C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO IX.


STORIA
DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO IX.

TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1876


[INDICE]


LIBRO DUODECIMO

CAPITOLO CXXVII. Prospetto generale. — Il Savonarola.

Nè idolatri del passato, nè abbagliati dal presente, e confidenti nell’avvenire, seguendo con attenzione e sincerità l’evoluzione di quel fatto complesso che si chiama incivilimento, specialmente nel nostro paese, abbiamo veduto dallo sciogliersi dell’impero romano cominciare uno sminuzzamento, che la sovranità restrinse perfino a villaggi e a semplici castelli. Carlo Magno tentò agglomerarli per mezzo della Chiesa e del sistema benefiziario, divenuto poi feudale: e la rinnovazione dell’impero d’Occidente ricollocò il rappresentante e l’eletto dei Romani sopra ai baroni conquistatori e ai re stranieri, non già con un dominio a modo degli antichi augusti, ma con un patronato.

Nella gerarchia di quella società universale che chiamavasi cristianità, il solo imperatore possedeva la delegazione imperiale, fin quando Filippo il Bello di Francia, nell’intento di contrariare la Chiesa, pretese regnare per grazia di Dio. I baroni, investiti del suolo e della sovranità territoriale, prestavano omaggio al caposignore, del resto operavano indipendenti; e tali si resero pure i vescovi e le città, fosse allo scopo di garantire le antiche consuetudini, fosse per usufruire le franchigie feudali.

Tale sistema si svolse ne’ secoli, che, anche dopo tanti studj, malissimo sono conosciuti, sì per le menzogne di quei che in essi vogliono osteggiare il presente o ribramare un passato irremeabile; sì per la frivolezza dei manovali della letteratura che, superbamente drappeggiandosi ne’ pregiudizj, sentenziano ad aneddoti ed epigrammi; sì per la reale difficoltà d’intendere, nella regolarità impersonale delle odierne società, quei tempi di piena indipendenza personale, quando di leggi tenevano luogo le consuetudini locali, la promessa, l’omaggio, in una graduazione dove ciascuno obbediva soltanto al superiore immediato, secondo convenzioni stipulate.

La libertà non era però un diritto, sibbene un privilegio, e mancava di rappresentanti e d’un tutore universale. Ogni terra aveva un signore diretto e un signore utile: ma non v’erano sudditi nel senso odierno, cioè accomunati di leggi, d’amministrazione, di giustizia; ciascun feudo, ciascuna comunità, ciascuna classe, ciascun’arte regolandosi con particolari statuti. E principi e Comuni cercarono forza col sottomettere i vicini disgregati ed emuli; donde le guerricciuole che si deplorano come fratricidj, e che erano sforzi verso una pacificazione sociale meglio sistemata. Non che respinto, l’imperatore era venerato qual rappresentante della giustizia; consideravasi libertà il dipendere da lui, anzichè da baroni; città imperiale, privilegio imperiale, equivaleva a libero[1].

Unico potere centrale, e per origine superiore a tutti era il papa, venerato quasi come i cesari antichi, sebbene non divinizzato com’essi; e che armato soltanto delle due chiavi, al governo militare opponeva gli eterni canoni del giusto e del vero. A lui aderivano gli ecclesiastici di tutta cristianità, forti nel diritto loro speciale, nei privilegi di fôro, nella connessione con Roma e tra loro: e poichè nella Chiesa trovavansi giustizia, pace, consolazioni, dottrina, essa preponderava sopra l’opinione ed anche sopra i governi, e le sue quistioni erano le sole d’interesse generale. Perocchè, come in un giorno di rivoluzione ognuno prende le armi, e al potere caduto si surroga chi ha la confidenza del popolo e la propria; così alla sfacciata autorità secolare era sottentrata l’ecclesiastica, valendosi delle forme consuete, adottando fin i pregiudizj de’ Barbari per meglio modificarli.

Se esaminiamo tale gerarchia, ecco principi che poteano abusare da tiranni, ma non dominare assoluti, giacchè non aveano eserciti stabili, ma bensì a fianco e nobili ed ecclesiastici con diritti protetti dal tempo e dall’unione. Ecco vassalli, simili a piccoli re, mentre gli altri signori drizzano ogni studio ad obbligarli a somministrar uomini anche per la guerra esterna, poi a sottoporre al loro appello la giustizia locale. Ecco semplici nobili, che o traevano lustro da cariche e dignità, qualche volta ereditarie, o possedeano feudi non sottoposti ad altra giurisdizione che del principe. I popolani erano liberi di lor persona, non tenuti cioè se non agli obblighi che avessero assunti espressamente o tacitamente; quasi dappertutto poteano acquistare terre nobili, senza per questo salire alla nobiltà.

Collo stabilirsi de’ Comuni aveano ricuperato la libertà anche i villani, quantunque rimanessero legati a qualche servigio di corpo o a comandate, come di cavalli pei corrieri, di carriaggi per la guerra, di restauri alle strade. Servi della gleba o tagliabili, affissi ai poderi e venduti con essi, rimaneano soltanto là dove ai Comuni era stato impedito lo svilupparsi, come nel ducato di Savoja; e colà stesso divenivano franchi se dimorassero un anno e un giorno in un Comune libero.

A differenza degli antichi, non derivando dal terreno ma dall’industria la civiltà nostra, questa portò l’indipendenza delle città, mentre i territorj restavano ancora feudali (il contado). In conseguenza la libertà del medioevo differiva da quella degli antichi, e da quella che oggi intendiamo: allora riponeasi nel prender parte immediata al governo; da noi, imitando gl’Inglesi, nel proteggere i diritti individuali dall’intromissione governativa.

Esistenza disordinata e tormentosa sì: ma forse altro è la vita? A conciliare la libertà dell’individuo con quella del governo non riuscirono; ma forse non è questo il problema, attorno a cui tentona affannosamente la nostra generazione? Non da teoriche astratte o da concatenate induzioni, ma dalla storia era venuto fuori quel governo, temperato da tre corporazioni indipendenti, clero, nobiltà, città; le due prime invigorite dal tenersi collegate con quelle d’altri paesi, almeno per ispirito di corpo; le città invece dall’isolamento.

Per accentrare i poteri in un capo, fosse individuo o collettivo, bisognava rimovere questi elementi estranei, interpostisi fra il principe e i sudditi: e tale è l’opera a cui faticò il XVI secolo, detto del rinascimento perchè le rinnovazioni, lente per addietro, arrivarono in folla l’una traendo l’altra, l’attenzione si affissò a tutti i punti, i raffinamenti delle lettere e delle arti si propagarono anche al vivere, l’esame dalla disciplina letteraria si allargò sulla ecclesiastica, e il raziocinio non s’arrestò neppur davanti alla fede. Quasi un giovane emancipato, il mondo non parve sentire che le gioje dell’attività; — O secolo avventurato! (esclamava Ulrico Hütten) gli studj fioriscono, gl’intelletti si svegliano; è una felicità il vivere»; e questa baldanza di spirito, questa pienezza di vita ci trapelerà anche di sotto ai duri patimenti, de’ quali specialmente sofferse la patria nostra.

Cominciando dall’esaminare il miglioramento, troppo vedemmo come la parte peggio amministrata de’ piccoli Stati fosse la giustizia. Ogni nazione passa per uno stadio sociale, dove la punizione del delitto è vendetta privata, nè la pubblica autorità vi prende parte: in alcune è attribuita alla divinità, quasi per consacrare le conquiste dell’ordine sopra la licenza. Dappoi non legislatori togati, ma rozzi pratici v’introducono regole: con tregue di Dio e paci pubbliche si proibisce di far violenza in dati tempi e a certe persone: chi le trasgredisca rimane fuor della legge, cioè esposto ancora alla vendetta personale.

Ne’ feudi, costituenti un ente morale, la personalità rivisse nelle guerre private; poi il diritto penale s’introdusse non come un magistrato di riparazione e di correzione, ma per sostituire la vendetta pubblica alla particolare, laonde erano alleviate e fin tolte le pene qualora l’offeso perdonasse o le parti si riconciliassero; ed ammessa la composizione, cioè il compenso a denari, il quale, allorchè sia dal legislatore determinato, cessa d’essere un mercato dell’onore degl’individui o delle famiglie, umilia il colpevole senza degradarlo, e lo riammette nella società, anzichè privarla d’un membro utile.

Il concetto della repressione pubblica fu introdotto dal diritto canonico e dal romano. Il primo insinuava negli ordini barbari i dogmi generali ed eterni della giustizia; procedure comuni divennero i congiuranti, la pubblicità, le prove di Dio; l’asilo e il diritto di grazia, disordini in regolata amministrazione, riuscivano allora di benefico rimedio.

Già nelle costituzioni di Federico II di Svevia proclamavasi che ogni giurisdizione deriva dal principe, che la civile deve star separata dalla criminale, che leggi e magistrati devono essere uguali per tutti: ma nè egli stesso vi si attenne, nè la pratica se ne generalizzò. Anzi, non discendendo più gl’imperatori per farsi coronare, erano cessate le assise e i placiti che teneansi in presenza loro o dei loro messi; cessata l’unica fonte generale d’autorità laica legislativa.

Di rimpatto moltiplicavansi le giustizie locali e personali; i Comuni vigilavano che niuno fosse chiamato a giudizio fuor del proprio territorio; preti, nobili, Università, arti non riconoscevano che il fôro speciale; i feudatarj maggiori godeano il mero e misto imperio. Ma i principi s’erano industriati a trarre a sè la giustizia, ed oltre esercitarla direttamente nelle terre di loro spettanza, o eleggevano un vicario sovra proposta dei Comuni, o introducevano l’appello. Questo non era un nuovo grado di procedura, ma essendo essi forti e alti signori di molti feudi, in caso di negata giustizia accettavano il ricorso dei gravati, e proferivano un giudizio nuovo; poi si determinarono i casi in cui le cause doveano essere portate al principe.

È vero che ancora e giudici e principi consideravansi, non quali ministri, ma quali arbitri della giustizia: pure dovettero studiare a renderla più sicura, più dignitosa e incorrotta. Spesso erano sviati sia dalla passione, sia ancor più dalla necessità d’impinguare il fisco quando si conobbe che la tirannia non era possibile senza eserciti; sicchè a tal uopo si ledeva la proprietà o colle esorbitanti imposte, o confiscando col pretesto delle colpe di Stato; i decreti dei duchi di Milano, men che ad utili provvedimenti e a migliorare l’amministrazione, tendono a consolidare il potere arbitrario; ne’ paesi sottoposti alla Savoja infliggevasi la confisca fin «per certi buoni rispetti», permettessi al reo di redimersi mediante un prezzo sborsato al principe, davansi moratorie per debiti. Quivi la giustizia si rendea non collegialmente, ma da un solo, retribuito dalle parti; e agli abusi credeasi riparare mandando attorno giudici straordinarj, che potevano sentenziare senza riguardo ai giudici naturali.

Il pubblico ministero, cioè il magistrato che sostiene l’interesse della società innanzi ai tribunali promovendo l’accusa e la punizione dei delinquenti, e vigilando perchè la legge sia osservata e tutelato l’ordine pubblico, si vide in Italia prima che altrove; e l’avogador del Comune a Venezia, già nel IX secolo investito d’autorità giudiziaria per le quistioni tra i privati e il fisco, divenne poi accusatore de’ rei, e sindacatore delle alte magistrature. Simili erano i conservatori delle leggi a Firenze; e n’è pur traccia in un giudicato della gran corte di Napoli del 1221.

Ancora prima del XII secolo introducevansi statuti particolari, i quali poi furono ridotti in iscritto, e si mantennero anche dopo modificata o tolta l’indipendenza comunale. Erano ordini speciali, acconci alle convenienze civili e politiche di ciascuna comunità; mentre il diritto romano, contenente i dogmi di generale equità, applicabili negl’interessi e privati e pubblici, restava legge comune. A questo poteasi far richiamo anche a petto del forestiere: gli altri non valeano che fra gli accomunati, modificavano od abrogavano il diritto romano, ed erano interpretati alla stretta lettera. Il concetto legislativo v’è per lo più espresso imperfettamente, con locuzioni inesatte e vane ripetizioni, sminuzzandosi ne’ particolari anzichè generalizzare i concetti: spesso didattici più che imperativi, lasciano troppo all’arbitrio del magistrato; esprimendo una società casalinga, anzichè regolata da interessi universali e dalla forza, ove non è bisogno di grandi precauzioni perchè manca quel supremo stromento della tirannia, l’esercito stabile[2].

Innovazioni vi si faceano di frequente, ma non radicali; deduceansi dal bisogno istantaneo, non da norme generali e filosofiche; voleasi mantenere la distinzione delle classi, creduta base della civile convivenza[3]; voleasi rispettare certe forme anche dopo che aveano perduto il senso: facile soggetto di riso a chi ignora come le forme siano la prima espressione e l’ultimo rifugio del diritto[4].

Nel secolo XV l’erudizione, vagheggiando l’armonia dignitosa della città antica, rivelata nel Corpus juris, rese evidente la sconnessione dell’edifizio gotico: i popoli raccolti attorno ai principi non aveano più bisogno di domandare alla Chiesa regole per gli atti, protezione per gl’interessi, provvedendovi gli ordinamenti municipali e il diritto romano: il potere principesco affaccendavasi ad abbattere la feudalità, circoscrivere la giurisdizione canonica alle materie ecclesiastiche, e i municipj agl’interessi comunali sotto la vigilanza dello Stato.

L’irreparato movimento de’ tre secoli precedenti avea fatto o che i nobili scegliessero alcuno de’ suoi, il quale coll’unirli li rendesse potenti ad opprimere il popolo; o che il popolo affidasse ad alcuno la sovranità onde sottrarsi all’oppressione dei molti. Ed essendo più facile contentare chi non vuol essere oppresso che chi desidera opprimere, i tirannelli si mostravano propensi al popolo, e impedivano le soperchierie dei nobili, non foss’altro per soperchiare essi a maggior vantaggio.

La nobiltà non era ad un solo modo costituita. In Lombardia e in Toscana i feudatarj erano stati repressi dalle repubbliche, e accasatisi nelle città, vi s’abbellivano d’arti e di maneggi. Funesta vitalità conservavano invece nella Romagna e nel regno di Napoli, dove mescevano ambiziosi divisamenti e guerre parziali, o vendevano indecorosamente il valore. Però neppure nei due primi paesi i nobili erano pareggiati al popolo nella giustizia e nel concorrere alle cariche; potenti nell’accordo e nell’uso delle armi, cercavano soperchiarlo; questo a vicenda ergeva a loro contrasto le maestranze; e gli uni contrapponendo agli altri non l’eguaglianza, ma privilegi ottenuti od usurpati, e movendosi non per accordo d’interessi, ma per opposizione di questi, rendeansi impotenti a ben costituire una repubblica. Quindi moto continuo d’altalena, e «riforme fatte, non a soddisfazione del ben comune, ma a corroborazione e sicurtà della parte; la qual sicurtà non si è ancora trovata, per esservi sempre stata una parte malcontenta, la quale fu un gagliardissimo stromento a chi ha desiderato variare»[5].

Ogni governo tenea dunque la mira a sventare i feudatarj ed erigere i cittadini, onde nell’eguaglianza ottenere quella centralità di poteri che desse la forza; men tosto per raziocinio che per istinto sentendo «che alcuna provincia non è mai unita e felice, se la non viene tutta all’obbedienza d’una repubblica o d’un principe, com’è avvenuto alla Francia e alla Spagna»[6].

I nostri n’erano ben lontani. I signorotti, che aveano ereditato delle antiche repubbliche, stavano attenti a conservarsi, ma dal crescere li rattenevano tre barriere, i baroni, il popolo, le vicine repubbliche: talchè insufficienti a regnare, bastanti a impedirne altri, versavano continuamente in contrasti, inganni, violenze.

Costituire freno ai prepotenti e tutela ai deboli doveva essere scopo comune; ma parve che tutti i mezzi vi fossero spedienti, e troppo avremo a vedere quanto se ne scegliessero di scellerati. Intanto proseguivano tutti gli atti del dramma storico del medioevo; l’indipendenza comunale, il concatenamento feudale, le città suddite a città, il principato civile, il principato ecclesiastico, il capitano di ventura, le guerricciuole; ma fra loro faceansi strada il soldato gregario, la grande conquista, la raffinata letteratura, la politica sottile nelle arti, estesa nel concetto. Supremo intento professavasi la pace, e credeasi assicurarla fra le provincie mediante il principato, fra i principati mediante l’impero: ma quest’unità materiale sotto un individuo dispensava dal cercare l’unione degli spiriti, la concordia morale; all’originale affaccendarsi degl’individui si sovrapponea quella astrazione che chiamasi Stato; smarrito il vecchio ideale, cercavasi penosamente il nuovo, cioè quella ragion di Stato che è calcolo d’interessi positivi per cui si devano collegare o nimicare i governi, o d’interesse di principi che non riguardano più all’intera cristianità, sì bene alla propria famiglia.

E appunto il sovrapporsi militarmente della monarchia alle sminuzzate signorie fu l’opera di quest’età. Coi principati non era venuta la quiete, non l’ordine, non l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge; vacillando l’ordine della successione quando non poteasi invocare la legittimità da dinastie sorte di fresco, nè riconosciute che di fatto, ad ogni vacanza disputavasi del dominio, e chi l’usurpasse sapeva di poterlo far legalizzare dai sofismi o dalla forza. Costretti a conservarsi in mezzo a nemici, i tiranni non badavano a moralità di mezzi; e alle corti anche de’ migliori poteasi avere scuola di politica tortuosa, di corruzione, di perfidie. L’inganno credeasi ragionevole arte di vincere, nè facea vergogna più che ai Beduini il rubare e ai Romani il tenere schiavi e gladiatori; errore di raziocinio, più che malvagità d’animo; e il Machiavelli professa che pei grandi uomini è vergogna il perdere, non il guadagnare coll’inganno. Di tal passo procedeano Luigi XI in Francia, Enrico VII in Inghilterra, Ferdinando in Castiglia, Giovanni II in Portogallo, Giacomo IV in Iscozia, terribili iniziatori che non faceano divario di mezzi nell’abbattere il passato, e restringere nell’unità nazionale i confusi elementi del medioevo. L’Italia, perchè centro delle negoziazioni, maggiori esempj offriva di quella politica, di cui fu accusata inventrice, e rimase vittima. Buoni principi v’erano, ma non istituzioni che il bene perpetuassero; e quel fiero pittore dell’età sua, il quale osò dire ciò che gli altri osavano fare, soggiunge: — I regni, i quali dipendono solo dalla virtù d’un uomo, sono poco durabili, perchè quella virtù manca con la vita di quello, e rade volte accade che la sia rinfrescata con la successione: onde non è la salute di una repubblica o d’un regno avere un principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, che morendo ancora la si mantenga».

Concentrati gli affari ne’ principi e ministri, nacque la politica di gabinetto, e la necessità di vigilarsi reciprocamente, di combinare alleanze, di mantenere ambasciadori, col che la diplomazia divenne stromento primario di conciliazioni e di nimistà.

Costituivano le entrate pubbliche i proventi de’ beni particolari del principe; i censi in natura e in denaro, retribuiti dall’infinita varietà de’ livellarj; quel che pagavasi ond’esser esenti dai servigi personali e reali, dalle comandate, dagli alloggi; le regalie della moneta, delle miniere, delle acque, de’ benefizj e vescovadi vacanti; le tasse di chi acquistava uffizj e cariche, e specialmente quelle di finanza, occasione di guadagno; le dogane e i pedaggi e dazj sulla vendita a minuto; le propine per cause civili, e le multe o composizioni per criminali; le successioni che ricadevano al principe; i censi imposti agli stranieri, agli Ebrei, ai prestatori onde avessero protezione come i cittadini; i donativi volontarj, massime per nozze, battesimi, successione; i canoni, mediante i quali i Comuni, le corporazioni, gl’individui otteneano franchigie; la tassa diretta, variamente compartita, dove secondo il numero de’ fuochi, dove secondo le teste, o a proporzione del sale, o dei cavalli che si doveano alloggiare, e variante secondo la condizione delle persone o le costumanze del Comune. In gravi occorrenze metteasi un’imposta sopra i beni clericali, col consenso del papa, o si stornavano a uso pubblico i legati di opere pie. Altre volte domandavansi sussidj, che i Comuni o i corpi non osavano negare, e dei quali talora erano stipulati previamente l’importare e l’occasione. Restava poi una fonte più copiosa, le confische, colle quali, oltre impinguar l’erario, debilitavansi le famiglie che davano ombra.

Insomma la finanza diveniva potente stromento di tirannia, e non sorretta da buoni ordini amministrativi, limitavasi a cumular denaro da spendere in armi non cittadine, che della tirannia erano l’incentivo e l’appoggio. Così, mentre nel medioevo almeno in diritto era riconosciuta la superiorità della coscienza all’opinione, della giustizia alla forza, allora la politica si ridusse in un’arte di giungere al potere e conservarvisi per qual fosse modo, senza lampo di generosità. Pertanto nel Cinquecento troveremo molte belle opere, poche belle azioni; e il dipingerlo come un secol d’oro è menzogna, o volgare di chi, dolorando del presente, immagina beatissimo il passato, o letteraria di chi vuol crescere l’effetto delle tenebre antecedenti coll’opporvi sprazzi di luce limpidissima.

Per vero in Italia sopravvivevano i resti dell’antica civiltà, ed avea progredito a gran passi la nuova, della quale vi stava il nerbo col pontefice; qui sapere diffuso e riverito, qui dotta agricoltura, qui estesi commerci, qui fortune più avventurose, qui lusso raffinato; gli stranieri, come per devozione pellegrinavano alle soglie degli apostoli, così venivano, romei dell’intelligenza, a cercar qui ispirazioni, esempj, compimento d’educazione, ardore di letterarie ricerche, franchezza di ragionare, sperienza di civili franchigie, per illuminare poi le patrie loro coi raggi della nostra. L’amor delle lettere si reputava dovere dei principi: retori e grammatici educavano i signori, portavano ambasciate, conducevano trattati: lo studio dell’antichità forbiva le scritture e ornava gli edifizj, senz’avere ancora incatenato a servile imitazione: ogni evento dava motivo a feste e comparse, ove sfoggiare di lusso e buon gusto. Insomma era indisputata la nostra superiorità d’arti, di cultura, d’opulenza.

Ma il carattere nazionale si svigoriva; coi Comuni si spegneva la fede in se stessi, l’orgoglio personale, lo spirito di dignitosa resistenza; il servire a despoti fiacca gli animi, quanto li rinvigoriscono la legittima obbedienza e l’obbligo di proferire il proprio pensamento sugl’interessi e sugli atti della patria. I principi soli si moveano; il popolo, escluso dagli affari, si volse all’industria, alle arti, alle lettere: ma se ciò toglieva quei sommovimenti interni, che formano la parte drammatica dell’antichità e del medioevo, è pur vero che al patriotismo ed al coraggio sottentrava nelle moltitudini una pazienza incurante ed egoistica, cercando sicurezza nell’oscurità, acquistando gran concetto della forza quando questa predominava sopra un vulgo inerme, che non vedeva alcun elevato scopo a cui aspirare e per cui morire. Quindi millanteria e vanità senza virtù, devozione senza fede; sperperavansi i mezzi invece di usarne; s’inorgogliva del passato, e si provocava a duello chi tacciasse di viltà la nazione, ma non si facea ciò che sarebbesi richiesto per conservarle la superiorità.

L’irreposato movimento avea fatto prevalere la ricchezza mobile sulla territoriale, comunicato la cultura, i possessi, l’autorità della classe media, desti gl’ingegni e ingagliardite le volontà: ma nella lotta le forze si stancarono, ancor più che non si logorassero; ad una libertà imperversante molti preferivano una servitù promettitrice d’ordine; altri invece considerando la monarchia come antitesi della libertà, l’aborrivano e cercavano abbatterla, anzichè ponderare i modi d’acconciarla al meglio di tutti o dei più, o a volgere il dominio, la coltura, l’operosità di pochi a vantaggio dei molti. Aggiungete eterogenei elementi storici d’un’erudizione che opprimeva le speranze sotto il peso delle memorie, e all’Italia sorgente contrapponeva il fantasma dell’Italia evocata. Mille contrarietà insomma impedirono che ad una gioventù precoce seguisse una salda virilità, e che uni nel bel cielo e nella favella, gl’Italiani creassero quella concorde opinione, ch’è indispensabile all’unità nazionale, fosse in una federazione, o nella monarchia.

Le cose non sarebbero forse camminate peggio che altrove se non vi si fossero mescolati gli stranieri, sconcertando quell’artifizioso andamento, e l’avvicinarsi dei maggiori pianeti non avesse trascinato come satelliti nel proprio vertice i piccoli Stati nostri. Allora alle armi indigene sottentrarono Svizzeri briaconi, Spagnuoli superbamente rapaci, Francesi impetuosi e dissoluti, Tedeschi grossolani e sprezzatori; alle guerre cortesi la violazione d’ogni norma d’ospitalità, di decenza, fin d’umanità, e un inferocire brutale non per uno scopo e sovra persone cospicue, ma alla rinfusa e per l’unico diabolico intento di tormentare e distruggere, pel brutale puntiglio di soverchiare quelli, nei quali non si riusciva a spegnere la vita del cuore e dell’ingegno.

La feudalità, fiaccata nel resto d’Italia, per la prossimità di Francia prevaleva ancora ne’ paesi soggetti ai duchi di Savoja, i quali da una parte tendeano a sottomettere i vassalli, dall’altra ai Comuni concedettero solo qualche franchigia, che gli assimilava piuttosto ai municipj antichi, e non li lasciò sorgere a indipendenza come i lombardi. Essi duchi, stranieri d’origine, dal pendìo settentrionale delle Alpi dominavano anche la porzione che scende col Po e colla Dora, primo strazio di qualunque esercito calasse in Lombardia. Le Alpi adunque non limitavano ancora il paese italico a questo lato; Tedeschi e Carinti vi s’erano introdotti dal Friuli fino al Tagliamento, e dal Tirolo fino al lago di Garda; dalle alpi Lepontine e dalle Retiche vi si spingevano Svizzeri e Grigioni.

Nell’alta Italia preponderava il Milanese, e avrebbe potuto unirla tutta se i suoi capi fossero stati virtuosi almen nel senso del Machiavelli. Lo circondavano molte piccole signorie; il principato di Monaco a mezzodì del Piemonte, là signoria di Massa a maestro della Toscana, la contea della Mirandola a greco di Modena, Borso d’Este aveva ottenuto da Federico III imperatore i titoli di duca di Modena e Reggio e conte di Rovigo e Comacchio, e da Paolo II quello di duca di Ferrara. Il Mantovano, confermato da Lodovico Bavero ai Gonzaga, poi da Sigismondo eretto in marchesato, comprendeva le signorie di Bozzolo e Sabbioneta, mentre altri rami di quella casa principavano a Castiglione, a Solferino, a Novellara, a Guastalla con Montechiaruggolo.

Unica dinastia forestiera, la aragonese possedeva il Napoletano, lo Stato più esteso eppure il più debole fra gl’italiani, essendovi il re Ferdinando aborrito pei modi con cui avea represso la congiura dei baroni (tom. VIII, pag. 292), aborrito il primogenito Alfonso di Calabria perchè consigliatore supposto delle immanità, colle quali però non aveano tolto di mezzo tutte le giurisdizioni signorili. Fiaccate le forze, sparsa diffidenza e speranza di cangiamenti, i Sanseverino e i Caldóra coll’istancabilità di fuorusciti seminavano odj per Italia e tenevano intelligenze dentro, mentre il popolo, non meno sofferente sotto gli Angioini che sotto gli Aragonesi, non sentivasi disposto a combattere per nessuno. Ferdinando il Cattolico agognava quel regno, ma poichè da ciò sarebbe stato guasto l’equilibrio politico, ne nacquero le guerre che finirono col versare sull’Italia chi dovea funestamente deciderne le sorti.

La Sicilia implorava indarno di essere considerata regno distinto, non provincia dell’Aragona. Di là erale mandato un vicerè triennale, sotto cui stavano i capi della cancelleria, o vogliam dire segretarj di Stato, i magistrati della magna curia, un gran consiglio di tutti gli alti dignitarj del regno, baroni e prelati. I vicerè, sedenti or qua or là sinchè fissaronsi a Palermo, da frequenti istruzioni segrete trovavansi avvinti, nè cosa di conto poteano conchiudere senza l’avviso del re; mentre invece erano arbitri sopra i sudditi e i funzionarj; e facendo essi anche da capitano generale, rendeano superflui il gran connestabile e il grand’ammiraglio, quasi sempre stranieri. Le altre cariche di mastro giustiziere, mastro cartario, protonotaro, gran siniscalco, gran ciambellano più non erano che vane decorazioni a primarie famiglie siciliane od aragonesi. Sopravvivevano però i parlamenti nazionali, che esponevano i bisogni del paese, e contrappesavano questi vicerè, i quali appena restavano nell’isola tanto da conoscerla e spoverirla. Per ultimo malanno l’Inquisizione spagnuola vi fu piantata il 1513 da Fernando il Cattolico.

Nel periodo della preponderanza ecclesiastica, l’autorità pontifizia fu tutt’altro che dispotica. Non solo trovavasi temperata nello spirituale da concilj e dal concistoro de’ cardinali, il cui parere soleva chiedersi e addursi negli affari di maggior rilievo, anche temporali; nel conclave soleasi imporre condizioni al papa eligendo, benchè mancasse il modo di fargliele osservare dopo eletto. Lo Stato, conteso, perduto, ricuperato più volte, e che stendeasi da Ancona a Civitavecchia, da Bologna a Terracina, oltre Benevento nel Regno, e in Francia il contado Venesino e la città d’Avignone, era spartito fra un’infinità di signorotti, di conventi, di Comuni, di prelati, connessi unicamente dalla supremazia papale, e nel fatto indipendenti a misura della lor forza; e poichè quivi dal municipio non furono soggettati mai i baroni pienamente com’era avvenuto in Lombardia, quegli or parteggiando pel papa, ora per l’imperatore, si sosteneano colle armi e coi tradimenti, a reprimere quelle turbolenze non bastando la mano d’un principe elettivo e prete[7].

Quando sentivano sfuggirsi l’Europa, i papi avrebbero potuto abbracciare l’Italia, formando una federazione che non sarebbe stata da meno di veruna potenza europea: ma neppure della penisola erano omai a capo, nè rappresentavano il partito guelfo e l’indipendenza; ed impigliati negl’interessi del dominio temporale dacchè su questo appoggiavano lo spirituale, e sovente occupati a procurare uno stato ai proprj nipoti, dovevano orzeggiare; mentre dal cozzo colle autorità terrene scapitava l’autorità religiosa, sempre meno riverita principalmente nell’alta Italia[8]. Vero è che il pontefice avea svelto da Roma ogni rappresentanza municipale, compresso i più potenti baroni del territorio, Colonna e Orsini, ridotto gli altri a secondarlo nelle imprese; nel regno di Napoli tenea sempre gran mano, come alto signore; e la tradizionale destrezza diplomatica gli assicurava molto peso nella bilancia politica, della quale Roma rimase ancora il perno per tutto questo secolo.

Radicatasi la dinastia degli Sforza a Milano e degli Aragonesi a Napoli, lunga pace succedette, conservata non più per la superiorità di qualche idea morale, ma per un equilibrio di forze, bilanciato ne’ gabinetti; e gli accordi di frà Simonetto e la lega di Paolo II provano come si sentisse il bisogno di congiungere le forze a difesa comune. Ma ambizioni e invidie lo impedirono; e morto il magnifico Lorenzo, attentissimo a mantener l’equilibrio, si scatenarono l’egoismo e l’astuzia.

Malgrado quest’esotica propensione ai principati, il governo repubblicano conservavasi in molte parti. Bologna, unica dell’antica Lega Lombarda, manteneva almeno il nome di libertà, pur obbedendo ai Bentivoglio: San Marino faceasi dimenticare per la sua esiguità: Siena e Lucca campavano in ristretta oligarchia. Genova possedea le due riviere da Ventimiglia fin oltre Sarzana, nè avea perduto tutti i possessi in Levante; ma sbolzonata fra i commercianti della città e i feudatarj della riviera, non parea sentire della libertà se non la fatica di cercarsi un sempre nuovo padrone. Venezia e Firenze erano salite al vertice della grandezza politica, l’una nel governo popolare, l’altra nell’aristocratico: ma Venezia, serrato il gran consiglio, si ancorò nella sua oligarchia; Firenze continuò ad agitarsi fra popolani e magnati: che se i popolani sotto i cenci de’ Ciompi furono vinti in piazza, il loro programma s’attuò coll’imposta unica e proporzionale, garantita mediante il catasto dei Medici, i quali riuscirono a sodare e abbellire la servitù.

In Firenze erasi concentrata la vita di tutta Toscana. San Miniato, Volterra, San Geminiano, Colle, Cortona, San Sepolcro le erano sottoposte; Montepulciano alleato servile; Livorno, datosi a’ Genovesi durante la tirannide del Boucicault, le fu da quelli rivenduto per centomila fiorini; per cinquantamila Arezzo, sorpreso da Engherando di Coucy; dal Campofregoso comprò Sarzana, antemurale ai Genovesi; Perugia continuava a divincolarsi tra gli Oddi e i Baglioni, finchè venne disputata fra Toscani e Papalini.

Della nobiltà campagnuola non rimaneano che i Farnesi nella maremma di Siena, i Malaspina in Lunigiana: Gerardo d’Appiano, vendendo Pisa a Gian Galeazzo, erasi riservata l’Elba, Piombino, i castelli di Populonia, Savereto e Scarlino, dal che cominciò il principato di Piombino, durato fino ai nostri giorni, e che abbracciava anche l’isola d’Elba. Le città assoggettate rimpiangeano la passata indipendenza; e il proverbio «Doversi Pisa tener colle fortezze, Pistoja colle parti», rivela con che atroci modi un Comune credeasi in diritto d’aggiogare l’altro. Pisa massimamente scoteva tratto tratto le catene, e per sottrarsi alla vicina avrebbe preferito servire a stranieri; e in fatti trattò di darsi alla Francia, patto che questa vi tenesse un governatore, nè a’ Fiorentini permettesse d’abitarvi o godervi privilegi, e le ricuperasse Livorno, Porto Pisano e il contado. Rifiutata, si esibì alla Spagna colle stesse condizioni, aggiungendovi che le entrate spettassero mezze alla Spagna mezze alla città, vi stesse un vicerè come in Sicilia, e i Pisani fossero in privilegi uguagliati ai sudditi spagnuoli[9]. Ah! della servitù straniera non aveva ancora fatto quella sperienza, alla quale sola i popoli sanno credere.

