C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO VII.
STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO VII.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1876
LIBRO NONO
CAPITOLO XCIV. L’Italia dopo caduti gli Hohenstaufen. I Feudatarj. Torriani e Visconti.
Abbiamo dunque veduta l’Italia andare spartita a misura delle labarde vincitrici, fra’ capi de’ varj eserciti longobardi, franchi, tedeschi, normanni, in quella feudalità che all’accentramento soverchio delle società antiche surrogava un soverchio sminuzzamento, sicchè, mancata ogni idea di nazione o di Stato, quella soltanto sopraviveva d’un signore e d’una terra. A fianco di questa società, tutta di nobili possessori, viene alzandosene un’altra cittadina, di artigiani, di liberi uomini, di studiosi, e progredisce tanto da costituirsi in un Comune, che o si associa con quello dei nobili, o gli fa contrappeso. Ne rimaneva ancora escluso il basso popolo, e questo pure cominciò a sentire di sè; e quantunque non avesse importanza propria, l’acquistava coll’accostarsi ai nobili od ai Comuni, e così darvi prevalenza.
Di unità, di patria estesa non s’aveva concetto, e dire Italiani era poco diverso dal dire oggi Europei, non avendo nè origine nè ordinamenti comuni: le loro guerre erano funeste, non fratricide più che quelle del Francese contro il Tedesco: la libertà rimaneva un privilegio, giacchè se la città era de’ cittadini, l’Italia era dello straniero, e si direbbe che i nostri preferissero essere liberi con apparenze di servitù, che liberi di nome e servi di fatto.
Il titolo d’imperatore de’ Romani fece accettare la supremazia de’ re forestieri: ma questi, non paghi di quell’augusta sovranità sui tanti signori scomunati, nè del patronato sui Comuni reggentisi a popolo, aspirarono a un dominio diretto ed efficiente, quale negli ultimi Romani. Alla pretensione posero argine i Comuni, e le due Leghe Lombarde chiarirono come i deboli coll’unione possano resistere ai prepotenti. La prima riuscì ad assodare repubbliche; la seconda invece spianò il calle alle tirannidi. Dalla pace di Costanza si era ottenuta una libertà sparpagliata, varia da città a città; ora queste vanno raccogliendosi in grossi Stati, sovente sottomessi a un capo: da quella pace la sovranità imperiale restava consolidata a fianco della libertà; ora la si trasforma in tutt’altra guisa da quella che era stata concepita al tempo di Carlo Magno e nel grande concetto della repubblica cristiana.
Imperciocchè l’Impero altercando coi papi avea smarrita la sua impronta di santità; altercando coi popoli cessò di sembrar tutore della libertà de’ nuovi cittadini romani; ostinandosi nel conquistare l’Italia, non potè raccogliere la Germania in robusta unità, ma lasciolla ridursi ad un regno simile agli altri, ove da un lato i capi s’industriavano a render retaggio di famiglia una dignità che per essenza era elettiva e destinata ai migliori, dall’altro i principotti se ne disputavano i brani, in una dipendenza sempre scemante, in una confederazione sempre meno determinata. Discussa poi la dignità del capo durante il Grande Interregno, rivalse in ogni dove il diritto del pugno, e la guerra di tutti contro tutti ammaccò il glorioso scettro di Carlo Magno, e finì coll’assicurare a un migliajo di baroni la sovranità territoriale, cioè che ciascuno fosse indipendente con mero e misto imperio nel proprio possesso, per quanto angusto.
Ingelositi delle eroiche famiglie che aveano dato una serie di grandi imperatori, i Tedeschi andarono a cercarne uno nei cinquanta conti tra cui si era spartita l’Elvezia. Un Rodolfo, conte di Habsburg nell’Argovia, aveva menato in Italia una banda d’uomini di Uri, Schwitz e Unterwald, coi quali mettevasi a stipendio di chi bisognasse di braccia: servì Federico II (1240) all’assedio di Faenza, poi accettò soldo da’ Fiorentini: chiuso in Bologna, tolse a prestito alquante lire per tornare in patria, lasciando statichi dodici Tedeschi, studenti su quella università[1]. Scomunicato per aver arso un monastero di Basilea, ne fece ammenda, e trovando una volta un curato che, portando il santo viatico, dovea guadar un torrente, gli cedette la propria montura, nè più volle restituisse il cavallo che avea sostenuto il Signore del mondo. L’arcivescovo di Magonza viaggiando a Roma, si fece da lui scortare per le vie mal sicure: e quando si trattava di eleggere un imperatore (1273), si risovvenne di Rodolfo e lo propose: — È signore di poco Stato, perciò non potrà soperchiare; è vedovo e con molta figliolanza, perciò gli elettori potranno seco imparentarsi». Ebbe in fatto i voti; alla coronazione mancando lo scettro, egli impugnò una croce, e — Ben ne terrà vece questo segno che salvò il mondo».
Conosceva il suo tempo costui. Professandosi affatto tedesco, in altra lingua non volea parlare, nè in altra dettar le leggi; rattoppava egli stesso la propria casacca; mangiava rape nel campo; e tal fama godea di onestà, che lo chiamavano la legge vivente. Ben presto diede a conoscere di voler rispettata la corona. Vinto il suo competitore Ottocaro II re di Boemia, che avea occupato pure i paesi tra il Danubio e l’Italia, del ducato d’Austria a lui tolto investì il proprio figliuolo Alberto (1282), mettendo le basi alla grandezza di sua famiglia, alla quale trovò modo d’infeudar la Carintia, la marca dei Vendi e Pordenone, cioè una delle porte d’Italia.
Rodolfo non riceveva un’avita tradizione di risse e puntigli coi papi, nè, come gli Ottoni e i Federichi, smaniava per la civiltà romana risorgente in Italia; vedea di dover assicurare il primato in Germania, anzichè pericolosamente disputarlo in questa Italia, ch’egli paragonava alla caverna del leone infermo, dove la volpe vedeva tutte le pedate dirette in dentro, nessuna di ritorno. Non pensò dunque mai a venire per la corona, pago d’intitolarsi re dei Romani, e confermò ai papi quanto pretendeano (t. VI, p. 505), i quali così furono assodati nel temporale dominio, ed ebbero resa l’Italia indipendente dai Tedeschi, ponendovi anche un robusto contrappeso nella dominazione meridionale degli Angioini. Per sessant’anni i paesi della Lega Lombarda non sentirono calcagno d’imperatori, che, cessato d’essere conquistatori, e perdendo l’influenza esterna perchè in paese mancavano di quiete, negligevano il giardin dell’Impero, come Dante se ne lagnava[2]; nè fino ai miseri tempi di Carlo V non pensarono mai seriamente a far conquiste di qua dai monti. Rodolfo, poco geloso di diritti nominali in paese forestiero, vendeva privilegi e libertà a qualunque città avesse denaro da comperarli; a Lucca per dodicimila scudi; per metà tanti a Genova, Bologna, Firenze: bella opportunità di legalizzare e consolidare le libere costituzioni.
Queste erano nate, non dirò dal fondersi, ma dallo accostarsi degli elementi indigeni con quelli della conquista, e sviluppate col sottrarre la giurisdizione dai conti e dai vescovi, poi difenderla contro delle armi tedesche e delle indigene ambizioni. Costretti a trionfare d’un potere guerresco, por freno ad un’autorità illimitata, restringere le immunità del clero e i privilegi dei nobili, sbalzare antiche famiglie dai possessi o dai dominj, emancipare gli schiavi, costruire l’edifizio nuovo con rovine impastate di sangue, i Comuni doveano di necessità passare per le tempeste, che sgomentano le anime paurose, ma che offrono nobile spettacolo a chi nella storia ama vedere gli uomini in contingenze che agitano il loro spirito, esaltano le loro passioni.
Chi scorresse il bel paese, lo trovava diviso in una infinità di Comuni erettisi in repubblica, e frammezzati da signorie militari. Quasi guardiano, il conte di Savoja teneva i due pendii dell’alpi Cozie e Graje, al meridionale de’ quali si appoggiavano i marchesi di Saluzzo e del Monferrato. Piemonte si diceva propriamente il paese fra le Alpi, il Sangone e il Po, cui terra principale Pinerolo. Sulla sinistra del Po Torino, già suddita de’ proprj vescovi, che nel 1169 ebbero dal Barbarossa l’immunità pel circuito d’un miglio[3], era superata ancora per traffici e attività da Chieri, per potenza da Ivrea ed Asti[4]. Vercelli dominava la destra della Sesia[5]; tra il qual fiume, il Ticino e l’Alpi che chinano al lago Maggiore prosperava il Novarese.
Nelle pingui pianure fra il Ticino, l’Adda e il lago Maggiore, Milano primeggiava tra altre città minori eppure indipendenti, quali Como che dominava la maggior parte del suo lago e di quel di Lugano, e addentrava nelle valli di Chiavenna fino alla Spluga, della Leventina fin al Sangotardo, della Valtellina fin allo Stelvio; Lodi, rinnovatasi in riva all’Adda inferiore; Crema sul basso Serio; Pavia che dal Ticino si allargava oltre il Po, fra i dominj di Vercelli, Novara, Tortona e il Monferrato; Bergamo, donna delle romantiche valli da cui colano l’Imagna, l’Oglio, il Serio, il Brembo; Brescia, estesa dall’Oglio fin ad Asola e al lago di Garda, in pericoloso contatto colla ghibellina Cremona, che estendevasi da Cassano a Guastalla, da Mozzànica a Bòzzolo, sull’isola Fulcheria, sullo Stato Pelavicino fra Parma e Piacenza, possedendo trecento ville e parrocchie.
Di là del Po, Alessandria, al confluente della Bormida e del Tànaro, rammentava sempre le proprie origini; sulla Scrivia fioriva Tortona; sulle due rive del Mincio e del Po da Asola fin alla Mirandola sanavasi per via di argini e di colmate il territorio di Mantova, allora più bella che forte. Verona fu sempre tenuta in gran conto dai dominatori forestieri, perchè signoriando dal territorio di Roveredo fin nel Polesine di Rovigo, schiudeva i passi dalle gole Trentine fino alla pianura circumpadana. Allo sbocco delle valli Alpine e tra l’Adige, il Piave, il Tagliamento[6] cresceano Bassano, Treviso, Vicenza, Padova: a Udine il patriarca, signore del Friuli e dell’Istria, colla sua potenza, non seconda che al papa, aveva impedito si formassero i Comuni, stabilendo invece una feudalità ecclesiastica con parlamento, cioè riunendo le forze sociali che altrove restavano spicciolate.
L’antica Gallia Cispadana, fra il Po, gli Appennini, la Trebbia e il Reno, era divisa tra Piacenza sulla Trebbia, Parma, Reggio, Modena che si spingeva fin presso al piccol Reno. A Ferrara si aggregava gran parte de’ paesi abbracciati dai varj rami pei quali il gran fiume pigramente scende all’Adriatico. Tante città, e l’una accosto all’altra! eppure all’aura della legale e consentita libertà seppero compiere imprese, cui appena basterebbero estesi principati.
Dappertutto, ma singolarmente ne’ territorj montuosi, eransi conservati o sorti castellani, signori assoluti ciascuno nella propria terra, e amici, nemici, alleati fra loro o colle città vicine come con Stati indipendenti. A piè dell’alpi Cozie prepoteano i Saluzzo, i Masino, i Balbo in mezzo alle repubbliche d’Asti e di Chieri, e una serie di castellotti annidava i signori della val d’Aosta. Nelle Retiche, a Trento sedeva un duca longobardo, che dominava a settentrione fin a Mezzolombardo, segnando il confine germanico Mezzotedesco che gli sta a fronte; a mezzogiorno abbracciava la val Lagarina, ma val Sugana restava annessa al distretto di Feltre. Sotto i Carolingi or formò contado distinto, or parve unito a Verona: ma gl’imperatori alemanni procurarono toglierlo all’Italia, investendone i vescovi, e unendone così le sorti a quelle di Bolzano, sede d’un graf tedesco. I vescovi ebbero dipendenti ma spesso contumaci i conti del castello Tirolo, che poi diede nome a tutto il paese: e dopo che Federico II mandò a tiranneggiar Trento il podestà Lazzaro da Lucca e l’odiato Rodegerio da Tito, il vescovo Engone sollevò le giudicarie, e lunga guerra ne seguì tra i guelfi di Lizzana, Madruzzo, Vigolo, Brenta, e i ghibellini d’Arco, Pergine, Campo, Levico: Trento era sbranata fra i partiti, e ne ingrandirono i conti di Tirolo, imparentati cogli Svevi e cogli Absburghesi, i quali infine ne divennero signori[7].
Essi conti, che dominarono la Rezia e la val Venosta, capitanavano i piccoli dinasti della val d’Adige contro i conti d’Eppan; ai quali poi prevalsero i conti di Gorizia, che molti secoli padroneggiarono le valli dell’Inn e dell’Eisack e il Tirolo settentrionale. Gli Andecks di Merano, segnalati nelle crociate e nelle guerre degli imperatori in Italia, fondarono Innspruck, furono duchi di Croazia e di Dalmazia, e terminarono nel 1248. I Castelbarco, che pretendeano derivare dai re di Boemia, tennero colla Lega Lombarda contro i vescovi di Trento, finchè questi si pacificarono con Verona, e investirono a quella famiglia Castel Pratalia e Castel Barco; la quale poi, parteggiando or cogli oltramontani ora coi Milanesi e i Veneti, crebbe a insigne grandezza.
Gli emulavano i conti d’Arco, che vantavansi stirpe di re Desiderio, e che possedettero Penede, Drena, Restoro, Spineto, Castellino, quasi a riva del lago di Garda. Vassalli del principe vescovo di Trento, da Federico II ebbero il mero e misto imperio; privilegio anteriore ad ogn’altro di famiglie tirolesi, non esclusa la absburgese. Eppure si avversarono all’imperatore, e come il resto del Tirolo italiano ebbero a soffrire dall’invasione di Ezelino: più tardi contesero coi signori di Madruzzo e coi Sejani di Lodrone pei possessi delle giudicarie interiori e di gran parte delle esteriori. Anche i signori di Lodrone riportano fin al XII secolo i dominj che li posero tra i grandi feudatarj del vescovado di Trento sin al perire de’ governi dinastici.
Al varco delle alpi Carniche i Porcia, i Brugnera, i signori di Prata, di Valvassone, di Spilimbergo divideansi col patriarca d’Aquileja il dominio del Friuli. Fra i deliziosi laghi di Como e di Lugano i Rusca estesero talvolta il dominio fin oltre il Montecenere ed alla robusta Bellinzona, dove incontravano i signori di Sax, padroni della retica valle Mesolcina. La consorteria dei Visconti, suddivisa in più rami, muniva di rôcche le due sponde del lago Maggiore. I Venosta, i Lavizzari, gli Avvocati, i Capitanei, i Quadrio di Valtellina erano spesso alle prese coi Lambertenghi, i Vitani, i Castelli, i Malagrida del Lario, e coi Torriani della Valsàssina, e coi Càrcano, i Vimercati, i Mandelli, i Pirovano, i Giussani, i Perego, i Parravicini, i Sirtori, gli Annoni, i Sacchi, i Riboldi, ed altri capitanei della Brianza. Nelle deliziose pendici vergenti al lago d’Iseo primeggiavano i Calepj, i Suardi, i Calini, i Martinengo, i Fenaroli: nel Pavese i Langoschi, i Gambarana, i Lomellini, i Beccaria: nel Lodigiano i Vignati, i Vestarini, gli Averganghi, i Sommariva: sul Milanese gli Airoldi, i Medici, i Crivelli, i Meiosi, i Pusterla, i Bianchi, i D’Adda, i Litta, gli Oldradi, gli Arconati, i Bossi, i Castiglioni ed altri signori delle castellanze varesine: in quel di Parma i Rossi verso l’Appennino; in quel di Piacenza i Pelavicini, i Landi, gli Anguissola, gli Scotti; sul Reggiano i Correggio, i Pico, i Fogliani, i Carpineti; sul Modenese i Montecuccoli; sul Mantovano i Bonacolsa e i Gonzaga; nel Cremonese i Pelavicini, i Barbò e i Secchi, che s’imparentarono fin cogl’imperiali Comneno; nel Padovano gli Estensi e i Carrara; nel Vicentino e nella Marca Trevisana i Collalto, i Camino, i da Romano, i Camposampiero; nel Veronese i Montecchi, gli Scaligeri, i Sanbonifazio.
Ai due corni di questa che chiameremmo Italia continentale, sviluppavano una libertà d’origine più antica e differente Genova e Venezia. Questa saviamente non erasi ancora dilatata sul continente italiano; e attenta al mare, oltre le estesissime colonie di Levante, aveva sottomesse Capodistria, Pola e le altre città di quella costa, e in Dalmazia Salona, Sebenico, Spàlatro, Narenta, finchè gli Ungheresi non gliele tolsero, eccetto Zara: e semicerchiava l’Adriatico, fin a pretenderne il dominio esclusivo. Genova teneva alta signoria sulla riviera a levante e a ponente del suo golfo, e su porzione della Corsica e della Sardegna: ma sulla costa e fra le balze della Liguria avevano conservato giurisdizioni feudali i Doria, gli Spínola, i Fieschi, i Grimaldi, gli Usodimare, i Zaccarìa; i marchesi del Carretto o del Finale prestavano omaggio all’Impero. Di là procedendo sulla riviera di Levante negli Appennini occorrevano le signorie dei Malaspina, poi fra le montagne lucchesi i Porcari, nella Versilia i nobili di Corvaja e Valecchia, nel Pisano i Segalari e quei della Gherardesca.
Lucca sulle due rive del Serchio e della Lima contendeva da libera con Pisa, la quale dominava il litorale toscano, le vicine isole Montecristo e Gorgona, fin dal VI secolo popolate da monaci Basiliani venuti d’Oriente, e quelle di Giglio, Elba, Pianosa e porzione della Sardegna; e cencinquantamila abitanti potea mantenere col prospero commercio. Ma a scapito di essa cresceva Firenze, il cui dominio si stendeva dalle alture che separano l’Elsa dall’Era affluenti dell’Arno, sin alla pendice degli Appennini in Romagna, e dalla valle superiore del Reno sin a mezzogiorno di Colle. Da colle a Montepulciano signoreggiava Siena, e fra le tre era chiuso il territorio di Volterra; paesi che, non ancora diffamati dalla mal’aria, fiorivano di agricoltura, di popoli, di castelli. E Siena e Arezzo a greco di essa, e Pistoja a maestro di Firenze, vedremo poc’a poco da questa ridursi alleate, poi suddite; infine Pisa stessa.
Molti castellani aveva accomunati Firenze; pure gli Uberti e i Pazzi fra le gibbosità del Valdarno superiore «non cessarono di fare contro al Comune di Firenze» (Coppo Stefani); gli Ubaldini dominavano il Mugello; ad occidente i Certaldi e i Capraja; nel Sienese gli Ardenghi a ponente, gli Scalenghi a levante, i Giulieschi a settentrione; negli Appennini fra la Toscana e Bologna gli Ubaldini, gli Ubertini, i Tarlati; i Cadolinghi a Fucecchio, nella Maremma i Pannochieschi, in val di Cornia gli Orlandi, in val di Fiora gli Aldobrandeschi. I moltissimi rami de’ conti Guido conservavano possessi in tutte le contrade di Toscana, ma specialmente nelle montagne di Pistoja e d’Arezzo, e i castelli d’Elci, di Gavornano, di Monterotondo ed altri nella maremma; altri a Spoleto e nella Romagna: sicchè questi e i tanti castellani fra cui era spicciolata la Garfagnana, tenevano circonvallate le repubbliche toscane; ma discosti dalle città, non pensavano o non riuscivano a formarvi partiti e ottenere preponderanza (Cap. XCV).
La Chiesa principava sulla Romagna, sulle marche d’Ancona e Spoleto, l’Etruria meridionale, la Sabina, il Lazio fin a Terracina e Fondi. Incontaminate le più da dominazione di Barbari, quelle regioni aveano molto conservato degli antichi ordini municipali, di maniera che ogni villaggio pretendeva l’autocrazia. Le città di diretto dominio pontifizio eleggevano i proprj magistrati, che esercitavano la giurisdizione civile e la criminale, quando fossero approvati dal papa e gli avessero giurato fedeltà; il qual giuramento prestavasi pure dai cittadini ogni dieci anni. Al papa rendevansi i consueti servizj feudali dai vassalli e le regalie; e ogni Comune gli tributava a proporzione delle teste, eccettuandone gli ecclesiastici, i militi, i giudici, gli avvocati, i notaj, e quelli che non avessero alcuna proprietà tassabile. Sotto Innocenzo III questa imposta gravava di nove denari ogni fumante; ma spesso i Comuni la traduceano in una contribuzione fissa[8]. Il conte di Romagna era nominato dal papa, e dipendente dal legato; ma ciò non impediva che vi crescessero i Comuni.
Però molti signori, sciorinando bandiera imperiale, si erano sottratti alla santa Sede, e fatti tiranni delle città; altri derivavano dall’indigena nobiltà romana o ravennate, o dalle capitanerie forestiere, o da parentela coi papi. Così tiranneggiavano a Bologna i Pèpoli e i Bentivoglio, a Ravenna e Cervia i Polenta, a Rimini e Cesena i Malatesta, a Fermo i Migliorati, ad Urbino i Montefeltro, a Camerino i Varano, ad Imola i Manfredi e gli Alidosi, a Foligno i Trinci, a Forlì gli Ordelaffi.
Sebbene dunque, per la cessione di Rodolfo imperatore, i diritti maestatici cessassero d’esservi divisi fra i papi e gl’imperatori o i loro vicarj e conti, pure la pontifizia riducevasi a poco meglio di una primazia di dignità, la quale di poco restringeva sia le repubbliche sia le signorie comprese in quel tratto; e continuavano a condursi come indipendenti, talvolta anche nemiche alla santa Sede, senza legame tra loro, nè differendo dall’altre d’Italia se non pel partecipare che faceano alle vicende della Chiesa.
Alcune famiglie tenevansi ritte in faccia al papa, come i Colonna ad occidente di Preneste, gli Orsini tra le montagne a mattina del Teverone, i Savelli nell’antico Lazio verso Monte Albano, i Frangipani dalla parte di Anzio a settentrione delle paludi Pontine, i Farnesi ad occidente del lago di Bolsena, gli Aldobrandini a scirocco della Toscana. Che più? in Roma stessa il Governo e il suo capo trovavansi aggirati e sovversi dalle prevalenti famiglie dei Colonna, Orsini, Savelli; e il trionfare de’ Guelfi o dei Ghibellini nel resto d’Italia aumentava o diminuiva la potenza dei papi, costretti sovente a cercarsi appoggio coll’eleggere a senatori i re che venissero in Italia, od altri caporioni; amici pericolosi. E quantunque Innocenzo III avesse tratta al pontefice la conferma del senatore, e Nicola III stanziasse non poter quello essere uno straniero o un potente, nè sedere oltre un anno, pure dovettero spesso ritirarsi fuori di Roma, e massime a Viterbo od Orvieto.
Fra l’altre repubbliche segnalavasi Bologna, ricca e ingloriata dal suo studio. Ivi i consoli de’ mercanti sin da principio aveano entrata nel grande e nel piccolo consiglio; poi le arti e i mestieri v’ottennero rappresentanza nel 1228, quando pretesero, non solo esser partecipi al governo, ma indipendenti, e che dei loro interessi decidessero capi proprj, escludendo gli altri membri del consiglio. I macellaj a viva forza fecero passare questo partito; onde la repubblica si compose di due stati, il Comune e le arti, con suggello e assemblee distinte. Il podestà della prima e il capitano delle altre venivano perciò a continui conflitti, sinchè le arti prevalse istituirono un gonfaloniere di giustizia che durava un mese, e doveva eleggersi per turno da ciascun’arte, con due aggiunti dei mestieri ed uno del Comune, cioè della nobiltà.
Bologna avea ridotte a sua giurisdizione Imola, Cervia, Faenza, Forlì, Forlimpopoli, Bagnacavallo, mandando i suoi podestà alla più parte della Romagna; disputava a Modena i castelli del Frignano, e dal podestà facea giurare di recuperare il territorio fino al Panàro, concessole (asseriva) dall’imperatore Teodosio II.
Quant’è da Ascoli sul Tronto e da Terracina sul golfo di Gaeta fin all’estremità d’Italia formava il regno di Napoli, eccettuato Benevento, che alla venuta degli Angioini era tornato ai papi. Le provincie in cui era diviso, derivavano dai gastaldiati e contadi introdotti da Longobardi, detti poi giustizierati dai Normanni, sotto dei quali pare cominciassero anche le nuove denominazioni di Terra di Lavoro, che è quella fra il Silaro, il Garigliano, l’Appennino e il mar Tirreno; di Principato citra e ultra, detto così da che il duca di Benevento prese il titolo di principe sull’antico Piceno di qua e sul Sannio di là dell’Appennino; di Basilicata, nome di greca origine, come la Capitanata dai Catapan; di Calabria citra e ultra, al paese che dall’Appennino scende al mar Jonio presso Strómboli, e al Tirreno presso al golfo Ipponiate; di Terra di Bari, già Puglia Peucezia; e d’Otranto, già Japigia, all’estremità d’una delle code dell’Appennino; di contado di Molise; dei due Abruzzi, di qua e di là del fiume Pescàra.
La feudalità, seminatavi dai Normanni, radicata dagli Svevi, non si spense sotto gli Angioini, e i baroni ebbero sempre grand’entratura nel reggimento del paese. Principali erano i Sanseverino, che tenevano la miglior parte della Basilicata, Amalfi col ducato suo, le contee di Sanseverino e di Marsico nel Principato, di Bassignano in Calabria, di Matera nella provincia di Taranto; i Pipino, che dominavano su largo tratto della Capitanata e sul montuoso del principato di Bari; i Balzi nelle regioni occidentali del principato di Taranto, e nelle orientali della Basilicata; i Ruffo sulla falda a greco del Bruzio; i Cantelmi sul piovente occidentale dell’Appennino dal lago Fúcino a Venafro. Negli Abruzzi i contadi di Tagliacozzo e Manupella erano investiti agli Orsini di Roma, conti anche di Nola, principi di Salerno, e che poi successero ai Sanseverino, ai Ruffo, ai Balzi; sulla costa gli Aquaviva tenevano il contado d’Atria, gli Avalos il marchesato di Pescara; nell’interno i Gambalesa comandavano alla contea di Montorio, i Savelli a quella di Celano: in Terra di Lavoro i Gaetani al contado di Fondi, i Marsano al ducato di Sessa: nel Principato i Tôcco al contado di Marino, i Sanframondo a quel di Cerreto, i Sovrano a quel d’Aviano: in Calabria gli Origlia a quel di Nicastro, i Caraccioli a quel di Gerace, e così via.
Altrettante suddivisioni si novererebbero nei tre valli di Sicilia: ma sembra che la popolazione ivi stesse ristretta in grosse città e borgate, giacchè, mentre la sola Capitanata contava cencinquanta paesi, altrettanti appena ne sono attribuiti all’intera isola in un diploma del 1276[9].
Nelle repubbliche ai feudi era stata tolta la politica importanza, restringendoli ad una forma privilegiata di possesso: ma nel Piemonte e nelle Sicilie conservarono il mero e misto imperio, e lo attestavano colle forche erette davanti ai castelli, nell’elevatezza delle quali si pose tale emulazione che la legge dovette moderarla.
Il titolo di marchese non ebbe fra noi significazione dinastica come in Germania, ma indicò nobili aventi diritti di conte sopra dominj proprj, a differenza dei conti ch’erano funzionarj del re o dei vescovi. Di marchese e conte di Milano è dato il titolo ad Azzo d’Este nel 1097; e Federico I lo rinnovò ad Obizzo suo nipote il 1184, aggiungendovi la marca di Genova[10]: il che (essendo già libere quelle città) equivaleva a costituirnelo vicario per sostenervi i diritti imperiali. Obizzo stesso era vassallo del vescovo di Genova; vassallo d’essa città era suo figlio Moruello; e confederati coi signori di Lunigiana, coi conti di Lavagna, con altri.
Principali avversarj agli Estensi erano gli Ezelini, de’ quali vedemmo le origini, e come si facessero primarj rinfianchi alla dominazione di Federico II (t. VI, p. 440). Col titolo di vicario di questo, Ezelino IV consideravasi signore indipendente nel Padovano, Trevisano e Bassanese; strozzava ogni voce che s’elevasse contro al suo sanguinario dominio; facea colpe di morte non solo l’antichità della stirpe, l’opulenza, il valore, la chierica, ma persino la pietà e la bellezza, e tutto ciò che rendesse un uomo riverito e perciò temuto. Entro orribili carceri a Padova lasciava morire e imputridire i suoi nemici, o ne li traeva perchè, a schiere mandati al capestro, insegnassero ad obbedire.
Uscite vane le ripetute ammonizioni, il pontefice Alessandro IV intimò una crociata (1256) in nome di Dio contro questo nemico degli uomini. Gran gente vi accorse; frati d’ogni colore gridavano all’armi; Giovanni da Schio, l’apostolo della pace, uscito dall’oscurità dov’era ricaduto dopo lo spettacoloso ma effimero trionfo di Paquara, ricomparve a capo degli armati, che le città guelfe, spalleggiate da Venezia, mandavano col titolo di Crociati, e preceduti dal vessillo romano. Essi a forza ritolsero Padova ad Ezelino, gli ribellarono altre città: ma il tiranno sbuffando vendetta, con truppe saracine e tedesche, sostegno predisposto d’ogni tirannia, ricuperò Padova, e la corse a viva chi vince: doppia ruina dell’insigne città. Alleato col fratello Alberico signore di Treviso, con Buoso da Dovara cremonese, e col marchese Oberto Pelavicino, egli trovavasi sotto mano tutte le forze dei Ghibellini di Lombardia, e di conserva presero e guastarono Brescia, nodo de’ Guelfi. Ma ad Ezelino non bastava la signoria divisa, e mentre adoprava il valore contro i nemici, tesseva artifizj per iscemare il potere del marchese e del Dovara; e quando essi credeano avere stabilito un triumvirato, egli si pianta despoto di Brescia, donde corre a recuperare un dopo uno i castelli toltigli dai Crociati, sbranandoli col fuoco, col sacco, col macello.
Sempre invalse che dell’alta Italia non potesse considerarsi padrone chi non tenesse Milano, la quale estendeva il dominio sopra alcune città vicine, l’influenza su tutte. La lunga guerra coi Federichi ne aveva esauste le finanze. Tentò risanguarle Beno de’ Gozzadini (1256) bolognese, che chiamato podestà, gravò di nuove imposte l’estimo per ispegnere un prestito ch’erasi fatto in bisogno di guerre: e vi arrivò; ma poi suggerì di prolungare quella imposta onde finire il Naviglio che traeva fin a Milano le acque del Ticino. La plebe, grata a chi la liscia più che a chi la giova, sorse a furore, e trucidatolo, il buttò in quel canale che forma la ricchezza del Milanese e la gloria di lui.
Memore di Federico Barbarossa, Milano tenevasi corifea della parte guelfa: alla ghibellina invece propendevano i castellani del vicinato; di che s’invelenivano le ire fra nobili e plebei, e riotte intestine, e alterni scacciamenti e disastri della città e della campagna, e trascuranza del pubblico bene. E già potea dirsi sciolto il Comune, poichè i varj ordini dello Stato ne formavano altrettanti, con governo distinto, e due o tre podestà, e consoli opposti a consoli, assemblee ad assemblee, impaccio ad ogni buona provvisione.
Accennammo come vi allignassero gli eretici Patarini, alcuni de’ quali fecero ammazzare frà Pietro da Verona inquisitore (t. VI, p. 351). Il Carino, uccisore di lui, fu côlto e messo in mano del podestà; ma presto fuggì: e il vulgo, credendo connivente il podestà, prese questo, e ne saccheggiò il palazzo; impedì ai nobili di dare la signoria a Leon da Perego arcivescovo, e domandò che anche plebei potessero esser canonici della metropolitana, privilegio delle maggiori famiglie, per modo che l’arcivescovo da loro eletto era sempre dei primi patrizj. Sostenuti da questo, dai proprj vassalli e dipendenti, e dall’uso delle armi, i nobili sormontavano la motta popolare, sino a voler ridestare un’antica legge de’ tempi feudali, per cui potessero dell’uccisione d’un plebeo riscattarsi per sette lire e dodici soldi di terzuoli (lire 114). Un popolano, scontrato il nobile Guglielmo da Landriano, lo sollecita a pagargli un antico debito, e questi l’uccide: il popolo insorge a furia, respinge i nobili, che con Leon da Perego alla testa ricovrano ne’ castelli del contado del Seprio, donde, alleati con Novaresi e Comaschi, poteano recidere il commercio e i viveri alla città.
La plebe vedevasi costretta o a stipendiare qualche capitano forestiero che la proteggesse anche coll’armi, o a cercare fra’ castellani un capo cui l’aura popolare piacesse più che l’arroganza patrizia. Quando i Milanesi ritiravansi in rotta da Cortenova (1257) abbandonando il carroccio a Federico II, furono raccolti e pasciuti da Pagano della Torre, signore della Valsassina, il quale perciò era divenuto idolo dei popolani, ch’egli sosteneva a spada tratta, fosse virtù o quella affettazione di generosità con cui i nobili demagoghi velano spesso l’egoismo. Fatto è che il popolo, volendo un magistrato proprio che lo schermisse dalla prepotenza de’ nobili, elesse lui a capitano (1242), finchè si calmarono le ire. Scoppiate di nuovo, fu sortito a quel grado il suo discendente Martino (1257), il quale represse i nobili, diè mano a riformare gli ordini sottraendo le maestranze dal dipendere dall’arcivescovo, e così montò in istato di vero signore. Tolto a stipendio il marchese Manfredi Lancia con mille cavalli, trasse fuori il carroccio, e cominciava la guerra civile contro i nobili fuorusciti; se non che persone prudenti rabbonacciarono, e condussero la pace di Sant’Ambrogio.
In essa da una parte i nobili e valvassori, dall’altra la motta, credenza e popolo, stabilirono che ogni singolar lite, causa, discordia e controversia tra le parti avessero a ridursi a pace perpetua: ogni ingiuria si rimettesse, eccetto se alcuno fosse ingiustamente possessore di qualche bene: gli elettori, il consiglio, il Governo, i consoli del Comune o della giustizia, e tutti gli altri uffiziali ordinarj e straordinarj, emendatori dello statuto, ambasciadori, metà dovessero essere del Comune, e metà di valvassori e capitanei: tre trombetti per il popolo potessero eleggere gli altri tre per la parte de’ capitanei: tutti gli sbanditi a titolo di Stato fossero riammessi, e i beni mobili ed immobili restituiti a loro od agli eredi. Seguivano concessioni e convenzioni speciali per gli abitanti di Como, di Varese, di Cantù, d’Angera e pei capitanei d’Arsago: e per riparare i danni fatti, il podestà spenderebbe ogni anno in granaglia lire seimila del Comune di Milano; e i Comuni, borghi, luoghi e cascine consegnerebbero le biade a Milano, secondo il consueto: ciaschedun cittadino fosse obbligato far condurre a Milano due moggia di mistura per ogni centinajo di libbre del valsente suo, e chiunque non fosse in estimo potesse condurre ed estrarre grani da Milano: in tempo di carestia si potesse cercarne anche ne’ solaj degli ecclesiastici, e quel che sovrabbondava al viver loro, tradurlo a Milano. Si tenessero riparate le strade; non si riscotessero dazj o gabelle più dell’usato; i pretori farebbero soddisfare all’offeso delle ruberie sofferte intorno a Milano a quattro miglia. Martin della Torre e suoi agnati, e tutti i capitanei e valvassori collegati col popolo, potessero a volontà ritornare alla parte de’ capitanei e valvassori, senz’altro carico che di pagare i foderi passati e presenti. I castelli di singole persone non fossero molestati dal Comune, se non per decreto del consiglio. Ne’ borghi e nelle ville le persone maggiori di vent’anni avessero facoltà di eleggere il proprio rettore per un anno quando non fossero per consuetudine sottoposti al podestà di Milano[11].
