C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO XI.


STORIA
DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO XI.

TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1876


[INDICE]


LIBRO DECIMOQUARTO

CAPITOLO CXLIX. Quadro politico. Sisto V. Sistemazione civile ed ecclesiastica di Roma.

Il travaglioso parto della società moderna era omai compito: i Comuni si erano associati coi re per congegnare estese monarchie coi rottami delle giurisdizioni feudali tra cui era frazionata l’autorità sovrana, e far prevalere una volontà unica, intitolata la legge, che mantenesse dentro la pace, fuori l’influenza. Ma dopo tanto declamare contro le repubblichette e la insanabile loro irrequietudine e le guerricciuole del medioevo, dopo tanto adombrarsi che uno Stato italiano non prevalesse agli altri, or giacevano tutti allivellati dalla servitù, impotenti a nuocersi a vicenda, ma anche a resistere altrui: assodaronsi i principati, ma con essi non venne l’unità, non venne la quiete colla tirannide. Dacchè, per la Riforma, l’Europa fu scissa in due campi, il sacerdote non poteva più comandare dappertutto; e se una provincia protestante si volgesse a’ danni di una cattolica, non si poteva che reprimerla; donde una nuova necessità del potere monarchico, che si surrogò all’ecclesiastico con vantaggio forse dell’ordine, non della libertà. E per la necessità dell’ordine vennero dimentichi o conculcati i privilegi; raccolti grossi eserciti, dome le aristocrazie, elise tutte le resistenze particolari; costretta la Chiesa a schermirsi contro la forza, finchè vi soccombesse. Introdurre l’eguaglianza, fiaccare le prepotenze feudali, svegliar nei popoli la coscienza dell’unità mediante una politica nazionale, rendere a tutti accessibile la coltura, ed anche alle classi infime l’industria, estendere il concetto della parità di diritto e della cittadinanza, sono gli uffizj pei quali la monarchia si fa stimare dai popoli: ma quando ai trambusti succede il riordinamento, qualche genio, come Costantino, Carlo Magno o Napoleone, di tutte le attività sa giovarsi al suo scopo; altri credono non poterlo che soppiantando, comprimendo; e così si fece nel secolo decimosesto in Italia. — O Dante, avresti potuto vedere che la pace del despotismo trionfante è la pace del sepolcro.

Il commercio, non che fiorisse al chetar de’ tumulti, perì nell’atonia universale; giorni smunti e afosi sottentravano ai procellosi; non apparendo nè l’individuale gagliardia del Cinquecento, nè le complessive aspirazioni del Settecento, interessi immediati e angusti occupavano la scena, dianzi agitata dalle passioni; mancando la patria, mancarono fortezza di guerriero, abilità di politico, libertà di scrittore; al culto del Comune sottentrò l’egoistico punto d’onore, alle battaglie il duello, alle vive credenze canoni legali ed opinioni, al diritto pubblico cattolico una politica d’abilità e di tornaconto, spoglia d’ogni idealità, fondata non sulla ragione ma unicamente sul fatto, non diretta dal sentimento ma dal calcolo e dalla forza. Eppure in nome della religione sobbolliva ancora tutta l’Europa, la quale penò fin a mezzo il secolo decimosettimo per acquistare quell’assetto, in cui, ben o male, doveva adagiarsi poi fin alla rivoluzione francese. L’Inghilterra, violentemente spinta ad uno scisma che attribuiva al re onnipotenza anche nelle cose religiose, lo manteneva con feroci leggi penali, e con due rivoluzioni che, abbattendo il diritto divino dei re, doveano cambiar la dinastia, eternare l’oppressione d’un popolo intero qual è l’irlandese, consolidare e stabilire i privilegi de’ possidenti, ma eriger la nazione al colmo della grandezza politica e commerciale, e a quella civile libertà, che al Governo non rassegna se non la minima parte dell’attività individuale.

I Paesi Bassi, ribellatisi alla Spagna, sostennero lunghissima guerra, finchè una parte furono ribaditi alla dominazione austriaca, altri si assicurarono il culto riformato e l’indipendenza, e con questa una meravigliosa prosperità mercantile. La Germania, sbranata fra due parzialità religiose divenute parzialità politiche, scadeva dalla supremazia goduta nel medioevo: a capo de’ Cattolici stava ancora l’imperatore, ma non che ne assicurasse il trionfo, vide le turbolenze scoppiare in guerra aperta che fu denominata dai Trent’anni, in cui quel centro dell’Europa fu corso e guasto da eserciti, peggiori de’ masnadieri.

Anche in Francia i Calvinisti detti Ugonotti si sommossero, fin a prorompere in guerra aperta; Enrico III, espulso dalla propria capitale, fu assassinato; Enrico di Navarra, erede delle ragioni alla corona, per ottenerla abjurò al calvinismo, e con un editto di tolleranza accanto ai Cattolici collocava i Riformati, con privilegi, con fortezze, con sospetti, scomponendo l’unità del regno, sinchè Luigi XIV revocò quell’editto; e la Francia primeggiò in Europa, professandosi protettrice de’ Cattolici nel tempo stesso che in Germania sorreggeva i Riformati, per deprimere gl’imperatori.

Questi erano elettivi, e pur intitolandosi imperatori romani, non curavano nè la consacrazione pontifizia, nè tampoco di esercitar ingerenza di qua dell’Alpi. Si toglieano sempre dalla Casa d’Austria, la quale a questo titolo d’onore univa il regno di Boemia, sovvertito dalla Riforma; il regno d’Ungheria che la costituiva antiguardo della cristianità contro i Turchi; la Stiria, il Tirolo che la faceano pericolosa vicina della Venezia; e stando nel cuor dell’Europa primeggiava, massime dacchè le linee d’Austria e di Tirolo furono d’accordo: ma la guerra dei Trent’anni dalla posizione offensiva la ridusse alla difensiva. Combinava essa la sua politica coll’altro ramo, a cui obbedivano la Spagna e tanta parte dell’America e delle Indie orientali, vascello immenso, di cui la prora sorgeva alle Filippine, e la poppa alle Antilie.

Filippo II (1556-98), succeduto a Carlo V nel regno di Spagna, trovava le idee, gl’interessi, la religione di tutta Europa messi a subuglio dalla Riforma, e diresse tutte le forze sue a rifondare il passato. I dobloni che traeva dalle miniere americane, correvano pertutto a soldare oppositori ai Protestanti; i suoi eserciti li combattevano in ogni plaga; e poichè dopo un secolo di convulsioni egli rappresentava la riazione, rimase bersaglio alle armi e alle diatribe di tutti i novatori del mondo, i quali accordaronsi nel dirne ogni male, e fin nell’inventarne, come nel tragediato episodio di don Carlos suo figlio, e lo tramandarono alla posterità come inventore della politica arcana, come un fantasma assiso sui confini del medioevo, cinto di tenebre illuminate solo da roghi, per impedire il progresso del pensiero e della libertà.

Tranquillamente superbo, profondamente religioso, eminentemente spagnuolo, egli mostrò amore e riverenza esemplare a suo padre, del quale rispettò fin le debolezze a segno, che cercò e prese in cura il bastardo di lui, divenuto poi famoso col nome di Giovanni d’Austria. Instancabile al lavoro, postillava e correggeva le lettere de’ segretarj, di proprio pugno scriveva, e bene, quantunque lungo; vide il secolo d’oro della letteratura spagnuola, sebbene non la favorisse; sebbene non guerresco, sotto di lui si vinsero alcune delle maggiori battaglie della storia: nè per avversa fortuna fiaccato, nè per prospera inebbriato, quando l’ammiraglio, a cui aveva affidato l’armamento, a ragione intitolato invincibile armata, venne annunziargli ch’era stata dispersa dal turbine, gli disse soltanto, — Duca, io vi avea mandato contro i nemici, non contro gli elementi»; e ripigliata la penna, continuò a scrivere. Stava leggendo la vita di suo padre quando gli fu annunziata la vittoria di Lépanto (tom. IX, pag. 538); e non che prorompere in esultanza, riflettè: — Don Giovanni ha molto arrischiato; come ha vinto, così poteva perdere». Pur seppe rendere omaggio al duca di Savoja; e quando, vincitore a San Quintino, si presentò per baciargli la mano, esso l’abbracciò dicendogli: — Tocca a me baciar la vostra, che compì opera sì bella».

Volea veder tutto, e perciò esitava a decidersi: deciso una volta, non recedeva più. Credendosi destinato da Dio a rintegrare la religione cattolica, le discrepanze considerava non solo come eresie, ma come lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterle come fece dappertutto, senza mai venire a transazione; cercò impadronirsi fin della Francia e dell’Inghilterra per serbarle cattoliche: ma intanto si vide dalla Riforma strappati i Paesi Bassi; esaurì le finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria potenza.

Dopo di lui la Corte spagnuola, separata dai popoli, asserragliata dalle cerimonie, non conobbe l’opinione e gli avvenimenti se non da relatori, nè gli uomini se non traverso alla diffidenza, cascando così nell’inoperosità. Filippo II aveva avuto per ministro il Granuela, uno de’ più abili statisti, che costretto a ritirarsi davanti all’esecrazione de’ Fiamminghi, venne vicerè di Napoli, poi cardinale a Roma. Sotto Filippo III maneggiò ogni cosa il duca di Lerma; sotto Filippo IV il conte duca Olivares, figlio d’un vicerè di Napoli, il più potente e laborioso, e il meno scrupoloso e fortunato ministro di quel secolo. Con Carlo II, men che re e men che uomo, terminò la dinastia austriaca in Ispagna (1700).

Tali furono i regnanti di bellissime parti d’Italia. Mentre le nazioni d’Europa si costituivano regolarmente, anche mercè de’ penosi ma fecondi scotimenti dalla riforma religiosa, la nostra era perita; e da centro che era della politica, del commercio, della cultura, più non fu che uno zimbello o un premio. Alla sua libertà, viva la quale sentivano non potrebbero estendere la propria dominazione, aveano attentato gli stranieri ora cospirando ora osteggiandosi: in quel contatto, nocevole se amico e se nemico, gl’Italiani sentivano pericolare l’indipendenza, ma ciascuno pensava alla propria, non a quella dell’intera nazione; ciascuno Stato credeva bastar da sè a superare in forza gli stranieri, come li superava in civiltà; e a tal modo caddero tutti.

Per sanare le piaghe infistolite, dai politici della risma del Machiavelli erasi bramato una mano forte, un principato che vigore e astuzia adoprasse a reprimere i signorotti, stabilisse giustizia eguale, leggi pel bene di tutti, e da tutti osservate: ma la forza prevalsa tolse la libertà, non indusse l’unità, nè tampoco la quiete; piantò irremissibilmente governi di puro fatto. L’Italia forse ancora non avea spento la face del genio, ma erasi levato il sole, davanti a cui questa impallidiva. Dopo esercitata la triplice supremazia delle armi, della religione, delle idee, s’accorge che non ha più in se stessa la ragione de’ proprj movimenti; che di fuori viene l’impulso de’ suoi atti, il seme de’ suoi pensamenti, che la sua storia ideale è interrotta dall’interposizione forestiera; sicchè, invece di spingersi al progresso come un gigante dal suo talamo, bisogna che affatichi alla conservazione. E neppur a tanto riuscirà. Essa che gli ultimi suoi istanti avea confortati almeno con begli atti di coraggio e colla nuova gloria delle arti, più non fece che retrocedere; internamente governi deboli, e perciò violenti; coi masnadieri, fomentati dalla prossimità dei confini, erano costretti a patteggiar l’obbedienza, anzichè poterla imporre; le commozioni, simili a guizzi di cadavere, che a tratto a tratto la scoteano, non erano dirette alla gloria o alla libertà, ma a satollar la fame, a respingere esattori ingordi o inesorabili inquisitori; la letteratura si limitava a imitare, e perduto il senso delle semplici bellezze, si gonfiava e anfanava; in fastosa miseria degeneravano le arti belle.

Il nuovo diritto pubblico, che prefiggeva regole alle successioni, cagionò guerre più lunghe e deplorabili, che non le bizzarrie repubblicane. Ai principi sottomettevansi i signorotti; e fin nella Romagna, la battagliera veniva surrogata da una nobiltà di soglio, derivata da parenti dei papi. Alcuni si rassegnarono alle catene, sino a farsene belli; altri mestarono ancora in cospirazioni e sommosse; alcuni, rinvigoriti nelle persecuzioni, nell’esiglio, ne’ patimenti, portarono di fuori un’attività cui la patria non offriva più campo; o l’abilità delle armi e de’ maneggi applicarono a servigio de’ tiranni della patria, per passare dalla classe degli oppressi in quella degli oppressori; assodando quella ragion di Stato, che riducevasi ad ottenere obbedienza a qualunque costo, in nome dell’altare e del trono. Ma tutti gli Stati, guelfi coi Francesi e coi Riformati, o ghibellini coi papi e colla Spagna (così erano cambiate le veci!) compiono l’opera dell’accentramento, distinti soltanto dalle diverse gradazioni d’un debole principato o d’una debole democrazia. L’abolizione del soldato mercenario per sostituirvi truppe regolari, fa che le moltitudini si trovino alleate coi despoti nel respinger le tradizioni anarchiche del medioevo: ma gli svantaggi dell’antico disarmo appajono nella miserabilità di que’ soldati, ridicoli insieme e molesti, buoni per una parata, inetti contro i ribaldi risoluti e contro i banditi.

Con eserciti stanziali, colla fedeltà alla bandiera, e l’obbedienza irragionata sarebbe dovuta venire la quiete dei cittadini anche nel fervore delle guerre; ma ignorandosi ancora l’amministrazione militare, e mal provvedendosi agli approvvigionamenti, alle paghe, alla disciplina, i soldati viveano di ruba, spesso si ammutinavano, sempre portavano miserie, che fecero detestar del pari e i nemici e gli amici.

Se non che era difficile determinare quai fossero gli amici o i nemici dell’Italia, dacchè essa figurava soltanto come una preda; i trattati non si riferivano a lei, ma a’ suoi dominatori; nè degli abitanti occupavasi la storia, ma del suolo, militarmente occupato.

La Spagna possedeva Milano, lo Stato de’ Presidj, il Senese, il marchesato del Finale, la signoria di Pontremoli, l’isola di Sardegna e le Due Sicilie. Poteano fruttare quattro milioni di scudi d’oro, ma una gran parte delle rendite trovavasi impegnata; il resto si consumava nelle guarnigioni e nelle truppe di terra e di mare, ove armava sin cinquanta galee. Ma nè avea modi di rendersi devoti i signori e premiare i suoi fedeli, nè di far pedoni e cavalli; traeva frutto dai tribunali, dalle vacanze di feudi e benefizj, dalle largizioni che doveansi fare alla corte per propiziarsela; dalla Germania, dominata essa pure da Austriaci, non poteva menar eserciti in Lombardia se non traversando il territorio veneto o quel de’ Grigioni, ovvero per mare da Genova. Aspirava dunque a tener amici que’ vicini, e ad estendere il Milanese fino al mare, ovveramente congiungerlo al Napoletano, se non altro col predominio sovra i principotti.

La Francia, che avea perduto il Napoletano sotto Luigi XII, la Lombardia sotto Francesco I, il Piemonte sotto Enrico II, agl’incrementi della Spagna ostava coll’allearsi ai Veneti e ai Grigioni. E l’una e l’altra intanto fomentavano i malumori interni, davano ricovero e soccorso ai profughi o ai cospiratori, brigavano nell’elezione dei papi, compravano questo o quello de’ principi, indipendenti di nome, eppur in balìa de’ forestieri per la loro debolezza.

Il duca di Savoja era anche principe dell’impero germanico, ma non interveniva alle diete. Poteva contar l’entrata di ottocentomila scudi, e levar dal Piemonte trentamila pedoni, settemila cavalli dalla Savoja, se il Botero non esagera; possedeva due galee mal in assetto, spettanti all’Ordine di San Lazzaro. I Savojardi non sapeano recarsi in pace che il duca vivesse in Piemonte, dacchè erasi volto del tutto verso l’Italia, aspirando ad ottenerne qualche brano col mettere all’incanto la sua alleanza. Se il vicinato e conformità d’indole lo traevano alla Francia, ricordavasi come questa avesse dominato i suoi predecessori; fin d’allora riduceva la sua missione ad arrotondar il proprio paese, e in onta delle tradizioni altrui, ripor in questo fatto la indipendenza dell’Italia dall’autorità pontifizia e dal patronato austriaco; non istancarsi di chieder la resurrezione del regno longobardo, per potere buscarsi almeno qualche porzione di terreno sulla via di Milano o di Piacenza. Ma sentiva che questo ampliamento non era possibile se non mediante un’invasione della Francia, e che questa innanzi tutto avrebbe annichilato il Piemonte medesimo. Perciò, qualvolta patteggiasse con Francia, contemporaneamente ascoltava a Spagna, che lo accarezzava acciocchè recidesse il passo a qualche nuovo Carlo VIII.

A Venezia entravano quasi quattro milioni di scudi; ma ingente spesa le cagionava il difendersi dai Turchi e dagli Uscocchi, e il presidiar Brescia, Bergamo, Verona contro le ambizioni di Spagna. Da cinquanta fin a ottanta galee armava essa; conduceva al soldo signori e principi; e difettando di soldati e di grano, quelli avea licenza di levare dagli Stati Pontifizj, questo tirava dal Levante, da Urbino, dalla Mirandola. Attenta all’Oriente come avanguardia della civiltà europea, nella penisola studiava mantenere l’equilibrio, facendo opposizione alla Spagna, naturale nemica delle repubbliche e degli indipendenti[1].

Mentre a Venezia la tirannide del Governo avea mantenuto la pace, a Genova la disunione de’ primati sfaceva il Governo; quella col professarsi neutrale mostrava debolezza, ma sfuggiva ai pericoli in cui cadeva Genova, che, come protetta da Spagna, doveva acconciarsi agli interessi e ai capricci di questa. D’entrambe le repubbliche la prosperità non poteva venir che dal mare. Ora, non tanto le nuove vie del commercio ve le indebolirono, quanto le molestie dei signori d’Italia, obbligandole a mescolarsi delle loro baruffe o a guardarsi dalle loro insidie. Per le conquiste turche Genova avea perduto i possessi di Levante; Salonichi e la Macedonia nel 1421; nel 53 Pera, nel 55 le Focee, nel 65 Metelino, nel 75 Caffa e altre terre di Crimea; nel 61 Totatis e Samastro in conseguenza della caduta dell’impero di Trebisonda; sicchè nel commercio d’Oriente non potè sostenersi che mediante trattati con quei principi, cioè con aggravio di spese e minoramento di sicurezza. Restava signora della sua riviera e delle isole di Corsica e Capraja; se le stimavano cinquecentomila scudi d’entrata, e molto costavano gli stipendj e le sei galee; le gabelle avea quasi tutte oppignorate al banco di San Giorgio. Per Sarzana, che un tempo apparteneva alla Toscana, e per la Corsica, già de’ Pisani, stava sospettosa del granduca; del re di Spagna dopo che questi ebbe occupato il Finale; ma più dovea temere l’avidità del duca di Savoja. Vantava poter mettere in piedi fin sessantamila soldati, migliori in mare che in terra come littorani, eccetto i Corsi. I nobili suoi, copiosissimi ricchi, aveano possessi nel Napoletano e nel Milanese; alcuni attendeano al mare, e servivano a Spagna e ad altri principi; alcuni negoziavano, massime dei tessuti di seta, i meglio stimati di cristianità[2].

Lucca restringea più sempre la sua aristocrazia: una ruota di cinque giureconsulti forestieri decideva le controversie fra i cittadini: entrata di cendiecimila scudi: trentamila gli abitanti, procaccianti principalmente nel setificio. Dal territorio esteso ma montuoso non avea grano bastante alla vita; ma buoni soldati dalla Garfagnana. Per la quale contendeva col duca di Modena; del granduca temea le ambizioni, ma era sorretta da Genova e dalla Spagna, entrambe attente che Toscana non ingrandisse.

Ormai però delle antiche repubbliche parlavasi come d’una malattia di cui si era guariti. Le tre di Pisa, Firenze, Siena costituivano il granducato di Toscana, cui si aggiudicava l’entrata di un milione e mezzo di scudi. Il Senese abbondava di prodotti, mentre i Fiorentini bisognava se li procacciassero col commercio e le manifatture; e di molte tasse profittava l’erario, come l’otto per cento sulle doti, e sulle vendite e compre di stabili; la decima delle pigioni, la sportula delle liti, e molte gabelle; al bisogno obbligavansi i più ricchi a far prestiti, non superiori a cinquemila ducati, redimibili per mezzo delle gabelle. Da trentaseimila soldati si arrolavano, esenti i soli preti, i quali pure poteano portar armi in città, e godevano altri privilegi. L’isola d’Elba era ben munita, e buon’armeria a Pisa.

Il duca di Mantova avea da trecensessantamila scudi d’entrata: i ducentomila che venivangli dal Monferrato riunitogli, consumava nel fortificarlo; levava moltissimi soldati ed eccellenti cavalli, per militare a soldo altrui.

Casa d’Este da Modena e Ferrara ritraeva poco meglio di centomila scudi, di cui quattromila tributava all’imperatore, suo signor sovrano; ma da cinquanta altri mila ne cavava dal vendere i titoli di marchese, conte, cavaliere; altri dalla cattiva moneta e dal tollerare gli Ebrei, massimamente a Carpi. — Quel duca (scriveva l’ambasciatore veneto nel 1575) ha nella città e contado milizie, che passano il numero di ventisettemila; buona gente; avria comodità di far buona e numerosa cavalleria di nobili, i quali si dilettano assai dell’armi, come quelli che in niun’altra cosa si esercitano, ed hanno la maggior parte vissuto nelle guerre... E quando sua eccellenza andò in Ungheria a servizio dell’imperatore nel 1566, in tutto quel campo non era nè la più bella nè la più buona nè la più ordinata gente, sebbene tutti li principi italiani fecero a gara per mostrare all’imperatore le loro forze e grandezza».

I Farnesi, duchi di Parma e Piacenza, l’alto dominio della santa Sede riconosceano con diecimila scudi l’anno; i centomila d’entrata raddoppiarono col confiscare i feudi ai Pallavicini, Landi, Scotti, Anguissola, e con nuove imposte che il papa permise. Il duca d’Urbino, anch’egli vassallo della Chiesa a cui retribuiva ottomila scudi, ne ricavava trecentomila, principalmente per l’uscita de’ grani da Sinigaglia: paese pingue, non oppressi i sudditi, e talmente agguerriti, che avrebbe potuto coscrivere fin ventimila pedoni.

Aveansi dunque undici dominj; a tacer altri signorotti, simili piuttosto a baroni, benchè godessero pieno impero e zecca, quali il principe di Guastalla, il marchese di Castiglione ed altri di casa Gonzaga, gli Appiani di Piombino, i Pico della Mirandola, i principi di Massa, Carrara, Correggio, e i romani che non battevano moneta[3]. Il principe di Monaco, occhieggiato dai Genovesi e dal duca di Savoja, tenea navi di corso per punire chi passasse senza pagare il pedaggio.

Seguivano altri baroni, quali, a dir solo i primarj, i conti Bevilacqua e i Pico di Ferrara; i Malvezzi, i Riario e i Pepoli di Bologna; di Roma Orsini, Colonna, Conti, Savelli, Gaetani, Cesi, Cesarini, vassalli della Chiesa; nella repubblica veneta i Martinengo, i Pesaro, i Sanbonifazj; sotto Genova gli Spinola e i Doria; sotto Mantova i Verua, i Guerrieri, i Castiglioni; in Toscana i Salviati, i Corsini; nel Modenese i Bentivoglio; nel Parmigiano Lupo di Soragna, lo Stato Pallavicino di cui era capo Busseto, e lo Stato Lando di cui era capo Borgotaro, i Sanseverino di Sala, i Sanvitali di Colorno; nei paesi di Spagna i marchesi di Marignano, i Trivulzio, i Borromei, i Caravaggio, i Visconti, i Serbelloni, gli Afaitati in Lombardia, e nel Napoletano i Davalos, i Sanseverino, i Caraffa, i Caraccioli, i Piccolomini, i Gesualdi, i Loffredi, gli Aquaviva, i Lancia, gli Spinelli, i Castrioti, i Toledo. Principotti, deboli per sè e non sapendo farsi robusti coll’unione, si reggeano coll’appoggiarsi ai nemici dell’indipendenza italiana.

Il liberalismo consisteva nel resistere, non dico ai re, ma ai governatori del Milanese o ai vicerè del Napoletano; lo che otteneasi coll’aderire ai Francesi non sinceramente, bensì con viluppi e finzioni e rimutamenti indecorosi. Ai principi d’Italia (chè ai popoli non si parlava) ripetea la Francia: — Non vedete che l’Austria vi tiene vassalli? padrona delle due estremità della penisola, detta superbamente il suo volere; traversa i vostri Stati colle sue truppe, le stanzia a svernare nei vostri paesi; arroga a’ suoi rappresentanti i primi onori... Guaj a voi se non vi tutelasse la Francia! Essa, più affine di costumi, è la naturale avversaria de’ vostri padroni; e come salva Germania dagli arbitrj dell’imperatore, così voi dalla tracotanza spagnuola». Massimamente il cardinale Richelieu (-1642), che per lunghissimo tempo tenne in mano le sorti della Francia qual ministro di Luigi XIII, si direbbe non operasse che per salvare l’Europa «dalla oppressura degli Spagnuoli, dalla tirannia di casa d’Austria, la cui avidità insaziabile la rende nemica del riposo della cristianità»; vuol farle restituire ciò che ha usurpato in Italia, e questa assicurare dall’ingiusta oppressione di essa[4]; e da ciò motivava lunghe guerre e intralciatissimi negoziati.

Libravasi dunque l’Italia fra quattro sistemi politici, di Spagna, di Savoja, di Venezia, de’ papi; e ne nasceva un giuoco d’altalena, che portò interminabili raggiri e guerre, tutte per talento de’ forestieri, non essendo di origine italiana che quella del papa coi Francesi; e intanto le divisioni si perpetuavano, fino a stabilire nemici un all’altro que’ popoletti, i quali pure non aveano che un nemico solo.

Roma, cessato d’essere la capitale del mondo, non nutrivasi più coi tributi di tutta la cristianità, ma soltanto col patrimonio della Chiesa, che così serviva di rinfianco all’influenza spirituale, e che le nuove costituzioni vietavano di smembrare, come si soleva a favor de’ popoli. I papi, scaduti di potenza quanto cresciuti di rispetto, non che contendere del primato del mondo cogli imperatori, neppur di maggioreggiare in Italia poteano lusingarsi, dacchè vi si erano radicati gli stranieri; e sebbene inclini alla Spagna come cattolica e come vicina, a frequenti cozzi si trovavano con essa per quistioni di territorio o di giurisdizione.

Lo Stato papale comprendeva l’Umbria o legazione di Perugia, le legazioni di Romagna, di Bologna, di Spoleto colla marca d’Ancona; inoltre il ducato di Benevento nel regno di Napoli, e il contado Venesino nella Provenza; e avea vassalli gran principi, quali il re di Napoli, il duca di Parma e Piacenza e quel d’Urbino: paesi buoni, sebbene alcuni infetti da mal’aria, come Ravenna, Bagnacavallo, Lugo, Bologna, oltre le Pontine. Da questi e dal tributo de’ vassalli traeva mille ottocento scudi d’oro: ma i più erano assorbiti dall’interesse de’ Monti: oltre quel che si profondeva pe’ magistrati e pei nipoti, e il moltissimo in ricomprar feudi da abolire. Alla lista particolare del papa servivano gli uffizj camerali della Dateria, regali che venivano ancora lautissimi[5]. Inoltre egli aveva i migliori modi di premiare, donando senza suo aggravio, e conferendo una dignità pari alla regia. Tutto ciò rendeva potente il papa, e, soggiunge il Botero, — Nulla dico dell’autorità che gli arreca la religione; nulla dell’interesse che gli altri principi d’Italia hanno nella conservazione dello Stato ecclesiastico, la cui depressione sarebbe rovina loro; nulla della potenza con la quale i principi stranieri si moverebbero a prendere la protezione della Chiesa e per vaghezza di gloria e per ragion di Stato. Nella guerra di Ferrara pose in piedi ventimila soldati in un attimo, il che non potrebbe niun principe d’Europa».

Quel territorio forniva di grano Venezia, Genova, Napoli, e nel 1589 valutarono se ne asportasse annualmente per cinquecento mila scudi, oltre lino da Faenza e Lugo, canapa da Cento e da Butrio nel Perugino, l’uno e l’altro da Viterbo; vino buono dappertutto, ma distinto da Cesena, Montefiascone, Faenza, Orvieto, Todi, Albano; uva passerina da Amelia e Narni, olio da Rimini, guado e pastello da Bologna e dal Forlivese, cavalli da Campania, manna da San Lorenzo e da terra di Campagna; caccie nel Lazio verso Sermoneta, Terracina, Nettuno, con grossissimi cinghiali: aggiungansi le pescagioni, le saline d’Ostia, Comacchio, Cervia, le allumiere della Tolfa, e cave di marmo, e selve inesauste di ghiande e di legname d’opera, ed altre produzioni vantate. Ancona rannodava commercio con Greci e Turchi, avendo Paolo III permesso a qualunque mercante infedele od eretico di venire a trafficar ne’ suoi Stati, con privilegi, esenzione dal Sant’Uffizio, uso de’ tribunali ordinarj[6]: Giulio III estese quelle concessioni; ma Paolo IV ne escluse i giudaizzanti, cioè i Marani di Spagna e Portogallo. Alcune case d’Ancona in un anno faceano affari per cinquecentomila ducati, e d’ogni paese vi capitavano convogli.

Posto nel mezzo d’Italia, il men esposto a invasioni di stranieri, quel paese è il più atto a travagliare o a tener in pace l’Italia; i suoi porti non basterebbero di ricovero a un’armata che assalisse, e la mal’aria sterminerebbe chi accampasse sulle coste. Il papa armava dodici galee, e poteva coscrivere cinquantamila pedoni e quattromila cavalli, oltre i dovutigli da vassalli; ma sistemato il governo, non soldava che cinquemila uomini, la più parte svizzeri. Di rimpatto la capitale non sta nel centro del dominio, le fortezze non sono sufficienti, abbondano i ladri, scarsa la mercatanzia, negletti i gelsi, poca la popolazione, che esce a servigio altrui. Costituzioni provinciali non sussistevano più, bensì corpi privilegiati, come i nobili, i cittadini, le municipalità, principalmente nelle terre deditizie che faceano valere le stipulate franchigie; molte amministravano il proprio patrimonio, levavano soldati e tributi, assegnavano stipendj; e libertas ecclesiastica chiamavasi questa special relazione di diritto pubblico.

Nelle frequenti e non brevi vacanze le città rizzavano la cresta, e i prischi signori le pretensioni di dominio; sempre poi stavano in occhi che qualche parente del papa o cardinale non ottenesse diritti a scapito loro, e se ne riscattavano a denaro, a rimostranze, talvolta a viva forza. Faenza festeggiava ogni anno il giorno che, in giusta battaglia, cacciò gli Svizzeri di Leon X; e Jesi quello in cui si sottrasse alla tirannide del prolegato; ad Ancona, al contrario, fu messo il freno con esercito e fortezza; Perugia, che erasi ricusata all’imposta del sale, fu interdetta e doma coll’armi di Pierluigi Farnese, abrogandone gli antichi privilegi[7].

I governatori poteano essere laici, ma le città aspiravano all’onore d’averli ecclesiastici. Al pari dunque dello Stato veneto, l’autorità sovrana rimaneva in man de’ Comuni, che spesso teneano dipendenti altri Comuni; a Venezia soprastavano i nobili, a Roma la curia: ma mentre a Venezia il corpo sovrano considerava come avito retaggio i diritti governativi, alla curia romana gli elementi si cangiavano ad ogni conclave, coll’introdursi parenti e compatrioti del nuovo papa; a Venezia gl’impieghi erano conferiti dal corpo, a Roma dal capo; colà severe leggi imbrigliavano i governatori, qui non li teneva in dovere che la speranza di avanzamenti; colà insomma la stabilità, qui mutazioni continue ad arbitrio. Roma aveva l’aria d’una città di principi, vere corti tenendovi ciascun cardinale, e i Barberini, i Farnesi, i Chigi, i Panfili, altre famiglie vecchie e nuove. Cinquanta ve n’era allora, che contavano più di trecento anni di nobiltà; trentacinque più di ducento; sedici d’un secolo; antichissimi gli Orsini, i Conti, i Colonna, i Gaetani, e que’ Savelli che liberavano uno da morte ogn’anno, e le cui donne non uscivano che in carrozze chiuse[8]. Dalla campagna ove soleano far la vita feudalmente, vennero costoro a Roma quando i Monti lautamente fruttavano, poichè ciascuna casa ne aveva eretti, ai creditori assegnando la rendita de’ proprj beni: ma scemati il credito e gl’interessi, andarono in dechino.

Dai Romagnuoli eransi sempre cerniti i migliori soldati, ma il Governo cercava distogliere dalle abitudini guerresche. Il popolo medio e basso attendeva a tranquille fatiche. I nobili, chiamati all’amministrazione municipale, senza industria nè arti nè educazione, s’agitavano in minuziose irrequietudini; i titoli di Guelfi e Ghibellini applicavano a dissensioni nuove; nè città v’era, nè famiglia che non fosse aggregata agli uni o agli altri, distinguendosi nell’abito, «nel tagliar del pane, nel cingersi, in portar il pennacchio, fiocco o fiore al cappello o all’orecchio»; ed esercitavano gli odj col ricingersi di spadaccini. I signori campagnuoli sfoggiavano ospitalità e lusso, teneano relazioni e intelligenze con quei della città, ma più coi proprietarj delle terre, i quali dipendevano da loro alla maniera patriarcale. Anche qualche famiglia paesana conservatasi libera dava di spalla a questa o a quella fazione, sicchè si procurava tenerne amico il capo.

Rivivevano dunque i disordini del medioevo, e vi si applicavano i rimedj stessi. Talvolta gente quieta stringevasi in alleanze; come la Santa Unione a Fano, formatasi per reprimere gli assassinj e latrocinj[9], con giuramento di mantenere la pace anche a prezzo della vita. S’allargò per tutta Romagna col nome di Pacifici, e fu costituita una specie di magistratura popolare, da cui naturalmente veniva ingrandito il potere pubblico, non meno che dalle rivalità de’ Comuni; l’indipendenza antica soccombeva all’amministrazione regolare, ma lo Stato fondavasi, non sull’ordine, sibbene sulle nimicizie e sul sospetto, e sull’opposizione tra la forza e la legge. Queste gelosie stornavano l’attenzione delle città dai diritti municipali, giacchè ciascuna fazione studiava amicarsi il nuovo legato, anzichè frenarlo; e costringevalo a pronunziarsi per gli uni o per gli altri, anzichè rendere a tutti egual giustizia.

Anticamente i signorotti doveano affrettarsi a rinnovare i villaggi man mano che ruinati, se voleano mettere a valore i fondi. Ma dopo che essi furono spossessati o trasferironsi in città, que’ villaggi restarono abbandonati, e al luogo loro il deserto. La peste del 1590 e 91, che uccise settantamila abitanti, spopolò borgate e castelli della Romagna e dell’Umbria, e le campagne rimaste incolte a vicenda divenivano causa di spopolamento. Tal condizione favoriva i briganti, al qual mestiero si buttavano i malcontenti, ostentando come virtù questo abuso della bravura. Con loro metteasi chiunque volesse scialare furfantando, e preti e frati sottraentisi al giogo. I signorotti confinanti gli accoglievano, altri gli adopravano a particolari vendette, o traevano lucro dal comprarne le spoglie, o dall’immunità che procacciavano ai minacciati.