Senza smettere le forme democratiche, Firenze erasi avvezza a considerare come padrona la famiglia de’ Medici, che da un secolo l’indociliva a decorata servitù. I capitali, che i mercanti utilizzavano fuori, costringeano la politica a riguardi e ad alleanze disopportune. Le fazioni non lasciavano di turbare il paese o per ambizione, o per leale affetto di libertà; e a tenerle in briglia si richiedeva forza o accorgimento, opprimere od illudere. Ma al magnifico Lorenzo, che avea voluto signoreggiare a cheto, e non conculcare ma sedurre la libertà, era successo il suo primogenito Pietro (1492), che, forzoso di corpo quanto fiacco di spirito, cercava riputazione di destrezza nel fare alla palla, e d’abilità nell’improvvisare; scarso di politici accorgimenti, parea dimenticare l’origine popolare della potenza di sua casa collo sceverarsi dai cittadini; e colle dissolutezze eccitava di quelle nimicizie che si covano, non si obliano[10].

Presero da ciò baldanza i malcontenti, e se ne fece organo Girolamo Savonarola. Nato nobilmente a Ferrara il 1452, da padre padovano e madre mantovana, già fanciullo cercava la solitudine e le campagne, dove sin colle lagrime sfogava la piena degli affetti; e i primi suoi versi furono gemiti sulla Chiesa[11]. Amando la libertà e la quiete, le cercò in un convento di Domenicani, dove entrò col vero spirito del monacismo, acconciandosi ad umili uffizj, e volendo restare converso acciocchè le scuole nol distraessero dall’istituto primo dei Predicatori: pure professato a Bologna, si segnalò per umiltà e penitenza, applicossi a studiar nelle fonti la parola di Dio, e andava «in diverse città discorrendo per la salute delle anime, predicando, esortando, confessando, leggendo e consigliando»[12]. In Lombardia, vedendo queste alte montagne, coronate di ghiacciaje, quasi guardiane poste da Dio al paese suo prediletto, e i colli degradanti nei limpidi laghi, sostava dalla pedestre peregrinazione, e sotto qualche albero sedevasi ad osservare, e indagava nella memoria qualche versetto di salmo che esprimesse il sentimento che gli abbondava nel cuore. Concionando a Brescia sopra l’Apocalisse, cominciò a mescere politici intendimenti, viepiù sentiti quanto peggio si stava.

L’Ordine di san Domenico, malgrado qualche istante d’intepidimento, aveva continuato a produrre fervorosi predicatori. Quelli di Fiesole, riformati da sant’Antonino, eransi calati a Firenze, ove Michelozzo, a spese di Cosmo Medici, gli accomodò del convento di San Marco, presto arricchito di bellissima biblioteca e de’ dipinti di frate Angelico. Nel 1488 vi fu chiamato priore frà Girolamo; e inesorabile contro i peccati, mite coi peccatori, nella tranquillità e nel sereno naturale esprimeva la pace interna; rigorosamente povero, abbandonò fin quello che più diligeva, alcuni libri e immagini; portava abitualmente in mano un piccolo cranio d’avorio, per ricordarsi il nulla delle onorificenze umane; e credente come un frate, sagace come un tribuno e studiosissimo dei politici, associava devozione sincera a liberali intenti, volendo tutto pel popolo e col popolo. Predicava sotto un gran rosajo damasceno; e l’uditorio, scarso dapprima, forse per la sua pronunzia lombarda[13], crebbe a segno, ch’egli dovette trasferirsi in duomo, e sotto quelle vaste e ignude arcate fulminava l’abbominazione introdottasi nel santuario, i garbugli della politica, le profanità degli artisti.

Quasi sbigottito di se stesso, proponea moderarsi, e — Testimonio m’è Iddio che tutto il sabato e tutta la notte vigilai, nè mai potetti volgermi ad altro. E sentii la mattina dirmi, Stolto! non vedi che la volontà di Dio è che tu predichi in questo modo? E così in quella mattina feci una predica molto spaventosa». Ne avea di che, vedendo i fedeli non ascoltar più ai prelati, padri e madri allevare alla peggio i lor figliuoli, i principi opprimere i popoli e soffiare nelle loro dissensioni, cittadini e mercanti non pensare che al guadagno, le donne alla futilità, i villani al furto, i soldati alle bestemmie e ad ogni sorta delitti[14]. Fra i secolari, persone d’ingegno, di nobiltà, di sapienza umana, ignoravano le verità della fede, o si stomacavano della semplicità del catechismo e dell’obbrobrio del Calvario; artisti d’insigne nome aveano perduta la fede, e beffavano chi ancor la tenesse; le scuole divenivano pascoli avvelenati, dove ammirando solo le pagane virtù e spiegando gli autori più pericolosi, avvezzavasi alla lubricità prima che nelle Università si delirasse dietro ad una logica petulante e alle sottigliezze aristoteliche surrogate al buon senso e al vangelo.

Intanto i prelati, non che correggere, pervertivano cogli esempj il loro gregge; i preti scialacquavano i beni della Chiesa; i predicatori spacciavano curiose novità. — Questa pecora smarrita, questa donna caduta in peccato, viene; Cristo l’ha perduta; il buon prete la trova, e deve renderla a Cristo; ma il malvagio la blandisce, la scusa, le dice: So bene che non si può sempre vivere castamente, e guardarsi dal peccato; poc’a poco la tira a sè, e l’allontana più che mai da Cristo. — Frate, non toccar questa corda. — Io non nomino alcuno, ma la verità bisogna dirla. Il cattivo prete l’adula, la trascina di modo, che la povera pecora perde la testa; non che renderla a Cristo, la tiene per sè. Se sapeste tutto quel ch’io so! cose schifose, cose orribili; e ne fremereste: e io non posso frenar le lagrime pensando che i cattivi pastori si sono fatti mezzani per condurre l’agnella in bocca al lupo. Non serve che preti e frati vadano ogni giorno a passeggiar sulle piazze e far visita alle comari; ma che studiino la Bibbia. Si son viste delle femmine vestite da cherici. E dopo notti passate nel vizio, che vuoi tu fare della messa?»[15].

Il frate commosso pregava istantemente dal Signore — Nota fammi la tua via»; e parvegli che la sua via fosse il riformare i costumi del clero, e mediante questi riformare il popolo. Nel suo convento introdusse una regola più severa, col divieto del possedere e d’ogni superfluità, e con maggiori esercizj di pietà e di studio, e sempre confermando i precetti coll’esempio; ebbe la consolazione di vestirne l’abito a persone primaje, a sei fratelli Strozzi, a cinque Bettini, fin ad alcuni Medici, a Pandolfo Rucellaj, gran tempo versato nelle pubbliche cose, a un Vespucci e ad un Sacromoro insigniti di dignità ecclesiastiche, a Zanobio Acciajuoli letterato e poi bibliotecario di Leone X, al professore di medicina Pier Paolo d’Urbino, all’israelita Blemet maestro d’ebraico a Pico della Mirandola, il quale pure avrebbe indossato quelle insegne se non moriva precoce. Fin tutti i monaci Camaldolesi mandarono offrirgli di cambiar le loro colle divise domenicane; se non che esso confortolli a perseverare nella loro costituzione.

Riprovava i predicatori che si perdono in fronzoli, e appoggiandosi ad Aristotele, a Virgilio, ad altrettali autorità, «fanno delle futilità dei filosofi e della Scrittura santa un miscuglio, e questo vendono sopra li pergami, e le cose di Dio e della fede lasciano stare»[16]; e ripetea non doversi adoperar le scienze per dimostrare la fede, ma prendere la fede in semplicità; non dissiparsi in colloqui e ciancie, ma studiare la Bibbia e i Padri. In fatti Savonarola sceglie un testo, poi vi s’abbandona quasi d’ispirazione, copioso più che proporzionato, scurante del disporre o le frasi o i pensieri, e solo arricchendosi della cognizione preacquistata de’ sacri autori; ed anzichè ad aride distinzioni scolastiche, a citazioni, ad argomenti in forma, s’appoggia a prove di ordine soprannaturale; l’allegoria gli è quasi connaturata; l’arte di scrivere non conosce, sì quella di commovere e signoreggiare, e diceva: — Io non bado a verun artifizio di retorica, a verun ornamento; mi servo di parole semplici e vulgari; non mi occupo, lo sa Dio, del modo con cui parlo, nè del gesto o dell’azione oratoria. Mi basta aver l’occhio sui pensieri; per tutto il resto mi lascio condur docilmente dove mi portano l’ispirazione e il fervore dello spirito»[17].

E sempre a nome della Bibbia loda o minaccia, esalta o fulmina; passa dall’apologia personale ad impeti d’amor divino, dalla riforma de’ costumi a quella della Chiesa; e crede che, nel senso mistico, i libri sacri s’applichino non solo ai fatti generali della storia, ma anche ai particolari di ciascun tempo, qualora la grazia ajuti a combinare i testi. Ciò lo porta non solo a sottigliezze e interpretazioni forzate, ma a prolungare strani paragoni ed allegorie; come là dove i sette giorni della creazione mette a parallelo colla rivoluzione di Firenze.

Ma spesso la sua eloquenza sgorgava dal cuore, e con effusione di lagrime, e cogl’impeti delle anime forti in complessioni delicate. Una volta gli ascoltanti rimaneano duri, ed egli non udendo i soliti singhiozzi, s’arresta, poi volgendosi verso l’altare, — Io non posso più, le forze mi mancano; non dormir più, o Signore, su quella croce; esaudisci queste orazioni, et respice in faciem Christi tui. O Vergine gloriosa, o Santi..., pregate per noi il Signore che più non tardi ad esaudirci. Non vedi tu, o Signore, che questi cattivi uomini ci dileggiano, si fanno beffe di noi, non lasciano far bene a’ tuoi servi; ognuno ci volta in deriso, e siam venuti l’obbrobrio del mondo. Noi abbiamo fatta orazione: quante lagrime si sono sparse, quanti sospiri! Dov’è la tua provvidenza, dov’è la bontà tua, la tua fedeltà?... Deh! non tardare, o Signore, acciocchè il popolo infedele e tristo non dica, Ubi est Deus eorum?... Tu vedi che i cattivi ogni giorno divengono peggiori, e sembrano omai fatti incorreggibili: stendi dunque la tua mano, la tua potenza. Io non posso più, non so più che mi dire, non mi resta più che piangere. Non dico, o Signore, che tu ci esaudisca pei nostri meriti, ma per la tua bontà, per amore del tuo Figlio... Abbi compassione delle tue pecorelle. Non le vedi tu qui afflitte, perseguitate? non le ami tu, Signor mio? non venisti ad incarnarti per loro? non fosti crocifisso e morto per loro? Se a quest’opera io non valgo..., toglimi di mezzo, o Signore, e mi leva la vita. Che hanno fatto le tue pecorelle? Esse non han fatto nulla. Io sono il peccatore: ma non abbi riguardo, Signore, a’ miei peccati; abbi riguardo una volta alla tua dolcezza, al tuo cuore, alle tue viscere, e fa provare a noi tutta la tua misericordia».

Gran presa dava al frate quel governo dei Medici, materiale, egoisto, spoglio di concetti generosi. Il vulgo, guardando Lorenzo come usurpatore della miglior proprietà de’ Fiorentini, narrava che Savonarola, chiamato al letto di morte di questo, gli domandò in prima se confidasse nella misericordia di Dio, poi se fosse disposto a restituire i beni d’illegittimo acquisto; e il moribondo dopo qualche esitanza acconsentì: infine se ripristinerebbe la libertà e il governo a popolo; e ricusando Lorenzo la condizione, il frate se n’andò senza benedirlo[18].

Maggior appiglio ancora gli dava la depravazione della corte romana. Morto Innocenzo VIII, troppo avvoltolato in tresche politiche (tom. VIII, pag. 214), e mantice di guerre e rivalità, Ascanio Sforza dei duchi di Milano avea molte voci nel conclave; ma non riuscendo a sorpassare l’emulo Giuliano della Rovere, le vendè tutte a Rodrigo Lençol di Valenza in Ispagna, che da Calisto III suo zio materno avea preso il cognome di Borgia, e che allora si fece chiamare Alessandro VI (1492 11 agosto). Sciagurati tempi, se a salire al primato della Chiesa non gli furono ostacolo i diffamati costumi! Destrissimo e di singolare sagacità, baldanzoso a compiere che che l’ambizione gli suggerisse, robustamente frenò i baroni e gli assassini: ma anzichè al ben pubblico, s’interessava per collocare altamente i cinque figliuoli natigli da Rosa Vanozza. Era fra questi Lucrezia, diffamata per lubrici certami e per doppio incesto. Alessandro, quando andava ad assediare Sermoneta, le affidò il governo di Roma, onde abitava le camere del pontefice, ne apriva le lettere, provvedeva col consiglio di cardinali: talmente la turpitudine era recata in trionfo, e il delitto eretto in scienza.

Il diario, che in quei giorni scriveva il Burcardo, ancor più che pei delitti, atterrisce per la freddezza con cui li racconta, e che giudicherebbe abituali, se piena credenza potesse prestarsi a quel documento forse corrotto, certo esagerato. «In Roma (dic’egli presso a poco sotto il 1489) nulla di buono si faceva, e in città correano infiniti furti e sacrilegi: dalla sacristia di Santa Maria in Trastevere furono sottratti calici, patene, turiboli, una croce d’argento ov’era un pezzo della santa croce, il quale poi fu trovato in una vigna; così in altre chiese. Aggiungi molti omicidj: Lodovico Mattei e i suoi figli, contro la fede e sicurezza data, uccisero Andrea Mattucci mentre in una barberìa faceasi radere; eppure non ebbero bisogno d’andarsene di città, e dicesi il papa ve li lasciasse per denaro. Si dà anche per vero, sebbene io non abbia visto la bolla, che il santissimo padre abbia a Stefano e a Paolo Margano data remissione dei delitti e omicidj fatti da essi e da dieci loro bravi, quantunque non avessero pace cogli eredi degli uccisi, trasformando la loro casa in asilo; altrettanto a Marino di Stefano per le uccisioni commesse da lui e suoi seguaci; altrettanto ai figli di Francesco Bufalo, che la matrigna gravida macellarono, e diè loro otto condannati a morte affinchè sicuramente potessero andar e venire. Lo stesso narrasi di altri, e la città è piena di ribaldi, che ammazzato uno, rifuggono alle case dei cardinali; in Campidoglio quasi mai non si supplizia alcuno; sol dalla corte del vicecancelliere alcuni sono impiccati presso Tor di Nona, e vi si trovano la mattina senza nome nè causa. Si narra ancora che un tal Lorenzo Stati, oste alla Ritonda, uccise due figlie in diversi tempi, e un famiglio che diceasi aver avuto a fare con esse: onde messo con un fratello in Castel Sant’Angelo, andò il carnefice per decapitarli, e invece furono rilasciati sui due piedi; ed io ho visto ciò e intesi che causa ne fu l’avere sborsato ottocento ducati. E una volta domandandosi al procamerario perchè dei delinquenti non si facesse giustizia, ma se ne ricevesse denaro, rispose, me presente: Dio non vuol la morte del peccatore, ma che pagi e viva...

«Il sabato 4 settembre vennero nuove del matrimonio conchiuso tra Alfonso primogenito del duca di Ferrara, e la signora Lucrezia Borgia figlia del papa. E la domenica appresso, detta signora Lucrezia cavalcò alla chiesa del Popolo, vestita di broccato d’oro riccio, accompagnata da trecento cavalli o circa, e davanti le cavalcavano quattro vescovi. Il lunedì seguente un buffone a cavallo, cui la signora Lucrezia avea donato una vesta di broccato d’oro che jeri avea portata nuova, del valore di trecento ducati, girò per le vie principali, gridando, Viva l’illustrissima duchessa di Ferrara! viva papa Alessandro! e altrettanto gridava un altro buffone a piedi, donato anch’egli d’una vesta... L’ultima domenica d’ottobre a sera, fecero una cena col duca Valentino, nel palazzo apostolico, cinquanta meretrici oneste, chiamate cortigiane, che dopo cena...» Il resto non si può raccontare, nè quasi credere. E stimiamo pure siasi trasceso nel denigrare Alessandro VI; è però costante che egli non trovò un apologista serio, neppure fra la moderna smania di paradossi.

Tanta depravazione morale fra tanto materiale progresso, e quando appunto la coltura affinandosi più la faceva sentire! Quella politica clandestina, quella turpitudine ostentata fin sulla cattedra dov’erano seduti tanti santi, il susurro de’ moltissimi fuorusciti, diffondevano l’idea di disastri, più temuti perchè indeterminati. E Savonarola la fomentava, e non sapendo, come Salviano, veder la rigenerazione che in un gran castigo, ripeteva: — Sventura! sventura! O Italia, o Roma, dice il Signore, io vi abbandonerò ad un popolo che dai popoli vi cancellerà. Vengono genti affamate come leoni, e tanta fia mortalità che i sepoltori andran per le vie gridando, Chi ha dei morti! e uno porterà il padre, l’altro il figliuolo. O Roma, te lo ripeto, fa penitenza; fate penitenza o Milano, o Venezia[19]... Dice il Signore, quando io verrò sopra l’Italia a visitare i suoi peccati, con la spada visiterò Roma...; in San Pietro e negli altri altari sederanno le meretrici, e faranno stalla cavalli e porci; vi si mangerà e berrà, e faravvisi ogni sporcizia... Taglierò, dice Dio, le corna dell’altare, cioè le mitre e i cappelli; taglierò la potenza de’ prelati; rovineranno quelle belle case e quei bei palazzi; tante delizie, tanti ori saran gettati per terra; saranno ammazzati gli uomini, andrà sossopra ogni cosa»[20]. Pur troppo spesso indovina chi predice sciagure[21]; laonde il popolo lo credeva ispirato dalla Divinità, e che provasse estasi, e antivedesse il futuro.

La politica, per quanto divenisse profana, non era ancor distaccata dalla religione; e troppo fresca era la ricordanza del medioevo, sicchè dovesse saper di strano il cambiare il pulpito in tribuna, come facea frà Girolamo. Il quale preferiva il governo dei più, non però a foggia di demagogo; asseriva anzi che il monarchico è di tutti il migliore, perchè più simile a quello di Dio, a condizione che l’imperante sia il miglior uomo, accidente troppo difficile. Le costituzioni non sono buone se non in quanto armonizzano colle qualità o i difetti de’ popoli; e nell’Italia, viva d’intelletti e impetuosa, male può stabilirsi un governo cui non partecipano i più. Adunque il popolare v’è più adatto, specialmente a Firenze, dove rimembrava un glorioso passato.

Certo costui conosceva il cuor dell’uomo, e che primo spediente della tirannia è il corrompere i sudditi, mentre la virtù è fondamento necessario d’ogni libertà. Perciò predicava dover la riforma dello Stato cominciare da quella de’ costumi e della Chiesa; al contrario di Cosimo, che dicea non doversi governare coi paternostri, egli proclamava che libertà e religione, buon governo e morale vanno inseparabili; e con seguaci tutti disinteresse ed austerità s’industriò d’attuare la santità evangelica ne’ costumi e nelle leggi di Firenze. — Popolo fiorentino (intonava), tu sai il proverbio che pei peccati vengono le avversità. Va, leggi. Quando il popolo ebreo facea bene ed era amico di Dio, sempre avea bene; al contrario, quando metteasi alle scelleratezze, Dio apparecchiava il flagello. Firenze, che hai fatto tu, che hai tu commesso? come ti trovi con Dio? vuoi che io tel dica? ohimè! è pieno il sacco, la tua malizia è venuta al sommo. Firenze, aspetta un gran flagello. Signore, tu mi sei testimonio, che co’ fratelli mi sono sforzato di sostenere colle orazioni questa piena e questa rovina: non si può più. Abbiam pregato il Signore che almeno converta tal flagello in pestilenza».

E il popolo, escluso dagli affari pubblici, e sentendo in sè il bisogno d’alcun che di superiore, sapeva grado a chi ne ergesse gli occhi verso il cielo, e additasse colà il rimedio ai mali o la speranza. Adunque dai villaggi dell’Appennino affluivano moltissimi, appena alla punta del giorno s’aprissero le porte di Firenze; e accolti e sostentati dall’eccitata carità, in ascoltarlo tremavano, fremevano, faceansi gran conversioni, «sicchè pareva proprio una primitiva Chiesa; era una conversazione fra loro piena di carità, e riscontrandosi insieme si guardavano l’un l’altro con letizia inestimabile, talchè, sebbene fossero forestieri, solo a vederli in volto erano conosciuti figliuoli di quel gran padre. Per ascoltarlo non si faceva conto di disagio alcuno...; e tra questi erano giovani e vecchi, donne e fanciulli d’ogni sorta, con tanto giubilo che era uno stupore, andando alla predica come si va a nozze. In chiesa poi il silenzio era grandissimo, riducendosi ognuno al suo luogo, e con un lumicino in mano, chi sapeva leggere diceva il suo ufficio ed altre orazioni. Essendo insieme tante migliaja di persone, non si sentiva quasi un zitto, fintanto che venivano i fanciulli, i quali cantavano alcune laudi con tanta dolcezza, che pareva si aprisse il paradiso. Così aspettavano tre o quattr’ore, finchè il padre entrava in pergamo. Pel contado non si cantavano più canzoni e vanità, ma laudi e canti spirituali, cantando alle volte a vicenda da ogni banda della via come usano i frati in coro, mentre lavoravano in somma letizia; tanto s’era sparso e acceso per tutto questo gran fuoco. Vedevasi talvolta per le strade le madri andare dicendo l’ufficio con li proprj figliuoli a uso di religiosi. Alle mense loro fatta la benedizione, si teneva silenzio, leggendo la vita de’ santi Padri, e altri libri devoti, massime le prediche del Savonarola ed altre opere sue. Le donne si ornavano con somma modestia, e per riformarsi mandarono alcune ambasciatrici alla Signoria con molta comitiva e solennità. Anche fanciulli, presentatisi ai reggitori della città, li richiesero di leggi che proteggessero il buon costume»[22].

Nè soltanto in orazioni e digiuni si esercitavano, ma ed in opere di carità cristiana. Ricchi cittadini davano mangiare e bere e alloggio in casa loro a venti, trenta, quaranta forestieri per volta. Gittatasi una grave carestia, e molti del contado che accorreano a Firenze a mendicare, cadendo di fame per le strade, uomini dabbene andavano attorno con confezioni e malvagie per confortarli e li menavano all’ospedale; e n’erano derisi dai savj del mondo col nome di Stropiccioni. Altri spedivano migliaja di ducati in Sicilia, e avutone grano, il rivendevano a buon mercato.

Coloro che partecipavano all’oligarchia de’ Medici aborrivano quei che la scalzavano, e aveano per sè i giovani nobili, speranti il potere; i buontemponi, intitolati Tiepidi dagli infervorati, sopra di questi versavano la beffa chiamandoli Piagnoni; e presto quei nomi designarono due partiti di morale, ed anche di arti e di letteratura.

Imperocchè al Savonarola non era sfuggito un altro grave guasto d’Italia, l’irrompere delle idee pagane, che sotto l’ombra degli studj classici, aduggiavano il buon seme evangelico. Nelle accademie i nomi di battesimo si convertivano in quei dell’antica gentilità; nelle storie Cristo chiamavasi figlio di Giove, e vestali le monache, e dea Maria, e padri coscritti i cardinali, e fato la Provvidenza; nelle scuole l’attenzione era serbata a fatti mitologici, l’ammirazione a eroi pagani; e non che Tibullo e Catullo, vi si spiegavano l’Ars amandi e fin la Priapea. Venivasi alla filosofia? le sottigliezze d’Aristotile godevano maggior credito che la santa Scrittura, e la sublimità platonica invaniva in delirj teosofistici. Fin le lascivie contro natura, comuni ai due sessi, pretendeansi giustificare cogli esempj di Tebe e d’Atene. La pittura esibiva sugli altari o seduttrici nudità o somiglianze impudenti; e di mezzo al sacrifizio, venivano i curiosi a riconoscere le famigerate belle del paese.

Contro questo preferir le vie di Betsabea alle vie di Betlemme; contro quella manìa pel passato che vuol far rivivere ciò che più non è, e più non dev’essere, insorgeva il Savonarola: ma quanto tale austerezza dovea far colpo in un’età di retorici, in una letteratura d’intelletto e di lusso, fra i contemporanei dell’Aretino! E poichè i vecchi trovava «tutti duri come pietre», il frate cercava arrolare alla bandiera di Cristo la gioventù; e se la vide stringersegli attorno, cara promessa di tempi migliori. «Nel giorno di Natale convenne nella chiesa cattedrale un numero grande di più che milletrecento fanciulli d’anni diciotto in giù; e avendo udita la messa dell’alba, cantata da’ sacerdoti solennemente, ed essendo comunicato prima tutto il clero secondo la dignità e grado suo, furon dipoi divotissimamente per le mani di due canonici comunicati i detti fanciulli con tanta modestia e notabile devozione, che gli spettatori e massimamente i forestieri non si astenevano dalle lacrime, prendendo gran meraviglia che quell’età così fragile e poco inclinata alle divine contemplazioni fosse così bene animata, e ridotta in così buona disposizione[23]... I fanciulli si radunavano, e avevano fatto infra loro messeri, consiglieri e altri uffiziali, che andavano per la terra a spegnere i giuochi e gli altri vizj, togliendo carte e dadi, raccogliendo libri d’innamoramenti e novellaccie, e tutto mandavano al fuoco. Ed ancora andando per le strade, se avessero trovato qualcuna di queste giovani pompose, con istrascichi e con fogge disoneste, la salutavano con gentilezza, facendole una riprensione piacevole... di modo che, da una volta in là, se non per amore, per vergogna lasciavano buona parte di loro vanità. Così ancora gli uomini infami e viziosi, per paura di non essere additati nè iscoperti, s’astenevano da molte cose».

Non vendeasi più carne i giorni proibiti, e si dovè modificare la tassa che pagavano i macellaj: sobrie faceansi le nozze, colla comunione e la predica, nè di rado vi seguiva il voto di castità: alcuni che pur voleano divertirsi, s’adunavano a venti o trenta in qualche luogo delizioso, come i giovani del Decamerone, e comunicatisi, passavano la giornata cantando salmi e in pii sermoni, o recavano in processione la Madonna e il bambino: quella gioventù pur dianzi petulante e scapestrata, accoglievasi al focolare domestico per recitare il rosario, e nelle feste veniva di brigata a coglier rami d’ulivi e sedere sui prati, cantando a coro le laudi che il Savonarola avea composte[24], e adattandole sopra arie dedicate alla frivolezza o all’immoralità. Di tal passo si rigeneravano la scienza, la poesia, la musica.

Per educare le arti del disegno, frà Girolamo divisava alcun che di simile alle loggie de’ Franchimuratori; aggregare al convento una scuola, ove i frati conversi si eserciterebbero nella pittura e scultura, all’ombra del santuario. A quell’anima entusiasta, sotto il bel cielo d’Italia, nella città altrice delle arti, come dovea sorridere il pensiero di rigenerarle, e di ricollocare la bellezza in grembo all’Eterno da cui essa deriva! E, — Ditemi un po’ in che consiste la bellezza? Nei colori? no; la bellezza è una forma che risulta dalla proporzione e corrispondenza di tutte le membra e de’ colori; ma nelle cose semplici la bellezza è la luce. Vedete il sole, la bellezza sua è aver luce; vedete Iddio, perchè è lucidissimo, è la bellezza stessa; e tanto sono belle le creature, quanto più partecipano alla bellezza di Dio; e ancora tanto più bello è il corpo quanto più è bella l’anima. Togli due donne che sieno egualmente belle di corpo; l’una sia santa, l’altra cattiva; vedrai che quella santa sarà più amata da ciascheduno che la cattiva; e tutti gli occhi saranno vôlti in lei, anche gli occhi degli uomini carnali. Togli un uomo santo, il quale sia brutto di corpo; vedrai che ognuno lo vuol vedere volentieri; e pare benchè brutto, che quella santità risalti e faccia grazia in quella faccia»[25].

Dalle lodi del bello passava a disapprovare la licenza degli artisti: — Aristotele, ch’era pagano, dice nella Politica che non si deva far dipingere figure disoneste, per rispetto a’ fanciulli, perchè vedendole diventano lascivi. Ma che dirò di voi, pittori cristiani, che fate quelle figure spettorate? Voi, a cui s’appartiene, dovreste far incalcinare e guastare quelle figure che avete nelle case vostre, dipinte disonestamente; e fareste opera che molto piacerebbe a Dio e alla Vergine Maria». Ed elevandosi contro la profanazione della pittura di chiesa, prorompeva: — L’immagine de’ vostri Dei sono le immagini e similitudini delle figure che voi fate dipingere nelle chiese; e i giovani poi vanno dicendo a questa e quella, Costei è la Madonna, quell’altra è san Giovanni; perchè voi fate dipingere le figure nelle chiese a similitudine di quella donna o di quell’altra. Se voi sapeste lo scandalo che ne segue, e quello che so io; non le dipingereste. Credete voi che la Vergine Maria andasse vestita in questo modo? Io vi dico ch’ella vestiva come poverella, semplicemente, e coperta che appena se gli vedeva il viso; così sant’Elisabetta. Voi fareste un gran bene a cancellare queste figure così disoneste, dove fate parere la Vergine Maria vestita come meretrice»[26].

Tanta verità, ed esposta con tanto calore, poteva non trovare ammiratori e seguaci? E molti grandi artisti il venerarono maestro e santo; a Pico della Mirandola, inteso che una volta l’ebbe, non parea aver più bene se non riudendolo; Angelo Poliziano, benchè tutt’arte greca, lo dichiarava santo, e dotto ed egregio predicatore d’insigne dottrina; il poeta platonico Benivieni difese robustamente le dottrine di esso, e compose cantici pe’ suoi devoti ed esaltando la pazzia dell’amar Dio[27]; la più bella incisione di Giovanni delle Corniole rappresenta il frate; lui il bulino del Bandini e del Botticelli, degno successore di Maso Finiguerra; Andrea della Robbia e cinque figli lo ritrassero in molte medaglie di terra cotta; il grande architetto Cronaca «d’altro che delle cose sue non volea ragionare»; Lorenzo di Credi gli tributò le caste sue ispirazioni; frà Benedetto, miniatore, e che da gajo compagnaccio erasi mutato a penitenza, appena lo intese, s’armò per lui quando il vide assalito da’ nemici; e dopo che soccombette, Botticelli propose di lasciarsi morir dalla fame; Baccio della Porta pittore bruciò tutti suoi studj di nudo, e si vestì monaco, rendendosi celebre col nome di frà Bartolomeo; lo scultore Baccio di Montelupo abbandonò la città. Del quale entusiasmo non sapea rinvenir la ragione il Vasari, creato dei Medici e adoratore de’ classici, e che pur vedeva come il suo Michelangelo avesse «in gran venerazione le opere scritte da frà Girolamo, per aver udito la voce di quel frate in pergamo»[28].

Allora il Savonarola osò un fatto, sul quale deh non rechino giudizio coloro che alla classica ammirazione sagrificano culto e sentimento, originalità e virtù! I fanciulli andarono di casa in casa cercando l’anatema, voleano dire gli oggetti di lusso disonesto che il predicatore avea riprovati; e nel giorno del berlingaccio ammucchiati sovra la piazza canzoni amatorie, tappeti lascivamente storiati, quadri e incisioni invereconde, le statue della bella Bencina, della Lena Morella e d’altre divulgate bellezze, carte da giuoco, liuti, buonaccordi, alberelli, cipria, dadi, ornati femminili, buffe o inumane sudicerie del Boccaccio e del Pulci, libri di sorte, nella città delle belle arti, del viver gioviale, della poesia spensierata, della sensuale allegria, nella patria del Machiavelli e del Firenzuola, vi si mette fuoco, mentre i fanciulli cantano un’invettiva contro il carnovale e ne bruciano la figura schifosa tra il suon di trombe e di campane, e il popolo vede e intuona il Tedeum[29]. Un mercatante veneziano offriva ventimila scudi se gli cedessero gli oggetti destinati al fuoco; e fu preso a fischi, e un fantoccio che lo figurasse venne messo ad ardere insieme. Il Nardi avverte che la cosa generò mormorazione, e rifletteasi che col denaro avutone si potea far molte limosine, «come dissero già i mormoratori del prezioso unguento sparso da quella devota donna sopra i piedi di Cristo, non considerando che i filosofi pagani e gli ordinatori delle polizie, e Platone specialmente, scacciavano tutte quelle cose che oggi son vietate più severamente dalla cristiana filosofia».

Anche all’idolatria del guadagno mosse guerra il frate, risoluto a riformare tutte le facoltà; e dove tanto fiorivano i banchi e impinguavano gli usuraj, alzò la voce a favore de’ poveri; e delle limosine raccolte da que’ suoi fanciulli fece istituire un monte di pietà, che guastò gli affari degli usurieri; disapprovò i padri che metteano i figliuoli prima a imparare qualche versi profani, poi a maneggiarsi ne’ banchi; e prediceva una costituzione politica, dove ai grossi capitalisti sarebbe tolto l’onnipotere nei pubblici affari, si ripristinerebbero il governo a comune, e l’equilibrio fra la potestà secolare e l’ecclesiastica.

