C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO VI.


STORIA
DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO VI.

TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1875


[INDICE]


LIBRO OTTAVO

CAPITOLO LXXXI. Origine dei Comuni.

Un pregiudizio attaccatoci da moderni scrittori confonde il Comune colla repubblica, la libertà civile colla libertà politica; onde, al nominare l’istituzione dei Comuni, immaginiamo una di quelle formidabili sollevazioni del dolore irritato, ove le plebi insorgessero contro i governanti, risolute di partecipare ai diritti politici di questi.

Nulla di ciò. Erano i deboli, che aspiravano ai diritti dell’umanità, a scuotersi di dosso il giogo feudale divenuto intollerabile, staccarsi dalla gleba, tornare liberi della persona, degli averi, della volontà, unendosi coi signori sotto una comune giustizia. In Italia queste franchigie crebbero fino a costituire gloriose repubbliche; in Francia, al contrario, diedero fondamento all’autorità monarchica; in Inghilterra i Comuni si congiunsero coi baroni onde fare a quella contrappeso; insomma possono associarsi con qual sia forma di governo, essendo il Comune un’estensione della famiglia, anzichè uno sminuzzamento del principato.

L’origine de’ Comuni è uno dei punti che più vennero esaminati e controversi, dopochè le molte carte tratte in luce, e l’esame de’ varj elementi della vita sociale mostrarono l’importanza di quella oscura transizione dal vecchio mondo al moderno, donde cominciò il medio ceto, o, come dicono, il terzo stato, che in sostanza è il popolo d’oggi. Gli scrittori municipali troppo poco s’avvidero dell’interesse che ispirerebbe ai loro racconti il tratteggiare la vita interna e il particolare incremento degli uomini e della società comunale: sicchè noi non abbiamo, ch’io sappia, la compiuta storia d’alcun Comune. Il Sismondi saltò di netto la quistione, che pur era capitalissima in una storia delle repubbliche. Il Muratori adunò preziosi documenti, ma non ne dedusse un concetto generale e coerente, pur in massima allineandosi co’ suoi contemporanei nel credere che i Comuni nostri fossero una continuazione degli antichi. Ciò fu sostenuto incidentemente da molti e con erudizione dal Savigny e dal Pagnoncelli; il quale avrebbe avanzato assai questo tema se avesse meglio distinti i tempi. Altri sentirono col Raynouard, che in Francia, e principalmente nella parte meridionale, vedea le antiche municipalità sopravivere al naufragio barbarico, e al lentare dell’oppressione rigalleggiare per formare il Comune[1]. S’egli in ciò (come in quella sua lingua romanza, alla quale pur aderirono spensieratamente altri Italiani) abbia recato un’erudizione di buona lega, se con rettissima coscienza sostenuto un paradosso, non è qui luogo a discuterlo: basti che in quistioni sì delicate bisogna stare guardinghi di non attribuire un senso generale a ciò ch’è particolare, nè applicare ad una nazione quel che in un’altra si avveri.

V’inciamparono in senso opposto i Tedeschi, sostenendo i Comuni nostri figliati dalla società germanica; essere in ogni città rimasti uomini della stirpe conquistatrice, e in conseguenza liberi, sebbene non possessori di feudi, e dipendenti soltanto dal re; i quali moltiplicaronsi mediante le emancipazioni ed il commercio, tanto che il loro Comune esclusivo divenne il nuovo Comune generale[2].

L’eclettismo, riprovevole quando assonni in mezze verità gli spiriti non bisognosi di profonde convinzioni, merita lode quando, nessuna escludendone, tutte le pondera senza predilezione, onde raggiungere la certezza relativa dove l’assoluta è inarrivabile. E in Italia appunto tutti que’ sistemi hanno alcuna parte di verità, attesa la diversissima sorte che corsero i paesi nostri, da diversissimi elementi derivando.

Prima di Roma, l’Europa civile era disposta in municipalità sovrane, mai non essendosi alzato un grande impero che le singole riducesse ad unità di legge e di amministrazione; e in ciò risiede la capitale differenza dei popoli nostri dagli asiatici. Roma stessa fu un municipio, il quale prevalse dapprima agli altri italici, poi a tutti d’Europa, e quei governi parziali restrinse all’amministrazione civile. Tali noi gli abbandonammo allo sfasciarsi dell’Impero; tali li trovarono i Barbari. Questi forse lasciarono sussistere qualche forma di regime comunale, non già per generosa indulgenza, ma per ignoranza e per difetto d’ordini surrogabili; ma se permisero alla stirpe vinta qualche resto di paesano reggimento, non potè essere che ristretto e precario quanto il portava una militare oppressione. Tassarsi fra loro per conservare un ponte, una via; eleggere chi riscotesse le taglie imposte dal vincitore; congregarsi per nominare i parroci e i vescovi; qualc’altro atto di non maggiore rilievo, erano per avventura i soli residui di costituzione cittadina. Vero è che ogni memoria quasi ce ne manca nel IX e X secolo[3]: ma di quant’altre cose non è allora interrotta la ricordanza fra tanto scompiglio e sì poche scritture?

Nè questa persistenza sotto i Barbari parrà fuori di buona congettura a chi veda persino i Turchi abbattere amministrazione, istituzioni, costumi, gerarchia dell’impero orientale; eppure ai tributarj non imporre nè le loro forme amministrative, nè la legge civile, talchè le istituzioni adottate dai raja si mantennero indipendenti affatto dal canone musulmano.

Quel che meno comprendo è come mai il Comune potesse conservarsi sotto le sbricciolate dominazioni feudali, quando ogni villaggio avea, direi quasi, un re che immediatamente amministrava, giudicava, provvedeva; e forse perì del tutto il sistema comunale ove il feudalismo si assodò. In Italia, per altro, a conservarne almeno la memoria valse il non esservi mai caduto in totale dimenticanza il diritto romano, il quale forse si insegnò sempre nelle scuole, certo modificò le barbare legislazioni, spesso fu applicato nelle decisioni dei tribunali, massime degli ecclesiastici. Un codice romano del secolo IX o X nell’archivio di Udine mostrerebbe magistrati municipali, e che le città avessero decurioni, nominassero giudici per amministrare la giustizia e per sovrantendere ai beni ed alle entrate loro, con giurisdizione però dipendente dalla pubblica, e limitata agli affari civili dei Romani, cioè dei vinti, e ai minori delitti delle classi basse[4]. Ma, qual l’abbiamo alle stampe, quel documento è rozzo e incoerente, nè tampoco sappiamo per qual paese venisse compilato.

Alle città che rimasero sottoposte ai Greci era stata, pel codice Giustinianeo, tolta la scelta de’ proprj magistrati, che costituisce il privilegio capitale del Comune. Ma molte, inviolate dai Barbari, dall’impero greco dipendeano di mero nome; onde non v’è ragione che n’andasse abolita la costituzione comunale. Tali ci pajono Roma, Gaeta, le isole venete, ove, allo sfasciarsi dell’Impero, le curie presero le redini, l’amministrazione traducendo in governo. Gl’imperanti di Costantinopoli, che agio, che forza aveano per provvedere a queste disgregate provincie? onde anche quelle che stavano a loro obbedienza, si videro spinte ad amministrarsi e difendersi da sè. A tal uso applicarono il tributo che riscotevano col metodo antico; come ebbero erario, così formarono una milizia; regolarono la polizia; fecero anche decreti quando li sentissero necessarj. Il duce che soleva essere mandato da Costantinopoli, fu eletto fra cittadini, a nessun più importando di venire fin qui ad una dignità di molto peso e di scarso profitto; poi ogni legame andò sciolto in tempi di vacanza o di anarchia, e definitamente nella guerra che gl’imperatori teologastri indissero alle sacre immagini; talchè ne uscì un governo affatto a popolo.

Questi vivi e vicini esempj e le non cancellate reminiscenze poterono nutrire o ridestare il desiderio della libertà ne’ residui Italiani, appena l’oppressura si rallentasse a segno, che non dovessero pensare unicamente alla vita e alla sicurezza.

Ma non dal solo elemento romano costituironsi i Comuni; bensì, come ogni altra cosa del medioevo, dal germanico insieme e dal cristiano. L’invasione dei Longobardi avea ridotto i natii a condizione quasi servile; esclusi interamente dal governo perchè esclusi dall’armi, restavano uomini altrui, mentre i conquistatori formavano la classe dei liberi, de’ quali soli la legge prendeva cura; e non si disse più un cittadino milanese o bergamasco, ma soltanto un Longobardo o un Romano. Altrettanto seguitò sotto i Franchi; ma la prosapia vinta fu più ravvicinata alla vincitrice, giacchè si prefisse un guidrigildo anche sulla vita e sulle offese recate ai Romani; e se ciascuna stirpe conservava le leggi proprie, i capitolari emanati dai Carolingi obbligavano tutti; allo stesso diritto longobardico faceansi glosse e commenti di senso romano, alterandoli per modo che, restando longobarda la legge, romanamente giudicava il fôro.

Spezzatosi l’impero di Carlo Magno, coll’estendere dei feudi si spegnevano le differenze d’origine, poichè l’uomo non era più longobardo o franco o romano, ma del tal feudo o del tal signore; e nell’autonomia, propria di ciascun feudatario, restava assorta la varietà di diritti. I feudi passo a passo s’intrusero anche nelle terre dominate dai Greci, massime dopo la conquista dei Normanni; sicchè per la più parte d’Italia restò mutata la natura delle proprietà, e ciascuno fu l’uomo del proprio terreno, e corse la fortuna di quello.

Ciò in campagna. Ma delle città le più non dipendevano da un feudatario, bensì da un conte, magistrato regio. I conti si rendeano sempre meno dipendenti da imperatori fiacchi e distanti; onde screditavasi l’autorità regia, mentre invigoriva la feudale. Squarciato il corpo politico in infiniti brani si può dire indipendenti, e scomposta l’unità governativa, i grandi vassalli operavano di pieno arbitrio nella loro giurisdizione, quasi la tenessero non dai re, ma in patrimonio; negli interregni strascinavano in lungo la nomina del successore, e lo desideravano debole perchè non pensasse a ricuperare il ceduto od usurpato dominio. Duranti poi le violenze che descrivemmo fra l’Impero e la Chiesa, tutto andava in frazioni e sêtte, che ondeggiavano a seconda dei capi e degli accidenti; nè ben accertandosi qual fosse il re legittimo, se ne togliea pretesto di non obbedire a nessuno, o poneasi la docilità a prezzo di crescenti privilegi. In società d’origine feudale, stante il generale principio che ogni podestà emana dal re, nessun diritto si trova che non sia privilegio e concessione; lo saldano, lo garantiscono, lo dilatano, ma sempre come concessione. Laonde la libertà cui allora si aspirava, non era un governo fondato sull’assenso di tutti i membri del corpo sociale adunati, ma un privilegio concesso ad alcuni in particolare.

Sarebbesi allora potuto scomporre affatto la monarchia, ma le città non sentivano ancora la propria forza; i gentiluomini e la nobiltà inferiore, discendenti dai primitivi conquistatori, temeano che il cessare di essa non li riducesse dipendenti da altri nobili, sicchè preferirono di cercare dal re immunità, cioè d’esercitare giurisdizione sulle proprie terre o sui proprj dipendenti, senza che il conte regio vi potesse. Primi a domandarla furono gli arimanni[5], cioè uomini liberi, residuo dei conquistatori, non legati a verun feudatario, e protetti dal conte come appartenenza del re; poi i monasteri, i corpi d’arte, gli ordini cavallereschi. Re e gran signori non rendeansi malagevoli ad emanciparli, contenti anzi di far con ciò acquisto di sudditi per sè, e indebolire i vassalli dipendenti. I feudatarj poi e i vescovi domandavano immunità più estese, cioè che il conte regio cessasse da ogni giurisdizione anche sovra i liberi, abitanti nel loro terreno, nel quale ne istituivano una loro propria, dove erano richiesti alla pari e i liberi discendenti dai conquistatori, ed i villani e censuali, gente per lo più romana. Eccovi un embrione del Comune.

Stanno dunque a fronte molti poteri. I re, mirando a ridurre in prerogativa monarchica il primato feudale, desiderano comandare direttamente al popolo senza l’interposizione dei baroni, e perciò quello da questi emancipare. I baroni, all’opposto, eransi affaticati ad assicurarsi l’indipendenza e convertire il politico dominio in reale e personale privato, e v’erano riusciti col rendere vitalizj i feudi, poi ereditarj. Da ultimo i vinti, non gravati più dal peso sproporzionato di un potere centrale, ridestavansi per conservare o ricuperare i possessi antichi, le leggi non dimentiche, la contrastata religione, partecipare ai privilegi dei vincitori, ed essere considerati pari alla gente dominatrice ne’ servigi e nella giustizia. In Francia si strinsero attorno al re, che venne per tal modo via via rinforzandosi: in Italia non poteano altrettanto, perchè la regia era accoppiata all’autorità imperiale, che si mutò da Franchi a Italiani, poi a Tedeschi, controbilanciati sempre dai papi e dai grandi vassalli.

Mentre a questi dava rinforzo la lontananza del principe, gl’indeboliva l’aumentarsi dei piccoli feudatarj e il prevalere degli ecclesiastici, che, come ogni altra cosa d’allora, aveano preso sembianza feudale, cioè congiunto ai possessi la sovranità. La Chiesa è costituita con forme a popolo; assemblee, rappresentanza, giurisdizione propria mantenne anche sotto ai Barbari; unica aveva asili contro la prepotenza, richiami contro la tirannia. Il popolo dei vinti, privo d’ogni diritto legale in faccia al conquistatore, più volentieri recava le sue querele ai sacerdoti che non ai baroni; a chi le giudicasse per prudenza e per leggi scritte, che non a chi le recideva a colpi di sciabola; onde l’autorità ecclesiastica erasi ingrandita perchè popolare. L’innalzarsi dunque del clero importava sollievo del popolo; e tanto avvenne allorchè, sotto ai Franchi, esso diventò essenziale elemento della civile società, e i vescovi entrarono nelle assemblee legislative, e finirono col signoreggiarle. Venuti di tanto peso nelle pubbliche rivolture, ottennero dai re l’immunità dei proprj possessi, indi delle città ove sedevano, per modo che al conte più non restasse giurisdizione, ma fosse trasferita nel vescovo. Così la esercitavano sopra i liberi borghesi, i quali non godeano rappresentanza nella costituzione, ma crescevano d’importanza col crescere del commercio e delle industrie.

Il primo esempio sicuro d’immunità in Italia è di Carlo il Grosso, che al vescovo di Parma concede di «giudicare, definire, deliberare, come il conte del nostro palazzo, tutte le cose e le famiglie, sì de’ cherici come di tutti gli abitanti d’essa città». Lamberto imperatore a Gamenulfo vescovo di Modena nell’898 confermava tutti i possessi, e che, secondo il costume delle altre chiese, gli affari della modenese siano esaminati da persone idonee e veraci, fin alla piena giustizia; nè alcun conte pubblico o curatore della repubblica vada a cercar ragione ne’ monasteri o nelle chiese, o ad esigere fredi e tributi nei possessi, o farvi mansioni e parate, o levarne statichi, o pignorare od obbligar uomini, siano servi o liberi, nè condurli in oste o chiederli d’illeciti servizj; nella città stessa continuino ad esservi chierici che stendano libelli e citazioni negli affari ecclesiastici; possa la chiesa, invece del re, esigere il censo dovuto dalle strade, porte, ponti, e da quanto già pagavasi anticamente alla città e ai curatori della repubblica; e cavar fossi, costruire mulini, eriger porte e forti a due miglia in giro, e aprire e chiudere l’acqua senza pubblica opposizione[6].

Nel 904 re Berengario privilegiava il vescovo di Bergamo di riedificar le mura della sua città a riparo dagli Ungheri, dovunque esso vescovo e i suoi concittadini credessero necessario; e a lui assicurava la libera giurisdizione sopra la città e i distretti[7]. Ottone II nel 973 concedeagli di nuovo omnes districtiones et publicæ functiones villarum et castellorum, quæ sunt in circuitu ipsius civitatis de eodem comitatu pertinentes, usque ad spacium et extensionem, per omnes partes ejusdem civitatis, trium miliarium, fin ad Aciano e Seriate; inoltre la val Seriana fino alla Camonica. Enrico III nel 1041 confermava a quel vescovo tutto il contado bergamasco sino alla Valtellina, all’Adda, all’Oglio, a Casal Butano, con piena autorità di fare e disfare, senz’essere impedito da veruna autorità superiore.

Ottone il Grande aveva largheggiato di tali concessioni a segno, che ne fu tenuto l’autore universale: al vescovo d’Acqui assicurava la giurisdizione della città e di quattro miglia in giro[8]; a quel di Lodi, l’esenzione per sette miglia; per tre miglia a quel di Novara[9]; per cinque a quel di Cremona; e così a Reggio, a Bologna, a Como, il cui vescovo ebbe anche il contado di Bellinzona; quel di Firenze credeva pure aver da lui ottenuto la giurisdizione di sei miglia.

Al vescovo di Pavia nel 977 Ottone II concedeva e confermava i possessi e il dominio, e che castella, ville, eidem episcopo subjecta, ita sub ditione episcopi maneant, ut residentes in eis ad nullius hominis placitum eant neque distringantur: sed si quis ab eis legem poposcerit, presentia ejusdem episcopi vel ejus missi justitiam quam exigent accipiet[10]. Anche nel diploma del 1004 di re Enrico, attesi i molti litigi e scismi, che dalla parte del conte venivano alla chiesa, è concesso al vescovo il muro di Parma, il distretto, il teloneo e ogni funzione pubblica nella città e fuori sin a tre miglia in giro[11]. Morto il conte, Corrado Salico nel 1035 estese a tutto il contado la giurisdizione del vescovo.

Guido vescovo di Volterra sporgeva querele contro il conte e gli altri ministri pubblici per la fierezza con cui esigevano dal clero e dai loro servi i diritti regj: laonde Enrico III nel 1052 lui e il clero esentuava dai conti, autorizzando il vescovo a trarre a sè le cause in tal materia, e definire le contestazioni mediante il duello. Più tardi da Federico Barbarossa il vescovo Galgano ebbe titolo di principe, e il governo della città e di molti luoghi, l’elezione dei consoli e la zecca, retribuendo al regio erario sei marchi d’argento.

Nel 1055 Eriberto vescovo di Modena, coi cittadini suoi, invocò da Enrico III di poter riedificare, fortificare, ingrandire essa città; e quegli il permise, concedendone al vescovo tutte le regalie e la giurisdizione, pure confermando alla chiesa e ai cittadini le buone consuetudini antiche: ai quali cittadini presenti e futuri concede di derivar canali dalla Secchia, dalla Scultenna e da qualunque altro fiume[12].

Enrico IV confermava a Landolfo vescovo di Cremona la giudicatura della città e di cinque miglia in circuito, già attribuitagli da’ suoi antecessori[13]. A Gregorio vescovo di Vercelli concedeva Casale, Olceningo, Oldenigo, Momolerio, Scherino, Rodingo, con tutti gli arimanni e con quanto spetta al contado[14], vale a dire le giurisdizioni che il conte esercitava, fra cui era quella sugli uomini liberi. Molti abitanti di Treviglio, borgata della Geradadda, si sottoposero alla badia di San Simpliciano in Milano, e nel 1081 Enrico confermava questo fatto, e che essi e i loro figli o discendenti rimanessero perpetuamente in podestà di quel monastero, non dovendo più alcuna funzione pubblica od angaria o altro servizio a chichefosse, eccettuato il fodero al re quando venga in paese, e la sculdassia ai conti ogni anno[15].

Talvolta queste concessioni davansi in premio di prestato favore, tal altra per castigare un conte sleale: e poichè ogni giorno cresceva il numero de’ semplici cittadini, i quali, invece del magistrato regio, si mettevano in tutela de’ signori immuni, i re non iscapitavano gran fatto col cedere ai vescovi i contadi, che ormai non teneano dipendenti se non di nome.

Ecco dunque città e borgate dalla giurisdizione del conte passare a quella del vescovo o d’un monastero; e mentre dapprima la popolazione restava divisa fra dipendenti dalle chiese e dipendenti dal re, fra la giurisdizione laica e l’ecclesiastica, vennero a formare un Comune solo conquistati e conquistatori; nobiltà feudale e semplici liberi si trovarono chiamati al medesimo tribunale; e gli scabini dei nobili e quelli dei liberi costituirono un collegio unico, sottomesso al vicario secolare del vescovo, detto l’avvocato o il visdomino o il visconte appunto perchè esercitava gli uffizj devoluti una volta al conte.

Il vescovo di Mantova era stato fatto immune da Ottone III nel 997, col diritto di nominare avvocati e batter monete; e nel 1084 Ubaldo vescovo, costituendo visdomino un suo nipote, divisava i diritti attribuitigli. I quali sono di andare per tutta la diocesi di qua e di là dal Po, tenendo albergaria e placito, esaminando e definendo discordie, liti, offese personali e reali, infliggendo la pena a sua volontà. Tutto il denaro percepito in tali operazioni lo lascia a lui, e un terzo del ricavo della pesca, dell’investitura, degli approdi, dello sterpatico. Da ciascuna masseria del vescovo abbia due majali grossi, e così la decima delle giumente e dei porci di tutte le terre vescovili. Promette che gli uomini di lui non saranno giudicati dal vescovo nè da’ suoi successori o messi o gastaldi o decani, nè richiesti al placito, a prestar garanzia o albergo o fodro[16].

Al popolo tornava vantaggio dall’essere i contadi attribuiti ai vescovi piuttosto che ai conti, crescendo probabilità di vederli affidati al merito, anzichè distribuiti dal capriccio della nascita o dalla volontà d’un re straniero; e se la plebe e i manenti restavano ancora senza diritti nè rappresentanza, ne migliorava la giustizia, che è il bisogno più immediato de’ popoli.

La decisa predilezione del clero pel diritto antico indurrebbe a credere che le forme municipali romane, dove ancora sopraviveano, si sodassero dacchè il vescovo si trovò investito del governo cittadino. Ma poichè ogni cosa aveva a conformarsi al reggimento che unico allora si conoscesse, i vescovi, fatti conti delle città, ridussero a feudali le cariche municipali, alterandone la natura senza forse annichilarle.

Pertanto dal vescovo dipendevano le città e i beni immuni; dal conte il resto, cioè la campagna, la quale da ciò prese il nome di contado. Ma que’ beni immuni trovavansi intarsiati ai contadi per modo, che vescovi e signori s’impacciavano a vicenda nell’esercizio della mal determinata giurisdizione. Tendevano i primi a dilatare la propria anche sul contado; i signori vi si opponeano, e cercavano ingrandire a spese de’ vassalli minori: sicchè la lotta intestina discendeva sino agl’infimi elementi della società. Epperò Corrado Salico emanò la famosa legge dei feudi (t. V., p. 443), per cui anche i piccoli passassero in eredità, e non si potessero togliere se non per sentenza degli scabini.

Si trovava allora il dominio feudale partito fra i capitanei o valvassori maggiori, immediatamente investiti dalla corona; i valvassori, cioè vassalli de’ capitanei; e i valvassini, che ritraevano dai predetti. Valvassori e valvassini, assicurati d’esistenza indipendente, più non furono stromenti agli arbitrj de’ vescovi, i quali non poterono, come in Germania, riuscire principi ecclesiastici.

Ma altrove i nobili vassalli e i semplici liberi, formato il Comune, aveano costituito rappresentanti e giudici proprj, che equipollevano alla curia vescovile, e indipendentemente da questa assumevano aspetto di civile ordinanza. Altrove ancora la gente raccoltasi sopra terre di un feudatario, crescendo di ricchezze per l’industria, e a quello rendendosi necessaria, lo costringeva a concessioni, che non davano la civile indipendenza, ma favorivano il prosperamento e l’importanza del Comune.

Scomposta ogni centrale potestà per lasciar solo associazioni limitatissime e poteri meramente locali, più facilmente poterono costituirsi da sè le città, nelle quali gli uomini trovavano maggior numero d’interessi comuni. Queste allora ebbero giurisdizione propria, e l’affidarono agli scabini, del che ricrebbe il terzo stato; e nobili e liberi venendo abbracciati nel Comune medesimo, cioè sotto comune giustizia, mozzavasi la prerogativa feudale, atteso che, chi bisognava di sicurezza, non andavala a chiedere sotto la rôcca d’un barone, ma tra le mura d’una città.

Benchè il feudalismo togliesse importanza alle città, le nostre non la perdettero mai, ed erano abitate da ricchi e nobili col nome di arimanni[17], i quali anzi costituivano un’università o corporazione, e avevano possessi e ragioni comuni. Nel 1014 Enrico II agli arimanni della città di Mantova e d’altri luoghi confermava i possedimenti con tutte le loro eredità paterne o materne, e i beni comunali e il teloneo e ripatico a Garda e Lazise e Riva, e che niun magistrato li turbasse. I cittadini di Mantova, cioè gli arimanni abitanti in essa città, ricorsero a Enrico III contro le eccedenti esazioni e gl’importuni aggravj (superstitiosas exactiones et importunas violentias); ed esso decretò che queste cessassero e s’abolissero radicalmente, e nessuna autorità grande o piccola si mescolasse dei costoro beni comuni, de’ benefizj precarj o livelli, de’ servi, delle ancelle, o d’altro qual fosse loro possesso mobile o immobile. Tanto confermava Enrico IV il 1091, volendo avessero «la buona e giusta consuetudine che ottiene qualunque città del nostro impero». Donde parrebbe che gli arimanni avessero una tal quale signoria di Mantova[18].

Il Gennari, negli Annali della città di Padova, sotto il 1077 adduce un placito ivi tenuto avanti a due messi regj, al conte della città Ogerio avvocato, e a varj giudici e buoni uomini. Ai quali Giovanni abate di Santa Giustina dichiarò come i cittadini dentro e fuori della città gli avevano intentato lite (cives vel intra civitatem vel extra nobis intentionem mittunt) circa al possesso della val del Mercato e del prato col Zairo, dell’acqua del fiume Rodolone, e degli altri possessi del monastero. Fu dato torto ai cittadini, ed obbligati all’intera cessione; la quale fecero col prendere una lunga verga, e trasmetterla al vescovo, che la consegnò all’abate.

Anche nel peggior tempo del dominio militare questi arimanni formavano tra loro delle gilde, le quali non m’hanno aria di fraternite religiose, bensì di quelle associazioni, di cui maggiore si sente il bisogno quanto più lentato è il legame sociale. In effetto esse fecero paura ai forti; e Carlo Magno decretava che «nessuno presuma far giuramento per gildonia; se vogliono disporre delle limosine per incendj o naufragi, il facciano in altro modo che giurando». E più rigorosamente Lotario I: — Non vogliamo che alcuno per giuramento nè per obbligazione faccia gildonia; e se l’oserà, chi primo ne diede consiglio venga dal conte mandato a confine in Corsica, e gli altri paghino multa»[19].

Ripetiamo che qualche rappresentanza il popolo aveva sempre goduta in faccia alla Chiesa; e a tacere le lettere di Gregorio Magno già indicate (t. V, p. 133), il Diurno Romano offre la formola, con cui il clero e il popolo invocano dal papa e dal metropolita che confermi il vescovo da essi eletto: all’elezione di Guido vescovo di Piacenza il 904, sono sottoscritti preti, diaconi, suddiaconi, acoliti, e infine ventisei e populo[20]: Giovanni vescovo di Modena nel 998 faceva al monastero di San Pietro una donazione con notizia e consenso dei canonici, de’ militi e del popolo: l’anno stesso in Ravenna si tenne un placito, assistentibus in judicio pollentibus et bonæ opinionis et laudabilis famæ viris de civitate Ravennæ[21]; e nel 1004 Turbino giudice di Cagliari, col consenso de’ suoi parenti e di tutto il suo popolo, donava alcuni dazj ai Pisani amici suoi, affinchè quel popolo gli fosse amico[22].

Ecco qui pure una rappresentanza e un esercizio di diritti comuni, che avviava all’emancipazione. Viepiù vi condusse l’essersi nella città pel commercio formate compagnie, le quali offrivano l’embrione d’un governo a comune, e poteano divenir tali per poco che si ampliassero.

Una lapida sotto al portico della notabilissima cattedrale di Lucca riferisce come nel 1111 i cambisti e mercanti, che allora stavano di bottega nella corte di San Martino, ove pure gli alberghi de’ forestieri, giuravano di non far frode[23]; antichissima sistemazione del commercio in consorzj, con consoli per risolvere i litigi.

Già nel 1046 Enrico III confermava agli abitanti della bergamasca val di Scalve il diritto di negoziar di ferro per tutto l’impero, col solo aggravio di mille libbre di ferro secandum suorum parentum morem; nessun duca, marchese, vescovo, conte o altra qualsiasi persona hominibus in prædicto monte Scalvi habitantibus audeat aliquam molestiam aut aliquam superpositam inferre; e a chi violi l’ordine commina cento libbre d’oro, metà da darsi alla Camera, et medietatem prædictis hominibus. Poi nel 1091 nella città di Bergamo tenendo placito il conte Corrado, messo regio ad justitias singulorum hominum faciendas ac deliberandas, con molti giudici e conti e col vescovo, gli si presentarono alcuni vicini et consortes de loco Burno, che è in val Camonica, e gli chiesero pronunziasse un bando super nos et super nostros vicinos vel consortes a proposito del monte Negrino, che era stato ad essi usurpato da quelli di val di Scalve: e il conte Corrado gli esaudì[24]. Non sono queste evidenti forme comunali con possessi consorziali? I querelanti nel loro libello citano una decisione già riportata anteriormente; e come in tali litigi centum quinquaginta librarum denariorum mediolanensium veteris monetæ inter judices et advocatos dispendio in Bergamo perpessi sumus damnum; e gli Scalvini usarono ad essi prepotenze molte, onde reclamano giustizia, quia dedecus est omnium nostrum.

Esempj di simili comunanze ricorrono in Toscana, ove nel 1004 Filippo di Fidante e Benedetto di Martino furono nominati consoli del comune ed università di Monte Castelli[25]. Chiavenna, borgo della diocesi comasca, situata allo sbocco di due valli che mettono ai paesi transalpini del Reno e dell’Inn, faceva una concordia, citata già come antica nel 1155, tra gli abitanti suoi e quelli del vicino Piuro, per la quale quattro uomini di ciascuno di essi giuravano di guidare i due Comuni e le persone e i beni loro con buona fede e senza frode in pace ed in guerra, non usurparsi roba alcuna, ma d’ogni acquisto ripartire tre quarti a’ Chiavennaschi, uno a’ Piuriesi, e nell’eguale proporzione le spese[26].