Particolareggiammo questa famosa pace per mostrare come la politica non fosse la predominante nelle transazioni d’allora, e sempre vi si mescolassero ordinamenti civili ed economici, che poi si registravano negli statuti. Sanciva essa l’eguaglianza civile fra nobili e plebei, e intitolavasi perpetua: ma non seppero nè le famiglie chetarvisi, nè i popolani usarne con dignità; e ben presto ecco i nobili costretti a fuoruscire di nuovo, e cercare ajuto da Como, ove la loro parte prevaleva: più volte vennero alle prese con avvicendata fortuna, e Filippo arcivescovo di Ravenna legato pontifizio, accorso a pacare, mandò in esiglio il Torriano e Guglielmo da Soresina, l’uno capo de’ popolani, l’altro de’ nobili. Ma quegli tornò, e prevalse: i nobili, perduta la patria, accolsero il furioso partito di darla ad Ezelino. Secondo la segreta pratica tenuta con loro, costui mosse in fatti alla sorda da Brescia per sorprendere Milano, e già varcata l’Adda, difilavasi battendo per Monza e Vimercato sopra la metropoli della Lombardia, quando Martino, avutone spia, radunò a stormo l’esercito plebeo, e gli girò alle spalle, sollevando i popoli. Onde non vedersi intercetta la ritirata, Ezelino diè volta verso l’Adda; ma al ponte di Cassano si trovò a fronte i nostri (1259), e costretto a battaglia, cadde ferito, e poco poi spirò da disperato in Soncino. Fu una medesima esultanza per tutta la Lombardia e la Marca; città e castella già sue si rendettero o furono prese; suo fratello Alberico, assediato nella rôcca di San Zenone, e costretto darsi a discrezione (1260), fu coll’innocente famiglia mandato agli orribili strazj con cui si manifestano le vendette popolari; e il grido di libertà sonò con entusiasmo per tutta la valle padana.
Ma troppo spesso i popoli liberati da un padrone non hanno maggior premura che di trovarsene un altro; e al cadere degli Ezelini supremò la Casa d’Este. Questa, avversata da Federico II perchè stretta parente dei Guelfi di Baviera suoi emuli, oltre il castello e la borgata da cui traeva il titolo, possedeva il marchesato di Ancona, e come feudi imperiali Rovigo, Calaone, Monselice, Montagnana, Adria, Aviano, la signoria di Gavello, e un’infinità di masserie, giurisdizioni, avocherie su quel di Padova, Vicenza, Ferrara, Brescia, Cremona, Parma, nel Polesine meridionale, nella Lunigiana e ne’ monti toscani, poi nel Modenese e Piacentino, spingendosi fin verso Tortona a confinare coi marchesi di Monferrato. Alcuni erano liberi allodj, altri feudi militari o benefizj ecclesiastici, e ne domandavano la conferma dai papi e dagli imperatori: ma la potenza cui erano sorti, dava arbitrio agli Estensi di considerarli come beni proprj. Ferrara, tiranneggiata da Salinguerra, vecchione indomito e in fatti d’armi famoso, aveva esibito il primo esempio di sottomettersi a un principe (1208), attribuendo ad Azzo d’Este arbitrio di far e disfare il giusto e l’ingiusto[12]. Anche Modena, straziata da discordie, elesse signore Obizzo d’Este: sette anni dopo, Reggio la imitò, indi Comacchio, Treviso, Feltre, Belluno obbedivano direttamente o indirettamente ai Da Camino. I Veronesi si diedero in signoria a Mastin della Scala, che cacciò i conti di Sanbonifazio, i quali per sessant’anni non poterono rientrare in una città dove aveano signoreggiato. Mastino, ucciso nel 1277, trasmise il dominio al fratello, e questo ai figliuoli.
I Cremonesi, smaniosi di vendicare la sconfitta tocca nel 1248 sotto Parma, elessero podestà il marchese Oberto Pelavicino, ghibellino affocato; il quale, secondato da fuorusciti, li menò contro Parma (1250), ed entratovi, ne tolse il Gajardo, carroccio cremonese, e molti prigionieri, che furono poi spediti a casa sbracati. Da questa, che i Parmigiani intitolarono la Mala Giobia, cominciò la grandezza di quel marchese, che già signore di Cremona, nel 1252 ottenne d’essere gridato signore perpetuo di Piacenza, e sarebbe stato anche di Parma se un vil sartore non fosse sorto a persuadere quanto valesse meglio la libertà.
La vittoria sopra Ezelino crebbe in Milano oltre misura il credito di Martin Torriano, il quale, inseguendo i nobili che, fallito il tradimento concertato, s’erano rifuggiti presso la famiglia Sommariva di Lodi (1259), sottomise anche questa città. Novecento nobili, afforzatisi nel castello di Tabiago in Brianza, vi furono presi e tradotti a Milano (1261), con insulti d’ogni peggior maniera: però Martino impedì fossero trucidati, e sempre si astenne dal sangue, dicendo: — Poichè non ho potuto dar la vita a nessuno, non soffrirò di torla a chichessia». E veramente egli seppe temperarsi nell’ambizione; e vedendo che la milizia plebea non bastava a tener testa ai nobili, non esitò a lasciar nominare capitano generale il Pelavicino, che così tenne in signoria quella città, cui Ezelino aveva indarno aspirato.
Forte di tale appoggio, la fazione popolare cercò incremento col portare arcivescovo Raimondo, parente di Martino. Si opposero con ogni lor possa i nobili, proclamando Uberto da Settala; onde, per riparare allo scisma, Urbano IV nominò a quella sede il canonico Ottone Visconti, che coll’appoggio de’ nobili suoi pari tenne la campagna, ed occupò molti castelli, massime nelle parti del lago Maggiore, dove erano i feudi di sua famiglia. I Torriani presero e spianarono i castelli di Arona, d’Angera, di Brebbia, occuparono altre terre dell’arcivescovo; lo perchè essi e la città furono posti all’interdetto, e bandita contro loro la croce.
Amareggiato da ciò, Martino moriva immaturo (1263), e Filippo suo fratello otteneva l’autorità di esso e la tutelava coll’armi. Como, per insinuazione de’ Vitani, davasi a lui; per forza la Valtellina, e così Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo: ed egli dissimulava il suo ingrandimento, tanto che della signoria fece investire Carlo d’Angiò. Napoleone gli succedette (1265) col titolo d’anziano perpetuo, quasi ereditario tramandandosi il dominio, benchè i Torriani non ne cercassero il titolo.
A differenza degli altri tiranni, stavano essi coi Guelfi, onde prosperarono per le vittorie degli Angioini. Accampava coi Ghibellini il Pelavicino, che avea sottoposte anche Pavia e Brescia: ma questa, all’udire la morte di Manfredi, trucidò i soldati di esso, e invocò i Torriani, che, accolti a rami d’ulivo, vi rimpatriarono i Guelfi, e ne furono gridati signori. Un altro Torriano era governatore di Vercelli, ma i Ghibellini milanesi fuorusciti il sorpresero ed uccisero. Emberra del Balzo, podestà di Milano per re Carlo, consigliò a trucidare cinquantadue parenti degli assassini; della quale atrocità piansero tutti i buoni, e Napoleone sclamò: — Il sangue di questi innocenti ricadrà su’ figli miei». Quando poi, al comparire di Corradino, quei che erano a parte d’impero rialzarono il capo, e Oberto Pelavicino e Buoso da Dovara minacciarono rinnovare i tempi di Federico e d’Ezelino, Milano incalorì le città, e con Vercelli, Novara, Como, Ferrara, Mantova, Parma, Vicenza, Padova, Bergamo, Lodi, Brescia, Cremona, Piacenza ritessè la Lega Lombarda (1267), unendosi col marchese d’Este e con quel di Monferrato, il quale fu nominato capitano.
Allora Cremona e Piacenza, buon o malgrado, indussero il Pelavicino ad abdicarsi della signoria, ond’egli si ritirò ne’ suoi castelli di Gusaliggio, Busseto, Scipione, Borgo San Donnino, e morì lasciando la sua famiglia ricca ma non sovrana. Il Dovara, di cui il legato pontifizio erasi valso per snidare il predetto, sperava rimanere signor di Cremona; ma ne fu egli pure cacciato, abbattute le sue case, assediata la sua rocchetta sull’Oglio, e poichè la vide capitolare ed essere rasa, ricoverò fra’ monti a morire senza dovizie nè potenza.
Al contrario, Napoleone continuava da signore in Milano, sostenuto anche dal cugino Raimondo, ch’era stato fatto patriarca di Aquileja, e che, andando alla sua sede (1274), menò seco sessanta nobili garzoni milanesi per scudieri, riccamente divisati con arme e cavalli bellissimi; cinquanta cavalieri aurati, ciascuno con quattro cavalli e uno scudiere; sessanta militi con due cavalli ciascuno, e cento uomini d’arme cremonesi (Corio). Tanto era ricca quella casa. Napoleone, assoldate truppe, tenne la lancia alle reni dei nobili, e più volte ne uscì vittorioso; tutto guelfo ch’egli era, si fece costituire vicario dall’imperatore Rodolfo d’Habsburg; e senza lasciarsi lusingare da favori nè atterrire da scomuniche, resisteva al papa e all’arcivescovo Ottone Visconti.
Men costante di lui, il marchese di Monferrato mutossi capitano della parte ghibellina, con sè traendo Pavia, Asti, Como e i fuorusciti di Milano. Questi ultimi aveano per centro Como e per capo il Visconti, che, escluso sempre dall’arcivescovado, menava fazioni e battaglie nelle pianure e sui laghi che fanno deliziosa l’alta Lombardia. I nobili, disperati d’altro soccorso, riduconsi a Pavia (1276), e inducono Gotifredo conte di Langosco a farsi loro capo e aspirare così alla signoria del Milanese: di fatto egli campeggiò sul lago Maggiore, e prese Arona e Angera; ma Cassone della Torre, avuto una smannata di Tedeschi da Rodolfo, prese lo stesso conte con molti nobili, a trentaquattro de’ quali fe’ mozzare la testa in Gallarate. Era fra essi Teobaldo Visconti padre di Matteo; onde l’arcivescovo Ottone si incalorì alla vendetta: da’ Canobiesi fece allestire una flottiglia, comandata da Simone di Locarno, famoso prode, il quale, ito a Como, resuscitò la parte de’ Visconti. Quivi attestatisi, e soccorsi da Pavesi e Novaresi guidati da Ricardo conte di Lomello (1277), i Visconti ripresero Lecco, Civate ed altre rôcche, e attraverso alla Martesana procedeano sopra Milano. I Torriani stavano a malaguardia in Desio, dove furono sorpresi e messi in isbaraglio: Napoleone co’ suoi parenti Mosca, Guido, Rocco, Lombardo, Carnevale furono chiusi in gabbie nel castel Baradello di Como: Cassone ebbe tempo di fuggire a Milano, ma solo per vedere il popolo saccheggiare i palazzi de’ suoi, onde ricoverò presso Raimondo patriarca, col cui appoggio alimentò a lungo la guerra; finchè, spintosi co’ suoi sin alle porte di Milano (1281), a Vaprio fu interamente sconfitto.
A Ottone si fece incontro il popolo gridando Pace, pace, ed egli la diede; proibì ogni persecuzione o vendetta, e tolse per capitano Guglielmo marchese di Monferrato, al quale allora obbedivano Pavia, Novara, Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria, Tortona, Casale. Costui, sentendosi forte, facea da padrone; onde l’arcivescovo si guadagnò le case Carcano, Castiglioni, Mandello, Pusterla ed altre caporali; e côlto il destro che colui stava fuor di città, occupò il Broletto, chiuse le porte in faccia al marchese, e restato unico padrone, fecesi proclamare signore perpetuo. Il popolo sotto i Torriani erasi già avvezzo a un padrone; i nobili, da questi abbattuti e spinti in esiglio, non sentivansi forza a resistere: talchè senza molti ostacoli la maggiore repubblica dell’antica Lega Lombarda diveniva un principato.
L’arte e la fortuna giovarono i Visconti a renderlo ereditario ed abbracciarvi tutta Lombardia, spodestando o ereditando de’ principotti insignoritisi di ciascuna città.
E l’un dopo l’altro tutti i paesi che erano usciti repubblicani dalla pace di Costanza, si restringeano a signoria di un solo, e invece di giovarsi dell’interregno per consolidare le proprie costituzioni, si disperdevano in superbie iraconde; invece della ragionevole soggezione per cui gli Stati fioriscono, riottavano nell’anarchia, che fa parer desiderabile la servitù. Tutti gli uomini si erano dati a una fazione, e le fazioni sempre si danno a un uomo, il quale trovasi padrone di quanti ad essa si addissero, e che non gli domandano se non di farla trionfare; trionfato, attribuivano i poteri ad un capitano o difensore del popolo, e glieli prorogavano per tre, cinque, dieci anni, abituando lui a principare, sè ad obbedire. E poichè il popolo vincitore sentivasi inetto a governare, se ne rimetteva a qualche signore, nobile per lo più, eppure destinato a reprimere i nobili. Così nella moderna Inghilterra si ebbe sempre bisogno di un lord, anche per far provvedimenti contro i lord.
Consueto effetto delle rivoluzioni, non si esitava a sagrificare la libertà ad un nome vano, alla passione del momento, diritti smisurati commettendo ad un’assemblea o ad un magistrato. Milano nel 1301 al capitano del popolo, al giudice della credenza di Sant’Ambrogio e al priore degli anziani del popolo concedeva la podestà più preziosa, quella di far leggi. I popolani fiorentini riusciti vincitori, «a ser Lando da Gubbio puosono uno gonfalone di giustizia in mano, e diengli imperio sopra chi attentasse contro li Guelfi e lo presente stato; il quale bargello avea balìa niuna solennità servare, ma di fatto senza condannazione procedere in avere e in persona». Nel 1380 fecero riformagione che gli otto di balìa potessero spendere diecimila fiorini, senza darne conto segreto o palese, in perseguire e far morire i ribelli del Comune in ogni forma e via e modo che a loro meglio paresse[13]. Altrove le balìe, i cinque dell’arbitrio o simili riceveano mandati temporarj, che intepidivano la gelosa cura della libertà e spianavano il calle alla tirannide.
Rimosso il pericolo della dominazione forestiera e cresciute le dovizie e gli agi del vivere, i cittadini si applicarono all’industria smettendo le armi. Ne crebbero d’importanza i nobili, i quali dalla fanciullezza si educavano agli esercizj e a portare un’armadura di ferro a tutta botta, sotto la quale invulnerabili dalle picche della milizia cittadina, trionfavano quasi senza pericolo; la sicurezza del vincere crescea baldanza di osare, e facilmente argomentavansi di dominare sopra gente ch’era invalida a resistere. Più lo fecero quando i capitani di ventura posero il valore a servizio di chi pagava, e patteggiavano coi tirannelli per sostenersi, o aspiravano essi medesimi al primo grado.
Il tempestare cittadino aveva indotto stanchezza, e sempre è il benvenuto chi, all’estremo d’una rivoluzione, giunge a ricompor le cose, quand’anche al tumulto sostituisca l’abjezione e il letargo. Voi che vedeste i Romani, repubblicani affocati, acconciarsi alla stemperata tirannia degl’imperadori, non istupirete che di nuovo i ridesti Italiani soffrissero i duri sproni de’ tirannelli. Del cadere sotto un signore soffrivano i grandi, impediti dai loro arbitrj e dagli sfrenati appetiti d’una più o men ristretta oligarchia: ma la plebe si trovava giovata del non esser più esposta alle ire di tutta una parte, e al soperchiare d’ogni emulo e d’ogni avversario; e dell’obbedire, anzichè a molti, ad un signore solo e lontano, il quale non avrebbe passione d’offendere gl’individui, anzi interesse di procacciare il fiore di tutti: e ne sperava quella giustizia e quella sicurezza che, se non un compenso, sono un ristoro alla privazione della libertà. Contenta della quiete interna, del freno posto agli oligarchi, degli spettacoli e delle pompe, ne voleva bene ai principi; e contro quegli stessi che ci sono dipinti pei peggio ribaldi, rado o non mai la vedremo insorgere, benchè non mai cessassero quelle congiure di pochi, che fallendo rinfiancano la potenza che aveano inteso demolire. I letterati e i leggisti, dei quali crescevano il numero e l’importanza, attingevano dal diritto romano canoni di servilità, e sempre aveansi in pronto una diceria, colla quale alle assemblee popolari persuadere i vantaggi della tirannide. I nobili, a cui danno cadeva questa rivoluzione, ribramando il passato e invidiando gli uomini nuovi, pur non sapevano affratellarsi nè ai Comuni nè tra sè in quell’accordo, che in altri paesi li ridusse opportuno contrappeso alla monarchia nascente: pertanto poneansi a corteggiare il signore onde ottenere qualche brano di autorità, di godimenti, di arroganza; o gittavansi a macchinazioni, che porgeano a quello buona ragione di sterminarli o comprimerli. Insomma mancava a tutti il sentimento della legalità, fosse per assodare le repubbliche, fosse per temperare i principati.
E le repubbliche a breve andare mutavansi in signorie senza avvedersene, come senza avvedersene erano salite alla libertà. I tiranni (tal nome i nostri, al modo greco[14], davano a coloro, buoni o malvagi, che usurpavano dominio in libera terra) aveano cura di farsi decretare solennemente, dagli anziani o dalle assemblee popolari, il titolo e i poteri di signori generali per tempo limitato, e ricevere l’investitura colla tradizione dello stendardo e del carroccio. Faceasi dunque mostra di rispettare la sovranità del popolo; sicchè, al governo monarchico innestando forme costituzionali, pareva dovesse impedirsi il despotismo, le magistrature popolari moderare i signori, che di rimpatto resterebbero protetti dalle leggi e dalla nazionale garanzia. Ma come in Roma gl’imperatori dominarono assoluti perchè rappresentavano il popolo sovrano, così questi tirannelli nessun limite legale trovavano ad un potere che dal popolo era attribuito.
Non era dunque necessario frutto della democrazia la tirannide, bensì conseguenza aristocratica, giacchè ogni oligarchia è gelosa ed esclusiva, e chiede ingrandire a scapito degli altri. La tirannide poi serviva effettivamente gl’interessi popolari, elevando gli infimi contro i prischi prevalenti: per modo che, quand’anche fosse cacciato il tiranno, rimaneva la gente nuova ed estrania, da lui assisa sui beni confiscati. Allora i primi spogliati s’affacciavano alla riscossa, cacciavano la gente nuova, faceano nuovo spartimento, e quella vicenda irrequieta non lasciava tampoco il riposo, che erasi sperato compenso alla servitù.
Le rivolte non erano impeti di libertà; voleasi cangiare di signoria, ma il governo restava pur sempre militare e dispotico, giacchè ai disuniti bisognavano capi assoluti; s’applaudiva ai giudici che castigassero i caduti dominatori, per quanto eccedessero; i partigiani dei nuovi pretendeano franchigie e indipendenza; i vinti fuoruscivano, istituendo un governo tirannico perchè indipendente dalla pubblica volontà, e che pretendeva dal di fuori governare la patria, sovvertirla, mutarla; il nuovo padrone secondava le proprie passioni, e conoscendosi vacillante, si reggea con politica subdola e giustizia inumana, gettando a spalle ogni moderazione e generosità.
Il dominio che una città aveva già acquistato sopra altre, diveniva una signoria, che gli ambiziosi attendevano ad ampliare; onde l’Italia settentrionale, che alla pace di Costanza trovavasi sminuzzata in tante repubbliche quante città, queste vide aggregarsi attorno ad alcuni centri, e formare gli Stati nuovi, la cui storia così varia è ribelle a quel procedimento sistematico che si rivela dove un signore unico determina o almeno dirige gli avvenimenti d’un paese.
CAPITOLO XCV. Toscana.
La salda dominazione degli antichi marchesi Bonifazj aveva impedito alla Toscana di ridursi libera come le città lombarde ma estinti quelli colla contessa Matilde (1115), le dispute che intorno alla costei eredità si agitarono fra i pontefici e gl’imperatori, offrirono ai Comuni il destro d’emanciparsi, e agli uni o agli altri appoggiandosi acquistar privilegi, o nella lotta usurparli[15]. Federico II, erede dell’ultimo duca di Svevia fratello del Barbarossa, vi tenne de’ vicarj, ma ognora più scadenti d’autorità, e ricoverati in qualche terra castellata, come Sanminiato, che perciò fu detto al Tedesco.
Del territorio rimanevano in dominio signori forestieri; o longobardi, come i marchesi di Lunigiana, i conti Guido, quei della Gherardesca; o franchi, come i marchesi Oberto, quei del Monte Santa Maria, i conti Aldobrandeschi, gli Scialenga, i Pannochieschi, gli Alberti del Vernio, della Bevardenga, dell’Ardenghesca, e così via.
Fiesole, avanzo delle città onde gli Etruschi aveano coronato le alture italiche, già da Cicerone notata per gran lusso e spese d’imbandigione, deliziosi poderi, fabbriche suntuose, mutati i tempi, avea ridotto a battistero un bellissimo avanzo di antichità pagana; eretto il duomo, ove nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro trasportò le reliquie di san Romolo patrono della città; e di lassù le famiglie patrizie minacciavano gli uomini del piano. Ma era giunto il tempo che questi a quelle prevalessero; e Firenze, inferiore per postura a Fiesole come a Pisa per opportunità di commercio, maturava la libertà, che a lungo dovea poi custodire e sempre amare. La prima adunanza generale di popolo vi si tenne il 1105 per istanza del vescovo Ranieri: la prima impresa che se ne rammenti è la spedizione del 1113 contro Ruperto vicario imperiale, il quale, postato a Montecáscioli, bicocca dei conti Cadolingi, molestava i Fiorentini, finchè essi non l’ebbero scovato e ucciso, e spianata la sua rôcca.
Trascinata da Pisa nella briga contro Lucca, Firenze conosce le proprie forze, e le usa a sottomettere i castellani; «perocchè in tutte le terre sono molti nobili uomini, conti e cattani, i quali l’amano più in discordia che in pace, e ubbidisconla più per paura che per amore» (Dino Compagni); abbatte i castelli, che impacciano il traffico e ricoverano i prepotenti; obbliga le famiglie antiche a scendere dalla minacciosa Fiesole[16], e i popoletti ad accettare le sue leggi, come fece coi cattani di Montorlandi e con quei di Chiavello, che, riscattatisi dai conti Guido, s’erano collocati in un bel prato sul Bisenzio, donde prese nome la lieta città che vi fabbricarono[17]. Dai Buondelmonti, che nel castello di Montebuono esigeano pedaggi da chiunque passasse, non potendo ottener ragione, Firenze li vinse (1143), ed obbligò a venire in città. Dal conte Uggero volle promessa di non far male ad alcun Fiorentino, anzi ajutarli, esser con loro in guerra, abitare tre mesi in città, dando in pegno i castelli di Collenuovo, Sillano, Trémali. I signori di Pogna, che non posavano di molestare il Valdelsa, furono domi coll’arme, e demolite quella e le torri di Certaldo e quante n’erano sin a Firenze, che che strepitasse il Barbarossa di questa che a lui pareva lesione del potere imperiale. Nel 1197 comprava il castello di Montegrossoli in Chianti: nel 99 squarciava quel di Frondigliano, poi con lungo assedio Semifonti e il castello di Combiata, riottosi al Comune: nel 1220 disfece Mortenana castello degli Squarcialupi, e in appresso quelli di Montaja, di Tizzano, di Figline, di Poggibonzi, di Vernia, di Mangona: abbattè le famiglie dinastiche dei Cadolinghi di Capraja, degli Ubaldini di Mugello, degli Ubertini di Gaville, dei Buondelmonti nel Valdambria: fabbricò una terra dove potessero rifuggire quelli di Castiglion Alberti, della badia d’Agnano, della pieve di Prisciano, di Campannoli, di San Leolino, di Monteluci, di Cacciano, di Cornia, ville signorili che così restavano deserte.
Più poderosi di tutti erano gli Alberti; ma essendosi divisi per stipiti, poterono dalla città essere sottomessi a patti o a forza. Nel 1184 il conte di Capraja di quella famiglia colla moglie e i figliuoli si dava in accomandigia alla Repubblica fiorentina, obbligandosi consegnare ai consoli di essa una delle torri di Capraja, da custodire o distruggere a voglia; e subito troviamo i membri di quella famiglia rettori e consoli nella città. Ma poi guastatisi con essa, malmenavano i passeggieri e i villani, sicchè i Fiorentini v’andarono a oste, e distrutto il loro castello di Malborghetto, costruirono quel di Montelupo per tenerli in freno. Invano il conte Guido Borgognone cercò opporsi istigando a guerra i Pistojesi, cui erasi giurato fedele (1204): vinto, dovette co’ suoi figli e cogli uomini di Capraja prestare omaggio al Comune di Firenze, sottoponendogli quella terra, pagando ventisei denari per ogni focolare, e promettendo far guerra a volontà de’ consoli contro chiunque, eccetto i Lucchesi per tre anni, e l’imperatore per sempre: i consoli di Firenze a vicenda prometteano difenderli dai Pistojesi e da ogni altro nemico, e non diroccare il castello di Capraja[18]. Non però quei conti stettero così ai patti, che Firenze non fosse costretta più volte osteggiarli: certo rimasero potenti a segno, che molti ajuti poterono dare ai Pisani per ricuperare l’isola di Sardegna.
Nel 1273 il consiglio generale dei Trecento e lo speciale dei Novanta approvavano si comprasse dal conte Guido Salvatico gli uomini, le terre, i castelli di Montemurlo, di Montevarchi, Empoli, Monterappoli, Vinci, Cerreto, Collegonzi, Musignano, Colledipietra, pagando ottomila fiorini piccoli; la qual somma verrebbe somministrata dai Comuni redenti a proporzione della lira, cioè dell’estimo[19].
Alcuni signori mantennero negli aviti castelli una sovranità locale, come i Pazzi nel Valdarno, i Ricásoli nel Chianti. Una consorteria di Longobardi o Lambardi padroneggiava la Versilia, cioè la valle di Seravezza. Gli Ubaldini diramavansi in tanta parentela, da dominare quasi un principato[20]. I Pulci, i Nerli, i Gangalandi, i Giandonati, i Della Bella avevano inquartato alle loro armi quella d’Ugo di Brandeburgo, marchese di Toscana al tempo di Ottone III, dal quale aveano ricevuto la nobiltà; e il giorno di san Tommaso festeggiavano nella badìa di San Settimo il nome di quel barone[21]. Altri casati si elevarono in città pel traffico, come i Cerchi, i Mozzi, i Bardi, i Frescobaldi, poi gli Albizzi e i Medici; e talora vennero assaliti nelle proprie case, come i vassalli nelle rôcche.
Aggiungansi le signorie ecclesiastiche; perocchè, siccome i monaci Santambrosiani a Milano, così gli abati di Agnano, di Montamiata, del Trivio, di Passignano, di Monteverde erano principi sui loro beni; massime quelli di Sant’Àntimo in val d’Orcia, cui Lodovico Pio avea concesso quasi tutto il territorio fra l’Ombrone, l’Orcia e l’Asso, tanto che sopra il patrimonio d’essa badìa Lotario II assegnò mille mansi per regalo nuziale ad Adelaide. Gli abati dell’Isola presso Staggia nel Volterrano furono baroni su tutta l’isola e sul popolo di Borgonuovo; e Castelnuovo dell’abate, Gello dell’abate, Vico dell’abate e tant’altri nomi consimili ricorrenti segnano villaggi nati per opera di questi monaci toparchi.
Eguale avviamento, chi cercasse, troverebbe in tutti i Comuni della Toscana. Montegémoli dei conti Guido si sottoponeva al monastero di Monteverde, da cui fu ceduto a Volterra il 1208; e così Querceto e Castelnuovo da Montagna. Nel 1221 i conti Aldobrandeschi si accomandavano ai Sanesi, dando in pegno i castelli di Radicóndoli e Belforte; altrettanto i signori di Montorsajo e i Cacciaconti di Montisi, e varie famiglie nobili di Chiusdino. Agli abati di Sant’Antimo fu tolto Montalcino, paese cominciato s’un colle vestito di elci, e allora cinto di mura.
Siena combattè gli Scalenghi; nel 1212 comprava le appartenenze di Asciano; fin poi dal 1151 Palteniero Forteguerra le aveva sottomesso le sue castella, fra cui San Giovanni d’Asso. Così le si sottomisero i Salimbeni di Belcaro, i visconti di Campagnatico ed altri. Ma Omberto di Campagnatico verso il 1250 aggrediva sulla strada quanti erano amici a Siena, finchè alcuni Senesi travestiti da frati s’introdussero nel suo cassero e l’uccisero. Anche gli Ubaldini molestarono lungamente le valli del Santerno e della Sieve: i Pannochieschi continuavano a dominare Montemassi, che Castruccio nel 1328 fece ribellare a’ Senesi, i quali pertanto coll’armi e la fame lo vinsero e fecero distruggere, e tal fatto dipingere nel palazzo del concistoro da Simone Memmi. I Salimbeni, perchè decapitato uno e imprigionati altri di loro consorteria, nel 1374 mossero guerra al Comune di Siena, e ripresero Montemassi: ne nacque guerra; infine si compromise la cosa nella Signoria di Firenze, e la rôcca rifabbricata fu resa a quel Comune[22].
I castelli del Chianti furono incentivo di guerre fra Siena e Firenze, che ivi confinano; e Montepulciano, di cui s’ignora l’origine, ma già si trova mentovato nel 715, si collocò a devozione de’ Fiorentini, promettendo non imporre gabelle alle merci di questi, e offrire pel san Giovanni un cero di cinquanta libbre, e l’annuo tributo di cinquanta marche d’argento. I Senesi ne mossero richiamo davanti un congresso di nobili del vicinato e di rappresentanti delle città; e dall’esame apparve che da quaranta e più anni non apparteneva al distretto di Siena, ma era dominato da alcuni conti teutonici. Non vi s’accontentò Siena, e più volte ritentò sommettere colle armi Montepulciano, che fu distrutto e rifabbricato, e dopo molte vicende si accomandò a Siena, promettendo avere gli stessi amici e nemici, non levar dazj o gabelle sui Senesi, offrire, il giorno di Maria Assunta, un cero fiorito di cinquanta libbre, ad ogni richiesta mandare due cittadini al parlamento in Siena, eleggere fra i cittadini di quella il podestà e capitano col salario di quattrocento lire ogni semestre, i quali però governassero secondo gli statuti di Montepulciano.
Grosseto, centro della valle del basso Ombrone senese, nacque attorno al Mille, e fu città quando Innocenzo II nel 1138 vi trasferì la sede vescovile di Roselle, antica città etrusca, allora caduta ed esposta alle infestazioni dei ladri. Stette a signoria degli Aldobrandeschi di Sovana, i quali poi s’accomandarono alla Repubblica di Siena, a cui i Grossetani stessi giurarono sommessione, e il tributo di lire quarantotto annue e cinquanta libbre di cera; come il vescovo tributava venticinque lire e un cero di libbre dodici. La sommessione però fu sempre irrequieta, e più volte scossa.
Pistoja, venuta su dopo asciugati i suoi paduli nel 500, ebbe ricche famiglie, tra cui i progenitori dei conti Guido e anche dei Cadolingi; fu governata dal vescovo, dal conte, dal gastaldo; e dopo morta la contessa Matilde si emancipò. I suoi statuti sono i più antichi che si conservino: nel 1150 già aveva podestà e consiglieri, a’ quali il cardinale Ugo, legato pontificio e discepolo di san Bernardo, scriveva perchè cassassero l’illecito giuramento che faceano, entrando in carica, di non far mai bene agli Spedalinghi nè in vita nè in morte. Quel Comune sottopose i vassalli vescovili di Lamporecchio, i conti Guido di Montemurlo, i conti di Capraja, i conti Alberti di val Bisenzio, i popoli di Artimino e Carmignano.
Cortona componeva il suo Comune di consoli, nobiltà (majores milites), capi mestieri, con un camerlingo e cancelliere: il consiglio di credenza constava di venti nobili; il generale di cento cittadini e artieri. Nel 1213 gli Alfieri le cedettero il castello di Poggioni, promettendo che almeno un di loro terrebbe famiglia in città; i Bandinucci Montemaggio, i Balducchini Castelgherardi, i Mancini Ruffignano, i Bostoli Cignano, i Baldelli Peciana, i Venuti Cigliolo, i Tommasi Cintoja, i Boni Fusigliano, i Cappi Ossaja, i Pancrazj Ronzano, i Serducci Danciano, i Melli Borghetto e Malalbergo sul lago Trasimeno, i Passerini Montalla. Sottopose pure i marchesi di Petrella, di Pierle, di Mercatale, gli Alticozzi, i Semini, i Rodolfini, i Vagnucci, i Camaldolesi del priorato di Sant’Egidio, facendoli entrare in città, sicchè nel 1219 ampliò le mura a chiuder anche il sobborgo di San Vincenzo. Amicizie e guerre avvicendò cogli Aretini, che nel 1269 sorpresala, la saccheggiarono e smantellarono, obbligandola a prender sempre per podestà un Aretino. Alfine v’acquistarono dominio i Casati, fatti vicarj dell’Impero fin quando la repubblica fiorentina non la sottomise.
Ai paesani liberati le città apprestavano nuovi borghi, e se gli amicavano colle franchigie (t. VI, p. 53, 54). Firenze univa al proprio contado tutti quelli datisi spontanei, facendoli partecipi al diritto di cittadinanza, e dividendoli in quartieri; mentre quelli sottoposti a forza o acquistati a denaro formavano il distretto, ciascuno con patti e condizioni particolari. Comunelli, pievi, popoli aveano stretto leghe per difendersi dalle violenze, obbligandosi a sbrattare il proprio territorio da malfattori e banditi, tener sicure le strade, rifare del danno chi ne soffrisse, avendo all’uopo uffiziali e spese comuni.
Essa Firenze, venuta a libertà più tardi de’ Comuni lombardi, ebbe men lunga lotta e più pronto sviluppo di civiltà, d’arti, di commercio; evitò le guerre col Barbarossa, e potè far senno dell’esperienza altrui. La postura sua e l’indole degli abitanti contribuirono a conservarvi que’ costumi semplici e schietti, de’ quali una descrizione ci è data dal più immaginoso poeta e fedele cronista de’ mezzi tempi, Dante, che canta come, a’ giorni dell’atavo suo Cacciaguida, Firenze, ancora dentro angusto ricinto, si stesse in pace sobria e pudica; non i soverchi ornamenti femminili più che la persona stessa attiravano lo sguardo; non faceva ancora, sin dal nascere, paura la figlia al padre, che pensava già al tempo immaturo e alla grossa dote dei maritaggi; Bellincion Berti[23] ed altri illustri cittadini portavano cintura di cuojo, e stavano contenti a veste di pelle scoverta; le loro donne non si partivano lisciate dallo specchio, ma attendendo al fuso ed alla conocchia, vegliavano a studio della culla, consolando i bambini con quel mozzo parlare che trastulla da prima i genitori; e traendo la chioma alla rocca, colla famiglia ragionavano non di vanità e fole, ma de’ Trojani, di Fiesole, di Roma.