V’avea chi mettevasi a vivere ne’ presbiterj alle spalle de’ curati, altri obbligavano i monaci a profonder loro il pane destinato ai poverelli; mandavano bandi in nome del popolo romano; nelle strade più frequentate derubavano i passeggieri, talchè i mercanti non osavano condursi ai mercati; entravano a spogliare i magazzini nel bel mezzo di Roma; impedivano i corrieri; più non era sicuro chi in fama di denaroso; chi avesse un nemico, vedeasi i beni devastati, uccise le mandre, invase le abitazioni, stuprate le figliuole. Divisi in sêtte, distinte per segnali, trucidavano mariti perchè le vedove potessero sposar uno della fazione opposta; costringevano fanciulle ricche a fidanzarsi ad abjetti e banditi, o le traevano di monastero per buscare le doti. Raffinavano anche di crudeltà; ne’ boschi piantavano tribunali, ove prefiggevasi chi svaligiare, chi trucidare e con quali spasimi, o a quanto prezzarne il riscatto. In Roma stessa i signori tenevano buon numero «di quei bravacci che son buoni a far tutto fuorchè bene, anzi che non sanno far altro mestiere che quello o di minacciare o di eseguire, di bastonar l’uno, uccidere l’altro, e tagliare l’orecchio o il naso a questo o a quello».

I bandi moltiplicavansi; ma chi avesse adoprato la forza della legge e la giustizia contro alcuno di que’ bravi, più non isperasse tregua finchè non avesse scontato acerbamente la pena; i birri cadevano trucidati nelle pubbliche piazze. Nel 1583 questi colgono un bandito in casa degli Orsini, ma nel partire sono affrontati da un Orsini, da un Savelli, da un Rusticucci coi loro staffieri, che intimano di rilasciarlo, perchè preso in luogo di franchigia. Il bargello ricusa, questi si ostinano, e l’Orsini dà una vergata al bargello, il quale ordina di adoprar le armi; il Rusticucci cade ucciso, gli altri due feriti a morte. I vassalli degli Orsini ne’ giorni seguenti «come in tempo di sede vacante», ammazzano quanti sgherri colgono, fin dentro il palazzo del papa, il quale non potè che lasciar sbollire quella furia; dappoi mandò al supplizio lo stesso bargello, e anche alcuni de’ tumultuanti[10]; «il qual accidente (dice l’ambasciador veneto) per un pezzo sarà di non poco impedimento alle esecuzioni future della giustizia». Dal carteggio di questo ambasciadore abbiamo pure che un Caffarelli gentiluomo, burlando con altri giovani, rotolò giù dalla scalea d’Ara Cœli una botte piena di sassi, ammazzando e ferendo molti popolani che stavanvi a dormire: che un Vincenzo Vitelli, tornando una sera a casa, fu assalito da sette armati, spalleggiati da forse trenta ch’eran disposti nel contorno, ed ucciso[11]. Simili scene menziona ogni tratto.

Alfonso Piccolómini duca di Montemarciano, grosso feudatario, cominciò da giovane a bottinare sia come soldato o come masnadiere; e postasi attorno una mano di bravacci, straripò in atroci vendette sopra i Baglioni di Perugia. Gregorio XIII lo scomunicò e ne confiscò gli averi, ond’esso non vedendo più nei governi che la prepotenza, ne’ popoli che la codardia, si pose in guerra colla società; quanti erano ladroni per Toscana e Romagna aggomitolò, e ne somministrava a chi ne bisognasse. Invaso Montabboddo, fece mettervi al supplizio i suoi avversarj fra il ballonzare de’ masnadieri; mandò dire a que’ di Corneto si avacciassero alla mietitura perchè dovea venir a bruciare quella di Latino Orsino; côlto un corriere, gli tolse le lettere senza toccar il denaro.

I vicini, che Gregorio avea mal disposti colla sua tenacità ai diritti papali, lo videro volontieri nelle male peste, ed aprivano ricovero ai masnadieri quando fossero rincacciati, sicchè nè la forza approdava nè le scomuniche. Assalito seriamente, il Piccolomini si ritirò sul Toscano; poi nojato dell’ozio, nel 1581 ricominciò i guasti; e il papa dovette calar seco a patti, e per intermezzo del granduca gli restituì i beni, e perdono a lui e a tutti i suoi. Il terribile fece solenne entrata in Roma, prese alloggio nel palazzo Medici, e presentò per l’assoluzione tal lista di assassinj, che il papa inorridì e più al sentirsi intimare che bisognava o assolverli, o vedersi assassinato il proprio figliuolo.

Altrettanto imperversava nell’Abruzzo Marco Sciarra, che faceasi chiamare re Marcone, e a capo di seicento banditi, dandosi mano con quei dello Stato Pontifizio, diffondea largo spavento; saccheggiò perfino il Vasto e Lucera uccidendo il vescovo, e per sette anni continuò, ridendosi di quattromila soldati spediti contro lui dal vicerè conte di Miranda.

L’eccelsa rappresentanza della cristianità sostenevano i papi coll’opporsi ai Riformati e ai Turchi. Mantenere la lega contro questi procurò Gregorio XIII; soccorse di denari l’imperatore e i cavalieri di Malta; si chiarì per l’indipendenza dell’Irlanda; esultò nell’udire la strage del San Bartolomeo. Per le sue imprese non sovvenivano più i tributi di tutta cristianità; e non volendo lucrare da nuove imposte sui sudditi, nè da concessioni spirituali, pensava sopprimere certi privilegi di stranieri e abusi della nobiltà, revocar alla Camera molti castelli ricaduti o non paganti, e redimere i venduti o ipotecati: ma coll’incarire le dogane sviò da Ancona il commercio, ed eccitò malcontento e resistenza aperta. Gli fu posta una statua, «per aver tolta la gabella della farina, ornata la città di tempj ed opere magnificentissime, ottocentomila scudi distribuiti con singolare beneficenza ai poveri, pei seminarj di estere nazioni nella città e dappertutto onde diffondere la religione, per la carità sopra tutte le genti, per la quale fin dalle estreme isole del nuovo mondo ambasciadori del re del Giappone con triennale navigazione venuti ad offrire obbedienza alla Sede apostolica primamente in Roma ricevette come conveniva alla pontificia dignità»[12].

Com’egli morì, i banditi ricomparvero dappertutto con baldanzosissime iniquità; i frati del convento del Popolo si sguinzagliarono, e ai birri chiamati dal priore resistettero e ne uccisero, poi raccolto il buono e il meglio si salvarono. Il padremastro vide rubati i ricchissimi arredi di cui aveva ornata una cappella della Minerva, e dal dolore morì. Cinque case di cardinali furono svaligiate, e sin quella del Farnese, benchè vi avesse sei guardie e più di trenta cortigiani; alcuni nobili con bande di sessanta, di cento, correano rubando, violando, rapendo, sicchè Roma pareva una foresta; i vicelegati, i governatori, gli auditori profittavano della vacanza per espilar le provincie, scarcerare delinquenti, vendere la giustizia, concedere indulti.

Reprimer tanti disordini fu il principale intento del nuovo papa Sisto V (1585). Chiamavasi Felice Peretti, da Montalto presso Ascoli, e dal custodire i majali levollo un suo zio francescano, l’educò, il pose frate. Unitosi a quei che zelavano la rintegrazione della Chiesa, salì di grado in grado fin ai sommi. Rigoroso inquisitore, caldo pei diritti pontifizj, benchè come cardinale frate vivesse di limosina, soccorreva ai poveri, sicchè acquistò venerazione. Non che aspirare al papato, mostrava pensar solo a morire; e le visite consuete prima d’entrare in conclave fece «sputando ad ogni passo, sospirando di dolori ad ogni due, e riposandosi ad ogni tre», come dice Gregorio Leti, in una Vita stolidamente romanzesca (1669). Nel conclave i voti sparpagliavansi, finchè, quasi a loro malgrado, si riunirono sopra di lui, che, mentre prima parea tener l’anima coi denti, subito ringiovanì, gettò via il bastoncello, e a chi gliene faceva l’osservazione disse: — Finora andavo chino perchè cercavo le chiavi; trovatele, guardo al cielo».

De’ predecessori suoi parlava senza ritegno, citando il male che aveano fatto, massimamente Gregorio XIII[13]. Non trovandosi parenti che il raggirassero; ascoltando il popolo che chiedeva abbondanza e giustizia, il forte ingegno e un carattere imperioso e violento applicò a restaurare anche esteriormente il papato. Delle truppe e della sbirraglia licenzia gran parte, ma vuol che «i decreti si adempiano senza riguardo a chicchessia, e si comprenda che Sisto regna».

Anzitutto bisognava riparare al vuoto dell’erario e ai briganti. Soleva ogni nuovo papa graziare molti carcerati, talchè durante il conclave i contumaci si costituivano nelle prigioni, sicuri d’ottenere l’indulto. Mal per loro, chè questa volta egli volle severa giustizia; e il giorno della coronazione, la folla andando pel Ponte in Vaticano vedeva spenzolar dal castello quattro giovani, côlti con armi corte. Nella cavalcata di possesso a San Giovanni Laterano, minacciò guaj a chi disturbasse con pretensioni: chi suscitasse scandalo con risse, parole, ingiurie o qualsiasi insolenza, avrebbe prigionia di tre anni se nobile, la galera per cinque se persona ordinaria, la frusta se donna. Il canonico Carelli, al quale egli doveva il suo primo innalzamento, aveva un nipote inquisito per ratto; e Sisto il fece impiccare davanti alla casa violata, allo zio dando licenza di sepellirlo in terra sacra e il vescovado di Amantea. Fatto un catalogo di tutti i vagabondi, maneschi, spadaccini, scioperati, rinnova le taglie, ma non si pagherebbero più dalla Camera, bensì dai parenti o dal Comune: dal Comune o dal signore, sul cui territorio avvenisse un ladroneccio, doveano rifarsi i danneggiati.

Il Governo napoletano, sulle cui frontiere soleano ricoverare i briganti, lo seconda; e l’impunità promessa a chi consegna il camerata vivo o morto atterrisce quelli che dianzi aveano atterrito. Prete Guercino, che titolavasi re della campagna, scrive a monsignor Odescalchi gli mandi trecento ducati, se no devasterà le sue terre: esso ricorre al papa, che fa arrestar il messo e metterlo in galera. Ma ecco altra lettera del Guercino, che minaccia cento pugnalate all’Odescalchi e bruciargli e sparpagliargli le possessioni, onde quello supplica il papa a liberare il carcerato, come si fa; anzi si pone mediatore di pace presso il pontefice, il quale in fatto assolve il Guercino di quarantaquattro omicidj commessi; e mentre appunto ottiene il perdono, va e uccide quattro suoi nemici[14]. Ora però Sisto n’ebbe la testa, pagata duemila scudi, ed esposta incoronata al ponte Sant’Angelo. Un Della Fara, chiamate le guardie fuor di porta Salara, le bastona, e le incarica de’ suoi complimenti al papa; e Sisto intima ai parenti glielo consegnino o gli impiccherà tutti, e perchè mostrava far da senno, è obbedito. A trenta ritirati presso Urbino, quel duca mandò un carico di vittovaglie ma avvelenate: il conte Giovanni Pepoli di Bologna, per aver lasciato fuggire dal suo castello un bandito, fu strangolato in prigione: fin madri e mogli di masnadieri pagarono colla testa l’averli ricoverati. Un Transteverino era troppo giovane per essere mandato al supplizio, e Sisto disse: — Gli aggiungo alcuno de’ miei anni». Punì di morte l’adulterio e la connivenza de’ mariti; volle che i nobili soddisfacessero i vecchi debiti verso i mercanti; vietò ai signori di far raccomandazioni a pro di qualsifosse criminale; pretese sollecito spaccio e severo rendiconto da tutti i giudici, e gli dessero anche la lista di quanti sfaccendati, tagliacantoni, discoli sapessero nella loro giurisdizione; pensava anche cacciar di Roma chiunque non giustificasse de’ suoi mezzi di vivere. Proibì i soliti viva che suole schiamazzare la plebe dietro ai papi, ma punì severissimamente le pasquinate; di una ove Pasquino esclamava di aver la camicia sporca dacchè la sua lavandaja era divenuta principessa, Sisto volle a ogni modo saper l’autore, e nol potendo altrimenti, promise salva la vita e mille doppie se si rivelasse da sè. L’avidità ingannò il poeta, e Sisto gli fece contare il denaro, ma tagliar le mani e forare la lingua. Con questa fierezza orientale, che, secondo il detto vulgare «non la perdonava neppure a Cristo», in men d’un anno ebbe nettato il paese, e gli furono coniate medaglie col motto Perfecta securitas, e Vade, Francisce, repara domum meam quæ labitur.

Inesorabile agli individui e sulla violazion delle leggi, negli atti generali mostrossi benevolo, indulgente a chi obbedisse. Non che soccorrere alle fami allora gettatesi con ducentomila scudi, che dichiarò suoi meri risparmj, fondò una frumenteria per mantenere l’abbondanza in Roma: tremila scudi ogni anno destinava a riscattare Cristiani dai Turchi: fondò l’ospizio presso ponte Sisto, «affinchè radunati in uno e bene osservati tutti coloro che van mendicando, senza sapersi se n’abbiano giusto titolo, si esamini in cadauno la sanità dei corpi e la robustezza degli animi, e collo scoprire i pigri e non infermi, taglisi la strada alla poltroneria di quelli che, con finte malattie e affettata povertà, abbandonandosi all’ozio e alla pigrizia, rubano gli alimenti ai veri bisognosi, e dopo fatto l’infermo in alcune ore, in altre sani e robusti corrono alle gozzoviglie»[15]. Alla pia confraternita istituita sotto Gregorio XIII per assistere ai carcerati, concedette scegliesse un visitatore delle prigioni, il quale ogni primo lunedì di quaresima potesse liberare un condannato anche di pena capitale.

De’ cardinali prefinì il numero a settantadue, di cui sette vescovi suburbicarj, cioè di Velletri, Porto Santa Ruffina, Civitavecchia, Frascati, Albano, Palestrina, Sabina; cinquanta preti; il resto diaconi. Si distinguevano i cardinali principi, viventi con isfarzo, e che riguardavano gli altri come inferiori; i cardinali politici, che dirigendo gli affari arricchivano; e i cardinali poveri, la più parte frati, mantenuti dai papi o dai cardinali superiori, e dediti agli studj e alla pietà. Sisto voleali sottoposti ai decreti come tutti gli altri, benchè zelasse il loro decoro in faccia ai potentati; fossero principi altrove, ma sudditi in Roma.

Alle sette loro Congregazioni, dell’indice, dell’inquisizione, dell’esecuzione e interpretazione del Concilio, de’ vescovi, de’ regolari, della segnatura e della consulta, crebbe importanza, e ne aggiunse otto altre, una per fondare vescovadi nuovi, una sopra i riti, le rimanenti per materie temporali, l’annona, le strade, l’alleggiamento delle imposte, le costruzioni guerresche, la stamperia vaticana, l’Università di Roma. Quella del buon governo dirigeva gl’interessi economici delle comunità. La sacra Consulta rivedeva gli affari criminali, e reprimeva gli eccessi de’ baroni e de’ governanti. Il tribunale delle due Segnature, cioè di grazia e di giustizia, provvedeva sui ricorsi presentati al pontefice per semplice grazia o in materia mista, come la restituzione in intero.

La Chiesa erasi sempre tenuta a ordini collegiali e a deliberazioni precedute da discussione; talchè queste consulte e la sacra Rota assistendo al papa, alcune come vescovo nelle cose diocesane, altre per gli affari dello Stato, le più pel governo della Chiesa universale, davano un’aria repubblicana, ma non poteano resistere a volontà assolute come Sisto V. La propria famiglia arricchì egli con proprj risparmj, e con laute parentele; collocò due nipoti nelle famiglie Colonna e Orsini, con privilegio ai mariti di star accanto al soglio quando il papa celebra, e con grado superiore a tutti i signori romani; sicchè questi o per invidia o per inferiorità si divisero dai nobili di soglio; ed ebber fine le leghe che, sotto quei due nomi, continuavano a osteggiarsi.

Restava l’altra piaga, delle finanze. All’udire i forestieri così concordi nel lamentarsi dell’oro che, prima della Riforma, spedivasi a Roma, si crederebbe che la Camera ne regurgitasse; ma sì poco n’arrivava sin alle mani dei papi, che Pio II dovè limitarsi a un pasto il giorno, e tôrre a prestanza ducentomila ducati per l’impresa contro i Turchi. Nel 1471 si contavano fin seicencinquanta cariche venali, la cui rendita valutavasi a centomila scudi[16], sicchè i proventi ne colavano in mano de’ compratori. Ne’ bisogni dunque (oltre il particolar ripiego delle indulgenze) non si sapeva che crear titoli e cariche nuove: Sisto IV n’aveva abusato strabocchevolmente; Innocenzo VIII, costretto perfino a mettere in pegno la tiara, istituì un nuovo collegio di ventisei segretarj per sessantamila ducati; Alessandro VI, ottanta scrittori di brevi, ciascuno per settecencinquanta scudi; Giulio II n’aggiunse cento degli archivj per altrettanto prezzo, ed ebbe lode di trovar denaro ad ogni occorrenza; lo splendidissimo Leone X introdusse milleducento cariche, del cui valore i compratori riceveano gl’interessi vita durante, onde vanno considerati come prestiti o come rendite vitalizie, che ammontavano fin all’ottavo del capitale. Questo rifondevasi parte con un lieve aumento delle tasse di curia, parte coll’eccedente di quanto si ritraeva dai municipj, dalle cave di allume, dal monopolio del sale, e dalla dogana di Roma.

Oggi che si considera come regola il far debiti, e prospero il paese che più ne ha, non vorrassi condannare quegli spedienti, pei quali prosperarono le finanze, in modo da non occorrer più nuovi aggravj allo Stato che fra tutti era il meno pagante, tanto più che non manteneva grossi eserciti, spugna degli erarj. Ma tosto che le casse dello Stato cessarono di dare un avanzo, le finanze crollarono; e tra la Riforma, tra l’essersi i principi opposti all’esportazione del denaro, Leone le lasciò talmente esauste, che Adriano VI dovette sovrimporre mezzo ducato per fuoco; Clemente VII ricorse anche a un prestito semplice di ducentomila ducati al dieci per cento, monte non vacabile, o, come diciam ora, debito consolidato, trasmissibile agli eredi, assicurato sopra le dogane. I successivi pontefici ingrossarono quel capitale; e Paolo III rinunziando a rincarir il sale, stabilì il sussidio, imposta diretta che prometteva abolir poi, e che già si trovava in altri paesi, coi nomi di donativo a Napoli, di mensuale a Milano, d’altro altrove; e furono trecentomila scudi, ripartiti sopra le provincie, nessuna esentata. Le città fecero ivi richiami; Bologna se ne redense con un capitale alla mano; altre ne vollero rimessa porzione o tutto; ed era un gran che se alla cassa giungeva la metà. Ad ogni modo, l’entrata dello Stato, che sotto Giulio II computavasi di trecencinquantamila scudi, sotto Leone X di quattrocentoventimila, sotto Clemente VII di cinquecentomila, alla morte di Paolo III trovossi di settecentoseimila e quattrocentoventitre scudi.

Pure ne’ tempi successivi, dovendo sussidiare i Cattolici sia contro i Protestanti, sia contro i Turchi, bisognarono nuovi acconci, e imposte sulla farina, sulla carne, su altri consumi, e sempre assegnavansi a creditori; talchè dal crescente aggravio de’ sudditi ben poco vantaggiava la Camera, e lo Stato pontifizio restò gravato quant’altri. Secondo il Leti, ai papi entravano di rendita ordinaria 1,273,344 scudi d’oro[17]; di straordinaria e per ammende e diritti di cancelleria, altri 413,480. Sisto V li crebbe con nuove imposte, col riscuotere crediti vecchi, aggravar le ammende, fare ai Giudei pagar la protezione che otteneano dal Governo, e con un’economia di cui si vantava a ragione. Restrinse le spese e gli uffizj di corte: delle cariche venali elevò il numero fin a trentaseimila cinquecencinquanta[18], dalla cui vendita ritrasse 5,547,630 scudi, e ciascuna gravò di tasse; crebbe i monti vacabili e no; pose gabelle sui viveri più indispensabili; alterò fin le monete.

Trovato il tesoro esausto, fra un anno v’ebbe avanzato un milione di scudi d’oro, e così ne’ quattro anni successivi: e appena vi contasse un milione, il deponeva in Castel Sant’Angelo consacrandolo alla beata Vergine e ai santi Apostoli, come nell’Antico Testamento serbavasi nel tempio; e nella bolla, assicurando che provenivano da suoi risparmj, stabiliva che a quel tesoro non si dovesse por mano se non per ricuperare Terrasanta, ed anche allora unicamente dopo che l’esercito avesse già passato il mare; o per estrema carestia o peste, o quando alcuna provincia cristiana pericolasse di essere occupata da infedeli, o quando alcun principe portasse guerra allo Stato della Chiesa; ma sempre nell’estremo della necessità[19]. Gravar il paese e far prestiti per riporre denari infruttiferi, è uno sbaglio perdonabile a tempi che non conosceano come il denaro vaglia unicamente in quanto è posto in giro.

Con tali mezzi potè restituire qualche splendore alla tiara. Blandito dai potentati pel suo denaro, e’ li chetò di lor pretensioni, e se gli ebbe devoti, quanto avversi il suo predecessore; conciliossi i signori del paese; largheggiò privilegi alle città di Romagna, ad Ancona molti diritti antichi, a Fermo l’arcivescovado, vescovado a Tolentino e al suo natìo Montalto; ridusse a città Loreto; avviò in bene l’amministrazione civica; moltiplicò le spese straordinarie, che prima coprivansi con cenquarantaseimila scudi, e più di tre milioni e ducentomila ne erogò in sole fabbriche; favorì l’agricoltura, e minacciosamente comandò di piantar gelsi; incoraggì i lavorieri della seta e della lana; cercò disseccar le paludi d’Orvieto e le Pontine, spendendo ducentomila scudi per aprire il fiume che serba il suo nome; avrebbe voluto che ciascun nunzio avesse palazzo proprio nella città ove risedeva.

Fra tanta parsimonia e tanto pensare positivo, recano stupore i divisamenti suoi fantasticamente grandiosi. Fece fabbricar dieci galee, imponendo settantottomila scudi per la marina. Sperò distruggere l’impero Ottomano, e ne trattò colla Persia, coi Drusi, con alcuni capi arabi; allestì le sue galee, cui Spagna ne aggiungerebbe altre, mentre Stefano Batori dalla Polonia romperebbe la prima lancia. Ito in fumo questo disegno, pensò conquistar l’Egitto; allora, mediante un canale tra il mar Rosso e ’l Mediterraneo, rimetterebbe sulla via antica il commercio; e finchè venisse il destro di ricuperar Terrasanta, pensava rapirne il santo sepolcro, ed erigerlo a Montalto, vicino alla santa casa di Loreto. Dicono trattasse fin con Enrico III di fargli adottare un suo nipote per erede: tanto s’immaginava che tutta cristianità dovesse entrare a piè pari ne’ suoi divisamenti.

Fermo alle dottrine del potere spirituale, e che il poter regio derivasse da quel del popolo e della Chiesa, insisteva continuo perchè l’imperatore non tollerasse i Calvinisti, e procurava collegare lui e gli Stati cattolici di Germania col re di Spagna per trionfo dell’ortodossia: ma in Francia vide soccombere la Lega, scomunicò Enrico IV benchè lo stimasse, poi adombrato della prevalenza spagnuola, inchinò verso Francia. Così dai gabinetti europei rispettato e temuto, fu l’ultimo papa che tenesse gran mano nelle pubbliche vicende. Udita la conversione del marchese di Bade Hochburg, fece una processione a piè scalzi, in conseguenza della quale morì, e il nome suo rimase popolare, come avviene de’ forti caratteri; e a lui fu fatto merito anche d’istituzioni ed ordinanze molto anteriori.

In questo tempo la città di Roma si può dire si rinnovasse. I lunghi disastri dei tempi dell’invasione, la barbarie, le tante guerre intestine, e forse più che altro la vedovanza avignonese l’aveano resa deserta; e quando i papi vi tornarono, era popolata solo da mandriani, scesi dalle inospite colline ne’ piani lunghesso il Tevere, e quivi annidati in povere casipole, con vie anguste, fangose, oscurate da terrazzi e da cavalcavia. Gli edifizj antichi sfasciavansi; sul Campidoglio pascevano le capre; le giovenche erravano pel Foro romano, donde i nomi di Monte Caprino, Foro Boario, Campo Vaccino: e da San Silvestro alla porta de’ Pioppi (Popolo) non incontravi che orti e pantani, ove si cacciavano anitre selvatiche. Primamente Nicola V si prefisse di ornar Roma con edifizj convenienti alla maestà antica ed alla nuova; i successori lo secondarono, massime Giulio II e i Medici. Nuove fabbriche popolarono le due rive del Tevere, che Sisto IV aveva riunite col ponte che ne serba il nome: Giulio II, a tacere le meraviglie del Vaticano e della Cancelleria, può dirsi ricostruisse la città bassa e la via Giulia, parallela alla Lungàra: cardinali e principi a gara alzavano palazzi, e quelli dei Riario, de’ Chigi, de’ Farnesi, degli Orsini emularono le costruzioni antiche in bellezza, le vinsero in comodità.

Il sacco di Roma e la peste la disertarono da capo; ma sotto Pio IV si tornò sul fabbricare, e i palagi risalirono sui colli abbandonati. Egli ampliò la cerchia di Roma formando il borgo Pio; risarcì la ruginante cerchia del Vaticano, rimodernò porta Popolo, e da quella che conserva il suo nome trasse la via diritta fin a Montecavallo. Tornò a pubblico uso la via Aurelia, migliorò l’altra che va alla campagna di Roma; nel palazzo Vaticano fece terminare la sala regia, il magnifico cortile del Belvedere, e due conserve d’acqua; fabbricò il seminario Romano; donò a Venezia il palazzo di San Marco; fece ristaurar le chiese che davano il titolo ai cardinali, e le basiliche nuove non lasciavano invidiare alle prische. Sul nuovo Campidoglio, per opera di lui torreggiò il palazzo dei Conservatori, disegno di Michelangelo; il quale pure sul Viminale alzava la Certosa degli Angeli, adattandovi gli stupendi avanzi delle terme di Diocleziano.

Sisto V, quand’era ancora il cardinale Montalto, incaricò Domenico Fontana luganese di far la cappella del presepio in Santa Maria Maggiore; ma privato delle pensioni dal pontefice, sospese la commissione. Il Fontana però invaghitosi dell’opera propria, esibì continuarla del suo: del che gli volle tanto bene Sisto, che venuto papa non solo gli diede a compire essa cappella, notevole per le eleganti proporzioni della cupola, e il vicino palazzo (villa Negroni), ma lo sovrappose a tutte le sue opere, talchè i loro nomi vanno associati.

Ripopolarsi non poteano i colli finchè mancassero d’acqua. Pio IV avea già condotto l’Acqua Vergine: poi Sisto V, con impresa degna degli antichi signori del mondo, per ventidue miglia guidò l’Acqua Felice che (cantava il Tasso), dopo il bujo del lungo sentiero, zampillava vivace, per contemplar Roma quale Augusto la vide. Fece spianare il terreno presso la Trinità dei Monti, e preparare la scalea che quell’altura congiunge a piazza di Spagna, aprì la via Felice e le altre che si difilano a Santa Maria Maggiore, collocando al crocicchio le quattro fontane; ampliò la stamperia greca e orientale, e la biblioteca Vaticana, traverso al cortile del Belvedere, con dipinti e iscrizioni che figurano i fasti d’esso papa, i concilj generali, le più famose librerie del mondo, gli uomini illustri per scienze ed invenzioni, sicchè riuscì la più bella del mondo; fabbricò il grande ospedale sul Tevere per duemila poveri, e sempre coll’opera dello stesso architetto, che nella fontana di Termini indicò il miracolo di Mosè: fece la fronte della basilica Laterana verso Santa Maria Maggiore, e il palazzo pontifizio, grandiosa mole di sobrj e corretti ornamenti; la parte del palazzo Vaticano che guarda Roma; lavori attorno al Quirinale, dove nell’allargata piazza collocò i due colossi che ostentano i nomi di Fidia e Prassitele.

Degli antichi obelischi restava in piedi quel solo del Vaticano, mezzo sepolto; e per trasportarlo davanti al rinnovato San Pietro si consultarono quanti erano matematici; e di cinquecento pareri fra dotti e bizzarri fu preferito quel del Fontana. Parendo egli troppo giovane, benchè di quarantadue anni, l’attuazione voleva affidarsene all’Ammanati e al Della Porta, ma dal suo papa egli ottenne di eseguir egli stesso quest’operazione, ch’era senz’esempio nella meccanica moderna. L’obelisco, che col rivestimento pesava un milione e mezzo di libbre, doveasi toglierlo dal suo basamento, sdrajarlo sui carri, raddrizzarlo, impostarlo sulla base nuova. Sisto scelse a tale operazione un mercoledì, giorno che diceva tornargli sempre fausto; universale ansietà occupava i cittadini; pena la forca a chi dicesse sillaba, a rischio d’impacciare i comandi dei capi; l’architetto stava sospeso fra la gloria e i castighi minacciatigli dal severo pontefice. E già l’obelisco era trasferito, alzato vicino al posto, ma le tagliuole non poteano avvicinarsi tanto da raddrizzarlo, quando un villano, di mezzo alla tacita folla, gridò: — Acqua alle corde!». Ottimo suggerimento, che impediva si schiantassero, e le accorciava; sicchè ben tosto le campane e il cannone di Castello annunziarono riuscita l’impresa, che fu avuta come la più insigne del secolo. Sisto decorò cavaliere e nobile il suo architetto, gli regalò cinquanta scudi d’oro e tutto il materiale che avea servito, gli assegnò dieci cavalierati lauretani con duemila scudi d’oro di pensione, trasmissibili a’ suoi eredi. Il villano, che aveva affrontato la forca per dar un parere opportuno, chiese in ricompensa pel suo villaggio natìo il privilegio di fornir di ulivi la città per la festa delle palme[20]. Sisto annunziò il fatto ai principi e al mondo, coniò medaglie; tanto si compiaceva d’esser riuscito a quel che gli altri pontefici aveano tenuto impossibile. Dappoi fece erigere gli altri obelischi di Laterano, di Santa Maria Maggiore, di piazza Popolo, e voltò la cupola di San Pietro.

Se già Michelangelo aveva adoprato le pietre del Coliseo per murare il palazzo Farnese, e staccato un architrave del tempio della Pace per farne base al Marco Aurelio, non è meraviglia che Sisto, poco devoto al bello etnico, non siasi fatto scrupolo di abbattere il Settizonio di Severo per trasferirne le colonne a San Pietro; pensava demolire il sepolcro di Cecilia Metella ed altri, che gli parevano ingombri deformi; sfasciò la venerabile e caratteristica antichità del patriarcheo papale, sostituendovi il palazzo Laterano senza impronta significativa; quell’Apollo, quelle Veneri non gli pareano arredi da Vaticano; a una Minerva in Campidoglio cangiò la lancia in croce; le due colonne Trajana e Antonina sprofanò col sovrapporvi i santi Pietro e Paolo, e all’obelisco fece innestare un pezzo della vera croce, perchè i monumenti dell’empietà fossero sottoposti al simbolo della fede là dove tanti per questa aveano patito.

La popolazione di Roma che, sotto Paolo IV, sommava appena a quarantacinque mila anime, sotto lui arrivò alle centomila, gente d’ogni nazione, il cui vario vestire dava bizzarra vista, e che attaccavasi a corteggiar questo o quel Cardinale, sperando e brigando perchè il loro patrono giungesse al principato o a cariche onorevoli e lucrose. I favoriti poi e i parenti di ciascun papa costituivano una nobiltà nuova e nuove fortune.

Qui in sedici mesi si succedettero quattro papi. Urbano VII (Giambattista Castagna) (1590) mostrossi degno del papato ne’ tredici giorni che il tenne. Il Piccolomini, insofferente di requie, si era ricovrato in Francia, poi ascoltando a Spagna, nimicata colla Toscana, con cinquecento masnadieri devastò il Pistojese; respintone per forza, stette nascoso a Piacenza, finchè eletto papa Nicolò Sfondrati milanese cardinal di Cremona col nome di Gregorio XIV, accostossi a Roma col terribile Sciarra e trecento seguaci, imponendo contribuzioni; e il governatore colse una carrozza di denari, archibugi e polvere, che ad essi era mandata da un ambasciadore residente in Roma[21]. Truppe di Napoli e Toscana si unirono alle romane per reprimerlo; in giusta battaglia ucciser ben cento di que’ suoi banditi; poi il conte Enea Montecuccoli, spedito da Alfonso d’Este, sbrattò il paese; il Piccolomini preso a Staggia, per quanto il papa e Spagna lo ridomandassero come loro vassallo, fu fatto appiccare dal granduca; lo Sciarra si resse ancora, finchè stimò bene mutar aria; e molti briganti passarono a servizio di Venezia contro gli Uscocchi.

Costoro cresceano i mali gravissimi della carestia che quegli anni desolò la penisola; e il papa restituì il diritto d’asilo alle chiese, e ne’ pochi mesi che campò, spese tre milioni di scudi, anche per sostenere la lega cattolica che allora dal trono di Francia respingeva Enrico IV calvinista, e a sostegno della quale mandò truppe comandate da suo nipote Ercole Sfondrati duca di Montemarciano. Ma Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini) (1592) succeduto a Innocenzo IX (Gianantonio Facchinetti), ebbe la consolazione di vedere re Enrico tornar in grembo alla Chiesa. Dubitava egli che Enrico andasse a messa sol per acquistare il regno; pure sollecitato da san Filippo Neri, dal cardinale Baronio e da altri, accettò questa conversione che rendeva la Francia pacificata e cattolica; onde solennemente festeggiata, se ne perpetuò la memoria con una colonna.

Clemente VIII visitò tutte le chiese e i monasteri[22], introdusse il giro delle quarant’ore in Roma: delle consulte non si serviva per pubblicare ciò che avea deliberato da solo: stabilì anche imposte senza sentire i contribuenti, e sottomise i baroni alla giustizia. Al giubileo da lui aperto concorsero moltissimi fedeli, ma mentre prima era un’occasione di smisurati lucri a Roma, i prelati ebbero a mostrar la loro carità col largheggiare elemosine; il santo padre dispose in Borgo un palazzo ove alloggiava per dieci giorni qualunque prelato o sacerdote, ed egli stesso vi tornava sovente, e servivali a tavola o ne lavava i piedi. L’arciconfraternita della Trinità accolse da ducentocinquantamila pellegrini e ducentoquarantotto confraternite forestiere; nobili ecclesiastici e secolari gareggiavano nel servire agli accorrenti, fra i quali vennero incogniti anche gran principi, vennero per curiosità molti eretici e non mancò chi ne rimanesse convertito.

