli ecclesiastici, benchè la pena da infliggersi rimettesse al vescovo.

In tale o moderazione o indifferenza non perseverò sino alla fine. Avendo l'imperatore Giustino tolto chiese, cariche e libertà di culto agli Ariani nell'Impero orientale, Teodorico gli spedì papa Giovanni (523) e vescovi e senatori, minacciando pari intolleranza in Occidente. Il papa non potè o non volle distogliere Giustino; onde al ritorno fu messo in carcere e vi morì. Allora sgorgarono gli odj, immortali ne' natii contro lo straniero, e la paura invasò Teodorico; la paura punitrice degli oppressori; la paura che consigliò tre quarti dei regj delitti. Proibì dunque, pena la testa, agl'italiani ogni altr'arma che il coltello per usi domestici; e popolo e re si credettero a vicenda insidiati[38].

Dicemmo come Boezio avesse meritato la confidenza di Teodorico, che il nominò console, patrizio, da ultimo maestro degli uffizj; e i due figliuoli, in tenera età, ne elevò al consolato fra l'esultanza del popolo e le largizioni del padre. Non ligio al principe che lo innalzava, Boezio avea saputo frenarne talvolta gl'impeti e mitigarne il rigore; impedir le rapine dei magistrati, e lenire la condizione degli obbedienti[39]. Non dimentico però di sua nazione, mal soffriva di vederla a giogo straniero, e più quando, aggravato dai sospetti, Albino senatore fu accusato di sperare la libertà romana; e Boezio dichiarò: — Se questo è delitto, io e tutto il senato ne siamo in colpa».

Teodorico, che vedeva colla sicurezza del suo dominio mal combinarsi la conservazione del senato, involse nell'accusa anche il proprio ministro; si citò una lettera sottoscritta da lui e da Albino, che invitava l'imperatore a redimere l'Italia; e in conseguenza Boezio fu chiuso in una torre a Pavia, e il senato firmò il decreto di confisca e di morte. Boezio esclamò: — Possa in quel senato non trovarsi più alcuno reo del mio stesso delitto»; e aspettando l'ora del supplizio, scrisse Della consolazione della filosofia, dialogo in una prosa talvolta aspra e barbara, mista di poesie molto migliori, facili, ricche di gentili immagini, governate da una mesta armonia[40] e con nuove intrecciature di metri, mostrando piena cognizione de' migliori antichi, e la musa di Tibullo e la grandiloquenza di Tullio traendo ad esprimere concetti cristiani. La Filosofia, apparendogli, il consola col mostrargli che Dio governa il mondo a disegni di eterna sapienza, inesplorabili al debole mortale; mal dunque lamentarsi dell'incostanza della fortuna, le cui mani altro non possono distribuire che beni futili e perituri; anzi non potersi drittamente chiamar mali quei che da Dio derivano, e la virtù sola rendere felice. Chiude con varie quistioni sul caso e sulla Provvidenza, e sul modo di conciliar questa coll'esistenza del male; eclettico anzi che cattolico in questa scabrosissima tra le quistioni. Ivi dice alla Filosofia: — Se tu mi domandassi di qual misfatto io sia accusato, dicono volli fosse salvo il senato; se cerchi in qual modo, m'imputano d'aver distolto un delatore dal rivelare al re la congiura ordita contro la sua persona per ricuperare la libertà. Che far dunque, maestra mia? che mi consigli? Negherò la colpa? oh come, se veramente io desiderai sempre che il senato fosse salvo, nè mai cesserò dal desiderarlo? Confessar dunque che è vero, e negare d'aver rattenuto la spia? ma chiamerò mai scelleranza l'aver desiderato la salute di quell'ordine? Il quale, pei partiti che prese contro di me, ben meritava che in altra stima io l'avessi: ma l'impudenza di chi mentisce a se stesso non torrà mai che sia lodevole e buono ciò che è tale per sua natura; ed io non reputo lecito nè nascondere la verità negando ciò che è, nè mentire confessando ciò che non è. Delle lettere che dicono aver io scritte per isperanza di tornare in libertà Roma, non farò parola; giacchè la falsità ne sarebbe chiara quando m'avessero, come si dee, conceduto di stare al confronto co' miei accusatori. Perciocchè, qual libertà lice oggimai sperare? E volesse Dio che alcuna sperar se ne potesse! Avrei risposto come Cannio a Caligola, quando questi lo imputava come consapevole d'una congiura: Se l'avessi saputa io, non l'avresti saputa tu».

In fine, strettogli da una fune il capo sin quasi a schizzarne gli occhi, Boezio fu finito a colpi di bastone (524). I suoi coevi lo compiansero come martire e santo: la posterità non gli negherà la compassione che merita la vittima di timida oppressione e di secreto processo. Perchè l'illustre Simmaco, suo suocero, osò compiangerlo, si temette volesse vendicarlo; onde cadde nuova vittima (525) per calmare i sospetti di Teodorico.

Ma non i rimorsi. Nella testa di un pesce imbanditogli, il re credette ravvisare la minacciosa faccia di Simmaco, e preso da ribrezzo, dopo tre giorni spirò (526) nel palazzo di Ravenna; e la vendetta degli oppressi il perseguitò oltre la tomba, dicendo essersi veduti i demonj strascinarlo pel vulcano di Lipari all'inferno. Eppure la posterità deve contarlo per uno dei migliori re barbari; storia e poesia lo immortalarono; e s'egli avesse sortito successori degni, poteva di due secoli avere anticipata la rinnovazione dell'Impero e della civiltà.

CAPITOLO LX. Fine del regno ostrogoto. — Belisario. — Narsete. Italia Liberata.

I. Teodorico 475-526
Amalasunta m. di Eutarico
II. Atalarico 526-534
Teodegota m. di Alarico
Amalarico re de' Visigoti
Ostgota m. di Sigismondo
Amalafreda sua sorella m. di Trasamondo re de' Vandali
III. Teodato 534-536
Amalaberga m. di Ermafrido turingio
Re elettivi
IV. Vitige 536-540.
V. Ildebaldo -541.
VI. Erarico 541.
VII. Totila -552.
VIII. Teja -553.

Il regno di Teodorico comprendeva l'Italia; la Sicilia, eccetto il capo Lilibeo; la Dalmazia; il Norico; gran parte o tutta l'odierna Ungheria; le due Rezie, che or sono il Tirolo e il canton de' Grigioni; la Svevia o bassa Germania colle città d'Augusta, Costanza, Tubinga, Ulma: nella Vindelicia aveva raccolto molti Alemanni; sicchè confinava a settentrione col Danubio da Ratisbona a Nicopoli, a maestro col Lech, col lago di Costanza e coll'antica Elvezia: aggiungete la Provenza e il litorale fino ai Pirenei, sottoposti a duchi da lui dipendenti, e la maggior parte della penisola spagnuola. Parea dunque il gotico dovesse prevalere agli sminuzzati dominj di Barbari, e sostituirsi all'impero romano; eppure in breve andò a fascio.

Teodorico non avendo figli maschi, per continuare la stirpe degli Amali chiamò di Spagna Eutarico Cillica (515), ultimo rampollo di quella, e sposatagli Amalasunta sua figlia, il fece adottare coll'armi da Giustino imperatore, e applaudire dal popolo con suntuosissimi spettacoli nel circo, e caccie e giostre. Ma l'erede designato gli premorì; e Teodorico, assicurato il regno dei Visigoti di Spagna al nipote Amalarico, il proprio trasmise ad Atalarico, nato da Amalasunta. Costei, bellissima, sperta nel latino, nel greco, nel gotico, eppure senza ostentazione, fedele ai secreti, sollecita d'imitare il padre e ripararne i falli, assunse il governo come reggente, notificando i suoi diritti all'imperatore, quasi a capo supremo, e pregandolo a dimenticare i dissidj paterni[41]; al senato promise non disdire veruna domanda. Ammiratrice dell'antica civiltà, bramava mutare le costumanze dei Goti talmente che non si distinguessero dai Romani; e tre ministri che avversavano quel femminile despotismo, mandò a morte. Anche il figlio educava sotto maestri romani e fra gente di lettere e d'ingegno; e una volta coltolo in fallo, gli diè uno schiaffo. Egli scappò piangendo, e mosse a indignazione i signori goti, i quali si presentarono ad Amalasunta, dicendole, A re guerriero non servire tanti pedagoghi; Teodorico non sapea tampoco scrivere; come sarà prode in campo uom che apprese a tremare sotto lo staffile di un pedante? Anzi sorsero minacciosi, e le tolsero di mano il re futuro per metterlo fra giovani nazionali: dov'egli sguinzagliato si sciupò di modo, che ne morì (534).

Non consentendosi dalle consuetudini gotiche il comando a donna, Amalasunta lo fece attribuire a Teodato suo cugino, in cui l'istruzione non aveva scemata l'avarizia e la pusillanimità. Possessore di gran parte della Toscana, cercava assicurarsela col cacciare i proprietarj confinanti; poi assunto al trono, riuscì spregevole a Romani e a Goti, inetto a finire le discordie di questi, o a cattivarsi l'amore di quelli. Amalasunta, non trovando in lui nè gratitudine nè rispetto, pensava con quarantamila libbre d'oro cercare a Costantinopoli riposo o vendetta: ma Teodato la prevenne, e chiusala nell'isola di Bolsena, la mandò a morte.

Imperava allora a Costantinopoli Giustiniano il legislatore, che mostrò rare virtù, macchiate da vizj e debolezze: favorì grandemente la religione, il degenerante sapere e le arti belle; represse le correrie de' Barbari; guerreggiò prosperamente Cosroe il Grande, re di Persia; annichilando il regno de' Vandali richiamò all'impero l'Africa e la Sardegna. Spiava egli l'occasione di recuperare l'Italia, sollecitato dai nostri che aborrivano dal dominio di stranieri e d'eretici; e volentieri assumendo l'aspetto di vendicatore d'Amalasunta, destinò contro i Goti Belisario, ch'era stato l'eroe della guerra persiana.

Più che a' Pompej o agli Scipioni, patriotici generali, somigliava costui ai condottieri del nostro medioevo, poichè del proprio stipendiava differenti corpi, che giuravano obbedire a lui, e che in lungo esercizio egli indurava ai combattimenti. Con tal espediente venivano ad opporsi Barbari a Barbari, e difendeasi l'Impero coi fratelli di coloro che lo minacciavano. Celebrato appena il suo trionfo sui Vandali, Belisario sbarcò in Sicilia con ducento Unni, trecento Mauri, quattromila confederati di cavalleria, tremila Isauri di fanteria, oltre un corpo di sue guardie a cavallo. Sarebbe stato un inetto sforzo contro ducentomila Ostrogoti in armi, se questi, com'è destino dei padroni odiati, non avessero dovuto vigilare il paese scontento: e Teodato in fatti pensava meno a difendersi che a patteggiare; e con Pietro, legato di Costantinopoli, stipulò, rassegnerebbe ogni diritto sopra la Sicilia, manderebbe ogni anno una corona di trecento libbre d'oro all'imperatore, darebbe tremila Goti a suo servigio qualvolta richiesto, non colpirebbe di morte o confisca alcun senatore o sacerdote senza assenso dell'imperatore, al quale pure ricorrerebbe per promuovere altri a patrizio o senatore; agli spettacoli si acclamerebbe prima il nome dell'imperatore, nè a Teodato si erigerebbero statue se non alla sinistra della imperiale.

Con tali proposizioni lo rimandò, e perchè avessero maggior peso, costrinse papa Agapito a seguirlo a Costantinopoli intercessore, minacciando far morire lui, i senatori e le loro famiglie se non impetrassero la pace; codardo coi forti, minaccioso coi deboli. Poi li richiamò, ora disposto a ceder tutto, or persuaso che l'umiliazione a nulla approderebbe: e poichè Pietro l'assicurava che con ciò torrebbe a Giustiniano ogni ragione di guerreggiarlo, — Tu sei filosofo (gli rispondeva); studii in Platone, e ti recheresti a coscienza d'ammazzar uomini in guerra, benchè tanti n'abbia il mondo: ma Giustiniano, che vuol farla da magnanimo imperatore, nulla ha che lo rattenga dal ripigliare coll'armi le antiche ragioni dell'impero». E conchiudeva: — Se non posso conservare il regno senza guerra, vi rinunzio. A che sagrificherei la dolce quiete per la pericolosa e difficile gloria del regnare? m'abbia io poderi da trarne milleducento libbre d'oro, e tengasi egli i Goti e l'Italia». Ma allorchè Mundo, che conduceva un esercito greco per la Dalmazia, fu sconfitto e ucciso dai Goti, Teodato rimbaldito più non volle udire di patti e promesse. L'imperatore in conseguenza rianima la guerra, riprende Salona e la Dalmazia: Belisario, guadagnato Eurimondo, genero del re che difendeva a Reggio lo sbarco in Italia, e accolto nelle Calabrie come liberatore, assediò per mare e per terra Napoli. Questa, difesa dai proprj cittadini, timorosi sovrattutto di avervi guarnigione barbara, così vigorosamente si sostenne, che Belisario già pensava lasciarla, quando alcuno gli mostrò un acquedotto. Pel quale penetrato nottetempo[42], vide la città mandata a barbaro scempio, per quanto gridasse a' suoi: — L'oro e l'argento a voi; ma risparmiate gli abitanti, cristiani e supplichevoli».

I Goti, vedendo il re inetto ad ogni atto e consiglio vigoroso, lo dichiararono scaduto, e fuggiasco l'uccisero; ed elevarono sullo scudo il prode generale Vitige (536), il quale, per annestarsi in alcun modo alla stirpe degli Amali, sposò Matalasunta, sorella d'Atalarico. Mentr'egli s'accinge a ravvivare il coraggio e rinnovar le prodezze gotiche, Roma riceve Belisario, esulta nel vedersi dopo sessant'anni sgombra da Barbari e da Ariani, resta edificata dalla devozione che Belisario mostra alle reliquie sante e alle gloriose memorie, e proclama la liberazione, parola che in Italia troppo spesso equivalse a mutazione di servaggio. Vitige, ritentate invano nuove proposizioni di pace, e chetati i Franchi col ceder loro quanto possedeva di là dall'Alpi, riuscì a trarre insieme cencinquantamila Goti[43], coi quali assediò il greco generale in Roma, tagliando gli acquedotti, impedendo i mulini, adoprando le migliori macchine. Belisario aveva appena cinquemila combattenti; ma l'indomita sua operosità e lo zelo dei cittadini vi suppliva, dopo avere sul Tevere imbarcato per la Sicilia le bocche inutili. Dall'alto del mausoleo d'Adriano, convertito in fortezza, sono rovesciati sugli assalitori i preziosi fregi, le cornici ammirate, le statue di Lisippo e di Prassitele: perisca l'arte, ma la patria si salvi.

Prodi e generosi entrambi i due campioni; ma l'uno scarso di denaro e di forze, sostenuto solo di sterili voti dagl'italiani; l'altro, contrariato da questi, vede consumarsi l'esercito e il regno senza cascar di cuore. Belisario, temendo non la fame inducesse i Romani a capitolare con Vitige, e sospettando ve li spingesse papa Silverio, il relegò in Oriente, dandogli successore Vigilio, il quale con ducento libbre d'oro s'era acquistato il favore d'Antonina, che comandava al marito Belisario, comandata essa pure da Teodora, moglie e padrona di Giustiniano.

Qualche rinforzo giunto di Grecia ravviva il coraggio dei veterani, che per fare una diversione assaltano le città del Piceno, ed occupano anche Rimini, per tradimento di Matalasunta moglie di Vitige, il quale fu costretto allargar Roma, dopo perduti assaissimi de' suoi per la mal'aria e per gl'incessanti combattimenti. Nè però fiaccato, assedia Rimini, spedisce a sollecitare i Persiani perchè assaliscano ad oriente l'Impero, e i Franchi perchè si calino dalle Alpi. In effetto diecimila Borgognoni unitisi alle truppe d'Uraja (538), nipote di Vitige, drizzarono sopra Milano. Quest'era la prima città dell'Occidente dopo Roma per estensione, popolo e abbondanza; e tollerando di mala voglia i Goti, il vescovo Dazio con molti nobili (ἄνδρες δόκιμοι) era ito a Roma dicendo: — Forniteci di qualche truppa e sbratteremo la Liguria». Belisario mandò in fatti Mondila con mille fanti, che bastarono perchè, levato popolo, i Goti fossero respinti in Pavia, mentre anche Bergamo, Como, Novara e altri luoghi acclamavano Giustiniano. Ma ecco ai rivoltosi sopraggiungere Uraja, e stretta Milano di tal fame che qualche madre mangiò i proprj nati, l'ebbe a discrezione, e fattone scempio, la lasciò un mucchio di pietre. Dazio riuscì a campare a Costantinopoli; i capitani greci furono menati prigioni a Ravenna; e tutta la Liguria tornò al dominio gotico, o piuttosto alle bande ladre.

Dalla vittoria e dal saccheggio invogliati, l'anno dopo scesero per l'alpi della Savoja centomila Franchi pedoni, che passato il Po senza contrasto de' Goti, presero le mogli e i figli di questi, e ne fecero sagrifizio alle loro divinità; poi raggiunto il campo gotico a Tortona, ne cominciarono tal macello, che appena poterono camparsi traversando il campo de' Romani. I Romani se ne rallegravano, ma ecco i Franchi gettarsi anche su loro, e devastar la Liguria, rovinare Genova, con grave apprensione di Belisario non occupassero tutta Italia. Essendo però venuti più ch'altro per saccheggiare, pattuirono e se n'andarono.

Vitige, ridotto in Ravenna, mandò a trattare con Giustiniano, che, assalito da Cosroe verso oriente e qui dai Franchi, gli consentì di conservare parte del dominio pagando tributo: ma Belisario, sapendo che Ravenna era agli estremi, dispettoso di vedersi strappare la sicura vittoria, protestò voler menare Vitige prigioniero a Costantinopoli. Allora i capi goti sollecitarono Belisario a vendicarsi dell'imperatore pigliandosi la gotica corona; e poichè egli mostrò accettarla, gli apersero le porte. «Quando io vidi (dice Procopio) entrar l'esercito in Ravenna, conobbi e certo fui che nè per virtù nè per forza o quantità di uomini si compiono le imprese, ma la man di Dio dispone secondo a lui piace, senza che ostacolo tenga contro la sua volontà. I Goti sorpassavano i Romani in numero e prodezza; nessuna battaglia fu data dopo schiuse le porte della città; nè i Goti aveano sott'occhio cosa che gli atterrisse: eppure piegarono il collo al giogo imposto da un pugno di persone, non temendone infamia. Le donne, che avevano udito meraviglie della forza de' Romani, quand'ebber visto il vero, andavano a sputacchiare i loro mariti, rinfacciando la viltà ad essi, che le tenevano chiuse nella casa e soggette a sì spregevoli nemici».

