C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO VIII.


STORIA
DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO VIII.

TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1876


[INDICE]


CAPITOLO CXII. Gian Galeazzo Visconti, e sue brighe colla Toscana. Il Milanese eretto in ducato.

Famiglia dei Carraresi
Giacomo I, principe del popolo 1318-1324
Nicolò suo fratello 1324-1326
Marsiglio loro nipote 1324-1338
Ubertino nipote di questo 1338-1345
Marsiglietto Pappafava 1345
Giacomo II figlio di Nicolò 1345-1350
Giacomino suo fratello 1350-1372
Francesco I loro nipote 1350-1388 m. 1393
Francesco II Novello, strozzato a Venezia coi figli Francesco e Giacomo 1390-1406
Famiglia degli Scaligeri
Mastino I, signore di Verona 1259-1277
Alberto suo fratello 1277-1301
Bartolomeo figli di Alberto 1301-1304
Alboino 1304-1311
Can Grande 1312-1329
Alberto II figli di Alboino 1329-1352
Mastino II 1329-1351
Cane II figli di Mastino II 1359
Cane III Signorio 1351-1375
Paolo Alboino 1374
Bartolomeo II figli natur. di Can Signorio 1375-1381
Antonio 1375-1387 m. 1388
Guglielmo 1404
Antonio e Brunoro suoi figli proscritti.

Sei capi ambiziosi e capaci aveano, fra le traversie, condotta in grande stato la famiglia Visconti. Morto (1354) l’arcivescovo Giovanni, perfido e astuto ma valoroso e liberale quanto serve a palliare l’ingiustizia, il consiglio generale di Milano e delle altre città fecero omaggio ai nipoti di lui Bernabò e Galeazzo (tom. VII, p. 561), che spartironsi il dominio, serbando indivisa Milano, ove fabbricarono uno la rôcca di porta Zobia, l’altro quella a porta Romana e alla Casa dei Cani.

Già vedemmo come Bernabò resistesse all’Albornoz e alla lega guelfa. Le bande soldate da questa e massime le inglesi, spintesi (1362) fino a Magenta, Corbetta, Nerviano, Vituone, dilapidarono ogni cosa, e rapirono seicento nobili che soleano abitarvi, nè li rilasciarono che a grossi riscatti; ma in fine a Casorate rimasero sanguinosamente sconfitte.

Poco poi, Bernabò venne ancora in rotta con papa Urbano V, il quale bandì contro di lui la crociata, a cui concorsero l’imperatore Carlo IV, il re d’Ungheria, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, i principi d’Este, i Gonzaga, i Carrara, i Malatesti, e Perugini e Sanesi, confederati nella lega di Viterbo (1367). Ma Bernabò sapea che coteste crociate, unite solo dal sentimento, basta tirare in lungo, e si scomporranno da sè. In fatto a denari comprò l’inazione di Carlo IV (1368), allora calato nuovamente in Italia con cinquantamila uomini; a contanti fece passare dai nemici a sè la Compagnia Bianca, sommosse le città papaline (1369 febb.), e potè conchiudere buona pace, avendo però nella guerra consumato tre milioni di zecchini.

L’accorta politica e gli estesi concetti di Bernabò erano deturpati dall’ignobilità del suo carattere, da quel brutale egoismo, su cui nè amicizia nè fedeltà nè riconoscenza valevano, e che nè tampoco degnavasi palliare le beffarde violenze. Cominciò, come devono i tiranni, dall’assicurarsi contro i proprj sudditi con fortalizj, e sempre generoso mostrossi ai soldati. Mal arrivato chi nella trascorsa guerra fosse apparso propenso ai nemici! i processi finivano con supplizj atrocissimi. Proibì d’uscir la notte, qual che ne fosse la cagione, sotto pena di perdere un piede; tagliata la lingua a chi proferisse le parole di guelfo o ghibellino; uno nega pagar due capponi comprati da una trecca, ed egli lo fa impiccare. Passionato della caccia, fin cinquemila cani manteneva, ed allogavali presso i cittadini da nutrire: ogni quindici giorni appositi uffiziali visitavanli, e se li trovassero dimagrati imponeano una multa, una multa se pingui, la confisca dei beni se morti. Chi poi ne tenesse uno, o uccidesse lepre o cinghiale, era mutilato, appiccato, talora costretto a mangiarsi il selvatico bell’e crudo. Bernabò si sognava che un tale gli facesse male? imbattevasi in alcuno ne’ solitarj suoi passeggi? bastava per torgli la vita o un occhio o la mano, od almeno confiscarne gli averi. Due suoi segretarj fece chiudere in gabbia con un cinghiale. Un giovane che avea tirato la barba a un sergente, fu condannato di lieve multa; ma Bernabò gli fece tagliar la destra: e perchè il podestà indugiò finchè i parenti venissero a implorar grazia, Bernabò volle fosser mozze ambe le mani al giovane ed una al podestà. Obbligò un altro podestà a strappar la lingua a un condannato, poi bere il veleno; talora costringeva il primo venuto a far da boja; e pretesto gli era sempre la lesa maestà, suggello d’ogni accusa nelle tirannie.

Agli atti di prepotenza v’ha sempre una ciurma che applaudisce, giudicandoli segno di forza, e alla forza si suol fare di cappello. Alcuni ambasciadori di principi rimandò vestiti di bianco a guisa di mentecatti, coll’obbligo di presentarsi in quell’arnese ai loro padroni, tra le risate de’ paesi che attraversavano. Quando vennero a lui in Melegnano i nunzj pontifizj a recargli la scomunica, Bernabò li condusse sopra il ponte del Lambro, e quivi intimò mangiassero le bolle della scomunica, se non volessero bever quell’acqua; e vi si dovettero rassegnare. Inviperendo viepiù contro gli ecclesiastici, fa accecare, mutilare chi non l’ubbidisce: udito che un piovano esigeva di troppo per le esequie d’un morto, lo fa sotterrare col morto stesso: un altro bandisce la crociata del pontefice contro il capitano di Forlì, e Bernabò il fa mettere in un tamburo di ferro ed arrostire al fuoco. Due frati gli si presentano per rimproverarlo di tali inumanità, ed esso li fa bruciar vivi: anche monache fece ardere, e con esse il vicario generale che ricusò degradarle. Chiamato a sè l’arcivescovo che ricusava ordinare un monaco, se lo fece inginocchiare davanti, e gli abbajò: — Non sai, poltrone, che io sono papa, imperatore e signore in tutte le mie terre? e che Dio stesso non potrebbe farvi cosa ch’io non volessi?»

Eppure mostravasi devoto, digiunava, istituì chiese, monasteri, benefizj. Rifabbricò il castello di Trezzo con ardito ponte sull’Adda a tre anditi a diversa altezza, una rôcca in Brescia, altre a Desio, a Pandino, a Cusago; una villa a Melegnano, a Milano il palazzo a San Giovanni in Conca, mentre Galeazzo rifaceva quello in piazza del duomo, con una spazzata per le giostre. Beatrice Regina della Scala, moglie di Bernabò, affettava una burbanza principesca; i decreti che essa mandava alle valli bresciane e camoniche fan credere che quei paesi fossero a lei assegnati per dote; in Brescia aveva un fondaco di ferrareccia; munì Salò di mura turrite; aprì un canale per irrigare la Calciana allora spopolata, e che erale stata data dal marito per sicurezza dei cencinquantamila fiorini d’oro portatigli in dote, come le diede poi Urago d’Oglio, Gazzólo, Roccafranca, Floriano e altri paesi[1]. A lei principi e signori dirigevano i reclami e le petizioni: ed essa, non che mitigare il marito, com’è uffizio di donna, lo esacerbava: ma non potè reprimerne la lubricità. Trentadue figliuoli ebb’egli tra legittimi e no; e il marchese d’Este, levandone uno al battesimo, gli regalò un vaso d’argento, entrovi una coppa d’oro piena di perle, anelli, pietre preziose, del valore di diecimila zecchini[2]. Le sue figliuole collocò nelle case regnanti di Norimberga, d’Ingolstadt, d’Austria, di Baviera, di Würtemberg, di Turingia, di Sassonia, di Kent, di Mantova, una al re di Cipro con centomila fiorini, un’altra a Giovanni Acuto ed una a Lucio Lando: a ciascuno de’ cinque maschi legittimi aveva già assegnato il governo del distretto di cui gli destinava la sovranità; ma l’uomo tesse, e Dio ordisce.

Altrettanto e peggio operava Galeazzo II a Pavia. Più freddamente spietato, inventò la quaresima, per cui a’ suoi nemici faceva levare oggi un occhio, domani riposo; poi l’altr’occhio, indi riposo; poi una mano e l’altra, un e l’altro piede, e via per quaranta giorni alternando i tormenti col riposo, che preparasse a meglio sentirli. Fabbricava molto, talvolta insignemente, come furono il ponte sul Ticino e il castello di Pavia con una torre a ciascun angolo, e nell’interno un ampio cortile a portici, e un oriuolo che, oltre battere le ore, segnava il moto de’ pianeti. Nè meno suntuoso riuscì il castello di Milano. Poi disfaceva a capriccio: e i fondi, il legname, la calce prendeva dove fossero senza pagare; per ampliare un parco di venticinque miglia di giro usurpò fondi privati, tra cui quelli d’un Bertolino da Sisti, il quale affrontandolo gli chiese: — Di che darò a mangiare a’ miei figliuoli?» e il brutale rispose: — Che? non ti basta il gusto del farli?» Onde quello gli tirò una coltellata, e fallito il colpo, fu preso e fatto strappare da cavalli. Non pagava le cariche, poi guaj se erano male esercitate: sessanta impiegati a un tratto condannò alla forca, poi supplicato li graziò, ma chiuse in prigione il suo cancelliere ch’erasi mostrato sollecito nello spedir quella grazia. Insieme digiunava una terza parte dell’anno, distribuiva duemila cinquecentotrentun zecchini all’anno in limosine, ducentodieci moggia di grano, dodici carra di vino[3], e tenea dieci cappelle. Poi favorì i letterati, fondò l’Università di Pavia chiamandovi professori rinomati; blandì il Petrarca; e gli encomj di questo, ripetuti per classica ammirazione, impedivano ai lontani di udire i gemiti dei popoli[4].

Tanto si osava mentre ancora sussistevano i nomi e le forme repubblicane; anzi direi per queste, giacchè il tiranno trovandosi violatore di esse, operava senza ritegno; l’appoggio che dalla costituzione eragli negato, chiedea dalla forza; forza non di cittadini, ma mercenaria, ed alleandosi con altri principi e coll’imperatore. I papi contrastavano sempre, tratto tratto qualche città si sollevava, un nuovo nemico sorgeva ogni dì: ma i Visconti dal pingue paese smungeano denaro, denaro traevano dagl’immensi possessi confiscati, col denaro compravano bande, e colle bande vincevano e tiranneggiavano.

Gian Galeazzo figliuolo di Galeazzo, altrettanto ambizioso e più dissimulatore, comprò dall’imperatore Venceslao il titolo di vicario imperiale di Lombardia. Pagando a Giovanni II re di Francia trecentomila zecchini, di cui avea bisogno per riscattarsi dal re d’Inghilterra, n’ottenne la mano della figlia Isabella e la contea di Virtù in Sciampagna. In seconde nozze sposò Caterina figlia di Bernabò, il quale così credeva esserselo indissolubilmente legato, e lo canzonava di quel non curarsi di grandezze umane e della sua santocchieria. Fedele a questa, una volta Gian Galeazzo s’avviò in pellegrinaggio solenne al sacro monte di Varese, menando seco la Corte; e poichè passava rasente a Milano, pregò lo zio volesse venire a salutarlo fuor della porta. Lo zio v’andò (1385); ma appena l’ebbe abbracciato, il nipote diè il segno a’ suoi seguaci, che, tirate l’armi di sotto le pie tuniche, presero Bernabò col suo seguito, e buttatolo in castello, e fattogli un ridicolo processo, non per le atrocità sue, ma per stregherie e per avere con incantesimi reso sterile il matrimonio del nipote, lo sepellirono nel castello di Trezzo a morire di rabbia se non fu di veleno. Milano rise della volpe presa al laccio, ed acclamò Gian Galeazzo, che riunì tutto il dominio visconteo, e trovò nel tesoro settecentomila fiorini d’oro contanti e sette carri d’argento in verghe e vasellame.

Gian Galeazzo non avventurava mai nè la persona propria nè l’esercito a battaglia decisiva, ma lo chiudeva entro fortezze, lasciando la campagna esposta; sapeva poi destreggiare di politica, annodare e scompor leghe, essere perfido e bugiardo opportunamente, e scegliere i migliori stromenti alle sue ambizioni. Le finanze, per buona amministrazione fiorenti, davangli mezzo di comperarsi partigiani nelle altre repubbliche, e bande mercenarie, e grosse parentele, e così far dei paesi come gli talentasse; nè dopo Federico II v’era stato principe più temuto dagl’Italiani, e più minaccevole all’altrui indipendenza. Stanco dell’obbrobrio delle bande di ventura, strinse lega coi Gonzaga, i Carraresi e gli Estensi per isbrattarne il paese, e Bartolomeo di Sanseverino fu spedito contro di loro con una bandiera inscritta Pax; lega di effimera durata, che presto fece luogo a rivalità ed ambizioni tra questi signorotti.

Quei della Scala disonorarono la propria decadenza coi delitti. Cansignorio, e Paolo Alboino, figli di Mastino II, aveano assassinato il fratello maggiore, indi azzuffatisi tra sè, il più debole fu cacciato prigione in Peschiera, finchè Cansignorio, sentendosi morire, mandò ammazzarlo (1375) acciocchè non attraversasse la successione a’ suoi figli naturali Bartolomeo e Antonio. Rinnovando simili misfatti, Antonio uccide Bartolomeo (1381), poi ne accagiona un’amica, e costei e tutta la famiglia manda alle forche. Quest’Antonio fu dai Veneziani aizzato contro Francesco Carrara signore di Padova, loro implacabile nemico, il quale si pose a schermo di Gian Galeazzo. Costui, adontato che lo Scaligero per gelosia avesse rinnegato la sua alleanza, s’intese col Carrara; vantandosi erede degli Scaligeri in grazia di Caterina sua moglie, nata da Regina della Scala, fece attaccar Verona (1387 8bre) dalle bande di Ugolotto Biancardo; ed essendo Antonio fuggito a Venezia dopo consegnata la fortezza al legato imperiale, Galeazzo la comprò a contanti.

Ma, infido al proprio alleato, non che cedergli Vicenza come avevano pattuito, si offerse amico a Venezia contro di esso, ricevendone centomila ducati il primo anno, poi ottomila al mese se la guerra si prolungasse. Il Carrara trovavasi addosso nemici troppo poderosi, scontenti i popoli, non denaro per comprar bande o trarre qui stranieri; sicchè per disperato rinunziò la signoria al figlio Francesco II Novello, il quale sentendosi inetto a resistere, ricoverò a Pavia (1388 9bre) fra l’esultanza de’ Padovani. Malgrado il salvocondotto, furono chiusi il padre a Verona, il figlio a Milano: Galeazzo prese Padova, poi Treviso, e si trovò sul margine delle lagune, alla tardi e mal pentita Venezia minacciando, se Dio gli concedesse sol cinque anni di vita, ridurla umile quanto Padova.

Tolte di mezzo quelle due antiche famiglie, assorbite le case dei Correggio, dei Cavalcabò, dei Benzoni, dei Beccaria, dei Langoschi, dei Rusca, dei Brusati, restava padrone di ventuna città, che gli fruttavano ducentomila fiorini, cioè metà quanto la Francia e l’Inghilterra, avendo in corte quasi prigioniero Teodoro II marchese di Monferrato, ricevendo docilissimi omaggi da Francesco Gonzaga signore di Mantova, proteggendo il marchese Alberto d’Este contro l’odio meritato con delitti; aveva una zia maritata in Lionello d’Inghilterra con ducentomila sterline; la figlia sua Valentina sposò a Luigi duca d’Orléans, assegnandole in dote la città e il territorio d’Asti, quattrocentomila fiorini, e un corredo e gemme quali nessun regnante. Fidava recuperar Genova coll’attizzarne le intestine malevolenze; chiedendo sposa Maria, erede presuntiva della Sicilia, aspirò ad acquistare quell’isola sbranata fra due fazioni: se non che il re d’Aragona, subodorato l’accordo, appostò la flotta lombarda e mandolla sgominata. Sempre più ampliando i suoi divisamenti, Gian Galeazzo ambiva la corona d’Italia; ma prima conveniva abbattere la tutrice della costei libertà, Firenze.

Questa continuava ad essere il centro de’ Guelfi, sottometteva i castellani del contorno, e nelle interne riotte migliorava la sua costituzione. A misura del crescer di essa scapitava la ghibellina Pisa, la quale invischiatasi nelle vicende di terra, più non dava i migliori negozianti a Costantinopoli e all’Arcipelago, e vedeva spopolarsi i suoi banchi in Siria. La battaglia della Meloria, altro frutto del suo parteggiare cogl’imperatori, l’avea fatta soccombere a Genova; e per alcun tempo proibita di tenere armi, perdè l’abitudine della guerra, onde la gioventù si drizzò ad altre vie, ad altra ambizione i consigli; i pescatori delle maremme, di Lerici, della Spezia passarono a servizio de’ Genovesi. Alla Corsica avea rinunziato, sicchè fu data agli Aragonesi in cambio della Sicilia: ma poichè v’era sempre chi favoriva a’ Pisani o a’ Genovesi, tutta andava in partiti e scaramuccie, che impedivano agli Aragonesi di profondarvi radici. Molti tirannelli vi sorsero, finchè il popolo stanco (1359) trucidò i baroni o li fugò, e stabilì una costituzione repubblicana, mettendosi in tutela de’ Genovesi, patto di non essere aggravezzati che di venti soldi per fuoco l’anno. Nè per questo le fazioni quetarono; e non potendo la repubblica di Genova tenerla, cinque cittadini ne presero a proprio conto la protezione, e se la divisero. Poco durò, e alle indigene si aggiunsero le scissure di Adorni e Fregosi.

Ai Pisani restava accora la Sardegna, opportuna al commercio coll’Africa che ormai sola le era dischiusa: ma nel 1323 quanti erano in quell’isola furono trucidati per trama di Ugone de’ Visconti giudice d’Arborea, il quale consegnolla a Giacomo II re di Aragona. L’infante don Alfonso, sbarcatovi con poderosa armata, consumò quindicimila uomini nel vincere l’intrepida resistenza di Cagliari e de’ Pisani condotti da Manfredi della Gherardesca (1326), i quali alfine dovettero abbandonargli l’isola, ultimo resto di loro marittima grandezza. Gli Aragonesi v’introdussero le cortes, con tre stamenti o bracci, ecclesiastico, militare, regio, cioè popolano, i quali aveano parte nel far le leggi e nel fissare l’imposta, e rendeano ragione alle querele d’individui e di corpi. Alcuni signori conservaronsi indipendenti, come i marchesi d’Arborea, tra cui fu famosa Eleonora che fece raccor le leggi dell’isola (carta de logu) (1403), fin testè conservate in vigore.

Pisa si trovò intercetta la via dell’Africa, in Sicilia non potè sostenere la concorrenza de’ Catalani, onde si restrinse all’agricoltura, alle manifatture, alle imprese di terra. Sempre avversa alla guelfa bandiera, continuava a rivaleggiare con Firenze. Secondo il trattato del 1342, avea fatto esenti i Fiorentini da ogni gabella in Pisa; ma col pretesto di armare contro i corsari, impose ad essi pure due denari ogni lira di valore. Risoluti di non rassegnarsi ad un esempio che potrebbe condurre a peggio (1357), i Fiorentini chiusero le loro partite e trasportarono gli scanni al porto di Telamone nella maremma senese. I mercanti forestieri dovettero seguirli, sicchè fu colpo mortale a Pisa, la quale, vuote le case, i magazzini, gli alberghi, le strade di vetturali, il porto di navi, riducevasi una solitaria città castellana.

Dentro la squarciavano le sêtte de’ Bergolini, popolani guidati dai Gambacorta, e de’ Raspanti, in mala fama per aver raspato ne’ loro governi, e sempre avversi ai Fiorentini. Gli odj portarono ad alternate tirannie; e i Visconti di Milano, che mai non torceano gli avidi occhi dalla Toscana, per demolirla colle lotte interne favorivano ai Raspanti, i quali incessantemente aizzavano alla guerra contro Firenze, non foss’altro per rincalorire i rancori, che troppo s’erano calmati dacchè si vedeva a che avesse portato l’esclusione de’ Fiorentini, dai Raspanti cagionata.

Volterra mal potea conservarsi indipendente fra le tre repubbliche vicine che v’aspiravano; e però avendola i Fiorentini sciolta dalla tirannide di Bocchino Belforti, si diede a loro protettorato (1360). N’andò al colmo il dispetto de’ Pisani, che ruppero all’armi con varia fortuna; ma l’antica regina dei mari si trovò sull’onde guerreggiata dalla mediterranea rivale. Pisa sentendosi non bastar sola, chiese ajuti a Bernabò Visconti, e questi vi spedì l’Acuto (1362) colla banda inglese di duemila cinquecento cavalli e duemila fanti. Vero è che costoro devastarono la campagna, poterono anche fare una punta sopra Firenze, correre il palio fin sotto le mura di essa, ed appiccarvi alla forca tre asini col nome di tre magistrati fiorentini; ma la voracità di questa masnada, la peste che ripullulò, e la rotta di San Savino (1364) (che ancora si festeggia a Firenze col palio di San Vittorio) ridussero i Pisani a strettissime condizioni[5]. Non potendo poi pagare l’ultima rata alle compagnie di ventura, Giovanni Agnello loro concittadino, la cui ambizione era sollecitata da Bernabò, promise soddisfarli de’ soldi dovuti, e col loro appoggio si fece proclamar doge: premiò, punì, relegò, com’è il solito di cotesti ambiziosi, e giustificava l’usurpazione col titolarsi luogotenente del Visconti. La pace giovava al dittatore; onde fu conchiusa (17 agosto) tra Pisani e Fiorentini, restituendo a questi ultimi le franchigie che godevano a Pisa, i castelli e i prigionieri, oltre centomila scudi d’oro per le spese della guerra.

Firenze era sempre stata braccio destro della Chiesa: pure onesta franchezza mostrava nelle materie ecclesiastiche, sacerdoti e abati puniva dei delitti come gli altri cittadini, e li sottopose alle gravezze comuni. L’inquisitore frà Pietro dell’Aquila, superbo e avido di denaro, avea avuto procura dal cardinale di Barros spagnuolo, per riscuotere dodicimila fiorini dovutigli dalla fallita compagnia degli Acciajuoli; e benchè col consenso della Signoria n’avesse preso adequata cauzione, fece dai birri del Sant’Uffizio (1375) sostenere uno degl’interessati d’essa compagnia. Se ne leva rumore: il prigioniero è tolto ai birri, che con tronche le mani sono banditi dalla Signoria. L’inquisitore sbuffante si ritira a Siena, e lancia l’interdetto sui priori e sul capitano di Firenze: questi appellano al papa, accusando d’altri abusi l’inquisitore, e che settemila fiorini in due anni avesse smunto dai cittadini, coll’appuntare come eresia ogni paroluzza, ogni sentenza men castigata; e il papa, informato del vero, levò le censure. Allora il Comune ordinò, come già erasi fatto a Perugia, che nessun inquisitore prendesse brighe estranee al suo uffizio, nè potesse condannare in denaro, nè tenere carcere distinta; divieto ai magistrati di dargli sgherri, nè di lasciar arrestare chi che fosse senz’assenso dei priori: e poichè Pietro dell’Aquila a più di dugencinquanta cittadini avea dato la licenza delle armi, col titolo di famigli del Sant’Uffizio, ritraendone meglio di mille fiorini l’anno, si ordinò che l’inquisitore non avesse più di sei famigli con arme, nè più di sei altri licenziasse a portarle; quelli del vescovo di Firenze fossero ridotti a dodici, e a metà quelli del fiesolano; l’ecclesiastico che offendeva un laico in fatto criminale, cadesse sotto al magistrato ordinario, senza eccezione di dignità, nè riguardo a privilegi papali.

Tutto ciò indispose il papa contro Firenze: e Guglielmo di Noellet, legato pontifizio a Bologna, parve ne insidiasse la libertà, la carestia peggiorando col proibirvi l’invio del grano, poi scagliando contro della Toscana la Compagnia Bianca dell’Acuto, dacchè la tregua con Bernabò la rendeva inutile: passo sconsigliato e disastrosissimo all’Italia ed alla causa pontifizia. Firenze, indignata di vedersi tolta di mira da quella Corte, cui con lealtà religiosa avea sempre favorito, comprò l’inazione di costui mediante centrentamila fiorini, e tosto gittò l’incendio nella Romagna, promettendo mano a chiunque si rivoltasse alle sante chiavi. Siena, Lucca, Pisa tennero con essa, e così il Visconti, cui Gregorio XI aveva rinnovato le ostilità: gli Otto della guerra, a’ quali erasi affidato il governo di Firenze, ed erano detti gli otto santi patroni, raccolsero l’esercito sotto una bandiera iscritta a oro Libertà, la quale spedirono a Roma e agli altri paesi con lettere mirabilmente dettate dal segretario Coluccio Salutati. Ed ecco in non dieci giorni ottanta città o borgate di Romagna e delle marche d’Ancona e Spoleto, e Bologna stessa si sottrassero ai vicarj pontifizj, e costituendosi libere, o richiamando le antiche famiglie spossessate dall’Albornoz. Giovanni Acuto, a servizio del legato papale, intitolò la sua compagnia santa, e malmenò la Romagna. Il vescovo d’Ostia conte di questa dimorava in Faenza, e scoperto che Astorre Manfredi praticava per farla ribellare, chiamò l’Acuto. Il quale volò, e subito chiese denari (1376); e non avendone il vescovo, cacciò prigione trecento primani, undicimila spinse fuor di città, solo ritenendo alquante donne a oltraggio; poi l’abbandonò al sacco, nè tampoco risparmiando le vite di fanciulli. La città così malmenata vendè per quarantamila fiorini al marchese d’Este, poi gliela ritolse per darla al Manfredi. Questo chiamava egli servire al pontefice: eppure in compenso pretese le terre di Bagnacavallo e Castrocaro.

La sollevazione intanto estendevasi; ben ottanta città aveano tolto l’obbedienza al pontefice, che viepiù indignato contro i Fiorentini, li citò al suo tribunale. Essi, che non voleano esser religiosi a scapito della libertà[6], mandano tre ambasciadori ad Avignone, che sostengono la causa loro con insolita franchezza, e — In quattrocento anni dacchè godiamo della libertà, la ci si è per modo connaturata, che ognun di noi è disposto a sagrificare la vita per conservar quella». Il buon papa era troppo male ispirato, com’è più facile ai lontani; e senza dare ascolto proferì contro di loro la scomunica, eccitando ognuno ad occuparne gli averi e le persone; onde Donato Barbadori, uno dell’ambasciata, si volge a un Cristo, appellandosi a lui dell’ingiusta sentenza, e dicendo col salmista: — Ajutor mio, non mi lasciare; se anche mio padre e mia madre m’abbandonarono».

Quanti erano per traffico in Avignone e altrove sono obbligati partirsene; il re d’Inghilterra coglie l’occasione per occupare gli averi e far serve le persone di quanti ne trovò nel suo regno; sicchè arrivò a Firenze tanta gente, da poter formare un’altra città. I Fiorentini decretano non si badi all’interdetto (1377), e si continuino gli uffizi divini: ma l’Acuto mette a macello le città sollevate; Roberto di Ginevra nuovo legato, cattiva scelta d’ottimo pontefice, trae una banda delle più ribalde che devastassero la Francia, guidata da Giovanni di Malestroit bretone, il quale, avendogli il papa domandato — Ti basta l’animo di penetrare in Firenze?» rispose — Sì perdio, se vi penetra il sole». A’ Bolognesi il legato minacciava voler lavarsi piedi e mani nel sangue loro; e di fatto Monteveglio, Crespellano ed altre terre furono spietatamente invase. Cesena, assalita per una rissa fra’ Bretoni e i cittadini, fu mandata a sacco, e Roberto gridava — Sangue, voglio sangue; scannate tutti, affatto affatto»; orribile grido, più orribile in bocca di legato papale, se pur non è una delle solite invenzioni con cui si vendicano gli oppressi. Tre giorni abbandonata a quel furore, cinquemila cadaveri furono rinvenuti quando si rifabbricò, oltre quelli periti nel fuoco e mangiati dai cani: gli altri errarono mendicando. I soldati cambiavano a some le spoglie dei morti con altrettanto fieno e paglia da stramare i cavalli; le donne, vedove, contaminate, nude, digiune, metteano pietà fin al disumano Acuto. I Fiorentini riuscirono a staccare costui dal papa col pagargli duecencinquantamila fiorini l’anno; vale a dire redimevano i ricolti del proprio territorio dando una metà della pubblica rendita. Solo allorchè lo scisma cominciato nella Chiesa facealo bisognoso di pace, il papa ricomunicò Firenze (1378), accettandone ducentrentamila fiorini.

Firenze vedeva con gelosia gl’incrementi di Gian Galeazzo; e questo, soffiando ne’ rancori degli emuli di essa, riuscì ad allearsi con Siena, Perugia, Urbino, Faenza, Rimini, Forlì e molti principotti, oltrechè si provvedeva dei migliori capitani nostrali, Jacopo del Verme, Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, Paolo Savelli, Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro, Facino Cane, ed accampava fin quindicimila cavalli e seimila fanti. Firenze sentendosi minacciata, doppiò di zelo e sagrifizj, e oltre l’Acuto, assoldò il tedesco duca di Baviera, il francese duca di Armagnac, che menava duemila lance e tremila pilardi o saccomanni, diluvj d’ogni nazione, stipendiati per danno della nostra. Associavasi pure colla potenza di Bologna e coll’ira del tradito Francesco Novello de’ Carrara.

Costretto, come narrammo, dal Visconti a far cessione del principato degli avi suoi, e relegato a Cortazzone nell’Astigiano, costui fugge per Francia, dando voce d’andar pellegrino a Sant’Antonio di Vienne, e seguito dall’intrepida moglie Taddea d’Este e dai figliuoli, varca i geli alpini, si prostra all’antipapa Clemente VII in Avignone, a Marsiglia abbraccia Raimondo già vescovo di Padova, poi temendo essere arrestato da quel governatore, s’imbarca per Genova. La procella lo butta su spiaggia nemica, ma ne campa mediante il denaro e le lettere del re di Francia; e giunto a una terra de’ Fieschi, si rimette al mare. Nuova tempesta lo spinge al lido, ove uno Spínola non crede sia mercante nè uom d’arme come diceva, e l’obbliga a manifestargli l’esser suo. Questo, caldo ghibellino, corre a Genova a riferirlo al doge Adorno, creatura dei Visconti; ma il Carrarese, avutone sentore, passa la notte in una chiesa, donde all’alba fugge lungo la riviera. Ivi l’imbatte un mercante, che al nobile portamento di Taddeo insospettito, corre a denunziarlo a Ventimiglia come rapitore di gentildonna. Le milizie il sopragiungono, ma egli, palesatosi, riceve onore; ed è trovato da un messaggiero di Paganino Doria, che gli presenta la metà d’un dado, segnale concertato, onde seco prosegue il viaggio s’un palischermo. Spinto da traversia a Savona, ove dominavano i Del Carretto amici al Visconti, se ne sottrae con pronta fuga, e in abito da pellegrino passa per Genova, si sottrae ai condottieri del duca spediti sulla sua traccia, ed eccolo a Firenze. Nojato dai gabellieri alle porte, ricevuto freddamente e consigliato a cercarsi altro asilo, egli mette banco per guadagnare il vitto alla famiglia, e si fa stimare dai Fiorentini, viepiù dacchè lo vedono temuto dal Visconti: i Veneziani stessi, cessato di averne paura, lo guardano amicamente; dalla prigione suo padre lo esorta a sostenere le fortune e l’onore della casa. Allora Francesco ripiglia personaggio politico, gira le corti di Germania e n’ottiene soccorsi ed incoraggiamenti, coi quali traversato il Friuli, e raccolti amici e partigiani, di sorpresa recupera Padova (1390 19 giugno). Subito l’incendio si diffonde; Verona acclama il fanciullo Can Francesco, figlio del defunto Antonio della Scala; e i Veneziani dan mano ai nemici di Gian Galeazzo.

Però le bande oltramontane non aveano ancora imparato la strategia maestrevole delle italiane; e l’Armagnac, che, giovane di ventott’anni e usato a vincere, con baldanza francese sbraveggiava gl’Italiani, essendosi con pochi avanzato fin sotto Alessandria, da Jacopo del Verme fu battuto e ferito a morte (1391 25 luglio); i suoi, presi e spogliati, dovettero senz’armi tornare in Francia. Ne restava in gravissimo frangente l’altro esercito al soldo de’ Fiorentini, ma Giovanni Acuto con ferma maestria potè ritirarlo attraverso l’Oglio, il Mincio, l’Adige. Rotte le dighe di questo, allagata la valle veronese, l’Acuto si trovò una volta ristretto sopra un argine, e tutto intorno acqua, onde il Del Verme gli mandò per beffa una volpe in gabbia; ma l’inglese rispose: — La volpe troverà modo da sgattajolare»: e in fatto, traversando di sotto di Legnago per entro le acque e la melma un’intera giornata, ridusse l’esercito in salvo. All’Acuto Firenze dava fin duemila fiorini l’anno di paga, e lui e suo figlio faceva esenti da ogni gravezza; pingui doti alle tre figlie, assegno vedovile alla moglie Donnina Visconti; e quando morì (1394) gli rese esequie da principe, e mausoleo in Santa Maria del Fiore, e le sue ceneri furono ridomandate dal re d’Inghilterra: tant’è pertinace la frenesia degli uomini nell’onorare chi gli uccide.

Stanchi di quelle interminabili evoluzioni senza mai una battaglia campale, i belligeranti trattarono d’accordo (1392 genn.), rimettendosi all’arbitrio di Antoniotto Adorno doge di Genova, e Riccardo Caracciolo gran maestro dell’ordine di Rodi. Il costoro arbitramento a Francesco Novello manteneva Padova, proibito a Gian Galeazzo d’intrigarsi nelle cose toscane, e ai Fiorentini nelle lombarde. Ma il Visconti, le cui ambizioni rimanevano insoddisfatte, non atteneva i patti; le bande mercenarie congedate, eppur tenute sempre a mezzo soldo, spingeva contro i Fiorentini (8bre); fermava alleanza con Jacopo d’Appiano, che svertando Pietro Gambacorta, s’era insignorito di Pisa.

Francesco Gonzaga in un finto pellegrinaggio combinò una lega guelfa tra Bologna, i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna, Faenza, Imola, e principalmente Firenze, la quale regolata allora dagli Albizzi, destri politici, coi maneggi non men che colle bande mercenarie tenne testa ad Alberico di Barbiano. Non potè però impedire che Gerardo figlio e successore dell’Appiano vendesse Pisa a Gian Galeazzo (1399 febb.), conservando per sè Piombino coll’isola d’Elba, la quale d’allora formò un principato distinto. Anche Siena, agitata dalle fazioni e dalle rivalità con Firenze, si diede al Visconti (1400 genn.); e Perugia l’imitò. Pure l’opposizione di Firenze scompigliò (fu bene o male?) i disegni di Gian Galeazzo, il quale, caduto dalla speranza d’unire tutta Italia, pensò consolidarsi in Milano.

Per quanto la lunghezza e successione delle signorie avesse abituato a considerarli per principi ereditarj, i Visconti, come gli altri tiranni, non dominavano se non perchè il potere politico era affidato loro dall’assemblea del popolo, nella quale risedeva ancora di diritto la sovranità. Vero è che i Visconti la dispensavano dallo incomodo di adunarsi, facendo far tutto dai dodici di provvisione, presieduti da un vicario nominato dal principe, o al più convocavanla per dire di sì. Dal principe emanavano gli statuti, diretti spesso a consolidare la sua autorità col proibire di portare armi, di fare società segrete, o mantenere corrispondenza col papa o coll’imperatore, od a volere severa e compendiosa giustizia dei ladri e dei ribelli, «e per ribelli s’intendono tutti quelli che fanno contro al pacifico stato del signore e del Comune di Milano». Il vicario, mentre era luogotenente del duca, era pur capo della cittadinanza, e intermedio fra questa e quello; doveva essere forestiero, o almeno non possedere beni fondi nel Milanese; veniva assistito da dodici consiglieri bimestrali, tolti in parte dal collegio dei dottori, in parte dai mercanti e dai cittadini. Di questo magistrato erano competenza la polizia interiore, il commercio, la sanità, l’abbondanza, le contestazioni fra i mestieri e per servitù locali e mercedi; amministrava le rendite del Comune, i dazj, le regalie d’acque e strade; nominava agl’impieghi municipali, sceglieva i podestà, i capitani ed altri capi della giustizia nel contado. Esso pure convocava il consiglio generale di cencinquanta cittadini per ciascuna delle sei porte principali, eletti in prima da deputati del popolo, poi dal tribunale stesso di provvisione assistito da alquanti savj, infine dal duca. Ogni porta aveva stemma e bandiera propria e capitani; ogni parrocchia i suoi sindaci, e assemblee elettorali e deliberative: ai cittadini spettava la difesa delle mura e delle porte. Il potere giudiziale civile spettava al podestà; il criminale a un capitano di giustizia: ma costretto com’era ad appoggiarsi ad uno dei partiti per valere sopra l’altro, restava servo del preponderante, cioè del principe.

Queste consuetudini antiche de’ Comuni, e i privilegi feudali, le fazioni, il clero, le maestranze erano limiti alla potenza del principe, e sembra che principalmente ponessero ritegno al soverchiare delle imposte, giacchè questo adopera parole lusinghiere e fin vili allorchè domanda qualche nuova tassa. Al che per lo più davagli titolo il dover levare truppe, e con queste potea soprusare: se poi fosse creato vicario imperiale, esercitava i diritti regj: in caso di guerra non avea più limiti, come generale dell’esercito: se diveniva capo di molte città, non tenendosi queste l’una coll’altra, egli si trovava indipendente da tutte, e le une adoprava a frenare le altre; le quali conquistate non aveano alcun diritto da opporre agli arbitrj di esso.

Per dare a conoscere il governo d’alcuna delle città dipendenti, togliamo ad esempio Como. Vi durava il consiglio generale di cento, fra i quali sortivasi un consiglio di dodici savj od uffizio di provvisione, per amministrare gli affari ordinarj: ne’ casi più rilevanti, come per fare statuti, dare la cittadinanza, vendere o impegnare i beni pubblici, raccoglievasi il consiglio generale. Ma Gian Galeazzo Visconti cercò sempre assottigliare la giurisdizione che questo aveva in materia d’ordinanze, pesi, misure, imposte, statuti, i quali vi erano stati rinnovati da Azzone.