N’era vantaggiata l’industria; e poichè essa è gran conduttrice di libertà, si cominciò a levar lamenti delle violenze che turbavano il commercio; i lamenti procedeano a minaccie; e se queste non trovassero ascolto, riuscivano in aperta rivolta, cacciando gli esattori e gli espilatori del barone, assalendone anche il castello, e opponendogli barricate e mura; e unitisi sulla piazza del mercato o nella chiesa, gl’interessati giuravano sostenersi contro chiunque pretendesse sopraffarli. E a noi si fa credibile che uno de’ più efficaci addirizzi a costituire i Comuni fossero appunto le società mercantili e artigiane, che trovandosi già ordinate con una gerarchia, con regolamenti, con statuti[27], con cassa, non aveano a dare che un passo per chiedere di partecipare coi nobili al Governo.

Talvolta i re medesimi ne’ loro bisogni esibivano di vendere le regalìe, cioè dogane, zecche, mercati, pedaggi; e i Comuni s’affrettavano a comperarle, o le ottenevano in premio della fedeltà e del favore prestato. Tal altra i grandi vassalli insorgevano contro dei vescovi, e gli uni e gli altri armavano i cittadini, che per tal modo venivano a conoscere le proprie forze, e invocavan diritti, in prezzo degli offerti soccorsi. Nella contesa, capitanei e vescovi apprendevano che ricchezza principale era l’abbondare d’uomini, lo perchè ne favorivano l’incremento sminuzzando i possessi, e contentandosi d’una tenue prestazione, purchè vi andasse congiunto l’obbligo di servire nelle milizie.

Stiamo dunque a gran pezza da chi crede che i Comuni derivassero da generosità dei re, o da accorgimento loro politico. Erano conseguenza del risorgimento popolare; ma i diritti che i liberi traevano in campo, non erano astrazioni costituzionali, e accademici divisamenti repubblicani, bensì un richiamo alle norme dell’umanità, a quella libertà d’innocui atti, di cui ciascuno sente mestieri come dell’aria. L’associazione dirigevasi non a riforme amministrative, ma ad acquistar forza per diminuire la propria servitù; specie di mutua assicurazione delle inferme moltitudini contro i pochi armati. Non che fosse rivoluzione contro il Governo regio, a questo appoggiavansi coloro i quali scotevano il giogo feudale. E poichè il feudatario, il re ed il vescovo trovavansi spesso a cozzo, e dividevano tra sè i possessi e le città, all’uno ricorreva chi fosse malcontento dell’altro, sicuri di trovarlo favorevole, non per generosità ma per proprio interesse.

Neppure fu una rivoluzione sola che mutasse la forma politica, giacchè non v’aveva un potere unico da abbattere; e a ciascun Comune sovrastando un signore particolare, in ciascuno richiedevasi una particolare rivoluzione. Variissimi dunque erano gl’impulsi, variissimi i mezzi e i risultamenti, e molto vi poteva il caso, nè sempre riuscivasi all’intento; ma la libertà, fallisca cento volte, non però dispera.

Sarebbe peraltro stato difficile strappare ai feudatarj anche sì poco, quando essi soli e i loro castelli fossero stati muniti, e tutto il resto inerme; atteso che la forza brutale può a lungo conservare gli ordini più repugnanti alla ragione. Ma allorchè gli Ungheri avevano passato le Alpi, non si potè combattere in campagna rasa e con eserciti ordinati le loro bande scorridore, ma dovette munirsi ciascun villaggio, ciascuna casa, ciascuna persona; le città rinnovarono le mura, diroccate dai Barbari o sfasciate dal tempo[28]; ogni monastero, ogni borgata scavò una fossa, rizzò uno steccato; e le armi, adoperate soltanto dagli uomini del feudatario e per suo cenno, si affilarono per l’individuale sicurezza. Qual cosa infonde tanto coraggio, quanto il conoscere di bastare alla propria difesa? e i nostri padri, che si erano misurati contro l’Unghero, più non temeano d’affrontare la masnada del vescovo o del castellano.

Di più, in Italia l’aristocrazia non avea messo così robuste radici come oltr’Alpi; e nella vasta Lombardia soli forse il marchese di Monferrato e il conte di Biandrate estendeano tanto i possessi, da abbracciare borghi e città. La supremazia che i re di Germania pretendevano qui, era d’opinione più che di forza. Dalla lontananza o dalle guerre proprie erano impediti di venirvi sovente in persona, unico modo di farvi valere la propria autorità; se venissero, senza truppe nè rendite mal si reggevano, e lagnavansi che i vassalli non gli sovvenissero del necessario, e li riducessero a cascar di fame. Maggiormente si protraevano gl’interregni di qua dell’Alpi, atteso che non bastava che un re fosse nominato in Germania, ma conveniva venisse a farsi coronare in Milano e Roma; nè di rado i signori nostri negavano omaggio all’eletto dai Tedeschi. Tutto ciò fece la contesa men dura, e più pronto l’effetto.

Questo restituire gli uffizj da signorili a municipali ed elettivi cominciò attorno al Mille, crebbe mentre Ottone II combatteva gli emuli in Germania e i Greci in Calabria, e più nei tredici anni che Ottone III indugiò a scendere in Italia. Allora i Comuni cittadini costrinsero i baroni ad accasarsi nelle città, che si trovarono popolate non più da soli artieri ed arimanni, ma anche da potenti, e crebbero di lustro e considerazione. Alcune gelose ottennero che gli imperatori non entrassero più nelle loro mura; altre ne demolirono il palazzo, per edificarlo nei sobborghi; sicchè debole e limitata restava la giurisdizione dei re, i quali tanto più facilmente cedevano per denaro o per favore ciò che nè ricusare potevano, nè conservato fruttava. Pavia nel 1024 distrusse il palazzo regio, e quando Enrico III volle costringerla a riedificarlo, gli si oppose con un giusto esercito, avendo alleati molti signori.

Gran destro ne porse la contesa fra il Sacerdozio e l’Impero, giacchè in quelle reciproche esagerazioni, dove più che le armi poteva l’opinione, si trovavano messe in bilancia le competenze delle due autorità, richiamato a discussione quanto la conquista germanica aveva innestato sul tronco romano, la legittimità del potere nato dalla forza, il dominio della spada sovra gli spiriti, l’intrusione delle discipline militari nell’ordine civile e fin nella gerarchia ecclesiastica; e l’una e l’altra parte si credette obbligata a dimostrare le proprie ragioni ai popoli, di cui le bisognava l’appoggio. E i popoli impararono che avevano diritti, che per argomenti potevano scegliere a quale prestare il sussidio dell’oro, del brando, delle convinzioni; e di quelli e di queste misurata la potenza, vollero servirsene ad assicurare e crescere quei diritti, che avevano appreso a conoscere e stimare. Trattavasi poi di combattere? bisognava che il conte o il vescovo si servissero del braccio delle plebi: e guaj pe’ tiranni il giorno che han bisogno de’ loro oppressi!

Contesa tanto vitale non limitavasi a battaglie in campo aperto, ma penetrava nelle città e nelle case: spesso una chiesa trovavasi disputata da due vescovi, uno papale ed uno intruso, i quali si perseguivano in guerra; diuturne le vacanze, perchè o il papa negava l’investitura, o i cittadini obbedienza al nominato dall’imperatore; e sempre i vescovi sentivansi sotto ai piedi vacillare il terreno, perchè o non investiti dal re, o non riconosciuti dal papa; e per formare e mantenersi partigiani, cedevano particelle de’ loro diritti ai Comuni. Esse città giuravansi con altre del sentire medesimo, onde in armi tener testa alle contrarie. Uscita poi vittoriosa la parte ecclesiastica, ingegnavasi di menomare le prerogative regie, ma con ciò raccorciava anche la podestà temporale de’ vescovi, fondata sopra regie concessioni.

Col carroccio (t. V, p. 439) i popolani s’erano avvezzi a considerarsi, non più guerrieri obbligati d’un signore, ma d’una bandiera cittadina, del Cristo che allargava le braccia su quell’antenna, del sant’Ambrogio, del san Zenone, del sant’Alessandro che li benediceva dal gonfalone. Quel parteggiare per l’imperatore o pel papa avea misto i varj ordini d’uomini, per modo che non si guardava tanto se uno fosse capitaneo, nobile o plebeo, ma se imperiale o pontifizio. Le armi e i campi comuni, e la necessità di usare concordemente le braccia o l’ingegno nella mischia o nei parlamenti, scemavano le distanze fra quelli della parzialità medesima; poi la trionfante conseguiva vantaggi o privilegi sull’altra, sicchè gli ordini fin allora scrupolosamente distinti venivano ad unirsi nel Comune cittadinesco; e i giudici della città, che già, duranti le vacanze del vescovado, decidevano in propria testa senza riguardo al visconte, qualora al conte o al vescovo strappassero alcuna nuova porzione di autorità, la esercitavano più piena sovra maggior numero di cittadini, e con restrizioni minori.

Insegnati a discutere dei diritti, prendono in dispetto gravezze fino allora tollerate di cheto; alla prima taglia troppo pesante si ammutinano; cominciato che uno abbia, il seguono altri; la torre, da cui il feudatario o il conte minacciava, diviene spesso il ricovero degli affrancati; spesso i monumenti dell’antica magnificenza convertonsi in difese di nuova libertà; e si preparano lotte, risolute perchè di scopo evidente e semplice, e non per capriccio o per obbedienza, ma per tutela dei diritti più sacri. Il tentativo fallisce? sono smantellati i fortilizj, uccisi gl’insorti: riesce? i sollevati comprendono la necessità di unirsi.

Non poca opportunità vi aggiunsero le crociate; per passare a terrasanta molti baroni vendettero od impegnarono i dominj, o per denaro cedettero qualche parte della giurisdizione ai cittadini, che, durante l’assenza loro, rassodarono i diritti, e di nuovi ne acquistarono; mentre gli uomini che combattevano in Palestina s’abituavano alla libera disciplina dei campi, s’accostavano fra loro ed ai padroni, e ne riportavano più libere idee, men servili sentimenti. Quelli poi che fossero capaci di riflettere e di ponderare i civili ordinamenti, dovevano rimanere attoniti allo spettacolo di Venezia, di Pisa, d’altre città marittime, che già si reggevano a popolo: poi nelle Assise di Gerusalemme trovavano un governo, baronale bensì, ma dov’era provveduto anche alla plebe, chiamata pur essa a parte delle discussioni.

Ecco dunque risalire alla dignità civile quei che l’avevano perduta fin dall’invasione dei Longobardi: ecco vincitori e vinti ricondotti sotto una giustizia ed un governo medesimi. E poichè le reliquie degli antichi Romani, sentendo rivalere l’ingegno sopra la forza, tornavano su quelle antiche memorie che un popolo perde per ultima cosa, e che servono spesso di lievito acciocchè l’inerte massa non imputridisca; e i discendenti medesimi de’ conquistatori rispettavano quelli che un tempo avevano soggiogati; perciò si ridestarono i nomi e le forme romane, e i magistrati cittadini non s’intitolarono più scabini alla tedesca, ma consoli.

Adunque in due atti spiegavasi quel movimento: sottrarsi con braccio forte alla dominazione armata, poi colla prudenza costituirsi. Che se era difficile quel primo contro conquistatori armati, difficilissimo è sempre il secondo, e allora viepiù quando di costituzioni non s’aveva alcuna esperienza.

Ma in che consistevano le pretensioni dei Comuni? Domandavano libertà materiale di andare e venire senza pagar pedaggi; di vendere, comprare, possedere il proprio, e lasciarlo ai figli; contrar matrimonj anche fuori del feudo, e con persone di qualsiasi condizione; sicurezza della casa e della persona; una misura fissa nei dazj, nelle decime, nelle prestazioni di corpo dovute al signore, ne’ giorni in cui servirlo colla marra o colle armi, nella retribuzione pel forno o pel mulino privilegiato in tutto il feudo; se qualche bestia si svii, non venga al castellano, ma rendasi al proprietario; possa tagliarsi legna morta al bosco; nessuno arresti un comunista senza intervenzione di giudici; siavi un tribunale a cui richiamarsi anche dei torti ricevuti dal signore, e dove giustificarsi col giuramento o per testimoni, anzichè col duello.

Scossi che si fossero dal giogo, non d’un Tedesco o d’un Franco, ma d’un tiranno, vinto in unanime concorso il contrasto del vescovo o del conte, cercavano un titolo ai loro diritti col farseli non dare ma confermare dal re in quelle che chiamaronsi carte di Comune. I re vi trovavano il proprio conto, perchè, oltre deprimere i feudatari privandoli della giurisdizione, con esse carte davano regole di diritto criminale e civile, traendo a sè una parte sì principale della regia autorità qual è la legislativa, istituendo o convalidando le costumanze locali.

Le carte che ci rimangono, per quanto variate, importano l’abolizione delle servitù personali e delle tasse arbitrarie, assicurato agli abitanti lo scegliersi i magistrati municipali, e data a questi autorità di movere in armi i comunisti quando il credano necessario a tutelare i diritti e le libertà del Comune, sia contro i vicini, sia contro il signore. In quelle medesime ove propriamente veniva riconosciuta una giurisdizione distinta, non si stabiliva già chiaro e preciso in qual relazione starebbe d’allora innanzi il Comune col re, col feudatario, col vescovo, bensì riducevasi in iscritto l’ordinamento sociale interno, tutto ciò che potesse contribuire alla civile sicurezza, e massime all’applicazione della giustizia; la parte ove i popoli sentono più immediatamente la servitù o la libertà.

V’avea però Comuni propriamente stabiliti da baroni o da re, sulle proprie terre aprendo asilo ai vagabondi e agli avveniticci, costituendo città nuove, borghi nuovi, castel franchi, franche ville, sotto un preposto del re o dei signori, con una carta, alla quale davano pubblicità affine di allettare gente forestiera a stanziarvisi e comprare terreni. Il conte Guido Guerra, suocero del famoso Bellincion Berti, nel 1208 dava nel suo viscontado di val d’Ambra il diritto ad uno per ciascuna terra di formare insieme uno statuto, unirsi per deliberare degli interessi pubblici, e assistere lui, capo dello Stato; il quale delegava i suoi poteri al podestà, salvo l’arbitrio di modificarne le sentenze.

Siffatte carte occorrono men frequenti in Italia, forse perchè, sussistendo alcuni Comuni fin dall’età romana, od essendosene costituiti durante il reggimento feudale, non si trovava bisogno di nuovi diplomi per regolare l’amministrazione interna, i diritti de’ magistrati, le relazioni col signore e coi vicini. Pure d’alcune abbiamo gli apografi, d’altre fondatissima presunzione, tanto da poter asserire che i Comuni nostri sono i più antichi del mondo moderno, e fin anche di quello di Leon in Ispagna, conceduto da Alfonso V coll’assenso delle Cortes entrante l’XI secolo.

Venezia dall’origine sua medesima si trovò stabilita in repubblica; e a lei somigliare dovevano le altre città marittime di maggior fiore, Pisa, Amalfi, Napoli, Gaeta. Adria, ancora di qualche conto, nel 1017 menò guerra coi Veneziani, i quali vincitori obbligarono il vescovo Pietro e i primati a venire al doge, chiedere scusa, e promettere fedeltà. Dall’alto di tal sommessione esso vescovo appare anche capo politico del Governo; ma contraeva coll’intervento de’ suoi canonici e di varj laici, de’ quali il primo è Anastasius consul. Le città del litorale istriano, aggregato talvolta al regno d’Italia, conservarono le forme comunali all’antica, e nel 991 Capodistria faceva col doge Pietro Orseolo II una convenzione, stipulata da un conte Sicardo suo governatore, e cunctos habitantes civitatis Justinopolitanæ, tam majores quam minores[29]. Anche Ragusi, città mista che per tante ragioni s’annesta alla storia italiana, e che sotto una costituzione aristocratica gareggiò con Venezia, e fu l’Atene della letteratura slavo-illirica, degna di storia più che i vasti imperj da cui fu ingojata, antichissimo esempio ci è di governo municipale, poichè in un diploma del 1044 Pietro detto Slaba (slavo) priore, cum omnibus pariter nobiles, atque ignobiles mei, tam senes, juvenes, adolescentes, quam etiam pueri, restituisce alcuni beni all’abate di Santa Maria di Lacroma, presente il vescovo Vitale[30].

I Genovesi, costretti a schermirsi dai Saracini di Frassineto, buon’ora si ordinarono a comune sotto il vescovo, dividendo le città nelle compagne di Castello, Borgo, Piazzalunga, Maccagnana, San Lorenzo, Portanuova, Sosiglia e Portoria, ciascuna avente consuetudini proprie e gonfalone, e deliberando per consigli e parlamenti. All’888 si fanno risalire i suoi primi consoli, il senato, l’assemblea del popolo e le forme municipali, che ricevettero conferma da un diploma di Berengario II del 958, il quale assicurava ai Genovesi le proprietà, già jure acquistate[31]. Poi nel 1056 Alberto marchese giurava osservare le consuetudini di essi, che sono le seguenti:

«Qualora si contenda sopra la sincerità d’una carta tra Genovesi e forestieri, se il notajo e i testimonj sieno presenti, basta che il presentatore della carta giuri non l’avere corrotta in veruna parte: se manchino notajo e testimonj, il presentatore trovi quattro persone che il giurino con lui. La femmina longobarda può vendere e donare senza l’assenso dei parenti e l’autorità del principe. Così pure i servi, gli aldj delle chiese e i servi del re vendano e donino liberamente le cose di loro proprietà, ed anche le livellarie. I villani de’ Genovesi, che abitano sui poderi dei padroni, non sono tenuti a dare fodro, fodrello, albergaria o placito ai marchesi, nè ai visconti, o loro mandati. I livellarj delle chiese, che per gravi casi non possono soddisfare l’annuo canone, non perdano un fondo livellato, se prima del decimo anno paghino i livelli scaduti. Gli abitanti di Genova non devono stare in giudizio fuori di città, nè obbediscano a sentenza renduta fuori. I rettori di Sant’Ambrogio possano conceder beni a livello. I forestieri abitanti in Genova devono fare la guardia coi Genovesi contro gl’insulti dei Pagani. Chi giura con quattro testimonj di aver posseduto per trent’anni un podere, sia cheto contro qualunque podestà ecclesiastica o laica, nè v’abbia luogo a duello. Quando i marchesi vengano a tener placito a Genova, il bando non duri che quindici giorni. Un laico a cui un cherico abbia ceduto i beni ecclesiastici, li posseda tranquillamente finchè il vescovo vive. Se uomo o femmina prese a livello beni ecclesiastici, o per compra, o per eredità, niun altro può acquistare livello sui medesimi: e se nasce controversia, chi è in possesso giuri con quattro testimonj che da dieci anni egli od i suoi antecessori possedono quei beni a livello. I cherici legittimamente investiti di beni ecclesiastici li tengano alla sicura quanto vivono, nè altro cherico acquisti ragioni su quelli. Gli uomini dei Genovesi, che vogliono risedere sui poderi de’ padroni, sieno franchi da ogni servizio pubblico».

Nel 1109 il conte Bertrando donava al Comune di Genova la terra di Gibeletto in Siria: nel 1130 Pavesi e Genovesi stipulavano concordia e reciproca difesa. Nel 1166 i consoli de’ mercanti e de’ marinaj di Roma agli uomini del Genovesato da Portovenere fino a Noli concedeano pace e sicurezza della persona e degli averi per terra e per mare da Terracina a Corneto, cassando le rappresaglie e qualunque procedura per rapine da trent’anni in poi; renderanno buona giustizia e riparazione; potranno condurre a Roma qualsiasi merce, e farvi contratto; obbligheranno a giurar questa pace i visconti e balii di Terracina, Stura, Ostia, Porto, Santasevera, Civitavecchia; se alcun Romano rechi danno a Genovesi, l’obbligheranno a rifarli, e se non possa, li rifaranno dal Comune; non soffriranno si armino a danno loro legni di corso da Capodanzo a Terracina, e da Caponaro a Corneto; terranno per nemici i Pisani, nè gli accoglieranno sul loro territorio; serberanno pace cogli uomini di Albenga, Portomaurizio, Diano, San Romolo, Ventimiglia, se i loro consoli la giurino ad essi. Di rimpatto i consoli del Comune di Genova giuravano pace ai Romani coi patti medesimi[32].

Siena, città primaria sino al tempo de’ Longobardi, e dove il vescovo appare lungamente anche capo temporale, già avea Comune nel 1151 quando il conte Paltonieri dava in pegno al sindaco il castello di San Giovan d’Asso col suo distretto, per dieci anni: anzi nel 1137, in communi colloquio molti nobili di Staggia e Strove donavano alcuni castelli a Ranieri vescovo e capo civile di Siena. Poi nel 1186 Enrico di Svevia, vivo Federico Barbarossa, dava e confermava a questo Comune la zecca, la libera elezione de’ consoli, del rettore, del podestà, con giurisdizione sopra tutto il contado, salvo ai giudici imperiali l’ultimo appello delle cause, e pagando alla Camera imperiale settanta marche d’argento[33].

Pisa, a comodo anche dei tanti avventicci, raccoglieva, fin dal 1160, gli statuti precedenti, fin allora tenuti per memoria, donde ricaviamo l’interno suo ordinamento e la persistenza del diritto romano; aggiungeva regole per le contestazioni marittime, che voglionsi approvate il 1075 da papa Gregorio VII; poi nel 1085 Enrico IV, oltre varie esenzioni, le prometteva osservarne le consuetudini di mare, lasciare che i seniori facessero le leggi e rendessero giustizia, non mandare in Toscana verun marchese se non approvato da dodici uomini, eletti nell’assemblea dei cittadini di Pisa, raccolta a suon di campana[34]. Prometteva inoltre non distruggere le case, non incendiar la città nè diroccarne le mura, non esigerne alloggi; se rechi offesa ad alcuno, ne giudicherà per mezzo di dodici sacramentali senza duello, salvo se si tratti della vita o dell’onore del re; non impedirà i viaggi, e di mariti che siano in viaggio non arresterà le mogli; non porrà altro aggravio se non quello che tre seniori per ciascuna villa e castello giurino essersi praticato al tempo del marchese Ugo; lascerà che vedove e fanciulle si maritino, senza costringerle a sposarsi a chi egli voglia, o esigerne prezzo; non torrà nè farà lavorar le terre a mezzo miglio in giro, che furono paludi o pascoli pubblici o delle chiese; il pezzo del muro vecchio sin all’Arno lascerà libero a comune vantaggio, non permettendo vi si eriga casa; se alcuna nave sia fermata da Gaeta a Luni, nessuno ardisca predarla.

Lucca, prediletta sede dei marchesi di Toscana, in un documento del 1124 chiamata gloriosa civitas, multis dignitatibus decorata, atque super universam Tusciae marchiam caput ab exordio constituta, possiede uno de’ più ricchi archivj d’Italia, da cui potrebbe trarsene la storia comunale. Fra il 965 e il 972 Ottone I conferiva a quella Chiesa un’immunità, la quale era piuttosto personale ed ecclesiastica, salvo che cedevasi ad essa Chiesa e al clero la facoltà regia di eleggere il proprio avvocato, e dispensavasi dal giurare nelle cause con molti sacramentarj. Ottone II nel 981 confermò ed estese questi privilegi, volendo che tutte le persone dimoranti nelle terre e castella d’esso vescovado fossero sottoposte unicamente al tribunale del vescovo, che potesse citarli e giudicarli (distringere) a modo della potestà regia. Nessun duca, marchese, conte, visconte, giudice pubblico o gastaldo o qualsiasi altro magistrato presuma porvi piede per udir cause, esigere multe, far foraggio, levare sfatichi; chiunque possedesse beni del vescovado ingiustamente, li restituisca[35]; seguono altri provvedimenti opportuni al libero esercizio del dominio e dei diritti vescovili, e comminando ai contravventori mille libbre d’ottimo oro, da pagare metà al fisco imperiale, e metà alla chiesa di Lucca ejusque vicario. Alessandro II papa attribuì a quel Comune per sigillo una bolla di piombo[36].

Vedemmo Anselmo vescovo di Lucca zelantissimo per Gregorio VII contro l’imperatore; onde i cittadini gli si ribellarono, ed Enrico IV, da Roma il 23 giugno 1081, in premio della fedeltà e de’ servigi prestatigli, conferiva ai Lucchesi un privilegio, nel quale vieta ai vescovi, duchi, marchesi, conti e qualsiasi persona o autorità di demolire il recinto delle mura nè i casamenti urbani o suburbani; o di fabbricare castelli nel circuito di sei miglia, nè di esigervi il fodro o il ripatico; abolendo le consuetudini perverse, introdotte dalla durezza del marchese Bonifazio; non vi abbia palazzo imperiale in città o nel borgo, nè siano tenuti agli alloggi; chi per negozj va a Lucca sia pel Serchio sia per terra, non venga molestato nè derubato, nè alcuno lo impedisca o svii; i Lucchesi possano negoziare sopra i mercati di Parma e San Donnino ad esclusione dei Fiorentini; siano giudicati solo da chi ha legittima giurisdizione; non venga obbligato al duello chi adduca il possesso di trent’anni, o altro documento; il giudice longobardo non possa proferirvi giudizio, se non in presenza del re o del suo cancelliere[37].

Qui avete sott’occhio una vera carta di Comune; e quantunque v’appajano come concessioni quelle che oggi si hanno per generale giustizia, pure alleggeriva la soggezione immediata ai marchesi e conti; la mediata moderava nell’esigenza delle tasse e ne’ giudizj; dava a Lucca un’esistenza comunale in faccia ad altri Stati, sicchè l’università e i singoli cittadini fossero rispettati come tali.

Benchè, col cessare della guerra delle Investiture, rivalesse l’autorità dei marchesi, questa non tolse al Comune di Lucca di operare indipendente: dal 1088 al 1144, ebbe guerra coi Pisani; distrusse i castelli Castagnoli, Vaccole, Vecchiano, Ripafratta, appartenenti a Cattanei o conti rurali; da Uguccione e Veltro, visconti di Corvara nella Versilia, comprò questo tenimento e il castello di Vorno che spianò; e chiamò a giudizio arbitrale i vescovi di Luni e i marchesi di Malaspina[38]. Non sapremmo dunque definire a che si riducesse la supremazia dei marchesi di Toscana, che pur sussistette fino a che il marchese Guelfo della casa di Matilde, principe di Sardegna, e duca di Spoleto, nel 1160 al popolo lucchese cedette ogni diritto, azione, giurisdizione, che gli competessero sia a titolo del marchesato, sia per l’eredità della contessa; solo per novant’anni riservandosi il censo di mille soldi, sebbene non siano pur la metà di quel ch’egli potrebbe ritrarne[39]. Così que’ cittadini furono riscattati da ogni servitù particolare, e l’assicurata libertà garantirono col giurar fedeltà e sommessione all’imperatore.

Benchè Lucca sia così ricca di documenti, il Tommasi, nel Sommario della storia di essa, dice non potersi «fissar con sicurezza quando v’incominciasse la repubblica, gli storici lucchesi segnando un’epoca chi più chi meno remota;..... se narrano i primi scrittori fatti bastantemente provati donde traspirano manifesti segni di libertà e d’indipendenza, producono i secondi tali carte contemporanee da smentire appieno gl’indicati segni, perocchè mostrano esse più presto soggezione gravissima, che la ben menoma franchigia». Quest’incertezza è di gran lunga maggiore per gli altri Comuni, e deriva dal fatto dei mal determinati poteri, tanto dominante nel medioevo, che non deve presumere d’intendere la storia civile chi non l’abbia sempre sott’occhio.

Ampio privilegio fu concesso il 1129 da re Ruggero, e confermato il 1164 da re Guglielmo alla città di Messina, in benemerenza de’ sussidj prestati a snidare i Normanni. Portava che i Messinesi, tranne i casi di Stato, non potessero convenirsi in civile o in criminale se non da giudici eletti da loro, neppur nelle cause col fisco; il re non operasse dispotico, ma si attenesse alle leggi, e se contrario a queste dava alcun decreto, fosse irrito e nullo; non nominasse uffiziali pubblici che messinesi e benevisi; e fosse reputato cittadino coronato di Messina. I deputati di questa tenessero il primo luogo nelle assemblee convocate dal re; solo colà si coniasse la moneta del regno; nel tribunale suo fosse un consolato per deliberare in affari marittimi, composto di Messinesi, nominati dai padroni delle navi e dai negozianti. I Messinesi andassero esenti da dogana per tutto il regno; potessero senza compenso tagliar nelle foreste regie quanto occorresse a fabbricare e risarcir le navi: nessuno d’essi fosse forzato al servizio militare; la galera di Messina inalberasse lo stendardo reale; nelle assemblee dal re convocate per gl’interessi di quella città non si deliberasse che in presenza dello stratego, dei giudici e d’altri uffiziali della città; gli ebrei vi godessero diritti e immunità pari ai cristiani. Tale carta, confermata poi ed accresciuta, rendeva il comune di Messina quasi sovrano[40].

Al popolo di Ferrara Enrico III nel 1055 concedeva che i cortensi fossero assolti dal dare la terza pel placito; i villani nelle lor terre abitanti non andassero al placito pubblico, ma per loro rispondessero i padroni; le navi e i cavalli loro non fossero obbligati a servizio se non quando esso imperatore venisse in Italia; non pagassero il ripatico se non a Pavia; e così vien fissato quanto retribuire pei pesci, pel sale a Cremona, a Venezia, a Ravenna; tutt’altrove si era immuni d’ogni esazione. Due volte l’anno tengano il placito generale per tre giorni, in ciascun de’ quali diano tre porci, cento pani, una libbra di pepe, una di cinnamomo, tre sestieri di miele, e in tutto una vezza di vino; al quarto giorno diano a colui che tenne il placito, un majale e cinquanta pani[41].

Anteriori diritti possedevano le comunità del lago di Como, giacchè Ottone il Grande nel 962, ad istanza dell’imperatrice Adelaide, confermava agli abitanti dell’Isola Comacina e di Menaggio i privilegi che avevano ottenuti dagli antecessori suoi, assolvendoli da molti pesi e dal venire al placito, se non tre volte l’anno in Milano[42]. Verso il 1090 troviamo i Comaschi alle prese coi popoli della riva dell’Adda, quando il beato Alberto, fondatore del famoso convento di Pontida, s’interpose di pace: i Comaschi lacerarono il suo lodo; mal per loro, giacchè nel combattimento ebbero la peggio.

Fin dal 990 il popolo di Cremona sosteneva briga con Olderico, suo vescovo insieme e conte, e cacciatolo, abbattè la città antica, e una maggiore ne fabbricò contro l’onore imperiale[43]. Il 1114 Enrico V confermava i privilegi de’ Cremonesi, cioè i beni ch’essi in loro lingua chiamano proprietà comunali[44], e di fabbricare fuor di città il palazzo imperiale, il che equivaleva a promessa di non entrarvi coll’esercito.

