C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI
TOMO I.
STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO I.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1874
AI LETTORI
L’UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
Nella prima edizione del 1854 dicevamo che buon augurio sarebbe alla nostra Unione il cominciar dal nome d’Italia; e che il frastuono d’interessi tutt’altro che letterarj, e le assordanti attualità della politica, del teatro, dei giornali non impedirebbero gl’intelletti serj e la gioventù generosa dal fissare l’attenzione s’un libro, come questo del Cantù, che pel primo offriva compiuta la storia del nostro paese dai primordj dell’incivilimento fino ad oggi, scritta dalla penna stessa, sotto unico punto di vista, e colle più recenti guise tanto d’erudizione che di maniera di giudicare e disporre.
Proemiando a quella, noi esponevamo poche cose a nome dell’Autore; poche, giacchè il comprendere i motivi, l’intento, l’economia dell’opera doveva riuscire tanto meno difficile, quanto meno l’Autore ha costume di involgersi in timide formole.
Lo spazio che altri consuma in battaglie e guerre, egli l’ha serbato agl’incrementi della civiltà, alle particolarità caratteristiche, agli uomini insigni, allo sviluppo delle arti e delle lettere, che sono una delle forme più pronunziate, sotto cui l’indole d’un popolo si manifesta nel nascere, crescere, decadere.
Fra i classici che non citavano mai, ed i moderni a cui i repertorj somministrano facilissima abbondanza di citazioni, egli ha tenuto quel mezzo, che non istrazii l’attenzione fra le parole delle fonti e le induzioni dello scrivente. I fatti si trovano sostenuti dai migliori appoggi; quanto alla parte congetturale e induttiva, sarebbe intolleranza inquisitoria il voler imporre un sistema o il pregiudizio proprio ad un autore; sarebbe imbecillità il preporre quello improvvisato da una critica effimera o da prestabilita opposizione, a quello studiato con lunghissima pazienza e provato nella più multiforme contraddizione.
L’esito mostrò come il pubblico l’intendesse, a malgrado di coloro che aveano o interesse o puntiglio di svisarne le parole e i fini. E sebbene quest’opera non potesse circolar liberamente in paesi che temeano la verità esposta lealmente e ragionatamente, dovemmo ben tosto raddoppiarne la tiratura; poi intraprenderne una nuova edizione nel 1857, mentre la prima non era ancora compiuta. Anzi contemporaneamente se ne faceano contraffazioni a Napoli e a Palermo, e cogliamo quest’occasione per protestar di nuovo a nome dell’Autore, non tanto contro la pirateria degli stampatori, quanto per la slealtà di avere, non solo taciuto frasi e periodi di lui, ma messogli in bocca parole e sentimenti affatto alieni da’ suoi.
Nuovi e più violenti casi mutarono la faccia politica dell’Italia e insieme la economica, la politica, quasi la morale. In circostanze così diverse riproducendo ora quest’opera, l’Autore avrà ben poco a cangiare de’ giudizj e fin delle congetture, perchè non le foggiava sulla moda. Le cognizioni che ebbe ad acquistare o rettificare pel tanto accumularsi di lavori storici, pe’ consigli altrui, per la propria meditazione, innesterà egli ai debiti posti; le note aggiunte nella seconda o in questa edizione distingueremo coll’asterisco, per non alterare la numerazione delle prime. Le vicende dell’ultima epoca porterà fino al compimento dell’unità, valendosi anche dell’altra opera che noi ne stampiamo, L’Indipendenza Italiana.
Voglia il pubblico e all’Autore e a noi continuare il suo favore in imprese dove ci proponiamo dall’utile individuale non separar quello della società, e specialmente del paese che, come scrive il Cantù, « ci unisce tutti nella lingua, nelle memorie, nelle speranze ».
Torino, il settembre 1874.
LIBRO PRIMO
CAPITOLO I.
Dell’Italia, e della sua storia.
La penisola italica, estesa su trentatre milioni di ettare fra il 24º e il 36º meridiano, e fra il 35º e il 47º parallelo, è chiusa a settentrione e ponente dalla giogaja delle Alpi, che col titolo di Marittime, Cozie, Graje, Pennine, Leponzie, Retiche, Carniche, Giulie, disegnano un semicerchio di 1562 chilometri dal Varo, confine di Francia, sin al golfo del Quarnero al lembo della Dalmazia. Centinaja di valli solcano que’ monti, alcune leggermente, altre estesamente profonde, come la Valtellina, la Leventina, quelle del Piave e d’Aosta; e riescono in un ampio anfiteatro, che forma la parte continentale dell’Italia. Dove le Alpi s’avvicinano al golfo Ligure presso Savona, se ne snoda la catena serpentino-calcare degli Appennini, che, somiglianti ad una spina dorsale, fendono per lo lungo l’Italia peninsulare; ed elevati verso il centro nel paese de’ Marsi e de’ Vestini fino al monte Velino e al Gran Sasso d’Italia, di là chinano alla Puglia: quivi fra Venosa e Potenza si suddividono, un braccio volgendo all’estremo dell’Abruzzo, l’altro nel paese de’ Salentini, al tallone della gamba di cui essa Italia imita la forma.
NOMI E CONFINI D’ITALIA
Quest’ossatura determina nella parte continentale un pendìo alpino, vergente al mare Adriatico e al Po, il quale lo traversa da sera a mattina per ducensettanta miglia, mentre l’Italia peninsulare è conformata dalle due gronde dell’Appennino: quella verso l’Adriatico non s’allarga oltre settantacinque miglia, tutta colline e torrenti; l’occidentale verso il mar Tirreno, più scoscesa, finisce in apriche pianure, serpeggiate da pigri fiumi, o ingombre da infauste maremme.
Ignorando i limiti naturali e la conformazione della penisola, e non vi riconoscendo unità di politica nè di origine, gli antichissimi non potevano attribuirle una denominazione comune: e quella d’Italia, quai che ne siano il motivo e la significazione[1], si tenne da prima circoscritta al paese meridionale fra i seni Lametico e Scilatico, che oggi diciamo di Sant’Eufemia e di Squillace; poi crebbe in su, man mano che smarrivansi i nomi de’ popoli parziali che v’abitavano, e quelli di Saturnia, Tirrenia, Japigia, Ausonia, Enotria o terra dei venti, datile dagli stranieri, e d’Esperia o terra occidentale, appropriatole dai Greci, che per mare ne raggiungevano le piaggie meridionali. Quando, nella guerra Sociale, otto popoli si strinsero in lega per opporsi al predominio che Roma acquistava sui prischi abitatori, al vocabolo municipale di Roma opposero il nazionale d’Italia, ampliandolo sino ai fiumi Macra a ponente e Rubicone a levante. All’età poi degli Scipioni già indicava l’intera penisola fino alle Alpi[2], terminando ad oriente all’Arsia verso l’Illiria, e al Varo verso occidente.
CONFINI
Tali press’a poco ne sono oggi pure i limiti, entro i quali nella parte boreale fra l’Alpi e l’Appennino pianeggiano sulla destra del Po la Flaminia, sulla sinistra la Venezia, protraentesi nella penisola dell’Istria; seguono la Lombardia ed a ponente il Piemonte, che si elevano verso le alpi Cozie, Lepontine, Retiche, e verso l’Appennino settentrionale, del cui duplice piovente si disseta la Liguria. Questo bacino del Po, di ben settemila cinquecento miglia quadrate, lenemente declive e a cordonate, vantaggiato di perenni fiumane e laghi deliziosi, offrì alla stirpe di Caino il campo per grandi battaglie che decisero le sorti della nazione e de’ suoi padroni[3]; e all’uomo industre un esercizio d’interminabile solerzia e di assidua vigilanza per domarvi i torrenti e regolare i fiumi, che, impoveriti ma non gelati l’inverno, ogni estate traripano; sicchè basterebbero pochi anni di negligenza perchè le ubertose pascione del Lodigiano e le fiorenti pendici della Tremezzina e del Benàco tornassero ignudi greti e deleteriche paludi, come divennero Baja e Pesto.
Maggiore dovizia di memorie storiche impronta i paesi della media e della bassa Italia: la Toscana fra l’Appennino, il mar Tirreno e il Tevere; il Lazio e la Campania sul mare stesso; poi su questo e sull’Jonio e l’Adriatico e allo scarco degli Appennini l’Umbria, il Piceno, il Sannio, l’Abruzzo, la Lucania, l’Apulia, la Calabria.
LE ISOLE
Quivi l’angusto ma profondo faro di Messina ne disgiunge l’isola di Sicilia, estesa centottanta miglia da levante a ponente, centrentatre da mezzogiorno a tramontana, e cinquecencinquanta di giro. Gli antichi la dissero Trinacria dai tre capi; il Peloro, discosto appena tre miglia dalla latrante Scilla di Calabria; il Pachino o capo Pàssaro, verso la Grecia; il Lilibeo, che settantacinque miglia di mare distaccano dal capo Bon in Africa. Elevantesi a terrazzi, alla cui sommità fuma l’Etna, è divisa nei valli di Démona, Noto, Màzzara; il primo lussureggiante d’alberi e frutti, gli altri di cereali, che aveano meritato il titolo di granajo d’Italia a quell’isola, dove alle scarse pioggie suppliscono profuse rugiade.
Oltre questa, ch’è la maggiore del Mediterraneo, molte isole fanno ghirlanda all’Italia, e primarie quelle di Corsica e Sardegna. In quest’ultima si sublima il Gigantino, e si stendono le late pianure di Ozieri e Campidano, e sopra i vulcani estinti pompeggiano selve d’aranci e limoni, e superbi alberi di ulivi, di melogranati, di pepe, di carrube.
Segue l’arcipelago toscano, ove la tufacea Pianòsa, la calcare Palmajòla, le isole granitose del Giglio e di Montecristo, e le irte Gorgòna e Capraja; e maggiore l’Elba, madre del ferro, le cui roccie cristalline e stratiformi decomponendosi preparano vigoroso nutrimento a lecci, querce, castani, noci non solo, ma agli aloe, al fico opunzio, alla palma dattilifera.
ISOLE
Nell’arcipelago Circeo emergono la trachitica Ponza, Palmarola, Ventotene; nel partenopeo Capri, Prócida, Ischia, che gli Eretrj dovettero abbandonare pei tremuoti e per le eruzioni del terribile Epoméo. E tutte plutoniche sono le isole dell’arcipelago eolio, Salìna, Vulcana, Stròmboli, Villamica, Astica, e maggiore di tutte Lìpari, da cui si tira tutta la pietra pomice. Dall’Adriatico sporgono le isole Diomedee (Trémiti) e le cento su cui sorge Venezia. Alcuno v’aggiunge le otto Égadi, di cui la più vasta è Favignana; le tre Pelagie, in cui Lampedusa; e il gruppo di Calipso, cioè Malta, Gozo, Comìno, che le recenti classificazioni ascriverebbero al mare africano, e che forse sono frammenti d’una grand’isola aderente alla Sicilia.
ETÀ GEOLOGICA
La storia geologica dell’Italia concorda colla generale dei continenti, dallo stato embrionale svolgendosi per forze naturali, operanti in un’infinità di secoli. Il primo comparire della vita coincide colla prima fisionomia de’ suoi terreni: e le reliquie fossili servono alla storia primitiva del globo come le medaglie a quella della società. Già il Boccaccio poneva mente alle conchiglie petrificate dei colli di Certaldo; ma quella che era vaghezza di curiosità, divenne rivelazione d’arcane meraviglie dacchè il Soldani, fin dal 1780 prevenendo le sottilissime indagini di Ehrenberg, in ducentottantotto grani d’una pietra delle colline di Perlascio numerò diecimila e ducenventiquattro nautili e ducentrenta ammoniti, pesanti centottantun grano; il resto frantumi di conchiglie e spine di echini. Appena col microscopio si riconoscono i testacei dei colli di Siena e Volterra e della Lombardia; intantochè iguanodonti si dissotterrano dal cretaceo inferiore degli Abruzzi e del Gran Sasso, ossami di mastodonti, tapiri, daini, rinoceronti, ippopòtami e zanne elefantine nel val d’Arno, massime dal renaccio a Montanino, con frutti oggi maturanti soltanto nella Luigiana, e con bestie della Siberia; enormi rettili sauroidi, impronte di lepidoti e semionoti ed ammoniti appajono fra gli strati di schisto intorno al lago di Como; di pesci fossili sono impastati Pietra Roja nel Napoletano e il monte Bolca nel Veronese; il colle miocenico di Superga è un cimitero di specie perdute; cetacei e lamantini scopronsi in cento luoghi, e caverne rinzeppate d’ossa ferine, ed erti banchi di denti, di cui alcuni fin di venti metri di lunghezza e di uno e mezzo d’ampiezza. La grotta di San Ciro presso Palermo, colma di avanzi fossili, a sessanta metri sopra il mare è traforata e incrostata di serpule e litodomi che vivono solo alla superficie delle acque. Un migliajo di metri sopra il mare ad Ascoli nel Piceno tu incontri potenti strati di marmo tufaceo, il quale non potè formarsi che in fondo a un lago scomparso; e così in cima alla montagnuola di Civitella del Tronto, e alla sorgente del Volturno in Terra di Lavoro.
Su queste reliquie, fra questi accidenti i geologi or creano, or impugnano ipotesi, fra le quali fortunatamente non è obbligato invilupparsi lo storico. Esaminando i fondi calcari coperti di conchiglie siluriane, le effimere terre coperte di intatte foreste nell’età carbonifera, l’avvicendato inondare e ritirarsi del mare, le piante terrestri conservate nel trias nell’epoca giurassica, essi argomentano che i fondi del mare oscillavano di continuo, sicchè talvolta si ebbero mari interni chiusi, tal altra il libero mare portava fin sulle maggiori alture le spugne e i coralli. Poi all’età della creta il fondo dell’Italia si parte in due regioni; a settentrione una formazione littorale di gneis e calcari marnosi, con alghe, conchiglie, puddinghe quali vedonsi nelle Alpi, nelle colline della Brianza e del Varesotto, nell’Appennino settentrionale e nella Toscana; a mezzodì i lidi della Dalmazia, il Capo Gargano, la Sicilia.
ALTERAZIONI GEOLOGICHE
Nè l’Italia era ancora conformata, nè avria potuto resistere agli urti di quelle onde immense; essa appare solo nell’età terziaria, quando in seno al libero mare si formano gli Appennini. Quali cause portarono l’età dei ghiacci? come essi spiegano i nostri laghi, le smisurate morene, i giganteschi trovanti? come comparvero le grandi isole ed ultimo il gigantesco bastione granitico delle Alpi? Avanzavano ancora grandi laghi dolci in quelle che l’uomo (allora non per anche nato) denominò val d’Arno superiore, val d’Elsa, val di Chiana, ed in altre della Toscana, dell’Umbria, dell’Abruzzo, sulle cui rive pascevano quelle strane specie d’animali, di cui perì la razza. Dalle correnti furono dati al terreno italico la configurazione fisica e il rilievo presente a un bel presso; e concentrato il fuoco sotto una crosta di terra sempre più solida, ridotte le acque a comune livello, l’atmosfera si disnebbiò, il suolo venne asciugandosi così, da potere appropriarsi a stanza dell’uomo.
Chi questi fenomeni sgranati saprà con potente sintesi riunire così, che rivelino le rivoluzioni del nostro suolo prima che l’uomo vi venisse a lavorare, soffrire, meritare?
TRADIZIONI MITICHE
Neppure dopo che la parola sonò vi mancarono grandi sovvertimenti, che troviamo talvolta adombrati in favole e tradizioni. Forse quando, rotte le dighe dei Dardanelli e di Calpe (evento fisico, personeggiato nel mito di Ercole), si congiunsero l’Oceano, il Mediterraneo, il mar Nero, l’acqua coperse contrade già fiorenti d’agricoltura e di città al lembo dei nostri monti, dei quali non soprastettero che le vette. Tradizione più recente e il nome di Reggio[4] farebbero indurre che dall’Italia abbiano con improvviso strappo divelta la Sicilia le correnti, favolosamente pericolose nel Faro. Fors’anche le isole Eolie aderivano alla Calabria lungo la costa dal Pizzo al capo Vaticano; e fra i due golfi di Squillace e Sant’Eufemia s’imboccava un canale traverso all’Italia, in modo che restasse isola la Calabria meridionale[5]. Da Camporeale a Monteforte potè fluttuare per quaranta miglia un lago, donde ergevasi la Serra negli Irpini, ed isola era il monte Soratte.
MUTAMENTI POSTERIORI
La mitologica battaglia degli Dei con Tifeo nella Campania e ad Enarime, cioè Ischia; Giove che, minacciato dai Titani, tre ne cava fuori dal suolo, gli altri sobbissa, e ad essi sovrappone i monti di Sicilia, non esprimono l’affondarsi di antiche e l’emergere di nuove montagne? Il piano scabroso che divenne talamo a Roma, fu già seno di mare, colmato da terreno plutonico: marne terziarie, ed arenarie lacustri o marine miste a tufi ignei costituiscono quei colli e i margini de’ laghi di Castel Gandolfo e di Nemi, impozzatisi entro crateri estinti. Altri laghi invece si esaurirono, come quelli di Baccano, di Monterosi, di Capena, d’Aricia, di Castel Savello, e il Regillo presso Frascati, segnalato dall’ultima battaglia del patrizio eroismo romano: il travertino a’ piedi delle montagne di Tivoli non potè esser prodotto che in fondo a un lago, del quale sopravanzano i piccoli dei Tartari e della Solfatara[6].
VULCANI
E d’un vulcano ci pare indubbio simbolo quel Caco, che in Virgilio vomita fuoco[7]. Un cranio rinvenuto in un letto di pozzolana di monte Mario, un gran lenzuolo chiuso nel peperino del monte Albano, un antico ossario sotto alle lave di questo vulcano, testimoniano di mutamenti avvenuti dopo che v’abitava gente consociata. E ben venticinque vulcani tu potresti numerare in doppia tesa da Verona fino all’Etna, i quali ancora si manifestano dove in crateri ignivomi, come a Stròmboli, all’Etna, al Vesuvio, il più attivo d’Europa, dove in soffioni e mufete e borborismi e bulicami, o ci lasciarono di sè testimonianza nella forma del suolo e nelle sovrapposte stratificazioni. Napoli e Cuma, fondate undici secoli avanti Cristo, posano sopra quattro scanni di lava; e convien dire che da lungo tempo tacesse il Vesuvio, se non si dubitò di piantare così vicino ad esso una città. In fatto i Greci, sebbene ne conoscessero la natura, non ne ricordavano alcuna eruzione; eppure Ercolano sorge sopra una lava simile a quella che lo sepellì, e con vestigia di coltivazione. In quella vece ardeva il Voltùre, spingendo lava e ceneri sino al limite orientale degli Irpini; tutta ignea è la vallea del Garigliano; e attorno a Napoli si additano ben ventisette fumajuoli estinti, de’ quali uno a Capodichino, l’altro a Capodimonte, uno a Sant’Elmo e a Pizzofalcone, due al Posílipo, altri a Soccaro, a Pianura, a Fuorigrotta nel monte de’ Camáldoli; i laghi Lucrino, Averno e d’Agnano furono crateri; a dir solo i più manifesti, se ne riscontrano al monte Gauro, a Cuma, al Marmorto, al capo Miseno; Procida aderiva ad Ischia; e il nome de’ Campi Flegrei esprime abbastanza la natura del semicircolo che s’arcua fra Gaeta e il capo di Minerva.
ALTERAZIONI POSTERIORI ALL’UOMO
Poco innanzi al tempo di Plinio era sorta dal mare la Liscabianca, una delle isole liparee; poi nell’età di Tolomeo due altre, Dátoli e Basiluzzo; e mentre a ricordo storico quattro sole se ne contavano, ora quelle isole son dieci; e noi stessi vedemmo, nella secca del Corallo fra Pantellarìa e la città di Sciacca, emergerne una nuova, poi scomparire. Nel 1538 di mezzo al lago Lucrino in pochi giorni si elevò quel che ancora denominiamo Montenuovo.