Innanzi a detto consiglio appaltavansi le gabelle, e un giudice dei dazj con sei ragionieri risolveva le quistioni ad essi relative. Un referendario, per l’interesse del principe, sovrintendeva ai dazj, alle gabelle, ai pedaggi, ed interveniva al consiglio generale; e il primo che si trovi, fu del 1387. Quattromila seicento fiorini al mese era la quota che Como pagava a Gian Galeazzo. Privilegio del fisco era il sale, e l’appaltatore nel 1380 dovea comprarne quindicimila cinquecento staja dalla gabella del principe, il quale poi era suddiviso per Comuni e per famiglie, restandone esenti quelli che possedessero meno d’una lira di estimo. Il sale allora valeva quattro lire di terzoli; ed ogni frode era severamente punita.

Il podestà non era più eletto dalla città, ma spedito da Milano[7], con cento fiorini d’oro al mese, coi quali doveva stipendiare un collaterale per la polizia, e il vicario e il giudice de’ malefizj, che sosteneano le veci sue, questo nelle criminali, quello nelle cause civili, nelle quali aveano pari autorità quattro consoli di giustizia e due giudici di palazzo, scelti fra i dottori di collegio. Ogni sei mesi venivano da Milano censori, i quali pure sindacavano i magistrati quando al fine dell’anno scadeano. Il governatore era un mero rappresentante, nè scemava al Comune l’autorità sopra gli uffiziali inferiori e sopra le entrate proprie.

Bisognava dare un numero di soldati proporzionato alla popolazione, e sotto connestabili e con paga; oltre carri e guastatori ed altri servigi da guerra. La cittadella era guardata da un comandante: da un capitano del lago, sedente a Bellagio, dipendevano i soldati e due navi da venti e più remi dette scorrobiesse, per inseguire i contrabbandieri e i pirati. Un capo del bollo rilasciava i passaporti agli stranieri, sui quali e sulle porte, sulle quarantene, sui confini aveva giurisdizione. Dal principe pure venivano il giudice delle vettovaglie che badava alla bontà dei viveri e delle medicine, e i giudici delle strade.

Quel che parrà strano, nemmeno la perdita della indipendenza toglieva le nimistà interne e le divisioni per famiglie. A Como nel 1335 furono eletti cinquanta uomini della fazione Vitana, cinquanta della Ruscona, cinquanta della Lambertenga; e posti i nomi in tre urne separate, se ne estraeva uno per ciascuna, formando il tribunale dei tre buoni uomini, giudice inappellabile delle cause introdotte avanti a qualsifosse magistrato. E fin ai tempi di Francesco Sforza si continuò a cernire il consiglio metà dalla squadra Vitana, metà dalla Ruscona.

Galeazzo e Bernabò Visconti aveano creduto abbreviare e semplificare le liti coll’ordinare che quelle introdotte presso qualunque giudice si dovessero, a petizione anche d’una sola parte, compromettere in tre persone di fiducia, che proferissero senza strepito di fôro e inappellabilmente. Ciò dovette cadere in disuso, giacchè Gian Galeazzo lo richiamò nel 1382: ma presto apparve che questo surrogare l’arbitrio e il buon senso della legge peggiorava la giustizia; onde dapprima si volle che fra i tre fosse un giurisperito, poi la sentenza fosse appellabile, infine si rimisero i giudizj ai magistrati ordinarj.

A questi si andava estendendo la facoltà di procedere d’uffizio contro i delinquenti, e non solo per istanza dell’offeso, come già si praticava: il quale accentramento della giustizia fu un gran passo verso la centralità[8]. E Gian Galeazzo vi servì collo stabilire a Milano un consiglio di giustizia, tribunale supremo, cui portavasi l’appello dagli altri inferiori; e un consiglio segreto che sovrintendeva all’amministrazione, avendo dipendenti i magistrati delle entrate ordinarie e delle straordinarie, i referendarj della curia ducale, i collaterali del banco degli stipendiarj per l’esercito, i capitani del divieto dei grani sopra l’annona. Anche la nomina ai benefizj ecclesiastici fu tratta al principe, salvo al papa il ratificarla: infine esso si arrogò quella del gran consiglio e dei dodici di provvisione. L’estendersi dello studio del diritto romano cresceva al principe l’autorità giuridica, oltre che egli reprimea arbitrariamente i frequenti delitti.

Questo potere dispotico, come nella Roma antica, derivava dalla potenza del capitano; e non distruggeva le forme repubblicane, ma le privava d’ogni efficacia. Al popolo rimaneva ancora il diritto di scegliere il principe; e disgustato dell’uno, protestava che, morto lui, mai più non ne vorrebbe altro; poi, appena morto questo, correva ad eleggerne un altro, anzi il figlio o il fratello di quello, per la ragione che suo padre o fratello era stato cattivo. Il ragionamento sa di strano, ma si fa tutti i dì.

Per tal modo i Milanesi si erano in cent’anni avvezzati a credere necessario il principato, e supporvi quasi un titolo ereditario alla casa Visconti. Se non che poteano sempre dir di no; e questo pericolo, per quanto remoto, turbava i sonni a Gian Galeazzo, il quale, per non tenersi conoscente del titolo all’elezione popolare, preferì riceverlo dall’imperatore.

Federico Barbarossa a Costanza riconosceva liberi i Lombardi: in conseguenza gl’imperatori non aveano potere diretto su di essi, nè mai pretesero considerarli come un feudo, di cui potessero disporre. Quando dunque Galeazzo offrì all’imperatore Venceslao centomila zecchini se lo eleggesse duca di Milano, questo (1395 maggio) non esitò un istante ad esaudirlo[9]. Galeazzo, scaltrito che più dei forni usati da’ suoi predecessori, incatenerebbero il popolo le feste, ne preparò di suntuosissime. Sulla piazza di Sant’Ambrogio ove si coronavano i re d’Italia, il nuovo duca fu messo in trono, poi a ginocchi dal messo imperiale ricevette il manto e una corona che valea ducentomila fiorini; e canti, e messe solenni, cavalcate, giostre, corte bandita, regali da non dire, e «allo spettacolo de tanta solennitate vi concorse quasi de tutte le nazioni de Cristiani ed anche gl’Infedeli, in modo che ciascuno diceva non più potere maggiore cosa vedere»[10].

Questa Lombardia che vedemmo sminuzzata in tante repubblichette quanti erano i Comuni che si governavano e amministravano alla domestica, veniva dunque a fondersi in un ducato, che, oltre la capitale, comprendeva Lodi, Crema, Cremona, Bergamo, Brescia, Como, col lago suo e quel di Lugano e con Bellinzona, Bormio e la Valtellina, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio, Sarzana, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano colla riviera di Trento, Parma, Piacenza, Reggio, Arezzo; inoltre una contea in cui Pavia, Valenza, e Casale; e la contea d’Angera, titolare dell’erede. Gian Galeazzo possedeva altresì Perugia, Nocera, Spoleto, Assisi; oltre Asti ed Alba, che diede in dote alle due figlie. E tutto questo paese, divenuto retaggio d’una famiglia, passò dappoi a chi avesse più forza per occuparlo, o più astuzia e fierezza per tenerlo oppresso.

Forte spiacque ai Tedeschi l’alienazione di questo ducato, che essi amavano considerare per feudo imperiale; e fu uno degli aggravj di cui più caricassero Venceslao quando lo scoronarono (1401). Roberto conte palatino sostituitogli dovè promettere di venire in Italia e annichilare la sovranità de’ Visconti; sicchè alleatosi col signore di Padova, e accomodato di ducentomila fiorini da Firenze, spedì ambasciatori a far l’intimata a Galeazzo. Questo per tutta risposta si cinse de’ migliori capitani di ventura; e Roberto entrato sul territorio di Brescia (8bre) che era sorto a rumore, ed assalito da Facino Cane e Jacopo Del Verme, provò come la cavalleria italiana fosse superiore alla tedesca, la quale sarebbe ita in piena rotta se Francesco Novello non la sosteneva con uno squadrone italiano. Roberto, perduti mille cavalli e molti prigionieri, e abbandonato dai vassalli, se ne partì con ignominia (1402).

Così e l’assalto e la difesa dipendeano da capitani di ventura, de’ quali i migliori tenevasi intorno Galeazzo, e per opera loro ricuperò la sempre ribramata Bologna. Questa era tuttora divisa fra gli Scacchesi capitanati da Gozzadini e Zambeccari, e i Maltraversi che coi nobili aveano a capo Giovanni Bentivoglio, il quale (1401) riuscì a farsene dichiarar signore. Con ciò Firenze perdeva la sua più costante alleata: ma Galeazzo mandò contro al Bentivoglio il Del Verme e il Barbiano, e per quanto egli si difendesse valorosamente, fu fatto prigione ed ucciso (1402 giugno); e Galeazzo, gridato signore, fece al solito costruirvi una fortezza.

Insomma costui finiva di sotterrare le repubbliche nostre. Pisa gli era stata venduta da Gerardo Appiano; Siena e Perugia lo chiamarono signore, mentre Genova si metteva sotto al re di Francia; Roma era peggiorata dallo scisma papale; a Napoli la servitù non restituiva la pace; Venezia non s’accorgeva della necessità di farsi propugnatrice della libertà italiana; sola conservava l’alito repubblicano Firenze, ma sentendosi ricingere dalle insidie del Visconti, tremava: quando la peste, più volte ridestatasi in quel secolo, troncò a Gian Galeazzo le ambizioni e la vita di soli quarantanove anni (3 7bre).

Fu dei più splendidi signori d’Italia, ricco di politici accorgimenti quanto povero di valore personale e di lealtà, alla libidine del possedere sagrificando giustizia, fede, utile de’ popoli, e adoprando mirabilmente gli uomini di pace e di guerra. Abile a mascherare la servitù, migliorò l’amministrazione coll’arte de’ registri e de’ protocolli serviti da interminabili scrivani, computisti, notaj: alleviò dai dazj più odiosi, molti scarcerò, fece riformare gli statuti, si tenne attorno dotti e letterati, quali Baldo giurista, il Fulgoso, Signorolo Amadio, Ugo da Siena e Biagio Pelacane matematici, i medici Marsiglio da Santa Sofia, Sillano Negro, Antonio Vacca, il filologo Emanuele Crisolara, il teologo Pietro Filargo; ridestò l’Università di Piacenza, a quella di Pavia unì una biblioteca, fondò un’accademia di belle arti, e raccomandò il suo nome a due dei più insigni monumenti dell’Alta Italia, il duomo di Milano e la Certosa di Pavia, dedicati a Maria nascente e a Maria delle Grazie. Nè avrebbe fallito d’insignorirsi di tutta Italia, se non avesse trovato sulla sua strada i Fiorentini e Francesco de’ Carrara, o quella fatalità che attraversò sempre chi vi si accinse.

A’ suoi funerali, dal palazzo in castello s’avviò una processione verso il duomo così lunga, che appena si terminò in quattordici ore. Innanzi alla croce venivano connestabili, scudieri e cavalieri; e quaranta personaggi della famiglia Visconti, ognuno accompagnato da due ambasciatori di estere potenze; indi gran numero d’altri ambasciadori e nobili forestieri, e dieci deputati da ciascuna delle quarantasei città soggette[11], oltre una folla di primati e nobili di queste; poi tutti gli ordini religiosi (e non erano pochi), canonici regolari, clero secolare, gli abati dei monasteri ed i vescovi di tutte le diocesi suddite. Seguivano le insegne della città, portate da ducenquaranta uomini a cavallo, cui tenevano appresso otto altri pure a cavallo, colle insegne ducali, poi due mila persone in gramaglie, con sul petto e sulle spalle le armi della vipera, del ducato di Milano e del contado di Pavia, ciascuno con grosse torchie alla mano. Dietro al clero ed ai canonici della metropolitana appariva l’arcivescovo fra’ suoi suffraganei. La bara portavano principali signori forestieri, sotto a un baldacchino di broccato d’oro foderato d’ermellini, e tutt’intorno cortigiani a bruno, i quali, dodici alla volta, sostenevano gli scudi delle insegne e delle imprese adottate dal duca. Duemila altre persone in corrotto chiudevano la processione. Giunti al tempio e fatta l’oblazione di tutti i ceri, delle insegne ducali, delle armi e dei cavalli che le portavano, si celebrarono gli uffizj di suffragio attorno ad un mausoleo ornato di vessilli e bandiere, sovra il quale posava il feretro: nè mancava una pomposa iscrizione, attestante le virtù che il duca ebbe o doveva avere, e il pianto de’ sudditi orbati del padre; frasi per tutti. Finito ogni cosa, il corteo fece tragitto al palazzo ducale, ove fu recitata una non men pomposa e altrettanto veridica orazione, che faceva risalire la dinastia Visconti fino ad Ettore ed Enea.

Avea disposto si recassero le sue viscere a San Jacopo di Galizia, le ossa alla Certosa di Pavia, alla quale lasciò estesissimi possessi per finirne la fabbrica, e poi farne le limosine, che seguitarono finchè l’istituto durò. In quel tempio, gli fu dunque eretto un mausoleo di marmo bianco, coll’effigie sedente, la storia delle sue imprese, e bassorilievi, e gli stemmi di tutte le città obbedienti al suo comando: uno de’ più insigni monumenti dell’arte italiana. Commines, arguto politico e storico francese, colà vide quelle ossa poste più alte che l’altare, e udì da un frate intitolarlo santo. «Ed io (racconta) gli chiesi all’orecchio perchè mo lo chiamasse santo, mentre potea vedere all’intorno le armi di molte città da lui usurpate senza diritto; ed egli mi rispose sotto voce: Noi in questo paese chiamiamo santi tutti quelli che ci fanno del bene»[12].

Gian Galeazzo lasciava due figliuoli in piccola età: a Gian Maria legò il ducato dal Ticino al Mincio, oltre Bologna, Siena, Perugia; a Filippo Maria il contado pavese, col resto del territorio; Pisa e Crema staccò pel bastardo Gabriele Maria: ma potea dire come Pirro, — Lego il mio scettro a chi ha miglior fendente di spada». La tutela affidò a Caterina Visconti sua vedova e a diciassette personaggi, fra cui i celebri condottieri Del Verme, Barbiano, Pandolfo Malatesta, Antonio d’Urbino, Francesco Gonzaga, Paolo Savelli, sperando sarebbero puntelli alla debolezza de’ bambini, e quasi dovessero stare obbedienti a un fanciullo come erano stati a lui. Valorosi in opere di battaglia quanto inetti al governo e scarsi di fede, i condottieri non più s’accontentavano di paghe, e volevano qualche città o territorio dove svernare: Giovanni da Pietramala occupò Narni; Rinaldo Orsini, Aquila e Spoleto; Boldrino da Panicale, molte terre della Marca; Biordo dominò Perugia, Todi, Orvieto, Nocera; il Broglia Assisi; altri altre terre, che poi non potendo tenere, vendevano ai Comuni o ai principotti vicini. Questi talora se ne sbarazzavano coll’assassinio, come fece il marchese di Macerata uccidendo Boldrino. I suoi mossero a vendicarlo con ferocia, sinchè Firenze s’interpose, facendoli soddisfare con dodicimila fiorini, e col restituire il cadavere del loro condottiero, che in una cassa essi portarono lungamente a capo dello stuolo.

I contutori di Gian Maria sdegnavano sottostare a una donna e a Francesco Barbavara di lei favorito, presidente della reggenza; e la discordia impacciava i consigli, mentre i nemici repressi rialzavano il capo; Guelfi e Ghibellini, di cui fin il nome erasi proscritto, rinvelenivano, e non più per le antiche cause della Chiesa e dell’Impero, ma per isfogo d’odj e di stillate vendette. Il Carrarese aguzza le armi non mai deposte; papa Bonifazio IX e i Fiorentini s’intendono per sottrarre ai Visconti Siena, Perugia, Pisa, Bologna; il Barbiano, accettato il comando dell’esercito fiorentino, ricupera al papa Assisi e Perugia; gli altri condottieri s’avacciano di spartire fra sè un dominio ch’essi medesimi aveano procacciato a quella casa. Era una riazione federale contro l’unità milanese.

Arte e fermezza adoprò Caterina al riparo, e con sanguinose esecuzioni sgomentò i Milanesi, che istigati da altri Visconti, dai Porri, dagli Aliprandi, eransi mossi a tumulto per imporle nuovi consiglieri. Ma tutte ormai le città aveano scossa la dipendenza, e qualche tiranno vi prevaleva sulle famiglie e sulle fazioni. I Guelfi, secondati dai Valcamuni, mandano Brescia a tale strazio, da vendersi fin carne di Ghibellini; ma Pietro Gambara, di cui s’erano macellati due figlioletti, raccolse armi e consorti a Salò, ed entrato in città prese così sanguinose vendette, che la puzza dei cadaveri contaminò lungamente l’agro bresciano e il cremonese. I Guelfi pigliano il sopravvento a Lodi con Giovanni de’ Vignati, a Piacenza e a Bobbio cogli Scotti e coi Landi; i Ghibellini trionfano a Como con Franchino Rusca, a Bergamo coi Suardi, a Cremona con Giovan Ponzone, poi con Ugolino Cavalcabò; infine Gabrino Fondulo convita i Cavalcabò e i principali del paese e li fa scannare, e guadagna così un posto fra i principi. Intanto i baroni di Sax nella Mesolcina occupano Bellinzona; Vicenza si dà ai Veneziani.

Caterina riesce a far pace col papa, che venne a recuperare Bologna e Perugia: i Fiorentini, querelandolo d’averli abbandonati, continuano la guerra e liberano Siena; ma Gabriele Maria Visconti conserva Pisa alleandosi al maresciallo Boucicault, allora vicario di Francia a Genova; poi la vende per ducentoseimila fiorini (1405 giugno), che gli sono frodati da quell’avaro francese, il quale accusatolo a Genova di tradimento, lo manda al patibolo.

A Caterina fu grande appoggio Facino Cane. Costui, dell’antica stirpe dei Cani di Monferrato, avea servito gli Scaligeri di Verona, e rimasto prigione alla battaglia di Castagnaro, accettò stipendio dai Carraresi, pei quali menò inesorabile guerra nel Friuli; assistè al marchese di Monferrato contro i signori di Savoja con tal fortuna, che quello l’infeudò di Borgo San Martino. Devastando il Piemonte fino ad Ivrea, crebbe nella stima di Gian Galeazzo, che gli diede a governo Bologna appena l’ebbe riacquistata. Col feroce diritto di un comandante militare egli vi si mantenne; e quando, morto il duca, ebbe ordine di cederla all’esercito pontifizio, per togliere la voglia d’inseguirlo pose il fuoco a trecento case. Dritte allora le bande sue contro dei rivoltosi, devastò quant’è da Parma a Cremona; Alessandria abbandonò ad orribile saccheggio, poi se ne fece signore, tenendo anche il contado di Biandrate. Pandolfo Malatesta, cognato della reggente, reclamava i soldi maturati; ond’essa l’inviò a depredare Como, dov’egli si pose governatore, come si sottomise Bergamo e Brescia, fondandovi un’altra signoria guelfa.

Ma questa fazione perdeva allora un gran capo. Francesco Novello de’ Carrara sodatosi in Padova, e conciliatosi con Guglielmo bastardo di casa della Scala, gli avea dato mano nel recuperare Verona; poi come questo morì (1404 7 aprile) (dissero di veleno), Francesco Novello se la prese (maggio), a scapito de’ figli di esso, Antonio e Brunoro, e della Visconti. Ma già i Veneziani, istigati dalla duchessa, aveano rotta guerra al Carrarese assoldando il Malatesta, il Savelli ed altri condottieri; e per quanto egli raddoppiasse d’attività, il numero superiore de’ nemici e la peste lo costrinsero a cedere (1406). Recatosi a Venezia, ivi fu sostenuto, e dai Dieci condannato al patibolo coi suoi figliuoli, e bandita una taglia sul capo dei due che eransi salvati in Firenze, e Carlo Zeno, il più grande uomo di Venezia, accusato d’aver ricevuto quattrocento ducati dal Carrarese, benchè adducesse non esser quelli che la restituzione d’un prestito, nè stesse altra prova contro della sua illibatezza, fu escluso d’ogni impiego e condannato a due anni di prigionia. I figli di Guglielmo della Scala, sottrattisi dal carcere in cui gli avea chiusi il Carrarese, chiesero venir restituiti nel possesso di Verona; e la Signoria veneta rispose col mettere a prezzo la loro testa. San Marco trovossi possedere Treviso, Feltre, Belluno, Padova, Vicenza, Verona: funesti acquisti, che lo mescolarono alle vicende italiane; e subito fu costretto difenderli contro dell’imperatore Sigismondo, che avea mandato a invadere il Friuli Filippo Scolari fiorentino, da lui creato span e perciò detto Pippo Span.

Fra tanti nemici esterni ed interni la duchessa di Milano non credea poter sostenersi che collo sgomento; e un giorno fece trovare davanti a Sant’Ambrogio (1404 8bre) cinque cadaveri, vestiti di nero e senza testa. Il popolo, invece d’atterrirsi, s’indigna, caccia lei col Barbavara suo favorito: Gian Maria dichiarato maggiore, la fa imprigionare, e forse uccidere; poi, per iscagionarsi del parricidio, ne imputa Giovanni Pusterla castellano di Monza, lo fa sbranare con tutta la famiglia da’ suoi cani, e perchè questi parvero intenerirsi all’aspetto d’un costui figlio dodicenne, ordinò di scannarlo.

Imperocchè Gian Maria non pareva aspirare all’autorità che per ordinare supplizj; e resisi amici i soldati e i cortigiani col tollerarne le trascendenze, la diede per mezzo a tutte le sevizie e lubricità; teneva cani addestrati a saltare alla vita di chi esso accennava, e collo Squarciagiramo suo canattiere andava la notte per città aizzandoli or su questo or su quello. Feroce coi sottomessi, codardo coi forti, dalla tirannia de’ condottieri non sapeva schermirsi col congiurare. Per soldare le costoro bande voleansi denari, ed egli ne estorceva senza badare a qual modo, sino a proibire di rendere giustizia a chi non avesse pagato le taglie; appaltò non solo le regalie, ma i beni suoi allodiali alla città, patto che questa gli desse sedicimila fiorini il mese, di cui duemila per sè e la corte, il resto ai soldati: eppure que’ mercenarj derubavano le case signorili, i mercanti, le barche sul Po. Si volle darne colpa ai consiglieri, e per costringere il duca a mutarli, Facino Cane e Pandolfo Malatesta batterono le sue guardie e lui assediarono in città, dal castello scaricandogli bombe e cannoni, invenzione nuova e perciò meno micidiale, ma più spaventosa. Se n’indignò il Del Verme, capitano di morali sentimenti, e risoluto di risarcire l’autorità del duca, sconfisse Facino (1407); ma avea dovuto valersi delle bande del feroce Ottobon Terzo signore di Parma e Reggio, il quale in compenso della vittoria domandò di saccheggiare Milano; e perchè il Del Verme si oppose, uscì ad osteggiare Guelfi e Ghibellini.

A Milano tutto era sgomento, disordine, sangue. Una affollata di poveri gridando Pace pace si strinse attorno al duca che cavalcava, ed esso li fece assalire da’ suoi seguaci, talchè duecento ne perirono; e proibì di proferir la parola pace, nemmanco nella messa. Eppure fu costretto cercarla, rimovere i suoi istigatori, perdonare a’ Ghibellini, e ricevere un governatore di questi e uno de’ Guelfi.

Il Del Verme, disperando del paese natìo, passò al soldo de’ Veneziani, e perì combattendo i Turchi. Facino Cane, conte di Biandrate, signore di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria e delle rive del lago Maggiore, rapì a Filippo Maria la reggenza di Pavia dopo che l’ebbe mandata a sacco, costrinse Gian Maria a cedergli anche quella di Milano, e teneva entrambi non solo in soggezione ma in istrettezza fin del necessario. Accingevasi a togliere Bergamo e Brescia al Malatesta, quando si malò a morte. A quest’avviso i Milanesi ghibellini, come Mantegazza, del Majno, Pusterla, Trivulzj, Baggio, Concorezzo, Aliprandi, si sbigottirono di dover trovarsi nuovamente in arbitrio del tiranno, che a tutti aveva ucciso o il padre o i fratelli, sicchè strettisi insieme a congiura, nella chiesa di San Gotardo (1412 16 maggio), trucidarono Gian Maria. Avea ventiquattr’anni; e solo una meretrice gittò qualche fiore sul colui cadavere; lo Squarciagiramo fu trascinato a strapazzo, poi alla forca.

Quel giorno stesso Facino spirava[13]; e tosto i costui soldati occupano Pavia per sicurtà delle loro paghe; Astorre Visconti, bastardo di Bernabò, detto il soldato senza paura, si rende padrone di Milano; signori d’ogni parte si riaffacciano per recuperare gli antichi dominj; ma Filippo, che sin allora era parso neghittoso e dappoco, allora con meravigliosa operosità s’accinge a recuperare le avite appartenenze. Dove consisteva il punto capitale? nell’assicurarsi i venturieri. Beatrice Tenda, vedova di Facino, aveva ereditati dal marito estesissimi possessi, il dominio di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria; toccava i quarant’anni, Filippo venti: che importa? e’ la chiede sposa, e con essa acquista quattrocentomila zecchini e gli antichi partigiani del marito. Con questi ritoglie di viva forza Pavia e Milano agli usurpatori, manda al supplizio gli uccisori del fratello, combatte Astorre Visconti che rimane ucciso in Monza, e riceve il giuramento di fedeltà.

Francesco Bussone, illustre sotto il patrio nome di Carmagnola, con null’altro che colla spada salito, da contadino che era, fino ai primi onori, fu principale stromento di vittorie a Gian Maria prima, poi a Filippo, al quale sottopose in breve Lodi (1416), i cui signori Vignati, chiamati a Milano a titolo di conferenza, furono messi al supplizio; Pavia, dove uccise in carcere Castellino Beccaria e fece appiccare suo fratello Lancillotto; Como, che il Rusca cedeva riservandosi la contea di Lugano; indusse il Malatesta a vendere al duca Brescia e Bergamo; così Cremona il Fondulo per quarantamila ducati, e il fondo di Castelleone; Crema, Giorgio Benzone; Rinaldo Pallavicini, San Donnino. Ottobon Terzo, che brutalmente tiranneggiando Parma e Reggio, erasi fatto terribile dovunque menasse le assassine sue bande, fu chiesto a parlamento dal marchese d’Este, e quivi trucidato dallo Sforza; e il suo cadavere andò a brani, e v’ebbe persino chi ne mangiò. Nicolò d’Este, per tener Reggio, cedette Parma al duca (1418). Piacenza fu sostenuta da Filippo Arcelli, gentiluomo di valor eccellente, che raccolti quanti Filippo avea spossessati acciò facessero causa comune, recò accannita guerra al Carmagnola. Questi, col supplizio della moglie e del figlio dell’Arcelli prigionieri, prese Piacenza; ma vedendo non poterla conservare, obbligò gli abitanti a uscir tutti colle robe, sicchè il nemico non trovò che deserto, e per un anno tre soli abitanti s’annidarono in quella solitudine, finchè il duca di Milano l’ebbe e la ripopolò. Per tal modo Filippo, non provveduto di valore, ma di destrezza molta e di eccellenti capitani, reintegra non solo ma amplia il ducato, e domina dai confini del Piemonte a quelli del papa, dal San Gotardo al mar Ligure, dove presto allargò la sua signoria.

CAPITOLO CXIII. Venezia e Genova. Guerra di Chioggia. Venezia ricresce, Genova si perde.

In Venezia il tempo aveva consolidato il potere della nobiltà, che affatto dedita alla politica, v’acquistò tanta attitudine, quanta i feudatarj nell’esercizio delle armi, e seppe cattivarsi l’opinione in modo, che questa più non si mise a contrapposto del potere, ma vi andò in coda. Alla classe media rimasero per ristoro i traffici, che guidava dall’India ai Paesi Bassi, dalla Barberia al Baltico. La metropoli conteneva cennovantamila persone: le case furono estimate sette milioni di ducati, che oggi rispondono a trenta milioni di lire; e le pigioni ducati cinquecentomila. La zecca coniava l’anno un milione di zecchini, dugentomila monete d’argento e ottocentomila soldi, gettando in corso ogni anno diciotto milioni effettivi di lire nostre. In meno d’un decennio fu spento un debito di quaranta milioni di zecchini, oltre prestarne settantamila al marchese di Ferrara. Passavano il migliajo i nobili che possedevano di rendita da quattro a settantamila zecchini; eppure con tremila aveasi un bel palazzo[14]. Mastin della Scala, perduta Padova, chiese d’essere ascritto al libro della nobiltà veneta; poco poi vi furono i Carraresi; e sempre un tale onore venne ambito dai principi.

Alle vicende d’Italia ormai prendea briga Venezia non più come straniera, ma come potentato italiano; e poichè i principati costituitisi nell’alta Italia poteano divenirle minacciosi, dovette anch’essa acquistarvi stato per equilibrarli, e per mantenersi libera la navigazione del Po. Se la assicurò di fatto nella guerra che narrammo contro gli Scaligeri; e dopo impossessata di Treviso in terraferma, via via prosperò di dominj e di traffici. Ne’ possessi marittimi invece andava in calo, sì per l’avanzarsi de’ Turchi, sì per le guerre con Genova, la quale, vinti i Tartari, aveva ottenuto che nessuna nave d’Occidente potesse far porto in altro luogo del mar Nero che a Caffa sua; imprese che noi riserviamo a narrare nel libro seguente.

Se n’adontarono i Veneziani, e allestirono nuove battaglie, in procinto delle quali Francesco Petrarca scriveva (1351) al doge Andrea Dandolo: — L’antica amistà nostra e l’amore della patria comune mi confortano a ragionare apertamente con voi. Corre voce che due libere città s’accingano a farsi guerra a morte. E quali città! i due lumi d’Italia, collocati dalla natura agli opposti estremi dell’Alpi per signoreggiare i mari che la circondano, e perchè dopo l’abbassamento del romano imperio la miglior parte del mondo ne sia ancor la regina. Nazioni altere osano disputarle in terra il primo luogo; ma chi oserebbe in mare? Se Venezia e Genova ritorcono in se stesse l’armi, fremo in pensarlo, tutto è perduto, e imperio marittimo e gloria nazionale; chiunque sia il vinto, è forza che l’uno de’ nostri lumi si estingua e l’altro s’indebolisca. Non serve illudersi; non sarà mai facile vincere un nemico d’indole bollente e, ciò che più vale, italiano. Uomini valorosi, popoli potenti entrambi, quale è lo scopo, quale sarà il frutto delle vostre discordie? Il sangue onde siete assetati, non è di Arabi o d’Africani; ma sangue di un popolo a voi congiunto, di un popolo che farebbe scudo alla patria comune ove nuovi Barbari l’assalissero, di un popolo nato a vivere, a combattere, a trionfare, o morire con voi. Il piacer di vendicare un’offesa leggera potrebb’egli più che il pubblico bene, più che la salute di voi stessi? E pure, se mi si dice il vero, per meglio saziare il vostro furore, voi vi siete collegati col re di Aragona, i Genovesi col greco usurpatore; cioè Italiani implorano l’ajuto de’ Barbari per offendere altri Italiani. Madre infelice! che fia di te, se i tuoi proprj figliuoli stipendiano mani straniere per lacerarti il seno? Noi insensati, che aspettiamo da anime venali ciò che potremmo ricevere da’ nostri fratelli. Ben provvide natura al nostro schermo steccandoci coll’Alpi e col mare: ma avarizia, invidia, superbia hanno rotto quelle barriere; e Cimbri, Unni, Tedeschi, Francesi, Spagnuoli inondarono i nostri dolci campi. Che fia di noi, che dell’Italia, se Venezia e Genova non fanno argine al nemico torrente? Prosternato, pieno gli occhi di lagrime e d’amarezza il cuore, io vo gridando, Deponete l’armi civili, ricambiatevi il bacio della pace, unite gli animi vostri e le bandiere. Così l’Oceano e l’Egeo vi siano favorevoli, e le vostre navi giungano prosperamente a Taprobana, alle isole Fortunate, a Tule incognita, e fino a’ due poli! I re e i popoli più lontani vi verranno incontro, i Barbari dell’Europa e dell’Asia vi paventeranno, e la nostra Italia si chiamerà a voi debitrice dell’antica sua gloria».

Per tutta risposta ebbe lodi della sua eloquenza; nè miglior esito conseguì l’anno seguente scrivendo ai Genovesi, con altrettanto di gonfiezza ma insieme d’amore per l’Italia: — Illustre doge, magnifici anziani, permettete che esorti voi, come dianzi esortavo i Veneziani, alla concordia e alla pace: uffizj naturali e quasi necessarj al mio cuore. Non esiste popolo più formidabile in guerra, più mansueto in pace di voi; tutte le terre ove combatteste, tutti i mari da voi veleggiati testimoniano i vostri trionfi. Il Mediterraneo venera le vostre bandiere, l’Oceano le paventa, e il Bosforo è ancor tinto del sangue dei vostri nimici. Chi può senza raccapriccio leggere od ascoltare i successi di quell’ultima battaglia, nella quale a un sol tempo vinceste tre potenti nazioni?... Quantunque discreduto da loro quando era ancor tempo di consigliarli, io sento al vivo i disastri de’ Veneziani. Sentiteli pur voi, o Genovesi, e riflettete che gli uni e gli altri siete italiani, nè gravezza d’ingiuria vi disunì. Riconciliatevi dunque con essi, e se vi piace combattere, rivolgetevi contro i perfidi consiglieri delle vostre discordie; quindi passate a liberar Terrasanta, benemeritando del mondo e della posterità. Sebbene io dalle cose passate pronosticando le future, son d’avviso che a voi convenga, dopo vinti i nimici esteriori, provvedere al pericolo degl’interni. Roma non potè esser vinta se non da Roma: e ciò avverrà pure a voi, se non vi applicate a conciliare gli animi de’ vostri cittadini, massimamente quando sollevati dall’aura della fortuna. Mille sono gli esempj di città per odj civili distrutte; nessuno più sensibile del vostro. Ricordivi quando eravate il popolo più felice della terra; il vostro paese somigliava a un paradiso. Dal mare vedeansi torri che parevano minacciare il firmamento, poggi vestiti di ulivi e di melaranci, magioni marmoree sulle pendici, deliziosi recessi fra gli scogli, ove l’arte vincea la natura, e alla cui vista i naviganti sospendevano i remi per riguardare. Chi venisse per terra, meravigliando vedeva uomini e donne regalmente vestiti, e fino tra boschi e monti delizie incognite nelle reggie. Entrando nella vostra città pareva di mettere piede nel tempio della Felicità, e si proferiva come già di Roma: Questa è una città di re. Testè vinte avevate Venezia e Pisa: e i vostri vecchi vi diranno qual impressione ne venisse, qual timore ne’ porti, qual venerazione ne’ popoli, quali acclamazioni nelle riviere al comparire delle vostre armate. Signori del mare, appena che alcuno veleggiasse senza vostra licenza. Scendete poi colla memoria a quei tempi infausti, che l’orgoglio, l’ozio, la discordia, l’invidia, compagni inseparabili della prosperità, allignarono fra voi, e, ciò ch’era stato impossibile a umana forza, vi resero schiavi. Qual mutamento subitaneo! i palazzi divennero ricoveri d’assassini; le belle riviere e la città superba si fecero incolte, deserte, sformate, rovinose; la patria vostra fu assediata da’ suoi stessi fuorusciti; si combattè intorno alle sue mura per terra e per mare non solo, ma fin sotto terra; nè la guerra più crudele ha flagelli, che non piovessero tutti su lei. Finalmente vi piacque di riordinare lo Stato, dando alla repubblica un capo; e allora fu che le discordie si estinsero, la guerra cessò, e sicurezza e abbondanza e giuste leggi tornarono fra voi. Valga la trista esperienza a tenervi uniti, e per assicurarvi da nuove calamità siate equi, moderati, clementi».

Queste generose parole purtroppo in nessun tempo è superfluo ripetere in Italia, sebbene troppo spesso infruttuose[15]. Nè allora giovarono, e i mari nostri e d’Oriente si tinsero di sangue, e fino al 1355 la guerra vegghiò, molto più deplorevole che non quella fra paesi di terra, sì perchè di natura sua micidiale, sì perchè menata con cittadini, non con bande mercenarie. Nè durar pace lasciavano le rivalità delle due repubbliche in Oriente; donde vennero nuovi e più funesti conflitti.

Dopo la rivoluzione (1328), che sul trono di Costantinopoli ad Andronico Paleologo II surrogò il ribelle nipote Andronico III, i Genovesi eransi fatto cedere da quest’imperatore l’isola di Ténedo; ma i Veneti diedero appoggio agli abitanti che ricusavano sottomettersi al baratto. Di qui mali umori, sfogati (come vedremo) in battaglie oltremarine, e che rinvelenivano ad ogni pretesto. Essendo stato ucciso Pietro di Lusignano (1372) re di Cipro, nella coronazione di Pierino suo successore pretesero la precedenza Veneziani e Genovesi; e venuti alle armi, molti Genovesi rimasero scannati. Genova spedì a vendetta Damiano Catani, che trucidati i Veneziani, e preso il re e il paese, l’obbligò d’un tributo di quarantamila fiorini annui. Il Lusignano buttossi allora coi Veneziani (1379), e ne cominciò la guerra di Cipro, secondata da leghe delle potenze terrestri. Bernabò Visconti, suocero del re di Cipro, soldava contro Genova la compagnia della Stella, che danneggiò fin i giardini e i palazzi di Albáro e di San Pier d’Arena, finchè i Bisagnini la presero in mezzo, e costrinsero a rendersi a discrezione.

Instancabile nemico ai Veneziani era Francesco Carrara signor di Padova: una volta egli arrivò a far rapire dalle loro case i senatori a sè avversi, e condurli a Padova, dove rimbrottatili aspramente, e fatto intendere che, se gli avea rapiti, più facilmente potea farli ammazzare, li dimise incolumi, ma giurati di tacere. Contro Venezia non aveva esitato a chiamare il re d’Ungheria e i duchi d’Austria, ai quali cedette Feltre e Cividal di Belluno; e adoprare a vicenda le masnade e i tradimenti: però essendo caduto prigione dei Veneziani il vaivoda di Transilvania, gli uomini di questo ricusarono di combatter più sinchè non fosse redento, onde il Carrara dovette colla corda al collo implorare la pace. Ora, profittando delle strette di Venezia, rinnovò le ostilità, appoggiato agli Austriaci, agli Ungheresi e al patriarca d’Aquileja, che flagellarono il paese colle masnade. L’ammiraglio veneto Vittor Pisani menò lungamente sui mari alla vittoria il leone; al promontorio d’Anzio, a Trau di Dalmazia vinse; e non giungendo (1378) le paghe ai soldati, impedì se ne rifacessero col rubare, ma distribuì giorno per giorno ogni suo denaro, poi gli argenti da tavola, infine una fibbia che gli restava alla cintura.