Del Comune di Brescia trovansi vestigia al 1000: nel 1020 già sono citate le concioni pubbliche che si tenevano in San Pietro de Dom, e il banditore comunale, a nome di esso Comune, investiva gli uomini degli Orzi del castello, delle fosse e degli spaldi di Orzi: essi a vicenda promettendo difendere quella rôcca contro chi fosse ardito a disputarne il possesso al Comune di Brescia, presterebbero ogni quindici anni il giuramento, pagherebbero alla madonna d’agosto cinque soldi milanesi. Del 1029 si conosce uno statuto che concerne anche i feudi. Nel 1037, per togliere le contese tra il vescovo e il Comune, più di cencinquanta uomini liberi di Brescia si radunano, e Odorico vescovo promette non eriger fortilizj sul colle Cidneo, e cedere al popolo alcuni boschi di Castenedolo e di Montedegno, pena duemila libbre d’oro se fallisca al promesso.

I Bresciani nel 1102 avevano promulgato una legge contro gli usuraj: e due anni appresso Ardizzo Aimone, console di colà, girava per le città lombarde onde indurle a federarsi in difesa comune, convenendo nel monastero di Palazzuolo[45].

Dicemmo come a Mantova fosse costituito il Comune degli arimanni. Ai 27 giugno 1090 la contessa Matilde gittava un bando qualmente i fedeli suoi Mantovani cittadini ricorsero alla clemenza di essa, bramando esser rilevati dall’oppressione d’alcuni loro concittadini e domandando fosser loro restituiti gli arimanni, e le cose tutte comuni, tolte ad essa città dai predecessori della contessa. Al che annuendo, abolisce e sterpa tutte le esazioni ed angarie non legali, imponendo che nè essa nè gli eredi suoi od altra persona grande o piccola di sua podestà possa molestare i cittadini di Mantova per le persone loro, i servi, le ancelle, i liberi dimoranti in quella terra, e l’arimannia e le cose comuni ad essa città spettanti sulle rive del Mincio, o le cose mobili e immobili. Nessuno alloggi in qualsiasi casa della città, o in quella d’un gentiluomo (militis) nel sobborgo, o nella canova di chicchessia, contra lor voglia. Restituisce loro i beni occupati, in modo che pascolino, seghino, caccino a voglia; possano sicuramente andare e venire per acqua e per terra senza pagar pedaggio, ed avere quella buona e giusta consuetudine che ottiene ogni miglior città di Lombardia[46]. Nel 1133 Lotario II confermava al popolo di Mantova i privilegi conceduti già dall’imperatore Enrico II, compresa l’arimannia e le cose comuni di essa città, su ambe le rive del Mincio e del Tàrtaro; abbiano facoltà di trasferire il palazzo imperiale dal borgo San Giovanni al monastero di San Rufino di là dal Mincio; restino liberi dall’albergaria, e possano andare e venire a tutti i mercati dell’Impero, senza molestia nè esazione di teloneo. Concede inoltre l’isola dov’era stato il castello di Ripalta, sicchè altro fabbricarne non potesse egli nè i successori suoi[47].

Nella vita del beato Lanfranco, sotto il 1030, leggesi che il padre di questo era di coloro che custodivano le leggi e i diritti della città di Milano[48]; e lo storico Landolfo di San Paolo nel 1107 chiamasi secretario dei consoli[49]. In quell’anno stesso i Milanesi erano alle mani colla città di Lodi, e la stringevano d’assedio; Pavia cavalcava Tortona, la quale chiese l’alleanza dei Milanesi, mentre Pavia univasi co’ Lodigiani e Cremonesi, e presa la città nemica, la mandò a fuoco. E di vita propria ci diè sentore Milano sia nell’antica contesa coll’arcivescovo Landolfo, sia più chiaramente in quelle delle Investiture e pel matrimonio dei preti; poi i principi di Germania e Federico arcivescovo di Colonia nel 1118 scrivevano ai consoli, capitanei, cavalieri e all’intero popolo milanese, come a Comune indipendente, istigandoli contro Enrico V a tutelare le proprie libertà, fidati nell’ajuto di Cristo[50]. Nel 1117 i Lombardi, sgomentati da fenomeni straordinarj, pioggie di sangue, nascite di mostri, tuoni sotterranei, risolsero provvedere alla giustizia, all’ordine, alla penitenza; onde l’arcivescovo Giordano radunò in Milano una dieta straordinaria, dove non comparvero più principi e conti o feudatarj, ma sovra un palco da una parte si posero tutt’i vescovi, dall’altra i consoli delle varie città, i giurisperiti e popolo immenso, e trattarono del metter pace[51]: assemblea di liberi, che da se stessi consultano il proprio meglio, e che forse allora avvisarono come adempiere al difetto della giurisdizione reale, caduta così in basso. Sembra difficile che si abbia a intendere qui soltanto del Comune dei conquistatori, senza partecipazione del popolo.

Di questa distinzione del Comune dei nobili dal popolano ci presentò insigne documento Mantova; un altro abbiamo in Bergamo, dove i nobili troviamo più volte convocati insieme col clero a trattare di possessi ecclesiastici[52]. Poi re Corrado nel 1088 teneva in quella città un placito, assistenti varj giudici del sacro palazzo, alquanti vescovi, marchesi, conti, valvassori milanesi e bergamaschi, e varj cittadini di essa città[53].

Quanto alle terre del Piemonte, nel 1090 Ottone Riso e Benedetta sua moglie vendono una casa e una cascina omnibus vicinis de Bugella; acquisto comune, che indica una comune amministrazione dei Biellesi, benchè qui pure potrebbe supporsi dei soli conquistatori. Due anni appresso, gli abitanti di Saorgio maschi e femmine fanno una donazione a Sant’Onorato di Lerino. Nel seguente trovasi già in Biandrate un Comune con dodici consoli, e quei conti Guido e Alberto fanno patto di assistenza coi militi, cioè coi valvassori, per conservare i possessi e feudi che ottennero, promettendo lasciar che trasmettessero ai loro figli maschi e femmine i terreni di cui gli abbiano infeudati, nè proibire che vendano un edifizio che v’abbiano eretto, purchè non vendano essa terra senza consenso dei conti. I quali conti non imporranno pena ai militi di Biandrate se non per omicidio, spergiuro, furto, adulterio con una parente, tradimento, duello giudiziale e aggressione; gli altri delitti rimetteranno al laudo di dodici consoli. I militi a vicenda giuravano stare ligi ad essi conti, conservarne di buona fede i feudi; e tra loro stessi promettevano garantirsi i possessi contro chicchessia, nelle discordie rimettersi ai dodici consoli[54]: i quali pure giureranno risolvere le liti in Biandrate al miglior vantaggio del Comune e ad onor del luogo[55].

Nel 901 Lodovico IV imperatore al vescovo d’Asti Eilulfo concedeva la corte e il castello di Bene, Cervere, Niella, Salmour, e la contea di Bredulo fra il Tanaro e la Stura: ma nella città non aveano que’ vescovi che il castelvecchio, sin quando Ottone III nel 992 a Pietro concesse anche la città con quattro miglia in giro, e giurisdizione, il letto del Tanaro e le rive, e tutti i diritti camerali, e le successioni agli intestati, vietando a qualsiasi conte di pigliarvi ingerenza[56]. L’anno stesso agli abitanti d’Asti esso Ottone concedea facoltà di trafficare ove loro paresse; poi Corrado Salico nel 1037 li faceva esenti da ogni dazio e dogana in qualunque parte arrivassero mercatando, sempre ad istanza del vescovo. Al quale però già stavano mal soggetti, talchè due volte la principessa Adelaide dovette venire ad assisterlo, gettando il fuoco alla città; poi alla morte di essa, vi si formò il Comune, e li troviamo ben presto sostener guerra col marchese Bonifazio di Savona, e nel 1098 già stringer lega con Umberto II di Savoja erede di essa Adelaide. Amedeo III di quella casa, morto il 1148, dava franchigie comunali a Susa; Tommaso ad Aosta nel 1188, ricevendola in protezione: attesochè l’esser costituiti in Comune non repugnava alla dipendenza da un signore.

Chi cercasse, troverebbe in quel torno stabilite a Comune tutte le città italiane; ma l’accertarne il principio è difficile tra quell’agitazione costituzionale, reggimento indeciso fra la pace e la guerra, fra la sommessione e la rivolta, fra l’opposizione legale e l’insurrezione.

D’altro passo erano proceduti i paesi di Romagna. Inviolati da Barbari, aveano essi conservato l’ordinamento quale sotto l’Impero bisantino, con consoli sopra il Governo e i giudizj, e con tribuni che comandavano ai borghesi, distribuiti in scuole militari. Staccati che furono da quello, la difesa venne commessa ai vassalli, e il loro capo assunse l’aspetto generale d’allora, cioè di signore feudale ereditario, e trasse il titolo dalle terre che possedeva. L’ordinamento civile vi si trasformò quando i varj vescovi, che pretendevano alla superiorità, dopo Ottone il Grande s’inchinarono al pontefice; sicchè a questo rimase la primazia sovra la Romagna, e ai vescovi la giurisdizione e il nominare i magistrati, che, secondo allora solea, retribuivansi con terre feudali. A capo pertanto d’ogni contado aveasi un visconte, sotto cui i capitanei vescovili, indi i vassalli e i valvassori, e da ultimo il Comune dei liberi, i quali formavano il consiglio municipale coi vassalli del vescovo.

In qualche città, e nominatamente a Ravenna e sue dipendenti come Bologna, durava traccia delle istituzioni bisantine, essendo i cittadini distribuiti per scuole d’arti, che erano ad un tempo divisioni militari, aventi alla testa decurioni finchè durò l’antica costituzione romana, e con magistrati particolari per definire i loro affari, detti consoli de’ mercanti, de’ pescatori, de’ calzolaj, e così via. In ciascheduna corporazione un capitolario vigilava che fossero mantenuti i capitoli, vale a dire i diritti speciali di ciascuno, regolava i mercati, e risolveva le controversie. Il popolo di Bologna nel 1116 ottenne da Enrico V la conferma dei privilegi e delle consuetudini sue.


Più tardi si riscosse la campagna. La conquista dei Barbari aveva arrestato lo spopolamento, prodotto dall’affluire della gente nelle città; poi collo stabilirsi dei feudi la politica prevalenza fu trasferita dalle città alla campagna[57]. Attorno al castello del barone o al sagrato della chiesa accoglievasi una gente laboriosa, manufattrice, mercadante, che presto cresceva in borgate. I signori, accortisi come potessero vantaggiarne d’entrate e di forza materiale, concessero alcuni privilegi, che non li facevano indipendenti, ma ne cresceano le ricchezze e gli abitanti; e quest’incremento rendeva necessarj nuovi privilegi, per quanto poco garantiti contro la prepotenza. Alcuni anche per bisogno li vendevano, nè denaro mancava ai sudditi per tale acquisto, avessero pur dovuto togliersi il pane di bocca. Altrove non erano concessi ma pretesi, e l’esempio delle città ispirava ai campagnuoli desiderio di scuotere la dipendenza, e fiducia di riuscirvi. Rifuggiti in un bosco, sovra un colle, dietro un terrato, sfidavano di colà lo sdegno del signore finchè egli non calasse a ragionevole componimento.

Del come si formassero le borgate attorno alle chiese un bel documento ci resta. Compita nel 1093 la chiesa di Empoli, una delle più antiche collegiate di Toscana, prete Rolando ne divenne custode e prevosto, al quale nel 1119 la contessa Emilia promise quel che il marito suo Guido Guerra signore di Empoli già aveva giurato, cioè che a tutti gli uomini del distretto empolitano, o vivessero sparpagliati o riuniti in castelli e ville, imporrebbe di stabilirsi attorno alla chiesa matrice di Sant’Andrea, donando a tutte le famiglie un appezzamento di terra per costruirvi le abitazioni, oltre uno per erigere il castello: prometteva pure difendere esse case, di modo che, se mai, per guerra o per violenza dei ministri regj o per altro, fossero abbattute, i conjugi Guido le rifarebbero a loro spese[58]. Di poi nel 1182 i Fiorentini obbligarono gli Empolitani a giurar loro obbedienza e fedeltà contro chicchefosse, eccetto i conti Guido antichi loro signori, pagar cinquanta lire annue nel giorno del Battista, un cero più grosso di quel che gli uomini di Pontormo offerivano quand’erano vassalli del conte Guido Borgognone di Capraja.

Il parabolano frà Jacopo d’Acqui ricorda che, al tempo del Barbarossa, molte terre grosse si formarono in Piemonte coll’unire ville: e prima Chivasso, per opera de’ Milanesi: poi alquanti rustici, congregati in opposizione ai marchesi di Saluzzo, edificarono Savigliano, che vuol dire savio-villano, per venire dalla servitù di essi marchesi a libertà: altri coll’ajuto de’ Milanesi fra la Stura e il Gesso fecero una città detta Cuneo, perchè avea tal forma: così furono costituiti Fossano, Mondovì, Cherasco, per tenere in freno quei di Asti e di Alba[59]. Nel 1251 molte famiglie di Marmirolo nel Mantovano, trovandosi angariate da Guidone Gonzaga, abbandonarono in unanime concorso la patria, e si mutarono nel paese di Imola: il qual Comune donò loro molte terre colte e incolte, che essi obbligaronsi di mettere a frutto, pagandone annuo censo, e abitando uniti in un villaggio che Imola fabbricherebbe apposta, e che fu Massa Lombarda[60]. Fin dal 1157 il popolo di Marti e quello di Montopoli nel Valdarno inferiore discutevano de’ proprj confini, e si citarono i consoli a far dichiarare dai più vecchi e probi quali fossero veramente[61]. Firenze, l’anno 1300, decretava si facessero tre terre nel Valdarno superiore, per frenare gli Libertini di Gavelle e quei di Soffena e i Pazzi; le quali furono Terranova, Castelfranco di Sopra e San Giovanni.

Ad emanciparsi erano i borghi ajutati dalle medesime città, cui giovava l’aversi in giro consenso di liberi, anzichè minaccia di tiranni. Perciò i fuggiaschi s’accoglievano sopra le terre suburbane, che anticamente erano appartenute al vescovo, o, come allora dicevasi, al santo patrono, e perciò si chiamavano corpi santi in Lombardia, e appodiato a Bologna, camperie nella Toscana, sottoposte alle leggi e al podestà medesimo della città. Se i Comuni cittadini avessero dichiarato sciolti i feudi, tutti i campagnuoli sarebbero affluiti nelle città: ma queste non aveano mai avuto mente a costituire un diritto nuovo demolendo il preesistente, onde non attentavano ai legami che tenevano l’uomo alla terra ed al padrone, sebbene volentieri aprissero ricovero a’ fuggiaschi, e sostenessero chi si ribellava ai conti rurali.

Milano nel 1211 concedeva a tutti i contadini e borghesi di accasarsi in città, e li faceva esenti da ogni gravezza rurale, e accomunati ai diritti di cittadini, purchè non lavorassero di propria mano la terra, abitassero in città trent’anni, eccetto il tempo del ricolto. Imola nel 1221 prometteva la quinta parte degli uffizj a quei di Castello Imolese che andassero accasarsi in città. L’anno stesso Bologna prometteva immunità ai forestieri, e il consolato ad ogni venti famiglie che venissero a formar villa nel territorio bolognese.

I signori si opponevano a che i loro dipendenti giurassero il Comune; ed essendosi i terrazzani di Limonta e Civenna accomandati al Comune di Bellagio sul lago di Como, l’abate di Sant’Ambrogio, che n’era feudatario, protestò non averne mai dato concessione, e chiese sentenza, per la quale furono assolti dalla vicinanza dei Bellagini, dal contribuire il fodro, e venire al placito e alla giurisdizione[62].

Ad alcuni signori le comunità indissero guerra, poichè il diritto della personale vendetta, allora universalmente riconosciuto, rendeva alle città legittimo l’osteggiare i baroni, che fin sotto le loro mura aveano piantato fortifizj; e bandivasi pace alle capanne e guerra ai castelli. I conti d’Acquesena dominavano sei popolose terre in val di Belbo, e sorretti dal marchese di Monferrato e dalle armi, mille soprusi si permettevano sopra i vassalli, ed esigevano una oscena primizia. I terrieri soffersero un pezzo come sbigottiti; poi fecero popolo, e al tocco della campana di Belmonte assalsero determinatissimi le rôcche dei signori, questi uccisero, quelle diroccarono; e difesisi dal marchese Bonifazio mediante l’ajuto degli Alessandrini, trasferirono le proprie abitazioni là dove la Nizza sbocca nel Belbo, e vi edificarono Nizza della Paglia[63].

Altre volte non colla forza, ma otteneasi cogli accordi: come i conti Guido cedettero a Firenze i loro castelli per cinquecento fiorini; e come troveremo spesso nel procedere. Ma gli abitanti di Montegiavello, scontenti della dominazione d’essi conti Guido, scesero a stormo dall’altura, e compro un prato sul Bisenzio, vi costituirono il Comune, che poi fu la cittadina di Prato[64].

Nel 1200 la città d’Asti dai molti consignori comprava il castello e il territorio di Manzano, obbligando gli uomini a trasferirsi nel nuovo paese di Cherasco. Nel 1228 Genova comprava dai marchesi di Clavesana i castelli e le ville di Diano, Portomaurizio, Castellaro, Taggia, San Giorgio, Dolcedo, per l’annua prestazione di lire ducencinquantadue genovesi: nel 1233 faceva altrettanto con Laigueglia. Nel 1180 il Comune di Vercelli comprava in moltissime porzioni il castello di Casalvolone.

Converrebbe fare la storia di ciascuna borgata chi volesse dire come le città crescevano dalle ruine della feudalità campagnuola. Alcuni signori abbracciarono spontanei lo stato civile, fosse per maggior sicurezza o per godere l’autorità che l’opulenza, il dominio antico, le aderenze procacciano sempre in una comunità; sicchè discendendo dalle minacciose rôcche, giuravano il Comune e fedeltà ai magistrati cittadini, sottoporre i loro terreni alle tasse, servire alla patria colla persona e coi vassalli, e parte almeno dell’anno fissar dimora nelle città[65].

I Transalpini, avvezzi ancora a non vedere nei loro paesi che dominio de’ baroni, meravigliavano allo scorgere che le città di Lombardia aveano ridotto tutti i signori della diocesi a coabitare; talmente che a fatica si trovava alcun nobile o grande che non obbedisse alle leggi della città[66]. Alquanti duravano ancora nei loro castelli, massime ove li francheggiava la montagna, circondandosi di armigeri e di donzelli, per conservare l’antico potere: ma sebbene dissoggetti dai Comuni, non poterono mai costituire una salda aristocrazia, attraversati com’erano dalle altre classi. Restava dunque che sfoggiassero in lusso e in finte prodezze, assaltando un pagliajo od una grancia, o ferendo torneamenti, ovvero empiendo il tempo con giocare alle palle, agli aliossi, alla quintana, e mettersi attorno buffoni, nani, cantastorie, sonatori: finchè impararono a vendere ai pacifici Comuni il valore, cui si erano educati ed esercitati.

A tal modo formaronsi i Comuni; e combinando le idee classiche colle nuove, definivano la città essere un convegno di popolo, raccolto a vivere secondo il diritto; e che tutti gli uomini d’una città, e massimamente delle principali, devono operare civilmente e onestamente[67].

CAPITOLO LXXXII. Effetti dei Comuni. Nomi e titoli. Emancipazione dei servi.

Se dunque ricapitoliamo la storia del popolo, dopo Carlo Magno ci occorre anarchia e scompaginamento universale; città e stirpi discordi; ogni barone, ogni guerriero animato da interessi diversi; non un pensiero della povera plebe. La feudalità comincia a collegare duchi e conti col vincolo di devozione allo stesso capo e di servizj reciproci; i possessori di allodj, franchi di ogni carico pubblico, indipendenti fra loro e quindi antisociali, consentono o sono forzati a divenire vassalli, cioè a prestare ligezza ad un signore, nella cui protezione trovano un compenso alle servitù, all’omaggio, agli obblighi. L’uomo preferisce sempre lo stato socievole all’isolamento, e il governo feudale offriva la combinazione per allora migliore di sforzi materiali onde organizzare la pace e dirigere la guerra.

Nelle città non v’era modo come uno potesse distinguersi: ignote le lettere; a soli nobili le ricchezze; dei gregarj le armi. In conseguenza le plebi rimanevano ancora fuori della società, e ad insinuarvele s’industriarono i Comuni, dove conquistati e conquistatori, uomini dipendenti dal re o dal vescovo o dai signori, venivano fondendosi in una stessa cittadinanza, a giurisdizione dei vescovi; poi anche da questi si emanciparono, istituendo il Comune laico. Nè era un tremuoto popolare che diroccasse i castelli: essi non domandavano la libertà, ma l’eguaglianza sotto un signore, un freno alla gerarchia feudale, o di potere in questa pigliar posto. Per tal modo la gente bassa diventa un ordine; la ricchezza mobile si erige a fianco alla fondiaria; e il feudalismo, che dianzi era la società intera, si restringe a sola la nobiltà.

L’Italia non avea di quei duchi o conti, poderosi quasi piccoli re: l’autorità regia, annessa all’imperiale, restava lontana e controversa; sicchè le città trovarono minori ostacoli a costituirsi, tanto più che avevano sugli occhi l’esempio delle marittime. Perciò, caduta la Casa Salica, i Comuni lombardi muovono guerra ai capitanei, togliendo loro le entrate e la giurisdizione di conti, e la esercitano in vece loro. I Comuni si valgono degli imperatori e dei papi per cacciar le picche più a fondo nelle viscere de’ nemici; e li strascinano nelle microscopiche loro inimicizie; laonde queste parziali associazioni, combinate per salvarsi dalle baronali prepotenze e dal politico scompiglio, vennero ottenendo o conquistando giurisdizione particolare, diritto di guerra e di moneta[68], governo proprio, insomma a farsi piccole repubbliche. Gli uffiziali, non più dai vassalli, ma sono scelti fra’ comunisti; onde sottentra l’abitudine agli affari, e ne vengono magistrati da far fronte allo Impero, giuristi che in parlamento potranno pettoreggiare i capi della feudalità, e dottori alle cattedre, e cherici che saliranno ai vescovadi e alla tiara.

Consoli era l’antico nome de’ magistrati civili, detti alla tedesca scabini o giudici perchè principale loro uffizio il giudicare. Altri consoli erano i capi delle maestranze e delle compagnie mercantili, la cui efficacia nella istituzione de’ Comuni fu maggiore che non soglia credersi. Man mano che si affrancassero, le città attribuivano i poteri a questi magistrati, che allora dalle funzioni giuridiche fecero tragitto alle amministrative, dalle particolari alle pubbliche. Il vescovo di Luni avea guerra col marchese di Malaspina, che compose nel 1124 coll’interposto dei consoli di Lucca[69].

I consoli erano due o più: Perugia, che vuolsi già facesse guerra a Chiusi nel 1012, a Cortona nel 49, a Foligno nell’80 e 90, ad Assisi nel 94, era governata da dieci consoli nel 1130, quando in piazza San Lorenzo gli uomini dell’isola Palvese fecero la loro sommessione[70]: Bergamo n’avea dodici: Milano sei o sette per ciascuno dei tre ordini di capitanei, valvassori e cittadini[71]: probabilmente anche altrove erano scelti in questa proporzione, ovvero da cittadini e nobili, dove questi costituissero un unico stato, o anche da uno stato solo, che fosse agli altri prevalso. A Firenze furono quattro, poi sei, secondo la città era divisa per quartieri o sestieri; ma uno godeva maggior fama e stato, e dal nome di esso qualche cronista notava l’anno.

Nè le sole città, ma anche borghi e castellari ebbero consoli proprj: e per mille esempj valga Pescia, non ancora città, i cui consoli e consiglieri nel 1202 concordavano con quelli delle limitrofe comunità di Uzzano e Vivinaja intorno all’elezione e alle attribuzioni dei consoli, per evitare le controversie[72].

Niuno confonda i Comuni del medioevo coi municipj che trovammo fra gli antichi. Questi ultimi erano formati da coloni venuti da Roma, che, sostenuti dalle armi della metropoli, si piantavano sopra il territorio conquistato per tenere i vinti in soggezione: nel medioevo sono i vinti stessi che aspirano ad esser pareggiati ai vincitori, acquistando i diritti, prima d’uomini, poi di cittadini. Nel Comune romano il padre è in casa sua magistrato e sacerdote: nel nuovo, il clero costituisce classe distinta e indipendente, e l’autorità paterna rimane circoscritta entro i limiti della pietà. Alla comunanza romana non partecipava propriamente che l’ordo, vogliam dire le prosapie senatorie iscritte nell’album, per eredità trasmettendo il potere e l’amministrazione; che se una si estinguesse, l’Ordine medesimo sceglieva tra le megliostanti della città quella che dovesse empiere il vuoto: pochi ricchi, in possesso della piena cittadinanza, erano circondati da una turba di schiavi, alle cui mani abbandonavano tutti i servizj. Nel nuovo Comune invece, per la prima volta al mondo, l’industria si esercita libera, e frutta ricchezze e franchigie. In quello gli uomini di miglior diritto stanno adunati nelle città, rimanendo alla campagna i servi: nel medioevo i prepotenti vivono ne’ castelletti foresi, mentre le città sono di gente industriosa, che poc’a poco e a forza di lavoro si affranca. Colà insomma è aristocrazia, qua democrazia: quello provvede alla politica potenza d’una classe eccezionale, questo ai diritti dell’intera popolazione: in quello i privilegiati si conservano col gelosamente escludere le classi inferiori; nel moderno ognuno si travaglia verso miglior condizione, e nella lotta invigorisce la personalità.

Ma la prima rivoluzione dei Comuni può considerarsi come aristocratica, tanti elementi signorili abbondarono nella sua composizione, i quali vedremo poi sistemare i governi, dettar leggi a tutto loro pro, combattere più valorosamente che non avrebbe saputo una plebe inesercitata. Dipoi si ampliò il Comune a segno, che chiunque avesse pane e vino proprio, esercitasse mestiere d’importanza, o si trovasse agiato di sue fortune, ebbe parte almeno indiretta alla municipale autorità, e contribuiva ad eleggere i magistrati nel generale convegno degli abitanti. Allora nella classe degli uomini liberi si trovarono accomunati gli antichi arimanni, liberi quantunque non possessori; gli abitanti delle città municipali, sempre rimasti indipendenti; i borghesi affrancati delle città feudali; gli abitanti sollevati dei Comuni; alfine anche i servi emancipati della campagna.

Ma dalla libertà civile e dall’equità suprema, ch’è ora il fondamento d’ogni Stato, stavano ben lontane. Dappertutto le persone rimaneano libere in grado diverso; sopra viveva qualche antico arimanno; in alcuni Comuni, sebbene già redenti, sussistevano borghesi del re e borghesi dei signori, i primi più alteri e in migliore stato, gli altri affrancati sì, ma in mezzo a parenti ed amici tuttavia servili; poi i nobili, i liberi uomini del Comune, del barone, dei privati; ecclesiastici privilegiati, guerrieri assoldati, viventi con diritto straniero.

Tutto ciò derivava dal sistema feudale, che non fu già distrutto, come sarebbe avvenuto in una rivoluzione radicale, ma in esso presero posto i Comuni, che perciò si potrebbero chiamare repubbliche feudali; carattere che non vuolsi dimenticare da chi brami intenderne la storia e le evoluzioni. I Comuni entravano nella feudale società, traendo a sè i diritti già proprj de’ signori, come giudizj, imposte, zecca, guerra, e via discorrete: e conseguivano un grado in quella gerarchia, rilevando da re o dall’imperatore, e tenendo sotto di sè altre persone o corpi morali. Il concetto feudale non ammette esistenza indipendente; e però i Comuni si consideravano vassalli d’un signore, ed obbligati verso lui a certi doveri pattuiti, siccome un uomo. Tale dipendenza non era più del cittadino, bensì del Comune; ma coloro che a questo non appartenessero, restavano quasi iloti, senza impiego, nè nomi, nè le esenzioni o i privilegi degli altri. Come membri della società feudale, i Comuni aveano il diritto della vendetta privata, in conseguenza la guerra. Ciascuno era poi tenuto a quel solo per cui si era personalmente obbligato; donde una grande indipendenza personale; e il Comune provvedeva non al meglio degli individui, bensì all’oggetto di sua formazione, cioè a francarsi dalle vessazioni.

In conseguenza voleasi garantire la sicurezza o la prosperità col costituire altri Comuni nel Comune, fossero quelli di nobili, d’ecclesiastici, di borghesi, o i minori di ciascun’arte, o de’ singoli quartieri. E ogni Comune avea vita propria, con magistrati, borsa, leggi, tutto ordinato sempre alla propria conservazione, nè cooperante al ben generale se non in gravi contingenze.

Gli elementi stessi ond’eransi formati, doveano sfiancare i Comuni, uscendo da una società costituita guerrescamente, e da una sovrapposizione di conquiste. Da ciò confusione e mistura nei diritti; e per tradizione o per usurpamento o concessione o pietà, chi l’uno assumeva, chi l’altro; e v’avea possessi e contratti ed eredità a legge romana, a salica, a longobarda[73]. Il signore feudale o il vescovo a cui eransi sottratti, conservava diritto ad alcune tasse o a privilegi, e a nominare il magistrato coll’assistenza dei deputati comunali. All’arcivescovo di Milano rimaneva sottomessa la parte di città che si chiamava il Brolo; in nome di lui si proferivano le sentenze, quantunque non vi prendesse più parte; suo un pedaggio alle porte, sua la zecca: privilegi ottenuti dagl’imperatori, o che forse erasi riservati quando volontario o costretto depose l’autorità principesca di conte della città. Quel di Genova partecipava al governo insieme coi consoli, anche in suo nome faceansi i trattati e si segnavano gli atti, e nel suo palazzo s’adunava il consiglio[74].

Volta veniva che, nel medesimo Comune, sopra certi reati avesse giurisdizione il conte, sopra altri il vescovo; a questo pagavasi una taglia, a quello una dogana; alla tal chiesa un canone speciale, un altro alla comunità, un terzo all’imperatore, forse il quarto ad un privato od al Comune confinante. Chi dunque dalla città uscisse al territorio, passava sopra uno Stato diverso: da una città all’altra v’era la differenza che oggi da regno a regno: che più? una città era qualche volta divisa in due o fin tre giurisdizioni; una ecclesiastica intorno al vescovado, una regia intorno al palazzo o al castello, una comunale; nè di rado ciascuna era cinta di mura proprie, con porte che si custodivano gelosamente. Qualche villaggio era diviso fra due o più condomini, aventi ciascuno diverse gabelle, giurisdizioni distinte: l’università godeva privilegio di foro pe’ suoi scolari, le maestranze una giurisdizione sopra i loro consociati, il monastero sopra la tal fiera da esso istituita: poi diritti d’asilo, poi immunità personali. A Como il vescovo riscoteva il teloneo da’ fornaj: a Pisa la pubblica pesa era privilegio dei Casapieri della Stadera. Talora diversi Comuni costituivano una sola repubblica senza reciproca dipendenza, com’era in Piemonte la Valsesia, e così i dodici cantoni della val di Maira, sottopostisi poi ai marchesi di Saluzzo[75], e come fin oggi vediamo ne’ Comuni de’ Grigioni. Talora un Comune ne soggiogava altri, formando più estesa signoria.