Tutti i Goti si sottoposero a Belisario, il quale non accettò la rinnovatagli offerta della corona, o fosse lealtà, o sentisse impossibile il mantenerla fra una nazione divenuta sì presto decrepita, senza vigore, senza unità. Questo gran generale, che diffonde un lampo di luce sulla languida agonia dell'impero greco, adorato dall'esercito, non esecrato dai nemici, casto nel costume, cavallerescamente disinteressato, favorito nelle imprese dalla virtù e dalla fortuna, fu continuo zimbello alle brighe cortigianesche. Teodora, che, dal postribolo elevata al talamo di Giustiniano, menava il marito a sua voglia, e alzava o deprimeva altrui secondo il capriccio o l'avarizia, per somiglianza di lubricità favoriva Antonina, moglie di Belisario, e a costei senno ne secondava o impediva le imprese. Ed egli o non ne vedeva le turpitudini, o dovea dissimulare, costretto persino a chiederle scusa qualvolta fu ardito di rimproverarla. Bersagliato da lei e dagli invidiosi, Belisario era messo da banda non appena cessasse d'essere necessario; eppure al rinascer de' pericoli egli tornava a mettere il suo valore a servigio degl'ingrati. Anche nell'impresa d'Italia gli s'erano stentati i sussidj: poi fu spedito qui l'eunuco Narsete, con autorità bastante per impacciare le imprese di lui o dividerne il merito: infine gli fu ordinato di abbandonar l'Italia, superflua essendovi omai l'opera sua. Belisario, con settemila prodi al suo stipendio, nerbo di quella guerra, avrebbe potuto dire un no e sostenerlo; ma incapace di disobbedire, anzi pur d'indignarsi al suo signore, tornò prontamente a Costantinopoli colle spoglie, testimonj del suo valore, e conducendo prigioniero Vitige, che vi fu tenuto in cortese prigionia e intitolato patrizio; e il fior de' giovani goti, che fu messo a servizio dell'imperatore.

Belisario avea lasciato l'esercito e il governo a undici generali, i quali operando discordi, non erano riusciti a ridurre al nulla i nemici, le cui reliquie eransi ritirate dietro al Po, concentrandosi sopra Pavia alla guida di Uraja (540), per cui consiglio nominarono re il prode Ildebaldo. A questo i soprusi de' Greci crebbero fautori, e avute tutte le città alla sinistra del Po, colle vittorie le saldò in devozione. Ma sua moglie, indispettita dal maggiore sfarzo della moglie di Uraja, indusse il marito a toglier dal mondo questo valoroso. Ne provarono immenso disgusto i Goti; e il gepido Vila, guardia del re, offeso perchè questi avesse maritata ad altri la sua fidanzata, in un convito gli tagliò di netto la testa.

I Rugi, che coi Goti erano scesi in Italia, ma non s'univano a quelli nè d'armi nè di nozze, vollero eleggere Erarico; ma poco appresso i Goti l'uccisero (541), e nominarono Totila Baduilla, nipote d'Ildebaldo, e governatore di Treviso. Accinto agli ultimi sforzi, egli respinse i Greci da Verona; presso Faenza riportò segnalata vittoria, poi nel Mugello; e avute Cesena, Urbino, Montefeltro, Pietrapertusa e tutta la Toscana, senza toccar Roma si spinse fino a bloccar Napoli. La ebbe a patti e trattò coi riguardi di tempi civili, facendo dispensare il cibo con misura, affinchè la voracità non pregiudicasse agli estenuati; poi ne diroccò le mura. Avendo un Goto della sua guardia violata una fanciulla calabrese, per quanto i commilitoni allegassero la costui valentìa, Totila il volle esemplarmente punito, e i beni di esso donò all'oltraggiata. Ai Romani che vi trovò, lasciò arbitrio di andarsene, scortati da Goti, fino a Roma, e forniti di viveri e di somieri. Assoggettata l'Italia meridionale, ripiegò sopra Roma, ed accampò sui deliziosi colli di Tivoli.

Fermo ed umano, destro nella ragion di Stato non meno che nell'arte dei campi e degli assedj, temperante nella sua condotta, spargeva proclami fra gli Italiani, mostrando quanto avessero sofferto nei tre anni del dominio greco: — Un imperatore cattolico ha rapito il vostro papa, e lasciatolo morire in isola deserta; undici tiranni fanno a chi peggio disonesti e smunga le città; lo scriba Alessandro, ministro del fisco, è detto psalliction, cioè forbici, per l'abilità sua nel tosare le monete. Io invece perdono e quiete; voi proseguirete i fruttiferi lavori, io vi difenderò coll'armi». Traeva alle sue bandiere prigionieri, disertori e schiavi fuggiaschi; restituì senza riscatto le mogli dei senatori côlte in Campania; manteneva in disciplina l'esercito; e una dietro l'altra recuperava le città, tosto smantellandole per evitare gli assedj futuri.

A Belisario, che nella domestica e cittadina servitù scontava la gloria acquistata sul Tevere e sull'Eufrate, dovette allora ricorrere la Corte bisantina, qui destinandolo, a patto che armasse a proprie spese: tant'erasi arricchito! Obbedì, e soldando quanti scapestrati trovava, raccolse una flotta a Pola e la menò nel porto di Ravenna, spargendo anch'egli manifesti e promesse; ma scriveva a Giustiniano: — Senza uomini nè cavalli nè armi nè denaro, è egli possibile condur la guerra? Scorsi la Tracia e l'Illiria per far leva, e ben pochi potei raccozzare, nudi d'armi, di coraggio, di sperienza. Quelli che trovai qui non sanno che lamentarsi, e tremano d'un nemico che spesso li sconfisse, e per evitare gli scontri abbandonano armi e cavallo. Dall'Italia non posso cavar denaro, dominandola i Goti; sui guerrieri perdo autorità, perchè non posso pagarne i soldi. Se basta che Belisario venga in Italia, ecco ci sono; ma se volete vincere, altro ci vuole. Mandatemi i miei soldati, e molti Unni e altri Barbari, e soprattutto denaro».

Mal esaudito, non potè impedire che Totila bloccasse l'antica capitale dell'impero, dove tagliò gli acquedotti. Il valoroso ed avaro Bessa che la difendea, speculava sulla fame, spinta a tale, che un padre, raccoltisi attorno i cinque figli chiedenti pane, s'avviò al Tevere, e con essi gettossi al fiume in taciturna ed imitata disperazione.

Papa Vigilio, dalla Sicilia dov'erasi ricoverato, mandò molte navi cariche di grani, ma furono catturate dai Goti coi Romani che le montavano. Il diacono Pelagio venne a impetrar almeno tregua di pochi giorni; ma Totila gli significò, di tre cose non gli parlasse: di conservar le mura di Roma, colpa delle quali non potea combattere i nemici all'aperta; di perdonare ai Siciliani; di restituire gli schiavi romani arrolatisi tra le sue file.

Belisario, tenuto inerte dalla insufficienza di forze, appena n'ebbe unite alquante, sbarcò al Porto Romano (546), e accampò sul Pincio, ma per veder presa Roma, cui soltanto le suppliche dei sacerdoti e la clemenza di Totila, che per la prima cosa andò a prostrarsi sulla tomba degli Apostoli, salvarono dal macello e dal disonore. A Bessa fu lasciato campo di fuggire. Rusticiana, figlia di Simmaco e vedova di Boezio, che aveva speso ogni aver suo per alleviare i mali di quell'assedio, come esortatrice di abbattere le statue di Teodorico sarebbe stata menata a strapazzo, se Totila non avesse saputo rispettarne la virtù, e compatirne la vendetta. Ai suoi egli ricordava come da ducentomila fossero ridotti a picciol numero, e a poche miglia stesse il nemico; nella presa di quella città vedessero il castigo di Dio, e si guardassero dal provocarlo sopra di sè: ai senatori convocati rinfacciò l'ingratitudine verso Teodorico, ma si lasciò placare, e concesse anche a loro perdono. Ma dovendo accorrere nella Lucania contro i Greci, espulse i cittadini da Roma, e i senatori menò ostaggi.

Appena ne uscì, Belisario con un pugno di gente ricuperò Roma, munì alla meglio con forza e palificate il vasto recinto, in cui appena cinquecento abitanti vagavano; onde, allorchè fra venticinque giorni Totila fu di ritorno, tre volte il respinse sanguinosamente, e l'avrebbe disfatto se intrighi di palazzo e dispute teologiche e circensi non avessero mutato la politica di Costantinopoli.

— Se l'imperatore intende davvero salvarci, perchè non manda esercito sufficiente?» diceano gli Italiani, vedendo or trecento, or ottanta uomini capitare di Grecia: nè Belisario comandò mai meglio di ottomila uomini, ragunaticci e obbedienti a uffiziali emuli e indipendenti; sicchè per cinque anni avea sparpagliato il sapiente suo valore in lenta guerra e irresoluta. Poi per procacciarsi denari doveva angariare i popoli, fin al punto di moverli a ribellione; e poichè s'ebbe veduto per non sua colpa sfrondare l'alloro, stanco di udire le sfide baldanzose del nemico nè poterle ributtare, chiese ed ottenne lo scambio. Gli applausi con cui la plebe l'accolse nel tornare a Costantinopoli furongli imputati a colpa; e pigliando di quei pretesti che mai non mancano, fu spogliato dell'autorità, degli onori, delle ricchezze; alcuno disse perfino accecato, e che in miserabile vecchiaja andasse mendicando un obolo dai popoli che aveva colla sua spada o salvati o vinti.

Totila riprese le perdute città e Roma stessa, vi richiamò i senatori, raccolse viveri, e celebrò i giuochi, diletto del popolo anche fra tante sciagure. Stese il dominio fin al Danubio, saldandovi le fortezze erette contro Gepidi e Longobardi; spogliò la Sicilia dei metalli preziosi, dei grani, degli armenti; sottomise Corsica e Sardegna (548); con trecento galee insultò le coste di Grecia, sbarcò a Corcira, giunse fino all'ammutolita Dodona.

Fra le vittorie continuava a proporre pace a Giustiniano: ma questi, non che accettarla, affidò nuova impresa all'eunuco Narsete. Educato al fuso e ai ginecei, costui in corpo affralito avea serbata anima vigorosa: imparò nel palazzo l'arte d'infingersi e di persuadere; onde allorquando accostossi all'orecchio di Giustiniano, il fece meravigliare coi virili suoi concetti, e ne fu adoprato in ambascierie, poi in guerra, tanto da parer degno di emulare Belisario. Seppe ispirar terrore ai nemici, rispetto ai suoi, a segno che un prode suo capitano, circonvenuto dai Franchi, ricusò di fuggire, dicendo: — La morte è meno terribile che l'aspetto di Narsete corrucciato».

Egli negò assumersi di liberar l'Italia se non con forze sufficienti a garantire la dignità dell'Impero. Fornito a denaro, nerbo d'ogni guerra, confermò gli antichi, reclutò nuovi soldati; ebbe soccorsi dai Longobardi, che allora vennero a fare il primo saggio dell'Italia, da Eruli, Unni, Slavi ed altri Barbari, coi quali passò le Alpi. Forse i Franchi aveano occupato Treviso, Padova, Vicenza, giacchè è detto che ad essi domandò il passaggio, e n'ebbe il no. Totila poi avea spedito Teja, valoroso capitano, a difendere Verona, talchè per di là era impossibile avanzarsi, nè facile varcar il Po quando s'impaludava su tanta parte del Ferrarese. Ma Narsete fece via lungo il litorale adriatico, con barche per far ponti; e così pervenne a Ravenna e a Rimini. Sentendo quanto breve potrebbe durare lo sforzo dell'Impero e l'unione degli ausiliarj, affrettossi a una battaglia che si combattè a Tagina (Lentagio) presso Nocera. Totila apparve sul campo, vestito delle splendide armi che allettano gli animi rozzi e fieri; e sventolando la purpurea sua bandiera, galoppato tra le file, palleggiò un lancione, l'afferrò colla destra, lo passò nella manca, rovesciossi tutto indietro, poi si ricompose sulla sella, caracollando in varii modi s'uno sbuffante puledro; messosi poi da semplice soldato, combattè come eroe, ma ferito a morte, non potè impedire che i suoi andassero in piena rotta (552). Giustiniano esultò ricevendo il gemmato cappello e l'abito cruento del prode re dei Goti; e Narsete, licenziati i Longobardi, ausiliarj più pericolosi che i nemici, passò in Toscana e occupò Roma, che presa per la quinta volta in quella guerra[44], e sommersa da nembi e tremuoti, giunse all'ultimo della calamità.

I Romani fuorusciti esultarono della liberata patria, i senatori v'accorsero dalla Campania: ma che? le guarnigioni gotiche li colsero in via e li trucidarono; ne trucidarono i Barbari che militavano con Narsete; trecento nobili giovani, che Totila avea scelti dalle città in aspetto d'onore, ma in realtà come ostaggi, furono scannati. Lo sterminio dei senatori cancellò quasi del tutto quell'assemblea, che ai re stranieri era parsa un concilio di numi.

I Goti, non ancora disperando, diedero la corona a Teja, che profuse per comprare l'alleanza dei Franchi, i quali però voleano versar il sangue solo per la gloria propria, cioè per i proprj furti: e sceso lungo l'Italia disperatamente trucidando quanti Romani incontrava, si sostenne due mesi presso Cuma. Perduta una battaglia, i suoi Goti offersero a Narsete, giacchè Dio s'era dichiarato per lui, li lasciasse andare dall'Italia; deporrebbero le armi, solo portandosi il denaro che ciascuno avea riposto ne' presidj. Il patto fu aggradito, ma poi i Goti tornarono sull'armi; e Teja, abbandonato dalla flotta, alle falde del Vesuvio avventavasi sopra i nemici coi più prodi, deliberati a vender cara la vita; combattè tutto il giorno, e quando il suo scudo era coperto di lancie confittevi, lo cambiava. In quest'atto scopertosi, restò trafitto (553), e con esso perì il regno degli Ostrogoti.

Più d'un anno si sostennero le reliquie loro, e in Lucca principalmente. Narsete fece condurre presso le mura gli ostaggi datigli, e negando i cittadini d'arrendersi, ordinò ai carnefici di colpirli. Ma nè questa finzione nè il rilascio degli ostaggi li domò; e dovette ancora oppugnarli molti mesi con d'ogni sorta macchine. Anche Cuma, dove si teneva Aligerno, fratello di Teja, si rese, e così Rimini e Pavia. Alcuni Goti furono mandati in Oriente, altri rivalicarono le Alpi, o, mutata la spada in marra, si confusero coi vinti in Italia.

I Goti aveano potuto dire a Belisario: — Nessuna mutazione inducemmo nel governo degli imperatori; ai Romani lasciammo le leggi, gl'impieghi civili, la religione»: ma i nostri aborrivano i fiacchi successori di Teodorico, che nè sapevano mantener pace, nè farsi formidabili in guerra, e colle dissensioni religiose, o col mescolarsi nell'elezione dei pontefici, s'erano resi odiosi. Ora questa contrada, che non si può mai chiamar bella senza aggiungervi infelice, guasta da barbari e da civili, da oppressori e da liberatori, subì una nuova servitù senza nemmanco il riposo: poichè, durante ancora la guerra, nuovo flagello la percosse. L'ingordo Leutari e l'ambizioso Bucellino fratelli, duchi dei Franchi, assunsero in propria testa una spedizione in Italia (553), e con settantacinque mila Alemanni, ancor più barbari dei Franchi, corsero fin al Sannio, devastando ogni cosa: quivi spartitisi, Bucellino andò a guastare la Campania, la Lucania e il Bruzio; Leutari la Puglia e la Calabria, fin dove il mare gli arrestò. Più che la guerra, le malattie cagionate da intemperanza li logorarono, sicchè da se medesimi si strappavano a morsi le carni: e la primavera che venne, Narsete potè sconfiggere e uccidere Bucellino con tutti i suoi presso Casilino, mentre quei di Leutari perivano sul Benaco, presi da pauroso furore, che fu attribuito all'oltraggio fatto alle cose sacre.

Diciott'anni di lenta guerra, tra orde viventi di ruba, micidiali ad amici e nemici, aveano sfinito l'Italia. Nella quarta campagna, cinquantamila campagnuoli perirono di fame nel Piceno; assai peggio nelle provincie meridionali, ove beato chi trovasse ghiande; qualche madre mangiò i proprj parti. Procopio vide una capra porger le poppe ad un bambolo derelitto; due donne, narra egli stesso, intorno a Rimini alloggiavano viandanti per mangiarli, e fin diciassette ne uccisero così: esagerazione che lascia argomentare del vero. Fiera peste ne conseguì, e in tanto spopolamento mancava sino il ristoro di Barbari qui accasatisi: e ai gemiti dei popolani facevano insulto gli stravizj de' soldati, alla cui insania, dice Agatia, non restava che di barattare scudi e cimieri con vino e cetre. A queste scuole imparava l'Italia cosa sieno le liberazioni degli stranieri, ed avvezzavasi ad obbedire a questi o a quelli, in arbitrio della forza.

La patria nostra formò uno dei diciotto esarcati, tra cui, dopo Giustiniano, fu ripartito l'impero romano; Roma divenne secondaria a Ravenna, di dove Narsete resse quindici anni dall'Alpi alla Calabria, cercando porvi qualche ordine, ripopolare le città, fra cui Napoli, dove papa Silverio accolse i fuorusciti delle arse circostanze.

Ad istanza di Vigilio, venerabile vescovo dell'antica Roma, Giustiniano diede una prammatica sanzione per gli Occidentali in ventisette articoli, ove confermava gli atti di Teodorico e del nipote, cancellando quanto la forza ed il timore avessero estorto durante l'usurpazione di Totila; nelle scuole e ne' tribunali introdusse la sua giurisprudenza; assegnò stipendj a legisti, medici, oratori, grammatici, reliquie dell'accademia romana; al papa e al senato (parola destituita di senso) lasciò la ispezione sui pesi e le misure. La giurisdizione civile tornò a distinguere dalla militare, contro l'usanza dei Barbari, e solo competente era il giudice civile, salvo se i contendenti fossero persone di guerra. Conti nelle varie città, superiori ai soldati non solo, ma a tutto il municipio, giudicavano in prima istanza delle cause, le quali per appello recavansi a Costantinopoli[45]. Un maestro dei soldati sostenea le veci del duca, e ad esso obbedivano i tribuni o patroni, che erano presidenti alle scuole delle arti, e giudici delle liti agitate fra i membri di queste. Le scuole insieme formavano l'esercito: chi non v'apparteneva, era popolo. Ai duumviri o quatuorviri furono surrogati i dativi, presidi ai giudizj civili; i consoli ai decurioni.