Ma una volta il Carrara potè sorridere (1379 9 maggio) nel ricevere questo spaccio: — Magnifico e potente signore. Addì 3 del corrente maggio uscimmo di Zara con ventidue galee, veleggiammo verso il golfo secondo un avviso che i nimici venivano di Puglia con grano; e trovandoci sopra il porto di Pola il dì 5, due galee dell’antiguardia li scopersero quivi in agguato, numerosi di ventidue galee e tre grosse navi da dugencinquanta uomini ciascuna, oltre le solite ciurme, e molti uomini d’arme e venturieri assoldati per guardia della città. Avendo fra noi disegnato di non venir tosto a battaglia, acciò che in tanta vicinanza di terra non si salvassero a nuoto, fingemmo timore, e vogammo al largo; ond’eglino si misero a seguitarci. Scostati appena tre miglia dal lido, ci voltammo contro loro sì virilmente, che in un’ora e mezzo la vittoria era già nostra; in nostro potere quindici galee con tre navi cariche di seimila mine di grano; prigioni duemila quattrocento, morti da sette in ottocento; ma il signor Vettore Pisani ci sguizzò dalle mani con sette galee assai malarrivate. Dopo il combattimento spiccammo sei galee contro i legni da carico ancorati nel porto di Pola; ma avendoli trovati in secco sotto le torri della città, non presero che una fusta di munizioni. Siam giunti a Zara il dì 8 vittoriosi e senza perdita notabile, salvo la morte dell’egregio nostro capitano Lucian Doria (1379), trafitto in bocca da una lancia nel caldo della battaglia. Per gratitudine al suo parentado gli surrogammo il signor Ambrogio Doria, secondo il parere di tutti i capi dell’armata. Ai venturieri pagati da’ Veneziani mozzammo il capo; i cadaveri si gittarono a mare»[16].

Il consiglio di guerra tacciava Vittor Pisani di vile perchè non accettasse la battaglia; quando combattè e fu vinto, lo dissero traditore; e quantunque avesse intrepidamente disputato la vittoria, fu richiamato in patria e messo prigione, nel mentre i Genovesi al nuovo ammiraglio Pietro Doria nello scioglier delle vele gridavano — A Venezia, a Venezia». Di fatto Genova, ricuperate le piazze di Dalmazia tolte dai Veneziani, e attaccatone le colonie di Rovigno, Umago, Grado, Caorle, mentre avea destra la fortuna pensò con un colpo estremo ridurre l’emula alle paludi natìe.

Le isole su cui torreggia Venezia sorgono dalla laguna che si stende dalle bocche del Piave a quelle dell’Adige, separata dal mare per un banco di arena, che appena in pochi luoghi dà a navi grosse il passo, intrattenuto dall’arte e dall’arte munito. Il più settentrionale è quel de’ Treporti a tramontana dell’isola di Sant’Erasmo, atto solo a piccole imbarcazioni. Fra Sant’Erasmo e Lido apresi quello di San Nicolò, ed era il principale, munito di torri, fra le quali talvolta tendeasi una catena. Il passo di Malamocco fra quest’isola e Palestrina è il più profondo: poi tra Palestrina e Bróndolo è quello di Chioggia, denominato dalla città ivi posta al vertice di un’isola che s’attacca alla terraferma sol per un ponte: gl’interri dell’Adige e del Brenta rendono difficile l’altro passaggio fra Brondolo e il continente. Un canale a gran fatica mantenuto attraversava la laguna fra Venezia e Chioggia.

E appunto a Chioggia gettò l’àncora (1379 agosto) una flotta genovese numerosissima e co’ migliori marinaj; espugnatala coll’uccidere seimila Veneziani e catturarne quattromila, pose il quartier generale s’un’estremità dell’isola di Malamocco; e comunicando per terra coll’alleato padovano, circondava la città nemica. Questa, senza alleati, penuriava di vettovaglie; il tesoro era esausto; benchè fossero munite le poche aperture fra il mare e le lagune, galee genovesi si erano vedute giungere fino a Lido, sicchè il doge Andrea Contarini avea sin proibito di convocare il consiglio col tocco del campanone di San Marco, acciocchè il nemico non udisse quel segno, e fu posto in discussione se convenisse abbandonare Venezia, e trasportare a Creta la sede della repubblica. Il Carrara esultava dell’umiliazione dei nobiluomini. L’ammiraglio Doria ai veneti ambasciadori mandati per pace rispondeva: — Perdio che non ascolterò patti finchè non abbia messo il freno ai cavalli di San Marco»; e quando gli si propose di riscattare alcuni prigionieri: — Fra pochi giorni li redimerò senza denaro».

Non si trattava dunque d’ambizioni di nobili, ma di interesse del popolo: e il popolo non si scoraggia, solo ha bisogno d’uno che lo diriga, e in cui abbia confidenza; laonde ridomanda l’antico Pisani, sotto cui era stato avvezzo a vincere, e a cui la sventura avea cresciuto popolarità. Ed egli dai sotterranei del palazzo udendo migliaja di voci gridare, — Se volete che combattiamo, rendeteci il nostro ammiraglio, Viva Vittor Pisani»; si sporge alla ferrata, e — Zitti là; non dovete gridar altro se non Viva San Marco».

L’invidia tace quando l’ambizione è pericolosa: e il Pisani, tratto di carcere a braccia di popolo, respingendo i consigli di chi lo stimolava a insignorirsi dell’ingrata patria, ricevendo l’eucaristia giura che non terrà conto a’ suoi emuli della fattagli persecuzione; munisce l’argine di Malamocco ed ogni varco; invita tutti a concorrere alla salvezza della patria; i frati prendono le armi; e se un Morosini speculò sulle angustie cittadine per comprare case a vil prezzo, altri nobili attrezzarono trentaquattro galee a proprie spese; un Paruta cuojajo pagò mille soldati; uno speziale Cicogna diede una nave; semplici artigiani metteano insieme cento, ducento uomini; il doge settagenario monta sulla flotta coi principali pregadi: si promette ascrivere al libro d’oro i trenta plebei che più denaro offriranno, e molti infatti porgono il più e il meglio delle loro sostanze[17], talchè Venezia trova modo a’ suoi bisogni. Oh, Venezia conosce come si resiste al nemico. Il Pisani seppe frenare il primo impeto finchè avesse esercitato la ciurma inesperta, e non fosse tornata di Grecia la flotta di Carlo Zeno; unitosi colla quale, non solo allarga Venezia, ma sbaraglia e blocca nel porto di Chioggia (1380 gennaio) l’armata genovese, con barche affondate chiudendo le tre uscite: le bombe, allora forse adoprate la prima volta in mare, e che spingeano palle di pietra di cencinquanta in ducento libbre, giocavano radamente ma terribilmente contro ripari fabbricati per tutt’altri projetti; lo stesso Doria rimase sfracellato sotto il crollo d’un muro; e la flotta dopo sei mesi d’assedio è obbligata rendersi a discrezione (21 giugno).

La guerra per altro si prolungò, e Carlo Zeno, sostituito al morto Pisani, menava le navi più a guasto che a vittoria; mentre l’implacabile Francesco Carrara dirizzava gli Ungheresi sopra Treviso, che i Veneziani non salvarono se non cedendolo al duca d’Austria.

Alfine a Torino (1381 8 agosto), sotto gli auspizj di Amedeo VI di Savoja, fu conchiusa la pace, per cui la repubblica si obbligava a pagare annualmente al re d’Ungheria settemila ducati; ma Ungheresi non farebbero sale sulle coste, nè navigherebbero più nessuno de’ fiumi che sboccano nell’Adriatico fra capo Palmenterio e Rimini; e i mercanti di Dalmazia non asporterebbero mercanzie da Venezia per più di trentacinquemila ducati; con Padova si restituivano reciprocamente le conquiste e le prese; col patriarca d’Aquileja stipulavasi la piena emancipazione di Trieste, obbligata solo a contribuire al doge le regalie convenute ne’ trattati precedenti, e lasciare ogni sicurezza e libertà di commercio ai Veneziani. Tenedo, cagione prima della rottura, doveva essere consegnata al conte di Savoja, che ne trasporterebbe gli abitanti a Negroponte e a Candia, abbandonandola deserta; ma Giannacci Mulazzo balio di quell’isola procurò distorne i Genovesi, sicchè fu duopo coll’arme domarlo. Venezia perdea dunque ogni possedimento in terraferma, e Tenedo e la Dalmazia, oltre immense ricchezze logorate. Di settemila ducento prigioni che avea fatti, non sopraviveano che tremila trecensessantaquattro, che restituì in cambio de’ suoi, quasi tutti vivi. I Garzoni, i Condulmer, i Zusto, i Nani poterono gloriarsi della nobiltà acquistata col soccorrere alla patria; e così i Trevisan, i Cicogna, i Vendramin, che giunsero poi fino al berretto ducale.

Il duca d’Austria, cui restava Treviso, continuò nimicizie al Carrara; in fine gli vendette tutti i possedimenti che tenea di qua dell’Alpi. Pertanto il signore di Padova occupava il lembo della laguna, e recideva le comunicazioni col continente. Il senato veneto eccitò contro di lui Antonio della Scala e Giovanni Acuto, che portò la desolazione fin sulle porte di Verona e Vicenza. Poi Venezia ricevette in dedizione spontanea Corfù, che era stata riunita alla corona di Napoli, e ribellata durante la guerra civile: s’impadronì di Durazzo sulle coste d’Albania, che da Carlo d’Angiò era stata tolta ai Greci; ebbe la cessione di Argo e Napoli di Romania, anch’esse possedute dagli Angioini; ricuperò Treviso; poi sotto Michele Steno acquistò Vicenza, Verona, per ultimo anche Padova, mandando i Carraresi al fine che dicemmo.

Genova nella guerra di Chioggia avea spiegato portentosa attività non solo nel combattere, ma nel dirigere il re d’Ungheria, il Carrara, il patriarca d’Aquileja, il signor di Milano a’ danni della nemica Venezia: colla pace di Torino, oltre che esausta di moneta e navi, si trovò nell’interno tutta divisa e nemica; i nobili in urta coi popolani, i mercanti ed operaj grossi in urta coi piccoli e colla plebe, e quelli e questi suddivisi in Bianchi e Neri, che noi diremmo moderati ed eccessivi. Non erano più i vassalli che stessero a fianco de’ signori feudali, ma clienti e dipendenti, marinari, operaj, che talvolta a centinaja servivano una casa sola. I capi poi erano versati negli affari, destri come mercanti, coraggiosi come marinaj, generosi come ricchi, istruiti da tanti avvicendamenti di trionfi e d’esigli.

Dopo il Boccanegra, la preminenza era sempre toccata a uomini del popolo, nuova aristocrazia sottentrata a quella de’ gentiluomini, e che escluse questi dal dogato e fin da ogni impiego. Le antiche famiglie, come i marchesi del Carretto, vedendosi mozza l’autorità e invidiata la condizione, si riducevano ne’ loro castelli, professandosi ligi all’Impero; se rimaneano in città, tramavano contro un ordine di cose che gli escludeva: ma neppur essi riuscivano a nulla perchè non uniti.

Fra que’ trambusti erano venute su alcune famiglie di cappelluzzi, cioè popolani, i Montaldo, i Guarco, principalmente i Fregosi, notaj e fautori del popolo, e gli Adorni, conciapelli e sostenitori della plebe (1378); nessuna bastava a sommettere le altre, ma l’una l’altra contrariava, e tutte insieme ogni efficace provvedimento. Se il doge Nicolò Guarco vuol reprimere le fazioni e rinforzare il governo, dicono che aspira a tirannide, ricusangli il denaro e le collette, si sollevano e mutano stato. Dieci dogi si successero rapidamente con dieci rivoluzioni, e ciascuna lasciava una nuova partita di malcontenti. Gian Galeazzo Visconti versava olio su que’ tizzoni, sperando che per istanchezza Genova se gli butterebbe in braccio. Di tutto ciò le finanze andavano a sobbisso: il territorio, se crebbe col comprare Novi e Serravalle dai Milanesi, trovavasi occupato da varj signorotti, Monaco dai Grimaldi, Gavi dai Montaldo, Levanto dai Bertolotti: i partiti incessantemente in lotta, cacciandosi e nocendosi a vicenda, insidiati dai nobili delle due Riviere, per trionfare ricorrevano pur essi alle bande mercenarie, funeste del pari a tutti, o alla protezione di stranieri. Queste lotte, che in venti anni la ridussero a potenza secondaria, sarebbe nojoso il divisarle.

Antoniotto Adorno, che, dopo lungo aspirarvi, aveva ottenuto il dogato nella peste del 1384 mediante una insurrezione di macellaj, presto ne fu espulso, vi tornò, lo riperdette, ripigliollo, e vedendo non potere conservarsi in posto, propose di mettere la repubblica sotto la protezione di Carlo VI di Francia (1396): quarta volta che in quel secolo Genova sottoponeva volontaria il collo a giogo forestiero[18], sì era soffocato l’alito repubblicano. Il re accettò, e promise mettervi per doge un vicario francese, non alterare le leggi, non rincarire le imposte. La libertà non ne pativa di troppo: ma que’ vicarj nè contentavano nè atterrivano, nè la quiete si ripristinava; oltre quello versato per sottomettere le Riviere, molto sangue corse in Genova stessa; coi nomi di Guelfi e Ghibellini mascherando fiere animosità, ogni tratto si era a baruffe, invasioni, cacciate, incendj; cinque volte si combattè per le vie l’agosto del 1398, trenta palazzi in fiamme, molti edifizj diroccati.

L’anno seguente vi furono sistemati i corpi di mestieri, che scelsero quattro priori, ai quali aggiunsero dodici senatori, da rinnovarsi ogni mese, per vegliare che il governatore e il suo consiglio procacciassero il bene pubblico; e se alcun magistrato violasse la giustizia in parole o in fatti, poteano, armati gli artigiani, corrergli addosso.

Anzichè sedare le turbolenze, ciò vi porse nuovi incentivi, sinchè venne vicario di Francia Giovanni Lemeingre, maresciallo di Boucicaut, uomo di coraggio alla prova, che entrato con mille cavalieri e fanti, volle le fortezze, fece imprigionare i capi faziosi e uccidere, tolse le armi a tutti, abolì i nomi delle fazioni e le magistrature popolari, snidò dai loro feudi i Fiesco e i Del Carretto, esigliò popolani, e tale spavento incusse, che i consoli delle arti non osavano più congregarsi, nè tampoco le confraternite de’ Battuti, per tema si procedesse contro di loro[19].

Tristo il popolo che è costretto a lodare tali freni eccezionali, e il rintegramento della legalità per mezzo della violenza! Rinvigorita la marina, Boucicaut veleggiò contro il re di Cipro ch’era in rotta co’ Genovesi, e poichè questo comprò la pace, egli bottinò sulle coste di Siria e d’Egitto, ed ottenne al re di Francia la signoria di Pisa, uccidendo Gabriele Maria Visconti (pag. 30). Nella minorità di Gian Maria volle essere messo nella reggenza, e venne a Milano con molto denaro e grossa truppa: ma Facino Cane, d’intesa con Teodoro marchese di Monferrato e coi malcontenti, si spinse a Genova (1409) chiamandola a libertà; sicchè cacciati e uccisi i Francesi, malgrado de’ Guelfi fu ripristinato il governo a popolo, abolendo gli statuti anteriori, e assumendone uno nuovo, di cui tale è la somma:

Lo Stato è ghibellino e popolare, ma i Guelfi potranno farsi Ghibellini, e i nobili parteciperanno di tutti gli uffizj, salvo il supremo. Questi uffizj sono il podestà, dodici anziani, il consiglio de’ quaranta savj, il consiglio generale di trecentoventi, i sindicatori, i provvisori, i magistrati della moneta, della Romania, della mercanzia, della guerra e pace, e i consoli della ragione. Il doge a vita reggerà e governerà la repubblica, presiederà ai consigli con due voti, e potrà intervenire alle adunanze di tutti gli uffizj o magistrati non giudiziarj; ma il proporre partiti compete solo ai rispettivi priori: non moltiplicherà gli uffizj, o ne scemerà la giurisdizione, nè s’intrometterà per qualsia pretesto nella cognizione e raccomandazione delle liti: avrà annue ottomila genovine, da spendere nel mantenimento e decoro della sua corte, compresivi due vicedogi e due vicarj. Il podestà, pagato lire cinquemila, dovrà essere forestiero, dottor di leggi, di casa almeno patrizia; presenterà all’approvazione del doge e suo consiglio tre giurisperiti in qualità di vicarj, che lo assisteranno due nelle civili, il terzo nelle cause criminali, per delitti commessi a cinquanta miglia dalla residenza; de’ commessi in minor distanza conoscerà egli solo. Il doge dovrà consultare gli anziani in ogni occorrenza, salvo per arrestare banditi, cospiratori o sediziosi. I quaranta interverranno in tutte le trattazioni gravi, e così per atterrare fortezze, concedere immunità, conferire l’ammiragliato. I sindicatori invigileranno sui portamenti di tutti i magistrati, multandoli se falliscono, impedendoli d’abusare dell’autorità. I provvisori frequenteranno piazza de’ Banchi e altre accolte di popolo per raccorre l’opinione pubblica su quel che giovi o nuocia, stabiliranno il bilancio delle spese, che per quell’anno fu di 72,524 genovine. L’uffizio della moneta amministra anche le entrate, paga le spese, e custodisce la cassa pubblica. All’uffizio di Romania, unito a quello di Gazaria, spetta il provvedere per le colonie orientali. Quello di mercanzia risolve le liti sopra il commercio e la navigazione, che non procedano da pubblici istromenti; e i consoli della ragione quelle non eccedenti il valore di lire cento: da entrambe escludendo i giurisperiti. Nessuno potrà desinare nè contrarre famigliarità col podestà e sua corte; nessuno accettare nello Stato ambasceria o altro servizio di principe forestiero. Il deliberare della guerra, della pace, delle pubbliche convenzioni spetta al consiglio maggiore: il doge e il magistrato della guerra vi danno esecuzione. Si rinnoveranno gli esercizj de’ balestrieri sotto due capi di guerra. I cittadini popolari saranno descritti secondo le strade di loro abitazione, sotto capistrada, gonfalonieri e contestabili, bandiere e armi distinte; e con questi ordini difenderanno lo Stato dai nemici esterni ed interni. Qualunque volta al doge o agli anziani paresse conveniente una riforma, i nuovi capitoli e le ragioni faranno leggere ai quaranta, e ove siano approvati, nomineranno otto riformatori con balìa limitata ad essi capitoli.

A Facino fu data una grossa somma, al marchese Teodoro il titolo di capitano per cinque anni; ma i costui comporti meritarono fosse cacciato (1413), rimettendo il doge, che fu Giorgio Adorno. Con questo rinfervorarono i parteggiamenti; e intanto andavano perdute la colonia di Pera a Costantinopoli e ogni influenza sull’Italia. Unico bel fatto di questi tempi è la spedizione contro i Barbareschi per frenarne le piraterie, capitanata dal duca di Borbone zio di Carlo VI, e assistita da molti signori francesi. Trecento galeoni e più di cento navi da carico afferrarono all’Africa; ma i Barbareschi li stancheggiarono senza mai venire a giornata, tanto che i nostri partirono senza effetto.

Nell’interno, niente bastava a calmare gli animi; e l’angustia delle vie e l’altezza de’ fabbricati dava modo di resistere e combattere mortalmente nelle ricorrenti avvisaglie. Ne rimanevano desolate le campagne, esinanito il commercio, sino a dover vendere a’ Fiorentini il porto di Livorno, che il Boucicaut avea comprato: intanto i marchesi di Monferrato e Del Carretto aprivano il Genovesato alle truppe di Filippo Maria Visconti; sicchè, per amor di pace e per desiderio di vendicarsi degli Aragonesi che aveano cercato torle la Corsica, il podestà Tommaso Campofregoso (1421) rese Genova a Filippo, riservando per sè trentamila fiorini d’oro e il dominio di Sarzana. Filippo mandò il conte di Carmagnola a governar Genova, talchè al ducato di Milano aggiungevasi anche il mare; nè Venezia, nè Firenze pareano accorgersi del pericolo di lasciar tanto ingrandire questo vicino.

CAPITOLO CXIV. Giovanna I di Napoli e Luigi d’Ungheria. Ladislao. Giovanna II. Gli Aragonesi in Sicilia.

Case d’Angiò e di Durazzo.
Carlo di Francia 1266-85
Carlo II lo Zoppo 1285-1309
Carlo Martello re d’Ungheria
Caroberto re d’Ungheria
Luigi re d’Ungheria
Andrea 1º marito di Giovanna I
Roberto il Savio 1309-43
Carlo duca di Calabria
Giovanna I 1343-81
nel 1380 adotta Luigi d’Angiò figlio di Giovanni II re di Francia
Luigi II
Luigi III nel 1423 adottato da Giovanna II
Renato 1435-42
Maria
Filippo principe di Taranto
Luigi 2º marito di Giovanna I
Roberto conte di Acerra 2º marito di Maria
Margherita moglie di Carlo III
Giovanni duca di Durazzo
Carlo duca di Durazzo 1º marito di Maria
tre figlie
Luigi conte di Gravina
Carlo III della Pace 1381-86
Ladislao 1386-1414
Giovanna II 1414-35
Nel 1420 adotta Alfonso re di Aragona e di Sicilia 1442-58

Allo spettacolo di tante irrequietudini, è facile esclamare contro il governo repubblicano; e il Denina, «per far comprendere quanto sia meglio del popolare il governo monarchico ereditario ed assoluto per la quiete e felicità pubblica», oppone a que’ trambusti «il regno di Napoli, ove, da che i principi angioini si furono stabiliti, si godè internamente pace tranquilla»[20]. Vediamo se il fatto sia così.

Roberto, che tutta la lunga vita stette a capo della parte guelfa in Italia, ampiamente estendendo l’autorità e nulla i dominj, fu poco lodato in tempo che l’ammirazione si dirigeva al valor militare, e si appropriò a lui il motto di Dante, essersi fatto re chi era piuttosto da sermone[21]. Amò cordialmente la pace; eppure vedemmo quante guerre cagionasse o sostenesse. Tentò anche ricuperar la Sicilia, e soccorso da suoi alleati e da truppe di Provenza e di Piemonte, la assalì con quarantaduemila uomini, settantacinque galee, tre galeoni, trenta vascelli da trasporto, trenta sagittarj e censessanta barche coperte; ma prima la tempesta, poi il clima mandarono in dileguo tanto apparato; i ripetuti suoi assalti non fecero che sperperare il paese, e re Federico tenne testa.

Per lasciare in quiete i suoi, Roberto si valse delle truppe mercenarie, cercando denari in ogni guisa, fin col permettere ai giudici di commutare varie pene in multe: così disavvezzava i sudditi dalle armi. Pio al modello di san Luigi di Francia suo zio, assegnò ogni mese tremila ducati a eriger chiese e conventi, e comprare beni per frati e monache; ottenne dal sultano d’Egitto che dodici Francescani fossero addetti al santo sepolcro, come sempre si è continuato; fabbricò superbamente Santa Chiara, sua cappella regia, dove poi fu sepolto con immenso mausoleo e compendioso epitafio[22]. Dotto, e dei dotti protettore, «o fosse (dice il Petrarca) occupato negli affari di guerra o di pace, o si ristorasse dalle sofferte fatiche, giorno e notte, passeggiando e sedendo, volle sempre aver libri. Prendeva argomenti sublimi al suo ragionare; e benchè scarsa e quasi niuna occasione ne avesse, protesse con regia munificenza gl’ingegni del suo secolo. Non solo udiva con singolare pazienza coloro che gli recitavano lor composizioni, ma gli applaudiva ed onorava del suo favore. Così continuò fino all’estremo: già vecchio, filosofo e re, qual egli era, non vergognossi mai d’imparare, nè mai gl’increbbe di far parte agli altri di ciò che avesse imparato, ripetendo che coll’apprendere e coll’insegnare l’uomo si fa saggio. Que’ medesimi che, o per odio o per prurito di maldicenza, cercano sminuirne le lodi, non gli contrastano quella della dottrina. Egli peritissimo nelle sacre scritture, egli spertissimo ne’ filosofici studj, egli oratore egregio, egli dottissimo nella medicina, solo la poesia coltivò poco; di che, come gli ho udito dire, si pentì in vecchiezza»[23].

Collocò nell’Università i migliori maestri, fece voltar in latino Aristotele e Galeno; insigni giureconsulti illustrarono il suo regno, quali Bartolomeo da Capua suo protonotaro e consigliere, Nicola d’Alife segretario della regia cancelleria, Andrea d’Isernia detto il principe, l’auriga, l’evangelista de’ feudisti, Luca da Penna ed altri, noti tra la folla de’ commentatori. Di regolari magistrati e di opportune leggi confortò il Reame. Il clero, depresso dagli Svevi, poi rialzato sotto gli Angioini fino a sottrarsi d’ogni giurisdizione regia, fu da lui sottomesso ai magistrati in casi d’ingiurie e violenze.

Ma o perchè Roberto si trovasse occupato altrove, o perchè rifuggisse dal disgustarli, atteso la vicinanza dell’emula Sicilia, i baroni crescevano di potere e d’arroganza; circondatisi di clienti e vassalli, nei loro castelli ricoveravano malfattori; non essendovi chi osasse più chiamarli in giudizio, trascorrevano ad ogni eccesso; tornavano sulle guerre private, eludendo e le commissioni cioè lettere arbitrarie del re, e le minaccie della Corte di Roma, e il rigore de’ giustizieri. Anche i banditi crebbero tanto, che bisognò contro di essi inviare regolari eserciti, ma con poco profitto, essendo protetti dai baroni.

A ben peggio si cascò allorchè Roberto, dopo trentaquattro anni di regno, morì (1343). Del perduto figliuolo eragli rimasta Giovanna, alla quale volendo togliere un competitore e procurare un appoggio domestico, destinò sposo Andrea, nato da Caroberto re d’Ungheria, figlia del suo fratello maggiore Carlo Martello (t. VII, p. 384); e lo fece educare a Napoli perchè acquistasse i modi e l’amore de’ futuri sudditi. Cure al vento. Quando successero nel regno e ne’ tesori, Giovanna era sul toccare de’ sedici anni, e di qualche mese minore il marito; e la splendidezza di loro reggia non avea pari in Europa, eccetto quella d’Avignone. Ivi Sancia da Majorca vedova di Roberto, Caterina imperatrice titolare di Costantinopoli, Margherita di Táranto regina vedova di Scozia, teneano altrettante corti; Maria, sorella di Giovanna, segretamente maritata a Carlo duca di Durazzo, sfavillava di bellezza e ingegno; Agnese di Périgord, madre di questo, compiva il regio circolo; e tutti lusso a gara, e feste, comparse, raffinatezza, amori rinterzati, intrighi inverecondi; inciampi alla fragile Giovanna. Andrea, candido uomo e dolce, non avea dismesse le grossolane usanze magiàre, tratto inelegante, strani gusti, umore indolente; e pretendendo gli competesse il regno non per la moglie, ma per diritto ereditario, non rassegnavasi alla superiorità pretesa da questa. Adunque due fazioni divisero la Corte e tutto il regno; e la ungherese crebbe pel favore del papa e più per la sventataggine di Giovanna, che non soffriva gli affari la distraessero dagli spassi, ne’ quali accoppiava la ricercatezza della letterata pulizia italiana colle pompe di Germania e Provenza; e la recita dei sonetti del Petrarca e delle novelle del Boccaccio alternavansi coi giuochi floreali, co’ tornei, colle corti d’amore. Frà Roberto, zoccolante ungherese, maestro d’Andrea e potente sopra la regina, a cavalcione dei due partiti, diveniva arbitro del regno. Petrarca, che allora vide quella Corte, prega il Cielo che campi l’Italia da simili disastri; esser Napoli una Mecca, una Babele ove Cristo s’insulta, fede non v’è, nè giustizia o pietà; i dominatori sono Falaridi, Dionigi, Agatocli; ma singolarmente inveisce contro il frate, sporco, stracciato, brigante, superbo. — Retorica.

Andrea, impacciato fra le cortigianerie, indispettito degli amori di Giovanna col cugino Luigi duca di Táranto, volle essere consacrato prima dei ventidue anni prefissigli da Roberto, e alla coronazione fece drappellare ceppo e mannaja, come ad esprimere ne userebbe contro gli offensori. Chi vuol fare non minacci. Quei che avevano motivo a temerne, congiurarono, capo il conte d’Artusio figlio secreto di re Roberto, e Filippina la Catanese, lavandaja, venuta balia di Luigi, e diventata confidente della regina; Giovanna, se non consentì, almeno non ostò che Andrea fosse strangolato e gittato da un terrazzo (1345 20 agosto).

Nessuno tolse da senno a farne processo e giustizia; solo il papa, come alto signore del Regno, commise a Bertrando Del Balzo, gran giustiziere, di cercare i colpevoli: e costui, sciorinando uno stendardo ov’era effigiato l’assassinio, si trasse dietro il vulgo fin al palazzo; nè la regina valse a impedire che la Catanese e i complici, dopo orribili torture, fossero appiccati ed arsi. Giovanna intanto sfacciatamente sposava (1347) il duca di Táranto; poi presentendo la guerra civile, facea levata di vassalli e partigiani; e a Luigi il Grande re d’Ungheria, maggior fratello di Andrea, scriveva scusandosi innocente. Il quale le rispose: — Il disonesto tuo vivere, il ritenere la podestà regia, la negligenza in punire il misfatto, le non chieste scuse, ti palesano partecipe e rea dell’assassinio; nessuno sfuggirà alla vendetta divina e all’umana».

Esso Luigi tiene posto segnalato fra i re dell’Ungheria, la quale, di fresco sbarbarita nè ancora spossata dalla viziosa costituzione, al tempo di lui si collocò fra le primarie potenze d’Europa. Egli era al tempo stesso re di Polonia, sovrano della Bosnia, della Servia, della Bulgaria, della Moldavia, della Valachia, onde estendeva i dominj sulle genti slave dall’Adriatico al mar Nero e alla foce della Vistola; rispettato dai Tedeschi, temuto dagli Italiani. Chiese al papa dichiarasse Giovanna immeritevole del regno, e ne investisse lui stesso, che s’accingeva con un esercito a far giustizia. E benchè il papa, che avea levato al sacro fonte un figlio postumo d’Andrea, tentasse indurlo a rimettere la cosa al suo tribunale, egli pose in pegno fin le gioje di sua moglie[24], e mosse a questa volta.

I Napoletani si erano divezzi dalla guerra: la gente di villa non conosceva arme, nè portava in mano che una mazza di legno per difendersi dai cani; invece di giacere alla serena, piacevansi di letti soffici e di piumacci, e sempre erano a pettinarsi e lavare il viso a mo’ di donne[25]. Non si potea dunque far conto che sui venturieri; ed era a temere che i Siciliani, per isfavorire Napoli, dessero mano agli Ungheresi. Pertanto Giovanna pattuì con quelli pace intera e assoluta indipendenza; poi diffidando de’ pochi partigiani, all’avvicinarsi del vindice fuggì in Provenza (1348).

Luigi, vincitore senza aver combattuto, volle vedere il terrazzo donde era stato precipitato Andrea, e quivi, rinfacciando il misfatto a Carlo di Durazzo che invano se ne giura incolpevole, lo fa stender morto e trabalzare anch’esso nel giardino; molti creduti complici manda al supplizio; gli altri reali spedisce in Ungheria. Entrato in Napoli da conquistatore, attende a far processi, colloca a governo Ungheresi e a reggente Stefano Laszk, principe transilvano; ma poichè la peste cominciava, congeda le truppe e torna in Ungheria.

Paese facile a conquistare, difficile a conservare. Il papa negò a Luigi l’investitura nè di Napoli nè della Sicilia finchè Giovanna non fosse regolarmente convinta rea. I Napoletani, ben presto disgustati dei forestieri e rimpiangendo le allegrie dell’antica Corte, invitavano la regina, la quale dalle indagini fatte risultava innocente del sangue d’Andrea. Assolta dunque dal papa che ne convalidò il nuovo matrimonio, ella s’accinse a ricuperare il regno; vendette al papa la città d’Avignone per ottantamila fiorini, e impegnò le gioje onde far denaro; e assoldate truppe, coll’assistenza di Nicolò Acciajuoli illustre fiorentino ricuperò il paese (1350), salvo alcuni castelli. Intrepidamente frivola fra tanti pericoli, colle allegrie stordiva sè e i sudditi; intanto che re Luigi sopragiungeva con trenta o quarantamila Ungheresi.

Costoro, naturati coi loro cavalli, su cui fin da fanciulli viveano, usavano unica difesa un giubbone di cordovano rinterzato, unica offesa l’arco e lunga spada; selle e gualdrappe la notte scusavano di letto e di copertura al cavaliero, il quale portava allato carne secca polverizzata, che con poca acqua calda riduceva a bibita sostanziosa. In tal modo aveano guerreggiato con Bulgari, Russi, Tartari, Serbi, in pianure patenti ove il pascolo abbonda; ma gl’Italiani distruggevano le proviande, e chiudevansi in terre castellate, di modo che gli Ungheresi consumavansi per difetto di foraggi; e sebbene i nostri potessero a pena sellare tre o quattromila cavalli, le ordinanze massiccie e le solide armadure nostrali presentavano intoppo inaspettato. Gli stranieri malmenarono il Reame, e lo presero tutto, eccetto Gaeta ove s’erano ridotti Giovanna e il suo sposo: ma poichè fame e peste li decimavano e il tempo del servizio militare scadeva, Luigi (1351) dovette accettare una tregua, patto che il papa facesse riassumere a processo la regina; e se fosse chiarita colpevole, il regno cadesse al re d’Ungheria; se innocente, questi cederebbe a lei le piazze per trecentomila fiorini. Giovanna a prova di testimonj giurati dimostrò che un filtro l’aveva distolta dall’amare Andrea, e fu dichiarata inconscia dell’assassinio di questo; laonde Luigi cedette le piazze, e neppur volle il pattuito compenso, dicendo: — Guerreggio per giustizia, non per guadagno». Giovanna tornò regina (1352), e Luigi di Táranto fu coronato.

Fra ciò la Sicilia compiva le sue sorti separatamente dalle italiche. I baroni, che erano stati repressi dagli Svevi, nella guerra succeduta ai Vespri sentirono d’esser necessarj; e straordinariamente compensati degli straordinarj servigi, talmente inorgoglirono, che appena soffrivano d’essere inferiori al re; e sotto al debole Pietro II (1337), figlio e successore di Federico I d’Aragona, pretendevano rendere ereditarie le cariche più alte. Colle estese parentele e colla clientela de’ popolani, ogni casa faceasi centro di partiti, che ruppero a guerre sotto il nome e la capitananza degli Alagona e dei Chiaramonti di Modica, dei Palici e dei Ventimiglia di Geràci; tanto che tutta quella costruttura di Federico I 1342 andò a fascio, nè quasi ombra rimaneva di governo centrale. Sotto Lodovico, succeduto quinquenne (1355) al padre in tutela del giustiziere Blasco d’Alagona, e sotto Federico II suo fratello sottentratogli di tredici, e indicato col titolo di Semplice, raffittirono le guerre da casa a casa; e «tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano s’uccidevano per agguati, per tradimenti; e per furti di loro tenute continovo adoperavano il fuoco e il ferro,..... e tanto si disusarono i campi della coltura, tanto si consumarono i frutti raccolti, che l’isola, per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri paesi»[26].

Ai re di Napoli il momento parve buono per far valere le ragioni che avevano dissimulate, non deposte; e Giovanna occupò Messina (1353), promettendo alzarla capo della Sicilia; ma Chiaramonti e Ventimiglia s’accordarono per ricuperarla. A Giovanna, padrona della Provenza e di Napoli, sarebbe stata necessaria una bella marina; ma le guerre non le permisero mai d’allestirla, anzi lasciò disfarsi ogni resto dell’antica potenza marittima di que’ paesi. Bisognosa di navi, ne chiese quindici in dono da Lodovico d’Aragona, a tal prezzo rinunziando i diritti sull’isola, nè riservandosi che l’annuo tributo di tremila once. Ai Siciliani parve baratto codardo questo riconoscere il regno come dono della signora nemica; eppure ciò poneva fine alla lunghissima guerra di Sicilia, costata tanto denaro e sangue: la soggezione non fu che nominale, nè mai pagato il tributo.

Giovanna e Luigi di Taranto sedevano sul trono napoletano; ma che poteano essi in regno sbranato dalle parzialità, e dove i baroni non voleano deporre le armi, impugnate ne’ passati trambusti? Alcuni scontenti v’invitarono la banda del conte Lando, che si rese terribile ad amici e nemici: e per rimandarla si dovettero imporre straordinarj accatti, e sospendere il consueto tributo al papa, che perciò ebbe a mettere il regno all’interdetto. Luigi di Táranto, vagheggino da nulla, morì di quarantadue anni (1362); e Giovanna, ad istanza de’ baroni, sposò Giacomo III d’Aragona, re titolare di Majorca; ma il tenne appartato da ogni autorità, e per lo più in Ispagna, finchè morì (1374) senza farla madre. Essa contava quarantasei anni; tutti i suoi figli erano morti; la sorella Maria non avea che tre figliuole, una delle quali, Margherita, fu da Giovanna designata a succederle, sposandola al cugino Carlo, figlio dell’ucciso duca di Durazzo, e che fu poi conosciuto col nome di Carlo della Pace; uom bello, attraente, ma profondamente simulato, e pronto sempre a rinegare la propria parola. Ma l’intrinsichezza di questo con Luigi il Grande, sotto del quale campeggiava in Ungheria e nel Friuli, ingelosì Giovanna, che repente concesse la mano (1376), non il titolo regio ad Ottone di Brunswick, che allora dimorava in Piemonte qual tutore del marchese di Monferrato.