Ai quali versi, che tutti hanno a memoria, commenta il buon Giovanni Villani: — In quel tempo (cioè del 1250) i cittadini di Firenze viveano sobrj e di grosse vivande e con piccole spese, e di molti costumi grossi e rudi; e di grossi drappi vestivano le loro donne; e molti portavano pelli scoperte senza panno, con berrette in capo, e tutti con usatti in piedi; e le donne della comune foggia vestivano d’un grosso verde di cambrasio per lo simile modo; ed usavano di dar dote cento lire la comun gente, e quelle che davano alla maggioranza, ducento; e in trecento lire era tenuta sfolgorata; e il più delle pulzelle che andavano a marito avevano venti anni o più. E di così fatto abito e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo e tra loro fedeli». E Benvenuto da Imola: — Le fornaje allora non portavano perle nei calzari, come ora fanno ivi ed a Genova e Venezia..... Semplice e parco è il vitto de’ Fiorentini, ma con mirabil mondizia e pulitezza: le genti basse vanno alle taverne, ove sentono si mescia buon vino, senza darsi pensiero, mentre i mercanti servano mediocrità».
Queste descrizioni, esagerate forse, ma sopra un fondo di vero, compiremo col rammentare come, dovendo i Pisani procedere a impresa sopra le isole Baleari, Firenze si esibì di vegliare frattanto alla sicurezza della loro città; poi, offertole un premio, chiese due colonne di porfido. Il fatto e il guiderdone dicono assai di quell’età.
Così Firenze cresceva in riposato vivere di cittadini, quando la privata nimicizia di due case l’appestò colle fazioni de’ Guelfi e Ghibellini. Buondelmonte de’ Buondelmonti, già signori di Montebuono nel val d’Arno, avea fidanzata una figliuola di Oderigo Giantrufetti degli Amedei (1215). Ora cavalcando egli un giorno davanti la casa de’ Donati, Aldruda donna di questi gli fece motto, e mostrandogli la sua figliuola, bellissima e unica ereditiera di lauto patrimonio, gli disse: — Io l’avevo cresciuta e serbata per te». Buondelmonte ne restò invaghito, e ruppe le nozze coll’altra. Vivo sdegno ne concepì Oderigo, ed affiatatosi co’ parenti suoi, Uberti, Fifanti, Lamberti, Gangalandi, deliberarono batterlo e fargli vergogna; ma Mosca de’ Lamberti proferì la mala parola: Cosa fatta capo ha, quasi a dire — Freddiamolo, chè dopo il fatto si rattoppa»; e il giorno che, vestito nobilmente di nuovo di veste bianca in su un bianco palafreno, menava moglie, a piè del Ponte Vecchio l’uccisero. Il popolo diede addosso agli uccisori, e ne cominciarono gravi nimicizie fra i cittadini, ciascuno parteggiando per questo o per quello sotto il nome di Guelfi o di Ghibellini, sicchè la città ebbe sembianza di due campi nemici. A San Pier Scheraggio stavano le case degli Uberti, che seguiti dai Fifanti, Infangati, Amedei, Malespini, combattevano i Bagnesi, i Pulci, i Guidalotti, i Gherardini, i Foraboschi, i Sacchetti, i Manieri, i Cavalcanti, d’intenzione guelfa. Al duomo attorno alla torre dei Lancia restringeansi Barucci, Agolanti, Brunelleschi, contendendo con Tosinghi, Agli, Sizi, Arrigucci. A porta San Pietro i Tedaldini coi Caponsacchi, Elisei, Abati, Galigaj contrastavano i guelfi Donati, Visdomini, Pazzi, Adimari, Della Bella, Cerchi, Ardinghi. La torre dello Scarafaggio de’ Soldanieri in San Pancrazio spiegava la bandiera ghibellina, sostenuta dai Lamberti, Cipriani, Toschi, Migliorelli, Amieri, Pigli, contro Tornaquinci, Vecchietti, Bostichi. Così ne’ restanti sestieri; e anche in Borgo i Buondelmonti guerreggiavano gli Scolari, stando con quelli i Giandonati, Gianfigliazzi, Scali, Gualterotti, Importuni guelfi, con questi i Guidi, Galli, Capiardi, Soldanieri; e oltr’Arno i Gangalandi, Ubriachi, Mannelli ghibellini, guelfi i Nerli, i Frescobaldi, i Bardi, i Mozi: ed a vicenda si cacciavano, e chiedeano alleanza nelle altre città e dai castellani di loro amistade.
Al tempo di Federico II i Ghibellini prevalsero, e fra essi gli Uberti (1249) impacciavano il commercio di Firenze, e invitato uno stuolo di Tedeschi con Federico d’Antiochia figlio dell’imperatore, snidarono dalla città i Guelfi. Nella mischia era perito Rustico Marignolli, caporione di questa parte; e i suoi, per non lasciarlo all’insulto de’ nemici, tornarono indietro senza curar di pericolo, e portando i ceri e la bara da una mano, dall’altra armi ferocissime, gli fecero esequie singolari. I Ghibellini trionfanti abbatterono le torri de’ nemici, e tentarono fin diroccare San Giovanni dove teneano loro adunanze, li perseguirono pel contado e ne’ castelli di Capraja, Figline, Montevarchi, e avutine alcuni prigioni, li consegnarono a Federico II, che gli uccise, accecò o tenne carcerati.
Rimasti senza competitori, i Ghibellini istituirono in città un governo aristocratico, tutto in aggravio della plebe e dei liberi borghesi. Ma questi presero riscossa, e rivendicatisi da quelle estorsioni e prepotenze, tennero parlamento in piazza Santa Croce (1250 — 20 8bre), e formarono una confederazione col nome di popolo, vie più lodevoli perchè seppero temperarsi dalle riazioni. Abolito il podestà de’ nobili, surrogaronvi un capitano che fosse «guelfo e della parte guelfa zelante, fedele e divoto della sacrosanta Chiesa romana, e non ligio ad alcun re, principe, signore o barone avverso a quella»; assistito da una signoria bimensile di dodici anziani, due per sestiere; e divisero la cittadinanza in venti gonfaloni, che costituivano altrettante compagnie di milizia, la campagna in novantasei pivieri. Ad un cenno del capitano e ai rintocchi della martinella, la milizia doveva raccogliersi attorno al carroccio del gonfalone bianco e vermiglio, e in tal guisa più volte corsero addosso ai grandi. Ai quali non fu tolto se non il poter sopraffare, mozzando delle loro torri quanto sorpassava le cinquanta braccia, e colle pietre munendo il sestiere dell’Arno per aver la forza che francheggia la libertà: a foggia pur di fortezza fabbricossi il palazzo del podestà, dove risedessero i membri del Governo.
Con questa nuova forma di stato popolare, Firenze passò dieci anni memorabili per grandi fatti. Appena la morte dell’imperatore Federico l’alleggerì della paura, rimpatriò i Guelfi esigliati, costrinse i nobili delle due fazioni a segnar la pace, obbligò Pistoja, Arezzo, Siena a mutarsi dalla bandiera imperiale alla sua: battè Poggibonzi e Volterra, le cui mura etrusche riparavano i Ghibellini; presso Pontedera sconfisse i Pisani[24]; e in memoria di quest’anno delle vittorie coniò la nuova moneta d’oro di ventiquattro carati e d’un ottavo d’oncia d’oro, detta il fiorino perchè portava il fiore, simbolo parlante di essa città.
Gli anni successivi continuarono le prosperità; ma i Ghibellini fecero trama di ricuperare il sopravvento, e citati a giustificarsi, presero le armi ed eressero barricate. Il popolo gli attaccò, alcuno uccise, gli altri via. Guidati da Farinata degli Uberti, essi ricoverarono a Siena; e poichè questa avea reciproco patto con Firenze di non accogliere i profughi, le fu intimato guerra. Firenze era stata posta all’interdetto per aver fatto sulla pubblica piazza segar la gorgiera a un Beccaria pavese abate di Vallombrosa, imputato di trame coi fuorusciti, sicchè la guerra vestiva anche apparenze religiose; e i Ghibellini (1258) non si fecero coscienza di chiedere tedeschi ajuti a re Manfredi, che già era stato gridato signore di Siena. Se ne promettevano un esercito, ed egli mandò soli cento uomini; di che i Ghibellini stavano sconfortati: ma l’accorto Farinata disse loro: — Basta ch’ei mandi la sua insegna, e noi la metteremo in sì fatto luogo, che, senz’altro pregare, egli ci darà maggiori ajuti». Ubriacati, li spinse addosso ai Guelfi, di cui fecero strage: ma questi, rannoditisi, li sconfissero ed uccisero fin ad uno. La bandiera dell’aquila nera in campo d’argento fu trascinata pel fango sin a Firenze, dove furono decretate dieci lire a chiunque avesse fatto prigione un cavaliero, metà per un fante cittadino, e tre lire se mercenario, stabilendo simile compenso anche per l’avvenire[25].
Come Farinata avea previsto, Manfredi conobbe impegnato l’onor suo; e spinto anche da ventimila fiorini speditigli, inviò milleottocento cavalieri tedeschi, comandati da suo nipote Giordano d’Anglano; coi quali e coi Senesi e i fuorusciti mise in campo ventimila uomini. Due bugiardi frati promisero ai Fiorentini che i Guelfi senesi aprirebbero loro la città: laonde, per quanto i prudenti sconsigliassero dall’impigliarsi sul territorio nemico, mentre aspettando vedrebbero i Tedeschi ben presto sparpagliati per mancanza di paghe, prevalsero gli esagerati che codardia chiamano l’attendere l’opportunità: un cavaliero che suggeriva questo partito, fu multato; a un altro imposto silenzio, pena cento lire, ed esso vi s’assoggettò per parlare; raddoppiata la multa, esso non tacque; nè quando fu portata a quattrocento lire, e sinchè non fu minacciato della testa.
Risoluta la spedizione (1260), non vi ebbe famiglia che non mandasse alcuno a piedi o a cavallo. Nella marcia faceano d’antiguardo gli arcieri e balestrieri della città e del contado; seguiva la cavalleria e il popolo di tre sestieri della città, indi la cavalleria e i fanti degli altri; formavano il retroguardo i confederati a piedi o a cavallo. Con loro andavano genti di Bologna, Lucca, Pistoja, Sanminiato, San Geminiano, Volterra, Perugia, Orvieto e molti mercenarj; in tutto più di trentamila combattenti. La battaglia datasi ne’ colli di Monteaperti (4 7bre) sull’Arbia, a sei miglia da Siena, è de’ fatti più celebri nell’età eroica delle nostre Repubbliche. I Senesi vi si prepararono colle divozioni, «e quasi tutta la notte la gente attendevano a confessarsi e a fare paci l’uno coll’altro. Chi maggiore ingiuria avea ricevuta, quello bene andava cercando il suo nemico per baciarlo in bocca e perdonargli. In questo si consumò la maggior parte della notte»[26]. Avviaronsi poi le schiere: e «quelle valenti donne, che erano rimaste in Siena insieme con messere lo vescovo e con quelli cherici, incominciarono lo venerdì mattina per tempo una solenne processione con tutte le reliquie che erano in duomo e in tutte le chiese di Siena. Così andavano visitando per effetto, sempre i cherici cantando salmi divini, litanie e orazioni: le donne tutte scalze con assai vili vestimenti andavano pregando sempre Iddio che rimandasse chi loro padre, chi loro figliuolo, chi loro fratelli, chi loro mariti; e tutti con grandi lacrime e pianti andavano ad essa processione, sempre chiamando la Vergine Maria. Così andarono tutto il venerdì, e tutto quello dì aveano digiunato. Quando venne la sera, la processione tornò al duomo, e ivi tutti s’inginocchiarono, e tanto stettero fermi, che fur dette le litanie con molte orazioni. Discendendo dal poggio si fecero al piano, e ivi si fe innanzi a tutti il franco cavaliere maestro Arrigo d’Astimbergo, e fe riverenza al capitano e a tutti gli altri, dicendo: Tutti quelli di casa nostra siamo dal sacro imperio privilegiati, che in ogni battaglia che noi ci troviamo, doviamo essere i primi servidori. Pertanto a me tocca avere l’onore di casa nostra; e di ciò vi prego che siate contenti. E gli fu conceduto, come di ragione si doveva.
«Stando così la gente de’ Senesi, fu veduto per la maggior parte della gente (fiorentina) uno mantello bianchissimo, il quale copriva tutto il campo de’ Senesi e la città di Siena..... Alquanti diceano che loro parea il mantello della nostra Vergine Maria, la quale guarda e difende il popolo di Siena..... In questo essendo veduto il mantello nel campo de’ Senesi e sopra alla città di Siena, come alluminati da Dio si inginocchiarono in terra con lacrime invocando la Vergine gloriosa. E tutti dicevano: Questo è un grande miracolo; questo è per li preghi dello nostro vescovo e de’ santi religiosi»[27].
I Ghibellini erano in numero inferiori, ma meglio disciplinati e concordi; e Bocca degli Abbati ed altri, loro fautori secreti, disertarono dai Fiorentini, che ne rimasero scompigliati: la martinella cessò di rintoccare; i primi cavalieri fuggirono e così rimasero salvi, ma de’ pedoni forse tremila furono morti, assaissimi prigionieri; il carroccio preso, e con grandi feste trascinato a ritroso; e sovra un asino e colle mani al dosso un araldo che i Fiorentini, creduli all’intelligenza, aveano spedito a domandare le porte di Siena; e il popolo dietro gridava: — Or venite ed occupate la città, e fabbricatevi un forte»[28]. Il vessillo di re Manfredi sventolava innanzi ai Tedeschi, che con frondi nell’elmo inneggiavano nella lingua del lor paese la vittoria sul nostro. Dal carroccio senese magnificamente addobbato sventolava il gonfalone del Comune, dietro a cui i prigionieri, satolli d’oltraggi: de’ quali non fanno parsimonia neppure i cronisti, che raccontano come fu permesso ai privati di ricevere il riscatto de’ prigioni, ma i magistrati vollero s’aggiungesse un capro per testa, col sangue de’ quali s’impastò la calce per ristorare una fontana che conservò il nome dei Becchi. Anche una chiesa fu eretta a memoria e in onore di san Giorgio, con festa anniversaria; e Margaritone dipinse per Farinata un crocifisso al modo bisantino. Molte famiglie di Firenze sgomentate mutaronsi a Lucca, dove anche i Guelfi di Prato, Pistoja, Volterra, San Geminiano e di altri luoghi.
Ripresa superiorità, i Ghibellini congregati ad Empoli posero il partito di distruggere Firenze, nido degli avversarj: solo il magnanimo Farinata dichiarò esser venuto in quella confederazione, non per disfare la città, sì per conservarla vincitrice[29]. Siffatta proposizione v’accenna il furore della parte ghibellina, la quale punì, taglieggiò e riformò lo Stato a modo imperiale, levando i privilegi plebei e le gravezze contro gli aristocratici. Il conte Guido Novello, fatto vicario di re Manfredi in Toscana, assalì Lucca, ricovero de’ Guelfi, la quale, invano mandato ad invitare Corradino, non potè salvarsi se non col respingere i rifuggiti, cui non rimase più luogo in Toscana. Malgrado la vittoria di Carlo d’Angiò, Guido potè conservare Firenze ai Ghibellini, e a due frati Gaudenti di Bologna diede incarico di metterli in pace co’ Guelfi, nominandoli podestà con trentasei savj (1266). Con questi, essi distribuirono le arti in dodici corporazioni, parte dette maggiori, parte minori; e ciascuna avea consoli, capitani, stendardo. Di qui principia il vero governo popolare; laonde ben dice il Villani che «d’allora innanzi non vi fu niuno grande», cioè superiore alla legge.
L’unione è sempre funesta alla tirannide; e ben presto il popolo insorse contro il conte Guido, che stimò bene ritirarsi; e la città si riformò a bandiera guelfa, commettendo la signoria a Carlo d’Angiò per dieci anni. Egli combattè i Ghibellini a Poggibonzi, che resistè quattro mesi, e pigliò molti castelli del Pisano. Il papa avea mandato la bandiera coll’aquila vermiglia in campo bianco e sotto un serpente verde, la quale rimase poi sempre insegna della massa guelfa, come si chiamò un magistrato stabilito per amministrare i beni confiscati ai Ghibellini contumaci a vantaggio de’ Guelfi[30]. Indipendente dalla Signoria, essa eleggeva da sè i proprj uffizj e consigli, faceva ordini e leggi, riceveva e spacciava lettere ad altri Stati con proprio suggello, e vigilava che ad onori o benefizj del Comune non si ammettesse verun Ghibellino: perciò fu di gran peso negli avvenimenti, e sopravissuta alla libertà come amministrazione economica, restò abolita soltanto il 1769.
Quegli avvicendamenti moltiplicavano i rancori, le confische, i patimenti, ma insieme la vita e l’ardimento delle grandi cose. «La città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e sterile, che non potrebbe con tutta la fatica dare da vivere agli abitanti... e per questo sono usciti fuori di loro terreno a cercare altre terre e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da potersi avanzare un tempo, e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a questo modo per tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno veduto il costume delle altre nazioni... e l’uno ha fatto venire volontà all’altro, intanto che, chi non è mercatante e che abbia cerco il mondo e veduto le strane nazioni delle genti e tornato alla patria con avere, non è riputato da niente... ed è tanto il numero, che vanno per lo mondo in loro giovinezza, e guadagnano e acquistano pratica e virtù e costumi e tesoro, che tutti insieme fanno una comunità di sì grande numero di valenti e ricchi uomini, che non ha pari al mondo»[31]. Spesso i mercanti si trovavano soli a sostenere le pubbliche gravezze, e prestavano denaro ai nobili per grandeggiare, alla plebe per comprarsi derrate. Presero dunque animo non solo a voler parte nel Governo, ma ad escludere i possessori; e fu stabilita la signoria di sei priori, obbligati a convivere in palazzo senza uscirne pe’ due mesi che duravano; e che uniti ai consigli delle arti maggiori, eleggevano i successori. Doveano appartenere ad un’arte, e perciò vi si faceano immatricolare anche i nobili e le casate di messeri che aspirassero al Governo; onde il Comune non si considerava che di artigiani e popolo. Ai priori presiedeva un gonfaloniere; ed erano serviti da tre grandi uffiziali forestieri, il podestà, il capitano del popolo, l’esecutore degli ordinamenti di giustizia.
Tratto tratto i Fiorentini armavano per far prevalere la fazione guelfa, o si mescolavano nelle controversie di Lucca, Siena, Pistoja, Cortona, dove aveano luogo gli stessi avvicendamenti, nelle più prevalendo la democrazia. A Siena i Nove, difensori bimensili della comunità e del popolo, doveano essere mercanti: e così a Pistoja gli anziani, esclusi i nobili antichi e quelli che per alcuna colpa fossero registrati fra i nobili. Ad Arezzo s’erano ridotti i Ghibellini da tutta Toscana, sicchè la parte nobile erasi rialzata sotto il vescovo Guglielmo degli Ubertini. I Guelfi di Firenze vollero reprimerli, e avendo tutta Toscana preso parte di qua o di là, scontraronsi a Campaldino presso Bibiena (1289 — 11 giugno). Sul venire alla mischia, solevansi designare dodici paladini, che s’avventassero come perduti contro i nemici a capo della cavalleria, incorandola col loro esempio. A tale impresa il fiorentino Vieri de’ Cerchi, benchè infermiccio, nominò se stesso, poi suo figlio, indi non volle nominar altri; ma tanto bastò perchè a furia si volesse esser del numero, e cencinquanta domandarono d’entrare paladini.
«Il vescovo (d’Arezzo), ch’avea corta vista, domandò: Quelle che mura sono? Fugli risposto: I palvesi dei nemici. Messer Barone de’ Mangiadori da Sanminiato, franco ed esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro: Signori, le guerre di Toscana soleansi vincere per bene assalire, e non duravano, e pochi uomini vi moriano, chè non era in uso l’ucciderli... Ora è mutata moda, e vinconsi per istar bene fermi: il perchè io vi consiglio che voi siate forti, e lasciateli assalire. E così disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo sì vigorosamente e con tanta forza, che la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu molto aspra e dura. Cavalieri novelli vi s’erano fatti dall’una parte e dall’altra. Messer Corso Donati colla brigata de’ Pistoiesi ferì i nemici per costa, onde erano scoperti: l’aria era coperta di nuvoli, la polvere era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli colle coltella in mano, e sbudellavangli, e de’ loro feritori trascorsono tanto che nel mezzo della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel dì furono vili, ch’erano stimati di grande prodezza; e molti di cui non si parlava, furono stimati»[32].
I Fiorentini ebbero trionfo, ma nè per questo posarono dai tumulti.
I nobili, confidenti nella pratica delle armi, mal sapeano piegarsi al freno della legge, soprusavano ai popolani, e quando alcuno avea commesso un delitto, tutta la sua famiglia compariva coll’armi allato, per sottrarlo alla giustizia. Il gonfaloniere vedeasi allora costretto armar la gioventù per punire a forza il delinquente. — Molti ne furono puniti secondo la legge, e i primi che vi caddero, furono i Galigaj; chè alcuno di loro fe un malificio in Francia in due figliuoli d’un mercatante, Ugolino Benivieni, che vennero a parole insieme, per le quali l’uno de’ detti fratelli fu ferito da quello de’ Galigaj, che ne morì. E io Dino Compagni (così racconta questo bravo cronista) ritrovandomi gonfaloniere di giustizia nel 1293, andai alle loro case e dai loro consorti, e quelle feci disfare secondo le leggi. Di questo principio seguitò agli altri gonfalonieri un malo uso, perchè, se disfacevano secondo le leggi, il popolo dicea che erano crudeli; che erano vili, se non disfaceano affatto: e molti sformavano la giustizia per tema del popolo».
Giano della Bella, nobile eppure fattosi capo de’ popolani (1293), de’ quali personificò i risentimenti, «uomo virile e di grand’animo, che difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva», ebbe il coraggio che mancava alle società popolari per reprimere i grandi, e persuase a scegliere un gonfaloniere di giustizia con mille fanti, acciocchè coll’insegna popolare della croce rossa in campo bianco reprimesse vigorosamente i prepotenti. Sortito egli stesso a quell’illimitato uffizio, e giovandosi dell’essere i nobili in guerra gli uni cogli altri, proclamò ordinanze in costoro aggravio, «ed a vera e perpetuale concordia, unitade e conservamento e accrescimento del pacifico e riposevole stato degli artefici e delle arti e di tutti i popolani, e di tutto il comune e de la cittade e del distretto di Firenze». Fece escludere per sempre dagli uffizj cittadini trentasette casate magnatizie, e alla Signoria diede arbitrio di aggiungervi qualunque famiglia nobile demeritasse; e la legge prefiggeva si potesse arrolare fra i nobili soltanto pro homicidio, pro veneno, pro rapina seu robaria, pro furtu, pro incestu. Chi era così notato, dovea dare duemila lire per cauzione dei suoi portamenti, non uscire in tempi di tumulto, non possedere casa vicino a un ponte o ad una porta della città, non appellarsi da’ giudizj criminali, non accusare un plebeo, salvo per delitto contro la persona sua o di uno di sua famiglia; non testimoniare contro un popolano senza consenso de’ priori: ed i suoi parenti fino al quarto grado erano tenuti in solido delle multe impostegli. I borghesi furono divisi in venti compagnie da cinquanta uomini, poi da ducento, affinchè prontamente accorressero alla chiamata dell’armi. Si affezionò il popolo a tali ordinamenti di giustizia[33], col dare ne’ consigli generali qualche autorità alle capitudini, cioè ai consoli delle maestranze.
Al tempo stesso la Repubblica estendeva la sua giurisdizione su Poggibonzi, Certaldo, Gambussi, Catignano; ritoglieva quelle che alcuni conti e cattanei teneano da antico, o aveano di fresco ricuperate. I nobili, sdegnatine, tanto più che consideravano Giano qual disertore, ricorsero ad ogni via di perderlo. Non osando l’assassinio per tema del popolo, gli opposero un signore che allegava diplomi dell’imperatore o del papa; ma meglio profittarono d’un artifizio non più disimparato, e pur testè da patrioti nostri non solo messo in pratica, ma insegnato a stampa, qual è di gettare sull’avversario politico la calunnia, affinchè coll’onore gli sia tolta credenza. Posero dunque Giano in sospetto al popolo, la sua severità imputando a tirannide; e poichè nel punire i malvagi (1295) egli volle proteggere il podestà contro un’insurrezione di piazza, fu espulso; e confiscatigli i beni, morì in esiglio.
Non per questo rivalsero i nobili, e trovandosi messi dissotto della legge, ritiravansi dalla città, usando da tirannetti ne’ loro castelli. Per reprimere le due trapotenti famiglie dei Pazzi e degli Ubertini nel Valdarno superiore, i Fiorentini fabbricarono le tre fortezze di Terranuova, San Giovanni e Castelfranco, a lato ai coloro tenimenti, concedendo tante franchigie, che i sudditi di quelli e dei Ricàsoli e dei Conti e d’altri baroncelli vicini accorsero a farsi terrazzani di que’ castelli, per ciò prontamente cresciuti. Egualmente contro gli Ubaldini furono fabbricate Casaglia, Scarperia o Castel San Barnaba, Firenzuola, Barberino, assolto per dieci anni da imposizioni, e colla privativa ai magnati di potervi fare acquisti.
CAPITOLO XCVI. Le Repubbliche marittime. Costituzione di Venezia.
Firenze i Guelfi, Pisa capitanava i Ghibellini di Toscana. Il terreno che, abbandonato dall’acque, formò via via quella vasta pianura ed allontanò la città dal mare, diventava proprietà dei re d’Italia, i quali ne faceano larghezza alla chiesa o all’arcivescovo di Pisa, venuto perciò di ricchezza famosa e anche di estesa giurisdizione. Già la vedemmo «in grande e nobile stato di grandi e possenti cittadini de’ più d’Italia, ed erano in accordo ed unità, e manteneano grande stato, imperò che v’era cittadino il giudice di Gallura, il conte Ugolino, il conte Fazio, il conte Nieri, il conte Anselmo e ’l giudice d’Arborea; e ciascuno per sè tenea gran corte, e con molti cittadini e cavalieri a fiate cavalcavano ciascuno per la terra; e per la loro grandezza e gentilezza erano signori di Sardegna, di Corsica e d’Elba, onde aveano grandissime rendite in proprio e per lo Comune, e quasi dominavano il mare con loro legni e mercanzie» (Villani).
Tra le famiglie pisane che dominavano in Sardegna, prepolleva quella de’ Visconti; agli Alberti obbediva la Capraja: altri, come i giudici d’Arborèa e i varj consorti della famiglia Gherardesca, aveano palazzo, corte, masnada propria nella città. Al modo poi che Genova sulle riviere, e Venezia sulla costa illirica, Pisa teneva possessi nella Toscana; ed Enrico VI le concesse tutti i diritti regj nella città e un territorio ricco di sessantaquattro borgate e castelli. Con Genova e Lucca disputava il possesso della Lunigiana, ed occupati i feudi dei vescovi e conti di Luni, vi rinnovò le cave del marmo, già anticamente conosciute, onde trarne per la cattedrale sua e per quella di Carrara[34].
Costante alla fede imperiale, vantaggiò della grandezza degli Svevi, soffrì dei loro disastri. Da Firenze obbligata a rivocare i Guelfi esigliati, questi colle loro ricchezze la risanguarono. Avendo i Pisani preso a protezione il giudice di Ginerca in Corsica (1282), predone che era stato battuto dai Genovesi, si esacerbarono le ire antiche fra le due repubbliche, agitate ne’ mari e negli scali del Levante. Nè vuolsi tacere come le due emule, affinchè non si dicesse aver l’una soverchiato l’altra di sorpresa, teneano un notaro ciascuna nella nemica, che informasse i suoi di quanto vi si preparava[35].
Dopo lungo manovrare, Nicolò Spinola si presentò colla flotta ligure alle foci dell’Arno; Rosso Buzzaccherini gli menò incontro la pisana; e settanta vascelli genovesi, e sessantaquattro pisani (numero portentoso!) si diedero la caccia con diversa fortuna. Pisa si trovò esausta dalle spese, ma vi sopperirono le illustri famiglie: i Lanfranchi armarono undici galee, sei i Gualandi, Lei, Gaetani, tre i Sismondi, quattro gli Orlandi, cinque gli Upezzenghi, tre i Visconti, due i Moschi; onde una flotta di centotre galee si accostò al porto di Genova scoccandovi freccie d’argento. Centosette galee salparono da Genova tra le benedizioni dell’arcivescovo e gli augurj patriotici, e scontrata la nemica alla Melòria (1284 — 6 agosto), banco rimpetto al colmato seno di Porto Pisano, la fracassò, prendendo anche l’ammiraglio Morosini e lo stendardo e il sigillo del Comune. Diecimila Pisani furono tenuti prigionieri a Genova sedici anni, non uccidendoli acciocchè le donne loro non potessero, rimaritandosi, di nuova prole risarcire la patria. Diceasi pertanto, chi voleva veder Pisa andasse a Genova; donde essi regolavano le sorti della patria; nuovi Regoli, la sconsigliavano dal cambiarli con Castro di Sardegna, fortezza fabbricata dagli avi e difesa con tanto costo; e giuravano, se a questo prezzo fossero redenti, si chiarirebbero nemici a que’ pusillanimi che avevano sagrificato l’onor nazionale al bene privato.
Questo tracollo di Pisa lasciò in vantaggio i Guelfi di Toscana, i quali si congiurarono contro l’unica ghibellina sino a che fosse distrutta. Ed essa avrebbe avuto l’ultimo tuffo, se Ugolino conte della Gherardesca (terra montana lungo il mare tra Livorno e Piombino) non fosse colla sua abilità riuscito a scomporre la lega e riparare e munire Porto Pisano. Conservando dieci anni il dominio della patria, ottenne pace dai Lucchesi e Fiorentini; ma collo sbandire le famiglie ghibelline e demolirne i palazzi si attirò acerbissimi nemici e principalmente Nino di Gallura (1288). Rivangando antichi fatti, costoro diedero voce che alla Meloria, dov’egli era uno de’ capitani, avesse cospirato a perdere la battaglia per indebolire la patria; aggiungevano avesse compra la pace col tradire ai nemici le castella, ed ora impedisse ogni accordo coi Genovesi per timore non ripagassero i prigionieri. Anche l’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini, caldo ghibellino, gli si era avversato, pretendendo divider seco la dominazione: ed Ugolino, cinto da nemici e malcontenti, raddoppiava l’oppressione e cresceva l’odio. Un nipote osò dirgli quel che niun altro, cioè l’indignazione che eccitava l’eccesso delle imposte; e Ugolino gli s’avventò con un pugnale. Parò il colpo un nipote dell’arcivescovo, amico dell’altro; e Ugolino si svelenì su questo trucidandolo. Ruggeri prese accordo coi Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, Ripafratta, e assalito il conte, lo chiusero nella torre de’ Gualandi alle Sette vie, con Gaddo e Uguccione figli suoi, e con Nino e Anselmuccio, figli d’altri suoi figliuoli, e quivi li lasciarono morir di fame. Ruggeri supremo allora in Pisa, e affidate le armi al conte Guido di Montefeltro, la Repubblica riprese gli antichi confini.
A danno di Pisa armò novamente Genova (1290), che conquistò l’isola d’Elba, e con ventiduemila combattenti, di cui cinquemila aveano corazze bianche come la neve (Cafaro), distrusse Porto Pisano, ove entrò spezzando le catene, che pendettero in quella città, sciagurato monumento di fraterne guerre anche dopo strappati i trofei e i frutti della libertà. Alla pace Pisa rinunziò ai diritti sopra la Corsica e a Sassari di Sardegna.
Genova sin da’ primordj erasi regolata come una società mercantile per via delle compagnie, che si costituivano all’uopo di mettere insieme una flotta o condurre un’azienda per due, sei, venti anni; e i consoli di queste erano spesso anche consoli del Comune. Imparaticcio di governo, e che pure compì tante imprese quante vedemmo, acquistò le Riviere e i possessi in Levante e prevalenza nelle vicende italiane. Allora l’amministrazione della città non potè più confondersi con quella d’interessi particolari, e fu affidata a capi annuali distinti, benchè eletti ancora dalle otto Compagnie, che partecipavano del governo in eguale porzione, e che sussistettero sempre, e divennero quasi il mezzo per cui i cittadini potevano nello Stato. Formata una di esse, chi si presentasse a darvi il nome fra undici giorni rimaneva abile ad impieghi pubblici; se no, non poteva comparire in giudizio fuorchè convenuto, nè alcun membro della Compagnia dovea servirlo sulle galee o patrocinarlo avanti i tribunali. Di ogni Compagnia un nobile veniva eletto a costituire il consiglio de’ Clavigeri, custodi e amministratori del tesoro, presto saliti a grande importanza. Al consiglio generale, che adunavasi in San Lorenzo, non sembra assistesse tutto il popolo, bensì i meglio considerati fra le Compagnie; il popolo era rappresentato dal cintraco o pubblico banditore, non per deliberare, ma per persuadere. I quattro consoli eletti dal popolo sovrano giuravano non fare guerra o pace senza consenso di questo, non permettere merci forestiere, eccetto il legname di costruzione e le munizioni navali, e rendere esatta giustizia. Questi consoli nel 1121 divennero annuali, e nel 30 furono distinti da quelli dei placiti, vale a dire il potere amministrativo si separò dal giudiziale; e fra essi consoli e il parlamento s’interpose il consiglio di Credenza (silentiarii) o senato, che riceveva le ambascierie, i ricorsi de’ paesi soggetti, ponderava gli affari più rilevanti.
Dell’antica immunità vescovile rimanea vestigio nella decima del mare, che l’arcivescovo riscoteva su tutte le navi che approdassero con grano o sale; inoltre nel palazzo arcivescovile risedevano i consoli dello Stato e quelli de’ placiti, il senato, i consigli; i trattati si faceano in nome del vescovo e dei consoli, e molti feudatarj prestavano il giuramento prima a lui, poi al Comune; egli poi dominava in San Remo, sui marchesi Malaspina e su molti cittadini.
Verso il mezzo di quel secolo, anche gli altri paesi della Liguria aspiravano ad esser detti genovesi, e i luoghi delle valli e de’ monti vicini s’incorporavano a Genova. I feudatarj giuravano il Comune, ed erano ascritti nel breve de’ consoli e sul libro delle famiglie consolari; se avessero signorie lontane o titoli di conti e marchesi, davanti al parlamento rinunziavano alla giurisdizione, chiedendo essere ammessi in qualche compagnia; e immatricolati che fossero, erano investiti di nuovo come vassalli dei diritti rinunziati, promettendo tener casa aperta in città, abitarvi tre mesi, servire in guerra con un prefisso numero di fanti, cavalli o marinaj: reciprocamente il Comune s’obbligava a proteggerli, nei mesi d’assenza non obbligarli a parlamenti, al trar delle navi, nè mai gravarli di maggiori imposizioni; e consentiva che ne’ loro feudi adoprassero i calzari e il manto purpureo.