Un indebitato rifugge nel palazzo del cardinale Farnese, e i birri pontifizj ve l’inseguono malgrado le immunità; ma i gentiluomini del cardinale li maltrattano, e fan cansare l’inseguito. Il papa in collera ordina si proceda con tutto rigore; ma si oppongono i baroni romani e l’ambasciatore di Spagna, e ne nasceva tumulto se il cardinale non avesse avuto la prudenza di ritirarsi con folto seguito di partigiani e di popolo. Gli uffizj di Ranuccio Farnese di Parma calmarono il pontefice: il popolo gridò — Viva casa Farnese»; ma il cardinale e i suoi, benchè perdonati, non si fecero premura di ritornare[23]. Il papa n’ebbe amareggiati gli ultimi giorni; ne’ quali si abbandonò al cardinale nipote; e la sua casa, fiorente allora di tre cardinali e molti signori, ben presto rimase estinta.

Nel conclave prevaleva il cardinale Baronio, se i suoi scritti non gli avessero suscitato l’opposizione di Napoli; tanto che fu eletto Leone XI de’ Medici (1605), parente dei reali di Francia. Morto fra ventisette giorni, gli è dato successore Paolo V (Camillo Borghese), contrario alla parte francese. Studiosissimo, d’illibati costumi, di fare soave, ottenuta la tiara integramente, ne sente la dignità, e si propone di rialzar la morale autorità del cattolicismo. Canonizza san Carlo, approva gli Ordini del Carmine e di san Lazzaro, vuole che in tutti gli Ordini mendicanti s’insegnino latino, greco, ebraico, tanto da non iscapitare a petto delle Università di Germania, e risolutamente esige la residenza de’ cardinali; caldeggiò i diritti della santa Sede quali risultavano dalle decretali, e diè l’ultima mano alla bolla In cœna Domini. Questo zelo pei diritti ecclesiastici lo pose in litigio clamorosissimo con Venezia, la quale pretendeva infliggere castighi comuni a persone ecclesiastiche. Trovandola imperterrita a monitorj e scomuniche, cautamente le temperò; in tutte le altre occasioni cercò e diffuse la pace. Sontuosissimo in fatto d’arti, ornò le basiliche Vaticana e Liberiana e il Quirinale; dal territorio di Bracciano tirò l’acqua Paola a vantaggio del Trastevere: ma smodatamente arricchì i nipoti, i quali e sul Pincio, nei beni confiscati all’antica famiglia Cenci, e fuor di Roma fabbricarono con indicibile fasto: il duca di Sulmona accumulò centomila scudi di rendita; il cardinale Borghese, despota della curia, conferiva a’ parenti quanti buoni benefizj vacassero.

Gregorio XV (Alessandro Ludovisi) (1621), indebolito e inetto, nè occupato che di pietà, di dotti, d’accademie, lasciò le redini a suo nipote Lodovico Ludovisi. Già era fatto universale quest’uso d’un cardinal padrone; e il Ludovisi, giovane d’ingegno, amico del denaro, de’ piaceri, della splendidezza, della giustizia, seppe diriger bene gli affari, e orzeggiare nelle tempeste. La sua casa acquistò il principato di Piombino, e colla erede del principato di Venosa ebbe quarantamila ducati di rendita in tanti feudi del Napoletano.

Allora vengono santificati Ignazio da Lojola e Francesco Saverio: frà Girolamo da Narni predicatore insigne dà impulso alla Congregazione allora istituita de propaganda fide, da cui partivano gl’intrepidi, che per tutto il mondo portavano il vangelo. Moltissimi anche de’ nostri affrontavano il martirio de’ lunghi e oscuri patimenti, se non era anche quel degli strazj e della morte. Per far solo d’alcuni memoria, dirò come i Cappuccini si volsero principalmente all’Africa, e Giovanni Bellotti da Romano bergamasco scrisse le Apostoliche giornate, nelle quali rappresenta parte delle sue fatiche nelle missioni sostenute a benefizio delle anime de’ Negri infedeli. Dionigi Carli piacentino, itovi con Michelangelo Guattini reggiano che colà morì, a Bologna pubblicò i suoi viaggi, con avventure non sempre serie, e con osservazioni superficiali ma schiette; e siccome di paesi incogniti, furono tradotti in tutte le lingue[24]. Giannantonio Cavazzi modenese lasciò la descrizione dei regni di Congo, Matamba, Angola. Girolamo Merolla sorrentino, per sei anni versato fra i Negri del Congo, d’ordine della Propaganda faticò, se non a togliere, a mitigare la tratta di questi infelici. Francesco Maria Maggi palermitano, cherico regolare, dopo otto anni di missioni in Siria, Persia, Mesopotamia, Georgia, portò a Roma la cognizione di quegli idiomi, e dedicò a Urbano VIII Syntagmata linguarum orientalium.

Le missioni della Cina sono l’epopea de’ Gesuiti, che si può dire, la scopersero; nè fu colpa loro se non venne alla nostra civiltà. Quando vi si avviò primiero Francesco Saverio, vi condusse il padre Paolo da Camerino. Il padre Matteo Ricci da Macerata, mandatovi coi due altri italiani Rogero e Pasio, vi fondò le prime missioni; e conoscendo che bisognava mostrarsi letterato, fece un mappamondo ove collocava la Cina nel mezzo, e un breve catechismo in quella lingua; insegnò chimica e matematica; e le quindici opere sue sono le prime che Europei dettassero in cinese, e alcuna è posta fra le classiche da quel popolo geloso. Avea creduto dover condiscendere ai costumi e alle opinioni dei Cinesi fin dove non cozzassero colla vera fede, onde togliere le repugnanze che un popolo eminentemente storico aveva al cristianesimo: e siffatta tolleranza fu l’accusa più violenta che poi recarono ai Gesuiti quelli che per avventura continuavano a imputare l’intolleranza cattolica. Come superiore di quelle missioni gli fu surrogato Nicola Lombardi siciliano, autore di scritti importanti su Confucio.

Il padre Giacomo Ro milanese, dopo predicato molti anni nel Scian-si, fu chiamato alla Corte perchè attendesse alla compilazione del calendario imperiale, come fece col celebre padre Schall; più di cento opere scrisse in cinese di pietà e d’astronomia; ricusò dignità e favori, sol chiedendo agevolezze pe’ Cristiani. Come astronomo e ambasciatore vi fu pure adoperato il napoletano padre Francesco Sambiasi. Frà Castiglione pittore, fattosi converso ne’ Gesuiti, e mandato a Pechino, lavorò per quella Corte anche da architetto. Martino Martini di Trento diede l’Atlas Sinensis (1655), l’opera più compiuta che ancor si fosse vista sul grand’impero, e voltò in quella lingua diverse opere. Il siciliano Francesco Brancato vi pubblicò molti scritti, e specialmente il Trattenimento degli Angeli (1637), catechismo rimasto classico. Luigi Buglio palermitano missionò a Goa, nel Giappone, nella Cina, e morì a Pechino il 1682, lasciando in cinese alquante opere. Giulio Aleni bresciano, professore di matematica a Macao, penetrò nell’impero, e per trentasei anni vi predicò e scrisse, ed era detto il Confucio d’Occidente. Prospero Intorcetta siciliano missionò colà col padre Martini e quindici altri Gesuiti, adoperando zelo immenso: nella persecuzione del 1664 fu condannato alla bastonatura e all’esiglio: calmata l’ira, venne a Roma per implorare nuovi operaj, che esso incoraggì fin alla nuova persecuzione del 90, quando coraggioso affrontò i tribunali: scrisse più libri in cinese e in latino, massime intorno alle dottrine di Confucio, e morì vecchissimo nel 1696. Molto stimato fu pure nella Cina il padre Paolantonio Mainardi torinese, vissuto fin al 1767.

Ippolito Desideri gesuita pistojese fu nel Tibet, e con coraggio indicibile traversò paesi ignoti e sostenne avversità. Ivi poi faticò lungamente il padre Della Penna maceratese con altri Cappuccini, ed espose la storia e i costumi di que’ paesi e singolarmente la religione, dove tante somiglianze trovava colla nostra. Più tardi il padre Percoto da Udine tradusse i libri dogmatici de’ Birmani fra cui avea predicato, e ragguagliò sul governo e la religione dei paesi di Ava e di Pegù. Il padre Giuseppe Maria Bernini di Carignano corse l’India, descrisse il Nepal, fece dialoghi in lingua indiana, e ne tradusse varie opere. Antonio Ardizzoni napoletano vi missionò col padre Francesco Manco e altri cherici regolari; dimorò otto anni a Goa, poi lungamente a Lisbona, varie cose dettando in portoghese. Costantino Beschi gesuita arrivò il 1700 a Goa, e molto lavorato nel regno di Madera, e scritte assai cose e nominatamente il Tembavani, poema di tremila seicentoquindici tetrastici, con commenti a ciascuno, in lode della Madonna, fece grammatiche e un dizionario tamulo-francese. Gianfilippo Marini da Genova apostolo per quattordici anni nel Tonking, e descrisse le missioni e il paese. Cristoforo Borro da Milano diede una relazione della nuova missione de’ Gesuiti alla Cocincina, e meditava una nuova strada per passare all’Oriente dalla parte occidentale. Apostolo dell’Oriente fu intitolato Alessandro Valignani imolese, che speditovi il 1573, più volte corse il Giappone e l’India.

Andrea Borromeo milanese teatino, ito il 1652 nella Mingrelia e Georgia, vi faticò undici anni, e ne lasciò una relazione. In Arabia predicò Alessandro Botto cremonese. Carlo Francesco Breno di Valcamonica, minor riformato, preparò libri pei missionarj in Oriente. Galano Clemente, teatino di Sorrento, stando dodici anni in Armenia, raccolse assai carte, atti e monumenti, che stampò poi a Roma in latino e in armeno[25], e compilò pure una grammatica di quella lingua. Colà Paolo Maria Facentino rese importanti servizj ai Cristiani, stabilì nuove missioni, scrisse pei nuovi convertiti, e tornato a Roma il 1620, fu superiore delle missioni dei Domenicani. Anche il calabrese Piromalli domenicano molti Monoteliti convertì. Fu approvato dal papa a riunire gli Armeni di Polonia e di Russia, e ad Urbano VIII presentò una grammatica e un lessico armeno, oltre lavori di controversia. Ignazio di Gesù, carmelitano scalzo, descrive i Mandaj, cristiani viventi presso Bàssora. Tommaso Obicini novarese minorita, missionando in Oriente, diede una grammatica araba lodata, e un fallace dizionario siriaco. Una grammatica della lingua georgiana e una della turca, oltre molte opere ascetiche, lasciò pure Francesco Maria Maggi palermitano teatino, ito a visitar i conventi de’ suoi fratelli in Oriente e principalmente nella Georgia, e che a Caffa stabilì una casa di Teatini. Pietro Foglia medico a Capua, fatto carmelitano col nome di Matteo di San Giuseppe, missionò nella Siria poi nell’India, facendo anche da medico, e raccogliendo molte notizie botaniche, di cui giovò i dotti. Arcangelo Lamberti teatino diede una relazione della Mingrelia. Gianandrea Carga friulano de’ Predicatori apostolò il Levante, fu vescovo di Sira, ove perì martire de’ Turchi nel 1617.

Francesco Giuseppe Bressoni, gesuita romano, predicò ai Canadesi e agli Uroni; preso dagli Irochesi, fu venduto agli Olandesi mutilo e ferito; appena guarito tornò fra gli Uroni, ove i segni del suo martirio lo rendeano più venerabile; distrutti questi, rivide l’Italia, dove si diede alla predicazione, e stese un breve ragguaglio delle missioni nella Nuova Francia. Filippo Salvatore Gilli, gesuita romano, predicò per diciott’anni sull’Orenoco, sette anni a Santa Fè di Bogota, e ne diè la descrizione. E quanto deva la geografia ai missionarj, può raccogliersi da una dissertazione del cardinale Zurla.

Pochi noi accenniamo de’ moltissimi che, senz’altra speranza che del paradiso, senz’altra ricerca che delle anime, corsero fra’ popoli selvaggi o fra’ rimbambiti: ma non ci parve dover dimenticare questi eroi della fede e della civiltà, e riposammo sui loro trofei prima di raccontare le troppe miserie della loro e nostra patria.

CAPITOLO CL. Savoja. Emanuele Filiberto. Carlo Emanuele. Genova. Congiura del Vachero.

Il ducato di Savoja, il principato di Piemonte colla contea di Nizza, la supremazia sui marchesati di Saluzzo e di Monferrato, su Ginevra e il paese di Vaud, la Bresse, il Bugey, il paese di Gex, componevano il retaggio dei discendenti di Umberto Biancamano. I paesi oltremonti divideansi in baliati militari, ciascuno con un giudice, e spesso un ricevitore. Di qua dell’Alpi, il Canavese e val di Susa formavano un baliato, uno la val d’Aosta; gli altri paesi, di cui principali Torino, Carignano, Pinerolo, Moncalieri, Cumiana, Cavour, Vigone, Villafranca, stavano sotto al capitano del Piemonte.

Mentre le conquiste del secolo precedente aveano ridotto gli altri Stati italiani ai limiti che ormai doveano conservare, quel paese rimase frastagliato in mezzo a grosse Potenze, e i duchi attesero ad arrotondarlo coll’accorgimento e colle forze militari, ch’essi medesimi capitanavano. Dell’esser vassalli all’imperatore profittavano per ottenerne privilegi qualvolta egli avesse bisogno di loro; le alleanze o le guerricciuole de’ confinanti porgeano occasione d’incremento, come le opportune parentele. Amedeo VIII, ingrandito lo Stato (t. IX, p. 449), ottenne il titolo di duca di Savoja[26] (1416), e stabilì la successione primogenita con rappresentanza all’infinito, di modo che più il dominio non fosse diviso. Da commissarj ecclesiastici e laici, fra cui il cancelliere Giovanni di Beaufort e il segretario Nicolò Festi, avea fatto compilare statuti generali che prevalessero ad ogni statuto locale, e nel proemio avvertiva come le leggi abbiano bisogno di riformarsi a seconda dei bisogni nuovi, delle nuove milizie, della mutabilità delle cose umane.

Già v’era di pubblico obbligo il servizio militare, e Amedeo contava ventisettemila uomini abili alle armi; ma esentavansi a prezzo, e vero esercito nazionale si ebbe soltanto sotto Emanuele Filiberto verso il 1560. Il dominio di Nizza diede anche forze marittime; e navi armava il duca Lodovico verso il 1460.

Amedeo, senza togliersi del tutto agli affari, ritiratosi a Ripaglia sul lago Lemano, lasciasi eleggere antipapa (tom. VIII, pag. 196); poi per rinunziare alla tiara vuole buoni patti, fra cui il non potersi in dignità ecclesiastiche collocare verun forestiero. Suo figlio Lodovico (1440), accidioso e dissoluto, circondato di mimi, raggirato dalla moglie Anna Lusignano di Cipro, che coi denari di Savoja arricchiva sè ed i Ciprioti suoi, fu costretto ricorrere all’oneroso e disonorevole patronato di Luigi XI suo genero. I feudatarj, tenuti in briglia dai tre Amedei, allora vedendosi posposti, raffittirono trame e sollevazioni, donde supplizj, affogamenti ne’ laghi, esigli, e un esacerbarsi delle fazioni guelfa e ghibellina. Sin Filippo figlio del duca, per odio contro la parte candiota, scommosse lo Stato e uccise Giorgio di Varax.

Crebbe il disordine Lodovico, assegnando grossi appannaggi ai molti suoi figliuoli, che arrogavansi ciascuno l’arbitrio principesco fin di assolvere a denaro i delitti, dar moratorie, e altri abusi. Dopo ciò, che importa se Lodovico proteggeva le lettere, e andava talvolta coi principi ad ascoltar i professori dell’Università? Cominciò egli a mettere negli alti uffizj qualche Piemontese; come a quel di cancelliere di Savoja Giacomo Valperga di Masino, che poi dopo lunghi processi fu affogato nel lago di Ginevra e al fisco i suoi beni, indi riconosciuto innocente; Antonio di Romagnano, che a pena colla fuga si sottraesse al supplizio.

Amedeo IX succedutogli (1465), fu modello de’ mariti e correttore de’ costumi; guaj a chi bestemmiasse! scostava dal suo servizio il libertino, foss’anche il primo suo ministro; le cause de’ poveri e degli orfani volea riferite le prime nel suo consiglio; moltissimi indigenti alimentava in palazzo, comechè schifosi; la propria collana mandò alla zecca per risparmiare nuove imposte; e a chi lo avvertiva che con quel denaro avrebbe potuto procacciarsi esercito e fortezze, rispose: — Le limosine sono le migliori fortificazioni; e perchè regni l’abbondanza, vuolsi largheggiare coi poveri». Per tali virtù ottenne l’onore degli altari: ma il suo regno fu soqquadrato da incessanti discrepanze de’ fratelli e de’ nobili, scoppiate sino in guerra civile dopo ch’egli infermò e proseguite sotto la reggenza (1472) di Jolanda di Francia sua vedova, turbata anche da invasioni degli Svizzeri che le tolsero il paese di Vaud e Friburgo, de’ Borgognoni che lei chiusero in fortezza, de’ Milanesi che, a titolo di difenderla, occuparono il Vercellese (1482). Morta lei, e poco dopo il giovane figlio Filiberto, Carlo succeduto dovette colla spada recuperarsi il dominio; e ben tosto morendo (1490) dava luogo a una nuova reggenza, disputata sanguinosamente. I marchesi di Saluzzo, i conti di Bresse e de La Chambre a gara si sollevano; l’ambizione di Filippo fratello del defunto sommove il paese, finchè alla morte del fanciullo Carlo II nipote (1496), ottiene il dominio, ma dopo soli diciotto mesi muore anch’esso.

Suo figlio Filiberto II il Bello (1498) tentò svincolarsi dai nodi di Francia, rinforzati ne’ precorsi tumulti, ma per avvolgersi in quelli della moglie Margherita d’Austria; vide l’invasione de’ Francesi con Luigi XII, ed ebbe a soffrirne in sei anni d’indecoroso dominio. Suo fratello Carlo III il Buono (1504), che cinquant’anni regnò, le intere mattinate passava a sentir messe e visitar chiese; non isprovveduto d’intelligenza, ma di fortuna: ed oltre vedere i suoi paesi conturbati dall’eresia, corsi da Svizzeri, Francesi, Imperiali a vicenda, Berna invocata dai Ginevrini ch’egli stoltamente minacciava voler ridurre pari ad un villaggio di Savoja, gli tolse il Ciablese, il paese di Vaud, Ginevra e Gex, a suo dispetto piantandovi la Riforma; e Francesco I di Francia i restanti possessi perchè favorevole al cognato Carlo V, e permise che Federico II Gonzaga duca di Mantova (1533) raccogliesse in eredità il Monferrato. Vero è che il cognato imperiale gli donò la contea d’Asti e il marchesato di Ceva.

Discordie intestine straziavano intanto principalmente Mondovì, Chieri, Fossano: milizie nazionali non si aveano; nè denaro per soldarne di mercenarie; lo Stato era a brani per moltissimi appannaggi de’ cadetti ducali, aggravato da esorbitanti pensioni alle vedove, dai debiti fatti per le pretese di Amedeo VIII al papato e di Lodovico al regno di Cipro e per amicarsi gli Svizzeri, e da tanti passaggi di truppe[27]. Sua moglie Beatrice di Portogallo gli scriveva che ai figliuoli lasciavasi mancare un giorno il pane, l’altro il vino; da due anni le balie non toccavano stipendio; il pollajuolo, già creditore di mille fiorini, ricusa continuar le forniture, e così il macellajo: le sue gioje del valore di cinquantamila ducati, per diecimila erano impegnate a Genova: nè a tali difetti sapeasi riparare che alienando beni e ragioni demaniali[28]. Quando morì, Carlo non possedeva più che Nizza, Cuneo, Vercelli ed Aosta: Vercelli (1553) stessa fu allora occupata dai Francesi, e intanto i popoli, spensierati, vogliosi di godimenti, correano a brighe e a novità religiose, non per sentimento di pietà, ma per togliersi i freni.

Vi pose riparo Emanuele Filiberto Testa di ferro, che giovinetto messosi ai servigi dell’imperatore, erasi immortalato colla vittoria di San Quintino, e nella pace di Cateau Cambrésis (t. IX, p. 519) recuperò gli aviti dominj, sicchè d’allora la Savoja pesa nelle sorti italiane, e adopera a farsi indipendente dalla Francia. Per quanto a questa increscesse d’abbandonare i bei paesi cisalpini, pure, onde imbonirsi il duca che promettevale mille fanti e trecento cavalli pagati, gli cedette Torino, Chivasso, Chieri, Villanova d’Asti, poi anche Pinerolo e Savigliano, che occupava fin a che fossero posti in chiaro i diritti di Luigia di Savoja, avola d’Enrico II. Rilasciando a Berna il paese di Vaud, Emanuele Filiberto assicurossi quanto teneva a mezzodì del Lemano e del Rodano; aspirava a recuperar Ginevra, ma Berna e Soletta colla Francia ne stipularono l’indipendenza. Coll’acquisto di Tenda assicurò il passo dell’alpi Marittime traverso a genti fiere e manesche, e colla compra d’Oneglia si allungò nella riviera genovese. Procurò avere dal senato veneto le qualità di figlio di San Marco, per la quale avrebbe occupato il secondo posto nelle comparse.

Conoscendo come a paese che voglia costituirsi son necessarie buone armi, dal famoso Paciotto d’Urbino fece compiere la cittadella di Torino, già disegnata da Francesco degli Orologi, e quelli di Borgo in Bresse e di Cuneo ed una a fronte di Ginevra; e da lui, da Ferrante Vitelli perugino, dal Busca milanese fece fortificare Nizza, Villafranca, Sommariva, Susa, Mondovì, Monmeliano, mentre prima lo stato sarebbesi potuto perdere in ventiquattr’ore: dal piacentino Anton di Leva fece riordinare le milizie, sicchè ciascun Comune dovesse averne, esercitate a tempi prefissi, e allettate con privilegi; mentre i feudatarj lo fornivano di quattro compagnie di cavalli, onde ebbe in armi trentaseimila uomini, ch’egli pagava e armava, escludendo affatto i soldati forestieri. Pose una flottiglia a Villafranca; i cavalieri di san Maurizio per semplice onoranza istituiti da Amedeo VIII, unì a quelli di san Lazzaro destinati a cura degli ospedali; e ad imitazione di quelli di Malta e di santo Stefano, vi pose l’obbligo di mantenere tre galee contro i Turchi, e destinando granmaestro in perpetuo sè e i suoi successori. Fatto forte, potè intervenire a tutte le questioni d’allora, Francia l’adoprò nelle guerre di religione, Spagna per difendere il Milanese[29].

Contava appena settecentomila sudditi nel Piemonte, cinquecentomila in Savoja, e salvo Nizza, poveri, inerti, e tutta rabbia fra Guelfi e Ghibellini[30], Savojardi e Piemontesi, nobili e plebei, Protestanti e Cattolici. Le case si erano scompaginate per le spese della guerra di Francia. Delle savojarde prevalevano i signori de La Chambre, e i conti di Guier, di Rinavia, d’Antormon: delle Piemontesi le Piossasca, Luserna, Valperga, San Martino se eran le prime confederate a casa di Savoja: i signori di Collegno tenevano ventiquattro castelli con giurisdizione di sangue e trentamila scudi d’entrata. Quei che avean servito Francia la rimpiangeano: quei che Savoja, credeansi non abbastanza premiati. Ai ministri poco potea fidarsi, perchè pendeano chi per Spagna, chi per Francia, speculandovi maggior vantaggio che dal mostrarsi italiani. Volea vedersi pagate le tasse? bisognava ricorresse a capi di fazioni, quali il conte Masino o quel d’Arignano, monsignor di Racconigi o quel della Trinità. Nello scompiglio sentesi il bisogno d’un ordine, quand’anche sia a scapito della libertà.

Durava nel paese la rappresentanza degli stati, ecclesiastico, nobile, popolano. Destinati a votare i sussidj straordinarj al principe, ne prendeano occasione d’ingerirsi in altri affari, come nelle successioni, nella nomina del grancancelliere; intitolavansi padri e tutori del principe, ne sindacavano le azioni e i casi di guerra e pace; insomma erano una rappresentanza nazionale, quantunque irregolare e senza garanzia.

Emanuele Filiberto, avvezzo ai comandi soldateschi, indispettiva di trovarsene or rallentato nelle sue riforme, or impedito ne’ suoi divisamenti; e avendo la Camera de’ conti di Torino ricusato interinare un contratto di lui, esso le scrisse di farlo subito, «altrimenti farem conoscere a voi e a tutti che vogliam essere obbediti, e possiamo far gastigare i nostri sudditi, di qualunque stato sieno, che osassero o tentassero menomamente resisterci, sapendo che facciam bene». Alfine tolse via questa rappresentanza[31], solo mantenendo a Carignano il senato, sul modello de’ parlamenti di Francia, col diritto di interinare le leggi e le grazie del principe. Il suo consiglio di Stato riceveva le suppliche di grazia, e poteva anche derogare le decisioni dei tribunali.

Scioltosi dai ritegni, pose moltissime gravezze, cercando vi partecipassero tutti[32]; e la rendita che sotto i predecessori giungeva appena da sessanta a settantamila scudi d’oro, portò a cinquecentomila. Per concentrarne l’amministrazione nominò generale tesoriero Negrone di Negro genovese, il quale introdusse ordine e regolarità nel maneggio del denaro pubblico, e un contrabollatore generale. Pio negli atti[33], l’educazione de’ giovani affidò a quelli che allora godeano maggior grido di virtù e dottrina, i Gesuiti: volle s’imparasse a leggere sul catechismo e sull’uffizio, non sui versi lascivi di Ovidio: la censura delle stampe affidò al senato. Dichiarò inabili a succedere i religiosi nè le fraterie ad acquistare, e ogni vent’anni pagassero il sesto del valore de’ loro beni; fondò uno studio a Mondovì, poi trasferito a Torino, ove insegnarono il giureconsulto Aimone Cravetta di Stigliano, Giovanni Argentaro capo di scuola medica, Agostino Bucci filosofo, il francese Cujaccio, il reggiano Panciroli, il pavese Menochio, il Goveano portoghese; invitò gli stampatori Torrentino e Bevilacqua, e cercò a segretario Annibal Caro e a consigliere Nicolò Balbo. Promosse il commercio marittimo; creò un magistrato sopra la mercatura, uno sopra le acque; migliorò le razze cavalline; favorì il traffico de’ panni di seta, e ordinò di piantar gelsi, fin allora quasi ignoti. Alleviando i dazj, trasse pel suo paese il transito delle merci fra Italia e Fiandra; ma fuori non potea mandare che alquanto bestiame e caci: l’industria era in fasce, e tutto tiravasi dalle fiere di Ginevra e di Parigi.

Il 30 ottobre 1561 aboliva ogni resto di servitù, taglia o manomorta, angarie e perangarie, vincolo a testare o contrattar liberamente, facendo così franchi tutti i sudditi. Vietò le armi, sino ai capi delle compagnie giojose e delle maestranze; di servire, di studiare, d’addottorarsi fuor di Stato, e le conventicole politiche, che oggi si chiamano circoli o club e allora abbazie, e l’accordarsi col fisco nelle cause politiche. Insomma governo assoluto, temperato solo dalla prudenza del principe; militare ordinamento del paese, per aver forze da servire all’alleato che le circostanze presentassero; non aderire a Spagna più che a Francia, straniere entrambe, ma a quella che meglio profittasse; invece di tenersi neutrale fra i litiganti, sposarne alcuno; non guardare agl’interessi di veruna terra o città, ma a quel dello Stato, furono le massime ch’egli introdusse, e che trasmise a’ successori suoi.

Il paese era già foggiato a monarchia, e un principe nazionale era il ben arrivato dopo gli strazj degli stranieri, tanto più ch’egli non s’abbandonò alle vendette, laonde i popoli, dapprima propensi a Francia cui tanto somigliavano per ordini civili e politici, apprezzarono quello che li redimeva dal giogo forestiero, e presero a considerarsi italiani, per quanto divisi tra la patria oltremontana, la cismontana e la nuova, che fu Nizza. Un profondo motto uscì dalla bocca di lui: — Chi riceve l’ingiuria, spesso la perdona; chi la fece, non mai».

Così preparava il regno a Carlo Emanuele (1580), cui si affisse il titolo di Grande per la smania di muoversi e muovere, l’ostinarsi agli intenti malgrado disgrazie e ingiurie, l’accorto valersi degli errori altrui e assodarsi delle altrui debolezze, non curando tanto la propria dignità e il buon nome, quanto il riuscire. Meschino di corpo, vasto d’intenti, unendo a molto coraggio una politica oculatissima, sapea quel che maneggiavasi in ogni gabinetto, mentre si diceva che il suo cuore era pieno d’abissi come il suolo del suo paese; e innanzi al Cordova governatore del Milanese comparve coll’espressiva divisa di una casacca, che da qualunque parte la voltasse, gli stava bene. Fondò chiese e spedali, non men che fortezze e gallerie; proteggeva lettere e scienze, scrisse egli stesso i Paralleli tra i grandi antichi e moderni, e il Grande Araldo, compilazione di stemmi, o fece stendere l’Iconocosmo o storia del mondo. Molto si valse di Giuseppe Cambiano granmastro d’artiglieria, che scrisse un pregevolissimo Discorso historico, specie di storia universale, estesissima ne’ fatti recenti di cui era stato parte. Alessandro Tassoni, da lui ben accolto, racconta che «desinava circondato da cinquanta o sessanta vescovi, cavalieri, matematici, medici o letterati, coi quali discorreva variamente secondo la professione di ciascheduno, e certo con prontezza e vivacità mirabile d’ingegno; perciocchè, o si trattasse di storia o di poesia, o di medicina o d’astronomia, o d’alchimia o di guerra, o di qualunque altra professione, di tutto discorreva molto sensatamente e con varie lingue». Ebbe dieci figli naturali, e quelli da donne libere riconobbe come signori del sangue.

I marchesi di Saluzzo alle falde del Monviso eransi riconosciuti dipendenti dai conti di Savoja, ma spesso dovettero farsi vassalli de’ re di Francia; e tra questa e l’Austria variarono quando Carlo III fu spogliato. Il marchese Lodovico, stato vicerè di Napoli, morendo nel 1504 lasciava quattro figliuoli, di cui nessuno ebbe prole, per malìe (si disse) dei ministri di Francia, alla quale l’ultimo fe cessione forzata. Allora in Francia fervea la guerra tra Cattolici e Calvinisti; e il duca di Lesdiguières, generale d’Enrico re di Navarra, tenendo le migliori fortezze del Delfinato, minacciava il Saluzzese. Carlo Emanuele mal comportava di dovere da Carmagnola udire in Torino il tamburo francese; e con Filippo II, di cui avea sposato la figlia Caterina[34], s’accordò a danno della Francia, e parte corrompendo, parte sgomentando i governatori, occupò quel marchesato (1588), cogliendovi moltissimi cannoni e munizioni; e se dello sleale assalto in giorni così momentosi lagnavasi il re, egli protestava non aver voluto se non impedire che l’occupasse un ugonotto e un ribelle, qual era il Lesdiguières.

Questo sollecita contro la Savoja Ginevrini e Bernesi; ma Carlo leva gente, chiede soccorsi e denari professandosi antemurale della cattolica religione, riceve soccorsi dal Milanese, e batte gli eretici. Poi quando Enrico III fu assassinato (1590), invase la Provenza, accolto trionfalmente dai Cattolici, ed agognava d’aver Marsiglia e farsene barriera; ma gli ruppe l’impresa il granduca di Toscana, occupando il castello d’If rimpetto a quel porto. Allora Carlo Emanuele a tacciar il granduca di mercadante, menatore d’intrighi, scribacchiatore, poltrone, ligio a Francia; e il granduca lui di ammazza gente, insaziabile, ambizioso, mancipio di Spagna. Intanto però Marsiglia fu assicurata a Francia, e la guerra tratta in Savoja: poi quando il re di Navarra divenuto Enrico IV (1598 2 maggio) e Filippo II a Vervins terminarono la guerra di quarant’anni, il Saluzzese non fu concesso a Carlo Emanuele che tanto l’ambiva, ma rimesso all’arbitramento del papa. Davanti al quale le due parti sfoggiavano ragioni: Carlo Emanuele che ostinavasi alla guerra, vedendo non venirsene mai a un fine, eccolo in persona a Parigi con nobile comitiva; per mezzo di favoriti e d’amanti istiga Enrico a conquistare il Milanese, sperandone qualche ritaglio, trama col maresciallo di Biron contro esso re, maneggia col Fuentes governatore del Milanese per aver patti migliori. Per ciò Enrico gli rinnovò guerra; preso il forte di Santa Caterina in Savoja, da cui il duca dominava Ginevra, lo regalò a questa Roma de’ Protestanti, lieta di demolirlo; la Savoja fu invasa, stretto Monmeliano, mentre gli Spagnuoli, in vista d’ajutar il duca, occuparono Carmagnola. Tanagliato fra amici e nemici, il duca dovette accettare la mediazione del papa; e nella pace di Lione (1601) cedendo il Bugey col paese di Gex, la Bresse e le rive del Rodano da Ginevra a Lione, si assicurò Saluzzo. Toglieva così a’ Francesi la chiave d’Italia, ponendo le Alpi fra questa e quelli; pure esso non rifiniva di lamentarsene, quasi avesse scapitato al cambio in estensione, mentre in Francia diceasi: — Il re ha fatto una pace da duca, il duca da re; il re trattò da mercante, il duca da principe».

Respinta Francia, gl’Italiani si sentirono in balìa della Spagna, e del tristo cambio accagionavano Carlo Emanuele: eppure, come avviene a chi tiene armi fra i disarmati, in lui vedeasi il restauratore della nazionalità, la spada d’Italia, e l’esortavano a far da sè ed assicurare l’indipendenza. Egli, non misurando le ambizioni alle forze, neppur dopo la pace disarmò; ed or si volgeva contro il Milanese, or tornava contro la Francia; dalla Spagna impetrava pensioni per ciascuno de’ suoi figliuoli, che mandava a quella Corte; intanto proponeva parentele ad Enrico, che, quantunque ne sapesse gli avversi maneggi, volea giovarsi dell’ingegno, della forza e della posizione di esso; e nel suo famoso Piano, tutto diretto ad umiliare Casa d’Austria, meditava di fondere il Piemonte, il Monferrato, il Milanese col nome di regno di Lombardia, per mettere uno Stato forte a guardia delle Alpi; il Cremonese si cederebbe al duca di Mantova in concambio del Monferrato; a Venezia verrebbe data la Sicilia, sotto l’alto dominio del pontefice; il quale pure diverrebbe re di Napoli; Ferrara e Bologna, staccate da’ dominj papali, entrerebbero come città libere nella repubblica italiana, composta di Genova, Parma, Modena, Mantova, Massa, Toscana; e ne sarebbe capo immediato il papa, ricevendo solo l’omaggio d’un crocifisso del valore di diecimila scudi, ogni vent’anni; la Sardegna rimaneva alla corona di Spagna, a Francia la Savoja. Sogno come tant’altri, incorniciato di commissioni, di diete, di eserciti; in Italia religione unica la cattolica; intento comune la guerra colla Turchia[35]; e fu mandato in fumo dalla morte d’Elisabetta d’Inghilterra, poi da quella di esso Enrico, trafitto da un assassino (1610 14 maggio). Questo colpo parve dovesse abbattere Carlo Emanuele, nè lasciargli altro desiderio che di celarsi: ma alla sua ambizione potevano mancare alimenti?