Era il momento che contendeasi pel successore di papa Gregorio XI; e Giovanna, favorendo Clemente VII, antipapa, diede impulso al grande scisma d’Occidente; lo perchè Urbano VI la proferì scomunicata e decaduta dal regno e da tutti i feudi, ed eccitò contro di lei Carlo della Pace, di cui essa aveva deluso le aspettative. Il popolo napoletano bolliva contro la regina perchè fomentasse lo scisma, e acclamava il papa vero, e saccheggiava i palazzi; i baroni si combattevano fra sè con grandi eccidj, e la regina non potea che perdonarli e farli giurar paci che al domani erano violate. A tanti pericoli sentendo non bastar sola, essa cercò un appoggio coll’adottarsi erede Luigi d’Angiò (1380), secondogenito di Giovanni II re di Francia; seme che dovea fruttare due secoli di guaj al Reame. Esso Luigi per far denari s’appropria il tesoro regio di Francia, smunge province, sacrifica gli Ebrei, sottrae le paghe ai soldati, impone a Parigi una tassa su tutti i comestibili; e perchè il popolo ne tumultuava, fa buttar nel fiume i capi delle arti.

Come Urbano VI a Carlo, così Clemente VII favorì all’Angioino, assentendogli le decime sulle entrate ecclesiastiche in Lingua d’oc e in Lingua di sì, e persino a favore di lui ergendo in regno d’Adria lo Stato ecclesiastico, salvi il Patrimonio di San Pietro e la campagna di Roma: così sagrificando l’indipendenza dello Stato ecclesiastico. La morte del genitore trattenne Luigi d’Angiò in Francia; e intanto Carlo, sollecitato dalle solite speranze dei profughi, colle bande venturiere del Barbiano e dell’Acuto mosse ver Roma, dove, incoronato da Urbano VI, e fornito di ottantamila fiorini col togliere gli ori e fin i vasi sacri dalle chiese, dopo ronzato due anni coll’esercito a ruina degl’italiani, penetrava nel Reame (1381). Dal popolo, inusato alle armi, non soffrì resistenza; i baroni volevano male a Giovanna dell’essersi eletto successore uno straniero; la Città dividevasi tra Angioini e Carlisti, tra Urbanisti e Clementini; talchè impossibile era la difesa, e Carlo, fra i mirallegro entrò in Napoli. La regina, chiusasi nel Castel Nuovo, non ricevendo i soccorsi aspettati, si arrese. Carlo le fece onore: ma spargendo ch’ella il guardasse come un ladrone, e contro di lui sollecitasse continuamente Luigi d’Angiò, la fece strozzare (1382). Comunque d’indole generosa, ingenua, amorevole[27], colla inescusabile giovinezza e più col variare dei mariti e degli eredi ella sovvertì allora e poi il Reame. Sua sorella Maria di Durazzo non tardò a seguirla, e nel costei sepolcro spegnevasi la discendenza di re Roberto.

Luigi avrebbe voluto rimanere in Provenza a raccorre la porzione più solida dell’eredità di Giovanna; ma l’antipapa Clemente, per contrariare al favorito di Urbano VI, lo spingeva a vendicare la sua benefattrice, e conquistarsi così ricca corona. Egli dunque coronato in Avignone re di Sicilia, di Napoli, di Gerusalemme, con bello e forte esercito, con Amedeo VI conte di Savoja, e col favore di Bernabò Visconti che sposò una figlia a un figlio di lui, e assistito dai malcontenti, calò per Italia, e due anni continuò guerra a Carlo della Pace. Questi, non sostenuto dai baroni, sì bruciato di denaro che derubò alla dogana i panni de’ Fiorentini, Pisani e Genovesi onde distribuirli a’ suoi fedeli, conobbe l’opportunità d’evitare gli scontri, e secondo i consigli di Alberico da Barbiano, da lui fatto connestabile del regno, aspettò che le malattie logorassero gli uomini, i cavalli, il tesoro del nemico. Di fatto quel floridissimo esercito fu ben presto a tal miseria, che i migliori cavalieri montavano asini; il duca avea venduto vasi, gioje, fin la corona, nè copriva la corazza se non d’un cencio dipinto; alfine morì di febbre a Bari; gli altri o perirono (fra questi Amedeo di Savoja, a Santo Stefano in Puglia, 1384 12 marzo), o tornarono accattando e rubando.

Più colla politica che col valore avea trionfato Carlo, nè però ebbe calma; e la fazione angioina, fedele al fanciullo Luigi II, erede della Provenza e delle pretensioni dei defunto duca, lungamente sconvolse il Regno. Inoltre egli si guastò affatto con papa Urbano, che essendosi piantato a Napoli, pretendeva esercitarvi padronanza, e voleva investisse a un tristo suo nipote il principato di Capua e d’Amalfi, e altri possedimenti promessi quando fu coronato: onde tempestò fra guerre e scomuniche scandalose, peggiorate dalla peste che in quegli anni rinnovò i guasti per tutta Italia. Carlo, inorgoglito dalla vittoria, era meno che mai disposto ad ascoltare le rimostranze del pontefice che pretendeva moderasse le molteplici imposte sul Regno: onde Urbano si chiuse in Nocera, pose alla tortura alcuni cardinali imputati di congiura, e scomunicò Carlo, il quale a vicenda tormentava i prelati napoletani che obbedissero all’interdetto, e mandò l’esercito ad assediare l’ostinato pontefice. Questi s’affacciava ogni tratto al balcone col campanello e colla torcia accesa scomunicando l’esercito del re, finchè dopo sei mesi vennero in soccorso truppe mercenarie, che lo trafugarono verso Salerno, d’onde s’imbarcò anelando vendetta (Cap. CXVII).

Alla sorte del Reame venne a recare nuovi viluppi la morte di Luigi il Grande d’Ungheria. Aveva egli menato frequenti guerre con Venezia, la quale conservava sempre il titolo di signora di Dalmazia, di Croazia e d’un quarto e mezzo dell’impero d’Oriente; mentre esso re, dacchè pretese al Napoletano, avrebbe trovato opportunissimo possedere Zara, anello fra i suoi paesi e la Puglia. Tentò dunque essa città, ma i Veneziani gliela disputarono, e dopo diciotto mesi d’assedio la presero. Ne serbò rancore Luigi, e favorì lo scontento degli Schiavoni, i quali dalla signoria veneta aborrivano perchè sagrificati al vantaggio della capitale, mentre sarebbero potuti fiorire di commercio diventando lo sbocco dell’Ungheria. Quando si sentì bastante vigore, Luigi intimò al veneto senato restituisse le città di Dalmazia, antiche pertinenze della corona ungherese. Il senato ricusò e fece navi; ed avendo l’emula Genova prestato a quel re sessanta galee comandate da Antonio Grimaldi, i Veneti uniti ai Catalani, e capitanati da Nicolò Pisani, a Lojera diedero una terribile rotta ai nemici (1353), prendendone trenta galee con tremilacinquecento prigionieri, che lasciarono consumar nelle carceri, oltre duemila che perirono combattendo.

Non per questo re Luigi desistette dal molestare i Veneziani in Dalmazia; e risolse attaccare Zara, Spalatro, Trau, Nona e al tempo stesso Treviso, unica città che Venezia tenesse in terraferma. Occupate Conegliano, Asolo, Céneda, que’ temuti cavalleggeri arrivarono sotto Treviso, ma prenderla non poteasi con scorridori; i quali, impazienti di lunghe fazioni, costrinsero il re a battere in ritirata, benchè forte di trentamila uomini. Meglio ordinatosi, ricomparve egli, e per tradimento ebbe la città (1354); e chiesto di pace, generosamente dichiarò bastargli il ricupero delle città spettanti alla sua corona, e che il doge rinunziasse al titolo che si arrogava su quelle, e gli provvedesse ventiquattro galee, di cui egli pagherebbe le spese.

Morto Luigi (1382), la nobiltà consentì che Maria sua figlia, da essi gridata regina, ne portasse i diritti a Sigismondo di Luxemburg, figlio dell’impotente Carlo IV. Altri nobili però gridarono Carlo III di Durazzo, che adottato da re Luigi, era cresciuto in quel reame e formatosi a quelle armi; e di fatto egli, per ambizione del nuovo non curando i disordini cui abbandonava il regno suo prisco, v’andò, ed ottenne la corona angelica; ma la regina lo fece assassinare. Giovanna era vendicata (1386). Allora va in estremo scompiglio l’Ungheria, dove i Croati accorreano a punire il delitto con altri delitti e brutalità. Côlta Maria, la mandavano a Margherita vedova di Carlo, se non si fossero opposti i Veneziani: intanto le ribellioni fiaccarono affatto l’Ungheria, e un nuovo re della Servia orientale ebbe Zara, Trau, Sebenico, Spalatro e le altre città per lo innanzi possedute dai Veneziani. Maria fu liberata da Sigismondo di Luxemburg suo marito, il quale alla morte di lei (1395) restò re del paese, che trasmise poi a Casa d’Austria.

Tra questo fare, il regno di Napoli, salito a tanta grandezza sotto i Normanni, gli Svevi e Roberto il Buono, sfasciavasi sotto i costui discendenti, e poco pesava sulla bilancia politica, mentre internamente era campo di sciagurate battaglie fra bande di ventura e stranieri semibarbari: le contribuzioni erano riscosse e consumate da costoro; non esercito nè flotta v’avea che obbedisse al re, non fortezze ben munite; esausto l’erario, effeminata suntuosità alla corte, la nazione disabituata dalla guerra, sicchè nè i padroni confidavano in essa, nè i nemici la temevano; e in conseguenza nè essa aveva a se medesima quel rispetto che salva da vergogna, nè dagli altri l’otteneva.

L’intempestiva morte di Carlo III aggiunse mali a mali; e mentre Ladislao, figliuolo di lui decenne, era proclamato re sotto la tutela di Margherita, la fazione francese dei Sanseverino salutava l’altro fanciullo Luigi, figlio di quel d’Angiò, due fanciulli in tutela di due donne meno abili che intriganti. Maria di Blois tolse a Ladislao quasi tutta la Provenza; i Napoletani, scontentati dall’avarizia di Margherita e dall’avidità de’ suoi favoriti, si sollevarono anch’essi a favore d’Ottone di Brunswick, vedovo di Giovanna e creato di Clemente VII, che a nome dell’Angioino prese Napoli. Così due papi, due re, due reggenti, fra le cui dispute i più negano obbedienza ad entrambi, entrambi li scomunica papa Urbano VI, e tutto va sossopra. Luigi II coronato in Avignone (1391), è in Napoli accolto fra gli applausi, ma presto ridotto a rassegnare ogni potere a Ladislao (1399), che riconosce il regno come benefizio della Sede apostolica[28].

Fra pericoli e congiure e guerre intestine costui s’addestrò agl’intrighi, coll’età crescendo di coraggio; perfido politico quanto Gian Galeazzo, e più valoroso, formò buone truppe, ebbe di molti partigiani, tolse tutte le fortezze ai Francesi, punì i baroni che gli avevano favoriti. La nobiltà ungherese, disgustata di re Sigismondo, offrì la corona angelica a Ladislao, che v’accorse; ma poi trovandosela contesa, vendette ai Veneziani Zara e le altre piazze di Dalmazia, nè più dandosi un pensiero dell’Ungheria, pensò ingrandire in Italia, prefiggendosi rinnovare la gloria di Federico II imperatore, e solendo dire: — O Cesare o nulla». Per assodare la monarchia deprimeva i baroni, che odiava tutti o parteggiassero pei Durazzo o per gli Angioini; impedì tenessero più di venticinque lancie ciascuno, come faceano col pretesto di pubblico servizio, ed anche queste fossero stipendiate e alloggiate dallo Stato: intanto ammise chi che fosse ad ottenere feudi, uffizj, sin la cavalleria.

Era allora la cristianità straziata dal grande scisma, e l’Italia n’andava tutta in parti e in armi, sicchè non parea far guerra al papa chi assalisse lo Stato papale. Ladislao colse il buon punto; e quando (1404), dopo morto Bonifazio IX e ne’ primi tempi d’Innocenzo VII, Roma sbranavasi fra il popolo e i grandi, egli cercò entrarvi, favorito dai Colonna e dai Savelli. Il popolo s’impadronisce di Ponte Molle e respinge il re; ma dodici cittadini ch’erano andati per trattare un accordo con papa Innocenzo, vengono côlti dal nipote di questo e trucidati. Il popolo si leva allo stormo della campana di Campidoglio, caccia il papa, saccheggia. Ladislao teneva occhio a quella preda, e mentre mena a ciancie il pontefice e i Fiorentini, occupa trionfalmente Roma: Gregorio XII, bisognoso d’appoggio contro il papa emulo, dà a Ladislao l’investitura di Roma, del Patrimonio, della marca d’Ancona, di Bologna, Faenza, Forlì, Perugia e del ducato di Spoleto per venticinquemila fiorini l’anno (1408 25 aprile); e fu il primo che se ne intitolasse re, diventando padrone dello Stato di cui erano vassalli i suoi predecessori.

Allora parvegli toccare il cielo col dito, sprezzò ogni ostacolo, e in verità perchè non potea sperare di divenir re di tutta Italia? Morto Gian Galeazzo, i Visconti erano ristretti nella Lombardia: Venezia sentivasi ancora fiaccata dal duello con Genova: questa dalle fazioni era costretta ad appoggiarsi alla protezione di Francia. Solo i Fiorentini ostavano, e poichè nol vollero riconoscere, attenti che nessun potentato preponderasse in Italia, Ladislao staggì le robe di tutti i loro mercadanti in Roma (1409), e accumulato denaro, ne corse guastando il territorio, onde il popolo lo chiamava il re guastagrano, e i Fiorentini si videro nuovamente in procinto di perdere lo Stato. Contro di lui essi presero al soldo Braccio di Montone, e favorirono Luigi II, che venne cogli ajuti di papa Alessandro V e del suo successore Giovanni XXIII, e colle scomuniche da questo avventate a Ladislao. I gigli sventolavano a capo dell’esercito, e i Fiorentini uniti a’ Senesi dissipano una spedizione mossa a conquistare tutta Italia (1410); anzi prendono Roma, dove si stabilisce papa Giovanni. Luigi, ben fornito di Provenzali e di fuorusciti, e de’ capitani Paolo Orsini, Attendolo Sforza, Braccio di Montone, vince a Roccasecca Ladislao (1411 19 maggio), facendo prigionieri quasi tutti i baroni e lo stendardo reale; ma i soldati sperdonsi a saccheggiare, poi rivendono le armi e i prigionieri per otto o dieci ducati l’uno, e Ladislao li compra, compra i soldati stessi del suo nemico, il quale deve colla vergogna ricoverare di là dai monti, ove presto finisce la vita.

Ladislao invade Roma e lo Stato, rapinando malgrado de’ Fiorentini: costringe Giovanni a disdire Luigi d’Angiò, e riconoscere Ladislao ne’ regni di Napoli e Sicilia; obbligarsi a ricondurre alla obbedienza di lui quest’isola, allora in mano degli Aragonesi; nominarlo gonfaloniere della Chiesa con quattrocentomila ducati, e perdonargli un arretrato di ducati quarantamila dell’annuo tributo, tuttociò a patto che Ladislao riconoscesse lui papa. E papa e re violarono ben presto gli accordi: il primo raccoglieva bande, flagello de’ popoli, che non impedirono a Ladislao di assalir Roma (1413) ed entrarvi saccheggiando, mentre il papa fuggiva tra pericoli e patimenti infiniti, e chiunque del suo seguito fosse preso, veniva spogliato nudo, spesso ucciso. Giustamente si dolse Giovanni a tutto il mondo di tanta perfidia, e — Chi avrebbe potuto credere alcuno audace e perverso a segno, di venirci a giurar fedeltà, domandarci l’investitura in solenne adunanza, e all’ombra di tali dimostrazioni ottener quello che non avrebbe pur eseguito in guerra aperta? Ci rifugge l’animo dal dipingere il furore con cui trattò Roma, i sacri tempj, le venerabili reliquie de’ santi»[29].

Ladislao non vi badò, e si spingea contro Bologna, sola rimasta al pontefice, ma una terribile malattia, attribuita a veleni o a filtri, e più credibilmente a lussuria, lo gettava tratto tratto in accessi di rabbia, durante i quali trascorreva alle peggiori crudeltà; sinchè frenetico morì a trentasei anni (1414 6 agosto). Maltrattò le proprie mogli, e la repudiata Costanza obbligò a sposare un altro; provvedeasi di concubine d’ogni stato; matto di superbia, non curante che de’ soldati, prodigò i beni della corona a guerrieri, vendendo uffizj e cavalierati, assodò l’aristocrazia che prima voleva deprimere; e lasciò la solita eredità di questi re soldateschi, confusione e indisciplina.

In mancanza di figliuoli, Giovanna II sua sorella gli successe, rinnovando gli scandali e i disordini della prima Giovanna; deforme e voluttuosa, perduta in licenziose feste a voglia d’indegni favoriti. Vedova di Guglielmo d’Austria, e sperando ne’ reali di Francia appoggio contro le pretensioni degli Angioini, sposò Giacomo di Borbone conte della Marcia. Ben ella s’era riservato tutto il potere; ma Giacomo volendo esser re anche di fatto, mise in prigione lei, al tormento poi a morte ignominiosa Pandolfello Alopo, che essa avea fatto gran siniscalco, conte, camerlingo, tutto. Indignò baroni e popolo quel vedere Francesi collocati in tutti gl’impieghi, e trattata da schiava la loro regina. Giulio di Capua dei conti d’Altavilla, condottiero napoletano che aveva infellonito re Giacomo contro i favoriti, allora congiurò d’ucciderlo, e ne informò Giovanna, che credette acquistar grazia col darne spia al re. I congiurati furon messi a morte; essa ebbe qualche larghezza, della quale profittando, i sudditi la liberarono e rimisero al potere; e Giacomo ridotto ad umile condizione, e fin prigioniero, poi sottrattosi, andò a morir frate.

Qui, cacciati i Francesi, vennero attribuite le dignità ad Italiani; Giovanna riconobbe Martino V, gli fece omaggio, e gli restituì Roma e tutte le conquiste di Ladislao; così suggerendole i suoi amanti, e principalmente quel che era sotterrato all’Alopo nella confidenza e nell’amore di lei, ser Gianni Caracciolo. Uomo d’intelletto e di preveggenza rara, ed amato dal popolo, al cui sostentamento aveva provveduto, avrebbe costui dominato dispoticamente se non l’avesse contrariato Attendolo Sforza.

I caporali, che andavano in volta per la Romagna col piffero e il tamburino ad ingaggiare venturieri, esibirono il soldo a un terriero da Cotignola, di nome Muzio Attendolo, che stava zappando un suo podere. Egli tentenna fra il sì e il no, e non sapendosi risolvere, lancia sopra una pianta la zappa, risoluto di restarsene al suo mestiero se ricaschi a terra. Rimase implicata fra i rami, ed egli accettò le armi, tolse un cavallo dalla paterna stalla, e colla bravura e l’arrischiatezza acquistò nome; e Alberico da Barbiano vedendoselo in un diverbio saltar contro con violenza, gli disse: — Che? vorrai tu far forza anche a me come agli altri? Ti chiameremo lo Sforza. Questo soprannome gli restò, ed egli come capo di bande eccitò ammirazione, invidie, nimicizie. Nel campo voleva severa disciplina; un uom d’arme toglie il vestone pavonazzo d’un medico, e Attendolo, messoglielo in dosso, lo manda in giro pel campo, sicchè quegli dalla vergogna s’ammazza: uno scozzone di cavalli che sottraeva biada per venderla, fa legare alla coda di cavalli e strascinare a furia: un ferrarese che teneva seco una donna in figura di ragazzo, fece vestire da femmina e girar così negli accampamenti. Corpo abituato ad ogni fatica e stento, piacevasi solo a giuochi di forza; tutt’armato, poteva montare a cavallo senza ajuto che delle staffe, e per molte miglia viaggiare sotto quello scoglio ferrato; pronto a deliberare, prontissimo ad eseguire, ardito ne’ pericoli, franco in gioventù, simulatore dopo provati i tradimenti, spregiator delle ricchezze, valoroso ma senza veruno de’ nobili concetti che fregiano il valore, soldato sempre di causa altrui.

Col famoso condottiero Tartaglia avendo contribuito alla presa di Pisa, fu da Firenze provvisto di cinquecento fiorini annui. Riuscito ad uccidere per tradimento il traditore Ottobon Terzo, dal marchese d’Este, cui rendeva Parma e Reggio, ottenne la terra di Montecchio. Roberto imperatore gli concesse per arma un leon d’oro rampante che tiene nella zampa destra un pomo cotogno. Luigi II d’Angiò e il papa lo assoldarono nell’impresa contro Napoli; ma Ladislao riuscì a tirarlo a sè, donandogli quattro castelli nell’Abruzzo; onde il papa, che pur l’aveva investito della natìa terra di Cotignola, e creato gonfaloniere della Chiesa, lo fece dipingere in più luoghi appiccato pel piede destro con un cartello che cominciava Io son Sforza villan di Cotignola, e ne enumerava dodici tradimenti. Che contavano i tradimenti ove unica lode era il valore? Ladislao, avutone utile servizio, lo eleva gran connestabile del Regno, e gli assegna sette castelli del Patrimonio di san Pietro; altri ne acquista egli come vassallo della repubblica di Siena; e chiamasi attorno i parenti suoi, affidando loro i comandi nell’esercito, gente tutta allevata in faticosa sobrietà, avvezza al ferire in paesane contese, e interessata a sostener lui, unico appoggio di tutti.

Alla morte di Ladislao, l’Alopo, ingelosito del favore mostratogli da Giovanna, lo sorprende e lo caccia in un fondo di torre; ma ben tosto riconosciutolo necessario, gli offre in moglie una sorella e nuovi dominj se metta a favor suo e della minacciata regina la sua banda. Re Giacomo, riuscito superiore, insusurrato da Giulio di Capua suddetto, alla sua volta lo chiude prigione, e così il gran venturiero alterna fra le catene e il comando, fra gli amori della regina e l’odio dei rivali.

Amico, poi emulo suo fu Braccio dei conti di Montone, perugino. Da una fazione espulso di patria ferito e nudo, si pose sotto al Barbiano, e ne meritò la stima, poi l’invidia, tanto che si cercò torgli la vita. Scampato, e sofferti tutti i disagi della povertà non ladra, accettò soldo di qua di là, e alfine dai Fiorentini contro Ladislao. Rôcca Contratta fu la prima terra che a lui si sottomise, donde altre soggiogò nel Piceno. Giovanni XXIII andando al concilio di Costanza, lo lasciò incaricato di tenergli in fede Bologna e la Romagna, ed esso in fatti costrinse all’obbedienza i signori e le città che se ne voleano sottrarre. Ma quando Giovanni fu deposto di papa, Bologna diede su, e Braccio patteggiò, vendendole per ottantaduemila fiorini i castelli regalatigli dal pontefice. Trovandosi un buon esercito, impinguato dalle prede di Romagna, Braccio voltò sopra Perugia sua che l’aveva esigliato, e che era difesa dal Tartaglia; trasse a sè costui con promettere d’investirlo di tutti i feudi che si torrebbero allo Sforza, comune avversario; ma i cittadini lo respingeano intrepidamente, e quantunque i magistrati avessero fin murato le porte acciocchè nessuno uscisse a scaramucciare, saltavano o calavansi dalle mura per provarsi con que’ nemici. Venivano intanto altri capitani, chi per soccorrere, chi per combattere Braccio; e sulla via d’Assisi fu mischiata una battaglia (1416), rinomata ne’ fasti di quelle bande, ove comandavano da una parte Braccio con Tartaglia, con Niccolò Piccinino e con altri; dall’opposta Carlo Malatesta con Agnolo della Pergola, Ceccolino de’ Michelotti, Paolo Orsini. Sette ore durò la mischia sotto il sole di luglio, finchè Braccio vinse; onde Perugia schiuse le porte e diede la sovranità al suo esule, cui si sottomisero Rieti, Narni e tutta l’Umbria.

Egli stabilì un governo robusto, abbellì la città, dedusse acque dal lago ad irrigare la campagna. Soleva a Perugia farsi ogni domenica di primavera un’abbaruffata tra gli abitanti della città alta e quei della piana, lanciando sassi e parandoli con un largo mantello avvolto al braccio sinistro; poi succedeano persone armate in tutto punto, ma con cuscinetti che ammortissero i colpi; infine anche i fanciulli venivano alle mani: giuoco che non passava mai senza la morte e il guasto di più d’uno. Braccio vi diede grande splendidezza, e volle che ciascuna delle città a lui sottoposte vi mandasse una bandiera. Il duca di Camerino gli sposò una sorella; i Fiorentini lo tennero sempre amico ed alleato, ed egli prometteva ad ogni loro appello andare a comandarne l’esercito; e qualora capitasse a Firenze, eravi accolto con tutto l’entusiasmo che il corrotto giudizio umano tributa alla forza soldatesca, e più quand’essa è rara.

Mentre lo Sforza stava in ceppi, Braccio procurò torgli i feudi, secondo avea pattuito col Tartaglia; di che nacque odio implacabile fra i due campioni. L’uno più arrischiato, l’altro di valore più educato ed accorto, furono capi di due scuole, emule non solo allora, ma sotto que’ grandi guerrieri che ne uscirono (dicevasi allora) come dal cavallo di Troja. Gli Sforzeschi valeano di più nella milizia, i Bracceschi nelle subitanee fazioni; questi nella disciplina e nelle particolarità, quelli nel concetto, negli appresti generali e nell’artifizio di tenersi delle riserve: nè gli uni nè gli altri utili alla patria e all’umanità, la quale non del valore ha bisogno, ma d’un valore adoprato a buona causa.

Braccio era entrato in Roma (1417), egli capitano di ventura nella capitale del mondo cattolico, intitolandosene difensore finchè un nuovo papa giungesse. Lo Sforza mosse, per ordine di Giovanna, a snidarnelo; e quegli, molestato dalle febbri, si ritirò, covando vendetta, mentre lo Sforza rodevasi di non avere sfogato la sua. Questo fu incaricato da Martino V di togliere a Braccio il principato che s’era costituito, ma nulla profittò contro quel valore esercitatissimo. Invano egli e il papa sollecitavano da Giovanna altri ajuti per fortunare l’impresa; a ser Gianni Caracciolo piaceva che fallisse, acciocchè se n’eclissasse la gloria dello Sforza: il quale vedendosi soccombere alla costui rivalità, non esitò a risuscitare le antiche parzialità dei Durazzo e degli Angioini, le quali doveano portare al paese tanti strazj e lunghissima servitù forestiera.

Respinto il bastone di gran connestabile e disdetto il giuramento, quasi con ciò disobbligasse la propria fede, lo Sforza mandò a Luigi III, succeduto al II d’Angiò, invitandolo a rivendicare i suoi diritti, fondati sull’adozione di Giovanna I; e nominato vicerè, raccolse un esercito ed investì Napoli (1420). Luigi medesimo comparve colla flotta: ma gli si opposero per mare Alfonso re d’Aragona e Sicilia, che era stato chiesto da Giovanna II e adottato; e per terra Braccio, che riconciliato col papa, n’avea avuto in feudo Perugia e le vicinanze, e l’aveva soccorso a sottomettere Bologna, e che creato conte di Foggia, principe di Capua, gran connestabile, adoprò il valore e più gl’intrighi e la seduzione contro l’esercito oppostogli. Luigi, a cui il destro nemico avea sottratto l’amicizia del pontefice e il venale coraggio dello Sforza, se ne andò in rotta; ma questa non era che la prima scena del lungo conflitto tra Francesi e Spagnuoli.

Intanto in Sicilia Federico II moriva (1377) di trentacinque anni, sempre inetto, lasciando una sola figlia Maria: e sebbene Federico di Svevia avesse determinata la successione per agnati, escludendo le femmine, il papa autorizzò Maria a succedere. S’oppose Pietro d’Aragona, finchè s’accordò di maritarla con don Martino suo nipote (1392). Ai baroni ne rincresceva, temendo non il signore forestiero li mettesse al freno: ma egli comparve con buone forze, e accolto volonterissimo dalle città, domò gli Alagona e i Chiaramonti che gli si opponevano. Ma morì improle, onde gli succedette il padre suo (1409), Martino il Vecchio, già re d’Aragona; lo perchè la Sicilia cadde nella deplorabile condizione di provincia, e vi durò tre secoli. Per giunta, il papa e i re napoletani fomentavano le discordie, già inevitabili in quella costruttura di regno, e che continuavano l’agitazione anche dopo perita la libertà.

Primeggiavano fra i baroni le famiglie de’ Chiaramonti e degli Alagona; la prima, tanto sublimata che diede una figlia in isposa a re Ladislao, propendeva agli Italiani ed era meglio popolare; l’altra agli Spagnuoli: ma e la parzialità latina e la catalana tiranneggiavano, strappando a sè le rendite, l’amministrazione, la guerra, la giustizia: le città, invece di maturare l’ordinamento municipale, erano predominate dai nobili, i quali eleggevano i magistrati, e cacciandone il capitano regio, vi mettevano qualche barone di loro parte, e infine le convertirono in rettorie di loro proprietà. Quando Martino II tentò dar polso alla podestà monarchica, essi baroni, sopendo le nimicizie, si collegarono a Castronovo per sorreggersi a vicenda, sorretti anch’essi dal papa; e Martino, obbligato a calare a patti, s’ingegnò di rimettere l’assetto antico, revocare alla camera le rendite alienate, munire il paese con un esercito stabile di trecento bacinetti o barbute, che cento erano di Siciliani, gli altri di forestieri.

Egli armò per ricuperare la Sardegna ribellatasi, e le vittorie sue ridestarono il valor siciliano; ma non appena avviati i miglioramenti, nuove turbolenze suscitò la morte di lui. Non si vuole più re straniero: Palermo propone al trono un Peralta (1410); Catania e Siracusa negano dipendere da quella città; Messina, ancor memore degli antichi sforzi, e sempre aspirando ad essere la prima città del regno, scuote il giogo straniero, e promette fede a papa Giovanni XXIII, che dichiara scaduti gli Aragonesi perchè più non aveano pagato il tributo feudale. Ma ai baroni conveniva quel che al popolo rincresceva, onde ajutarono la guerra, che durò finchè Ferdinando di Castiglia, nipote di Martino II, fu da tutti riconosciuto re legittimo (1412). Non badò alle domande ripetutegli di fare della Sicilia un regno distinto, anzi costituì non dovesse mai separarsi dall’Aragona, ch’egli aveva acquistato.

Egli non approdò mai nell’isola; bensì Alfonso d’Aragona (1416) succedutogli vi pose dimora, fosse per desiderio di sottrarsi agl’impacci che nel suo regno gli davano le cortes e la gelosia de’ signori, fosse per colorire i suoi disegni sopra la Corsica. Cupido d’imprese, dal suo regno di Sardegna aveva invaso quest’isola; ma trovato gagliarda resistenza per parte de’ Genovesi, era stato costretto a recedere (1420). Fu allora che gli venne dalla regina Giovanna l’invito d’assisterla e la promessa d’adottarlo; intanto nominandolo duca di Calabria, e dandogli per sicurtà Castel Nuovo e Castel dell’Uovo. Quest’adozione avviava a ricongiungere le due parti separate dell’antico regno: ma Alfonso alla Corte di Napoli si accorge d’essere circuito da intrighi e tradimenti; e non sapendo tollerare la burbanza del Caracciolo e le costui trame per soppiantarlo, il fa arrestare. Giovanna spaventata appena ha tempo di chiudersi in Castel Capuano, disereda Alfonso per Luigi III d’Angiò (1425), invita a soccorso lo Sforza, il quale a rincalzo di combattimenti la salva. Lo Sforza, dopo avere avuto molti figli d’amore, sposò due mogli di sempre più elevata fortuna, e ultimamente una duchessa di Sessa, vedova di Luigi II d’Angiò: fu dichiarato ancora gran connestabile, e allorchè Giovanna gliene conferiva il bastone, e disputavasi sulla formola migliore per impegnare la fede di lui, ella proferì: — Chiedetela a lui stesso, il quale tanti ne diede a me ed ai nemici, che nessuno meglio sa in che modo si obblighi e disobblighi». Menò egli robustamente la guerra contro del papa buttatosi cogli Aragonesi, e professava volergli far dire cento messe per un quattrino; fu soddisfatto del lungo odio col cogliere a forza, e far processare e mandare al patibolo il Tartaglia; ma poco dopo (1424 4 genn.) egli pure, nel guadare il Pescara, annegavasi al cospetto del figlio Francesco e dell’emulo Braccio.

Mentre Alfonso era dovuto recarsi a chetare il suo regno d’Aragona, Giovanna co’ sussidj di Genova recupera Napoli; e Braccio, combattendo le bande sforzesche e Giacomo Caldòra sotto Aquila, rimane sconfitto (2 giugno), e ferito si lascia morir di fame e di rabbia, perendo quasi contemporanei i due caporioni delle bande italiane. Il pontefice, di cui Braccio circuiva quasi d’ogni parte gli Stati, ne festeggiò per tre giorni la morte, e lasciò il cadavere di lui insepolto: il suo dominio fu reso allo Stato pontifizio e al napoletano. Giovanna, per capricci amorosi che l’età rendeva ridicoli, venne in broncio col Caracciolo; e i nemici di lui, strappatole l’ordine d’arrestarlo, affrettaronsi ad ucciderlo (1432) prima che ella pentisse. La regina non potè che tributargli splendide esequie, e lasciare che il popolaccio saccheggiasse le case degli uccisori di lui; poi si abbandonò alla duchessa di Sessa, incapace com’era di volere o di risolvere da se medesima.

Perito anche Luigi III senza figli (1434), Giovanna privilegiò erede in testamento Renato fratello di questo; poi a sessantaquattro anni, logora di corpo e di spirito moriva (1435), e con essa la prima casa d’Angiò, da censessantott’anni regnante. Le volubili adozioni di lei costarono infinite guerre a Francia e Aragona, che per disputarsi quella bella corona toglievano appiglio da donnesche velleità. Per allora la Calabria fu congiunta alla Sicilia: ma Renato si fece innanzi allegando il testamento di Giovanna; il papa pretendeva che il regno vacante ricadesse come feudo alla Chiesa, ma essendo così debole da non potere sostenersi, prese la parte di Renato; e i regnicoli si divisero tra i due, che s’accinsero a meritare il Reame col farne quel peggiore strazio che sapessero. Alfonso che stava parato agli eventi, volle prevenire l’arrivo de’ Francesi, e assediò Gaeta difesa dai Genovesi, che l’avevano fatta emporio delle loro merci nelle passate turbolenze, e l’aveano per volontà de’ cittadini ricevuta in deposito. Egli la ridusse all’estremità; ma essendone mandati fuori fanciulli, donne, vecchi, a chi lo consigliava respingerli per affamare la città rispose: — Piuttosto non prendere Gaeta che rinnegare l’umanità», e gli accolse e nutrì.

L’avere Alfonso cercato di conquistare la Corsica e farsene investire dal papa, aveagli nimicato Genova, la quale, giuratasi a guerra, non esitò a spendere ducentomila genovine per armare contro di lui. Biagio Assareto ammiraglio, affrontata la flotta del re all’isola di Ponza, la sconfisse (1435), e agli anziani di Genova ne dava ragguaglio nel patrio dialetto in questi sensi: — Magnifici e reverendi signori; innanzi tutto vi supplichiamo a riconoscere questa singolare vittoria dal nostro Signore Iddio, dal beato san Giorgio e da san Domenico, nella cui festa in venerdì fu data la sanguinosissima battaglia, della quale siamo rimasti vincitori non per le nostre forze, ma per la virtù di Dio, avendo la giustizia dalla nostra parte. Il quarto dì di questo mese, di mattino per tempo, trovammo sul mare di Terracina l’armata del re d’Aragona di navi quattordici scelte fra venti, sei delle quali erano grosse e le altre comuni, e con uomini seimila, talchè la nave più piccola ne aveva da tre in quattrocento, le mezzane cinque in secento, e la reale ottocento, sulla quale erano il re d’Aragona, l’infante don Pietro, il duca di Sessa, il principe di Taranto con altri cenventi cavalieri. Avevano inoltre undici galee e sei barbotte. Il vento spirava dal Garigliano, sicchè era in loro potere quel giorno d’assalirci. Noi avendo a mente gli ordini vostri di non prender battaglia s’era possibile, ma soccorrere Gaeta, ci sforzammo tirare al vento, e navigammo verso l’isola di Ponza sempre seguitati dagli Aragonesi, che in poco d’ora ci ebbero raggiunti. La nave del re c’investì la prima nello scarmo di prua, e si concatenò amorosamente con noi. Avevamo dal lato opposto un’altra nave, una da poppa, una a prua. Non pensate già che i nostri marinari e patroni fuggissero, che anzi si spinsero addosso, e così rimanemmo essi e noi tutti legati insieme. Le galee aragonesi davano gente fresca alle navi loro; e le navi ci traevano bombarde e balestre ove più loro piaceva, perchè la calma era grandissima. Non pertanto, dopo combattuto dalle dodici sino alle ventidue senza riposo, in grazia della giustizia della causa nostra l’Altissimo ne diè vittoria. Primamente pigliammo la nave del re, e le altre nostre ne presero undici; una galea loro fu abbruciata, una sommersa e abbandonata, due si sono levate dalla battaglia e fuggitesi per portarne le nuove. Sono rimasti prigioni il re d’Aragona, il re di Navarra, il gran maestro di San Jacopo, il duca di Sessa, il principe di Taranto, il vicerè di Sicilia, e molti altri baroni, cavalieri e gentiluomini, oltre a Meneguccio dell’Aquila, capitano di cinquecento lance; gli altri prigioni sono a migliaja. Non so donde cominciare per degnamente riferire le lodi e le prodezze di tutti i miei compagni e marinari, insieme con l’ubbidienza e riverenza grande che mi hanno sempre usata, e massimamente il dì della battaglia; che se avessero combattuto alla presenza delle signorie vostre, non avrebbero potuto fare di più. Cristo ne presti grazia che possiamo andare di bene in meglio»[30].

Il re prigioniero, con due fratelli e un centinajo di baroni spagnuoli e siciliani, fu spedito a Milano a Filippo Maria Visconti allora signore di Genova; al quale il re colle cortesi e colte sue maniere seppe ispirare fiducia, e gli persuase come la grandezza dei duchi di Milano fosse derivata dalla debolezza dei reali di Napoli, sicchè ne sarebbe guasta, e con essa l’indipendenza italiana, se una casa francese si stabilisse laggiù, la quale certo intaccherebbe anche la Lombardia. Il freddo Filippo restò capace di quelle ragioni, e non solo il rese in libertà senza riscatto, ma il fornì di mezzi per ricuperare quel regno.