Adunque si assodò il governo dei municipj, che non tardarono a farsi indipendenti per opera dei duchi e maestri de' soldati; e le dignità si rendevano ereditarie, perchè attribuite generalmente in ragione della ricchezza. Ma l'amministrazione peggiorava, atteso che i prefetti delle provincie, invece di essere deputati dal senato, come sotto i Goti, venivano da Costantinopoli, e avendo comprato la carica, volevano rifarsene; tanto che un governatore della Sardegna, rimproverato perchè avesse permesso di sacrificare agl'idoli, rispose: — Sì caro mi costa l'impiego, che neppure con questo spediente n'uscirò netto». E papa Gregorio esclama: — La nequizia dei Greci trascende la spada dei Barbari; tanto da sembrar più pietosi i nemici i quali uccidono, che non i giudici dello Stato, i quali opprimono con malvagità, frodi e rapine».

Di peggio avvenne quando il debole e violento Giustino II, nipote e successore di Giustiniano, a Narsete surrogò Longino (568), ignorante delle armi e del paese. Dicono che all'avaro ma prode Narsete l'imperatrice Sofia inviasse pennecchi e fusa, dicendogli: — Torna a filare colle mie donzelle». Men generoso o men pusillanime di Belisario, egli rispose: — Filerò una tela, da cui difficilmente si distrigherà l'Impero»; ed invitò i Longobardi a scendere in una terra ove scorrono il latte e il miele, e a cui Dio non ha creato la somigliante. Le nuove rovine che costoro aggiunsero alle rovine d'Italia, non furono vedute da Narsete, morto due anni dopo il suo padrone.

CAPITOLO LXI. I Longobardi.

Imperante Tiberio, i Romani udirono prima il nome de' Longobardi, «popoli (dice Tacito) cui nobilita l'esser pochi, e che stando in mezzo ad altri potentissimi, non col rispetto si fanno sicuri, ma col cimento e le battaglie». Fossero il grosso della nazione, o piuttosto una banda, abitavano oltre l'Elba, dove poi fu la Marca media di Brandeburgo; combatterono sotto Maraboduo, poi sotto Arminio; Tolomeo li trovava già sul Reno; anche il Danubio varcarono, ma ne furono respinti.

Tradizioni, non accettate dalla moderna critica, traevano tutte le genti nuove dalla Scandinavia; e di là pure i patrj racconti dicevano uscita la coraggiosa e guerresca gente de' Longobardi, dietro alla valckiria Gambara, e ai capitani Ibor e Ayone. Freja e il guerresco Odino erano le loro divinità; e come tutti gli adoratori di questo, riconoscevano una nobiltà d'origine celeste, chiamata degli Adelingi[46], nobiltà guerriera e insieme sacerdotale, per modo che le conversioni fra loro non erano personali, bensì un affare di Stato, bastando il re le decretasse.

Agelmondo, primo lor condottiere, passando da uno stagno dov'erano stati dalla madre gettati sette bambini, natile a un parto da nozze infande, sporse la lancia; un di quelli la afferrò, ed egli il trasse in salvo, e lo nomò Lamisso, cioè figlio della lama, o della palude. Allevato con gran cura, costui si segnalò per valore, e massime vincendo una temuta amazone; e tanto fece che divenne re.

Sotto i suoi successori (la cui serie, conservata gelosamente, più tardi fu collocata in testa al loro codice) i Longobardi tolsero l'antica Rugia agli Eruli, e si piantarono a mezzogiorno del Danubio, nella Pannonia, che pareva la stazione di quanti preparavansi ad invadere l'Italia. Colà si trovarono vicini i Gepidi, i quali, alla morte di Attila che gli avea sottomessi, occupato avevano le terre intorno al Danubio, abbandonate dai Goti quando venivano contro Belisario; e presto ebbero occasione di guerre. Waltari, ultimo degli Adelingi, fu spodestato da Audoino; ma Ildechi, che pretendeva alla dominazione dei Longobardi, cercò ajuto di Gepidi istigandoli a guerra contro i suoi. In quel tempo Turisindo aveva usurpata la corona de' Gepidi a Ustrigoto, il quale a vicenda avea chiesto ricovero e ajuto di Longobardi. Audoino e Turisindo conobbero esser follia il combattere fuori un'usurpazione che ciascuno aveva imitata in casa; uccisero ciascuno l'ospitato rivale dell'altro, e il reciproco delitto saldò la loro pace.

Ma pace non poteva durare fra due popoli fieri, separati soltanto dal Tibisco; e delle incessanti guerre si conservò memoria nelle canzoni, o forse in un poema nazionale, donde, due secoli più tardi, Paolo Warnefrido, diacono del Friuli, trasse un racconto delle geste dei Longobardi. È romanzo piuttosto che storia, ma in difetto d'altri monumenti, vuolsi seguirlo come ritratto dell'indole di esso popolo.

Secondo quello, da Audoino nacque Alboino, il quale, guerreggiando il gepido Turisindo, ne uccise il figlio Turismondo (566). I signori longobardi, ammirando il valore del giovane principe, chiedono al re se lo faccia sedere allato nel banchetto, della vittoria; ma Audoino, — Per istituto de' nostri maggiori, verun principe si pone a mensa col padre, se prima non abbia ricevuto le armi da re straniero». E Alboino con quaranta risoluti passa alla corte di Turisindo, e gli chiede l'adozione delle armi. Lo ospitò il Gepido, e gl'imbandì; ma mentre sedevano al desco riflettè mestamente: — Al posto di mio figlio sta colui che l'ha trucidato». Tale esclamazione fe prorompere l'astio dei Gepidi; e Cunimondo, altro figlio del re, caldo dal dispetto e dal vino, uscì in motti pungenti, e paragonò i Longobardi, per aspetto e per fetore, a giumente. — Ma queste giumente (rispose Alboino) come sappiano springare calci lo dice la pianura di Asfeld, ove giaciono l'ossa di tuo fratello come di bestia vile». Al ripicchio che ridestava un disperato dolore, si caccia mano alle scimitarre di qua e di là; ma Turisindo, riuscito a stento a proteggere i diritti dell'ospitalità, colle armi di Turismondo riveste Alboino, che reduce al padre e ammesso al convito, narra l'ardimento suo e la fede del re nemico.

Cunimondo, sostituito al defunto padre dal voto di tutti, cioè dei guerrieri, pensò vendicare gli antichi oltraggi, e ruppe guerra ad Alboino, ch'era succeduto anch'esso al genitore. Questi invocò in ajuto un'orda di Avari, colla quale sconfisse il nemico, e colla morte di Cunimondo mise al nulla il regno dei Gepidi (566), i cui avanzi andarono o misti ai Longobardi o schiavi degli Avari.

Alboino avea sposata Clotsuinda, figlia di Clotario, possente re dei Franchi: piissima donna, cui Nicezio, vescovo di Tréveri, esortava a convertire il marito dall'eresia ariana. «Fa stupore (scriveale) che, mentre le genti lo paventano, i rei lo venerano, le podestà senza fine lo lodano, l'imperatore stesso gli dà la preminenza, egli non si prenda cura dell'anima; che, mentre splende di reputazione, nulla si brighi del regno di Dio e della sua salute»[47].

Era dunque fra i Barbari in grande stima Alboino, il quale, inorgoglito dalle primiere, qualche nuova insigne impresa meditava.

I Longobardi erano men tosto una nazione che un esercito, divelto già un pezzo dalle terre natìe, e accampato or qua or là, talvolta a servigio di stranieri, sempre sistemato alla militare. Al modo degli altri Germani, allorchè decretavasi un'impresa comune si univano al re i varj capi (gasindi) della nazione con volontarj seguaci, d'accordo fin al compimento, ma del resto indipendenti, e vogliosi d'assicurarsi ciascuno ricchezza e dominio.

Quelli che da Giustiniano erano stati chiamati in Italia a combattere Totila, non rifinivano di celebrar questo cielo e questi luoghi, che tante sventure non avevano ancora abbastanza disabbelliti. Alboino rifrescò le rimembranze collo imbandire i frutti più squisiti e i migliori vini d'Italia. Quel Narsete, ch'erasi fatto rispettare col valore e amare coi donativi, più non difendeva le latine contrade, anzi oltraggiato gl'invitava a vendicarlo. Occorreva di più per determinare ad imprese una gente guerresca, che priva ancora di patria, ne troverebbe una sì bella, dopo facile vittoria sopra un popolo disarmato?

Pertanto «correndo l'indizione prima, nell'anno di Cristo 568, il giorno dopo la pasqua, che in quell'anno cadeva al 1º d'aprile»[48], Alboino si mosse dalla Pannonia, lasciando questa agli Avari, col singolare patto di restituirgliela se fosse costretto a ritornare. Come fu udito che i Longobardi s'accingevano a passar le Alpi, dalla Germania e dalla Scizia accorsero compagni alla fatica ed alla preda Gepidi, Bulgari, Sármati, Pannoni, Svevi, Norici, e, principalmente graditi ad Alboino, ventimila combattenti Sassoni, con mogli e figliuoli.

Con tanta mescolanza di razze, di culti, di costumi[49], e coi vizj e le doti d'un capo barbaro, Alboino si mosse; da un'altura ai confini d'Italia, che poi fu detta Monreale (Monte Maggiore?) additò a' seguaci la bellezza del paese che li menava a conquistare, e si avventò sopra la Venezia. Aquileja, posta al limitare d'Italia, smantellata da Attila, non poteva opporgli contrasto; e il patriarca Paolino, coi principali e col tesoro della Chiesa, ricoverarono nell'isola di Grado, crescendo così la Repubblica delle lagune adriatiche. Occupato Cividale, Alboino sentì la necessità di ben proteggere le alpi Giulie, e vi lasciò il proprio nipote e gran cavallerizzo (marpahis) Gisulfo, col titolo di duca del Friuli. Il quale accettò, purchè gli si lasciassero quelle famiglie (fare) che egli sceglierebbe; e così vi collocò le migliori prosapie longobarde, e buone razze di cavalli e di bufali, allora prima veduti in Italia. Alboino continuando la marciata, alla Piave incontrato Felice vescovo di Treviso, che raccomandavagli il popolo e i beni della sua chiesa, gli fece spedire un diploma che questi assicurava. Politica opportuna, mercè della quale il patriarca d'Aquileja rientrò anch'egli bentosto nella sua sede.

I quindici anni della dominazione greca aveano, colla fiscale pressura, incancrenito le piaghe della patria nostra, a cui peste e carestia tolsero perfino i riposi della servitù. Longino patrizio era venuto qui senza truppe: forse le scarse che restavano furono concentrate nelle fortezze e attorno a Ravenna, invece di moltiplicarle portandole rapidamente ove bisogno: di nuove non poteva mandarne Giustino, in guerra coi Persi e minacciato d'una diversione degli Avari, alleati de' Longobardi.

Alboino dunque occupò Vicenza e Verona senza resistenza; con piccola, Padova, Monselice, Mantova, poi Trento, Brescia e Bergamo; ai 3 di settembre veniva gridato re in Milano, donde erano fuggiti i primati col vescovo Onorato[50]. La Liguria, di cui Milano era capo, abbracciava allora Pavia, Novara, Vercelli, il Monferrato, il Piemonte, la riviera di Genova; ma quest'ultima e Albenga e Savona, giovate dalla posizione marittima, resistettero all'invasore. Anche Pavia tenne saldo tre anni e mesi; dalla quale opposizione indispettito, Alboino giurò mandarla a sterminio; ma quando la fame gliel'ebbe schiusa, nell'entrare il suo cavallo cascò, nè voleva più rialzarsi. La pietà interpretò al Barbaro questo caso come un'ammonizione del Cielo contro il voto sanguinario fatto a danno d'un popolo veramente cristiano; onde Alboino lasciossi placare; ed essendosi allora il cavallo rialzato, egli entrò, e nel palazzo di Teodorico posò la sede del nuovo regno longobardo.

Durante l'assedio egli aveva passato il Po, sottomettendo la riva destra fin dove vi confluisce il Tánaro; poi spingendosi per la Toscana e nell'Ombria, collocò un duca a Spoleto; fe correrie sino a Roma, senza però occuparla; fors'anche arrivò più a mezzodì, e fondò il ducato di Benevento[51], che dovea sopravivere al regno longobardo.

Non si vede che Longino gli stesse mai a fronte; talchè, se più abile nel capitanare o più forte nel dominare, Alboino poteva di presente sottoporre l'intera Italia: ma si distrasse in inutili imprese; e mentre a domare tante città sariensi volute tutte le forze della nazione, i capitani, uniti soltanto da quel legame che congiungeva i gasindi col signore, prendevano quartiere sulle terre man mano conquistate, altri portavano altrove le minaccie.

Dell'ucciso Cunimondo aveva Alboino costretto la figlia Rosmunda a sposarlo, e col cranio di lui formato una tazza, per accoppiare ai piaceri della mensa la fiera voluttà della vittoria; — e (dice Paolo Diacono) io stesso, Cristo m'è testimonio, vidi il principe Rachi in giorno festivo tener in mano quel bicchiere, e mostrarlo a' convitati». Or mentre in Verona solennizzava le ben succedute imprese, al levar delle tavole chiese quella tazza, e poichè tutti n'ebbero bevuto in giro, coronatala d'altro vino, disse: — Recatela a Rosmunda acciocchè beva con suo padre». La celia brutale punse al vivo la donna, che preparò vendetta. Si fe cedere segretamente il letto da una concubina del valorosissimo Perideo; e come fu stata seco, gli si palesò, mostrando non restargli altro scampo che trucidare il re. E il re fu scannato (573).

Rosmunda sperava, coll'ajuto de' suoi Gepidi, mettere in trono l'amante Elmigiso, vile complice del doppio delitto: ma i Longobardi, che assai compiansero Alboino, contrariarono la indegna, la quale con la figlia Alesuinda, i due drudi, pochi fedeli e molti tesori, salvossi a Ravenna. L'esarca Longino, che lusingavasi colle discordie fiaccar coloro che non ardiva coll'armi, venuto terzo agli amori della svergognata, la persuase a toglier di mezzo Elmigiso. A questo ella mescè un veleno mentre stava nel bagno; ma egli insospettito la obbligò a bere il residuo del nappo funesto; ed entrambi morirono delle conseguenze della loro perversità.

Alesuinda fu mandata coi tesori a Costantinopoli (574), ove Perideo fece gran mostra di vigore uccidendo uno smisurato leone, e dove, paragonato per robustezza a Sansone, fu come questo accecato, e come questo tentò una vendetta. Finse aver segreti importanti da rivelare all'imperatore, ed essendo venuti de' patrizj ad ascoltarlo, credendoli lui, gli uccise.

Frattanto i capi longobardi in Pavia posero la regia lancia in mano di Clefi, che continuando le vittorie e lo sterminio dei potenti Romani, spinse le conquiste fino alle porte di Ravenna e di Roma; mentre i duchi che s'erano stanziati al confine delle Alpi s'avventavano sulle terre dei Franchi; ma al re dei Borgognoni dovettero cedere Aosta e Susa, le quali d'allora in poi spettarono al regno di Borgogna. Altri Franchi dominavano i paesi che or sono Grigioni e Tirolo, e da Anagni in val di Non snidolli il duca di Trento.

I Longobardi non erano dunque diretti nella conquista da una volontà preponderante: e poichè, dopo penetrati in Italia, cessava lo scopo unanime, ciascun capo pigliava per sè una provincia, che non era già una divisione amministrativa, ma veramente una signoria distinta, munita, estesa, governata alla germanica, ma con modi particolari. Quando Clefi, dopo diciotto mesi, fu assassinato (575), poteasi dire consumata l'impresa, per la quale i gasindi eransi sottoposti a un capo; laonde trovarono superfluo l'eleggere un altro re, e ciascuno dei trenta duchi provvide a trar profitto dal paese occupato, anzi che a sottomettere tutta Italia.

Le sei nazioni di Sarmati, Bulgari, Gepidi, Svevi, Pannoni, Norici, venute commilitoni ad Alboino, furono assise in cantoni distinti, dove conservarono la libertà, il dialetto e il nome. I Sassoni non vollero sottoporsi alle leggi longobarde, onde ripartirono, devastando la Provenza. Inesperti del mare, i Longobardi non poterono soggiogar le coste, soccorse di fuori; onde il lembo dalla foce del Po a quella dell'Arno restò da essi indipendente, e così Genova per alcun tempo, e per sempre la Sicilia e le isole. Anche alcune terre montuose e fra' laghi furono immuni dalla loro conquista, come Susa, qualche pianoro delle alpi Cozie, l'isola Comacina: e così pure Cremona, Mantova, Padova.

Il regno longobardo distribuivasi in Austria od orientale, composta del Friuli e del Trentino; Neustria od occidentale, composta de' ducati d'Ivrea, Torino e Liguria; stava di mezzo la Tuscia, in parte regia, in parte composta dei ducati di Lucca, Toscana, Castro, Ronciglione e Perugia. Nell'Emilia non tenevano i Longobardi che Reggio, Piacenza e Parma; nell'Italia meridionale la piccola Longobardia, cioè i ducati di Spoleto e Benevento, e il principato di Salerno. In questi paesi la nazione guerresca era militarmente ordinata in squadre o fare.

Le terre che restavano soggette all'esarca ed ai duchi greci, perchè ricovero de' Romani, presero nome di Romagna, ed erano, oltre Ravenna, le città di Bologna, Imola, Faenza, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì, Cesena, e la pentapoli marina di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia. A Roma, Gaeta, Taranto, Siracusa, Cagliari ed altrove l'esarca collocava dei duchi o maestri della milizia. Napoli ben presto si tolse alla soggezione, nominando da sè i proprj duchi. Venezia cresceva dei fuggiaschi latini, e col professarsi in parole suddita agli imperatori di Bisanzio, cercava l'indipendenza di fatto.

Limitavasi dunque la dominazione greca quasi al solo esarcato e a Roma non ancora sacerdotale: ma quivi su ristretto spazio erasi affollata la gente, che le persone e le ricchezze sottraeva alla dominazione de' Barbari, e alla persecuzione temuta da essi come ariani. Chi manca di forza a sollevarsi da sè confida smisuratamente in altrui; e i nostri non finivano di esortar l'imperatore Tiberio II a liberarli; il senato romano gli mandò trentamila libbre d'oro, e la plebe gli gridava: — Se non vali a francarci dai Longobardi, almen ci campa dalla fame».