Come principe di Germania aveva intrigato per farsi eleggere imperatore alla morte di Mattia; alla morte di Enrico III aspirò al trono di Francia; ora cercò sposare la vedova di Enrico IV per divenire arbitro di quel regno, lusingato anche da predizioni astrologiche: ma essa il ricusò; la Francia che, stimando il suo valore, disistimava la sua fede, subodorò che trattava colla Spagna; Venezia, a cui egli ricorse abbandonato d’ogni altro[36], non gli badò; il papa l’esortava a metter giù quelle esuberanze. E il duca, per quanto intollerante d’ogni sommessione, dovette mandare il proprio figlio a presentare scuse alla Spagna, la quale, istigata dal Fuentes, cercò persino sbalzarlo per sostituirgli il figliuolo Vittorio Amedeo, nato in Ispagna: si disse anche tentasse avvelenarlo per mezzo del duca di Toscana, che pentitosene mandò il contravveleno. Asserzioni solite de’ partiti. Così cessò il pericolo d’una guerra che gl’italiani aveano creduta imminente, e Carlo Emanuele fremendo mirava dove volgere l’irrequieta sua ambizione.

I Medici, i cui padri aveano bottega quando i principi di Savoja già portavano corona, ricordavano di esser principi indipendenti quando Emanuele Filiberto combatteva o governava la Fiandra a servigio di Spagna; quindi emulazione continua fra le due Case, l’una poderosa di armi, l’altra d’una civiltà raffinata. I Medici, non potendo ottener il titolo di re d’Etruria, cercarono quello di granduchi, e come tali pretesero il passo sopra i duchi di Savoja. Questi allora a sollecitare qualche titolo regio, e Carlo procurò far valere sull’isola di Cipro le ragioni tramandategli da’ Lusignani: trentacinquemila Cristiani di colà offrivansegli pronti a insorgere contro i Turchi se appena vi comparissero sue navi; ma i Turchi avvedutisene, molti uccisero e imprigionarono; pure Carlo si titolò re di Cipro, per quanto glielo contrastassero i Veneziani.

Non sapeva egli dimenticarsi che i suoi aveano perduta Ginevra, onde ne tentò un’audacissima scalata (1602 12 xbre); già ducento uomini v’erano penetrati, quando furono scoperti ed uccisi. Impresa narrata a disteso dagli storici, cantata dai poeti[37], memorata tuttora dalle canzoni popolari e da annuo digiuno, come quella per cui Ginevra sfuggì al pericolo d’esser cattolica e serva. Fu l’ultimo tentativo di conquiste transalpine; e i duchi, risoluti d’ingrandire in Italia, vedevano l’importanza d’aver un piede sul mare, onde Carlo Emanuele adocchiava Genova.

Questa repubblica in dechino (t. IX, p. 464) non sapeva ancora persuadersi che il meglio d’un paese non viene da ripetute innovazioni, sibbene dall’assodare le proprie istituzioni. La libertà che aveale data Andrea Doria era tutta d’aristocrati; essi soli reggeano lo Stato; d’essi i dodici senatori, che eleggevano il doge, biennale come loro; d’essi il collegio camerale di otto senatori pel maneggio delle pubbliche entrate; d’essi i ducento del minor consiglio; al gran consiglio entravano tutti i patrizj, compiti i ventidue anni. Come chi possiede ricchezze e non forza di difenderle, eccitava l’avidità, e intanto s’indeboliva colle irremediabili discordie tra i diversi ordini e tra le famiglie.

Dopo la congiura di Gianluigi Fiesco (1547), la legge del Garibetto aveva posto limiti alla facoltà d’aggregare plebei agli Alberghi, ma non sopito i rancori fra i nobili antichi e i popolani. I primi, detti del Portico di san Luca, erano legati fra sè pel prestito fatto a Spagna, alla quale perciò aderivano; mentre i nuovi ammessi, o del Portico di san Pietro, preferivano Francia, non voleano restrizione all’aggregar famiglie nuove, e davano mano ai rivoltosi di Corsica.

Genova in generale era ben disposta a Spagna, sì per memoria di Carlo V che l’avea resa in libertà, e del Doria e dello Spinola che capitanarono le armi di quella; sì perchè quei re prendeano grossi prestiti da’ suoi negozianti, pagandoli colle gabelle del Milanese e del Napoletano, e ne adopravano le navi a trasportar truppe in Italia: spagnuolo si parlava nelle case; spagnuolo predicavasi al popolo. Ma Filippo II mentre blandiva i Genovesi come opportuni ad assodare la sua dominazione sull’Italia, forse meditava l’acquisto della Liguria; confortatone pure dal granduca di Toscana, che ne sperava una parte. Don Giovanni, il famoso bastardo d’Austria, comandando la flotta spagnuola nel Mediterraneo, si lusingò impadronirsi della città (1571) e farsene un dominio proprio; ma i nobili nuovi, apponendone la colpa ai vecchi, arruffarono il popolo, che lo respinse di città.

Gregorio XIII coll’imperatore intromessosi della pace, fece riformar lo statuto e ripatriare gli sbanditi; e aboliti i nomi dei Portici di San Pietro e San Luca, nobili furon detti tutti coloro che partecipavano al governo, i quali ripigliarono i cognomi particolari, invece dei comuni degli Alberghi; e si posero un collegio di dodici governatori e uno di otto procuratori, un maggior consiglio di quattrocento e un minore di cento, scelti in quello. Bartolomeo Coronato, che ne’ passati tumulti aveva affettato la tirannia, e che allora vi aspirò colle congiure, ne perdè la testa. Anche Giambattista Vassallo di Portofino, amicatosi Maria de’ Medici regina di Francia, col cognato Gregorio Leverotto medico tornò per dar Genova ai Francesi: la trama fu sventata, ma Genova prese grandi provvedimenti, attesochè v’era complicata la Francia. Più tardi Gianpaolo Balbo, giovane de’ nobili ascritti, ricco, ambizioso, pensò profittare de’ mali umori contro i nobili vecchi. In quel tempo Genova trattava con Spagna la compra di Pontremoli, terra principale della Lunigiana con una giurisdizione di settanta miglia intorno e settantasette villaggi, opportunissimo adito al Milanese, alla Toscana, al Genovesato. Se ne chiedeano ottantamila ducati, e Genova per raccorli pensava vendere la nobiltà a famiglie nuove. Il Balbo, saputone, cominciò a sollecitar l’invidia popolare; il granduca di Toscana attraversò il negozio; i Pontremolesi stessi allegarono che, come feudo imperiale, non poteano esser venduti senza assenso dell’imperatore. Balbo considerò il fatto come suo trionfo, e macchinò d’occupare Genova, e farsi signor della Liguria, e della Corsica sotto la protezione di Francia; e la pratica andò finchè, denunziato da un complice, a fatica potè fuggire.

Sulla riviera, oltre un cinquanta terre rimaste feudi imperiali immediati e detti le Langhe, casa Del Carretto avea conservato il Finale, feudo anch’esso dell’Impero; ma venendogliene continui contrasti con Genova, lo vendette a Spagna. Questa da gran pezzo v’avea gola come opportunissimo per trarne il sale e farvi approdar le sue truppe, che pei monti verrebbero nell’Alessandrino senza bisogno di chiedere il passaggio a Genova, e incorporò il Finale al ducato di Milano (1590). Se ne dolse Genova, che infine lo ricomprò dall’imperatore per sei milioni di lire genovine.

Ma col crescere i piccoli suoi feudi ella preparavasi inciampi. Scipione Del Carretto avea venduto al duca di Savoja il marchesato di Zaccarello, feudo di pochissima rendita in paese montuoso e sterile, ma che dava i passi dall’Appennino nella pianura d’Albenga, e perciò a turbare la dominazione ligure. Però l’imperatore abrogò quella vendita, e come d’omicida il confiscò e mise all’asta, e Genova comprollo per censessantamila talleri.

Carlo Emanuele indispettito, se ne incalorì alle ambizioni, e chiese ajuti alla Francia (1624), sempre disposta ai nemici dell’Austria; e con quel connestabile Lesdiguières, di cui erasi mostrato nimicissimo, fece trama di conquistare e spartire il Milanese, il Monferrato, la Corsica, oltre il Genovesato, del quale la città e la riviera di Levante resterebbero a Francia come valico al Milanese e alla Toscana, a Savoja quella di Ponente. Gli armamenti tradiscono la segreta conclusione, e Italia esclama contro quest’ambizioso che la trabalza in nuove guerre, e le trae addosso i Protestanti. Genova nell’istante pericolo ricorre al governator di Milano, si munisce alla meglio; e sì formidabile pareva l’attacco, che si pensò abbandonare la Riviera, restringendosi a difendere la capitale: ma altri persuasero a sostenere Savona e Gavi, e i ricchi genovesi non le mancarono nel bisogno, giacchè il principe Doria offrì quattrocento archibugieri, ducento Gian Francesco Serra, cento Pier Maria Gentile, e così altri, armati e mantenuti. Irruppero di fatto Savojardi e Francesi, ma non osavano affrontare una città, sempre risoluta nel tutelare l’indipendenza: intanto giunsero oro e galee di Spagna e di Napoli, soldati di Lombardia, il cui governatore obbligò Carlo Emanuele a sloggiare, in Acqui gli tolse i viveri, le munizioni, e fin gli argenti e le livree predisposti pel trionfo. Francia, che gli avea promesso soldati e navi, senza darne parte a lui o a Venezia o al papa, conchiuse con Spagna la pace di Monson[38] (1626). Il duca non potè che sbuffare, e cercar di nuocere alla Francia raccomodandosi colla Spagna; e mentre l’abate Alessandro Scaglia, astuto suo ministro, intrigava contro del ministro Richelieu, egli ridestava in Genova le fazioni de’ nobili antichi e de’ nuovi. Queste ne’ circoli facevano opposizione a ogni atto del consiglio, contrasto ad ogni sentenza de’ tribunali; «sicchè non rare volte il senato (dice il Della Torre) nel deliberare ebbe maggior riguardo a quello che ne avrebbe sentito e detto la piazza dei Banchi, che a quello che buona ragion di governo ne richiedesse; e timoroso il senatore di non spegnere l’aura favorevole che lo condusse a quella dignità, perdeva la libertà di dire, e tardava la risoluzione del deliberare».

Uno de’ più schiamazzanti in que’ circoli era Giulio Cesare Vachero, superba natura, arricchito coi traffici e coi dadi, contaminato di sangue e di stupri, e insofferente di star sottoposto a quelli cui credea superare per meriti. Com’è stile de’ pari suoi, gridando patria e libertà, batteva particolarmente il senato, perchè coll’eleggere celibatarj o vecchi o poveri eludesse quel provvedimento del 1575, di ammettere ogn’anno fra i nobili dieci plebei.

Carlo Emanuele lo trovò opportuno a guastar Genova, e non rifuggendo dal tramare con ribaldaglia, lo istigò per mezzo d’un Gianantonio Ansaldi, arnese della stessa risma, caro ai giovani perchè urlava contro la nobiltà. Essi dunque, istrutti sul Machiavelli, fidando nel duca che prometteva soldati e mandava pistole, tramarono d’assalire coi Polceveraschi il senato, trucidare i cittadini del libro d’oro, restituire al popolo la libertà, i magistrati, gli onori, erger doge il Vachero, e riformare la costituzione. Ma scoperti (1628), il Vachero fu preso, e feroce sin all’estremo finì sulle forche; il duca, che avea gittato la maschera, e fin minacciato rappresaglia, dovette restarsi colla voglia e colla vergogna. Genova poi, per mediazione del re di Spagna, pagò al duca censessantamila scudi d’oro, e ritenne l’ambito Zaccarello, assicurando l’impunità ai congiurati ch’erano rifuggiti a Torino: e ogni anno al San Bernardo festeggiava la sua liberazione dall’avido vicino[39].

La lunga guerra avea mostrato a Genova la necessità di munirsi; laonde s’aggiunse un quarto ricinto di mura, che per otto miglia dalla Lanterna alla valle del Bisagno, serpeggia su per le creste dei monti; immensa difficoltà, ma il nome del duca di Savoja bastava ad eccitare coll’ira la perseveranza: diecimila operaj vi davan opera, sospesa ogni altra costruzione (1631), e spendendovi dieci milioni, s’ebbe una delle opere più vantate in tutta Europa. Ne fu architetto frà Vincenzo Maculano piacentino, già inquisitore poi cardinale e quasi papa; e che fu pure a munir Malta. Genova procurò domare i corsari, e come portava le reliquie del Battista sul lido onde frenare le tempeste, così sudava a tenersi in pace colle potenze che soffiavano nelle interne fazioni, e a conservarsi neutra fra le pretensioni e le guerre di Francia, Spagna, Impero.

Quando i titoli valeano tanto, Genova pensò acclamare la propria indipendenza coll’attribuirsi titolo regio a cagione della Corsica, e investendone la Madonna. Nella cerimonia il doge consegnò lo scettro e la corona all’arcivescovo, che l’accettava per la Madonna; se ne rogò istromento; e levata alla moneta l’antica leggenda di re Corrado II, vi si pose Maria col motto Et rege eos. Il doge dovea vestir porpora, manto reale, corona; a’ senatori e governatori di Corsica, agli ambasciadori e generali di galee il titolo d’eccellenza; il palazzo della Signoria s’intitolasse reale. De’ suoi cittadini non pigliava tanta gelosia come Venezia; lasciava acquistassero ricchezze e Stati da principi forestieri, titoli, comandi di mare e di terra, senza per ciò escluderli dal supremo Consiglio. Però nel 1607 fu ordinata una legge simile all’ostracismo di Atene e al discolato di Lucca; cioè che a certi tempi s’accogliesse il consiglio minore, e ciascun membro di questo notasse i nomi di chi credeva pericoloso alla patria; e se alcuno si trovasse in quattro schede, era relegato per due anni. Iniquità che impediva gli atti vigorosi, non le vere malvagità degli ambiziosi.

Il banco di San Giorgio continuava ad essere un modello d’ordine e di buona economia, in mezzo allo scompiglio cittadino. Nel 1627 il re di Spagna dava da otto a dieci milioni a’ privati, assicurati sopra il galeone che arriverebbe dall’India. Or questo non arrivò, ond’egli diede solo cedole, che negoziate perdevano assai: indi pose un nuovo ritardo ai pagamenti, poi li fece in moneta erosa che scapitava. Ne restò scossa la fiducia, e molti ruppero il banco; eppure il conte duca domandava nuovi prestiti, a titolo dell’antica benemerenza.

Forse prima d’ogni altra nazione, Genova mostrò conoscere la vera natura della moneta, quando stabilì che i debiti si pagassero in moneta corrente, però coll’aumento da calcolarsi in ragione di quanto era cresciuto il valore dello scudo effettivo dal giorno in cui il debito fu contratto.

Temperò l’inquisizione religiosa, ma rigorosissima giustizia esercitava. Nella capitale e in ogni paese del distretto stava nella chiesa principale una cassetta, ove ciascuno poteva gettare un’accusa, col solo obbligo di annunziare i testimonj del fatto. Ogni settimana la aprivano i magnifici procuratori, e procedeano contro i denunziati. Fierissime pene erano stabilite contro i bestemmiatori, fin alla galera. Pena la testa a chi non denunziasse i delitti di maestà, ne avesse anche il più tenue indizio. De’ rei abbattevansi le case, e vi si ergeva una colonna infamante. Morte per l’adulterio, pel parto suppositizio, per la bigamia, per chi manda cartello di sfida; morte pel veneficio; per le pozioni amatorie la frusta, il marchio in fronte, ovvero il taglio dell’orecchio o del naso e il bando perpetuo; per le stregherie, morte, e i consapevoli puniti ad arbitrio del magistrato.

CAPITOLO CLI. Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie.

I paesi sottomessi alla Spagna, destituiti di attività nazionale, non possono narrarci che indecorosi patimenti sotto un governo militare, intento a mietere non a seminare, tenerli in dovere con guarnigioni e fortezze, obbligarli a dar uomini e denari, non a misura del ben loro, ma pel vantaggio e la forza generale della monarchia.

Stava inconcusso che il re dovesse governare giusto e paterno, ma con nessun altro limite se non i tradizionali privilegi d’alcuni ordini e d’alcuni corpi. Filippo II avea creato presso di sè un supremo consiglio d’Italia (1562), nel quale, co’ reggenti spagnuoli, sedevano due ministri napoletani, uno milanese, uno siciliano; ma in tanta lontananza conoscevano e potevano pochissimo, mentre l’autorità sovrana era trasmessa ai governatori e ai vicerè, che dirigeano insieme l’amministrazione e la guerra, illimitati a un bel circa come i bascià odierni, potendo levar soldati, disporre degl’impieghi, pubblicare prammatiche, ingerirsi nella giustizia civile e criminale, far grazia, corrispondere direttamente e per ambasciadori colle potenze estere. Avendo la mira non al bene dello Stato, ma a segnalarsi, occupavansi spesso in mosse d’armi, più spesso in contese di giurisdizione cogli Stati vicini, colle autorità del paese, cogli arcivescovi, i quali dopo il concilio di Trento aveano ravvivate le ecclesiastiche pretensioni[40]; teneano politica talvolta differente da quella della Corte; ed avendo il re cassatane la decisione, un governatore non vi diè retta esclamando, — Il re comanda a Madrid, io a Milano». Quasi sempre spagnuoli, e per lo più soldati, arrivavano in paese di costumanze e di pratiche sconosciute; e vi trovavano tal complicazione di leggi, di gride, di privilegi, che lunghi anni e seria volontà si sarebbero voluti a soltanto informarsene; eppure ne’ cencinquanta anni della dominazione spagnuola in Lombardia si mutarono trentasei governatori. Arrivando, mettevano fuori una grida generale che confermava quelle degli antecessori o le modificava, alla rinfusa comprendendovi provvedimenti religiosi, economici, giudiziarj, sanitarj, d’annona e di moneta; di tempo in tempo ne pubblicavano poi altre sopra oggetti particolarissimi, sprovveduti d’ogni vista comprensiva. Duole il riflettere che erano stese da nostri; sicchè quella tradizione di abusi era imputabile ancor meno allo straniero che ai paesani.

Il segretario di Stato Arosteghi diceva: — In tempo di guerra io vorrei essere piuttosto governator di Milano che re di Spagna, perchè questo governa colle consulte e i consigli, mentre la condotta della guerra dipende dall’assoluto arbitrio del governatore»[41]. L’interesse portava dunque a perpetuarle; e tanto meglio vi riuscivano, in quanto soltanto per esse la Spagna poteva soddisfare al suo farnetico di mostrarsi la prima nazione del mondo.

Il Milanese, «corpo grosso mezzo scorticato, carco di vespe»[42], comprendeva l’antico ducato, il principato di Pavia, i contadi di Cremona, Alessandria, Tortona, Como, Novara, Vigevano, Lodi, Bobbio, con un milione seicentomila abitanti, toccando agli Svizzeri, ai Genovesi, ai Veneziani. Don Ferrante Gonzaga, italiano de’ più spagnolizzati e dispotici, fu detto nuovo fondatore di Milano perchè, postovi governatore da Carlo V (1547), ne migliorò le vie, e circondò anche i sobborghi d’una mura di otto miglia, quasi potesse difendersi una sì gran città in piano, e tanto lautamente guadagnaronvi gl’intraprenditori, che in riconoscenza fabbricarono a lui una suntuosa villa.

Per dire alcun che d’altri governatori, e serbandoci a parlare più a lungo del Fuentes, il Carassena mostrò quanto prendesse a cuore il pubblico bene col vietare che le donne pubbliche andassero in carrozza: il Fuensaldagne col proibire di ballar dopo mezzanotte, nè che gli uomini si mascherassero da donna o viceversa: meglio il conte di Ligne interdisse il lotto che allora andavasi propagando, «poichè oltre l’incentivo che porge a molti poveri e vogliosi di migliorar fortuna, con la speranza del guadagno, di consumar quanto tengono per far denari d’arrischiare alla sorte d’esso giuoco, è cagione che diversi ciecamente cadino in sortilegi ed osservazioni superstiziose de’ sogni, che illaqueano le coscienze con grave e scandalosa offesa di Dio»[43].

Il duca d’Ossuna (1670), diverso e non men funesto di quel che vedremo figurare a Napoli, entrò con pompa memorabile anche per quel secolo sfarzoso. Aprivano la processione compagnie di cavalieri, la corazza sul petto, la celata al capo, la pistola in mano: poi cento ronzini, coperti di panno scarlatto e trine d’oro, portavano gli arredi della famiglia, e ciascuno, per briglie di seta e d’oro, veniva guidato da un palafreniere in divisa di scarlatto e d’oro, e pennacchio al cappello: egualmente bardati erano i destrieri del duca, cui seguivano i carabinieri in bell’arnese, ed in più bello i gentiluomini milanesi, fiancheggiati da molti palafrenieri. Comparivano poi tre carrozze del duca, col carro e le ruote intagliati squisitamente, il legno tutto dorato, e grossi chiodi d’oro nella prima, dov’erano la moglie e le figlie, d’argento nelle altre: dentro non si vedeva che oro. Il duca cavalcava tra la prima carrozza ed una fila di guardie svizzere, seguito da lancieri ed altri soldati.

Per bastare a tal lusso e a quello che sfoggiò nella Corte, rubava, vendeva le cariche, ed allorchè partì, lasciò all’erario grossi debiti, mentr’egli per regali ammassò ben cinquecentomila oncie d’argento. Il conte Trotti per essere eletto generale gli diede ottantamila scudi di Genova. Avendo un servo di esso duca percosso un cagnuolo della principessa Trivulzio, i costei servi uccisero l’offensore: il duca mandò il capitano di giustizia ad arrestare i delinquenti; ma la padrona, che era spagnuola, spedisce a Madrid a querelarsi della violata immunità di sua casa; viene rescritto che i prigionieri vi sieno ricondotti, e il capitano vada a chiedere scusa d’aver osato in una casa nobile arrestare omicidi. Delle frequenti pasquinate che gli si lanciavano non potendo il governatore altrimenti scoprir l’autore, ricorse ad un negromante; che divisati i suoi pentacoli, chiamò colpevole di ciò un tal frate; un frate per buona sorte; talchè, non potendo essere punito dal fôro secolare, fu soltanto esigliato.

Dibattendosi la clamorosa controversia teologica sull’immacolata concezione di Maria, il duca d’Ossuna invita i decurioni comaschi a celebrarla con solenne messa, dove giurassero credere a quel mistero (1672), ed essere pronti a sostenerlo d’ogni lor forza. Che che dovesse parere di questo modo di risolvere dispute inestricabili, vennero essi fra gran concorso nel loro duomo; ma ecco i canonici mettono in campo i loro privilegi, e ricusano dar i cuscini da inginocchiarsi ai devoti padri della patria, nè il celebrante vuole scendere dal Sancta Sanctorum per ricevere il giuramento, onde una lite nuova nasce dal voler sopire la vecchia; l’Ossuna sgrida gli uni, sgrida gli altri; chiama a Milano i più stretti parenti de’ canonici e li tiene prigioni: argomento risolutivo de’ più consueti.

Avendo egli tenuto una volta circolo e ragunata la principale nobiltà, parve strano e scandoloso; talmente era consueto il restar isolati. Ma il governatore Vaudemont, testa francese, introdusse di raccorne spesso a Corte; e i giardini della Bellingera, poco fuori di Porta Renza, videro le scene di quelli d’Armida. Allora le donne cominciarono ad essere riammesse ai circoli: ma poichè si era voluto ripararne i costumi colla guardia gelosa, anzichè coll’educazione e colla virtù, ben presto dalla selvatichezza si fece tragitto al libertinaggio; alla gelosia che rendea feroci i nobili, fu sostituito il cicisbeismo che li rese ridicoli.

Luigi XII, conquistato il Milanese, v’aveva istituito un senato, a similitudine del parlamento di Parigi, composto d’un presidente, quattordici giureconsulti, sette segretarj, tolti uno da ciascuna provincia. Tribunale supremo e custode della legge, avea diritto d’interinare le costituzioni e le grazie del principe, esaminando se nulla contenessero di repugnante alla giustizia e alle consuetudini; e fin tre volte potea respingerle, dopo di che sorpassavasi all’opposizione, e vi si dava vigore. Era dunque una rappresentanza nazionale, ma la componeano legisti che, avendo propugnato la supremazia assoluta della Corona onde abbattere il feudalismo, or non sapeano che obbedire; mascheravano il despotismo sotto la vanità delle loro forme, subordinavano la libertà alle proprie pretensioni; e invece d’impacciarsi ad impugnarne il diritto, delle loro rimostranze la corona non tenea conto. Gli antichi statuti della repubblica e dei duchi erano stati raccolti da Lodovico Sforza, compiuti da Carlo V che li pubblicò col nome di Nuove costituzioni, modificati al novello ordine di cose; ma il senato poteva togliere e dare qualunque disposizione anche contro di quelli: esorbitante autorità, che colla supremazia sulla giustizia dava al presidente del senato un’importanza smisurata e una via ad ingenti guadagni. Restavano dunque incerti i principj del governo quanto i diritti e gli interessi dei privati; e tutto procedea per abusi, che spesso correggevansi un l’altro.

Milano era amministrata da un consiglio de’ primarj nobili, indipendente dal re, col quale trattava per via d’ambasciadori; il vicario di provvisione esercitava anche qualche parte di giurisdizione, di polizia, e fin di legislazione, la qual facoltà era molto sbricciolata. Formavansi così due governi paralleli; e il comunale sarebbe bastato a reprimere gli arbitrj del regio, se, dopo ristretta tutta la vita comune negli affari municipali, i suoi membri vi avessero spiegato coraggio e cercata importanza, anzichè ambire distinzioni, cariche, e quel lustro che vien dalla vicinanza al trono.

Pur le tradizioni d’autorità, di bontà e beneficenza signorile, di docilità e riverenza popolare avrebbero potuto conservare in fiore il paese, se non lo avesse disanguato il fisco, con gravezze sempre crescenti, in vista della cassa militare non del ben pubblico, e che, poste con insensatezza pari alla cupidità, essiccavano le fonti della prosperità pubblica, punivano l’industria, scoraggiavano l’agricoltura, e si può dire fossero causa di tutti gli errori, e le miserie d’allora.

Secondo le costituzioni di Carlo V, per nessun titolo doveano alienarsi regalie ed effetti camerali; e al contrario, già sotto di lui le varie entrate si appaltavano o vendevano, poi si mettea mano sui frutti assegnatine ai compratori; indi creavasene a bella posta di nuove, per venderle; vendevasi l’esazione dei donativi futuri, giacchè i donativi erano la forma consueta delle imposizioni straordinarie. Ogni minimo bracciante sopportava la taglia fin di venti scudi; su ogni consumo, su ogni produzione pesavano balzelli esorbitanti. Dal 1620 al 30 s’inventarono dieci dazj nuovi; e «non v’ha casa nè cosa che sia libera da qualche carico; non v’è cosa sì minima e vile, appartenente al vitto, vestito ed abitazione, che sia libera da gravezze ed imposte.»[44]; dal 1610 al 50 lo Stato pagò più di ducensessanta milioni di scudi d’oro, cioè da milleducento milioni di franchi; infine le taglie sorpassavano il ricavo de’ beni, e Milano, che incassava per un milione e mezzo di lire, dovea pagarne due milioni e centomila, sicchè ridusse gl’interessi al due per cento e pagava in cedole.

I Comuni che prima erano liberi, cioè regj, venivano per prezzo infeudati a qualche signore, poi s’inducevano a comprare il riscatto, ma ben presto infeudavansi di nuovo. Si riteneano le paghe delle milizie e de’ magistrati, che erano costretti rifarsi sul vulgo o sui postulanti; obbligavansi i negozianti ad imprestiti; i decurioni doveano rispondere per debiti de’ Comuni; si gravavano le persone e i beni de’ forestieri, si espilavano le banche pubbliche, fatte con depositi privati[45]. Alfine i debiti si accumularono a segno, che nel 1671 si dichiarò il pubblico fallimento. Smunto il capitale riproduttivo, le manifatture si smisero, la campagna restò incolta, i Comuni affogati nei debiti, ogni momento lamentanze al lontano monarca, che non le ascoltava. I molti ozianti e i privilegiati doveano vivere sulle fatiche de’ pochi operosi; quindi parziali scarsezze di grani, che la difficoltà di comunicazioni trasformava in carestie: i ricchi non aveano di che dotar le figlie e adempiere ai legati pii; atterravano le case per non doverne le taglie, o le lasciavano vendere all’asta dai creditori.

Non crediate che il denaro passasse in Ispagna: che bisogno ne aveva essa, cui l’America tributava ogn’anno diciotto milioni d’oro? Bensì sperdeasi nell’ingordigia degli appaltatori delle pubbliche gravezze, i quali con inesorabilità smungeano il povero, e accumulavano ingenti fortune collo spropriare i debitori del fisco; governatori e magistrati non voleano aver gettata indarno la bella occasione d’arricchirsi onde si diceva che i ministri regj in Sicilia rosicchiavano, a Napoli mangiavano, a Milano divoravano; inoltre occorrevano ingenti somme ad alimentar le guerre in Italia, compiacenza de’ governatori e grandigia della Spagna.

Quell’arbitrio legale che storna la ragione e ammusola il senso comune davanti all’interesse del Governo o d’alcuni privati, volendo di tutto impacciarsi, col titolo di protezione estinse quella libertà che è vita del commercio; aggravava le tasse sulle materie prime, proibiva l’asportazione non solo del grano, ma fin della seta e del panno; or vietava le pecore, perchè non incarisse il fieno con danno del servizio di sua maestà; or di mercatare coi Francesi perchè cattivi cristiani; infinite prammatiche legavano ciascun’arte in maestranze, ciascuna maestranza a mille minute prescrizioni ed ordini e divieti; il tessitore non unisse il cotone colla lana; il mercante di panno non tenesse anche stoffe di filo; e poi bollare, registrare, sindacare; e tutto con comminatoria di sferza, corda, prigione, delle pene insomma che i ladri cansavano. Nel 1588 si proibì di portare le sete fuor di Stato, sperando si convertirebbero in stoffe nel paese; e invece ne restò scoraggiata la coltura. Un grave dazio sull’indaco mandò in rovina i tintori. Una grida del 1655, che pute dell’odierno socialismo, obbligava i negozianti a dar lavoro agli operaj, pena tre tratti di corda e ducento scudi d’oro.

In ragione dell’importanza e delle paure popolari, moltiplicavansi i provvedimenti intorno alle granaglie e agli altri viveri. Invece di moltiplicare i venditori e scemar le distanze, se ne voleano pochi e collocati in certi luoghi: i mugnaj non ardiscano di scaricare i muli nelle strade, nè sedere sui sacchi; facciano bollare ciascun mulo; non ritengano in casa crivello o buratto: gli osti non comprino vino se non quindici miglia lungi da Milano; nè se ne porti fuor di Stato senza consenso del governatore; nè si venda sui canti delle vie, ma solo in piazza del Duomo e in Broletto; e i facchini e brentadori non osino, durante i contratti, «nè accennare, nè far gesti, nè ricever denaro per onoranza o malosso, nè avvicinarsi alle bonze per dodici braccia». Non si possa tener pesci nè polli sul ghiaccio, perchè, «sebben paja che si conservino, ad ogni modo perdono della bontà loro». Obbligati i proprietarj a notificare il ricolto (stando a quelle notificazioni, non sarebbesi mai mietuto tanto da vivere sei mesi): proibito il farne prezzo sinchè non fosse segato e battuto: ci andava la vita a portarne fuor di Stato: empire ogn’anno con puerile previdenza i granaj a spese pubbliche: il frumento, comparso una volta sul mercato, non potesse più partirne se non venduto, il che obbligava a finte vendite: i fornaj non negoziassero di grano; andassero almeno dodici miglia di là da Milano a provvederne, nè più di quindici moggia per volta: i conduttori delle biade non andassero più di sei insieme: mille scudi di pena al fornajo che vendesse pane ad un possidente: — regolamenti tutti che, crescendo le angherie intisichivano il traffico. Ai quali se aggiungete gli abusi del vendere a grosso mercato la licenza di cuocer pane e quella di farlo calante un’oncia dal giusto peso; del volere i governatori o i comandanti di certe piazze esser soli a commerciar di frumenti, vi farà maraviglia che le carestie non fossero perpetue.

La moltiplicità e improvvidezza rendeva tali prammatiche inosservate, poichè l’uomo vessato ricorre a sotterfugi, a finzioni dove la lealtà non vale, a guadagni illeciti ove gli onesti sono turbati; e come sempre, gl’insensati ordini generavano l’immoralità e il delitto. Che più? lo comandavano; e per reprimere il contrabbando, che è l’inevitabile correzione alle assurde leggi di finanza, il governatore prometteva di poter liberare un bandito per qualsivoglia causa, ancora capitale, a chi prendesse e consegnasse un contrabbandiere o lo ammazzasse in flagrante, «cioè trovandolo a condurre grani fuori dello Stato, mentre non sia meno di stara quattro». Se non che la legge stessa ci assicura pomposamente, che non erano osservati questi ordini; che «nè pene nè provvisioni servono a frenare lo sfroso; che i commissarj se l’intendono coi contrabbandieri».

Conseguenza fu il deperire la popolazione, le manifatture, il commercio d’economia, l’agricoltura per mancanza di scorte e di capitali. La sola piazza di Milano nel 1580 facea contratti per trenta milioni; la filatura dell’oro e dell’argento vi dava un utile di ottocentomila lire; di tre milioni le stoffe di seta, di ottantamila l’argenteria. Ma dal 1616 al 24 in Milano mancarono ventiquattromila operaj; le sessanta fabbriche di panno furon ridotte a quindici. Mentre nel 1611 a Cremona trecencinquanta mercanti pagarono di tassa lire duemila quattrocencinquantuna, nel 48 erano ridotti a quarantaquattro, non in grado di darne seicentosessantuna; e la sua popolazione, di quarantaseimila teste ch’erano nel 1584, nel 1669 giungeva solo a tredicimila: le ventimila di Casalmaggiore a seimila e cento: trentamila pertiche di terreno lasciato alle inondazioni del Po; forse più a quelle dell’Oglio, del Serio, dell’Adda. E tutte le città potrebbero offrirci quadro somiglievole; sicchè nel 1668 il senato rimostrava al trono come fosse «interrotta la coltura de’ campi; gli abitanti, senza speme di meglio, profughi agli stranieri; la mercatura snervata dalle ingenti gabelle; Pavia, Alessandria, Tortona, Vigevano fatte un tristissimo deserto, vaste ruine d’edifizj; e il pane, fin il pane mancare ai contadini». V’accorgete che quel governo lasciava almeno la libertà del lamentarsi, e di fatto si stamparono moltissimi e consulti e ragguagli e grossi volumi a rivelar piaghe, alle quali non si pensava poi a rimediare o non si sapeva come.