Quel che più sempre gli stava a cuore si era l’emenda del clero. Se egli fosse stato un vulgare ambizioso, potea blandire i Medici e il papa, da’ quali non gli mancarono offerte, ma egli rispose: — Altro cappello io non voglio che quel del martirio, nè arrossire che del mio sangue». Pertanto, colla libertà che la Chiesa mai non impedì prima della Riforma, le applicava quel che Amos diceva contro i sacerdoti ebrei: — La nostra Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficj ecclesiastici, con belli paramenti, con assai drappelloni, con candelieri d’oro e d’argento, con tanti bei calici che è una maestà. Tu vedi là que’ prelati con quelle mitre d’oro e di gemme preziose in capo, con pastorali d’argento e piviali di broccato, cantare que’ bei vespri e quelle messe, con tante cerimonie e organi e cantori che tu stai stupefatto; e pajonti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e non credi che e’ possano errare, ma ciò che dicono e fanno s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si pascono di queste frasche, e rallegransi in queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai sì bene esercitato quanto al presente; e un gran prelato disse che la Chiesa non fu mai in tanto onore, nè i prelati in tanta reputazione; e che i primi erano prelatuzzi, perchè umili e poverelli, e non avevano tanti grassi vescovadi nè tante ricche badie, come i nostri moderni. Erano prelatuzzi quanto alle cose temporali, ma erano prelati grandi, cioè di gran virtù e santimonia, grande autorità e reverenza ne’ popoli, sì per la virtù, sì pei miracoli che facevano. Oggidì i Cristiani che sono in questo tempio non si gloriano se non di frasche; in queste esultano, di queste fanno festa e tripudiano; ma interverrà loro quello ch’io vidi, che ’l tetto rovinerà loro addosso, cioè la gravità de’ peccati delle persone ecclesiastiche e de’ principi secolari cadrà sul loro capo e ammazzeralli tutti in sul bello della festa, perchè si confidano troppo sotto questo tetto.

«I demonj ed i prelati grandi, perchè hanno paura che i popoli non escano loro dalle mani e non si sottraggano dall’obbedienza, hanno fatto come fanno i tiranni della città; ammazzano tutti i buoni uomini che temono Dio, o li confinano, o li abbassano che e’ non hanno uffizj nella città; e perchè non abbiano a pensare a qualche novità, introducono nuove feste e nuovi spettacoli. Questo medesimo è intervenuto alla Chiesa di Cristo: primo, essi hanno levato via i buoni uomini, i buoni prelati e predicatori, e non vogliono che questi governino: secondo, hanno rimosso tutte le buone leggi, tutte le buone consuetudini che avea la Chiesa, nè vogliono pure ch’elle si nominino. Va, leggi il Decreto; quanti belli statuti, quante belle ordinazioni circa l’onestà de’ cherici, circa le vergini sacre, circa il santo matrimonio, circa i re e i principi come e’ s’hanno a portare, circa l’obbedienza de’ pastori: va, leggi, e troverai che non s’osserva cosa che vi sia scritta; si può abbruciare il Decreto, che gli è come se non ci fosse. Terzo, hanno introdotto loro feste e solennità per guastare e mandar a terra le Solennità di Dio e de’ santi.

«Se tu vai a questi prelati cerimoniosi, essi hanno le migliori paroline che tu udissi mai; se ti conduoli con esso loro dello stato della Chiesa presente, subito e’ dicono: Padre, voi dite il vero, non si può più vivere se Dio non ci ripara. Ma dentro poi hanno la malizia, e dicono: Facciamo le feste e le solennità di Dio feste e solennità del diavolo; introduciamo queste coll’autorità nostra, col nostro esempio, acciocchè cessino e manchino le feste di Dio, e sieno onorate le feste del diavolo. E dicono l’uno coll’altro: Che credi tu di questa nostra fede? che opinione n’hai tu? Risponde quell’altro: Tu mi sembri un pazzo; è un sogno, è cosa da femminucce e da frati. Hai tu mai visto miracoli? Questi frati tutto ’l dì minacciano e dicono: E’ verrà, e’ sarà; e tutto ’l dì ci tolgono il capo con questo loro profetizzare. Vedi che non sono venute le cose che predisse colui. Dio non manda più profeti, e non parla cogli uomini; s’è dimenticato de’ fatti nostri, e però gli è meglio che la vada così e che governiamo la Chiesa come abbiam cominciato. Che fai tu dunque, Signore? perche dormi tu? Levati su, vieni a liberare la Chiesa tua delle mani de’ diavoli, delle mani de’ tiranni, delle mani de’ cattivi prelati: non vedi tu che la è piena d’animali, piena di leoni, orsi e lupi, che l’hanno tutta guasta? non vedi tu la nostra tribolazione? ti se’ dimenticato della tua Chiesa, non l’hai tu cara? ell’è pure la sposa tua! non la conosci tu? è quella medesima, per la quale discendesti nel ventre di Maria, per la quale patisti tanti obbrobrj, per la quale volesti versare il sangue in croce. Vieni, e punisci questi cattivi, confondili, umiliali, acciocchè noi più quietamente ti possiamo servire»[30].

Poco divario corre certo da questa alla voce di Lutero; tanto più se fosse a credere ch’egli «scrisse ai principi cristiani come la Chiesa andava in rovina, che però dovessin fare che ragunasse un concilio, nel quale voleva provare la Chiesa di Dio esser senza capo, e che chi vi sedeva non era vero pontefice, nè degno di quel grado, nè anco cristiano». E mentre i Tiepidi persistevano a contrariare i Piagnoni, e cuculiare il frate riformatore, alcuni di quelli che guastano il bene coll’esagerarlo, coniarono medaglie dove sopra di Roma vedeasi una mano col pugnale e l’iscrizione Gladius Domini super terram cito et velociter[31]. Lodovico il Moro, sempre inuzzolito di Pisa e contrastatone da’ repubblicani, e sentendosi dal Savonarola rinfacciata la crudele ambizione e predetto un tremendo castigo, lo fece dal fratello cardinale accusare a Roma. Frà Mariano da Genazzano, predicando innanzi ad Alessandro VI, uscì a dire: — Abbrucia, abbrucia, santo padre, lo strumento del diavolo; abbrucia lo scandalo di tutta la Chiesa». Il che saputo, frà Girolamo in duomo predicò: — Iddio ti perdoni, lui punirà te, e fra breve si manifesterà chi attende agli Stati e reggimenti temporali»; e infatti poco andò che Mariano fu scoperto di maneggi a favor degli oppressori.

Ma già col commercio la fama del Savonarola propagasi lontano; dal fondo della Germania gli giungevano lettere e adesioni; Bajazet II granturco volle saperne il vero dal console fiorentino, e si fece tradurre qualche sermone di lui. Sette anni continuò quell’entusiasmo pubblico senza ch’egli si galloriasse; e mentre Roma minacciava scomuniche e rogo, frà Girolamo diceva: — Entrai nel chiostro per imparar a patire; e quando i patimenti vennero a visitarmi, gli ho studiati, ed essi m’insegnarono ad amar sempre, a sempre perdonare»[32].

CAPITOLO CXXVIII. Il Milanese. — Spedizione di Carlo VIII.

Milano da repubblica disordinata erasi tradotto in principato militare. Aveva sottoposte Pavia, Lodi, Cremona, Parma, Piacenza, Alessandria, Tortona, Novara, Como, la Valtellina colle contee di Bormio e Chiavenna, Angera al lago Maggiore, la Geradadda al confine de’ Veneti; insomma quindici città, erette nel 1450 in ducato, che abbracciava quanto sta fra le Alpi, la Sesia, l’Oglio, il Po; anzi di là da questo più volte si spinse, e massime nelle marche d’Ancona e Spoleto, e a Bobbio, Savona, Albenga, Ventimiglia e in tutto il Genovesato. Bello e ricco Stato, che fruttava seicentomila ducati d’oro (Corio), pari a venti milioni d’oggidì, con una capitale di diciottomila trecento famiglie, o vogliam dire cenventotto mila abitanti, mentre Parigi contava tredicimila case, e Londra non quarantamila bocche.

I suoi principi, derivando l’autorità unicamente dall’usurpazione, non poteano pensare che a mantenersi intrigando e sopendo: l’investitura imperiale allegavano per disobbligarsi dal farsi eleggere dal popolo, ma non sentendola necessaria, non si davano la briga di domandarla.

Francesco Sforza volle riconoscere il dominio soltanto dalla propria spada, e per virtù e valore meritava di esser capo di una dinastia: ma affatto ne tralignò il figlio Galeazzo Maria. Le robuste ordinanze del padre, e la prudenza e la lunga pratica di Cicco Simonetta segretario di Stato, mantennero in quiete il paese: ma poi Galeazzo, imbaldanzito dai prestiti che gli chiedevano i re di Boemia e Ungheria, dalle ambasciate fin del soldano d’Egitto, dal tributo che gli pagavano i Fiorentini, dai sussidj d’uomini che dava a Luigi XI di Francia suo cognato, dalla speranza della corona di tutta Italia, ruppe i ritegni; d’ogni ingerenza privò sua madre Bianca Maria, savia donna e sperimentata, e dicono l’avvelenasse.

Quanta suntuosità nel suo viaggio a Firenze! (t. VIII, pag. 431) ma al gusto delle voluttà sordide associava quello delle sevizie e delle torture raffinate, diabolici supplizj esacerbando colle facezie, le libidini condendo con uno sfacciato trionfo e colla disperazione dei mariti e dei genitori disonorati. Per ostentazione d’intrepidezza, fece un giorno mettere alla tortura il proprio barbiere, e appena calato volle esser raso da esso.

Insegnava retorica a Milano Cola Capponi de’ Montani, di Gaggio bolognese, ingegno svegliato, animo torbido, infatuato dell’antichità. Era stato maestro di Galeazzo Maria, e per una vergognosa imputazione, o perchè il duca volesse vendicarsi delle sferzate avutene a scuola, venne frustato ignominiosamente per la città. Anelando vendetta, contro al duca istigava i suoi discepoli, e principalmente Andrea Lampugnani e Girolamo Olgiati, i quali spinse ad arrolarsi sotto Bartolomeo Coleone, per apprendere il mestiere delle armi. Gliene vollero male i costoro parenti, e di consenso l’altra nobiltà milanese; onde, perduti scolari e amici, egli dovè partirsene. Sbolliti i rancori, tornò; riebbe frequente scuola ed amicizie, colla volubilità del vulgo signorile; e seguitava a infervorare la gioventù ne’ concetti della libertà romana e greca e nel vanto dei tirannicidi; e dopo narrato de’ Timoleoni e dei Collatini, — Non sorgerà (intonava) tra’ miei discepoli un Bruto, un Cassio, che sottraendo la patria dal giogo obbrobrioso, meriti fama per tutti i secoli? — Io sarò quello» disse l’Olgiati; e viepiù dacchè una sua sorella fu vittima delle libidini di Galeazzo: onde col Lampugnani e con Carlo Visconti giurò davanti agli altari redimere la patria dal tiranno, credendola opera gloriosa e santa.

— Dopo il primo nostro ritrovo (racconta l’Olgiati stesso) entrai in Sant’Ambrogio, mi posi a’ piedi dell’effigie del santo vescovo e pregai così: Grande sant’Ambrogio, patrono di questa città, tutela del popolo milanese, se il proposito de’ tuoi concittadini di sbrattarsi dalla tirannide e dalla dissolutezza più mostruosa merita la tua approvazione, non ci manchi il tuo favore fra i tanti pericoli cui ci esponiamo per francare la patria. Così orato, venni a’ miei compagni, e gli esortai a coraggio, assicurandoli sentivo in me cresciute la speranza e la forza dopo invocato il patrono della nostra città... Il giorno di santo Stefano (1476) di gran mattino andammo nella chiesa di questo santo, e lo pregammo propizio al gran fatto che divisavamo compire colà, e non s’indignasse se lordavamo i suoi altari d’un sangue che doveva liberare la città e la patria. Dopo le preci rituali, ne recitammo un’altra, composta da Carlo Visconti; assistemmo alla santa messa celebrata dall’arciprete»; poi, come il duca comparve ad assistere alla solennità di quel giorno, lo assalsero e trucidarono.

— Il popolo avvilito, soffrente, non aspetta che un cenno per rompere le sue catene; ci acclamerà, ci sosterrà». È l’illusione consueta de’ cospiratori; ma, come molte altre volte, il popolo si buttò addosso agli uccisori e li trucidò. L’Olgiati, riuscito a scampare, non fu voluto ricevere nella propria famiglia; solo la madre il prese in compassione, e raccomandollo a un prete che sotto la propria tunica menosselo a casa. Ivi si rimpiattò due giorni, persuaso che intanto i congiurati compirebbero l’opera, secondo l’accordo; ma uscito per informarsene, qual è il primo spettacolo che gli si offre? la plebaglia del verzajo che trascina a strapazzo il cadavere del Lampugnani. Gli cadde il cuore, nè più curò di nascondersi; onde preso, e sottoposto a orribile tortura, dettò la storia del misfatto, unicamente implorando gli si lasciasse tempo da confessare i suoi peccati; e condannato ad esser tanagliato e fatto vivo a pezzi, al prete confortatore di mezzo ai tormenti diceva: — Pe’ miei peccati merito questi e peggiori strazj, ma non per quella bella azione, per la quale spero che il sommo giudice mi perdonerà le cattive; e non che pentirmene, perirei dieci volte per sì nobile scopo». Avea ventidue anni[33].

Il popolo, omai abituato a considerare come ereditario il dominio, lasciò acclamare Gian Galeazzo, figlio novenne dell’estinto: la vedova Bona di Savoja, assistita dall’accorto e procacciante Cicco Simonetta, seppe mantenere nell’ordine i sudditi, e in freno le città soggette, che ad ogni novità rumoreggiavano. Ma in quel trambusto si sfasciò il bell’esercito costituito da Francesco Sforza, che facea rispettare il paese. Del qual Francesco erano rimasti cinque figli: e Galeazzo Maria succedutogli avea, per litigi nati, confinato in Francia Filippo Maria duca di Bari e Lodovico il Moro suoi fratelli. Questi, dall’esempio paterno e dalla propria irrequietudine animati a tutto ardire, tornarono dall’esiglio, e cominciarono a sommovere lo Stato col pretender parte all’amministrazione; ed appoggiandosi ai forestieri e ai Ghibellini capitanati dal valoroso e turbolento Roberto Sanseverino, vennero fin a guerra rotta. Il Simonetta s’industriò a rompere le loro trame, ma col profonder denari e col concedere i castelli e le terre che prima aveano posseduti, sfiancò l’unità politica: poi essendosi di nuovo sollevati, egli confinò Filippo Maria nel suo ducato, Lodovico a Pisa, a Perugia Ascanio che fu poi cardinale: Ottaviano nel fuggire si affogò nell’Adda.

I costoro intrighi erano favoriti dal re di Napoli e da Sisto IV, che suscitavano d’ogni banda nemici al Milanese perchè parteggiava coi Medici di Firenze, gli ribellarono Genova, infellonirono gli Svizzeri.

In che modo questi acquistassero la libertà, già ci fu veduto (Cap. CXV). Borghesi e poveri, obbligati a combattere i baroni vicini o i cavalieri dell’Impero, introdussero una nuova milizia a piedi, che coperta solo d’un morione e d’un petto di ferro o di cuojo, con uno spadone a due mani sospeso alle spalle, colle picche lunghe tre metri presentavano una siepe insuperabile ai cavalli; mentre altri s’insinuavano fra l’ordinanza de’ nemici, e colla labarda ne tagliavano le aste o le conficcavano a terra. La vita montana gli avea resi robusti e destri; la caccia e gli esercizj, abituati alle armi sin da fanciulli, talchè al primo baleno di guerra tutti erano combattenti, e sospese le riotte municipali, mettevansi in marcia sotto un capo, al quale giuravano intera obbedienza.

I principi, che comprendevano di non poter reggersi tiranni se non con eserciti da sè soli dipendenti, trassero subito partito da queste truppe, e al bisogno spedivano un colonnello, che col Cantone capitolava il numero, il soldo, la durata del servizio: agli arrolati seguivano commissarj, che applicavano tra essi la giustizia, poi rendeano conto dei loro atti. Addio allora alla elvetica semplicità; resa venale la bravura, agognante le lusinghe de’ principi, l’oro e il lusso straniero, s’introdussero corruzione nei consigli e farnetico di guadagni militari; e fu volta che i magistrati arrolarono i rei dati loro a giudicare, e se li trassero dietro a servizio.

Formidabili come uomini, non come nazione, dopo ch’ebbero valicate le Alpi nostre contrassero la febbre del conquistare, e immaginarono la loro libertà dovesse abbracciar parte della Svevia, l’Alsazia, il Tirolo, il Milanese, lo che gli avrebbe portati sino al Mediterraneo, e renduti, non so se felici, certo potentissimi. Mancavano però d’unità, anche prima che la sconcordia religiosa li snervasse affatto, e lasciasse in tutti i paesi vicini prevalere la monarchia: il che fu l’opera del secolo che descriviamo.

Avendo i Milanesi tagliato un bosco, di cui essi pretendeano il possesso, una banda d’Urani varcò il Sangotardo, e negando rimettere la decisione ai tribunali, si gettò sopra Bellinzona: finchè dal Simonetta quetati a denaro, giurarono non molestare più il ducato. Sisto IV però li dispensa dal giuramento, e manda ad essi lo stendardo delle sante chiavi acciocchè traggano a difendere il comun padre e a restituire Italia alla libertà (1479). D’inverno stridente ripassarono dunque il Sangotardo, e a Gornico combattendo sul ghiaccio come avvezzi, sbaragliarono gli scivolanti ducali, guidati dal conte Torello; e al prezzo di centomila ducati e ventiquattromila fiorini concessero la pace, però come signoria del cantone d’Uri serbando la Leventina, cioè la valle per cui scende il Ticino. Allettamento e scala a nuovi tentativi.

Dalle esterne scosse ajutati, gli zii del duca rivalsero. Lodovico il Moro, sottentrato duca di Bari, più scaltro degli altri e disposto a farsi sgabello delle ruine di tutti, recuperò la grazia della duchessa, alla quale il Simonetta predisse, — Voi ne perderete lo Stato, io la testa». Di fatto Lodovico, ottenendo il perdono ai rivoltosi, si circondò d’amici, coi quali maneggiò di maniera che Bona fece arrestare quel fedelissimo e decapitare (1480 30 8bre]), annunziando alle corti d’Italia come da questo autore di tutti i mali si fosse liberata mercè de’ cognati, sostegni dello Stato e riconduttori d’un secol d’oro[34]. Guaj al regnante costretto ad immorali condiscendenze! Gli Sforza imbaldanziti tolsero alla duchessa le persone care, i tesori, le gioje, e a fatica le permisero di passare in Francia, del cui re era cognata.

Lodovico il Moro, fattosi reggente a nome del debole e infermiccio nipote, avea avuto appoggio dai Ghibellini, capitanati da Roberto Sanseverino: ma venuto in potere, li prese in uggia e sospetto, e preferì i Pallavicini e i Guelfi, tanto che il Sanseverino rivoltossi contro il Milanese. Respinto, sollecitò la Repubblica veneta, e nominatone capitan generale, continuò guerra contro la Lombardia.

L’insigne generale Pier Maria Rossi di Parma avea contribuito potentemente a recuperare questa città, le ville e i castelli toltile negl’infelici tempi di Ottobon Terzo; onde avea avuto il titolo di padre della patria. Bona lo avea scelto tra’ suoi consiglieri, e con questi cadde in disgrazia; onde non volendo rassegnarsi alla trapotenza del Moro, si legò con Sanseverino, e preparossi di armi nel Cremonese e nel Parmigiano, di cui i suoi una volta erano stati principi, e dove ancora possedeva amplissimi tenimenti, e i castelli di Berceto, Roccabruna, Roccalenzone, Carena, Basilicanova, San Secondo ed altri. Il Parmigiano, sotto la supremazia dei duchi milanesi, era diviso tra molti signori, quali i Sanseverino di Colorno, i Pallavicini di Cortemaggiore, i Sanvitali di Noceto e d’Oriano, fra’ quali si perpetuavano risse e baruffe. Le tre squadre, in cui divideasi la città, formavano altrettanti partiti: bande di malfattori eransi giurate a sostenersi e vendicarsi a vicenda, e mascherati scorrevano la campagna e la città con quotidiani misfatti[35]. Si valse di costoro il Rossi, ed appoggiato dai Veneziani, sollevò bandiera contro gli Sforza: ma essi, mercè il valore di Gian Giacomo Trivulzio, presero l’un dopo l’altro i castelli del nemico, il quale a gara con loro sperperava il paese; e Pier Maria si difese in San Secondo finchè morì di settant’anni[36].

Suo figlio Guido continuò a difendersi finchè ottenne pace; ma vedendosi violate le condizioni del perdono, si riscosse col fratello Jacopo, e ripigliò guerra sia di fuori cogli Sforza, sia dentro coi Torelli, coi Sanseverino, coi Pallavicini; ricevette nelle sue giurisdizioni un provveditore veneto: ma il Trivulzio e il Moro lo strinsero ne’ suoi dominj, talchè dovette cercar ricovero da Venezia, da cui ottenne la condotta di quattrocento cavalli, collo stipendio di trentaduemila scudi d’oro. E lo splendore della casa Rossi restò per sempre eclissato.

A vantaggio della Lombardia combatteva Alfonso duca di Calabria, valoroso sì, ma poco risoluto a vincere dacchè s’accorse che il vantaggio toccherebbe non al duca suo genero, ma allo scaltro Lodovico. Il quale in fatto (1484 7 agosto) nella pace di Bagnolo (t. VIII, p. 289) stipulò che i Veneziani non contrarierebbero i suoi divisamenti; per compiere i quali adoprava arti codarde, cospirare, mentire, disunire[37]. Chiese imprestiti ai cittadini per far guerra a Venezia, poi fallì il pagamento; il conte Pietro del Verme avvelenò per occuparne i possessi; i Borromei pose in rissa tra loro per deprimerli. Risoluti disfarsene col mezzo allora troppo consueto, alcuni congiurati lo attesero alla porta di Sant’Ambrogio nel giorno di questo santo: ma un Vimercato lasciossi scoprire, e al tormento rivelò i compagni, donde supplizj e fughe e, solito corredo delle trame fallite, il rinvalidarsi della potenza minacciata. Quando poi Genova si sottopose volontaria al ducato, Lodovico divenne più ardito, s’impadronì del castello di Pavia e del tesoro, «ch’era il più grande della cristianità», e chiusovi il nipote Gian Galeazzo colla sposa, prese gli altri forti di Lombardia, tirò in sè ogni autorità, e meditava toglier di mezzo il nipote, e regnare a suo luogo. Ma come gliel’avrebbero comportato i vicini? come il duca di Calabria, suocero di quello? Bisognava dunque turbare lo stagno per pescarvi.

Le antiche pretensioni della casa d’Angiò sul regno di Napoli eran venute per eredità al re di Francia; onde, temendo ne togliesse pretesto a qualche tentativo, i potentati italiani aveano sentito la necessità di confederarsi. Lodovico, che, sprovvisto di valore, credeva primeggiare ne’ maneggi diplomatici, suggerì di far manifesta quest’alleanza all’Europa con un pubblico atto, e perciò gli ambasciadori di ciascuno convenissero a Roma (1492) col titolo di riverire il nuovo pontefice Alessandro VI, e quello del re di Napoli portasse la parola a nome degli altri. Pietro de’ Medici, ambasciadore pei Fiorentini, non pago di spiegare agli occhi di tutti i tesori di gemme radunati dalla sua famiglia, che seminò fin sugli abiti de’ paggi, tanto che il collare d’uno di questi fu valutato ducentomila zecchini, voleva anche sfoggiare dell’eloquenza, dono così speciale dei Fiorentini; e dell’avergliene tolta l’occasione volle male a Lodovico. Il quale non tardò ad avvedersi come colui dall’antica alleanza cogli Sforza fosse passato al re Ferdinando; e sapendo che questo l’odiava per gli indegni trattamenti usati al nipote, pensò munirsi di confederati.

Alessandro VI aveva accarezzato l’Aragonese, sperando mariterebbe a suo figlio Sancia, figliuola naturale del duca di Calabria; ma vistosene deluso, e che quegli fomentava l’insubordinazione di Virginio Orsini, il quale, piantato fra Viterbo e Civitavecchia, poteva aprir Roma ai Napoletani, strinse con Lodovico alleanza offensiva e difensiva. Nella quale Lodovico seppe trarre anche Venezia; e sposando sua nipote Bianca, figlia di Galeazzo Maria, a Massimiliano imperatore con quattrocentomila ducati di dote in contanti e quarantamila in gioje, gli chiese segreta investitura del ducato di Milano, e l’ebbe, eccettuandone i dominj del marchese di Monferrato, il contado d’Asti, la marca Trevisana, il dominio degli Scaligeri; allegando l’imperatore che Gian Galeazzo se n’era reso indegno col riconoscere il ducato dal popolo, a grave pregiudizio dell’impero[38]. Così quella signoria che Francesco Sforza non avea voluto riconoscere che dalla propria spada, Lodovico la rendea vassalla dell’imperatore.

Avvezzo a contare sulle promesse dei grandi solo in quanto abbiano interesse di mantenerle, Lodovico sentiva che il diploma imperiale poco peso gli aggiungeva, e gli alleati lo abbandonerebbero appena vi trovassero il conto; sicchè giocando a due mani, cercò altro appoggio ne’ reali di Francia. Questi, col trarre a sè i varj feudi o per confisca o man mano che vacassero, erano prevalsi ai signorotti, che fin là poteano tenersi come altrettanti re. L’opera fu compita da Luigi XI, il quale, studiando Francesco Sforza, avea compreso che la politica è una scienza; che l’amministrazione dello Stato dev’essere sottoposta a calcolo, non abbandonata al capriccio e all’eventualità; che per deprimere la nobiltà, la quale può opporre privilegi, bisogna favorire il popolo: in fatti egli operò sempre con intenti prestabiliti, che introducevano l’ingegno nel governo e l’interesse al posto della morale; e re popolare per interesse della corona non per simpatie, ebbe con arti buone e con pessime umiliato i nobili, e consolidata l’autorità regia ben più colla sua grettezza, che non l’avessero ottenuto i re coperti d’arme. Ormai ridotto in unità politica tutto il territorio che è fra le Alpi, i Pirenei, l’Oceano e il Reno, un solo gran signore rimaneva ancora, il duca di Borgogna, che possedeva per cenventi leghe di superficie, cioè presso alla nona parte della Francia odierna: ma quando Carlo il Temerario fu ucciso a Nancy nel combattere gli Svizzeri, Luigi XI unì alla Francia gran parte del costui dominio. Dappoi Carlo VIII vi aggregò la Bretagna come dote di sua moglie; sicchè arrotondando il regno e unificate le sei nazioni che il componevano, la pubblica cura potea volgersi a migliorarle, e ad assodare la regia autorità eguagliando i sudditi sotto la legge. Sciaguratamente l’alito di conquista, ormai spento nei popoli d’Europa, risvegliossi allora ne’ principi, e le potenze ingelosirono l’una dell’altra.

Luigi XI morendo trasmetteva l’assodata autorità a Carlo VIII (1483) suo figlio di appena tredici anni. Ignaro degli uomini che mai non avea praticati, degli affari da cui era stato rimosso, vergognando di non sapere tampoco l’alfabeto, Carlo si getta a studj disordinati; imparato a leggere, s’infervora delle imprese di Cesare e di Carlo Magno, e vuol divenire un eroe. Se a divenir tale bastasse la prodezza, e’ n’abbondava; ma nè ingegno bastavagli per combinare vaste imprese, nè costanza per seguirle traverso alle contrarietà.

Come discendente da Carlo d’Angiò, egli vantava pretensioni alla corona d’Oriente e a quella di Napoli[39]; e Lodovico il Moro ne palpeggiò l’ambizione, confortandolo a conquistare il Reame, per farsene scala a Costantinopoli; smorbare l’Europa dai Turchi; ristabilire l’impero Orientale: quanto gloriosa, tanto facile essere l’impresa; per Genova, posta sotto l’alto dominio della Francia, e l’immediato degli Sforza, e per la Lombardia egli stesso gli darebbe sicuro varco, egli uomini, egli denaro, egli credito; il papa lo favorirebbe per vendicarsi degli Aragonesi; i negozianti fiorentini si terrebbero colla Francia, loro banco principale; Venezia sarebbe propizia, e nol foss’anche, dalla Turchia trovavasi abbastanza occupata. I Sanseverino ed altri baroni di Napoli, ricoverati in Francia, spendevano la solita moneta de’ fuorusciti, promesse e incitamenti: qual più bello esordio alla crociata contro i Turchi, che il conquistare un regno che la casa di Francia aveva anticamente strappato ai Saracini, e di cui era stata investita ventiquattro volte da dodici papi e due da concilj generali?[40] La nobiltà francese fu sempre avida d’imprese e speranzosa d’acquisti: Anna di Beaujeu, sorella di Carlo, desiderava ch’e’ partisse onde rimanere reggente dispotica; spargevansi profezie, che Carlo conquisterebbe non solo l’impero di Costantino, ma il regno di Davide. Eco estremo del medioevo, risonante in un secolo che il dimenticava, nol rinnegava.

Carlo dunque fece armi, mandò tentare i popoli e speculare i luoghi, e, — Andiamo dove ci invitano la gloria della guerra, la disunione dei popoli e gli ajuti degli amici». Ma il denaro egli avea logoro prima in comprare pace dall’Austria e dall’Inghilterra, poi in giostre e feste di cui era appassionato; tanto che esitò se tirar avanti. Spinto però da ambiziosi o corrotti confidenti, altro ne procacciò a ingenti usure, cinquantamila ducati da Milano, centomila dai Sauli di Genova.

Gl’Italiani, da lunga mano abituati a considerare i Francesi come liberatori, non v’era male da cui non si sperassero guariti per questo re cavalleresco, che giovane e nuovo, abbandonava trono, agi, delizie per amor nostro: Gian Galeazzo s’imprometteva d’essere sottratto all’oppressione dello zio; i Fiorentini di riscuotersi dalla dominazione de’ Medici; Alessandro VI di dare stato alla sua casa; i Veneziani di umiliare gli Aragonesi; i Napoletani di sbrattarsi dai forestieri. Ma i savj, che non isperano beni eventuali da mali certi, pigliavano sgomento, anche senza le profezie del Savonarola, e i portenti e le congiunzioni d’astri che atterrivano il vulgo non meno che gli scienziati.

All’avvicinare del pericolo non s’addormentò re Ferdinando, quantunque tenuto a bada dall’ambidestro Lodovico, e trasse dalla sua papa Alessandro col concedere al figlio di lui le ambite nozze colla Sancia figlia d’Alfonso di Calabria; e col braccio di questo prode intendeva assalire la Lombardia per impedirle d’unirsi ai Francesi; ma fra i preparativi morì (1494 25 gen.), e gli succedeva Alfonso II, con pingue erario, esercito e flotta fiorenti, reputazione di valore e della perfidia e crudeltà necessarie a prosperare. Sulle prime la sostenne eccitando i principi a difendere l’indipendenza italiana, e munito il paese per terra e per mare, potè disperdere i primi tentativi di Francia verso il Genovesato; e spediva un esercito verso Lombardia, capitanato da due delle migliori spade, l’Orsini conte di Pitigliano e Gian Giacomo Trivulzio.

La discordia di questi due capi impedì quella celerità, che nelle guerre è tutto; e intanto re Carlo, meglio preparatosi, passava le Alpi (agosto) con tremila seicento uomini d’armi, seicento arcieri bretoni, altrettanti balestrieri francesi, ottomila fanti leggieri guasconi coll’archibugio, altrettanti alabardieri svizzeri, in grossi battaglioni quadrati da mille ciascuno. I baroni e i feudatarj non erano obbligati a servire il re fuori paese; onde non seguivano quasi che capitani venturieri, con una schiuma di tutte le provincie dal mar Picardo al Guascone, scampaforche e per infamia bollati le spalle e mozzi le orecchie, che coprivano con cappelli e barba lunghissima[41]: nuovo genere di guerra, d’armi, di fierezza; nuova irruzione barbarica sopra l’Italia, già tanto civile; ove diventarono la prima fanteria d’Europa, ed ove ammirando le splendide città e le arti e le lettere de’ popoli che trucidavano, insiem col bottino dovevano asportarne l’amor del bello.

Era la prima volta che un grande esercito civile tentasse una grande impresa, con artiglieria mobile, con corpi speciali, alla personale prodezza del cavaliere surrogando l’eroismo della disciplina e la fedeltà alla bandiera. E subito apparve l’inferiorità delle ordinanze militari italiane, sì per essere le armi mestiere di privati anzichè pubblico provvedimento, sì per consistere in cavalleria pesante e macchine incomodissime, invece di buona fanteria e di maneggevole artiglieria; tanto che difficilmente si prendeano le fortezze, e in lunghissimo trascinavansi le guerre. Finchè combatterono Italiani con Italiani, tutti pativano degli eguali difetti; ma ora, invece delle bombarde trascinate da bovi, che a lunghi intervalli lanciavano pietre contro le mura, si trovavano a fronte un furore di cenquaranta cannoni grossi e mille ducento da montagna, portati a spalla o tratti da cavalli, e che, uno senza aspettar l’altro, avventavano globi di ferro, irreparabili dalle fortezze antiche. Nè più si manovrava di squadroni succedentisi un all’altro come in torneo; ma le truppe, con meraviglia e scandalo de’ nostri, pensavano ad ammazzare davvero, e non solo gli uomini, ma fin anco i cavalli; e un macello fu reputata la battaglia di Rapallo, ove perirono cento combattenti.

Con tante bocche da fuoco ben si saprebbe trovare da vivere in paese pingue: del resto Commines, che con un misto di malizia e di buon senso raccontò l’impresa di cui fa parte, dice che «l’esercito difettava di ogni cosa; il re, ancora col guscio in testa, debole di corpo e testardo, non aveva allato nè savie persone, nè buoni capi, nè denaro; non tende o padiglioni, e cominciavasi la marcia d’inverno; ond’è a confessare che questo viaggio fu condotto da Dio andata e ritorno; chè del resto il senso de’ condottieri non vi servì».