Uniformandosi a questa natura feudale, anche i Comuni, divenuti persone con privilegi e rappresentanza, assunsero una bandiera propria e uno stemma. I più dei nostri ebbero la croce, variamente colorata, partita, campeggiata: Venezia adottò il leone del santo suo patrono; Napoli la sirena; Sicilia le tre gambe che ricordano la forma triquetra dell’isola; Empoli la facciata del tempio di Sant’Andrea, attorno a cui si formò la nuova città. Milano aveva l’insegna bianca colla croce rossa; poi ogni quartiere spiegava insegna propria, cioè porta Romana rosso, la Ticinese bianco, la Comacina scaccato rosso e bianco, la Vercellina rosso sopra e bianco sotto, la Nuova un leone a scacchi rossi e bianchi, la Orientale un leon nero. Delle regioni di Roma, quella de’ Monti ebbe per insegna tre monti in campo bianco; Trevi, tre spade in campo rosso; Campo Marzio, la mezzaluna in rosso; Ponte, il ponte Sant’Angelo in rosso; Parione, l’ippogrifo in campo bianco; Regolo, un cervo in campo azzurro; Sant’Eustachio, una testa di cervo portante la croce; Pigna, una pigna. Così delle otto compagne di Genova quella di Castello avea per arma un castello sopra archi sormontato da una bandiera, avente in campo bianco croce vermiglia; di Maccagnana, partito di azzurro e bianco; Piazzalunga, scudo terzato in palo d’azzurro; San Lorenzo, campo ondato rosso; Portoria, orlo di rosso, e in campo un P; Sosiglia, banda di rosso in campo bianco; Portanuova, inquartato d’azzurro e bianco; Borgo, palato in otto pezzi d’azzurro e argento. Altrettanto dicasi dell’altre città.

Sul vago e artistico pavimento della cattedrale di Siena vedesi, fatto nel 1373 a pietre tessellate, un rosone, artifiziosamente intrecciato di nove, oltre quattro tondi agli angoli del quadrato circoscritto; e figura lo stemma di questa città, cioè una lupa che allatta due gemelli, e attorno ad essa il nome e i simboli di dodici città amiche; il leone per Firenze, il lupo cerviero o pantera per Lucca, il lepre per Pisa, l’unicorno per Viterbo, la cicogna per Perugia, l’elefante colla torre per Roma, l’oca per Orvieto, il cavallo per Arezzo, il leone rampante con rastrello per Massa, il grifone per Grosseto, l’avoltojo per Volterra, il drago per Pistoja; animali diversi da quelli che esse città portavano di consuetudine.

Monza, posseditrice della corona ferrea, la improntò sul suo suggello, nel quale già da antico leggevasi Est sedes Italiæ regni Modæcia magni. Lucca portava Luca potens sternit sibi quæ contraria cernit. Verona, Est justi latrix urbs hæc et laudis amatrix. Padova, i proprj confini, Muson, Mons, Athesis, Mare certos dant mihi fines. Bologna, un san Pietro in pontificale, e Petrus ubique pater, legum Bononia mater; e così Urbs hec Aquilegie capud est Italie; — Est aquilejensis fides hec urbs Utinensis; — Ferrariam cordi teneas, o sante Georgi; — Salvet Virgo Senam quam signat amenam; — Herculea clava domat Florentia prava e Det tibi florere Christus Florentia vere. Messina dopo i Vespri siciliani alzò lo stendardo colla croce portata da un leone, e il motto Fert leo vexillum Messana cum cruce signum. Pistoja scrive attorno agli scacchi del suo stemma Quæ volo tantillo Pistoria celo sigillo. Firenze ebbe da principio la bandiera partita bianca e rossa, cui unì la luna rossa di Fiesole; dappoi il giglio, o piuttosto il fior di giuggiolo (ireos florentina): e quando i Guelfi prevalsero, si adottò il giglio rosso in campo bianco, mentre i Ghibellini tennero il giglio bianco, unendovi l’aquila nera imperiale. Inalberava anche il leone, il quale pure sta nel sigillo di Cortona colla scritta Tutor Cortonæ sis semper Marce patrone.

Spesso l’arma era parlante: come a Torino il toro rampante; a Monsumano e Montecatino, un monte sormontato da una mano o da un catino; a Barga una barca; a Pescia un pesce coronato. Gli animali stessi dello stemma si mantenevano vivi nelle città, come a Venezia e Firenze i leoni, una lionessa a Parma, gli orsi a Berna, Appenzell e Sangallo. Quando i tirannetti s’impadronivano d’un Comune, vi univano il proprio stemma, come i Visconti diedero a Milano la vipera; la quale poi insieme col leone veneto entrò nel petto dell’aquila bicipite austriaca.

Nati dal bisogno sentito di esimersi da ingiuste gravezze, non determinati da mutua fiducia ma da mutuo timore, de’ loro poteri non trovandosi in verun luogo la definizione e il confine, i Comuni, siccome si erano congiurati per la difesa, congiuravansi di nuovo per sostenere o una fazione o un capriccio; i signori per ricuperare le giurisdizioni; i mestieri e le università per sottrarsi ai pesi ed agli abusi: donde reciproca diffidenza, sfrenato egoismo, gelosia che induceva a ricorrere a particolari aggregazioni di classe o di sella, le quali generano il sentimento di corpo, tanto micidiale al sentimento di patria. Mancando un legame universale fra tanti parziali, si perpetuava la lotta de’ vassalli colle corporazioni tra sè, de’ confratelli di ciascuna corporazione, delle suddivisioni di ciascun Comune: mancando un freno e una direzione centrale, rompevano a guerre, tenevansi armati nel cuor della pace, edificavano le case a foggia di torri, e l’amministrazione era esercitata in mezzo e coll’aspetto d’un perpetuo stato di guerra.

Fondati non su libertà generali, ma su privilegi esclusivi e reciproca gelosia, tutti i Comuni cercavano prerogative a scapito degli altri; ciò che un tempo avevano praticato i feudatarj, allora lo facevano essi, imponendo pedaggi e taglie ad arbitrio, servizj gravissimi ed obbrobriosi: i magistrati municipali operavano con altrettanta prepotenza che i feudali; i prevalenti voleano soperchiare: gli oppressi se ne rifaceano sopra chi non fosse cittadino: l’oligarchia rinnovava le scene dell’aristocrazia antica; anzi, nel mentre i tiranni opprimevano l’uomo, qui toglievasi qualche volta la vita civile a classi intere; e uno statuto milanese del Comune aristocratico, al nobile che uccidesse un plebeo non comminava che tenue multa.

Mal si andrebbero dunque a cercare fra quei Comuni gli esempj della libertà politica, come oggi la intendiamo; alla quale nulla è più avverso che lo spirito di famiglia e di paese. Onde sottrarsi all’anarchia di piazza, i possessori cercavano stabilire qualche ordine restringendosi col re o coll’antico feudatario, donde i partiti interni, fomite di nuove dissensioni. Altre volte ricorsero a que’ signorotti medesimi da cui s’erano emancipati, e questi, unita la forza all’abilità, riuscirono a costituirsi tiranni. E tanto più che bastavano bensì a frangere l’ingrata soggezione, e prevalere al barone e al vescovo; ma allorchè que’ signori si collegassero, o venisse contro di loro il re o l’imperatore, l’impeto, comunque volonteroso, di borghesi e mercanti non valeva contro eserciti agguerriti, e bisognava ricorrere a capitani addestrati.

I Comuni dunque a principio crebbero a grande importanza, poi cozzarono tra loro; e se in paesi stranieri, annodatisi intorno al monarca, ebbero meno splendore, ma condussero all’unità nazionale, qui la impedirono. Come in fatto si sarebbe potuto maturare la coscienza nazionale ove ciascuna comunità avendo l’occhio soltanto a sè, nella sua piccola indipendenza per nulla brigavasi del ben generale? anche quando nell’universale pericolo le città s’allearono, come vedremo nella Lega Lombarda o nella Toscana, il vincolo era troppo lasso, troppo scarsa la civile sperienza, sicchè potessero costituire una regolata federazione.

Nei patimenti aveano i borghesi invigorito il carattere per modo, da sdegnare la servitù: ma è mai possibile arricchirsi a un tratto di civile sperienza? Furono dunque costretti procedere tentoni, parte servendo alle idee rimaste delle antiche istituzioni municipali, parte imitando l’ecclesiastica gerarchia, poi innovando via via che il bisogno si sentiva o cadeva l’opportunità. Ma se non riuscirono a coronare l’edifizio civile, niuno corra ad incolparli prima di riflettere che costoro erano un pugno di popolani inermi e disorganati, ignari della guerra come della politica, circondati da villani rozzissimi e incalliti al servire, contrastati dall’autorità regia, dalla signorile, dalla sacerdotale; talchè ci dee piuttosto toccare di grata meraviglia che essi abbiano osato ripudiare la servitù e aprire la nuova era del popolo.

E immensi furono i vantaggi venuti dai Comuni, chi li guardi meno come rivoluzione politica, che come sociale. Mentre la scala degli antichi proprietarj scendeva dal barone o valvassore fino al semplice fittajuolo, quella dei redenti si elevava dal servo della gleba al semplice libero, talchè le razze servili poterono sottrarsi dalle nobili, per arrivare ad un’amministrazione propria e indipendente. In siffatta comunanza d’uffizj e di servigi ribattezzavansi nel nome di cittadini, disimparavano a tenere come unico diritto la conquista e la forza, e obbligati ad uscire dall’angusto circolo de’ personali interessi per provvedere ai pubblici, ripigliavano la coscienza delle magnanime cose.


Coi Comuni crebbe l’importanza delle famiglie e degli individui, e in conseguenza si dovette notarli e distinguerli meglio che non si facesse quando l’uomo non era nulla se non per la terra che possedesse, o pel signore cui apparteneva. L’uso latino de’ nomi, prenomi, cognomi e soprannomi, accumulati all’eccesso negli ultimi tempi[76], cadde coll’Impero; giacchè non rimasero quasi che schiavi d’un nome solo, e stranieri che un solo pure ne usavano. I nomi dei santi ebraici o cristiani prevalsero ben presto, e si applicavano o mutavano nel battesimo, il quale soleasi conferire in età già fatta, ovvero nella cresima; talora le donne lo cangiavano al matrimonio, e frati e monache conservarono fin ad oggi di cangiarlo all’atto del professarsi. E poichè ai costumi antichi sta tenace la Chiesa, oggi medesimo i vescovi non soscrivono che col nome di battesimo, e i frati si distinguono solo dalla patria, come usava al tempo della loro istituzione.

Per quanto scarse fossero le relazioni, è facile scorgere quanta confusione dovesse produrre l’indicarsi l’uomo col nome soltanto[77]; tanto più che, nelle scritture, il nome stesso ci si presenta mozzo, diminuito, accresciuto, storpiato[78]. Vi si rimediava in parte coi soprannomi, dedotti da qualità personali, dal luogo d’abitazione o di provenienza, dall’impiego[79], e spesso anche beffardi[80].

Queste però erano denominazioni personali, che non si trasmetteano alla parentela. Solo quando i feudi si resero ereditarj verso il Mille, da questi si dedusse il titolo delle famiglie; donde quelli di Ro, di Este, di Romano, di Muntecuccoli: e poichè talora veniva da paesi tedeschi, alterandosi nel tragitto in Italia, n’è scomparsa l’etimologia[81]. Non è però sicuro indizio d’antico possesso d’un paese l’averne il cognome, attesochè spesso plebeamente traevasi dalla terra da cui uno si fosse mutato in un’altra. Ma le famiglie che spingono l’albero genealogico più indietro del Mille, e que’ cataloghi di vescovi, di cui si nota il casato fin in antichissimo, sono vanità e imposture.

I Veneziani, reliquia latina, aveano ritenuto i cognomi antichi, e tali pajono que’ Crassi, Memmi, Cornelj, Querini, Balbi, Curzj; fin nell’800 troviamo i dogi indicati col cognome de’ Particiaci, Candiani, Giustiniani e simili; e in una scritta del 1090 sono firmate cencinquanta persone, a nessuna delle quali manca il cognome[82]: Cornuinda Molino, Stefano Logavessi, Bonfilio Pepo, Giovanni de Arbore, Sebastiano Cancanino, Manifredo Mauroceni, Stadio Praciolani, Domenico Contareno, e così via. Anche Genova conservò molti cognomi latini: Apronj, Asprenate, Balbi, Bassi, Bibulini, Calvini, Camilli, Carboni, Cerchi, Clementi, Costa, Crarsi, Erminj, Fabiani, Forti, Galerj, Galli, Galleni, Gavi, Gemelli, Giusti, Graziani, Laberj, Lena, Longhi, Lupi, Mari, Marciani, Marini, Massa, Montani, Muzj, Natta, Nigri, Ottoni, Palma, Pansa, Persi, Persici, Pisani, Ponzj, Ruffini, Sabini, Salvi, Serrani, Settimj, Sertorj, Staieni, Stella, Valenti, Veri, Viviani; non gliene mancano di greci: Bisio, Cybo, Grillo, Macarj, Medoni, Parodi, Partenopei; e in una carta del 1117 vi si trovano nominati i buoni uomini che presero parte a un laudo, fra’ quali Lanfranco Roca, Oberto Maluccello, Lamberto Gezone, Uggero Capra, ed altri quorum nomina sunt difficilia scribere.

Era consuetudine nei nobili di rifare l’avo nel nipote, talora anche il padre nel figlio, o riducendolo a diminutivo, o aggiungendo juniore, novello o simile; onde Guido Novello da Polenta, Malatestino, Ezelino da Etzel. Siffatto nome di predilezione si trasformò spesso in casato, onde i Pieri, i Ludovisi, i Carli, i Mattei, gli Agnesi: o adottavasi quel d’un personaggio che si fosse distinto, come i Degiorgi, i Delpietro: talvolta anche vi si prefisse la parola figlio sincopata, onde i Figiovanni, i Fighinelli, i Firidolfi; o il titolo, come i Serangeli, i Serrislori. Talora nella bassa Italia, ad esempio degli Arabi, enumeravasi tutta l’ascendenza[83].

A molti venne il nomignolo dalla nazione, come Franceschi, Lombardi, Milanesi: a molti più dal soprannome d’alcuno, ridotto ereditario, ovvero dalla sua professione o dignità; onde i Grossi, i Grassi, i Villani, i Caligaj, i Molinari, i Calzolaj, i Sartorj, i Malatesta, i Balbi, i Cavalieri, i Barattieri, i Fabbri, i Cacciatori, i Ferrari, i Cancellieri, i Medici, i Visconti, gli Avvocati, e i tanti Confalonieri e Capitanei o Cattanei. La bella moglie acquistò il titolo ai Dellabella; ai Dellacroce un crociato; il pellegrinaggio a Roma ai Romei e Bonromei: l’amore di re Enzo prigioniero per una fanciulla bolognese è ricordato nei Ben-ti-voglio; un’invenzione preziosa nei Dondi dell’Orologio. Poi il carretto, la rovere, il tizzone, la colonna, la spada, la luna, la stella che uno assumeva per impresa del torneo o per stemma nelle spedizioni, diventava nomignolo; come il colore bianco, rosso, verde, nero, di cui si divisava nelle comparse, o che distingueva la fazione.

Son dunque i cognomi o aristocratici, dedotti dalla terra o dallo stemma; o borghesi, derivati dal mestiero; o popoleschi, tratti dai soprannomi; e molti rustici, dalla località o dalla coltivazione, come i Demonte, Dell’era, Dellavalle, Delprato, Delpero, Dellavernaccia. Si sbizzarrì poi assumendo nomi che consonassero o contrastassero col cognome, onde Castruccio Castracani, Spinello Spinelli, Nero Neri, Buontraverso de’ Maltraversi, e somiglianti.

I Latini usavano lo schietto tu, dicevano semplicemente Cesare saluta Mecenate, ed Augusto ricusò fermamente il titolo di dominus, e s’adontò quando si volle offrirlo a’ suoi nipoti. Tosto però l’accettarono i successori suoi, e fin nelle medaglie trovasi surrogato a quel di divus: indi irruppero titoli più pomposi, di nobilissimo, felicissimo, piissimo: religiosissimo fu intitolato Costante da un concilio, dopo convertiti i Donatisti dell’Africa: poi nelle acclamazioni il senato fe gara di aggettivi encomiastici agl’imperatori. Allora pure invalse di non parlar più alla persona loro direttamente, ma alla clemenza, alla celsitudine, all’eternità di essi. Nell’ordinamento del Basso Impero, la gerarchia delle cariche vedemmo distinta coi titoli d’illustre, illustrissimo, eccelso, chiaro.

Coi Barbari tornò la semplicità antica, ma al tu fu sorrogato il voi; il titolo di domnus, proprio di vescovi, abati e re, s’accomunò a tutti i monaci; più tardi se l’arrogarono anche i laici, raccorciato in don. Ambito era il nome di cherico, che sonava uom di lettere, per contrapposto di laico od illetterato[84]; indizio di tempi, in cui la scienza era tutta ristretta ne’ sacri recinti.

Nel secolo XIV, monsignore intitolavasi un principe della Chiesa, messere un cavaliero e gentiluomo, e madonna la moglie sua; maestro l’avvocato o magistrato o chi sapesse, il che continuano gl’Inglesi. Nelle legazioni del Cinquecento vediamo col tu trattati ancora gli ambasciadori dalle repubbliche e dai principi; e «s’usa comunemente (dice il Varchi de’ Fiorentini nel XVI secolo) se non è distinzione di grado e di molta età, dire tu e non voi ad un solo; e solo a cavalieri e canonici si dà del messere, come a’ medici del maestro, e ai frati del padre». Dagli Spagnuoli ci fu poi attaccata la prurigine dei titoli; quando Carlo V s’intitolò maestà, moltiplicaronsi le altezze, e colle aggiunte di serenissima e di reale; l’eccellenza restò ai nobili, tanto che Urbano VIII nel 1631 trovò pei cardinali il nuovo titolo d’eminenza: quelli di cavaliere, dottore, notajo, conte del sacro romano imperio furono pascolo della vanità borghese.

Nell’attuazione dei Comuni, tra i fatti isolati se ne consumava uno grandissimo, l’emancipazione del servo. Sempre la religione vi si era adoperata, e molti per pietà e per salvezza dell’anima propria affrancavano i loro schiavi[85]. I Comuni, appena costituitisi, aprivano asilo ai servi cui riuscisse importabile il giogo del padrone, o a denaro li ricompravano; e quando movessero in armi contro i baroni del contorno, li sollecitavano a vendicarsi in libertà, sicchè fuggendo lasciavano questi indeboliti, mentre invigorivano la città. Si estesero le manomessioni, e talvolta vennero affrancati tutti gli abitanti d’un borgo, o certe professioni. Così a Bologna nell’anno 1256 il prefetto Bonacursio raduna anziani, consoli, maestri dell’arti e dell’armi, e tutti i membri del grande e del piccolo Consiglio, e propone si liberino i servi e le serve del Comune tutto. Passato il partito, si stanzia chi ne possiede li venda al prefetto e al pretore, per soldi dieci se di quattordici anni, otto se meno, sborsati dall’erario; e furono annoverati tra i fumanti, coll’obbligo di dare certa quantità di grano[86]. Erano descritti in un libro chiamato Paradisum dalla parola con cui cominciava, e dove esponeasi la creazione dell’uomo, il peccato, la redenzione, per la quale gli uomini son rifatti liberi: laonde Civitas Bononiæ quæ semper pro libertate pugnavit, avea redenti a prezzo i servi, statuens ne quis, adstrictus aliqua servitute, in civitate vel episcopatu Bononiensi deinceps audeat commorari, ne massa tam naturalis libertatis, quæ redempta pretio, ulterius corrumpi possit fermento aliquo servitutis, cum modicum fermentum totam massam corrumpit, et consortium unius mali bonos plurimos dehonestet. Un atto solenne del 1289 appella a uno statuto del Comune di Firenze, pel quale, essendo di naturale diritto la libertà individuale e il non dipendere ciascuno che dal proprio arbitrio, laonde le città pure e i popoli si schermiscono dall’oppressione, e i proprj diritti difendono e sviluppano, veniva provveduto che nessuno, di qual paese o condizione si fosse, potesse comprare, o altrimenti acquistare coloni, servi, censiti, nè angherie o altro vincolo alla libertà delle persone[87]. Due anni dopo, la legge fu confermata, perdonando a quei che l’avessero trasgredita per lo addietro.

Erano tentativi isolati, come ogn’altra cosa di quel tempo; nè un generale provvedimento per abolire la schiavitù mai fu preso: pure si vedono scemare i servi personali nel XII e XIII secolo, succedendovi i famigli o servi moderni, i quali a volontà possono togliere congedo dal padrone. Le chiese, che erano state di tanto sollievo agli schiavi, furono di ritardo alla totale loro affrancazione, atteso che non credeansi in diritto d’alienare le proprietà, delle quali l’attuale investito si considera solo utente: la stessa larghezza con cui li trattavano, facea non si trovasse tale schiavitù ripugnante all’umanità e alla religione. Perciò servi della gleba in Italia trovanti ancora nel secolo XIV.

Nei capitoli del 1296 di Federico I d’Aragona pel legno di Sicilia, frequente memoria ricorre di schiavi anche cristiani; del qual tempo anche lettere papali e contratti ne menzionano: tra i Veneziani ne incontriamo eziandio nel seguente, come nel Friuli sottoposto al patriarca d’Aquileja[88]. Del 1365 abbiamo un contratto, ove uno schiavo consente di passare da uno ad altro padrone[89]. Fra i provvedimenti fatti per sostenere la guerra di Chioggia, s’imposero tre lire d’argento il mese per ogni testa di schiavo; anzi nel 1463 i Triestini obbligavansi a restituire ai Veneziani i loro schiavi disertori[90].

A contatto con paesi non cristiani, i nostri poterono trarne di là, o imparare a tenerne per lusso, talchè la schiavitù si prolungò sotto la forma domestica. Gli statuti di Lucca fin nel 1537 dichiarano che il padrone d’una schiava può costringere il violatore di essa a comprarla pel doppio valsente, oltr’essere multato in cento lire. Le leggi genovesi opponeansi al trasportare gli schiavi in terra d’Egitto[91]; ma il divieto si eludeva col recarli a Caffa, dove il soldano spediva a farne accatto, giovandosi della franchigia di quel porto. Lo statuto criminale di Genova del 1556 pronunzia pene contro chi ruba schiavi, e considera il servo qual proprietà del padrone[92]: quello dell’88 lo tiene qual mercanzia, e caso che devasi far getto, si riparta il danno per æs et libram all’antica, comprehensis pecuniis, auro, argento, jocatibus, servis masculis et fœminis, equis et aliis animalibus. Probabilmente questi tardi servi erano di gente infedele, e massime prigionieri musulmani, quando la tolleranza religiosa neppur di nome si conosceva. Altre volte i soldati per abuso della vittoria vendevano schiavi i vinti, come i ribaldi dello Sforza fecero nel 1447 coi Piacentini: alla schiavitù condannavano pure le scomuniche. N’era però sempre tenuissimo il numero: come eccezione si notavano nel catasto delle città; e voglionsi intendere piuttosto come dipendenti, giacchè il famoso Bartolo a’ suoi tempi già dichiarava che servi propriamente detti non v’erano più.

Nei Comuni adunque non s’ebbero i vantaggi rapidi d’una subitanea e radicale rivoluzione; ma neppure la terribile responsalità d’un’insurrezione fallita. Riuniti per la resistenza, ponendo questa per primo dovere e mezzo e scopo, invece di sistemare aveano a distruggere, invece di fondare sconnetteano. Nella lotta si vince, ma l’odio sopravive e diventa seme di discordie; i dinasti mal frenati si rialzano per soggiogare i Comuni; i re ingrandiscono favorendo questi; la spada prolunga la guerra contro l’industria e la capacità. Que’ mali passarono, ma restano gli effetti; resta la rivoluzione da loro operata, perpetua e legittima come quelle che migliorano la sorte delle classi numerose: lo schiavo non è più cosa, ma uomo, dall’impersonalità sollevato ad avere nome proprio e responsalità: nè sforzi e sangue e rovine pajono soverchi a questo fine sacrosanto. Dove a pochi è data la forza e l’intelligenza, facile è guidar la moltitudine: dove tanti esercizj s’aprono alle facoltà morali e intellettive, come avviene nelle fazioni, grandemente sono eccitati gl’ingegni, e ne esce una gente operosa, accorta, che cerca e trova mille occasioni di segnalarsi: e l’uomo dall’angustia degl’interessi domestici volgendosi alle pubbliche cose, mentre cresce di pratica, nobilita le passioni, dilata l’accorgimento, scopre e pondera i diritti. Che se a noi Italiani i Comuni non lasciarono una patria, lasciarono la dignità d’uomini; ed offrono nella storia moderna le prime di quelle pagine, tanto attraenti, dove si vede un popolo travagliarsi contro i suoi oppressori, ingrandire col proprio coraggio, rassodarsi con opportune se non sempre savie istituzioni.

CAPITOLO LXXXIII. I Comuni lombardi. Lotario II e Corrado III imperatori. Ruggero re di Sicilia. Arnaldo da Brescia.

Sciolta la servitù della gleba, raccolti sotto un’amministrazione e una giudicatura sola i tre ordini ridetti cittadini, e da tutti scegliendo i consoli, e una specie di unità ricevendo dalla supremazia del papa, l’Italia trovavasi in essere di nazione assai più che non la Francia o la Germania. Non condensata, è vero, intorno ad una reggia, ma vigorosamente ripartita attorno ai tre centri d’autorità, il castello, la chiesa, il palazzo comunale, sarebbe camminata ad altissime fortune se gl’imperatori non l’avessero scompigliata col crearsi un partito.

Deboli erano questi, in Germania osteggiati dai maggiori feudatarj, che aspiravano alla sovranità territoriale; e in Italia dai papi nel lungo certame delle Investiture. Enrico V, ambizioso ed avido ma operoso, accorto, sprezzatore della pubblica opinione, poco sopravisse all’accordo di Worms col papa, e in lui si estinse la stirpe francona, che avea per un secolo dominato la Germania. Lotario II datogli successore (1125), rassegnò il suo ducato di Sassonia, e molt’altri possedimenti al genero Enrico di Baviera, della casa Guelfa: glieli disputò Federico il Losco di Hohenstaufen duca di Svevia, uno degli aspiranti al trono germanico: sicchè fra le due case cominciò l’inimicizia, che, dopo mutato natura ed oggetto, sconvolse Germania e Italia sotto il nome di Guelfi e Ghibellini.

Questi ultimi traevano il nome dal castello di Waiblingen nella diocesi di Augusta, appartenente agli Hohenstaufen; gli altri dalla famiglia bavarese dei Guelfi d’Altdorf. Azzo, marchese di Lombardia, morendo centenario nel 1097, avea lasciato tre figli: Guelfo, che, come nato da Cunegonda erede dei Guelfi di Baviera, andò a ducare questo paese, e divenne stipite della casa di Brunswick, salita poi al trono d’Inghilterra; Ugo si condusse alla peggio, e vendè le proprie ragioni all’altro fratello Folco figlio di Garsenda principessa del Maine, e progenitore dei marchesi d’Este in Italia. Signoreggiava egli il paese dal Mincio fin al mare, cioè Este, Rovigo col Polesine, Montagnana, Badia, oltre molte terre nella Lunigiana e nella Toscana. Guelfo ne pretendeva una porzione; e venuto a ripeterla coll’esercito, collegandosi al duca di Carintia e al patriarca d’Aquileja, di molti paesi s’impadroni: infine fu stipulato che la linea di Germania tenesse un terzo della città di Rovigo e la terra d’Este, senza pregiudicare alle pretensioni che ostentava sull’eredità della contessa Matilde.

Da questa linea proveniva Enrico, che per la cessione di Lotario era divenuto il più ricco signore d’Europa e il più potente di Germania, tenendo una serie di paesi dal mar Baltico al Tirreno. Ma dalla parte ghibellina Corrado duca di Franconia, fratello di Federico il Losco, aveva redato di qua dell’Alpi i beni allodiali della casa Salica, e scese in Italia cercandone la corona. Un principe non d’altre forze provveduto che di quelle somministrategli dal paese, non poteva riuscir pericoloso alla nascente libertà, onde fu il ben arrivato. A Milano lo storico Landolfo di San Paolo e il cavaliere Ruggero de’ Crivelli, deputati dall’arcivescovo Anselmo, discussero le ragioni dei due principi emuli davanti al popolo, il quale indusse il metropolita a coronar re Corrado (1128): molte città gli prestarono omaggio e doni; ma Pavia, Novara, Piacenza, Brescia e Cremona stettero contrarie a Milano, fin a dichiararne scomunicato l’arcivescovo che aveva unto l’usurpatore; anche la Toscana repugnò da lui; e Onorio II papa, che aveva riconosciuto imperatore Lotario, scomunicò questo pretendente. Il quale tentò invano occupar Roma; sicchè gli stessi che s’erano chiariti a lui favorevoli per farsene un appoggio, l’abbandonarono quando il videro incentivo di guerre. Maneggiatosi alcun tempo, egli si riconciliò con Lotario, e dopo essere stato a carico de’ Milanesi e Parmigiani, partì dall’Italia covando contro i Comuni lombardi un dispetto che trasmise al nipote Federico Barbarossa.

Essi Comuni, appena costituitisi, esercitavano nimicizie un contro l’altro; e particolarmente in quel piano che dalle alpi Retiche e Leponzie declina sino al Po ed al mare, ricco di nove città indipendenti, Como, Bergamo, Brescia, Milano, Lodi, Crema, Cremona, Pavia, Novara, frequenti appigli di risse porgeano i terreni confinanti, le rivalità di mercato, la comunanza delle acque irrigatorie. Presosi quel diritto del pugno, cioè della guerra particolare, che fin là avevano esercitato i feudatarj, i Comuni, non compressi da superiorità materiale, non da morale ritegno, abbandonavansi a quella ostilità di vicini a vicini, che sembra inesorabile maledizione degl’Italiani. Non avevano ancor finito di abbattere i conti rurali, e già rompevano guerra (1110) Cremona a Crema e Brescia, Pavia a Tortona, Milano a Novara e Lodi; l’ambizione e la forza davano ai poderosi il desiderio e l’ardire di opprimere i deboli.