Quando, il 30 marzo 1631, Filippo IV chiese come tornar in fiore lo Stato, i nostri risposero ch’era d’uopo: 1º dar dall’erario le paghe ai soldati; 2º ridurre l’interesse dei debiti pubblici; 3º togliere ai creditori de’ pubblici l’azion solidale per la quale potevano sequestrare i beni d’un qualunque individuo della comunità debitrice; 4º far concorrere ai pesi gli ecclesiastici; 5º adequare i carichi sproporzionati. Anche questi erano provvedimenti, e gli Spagnuoli s’accontentarono di sentirli: ma voi vedete che accennavano ai soli danni immediati: delle buone leggi, del togliere i vincoli e gli arbitrj, dell’assicurare le proprietà, del render pubbliche le tariffe, neppur una parola.

La legge mancava de’ suoi primarj elementi, uniformità e sicurezza d’applicazione, essendone eccettuati ora i militari, ora i preti, ora i nobili, ora i membri d’alcune corporazioni, ora gl’impiegati di Corte; ad alcuni pesi rimanevano sottoposti i contadini, non i cittadini, ad alcuni il forestiero non il naturale, ad alcuni l’abitatore soltanto del tal paese; v’avea luoghi dove l’ammogliato pagava diverso dal nubile o dal vedovo, il massajo dal capocasa e dai famigli; l’imposta si misurava ove dal sale, ove dai cavalli d’alloggio; talvolta i vivi doveano contribuire pei morti, i presenti pei fuggiti. Prestabilito che siano allo Stato più utili gli abitanti delle città che non i campagnuoli moltissimi favori serbavansi a quelli, metà del grano raccolto dovea portarsi in città, e quello presentatovi una volta sul mercato non si potea più ritirare. I gran signori pretendevano immune la propria casa e il contorno di essa, e fin i luoghi e le botteghe dove esponessero il proprio stemma; lo pretendevano tanto più gli ecclesiastici; e non solo le persone e le case loro e le chiese coi sagrati, ma volean salvo dalla giustizia secolare e dalla finanza fin chi andasse a braccio con loro; anzi Federico Borromeo avea proposto di sottomettere al fôro ecclesiastico tutti i membri delle confraternite, il che avrebbe sottratta al braccio secolare l’intera popolazione.

Al tempo dell’arcivescovo Litta, un sicario presso San Giorgio in Palazzo uccise il cavaliero Uberto dell’Otta; e preso, non potè dire da chi fosse incaricato de! colpo, perchè il commitente che l’avea menato dal Bergamasco, eragli ignoto ed era fuggito. Si sospettò d’un Landriani, allora in lite col dell’Otta, il quale inseguito fuggì in chiesa di San Nazzaro: ma per ordine del governatore fu strappato di là, anzi dall’altare. Allora il Litta a lamentare la violata immunità; non ascoltato, minacciò interdetti, e fece intimare un primo monitorio, poi un secondo senza effetto; il terzo fu stracciato dagli alabardieri, e ferito il prete che lo portava. S’invelenisce dunque la cosa: il governatore Ponce de Leon minaccia far appiccare il Landriani alla porta dell’arcivescovo s’egli fulmina la scomunica: infine il presidente Arese si mette di mezzo, mitiga di qua, di là; ma a poco riusciva, quand’ecco alla corte del governatore si presenta una gran dama in un tiro a sei, e al governatore dichiara aver ella stessa fatto uccidere il cavaliere per un insulto avutone, e si ritira; sicchè il Landriani fu rilasciato.

La nobiltà, adottato il fasto spagnolesco, credette avvilimento l’occuparsi dei traffici, onde ne ritirò i capitali per investirli in beni sodi, incatenava le sostanze in maggioraschi e fedecommessi, e circondata di superbia e di privilegi, o eludeva con questi la giustizia, o l’affrontava a viso aperto. Tolta la vita comune, meriterebbe studio la storia delle famiglie, che, a differenza d’oggi, erano ancora qualche cosa nello Stato. L’autorità attribuita dalla costituzione comunale, gli estesissimi poteri del senato, l’arbitrario riparto delle gravezze, davan modo ad alcune d’arricchire; le quali poi prendendo appalti, facendo prestiti, comprando regalìe, venivano a impinguare smisuratamente. Le leggi sulle primogeniture e i fidecommessi impedivano lo spezzarsi di tali fortune: la vanità di dar lustro alla famiglia induceva i collaterali a cumular le fortune sopra un figlio solo. Così i nobili vennero a formare una specie di dominio sul popolo, il quale consideravasi suddito ad essi piuttosto che al re; ed avrebbero potuto facilmente mutar lo stato, se di quella condizione non avessero tratto tanto profitto, da non desiderare di cangiarla.

L’uso non permettendo d’impiegare gl’ingenti capitali nel commercio, doveansi erogar in lusso e fabbriche e splendori principeschi; orpello sulla loro nullità. Tutti voleano abitar riccamente, villeggiare suntuosamente, arricchire la propria parrocchiale e le cappelle avite o i sepolcri; e profondeano in beneficenze, per le quali rimangono benedetti fin ad oggi. Molti dei letterati, moltissimi de’ prelati erano di famiglie principali; i più studiavano di legge per patrocinare gratuitamente e farsi scala alle magistrature; altri attendevano alla medicina, il cui esercizio fu dimostrato con lunghi e serj trattati non degradare dalla nobiltà. Compravano dall’erario paesi e terre, sulle quali poi erano quasi sovrani, salvo soltanto la superiore giustizia del senato[46]. Ciascuna famiglia conservava alcune distinzioni sue proprie, tradizionalmente arrivate dal tempo che lo Stato era un aggregato di famiglie: per esempio, a Milano i Confalonieri addestravano l’arcivescovo quando entrasse, e gli portavano il baldacchino; ai Litta incombeva in quell’occasione fare spazzar le strade; de’ Serbelloni dovea uno aver parte a tutte le ambascerie, e andar incontro al governatore fino a Genova, portavano lo stemma della città, e davano doppio voto nel Consiglio de’ sessanta; i Pusterla possedeano trentacinque ville, e in città un quartiere intero. Gian Pietro Carcano lasciò morendo un bambino di tre anni, e dei diciotto che gli mancavano a uscir di pupillo, volle che le rendite andassero per un terzo alla fabbrica del Duomo, uno allo spedale di Milano, uno in istituzioni pie: e la sola parte che toccò allo spedale bastò a fabbricare il gran cortile e le sale che vi rispondono. Bartolomeo Arese, presidente e figlio d’un presidente del senato, possedeva forse un ottavo della Lombardia, e dopo fabbricato palazzi e ville e chiese e monasteri, lasciò di che arricchire le due famiglie Litta e Borromeo[47]. Uno di questi ultimi tramutava un nudo scoglio del lago Maggiore nella deliziosissima Isola Madre, opera da re.

Ma non era una nobiltà d’antica giurisdizione, sibbene costituita su brevetti regj, e perciò impotente contro il sovrano; e la sua ingerenza riducevasi a raccomandazioni, appoggi di parentela e di clienti, assistenza di corpi e di denaro. Quelli che non si buttavano in chiassosa rivolta contro la legge, empivano la vita con puntigli d’onore, di cerimonie, di comparse, e spuntar un impegno, e vendette calcolate ed ereditarie, e protezione a ribaldi. Perchè il lustro domestico non si eclissasse, nella propria famiglia rendeansi tiranni condannando i figliuoli ai chiostri o ad una povera e indecorosa dipendenza, acciocchè il primogenito potesse grandeggiare. E perchè a ciò mancavano altre occasioni, e la stima misuravasi dalle spese, si ostentava un lusso stranamente repugnante colla pubblica miseria; e cocchi, e torme di servi, e sfarzose villeggiature, e caccie strepitose, e imitazioni di Corte attestavano la distanza del nobile dalla plebe[48]. Il signore per quel lusso, per un errore, per un evento straordinario scarmigliava i suoi affari? non poteva racconciarli col vendere una parte della sostanza, giacchè era legata in primogenitura e fedecommessi; onde dovea intaccar il capitale circolante, e spogliar i campi delle scorte necessarie, o in casa sottigliare sulle prime necessità, producendo quel misto di magnificenza e di lesineria, che è carattere di quell’età.

Altri valeansi dell’accidia del Governo per insolentire sovra la miserabile plebe, e cinti da uno stuolo di bravi, entro un castello sorgente in mezzo alle loro possessioni, o fra i monti, s’un fiume, a cavalcione del confine, viveano come piccoli principi, tratto tratto venendo a battaglie col prepotente contiguo, più spesso concertandosi seco per la reciproca sicurezza, e per meglio tiranneggiare i vicini e sbravare l’autorità, in onta della quale talvolta assalivano i ministri, rapivano i podestà, bastonavano gli sgherri, traversavano a suon di trombe le città. In queste ciascun palazzo era un fortalizio, e protetto dal diritto d’asilo, da robuste porte, da servi; ricoverava non solo il facinoroso padrone, ma i suoi aderenti e quella clientela di bravacci. Chiassose gride riboccano d’intimazioni contro persone anche di gran famiglia; i Martinenghi di Brescia, i Visconti di Bregnano, i Benzoni di Crema, i Seccoborella di Vimercato, i Barbiano di Belgiojoso, i conti di Parco, i Torello, i Tiene, un marchese Malaspina, un marchese Spigno, i cavalieri Cotica e Lampugnani, ed altri illustri che esercitavano in scelleraggini il valore a cui erano mancate migliori occasioni.

Coll’indossare la loro livrea e prestargli il braccio, alcuni malfattori assicuravansi l’impunità; altri armati da capo a piede, con folti ciuffi, spettacolose barbe, scorreano il contado taglieggiando, invadeano fin le borgate. Il Governo gl’indicava a centinaja alla privata vendetta, eccitando i singoli cittadini ad assalirli, ucciderli e così meritare un premio: ma la ripetizione delle minacce ne attesta l’inutilità; mentre la vicinanza de’ confini forestieri dava ai banditi agevolezza di scampo. Crebbero dunque sempre più di numero e di baldanza, tantochè nel 1663 fu permesso ad ognun di tener fucili per arrestarli, promesso trecento scudi a chi ne ammazzasse uno; s’istituì contro di essi la guardia urbana; si posero sentinelle sui campanili per annunziare il loro accostarsi: «eppure ogni giorno, anzi ogni ora s’intendeva di costoro omicidj, svaligiamenti, rubamenti di case, secrilegi, violenze, non pur nelle ville e luoghi aperti, ma nella città ancora; e tanto più si confidano a tanti misfatti, perchè sicuri d’essere ajutati da’ capi e fautori loro, e che mediante le astuzie che usano, e le pratiche e intelligenze che professano aver coi notari, bargelli, birri, sperano debbano i delitti rimanere occulti, ed essi impuniti»[49].

Eppure v’avea molti soldati: ma questi erano un nuovo flagello del paese, a difendere il quale erano inetti; alloggiati per le case, malmenavano rubando e violando; spesso non ricevendo le paghe, se ne rifaceano sui tranquilli abitanti; sperperavano il paese o alla cheta coll’esigere braccia, carri, foraggi, o dandosi baldanzosamente a saccheggiarlo. Finita che fu la guerra del Piemonte, molti corpi spagnuoli licenziati si ritirarono nel contado del Seprio e sul territorio di Gallarate, vivendo di ruba, assalendo le terre, e tenendo Milano in lunga angustia, finchè s’impose una taglia di centomila scudi, mediante la quale essi contentaronsi di venir innestati alle guarnigioni imperiali. Contro di loro il governatore Leganes diede un bando severissimo[50], ma inefficace, poichè egli stesso, dieci mesi dipoi, ne discorre di «doglianze che da tutte le parti dello Stato ogni giorno gli vengono fatte»; e i suoi successori replicano tratto tratto la formola stessa, a provarci in che conto si dovessero tenere le milizie d’allora.

Fra tali elementi chi non soverchiasse dovea vedersi soverchiato da moltiplici tiranni; non si potea evitar la violenza che coll’usarla, non gli oltraggi che col commetterne. Gli animi erano resi selvaggi e ferini dallo spettacolo della tortura, che su per le piazze continuamente applicavasi, anche per correzione e da minori magistrati; dai frequenti supplizj della fustigazione, del tanagliamento, della mutilazione, della forca, del fuoco, esacerbati ad arbitrio del giudice, e perfin del carnefice.

Era naturale che gli studj deperissero. «Quasi (dice il Ripamonti) tra sè facessero a pugni le lettere e la santità della religione, erasi dismesso il buon latino; senz’arte d’umanità, uno squallido gergo offuscava le scienze, solo dirette al vil guadagno ed all’ambizione. Cittadini e nobili non coltivavano più le pulite lettere: alle leggi e al diritto davasi mano unicamente per conseguire magistrati, ricchezze, comandi: ed i volumi de’ giureconsulti, siccome colle molteplici leggi turbarono ed impacciarono il genere umano, così sbandirono il buon sapore della latinità, nelle epistole e nelle magnifiche risposte nulla tenendo di decoroso e d’antico: peggio i medici. Non v’avea trattenimenti od accademie da occupar pubblicamente tanto popolo e clero: licei della gioventù civettina erano le piazze, le pancacce, le botteghe, frivoli giuochi, cavalcate, altri elementi della pigrizia. Tra la quiete avvezzandosi a delicature e comodi, l’ozio e l’inerzia debellavano chi debellò eserciti potentissimi: i cittadini nostri non solo avendo cumulati e cresciuti, ma anche inventati nuovi piaceri fra la lunga pace, fiacchissimi traevano l’età, dimentichi del sapere e della via stretta che mena alla salute. La plebe poi, restìa ai precetti del vero, accorreva sempre là ove fossero guadagno, giuochi, azzardi, balli, tripudj, principalmente ne’ dì festivi. I prepotenti nobili, la gioventù loro futura erede, intendevano l’animo alle ricchezze, ed a quelle cose tra cui si sciupano le ricchezze e si volgono in vizj la fortuna e l’alto animo; onde nimicizie e uccisioni. I cherici, dati al mercatare ed alle donne; alcuni armati, i più semitogati, socj e ministri de’ laici, e partecipi dei peccatori, anzi maestri di peccato, trascurando i tempj e le sacre cose, e facendo tali opere, che il tacerle è bello»[51].

Così sventure ignote alla storia straziavano ciascuno in seno alla propria famiglia, abjettivano il sentimento, spegnevano ogni magnanima risoluzione. Quindi la crudele ignoranza e la ricca indolenza; quindi i nobili tiranneggiati e tiranni a vicenda; quindi viltà negli scrittori, tra la noja de’ quali non appare generosa opposizione agli ingiusti voleri; nessuna premura di rammentare ai posteri come, prima la nazione, poi l’individuo patisse senza colpa e senza vendetta. La plebe poi, sentenziata all’ignoranza, al bisogno, all’improba fatica, e in conseguenza alle colpe, precipitavasi a subugli, non per verun alto fine, ma per avere a miglior patto il pane, meno ingorde le gabelle.

Ne’ paesi governati a repubblica, le classi erano state uguagliate per modo, che niuna rimase privilegiata se non per concessioni regie, le quali poteansi abolire col diritto onde erano state concedute. Ne’ paesi invece di governo regio, que’ privilegi di corpo si saldarono, perchè derivati dall’indole stessa del popolo e dalla sua storia. Di qui gran differenza tra la Lombardia e il regno di Napoli, dove Carlo V non avea distrutto gli ordini d’antica derivazione, l’importanza de’ tribunali, le grandi dignità della corona. Per amministrarlo in tanta distanza dalla capitale, vi si mandavan dei vicerè, de’ quali è quasi tipo don Pedro Alvarez di Toledo (1532-53), padre del famoso duca d’Alba. Spagnuolo nel fondo dell’anima, tale avrebbe bramato ridurre l’Italia, e delle ruine di questa costruire una provincia spagnuola. Rassettò il reame da quarant’anni di scompigli, attendendo soprattutto a reprimere le violenze private, e sistemare la giustizia. Col voler vedere tutto e a tutti dare udienza, tolse ai subalterni la baldanza dell’impunità; levò le armi dalle case; represse i conflitti e i frequenti ratti, morte intimando pel furto notturno, pel duello, per chi dopo le due di notte fosse trovato con armi, per chi usasse scale di corda; onde intrighi amorosi menarono al patibolo; morte a chi due volte spergiurasse. Una volta decretò che tutta Napoli mangiasse pane fatto di tuberi di pamporcino, poi sospese dicendo aver voluto sol farne prova per un’occorrenza. Abbattè lo scoglio di Chiatamone, e i portici e le trabacche delle vie, tane d’assassini e di prostitute; queste raccolse in prefissi luoghi; represse i vendemmiatori, che in autunno andavano dicendo insolenze o disonestà a chi incontrassero[52]; le ciambellerie che frastornavano le prime sere delle vedove rimaritate, come gli schiamazzanti piagnistei delle esequie. Gli Ebrei, quivi accorsi viepiù dopo cacciati di Spagna, egli espulse per condiscendere a coloro a’ cui interessi nocevano; e perchè allora crebbero gli usuraj, pensò ripararvi istituendo il Monte di Pietà. Procurò buona moneta e proibì di portarne fuori del regno: per bastare all’avida guerra, riordinò la regia camera. Volle i preti usassero sempre abiti ecclesiastici; portandosi il viatico s’uscisse con pallio e torchi, ed egli stesso colla Corte l’accompagnava spesso.

Per renderla degna metropoli, cinse Napoli di nuove mura, ingrandendola di due terzi col racchiuder parte del monte Sant’Elmo secondo i nuovi ingegni militari, e con una cisterna che eguagliava la Piscina Mirabile di Baja; aperse la via Toledo, ampliò l’arsenale, condusse fontane, istituì lo spedale e la chiesa di San Giacomo apostolo, ove preparossi il sepolcro per opera di Giovanni di Nola, il migliore scalpello d’allora; sanò le paludi che infestavano Terra di Lavoro, con un fondo per conservarne lo smaltitojo. Difese le coste dai Turchi con fortini, con baluardi le città, sicchè la gente cessò di affluir a Napoli e lasciar deserta la campagna; altri munimenti pose negli Abruzzi e a Capua; e mentre gli abitanti, sgomentati dai sussulti e dalle ceneri pioventi, voleano abbandonar Pozzuoli, e’ vi fece strada, palazzo, torre, fontane, bagni, impedendo così che perisse come Cuma e Baja.

Per tutto ciò e per le guerre ricorrenti dovette gravare i sudditi; e mentre erasi convenuto con Carlo V che ogni fuoco pagherebbe sol mezzo ducato, fin due se ne dovettero allora, oltre i donativi. Nel rendere giustizia non badava ad asili o a privilegi di classe; inviò al supplizio uomini principali, come il commendatore Pignatelli, che fidato nelle aderenze, avea fin allora sfidato la giustizia e punito i querelanti; un conte di Policastro e un Mazzeo Pellegrino fece decapitare nel largo di Castello, per quanto esorbitanti somme offrissero; anzi neppur la forca risparmiò a’ nobili; ne fece scannare da un suo servo tre giovanetti per aver investito birri che arrestavano un povero; mandò soldati che la figliuola del principe Stigliano, fidanzata a suo figlio[53], levassero dal monastero ov’era rifuggita; e un ambasciadore ebbe a scrivere che ottantamila persone perissero per man del boja, lui viceregnando.

L’eletto del popolo, il quale richiesto dall’imperatore sulla condizione de’ Napoletani rispose che, per tenerli contenti, bisognava procurare abbondanza senza angarìe, e che ciascun mangi al piatto suo colla debita giustizia, e che si togliessero le nuove gabelle messe dal vicerè, fu deposto. Il marchese Del Vasto, il principe di Salerno e molti baroni decretarono a Carlo V l’inaudito dono di un milione e mezzo di ducati, affinchè rimovesse il Toledo: ma ciò valse a saldarne l’autorità, che tenne per vent’anni, finchè, nell’imprendere la guerra contro Siena, morì.

Fu imitato dai vicerè successivi[54] nel moltiplicare opere edilizie. Il duca d’Alcala (1559-71) aperse la via da Napoli a Reggio, alla Puglia, a Pozzuoli; e nella capitale quella da porta Capuana a Poggio reale ed a Capua, e la fontana del Molo coi quattro fiumi; i ponti della Cava, di Fusàro, del Lagno, di Rialto, di Sant’Andrea. La porta Pimentella in città e il forte Pimentello all’isola d’Elba, la porta e la fontana Medina e il palazzo a Posilipo, ricordano il nome d’altri vicerè. Il ponte di Pizzofalcone è dovuto al marchese di Monterey. Il conte d’Olivares fece granaj e acquedotti, il conte di Lemos il palazzo reale, suo figlio quel degli studj, sempre coll’opera di Domenico Fontana, s’aprì con solennità straordinaria quell’Università, con statuti e insegne, e che le cattedre si conferissero per concorso e disputa. E tutti i vicerè furono insigni nella prudenza civile, di tutti le prammatiche sono quel più savie che si potesse aspettare, tutti distrussero i giuochi e i banditi, tutti prevennero le carestie, se crediamo al Giannone anzichè ai fatti.

Essi doveano in certi casi aver il parere d’un consiglio collaterale di giurisperiti, tre spagnuoli e otto italiani, con un segretario di Stato; e poichè in questo consiglio vennero assorbite le antiche attribuzioni degli uffizj di Stato e di Corte, gli affari tutti vennero sotto la mano del vicerè. Come gran connestabile egli comandava all’esercito, avea Corte propria con un gran giustiziere per le cause criminali, civili, feudali; un grande ammiraglio; un gran camerlingo sopra le rendite e spese; un gran protonotaro, custode delle regie scritture, e primo a parlare nelle assemblee; un gran cancelliere guardasigillo; un gran siniscalco, maestro della real casa, e soprantendente agli apparati, alle razze di cavalli, alle foreste, alle caccie.

In conseguenza, il carattere di ciascun vicerè contribuiva grandemente al pubblico stato, secondo erano guerreschi o pacifici, miti o fieri, lenti o solerti, progressivi o remoranti. Toccava ad essi proporre ai varj impieghi, molti de’ quali erano lucrosissimi; occasione di lauti mercati. Sempre forestieri, e inesperti delle cose nostre, appena cominciavano impararle riceveano lo scambio, onde diceasi che, dei tre anni che soleano durare, il primo usavano a far giustizia, il secondo a far denari, il terzo a far amici per essere confermati.

Secondo la riforma del Toledo, tre erano gli alti tribunali: il sacro consiglio di Santa Chiara che trattava gli affari in tre istanze, composto di dieci consiglieri italiani e cinque spagnuoli, uno de’ quali facea da presidente; la corte di Vicaria per le cose criminali, e per l’appello delle civili; la camera regia per gli affari fiscali. Seguivano tribunali minori, e vicarj nelle diverse provincie.

De’ pubblici uffizj parte si vendeva, parte era conferita ad intriganti: Filippo IV metteva in vendita sin il diritto più prezioso, quello della giustizia «perchè conveniva al suo servigio l’ammassare il maggior denaro possibile»[55]. A volta a volta di Spagna erano deputati visitatori, con facoltà estesissime, talora fin indipendenti dal vicerè; e il popolo reputavasi beato quando li potesse ottenere forestieri: tanto malfidava dei proprj.

Il parlamento coi tre bracci continuava, come in Sicilia e in Sardegna; ma il clero fu tenuto umile, e fra gli altri ordini si seminarono gelosie coi titoli e col fasto, per indebolire l’opposizione.

I quali ordini erano i baroni o feudatarj, i nobili e il popolo. Re Martino moltissime terre infeudò, che invano volle redimere dappoi; re Alfonso vendeva e investiva per alimentare la guerra di Napoli; talchè di mille cinquecencinquanta Comuni, appena centodue rimanevano demaniali, e qualche barone possedeva sin trecento terre. Gli Spagnuoli perseverarono nel pessimo sistema, onde nel 1559, di mille seicendiciannove Comuni, soli cinquantatre appartenevano al dominio regio, e nell’86 soli sessantasette dei mille novecensettantatre, non computando i casali e i villaggi sprovvisti di rappresentanza municipale. Qualche grosso feudo era ricaduto alla Corona, come il ducato di Bari, dal tempo di Francesco Sforza appartenuto alla famiglia che dominò Milano, fin alla morte di Bona Sforza regina di Polonia, che lo lasciò a Filippo II col principato di Rossano: ma ne rimanevano d’importanti, come il principato di Salerno dei San Severino, quel di Taranto degli Orsini; i quali possedeano ben quarantaquattro luoghi negli Abruzzi, trentaquattro i conti di Celano, venticinque quei di Matera, e molti gli Acquaviva, i Caracciolo, ecc. Erano anche alcuni feudatarj stranieri, come i Farnesi di Parma principi d’Altamura in Apulia, e duchi di Civita di Penna negli Abruzzi; i Medici principi di Capestrano; i Gonzaga principi di Molfetta e duchi d’Ariano; i Cibo duchi d’Ajello.

Il Governo mal volentieri divideva l’autorità coi feudatarj, tanto più che recavano ostacolo all’esazione delle imposte, eppure la necessità di denaro obbligavalo a crearne di nuovi. Carlo V avea permesso ai Comuni di riscattarsi, e ridursi sotto l’autorità della corona; e molti il fecero a prezzi enormi, come Amalfi per duecensedicimila censessanta ducati, per cendodicimila Soma sul Vesuvio: per ciò doveano far debiti, e per pagarli ipotecavano o i beni comunali o qualche gabella o infeudavano parte del territorio, sinchè poveri e assediati si rivendeano, fortunati se cadessero in un buon signore. Lo stesso Governo talora dava in feudo quelli ai quali avea già venduta la libertà, se pur non potessero conservarla col pagarla quanto il fisco avrebbe potuto trarre dal venderli.

Ai baroni competeva il mero e misto imperio, e non solo alle antiche case, ma a ventisette nuove, poi a molti prelati, che l’indicavano col tenere la forca piantata. Essi giudicavano pure delle cause civili, e nominavano i magistrati, avendo così in arbitrio sostanze e vita dei cittadini. I dipendenti doveano macinare al mulino signorile, e far pane al suo forno, non vender vino, non viaggiare senza licenza del feudatario. Il 29 marzo 1536 l’imperatore avea stabilita una commissione per esaminare senza appello i doveri de’ vassalli: ma le carte presentate dai Comuni non furon rese che sotto il regno di Murat.

Le grandi cariche per lo più erano ereditarie, o comprate come titolo nelle famiglie: così erano connestabile un dei Colonna di Paliano; gran giustiziere uno dei Piccolomini di Amalfi, poi de’ Gonzaga di Molfetta, infine gli Spinelli di Fuscaldo; grand’ammiraglio i Cardona; camerieri i d’Avalos e i del Vasto; protonotaro i Doria di Melfi; cancelliere i Caracciolo d’Avellino; siniscalco i Guevara di Bovino. Nella prima metà del Seicento moltissimi titoli furono venduti a gran prezzo; e nel 1675 v’avea cendiciannove principi, cencinquantasei duchi, censettantatre marchesi, innumerevoli conti. I nuovi nobili erano esosi ai nobili vecchi che ne rimaneano scassinati. Per ottenere que’ titoli caricavansi d’imprestiti opprimenti, intentavano processi, eternati dai troppo famosi causidici, e così tornavano poveri e vanitosi.

Gli abitanti di Napoli erano distinti in nobili e popolo: questo era partito in ventinove piazze, dette anche ottine perchè ciascuna eleggeva otto cittadini, specie di municipio con un capitano; i nobili erano distribuiti nei seggi di Nido, Capuana, Montagna, Porto, Portanuova, forse ai primi due spettando la nobiltà feudale o il baronaggio, agli altri i semplici nobili. Altri sopravvenuti che non poteano scivolare fra’ nobili, rimasero col popolo, e lo ajutarono ad acquistar diritti esso pure e una rappresentanza in urto coi nobili; i quali spesso sostenevano un punto, unicamente perchè avversato dal popolo, e viceversa. Ciò interveniva principalmente in occasione dei donativi al re, coll’abbondar dei quali un ceto compravasi la benemerenza regia a carico dell’altro: invidie delle quali già aveano fatto profitto gli Angioini e gli Aragonesi, e continuarono gli Spagnuoli.

Cinque eletti o sindaci toglievansi fra i baroni, ed uno fra i cittadini, il quale s’intitolava eccellenza; veniva investito nel giorno del Corpus Domini, e godeva molta autorità; voto pari ai deputati della nobiltà; rendea ragione in affari di polizia, nominava i soprantendenti ai dazj, e il notaro della città; e ritraea grande autorità dal rappresentare tanta popolazione, della quale era il tribuno, e talvolta il martire. Nella carestia del 1582 il vulgo ne imputò l’eletto Starace, e trattolo dal letto ove stava infermo, a insulti lo trucidò. Il vicerè, col trarre a sè il diritto di scegliere l’eletto fra sei proposti, ridusse servile anche il rappresentante del popolo. Tutti insieme gli eletti vigilavano sui privilegi che Fernando il Cattolico e Carlo V aveano conceduti alla città, e che ciascun nuovo re confermava. Fra’ quali era, che i Napoletani potessero chiamare al proprio tribunale qualunque regnicolo, mentr’essi non poteano essere citati fuor del tribunale proprio[56].

Sempre più diminuiti di potenza esterna, i nobili la cercavano nelle cose municipali, in queste esercitando le gare e gli odj; e passo a passo i sedili eransi surrogati all’antico parlamento, che i vicerè più non convocavano se non quando non potessero ottener denaro dai sedili, unico titolo omai delle convocazioni, e che per conseguenza bisognava a ogni modo decretare. Raccolto, esponeansi i bisogni della corona: se rimostravasi come il paese fosse esausto, se ne conveniva, ma il servizio regio bisognare di quella somma, e non restava che a cercarne i mezzi, cioè votare una nuova imposta. V’era dunque una costituzione ma senza garanzia, potendo i vicerè eluderla, e arrestare i deputati dei sedili e fin gli eletti. Monterey li relegò per sette anni a Capri perchè aveano spedito alla Corte un ambasciatore a sua insaputa. Olivares ne fece arrestar due de’ più illustri. Lemos proibì ai sedili di raccogliersi senza sua special permissione. Benavente, per guadagnarsi il popolo, avea fissato il pane a sì vil prezzo, che la municipalità di Napoli dovette compensare i fornaj con duemila ducati il giorno. Gli fu mandata una deputazione, il cui anziano Cesare Pignatelli disse: — Se non fosse la letizia per la nascita dell’infante, noi saremmo comparsi in lutto»; e il vicerè rispose, non sapeva qual cosa il ritenesse dal gittarlo dalla finestra, e gl’inflisse l’arresto in casa. Nel 1625 il duca d’Alba impose una straordinaria tassa di due carlini per fuoco, senza tampoco sentire i sedili; e sapendo voleano mandare una deputazione al re, chiamolli, e intimò che, se lo facessero, «taglierebbe loro la testa e se la metterebbe sotto i piedi». Nel 1638 al duca di Medina si spedirono frati e donne perchè desse ascolto alla deputazione della città: ma avendo in questa lo storico Capecelatro parlato francamente, fu punito in ottocento ducati e otto giorni di arresto, oltre una procedura criminale che poi fu sopita. Le deputazioni, se potean giungere alla Corte, bisognava se l’ingrazianissero con qualche grosso donativo, e il più che ottenessero era lo scambio del vicerè.

Il Monterey, passionato pei drammi, quasi ogni giorno ne volle, or pubblici, ora in Corte o nelle case de’ nobili; e in teatro l’insolito comodo d’una loggia unicamente per sè e sua moglie; in ogni solennità ripeteansi, e principalmente nella notte di Natale «al levarsi da uno spettacolo andò alla messa, mescolando i santi misteri colle favole degl’istrioni» (Capecelatro). Andando in feluca verso Mergellina e Posilipo menava seco due portenti di quel tempo, Ciucio Pulcinella e Ambrogio Bonomo Coviello, attori che traevano alle loro buffonerie tutta Napoli. Una compagnia spagnuola, venuta a recitare nel 1636 a spese di lui, costò pel solo viaggio quattro in cinquecento ducati: e perchè nessuno andava allo spettacolo, il vicerè ordinò che tutti gli uffiziali e impiegati vi assistessero giornalmente, o si riterrebbe un tanto sul loro soldo. Talmente s’abbandonò a tal passione, che mandato poi a guerreggiare in Portogallo, sottraeva la paga ai soldati per stipendiare commedianti.

Un’altra passione avea, quella de’ quadri; perocchè l’arte di Verre fu un nuovo erpete del viceregno, volendo gli Spagnuoli arricchire i loro palazzi di Madrid con capidarte italiani. Il Medina ne tolse quanti potè alla città, e fra gli altri la Madonna del pesce di Rafaello; e perchè il priore di San Domenico reclamava, lo fece da cinquanta uomini a cavallo accompagnare ai confini: levò dalla chiesa stessa un quadro di Luca di Leyda, da Santa Maria della Santità un Rafaello, un Giulio Romano dagli Incurabili; compensando colla fontana che porta ancora il suo nome. Altrettanto usò il Monterey: don Pedro d’Aragona portò via anche sculture, e avrebbe levato la bella fontana di Domenico d’Auria a Santa Lucia se i pescatori non si fossero opposti.

La moglie del Monterey era sorella del conte duca d’Olivares, e perciò sublimando di pretensioni, alle dame ripeteva che a lei bisognava dirigersi, non al vicerè, chi volesse grazie; e quando una bella dama impetrò da questo un posto di giudice per suo marito, essa la battè colle pantofole, giacchè le pantofole non lasciava mai.

Far denaro, era il supremo se non l’unico scopo del Governo. La tassa de’ fuochi nel 1505 avea versato al fisco 393,517 ducati: quarantacinque anni dopo ne rendeva 700,000: e dopo altri venticinque, l’ambasciador veneto la valutava a 1,040,248; sicchè egli ragguagliava l’entrata del regno a 2,355,000 ducati, cui doveansi aggiungere 600,000 di donativo ordinario, 225,000 pei pascoli della Puglia, 214,500 per le dogane, 375,252 per la decima del clero. Poi nel 1640 la tassa dei fuochi era il doppio del 1505.

Carlo V aveva promesso e giurato che nè esso nè i successori metterebbero gabelle sulle Due Sicilie senza permissione della santa Sede; se il facessero, autorizzava il popolo a prendere le armi. Eppure nessun vicerè passò senza imposizioni, sempre più ingorde e irrazionali. Il Monterey riscosse per quarantaquattro milioni di ducati in gabelle straordinarie, per levare truppe a servizio del suo re. Il Medina succedutogli, per quarantasette milioni. Quando gli successe l’almirante di Castiglia, undici milioni di ducati d’oro assorbiva il solo interesse delle gabelle, il cui fondo era stato venduto a novantamila persone, talchè di quell’ingente esazione non un carlino perveniva all’erario. Egli ne sporse doglianze alla Corte, ma venutogli in risposta di mandare nuovo denaro, dovette imporre altre tasse per un milione e centomila ducati, levandole (giacchè più altro non rimaneva) sopra le pigioni. Tal susurro ne nacque, ch’egli stimò prudenza sospenderle; ma «i ministri spagnuoli, deridendo la timidità di lui, lo trattarono da uomo di poco spirito, inabile a governare un convento di frati» (Giannone), e gli diedero lo scambio.