Sarebbe bastata la più piccola difesa alle Alpi per impedirlo: ma il Piemonte stava sotto un fanciullo in una tutela disputata; e Bianca di Monferrato, tutrice di Carlo II di Savoja, e Maria Paleologo figlia di Stefano despoto di Servia, tutrice di Guglielmo di Monferrato, fecero aprir le fortezze. Così Carlo giunse ad Asti, città francese perchè soggetta al duca d’Orléans. A Torino la duchessa gli venne incontro a capo delle sue damigelle «ornate sì bene che non v’era che dire», e gli prestò le proprie gioje, ch’e’ mise in pegno per dodicimila ducati: la città, oltre spettacoli nei quali sui crocevia rappresentavansi le imprese di Carlo Magno, gli offerse un cavallo, cui per cortesia egli pose nome Savoja e sempre il montò in quella spedizione, e sull’esempio d’Alessandro volle che il suo giornalista ne facesse ripetuta menzione.

A Pavia giaceva infermo e prigioniero Gian Galeazzo; e sua moglie Isabella d’Aragona, sdegnata di quella schiavitù ove sin del cibo pativa difetto, e del vedersi soperchiata da Beatrice d’Este moglie del Moro (1494), avea fatto ogni possibile per rincorare il pusillanime marito: ma questi non sapea tacere le pratiche ch’essa ordiva per liberarlo. Non rimanea dunque che gettarsi alla pietà di Carlo, suo cugino[42]; ma questo era stato prevenuto dal Moro, e «presentato di molte formosissime matrone milanesi, con alcune delle quali pigliò amoroso piacere» (Corio); e forse di conseguenza ammalò di vajuolo: poi esso Moro l’accompagnò dall’un all’altro de’ palazzi che i ricchi milanesi teneano su tutta la via, «e in su la campagna gli fece vedere ammazzare alcuni porci cignali, di che molto abbonda il paese, sì che il re ne prese gran diletto» (Cagnola.). Giunto a Pavia, Carlo visitò il duca, il quale, esinanito di corpo e di spirito, si contentò di raccomandargli la moglie e il figliuolo: ma Isabella gettossegli ai piedi, rivelando le oppressioni sofferte, e supplicandolo a non assalire suo padre, che in nulla avealo offeso. Carlo ne fu tocco un istante perchè era bella; ma rispose: — L’impresa è già a tal punto che la mia gloria non mi permette di dare indietro».

Pochi giorni appresso Gian Galeazzo moriva di febbre attossicata, come dice un cronista ripetendo le dicerie del popolo, che vuol vedere il delitto ove vede cagione di commetterlo; e Lodovico, a preghiera universale, preso lo Stato, cavalcò per Milano acclamato duca, e Isabella e i figliuoli tenne chiusi nel castello di Pavia. Indignati di tale perfidia, e sgomenti di questi principi italiani, destri a’ veleni non men che alle spade, i signori francesi esortavano Carlo a volgersi contro il Moro; ma egli preferì assalire gl’incolpevoli Aragonesi, e scese lungo l’Italia.

De’ Fiorentini i fuorusciti s’unirono al liberatore; altri, guardando ab antico la Francia come antemurale della parte guelfa, si lagnavano che Pietro Medici li trascinasse in una guerra repugnante ai sentimenti e agli interessi loro. Ma quando si cominciò a vedere le uccisioni e gl’incendj che coloro menavano, Pietro non osò resistere; e venuto a Carlo con imitazione affatto disopportuna di quanto avea fatto Lorenzo suo padre, ne impetrò pace, rassegnandogli Pisa, Livorno, Pietrasanta, Sarzana, altre piazze importanti, oltre ducentomila ducati (1494); contento di sbranare il dominio purchè sulla metà rimastagli potesse assidersi quieto. Traboccò lo sdegno de’ Fiorentini per queste arbitrarie codardie che rendevano inutile anche l’opposizione de’ Napoletani, e cacciarono a sassate quel vile mercadante (9 9bre) del proprio paese; e Pier Capponi, Francesco Valori, frà Savonarola, resuscitando l’entusiasmo patrio, fecero per la seconda volta dichiarare scaduti i Medici, e rinnovarono gli ordini repubblicani.

Della rivoluzione approfittarono (come troppo spesso avviene) i nemici di Firenze, e Pisa principalmente, che in ottantasette anni di tirannico dominio non avea deposte le ire e le speranze de’ vinti. Esultante di vedersi inondata di combattenti avversi a Firenze, nè riflettendo quant’è pericoloso fondare la propria libertà sovra stranieri che poi se ne vanno, diè di piglio alle armi, ruppe le insegne fiorentine, e al marzocco sostituì la statua del re liberatore[43]. Il re, onorato di splendidissime feste, a un ballo sedette fra le due più belle; le altre donne e fanciulle di concerto se gli gittarono alle ginocchia domandando che Pisa non ritornasse più sotto i Fiorentini, volendo esse piuttosto andare attorno a far guadagno del proprio corpo[44].

Entrato in Firenze (17 9bre) «in segno di vittoria armato egli e il suo cavallo, colla lancia sulla coscia» (Guicciardini), Carlo pretese trattarla come conquista; i suoi non sapeano dissimulare la cupidigia di saccheggiare la più ricca città d’Italia, e alloggiatisi ne’ palazzi medicei, presero quanto di bello v’aveano radunato i padroni in quadri, gemme, libri.

Al cadere di Pietro, il Savonarola vi era rimasto la persona più notevole, e co’ suoi perseverava in orazioni e digiuni per placar Dio; poi come udì che Carlo tentava sovvertire il governo, andò al palazzo, ed essendosi quello alzato di sedere per fargli riverenza, secondo il costume dei re di Francia, egli trasse fuori il crocifisso, e presentatoglielo alla faccia, — Questo (disse) ha fatto il cielo e la terra; non onorar me, ma questo ch’è re dei re, e punisce gli empj, e farà rovinar te con tutto il tuo esercito se non desisti da tanta crudeltà. È volontà di Dio che tu parta da questa città senza farvi mutazione» (Burlamacchi).

Con più positivo accorgimento la Signoria erasi circondata di condottieri; ogni signore avea dalla campagna chiamato i suoi villani; e Pier Capponi, al quale Carlo esibì una capitolazione ove intendeva tener Firenze come conquista, e ritrarne ingente somma, buttò via quel foglio; e Carlo avendogli detto — Faremo dar fiato alle nostre trombe», e’ gli rispose quel famoso motto: — E noi toccheremo le nostre campane». Il re voltò la cosa in celia, dicendo: — Ah Capponi, Capponi, voi siete un tristo cappone». I Francesi, che cogli arditi si placano, vollero persuadersi che tal sicurezza derivasse da grandi forze, e d’altra parte comprendevano che in città popolatissima e fra palazzi così massicci era follìa volere tener testa a un popolo sollevato; onde scesero a patti ragionevoli, lasciando a Firenze la libertà e i privilegi che godeva in Francia, le fortezze occupate, il dominio su Pisa, e ricevendo un sussidio per la guerra di Napoli. Senza dunque la rinvoluta politica de’ Medici si potè ottenere un accordo assai franco, come che velato da umili parole.

Carlo proseguì verso Romagna. Alessandro VI avea mosso ogni pietra per impedirlo, fin minacciando scomuniche, alle quali Carlo rispose avere fatto voto a san Pietro, e doverlo compire anche a costo della vita. Il papa, rivoltosi a mezzi migliori, tornò in buona coi Napoletani, ricevendone presidio; autorizzò Ferdinando di Spagna a valersi contro Francia delle decime ecclesiastiche accordate a danno de’ Musulmani; a Bajazet II granturco annunziò i disegni di Carlo contro la Turchia, invocandone la buona amicizia, e che gli mandasse subito quarantamila zecchini, e tenesse in soggezione i Veneziani perchè non aiutassero Francia.

Ma i signori battaglieri di Romagna, dopo avere corrotta l’Italia colle ambizioni proprie, la rovinavano vendendosi alle altrui; e sempre in armi e in fazioni, occupavano piazze forti fin in vista di Roma. Or dunque i Malatesta, i Riario, i Manfredi, i Bentivoglio, i Baglioni, gli Sforza trattarono ciascuno di per sè; Colonna e Orsini si chiarirono per Francia, dandole tutto il patrimonio di San Pietro; i Napoletani fuggirono; a Roma il popolaccio gridava — Pace, pace»; e gli avversarj di papa Alessandro, principalmente il cardinale Giuliano della Rovere, che non gli perdonò mai d’essergli prevalso nel comperare la tiara, fortificatosi in Ostia, esercitava nimicizia, ed esortava Carlo a convocare un concilio e deporre l’indegno pontefice. Ma questo giunse a propiziarselo, promettendo separare la propria dalla causa del Napoletano, dando cappelli rossi ai favoriti di esso, aprendogli castel Sant’Angelo, lasciandogli ostaggio suo figlio Cesare, proclamando indulgenza plenaria all’esercito invasore.

Dei due figli lasciati da Maometto II granturco (Cap. CXVIII, in fine), Bajazet riuscì a cingersi la bifida spada del Profeta, vincendo il fratello Zizim o Gem, che fuggì di terra in terra e da ultimo al granmaestro di Rodi. Molti potentati il chiesero, come opportuno ad una guerra contro il Turco; alfine l’ebbe il papa, cui Bajazet mandò magnifici regali, tra’ quali la lancia di Longino[45], e preghiera di ben conservare suo fratello, assegnandogli perciò quarantamila ducati annui. A Carlo importava d’avere quest’altro pretesto di guerra contro il granturco; e Alessandro non potendo ricusare, gliel consegnava, ma vollero dire l’avesse in prevenzione avvelenato, giacchè pochi giorni dopo morì.

Roma restò salva dal saccheggio (31 xbre): e con una curiosità sbigottita vide entrare quell’esercito, così diverso dai consueti[46]. Carlo, indugiatovisi un mese, fortificato con tutta l’artiglieria nel palazzo di Venezia, dove battè moneta col titolo d’imperatore, fondò la chiesa della Trinità dei Monti, fece fustigare, affogare, mozzare orecchi, impiccare «per attestato che aveva alta, media e bassa giustizia a Roma non altrimenti che a Parigi», e lasciò che i suoi rubacchiassero e lascivissero; poi sollecitato dai baroni, sfilò in due corpi verso Napoli, passando per Siena, «dove fecero cose disoneste e brutte; e bisognava che avessero quel che desideravano, giusto o ingiusto»[47].

È consueto tacciare di codardi i Napoletani nel difendere la casa propria: ma vaglia il vero, qual ragione aveano di esporsi onde sostenere un dominio che disamavano, e tanto più dopo le esazioni necessarie in que’ frangenti? Se non bastava il perfido trucidamento dei baroni, Ferdinando avea preso ombra fin d’un pio romito, san Francesco di Paola, e gli diè colpa di fondar conventi senza il regio assenso, e d’altre siffatte importanze de’ tiranni fiacchi; forse indignato perchè il santo, già in voce di profeta per avere indovinato la presa di Costantinopoli e l’assalto di Otranto, ripeteva grandissime sciagure sovrastare al regno. In tali conflitti, il popolo suol mettersi coll’inerme, anche quando avvocati e giornalisti parteggiano pel più forte. «E perchè si diceva Carlo esser santo uomo e di bonissima coscienza e giusto, e ancora perchè il re napoletano si portava male co’ suoi popoli, tutte le terre, città e castella correvano alla ubbidienza del re di Francia, e portavano le chiavi... e non aspettavano che sua maestà fosse presso a quelle da venticinque o trenta miglia; e il giorno non poteva resistere di dare udienza agli ambasciadori e mandati dalle comunità; e non bisognava combattere città e castella con spada e lancia, chè le genti ne cacciavano fuori la gente del re napoletano... e a quei passi dove si stimava che badassero più mesi per voler passare, non ristettero niente; anzi, quanto potevano camminare, tanto acquistavano al giorno; se mille miglia avessero camminato, tanto acquistavano di paese».

Tanta fiacchezza nel cedere non campava dai disastri del resistere; poichè i Francesi nelle piazze di frontiera sterminavano intere popolazioni, e sfogavano i brutali istinti fin negli spedali. Ne restava sbattuto il coraggio de’ nostri, come se un assassino entri col pugnale in mezzo ad un diverbio di famiglia; onde «nè virtù, nè animo, nè consiglio, non cupidità di onore, non potenza, non fede mostrando» (Guicciardini), fuggivano. Alfonso II, che pure aveva acquistato nome di prode nel ricuperare Otranto e nella guerra di Lombardia, e che il tesoro raccolto da suo padre aveva impinguato con una tassa straordinaria, in quel precipizio delle cose sue, straziato dai rimorsi, e parendogli che ogni cosa gli gridasse Francia, Francia, e che l’ombra paterna gl’intronasse dovere le commesse crudeltà aver castigo irreparabile, abdicò, e portando seco trecentomila ducati, rifuggì fra i monaci di Màzara in Sicilia (1495), e presto morì. Suo figlio Ferdinando, che s’era opposto al primo calar de’ Francesi, fu allora salutato re; e immune dell’esecrazione popolare, anzi lodato per umanità e coraggio, sperava far fronte alla tempesta. Si attestò alle gole di San Germano: ma vedendosi circuito da tradimenti, le truppe sfiduciate, popolo e nobiltà insorgere a favor di Francia, e a questa disertare il capitano Trivulzio, e gli Orsini fuggire o capitolare, e la plebe di Napoli buttarsi al saccheggiar le stalle e il palazzo regio, sciolse i suoi dal giuramento, e riparò ad Ischia (21 febb.), esclamando col Salmista: — Se il Signore non custodisce la città, invano faticano quei che la guardano».

Carlo, più fortunato di Cesare, venne e vinse prima di vedere i nemici; e, come diceva Alessandro VI, cogli sproni di legno, e col gesso per segnare gli alloggi, cinque mesi dopo mosso di Francia, entrò in Napoli. «Vi fu ricevuto con festeggiamento incredibile, concorrendo ogni sesso, ogni età, ogni condizione, ogni qualità, ogni fazione d’uomini, come se fosse stato padre e fondatore di quella città» (Giannone); i meglio beneficati dalla casa d’Aragona più abbondarono in applausi; e il letterato Giovian Pontano nel coronamento recitò un’arringa, non solo adulatrice di Carlo, ma codardamente ingiuriosa agli Aragonesi di cui era creatura.

Il paludamento imperiale e il pomo d’oro che portava nell’entrata, attestavano che Costantinopoli era sul disegno di Carlo. Da Otranto sbarcherebbe nell’alta Albania; Schiavoni, Albanesi, Greci gli tenderebbero la mano; l’arcivescovo di Durazzo avea già fatto côlta d’armi e di gente; cinquemila in Tessaglia non aspettavano che il segnale. Ma i Veneziani tenevano il sultano informato e de’ preparativi del nemico e delle trame dei sudditi, che furono tuffate nel sangue. Di peggiori danni erano causa i comporti de’ Francesi. Fin allora le due nazioni non s’erano conosciute che dal lato peggiore; e i nostri consideravano i Francesi come una gente nordica, digiuna d’ogni civiltà, quale l’avevano veduta calarsi coi Normanni dapprima, poi con Carlo d’Angiò, e ultimamente cogli Armagnacci, baldanzosa nell’uso delle armi, stretta al sistema feudale, ligia ai rei, rapace, lasciva.

I Francesi in fatto non aveano più la rettitudine istintiva dell’infanzia e non ancora il senno dell’età matura, ma cieca avidità di piaceri e distruzione; riverivano negl’Italiani la precoce civiltà, la classica letteratura e il primato religioso, ma in tutto ritrovavano di che beffare o sprezzare; nell’urbanità vedeano raffinamento d’astuzia, duplicità, perfidia, corruttela; pedanteria nell’erudizione, avidità e intrigo nella curia di Roma: al vulgo eran parse magia le magnificenze che dalla corte di Gian Galeazzo avea portate in Francia Valentina Visconti; di qua vedea giungere gli astrologi, altra specie di stregoni; di qua gli usuraj e i finanzieri, la cui abilità faceali considerare come sanguisughe del popolo.

Ed ecco repente i Francesi si trovano a spadroneggiare in questo paese incantato, dove le case hanno i vestiboli popolati di statue, e dentro stoffe, cristalli, cantine e cucina lautamente provviste, tappeti di Fiandra, più sale che camere, più spazio che alloggi, e terrazze aeree, e al lusso unita l’economia campestre in quelle viti che s’attaccano ai colonnati, in quelle api che fanno il mele entro le volute joniche, in quelle pecore e vacche che passano sotto ai portici. Vogliosi d’esercitarvi la cupidità non solo, ma il dispetto che i forti covano contro gl’intelligenti, s’assisero brutalmente nelle città arricchite dal commercio e dalle arti, e tutto manomisero; per soldarli si dovettero sottrarre capitali alle fabbriche, all’insegnamento; le rendite del ginnasio romano furono confiscate a quest’uso; la scuola e la stamperia di Aldo Manuzio andò dispersa.

D’altra parte le delizie italiane inebbriavano, e da Napoli Carlo VIII scriveva a Pietro di Bourbon suo cognato: — Deh che bei giardini qui ho! affedidio non vi mancano che Adamo ed Eva per crederlo il paradiso terrestre, tanto son belli e ricolmi d’ogni buona e singolar cosa. Inoltre vi ho trovato i migliori pittori, e ad essi voi commetterete di fare le più belle soffitte che sia possibile, e non saranno soffitte di Baux, di Lyon e d’altri luoghi di Francia, che non s’accostano in nulla per beltà e ricchezza a questi di qua; ed io li menerò con me per farne ad Amboise». E il cardinale Briçonnet alla regina Anna di Bretagna: — Vorrei che vostra maestà avesse veduta questa città, e le belle cose che vi sono; un vero paradiso terrestre. Il re, per sua bontà, ha voluto mostrarmi tutto quando arrivai a Firenze, dentro e fuori, e vi assicuro ch’è incredibile la vaghezza di questi luoghi, appropriati ad ogni sorta di piaceri mondani... Il re ve ne conterà, e vi ecciterà desiderio di venir a vedere»[48].

Queste delizie erano stimolo a lascivia; la galanteria leggera e vivace dei Francesi solleticava la sensualità meridionale; e le poesie loro di quel tempo son piene d’allusioni alle buone venture di que’ soldati presso le donne lombarde e pugliesi, alla gelosia de’ mariti, al dispetto delle dame parigine[49].

L’esercito francese, che non avea trovato veruna opposizione in quei condottieri italiani così vantati per tattica e valore, nessuna nei popoli cui toglieva i proprj principi e l’indipendenza, concepì smisurata presunzione di sè e vilipendio de’ nostri, sicchè nè stima, nè riguardo mostrava a nemici od amici. Carlo, abbandonatosi a giostre ed amori, non approvvigionò le fortezze, non ammanì vittovaglie; intanto disgustava i nobili col mozzare le giurisdizioni feudali; e per contentare i suoi, che chiedeano tutte le cariche, tutti i titoli, i feudi, i governi, esso li toglieva ai legittimi possessori, di qualunque colore fossero. I fautori antichi degli Angioini aveano sperato premj della diuturna fedeltà; i fautori nuovi li speravano del pronto disertare dagli Aragonesi: ma gli uni e gli altri si trovavano sconosciuti dal re e da’ suoi, ignorati i loro meriti e le sofferte pene; e dopo stentato nelle anticamere, a gran fatica otteneano una parola dal frivolo ed inetto Carlo. Tutti dunque del pari soffrivano, spogli, vilipesi coll’insolenza dell’indisputata vittoria, mentre i conquistatori, snervati dalle lascivie e satolli d’oro, agognavano di restituirsi in patria a narrar le imprese; cosa che a quella nazione importa quanto il compirle.

Tornava dunque il pensiero a Ferdinando II, cui non si aveano delitti a rinfacciare; tutti lo rimpiangeano, molti insorsero a favor di lui, che s’arrischiò anche a qualche sbarco. D’ogni parte intanto giungeano male nuove al quartier generale, e Carlo potè chiarirsi che invasione non disputata non è conquista, e che la conquista non si assoda se non col possesso.

Ferdinando, ricoverato in Sicilia, mandò per soccorsi a Ferdinando il Cattolico, dimenticandosi delle costui pretensioni sul Regno; e quegli volentieri intrometteasi sperandone guadagno, e temendo le antiche ragioni degli Angioini sulla Sicilia. Massimiliano imperatore lagnavasi che Carlo avesse leso le ragioni imperiali col calarsi in Italia senza suo consenso. Toscana era tutta in subuglio contro Firenze, la quale però dal Savonarola era mantenuta in devozione di Carlo. Il resto d’Italia avversava i Francesi dacchè temette volessero qui piantarsi. Lodovico il Moro, soddisfatto della sua ambizione, non tardò adombrarsi e dei diritti che sopra il Milanese metteva in campo il duca d’Orléans qual discendente da Valentina Visconti, e sì dell’aura acquistata presso Carlo dal Trivulzio, condottiere milanese suo gran nemico, e da’ fuorusciti genovesi.

Venezia, che prima non avea voluto credere alla calata de’ Francesi[50], poi s’andava persuadendo che non persisterebbero, come li vide vincitori, si fe centro agli scontenti (1495), negoziò lega tra loro per la conservazione reciproca degli Stati e la difesa d’Italia, senza dimenticare il solito titolo della guerra coi Turchi: e stipendiò quanti erano condottieri in Italia. Lo storico Commines, il quale, erede della politica di Luigi XI, vegliava da Venezia sulle storditaggini del re di Francia, l’avvertì delle mene veneziane; ma a che buono, se colui era sbalordito dai proprj trionfi? Papa Alessandro non andò guari a pentirsi del favore usatogli, e gli dava parole invece della investitura del Reame, dove la bandiera aragonese si rialzava. Sin la Francia, per quanto allucinata dalla gloria che fu sempre il suo idolo e il suo malanno, sgradiva una spedizione che, per interessi privati, compromettea di fuori le forze, di dentro il riposo.

Carlo dunque pensò ritornarsene (20 maggio), lasciando vicerè Gilberto di Montpensier, e comandanti alle piazze; col che smembrato l’esercito, rendeva a questo impossibile la tutela del regno, a sè perigliosa la ritirata. Traversato Roma senza osar punire la perfidia d’Alessandro, nè impedire che i suoi soldati malmenassero il territorio, entrò sul Fiorentino, che trovò in armi, e frà Girolamo, che gliel avea conservato fedele, con franchezza gli rinfacciò la sua perfidia ai giuramenti prestati sugli altari, la negligenza nel riformar la Chiesa, gli eccessi del suo esercito; e poichè avea fallito alla missione datagli dall’alto, il minacciò del flagello celeste. La morte del Delfino, accaduta fra pochi giorni, crebbe al frate la reputazione di profeta.

Carlo sgomentato sviò da Firenze, volgendo sovra Pisa; e invece di accelerar la marcia prima che i suoi nemici si accozzassero, si badò nelle varie città per goder le feste e le dimostrazioni. L’interesse che vi presero i suoi gl’impedì di rivendere a Firenze la libertà di Pisa e Siena, che a queste avea già venduta; ma senza conciliare la franchezza delle une colle promesse fatte all’altra, uscì di Toscana. I contadini non mancavano di portare viveri, ma i Francesi tremavano non fossero attossicati; e qualche Svizzero che, bevi e ribevi, moriva d’intemperanza, diceasi vittima dei veleni italiani[51]. Faticosamente traversarono le montagne del Pontremoli colle artiglierie; ma quando speravano svallare da quelle angustie nell’ubertosa Lombardia, i confederati italiani numerosi intercisero la via a Fornovo, fra colline divise dal Taro, che dalle montagne del Genovesato piove nel Po.

Massimiliano imperatore avea promesso moltissime truppe, e non ne mandò che un pugno. Lodovico il Moro si era impegnato di soldare Austriaci e Svevi, poi all’uopo scarseggiò di denaro. Ma i Veneziani raccolsero grosso stuolo di cavalleria dalmata ed epirota; altri signori, e massime i Sanseverino, condussero corpi; onde, fra le contraddittorie relazioni, sembra che l’esercito sommasse a quarantamila uomini, comandato da Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Su costui s’allargano le cronache, descrivendone le abilità cavalleresche del correre, cavalcare, ferir giostre e torneamenti, cacciare il cinghiale; sommo dilettante di cani e di cavalli che a gran prezzo traeva da lontanissimo; benchè giovane allora di venticinque anni, era in fama d’uno dei migliori capitani. I Francesi, inferiori di numero e spossati dalla marcia, chiesero di poter passare pagando le vittovaglie; i nostri ricusarono, onde fu forza venire a giornata.

Parve sì stringente il pericolo, che nove guerrieri (6 luglio) si vestirono come il re, per eludere i colpi ad esso diretti; ed egli si votò a san Dionigi e a san Martino. Ingaggiata la battaglia con furore più che con arte, e presto rotte le lancie, si venne agli stocchi e alle mazze ferrate; i cavalli medesimi si combatteano con spintoni e morsi e calci: ma con cavalli più deboli e armi più pesanti de’ Francesi, i nostri colpiti cascavano a terra, e non potendo più rialzarsi, quivi dai valletti erano ammazzati; la fanteria nostrale non reggeva al peso degli Svizzeri e alla furia francese; quando poi il Trivulzio abbandonò le ricche salmerie all’ingordigia degli Stradioti, su quelle si gettarono, e dietro a loro i fanti, e tutto andò in iscompiglio, lasciando i Francesi prendere la rivincita. Un combattimento, che alcuno dice durato dalle quindici ore fin all’una di notte, e alcuno solo due ore, anzi meno[52], e di cui è incerta ogni particolarità, fin il numero de’ combattenti, riuscì sanguinosissimo, non dando i Francesi quartiere perchè non poteano menarsi dietro i prigioni, anzi affrettandosi a sventrarli nell’idea che avessero inghiottito l’oro per sottrarlo alla rapacità.

Carlo portava sempre indosso un prezioso reliquiario contenente particelle del legno della santa Croce, del velo della beata Vergine, della veste del Salvatore, della spugna, della lancia: per assicurarlo l’aveva affidato al suo cameriere; ma cadde in mano de’ Veneziani, come anche un libriccino devoto, su cui aveva manoscritta un’orazione. Il duca di Milano sul luogo del conflitto fece erigere una cappella: il marchese di Mantova nella sua città la chiesa di Santa Maria della Vittoria con un quadro del Mantegna. «A Bologna è sta fatto fuoghi, sonà campane, e fatto gran cridori a honor de San Marco per el successo del Taro. In Venezia è sta fatto procession, come anche a Milan e Fiorenza, per ringraziar Dio de tanto don... È sta trattà in consegio dei X di far un monastier de frati Osservanti a Fornovo, e de intitolar la giesa Santa Maria della Vittoria, con cinquecento ducati de intrada... I Francesi che xè morti è quattromila. È sta dà tagia a la persona del re trentamila ducati morto, e a chi ’l dà vivo in man dei Provedidori e del duca de Milan, trentamila ducati e do castelli»[53].

Gl’Italiani cantavano dunque vittoria, ma la cantarono anche i Francesi: e certo i nostri non conseguirono quel che voleano, cioè d’impedire la ritirata, benchè doppj di numero degli avversarj; non mostrarono nè quella tattica per cui erano rinomati, nè quell’accordo che solo può accertar la vittoria; non seppero attaccare quando l’avanguardia era ancora isolata, nè inseguire quando il disordine era compito. L’Italia non avea mai fatto sforzo più potente a sua tutela; e fu l’ultima volta che le armi sue confederate si trovassero a respingere gli stranieri: ma se a Legnano dalla vittoria era saldata l’indipendenza, a Fornovo fu perduta.

A Carlo parve avere buon patto del potere più che di passo e senza suon di trombe seguitare la marcia traverso a paese nemico, e nel bollore dell’estate, dove i Francesi soffersero ogni sorta privazioni, pur ridendo e spassandosi. Altra porzione dell’esercito, che condotta da Luigi d’Orléans era discesa sulla Lombardia per rinfrancare il re, si trovò assediata alla gagliarda in Novara[54] dai Milanesi, e avendo sperperato i viveri colla solita spensieratezza, pativa gli estremi della fame, sinchè Carlo, non potendo allargarla coll’armi, il fece per patti, cedendo quella città allo Sforza. Sopraggiunsero fra ciò gli Svizzeri, e non soli cinquemila quanti Carlo n’avea chiesti, ma ventimila, e fanciulli e donne del pari sarebbero venuti, se non si fossero poste guardie a frenarli; tanto gli inuzzoliva la pinguedine lombarda.

Intanto si moltiplicavano e incrociavano le trattative: ma il re godeva in Chieri l’amore di Anna Solera; la nobiltà francese, trascendente nelle vittorie e insofferente delle traversìe, ripeteva esser imprudenza l’esporre il re a nuovo pericolo; e invece di rinnovare con quel poderosissimo rinforzo le ostilità, vollero fosser rimandati gli Svizzeri, che delusi della speranza di bottinare, si gettarono sul campo francese. Carlo, ch’e’ voleano arrestare come sicurtà delle paghe, a fatica si salvò fuggendo, e promettendo mezzo milione di franchi a questi amici, più molesti dei nemici. Un corpo di Francesi ch’egli avea lasciato in Asti sotto il Trivulzio per tenere aperto quel varco, ben presto disertò.

Restava la guarnigione a Napoli: levandola avrebbe abbandonato alle vendette quei che l’aveano favorito; lasciandola, la sacrificava irreparabilmente. Di fatto Ferdinando II ricomparve, con nuovi eccidj ricuperando le varie città; e Mori e Greci a gara coi Francesi uccideano e saccomannavano; il popolo trucidava a furore e sventrava i Francesi; le masnade di assassini che il Governo tollerava sperando se ne formassero buoni soldati, davano fieramente addosso a chiunque si sbandasse. Fabrizio e Prospero Colonna, con larghissimi doni guadagnati da Carlo VIII, lo abbandonarono dacchè più nulla ebbero a sperarne; Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara, allora appunto ucciso a tradimento, Gonsalvo di Cordova il gran capitano di Spagna, e principalmente la peste, difficoltavano ogni di più la situazione de’ Francesi, sol dagli Orsini sostenuti. I due eserciti, in estrema penuria di denaro ed esauste le fonti ordinarie, si presentano nei piani di Puglia per riscuotere ciascuno la gabella che le greggie pagavano per pascolare, e in poche ore trucidano seicentomila capi di bestiame minuto, ducentomila di grosso. Non minore carnificina faceasi d’uomini. I migrati insistevano perchè Carlo mandasse ajuti a quel pugno di prodi che sosteneva l’onor di Francia; ed egli in fatti ordinò un robustissimo armamento, e parea sulle mosse, quando disse voler prima andare a raccomandarsi a san Dionigi in Parigi e a san Martino in Tours; e rivalicò le Alpi (22 8bre).

I Francesi non soccorsi dovettero capitolare, e si ridussero a Baja aspettando l’imbarco: ma prima che questo arrivasse, i morbi li sterminarono. Il Trivulzio da Asti minacciava Genova, poi desistette, dissero guadagnato dai denari del Moro, ma piuttosto trattovi dalla propria instabilità, sagrificando i suoi partigiani. Infine Carlo conchiuse col re di Spagna una tregua (1496 13 luglio), nella quale furono comprese le potenze italiane.

CAPITOLO CXXIX. Conseguenze della spedizione di Carlo VIII. Fine del Savonarola e di Lodovico il Moro.

Un re che capitana il proprio esercito, alletta i popoli e la storia, anche quando sfortunato; e fra i conquistatori vien noverato Carlo VIII per un’impresa assunta con puerile vanità, inescusabile nello scopo, menata alla pazzesca, detestando nelle guise, riuscita per accidente, impossibile a conservarsi. Non portò altro frutto che di logorare uomini e ricchezze; nè per l’Italia fu una sventura di quelle che istruiscono e ritemprano un popolo, come quelle del Barbarossa e del 1848; pose in mostra soltanto inabilità contro inabilità, piccoli spedienti, partiti irragionevoli spesso, ingenerosi sempre, intrighi di diplomazia, complicazione d’alleanze tutte doppie e perfide; ogni potentato invocò il Turco, perfino il papa; le discordie giunsero all’estrema esacerbazione, e per isfogarle si ricorse ai forestieri, i quali più avidi tesero lo sguardo su noi, perchè sicuri di appoggio, onde furano inoculati all’Italia germi di guerre, non meno funesti che il morbo diffuso dall’esercito del piccolo re.

Sbrattatolo da’ Francesi, Ferdinando rassettava il regno (1496), quando morì di ventinove anni, prima di perdere l’amore dei sudditi; eppure avanti morire ordinò fosse decollato il vescovo di Teano, e per tema che il comando restasse ineseguito, volle vederne il teschio. Gli succedeva lo zio Federico II, quarto re in tre anni, che colla moderazione e l’indulgenza cercò sopire le gelosie e gli sdegni, e riguadagnarsi gli Angioini.

In Firenze, dopo espulsi i Medici, la balìa voleva chiamare al dominio i cugini di quelli, discendenti da Lorenzo fratello di Cosmo il Vecchio; ma alla democrazia anelavano i più, e principalmente il Savonarola, il quale non avea cessato di predicare contro i tiranni, e minacciare il peggior flagello, la dominazione di stranieri. Il verificarsi delle sventure da lui vaticinate aggiunse credito a lui ed alla parte dei Piagnoni o Frateschi; persone di tutti i colori accorsero in Firenze, e minacciavano lo sterminio dei Medici; sicchè per prima cosa bisognava calmare. E il frate vi riuscì; poi intento ad associar religione, morale, libertà, introdusse un governo popolare sì, ma sul modello di Venezia, ammirata come capolavoro delle costituzioni[55], mettendo limite alla podestà fin là incondizionata della Signoria.