Nei contorni di Acireale in Sicilia il canonico Recúpero riconobbe sette scanni di lava, alternati con un erto terriccio. L’inglese Brydone, pubblicando nel 1773 quest’osservazione nel Viaggio per la Sicilia e Malta, argomentò che a formare un tal letto vegetale occorrono almeno duemila anni; laonde quella montagna deve contarne quattordicimila. L’asserzione fu raccolta avidamente in un tempo, in cui ogni scienza arrolavasi per isbugiardare il genesi mosaico; ma primieramente chi accerta in quanto tempo il terriccio si formi sopra la lava? arida e nera vediamo tuttora la vomitata dall’Etna nel 1536, mentre su quella del 1636 frondeggiano alberi e vigne; vene di terre coltivate sono frapposte alle sei lave accumulate sopra Ercolano, della cui distruzione conosciam l’anno appunto. Cadeva dunque l’arguzia sillogistica davanti ad una migliore valutazione dei fatti, anche prima che il valoroso naturalista Dolomieu verificasse nessuno strato vegetale interporsi alle lave di Jaci[8].
Consta che a volta a volta ridestaronsi alcuni vulcani; Archippa in età remota andò sommersa nel lago Fúcino; altre irruzioni distrussero nella foresta Ciminia una città, e quella de’ Volsinj, ed una chiamata Sucinio da Ammiano Marcellino, tanto antica che nessuno ne fa ricordo. Era tradizione che Aremulo Silvio re d’Alba (863 a. C.) fosse colla reggia inghiottito da una fauce del monte Albano, e Dionigi d’Alicarnasso aggiunge si notavano ancora nel lago i ruderi del suo palazzo: sotto quel di Bracciano additavano una città sobbissata, di nome ignoto: nè d’altra indole doveva essere la voragine spalancatasi nel fôro romano, entro la quale si precipitò Curzio: Tito Livio trovava riferito negli annali di sassi piovuti a Vejo, sull’Aventino, sul monte Albano, ad Aricia, a Lanuvio. Novantun anno avanti Cristo due montagne a Modena parvero avvicinarsi, e forse allora inabissò la città che giace sotto alla presente; il monte Epomeo divampò in modo, che le mura di Reggio ne ebbero conquasso.
ACQUE
Nuovi cambiamenti portò l’allungarsi dello sbocco dei fiumi. Le paludi Pontine erano mare fino ai monti di Sezze, Sermoneta, Vellétri, ed isola il promontorio Circeo. Le maremme da Pisa fino ad Orbitello, comprendenti il delta dell’Arno e le spianate ove impigrano la Cécina, la Cornia, l’Ombrone, l’Albenga, da pochi secoli furono sottratte al mare: a Rutilio Numaziano nel iv secolo, navigando rasente il lido etrusco, erano visibili gli avanzi di Populonia, or posta troppo addentro ne’ morbiferi pantani di Piombino e Scarlino: e la Tavola Peutingeriana, del secolo iii, fa sboccar l’Ombrone fin presso alla via Aurelia. Sembra il Tirreno flagellasse le mura di Tarquinia, che ora ne dista tre miglia: Luni e Lavenza sedevano sul mare, cui lambiva la via regia, or separatane da un miglio o due. Pisa da Strabone è collocata a tre miglia dal mare, a quattro nel 1173 da Beniamino di Tudela, mentre ora è a sette. Trajano costruì allo sbocco del Tevere il porto, che oggi dista duemila ducento metri dalla riva; e cinquecento cinquantaquattro una torre fabbricata da Alessandro VII sulla marina. Tiensi per dimostrato che l’Arno presso Arezzo si dividesse in due bracci, un de’ quali colava al mare per Firenze e Pisa, l’altro pel val di Chiana confluiva nel Tevere; finchè le alluvioni de’ torrenti tributarj a quella valle, o sollevamenti di terreno separarono i due bacini. Certo il val d’Arno superiore fu un lago, sfogatosi poi per la rotta, che ancora da ciò serba il nome d’Incisa; come di Ripafratta una strozza, che nei colli di Filettole e Castiglioncello squarciarono le acque del Serchio e dell’Ozzeri.
ONDEGGIAMENTI
Anzi sembra che oggi stesso la crosta terrena in molte parti si elevi e si adimi, secondando la marea dell’ignita lava sotterranea. Molte città e regioni ne portano testimonio in edifizj o depressi o rialzati; ma il più bizzarro sono le colonne del tempio di Serapide a Pozzuoli, non solo affondate ora nel mare, sopra il cui flusso posavano, come l’attestano i sottoposti scoli, ma a grande altezza traforate da folladi e terebratule, cui abitudine è di rimanere alla superficie dell’acqua: sicchè fu un tempo in cui anche la loro base sovrastava alle onde, ed uno in cui vi era sommerso lo scapo fin a metà[9]. Tale prova si ripete all’occhio indagatore per tutto il delizioso rivaggio di Baja e Posílipo, e nella roccia calcare di Gaeta e del capo Circeo, convincendo che quelle terre giacquero fin otto metri sotto all’acqua. Ma che? i litofagi stessi nel golfo della Spezia non lasciano traccia al disopra dell’odierno fior d’acqua; prova che l’ondeggiamento non ebbe luogo colà, o nei molti edifizj lungo quella costa, mentre la torre di Santa Liberata a capo Argentaro, certo fondata in asciutto, ora sta sotto al mare; e le paludi mostrano le une avvallamenti, le altre elevazioni di terreno. Qual induzione trarne dunque? che non v’è uniformità nel rigonfiarsi e deprimersi del littorale, ma la crosta è tuttora flessibile, e soggetta a parziali ondeggiamenti.
ONDEGGIAMENTI
Di queste disquisizioni c’imputerà solo chi non conosca quanto i procedimenti d’una nazione, non diremo dipendano, ma si assettino alla natura dei luoghi che occupa. E però seguitando diremo come l’Italia continentale dovette lunga stagione rimanere in balìa del Po e degli altri grossi fiumi, i quali, filando da ghiacciaje alpine, lasciarono l’impronta del loro dominio nella profonda ghiaja alluviale, sottostante alla ubertosa belletta della Lombardia e dell’Emilia; e scarnando i monti, elevarono pianure, colmarono valli e seni, e spinsero molto addentro nel mare le colmate; opera che proseguono tuttora a malgrado dell’arte.
ALTERAZIONI MODERNE
Vuolsi che nella pianura padovana fluttuasse il mare, da cui sporgevano a guisa di spòradi i colli Eugànei, gruppo trachitico isolato fra terreno terziario d’alluvione, e presso ai quali si colloca la caduta di Fetonte, cioè forse una pioggia di materie vulcaniche e d’aeroliti. Il Modenese pure, sospeso sovra acque correnti, dovette formarsi per rialzamento progressivo[10]; e le sue salse eruttano ancora fanghiglia, acqua salmastra e gas idrogene carbonato. L’Adige fin verso il 600 dopo Cristo lambiva i colli Eugànei, per isboccare al porto di Bròndolo. V’è chi sostiene il Po scendesse alla marina cento miglia più addentro d’adesso, talchè, dopo l’imboccatura del Taro ove cessa di voltolar ciottoli, fosse tutto maremma quel delta, che or accomuna in parte anche coll’Adige. La laguna estendevasi da Aquileja fino a Ravenna, ai confini padovani allargandosi ben trenta miglia, di maniera che riceveva tutti i fiumi dal Po all’Isonzo; i quali poi coi loro interrimenti finirono a distinguerla nelle tre di Aquileja, Venezia, Comacchio. Pel ventaglio del Po, sette canali scaricavano questo fiume a mezzogiorno di Ferrara; poi assottigliatisi i due principali di Primàro e Volàno, s’aprì un nuovo corso avvicinandosi all’Adige in modo da minacciare l’esistenza eccezionale di Venezia, se col taglio di Portoviro non gli si fosse schiusa la gran vena del Po grande[11]. Certo de’ terreni, ove il re de’ nostri fiumi liberamente spagliava, or è mutata del tutto la faccia. Il porto di Ravenna, che bastava a ducencinquanta vascelli dell’impero romano, Jornandes, che ne fu vescovo nel vi secolo, lo vedea convertito in giardino; ed ora la città dista quattro chilometri dal mare; venticinque Adria da quello cui diede il nome; e a gran fatica coi colossali murazzi Venezia si schermisce dai fiotti che ostruirebbero i suoi canali.
CONFINI E PASSAGGI
Pochi paesi ebbero da natura frontiere così ben determinate quanto l’Italia, per crescervi una nazione autonoma, dagli stranieri separata pel mare e per le montagne: eppure da quello e da queste le vennero continuamente abitanti, educatori, devastatori, padroni. Polibio, un secolo e mezzo avanti Cristo, indicava quattro passaggi ne’ monti verso la Gallia: uno per le alpi Marittime littorali, aperto vetustamente da Ercole, e dove fu poi tracciata la via Aurelia; uno per le alpi Cozie e la piccola Dora ai Taurini; il terzo pei Salassi di val d’Aosta scandendo il monte di Giove, che ora è il San Bernardo; il quarto pel letto del Ticino. I Romani poi resero accessibili nelle alpi Retiche le vallate del Reno e dell’Adige, e nelle Carniche quelle del Tagliamento e dell’Isonzo; a tacere il littorale adriatico, ove le montagne si chinano fino al mare[12]. Lo svilupparsi delle coste per 5844 chilometri, con tante insenature e con eccellenti porti, e il riuscire poco discosti dal mare anche i paesi dell’interno, rendono l’Italia appropriatissima al commercio, e a divenire potenza marittima. Ma la sua lunghezza di seicento settanta miglia dal Capo Rizzuto fino al monte Bianco, ch’è la più elevata cresta d’Europa, sopra una larghezza che varia da venti sin a trecento miglia; e tanti fiumi e valli che la frastagliano, sembrano disporla a rimanere frazionata in piccoli Stati, quale la sua storia ce la mostra, essendo fin a jeri mancata di quell’unità di governo e di capitale, di cui si compiaciono altre nazioni.
GLI ASPETTI
Di qui pure la portentosa varietà di aspetti, che vi ravvicinano il clima di Costantinopoli a quello della Norvegia, vuoi in estensione, vuoi in elevatezza; sicchè tu raccogli limoni e melagrani nelle ridenti morene che fan piede alle alpi Retiche, sulle cui rapinose vette a pena il camoscio raspa qualche lichene di sotto al gelo perpetuo; di nevi s’incorona il Mongibello, le cui spalle sono sparse di scorie, e alle falde non cessa mai l’estate; come delle Madonìe e del Montisori di Sicilia un fianco biancheggia di neve, l’altro fiorisce di aromatiche rarità. Di qui ancora la moltiforme vegetazione: il cupo verde delle conifere spicca dalla corazza delle ghiacciaje, che il Cenisio, il San Bernardo, la Spluga oppongono ai dardi del sole e all’avidità de’ conquistatori; laghi cristallini, ricreati da freschi orezzi e incorniciati dalla perenne letizia dei mirti e degli allori, foscamente spiccanti dall’argentino ulivo, colla montana severità circostante imitano il contrasto della gaja fanciullezza colla pensosa canizie; a mezzogiorno deserti, ove rosseggia la ruvida soda spinosa; a settentrione fragranti praterie subalpine nutrono api, mandre, pecore; tra filari di gelsi cinesi e di pioppe pinate torreggiano in piano le città lombarde; e in limpidi pelaghetti si specchiano giardini a terrazzo, e poggi festonati di pampani quasi per una solennità, e pergolati che schermiscono dalla canicola e dalle protratte aridità del cielo splendidissimo; l’oro di migliaja d’agrumi rileva sul bruno delle boscaglie nella Campania, nel Genovesato, nella Calabria; boschetti di terebinto, di lentischi ombrano le tane de’ Trogloditi; lance di àgave e spatole di cacti assiepano campi, dove pompeggiano spontanei l’oleandro, il pistacchio, le palme a ventaglio e sublimi canne; le roccie irte di fichi opunzj, e i carrubi, e gli aloe sorgenti fin venti metri, e il castano che fa ombrello a cento cavalli, e i datteri di Catania e di Girgenti avvertono la vicinanza dell’Africa; la sorridente guardatura di Palermo e di Mergellina ti fa trovare veramente, com’è in proverbio, un pezzo di paradiso caduto in terra. E quando d’un’occhiata abbracci Italia e Sicilia, e tante rade e tanti seni, opportunissimi al comunicarsi della civiltà e delle produzioni; e tanta ricchezza di minerali, tanti agi del vivere, tanti vezzi che invitano d’ogni plaga gli invidianti stranieri, i curiosi del bello, i pellegrini dell’intelligenza; e città sepolte sotto i lapilli, o dimentiche fra gli scopeti e le macìe; ed altre già frequentatissime, or da pochi e poveri abitate; e i porti, da ciascuno dei quali uscivano cento navigli, ed ora appena schiusi a qualche barca peschereccia; e misteri dell’arte non meno stupendi di quei della natura; e memorie d’ogni gente che da settentrione e da mezzodì venne a bagnarla col suo sangue e col nostro; e una città eterna, che signoreggiò il mondo prima per la forza, poi per le leggi, indi per la religione: allora ti senti preso di maggiore affetto per un paese di glorie privilegiate e di privilegiate sventure, e che tre volte risuscitato dalle proprie ruine, nell’operoso silenzio rifà le ali della speranza.
LA STORIA
E poichè un popolo tanto più sente la propria dignità quanto è più lungo il tempo a cui dilata la sua storia, diventa un dovere di pietà lo studiar quella degl’Italiani dai primordj fino al presente. E quanti già la raccontarono! eppure senza toglierne la voglia ad altri, avvegnachè ogni età abbia un linguaggio suo proprio, ogni autore un proprio modo di scorgere, di connettere, di valutare i fatti, pur beato chi può dire,—La patria ha inteso il mio!
E noi, quando giovinetti domandavamo ai maestri una storia d’Italia, approvata dai dotti, intelligibile agli indotti, accettata dalla nazione, e non ce la sapevano indicare, un eccelso concetto ci formavamo di questo lavoro di memoria, d’immaginazione, di giudizio, di sentimento; e che a compirla bisognasse raccogliere con erudizione sicura e vagliare con logica sagace le sempre crescenti notizie; le quistioni affrontare con intrepidezza, risolvere con imparzialità; ostinarsi a scoprire, accertare, depurare il vero, volerlo dir tutto, e non dire che quello; evitare i luoghi comuni, pur senza avventarsi nei paradossi, nè sostituire alle osservazioni l’intuizione, alla indagine le divinazioni e i presentimenti, alle particolarità vivificanti le metafisiche generalità; non assegnare a grandi effetti piccole cause, bensì spinger l’occhio nella storia interiore, di cui l’esterna è mero riflesso; non credendola fatale ma neppure fortuita; nello svolgimento de’ fatti cercar quello delle idee, l’eterna realtà sotto alle volubili contingenze; non che disanimarsi a tanto spettacolo di miserie, di bassezze, d’iniquità, a tante esperienze ove al desiderio fallirono le forze o alle forze la perseveranza, riconoscere che la giustizia e il senno di Dio si compiono anche mediante le ingiustizie e gli sbagli degli uomini, e serbar fede a quel progresso cristiano, che, dopo lunghe interferenze, si manifesta in una più giusta economia della società, in una più chiara luce degli intelletti, in una più saggia moralità delle azioni: credevamo infine si dovesse tutto esporre con nettezza, calore, rapidità, atteggiando i personaggi col loro carattere, avvivandoli coll’alito del loro tempo, non coi pregiudizj e i risentimenti del nostro; aspirando a quell’originalità che deriva da verità sentite e volute, espresse senz’arroganza, nella lingua meglio intesa.
LA STORIA D’ITALIA
E ogniqualvolta alcuno si segnalasse nel tormentoso esercizio dello scrivere, noi chiedevamo perchè non tessesse una storia d’Italia, onde preparare alla nazione un altro pegno d’unità e di fiducia; onde emendare la febbrile abitudine del leggere a corsa, del credere o negare senza esame, del ricevere per consenso le immagini e le impressioni, anzichè esercitarvi la propria attività; onde prevenire alcuna delle rovinose temerità, che nascono da incommensurabili pretensioni accoppiate con cortissima esperienza.
Principalmente noi v’incalzavamo quel venerabile nostro amico che fu Cesare Balbo, il quale allora dai casi pubblici e dalle accoglienze fatte ai primi volumi della sua Storia d’Italia trovandosi gittato in uno sconforto, da cui seppe poi bene rialzarsi, ci rispondeva:—In un secolo che, educato sistematicamente nello spirito di parte, impugna la verità conosciuta; l’incontestabile critica storica esinanisce colla contestabile controversia politica; ciò che ha formato per secoli la gloria e la venerazione dell’umanità, sacrifica alla parola convenzionale che ogni giorno gli è suggerita da oracoli d’un giorno; in un paese sprovvisto d’opinione pubblica, cioè di sentimenti comuni alla più parte de’ pensanti; con una letteratura vagabonda, ricca d’orpello, scarsa di bontà e d’amore; con una scienza isolata, lineare, di meri dilettanti; con leggitori pregiudicati, creduli, distratti, la cui pazienza a tutto indiscretamente ingojare infonde la sfacciataggine di tutto dire: dove il sentenziar dei migliori si rimette assurdamente a Tersiti, presuntuosi più quanto meno competenti; dove, allorquando il grido de’ nemici accusa, il silenzio degli amici condanna; dove nessuno coadjuva allo studioso, tutti cospirano a menomargli quella fiducia che è la condizione d’ogni riuscita; tra giovani che al grave e al serio preferiscono i dilettevoli nulla e le ammirate inutilità, o che a vent’anni pronunziano scioperandosi quella bestemmia di Bruto, che appena avrebbe senso dopo un’intera vita d’azione; tra adulti che nulla vogliono dimenticare dell’antico, nulla ammettere del nuovo; tra faziosi inesausti di ciance, il cui applauso si carpisce coll’incensare l’amor proprio, coll’impudenza nella ciurmeria, collo sfoggiare gagliardezza contro i deboli; tra intolleranti che, per liberalità fattisi inquisitori, vogliono guardare con un occhio solo, e mutilano la verità per costringerla entro la loro forma; tra riazionarj d’esagerazione opposta, che vi denunziano agli oppressori come contumaci, agli oppressi come codardi; tra avventati che compromettono, e pusillanimi che rinnegano l’avvenire, perciò aborrenti entrambi dall’esperienza; tra il bombo di passioni che non s’illuminano, d’interessi che non si persuadono, come potrebbe sorgere, come perseverare uno storico? Perocchè, oltre non professare altro culto che della verità, altra passione che della giustizia, è dover suo diffondere luce, benevolenza, abitudine del riflettere; salvare e invigorire il senso comune contro il sofisma e l’utopia, cioè il falso in pratica; difendere l’autorità senza vigliaccheria, la libertà senza sovvertimento, l’ordine senza smentire la generosità e il progresso; e di tutta l’opera sua fare un atto d’educazione morale e politica, un esempio di coraggio civile, e di quella tolleranza che è la cortesia della libertà».
Il calcolare le scabrosità di un’impresa è utile finchè se ne induca la necessità d’adoprarvi tutte le forze; è viltà se scoraggi dall’usarle: e mentre aspettando il grand’uomo e l’opera perfetta molti si consumano in isterili rimpianti, perchè non confortarsi di quel proverbio che Chi fa a potere fa a dovere? E senza reputarsi da più dei precedenti, nè trovatore di fatti nuovi e di non più concinnati sistemi, uno può assumere la storia d’Italia, purchè con buona fede, con volontà perseverante, coll’affetto di chi parla della cosa più caramente diletta, e insieme colla sincerità di chi teme che il dissimulare i mali tolga di conoscere ed applicare i rimedj; simile a chi, presso ad una madre che altri svenò, poi col sangue trattole scrisse È morta, la esplora fra lacrimoso e venerabondo, se mai a qualche guizzo del cuore potesse consolarsi che morta non è.
Da che popolo divenne parola di partito, popolari si dissero lavori impregnati di collera e d’orgoglio, vacillanti di principj, frivoli di concetto, abjetti di forma, chiari forse ma come un ruscello che al fondo lascia vedere il nulla, e dove l’autore si presta complice d’insani pregiudizj e di ridicole pretensioni, anzichè elevarsi a correggere le passioni vulgari, guidare i calcoli, i principj, gli affetti tra l’abuso dell’esame e quello della credenza. Non a questa popolarità aspirano i buoni libri; bensì a comparir decentemente fra intelletti colti, fra donne che si educano per divenire educatrici, fra studiosi che vi trovino lo stillato del senno, della dottrina, della pazienza dei loro pari; fra cittadini che la patria amano da mariti non da vagheggini; fra statisti che sanno la felicità d’un paese non elevarsi solidamente se non fondandola sulle origini sue e sul suo passato.