La coronazione, le fascie d’un neonato, le pianelle della regina, la spedizione d’Africa, la guerra della Germania, le fortune e le disfortune erano titoli di donativi; a ciascuno metteasi la condizione di non aggiunger altro tributo, e subito se n’inventava alcun di nuovo. Nel 1643, dopo le gravissime sventure, si pagarono in donativi 11 milioni, o almeno furono decreti. Vorrebbesi che da Ferdinando I fino a Carlo II il regno consumasse 90,784,000 ducati in soli donativi, di cui 61,869,787 a carico de’ Comuni, 14,893,000 de’ feudatari 14,020,233 della città di Napoli, oltre 512 mila donati ai vicerè. Moltissimo fruttavano gli arrendamenti, cioè proibizioni d’olio, ferro, sale, seta, per asportare o importare i quali bisognava pagare. Le composizioni pei delitti rendeano da 60 mila ducati.

Le assurde leggi doganali spingeano al contrabbando, e questo rovinava gli onesti negozianti, mentre i frodatori côlti, o nella prigione si raffinavano al delitto, o si riduceano miserabili per riscattarsi. Oltre le esazioni, oltre i rubamenti dei vicerè e de’ loro aderenti, nei quali il re non avea colpa che di non impedirli, capitavano principi che bisognava festeggiare: poi alla loro partenza regalare i vicerè dell’aver sì bene amministrato.

Per far fronte a tante spese si vendevano le gabelle, togliendosi così il modo d’abolirle; poi per nuovi bisogni se ne creavano di nuove, da vendere anch’esse; si vendeano le terre demaniali; i Comuni si gravavano di debiti, e la sola città di Napoli dovea quindici milioni di ducati, il cui interesse pagava colle esorbitanti gabelle; s’introdusse la carta bollata alla maniera di Spagna; si trattò fino d’imporre un grano per testa al giorno ai centrentamila che vivevano alla giornata, uno e mezzo ai centrentamila che viveano di stato mediocre, due grani a’ titolati, gentiluomini, mercanti e altri lauti. Aggiungete le prammatiche sopra le vittovaglie; fin dal 1496 essendosi cominciato a determinare il prezzo del pane e dei maccheroni, bisognò somministrare farina e grani; e in paese pinguissimo si moriva d’inedia. — Qua spiritiamo dalla fame (scrivea un ambasciadore nel 1621); a mezzogiorno non si trova pane alle botteghe, perchè la plebe, all’alba, impaurita se ne provvede, e spesso di più del bisogno, e crede il vicerè voglia metter pena a chi ne piglia più dell’occorrenza quotidiana»[57].

Venduti feudi, titoli, terre, non restava che inventare nuove gabelle sulle frutte, sui capelli, sulle scarpe, sul pane, sull’uva secca, sulle ulive, sui legumi, sul cuojo, la seta, i vini e le botti, gli zuccheri, il sale, i salumi: insomma, com’ebbe a dire il Campanella, pagavasi fin per tenere la testa sul collo. Aggravj più pesanti perchè ne restavano immuni i nobili e il clero. Sotto tante esazioni bisognava gravarsi di debiti, e s’introdussero i Monti, cioè prestiti cumulativi, che cercavansi dalle università, dai Comuni, dai particolari, dai baroni, e che divenivano una nuova complicazione e un nuovo male.

E poichè l’esazione era difficilissima, si appaltavano, principalmente ai Genovesi. Questi attivissimi Italiani, di buon’ora e ne’ patrj commerci impratichitisi colle finanze, le esercitarono in tutti i paesi, e già al tempo di Filippo II aveano in mano tutte quelle del regno, e banche, carte dello Stato, debiti pubblici: piaceano alla Spagna perchè solidi; perchè inesorabili erano odiati dal popolo. L’Ossuna voleva che Naselli prendesse in appalto la dogana di Foggia; e perchè scusavasi in vista dei molti che già tenea, gli fu intimato uscisse di paese fra due giorni, pena la vita. Voleva un’anticipazione di ducentomila ducati sopra una gabella; e perchè gli appaltatori si scusavano, ne fece sequestrare provvisoriamente trecentomila ducati[58].

Al disordine delle finanze credeasi provvedere cogli infausti ripieghi di moneta bassa, di soldi sospesi agli impiegati, fin di misurare il pane alle famiglie[59]. Del contante provavasi tanta scarsezza, che nel 1573 si pagava il venti per cento; quattr’anni dopo il trentadue e mezzo sopra Roma; e nel 1621, il trenta per cento sopra Venezia (Bianchini). Quindi il mestiero della banca fruttava lautamente ai Genovesi; e fu considerato sventura pubblica il fallimento della casa Mari, che traevasi dietro tutte quelle di Napoli, se il vicerè non avesse per un intero mese dilazionate le scadenze.

Quando mancasse d’ogn’altro compenso, il Governo ricorreva ai prestiti forzati. Nel 1605 il Benavente ne impose uno alle banche, e poichè nicchiavano, cominciò a prendere sessantamila ducati sopra sei istituti di beneficenza, promettendo l’otto per cento.

La banca del debito pubblico trovavasi spesso in secco; nel 1622 il cardinale Zapata ridusse i capitali deposti a due terzi del valore; nel 1625 per più giorni si sospesero gli affari. Che più? Qualche Comune comprò il diritto di ribellarsi a nome del re, onde schermirsi dalle prepotenze del fisco.

Uno essendo l’esercito della monarchia spagnuola, soldati nostri guerreggiavano per tutta Europa, in Asia, in Africa, in America; mentre qui di guarnigione avevamo Valloni, Tedeschi, Spagnuoli. Quattromila pedoni sotto un maestro di campo e un auditore formavano il terzo di Napoli: la cavalleria contava mille corazzieri e quattrocencinquanta mila armati alla leggera[60]. Vuolsi che il Monterey in sei anni mandasse in campo quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento cavalieri, la più parte indigeni, con ducentotto cannoni, settantamila fucili ed altre armi e galere, navi di trasporto, munizioni ed ogni occorrente: e sul fine della sua amministrazione colpì la capitale con quindici milioni di ducati, che la più parte convertì in armamenti e soldi. Poi se si avvicinavano le flotte francesi, bisognava la città stessa si armasse a propria difesa.

L’Alcala istituì i battaglioni nazionali, per cui ogni cento fuochi doveasi dare quattro pedoni e un cavallo, formando ventiquattro o trentamila uomini, obbligati solo a servir in paese, e stipendiati in tempo di guerra. Re Alfonso I aveva introdotto cavalli di Spagna, donde le belle razze che finora non degenerarono.

Fernando il Cattolico credette favorire l’industria paesana col gravare l’importazione de’ panni, e soltanto per privilegio concedere a forestieri di quivi fabbricarne: e molto in fatto se ne lavorò a Napoli non solo, ma ad Aquila, Teramo, Ascoli, Arpino, Isola di Sora, Piedimonte d’Alife, e in Calabria. Crebbero poi le seterie, tanto che a metà della popolazione di Napoli davano occupazione di fabbricare stoffe d’ogni qualità, sino ai broccati d’oro, insegnati dai Veneziani; e moltissimi ne consumava la Corte e la nobiltà per abiti e per addobbi delle case. Non che però quest’industria si ampliasse mediante le nuove vie aperte al commercio e le agevolate comunicazioni, fu ristretta da improvvide prammatiche. Principalmente il vicerè duca d’Arcos nel 1647, oltre circuirla di mille ceppi, volle quel lavoro proibire alle provincie; e il vendere, tingere, tessere la seta fu riservato «a’ compratori e agli industriali della regia dogana di Napoli», a cui pertanto i produttori doveano vendere i bozzoli. Nel 1685 fu vietato d’introdurre invenzioni nuove in questa manifattura, nè si esponessero al mercato che stoffe lavorate al modo antico e cogli antichi prezzi.

Reca stupore che con tali provvedimenti non sia perita quest’arte; e qui dovremmo ripetere quello che dicemmo della Lombardia sull’improvvida azione governativa. Nel 1618 fu proibito, pena la galera, d’indorar quadri o altro, sinchè non fosse finito d’indorare il nuovo galeone. Per mille altre vaglia la grida che gli eletti della città di Napoli, conforme a molte precedenti, pubblicarono il novembre 1649, portante 1º che nessun tavernajo o venditore di vino a barili o a caraffe tenga o venda vini guasti, spunti, sbolliti, aversiti, aceti o d’altra mala qualità; 2º non mesca il vino mazzacane col vin vecchio; 3º non venda una sorta di vino per l’altra; 4º dia la giusta misura, con le caraffe zeccate dal credenziere; 5º non dia o venda pane minore della misura corrente, nè tenga pane fatto in casa; 6º non compri carne, trippa o altre merci in tempo di notte, ma solo un’ora dopo fatto giorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 7º non compri pesce in mare o in terra nel distretto di Napoli, nè di notte, ma vada comprarlo alle pietre alle ventitre ore di sera, o in quaresima un’ora prima di mezzogiorno, e nelle altre vigilie alle due dopo mezzogiorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 8º non venda nè giorno nè notte carne o pesce crudo, e neppur cotti da portar fuori; 9º non compri filetti di porco di notte, ma solo di giorno e dopo le diciannove ore». Ciascun punto è corredato di gravissime minaccie pecuniarie e corporali, «e altre pene a nostro arbitrio riserbate giusta li bandi antichi».

Di sì opportune coste, di sì grati terreni poco approfittavansi l’industria ed il commercio: le servitù rurali pregiudicavano all’agricoltura, e i pastori conducevano pochi armenti su campagne che sarebbero bastate a nutrire un popolo. Francesco Bobbi scriveva al duca di Firenze l’11 novembre 1549: — Le strade, non solo in questo regno, ma per tutto fino a Roma, sono rotte di sorte, che è impossibile senza una compagnia almanco di cento cavalli, che si possi andare di qui là».

Tornava pure di danno la moltitudine de’ frati, propagatori d’una devozione sragionata e d’un profluvio di miracoli, possessori d’immensi tenimenti alla campagna e di estesissimi quartieri in città, perocchè i legulei sosteneano che i proprietarj di case e terre confinanti a monasteri le dovessero ceder loro a prezzo di perizia. Udita quella miseria pubblica, fa meraviglia la ricchezza delle chiese, tra cui basti accennare la certosa di San Martino e la cappella di San Gennaro; la prima tutta a marmi intagliati e musaici, cogli altari di pietre fine, i balaustri di bei marmi e porfidi, e ogni cosa fiorami, rosoni, ghirigori; nell’altra in sole pitture si spesero trentaseimila ducati e un milione nelle altre opere, oltre l’inestimabile tesoro: pochi anni prima della sollevazione di Masaniello, ducentomila ducati vi si erogarono all’altare della Nunziata, macchinosa opera del Fanzaga; e tesori in un ciborio dei Teatini.

E veramente le spese delle congregazioni e l’ambizione de’ governatori davano aspetto di gran bellezza e magnificenza a Napoli. Al tempo del Monterey, questa avea ventimila fabbriche, quarantaquattromila fuochi, trecentomila abitanti; giornalmente consumavansi quattromila moggia di grano; ogni mese spendeasi trentacinquemila ducati in legumi e verdure; ogni anno centomila staja d’olio (6400 ettolitri), quindicimila centinaja di carne salata, ventimila di pesci, seimila di caci, centomila bestie da macello; da’ soli pubblici magazzini vendeansi annualmente trentamila botti di vino oltre il particolare. La gabella dei frutti rese ottantamila ducati. Alla dogana riceveansi da seimila casse di zuccaro, duemila di cera bianca, trecento di spezierie, ventimila centinaja di mandorle. Per panni forestieri spendeansi da quattrocentomila ducati, ducentomila per nostrali, trecentomila per tele di lino veneziano, ducentomila per olandesi, cencinquantamila per lavori d’oro, e d’argento. L’introduzione degli spilli guadagnava quarantamila scudi l’anno. Moltissimo usciva in oggetti di lusso, stoffe di seta e d’oro per abiti e per tappezzerie, ricami e simili. E bastava girar Napoli per accorgersi qual ricca città fosse: oltre gli operaj che menano le loro merci in piana strada, oltre quei che hanno manifatture in casa, in ogni via, in ogni viottolo trovasi una quantità di gente che accalcano, urtano, portano senza riposo: entrate nelle chiese dove si predica? vi trovate una folla di persone: andate ai tribunali? stupite di tanto rumore: le strade sono piene di gente a piedi, a cavallo, in carrozza, sicchè ne viene un ronzìo come da un alveare[61]. Ivi e commercio e uffizj dove guadagnare, largizioni da fruire, limosine e scrocchi da godere vi cresceano la popolazione; molte le case forestiere, principalmente di Genovesi, come gli Spinola, i Mari, i Serra, i Ravaschieri.

Ma questi incrementi erano a scapito delle provincie, abbandonate a sè. Il popolo dappertutto giaceva inerte, malvestito, malpasciuto, rissoso, pronto alle armi; eppur vile; e come chi sta male, desiderava le novità e le cose in aria, malcontento sempre del Governo, ma non del re; rispettoso a questo, non alla giustizia. Lo spergiuro e il testimonio falso era sì comune che, quando voleasi introdurre la santa Inquisizione spagnuola, si rimostrò che nessuno più avrebbe pace, attesa la consuetudine d’attestare la bugia. Il falsare monete e tosarle era pure divulgatissimo, e preti e frati e nobili e donne, vi si ingegnavano: sotto lo Zapata fu appeso alla forca Lisco di Ausilio, che a diciotto anni con quest’arte erasi formato un’entrata di quarantamila ducati.

I nobili si lamentavano di veder dati a forestieri tanti impieghi, creati per loro dai re antecedenti. Ma non aveano nè forza per contrastare alla Spagna, nè generosità per affratellarsi al popolo; e i puntigli d’onore non li rimoveano da bassi delitti; menavano lunghe brighe per titoli sonori o preminenze, o per ottenere di coprirsi il capo davanti al re, come i grandi di Spagna; faceansi vanto dell’ozio, vergogna dell’industria, non badando personalmente ai proprj interessi, ma a caccie, feste, esercizj cavallereschi; e col fasto puntiglioso allontanandosi più sempre dal popolo, colle aderenze lo tiranneggiavano; perchè un dottore non gli diè dell’eccellenza, il principe di Colla gli avventò un campanello, che andò a spezzar la testa ad un vecchio; votavano senza misura le imposte, da cui gli esimevano i privilegi, o che prendevano in appalto impinguandosi della miseria pubblica.

Quali costumi poteano aspettarsi da servitù accompagnata con disordine? Alle passioni violente e iraconde lasciavasi corso, non so se col proposito, ma certo coll’effetto di scomporre gli elementi della nazionalità; un Comune nimicavasi all’altro, famiglie a famiglie, città a città; degli antichi partiti aragonese e angioino si resuscitò il nome per rammemorare che si erano odiati una volta, e che doveansi odiare ancora. Lassi i legami domestici, se non quando si trattasse di sostenere puntigli. Donne di primarie famiglie non vergognavano d’essere le palesi drude del vicerè, come la marchesa di Campolattaro di casa Capua, la principessa Conca degli Avalos. Gl’intrighi delle viceregine aggiungeano viluppi alle avventure giornaliere, e qualcuna porgeva lezioni ed esempio di scandali: nel carnevale del 1639 la moglie del Medina diede in palazzo un ballo mascherato, ove essa e ventitre delle più belle figurarono in mitologica nudità. E balli e mascherate e teatri erano spassi desiderati dai vicerè; e nelle loro entrate, o negli avvenimenti della Corte «aprivansi le cataratte del giubilo per versarne torrenti di contentezza».

Alle cortigiane era vietato comparire per città in carrozza, nè in barca alla prediletta riva di Posilipo, pena la frusta; e il pernottare nelle osterie: ma grande n’era il numero, e frequentate le loro case da nobili, nuovo incentivo a baruffe e duelli e uccisioni, come le giostre, le corse, i combattimenti d’animali, le passeggiate, i corsi. Di duelli sono pieni i ricordi de’ tempi, sì da formarne il punto più rilevante nella vita de’ giovani nobili. Alcuni servivano nelle armi, i più alla Corte; ma in questa non trovavano nè splendore nè potenza quanto i Francesi; non avendo dinastia nazionale, cui consacrare la loro lealtà, riducevansi a corteggiare un vicerè straniero, effimero e subalterno anch’esso. Ricordavansi dell’età feudale, quando i loro padri somigliavansi a re? era solo per trarne frivole pretensioni; i vicerè piacevansi a mortificarli, e personaggi d’alta nascita sottoposero alle procedure e alle pene ordinarie, sostenuti per debiti, arrestati dai birri. Frequenti si ripetevano i bandi contro i giuochi di zara; eppure dai nobili avventuravansi centinaja di ducati sulle carte o sui dadi: nel 1631 Gian Giacomo Cossa duca di Sant’Agata ne perdè diecimila al tarocco; Vincenzo Capece si fece un’entrata d’oltre sessantamila ducati col prestare somme pel giuoco[62]. Oltre i ridotti privilegiati, vi servivano case particolari; e in quella del cavaliere Muzio Passalacqua, al tempo del secondo duca d’Alcala, Bartolomeo Imperiali perdè una sera seimila ducati: eppur era genovese, riflette il cronista.

Altri, rotta nimicizia colla società, si riducevano in bande, che protette da chiunque non voleva esserne straziato, taglieggiavano i viaggiatori, parteggiavano in quelle frequenti sommosse, e non che i birri, affrontavano anche i soldati. Verso il 1660 l’abate Cesare Riccardo uccise il duca di San Paolo, facea scorribande attorno a Nola, e fin in Napoli entrava e usciva sconosciuto, svaligiava i procacci bruciandone le lettere, impedì il trasporto della neve, e minacciò pur quello del grano se non gli si otteneva perdono. La costoro faccenda raddoppiavasi quando, in occasione di conclave, moveansi i prelati. Per reprimerli si nominò un commissario di campagna, che dovea provvedere con piena e sommaria autorità agli attentati in Terra di Lavoro, cioè ne’ dintorni della capitale; avventavansi gride civili e monitorj ecclesiastici, bandivansi taglie fin di trecento ducati per testa, affinavansi supplizj: ma come estirparli quand’erano protetti dai grandi che di loro si valevano? e qual giudice avrebbe osato condannare un nobile e nimicarsi tutta la parentela? I vicerè medesimi accettavano regali per tollerarli; poi o il papa o il granduca li prendeano al soldo per danneggiare i nemici. Urbano VIII gittò sul Sanese il Tagliaferro con una banda d’assassini: Ferdinando II granduca prese a servigio Cesare Squilletta, detto frà Paolo, il quale andò nel Regno a reclutare quanti banditi trovava: Giulio Pezzola ben cinquecento ne adunò, coi quali mise a ferro e fuoco sin i contorni di Roma; un Pagani ne portò un migliajo a devastare Rieti e Spoleto. Un nunzio si querelava che i monasteri fossero il più solito ricovero di costoro: i Benedettini di Montevergine ad Avellino vi teneano mano: e se la giustizia violasse gli asili, ne nasceano dissensioni fra le due autorità. Sotto il duca d’Alcala, Gian Vincenzo Dominiroberto barone di Pellascianello e capobande, essendo stato côlto in una chiesa, fu condannato a morte, per quanto il nunzio e il vescovo reclamassero la santità dell’asilo, e il vulgo mormorasse aspettandone la grazia.

Frequentissime rinascevano le quistioni giurisdizionali coi vescovi, caldeggianti le pretensioni curiali, e che non credevano necessario l’exequatur regio alle bolle di Roma; donde gravi sommovimenti. Gli avvocati, al solito, favorivano al Governo; il popolo stava per le libertà; e il Giannone declama vivamente contro le pretensioni dei frati e preti, che in forza della bolla In Cœna Domini resistevano all’aumento delle pubbliche gravezze; e dice che assolveano anche chi le fraudava, perchè imposte senza licenza papale[63].

Viceregnando il cardinale Granuela, un ladro fu côlto dai frati nella chiesa di San Lorenzo, i quali, ben bastonato, lo consegnarono ai bargelli dell’arcivescovo. Il sacrilegio era un caso misto, ove cioè presumeasi competesse il giudizio a chi preveniva: ma il Granuela, trattandosi d’un laico, chiese più volte il reo; e negandolo l’arcivescovo risolutamente, mandò a torlo per forza dalle carceri. L’arcivescovo fece dal vicario scomunicare chi avea tenuto mano a tal fatto, e il cardinale fece inchiostrare o stracciare i cedoloni della scomunica, e spicciato il processo, appiccare il reo; insieme ordinò al vicario uscisse dal regno, si arrestassero consultori, cursori, cancelliere, insomma chiunque avea avuto parte alla comunicazione della scomunica. In un caso simile a Milano, il papa avea preteso gli scomunicati andassero per l’assoluzione a Roma: Filippo II approvando l’operato del Granuela, vietò quest’umiliazione; onde il papa a lamentarsi e al fine contentarsi che ricevessero privatamente l’assoluzione.

I giureconsulti napoletani acquistarono gran nome col propugnare l’autorità regia; e il Chioccarello laboriosissimamente raccolse in diciotto volumi le scritture favorevoli alla giurisdizione principesca contro le usurpazioni clericali, e un’infinità di decisioni, massime della Rota romana e del sacro consiglio di Napoli; quistioni, controversie, consigli, allegazioni, con citazioni interminabili e conclusioni generali. Sull’orme di lui il Giannone informa de’ giureconsulti, professione moltiplicata siccome via d’onori e guadagno allorchè l’incremento degli affari e la complicazione delle leggi portò ad aumentar giudici, ruote, curiali. Le decisioni di Vincenzo De Franchis, reggente del supremo consiglio d’Italia, erano citate per tutta Europa.

Quei paesi diedero anche pensatori robusti, degni di stare fra i rinnovatori della scienza, siccome Bernardino Telesio, frà Giordano Bruno, frà Tommaso Campanella, dei quali a lungo parleremo (Cap. CLVIII). Quest’ultimo si occupò assai di politica e d’economia, favorendo la dominazione papale e la spagnuola; eppure è contato fra i martiri della libertà e dell’indipendenza nazionale. Perocchè da astrologie, dall’Apocalissi, da profezie di santa Brigida, dell’abate Gioachino, del Savonarola, di san Vincenzo Ferreri indusse che il 1600 porterebbe grandi rivolture nel regno di Napoli. Parlasse egli persuaso, o adoprasse le armi del tempo, trovò ascolto (1599), o di lui si valsero i maneschi per tentare novità in Calabria. Frà Dionigi Ponzio di Nicastro avea rotto la testa a un converso, disobbedito al superiore che lo relegava in un convento, preso le armi con banditi per vendicare l’uccisione d’uno zio: e fermato a Stilo, patria del Campanella, e udite le profezie di questo, le divulga in modo che sembra un turcimanno di lui, come altri banditi de’ quali il Campanella valeasi per combinare concordie. Fu dunque creduto cospirassero per la rinnovazione politica del paese, predicando una repubblica di cui sarebbero centro Stilo, e mezzi di riuscita la parola di trecento frati e quattro vescovi congiurati, e le armi di mille ottocento briganti; uccidendo chiunque renuisse, e nominatamente i Gesuiti. Il vulgo si persuade facilmente che un’oppressione venuta al colmo sia vicina a finire: le rivalità della Francia, che fomentava i malcontenti e gli ambiziosi, porgeano speranze; i cospiratori non isdegnarono ricorrere al bascià Cicala: ma eccoli prevenuti; arrestati quei che non poterono camparsi; condotti a Napoli sopra le galee, due furono squartati lì lì per esempio; altri arsi, impiccati, messi al remo.

Ai nostri giorni nella Vallintelvi sul lago di Como fu ordita una sollevazione da pochi preti contro Napoleone, certo men seria di questa, e i preti colti furono mandati al patibolo, quando appena meritavano l’ospedale dei pazzi. Ma allora gli ecclesiastici erano protetti dalle immunità, e i frati e il Campanella impetrarono d’essere processati dal Sant’Uffizio, anzichè da’ patrj tribunali. La cospirazione ebbe gli effetti soliti; fughe, morti, multe; il parlamento volle attestare la fedeltà del Regno col decretare al re un donativo di un milione ducentomila ducati, e di venticinquemila al vicerè che aveva campato il paese da tanto pericolo![64]

I guaj di Napoli erano comuni alla Sicilia, due cadaveri legati al medesimo patibolo. Si agitavano ancora le sorti italiane nel Cinquecento, e già quelle dell’isola erano state decise, toltale l’indipendenza, e anticipati i mali del servaggio, del quale parvero inseparabili le fami, le sollevazioni, i partiti di famiglia.

Ugo di Moncada storico, il primo che unisse il titolo di vicerè a quello di capitano generale del regno e delle isole, vide il popolo levarsegli in aperta ribellione, e lo represse atrocemente. Ettore Pignatelli mandato a scambiarlo, non potè indur pace, anzi col rigore esacerbò i tumulti a Catania, poi peggio a Palermo, ove Gian Luca Squarcialupo congiurò (1517), insorse, uccise i consiglieri, mise a tumulto e ruba tutta l’isola; nè il vicerè seppe opporvi che un’altra congiura, mediante la quale Guglielmo Ventimiglia riuscì a trucidare lo Squarcialupo e moltissimi faziosi: gli altri furono mandati al supplizio alla spicciolata.

Ne crebbero i rancori, e gli inveleniva Francesco I; Pompilio Imperatori co’ suoi fratelli, esclusi dal perdono, s’accordarono con Marcantonio Colonna per impadronirsi dell’isola, ma scoperti, diedero altre vittime ai patiboli. A Sciacca intanto fra i Luna e i Perollo ostinavasi da mezzo secolo una nimicizia, che poi proruppe in guerra aperta (1529) e ferocissime vendette, finchè i Luna dovettero rifuggire a Roma presso Clemente VII loro zio.

Nè mai l’isola s’incallì al giogo: poi rinnovavansi ogni tratto le correrie de’ pirati, le eruzioni dell’Etna, le devastazioni ora de’ masnadieri ora de’ soldati; sicchè il commercio interno era scomparso, le campagne a mare spopolate e incolte; e dopo speso a fabbricare fortezze, a munir coste, a regalare i soldati che difendeano, toccava di vedere il paese devastato nella peggior maniera.

Molto costava alla Sicilia il dominio delle isole, cioè le Gerbe, Malta, Gozo e la conquistata città di Tripoli; finchè Carlo V non cedette Malta ai cavalieri di san Giovanni, che dovevano fare ogni anno omaggio d’un falcone al vicerè di Sicilia. Questa diede denari ed uomini per fortificarvi la Valletta, e ajutare nella spedizione di Tunisi Carlo V, il quale al ritorno approdatovi, in Palermo giurò osservarle i privilegi, ed ebbe un dono di ducencinquantamila scudi. In fatto rimanevano intatti i parlamenti, col diritto di votare; e i re giuravano la costituzione, di modo che la nazione rimaneva distinta dal re.

Fin dal 1513 vi si era introdotta la santa Inquisizione, non repulsata come in terraferma, anzi creduta opportuna contro le esuberanze dei magistrati, talchè molti alla giurisdizione di quella si sottoponeano volontarj[65]. Presto cominciò ad operare, non solo indipendente ma come superiore al Governo; scomunicò perfino la gran corte e l’arcivescovo, e convenne che il governatore duca di Feria mandasse mille armati (1602) contro il palazzo ove i padri inquisitori s’erano afforzati. Non per questo si frenarono, e nel 1641 diedero il primo spettacolo d’un auto-da-fè sopra un francese Verron calvinista, un moro battezzato e relapso di nome Tedesco, e un Tavolara calabrese agostiniano. Frà Diego La Matina, uomo erculeo, condannato alla galera dal Sant’uffizio, si adoperò a pervertire i compagni; messo poi in carcere, spezzò le manette, e avventatosi sull’inquisitore venuto alla visita, l’uccise: per ciò condannato al fuoco, fu arso pubblicamente il 1658. Nel 1724 è memoria del supplizio di Gertrude Maria Cordovana, pinzochera Benedettina, e frà Romualdo laico agostiniano, rei di quietismo.

Il re aveva nell’isola anche autorità pontificale, in forza della così detta monarchia; e gravi cozzi ne nasceano colla Corte romana, attesochè i vicerè spesso ne abusavano, volendo a quel tribunale trarre le cause direttamente (per viam saltus), e non solo per gravame (per viam gravaminis); vi metteano giudici secolari; non soffrivano d’appellarsene a Roma; e Pio V e Gregorio XIII n’ebbero lunghe quistioni con Filippo II.

Nel 1558 vi fu istituito il tribunale del concistoro, poi riformati internamente i giudizj, coordinando gli appelli. Caddero allora i sommi uffizj della corona; e al gran giustiziere, al gran camerlengo, ai gran cancellieri si surrogarono i presidenti della gran corte, del concistoro, del patrimonio: restavano il gran siniscalco per mera onoranza, e il protonotaro che nelle assemblee prendea la parola a nome del re.

La feudalità, che Ruggero e Federico II si erano affaticati a svellere, vi fu consolidata dagli Aragonesi, che nella lotta voleano essere sostenuti dal favore dei Grandi. Re Giacomo alla sua coronazione creò quattrocento militi; più di trecento re Federico, e assai conti; e forse tre quarti de’ Comuni legaronsi in feudi[66]. Carlo V introdusse anche duchi e principi; e la nobiltà feudale vi conservava molta potenza. Il principe di Butéra, primo titolato di Sicilia, nelle solennità pubbliche inalberava lo stendardo regio, come succeduto ai gonfalonieri di Sicilia; poteva anche armare una compagnia di cavalli con trombe, tamburi, insegne, al modo stesso delle compagnie reali. Alcuni baroni univano in sè otto, dieci, fin venti signorie differenti. Tal era «Luigi Ruggero Ventimiglia e Sanseverino dei Normanni, degli Svevi e d’Aragona, per la grazia di Dio XXII conte di Ventimiglia, marchese di Lozana, delle alpi Marittime, conte d’Ischia maggiore, Procida, Lementini, XVIII conte-marchese di Geraci, principe di Castelbuono e di Belmontino, marchese di Malta e di Montesarcio, duca di Ventimiglia, barone di San Mauro, di Pollina, Bonanotte, Rapa, Calabrò, Rovitella, Miano, Tavernola, Plocabiava e Mili, primo conte in Italia e primo signore nell’una e nell’altra Sicilia, grande di Spagna di prima classe, principe del sacro romano Impero, gentiluomo di camera di sua real maestà con esercizio». Ercole Michele Branciforti e Gravina, oltre i diciannove feudi che componeano la signoria di Butera, era principe di Pietraporzia, duca di Santa Lucia, marchese di Militello, Val di Noto e Barrafranca, conte del Mazzarino, Grassoliato, Raccuja, barone di Radali, Belmonte, Pedagaggi, Randazzini co’ suoi casali e pertinenze, signore delle terre di Niscemi, Gran Michele, del lago Biviere di Lentini, dei feudi di Braccalari, Gibilixeni, Sijuni colla torre di Falconara[67].

V’ebbe anche in Sicilia vicerè benefici, e soprattutto fastosi. Garzia Toledo a Palermo fece costruire il molo e la via principale, un arsenale a Messina, una fortezza in Malta, due castelli ad Agosta. Marcantonio Colonna crebbe il fabbricato dell’Università di Catania, abbellì di porte Palermo. Ma quando moltiplicavansi qui pure chiese sontuosissime e di mal gusto, divenivano inservibili i porti, impraticabili le strade; invano Palermo domandava un prestito per fare una gettata allo stupendo suo porto; invano ripeteasi che «per non vi esser ponti in molti fiumi, ogni anno si annegano infinite persone, dal che nasce la perdizione di tante misere anime... in disservizio di Dio ed aggravio della coscienza di sua maestà». — Il vicerè (scriveva il residente pel granduca) usa di tutti gli artifizj per cavar denari assai di questo regno, che è omai ruinato affatto... Il cattivo governo che hanno tutte le città, le conduce a termini disperati...; o per un verso o per un altro, voglion danari; cosa che atterrisce vedendo sete inestinguibile... Le fortezze sono omai state riedificate tante volte; perchè il vicerè del regno e altri ministri hanno avuto, quasi d’ordinario, per fine di far ruinare quelle che ha fatto l’altro, e di nuovo, secondo il suo parere, far riedificare. Il che non è meno d’incredibile spesa alle città del regno, che sia di comodità a’ ministri d’arricchirsi». La prosperante industria degli zuccari perì dacchè si mantenne il dazio sullo asportato, mentre ricevevasi quello d’America.

Anche il mantenere la Goletta in Africa porgea pretesto ai vicerè di rincarire e incettare il vino, gli olj, i salumi, il grano, che poi invece si spedivano tutt’altrove. Insomma vuolsi che, ne’ ducenventisette anni della dominazione vicereale, l’isola pagasse a Spagna mille centrenta milioni di ducati, cioè da cinquemila milioni di lire.

Poi tra le morìe, le fami, e le enormi esazioni sopraggiungevano irreparate le correrie dei Turchi, contro i quali indarno si mantenevano moltissime galee. Qual meraviglia se il popolo ogni tratto tumultuava? e la parola di quelle inutili sollevazioni era pane.

Non dimentichiamo come questi mali e questi lamenti fossero comuni ad altri paesi, al par de’ vizj che li producevano. Sotto i suoi duchi la Savoja dovette soffrire senza misura. In Francia nell’assemblea del 15 gennajo 1648 l’avvocato generale diceva: — Ecco dieci anni che la campagna è in ruina, i paesani ridotti sulla paglia dopo venduti i mobili per pagare imposte a cui non possono soddisfare; milioni d’anime sono obbligati a vivere di crusca e avena, e non isperar protezione che dalla propria impotenza. Questi sciagurati non possedono altro più che le proprie anime, perchè queste non poterono esser vendute all’asta. Gli abitanti delle città, dopo pagato la sussistenza e i quartieri d’inverno, le tappe e gl’imprestiti e il diritto reale e la conferma, hanno ancora la tassa de’ benestanti... Tutto il regno è spossato, esausto da tante imposizioni straordinarie che producono un’inanizione, i cui rimedj sono insopportabili quanto il male...». Dove agli statisti non isfuggirà come dappertutto l’arbitrio dello smungere i popoli rovinasse i paesi; mentre l’Inghilterra col solo diritto di esaminar le spese e determinare l’imposta, giunse al massimo grado di libertà civile.

CAPITOLO CLII. Il Fuentes. L’Ossuna. Congiura del Bedmar. Masaniello.

Il più memorabile fra i governatori di Milano fu don Enrico de Azevedo conte di Fuentes (1601-10). Superbo e dispettoso, pubblicamente rimbrottava i magistrati; coll’immediato intervenire imbarazzava l’amministrazione e la giustizia; infliggeva bastonate e galera senza udir il senato, mentre salvava gravissimi malfattori; negl’impieghi poneva i più striscianti, ma il dar gli stipendj considerava come un favore, sicchè quei che non poteano averli coll’andargli a versi, se ne rimpattavano col lasciarsi corrompere; regali non accettava, ma valeasi a talento del denaro pubblico, e lasciava che i suoi secretarj ricevessero e malversassero; per spie tenevasi informato di ogni minuzia, ammetteva ognuno all’udienza, ma dopo le prime parole interrompeva e rinviava insoddisfatti.