Anche l’altro re di Napoli Renato, valorosamente combattendo nelle guerre di Francia, era caduto prigione del duca di Borgogna; ma avendo con grossi sacrifizj ricuperato la libertà, si cominciò una guerra, dove i competitori fecero gara di valore e di generosità. Renato, signore di piccolo paese, esausto dalle taglie pagate per riscattarlo, nè sostenuto che da un papa esule, non avrebbe potuto pettoreggiare Alfonso, se non fossero state le bande di Giacomo Caldóra duca di Bari, che avea raggomitolato le truppe lasciate da re Ladislao, e dopo la morte di Braccio e di Sforza restava in nome di primo capitano d’Italia; ma come, lui morto, Antonio suo figlio degenere si guastò cogli Angioini, questi precipitarono; e Alfonso, scoperto un condotto sotterraneo, penetrò in Napoli; Renato, che colla bontà e col dividere pericoli e patimenti erasi fatto amare dai Napoletani, ritirossi in Francia (1442); il papa, che non gli aveva dato sin allora che promesse, lo riconobbe, e coronò re d’un paese che aveva perduto.

Alfonso, entrato trionfalmente con una corona in capo e sei al piede per dinotare gli altri suoi regni di Aragona, Sicilia, Valenza, Corsica, Sardegna, Majorca, dotò i nobili spagnuoli e napoletani suoi fautori a spese degli avversarj; al Regno aggiunse lo Stato di Piombino e l’isola del Giglio, ch’erangli come porte verso la Toscana; brigò in tutte le vicende italiane, intanto che in una corte voluttuosissima abbandonavasi alle delizie ed agli studj; manieroso e scaltrito, generosissimo nel donare, suntuoso negli spettacoli, nelle caccie, nei concerti, negli edifizj, faceasi leggere continuamente qualche classico, frapponendo erudite interrogazioni, e neppure fra l’armi lasciava Giulio Cesare e Quinto Curzio: ma Tito Livio era il suo manuale, sino a far tacere la musica per udirlo; gli parve un gran che l’ottenere dai Veneziani un osso del braccio di lui, che con solennità fece trasportare a Napoli; e Cosmo de’ Medici lo calmò, dopo un torto fattogli, col donargli un bell’esemplare delle Deche. Pedestre si recava a udire i professori dell’Università; e quando morì Giulian da Majano, ne fece accompagnare il mortorio da cinquanta suoi vassalli in corrotto. La più frequente sua conversazione era cogl’illustri eruditi d’allora, Giorgio da Trebisonda, il Valla, il Filelfo, il Panormita, il Manetti, il Decembrio, il Bruno, l’Aretino, Giovanni Aurispa, Giovian Pontano, Teodoro Gaza, il Crisolara. Aveva anche letto quattordici volte la Bibbia coi commenti di Nicolò da Lira, e l’allegava ogni tratto; recitava tutti i giorni il rosario, sentiva due messe piane e una cantata, nè per qualsiasi caso se ne sarebbe dispensato; alle solennità assisteva ginocchioni, scoperto, cogli occhi immoti sul libriccino; il giovedì santo lavava e baciava i piedi ai poveri, ogni notte sorgeva a dir l’uffizio, digiunava tutte le vigilie e i venerdì in solo pane, accompagnava il viatico agl’infermi[31]. Passeggiava in mezzo al popolo, e a chi gli insinuava qualche sospetto, — Di che può temere un padre tra’ suoi figliuoli?»

Sedeva egli più spesso a Napoli, dove istituì la Sacra Corte reale di santa Chiara, ossia Capuana, giustizia suprema, estesa su tutti i suoi Stati. Ai baroni napoletani concedeva nelle investiture la giurisdizione col mero e misto imperio che mai non aveano avuta, di sì preziosa prerogativa della corona facendo prodigalità perchè non s’opponessero alla successione di Ferdinando suo figlio legittimato.

Questo credeasi nato da Margherita di Hijar; e la moglie d’Alfonso fece strangolare questa damigella, che dicono coll’onor suo salvasse quello di dama più alta. Alfonso mandò la moglie in Ispagna giurando non più andarvi esso; poi, d’intesa col pontefice, in testamento nominò esso Ferdinando re di Napoli, cioè del paese da lui conquistato, mentre a suo fratello Giovanni re di Navarra lasciava gli aviti di Sicilia, Sardegna ed Aragona. In morte raccomandò al figlio: — Se volete vivere quieto, non imitate me in tre cose: primo, sbrattatevi di tutti gli Aragonesi e Catalani da me esaltati; e Italiani, massime regnicoli, elevate agli impieghi, mentr’io gli ho guardati d’occhio sinistro: secondo, i nuovi aggravj da me posti ritornate alla misura antica: terzo, conservate la pace fatta colla Chiesa, e tenetevela amica se sapete»[32].

CAPITOLO CXV. L’ultimo Visconti. Gli Svizzeri. Il Carmagnola. Il Piccinino. Lo Sforza.

Filippo Maria Visconti duca di Milano, non sanguinario come il fratello, ma cupo e diffidente, abile a celare i sentimenti proprj e succhiellare gli altrui, fatta pace oggi, la rompeva domani per rannodare bentosto nuovi accordi; abbatteva chi dianzi aveva sollevato; diffidava di tutti, di tutti ingelosiva, nè mai sapea perdonare i ricevuti benefizj. Non solo pospose a una druda la moglie Beatrice, ma volle svergognare lei e sbarazzar sè coll’imputarla d’adulterio con un paggio Orombello, e affrontando il proprio disonore mandolla al patibolo: la posterità esita sulla colpa di lei, non perdona al rigore e alla procedura di lui. Verso i migliori condottieri alternò lusinghe e minaccie, carezze e insidie; in trentacinque anni di regno, tre sole volte convocò il consiglio generale, intanto che fidavasi a malvagi consiglieri, ad aguzzetti di sue ingenerose passioni, ad Agnese del Maino sua amica, a Zannino Riccio suo astrologo; perocchè all’astrologia sottoponeva egli spesso le sue risoluzioni. Negletto del vestire, pigro, corpulento, sul fin della vita anche cieco, e della pinguedine e della cecità vergognando, chiudevasi con pochissimi a ravviluppare una tortuosa e meschina politica, e passionato per l’intrigo, non credea ben riuscire ove a questo non ricorresse. Vero è che molti ebbe a disgustare nel ricuperare i possessi aviti; ed essi lo avversarono a segno, che molto bisogna dedurre dal male che ne dissero, e che gli storici hanno ripetuto.

Filippo Maria, estendendo il dominio, diè di cozzo in tre repubbliche, la svizzera, la fiorentina, la veneta. Talmente la storia italiana fu intrecciata colla svizzera, che ci corre obbligo d’arrestarci alquanto su questa.

Gli Elvezj, collocati nel gruppo centrale delle Alpi donde scendono i fiumi alla Germania e all’Italia, aveano opposto alla conquista romana il coraggio di montanari; poi sottomessi, parte restarono coll’Italia, parte colla Gallia e la Germania. I Barbari diretti all’Italia attraversarono quel paese, alcuni vi presero stanza, e di mezzo alla conquista e alla feudalità vi si compirono le vicende stesse della Germania e dell’Italia. San Gallo, Appenzell (Abbatis Cella), San Maurizio, Zurigo, Glaris, Lucerna erette intorno a conventi, le insigni badie di Einsiedlen e Dissentis, attesteranno in perpetuo che l’incivilimento vi fu recato da que’ monaci, ai quali testè parve liberalismo il negare fin un ricovero.

Molti signori si erano, al modo feudale, spartito il paese in dominj militari ed ecclesiastici, che riconoscevano la supremazia dell’Impero: vi si contavano cinquanta contee, cencinquanta baronie, mille famiglie nobili; varie città possedeano franchigie e privilegi comunali alla germanica; e attorno al lago de’ Quattro Cantoni, Schwitz (che poi diede nome a tutto il paese) godeva una tranquilla libertà all’ombra del monastero di Einsiedlen, e davasi mano con Uri e Unterwald per respingere chi a quella attentasse.

E v’attentavano di fatto i signorotti vicini, e massime i conti d’Habsburg castello dell’Argovia, e viepiù da che Rodolfo salì imperatore di Germania. Egli rispettò quelle comunali franchigie: ma Alberto d’Austria suo figlio e successore cercò ridurre que’ cantoni patriarcali in sua immediata dipendenza; e lasciava che i balii suoi soprusassero. Quei poveri ma robusti mandriani pertanto si confederarono (1307) onde resistere alla tirannia austriaca, e «in nome di Dio che ha fatto l’imperatore e il villano, e dal quale derivano i diritti degli uomini», giurarono non far torto ai signori Absburghesi, ma non soffrire veruna diminuzione de’ proprj diritti.

Alberto considerò siffatto accordo di difesa come una cospirazione ad offesa, e veniva coll’armi per punirla, allorchè tra via fu assassinato da un nipote, di cui aveva usurpato l’eredità. Leopoldo suo figlio mosse l’esercito feudale contro i confederati (1315), ma a Morgarten la sua esercitata cavalleria fu messa in piena rotta dalle subitarie bande paesane. Le vittorie assodano quella libertà, cioè l’esercizio dei diritti naturali e civili di ciascun paese: ai tre cantoni s’aggiungono Lucerna, Zurigo, Glaris, Zug, Berna, poi Aarau, Friburgo, Soletta, Basilea, Sciaffusa e Appenzell. Sempre invocando la Madonna, san Fridolino, sant’Ilario, alla battaglia di Sempach (1386) distruggono un nuovo esercito degli Austriaci, i quali, dopo altre sconfitte, sono costretti a lasciare i cantoni in pace, benchè trecento anni ancora tardassero a riconoscerne formalmente l’indipendenza. Poco mancò che gli Svizzeri traessero nella lega anche il Tirolo, lo che avrebbe anche da quel lato riparata l’Italia dalle ambizioni dell’Austria.

Nella Rezia s’erano forse ridotti in antichissimo gli avanzi degli Etruschi; poi, allo sfasciarsi dell’Impero, buon numero di Romani, come lo attesta la lingua ladina e romancia che vi si parla finora, di fondo latino mescolato al tedesco. Ivi pure acquistarono preponderanza varj tirannelli e i vescovi di Coira, per gran tempo suffraganti al metropolita di Milano: ma i popolani, alleandosi fra loro e istituendo i Comuni, ne frenarono le prepotenze. Come i nostri nel convento di Pontida, così alcuni Reti presso a quello di Dissentis radunaronsi per giurare di difendersi a vicenda; e così costituirono la lega Caddea (ca de Dio) (1401). Altri ne presero coraggio a domandare ai loro signori giustizia e sicurezza; e i signori adunatisi a Truns (1424), giurarono d’essere buoni e fedeli confederati nella lega Grigia, che diede agli altri il nome di Grigioni. Morto poi l’ultimo conte di Tockenburg (1436), i suoi vassalli strinsero la lega delle Dieci Dritture; e le tre a Vazerol combinarono la repubblica de’ Grigioni (1471), la quale alleatasi poco stante colla Confederazione svizzera (1497), represse gli Austriaci, ed assicurò l’intera libertà.

Libertà di fatti positivi, semplici, intesi da tutti, non stillati da accademici e da avvocati; benedetta dalla religione, assicurata col proprio sangue, e che poterono conservare fin ad oggi, mentre l’ha perduta il paese nostro che ad essi serviva d’esempio. Sventuratamente però anch’essi l’abusarono in interne riotte; poi li prese il mal vezzo di vendere il proprio valore a chi li richiedesse, e l’ambizione di voler fare conquiste. Buon’ora essi volsero gli occhi di qua dell’Alpi Lepontine e delle Retiche per agognare il bel paese, dal quale ricevevano il bestiame loro, le pelli e i formaggi.

Dalla cresta del San Gotardo piove a settentrione la Reuss nel lago dei Quattro Cantoni, per una valle inaccessibile se l’arte non v’avesse praticato il ponte del Diavolo e la buca di Uri. Salendo dalla quale verso meriggio, traversata la pascolosa valle Orsera a millecinquecento metri sovra il mare, alla vetta del Gotardo il pellegrino trovava ricovero nell’Ospizio, mantenuto con cento scudi l’anno dagli arcivescovi di Milano e dalla carità de’ fedeli. Colà incominciava il Milanese; e scendendo pel pendìo meridionale a seconda del Ticino, dopo la scoscesa val Trémola, si veniva alla Leventina, già munita di torri longobarde, indi a Giorníco e Poleggio, poi a Bellinzona, cittadina che con buon castello ed estesa mura chiudeva quel passo, non guari distante dal lago Maggiore. Qui pure confluisce la Mesolcina, valle della Moesa, donde s’ha un altro passaggio all’alta Rezia pel San Bernardino. Varcando poi il monte Cenere, si cala al lago di Lugano, che fa già parte della pianura milanese, e che, coi laghi di Como a levante, di Varese a mezzogiorno, e Maggiore a ponente, forma la contrada più pittoresca della Lombardia.

Tra le alture alpine rimanevano ancora alquante piccole signorie, come i Sax nella Mesolcina e a Bellinzona, i Rusca a Lugano, gli Orelli a Locarno; delle valli Leventina, di Blenio e Riviera il capitolo della metropolitana di Milano fin dal X secolo tenea la dominazione spirituale e temporale. Gli abitanti della Leventina aveano avuto qualche rissa coi valligiani della valle Orsera, a vendicare i quali gli Svizzeri valicarono il San Gotardo e scesero fin a Giorníco (1331); ma il signor Franchino Rusca colle buone gli arrestò. Essi Rusca poi e i signori di Milano aveano invitato ora ad ora gli Svizzeri a sostenerli colle armi; modo di invogliarli d’un paese che potea porgere e vitto ed agi alla soverchiante popolazione delle montagne. Avendo poi i gabellieri di Gian Galeazzo Visconti (1405) tolto ai coloro paesani bovi e cavalli che conducevano al mercato di Varese, i tre Cantoni montani s’appellano agli altri, e non soddisfatti dal duca, varcano le Alpi; favoriti dalle dissensioni di Guelfi e Ghibellini, occupano la Leventina, e costrettala a giurar loro fedeltà, tornano in patria. Ma essendo dai Sax assalita quella valle, gli Svizzeri di fitto verno ricompajono, e a Faído dettano la pace (1406), per duemila quattrocento fiorini acquistando quant’è fra la Leventina e il monte Cenere, compresa Bellinzona medesima, il che assicurava loro il valico alla Mesolcina e al Milanese.

Gravava a Filippo Maria il lasciare in man loro quella chiave d’Italia; onde, côlto un bel destro, sorprese Bellinzona, e tornò la Leventina a sua obbedienza (1422). Tosto le vallate del Ticino e della Moesa echeggiano del corno di Unterwald e del toro di Uri, che guidano gli alpigiani alla riscossa; ma Angelo della Pergola e il Carmagnola con seimila cavalli e quindicimila fanti gli affrontano nel piano d’Arbedo (30 giugno). Erano ben altre pugne che quelle consuete in Italia. Gli Svizzeri, maneggiando a due mani i lunghi spadoni, senza rispetti cavallereschi cacciavanli nelle pancie dei destrieri, e non davano quartiere; onde fu necessario l’estremo del valore contro gente usata a morire sul posto assegnato, e in fitta ordinanza sostenere l’urto de’ nemici, come le roccie dei loro monti rompono la piena dei torrenti. L’intera giornata si pugnò, finchè il Pergola impose a’ suoi di scavalcare: allora l’arte prevalendo, duemila Svizzeri perirono, altri infissero a terra le punte delle labarde in segno d’arrendersi, e pochi e disordinati ripassarono le valli, che aveano dianzi fatto risonare coi canti di loro avida speranza. Era quella la prima grave sconfitta che gli Svizzeri toccassero, onde per allora si tennero quieti: ma non tardarono occasioni di capiglie: e quelli di Uri ripresero la Leventina, per più non lasciarla fin alle rivoluzioni dei nostri giorni. Trovandosi aperto quel varco all’Italia, vennero a scialacquarvi tante vite, che meglio avrebbero serbate a prosperare la loro libertà.

Firenze, sempre rôcca dell’italica indipendenza, spiava gelosa i progressi di Filippo Maria, e con lui stipulò (1419) che il fiume Magra tra il Genovesato e la Lunigiana, e il Panàro tra il Bolognese e il Modenese fossero i limiti, di qua e di là dei quali nessun di loro acquisterebbe nè mesterebbe. Ma Filippo, ottenuto Genova (1421), al doge Tommaso Campofregoso diede in compenso Sarzana, posta di là della Magra; poi trasse a sè la tutela del principe di Forlì, e mandò truppe sul Bolognese contro gli eredi della casa Bentivoglio; sicchè esclamando ai patti violati, i Fiorentini gli scoprirono guerra.

Allora la solita gara di procacciarsi ciascuno alleanze e fautori, e massimamente di trarre a sè Venezia. Questa avea tocco l’apogeo di sua grandezza, e non mancava chi la consigliasse ad estendere le sue conquiste sopra tutta Italia, al modo dell’antica Roma: ma altri mostravano quanto pericoli la libertà dove preponderano le armi, e come dai possessi in terraferma resterebbe danneggiata una repubblica che, sorta in mezzo alle acque, dalle acque doveva aspettarsi salute e gloria. La politica conservatrice era rappresentata dal doge Tommaso Mocenigo; e quando nel 1421 si dibatteva nel maggior consiglio se mettersi in lega co’ Fiorentini contro il duca di Milano, egli stette sempre al no; e perchè Francesco Fóscari procurator giovane infervorava alla guerra, ne ribatteva con lunga parabola le insinuazioni.

— Il nostro procurator giovane ha detto ch’egli è buono soccorrere i Fiorentini, perchè il loro bene è il nostro, e per conseguenza il nostro è il loro male. Noi vi confortiamo siate in pace. Se mai il duca vi facesse guerra ingiusta, Iddio, il quale vede tutto, ci darà vittoria. Viviamo in pace, perchè Iddio è la pace; e chi vuol guerra, vada all’inferno».

Qui il Mocenigo scorre la storia sacra, mostrando come Dio premiasse i pacifici, e i superbi e guerreschi disajutasse, e prosegue: — Così intraverrà de’ Fiorentini per voler fare i loro desiderj; Dio disferà la lor terra e il loro avere, e verranno ad abitar qui pel modo che sono venute altre loro famiglie colle donne e putti. Altramente, se verremo a far il volere del nostro procurator giovane, i nostri si partiranno e anderanno ad abitare in terre aliene. Discese Attila per tutto rovinando, e cacciando gli uomini occidentali, e saccomannandoli; e Iddio ispirò alcuni potenti, i quali vennero per sicurezza ad abitare in queste lagune, per modo che si trovarono salvi, come da Dio eletti. Se noi facessimo a modo che propone il nostro procurator giovane, Dio non ci avrebbe più per eletti, e aspetteremmo quello che hanno aspettato tutte le altre terre, rovinate e poste a sacco, e uccise le genti, e avuti mali assai. Se i Fiorentini vanno cercando il male, lasciateli: ma noi che siamo della città eletta su tutte l’altre, restiamo in pace.

«Procurator giovane; Cristo pe’ suoi vangeli disse Io vi do la pace. Se noi facessimo a modo vostro, e preterissimo i comandamenti di Cristo, cosa potrebbesi aspettare se non male e distruzione? Procurator giovane: andiamo commemorando il Testamento vecchio e il nuovo. Quante città grandi sono diventate vili per le guerre? e per la pace si sono fatte grandi con moltiplicare la generazione, palagi, oro, argento, gioje, mestieri, signori, baroni e cavalieri. Come entrarono a guerreggiare, ch’è il mestiere del diavolo, Iddio le abbandonò e restarono divise; distruggevansi nelle battaglie gli uomini; l’oro e l’argento mancava; infine furono distrutte così com’eglino distrussero l’altre terre, e andarono schiave d’altri. Dove questa terra ha regnato mille e otto anni, Iddio la distruggerà».

Qui ripiglia la storia profana insino a Roma. — Per le lunghe guerre, imposte alle terre angarie grandi, i cittadini desiderando nuovo stato, Cesare se ne fece signore, e di male in male si stettero. Questo medesimo occorre a’ Fiorentini; gli uomini d’arme tolgono loro denari e sono i signori; ed essi obbediscono a que’ che sono loro servi, villani, genti maledette, uomini d’arme. Così intraverrà a noi se faremo a modo del procurator giovane. Pisa si fece grande, ricca ed abitabile per la pace e pel buon governo; come desiderò quel d’altri, in far guerra s’impoverì de’ cittadini, uno cacciava l’altro, tanto che la più vile comunità d’Italia li sottomise, che fu Firenze. Così interverrà a’ Fiorentini; e già si vede che sono impoveriti e stanno divisi. Così intraverrà di noi se faremo a modo del nostro procurator giovane. Come ho detto di questa, si dica di tutte l’altre città.

«Adunque voi, ser Francesco Foscari nostro procurator giovane, non parlate mai più nel modo che avete fatto, se prima non avete buona intelligenza e buona pratica; perocchè Firenze non è il porto di Venezia nè da mare nè da terra, il suo mare essendo lontano dai nostri confini cinque giornate. I nostri passi sono il Veronese; il duca di Milano è quello che confina con noi, ed egli dev’essere tenuto in amicizia, perchè in manco d’un giorno si va a una sua città grossa ch’è Brescia, la quale confina con Verona e Cremona. Genova potrebbe nuocere, ch’è potente per mare sotto il duca, e con essa si vuole star bene: ma quando i Genovesi volessero novità, abbiamo la giustizia con noi; noi ci difenderemo valentemente e contro i Genovesi e contro il duca, colla ragione. La montagna del Veronese è la nostra difesa contro al duca, la quale per se medesima s’è già difesa: oltre a ciò, difendono tutto il nostro paese il paludo e l’Adige e tremila cavalli con tremila fanti e con duemila balestrieri; e se abbisognasse più gente fare, faremmo resistenza a tutta la potenza del duca con altre tremila persone. Però godete la pace. Se il duca avrà Firenze, i Fiorentini, che sono usi a vivere a comune, si partiranno da Firenze, e verranno ad abitare a Venezia, e condurranno il mestiere de’ panni di seta e di lana, per modo che quella terra rimarrà senz’industria, e Venezia moltiplicherà, come intravenne di Lucca quando un cittadino se ne fece signore, che la ricchezza sua venne a Venezia, e Lucca diventò povera. Però state in pace.

«Ser Francesco Foscari, se voi vi trovaste un giardino in Venezia, che vi desse ogni anno tanto frumento da viverne cinquecento persone, e oltre a questo ne aveste molte staja da vendere; che il detto giardino vi desse tanto vino per cinquecento persone, e oltre ne aveste da vendere molte carra; che vi desse ogni sorta biade e legumi per assai denari, e ancora ogni sorta di frutta da viverne cinquecento persone ogni anno, e che ve ne fosse da vendere; e il detto giardino vi desse ogni anno tra buoi, agnelli, capretti e uccelli di ogni sorta per bastare a cinquecento persone, e ne avanzassero da vendere; e similmente tanto formaggio ed uva e pesce, e non avesse spesa alcuna d’essere guardato, converrebbe dire che questo giardino fosse nobilissimo, dando tante cose. Se poi una mattina vi fosse detto: Ser Francesco, i vostri nemici sono andati in piazza a togliere trecento marinaj, e hannoli pagati per entrare in questo vostro giardino, e questi portano cinquecento ronconi per guastare gli alberi e le vigne; e cento villani con cento buoi e con cento erpici per guastare tutte le piante, e far danno a tutti animali grossi e minuti; e se voi foste savio nol soffrireste, ma sodereste alla casa, e terreste tanto denaro per assoldare mille uomini incontro a quei che vogliono menar guasto. Ma se voi pagaste, ser Francesco, quei cinquecento uomini co’ ronconi e que’ cento villani a guastare il giardino cogli erpici? verrebbe detto che siete diventato pazzo.

«Per provare se siamo in proposito, abbiamo deliberato di esporre il commercio che fa Venezia al presente e con chi. Ogni settimana vengono da Milano ducati diciassette in diciottomila, che farebbono in un anno la somma di ducati novecentomila, che entrano in questa città:

alla settimana all’anno
da Monza 1000 52,000
da Como 2000 104,000
da Alessandria della Paglia 1000 52,000
da Tortona e Novara 2000 104,000
da Cremona 2000 104,000
da Bergamo 1500 78,000
da Parma 2000 104,000
da Piacenza 1000 52,000

«S’introducono nel paese del duca di Milano merci per un milione seicentododicimila ducati d’oro all’anno. Vi pare che questo a Venezia sia un bel giardino e nobilissimo senza spesa?

«Alessandria, Tortona e Novara vi mettono

per pezze di panno
all’anno 6,000 che valgono ducati 90,000
Pavia » 3,000 » 45,000
Milano » 4,000 » 120,000
Como » 12,000 » 180,000
Monza » 6,000 » 90,000
Brescia » 5,000 » 75,000
Bergamo » 10,000 » 70,000
Cremona » 40,000 fustagni » 170,000
Parma » 4,000 panni » 60,000
in tutto pezze 90,000 ducati 900,000

«Oltre a questo abbiamo per l’entrata, magazzino ed uscita de’ Lombardi, a ducati uno per pezza, ducati ducentomila, che monta con le merci a ventotto milioni ottocentomila ducati. Vi pare che questo sia un bellissimo giardino a Venezia?

«Ancora vengono canepacci per la somma di ducati centomila all’anno. Delle seguenti cose i Lombardi traggono da voi ogni anno:

Cotoni, migliaja 5,000 per ducati 250,000
Filati, migliaja 20,000 da 15 fino a 20 ducati il centinajo 30,000
Lane catalane a ducati 60, il migliajo 4,000 240,000
Lane francesche a ducati 30, il migliajo 4,000 120,000
Panni d’oro e di seta all’anno 250,000
Pepe, carichi 3,000 a ducati 100 300,000
Canelle, fardi 400 a ducati 160 64,000
Zenzero, migliaja 200 a ducati 400 80,000
Zuccari d’una, due, o tre cotte, sossopra ducati 15 il cento 95,000
Zenzeri verdi, per assai migliaja di ducati. — Cose d’ogni sorta per ricamare o per cucire 30,000
Verzino, migliaja 4,000 a ducati 30 120,000
Endaghi e grane 50,000
Saponi per ducati 250,000
Uomini schiavi 30,000

«Per modo che, fatta la stima del tutto, verrebbe ad essere due milioni ottocentomila ducati. È questo un bel giardino a Venezia senza spesa?

«Ancora assai si vantaggia co’ sali che si vendono ogni anno. Il quale trarre che fa la Lombardia da questa terra, è cagione di fare navigare tante navi in Sorìa, tante galere in Romanìa, tante in Catalogna, tante in Fiandra, in Cipro, in Sicilia e in altre parti del mondo; per modo che riceve Venezia, tra provvigioni e noli, due e mezzo e tre per cento; sensali, tintori, noli di navi e di galere, pesatori, imballatori, barche, marinaj, galeotti e messetterie coll’utile dei mercatanti tra il mettere, eccovi un’altra somma di seicentomila ducati ai nostri di Venezia senz’alcuna spesa. Dal qual utile vivono molte migliaja di persone grassamente. È questo un giardino da doversi disfare? mai no; bensì da essere difeso da chi lo volesse disfare. Ci converrebbe togliere uomini d’arme che andassero sopra il detto paese guastando alberi e ville, abbruciando case e villaggi, depredando animali, e buttando giù mura di città e castelli, uccidendo uomini con desolazione, mettendo angarie alle nostre terre, sì ai cittadini come ai villani, e in questa città mettendo angarie alle case, prestiti alle mercatanzie, alle navi e alle galere? Dio sa quello che volessimo fare sul paese del duca: ma potrebbe occorrere che il duca salvasse il suo, e rimediasse ad ogni modo al male, e noi intanto saremmo stati cagione di disfare i luoghi nostri. Che varrebbero allora tante spezierie, e panni d’oro e di seta? niuno li torrebbe più, perchè non avrebbene il potere. E affinchè voi, signori, n’abbiate qualche notizia, sappiate che Verona toglie ogni anno broccato d’oro, d’argento e di seta, pezze ducento, Vicenza centoventi, Padova ducento, Treviso centoventi, il Friuli cinquanta, Feltre e Cividal di Belluno dodici; pepe, carichi quattrocento; cannelle, fardi centoventi; zenzeri di tutte sorta, migliaja e altre spezierie assai; zuccari, migliaja cento; pani di cera, ducento.

«Come noi devastassimo il loro ricolto, eglino non avrebbono di che spendere, e se ne danneggerebbero tutte le mercatanzie di Venezia. Però non si vuol credere al nostro procuratore giovane. Al duca di Milano converrebbe, per difendersi, assoldare gente d’arme, mettere angarie ai villani, cittadini e gentiluomini, per modo ch’e’ non avrebbe danaro da comperare le sopradette cose, in discapito e rovina della nostra città e cittadini.

«Però, signori, siate contenti che rispondiamo agli ambasciatori dei Fiorentini, ch’essi chiedano alla comunità loro licenza di praticare di pace. Se starete in pace, raunerete tant’oro che tutto il mondo vi temerà, e avrete Iddio sopratutto che sarà per voi. Iddio, signore di tutto, colla Nostra Donna e con messere san Marco vi lasci prendere la pace ch’è ben nostro»[33].

L’anno seguente rinnovando i Fiorentini le istanze, e dicendo, se Venezia non li soccorresse, dovrebbero fare come Sansone, che uccise se stesso con tutti i nemici suoi; e se restassero vinti, il loro servaggio produrrebbe quello di tutta Italia, esso doge in consiglio parlò: — Signori; voi vedete che per le novità d’Italia ogni anno vengono nella città di Venezia assai famiglie colle donne e’ figliuoli e coll’avere, e vanno empiendo la terra nostra; e pel simile da Vicenza, Verona, Padova, Treviso, con utilità grande della nostra città; e da ogni parte contadini e famiglie buone vengono ad abitare nelle nostre terre per vivere pacificamente coi loro mestieri, essi e i figliuoli. Vorrete guerra? questi si partiranno, struggendo la vostra città, e tutte l’altre; e de’ nostri partiranno. Però amate la pace. Se i Fiorentini si daranno al duca, loro danno; che ne darà impaccio? la giustizia è con noi. Essi hanno speso, consumato, e si sono indebitati: noi siamo freschi, e abbiamo in giro un capitale di dieci milioni di ducati. Vogliate vivere in pace, e non temere alcuna cosa, e non fidarvi ne’ Fiorentini, i quali pel passato ci hanno messo in guerra coi signori della Scala, e ci domandarono in prestito mezzo milione di ducati; quando volemmo darli loro, si accordarono con que’ della Scala contra di noi: questo fu del 1333. Del 1412 fecero scendere contro di noi Pippo fiorentino, capitano degli Ungheri, il quale ci fece grandi danni....

«Signori, non ve lo diciamo per gloriarci, ma solo per dire la verità e il bene della pace. I nostri capitani d’Acquamorta, di Fiandra, per le nostre ambasciate che vanno attorno, pe’ nostri consoli e pe’ nostri mercatanti, sapete che si dice ad una voce: Signori Veneziani, voi avete un principe di virtù e di bontà, che vi ha tenuto in pace, e vi tiene per modo vivendo in pace, che siete i soli signori che navigate il mare e andate per terra, per modo che siete la fonte di tutte le mercatanzie, e fornite tutto il mondo, e tutto il mondo vi ama e sì vi vede volentieri. Tutto l’oro del mondo viene nella vostra terra. Beati voi finchè vivrà questo principe, e ch’egli sarà con simile proposito. Tutta l’Italia è in guerra, in fuoco e in tribolazione, e pel simile tutta la Francia e tutta la Spagna, tutta la Catalogna, Inghilterra, Borgogna, Persia, Russia ed Ungheria. Voi avete solo guerra cogl’infedeli che sono i Turchi, con vostra grande laude e onore. Però, signori, finchè vivremo, seguiremo simil modo; e vi confortiamo che dobbiate vivere in pace, e dar risposta a’ Fiorentini, come facemmo già un anno, presa da tutto il consiglio».

L’autorità del doge ottagenario elise gli sforzi dei partigiani della guerra; però sentendosi approssimarsi al suo fine, egli chiamò alquanti senatori, e così prese a dire: — Signori, abbiam mandato per voi dacchè Iddio ci ha voluto dare questa infermità come fine del nostro peregrinare. A Dio Padre, Figliuolo e Spirito Santo, trino ed uno, siamo obbligati per molte ragioni. Esso insegna ai Quarantun elettori di difendere la religione cristiana, d’amare i prossimi, di fare giustizia, di pigliar pace e conservarla. Nel tempo nostro abbiamo diffalcato di quattro milioni d’imprestiti, fatti per la guerra di Padova, di Vicenza e di Verona; il nostro monte si trova in sei milioni di ducati; e ci siamo sforzati che ogni sei mesi si abbiano pagate due paghe degl’imprestiti, e tutti gli offizj e reggimenti, e tutte le spese dell’arsenale, e ogni altro modo.

«Per la pace nostra la nostra città manda dieci milioni di capitale ogni anno per tutto il mondo con navi e galere, per modo che guadagnano, tra mettere e trarre, quattro milioni. Al navigare sono navigli tremila, d’anfore dieci fino a ducento, con marinaj diciannovemila; navi trecento, che portano uomini ottomila; fra galere grosse e sottili ogni anno quarantacinque, con marinai undicimila; abbiamo sedicimila marangoni. La stima delle case somma a sette milioni, gli affitti delle case cinquecentomila; sono mille gentiluomini, che hanno di rendita annua ducati settantamila fino a quattromila. Voi conoscete il modo con cui vivono i nostri gentiluomini, cittadini e contadini. Ben però vi confortiamo che dobbiate pregare l’onnipotenza di Dio, la quale ci ha inspirato di fare nel modo che abbiasi fatto, e di proseguire così. Se questo voi farete, vedrete che sarete signori dell’oro de’ Cristiani, e tutto il mondo vi temerà. Guardatevi, quanto dal fuoco, dal togliere le cose d’altri e dal fare guerra ingiusta, che Dio vi distruggerà. Perchè possiam sapere chi toglierete per doge dopo la nostra morte, segretamente lo direte a me nell’orecchio, per potervi confortare a quello sia meglio alla nostra città».

Udito i nomi, li collaudò, ma — Quei che dicono di volere ser Francesco Foscari, dicono bugie e cose senza fondamento. Se voi lo farete doge, in breve sarete in guerra; chi avea diecimila ducati non ne avrà che mille, chi avea dieci case non si troverà che su di una, e così d’ogni altra cosa; per modo che vi disfarete del vostr’oro e argento, dell’onore e della riputazione dove voi siete, e di signori che siete, sarete servi e vassalli d’uomini d’arme, di fanti, di saccomanni e di ragazzi. Però ho voluto mandare per voi, e Dio vi lasci reggere e conservar bene. Per la guerra de’ Turchi, di valentissimi uomini in mare porrete ad ogni intromessione sì nel governo che nell’utilità. Voi avete otto capitani da governare sessanta galere e più, e così di navi: avete tra’ balestrieri, gentiluomini che sarebbono sufficienti padroni di galere e di navi, e saprebbonle guidare: avete cento uomini usi a governare armate, pratichi per togliere un’impresa; e compagni assai per cento galere, periti e savj galeotti assai per galere cento; per modo che ognun dice che i Veneziani sono signori dei capitani, dei padroni e dei compagni. Similmente avete dieci uomini, provati a grandi faccende in più volte a consigliare la terra, mostrando le ragioni sugli arringhi a tutti; molti dottori savj in scienza, e assai savj al governo del palazzo. Seguite secondo che vi trovate, e beati voi e i vostri figliuoli.

«La nostra zecca batte ogni anno ducati d’oro un milione, e d’argento ducentomila tra grossetti e mezzanini, e soldi ottocentomila all’anno. Ducati cinquecentomila di grossetti vanno all’anno tra la Soria e l’Egitto; e ne’ vostri luoghi e ne’ luoghi di terraferma vanno, tra mezzanini e soldi, ducati centomila; altrettanti ne’ nostri luoghi da mare, altrettanti in Inghilterra, il resto rimane in Venezia. I Fiorentini mettono ogni anno panni sedicimila finissimi, fini e mezzani in questa terra; e noi li mettiamo nell’Apulia, pel reame di Sicilia, per la Barberia, in Soria, in Cipro, in Rodi, per l’Egitto, per la Romania, in Candia, per la Morea, per l’Istria. E ogni settimana i detti Fiorentini conducono qui ducati di tutte le sorta settemila, cioè trecennovantaduemila all’anno, comperando lane francesi, catalane, cremisi e grane, sete, ori, argenti, filati, cere, zuccheri e gioje, con benefizio della nostra terra: così tutte le nazioni fanno. Però vogliate conservarvi nel modo in cui vi trovate, che sarete superiori di tutti. Il Signor Iddio vi lasci conservare, reggere e governare in bene».

Francesco Foscari era conosciuto come abilissimo in intrighi, animoso all’intraprendere, e felice nel riuscire. In Venezia tenendo tante fila, cercava scostarsene il men possibile, non accettando che ambascerie di prima importanza; erasi amicati i Barnabotti col fare stabilir dotazioni pei figli di nobili poveri; e quattro figliuoli e molti amici gli erano d’appoggio a molto sperare. Vacando il dogato, scaltreggiò per modo, da prevalere a quei che il temevano perchè giovane e perchè attivo; e di fatto egli esercitò sui consigli della Signoria maggiore efficacia che non solessero i predecessori suoi. Favoriva quelli che lusingavano la vanità patriotica coll’idea di prepotere in Italia, e mettersi a capo d’una lega che equilibrasse i Visconti: sicchè la guerra, così temuta dal Mocenigo, allora proruppe.

Già i Fiorentini seguitavano le ostilità con poca fortuna. Oddo figlio di Braccio di Montone, Carlo Malatesta e Nicolò Piccinino, stipendiati dai Fiorentini, furono in due anni (dal 6 7bre 1423 al 17 8bre 1425) sei volte sconfitti, ne’ romani e ne’ liguri campi, da Angelo della Pergola. Oddo perì: e Malatesta, caduto prigioniero del Visconti, fu da questo guadagnato colla cortesia: altrettanto avvenne del Piccinino. Un settimo esercito allestirono i Fiorentini, e cercavano amicizie; aveano (come ebbe a dire Lorenzo Ridolfi nel senato veneto) sparsi per tutt’Italia i giojelli delle spose e delle figlie loro, venduto quanto possedeano di prezioso, speso più di due milioni di fiorini, che tanti non se n’avrebbero vendendo tutta Firenze[34].