Le comunità indipendenti promettevano assumere le guerre e le paci de’ Genovesi: non concedere asilo a verun bandito, corsaro o nemico, non spedir navi da aprile a ottobre oltre Barcellona a ponente, nè oltre l’isola di Sardegna a levante, senza che andata e ritorno toccassero il porto di Genova; non molestare chi da questo o a questo veleggiasse; contribuire in data porzione alle spese di cavalcate, o d’armamenti navali, o di legazioni nelle parti marittime. Genova le prendeva in protezione, ne assicurava i privilegi, e confermava i magistrati ch’esse eleggevano[36].
Dalle guerre esterne e dal continuarsi le magistrature e le cariche delle compagnie nelle famiglie originò una nobiltà cittadina, la quale cagionò fazioni e brighe; e cinta di clienti, eresse torri e nutricò battaglie interne. E poichè a reprimerle non bastavano religione nè consoli, si ricorse qui pure ad un podestà forestiero, dandogli per assessori otto nobili.
Attorno a Genova duravano molte piccole signorie. I Savonesi nel 1153 si resero quasi dipendenti da Genova, obbligandosi di venire con questa agli armamenti, alle cavalcate, alle collette, osservare i divieti posti da essa, non navigare oltre la Sardegna e Barcellona se non movendovi dal porto genovese e tornandovi. Nel 1121 avea Genova comprato Voltaggio dal marchese Gavi, nel 28 espugnato Montaldo, nell’83 fondato il castello di Porto Venere. Nel 91 da Enrico VI si fe cedere Monaco, benchè come parte della Turbìa fosse sottoposto ai vescovi e al Comune di Nizza: ma molti glielo disputavano, e Genova col pretendervi preparava un nido ai Grimaldi, che poi le diverrebbero infesti.
Nizza era stata repubblica indipendente, divisa in città inferiore e superiore, che ebbero tra sè liti e compromessi[37] finchè venne a dominio de’ conti di Provenza, i quali altri castelli teneano in que’ dintorni. Raimondo Berengario II nel 1176 riconobbe i diritti del comune e dei consoli di Nizza, sicchè rimanessero indipendenti, salvo l’onore d’essi conti; e nel 1205 se ne cominciarono gli statuti[38]. Quei conti soffrivano di mal animo che Genova crescesse verso Nizza, e impedironle sempre l’acquisto di Monaco; ma essa nel 1215 mandò Fulcone da Castello con molti nobili sopra tre galee ed altri legni, coi quali fondarono quattro torri, congiunte da una cortina alta trentatre palmi, là dove poi fu il palazzo principesco. Nizza stessa in quell’anno giurò il Comune di Genova.
Il porto che gli antichi chiamavano di Ercole Moneco, un miglio a levante di Nizza, era stato spopolato dai Saracini, talchè non serviva che di ricovero a pirati. Carlo II re di Provenza nel 1295 pensò fabbricarvi un nuovo borgo, che intitolò Villafranca, trasferendovi gli abitanti di Montolivo, colla promessa di cingerli di mura, edificarvi una chiesa a san Michele, condurvi una fontana, tenerli franchi da’ ogni imposizione, eccetto il ripaggio e la gabella quali costumavansi dai Nizzardi[39].
Robusti e fieri erano i conti Guerra di Ventimiglia, ne’ cui Stati San Remo obbediva all’arcivescovo di Genova. I conti Quaranta, i signori Casanova aveano signorie a Lingueglia e Garlenda e nel Castellani: i marchesi Taggiaferro di Clavesana in Porto Maurizio, Diano, Andóra: i del Carretto erano potentissimi da Capodimele ad Albissóla, e signori di Savona[40]. Comuni distinti formavano Albenga, Savona, Noli. I marchesi di Ponzone signoreggiavano Varazze, terra suddivisa poi tra un’infinità di condomini. Seguivano i tenimenti dell’abbazia di San Fruttuoso in Capodimonte. I conti di Lavagna dominavano, oltre Lavagna, sopra Sestri, Varese, val di Taro, e fin in Pontrémoli, e a ponente dell’Entella fino a Rapallo, e dall’altro lato fino a Brugnato e alla Magra; confinavano coi signori di Passano, e coi Malaspina della Lunigiana. Minori erano quei di Lagnoto e Celasco, di Rivalta, di Vezzano, di Trebiano; infine venivano i marchesi di Massa, il Comune di Lucca e l’emula Pisa. Più fra terra, Genova trovavasi a fianco il Comune di Tortona, i marchesi di Parodi, di Gavi, di Bosco, che giungeano fin al giogo di Voltri; i marchesi d’Incisa, di Ceva, di Garessio; i signori di Pornassio, i conti di Badalucco, di Maro, di Sospello; e più potenti quei di Monferrato e di Provenza[41].
Le due Riviere non tenevansi liete della supremazia di Genova, anzi Savona e più spesso Ventimiglia la rinnegavano, ed appoggiavansi all’emula Pisa. Tra la nobiltà castellana primeggiavano i Fieschi e i Grimaldi, dediti ai Guelfi o Rampini, e i Doria e gli Spinola ai Ghibellini o Mascherati; sommoveano la repubblica, reluttavano ai magistrati, a vicenda portavano le loro creature a podestà, abati, capitani della libertà; spingevano a minute guerre e spedizioni, calando o salendo a norma degli avvenimenti generali d’Italia, pei quali si mutava anche il governo interiore. Intanto ogni cosa andava in baruffe intestine, che empivano di violenze e delitti la città e le Riviere.
Talvolta sorgeva un di costoro che sanno blandire il popolo, e a nome di esso procacciavasi suprema autorità. Allo spirare dell’amministrazione di Filippo Torriano, il popolo levò rumore (1257) pretendendo ch’egli avesse rubato, e che i sindacatori corrotti l’avessero assolto; essere tempo di finire le concussioni dei nobili; solo meritare la sua confidenza Guglielmo Boccanegra. E a spalle portatolo sull’altare di San Siro, lo proclamano capitano del popolo; la nobiltà cittadina è per lui, e lo vuole decenne, fin coll’arbitrio di nominare il podestà annuale; la nobiltà feudataria gli tien testa, ed egli la doma, eleva gente nuova, accarezza il vulgo, indi reso ardito, abusa del potere per farsi crescere il soldo e arrogarsi nuove prerogative, dà e toglie impieghi a capriccio, sprezza le deliberazioni de’ consigli, cassa le sentenze de’ tribunali. Aveva ordito d’incarcerare tutti i primani; ma questi ammutinandosi presero le porte acciocchè non potesse chiamar la gente di campagna, e lo abbatterono, concedendogli appena la vita per istanze dell’arcivescovo; e si tornò all’istituzione del podestà forestiero. Però il posto del capitano del popolo e Comune genovese fu scopo all’ambizione dei nobili, e causa di dispute incessanti.
Parve un tratto (1262) che Roberto Spinola fosse per ciuffare il dominio supremo; ma quello sminuzzamento di ambiziosi che cagionava la contesa, impediva la tirannide d’un solo. Si credette ovviare le rivalità rendendo men arbitrario il modo di formare il gran consiglio, convenendo che ciascuna compagnia avesse ad eleggere cinquanta membri, i quali nominassero quattro consiglieri in un’altra compagnia, e questi trentadue destinassero i consiglieri urbani e gli otto. Le pretensioni delle famiglie toglievano ogni accordo durevole, sinchè nel 1339 il dominio dei nobili fu scassinato per sostituire le case popolane degli Adorno e Fregoso: ma i nobili tennero gran parte nelle magistrature, nell’amministrazione, sulle flotte, e collocandosi or coll’una or coll’altra delle fazioni predominanti, producevano una instabilità che non potea neppure risolversi in tirannia[42].
I primi stabilimenti genovesi in Corsica dimostrano piuttosto imprese di privati o dirette alla pirateria; ma nel 1195 la Repubblica v’acquistò San Bonifazio, riducendola a colonia con un podestà e con larghi privilegi. Nell’isola presero piede i fuorusciti di Genova, che poi avversavano la metropoli; tanto che il giudice Sincello di Pisa tornò a farvi prevalere la città sua, e i Genovesi si trovarono novamente ristretti a San Bonifazio. I vassalli pagavano una tassa sulla cera e metà del testatico, ed esercitavano giurisdizioni inferiori, dipendenti dal giudice: ma appoggiandosi gli uni a Pisa, gli altri a Genova, ne derivava anarchia, fomentata dai privilegi che quelle concedevano a gara per farseli amici.
Di maggiore importanza stabilimenti ebbe Genova nel mar Jonio e nel Nero, e commercio estesissimo, come vedemmo e vedremo. Da cinquanta a settanta grossi vascelli salpavano ogni anno dalle prode liguri, portando droghe e altre merci in Sardegna, in Sicilia, in Grecia, in Provenza; altri assai con lana e pelli: e delle lucrate dovizie facevasi bella, comoda, forte la patria. Dal 1276 all’83 si compirono le due darsene e la grande muraglia del molo; nel 95 il magnifico acquedotto, traverso aspre montagne.
Venezia, a seconda dei tempi, sviluppava i germi che v’avea deposti la sua origine. Il doge Vitale Michiel II volea reprimere la perfidia di Manuele Comneno col portargli grossa guerra: ma il popolo, che vedeva andarne a ruina il commercio, a tumulto l’impedì. Quando però le navi venete tornarono trafficando in Oriente, il Comneno le sorprese, confiscò il carico, imprigionò le ciurme. Allora il popolo schiamazzando chiede la guerra che schiamazzando avea repulso; il doge li seconda, ma le arti dell’imperatore rattepidiscono quell’ardore: intanto la peste si attacca alla flotta, e periti migliaja d’uomini, pochi legni tornano nelle lagune. Poichè nei disastri vuolsi una vittima, viene apposta ogni colpa al doge; e la plebe, che già n’avea veduto deposti nove, cinque accecati, altrettanti uccisi, nove costretti abdicare, trucidò il Michiel. Sei mesi s’indugiò a dargli un successore (1172), sentendo la necessità di porre un limite alla potenza d’un solo.
L’estensione della città rendeva omai impossibile lo adunare tutti i cittadini, e tanto più il sorvegliare gli atti del Governo. Si pensò dunque a una rappresentanza, istituendo che di ciascun sestiere ogni anno si prendessero due elettori, i quali uniti scegliessero quattrocentottanta persone per formare un maggior consiglio, che avesse la sovranità della repubblica e nominasse tutti gli uffizj, persino i proprj elettori; col qual modo gli eletti riuscivano sempre delle stesse famiglie. A mezzo il secolo XIII l’annua rinnovazione facevasi non più da dodici elettori, ma da un collegio di quattro membri, che annualmente nominava cento nuovi consiglieri; e da uno di tre, che eleggeva successori a chi morisse o lasciasse altrimenti un vuoto. Nei casi che tutti dovessero concorrere ad alcuni pesi, convocavasi il popolo, che votava per acclamazione l’arrengo: unico resto della primitiva sovranità.
L’elezione del doge fu attribuita a quarantun elettori con quella complicazione di estrazioni e scrutinj che altrove esponemmo (t. VI, p. 181); nè altra parte vi ritenne il popolo se non che egli era presentato a’ suoi applausi, e i mastri dell’arsenale lo portavano in sedia sulle spalle nella processione che tre volte l’anno circuiva la piazza San Marco. Cessavano dunque i dogi d’esser eletti col voto universale diretto; e d’allora nè essi più cospirarono per divenire sovrani, nè il popolo li trucidò. Giuravano adempiere i loro doveri, quali erano espressi in una promissione: d’obbedirli giurava il popolo, in cui vece poi il giuramento fu prestato dal sindaco che ciascun sestiere eleggeva ogni quattr’anni e che rispondeva dei delitti commessi nel suo sestiere.
Il doge, personificando l’autorità tutrice della pubblica salvezza, dovea rappresentare, non operare; veruna risoluzione prendendo senza il concorso di sei consiglieri, annualmente scelti dal consiglio maggiore, un per sestiere, detti poi la signoria. In casi pe’ quali non si avesse esempio precedente, o concernenti il credito pubblico ed il commercio, o qualora stimasse opportuno avere il parere o il consenso di cittadini creduti, e farsene appoggio nell’opinione, pregava alquanti a venire a sè: forma occasionale, che poi, dogando Jacopo Tiepolo, divenne stabile nella costituzione coi sessanta pregadi o senatori, non più scelti dal doge, ma dal gran consiglio colle forme consuete. In tal modo i nobili trovaronsi partecipi del governo, e cominciò il famoso senato.
Forse dal riunire le molte corti che giudicavano a principio nelle varie isole, venne a formarsi la corte suprema della quarentìa criminale, che giudicava collegialmente, invece dell’unico podestà adoperato dai Comuni lombardi. Essendo la quarentìa chiamata a pronunziare negli affari di Stato, acquistò attribuzioni politiche come collegio intermedio fra la Signoria e il maggior consiglio, e ponderava le proposizioni di quella, prima di esporle a questo. I tre capi della quarentìa si resero poi membri perpetui della Signoria. Preso un partito, il maggior consiglio ne affidava l’esecuzione alla Signoria, cioè al doge col suo consiglio di sei, ovvero ai Quaranta.
Il suggello dello Stato rimaneva presso il cancellier grande, scelto non da case nobili ma cittadine, supremo notajo degli atti legislativi, presente al maggior consiglio e a tutte le solennità, insigne per onorificenze ed emolumenti, fin ottantamila ducati l’anno traendo dalle propine; ed essendo inamovibile, restava indipendente dal doge, al quale appena cedeva in dignità. Tre avogadori del Comune, specie di tribuni del popolo, patrocinavano la parte pubblica nelle cause di Stato e nelle particolari, vegliando alla legalità, alla riscossione delle tasse, alla nomina dei magistrati, al buon ordine; tenevano i registri di nascita dei nobili; e il loro veto sospendeva per un mese e un giorno gli atti di qualunque magistratura, eccetto il maggior consiglio, e tre volte potevano ripeterlo, dopo di che esponevano i motivi della loro opposizione.
Tre volte già era stato riformato lo statuto veneto allorquando Jacopo Tiepolo nel 1232 ne pubblicò un nuovo, detto Promissione del maleficio; poi dopo dieci anni fe raccogliere le vecchie leggi, correggerle e disporle; e furono pubblicate in cinque libri, che con sempre nuove aggiunte formarono il codice della repubblica.
Raccontavasi che Alessandro III, quando vi venne a conferenza col Barbarossa, donasse al doge un anello dicendo: — Il mare vi sia sottomesso come la sposa al marito, poichè colle vittorie ne acquistaste il dominio». Di qui la festa dell’Ascensione, quando il doge sullo splendido bucintoro andava a sposare il mare, gettandovi un anello, e dicendo: Desponsamus te, mare, in signum veri perpetuique dominii. Considerandosi perciò quai signori dell’Adriatico, i Veneziani vollero imporre una gabella a tutte le navi che ascendessero oltre una linea tirata da Ravenna al golfo di Fiume. Era senz’esempj questo chiudere un mare, comune ai costieri; e ne vennero guerre, massime coi Bolognesi, che però furono ridotti a rassegnarsi. Più tardi Giulio li pretese privarneli, e avendo detto all’ambasciadore Girolamo Donato, mostrasse il documento che attribuiva il golfo alla repubblica, questi rispose: — Sta scritto sul rovescio della donazione fatta da Costantino a san Silvestro». Il qual motto accenna la franchezza che Venezia tenne sempre a fronte della curia romana; poichè mai non lasciò trascendere le pretensioni clericali, e conservò sempre alta mano sopra le chiese, quantunque mostrasse spiriti religiosi, e molti dogi abdicassero per ritirarsi in monasteri, tra’ quali Pietro Ziani lasciò a cento chiese o luoghi pii onde facessero uffizj per l’anima sua.
Più tardi Clemente V vietò il commerciare cogl’infedeli, gravando i trasgressori d’una multa per la camera apostolica. Non vi badavano i Veneziani; ma molti in articolo di morte non ottenevano l’assoluzione se non soddisfacessero a questa multa, che talora assorbiva l’intera sostanza. Il governo però non lasciava che tal denaro uscisse, e quando Giovanni XXII (1322) mandò due nunzj per raccorre quelle postume penitenze, o scomunicare chi le negava, intimò loro di partire. Il papa interdisse i contumaci, citandoli ad Avignone; ma implicato col Bàvaro, non potè dar seguito a quest’atto, e Benedetto XII concesse dispense per far mercato cogl’Infedeli.
Quando sorse la quistione dei Tre Capitoli, dal patriarca d’Aquileja scismatico si staccò il patriarca di Grado, al quale obbedirono Venezia e le terre suddite. Alla pace con Alessandro III tenne compagnia una concordia fra i due patriarchi, rinunziando il gradense alle ragioni sulla provincia di quello e sui tesori che avea rapiti alla sua chiesa. Nicolò V consentì che la dignità patriarcale da Grado si trasportasse alla cattedrale di Castello di Venezia, e san Lorenzo Giustiniani ne fu il primo patriarca: intitolavansi anche primati della Dalmazia.
Le singole isole avevano fin dall’origine tribuni proprj, e alla greca divideansi in iscuole di mestieri, non dipendenti una dall’altra. Dopo che a tutte fu preposto il doge, non si alterò l’interno ordinamento, e i tribuni, mutati in massaj o gastaldi, deliberavano ciò che convenisse rispetto alla guerra, al commercio, all’interna amministrazione. Nelle scuole di rado era ammesso un forestiere, sicchè restavano separati i nuovi popolani dagli originarj, che soli avevano voce all’elezione del doge ed al governo. Gli antichi nobili traevano vigore dall’ingerenza loro in questi Comuni, coi quali venivano considerati identici, essendo con essi cresciuti; e con ciò metteano forte inciampo al doge, che perciò volgevasi piuttosto alle cose di fuori. Enrico Dandolo, robusto d’animo e irremovibile di proposito, ampliò la potenza di Venezia, procurando farla in Levante prevalere ai Pisani, poi acquistando un quartiere di Costantinopoli (1204) e un quarto e mezzo del greco impero[43]: signoria disseminata sulle coste o nelle isole, fra cui principale era Candia.
I Veneziani accasati a Costantinopoli ricevevano dalla metropoli un podestà, dipendente dal doge e dal maggior consiglio, ed avevano essi pure un grande e un piccolo consiglio, sei giudici per gli affari civili e criminali, due camerlinghi per amministrar le finanze, due avvocati per le controversie del fisco, e un capitano della flotta, tutti spediti da Venezia. In modo eguale o simile erano costituite le altre colonie, e poichè i magistrati di esse dipendeano dalla Signoria, il doge poteva esercitarvi fattività impeditagli in patria, aveva entrate indipendenti dai cittadini, faceasi corteggiare dai nobili che ambivano quei lucrosi impieghi, e che dai conquisti d’alcune famiglie erano intalentati a farne di nuovi.
In effetto molte famiglie presero stanza nelle isole e sulle coste, dal che veniva consolidamento all’aristocrazia. Ma questa non derivava, come altrove, dalla conquista, bensì dal credersi discendenti dai primi che dalla terraferma passarono sulle isole, e crearono il terreno della patria; il sistema feudale e i diritti nati dal possesso stabile ignoravansi, territorj non avendo. Altri, segnalatisi nelle magistrature, aveano trasmesso alle famiglie il lustro personale; altri s’erano arricchiti col commercio e con possedimenti nelle isole e in terraferma, che non conferivano diritti politici: sicchè ne venne una nobiltà non oziante e pericolosa, ma che poco a poco acquistava privilegi; ben distinta da’ plebei, eppure legata a questi mediante una specie di patronato, che contraevasi col divenirne compari, e col prenderli in protezione quando aspirassero a far passata.
Trattando però coi cavalieri di Francia nella crociata, i nobili videro come si potea soperchiare la plebe, spogliandola d’ogni diritto; nei governi stranieri contraevano l’abitudine del primeggiare, onde finivasi con prendere in dispregio gl’ignobili. Più nulla contando il popolo nelle elezioni, il doge non dovea che blandire il maggior consiglio, da cui era creato. D’altra parte, osservando le repubbliche del continente straziate da fazioni e terminanti in tirannia domestica, alcuni desideravano la sovranità si confinasse in pochi, e proposero di non ammettere nel gran consiglio se non quelli che vi sedeano allora, e di cui v’erano seduti il padre, l’avo e il bisavo. Il doge Giovanni Dandolo, comunque di famiglia antichissima e insuperbita dalle conquiste e perciò mal veduta, si oppose a tal restrizione, e ne seguirono parteggiamenti e sangue. Lui morto, mentre i quarantun elettori deliberavano (1289), la moltitudine, già esacerbata per un balzello sulla macina, cominciò a gridare alle usurpazioni de’ nobili, che del doge, magistrato del popolo, aveano formata la creatura loro, e proclamò Jacopo Tiepolo, di cui già erano stati dogi il padre e l’avo. Con quest’aura popolare egli avrebbe potuto divenire un tirannetto, come gli altri d’Italia: ma o magnanimo a sagrificar l’ambizione alla libertà della patria, o pusillanime a non affrontare i rischi d’una rivoluzione forse da lui fomentata, andò esule volontario, e gli oligarchi riuscirono a metter doge Pier Gradenigo, uomo ancor fresco, incline ad umiliare il popolo e i nuovi nobili sotto una nobiltà ereditaria, al che il tempo gli diede opportunità.
L’ingrandirsi di Venezia eccitava gelosia a Genova e a Pisa. I Genovesi le mossero anche aperta guerra in Tolemaide, ma a loro grave costo: poi per contrariarla favorirono i Greci, a danno degl’imperatori Franchi di Costantinopoli; quando questa fu ripresa, molti vantaggi stipularono, e fecero chiudere ai Veneziani le tre vie dell’Eusino, dell’Egitto, della Siria. Ne derivò lunga nimistà, che alfine fu composta per le cure del papa: ma scoppiata di nuovo, l’imperatore Andronico II Paleologo ne tolse occasione di far catturare i Veneziani; e i Genovesi mossero addosso ai prigionieri, e li trucidarono.
Per vendetta (1293) Ruggero Morosini menò sessanta galee veneziane a saccheggiare gli stabilimenti de’ Genovesi, prese e demolì Pera, ove teneano quartiere, ed assalse il palazzo imperiale; intanto che un’altra flottiglia distruggeva Caffa, e per tutti i mari predava i legni e sovvertiva le colonie di Genova. Le due flotte si scontrarono davanti a Cùrzola (8 7bre), isola di Dalmazia; e i Genovesi, governati da Lamba Doria, tant’erano sbaldanziti, che proposero abbandonare ai Veneziani le navi, purchè andasse salvo l’equipaggio. Avuto il no, assumono il coraggio della disperazione, e vincono, da diecimila nemici uccidono, seimila fanno prigionieri, fra’ quali Marco Polo e lo stesso Andrea Dandolo ammiraglio, che, non sapendo darsi pace della perdita d’una battaglia attaccata contro sua voglia, diè del capo nell’antenna nemica e finì.
Genova esultò; stabilì che ogni 8 settembre la Signoria andasse offrire un pallio di broccato d’oro in San Matteo, dove si fabbricherebbe un palazzo all’ammiraglio vincitore. Ma Venezia non isbigottì, anzi, crescendo animo a misura della perdita, ebbe subito in acqua cento altre galee, chiamò macchine e piloti da Catalogna, accolse i Guelfi fuorusciti di Genova; e Domenico Sciavo, già illustratosi nelle guerre di Romelìa, portò il terrore nelle flotte genovesi, entrò fin nel porto della nemica, e su quel molo (1294) battè moneta ed eresse un monumento di disonore. Interpostosi Matteo Visconti, fu fatta una pace perpetua, che ciascun capitano di nave dovea giurare prima di mettere alla vela. Questi casi diedero prevalenza all’aristocrazia.
Venezia, vascello ancorato nelle lagune, viveva tutta delle relazioni sue coi forestieri, onde non poteva abbandonarsi alla marea popolare, ed aveva mestieri di sguardo attento, freddo calcolo, severa e coerente politica, di un’energia sostenuta, d’un accentramento di forze, quale non si può ottenere dalla moltitudine. Venne dunque consolidandosi il predominio costituzionale dell’aristocrazia, e massime in questa guerra, di cui ad essa toccavano le spese, i comandi, la gloria; onde con tal vento essa mandò in porto una legge tutta a suo favore. Sebbene il maggior consiglio eleggesse i proprj membri, asserivasi che da tempo la scelta cadeva sempre nelle stesse famiglie; onde il doge Gradenigo, uomo fermo, superiore alle vociferazioni del popolo e avverso a questo perchè gli negò gli applausi, propose quel che altre volte era stato respinto: non si esaminasse più se i membri delle famiglie allora sedenti nel gran consiglio dovessero esser rieletti, ma se meritassero d’essere esclusi; il qual giudizio si farebbe dal primo tribunale dello Stato. Adunque i giudici della quarentìa ballottarono un per uno quelli che negli ultimi quattro anni avevano partecipato al consiglio; e chi riportò dodici dei quaranta suffragi, vi era confermato per un anno; dopo di che eleggevansi i successori alla stessa maniera; tanto per non levare tutte le speranze, s’aggiunse una lista di supplimento con nomi di altri cittadini (de aliis) da ballottare occorrendo.
L’elezione del consiglio sovrano, allora di circa cinquecento membri, si trovò dunque trasferita dal popolo nel tribunale criminale: quando poi si proibì di ammettervi uomini nuovi, restò costituita una nobiltà privilegiata ereditaria, escludendone anche casate opulente ed antichissime, quali i Badoero, per l’accidente che nessun di loro sedeva in quell’anno nel consiglio. Infine fu tolta la periodica rinnovazione di questo, ed aboliti gli elettori col deliberare che, chi possedesse le richieste condizioni, a venticinque anni fosse dalla quarentìa registrato, e così entrasse nel gran consiglio. Il quale, non più riempito che di nobili, al solo vantaggio de’ nobili provvide, senza che rimanesse nè contrappeso alla podestà loro, nè speranza al merito: presto ammutolita anche l’opposizione degli avogadori del Comune, l’aristocrazia restò ereditaria.
La nobiltà esclusa dal maggior consiglio si arrovellava; reclamò, e vide i reclamanti appiccati[44]; sicchè, non avendo legittima via d’opposizione, ricorse alle trame onde acquistare non eguaglianza con tutti, ma privilegi con pochi. Bajamonte (1310) figlio di Jacopo Tiepolo, personalmente avverso al doge, unito colle famiglie Querini che pretendea discendere da Galba imperatore, Badoero che erano i Participazj sette volte dogi, Barbaro, Maffei, Barozzi, Vendelini ed altre, che affettarono il nome di Guelfi e la protezione della Chiesa, congiurarono di occupare la repubblica e ripristinare l’annua elezione. Armi molte teneva ogni casa, sì per lusso, sì per proteggere i commerci marittimi: Padova prometteva ajuti. Ma il doge ne seppe, e li prevenne; adunò in piazza San Marco le poche forze e gli arsenalotti; si battagliò per le vie, e molti anche de’ principali perirono; Bajamonte, che si sostenne alcun tempo in Rialto, ricusò il perdono offerto, e andò a morire fra i Croati. Degli altri catturati si fece sanguinosa giustizia; sui profughi si lanciarono taglie e sicarj; abbattuti i palazzi e cassati i nomi dei Querini e dei Tiepolo[45]. Onde prevenire simili attentati, s’istituì la magistratura de’ Dieci, con arbitrio sulla vita e l’avere dei cittadini e del pubblico. Era una commissione straordinaria; ma seppe allungare i processi e concatenare gli indizj tanto, che fu dichiarata stabile, e «tenacissimo vincolo della pubblica concordia».
Novità tentò pure Marin Faliero, d’una delle tre più antiche case di Venezia. Violento uomo, stando podestà a Treviso avea schiaffeggiato il vescovo in pubblico perchè tardava a uscire in processione; poi fatto doge (1354), e a settantasei anni sposata una bella fanciulla, su tal conto ricevette una beffa sanguinosa da Michele Steno, uno dei tre capi della quarantìa; e non potendo ottenere altra soddisfazione che di vederlo fustigato a code di volpe e sbandito per un anno, tramò. Vecchio, arrivato al posto maggiore cui l’ambizione potesse aspirare, per mero dispetto si collegò con persone di poco conto, con Bertuccio Israeli ammiraglio dell’arsenale, cioè capo de’ lavoratori, e collo scultore Filippo Calendaro, plebei molto ascoltati fra il popolo; del quale esageravano i sofferimenti, incolpandone l’aristocrazia, ed invogliando a scassinarla. Tutto era disposto per una sollevazione ove trucidare tutti i nobili, quando i Dieci n’ebbero spia, e il Faliero (1355 — 17 aprile) convinto fu decapitato là dove i dogi prestavano il giuramento; ai complici le forche, al popolo ribadite le catene, e stabilito che arengo, cioè il parlamento generale, «nè per messer lo dose nè per altri pol esser chiamado, salvo che, creando el dose, debba esser chiamato arengo a pubblicar la creation secondo usanza».
Era il tempo che si vedevano per tutta Italia le repubbliche soccombere a tiranni; e questo tentativo facea temere altrettanto a Venezia. Si moltiplicarono dunque le cautele; e al doge, da capo della Repubblica ridotto a delegato di pochi, si legarono sempre più le mani; e cinque corregidor della promission dogale ne’ patti da imporre a ciascun nuovo doge introduceano variazioni ed esponeano le riforme di governo che paressero opportune; tre inquisitori del doge morto ne sindacavano gli atti a confronto del giuramento prestato. Il quale di volta in volta restringendosi, venne ad essere una rinunzia a tutte le antiche prerogative, e quasi anche alla personale libertà. Il consiglio del doge non fu più scelto da lui, ma dal senato; infine lo si volle confermato dal parlamento; i sei membri rinnovavansi metà ogni quattro mesi, nè mai doveano esser due del cognome o del sestiere stesso; aprivano le lettere dirette al doge, rimettendole per lo spaccio ai diversi uffizj; facevano le proposte in senato e nel maggior consiglio, e il doge non avea maggior voto che uno di essi.
Perchè poi la sovranità fosse invigilata dall’amministrazione, si stanziò che i tre capi della quarantìa sedessero coi sei consiglieri a parte de’ loro uffizj. Il doge più non potè ricevere ambascerie o lettere da’ forestieri, nè carte da sudditi, se non presente il suo consiglio; non rispondere tampoco sì o no senza consultato con quello; non permettere che alcun cittadino gli piegasse il ginocchio o baciasse la mano; non soffrire altro titolo che di messer il doge; non possedere feudo, censo, livello o beni stabili fuor del ducato, cioè delle isole e del poco litorale tra le foci del Musone e dell’Adige; non isposare straniera, nè con stranieri ammogliare i figli senza permissione; nessuno poteva occupare impiego finchè stesse a’ suoi stipendj e un anno dopo. Al decorato pupillo rivedeansi ogni mese i conti, e se dovesse ad alcuno, gli era trattenuto del soldo: gli si prescrisse perfino di non spendere più di mille lire nel far ricevimento di stranieri; i primi sei mesi comprasse un vestone di broccato d’oro, nè egli nè la moglie o i figli accettassero regali. All’elezione di Nicola Marcello (1473) fu imposto che, vivo il doge, figli e nipoti suoi non potessero accettare uffizio, benefizio o dignità in vita o a tempo, nè sedere in verun consiglio, salvo il grande e i pregadi, ove pure non aveano voce; soltanto nei Dieci potea entrare un fratello del doge.
Questa gelosia da serraglio era estesa su tutta la nobiltà, vietandole di sposare straniere, nè coprire pubbliche funzioni fuori, o servir principe o Stato estero in guerra o in pace, nè tampoco possedere sul continente d’Italia: legge vissuta finchè Venezia non venne dominatrice della terraferma. Neppure i comandi degli eserciti poteano avere; e dopo che, nella guerra di Padova, furono affidati a Pietro de Rossi già signore di quella città, sempre il generale fu un mercenario, vigilato da provedidori scelti fra’ patrizj.
Principalmente addosso ai nobili pesava la severità dei Dieci, piuttosto freno all’aristocrazia che stromento di tirannide sovra il popolo. Componevano quel consiglio il doge, sei consiglieri ducali e i Dieci, tutti con voce deliberativa; illegale la loro adunanza se non fosse presente un avogador del Comune. Duravano un anno, e un anno restavano in contumacia; erano eletti pochi per volta dal maggior consiglio, e durante quella magistratura non poteano ricevere altro uffizio; l’accettare stipendio o premio saria costato il capo. Le denunzie segrete v’erano ricevute, come da tutti i magistrati, ma richiedeano esame e prove. Il 28 gennajo 1432 andò parte che «se da ora innanzi alcuno o alcuni dei nobili nostri, da sè o col mezzo di altri, sotto alcun pretesto, colore, modo, forma o ingegno che dire od immaginare si possa, oserà fare qualche setta, confederazione, compagnia od altra intelligenza chiara od occulta, colle parole o coi fatti, con giuramento o senza, per ajutarsi l’un l’altro ne’ nostri consigli, siano banditi perpetuamente; e se tornino dal bando, condannati al carcere in vita». Simile tenore tengono le leggi dei Dieci, tutte dirette a reprimere i nobili con procedura compendiosa: inoltre esercitavano un’alta polizia sul popolo, sui trattati più secreti, sui falsatori di gioje o di monete, sui giuochi, sulle spie; qualunque affare non civile riguardasse il clero, le sei grandi confraternite della città, le feste, i boschi, le maschere, le gondole, era di loro competenza; ai loro decreti obbligavano il senato e fino il gran consiglio; disponevano dell’erario, davano istruzioni ad ambasciadori, a generali, a governatori, modificavano la promissione ducale. In occasione del processo contro Marin Faliero chiamarono una giunta di venti gentiluomini, che poi restò permanente sino al 1582, e fu gran rinfranco al loro potere.
Questo concentrare la direzione dello Stato e dei poteri diede estrema autorità e forza al Governo; questa vigilanza impedì che persone o famiglie s’arrogassero la sovranità. Ma una procedura, ove non erano leggi conosciute nè pene prefisse, ove i testimonj non erano confrontati nè nominati tampoco, non offriva assicurazioni alla società o all’individuo, schiudeva il campo alla perfida delazione e al pagato spionaggio, stabiliva il despotismo per conservare il Governo.
Non lasciamoci però sgomentare dalle declamazioni, e ricordiamo che i Dieci dopo un anno ricadevano sotto le leggi comuni; oltre i segretarj dell’ordine cittadino, vi assistevano da cinquanta a sessanta persone, tolte dai principali consessi dello Stato, e l’avogador potea sospenderne gli atti; i giudizj erano segreti, ma scritti; al convenuto non negavasi un difensore; il gran consiglio poteva modificare quello dei Dieci o anche spegnerlo con non rinnovare le nomine; il popolo poi lo gradiva come salvaguardia contro i soprusi dei patrizj; questi se ne consolavano colla speranza di arrivarvi.
Nel 1454 il consiglio dei Dieci scelse tre inquisitori di Stato, due neri dal proprio seno, ed un rosso tra i consiglieri del doge, i quali incoavano i processi, esercitavano un’alta polizia su qualsifosse persona, neppur eccettuati i Dieci, e in unione con questi potevano punire di morte secreta o pubblica, disporre della cassa senza render conto[46].