E grano spedì in fatti il buon imperatore, ma non armi; sicchè il senato non trovò spediente migliore che guadagnare a denaro qualche capo nemico. Tale fu lo svevo Droctulfo, già prigioniero di guerra dei Longobardi, poi da essi fatto duca[52], e che messosi al soldo dell'esarca di Ravenna, e preso Brescello, di là bezzicava i Longobardi. Con cinquantamila monete d'oro poi il senato indusse Childeperto, re dei Franchi, a scendere in Italia molestando i Longobardi. Mosse egli di fatto con potente esercito: laonde venendo rimesso in quistione il dominio, i duchi, dopo nove anni di vacanza, convennero d'eleggere un re (584). Fu Autàri, figlio di Clefi; e poichè il tesoro d'Alboino era stato da Rosmunda portato a Ravenna, e i beni regj eransi spartiti fra i duchi, questi s'accontarono di dare al re metà delle proprie sostanze.

Autari con lauti doni rimandò Childeperto di là dall'Alpi, donde per doni si era mosso; ma l'imperatore pretendea che il Franco continuasse la guerra promessa; se no, restituisse l'anticipatogli sussidio; onde Childeperto per soddisfare la promessa tornò, ma non fece che aggiungere sconfitte al disonore. Per lavare l'onta, egli, con venti capitani formidabili, calasi una terza volta (590), e quantunque sconfitto presso Bellinzona, avanzasi e prende Milano e Verona. Autari, non volendo commettere la sorte del regno ad una battaglia, e d'altra parte importandogli il dominio, non gli abitanti, chiude le forze e i tesori longobardi nelle piazze munite, e lascia che il paese sia mandato a ruba. Se i Greci si fossero congiunti ai Franchi presso Milano, com'era l'accordo, poteva essere schiantata la dominazione longobarda: ma mentre i primi attorno a Modena e Parma perdevano il tempo che in guerra è tutto, stanchezza e discordia entrò fra i comandanti Franchi, e Childeperto se ne andò su per l'Adige, diroccando molti forti nelle valli tridentine.

Autari allora, sbucato da Pavia, ricupera facilmente il paese; anzi profittando del diffuso scoraggiamento, occupa anche l'isoletta Comacina nel lago di Como, dove sin allora aveva resistito Francione, partigiano imperiale, e dove s'erano adunate ricchezze da tutte le città[53]. Fatto poi nodo a Spoleto, si difila sopra il Sannio, tocca l'estrema punta d'Italia, e spinto il cavallo nel mare, e lanciato il giavellotto contro una colonna ivi ritta, esclama: — Questo sarà il confine del regno longobardo».

E forse era il momento di ridur l'Italia in loro dominio, se i Longobardi avessero saputo rispettare i sentimenti e la religione degl'italiani, anzichè farsene odiare come eretici e tiranni, e sprezzare come barbari.

Però il primitivo furore di conquista era mitigato, e qualche ordine e civiltà s'introdusse, massime per opera d'una straniera. Dagli avanzi della potenza di Odoacre e degli Ostrogoti dopo perduta l'Italia erasi formata la gente dei Bavari, di cui era allora duca Garibaldo, della dinastia degli Agilulfingi. Autari mandò a chiedergli sposa la figlia Teodolinda, e n'ebbe il sì, a preferenza di Childeperto re de' Franchi: ma allungandosi la conchiusione, il principe longobardo, impaziente di conoscere la promessa fanciulla e di prevenire Childeperto, va a quella Corte, fingendosi uno degli ambasciatori di Autari. Comparsa Teodolinda e piaciutagli, esso la salutò regina d'Italia, e chiese adempisse il rito patrio col porgere una coppa di vino ai futuri suoi sudditi. Com'essa il fece, Autari nel restituirgliela le toccò di furto la mano, e fece che la destra di lei gli strisciasse la faccia. Teodolinda raccontò l'occorso alla nutrice; e questa la accertò che nessun altro, dal re in fuori, sarebbesi tanto permesso; di che ella si compiacque, avendolo veduto bel giovane e proporzionato. Egli partendo, come al confine si congedava dalla scorta bavarese, s'alzò sul cavallo, e di tutta forza scagliò l'ascia contro un albero, dicendo: — Siffatti colpi vibra il re de' Longobardi».

591

Il franco Childeperto assalì alla sprovvista Garibaldo per rapirgli Teodolinda, ma questa potè raggiungere in Verona lo sposo. Molti Bavari si piantarono fra i Longobardi; Gundualdo, fratello di lei, fu posto duca d'Asti, futuro padre di re. In capo a un anno Autari morì; e tal fiducia i Longobardi aveano posto in Teodolinda, che dichiararono torrebbero a re quel ch'essa scegliesse a sposo. Ed essa invitò a Corte Agilulfo, duca di Torino, non meno insigne per aspetto che per animo bellicoso: e bevuto, porse a lui la tazza da vuotare. Egli ne la ringraziò baciandole la mano; ma Teodolinda: — Perchè baci sulla mano colei, che hai diritto di baciare in bocca?» E quest'atto rese pubblica la scelta, confermata ed applaudita dall'assemblea nazionale.

Questi fatti particolari, come che abbelliti dall'immaginazione o dall'arte del narratore longobardo, rivelano le costumanze del popolo dominante.

La pietà di Teodolinda veniva opportunissima a mitigare la fierezza dei Longobardi. Costoro, prima d'entrare in Italia, avevano abbracciato il cristianesimo; ma conservavano alcune pratiche idolatre, a segno che torturarono quaranta contadini romani prigionieri, che non vollero adorare il teschio di una capra da loro immolata. Per isventura, i primi che andarono ad apostolarli erano ariani: talchè, dopo vinte le resistenze dell'intelletto e della passione onde farsi cristiani, dovettero stupire ed indignarsi nell'udir dai Cattolici che si trovavano novamente sulla via dell'inferno. Essi da principio molestarono i cattolici, cacciandone i vescovi per sostituirne d'ariani; dappoi tollerarono doppio vescovo in ciascuna città: ma la nomina e la conferma erano occasione di traversie pel cattolico, avversato dai vincitori, sostenuto dai vinti. Autari, che aveva abbandonato l'idolatria per l'arianismo, s'adombrò del preponderare dei Cattolici, laonde proibì di battezzare cattolicamente i nati da Longobardi; la morte che prontamente gli sopravvenne, volle guardarsi come celeste castigo di un decreto, il quale non fece che infervorare i Cattolici, sorretti anche dal pontefice Gregorio Magno. A questo ne volle male Agilulfo, e passato il Po, minacciò Roma stessa; onde il papa sospendeva il corso delle sue omelie sopra Ezechiele, dicendo: — Ogni dove si ascoltano gemiti; Agilulfo distrugge le città, dirocca i castelli, spopola le campagne, intere contrade riducendo in solitudine; a Roma giungono persone colle mani troncate; altre sono condotte in ischiavitù, e tutt'intorno non vediamo che strazj d'infelici e immagine di morte».

Teodolinda era cattolica; e quel pontefice con frequenti lettere e col mandarle i proprj Dialoghi ne sostenne lo zelo, di modo che ella ridusse alla vera fede lo sposo suo: il loro figliuolo fu battezzato cattolicamente, e «restituito l'onore e la dignità solita ai vescovi, fin qui depressi ed abjetti»[54]. Sull'esempio loro, l'intera nazione si fe' cattolica, zelò il culto e moltiplicò le chiese, che in alcune città salivano a centinaja; ed eccetto le parrocchiali, a tutte erano congiunti o monasteri o spedali per infermi e pellegrini. Teodolinda fece restituirvi i beni rapiti, e di nuovi ne aggiunse; e «per sè, pel marito, i figliuoli e le figliuole e tutti i Longobardi d'Italia» fabbricò la basilica di San Giovanni Battista in Monza, preceduta da un atrio a portici, e formata a croce greca, sormontata da una cupola sostenuta da colonne ottagone, sotto la quale sorgea l'altare, a cui ascendevasi per una scalea.

Sulla porta maggiore della basilica odierna, fabbricata nel XIV secolo, è un bassorilievo, che potrebbe essere contemporaneo a Teodolinda, di marmo bianco a dorature e colori, rappresentante il battesimo di Cristo; e nella parte superiore v'è effigiata essa regina in atto di offrire al Battista una corona gemmata, e allato di lei la figlia Gundeberga colle mani in orazione, il figlio Adaloaldo, tenente una colomba, e a ginocchi il marito Agilulfo: oltre l'immagine dei doni fatti da quei re, cioè corone, croci, vasi, la chioccia coi pulcini, che ancor si conserva. E vi si conservano pure un evangeliario coperto di lastra d'oro di sessanta oncie, con preziose gemme e otto cammei, iscritto De donis Dei offerit Theodolenda regina gloriosissema sancto Johanni Baptistæ quam ipsa fundavit in Modicia prope palatium suum; una patena d'oro contornata di quattro giacinti, quattro smeraldi e diciassette perle; un'animetta da calice in lastra d'oro con centododici gemme, ventuna perla e una grossa ametista; un pettine d'avorio legato in argento dorato e a gioje; una croce di ducento oncie d'oro, con rappresentate la vita di Cristo da un lato, dall'altro quella del Battista, e l'immagine di Teodolinda coll'iscrizione Theodolenda regina viva in Deo. Più degne di nota sono la corona ferrea, che forse era un vezzo d'essa regina, e la corona gemmata d'Agilulfo, avente in giro i dodici Apostoli in altrettante nicchie, e in mezzo il Salvatore seduto fra due angeli, e una croce pendente da una catenella[55].

Teodolinda nella sua basilica depose anche molte reliquie, impetrate dal pontefice, cioè olj dalle lampade che ardevano davanti ai martiri, entro ampolle di cristallo, d'avorio o d'altro, che ancora si venerano, come il papiro dov'erano registrate[56]. Là pure essa aveva un palazzo, arricchito di pitture rappresentanti costumi nazionali: e tanto basti a convincere come le arti non fossero perite. La tradizione popolare attribuisce infinite opere alla pia regina, la cui memoria vive tra il nostro vulgo in benedizione.

Di questo tempo gli imperatori iconoclasti (come a disteso narreremo) vollero costringere i Romani a ripudiare il culto delle immagini; e questi, non potendo altrimenti assicurare la libertà delle coscienze e del culto, sorsero a rivolta, e ne scossero il giogo. Gregorio Magno, che più volte aveva elevato la voce contro gli abusi de' ministri greci in Italia, confortò i Romani nell'impresa; ben lontano però dal dar favore ai Longobardi, riconciliò anzi questi coll'esarca Callinico. Ma avendo i Greci rotto fede e assalita Parma nel cuor della pace, sorprendendo e menando schiava la stessa figlia del re, Agilulfo s'alleò col kacano degli Avari, perpetuo nemico dell'impero orientale, il quale assalendo la Tracia e spedendo un corpo di Slavi in Italia, diè il tratto alla fortuna del Longobardo, che occupò Cremona, Mantova, Padova, fin allora rimaste agl'imperatori, e col fuoco punì in esse la perfidia dell'esarca. Tentò egli più d'una volta sbarcare in Sardegna, ma il colpo gli fallì.

Lo turbarono alcuni duchi, sorti ad aperta ribellione, forse per riazione ariana contro il dominante cattolico. Or clemenza egli v'adoprò, or rigore, massime contro quelli che avessero parteggiato collo straniero; come Maurizio, che aveva tradito Perugia al romano esarca, e Minulfo, duca dell'isola d'Orta, che aveva tenuto mano ad un'invasione di Franchi.

Coi quali Franchi era stata tregua, ma pace non mai; e i Longobardi, fin dal tempo dei Trenta duchi, continuavano a tributar loro dodicimila scudi d'oro. Re Agilulfo spedì a corrompere con mille soldi cadauno i tre ministri di re Clotario, i quali persuasero questo ad accettare trentaseimila scudi una volta tanto, e così cessò il vergognoso tributo.

Agilulfo erasi associato nel regno il figlio Adaloaldo, che gli successe sotto la tutela di Teodolinda (615). Ma talmente egli delirava in empietà e crudeltà, che si disse avergli l'imperatore Eraclio propinata una bevanda, per la quale non poteva operare se non come questi volesse. Forse così la voce popolare espresse l'inclinazione di lui a favorire mentosto gl'interessi di sua nazione, che quelli dei Romani; vietò le incursioni sui territorj ancora indipendenti; fu detto pensasse ammazzar tutti i nobili longobardi e darsi ai Greci; onde i grandi lo deposero (625), sostituendo Ariovaldo, duca di Torino, nè Cattolico, nè della stirpe bavarese. Prima d'esser re, aveva egli incontrato a Pavia un prete Selidolfo, monaco di Bobbio, e vistolo, — Ecco un dei monaci di Colombano (il santo fondatore di quel monastero) che non si degnano di renderci il saluto»; e fu primo a salutarlo. Selidolfo rispose che anch'esso gli avrebbe augurato salute se non avesse sentito dello scemo in materia di fede. Il principe stizzito lo fece bastonar di maniera, che il frate stette come morto, poi riavutosi, se n'andò[57].

Ariovaldo ebbe regno pacifico e senza ricordati accidenti, eccetto le sommosse di due fratelli Tasone e Cacone, duchi del Friuli, nipoti del bavarese Gisulfo. Ebbe egli sospetto che con costoro se l'intendesse Gundeberga, loro cugina come figlia di Teodolinda e sorella d'Adaloaldo, che egli aveva sposata per ispianarsi la via al regno, e che voleva imitar la madre nel mescolarsi ai pubblici maneggi, sostenuta dall'amore dei Longobardi. Non sentendosi forte per esterminare i due ribelli, Ariovaldo comprò l'esarca di Ravenna, il quale, chiamatili a sè in Oderzo col pretesto di tagliar loro la barba, cioè adottarli come figliuoli e clienti dell'Impero, gli uccise: ed il re in compenso perdonò un tributo che gli doveano gli esarchi.

636

Lui morto, Gundeberga, sapendo d'aver in pugno il voto dei principali Longobardi, esibì la corona a Rotari duca di Brescia[58], s'e' volesse ripudiare la prima moglie e sposar lei. Così fu fatto. Egli era degli Arodi, antichissima schiatta longobarda: e col punire severamente i signori che aveano disfavorito la sua nomina, ebbe occasione di ripristinare l'obbedienza. Ingrato alla moglie, oltre abbandonarsi a concubine, tolse a perseguitarla. Adaulfo, cortigiano longobardo, sentendosi lodare da lei, ardì richiederla d'amore; e rifiutato, l'accusò d'accordarsi con un duca per avvelenar il marito: e Rotari la cacciò nel castel di Lomello, ove tre anni essa mangiò il pane della tribolazione e della pazienza. Alfine il re franco Clotario mandò a far querela dell'indegno trattamento; e poichè Rotari adduceva l'appostagli taccia, uno de' messi gli disse: — Presto fatto a chiarirti il vero. Ordina all'accusatore che combatta con un campione della regina, e il giudizio di Dio decida». Su questi giudizj di Dio or ora parleremo: e in fatti il partito piacque, si combattè, e l'accusatore restò ucciso, e Gundeberga ripristinata nella dignità e nei possessi[59].

Rotari, ariano, pose un vescovo di sua credenza in ogni città, pure largheggiò colle chiese; e quando il vescovo di Pavia, capitale del regno, si ridusse cattolico, cessò quel doppio primato. Onde reprimere gli inquieti, Rotari mandò a morte molti Longobardi; rotta poi guerra ai Romani, diroccò Oderzo, occupò Luni, Genova, Savona, Albenga, e tutto il paese a mare sino alle terre dei Franchi di Borgogna, smantellando le città, e volendo non si chiamassero più che vichi[60]: molti abitanti vendette schiavi ai Franchi.

CAPITOLO LXII. Gl'invasori. Legislazione longobarda. Costumi.

Il longobardo è un dominio militare, che intende a conservarsi, ma non si consolida. Fuori dee difendersi dagli Slavi da una parte, dai Franchi dall'altra; dentro fa sforzi continui ma non concordi a guadagnar nuove terre sopra i Greci. Dopo Teodolinda, par di vedere il contrasto fra un partito che s'avvicina agli ecclesiastici ed agli Italiani; e un altro che ne rifugge, e beffa i Romani e gli uccide; quello intento a fondere, questo a tenere disgregati. E a disgregare le parti stesse del regno faticavano i duchi, mentre il re s'ingegnava ridurre ad unità di dominio, facendo prevalere sopra la libertà germanica l'assolutezza militare dapprima, in appresso la magistratura al modo romano. A tal fine Rotari fece scrivere il diritto longobardico: sicchè a lui vogliamo fermarci per considerare l'indole generale della conquista germanica, e gli speciali istituti de' Longobardi; viepiù importanti a studiarsi perchè mutarono la forma civile, durarono lungamente, e continuarono il loro effetto anche sulle successive legislazioni della patria nostra.

L'antica Germania non formava una monarchia compatta, ma una confederazione di liberi e nobili, sottomessi a principi ereditarj o a capi elettivi. La parentela, il vicinato, la clientela costituivano parziali agglomerazioni, ciascuna delle quali regolava i particolari interessi in assemblee generali; e i capicasa esercitavano la sovranità, decidendo della guerra e della pace, giudicando i rei di Stato, nominando chi amministrasse la giustizia nei borghi, dando le armi a chi era riconosciuto capace di portarle. Ne' casi di maggior interesse, quando cioè il braccio di tutti fosse necessario, tutta la nazione si raccoglieva, e deliberava quello, cui essa medesima doveva poi dar compimento.

I capi, disponendo poi del veto e del braccio di molti clienti, acquistavano gran potere, e talvolta autorità monarchica sopra tutta la nazione. Quando invasero l'impero romano, quasi ciascuna gente germanica era governata da re, eletti fra i più cospicui e massime fra quelli d'origine divina. Ma questi re non erano che primi fra pari; dovevano cercarsi credito colla liberalità e col valore; viveano de' possedimenti proprj, e de' donativi che riceveano dal popolo e dagli stranieri, oltre le spoglie nemiche e le ammende imposte per delitti. Ne' casi urgenti convocavano l'assemblea, e le deliberazioni di quella facevano eseguire; del resto nè amministravano gli affari dello Stato nè la giustizia, poichè il popolo e sceglieva i giudici, e attribuiva loro un consiglio del Comune.