E di peggio potea temersi se Filippo Maria, per quel suo andazzo di odiare cui dovea gratitudine, non avesse scontentato il Carmagnola. Avea questi ottenuto il titolo di conte e il cognome della famiglia regnante colla mano di Antonia, figlia naturale di Gian Galeazzo, e tra feudi e stipendj un’entrata di quarantamila fiorini; e si fabbricò a Milano il vasto palazzo che poi si disse Broletto. Il duca forse agognava ritorgli tanti doni, largiti non per cuore ma per bisogno; forse il Carmagnola credevasi inadeguatamente compensato con denari, quando vedea Sforza e Braccio essersi acquistato signorie indipendenti: fatto sta che ne cominciò malumore. Il Carmagnola vedendosi maltrattato e fin cerco a morte, si parte dal duca; e benchè questi ne trattenesse la moglie e le figlie, reca a servizio di Firenze un grosso esercito e la conoscenza dei divisamenti dell’ingrato padrone; e a danno di questo (1426 3 8bre) pratica un’alleanza con Venezia, col marchese di Ferrara, col signore di Mantova, i Sanesi, i duchi di Savoja e di Monferrato, gli Svizzeri e il re d’Aragona.

Dichiarata guerra a Filippo (1426), il Carmagnola, fatto capitano generale, con buona sentita di guerra e colle intelligenze occupa Brescia: ma il duca seppe cavarsi dalle male peste, sia comprando il valore di Francesco Sforza, Guido Torello, Nicolò Piccinino e Angelo della Pergola che formavano quindicimila corazzieri, sia spargendo zizzania fra i collegati, sposando Maria figlia del duca Amedeo VIII di Savoja, al quale cedette Vercelli; e con altri sagrifizj e coll’interposizione di papa Martino V, in Ferrara conchiuse pace (1426 30 xbre), a Venezia cedendo Brescia ed otto castelli sull’Oglio. Venezia, che così estendeva i dominj fino all’Adda, onorò e retribuì splendidamente il Carmagnola, e lo investì delle contee di Chiari e Roccafranca e d’altre terre fino a dodicimila ducati di rendita, con piena giurisdizione civile e criminale.

Queste abjette condizioni lasciavano a sbaraglio Milano; onde i suoi nobili, che, secondo i vulgari raziocinj, consideravano proprio scorno il recedere il loro padrone da un’ingiusta guerra, mandarono supplicarlo a rescinder la pace, offerendo somministrargli diecimila cavalieri ed altrettanti pedoni, purchè lasciasse loro le gabelle e i tributi della città. Filippo non gradì che i cittadini rimetterser mano nelle pubbliche cose come ai tempi repubblicani; pur a rinnovare le ostilità si preparò col soldare le bande congedate dai Veneziani; e da settantamila uomini fra le due parti si trovarono a fronte nella valle padana[35]. Ben dovevano essere ancora di piccola importanza le artiglierie, se le navi venete osarono penetrare nel Po fino a Casalmaggiore, dove sconfissero la flotta milanese (1427 11 8bre); poi fra gli acquitrini di Macledio nelle vicinanze di Brescia l’esercito di Filippo fu sbaragliato dal Carmagnola. Allora si rannoda la pace; ma ecco tosto nuove rotture e nuovi accordi e nuove violazioni, secondo la versatilità di Filippo e la natura degli eserciti d’allora.

A tali termini era l’Italia, che nè per la guerra acquistavasi gloria, nè per la pace quiete. Città prese e riprese, terre sfasciate, assassinj e tradigioni alternate colle battaglie, patimenti di plebe innominata, che importano alla storia? essa parla dei capi, e de’ felici colpi di quel prezzolato combattere. Non erano più guerre per la difesa della patria, non per utile o gloria o grandi intenti, ma effetto d’intrighi, di perfidiosa politica, del bisogno di battaglie che aveano i capitani come del proprio mestiere e guadagno. Sole truppe mercenarie campeggiavano, non ispirate da amor di patria, di gloria, di libertà; le battaglie finivano con poco sangue, atteso che, al primo piegar della fortuna, i soccombenti rendevano le armi, persuasi di trovare ben tosto un nuovo impresario, ed essendo convenuto fra condottieri di danneggiarsi il meno possibile.

I vinti erano rilasciati in farsetto; i vincitori si sbandavano a godere le prede; i capitani se trionfanti dettavano legge a chi li pagava, se sconfitti esigevano compensi e ristori. Alla battaglia di Sagonara, ove Angelo della Pergola sconfisse ed ebbe prigioniero il Malatesta, se credessimo al Machiavelli, sole tre persone perirono, affogandosi nella mota. Così alla Molinella si combattè «mezzo un giorno... nondimeno non vi morì alcuno; solo vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigioni da ogni parte presi». Nella battaglia di Caravaggio, ove lo Sforza sbarattò affatto i Veneziani facendo diecimila cinquecento prigioni, diconsi morti soli sette soldati[36], due dei quali dalla stretta e dallo scalpitare de’ cavalli. Per tal modo un capitano, vinto oggi, al domani ricompariva in campagna con esercito non men numeroso; le guerre s’eternavano esaurendo l’erario, impoverendo lo Stato, e non assicurandolo dai nemici; paci fatte per necessità, rompevansi per capriccio; e tra i guerreggiati e i traditi, gl’Italiani doveano sentire quanto soffrano i paesi dove non sono tutt’uno la milizia e la nazione.

A Maclodio sul Bresciano ottomila corazzieri di Filippo con Carlo Malatesta suo generale, e gli equipaggi e le ricchezze erano caduti prigionieri de’ soldati del Carmagnola, i quali trattandoli da commilitoni, subito li prosciolsero, onde tornarono al duca senz’altro avere perduto che le armadure. Due soli artefici di Milano offersero al duca quante armi bastassero per quattromila cavalieri e duemila pedoni; tanto vi fioriva questa manifattura: e Venezia vincitrice si trovò a fronte quegli stessi che dianzi avea vinti.

Che il Carmagnola avesse disposto dei prigionieri a suo talento, spiacque all’ombroso Governo, e sospettollo d’intelligenze coll’antico suo signore; e tanto più dacchè sul Po la flotta milanese, guidata da Pacino Eustachio e da Giovanni Grimaldi genovesi, sconquassò la veneziana (1431 22 maggio), ch’era costata seicentomila fiorini. Imputando il Carmagnola di quel disastro, stabilirono torlo di mezzo: e perchè arrestare un capitano fra un esercito a lui devoto non era agevol cosa, l’invitano a Venezia (1432) sotto finta d’interrogarne l’esperienza, l’onorano in ogni modo, poi i Dieci l’arrestano, il processano; «non volendo confessare, fu posto alla corda; e non potendo trarlo su per un braccio ch’egli aveva guasto, gli fu dato fuoco a’ piedi, per modo che subito confessò ogni cosa». Fu mandato al supplizio (5 maggio) col bavaglio in bocca; trattane al fisco la sostanza, che valutavasi a trecentomila ducati; provvisto alla moglie ed alle figliuole. Il popolo tremò ed applaudi: la posterità, anche dopo conosciuti gli atti di quel processo, rimane dubbia sulla reità di lui, e lo colloca fra quelle vittime delle procedure segrete, che dalla pubblica coscienza attirano compassione per sè, esecramento su chi le fa[37].

Genova sappiamo che erasi sottoposta a Filippo Visconti, sicchè quando essa nella battaglia di Ponza (pag. 84) fece prigioniero Alfonso re d’Aragona e di Sicilia, a lui lo mandò. Il re seppe cattivarsi Filippo in modo che ne fu lasciato andar libero. Tante iniquità, tanto egoismo non nocquero mai al Visconti, come questa insolita generosità; perocchè i Genovesi, indispettiti che egli disponesse a sua voglia del frutto di così insigne vittoria, si sottrassero all’obbedienza del duca (1453 27 xbre), scannarono a furor di popolo il suo governatore, rivollero la repubblica, e con essa lo strazio delle fazioni.

Nel calcolato favore di Filippo, al Carmagnola era sottentrato un altro prode. Quando Sforza Attendolo perì, l’esercito suo, unica assicurazione de’ privilegi e dei possessi che i principi gli aveano accordati per paura, sarebbesi sfasciato, se Francesco, uno de’ tanti figliuoli che esso aveva d’amore o di nozze, non avesse tenuto congiunte quelle masnade, obbedienti quegli uffiziali, dando già indizio di quella destra politica, che dovea poi alzarlo al più bel dominio italiano. Reso famoso in tutti i fatti d’arme d’Italia, e sentendo quanto valesse una buona spada, non s’accontentava ai dominj paterni; e battendo più alto la mira, e sempre crescendo d’importanza, giunse a ottenere che Filippo gli promettesse la mano di Bianca, unica sua figlia naturale. Appena uscito per lui di pericolo, il duca se ne pentì e ricusò; onde lo Sforza andossene, e nell’Anconitano si formò colla spada un marchesato sotto la supremazia del pontefice; poi non bastando a mantenere le proprie masnade, si acconciò a servizio de’ Fiorentini. Questi aveano condotto con varia fortuna e mirabile costanza la guerra; ma poi Nicolò Piccinino, il quale aveva assunto l’esercito di Braccio di Montone, si pose col Visconti e in riva al Cerchio sconfisse i Fiorentini, togliendone l’artiglieria, le munizioni e quattromila cavalli. Essi vidersi allora costretti a cedere Lucca ed accettar la pace; nella quale però anche Filippo rinunziava ai fatti acquisti e alle alleanze in Romagna e in Toscana, per non avere più titolo di brigarsi nelle vicende di questa.

L’astuto finse allora congedare il Piccinino, ma gli diede segreta istruzione di devastare la Toscana, la quale, vistasi ingannata, e costretta a far nuove armi, si chiamò felice di trarre sotto ai gigli suoi Francesco Sforza.

Ecco a fronte i due maggiori capitani del tempo, rappresentanti le due antiche scuole di Braccio e d’Attendolo. Il Piccinino, sebbene disavvenente di corpo e infelice parlatore, spingeva al sommo il merito di Braccio, vale a dire la celerità de’ movimenti, audace fin alla temerità, indomito dall’avversa fortuna. Francesco dalle diverse scuole sceglieva il meglio, e sapeva col genio avvivarlo; maschio di corpo e d’animo, il male non proponevasi, ma non ne rifuggiva se utile; entrambi caldi di odj, ma ricchi di quella bontà che non di rado si palesa pe’ soldati, ed è riparo o compenso alla facilità che hanno di far male.

Lo Sforza erasi mostrato propenso alle repubbliche, massime a Firenze, non perchè sentisse in quel senso, ma per tenere in ombra Filippo, o per far contrario al Piccinino che a questo conservava fede. Non volendo però scontentare in tutto il duca, nè sfasciare uno Stato sul quale spingeva i desiderj, lasciò alquanto in tentenno la guerra: ma quando si vide zimbello alla peritanza e finteria di Filippo, calò la buffa, e parve decidere delle sorti d’Italia coll’accettare dai federati il bastone, con novemila zecchini al mese dai Veneti, ottomila quattrocento da’ Fiorentini.

I due emuli capitani fecero gara di valore e d’abilità, sul Veneto, in Toscana, nella marca d’Ancona portando a vicenda la devastazione. Novamente famoso venne per durata e fierezza l’assedio di Brescia, invano sostenuto dal Gattamelata, e dove Brigida Avogadro menò le donne a respingere il Piccinino. «Tutto il popolo notte e giorno lavorava a far riparo di dentro a’ muri; vi lavoravano femmine, putti, donne, preti, frati, giudici, tali e quali. Il Piccinino solariò il fondo della fossa di graticci, e fece la via per venire in cima del terraglio. Dirai, Che facevi voi che nol vietavate? dico che come noi ci facevamo sul terraglio, egli tirava con quelle bombarde. Oh quanti ve ne furono morti di noi cittadini!» E quando salirono all’attacco «si cominciò una riotta con noi di dentro, per modo che, colla grazia di Dio, furono urtati giù. Avreste veduto quelli uomini d’armi traboccar giù per quel terraglio con que’ suoi pennacci a volta voltone che era una consolazione. Di bombarde, di schioppetti, di verrettoni, di sassi che si tiravano, parea che l’aria si oscurasse: parea che tutto il mondo si aprisse di tamburi, di trombette, di gridori, di campane a martello..... Avreste veduto il popolo, femmine, zerlotti, piccoli e grandi, che correvano giù ai luoghi dove si davano le battaglie, chi con pane, chi con formaggio, chi con vino, chi con confetto per reficiare que’ cittadini combattenti, e que’ soldati ch’erano con noi. Voi avreste veduto la gente d’arme de’ nemici in belle battaglie che tenevano dal brolo del vescovo fino a San Pietro Oliviero, tutti quanti a cavallo: e quando si davano le battaglie, si scambiavano sotto di squadra in squadra, smontavano da cavallo, e venivano alla battaglia: ma tosto loro veniva talento di ritornare a dietro»[38].

Brescia sempre eguale a se stessa! I Veneziani, per la nimicizia del marchese di Mantova non potendo mandar navi pel Po nel Mincio, e da questo nel lago di Garda, divisarono un fatto arditissimo, suggerito da un Sorbolo candioto. Avviarono su per l’Adige due galere grandi, tre mezzane e venticinque barche, poi strascinandole a forza di cavalli e di bovi traverso al frapposto Monte Baldo spianando e sgombrando, le gettarono in esso lago a Tórbole: meraviglia e terrore, che il Piccinino dissipò bruciandole.

Ma alfine Brescia fu salvata, sebbene da fame e peste ridotta a metà abitanti. Francesco Barbaro provveditore e famoso grecista, fu chiamato a Venezia coi cento gentiluomini che più aveano contribuito a quella difesa, accolti dalla Signoria, abbracciati dal doge che li proponeva quali modelli ai sudditi della Repubblica, ed essi e la loro posterità esimeva da ogni imposta; al Comune poi rilasciaronsi ventimila ducati, che il fisco ritraeva annualmente dai mulini[39].

Il Piccinino, smaniato d’acquistare il dominio che era stato di Braccio, si fa mandare dal Visconti nell’Umbria, guasta la Toscana, e ad Anghiari (1440 29 giugno) a’ piè de’ monti che separano la val del Tevere da quella di Chiana assale le truppe pontificie di tremila corazzieri e cinquecento pedoni, e le fiorentine di otto in nove mila cavalli, comandate da Gian Paolo Orsini, e rimane sconfitto e prigioniero: se non che i vincitori sbandatisi non proseguirono la vittoria e la resero inutile, perchè il Piccinino ebbe raggomitolati ben tosto tutti quelli che avea perduti, e tornò in Lombardia a rifarsi col saccheggiare terre di amici. Tuttochè guelfo, disprezza le scomuniche paragonandole al solletico, che lo sente chi lo teme; s’insignorisce di Pontremoli e di Bologna; ed è adottato nelle case dei Visconti di Milano e d’Aragona di Napoli. Anche gli altri capitani a stipendio di Filippo Maria chiedevano sovranità: Alberico da Barbiano voleva Belgiojoso; Lodovico Sanseverino, Novara; Lodovico del Verme, Tortona; Talian Friulano, Bosco e Frugarolo; altri altro. Il duca, che aveva rimosso lo Sforza onde non farlo sovrano, credette allora minor male il richiamarlo, e gli concesse la mano di Bianca (1441), e in pegno della dote il contado di Pontremoli e Cremona. La pace di Cavriana, fatta sotto la mediazione dello Sforza e a malgrado del Piccinino cui essa strappava un’immancabile vittoria, rintegrò nei primieri confini il duca, le repubbliche di Venezia, Genova e Firenze, il papa e il marchese di Mantova.

Che valevano le paci generali, quando duravano le particolari animadversioni de’ capitani? Francesco mosse per vendicarsi d’Alfonso il Magnanimo, che gli aveva occupati i feudi paterni nel Reame: ma Filippo Maria tornatone geloso, s’accordò con Eugenio IV per torgli la marca d’Ancona, ridiede il suo favore al Piccinino, che dichiarato gonfaloniere della Chiesa, noceva il più possibile all’irreconciliabile suo emulo, e d’ordine di Filippo assediò Pontremoli e Cremona.

Il gran capitano, a cui la generosità non impediva di levarsi d’attorno coi supplizj e col ferro gli emuli, vedeasi tolta pezzi a pezzi la sovranità militare ch’egli erasi formata nel cuore dell’Italia, e soccombeva alle tergiversazioni del suocero e alle infedeltà di papa Eugenio; quando i Veneziani, guardando come lesa la pace di Cavriana, si allearono coi Fiorentini, presero al soldo varj condottieri, e sotto Michele Attendolo mandarono l’esercito a’ danni del duca, e dopo la vittoria di Mezzano sopra Casalmaggiore si spinsero fino a Monza e Milano. Il Visconti, sbigottito dal vedere Venezia ostinarsi al conquisto della Lombardia, si rappattumò col genero, il quale comprendeva che se la Lombardia toccasse ai Veneziani, più nulla avrebb’egli a sperarne, mentre invece la disputabile successione di Filippo aprivagli ambiziose eventualità. Accettò dunque il comando supremo sulle armi e le fortezze; dugentomila fiorini d’oro l’anno per mantenere l’esercito suo e quello lasciato dal Piccinino, il quale, dopo essere stato uno degli arbitri di questa sbranata Italia, era morto (1444 15 8bre) col dispiacere di non avere nè ingrandito se stesso, nè ottenuto gratitudine da quelli cui aveva servito.

Poco poi Filippo Maria, sempre passionato per l’intrigo, si lasciò di nuovo menare dai Bracceschi e dagli altri che invidiavano l’incremento dello Sforza; e rompea seco di nuovo, allorchè morte lo colse (1447 15 agosto), e con lui terminava la stirpe de’ Visconti.

La quale fu con lode ripagata della protezione che concesse ai dotti d’allora, e il Filelfo, il Barziza, il Panormita, l’Offredi, il Decembrio ne tesserono la storia e la falsarono. Del resto già vedemmo come la Lombardia fosse una monarchia militare, non temperata se non dalle arti che ad un governo intelligente sono insegnate dal desiderio di conservarsi; i Milanesi la sopportavano anzi rassegnati che contenti; e il desiderio della libertà erasi illanguidito a segno, che al più si aspirava a cambiare tiranni: la pace e la guerra, la ricchezza e la felicità del paese, la tolleranza o punizione dei delitti dipendevano dal principe.

Sovratutto mancava quel che ai popoli più è necessario, pace, e pronta ed eguale giustizia; anzi le prepotenze pareano favorite dai dominanti. Giovanni Gámbara, signorotto del Bresciano, faceva cogliere da due bravi una tal Bartolomea che avea detto male di sua moglie Subrana, e mozzarle la lingua; il podestà condannò al taglione il Gámbara e la moglie, ma essi interposero un fratello della mutilata, che li riconciliò con questa; e Gian Galeazzo Visconti concedette perdono. È scritto che Giovanni Palazzo ottenesse da Gian Maria che Guelfi e Ghibellini del Bresciano potessero combattersi sei mesi, salva la fedeltà al principe, e commettere qualsivoglia misfatto tra loro. Esso Gian Maria nel 1401 mandava podestà ad Asola Giovanni Visconti e capitano Giorgio Carcano, i quali spinsero tant’oltre l’audacia, che niuna fanciulla poteva andare a marito senza avere passato tre giorni nel loro palazzo: gli Asolani stancati li trucidarono, e i Bresciani in punizione distrussero Asola[40]. Quando manchi la giustizia, più non rimane garanzia di sorta, nè altro si può che abbattere il dominante per mettersi al posto di lui e divenire oppressori.

Pure costoro erano principi nostrali, e i Lombardi compiacevansi della loro grandezza, giacchè nol poteano della propria felicità; compiacevansi alla splendidezza della Corte, alle regie parentele, alle frequenti comparse, ai clamorosi pranzi, ai clamorosissimi funerali, a quel lusso di sfarzo e spesa più che di gusto, alle feste che frequenti si rinnovavano per nozze, per paci, per venuta di principi. Fu volta in cui Filippo Maria ebbe ospiti papa Martino V e l’imperatore Sigismondo, e prigionieri il re di Napoli e quel di Navarra; in un mazzo di carte (giuoco allora nuovo) dipinto da Marzian di Tortona spese millecinquecento monete d’oro.

Le sevizie di que’ principi possono paragonarsi al morso di un cane rabbioso, che nuoce solo a chi lo avvicina; mentre una pacata signoria può indurre gli effetti della malaria, generale spossamento e tabe irremediabile. Perocchè del resto essi cercavano il prosperamento del paese, sia per trarne di più, sia per non iscapitare al confronto de’ vicini. L’agricoltura procedea di meglio in meglio, sull’esempio de’ monaci, principalmente de’ Cistercensi, che verso il Lodigiano e il Pavese aveano introdotto i prati stabili e le cascine; si miglioravano le razze de’ bovi; de’ cavalli, celebri per grossezza e forza, molto spaccio faceasi in Francia. I lavori di seta crebbero principalmente dacchè nel 1314 molti fabbricanti di Lucca, fuggendo la tirannia di Castruccio, ricoverarono a Milano. I Lombardi andavano in Francia, in Fiandra, in Inghilterra a raccattar lana, che poi tinta e tessuta mandavano colà donde ora ci vengono i panni fini; e per tutta Europa correvano le monete d’oro colla biscia. I nobili non prendeano vergogna del mercatare, e sulle matricole figurano i Litta, i Dadda, i Bossi, i Crivelli, i Gusani, i Dugnani, i Medici, i Melzi, i Porro, i Bescapè, i Castiglioni, i Pozzobonelli. I Borromei da San Miniato si trasferirono qui vendendo panni grossolani, e stabilendone una fabbrica; e subito Filippo Maria prese un Borromeo per direttore della finanza, e poco dopo Luigi XII di Francia levava al battesimo un figliuolo di quella casa[41].

Le arti, divise in venticinque paratici o consorzj, con bandiera, statuti, assemblee distinte, esercitavano ogni sorta mestieri, e all’uopo prendeano le armi. Singolarmente i Lombardi guadagnavano in operazioni di banco, avendone stabiliti in tutte le città d’Europa. Milano era sì ricca, che diceasi in proverbio bisognerebbe distrugger lei chi volesse rifare l’Italia; e udimmo i nobili esibire a Filippo di mantenergli stabilmente diecimila cavalieri ed altrettanti pedoni se lasciasse loro le entrate della città. L’estimo del 1406 dà ai beni mobili e stabili della città e dei corpi santi il capitale valore di tredici milioni dugencinquantamila zecchini. La popolazione cresceva, benchè guasta da pesti ricorrenti; e i primi provvedimenti di polizia sanitaria menzionati sono i milanesi.

Il servaggio principesco alterava la semplicità de’ costumi, e senza credere alle declamazioni, è a supporre s’imparasse a chinar la fronte a quello in cui mano erano il denaro, la forza, la legge, ed a quella serie di bassi che comandano agli altri; catena di soggezione, che cominciata non finisce più. Nondimeno durava un vivere patriarcale, nè la Corte era distinta dalla città quanto nei tempi posteriori; e benchè i nobili godessero molti privilegi, pure le condizioni si trovavano spesso mescolate nei pubblici convegni ed alle feste ecclesiastiche o civili.

Se si pensi che non v’avea truppe stanziali, primario rinfianco della tirannia; che il duca vivea tra gente nostra, con nostri consiglieri, fra tante corporazioni organizzate e armate, fra privilegi di arti, di corpo, di stato, si vedrà che il despotismo non poteva sbizzarrire senza contrasto; le memorie della prisca libertà non erano perite, non poteasi a voglia gravar le imposte, gli statuti frenavano anche il principe, le fazioni di Guelfi e Ghibellini opponeano potente contrasto, sicchè la tirannia non era sistematica ma di eccezione. Que’ principi pesavano più volentieri sui nobili per torsene l’ostacolo e rapirne le ricchezze; non per questo si rendeano popolari, comunque talora grossolani: e la plebe anch’essa sapeva resistere, e piegando non dimenticava d’avere dei diritti.

Tutti questi avvenimenti potemmo divisare senza tampoco far motto d’un altro imperatore calato in Italia. La Casa di Luxemburg, così meschina sotto il cavalleresco Enrico VII, era giunta a possedere tanti dominj, quanti mai quella di Hohenstaufen; in un secolo avea dato quattro imperatori, Enrico VII, Carlo IV, il vituperevole Venceslao che fu deposto, e suo fratello Sigismondo, che al tempo stesso era elettore di Brandeburgo, re di Boemia e d’Ungheria. Bello d’aspetto (tal ce lo descrive Leonardo Aretino che lo conobbe), alto della persona, nobile, vigoroso, magnanimo in pace e in guerra, eloquente, amante le lettere, liberale oltre le sue scarsissime entrate, trovavasi sempre bisognoso di denaro, e perciò costretto a vendere la propria alleanza e protezione, interrompere le imprese, mancare ai propositi; e più che all’impero badava a crescere i suoi Stati ereditarj, dai quali derivò poi la grandezza di Casa d’Austria.

Talmente Venezia spingeva la gelosia per l’eguaglianza delle sue famiglie patrizie, che, avendo il re di Ungheria chiesto per moglie una Morosini, la Signoria obbligò il padre a rinunziare ogni diritto paterno, e l’adottò come figlia della Repubblica. Quando, durante lo scisma, fu eletto papa Angelo Corrér (1406) col nome di Gregorio XII, benchè egli cercasse cattivarsi i Barbarigo, i Morosini, i Condulmer con cappelli cardinalizj, fu sempre guardato di mal occhio, giudicandosi pericoloso un pontefice legato coi senatori; e appena il concilio di Pisa lo dichiarò scaduto (1409), la Signoria non solo s’affrettò a riconoscere il surrogatogli Alessandro V, ma a lui profugo negò stanza ne’ suoi dominj[42]. Ito nel Friuli, papa Gregorio venne a rissa con quel patriarca che era tedesco, e lo cassò surrogandogli Anton da Ponte nobile veneto. L’imperatore Sigismondo, dichiaratosi protettore dell’espulso, menò le cose di modo, che venne a rottura con Venezia. Questa repubblica da Ladislao, competitore di Sigismondo al trono d’Ungheria, aveva comprato per centomila fiorini la città di Zara; ridomandando la quale e le antiche città imperiali, Sigismondo entrò sul Veneziano (1413) guastandolo e ribellando: ma Venezia strinse lega difensiva con Nicolò III d’Este, i conti Porcia e Collalto, i Malatesti, i Polenta, i signori d’Arco e Castelnuovo, Castelbarco, Caldonazzo, Savorgnano; e questi, e la rigidezza dei vicarj di Sigismondo, la poca costanza degli Ungheri ch’egli versava di qua dell’Alpi, il valore del condottiere Filippo d’Arcoli, fecero trionfare il leone veneto per tutto il Friuli.

Dalla Marca Trevisana Sigismondo pensò fare una corsa in Lombardia senz’armi. Liete accoglienze gli profusero i tirannelli: a Cremona col papa vagheggiò dal torrazzo la pianura lombarda; a Cantù ricevette omaggio da Filippo, il quale però nol volle accogliere in Milano; istituì de’ vicarj imperiali, cui faceano capo i Ghibellini per onestare la loro tirannide: ma nessuna efficienza ebbe sulle vicende italiane.

Dopo vent’anni di regno, nojato dalle lunghe brighe in Germania e in Boemia, e dal dirigere una macchina pesante e rugginosa, com’egli chiamava l’impero, pensò tornare di qua dall’Alpi (1431) a farvi una comparsa quale solevano i suoi predecessori. I tempi erano ben cambiati; quanto erasi perduto in parziale libertà, tanto erasi acquistato in generale indipendenza; nè la nominale superiorità sarebbe bastata perchè convocasse a Roncaglia tutti gli Stati d’Italia a rendere l’omaggio e ricevere giustizia. Con duemila Ungheri e Tedeschi a cavallo, più per corteggio che per difesa, capitò a Milano; e Filippo, che pur gli avea sempre mostrato piena soggezione, e l’avea sollecitato a discendere sperando danneggiarne i Veneziani, insospettito si chiuse nel castello di Abbiategrasso, senza tampoco lasciarsi vedere all’imperatore, che in Sant’Ambrogio fecesi coronare (1431 25 9bre).

Qui dunque temuto e timoroso, eppure in Toscana malvisto come amico del duca, sempre povero di denaro e di forze, obbligato ad ogni passo a patteggiare o difendersi, a un punto di rimanere preso in Lucca dal capitano dei Fiorentini, trattenuto in Siena per debiti, Sigismondo traversò l’Italia meschinamente (1432), dirigendosi a Roma onde persuadere il papa ad accettare il concilio di Basilea: nè tampoco a questo riuscito, cintasi la corona d’oro (1433), ricoverò a’ suoi paesi, lasciando l’Italia alle ambizioni e agli agitamenti di prima.

CAPITOLO CXVI. Repubblica Ambrosiana. Venezia conquistatrice. Francesco Sforza. I Foscari.

I Visconti e gli Sforza
Uberto Visconti
Obizzo
Teobaldo
Matteo Magno 1295-1322
Galeazzo I 1322-28
Azzone 1328-39
Luchino 1339-49
Marco
Giovanni arcivesc. 1339-54
Stefano
Matteo II 1354-55
Bernabò 1354-85
Galeazzo II 1354-78
Gian Galeazzo 1378-1402 primo duca nel 1395
Valentina in Luigi d’Orléans, ava di Luigi XII
Gian Maria 1402-12
Filippo Maria 1412-47
Bianca Maria in Francesco Sforza 1447-66
Ascanio cardinale
Galeazzo Maria 1466-76
Gian Galeazzo Maria 1476-94
Bona regina di Polonia
Caterina in Giovanni de’ Medici avo di Cosimo granduca
Lodovico il Moro 1494-1500
Massimiliano 1512-15
Francesco Maria 1522-26 e 1529-35
Gabriele Maria figlio naturale
Uberto stipite di case ancora sussistenti
Gaspare
Lodrisio
Ottone arcivesc. 1277-95

Filippo Maria Visconti non lasciava figliuoli, onde molti si sporsero al fiuto di sì pingue eredità. Fin allora nel Milanese non era stato regolato il modo di succedere al dominio; e come negli altri principati italiani, ora lo teneano i fratelli in comune, ora se lo spartivano, o l’uno succedeva all’altro senza riguardo alla discendenza dell’estinto: persino i figli naturali ne toccavano qualche porzione. Ora la casa francese d’Orléans vi pretendeva a cagione di Valentina Visconti, cui Gian Galeazzo, maritandola a Luigi d’Orléans, n’avea dato l’aspettativa pel caso che i suoi figli morissero improli. Ma il titolo non valeva, giacchè questo non era un feudo femminino; tanto minor diritto v’avea lo Sforza, marito della figlia naturale, quantunque legittimata, di Filippo Maria. Questo aveva un tempo pensato a nuocere ai Veneziani col lasciare il suo paese ad Alfonso re di Napoli; il che avrebbe di tanto avanzata l’unità italiana: e Alfonso in fatti produsse un testamento a favor suo; ma foss’anche autentico, si trattava egli d’una proprietà che si potesse lasciare a talento?

Il Milanese era uno Stato libero, riconosciuto nella pace di Costanza; il che importava, secondo il diritto d’allora, che non potesse venir ristretto a sudditanza di verun particolare. Venceslao l’avea ridotto tale investendone Gian Galeazzo; ma sovrano dell’Impero non era già il re di Germania, bensì gli elettori, rappresentanti l’antico senato e popolo romano: e in fatto essi ne fecero rimprovero a Venceslao, e fu uno degli aggravj per cui lo spodestarono[43]. Sigismondo ne diede regolare investitura a Filippo Maria, riservandosi gli antichi diritti imperiali[44]; ma realmente il Milanese, operando come Stato libero, aveva affidato il governo politico ai Visconti, e allo spegnersi di questi tornava di propria balìa. Sentirono questo diritto i Milanesi, e mentre i Bracceschi inalberavano sul castello lo stendardo di Alfonso di Napoli, ed altri suggerivano di darsi al duca di Savoja fratello della duchessa vedova, Antonio Trivulzio, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani e Innocenzo Cotta eccitano alla libertà i Milanesi, che a furia smantellano il castello, nido della tirannia contro il popolo; e disingannati del dominio d’un solo come pessima pestilenzia, proclamano l’aurea repubblica ambrosiana (1447 14 agosto), tornando in istato di popolo al modo antico. Il vicario coi dodici di provvisione eleggono ventiquattro capitani e difensori della libertà del Comune, che furono confermati dal consiglio generale, e che affollarono ordini buoni o meschini, come sempre avviene nei primordj; rimettono i banditi; proibiscono il bestemmiare, i giuochi zarosi, il portar armi; allestiscono ricoveri per poveri, e massime per contadini che la guerra avea sturbati dai campi; si ravviano le scuole, invitando i maestri con condizioni che meritamente potranno accontentarsi; e da spontanee largizioni raccolgono ottocentomila zecchini ad tuendam patriæ libertatem[45].

È uno dei temi più soliti e più facili agli epigrammi da caffè la debolezza de’ governi usciti da una rivoluzione, come il vacillamento delle rivoluzioni che non riuscirono: nè per verità da una reggenza che durò meno di due mesi potevano pretendersi stabili intenti, concordi progetti, efficace azione. Pure sarebbersi allora potute costituire in Italia tre robuste repubbliche, di Firenze, Venezia e Milano, mettendo in comune il senno educato dell’una, la potenza marittima dell’altra, le colte lautezze dell’ultima; e associandosi alla forza degli Svizzeri, opporre una federazione di liberi all’aumento delle monarchie confinanti. Chi pensi che in quel tempo, essendo morto Carlo il Temerario duca di Borgogna nel combattere gli Svizzeri[46], restavano libere le Fiandre e i Paesi Bassi, comunità fiorentissime di commercio e costituite al modo delle nostre, non può a meno di riflettere qual diverso andamento avrebbe preso l’Europa se, invece di consolidarsi le monarchie collo spartire la Borgogna tra Francia e Austria, fosse prevalso il sistema repubblicano. Se i Milanesi vedessero allora questa preziosa eventualità, è difficile il dirlo; ma trovo codardo l’insultarli dell’aver preferito una forma di governo che allora presentava tanto avvenire. Sgraziatamente però Firenze cominciava con Cosmo de’ Medici a piegare a principato: Venezia dal doge Francesco Foscari era intalentata a conquiste, a segno di posporvi la giustizia e la pubblica libertà; e sperando quell’unione che più tardi effettuarono gli Austriaci, spasimava di tutto il Milanese, e profittò del momento per ciuffare Brescia e Bergamo.

Allora Venezia trovavasi all’apogeo della sua grandezza. Trieste, i cui pirati avevano rapito le spose della ancor novella repubblica, indi era stata sottoposta da Enrico Dandolo a capo de’ Crociati, non si rassegnò mai al giogo, più volte rinnovò guerra, e nel 1367 si diede al duca d’Austria; ma i Veneziani l’assalirono e presero per fame, poi nella pace, chetato l’Austriaco a denaro, le imposero di giurar fedeltà a San Marco; alla nomina di ciascun doge, lo stendardo del leone sventolerebbe un giorno sul mercato di Trieste, e tutti gli anni a Pasqua sul palazzo; i Triestini osserverebbero i trattati conchiusi da Enrico Dandolo in appresso, e la Serenissima vi eserciterebbe la giurisdizione penale. Nella guerra di Chioggia i Genovesi presero Trieste, e la consegnarono al patriarca d’Aquileja: avendola Venezia ripigliata (1382), i Triestini inalberarono di nuovo la bandiera dei duchi d’Austria, i quali poi la tennero sempre: ma doveano correre più di quattro secoli prima che acquistasse tale importanza sul mare, da prevalere all’antica dominatrice.

Vedemmo come si fosse ampliata la signoria de’ patriarchi d’Aquileja sopra tutto il Friuli, l’Istria, gran parte della Carintia e Carniola, e la Stiria, con tanti poderi da estrarne ducentomila zecchini. Però i papi aveano tratto a sè il diritto di nominare il patriarca, sicchè ne cessò l’indipendenza; e avendo essi dato quella sede in commenda a Filippo d’Alençon, i signori paesani ricusarono obbedienza a questo, eleggendo un altro, donde baruffa civile, nè più fu possibile sottometterli interamente. Il patriarca fu dunque costretto ricorrere al popolò, agli stranieri, a bande mercenarie; e intanto i signori si rendevano viemeno dipendenti, per quanto il patriarca cercasse avvincerseli col moltiplicare i feudi e suddividerli e concedere franchigie.

E si alleò a Francesco Carrara (1388), che colle armi occupò tutti i paesi: ma i Veneziani, temendo che questo operosissimo loro nemico tenesse il Friuli per sè e intercettasse i loro commerci colla Germania, presero parte con Udine «con altre città, riottose al patriarca, e annichilarono nel modo che dicemmo la potenza dei Carrara. Venuto poi il patriarcato al tedesco Lodovico Theck (1414), e questo avendo favorito l’imperator Sigismondo, Venezia ne colse occasione di tor via que’ vicini, ostinatamente avversi. Pertanto occupò il loro paese finchè non fosse compensata delle spese di guerra; ma queste ammontavano a tanto, che il patriarca non potè più pagarle; onde a quel prelato, fin allora il più ricco d’Italia dopo il pontefice, altro non rimasero che i castelli di San Vito e San Daniele, e lo stipendio di cinquemila ducati che ricevea dalla Repubblica.

Adunque il dominio veneto si estendeva in Italia dall’Isonzo al Mincio; oltre il litorale dell’Adriatico sin alle foci del Po, aveva ad obbedienza fra terra le province di Bergamo, Brescia, Verona, Crema, Vicenza, Padova, la Marca Trevisana con Feltre, Belluno, il Cadore, il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria eccetto Trieste città imperiale; supremazia sulla contea di Gorizia, che prima faceva omaggio al patriarca d’Aquileja; sulla costa orientale dell’Adriatico teneva Zara, Spalatro e le isole che fronteggiano la Dalmazia e l’Albania; avea tolto Veglia ai Frangipani, Zante a un Catalano; in Grecia occupava Corfù, Lepanto e Patrasso; nella Morea Modone, Corone, Napoli di Romania, Argo, Corinto, avute a prezzo dai possessori che non poteano difenderle dai Turchi; altre isolette dell’Arcipelago, e qualche parte del litorale; finalmente Candia e Cipro.

Mentre in Italia si era limitata ad opporsi a chi vi predominasse, tenendo per lo più coi pontefici, allora aspirò a dominarvi, donde vennero le guerre che abbiam veduto con Filippo Maria, nelle quali, se cresceva di credito nella penisola, sviavasi dal commercio, e rimaneva esposta agli arbitrj de’ venturieri, coi quali usava or rigore, ora carezze; or mandava al supplizio il Carmagnola, or se ne redimeva coll’ascrivere fra i nobili il Gattamelata e Michele Attendolo. E d’acquistare il Milanese le dava lusinga lo sfasciarsi di questo alla morte di Filippo.