Tale costituzione si andò sviluppando in tempi più tardi di quelli che ora narriamo; ma noi la volemmo qui raccolta a intelligenza della storia futura di quella grande e calunniata Repubblica. Il tempo fe dimenticar la violenza con cui si era stabilita l’aristocrazia, la quale consolidata, si occupava molto delle relazioni politiche, e v’acquistava prudenza e accorgimento. Diceansi vecchie le casate anteriori all’800, nuove le aggregate posteriormente. Sedici di queste ultime, cioè Barbarighi, Donati, Fóscari, Grimani, Gritti, Lando, Loredani, Malipieri, Marcelli, Mocenigo, Moro, Priúli, Trevisan, Tron, Vendramin, Venier, nel 1450 congiurarono di non lasciar più salire doge alcuno delle casate antiche: almeno tale opinione corse, e in realtà nessun più ne fu eletto fin al 1612, quando inaspettatamente fu sortito Marcantonio Memmo.
Allorchè il doge era presentato, si cessò di domandare al popolo — Vi piace?» ma l’anziano degli elettori dicea: — So che vi piacerà»; invece del sindaco che gli prestasse giuramento a nome del popolo, bastò il gastaldo o, come diceasi dal vulgo, il doge de’ Nicolotti, capo de’ pescatori. Pure chiunque abitava Venezia potea darsi a credere d’aver parte alla sovranità, perchè era chiamato padrone; donde quella riverenza verso la patria e i capi di essa, che faceva identiche la volontà propria e la legge, e disponeva a qual si fosse sacrifizio pel conservamento di essa.
Il popolo dapprima dividevasi in convicini e clienti, ossia ottimati e plebei: serrato il maggior consiglio, gli esclusi formarono un terz’ordine, detto de’ cittadini originarj, a distinzione dai cittadini d’acquisto, i quali abitavano Venezia da meno di venticinque anni. Ai soli originarj competeva la piena cittadinanza, e il prezioso diritto di far commercio marittimo sotto la bandiera di San Marco, e così l’aspirare agl’impieghi cittadineschi, il supremo dei quali era il cancellier grande; seguivano gli altri della cancelleria dogale, le cariche nelle maestranze e nelle numerose confraternite, alcune legazioni ed i consolati in terra forestiera. Il commercio rimaneva tutto a’ cittadini, escludendone i nobili perchè avrebbero potuto soperchiare. Pura plebe restavano gli artigiani, i mercanti, i medici, gli arsenalotti, corporazione robusta. A soli vecchi permetteasi di fare il rivendugliolo. Nè tampoco trovavasi schiusa la via dell’armi, giacchè queste erano affidate a mercenarj o a sudditi.
La sicurezza individuale, la prosperità assicurata al commercio, l’adito alle magistrature, erano compensi alla nullità de’ cittadini. Come in tutte le aristocrazie, badavasi a fare star bene il popolo; donde quelle splendidissime istituzioni di carità, che in parte ancora sopravivono a tante dilapidazioni; e le ricchezze dei monasteri e delle confraternite, corpi morali che, non avendo bisogno di far avanzi, tornavano a vantaggio della plebe. Questa tenevasi attaccata ai patrizj, non solo col patronato della ricchezza e de’ servigi, ma coll’avere ciascuno fra quelli il suo compare; prodigava gl’inchini e i titoli d’eccellenza, non mettendo limiti alla sommessione nè decoro nella riverenza; quanto l’odierna plebe di Londra, obbediva a un semplice cenno del messer grande, bargello che, col suo berretto segnato dallo zecchino e dalla mazza, bastava a mantener l’ordine nelle affollatissime feste. Le quali erano nuova occasione di mescolare ricchi e popolani, sudditi e magistrati, fosse alle sagre di Santa Marta o del Redentore, ove si confondeano nelle cenette improvvisate, fosse all’Assensa, dove il trionfo del gondoliere lo facea carezzare da’ nobili, fosse quando il pescatore di Poveglia o il vetrajo di Murano era perfino ammesso a baciare il principe. Le rivalità fra Castellani e Nicolotti, abitanti delle due parti della città, riduceansi il più spesso a gare di meglio valere nelle regate o alle forze d’Ercole; e se prorompevano in risse, l’indulgenza patrizia le perdonava, quantunque fossero costate sangue.
I sudditi d’oltremare venivano trattati come conquista, vilipesi, immolati al monopolio della dominante; se ne fortificava il paese quanto bastasse per tenerli in soggezione, non per garentirli dai nemici; non vi si lasciavano tampoco le cariche municipali; e il mandarvi il podestà e il capitano del popolo offriva un modo di occupare i nobili, e cogl’impieghi fuori risarcirli della oppressione che in patria cresceva. Di fatto da tali colonie venne un alteramento alla costituzione, introducendo un’altra nobiltà, meno dipendente dalla Signoria, e che avrebbe potuto emanciparsi se non fosse stata impedita dalla vigilanza degli Inquisitori.
I sudditi di terraferma stipularono prerogative quando si diedero alla repubblica; appoggiati alle quali, conservavano i prischi statuti, le procedure, sin gli uffiziali antichi, e l’attentarvi era caso di Stato, competente al tribunale dei Dieci. La nobiltà vi formava un corpo con privilegio ed autorità, ma per nulla partecipe al dominio; perciò odiava l’aristocrazia veneta, della quale trovavasi pari in grado, suddita in diritto: e fu uno de’ maggiori sbagli del veneto Governo il non provvedere, come Roma antica, a fondere il meglio della nobiltà di terraferma colla imperante, col che avrebbe risanguato questa di famiglie e di denaro, e congiunto i dominati coi dominanti.
Vi andava da Venezia un podestà, che durava sedici mesi, e a cui era sottoposto il consiglio dei nobili, che rappresentava ciascuna città: al capitano, pure spedito di là, era sottoposta la rappresentanza territoriale, eletta dai diversi Comuni. Ogni città ed ogni territorio teneva nunzj a Venezia per tutelarne gl’interessi; i luoghi minori sovente sceglievano a patrono qualche Veneto de’ più illustri e poderosi. Alle fortezze comandava un provveditore, dipendente dal capitano della provincia.
Nelle città di terraferma il consiglio era composto di soli nobili: ma alcune, come Padova, tra questi ammettevano famiglie nuove, mediante lo sborso di cinquemila ducati; spediente finanziario che apriva un adito alle case venute su. Generalmente ne restavano esclusi quelli che fossero debitori verso il pubblico. A Verona il consiglio era di cencinquantadue nobili, trenta de’ quali ogni anno restavano in vacanza; dei cenventidue rimanenti, cinquanta duravano in uffizio tutto l’anno: degli altri settantadue una muta ogni due mesi formava il consiglio dei Dodici, che coi cinquanta interveniva al consiglio: ogni anno i cinquanta passavano nelle mute, e quei delle mute nei cinquanta, uscendone trenta per dar luogo a quelli in vacanza; ai morti o assenti per carica si suppliva col trarne dei nuovi a sorte. In qualche città ogni nobile aveva entrata al consiglio e voce negli affari di maggior rilievo; al quale consiglio, oltre il votar le imposizioni e amministrarle, e fare decreti pel buon ordine, competeva l’eleggere a tutte le cariche comunali. Anche la giustizia rendeasi da collegi paesani, e secondo statuti proprj; e lo statuto di Verona meritò venir inserito nelle Repubbliche degli Elzeviri; e vogliamo ricordare come imponeva che le liti tra parenti fossero compromesse in arbitri, i quali risolvessero senza strepito di giudizio e inappellabilmente.
Tenuissime le tasse, riducendosi a un lieve testatico e all’imposta sulle macine; anzi la Dalmazia costava di gran lunga più che non fruttasse, se non che procurava grande attività di commercio. I magistrati erano piuttosto molli che tirannici; poteano accusarsi di negligenza nel proteggere e punire, anzichè di prepotente intervenzione; e qualora si dubitasse di mal governo, vi si spedivano sindaci inquisitori.
Tutto era dunque preparato per la conservazione, e niuno Stato sciolse più insignemente questo problema, durando per secoli senza quasi rivoluzione, e meritando perciò le lodi de’ politici nostrali e forestieri. Alla conservazione e all’incremento della metropoli si dirizzavano i sentimenti e le forze, vi si sagrificava tutto, persino la libertà; e se si ponga mente alla contentezza de’ sudditi, all’agio, alla calma, ai soccorsi, non si potrà che lodare la Signoria. Ma è obbligo dell’uomo e degli Stati anche il progredire, quindi non voler infiacchire tutte le membra per sicurezza della testa, non intercidere le vie di segnalarsi, non surrogare la ragion di Stato alla giustizia, non volere che una classe maggioreggi a depressione delle altre, nè con autorità violenta soffocar le passioni personali, e abbattere chiunque si elevi dalla folla.
L’aristocrazia portava nel governo le virtù che le sono proprie, una politica non allucinata da passione personale, una costanza che non si frange sotto le maggiori traversie, un segreto geloso, un’economia più savia quanto erano maggiori le ricchezze pubbliche; ma insieme mancava degli impeti de’ popoli liberi, della generosità verso i vinti, di quelle speranze che non si valutano a denaro: non guardò mai l’Italia come paese fratello; e come colla Toscana si alleò per difendere la libertà da Mastino della Scala, così si alleò coi Visconti per acquistare signoria nella penisola.
Quando le Repubbliche perivano e fin l’indipendenza in Italia, si compilò a Venezia il libro d’oro, titolo impreteribile della nobiltà; e allora entrarono tutti i malanni dell’aristocrazia, primogeniture, fedecommessi, esclusione de’ matrimonj men nobili; e dietro a ciò, sprecare in lusso, in fabbriche, in ville a Murano, poi sulla terraferma, e nel decorare la neghittosità.
Quelli che si erano assicurato la dominazione, sempre più faceano sentire la propria superiorità ai nobili minori e alla plebe. Oltre i nobili ricchi, ve n’avea di poveri, detti Barnabotti, non capaci di sostenere il dispendioso onore degli impieghi; e con sovrana arroganza reclamavano quel che oggi si chiama il diritto al lavoro, e lo Stato dovea soddisfarvi col mantenere magistrature e cariche superflue, de’ cui stipendj vivessero costoro. Ed erano veramente la zavorra e il disordine della repubblica, petulanti coi popolani di cui si ostentavano protettori, striscianti coi grandi, turcimanni d’intrighi, di sollecitazioni e di brogli. Nel maggior consiglio, che pur rimaneva nominalmente il vero sovrano, tutti i nobili aveano voto eguale, e perciò vi prevaleano i poveri, che erano i più; di qui il bisogno di carezzarli; e nobili ricchi e nobili poveri si scialacquavano inchini sotto le procuratìe e nel brolo, dove il giovane ammesso al maggior consiglio veniva presentato da dodici compari, e riconosciuto da quelli nel cui novero entrava; dove chi aspirasse a dignità compariva in atto supplichevole, togliendosi di spalla la stola per metterla sul braccio, menandosi dietro parenti e amici nell’atto stesso, e profondendo riverenze e baciamani.
Ripetiamo che tuttociò si riferisce a tempi posteriori; ma noi volemmo qui ridurlo, a confronto de’ governi delle prische repubbliche italiane, e del bene e del male che sarebbe potuto derivare dal loro spontaneo svolgimento. Certo, per tempi nuovi d’esperienza, mirabile era l’ordinamento di Venezia; se l’aristocrazia si fece tiranna, era però amata dal popolo, che neppure oggi ne perdette il desiderio; si sopracaricò di pesi, e ricordò che non lede tanto il potere, quanto il modo ond’è esercitato. Del resto a Venezia trovavano asilo i profughi d’ogni paese e i principi caduti; ivi maggior libertà di costumi, e poi di stampa; e lo spionaggio, che formò l’obbrobrio della sua vecchiaja, era piuttosto una vessazione che una tirannia, intanto che quel potere permanente schermiva dalle popolari stravaganze e dai tumulti consueti alle altre città.
Nelle relazioni colle repubbliche italiane Venezia tendeva ad accaparrarsi il commercio sul Po, e trarne il grano qualvolta fosse impedito il mar Nero o vi trovasse più favorevoli condizioni. E poichè l’annona è di supremo rilievo in città senza terreni, nominò intendenti a quest’uopo, e ad imitazione de’ Saraceni proibì di asportarne se non quando fosse disceso a un dato prezzo.
Fra ciò proseguiva le conquiste, e Corfù, Modone, Corone ricevettero conservatori da essa, la quale procurava nuove colonie coll’assegnar feudi. Molte guerre ebbe a menare, singolarmente per tenere sottomessa Candia, che per sessant’anni (1307-65) stette, si può dire, in uno stato d’insurrezione, che vorrà chiamarsi o ribellione, o generosa resistenza a un turpe mercato. Poi i Veneziani stessi ivi posti in colonia si ammutinarono, volendo che tra essi venissero scelti venti savj pel maggior consiglio della madre patria, non dovendo perdere questo diritto perchè accasati altrove: ricusati, si separarono perfino dalla Chiesa latina, e in luogo di san Marco tolsero a patrono san Tito; uccisero chi non volesse parteggiare con loro, e ricevuti a scherno i deputati di Venezia, si accinsero a respingerne le armi. Luchino Dal Verme capitano di ventura portò seimila uomini su trentatre galee contro l’isola dalle cento città, e a gran fatica la sottomise: ma ben presto questa si rialzò, e per tenerla in soggezione furono uccisi i capi, distrutte le città di Anapoli e Lasito e tutte le rôcche, portatine via gli abitanti, disertato il contorno e proibito avvicinarvisi, e tolto ogni diritto, ogni magistratura. Sono triste pagine nella storia d’una repubblica.
Pure il Levante sarebbe dovuto essere il campo delle attività di Venezia, che invece volle impacciarsi colle vicende d’Italia, e dopo caduto Ezelino cominciò a porre un piede in terraferma, a suo grave costo. Le disgrazie ed umiliazioni che essa toccò dopo serrato il gran consiglio, non erano conseguenza di quest’atto; pure smentivano coloro che credevano dalla concentrazione dovesse venirle robustezza.
CAPITOLO XCVII. Prosperamento delle repubbliche in popolazione, ricchezze, istituti.
Bastano già questi cenni a chiarire che gl’inconvenienti della libertà non impedivano l’inoltrarsi della civiltà; e a chi non sa che deplorare quell’età burrascosa, risponde la rapida floridezza delle repubbliche. Tutte s’allestirono d’edifizj, a comodo, a difesa, ad ornamento; rinnovaronsi di mura, estendendole ad abbracciare i borghi e le cattedrali; acciottolarono, lastricarono, fognarono le vie; provvidero ponti, cloache, acquedotti, strade; nei palazzi del Comune sfoggiarono a gara solidità e magnificenza; abbellironsi di chiese, monumenti insieme di pietà e d’amor cittadino, considerandole come la più nobile immagine della patria: l’uomo era richiamato alle severità della vita, metteansi in equilibrio il pensiero e l’azione, le combinazioni astratte dell’ideale e l’inflessibil misura del possibile.
Quale giacesse la campagna italica al cadere dell’impero romano, ci fu veduto, e la dominazione dei Barbari non potè che peggiorarla. Epifanio vescovo di Pavia, dirigendosi a Ravenna, ebbe a serenar molte notti sulle rive del Po, che sotto Brescello impaludava senza più letto. Crede il Muratori che nel 734 si fabbricasse la Cittanuova, quattro miglia da Modena, per guardare la via Emilia dagli assassini annidati nelle foreste di colà. Il panegirista di Pavia ci dice che vi abbondavano le stufe, per la molta legna provveduta da tante selve circostanti. Son nominati laghi nel Lodigiano presso Casal Lupano; se anche è favola l’altro che si stendeva a San Floriano, Santo Stefano, Fombio, Guardamiglio. Nel Padovano conservano tuttavia il nome di gazzo o guizza o fratta i terreni allora boscosi. Pistoja era tutta circuita da paludi, da cui la liberò un miracolo di san Zenone vescovo di Verona, onde Gregorio Magno vi mandò il primo vescovo nel 594; e frequenti vi s’incontrano ancora i nomi di pantano, piscina, padule, acqualunga. Modena nel X secolo fu spesso ingombra, talora sommersa dall’acqua spagliante: al vescovo di Bologna trovansi donate immense selve e valli peschereccie a occidente di quella città: quattro o cinque laghi son menzionati presso il Bondeno, laghi e stagni attorno a Parma: di foreste e pescagioni abbondavano i beni della contessa Matilde. La vita di san Giovanni Gualberto, scritta l’XI secolo, attesta scarsissimi in Toscana i ponti.
Anche più tardi, ogni tratto s’incontravano e scopeti e boschi e fitte e marazzi, massime dove i fiumi sfociano nel Po, e dove questo, l’Adige e l’Arno scendono alla marina; si ha memoria della selva Merlata nel Milanese, della Lugana nel Bresciano, della Fetontea presso Altino, della Polaresco nel Bergamasco, a tacere i vastissimi tratti torbosi che si riconoscono quasi a fior di terra; e nelle vendite d’allora si aggiungeva la formola ordinaria cum sylvis, paludibus, piscationibus. Infesta di lupi era la Lomellina, che re Berengario mandò ordine di uccidere[47]. Ottone il Grande al marchese Aleramo nel 967 donava tutti i possessi del regno che si trovano nel deserto tra il fiume Tànaro, l’Orba e il mare, detti Gobundiasco, Balangio, Scelescedo, Sassola, Miolia, Pulcione, Gruaglia, Pruneto, Montore, Noceto, Masionte, Arco...[48]. Dalle tante selve restava forse irrigidito il clima, sicchè non radi ricorrevano inverni da gelare il vino nelle botti, e il Po da Cremona a Venezia fin a sostenere i carri[49].
Il feudalismo, restituendo alla campagna la gente e l’immediata ispezione del signore, poteva recare qualche rimedio; ma nocevano le servitù de’ beni, e l’essere il padrone sottoposto egli stesso a una supremazia che dava il diritto di confisca o di decadenza, e toglieva di spezzare il possesso, trasmetterlo a femmine, alienarlo; e laudemj, riversibilità, diritti d’investitura dimezzavano le proprietà, disanimando dai miglioramenti. I braccianti poi od erano servi, o liberi condizionati, tenuti a comandite; lo perchè le opere riuscivano meno utili, quand’anche il bisogno o l’ingordigia non portasse il barone a gravar le taglie a segno, che il censuario abbandonava il possesso, il quale rimaneva sodo.
Tali difetti scemarono, non disparvero sotto i Comuni: e le ripetute guerre e il modo di condurle[50]; le rappresaglie, per cui un forestiere danneggiato in un paese poteva spingere su questo la vendetta de’ suoi patrioti, o almeno sui beni dell’offensore e de’ suoi consorti; il condannarsi alla sterilità i terreni degli sbanditi e dei delinquenti, non lasciavano prosperare i campi. I vantaggi del commercio facendo meritare il denaro fino al venti, al trenta per cento, lo sviavano dalla terra. Improvvide ordinanze or prefiggevano una data specie di coltura, ora il prezzo delle derrate, o di consegnarne una parte, o di non asportarle; e i vicini o per continua gelosia o per incidente rottura negavano di più riceverle[51]. Onde avere cavalli per le guerre, bisognava tenere sconfinate praterie, a scapito delle biade mangerecce[52].
I primi miglioramenti anche in ciò vennero dalla Chiesa. I monaci per istituto abbonivano i campi; e i Cistercensi, ammonastierati intorno a Milano, teneano sui lontani poderi una colonia di conversi per lavorarli, mentre sui vicini si esercitavano essi medesimi con sì evidente frutto, che spesso erano invitati a risarcire in bene i campi altrui; e non è fuori di buona congettura che ad essi vada attribuito quel sistema d’irrigazione, che la bassa Lombardia arricchì dei pascoli perenni, ove più tardi si cominciò a fare i caci, tanto rinomati col nome di Parmigiani[53]. Chi avrebbe poi avuto a vile un’arte che vedeasi esercitata dai monaci? Frà Corneto domenicano nel 1231 indusse per devozione un popolo di gente a portar materiali, con cui interrò uno stagno attorno al suo convento, e subito lo sementò. Per queste e simili guise, al luogo del giunco e della ninfea comparivano man mano il ranuncolo, il trifoglio e i graminacei, salutifero pasto di mandre lattose. Ai beni delle chiese e de’ monasteri si avea rispetto nelle devastazioni e nelle taglie; laonde molti donavano ad essi le loro proprietà, ricevendole poi in prestarìa o a livello temporario o perpetuo.
Il livello, forma di possesso allora introdotta o estesa, metteva assai bene ad avvicinare il capitale e il lavoro, come oggi si dice. Vasti terreni incolti e sfruttati, a qual proprietario bastavano forze per domesticarli? Si spicciolavano dunque tra molti coltivatori, che, assicurati per lunghi anni, li lavorassero come proprj, retribuendo al padrone un tenue canone: questo traeva un vantaggio di là donde prima nessuno; il lavoratore s’accostava alla condizione di possidente sopra un terreno che lietamente adattava alla vigna e alla semente, perchè sicuro di trasmetterlo a’ suoi figliuoli[54].
Dacchè parve liberalismo l’attribuire il rimiglioramento d’Italia ai Musulmani per fraudarne i frati, si asserì perfino che quelli avessero introdotto fra noi la coltura dell’ulivo, mentre indubbiamente la troviamo anteriore[55]: come troviamo che era più estesa d’adesso, giacchè in Lombardia, a tacere il lago di Como ove frequentissimi sono menzionati gli uliveti, n’erano vestiti i poggi fra Bergamo e Ponte San Pietro, quelli di Mozzo[56]: d’uno nel Borgo Canale di Bergamo è cenno in carta del 933, e d’altri sulle colline bresciane, donde or sono quasi scomparsi.
Emancipati e divisi i possessi, colla libertà sottratti i paesani alla servitù personale e all’immediata oppressura dei feudatarj, alleggeriti i servizj di corpo e le riserve di caccia, si prese coraggio a scassare sodaglie, popolare solitudini e boschi, fognare pantani: correggie, dossi, polesini si dissero le strisce di terra che man mano si disseccavano; mezzani le tante isole fra Lodi, Pavia, Piacenza, cedute al continente dal recedere del fiume; novali i campi restituiti all’aratro; e ogni tratto le carte accennano che un podere est terra novalis et fuit nemus; villaggi e fin città conservano il vocabolo del Rovereto, del Saliceto, dell’Albereto a cui sottentrarono. Le campagne prosperarono, coltivate da braccia libere, cui la speranza era stimolo all’operosità, ed ajutate da capitali cittadini; le città intrapresero grandiosi lavori per l’irrigazione, e provvidero con regolamenti, non sempre opportuni, ai casi di carestia[57].
I Pisani portavano grande attenzione ai fiumi della loro pianura; e uno statuto del 1160 ingiunge al podestà che, in principio del suo magistero, scelga persone probe, con giuramento di esaminare gli acquedotti antichi e nuovi delle terre domestiche e dei prati, e le foci del Serchio, perchè ne rimanga facile il deflusso. La maremma senese era coltivata e popolosa, nei diplomi trovandosi ogni momento castelli, corti, terreni donati o venduti: il paese dalle creste dei monti al mare, posseduto dai Gherardeschi, era seminato di case e chiese, con vigne, uliveti, frutti, campi di sementa[58]. Il Cremonese, piano di tenue pendenza deposto dalle ambagi di quattro grossi fiumi che ne segnano quasi il confine, facilmente torna in loro balìa appena cessino le cure dell’uomo. Tanto era avvenuto già sul cadere dell’impero romano; e parlano d’un lago Gerundio, vasto per quarantacinque miglia, tanto che i Cremonesi vennero ad assediare Lodi con apparato terrestre e navale. Se ne procurò dunque lo scolo; il naviglio d’Isso e Barbata raccolse le acque de’ fontanoni, utilizzandole ad irrigare; poi trovandolo insufficiente, nel 1337 si estrasse dall’Oglio il Naviglio civico, e dallo sbocco di questo fiume venne arginato il Po, deviando il Delmone, e sanando così larghissimo territorio. Crebbe allora grandemente la popolazione, e non solo la città contava fin a ottantamila anime, ma Soncino ne aveva più di molte città, Viadana diceasi ricca di gente e d’averi, Soresina avea quindicimila teste, Casalmaggiore ventimila, e nelle sue campagne si coltivava lo zafferano sin nel XV secolo, e ad una piccola Venezia l’assomigliavano le tante navi e il vivo traffico.
Già nel secolo XI i Mantovani aveano intrapreso le sgarbate, fossi allo sbocco dei fiumi per immetterli in Po; ma ricorrenti inondazioni guastavano quelle campagne, sinchè Alberto Pitentino nel 1198 affondò il lago attorno a Mantova, con argini e sfogatoj da regolarne l’altezza, e sostegni fino a Govérnolo, ove scarica in Po; delle cadute poi da bacino a bacino si profittò per muovere gualchiere e mulini, che perciò rimanevano privilegio del Comune. Altri dilagamenti straordinarj avevano cambiato in paludi i colti là intorno, onde il vescovo Jacopo Benfatti nel 1332 investì a Luigi Gonzaga l’isola di Révere che erat perita, diruta, aquatica, paludosa, piscaritia cum casis palearum ac in totum sterilia, unico prezzo ed obbligo imponendogli di cingerla d’argini per frenare il fiume. Seguendo il costume della Repubblica, quel principe suddivise in livelli ad meliorandum quella contrada, che ben presto divenne delle più opime.
Di che vedasi quanta giustizia vi sia nel ripetere che la natura fe tutto per la Lombardia, nulla gli abitanti.
Allora sparirono gli stagni e le foreste del Bolognese e del Ravennate: Ferrara, ch’era nata come Venezia per bisogno di difendersi dai Barbari, e dove prima non furono che due torri, congiunte con un argine che fu poi la strada detta ancor Ripagrande, si estese intorno a quello, sistemò arginature che servissero anche di comunicazione, e le paludi di cui la circondava il Po convertì in ubertose campagne: i boschi del Modenese e del Ferrarese si disselvatichirono: a Milano furono portate migliori razze di cavalli, e cani alani e danesi di molta forza e grossezza; e con innesti forestieri migliorato il vino e introdotta la vernaccia. Il riso, cagione poi di spopolamento, veniva ancora di fuori, e si vendeva dagli speziali, cui in Milano fu imposto di non prezzarlo più di dodici soldi imperiali la libbra[59]; nè più di otto il mele, tanto prezioso avanti che s’introducesse lo zuccaro.
Del miglioramento fanno prova l’ampliarsi e abbellirsi delle città. Milano occupava appena una quarta parte dell’odierna superficie, eppure internamente avea campi, viridarj (verzèe), pascoli (pasquèe), e l’estesissimo brolo dell’arcivescovo: le case erano ad un solo piano, salvo poche solariate; alcune di mattoni, le più di graticci e creta e paglia, col tetto pure di assicelle e di paglia: fuori poi avea boschi, come il nemus di Sant’Ambrogio fuor porta Comasina, quel degli Olmi fuor porta Vercellina, ove fu decollato san Vittore, quello di Caminadella fuor porta Tosa. Appena rassettatosi dall’eccidio del Barbarossa, Milano estese il suo recinto cingendosi di una mura alta venti braccia con sei porte di marmo, fabbricò case e palazzi, nel 1228 «il broletto nel mezzo della magnanima città» (Corio), cioè il palazzo comunale, e cinque anni appresso il broletto nuovo, dove accogliere i mercanti e tutti gli uffizj. Il trovarsi discosta da ogni grosso fiume le disagevolava il commercio, massime degli oggetti di consumo; sicchè per trarre dalle Alpi il combustibile, le pietre e altri grossi materiali, e al tempo stesso irrigar le pianure, divisò il Naviglio grande, primo canale artifiziale delle nazioni moderne, che per trenta miglia conduce le acque del lago Maggiore fin alla città. Intrapreso nel 1179, cioè tre soli anni dopo che la città era risorta dalle ruine del Barbarossa, fu ripigliato nel 1257, e compito in modo da portar grosse navi. Pel canale della Muzza, cavato dall’Adda, il greto della Geradadda e del Lodigiano divenne la campagna più frumentosa di Lombardia.
Nel 1106 Pasquale II consacrava la cattedrale nuova di Parma: i Modenesi toglievano a rifabbricare la loro; cinquant’anni dopo scavarono il Panarello nuovo e il canal Chiaro, eressero il campanile, il palazzo comunale, la ringhiera, sbrattarono e selciarono le vie e i portici. A Cremona nel 1167 fabbricavasi il battistero, nel 1206 il palazzo comunale con porte di bronzo, nell’84 il terrazzo: e la città divisa in vecchia e nuova secondo le fazioni, allestivasi di mura esterne e interne. Dopo la peste del 1136 Bergamo alzava la chiesa della Beata Vergine Assunta, architetto Fredo: nella quale faceansi le adunanze, le paci, gl’istromenti; v’era scolpita la misura uffiziale; e la società di Santa Maria Maggiore era una milizia per difesa del Governo[60]. Brescia ampliava la mura, fabbricava le chiese e i monasteri di San Barnaba, San Francesco, San Domenico, San Giovan Battista, finiva il broletto, dilatava la piazza del duomo, conduceva tre canali dal Chiese e dal Mella per gli opifizj, a cura dell’insigne vescovo e signore Bernardo Maggi. Pisa si circondò di mura nel 1157, Lucca dilatò le sue nel 1260, Reggio dal 1229 al 44 per tremila trecento braccia, e uomini e donne, piccoli e grandi, rustici e cittadini portavano sassi, sabbia, calce, sul proprio dorso e in pelli varie e in sandali[61].
Padova nel 1191, podestà Guglielmo dell’Osa milanese, rendette il Brenta navigabile fino a Monselice, e vi sovrapose un ponte; nel 1195 rinnovava la mura; nel 1219 faceva il palazzo comunale con quella meravigliosa sala della Ragione; poi, appena redentasi da Ezelino, dava denari a tutte le chiese e conventi perchè riparassero ai guasti della guerra, s’ingrandissero e abbellissero; fece rinforzare la mura, ammattonare le vie interne, migliorare quelle del contado, arginare i fiumi e regolarli con roste e canali; e molti ponti che emulassero quelli de’ Romani ancora conservati in città; fabbricò il palazzo degli Anziani, finì il meraviglioso tempio del Santo, eresse Castelbaldo sull’Adige per fronteggiare gli Estensi e gli Scaligeri, allestì il Prato della valle per la fiera e per le corse al pallio. Agl’incendiati dava un compenso, purchè entro un anno avessero riedificata la casa: chi aspirasse alla cittadinanza, doveva acquistar un garbo, tratto di sodaglia su cui ergevasi un’abitazione: proibì perfino di trasferire possessi e rendite o qualsifosse diritto sopra immobili in chi non prendesse stanza nel territorio padovano[62].
Bologna vide sorgere cento torri, fra cui quella degli Asinelli e quella de’ Garisendi, decantate la prima per l’altezza, l’altra per l’obliquità, si cinse d’una terza mura più ampia, rassettò tutte le vie e i ponti, coprì l’Avesa che riceveva le immondezze, dispose il nuovo mercato a Galliera, opera sovra l’altre bellissima, comoda e lodevole, e tra molte chiese la Nunziata delle Pugliole, opera di Marco bresciano, e quella degli Alemanni fuor porta Ravennate pei Tedeschi che pellegrinavano a Roma; del Reno introdusse un ramo in città a movere trentadue mulini; un altro diresse fino a Corticella perchè le navi arrivassero a Ferrara; tirò pure in città l’acqua della Dordogna e quella della Savena per macinare il grano, e per servizio di tinger la seta e i panni di grana e scarlatto; compita la qual opera, si fece tridua solennità, e fu posto un ricordo al podestà Pirovano milanese. In breve giro d’anni vi furono fabbricati il palazzo della biada, la croce di piazza, le nuove prigioni, i granaj del Comune, Castel San Pietro, la chiesa di Santa Tecla; fortificate e provviste le castella del contado; oltre le grandi spese logorate negli eserciti: e il grano valea soldi cinque la corba, soldi sette il sale, nove il carro delle legne grosse, sei il vino alla corba[63].
Da un milanese, podestà a Firenze, ebbe nome la cittadina di Pietrasanta; dall’altro milanese Rubaconte di Mandello, il ponte più ampio e spazioso di Firenze, il quale pur fece lastricare molte vie: poi nel 1277 essa città comprava le terre fra Arno e Mugnone per porvi il borgo Ognissanti. Siena nel 1228 innalzava San Domenico, nel 58 Sant’Agostino, nell’84 il palazzo della Signoria in quella bellissima piazza del Campo dove undici strade sboccano, e alquanto dopo la sveltissima torre del Mangia. Volterra nel 1206 fabbricò nuove mura e il palazzo de’ Priori, poi da Nicola Pisano faceva erigere ed ampliar la cattedrale. Prato nel 1284 ergeva il palazzo del Popolo, e nel 92 lastricava le strade. A San Geminiano in Valdelsa ammiravansi palazzi pubblici e privati e chiese, fra cui bellissima la collegiata, e fontane, e quattordici torri di bellissimo finimento, e l’altissima del Comune, per la cui fabbrica ogni podestà doveva rilasciare parte dello stipendio, col diritto di porvi il proprio stemma.
Che serve allungarla? visitate l’Italia, e vedendo quei porti e quei moli stupendi, e le gran torri e le cattedrali, domandate chi le eresse, e sempre vi si risponderà: — Il popolo, quando a popolo si reggeva».
Stando ai computi del Cibrario, le terre di Piemonte nel secolo XIV avrebbero avuto appena un quinto della popolazione odierna; mille Carignano, duemila censettantacinque Ciamberì, duemila censessantacinque Rivoli, tremila ottocentrenta Moncalieri e Pinerolo, tremila trecento Cuneo, seimila seicensessantacinque Chieri, mentre appena quattromila ducento ne contava la odierna capitale. Le repubbliche invece quanto fossero divenute popolose lo attestano, se non foss’altro, le tante guerre; Bologna mise in campo contro ai Veneziani trentamila pedoni e duemila cavalieri; Milano, ricca di ducentomila abitanti, esibiva diecimila guerrieri a Federico II per la crociata, venticinquemila ne armava contro Lodi, sessantamila contro Brescia, compresi gli alleati; da Cremona la fazione trionfante espulse centomila persone; Ezelino ne rapì diecimila da Padova; Pavia accampava due a tremila cavalieri e quindicimila pedoni; il territorio bresciano dava quindicimila armati dai quindici ai sessant’anni. Genova, che nel 1345 ampliò la sua cerchia dalla torre di San Bartolomeo dell’Olivella sin alla punta del mare verso San Tommaso, e nel 1291 per duemilacinquecento lire comprò l’area fra San Matteo e San Lorenzo, dove in due anni fabbricò il palazzo del Comune, nel 1293 metteva in ordine un’armata di ducento galee e quarantacinquemila combattenti, tutti nazionali; eppure tanti ne rimasero, da provvederne altre quaranta, senza per questo lasciare sguarnite le riviere e la città[64]. Ivi le fazioni dei Doria e Spinola allestivano ciascuna da dieci a sedicimila uomini d’arme: fate ragione delle altre.
Massa, che or non arriva a duemila, contava ventimila abitanti; Savona novemila; in Pisa più di trentamila famiglie furono in grado di pagare il fiorino imposto a ciascuna per la fabbrica del battistero. Di Siena si dice nella peste del 1348 esser perite ottantamila persone, che erano quattro quinti della popolazione, la quale così sommerebbe a centomila. A Firenze nel 1336 si contavano novantamila bocche, non computando i forestieri, i soldati, le comunità religiose, talchè salirebbero a centomila; ma dai battesimi[65], che erano da cinquemila ottocento in seimila l’anno, proporzionandoli al quattro per cento, si arguirebbero cenquarantamila abitanti.