Dio regna in cielo, Cristo in Firenze; i Signori sono gli angeli che fanno il bene, gli Otto di guardia sono gli angeli che impediscono il male; e così via con idee mistiche vestendo riforme, in verità meschine quando non anche improvvide. Per risanguare le finanze ciascuno contribuirebbe un decimo della sua sostanza immobile. E poichè della libertà faceasi strada alla riforma morale, ai ribaldi costumi fece guerra con provvedimenti esagerati; contro la sodomia e il giuoco sfrenato invocando le domestiche delazioni[56]; le cortigiane si esporrebbero a suon di trombe; a chi giuoca cinquanta ducati, si mandasse a dire che il Comune n’abbisogna mille, e li desse; ai bestemmiatori si forasse la lingua; si chiudessero le botteghe in festa, eccetto le farmacie; i debitori potessero la domenica uscire senza pericolo per udir messa e predica.

Dal concetto primitivo derivavano eccessive conseguenze. Se il Governo è modellato a esempio del cielo, lo sparlarne sarà empietà; i decreti son ordini divini, comunicati per mezzo profetico, dunque indisputabili; il messo di Dio s’intrigherà delle minime cose, portando lo spionaggio e la discordia nelle famiglie, donde dissapori e malevolenze, mentre la guerra al lusso uccideva l’industria, vita di Firenze.

Tra i Piagnoni primeggiavano Pierfrancesco Valori e Paolantonio Soderini, mentre Guidantonio Vespucci menava gli oligarchi, che avvezzi al buon tempo, a comandi e magistrati, e volendo conservarli, si chiamavano Compagnacci o Arrabbiati pel gridar che faceano contro la versatilità e impudenza della plebe. I Palleschi o Bigi, fautori de’ Medici o piuttosto nemici del riformare i costumi, s’accostavano qualche fiata ai Piagnoni, sol perchè avversi alla balìa.

La qual balìa era stata rinnovata al modo antico, cioè dal popolo convocato in piazza. Nessuna espressione più illusoria dell’approvazione popolare che il voto universale; e il popolo fiorentino, gelosissimo di quest’omaggio alla sua sovranità, non avea mai fatto che approvare le rivoluzioni compite, e conferire la balìa, cioè potere assoluto di riformar la repubblica. Venti accoppiatori furono destinati a tener le borse, cioè a fare essi soli l’elezione; sicchè in questi pochi restringevasi l’autorità: eppure dissentendo fra loro, sparpagliavano i voti sopra moltissimi candidati, a scapito dell’opinione. Savonarola, che li fulminava come una nuova tirannide, e voleva le elezioni fossero restituite al popolo che meglio sa i meriti di ciascuno, fece vincere che entrassero nel consiglio generale tutti quelli, di cui il padre, l’avo e il bisavo avessero goduto la cittadinanza; i magistrati fossero eletti da questo consiglio, non dalla sorte nè da pochi oligarchi. Allora, pubblicando che rendeva per la prima volta veramente popolari le elezioni, bandì piena amnistia, serbando così illibato il suo trionfo.

Fu opera del frate se i Fiorentini non presero parte cogli altri Italiani nel cacciare Carlo VIII, il quale però, senza riguardo per essi, manipolava con Pietro de’ Medici. Costui non seppe cogliere il destro di rientrare in Firenze all’ombra del re; dappoi lo tentò, invano: due volte coll’ajuto di condottieri romagnuoli e d’interne intelligenze. Di queste imputati, Bernardo del Nero gonfaloniere ed altri potenti e creduti cittadini furono condannati a morte (1497 1 agosto). Secondo la legge emanata dal Savonarola, essi appellarono al gran consiglio: ma ben vedendo ch’era quistione di Stato più che di giustizia, e che l’assolverli equivaleva a condannare il reggimento d’allora, gli esagerati urlando fecero ricusare l’appello, e non lasciarono la sala del consiglio finchè la sentenza non fu eseguita.

Tristo al partito liberale il giorno ch’è costretto violare le proprie ordinanze e rinnegare le proclamate libertà! I Piagnoni scaddero di grazia: — Il Savonarola (gridavasi dagli Arrabbiati) è un intrigante, le cui passioni dissonano dalle parole, giacchè dopo proclamata l’amnistia non impedì il costoro supplizio; un insensato, che annunziò come inviato da Dio questo Carlo VIII; è donnajuolo, ambizioso, instabile; il coraggio, la pietà sua dov’erano nella peste d’or ora, quand’egli e i suoi frati si chiusero nel convento?»

Nuovi odj accumulavasi frà Girolamo coll’inveire contro la scandalosa famiglia del pontefice, dove un fratello uccideva l’altro per gelosia della comune sorella, dove la bagascia del gran prete figurava nelle funzioni di palazzo e di chiesa: ed Alessandro VI, dopo ammonitolo ripetutamente, gli attaccò processo d’eresia, e interdisse il predicare. Il frate protestò, e: — La santità vostra si degni indicarmi qual cosa io deva rivocare di quanto ho scritto o detto, e volenterissimo il farò»[57]; poi non solo disobbedisce, ma allega una decisione di papa Pelagio, che, quando la scomunica sia ingiusta, non importi cercarne l’assoluzione[58]; e celebra in pubblico, e ripiglia il predicare, più ascoltato come suole chi è perseguitato.

Citato a Roma, temendo per la sua vita, nega andarvi; e poichè è della natura umana l’esagerare nel puntiglio delle quistioni, sostiene in predica il papa poter fallare o perchè mal informato, o perchè operi contro coscienza; poi via via incalorendosi, se già avea detto che non è vero successore di san Pietro chi non ne imita i costumi, cerca sia convocato un concilio e deposto Alessandro; ne scrive ai re di Spagna, di Francia, d’Ungheria, d’Inghilterra, a Lodovico Moro, che, per ingraziarsi il papa, manda a questo la lettera.

Alessandro non uscì dalle vie della moderazione[59]; consultò quattordici teologi domenicani; lasciogli sempre aperto il pentimento; nel breve ai frati dell’Annunziata lo chiamava excommunicatum et de hæresi suspectum, ma non eretico; esortava la Signoria che «facesse qualche segno di resistere al predicare qualche tempo, e che in qualche modo si umiliasse frà Girolamo a chiedere l’assoluzione, la quale quando seguisse, non gliela dinegherebbe mai, e poi il predicare»[60]. Non ascoltato, intimò nuova scomunica, ordinando alla Signoria d’imporgli silenzio se non volea vedere occupate di fuori le sostanze de’ Fiorentini, e interdetto il territorio proprio.

Ne mostrano scandalo i frati d’altri Ordini, e gli Agostiniani lo anatemizzano: ne pigliano baldanza i Compagnacci, ed ora ipocritamente non vogliono aver affare con lui scomunicato e figliuolo di perdizione, ora collo spurgarsi e stropicciare piedi e grugnire ne accompagnano i sermoni; o gli fan trovare il pulpito fetido di brutture o covertato colla pelle d’un asino; o a mezza la predica sollevano in alto il tronco delle limosine, e lasciandolo cadere con gran fracasso scompigliano l’udienza. Quand’egli fece una processione «con i fanciulli tutti con una crocellina piccola di legno rossa in mano, passando sul ponte di Santa Trinita, li dileggiavano, e tolsero la croce rossa di mano, e rotta alcuna e gittata in Arno: nientedimeno detti fanciulli non feciono quistione, ma seguirono la processione; e fu cosa meravigliosa che avessino più cervello i fanciulli che i grandi: e bene Iddio dimostrò che era con loro, e cogli Arrabbiati il diavolo, da poi avevano in odio la Croce di Cristo» (Cambi).

La plebe pretende sempre miracoli da’ suoi idoli; e anche Carlo VIII, plebe di re, aveva detto beffardamente al Savonarola: — Fatemi un miracoluccio». Ora Francesco da Puglia, frate minore, sfidò il Savonarola (1498) a provare la verità delle sue predicazioni col giudizio di Dio: — Entri con me nel fuoco, e chi resterà illeso sia creduto. Perirò forse, ma col vantaggio di meco distruggere un eresiarca, che tante anime trarrebbe a perdizione».

Il papa ringraziò i Francescani d’un sacrifizio, di cui la memoria non cadrebbe in eterno: il vulgo inuzzolì di tale spettacolo: gli accorti previdero che il Savonarola non accetterebbe, onde essi n’avrebbero il destro di trattarlo di vile, od esporlo alle baje. In fatto il Savonarola declinò l’empia prova; mentre insistevano gli avversarj per coprirlo di confusione, gli entusiasti nella persuasione della riuscita, e tutti i Domenicani, e molti laici e monache e donne e fanciulli si esibivano a sostenere il cimento del fuoco in sua vece[61]. Fu dunque forza aderirvi, e frà Domenico Buonvicino di Pescia, suo discepolo prediletto, se l’assunse per sostenere che, 1º la Chiesa di Dio ha bisogno d’essere rinnovata; 2º essa verrà percossa; 3º dopo i flagelli, Firenze e la Chiesa saranno rinnovate e prospereranno; 4º gl’infedeli si convertiranno a Cristo; 5º queste cose avverranno ai nostri tempi; 6º la scomunica portata contro frà Girolamo è nulla; nè peccano quei che non ne tengono conto.

Nacque un interminabile disputare sulle forme (1498 7 aprile): finalmente allestita la pira e tutto, frà Girolamo pretese che il suo campione v’entrasse con l’ostia consacrata. Lo negarono risolutamente i Francescani: si cominciò a dire ch’egli era un fatucchiero, e portava vesti incantate: la giornata consumossi dal sì al no, e a sera un acquazzone disperse la folla, che era accorsa da tutto il territorio, avida di spettacolo, d’emozioni, di miracoli.

L’entusiasmo deluso si muta in ira e vendetta; i Compagnacci lo gridano impostore; la Signoria può ormai affidarsi a lasciarlo prendere a furia di popolo, e processare. I suoi voleano difenderlo colla forza, ed egli lo impedì. Frà Benedetto da Firenze, che al secolo era stato il pittore Bettuccio, voleva a ogni modo andare seco in prigione, ma esso gli si rivolse dicendo: — Per obbedienza non venite, perchè io e frà Domenico dobbiamo morire per l’amor di Cristo»; ed in questo fu rapito dagli occhi de’ suoi figli, che tutti piangeano (Burlamacchi). Per le vie è insultato; uno gli caccia un pugno nelle spalle, dicendo: — Profetizza chi ti ha percosso», un altro un calcio dietro, e — Costà hai ha profezia»; amici parenti degli ultimamente condannati si satollano di vendetta, ingiuriano i Piagnoni, uccidono Francesco Valori colla moglie ed altri. Sgominati gli amici, non restano più nel consiglio e ne’ tribunali che gli avversarj del frate, i quali ripermettono le bische, gli spassi, i vizj.

Condannare un frate non si poteva senza licenza del papa, il quale domandatone, chiese gli fosse consegnato il Savonarola; ma la Signoria ne volle in Firenze il processo, presenti due giudici ecclesiastici. Tribunale di tutti nemici, eppure non trova titolo a condannarlo, quantunque un ser Cecconi falsificasse le deposizioni; e un de’ giudici dicesse, — Un frate di più o di meno cosa importa?» Stirato sulla tortura perchè confessasse menzognere le sue rivelazioni, appena tolto dall’eculeo smentiva le calunnie estortegli, e — Non ho mai detto di credermi ispirato, bensì di fondarmi sopra le sante Scritture; non cupidigia, non ambizione mi mosse, ma desiderio che per opera mia si convocasse il concilio, e i costumi si riformassero a similitudine dei tempi apostolici»[62].

Avea quarantacinque anni (1498), e nel mese di prigionia scrisse l’esposizione del Miserere, che nel commentare gli altri salmi avea tralasciata, dicendo serbarla pel tempo delle sue calamità. Condannato al fuoco (23 maggio) con frà Domenico e frà Silvestro Maruffi, allorchè il vescovo, sconsacrandoli, intimò che li separava come eretici dalla Chiesa, frà Girolamo soggiunse — Dalla militante», colla fiducia d’entrare nella trionfante. Detto loro che sua santità li liberava dalle pene del purgatorio e concedeva indulgenza plenaria de’ loro peccati, e domandato se l’accettassero, chinarono il capo e dissero, Sì. Ultimo e senza smentire il suo coraggio frà Girolamo andò al patibolo. Il vento parve un istante impedire le fiamme, sicchè già la plebe gridava Miracolo; e mentre alcuni il bestemmiavano come impostore e demagogo, altri perseveravano a venerarlo come santo; e subito si videro «uscire dei pubblici scritti, delle significanti pitture, delle medaglie che lo van decorando dei titoli più gloriosi» (Bartoli). Allora gli Arrabbiati trionfanti perseguitarono molti come seguaci di lui, fra i quali Nicolò Machiavelli condannato in ducencinquanta fiorini; il titolo di Piagnone divenne un insulto; e parvero liberalismo la scostumatezza e la superstizione, cui il frate avea fatto guerra[63].

Il Savonarola fu un martire della verità anticipata? fu un profeta?[64] fu un gran patriota? un gran democratico? un precursore della riforma religiosa? o un allucinato? un impostore?

Per quanto lo negasse quando gliene fu fatta colpa, egli disse veramente, e probabilmente credette essere ispirato da Dio ad annunziare la verità e l’avvenire, e — Se un angelo di Dio venisse un giorno a contraddirmi, non gli credete, perchè è Dio medesimo che parlò»[65]. Chi però conosce gl’impeti delle anime poetiche, lo taccerà d’impostore? e tanto più in tempo che queste comunicazioni fra il cielo e la terra teneansi come consuete? Fin da’ primordj una Bresciana gli scrisse preconizzandogli il suo avvenire; frà Angelo da Brescia avea veduto la testa di lui circondata da aureola; quando le sciagure annunziate piombarono sull’Italia, potè credere egli stesso d’averle conosciute per lume superno; e allora alla prudenza umana aggiuntasi l’ispirazione, interposto Iddio fra il pensier suo e la sua persona, pigliò confidenza in sè e baldanza nell’operare. Ma ambizione personale non mostrò, non cercò propagare le sue persuasioni colla forza, sibbene coll’esempio, vale a dire che credeva alla potenza del vero. In filosofia come in politica ritraeva direttamente da san Tommaso, e innanzi tutto proponeasi la correzione de’ costumi; ma avea voluto guidare i popoli per mezzo della passione e delle moltitudini, e, inevitabile vicenda, vi soccombette.

L’uccisione di lui però fu politica anzi che religiosa, e Lutero ebbe torto di farsene un precursore[66], giacchè le azioni sue lo mostrano piuttosto un uomo del medioevo che della Riforma, elegia del passato piuttosto che tromba dell’avvenire. Ben è vero che, non essendo riuscito a rintegrar quel passato, potè servire d’incentivo a quei che sorsero ad abbatterlo; come uccide il corpo un medicamento che non bastò a guarirlo. Se non fu eretico, però disobbedì, e sostenne che uno scomunicato può ancor predicare e celebrare; ma delle opere di lui fu approvata la stampa, e solo più tardi ne fu messa all’Indice qualcuna. Poco dopo il supplizio, Raffaello il dipingeva nelle sale Vaticane fra i dottori della Chiesa; in Santa Maria Novella era ritratto fra le lunette che rappresentano Cristo predicante e san Domenico nascente; allorchè si trattò di beatificare Caterina de’ Ricci che lo invocava nelle sue orazioni[67], tornò in disputa la bontà di fra Girolamo; e Filippo Neri, che ne serbava in camera il ritratto, pregava Iddio non ne fosse riprovata la memoria. E non fu: anzi si sparsero e si tennero per le case immagini e medaglie, ov’era intitolato dottore e martire; e per più di due secoli, nell’anniversario dell’esecuzione di lui, i giovani spargeano la fiorita sul luogo che ne fu infamato[68].

Il giorno che a Firenze dovea farsi il giudizio di Dio col fuoco, in Amboise moriva di colpo Carlo VIII ventottenne. Non lasciando figliuoli, succedeagli Luigi XII duca d’Orléans, che educato a lubricità e stravizj, sempre bisognoso d’un favorito, e incapace di lunga applicazione, per destati tumulti venne lungamente tenuto in gabbia di ferro. Ma salendo al trono immegliò, protesse i diritti dei più in modo che fu detto padre del popolo. Come signore d’Asti già teneva un piede in Italia; e nella coronazione (1498 27 magg.) fecesi dall’araldo gridare duca di Milano e re delle due Sicilie e di Gerusalemme, come discendente da Valentina Visconti ed erede degli Angioini.

Giova ripetere che Valentina, generata da Gian Galeazzo in Isabella di Francia, avea nel 1489 sposato Luigi d’Orléans fratello del re Carlo VI; e i Francesi, che sempre ci rinfacciano alcune triste regine di casa italiana, dimenticano questa che portò all’ancor rozza Corte la coltura nostra, valse tanto a consolare la misera follìa del cognato Carlo, nobilmente amò il marito; lui morto, adottò per divisa Rien ne m’est plus, Plus ne m’est rien; e a vendicarlo nelle infelici capiglie de’ Borgognoni e Armagnacchi allevò il figlio Carlo, il quale fu il primo che con eleganza e facilità esprimesse in versi francesi idee graziose e sentimenti veri, governati dalla malinconia naturale ad un uomo che tanti anni passò prigioniero degl’Inglesi.

Carlo fu padre di Luigi XII e di Giovanni d’Angoulême, del quale i discendenti anch’essi vennero poi al trono. Luigi pretendeva dunque al Milanese, usurpato dagli Sforza; e sebbene questo Stato non passasse regolarmente di padre in figlio e tanto meno in donne, la politica interna e la esterna il persuadevano a impadronirsene, per dare esercizio alle forze irrequiete de’ suoi, proteggere le frontiere meglio che con fortezze, e impedire che le piccole signorie d’Italia contrastassero l’ingrandire della francese. Le ire degli Italiani, rincrudite dalla calata di Carlo, lo favorirebbero nella speranza di sfogarsi.

Alessandro VI perseguitava gli Orsini, chiaritisi per Francia. L’avere Carlo VIII per grossa somma rimesso ai Fiorentini le fortezze occupate, stimolò le gelosie altrui; sicchè i Veneziani e Lodovico il Moro contro di loro sostennero Pisa, che ostinatissima si difese. Paolo Vitelli, valoroso inesorabile che l’assediava, uccideva le sentinelle che trovasse addormentate, levava gli occhi agli archibugieri che facesse prigioni e le mani ai bombardieri, in esecrazione delle nuove armi; eppure non essendo riuscito a prenderla, cadde in sospetto dei Fiorentini, che processatolo alla corda, il decapitarono; ma con ciò si resero nemici tutti i condottieri, a troppo lor costo[69]. Anche ai Genovesi venne fatto d’impossessarsi di Sarzana, ai Lucchesi di Pietrasanta; l’implacabile cardinale Della Rovere minacciava Genova sua patria e il papa suo emulo: insomma dappertutto combatteano Italiani contro Italiani, colle lentezze della tattica antica, invelenita dalla fierezza imparata dagli invasori.

Fra i potentati primeggiava il Moro. Il suo Stato era de’ più floridi, e Commines dicea non averne mai visto uno più bello e di maggior valuta, giacchè si potrebbe cavarne cinquecentomila ducati l’anno, restando i sudditi ricchi anche troppo e contenti, mentre il duca ne traeva seicencinquanta e fin settecentomila[70]. Lodovico, secondo l’andazzo, proteggeva le lettere e radunava ingegni elettissimi: Franchino Gaffuri da Lodi musicante; Gabriele Pirovano e Ambrogio Varese medici e astrologi; i letterati Emilio Ferrari novarese, Giorgio Merula alessandrino, Alessandro Minuciano pugliese, il quale a Milano piantò stamperia in casa, e a proprie spese fece stampare Orazio e la prima volta tutte le opere di Cicerone, come Dionigi Nestore vi stampò un dizionario latino: Andrea Cornazano che cantò in terzine l’arte militare; lo storico e giureconsulto Donato Bossi, Pòntico Virunio (Lodovico da Ponte) erudito e matematico, Antonio Fileremo Fregoso genovese, Gaspare Visconte, Nicola da Correggio facevano gara di lodare il principe, al quale da Firenze applaudiva Angelo Poliziano; Jacopo Antiquario di Perugia, famoso latinista, gli serviva da segretario; da uffiziale delle milizie Andrea Bajardo parmigiano, autore del romanzo Adriano e Narcisa e di molte rime in volgare; Luca Paciólo gli dirigeva la sua opera matematica «ad ornamento de la sua degnissima biblioteca de inumerabile moltitudine de volumi in ogni facultà e doctrina adorna»; Bernardo Bellincioni fiorentino era il suo poeta laureato; suoi storici Bernardino Corio e Tristano Calco, mentre Nicolò Scillacio messinese raccontava il viaggio di Cristoforo Colombo, trasmessogli in lettera spagnuola da Guglielmo Como (1494). Aperse un teatro, formò un’accademia d’arti belle e scienze, ampliò la fabbrica dell’Università di Pavia, preparò a Milano il Lazzaretto, disegno forse di Bramante, il quale invitato da lui con cinquemila ducati di stipendio, eresse la tribuna e la cupola delle Grazie, il vestibolo di San Celso, la sacristia di San Satiro, il chiostro di Sant’Ambrogio, mentre Leonardo da Vinci, chiamato collo stipendio di duemila ducati, dipingeva la mirabile Cena alle Grazie, modellava il colosso equestre di Francesco Sforza, nel nuovo canale della Martesana applicava i sostegni che noi chiamiamo conche, e fondava una scuola pittorica da cui uscirono i Luini, Cesare da Sesto, Marco d’Ogino, il Lomazzo, il Salaini, il Boltraffi.

«Questo glorioso e magnanimo principe in Milano fece ornare il castello di Porta Zobia di mirabili e belli edifizj, e la piazza ch’è innanzi fece aggrandire; nelle contrade della città tutti gli ostacoli fece tor via, e le facciate fece dipingere, ornare e imbellire; e il simile nella città di Pavia; per il che, come prima erano dette brutte e lorde città, adesso si ponno dire bellissime. E Vigevano, stanza molto dilettevole a’ signori, fece aggrandire ed ornare di molti degni e belli edifizj, e vi fece fare una bella ed ornata piazza, e tutta la terra fece selciare e imbellire; e vi fece fare un parco, dove mise molte selvaggine, a piacere e ricreazione: fecevi anche fare alcuni bellissimi giardini; e perchè quel paese era molto arido e secco, vi fece fare alcuni acquedotti, con grande artifizio ed ingegno; per modo che tanta abbondanza di acqua conducono, che molte belle e buone possessioni fece fare in quei terreni che prima erano sterili e di poco frutto, e al presente sono abbondantissimi»[71]. Attese anche a riformare gli statuti, e dilatò la coltura della pianta di cui portava il nome.

Ingegno operosissimo ed animo basso, incompiuto nelle buone come nelle triste qualità, Lodovico, alla guisa de’ moderni, credeva che l’abilità fosse tutto, confidava di potere colla politica destrezza dirigere le sorti italiane, e dava negli sbagli di chi troppo sottiglia. Avea creduto che Carlo VIII dovesse professarsegli obbligato; che Pietro Medici e gli Aragonesi fossero abbattuti ma non disfatti, i Veneziani intimoriti, tutti attoniti della potenza di lui; durante la reggenza della duchessa Bianca, sperava ciuffare il Piemonte mediante intelligenze col marchese di Saluzzo e il signore di Valperga, e così unire tutta l’alta Italia. Ma la valanga smossa rotolò diversamente da quel ch’egli divisava, e mentre si facea bello di avere, colla propria astuzia, chiamato e respinto Carlo, puniti e rialzati gli Aragonesi, e vantavasi che «Cristo in cielo e il Moro in terra sanno il fin di questa guerra»[72], si trovò sopraffatto da pretensioni, di cui non s’era adombrato quando invitò i Francesi; onde movea nuovi scacchi, rinterzava trattati e alleanze, e per seguire la guerra e stare sul vantaggio mescolava un nuovo potentato nelle vicende italiane, invitando Massimiliano cesare a venir qui per la corona.

La caduta della casa di Borgogna (pag. 57), come arrotondò la Francia, così assodò la grandezza di casa d’Austria, poichè l’arciduca Massimiliano, sposando Maria figlia di Carlo il Temerario, ereditò i Paesi Bassi, aggiungendoli ai dominj aviti dell’Austria, Stiria, Carintia, Carniola, Tirolo, Svevia, Alsazia, ed ebbe anche la corona imperiale. Bello di persona, vivace e piacevole di modi, cultore delle arti e delle lettere, ardito, cavalleresco, era improvvidissimo amministratore, e in tempo che il denaro acquistava suprema importanza, trovavasene sempre tal carestia, che i nostri lo chiamavano Massimiliano Pochidenari; per buscarsi trecentomila scudi di dote sposò Bianca Sforza, nipote del Moro; vendeva privilegi e titoli, e diritto di legittimare bastardi, e fin di creare poeti[73]. Fallendogli dunque i mezzi, interrompeva di botto le imprese che aveva assunte sprovvedutamente; di nuove ne pigliava sol per avere un pretesto d’abbandonare le vecchie; trescava negli affari altrui per iscusarsi di negligere i proprj; grandi intenti enunciava, e non ad uno riusciva; nascondeva i propositi onde non discuterli con chi che fosse; venuto poi l’istante di eseguirli, si lasciava scoraggiare dalla prima opposizione.

Casa d’Austria fu in ogni tempo pertinacissima a voler ricuperare ciò che abbia una volta posseduto; laonde Massimiliano ritentò sottomettere gli Svizzeri. I quali gli mandarono dire: — Altezza, noi siam gente grossolana, e potremmo mancare ai riguardi dovuti ad una corona»; egli non badò all’avviso, ma sconfitto, dovette ricorrere alla mediazione del duca di Milano. E gli Svizzeri, redentisi colla prima guerra dalla casa d’Austria, e con questa dall’Impero, si allearono a Francia, provvedendola di soldati che divennero funesti al Tedesco, e che aborrivano il duca di Milano perchè vietava di portare dalla Lombardia vittovaglie per la Svizzera.

Massimiliano credette inutile la coronazione a Roma, e s’intitolò imperatore eletto de’ Romani, col che pareva volesse tenersi scevro dalle cose nostre: ma diede ascolto al Moro suo zio, che gli prometteva duecentomila fiorini se lo titolasse re di Milano. Scese dunque dal Tirolo per la Valtellina (1496); ma con sì tenui forze, che chi non volle obbedirgli, non potè esservi costretto; egli medesimo vergognandosi cercava strade appartate, e sfuggiva le città per non restar mortificato dalle accoglienze.

Pisa era sempre la mira delle armi e de’ maneggi; i Fiorentini la voleano per l’antico possesso; il Moro la bramava come unico ristoro alla mal consigliata guerra; viepiù Venezia, che già tenendo numerosi posti nella Puglia, coll’assidersi a Pisa sarebbesi trovata unica signora del Mediterraneo. Anche Massimiliano vi pensava come a città dell’impero; e fornito di qualche denaro e d’una flotta dai nemici di Firenze (1498), assediò Livorno; ma ben presto dovette, secondo il solito, levarsi dall’impresa e tornare in Germania, qui lasciando sempre più bassa idea di sè.

Il Moro non n’aveva ottenuto che titoli per sè e pei figliuoli, e promessa di migliaja d’armati, in ricambio della promessa di milioni di denari; onde tornò a movere ogni ordigno per impedire che i Fiorentini si accordassero con Venezia, com’erano in pratica, e non le abbandonassero Pisa[74]: ma i Veneziani, che pur professavano una politica affatto italiana[75], imitando quel che nel Moro aveano altamente disapprovato, non esitarono a suscitargli un antagonista, col trattato di Blois (1499 15 aprile) riconoscendo Luigi XII duca di Milano e re di Napoli, a patto che loro cedesse Cremona e la Geradadda, e le città da essi tenute nella Puglia. Luigi, desiderando sciogliere le odiose sue nozze con Giovanna figlia di Luigi XI, e sposare Anna vedova del suo predecessore erede della Bretagna, accarezzava a tal fine Alessandro VI, che col favore di lui sperava ingrandire la propria famiglia.

Il Moro vedendo addensarsi il nembo, vi si preparò. La guerra non faceasi che per mezzo di condottieri, quali allora Baglione di Perugia, Marco Martinengo da Brescia, Galeazzo di Sanseverino, Appiano di Piombino, Virginio Orsini famoso indugiatore e maestro de’ migliori combattenti, Camillo Vitelli che avea inventato gli archibugieri a cavallo, Bartolomeo d’Alviano degli Atti di Todi, Paolo Vitelli di Civita di Castello, e suo fratello Vitellozzo. Su cotesti dovea far capitale Lodovico: ma i Romagnoli erano costretti rimanere a casa per ischermirsi dagli attacchi del papa, ostinatosi ad abbattere que’ contumaci castellani: de’ suoi alleati, Massimiliano era occupato contro gli Svizzeri; e poi, che bene ripromettersene? Federico di Napoli pensava a rifarsi de’ sofferti disastri. Mancangli i Cristiani? ed egli ricorre ai Turchi, e invita Bajazet II, mettendogli in sospetto Venezia e la Francia. Bajazet mandò nel Friuli Scader bascià di Bosnia (29 7bre), che devastò sino alla Livenza, facendo grandissimo numero di prigionieri; e perchè se ne trovava imbarazzato nel ripassare il Tagliamento, scelse i migliori, gli altri trucidò. Più odioso ne diveniva cotesto incessante sommovitore d’Italia; onde si esultò all’udire che i Francesi discendevano numerosi.

Dei condottieri milanesi i più rinomati erano i Dal Verme e il Trivulzio. Jacopo Dal Verme, che vedemmo (Cap. CXII) segnalarsi al servizio di Can Signorio, poi di Gian Galeazzo, del quale fu mandestra, n’ebbe in feudo amplissimi possessi nelle Langhe trasmontane, nel Piacentino, nel Pavese, nel Veronese, nel Vicentino; e Piacenza, Milano, Pavia, Verona si disputarono l’onore di dare la cittadinanza a quella famiglia. Luigi suo figlio spiegò valore combattendo pe’ Veneti e pe’ Fiorentini; dalla Repubblica Ambrosiana passò a Francesco Sforza, e aggiunse altri feudi ai paterni. Suo figlio Pietro ebbe onori e cariche dagli Sforza, ma Lodovico il Moro pensò torlo di vita sì per gelosia, sì per occuparne i vastissimi possessi che il faceano pari a un sovrano; morì in fatto di veleno il 1485, e subito le sue terre vennero tratte al fisco. Marcantonio figlio di lui come contumace fu condannato a morte; ma all’avvicinarsi dei Francesi, Lodovico cercò cattivarselo, e gli restituì i beni, donde egli levò truppe per soccorrerlo[76].

Terribile avversario restava Gian Giacomo Trivulzio. Principalissimo nella guerra del 1483 contro i Veneziani; poi sbandito per gelosia del Moro, servì a re Ferdinando contro i baroni e al papa contro Carlo VIII, meritando il contado di Belcastro; passato quindi al re di Francia, n’ebbe il ducato di Melfi, la contea di Pezenasco, e il titolo di capitano generale, colla condotta di cinquecento cavalli e la provvigione di duemila ducati, e adottò come propria la nazione che lo assoldava. Nelle precedenti condotte più volte egli avea mantenuto del proprio gli eserciti, lasciati sprovvisti dai principi, ed erasi acquistata terribile rinomanza di superbia e di severità militare. Nell’esercito della Lega dell’83, i saccomanni, che sempre numerosissimi seguivano gli accampamenti, svogliati dal rigore di lui, fecero tra sè un’intesa, ponendosi a capo un papa con cardinali, arcivescovi, vescovi di loro creazione; e al grido di falcetta, doveano dar nell’armi e uccidere chi gli affrontasse; e così metteano a ruba e taglia le vicinanze. Il Trivulzio, per dissipare la masnada, quanti ne cogliesse facea impiccare, e fin di propria mano andava a trucidarli. Tali erano gli eserciti, tali i capitani.

Vero è che il Trivulzio seppe anche perdonare; a un assassino appiattatosi per ucciderlo non fece male; a una ribaldaglia di Spagnuoli che, non ricevendo le paghe, congiurarono rivoltarsegli, distribuì le paghe del proprio. L’aver mutato spesso bandiera e servito i forestieri contro la patria, è colpa comune ai capitani d’allora, che si consideravano indipendenti quant’oggi i re nelle loro alleanze: ma anche dopo gli elogi asseritigli da un valente biografo, non sappiam vedere in lui che un soldato; e poniamo che della forza non abbia fatto il brutale abuso che poteva, il titolo di Magno potrebbe convenirgli solo se avesse militato per la causa nazionale.

Il Moro l’avea fatto appiccare in effigie come traditore, ond’egli accannito a vendicarsi, non meno col valore che colle intelligenze in pochi giorni prese Varese e Tortona, lasciando saccheggiare alla scapestrata; mentre Galeazzo Sanseverino, cui il Moro suo suocero avea fidate tutte le forze, benchè appoggiato all’importante fortezza d’Alessandria, fuggì senza aspettare il nemico, traditore o codardo. I Veneziani intanto arrivavano a Caravaggio e a Lodi: benchè il duca avesse tentato riguadagnare i cuori coll’esporre la propria condotta e i delitti che non avea commessi, donare e restituir feudi ai signori, far le concessioni che nulla si valutano quando ispirate da paura, i Milanesi tumultuarono e uccisero il Landriano, ministro delle finanze. Esso duca sollecitava soccorsi da Massimiliano, promettendo cedergli la Valtellina e Bormio fin a Como; dal re di Napoli, mostrando ch’egli era la sua sentinella avanzata; e a Galeazzo Visconti suo ministro presso gli Svizzeri scriveva: — Non vi possemo explicare lo sterminio, il terror grande ove se trovamo; ma vedemo in un momento esser presa questa cità, e dreto il resto dello Stato, se grossissimo numero de gente non è qui in un subito. Non trovamo termini de parole, trovandone in questo caso come posseti extimare, conducti a serrarsi in questo castello, ove expecteremo la venuta della maestà sua che ne liberi; nè sapemo che altro far che morire»[77].