Volle accattar fama col costituirsi avversario al re più rinomato del tempo, Enrico IV di Francia; dicea spesso morrebbe contento se morisse guerreggiandolo; quando l’udì assassinato ne prese tal gioja, che, ricevuto il corriere a mezzanotte, fece levar il confessore e tutti i domestici per annunziare l’evento. Enrico IV aveva dovuto sostener la guerra per condurre la pace; ed il Fuentes perpetuava la guerra senz’altro titolo che di turbar la pace. Ebbe continuamente in piedi un esercito fin di trentamila uomini, alimentati dai sudditi che doveano darvi alloggio e una lira per uomo e due per cavallo. Ciò intitolavasi prestito e anticipazione, per soddisfar al quale s’imponeva poi una tassa, ed i sudditi doveano bensì pagarla ma non ricevevano alcuna restituzione. Nel trattato di Lione colla Francia erasi posta la clausola che il Fuentes non sarebbe obbligato a licenziar le truppe che aveva in armi volendo adoprarle ad altre spedizioni: ond’egli con tale esercito teneva in isgomento i vicini, mentre ripeteva solenni proteste di pace, ingelosì il proprio re, che invano gli ordinò di mandare quell’esercito ne’ Paesi Bassi: perchè i decurioni milanesi faceano lamento delle nuove gravezze, e’ li cacciò prigioni; perchè il re lo disapprovava d’aver usurpato le attribuzioni del senato coll’applicare pene, rispose: — Voglio far a modo mio; e chi ne preferisce un altro, può venir a prendere il mio posto, e lasciarmi tornar a casa».

Fondato sull’averla l’imperator Venceslao investita a Gian Galeazzo, il Fuentes pretese togliere la Lunigiana al granduca, e spedì armi, mentre lui e i marchesi di Malaspina citava alla camera di Milano perchè rilasciassero quelle giurisdizioni. Il granduca rispose coll’armarsi, e il Fuentes desistette. Però, dacchè Francia ebbe rinunziato a Saluzzo, i politici conobbero che l’Italia rimaneva in arbitrio della Spagna[68]; e il Fuentes volle profittarne subito coll’occupare il marchesato del Finale, posto fra il Saluzzese e Genova, e che metteva la Lombardia in comunicazione col mare, sicchè potrebbe avere truppe di Spagna senza passare pei Grigioni o pei Veneziani. Già l’Albuquerque avealo invaso nel 1571 durante una sollevazione, fingendo temere non l’occupassero i Francesi; ma l’imperatore che n’era signor diretto, lo ridomandò col patto di tenervi guarnigione tedesca. Ora possedendolo l’ottagenario Alessandro Del Carretto, il Fuentes se lo prese con Monaco e Novara, per quanto i principi esclamassero, e sovra tutti il duca di Savoja che da un pezzo v’avea la gola.

All’estremità del lago di Como il Fuentes fabbricò un forte detto dal nome suo, per dominar il passo verso i Grigioni, allora padroni della Valtellina, e collegatisi colla Francia e con Venezia. Un altro ne voleva munire a Soncino per intercidere la comunicazione fra Venezia e gli Svizzeri; al tempo stesso che il vicerè di Napoli preparavasi a fabbricarne uno a Longone, che avrebbe comandato a Portoferrajo e a Livorno de’ Toscani, a Civitavecchia del papa, alla Corsica di Genova; oltre che da un forte avanzato in mare imporrebbe agli Olandesi ed Inglesi che frequentavano Livorno, ed agevolerebbe i tragitti di Spagna in Italia. Insomma il Fuentes, dice il Boccalini, «più che al governo de’ popoli, attese alla dannosa agricoltura di seminar gelosie e piantar zizzanie»; ma lo scusa l’essere stato «in Italia un portento non più veduto, officiale spagnuolo nemico del denaro»[69].

Gli fa riscontro don Pedro Tellez y Giron duca d’Ossuna, uno de’ signori della corte spagnuola più rinomati per vivacità ed ingegno. Coi frizzi suoi disgustò Filippo III, il quale lo chiamava il gran tamburo della monarchia; rimosso dalla Corte, guerreggiò in Fiandra, dove Enrico IV dilettavasi dell’ingegno di lui, e Giacomo I di disputar seco sulla lingua latina. Richiamato e colmo d’onori, persuase a riconoscere l’indipendenza dell’Olanda, si oppose alla cacciata dei Mori, ma questa tolleranza e alcune arguzie il posero in briga colla santa Inquisizione. Cansatosene, fu mandato vicerè in Sicilia (1610). Accorto, suntuoso, spirito forte, orditore d’intrighi e tessitore di novità, disposto a valersi di tutta l’autorità concessagli e più, come tutti di quel tempo, adoperava mezzi triviali a disegni giganteschi. Teneva allegra la gente, spesso aperto il teatro, oltre le maschere, il carnevale mandò fuori quattro carri di vino e di prosciutti e di camangiari, che lasciò saccheggiar alla plebe: una volta ordinò che tutti gli abitanti di Palermo il giorno di carnasciale uscissero in maschera; un’altra i magistrati di Messina e tradurre in ferri a Palermo. Avendo fatto prendere e appiccare un prete delinquente ricoveratosi in chiesa, l’arcivescovo lo dichiarò incorso nelle censure, ed egli piantò la forca davanti alla porta del vescovado, minacciandola a chiunque entrasse o uscisse, e fu forza assolverlo. Represse i masnadieri e le correrie dei Turchi, rialzò le vecchie fortificazioni, ed ebbe principal parte alle spedizioni del 1613 e 14, in cui la Spagna si segnalò di vittorie: da cinquantamila Turchi fe schiavi, liberò da diciassettemila Cristiani, delle prede usando gran larghezza ai poveri.

Richiamato in Ispagna (1618), fu presto mandato vicerè a Napoli, e venutovi con dodici galee, di cui tre eran sue particolari, e con 200 persone, nella sua prima grida diceva: — Fra gli altri disordini sappiamo esser quello del disprezzo che si fa dalla nobiltà alla plebe, donde l’odio di questa verso di quella, e detrimento alla tranquillità pubblica. Particolarmente dispiace al popolo d’intendere alcuni nobili e titolati servirsi, parlando del vulgo, della parola di canaglia. Ciascuno stia nel suo dovere; il vulgo rispetti la nobiltà, e questa si astenga di disprezzarlo... Come in questo regno sono molti gli ecclesiastici e spesso infratellandosi e insinuandosi troppo con secolari, dimenticano l’obbligo che devono al loro carattere, e si fan lecito di parlare in pubblico con petulanza e arroganza di quelli, a’ quali devono onore e rispetto, col pretesto di aver diritto a censurare i vizj, sappiano che, essendo anch’essi sudditi al re, avremo particolar cura che siano rispettati o castigati secondo si comporteranno». Parole che fanno bel sentire ai vulghi.

Represse gli ecclesiastici che speculavano sui testamenti; cassò una tassa, concessa ai Gesuiti, su ciascuna libbra di pane; impedì s’impiantasse l’Inquisizione spagnuola sul continente. «Fece buttar un bando, sotto pena della vita ai soldati, che niuno possa cacciar fuori la spada per far briga; e di cinque anni di galera a chi quelli spartisse, non essendo soldato»; e mandò alla forca due fratelli soldati che per difendersi poser mano alle spade. In una festa si fa tumulto? ed esso invia alla galera due litiganti: passando pel mercato, ode il popolo lamentarsi d’un vinajo o d’un gabelliere? esso gli fa dare cinquanta bastonate: un forzato gli grida che il suo aguzzino lo tiene in ferri più del tempo prescritto? il vicerè fa sciogliere il galeotto, e metter al suo posto l’aguzzino. Giustizia sommaria, che Dio ce ne scampi.

Due ciarlatani spacciavano contravveleni; e l’Ossuna ordina che entrambi prendano veleni, poi i loro antidoti; uno muore, quel che sopravvive ha una collana d’oro e privilegi. Un cavadenti che gliene ruppe uno in bocca, sentenziò alla galera. Una volta ad una commedia soverchiando la calca, comanda escano tutti, pena cinque anni di galera agli ignobili e cinque di relegazione ai nobili. In un ricevimento di gran nobili s’introduce uno da meno, ed egli il fa prendere e bastonare lì lì. Chiamavasi anche in camera gl’imputati, e con parole dolci o con severe ne traeva confessioni, meglio che colla corda, dice il cronista, e sopra quelle li condannava; se non riuscisse, dall’aguzzino faceva applicar le bastonate in sua presenza. Poneva suoi creati in uffizio nelle varie città, dove rubavano a man salva. Venuti quei di Reggio a lamentarsi d’un Aledo che gli assassinava, li trattò di vigliacchi e minacciò di galera perchè sparlassero d’un suo fidato; talchè, sgomentati i popoli dal portar querele, «ad essi uffiziali restò scala franca di potere assassinare li poveri popoli, e rubavano e assassinavano impune il regno, tanto che non si può scrivere». Essendo poi esso Aledo venuto a Napoli con ottantamila ducati e di molte gioje, il duca gli disse: — Fanno di bisogno a S. M.», e spogliatolo con beffarda giustizia, lo rimandò «all’officio a far peggio»[70]. Il principe della Conca e il marchese di Campolattaro, da lui deputati a visitar i castelli del regno, smunsero per proprio conto ducentomila ducati, nè si pose mente ai reclami; anzi il Campolattaro, accusato pure d’aver procurato l’uccisione d’un frate, fu spedito generale contro i sollevati delle Fiandre. La costui moglie guadagnava ducati a migliaja coll’impetrar favori a questo e a quello.

Una volta furono côlte galee turche cariche di zuccaro, che fu venduto a un droghiere. Un turco, se lo liberassero, promise rivelare un gran segreto, e fu che in quello zuccaro erano miste assai gioje e monete, destinate al gransignore. Si arresta dunque il droghiere, per quanto protestasse non aver nulla trovato; nè di liberarsi vide egli altro modo che mandare alla Campolattaro una cedola di mille ducati. L’Ossuna citatolo, mostrógli quella cedola, qual prova di sua reità, e per quanto giurasse che i suoi aveano messo insieme quel denaro a gran fatica, il fece metter alla corda, «ligato a un funicello nuovo, che mentre stiede appeso, sempre voltò intorno; e persistendo tal tormento per un’ora e mezzo, sempre invocando il nome della beata Vergine per ajuto, nè dicendo altro alla interrogazione fattagli, fu disciolto e liberato».

Numerosi corsero allora i processi di fatucchieria, fra cui citeremo quest’uno. La baldracca d’un prete confessò a questo una malìa fatta da donna Vittoria Mendoza perchè l’Ossuna non amasse altri che lei e sua figlia e il genero; che di fatto erano saliti in grandissimo favore ed orgoglio. L’Ossuna, uditone, fu da donna Vittoria, e col pugnale la obbligò a confessare, indi riferì l’avvenuto alla propria moglie, attribuendo tale scoperta alle orazioni di lei, la quale non rifiniva di ringraziar Dio che avesse rotto cotesto fáscino. L’accusata però era figlia del duca d’Alcala, moglie del duca d’Ozeda, in parentela con grandi di Spagna; onde l’Ossuna, che del resto l’amava, non pensò a punirla, eseguendo la legge sopra le altre streghe e loro mariti (Zazzera).

Siffatte miserie erano intercalate da suntuosissime feste, perocchè altrettante Corti s’aveano a Milano, a Palermo, a Napoli, con ambasciadori, rappresentanze, fasto, protezione di lettere. A quella del conte di Lemos, fu recitato il Don Juan dello spagnuolo Tirso de Molina, che tradotto in italiano, con una nostra compagnia passò a Lione, città mezzo italiana, dove lo conobbe e imitò insignemente Molière. Alla corte dell’Ossuna vivea Quevedo, specie di Voltaire tutto arguzie e buon senso, col quale temperava la foga dell’Ossuna, a cui serviva poi come ministro segreto in tutta Italia. Moltiplicavansi dunque le rappresentazioni teatrali, e cavalcate splendidissime, processioni solenni, corse sul mare, festini, mascherate, cuccagne, giostre, tutto accompagnato da rinfreschi e confortini e ricchi donativi; e spesse volte lasciavasi alla plebe e ai cavalieri da saccheggiare l’apparecchio. Or dodici carri, allestiti ciascuno coi più ghiotti manicaretti, da valere fin cinquecento ducati l’uno, son disputati fra trecento uomini, nudi in calzoni e tinti di pece, e saccomannati, «che fu quanto nuova che bella vista, e con molte grida ed allegrezza del popolo»; or novanta dame vestite da Ischiote vengono in palazzo a portar regali ciascuna, or s’imbandisce per diecimila persone, e singolarmente «per venticinque cortegiane le più famose di Napoli, servite regalissimamente; e volle S. E. andar a vedere e burlare con loro». Talvolta era la viceregina che dava un ballo tutto di signore, vestendole essa del suo; talaltra si rappresentavano in quattro distanze della città le quattro stagioni con emblemi e i frutti e le occupazioni da ciascuna. Qualora il vicerè o la viceregina intervenissero a solennità, erano presentati di molti panieri di frutte e confetture, ed essi le facevano gettar al popolo, il quale vi si avventava «gran furia, non senza gravi pugni e calci, dandosi fra di loro come cani arrabbiati, con gran riso di S. E. e delle dame»; e per ravvivare quello spasso, S. E. buttava una collana d’oro fatta a pezzi, o denaro. Tutto veniva ringalluzzito dal buffone del vicerè, che ora da lui era vestito di toga per cuculiare la magistratura, ora eletto a decidere di litigi ne’ quali alle grottesche sentenze non mancava mai di soggiungere una buona mancia per sè.

Con ciò l’Ossuna blandiva la plebe; il suo stipendio divideva tra i bisognosi, e spesso con propria borsa liberò imprigionati per debito; ben ventisette baroni mandò a morte; abolì alquanti balzelli tediosi al vulgo: colla propria spada tagliò la bilancia a un grascino, che sul mercato pesava le civaje per tassarle, dicendo, — I frutti della terra son dono di Dio e premio alle fatiche del povero». Pensate se i lazzari lo portavano in palma di mano!

Frattanto nel cuor della pace soldava Francesi e Valloni e costruiva navi; tenne ben venti galeoni grossi e altrettante galee, e sedicimila soldati, e soccorse gli Austriaci in Lombardia e in Germania. Tutto ciò senza vender nulla del patrimonio regio, ma con esazioni straordinarie; levò prestiti forzati, staggì gli averi di negozianti forestieri, alloggiò presso i privati le truppe, le quali rubavano a man salva perfino gli arredi di chiesa; e si vantò d’aver vantaggiato l’entrata di un milione e centomila ducati.

Questo, e le sterminate ricchezze, e le potenti parentele «gli fecero sorgere gran libidine di regnare, non più come ministro d’un gran re, ma come sovrano d’un gran regno» (Leti); e cercò intendersi coi potentati d’Italia, massimamente con Carlo Emanuele, irrequietissimo avversario dell’Austria, forse con Venezia, cogli Uscocchi, coi Turchi, certo con Francia. Ma questa, per quanto volonteroso di turbar il Napoletano, pare non gli abbia dato orecchio, forse perchè temeva non giocasse a due mani.

Venezia era malvista dalla Spagna, non solo come emula vicina e come repubblica, ma perchè, massimamente dopo la chiassosa sua lite col papa, rappresentava l’opposizione, cioè le idee protestanti; si mormorava desse appoggio agli Acattolici, trattasse coll’Olanda, spedisse denari e munizioni ai Riformati nella guerra dei Trent’anni[71]; onde l’ambasciadore spagnuolo concludeva: Aut Roma, aut Carthago delenda est.

Uscocchi, che in illirico significa fuorusciti, si chiamavano i cristiani che dalle provincie man mano invase dai Turchi, dalla Croazia, dall’Albania, dalla Dalmazia, erano rifuggiti sulle coste meno accessibili dell’Adriatico: molti aveano avuto ricetto da un Ungherese, signore di Clissa, fortezza inespugnabile sopra Spalatro sulla costa Dalmata; e di là correano addosso agli Ottomani, sinchè ne furono snidati. Segna (Zengh), dentro al golfo del Quarnero, tra fondi inaccessibili a navi grosse, era pretesa dagli Ungheresi e minacciata dai Turchi; onde l’imperatore per conservarsela vi lasciò stanziare gli Uscocchi. Quivi non potevano essi vivere che corseggiando, abilissimi fra quell’andirivieni di isolotti e di seccagne; e dal prendere le navi turche passarono a molestare anche le cristiane; e crescendosi con quanti Italiani od Austriaci volessero esercitar il coraggio o continuare i delitti, posero a sacco le città di Dalmazia, e si rideano de’ legni armati a loro danno.

Il papa, altri potentati d’Italia e l’imperatore da gran tempo querelavansi che Venezia avesse usurpato come proprio l’Adriatico, anzichè lasciarlo libero a tutti i costieri; ma giacchè se ne intitolava signora, lo tenesse almeno sbrattato: — Impedisca le incessanti molestie ai sudditi nostri», intimavale il Turco: i cavalieri di Malta e quei di Santo Stefano ne coglieano pretesto di predar le navi veneziane, come rappresaglia. Venezia doleasi all’imperatore Massimiliano; e questo impiccava sì qualche Uscocco, ma le costoro braverie trovava opportune a reprimere i Turchi; onde tolse a proteggerli alla scoperta, crescendo baldanza alle loro devastazioni; e in guerra atroce gareggiavasi di supplizj come quando ognuno trovasi per difesa ridotto a farsi giustizia da sè.

I Veneziani, non più sicuri nel proprio golfo, e pressati dalla Porta a tor di mezzo que’ masnadieri, entrarono nel Friuli austriaco, assediarono Gradisca (1617), demolirono varie borgate a mare, coviglio de’ pirati, e si allearono colle Provincie Unite e col duca di Monferrato nemici all’Austria. Era succeduto nel governo del Milanese don Pier di Toledo, austero, subito al comandare, fiacco al far eseguire; che tolse di carica il grancancelliere benchè nominato dal re, nulla a questo badando allorchè ordinogli di ripristinarlo. Ricco di coraggio non d’abilità, egli fu lieto d’un’occasione di guerra, ed occupa Vercelli, mentre il vicerè Ossuna spinge sue galee nell’Adriatico, e presi alquanti legni veneziani, ne mena trionfo (6 7bre), ed assume per divisa il cavallo col motto Vittorioso in mare e in terra. La pace di Parigi mette in cheto le cose, restituendosi le città all’Austria, che allora frenò gli Uscocchi, trasportandone la più parte nel territorio di confine. Avrebbe essa dovuto rendere anche le prese e pagare un grosso compenso, ma rimandava da oggi in domani, e versava sopra il Toledo e l’Ossuna la colpa del non voler restituire Vercelli e le galee, nè sbandare le truppe.

Infatti l’Ossuna, od Alfonso de la Cueva marchese di Bedmar ambasciadore ispano a Venezia, fecero scrivere, probabilmente dal Welser, uno Squittinio della libertà veneta, ingiuriosissimo a Venezia: Paolo Sarpi, richiesto dalla Signoria a rispondervi, esso sì caldo impugnatore di Roma, cagliò, onde si ricorse alle penne dell’olandese Gross Winkd e del genovese Rafael della Torre. L’Ossuna mostrava anche a Paolo V come i Veneziani non fossero da tenere per cristiani, giacchè spesso aveano fatto pace e trattati coi Turchi, cacciato i Gesuiti, avversato al papa, favoriti gli eretici di Francia e d’Olanda.

Così invelenivansi gli umori e stavasi già in sospetti, quand’ecco il consiglio dei Dieci fa arrestare ed uccidere alquanti stranieri. Che è, che non è, il popolo, nel bujo di quelle arcane processure, bucina che i presi e i morti sieno a centinaja; essersi scoperta una congiura, diretta a mandare in fiamme la città, in rovina la repubblica, e parteciparvi molta nobiltà: e perchè il marchese di Bedmar andossene quei giorni dalla città, si presunse autore dell’ordita. Congetture in aria, tanto più che colla Spagna non s’interruppero le relazioni, e che la signoria non pubblicò veruna informazione, solo ordinando ringraziamenti a Dio per la repubblica salvata.

Questo mistero pensate a quante ciancie diè luogo; gli sbizzarrimenti de’ novellieri furono adottati dagli storici; e restò la credenza che il duca d’Ossuna avesse tramato d’annichilare Venezia, mettervi il fuoco, trucidare il doge e i senatori, occupare la terraferma; intendersela a tal uopo con molti Francesi, col Toledo, col Bedmar; già tutto esser sullo scocco, quando il caso o un traditore lo sventò. I critici successivi non poterono venirne al chiaro: ma sembra che una trama fosse in fatto sul telajo, opera di alcuni mercenarj sbanditi da Francia al cessare delle guerre civili, e postisi al soldo di Venezia, e massime di un Giacomo Pierre normando, uom di mano e pratichissimo corsaro, il quale, per guadagnar compagni, prometteva ajuti dalla Spagna: ma la cosa fu sul principio scoperta e sventata colla morte di poche persone[72].

Ma la Spagna v’era implicata veramente? I Governi d’allora davano orecchio e mano a chi tentasse nuocere ai loro nemici; e sembra provato non fosse soltanto millanteria de’ congiurati l’appoggio di essa, benchè la prudenza dei Dieci il dissimulasse onde evitare una rottura. Il Bedmar passava per uno degli ingegni più aperti e istrutti della Spagna, versatissimo nella storia, di modi gentili, di larghi accorgimenti, sicchè rendevasi caro e stimato, e da Venezia fu tolto per portarlo governator della Fiandra, e poco poi cardinale. Ma l’Ossuna vedemmo come spiasse ogni via di pregiudicare Venezia, e come si divincolasse per sottrarsi alla pace; anzi si lasciava intendere di volerla fra poco diroccare; se poi con arti tali, io non l’oso asserire.

Certo egli, arrischiandosi viepiù perchè aveva sposato una figlia al figliuolo del duca di Lerma, ministro onnipotente di Filippo III, non dissimulava le ambizioni, graziava condannati a morte, abbondava in limosine e donativi, sorreggeva la plebe contro la nobiltà, blandiva Giulio Genovino eletto del popolo, fazioso uomo che avrebbe côlto volentieri il destro di fare man bassa sui nobili e ottenere al popolo parità di privilegi.

Contro l’Ossuna esclamavano dunque i preti di cui non rispettava le immunità, i nobili di cui reprimeva gli abusi, i pii che scandalezzava coi disciolti costumi e cogli scherzi irreligiosi. I principi d’Italia in gran sospetto domandavano fosse rimosso[73]: ma come averne ragione? La Corte gli mandò l’ordine di disarmare, ed esso invece ingrossò le truppe col pretesto d’una spedizione contro i Turchi; e poco dopo fidandosi delle spagnuole, le sparpagliò nelle provincie e sul littorale, e prese al soldo Francesi e Uscocchi. Udendo poi che la Corte gli mandava un successore, disse: — Lo riceverò con ventimila uomini»; e a sua moglie che gl’insinuava d’obbedire, gittò in faccia un piatto d’argento: raddoppiò intrighi col maresciallo Lesdiguières e con Carlo Emanuele; riconciliossi i nobili con cariche e doni, i Gesuiti col confessarsi da loro, la ciurma col lasciare impuniti i misfatti: alla Corte imperiale promise soccorrere con ventimila fanti, duemila cavalli e due milioni in oro se gli fosse prorogato il viceregno; a Madrid profondeva denaro e promesse, e mostrava il pericolo di rimoverlo mentre raffittivano minaccie Venezia e il Turco; avendo chiamato qui suo figlio colla sposa, li festeggiò senza misura, messe fuori le gioje reali, si pose in capo la corona, e domandò ai circostanti se ben gli stesse; ma il principe di Bisignano gli rispose: — Sta bene, ma in fronte al re»[74].

Il cardinale Borgia, destinatogli successore (1621), dovette dunque di sorpresa occupar Napoli; «nottetempo entrò in Castelnuovo; la mattina si cominciarono a sparare tutte le artiglierie piccole e grosse, e il duca si svegliò alla tempesta di tanti tiri, ed ebbe a morir di dolore». Così l’agente del duca d’Urbino, che soggiunge: — Questo è uno dei grandi matti che abbino mai governato questo regno... Si porterà seco ducentomila ducati d’oro, senza quel che ha dissipato e dato via...»[75]. Reduce a Madrid, il debole e corrotto Governo l’accolse magnificamente e quasi in trionfo: ma cambiatisi quell’anno stesso re e ministro, egli fu messo prigione[76] co’ segretarj e gli amici; in un processo di tre anni i Siciliani deposero tanto bene di lui, quanto male i Napoletani; infine s’intese ch’era cascato d’apoplessia. Suo figlio, alcuni anni dopo, venne vicerè in Sicilia.

A questi incidenti teneva occhio e aggiungeva importanza la Francia, la cui rivalità con Spagna fomentava i malumori, assicurando un appoggio a chiunque si levasse contro di questa. E principalmente nel regno di Napoli essa diede mano più volte a insurrezioni[77]; e nel 1644 il marchese Saint-Chaumont, ambasciatore pel Cristianissimo a Roma, scriveva distesamente di trame a favor di un signore italiano, che non voleva esser nominato se non al Richelieu, per tentare un colpo sopra il Reame. «Da qualunque lato si guardi, sarebbe di vantaggio a Francia, se non altro per darvi briga a’ suoi nemici, e impedire che ne cavassero uomini e denari per conservazione degli altri Stati».

E di interni tumulti occasioni troppe offrivano l’improvvido governare e l’inesplebile esigere; ma le chiassose dimostrazioni riuscivano sempre ad un fine stesso, buone parole finchè il tumulto durava, poi forca e galera. Sotto il Toledo vi fu sommossa contro il dazio sui comestibili; e il Fucillo capopopolo, salito in palazzo a presentar le domande, poco poi fu visto impiccato al balcone tra due fiaccole, e la folla dispersa a bastonate. Sotto il primo duca d’Ossuna sollevossi la plebe pel caro del pane, e incolpando l’eletto Gian Vincenzo Starace d’essere d’accordo col vicerè, l’uccisero, e cavatogli il cuore e le budella, queste e i brani del corpo sospesero per la città. Il vicerè lasciò bollire quel furore promettendo; poi, animato anche dagli esempj di papa Sisto V, fece arrestare i capipopolo, e fin trentasette tanagliare, strascinare, squartare, cinquantotto messi in galera, più di mille banditi; abbattuta la casa d’uno speziale che diceasi sommovitore, ponendovi una colonna infame, attorno alla quale entro nicchie ingraticolate le teste de’ principali. Anche nel 1584 avendo il vicerè imposto un ducato per ogni botte di vino, frà Lupo cappuccino si oppose risolutamente, eccitando il popolo, che di fatto non soffrì tale aggravio.

E lamenti e badalucchi rinnovavansi ad ogni nuova imposta, e non impedivano di stillarne sempre di nuove; e diceasi in proverbio che il popolo di Napoli si governa con Farina, Forca, Festini. Nel 1622 «il giorno dell’Epifania il cardinale vicerè era andato all’arcivescovado... e la plebaccia infame, arrecandosi dal Governo quello che gli viene da’ peccati suoi, non solamente maltrattò sua signoria illustrissima di parole, ma minacciò fatti... Vedendosi mancare il pane, prorompe in questi eccessi... Se quando si opposero a quelle gabelle l’estate passata... ne avesse impiccati una dozzina, e poichè non si trovarono i capi, zara a chi toccava, adesso non ardirebbero di perdergli il rispetto... Il popolo, per cagion della fame, si è tre volte sollevato questa settimana... sento che domani si faccia giustizia di grosso numero di quelle persone tumultuose, e particolarmente che se ne faccia morire una mano alla ruota; tormento troppo spaventoso... Oltre all’essere mangiate in erba tutte le entrate del re, e ridotto a tanta miseria il regno..., se qualche corpo di entrata ci è rimasto non intaccato, è rimasto proprio perchè alla Corte stessa non sarà bastato l’animo col suo braccio di cavarne sostanza senza metterlo in rovina»[78].

Il cardinale quassù accennato era Gaspare Borgia di Candia, famoso venditor di giustizia, ma che «si guardava bene da questa canaglia, che sopporta ogni cosa eccetto la mancanza del pane, pel quale non stima la vita»[79]. Il che, tradotto dal linguaggio diplomatico, significa che la vil plebe, credendo aver diritto di vivere, pretendeva a ragionevol prezzo il pane da quei che credeansi in diritto di prefiggerne il valore; e per ciò e per la alterata moneta più volte rumoreggiò. Le zannette, piccola moneta, erano ridotte dai tosatori a tale che nessuno più voleva accettarle, nè tampoco a peso. Credette il vicerè di provvedervi coll’abolirle; ma i banchi ne aveano per quattro milioni e mezzo di ducati, moltissime i particolari, perciò trovaronsi buttati in miseria, e non essendovi surrogato altro, ne rimaneva impacciato ogni commercio: nuova cagione di tumulti.

Al succeduto vicerè cardinale Zappata, mentre passeggiava fuor di città, s’accostò un povero con quattro pani in mano dicendo: — Vedete, signore, che pane brutto mangiamo!» Il cardinale gli disse: — Va con Dio, capo di popolo». L’uomo rispose arditamente che non era tale, e il vicerè comandò d’arrestarlo: ma quello a strillare; infinito popolo accorre «gridando in faccia al cardinale, — Ah zannettaro cornuto; e con le sassate che piovevano sopra gli staffieri, fecero rilasciar il prigione; e sua signoria illustrissima con la carrozza a volo se ne tornò dentro»[80]. Per tali insulti furono carcerate trecento persone, dieci condannate a morire sulla ruota, dopo tanagliate sopra carri pei pubblici luoghi; i brani de’ loro cadaveri sospesi per le mura a pascolo degli uccelli, e le teste entro gabbie di ferro sulle porte più frequentate; sedici condannati al remo, sdruscite le case, benchè vi stessero solo a pigione, tutti gli altri tormentati orribilmente, indi prosciolti.

Quell’anno tutto durò la sollevazione, che raffittì nel febbrajo seguente; e se «gli Spagnuoli non si facevano forti ai corpi di guardia, si rinnovava il vespro siciliano»: nel marzo, tre insurrezioni in una settimana: nel maggio di nuovo, e molte persone «della plebaccia» furono messe alla ruota, tagliata la mano, bruciate le case.

La guerra di Valtellina, poi quelle di Genova, di Mantova, di Catalogna, esigevano soccorsi, e i vicerè arrotavano or malfattori or paesani, de’ quali ben di rado ne tornava a casa. Il conte d’Olivares ordinò, anche in tempo di pace, si tenessero allestiti ventimila fanti e cinquemila cavalli per accorrere dovunque fosse bisogno; col che toglieva al paese di poterne dare quando il bisogno s’avverasse. Principalmente viceregnando il marchese di Monterey si cavarono dal Napoletano non solo per la Lombardia, ma per la Catalogna e la Provenza, sin a quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento cavalli, e un valore di tre milioni e mezzo di scudi, oltre il fortificare tutto il regno per paura dei Francesi, e crescere la squadra a sedici galee e ducentotto bocche di cannone.

Per bastare alle spese cumulavansi debiti; si staggivano le entrate che vi avessero i forestieri, poi anche quelle de’ nazionali sopra rendite fiscali; obbligavansi i Comuni a caricarsi di debiti; si vendeano terre fin allora regie, benchè si opponessero anche colla forza. Mandato dal vicerè Ponce de Leon per forzare i Comuni a soddisfare al dovuto, il giudice della vicaria nè tampoco trovò letto ove corcarsi; ma ad uno che gli mostrava la miseria e l’impossibilità di pagare, fu risposto: — Vendano l’onor delle mogli e delle figliuole, e paghino».

A tali storpi era la più bella parte d’Italia. Invano si deputavano preti e frati perchè in nome del Signore del cielo mitigassero quei della terra; una risposta unica s’ottenea, le necessità della guerra. Il duca d’Alba (1622) nel suo viceregno provò pesti, tremuoti, guerra; pur «non mancò col suo valore andar incontro a’ Fati» (Giannone), e «dimostrò l’animo suo magnanimo e generoso nelle feste per la natività d’una figlia del re e per tosoni d’oro compartiti». Il surrogatogli duca d’Alcala (1629) dovette impegnare i proprj argenti perchè la Spagna tardò ad inviar le galee che il trasportassero; poi incalzato per sempre nuove truppe all’infausta guerra di Lombardia, vendette le giurisdizioni che ancor rimanevano, e che si opposero violentemente. Il duca di Medina, che lasciò il suo nome a una porta, a una fontana e ad un magnifico palazzo a Posilipo, smunse dal regno (1637) trenta milioni di ducati, e quando fu chiamato a renderne conto, sostenne che un vicerè non v’era obbligato, e vantavasi aver lasciato il paese in guisa, che non vi avea quattro famiglie capaci di imbandire buon pasto. Il prode Almirante di Castiglia, succedutogli (1644), trovando vuote le casse ed esigente il Governo, dichiarò non reggergli il cuore di veder un sì prezioso cristallo spezzarglisi nelle mani, ma alle sue rimostranze fu risposto, andasse a regolare un chiostro di frati: e cedette il posto a don Rodrigo Ponce de Leon duca d’Arcos (1646).

Intanto i Turchi infestavano le coste, i banditi le terre, i gentiluomini la città con quotidiani duelli, e abbaruffate simili a battaglie vere, don Ippolito di Costanzo e don Giuseppe Caraffa sfidatisi uscirono alla campagna con oltre cinquecento seguaci ciascuno. Si aggiungevano mali naturali; e il 1631 comete strane e fuochi per l’aria, e un mostruoso parto, e sangue gemuto dagli altari parvero preludere alle spaventose eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri furono spinte fin di là dell’Adriatico, e ai tremuoti della Calabria, da cui rimasero distrutte molte terre e la città di Nicastro, colla morte di diecimila persone. «Tutto ciò è un nulla (cominciò a predicare il medico Sassonio) a petto di quanto sovrasta; e il regno e il mondo tutto ne andrà a sobisso, il mare uscirà dal letto, pioveranno sassi, i monti vomiteranno fiamme»; e talmente sbigottì, che molti abbandonarono la patria.

Regnando Filippo IV, un legno carico di merci e di Cristiani riscattati da Barberia, infettò di peste la Sicilia. Filiberto di Savoja ch’erane vicerè, Giannettino Doria arcivescovo, la magistratura municipale, diedero inutile opera a mitigarla; cresceva di peggio in peggio, finchè qualche pio in una grotta del monte Pellegrino scoprì il corpo della romita Rosalia. Parve miracolo, e a folla i cittadini arrampicavansi su per quella deliziosissima pendice; la terra, l’acque, le pietruzze della grotta divenivano reliquie; l’immagine della santa era affissa per le case e le botteghe tutte; e mentre temeasi che la fatica e il contatto esacerbassero la morìa, il conforto venutone certo la alleggerì, forse la abbreviò.

Così si giunse fin al 1647, quando ogni cosa era sossopra; la Germania sanguinava per la guerra dei Trent’anni; la Francia ergeva barricate contro il suo re; l’Inghilterra un patibolo pel suo; in Levante rincalorivano le ostilità dei Turchi contro Candia; in Ispagna il conte duca d’Olivares fece assumere il titolo di Grande al suo povero re Filippo IV, e voleva meritarglielo coll’acquistare nuovi paesi, al qual uopo doveva ai popoli mozzar la libertà per ismungerli senza contrasti: col che infellonì i Catalani che insorsero a rivendicare il diritto di disporre di se stessi; perdette il Portogallo, acquistato sotto Filippo II; de’ Paesi Bassi dovè riconoscere l’indipendenza.