I matrimonj si favorivano con distinzioni e con feste; a Como il vescovo mandava (nè il rito è dismesso) agli sposi più illustri di quell’anno la palma che riceveva la festa degli ulivi. Il senato di Bologna ai principali spediva una cappellina di panno rosato, che lo sposo soleva portare per otto giorni[66]. Raro il celibato, e tutti i figliuoli ammogliandosi, formavansi famiglie numerose. Il padre di Pier degli Albizzi ebbe cinque figliuoli, e venuta una briga civile nel 1335, si trovarono trenta cugini in età sufficiente alle armi[67].
Frequente si rinnovava la peste: e a tali disgrazie non mancarono que’ funesti delirj, da cui neppure l’età nostra può vantarsi immune; si attribuivano a unti pestiferi o a pozzi avvelenati, e se ne imputavano principalmente gli Ebrei, perciò perseguitati fieramente. Nel 1321 si bucinò che i lebbrosi avessero fatto una strana congiura d’infettare tutto il mondo: il vulgo colla feroce sua credulità accettò questa diceria, e buttandosi addosso a quest’infelici, li trucidava, li bruciava vivi, lasciavali morir di fame.
Le quarantene erano precauzioni sconosciute, fin quando Venezia nel 1403 tolse agli Eremitani l’isola di Santa Maria di Nazaret per collocarvi le persone sospette e le provenienze di Levante onde spurgarle. Un magistrato di sanità vi fu organizzato nel 1475 come stabile e ordinario, composto di tre provveditori nobili annui, con podestà d’infliggere multe, carcere, galera, tortura. Questo primo esempio imitato valse non poco a preservare l’Europa, la quale non vorrà smettere le quarantene finchè la Turchia non sia incivilita.
Gran cura della sanità pubblica si presero gli statuti, provvedendo alla nettezza delle vie, a disperdere le acque stagnanti e procurarne di potabili, proibir le carni malsane e la propagazione delle epizoozie; talora spinsero la pulitezza allo scrupolo, come quei di Casale che alle rivendugliole di pane vietarono di filare. Federico II dettò buoni ordini salutari pel suo regno; i cadaveri si sepellissero quattro palmi sotterra, il lino e la canapa si macerassero un miglio distante dall’abitato, si gittassero in mare le carogne. Trovansi pure stipendiati medici perchè gratuitamente servissero; a Bologna nel 1214 Ugo da Lucca non dovea ricevere dai privati veruna mercede, salvo che la legna e il fieno. La legge veneta del 24 marzo 1321 proibiva di esercitar medicina e chirurgia se non approvato in qualche università; ordine già prevenuto da esso Federico.
Il vivere comunale faceva si gareggiasse anche in opere di beneficenza, volendo ciascuno avere nel proprio paese e nella propria corporazione soccorsi a tutte le miserie. La storia degli ospedali è delle più interessanti in quella de’ nostri municipj. La carità cristiana aveva insegnato a prender cura de’ projetti, che Atene, Sparta, Roma abbandonavano o uccidevano. Il primo orfanotrofio fu aperto da Dateo arciprete di Milano nel 785, stabilendo vi fossero allevati gli esposti fino ai sei o sette anni, dopo di che rimanessero liberi, rinunziando cioè al diritto di tenerli per proprj servi. L’ordine dello Spirito Santo aprì case per essi a Marsiglia, a Bergamo, a Roma, ove Innocenzo III sistemò con generosissima carità l’ospedale di Santo Spirito (t. VI, p. 243). Firenze aveva di tali ricoveri nel 1344, Venezia nel 1380, e così altre città. A Vercelli era fin dal 1150 un ospedale degli Scoti pei pellegrini di Scozia e d’Irlanda, e quello del canonico Simon di Fasana pei poveri francesi e inglesi: prova della quantità di forestieri che vi capitavano.
Gl’incendj succedevano frequenti, in grazia delle case di legno e di paglia. Nulla più facile che attribuire a malizia questi disastri, che nessuno vuol confessare dovuti a propria negligenza, e perciò severe pene si comminavano agl’incendiarj: cento lire a Moncalieri; mille soldi a Nizza di mare, e la testa se non avessero di che pagare; a Torino erano bruciati vivi. Di miglior senno fecero prova il Comune di Garessio stabilendo che, qualora non si scoprisse il reo, i danneggiati fossero rifatti dal Comune; e Siena mantenendo spegnitori del fuoco, emendando del pubblico le case e le masserizie danneggiate[68]. All’uopo stesso Ferrara nel 1288 prescriveva le case non si coprissero di paglia, ma di tegoli; Casale di Monferrato, non si facesse fuoco in casa non coperta di tegoli di buona terra; si tenevano guardie notturne; si allontanavano i pagliaj dall’abitato, si vietava d’accender fuoco quando tirasse vento. Firenze nel 1344 istituì i vigili, che, avvisati da una vedetta, accorrevano al primo manifestarsi d’un incendio[69]. Il Breve comunis pisani del 1236 provvede all’illuminazione della città, e non solo nelle strade più frequentate, ma ne’ chiassi e vicoli, con lampioni numerati e guardie notturne.
In tutto ciò voi ravvisate quel nobile e faticoso uscire da uno stato depresso per elevarsi a un migliore; e generalmente conservavasi molta modestia nel vivere privato, mentre voleasi che il pubblico prosperasse. Si aveva gran mistura di male, ma progresso; e la ricchezza pubblica era tale in quelle repubblichette così derise dagli odierni dottrinarj, da uguagliare ciascuna i floridi regni. Firenze nella guerra contro Mastin della Scala spese seicentomila fiorini d’oro, tre milioni e mezzo in quella contro il conte di Virtù, undici milioni e mezzo dal 1377 al 1406.
Meglio delle guerre ne piace rammentare le pubbliche costruzioni e il fiore delle arti belle, deve ogni nostro Comune ardiva quel che appena l’Inghilterra o la Francia: e le città, che pur aveano vicinissime città altrettanto floride, compirono imprese quali neppur si videro allorchè furono centro di vasti Stati, come Firenze o Venezia. Gran prova che sapeano e creare le ricchezze e conservarle con quell’economia che è prima dote di governi repubblicani, non spendendo mai di là del ritratto, o affrettandosi a spegnere i debiti, come era naturale in paese dove i magistrati, uscendo ogni anno o poco più, doveano render ragione dell’operato. Sol quando i principi sottentrati furono costretti a comprare la fedeltà e la difesa, e mantenersi con lusso, non si fecero coscienza di compromettere l’avvenire, e coi debiti preparavano nuovo impaccio alle finanze. A repubblica si reggevano le terre svizzere, e in paese poverissimo riuscirono a cumular capitali, di cui fecero poi comodità ai principi, e vennero a vantaggiare di territorj. Berna e Friburgo aveano largamente sovvenuto i duchi Lodovico e Amedeo IX di Savoja, singolarmente per le spese occorse a far l’antipapa Felice e a comprare il regno di Cipro. Scaduti i termini, e non potendo soddisfare, dopo profusi doni onde guadagnarsi i cittadini più creduti, i duchi dovettero lasciar occupare da essi il paese di Vaud, che cessò di appartenere alla lor casa. Così vedremo avvenire di terre del Milanese, occupate per sempre da Svizzeri e Grigioni.
Che se le repubbliche erano costrette ricorrere a prestanze private, seppero convertirle in un nuovo mezzo di comodo e prosperità; e i primi tentativi nella scienza del credito sono dovuti agl’Italiani. Fin verso il 1156, trovandosi esausto l’erario veneto, il doge Vitale Michiel II propose un prestito forzato sovra i megliostanti, meritandoli al quattro per centinajo. Si formò così il primo banco di deposito, non di emissione; i contratti si faceano e i viglietti si traevano dai mercanti, non al corso della piazza, ma in moneta di banco, cioè in ducati effettivi del titolo più fine. Nuova forza acquistò dacchè il Governo introdusse di fare i suoi pagamenti in viglietti siffatti; poi vi s’aprì partita di dare e avere, talchè i fondi depositati si giravano da un nome all’altro, come oggi nel gran libro di Napoli, e pagavansi cambiali per conto di privati. Da principio il banco rifiutava i capitali di forestieri; e nel prestito del 1390 un decreto speciale vi volle per accettare trecentomila scudi da Giovanni I di Portogallo. Tanto credito ispirava, che si potè estrarne quasi tutto il denaro effettivo, senza incutere sfiducia. A questo monte vecchio s’aggiunse il nuovo nel 1580 per sostenere la guerra di Ferrara; infine il nuovissimo nel 1610 dopo la guerra coi Turchi; indi delle loro reliquie si costituì nel 1712 il banco del giro, che continuò fin all’omicidio di quella repubblica.
Matteo Villani ci descrive partitamente le operazioni del banco de’ Fiorentini, la riduzione, la liquidazione, la redenzione[70]. A Siena il Monte de’ Paschi fu introdotto per prevenire le usure, prestando a soli Senesi, e sodando piuttosto sulla probità individuale, garantita da una o più persone solide. Monumento più insigne è il banco di San Giorgio a Genova. Questa Repubblica contrasse un debito fin dal 1148 allorchè conquistò Tortosa; lo crebbe poi nelle successive vicende, sinchè nel 1250 fu addensato sotto il nome di Compera del capitolo, descrivendo in un cartulario ventottomila luoghi, sommanti a due milioni e ottocentomila lire d’allora, quando da un’oncia d’oro di pajuolo tagliavansi lire tre, soldi dieci, denari tre. Così fu consolidato il debito: ma la guerra con Carlo d’Angiò portò la compra d’altri quattrocentoventi luoghi; d’altri l’assedio de’ Ghibellini e le guerre d’Enrico VII e le successive; quattrocento novantacinquemila fiorini d’oro vi aggiunse quella di Chioggia; di più l’amministrazione del Boucicault, talchè la Repubblica era in procinto di fallire se non si fosse trovato uno spediente. Solea Genova ai creditori dello Stato cedere i proventi di alcuni dazj indiretti: essendo però le varie imposte destinate ad uffizj diversi, andavano in troppa parte assorbite dalle spese; laonde per semplificazione si ridusse ogni cosa in un collegio di otto assessori col nome di San Giorgio, nominati dai creditori, e obbligati a render conto soltanto a cento di questi. I debiti anteriori di variissima forma vennero consolidati al sette per cento: luogo chiamossi ogni unità di credito, consistente in cento lire, e che si poteva trasferire; colonne un certo numero di crediti, riuniti sopra un solo logatario o creditore; compere o scritte la somma totale dei luoghi, equivalenti ai monti di Firenze, di Roma, di Venezia. Registravansi in otto cartularj, secondo gli otto quartieri della città, rilasciando ai creditori polizzine col nome di essi e colla firma del notajo; nè dovevasi emetterne alcuna che non vi fosse l’equivalente valore nelle sacristie o casse; e pagavansi a vista. Gli otto protettori formavano ogn’anno un gran consiglio di quattrocentottanta logatarj, metà a sorte, metà a palle. I magistrati superiori della Repubblica doveano giurare di proteggere inviolato il banco.
Lo crebbero i molti denari depostivi da privati, e i moltiplici, come chiamavansi certe disposizioni fra vivi o per testamento, mercè delle quali i proventi d’alquanti luoghi lasciavansi accumulare onde comprare altri luoghi, fin ad un certo termine, di là dal quale si applicavano ad istituzioni pie o ad altro uso. Luoghi sopravanzati alla quantità richiesta per gli annuali interessi di qualche nuova prestanza, moltiplicavansi a pro della repubblica, e costituivano le code di redenzione, che oggi diremmo fondo d’ammortizzamento; e questo operava così efficace, che, malgrado più di sessanta prestiti fatti alla repubblica, il banco diminuì i suoi luoghi da quattrocensettantaseimila settecento che erano nel 1407, a quattrocentrentatremila cinquecenquaranta, che trovavansi nel 1798, e di cui una quarta parte erano disposti a pubblica utilità. La Repubblica, non bastando a difendere Caffa dai Turchi, e la Corsica da re Alfonso il Magnanimo, le cedette a San Giorgio, che così fu ad un tempo banco di commercio, monte di rendite, appalto di contribuzioni e signoria politica.
Mentre le inesorabili fazioni rendevano impossibili in Genova e la libertà e la tirannide, quella società, meglio consigliata, tutelava la pace e l’ordine; continuò anche dopo mutati i modi e le vie del commercio: dal saccheggio degli Austriaci nel 1746 risorse, soccombette a quel dei Francesi nel 1800.
Con savie regole anche la città di Chieri nel 1415 eresse un monte, a mezzo del quale spense il debito per cui rispondeva sin il dieci e dodici per cento. Era costituito di diecimila genovine nè più nè meno; cioè lire centosettantottomila, assicurati capitale e interessi sui beni del Comune, divise in luoghi che rendeano il cinque, poteansi vendere e permutare, e chi n’acquistasse uno diveniva borghese di Chieri. Essi luoghi non doveano perdersi nè sequestrarsi per qualsivoglia misfatto, neppure di maestà: i principi di Savoja nè i loro ministri non potevano acquistarne: al Comune era dato in qualsifosse tempo redimere quel debito[71].
In tal proposito non vogliamo preterire due istituti, dimenticati dagli storici. Dodici nobili di Pisa nel 1053 cominciarono l’Opera della misericordia, contribuendo venticinque libbre di grossi ciascuno, i quali si dovessero trafficare, e del guadagno dotare povere fanciulle, riscattare schiavi, sovvenire vergognosi: bellissima alleanza della carità cristiana coll’industria moderna. Nel 1425 s’inventò a Firenze un monte delle doti, ove mettendo cento fiorini, in capo a quindici anni se n’avea cinquecento in dote a chi si maritasse, restavano al monte se l’assicurato morisse o andasse religioso[72]. Dove ravvisate quelle tontine e quelle casse di mutuo soccorso e di provvidenza, che tanto or prosperano in Francia e in Inghilterra.
CAPITOLO XCVIII. Costumi. — Liete usanze. — Spettacoli.
Non è mestieri che chiamiamo il lettore ad avvertire come fossero mutati i costumi. Quel lusso corruttore, che le fatiche d’intere provincie consumava ai godimenti e alle futili vanità di un solo, qual vedemmo al declinare del romano impero, dovette cessare sotto i Barbari, semplicemente rozzi.
In un placito tenuto da Adalardo in Spoleto, al principio del regno di Lodovico Pio, ci è descritto un palazzo romano: dal proaulio si passa nel salutatorio destinato al ricevimento; segue il concistoro, ove trattare i segreti; poi il tricoro o triclinio, ove i convitati sedevano in tre ordini di tavole, tra i profumi esalanti dall’epicaustorio; ivi camere estive ed invernali, ivi terme o bagni, ginnasio per le dispute e gli esercizj, la cucina, il colombo o piscina da cui venivano le acque, l’ippodromo per corse di cavalli. Evidentemente è l’avanzo d’un palazzo antico, e tale costruttura si abbandonò coi nuovi costumi.
Delle case la maggior parte non aveano che il pian piede, alcune erano coperte di tegoli (cupæ o cupellæ), molte di assicelle (scandulæ) o di paglia. Da ciò gl’incendj frequenti, che talvolta distruggeano mezze le città, colpa dei quali, dice Landolfo sotto il 1106, Milano quasi più nessun muro avea di pietra o di cotto, ma solo di paglia e graticci. Scambia egli per effetto la causa; ma è vero che ajutava gl’incendj il mancar di camini. Gli antichi poco usavano tale comodità, accendendo il fuoco in mezzo alla stanza, e per un foro mandando il fumo. De’ camini colla canna innestata nel muro parla Galvano Fiamma nel XIV secolo come di trovato recente: Andrea Gattaro vuole che Francesco Carrara il vecchio da Roma nel 1368 ne portasse l’uso, dapprima ignoto: vent’anni di poi il Musso notava come le case di Piacenza fossero splendide, nitide, ben guarnite a masserizie, con armadj, stoviglie e vasellami diversi, orti, cortili, pozzi, vasti solaj, belle camere, alcune delle quali col camino[73]. In Roma la casa che vulgarmente chiamano di Pilato, e che appartenne a un discendente del console Crescenzio, è una fortezza all’uso di quel tempo, rimessa in essere da Cola di Rienzo per difendere il ponte Rotto; pesantissima nella sua solidità, straornata di pezzi tolti di qua di là, con bizzarri capitelli e rozza iscrizione[74].
Nella feudalità ogni signore, fatto quasi un piccolo re, avea grandi entrate, ma dovea spendere assai nel mantenere l’estesa famiglia, oltrechè le sue entrate consistevano in derrate piuttosto che in denari. Il palazzo prendeva l’aspetto, sovente anche la forza di un castello; grosse mura, poche finestre o nessuna, torri agli angoli, merli al tetto, una fossa intorno con ponte levatojo, che metteva alla porta principale, difesa da balestriere e feritoje e da saracinesca caditoja. Attorno al cortile, che serviva agli esercizi soldateschi, erano la cucina, colla dispensa per la cera e per le spezie; ampie scuderie, cogli altri bassi servigi; una sala d’arme, ov’erano disposte quelle da battaglia e da caccia; il tinello, bastante non solo pei famigli ma per gli ospiti numerosi. In quello del principe d’Acaja a Pinerolo nel 1367 mangiavano centrentanove persone, fra cui venticinque poveri e alquanti frati[75]. La sala da pranzare il signore, illuminata da fiaccole portate da paggi e da grandi candelabri di ferro, alla buona stagione rimaneva aperta ai venti, alla peggiore la schermivano impannate di tela o di fogli oliati, quali le conservava ancora nel 1400 il ducale castello di Moncalieri. A questa mancanza di comodi facea contrasto la suntuosità della tavola, disposta con doppieri d’argento e fin d’oro, e trionfi artistici, e coppe d’avorio, di tartaruga, di cristallo, o anche più fine per materia e lavoro.
La sala di ricevimento era messa ad arazzi, venuti di Fiandra o di Damasco, e che più tardi si fecero tessere sopra disegni de’ migliori nostri artisti. Sul pavimento si stendeva paglia fresca, qualche volta tappeti, e più tardi le stuoje di sparto o di giunco. I sedili erano di legno, talvolta riccamente intagliato, e coperto di drappi e di pelli stampate, ma duri e scomodi, come gli archipanchi e le casse. Qui e qua stipi e forzieri intarsiati e ad argento e oro, ne’ cui cassettini si distribuivano quelle cento inutilità, di cui oggi facciamo pompa sulle cantoniere. Non mancavano lavatoj e bacili di rame o di più nobile metallo, e una spera metallica o di cristallo, e anche l’orologio nella primitiva sua rozzezza; un dittico o un’immagine di santo, o il crocifisso sopra il ginocchiatojo; di rado qualche libro. Il letto era attorniato da un balaustro, sormontato da un cielone di drappo a nastri e merletti, con coperte di gran valuta. Il resto della famiglia dormiva in camere disadorne. Vi è qualche castello signorile in Piemonte e negli Appennini toscani, da cui non disparvero questa distribuzione e questo addobbo.
Al primo accorrere della gente dalla servile campagna nelle redente città, si provvide solo a far abitazioni alla spiccia, con travi frammezzate di cannicci e creta; sovente sulla porta un motto, un santo serviva a distinguerle, invece dei numeri moderni. Delle vie, le più erano anguste, facendosi i trasporti a spalle di somieri; tortuose poi nè fra sè corrispondenti, perchè si fabbricava senz’accordo o direzione; e tutt’altro che pulite quand’erano una rarità le ciottolate e fognate, e vi griffolavano i porci, come oggi i cani.
Il popolo redentosi fece mozzar le torri, ove il signore si riparava dalla legale punizione. Vennero poi le fazioni, e spesso la trionfante atterrava le case dei vinti; talvolta era questo castigo decretato dall’autorità a sfogo dell’ira plebea: una sola parte si diroccava quando a varj padroni spettasse la casa[76]. Quel terreno restava infamato, sicchè più non vi si poteva murare: il Palazzo Vecchio di Firenze nel 1298 fu piantato fuor di squadra per non occupare lo spazzo ov’eransi distrutte le case degli Uberti, che aveano voluto tradir la patria agli stranieri; su quelle dei Quirini, complici del Tiepolo, i Veneziani formarono il pubblico macello.
Il lusso non tardò ai privati edifizj, e Firenze, Genova, Venezia n’ebbero di ricchissimi e maestosi. Meno però ai comodi si pensava che alla solidità ed alla bellezza; e per tacere d’un’antica legge lombarda, la quale proibiva il dormire più di quattordici ogni camera, gli otto della Signoria di Firenze giacevano tutti in una sola fino a mezzo il Quattrocento, quando Michelozzo ne fabbricò una per ciascuno. Eppure si trattava di quella gloriosa Repubblica, i cui cittadini, semplici nei costumi privati e nell’abito, spendevano largamente in quadri e sculture e biblioteche e chiese, e le cui navi, spedite ad Alessandria e Costantinopoli coi tessuti di seta, ne riportavano manuscritti d’Omero, di Tucidide, di Platone. Nel 1270 Venezia pubblicava una prammatica sopra agli ostieri, vietando d’alloggiar meretrici, tenere aperta più d’una porta, nè vendere altro vino che quel dato loro dai tre giustizieri; inoltre non avessero meno di quaranta letti, forniti di coltri e lenzuoli: provvedimento notevole in tempo che in Inghilterra appena si poneva paglia sopra i panconi ove dormiva il re. Frà Buonvicino da Riva, che nel 1288 fece la statistica di Milano, vi dà tredicimila case e seimila pozzi, quattrocento forni, mille taverne da vino, più di cinquanta osterie ed alberghi, sessanta coperti o loggie dinanzi alle case. Questi atrj, i chiostri dei conventi, il palazzo pubblico, l’arengo, il broletto servivano per adunarsi e parlamentare: e il podestà milanese nel 1272 proibì d’ingombrar le arcate sotto al broletto, affinchè nobili e mercatanti potessero liberamente ronzarvi; anzi vi si collocassero panche ove sedersi e pertiche ove posar falconi e sparvieri, che si portavano attorno allora come dappoi i cani.
Grossolano era il mangiare plebeo, e in grand’uso il lardo, e spesso troviamo istituiti legati per distribuirlo ai poveretti[77]. Nel 1150 i canonici di Sant’Ambrogio in Milano pretendevano dall’abate, in non so qual giorno, un pranzo di tre portate: la prima di polli rifreddi, gambe in vino e carne porcina pur fredda; l’altra di polli ripieni, carne vaccina con peperata e torta di laveggiuolo; infine polli arrosto, lombetti con panizio e porcellini ripieni[78]. Il molto uso delle carni facea che di pepe si consumasse, quanto di caffè o zuccaro oggi. Il pan bianco serbavasi per casi d’invito, e ancora nel 1355 Milano non n’aveva che un forno; il resto faceasi di mescolo o di segale. Il panatone, le focaccie, le pizze, il panforte, le crostate ed altre varietà, che a Natale o a Pasqua si mangiano ancora, sono vestigia del tempo quando ciascuno coceva il pane in casa, di rado e massime all’avvicinare delle maggiori solennità. Generalmente il principe o signore ne’ castelli feudali dava a mangiare a tutti i suoi dipendenti, donde gl’immensi banchetti e le enormi pietanze, che poi serbaronsi per lusso.
Ricobaldo Ferrarese così descriveva le usanze attorno al 1238: «Al tempo di Federico II, rozzi erano in Italia riti e costumi; gli uomini portavano mitre di squame di ferro; a cena marito e moglie mangiavan da un sol piattello; non usavano coltelli da tagliare; uno o due bicchieri erano in una casa; di notte illuminavano la mensa con una face sorretta da un famiglio, non usando candele di sevo nè di cera. Vili erano le portature degli uomini e delle donne, oro ed argento nessuno o poco sul vestire, parco il vitto: i plebei tre dì per settimana pascevano carne fresca, a pranzo erbaggi cotti colle carni, a cena carni fredde riposte: non tutti in estate costumavano ber vino. Di poca somma tenevansi ricchi: piccole cánove, con ampj granaj. Con esigua dote si mandavano a marito le fanciulle, perchè assai misurato ne era l’addobbo: le zitelle stavano contente ad una sottana di pignolato ed una socca di lino; non fregi preziosi al capo nè da marito nè spose; queste legavano le tempie e le guancie con larghe bende annodate sotto il mento. Gli uomini ponevano la gloria nelle armi e ne’ cavalli, i nobili nelle torri».
Tanta rustichezza è un’esagerazione di Ricobaldo, che volea farne raffaccio a’ tempi suoi; come noi udiamo tuttodì esaltare dai vecchi i costumi sobrj e schietti di loro gioventù, e che pure formavano soggetto a beffe e rimproveri di poeti, di comici, di predicatori d’allora. Se mai l’esiglio nostro sarà prolungato, anche noi nei rabbuffi senili rimpiangeremo la beata semplicità e l’ingenua fede che correva nei giovani nostri anni.
Un anonimo del secolo XIII così, ma più prolissamente che non facciam noi, ritrae i Padovani: «Prima di Ezelino, sino ai vent’anni andavano scoperti il capo; di poi presero a portar mitre ed elmi o cappucci co’ rostri, e tutti vestivano soprabito (epitogia) con drappi da oltre venti soldi il braccio. Bella famiglia, buoni cavalli, sempre armi. I nobili garzoni ai dì festivi imbandivano alle dame, servendo eglino stessi, e di poi ballavano e torneavano. Splendide corti tenevano in villa. Le donne, deposto il grosso pignolato crespo, vestivano sottilissimo lino, cinquanta o sessanta braccia per ciascuna, a ragione delle sue facoltà. Se ai tempi d’Ezelino alcun del popolo fosse entrato a danza, i nobili lo schiaffeggiavano; e se un nobile amoreggiava qualche popolana, non la conduceva senza permissione».
Ecco un avanzo delle prepotenze nobiliari; e nella Divina Commedia, il più importante documento della storia nostra, troveremo un continuo rimpiangere i tempi passati, cioè quelli dell’aristocrazia, quando valore e cortesia si trovavano per le città d’Italia, quando nelle Corti ogni gentilezza splendeva, nè ancora la gente nuova e i sùbiti guadagni aveano turbato quel bello, quel riposato vivere. Lasciamo pur dire al Boccaccio che i Fiorentini sono garruli e oziosi come le rane[79], egli che altrove dice delle Pisane che «poche ve n’ha che lucertole verminare non pajano»: scrivendo egli per celia, per comando, per imitazione, da lui meno che da qualunque novelliere si possono dedurre le costumanze del paese, giacchè molte volte non fa che copiare, e persino nella descrizione della peste toglie da altrui i tratti che si crederebbero caratteristici, e avventure di tutt’altri affibbia oltraggiosamente alla regina Teodolinda o alla marchesana di Saluzzo. Meglio la vita d’allora ci è rivelata dalle Cento novelle antiche, alcune per certo scritte fin al tempo d’Ezelino, e da quelle di Franco Sacchetti, i cui tanti aneddoti, comunque talvolta insipidi, mostrano i costumi compagnevoli e gaj della libertà, pieni di brigate sollazzevoli, di vivaci burle, d’allegrie, e l’amore del novellare, i pronti ripicchi, l’arguzia a proposito, il vivere all’aperto, la festiva comunanza tra i signori e quelli d’umile stato, insolita nelle altre nazioni. Al tempo di Federico II di Sicilia «uno speziale di Palermo, chiamato ser Mazzeo, avea per consuetudine ogn’anno al tempo de’ cederni, con una sua zazzera pettinata in cuffia, mettersi una tovaglia in collo, e portare allo re dall’una mano in un piattello cederni, e dall’altra mele, e lo re questo dono riceveva graziosamente». Esso Federico e i suoi figliuoli Enrico e Manfredi asolavano di sera per le vie di Palermo, sonando alla serena, e cantando cobole e strambotti di loro composizione.
Sovratutto piace quella universale pubblicità, tutto al differente da oggi, quando la gioja come il dolore si costipa fra le pareti domestiche, o al più si comunica a quelli che chiamiamo nostri eguali. Allora pareva contentezza di tutti quella d’un solo; e le nozze si festeggiavano con una corte bandita, i funerali coll’intervento di tutta la città; ballavasi sulle piazze, e con chi primo capitasse. Chi murava, ponea vicino della sua casa una loggia per ritrovo degli amici al cospetto di tutti[80]: chi non fosse da tanto, poneva fuor della porta una pancaccia, ove fare la chiacchiera coi passeggieri, e dove talora Cisti fornajo eccitava l’invidia de’ magnati col pan buffetto e col buon vino ch’egli reputavasi beato di mescere agl’illustri cittadini ed agli ambasciadori di grandissimo Stato[81].
L’arte di lavorar calze co’ ferri fu tardi conosciuta. Noto è che i Romani non usavano brache, sicchè venne notato come uno straordinario Cesare, il quale riparavasi dal freddo con certe mutande. I calzoni usati dai Barbari furono adottati ben presto dai vinti. Comuni erano le pelli; di volpe, d’agnello, d’ariete a’ plebei; a’ ricchi le grigie e vaje e bianche spoglie degli zibellini, delle martore, dell’ermellino. Il nome di superpelliceum dato alla cotta testifica l’uso de’ preti di portar pelliccie; del che avanzano traccie nelle almuzie e nella cappamagna. I Veneziani, e forse quei dell’Esarcato, nel vestire tennero dei Greci, coi quali erano in frequente comunicazione; e quando i Crociati assalirono Costantinopoli, Pietro Alberti veneziano, che primo era salito sulle mura, fu ucciso da un Francese che lo scambiò per un Greco. Ch’essi nutrissero e pettinassero la barba alla bisantina, appare dalla maschera che n’è tipo.
All’idea di que’ secoli poetici e pittoreschi associamo quella di vestiti di gran valuta, a compassi d’oro e di gemme, e a pelliccie: ma uno bastava tutta la vita, anzi tramandavasi ai figliuoli ed ai nipoti. Ciascuna condizione e grado lo portava differente, poichè uno dei caratteri del medioevo si è questa separazione che le opinioni, le leggi, le usanze mettevano tra il vulgo e i nobili, tra il ricco e l’artigiano, tra il lavoratore e lo scienziato. Vasti palazzi, di forza più che di venustà, con pochi mobili che pareano fatti per l’eternità, con ampie sale bastanti a raccogliere la numerosa clientela, con portici ove soleggiare, discorrere, novellare; buffoni, che di aneddoti e facezie esilaravano le adunanze e ai conviti; donativi di solida importanza, come vesti, denari, vivande; turme di cani, d’avoltoj, di falchi, di cavalli; estesissimi parchi chiusi per le caccie; grosse famiglie di servitori, pompa d’armi, brigate di tutta la gioventù, gualdane, comparse, discernono affatto quel lusso dall’odierno, tutto abiti e fronzoli d’apparenza più che di prezzo, e da oggi a domani mutati al capriccio della gran città che normeggia in Europa il modo del vestire e del pensare.
E ciascun paese aveva un vestir proprio, e Dante si fa riconoscere nel suo pellegrinaggio[82] tanto alla favella quanto all’abito. Gli statuti e principalmente le leggi suntuarie di ciascun Comune, colle minute prescrizioni fin sul taglio, le pieghe, gli ornati, la spesa de’ vestiti, ajuterebbero a particolareggiare le costumanze d’allora, chi sel proponesse. I birri erano casacche di color rossigno, più spesso di panno vulgare, e col cappuccio; rauba o roba fu nome comune delle vesti migliori, conservatosi nella lingua nostra e nella francese; v’è menzione del supertotus, e del palandrano o cappa, distinto dal mantello perchè senza maniche e col cappuccio. Ma il dire le varie foggie di ciascun tempo è fatica degli storici municipali.
Gli statuti di Mantova del 1327 vietano che alcuna donna di basso stato porti abito che tocchi terra, nè abbia al collo intrecciatojo di seta; di qual sieno grado poi, non tengano veste che strascichi più d’un braccio, nè corone di perle o gemme al capo, nè cintura che valga oltre dieci lire, nè borsa d’oltre quindici soldi. Nel 1330, racconta il Villani, «fu provveduto in Firenze al lusso delle donne, molto trascorse in soperchi ornamenti di corone e ghirlande d’oro e d’argento e di perle e pietre preziose e reti, e certi intrecciatoj di perle e di altri divisati ornamenti di testa di grande costo, e simili di vestimenti intagliati di diversi panni e di diversi drappi rilevati di seta di più maniere, con fregi di perle e di bottoncini d’argento e dorati, spesso a quattro e sei file accoppiati insieme; e fibbiati di perle e di pietre preziose al petto, con segni e diverse lettere. E per simil modo si facevano conviti disordinati di nozze, e di spese soperchie. Fu sopra ciò provveduto, e fatto per certi ufficiali alcuni ordini molto forti, che niuna donna potesse portar corona nè ghirlanda d’oro nè d’argento, nè di perle, nè di pietre, nè di vetro, nè di seta, nè di niuna similitudine di corona, nè di ghirlande, eziandio di carta dipinta, nè rete, nè treccie di nulla spezie se non semplici; nullo vestimento intagliato nè dipinto con niuna figura, se non fosse tessuto, nè nullo adogato nè traverso se non semplice partito di due colori, nè nulla fregiatura d’oro nè d’argento, nè di seta, nè niuna pietra preziosa, nè eziandio smalto nè vetro, nè di poter portare più di due anella in dito, nè nullo scheggiale, nè cintura di più di dodici spranghe d’argento; e che nessuna potesse vestire di sciamito, e quelle che l’aveano il dovessero marchiare acciocchè altro non ne potessino fare. E tutti i vestimenti di drappi di seta rilevati furono tolti e difesi, e che niuna donna potesse portar panni lunghi di dietro di più di due braccia, nè scollato più d’un braccio e quanto il capezzale; e per simil modo furono difese le gonnelle e robe divisate a fanciulli e fanciulle, e tutti i fregi, eziandio gli ermellini, se non a cavalieri e a loro donne; e agli uomini tolto ogni adornamento e cintura d’argento, e giubbetti di zendado e di drappo e di ciambellotto. E fu fatto ordine che nullo convito si potesse fare di più di tre vivande, e a nozze avere più di venti taglieri, e la sposa menare seco sei donne e non più, e a corredi dei cavalieri novelli più di cento taglieri di tre vivande, e che a’ cortei de’ cavalieri novelli non si potesse vestire per donare roba ai buffoni, che in prima assai se ne davano».
Sono una miniera di curiosità e d’individue notizie questi statuti suntuarj; ma ciascuno richiederebbe un commento, che appena sul luogo potrebbe condursi. Tanto per un saggio prendiamo quello di Lucca, il quale al 1308 vieta ai funerali picchiarsi le mani, nè donne scarmigliarsi e così star piangendo al cadavere, se non sia moglie, figlia o germana. Al 1362 vuole a nozze non siano più di quaranta invitati, oltre quattordici tra servitori, cuochi e guatteri. Non si diano che due qualità di vivande, cioè carni e pesci, servendo una sola per volta, e un pezzo ogni due persone; e per l’arrosto un pollo o due pollastri, o due starne, o due tortore o quaglie, o un quarto di capretto, o un mezzo papero. Non si tien conto de’ raviuoli, tordelletti, torte, nè altri mangiari di pasta, o di latte, cacio, salsiccie, carne salata, lingue investite. A cena non si tengano che venti persone e fin a otto servitori, nè si diano che due qualità di vivande, oltre erbe o formaggio o ricotta, come sopra. Non si ardisca dare confetti prima del desinare o dopo, ma una sola volta la tragea a desinare, e una a cena. Un altro capitolo prefigge il modo del secondo giorno, dopo di che più non poteasi far convito, neppure il giorno dell’anellamento. Vietasi di avere, in tali occasioni, alcun giocolare o sonatore o buffone; bensì potrà il giorno della festa aversi sonatori, che accompagnino anche la sposa per via; e il primo dì delle nozze un sonatore in casa o fuori, purchè lo stromento non sia tromba o trombetta o nacchera o cornamusa.