Dopo di ciò, l’autore abbandona l’opera sua a chi si senta il ruzzo fanciullesco di dilaniarla, o il virile proposito di giovarsene per compirne una migliore. È appuntato d’errori, di dimenticanze? accetta la correzione, ringrazia dell’insegnamento, quand’anche vi manchino quelle forme che gli danno o crescono valore. Trovasi bersagliato dagli estremi opposti perchè, nè minace nè pauroso, rispettando quella degli altri, pretende l’indipendenza del proprio pensiero, e fra due abissi si equilibra soltanto sulla propria coscienza? ascolta a questa che gl’intima «Vien dietro me, e lascia dir la gente»; e alle tribolazioni, che oggi rendono opera espiatoria lo scrivere, si rassegna nel sentirsi sicuro che, se forse ha taciuto cosa che pensava, non disse cosa che non pensasse; certo di errare, ma non di errare apposta; e sovratutto di aver amato e rispettato il proprio tema, e speratone alcun giovamento ai compatrioti che con lui soffrono, lottano, confidano.
E a noi vogliano gl’Italiani perdonare se nei gravi anni ci perigliammo a compiere l’opera, che fu l’esercizio e la mira de’ fiorenti; battendo un sentiero corso da tanti, ma pur con passi nostri. Oh felice quel talento che si guadagna le simpatie, a dispetto della frivola beffa e della sistematica denigrazione! Ma se noi troveremo anche adesso l’affettato frantendere, l’interpretare sinistro, la maliziosa insinuazione, il petulante compatire; se si perseveri ad invidiarci quella benevolenza dei connazionali, che invocammo unici mecenati nella fatica, giudici nelle accuse, conforto nelle speranze, ci rimarrà qual supremo compenso l’esserci procurato questo lungo colloquio col fiore della nazione, con quelli che maturano per un avvenire più ragionevole, più libero, più morale.
Il quale allorchè si schiuderà, sappiano almeno i nostri figliuoli che noi lo vagheggiammo ancora in boccia; e ad inaffiarne il germe portammo una stilla d’acqua che negavamo ai piaceri nostri e all’agevolezza del rimanere in pace coi gagliardi violenti e coi fiacchi stizzosi.
CAPITOLO II.
Dei primitivi Italiani.
ANTICHITÀ DELL’ITALIA
Quell’amore di patria, che pare si acuisca quant’essa e più immeritamente sventurata, e che cambia di pretensioni secondo la passione del momento, potè asserire che l’Italia fosse da antichissimo non solo abitata, ma incivilita a segno, che di là partissero i dirozzatori della Grecia, dell’Egitto, perfino dell’India. Non v’è paradosso, a cui non possa imprimere aspetto di probabilità una erudizione o incompleta o mendace, la quale ignori o dissimuli gli argomenti contrarj, contentandosi di soddisfare ai dilettanti, la genìa più numerosa, e la più consueta dispensiera della reputazione, che è l’orpello della gloria. Chi ben vede, a quella ipotesi[13] trova repugnare e la natura dei terreni e le testimonianze storiche; alle quali chi neghi peso quando avverse, non potrà appoggiarvisi quando favorevoli.
I terreni dell’Italia peninsulare si trovavano (lo vedemmo or ora) allo scarco orientale dell’Appennino occupati da paludi, e all’occidentale sommossi da esalazioni vulcaniche; Adige, Ticino, Po e i cento loro confluenti spagliavano a baldanza nella continentale, e il mare penetrava ben addentro in quelle ora ubertosissime pianure.
Documenti di remotissima longevità dove si additano fra noi? La storia più antica, l’ebraica, ci mostra l’Egitto, la Fenicia, l’Arabia incivilite venti secoli prima di Cristo, e non menziona tampoco l’Italia, bensì mette per fede quel che le moderne ricerche d’etnografia, di linguistica e d’archeologia vanno confermando, che la stirpe umana derivi da un ceppo unico e dal centro dell’Asia, donde pe’ varj pendìi si diffuse in tre gruppi, distinti eppur fraterni, designati col nome di Sem, Cam, Giafet. Il primo prevalse per senno, e per avere conservato maggior quantità di tradizioni morali e scientifiche: il secondo, segnalato per industria e cultura, precipitò in tempestiva depravazione: il terzo, famiglia più rozza e meno corrotta, dovea vantaggiarsi dei progressi delle altre.
Della gente giapetica una parte estendevasi nella penisola indiana e nella Persia, mentre un’altra risalì al settentrione, e traverso alla Scizia penetrò nell’Europa nostra. Le lingue parlate in questa, fra cui la latina e l’italiana, s’annettono fra loro per tante affinità di parole e di costrutti, che se ne costituì un solo gruppo, intitolato indo-germanico, di cui le radici sono a cercare fra le misteriose bellezze del sanscrito, lingua sacra dell’India. Che più? questa ricchezza di frutti e di grani, quest’utile e dolce compagnia d’animali domestici, non è indigena dell’Italia, ma seguì le migrazioni, mosse dalla nativa Asia verso il nostro Occidente: nuova conferma al racconto biblico.
PRIME GENTI
E già fu tempo quando le origini dei popoli non si voleano cercare che dal genesi mosaico; Noè e suoi figliuoli doveano esser venuti a popolare la nostra patria, e qualche nome che tenesse somiglianza co’ nostrali, bastava a stabilire una genealogia. Fu allora che il Morigia faceva occupare l’agro milanese da Tubal figlio di Giafet, trentacinque anni dopo il diluvio, e fondar la città d’Insubria, detta poi Milano; che Bernardino Scardeonio empiva la Venezia con colonie menate dai figli di Noè; che Noè stesso era fatto giungere in Italia dal Merula, e quivi dal vino denominare Giano[14].
Chi più bada a queste baje de’ frati, nè a quelle degli eruditi che voleano trar le origini ciascuno dal popolo e dalla lingua su cui avea diretto gli studj, dai Fenicj il Mazzocchi, il Martorelli, oltre il Giambullari, il Gelli e gli altri resi famosi col nome di Aramei; dai Celti il Bochart, Guido Ferrari e il Bardetti; nè a quelle dei poeti, che metteano Troja a capo di tutto?[15].
L’ODISSEA
Questa città richiama a mente lo scrittore classico più remoto e «primo pittor delle memorie antiche». Omero, guidando il suo simbolico Ulisse a vedere «i costumi e le città di varj popoli», undici secoli avanti Cristo nomina i Siculi come primissimi abitatori del centro della nostra penisola; ma descrivendo le coste di questa, indirettamente ne smentisce antica la civiltà. Caduta Troja, Ulisse, cacciato dall’ira divina fra i Lotòfagi del littorale africano, si propone di ritornare ad Itaca sua patria, isola del mar Jonio. Imbarcato, drizza la prora verso l’isola delle tre punte ( Trinacria ), la quale ricevette nome dai Siculi; e presa terra presso l’ignivomo Etna, v’incontra Ciclopi e Polifemi, cioè gente ferina e antropofago, «che non semina nè pianta, non ha leggi, non adunanze, non navi, ma abita in antri, signoreggiando sulla moglie e sui figliuoli». Campato dal costoro dente, uscito dallo stretto di Messina, approda alle isole Eolie; donde coll’aria di ponente traversa lo stretto che supponemmo si aprisse fra il golfo Scilatico e il Lametico (pag. 16). Poi dai numi irati risospinto pel medesimo varco, sale verso Lamo[16] nel golfo di Gaeta; e da un’altura esplorando il paese, «non vi scorge ovraggio d’uomo nè di bue», ma solo i fumi, probabilmente del Vesuvio. Alcuni de’ suoi seguaci, mandati per informazioni all’abitato, vi trovano i Lestrigoni, giganti che mangiano uomini, e lanciano pietroni enormi.
Perduta la maggior parte de’ compagni, e ripresa via, Ulisse afferra al paese di Circe, che probabilmente è il monte Circeo, «isola circondata dall’immenso mare» che poi interrotto formò le infauste paludi Pontine. Circe, maga che trasforma gli uomini in bestie, cos’altro simboleggia che il vivere ferino? Ed essa consiglia Ulisse di veleggiare col vento di borea ai Cimmerj, ossia nella regione di Cuma napoletana che fu poi così ridente, e che allora dinotavasi come regno delle ombre e dei morti o delle sirene, cioè offriva campo agli sbizzarrimenti della fantasia perchè sconosciuta[17].
L’ENEIDE
LEGGENDA VIRGILIANA
Tale appariva l’Italia all’itaco re, il quale ne’ suoi lunghi pellegrinaggi in altre contrade ritrova e civiltà ordinata, e gentilezza d’arti, e scienza d’armi, e abilità dì navigare. E il poeta, il quale dovea vivere nove secoli avanti Cristo, fa predire da Apollo che Enea otterrebbe ancora regno nella Troade: laonde non si potrebbe obiettargli la civiltà che qui Enea trovò, secondo una favola di posteriore invenzione, immortalata da Virgilio. Il qual Virgilio, elegantissimo espositore delle tradizioni che blandissero la vanità latina, fa abitata l’Italia da popoli selvaggi[18], senza proprietà stabile[19], che sol ricordavano d’essere usciti da tronchi di rovere[20], allorquando (dovette essere quattordici secoli prima di Cristo) calò fra loro Saturno, che quella gente indocile e dispersa ne’ monti raccolse, la insegnò nell’agricoltura, nell’innestar gli alberi, nel valersi dei bovi, mentre la vite era introdotta da Sabino[21]. Ed anche al tempo che qui fa approdare il pio trojano, quel gentile poeta ci descrive bambino l’incivilimento degli Itali, divisi in borgatelle, occupati a rompere la gleba, andar a caccia, cavalcare; alcuni pochi dell’Etruria a lavorare il ferro, forse tratto dall’Elba; armati sempre, taluni perfin tra le fatiche agricole; faceansi elmi e schinieri con pelli di lupo e scorze di sovero, e sapeano trar di fromba e d’arco, anche con saette avvelenate[22]. Il re, capo d’un piccolo cantone, avea solo autorità di convocare il popolo alle assemblee e condurlo in guerra; suo distintivo pelli d’orso, di leone, di pantera[23]; sua reggia una capanna di paglia; e spesso congiungeva al comando gli uffizj e il carattere di sacerdote[24]. Di fuori s’erano importati molti riti sacri, dall’Arcadia i Lupercali, dalla Grecia i Baccanali; altri più severi, probabilmente indigeni, si esercitavano nelle selve ad onore o degli avi defunti o degli eroi; un feticismo più grossolano era mantenuto fra alcuni, che prestavano culto ai fiumi, entro ai quali immergeano i neonati, o si lavavano i peccatori per purificarsi[25]; nè era dismessa l’orribile eppur tanto diffusa superstizione de’ sagrifizj umani.
ELABORAZIONI STORICHE
A dare significazione storica a questo linguaggio mitologico, a strigare la continua confusione del reale coll’immaginario, che si trova nella leggenda, la quale altera il fatto reale, talvolta lo contraddice apertamente, ma pure conserva un fondo di vero, o almeno di non falso, faticarono l’erudizione e la fantasia; e non volendo accettare quel mistero che involge tutte le origini, ogni tratto presentasi alcuno a trinciar le quistioni colla facilità propria di chi non le ha studiate, e tacciando chiunque lo precedette; vantasi di nuovi fatti, d’insoliti paradossi, che poi riescono a luoghi comuni: per tacere degli sguajati, che aborrendo dalla verità cercata per se stessa, delle sapienti elucubrazioni fanno un’occasione di strapazzi; e perchè Müller o Niebuhr traggono i Pelasgi dai Germani, Freret e Thierry dai Galli, gl’insultano come minaci alla nazionale indipendenza.
Se alcuna cosa attendibile si può raccogliere, è che la popolazione all’Italia venne in più riprese, e di genti che un lasso di secoli e diversità di clima e di consuetudine aveano distinte, benchè non ne cancellassero le originarie somiglianze. Il discenderle è tanto più arduo perchè la scarsezza di monumenti toglie di spiegarli e correggere a vicenda; e l’appoggiar le induzioni sopra errori falsa necessariamente le conseguenze.
Gli antichissimi non iscrissero le loro storie, od a noi non pervennero; fossero anche pervenute, ce n’avrebbero potuto rivelare le origini? Le tradizioni si sformarono pel passare di bocca in bocca, per l’ignoranza del vulgo, per la scaltrezza sacerdotale, per la boria patriotica. Quei che primi tolsero a fissarle collo scritto non le seppero vagliare, ignorarono molti monumenti, o non ne intesero il valore; intanto sovvertimenti naturali, sovrapposizione di nuovi popoli, inenarrabili sventure mutavano faccia, costumi, credenze, lingue ne’ paesi: sicchè, cancellate o confuse le memorie, non restando nè uno storico nè un logografo, essendo ignota fin la lingua delle poche iscrizioni sopravanzate, riesce quasi disperata l’investigazione della verità, che è il primo scopo della storia.
STORICI PRIMI
Ultimi degli antichi popoli d’Italia, i Romani colla spada raserò le vestigia dei precedenti; nei paesi soggiogati cercarono i lavori di appariscente bellezza onde rubarli, non ciò che avrebbe gittate qualche lume sui tempi trascorsi; i loro scrittori distinguendo i popoli conquistati per provincie, non per nazioni, venivano a confonderli; e vilipese le arti e le lingue italiche, non chiesero gloria che dalle vittorie. I Greci furono il popolo dell’antichità meglio dotato del sentimento del bello, sicchè ci lasciò i lavori più insigni nelle arti del disegno come in quelle della parola, e nel bagliore della sua luce involse quella degli altri, che ascrissero a vanto il derivare da quello le origini o l’educazione propria. Ed anche i Romani nella storia e nella filologia greca indagarono le etimologie e i tesmofori, sfrenandosi in aeree congetture, senza sentire il bisogno di confrontare, di discutere, d’accertare, ed acchetandosi ad un si dice. Se gl’Italiani così le negligevano, come sperare che con amore ne cercassero le origini que’ Greci, i quali, non senza titoli, si tenevano ad essi di tanto superiori? Oltre il vezzo di tutto personificare, di tradurre gli eventi in miti, di presentare in un uomo o in un fatto le complessive vicende d’un’età e d’un popolo, quanto essi ne raccontano de’ primordj del nostro paese ridonda a unico vanto della Grecia; di là le colonie, di là ogni arte, ogni sapere, ogni personaggio. Ciò scema fede a quanto de’ primi abitatori d’Italia narra Dionigi d’Alicarnasso, benchè egli venisse a Roma allorchè di fresco Catone avea scritto sull’origine delle città, era appena morto Cicerone, vivo Varrone; e mostri aver copiato gli annali e le lapide di ciascun paese, le quali, appunto perchè municipali, non restavano travisate dal proposito sistematico di metterle in accordo colle altre[26].
CONGETTURE
Di questo Varrone, predicato come il maggiore erudito di Roma, smarrimmo i libri; ma i frammenti che ci rimangono danno a temere ch’egli pure si buttasse alla fantasia o ad un’erudizione di provenienza greca, anzichè indagar la originale e indigena. Presumiamo altrettanto di Catone, romano anch’esso, che avea radunato memorie sulle origini di ciascuna città, le quali Eliano sommava a mille centonovantasette[27]; e dei trentatre storici, che avevano trattato della fondazione di esse. Strabone e Plinio, venuti più tardi, raccolgono tradizioni, ma nè discutendo nè combinando come è proprio di chi sente il bisogno della certezza.
L’erudizione moderna, chiedendo alla filologia e all’etnografia un filo onde ravviarsi in tal labirinto, inventa sistemi sempre nuovi, sempre incompiuti, sempre facili a erigersi quanto ad abbattersi. Interi libri si compilarono per null’altro che informare delle varie opinioni, le quali, come avviene delle congetturali, hanno ragione dove confutano, torto dove asseriscono. E noi, ponderatele tutte, non soddisfatti d’alcuna, esponiamo a guisa di chi è certo di non appagare altrui, perchè non è persuaso egli stesso.
Nel movimento di popoli che precede l’età storica, le grandi migrazioni non succedono che per via di terra; e dai varchi alpini devono essere scesi i primi abitatori all’Italia. Altri, sopragiungendo alle spalle, cacciavansi innanzi que’ primi, i quali trasferivano altrove il nome proprio, e nella terra abbandonata lasciavano traccie di sè in qualche particolare denominazione di paese. Pertanto in una penisola, i primi venuti pajono doversi rintracciare nella più lontana estremità; verso quella essendosi calati, finchè, non potendo più oltre procedere, le genti primitive si mescolarono colle avveniticcie.
Il navigare non costituiva una scienza ed arte complicata come oggi; e piccoli legni con ampia carena, capaci di cento in ducento uomini, spinti a remi e con una vela, bastavano ai viaggi, massime in mari circoscritti come quello fra l’Asia, l’Africa e noi[28]. A questo modo dovettero venire altre genti all’Italia, le quali piantavano piccole colonie e più civili sul mare, mentre i mediterranei tenevansi sui monti. Il nome di Aborigeni, attribuito ai più antichi Itali, suona montanaro (ὄρος monte ); e forse dinotava una prima immigrazione di genti giapetiche, denominata de’ Tirseni o Tirreni o Raseni, i quali comunicarono il proprio nome a tutta la penisola e al mare che la bagna ad occidente; intanto che quello a levante fu denominato Adriatico da Adria, città anch’essa tirrena. Platone, nel Critia, fa i Tirreni contemporanei degli Atlantidi al par degli Egizj, vale a dire anteriori ad ogni storia; la favola gli associa ai ricordi di Bacco, di Giove, dei Satiri; ed Esiodo, contemporaneo di Omero, rammemora «i forti Tirreni, illustri fra gli Dei e gli eroi».
ABORIGENI
Erano di quest’antichissima genìa gli Euganei e gli Orobj, che precedettero gli Umbri; e così i Camuni, i Leponzj ed altri del Trentino; sia che da quelle parti settentrionali fossero calati in Italia, sia che fra quelle alpi avessero piantato stazioni per riparare la penisola dalle correrie dei Galli[29]. A que’ Tirreni apparteneano per avventura anche i Taurisci, o montanari nella subalpina occidentale; e nella media Italia gli Etruschi e gli Opici, appellativo fors’anche questo generico, indicante terragni[30], e contratto in Opschi ed Oschi, al quale aggiungendo l’articolo, n’esce il vocabolo Toschi. Certo i Tirreni sono considerati dagli antichi come diversi dai Siculi e dai Pelasgi: la loro lingua sembra rimanesse al fondo delle italiche; ed anche nel fiore di Roma la plebe e la gioventù prendeano spasso dalle Favole Atellane, cantate in osco; poi quando la maestà romana declinò, l’osco sopravvisse col vulgo rimasto, e divenne forse padre dell’odierno idioma.
IBERI
Ma un elemento semitico vi si mescolò, se pure non li precedette, per opera degli Iberi, gente finnico-tartara o, come dicono i più recenti, turanica, venuta dall’Iberia asiatica vicina all’Armenia, diciotto secoli avanti Cristo, e largamente diffusa in Europa, dove per mare procedette fin nella Spagna, alla quale attribuì il proprio nome, e dove lasciò ne’ Baschi la propria favella, non meno che ai Finnici, nell’estremità opposta d’Europa[31]. A questo nome si apparentavano i Liguri nell’alta Italia; nella media forse gl’Itali, collocatisi lungo la marina occidentale fra la Macra e il Tevere; nella bassa i Sicani, che Tucidide chiama Iberi. Esso Tucidide riscontra il fiume Sicano nelle vicinanze de’ Liguri, che (dic’egli) abitavano a mare sopra Marsiglia: e poichè il nome de’ Sicani accostasi a quel de’ Sequani, assisi alla sorgente della Senna, v’ha chi arguisce doversi ascrivere al loro lignaggio i Celti, e a ciò attribuisce le molte parole che nell’italiano, e più nel siciliano, rimasero di celtica radice[32].