Pavia, memore di essere stata sede dei re goti e longobardi, e Milano superba d’antichità, di vasto territorio, di popolazione maggiore e della superiorità metropolitica, gareggiavano di preminenza, e si contrariavano in ogni fatto. Nella lite delle Investiture Pavia propendeva alla parte imperiale, alla pontifizia Milano, con cui parteggiarono Lodi, Cremona, Piacenza; e per insinuazione della contessa Matilde, giurarono lega di vent’anni onde osteggiare re Enrico, e sostenere Corrado quando al padre si ribellò. Le due parti erano equilibrate di forze; e poichè nessuno stabile nodo le congiungeva, era sicura della vittoria quella che arrivasse ad isolar la rivale. In fatto, secondo preponderasse una parzialità o l’altra, le città mutavano bandiera; e girati pochi anni, a Milano troviamo unite Crema, Tortona, Parma, Modena, Brescia (1117); mentre con Pavia parteggiavano Cremona, Lodi, Novara, Asti, Reggio, Piacenza.

Quella mescolata che allora si faceva delle prerogative secolari colle ecclesiastiche, portava a nuove scissure. Crema col suo contado, che chiamavasi Isola di Folcherio, era stata a giurisdizione de’ marchesi di Toscana, fin quando nel 1098 la contessa Matilde ne fe cessione al vescovo e alla città di Cremona. Tale dipendenza spiacque ai Cremaschi, che coll’armi assicurarono la propria libertà: ma di qui cominciarono nimicizie lunghe e vergognose[93].

Milano pretendeva non solo alla superiorità che il suo metropolita traeva dal posto gerarchico, e per cui ordinava i vescovi della provincia e li convocava a concilio; ma che a lui competesse anche l’eleggerli, mentre le chiese particolari tenevano gelosamente al diritto antico di nominare i proprj pastori. Da ciò elezioni tempestose, contrastate, doppie, complicate dall’appoggio del papa e dell’imperatore, e per le quali il litigio delle Investiture dalle sommità sociali scendeva fin a contingenze affatto particolari. Per simili ragioni, e insieme per gelosia del ricco mercato che vi si teneva, i Milanesi campeggiarono Lodi, rinnovando le ostilità, cioè lo sperpero della campagna e la rapina delle messi per quattro anni, in capo ai quali ridottala per fame, la smantellarono (1111); gli abitanti dissiparono in sei borgate del contorno, sottoposte a rigide condizioni; sciolsero il ricco mercato, nè Lodi-vecchio risorse più.

Eguale contesa per l’elezione dei vescovi cagionò la guerra di Milano contro Como, descritta da un rozzo poeta contemporaneo[94], dolente di pubblicare il duolo anzichè la letizia d’un popolo da molti secoli fiorente. Aveano i Comaschi eletto canonicamente Guido de’ Grimoldi di Cavallasca; mentre il milanese Landolfo da Carcano, destinatovi da Enrico V, si fece ordinare dal patriarca d’Aquileja, parziale d’esso imperatore; intruso di rapina nella sede, procurava mantenervisi ad onta del popolo, e fortificatosi nel castello di San Giorgio presso Maliaso sul lago di Lugano, scialacquava in privilegi e donazioni il patrimonio della mensa. Risoluti a tor di mezzo lo scisma e lo sperpero, i consoli comaschi Adamo del Pero e Gaudenzio da Fontanella coi vassalli di Guido vi assalgono Landolfo, e fattolo prigione, lo consegnano a Guido. Essendo nella mischia rimasto ucciso Ottone insigne capitano milanese (1116), Giordano da Clivio arcivescovo di Milano, invece d’insinuare pace e perdono, espone alla basilica Ambrosiana le vesti insanguinate e le vedove degli uccisi, le quali strillando chiedono vendetta; e serrata la chiesa, egli dichiara resteranno sospesi i sacramenti, finchè non sia vendicato il sangue sparso.

In quelle assemblee tumultuose, dove la passione è unica consigliera, e l’urlo predomina sulla ragione, fu decretata la guerra; i Milanesi, mandato un araldo a denunziarla, assalsero Como, e incominciarono una guerra, paragonata all’assedio di Troja per la durata, e meglio per l’accordarsi delle forze lombarde contro una sola città.

Il guerreggiare d’allora non conduceva a pronti esiti, come le imprese comandate e dirette da volontà unica e robusta. Un Comune avea ricevuto un torto, e nel consiglio erasi decisa la guerra? più giorni rintoccava la campana, acciocchè gli uomini capaci s’allestissero d’armi; uomini che mai non s’erano esercitati insieme, che fin allora aveano badato ai campi o alle arti, e che non usavano nè vestire nè armi uniformi, unicamente diretti a vincere e far al nemico il peggior male. A buona stagione traevasi fuori il carroccio, e dietro e attorno a quello moveva la gente contro il territorio nemico, stramenava le campagne, sfasciava i casali, rapiva gli armenti che non avessero avuto tempo di ridursi nel recinto della città, alla quale poi mettevasi assedio, procurando il più delle volte prenderla per fame, giacchè, prima de’ cannoni, le terre murate aveano sempre il vantaggio sopra gli assalitori. Nelle guerre feudali vedemmo i soldati abbandonare il capo a mezzo dell’impresa, allo scadere dell’obbligato servizio. Qui gli assalitori erano gente che avevano campi, arti, famiglia, interessi, onde mal sopportavano i diuturni accampamenti, e alla mietitura o all’avvicinarsi della vernata tornavano a casa a rifocillarsi, per ripigliar poi col nuovo anno la campagna.

Di tal guisa fu condotta la guerra contro Como. I Comaschi erano valorosissimi fra i Lombardi, come montanari e avvezzi in opra di caccia e battaglie: e chiuso colla Camerlata e col castello Baradello il passo verso Milano, poterono impedire gli approcci al patrio suolo. Li secondavano gli abitanti della Vallintelvi, intrepidi petti, e insieme abilissimi a inventare congegni militari. Maggior numero di città prese parte con Milano, quali Cremona, Pavia, Brescia, Bergamo, la Liguria, Vercelli colla mercantile Asti, e colla contessa di Biandrate recante in braccio il giovane figliuolo: Novara venne spontanea, invitata la forte Verona, e Bologna dotta nelle leggi, e Ferrara non meno famosa che Mantova per bravissimi arcadori, e Guastalla e Parma coi cavalieri della Garfagnana, benchè avesse guerra con Piacenza[95]. La politica gli avrebbe stornati dal favorire la poderosa città contro la inoffensiva, ma v’erano costretti dalla prepotenza. Ch’è peggio, gli abitanti dell’isola Comacina e di quei contorni si chiarirono ostili a Como, sicchè anche il lago fu contaminato di battaglie navali. Fin a Varese si allargò la guerra e al lago di Lugano; ardite le fazioni, alterni i successi; or una parte or l’altra innalzavano al cielo inni per vittorie fratricide. Se non che fra tanto ardore poca era l’abilità, pochissima la disciplina, nessuna autorità preponderante; e come avviene nelle mosse tumultuarie, ognuno volea comandare, nessuno obbedire. La campagna era una desolazione, straziati i fecondi oliveti e le vigne della spiaggia, rapite le mandre.

Moriva intanto il vescovo Guido, causa e fomento della guerra; moriva esortando a star saldi nella cattolica fede e nella carità e difendere la patria. I Comaschi aveano perduto molti valorosi; soffrivano da dieci anni di devastazione sì per terra, sì dal lago, del quale la sponda orientale apparteneva ai Milanesi, che con tutti i loro alleati s’accinsero all’estremo sforzo. Tratti legnami da Lecco, ingegneri e costruttori da Genova e Pisa, strinsero dappresso la città (1127), i cui abitanti, sprovveduti d’ogni altro riparo, l’abbandonarono notturni, per ricoverarsi nel munito borgo di Vico; e quivi interposero di pace Anselmo arcivescovo di Milano. E ne fu condizione, che, salve le vite, si sfasciassero le mura e le fortificazioni della città e dei sobborghi; Como riconoscesse Milano con annuo tributo. Eppure i vincitori sfrenati posero a sacco e fuoco la città, menarono in cattività agricoltori, servi, cittadini. Non s’aveano allora guarnigioni per tener in ceppi i vinti, e perciò bisognava disperderli: in fatto i Comaschi furono costretti abitare all’aperto, pagare annualmente il viatico e il fodro, e smettere il solito mercato. Ciò per altro non li privava del governarsi a comune, con leggi e magistrati proprj.

Di questa guerra narrammo le particolarità, come esempio di tutte le altre allora agitate. Ne inorgoglì Milano, che poco poi osteggiò Crema, e tutta Lombardia andava a scompiglio per fazioni interne; laonde papa Innocenzo II s’argomentò al riparo spedendo san Bernardo, borgognone, fondatore de’ Cistercensi ed anima della società cristiana di quel tempo. Ne’ monasteri non voleva egli si cercasse un rifugio contro il mondo, bensì forza di combatterlo e guidarlo; l’operosità essere principio di salute, e perciò i monaci addestrava alle lettere e all’agricoltura. Dottissimo coi teologi, popolarissimo coi campagnuoli, vigilava sull’intera cristianità, maneggiava gl’interessi delle nazioni, pur sempre ribramando la sua devota solitudine, alla quale tornava appena avesse finito di riconciliare i re, di far riconoscere i papi, o di spingere tutta Europa contro l’Asia; e preparava libri che il fecero collocare allato ai santi padri, e fra gli ascetici prediletti alle anime contemplative. Quand’egli calò in Lombardia, accorreva la gente per udirlo, e il riceveano a ginocchi, e mettendo fuori argento, oro, arazzi, quanto aveano di meglio; e beato chi ottenesse un filo della sua tunica. Riuscì egli ad esaltare lo zelo, sicchè uomini e donne si vedeano in capelli raccorci e vesti dimesse, e sulle tavole acqua invece dei vini generosi; liberati prigionieri, emendati i costumi, e ciò che più era difficile, ristabilita dappertutto la pace. I Milanesi, meravigliati all’unione di tanto senno con tanta bontà, il voleano arcivescovo (1135); ma egli, per cui i gradi e le comparse erano una condanna, s’affrettò di tornare alle maschie voluttà della solitudine penitente, lasciando presso Milano il monastero di Chiaravalle, dal quale e dagli altri di Morimondo e di Cerreto i Cistercensi tolsero a sanare le pantanose pianure, introducendovi i prati irrigatorj, la fabbrica de’ formaggi e la coltivazione del riso.

Non avea fatto che partire Bernardo, e gli sdegni ribollirono; e Cremona e Pavia, dove l’eloquenza di lui poco aveva approdato, si ritorsero contro Milano. Il vescovo pavese guidò le milizie; e i Milanesi non solo lo sconfissero, ma lui stesso fecero prigioniero con molti de’ suoi, i quali rimandarono colle mani legate al tergo, e attaccato un fascetto di fieno acceso tra i fischi plebei. Tornarono i Pavesi alla riscossa, ma a Maconago furono rotti ancora. I Milanesi portarono pur guerra a Novara e Cremona, la quale oppose loro il castello di Pizzighettone sull’Adda. Violenze che partorivano violenze, e colle violenze doveano finire.

Quel che intitolavasi regno d’Italia era diviso tra molti feudatarj, quali il marchese di Monferrato tra gli Appennini, il Po e il Tànaro; il marchese del Vasto, che poi fu detto di Saluzzo, fra il Po e le alpi Marittime; ai quali due s’interponeva il contado d’Asti, e accanto quel di Biandrate che dominava il Canavese fra la Dora Riparia e la Baltea. Gl’imperatori, per assicurarsi il passo in Italia, aveano sottoposto a duchi tedeschi anche il pendio meridionale dell’Alpi; onde la Baviera stendeasi fin a Bolzano, cioè di qua dall’alpi Retiche che ci separano dai Tedeschi; i Guelfi e il ducato d’Alemagna fino a Bellinzona, di qua dalle Lepontine; quel di Svevia fino a Chiavenna, di qua dalle Retiche; le alpi Giulie erano a dominio del duca di Carintia, al quale furono recate la contea di Trento, e le marche di Verona, d’Aquileja, d’Istria, tenendo in rispetto la Lombardia da un lato, dall’altro gli Ungheresi. Ma i re tedeschi, intenti ad assicurare la prevalenza della gente germanica sopra la slava, vollero estenuare la Carintia, sicchè abbondarono di concessioni col Veronese, che poi da quella restò separato del tutto quando i patriarchi d’Aquileja ebbero la sovranità del Friúli, poi dell’intera Istria, succedendo alle famiglie ereditarie degli Eppenstein, Sponheim, Andechs. Allora Verona, tornata italiana, maturò pur essa i germi repubblicani, sotto un vescovo cui dava importanza il custodire gli sbocchi dell’Alpi e il passo del fiume, che coprono l’Italia dai Tedeschi.

Il marchese Obizzo Malaspina, oltre la Lunigiana, avea possessi nel confine di Cremona, e da Massa presso il Lucchese fino a Nazzano presso Pavia: tratto di settanta miglia[96]. La Casa savojarda di Morienna usciva dalle sue valli allobroghe per allargarsi sempre più di qua dall’Alpi, occupando i marchesati d’Ivrea e di Susa; e Ulrico Manfredi, al tempo d’Enrico I, possedeva dall’alpi Cozie fin alla riviera di Genova, e da Mondovì ad Asti: la qual città era signoreggiata da un suo fratello vescovo. Ma troppo spesso suddivisa per eredità, la casa di Savoja non accennava all’importanza che trasse più tardi dalla sua postura.

Nell’Appennino toscano avanzavano conti e marchesi e molti dominj immuni di nobili; ovvero monasteri, badie, beni vescovili isolati, sceveri dal movimento repubblicano. La potenza dei marchesi, poi della contessa Matilde, avea nell’Etruria frenato le fazioni, e assicurato il predominio papale, sicchè rado o non mai s’era veduto un vescovado diviso fra due competitori. I governi liberi vi tardarono dunque a svolgersi fin quando, disputandosi fra il papa e l’imperatore la successione a quella signoria, i popoli, incerti a chi obbedire, furono men soggetti ad entrambi i competitori, e nella negligenza di questi provvidero da sè al proprio ordinamento.

Roma offriva sempre gran mescolanza d’antichissimo e di novissimo, e dei tre elementi di popolo, di feudo, di sacerdozio. Prefetto, consoli, senato offrivano una costituzione repubblicana, i feudatarj e i castelli rappresentavano il diritto della spada, il papa la sovranità; e si urtavano e prevaleano a vicenda. Nel X secolo, tutto forza, sormontarono i feudatarj, oligarchia turbolenta, che quasi assorbì la ecclesiastica. Colla restaurazione degli Ottoni la nobiltà fu repressa e il papato rialzossi, appoggiandosi però allo straniero, che riservava a sè la moneta e la giustizia.

I pontefici, mentre aveano assodata l’autorità su tutto il mondo, pochissima ne godevano nella città di loro residenza. Per le ripetute donazioni imperiali dominavano l’antico ducato di Roma, l’Esarcato e la Pentapoli: ma erano cinti da robusti signori, quali il duca di Spoleto nell’Ombria meridionale, nel Piceno e in parte del Sannio; a mezzodì il marchesato di Guarnerio fra gli Appennini e l’Adriatico, da Pésaro ad Osimo; di qui alla Pescàra quel di Camerino e di Fermo; quel di Teate dalla Pescàra a Trivento: principi indipendenti non appena l’imperatore avesse vôlto le spalle all’Italia. Le città poi a levante del Lazio e a maestro della Toscana formavano altrettanti ducati sotto vescovi e signori. La stessa campagna romana era sparsa di signorotti, che da Palestrina, da Tùsculo, da Bracciano ne faceano infelice governo, impedivano la coltura de’ campi, e perfino nei sepolcri di Cecilia Metella e di Nerone, o nelle terme di Caracalla fortificandosi, teneano serva ai loro capricci l’antica capitale del mondo: fra le sue mura stesse, sovente una fazione dal Coliseo, un’altra dalla torre di Crescenzio, una terza dal Pincio venivano a provocarsi.

Urbs, cioè la città per eccellenza, chiamavasi Roma, e senato il suo consiglio comunale come ai tempi di Cesare e di Scipione. Dieci elettori di ciascuno dei tredici rioni della città, ogn’anno sceglievano cinquantasei senatori; è probabile fossero tutti nobili, e che alcuni formassero per turno il consiglio secreto del patrizio, rappresentante della repubblica. Geroo, prevosto di Reichersperg, nel 1100, scrive ad Enrico prete cardinale: — I senatori romani giudicano delle cause civili; le maggiori e universali spettano al pontefice o al suo vicario, ed all’imperatore o al vicario di lui prefetto della città; il quale la dignità propria rileva da entrambi, cioè dal papa a cui fa omaggio, e dall’imperatore da cui riceve le insegne della dignità, cioè la spada sguainata. E come coloro cui spetta guidar l’esercito sono investiti col vessillo, così per lungo uso il prefetto della città è investito colla spada, sguainata contro i malfattori. Il prefetto della città poi della spada usa legittimamente a sgomento de’ malvagi e conforto dei buoni, a onor del sacerdozio ed a servizio dell’Impero»[97].

I nomi pomposi mal mascheravano il decadimento, giacchè i palazzi si sfasciavano[98]; la liberazione di Roberto Guiscardo avea ridotto deserti i quartieri fra il Coliseo e il Laterano, che la mal’aria finì di spopolare; il suo territorio abbracciava angusto circuito, di là del quale Roma trovava nemici i Comuni di Albano e di Tusculo come ai tempi di Romolo, ed ogni primavera bisognava uscire a combatterli, e devastare la già povera campagna. Unica ricchezza della città erano il denaro e i forestieri che vi traeva la presenza del papa: ma mentre questo nella restante Italia era venerato come capo del partito nazionale e tutore della libertà, quivi era esoso come principe; spesso n’era cacciato dai signori che ricusavano stargli dipendenti; ma il popolo che, con vezzo non più disimparato, avea gridato Morte e Fuori, ben tosto ne sentiva bisogno e desiderio, e gridava Viva e Torna, con quegli schiamazzi plateali che stoltamente si giudicano pubblico voto.

Dividevano allora la città due fazioni, guidate l’una da Leone de’ Frangipani, l’altra da Pier di Leone; e con violenze e tranelli faticarono a dare un successore a Calisto II. I Frangipani portavano Lamberto vescovo d’Ostia (1124), che prevalse col nome di Onorio II: ma alla costui morte si rinnovano bucheramenti e tumulti a favore d’un figliuolo di Pier di Leone: e sebbene i migliori s’accordino ad eleggere Gregorio cardinal di Sant’Angelo (1130), che volle chiamarsi Innocenzo II, gli altri vi oppongono il loro creato col nome di Anacleto II[99], e ne nasce uno scisma scandaloso. Anacleto colle spoglie della basilica Vaticana compra fautori ed armi; Innocenzo, che non poteva se non tenersi nei palazzi muniti dei Frangipani, stabilisce andarsene, e dalle navi pisane portato in Francia, in Inghilterra, in Germania, ricevette omaggio e riverenza, giovato dall’eloquenza di San Bernardo. La cella di questo, al concilio di Pisa, vedeasi affollata di prelati, ansiosi di trattar seco degli affari del mondo e dell’anima.

Per assistere Innocenzo contro l’antipapa e per frenare le città emancipate, Lotario imperatore (1133) calò dall’Alpi, non accompagnato da verun cavaliere di Svevia nè di Franconia, ed avendo per portastendardo quel Corrado, che dianzi aveva accettato la corona d’Italia. Ma a Milano si vide chiuse le porte in faccia, essendosi Anacleto amicato quell’arcivescovo Anselmo, scomunicato da Onorio II, talchè non potè farsi coronare re d’Italia; a Roma Anacleto respinse il competitore, fortificandosi in Vaticano, mentre Innocenzo doveva munire il Laterano, ove coronò Lotario.

Messa allora in campo la controversia dell’eredità della contessa Matilde, fu conciliata con questo patto, che Innocenzo investisse Lotario vita sua durante, e dopo lui il duca di Baviera genero di esso imperatore, siccome di feudi della Chiesa, alla quale dovessero retribuire cento marchi d’argento l’anno, poi al morire dell’ultimo tornerebbero alla santa sede. Con quest’atto l’imperatore veniva a riconoscersi vassallo e tributario del pontefice[100].

La fazione d’Anacleto rialzò ben presto il capo, sicchè Innocenzo invocò Lotario, il quale, riconciliatosi colla casa di Hohenstaufen, tornò con maggiori forze: ma gli effetti furono poco meglio felici che la prima volta; perchè, se Milano il favorì, gli si avversarono Cremona, Parma, Piacenza, che egli dovette per forza ridurre ad obbedienza.

Restavano sempre avversi all’Impero nelle parti meridionali i Normanni, che avendo ormai sottratte tutte le città greche ai catapani, e occupata la nuova Longobardia, eccetto Benevento che rimaneva ai papi, e Napoli che di nome dipendeva dai Greci, viepiù sentivano il bisogno dei forti, l’indipendenza. Quantunque sostenitori del pontefice contro gli stranieri, poca mostravangli condiscendenza nell’interno loro dominio, nè si tenevano in dovere di ricevere legati papali in paesi che essi col proprio braccio aveano sottratti agl’Infedeli o ai Greci, e restituiti alla vera Chiesa. Urbano II erasi guadagnato Ruggero, nominandolo legato in Sicilia (1098), cosa mai più concessa a verun regnante, e donde derivò quel che chiamarono poi tribunale della monarchia di Sicilia, cioè che esso e i suoi discendenti godessero il titolo ed esercitassero i diritti di legati ereditarj e perpetui della santa sede, per ciò portando nelle solennità mitra, anello, sandali, dalmatica, pastorale[101]. Morto poi Guglielmo II duca di Puglia, anche il dominio di qua dal Faro restò a Ruggero (1127), che così possedeva tutto quel che fu poi regno di Napoli.

Onorio II vide lesa la sua superiorità nel fare un tanto acquisto senza sua adesione, ben conoscendo come il gran conte dominando la Sicilia, la Puglia, la Calabria, avrebbe dettalo la legge a Roma. E perchè quegli assalì Benevento, città pontifizia, Onorio lo scomunicò, e mosse contro di esso in armi, dando perfino indulgenza plenaria a chi perisse in quella guerra. I principali conti assecondarono il pontefice; ma Ruggero, venuto di Sicilia con buon esercito, prese le città primarie; e il papa, che vedeva ogni giorno diminuirsi le sue truppe, s’accontentò d’investirlo della Puglia e Calabria. Non andò troppo sottigliando sui diritti l’antipapa Anacleto, e bisognoso di fautori, a Ruggero consentì il titolo di re di Sicilia, l’investitura della Puglia, Calabria, Salerno, e la supremazia sul ducato di Napoli e il principato di Capua; in Palermo fu celebrata la pomposa coronazione, e restò costituito il regno delle Due Sicilie, terminando le antiche repubbliche nel mezzodì, quando nel settentrione d’Italia sbocciavano le nuove.

I baroni e conti, fin allora tutti pari di potenza, mal soffersero di vedersi imposto un superiore; e Roberto dovette star sempre coll’armi in pugno, e con ferro, fuoco, prigioni soffogando le rinascenti rivolte, cagionò guasti non minori di quelli de’ Musulmani. Anche Amalfi fu costretta demolire le fortificazioni e a lui sottoporsi. Roberto principe di Capua, primo tra i baroni normanni e che intitolavasi per la grazia di Dio, vedendosi rapita l’indipendenza, si unì coi signori che voleano difenderla e collo straticò di Napoli. Soccombuto, andò invocare soccorsi dai Pisani, ma Ruggero colla flotta di Sicilia e della soggiogata Amalfi assalì Napoli, il cui straticò seppe resistere all’armi e alla fame.

Tanta possa di Ruggero ingelosiva e gl’imperatori d’Oriente, già altre volte minacciati dai Normanni; e Lotario, a cui esclamavano i tanti oppressi da Ruggero; e più Innocenzo, che vedea sempre peggio rimossa la speranza di ricuperare la sua sede. Lotario, spinto dalle preghiere di Roberto di Capua, ed esortato da san Bernardo a toglier via lo scisma (1137), mosse contro Ruggero, allargò Napoli, rimise Roberto in Capua, sicchè Ruggero, perdute tutte le terre di qua del Faro, dovette ricoverare in Sicilia. I Pisani, vedendo il bel destro di vendicarsi dell’antica emula, con ben cento navi assalirono Amalfi, e costrettala a cedere, vi esercitarono fieramente i diritti della vittoria. Da quel punto (1157) Amalfi più non contò, sebbene le forme repubblicane conservasse internamente fin quando nel 1350 i re di Napoli le abolirono. I suoi banchi in Levante restarono deserti, od occupati da più felici successori; a’ suoi porti non concorsero più se non i devoti a visitare il corpo di sant’Andrea, che il cardinale Capuano rapì alla chiesa di Costantinopoli nel 1207, e che stillava manna. Chi oggi, andando a interrogare i tanti problemi della storia nazionale, visita la patria di Flavio Gioja e di Masaniello sulla deliziosa riva dove il mare frange tra Napoli e Salerno, sentesi stringere il cuore ai pochi e luridi abituri sopravanzati colà dove sorgeva l’antica legislatrice del Mediterraneo; e sedendo pensoso su qualche barca pescareccia nel porto a cui affluivano le ricchezze d’Oriente, invece dell’operoso tumulto di ottantamila abitanti, non vede che l’abbandonata negligenza di pochi pescatori, non ode che il gemito de’ limosinanti.

Era quello il momento di mettere al nulla il dominio de’ Normanni se, al solito, non fossero entrate contestazioni tra i federati. Alla presa di Salerno i Pisani recaronsi a dispetto che l’imperatore segnasse la capitolazione senza loro intervento: poi il papa pretendeva quella città appartenesse a lui, e volendo sminuzzare il dominio coll’eleggere un nuovo duca di Puglia, disputavasi a chi toccasse dargli l’investitura; alfine conchiusero gliela conferirebbero e il papa e l’imperatore, tenendo entrambi il gonfalone. Altre controversie nacquero per Montecassino: ma pure rappattumati, Innocenzo e Lotario ripresero la via di Roma, ove il papa coll’armi imperiali potè rientrare. Lotario, devastata l’Italia nell’andata e nel ritorno, se ne partiva con poca gloria e meno frutto, allorchè morì (5 xbre) vicin di Trento: uom prode e d’onore, amico del retto, ma non robusto quanto ai tempi occorreva.

Ruggero, che aveva aspettato il consueto scomporsi dell’esercito imperiale, tornò bentosto, riprese la città senza dare ascolto a san Bernardo, venuto consigliatore di pace: anzi pretese erigersi arbitro fra Innocenzo e l’antipapa Anacleto; e morto questo, ne nominò un altro (1138) in Vittore IV. Però Bernardo tanto fece, che menò l’antipapa a’ piedi d’Innocenzo, al quale pure si sottomisero i dissidenti. Ed egli raccolse in Laterano l’XI concilio ecumenico (1139) con duemila prelati, ai quali disse: — Voi sapete che Roma è capitale del mondo; che le dignità ecclesiastiche si ricevono per concessione del sommo pontefice, siccome feudo; nè senza di ciò possono legittimamente possedersi».

Ivi scomunicò Ruggero, poi in persona mosse con buone armi, disposto a guerreggiarlo se non accettasse le proposizioni di pace. Rejette queste, attaccò il pertinace, ma incontrò sfortuna eguale al suo predecessore Leone IX, e come lui ne trasse profitto: perocchè, caduto prigione con molti cardinali, vide il suo vincitore gittarsegli a’ piedi e domandargli perdono dell’averlo vinto; laonde egli conchiuse pace con Ruggero, rinnovandogli l’investitura già avuta dall’antipapa, purchè prestasse alla romana Chiesa l’omaggio e seicento schifati d’oro ogn’anno[102]. Nel titolo restava eccettuato Salerno, sul cui principato i papi ebbero sempre pretensioni; ma erano comprese Capua, tolta al perseverante Roberto, e Napoli colle sue dipendenze, la quale, avendo perduto in battaglia il duca, accettò di sottomettersi al nuovo re.

Di qui restò confermato l’alto dominio della santa sede, già da essa acquistato mezzo secolo prima, sopra il Reame. Ruggero da nuove vittorie, da bandi e confische cercò una legittimazione, che al secolo nostro garba meglio che non la benedizione papale.

A re Lotario in Germania parea dovesse succedere il guelfo Enrico, ma prevalse Corrado di Franconia, che, abdicata la corona italica, poco dopo andò crociato (1147) con settantamila cavalieri e innumerevoli fanti, pochi de’ quali dopo orribili patimenti lo accompagnarono al ritorno. Nella sua lunga assenza, i Comuni presero incremento in Italia; e sotto diverse sembianze ma in ogni parte appariva la libertà, e manifestavasi nel cozzarsi di Venezia con Ravenna, di Pisa e Firenze con Lucca, di Vicenza con Treviso, di Fano con Pésaro, Fossombrone, Sinigaglia, di Verona con Padova perchè avea stornato il letto dell’Adige; di Modena con Bologna perchè a questa erasi data la badia di Nonantola; di Cremona e Pavia con Milano, che già non paga della libertà, voleva anche dominio sulle città del contorno. Mal sostenuti dal potere imperiale, i baroni soccombevano agli sforzi de’ Comuni, che venivano estendendo l’eguaglianza popolare; sicchè questa prevalse anche in Toscana. Firenze, Siena, Pistoja, Arezzo primeggiavano sui Comuni e sui dinasti limitrofi; e, secondo una lettera di Pietro abate di Cluny a re Ruggero, «miserabile era l’aspetto della Toscana, confondendosi le cose umane e le divine; città, castelli, borgate, ville, strade pubbliche, fin le chiese erano esposte a omicidj, sacrilegi, rapine; pellegrini, cherici, monaci, abati, preti, vescovi, patriarchi v’erano presi, spogliati, battuti, uccisi»[103]. I principi normanni reprimevano a mezzodì il movimento repubblicano; ma non che favorissero gl’imperatori, stavano in sospetto delle antiche pretensioni che potessero addurre contro il recente loro dominio.

In ogni parte la podestà imperiale era dunque in calo: nè prosperava la pontifizia, alla quale nuovo genere di sfide recò Arnaldo da Brescia. Educatosi in Francia alla scuola di Abelardo, libero pensatore, più rinomato per gli amori e le sventure sue che per l’ardimento del suo eclettismo, Arnaldo fu prima guerriero, poi monaco, e cominciò a propagare in Italia le dubitanti e negative idee del suo maestro, e censurare la depravazione del clero. Bel parlatore, e ascoltato avidamente com’è sempre chi esercita la maldicenza, prese a battere la potenza ecclesiastica; repugnare al buon diritto che il clero possedesse beni, e regalie i vescovi, mentre avrebbero dovuto vivere all’apostolica di decime e di oblazioni, restituendo i possessi al principe cui appartenevano[104]; e in ciò metteva convinzione ed entusiasmo maggiore che non que’ novatori, i quali più tardi sull’orme sue vennero a scassinare col ragionamento il regime cristiano dello Stato e della Chiesa. Paragonava egli i Governi d’allora colle antiche repubbliche, sogno o delirio perpetuo degl’Italiani, che allora veniva infervorato dai rinnovati studj classici de’ giureconsulti. Volentieri lo ascoltavano i laici, che tenendo feudalmente privilegi dai vescovi, bramavano rendersene indipendenti; e i Politici, come si chiamavano i suoi fazionieri, crescendo più sempre di numero, scotevansi risolutamente dall’obbedienza del papa.