Le dónora che la moglie manda al marito, pongansi in cofani o casse, talchè non si possano vedere per via; e i cofani non lavorati o vistosi o dorati. E qui una serie di divieti sopra tale corredo; poi altrettanti pel ricorteo, i parti, i battesimi. E via via crebbero, e nel 1473 fu proibito portar oro e argento se non sia lo spino della cintura, o fornimenti di coltellini o di libri, o agorajuoli o bottoni; non più di sei anelli; nessun vezzo al collo o ricamo qualsiasi. Perle, giojelli, fermagli proibisconsi alle donne se non dai dieci anni in su fin a un anno dopo maritate; nel qual tempo possano portar in capo fin a tre oncie di perle, da valere trenta ducati larghi; non pianelle covertate di drappo di seta o d’oro: niuna donna abbia di più di due vestiti di drappo di seta, un solo de’ quali sia cremesi; e per evitare la frode, non si porti alcun abito se prima non sia notato nel libro da ciò; e quando vogliasi mutarlo, si faccia cangiar la scritta; e dismesso una volta, nol si ripigli: proibite le maniche aperte a campana. I cavalieri e dottori di medicina o di legge e le donne loro sono dispensati da questi divieti, i quali sono assai maggiori per le contadine.
«E perchè poco varre’ far leggi saluberrime se non si provvedesse al modo della observantia», si moltiplicavano le visite, gli spionaggi e il restante corredo delle leggi assurde. Poi nel 1484 ecco nuove restrizioni, tali che insomma prescrivevano il modo di vestirsi nè più nè manco, e quanto devano costare il chiavacuore, la borsa, il grembiule, il grembialotto. E nell’89 limitavansi le spese pei pasti, non si dessero tragea, cialdoni, frutti, vini, nè si facesse ornati alla camera se non di spalliere, bancali e tappeti, e sui letti e lettucci di arazzi; e lenzuoli di lino senz’oro nè argento, e coltre di seta. Segue un’altra filatera di proibizioni, la ragion delle quali è impossibile riconoscere se non al momento che vengono fatte o tolte, il che sovente succede poco dopo[83].
Per quanto inefficaci, le leggi suntuarie poteano avere opportunità quando al Governo s’attribuiva non soltanto lo smungere denari e spenderne, ma anche, siccome ad un padre in famiglia, cercare la moralità de’ suoi dipendenti. E un mezzo di moralità era il non uscire dal proprio stato; col che il ricco non contrae i vizj del povero, nè questo i vizj di quello; e le differenze di paese e l’indole non recavano già alla virtù, ma classificavano in certo modo le genti, mantenendole nel proprio carattere.
Non vogliamo uscir da questo discorso senza riferire quel che i Lucchesi nel 1346 stanziarono sul modo di trattare gli otto loro anziani, dimoranti nel palazzo di San Michele in Foro. «Ciascuno d’essi sia alla messa il mattino; e qual non vi sarà al vangelo paghi denari sei, dodici qual non vi sarà al corpo di Cristo, diciotto qual non vi sarà alla benedizione. Nessuno vada fuor di palazzo, nè risponda a chi parli al collegio senza licenza del comandatore, a pena di soldi due. Ciascuno venga a collegio quando sonerà la campanella maggiore, a pena di grosso uno. Non possano andare fuori più di tre per volta, sicchè dì e notte rimanga in palazzo il collegio; ma non vi meni o faccia menar femmina, a pena di soldi cento; non vada a tavola nè si lavi le mani, se prima non è posto e lavato il comandatore, il quale al collegio, alla messa, a tavola deve sempre stare in testa, e per città andare innanzi agli altri. Niuna parola disonesta si parli alla tavola: alla messa e alla mensa si tenga silenzio, se il comandatore non desse la parola: nessuno possa invitare forestiere a desinare o cena o merenda o panebere, senza volontà del collegio; e se alcuno n’avesse la grazia, paghi due grossi allo spenditore per volta. Nessun anziano possa andare a corpo, se non fosse per sua famiglia e consortato, pena soldi quaranta; non mandar fuori alcuna cosa da mangiare o da bere; non far venire del vino da vantaggio, se non due volte il dì, e solamente un mezzo quarto per volta pagando; e sempre si tegna la cocca pel comandatore. Niun confetto si mangi alle spese del collegio, se non fossero anisi confetti o tragea di po-mangiare e di po-desinare; e chi li facesse venire, paghi del suo».
Sarebbe un ripeterci il qui delineare i costumi cavallereschi, che sono per se medesimi una poesia. E in essi e in tutti domina la convinzione; onde assoluti nei comandi, nelle credenze, negli odj, negli amori, nelle persecuzioni, nelle belle e nelle sconce imprese, nel sapere e nel volere.
Colla libertà dovettero assai migliorarsi i sentimenti, su numero maggiore diffondendosi le cognizioni e l’operosità. Qual cosa innalza la dignità dell’uomo meglio che l’uscire dall’angusto circolo de’ domestici affari per occuparsi de’ pubblici, sulla piazza e nel consiglio sostenere dibattimenti da cui pende la prosperità della patria? L’agitarsi delle fazioni, i patimenti degl’individui, la premura di superare gli emuli, l’ambire le cariche come testimonio della pubblica fiducia, avvezzano fin dai giovani anni ad avere una volontà, e impediscono quella sonnolenza in cui rampollano le passioni vigliacche. L’uomo sentiva di essere cittadino; misurava le morali e fisiche sue forze nella lotta cogli emuli interni o coi nemici esteriori; e nell’allevare i figliuoli, consolavasi della certezza di lasciar loro un posto in società e una speranza.
Il compilare e applicare i varj statuti costrinse a coltivare la politica e la giurisprudenza. I nobili, che un tempo non servivano se non di capitani, allora andarono anche podestà, obbligati così a qualche studio o almeno a prendere in miglior concetto i leggisti, de’ cui consulti doveano valersi. Nelle città grosse, fin ducento persone pei magistrati annuali venivano di fuori, lo che accomunava le idee, cresceva la reciproca conoscenza, diffondeva tra gl’italiani la scienza di Stato: ogni podestà era superbo di lasciare il proprio nome a qualche novità o miglioramento: ciascuna repubblica era un centro di attività; ciascun uomo si affaticava negl’interessi della città propria; onde in mezzo all’Europa feudale il nostro paese compariva come un oasi della civiltà, e ne veniva grande incremento alle forze individuali ed energia ai caratteri. Che se pochi grand’uomini si vedono primeggiare, non significa che mancassero, ma che tutti i cittadini erano ad una elevatezza.
Nè però abbandoniamoci a panegirici. Era egli a sperare gentilezza quando gl’interessi esacerbavano gli odj, e gli sfoghi della violenza restavano impuniti per chi eludesse la legge fuggendo sul vicin territorio, o la affrontasse appoggiato ad una fazione? Se nei castelli duravano la prepotenza e la lascivia, se il clero prorompeva a splendidezze e lussi meno a lui convenienti, neppure i Comuni offrivano esempj di castigatezza. A migliaja contavansi le meretrici, o dietro agli eserciti anche dei Crociati, o nelle città dove talora esponeansi alle corse nelle solennità pubbliche. Nell’archivio di Massa Marittima è un contratto del 3 gennajo 1384, ove il Comune vende un postribolo ad Anna Tedesca col canone d’annue lire otto, e l’obbligo di tenerlo provvisto. In un altro del 19 novembre 1370, nel diplomatico di Firenze, il Comune di Montepulciano l’appigiona per un anno a Franceschina di Martino milanese per quaranta lire, oltre la tassa solita delle femmine di conio. Francesco da Carrara, trovate molte di queste sciagurate nel campo degli sconfitti Veronesi, le collocò al ponte dei Mulini di Padova, imponendo sui loro proventi una tassa a vantaggio dell’università.
Due colonne portate da un’isola dell’Arcipelago, stettero per terra a Venezia, nessuno sapendole rizzare, sinchè un barattiere lombardo vi si provò: legatele, bagnava le corde, pel cui accorciamento sollevandosi, le puntellava, e ripeteva il fatto sinchè le ebbe erette. In gente che avea San Marco sotto gli occhi, non so che mi credere di sì grossolano ripiego; ma quel che qui importa è il compenso da lui domandato, che i giuochi di zara fossero permessi in quell’intercolunnio, come seguitò per quattrocento anni, sinchè non venne infamato facendone il luogo del supplizio. A Genova, a Firenze, a Bologna esercitavansi pubblicamente quei giuochi, altrove ripetutamente, cioè inefficacemente proibiti.
Le leggi municipali rivelano le abitudini del popolo, il lusso con tutte le sue corruzioni, le speculazioni sul cambio e sui fondi pubblici. A Lucca la donna libera che peccasse, era abbandonata ai parenti, che poteano infliggerle qual volessero castigo, eccetto la morte: altrove era bruciata, severità che avrà impedito le accuse. Lo statuto di Genova del 1143 a chi ammazza la moglie non commina che l’esiglio. Quello di Nizza punisce di multa e bando l’adultero dopo scomunicato; e lo stupratore col marchio rovente in fronte, se pur non si redima con cinquanta soldi: e fino gl’incendiarj poteano riscattarsi a prezzo[84]. Quello di Mantova al bestemmiatore imponeva cento soldi: e se non li pagasse fra quindici giorni, fosse messo in una corba e affogato nel lago: se un uomo parli con una donna in chiesa, paghi venti soldi, metà de’ quali tocchi al denunziatore[85]. A Susa i ghiottoni e le bagascie erano menati nudi per la città.
Da tutti i racconti traspare grossolanità di costumi, non mascherata licenza nelle relazioni col sesso gentile, un rozzo compiacersi delle buffonerie, abusi di forza, masnadieri sfacciati, clero scostumato, avaro, simoniaco, eccessi di gola anche in persone ragguardevoli, scarso quel pudore pubblico che è fiore del delicato sentire, e fino ne’ potenti sfacciato libertinaggio e il concubinato. Dante non esita a relegare nell’inferno uomini di gran conto: il padre del suo dolce Cavalcanti e il sommo Farinata degli Uberti fra gli Epicurei, cioè fra quelli che badavano a godere la vita presente senza un pensiero della postuma; e fra gli oltraggiatori della natura «la cara buona immagine paterna» di quel Brunetto Latini, che gli aveva insegnato «come l’uom si eterna».
In tutti però gli attori che Dante conduce ad operare in quel gran dramma di tante catastrofi, appare un desiderio di fama, che li fa per un istante dimenticare i tormenti, dimenticar l’onta che possono ricevere dall’essere saputa la loro dannazione, tanto solo che la memoria di essi riviva fra gli uomini; desiderio appena soffocato in coloro che si tuffarono in bassa ed egoistica scelleratezza, traditori, spioni e simili lordure. Tal desiderio Dante trasportò nell’altro dal mondo che avea sott’occhio, dove, tra la barbarie non bene spenta e la civiltà non bene risorta, le passioni non avevano nulla perduto del loro vigore, operando per impulso anzichè per calcolo.
Aggiungete una devozione irrazionale, che vedeva un miracolo in ogni evento, premj e castighi immediati in ogni contingenza, attribuiva un santo ad ogni passione, ad ogni speranza, e santi e apparizioni faceva intervenire dappertutto, e moltiplicava voti quasi un patto col cielo per cansare i pericoli, e fin anco per riuscire ad una ribalderia. Seriamente s’attribuivano alla statua di Marte, qualora fosse mossa di posto, le calamità di Firenze. I Milanesi hanno in Sant’Ambrogio un serpente di bronzo, che credevano, ad onta d’ogni storia, lo stesso che Mosè inalberò nel deserto, e che al fine del mondo sibilerà. A salvarsi da grandine, fulmine ed altre meteore, tendevano festoni di rose e d’erbe olezzanti nelle chiese, col che premunivansi pure dal maligno sguardo delle vecchie (Decembrio). Per impetrare la pioggia, faceano un gran fuoco all’aperto, e vi metteano un pentolone o una conca a bollire, in onore di san Giovanni, empiendola di carni salate e legumi, che i monelli ciuffavano e si godeano là intorno. Alle Rogazioni, donne e fanciulle formavano di pasta figure di bambini, sperando così ottenerne; ed ornavano le vie con focaccie, ova e ogni abbondanza di verdure, e ampolle pensili di latte, vino, olio, mele. Di rimpatto mi sa d’affettuoso quel ricordare i fasti patrj dal santo che quel giorno correva, dicendo che a sant’Agnese fu la rotta di Desio, a san Barnaba la battaglia di Montecatino, a san Dionigi quella di Vaprio, a san Cosma e Damiano l’uccisione di Ezelino, e via discorrete, accoppiando una memoria storica ad una religiosa.
Grandi virtù, grandi delitti, grandi calamità sono proprie di tempi simili, fra cui si foggiano que’ risoluti caratteri che l’Alighieri seppe cogliere, e dalla vita reale trasferire nella sua scena soprumana, quasi senza bisogno d’aggiungervi o togliervi. Solo nella raffinata civiltà le fisionomie morali si fogiano s’uno stampo comune, alla guisa che i lineamenti esterni vengono ingentiliti e ridotti ad uniformità maggiore nelle città, mentre nella campagna conservano carattere distinto e pronunziato.
Fuori d’Italia pochi sapeano scrivere, mentre qui nel 1090 abbiamo l’atto con cui Vitale Faledro doge di Venezia dona al monastero di San Giorgio case in Costantinopoli e terre, e porta non meno di cenquaranta persone sottoscritte col proprio nome e cognome[86]. Nella vita di sant’Ambrogio de’ Sansedoni di Siena si legge ch’esso da fanciullo voleva sempre avere a mano l’uffizietto, talchè a sua madre non lasciava recitar le ore, e suo padre fece fare due libriccini d’immagini, uno de’ personaggi del secolo, l’altro di santi; e il ragazzino ricusò quello, mentre di questo si dilettava senza fine.
Tra gli altri popoli d’Italia, negli atti e negli scritti primeggiano i Fiorentini, sottili nel trovare spedienti, arguti nel motteggiare e cogliere con garbo e con delicatezza il ridicolo, sollazzevoli, pieni di gioconde idee, ed insieme d’indole ferma e di composta condotta; nelle lettere poi accoppiavano forza di raziocinio e prontezza, facezie e meditazione, filosofia e giovialità. Firenze «povera di terreno, abbondante di buoni frutti, con cittadini pro’ d’armi, superbi, discordevoli, ricca di proibiti guadagni, dottata per sua grandezza dalle terre vicine, più che amata»[87], pensava far lieta vita e balli per la vicinanza. All’Ognissanti era la festa del vin nuovo; a san Giovanni correasi il palio; e a quello del 1283 un Rossi formò un consorzio di più di mille popolani con statuti e vesti bianche, e un signor dell’amore, per mettere insieme cavalcate, balli, trionfi, con grande affluenza di gente e giocolieri e cantastorie e lieti banchetti.
E la ricchezza e insieme la serenità delle Repubbliche manifestavasi ne’ divertimenti. Folgore da San Geminiano, vissuto attorno al 1260, compose una corona di sonetti sopra i mesi dell’anno, diretta a una nobile brigata di Senesi, datasi a lieto vivere, fra cani, uccelli, ronzini, quaglie, e prodezze e cortesie. Nel gennajo le dona salottini con fuochi accesi, camere e letti con lenzuola di seta e coperte di vajo, poi confetti e vin razzente per difendersi dal garbino e dal rovajo; e gli invita ad uscir fuori il giorno a scagliar neve alle donzelle che stanno d’attorno. Di febbrajo è la caccia di cervi, capriuoli, cinghiali; onde in gonnella corta e grossi calzari escano per tornar la sera co’ fanti caricati di selvaggina, e quivi far trarre del vino e fumar la cucina e stare raggianti. D’ottobre si vada in contado a trar buon tempo e uccellare a piedi ed a cavallo; e la sera a ballo e inebbriarsi di mosto; e la mattina, dopo lavati, medicarsi con arrosto e vino[88].
«Nel tempo più buono di Firenze (dice Giovan Villani) ogn’anno si facevano le compagnie e brigate e coorti di gentili uomini vestiti di nuovo, facendo corti coperte di drappi e zandali, chiuse di legname in più parti della città, e simili di donne e pulcelle, andando per la terra ballando e accoppiate con ordine, e signore con più stromenti, con ghirlande di fiori in capo stando in giuochi e sollazzo e conviti di cene e desinari». E il Boccaccio: «Furono in Firenze molte belle usanze che l’avarizia discacciò. Tra l’altre era una cotale, che molti gentili uomini radunavansi e facevano loro brigate; e oggi uno, domani l’altro, tutti mettevano tavola, onorando la brigata, ed anche qualche forestiere; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno, cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente in occasioni solenni». Colà pure, nel 1333, si formarono due compagnie d’artefici, l’una divisata a giallo che furono ben trecento, l’altra a bianco che furono da cinquecento, e durò un mese in continui giuochi per la città, andando due a due per la terra con trombe e più stromenti con ghirlande in testa, danzando, col loro re molto onoratamente incoronato, con drappi a oro sopra capo, e alla loro corte facendo continuo convito e desinare con grandi e belle spese[89].
La gara de’ gentiluomini in menare a casa propria chi capitasse nella terra era tanta, che quei di Brettinoro, per ovviare alle dispute che ne nascevano, posero in mezzo del castello una colonna con molte campanelle attorno; e il forestiere legava il cavallo a qualsifosse l’una di esse; e quello cui era attribuita, restava il prescelto. Anche altrove s’istituirono brigate per onorare gli ospiti, a cui correano incontro per essere primi a levarli d’in sull’osteria.
Le sanguinose feste del circo cessarono, ma sempre ne continuarono di devote fra il popolo, guerresche fra i signori, a cui imitazione le fecero poi anche le città. Alla congiuntura di coronazioni, di matrimonj o d’altri fausti successi, solevansi aprire corti bandite, preparate con una sontuosità che supera l’immaginazione. Vi accorrevano musici, sonatori, saltambanchi, spacciatori di rimedj, funamboli, buffoni, che riceveano vesti, cibo, denari; imbandivansi ne’ cortili e sui prati per chiunque capitasse; nè barone o signore lasciavasi partire senza appropriati regali. Alle nozze di Bonifazio, padre della gran contessa Matilde, tre mesi continuarono i banchetti, ove convenivano (racconta Donnizone) molti duchi coi cavalli ferrati d’argento, dai pozzi attingeasi vino per un secchio legato a catena d’oro, e indicibili altre magnificenze.
Dante a’ suoi giorni vide più volte «gir gualdane, ferir torneamenti e correr giostre»[90]. Le gualdane erano brigate di giovani, che uniformemente divisati, cavalcavano per la città, armeggiando, o, come allora diceasi, bagordando. Nella giostra combatteasi con aste broccate e spade ottuse, sol cercando fare staffeggiare l’avversario[91]. Più solenni erano i tornei, banditi buon tempo prima, per grandiosi avvenimenti, e sotto la direzione degli araldi, che doveano esaminare lo scudo di qualunque campione volesse provarvisi. Tale piena di romanzi oggi c’inonda, che nessun lettore nostro sarà senz’aver visto qualche descrizione di torneo, e delle feste e cortesie che gli accompagnavano. In essi, come oggi ai balli, signoreggiavano le donne, a cui toccava incorare e ornare i campioni, decidere della prevalenza, consegnare il premio. Non che corrersi lancie a onore di esse, s’istituirono corti d’amore, ove si dibatteano problemi di galanteria, e davansi decisioni in forma; e noi pure ne avemmo qualche rara volta per imitazione dei Francesi.
Altre volte si scannavano e bruciavano bellissimi cavalli; o si faceano cuocere le vivande a solo fuoco di torchi di cera; o si seminava un campo con migliaja di soldi, che poi la moltitudine andava dissotterrando. In tempi di vita isolata e scarsamente abbellita, cercavansi con avidità simili occasioni di far pompa e acquistare rinomanza; vi si pensava un anno, e spendevasi in un giorno quel che in società raffinate stillasi nei piaceri abituali. Oggi un signore mette tavole discrete tutti i giorni per otto o dieci convivi, ha il teatro alla sera, frequenti balli, quotidiane comparse: il castellano isolato, una volta in vita spendeva un tesoro; più apparenza e meno realtà, più sfarzo e meno comodi.
L’usanza rimase e si ampliò nelle repubbliche e nei principati che da queste uscirono. Nel 1252 in Milano tennero corte bandita presso a porta Vercellina alcune compagnie di nobili e plebei, con divisa bianca e rossa, piantando assai padiglioni e capanni di fronde, ove ognuno fosse lautamente servito; ciascun dì uscivano a far baldoria i cittadini di tre porte; ed affinchè i rimasti non fossero senza gioja, per le strade e nelle piazze erano disposte tavole da mangiare e bere chi volesse.
Occasione a feste davano la venuta dei podestà o dei principi, le vittorie, e privatamente i matrimonj, i dottorati, i cavalierati. Nel 1260 gli Aretini ornavano della cavalleria Ildebrando Giratasca a spese del Comune. Di gran mattino, egli nobilmente vestito, con gran comitiva de’ suoi entrò in palazzo, e giurò fedeltà a’ signori e al santo patrono; indi passò alla chiesa madre per ricevere la benedizione, presenti i sei donzelli di palazzo e i sei tubatori. Pranzò a casa del signor Ridolfoni con due frati camaldolesi, e sovra desinare vi fu il pane, l’acqua, il sale, giusta la legge della cavalleria, e un dei frati gli tenne un discorso sui doveri di cavaliero. Entrò poi in camera, dove stette un’ora, indi a un frate si confessò; un barbiere gli acconciò barba e capelli, e ogni cosa pel bagno. Quattro cavalieri, venuti a lui con una turba di nobili donzelli, di giocolieri, di sonatori, lo spogliarono e posero nel bagno, mentre gli esponeano i precetti e le norme della nuova sua dignità. Statovi un’ora, fu posto in un letto pulito con finissime lenzuola di mussola, e il celone e tutto il resto di seta bianca. Dopo un’ora di letto, e facendosi già notte, fu vestito di mezzalana bianca col cappuccio e con cintura di cuojo; prese una refezione di solo pane e acqua; ito poi alla chiesa col Ridolfoni e coi quattro cavalieri, fe la veglia tutta notte, assistito da due sacerdoti e due cherici, e quattro donzelle nobili e leggiadre, e quattro donne mature, pregando che tal cavalleria fosse a onor di Dio, della Vergine e di san Donato. Sorta l’aurora, un sacerdote benedisse la spada e tutta l’armadura dall’elmo fino alle scarpe ferrate; celebrò messa, dove Ildebrando prese la comunione; indi offrì all’altare un gran cero verde e una libbra d’argento, e un’altra per le anime purganti. Allora, schiuse le porte della chiesa, tutti tornarono alla casa del Ridolfoni, dov’era preparata una colazione di confetti e tartare e altre delicature, con vernaccia e trebbiano. Venuta l’ora di tornare alla chiesa, il neofito, ch’erasi alquanto coricato, fu vestito tutto di seta bianca, con una cintura rossa a oro, e stola simile; e fra i tubatori e i cantanti, che suonavano e cantavano stampite in lode della cavalleria e del nuovo milite, s’andò alla chiesa fra signori e donzelli, e fra i viva e riviva del popolo. Qui si cantò messa solenne; durante il vangelo quattro cavalieri tennero elevate le spade nude; poi Ildebrando giurò mantenersi fedele ai signori del Comune di Arezzo e a san Donato, e a poter suo difenderebbe le donne, le donzelle, i pupilli, gli orfani, i beni delle chiese contro la forza e la prepotenza. Due cavalieri gli posero gli sproni d’oro, una damigella la spada, e il Ridolfoni gli diede la guanciata dicendo: — Tu sei milite della nobile cavalleria, e questa gotata sia in memoria di colui che ti armò cavaliere sia l’ultima ingiuria che ricevi pazientemente».
Finita la messa, tornarono fra suoni e canti alla casa del Ridolfoni, dove innanzi alla porta stavano dodici fanciulle con ghirlande al capo, e in mano una catena d’erbe e fiori, colla quale facendo serraglia, gl’impedivano l’entrata. Il cavaliere le regalò di un ricco anello, dicendo aver giurato di difendere donne e donzelle; ed esse gli permisero l’ingresso. Al pranzo sedettero molti cavalieri e signori, durante il quale i membri della Signoria mandarongli ricco donativo, due intere armadure di ferro, una bianca con chiovi di argento, l’altra verde con chiovi e fregi d’oro, due grossi cavalli tedeschi, due ronzini, due sopravvesti nobilmente ornate. Al popolo che rumoreggiava per istrada, si gettò spesso della tragea e mustacini e galline e piccioni e oche, donde l’allegrezza s’avvivava.
Dopo pranzo, Ildebrando fu armato coll’armadura bianca, e con lui molti nobili; e su cavallo bianco andò alla piazza con adorni scudieri, che portavano le lancie e gli scudi. Colà era preparato un torneamento, e gran gente a vedere; e si combattè corpo a corpo con lancie spuntate, e il neofito si comportò egregiamente; poi si torneò colle spade come fosse vera guerra, e la Dio mercè non intervenne alcun male. Cadendo il giorno, le trombe annunziarono la fine del torneamento, e i giudici distribuirono i premj; e uno ch’era stato scavalcato, dovette lasciarsi portare s’una barella da scherno. Il primo premio, ch’era un palio di drappo di seta, toccò a Ildebrando, che mandollo a quella che gli avea cinto la spada. Poi tra fiaccole e suoni egli tornò dal Ridolfoni, cenò cogli amici e i parenti, distribuì bei doni a tutti quelli che aveano preso parte[92].
Nel 1307 Azzo d’Este domandò al senato di Bologna volesse ornar cavaliere suo figlio Pietro, di quattordici anni. Gradito l’onore, si elessero dodici sapienti per ciascuna tribù che se n’occupassero, e stabilirono alloggiasse in vescovado, provvisto d’ogni cosa occorrente per sè e sua famiglia; si preparasse un bel destriero riccamente bardato, un palafreno, un mulo da donargli; una vesta di scarlatto col cappuccio e la berretta, e tabarro per cavalcare, tutto foderato di vajo, e un giubbetto di zendado giallo e azzurro; un letto con due paja di lenzuola finissime, coperta di zendado a fiocchi gialla e vermiglia, e un ricco copertojo di scarlatto; due paja calze, tre paja scarpe di sajo, una cintura d’argento lavorata, una spada dorata col fodero guarnito d’argento, un coltello col manico d’avorio guarnito d’argento, un cappello col cordone di seta, un pajo guanti di camoscio e uno di capriuolo, una cappellina foderata di vajo, una borsa, due berrette, un pettine d’avorio, due par di pianelle. Si elessero poi quaranta paggi de’ più nobili di città, vestiti a spese del Comune di zendado bianco ed argento, con cavalli ed aste. E Pietro fece la sua entrata accompagnato da quantità di gentiluomini ferraresi e bolognesi, e incontrato dal popolo e da’ magistrati a suon di trombe e tamburi. Il giorno di Natale, nella cattedrale splendidamente addobbata, come il vescovo ebbe cantato la messa, colle note cerimonie Pietro fu dal podestà vestito da cavaliere, e dal senato dichiarato figlio della città; indi il pranzo, poi la cavalcata per la città; la sera fuochi, trombe, campane per tutto; poi il giovane riccamente donato ritornò a suo padre, convogliato dai nobili di Bologna.
Nei funerali privati, dinanzi alla casa del defunto coi suoi prossimani si radunavano i vicini ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chiericato. Ivi la madre e le vicine cominciavano sopra lui il pianto, e i congiunti sedevano a terra su stuoje. Il morto, vestito a ragguaglio della sua condizione, veniva composto s’un feretro; e sopra gli omeri de’ suoi pari, con funerale pompa di cera e di canto, alla chiesa da lui eletta anzi la morte era portato. Molte croci lo precedeano, e laici convocati da un trombetto; poi cherici e sacerdoti; seguivano le donne, quinci e quindi sostenute[93]. Gli uccisi non si lavavano; gli altri sì, ed ungevansi e spesso empivansi d’aromi. Era pur consueto sepellire coll’armi e con magnificenza di vesti, d’anelli, di collane; grande eccitamento a violare le tombe[94]. Ai medici poneasi un libro sopra il cadavere[95]. S’introdusse poi la devozione di farsi sepellire colle tonache di battuti o di frati, come volle essere Dante.
Al mortorio di principi e cavalieri assisteva gran turba in bruno; e cavalli sellati senza cavaliero, vessilli, scudi, insegne, sfoggio di ceri e di strati; ed orazioni funerali, che poi ogni vulgare denaroso volle: le pompe si rinnovavano al settimo, al trigesimo giorno, ed all’anniversario. Con grande onore a pubbliche spese si esequiava il podestà che morisse in signoria. Nel 1390 messer Giovanni Azzo degli Ubaldini capitano di Siena «venne sepolto nel duomo a lato di san Bastiano. In primo al suo corpo ebbe dugendodici doppieri, legati nel castello di legname, dugenquattro da tre libbre l’uno ed accesi mentre durò l’ufficio. Vestì il Comune quattro cavalli colla balzana e colle bandiere coll’arme del popolo, ed anche vestì da sessanta uomini a bruno. Fu portato in una bara ad alto, coperta d’un bellissimo drappo d’oro, e sopra il corpo un padiglione di drappo d’oro foderato d’ermellino; e il detto padiglione portavano a stagiuoli, cavalieri e grandi cittadini di Siena. E furono vestiti venti cavalli a bruno, colle bandiere di sue arme, tutte di sciamitello, ed un uomo armato a cavallo di tutte sue armi e barbuta, spada ignuda e speroni ed altre armadure, le quali tutte rimasero al duomo. E fu nel castello di legname grande quantità di donne scapigliate, tutte di cittadini. Furono ancora a detta sepoltura tutti i priori di palazzo, e tra preti, frati e monaci intorno a seicento, ognuno dei quali ebbe torchietti di due e d’una libbra, e i cherici di sei once l’uno. E per memoria fessi la sua figura nella cappella, e attaccaronvisi tutte e ventitrè le bandiere e sue armi»[96].
Qui pure le prammatiche intervennero a por modo; e uno statuto di Mantova vieta di far corrotto e pianto nella casa del defunto, nè l’accompagnino donne maggiori di sette anni. Il senato di Bologna nel 1297 ordina che alle esequie nessuno vada lamentandosi o piangendo come si soleva; non si suonino altre campane che della chiesa ov’è il morto; niuna donna si porti a sepellire col viso scoperto, e sopra il cataletto non si ponga che un palio di seta; e dopo sepolto il cadavere, non deva la gente radunarsi di nuovo alle case, eccetto i parenti fino in quarto grado; non si vestano i morti che di scarlatto, se non siano cavalieri e dottori in legge; non vi sia all’accompagnamento più di dieci uomini, eccettuate le compagnie delle arti e delle armi. Nello statuto di Torino era prefisso, ad evitare spese e fatiche, che nelle esequie le mogli, figlie, sorelle, nipoti fino al quarto grado non uscissero di casa per seguire il morto; non si usassero ceri di oltre quattro libbre; non si facessero banchetti.
La caccia stette da principio riservata ai nobili, sicchè fu distintivo di nobiltà il falco che in quella adoperavasi; andavano in volta con questo uccello in pugno, ne ornavano i cimieri, come segno d’illustre sangue l’innestavano nello stemma e sulle tombe; per esso giuravano, gloriavansi dell’abilità nel porgli i getti o il cappuccio, lanciarlo, richiamarlo, inanimirlo, avventarlo sulla preda o ritorgliela appena ghermita; carissimo lo aveano le donne, e attestavano la loro premura ai cavalieri colle premure usate all’augello cacciatore. Domesticati portavansi alle adunanze ed ai viaggi; con quelli passarono i Crociati alla liberazione del santo sepolcro; a Milano, come vedemmo, si ordinò che nel broletto nuovo, dove adunavansi i nobili e i mercanti, si ponessero gruccie su cui collocare falconi, astori e sparvieri; il falconiere era persona importante; e Federico II dettò un trattato di falconeria. Fino i preti collocavano i falchi sui balaustri o sui bracciuoli degli stalli; e il III concilio di Laterano vietò la caccia duranti le visite della diocesi, volendo che i vescovi non traessero dietro più di quaranta o cinquanta palafreni.
Vietato rigorosamente ai villani di toccare la selvaggina, che perciò impunemente devastava i seminati, e sino il timido lepre diventava un flagello. Lamberto, arcivescovo di Milano, come speciale favore concedette a Burcardo, generale del re Rodolfo, di rincorrere un cervo nel suo brolo[97]. Anche negli statuti delle città son protetti con molta cura gli animali da caccia; e quel di Milano obbliga a restituire i falchi, vieta il rubar cani e prendere colombe o rondini o cicogne. I quali ultimi uccelli, ora quasi affatto stranieri alle nostre plaghe, frequenti vi comparivano, nidificando sulle torri, e purgavano da velenosi insetti[98]. Firenze avea due compagnie, dette i Piacevoli e i Piatelli, che a gara andavano a far caccia; e a chi meglio era riuscita, tornava in trionfo con fuochi e carri ed ostentazione.
S’imitarono poi le caccie vere colle finte, massime del toro: il circo di Augusto a Roma vide spesso di siffatti esercizj. Una magnifica caccia a fanali diede Alfonso di Napoli a Federico III imperatore nel recinto della Solfatara, dove pareano rinnovarsi i prodigi della magia. In una tristamente memorevole, data il 1333 nel Goliseo, Cecco della Valle, vestito mezzo bianco e mezzo nero, recava per divisa Io sono Enea per Lavinia, nome della sua amata; Mezzostallo, a bruno per la morte della moglie, portava Così sconsolato io vivo; un dei signori di Polenta, abito rosso e nero, e il motto Se annego nel sangue ho dolce morte! un altro giallo, e dicea Guardatevi della pazzia d’amore; uno color cinerino, e Sotto la cenere ardo; un Conti, vestito di argento, aveva per divisa Così bianca è la fede; Cappoccio vestiva rosa pallido, col motto Io di Lucrezia romana son lo schiavo; uno, divisato a scacchi bianchi e neri, Per una donna pazzo; un altro, a color marino e giallo, Chi naviga per amore, ammattisce; un giovinetto Stulli, a bianco con legacci e pennacchio rossi, e il motto So’ mezzo placato; uno, color celeste, con un cane legato al cimiero, leggeva La fede mi tiene e mantiene; un fosco, con brache bianche e abito nero, e una colomba all’elmo con oliva in bocca, dicendo Sempre porto vittoria; un altro a verde pallido, Ebbi speranza viva, ma già muore: taciamo altri motti e divise. Man mano che uscissero dall’urna, scendevano nell’arena, e fatti inchini alle dame, impugnate le armi, davano la caccia a tori, fra gli applausi dei riguardanti. Ma nella lotta ne furono morti diciotto dalla furia degli animali, sicchè al cruento spettacolo ne seguì un altro luttuoso di accorrere al Laterano per vedere i funerali de’ trafitti[99].