LIGURI
Secondo alcuni dunque la gente Ibera sarebbe abitata in Italia prima ancora che vi venissero gli Indoeuropei, e di là trarrebbero le tante parole dei nostri idiomi, estranie alle lingue ariane, e massime i vocaboli di luoghi. Ma ecco altri invece dedurre i Sicani dall’Epiro, e farli identici coi Pelasgi ( Corcia ); altri crederli un ramo de’ Tirreni ( Abeken ), che modificato dalla mistione cogli Aborigeni o Caschi, formò i Latini. Anche gli Umbri, altri popoli primissimi in Italia, da alcuni si vorrebbero Liguri: ma questo nome di Liguri ci sembra generico anzichè speciale, e certo era diffuso su grande ampiezza; gli Oschi medesimi si denominavano Liguri; Edwards, mediante la storia naturale e il confronto de’ cranj, ravvicinò la stirpe ligure alle celtiche: in modo che non uscirebbe di buona congettura chi ascrivesse tutti i prischi Italiani alla grande migrazione che si dinota col nome di Celti, estesissima razza, che forse non è diversa dalla scitica.
UMBRI
Illirio, Celta, Gallo, nati da Polifemo e da Galatea, popolarono il primo l’Illiria, gli altri due l’Italia col nome di Umbri. Questo linguaggio mitologico adombra la migrazione antichissima de’ Celti, i quali, scampati al diluvio[33], dalla Tesprozia e dalla Tracia si estesero a settentrione dell’Europa fin al capo Domes-ness nella Curlandia, e sulle coste occidentali sino al Finisterre della Spagna. Nel lunghissimo vagare per la selva Ercinia, che allora ombreggiava tutta l’Europa boreale, e per l’Alta Asia sino alle frontiere della Cina, perdettero la memoria della loro provenienza. Non è del nostro intendimento il cercare se fossero semitici, per la lunga dimora e per la mistione tramutati poi in indo-europei. Restringendoci alla storia, diremo che col nome di Ambra o Amhra, in loro favella significante nobile, prode, scesero in Italia, e vi si divisero in tre bande, da cui ebbero titolo tre provincie: Oll-Umbria o alta Umbria fra l’Appennino e l’Jonio; Is-Umbria o bassa, attorno al Po; Vill-Umbria o littorale, che fu poi l’Etruria. Catone vorrebbe che Ameria, loro città, sia stata ricostruita trecentottantun anno prima di Roma[34]; epoca storica, al di là della quale non sopravanzano che le favole de’ tempi saturnj. Cacciando Liguri e Siculi, gli Umbri occuparono dunque la parte orientale dell’Italia, l’occidentale lasciando agli Iberi, e furono il popolo prepollente della penisola; col nome di Sarsinati abitarono Perugia, con quello di Camerti Clusio, e possedettero trecencinquantotto borgate[35].
PELASGI
Contemporaneamente a queste ondate d’interi popoli, ne venivano di parziali; nè tutti erano giapetici: e Titani, Ciclopi, Lestrigoni, che pajono aver preceduto i Siculi nell’isola che da questi prese il nome, forse derivavano dalla stirpe di Cam e dall’Africa. Men tosto migrazioni di popoli interi, che colonie e conquiste sono a dire le seguenti irruzioni in Italia, e quella che s’impronta col nome de’ Pelasgi.
Nulla più disputato ai dì nostri, che la derivazione, gli andamenti e l’indole de’ Pelasgi[36]. Alcuni li farebbero semitici: i più gli adunano alla grande famiglia caucasea degli Sciti, una parte della quale, traverso alla Tessaglia, si arrestò in Grecia e nel Peloponneso col nome di Pelasgi ed Elleni, suddivisi poi in Eolj, Jonj, Dori, Achei, e si dilatò nelle isole dell’Arcipelago e in Italia; un’altra, valicando il Tauro, occupò l’Asia Minore, la Frigia, la Lidia, la Troade, e passato il Bosforo, prese stanza nella Tracia.
Che che ne sia, essi precedono ne’ paesi civili quelle generazioni che acquistarono classica rinomanza. I Greci li faceano favolosi quanto i Titani e i Ciclopi; barbari del resto, che mandarono a conquasso le belle contrade, finchè dall’ira divina sottoposti a terribili disastri, soccombettero e furono ridotti servi. Tal è il linguaggio di una nuova generazione contro quella che essa spodestò: eppure anche nelle malevole tradizioni greche i Pelasgi appajono fondatori di città, cavatori di miniere, maestri di religione, di arti, sin di un alfabeto.
In Italia giunsero in più riprese; e la prima con Enotro e Peucezio figli di Licaone, che, diciassette generazioni avanti la caduta di Troja, dall’Arcadia e dalla Tessaglia addussero una colonia, la prima che per mare uscisse di Grecia[37]. I Peucezj si collocarono sul golfo Jonico, gli Enotrj a scirocco, incivilendo i popoli campani. Nuovi fiotti di popoli snidarono altri Pelasgi dalla Macedonia e dal paese di Dodòna, cui da due secoli coltivavano; onde traverso alla Pannonia, all’Illirico, alla Dalmazia, approdarono alle foci del Po, dove fabbricarono Spina.
Trovavano essi i Tirreni già soggiogati e in condizione di schiavi, gli Umbri assisi sul pendìo orientale, gli Iberi o Liguri nell’occidentale, e potentissimi i Siculi. Dato di cozzo in una tribù di questi, chiamata degli Aurunci od Ausonj, i Pelasgi applicarono il nome d’Ausonia all’intero paese. Provarono nemici gli Umbri, e alleati gli aborigeni della Sabina, che aveano cominciato addensare le capanne senza chiusa di mura, e che allora popolarono di città le creste dell’Appennino.
I Pelasgi non naturarono mai la loro padronanza sul nostro paese; malvisti sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi armati; tre secoli lottarono coi Siculi, finchè li spinsero nell’isola che da loro ebbe nome di Sicilia.
RELIGIONE DE’ PELASGI
Erodoto, il più antico storico greco, dice che i Pelasgi «sacrificavano pregando gli Dei, ai quali però non applicavano nè nomi nè soprannomi, chiamandoli soltanto Dei»[38]. Forse ciò esprime che tenessero un Dio solo: ma probabilmente nel loro culto era divinizzata la natura, le forze feconde e ordinatrici di essa esprimendo in simboli, di cui restò orma nel culto italico, come i Fauni, Vesta, Anna Perenna, Pale, ed altre divinità estranie all’Olimpo greco. Il dio Termine per loro simboleggiava i possessi stabili: Vesta, la sanzione divina dell’associazione della donna coll’uomo: onde avrebbero essi introdotto fra i rozzi Italioti queste personificazioni religiose dello stato famigliare e del diritto di proprietà, importantissimi dove la costituzione pubblica riposa sopra la domestica[39]. A Vesta ardeva il fuoco perpetuo, custodito da vergini per le quali era delitto capitale il lasciarlo spegnere e il macchiar la castità. Nella Sabina posero un oracolo, somigliante a quel dell’Epiro.
Particolare al nome Pelasgo era pure il culto dei misteriosi Cabiri o Dioscuri; i quali al vulgo erano offerti come pianeti personificati, che in forma di stelle o di fuochi apparivano ai naviganti; mentre agli iniziati de’ misteri, cui sacrarj erano l’isola di Samotracia e Dodòna nell’Epiro, esprimevano il concetto di una trinità, formata dell’onnipotente, del gran fecondatore e della gran fecondatrice[40]. Ad essi serviva di ministro un Casmilo; nei loro misteri, che tennero gran parte nelle religioni italiche, garantivansi gl’iniziati contro le procelle ed altre sventure: ma le cerimonie tendeano principalmente alla purificazione delle anime. Il neofito confessava i suoi peccati, subiva prove severe, sacrifizj espiatorj; il sacerdote poteva assolvere anche dall’omicidio: ma lo spergiurare e l’uccisione nei tempj erano colpe riservate a un tribunale, che poteva anche punirle di morte. Nelle iniziazioni il neofito, coronato di ulivo e cinto d’una fusciaca purpurea, era collocato sopra una seggiola; e in cerchio ad esso gl’iniziati, tenendosi per mano, guidavano una danza al canto d’inni sacri. L’iniziato più non deponea la sacra benda, che fu poi adottata anche nei riti bacchici, coi quali aveano pure comuni le cerimonie impudiche.
Le somiglianze del culto italo coll’ellenico non isfuggirono ai Greci; e Dionigi d’Alicarnasso avverte che non trattasi solo d’identità di tipi e di forme, esprimenti le idee generali di potenza o protezione speciale, ma fin d’attributi, di vesti, d’usi tradizionali, di tregue religiose, di pompe e sagrifizj, di costruzione rituale dei tempj. Alcune divinità greche furono introdotte nel culto latino a tempi conosciuti, come Apollo nel 429 di Roma, Esculapio nel 459, nel 449 l’ara massima di Ercole: ma le maggiori avrebbero potuto piantarsi dopo già costituite quelle società, così tenaci della tradizione, senza eccitarvi un generale sovvertimento? e l’opposizione avrebbe potuto dalla storia essere inavvertita? Convien dunque supporle venute qui coi popoli stessi, massime coi Pelasgi, tanto più se si ponga mente alla fisionomia nazionale di esse divinità, e alla loro coerenza colle istituzioni civili.
Questo poco e null’altro sapremmo de’ Pelasgi, se non ci rimanessero avanzi di meravigliosi loro edifizj. A principio l’uomo nel procacciarsi un’abitazione non pensa che a schermirsi dalle intemperie e dalle belve, fortunato ove il suolo gli offre caverne naturali od opportunità di formarne, come le tante di Sicilia, massime in vai di Noto, al Peloro, a Spaccaforno, ad Ipsica, sovrapposte talvolta come i solaj d’una casa o i loculi d’un colombario. Colà doveano abitare i Lestrigoni, i Lotofagi, i Polifemi, quegli altri mostri in cui l’età poetica raffigurò le genti fuori del civile consorzio, e che limitavansi ad abbellire le grotte ove si ricoveravano, o dove riponevano la moglie, l’iddio, le reliquie dei cari estinti. Sacri spechi perciò incontriamo nelle più remote storie: in uno il re Numa Pompilio conferiva colla ninfa Egeria; da un altro la sibilla di Cuma rendeva i suoi oracoli; molti sotterranei mostrano l’antica Etruria e le isole del Mediterraneo[41], ornati coi primi tentativi dell’arte; e sovra tutti notevole è l’ipogeo presso l’antica Fiesole, in pietra arenaria compatta di strati distinti, che il vulgo attribuisce alle fate, e l’erudito non sa a qual uso.
TROGLODITI
Agli scavi trogloditici succedono le costruzioni sopra terra, nominate ciclopiche dai nostri Ciclopi di Sicilia, supposti giganti, che poterono sovrapporre massi enormi, non isquadrati, stanti per la propria mole, disposti in torri ovvero in mura con porte. Queste mura alcune sono di pietroni di varia grossezza, affatto scabri, e rinzaffati con ciottoli e scaglie; altre di macigni poligoni disposti al modo medesimo, grossolanamente martellati, e di forma e mole disuguale; altre di parallelepipedi rozzi, collocati perpendicolarmente: cemento non appare in nessuna. Nell’isola di Gozo fu così costruita la torre de’ Giganti, forse dai Fenicj, composta di due monumenti internamente comunicanti. Sono pur tali i Nuraghi di Sardegna, coni elevati da dodici a quindici metri, e finiti in tondo, fatti con dadi d’un metro negli strati meno erti, irregolari sempre e senza calcina. Sorgono sopra alture, cinti talvolta d’un terrapieno fin del giro di cento metri, fortificati da un muro alto tre e di simile costruzione, circuiti talora da altri simili coni di minor dimensione. Chi li crede trofei, chi are del fuoco: ma se si riflette che ne esistono forse tremila, non si può crederli che abitazioni o sepolcri, principalmente di sacerdoti, lo perchè non vi si trovano mai armi, bensì ornamenti femminili e idoletti[42].
EDIFIZJ CICLOPICI
Chi ha precisato quali caratteri distinguano l’architettura ciclopica dalla pelasgica? Questa, ammirabile non per regolarità come la greca, ma per la mole dei materiali e per somiglianza colle opere della natura, non adopravasi a servigio di re o ad onore di numi, ma ad utile sociale, in mura, vie, acquedotti, canali; e quel vivo sentimento della vita cittadina, rivelato dalla costruzione di tante città, sopravvisse ne’ futuri Italiani, propensi sempre alla vita di comune. Di tal maniera sussistono muraglie, od isolate o cintura di città: e fattura del diavolo le dice il vulgo, attonito a quegli ingenti massi, quali irregolari, come a Cosa, ad Arpino, ad Aufidena; quali riquadrati, come nell’antichissimo bastione di Roma, e in quei di Volterra e Fregelle; quali regolari, come a Cortona e Fiesole; spesso ancora di costruzione mescolata, sempre senza calce, e che mostrano l’uso di molte braccia e portentosa gagliardia.
MURA PELASGICHE
Solo dopo che nel 1792 si scopersero ruine sul monte Circeo, venne fissata l’attenzione agli edifizj pelasgici, che ora son uno de’ punti più studiati dagli archeologi, e moltissimi riscontri ai nostri si trovarono nel Peloponneso, nell’Attica, in Beozia, in Tessaglia, nella Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, paesi abitati da Pelasgi. Ma mentre pochi n’ha la Grecia, da trecento ne mostra l’Italia ne’ paesi degli Aborigeni, dei Sabini, dei Marsi, degli Ernici, e nelle città latine a mare. Principale tra quest’ultime è Terracina ( Anxur ); seguono il poligono recinto di Fundi, e le mura e le porte di Arpino e di Alatri, e quelle di Venda, Ferentino e Preneste, a massi irregolari, quali cingevano pure sulle montagne volsche Norba, Signia, Cora. Sull’altra gronda dell’Appennino fra i Sanniti rimane traccia di siffatti edifizj a Boviano, ad Esernia, a Calatia, fors’anche ad Aufidena; fra i Marsi ad Alba, ad Atina, e intorno al lago Fùcino. Da questo alle contrade tiburtine, abitate dai montanari Equi e Sabini, sembra usasse assai tal modo di fabbricare gigantesco, apparendone i resti a Cicolano e a Rieti, dove già furono Tiora, Nursi, Sura, e verso Monteverde e Siciliano e Vicovaro. Scarseggiano negli Abruzzi; ma nell’Umbria se ne ammirano ad Ameria, a Cesi, a Spoleto, e maggiori a Cosa. Finiscono tra l’Esi e l’Ombrone; l’Italia settentrionale non ne ha, non l’Etruria interiore; in Sicilia vorrebbesi vederne a Cefalù e sul monte Erice.
Nella mura dell’acropoli d’Arpino la porta è a cuneo; parallelepipeda ad Alatri, trapezia a Norba, al Circeo, a Signia, ma le spalle sembrano montagne: l’arco appare rozzo nell’acquedotto presso Terracina, regolare nel ponte di Cora, e più in qualche avanzo di Circeo, e nella porta gemina di Signia. Talvolta sono costruzioni rotonde, coperte di cupole formate di lastroni disposti orizzontalmente con progressiva sporgenza; come in molti sepolcri a Norba, a Tarquinia, a Vulci, e in quello insigne di Elpenore sul Circeo, e nel carcere Tulliano a Roma, che probabilmente in origine fu una cisterna, siccome quello di Tuscolo, quadro e sormontato da cupola a cono.
Non ci vorremo dunque collocare con quelli che riguardano i Pelasgi soltanto come un’orda ragunaticcia e feroce, la quale non abbia che messo a sperpero il paese. Se fosse, n’avremmo un appoggio a quel vanto dato da Plinio all’Italia, ch’essa sembri fatata dagli Dei a restituire agli uomini l’umanità: ma tutto all’opposto, altri lodano i Pelasgi sin d’avere portato qui l’alfabeto, giacchè Evandro, insegnator di questo, veniva dall’Arcadia, loro stanza.
Molto soffersero[43] in Italia i Pelasgi in grazia della sterilità e siccità dei campi, ma più ancora pei vulcani, dal cui imperversare furono, 1300 anni avanti Cristo, costretti abbandonare l’Etruria, ove le loro città vennero insalubri per le esalazioni delle paludi, formatesi di mezzo a terreni o depressi od elevati: Cere, una di esse, sedeva a quattro miglia dal cratere in cui stagna il lago di Bracciano; l’aria mefitica di Gravisca restò proverbiale fra’ Romani; Cosa per questa rimase deserta; Saturnia, città incontestabilmente pelasgica, era s’una delle ultime colline del vulcano di Santa Fiora.
Oppressi da tali disastri e da malattie strane, i Pelasgi interrogarono l’oracolo di Dodona, e n’ebbero risposta essere gli Dei sdegnati perchè, avendo promesso ai Cabiri la decima di tutto quanto nascerebbe, non aveano offerta quella de’ figliuoli. La spietata risposta parve ancor peggio del male; il popolo tumultuò, e prese in sospetto i capi: di qui crebbero i patimenti; stanchi de’ quali, alcuni Pelasgi migrarono, o tornando ai paesi dond’erano venuti, o procedendo ad occidente, massime verso l’Iberia, dove Sagunto e Tarragona mostrano mura di loro costruzione. I rimasti, da nuovi popoli furono non distrutti, ma spossessati e ridotti a condizione servile. I Sibariti in fatto chiamavano Pelasgi gli schiavi, che probabilmente erano gli Enotrj da loro soggiogati; e forse enotrj erano i Bruzj, schiavi rivoltati. Rimasti come servi campagnuoli della nobiltà urbana, forse a servigio di questa fabbricarono altre mura di città, che anche più tardi serbano carattere di robustezza.
Chi visiti San Pietro d’Alba nei Marsi, riconosce tre gradini di costruzione pelasgica, sormontati da un tempio romano, al quale i Goti aggiunsero una tribuna ad abside, e il medioevo una facciata, mentre l’interno è ornato da sei colonne di marmo corintio. Questa mescolanza non è il simbolo perpetuo della storia degli Italiani? e sarà mai sperabile che altri pianti un sistema, il quale valga unico a spiegare le mille varietà? Sanno d’alchimia più che di chimica cedeste manipolazioni della storia, per cui a cinquemila anni di lontananza si pretende dar la formola delle affinità, indicare la separazione dei popoli, ridurre a calcolo il caos. Ogni ipotesi troppo generale soccombe alla sincera indagine; e se è sconfortante che i dotti rimangano ambigui, ed i migliori sforzi riescano soltanto ad un forse, è umiliante che per quel forse si palleggi dall’uno all’altro il titolo d’ignorante o di presuntuoso.
Nota del 1874.
ANTICHITÀ PREISTORICHE
Le recenti scoperte di oggetti antichissimi, di rozzissimi arnesi, d’armi di silice, d’ossa rosicchiate o intagliate, di teschi umani entro grotte o ne’ paduli o nelle torbiere, e fin sotto a terreni di altra età geologica, portarono a un nuovo studio, che chiamarono antichità preistoriche. Ergendo ipotesi arditissime sovra fatti ancora indeterminati, si negò l’unica derivazione dell’uomo, si volle perfino crederlo null’altro che la trasformazione graduale di scimie antropomorfe, avvenuta in diverse parti del globo, e nel volgere di milioni d’anni.
Tutto ciò non ha a fare colla storia, la quale non può prender le mosse che dalle tradizioni nostre, dai nostri monumenti. I quali in verità attestarono uno stato quasi selvaggio delle popolazioni indigene, che, non possedendo ancora i metalli, si valeano delle pietre; poi usarono il rame, che più facilmente si trova puro; tardi approfittarono del ferro, divenuto poi principale stromento di civiltà. Giancarlo Conestabile assevera all’età del rame fosse contemporaneo l’uso del ferro, che trova spessissimo presente e mescolato all’altro metallo ne’ lavori artistici e industriali; donde induce che l’uso del ferro cominciò qui assai prima che nel Settentrione. Questi uomini preistorici sarebbero o brachicefali nell’Italia superiore, o dolicocefali nella inferiore: misti nella centrale.