Per quell’assurdo concetto che repubblica significhi obbedire a nessuno, le singole città ridestando le municipali gelosie, colsero pretesto dalla rivoluzione di Milano per sottrarsi a questa, riformandosi a reggimento municipale indipendente, ed elessero signori e governi distinti, preferendo l’indipendenza dei singoli alla libertà di tutti. Como, Alessandria, Novara seppero accordarsi colla Repubblica ambrosiana, ma a patti che tendeano principalmente a ricuperare la giurisdizione ed aggravare i popoli soggetti: tal era il senso dei sessantasette capitoli stipulati dai Comaschi, diretti a ristabilire il dominio della città sopra il contado e sopra la Valtellina e il Chiavennasco. Pavia, Parma, Tortona vollero reggersi da sè; Lodi e Piacenza introdussero guarnigione veneta; Asti si chiarì pel duca d’Orléans; gli esuli signorotti tornavano, e riprendevano gli aviti possessi e la baldanza di tiranneggiare perchè aveano sofferto; se non altro, saccheggiavano; dappertutto rinasceano le antiche cupidigie; ma s’erano talmente abituati all’obbedienza, che, appena uno primeggiasse, lo chiedevano signore.

L’attività scompigliata produceva debolezza universale; mentre erasi perduto l’uso delle armi, d’ogni parte sonavano minaccie; la Repubblica era in grande setta e divisione nell’interno, fra le pretensioni dei capitani di ventura, che nè poteansi licenziare nè tenere in obbedienza; lo schiamazzo popolare diventava potenza, sempre micidiale, ed or faceva ardere i libri del censo, ora demolire il castello, soliti carnevali dei neoliberati; i cittadini medesimi si divideano in partiti, quale pendendo all’Impero, quale ai reali di Francia, al duca di Ferrara, a Venezia. Luigi di Savoja credette opportuna l’occasione di fermar piede in Lombardia, e si collegò col re francese, a patto che Genova e Lucca si conquistassero per questo, Alessandria si desse al Monferrato, le terre fra il Ticino, l’Adda e il Po, coi castelli di Trezzo e Pizzighettone, ad esso, duca di Savoja[47]. Venezia aveva già rotta guerra a Filippo, e adesso la continuava contro la Repubblica, ed accostavasi minacciosa all’Adda.

In que’ frangenti che tolgono il senno anche ai più savj, i capitani della Repubblica parvero dimenticare le pretensioni di Francesco Sforza; ed aggirati o spinti dai Ghibellini, affidarono ad esso le armi, perchè li difendesse da’ nemici. Egli mostrò obbedire a coloro cui sperava comandare; dal carcere, ove l’avea cacciato Filippo Maria, trasse Bartolomeo Coleone, condottiero bergamasco, e se lo fece compagno alle imprese; colle artiglierie abbatteva mura che prima arrestavano gli eserciti, e prosperò nella guerra marchesca. Assediata Piacenza, la piazza più forte dopo Milano, riuscì a prenderla ed entrar per la breccia (1447 16 9bre): fatto portentoso e quasi nuovo nell’arte guerresca d’allora, ove la difesa era ancor superiore all’offesa. La città venne abbandonata al peggiore saccheggio e a tutti gli obbrobrj de’ soldati, che violentavano a scoprire i tesori; diecimila cittadini furono venduti; i ferramenti, i legnami portati a vendere nelle vicine città; nè Piacenza più risorse.

Ma lo Sforza non operava a pro di Milano; anzi, dopo ch’ebbe con insigni vittorie, e massime con quella di Caravaggio (1448), fiaccato i Veneziani che erano stati a un punto d’acquistare il Milanese, e fattone prigioniero l’esercito, arsa la flotta, patteggiò di lasciar loro non soltanto Bergamo e Brescia, ma e il Cremasco e la Geradadda, cioè fino all’Adda, purchè l’ajutassero a succedere a Filippo Maria. L’accordo fu accettato (18 8bre).

Francesco aveva un buon esercito, i Milanesi nessuno; prima Pavia, poi Piacenza, poi altre città lo chiedeano signore; perfidie non lo sgomentavano, e Cosmo de’ Medici amico suo gli aveva insegnato a badare alle convenienze proprie, non alle altrui, e che il mondo non si governa coi paternostri. In Milano rincalorivano le parti di Guelfi e Ghibellini; e i primi, guidati dal Trivulzio, avrebbero voluto una pace che assicurasse la Repubblica e dai nemici e dal difensore: il Lampugnani, il Bossi ed altri Ghibellini ricusavano la pace con Venezia, che sottraeva tanto territorio, e che preparerebbe forse la dominazione di quella città: il vulgo tumultuava ora per questi, ora per quelli, secondo l’opinione o le ciancie o il denaro. Carlo Gonzaga di Mantova, fatto comandante della città, batteva la mira a rendersene signore appoggiandosi ai Guelfi, sicchè i Ghibellini entrarono in trattati collo Sforza per garantire o qualche franchigia alla patria o qualche vantaggio a sè; ma scoperti, furono mandati al supplizio Lampugnani ed altri, molti in fuga, confiscati i loro beni. Allora prevale quella seconda schiera che sottentra sempre ai moderati; e nuova gente senza credito, traforatasi nel governo e impinguatasi delle confische, impresse l’impeto rivoluzionario, eccitò i Milanesi a resistere al traditore, al disertore, giurando piuttosto darsi al granturco e al demonio; spedirono per tutto bandi che il diffamavano; promisero diecimila zecchini di mancia e altrettanti in fondi a chi l’uccidesse; chiesero soccorsi dal duca di Savoja, i cui soldati non dando quartiere, facevano quel peggio che sapessero. I Milanesi stessi aveano scritto milizie paesane con fucili, arma nuova che, per quanto imperfetta, incuteva terrore ai dapprima invulnerabili corazzieri; e le battaglie divennero sanguinose, e costarono la vita a molti prodi condottieri.

Ma lo Sforza era di lunga mano superiore per sentita di guerra, e sostenuto dai Veneziani, che tradivano cittadini liberi per procacciarsi un pericoloso vicino. Tardi s’accorsero dell’ambizione dello Sforza, e fecero pace colla Repubblica Ambrosiana; e avendo lo Sforza ricusato riconoscerla, spedirono truppe a soccorso di Milano (1449 27 7bre): ma l’incerta fede de’ capitani di ventura, disertati dalla Repubblica per mettersi dove la fortuna piegava, e il valore d’esso Sforza ne elisero l’effetto. Milano, disperata di miglior consiglio, proponeva di sottomettersi alla Serenissima; ma lo Sforza, domate Monza, Melegnano, Vigevano e le altre città provinciali, cinse la capitale. Il popolo, visti uscir vani tutti i suoi partiti, si levò a rumore, mosso dall’oro nemico, secondo la frase antica e moderna; cassò i magistrati popolari, ostinantisi alle armi, per surrogarvene di ghibellini: i quali però neppur essi aveano un disegno premeditato, nè sapeano finire la guerra, a terminar la quale erano stati eletti. Carlo Gonzaga, che avea mostrato l’ambizione del comando, non l’abilità, come vide i nuovi capitani della libertà non favorire alle aspirazioni sue, ma voler lui stesso obbediente, patteggiò collo Sforza, facendosi dare Tortona in compenso del tradimento. Gaspare Vimercato in parlamento dipinse la trista situazione: — I soccorsi piemontesi sono fiacchi, lontani quei di Napoli, pericolosi quelli dei Veneti; ecco crescere ogni giorno orrida e irreparabile la fame; più che un disperato resistere, non val meglio cercare pane e riposo allo Sforza? alla fine egli vanta de’ diritti, sicchè avrà minor bisogno d’infierire, e piuttosto desiderio di conservare». La proposizione fu accolta al solito da fischi ed urli, tra i quali però il senso comune si fe strada; la fame operò il resto, e il popolo assalì a tumulto il palazzo del governo; onde s’inviò a fare la sommessione, e lo Sforza spedì tosto gran ristoro di viveri, che il fece benedire.

Ondate di Milanesi andavano a visitarlo ognidì al suo quartier generale, e gli sciorinavano elogi in versi, elogi in prosa, sonori quanto le imprecazioni che in suo vitupero eransi fatte testè, da ciascuno a chi peggio. Poi, il giorno della sua entrata (1450 26 genn.), «avevano preparato un carro trionfale con un baldacchino di panno d’oro, e così con gran moltitudine aspettavano il principe avanti alla porta Ticinese. Ma Francesco per la sua modestia ricusò il carro e il baldacchino, dicendo tali cose essere superstizioni da re; il perchè, entrando, andò al sagro e massimo tempio di Maria Vergine, e fermo innanzi alla porta, si vestì di drappo bianco sino a’ piedi, la qual veste era di consuetudine che si vestivano i duchi quando pigliavano la signoria» (Corio); ebbe la corona ducale, e il Milanese si racconciò nella monarchia militare. Francesco addormentò il popolo colle feste; coi belligeranti strinse buoni accordi; l’una dietro l’altra tornò in obbedienza le città, che preponevano ad una libertà procellosa una tranquilla servitù, ed ultime anche Como e Bellinzona; e incominciava una nuova politica e una nuova dinastia, preconizzata ai destini più insigni, e che pure dovea, fra micidj e tragedie, giungere a stento alla sesta generazione.

Egli seppe mettere nel fodero la spada, colla quale aveva acquistato un sì bel dominio, e attese a far dimenticare la violenta origine e riconciliarsi i popoli col modo migliore, il beneficarli; non diè carico a’ suoi avversi; non lasciò campo a quelle riazioni, che irritano ed inimicano; resse con saviezza, restituendo al governo il vigore senza la crudeltà de’ Visconti; e riuscì uno dei principi più grandi e, secondo il tempo, de’ più buoni. Nella capitolazione erasi stipulato non si darebbe impiego a verun forestiero, i tribunali starebbero sempre in Milano, non rincarite le gabelle, garantiti i creditori dello Stato, messi fuor di città i soldati. Vedendo che «la plebe, riavvezzata alle armi, si ricordava della libertà», lo Sforza pensò ricostruire l’abbattuta fortezza; ma non volendo con ciò mostrare diffidenza, sparse tra il popolo suoi creati, che persuadessero ciò come ornamento e sicurezza della città; e per quanto i meglio avvisati si opponessero, gli altri prevalsero, e le parrocchie pregarono il duca di fabbricare il castello, che riuscì il meglio forte d’Italia in piano. Monumento più insigne della Sua munifica pietà rimane l’Ospedal grande, sontuosa fabbrica nella quale raccolse i varj ospedali della città; compì il naviglio che mena l’Adda a Milano. Sul trono serbò i modi franchi acquistati negli accampamenti; liberale dell’oro, asserendo non esser nato per fare il mercante; onorò le arti, favorì i letterati; davasi premura di smentire le dicerie sul conto suo, e di spiegare i motivi delle sue azioni.

Tutto che militare, associò la sua politica a quella del negoziante Cosmo de’ Medici, che gli continuò sempre una grossa pensione; dissipò una lega che Venezia aveva giurata a danno di lui col re di Napoli, il duca di Savoja, il marchese di Monferrato, i Senesi, i Correggeschi: e seppe mostrarsi necessario ai varj potentati. Doppio matrimonio il collegò coi reali di Napoli, altri col marchese di Mantova, colla Savoja e con Francesco Piccinino, capitano non degenere dal padre, pel qual modo si furono riconciliati Sforzeschi e Bracceschi: e se ai Veneziani fu costretto lasciare Bergamo, Brescia, Crema, col loro circondario, di rimpatto acquistò Savona e Genova.

Questa città non parve sottrarsi al duca di Milano che per avventarsi più dissennata nelle discordie tra Fregosi e Adorni, i quali strappavansi a vicenda l’effimero dogato. Ne conseguì tal debolezza, che la Repubblica, atterrita anche dall’avanzarsi de’ Turchi i quali avevano occupato Costantinopoli, non credette poter difendere la Corsica e la Gazarìa altrimenti che col cederle al Banco di San Giorgio. In questo soltanto si conservava la virtù repubblicana; non fazioni, non corruttela, non turbolenze, ma quieta e savia amministrazione, attenta previdenza da mercanti; esempio che sciaguratamente non sapessi imitare dai cittadini. I quali di nuovo ricorsero allo sciagurato partito di darsi a’ forestieri; e Carlo VII di Francia, avutane la signoria, spedì Giovanni d’Angiò a governar Genova (1458), e la fece sua piazza d’armi per guerreggiare il Napoletano. Ma d’una tal guerra stanchi i Genovesi, si sollevarono contro Francia (1461), e Carlo tentò invano coll’armi ridomarli.

In quei fatti cominciò a segnalarsi il cardinale arcivescovo Paolo Fregoso, che poi, valendosi della costernazione in cui era Genova per le crescenti conquiste de’ Turchi e per le interminabili nimicizie co’ reali di Napoli, ottenne per intrighi di far salire al dogato un suo cugino Spinetta. Costui in breve fu cacciato di posto, non però di speranza; e in tre Fregosi fu mutata quell’anno la dignità di doge, che per costituzione era in vita (1463). Alfine riuscì ad aversela l’arcivescovo, e ne informò il papa, che rispose: Non dissimuleremo la meraviglia al sentirti accettare il governo temporale d’una città che a lungo non tollera governanti. Tu ’l sai per prova, ed a noi stessi giunsero a un tempo le nuove della tua prima elezione e dell’infelice cacciata. Non è certo impossibile esser principe e vescovo insieme; ma corre obbligo tanto maggiore di operare virtuosamente. Molte cose si condonano in un secolare, che sono intollerabili in un ecclesiastico. Ad una norma non procedono l’Impero e la Chiesa. Il sacerdote vuol essere tutto clemenza, tutto carità e amor paterno, astenersi dal male vero, schifare pur l’apparente. Se tali sono le tue intenzioni, se vuoi giusto e piamente imperare, non solamente sopra il tuo popolo, ma su te stesso; se non l’ingiuria del prossimo ma ti proponi la difesa del nome cristiano contro gl’Infedeli, confidando che cotesto principato sia stato a te conferito secondo le leggi della tua patria, e che ne userai a benefizio del popolo, in nome della santa Trinità noi lo benediciamo».

Già prevedete che neppure l’arcivescovo doge vi si assodava; e si tornò ad esibirsi a Luigi XI di Francia, re positivo, che non amava gl’incrementi non fruttiferi, e sopra ogni merito stimava l’obbedire e star quieti, si fosse popolo o baroni. Quando dunque i Genovesi offersero di darsi a lui, rispose: — Ed io li do al diavolo».

Quell’astutissimo facea gran conto de’ consigli e’ dell’amicizia di Francesco Sforza, il quale nella guerra di Borgogna lo sussidiò anche di quattromila cavalli e duemila fanti, capitanati dal proprio figlio Galeazzo Maria, che mostrarono anehe oltremonti non esser bugiarda la reputazione del valore sforzesco: in compenso Francesco si fe cedere Savona, aspirando a Genova. Frattanto Monaco, Finale, Ventimiglia erano sollevate, Cipro si staccava, e l’arcivescovo doge non curava o non sapeva rimediarvi; vilipesi i magistrati, rispettato chi avesse baldanza; i luoghi di San Giorgio caduti a ventitre lire; i Fregosi stessi a guerra fra loro. Molti malcontenti fuggivano a Milano, e Francesco gli accoglieva; alfine mandò bande sopra Genova (1464), e bastò perchè l’arcivescovo se ne andasse; il Castelletto non tardò a cedere, e ambasciadori vennero (13 aprile) ad offrire la superba capitale della Liguria, e seco la Corsica, al signor di Milano.

Questi poteva aspettarsi qualche ostacolo alla sua potenza per parte dell’Imperatore. Sigismondo avea sposato la figlia Elisabetta ad Alberto d’Austria, e sudato perchè a questo passassero le corone d’Ungheria e Boemia: in fatto l’ottenne (1439), come anche quella di Germania. Morendo prestissimo, Alberto lasciò la moglie gravida d’un figliuolo, che fu detto Ladislao Postumo; e suo cugino Federico III d’Austria assunto all’Impero, ebbe regno più lungo che qualunque altro suo predecessore, e concentrò in sè le eredità de’ tre rami austriaci. Pigro e pusillanime, le lodi dategli da Enea Silvio Piccolomini, che prima fu suo segretario, poi papa Pio II, non l’assolvono dell’avere per negligenza e avarizia lasciato che l’Impero andasse sossopra fra guerre ripullulanti, mentre portava al colmo la propria famiglia, a’ cui membri attribuì il titolo d’arciduchi, e adottò per divisa AEIOU, volendo esprimere Austriæ Est Imperare Orbi Universo.

Anch’esso volle scendere in Italia (1452), non per rinnovare la maestà dell’Impero, ma per farsi incontro ad Eleonora di Portogallo sua fidanzata; il giornale di questa comparsa attesta quanto i nostri, malgrado tante sciagure, precedessero in civiltà i forestieri. Nicolò Lanckman suo cappellano, per giungere in Portogallo, dovette col suo seguito travestirsi da pellegrino: eppure o bande di masnadieri, o prepotenti comandanti delle città li spogliavano tratto tratto[48]; felici allorchè trovassero qualche banchiere fiorentino che li rifornisse di denaro. Federico a Siena ebbe incontro ben quattrocento dame di quella terra: dovette cercare un salvocondotto dal Coleone, che allora guerreggiava in Romagna[49]: entrando in Firenze, Carlo Marsuppini segretario della Repubblica gli recitò un’orazione latina gonfia di stile e vuota di cose, quale usavano gli eruditi; il Piccolomini rispose frasi positive e dirigendo alcune domande, alle quali il Marsuppini non seppe rispondere perchè non preparato.

Federico traeva seco il nipote Ladislao Postumo, si può dir prigioniero; e avendo gli Ungheresi tramato di rapirglielo, i Fiorentini l’impedirono, ma invano s’interposero presso l’imperatore a favor di quello. A Roma fu sposato e coronato (18 marzo); a Napoli visitò lo splendido Alfonso: del resto faceva mercato e cortesia delle antiche pretensioni imperiali; per denari conferì a Borso d’Este il titolo di duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio; per denari creò nobili e notaj e conti palatini quanti vollero. Allorchè visitò Venezia, gli fu, tra altri donativi, presentato dalla Signoria un magnifico servizio de’ cristalli di Murano; e sua maestà fe cenno al buffone, il quale dando una spinta al tavolino su cui era deposto, mandò ogni cosa a pezzi; e i nostri mostrandone dispiacere, l’imperatore sclamò: — Fossero stati d’oro, non si sarebbero infranti». Francesco Sforza sapea dunque da qual lato pigliare costui, che esitava a riconoscerlo duca; e bastò si mostrasse risoluto a pagar con denari o a difendere colle armi il titolo concessogli dal suo predecessore.

Sedici anni dopo, Federico tornò in Italia, e tutti almanaccavano reconditi fini al suo viaggio; ma scopo unico n’era lo sciogliere un voto alla madonna di Loreto: a Roma baciò le mani e i piedi del papa, gli tenne la staffa, assistette da diacono alla sua messa. Non volle riconoscere il successore di Francesco Sforza, dicendo che duca di Milano era lui stesso; ma nulla fece per sostenere tale pretensione.

Meglio fortunato degli altri condottieri, lo Sforza potè dirsi anche l’ultimo. E noi non vogliamo staccarci da costoro prima di salutare Bartolomeo Coleone bergamasco. Nel suo castello di Malpaga erasi dato alla quiete, al bere, al novellare e sentir notizie de’ suoi commilitoni, fossero le prosperità dello Sforza o i supplizj del Piccinino, del Caldora, del Brandolini, d’altri, contro cui ritorceasi il ferro de’ principotti dacchè più non ne bisognavano. Dichiarato capitano generale dei Veneziani, vi fu onorato come principe dalla Signorìa e dal popolo: ma egli struggeasi di qualche impresa; finchè Venezia finse congedarlo (1467) acciocchè passasse ai fuorusciti fiorentini, cospiranti a ricuperare la patria. A molti condottieri che gli si unirono, si opposero altri pagati dal papa, dal re di Napoli, dal duca di Milano, da Firenze, capitanati da Federico d’Urbino; ed esso gli affrontò alla Molinella, giornata famosa ne’ fasti delle guerre d’avventurieri. Le lunghe manovre finirono con una pace, ove promettevasi mandar tutte le forze contro i Turchi, sotto al Coleone; ma l’impresa non ebbe effetto. Egli tornò al suo ritiro, dove gli giungevano ripetuti inviti dal re di Francia, dal duca di Borgogna, spesse ambasciate, e domande di consigli, e visite di principi (1475). Ricchissimo e senza figli, pensò tramandare il proprio nome con opere di beneficenza: lasciò alla Basella una chiesa, due monasteri a Martinengo; a Bergamo donò i bagni di Trescore, il canale de’ mulini, tremila ducati d’entrata per costituire doti, e vi eresse la ricchissima cappella di San Giovanni. Dell’ingente sostanza, dotò per due terzi tre sue figlie maritate nei Martjnenghi, quattromila ducati a due altre, cenquarantunmila a luoghi pii, altra liberalità ai poveri, ai servi, ai coloni, ai buffoni di sua casa. De’ rimanenti ducentosedicimila ducati costituì erede la repubblica di Venezia, oltre un credito di settantamila; o diecimila in contanti perchè gli elevasse una statua, e dotasse povere zitelle.

Ma da questo tempo i capitani di ventura pérdono importanza, e i principi hanno dominj estesi quanto basti per levar truppe su quelli e finanze per mantenerle[50]. Fra le battaglie interminate che da due secoli si combattevano, i politici aveano immaginato che unico modo di conservare Italia fosse il mantenervi la bilancia fra gli Stati. A ciò contribuivano le alternate alleanze; a ciò viepiù i condottieri col passare dall’uno all’altro, in guisa che lo Stato più poderoso poteva al domani trovarsi sguarnito, e il debole essere rinforzato con sussidio di denari. Specialmente Firenze, posta di mezzo fra Venezia e Milano a settentrione, Napoli e il Patrimonio della Chiesa a mezzodì, accostavasi agli uni o agli altri secondo vedeva necessario di correggere la prevalenza di questi o di quelli. È quel famoso sistema d’equilibrio, che l’ammodernata Europa si vanta d’avere inventato, dopo che la sua politica cessò d’essere costituita sopra idee morali.

Le città dell’antica Lega Lombarda stavano tutte a dominio d’un solo, eccetto Bologna che alternava fra tirannia e franco stato. La Sesia segnava i confini del Milanese col Piemonte, ove i duchi di Savoja per molto tempo nessun altro acquisto fecero che della contea d’Asti. La Toscana obbediva ai Fiorentini, tranne Siena e Lucca indipendenti; Ferrara e Modena agli Estensi, pacifici e colti come educati dal Guarino veronese; Mantova ai Gonzaga, prodi guerrieri, e insieme istrutti nelle lettere da Vittorino da Feltre; Urbino passava dai Montefeltro a casa della Rovere; Romagna era sminuzzata in cento signorie, divise fra l’alto dominio papale e l’imperiale.

A Venezia, più che rimestare le cose d’Italia, sarebbe stato opportuno curar quelle d’oltremare, dar fiore alle colonie di Levante, e farle partecipi della cittadinanza: eppure, mentre diciottomila cavalli ed altrettanta fanteria pose in campo contro il duca di Milano, in Morea non mantenne mai meglio di duemila uomini di truppe regolari. A voler prolungare la’ sua grandezza, minacciata dalle conquiste ottomane e dalla nuova direzione presa dal commercio, le sarebbe giovato farsi potenza illirica, o almeno trasferire in qualche isola di Dalmazia il porto troppo infelice in città, e dove a questa avrebbe servito d’antemurale; e raccogliendoci i Greci che fuggivano dalle spade turche, e soccorrendo agli Albanesi che vi resistevano, alzare una potenza a contrasto dell’ottomana[51]. Ma i nobili stavano attaccati alla città, da cui traevano il titolo di loro preminenza; il popolo credeva patriotismo il concentrare nelle isole tutta la vita; i mercanti voleano aver terre da spogliare; e intanto chi ne profittava era il nemico comune.

Che che però ne fosse della convenienza d’aver surrogato una politica guerresca alla pacifica che Tommaso Mocenigo raccomandava, Francesco Foscari avea per trentaquattr’anni coperto Venezia di gloria militare, e campatala dalla minaccia dei Turchi. Ma come si tornò in pace con questi e coll’Italia, rivisse dentro la parzialità dei Loredano, implacabilmente ostile al doge. Non paga di contrariarlo in ogni proposta, in ogni interesse, volle essa trafiggerlo nella parte più sensitiva, cioè in Jacopo, unico figlio sopravissutogli. Poco innanzi, le costui nozze eransi celebrate con pompa principesca: trentamila persone per dieci giorni s’affollarono sulla piazza San Marco a vedere le giostre che vi avea bandite Francesco Sforza, e dove il marchese d’Este e il Gattamelata fecero prova di sè (1445), tra gli applausi delle patrizie vestite di broccato d’oro. Ora a questo figlio fu data accusa d’aver ricevuto regali da principi forastieri, e nominatamente da Filippo Visconti; e interrogatone avanti al padre e al consiglio de’ Dieci, fra gli spasimi della tortura confessò. Relegato in Romania, per fievole salute ottiene di restare a Treviso. Ma dopo cinque anni essendo ucciso Ermolao Donati uno de’ suoi giudici, n’è imputato Jacopo (1450), e messo di nuovo alla tortura, benchè negasse[52], fu bandito alla Cánea, nè gli si consenti il ritorno, sebbene un Erizzo morendo si confessasse reo di quel sangue. Jacopo allora, struggendosi pel desiderio della nativa laguna, dei cadenti genitori, della moglie e de’ figli; nè trovando chi in Venezia parlasse a suo pro, si volge al duca di Milano perchè gl’impetri di recare in patria le ossa infrante. Era severamente vietato interporre stranieri in cose di Stato: perciò, essendo la lettera intercetta (1454), ed egli chiamato, «dopo trenta squassi di corda» confessa averla scritta apposta ond’essere ricondotto in patria almeno pel processo. Un nuovo giudizio lo confina a Candia, concedendogli d’abbracciare i parenti, ma senza poter confondere le lacrime che sotto l’occhio dell’autorità. «Il doge era vecchio in decrepita età, e camminava con una mazzetta. E quando egli andò, parlogli molto costantemente, che parea non fosse suo figliuolo, licet fosse figliuolo unico. E Jacopo disse: Messer padre, vi prego che procuriate per me acciocchè io torni a casa mia. Il doge disse: Jacopo, va e obbedisci a quello che vuole la terra, e non cercar più oltre. Ma si disse che il doge, tornato a palazzo, tramortì» (Sanuto).

Il figlio morì di crepacuore; il padre continuò a subire la nimicizia de’ Loredani; ed essendo morti due di essi quasi subitaneamente; ne fu imputato egli stesso; Jacopo Loredano finse di crederlo, e s’impegnò a vendicarsene (1457). Fatto dei tre inquisitori, imputò il Foscari d’avere per la perdita del figlio mostrato un dolore che sapea di rimprovero, e come vecchio e acciaccoso propose di deporlo. Due volte il Foscari aveva esibito di abdicare, e, non che consentirglielo, era stato indotto a giurare di non ripetere la domanda finchè la guerra il rendeva necessario: ma allora, benchè fosse caso senz’esempio, fu obbligato a rassegnar la sua carica fra ventiquattr’ore, e uscì dal palazzo, dov’era abitato per trentacinque anni, senza figliuolo nè amici nè forze, tra un popolo che l’amava, ma che più temeva l’inquisizione allora appunto istituita (1457), tra i varj corpi dello Stato, nessun de’ quali osava protestare contro questa violazione della popolare sovranità. Quando la squilla di San Marco annunziò sortito il suo successore (23 8bre), il vecchio Foscari spirò; e sulla sfarzosa tomba erettagli ne’ Frari fu scritto: «Eccovi, o cittadini, l’effigie del vostro doge Francesco Foscari, per ingegno, memoria, eloquenza, inoltre giustizia, forza d’animo, consiglio, per lo meno degno di pareggiar la gloria de’ più gran principi: non mai troppo mi parve l’amore verso la mia patria; gravissime guerre in terra e in mare per la salute e dignità vostra per più di trent’anni con somma fortuna sostenni; sorressi la pericolante libertà d’Italia; i perturbatori della quiete repressi colle armi; Brescia, Bergamo, Ravenna, Crema aggiunsi allo Stato vostro; d’ogni ornamento crebbi la patria; data a voi la pace, stretta Italia in tranquilla lega, esauste tante fatiche, dopo ottantaquattr’anni di vita e ventiquattro di dogato all’eterna pace passai. Voi la giustizia e la concordia conservate, acciocchè sempiterno sia questo impero».

Il Loredano, alla partita di debito che aveva aperta ne’ suoi registri a carico de’ Foscari per la morte dei suoi parenti, contrapponeva Pagata. Bel tema di romanzi e tragedie, e opportuno contrapposto all’ambizione fortunata dello Sforza: nè noi siamo disposti a scagionare ingiustizie e tirannie, vengano da repubbliche o da despoti, da forestieri o da nostrali.

Ma l’amor delle arti, della quiete, delle lettere invadeva principi e popoli, non più la sola guerra; l’interesse, che un tempo si fermava unicamente sul capitano, dirizzavasi anche al letterato e al pittore; e d’altra materia empiremo noi il libro che succede a questo di perpetue battaglie. Repente l’attenzione e i ragionamenti si volsero sulle conquiste de’ Turchi; e la presa di Costantinopoli (1453) fu guardata da tutti come domestica sciagura, come un pericolo universale, del quale si doleano d’essersi accorti troppo tardi. Allora Francesco Sforza concepì il divisamento di stringere tutta Italia in federazione, all’intento d’escluderne gli stranieri qualunque si fossero, e conservare la pace interna; e mediante frà Simonetto da Camerino (1454), fu stipulata in Lodi tra esso Sforza e i Veneziani, come padroni disponendo anche degli altri Stati d’Italia: Cosmo de’ Medici, i signori di Savoja, di Monferrato, di Modena, di Mantova, le repubbliche di Siena, Lucca, Bologna e il papa vi aderirono; e da ultimo anche Alfonso di Napoli: onde per un momento Italia respirò dalle battaglie, e potè sperare che una confederazione le salvasse l’indipendenza e la libertà. Fu un sogno anche questa volta.

LIBRO UNDECIMO

CAPITOLO CXVII. I papi in Avignone. Il grande scisma. La Chiesa e i Concilj.

Papi durante lo scisma
Urbano VI (Bartolomeo Prignano) eletto
il 9 aprile 1378 da sedici cardinali, quindici de’ quali poco poi eleggono
Clemente VII (Roberto di Ginevra) 21 settembre 1378
Bonifazio IX (Pietro Tomacelli) 2 novembre 1389
Benedetto XIII (Pietro di Luna) 28 settembre 1394, deposto dal concilio di Pisa, 5 giugno 1409, poi da quello di Costanza, 26 lugl. 1417
Innocenzo VII (Cosma Meliorati) 17 ottobre 1404
Gregorio XII (Angelo Correr) 30 novembre 1406, deposto dal concilio di Pisa, 5 giugno 1409; abdica, 4 luglio 1415 Alessandro V (Pietro Filargo) 26 giugno 1409
Martino V (Ottone Colonna) 11 nov. 1417 resta papa, finendo lo scisma Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa) 17 maggio 1410 deposto dal concilio di Costanza, 29 mag. 1415; abdica, 13 mag. 1419 Clemente VIII (Gilles Muñoz) in giugno 1424 eletto da due cardinali; abdica, 26 luglio 1429

La prolungata dimora dei papi in Avignone d’estremo disgusto era motivo agl’Italiani, avvezzi a bersagliarli finchè li possedono, ribramarli appena gli abbiano perduti. E tanto più che, cessando i vantaggi, non cessavano le noje; e di là arruffavano essi la patria nostra vie peggio, perchè dei mali che le procacciavano non erano partecipi. Dal 1317 sino al chiudersi del secolo li vedemmo in guerra guerreggiata contro i Visconti di Milano, e per sottomettere popoli rivoltosi, o signorotti ripullulanti nelle terre papali; e non ostante le vittorie di Bertrando del Poggetto e dell’Albornoz, altro effetto non ne trassero che di rovinarle di popolo e di frutti.

Innocenzo VI (Stefano d’Aubert) (1352), che si diè tanto moto per rintegrare il potere pontifizio in Italia, moderò il lusso di sua Corte e de’ prelati, cacciò i parasiti e le male donne che in Avignone trafficavano famosamente, e impinguò i nipoti, obbrobrio omai comune. Al suo tempo il re di Francia, fiaccato dalle lotte coll’Inghilterra, trovavasi impotente a salvaguardare il papa, ricovratosi sotto la sua ala; il popolo stesso francese, tumultuante per quelle idee che oggi si chiamano comunismo, facea macello di possidenti e di ricchi (la Jacquerie); e le bande di ventura rimaste senza soldo fiutavano ove fosse a saccheggiare. Mossero elle (1361) sopra Avignone, sicchè i papi dovettero provvedere a difendersi e gridare al soccorso: ma non n’ebbero se non dai nobili del contorno, i quali vi vedeano l’interesse proprio, ed erano pagati dai cardinali; poi il marchese di Monferrato, avuti centomila fiorini del tesoro papale, soldò quelle bande e le menò in Italia per adoprarle nelle proprie nimicizie.

Se non che la peste era stata recata in Avignone da quelle ciurme, e nove cardinali, settanta prelati e gran moltitudine perirono. Le quali sventure faceano ribramare l’Italia, e Urbano V (Guglielmo di Grimoard) (1362), buon principe e buon cristiano, divisava restituirvi la sede, anche per tôrre agli altri vescovi il pretesto di lasciar vedove le chiese, a sè la necessità di annuire alle crescenti domande del re di Francia, e sottrarsi alle masnade che tratto tratto ritornavano a taglieggiarlo, tra cui quella del famoso Bertrando Di Guesclin pretese centomila lire e l’assoluzione plenaria. Ma i cardinali preferivano Avignone, dove non si trovavano a fronte nè la petulanza d’una plebe riottosa come la romana, nè la prepotenza de’ baroni; sicchè vi si erano adagiati come in domicilio stabile, aveano fabbricato suntuosamente, e quindi persuadevano il papa dover egli preferire la Francia: questa, sua patria; questa, centro dell’Europa; questa, meglio governata e quieta che l’Italia; questa, più santa di Roma perchè religiosissima già la chiamava Cesare, e i Druidi vi esistevano prima del cristianesimo; questa infine, più cara a Gesù Cristo perchè vi si conservavano le reliquie più insigni[53].

I Turchi sempre più guadagnavano verso l’Europa; e Pietro Lusignano re di Cipro girava le corti esortando a sostenere gli ultimi possessi de’ Crociati, se non voleano vedere la mezza luna drappellarsi rimpetto all’Italia. Urbano sembrò compunto di questo pericolo; Carlo IV imperatore fece grandi preparativi per una crociata, la quale però non riuscì se non ad uno sbarco scarso ed infruttuoso sopra Alessandria d’Egitto.

Però e il papa e l’imperatore presero accordo di ripristinare la santa Sede a Roma. Questa città avea sempre altalenato fra insania demagogica e oligarchica arroganza, or ribelle al pontefice per bizzarria, or sottomessagli per paura. Si pensò ottenere maggior quiete col nominare un podestà forestiero: ma i Romani sel recarono ad oltraggio, e abolito il senatore, istituirono sette riformatori della Repubblica; poi fra poco diedero poteri dittatorj a Lello Pocadote calzolajo, poi ripristinarono i riformatori. Quale allettamento aveva dunque un papa a ritornarvi? Pure sentiva esser fuori di posto in una terra dove vestiva aspetto d’un esule ricoverato, piuttosto che d’un sovrano dei re; e dove prelati quasi tutti francesi davano alla Corte un’aria nazionale, ben diversa da quella cosmopolita che soleva in Roma; l’assenza sua porgeva pretesto ai Romani di rivoltarsi, agli altri vescovi di abbandonare le proprie sedi. Adunque, da che le conquiste dell’Albornoz assicurarono il principato civile (1367), Urbano deliberò restituirsi di qua dall’Alpi.

Appena se ne motivò, Roma e Italia tutta fecero gran sembianti d’allegrezza; Napoli offrì cinque galee, Pisa tre, Genova quattro, Venezia dieci, due Lucca. Ricevuto dappertutto con vive feste, e fra un cantare al popolo d’Israele che usciva d’Egitto, alla casa di Giacobbe dal popolo barbaro, non avea però troppi motivi a fidarsi de’ Romani. In Viterbo, ove a lungo s’indugiò, una sommossa popolare tenne tre giorni in pericolo il sacro collegio; e repressa dai cittadini, furono arrestati cinquecento colpevoli, di cui cinquanta ebbero il bando, sette la forca. L’arrivo di Nicolò II d’Este con settecento uomini d’arme rassicurò il papa ad entrare a Roma, e celebrò sull’altare papale, ove nessuno più da Bonifazio VIII in poi; e in Laterano benedisse il popolo colle teste dei santi Pietro e Paolo, per le quali fece fare due reliquiarj, che valsero trenta e più mila fiorini d’oro. Abolì i riformatori, rimettendo un senatore semestrale con tre conservatori; e tolse i tredici banderesi, capi de’ rioni fin con diritto di sangue, e che traendo a sè tutti gli affari, rimanevano i veri padroni della città.

Vi giunse poi, come avea promesso, Carlo IV con gran seguito di duchi e marchesi, volendo procacciare alla quarta sua moglie lo spettacolo della coronazione colla maggior maestà che fosse possibile. Anche Giovanni Paleologo imperatore di Costantinopoli venne a fare omaggio a Urbano, e riconoscere la Chiesa latina; spettacolo non più visto da Teodosio in poi, gl’imperatori d’Oriente e d’Occidente inginocchiati davanti al papa. Ma Carlo partì fretta fretta, e Urbano, che proponeasi di rassettare la dignità della Chiesa coll’assistenza di cinquantamila uomini da lui promessigli, si trovò in asso: che se finchè stette in Avignone facea qualche mostra di vigoria adoprando l’oro racimolato da tutta cristianità a domare questi signorotti lontani, allora si trovò in loro balia e colla borsa vuota; mentre Bernabò Visconti, ridendosi delle scomuniche, gli ammutinava tutte le città di Romagna. Vedendo dunque non approdare a verun bene, malgrado le esortazioni de’ più e del Petrarca, tornossi ad Avignone (1370), anzi vi consolidò l’esiglio coll’eleggere altri cardinali francesi; e l’Italia continuò le minute baruffe, ispirate da gelosie, esercitate dalle bande.