Il portare le armi consideravasi distintivo della nazione e vanto del libero. Nei pericoli della patria ogni Germano era convocato per obbligo all'eribanno, che oggi diciamo leva in massa: per volontà spontanea alcuni liberi formavano la banda guerriera, obbligandosi ad un capo siccome compagni. Egli proponeva una impresa; essi il seguivano; lodati se buona e leale opera prestassero; se no, disonorati per vigliacchi. Alla prima queste associazioni si formavano per un'impresa sola; poi alcuni si addissero per tutta la vita ad un capo, legati però soltanto dall'obbrobrio che colpiva chi misfacesse. Consideravano essi come propria la gloria e i trionfi di lui; esso gli alimentava e arricchiva con sempre nuove spedizioni; a vicenda si sostenevano e vendicavano.

Una banda restava vinta e scacciata dalla patria? irrompeva su terre vicine a cercarne una nuova. Altre bande erano formate da quelli che (al modo usato già dai Sabini) erano mandati via qualora la popolazione soverchiasse. Di così fatti erano le orde che vedemmo molestare l'impero romano da Cesare in poi, e in fine distruggerlo.

La proprietà era di tutti, non dei singoli; laonde il possessore non la poteva vendere o trasmettere fuor della tribù: morendo alcuno senza erede, la successione divideasi fra gli altri.

Scoprivasi un delitto e non constava del reo? i membri della sua comunità erano convocati per attestare contro o a pro dell'imputato, dinanzi alla corte dei liberi possidenti, preseduti da magistrati eletti dal popolo. Nessuno condannavasi se non udito e convinto. I reati contro l'intera società si castigavano corporalmente; e in questo solo caso capitale la pena non poteva esser proferita dall'assemblea o dal re, ma dal gran sacerdote come rappresentante del Dio sommo, unico arbitro della vita, e vindice dello spergiuro. Il capocasa giudicava de' figliuoli e dipendenti senza doverne ragione a chicchessia: solo quand'avesse a punire la moglie, invitava al giudizio anche i congiunti di essa. Se il litigio si recava ai giudici, questi erano scelti della condizione dei contendenti; le parti esponevano in persona le ragioni; i savj decidevano secondo la equità e le consuetudini.

I delitti contro la vita o l'avere dei particolari potevano redimersi a un prezzo[61], che variava secondo la condizione del danneggiato. La comunità del reo contribuiva all'ammenda, la quale divideasi fra la comunità dell'offeso; fino i servi pagavano per le multe pei padroni; per l'ospite rispondeva il padrefamiglia. Chi non la pagasse era scomunato, escludendolo dalla protezione legale; di maniera che poteva dall'offeso essere perseguito con guerra privata (faida). I giudizj erano dunque un affare di Stato, e trattavansi in comune perchè tutti v'aveano interesse.

Qui vedete mescolate le forme di governo: monarchia, ereditaria e sacra, od elettiva e guerriera; assemblee di liberi, discutenti sui comuni interessi; patronato aristocratico del capo sulla banda, del padre sulla famiglia e sui servi. Ma anzichè sistemi, questi erano embrioni d'ordinamento civile; nissuna autorità dirigeva le forze ad unico scopo; e prevalendo l'individualità, l'uomo si assoggettava solo in quanto il volesse, o vi fosse costretto.

Questo poco, che si ricava o induce da Tacito e da Cesare raffrontati con istituzioni posteriori, basta a chiarirci quanto la libertà germanica dissomigliasse dalla romana: questa affatto collettiva, sicchè lo Stato era tutto, nulla il cittadino, il quale non conservava l'individualità se non a forza d'eroismo o di vizj; la germanica, tutta personale, ciascuno riservandosi il diritto proprio, la domestica franchigia, la vendetta de' torti ricevuti. La dipendenza proveniva non dal nascere in questo piuttosto che in quel luogo, ma da fede personalmente promessa da uomo libero. La giustizia non era un principio esteriore sociale, positivo, eguale dappertutto, che i sentimenti degli individui sottoponesse ad una idea generale; sibbene una particolare disposizione del cuore: la penalità una attinenza da uomo a uomo, donde scaturiva il diritto di venir a composizione col danneggiato; fatta la quale, la società più non poteva perseguitare l'offeso. Tali idee furono modificate dall'uscire di patria e dalla conquista, ma rimasero al fondo della società che si costituì per tutta Europa e nella patria nostra.

Dicemmo quanto basta per ismentire l'opinione vulgare che torrenti inesauribili di gente dilagassero dalla Scandinavia e dalla Germania. Oltre la ben nota natura di que' paesi, coperti anche da tante selve e da fiumi, abbiamo positive asserzioni sull'esiguo numero degli invasori d'Italia. Se ad Ennodio, vescovo ed atterrito, parvero innumerevoli i Goti di Teodorico, altri scrisse che maggior massa di combattenti gli oppose Odoacre; e dai Borgognoni che gli assalsero, non poterono salvarsi se non chiamando i Visigoti. De' Longobardi dice Tacito che compiaceansi d'esser pochi e Procopio[62], ch'erano la più scarsa gente del vicinato: inoltre dovettero chiedere in sussidio trentamila Sassoni; e benchè molte genti vinte[63] s'aggregassero ad essi nel passaggio, poterono al loro primo impeto resistere non solo Pavia, Cremona, Padova, Monselice, Brescello, Oderzo, ma fin terre aperte, quali i contorni dell'isola Comacina nel lago di Como, che per venti anni si mantennero indipendenti, riconoscendo il dominio imperiale[64].

I vincitori, liberi compagni d'un capo eletto per propria volontà, che nulla può disporre senz'essi consenzienti, vengono, conquistano, diventano possessori; indi poco a poco s'adagiano nella vita agricola; e sulla stabile proprietà fondasi un nuovo stato sociale. Ciascun capo, fermatosi colla sua tribù dove volle il genio o la ventura, accampa sugli estesissimi poderi, e vi è servito dai coloni e dagli antichi padroni spossessati, e corteggiato dai fedeli di sua nazione, che e per sicurezza della guerra e pei piaceri della pace gli si conservavano vicini. Da che il capo era un ampio possessore, dispariva la prisca egualità. Egli distribuiva terreni a' suoi commilitoni, coll'obbligo che lo accompagnassero in guerra con prefisso numero d'armati.

Capo di quei capi era il re; non già supremo motore di una macchina regolarmente congegnata, ma primo fra i pari; convalidandosi però col presedere ai giudizj in pace, e col perpetuarsi lo stato di guerra, come avvenne qui ai Longobardi. Servivano di regola le patrie consuetudini, talchè di rado accadeva che egli esercitasse la podestà legislativa. Ben alcuno volle imitare il sistema romano, come Teodorico; ma generalmente si cercherebbe indarno in costoro ciò che connettiamo alla parola di re: non corte, non costituzione, non gerarchia d'impieghi; un segretario spaccia tutti gli affari; un giudice risolve tutti i litigi recati al trono; i beni non sono della corona, ma acquisti della vittoria; nè tampoco sudditi egli ha, giacchè non dispone se non del braccio e dell'avere dei vassalli, cioè di quelli che per compensi determinati si obbligarono a determinati servigi.

Porzione delle ammende, i doni volontarj, i proprj possessi, il dominio pubblico ingrandito colle confische, le tasse sugli stranieri, la tutela su' minori, le successioni intestate, costituivano il fisco del re. Culto, istruzione, pubblici stabilimenti da mantenere non avea, gli impieghi e le armi erano obbligo dei vassalli, e qualora si indicesse la guerra nazionale, ogni libero era tenuto accorrere, armandosi e mantenendosi del proprio. Aveva nimicizie o spedizioni particolari? il re poteva rannodare soltanto i proprj vassalli, come faceva qualunque altro duca.

I parlamenti sono antichi in Italia quanto l'invasione: ma non si conosceva la rappresentanza; v'interveniva chiunque n'avea il diritto, ma delegarlo ad altri non poteva. Sparsi che furono sovra estese provincie, divenne impossibile il raccogliere i vassalli per ogni semplice affare; onde le assemblee diradarono, e si dovette imporre come obbligo ai liberi quell'assistervi che era essenza della germanica libertà.

Le assemblee non erano soltanto legislative, ma anche giudiziali; laonde, dopochè la conquista dilatò le giurisdizioni, fu duopo modificarle. Pertanto in ciascun distretto si obbligò un certo numero di probi viri (scabini) a congregarsi per l'indagine e la sentenza. Dodici erano per lo più, della nazione dei contendenti; e doveano sotto giuramento conoscere del fatto, non del diritto. Pubblica la procedura, ogni libero avendo facoltà di concorrere al giudizio. Fra i Longobardi il centenaro giudicava nel proprio cantone, il decano nella propria marca: tribunali non distinti per competenza, ma solo per più o meno estesa giurisdizione. Mentre i liberi non poteano esser giudicati che dall'assemblea di pari loro, i vassalli, i servi, i coloni restavano sottoposti alla giurisdizione del proprio signore; sicchè, al par de' terreni, era suddivisa la sovranità, e ciascuno ne godeva un brano nel brano di territorio che possedeva.

Restava il diritto della vendetta privata (faida), alla quale concorreano tutti i parenti e collegati. I sacerdoti e i re per tutto il medioevo s'adoprarono a torla via; e già molto ebbero ottenuto quando sottomisero queste guerre particolari a certe formalità, inducendo l'offeso a una dilazione coll'imporre che all'attacco dovesse precedere un'intimazione, e aprendo asili nei luoghi sacri: intanto si trattava della riconciliazione; se non altro svampava il primo furore, talchè rimanevano impediti gli eccessi, finchè l'imporre le pene fu riservato ai tribunali.

Ma delle pene oggetto e motivo era sempre la vendetta dell'offeso, non dell'intera società; e se quello accettava la composizione dall'offensore, la società più non aveva a punirlo. Da principio stava all'offeso l'accettare o no il guidrigildo; dappoi i governi acquistando bastevole forza per surrogare la legge alla personale riscossa, le imposero per obbligo, e le commisurarono.

Di bel nome coprendo cattiva azione, si intitolarono ospiti quelli che, spossessati gli antichi padroni, ne occuparono le case e i beni. Alcuno credette che il re prendesse i dominj ch'erano stati degl'imperatori; i capitani, gli ampj tenimenti de' senatori; gli altri guerrieri, porzioni proporzionate al grado e al merito. Sorti barbariche si dissero queste parti toccate al nuovo signore; o tedescamente allodio, arimannia, cioè possesso assoluto, libero, giacchè non portava veruna servitù, e costituiva la vera personalità di chi appartiene alla stirpe conquistatrice. Ai siffatti soltanto è permesso l'onore del militare; sicchè divengono sinonimi proprietario, guerriero, cittadino. Tutto essendo costituito militarmente, la città o la provincia sono una specie di corpo d'esercito; il possedimento è annestato colla politica sicurezza, ed obbliga al servizio armato e alla reciproca garanzia; talchè è disertore chi lo abbandona.

I più grandi possessori coi patti medesimi assegnano, a vita o ereditariamente, porzioni di poderi ad amici e fedeli, col nome di benefizj; proprietà che, a differenza dell'allodio, è legata ad obblighi verso un signore non sovrano, al quale è caduca in caso di morte o in mancanza d'eredi. Terza maniera di proprietà sono i censi, terre tributarie, che al possessore dovevano un canone in denaro o in natura.

A questa varietà di possessi corrispondeva la distinzione delle persone; e nobile era qualunque fosse benefiziato o stesse a servizio del re; come tale non essendo sottoposto a verun'altra giurisdizione che del re, a questo assistendo, intervenendo alle adunanze, coprendo le dignità. I liberi o arimanni erano possessori sotto la tutela della legge, e la giurisdizione di quello sulle cui terre dimoravano; non partecipi delle assemblee generali nè dell'amministrazione della giustizia, bensì obbligati all'arme.

I coloni tributarj o censuali erano gente che, non bastando a tutelare da sè la loro libertà, cercavano protezione da un signore, cedendogli i proprj averi, salvo d'usufruttarli pagando un censo e prestando servigi di corpo o atti di rispetto: liberi sì, anche ricchi, ma senza diritto di militare, e alienabili col fondo stesso su cui viveano. Della libertà erano privi i coloni affissi alla gleba; tanto bassi, che Teodorico gli escluse dall'intentare ai padroni azione civile o criminale. Ultimi vengono i servi; o nati tali, o ridotti sia per volontà, sia per forza, sia per castigo.

Tale a un bel presso la condizione generale dei Barbari che invasero l'Impero. Quant'è specialmente de' Longobardi, benchè stanziati, non poterono mai smettere lo stato di guerra, cinti com'erano da nemici; laonde exercitus designava la nazione[65], ed exercitalis il libero longobardo. Tutti questi, alla chiamata del re doveano armarsi, pena venti soldi, neppure eccettuati i vescovi: e quando alcuni si furono applicati a industria o a negozj, non si tennero disobbligati dal servizio militare[66]. Conseguente era il divieto, sin capitale, di traslocarsi fuori della propria giudicarìa, foss'anche entro i confini del regno, se non colla propria tribù o fara[67]; giacchè la fara era una guarnigione, e l'abbandonarla equivaleva al disertare.

Tutti poteano intervenire alle adunanze nazionali, ove i primati discuteano sui pubblici interessi. I liberi erano pari di diritti, senza distinzione di classi; nè di nobili troviam menzione nelle leggi longobarde[68]: arimanni diceansi gli uomini perfettamente liberi[69], a differenza dei censuali o aldii o coloni pagenses, che coltivavano la terra altrui. Lo schiavo poteva elevarsi alla condizione di aldio, nel qual caso il padrone diventava patrono: poteva scendervi il libero longobardo per conseguenza del giuoco o per multe ch'e' non fosse in grado di soddisfare.

Soli liberi entrando nell'esercito, dai capi militari non dipendevano donne, fanciulli, servi, ma rimanevano sottomessi al più prossimo parente, o al signore che stava per essi garante. Mundio chiamavasi dai Longobardi siffatta protezione, amundio chi n'era esente, mundwald chi l'esercitava sopra altri. Il mundualdo era obbligato a difendere e proteggere il suo tutelato, e chiedere per lui soddisfazione; e percepiva le ammende che fossero a quello devolute.

Insieme col re eran venuti altri signori, che a lui non tenevansi inferiori se non perchè l'aveano tolto a capo, e che perciò dei territorj conquistati occupavano una porzione da sovrani. Come si chiamassero in longobardo nol sappiamo: in latino adottarono il nome di duchi, a somiglianza di quelli istituiti da Longino; ma invece d'essere magistrati civili e militari che amministrassero il paese secondo leggi comuni, dominavano da padroni sul paese occupato, dal re dipendendo solo pei delitti politici e negli affari comuni. Erano trenta o trentasei, pari fra sè di grado[70] quantunque diversissimi di possessi, tanto che uno estendevasi su tutto il principato di Benevento, uno appena sull'isoletta d'Orta; ma forse abbracciavano in origine un egual numero di famiglie longobarde. Poteano dei loro possessi fare ogni voglia: morendo, gli succedeva il prossimo erede, purchè in età maggiore: se avesse più figli, governavano insieme: se nascesse disputa fra varj possessori, la decidevano gli arimanni del duca, i quali anche poteano cacciarli[71] senza che il re intervenisse altrimenti che come giudice supremo della nazione.

Come faceano leggi, così poteano far guerra, anche contro del re; e delle terre che togliessero al nemico restavano padroni: se non che il re poteva ordinare la restituzione. Per tali acquisti alcuno ingrandì fino a sottrarsi affatto al re, come fu dei duchi di Spoleto e Benevento; tanto che fu proibito di migrare in quelle terre, come nelle straniere.

Dal duca dipendevano gli scultasci, in latino chiamati centenarj, che reggevano qualche vico, menavano la gente in guerra e proferivano i giudizj. Non subordinati, ma più ristretti d'estensione erano i decani, capi di dieci o dodici fare, unite per l'amministrazione, per la guerra, e forse per la reciproca assicurazione nei delitti: voglio dire che di un delitto commesso da un membro erano solidali tutti, come tutti obbligati a far vendetta dell'oltraggio sofferto da uno, e partecipi del compenso che doveva l'offensore[72].

Questa gerarchia non vuolsi però confondere colla feudalità. Re, duchi, arimanni tenevano le terre in possesso libero ed assoluto; e l'obbligo, o dirò meglio il diritto del militare non traevano da questo possesso, bensì dalla loro qualità di liberi; di modo che non sarebbe cessato nè tampoco perdendo i possessi. Se il re o il duca affidava un proprio fondo a qualche dipendente, era compenso di servizio, non già titolo feudale. Talvolta il proprietario ad alcuno concedeva l'onore vita durante, vale a dire di governare una terra appartenente al proprio dominio, lasciandogliene godere i fondi: ma sebbene questo benefiziato fosse tenuto alla fedeltà ed al servire coll'armi al concedente, la condizione sua non differiva da quella degli ordinarj ufficiali dell'esercito. Insomma duchi, scultasci, decani possedeano le terre come uffiziali della nazione, o vogliam dire del felicissimo esercito longobardo; e le divisioni in centine e decine equivalgono alle odierne di reggimenti, battaglioni, compagnie.

La confusione dei poteri si rischiara alquanto verso i tempi di Autari, che l'autorità regia rinforzò coll'obbligare i duchi a restituire i beni della corona, distribuitisi durante l'interregno; ponendo patto che non sariano spossessati delle loro terre se non fosse per colpa di fellonia, e tenendoli obbligati ad assisterlo in guerra. Veri principi, non più semplici generali furono d'allora i re, i quali, anche per darsi aria di successori degli antichi Cesari, presero il titolo di eccellentissimi Flavj; metteano il proprio nome sulle monete e nei pubblici atti; giudicavano nelle cause maggiori; promulgavano le leggi, le quali sottoponeano all'approvazione dei magistrati e delle assemblee, solo per maggior validità, non perchè il voto ne fosse necessario a convalidarle. Una nobiltà di corte si formava coi gasindi, i giudici, gli uffiziali, i marescialli (marphais), gli scudieri (schildpor), i convivi del re.

Agli amplissimi poderi della regia Camera soprantendevano gastaldi, muniti anche d'autorità giudiziale e militare sopra i Romani, cioè sopra la gente vinta, e probabilmente anche sopra gli arimanni che abitavano nel territorio a loro commesso. Alcune città formavano parte dei possessi regj, quali Como per alcun tempo, Susa, Siena, Pistoja, Toscanella, Arezzo, Volterra e forse Pisa. A Milano insieme col duca sedeva il gastaldo, cred'io perchè una porzione apparteneva in dominio al re. Nelle altre può argomentarsi che il gastaldo assicurasse le ragioni dei liberi e i privilegi riservati a questi allorchè pattuirono la resa; e limite della giurisdizione era quello delle diocesi[73].