Accordando colle scoperte recenti le tradizioni, abbiamo che, dopo il periodo pliocenico, l’Italia era occupata dal mare, donde sporgeano come isole le vette dei monti. Fra le selve d’alto fusto viveano genti selvagge con elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi da enormi corna, bovi primigeni ed altre specie perite. Da queste difendeansi con arme di selce: albergavano entro grotte, ovvero su palafitte in mezzo alle acque, dove rimasero gli avanzi de’ loro cibi. Così passarono l’età dei ghiacci: allo squagliarsi de’ quali la pianura andava asciugandosi, e le genti vi scendevano, perfezionando il vivere, gli utensili, le armi.
Testimonj di questi progressi dalla pietra al bronzo poi al ferro non sono scarsi in Italia, massime nella settentrionale, in abitazioni lacustri dei laghi di Lombardia, in necropoli dell’Emilia, in capanne, in terramare; ma segnarne la successione e l’età comparativa è troppo difficile.
Accontentandoci di esaminare le popolazioni storiche, pare dimostrato che la stirpe Aria o Indo-europea, partendo dalle terre traversate dall’Oxo, di là del Caspio e della Scizia, venisse in Europa in quattro rami, il Celtico, il Germanico, il Greco italico o Pelasgo, il Lituano slavo. Forse trenta secoli avanti Cristo avvenne la prima emigrazione di Celti, quasi contemporanea a quella dei Pelasgi, che stabilitisi nell’Asia Minore e sull’Ellesponto, spinsero ramificazioni in Italia, dove occuparono le creste degli Appennini, respingendo gli Aborigeni, dei quali son forse avanzi gli Japigi della Messapia, gli Opsci, gli Ausonj della Lucania, e i Liguri, che pajono i più antichi abitatori, nell’età detta della pietra.
Dell’istesso ramo Ario erano gli Umbri e Latini, quelli di dominio più esteso, questi limitati al paese del basso Tevere.
Viene terza un’immigrazione greco-pelasgica dall’Arcadia, dalla Tessaglia, dall’Epiro, per mare sbarcando nell’Italia propriamente detta, ch’è la Calabria, denominata da Enotro e Peucezio, e alle foci del Po, dove fondarono Spina.
Cozzi dei sopraggiunti coi già stanziati agitarono quell’età pelasgica, in cui si venivano accostando e fondendo le varie genti; i Pelasgi dilatarono l’uso dei metalli: costruirono le mura ciclopiche.
Ma quattordici secoli avanti Cristo cominciò l’immigrazione pelasgo-tirenica dall’Asia Minore alle rive occidentali della penisola centrale, e comparve il nome di Etruschi; i quali è incerto se fossero ariani o semitici. Per chiarire questo dubbio e le altre congetture adopransi argomenti filosofici e altri fisici, che non sempre s’accordano: nè gli uni sono più decisivi degli altri. Gli antropologi dissentono fra loro fondamentalmente, e intanto raccolgono cranj delle varie genti, dalla loro conformazione volendo dedurne l’origine. Ma venendo al popolo su cui è maggiore la curiosità, convengono che gli Etruschi sono una mescolanza di gente più civile e men numerosa, cogli Italioti più numerosi e incolti.
I filologi rifiutano l’origine celtica degli Umbri, ascrivendoli al ramo ario-pelasgico, come i Siculi e i Liburni, affini cogli Japigi, de’ quali resta qualche iscrizione non ancora decifrata, ma che accenna all’Illiria.
Il padre, poi cardinale Tarquinj, fu l’ultimo a sostenere le origini semitiche e s’appoggiò a nomi geografici, quali
Apinnin
sommità, monti a catena.
Pisa
Pissa
, abbondanza.
Perusia
Perosa
, villereccia.
Udine
Odina
, amena.
Sora
Isor
, rupe.
Ischia
Ischina
, mio desiderio.
Vesuvio
Veth-ubim
, casa delle caligini.
Penna di Billi
pinnath
, sommità di Amone, di Bito, Punta di Ammone.
Ascoli
Aschelon
ne’ Filistei.
Arimino
Arimanon
di là del Giordano.
Siena
Senaa
città della tribù di Benjamino.
Roma
Ruma
in Cananea, residenza di Abimelec.
Cariddi
Chor obdam
, antro pericoloso.
Zancle
Zalga
, falce.
Ascoli ripudia affatto il concetto del Tarquinj e dello Stickel: e così Giovanni Flechia, di cui è notevole la Grammatica storica comparata dei dialetti italiani.
Che gli Etruschi siano semitici è negato dallo studio delle arti loro non meno che dal linguaggio, sebbene pochissimo ancora conosciuto. Dovettero essi venir dall’Asia Minore per mare, non già dalle Alpi; dove trovansi bensì loro reliquie, ma che provano solo essersi anche colà esteso l’impero degli Etruschi, i quali andavano fin sul Baltico in cerca dell’ambra.
Le lingue dei tre popoli più antichi, Osci, Umbri, Etruschi, ben distinte fra loro, vennero assorbite o distrutte dal latino, ma dai pochi avanzi si accerta che nel linguaggio degli Osci o Sanniti non è traccia di semitico, ed è affine al latino arcaico. L’umbro si scosta dalle forme del Lazio, pure le sette tavole eugubine conducono a riconoscerlo d’origine comune coll’osco-romano, esclusa ogni derivazione nè semitica nè celtica.
Non così d’accordo si va per l’etrusco, pure nol si spiega con nessuna lingua semitica nè celtica: e i monumenti numerosissimi ma di pochissime parole e di nessuna importanza storica, malgrado le abbreviazioni, le scorrezioni, le alterazioni fonetiche, l’assicurano al ramo ariano.
Tali sono le induzioni ultime di Corssen, di Fabretti, di Conestabile.
CAPITOLO III.
Gli Etruschi.
La gente da cui i Pelasgi si trovarono incalzati, doveva esser quella che da sè chiamavasi dei Raseni, dai Greci fu detta dei Tirseni o Tirreni[44], e dai Romani degli Etruschi o Tuschi.
Chi erano essi?
ORIGINE DEGLI ETRUSCHI
Misteri succedono a misteri; e qui pure, invece di riposare sulla dimostrazione, siamo ridotti ad ipotesi, desunte dal carattere generale. Erodoto fa uscire gli Etruschi dalla Lidia, annestandone l’origine alle vicende degli Eraclidi. Ellanico, padre della storia greca, li vuole tutt’una cosa coi Pelasgi approdati a Spina. Dionigi d’Alicarnasso ripudia entrambe le opinioni, propendendo a quelli che li fanno indigeni d’Italia: ma la perdita dei libri ove espresso egli trattava degli Etruschi, ci sottrasse gli argomenti ai quali esso appoggiava. I moderni campeggiano coll’una e coll’altra credenza, niuno con prove trionfanti, ma al solito mescolando erudizione e fantasia, esame e passione, e non già mentendo il vero, ma dissimulando gli argomenti in contrario. Però quante assurdità, mascherate d’invenzione, si risparmierebbero se si sapesse che da tanto tempo furono e sostenute e confutate!
Gli uni dicono:—Tant’è vero ch’erano Greci, che consultavano l’oracolo di Delfo; usavano un ordine architettonico che è semplificazione del dorico; fabbricavano vasi identici coi greci per la materia, pel lavoro, pei soggetti, per le iscrizioni».—No (soggiungono altri), erano indubbiamente Pelasgi; e lo provano i numeri simbolici, le austere dottrine, l’essersi mantenuti in relazione con Mileto e Sibari, città joniche ed achee, sorelle dei Pelasgi, mentre avversavano a Siracusa e agli altri Dori». Sopraggiunge chi tenta conciliare le due opinioni inventando i Pelasgi-Tirreni, detti così perchè Tirrenia fosse chiamata l’Etruria dai Greci, e tirreniche le popolazioni in Grecia più affini ad essi: tal nome deriverebbe da Tirra, città nella Lidia; lo perchè Erodoto chiamò Lidj i Tirreni[45]. I Pelasgi-Tirreni si discernerebbero dalle altre propagini pelasghe in quanto non abitavano le coste, ma regioni interne, come la Tessaglia e l’Arcadia; non pirati ma agricoli; ed affini sì, pur differenti di religione e di favella.
E inclinazione d’animi onesti e d’ingegni temperati il porre la ragione fra due estremi; e già quel Greco vantava la potenza delle medie proporzionali. Ma a questi asserti come chetarci se dappertutto gli Elleni ci si rappresentano quali oppressi dei Tirreni? I confronti della lingua, delle credenze, della civiltà non autorizzano a sì precise conseguenze chi, come noi, ammetta una fratellanza di popoli, anteriore alle nazionali separazioni. Su di che, noi proponemmo di aggregare i Tirreni alla prima immigrazione che si conosca in Italia: ridotti servili ne’ secoli che qui stettero i Pelasgi, si rialzarono poi a nuovo dominio.
Ma i Tirreni erano poi tutt’una cosa cogli Etruschi? Certamente gli Etruschi non usano linguaggio analogo al greco, come i Pelasgi; hanno lucumonie, e federazioni, e religione di genj, e vaticinj, al differente dei Tirreni-Pelasgi. Le tribù che abitavano attorno ad Adria forse si strinsero cogli Oschi in una lega chiamata degli Atr-Oschi, donde il nome d’Etruschi. Alcuno suppone che un popolo nuovo, detto i Raseni, scendesse dalla Rezia sopra l’Italia, la conquistasse, piantandosi fra le città pelasgiche dell’interno e della costa, e fosse chiamato degli Etruschi, come furono detti Britanni gli Angli, Messicani e Peruviani i creoli di Spagna, e Longobardi noi. Niuna traccia per altro fra gli antichi di tale conquista rasena.
A negare che gli Etruschi fossero greci varrebbe, oltre il loro parlare affatto distinto, il vedere che i Latini applicarono il nome di Pelasgi ai Greci[46] ed anche agli schiavi; dal che noi inducemmo che gli avanzi de’ Pelasgi rimanessero al nord soggiogati dagli Umbri-Galli, come al sud gli Enotrj e i Peucezj da’ Pelasgi-Elleni, formando il vulgo servile. Al tempo di Catone chiamavansi Etruria il paese, Tuschi gli abitanti; e possiamo credere che quel nome vivesse nelle bocche, donde, sotto gli ultimi imperatori, fu fatto il nome di Tuscia, non prima scritto.
L’accertare l’origine degli Etruschi, e quanta parte di civiltà qui recassero, riesce viepiù difficile perchè i sacerdoti, in cui mano stavano gli annali, poterono alterarli a loro talento: poi micidiali guerre li distrussero, ed i Romani affettarono disprezzarli, benchè alle famiglie illustri fosse vanto il derivare da quel popolo[47].
CITTÀ E COLONIE ETRUSCHE
Per raccogliere il poco che possiamo, gli Etruschi, o entrati allora in Italia, o ridestatisi dal servaggio, si trovarono incontro gli Umbri, ai quali tolsero trecento città[48], confinandoli in una sola provincia, che serbò il nome di Umbria, sebbene poi li ricevessero in alleanza e in comunione di sacrifizj[49]; si distesero nelle campagne che or sono il Bolognese, il Ferrarese e il Polesine, e nelle pianure fra l’Alpi e l’Appennino. Il Po difese da loro i Veneti, gente illirica: i Liguri ricovrarono fra i monti, cedendo il pian paese e il golfo della Spezia, dove essi Etruschi fondarono Luni, possedendo così tutta la costa.
Dappertutto gli Etruschi collocarono colonie; fondarono sul Po una nuova Etruria che, come l’interiore, contava dodici città, fra cui Adria sul mare allo sbocco del Po e dell’Adige, Fèlsina, Melpo (Melzo?), Mantova, così detta forse da Mantus, loro Bacco infernale, e divenuta poi capo della confederazione circumpadana. Nel Piceno fabbricarono Capra montana e Capra marittima, e l’Adria picena. Piombali sui Casci, prischi abitatori del Lazio, stabilirono per confine l’Albula, assoggettarono le terre dei Volsci, passarono il Liri, e nella felice Campania piantarono altre dodici colonie, tra cui Nola, Ercolano, Pompej, Marcina, e prima fra tutte Vulturnio: pure sembra che il grosso della popolazione osca vi rimanesse in qualche luogo, in altri i Sanniti rivalessero alla loro conquista.
Centro di questo dominio era l’Etruria propria fra l’Arno e il Tevere, dove fabbricarono altre città, cinte con solide mura di pietroni, o si valsero di quelle già fortificate dai Pelasgi. Primeggiavano tra esse Clusio, Volterra, Cortona, Arezzo, Perugia, Volsinia, Vetulonia, Cere, Tarquinia, Vejo[50], oltre una schiera di terre lungo il mare, e nel paese or infamato dalla mal’aria. Rimpetto all’Elba, Populonia occupava la cima occidentale del promontorio di Piombino. Rusella in forte postura sovra uno sprone del monte, dominava la maremma grossetana. Vejo circuiva sette miglia, s’un dirupo a dodici miglia da Roma, ricca di territorio ubertoso in poggio e in piano sulla destra del Tevere, abbracciando fin i colli del Gianicolo e del Vaticano. Tarquinia consideravasi come cuna del popolo etrusco, e fondata da Tarconte, l’eroe divino in cui di questo sono personificate le imprese, e da cui diceansi pure fondate Pisa e Mantova. Cere, che i Pelasgi nominavano Agilla, fu loro metropoli religiosa, e teneva a Delfo l’erario comune, indizio, se non di derivazione, almeno di parentela ellenica. Nelle tradizioni di questa ricordavasi un tiranno crudelissimo, Masenzio, simbolo dell’oppressione etrusca sopra que’ paesi; e forse a lor dominio stettero anche i Volsci e i Rutuli: Tusculo ne conserva il nome; anzi sin il monte Celio, uno dei sette di Roma, la qual Roma forse non era che la fortezza più meridionale della confederazione etrusca.
Parve un momento che gli Etruschi potessero congiungere tutta Italia: ma sconfitti da Gerone di Siracusa, si trovarono costretti a limitare all’Etruria il loro imperio, rinserrato più sempre dalla riazione di Liguri, Galli, Sanniti, infine distrutto dai Romani.
E scarsissime memorie ci rimasero della stupenda loro civiltà, in parte greca od asiatica, in parte originale, non senza influssi dell’aborigena e della pelasga. Chi però dall’estensione di quella volesse indurre una grande antichità degli Etruschi, mostrerebbe dimenticare come la civiltà, in quante storie conosciamo, appaja sempre dativa, cioè o importata di fuori o rivelata dal cielo: nè diversamente va il caso per gli Etruschi.
RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI
È insito nei popoli il bisogno di sapere donde venissero, come cominciasse il mondo. Dio l’avea rivelato da principio, ma la parola sua andò confondendosi tra le genti per modo, che dalla mala interpretazione di essa derivarono le tante false religioni e capricciose cosmogonie. Spesso però una classe più dotta o più morale conservava maggior tesoro di quelle verità, e le comunicava a pochi, iniziati nelle allusive cerimonie de’ misteri; mentre al vulgo, più disposto a credere e adorare che capace di comprendere e sapere, le presentava sotto forme simboliche o materiali, che lo tenevano nell’errore e sotto la dipendenza d’essi sacerdoti. Di qui tante varietà di culti, impiantate sopra la concordanza de’ principali dogmi, e la significazione di riti che a prima vista sembrano null’altro che assurdi. Nè per questo noi ci abbandoniamo, come tanti, ad ammirare quelle religioni; perocchè se tu vai in fondo di qual sia di esse, côgli sempre il culto della natura, vuoi nel complesso, vuoi nelle parti, non separando l’idea della divinità da quella della natura, confondendo la rappresentazione colla cosa rappresentata, il dogma coll’immagine che lo esprime. Insomma l’idea di Dio non era perita, bensì quella che la materia fosse stata chiamata dal nulla per volontà libera di lui; onde essa materia consideravasi come qualcosa d’indipendente, vedendo nel mondo due termini, e perciò tutte le cose esser Dei, e adorando ora l’uomo, ora gli astri, ora le forze della natura. Ne veniva di conseguenza il credere, sebben solo più tardi siasi professato, che il tutto è Dio, con quel panteismo che è la fede meno alta a svolgere il vero sentimento religioso. Forse i sacerdoti vi ravvisavano qualcosa di meglio; ma il popolo rimaneva in un grossolano feticismo, che gli presentava ignobili oggetti, idee oscene. I Greci seppero dal simbolo passare al mito; ma ancora il culto arrestavasi sull’uomo, per quanto bello, elegante, affettuoso.
RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI
Gli Etruschi da un lato ci sono dati come immuni dalle greche favole[51]; dall’altro come padri delle superstizioni. Mentre un villano apriva il solco, balzò fuori Tagete, fanciullo di forme, vecchio di senno, il quale cantò una dottrina, fondamento alla scienza degli aruspici; e di lui e di Bacchede suo condiscepolo sono operai libri rituali, principalmente in ciò che concerne l’estispicio[52]. Questo mito, dal quale comincia la vita stabile degli Etruschi, indica però già un popolo industrioso e costituito e sacerdotale. Sebbene non formasse una vera Casta, pure l’aristocrazia sacerdotale predominava, escludendo i forestieri, e fondando la propria potenza sul diritto divino e sugli auspizj. Ereditario nelle famiglie, il sacerdozio era distribuito in una gerarchia, dai camilli o novizj fin al sommo sacerdote, che veniva eletto dai voti di tutti i dodici popoli. Auspice della guerra e della pace era il collegio sacerdotale; per riti si sceglievano i magistrati, per riti si fondavano le città e gli accampamenti, si distribuiva il popolo in curie e centurie; sacri erano i confini, sacra l’agricoltura; dalla divinazione deducevansi la proprietà, il diritto pubblico ed il privato, giacchè Dio medesimo aveva ordinato,—Spartite i terreni, vivete all’amichevole, venerate i termini, non aggravate le taglie; se no, malori, pesti, fulmini, procelle».
Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi in lieti annunziatori di salute e felicità, e tristi che presagivano il contrario. Ciascuna classe poi suddivideasi in altre molte: volsgræ, che si straziavano un l’altro col becco e cogli artigli; remores, la cui apparizione ritardava un’impresa; inhibæ, inebræ, enebræ, che l’arrestavano; arculvæ, arcivæ o arcinæ, che la stornavano. Non si conviene sul senso degli oscines e præpeles: ma sembra i primi fossero quelli la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri, il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio sinistro ( altera avis ), restava eliso l’augurio precedente. Noto è quanto tale scienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco; l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].
Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre ( elicere ) i fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori, e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54]. Ritualmente distinguevano i fulmini in fumida, sicca, clara, peremptalia, affectata.....: i pubblici riguardavano a tutto lo Stato, e davano augurj per trent’anni; i privati, a un individuo, valendo per dieci anni al più; i famigliari, ad una casa sola, e riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.
Forse si accorderanno queste disparità ove si faccia distinzione fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55], l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i concetti e i sentimenti nostri.
Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua; nel sesto l’uomo, il cui lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.
DIVINITÀ
Nella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine, facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti, che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene le chiavi da aprir l’anno e le porte della città, e col doppio volto guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.
Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere, più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino, identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.
Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio, uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva nell’atrio ( larario ), e cui altare era il focolajo domestico, mentre i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni, assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso. I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa, ed erano stati uomini[58]. Un’anima uscendo dal corpo, diventa Lemure o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi il lare domestico; se per le iniquità è agitata, v’appare come larva, spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava la commemorazione.
Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche, espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasi cardine la linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra detta decumana; e l’intersezione costituiva il tempio.
Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare ogni atto pubblico e privato; gli uomini vengono governati per interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti. La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori ( lucumoni ), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri, fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da ciascuna città.
Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiò sempre nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese, e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.
Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i quali perciò riduceansi a cavalleria.
LUCUMONI. PLEBE
Lucumone, nobili, plebei formavano dunque lo Stato. Nell’interno diversamente ordinate erano le dodici città, ma tutte insieme eleggevano un pontefice supremo per le feste nazionali. Il territorio di ciascuna ne comprendeva molt’altre, provinciali, colonie e suddite, abitate dalla stirpe soggiogata di Aborigeni e Pelasgi, sempre esclusa dai diritti che la plebe romana conquistò, e senza assemblee, giacchè ogni cosa decidevasi in quelle dei lucumoni. Fazioni sorgeano, ma tra le famiglie dominatrici in senso oligarchico, senza che mai si costituisse il popolo, la comunità. Solo più tardi Volsinia, assalita dai Romani, resistette col dar le armi alla classe inferiore ed ai braccianti, i quali in compenso ottennero la cittadinanza, e diritto di testare, d’imparentarsi coi dominanti, di sedere in senato. Se siffatta rivoluzione (dipinta come atrocissima dall’invidia dei nobili) fosse stata imitata da tutte le città, sarebbesi in quelle formato il Comune plebeo, e quindi la forza; quale di fatto apparve allorchè gli Etruschi si sollevarono al tempo di Silla, dopo che il dominio forestiero aveva tolte di mezzo le prische distinzioni.