Abbandonato di soccorsi e di consiglio all’avvicinarsi dell’ora di Dio, mandò via i figliuoli e il tesoro col fratello cardinale Ascanio; e approvvigionato il castello di Milano e istituita una reggenza, vegliò la notte sull’urna di Beatrice d’Este, che dianzi l’avea lasciato vedovo, donna forse virtuosa, certo robusta, che aveva sostenuto il coraggio ed ispirato riverenza al marito, il quale il nome e il ritratto di lei pose sempre col suo negli atti, sulle fabbriche, ne’ quadri. Indi, non sentendo che imprecazioni rispondere alle lacrime e alle raccomandazioni sue, per Como e la Valtellina fuggì in Germania. Allora i capitani voltano casacca, il popolo sollevato manda a chiamare i Francesi e il Trivulzio, e in venti giorni il ducato cangia padrone senza stilla di sangue. Re Luigi XII arriva a cosa fatta; e avuto a tradimento anche il castello, entra pomposamente in Milano (2 8bre), ricantato portatore della pace e della libertà, e l’altre baje al solito.

Ma, al solito, i vinti dovettero pagar le spese; trecentomila ducati di contribuzione per essersi ribellati a Francia coll’accogliere il Moro; ai gentiluomini favorevoli a questo levate le case e le possessioni per dispensarle a sudditi o benevoli di Francia; la città pagherebbe l’anno cenventimila ducati. Il re però affettava popolarità coll’invitarsi a pranzo o a cena da questo o da quel signore, e levarne figliuoli al battesimo; restituì ai nobili il diritto di caccia, che gli Sforza avevano a sè riservato; sciolse i prelati dal dover somministrare ciascuno un bue alla mensa ducale; crebbe il soldo ai professori nella riaperta Università di Pavia, accolse letterati e artisti, armò cavalieri.

Più notevole è la riforma che introdusse pel governo, e che sopravvisse alle posteriori vicende; poichè il consiglio segreto e quel di giustizia, che stavano a fianco al principe, radunò nel senato, composto di sette togati, cinque militari e tre prelati, irremovibili, presieduti da un gran cancelliere, che custodiva i sigilli del re; tribunale supremo sul modello del parlamento francese, e che poteva sospendere (interinare) i decreti regj quando repugnassero ai diritti e al bene del paese.

Conoscendo il miglior modo di mascherare la servitù, Luigi pose tutti impiegati nazionali; avvocato fiscale Girolamo Morone, uno de’ più fini politici; presidente del senato Goffredo Caroli saluzzese, leggista insigne[78]; luogotenente il Trivulzio, al quale anche regalò la terra di Vigevano, in compenso delle artiglierie trovate in Milano che a lui sarebbonsi devolute, e che valutavansi cencinquantamila scudi; e fattolo anche maresciallo di Francia, gli diede arbitrio di mettere in piedi quattrocento lancie italiane, comandate da chi gli piacesse. Ma mentre la prima arte di un nuovo dominio è di conciliarsi tutti i partiti, il Trivulzio lasciò corso alle ire di esule, spietatamente gravò i nobili ghibellini, e non ricordossi di coloro per cui mezzo avea trionfato: provocava l’invidia con un lusso insultante, e alla venuta di Luigi fece coprire gran parte della rugabella, dove tenea palazzo, e del corso di porta Romana, e ornatala come una sala, vi banchettò mille commensali, tra cui cenventi signori e cinque cardinali, e prolungatosi il pasto nella notte, venne illuminata a giorno, finchè si terminò con maschere e balli.

I nobili, sdegnati d’ubbidire a un compatriota, interpretavano a dispetto ogni atto del traditore della patria, del tre-volti; e dal borbottare passando alla insurrezione, coprirono porta Ticinese di barricate, difesero Marco Cagnola di cui egli voleva abbattere la casa, tanto che fu costretto ad umili proposte. Il popolo che, suo stile, erasi immaginato i Francesi dovessero fare scorrere latte e miele, vedendo cangiata la frasca e non il vino, piagnucolava, e diceva traditori tutti quei che aveano abbandonato il Moro. Le libidini poi e le prepotenze de’ soldati francesi porgeano troppi appigli ai capi de’ Ghibellini, che esageravano e invelenivano.

Il Moro agli estremi avea reso in libertà Galeazzo figlio del suo predecessore, scaltrendo però Isabella madre di lui di non fidarlo ai Francesi: ma essa, per la comune illusione di guardar per amici i nemici de’ nemici nostri, pose il fanciullo in mano di re Luigi, che, più crudele dell’usurpatore, l’obbligò a monacarsi. Inoltre fin d’allora cotesti stranieri insultavano la nazione in ciò che ha di più nobile, le belle arti; e Carlo VIII moltissimi libri asportò dal regno di Napoli; Luigi XII mandò in Francia la biblioteca viscontea di Pavia, così facendo getto del maggior bene della Francia, la simpatia che essa ispira.

Il Moro, che d’oltr’Alpe, come Buonaparte dall’isola d’Elba, spiava qual aura venisse di Lombardia, e, come tutti i fuorusciti, fantasticava speranze in ogni stormire di fronde, si lusingò di poter tornare in istato. Massimiliano l’aveva accolto coll’interesse della compassione e della parentela, e promessogli soccorsi, ma voleva denaro anticipato; onde il Moro, accortosi che a questo solo egli aspirava, preferì spenderlo cogli Svizzeri, arsenale comune. Raggranellatone un grosso, ripassò le Alpi e il lago di Como (1500), mentre il Trivulzio, maledetto a tutta gorgia e insultato, si ritirava trucidando. Al vedere un maresciallo fuggire dalla propria città, invanì il popolo milanese, e buttossi a saccheggiare la casa di lui e de’ caporioni guelfi; sicchè Lodovico, in quella Lombardia donde il settembre usciva bestemmiato, rientrò applaudito in febbrajo.

Diremo leggero il popolo? Ma questo desidera star meglio; crede a chi glielo promette; quand’è deluso, odia ancora, non il nome mutato, ma gli ordini non migliorati. Di chi la colpa?

Tosto Lodovico ebbe attorno i principotti, che rinvestiva delle signorie state confiscate dai Francesi, o che profittavano di quella debolezza per ricuperare od usurpare possessi. Ma non dormiva re Luigi; con altrettanta prontezza mandava soccorsi, e in nome della nuova amistanza obbligò gli Svizzeri a richiamare i loro compatrioti che stavano al soldo del duca. Fu come spezzar la spada in pugno a un combattente; e Lodovico dovette ricovrarsi in Novara. Ma gli Svizzeri, che la presidiavano, negarono combattere con lui, e si accinsero ad obbedire al loro Governo ritornando in patria; nè egli a gran lagrime potè impetrare se non che lo salvassero conducendolo tra le loro file travestito: ma un di loro l’additò ai nemici, onde fu preso (9 aprile) con tre fratelli Sanseverino. Il cardinale Ascanio, che teneva il castello di Milano, ricovrò a Rivolta presso Corrado Lando suo antico amico, e questi lo consegnò con altri della casa e con gentiluomini milanesi[79].

Il Moro, menato a Lione di pieno giorno fra l’insultante curiosità del popolo, chiese indarno di vedere l’ingeneroso vincitore, che lo tenne prigioniero a Loches gli altri dieci anni di sua vita. Colà potè masticare i tristi frutti della sua versatile politica: eppure tanto presunse della sagacia propria, che voleva ancora dare pareri e regolare il mondo; e nel testamento, con una povera politica, che unica forza riconosceva l’indebolire altrui, suggerisce continue paure, paura de’ condottieri, paura de’ ministri, paura de’ proprj istitutori, non mettersi vicino persone di troppo alto grado.

I Milanesi, confessando essere stati sleali al re e al maresciallo, ottennero perdono, e trovaronsi in dominio de’ Francesi. Il Trivulzio, tornato luogotenente, «per un pane violentemente tolto, fece suspendere doi Guasconi ad una quercia fora di porta Ticinese; per una gallina furata fece appiccare un Gallo; appresso fece strangolare un Francese sovra il ponte Vetro per aver ad un Milanese un manto rapinato; parimenti fece suspendere sopra esso ponte monsignore de Valge, cavaliere francese, perchè temerariamente volse in publico baciare una fanciulla» (Prato); insomma impiccò a dozzine i suoi soldati. Eppure son tanti i costoro soprusi, riferiti da’ semplici cronisti, che si vorrebbe poterli credere delle consuete esagerazioni della paura e dei partiti.

I signori ghibellini mal comportavano il Trivulzio, e ispirati dal Morone suo gran nemico, concitarono il popolo, che diviso per parrocchie, firmò registri onde fosse tolto dal governo; e mentre avrebbero strillato se il re avesse posto un luogotenente non nazionale, or l’invocavano forestiero acciocchè non fosse parziale a Guelfi nè a Ghibellini. E ottennero Carlo d’Amboise; ma la nuova servitù non dava ai Milanesi nemmanco il ristoro della pace. Gli Svizzeri, non ricevendo le paghe dai Francesi, nel ritirarsi dopo tradito il Moro, occuparono Bellinzona, in piena pace acquistando questa chiave d’Italia: e poco appresso anche Lugano, che furono per sempre divelti dal Milanese. Genova era già tocca alla Francia; Venezia ebbe Cremona e la Geradadda; la peste menò stragi nel 1502 e nel seguente. Poi l’imperatore Massimiliano, pretendendo spettasse a lui solo assegnare il ducato di Milano, e mostrando compassione pei figli del Moro, faceva segno di voler discendere a liberare la Lombardia, resuscitarvi i diritti del Barbarossa, e presa la corona imperiale, portare guerra al granturco; la quale impresa era allora il preambolo e l’epilogo di tutti i trattati, il tema di tutte le arringhe, il balocco che i politici gettavano ai sentimentali.

CAPITOLO CXXX. Romagna. I Borgia. Politica machiavellica.

Perno dell’indipendenza italiana era stato fin allora il pontificato. Mentre per tutto il medioevo si era mostrato cattolico, intento cioè a tutta la cristianità senza distinzione di paesi, nell’esiglio avignonese si rendette stromento di una politica speciale; coll’insaziabile fiscalità si disonorò; poi pel cozzo degl’interessi francesi e italiani si trovò sbranato nel grande scisma. Rimessosi da questo, cercò ringrazianirsi mediante i generosissimi sforzi che sostenne onde aggregarsi i Moscoviti, riconciliare l’Oriente, respingere l’islam; ma l’Europa cominciava a farsi sorda alla voce di esso. Pertanto si ridusse a potenza italiana, con leghe e guerre cercandosi un primato nella penisola; e dacchè più non valeva a signoreggiare i popoli de’ quali aveva fomentato l’adolescenza, confidava dello Stato ecclesiastico fare il punto d’appoggio pel quale movere il mondo. Scendendo allora nelle idee pagane che prevaleano, credette necessario il despotismo: ma questo, se anche non sconvenisse al successore di Pietro, era incompatibile con un capo elettivo; laonde fu costretto appoggiarsi sovra potenze straniere, nel mentre doveva impedire che stranieri predominassero in Italia, e mantenere la bilancia fra gli Stati di questa. Nella quale molta ingerenza gli davano la capitananza de’ Guelfi in Lombardia e Toscana e l’alta signoria sul regno di Napoli: ma l’oscillamento politico fece che contro dei papi si voltassero e i potentati rivali e l’opinione popolare, finchè la potenza loro esterna soccombette alle monarchie assolute e al protestantismo.

In tutto il medioevo i papi, come principi temporali, eransi trovati ristretti fra i baroni e il popolo. Quelli coi piccoli dominj ne assediavano la metropoli: questo sempre ostentò pretensioni di sovranità sì a fronte dei Cesari, ai quali conferiva il titolo di imperatori romani, sì a fronte del pontefice, che dovea rappresentare la dominazione della città eterna sopra le corone e sopra le intelligenze e le volontà. Ridotti a podestà politica, ai papi divenne necessità lo svincolarsi dalla violenza feudale e dalla popolare turbolenza. Erano riusciti a sottomettere la città di Roma privando d’ogni rappresentanza il senato; ma alcune città di Romagna aveano mantenuto o ricuperato il governo municipale, come Ancona, Assisi, Spoleto, Terni, Narni; le più stavano ad arbitrio di signorotti che, quantunque vinti, aveano conservato la dominazione col titolo di vicarj pontifizj, riconoscendo la supremazia del pontefice, promettendogli un censo annuo che di rado pagavano, e somministrandogli guerrieri e capitani, mercè dei quali egli avea peso nelle vicende.

Chi scrivesse particolarmente della Romagna, avrebbe una tela abbastanza ampia, tutta imbrattata di rivoluzioni, di sangue, di tradimenti. Giulio da Varano dominava a Camerino, Guidobaldo da Montefeltro fra la Toscana e le Marche, Vitellozzo Vitelli in Civita di Castello: Giovan della Rovere signor di Sinigaglia aspettava in eredità il ducato d’Urbino: Pesaro era signoreggiata da Giovanni Sforza, ramo cadetto dei Milanesi, e marito divorziato di Lucrezia Borgia: a Rimini, decaduta dall’antica floridezza, Malatesta col titolo di servigio accattava la tutela dei Veneziani, come anche Astorre Manfredi signor di Faenza e di val di Lamone, ed altri principotti sulle coste adriatiche; Ercole duca di Ferrara non si teneva dipendente dal papa, sebbene se ne intitolasse vicario. Ai Baglioni furono dati e tolti a vicenda dai papi Spello, Bettona, Montalera, altri castelli; in Perugia non godeano signoria, bensì la potenza dei più forti; e se i legati pontifizj cercavano sempre cincischiarla, Gian Paolo la sostenne vigorosamente.

Bologna era stata sottratta ai papi da Nicolò Piccinino, che meditando farla capitale d’uno Stato proprio, vi restituì intanto le antiche forme, e vi pose comandante suo figlio Francesco. La famiglia Bentivoglio, per lui ripatriata, primeggiò ben presto nell’affetto de’ Bolognesi; onde Francesco, coi tradimenti allora consueti, arrestò Annibale Bentivoglio con altri capi (1443), e lo chiuse in Verona. Galeazzo Marescotti lo liberò, e sollevata Bologna, lo fece porre a capo del governo, nel quale Veneziani e Fiorentini lo sostennero contro di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti. Annibale procurò col perdono e col benefizio cattivarsi gli avversarj, e massime i Canedoli: ma questi invece tramarono col Visconti, e invitato Annibale a levare un loro fanciullo al battesimo, ivi lo trucidarono con tutti i Bentivoglio. I Bolognesi, che l’amavano per le sue virtù e perchè restitutore della repubblica, assalsero, saccheggiarono, uccisero i Canedoli prima che giungessero i soccorsi promessi da Filippo Maria; poi andarono a cercare a Firenze Santi Cascese, sterpone di quella famiglia, che in qualità di tutore del fanciullo d’Annibale governò per sedici anni, onorato e ben voluto. Venne poi al dominio Giovanni Bentivoglio, che imparentato a case principesche, abbagliava collo splendore della corte e la gentilezza delle arti al modo di Lorenzo Medici, del quale se non aveva nè la coltura nè l’affabilità, in ricambio era ricco di virtù militari. Non riposarono però i suoi emuli, e singolarmente i Malvezzi congiurarono per ucciderlo; ma scoperti, alcuni fuggirono, diciotto furono appiccati, gli altri banditi.

Eugenio IV avea conferito il titolo di duca d’Urbino a Odo Antonio di Montefeltro, che due anni appresso cadde vittima di congiurati (1444). Federico suo fratello naturale, scolaro di Vittorino da Feltre e buon guerriero, gli fu acclamato successore; e ottenuto dal re di Napoli l’ordine dell’Ermellino, quel della Giarrettiera dal re d’Inghilterra, dal papa il titolo di duca, colle immense ricchezze acquistate in guerra e coi doni avuti fortificò il paese; «nell’aspro sito d’Urbino edificò un palazzo, il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo ma una città esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti di camere, ricchissimi drappi d’oro, di seta ed altre cose simili, ma per ornamento v’aggiunse un’infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime, instrumenti musici d’ogni sorta; nè quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente. Appresso, con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e d’argento, estimando che questa fosse la suprema eccellenza del suo magno palazzo»[80].

In quel palazzo, architettato alla romana da Baccio Pontello fiorentino, radunava quanti uomini avessero allora più lode in Italia, e principalmente giovani guerrieri: da quattrocento persone vi stavano a servigio, regolate secondo prescrizioni del duca; la biblioteca arricchivasi di opere rare, fra cui una famosa Bibbia, insigne per lettera, commenti e fregi; colà i due dotti greci Angelo e Demetrio insegnavano la loro lingua; Pirro Peratti, Cristoforo Landino, Giannantonio Campano, il Pontano, Francesco Martini dedicavangli le opere loro, ed esso li rimunerava con denaro, con protezione, con onori.

D’altre fabbriche ornava Gubbio, Cagli, Sassofeltrio, Tavoleto, Serra, La Pergola, Mercatello, Sassocorbaro, Casteldurante; cominciò la fabbrica del vecchio duomo d’Urbino, dispose a caccia i parchi di Casteldurante e Fossombrone. Sul Mercatale, dove i cittadini convenivano a giocare o a conversare, Federico veniva spesso, mescolavasi al popolo, ragionava, interrogava: «a tutti faceva motto: ad uno domandava come stava; ad un altro come stava il padre vecchio; a costui diceva, Dov’è tuo fratello? a colui Come passano i traffichi? e a quell’altro, Hai ancora preso moglie? A cui toccava la mano, a cui la metteva sulla spalla, ad ognuno rispondeva con la berretta in mano» (Vespasiano de’ Bisticci): o nel prato presso San Francesco assisteva ai giuochi dei giovinetti, che numerosi in sua Corte venivano dai varj paesi d’Italia. Mandava attorno affidati che pigliassero cognizione dei bisogni de’ sudditi, soccorressero ai poveri vergognosi.

Bernardino Baldi, che lo presenta come modello di virtù civili e guerresche, narra di lui «un atto di giustizia piacevole»; che assediando Barchi nel Riminese, proclamò lascerebbe andar liberi o i terrazzani o i soldati rinchiusi, secondo che quelli o questi fossero primi a rendergli la fortezza; gli altri tratterebbe a discrezione. Allora una gara di cedere; e i soldati furono primi, onde se n’andarono con ogni aver loro. Ai borghesi pure il duca consentì d’uscire con quanto poteano recarsi addosso: poi, chiuse novamente le porte, aizzò i suoi saccomanni a far prova d’entrarvi. Questa vile bordaglia vi si accinse con corde e scale finchè sormontò la mura e buttossi a rubare, con gran divertimento del duca e de’ suoi soldati. Chi pensi all’accoramento dei poveri saccheggiati, avrà un’altra prova che le sevizie allora si consideravano di regola fra le truppe.

Guidubaldo, succedutogli ancor fanciullo (1482), ne calcò le pedate.

Sigismondo Malatesta, lascivo, truffatore, crudele, anche eretico, colla prodezza acquistò un ampio dominio, e lo riperdette, più non conservando se non Rimini, che dopo fu governato da Isotta, concubina, poi moglie sua vantatissima. Roberto e Sallustio suoi bastardi aspiravano a signoria, e intanto si posero al soldo del pontefice, finchè Roberto pigliò Rimini, si alleò a Fernando di Napoli, e coll’ajuto di Firenze e Milano ricuperò sin quaranta castelli; diè brave battaglie, combattè in tutte le fazioni d’allora per riacquistare terre al papa. Gli succedeva Pandolfo figlio naturale (1482), che sfregiò la casa.

Imola e Forlì da papa Sisto IV erano state date a Gerolamo Riario, che le prosperò ed abbellì, ma coi tristi portamenti le trasse a rivoltarsi (1488), ucciderlo e trascinarlo per la città. Caterina sua moglie, figlia naturale di Galeazzo Sforza, si difese virilmente nella rôcca; e poichè i ribelli minacciavano ucciderne i figli se non la cedesse, ella rispose facessero pure, giacchè ne teneva uno a Imola, un altro nel ventre[81]. In fatto sopraggiunsero Giovanni Bentivoglio co’ Bolognesi, coi Milanesi Giovan Galeazzo Sanseverino, e sottomesse le città, vi proclamarono Ottaviano figlio dell’ucciso.

L’anno stesso Galeotto Manfredi signore di Faenza, chiamato in camera da sua moglie fintasi ammalata, vi fu ucciso da sicarj. Giovanni Bentivoglio costei padre accorse in arme per assicurare la successione al figlio Astorre; ma i Fiorentini, sospettando non l’usurpasse per sè, incitano il popolo, che prende lo stesso Bentivoglio. Subito quindicimila Bolognesi sono in armi per liberarlo; meglio però giova l’interposizione del re di Napoli e del duca di Milano.

Fra questi tirannelli prolungavasi dunque la vita feudale, e poichè i governi non aveano altre armi che mercenarie, la forza riducevasi in costoro, che tenendosi a capo di bande agguerrite e a sè attaccatissime, vestendole e armandole del proprio, alle scarse rendite supplivano col menarle a servizio altrui, o permettere ai principi di reclutarne sulle loro terre. Innestandovi poi la coltura moderna, ciascuno nella sua cittadina voleva avere corte e feste e adulatori; a dotti e artisti aprivano asilo, come ai ribelli dei vicini; provvedeano di cardinali il sacro collegio: donde un aspetto di singolare ricchezza, sostenuta collo smungere i sudditi o col guadagnar dalla guerra. Spinti da minuti rancori, o con pretensioni sproporzionate ai mezzi, ricorrevano a perfidie, a stili, a veleni, e l’opinione accettava per apologia del delitto l’audacia con cui era stato commesso. Gli uni aveano carpito la sovranità al popolo, altri alla Chiesa, altri all’imperatore: ma per soperchiare l’emulo, or a questo or a quello s’avvicinavano; or collegavansi tra sè; ora il papa stesso sosteneva un competitore per deprimer l’altro, o contro di entrambi evocava la libertà; sicchè con un potere d’ingiusta origine e di dubbia conservazione, doveano stare in sospetto del proprio, in avidità del dominio altrui, assiepati di masnade che li dispensavano dal cercare l’amore dei popoli. «Tra le altre disoneste vie che tenevano per arricchire, facevano leggi e proibivano alcuna azione, di poi erano i primi che davano cagione dell’inosservanza di esse, nè mai punivano gl’inosservanti, se non quando vedevano essere incorsi assai in simile pregiudizio, ed allora si voltavano alla punizione, non per zelo della legge fatta, ma per cupidità di riscuotere la pena. Donde nascevano molti inconvenienti, e soprattutto questo, che i popoli s’impoverivano e non correggevano; e quelli che erano impoveriti, s’ingegnavano contro i meno potenti di loro a prevalersi» (Machiavelli).

Viti, gelsi, ulivi andavano schiantati nelle avvicendate correrie, rimanendo unica rendita i pascoli e la messe degli anni in cui la guerra non obbligasse a cacciare gli armenti nelle terre murate, e ricoverarvi il grano non ben maturo. Alla campagna dunque non faceasi che qualche capanna; i villaggi afforzati resistevano, e se fossero presi, diroccati ed arsi, bisognava tosto rialzarli per usufruttare la campagna, sinchè non fu abbandonata alla sterilità deserta, alla mal’aria e alle bande di masnadieri.

In questo stato di guerra, chi fosse forte abbastanza per ridersi delle minaccie, assecondava i brutali istinti, e per leggerissime cagioni seguivano omicidj e rapine. Un gentiluomo dell’Umbria sfracellò contro al muro i bambini del suo nemico, ne inchiodò uno sulla propria porta, e ne strozzò la moglie gravida[82]. Oliverotto, nipote e allievo di Giovan Fogliano signore di Fermo, va a militare sotto Paolo Vitelli, e segnalatosi, scrive allo zio voler mostrarsi alla patria cogli onori guadagnati: questo gl’impetra di venire con cento cavalieri, gli procura solenni accoglienze, e banchetta tutte le autorità di Fermo; ma nel bel mezzo del convito Oliverotto fa scannare il Fogliano e i commensali, e gridarsi signore.

I papi, o togliessero i dominj ai principi antichi, o dessero terre della Chiesa in feudo ai loro favoriti, corrompevano ne’ popoli l’abitudine della soggezione; e violentemente strappandoli dalle istituzioni a cui erano affezionati o se non altro avvezzi, moltiplicavano gli scontenti e la facilità di rivoltarsi.

Roma nel suo materiale portava l’impronta de’ secoli e delle successive civiltà; e tempj, basiliche, terme convertiti in chiese, palazzi cesarei sormontati da rôcche e bastite, attestavano il passaggio dell’impero, della cattolicità, del Comune, del feudalismo. Ciascun rione apparteneva, si può dire, ad una famiglia; ai Colonna l’Esquilino, agli Orsini piazza Navona, ai Vico il Transtevere, altri colli ai Savelli, ai Frangipani; separati con mura e porte: nel centro intorno all’isola si accumulava la plebe, bisognosa e turbolenta: sul Vaticano si difendeva il papa, col castel Sant’Angelo impedendo ai cittadini di varcare il Tevere: ogni palazzo rappresentava un feudo in compendio, trasferito dalla campagna alla città, e sottoposto alle convenienze gerarchiche, per cui la torre del vassallo non doveva elevarsi quanto quella del caposignore. E tutti si guatavano con gelosia da nemici, opponevano le immunità all’esercizio del pubblico potere, aprivano cento asili ai mille delinquenti.

Non industria, non agricoltura; unica vita n’era il papato, che vi traeva l’oro di tutto il mondo, e un popolo di cherici, di notaj, di prelati, di banchieri, di postulanti, di pellegrini; popolazione fluttuante, che si sottraeva pur essa ad ogni legge. Migliaja di cariche erano create per servizio della corte e della dataria; e poichè esse fruttavano lautamente, erano vendute anche in aspettativa, e si negoziavano all’alto e basso, come oggi le rendite pubbliche. Prelati, cardinali, vescovi, mezzo preti e mezzo principi, vedovando le chiese venivano a Roma a spendere, a godere, a sfoggiare, a intrigare fra l’eleganza e la licenza. Ogni famiglia illustre d’Italia voleva avere un figliuolo nel sacro collegio per appoggio, per lustro, per guadagno: ogni cardinale teneva una corte di guardie, di camerieri, di staffieri, di buffoni, di cantanti, di poeti, a non dire il peggio. E poichè questa ricchezza non durava che a vita, nessuno brigavasi di farne masserizia, nè di migliorare i possessi, ma solo di accelerare e raffinare i godimenti. Ai quali, alleanza non rara, accoppiavasi un fiero istinto di sangue e di tradimenti, quasi la voluttà meglio si assaporasse quando poteva essere alla vigilia d’una morte violenta: alla commedia licenziosa servivano d’intermezzo gli assassinj: i veleni degl’imperatori romani, che si stillavano da nuove Canidie, erano quasi un pudore di chi non fosse sfacciato ad opere di mano: ma non mancavano i pugnali del Vecchio della montagna; e dall’ammalarsi d’Innocenzo VIII all’elezione del successore, ducentoventi cittadini furono assassinati (Infessura).

Gli Orsini, dominanti a occidente del Tevere, si dicevano guelfi; i Colonna, verso levante e mezzodì sul terreno degli antichi Sabini, alzavano bandiera ghibellina: nomi che non indicavano più se non un’eredità di odj, e una fedeltà soldatesca al modo che allora s’intendeva. Generalmente parteggiavano coi primi i Vitelli, cogli altri i Savelli e i Conti; esercitando in vendette private il valore quando nol potessero vendere ai forestieri. I papi, ridotti deboli e infermi, aizzavano gli uni contro gli altri, giacchè, qualunque parte perdesse, n’aveano accrescimento di potere. Sisto IV nimicissimo ai Colonna, Innocenzo VIII agli Orsini, aveano reciso i nervi di queste due famiglie: pure ancora Paolo, Virginio e Nicolò Orsini conte di Pitigliano da una parte, dall’altra Fabrizio e Prospero Colonna e Antonio Savelli, erano capitani rinomati, e cerchi a gara dai potenti.

A frangere costoro s’accinse con più risoluta fierezza Alessandro VI, il quale fra gli odj, lo scompiglio, il popolare scontento, sperò emulare Sisto IV e Luigi XI, e le piccole sovranità raccogliere in una sola, come portava l’assetto che succedeva a quello del medioevo. A tal uopo fece fondamento sul favore del popolo, giacchè, come suo figlio, diceva: — Chi vuol domare i grandi, non deve far poco pei piccoli»; onde allora furono istituiti ispettori per ascoltare gl’ingiustamente detenuti, quattro giudici che ripristinassero la giustizia in Roma, dove, lui sedente, mai non si patì di fame, mai non fu fraudato il soldo dell’operajo.

Fossero state queste sole le sue vie! ma egli pensò che perfidie e crudeltà fossero lecite a’ suoi fini; vendette ai potenti l’alleanza sua a prezzo di denaro e di parentele; sparse zizzania fra i signorotti onde opprimerli disuniti, e col pretesto che gli Orsini avessero favorito Carlo VIII, fece metter prigione Paolo e Virginio. Ma il condottiero Bartolomeo d’Alviano, loro allievo, raccozzò soldati e vagabondi, montandoli sui cavalli che indomiti errano per le campagne romane, e armatili come potè, difese dai papalini e dai Colonna Bracciano, l’Anguillara, Trevigiano, sinchè Vitellozzo Vitelli accorse con altre bande di vassalli, avvezzo a vincere sotto di suo padre e de’ suoi fratelli.

Il papa oppose loro il prode Guidobaldo d’Urbino, e Francesco duca di Gandia; ma vistili a Soriano in giusta battaglia sconfitti, e preso il primo, ferito l’altro, piegò a pace. E poichè ad esso duca di Gandia suo figlio non potè dare collocamento sulle costoro terre, eresse per lui Benevento in ducato, Terracina e Pontecorvo in contadi; e i cardinali in concistoro approvarono, eccetto uno, ond’esserne compensati di benefizj e condiscendenze. Ma pochi giorni dopo, un pescatore vedeva gettare un cadavere nel Tevere; chiesto perchè non l’avesse subito annunziato, — Tanti (rispose) ne vedo continuamente!» Era il duca di Gandia, ucciso, dissero, dal fratello Cesare cardinale, per gelosia dei favori del comun padre, o di quelli della comune sorella Lucrezia.

A quell’avviso di Dio pianse il papa, si pentì, ma poco poi tornò al vomito, e di più alto sperare trovò cagione nel rimastogli figlio Cesare. Questo eroe del delitto se abbisognasse di denaro mandava assassinare alcuno, e non era chi osasse chieder giustizia per non soccombere egli pure all’assassinio; a un cognato attentò col veleno, e non riuscendogli entrò in casa, e palesemente lo fece strangolare; sotto al manto medesimo del papa trucidò il Peroto, favorito di questo. Tali eccessi non poteano avverarsi se non dove le due autorità stavano congiunte, e facevano sentire quanto opportuno riparo stato fosse il celibato, se tanto osava un figlio di prete.

Luigi XII di Francia desiderava essere sciolto dal suo primo matrimonio, e che fosse dato il cappello cardinalizio a Giorgio d’Amboise suo ministro; e papa Alessandro spedì questi due favori per mezzo di Cesare. Vi andò «con tanta pompa di ricchezze e ornamenti, che pareva di magnificenza e ricchezza egli avesse quasi avanzato il fasto e la grandezza della corte reale» (Nardi): i cronisti francesi non rifinano di ammirare il lusso de’ suoi e del numerosissimo seguito, e la persona di lui tutta lucente di pietre preziose, sopra un cavallo ferrato d’oro e a bei lavori d’oro e perle. Cesare ottenne in compenso il ducato del Valentinese (1499), una compagnia di cento uomini, ventimila lire annue, e promessa d’un bel feudo nel Milanese, appena fosse conquistato.

Allora costui, depose la deturpata porpora per infamare il nome di duca Valentino: e appoggiatosi tutto a Francia, ringrandì delle prosperità di re Luigi, che dichiarava fatta a sè qualunque ingiuria contro di lui. Il quale, ripetendo «O Cesare, o nulla», confidava formarsi un dominio indipendente fra i principotti che si sbranavano la Romagna. La mala riuscita non lo scoraggiava, usando dire, «Ciò che non si fa a mezzodì, si fa la sera»; sapeva che il buon esito gli farebbe perdonare ogni iniquità di mezzi; e correva in proverbio, il papa non eseguire mai quel che diceva, suo figlio non dire mai quel che eseguiva.

Coll’assistenza dei Francesi e col braccio del duca Valentino, papa Alessandro adoprossi allora coraggiosamente a spodestare i signorotti. Agli Orsini offrì di tenerglisi alleati contro gli altri, e di spartirne con esso le spoglie; e col loro ajuto snidò da Imola e Forlì i nipoti di Sisto IV, benchè di nuovo vi si difendesse l’intrepida Caterina Sforza, che poi fatta prigioniera e liberata da Luigi XII, divenne, in seconde nozze, madre di Giovanni Medici, il famoso capitano dalle Bande nere. Così gli Sforza di Pesaro, i Malatesta di Rimini, i Manfredi di Faenza furono abbattuti; e il Valentino, che avea primeggiato di ferocia e libidine, dichiarato gonfaloniere di santa Chiesa, menò magnifico trionfo in Roma, quando il giubileo traeva gran folla alle soglie apostoliche e gran denari nella borsa del papa. Ringagliardito dai quali, il Valentino si voltò contro gli Orsini, e li spossessò: indi postosi anch’egli condottiero, con più larghi stipendj attirò i soldati che aveano servito sia agli Orsini o ai Colonna, e con essi e con quelli di Francia ebbe Romagna tutta in mano, tranne Bologna. Alessandro, nominati dodici nuovi cardinali, da queste sue creature lo fece dichiarare duca di Romagna; e il figliuolo volle meritare quel titolo (1501) collo sbrattare il paese da masnadieri e rivoltosi.

L’ambizione sua gli addita allora la Toscana, il Bolognese, le Marche e il ducato d’Urbino, e vi si avventa colla prontezza propria e coi soccorsi francesi. Ma Giovanni Bentivoglio si riparò col mettersi in protezione del re di Francia; onde il Valentino gli si mostra devoto, e gli palesa le trame che con lui aveano preparate i malcontenti; e quel tiranno obbliga i figli delle case principali a trucidare gli attinenti dei congiurati: dove trentotto della famiglia Marescotti e ducento loro aderenti si dissero uccisi. In Siena Pandolfo Petrucci condottiero governava austero ma moderato, padrone ma senza uscire dai modi e dal vestire di cittadino; e anch’egli spaventato comprò la protezione di Luigi XII.