Come i nobili le feste aristocratiche, così il popolo ne voleva di proprie, motivate spesso dalla religione, anche quando alla religione facevano contrasto. I pubblici giuochi per lo più erano simulacri di guerra ed esercizj di forza. Nel broglio e nel circo a Milano si congregavano in bande ad esercitarsi alla corsa o alla lotta; a Verona in Campo Fiore, a Vicenza in Campo Marzio, a Padova nel Prato della Valle, a Lucca nel Prato. In Pisa il giuoco di Ponte rammemorava Cinzica, che dicevasi aver difeso la patria da una sorpresa dei Saracini (t. v, p. 536); e le due fazioni di Borgo e di Santa Maria, affrontatesi sul ponte d’Arno, con battocchi si davano furiosamente, sinchè all’una rimanesse il vantaggio; troppo per un giuoco, troppo poco per una battaglia, com’ebbe a dire Pietro Leopoldo. A Siena si rappresentava san Giorgio armato che azzuffavasi con un drago, finchè gli applausi annunziavano la vittoria. Quei di Prato aveano vanto nel giuoco del calcio, i Fiorentini nel pallone a bracciale, i Senesi nel pugilato, e alla Lizza e nel Campo frequentavano le feste delle quali un’ombra dura tuttavia nelle corse che, di luglio e di agosto, si fanno sopra dieci cavalli, divisati ciascuno diversamente[100]. Risalgono a quel tempo altri giuochi popolareschi non ancora dimenticati, come correre al villan rosso, alla pignatta, all’oca sospesa, e così la cuccagna, e piantare il majo, e somiglianze.
La gioventù molto addestravasi nel cavalcare, preparamento alla guerra; e a frotte correvano la gualdana, o faceano pellegrinaggi di piacere, o numerosi incontri a principi e grandi. Frequenti ripeteansi anche le luminare; frequenti quanto variati i balli; e le corse ora di barberi sciolti, ora montati da un fantino; e poichè il primo premio consisteva ordinariamente in un palio di seta o di lana, dicevasi correre al palio; al quale poi andavano uniti ronzini, falchi, porci, galli, cani da caccia, guanti ed altre gentilezze. Reputavasi fiero insulto alle città assediate il far correre il palio sotto le loro mura; e Castruccio, vinti i Fiorentini, pose le loro porte per meta ad una corsa di cavalli, poi di pedoni, infine di meretrici.
Moltiplicavansi i divertimenti al carnevale, nome che alcuni deducono dall’abbandono de’ cibi grassi, come si dicesse vale alla carne[101]. Pare finisse dappertutto colla prima domenica di quaresima, come si mantiene nella diocesi di Milano, ove pure san Carlo faticò assai per escludere le baldorie da essa domenica.
A chi non è conto il venerdì gnoccolare di Verona? Roma ha i suoi moccoletti; e più antica la processione di carri, che l’ultima domenica di carnevale drizzavasi a Monte Testacio. A Pavia in due piazze sotto le mura due parti della città venivansi incontro squadra a squadra ed uomo a uomo con elmetti di vinco imbottiti, portanti il segno di ciascuna compagnia; la celata al volto, la criniera, e scudi e mazze di legno. I generali precedevano colla bacchetta, accennando all’assalto d’un monticello, d’una casa, d’un ponte, ove ciascuno facea sue prove. Il podestà vegliava non si offendessero con armi vere; e dopo il carnevale continuavano duelli con mazza e scudo[102]. «In Firenze (dice Benedetto Varchi) usavano nei giorni di carnevale i giovani, massime i nobili, uscire fuori travestiti con un pallone gonfio innanzi, e venire in Mercatovecchio e in tutti i luoghi ov’erano le botteghe e i traffichi dei mercanti e degli artefici, e quivi dando a quel pallone, e mescolandosi con gli altri cittadini, e traendo loro addosso il pallone, e cercando di metterlo fra le botteghe, farle serrare, e finire così per quei pochi giorni le faccende. Così non facendo ad alcuno male, fuor quello di scioperarlo, in Mercatonuovo talora si formavano in cerchio, e spartiti faceano una partita al calcio... Degenerato poi l’uso innocente, sturbavano tutti, e gettavano fango»[103].
In Venezia era così antico il gusto de’ divertimenti, che Pietro Orseolo I, nel 978 abbandonando il corno ducale e il mondo pel chiostro, dispose delle sue facoltà mille libbre d’oro a favore de’ parenti, mille pei poveri, mille pei divertimenti pubblici[104]. Già nel 1094 erano segnalati i suoi carnevali, che fin agli ultimi tempi trassero da ogni parte chi amasse il libero sollazzarsi. La maschera, che sottraeva l’uomo alle indagini, permetteagli di penetrare fino nel gran consiglio, e ravvicinava il plebeo al nobil uomo, il barnabotto al frate, la merciaja alla dogaressa, v’era dalle leggi protetta con punizioni più severe a chi l’ingiuriasse. Vinto Ulrico patriarca d’Aquileja e fattolo prigione con molti nobili, i Veneziani il gravarono di mandare al doge, ogni mercoledì grasso, dodici majali e altrettanti grossi pani; poi al giovedì, in commemorazione faceasi la festa di tagliare il capo ad un bue e ad alcuni porci che il popolo si godeva. Intanto eransi eretti nella sala del Piovego piccoli castelli di legno, che il doge e i senatori demolivano. Poi dall’antenna di una nave tiravasi una gomona fin alla sommità del campanile di San Marco, per la quale un marinaro ascendeva ajutato da certi ordigni, indi calava alla loggetta per presentare al doge un mazzo di fiori.
Anche fuor del carnevale, Venezia era particolarmente rinomata per le sue feste; balocchi che la nobiltà offeriva alla plebe onde sviarne il pensiero dai rapitile diritti. Il ratto delle fanciulle (t. V, p. 526) diede origine all’annua festa dell’ultimo di gennajo, ove dodici Marie erano sposate con dote pubblica, portata entro arselle: ma poichè l’allegria era degenerata in turpitudini, vi si surrogarono dodici fantocci. Il giorno delle Palme, liberavansi alcuni uccelli e piccioni dalla loggia di San Marco, ed era una festa il rincorrerli e il narrar le venture. Alquanti, scampati all’attacco, si annidarono sul campanile e moltiplicarono, fin ad oggi rispettati dalle rivoluzioni e dal despotismo.
All’Ascensione, quando traeva un mondo di gente alla fiera, esponevasi un fantoccio di donna, che diventava modello al vestir femminile di quell’anno, non variato, come ora si fa, ad ogni arrivo di corriere. Ivi pure esibivansi all’ammirazione i capi d’arte; ed in una delle ultime, Canova preluse al risorgimento della scultura, presentando il suo Dedalo ed Icaro. Quel giorno stesso il doge sposava il mare. Le mense, che per santa Marta disponevansi lungo il canale della Giudecca, servite quasi di solo pesce, porgevano occasione a stringere o rannodare amicizie. Ai patrizj poi la Repubblica stessa imbandiva solennemente in certi giorni, con isfoggio di cristalli e quantità di zuccherini e canditi, che i convitati portavano a casa.
Volgendosi i divertimenti a formare buoni marinaj, si frequentavano le regate, delle quali la prima è ricordata nel 1315; quindi il senato decretò si facessero nel giorno di san Paolo. Una volta per settimana, nobili e popolani doveano esercitarsi al bersaglio a Lido. Il pugilato faceasi da settembre a Natale su ponti senza sponda. Nelle famose forze d’Ercole gareggiavano i Castellani vestiti a rosso, e i Nicolotti a nero, vincendo quelli che s’elevassero a maggior numero di palchi; poi finito, traevano certe spade smussate, e paravano e ferivano come in moresca, o ballavano la furlana. Nei boschi della badia di Sant’Ilario fra Gambarare e la laguna, i caccianti dovevano ai monaci la testa e un quarto d’ogni cinghiale che pigliassero; a vicenda i monaci doveano al doge prestar cani e cavalli quando vi venisse a cacciare, e nutrirne i falconi e i bracchi. La vigilia di Natale faceasi una gran caccia, e il doge distribuiva a ciascun magistrato e padrefamiglia cinque capi di selvaggina: al che, sotto Antonio Grimani, si surrogarono le oselle, monete d’argento, a questo sol uso coniate; e la raccolta delle quali oggi è una preziosità. Il giovedì santo egli riceveva il tributo del pesce, che parimenti distribuiva.
Cinque banchetti pubblici s’imbandivano ogni anno; a san Marco, all’Ascensione, a san Vito, a san Girolamo, a santo Stefano: per lo più di cento coperti, il doge invitandovi antichi magistrati e persone ragguardevoli. Nella sala del banchetto si sfoggiavano argenti del doge e dello Stato, trionfi di cristalli colorati; i ministri poteano parlare al doge e corteggiarlo; un popolo di curiosi vi assisteva in bautta, fra cui spesso insigni forestieri; le donne correano da un convitato all’altro motteggiando colla vivacità ch’è sì propria delle veneziane; qualche volta un poeta v’improvvisava, come più tardi fece la Cassandra Fedeli; più spesso v’avea musica e spettacoli. Allo sparecchio, gli scudieri dogali venivano a presentare a ciascun convitato un gran paniere di dolci, e mentre i padroni accompagnavano il principe alla sua dorata prigione, il gondoliere di ciascuno entrava a prendersi quel paniere, e recarlo a chi gli era stato imposto, invidiato testimonio di predilezione.
Secondo Rolandino, nel 1214 si finse in Treviso il castello dell’onestà, invece di spaldi e di merli, munito con pelli di vajo, porpore, zendadi, stoffe, ermellini, e dentro le più belle donne e donzelle, coperte non d’elmi e corazze, ma di vesti pompose. Erano accorsi alla festa i giovani da Padova, da Venezia e dal contorno, tutti in bell’addobbo; e divisi in drappelli sotto lo stendardo della patria, s’accinsero ad attaccare l’amorosa fortezza. Da projetti servivano melarancie, confetti, fiori e frutti, acque odorose, e dolci parolette. Con armi siffatte si prolungò la scherma, finchè i Veneziani mutaronle in zecchini; per raccorre i quali le Trevisane si diedero vinte. E già lo stendardo di San Marco penetrava nelle porte indifese, quando i Padovani, tenendosi soperchiati, cominciarono a forbottare, stracciarono il gonfalone, e si diè di piglio alle armi. La rissa fu chetata, ma Venezia pretese soddisfazione; e fu imposto che ogni anno i Padovani spedissero alla città trenta chioccie, alle quali davasi la libertà; ed era una ressa tra ’l popolo per raggiungere le galline padovane.
Dopochè, cacciando Pagano podestà del Barbarossa, si furono vendicati in libertà, i Padovani celebravano annualmente la festa de’ Fiori, menando attorno il carroccio, tirato da bovi e cavalli coperti di rosso coll’arma del Comune, e su di esso dodici fanciulle nobili inghirlandate di fiori e spargendo fiori, mentre fiori piovevano loro dalle finestre e davanti ai passi: ventiquattro cavalieri marciavano di fianco al carroccio, giunto il quale nel prato della Valle, cominciavasi una zuffa di questi con quelle a fiori, poi tra i soli cavalieri con arme; seguivano combattimenti di campioni armati con rotelle e mazze di legno, e di bravi inermi con sacchetti di sabbia. Le naumachie, colà rammentate fin da Tito Livio, si continuavano lungo il canale di Sant’Agostino, o in quello che lambiva a occidente il Campo marzio.
Ad avventure incerte dell’età dei Comuni attacca Vicenza la festa della Rua, per la quale, il giorno del Corpus Domini, strascina per la città a tutta forza di braccia un’altissima macchina a pennoncelli e stemmi e persone; baccano carnevalesco in giorno devoto. Quando Bologna ebbe, nel 1281, acquistato Faenza per tradimento di Tibaldello Zambraso, ordinò che ogni anno il giorno di san Bartolomeo si corresse per strà maggiore un cavallo addobbato, uno sparviero, due cani bracchi, un carniero e la baracagna, cioè la gruccia che si attacca all’arcione quando si va a caccia col falco. Inoltre si arrostisse una porchetta, e a mezza cotta il cuoco a cavallo la portasse sullo spiedo per detta strada fin alla porta, tenendo nella man sinistra lo sparviero; poi tornato la cocesse a perfezione, e, finito il corso, fosse a suon di trombe gittata dal palazzo in piazza ai biricchini colà famosi.
Messina, per l’Assunta, oltre le luminare e le corse, manda in volta un finto camello, in cui la tradizione ravvisa la memoria del conte Ruggero, allorchè, cacciati i Saracini, v’entrò alla orientale; mentre in due statue colossali, che pur si portano attorno fra assordante schiamazzo, indica Zancle e Rea, favolosi fondatori di essa città. I Cremonesi, la vigilia di quel dì, celebravano una festa a cui attaccavano le memorie di Zannino dalla Balla, che li redense dal tributo d’una palla d’oro all’imperatore: e quelle della vittoria sopra i Parmigiani. Cominciavasi dalla battaglia fra ragazzi sulla piazza maggiore; poi i facchini schizzavano dell’acqua, e i mugnaj della farina sopra la folla, che ne restava tutta bianca: lasciavasi correre un toro legato, che menavasi quindi per la città: poi nuove zuffe per acquistare il rigotto, berretto listato che gettavasi tra i facchini, e chi se ne impadronisse toccava sei zecchini: le statue di Zannino e di Berta vestivansi di panni adogati bianco e rosso, ogn’anno rinnovati a spese dei fornaj.
A Verona, il 26 dicembre, esponeansi le maschere: poi il lunedi e martedì del carnevale si andava nell’Arena a festeggiare: dopo le ventiquattro ore poteva chicchessia levare le insegne di qualsifosse bottega, e sopra di essa, per quanto minima di valore, farsi dare dall’oste fino a sei lire e quattro soldi in vitto; il quale oste faceasene rimborsare dal padrone dell’insegna. Due vedovi che si sposassero doveano contribuire ciascuno l’un per cento della dote ai ragazzi della contrada ove abitavano, altrimenti venivano derisi con un baccano fatto sotto le loro finestre (le bacinelle): del denaro avuto si facea gozzoviglia o limosina o qualche festa sacra.
Tali feste continuarono a lungo fra gl’Italiani, e valsero a renderne lieti e arguti i caratteri, quali li vediamo personificati nelle nostre maschere da scena. I tiranni ne preparavano di più frequenti, sapendo quanto facilmente si conduca un popolo che ama divertirsi; e nel secolo XVI le vedremo abbellirsi di tutto lo splendore delle arti.
I buffoni erano arnese necessario non solo nelle Corti ma e nei palazzi del Comune, sì lautamente trattati da patirne gli erarj[105]: alcuni nobilitaronsi col nome di minestrelli. Spesso eran nani, che coi frizzi vendicavansi degli scherzi cui la loro deformità gli esponeva. Talvolta usarono del privilegio della pazzìa per dire ai principi verità che altrimenti non v’avrebbero trovato accesso: per questa via alcuni ottennero l’immortalità, negata agli scopritori delle più utili arti, come il Gonnella del duca di Modena, Ponzino della Torre fra i Cremonesi, altri altrove.
Alle varie solennità ecclesiastiche dell’anno erano affisse certe costumanze, in parte derivate dall’antichità, in parte introdotte di fresco, e che non ancora furono dimentiche. Per l’Epifania a Firenze si portava attorno un fantoccio di cenci in mezzo ai lumi, ed altri si esponeano alle finestre, onde le tante baje sulla befana. Meglio a Milano una comitiva figurante il corteo de’ re magi moveva da Sant’Eustorgio preceduta da una stella; alle colonne di San Lorenzo incontrava re Erode, e gli domandava del nato Messia; poi tirando innanzi giungeva al duomo, e quivi trovato un magnifico presepio, offriva i doni; indi dall’angelo avvisata, volgevasi al ritorno per porta Romana. Più affettuosa era la domestica gioja del dì di Natale, quando il capocasa levavasi sulle spalle un ceppo, ornato di rami e fronde sempreverdi, e recatolo per la casa, il ponea sul focolare, attorno al quale esultava la riunita famiglia.
Quando a Pavia, la vigilia di san Siro, offrivansi al tempio ceri enormi, precedeano la processione i tavernaj, recando sopra una tavola un castello; dietro a loro i cacciatori con un albero, a’ cui rami erano legati di ogni razza uccelli, che portati in chiesa liberavansi: poi venivano le corse degli scudieri al gallo vivo e alla porchetta arrostita, e quella delle meretrici a’ salcicciotti; e finalmente gozzoviglie[106]. A Firenze pel san Giovanni faceasi un carro altissimo pien di santi e figure simboliche; e sulla piazza de’ Signori fin cento torri dorate, con entro uomini; e dappertutto palj, e gonfaloni, e macchine cariche di ceri e d’altri doni; infine fuochi d’artifizio, di cui i migliori artisti non isdegnavano dare le invenzioni variate. In alcuni luoghi, a Pentecoste davasi il volo in chiesa a piccioni bianchi, tra fiori e lingue di fuoco e frastuono popolare. Quando Firenze fu signora di molte città, ciascuna dovea quel giorno mandarvi il suo cero, e fin ventotto se n’ebbero, alti sei o otto braccia, con bambocci di carta, e quello di Pescia e San Miniato quaranta persone ci voleva a portarlo. Qualcosa di simile praticavasi nelle altre città, a Milano per la Madonna nascente, a Bologna per san Petronio, a Modena per san Geminiano, e così discorrete.
Qual v’è città o borgata che non festeggiasse con modi drammatici il santo tutelare? Alcuna fiata poi se ne celebrava qualche maggiore, come i Fiorentini nel 1304 mandarono un bando che «chi volesse sapere novelle dell’altro mondo, dovesse andare il dì di calen di maggio in sul ponte alla Carraja e d’intorno all’Arno»; e su quel fiume ordinarono palchi, ove figurarono l’inferno coi tormenti e i tormentati. La soverchia folla cagionò che il ponte cadesse, e molti ne guastarono la persona, sicchè il giuoco da beffe tornò a vero, e «com’era ito il bando, molti per morte andarono a sapere novelle dell’altro mondo».
E come presso gli antichi gli spettacoli dovevano invigorire il coraggio ed eccitare sentimenti patriotici, così nel medioevo sentivano l’ispirazione comune, l’ecclesiastica, e insinuavano devozione. Per ciò facevansi il più spesso in chiesa, e da diaconi o preti; donde abusi che rivelano più sempre la mistura di serio e beffardo, di compunzione e d’allegria, che ricorre in tutte le opere di quell’età. A certe feste, tutti dovevano comparire in figura di volpi, e in qualunque abito fossero, magistrati o prelati, usciva loro di dietro la lunga coda. In commemorazione della fuga in Egitto celebravasi la festa degli Asini, ove al canto affettuoso s’intercalavano ridicoli ragli. Queste cose facevansi sul serio, e noi stessi in fanciullezza potemmo vedere processioni e feste, che, come oggi a riso, così allora ci movevano a devozione.
Men ridicoli apparecchi atteggiavano i fatti che la Chiesa rammemorava in quel giorno. A tali misteri tutte le arti prestavano servigio, e davansi, non nelle angustie mefitiche d’un teatro a scapito della salute e della fermezza del cuore, ma al gran sole, nelle piazze, talvolta trasportandosi da paese a paese. Ne crebbe l’uso colle crociate, quando i pellegrini reduci voleano al vivo riprodurre gli atti su cui avevano meditato in Palestina; e scelte situazioni analoghe al Calvario, a Betlem, a Gerusalemme, vestivano sè ed altri cogli abiti che aveano veduto agli Orientali. A Roma nel 1264 era istituita la società del gonfalone per rappresentare la passione di Gesù. Alla compagnia de’ battuti a Treviso i canonici doveano annualmente somministrare due cherici, bene istruiti a cantare, per far Maria e l’Angelo nella festa dell’Annunziata[107]. Rolandino al 1244 riferisce come, nel prato della Valle a Padova, si figurò la passione di Cristo: ivi stesso il 1331 si ordinò di rappresentare ogn’anno nell’anfiteatro il mistero dell’Annunziazione. La cronaca del Friuli di Giuliano Canonico ricorda che, il 1298, alla corte del patriarca si rappresentarono dal clero la passione e la risurrezione di Cristo, la venuta dello Spirito Santo, il giudizio finale; e nel 1304, dal capitolo di Cividale, la creazione, l’annunziazione, il parto, la passione, l’anticristo. Chi tra’ miei lettori è così giovane da non averne visto gli avanzi in contado?
Sono queste le origini del teatro, che ritoccheremo quando il troveremo cresciuto.
CAPITOLO XCIX. Belle arti.
Fu di mezzo a tale prosperità che risorsero fra noi le lettere e le arti belle, serena gloria d’Italia.
Caduto l’impero d’Occidente, coi resti della civiltà le arti si erano rifuggite a Costantinopoli, onde venne intitolato bisantino il modo che allora ebbe corso. L’arco e la volta, immenso progresso portato dai Romani, si continuarono abbandonando l’architrave, e voltando direttamente l’arco sopra colonne, le quali non erano fatte di nuovo, ma tolte da edifizj anteriori: mancavano i capitelli? se ne surrogavano di rozzi, con qualche fogliame grossolano e poco rilevato, o incrociamenti di linee, o qualche testa disavvenente. Gli archi, acciocchè impostassero su colonne di diversa altezza, furono talvolta allungati in basso; in alcuni meno appariscenti si deviò dal perfetto semicircolo, ora schiacciandolo verso il sesto acuto, ora prolungandolo a ferro di cavallo, ora dandogli forma d’un frontone; talvolta nello sfogo d’un arco se ne chiusero altri minori, appoggiati sopra colonnine[108].
Ravenna, che conservò meglio il carattere dell’Oriente, ha maggiori esempj di stile bisantino, sempre ad archi e volte. San Vitale, che san Massimiano eresse imperante Giustiniano, all’esterno è informe costruzione di cotto, ma, come entri, ti sorride in un regolare ottagono del diametro di quaranta metri, con cupola emisferica e due ambulacri, de’ quali l’inferiore imposta su otto pilastri, vestiti di marmo greco venato; ogni cosa poi adorna senza discrezione con avanzi antichi, massime dell’anfiteatro, e con bei musaici. La quale pittura di marmo fregia e contorna le porte, le finestre, gli altari in tutti gli edifizj di quello stile.
Il vicino mausoleo di Galla Placidia, sacro ai santi Nazaro e Celso, forma croce latina senza anditi laterali nè tribuna, avente al centro l’altare di tre grandi tavole d’alabastro orientale. Quadrilungo a tre navi è pure Sant’Apollinare nuovo, eretto da Teodorico, con musaici, tombe, iscrizioni, e lavori di alabastro, di porfido, di cipollino, di marmo pario e serpentino; comunque guasto dai Barbari, e forse più dai correttori. Ivi stesso, fin dal 417 era finita Sant’Agata, a tre navi sorrette da venti colonne, ma ogni cosa fu mutata, eccetto la pianta; e così la gran basilica di Sant’Apollinare in Classe con tre ampie navate e tre tribune, ed archivolti robustamente profilati. Al duomo, fabbricato da sant’Orso nel 540, è annesso un battistero forse dell’età medesima, formato di due circoli da otto arcate, che portano la cupola. V’è chi reca al IX secolo il battistero d’Asti, a quattro angoli fuori e otto dentro, e il palazzo delle Torri a Torino, facciata di cotto[109].
La parola edificare, trasferita a senso morale, accenna come la scienza architettonica accoppiasse idea di devozione e lode di esemplari costumi. In fatto i vescovi erano talvolta gli architetti, più spesso i promotori di nuovi edifizj; per cura del vescovo Epifanio si fabbricò il duomo di Pavia; pel vescovo Eufrasio la basilica di Parenzo in Istria, ricca di musaici; per altri il monastero e il tempio di Montecassino, le chiese di Sant’Evasio a Casal Monferrato, di Napoli, di Siponto, di Firenze, di Lucca. L’atrio della basilica di Sant’Ambrogio a Milano, comandato dall’arcivescovo Ansperto, con archi semicircolari sorgenti dai pilastri, tiene della maestà se non dell’eleganza romana. Le tante dispute sull’età delle chiese presunte d’età longobarda ci tolgono di valerci degli esempj del San Michele e San Pietro di Pavia, della Santa Giulia di Brescia, del San Fridiano di Lucca; sol bastando che non vi si vede uno stile nuovo, ma variazioni dell’antico.
Nessun papa forse passò senza d’alcun lavoro giovare le chiese della sua metropoli, decoro al culto e alimento alle belle arti quando ogn’altro mancava. Leone III, oltre fabbriche assai, profuse lavori di metallo fino, fece rivestire la Confessione di San Pietro con 453 libbre d’oro, e sotto all’arco trionfale collocare un balaustro d’argento di 1573 libbre, coll’effigie del Salvatore, e un leggìo al pulpito, e un ciborio, tutti di argento; riedificò il battistero di Sant’Andrea, rotondo colla fonte nel mezzo, circondata da colonne di porfido, in cui versava linfe un agnello d’argento stante sovra una colonnina; e pose alla basilica di Laterano vetri dipinti, che sono i primi mentovati. San Giorgio in Velàbro, Santa Prassede, Santa Maria in Dominica, Santa Cecilia in Trastevere, San Nereo e Achilleo, Santa Sabina, San Giovanni a Porta Latina, San Martino ai Monti, San Michele in Sassia, San Pietro in Vincoli, Santa Maria in Cosmedin, altre chiese di Roma furono in quelle età adorne colle spoglie di tempj antichi.
Nè di pitture manca menzione. Gregorio Magno vide espresso un sacrifizio di Abramo sì al vivo (tam efficaciter), da commoverlo al pianto; le geste de’ Longobardi fece ritrarre Teodolinda a Monza; una madonna a Gravedona sul lago di Como, regnante Lodovico Pio, pianse miracolosamente; altre di poco posteriori sono rammentate nelle chiese della Cava, di Casuaria, di Subiaco, di Montecassino. Alcune ancora sopravanzano, principalmente ne’ musaici, nelle miniature, ne’ sigilli, nelle monete; e sono inamene figure, con occhi spiritati, mani assiderate, piedi in punta. Il tesoro di Monza convince che neppure il lavoro de’ metalli nobili era dismesso sotto i Longobardi; eppure le costoro monete non potrebbero essere più rozze. Insigni sono la pala d’oro di San Marco a Venezia, tutta a smalti; e il paliotto di Sant’Ambrogio a Milano, già menzionato a pag. 436 del tomo V, su cui sono a continuo parallelismo le azioni del santo e quelle di Cristo: l’Annunziazione della Vergine, e le api che fanno il favo nella bocca del neonato Ambrogio: l’Ascensione del Salvatore, e l’entrare del santo nella gloria; e così via[110]. In molte chiese, ma più nelle romane, si conservano lampade, turiboli, evangeliarj di quel tempo; e in San Pietro la dalmatica di cui si rivestivano gl’imperatori, con soggetti sacri a ricamo d’oro e argento riccamente composti.
Niuna età fu dunque diseredata d’arti fra noi, ma attorno al Mille crebbe l’operosità, sia per la devozione alle reliquie, cresciuta allora, come narrammo; sia che gli uomini si sentissero rassicurati sulle terre che dapprima erano percorse da orde o da nazioni intere predatrici; sia che si manifestassero anche in ciò la risurrezione delle città annichilate dal feudalismo, e il prosperare del commercio e della libertà comincianti. San Ciriaco di Ancona, alzato allo spirare del X secolo, architondo a croce greca con cupola, è bisantino, come Santa Maria Rotonda fuor di Ravenna, e le sette badie che il marchese Ugo fece in Toscana. Nel 1014 il duomo vecchio di Arezzo modellavasi sul San Vitale di Ravenna, a otto faccie, e l’architetto Mainardo lo compiva nel 1022, servendosi delle spoglie del teatro e d’altri edifizj vetusti. A Firenze, verso il 1013, Ildebrando vescovo edificò San Miniato al Monte, dov’è un musaico che mostra indirizzo al bello; San Lorenzo fu ingrandito nel 1059; nel 1085 fabbricata Sant’Agata. Nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro avea fondato San Pietro e Romolo, cattedrale di Fiesole, a tre navate, con colonne e capitelli romani, dicono tolti da un vicino tempio. Pistoja nel 1032 avea cominciato il suo San Paolo: il Sant’Andrea, colla facciata a marmi bianchi e neri, è del 1166 a disegno di Gruamonte e Adeodato fratelli, che fecero a bassorilievo l’Adorazione de’ magi. Dal 1060 al 70 si compì San Martino di Lucca, e Anselmo da Bagio vescovo vi collocava il voltosanto, coperto poi dal vago tempietto di Matteo Cividale: dal 1043 al 78 San Zeno di Verona, ove la torre di piazza è del 1172. Sulla facciata del duomo d’Empoli si legge il 1093[111]. Anteriore certo al 1118 è la magnifica chiesa di Sant’Antimo in val d’Orcia, a tre navi arcuate a tutto sesto sopra colonne. Nel 1099 Modena da un Lanfranco facea rinnovare la sua cattedrale, ove dopo sette anni trasferivansi le reliquie di san Geminiano; ancora di stile longobardo a tre navate a pieno centro, col santuario elevato sopra la confessione, e con molte sculture d’un Wiligelmo, che argomenterebbesi germanico dall’avervi raffigurato i fiordalisi e la storia di re Arturo. Il duomo di Borgo San Donnino fu consacrato nel 1106, coperto poi di ricche sculture, e l’anno 1190 i collegati lombardi vi si adunavano a giurare i patti della pace di Costanza. Nel 1107 Adamo Ognibene e Ossolaro Tiberio disegnavano il duomo di Cremona; e Teodosio Orlandino il battistero nel 1167. Nel 1166 Gruamonte e Adeodato fratelli faceano la facciata del duomo di Pistoja, scolpendovi l’adorazione de’ Magi. Del battistero di Parma, disegno di Benedetto Antelami ricchissimo di sculture, fu messa la prima pietra nel 1196, l’ultima nel 1270. Seguono il Piscopio di Napoli, San Pietro e San Petronio di Bologna, Santa Maria di Sarzana, con colonne di marmo portanti arcate arditissime e non legate di ferro. Altre chiese del Valdarno superiore a questo modo, che ora denominano lombardo, meritano attenzione, e singolarmente quella di San Pietro a Grossina.
Le repubbliche marittime si proposero d’emulare i monumenti antichi che vedeano in Levante. San Marco di Venezia, cominciato nel 977, dicono nel 1071 fosse terminato, press’a poco quale oggi si vede, disposto a croce greca col centro coronato da gran cupola, e ciascun braccio da una minore, non emisferiche, ma oblunghe, e con forami arcuati. Le colonne con capitelli quadrati sono congiunte per archetti tondi, che attorno alla nave e ai bracci sorreggono gallerie; sopra un’altra serie di archi piantasi il tetto; e un velo copre il santuario, alla orientale. La facciata, larga quanto l’edifizio, ha cinque porte in sghembo: finissimi i marmi, e gli archivolti di curva variata. La Signoria stanziò che nessuna nave tornasse di Levante senza prendere fra ’l suo carico statue, colonne, bassorilievi, marmi, bronzi, altri materiali di prezzo, che uniti ai musaici, formarono il più bel tipo d’architettura bisantina in Italia, regolare nel piano quanto capriccioso ne’ particolari. Avanti al 1008 da Orso Orseolo vescovo era edificata Santa Maria di Torcello, non alla orientale, ma sulle basiliche romane, col coro elevato, e sovra alla cripta l’altare; e più lungi l’abside semicircolare, con magnifico presbiterio. Contemporanea ma di modo bisantino è Santa Fosca nell’isola stessa.
Di questo tempo pure la regina del mar ligure fabbricava San Lorenzo, della cui facciata la parte migliore si terminò nel 1100. Già vi esistea la chiesa dei Santi Vittore e Sabina: Santo Stefano si cominciò nel 960, le Vigne nel 991. Nel 994 sorse la nuova cattedrale di Savona, dove un dipinto serba la data del 1101.
I Pisani già possedeano San Pietro in Grado con colonne e capitelli greci e romani, dov’erano dipinti i papi fin a Giovanni XIII del 965: ora colle spoglie dei Saracini vollero fabbricare la primaziale, maestosamente elevata sopra un terrazzo. Il Buschetto, che l’architettò, avea combinato una macchina, per cui dieci fanciulle sollevavano un peso, cui sarieno appena bastati mille bovi od una nave[112]. Ch’egli avesse studiato sulle opere de’ primi tempi cristiani lo palesa la disposizione di quattrocencinquanta colonne, recate da Levante e tolte da anteriori monumenti o tagliate allora, forse nell’isola d’Elba, e perciò di proporzione e merito diverso. Nel 1100 l’opera era compita, e diciott’anni appresso papa Gelasio II la dedicava a Maria. Capi d’arte raccattati di lontano l’arricchirono, e cimase ed epigrafi antiche e spezzate e capovolte, e tritamente collocate alla rinfusa con altre nuove ricordanti i fasti pisani, confondendo statue grandi e piccole, lavori squisiti con goffi.
Servì d’esempio ad altri edifizj fra lo stile greco e il romano, de’ quali un de’ migliori fu il battistero, che porta la data del 1153 ed il nome di Diotisalvi. Rotondeggia sovra tre gradini, ornato da tre schiere di colonne corintie affisse al muro, e da infiniti fregi di maniera gotica; per tre gradini si scende nell’interno, dove sta il vaso ottagono pel battesimo: otto colonne e quattro pilastri sopportano le arcate, sopra cui corre un secondo ordine, che regge la cupola allungata a pera. Qui pure l’architetto si dovette adattare ai materiali che aveva alla mano, e supplire come seppe alla variante misura delle colonne e de’ capitelli, alcuni dei quali furono ben imitati sopra gli antichi.
Terza meraviglia di quell’incantevole piazza, nel 1174 vi si alzava il campanile; gran cilindro, rivestito a profusione di bassorilievi e statue, con ducentosette colonnine, varie di forma e di materia, e con capitelli, alcuni di greca eleganza, altri a fogliami grossieri e teste d’uomini e d’animali. È opera di Buonanno da Pisa, cui si aggiunsero Guglielmo e Giovanni d’Innspruk: e sembra che, già sorto a certa altezza, il terreno cedesse da una parte, e l’architetto s’accorgesse di poter proseguire senza pericolo l’innalzamento; talchè ora strapiomba di tre metri sopra quarantacinque d’altezza: bizzarria derivata dall’accidente, e altrove imitata di proposito.
Perchè potessero entro terra santa riposare quelli cui non era dato passare in Soria, cinquanta galee pisane, ite alla crociata con Federico Barbarossa, riportarono terra di colà, e se ne formò il Camposanto, finito il 1283. Giovanni da Pisa lo foggiò a chiostro, con portico ad archi tondi, ma a frastagli e archetti gotici, tutto marmo bianco; e dentro si adunarono sarcofagi, iscrizioni, anticaglie, quasi in un museo; abbellito poi dai pennelli migliori delle età successive, tanto che vi si può seguitare la serie degli artisti italiani. Il campanile di San Nicola è opera alquanto più tarda di Nicola pisano; e fors’anche quello della badia di Settimo, rotondo al piede, ottagona la canna, piramidale la cuspide.