L’originalità negli Etruschi non tardò a venir alterata da mescolanza forestiera; e singolarmente uno sciame greco, probabilmente venuto dall’Asia Minore, v’introdusse foggie e consuetudini, le quali riesce difficile sceverare dalle indigene. Crebbe allora il lusso; nei festini, dove anche le donne erano ammesse, sfoggiavasi suntuosità di vesti e squisitezza di vivande[64]; e se le turpitudini onde Teopompo fa aggravio ai Toscani, accomunamento delle donne, ostentati amori maschili, sentono l’eccesso d’una satira, pure trovano appoggio nelle oscene loro dipinture.
CITTÀ. COMMERCIO
Gli Etruschi si estesero, per via di colonie, come si è veduto; e diversi dai soliti conquistatori, invece di distruggere edificavano città. Simili in ciò ai Pelasgi, vi faceano predominare idee e numeri simbolici; dodici città nell’Etruria, dodici sul Po, dodici al mezzodì[65], di pianta quadrata, orientate come prescriveva l’augure, e le più abbracciavano due colli, del più alto de’ quali stava a cavaliere la rôcca. Molti porti aprivano al commercio, e principale Luni nel golfo della Spezia; e anche i primarj cittadini pare applicassero al traffico, pel quale l’Etruria serviva d’intermedio fra il mare e la restante Italia. Antichissima dev’essere la loro padronanza sul mare, che da loro ebbe nome di Tirreno e d’Adriatico; navi tirrene mercatavano nell’Jonio a gara coi Fenicj[66]; Agilla porse sessanta galee per combattere i Focesi nelle acque di Sardegna; anzi gli Etruschi, in un catalogo antico che manca di data e d’autenticità, sono fin chiamati signori del mare[67]. Dai molti scarabei ed altri lavori egiziani, dalle gemme d’Oriente, dall’ambra del Settentrione, che si estraggono dai loro sepolcri, ci sono indicate relazioni di commercio co’ paesi del Nilo, colla Cirenaica, col Baltico. Dallo stretto di Gibilterra certamente tentaron sbucare, e piantar colonie in un’isola ignota, ma furono impediti dalla gelosia dei Cartaginesi, Al par di tutti i popoli antichi, abusarono della potenza marittima per corseggiare; e i pirati tirreni vennero in sì tremenda reputazione, che Rodi come gran vanto conservava ne’ suoi tempj i rostri tolti alle loro navi. Gerone, mosso per isbrattar da loro i mari, li ruppe, e la sconfitta dovette ben essere piena se, poco stante, quando i Siracusani trassero a conquistare l’isola d’Elba, veruna flotta tirrena non protesse la Corsica, nè si sviarono i nemici che coll’oro; e così quando Dionigi minacciò il littorale di Cere. Pure, allorchè già era in decadenza, l’Etruria passava per la più ricca, forte e popolosa provincia d’Italia[68].
Il nome di Tirreni accenna ad industria, o deducasi dalle torri, o da tiremh coltivatore. All’agricoltura soprantendeva un collegio di sacerdoti arvali; coll’aratro si descriveva il circuito delle nuove città, quasi a indicare quell’arte come legame de’ civili consorzj; conquistarono il patrio terreno dalle acque del Clani e dell’Arno, elevandolo per via delle colmate. Munivano acquedotti meravigliosi, come quello traverso la Gonfolina per asciugare il lago che fra Signia e Prato ondeggiava dove ora sorge Firenze; un altro presso l’Incisa per sanare il Valdarno superiore; interrirono la Chiana; altrove ai laghi stagnanti ne’ bacini e negli estinti crateri aprirono sfoghi sotterranei, somiglianti ai moderni pozzi trivellati. Non però riuscirono a migliorare l’aria della maremma, ove, allora come adesso, diceasi che si arricchisce in un anno e si muore in sei mesi. Gli sbocchi del Po e dell’Arno erano regolati da scaricatori e imboccature; anzi aveano ideato ridurre in canale tutto il Po, opera che l’Italia libera compirà.
ARTI E SCIENZE ETRUSCHE
Versati nell’astronomia, gli Etruschi misurarono assennatamente il tempo. Cominciavano il giorno dal mezzodì, a differenza di quel sistema che fu detto alla italiana, ove cominciasi dalla sera. Invece della settimana, usavano l’ottava; e ogni nono giorno era d’affari, d’udienza, di giustizia, di mercati ( nonæ, nundinæ ). Trentotto ottave formavano l’anno, di trecenquattro giorni, in dieci mesi: centodieci di tali anni costituivano un ciclo, che potremmo chiamare secolo, diviso in ventidue lustri; e perchè corrispondessero cogli anni solari, all’undecimo ed al ventiduesimo lustro intercalavasi un mese di tre ottave, sicchè al fine del secolo compivansi giorni quarantamila e censettantasette; laonde l’anno tropico riuscirebbe di giorni trecensessantacinque, cinque ore, quaranta minuti, ventidue secondi; più esatto che non il giuliano, giacchè non differisce dal vero che di otto minuti e ventitre secondi[69].
Anche nella medecina ebbero fama[70]. Vi si trovano idee sul fuoco centrale, analoghe a quelle che insegnava testè Fourier. Della loro abilità chimica darebbe buon segno Plinio, dicendo che, dopo preparate le stoffe con riagenti, potevano, tuffandole in una sola tinta, improntarle a colori e figure differenti. Studiarono sui numeri, e probabilmente sono etrusche le cifre che noi chiamiamo romane. Stromenti musicali inventarono, fra cui le tibie tirrene e il corno ritorto; e a suon di flauti facevano il pane e battevano gli schiavi[71]. A loro fanno onore dei mulini a mano, degli sproni alle navi, della stadera detta campana. I Romani desunsero da essi la bolla d’oro, segno di nobiltà, i fasci consolari colla scure, lo scettro sormontato dall’aquila, la porpora del capo dello Stato, i littori, la pretesta giovanile, la toga virile, la sedia curule, la clamide de’ trionfanti, gli anelli de’ cavalieri, i calzari senatorj e guerreschi, le corone trionfali, le falci da potare, i giuochi scenici ed i circensi, le cerimonie de’ Feciali. Se vi aggiungete la divisione in tribù, curie, centurie, gli auguri, i pretori, gli edili, un fôro pe’ comizj, le dissensioni fra nobili e plebei, l’Etruria vi parrà una Roma anticipata; nè vi saprà strano che alcuno considerasse i Romani come una colonia etrusca, prevalsa poi alla madre patria.
LETTERATURA ETRUSCA
L’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene, ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco, autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome di histriones, dall’etrusca parola ister; d’Etruria vennero a Roma letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri per la salvezza della patria.
Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri, Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e Scricchio dal settentrione, unendola insomma al gruppo indo-germanico; mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo, cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è figliata dal latino.
Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico, un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche? come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi moderni, non parlavano che di sè: i Romani, sprezzatori di ciò che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i sepolcreti, i vasi.
COSTRUZIONI ETRUSCHE
È disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento. Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli, che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’ Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati, appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione, e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.
E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse, e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma, onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che n’escono tuttodì. Agli Etruschi spetta il merito delle opere più antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo, combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario, e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino, con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre cuneiformi. Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada selciata.
L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni; ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente: costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto circostante ( impluvium ).
SEPOLCRI
Varrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche, era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici, con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e Curiazj.
E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano lungo le strade.
Già sullo scorcio del 1600 si era penetrato nella necropoli di Tarquinia, scavata nel tufo in mezzo ad una pianura presso Corneto, dodici miglia da Civitavecchia e tre dal mare: poi dalle tombe di Perugia, fra molti etruschi monumenti, si erano tratte urne, specchi, pietre incise, scarabei, vasi dipinti, figurine di bronzo graziosissime. Un altro sepolcro alla torre di San Manno colà presso, e l’unico a fior di terra, diede la regina delle iscrizioni etrusche.
Questa ed altre scoperte aveano fatte i due secoli precedenti, non tenendo memoria del modo ond’erano disposte le tombe, nè levandone i disegni. Ma dopo il 1824 con ben altra diligenza s’indagarono quelle di Tarquinia, e lord Kinnaird ne trasse di bei vasi e preziose anticaglie; poi nel 28, sulle rive della Fiora ripastinando alcuni cucuzzoli di terra che in paese chiamano cucumelle, si scoperse una camera sepolcrale, dietro la quale altre, donde Luciano Buonaparte principe di Canino cavò ben tremila vasi, di beltà e grandezza singolari, e lavori di bronzo, oro, avorio (venduti poi al Museo Britannico), che gli fecero conghietturare fosse colà situata Vetulonia, capo della federazione etrusca.
Questi sepolcri, che stendonsi per molte miglia, parrebbero destinati ciascuno ad una famiglia. Il tumulo, ossia il mucchio di terra, n’è la forma originaria, talvolta alla base circondato di pietroni, che talaltra ascendono gradinati a formare un cono, ma non mai a foggia di piramide. Se dall’apertura a imbuto tu scendi per tacche fatte nella parete, ti trovi in camere traenti luce sol dall’entrata, con volte quali a botte come le nostre, quali a lacunari, quali a spinapesce, sorrette da pilastri quadrati di tufo, con membrature di semplice e robusto profilo; e dipinti su ogni cosa combattimenti, o rappresentazioni dello stato postumo delle anime, come i lari col vigile cane, demoni alati che tirano in cocchio il defunto, o con martelli percuotono una figura virile, ignuda e prostesa. Altre camere sono a loculi come i colombarj di Roma, in cui collocare l’urnetta delle ceneri vulgari; nè di rado sviluppansi in sembianza di labirinti.
Preso a scandagliare il suolo, tesori si rinvennero dappertutto. Le cucumelle presso Vulci sono camere circolari entro il tufo, sopra cui colline di cotto: la più insigne gira non meno di settanta metri, e nel mezzo una torre quadrilatera, forse un tempo circondata da quattro altre a cono, di cui una sola or è in piedi. Toscanella e Bomarzo nella val della Matra n’hanno di scavate nelle roccie perpendicolari, alcune colla porta a fregi; presso Cortona son coniche, a modo de’ nuraghi; e di muro una che intitolano la grotta di Pitagora. Degli ipogei di Agilla, uno vastissimo è preceduto da vestibolo, come i tempj moderni. Cere, che ora è Cervetri, sulla destra della via romana per Civitavecchia, rivelò la sua necropoli a lacunari, e con lunghi corridoj e porte archeggiate o piramidali, e panchine, tutto ricavato nel nenfro, tufo vulcanico.
Un sepolcro trovato nel 1836 con volta acuta, che vorrebbesi dell’età pelasga e certamente anteriore alla influenza greca, constava di due lunghe celle, comunicanti per una porta, chiusa fin a mezzo da un parapetto, sul quale posavano due vasi di bronzo; due d’argento pendeano dalla sommità d’essa porta. Appo l’entrata stava un caldano di bronzo su tripode di ferro, poi una specie di candelabro da profumi, adorno d’animali simbolici; là vicino un caldano minore; in faccia rottami d’un carro a quattro ruote; e sulla dritta un letto di bronzo, formato di lamine in croce: letto e carro fabbricati per vivi, e qui conversi ad uso funereo. Ai due capi del letto sorgevano due altarini di ferro: in faccia si vedevano sospesi otto scudi di bronzo sottilissimo, misti con freccie e stromenti da battaglia e da sacrifizj. Davanti al letto e in una camera laterale trentasei idoletti d’argilla nera, figuranti un vecchio che il mento barbuto appoggia alle mani. Chiovi di bronzo nella volta sosteneano vasi dello stesso metallo; e in fondo alla cella una raccolta di vezzi d’oro e d’argento, i manichi di sei ombrelli, e coppe e piatti d’argento. Il cadavere, probabilmente femminile, era coperto di tanti giojelli, che dei frantumi d’oro misti alla terra si potè empiere un capace paniere; oltre un diadema, una collana, due braccialetti, catene, fibule, e un pettorale in filagrana d’oro, composto di nove zone concentriche con rilevate moltissime forme simboliche.
Altre tombe somigliano a tempietti, forse per famiglie sacerdotali. Quelle di Castel d’Asso o Castellaccio presso Viterbo sono importantissime fra le ricavate nel tufo per l’architettura esterna, con ricchi frontoni e cornici a triglifi, e porte rastremate, che, come la generale inclinazione a piramide delle pareti, rammentano lo stile egizio: del dorico sentono invece quelle di Norcia, dove si vede un bassorilievo, che è l’unico compiuto ed esteso frontone in Italia. Le traccie di colori sopra molti membri attestano che si usava la decorazione policromatica, che testè credevasi misero ripiego del medioevo, e invece compare sulle statue più classiche e nei tempj meglio vantati dell’antichità. Al sepolcro de’ Volumnj, scoperto a Perugia il 1840, nulla fu scomposto per farne cortesia agli osservatori: è nel tufo con camere semplici senza pitture nè altro ornamento che una colonnetta esterna portante la scritta; regolarmente costruito col tetto a doppia tesa, a croce latina, il cui fondo ad abside serve alla sepoltura: dentro v’ha urne, iscrizioni, statuette[76]. Ivi stesso, due anni dappoi, si trovò una figura di bronzo giacente, che nel seno conteneva le ossa, come era pure dell’Adone del museo Gregoriano. In questo e nella raccolta Campana a Roma accolgonsi arredi d’oro cavati dalle tombe, di tale squisitezza da scoraggiare gli orafi nostri più esperti.
Queste tombe rivelarono la vita e la civiltà degli Etruschi, come Ercolano e Pompej quella de’ Romani, essendovi imitate o simboleggiate le azioni della vita privata, talora anche nella forma esterna, più spesso nella disposizione interiore e ne’ profusi arredi domestici. E gli scheletri e le pitture ci attestano come a ragione gli Etruschi fosser detti obesi et pingues[77], avendo viso pieno, grandi occhi, naso grosso, mento prominente, testa grande, piccola statura, braccia corte, corpo tozzo. Rasi la barba; spesso inghirlandati la fronte; l’anello al mignolo della mano sinistra[78].
Nelle iscrizioni non leggi parola che indichi dolore nè melanconico addio. Nessuna statua di marmo sinora, bensì di metallo, tufo calcare, alabastro, argilla; alcune per accessorio di ciste, candelabri, patere; altre isolate e più franche e originali; ma tutte rigide di membra, faccia ovale molto allungata, occhi a fior di testa e tirati in su, come anche la bocca; gambe parallele, e talora non disgiunte; fisonomia senza carattere: più volte stendonsi lettere sull’abito o sulle coscie. A Corneto fu restituita dal suolo una statua intera di cotto, che a grandezza naturale figura un uomo di piena virilità, con corona d’oro. Il Bacco giacente, pure di colto, tratto dalla necropoli di Tarquinia e conservato a Corneto, è delle statue più grandiose ed eleganti fra le etrusche. La lupa del Campidoglio, che forse è il monumento posto al fico ruminale a Roma nel 204 avanti Cristo, emula qualvogliasi capo d’arte per robusta espressione. Graziosa è la Menerva e ben lavorata, comechè priva d’idealità. Il Metello, detto l’Arringatore della galleria di Firenze; il fanciullo abbracciante l’oca nel museo di Leida, di sì cara ingenuità; il guerriero di bronzo, venuto da Todi al museo Gregoriano, vanno fra’ meglio pregiati lavori, se s’aggiunga la donna ornata, senza testa, che da Vulci passò alla gliptoteca dì Monaco.
Gran merito hanno le pietre incise, con soggetti di mitologia greca. Dai sepolcri di Perugia uscì una delle più belle, rappresentante i sette eroi sotto Tebe, coi loro nomi greci in forma etrusca. Lo scarabeo, comunissimo fra gli Egiziani, è pure forma molto solita delle pietre etrusche, e se ne trovano nelle tombe infilati per lo lungo, o legati in anelli e versatili. Si ammirano pure i disegni fatti sul rovescio degli specchi di bronzo e sulle ciste mistiche. Altre ricchezze già ricavarono da quei tesori inesauribili; uno scudo cesellato di tre piedi di diametro, un mascherone di bronzo cogli occhi di smalto, idoletti smaltati, coppe d’argento, armadure, specchi di bronzo, che altri crede patere, intagliati nella parte concava.
VASI ETRUSCHI
Dovizia ancor più speciale e vantata sono i vasi etruschi. Accennarono i Romani che in Etruria se ne fabbricassero di terra, ma ad uso comune[79]. Plinio, che ragionò tutte le varietà delle arti belle, nulla toccò de’ vasi figurati; nè alcuno menziona l’uso di sepellirli nelle tombe. Ne’ musei se n’aveano alcuni d’incerta provenienza, e dopo Lachausse, Bergier, Dempstero, Montfaucon, pubblicarono il disegno d’alcuni i nostri Gori, Bonarroti, Passeri. Primo il Targioni-Tozzetti, descrivendo la gita dalla Gonfolina all’Ambrogiana, riferisce che in San Michele a Luciano il 1752 si trovò un pozzo «rinterrato dalle alluvioni del vicino Arno. La particolarità più curiosa si è che, vuotandosi questo rinterro, vi si trovarono molti vasi di antico lavoro fatti a ruota, di terra cotta parte nera, parte sbiancata sottile, e alcuni con vernice o nera o carnicina, ma senza pitture. La loro forma è molto varia, ma per lo più sono del genere di quei vasi che chiamavano urcei, con un solo manico ben fatto, sull’andare delle moderne mescirobe e de’ boccali, e non hanno il marco del figulo. Molto malagevole si è l’intendere come mai tanti di questi antichi vasi sieno restati sommersi in questo pozzo... Chi sa se esso pozzo nel tempo del paganesimo non fosse sacro, o che o i vicini popoli, o i passeggieri per la contigua via militare, non vi gettassero dentro tali vasi con qualche liquido, per offerta o sagrifizio alle false deità?»[80].
Essendo ancora una rarità, venivano giudicati con idee sistematiche; e Millin, Lanzi, Maffei, Zanoni, Tischheim, Böttiger, Winckelmann li giudicavano indubbiamente opera greca, e quest’ultimo sfidava a produrne alcuno trovato in Toscana. Ma dopo che dal territorio al nord di Civitavecchia, dove già furono Tarquinia, Cere, Clusio, Bomarzo, Vulci, in un sol anno fin tremila se ne estrassero, a migliaja furono trovati in tutti i sepolcri di Toscana; onde fu forza credere ad un’arte veramente etrusca e originale.
Ma ecco sbucare vasi simili d’altre parti, al settentrione di Roma come al mezzodì, a Velitra de’ Volsci come a Preneste dei Latini, dalle rovine d’Adria come nella Magna Grecia, dove a Locri e Taranto pare si fabbricassero e diffondessero all’interno e sulle coste d’Apulia e Lucania: altri ne diè Napoli, e Rovo nell’Apulia quelli forse di più stupenda bellezza, sopra un solo trovandosi ben cencinquanta figure d’uomini, maschere, uccelli, pesci: Canusio n’ha a ribocco, e le contrade montuose della Basilicata o le mediterranee della Puglia; alquanti Pesto e Sorrento, e molti Nola, di popolazione osca passata poi agli Etruschi e ai Sanniti; e Cuma, le cui tombe rivelate nel 1843 estendonsi per venticinque secoli. In Sicilia ne offrono principalmente la costa orientale e la meridionale, come Agrigento, Gela, Camerina; pochi Siracusa, molti Leontini ed Acre; altri il paese che di buon’ora venne occupato dai Cartaginesi. Fu dunque proposto di chiamar questi vasi, non più etruschi, bensì italioti: ma che? Corinto, Atene, altri luoghi di Grecia ne discoprirono pur essi, e le isole, e perfino la Crimea, e le altre colonie greche dell’Eusino, e la Cirenaica.