Firenze stava fiaccata dall’infelice guerra contro Pisa, che mai non avea potuto soggiogare, dall’incerta amicizia del re di Francia, dalla rivalità di tutti i vicini cospiranti a rovinarla, e dagli intrighi de’ Medici, che sempre occhieggiavano il ripristinamento. Imputata dei disastri francesi e d’aver lasciato languir di fame il proprio esercito, ricusò soldarne un altro per la nuova primavera, e per mancanza di denaro fece tregua coi vicini. Subito il Valentino comprò le bande da essa congedate, dando voce di dover ajutare nell’impresa di Napoli re Luigi, e coll’esercito di lui congiungersi a Piombino. Chiese pertanto a Firenze il passo; e senza aspettar risposta entrato sul territorio, e stimolato da Vitellozzo Vitelli, che lo accompagnava smaniato di vendicare il supplizio di Paolo, domandò gli si consegnassero sei cittadini, colpevoli della morte di quello, e si restituissero in istato i Medici, sola amministrazione degna di confidenza. I Fiorentini si raccomandarono a Francia, che come loro alleata intimò al Valentino non li toccasse; ed egli se n’andò, solo imponendo gli pagassero per tre anni come lor soldato trentaseimila ducati. Assalito allora il principato di Piombino tenuto da Jacopo d’Appiano, lo devastò e prese anche il castello, avendo così un piede in Toscana; di che il papa tanto esultò, che in persona venne a godere di quel trionfo.

Luigi XII intanto, non assennato dalla sorte del predecessore, mirava a Napoli, dove i Francesi aveano un’onta da cancellare; e invece di rimettersi alle larghe proferte di re Federico II, preferì trattare con Fernando il Cattolico.

La Spagna, dacchè gli Arabi l’aveano occupata nel 711, con settecento anni di lotta era venuta redimendosi dal servaggio straniero, divisa in tanti regni indipendenti, quanti erano creati dal valore e dalla costanza patriotica e religiosa. Poc’a poco vennero quei regni concentrandosi, e alfine si ridussero a quattro, i quali, pel matrimonio d’Isabella di Castiglia e Leon con Fernando d’Aragona (1469), si restrinsero in un solo. L’unione diè modo di compire la vittoria sui Mori a Granata; onde si potè costituire la Spagna in unità politica (1492), prima di qualunque altro regno d’Europa, e più compitamente che la Francia stessa. Perocchè il sentimento cattolico vi si era identificato col nazionale, in modo che il clero non fece opposizione al monarca; tre Ordini religiosi ricchissimi, e i cui capi godeano potenza principesca, divennero nerbo del re, che se ne dichiarò granmaestro; la guerra santa contro gli Arabi, se non fece istituire un esercito stanziale, portò il re a poter armare tutta la nazione quando volesse, senza dipendere dai feudatarj come gli altri regnanti. Così si addestrarono negli istruttivi cimenti della guerra paesana; e come videro la tattica dei Lanzi tedeschi, ne compaginarono un sistema militare, che Gonsalvo di Cordova, intitolato il Grancapitano, ridusse poi a perfezione nella guerra d’Italia, annestandovi i progressi dell’artiglieria e del genio militare.

Oltre che forte, Fernando era un capo politico, degno di servir di esemplare al Machiavelli. Padrone della Sicilia insulare, sempre agognava anche la terraferma, quasi di diritto spettasse all’Aragona, colle forze e coi denari della quale l’aveva re Alfonso acquistata. Luigi XII non s’accorse che gli diverrebbe ben presto emulo, viepiù pericoloso per la parentela coll’imperatore; e a Granata concertò con lui uno spartimento del Reame (1500 11 9bre), non diverso da quel che poi si fece della Polonia; in modo che toccherebbero a Spagna la Puglia e la Calabria, il resto a Francia. I papi usarono ogni condiscendenza al re, che aveva il titolo di Cattolico, che aveva spenta la dominazione musulmana in Ispagna, che era il miglior baluardo della cristianità contro i Turchi. E appunto Fernando fece intendere ad Alessandro VI, che il possedere la Puglia eragli necessario come base di operazione per assalire i Turchi, contro i quali aveva di fatto spedito, colla veneziana, una flotta di sessanta vascelli capitanata dal Cordova, cui comandò poi di svernare in Sicilia per tenersi pronta ai danni di Napoli. Federico II, cugino e intimo alleato di Fernando, lo ricevette senza sospetti e gli affidò la fortezza di Gaeta, mentr’egli si posterebbe nelle Gole di San Germano per abbarrare il passo ai Francesi.

Ma ecco gli ambasciatori pubblicano a Roma (1501) la concertata spartizione, che indignò chiunque serbava senso morale; e il Reame si trovò esposto alle lascivie del Borgia e alle crudeltà di gente educata a trucidare Americani. Federico, serrato tra la forza e il tradimento, si diè perduto, e chiuse le truppe nelle fortezze. Capua, difesa da Fabrizio Colonna, presa per frode dai Francesi e dal Valentino, andò al più abbominando strapazzo; molte donne e monache non si sottrassero all’obbrobrio che precipitandosi dalle finestre o nel fiume; altre assai furono vendute; finito poi lo strazio e saputo che molte s’erano rifuggite in una torre, il Valentino se ne scelse quaranta delle più belle. Tali orrori scoraggiarono di modo che Federico appena ebbe tempo di fuggire ad Ischia, avendo seco la moglie e quattro figli, la nipote Isabella vedova di Galeazzo Sforza duca di Milano, la sorella Beatrice moglie di Mattia Corvino re d’Ungheria, poi di Ladislao II re di Boemia; e invece d’aspettare gli eventi, esecrando l’infamia dell’Aragonese, patteggiò con Francia, rinunziandole ogni ragion sua, stipulando amnistia pe’ suoi leali. Ito in Francia[83], ottenne la contea d’Angiò con trentamila ducati, ma col divieto di più uscire da un regno dov’era venuto col salvacondotto. Anche il Cordova, che intanto acquistava le terre predestinate al suo padrone, a don Ferrante primogenito del re che difendeva valorosamente Tàranto, giurò sull’ostia rispettarne la libertà; poi, appena avuta la piazza, il mandò in Ispagna, ove fu tenuto prigioniero per tutta la vita. Terminava così nelle prigioni la stirpe aragonese, dominata sessantacinque anni; e il regno restò diviso in due parti, una francese sotto il vicerè d’Armagnac, l’altra sotto il Grancapitano.

Nel caldo di quelle vittorie Alessandro VI assalì le terre de’ Colonnesi e de’ Savelli, chiaritisi per re Federico, e le ridusse a obbedienza; intanto lasciava nel palazzo di Vaticano la figlia Lucrezia, perchè di là governasse il paese. Costei erasi prima sposata a un nobile napoletano; ma Alessandro, ottenuta la tiara, ne la sciolse per darla a Giovanni Sforza signore di Pesaro. Ben presto parvero più decorose le nozze di Alfonso di Aragona principe di Salerno, figlio naturale di Alfonso II: ma come questa casa fu stronizzata, Alfonso cadde assassinato sulla scala del Vaticano, e alla giovinetta, che ai diciassette anni era già sposata a tre, fu cercato un marito più glorioso in Alfonso d’Este (1502), figlio del duca di Ferrara, che tremando del Valentino, accettò le indecorose nozze. A Lucrezia il padre assegnò Sermoneta, tolta ai Gaetani, e il governo perpetuo del ducato di Spoleto; onde al marito portava cendiecimila ducati in oro, inestimabili valute in gioje e suppellettili, le terre di Cento e della Pieve, e l’assicurazione dei possessi aviti. Le nozze furono solennizzate nel palazzo pontifizio, ed il papa «le fece un pajo di pianelle che valevano ducati più di tremila, sì che potete pensare quanto valevano le altre sue gioje e pompe». Così racconta un cronista[84], e vi soggiunge orribili infandità di quelle nozze; forse non vere, ma divulgate. La accompagnarono in viaggio ambasciadori, vescovi, gentiluomini, tanto da contarsi quattrocentoventisei cavalli, ducentrentaquattro muli, settecentocinquantatre persone. Vennero a incontrarla la corte d’Urbino, e i principali Ferraresi, con balestrieri e trombetti e bucintori, tutti in nuovo e con lusso tale, che si contarono ottanta catene d’oro, delle quali la meno valeva cinquecento ducati, e n’era molte fin di mille ducento. L’abito del duca e il fornimento del suo cavallo si valutavano seimila ducati: i dottori portavano il baldacchino, sotto cui la duchessa procedeva fra suon di bande e d’artiglierie: oro e diamanti traboccavano sulla bella persona di lei e di quanti l’avvicinavano, e il suo corredo era portato da cinquantasei muli coperti di panno giallo e morello e da dodici di raso[85].

Queste nozze e l’aver egli sposato Carlotta figlia di Giovanni d’Albret re di Navarra, cresceano opportunità al Valentino di maturare i suoi ampj divisamenti con calma di spirito e atrocità di risoluzioni. Ricevuto sulla parola Astorre Manfredi, giovinetto di rara bellezza, per cui amore i Faentini si erano difesi ostinatamente, il manda a Roma, e dopo resolo vittima di altre brutalità lo fa strangolare con un fratello e buttar nel Tevere. Ambiva il ducato d’Urbino; ma come torlo se Guidubaldo conservavasi devoto alla santa Sede? Cesare indice guerra a Camerino, e da Guidubaldo chiede genti e artiglieria; avute le quali, ne occupa le quattro città e i trecento castelli, a fatica salvandosi Guidubaldo stesso[86]. Assale poi Camerino, ed entratovi per tradimento, fa strozzare il duca Giulio da Varano e i figliuoli.

Marino, tagliapietre dalmate del IV secolo, erasi fermato sopra il monte Titano presso Urbino a vita solitaria e devota; e pochi compagni suoi vi fondarono una repubblichetta di gente industriosa, pacifica, morale, che da tredici secoli sussiste. Nel 1100 comprò dal conte di Montefeltro il castello di Pennarossa, nel 1170 quel di Casole; e si sostenne fra i papi, i vescovi di Montefeltro, i Malatesta di Rimini, i Carpegna. Da Pio II, per assistenza data contro i Malatesta, ebbe nel 1460 i quattro castelli di Serravalle, Faciano, Mongiardino, Fiorentino; ma non tardò a restringersi nella primitiva umiltà. Ora si vide invasa dai Borgia; ma se ne riscosse e mantenne fin ad oggi la sua libertà. I Fiorentini le scrivevano il 2 giugno 1469: — Sappiamo la vostra fede, e generosità e grandezza degli animi vostri... Dovete essere di buon animo e ben costante e fermo, e perdere la vita insieme colla libertà; che all’uomo, uso esser libero, è meglio esser morto che schiavo». E Giulio II poco dopo: — Vi esortiamo a stare di forte e grande animo, considerando che non v’ha cosa più dolce e utile della libertà»[87].

Il Valentino palliava le sue conquiste col bisogno di reprimere le fazioni e le parziali tirannidi; e dal popolo facevasi applaudire col distruggere quell’infinità di masnadieri, alimentata dai tumulti. Esso li fa perseguire, e con orribili e pronti supplizj castigare da Romiro d’Orco; poi come questo colla spietata giustizia si è reso esecrabile, il Valentino espone lui pure squartato sul patibolo. E il popolo lo vanta gran giustiziero.

Venezia, occupata seriamente a schermire la cristiana civiltà dai Turchi, non poteva opporsi nè all’ambizione dei Borgia, nè all’invasione di Spagnuoli e Francesi. A Firenze la continua mutabilità del governo rendeva impossibile e il navigare secondo lunghe provvigioni, e il mantenere un segreto. La cingeano avidi e deboli amici; i capitani di ventura l’avevano in uggia pel supplizio di Paolo Vitelli; Vitellozzo giunse a ribellarle Arezzo, e non avendo potuto indurre Valentino ad occuparla col titolo di generale della Chiesa, le continuò guerra, devastò i seminati, occupò tutto il val di Chiana, che poi rassegnò a Francia. Agli ambasciadori fiorentini il Petrucci di Siena disse: — Bisogna ch’io vi mandi i Medici, perchè senz’essi non guarirete», e molti proponeano di richiamarli: pure si trovò il ripiego (1502 16 agosto) di eleggere un gonfaloniere non più per due mesi ma a vita, a modo del doge di Venezia, passibile però fin della vita se fosse condannato dagli Otto di balìa. La scelta col voto universale cadde su Pier Soderini (22 7bre), onest’uomo ma debole a quelle urgenze; almeno a detta dei grandi, che perdeano la speranza di divenire gonfalonieri.

Accintosi egli a campare Firenze dal Valentino, gli spedì Nicolò Machiavelli, il quale accorto politico potè da vicino codiare quell’astuto, per ritrarlo poi come modello di un perfetto tiranno. E il Valentino e il Machiavelli erano predominati dal pensiero medesimo, la necessità di ridurre almeno la media Italia sotto un unico dominio; a ciò non bastare le opere di leone, ma richiedersi pur quelle di volpe. Ciò il Machiavelli insegnava ne’ libri; il Valentino voleva effettuarlo, franco ad osare, gajo a denari, e con un’attività che raddoppiava le sue forze. «Spacciò (ci racconta esso Machiavelli) don Michele Corelia suo condottiere con denari per rassettare circa mille fanti; dà denaro a qualche ottocento fanti di val di Lamona; manda in su a quella volta; al presente si trova qualche duemila cinquecento fanti pagati, e qualche cento lance di suoi gentiluomini; tre compagnie di cinquanta lancie l’una, sotto tre capi spagnuoli: ha mandato Rafaello de’ Pazzi a Milano per fare cinquecento Guasconi; ha mandato un uomo pratico agli Svizzeri per levarne mille cinquecento; fece, cinque dì fa, la mostra di seimila fanti, cappati dalle sue terre, i quali in due dì può avere insieme. E quanto alle genti d’arme e a’ cavalli leggieri, ha bandito che tutti quelli che sono degli Stati suoi lo vengano a trovare, e a tutti dà recapito. Ha tanta artiglieria e bene in ordine, quanto tutto il resto quasi d’Italia. Spesseggiano le poste e i mandati a Roma, in Francia e a Ferrara, e da tutti spera avere ciò che desidera».

Già occupate Romagna, il Lazio e porzione di Toscana, la corona di Napoli non pareva al Valentino un desiderio eccessivo all’appoggio paterno e alla forza e perfidia propria. Ma i mezzi li teneva in petto, e il Machiavelli smarrivasi davanti a quella corte misteriosa, dove «le cose da tacere non ci si parlano mai, e governansi con un secreto mirabile». E scriveva alla sua repubblica: — Chi ha osservato Cesare Borgia, vede che lui, per mantenere gli Stati, non ha mai fatto fondamento in su amicizie italiane, avendo sempre stimato poco i Viniziani, e voi meno: onde conviene ch’e’ pensi di farsi tanto Stato in Italia, che lo faccia sicuro per se medesimo e che faccia da un altro potentato l’amicizia sua desiderabile. E ch’egli aspiri all’imperio di Toscana, come più propinquo ed atto a fare un regno cogli altri Stati che tiene, si giudica sì per le cose sopra dette, sì per l’ambizione sua, sì etiam per avervi dondolato in sull’accordare, e non avere mai voluto concludere con voi alcuna cosa. E mi ricorda aver udito dire al cardinale de’ Soderini, che, fra altre laudi che si poteva dare di grande uomo al papa e al duca, era questa, che siano conoscitori della occasione, e che la sappiano usare benissimo. E se si avesse a disputare s’egli è ora tempo opportuno e sicuro a stringervi, io direi di no: ma considerato che il duca non può aspettare il partito vinto, per restargli poco tempo, rispetto alla brevità della vita del pontefice, è necessario ch’egli usi la prima occasione che se gli offerisca e che commetta della causa sua buona parte alla fortuna».

Il vedergli profuse lodi e congratulazioni attestano o la vigliaccheria o l’eclissi universale del senso morale. Più nessuno tenendosi sicuro dal Valentino, i confinanti minacciati sollecitavano re Luigi XII, il quale di fatto calò dall’Alpi pieno di maltalento contro i Borgia; ma il cardinale d’Amboise, anima de’ suoi consigli, che aspirava alla tiara e più su e già regolava la Francia come un altro papa, teneva carezzato Alessandro acciocchè nel sacro Collegio moltiplicasse amici di lui. Anche il Valentino accorse a Milano incontro al re, e si scagionò con sì opportune parole, che quello rinnovò seco l’alleanza, dandogli soldati francesi. Ai Fiorentini restituì i castelli presi da Vitellozzo; ma la debolezza da essi mostrata invogliò il Borgia a trarne profitto. Quando i condottieri e signori si raccolsero alla Magione, villeggiatura de’ Baglioni nel Perugino, per divisare le guise di chetare l’appetito del Borgia, i Fiorentini non osarono unirvisi, anzi fecero dal Machiavelli «offrire al Valentino ricetto e ajuto contro questi suoi nuovi nemici». In fatti, secondo il concerto, l’Urbinate e Camerino si sollevano; Ugo di Cardona, luogotenente del Valentino, riman prigionero; e il Borgia, sorpreso da una insurrezione inaspettata, si ritira, ed ha l’accorgimento di tenersi immobile finchè passi quel primo bollore, ove il ben privato è posposto all’universale; poi come sottentrarono le gelosie, le avarizie, la stanchezza, esso temporeggiando sturbò l’accordo, e divisi li sacrificò.

Principali fra quelli erano i Montefeltro, i Varano, i Bentivoglio, e i famosi capitani Paolo e Virginio Orsini, Vitellozzo Vitelli e Oliverotto Freducci di Fermo. Come videro il re di Francia rappattumarsi col Valentino, chiesero accordi con questo, lasciandosi dalle promesse accalappiare, essi che non soleano mantenerle; e l’ajutano contro altri tirannelli. Gli Orsini, Vitellozzo e Oliverotto vengono a campo sotto Sinigaglia, città di Francesco della Rovere. Quivi il Valentino gli accoglie con maniere d’amico, e li mena in palazzo, ma subito gli arresta e fa strangolare. Vitellozzo piangeva, riversando ogni colpa sui compagni; Oliverotto supplicava di almen fargli salva l’anima coll’assoluzione papale. Le squadre di questo furono côlte improvvise e svaligiate; le vitellesche a viva forza si ridussero in salvo. Il papa motteggiava gli uccisi, dicendo: — Gli ha castigati Iddio, perchè si son fidati al Valentino dopo giurato di non mai farlo»; e in Roma arrestava il cardinale Orsini e gli altri loro parenti, coi quali avea dianzi stipulato la pace, e li teneva prigioni finchè gli ebbero ceduto tutte le fortezze. Dal cardinale voleva anche la cessione di tutti i beni, e poichè si leggeva sui libri il prestito di duemila ducati a persona non nominata, e la compra per altrettanto valore d’una perla che non si rinveniva, dichiarò il lascerebbe senza mangiare finchè non fossero trovati; la madre del cardinale pagò quel credito, un’amica portò la perla, e il cardinale riebbe il cibo, ma in esso la morte.

Il Machiavelli riferiva l’avvenuto alla Signoria fiorentina, senza sillaba di disapprovazione; anzi poco poi le scriveva: — Qui si comincia a meravigliare ciascuno come le signorie vostre non abbiano scritto o fatto intendere qualcosa a questo principe in congratulazione della cosa novamente fatta da lui, per la quale e’ pensa che cotesta città gli sia obbligata, dicendo che alle signorie vostre sarebbe costo lo spegnere Vitellozzo e distruggere gli Orsini dugentomila ducati, e poi non sarebbe riuscito loro netto sì come è riuscito a sua signoria».

Ne restano sbigottiti i grandi d’ogni parte; il popolo, che detestava gli avventurieri, assassini suoi, si consola della loro caduta, sperando riposo; i soldati passano allo stipendio del Valentino, che trova apologisti e panegiristi. Bologna gli promise per otto anni dodicimila ducati d’oro, cento uomini d’arme e ducento balestrieri a cavallo: Pisa, non potendo più reggersi contro Firenze, mette il partito di darsi a lui, che, prese nefandamente Sinigaglia e Perugia, ha già posto gli occhi sopra Siena e a spegnere Pandolfo Petrucci ch’era il cervello della lega contraria, e che a stento era sguizzato dal lacciuolo di Sinigaglia.

Quasi più che i delitti fa ribrezzo la sfacciataggine con cui il duca Cesare aprivasi col Machiavelli. — Costoro, che erano inimici comuni de’ tuoi signori e miei, son parte morti, parte presi, parte o fugati o assediati in casa loro; e di questi è Pandolfo Petrucci, che ha ad essere l’ultima fatica a questa nostra impresa e securtà degli Stati comuni. Io non fo il cacciarlo da Siena difficile, ma vorrei averlo nelle mani, e per questo il papa s’immagina addormentarlo coi brevi, mostrandogli che gli basta solo che egli abbia i nimici suoi per inimici, ed intanto mi fo avanti con lo esercito; ed è bene ingannare costoro, che sono sottili maestri de’ tradimenti. Gli ambasciadori di Siena, che sono stati da me in nome della Balìa, mi han promesso bene, ed io gli ho chiarificati che io non voglio la libertà loro, ma solo che scaccino Pandolfo; e loro ne dovrebbono pigliar buono documento in su le cose di Perugia e Castello, i quali ho rimesso alla Chiesa, e non gli ho voluti accettare. Il maestro della Bottega, che è il re di Francia, non si contenterebbe che io pigliassi Siena per me, e io non sono sì temerario che io mel persuada, e però quella comunità debbe prestarmi fede che io non voglia nulla del suo, ma solo cacciare Pandolfo. E credo che quella comunità di Siena mi crederà; ma quando la non mi credesse, io son per andare innanzi a mettere le artiglierie alle porte, e fare ultimum de potentia per cacciarlo; e poichè io ho tolto a’ miei nimici le armi, torre loro anche il cervello, che tutto consisteva in Pandolfo e ne’ suoi aggiramenti. E veramente io credo che se, ora fa un anno, avessi promesso alla Signoria di Firenze a spegnere Vitellozzo e Oliverotto, consumare gli Orsini, cacciare Gianpaolo e Pandolfo, e avessi voluto obblighi di centomila ducati, che la sarebbe corsa a darli: il che sendo successo tanto largamente, e senza suo spendio, fatica o incarico, ancora che l’obbligo non sia in scriptis, viene ad essere tacito, e però è bene cominciare a pagarlo, acciò che non paja nè a me nè ad altri che quella città sia ingrata fuor del costume e natura sua».

Conculcati i Savelli, gli Orsini, i Colonna, i minori stavano colla battisoffia, tanto più che l’abbassarsi della fortuna di Luigi XII lasciava il Valentino più indipendente, e franco a mercanteggiare la propria alleanza, sicchè trattava col Grancapitano; il papa dal compiacente concistoro otterrebbegli il titolo di re di Romagna, Marca ed Umbria; egli stesso aveva disposto ogni cosa per potere, venendo a morire suo padre, restar arbitro del conclave, e portare al trono una sua creatura. Ma era battuta l’ora anche pei Borgia. Non è da nessun argomento confortata la voce[88] che Alessandro, volendo avvelenare il cardinal di Corneto, gl’imbandisse una colezione, e per errore, sì egli che il figlio bevessero del vino preparato per quello. Fatto è che il papa inaspettatamente morì di settantadue anni (1503 18 agosto); e anche il Valentino stette gravissimo, mentre Orsini, Colonna, Appiani, Vitelli, Baglioni coglievano il destro di scatenarsi da quella potenza e ricuperare i dominj. Le ire divampano; sono bruciate case, saccheggiate botteghe, guasta la campagna; Fabio Orsini si lava mani e faccia nel sangue d’un Borgia; Francesi e Spagnuoli, venuti sotto velo di francheggiare la libertà del conclave, si combattono in Roma. Il Valentino riavutosi, per ajuto del cardinale d’Amboise che sperava col suo mezzo la tiara, pon le ugne sul tesoro pontifizio di centomila ducati, colloca dodicimila uomini in Vaticano, s’afforza in castel Sant’Angelo. Ma deluse le lunghe speranze del d’Amboise, fu data la tiara a Pio III (Francesco Todeschini Piccolomini senese), e dopo soli ventisette giorni al savonese Giuliano della Rovere col nome di Giulio II.

Costui, accannito ai Borgia perchè aveangli strappato di pugno una prima volta il papato, erasi fin allora tenuto in armi o in esiglio, alle loro lusinghe e invitazioni rispondendo: — Giuliano non si fida del Marano». Subito si rannodano le alleanze con Francia e Spagna; molti signori rientrano ne’ perduti dominj; a Forlì gli Ordelaffi, a Rimini i Malatesta, a Faenza e altrove i Veneziani; ciascuna città si arma. Il Valentino, ridotto coll’acqua alla gola, cede i castelli che tenevansi a suo nome; e rilasciato, secondo la sicurezza datagli dal papa affine d’avere il voto de’ cardinali di sua fazione, si getta a Napoli promettendo agli Spagnuoli il braccio e l’arte sua per acquistar Pisa ed altre terre; don Gonsalvo lo riceve cortesemente, e ne asseconda i disegni, finchè re Ferdinando gli ordina di mandarlo in Ispagna. Assicurato sulla parola d’onore, il Valentino ci va, ma ciurmato egli ciurmadore, fu messo prigione[89]; riuscitogli di fuggire al re di Navarra suo suocero, è ucciso all’assedio di Viana e sepellito ignobilmente.

Costui è l’eroe del Machiavelli, il quale trova ch’ei «fece tutte quelle cose, che per prudente e virtuoso uomo si doveano fare per mettere radici in quelli Stati che le armi e fortuna d’altri gli aveva concessi»; i tradimenti ne racconta con un’indifferenza che somiglia a complicità, fin a dire — Io non saprei quali precetti dare migliori ad un principe nuovo, che l’esempio delle azioni del duca»; e — Pel duca Valentino le opere io imiterei sempre quando fossi principe nuovo...»; e conchiude: — Raccolte tutte queste azioni del duca, non saprei riprenderlo, anzi mi pare di proporlo ad imitare a tutti coloro che per fortuna e con le armi d’altri sono saliti all’imperio»[90].

Dante poneva nell’inferno quel che diede i mali consigli a re Giovanni, e Buoso da Dovàra che agevolò ai Francesi la venuta, e il Montefeltro che suggerì il prometter lungo e attender corto. Vecchiaggini del medioevo! Ora non si inneggia ai santi del paradiso, ma si applaude agli eroi dell’inferno dantesco: ora bando ad ogni idealità: si stia al fatto: non vedasi quel che dovrebb’essere, ma quel ch’è; la virtù è la forza intelligente: doti uniche in un principe sono accorgimento di consigli, fermezza di risoluzione e fortuna; unica lode il riuscire. Ma a ciò quali regole dare quando sottentra l’onnipotenza individuale, cioè l’arbitrio supremo, il fluttuamento, la variazione? Il Machiavelli avea veduto Fernando il Cattolico da piccolo re divenire uno dei maggiori potentati d’Europa; per quali mezzi? per l’assolutismo: onde proclamò che bisognasse sradicare gli spinosi germogli del medioevo per mezzo d’una dominazione unica e incondizionata[91], e a questa giungere per qualsifosse via. Sian pur mali i mezzi, male anche il fine; ma sono passeggeri, e ne seguiranno il dominio supremo della legge, l’eguaglianza e la libertà di tutti, e si farà della cittadinanza un medesimo corpo, ove tutti riconoscano un solo sovrano[92]. Cerca dunque speranze nella disperazione; vedendo perire le antiche glorie d’Italia, vuol uccidere anche il diritto e la giustizia, della debolezza far forza, ad alto scopo giungere per vie basse; «suo intendimento essendo scrivere cosa utile a chi l’intende, gli è parso più conveniente andar dietro alla verità effettuale della cosa che all’immagine di essa»; oggi diremmo al fatto, anzichè all’idea. «Molti si sono immaginate repubbliche o principati, che non si sono mai visti nè conosciuti veri: ma è troppo discosto il come si vive dal come si dovrebbe vivere, e un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini infra tanti che non son buoni. Ond’è necessario ad un principe, volendosi mantenere, imparare a poter essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la necessità. Hassi ad intender questo, che un principe, e massime un principe nuovo, non può osservar tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantener lo Stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro all’umanità, contro alla religione»[93].

Conseguenti a questa teorica sono le applicazioni. Il tiranno deve sempre avere in bocca giustizia, lealtà, clemenza, religione, ma non curarsene qualvolta gli torni bene il contrario; farsi temere piuttosto che amare quando l’uno e l’altro non possa: scopo dei Governi è il durare, nè questo si può che coll’incrudelire, «perchè gli uomini sono generalmente ingrati, simulatori, riottosi, talchè convien tenerli colla paura della pena». Tutto ciò egli espone colla freddezza d’un anatomista, o d’un generale che calcola quante migliaja d’uomini si richiedono per espugnare una posizione. Per lui sono ammirabili i colpi arditi; lo strumento migliore è la forza, sia quella di Sparta per conservare, o quella di Roma per conquistare: il diritto è rinnegato; rinnegato Cristo, per surrogarvi non so che religione astrologica; rinnegato il progresso, giacchè «a voler che una setta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio»[94]. L’umanità, sottoposta a influssi d’astri, percorre entro un circolo insuperabile dal bene al male e da questo a quello[95]; e negli ordini politici, dalla monarchia all’aristocrazia, da questa alla democrazia, finchè l’anarchia riconduce la necessità d’un monarca.

Tal è lo spirito del Principe, libro di prudenza affatto pagana, inesorabilmente logica ed egoistica, fondata sul rigido diritto e sulla riuscita, acconcio a tempi quando, in difetto di moralità, restava unica sanzione l’esito, unico intento di ciascuno Stato il conservarsi e crescere, con qualunque fosse spediente, per quell’individualità che diveniva carattere del secolo.

Nel precedente, erasi cominciato a diffondere che le cose dello Stato non voglionsi regolare secondo la morale ordinaria e il diritto privato: via via indebolitasi l’autorità spirituale, l’assonnamento della coscienza pubblica preparava quel despotismo che non insinua la bontà, ma reprime colla forza. Machiavelli formolò que’ teoremi; ed il supporre nel Principe un’intenzione contraria alla apparente, equivarrebbe a credere ironico Aristotele là dove sostiene il diritto della schiavitù. Chè, come questa pareva natural cosa in Grecia, così allora il tradire con senno; nè la politica era teoria, ma azione e sperimento; non scienza dei diritti de’ principi, ma arte di dominare sugli innumerati bipedi che la loro stupidità condanna all’obbedienza, e conservarsi ad ogni costo; consideravasi abilità il trarre nel laccio l’inimico, maturare lunghe vendette, e di dolci parole velare atroci disegni. E talmente sul serio ragiona il Machiavelli, che sconsiglia i modi che irritano inutilmente; il saltare dall’umiltà alla superbia, dalla pietà alla fierezza quando facciasi senza debiti mezzi; basta «domandar a uno le armi senza dire, Io ti voglio ammazzare con esse, potendo, poi che tu hai le armi in mano, satisfare all’appetito tuo».

Qual poi in quel libro, tale il Machiavelli si mostra in ogni altro. Ciò cui esso aspira è l’unità dello Stato, del pensiero, della forza: vuol far cessare i vacillamenti, le dissimulazioni: vuol franchezza anche nel delitto; non considerazioni di giustizia o pietà; non s’hanno a fuggire i peccati ma gli sbagli. Nei Discorsi insegna che l’idea della giustizia nacque dal vedere come utile tornasse il bene e nocivo il male[96]; e gli uomini non s’inducono al bene se non per necessità; non vuole disapprovato Romolo d’avere ucciso Tazio e il fratello Remo; accoglie come segno di grandezza della repubblica romana «la potenza delle esecuzioni sue e la qualità delle pene che imponeva a chi errava». E Roma egli ammira sempre, quanto fa Polibio, perchè conquistò tanti popoli, e in guerra o per frodi rapì ad essi ricchezze, leggi, libertà, indipendenza. Perocchè la storia egli cerca non per la verità ma come allusione, sempre nello scopo di render forte anche un piccolo Stato. Tal è il senso della Vita di Castruccio, romanzo storico modellato sull’Agatocle antico, e non secondo i tempi dell’eroe ma del narratore; ove mostra come colui con piccolo paese e piccoli mezzi riuscì «non cercando mai vincere per forza ch’ei potesse vincere per frode, perchè diceva che la vittoria arreca gloria, non il modo»; le virtuose azioni di quello e le grandi qualità crede poter essere di grandissimo esempio, e gli fa dire che Dio è sempre coi forti, e a chi ha dà ancora, a chi ha poco toglie anche quello che ha. Insomma, schernendo tutte le credenze e i principj, ammira chiunque riesce, sia pure a fini opposti; eccetto Giulio Cesare che spense le libertà classiche, e Gesù Cristo che abjettò gli uomini predicando l’umiltà, e mettendo freno a quelle crudeltà per cui i pagani s’erano sublimati.

Pertanto indifferenza per le vittime, e simpatia per chi sormonta; male è il tradimento se non raggiunge il fine; male le congiure sol perchè le più volte escono a peggio; torna meglio pentirsi d’aver fatto, che pentirsi di non aver fatto. Appone ai Fiorentini che non avessero, nel 1502, sterminato la ribellata Arezzo e tutta val di Chiana, giacchè «quando una città tutta insieme pecca contro uno Stato, per esempio agli altri e sicurtà di sè un principe non ha altro rimedio che spegnerla», altrimenti è tenuto o ignorante o vile[97]. Che importa se un privato rimanga vittima d’un’ingiustizia? basta che la repubblica sia assicurata da forza straniera e da fazioni interne: «dove si delibera della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione nè di giusto nè d’ingiusto, nè di pietoso nè di crudele, nè di laudabile nè d’ignominioso». E proclama quella massima dei Terroristi del 93, che «nelle esecuzioni non v’è pericolo alcuno, perchè chi è morto non può pensare alla vendetta».