Le leggi fe scrivere Rotari nel 643, non creando un codice compiuto, ma emendando gli editti de' re predecessori, che prima per sola memoria ed uso si conservavano; e nella dieta di Pavia li fece approvare alla nazione longobarda. Principale compilatore ne fu Valcauso; e incominciava: «Nel nome del Signore, principia l'Editto che rinnovai co' miei primati e giudici, io Rotari re in nome di Dio, personaggio eccellentissimo, XVII re della gente longobarda[74], l'anno ottavo del mio regnare col favor di Dio, trigesimottavo dell'età, seconda indizione, settantasei anni dopo che i Longobardi, sotto Alboino allora regnante, assistente la divina potenza, arrivarono nella provincia d'Italia. Dato dal palazzo di Pavia. Il tenore che segue mostra quanto ci stesse a cuore il bene dei sudditi nostri, e massime i continui travagli de' poveri e l'eccessivo esigersi da quelli che hanno minor forza, i quali sappiamo che soffrono anche violenza. Considerando perciò la misericordia di Dio, credemmo necessario correggere la presente, e comporre una legge che tutte le precedenti rimova (o rinnovi) ed emendi, aggiunga quel che manca, tolga il superfluo; e raccorla in un volume, affinchè ciascuno, salva la legge e la giustizia, possa vivere quieto, affaticarsi contro i nemici, e difendere sè e i confini suoi».

E conchiudeva: «Queste disposizioni dell'Editto, che, volente e propizio Dio e con somme vigilie rispondendo al celeste favore, noi abbiam costituite esaminando e remorando le antiche leggi de' padri nostri che non erano scritte, e che giovano alla comune utilità di tutta la nostra gente, col consiglio e il consenso de' primati, de' giudici, di tutto il felicissimo esercito nostro, comandammo fossero scritte in questa carta, disponendo che le liti già definite non si cambiino; se non ancora finite o non cominciate, secondo questo Editto vengano risolte. Al quale provvedemmo d'aggiungere ciò che potessimo rammemorare delle antiche leggi de' Longobardi, per sottile indagine fatta da noi stessi o dagli anziani».

Delle trecennovanta leggi di Rotari, centottantadue sono criminali, tre concernono la religione, diciassette lo stato legale de' cittadini, dei servi, degli stranieri, diciotto le dignità e la casa del re, sette la milizia e la sicurezza dello Stato, quindici la sicurezza interna, due l'agricoltura e il commercio, quattordici la caccia e la pesca, cinquantaquattro la polizia urbana e rurale, ventiquattro l'ordine giudiziario: restano cinquantaquattro leggi civili, di cui diciannove guardano alle persone, le altre alle cose. Altre ne pubblicò poi Liutprando, di sentimento molto più civile, «coll'assistenza de' giudici e di tutto il popolo». Altre ancora Astolfo e i re successivi.

Sono dunque d'età diversissima; del che poco si ricordarono quelli che se ne valsero a descrivere la civiltà longobarda. Nelle primitive, di romano non si trova forse altro che la menzione del peculio castrense e quasicastrense, le tre cause del diseredare, e la divisione dell'eredità in oncie[75]; di religione non si parla, poco di disciplina ecclesiastica; e v'abbondano parole longobarde a spiegare gli usi de' vincitori, da cui e per cui soltanto sono dettate[76].

In quelle dei successivi re, e principalmente di Liutprando, crescono le reminiscenze romane: l'emancipazione degli schiavi in chiesa, la prescrizione trentennaria per legittimare la proprietà e i diritti, l'impedire si vendano i beni de' minori fuorchè in estrema necessità e coll'autorizzazione del giudice, la meglio stabilita successione delle donne, l'adozione de' figliuoli, il diritto di testare allargato, il separare l'usufrutto dalla proprietà nella donazione, l'appello.

Primo diritto e fondamento degli altri era la faida. E perchè all'erede correva obbligo di sostenere quella del defunto sin al settimo grado, rimanevano escluse dall'eredità le femmine come inette alle armi, finchè non intervenne l'equità alla romana. Il Governo assodandosi tentò mettere qualche regola a tali vendette, e sostituire l'azione giuridica; ma non le tolse mai.

I tribunali, istituiti a proteggere la proprietà e la vita, erano, come tutt'il resto, ordinati alla militare, semplici, spicciativi. Quattro giorni per terminare la lite davanti agli scultasci; sei davanti ai giudici maggiori; dodici per recarla al supremo giudizio del re[77]. Non si accettavano avvocati.

Qualunque litigio nascesse fra i membri della centuria o della decania, piativasi avanti al capo, che ne riscoteva le multe. In affari rilevanti l'assemblea della centuria giudicava sotto la presidenza dello scultascio; o, per non raccogliere tutti, sceglievansi dieci buoni uomini, cioè perfetti Longobardi, che sotto giuramento esaminavano il fatto, rimettendo al magistrato l'applicazion della pena[78]. D'uffizio si procedeva nei casi ove il fisco partecipasse alla multa: negli altri voleasi l'istanza dell'offeso o del suo erede. Ai magistrati era permesso ricevere donativi, cioè forse sportule, purchè n'avesse sua parte il re.

Nelle liti civili, semplicissime erano le formole prescritte:

— Pietro, Martino ti cita, perchè tu con mal ordine tieni una terra, posta nel tal luogo.

— Per successione di mio padre quella terra è mia propria.

— A lui non devi succedere, perchè ti generò da un'aldia.

— Sì, ma la manomise, come è scritto, e la prese a moglie». Provi o perda[79].

Per un caso criminale: — Pietro, Martino ti cita perchè uccidesti Donato suo fratello a torto». Se egli dica — Fu romano, non deve rispondere a te, o lo provi o risponda»[80].

Ognuno dovea comparire in persona: agli orfani, alle vedove, a chi facesse constare della propria insufficienza, permettente il re deputavasi un avvocato. Prove positive porgevano gl'istromenti scritti, i testimonj giurati e la prescrizione; se non ne risultasse lume, spesso rimettevasi la decisione al duello. Il falso testimonio condannavasi ad un compenso, di cui il principe toccava metà, metà la parte lesa; e se fosse impotente a pagarlo, si dava schiavo all'offeso. Il tempo della prescrizione fu da Rotari fissato a cinque anni: e nascendo contrasto, si dovesse sostenere con duello o giuramento[81]; Grimoaldo lo prolungò a trenta[82], e varie modificazioni vi s'introdussero dappoi.

Quanto a' criminali, l'arresto del reo si faceva dai decani o saltarj, che lo traduceano allo scultascio, e questi lo consegnava al giudice[83]. Il malfattore scoperto in casa, poteva essere arrestato da chicchefosse, ed anche ucciso[84]. Se alcuno legasse un libero senz'ordine del re o buona ragione, dovea dargli due parti del prezzo di sua vita[85]. Il giudice interroga il reo; se non si purga, lo condanna: non accade menzione di tortura. I beni dei condannati passano ai figliuoli. La negligenza de' giudici v'è punita ora con multe da dividere tra il fisco e la parte danneggiata, ora coll'obbligo di pagare del suo al chieditore il credito per cui aveva portato istanza[86].

Male sono determinate le competenze dei varj tribunali, e troppo frequente il ricorso al trono; nè fissato un termine, dopo il quale fosse imposto silenzio ai litiganti. Una legge di Carlo Magno, soggiunta alle longobarde, comanda che i giudici si mettano a tribunale digiuni: ma anzichè segno d'abituale intemperanza de' Longobardi, forse non è che un'allusione scritturale[87]; se pur non era un modo d'obbligare alla pronta decisione; come oggi ancora i giurati inglesi non possono prender cibo prima di avere proferito.

Dove bisognava convincere non un giudice o un tribunale ma tutto il popolo, la realtà del fatto e la colpabilità del convenuto doveano esser discusse in ben altri modi dei nostri; e fra le prove le più caratteristiche erano i congiuratori, l'ordalia, il duello.

L'accusato compariva con un numero d'amici e parenti, i quali giuravano lui esser mondo della datagli imputazione, ovvero che essi prestavano intera fede al giuramento proferito da esso. Non si trattava di vagliar la cosa, di fare indagini e interrogatorj; giuravano e tanto bastava: uno era innocente se un'accolta di liberi fosse disposta a sostenerlo tale colla sua parola e col suo ferro. Rotari ingiunse che, nelle cause eccedenti il valore di venti soldi, il petente giurasse con dodici sacramentali; sei nominati da esso, uno dal convenuto, cinque da lor due d'accordo[88]: ma altre volte salivano a venti, cinquanta, settantadue e più, secondo il grado del reo e la gravezza dell'imputazione. Il primo sacramentale, fra i Longobardi, posava la mano sulla cosa sacra; il secondo la sua su quella del primo, e così via gli altri; a tutte sovrapposta la sua, il convenuto in tale atto proferiva il giuramento. Frequente è ammesso nelle loro leggi il giuramento qual prova decisiva in cause civili e criminali: «L'accusata d'adulterio si purghi con dodici sacramentali, e il marito la riceva»[89]. La qual prova fu anche dalla Chiesa sanzionata con preci, benedizioni, reliquie: talvolta davasi il giuramento sull'ostia consacrata, dimezzandola fra l'attore e l'accusato.

Con modi più spettacolosi chiamavasi il cielo a testimonio ne' giudizj di Dio. Era pur questa una tradizione pagana[90], avvalorata dai miracoli, dai quali nel vecchio e nel nuovo Testamento fu confermata la verità; sicchè si venne a pretendere che Dio, ogni qualvolta fosse invocato, ne operasse uno per francheggiare l'innocenza, non dovendo egli comportare il trionfo del ribaldo: quando egli avesse parlato coi fatti, la società rimaneva convinta. Talora i due attori stavano a braccia levate finchè si cantasse una messa o un officio, e deteriorava la sua causa quello che le lasciasse per istracco cascare. Talaltra inghiottivano entrambi un morso di pane e cacio benedetto, persuasi che al reo si fermerebbe nella strozza. Altri, e massime donne imputate di maliarde, erano gettate al fiume, considerandosi colpevoli se galleggiassero. Più consuete tornavano le prove dell'acqua e del ferro rovente: in una caldaja bollente ponevasi una palla, e l'accusato dovea trarnela colla mano ignuda; ovvero maneggiare un ferro arroventato, o camminare scalzo sopra sbarre infocate; suggellavasi un sacchetto attorno ai piedi o al braccio, e aperti dopo tre giorni, se non vi apparisse lesione, egli era mandato assolto.

Volta fu che con grande solennità s'accesero due roghi tra sè vicinissimi, e i contrastanti od i campioni passarono di mezzo a quelli, restando la ragione a chi uscì illeso. Carlo Magno in testamento ordinò che, qual controversia nascesse tra' suoi figliuoli, fosse decisa col giudizio della croce. Volendo rifarsi le mura di Verona per ischermirla dalle correrie degli Ungari, si disputò se al clero toccasse fabbricarne un terzo o un quarto; ed un campione che tenne alte le braccia per tutto il passio di san Matteo, diede il miglior partito agli ecclesiastici. Giovanni detto Igneo, e prete Liprando convinsero di simonia l'arcivescovo di Firenze e quel di Milano col passare intatti fra due roghi. A questa prova vennero spesso sottoposte le reliquie, e furono viste balzare illese dalle fiamme: come i messali ambrosiani quando Carlo Magno voleva abrogare quel rito. Tali prove durarono tutto il medioevo; la Chiesa le accompagnò con riti e preghiere; e sebbene sempre v'avesse chi le disapprovò, talmente s'accordavano coi tempi, che difficilissimo fu l'abolirle.

E più difficile estirpare il duello, altro modo di sostituire forme legali alla vendetta personale, obbligando l'offeso a certe regole nella guerra contro l'offensore. I codici dovettero occuparsi a lungo di questa trasformazione dell'ostilità privata, per assegnare quali persone potessero esibir il duello, quali accettarlo, in che casi, con che regole. Donne, fanciulli, sacerdoti ne andavano esenti, e in nome loro lo sostenevano campioni prezzolati, tenuti a vile dall'opinione e dalle leggi; mentre, era pregiato chi assumesse quest'uffizio per generosità. Virtù prima non era il valore? il mancarne doveva denotare malvagità. Eppure già Teodorico, o Cassiodoro a nome di lui, scriveva agli abitanti della Pannonia: — Che giova all'uomo aver la lingua, s'egli tratta sua causa a mano armata? ove sarà la pace, se sotto la civiltà si combatte? Imitate i Goti nostri, che appresero ad esercitar fuori le battaglie, dentro la modestia»[91]. I Longobardi ammisero il giudizio del duello; e Liutprando; sebbene lo confessasse assurdo, non ardiva vietarlo come troppo radicato negli usi di sua gente[92].

Quando la feudalità sfrantumò le primitive colleganze di tribù, dileguossi il sistema de' compurgatori, mentre crebbe il duello giudiziario, meglio appropriato a persone tutt'armi; nè la Chiesa riuscì mai a svellere questo diritto della forza. Nel 962 Ottone il Grande, attesa la facilità degli spergiuri, consultò il concilio Romano se non tornasse meglio ricorrere più di frequente al duello giudiziario. Nulla decise il pontefice: onde esso imperatore, nel 967, propose alla dieta longobarda in Verona, fossero casi di duello giudiziario il dichiarare falsa una scrittura, disputare sull'investitura d'un fondo, asserire d'aver per forza sottoscritto ad un obbligo concernente una terra, sofferto un furto di oltre sei soldi; negare il deposito, o che uno fosse entrato servo d'un altro. Ogni libero combattesse in persona; le chiese e le vedove per mezzo d'un avvocato[93].

Siffatte erano le procedure sotto i Longobardi. Le pene si appoggiavano sul diritto di venire a componimento; i liberi potendo soddisfare a danaro fin l'omicidio premeditato e l'invasione armata[94]. Tali compensi (guidrigildi) erano regolati secondo le prische consuetudini (cadarfrede); sicchè la loro estimazione commettevasi ai giudici: ma Liutprando restrinse questo arbitrio ponendo alcune tasse certe. Fondavansi esse sopra un'altra ingiustizia, qual era la differenza fra uomo e uomo: giacchè non si badava all'intenzione o alla moralità, bensì a riparare l'oltraggiato in misura del suo grado e della lesione effettivamente sofferta. Pertanto è posto divario fra l'uccisione d'un uomo o d'una donna[95]: chi ammazza un aldio altrui, paghi sessanta soldi[96]; chi un servo rustico, sedici; chi un servo bifolco, venti; cinquanta pel porcajo che abbia sotto di sè due o tre allievi; venticinque per gl'inferiori[97]; mentre ne vale ducento e fin cinquecento la vita d'un libero. Tre soldi scontano l'aborto procurato ad una cavalla o ad una serva[98]: indifferenza naturale dove la multa compensa il danno del padrone, non l'offesa recata alla società o all'umanità.

Le pene sono suddivise ancora non in riguardo all'effetto, ma al danno effettivo, perciò specificato con frivolezza. Chi dà un pugno, paghi tre soldi; sei, chi uno schiaffo. Chi ferisce nel capo, se intacca solo la cuticagna, sei; se due ferite, dodici; se tre, diciotto; le di più non si contano. Se frange un osso, soldi dodici; se due, il doppio; il triplo se tre o più: però se l'osso sia tale che possa dar suono lanciandolo contro lo scudo alla distanza di dodici piedi, misura d'un uomo ordinario. Chi fenda il labbro sedici soldi; venti se resta scoperto un dente o due o più: se rompe un dente di quei che si vedono ridendo, soldi sedici; e se più, in proporzione: pei molari, soldi otto ciascuno. Pel pollice, un sesto del prezzo dell'offeso; per l'indice soldi sedici; pel medio sei; per l'anulare otto; pel mignolo tredici[99]: e tutto è variato secondo che l'offeso è libero o no. Altre ammende erano fissate pel danno recato alle proprietà o ad animali domestici; o pel danno da questi causato. Se molti avessero commesso un delitto, la pena ripartivasi fra tutti.

Tante prescrizioni sfrivolite in particolarità, mostrano come di intenti generali mancasse la legge, la quale alcuna fiata si limitava a raccomandazioni. Chi accende il fuoco per istrada, si ricordi di spegnerlo prima d'andarsene; chi trova una bestia selvatica o presa alla tagliuola, o circondata da cani, e l'uccida e racconti schietto la cosa, possa prenderne l'anca destra o sette coste[100].

Delle multe un terzo toccava ai giudici, e doppie erano quelle che si pagavano per sentenza del re. Capitalmente si punivano, fra i delitti privati, l'adulterio, l'uccisione del marito o del padrone; fra i pubblici, l'introdurre il nemico nel regno o ajutarlo in qualsiasi modo, il tener mano a un reo di morte, il rivoltarsi al capitano in tempo di guerra, fuggire in battaglia, disertare dalla propria fara. La pena di morte era prodigata cogli schiavi. Al falsatore di monete e di carte amputavasi la mano[101]. Liutprando abbondò di più in pene afflittive, come prigioni sotterranee, il tondere, il marchiare con ferro rovente, il flagellare[102]: e questa deviazione dal guidrigildo attesta che un nuovo diritto veniva introdotto da quel re.

Il ladro pel primo furto subisca due o tre anni di carcere sotterraneo; e se non ha di che compensare, si consegni al derubato, che ne faccia il suo talento: al secondo, il giudice lo tosa, batte, marchia in fronte e in faccia: al terzo lo vende fuor di provincia[103]. Redimeasi dunque a prezzo l'omicidio, non il furto. Vero è che Liutprando volle che l'omicida volontario, non solo compensasse la famiglia dell'ucciso, ma tutte le sue facoltà fossero divise fra quella e il re; e se non bastassero al guidrigildo, fossero consegnate alla famiglia dell'ucciso[104].

Singolarmente si volle consolidare colle minaccie il poter regio, contrastato come succede dov'è elettivo. Morte e confisca a chi pensa o consiglia contro la vita del re, o si avanza armatamano contro il palazzo di lui: assolto chi uccide altri per insinuazione del re.

V'avea pene stravaganti: le donne rissose venivano decalvate e frustate per la vicinanza: a Pavia stava eretta sul ponte una pertica con un corbello in vetta, per tuffare nel Ticino chi avesse bestemmiato[105].