Tanta ricchezza avviluppò le dispute sull’origine e lo scopo dei vasi, e sull’originalità dell’arte etrusca, mentre gli artisti non finivano d’ammirare tanta varietà ed eleganza di foggie, di vernici, di pitture. Oltre le forme usuali ingentilite, alcuni sono bizzarramente foggiati a piedi, a barche, ad animali, a corni, a teste; talora il manico è un leone, una lucertola, un intreccio di serpenti, il Fallo. Chiusi, residenza di Porsena, diede moltissimi vasi, singolari per aver le figure rilevate, e non essere fatti collo stampo nè cotti al forno. Ve n’ha di gialli con figure nere; di neri con figure rosse; di neri affatto; di color naturale con un leggero soprasmalto; alcuni effigiati con semplici contorni, altri con fregi; alcuni squisitamente dipinti da una parte e rustici dall’altra, forse da esser veduti d’un fianco solo; in altri la composizione gira tutto il vaso, od una scena è sovrapposta all’altra, o una contraria all’altra, come sarebbe un idillio e un fatto tragico; ovvero in una pariglia di vasi due momenti del medesimo racconto. I nuziali ritraggono scene voluttuose; i panatenaici, le gare ginnastiche a cui si piaceano gli antichi; i funerarj, l’estremo congedo, o sagrifizj ferali, o genj della morte: altri figurano scene domestiche. Gli antichi ignoravano la prospettiva, il cui difetto viepiù si risente su queste superficie convesse o concave; le figure, invece d’aggrupparsi, compajono al piano stesso, colle teste e i piedi in profilo, anche le poche volte che il corpo è di prospetto.
LORO FORMA ED ETÀ
Le iscrizioni esprimono o augurj, o eccitamenti al bere, o versi, e spesso il nome del dipintore. Ma pittore di lècyti sonava come da noi pittore di boccali; e da siffatti doveano esser dipinti i vasi, sui quali riproducevano forse le composizioni di artisti, alla buona ma con molta libertà e colla spigliatezza che vuolsi nel lavorare a fresco. Laonde questi dipinti ci conserverebbero almeno un ricordo de’ migliori quadri perduti. Chè del resto la pittura in Toscana non era ancora un’indipendente imitazione della natura; ma o serviva all’architettura, o contentavasi di richiamare all’intelletto alcuni segni caratteristici mediante forme convenzionali. Pertanto valeasi di soli quattro colori, nè rifuggiva dal fare uccelli e alberi cerulei o rossi, un cavallo con testa bruna, criniera e coda gialla, collo rosso picchiettato di giallo, gialle, rosse, nere le gambe, una coscia gialla, una bruna; e negli uomini il nudo rosso, bianco nelle donne.
Si pretese assegnare una cronologia almeno comparativa tra que’ vasi, e dicono più antichi quelli di fondo giallastro con figure ranciate o brune non lucenti, mentre le figure rosse su fondo nero erano da principio inusate. Questo primo periodo, dal xvi al x secolo, offre linee dure, attitudini inusate, persone esili, teste ovali, allungate indietro, finite in menti acuti, cogli occhi tirati in su, le braccia spenzoloni, i piedi paralleli, le pieghe agli abiti indicate appena con un frego, e grossieri gli ornamenti. Dal secolo x al v appare un secondo stile, con contorni meglio decisi, ma esagerate le espressioni, la musculatura, l’atteggiamento, dita intirizzite, profili risentiti, ignorante attaccatura di membri. Contemporanei al fiore dell’arte greca sarebbero i migliori, con ornati gentili, ma le figure sempre peccanti d’eccessivo e manierato. Via via si sbizzarrì nelle forme, ne’ meandri, dal delicato si passò all’aggraziato, e si cadde nel negletto e nel convenzionale.
ORIGINE DEI VASI ETRUSCHI
Anche dalle scene può argomentarsi la maggiore o minore antichità; e d’altissima vorrebbero quelli che imitano disegni egizj ed orientali, con persone di duplice natura, sfingi alate, mostri bizzarri, genj a due o quattro ali, scarabei.
Cronologia convenzionale, perocchè muove dal supposto d’un progresso regolare, nè tiene conto della diversa abilità degli operaj. Bensì d’alcuni vasi può il tempo argomentarsi dai luoghi ove si trovano: Vetulonia antichissima darebbe i primi; i vasi vulcenti sarebbero anteriori ad ogni anticaglia greca e romana; i neri di Albano, spesso a campana, tengonsi dovuti ad aborigeni; i più recenti sembrano quelli d’Ercolano e Pompej, neri e verniciati ma non dipinti.
Gli scrittori d’arti belle aveano asserito che queste derivassero tutte dalla Grecia; greci eransi detti i primi e pochi vasi etruschi, e altrettanto volle sostenersi anche quando a migliaja furono resi dalle terre nostre. Vi dava appoggio il portare alcuni di essi il nome del pittore o del vasajo, od altra iscrizione greca e principalmente Τῶν ἀθηνήθεν ἄθλων, cioè premj dati in Atene; onde supposero fosser di que’ vasi che in Atene si distribuivano ai vincitori dei giuochi, e che qui portati, si deponessero nella tomba del premiato. Molti soggetti delle pitture si riferiscono a greca mitologia, e recano i noti simboli delle divinità olimpiche; lo stile poi de’ vasi stessi tiene del greco, e corrisponde alle varie età delle arti elleniche. Damarato, migrando da Corinto a Tarquinia, menò seco i vasaj Euchiri ed Eugramo[81]: linguaggio mitico, che esprimerebbe avere i Toscani imparato dai Greci il disegnare grazioso e il modellar bene. Pertanto il dire arte etrusca disconviene quanto il dire americane le opere fabbricate su l’altro continente da Europei. Perchè i primi lavori in Roma vennero di Toscana, etrusco chiamarono i Romani lo stile duro e arcaico, ignorando che questo era proprio anche dei Greci; e viepiù si confermarono in tale distinzione quando acquistarono in Grecia lavori di squisita perfezione, al cui confronto credettero proprio degli Etruschi quello stile, che non era in realtà se non il greco antico.
ORIGINE DEI VASI ETRUSCHI
Così argomentano i grecanici: ma d’altra parte, mentre scarsi s’incontrano altrove, abbondanti e bellissimi si trovano i vasi in Italia; e sembra si possa drittamente indurre che là si fabbricassero ove si adoperavano; e poichè non valeano ad altro uso, giacchè i più mancano di fondo, ed hanno la superficie nè fusa nè vetrificata come si vorrebbe per servire al modo delle nostre stoviglie, e trovatisi affatto nuovi, dobbiamo crederli destinati o interamente o specialmente ai sepolcri. Ora chi vorrà credere andassero i nostri a cercare dagli stranieri ciò che serviva ai riti patrj? Certo alla Grecia era insueto questo deporre i vasi nelle tombe. I somiglianti che si rinvengono nell’Attica, sono pochi e meno eleganti; quelli della Sicilia, legatissima colla Grecia, non vincono i veramente etruschi e nolani. Ben potè qualche Etrusco aver riportato un premio panatenaico: ma riflettendo alla difficoltà di comunicazione degli antichi, e alla fragilità dei vasi stessi, chi s’adagerà a credere che questi a migliaja fossero trasportati, e non per altro che per sepellirli? Le leggende e i soggetti greci mostrerebbero soltanto come antico sia l’andazzo dell’imitare, e quanto forte l’influenza greca ed estesi i poemi omerici, i quali del resto raccolsero rapsodie vocali, che poteano esser divulgate fra Pelasgi e Tirreni, o fra quelli comunque nominati, che antichissimamente popolarono e la Grecia e l’Italia, senza che si possa asserire qual prima. La scritta che riferimmo, potrebbe anche esprimere uno dei certami provenienti da Atene, che cioè fossero distribuiti nei giuochi che Italia imitava dall’Attica. Sappiamo che i vasi etruschi di bronzo erano cerchi in Grecia[82]; poi dai sepolcreti uscirono e statue e arredi e fregi e pitture, più che non n’abbia dati la Grecia. Almeno le pitture murali sarà forza dirle eseguite in luogo: or bene, esse vanno sull’identico stile dei vasi.
In questi poi non mancano soggetti originali e riferibili alla mitologia etrusca, con genj ignoti alla ellenica: le stesse scene greche vi appajono ritratte con qualche originalità; ne’ panatenaici più belli, lo scudo di Menerva porta gli stemmi delle città etrusche; soggetti greci sono accompagnati da caratteri e da cifre all’etrusca. La superbia ellenica sarebbesi piegata a blandire la nazionalità straniera? Le figure qui sono sempre di profilo, coll’occhio rotondo e di prospetto a guisa degli uccelli, naso prominentissimo, elmi chiusi, abiti attaccati alle corazze e aderenti alle gambe. V’ha poi particolarità di paese, per le quali gli esperti discernono i vasi vulcenti dai nolani e dagli apuli: circostanza che basterebbe ad attestare operaj locali, se pure i grecanici non si schermissero col dire che greci artisti venissero a lavorarli qui.
Certamente sull’Adriatico da Spina e da Ravenna, e sul Tirreno da Agilla, Alsio, Tarquinia si mantennero corrispondenze colla Grecia; ma le somiglianze d’arte provenivano da queste comunicazioni, oppure da immigrazione e conquista? Poi gli Etruschi al par de’ Greci deducono la loro civiltà vogliasi dire dai Pelasgi, o più genericamente da una comune fonte orientale, che dà ragione delle somiglianze. L’Italia precorse in coltura la Grecia; onde di qui potè l’arte esser trasferita nell’Ellade che la perfezionò, e quel mirabile concorso d’evenienze potè poi di ricambio rimbalzare sugli Etruschi. Probabilmente e Greci ed Etruschi fabbricarono i vasi che qui si trovano; e forse ai Greci vanno attribuiti quelli di terra più fina e leggera, neri dentro, fuori gialli o rossicci e talvolta pur neri; etruschi ritenendo quelli di Tarquinia, Volterra, Perugia, Orvieto, Viterbo, Acquapendente, Corneto, giallo pallido i più, con vernice rossastra e figure in nero, abiti nostrali, barba e capelli prolissi, divinità alate[83].
VASI ETRUSCHI
Poi si domanda a che servissero, qual cosa significassero tanti vasi. Non ad uso alcuno, nè tampoco al banchetto funerale, perchè i più mancano di fondo, e tutti son vergini. Erano un segno d’iniziazione, deposto con quelli addetti ai misteri? inviterebbero a crederlo i soggetti, appellanti spesso a riti dionisiaci ed eleusini: ma quasi a sventare le ingegnose induzioni, una tomba a Vulci presentò ben novecento ciotole ordinarie e rozze, come una bottega di scodellajo.
Su tutti questi punti disputano, e lungamente ancora disputeranno gli archeologi; ma a qualunque sistema piaccia attenersi, queste preziose reliquie, di cui si gloriano tutti i musei d’Europa, attestano una fiorente civiltà. Esaminate in complesso, non ci fanno vedere quel progresso regolare, per cui si ammira la Grecia; provano anzi che gli Etruschi, se sapeano appropriarsi l’altrui, raffinare l’esecuzione meccanica, applicare all’utilità domestica o alla comune, mancavano del genio inventivo e di quel libero lancio per cui la Grecia divenne insuperabile. Pure, nel mentre l’arte orientale rimane immobile, e gli Egizj, per mutar di secoli, non mutano il modo delle piramidi e degli ipogei, in Etruria l’arte si conserva fedele al principio, ma sa procedere e rinnovellarsi.
FINE DEGLI ETRUSCHI
Di tanto incivilimento le memorie perirono tutte. Delle tre Etrurie, la padana fu sterminata dai Galli; la campana dai Sabini, che precipitatisi dalla montagna, presero Vulturnio e la intitolarono Capua: Roma fece il resto, e le guerre di Silla distrassero i generosi patrioti e i monumenti, massime scritti; la vendetta dei vincitori si compiacque d’annichilare i ricordi di quella che avevano avuta prima padrona, poi maestra; i poeti lodarono Augusto che avesse rovesciato gli altari dell’Etruria[84]; nelle città di questa si piantarono colonie romane che resero dominante la lingua latina, e i proprietarj ridussero fittuajuoli; i Greci non parlarono più degli Etruschi che come di corsari e scostumati, i Romani come di aruspici ed artisti; agli Etruschi stessi non restò altro desiderio che di diventare al tutto romani. Di Saturnia, nella valle d’Albenga in maremma, non esiste più nulla che non sia romano. A mezza via tra Roma e Civitavecchia la famosa Cere si annunzia unicamente per mezzo delle tombe. Vetulonia, celebrata da Silio Italico, sparve tra le infauste maremme. Vejo, diuturna emula di Roma, si disputò lungamente dove esistesse, finchè fu collocata nell’isola Farnese fra terreno morbifero. Di Sutri, che pare da lei dipendesse, non rimangono che bei ruderi e un insigne anfiteatro cavato nel masso e mura di sassi riquadrati. Il fano di Voltunna, dove si congregava la dieta federale etrusca, neppur sappiamo in qual luogo sorgesse: e di sì gran popolo e di civiltà così fiorente non ci parlano più che i sepolcri[85].
CAPITOLO IV.
Popoli minori.
POPOLI DELLA MEDIA ITALIA
Così incerti sui maggiori, qual meraviglia che degli altri abitanti d’Italia poco più che i nomi ci siano conosciuti? Nella settentrionale gli Orobj (vocabolo generico che, come Aborigeni e Taurisci ed Ernici[86], non significa altro che abitatori dei monti) stanziavano fra i laghi di Como e d’Iseo, e fabbricarono Como[87], Bergamo[88], Liciniforo[89], e Bara del cui posto si disputa[90]. Sono asserzioni di Plinio solo, il quale le appoggia al perduto Catone.
I Veneti, popolo illirico, stendeansi da un lato sin alle foci dell’Adige, dall’altro alle alture fra questo fiume e il Bacchiglione. Illirici pure, il che forse vuol dire pelasgi, erano i Liburni assisi sulle coste dell’Adriatico, e i Dauni all’estremità della penisola; e fors’anche gli Euganei, che coltivavano i monti e le valli circostanti ai laghi Lario, Sebino, Benàco, dopo che i Veneti li respinsero dai colli padovani, denotati ancora col nome loro. Danno l’origine stessa agli Istrioti, che abitavano il littorale adriatico dalla foce del Timavo sin al fiumicello dell’Arsia, tenendo città importanti, quali Tergeste e Pola, e s’appoggiavano alle alpi Carniche e Giulie; ascritti essi pure all’Italia, benchè non compajano nella storia se non quando valorosamente difendono la propria indipendenza dai Romani.
I Liguri, che stesero il dominio dai Pirenei alla foce dell’Arno, popolavano quel che ora chiamasi Piemonte. Rustici, con chiome prolisse, diceasi, gracil Ligure valere più che forte Gallo, e che le loro donne avevano la gagliardia degli uomini, questi il vigor delle fiere: lavoravano a gran fatica il terreno, guadagnato artifizialmente colà dove oggi pure trentamila ettari sono sostenuti da muricci: guerreggiavano coi Tuschi e coi Greci di Marsiglia, che per frenarli posero le due colonie di Nizza e Monaco: i Romani stessi non li poterono domare che trasportandoli.
Ausonj, Aurunci, Opici, Osci, pajono esser varie denominazioni della gente che abitava il lembo occidentale della bassa Italia, dove Amicla città sul mare; Fondi, col suo lago dalle isole galleggianti; Formia, denominata dai molti suoi porti, e sede già de’ Lestrigoni; Cajeta, che nelle favole trojane serbò il nome della nutrice d’Enea; Lamo, dove Ulisse riconosceva un buon porto; e fra terra Minturno col bosco sacro della ninfa Marica e colle paludi formate dal Liri; Caleno, vantata per vini squisiti, siccome il campo Cécubo. Il nome d’Aurunci si restrinse poi agli abitanti della parte montuosa, dov’è Sessa (Suessa); e di Aurunca lor capitale si riconoscono le ruine presso Rôcca Monfina.
Le varie tribù degli Osci formarono i Volsci, gli Euni, i Rùtuli, gli Ernici. Presso al Lazio sedevano gli Equi, nella valle dell’Aniene e sulle prime alture degli aspri monti circostanti, afforzandosi principalmente a Preneste e Tiburi; più addentro verso le sorgenti dell’Aniene e del Liri gli Ernici, colle città di Anagni, Veroli, Alatri, Ferentino: a mezzogiorno i Volsci, in paese pieno di popolo e di fortezze, tra cui Corioli, perita senza lasciar vestigio, Aquino, Arpino, Frosinone, Vellètri, Signia, Corba, Cassino, Sulmona, Sora, Priverno; la lor capitale Suessa Pomezia sedeva nel centro della non ancora morbifera pianura Pontina. Seguivano altri popoli dell’origine stessa, «destinati quasi in eterno esercizio a’ guerrieri romani»[91]. Venticinque città contavano sulla marina, or infesta dalla mal’aria: ed Anzio, celebrato santuario della Fortuna e terribile nido di pirati, Circeo, Terracina, dovettero al commercio grandi ricchezze, e fiorivano d’arti belle; presso Velletri si trovarono ammirati bassorilievi di terra cotta; Turiano da Fregelle eseguì il Giove Capitolino ed altre opere in Roma[92]. I Rutuli aveano Ardea per metropoli.
SABELLI
Di fronte a loro stava un altro gruppo di popoli, con cui però appajono spesso mescolati, e che probabilmente uscivano da pari origine, i Sabelli. Presso Amiterno, posta nell’Abruzzo là presso d’Aquila sulle più alte montagne appennine donde piovono il Fortore e la Pescara, e nelle cui valli stanziava quella gente fastosa e guerresca, era un rustico villaggio detto Testrina, dal quale una migrazione votiva di giovani, o, com’essi dicevano, una primavera sacra sciamò sulle terre degli Aborigeni attorno a Reate, prendendo il nome di Sabini dal dio nazionale Sabo; e si spinsero avanti pel monte Lucretile e pel Tetrico, e la valle dell’Aniene, fino al Tevere che li dividea dai Vejenti, come la Nera dagli Umbri. Agricoli e guerreschi, con un’aristocrazia sacerdotale, da un mare all’altro occupavano la larghezza di dodici leghe sopra quaranta di lunghezza sulle due coste. Cure (città degli Astati) al confluente del Correse e del Curbulano, era il loro convegno nazionale: Sanco, detto pure Fidio e Semone, dovette essere un loro tesmoforo, onorato poi come dio. Ma dapprima non prestavano culto che ad un’asta confitta in terra; al quale feticio surrogarono poi nove Dei maggiori, adorati con misteri in Trebula[93].
PICENI
Crescendo di popolazione e bisognosi d’attività, spedirono frequenti colonie nella bassa Italia e in su, fra cui una guidata dalla pica, uccello sacro per essi, fu detta dei Piceni, e un’altra de’ Pretuzj, tribù numerosissime. I Piceni abitavano sull’Adriatico dall’Esi al Tronto, quella che oggi diciamo marca d’Ancona, e le città di Ascoli, Fermo, Pollenza, Ricina (Macerata?), Treja, Tolentino; e mescolati con Etruschi e Illirici, rimisero delle abitudini bellicose. I Pretuzj stavano a mezzodì del Tronto sin al fiume Matrino (Piomba), or provincia di Téramo (Interamna), lauta di vini e biade. Altri si piantarono nel Lazio, delle cui fortune come più grandiose diremo a parte. In somma queste stirpi sabelliche inondavano la pianura, mentre quelle rimase fra i monti chiamavansi Casci, Equi, Volsci.
Attorno al Gran Sasso d’Italia, ove oggi i due Abruzzi, fra natura selvaggia e rupi e caverne s’annidavano Vestini, Marrucini, Peligni, Marsi, colle temute città di Pentri, Telesia, Alita, Esernia, Boviano. Il loro convegno navale era Aterno, ove oggidì Pescara, e i Vestini mercatavano di cacio, i Peligni di cera e lino. Ai Marsi, principali fra tutti e situati attorno al lago Fùcino, si dà lode di valore e amor di patria; diceasi nè potersi vincerli, nè poter vincere senz’essi; e vi s’aggiungeva fama d’incantatori, avendo imparato le virtù delle erbe da Angizia sorella di Circe.