Era questo venuto in ira anche ai popolani perchè, essendosi rivoltati i cittadini di Tivoli e avendo sconfitto in malo modo i Romani, esso gli assalì da vero, e coll’assedio li costrinse a capitolare, ma non sterminò le vite e le mura loro. Imprecando dunque a tale benignità col solito titolo di tradimento, i Romani traggono tumultuosi al Campidoglio (1141), e come pegno della rinnovata repubblica rintegrano il senato di cinquantasei membri, e in nome di questo e del popolo romano intimano guerra ai vicini. Innocenzo morì prima di poterli domare (1143); e Celestino II, succedutogli per pochi mesi, tolse a perseguitare Arnaldo, benchè già amico suo, e che, mal sorretto dalla volubile aura vulgare, fuggì a Zurigo, prevenendo Zuinglio nel predicare contro la Chiesa, poi in Francia, in Germania, inseguito dappertutto dall’occhio e dalla voce di san Bernardo.

Le famiglie primarie dei Pierleoni e dei Frangipani, fin allora nemiche, si mettono d’accordo per umiliare la fazione democratica e svellere l’ordine repubblicano: ma i popolani, guidati dalla nobiltà inferiore, invocano l’immediata sovranità dell’imperatore, qual soleva ai tempi di Roma antica. Lucio II papa (1144), che in processione armata marciava al Campidoglio per isnidare i nuovi magistrati, è respinto a sassi, così che ne muore. Imbaldanzì la fazione avversa, e a fatica si potè nominare Eugenio III discepolo di san Bernardo (1145), il quale, per non dovere a forza riconoscere il senato, fuggì di Roma. Arnaldo soldò duemila Svizzeri, e questa forza mercenaria condusse a raffermare la magistratura repubblicana del Campidoglio. Proponevasi egli istituire un ordine equestre, medio tra il popolo ed il senato, ristabilire i consoli e i tribuni, insomma con una pedantesca e intempestiva restaurazione del passato ingrandire l’autorità imperiale, mentre il papa restringeva ai soli giudizj ecclesiastici.

Il vulgo è facile a credere che cogli antichi nomi ritornino le antiche grandezze; e coll’entusiasmo dell’applauso accoppiando al solito l’entusiasmo del furore, abbatte le torri e i palazzi dei nobili avversi e de’ cardinali, non senza ferirne alcuni, abolisce la dignità di prefetto di Roma per nominare patrizio Giordano, fratello d’Anacleto antipapa, ed obbliga tutti a prestargli giuramento. Eugenio, tentata invano la riconciliazione, scomunicò costui; poi, unite le sue forze con quelle di Tivoli, costrinse a tornare all’obbedienza, e fu accolto con tante feste, con quante n’era stato escluso[105]. Breve trionfo: e ben tosto costretto uscirne di nuovo, passò in Francia a sollecitar la crociata; mentre i repubblicani chiamavano Corrado III, vantando non avere operato ad altro fine che per restituire l’Impero nella grandezza che aveva sotto Costantino e Giustiniano, e perchè egli ricuperasse tutti gli onori che gli competevano e gli erano stati usurpati; avere perciò demolito le fortezze dei prepotenti; venisse in persona a compier l’opera, collocare sua sede in Roma, e abbattere i Normanni fautori del papa[106].

L’imperatore, mal fidandosi a quel popolo leggero, provvide di truppe il pontefice; che con queste e con altre di Francia piantossi a Tusculo, e da quei terrieri e dai Normanni sostenuto, potè rinnovare i patti col popolo, lasciandogli il senato, ma nominando egli stesso un prefetto, giusta la prisca consuetudine. Però se il popolo voleva conformare lo statuto ai concetti di Arnaldo e della storia, senza sgomentarsi delle idee classiche sopra l’illimitata autorità del principe, l’alta nobiltà desiderava mantenere la condizione feudale, impedendo e ai papi di dominare e al popolo di emanciparsi. Continuò la repubblica sotto Anastasio IV; ma Adriano IV inglese (1153-54), avendo la plebe assassinato il cardinale di Santa Pudenziana, diede lo straordinario esempio di interdire la capitale del cristianesimo finchè Arnaldo non fosse espulso. Il popolo sgomentato, massime che s’avvicinava la pasqua, cacciò Arnaldo, che rifuggì presso un conte di Campania.

Anche Ruggero, che teneva carezzati i pontefici sol in quanto gli giovavano, poco avea tardato a venire in nuova rotta con essi, ne devastò le terre, guerreggiò e depredò Montecassino. Guerra più gloriosa recò ai Barbareschi d’Africa, assalendo Tripoli nido di corsari, Bona, Tunisi, e menandone schiave le donne in Sicilia. Gl’imperatori d’Oriente non cessavano di credere usurpati a sè i possessi de’ Normanni, e li molestavano; onde Ruggero mandò un’armata verso l’Epiro, prese Corfù, Cefalonia, Corinto, Negroponte, Atene, asportandone immense ricchezze e persone da ripopolarne la Sicilia, ma specialmente operaj di seta. L’imperatore bisantino, cognato di Corrado III, sollecitava questo a venire in Italia e rintuzzare il baldanzoso Normanno; intanto egli medesimo faceva grosse armi, e col soccorso de’ Veneziani assalse Corfù; ma Ruggero ardì spingersi a Costantinopoli, gettando razzi incendiarj contro il palazzo imperiale. Pure Corfù gli venne tolta, e la sua flotta battuta dalla veneta e genovese.

Corrado accingevasi a calare in Italia per la corona, e insieme per guerreggiare Ruggero (1152), quando morì a Bamberga, si volle dire avvelenato da medici della famosa scuola di Salerno, ch’erano rifuggiti a lui fingendo paura di Ruggero.

CAPITOLO LXXXIV. Federico Barbarossa.

Federico di Buren, feudatario della Svevia, che oggi diciamo Baviera, Baden, Würtenberg, a poche miglia da Goeppingen fabbricò s’un’altura un casale, detto perciò Hohenstaufen, donde trasse il titolo la sua famiglia. Quanto coraggioso, tanto fu leale verso l’imperatore Enrico IV, che in compenso gli diede il ducato di Svevia e la mano di sua figlia Agnese. Morendo vecchissimo, lasciò due figli, Federico e Corrado, il primo de’ quali fu investito da Enrico V de’ feudi paterni, l’altro della Franconia (1137), e fu anche coronato re d’Italia dai Milanesi (pag. 90), ed eletto imperatore da alcuni, poi da tutti alla morte di Lotario di Sassonia. Morendo lasciò un figliuolo, ma conoscendo non esser tempi da fanciulli, raccomandò un figlio di suo fratello, Federico di nome, di soprannome Barbarossa. Alla dieta di Francoforte, dai principi dell’Impero e da molti baroni di Lombardia, di Toscana e d’altri paesi italici eletto re (1152), coronato in Aquisgrana, mandò ad Eugenio III e all’Italia notificando la sua elezione, che fu generalmente aggradita, anche nella speranza ch’egli riconciliasse Guelfi e Ghibellini, giacchè, capo di questi pel padre, per madre era nipote di Guelfo di Baviera, capo degli altri.

Sul fiore dei trent’anni, già era famoso nelle battaglie, ne’ tornei, nelle crociate; saldo d’animo e di corpo, pronto d’ingegno, di memoria prodigiosa, dolce nel favellare, semplice nei costumi, paragone di castità, provvido ne’ consigli, valentissimo in opere di guerra, dai Tedeschi vien noverato fra i principi più insigni; certo fu de’ più robusti caratteri del medioevo; proteggeva i poeti e verseggiava egli stesso, sapeva di latino e di storia, e volle che dal cugino Ottone vescovo di Frisinga fossero scritte le sue geste[107]. Offuscava tante doti coll’ambizione e l’avarizia, o almeno così qualificarono gl’italiani il suo desiderio di ristabilire qui la regia prerogativa, e d’ottenerne i mezzi, cioè il denaro. Certamente a una profonda idea del dovere come egli lo intendeva, sagrificava interessi, sentimenti, pietà; e dovere supremo pareagli il rintegrare l’autorità imperiale, come tipi di questa togliendo Costantino e Giustiniano nell’aspetto ch’erano presentati dalla risorta giurisprudenza romana; e le idee sistematiche proseguiva coll’ostinatezza propria della sua nazione. Di qui le città, acquistato vigore, meno docili si manifestavano; di là la Chiesa aveva dimostrato la sua indipendenza, almeno in diritto; i baroni si tenevano in armi per assicurarsi la supremazia territoriale; e Federico si propose di frangere tutti questi ostacoli col riformare il sistema ecclesiastico e il feudale, e abolire i Comuni.

Coronato appena, ecco deputati del pontefice a pregarlo di soccorsi contro i Romani rivoltosi; ecco Roberto di Capua invocare d’essere rimesso nel principato, toltogli dal re di Sicilia; ecco cittadini di Como e di Lodi, che, trovandosi colà per traffici, senza missione delle proprie città se gli buttano ai piedi, cospersi di cenere e con croci alla mano, implorando riparazione, e vendetta delle loro patrie soccombute ai Milanesi.

Diedero pel talento a Federico queste occasioni di assumere aspetto di vindice dei deboli, cui potrebbe poi a sua volta regolare; mentre alleandosi coi forti, non avrebbe fatto che crescere a questi la baldanza. I Lodigiani stavano talmente allibiti, che invece di saper grado a quei loro concittadini, li caricarono d’ingiurie; a Sicherio, che il Barbarossa spediva con lettere di rimprovero ai Milanesi, non osarono fare accoglienze: di pessime poi n’ebbe costui allorchè le presentò ai Milanesi, che le calpestarono urlando; e fu gran che s’egli potè uscire dalle lor mani e camparsi in Germania. Dello smacco s’inviperì Federico; e i Lodigiani vollero mansuefarlo collo spedirgli una chiave d’oro, e raccomandarsegli caldamente; anche Cremona e Pavia gli inviarono grossi regali; Milano pure ravveduta il donò d’una coppa d’oro piena di denaro: omaggi di paura, e i re li credono d’amore.

Pubblicato l’eribanno, Federico coll’esercito feudale mosse verso l’Italia, perocchè la potenza e il primato di questi imperatori non valeano se non discendendo in persona. Per via raccoglievano dai feudatarj immediati il donativo, il foraggio e la tangente di milizie; mandavano ad esigere dalle città le dovute regalie; e poichè reprimevano coll’armi i contumaci, il loro viaggio era segnato da devastazioni. All’arrivo del re rimaneva sospesa la giurisdizione dei magistrati feudali, ed egli in persona rendeva giustizia, e ascoltava in appello chiunque si credesse gravato dal proprio signore o inesaudito. Altrettanto avveniva nelle città; le quali pertanto consideravano come di gran conto il privilegio che non entrassero nelle loro mura i re, i quali, quanto vi stavano, erano despoti; iti che se ne fossero, tornava ognuno a fare il proprio talento[108].

A questa forma calossi il Barbarossa, e truppe non minori delle sue gli menava Enrico il Leone, de’ Guelfi d’Este. A questa famiglia l’imperatore avea dato l’investitura della marca di Toscana, del ducato di Spoleto, del principato di Sardegna, e dei beni allodiali della contessa Matilde; ed Enrico, gran prode, possedendo i ducati di Sassonia e Baviera, acquistata Lubecca, avuto il diritto di erigere vescovadi di là dall’Elba, e adopratosi a sottoporre gli Slavi, era riuscito de’ più potenti di Germania, nè inferiore al Barbarossa se non perchè gli mancava la corona.

Convocati i baroni nel solito piano di Roncaglia (1154), minacciando spossessare del feudo chi non intervenisse, Federico vi ricevette pure i consoli delle varie città che gli giurarono fede. Ottone vescovo, suo storiografo, tuttochè nemico, ammirava i popoli d’Italia, i quali nulla ritenevano della barbarica rozzezza longobarda, ma nei costumi e nel linguaggio mostravano la pulitezza e leggiadria degli antichi Romani. Gelosi di loro libertà (prosegue egli), non soffrono il governo di un solo, ma eleggono dei consoli fra i tre ordini de’ capitanei, valvassori e plebei, di modo che nessun ordine soperchii l’altro, e li mutano ogn’anno. Per popolare le città costringono i nobili e signorotti di ciascuna diocesi, comunque baroni immediati, a sottomettersi alle città, e starvi a dimora. Nella milizia poi e ne’ pubblici impieghi ammettono persino i meccanici e i braccianti; per le quali arti esse città superano in ricchezza e potenza tutte quelle d’oltr’Alpi. Da ciò derivano la superbia, il poco rispetto ai re, il vederli malvolentieri in Italia, e non obbedirli se non costretti dalla forza[109].

Federico incominciò ad unir le sue truppe con quelle del cugino Guglielmo marchese di Monferrato, uno dei pochi che conservava la feudale potenza, malgrado le città[110]; e gli diè mano ad assalire e disfare i liberi Comuni di Asti e Chieri.

I Milanesi, avuto sentore dei mali uffizj fatti dai Pavesi, gli avevano assaltati senza pietà: e l’imperatore, ben vedendo che, se avesse parteggiato coi Milanesi, questi monterebbero in tal forza da più non obbedirlo[111], si chiarì pei Pavesi, nella loro città prese il diadema regio, mandò guastare il territorio de’ Milanesi, e quanti ne colse attaccò alle code de’ cavalli; soddisfece all’ira dei Pavesi col mettere a sterminio Tortona dopo robusta resistenza; bruciò Rosate, Galliate, Trecate, Momo, colle fiere esecuzioni sperando incutere spavento e distorre dal resistergli. A tacere la crudeltà, fu improvvido questo baloccarsi in fazioni parziali, invece di difilare sopra Milano. Nè per allora fece altro che sgomentare; poi mosse su Roma[112].

Ivi durava la repubblica proclamata da Arnaldo da Brescia; e i novatori, ridotto il papa alla Città Leonina, gl’intimarono rinunziasse ad ogni podestà temporale, accontentandosi del regno che non è di questo mondo: ma Adriano IV repulsava quelle domande. Al venir dunque dell’imperatore, tutti gli animi stavano sospesi. Ajuterebbe egli i repubblicani per umiliare il papa, antico avversario dell’impero? o vorrebbe reprimere questo slancio della gran città verso la forma sempre prediletta in Italia, e che annichilava la prerogativa imperiale? Federico non tardò a chiarirsi: dal conte di Campania, a cui erasi rifuggito, richiese Arnaldo, e lo consegnò (1155) al prefetto imperiale della città; e Roma, dalle tre lunghe vie che sboccano in piazza Popolo, potè vedere il rogo su cui l’eretico e ribelle era bruciato[113].

Non atterriti dal supplizio di Arnaldo (1155), i cittadini vollero patteggiare con Federico prima di riceverlo in città; ed i senatori, scesi dal Campidoglio a prestargli il giuramento, sciorinarongli una diceria sulle antiche glorie romane, e sull’onore che gli facevano accettando cittadino lui straniero e cercandolo oltr’Alpi per farlo imperatore; giurasse osservar le leggi, e mantener la costituzione della città e difenderla contro i Barbari; per le spese pagherebbe cinquemila libbre.

Di frasi retoriche i nostri furono sempre vaghi; ma il Tedesco positivo ai vanti postumi oppose la presente umiliazione; lui esser loro re, perchè Carlo e Ottone Magni gli avevano colle armi soggiogati, nè dovere i sudditi imporre legge al sovrano, bensì questo a quelli[114]: e mandò dietro loro un migliajo di cavalieri, che occuparono Castel Sant’Angelo e la Città Leonina. Colà fu coronato dal papa (18 giug), e si piegò alla rituale consuetudine di tenergli la staffa. I Romani, ch’erano stati esclusi da quella cerimonia e costretti a rimanere sull’altra riva del Tevere, levano rumore, e dalle grida passando ai fatti cominciano un’abbaruffata, ove molti cittadini rimangono uccisi, ma anche non pochi Tedeschi: gli altri al domani, per manco di viveri, dovettero abbandonare la città.

Tale era omai il solito accompagnamento della tedesca coronazione. Poi le febbri romane, come spesso, fecero giustizia contro la pioggia di ferro che la Germania versava sull’Italia[115]; e spirando il termine prefisso ai vassalli per militare, il Barbarossa dovette risolversi al ritorno. Non avea dunque abolito la repubblica romana, non francheggiato le pretensioni sue sovra la Puglia. Il re di Sicilia, avuto nelle mani Roberto di Capua, lo fe accecare, poi sepellire in carcere; e prese o battè gli altri baroni che avevano levato il capo fidando in Federico, il quale si volse indietro, ancora squarciando città. I Lombardi, rincoraggiati al vederlo in ritirata, lo bersagliarono con insistenza, e massime i Veronesi con tronchi abbandonati alla corrente arietarono il ponte di barche, per cui l’esercito tragittava l’Adige: poi nell’angusta valle di questo fiume il cavaliere Alberico di Verona lo molestò con pietre, e pretendeva da esso re ottocento libbre d’argento, e una corazza e un cavallo per ogni cavaliere tedesco, se volesse liberamente passare; ma il palatino Ottone di Wittelsbach lo snidò dalle alture. Federico, tornato in Germania, della sua spedizione diede ragguaglio allo storico con una lettera che si conserva, dove alla sconfitta trova le solite scuse, quand’anche non la maschera sotto una sicurezza minacciosa.

Come una molla al cessare della compressione, i Milanesi rialzano la testa; raddoppiano lamenti i tanti cui egli avea tolto la patria; per dispetto si vuol disfare ogni fatto di lui. Dugento cavalieri e dugento fanti di due quartieri di Milano vanno a riporre Tortona, che per loro amore si era sagrificata, e le consegnano la tromba da convocare il popolo, la bandiera, e un sigillo collo stemma delle due città, in segno d’unione. Lanciansi poi contro chi stava al segno dell’imperatore: ma i Pavesi li sbaragliano, assalgono la città, e v’entrano anche con due bandiere; alfine son ridotti a umilianti condizioni, battuta Novara, spianato Vigevano, presi venti castelli del Luganese e i fortissimi di Chiasso e Stabbio, sfasciata di nuovo Como, punita Cremona e i marchesi di Monferrato. Anche i Bresciani ruppero guerra ai Bergamaschi, e nell’infausta giornata di Palusco tolsero loro, con molti prigionieri, il gonfalone, che poi spiegavano ogni anno nella chiesa de’ Santi Faustino e Giovita. Devastazioni fraterne punivano le devastazioni straniere.

Il lamento de’ soccombenti arrivò di là dall’Alpi, e Federico struggevasi di riparare la vergogna e il danno. Anco assai gli coceva che il papa, senza sua partecipazione, avesse conferito il titolo di re della Puglia a Guglielmo figlio di Ruggero: onde moltiplicò querele, e proibì agli ecclesiastici de’ suoi Stati di volgersi a Roma per collazione di benefizj nè per qual si fosse motivo.

Federico non fondavasi più soltanto sul brutale diritto delle spade, ma era circondato di leggisti, i quali, gonfi d’una scienza nuova, proponevansi d’imitare gli antichi giureconsulti non solo collo zelare le prerogative imperiali, ma col cavillar le parole e sottigliare sulle interpretazioni. Avendo i Tedeschi arrestato un vescovo, il papa diresse all’imperatore un richiamo, ove diceva tra le altre cose: — Noi ti abbiamo concesso la corona imperiale, nè avremmo esitato ad accordarti benefizj maggiori, se di maggiori ne poteano essere». Colla sofisteria di chi vuole azzeccar litigi, i legulej di Federico pretesero il papa con ciò indicasse che l’Impero fosse benefizio, vale dire feudo e dipendenza della Chiesa. Se ne levò dunque un rumor grande, e trattandosene nella dieta di Besanzone, invelenì la contesa il cardinale legato Rolando Bandinelli esclamando: — Ma se l’imperatore non tiene l’Impero dal papa, e da chi dunque?»

Pretensione siffatta era tutt’altro che nuova nel diritto pubblico d’allora; ma Ottone di Wittelsbach, che portava la spada dell’Impero, lanciolla per trapassare il legato, che a fatica si salvò, e che ebbe ordine di andarsene senza vedere convento o vescovo per via. L’imperatore diede straordinaria pubblicità all’incidente per eccitare l’indignazione tedesca contro le tracotanze papali: se non che Adriano dichiarò aver usata la parola benefizio non per feudo, ma nel senso scritturale; nè altrimenti poterla intendere chi avesse fior d’intelletto[116].

Importava a Federico di venir prontamente a farla finita con questi Comuni italiani, che ormai si risolvevano in repubbliche. Perciò la cavalleria (che tale era principalmente la truppa feudale) d’Austria, Carintia, Svevia, Borgogna e Sassonia scende divisa per le tre vie del Friuli, di Chiavenna e del San Gotardo; l’imperatore medesimo conduce per val d’Adige il fiore de’ militi romani, franchi, bavaresi, con Vladislao re di Boemia, e conti e duchi e vescovi assai; e giunto sul territorio milanese (1158), proclama la pace del principe. Consisteva questa in regolamenti di militare disciplina, diretti a reprimere e punire legalmente le ingiurie, affine di prevenire le private battaglie, delle quali durava sempre il diritto. A tal uopo si prefiggevano pene proporzionate agl’insulti che fossero provati da due testimonj, cioè, secondo i casi, la confisca dell’equipaggio, le sferzate, il taglio de’ capelli, il marchio rovente sulla mascella; per gli omicidj poi la morte: che se mancassero testimonj, doveasi ricorrere al duello; e se si trattasse di servi, alla prova del ferro rovente. A protezione del commercio si statuì che il soldato il quale spogliò il mercante, renda il doppio, se pur non giuri non conosceva la condizione del derubato. Chi abbrucia una casa, sia battuto, tosato e bollato. Chi trova vino sel prenda, ma non rompa i dogli, nè tolga i cerchi alle botti. Un castello espugnato saccheggino a voglia loro, ma non lo abbrucino senz’ordine. Se un Tedesco ferisca un Italiano il quale possa provare con due testimonj d’aver giurato la pace, sia punito[117]. Diritto di guerra violento; ma pure tanto quanto assicurava le persone.

Allora Federico comincia le ostilità contro Brescia (1158), e quantunque «ricca d’onor, di ferro e di coraggio», ne guasta i deliziosi contorni finchè la costringe ad arrendersi: passata l’Adda a Cassano, preso il castel di Trezzo, rifabbrica Lodi-nuovo sull’Adda alquanto lungi dal luogo ove Pompeo avea posto il vecchio[118]. Riedifica anche Como, e ad un suo fedele dà a custodire quel castel Baradello[119]; e spedisce colà il boemo Vladislao perchè rimetta i Comaschi in concordia coi Cremaschi e cogli isolani del lago, gente ricca, forte, bellicosa, avvezza al corseggiare, e che repugnò da ogni accordo finchè l’imperatore non vi andò in persona[120]. Isolati così i Milanesi, s’accinse a combatterli, convocando all’oste tutti i popoli di questo regno. E vennero armati da Parma, Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio, Modena, Brescia, ed altri di Toscana, sommando a quindicimila cavalli, oltre innumerevole fanteria[121]; e con questi piomba sopra Milano.

Questa città, oltre rifare i ponti rotti sull’Adda e sul Ticino, e rialzare i castelli e le borgate sue amiche, erasi preparata di fosse e di mura, spendendo cinquantamila marchi d’argento puro[122]: valorosamente si difese, ma tanta turba dalla campagna e dalle circostanti borgate vi s’era rifuggita, che presto si trovò ridotta a dura fame, e alla conseguente epidemia. Accettò dunque la mediazione del conte di Biandrate, mercè del quale ebbe dall’imperatore patti da vinta ma pur libera potenza: rendesse la franchezza a Como e Lodi; fabbricasse all’imperatore un palazzo; pagasse novemila marchi d’argento, cioè circa mezzo milione; rinunziasse alle regalie usurpate, come la zecca e le gabelle; eleggesse da sè i proprj consoli, ma questi giurassero fedeltà all’imperatore, il quale nella città non entrerebbe coll’esercito. I nobili a piè scalzi e con le spade ignude, il clero colle reliquie dei santi, il popolo con soghe al collo, vennero a giurare obbedienza a Federico, a cui furono dati cento ostaggi per ciascuno dei tre ordini de’ capitanei, de’ valvassori e de’ plebei: e la bandiera imperiale sventolò sulla torre della metropolitana di Milano[123].

Coll’umiliazione della principale città di Lombardia sgomentate le altre, da tutte ebbe ostaggi, e da Ferrara li tolse per forza: e approfittando di quel terrore, intimò una dieta in Roncaglia per definire le regie prerogative. Le città (quante volte lo ripetemmo?) non pretendevansi immuni dalla dipendenza verso l’imperatore, nè questo credeva che la corona gli conferisse pieno arbitrio, come potrebbero chiedere i re del secol nostro, non aventi nè patto coi popoli, nè rispetto a moralità superiore. Ma perchè i reciproci doveri venivano diversamente apprezzati in Germania e in Italia, ne nascevano perpetue controversie. I Tedeschi, deducendo la loro costituzione dalle consuetudini germaniche, non vedevano nel re se non l’eletto dai capi del popolo, primo tra i pari; in Italia, le città volevano tenersi verso l’imperatore soltanto in una dipendenza feudale, come a caposignore, e come all’unto dal pontefice: ma i ridesti studj della storia e della giurisprudenza romana abituavano gli eruditi ad ampliare la podestà, guardandolo come successore di quei Cesari, la cui volontà era unica legge a Roma antica. Federico amava, come dicemmo, ritemprare coi testi le sue spade, e alla dieta invitò Bùlgaro, Martin Gossia, Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana, cima de’ giureconsulti d’allora, insieme con due deputati di ciascuna delle quattordici repubbliche, perchè determinassero in che consistevano le regalie. Ma da che la giurisdizione di conte divenne ereditaria, consoli e scabini non erano stati più nominati dagl’imperatori; e ciascuno di questi re che calò in Italia, fece diversa stima dei proprj diritti, a norma della propria forza; laonde dalle consuetudini non si poteva nulla dedurre. Si ricorse dunque al diritto romano; e nel sentimento di questo, e con parole vecchie onestando la tirannia nuova, i giureconsulti definirono che competeano all’imperatore tutte le regalie, compresi i ducati, marchesati, contadi, la moneta, il fodro, ossia diritto d’essere nodrito e albergato dai vassalli e dalle città quando soggiornava in Italia; e così i ponti, i mulini, l’uso de’ fiumi, la capitazione, il far guerra e pace, e il nominare i consoli e i giudici, il popolo non avendo che a prestarvi l’assenso; di modo che gl’investiti dovettero rassegnarli all’imperatore, se pur non avessero a mostrare i titoli del possesso. I conti e i vescovi, che dal costituirsi dei Comuni erano stati sbalzati di dominio, applaudivano a queste esuberanti pretensioni, sperando trarne a sè alcuna particella; e l’arcivescovo di Milano, colla scienza appoggiando la servilità, gli diceva: — State ben fermo, poichè trovasi scritto che la volontà del principe fa legge, attesochè il popolo gli concesse ogni imperio e podestà»[124]. Le città poi quale eccezione potevano contraporre sopra un fatto che mai non era sussistito, e sopra diritti sostenuti da un forte esercito? onde fremevano nel veder l’imperatore, da sovrano feudale, mutarsi in assoluto padrone d’Italia.

I Genovesi erano venuti alla dieta non per isporgere querele o ricevere ordini, ma come indipendenti, per far mostra e regalo di lioni, struzzi, papagalli e dei prodotti dell’Oriente; e furono i primi a protestare contro quel lodo; e ne spacciarono avviso alla patria, la quale subito con vivissimo ardore si rifece di mura, lavorandovi uomini e donne, e l’arcivescovo Siro dandovi il valore de’ proprj arredi; e (fatto nuovo) soldò truppe a difesa. Chi vuol pace prepara la guerra; e di fatto Federico calò con essa a patti, assentendole di eleggere i proprj consoli, i quali potessero chiamare all’armi tutti gli abitanti della riviera da Monaco sin a Portovenere; la privilegiò del commercio in ogni luogo a mare, neppur eccettuata Venezia; esenzione da imposte e servizj militari e da regalie, sol che pagasse milleducento marchi.

Federico aveva in quella dieta proibito di lasciare feudi alle chiese; poi, sempre mal vôlto a papa Adriano, volle rammemorargli l’apostolica umiltà; e poichè la cancelleria romana trattava seco col tu solenne, ordinò facesse altrettanto la sua col papa, e nelle soscrizioni il nome se ne posponesse a quello di lui imperatore: asseriva ancora che il patrimonio papale rilevava dall’Impero, e pretendeva di mandare a Roma ad amministrare la giustizia, e di alloggiare i proprj nunzj ne’ palazzi vescovili. Il senato romano al solito favoriva le pretensioni di Federico, sicchè il papa scontento intendevasi colle città lombarde, e preparava forse la scomunica contro il prepotente.

Il quale, dichiarato unico depositario del potere legislativo e giudiziale, deputa in ogni paese suoi magistrati, che furono detti podestà perchè esercitavano i regj poteri e giurisdizione in molte cause. Questo e le leggi sulla pace pubblica e il divieto delle guerre private non urterebbero punto colle idee d’oggi; ma secondo i privilegi d’allora, stabiliti meglio che sulla carta, erano un grave attentato alla libertà e all’indipendenza comunale: onde i Milanesi, a cui nella capitolazione aveva garantito magistrati proprj, e a cui, in onta di quella, avea sottratte non solo Como e Lodi, ma Monza e il Seprio e la Martesana, capirono ch’e’ non tenevasi obbligato a convenzioni fatte coi sudditi, e fremendo insorgono (1159); accolgono a sassate i messi regj venuti per attuare i decreti di Roncaglia, gridando Fora fora, Mora mora; cacciano la guarnigione dal castello di Trezzo che assicurava ai Tedeschi il passo dell’Adda, e si serrano alla difesa. Anche i Cremaschi, loro alleati, cui egli mandò intimare di demolir la mura, risposero coll’avventarsi alle armi.