Quel rappresentare mimicamente gli atti civili, che si costumava nel diritto patrizio romano, ricompare nelle consuetudini de' Barbari, come consentaneo a gente che poco scriveva, e alle cui fantasie faceva mestieri di essere scosse da effettive rappresentazioni. Per l'emancipazione i Longobardi consegnavano al servo una freccia, atteso che il portar armi fosse privilegio de' liberi, e susurravangli all'orecchio alcune parole patrie[106]. Per effettive tradizioni davasi l'investitura d'un uffizio o grado: al compratore si consegnava un ramo, una festuca, un cespo, una zolla; e anche oggetti affatto estranei, come un guanto, un libro[107], un cane, una coreggia, un par di forbici, un giunco, un martello, un pallio, un lenzuolo, o marmi, o pesci, o un'anfora d'acqua. Dopo servite alla tradizione, si foravano o rompevano, e venivano conservate dall'investito, quasi prova dell'atto; ond'è che spade rotte, monete forate, solfanelli e somiglianti troviamo negli archivj; e qualche volta attaccati all'istrumento fascetti di paglia; o capelli e barba nella cera del sigillo; o pezzi di legno e coltelli, nel cui manico s'intagliava il nome del venditore. Altre volte faceansi alcuni atti significativi, come stringersi la mano, porgere il pollice destro, dare il bacio, toccare una colonna o un corno, entrare nella porta, passeggiare sui fondi, smovere la terra, ricever insieme la comunione. Colla spada investivasi alcun re; colla lancia i principi longobardi; i dogi di Venezia col gonfalone; Ottone II infeudò il contado di Bobbio all'abbate di quel monastero con un anello d'oro. La Chiesa non ha ancora smesso di conferire le dignità ecclesiastiche col pastorale e coll'anello; e le minori col berretto, il calice, un candeliere, le chiavi della chiesa, il turibolo, o col toccare la fune delle campane, od ardere un grano d'incenso, o leggere il messale.

Tra i Longobardi non era molto praticata questa mimica giuridica; e non di rado facevano atto scritto delle vendite, specificandovi la cosa alienata e il prezzo, aggiungendovi la garanzia, sotto la penale del doppio: sembra però che l'attore in cause civili lasciasse in casa del convenuto un guadio, cioè un anello od altro segno materiale. Singolare ad essi era il launechild, compenso che il donato dava al donatore; una veste, un pallio, un anello, un cavallo, un par di guanti o denaro: del che ricorrono esempj fin nel xiii secolo. Da ultimo, in luogo della veste, non faceasi che sporgerne il lembo al donatore[108].

Non v'era diritto di testamento in origine, ma distribuivansi le eredità secondo le generazioni, esclusi i collaterali. In primo ordine erano i figliuoli e i nipoti per rappresentanza; in secondo le figlie a parti eguali, e in difetto di figlie le sorelle e le zie non ancora maritate: in tal caso i parenti, e in loro mancanza il re, prelevavano un sesto. Seguivano i parenti prossimi, senza distinzione di linee nè di sesso, fin al settimo grado; dopo il quale sottentrava il re[109]. I figli sono chiamati in egual porzione all'asse del padre, che può privarneli solo nel caso che l'avessero battuto o minacciato nella vita, o tentato la matrigna[110]. Il bastardo non è erede: ma ai figli naturali tocca la metà della legittima se il padre lasciò figlio; se no, un terzo dell'asse. Non si conoscono fedecommessi. Chi, in difetto di prole, volesse disporre di sue facoltà, dovea farlo per contratto (thinx), proferendone da vivo una promessa pubblica, che equivalga all'adozione: e il donato doveva accettare dando il launechildo.

Sparendo l'obbligo della vendetta domestica, il diritto ereditario dovette modificarsi, e Liutprando permise testare, non solo a pro dell'anima, ma anche per prediligere uno de' figliuoli; la sorte del quale poteva dal padre essere migliorata d'un terzo se n'avesse due, d'un quarto se tre, e così in proporzione[111]: ma ciò non avea luogo coi nati da secondo letto, viva la madre. Poteasi anche favorire la figliuola.

Dagli antichi Germani deducono alcuni il rispetto onde la società moderna, a differenza dell'antica, riguarda le donne. Per verità le leggi longobarde ci danno poco argomento di delicatezza verso di esse, contandole solo come fattrici di guerrieri: e l'uccidere una quand'è atta a figliare, scontasi con seicento soldi; con ducento, se prima o dopo l'età nubile. Nuove però sono le leggi introdotte dal pudore in quel codice, tanto precise, che spesso il ledono per proteggerlo. Il libero che preme il dito d'una libera, sborsi seicento denari; doppio, se il braccio; se sopra il gomito, millequattrocento; milleottocento se il petto. Chi per istrada tenti una libera, componga in novecento soldi; altrettanto chi sforza una donna a sposarlo; multato chi tarda due anni a menarla dopo gli sponsali. Gli adulteri possono essere uccisi dall'oltraggiato qualora non siano puniti dalla legge; nè francheggiano la peccatrice il consenso o il comando del marito. Nefario è chi dica meretrice o strega ad una libera; giuri su venti testimonj averlo fatto per impeto di collera, e compensi in venti soldi, o sostenga il suo detto col duello; nel quale se soccomba, paghi la multa impostagli dal giudice[112].

La donna non usciva mai del mundio; tutelata dal padre, dallo zio o dal fratello, sinchè in capelli, cioè fanciulla; poi dal marito; e vedova, dal più prossimo a questo[113]. Qualora la donna non avesse consanguinei, o dopo vedova si fosse riscossa dalla tutela col restituire metà della dote, o il tutore l'avesse accusata d'impudicizia, o voluto costringerla a nozze sgradite o prima de' dodici anni, o attentato alla vita e all'onore di essa, o chiamata strega, ponevasi sotto il mundio del re, il cui gastaldo percepiva il prezzo se si maritasse, e porzione dell'eredità se morisse. Perchè i mondualdi non abusassero della debolezza del sesso, Liutprando statuì che, quando una donna vendesse alcun suo possedimento coll'assenso del marito, intervenissero al contratto due o tre parenti di essa per cansare ogni frode o violenza[114].

Il mondualdo vendeva la donna al marito, il quale così diventava erede di essa, e percepiva le tasse inflitte a chi la offendesse. Dote propriamente non era costituita ma ne tenevano vece il faderfio, il mefio e il morghengabio. Il primo significa eredità paterna (vater-erde), e davasi dal genitore e dai fratelli a piacer loro alla sposa, per quetarla d'ogni pretensione al retaggio. Il mefio (medio, metà) era un libero donativo del marito avanti le nozze, consistente per lo più in campi o servi; diverso dal mundio, prezzo stipulato per ottenere la tutela della donna, e che davasi al mundualdo. Questo talora giungeva sino a venti soldi; ma Liutprando limitollo a tre[115], mentre egli medesimo restrinse il mefio a quattrocento denari pei giudici ed altri magnati, trecento pei nobili, gli altri quel di meno che volessero. Il morghengabio, o dono mattutino, facevasi dallo sposo dopo la prima notte: ma poichè i primi trasporti recavano taluni a donare fin l'intiera facoltà, e questa rimaneva alla donna se sopravvivesse, Liutprando sancì che lo sposo non potesse obbligare più d'un quarto dell'aver suo[116], e vietò il far altri regali oltre i predetti.

I Longobardi non permettevano le nozze alle donne avanti dodici anni, quattordici ai maschi, nè in generale fra età sproporzionate: contratte più non si scindevano. Per quanto il marito bazzicasse altre donne, la moglie non poteva dargli querela; ma se ella peccasse, restava abbandonata alla vendetta del consorte come il seduttore. Che in questi fatti poco migliorassero i Longobardi in Italia, lo rivela la lunga legge di Liutprando contro i connubj criminosi; un'altra contro i mezzani e i mariti che vendono le proprie mogli, e le monache che prendano marito[117].

Il punto d'onore, qualità che i moderni distingue dagli antichi, si rivela ne' castighi apposti a ingiuriose parole. Chi dice infame a un altro, paghi cenventi denari; chi vile, il doppio; se spia, seicento; la donna che chiami bagascia un'altra senza poterlo provare, soldi quarantacinque; il tutore che dica villania alla sua tutelata, ne perda il mundualdo.

Cogli schiavi la legge di Rotari è fiera quanto la romana, pareggiandoli a cose; ma poi anche i Longobardi tolsero al padrone l'arbitrio sulla vita di quelli, eccetto i casi determinati dalla legge. Il padrone che adultera con un'aldia, perde ogni ragione su lei e sul marito; chi sforza la fidanzata d'un servo, paga la pena allo sposo, il quale può anche sul fatto uccider lei e il corruttore. L'offesa ai servi vale un quarto di quella ai liberi: chi prende per la barba o pei capelli un rustico altrui, gli paghi un soldo: il servo battuto dal padrone per essersi richiamato contro di lui, rimane franco. Se ad uno schiavo rifuggito in chiesa il padrone promette sicurtà, poi non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone disposto a dare la libertà venga a morte, lo schiavo rimane libero senza pur pagare il compenso, «massima lode a noi sembrando (dice Astolfo) se dal servigio traggansi gli schiavi a libertà, perchè il Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà»[118].

Queste leggi, da chi giudicate pessime, da chi stupende, secondo il vario punto di vista[119], sopravvissero lungamente nelle consuetudini italiane[120], ed offrono il migliore ritratto de' costumi de' Longobardi. Il vederle dettate in latino, benchè concernessero solo i vincitori, mostra come questi fossero digiuni di lettere a segno di dover valersi dei nostri per compilarle. Ma i nostri pure dovevano aver perduto ogni tradizione elevata di ragione giuridica, poichè non seppero appoggiarsi sovra punti complessivi, e provvidero a casi particolari con una minuzia fin puerile.

Gente che si spicca dalla patria, perde gran parte degli affetti più teneri e morali: or chi vorrà credere alla vantata bontà e costumatezza di Barbari, mescolati di genti diverse, e sì tenuemente legati al loro capo? I nostri padroni rozzamente abitavano; e gli armadj ove riponevano le armi, e le banche da cui presero nome i banchetti, erano tagliati grossolanamente. Semplici nel vivere ordinario, sfoggiavano ne' conviti, ove l'ilarità era stimolata dal vino, bevuto in giro dal corno dorato o talvolta dai cranj de' vinti nemici; e l'eroismo da giuochi scenici o da bardi che cantavano le imprese di Teodorico o d'Alboino. La scipita, eppur da tutti letta istoria di Bertoldo, d'origine antica e tedesca[121], ci fa vedere Alboino nella regale Pavia piacersi de' buffoni. I giojelli da Agilulfo e Teodolinda regalati al San Giovanni di Monza chiariscono com'essi sapessero largheggiare: ma un bastone a oro e argento da re Cuniberto regalato al grammatico Felice[122], è l'unico favore che leggiamo concesso a letterati da Longobardi; e forse Rachis tenne in palazzo una scuola, dalla quale uscì Paolo Diacono[123]. Dopo le prime devastazioni, molti di quei re fecero anche fabbricare, massimamente chiese e monasteri, e credesi vederne a Pavia e a Brescia, certamente a Lucca. Nel San Giovanni di Monza erano ritratte le geste dei Longobardi; i quali vi comparivano colle prolisse vesti di lino a lembi di color vario; le gambe ravvolte in una singolar foggia di usatti, e in piede calzari sparati alla sommità del pollice e con legacci di cuojo, finchè vi sostituirono gli stivali[124]; lunghe barbe, da cui forse presero il nome; la cervice rasa fin alla nuca; davanti, la chioma prolissa fin alla bocca con una drizzatura sulla fronte. Forse il sudiciume manteneva fra loro una malattia cutanea, qual ella si fosse, indicata col nome di lebbra; e chi n'era infetto veniva espulso di casa e di città; provvedimento nulla più eccessivo dei tanti suggeriti per pubblica sanità, se non si fosse esacerbata la condizione di quegl'infelici col considerarli per morti, e interdirli non solo del disporre dei proprj beni, ma fino dell'usarne al puro mantenimento.

Giungevano i Longobardi in una società corrotta dal lusso, avvilita dalla schiavitù, pervertita dall'idolatria, senza che il cristianesimo l'avesse ancor potuta riformare; onde ai vizj proprj aggiunsero quelli dei vinti. Tra questa eredità gentilesca erano le pratiche supertiziose, e assurde credenze in apparimenti di morti, patti col diavolo, larve placabili con lustrazioni. Il legislatore rimprovera del credere che certe donne ingojassero gli uomini[125]: ma al tempo stesso egli proibisce ai campioni, ne' duelli giudiziarj, di portare indosso erbe o che che altri malefizj.

CAPITOLO LXIII. I vinti. Con che legge viveano? Quali la condizione e le arti loro?

Fin qua scrivemmo al modo de' classici, quasi unicamente guardando alla nazione vincitrice: ma che n'era intanto dei vinti?

Il silenzio della legge mostra già come il vincitore non degnasse occuparsi di loro: ma se non è lecito figurare che il Goto o il Longobardo vincesse per rendere felice il Romano, sottrarlo all'oppressura degli ultimi tempi imperiali, e, alleviatolo dalla guerra, lasciar che nella quiete attendesse agli studj e alle arti, non vuolsi però dimenticare che il cristianesimo non permetteva più ai vincitori di conculcare affatto la umana natura.

Se i Barbari, dilagando sulla nostra patria, avessero scontrato tanta patriottica ostinazione quanta Annibale o Pirro, sarebbe nata guerra di sterminio, dove una delle parti avrebbe dovuto soccombere: qual delle due non è difficile il prevederlo, chi avverta come la germanica migrazione continuasse da secoli senza esaurirsi. Sarebbe dunque avvenuto dell'Europa come più tardi dell'Asia e dell'Africa, donde gli Arabi svelsero ogni radice dell'anteriore civiltà. All'incontro i Barbari (eccettuiamo sempre gli Unni, che comparvero, distrussero e si dileguarono) arrivavano in Italia già cristiani, cioè accolti in una fratellanza che dava diritti e imponeva doveri.

Per quanto infelice fosse dunque la condizione cui trovaronsi ridotti i vinti in Italia, non va paragonata a quella che fecero, per esempio, all'Asia i Turchi, o all'America gli Spagnuoli. Qui, oltre il clero, si trovavano nobili, operaj, minuti possessori, coloni e schiavi. Al popolo basso generalmente dovette parere che i Barbari recassero un sollievo da quella concatenata oppressione fiscale. Degli schiavi gran parte nelle prime correrie fu rapita; ai restanti poco caleva a qual signore servissero, fatati alla miseria. Altrettanto dicasi dei coloni, che nulla avevano a perdere, e non di rado vantaggiavano. Della nobiltà patrizia romana aveano già fatto sterminio gl'imperatori; allora i Barbari l'annichilirono, giacchè, non trovandola buona ad alcuna delle arti di cui essi aveano mestieri, non le usavano que' riguardi che agli agricoli ed agli artigiani; sicchè della primitiva conquista rimase levata ogni traccia. Della nobiltà nuova formatasi nelle provincie, alcuni s'appigliarono alla fortuna de' vincitori, per trarne qualche porzione a proprio vantaggio: i più, umiliati, scaduti dalle dignità, spogli in parte o in tutto dei beni, sentivano repugnanza pei conquistatori, e faceano opposizione con quel poco di potere che ad essi era rimasto nelle curie; talvolta anche rimbalzavano contro gli oppressori, come vedemmo tentarsi sotto i Goti; altri si ritiravano nelle vaste e lontane tenute in mezzo a coloni e clienti, sperandosi dimenticati.

La civiltà romana, dovunque arrivasse, si sovrapponeva alle leggi, ai costumi, alla religione, alla lingua nazionale, per modo che pochi secoli di dominio cancellavano quasi ogni orma delle istituzioni dei popoli sottomessi e assimilati. I Germani al contrario, invadendo il nostro paese, sentivano quanto una civiltà sistemata fosse superiore ad una barbarie incomposta; sprezzavano i Romani individualmente, ma concepivano, se non rispetto, almeno meraviglia dinanzi a quei superbi edifizj, agli acquedotti, agli anfiteatri, alla regolare gerarchia de' poteri. Fissandosi poi sulle terre romane, e col diventare proprietarj acquistando relazioni più complicate e durevoli, comprendevano la necessità di regolamenti più estesi; e poichè la legislazione romana glieli offeriva, mentre abbattevano l'ordine politico, vagheggiavano il sociale, ed anche mettendo al giogo i Romani, si confessavano ad essi inferiori, e s'ingegnavano d'imitarli.

Non privavano dunque i vinti della libertà naturale riducendoli schiavi; e talvolta neppure affatto della civile. Questo, che era generosità rara fra gli antichi, qui veniva dall'esercitarsi i due popoli in diverso genere d'industria; nell'armi i vincitori; i vinti ne' campi, nelle arti, negli studj. Teodorico usò in insigni uffizj Cassiodoro, Boezio, Simmaco; altri Barbari si valsero certo dell'opera di Romani; e sebbene de' Longobardi non sia detto, li vediamo però dettare le proprie leggi in latino: queste leggi modificare alla romana; stabilire un sistema fiscale complesso, qual non avrebbero potuto se non col sussidio de' vinti.

Nè per questo il vinto entrava nella società de' vincitori. Adoprato per bisogno non per onoranza, rimaneva escluso dalle armi, e da ciò che fra i Germani n'è conseguenza, la giurisdizione e l'amministrazione; solo per grazia speciale alcuno veniva ammesso fra i vincitori, consentendogli il titolo di convittore del re.

I beni de' natii furono divisi in ragione diversa ne' diversi paesi: i Visigoti tolsero ai possessori due terzi dei campi, degli schiavi, degli animali domestici e degli strumenti di lavoro[126]; i Borgognoni, metà delle corti e dei giardini, due terzi delle terre lavorate, un terzo degli schiavi, lasciando in comune le foreste. Gli ausiliari degli ultimi imperatori chiesero in Italia un terzo de' terreni, e avuto il no, deposero l'ultimo cesare d'Occidente, e ottennero da Odoacre ciò che Augustolo avea negato. Gli Ostrogoti sopragiunti occuparono anch'essi un terzo.

Togliere metà o un terzo dei terreni a gente decimata dalla guerra, ed esonerarla con ciò dal tributo, che sotto i Romani esorbitava a segno da far sovente abbandonare al fisco le tenute istesse, parrebbe tutt'altro che abuso di brutale vincitore. Se fosse poi vero che il Germano, indocile alla fatica dei campi, non esigesse che il terzo dei frutti, sarebbe un sistema più mite di quanto si pratica oggi nella nostra campagna. Ma una partigione fatta da conquistatori sopra gente che non ha armi nè rappresentanza per francheggiare i proprj diritti, può ella immaginarsi altrimenti che come una grande violenza, esercitata parzialmente da ciascun capo nel paese o nel villaggio dove infiggeva la sua lancia?