Tali suggerimenti possono, comunque scellerati, venire opportuni a uno Stato conquistatore; non quando vogliasi, come da noi moderni, un popolo operoso, che tutela non le ingiustizie, ma la propria indipendenza, ma le fatiche, i progressi, la libertà di ciascuno. Il Machiavelli invece la società ravvisa soltanto dal lato pagano; quella che vi fu eretta accanto, fondata sul diritto eterno e sulla pietà, o non conosce, o vilipende. O non comprende o avversa tutte le tradizioni italiane, impero, papato, guelfi, ghibellini: vuole il despotismo sotto una forma nuova, che potrà anche esser l’unità d’Italia, ma questa egli non pronuncia se non al fin del Principe e al principio dell’Arte della guerra: mentre altrove non ne mostra neppur la velleità: cerca il ben di Firenze, non fusioni di altri paesi. Egli insegnerà ai nostri come liberare Italia, e a Luigi XII come soggiogarla, e come sostenersi i pontefici che pur crede ne siano la ruina. Non si ferma all’eresia, all’incredulità, all’empietà; la ragione comanderà a tutto, farà il mondo e le religioni a capriccio.

Rivoluzionario nel pensiero, non negli atti, egli vagheggia la conquista francese; esorta Luigi XII a compiere l’acquisto d’Italia; semini la divisione, sostenga i piccoli, atterri il papa e la Spagna, soli ostacoli alla potenza: «nell’alta Italia pianta i tuoi invece degli abitanti». Forse immaginava che quel re diventerebbe italiano[98].

Perciò spesso s’inganna o neppur mostra quella preveggenza, ch’è il carattere degli ingegni eletti anche quando sono condannati all’inazione. Della calata di Carlo VIII non riconosce se non tardissimo gl’indestruttibili effetti; loda la conquista di Luigi XII che pur incatena l’Italia, solo vorrebbe che in Lombardia distruggesse i natii per collocarvi colonie all’uso romano; la lega di Cambrai, la rotta de’ Veneziani, l’attività di Giulio II, la protesta di Lutero, gli sono accidenti incompresi; Carlo V è padrone di tutto, ed egli non ravvisa pericolosi alla libertà italiana se non i Veneziani e gli Svizzeri, i quali possono soggiogare il mondo, come già fecero i Romani: se tardi s’accorge del vero nemico, non ravvisa che unica potenza effettiva da opporgli sarebbe il papa.

Avea creduto nel Savonarola; poi, visto fallire la politica religiosa, si buttò alla politica atea, più nelle credenze non vedendo efficacia, ed anche le crociate non avvisando che come uno scaltrimento d’Urbano II. Assiste al trionfo di Cesare Borgia e non s’accorge del pericolo di Firenze: la consiglia ad attaccarsi a quello, a commettergli ambasciata sommessa: lo credea fondatore di nazione, futuro arbitro d’Italia e del papato. E del papato niente capì la grandezza, derivata dalla conquista guelfa de’ Francesi, e che ne fa una delle primarie potenze d’Europa. Prima consiglia Gianpaolo Baglione a pugnalar Giulio II che non vuol riconoscerlo signore di Perugia: poi crede che i Turchi fra un anno conquisteranno l’Italia, e così sarà vendicata dei torti fattile dalla Santa Sede: poi spera che Leone X rimetta qui i Francesi, cacciati da Giulio II, per impedire una conquista degli Svizzeri. Crede a Francia, teme gli Svizzeri sol perchè hanno armi: non capisce Roma che col pensiero move i più lontani. Al modo de’ vulgari, giudica dal risultamento immediato, anzichè dagli effetti lontani e dallo scopo ultimo; ammira chi affronta le opinioni e le barriere che trattengono l’onest’uomo; nè s’accorge dell’armonia, che pur alfine ritorna, fra la moralità dei mezzi e l’assicurazione del fine; e come l’uomo che conculca la giustizia non appigliasi che a spedienti, i quali alla fine si trovano manchi e fallaci. Suggerisce di sterminare colla spada o perdere cogli artifizj chi fa contrasto agli incrementi, e scannare ecatombe umane a un idolo che ha per unico piedestallo la forza.

In tutti i casi però domandava la repressione de’ gentiluomini. Miglior governo crede il repubblicano, perchè gl’interessi di tutti sono affidati alle cure di tutti; ma vedendolo accompagnato da tanti scompigli, si risolve per la monarchia; non governi misti, non comandi dimezzati, ma «una mano regia che ponesse freno all’eccessiva corruttela de’ gentiluomini»; un governo forte, dove gli uomini grandi non potessero far sêtte, le quali sono la rovina d’uno Stato, «imitando Venezia, che teneva gli uomini potenti in freno». Secondava egli dunque l’opera che allora appunto compivano Enrico VIII in Inghilterra, Fernando nella Spagna, Giacomo IV in Iscozia, Luigi XII in Francia, Giovanni II in Portogallo, di sovrapporre ai nobili l’autorità de’ troni, de’ quali non prevedeasi la futura trapotenza.

Crede egli alla potenza del genio, e vedendo tanti fatti grandiosi, pensa possano sorgere Licurghi e Soloni, perdendo quasi il sentimento che nella politica separa il fatto dal miracolo. E questi genj non hanno più obblighi con nessuno, non vogliono la libertà piuttosto che la tirannia, non Cristo piuttosto che Giove, purchè giungano una meta premeditata.

E forse, tra le violenze soldatesche d’allora, soltanto un soldato come il suo Valentino potea prevalere: ma che un siffatto assodasse un desiderabil ordine di cose, era follia il riprometterselo; e l’eroe suo, coll’oro di Roma e l’oro di Francia, con astuzie e ferocie tante non conseguì che tenui effetti, e bastò un soffio a dissiparlo, bastarono circostanze che non avea prevedute. Venezia s’era accorta che sarebbe fuoco di paglia; un Piagnone nella fine dei Borgia legge un chiaro esempio della verità di quella sentenza che dice, «le cose violente non poter essere molto stabili, non che perpetue, come gli stolti, ogni dì ingannati, pure ogni dì si promettono»[99]: ma il Machiavelli neppure in quella caduta si disinganna: tanto il cuore può annebbiar l’intelletto.

Non a torto dunque il popolo denominò da lui quella inumana politica, che, propostosi un fine, nella scelta de’ mezzi non esita fra la giustizia e l’iniquità, l’astuzia e la violenza. A sgravio però del Machiavelli dicasi com’erano venuti comuni que’ teoremi. Il Guicciardini li applica incessantemente nella Storia; allorchè Pisa si solleva contro Firenze, non rimprovera già questa d’avervela spinta coi mali trattamenti, sibbene di non aver chiamato a sè i principali cittadini, e tenutili ostaggi; e riflette che anche «dopo la caduta del Valentino, la Romagna stava quieta ed inclinata alla divozione sua, avendo per esperienza conosciuto quanto fosse più tollerabile il servire tutta insieme sotto un signore solo e potente, che quando ciascuna città stava sotto un principe particolare, il quale nè per la sua debolezza la poteva difendere, nè per la povertà beneficare; e non gli bastando le sue piccole entrate, fosse costretto a opprimerla. Ricordavansi ancora che, per l’autorità e grandezza sua e per l’amministrazione sincera della giustizia, era stato tranquillo quel paese dai tumulti delle parti, dai quali prima soleva esser vessato continuamente, con le quali opere s’avea fatti benevoli gli animi dei popoli, similmente coi benefizj fatti a molti di loro; onde nè l’esempio degli altri che si ribellavano, nè la memoria degli antichi signori gli alienava dal Valentino».

Il Missaglia, nella vita del Medeghino, scriveva: — Poichè l’ultimo fine della guerra è la vittoria, per ottener quella pare che sia lecito o almeno tollerato mancare di fede, usare crudeltà ed altri enormissimi errori». L’Ariosto cantava: — Fu il vincer sempre mai laudabil cosa, Vincasi o per fortuna o per ingegno»; e Francesco Vettori: — Stimerei una delle buone nuove che si potesse avere quando s’intendesse che il Turco avesse preso l’Ungheria, e si voltasse verso Vienna; e i Luterani fossero al dissopra di Lamagna; ed i Mori, che Cesare vuol cacciare di Aragona e di Valenza, facessero testa grossa, e non solamente fossero atti a difendersi, ma ad offendere».

Poco poi frà Paolo Sarpi, dando consigli alla Signoria di Venezia sul governare i sudditi in Levante[100], la scaltrisce che alla fede greca non deva in niun modo fidarsi, ma trattarli come animali feroci, limarne i denti e le unghie, sovente umiliarli, soprattutto rimoverli dalle occasioni d’agguerrirsi; pane e bastone essere il caso loro, l’umanità si serbi per altre occasioni. E altrove asserisce che «il più grand’atto di giustizia che il principe possa fare, è mantenersi»; e vuol divietato il commercio ai nobili perchè produce grosse ricchezze a costumi novelli.

Nè ciò si pensava e faceva solo di qua dall’Alpi. Quel Commines, di cui più volte toccammo, vent’anni prima del Principe avea pubblicata la vita di Luigi XI colle professioni medesime; adopera come sinonimi inganno e abilità; chiama Lodovico Sforza «saviisimo, e uom senza fede qualora gliene venisse profitto»; e grandi e nobili a confronto degli altri Luigi XI e Carlo il Temerario, principi di poca fede, e sempre attenti a ingannarsi l’un l’altro[101]. Montaigne, che intitola il suo libro di buona fede, trova che in ogni politico ordinamento occorrono uffizj non solo bassi, ma anche viziosi, e i vizj medesimi servono a mantenere il legame sociale, come i veleni alla salute; esservi cittadini vigorosi, che sacrificano la vita per salvezza del paese; ma se il ben pubblico richiede che si menta, si tradisca, si uccida, lasciano tali uffizj a persone più destre.

Come Leone X dava un salvocondotto a Gianpaolo Baglione, poi venuto l’arrestava e uccideva; come la Signoria di Firenze, credendo pericoloso il congedare Boldaccio d’Anghiari condottiero, e più pericoloso il tenerlo, stabilì di spegnerlo, e il gonfaloniere dal balcone lo chiamò su, e quando fu salito, il fece buttar in piazza, «e tutto il popolo dimostrò esser contentissimo e lodava il fatto, e infine si conobbe essere stata perfetta opera»[102]; come il Valentino sorprendeva in sicurezza di pace i tirannetti di Romagna; così vedemmo il gran Gonsalvo, l’eroe spagnuolo, il leale idalgo, giurare sull’ostia al duca di Calabria lo lascerebbe ritirarsi ove volesse, poi mandarlo in carcere; invitare il Valentino, poi spedirlo prigioniero in Ispagna. Fernando il Cattolico chiamò esso Gonsalvo a Madrid sotto pretesto d’onore, e lo tenne in arresto; «informato che Luigi XII si lagnava d’essere stato da lui ingannato due volte, esclamava: — Mente il briccone; più di dieci volte io l’ingannai». I buoni montanari svizzeri vedremo più volte disertare dal servizio nel momento decisivo; e il cardinale di Sion abbandonare al sacco i Bresciani ch’egli stesso avea sollevati contro Francia; e Francia e Spagna nelle paci sacrificare gli alleati.

Quando, nell’accordo di Granata, il Cristianissimo e il Cattolico conculcavano ogni obbligazione morale, ogni legge d’onore per spartirsi il regno di Napoli; quando l’usurpazione di questo era agevolata da perfidie le più sfacciate; che diritto aveano le nazioni forestiere di far rimproveri all’italiana? ai politici di quella scuola poteva altro insegnarsi se non ad elidere coll’inganno l’inganno, coll’assassinio un altro prevenirne? il Machiavelli espone queste pratiche come evenienze naturali, senza passione, in tono d’assioma, con freddo computo di mezzi e di fine; non come Satana dice al male: «Tu sei il mio bene», ma «Tu mi sei utile»; se l’utile deva all’onesto posporsi, è disputa da frati. Così il chimico insegna come preparare i tossici e gli abortivi; se siano poi da adoperare, non è quistione da chimico.

Delle astuzie insegnate ai forti, della vergogna ad essi risparmiata, gli effetti ricadono sempre sui deboli, sul popolo. Quante volte già vedemmo e quante vedremo la ricantata perfidia degl’italiani soccombere alla buona fede tedesca, alla rozza franchezza svizzera, all’onore francese, alla lealtà castigliana! I maneggi, la fredda astuzia, l’occhieggiar l’occasione, il lasciare logorarsi le forze nemiche erano tattica più praticata che non il valore personale. Alcuni Italiani impararono presto queste arti, e se ne valsero contro i popolani, di più schietto sentimento e perciò più ingannabili; e perchè in Italia fu chi espose ad alta voce questa politica, che appena uno confesserebbe alla propria coscienza, venimmo tacciati quali maestri delle scelleraggini, delle quali restammo vittime. Si perdona più facilmente una cattiva azione che non la teoria di essa, più facilmente il delitto che il sofisma.

I moderni panegiristi del Machiavelli ricordino che gli stessi suoi contemporanei, che di quella politica sentivano le conseguenze, si raggricciavano contro la costui licenziosa leggerezza, maledicendo a’ perversi consigli per cui col Principe aveva insegnato al duca d’Urbino «a togliere ai facoltosi la roba, ai poveri l’onore, agli uni e agli altri la libertà». Lo aborrirono i principi perchè insegna ai popoli le congiure, i popoli perchè ai principi l’oppressione, e agli uni e agli altri la mala fede, anzichè quella reciproca confidenza e benevola docilità, colle quali soltanto può affidarsi l’andamento civile. E tanto parve fuori stagione questo ritorno al paganesimo, che alcuno lo credette una continua ironia[103]; ovvero un artifizio per indurre i Medici ad abusare del potere, finchè stancassero la pazienza. Ma l’autore stesso adoprossi a levarlo di circolazione, e il popolo nol volle rimettere segretario ai Dieci della guerra; tanto la pubblica coscienza si risentiva a quella fredda analisi che pone l’ordine politico sopra l’ordine morale, la ragione di Stato sopra l’umanità, e sagrifica l’individuo alla prosperità dello Stato, identificato col principe.

Egli, aspirando sempre a comandare, passò la vita a obbedire, vacillò fra principato e repubblica, e dopo aver declamato nelle Storie che troppo si era conceduto ai Medici, crede poi inutile l’opporvisi, anzi li seconda, pel sussidio che potrebbe venirne a fare uno Stato forte: scopo alto ma parziale, e tante volte rovinoso. Pel quale scrive il Principe, onde ammaestrare Giuliano de’ Medici a conservare il recente dominio: poichè quegli manca, egli lo indirizza a Lorenzo, molto men virtuoso del Valentino, ma appoggiato a un papa giovane: fallitagli la speranza anche in questo, la ritorse da capo sopra la Repubblica fiorentina.

In altre nature, in altra fermezza noi vogliamo cercare il liberale; nè per austero uomo o caldo repubblicano accetteremo il Machiavelli, che continuo esorta ad acconciarsi col governo qual egli sia; che, dedito a bassi appetiti, ha per amici i più solazzevoli di Firenze, per confidenti ha turpi politici e sleali alla patria; che guardava come colmo della miseria il vivere oscuro ed umile, avendo mestieri di fracasso, di denaro, di godimenti, di amori, dell’aura dei grandi, degl’impieghi. Per ottenerli piaggia Leone X, piaggia Clemente VII e l’inetto Lorenzo; essi il mettono alla corda, ed egli li loda, e mendica, e per piaggiarli insulta all’onorevole governo del Soderini[104].

E noi, confessando che il Machiavelli e il Guicciardini contribuirono immensamente a sviluppare la nuova scienza politica, li giudichiamo scandalo della letteratura cristiana, e li rigettiamo fra i grandi del mondo gentile[105].

CAPITOLO CXXXI. Il sistema militare. Guerra di Pisa. Giulio II. Lega di Cambrai.

Sotto un altro aspetto ci si presenta il Machiavelli, come maestro di tattica. Notammo altrove i miglioramenti che in questa aveano introdotto le bande mercenarie (Cap. CVIII, CXV); dappoi le bocche da fuoco portarono cambiamenti di cui era difficile valutare l’estensione; le cortesie cavalleresche soccombeano a un’arte tutta positiva; ma l’antica e la nuova si trovavano a fronte senza ancora che l’una all’altra prevalesse. La fanteria svizzera, serrata in battaglioni di tre o quattromila uomini, con picche di sei metri, spadoni a due mani, poche armi difensive, poche da fuoco, offriva una siepe insormontabile alla cavalleria, e faceva poderosa impressione nell’esercito avverso: ma se fossero costretti combattere per distaccamenti, scadeano di coraggio; poco valeano in affari di posto, in assedj od assalti; e una volta scompigliati, difficilmente si rannodavano.

Gli Spagnuoli, nella lotta di sette secoli contro i Mori, aveano acquistato quel coraggio che da nulla è ispirato meglio che dalla guerra di bande; e quando, sbarbicata la dominazione straniera, uscirono a molestare l’Europa, erano reputati la prima fanteria dopo la svizzera, anzi migliore di questa dopo che da essa impararono in Italia a formare battaglioni serrati ed altri miglioramenti. Sobrj all’estremo, non patimento, non fatica gli abbatteva; portavano per offesa l’alabarda, poi la picca, spada, pugnale o daga: messi in iscompiglio, tornavano alla carica individualmente; e coperti del brochello o cappa di maglia, spingevansi uno ad uno tra le picche pugnalando il nemico. La lontananza dalla casa rendea difficile ad essi il disertare, ai potenti il congedarli dopo finita la campagna, sicchè crescevano in perizia e disciplina.

I Francesi pensarono a migliori ordini durante la guerra cogl’Inglesi, fissando ai militari un soldo; e Carlo VII introdusse gli uomini d’arme, primo esercito stabile, coll’ordinanza che le altre potenze poi imitarono.

La cavalleria leggera cominciò ad avere importanza come corpo distinto solo quando Luigi XII soldò gli Stradioti, cavalieri greci, coperti il capo da un morione senza cresta nè visiera, cotta di maglia, spada, mazza, lungo bastone ferrato ai due capi: talora combattevano anche a piedi; e abituati alla fierezza della guerra turca, non davano quartiere. N’era comune l’uso ai Veneziani, che pagavano un ducato per ogni teschio che portassero, ed ai Napoletani, che li reclutavano fra gli Albanesi accasati nel Regno[106].

I cavalieri tedeschi o Raitri, oltre che male armati, avendo un cavallo solo, arrivavano sul campo stanchi, e mal poteano reggere contro la gente d’arme francese e italiana. I Lanzichenecchi, introdotti sotto l’imperatore Massimiliano, erano armati e ordinati al modo degli Svizzeri, coi quali spesso per emulazione venivano alle mani non dandosi quartiere: alti e belli di presenza, menavansi dietro mogli e figliuoli, grandissimo impaccio alle fazioni; volenterosi al bere, impazienti de’ disagi, improvvidi, puntigliosi; e diceasi ungessero i ferri e le mani col grasso de’ cadaveri nemici. Dietro a quegli eserciti vedeansi lunghi treni di prigionieri, uomini e donne, giovani e vecchi, legati fra loro alle code dei cavalli, e spinti a calci e a frustate; e sui carri gl’infermi e i bambini, ammonticchiati fra le spoglie, i calici e le bottiglie.

Ricchi, occupati d’arti, d’industria, di traffico, gl’Italiani non aveano tempo o voglia di mettersi soldati, e preferivano vederseli condotti sul mercato, come le derrate dell’Arabia e dell’India; gente senza morale perchè di mestiero, la cui viltà facea sempre più spregevole l’uso dell’armi; sicchè la nazione restava distinta dall’esercito. Que’ mercenarj, puri masnadieri, assoldati oggi a combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci quando lontano il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della preda, riponevano la prodezza nella jattanza dei pomposi nomi, Fracassa, Tagliacozzi, Fieramosca. Si tardavano le paghe? rompeano l’obbedienza, arrestavano il generale, e spesso costringevano ad azzuffarsi in circostanze disopportune, od a fazioni sconvenienti, solo per la speranza di saccheggio. Del quale conservavano il diritto per poco che una terra si fosse difesa; sicchè talvolta pattuivasi il riscatto ancor prima di acquistarla, o la si vendeva a un appaltatore[107].

Alcuni signorotti continuavano ad esercitare le armi come nobile occupazione; lo perchè la guerra menavasi con certe cortesie e a gran cura risparmiando la strage: ma con ciò eternavasi, perchè d’oro soltanto si contendeva, e miglior partito avea chi più ricco o più perfido, senza che la vittoria svigorisse il vinto, il quale coll’inganno provvedeva a rifarsi.

I capitani di ventura della scuola di Braccio e di Sforza, avvezzi a vivere unicamente di guerra, erano finiti, rimanendo solo quelli che possedevano dominj bastanti per mantenere del proprio alquanti seguaci. I siffatti non poteano avere corpi numerosi, e i principotti ne soldavano diversi col nome di lancie spezzate: il che tutto toglieva all’esercito ogni unità; mentre il pregiudizio di credere superiore la cavalleria alla fanteria era fomentato dai capitani di ventura.

Questo servizio non dispensava i terrazzani dal dovere prestarsi ai trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincee, ed anche far le guardie nelle rôcche, e tener saldo finchè giungessero i soccorsi; poi quando l’introduzione del fucile diede tanta importanza ai fanti quanta ne toglieva ai cavalieri, queste milizie furono adoperate anche in campo, comandando un uomo per casa e pagandoli a giornata, e sotto connestabili mandandoli ai luoghi minacciati.

In questo sciagurato sistema, i capi, non comprendendo che non v’è società senza governo, nè governo senza forza, si rimetteano all’arbitrio de’ venturieri, dai quali da oggi in domani erano traditi; e così toglievano ai nostri il sentimento delle proprie forze, l’orgoglio nazionale, l’affetto pel bene pubblico; e i soldati, forza materiale senza giustizia di modi nè nobiltà di fine, sapendo di poter tutto, trascorrevano a qualunque delitto; e avvezzavano i popoli a soffrirli e imitarli.

A sì imperfetti ordini taluno pensò supplire con cerne, che dovessero esercitarsi e tenersi pronte ad ogni occorrente. Tale fu l’ordinanza fiorentina, che, durante la guerra di Pisa, Antonio Giacomini e il Machiavelli suggerirono a Firenze, disgustata dai mercenarj che facevano mercatanzia della loro fede. Il Machiavelli ebbe gran campo di osservare codesti stranieri, d’ogni parte accorrenti a disputarsi i brani del bel paese, che alcuni non doveano più lasciare; e volendo mostrare la necessità di truppe nazionali e di disciplina, benchè stranio alle armi, s’industriò d’acconciare l’arte antica coi metodi nuovi, e come d’ogni altra dottrina faceasi, allattò la sua di rimembranze latine e greche. E l’espose in dialoghi, il cui interlocutore principale è Fabrizio Colonna, nipote di Prospero, che bella fama acquistò nelle guerre di quei tempi a servizio degli Spagnuoli; disgustato, si pose con Clemente VII, poi contro di questo difese Firenze; caduta questa, servì a Francia, sinchè credendosene offeso, portò il suo valore a Paolo III, del quale pure scontento, militò con Cosmo de’ Medici, infine con Carlo V, e terminò di nuovo a Firenze nel 1548. Tali erano i capitani d’allora.

Il Machiavelli propone di combinare i due sistemi della falange macedone e della legione romana, alle prime file dando picche per respingere la cavalleria, alle altre spada buona per difendersi; surrogare i campi trincierati alle fortezze, i rapidi attacchi e decisivi alle lunghe evoluzioni. All’abitudine de’ condottieri, per cui ogni milite menava dietro quattro cavalli, oppone l’esempio de’ Tedeschi che un solo ne hanno, ed uno ogni venti pel bagaglio. Da politico qual era, ragiona delle relazioni tra la vita militare e la civile, tra la politica e la tattica, e cerca soprattutto come armare e disporre i combattenti nell’ordinanza. Pone una gerarchia di gradi, ben proporzionata alle facoltà dell’uomo e delle masse; suggerisce tamburi, bandiere, pennacchi, colori, altri distintivi opportuni a conservar l’ordine; vuole si esercitino le truppe continuamente, però in modo che il cittadino non divenga soldato se non all’istante del pericolo. Siano regolari le marcie; ma anzichè dividere, come si soleva, in avanguardia, battaglia e retroguardia, basta che qualche partita di cavalleria preceda e segua, mentre il grosso avanza in colonne parallele: idea non desunta dagli antichi, e che poi formò una delle glorie di Federico di Prussia.

L’ordinanza dunque non doveva essere «simile a quella del re di Francia, pericolosa ed insolente, ma a quella degli antichi, i quali creavano la cavalleria di sudditi proprj, e ne’ tempi di pace li mandavano alle case a vivere delle loro arti». A tale intento, sottomette alla coscrizione (deletto) tutti gli uomini dai diciassette ai quarant’anni per la prima volta, dipoi quelli soli di diciassette, età sicuramente precoce; sicchè tutti ad un bisogno possano prendere le armi, nè però queste siano professione speciale d’alcuno; tutti lo sentano come un dovere santo, nè però corrano alle file con ardore improvvido. Corpi distinti formino le scorte, i piccoli distaccamenti, le guardie d’onore, senza che per tali servigi siano menomati i battaglioni. Durante la pace, il soldato si eserciti con armi e vestito e calzatura più pesanti che quando marcia in guerra.

Il Machiavelli confessa la superiorità della moderna sopra la cavalleria antica, sprovvista di staffe su cui appoggiarsi nel ferire. Comprende che le armi nuove toglievano la prevalenza alla forza personale; ma qualora le applica, sempre le subordina alle antiche, e il fucile e il moschetto non ravvisa che come succedanei all’arco e alla fionda dei veliti: tanto poco ancora se ne capivano le conseguenze. Pure nel trattare delle fortezze prevede gli effetti delle mine: in città munita non vorrebbe castello o ridotto, acciocchè la guarnigione non vada meno risoluta nel difendere il tutto perchè confidi nel riparo che ancora le rimane.

Le armi da fuoco avrebbero dovuto far immediatamente allargare la fronte, e la battaglia di Marignano mostrò quanto maggiore offesa portassero nell’ordine profondo: pure la consuetudine lo facea conservare per la fanteria; e il Machiavelli lo preferiva per ammirazione ai Romani, per la quale voleva i corpi grossi di ventiquattro in trentamila uomini. Nemmanco giunse, in quel suo concetto del principe forte, a conoscere che stromento precipuo a farlo tale sarebbe l’esercito stabile, e che questo renderebbe inutili i suggerimenti che dava al conquistatore d’andare ad abitare nel paese conquistato o di devastarlo.

Alcune, e diciamo pure molte massime buone non bastano a collocare il Machiavelli fra gli strategi[108]. Bensì come a filosofo politico concediamogli il merito d’avere aspirato a costituire eserciti nazionali; e anzichè puri miglioramenti tattici, voluto opporre al tristo spettacolo de’ mercenarj la forza morale di Italiani, che convincessero non essere qui morto l’antico valore. In fatto, ad istanza di lui la Signoria armò diecimila contadini con abito uniforme bianco-rosso, armi e suono al modo degli Svizzeri e Tedeschi; gli esercitava i giorni festivi nel Comune, e due volte l’anno a mostre generali; e costarono meno che le condotte, e mostrarono maggior disciplina.

Con questi Firenze continuò la sciagurata guerra contro Pisa (pag. 110), città che, in quattordici anni di lotta, chiarì come ottantasette di servitù non ne avessero spento il coraggio e la perseveranza. Firenze, ostinata a volerla, vi adoperava l’abilità di Leonardo da Vinci e Giuliano da Sangallo; fu persino teso un ponte di barche, in modo di reciderle ogni sussidio dal mare; fu scavato un fosso per deviare l’Arno, ma una piena ruppe la diga, e traripò il fiume sopra il campo fiorentino. Allora, come avea usato l’antico Capponi, si bloccò Pisa, con navi e batterie chiudendo le foci dell’Arno, del Serchio, del Morto, e stabilendo tre campi trincierati: laonde, mancate le vittovaglie, Giovan Gambacorti si vide costretto mandar fuori i vecchi, le donne, i fanciulli; ma i commissarj fiorentini pubblicarono impiccherebbero chiunque uscisse di Pisa, e le donne rimanderebbero colle gonnelle scorciate alla vita.

Pisa disperata offrivasi a questo, a quello, sino al Valentino, anzichè ricadere all’emula che le avea stremato il commercio e la popolazione, ridotte a pantano le colte pianure circonvicine; gli ambasciadori di re Luigi condusse avanti alla Statua di Carlo VIII, supplicandoli non disfacessero l’opera del loro buon re: ed ecco venire cinquecento fanciulle biancovestite, sparsi i capelli, e supplicare i Francesi come tutori degli orfani e campioni delle donne, a non perigliare l’onestà di tante pulzelle; e davanti a una Madonna cantavano sì pietosamente, che non era un Francese che non piangesse: e quantunque il luogotenente Chaumont si ostinasse ad assediare coi Francesi questi amici della Francia, al primo disastro il suo esercito si sbandò; e tosto le donne di Pisa uscirono cercando per le macchie e pe’ campi i deboli e i feriti, confortandoli e recandoli in città, e difendendoli[109].

Perchè i Francesi la osteggiavano, gli Spagnuoli e il Grancapitano fiancheggiavano Pisa, e con essi il Petrucci di Siena e il Baglione di Perugia per gelosia della vicina repubblica: ajuti deboli e in parole, mentre Firenze potea guastarla con una nuova spedizione ogni anno, ma non prenderla.

In grazia di Pisa invelenirono le fazioni di Genova, città singolare, a cui le irreconciliabili avversioni dei negozianti co’ feudatarj delle montagne tolsero non solo di dominare il Mediterraneo come poteva, ma di aver peso nelle vicende d’Italia. Essa prima diede l’esempio di esibirsi a questo o a quel signore; si sottomise ai Francesi, poi cacciolli col sussidio di Francesco Sforza, al quale serbò riverenza perchè la tenne a duro freno, ma senza violarne i patti: lui morto, s’ingegnò di accogliere magnificamente Galeazzo Maria in quel suo sfarzoso viaggio; ma egli vi comparve in abiti peggio che semplici, e alloggiò in Castelletto, tra insultante e pauroso. Genova, indispettita, esibì di darsi a Luigi XI, il quale rispose: — Ed io la do al diavolo».

Durata dunque a malincuore sotto lo Sforza, quando egli morì se ne sottrasse a sollecitazione di Sisto IV, e tempestò fra le antiche parzialità: Prospero Adorno se ne fece governatore (1461), poi prevalsero i Fregosi, e Paolo cardinale arcivescovo divenne anche doge; indi si tornò ad obbedire a Milano, al quale poteva Genova essere tanto superiore per opportunità marittima e per memorabili imprese. Quando Milano cadde ai Francesi, dovette accettarli anche Genova, pur conservando l’amministrazione repubblicana. Scaduta di gente, di commercio, d’armi, esposta a tutte le avvicendantisi fortune d’Italia, i Francesi le minacciavano l’ultima ruina alzandole a fianco il porto di Savona.

Ripartite le cariche fra nobili e plebei, non si tornava così spesso al sangue, pure sopravviveano le antiche fazioni; e poichè il governatore francese surrogato al doge, in tutte le contestazioni si pronunziava pei nobili, questi più non ambivano l’indipendenza della patria, ma capitanati da Gian Luigi del Fiesco, il più ricco tra essi, contrariavano i popolani fino a impedire che si accettasse Pisa, la quale offrivasi a quella che altre volte avea speso tesori per assoggettarla. Con ciò voleano corteggiare la Francia, ma ne derivavano risse continue e insurrezioni, mal frenate dai Francesi. I popolani, forti per sangue, per talenti, per ricchezza, pretendeano avere due terzi dei pubblici impieghi, giacchè erano il doppio de’ nobili, e che si togliessero a questi le fortezze e i tenimenti sulla Riviera, e si sottomettessero alle comuni gravezze: i nobili di rimpatto, i quali allora erano soltanto i discendenti dai Doria, Spinola, Fieschi, Grimaldi, sicuri dell’impunità, si munivano di pugnali, su cui era scritto castigavillani.

Ma i villani di Genova han mostrato più d’una volta agli oppressori come i ciottoli del loro paese feriscano. Mentre un popolano sta contrattando dei funghi, un nobile se li prende per sè (1507); quello grida accorr’uomo, questo è ucciso; tutta la città vi prende parte, la baruffa mutasi in rivoluzione; si mettono al governo otto tribuni della plebe; si occupano le Riviere, governate da Gian Luigi del Fiesco. Re Luigi XII manda forze per quetarla col bombardamento e colla fame; ma il popolo si raccomanda al papa compatrioto e all’imperatore, ed elegge un doge popolare (7 febb.), Paolo da Novi, tintore di seta, uomo di coraggio, d’attitudine e di probità grande[110]; il che equivaleva a dichiararsi indipendenti. Luigi move dunque in persona con Svizzeri e Francesi; le milizie, per quanto sostenute dall’entusiasmo (1507), non reggono a fronte delle squadre disciplinate, e il cavaliere Bajardo gridava: — Olà, merciajuoli, difendetevi coi bracci; e picche e lancie lasciate a noi». Genova è presa (29 febb.) e saccheggiata: il re, entratovi colla spada nuda, fra le suppliche del popolo e degli anziani, che con ulivi e a ginocchioni implorano grazia, ben settantanove manda al patibolo: Paolo, doge per diciotto giorni, tradito da un suo per ottocento ducati mentre da Pisa fuggiva a Roma, è ricondotto, decapitato, squartato, e il capo e i quarti sospesi in varie parti della città; imposta una contribuzione di dugentomila fiorini, che era un terzo della taglia del regno di Francia; bruciati i privilegi; eretta alla Lanterna una fortezza, detta la Briglia; ordinato un governo, dove ai nobili assicuravasi la metà delle cariche; e gli storici celebrano la clemenza di sua maestà.