Federico, messili al bando dell’Impero, giura non cinger più il diadema che non gli abbia domati, e tosto dalla Ponteba al San Gotardo ogni valle versa Tedeschi sovra il piano lombardo; qui il Palatino del Reno, i duchi di Svevia, di Baviera, d’Austria, di Zaringen, il figliuolo del re di Boemia, il conte del Tirolo, gli arcivescovi di Colonia, di Magonza, di Treveri, di Magdeburgo, il fiore insomma della Germania. E cominciano guerra da Barbari (1162), sperperano il paese, uccidono, appiccano: una volta l’imperatore fa acciecar una banda di foraggiatori, lasciando sol un occhio ad uno per ricondurli: assediata Crema, pone i figliuoli che teneva ostaggi, a bersaglio de’ colpi paterni, onde proteggere le macchine[125]: e dopo sei mesi d’ostinati assalti presala per tradimento dell’ingegnere, la abbandona alla brutalità de’ suoi e alla vendetta de’ nemici Cremonesi.

Milano non si lasciò sbigottire a quell’insolita ferità; cercò rialzare Crema; e il castello di Carcano sporgente nel laghetto d’Alserio, e le colline fra Cantù e il monte Baradello furono teatro di sue vittorie sopra gl’imperiali. Ma sentivasi indebolita dalla ripetuta devastazione de’ suoi campi e dal distacco di tutti i vicini, quando Federico la assalì (1162) scorrazzando colla cavalleria e vietando di portarle viveri, sin col tagliare le mani a venticinque villani in un giorno, côlti in tale servizio. Resistè ancora vigorosa: ma dai tradimenti, dalla fame, da un incendio de’ magazzini, dalla superiorità dell’armi feudali, collegate pur troppo con quelle non solo dei castellani e dei conti di Malaspina e di Biandrate, ma anche de’ Comuni italiani, fu costretta cedere alle grida del vulgo, e rendersi a discrezione. Al quartier generale in Lodi venne il popolo in abito penitente, con croci in mano, dietro al carroccio, che avvezzo un tempo a pavesarsi di trionfate bandiere, allora chinò l’antenna e il gonfalone di sant’Ambrogio avanti all’imperatore, fra il mesto squillo delle trombe; e il sacro carro e novantaquattro stendardi furono dati al nemico; otto consoli degli ultimi tre anni, trecento cavalieri, tenendo in mano le spade ignude, fecero atto di sommessione. Non soltanto Italiani e il conte di Biandrate, ma fin i baroni tedeschi e la corte supplicavano Federico di clemenza: ma egli, dalla vittoria fatto sordo alla compassione, e stimolato anche dalle invide città che all’uopo gli diedero grosse somme[126], ordinò a’ Milanesi tornassero a casa e v’attendessero le sue risoluzioni. Dieci giorni passarono i nostri in quella affannosa aspettazione che è peggio del male istesso: alla fine Federico arrivò, e nell’imperiale sua clemenza perdonando alle vite, impose che, usciti i cittadini, Milano fosse abbandonata alla distruzione. A ciascuna delle città alleate ne assegnò un quartiere a diroccare, quasi volesse che tutte si contaminassero col fratricidio, e i rancori allontanassero la possibilità di nuovi accordi.

Esultarono i Lombardi all’umiliazione della gran nemica; ma un senso di sgomento occupò tutta l’Italia. Brescia, Piacenza, Bologna evitarono la distruzione col sottomettersi. Genova, dianzi così risoluta alla difesa, sbigottì; mandò ambasciadori con gratulazioni e proteste; il suo storico uffiziale Caffaro tributava a Federico i titoli di sempre augusto, sempre trionfante, che elevò l’Impero al colmo della gloria. E Federico in Pavia cingevasi di nuovo il diadema che avea giurato più non portare finchè Milano sussistesse; e datava i suoi atti dalla distruzione di Milano[127].

Le città lombarde non andarono guari ad accorgersi quanti abbia pericoli la lega col potente: perocchè, toltasi d’in su le braccia la città che unica potea reggere seco in bilancia, Federico cessò da ogni riguardo verso le altre, le angariò a baldanza, pretendendo esigerne nuove gravezze e smantellarle; a’ Cremonesi, Pavesi, Lodigiani, suoi fedelissimi, permise bensì d’eleggersi consoli proprj, ma a Ferrara, Bologna, Faenza, Imola, Parma, Como, Novara, che pur seco tenevano, mandò podestà imperiali, fossero Tedeschi o di que’ vili che col maltrattare i compatrioti vogliono farsi perdonare la colpa d’essere Italiani[128].

All’eguale stregua meditava Federico ridurre il Patrimonio di san Pietro. Quel Rolando Bandinelli da Siena, che poc’anzi accennammo, celebratissimo per dottrina, virtù, esperienza del mondo, era succeduto papa col nome di Alessandro III (1159); ma il cardinale Ottaviano romano, fautore di Federico, turbolentemente s’indossò le divise pontificali, tenne prigione il papa e i cardinali, e prese il nome di Vittore IV. Il popolo e i Frangipani liberarono Alessandro, che si ritirò da Roma; mentre l’antipapa comprava vescovi, e blandiva l’imperatore, il quale sostenendo questo, poi tre altri antipapi (Pasquale III, Calisto III, Innocenzo III) squarciava la cattolica unità egli che n’era il rappresentante secolare. Allora scomuniche contro lui, contro i vescovi e i principi e i consoli di Cremona, Lodi, Pavia, Novara, Vercelli suoi aderenti. Di queste trascendenze e de’ soprusi de’ luogotenenti imperiali chiedevano fine o moderanza vescovi, marchesi, conti, capitanei ed altri magnati, e cittadini grandi e piccoli; ma Federico non usò nè giustizia nè misericordia[129]; e svallato con un nuovo esercito (1164), andava rimettendo al freno le città che tumultuavano. Ma Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani, coll’ajuto dei Veneti, aveano cacciato i podestà di lui, e quand’egli andò per domarli, sentì non potere fidarsi delle truppe italiane che l’accompagnavano, onde voltò come in fuga (1166), mentre essi munivano le chiuse perchè non potesse rimenare eserciti.

Tutto ciò rendeva più sentiti i lamenti dei Milanesi, che senza patria tapinavano di città in città, invocando soccorso e vendetta. Perchè lo straniero era prevalso alla comune libertà? perchè li trovò disuniti e nemici. Per tornar forti e mantenersi liberi di che han dunque bisogno? di concordia e d’unione. Lo compresero; e quelli che nella prosperità non s’erano scontrati che coll’ingiuria sul labbro, col pugno sul brando, nella depressione rinnovellarono la fratellanza, e posti giù gli odj e le gelosie, nel convento di Pontida (1167 aprile), terra sull’orlo del Milanese e del Bergamasco, si strinsero in lega, e i varj popoli della Lombardia, della Marca e della Romagna sul santo Vangelo giurarono d’ajutarsi reciprocamente, compensarsi a vicenda dei danni che patissero a tutela della libertà, non far tregua o pace con Federico imperatore o co’ suoi se non di comune accordo, non soffrire che esercito tedesco scendesse in Lombardia; o se scendesse, combatteranno l’imperatore e qualunque persona lo favorisca, sinchè esso esercito non esca d’Italia, talchè si possano recuperare i diritti che la Lombardia, la Marca e la Romagna possedevano al tempo d’Enrico III[130]. Oltre le città che firmarono, fu lasciato (come oggi si dice) protocollo aperto a quelle che volessero accedervi.

Posata una mano sulla spada, stesa l’altra ai fratelli, conobbero la potenza dell’unione. Primo atto de’ collegati Lombardi fu rifabbricare Milano per concordi cure, come per ira concorde l’avevano sfasciata; poi tentate invano le persuasioni, mossero a soggettar le città, che la gratitudine o la paura serbava con Federico, e costringerle ad entrare nella Lega Lombarda.

Papa Alessandro III erasi ricusato di rimettere a un concilio, raccolto in Pisa da Federico, la decisione fra lui e l’antipapa; ma vedendo occupate tutte le terre di santa Chiesa da scismatici e imperiali, dovè cercare rifugio in Francia; dove ebbe grandi onori, e i re di questa e d’Inghilterra camminarono allato al suo cavallo tenendogli le staffe. Di là favoriva di conforti o di benedizioni la Lega, e lanciò contro Federico la scomunica, in cui, come «vicario di san Pietro costituito da Dio sopra le nazioni e i regni, assolve gl’italiani e tutti dal giuramento di fedeltà che a quello li legasse fosse per l’impero o per il regno; toglie coll’autorità di Dio che egli abbia mai più forza ne’ combattimenti, o vittoria sopra Cristiani, o in parte veruna goda pace e riposo, finchè non faccia frutti degni di penitenza»[131].

Favoriva pure ai collegati Guglielmo II di Sicilia, desideroso che Federico si trovasse impelagato in Lombardia così, da non poter minacciare alla Puglia. Enrico III d’Inghilterra, se ottenessero che il papa degradasse l’arcivescovo di Cantorbery avversario suo, offriva trecento marchi ai Milanesi e di restaurarne le mura, altrettanti ai Cremonesi, mille a’ Parmigiani e Bolognesi. Fin Manuele Comneno di Costantinopoli, che rimeditava i suoi diritti sull’Italia, spedì ambasciadori al pontefice per trattare di togliere lo scisma e ricongiungere la Chiesa greca alla latina, purchè egli pure riunisse sul capo di lui la corona dell’impero d’Occidente e d’Oriente, esibendo quant’oro bastasse a snidare d’Italia i Tedeschi; intanto concedette sposa una figlia ad Ottone Frangipani, principalissimo in Roma, cercò l’amicizia de’ Genovesi, e ai collegati Lombardi somministrò oro per comprare i mercenarj, allora introdottisi nelle nostre guerre. Però il papa, fido all’idea de’ suoi predecessori, voleva la sede del rannodato impero non fosse che a Roma; il Comneno ostinavasi per Costantinopoli, tantochè restarono disconchiusi.

A soffogare quest’incendio, Federico scende di nuovo per la val Camonica, e imparato linguaggio più mite a fronte de’ popoli concordi, promette far ragione delle querele. Intanto di nuove ne eccita con trattamenti da nemico, devasta il Bolognese per vendicare Bosone suo ministro ivi ucciso, e leva contribuzioni e ostaggi. Ma udito che gli abitanti di Tusculo e d’Albano, a lui favorevoli, erano stati aggressi dai Romani coi soliti guasti, accorse, e diede una battaglia sanguinosissima ai Romani, poi volse sopra la loro città. La pose in difesa Alessandro, secondato dai Siciliani; ma Pasquale antipapa inanimava Federico, che per prendere il Vaticano gettò fuoco alla chiesa di San Pietro, e dal suo papa si fe novamente coronare. Allora propone ai Romani che inducano Alessandro ad abdicare, ed egli a vicenda vi indurrà Pasquale, in tal modo finendo lo scisma: e i Romani, desiderosi di pace, gli davano ascolto; sicchè Alessandro, nè tampoco tenendosi sicuro nelle incastellate case de’ Frangipani, ricoverò a Gaeta. I Pisani secondavano l’imperatore, e misero in fuga il loro arcivescovo che li dissuadeva dall’osteggiare il pontefice, e lo ajutarono a prender Roma. Ma la mal’aria decimò il suo esercito, ed uccise l’arcivescovo di Colonia, sette vescovi, molti principi e magnati; onde Federico si levò in isconfitta, perdendo per istrada gran parte dell’equipaggio, e forse duemila baroni e prelati e cavalieri, oltre i soldati. A Pavia, mantenutasegli fedele, mette al bando dell’Impero le città federate, e gitta in aria il guanto in segno di sfidarle; ma non osa assalirle, per tema che negl’italiani che seco militavano, l’amor de’ fratelli non prevalga alla feudale lealtà; infine, con solo un pugno d’uomini riprende la strada della Savoja, lasciando appiccati qua e là ostaggi lombardi. I cittadini di Susa gli tolsero gli altri, e insidiavano lui pure, che col promettere monti d’oro[132] e ogni grazia e bene al conte di Morienna ottenne di passare per le sue terre (1168) travestito in Germania.

Ne’ sei anni che Federico stette fuori, ingrandirono di numero e vigore le nostre repubbliche, ripigliammo le città imperiali, costringemmo l’antipapa a venire alla devozione di Alessandro III, togliemmo le fortezze ai fazionieri dell’imperatore, e specialmente al conte di Biandrate, distruggendone la rôcca, levandone gli ostaggi, e uccidendo la guarnigione. Federico mandò un grosso di truppe, guidate da Cristiano arcivescovo di Magonza e cancelliere dell’Impero, guerriero terribile, che una volta colla mazza sfracellò trenta nemici, e insieme voluttuoso sì, che traeva dietro donne e muli tanti, da costare più che il corteggio imperiale. Malmenò costui la Lombardia, e guastatine i dintorni, assediò Ancona, città molto cara all’imperatore Comneno come opportunissima a sbarcare in Italia; e lo ajutarono i Veneziani per disgusto che presero coll’imperatore bisantino, o per emulazione commerciale. La città fu ridotta a pascersi di sorci e di cuojo secco, pur resistette con coraggio degno degli antichi eroi. Raccontano che un prete Giovanni con una scure andò nuotando a tagliar la gomona d’un grossissimo naviglio veneto detto Tutt’il mondo, per quanto lo saettassero i marinaj, che a stento si salvarono; mentre altri sull’esempio suo recisero le àncore di sette altre navi, che dalla tempesta furono fracassate. La vedova Stamura vedendo i suoi dare indietro da una sortita fatta per incendiare le macchine nemiche, prese un tizzone e si avventò verso quelle, malgrado le freccie appiccandovi la fiamma. Un’altra donna, visto un combattente estenuato perchè da più giorni non assaggiava cibo, gli porse il poco latte del suo petto, sottraendolo al proprio bambino[133]. E la perseveranza ebbe premio, perocchè Ancona fu liberata dai Ferraresi e dalla contessa di Bertinoro.

Non che la parzialità imperiale fosse spenta, sopravviveva quasi in ciascun paese, e dove prevalesse lo traeva a quella bandiera. Così in Bergamo il vescovo Gherardo parteggiava pel Barbarossa, mentre il popolo pe’ suoi avversarj. Cremona e Tortona accettarono l’alleanza di Federico. Como era spinto a vicenda da un partito o dall’altro; e quando gl’imperiali rizzarono le creste, distrussero il castello di Gravedona, e la memorabile isola Comacina (1169), la quale più non risorse.

In Roma il senato non volea spossessarsi dell’acquistata autorità, sicchè Alessandro non potea rimettervi piede. Si continuava pure ostinata guerra ai Tusculani, i quali non videro scampo che nel porsi alla tutela del papa stesso. Ma i Romani proposero a questo di pacificarsi e riceverlo entro se li lasciasse abbattere le mura di Tusculo: ed egli acconsentì: ma essi, sfogata l’ira, non si curarono della promessa, sicchè il papa (il cui nome or si sparnazza fra i liberatori d’Italia) fu costretto stare in armi nella campagna.

Costanti coll’Impero in Lombardia teneansi principalmente la città di Pavia e il duca di Monferrato, e per la vicinanza si sorreggeano l’un l’altro. I collegati lombardi pensarono dunque porre una barriera fra costoro: e uniti i loro stendardi, invece di più ricostruire Tortona, una nuova città piantarono (1168) ove la Bòrmida confluisce col Tànaro; dal nome del pontefice la dissero Alessandria, e i nemici la soprannomarono della paglia, perchè di paglia si coprirono le case fretta fretta fabbricate, e recinte di nulla più che un siepato, un terrapieno e liberi petti. Ebbe subito quindicimila cittadini, privilegio di libero Comune, e sette anni dopo il vescovado[134].

Appena gli affari di Germania glielo assentirono, Federico in persona calò un’altra volta; fra via distrusse Susa in vendetta dello smacco soffertovi; coll’assedio costrinse Asti a rinunziare alla Lega; e rinforzato da nuova gente di tutta Germania e di mezza Italia, assediò la neonata Alessandria. Ma per quanto vi moltiplicasse valore, crudeltà e astuzie, dovette allargarla al sopravvenire di un esercito lombardo, che il sagrifizio della magnanima cittadella avea dato tempo di radunare. A questo si fe incontro Federico. Onest’uomini e religiosi s’interposero, al cui lodo si rimisero ed egli e i Lombardi. Ma quegli volea salvi i diritti imperiali, questi salve le libertà loro e della Chiesa; sicchè del conchiudere fu nulla, e Federico avendo consumato anche il sesto esercito, mandò a sollecitarne un nuovo, che di Germania gli fu condotto dalla moglie per l’Engadina, Chiavenna e il lago di Como. A incontrarlo mosse egli coi Lodigiani, e ritornava accompagnato dai Comaschi per congiungersi ai Pavesi e ai Monferrini, quando nella pianura di Legnano (1176 — 29 mag.) ecco gli si attraversa l’esercito de’ collegati. Sulle prime egli ebbe il vantaggio, e vide le spalle de’ nostri; ma la Compagnia della Morte, giovani risoluti a perire anzichè perdere, si strinse attorno al carroccio, scompose l’ordinanza nemica, e la mandò a sbaraglio. Federico stesso non campò la vita che tenendosi rimpiattato sotto i cadaveri; e la moglie, da lui lasciata nel castel Baradello di Como, il pianse per morto finchè nol vide ricomparire umiliato e fremente.

Il Tedesco aveva trovato sostegno da alcune repubbliche marittime, che lo bramavano favorevole alle loro ambizioni. Barisone d’Arborea, uno de’ giudici o re di Sardegna (1163), agognando tutta l’isola, ne aveva impetrata da Federico l’investitura per quattromila marchi d’argento: ma nè l’imperatore avea diritto a disporre di quella, nè Barisone i denari da pagarla. Questi gli furono anticipati da Genova, desiderosa d’accorciare i panni all’emula Pisa, che colà teneva sovranità: ma Barisone, non essendo in grado nè di restituire ai Genovesi nè di resistere ai Pisani, si conciliò con questi; talchè i Genovesi rimasero peggiorati della somma e della speranza. Ne venne guerra sanguinosa di molti anni, dove i Liguri riuscirono superiori, attenendosi a Federico, promettendogli la flotta per l’impresa di Sicilia, e ricevendo da lui promessa di cedere Siracusa e ducencinquanta feudi in val di Noto, appena dell’isola si fosse insignorito. Di rimpatto i Pisani si volsero all’imperatore di Costantinopoli, e mandati e ricevuti ambasciadori, conchiusero un’alleanza che assicurava loro la franchigia in tutti i porti dell’impero greco, ogni anno il tributo di cinquecento bisanti d’oro, e due tappeti di seta a Pisa, e di quaranta bisanti e un tappeto all’arcivescovo. Invano Federico intimò che Genovesi e Pisani rimettessero in lui le loro differenze, e gli uni e gli altri speravano da esso l’investitura della Sardegna, e intanto lo accarezzavano e lo provvedevano per le sue imprese.

Tanto bastava perchè gliene volessero male i Veneziani, i quali, se dapprima l’aveano favoreggiato per isbaldanzire le repubbliche di terraferma, s’adombrarono poi delle crescenti pretensioni; diedero incoraggiamenti alla Lega Lombarda, e ricovero al fuggiasco Alessandro III. E quando Federico minacciò piantar le sue aquile vincitrici in faccia a San Marco, risposero alla bravata armando settantacinque galee; e il doge, cui il papa cinse la spada d’oro, sbarattò la flotta che Genovesi e Pisani aveano allestita all’imperatore. Côlto lo stesso figlio di costui, lo trattarono decorosamente, e rinviarono con proposizioni di pace.

E pace dovea desiderare Federico, dopo logorati ventidue anni e sette eserciti[135] contro il clima e le libertà d’Italia. Pertanto s’industriò di staccare dalla Lega Alessandro, e gli inviò deputati ad Anagni, i quali gli dissero: — È indubitato che, dai primordj della Chiesa, Dio volle vi fossero due capi, dai quali venisse governato questo mondo: la dignità sacerdotale, e la podestà regia. Se queste non si appoggino in vicendevole concordia, non potrà mantenersi la pace, e il mondo andrà in subugli e guerre. Cessi dunque la nimistà fra voi due, capi del mondo; e vostra mercè sia resa la pace alla Chiesa e al popolo cristiano»[136]. Alessandro rispose, ben egli volerla, ma questa dover essere comune anche a’ suoi alleati e difensori. Il pontefice trattava di ciò pubblicamente; gli ambasciadori imperiali avrebbero voluto stipulare in privato, col pretesto che alcuni avversavano la loro concordia: ma sebbene per quindici giorni si disputasse, nulla fu tratto a riva. Federico dunque chiese un abboccamento con Alessandro, e questi (tanto si fidava) volle da lui, da suo figlio e dagli altri grandi il giuramento di non nuocere alla sua persona, e andò a Venezia coi deputati delle città lombarde[137].

Federico proponeva o si stesse al dettato della dieta di Roncaglia, oppure a quanto osservavasi al tempo di Enrico IV: i Lombardi rifiutavano la prima, non convenzione, ma ordinanza di Roncaglia; quanto all’altra, dicevano mal ricordarsi di quegli usi; sapere che da un pezzo godeano le regalie e il diritto di eleggere i magistrati, e voler conservarlo; sicchè non potè venirsi a conchiusione. Bastò dunque appuntare un accordo (1177), ove Federico riconosceva il pontefice escludendo gli antipapi, e prometteva tregua per quindici anni col re di Sicilia, per sei colle città lombarde, duranti i quali egli non n’esigerebbe il giuramento di fedeltà, e si stabilirebbero de’ treguarj che terminassero le contese eventuali, impedendo di farsi ragione colle armi. Esso imperatore in compenso godrebbe per quindici anni i beni allodiali della contessa Matilde, che poi cederebbe alla Chiesa romana; e a tali condizioni verrebbe ricomunicato.

Fu Alessandro III uno sleale, che abbandonò gli alleati suoi per patteggiare in disparte? o fu un inetto che non seppe cogliere il destro di distruggere la potestà imperiale e l’ingerenza tedesca, e assicurare per sempre l’indipendenza d’Italia?

Nè l’un nè l’altro può crederlo chi non confonda le idee e le aspirazioni dei tempi nostri con quelli d’allora. I Lombardi non aveano mai inteso d’annichilar l’imperatore, e fino ne’ momenti più prosperi chiesero soltanto di vedere assicurati i proprj privilegi, sotto la primazia di quello: come gli arimanni si consideravano liberi perchè dipendenti dal solo re, così libere chiamavansi le città che non avessero altra superiorità che l’imperatore. Anzi i capi della Lega dinanzi al papa nella chiesa di Ferrara il 1177 dichiaravano: — Sia noto alla santità vostra e alla potestà imperiale, che con riconoscenza riceveremo la pace dall’imperatore, salvo l’onore dell’Italia, e che desideriamo essere rimessi nella grazia di lui, secondo le vecchie consuetudini, nè ricusiamo le antiche giustizie: ma non consentiremo mai a spogliarci della nostra libertà, che abbiamo ereditata dai padri e dagli avi, e non la perderemo che colla vita, essendoci più caro il morir liberi che il vivere in servitù»[138].

A tale intento avviava appunto la tregua, durante la quale fu stipulata una soda pace. Quanto al pontefice, abbattendo l’imperatore avrebbe disfatto l’opera de’ predecessori suoi, i quali avevano ridesto il nome d’imperator romano, e affidato a quello la primazia temporale della cristianità; e quand’anco gli ebbero contumaci e ribelli, mai non pensarono distruggerli, ma al più surrogarne uno, meglio docile e religioso.

I Veneziani che aveano giurato ad Alessandro, finch’egli vi stesse, non ricevere nella loro città Federico, dispensati dalla promessa, andarono a prenderlo da Chioggia colla splendidezza che la sposa dell’Adriatico pose sempre nelle sue feste. Federico, approdato alla piazzetta, baciò il piede del papa, al quale poi servì da mazziere, allontanando colla verga la folla; della predica che Alessandro recitò in latino, il patriarca d’Aquileja fece la spiegazione in tedesco, onde contentare la devozione dell’imperatore; il quale assolto, dopo il credo baciò ancora il calcagno del pontefice e fe l’oblazione; poi ne ricevette la comunione; e finita la messa, lo accompagnò per mano sino alla porta della basilica, gli tenne la staffa, e lo menò per la briglia fino al palazzo[139]. Che il papa mettesse il piede sovra il collo dell’umiliato imperatore, proferendo il versetto del salmo Sovra l’aspide e il basilisco passeggerai, calcherai il leone e il drago, e che Federico rispondesse di rendere quell’omaggio non a lui ma a san Pietro, è un fatto controverso, ma che nulla ripugna coi tempi; che se gli spiriti forti del secolo passato, striscianti appiè dei troni, lo negarono con orrore, la libera Venezia non esitò a farlo dipingere tra i fasti nazionali.

In nome del Barbarossa, Enrico di Diesse giurò sui vangeli, sulle reliquie, e sopra l’anima dell’imperatore, che questo manterrebbe la pace: altrettanto fecero dodici principi dell’Impero, gli ambasciadori di Sicilia, e i consoli di Milano, Piacenza, Brescia, Bergamo, Verona, Parma, Reggio, Bologna, Novara, Alessandria, Padova, Venezia. I vescovi di Padova, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Novara, Acqui, Mantova, Fano, che in opposizione alle loro plebi aveano favorito all’imperatore e all’antipapa, furono ribenedetti.

Alessandro III fu ricevuto festivamente anche dai Romani, avendo conceduto che il senato durasse, ma con giuramento di fedeltà al papa, al quale si restituissero la basilica di San Pietro e le regalie. L’antipapa venne all’obbedienza dacchè si trovò abbandonato dall’imperatore: ma un avanzo di coloro che credono fermezza l’ostinazione, nominò un altro che presto fu imprigionato. Un concilio ecumenico in Laterano di trecentodue vescovi procurò rimarginar le piaghe della Chiesa.

Federico, ch’era tornato in Germania per racconciarne il freno, mandò deputati, i quali in Piacenza stesero i preliminari d’un accordo. A Costanza, memorabile città lietamente posta colà dove il Reno sfugge dal lago, e al verdeggiante declivio fan contrasto le ghiacciaje del Sangallo e d’Appenzell, fu poi conchiusa tra le città lombarde e l’Impero la pace (1183 — giugno) che coronava i magnanimi sforzi, e consolidava le repubbliche nostre, non più come un fatto ma come un diritto. L’imperatore dichiarava avrebbe potuto castigare i colpevoli, ma per clemenza e dolcezza preferiva perdonare, e far loro del bene. Comprese nel trattato furono Milano, Vercelli, Novara, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma, Piacenza: come alleate dell’imperatore figurarono Pavia, Cremona, Como, Genova, Alba, Tortona, Asti, Alessandria che, anticipando la pace, n’aveva conchiusa una particolare, e mutato il nome in Cesarea. De’ signori feudatarj non appajono che Obizo Malaspina di Lunigiana colla parte imperiale; colla nostra i conti di Biandrate e di Monferrato. A Ferrara si lasciò arbitrio di accedere fra due mesi. Restarono escluse nominatamente Imola, Castro, San Cassiano, Bobbio, Gravedona, Feltre, Belluno, Céneda. Venezia non v’è tampoco nominata, giacchè, essendo indipendente affatto dall’Impero, non voleva pregiudicarsi con questo trattato.

A tenore del quale, le città della Lombardia, della Marca e della Romagna, entro il loro recinto godrebbero le regalie che da immemorabile possedevano, e fuori di esso, solo in quanto n’avessero concessione dall’imperatore; il vescovo con deputati imperiali esaminerebbe quali infatti fossero tali diritti, se pure le città non volessero declinare quest’indagine col pagare ciascuna annui duemila marchi d’argento, o meno, a volontà dell’imperatore. Questi, salva la sua supremazia, conferma le immunità e i diritti concessi avanti la guerra da lui o da’ predecessori, purchè non cadano a pregiudizio d’un terzo. I vescovi che per lo innanzi solessero per imperiale concessione confermare i consoli, continuassero; nelle altre città si facessero tra cinque anni confermare dai commissarj imperiali, e in appresso ricevessero l’investitura dall’imperatore. Il quale ponesse in ogni città un giudice, cui appellarsi nelle cause civili eccedenti il valore di venticinque lire imperiali (lire 1575), e che giudicassero fra due mesi, ma secondo le leggi della città. Tutti i cittadini dai sedici ai sessant’anni giureranno fedeltà all’imperatore ogni dieci anni; a questo, ogniqualvolta venisse in Italia, daranno il fodro e gli alloggi, ripareranno le strade, apriranno mercato pel suo approvvigionamento: egli però non si baderà a lungo in nessuna città o diocesi, per non esserle di soverchio aggravio. Del resto sia in arbitrio delle città il fortificarsi e confederarsi, e rimangano cessate le infeudazioni che si fossero concedute dopo la guerra a pregiudizio di esse[140].

L’imperatore tornò poi la sesta volta in Italia, ma in aspetto amico; sicchè le città nostre gareggiarono in mostrare che, come gli aveano resistito in campo, sapeano accoglierlo ed onorarlo pacificato. A Verona durò tre mesi molto alle strette col pontefice Lucio III intorno ai beni della contessa Matilde, senza riuscire ancora ad una definizione. I Romani, tornati ben tosto sugli umori vecchi e sulle idee di Arnaldo, ostinavansi non tanto ad aver repubblica quanto a disobbedire al papa, che tennero sempre fuori di Roma; e marciati contro Tusculo, dove s’erano fortificati gli avversarj, presi molti cherici, gli accecarono, conservando gli occhi a un solo che li riconducesse in città sovra giumenti e con mitere in capo. Così i nostri emulavano la brutalità tedesca: e qual bene promettersi da una repubblica mancante di quel che n’è primo fondamento la morale? Il papa li scomunicò (1188); ma solo a Clemente III venne fatto di sopire la rivolta di quarantacinque anni, col solito scapito della libertà; poichè egli ridusse sotto la propria autorità il senato, il Comune, la basilica di San Pietro, e le altre chiese e i diritti regali, pochi lasciandone alla città.

Federico, malgrado la pace, ad or ad ora abbandonavasi allo sdegno; indispettito coi Cremonesi che, da fedelissimi, gli erano poi mancati, non solo edificò Crema a loro dispetto[141], ma li guerreggiò; col papa Urbano III ebbe nuovi diverbj per l’eredità della contessa Matilde; de’ vescovi che morissero occupava i beni; col pretesto di punire badesse scandalose, invadeva possessi de’ monasteri; impediva il passo dell’Alpi a quei che andassero a Roma. Fe’ cingere la corona di ferro a suo figlio Enrico; e perchè quello di re d’Italia non fosse un titolo senza soggetto, procurò congiungere alla primazia sui Lombardi il dominio del reame meridionale: ma donde sperava il consolidamento della grandezza di sua casa, ne venne la ruina.