Caterina, nata in Siena (1347) da Benincasa ricco tintore, datasi alla solitudine, alle austerità, all’orazione, fatto voto di verginità e difesala contro la insistenza domestica, cominciò ad avere torrenti di grazie dal Signore, il quale «le avea insegnato a fabbricarsi un ritiro dentro dell’anima sua per richiudervisi di continuo, e le aveva anche promesso di farvi trovare tal pace e riposo, che niuna tribolazione potrebbe turbare»[54]. Si vestì terziaria di san Domenico, e superando gli spasimi d’incurabili malattie e le impure tentazioni, ristorando l’anima colle dolcezze della preghiera e colla carità verso gl’infermi e i peccatori, ebbe rivelazioni e comunicazioni celestiali; Cristo in visione le esibì a scegliere fra una corona d’oro e una di spine, e poichè ella prese questa e la si calcò sul capo per somigliare a lui, egli le diede a succhiare il proprio costato; un altro giorno cambiò il cuore di lei col suo; la sposò anche solennemente, porgendole un anello che sempre le rimase in dito, e ch’ella sola vedeva, come le stigmate della passione. Tali e ben altre meraviglie ci sono narrate dal suo confessore Raimondo di Capua, il quale dubitò lungamente fossero allucinazioni di devota fantasia, fin quando non vide la giovane faccia di Caterina trasformarsi in quella proprio del Redentore.

Fu privilegiata del dono di convertir peccatori, come fece di tutta la famiglia Tolomei, e di due assassini dannati al patibolo; tantochè il papa deputò tre Domenicani che in Siena ricevessero le confessioni di quelli ch’essa avea tratti a penitenza. Del potere che la virtù davale sugli animi, avea fatto uso a minorare i patimenti della sua patria; cercò distogliere il feroce avventuriero Giovanni Acuto dal più guerreggiare i Cristiani. Alla santa ebber ricorso i Fiorentini quando il pontefice stava irato con essi; ed ella, schermitasi invano, fu ricevuta a Firenze come in trionfo, ottenne pieni arbitrj, e al papa scriveva: — Pregovi che vi mandiate proferendo come padre, in quel modo che Dio vi ammaestrerà, a Lucca ed a Pisa, sovvenendoli in ciò che si può, ed invitandoli a star fermi, perseveranti. Essi stanno in gran pensiero, perocchè da voi non hanno conforto, e dalla contraria parte sono stimolati e minacciati che facciano la pace; ma per infino a qui al tutto non hanno acconsentito. Seguitate la mansuetudine e pazienza dell’agnello immacolato Gesù Cristo, la cui vece tenete. Confidomi in lui, che di questo e d’altre cose adoprerà tanto in voi, che n’adempirò il desiderio vostro e mio; chè altro desiderio in questa vita io non ho, se non di vedere l’onore di Dio, la pace vostra, e la riformazione della santa Chiesa, e di vedere la vita della grazia in ogni creatura che ha in sè ragione. Confortatevi, che la disposizione di qua, secondo che mi è dato a sentire, è pure di volervi per padre, e specialmente questa città tapinella, la quale è sempre stata figliuola della santità vostra, e che costretta dalla necessità fece di quelle cose che le sono spiaciute: voi medesimo gli scusate alla vostra santità, sicchè coll’amo dell’amore voi gli pigliate. Potreste dire, Per coscienza io sono tenuto di conservare e racquistar quello della santa Chiesa. Ohimè! io confesso bene che egli è la verità, ma parmi che quella cosa che è più cara si debba meglio guardare. Il tesoro della Chiesa è il sangue di Cristo, dato in prezzo per l’anima, perocchè il tesoro del sangue non è pagato per la sostanza temporale, ma per salute dell’umana generazione. Sicchè poniamo che siate tenuto di racquistare e conservar il tesoro e la signoria della città, che la Chiesa ha perduto; molto maggiormente siete tenuto di racquistare tante pecorelle che sono un tesoro nella Chiesa, e troppo ne impoverisce quand’ella le perde. Pace, pace, santissimo padre; piaccia alla santità vostra di ricevere i vostri figliuoli, che hanno offeso voi padre; la benignità vostra vinca la loro malizia e superbia; non vi sarà vergogna d’inchinarvi per placare il cattivo figliuolo, ma saravvi grandissimo onore ed utilità nel cospetto di Dio e degli uomini del mondo. Ohimè, babbo, non più guerra per qualunque modo; conservando la vostra coscienza si può aver la pace; la guerra si mandi sopra gl’infedeli, dove ella debba andare».

Fu poi in persona ad Avignone, e Urbano anch’egli rimise in lei ogni differenza; ma altri ambasciadori fiorentini sturbarono la conclusione. Caterina non cessò di esortare il papa ad armarsi alla crociata, ed a restituirsi a Roma[55], come seppe indovinargli n’avea fatto voto segreto. Al quale uopo avea con lei contribuito santa Brigida, nobile svedese, che, perduto il marito mentre andavano pellegrini a San Jacopo di Galizia, prese un vivere sempre più austero, e istituito l’ordine di San Salvatore, venne in Montefiascone a cercarne la conferma ad Urbano, cui annunziò averle la beata Vergine rivelato come pessimamente gli avverrebbe se uscisse d’Italia. Non le diede egli ascolto, ma tornato in Avignone, presto (1370) fu colpito dalla morte[56]. Pio a segno, che si credettero operati miracoli al suo sepolcro, generoso colle chiese e cogli studiosi, di cui manteneva un migliajo sulle Università, avea regnato pei popoli non per sè: ma è un’insipida lode quella attribuitagli dal Petrarca, di non aver fatto nessun malcontento.

Dopo una sola notte di conclave gli fu dato successore Pietro Roger, modesto, virtuoso e insieme dottissimo, che già cardinale frequentava a Perugia le lezioni di Baldo, e ne fu il più sapiente scolaro. Volle il nome di Gregorio XI, e badando ai gravi mali d’Italia e alle esortazioni di quelle sante[57], meglio che alle opposizioni del re di Francia, piantossi in Vaticano (1377), e vide il gonfalone della Repubblica e dei dodici rioni deposti ai suoi piedi: ma i magistrati li ripigliarono ben presto, continuando a governare da sè; di che il papa soffrì e si scontentò, e forse solo morte gl’inpedì di restituirsi di là dall’Alpi. Pure egli fu l’ultimo papa francese; e dopo settantun anno e tre mesi la santa Sede era stata riportata di Francia in Italia. Le miserie di questa che fautori e avversari deplorano come schiavitù di Babilonia, invigorirono la scossa che allora d’ogni parte veniva alla maestosa unità cattolica, preponderante nel medioevo. Le nazioni eransi formate attorno ai vescovi, donde l’assoluto potere ecclesiastico, come d’un padre sopra i figli che generò e crebbe. Costituitesi, riuniti molti territorj, nato il potere pubblico, vollero svilupparsi dalle fasce della Chiesa per vivere di vita propria, e compresero che il temporale potea sussistere disgiunto dallo spirituale: onde alla società senza limite di spazio sottentravano società particolari e distinte, all’andamento generale le parziali destinazioni.

I tentativi di Bonifazio VIII per rintegrare la supremazia pontifizia destarono ne’ principi quella gelosia, che proviene mentosto da reali violenze che da paura. Alle immunità attribuite ai beni ed alle persone degli ecclesiastici, i Comuni non esitavano por la mano, dovessero anche affrontare gli anatemi del pontefice. Pistoja statuì che, chi entrava chierico, perdesse diritto al patrimonio, nè dai parenti potesse ripetere alcuna cosa, se non a titolo di largizione o per infermità o per andare a studio. I Fiorentini sottoposero alle gravezze e ai tribunali comuni gli ecclesiastici, perciò vietato di far voltura in loro testa sul libro dell’estimo de’ beni a loro pervenuti, talchè la ditta fosse sempre obbligata alle gravezze, e i beni medesimi ipotecati a favore del Comune. Venezia, nella guerra del 1379 coi Genovesi, decretò tutti i monasteri si armassero, e cacciò i monaci che lo ricusarono come contrario al loro istituto. A Genova bastava esser chierico per rimanere escluso da qualfosse pubblico impiego, per la ragione che l’immunità gli avrebbe sottratti al castigo in caso di trasgressione. Il comune di Perugia nel 1319 destinava un uffiziale a sopravvegliare gli ecclesiastici; e propose che nessuna lettera si mandasse al papa, foss’anche dal vescovo, se non suggellata dal Comune (Graziani). Torino faceva uno statuto super iniquitate, superbia et immoderata avaritia cleri et presbyterorum, e li obbligava, oltre il resto, a concorrere a mantenere il ponte sul Po.

Padova voleva aggravezzare i beni degli ecclesiastici, questi ricusavano, e tant’oltre si andò che il Comune nel 1282 stabilì, chi ammazzava un chierico pagasse un grosso e fosse assolto (Gennari), e vi ebbe chi ne profittò a sfogo di vendette. Meglio i Reggiani, scomunicati dal vescovo nel 1280, si può dire scomunicarono lui, vietando ogni relazione coi cherici, non pagar loro le decime, non dar consiglio nè ajuto nè prestito, non pasti, non contratti con essi, non entrare in casa loro, non macinarne il grano o fare il pane o radere la barba; il che lo portò a pronta composizione. D’altra parte il papa volendo rimeritare i Fiorentini d’avergli spediti ajuti in Lombardia, nel 1323 concedette che il clero contribuisse alla spesa di fortificare la città. Di rimpatto il legato pontifizio voleva essere investito della pingue abazia dell’Impruneta; e perchè i Buondelmonti si opposero considerandola come loro patrimonio, egli mise l’interdetto sulla città.

Quando l’edifizio sociale era impiantato sulla fede, ogni opposizione si risolveva in eresia: le scomuniche, contro cui eransi fiaccati l’orgoglio e la potenza degl’imperatori sassoni e svevi, perdeano efficacia dacchè prodigate in effetti mondani; i Siciliani durarono ottant’anni in rotta colla Chiesa; i Visconti degli interdetti si vendicavano col pesare viepeggio sugli ecclesiastici; e gli avvocati ergeano la fronte contro i papi, ai quali erasi incurvata quella dei re.

Ormai dalla fede assoluta passavasi alle religioni comparate. Maestro Urbano da Bologna nel 1334 scrisse un commento di Averroe, che invogliò a conoscere il testo; e quelle opere entrarono di moda, e con esse i dubbj sulla vita futura e la pendenza al panteismo; e il Petrarca si piange che la filosofia aristotelica inducesse al materialismo, tanto che non otteneva nome di dotto e filosofo chi non aguzzasse la lingua e la penna contro la religione. Un di costoro «i quali pensano non aver fatto nulla se non abbajano contro di Cristo e della sovrumana sua dottrina», andò a trovare il poeta a Venezia, e lo cuculiava perchè avesse citato un detto dell’apostolo delle genti, e — Tienti la tua religione, io non ne credo acca; il tuo Paolo, il tuo Agostino e cotest’altri furono chiaccheroni; e deh potessi tu soffrire la lettura di Averroe, che ben vedresti quanto e’ sorvola a cotesti tuoi buffoni». Petrarca se ne stomacò, e tutto dolce ch’egli era, prese pel mantello e mise fuor di casa il temerario.

Nè per tanto si rinnegava la Chiesa. Quei Patarini che l’aveano conturbata due secoli prima, erano scomparsi d’Italia o nascosti; il popolo amava le splendidezze del culto, se anche non ne venerava l’austerità, e compiaceasi del papa e della corte pontifizia: gli studiosi ostentavano questa incredulità accademica, ma non le si conformavano nelle pratiche; e d’altra parte, non poteano essi declamare contro la Corte romana colla libertà che avea usata Dante, senza incorrere negli anatemi? Ma dacchè erasi trasportata in Avignone, e Guelfi e Ghibellini del pari la bersagliavano, quasi cessasse d’essere cattolica cessando d’essere romana. Il Sacchetti mercante, il Petrarca canonico, il Pecorone frate, e persone di grande scienza e di celebrata santità avventavansi contro quella Babilonia, che tal nome meritava non meno pel lusso che per la corruzione, dove parea costume ciò che altrove vizio, dove la disonestà accoppiavasi colla perfidia e colle bassezze.

Ciò che altre volte sarebbe valso poco più che per esercizio di retorica o sfogo di bile, diventava pericoloso allorchè, perdendosi il senso de’ simboli, la società riducevasi affatto pratica; laonde i politici guatavano con disgusto questa Corte che, vivendo nel mondo, n’avea presa la licenza, le passioni, gl’intrighi, e reso la Chiesa un mezzo di governo e di speculazione. Di tal passo venivasi a vilipendere quel che prima erasi venerato, e declinava nei popoli lo spirito d’obbedienza quando appunto i pontefici lasciavano quello di dominazione. Allora parve insopportabile la giurisdizione ecclesiastica, che colla pubblicazione del VI e VII libro delle Decretali, poi delle Estravaganti erasi estesa per modo, che qualsivoglia lite poteva anche in prima istanza recarsi al pontefice.

Agostino Trionfe d’Ancona, agostiniano, che dettò a Parigi poi a Napoli, carissimo ai re Carlo e Roberto, dedicò a Giovanni XXII una Somma della podestà ecclesiastica, apologia dell’onnipotenza dei papi: da Dio immediatamente derivare la loro giurisdizione, superiore ad ogni altra perchè tutte giudica, da nessuna è giudicata; come spirituale, così è temporale, perchè chi può il più può anche il meno: non può il papa essere deposto dal concilio generale, nè giudicato dopo morte: è assurdo appellarsi al concilio, giacchè questo non trae autorità che dal pontefice, il quale unico può proferire sui punti di fede, nè altri informare dell’eresia senz’ordine di esso. Come sposo della Chiesa universale, tiene immediata giurisdizione sopra ogni diocesi, e per sè o per mandati suoi vi può fare quel che vescovi e parrochi. Al papa devono obbedienza Cristiani, Ebrei e Gentili; egli può punire i tiranni e gli eretici anche con pene temporali; egli, non i vescovi, scomunicare; fin di là della tomba estende il potere per via delle indulgenze: potrebbe scegliere di qualsiasi paese l’imperatore senza ministero degli elettori, o renderlo ereditario: l’eletto dev’essere da lui confermato e giurarsegli ligio, e può da lui essere deposto: tutti i re sono tenuti obbedire al pontefice, dal quale traggono la potenza temporale: a lui può appellarsi chiunque si sente gravato dal principe: e i principi e’ può correggere per peccati pubblici, deporli anche, e istituire un re di qualsiasi regno.

L’esagerazione è sintomo di autorità minacciata; e sempre maggiore ardimento pigliava l’opposizione. Guglielmo Occam, scolastico nominatissimo, per favorire Lodovico Bavaro contendeva l’infallibilità non solo al papa, ma anche al concilio universale e al clero; i laici in corpo poter decidere risolutamente; contro il papa potersi all’uopo adoprare anche la forza, o stabilirne diversi un dall’altro indipendenti. Marsiglio di Mainardino da Padova, eloquente professore all’Università di Parigi, poi rifuggito ad esso Lodovico, gli insinuò che a lui competesse riformare gli abusi della Chiesa, perchè questa è sottomessa all’Impero; e con Ubertino da Casale pubblicò il Defensor pacis, ove già s’incontrano le negazioni di Calvino rispetto all’autorità e costituzione della Chiesa; la potestà legislativa ed esecutiva di questa fondarsi sul popolo che la trasmise al clero; i gradi della gerarchia essere invenzione posteriore; il primato, consistente solo nel convocare concilj ecumenici e dirigerli, non fu dato al vescovo di Roma se non con autorizzazione d’uno di tali concilj e del legislatore supremo, cioè di tutti i fedeli o dell’imperatore che li rappresenta; Gesù non lasciò a capo della sua Chiesa verun capo visibile, nè Pietro avea preminenza che per l’età; al sovrano, purchè fedele, spetta l’istituire prelati, eleggere il papa, giudicare i vescovi come Pilato giudicò Cristo, e deporli, convocare concilj e regolarne le deliberazioni; eguali essendo i vescovi, l’imperatore solo può elevarne uno sopra gli altri, e a grado suo abbassarlo[58]. Sì poco sono moderne le dottrine che subordinano la Chiesa ai governi!

Le teoriche negative si traducevano in fatti: la bolla d’oro di Carlo IV sottraeva il sacro romano impero dai papi; il re di Francia, non che emanciparsi dalla supremazia di questi, li minacciava come sudditi proprj; i lontani seguitavano a venerarli solo in quanto ne traessero vantaggio.

Di mescolarsi nelle cose ecclesiastiche prendea pretesto l’autorità secolare dagli scandali del tempio, quando la santa Sede, fatta ligia dei re, non valeva a frenare la irruente corruzione, fosse la grossolana del clero inferiore o la fastosa de’ prelati. Grave torto faceva alla Chiesa il patriziato delle maggiori dignità: poichè essa, che ripudiò sempre ogni distinzione di natali, attenendosi unicamente ai meriti, vedeva il cardinalato e le nunziature affidarsi a taluni, il cui unico titolo era l’essere degli Orsini o dei Colonna o dei Savelli; e le costoro case, potenti in città per armi e per clientele, trescavano a voglia anche nel santuario, prepotevano nelle elezioni dei pontefici e ne’ loro consigli, con tirannide peggiore di quella degli imperatori del secolo precedente, perchè più immediata. Le emulazioni di queste famiglie, prorompenti spesso in guerra civile e in criminosi attentati, s’insinuavano nel concistoro e nel conclave, e toglieano al pontificato e al sacerdozio quella dignità che traggono dall’essere superiori alle mondane rivolture.

I prelati sotto la stola mantenevano le abitudini dell’educazione secolaresca e lusso sfrenato; ned altro testimonio ne voglio che il concilio Lateranese III, il quale, avvisando i prelati quanto disdica il camminare con treno sì numeroso e il consumare in un pranzo l’intera annata della chiesa che visitano, vuole i cardinali s’accontentino di quaranta o cinquanta vetture, gli arcivescovi di trenta o quaranta, i vescovi di venticinque, gli arcidiaconi di cinque o sette, di due cavalli i decani; tutti poi vadano senza cani da caccia nè uccelli. Accumulavansi fin quaranta o cinquanta benefizj in una sola mano; e vuolsi che Benedetto XII proponesse ai cardinali, se rinunziassero ad averne più d’uno, assegnar loro centomila fiorini d’oro di rendita e metà delle entrate dello Stato pontifizio; e ad essi non parvero abbastanza. Pastori negligenti, sicchè nè tampoco veduta aveano la loro greggia, esercitavano insolente giurisdizione tirannica; nel clero minore ignoranza, venalità de’ sacramenti, comune l’ubriachezza, sfacciata la libidine; nelle chiese e ne’ conventi si stabilivano bettole e giuochi; le monache uscivano dai monasteri; trafficavasi di grazie, dispense, perdoni.

Degli antichi Ordini religiosi rilassata la disciplina: perfino in quel Montecassino, che fin allora avea dato ventiquattro papi, ducento cardinali, milleseicento arcivescovi, ottomila vescovi, molti canonizzati santi, i monaci vestivano bene, abitavano comodi, riservavansi peculj particolari, anzi riceveano dal convento una prebenda colla quale vivere in case secolari. Presa vergogna dall’operosità e astinenza de’ Mendicanti, anch’essi dovettero riformarsi, applicando agli studj; ma perchè a questi non pareva potersi attendere degnamente che nelle Università, i monaci che v’erano mandati vi trovavano incentivi e dissipamenti e peggio.

Però anche gli Ordini nuovi presto diminuirono l’esemplare fervore primitivo, gli uni facendo divorzio dalla povertà, sposata dal loro patriarca, gli altri per zelo dimenticando la carità. A tacere le diatribe dei loro nemici, quali Mattia Paris e Pier delle Vigne, san Bonaventura, generale de’ Francescani, nel 1257 dirigeva una querela ai provinciali e guardiani; perchè a titolo di carità i fratelli s’impacciassero d’affari pubblici e privati, di testamenti, di secreti domestici. Sprezzando il lavoro, caddero nell’infingardaggine, e mentre pregano ginocchione o meditano in cella, possono darsi a studj vani o sbadigliare o dormire, e forse dai libri composti trarre una vanità che non prenderebbero certo dal tessere fiscelle o stuoje, come i primi romiti. Andando girelloni, riescono d’aggravio agli ospiti e di scandalo; per rimettersi dalla stanchezza mangiano e dormono di là del prefisso; scompigliano la regola del vivere; domandano con tale importunità, da farli schifare quanto i ladri. La vastità delle fabbriche turba la pace de’ conventi, incomoda gli amici, espone a giudizj sinistri. Ai parrochi poi dispiaciono per la premura che si danno intorno a funerali e a testamenti. Inoltre le città chiamavano i frati a compor paci, gli abati ad eseguire commissioni, come gente non pericolosa e di niuna spesa ne’ viaggi; l’Inquisizione li riduceva a specie di magistrati criminali, con bidelli, famigli armati, carceri, braccio secolare a loro disposizione, essi istituiti a profonda umiltà e povertà esatta.

La regola di san Francesco imponeva tali austerità, che alcuni la sentenziarono d’impossibile o di micidiale; sicchè papa Nicola III credette doverla spiegare[59] nel senso che i frati Minori erano tenuti osservare il vangelo, vivendo in obbedienza, in castità, in povertà tale da non possedere cosa veruna; lo spossessamento totale per Dio essere meritorio; averlo Cristo insegnato colla parola, confermato coll’esempio, e gli apostoli ridotto in pratica; i Francescani vivendo così, non faceansi suicidi nè tentavano Dio, giacchè confidandosi nella Provvidenza, non però repudiavano gli espedienti suggeriti dalla prudenza umana. Vi si chetarono gli avversarj, ma tra i Minoriti alcuni ne trassero motivi d’un fanatico misticismo, da una parte asserendo che la regola di san Francesco fosse il vero vangelo, dall’altra che la spropriazione dovea portarli ad avere nulla più che il mero uso delle cose necessarie alla vita.

Pier Giovanni d’Oliva di Linguadoca predicò siffatta dottrina, e bersagliando la Chiesa ricca e mondana, annunziava i Minori, come destinati a rigenerarla. Fece molti proseliti, e sotto papa Celestino V, incline al vivere cenobita, ottennero di costituirsi in nuova congregazione (1234), detta degli Eremiti Celestini. Perseguitati, presero abito e capi particolari, e massime per la diocesi di Pisa e tra i monti di Vecchiano e di Calci seguivano tenor di vita più rigoroso, alla Chiesa visibile ricca, carnale, peccaminosa affacciandone una frugale, povera, virtuosa. Tennero a quelle dottrine Corrado da Offida, Pietro da Monticolo, Tommaso da Treviso, Corrado da Spoleto, Jacopone da Todi, e col nome di Fraticelli o Frati spirituali, ebbero capi frà Pietro da Macerata e Pietro da Fossombrone. Bonifazio VIII li combattè vigorosamente, e proferitili eretici, li fece processare e perseguire da frà Matteo di Chieti, sicchè essi ricoverarono in un’isola dell’Arcipelago e in Sicilia, aggregando a sè chiunque disertava dai Francescani per seguire una vita più austera; cari al vulgo per l’aspetto di maggior perfezione, e avendo per generale il mistico Ubertino da Casale. Angelo, plebeo senza lettere, della vallata di Spoleto, n’avea radunati molti; e così l’ordine del padre serafico restava scisso, nè Clemente V riuscì a riconciliarli nel concilio di Vienne.

Il resistere, e la superbia che facilmente nasce dal rigore esagerato, li portarono a farsi accanniti detrattori della santa Sede, negando ch’ella potesse permettere ai Francescani di tener granajo e cantina, e asserendo una vicina riforma. Ne seguirono perfino sommosse a Narbona, in Sicilia, in Toscana; onde Giovanni XXII provvide a comandare la soggezione, dicendo che «gran cosa è la povertà, più grande la castità, ma superiore l’obbedienza»[60]. Eppure essi durarono contumaci, appellando al futuro concilio, onde ebbero condanna; e quei che non vi si sottomisero, fuggirono in Sicilia, ove Federico re di Trinacria, sempre malvolto alla santa Sede, li protesse, e dove presero capo Enrico di Ceva, professando sempre che la Chiesa era divenuta una sinagoga, lupo il suo pastore.

Chi bestemmia Giovanni del rigore usato con essi, chi di essi fa beffa come apostoli d’una ineffettibile povertà, non venga poi a declamare o a sbigottirsi al cospetto del comunismo, forma moderna della medesima dottrina.

Ma tra i dibattimenti avendo alcuno asserito che Gesù Cristo nè i suoi apostoli non aveano nulla posseduto, la proposizione, rejetta dai Domenicani e da altri, venne sostenuta dai Francescani; e poichè la regola di san Francesco diceasi esprimere il vangelo, tornava sott’altra apparenza il medesimo concetto dell’assoluta spropriazione. Giovanni condannò anche questa dottrina; Michele di Cesena generale dell’Ordine, Guglielmo Occam e Buonagrazia da Bergamo protestarono, e rifuggiti a Pisa presso Lodovico Bavaro, lo sostennero e accannirono nella lotta contro quel papa. Tale quistione insinuò ne’ Minoriti uno spirito di sottigliezza, troppo contrario all’intento tutto pratico del loro fondatore; e ne pullulavano altre quistioni, a dir poco, oziose: se la regola astringesse sotto pena di peccato mortale o soltanto veniale; se obbligasse ai consigli del vangelo quanto ai precetti; se alle ammonizioni quanto ai comandi: dal che, facile tragitto, si passò a sofisticare sul decalogo e sul vangelo; ed oltre la disputa sempre accesa sull’immacolata concezione di Maria, un’altra ne ebbero coi Domenicani, se il sangue di Cristo, uscito nella passione, restasse non pertanto ipostaticamente unito al Verbo.

È difficile sincerare quanto abbiano di vero le oscene imputazioni che accompagnano i processi di costoro, massime de’ Fraticelli, avvegnachè l’opinione era straniata alla peggio, e la manìa de’ processi recò a prestar fede ad assurdità, ribadite nel vulgo dai supplizj inflitti e dalle declamazioni di chi avrebbe dovuto dissiparle. Anzi mi si fa credibile che le procedure allora ordinate dagli statuti civili ed ecclesiastici moltiplicassero le stregherie, dapprima quasi ignote. Giovanni XXII nel 1322 notificava che «alcuni figli di perdizione, allievi d’iniquità, dandosi alle ree operazioni di loro detestabili malefizj, fabbricarono immagini di piombo o di pietra, sotto la figura del re, per esercitare sovr’essa arti magiche, orribili e vietate». E avendo gl’imputati declinato la giurisdizione ordinaria, il papa incaricò tre cardinali d’esaminarli, e rimetterli ai giudici secolari. Poi l’anno stesso meravigliasi de’ progressi delle scienze occulte, commosso nelle viscere che molti, cristiani soltanto di nome, lascino la luce della verità, e talmente siano involti nelle nebbie dell’orrore, da fare alleanza colla morte e patto coll’inferno, immolando ai demonj, adorandoli, fabbricando immagini, anelli, specchi, fiale ed altri oggetti in cui legare i diavoli; e a questi domandano risposte e ne ricevono, gl’implorano a soccorso dei depravati loro desiderj, e in ricambio della vergognosa assistenza offrono vergognosa servitù. O dolore! questa peste si diffonde oltremodo nel mondo, infettando tutto il gregge di Cristo».

Con tali persuasioni, si estesero i supplizj per malìe. Il 1292 Pasqueta di Villafranca in Piemonte fu multata in quaranta soldi perchè faciebat sortilegia in visione stellarum: nel 1363 Antonio Cariavano, accusato di aver fatto grandinare in Pinerolo con libri necromantici, fu multato in quaranta fiorini: nell’86 due della valle di San Saturnino pagarono cenventi franchi d’oro per avere prestato fede a un incanto gittato onde smorbare le loro mandre: nell’81 la nuora di Francesca Troterj avendo smarrito una collana di perle, per trovarla ricorse a maestro Antonio di Tresto da Moncalieri, il quale, pigliato il secchiello dell’acquasanta, lo coprì con un altro, vi accese attorno dodici candele, descrisse varie figure colla verga, e fece segni di croce: poi mise per terra due candele in croce, e su quelle fece posare il piede dritto della donna che avea smarrito il collare. Non so se si trovasse: ma il maestro fu accusato al vicario del vescovo; e quegli confessò nulla intendersi di magìe, ma far quelle frasche per ciuffare qualche soldo ai credenzoni[61].

A questi mali è fortuna quando si trova da opporre caldo zelo, soda pietà, scienza matura. Anime fervorose e gran santi neppur allora mancarono: verso il 1319 nacquero gli Olivetani alla badia di Montoliveto nella val dell’Ombrone senese, per opera del beato Bernardo Tolomei; e lo sterile paese fu coltivato, adorna di pitture la chiesa. Il beato Giovanni Dominici fiorentino, oratore famosissimo, studiando al miglioramento de’ secolari e più de’ claustrali, fu vero restauratore della vita regolare in Italia e in Sicilia, e infine arcivescovo di Ragusi e cardinale: senza maestro s’approfondì nelle scienze, mentre colle prediche traeva a monacarsi donzelle e giovani. Nel riformare i Domenicani, cominciando a Firenze e Pisa, fu accompagnato dal beato Lorenzo da Ripafratta, che fu maestro ed amico a sant’Antonino, dal venerabile Tommaso Ajutamicristo, e da altri di quell’Ordine, infervorati a pietà dalla beata Chiara de’ Gambacurti, la quale avea riformato le Domenicane in Firenze, donde si diffusero a Genova, a Parma, a Venezia. Anche il beato Raimondo da Capua operò a ristabilire la regolarità ne’ conventi domenicani, insieme col beato Marconino di Forlì, entrambi d’affettuosa pietà. Ai conforti del pio Marco, parroco di San Michele in Padova, che gemea di veder depravato l’ordine Benedettino, e Santa Giustina abbandonata ai disordini, Luigi Barbo tolse a riformarlo con regole più severe, e che presto si estesero a Genova, a Pavia, Milano e più lungi. I Camaldolesi ridussero florido il Casentino, ed esemplarmente conservavasi il bel bosco di abeti e di faggi. Il beato Giovanni Colombino, di nobile gente senese ed elevato alle prime dignità, dalla pazienza della moglie e dal leggendario dei santi fu chiamato a vita pia ed austera, e ad assistere malati e pellegrini: poi ridottosi povero, andava predicando penitenza, e raccolti alquanti seguaci, istituì l’ordine dei poveri Gesuati, approvato da Urbano V il 1367; «e i forti cavalieri di Cristo, fatti novelli sposi dell’altissima povertà, incominciarono allegramente a mendicare,... e posti in un’altezza di mente, calcando il mondo sotto i loro piedi, tutte le cose terrene stimavano come fango, e tuttodì crescevano in desiderio di patire e sostenere pene per amore di Cristo»[62]. Suor Agata stette murata gran tempo in s’una pila del ponte Rubaconte a Firenze, poi nel 1434 fondò il monastero famoso delle Murate.

Al tempo stesso diedero odore di gran santità in Siena Gioachino Pelacani, che la sua devozione per Maria espandeva in carità pei poveri (-1305), e Antonio Patrizj; Andrea de’ Dotti di San Sepolcro, scolaro di Filippo Benizzi; Bonaventura Bonacorsi di Pistoja, caldo ghibellino, che dal Benizzi stesso convertito, riparò i danni recati, e edificò colle virtù più austere (-1315). Simone Ballachi, figlio del conte di Sant’Arcangelo presso Rimini, dalla dissipazione raccoltosi a Dio, esercitavasi ne’ più umili uffizj e nell’istruire bambini e convertir peccatori (-1319). Agnese di Montepulciano domenicana, Emilia Bicchieri di Vercelli (-1314), Benvenuta Fojano del Friuli vennero illustrate per doni celesti; e così Margherita di Metela presso Urbino, cieca nata; Chiara di Montefalco presso Spoleto, eremitana (-1308); e quell’Oringa di Santa Croce presso Firenze, che divenne il modello delle fantesche, dal santo Spirito illustrata alla conoscenza di sublimi veri, sebben nè leggere sapesse, onde empì Lucca e Roma della fama di sua virtù e carità, e presto de’ suoi miracoli. Gli Orsini ci portano il loro sant’Andrea carmelitano, che, malgrado l’illustre nascita, accattava pe’ poveri, e, malgrado la sua umiltà, fu messo vescovo di Fiesole, ove continuò le austerità, e riconciliò più volte la sua colle città vicine. Dai Falconieri uscivano Alessio, Carissima e Giuliana, tutti venerati sugli altari; dai Soderini la beata Giovanna (-1367) e un altro Giovanni (-1343); dai Vespignano di Firenze il beato Giovanni; dagli Adimari il beato Ubaldo; dai Della Rena di Certaldo la beata Giulia. Pellegrino de’ Latiozi di Forlì fu stupendo per pazienza nel soffrire sia le percosse di quelli di cui voleva acquietare i litigi, sia gli spasimi d’una cancrena (-1345). Pietro Geremi di Palermo, già professore di diritto, diedesi a Bologna a tali austerità, che si circondò il corpo di sette cerchi di ferro, scena che molti convertì. Giovanni da Capistrano, dopo adoperato in magistrature e negoziati, resosi francescano, si diè tutto all’amor di Dio e del prossimo, e continuò a riconciliar nimicizie e risse nel nome di Dio, e possedendo lo spirito di compunzione e il dono delle lacrime, moltissimi convertiva, e spesso le donne dopo le sue prediche davano in limosina tutti i loro ornamenti. Fra l’alto clero sono a mentovare il beato Bertrando patriarca d’Aquileja che tanto operò alla riforma di questa chiesa, e fu assassinato da masnadieri del conte di Gorizia nel 1350; il beato Lorenzo Giustiniani, patriarca di Venezia; Matteo da Cimarra vescovo di Girgenti; Nicola Alberga vescovo di Bologna, adoperato, spesso a metter pace fra le città d’Italia e fra Inglesi e Francesi[63].

Bernardino (1380-1444), dell’illustre famiglia degli Albizeschi di Massa marittima, fu educato nella pietà e nella carità; nella peste del Quattrocento si profuse a cura de’ malati di Siena, ove poi professossi francescano della stretta osservanza. «Fu in concetto d’uomo grande e meraviglioso nel predicare: ovunque andasse traeva con sè tutto il popolo, eloquente e forte nel ragionare, d’incredibile memoria; di tal grazia nella pronunzia, che non mai recava sazietà agli uditori; di voce sì robusta e durevole, che mai non venivagli meno, e ciò ch’è più mirabile, in grandissima folla era udito colla stessa facilità dal più lontano come dal più vicino»[64]. Vincenzo Ferreri, che allora empiva Italia delle virtù e de’ miracoli suoi, predicando ad Alessandria esclamò: — Fra voi si trova un vaso d’elezione, un figlio di san Francesco, che ben presto diffonderà immensa luce in tutta Italia, e di sue virtù e dottrina usciranno i più insigni esempj». Pure oggi non troviamo ne’ suoi sermoni che un fare stringato e scolastico.

E per verità sul pulpito, trionfo degli Ordini nuovi, non recavano studj profondi e dogmatica precisione, ma zelo e modi popoleschi e importuna applicazione alle circostanze giornaliere. Chi affronti la noja di leggere le prediche rimasteci, non trova che aridi tessuti di scolastica e di morale, rinzeppati di brani e brandelli d’autori sacri e profani alla rinfusa, con dipinture ridicole o misticismo trasmodato, talchè i grandi effetti non se ne saprebbero attribuire che al gesto, alla voce, allo spettacolo, e in alcuni alla persuasione della santità.

Tali dobbiamo credere il beato Michele da Carcano, frate Alberto da Sarzana, frate Ambrogio Spiera trevisano, ed altri, famosi per conversioni ed efficacia morale. Alcuni non mancavano di merito letterario, e noi lodammo altrove il Cavalca, il Passavanti, frà Giordano di Rivalta. Quest’ultimo distingueva le devozioni dagli abusi, in un modo da far meraviglia a chi in que’ tempi e in que’ frati non sa vedere che superstizione. — Viene (diceva egli) viene l’uomo, e andrà a Santo Jacopo in pellegrinaggio: ed anzi ch’egli sia là, cadrà in uno peccato mortale talotta, e forse in due, e talotta in tre peccati mortali, e talotta forse più. Or che pellegrinaggio è questo, o stolti? che rileva questa andata? Dovete questo sapere, che, chi vuole ricevere le indulgenze, conviene che ci vada puro, come s’egli andasse a ricevere il corpo di Cristo. Or chi le riceve così puramente? e però le genti ne sono ingannate. Di queste andate e di questi pellegrinaggi io non ne consiglio persona, perch’io ci trovo più danno che pro. Vanno le genti qua e là, e credonsi pigliare Iddio per li piedi: siete ingannati, non è questa la via; meglio è raccoglierti un poco in te medesimo, e pensare del Creatore, o piagnere i peccati tuoi o la miseria del prossimo, che tutte le andate che tu fai».

Parole altrettanto libere avea proferite l’anno innanzi in Santa Maria Novella: — E’ sono molti che si credono fare grandi opere a Dio; intra noi, noi ce ne facciamo grandi beffe. Verrà una femmina, e porrà sull’altare una gugliata di refe e tre fave, e parralle avere fatto un grande fatto: or ecco opera! Simigliantemente de’ pellegrinaggi; che pare così grande fatto di quelli che vanno in Galizia a Santo Jacopo. Oh come pare grande opera questa, e di gran fatica cotal viaggio grande! E vanterassi, e dirà, Tre volte sono ito a Roma, due volte ita a Santo Jacopo, e cotanti viaggi ho fatti. E se vedesse in Roma le femmine a girar cinque volte e sei all’altare, e’ par loro avesse fatto un grande deposito, e rimproveranlo a Dio, come quello Fariseo che dicea, Io digiuno due dì della settimana: or ecco grande fatto! e manuchi, il dì che tu digiuni, una volta, e quella manduchi bene e bello. Questo andare ne’ viaggi io l’ho per niente, e poche persone ne consiglierei, e radissime volte; chè l’uomo cade molte volte in peccato, ed hacci molti pericoli. Trovano molti scandoli nella via, e non hanno pazienza; e tra loro molte volte si tenzonano e adirano, e con l’oste e co’ compagni; e talotta fanno micidio ed inganni e fornicazioni; e di questo si fa assai, e caggiono in peccato mortale»[65].

I così fatti saranno stati non pochi, vogliamo crederlo: ma altri cercava cattivar l’attenzione col mescere ai discorsi allusioni alla politica; e chi predicava pei Guelfi, chi pei Ghibellini, pei Medici, per lo Sforza; talora sorgeano in aperto attacco contro ai principi o ai papi.