SANNITI
Benchè di lingua affini, si andarono diversificando al punto, che ben si discerneva il Sannita dall’Osco, come il Piceno dall’Umbro, il Sabino dal Romano. Gente bellicosa furon tutti costoro: il romano Papirio Cursore che li vinse, ne portò via più di due milioni di libbre di rame; e Carvilio Massimo suo collega colle armi tolte ai Sanniti fece fondere un colosso di Giove sul Campidoglio, che discerneasi fin dal monte Albano: e i loro sepolcri abbondano tuttora d’armi offensive. Strabone geografo riferisce che i Sanniti metteano in piedi ottantamila fanti, ottomila cavalieri; e quando si temeva un’invasione di Galli, offersero ai Romani settantamila fanti e settemila cavalli. I Peucezj poteano allestire cinquantamila pedoni, diciassettemila cavalieri; trentamila pedoni e tremila cavalieri i Messapi; ventiquattromila i Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini; il che darebbe oltre duecentomila combattenti da un paese che forma appena un terzo del regno di Napoli: insomma un milione e mezzo d’abitanti sovra milletrecento leghe, e in conseguenza mille e cento teste per lega. Ma quanto credere agli storici? quanto all’esattezza di quei che li trascrissero?
CAMPANIA
La Campania[94] si distendeva sul mare dal Liri al Sìlaro, bagnata dal Vulturno, con campi ubertosissimi, dilettose città, e la festa de’ vigneti, di cui sosteneano gli onori il vino cecubo, il falerno, il caleno, il massico. I Pelasgi v’aveano fondato Larissa, che poi i Romani nominarono Forum Popilii (Forlimpopoli). I monti Tifati sopra Capua rendeano devoti i tempj di Diana e Giove: Atella presso Aversa diè nome alle Favole atellane: Nocera voleasi fondata dai Pelasgi. Il Vesuvio taceva; ma i suoni de’ campi Flegrei, le battaglie dei Giganti, le dimore sotterranee di Tifone, accennano le rivoluzioni naturali cui andò soggetto quel paese. Attorno al golfo che curvasi da Sorrento a Miseno, erano scesi gli Opici, indeboliti poi dagli Enotrj, spogliati dagli Etruschi della più fertile posizione del loro paese. Sulla parte meridionale s’assise una colonia di Picentini, gente sabellica, la cui città fu poi detta Vicenzia.
Dall’Appennino centrale, dietro al corso del Vulturno e dell’Ofanto, scesero i Sanniti conquistando, e trucidati gli Etruschi mentre nel sonno digerivano l’ubriachezza, tolsero a loro Vulturnio, ch’essi chiamarono Capua[95]; allora divenuti Campani, presero d’assalto la greca Cuma; sotto il nome di Mamertini, come a dire soldati di Marte, si posero al soldo di chi bisognava di combattenti, ed estesero fin a Pesto la propria lingua, la qual forse era la stessa che parlavano Umbri, Osci, Dauni, Peucezj, Messapi, abitanti nella Japigia cioè nel sud-est della penisola, che Strabone fa d’una sola favella (ὀμογλώττους). Probabilmente erano Pelasgi, perocchè alla foce del Sile sorgeva un tempio a Giasone, eroe pelasgo al pari di Diomede, cui attribuivasi lo stabilimento di Argirippa ( argos hippium ). I Dauni stanziavano attorno al monte Gargàno; seguivano i Peucezj; poi sulla penisola che forma il tallone dell’italo stivale, ora povero di coltura e d’abitanti, fiorivano i Messapi, ricchi di città, quali erano sul littorale adriatico Guathia (Fasano), Brindisi, Valezio (Baleso), Otranto; sul golfo di Tàranto, la città che gli dà nome, Nereto (Nardò), Alezio (l’Alizza), Uzento; nell’interno Celio, Uria, Rudie (Ruggie), Vaste (Basta)[96]. Regolavansi a re, supremo magistrato che univa le incombenze sacerdotali, siccome nell’età eroica de’ Greci.
LUCANI
I Lucani occuparono l’estremità d’Italia dal Silaro al Lao, che oggi chiamiamo la Basilicata, soggiogando gli Enotrj, e durando nimicissimi alle colonie greche ed ai tiranni di Siracusa. In que’ pascoli scendevano d’estate le greggie dell’Apulia e della Calabria. La parte più alpestre, dove gli alberi davano la miglior pece e il miglior legname da navi, rimase ai Bruzj, il cui nome indica non schiavi fuggiaschi ma ribelli. Accertare però l’origine di ciascuno e i confini è impossibile quanto superfluo: e Orazio Flacco, nato a Venosa, sullo scarco del monte Vulture che formava confine tra Irpini, Lucani ed Apuli, non sapea determinare se all’Apulia o alla Lucania appartenesse la sua patria[97]. Sovente ne sono scambiati i nomi, e i Greci in generale titolano Liguri quelli dell’alta Italia, Ausonj quelli della meridionale. Tante diversità sin dall’origine, contribuirono certo ad impedire che lunghi secoli di lotta, di conquiste, di violenze, di sventure potessero ridurre l’Italia ad unità.
COLONIE FENICIE
I più trafficanti fra i popoli antichi furono i Fenicj, che aveano popolato di loro industria il lembo della Siria, ergendo le città di Tiro e Sidone; poi sulla costa settentrionale d’Africa fabbricarono quella Cartagine, che tanta parte rappresenterà nelle vicende italiane. I Fenicj empirono il mondo di loro colonie; e la traccia di queste e del loro commercio è simboleggiata nei viaggi dell’Ercole Tirio. Il quale raccontano che, per portar guerra al figlio di Crisaoro in Iberia, varcò lo stretto Gaditano, ove eresse le famose colonne di Abila e Calpe come confine del mondo e dell’ardire umano; sottomise la Spagna, indi fece ritorno per la Gallia, l’Italia, le isole del Mediterraneo. Una strada commerciale antichissima fra le Alpi serviva di fatto al commercio, e prolungavasi fin al Baltico, come si arguisce dall’ambra che di colà portavasi nell’alta Italia: e Romani e Greci che di qui la ricevevano, applicarono al Po il nome di Eridano, che è quello del fiume lontano, sboccante nel mare del Nord. L’opportunità fece dai Fenicj cercare altresì le isole nostre; e in Sicilia stanziarono lungamente, e v’introdussero il culto della dea Astarte, colà denominata Venere Ericina.
SARDEGNA
Da sarad, pianta del piede, vogliono traesse il vocabolo la Sardegna, per la ragione stessa chiamata Ichnusa dai Greci. Iliani, Tarati, Sossinati, Balari, Aconiti la abitarono, che forse erano popoli libici[98], o veramente iberici, i quali vi furono condotti da Norax, che fondò la prima città di Nora. I Greci, al solito, attribuivano ai loro primitivi eroi il dirozzamento della Sardegna; ma sembra che tardi vi si piantassero, quando fabbricarono le città di Carali (Cagliari) ed Olbia. I Fenici bensì vi posero stabilimenti di commercio; e così i Cartaginesi, i quali colonizzarono Carali e Sula, e al culto antico surrogarono il crudele e voluttuoso de’ loro Dei, e tiranneggiarono i natìi[99], i quali, insofferenti del giogo, vestiti di pelli e della loro masturga, con targa e pugnale, ripararono nelle grotte montane la selvaggia loro indipendenza. Anche gli Etruschi vi posero stanza; poscia i Romani, sotto ai quali contava sin quarantadue città, di cui sole dieci ora sussistono. Fin d’allora il Sardo era robusto e allegro, coraggioso fin alla temerità, di concitata fantasia, vivo nell’amore, implacabile nell’odio. Già parlammo dei nuraghi (pag. 56): aggiungiamo che in Sardegna furono trovate le prime pietre sardoniche; e che, secondo Dioscoride, vi cresceva una pianta (il gorgolestro), che a chi ne mangiasse la radice produceva la morte con convulsioni alla faccia somiglianti al riso: dal che venne detto il riso sardonico.
CORSICA
La Corsica, chiamata antichissimamente Teramne, poi Collista dai Fenicj, indi Tera dagli Spartani o Focesi d’Asia, Cimo o Cernenti dai Celti, Corsi dai Greci e Corsica dai Romani, collocata fra l’Italia, la Spagna e la Gallia, è opportuno scanno d’importantissime relazioni. I Pelasgi forse l’abitarono, trovandovi Liguri ed Iberi[100]; gli Etruschi la dominarono, fondandovi Nicea sul Golo; poi una colonia di Focesi, ruinata dai Persi la patria loro, vi fabbricò sulla costa orientale, quasi in faccia all’Elba e allo sbocco del Tevere e presso la foce del Tavignano, la città di Aleria, con porto naturale bastevole alle navi d’allora, al piede di boscose montagne e in mezzo a una fertile pianura. Ivi si afforzarono a segno, da tener testa a Etruschi e Cartaginesi; e vinsero ma a grave costo, perdendo quaranta vascelli e molti uomini, i quali, condotti ad Agila in Toscana, furono trucidati. Poco stante, gittatasi quivi la peste, l’oracolo di Delfo consultato rispose, placassero i mani dei Focesi, da loro barbaramente uccisi: così fecero, annui giuochi istituendo, e la malattia cessò. Ma i Focesi, accorgendosi di non poter reggersi nell’isola, migrarono in Italia e sulle coste della Gallia. Più tardi Plinio vi contava trentatre città: Callimaco la chiamava la Fenicia insulare.
Diodoro Siculo attesta che gli schiavi côrsi superavano gli altri per robustezza in tutti i servigi utili alla vita[101]; Strabone, all’opposto, narra, «qualvolta un generale romano, penetrato nell’interno paese e sorpresovi qualche forte, ne mena a Roma alcuni schiavi, è singolare a vederne la ferocia e la stupidità; o ricusano di vivere, o rimangono in assoluta apatia, finchè stancano i padroni, e fanno rincrescere il poco denaro speso per comprarli». Forse Strabone interpretava così l’amore di libertà, che in quel popolo non venne mai meno, e pel quale mantenne tanta originalità di carattere e di costumi. Polibio ci dipinge aspro e selvoso il paese, ove scioltamente pascolavano numerosi armenti, obbedendo al conosciuto corno del mandriano; vedea questi avvicinarsi navi all’isola? sonava, e le bestie accorrevano; in tutto il resto simili a selvaggi.
ELBA
All’isola d’Elba, detta Etalia dai Greci, Ilva dai Romani, cavavasi da immemorabile antichità il ferro, detto populonio perchè in Populonia erano i forni per fonderlo. La possedettero gli Etruschi, al pari della fumante Lipari ricovero di pirati, e delle altre isolette dell’arcipelago Tirreno, ed alcune anche dell’Adriatico. A Malta ed in altre isole i Fenicj aveano introdotto manifatture, onde provvedere la Grecia e l’Italia.
CAPITOLO V.
Istituzioni italiche.
Chi dice storia d’Italia suol intendere storia romana: ingiustizia, a cui converrebbe riparare volgendo l’interesse sopra il maggior numero de’ vinti, fra’ quali si riscontrano gli elementi durevoli, che sopravvissero alle società conquistatrici, esaurite da’ proprj sforzi. Tentiamo farlo cogli scarsi documenti e coll’analogia.
TESMOFORI
La prima società sono le famiglie; e poichè i legami domestici stringono più tenaci quanto più semplice è un popolo, molte famiglie si conservano unite e d’egual tenore, formando le tribù. I membri d’una tribù lavorano e viaggiano di conserva, si difendono a vicenda, tolgonsi a capo il più vecchio, il più capace, il più esperto di mandre, il più arguto osservatore degli astri e delle stagioni: il qual capo, come savio, proferisce anche i giudizj; come sperimentato, possiede la dottrina; come anziano, rende culto alla divinità; padre, re, giudice, sapiente, pontefice. Quest’è il governo patriarcale, tanto disdicevole a civiltà adulta, quanto comune alle nascenti.
Dove i sensi e l’intelletto prevalgono sopra la riflessione, domina l’eroismo, che è la consacrazione della forza per mezzo del sentimento, e del sentimento per mezzo della forza; e da esso derivano la soggezione e la fede. Avvegnachè, quando tutte le anime ricevono le medesime impressioni, e si guidano a norma di queste, facilmente si persuadono che un uomo faccia movere un popolo intero, o tutto un popolo sia identificato in un uomo, nel quale ravvisino sfolgoranti i concetti e i sentimenti, che oscuri ritrovano in sè. A quell’uno pertanto attribuiscono tutti gli atti d’una generazione o d’un’età: e in tal guisa si formarono que’ caratteri poetici di Giano, di Saturno, di Fauno, che troviamo come uomini-dei al limitare della storia italiana. Il padre Giano, il quale non si connette a veruna genealogia di Dei, tiene del settentrionale, e compare fra genti non ancora stabilite: Saturno ha fisionomia orientale, trova una gente agricola, e forse è simbolo di colonie fenicie, le quali, espulse di Creta, qui approdarono: Fauno personifica la vita pastorale[102].
SOCIETÀ PATRIARCALE
Costoro col nome divino introducevano le religioni, educavano que’ popoli al modo che spesso praticarono i missionarj, cioè trattandoli da fanciulli, non assegnandovi proprietà distinte, ma lavori comuni, comuni banchetti di cibi agresti; il che dai posteri, più inciviliti ma più sofferenti, fu reputato un’età dell’oro. Va fra questi tesmofori anche Italo, il quale stabilì la comunanza de’ beni nel basso della penisola, e addestrò nell’agricoltura, della quale i frutti godeansi in conviti sodalizj, che ancora non erano dismessi all’età d’Aristotele[103]. Per costoro opera, contro la persecuzione dei violenti si piantano asili, sotto la tutela dei numi o di un capotribù. Questi capi divengono patroni; i ricoverati rimangono clienti; e congiunti soggiogano i nemici, riducendoli schiavi.
CIVILTÀ PRIMITIVA
Fin ne’ tempi più civili l’Italia conservò vestigia del primitivo vivere errante[104]; e gli Dei bucolici, le feste e le divisioni dell’anno riferibili a pastorizia ed agricoltura, e il culto del dio Termine, erano rimembranze dell’antico vivere da pastori e da campagnuoli. I Romani in testa a Giove e alle maggiori deità ponevano il modio, misura del grano; e arare e sulcare chiamarono lo scrivere. Perocchè le abitudini agresti, indotte dalla natura del suolo italiano, modificarono la primitiva civiltà di tribù; e questo passaggio fu personificato nel mito di Cerere, dea che dicevasi avere primamente in Sicilia mostrato come coltivare il grano. Essa fu pure avuta come inventrice delle leggi, avvegnachè i popoli, col prendere sedi fisse e campi certi, determinano le idee del tuo e del mio, bisognano di garanzie per conservarlo, di forza ordinata per difenderlo, di giudizj per rivendicarlo, di regole per trasmetterlo, di quel complesso d’ordinamenti che costituisce un reggimento civile.
Come molte famiglie compongono la tribù, molte tribù si aggregano in città e provincie. I varj capitribù non abdicano il loro primato, e per ventilare gli interessi comuni si congregano in assemblee; mentre l’agglomerarsi di diverse tribù introduce varietà di vita e di professioni. Quindi dalla innata eguaglianza di diritti nasce la disuguaglianza di fortune; l’uomo più industrioso o più accorto guadagna meglio, arricchisce, trasmette gli averi suoi a’ figliuoli: di che originano le famiglie illustri, che aspirano a concentrare in sè le ricchezze, la dignità, il potere. Così nasce il governo di molti; un patriziato che amministra i pubblici affari, la distinzione de’ nobili da’ plebei, con un’infinita varietà nel numero e nelle attribuzioni de’ Padri consultati ( senatori ), nel denaro che la tribù mette in comune ( tributo ), ne’ magistrati, nelle relazioni di ciascuna città col proprio territorio, e tra le città, le quali confederandosi formano uno Stato.
TRIBÙ
Ma poichè le famiglie precedettero lo Stato, quelle vengono considerate come elementi necessarj di questo. Pertanto le tribù si accostano, ma non si fondono; e memori della differente origine, ognuna si tiene distinta dalle altre; non accomunano le nozze; ed essendo varie di dignità, si può in esse scendere, non elevarsi. Se v’intervengono la religione, diversa da una tribù all’altra, e riti particolari di ciascuna, esse tribù rimangono inalterabili, formando le Caste, come nell’India o nell’Etruria[105]: altrimenti le distanze vanno dileguandosi, fino a giungere all’eguaglianza, come accadde in Roma. Allo Stato però non appartiene se non chi appartenga ad una famiglia ( gens ) per legittima derivazione: e solo per grande condiscendenza vi si ammette tal fiata un uomo libero forestiero; od anche una nuova parentela quando un’altra si estingua, affinchè non resti incompiuto il novero rituale.
Oltre queste tribù che chiameremmo di famiglia, vi ha tribù di luogo, rispondenti alla distribuzione di un paese in distretti o borgate; sicchè n’è tribule chiunque possiede in quel circondario al momento dell’istituzione; e i discendenti loro continuano ad appartenervi, se anche perdano o tramutino i possessi. Ne deriva dunque un’altra specie di genealogia, quantunque meno rigorosa. E se un popolo così costituito si trapianti in altro paese, egli conserva la costituzione patria, ma per favore accoglie nel suo grembo i natìi, da cui ebbe ajuto o da cui spera decoro, e li scomparte nelle varie tribù, giusta diverse convenienze; di modo che il vincolo fra i contributi non è più soltanto di sangue e di patria.
Insistemmo su questa costituzione delle tribù, come quella che è più dissonante dai modi odierni; e senza di essa non sarebbero compresi i passi delle civiltà antiche, e specialmente della italica.
La regolarità di siffatto procedimento viene alterata dalle conquiste. Una tribù, per amor di donne, di pascoli, di bottino, per gelosia di potere, per ambizione di un capo, assale l’altra, la vince, molti uccide, gli altri serba in qualità di schiavi ( servi ). Il trionfo invoglia a nuovi: un capo guerresco, sostenuto dai robusti che desiderano esercitare la propria vigoria, o dai fiacchi che cercano un appoggio, viene ad imperare su molto popolo soggiogato, e si fa re in nome della forza; dinastia, cioè forza (δύναμις), chiama la propria famiglia, e impone il proprio volere, raccogliendo in sè la facoltà di far leggi, d’eseguirle, di giudicare. Sono ricordati alcuni antichi re in Italia, quali Giano, Lico, suo figlio Latino, Pallante, Evandro.
CONQUISTE. CONFEDERAZIONI
Gli Stati a governo d’un solo o di più, costituitisi in tal maniera, proseguono fra loro le lotte cominciate fra le tribù; i più forti invadono i meno, i montanari piombano su’ pianigiani; e gli uni per difendersi, gli altri per assalire, stringono confederazioni. Questa forma è antichissima in Italia, e naturale in paese suddiviso da monti e fiumi, sicchè mal poteano avervi luogo i vasti imperj che fecero schiava l’Asia, nè l’unità nazionale che fece potenti alcuni popoli moderni.
Paese bello, ed aperto per così lunghe coste, facilmente era invaso da genti che o l’ambizione chiamava di lontano alle conquiste, o la sovrabbondante popolazione o un vincitore snidavano dalle terre natìe; oppure da colonie che cercavano una patria nuova. I capi degli invasori spartisconsi il paese, rendono sudditi gli originarj che non sappiano difendersi o fuggire, e concentrano il dominio nella gente vincitrice. Talvolta un altro popolo sopraggiunge al primo conquistatore e gli strappa la signoria, ovvero patteggia con esso, mettono in comunione gli Dei, e si spartiscono gli uffizj[106]. Così si sovrappongono genti a genti, separate per origine: pure, conservandosi le singole unite fra sè, ne derivano distinzioni di classi; e l’una ha il privilegio delle armi, l’altra del sacerdozio; una ai traffici, l’altra all’agricoltura; distinzioni non cancellate dal tempo nè dalla superiorità numerica dei vinti.
INVASIONI. TIPI MITICI
In questo accostarsi e sovrapporsi di popoli, ognuno reca tradizioni, e queste si mescolano, trasponendo tempi e luoghi, accumulando s’un personaggio le imprese di molti, confondendo gli avvenimenti umani colle vicende della natura o colla storia degli Dei; sicchè riesce difficilissimo l’appurare alcuna verità, e l’assegnare epoche anche approssimative, anzi perfino lo stabilire una priorità fra gli avvenimenti che precedono la storia.