Commessi gli affari d’Italia ad Enrico, il Barbarossa tornò in Germania a domare i baroni che gli aveano recato molestia durante la guerra d’Italia, ed esercitò l’autorità imperiale con rigore qual altri non aveva usato da Carlo Magno in poi, fisso soprattutto nel pensiero di renderla ereditaria nella sua famiglia. Singolarmente gli diede a fare Enrico il Leone. Avendo esso imperatore saputo indurre il vecchio Guelfo a rinunziargli i beni di sua casa in Italia e in Germania, fra cui l’eredità della contessa Matilde, Enrico da quel giorno negò soccorrerlo nelle guerre d’Italia, benchè supplicato a ginocchi; messo al bando dell’Impero, fu vinto, e a stento ottenne di conservare il Brunswick e il Luneburg: ma l’abbassamento di quella casa lasciò rialzarsi i baroni secolari ed ecclesiastici, che si assicurarono il pieno dominio del proprio territorio.

Repente un gemito universale annunziò che Gerusalemme, la santa città, liberata col sangue di tutta Europa, era stata ripresa dai Musulmani, e il colle di Sion e la valle del Cedron echeggiavano ancora alle invocazioni di Allah. Il gran Saladino, profittando della rivalità dei principi latini, gli assalì (1187) e sconfisse, occupò Acri, Cesarea, Nazaret, Betlem, e alfine Gerusalemme stessa: ed ebbe prigioniero il re Guido di Lusignano. Menò egli strage particolarmente de’ cavalieri del Tempio e dell’Ospedale, moltissimi fece prigioni, fra cui Guglielmo di Monferrato, cugino del Barbarossa, il cui figlio avea sposato Sibilla sorella di Baldovino re di Gerusalemme, che gli portò in dote la contea di Joppe. Un altro suo figlio Corrado, trovandosi allora pellegrino in Terrasanta, tolse a difendere Tiro, durando intrepido, benchè Saladino minacciasse uccidergli il vecchio padre se non rendesse questa città.

La nuova di tali disastri fu portata in Italia da messi vestiti a bruno, che andavano tratteggiando gli esecrandi oltraggi usati alla religione, la santa croce trascinata per le vie, il sepolcro insozzato, i fanciulli educati al Corano, le donne tratte negli harem, e mostravano una immagine dove Cristo era battuto e calpesto da un Arabo, nel quale doveva riconoscersi Maometto. Quest’annunzio accelerò la morte ad Urbano III, che prima aveva scritto a tutti i potentati cristiani eccitandoli a soccorrere Terrasanta. Come avviene nei gravi disastri, una riforma generale parve diffondersi; tregua si convenne fra tutti i combattenti; i cardinali raccolti a Ferrara per eleggere il nuovo pontefice, non solo incitarono i re alla crociata, ma proposero voler guidarla essi stessi; bandirono la tregua di Dio per sette anni, e scomunicato chi la violasse; e cominciando l’ammenda da sè, promisero vivere poveramente, e non ricever doni da sollecitatori, non montare a cavallo (1187), finchè la terra santificata dalla presenza di Cristo non fosse ricuperata. Gregorio VIII, vecchio di santa vita e macero da penitenze, nel brevissimo regno non fece che predicare la spedizione, e a tal uopo cercò rappattumare i discordi, e principalmente Genovesi e Pisani che si erano continuato feroce guerra. Clemente III succedutogli persistette nell’intento: fra gli altri, Guglielmo arcivescovo di Tiro, ministro di Baldovino IV e storico delle crociate, predicò a Milano, a Bologna, ove duemila cittadini presero la croce, e in altre città: si permise ai re di riscuotere una decima Saladina sopra tutte le rendite d’ecclesiastici e di secolari per le spese della guerra: si comandò il magro ogni mercoledì, digiuno ogni sabbato, non giurare, non giocare a dadi, non imbandire più di due piatti, non portare vesti scarlatte o vajo o zibellino, ed altre manifestazioni che durano quanto l’entusiasmo.

Gl’Italiani, che, appunto in quest’occasione, Corrado abate uspergense chiama «bellicosi, discreti, sobrj, lontani dalla prodigalità, parchi nelle spese quando non sieno necessarie, e soli fra tutti i popoli che si reggano a leggi scritte», corsero primi all’impresa; e Toscani e Romagnuoli, sotto la guida degli arcivescovi di Pisa e di Ravenna, approdarono a Tiro. Guglielmo il Buono ordinò un generale registro di tutti i feudatarj del regno di Sicilia e degli uomini che ciascun doveva[142], intimando stessero pronti a partire; ed essi s’obbligarono a contribuire il doppio d’uomini: e una flotta condotta dall’ammiraglio Margaritone di Brindisi valse non poco a sostener Tiro. Saladino, costretto a lasciare questa città, tentò sorprendere Tripoli; ma i nostri giunsero in tempo a salvare quegli ultimi resti del glorioso acquisto.

Federico Barbarossa, che giovane avea fatto l’impresa di Terrasanta, volle coronare la faticosa vita coll’assumere di nuovo la croce. Imbevuto del concetto della onnipotenza imperiale qual gli era stata definita a Roncaglia, mandò intimare a Saladino lasciasse la città santa a lui, signore universale perchè successore degli antichi cesari. Saladino vi oppose il diritto della conquista, e si preparò a sostenerlo. Il Barbarossa col proprio figlio e con sessantotto signori, trentamila cavalieri e ottantaduemila fanti passò dunque in Palestina e prosperò; ma traversando il fiume Salef restò annegato; e la crociata riuscì a fine disastroso.

Il Barbarossa, come gli eroi della tragedia antica, operava in forza del carattere, non della moralità; postosi un principio, voleva seguirlo. I Comaschi gli applausero come restauratore del diritto, punitor delle violenze; altrove fu esaltato come liberatore d’Italia, mirando solo agli interessi particolari e a quella indipendenza che spesso fu considerata come idea principale, mentre non è che secondaria. Tutti poi i nostri lo inneggiarono quando rinunziò alle idee germaniche, conservando sola la lealtà, con cui accettò il patto di Costanza. I Germani lo venerarono qual rappresentante della loro stirpe, e non lo credettero morto, ma che si fosse ridotto nel campo dorato sul Kiffhäuser, tenendo corte colla figlia e coi burgravi, sedendo a una tavola di marmo, attorno alla quale crebbe la sua barba rossa. E verrà giorno che uscirà ancora co’ suoi fedeli, e farà grande il popolo tedesco sopra tutti gli altri. In Italia altrimenti; e mentre a Carlo e Ottone, perchè favorevoli alla causa popolare, fu mantenuto il titolo di Grandi, Federico, non inferiore ad essi, vien tuttora ricordato con orrore dal popolo, cui si mostrò infesto[143].

CAPITOLO LXXXV. Ordinamento e governo delle Repubbliche.

Così scarsi tornano nella nostra storia i momenti, ai quali possa confortarsi la ragione ed esaltarsi il sentimento, che è ben dritto se gl’italiani si fermano con compiacenza sopra la Lega Lombarda.

Legame puramente esterno e di momentanea provvisione, essa non cambiava le condizioni de’ singoli Stati, ciascuno de’ quali come indipendente proseguiva nella fatica di ordinarsi. Abbastanza ripetemmo che la rivoluzione dei Comuni, tanto decisiva, non fu radicale, e lasciò sussistere molte parti del passato, che oggi sarebbero le prime a distruggersi. Oggi poi si vorrebbe innanzi tutto precisare i diritti dei cittadini, farli tutti eguali in faccia alla legge, concentrare i poteri maestatici in un magistrato supremo, abbastanza robusto nella sua azione; separare la podestà legislativa dall’esecutiva, e dare indipendenza e stabilità alla giudiziale, distribuita in una gerarchia di tribunali con precise attribuzioni; proclamare leggi fisse, ed evitare ogni tumultuosa applicazione di esse; discutere pubblicamente i conti, scompartire con equità l’imposta, ottenere l’esercizio rapido e uniforme dell’autorità, sottraendola all’arbitrio di un capo, alle gelosie dell’aristocrazia, alle tumultuose incostanze del vulgo; trovare il modo più conveniente a rendere rappresentato ogni bisogno, ogni forza, ogni capacità, ed anche la provincia per togliere la prevalenza oppressiva della capitale; chiarire e sodare le relazioni cogli Stati vicini, e i diritti e doveri reciproci; e principalmente assicurare l’indipendenza dello Stato per maniera che nessuno estranio s’intrometta dell’interno suo ordinamento.

Non a questo senso intendevasi allora la libertà, nè chiaro concetto si avea di ciò che or chiamiamo lo Stato; e dal tentonare d’inesperti sarebbe troppo l’attendersi quel senno e quella prudenza, che sì spesso fallisce a noi pure, a noi insegnati da lunghissima esperienza e da tanti errori. Ingegniamoci di orientarci per quanto è possibile fra tanta varietà di ordini, di statuti, di vicende.

Sottoposta che fu la campagna alla città, limite di ciascuna Repubblica rimase ordinariamente quello delle giurisdizioni vescovili; onde oggi ancora le diocesi, colla bizzarra loro conformazione, indicano il territorio di quelle. Da ciò, se non originata, mantenuta la prodigiosa differenza dei dialetti; da ciò la moltiplicità di edifizj civili e religiosi, nessuna volendo restare di sotto della vicina; da ciò le guerricciole; da ciò fatti meno penosi i frequenti esigli, poichè il fuoruscito a due passi trovava sicurezza, senza aver mutato nè favella nè clima.

La pace di Costanza ebbe sanzionata la rivoluzione, che da serve ridusse franche le città, ma non attribuiva loro l’indipendenza, bensì la libera podestà di governo, il diritto d’eleggere ciascuna i proprj magistrati, far leggi, munirsi, conchiudere pace e guerra, imporsi tributi e ripartirli, regolare la polizia rurale e l’industria, militare sotto la propria bandiera, non essere obbligati andar fuori del Comune per pagare tributo o rispondere a citazioni, esercitare liberamente la pesca e la caccia. Essa pace non conferiva però nuovi diritti, neppure uguagliava gli antichi; ciascuno rimaneva nella condizione ove l’avea trovato la guerra, con più o meno privilegi, secondo gli aveva compri, estorti, acquistati, ottenuti. Nè tampoco si distruggeva veruna delle antiche dipendenze; e nella città libera potevano ancora durare un conte feudale, un vescovo con diritti sovrani, qualche uomo indipendente dai comuni magistrati, e servi fuor della legge.

Di sopra poi di tutti stava un re o un imperatore, la cui supremazia in sostanza si riduceva a mettere il proprio nome sulle monete e agli istromenti, riscuotere annuo tributo, e la paratica al primo suo venire in Italia, determinata per ciascun Comune con particolari convenzioni. Nel 1185 Federico I «volendo viemeglio premiare quelli che più perseverano nella devozione alla sacra maestà dell’Impero, ed osservando il valore, la fede, la devozione de’ suoi diletti cittadini milanesi, il cui affetto, più degli altri ardente, li mostra di giorno in giorno meglio meritevoli de’ suoi favori»[144], cede loro tutte le regalie che esso teneva nell’arcivescovado di Milano in terra e in mare, determinando il tributo in lire trecento, oltre la paratica. Quest’ultima dagli abitanti di Treviglio fu fissata in sei marchi d’argento. Il Comune di Brescia ricompravasi nel 1192 da tutte le regalie per due marchi l’anno, e gliene faceva carta Enrico VI.

I diritti regali non espressi nel patto di Costanza era convenuto sarebbero ponderati dal vescovo di ciascuna città insieme con probi uomini; ma essi non competendo se non al re che fosse eletto dal voto nazionale, pochi fra’ successori del Barbarossa li godettero; e per lo più s’accontentarono d’un omaggio e del giuramento di fedeltà, trattando i nostri a maniera d’alleati. Enrico VI e Federico II, bisognando d’ajuti in guerra, strinsero leghe con qualche città, assolvendola dagli obblighi imposti dalla pace di Costanza; di modo che o per cessione del re, o per ritrosia de’ popoli, s’andò smettendo ogni aggravio, eccetto il fodro, che venne convertito in sussidio grazioso.

Anche dalla conferma dei magistrati, riservata all’imperatore o a’ suoi messi, le città si riscossero a denaro; sebbene le ghibelline, per condiscendenza, gliela chiedessero ancora. Nel 1195, davanti alla porta Torre di Como, Girardo de Zanibone, Tettamanzo de Gaidaldi, Odone di Medolate, consoli del Comune di Cremona, col mezzo della lancia e del gonfalone rosso con croce bianca, riceveano da Enrico VI l’investitura di quanto si contiene nel privilegio di esso Comune[145].

Federico I erasi riservata l’appellazione delle cause[146], e a riceverla delegava vicarj; venuti però questi di peso, le città se ne fecero esentare, traendo anche tale diritto ai proprj magistrati o ai vescovi[147].

Dapprima i messi regj ed i vicarj imperiali poteano ogni cosa quanto l’imperatore, salvo che conferire i feudi maggiori o di trono, e alienare o ipotecare beni e diritti dell’Impero. Abbiamo l’investitura che Federico II dava nel 1249 a Tommaso conte di Savoja quale vicario della Lombardia da Pavia in giù, affinchè conservasse la pace e la giustizia; concedendogli perciò il mero e misto imperio e podestà della spada contro i malfattori, principalmente quei che molestano le strade; udire e risolvere le quistioni civili e criminali, competenti all’imperatore; imporre bandi e multe; interporre decreti per l’alienazione di cose ecclesiastiche e per tutela de’ pupilli; dar tutori e curatori, restituire in intero, ricevere l’appello dalle sentenze dei giudici ordinarj; ma dalla sentenza di lui possa ricorrersi al trono[148]. Sì estesa autorità andò restringendosi; i messi regj si ridussero a poco meglio che nodari; e il vicariato, non che sostenere l’autorità imperiale, servì ad ampliare quella de’ grandi, che compravano esso titolo per assodare la propria dominazione. Guarnieri conte di Humberg, vicario d’Enrico VII, dovette abbandonare la Lombardia per assoluta mancanza di denaro: per la causa istessa Princivalle del Fiesco, vicario di Rodolfo d’Habsburg, vendette alle città di Toscana le giurisdizioni dell’Impero[149].

Ne’ ricchissimi archivj di Lucca investigammo altrove la formazione di quel Comune (pag. 38): studiandovi ora le relazioni delle Repubbliche coll’Impero, troviamo che nel 1162, alla presenza dell’arcivescovo di Colonia, arcicancelliere dell’Italia e legato imperiale, i consoli maggiori giurarono sugli evangeli fedeltà a Federico I, e di nulla attentare a suo danno, anzi soccorrerlo a sostener la corona e l’onor suo, o recuperarli; non palesare gli ordini secreti ch’egli trasmettesse; e per la guerra o per la pace in Toscana e per le regalie starà alla sua parola, l’ajuterà a riscuotere il fodro nel vescovado di Lucca, da tutti i cittadini farà dargli il giuramento, non guastare nè lasciar guastare la strada, dare all’imperatore venti militi nella spedizione verso Roma e la Puglia, pagare l’annuo tributo convenuto di quattrocento lire, in ricompra di tutte le regalie per sei anni. L’imperatore concede in ricambio alla città di Lucca di eleggere i consoli, i quali vadano a ricevere da esso l’investitura, e gli giurino fedeltà[150].

Qui è riconosciuta la piena libertà del Comune: eppure, due anni dopo, esso Federico confermava il mero e misto imperio al vescovo di Lucca sopra gran quantità di terre, ville, castelli, autorizzandolo a far leggi e giustizia, e governare per sè o pel suo nunzio, come farebbe l’imperatore o un nunzio suo[151]. Poi nel 1185 dava un diploma in favore dei Comuni e signori di Garfagnana, di Montemagno, di Versilia, di Camajore, prendendoli in protezione, esimendoli da ogni dominio di città o di autorità qualunque, come soggetti a sè solo; abroga le occupazioni di terre, borghi, castelli fatte da consoli; obbliga Lucca a riedificare i castelli che v’avesse demoliti[152]. L’anno vegnente, Enrico VI rinnovava a questa il privilegio della zecca, delle giurisdizioni e regalie nella città e nel distretto, non accennando più all’obbligo d’andare i consoli a giurare fedeltà; però, anche ne’ trattati con altre potenze, riservino la fedeltà all’Impero, e gli paghino sessanta marche d’argento l’anno. Nel 1209 Ottone IV, imperatore disputato, confermava la carta anticamente datale da Enrico IV, con questo che nessun mai guastasse le mura della città o le case; non dovessero avere palazzo per l’imperatore, nè dare alloggi; non paghino alcun pedaggio da Pavia sino a Roma o in Pisa; non abbia molestia chi vien a commerciare con Lucca pel mare o pel Serchio; non si fabbrichi castello o fortino a sei miglia di circuito; nessun giudice di Lombardia eserciti giurisdizione in Lucca, se non presente l’imperatore o il suo cancelliere[153].

Dall’assicurare il libero governo interno, le esazioni, i mercati, le caccie, le pesche, i forni, i mulini, le Repubbliche passarono a pretendere dominio sopra i vicini, e ne chiedeano ancora la ratifica dagl’imperatori. Pertanto nel 1244 Federico II al Comune di Lucca concedeva che i castelli di Motrone, Montefegatese e Luliano nella Garfagnana con tutte le loro pertinenze gli stessero sottoposti; accettasse come concittadini le persone della Garfagnana che il vogliano; e i Comuni e le persone di questa possano ricevere i podestà e rettori di Lucca: vale a dire, li sottraeva alla giurisdizione imperiale per sottoporli alla comunale[154]. Quando i Lucchesi parteggiarono col papa, esso Federico cassò quelle concessioni, investendone invece il figlio e vicario suo Enzo; ma riconciliatosi, le restituì al Comune di Lucca come feudo, talchè questa città, internamente repubblicana, riguardo agli esterni avea posto nella gerarchia feudale[155]. Eppure lo stesso Federico donava in perpetuo a Pagano Baldovin messinese il territorio di Viareggio.

La libertà dei Comuni guardavasi dunque non come un diritto primitivo, ma come una concessione sovrana; dal re si chiedevano come privilegio fin le giustizie; dal re si facevano confermare i successivi acquisti: ma, secondo il senso feudale, consideravasi indipendenza il non aver altro superiore che gl’imperatori.

Tanto però bastava perchè questi potessero turbare le Repubbliche colle loro pretensioni. Altre ne mettevano in campo i feudatarj e conti, che solo per necessità aveano rassegnato i diritti antichi. Già dicemmo (pag. 69) come i vescovi fossero ricchissimi e signori di tanta parte di feudi e di giurisdizione. A quello di Brescia spettava un quinto dei feudi della diocesi: ed erano tanti, che Enrico imperatore avendone sequestrati alcuni in pena del favore dato ai papi, trovaronsi ammontare a tremila biolche di terra; che poi il Comune di Brescia ritolse alla Camera imperiale, dandole a livello a tremila poveri. Arimanno vescovo cercò ricuperare quei feudi ed altri che l’imperatore aveva investiti a laici; ma i nuovi investiti si opposero, fecero lega cogli arimanni, irati al vescovo e al Comune che li gravava di contribuzioni ad onta dell’antica immunità: ne venne guerra di fortuna varia, sinchè anche gli arimanni ottennero per patto i privilegi che già godeano i valvassori, e assoluzione da ogni tributo e servizio di corpo[156].

I vescovi essendo stati sovrani, consideravano come usurpatore o astiavano come vincitore il Comune, e sofisticavano sui diritti di quello. Intendo in questo senso una carta del 1158, ove i canonici di Santa Maria di Novara giurano fra loro di non dar mano a far passare al Comune le cose di essa chiesa, nè col fatto o col consiglio permettere che questa paghi fodro o dazio al popolo o ai consoli; nè ajutarli in ciò che spetti al fortificare la città; nè daranno canonicati ai discendenti dei consoli che aveano aperto a forza il granajo del capitolo, sinchè i padri son vivi, nè di quei consoli che in alcun modo pregiudicassero alla chiesa, o entrassero per forza nella canonica o nelle case de’ fratelli[157].

Sempre poi i vescovi serbarono qualche resto dell’autorità loro; e come ricchissimi che manteneansi ancora, e capi d’una gerarchia e di un tribunale ecclesiastico, guardavansi quai primi cittadini, opinando prima di tutti, e facendo la prima comparsa negli affari. Questo intralciamento di diritti e di pretensioni potea non recare trista sequela di cozzi e di gelosie?

In mezzo a queste, le Repubbliche si organizzarono ciascuna distintamente con una varietà che è mirabile sintomo d’estesa ragione negl’Italiani, ma che è impossibile a seguirsi se non nelle storie domestiche. Accennando que’ sommi capi in che le più s’accordavano, dirò come la suprema signoria stesse nell’assemblea dei cittadini, alla quale, a suon di trombe o di campana, convocavansi plebei insieme e nobili, sommati talvolta a centinaja e migliaja. In Milano era di ottocento, poi fu cresciuta e là ed altrove sino a millecinquecento e a tremila, escludendo solo i mestieri sordidi. A Firenze vi entravano le ventiquattro arti e i settantadue mestieri. In quella generale adunanza, a voti si decideva della pace, della guerra, delle alleanze. Sembra non vi si favellasse molto, e che ciò fosse un male lo lascerem dire ad altri; ma i partiti non si pigliavano generalmente a semplice maggioranza, volendosi ove i due terzi, ove i tre quarti; in alcun luogo si raccoglieva complessivamente il voto di ciascuno de’ corpi che componeano il gran consiglio.

Pei molti affari dove occorre segreto e decisione spedita e spassionata, venne istituito il consiglio minore o di credenza[158], composto de’ più ragguardevoli, giurati di non palesare i trattamenti. Erano di spettanza sua le finanze, il vigilare sopra i consoli, le relazioni esterne, e vi si disponevano i partiti da sottoporre alla deliberazione del popolo.

I consoli, magistratura, come dicemmo, di attribuzioni particolari, e che al formarsi de’ Comuni furono posti al governo, erano scelti per suffragi; e senza la cauta divisione de’ poteri, doveano render giustizia e amministrare la guerra, quasi non corresse divario fra i perturbatori dell’ordine interno e dell’esteriore. I campagnuoli non erano partecipi della pubblica amministrazione; ma molti castelli e borghi, massime di Lombardia, crearono consoli proprj, più limitati di autorità, sebbene intenti ad emulare i consoli cittadini.

I doveri dei consoli venivano annoverati nel giuramento che essi prestavano entrando in carica, e che inscrivasi negli statuti. In quelli di Genova, i più antichi che si conoscano[159], leggesi il seguente:

— In nome del Signore, noi piglieremo il magistrato questo giorno della purificazione della Madonna, e nel medesimo giorno, terminata la compagnia, il deporremo.

«Opereremo sempre a utilità del vescovado e Comune nostro, e ad onore della santa madre Chiesa.

«Esamineremo le quistioni private sulle istanze degli interessati, le pubbliche anche senza istanza, di buona fede, secondo ragione e con perfetta egualità, non pregiudicando al Comune in favore de’ privati, nè ai privati in favor del Comune.

«In caso di disparere tra noi, varrà la pluralità; in caso di parità, ci riporteremo a un savio, di cui non sia conosciuto il parere.

«Rivocheremo e miglioreremo le sentenze fatte dal nostro consolato, qualunque volta il richieda la giustizia.

«Sentenzieremo in pubblico entro quindici giorni dopo presentato il libello, quando non cada in dì festivo, o l’attore non si ritiri.

«Per una sentenza non percepiremo direttamente o indirettamente più di tre soldi.

«Quando alcuna parte non trovi avvocato difensore, a sua istanza glien’eleggeremo; e se l’eletto ricusi, o non si adoperi di buona fede, gli vieteremo di comparirci dinanzi per tutto il nostro consolato.

«Imporremo a’ testimonj chiamati in giudizio dalle parti, di comparire e deporre il vero, obbligandoli, in caso di rifiuto, al rifacimento del danno. Nelle cause maggiori non si vorrà meno di dodici testimonj. Di chi citato a testimoniare, negasse comparire davanti a noi e giurare il vero, faremo vendetta a nostro arbitrio, ancorchè sia negli ordini sacri, perchè così vuole ragione.

«Le proprietà, i feudi e i diritti posseduti pacificamente per trent’anni, conserveremo intatti a’ possessori.

«In caso d’omicidio premeditato e palese, manderemo in esiglio il colpevole, daremo il guasto a’ suoi beni, e il possesso di quelli a’ più stretti congiunti dell’ucciso, o, quando li rifiutassero, alla cattedrale. Se non sia provato chiaramente il reo, permetteremo a’ congiunti fino in terzo grado di domandargli d’ammenda quanto vorranno, o quanto almeno potrà dare l’accusato. E s’egli rifiuterà pagarla, e sfiderà a battaglia l’accusatore, sarà lecito, e il soccombente puniremo come avremmo punito il palese omicida.

«Chiunque portasse armi dal suono del campanone sin alla fine del parlamento, condanneremo in lire dieci se n’abbia almeno cinquanta, o in una se n’abbia sopra dieci, e in meno a nostro arbitrio se povero.

«Non permetteremo torri più alte di ottanta piedi, e a venti soldi per piede condanneremo i trasgressori.

«I falsatori di monete e i complici loro spoglieremo d’ogni avere e d’ogni diritto a favore del pubblico erario; proporremo al parlamento che siano banditi in perpetuo; e venendo in nostro potere, farem loro troncare la destra. Sarà però necessario a un tanto castigo o la confessione del reo, o ch’e’ sia convinto mediante legale deposizione de’ testimonj.

«Ad ambasciatori assegneremo solo l’onorario approvato dalla maggioranza del parlamento.

«Vieteremo il portare nel nostro distretto merci pregiudicievoli alle nostrali, salvo i legnami e guarnimenti di nave.

«Non imprenderemo guerra, nè faremo oste, divieto o imposizione senza il consenso del parlamento; nè aumenteremo i dazj marittimi, fuorchè all’occasione di nuova guerra in mare; e i pesi cadranno uguali su tutti.

«Chiunque, invitato da noi o dal popolo ad ascriversi nella nostra compagnia, non avrà aderito entro undici giorni, ne sarà escluso per tre anni avvenire; non accetteremo in giudizio le sue istanze, salvo fosse per difesa; nè lo nomineremo ai pubblici uffizj, e farem divieto che nessuno della nostra compagnia lo serva delle sue navi, o lo difenda ai tribunali.

«Qualunque volta un estranio sarà accettato nella nostra compagnia, gli daremo il giuramento di abitazione non interrotta nella nostra città, secondo il consueto degli altri cittadini. Pe’ conti, pe’ marchesi e per le persone domiciliate fra Chiavari e Portovenere basterà l’abitazione di tre mesi l’anno.

«Osserveremo fedelmente l’appalto delle monete a coloro che si sono obbligati verso il Comune, e saranno leali alle convenzioni co’ principi e popoli forestieri».

Per correggere lo sconcio feudale di lasciare nelle mani stesse l’amministrazione e la giustizia, si distinsero i consoli minori o dei placiti, specialmente applicati ai giudizj, a differenza di quei del Comune o maggiori[160]. Trattavano collegialmente le cause: tenendo giurisdizione separata in distinti quartieri: e il tribunale di ciascuno distinguevasi con insegna particolare, dicendosi del bue, dell’aquila, dell’orso, del leone, e così via; a Piacenza erano dipinti sul tribunale il griffone e il cervo, a Verona l’ariete; a Mantova diceansi del banco di san Pietro, di sant’Andrea, di san Giacomo, di san Martino[161].

Consoli chiamavansi, fin prima della libertà, altri sovrantendenti alle grasce, alla marina, alle arti o simili, e così continuarono. Nel 1172 Milano creava otto consoli de’ mercanti, collo stipendio di sette lire di terzuoli, e l’obbligo di sopravvedere alle misure, riscuotere le multe dei bandi, delle bestemmie e di somiglianti trasgressioni, e provvedere che i mercanti andassero sicuri. I consoli delle faggie doveano rivendicare e difendere i diritti del Comune sovra i pascoli intorno alla città, e sopravvegliare alle strade: il quale uffizio a Chieri chiamavasi dei sacristi, a Siena de’ viaj. Di poi ciascun corpo volle avere o piuttosto conservò consoli proprj; e così le parrocchie e le terre, dove sussistettero fin ai giorni nostri quali agenti del Comune.

Nell’elezione dei consoli operavano spesso l’intrigo e l’ingerenza delle famiglie potenti; e trovandosi scelti da case e da fazioni nemiche, si contrariavano gli uni gli altri, incagliando gli affari, e per tema o preghiere o disservigio lasciando lesa o monca la giustizia. La potenza de’ consoli annui ed elettivi non era bastante a reprimere i faziosi, nè potea reggersi che appoggiata ad un partito, mancando dell’imparzialità necessaria a garantire i diritti di tutti. I consoli, nemici personali de’ castellani ch’essi aveano spossessati, poteano esserne giudici? Tornando cittadini dopo un anno, trovavansi esposti alle vendette de’ ribaldi che avessero puniti o delle famiglie offese. Per dominar l’anarchia bisognava un tribunale che da più alto reggesse cittadini e castellani, che non fosse nè feudale nè borghese, che potesse reprimer robustamente le lotte; popolare così che i cittadini lo potessero opporre ai nobili, eppur nobile affinchè l’aristocrazia l’accettasse, e che per origine non avesse e per lunga dimora non adottasse le passioni de’ cittadini. A tale intento Bologna chiamò il faentino Guido di Ranieri da Sasso, che esercitasse il potere de’ consoli del Comune, e presedesse a quelli de’ placiti. Questo nuovo magistrato s’intitolò la podestà, come quelli che il Barbarossa ai Comuni sottomessi aveva imposti invece dei consoli; e dovea rappresentare l’antico elemento imperiale, quasi custode della legale società, e di quella giustizia che, anche dopo l’emancipazione, si considerava come privilegio imperiale.

Tale novità si conobbe spediente per ridurre nel Comune anche quest’avanzo delle pretensioni imperiali, ottenere più disinteressata l’applicazione delle leggi, e operare ne’ casi urgenti colla prestezza che viene dall’unità dell’esecutore. Fu dunque adottata, e cernivasi il podestà fosse dalla nobiltà castellana rimasta indipendente, fosse da città della fazione medesima, fosse tra persone celebrate per onestà o per conoscenza di leggi. Proposto nel pubblico consiglio, era eletto a pluralità di voti, ovvero se ne comprometteva la nomina in un certo numero di probi: taluni lo chiedeano al papa o all’imperatore, ma presentandogli le convenzioni o lo statuto ch’ei dovea giurare anche prima di conoscerlo. Da Perugia si mandavano cittadini, e più volentieri frati, a conoscere nelle città forestiere gli uomini di maggior vaglia, da’ cui nomi imborsati si sortiva il nuovo podestà[162].

Al designato spedivasi un’ambasceria; ed egli, al Capodanno o al san Martino, entrava con solenne incontro de’ cittadini e del vescovo, e con messa e panegirica orazione; e venuto sulla piazza maggiore, recitava una diceria, giurava osservare gli statuti, non ritenere la carica oltre un anno, e non partirsi prima d’aver subìto il sindacato[163], e nel nome di Dio assumeva l’uffizio.