Inoltre, i Goti toglievano que' possessi dal pubblico dominio, o da possedimenti privati? Se dai privati, come pare, che cosa intende Teodorico quando asserisce un ricco Goto equivalere a un Romano povero? Perchè gl'invasori soprarrivati occupassero i terreni stessi dei conquistatori precedenti, converrebbe supporre i Goti tanti appunto di numero, quanti gli Eruli e i Turcilingi d'Odoacre; e che avessero catasto e misuratori e una regolarità di possessi, affatto inconciliabile colla condizione di Barbari. Poi, se al primo entrare ciascun Barbaro diveniva possessore, come spropriava altri via via che faceasi nuove conquiste? e se la misura non fosse stata equa, come avrebbe potuto richiamarsene il prisco possessore? e davanti a chi? e come tutelava egli i proprj confini? Poi delle proprietà dei Goti cosa avvenne, quando i Greci gli ebbero vinti? e di quelle dei tanti caduti in guerra sì micidiale? Può mai immaginarsi che, fra tanto scompiglio, venissero restituiti ai primi signori? Potrebbesi credere che cadessero al fisco; ma nella prammatica di Giustiniano non v'ha motto di oggetto sì rilevante.

I Longobardi occupano essi pure un terzo, ma in peggior ragione: poichè, se i Goti contribuivano alle spese della coltura ne' campi invasi, questi levavano un terzo lordo dei frutti, modo di costringere i più a ridursi servi, se già nol fossero per sistema.

E qui si presenta una controversia famosa sulla bontà de' Longobardi. Il terrore chiamava torrenti e diluvj le invasioni; la compassione esagerava gli sterminj, tanto che papa Gregorio Magno dice, l'umana stirpe, folta in Italia come campo di biada, restò allora guasta ed uccisa, e tutto il paese converso in deserto, popolato solo di fiere. Noi sappiamo storicamente che la popolazione dell'Italia ancora romana era tutt'altro che numerosa; oltre che un fiero contagio l'avea desolata poco prima dell'arrivo de' Longobardi[127]. Per quante poi sieno le violenze particolari, v'è poca ragione di credere a uno sterminio sistematico, dal quale al vincitore non sarebbe derivata altra conseguenza, che di ridurre incolte le campagne.

Tutt'al contrario Paolo Diacono, longobardo e che de' Longobardi scriveva quando n'era appena caduto il regno, sicchè la compassione li faceva rimpiangere e il lodarli sapeva di generosità, non trova espressioni bastanti a loro encomio: «nessuna violenza accadeva, nessun'insidia tendevasi; non era chi angariasse o spogliasse altrui ingiustamente; non furti, non ladronecci; ciascuno andava senza paura ove gli talentasse»[128].

Se i conquistatori, e massime nei primi momenti, rechino tali beatitudini, lo dica chi ha occhi. E se Cicerone, proclamando i doveri della giustizia nel secol d'oro di Roma, stabilisce che coi soggiogati bisogna adoprare fierezza come coi servi[129], aspetteremo noi tanta umanità nei Barbari, che pur spropriarono i natii? Fosse anche vera, quella pittura sarebbe a riferirsi solo al vincitore; non altrimenti da quando i Romani antichi vantavano che nessuno poteva esser torturato e ucciso senza regolari giudizj, mentre stavano all'arbitrio de' padroni e de' magistrati tanti milioni di provinciali e di schiavi.

Lo storico medesimo, quando dal fraseggiar retorico viene ai fatti, racconta che Clefi distrusse la nobiltà, lo che significa i possessori; e che, «sotto i trenta duchi, molti nobili Romani furono uccisi per cupidigia, gli altri partiti fra gli ospiti in modo da divenire tributarj, pagando un terzo de' frutti; spoglie le chiese, trucidati i sacerdoti, sovverse le città, sterminata la popolazione»[130].

A questo strazio fu dunque mandato il fiore della gente italica. Pertanto, comunque andasse il fatto nei primi momenti, in appresso i soggiogati ebbero, non soltanto a dimezzar le terre d'ogni circondario, come avevano fatto cogli ospiti Eruli o Goti, per costituirne le corti signorili e libere; ma furono spossessati, e costretti a dare il terzo del ricolto; e non più allo Stato, ma a ciascuno de' Longobardi, cui ciascun Romano era toccato. Ridotti ad aldj, cioè manenti o terziatori o coloni, in somma tributarj, la qual condizione era per essenza opposta a quella di libero, più non possedevano che precariamente, non potevano sposar donna libera, non militare, non procedere ne' tribunali; chè tanto importava pei Barbari la parola tributario. Nelle altre conquiste i beni delle chiese restarono intatti: ma i Longobardi, essendo eretici, non rispettavano il clero cattolico[131].

Questo totale spossessamento de' nobili, cioè de' possidenti, senza ambiguità asserito dal panegirista de' Longobardi, vien negato da taluni perchè in Gregorio Magno ricorre menzione dei nobili di Milano e d'altre città[132]. Ma oltrechè la curia romana seguiva nelle lettere le formole consuete[133], anche quando aveano perduto il senso, quel pontefice non riconosceva l'occupazione de' Longobardi nè lo spogliamento de' vinti; onde operava siccome una cancelleria de' giorni nostri che continuasse a salutare per regia la stronizzata stirpe de' Borboni; o siccome essa curia romana, che fin oggi nomina i vescovi d'Antiochia o di Laodicea.

Allegasi pure una Teodota, di stirpe senatoria, la quale non potè sottrarsi alla libidine di re Cuniberto, e pianse il rapitole fiore nel monastero di santa Maria della Posterla a Pavia. Poi, al cessare della dominazione straniera, compajono ricchi possessori viventi con legge romana, cioè d'origine italica.

Vogliasi però riflettere che, anche dai paesi occupati alla prima invasione, molti natii rifuggirono alle isole, sulle coste, fra i monti; e prima d'uscirne poterono patteggiare coi vincitori, conservando titoli e possedimenti. Più dovette ciò frequentare nelle terre assoggettate in tempi successivi, quando i Longobardi avevano deposto la primitiva fierezza; e i natii nell'arrendersi poterono riservarsi parte degli antichi diritti. Altri ancora si vennero a piantare sulle conquiste longobardiche da terre che mai non erano state soggiogate, massime dappoichè i dominatori si mansuefecero, e che la dominazione passò ai Franchi. Tali accidenti bastano a spiegare la menzione che accade di gente romana, di nobili, di senatori: il qual titolo ad ogni modo poteva indicare soltanto un grado personale, non mai di origine.

Nessuna dunque, o poca gente libera rimaneva sulla campagna occupata, mutandosi i possessori in coloni, e i lavoratori in servi della gleba. Numero maggiore di liberi sopraviveva nelle città, dove, essendo divisi in scuole d'artigiani, non cadeano spicciolati in dominazione di particolari, ma in masse numerose erano distribuiti a duchi e re. Al possessore d'un campo, che caleva di conservare gli uomini a quello affissi? morendo essi, rimaneva il fondo[134], e si poteano trovargli altri cultori; mentre il perdersi degli artigiani deteriorava ed anche distruggeva il frutto che ne traeva il vincitore cui erano tocchi in sorte. Egli dovea dunque far opera di conservarli: pure nulla ne sappiamo di positivo, se non forse che gli abitanti della città furono gravati di doppia imposta, cioè una diretta (salutes) ed una sull'industria[135].

Certo è che di questa gente vinta non parlano mai le leggi longobarde: silenzio ingiurioso, eppure da questo volle alcuno argomentare che i Longobardi la lasciassero vivere coll'antica legge patria. Di fatto, tra alcuni germanici conquistatori troviamo che la legislazione non riguardava tutti coloro che abitassero una regione, ma seguiva la persona: e mentre oggi, chiunque si stabilisce in un paese, sottopone sè e l'aver suo alle leggi da cui quello è regolato, poca o nessuna differenza intercedendo da cittadini a forestieri[136]; allora, al contrario, la legge patria serbavasi dall'uomo libero, dovunque egli si trovasse. Tale uso dovette introdursi dai Germani sol quando si sparsero sulle terre conquistate; giacchè sul territorio medesimo trovandosi unite differenti schiatte pel solo accidente dell'essersi drizzate alla medesima impresa, non v'era motivo perchè una stirpe dovesse rinunziare alle consuetudini degli avi, e sottomettersi a quelle d'un'altra. Prova ne sia che in ciascun paese troviamo ammesse tante leggi, quanti erano i popoli invasori.

Così non pare costumassero i Longobardi: anzi talmente furono intolleranti d'ogni altro diritto dopo invasa l'Italia, che obbligarono a partirsene i Sassoni ausiliarj, perchè non vollero acconciarsi all'unità[137]; Rotari impone espresso che «se qualche Romano venga da paesi forestieri, s'uniformi alla legge longobarda, salvo se altrimenti impetri dalla clemenza del re».

Questo cenno non concerne il popolo vinto, ma chi veniva di fuori; e indica che il privilegio non era inusato. Coll'andare del tempo si moltiplicarono i contatti degli invasori coi popoli rimasti; i Longobardi rimisero della primitiva ferità, massime dopo convertiti al cattolicismo; onde allora fu forse consentito ad alcuno avveniticcio di conservare la legge nazionale[138]. Quando poi nel paese nostro si assisero i Franchi e Tedeschi, ognuno conservava il proprio diritto; dal che nasceva grande varietà, e per conseguenza ne' contratti o giudizj si specificava sotto quale vivessero i contraenti o i giudicati. Da ciò le così dette professioni di legge[139]: sotto il qual nome di legge non intenderei veruno speciale e prefinito corpo di istituzioni, ma in generale il diritto, le consuetudini, annesse al fondo che i contraenti possedevano.

Indietreggiando quest'uso ai primi tempi della conquista, alcuno asserì che i Longobardi lasciassero in arbitrio di ciascuno lo scegliere secondo qual legge volesse vivere. Ma qual tirannide sarebbe cotesta, dove il vincitore permette ai vinti di entrare a parte de' suoi diritti medesimi? di porsi, pur che lo vogliano, nella classe de' dominatori? Poi, che cosa significherebbe cotesto vivere a legge romana? una legge suppone uffizj e attribuzioni, che la conquista aveva cancellato. L'essere i nostri divenuti tributarj e dipendenti da un altro popolo, introduceva relazioni affatto nuove: come poteano quelle venir regolate colla legge romana? come sussisteva questa, dacchè erano cessati coloro che poteano secondo le occorrenze modificarla? Poi, è costante fra i Barbari che la podestà giudiziale stia congiunta col militare: esclusi i Romani da questo, come potevano quella ottenere?[140] Le pene, che presso i Barbari si riducono per lo più a multe e composizioni, come applicarsi al Romano, le cui leggi vanno su tutt'altro piede?

Se fosse vero che i Longobardi lasciassero la legge antica ai vinti, a chi avrebbero questi potuto ricorrere perchè un vincitore fosse punito dell'omicidio o d'altra violenza? se si fosse punito il Longobardo colla multa, e il Romano con pene afflittive, non si stabiliva già un'enorme differenza? e avrebbe potuto testar il Romano, e non il Longobardo? sarebbe rimasta in tutela perpetua la donna longobarda, e non quella del vinto? come risolversi le liti de' Romani per testimonj e prove, quelle de' Longobardi per duello e per altri giudizj di Dio? e ciò in un paese solo, sotto l'autorità di un medesimo re! Il diritto suppone la forza di proteggerlo: e i Romani aveano da un pezzo dismesse per uso le armi; allora gliele toglieva la costituzione de' vincitori.

Tra le leggi longobarde, una del 727 di re Liutprando stanzia che, chi fa un contratto, dichiari secondo qual legge intenda stipulare: dal che pure si volle argomentare restasse libera ad ognuno la scelta della legge[141]. Ma si rifletta che, anche secondo il gius romano, v'ha atti, la cui erezione non interessa direttamente lo Stato, e perciò i cittadini possono in essi preferire quali formole e modi più vogliano. Appunto simili contratti privati ha di mira Liutprando quando ordina che, nel formolarli, i notari s'attengano al diritto delle parti, senza però escludere speciali convenzioni fra esse, nè quelle regole secondarie, da cui ciascuno può innocuamente dipartirsi. Tant'è ciò vero, che pari facoltà non accorda pe' testamenti, attesochè questi sono di pubblico diritto. Liutprando inoltre veniva assai dopo la conquista, e tendeva a introdurre nel gius longobardo quanto potesse convenirgli del romano: laonde permetteva a' suoi di ricorrere a questo più ampio e scientifico, per via di accordi reciproci davanti a notari; al tempo stesso faceva arbitrio ai Romani contraenti di valersi della legge propria, anzichè della longobarda come prima sembra fossero obbligati. È un passo verso l'eguagliamento delle due stirpi: ma non indica in verun modo che la vinta conservasse il patrio diritto; attesta anzi che, fin allora, si era usato il contrario.

Molto più tardi, vertendo lite fra papa Eugenio II e il popolo di Roma, l'imperatore Lodovico il Pio mandò alla città suo figlio Lotario, «acciocchè la pace col nuovo pontefice e col popolo romano stabilisse e confermasse». Lotario in tale occasione emendò lo statuto del popolo romano coll'assenso del pontefice[142]; e un capitolo d'essa riforma ordina s'interroghi il senato e il popolo romano con qual legge vogliono vivere, e questa si conservi, o se la violano ne siano puniti. Ma primieramente questo è caso speciale, e non si riferisce che a Roma e al suo ducato, non mai conquistati, ove dunque duravano le magistrature all'antica, e sempre erasi conservata la legge romana[143]; sicchè l'orgoglio de' Barbari non restava leso dal dover rinunziare alla propria. Probabilmente poi fu data la scelta per quell'unica volta, quando trattavasi di dettare una legislazione nuova; e optato per una legge, a quella dovettero attenersi anche i discendenti.

Sta dunque, che i vinti italiani non parteciparono al diritto del vincitore se non taluno per privilegio: tant'è ciò vero che, ogniqualvolta la voce de' conquistati può farsi intendere, esprime lamento perchè non siano accomunati anche a loro i privilegi dei dominatori. Abbiam veduto nelle legislazioni barbare alle ingiurie o all'uccisione d'un uomo esser decretato un prezzo differente (guidrigildo), secondo il grado di esso, o la maggiore o minor parte che godeva di cittadinanza. Ne' Franchi l'uccisione d'un cittadino scontavasi col doppio prezzo, che non quella d'un romano possessore: ne' Ripaurj, ducento lire per un cittadino, censessanta per un forestiero germanico, cento per un romano. È una distinzione ingiuriosa, che però, mentre attesta l'inferiorità del vinto, mostra che sussistevano persone romane, formanti parte dello Stato, a segno che il legislatore dovea toglierle in contemplazione. Ma nei Longobardi nessun guidrigildo si trova stabilito pei Romani: il che conferma fossero ridotti alla condizione di aldj, cioè cosa di un padrone, al quale toccava il rifacimento dei danni loro[144].

Non per clemenza dunque, ma per condanna il longobardo legislatore avrebbe lasciato vivere il Romano secondo la propria legge; poichè così lo privava delle cure giuridiche e di tutti i diritti annessi alla qualità di cittadino. I Romani antichi, nulla statuendo sulle nozze de' plebei, poi degli schiavi, le avevano in conto di meri concubinati, spogli di civile legittimità: altrettanto era in quelle degli Italiani sotto ai Longobardi, rispettate solo dalla Chiesa che le benedicea. Così argomentate degli altri contratti. E se pur fosse che porzione delle leggi romane continuasse ad aver vigore, dovette esser solo di gius privato, non trovandosi magistrati che le applicassero, nè sanzione.

Diverso il caso per gli ecclesiastici. Tra essi il tipo giuridico universale prevalse in ogni tempo sopra il locale; nè le leggi canoniche, modellate sulle romane, mettono divario di paese o di razza; poi conservavano curie proprie, davanti alle quali essi facevano i loro atti, dibattevano e risolvevano da sè i loro litigj, non mancando neppure di mezzi per far eseguire le sentenze. Pure anche i cherici seguivano forse generalmente la legge della propria nazione, e alla romana s'attenevano solo nelle cose ecclesiastiche, e massime ne' privilegi concessi dalle costituzioni imperiali[145]. Certo in Italia ricorrono frequenti prove di diritto longobardo seguito da conventi e da cherici; il privilegio dei quali consisteva forse soltanto nel potere, se romani, dalla condizione di aldj passare a quella di cittadini longobardi.

Però, in causa appunto di tale trascuranza de' vincitori verso i vinti, crede alcuno che sussistesse un reggimento municipale, per quanto alterato dall'organamento militare de' Longobardi. Ma già vedemmo a qual nullità fossero ridotti i municipj sul fine dell'Impero, quando la più gran cura mettevasi nel buttarsene di dosso i gravissimi pesi: poi fondamento e scopo ne erano i tributi, e questi mutarono affatto natura colla conquista de' Barbari. Sotto i Goti, si rammentano ancora in Italia e curiali e magistrati conservatori della pace[146], perchè quella gente, o per origine o per lunga convivenza, avevano adottato assai maniere romane; in qualche formola de' Franchi vedesi alle curie attribuito il registrare alcuni atti: ma ne' paesi sottoposti ai Longobardi, neppur sì poco compare. Se fosse poi vero che i vinti restassero ripartiti fra i vincitori, cessava di necessità ogni interesse comune, fin quelle cure di ponti, di strade, di beni pubblici, alle quali si restringe il municipio.

Ciò vale pei Romani conquistati e ripartiti. Ma mentre i Longobardi, pochi in numero fin da principio, poi assottigliati nelle guerre continue di due secoli, e sistemati a modo d'esercito, tenevansi aggruppati intorno ai castellari, più confacenti all'indole loro che non le città, la remota campagna e massime i monti restavano alla popolazione indigena, e questa poteva aver conservato qualche ordinamento municipale. Alla romana continuarono a regolarsi le città a mare, e quelle dove Goti e Longobardi non penetrarono o per poco. Quattro o cinque secoli più tardi, venne un istante che le città, dominate o no dai Longobardi, si trovarono riunite nella lega di Lombardia, Marca e Romagna, ed in esse apparvero forme a un bel circa eguali di governo municipale. Ora, chi rifletta che eguali pure le aveano allorchè furono côlte dagl'invasori, inclina a credere che anche le soggiogate dai Longobardi mantenessero alcun modo di reggimento municipale.