Le rivoluzioni sono contagiose; e ricorrendo allora in Sicilia una delle solite fami, se ne incolpava il vicerè Los Velez. Messina grida pane, e il vicerè accorsovi (1647), colle forche insegna a basire tacendo. Più seriamente a Palermo il popoletto attruppatosi, assalì la casa del pretore (20 maggio), minacciandovi il fuoco: nulla profittarono Teatini e Gesuiti, buttatisi fra’ tumultuanti fin col santissimo e colla promessa del pane buonmercato e non più gabelle; stracciati i registri; insultato agli esattori; sprigionati i debitori, i masnadieri e i Turchi, si diede il sacco. Capo del tumulto un Antonio Pilosa, ardito ad ammutinare, e insieme accorto a frenare e dirigersi a un fine. I nobili usciti a cavallo sparnazzando buone parole, indussero il vicerè ad abolir le gabelle sul vino, sulla farina, sull’olio, sulla carne, sul formaggio; ma il popolo non fidandosi, prese Francesco Ventimiglia, discendente dagli antichi Normanni, e il proclamò re. Declinando il pericoloso onore, egli si offre conciliatore fra il governo e la plebe, ma si prorompe alle armi; le corporazioni degli artigiani, minacciati di saccheggio, mettonsi coi nobili e cogli ecclesiastici, che tutti prendono le armi, reprimono gli ammutinati. Le forche fecero il resto: ma più settimane durò il subuglio; e Giuseppe Alesi battiloro, eletto capitano generale del popolo, tolti all’armeria reale fucili e cannoni, assalta il palazzo, proponendosi di cacciar gli Spagnuoli e mettere lo Stato a popolo. Il vicerè campò sulle galee; i nobili, perchè immuni da molte gravezze, perchè attaccati alla Corte da impieghi e da onori, perchè temevano disaumento ne’ fondi che tenevano sulle pubbliche banche, si attestarono per comprimere i ribelli; l’Alesi li chetò con promesse, talchè essi ed i magistrati lo elessero sindaco perpetuo con duemila scudi annui. Egli se ne gonfiò, procedeva fastoso in cocchio dorato, seguito da armigeri; onde perdette l’opinione del vulgo che lo gridava corrotto, o intento solo al vantaggio proprio, e ne motteggiava il lusso: sicchè i meglio stanti ripigliano il sopravvento; Alesi, abbandonato da tutti, è trovato in una fogna; e la sua con tredici altre teste sono portate in trionfo per la città.

Sossopravano contemporaneamente altri paesi della Sicilia: ad Agrigento il vescovo non si salvò che col dare ogni aver suo: a Messina trascendevasi in onoranze agli Spagnuoli, per fare l’opposto dell’emula Palermo, ma si domandava di levar le gabelle; pure i baroni riuscirono a reprimere, e il vicerè tornato sicuro fece spianare le case de’ rivoltosi, e colla forca credette restituir vigore alla giustizia; insieme mandava fuori una perdonanza generale, e promessa di abolire le gabelle e stendere migliori regolamenti; ma da Spagna fu trovato troppo morbido, ed egli sofferse tanti dispiaceri, che di crepacuore morì.

Il cardinale Teodoro Trivulzio, che, con coraggio e prudenza avea già governato il Milanese, vennegli sostituito (17 9bre), e non che ricoverare in castello, sbarcò in mezzo alla folla, che lusingata di tal confidenza e dell’avere un vicerè italiano, lo accompagnò festiva, gridando, — Pace e libro nuovo». Ed egli colle promesse e coll’affabilità cattivò gli animi, mentre inesorabilmente puniva chi ancora rialzasse il capo.

Di maggiori conseguenze tumulto si levò in Napoli. Il cardinale Mazarino, allora ministro di Francia, ed erede dell’odio del Richelieu contro Casa d’Austria, avea più volte tentato il regno delle Due Sicilie, e nominatamente nel 1640 sperò sorprendere Napoli mediante intelligenza col marchese d’Acaja; ma questo scoperto, fu dato al carnefice. I Francesi s’accostarono sbravando fin alla spiaggia di Ghiaja, ma furono respinti. Sei anni appresso, in occasione della contesa col papa pei Barberini, il Mazarino preparò nuovo armamento a Tolone, meditando fare una diversione dal Piemonte allora guerreggiato, col procacciarsi qualche possesso nelle maremme di Siena, e fors’anche ciuffare il regno di Napoli; ma per isminuire l’invidia di tanto acquisto, ne designava re Tommaso di Savoja, che vi teneva partigiani, e che prese il comando supremo della flotta (1646). Approdati con dieci galee, trentacinque navi, settanta legni minori, seimila fanti di sbarco e seicento cavalli, s’impadronirono del forte, delle saline di Talamone, di Santo Stefano, e assediarono Orbitello.

Il vicerè di Napoli, cui competeva la difesa di quei forti, vi avea spedito il prode Carlo della Gatta: le navi siciliane e spagnuole, affrontate le francesi (14 giugno) nelle acque di Talamone, si nocquero assai senza venir alle strette; ma nuovi rinforzi costrinsero i Francesi a recedere, perdendo molte artiglierie e l’ammiraglio Brezé. Una nuova spedizione sotto i marescialli La Migliaré e Plessis-Praslin tolse Piombino al Lodovisi nipote del papa, poi Portolongone; riparato così l’onore della Francia, e assicuratole un porto per isbarcare quando volesse a danno di Napoli, contro la quale spingea navi e tramava coi baroni malcontenti.

O lasciar prevalere i Francesi o far morire di fame i Napoletani, fu il dilemma, a cui era ridotto il vicerè duca d’Arcos: il quale per salvar l’onore della Spagna, dovette dal già esausto paese smungere nuovo denaro, e costrinse il parlamento a decretargli un milione di ducati. Non potevasi raccoglierlo che colle gabelle, ed essendo tutte vendute, nè sapendosi quali altre inventarne, si ridestò quella sulle frutte, odiosissima alla plebe, a cui quelle sono pascolo desideratissimo nel caldo clima, e dalla natura profuse. Giulio Genovino, che trovammo eletto del popolo e turcimanno dell’Ossuna, al cadere di costui avea avuto condanna di carcere perpetuo in Orano; ma col mandare a Filippo IV un modello in legno della fortezza del Pignone, ottenne la libertà; e reso a Napoli, si vestì prete per trovarsi sicuro e meglio pescare nel torbido. A tal uopo istigò alcuni frati a declamare contro la gabella; metteansi fuori cartelloni, e specialmente uno ov’era effigiata la Sicilia col motto evangelico, Vi ho dato l’esempio; come ho fatto io, fate voi pure; e quando il vicerè passava, urlavasi, — Abbasso la gabella.

Il giorno della Madonna del Carmine, la gioventù solea dar assalto ad un castello di legno in piazza del Mercato, brandendo canne, e guidato da capi. Uno di questi era Tommas’Aniello d’Amalfi[81], pesciajuolo di venticinque anni, ridotto miserabile dacchè i gabellieri colsero sua moglie con una calza di farina in contrabbando. Franco, vivace, costui era conosciuto dai signori per le cui case portava la sua mercanzia; più conosciuto dalla plebe, come avviene di chi mostrò fierezza e vigore, sincerità e giustizia; e in lui si rimetteano spesso le differenze, a lui chiedeansi pareri. Inizzato dal Genovino e dai frati (1647), mentre colla sua banda munita di canne ed arpioni passava dinanzi al palazzo, mostrarono ai signori di Corte le parti che l’uomo nasconde. Un’altra volta un villano, che non aveva un quattrino, e che sentivasi obbligato a pagar la gabella, butta per terra e calpesta i fichi che avea recati; gli si leva rumore intorno; chi raccoglie i frutti, chi ride, chi freme, tutti schiamazzano come si schiamazza a Napoli, e Masaniello sopraggiunto coi ragazzi dalle canne, difende il fruttajuolo, sbraveggia i dazieri, e che più non si vuol tollerare quell’insolito aggravio. Il magistrato fugge, il tumulto raffittisce, il popolo stringesi a Masaniello, e comincia, come sempre, dal bruciare i registri e i banchi degli esattori, poi si difila sul palazzo del vicerè, protestando devozione al sovrano, ma scontentezza del mal governo. Sbigottito da quel fiotto di popolo vasto e ruggente, il vicerè trova ragionevolissima la domanda: i popolari vogliono tolga pure la gabella sulle farine, ed egli concede: vogliono rintegri il privilegio di Carlo V, e poichè nella lunga tolleranza n’aveano dimenticato il contenuto, vogliono averne in mano l’originale; il governatore accorda tutto, e perdonanza generale, e una pensione a Masaniello se acqueta il popolo. Masaniello nega separarsi dai fratelli, e in poche ore trovatosi padrone della città, obbliga ognuno a prendere le armi, scarcera i contrabbandieri e debitori del fisco, cassa le gabelle, comanda a’ fornaj di fare la libbra di pane di quarant’once per quattro grana; disarma i forti, lascia abbruciare cento ridotti di giuoco, e i settanta casini e gli arnesi della finanza, levandone però i ritratti del re che colloca sui canti tra candele accese, gridandogli Viva mentre ne sconoscevano l’autorità.

In simili occasioni tutti abbiamo veduto al popolo torvo e minaccevole profondersi promesse e blandizie, inghiottendo l’ira per rivomitargliela quando sarà intepidito e raccheto. Il vicerè, mentre trattiene i lazzaroni palleggiando, fin cinque assassini manda contro Masaniello; ma il popolo li trucida, e dal sangue passa al sangue, e a sfogar vendette. — Il principe di Cellamare impinguò comprando le gabelle che s’inventavano: a morte! — Il duca di Maddaloni non mi pagava il pesce che gli portava a casa, e mi rispondeva insulti: a morte! — Il principe Caraffa mi costrinse una volta a baciargli il piede: glielo voglio troncare e mangiarmelo. — Morte ai masnadieri! — morte a chi indossa il ferrajuolo, perchè può nascondere armi proditorie! — morte a chi non espone l’immagine del re e di san Gennaro!»

Masaniello operava con cuore e non senza senno; ma il prete Genovino spingealo ad esagerazioni (1647), e ne rivelava i divisamenti al vicerè. L’arcivescovo Filomarino, anch’egli come al solito assolveva, benediva, salvava qualche innocente, e per suo interposto il vicerè chiese a udienza Masaniello. Questi voleva andarvi in pure brache e berretto da pescivendolo; ma il cardinale, fin minacciando scomunicarlo, l’obbligò a mettersi un vestone di broccato e cappello alla spagnuola, e i lazzaroni non finivano d’ammirare il loro eroe rincivilito, che a cavallo, colla spada nuda si condusse al palazzo. Prima d’entrare, egli rassicurò la moltitudine: — Io non ho operato se non pel bene di tutti; e appena io vi abbia torni in libertà, ripiglierò il mio mestiero senz’altro chiedervi che un’Avemaria da ciascuno nel punto di mia morte». E come tutti a grandi schiamazzi gliel promisero, seguitò esortando non deponessero le armi se non dopo conseguito l’intento: — Diffidate dei nobili; e se troppo io fossi trattenuto in palazzo, buttatevi il fuoco».

Il vicerè gli usò quante cortesie la paura e la perfidia suggerivangli; espresse meraviglia di trovar tanto accorgimento in un pescivendolo ineducato; volea donargli una collana d’oro ch’e’ ricusò replicatamente, solo accettandone una di poco valore in segno della sua benemerenza; e lo chiamava «Figliuol mio», e «Per tuo merito oggi il re può dire d’esser re». Masaniello di rimpatto gli toccò più volte la barba, confortandolo a non aver paura; e poichè il popolo dubitando di qualche violenza al suo capo, tumultuava, Masaniello fecesi al balcone, e con mettere appena il dito alla bocca ottenne silenzio da cinquantamila lazzaroni, e che tornassero a casa. Anche sua moglie si presentò con un bambolo in collo alla signora d’Arcos, e le disse: — Voi siete la viceregina delle popolane. Mio marito governerà il popolo, e il vostro gli Spagnuoli».

Si proseguirono le conferenze, e il trattato (1647) conchiuso fra il vicerè e il «capo del fedelissimo popolo della fedelissima città» fu letto alla porta del duomo[82], spiegandolo Masaniello punto per punto a quella ciurma, indi fu giurato sul vangelo e sul sangue di san Gennaro. Masaniello v’accompagnò un’arringa, dove alle cose assennate ne mescolò di pazze; encomiò la condiscendenza del vicerè e l’animo pacifico dell’arcivescovo; poi voleva colà stesso levarsi di dosso quella incomoda vestitura per ripigliare le sue braghesse e il cappello da lazzaro. Non che cercasse levarsi in istato, egli vantavasi anzi della povertà: qualche volta, arringando il popolo, calavasi i calzoni per mostrare il dorso scarnato e il ventre vuoto, in segno della sobrietà conservata anche fra quell’abbondanza. Ai cavalieri che venivano per corteggiarlo, intima: — Via di qua, che non voglio altra compagnia che di scalzi com’io sono». Una volta l’araldo, fra gli altri viva in cui si sfogano le plebi sollevate, intonò anche — Viva Masaniello», ed egli inscurito, afferratogli il ciuffo, glielo tagliò colla spada, minacciandolo di peggio se gridasse altro che — Viva il re e il fedelissimo popolo di Napoli». Un plebeo gli si accosta, e — Non ti fidare se prima non hai in mano le chiavi del Castello»; ed egli, preso un mazzo di chiavi, glielo maneggia sulle spalle, dicendo: — To’; queste son le chiavi di Sant’Elmo». Uno mascherato gli susurra all’orecchio: «Parmi che la fortuna t’apparecchi una nobilissima corona»; ma egli: — Che di’ tu? altra corona io non cerco che quella della Madonna; altro non desidero che di sgravare la città dalle gabelle. Sono pover uomo, e serbato che avrò il paese al re, tornerò a pescare».

Hanno bel volerne fare un eroe gli adulatori del vulgo: costui era popolo co’ suoi difetti e le sue qualità; misto bizzarro, non però singolare, di vanità e dabbenaggine, di coraggio e pusillanimità; non elevatosi ad altra idea che di pagar poco, avere il pane buonmercato, e impetrar giustizia e miglioramenti dal re. All’arcivescovo chiedeva: — Eccellenza, sarò arrotato? Eccellenza, un gran peccatore son io, e voglio confessarmi. Per me non dimando covelle: finito quest’affare, torno a vender pesce». Ma eretto dalla plebe, nulla poteva negar alla plebe: permessi alcuni supplizj, prese la passione del sangue e del largire col denaro altrui e del decretar monumenti come un re. Piantava tribunale in piazza, ascoltando le accuse; e per lo più dalla sola fisonomia giudicava; e lì a fianco stava il patibolo, unica pena che infliggesse il disumanato pescivendolo; poi su e giù a rompicollo per Napoli, urtando del cavallo e ferendo, or accipigliato e minaccevole, or gettando zecchini a manciate, e affogava nel vino il poco cervello che gli era rimasto. Vedendolo operare da demente, fu detto che il vicerè l’avesse con tossici dissennato[83]. Se ne stomacano i savj; gliene vuol più bene la plebaglia: ma il fatale Genovino gli tiene addosso gli occhi, e nel convento del Carmine ov’era andato a confessarsi, i sicarj del Governo riescono a trucidarlo. Il popolo, che jeri l’aveva idolatrato, oggi lo strascina a vitupero; ma al domani, vedendo i fornaj tornar il pane a ventiquattr’once, gliene rinasce l’amore, e piange e schiamazza, e gli fa esequie che re mai non ebbe, cioè il pianto di ottantamila cittadini; gli onori dell’armi gli sono renduti da quegli stessi che l’aveano ammazzato, e quarantamila soldati, coi tamburi scordati e l’armi a rovescio, trascinando nel fango le bandiere, ne accompagnarono fra campane e cannoni la bara, dov’era portato sotto un panno ricamato a corone e palme, colla spada e il bastone di generale; quattromila preti e frati celebrarono per l’anima di lui; poi si attestò che il capo riattaccato al busto mosse gli occhi e parlò; che la sua mano strinse un rosario e diede la benedizione: in una settimana pescivendolo, tribuno, re, strapazzato, santificato.

Quell’assassinio non chetò la rivolta, che anzi in tutte le provincie la plebe si ribella ai baroni; in Cassano contro il principe dell’Ajerto; a Salerno, ad Avellino contro i Sanseverino; a Serracapriola, a Procida, ad Ischia contro i Del Vasto; a Celano contro i Piccolomini; a Carniola contro il principe di Stigliano; a Nardò contro un Conversano della casa Acquaviva, detto il Guercio di Puglia, che riuscito superiore, gli autori della sommossa mandò tutti al supplizio senza rispetto a grado o dignità; un vecchio di settant’anni fece impiccare pel piede; ventiquattro canonici archibugiare, poi le loro teste collocare coi berretti sugli stalli del coro[84]; e abbattute le case, e confiscati i beni pel valore di diecimila ducati, e altre sevizie di cui restò fin oggi popolare l’esecrazione. Tutto l’Abruzzo, tutta Calabria erano in armi; guaj agli appaltatori od esattori dei dazj! guaj ai ricchi in generale; distruggeansi i mulini, le case, uccideasi a furore; le sopite fazioni rinasceano per aggiunger olio al fuoco; in Eboli un partito fingendo volersi riconciliare con l’altro, ne trucidò tutte le famiglie.

Napoli stessa era in uno scompiglio che mai il peggiore. L’abolizione delle gabelle riduceva a miseria migliaja di famiglie che le aveano comprate, e di cui erano l’unica rendita: poi oggi tutte le donne faceano ressa al monte di pietà per riaverne i pegni; domani gli studenti chiedeano s’attenuasse il prezzo delle lauree; poi i pitocchi davano l’assalto ai Certosini pretendendo li frodassero delle limosine; altri ai forni e ai dogli: or plebejamente si applaude, or plebejamente s’accusa: tratto tratto si conciliano paci, ma i ministri del demonio insospettiscono i popolani, e tornasi alle ire, al sangue, al saccheggiare, all’incendiare[85]. Dal primo bisogno di pane passavasi poi a qualche veduta più alta; e mentre l’Arcos tentava eludere i privilegi concessi per la paura, il popolo pretende che le concessioni non fossero chiare abbastanza; chiarite, domanda altre; esige che il popolo abbia eguali voti della nobiltà; comincia a declamare contro gli Spagnuoli e ammazzare quanti ne incontra; vuol avere in sua mano Francesco Toratto principe di Massa, che per gli eccellenti servizj prestati a Taragona avea avuto premj, poi n’era stato frodato, sicchè tenevasi in broncio cogli Spagnuoli: viene creato capitano del popolo, e impetra più larghe condizioni; ma le provincie domandano quel che ottenne la capitale; tutti allettati da quella lusinghiera idea di non pagare più gabelle.

Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV e grand’ammiraglio di Spagna, giovane di diciott’anni, spedito con grossi navigli ma pochissime munizioni a restaurar la fortuna spagnuola in Italia, accorse colla flotta davanti a Napoli (8bre). Arcos chiama in castello i primarj popolani sotto finta di parlamento, e li tiene ostaggi, e di lassù bombarda la città mentre il secondano le navi; talchè alfine si capitola, e il popolo depone le armi. Era un gran pezzo che Napoli non vedeva alcuno dei suoi reali; onde festeggiò clamorosamente don Giovanni che rabbonisce e promette: ma Arcos, temendo non si volesse per costui mezzo ottenere l’indipendenza, istillò sospetti nel giovane eroe per disamorarlo del popolo; poi quando la città si fu racqueta, ecco le truppe scendono in ordine dai castelli, mentre da questi s’avventano palle e bombe. Il furore spinge alla difesa i Napoletani traditi; resistono, ammazzano, rincacciano; non potendo i soldati venirne a capo in quel labirinto di vie abbarrate, Arcos chiede l’interposizione del cardinale Filomarino; e questo nega, indignato d’essersi veduto stromento all’iniquo sterminio del suo gregge[86] (1647). Il popolo, convertito lo sbigottimento in furore e la quistione fiscale in politica, manda fuori que’ soliti manifesti ove si giura morte alla nobiltà, e s’invita il mondo in ajuto della giustizia; inalbera bandiera rossa; morte a chiunque parli di pace; morte pure a chi propone di buttarsi in braccio alla Francia. Il principe di Massa ne animava il valore e ne dirigeva le difese, ma coll’esitanza di chi sostiene una causa in cui non confida; e perchè cercava di riconciliare o trar in lungo, perde la confidenza, è ucciso, appiccato, e il cuor suo spedito alla moglie. Allora si grida capitano Gennaro Annese, archibugiere coraggioso e, per odio ai nobili più che al re, repubblicante. Egli cercò trar le provincie al medesimo sentimento; e le più avendo aderito, cominciò guerra civile contro i baroni, empiendosi il regno di grida, di furti, di atrocità.

Il vicerè aveva invitato tutti i baroni del regno ad accorrere alla capitale e difendere la causa comune; e raccolte masnade, vennero in fatti i duchi di Montesarchi, di Salsa, di Conversano, e principalmente il principe Caraffa di Maddaloni. Costui, a sedici anni capo di gran famiglia e possessore di fortuna principesca, si abbandonò alle consuetudini e al temperamento: con amori chiassosi, chiassosi duelli e molte uccisioni guadagnossi reputazione di gentiluomo compito: teneva la casa piena di bravi, pronti a mettersi ad ogni sbaraglio per difendere od offendere, insultar la legge, frodar la finanza, fare stare i birri e soprusare la plebe. Col fratello don Giuseppe e colle famiglie San Felice e Liguori tiranneggiavano i contorni del borgo dei Vergini, come i Caracciolo di Santobuono, i Minutolo, i Capecelatro molestavano le vicinanze di San Giovanni di Carbonara, altri altrove. Giuseppe Caraffa in pochi giorni per malumore fece uccidere tre persone e due ferire gravemente; Diomede rompere la testa a un mercante perchè era in urto con un altro suo protetto. Il Monterey, risoluto di reprimere esso duca di Maddaloni, che allora aveva appena vent’anni, mandò cento soldati per arrestarlo in una sua villa a Posilipo; ma avvertito egli fuggì: onde si lanciò contro di lui un mandato d’arresto, furongli imposte multe, messi soldati nelle case e nei feudi di lui ed a sue spese; e si computa che in pochi anni dovesse pagare centomila ducati. Eppure fedelissimo al dover feudale, servì all’Austria nella guerra dei Trent’anni, in quella di Urbano VIII menò otto compagnie di suoi vassalli per Maddaloni, dieci per Arienzo, sei per Cerreto; e passava per un de’ migliori nobili; cavaliere d’alto fare, splendido, liberale; piede di casa, servitù, carrozze, cavalli, barche, tutto da gran signore; e diceva che, come i re hanno la ragion di Stato, così i nobili hanno la ragion di famiglia.

Masaniello guardavalo con odio particolare, onde nella prima sollevazione gli furono bruciati i magnifici palazzi, ucciso il fratello e altri parenti; ed egli buttatosi alla campagna, fu de’ primi che osteggiasse Napoli, nè mai desistè. Per opera di lui e degli altri baroni erano intercetti i viveri alla città e provveduti i castelli; di modo che le milizie regolari e il nome regio prevalsero. Allora Napoli, ridotta all’estremo, ed essendosi invano esibita al papa come ad alto signore del reame, pensò ricorrere a quella Francia che dianzi aveva esecrata, e i cui ambasciatori aveano soffiato in quel fuoco per nuocere alla Spagna. Vero è che i Napoletani non voleano sottoporsi ad essa, ma esserne ajutati a farsi repubblica: repubblica coll’ajuto di un re.

Enrico duca di Guisa, di altissima famiglia francese e discendente dai principi d’Angiò antichi signori di Napoli, condannato di maestà, poi assolto, e rinomato per galanterie, era allora venuto a Roma per far cassare il suo matrimonio onde sposare una civettuola. Colà lo incontrarono alcuni pescivendoli andativi con titolo di ambasciatori; e bello, manieroso, ricco e prode quanto i ribelli s’immaginano facilmente, lo guardarono come inviato da Dio, e lo sollecitarono a liberare il loro paese. Tra per vanità propria e per gratificare a Francia egli accetta, e sfolgora vanti e promesse: promesse e vanti fanno i deputati della real repubblica di Napoli, e che vi troverebbe censettantamila fanti in tutto punto, assai cavalli e munizioni, e tre in quattro milioni, oltre gioje e metalli. Ma egli arriva con non più di ventidue persone, compresi i deputati napoletani e la servitù, pochissimi denari tolti a usura, e qualche barile di polvere, e trova null’altro che coraggio e disordine. Ma che importa? gl’insorgenti si brigano essi mai coll’aritmetica? la gioja va al colmo; si ripigliano gli assalti contra gli Spagnuoli che possedono i castelli e mezza la città; si rincacciano i nobili dalla campagna.

Intanto il Guisa, gridato «generale della serenissima reale repubblica di Napoli», con fortunati successi rallegrò la città[87], estese emissarj per tutto il regno; trasse anche molti nobili nel partito popolano (1648); e se avesse lealmente proclamato una repubblica, alla quale partecipassero anche le altre provincie del regno e i cittadini coi nobili, forse si sbarbicava la dominazione spagnuola. Ma, a tacere le sue ambizioni, egli molestava colla solita pecca de’ Francesi, il tentar le donne; reprimeva fin colla morte lo sparlare[88]; e mal soffriva d’avere per eguale Gennaro Annese, che a vicenda non voleva lui per superiore, e che sdegnavasi perchè mai non nominasse il promesso senato.

Pure il coraggio cresce all’entusiasmo quando scoprono la flotta francese; e benedicono a Francia: Francia monarchica che viene a stabilire una repubblica in Italia. Se quei ventinove ben provvisti vascelli di guerra, comandati dal duca di Richelieu pronipote del cardinale, avessero assalito la sguarnita flotta spagnuola, certo la sconfiggevano: ma il duca non fece che deporre qualche munizione, e voltò di bordo, perocchè il Mazarino, che nulla rincoravasi del leggero cervello del Guisa, non sentivasi d’impegnare la Francia in una guerra. Al qual Mazarino il duca scriveva: — Ben ho a dolermi d’essere abbandonato dalla vostra protezione nel maggior mio occorrente. Arrischiai la vita sul mare; trassi dalla nostra quasi tutte le provincie del regno; ho mantenuto la guerra per quattro mesi senza polvere nè danari, e rimesso all’obbedienza un popolo affamato, senz’avergli potuto dare in tutto questo tempo più che due giorni di pane; sfuggii cento volte alla morte, minacciatami e col veleno e colle rivolte. Tutti mi hanno tradito, i miei stessi domestici pei primi; l’armata navale non è comparsa che per iscreditarmi appresso il popolo. Ma quello che più mi accora è l’essersi fatta entrare madamigella Ponts donna mia in un altro monastero da quello ov’io l’avea pregata di ritirarsi. Era l’unica ricompensa ch’io pretendessi alle mie fatiche, senza la quale nè di fortuna, nè di grandezze, nè tampoco della vita fo conto; disperato rinunzio ad ogni sentimento d’onore e d’ambizione, nè penso che di morire per non sopravvivere ad un crepacuore che mi fa perdere il riposo e la ragione»[89].

Arcos aveva ricevuto dalla Spagna piena potenza di trattare e concedere; il re ordinavagli, Ajustareis todas las causas de manera que esos mis subditos recivan la mayor satisfacion que posible, y sean defendidos y mantenidos en la paz y justicia que les deseo y devo administrar; egli ripeteva amnistie le più ampie: ma poichè conoscevasi odiato da amici e da nemici quale causa di questi mali, fu richiamato (1648 aprile) e datone la patente al conte d’Ognate. Questi con denari e con promesse di perdono e di concessioni divide i rivoltosi, inimica al popolo le cappe nere, e tratto per astuzia il Guisa fuor della città, la occupa; secondato dall’Anese e dagli altri capipopolo, i quali s’accorgevano che la rivolta non facea se non convalidar la nobiltà, e che gli consegnarono la chiave del Torrione del Carmine, ove furono trovate perfin le corrispondenze del Guisa. Allora tutto sonò di viva alla Spagna[90], come dianzi di bestemmie; la quiete tornò, e si rimisero ai mestieri quelli che aveano preferito viver di baccano; il Guisa, fuggendo travestito, fu preso e tradotto in Ispagna; sol dopo qualche anno, per intercessione di principi, fu liberato; e la rivoluzione finì come tutte quelle dove il valore e il furore non son guidati dalla prudenza.

Se Francia voleva diroccare l’emula, quello era il momento di far uno sforzo; ma i soccorsi che il Guisa avea caldamente sollecitati arrivarono quando l’ardore popolano era sbollito. Allora, come sempre, si credette che il primo fremito della sconfitta sarebbe un buon appoggio alla riscossa; e il Mazarino, conoscendo che quello era «l’affare più importante che si potesse concepire»[91], cercò riaccendere il fuoco, ma non risolveva se far repubblica, o mettervi un re temperato e amico di Francia. Tornò gli occhi su Tommaso di Savoja, a un cui figlio avea sposata sua nipote Olimpia Mancini; e gli somministrò bella armata e truppe di sbarco, cui si unì una caterva di fuorusciti, che menavano gli stranieri contro la patria, e agli stranieri promettevano una sollevazione paesana per favorirli: ma nessuno essendosi mosso, respinto dai regj, egli dovette ritirarsi; e Piombino e Portolongone furono recuperati dagli Spagnuoli.

Questi presero allora a incrudelire, quanto più avevano nella paura condisceso; decollarono l’Anese, sebbene si fosse fatto traditore per essi (1653); appiccarono i migliori de’ suoi compagni; tesserono di que’ turpi processi che sogliono disonorare ogni ripristinazione; bandi e confische colpirono chi colla fuga erasi sottratto alla forca; e intere famiglie rimasero schiantate, molti ammazzati compendiosamente; alfine il boja stesso fu appiccato, convinto d’aver ricevuto denaro per far penare di più gli sciagurati. Quello stesso Diomede Caraffa, ch’era stato caporione della causa regia, sotto altri pretesti fu colpito di grave tassa, poi in prigione, indi trasferito in Ispagna, ove morì. I briganti che più non poteano trovar soldo dai signori, costretti a tenersi ne’ boschi, vi morivano d’inedia e di disagio. Il rigore dell’Ognate parve eccessivo fin alla Corte, che gli surrogò il conte di Castrillo.

A quella rivoluzione aveano preso parte molti pittori, o ne furono vittime. Il Falcone, per vendicare un parente uccisogli da un soldato spagnuolo, formò la compagnia della Morte aggregandovi la più parte de’ suoi colleghi e scolari, Coppola, Porpora, Micco, Spadaro, il Po, il Mastuzzo, i due Fracanzano, Cadagora, Vacari padre e figlio. Altri la immortalarono coi dipinti, come Salvator Rosa, Spartaro, Giuliano Finelli scultore di Carrara, Francesco Francanzano[92], il quale poi ne tentò un’altra; ma scoperto, ebbe, per grazia dell’Ognate, invece della forca, il veleno.

Don Giovanni d’Austria nella capitolazione, oltre il pieno indulto delle colpe di maestà, e anche di qualunque delitto ordinario commesso durante la turbolenza, sebbene i rei fossero già in carcere e in galera, e sebbene non avessero la remissione della parte offesa, aboliva tutte le gabelle: stolta esagerazione, la quale gettava sul lastrico migliaja di famiglie che le aveano comprate. Furono dunque ristabilite e ordinate meglio, assegnando la parte che competerebbe alla cassa militare.

Ma anche molti nobili erano fuggiaschi o in bando, altri stavano di pessima voglia, e guatavano verso Francia[93]; e dopo che Enrico di Guisa ebbe ricuperata la libertà (1654), lo sollecitavano a ritentar la ventura. Il Mazarino lasciò che allestisse una spedizione a proprio conto, promettendo assisterlo nel caso riuscisse. Egli, fatto denaro in ogni modo, veleggia di Provenza con sette vascelli grossi, quindici mercantili, sei galee, sei tartane, ma molte ne perde nel tragitto. Sebbene intanto il vicerè Castrillo si fosse atteggiato a difesa, e avesse promesso perdono a chi ben si comporterebbe, il Guisa sbarca a Castellamare (9bre), e se poteva accelerarsi, occupava Napoli; ma sprovvisto di viveri, non secondato come credeva, aborrito dai contadini a cui spalle doveva vivere, egli fu costretto rientrare in Francia con quei che gli rimanevano, dopo aver saccheggiato la piazza. E la Spagna gettò di nuovo su questo scompiglio il suo manto, ricamato a stemmi e foderato di spine.

Alla Spagna n’era venuto profitto per l’abbattimento dell’aristocrazia, fosse nelle stragi fattene dal popolo, fosse poi nel punire; e d’allora cominciò a sminuir la ricchezza delle famiglie e perdersene l’influenza, e molte spagnuole si introdussero nei sedili. La Spagna poteva dire d’essere omai libera nella dominazione napoletana, eppure non la migliorò. Nel 1658 per la nascita d’un erede del trono si chiese un donativo di trecencinquantamila ducati, parola dimentica dal 48 in poi: per trovarli si pose la tassa sul pane, e si cominciò la cantilena d’inventare gabelle, venderle, inventarne di nuove. I banditi ricomparvero, e i falsi monetieri, e i ladri nelle vie della città; i feudatarj, perduta l’autorità del resistere, ricuperarono l’arbitrio del soprusare.

La peste (1656) (giunta quasi perpetua ai mali di questo secolo pomposo e sciagurato) imperversava in Sardegna; pure il vicerè di Napoli per le necessità della guerra ne traeva milizie, e con esse l’infezione. Ben potè egli proibire che contagio si dicesse, e il male infierì in città affollata e sudicia, sicchè migliaja al giorno morivano; campi interi e le cave delle pietre furono colmate di cadaveri; i galeotti turchi obbligati all’uffizio di sepoltori, e quando essi pure mancarono, i cadaveri insepolti nuove morti cagionavano. Si sperò salvezza da suor Orsola Benincasa, morta testè in odore di santa; e non che cassette, ma barili si empirono di monete, offerte per alzare un monastero alle sue monache. Poi il popolo incolpava gli Spagnuoli di spargere veleni e unti, e che perciò morissero più vulgari che ricchi; dappertutto vedeva avvelenatori e polveri; e molti scannò a furore, altri processati, come un Vittorio Angelucci, reo d’altre colpe, ma offerto vittima al pregiudizio. Il morbo diffondeasi nella provincia, passava a Genova, che all’interruzione dei traffici preferì questa terribile eventualità; passava a Roma, ove pure fu creduto manifattura degli Spagnuoli, per punire il papa d’aver ricevuto l’ambasciatore del sollevato Portogallo. Insomma il vulgo attribuiva la peste fisica a quelli che n’erano veramente la peste morale.

CAPITOLO CLIII. Guerra della Valtellina. Successione di Mantova e del Monferrato. Il Mazarino.

Tanto basta a conoscere gli umori de’ governanti di Spagna, e quella amministrazione, di nulla occupantesi meno che del bene de’ popoli; mentre tutta Italia, impotente di sè, trovavasi sbolzonata tra Francia e Spagna, quella rivoluzionaria per interesse, questa conservatrice materiale, «tutta gentilezza, tutta complimenti nelle apparenze, ma a chi ben guardi, tutta superbia, tutta avarizia, tutta crudeltà. Le mani, sproporzionatamente lunghe, distende per tutto ove meglio le torna conto, senza discernere l’amico dal nemico, lo straniero dal parente. Atta a dominare schiavi, incapace di governare uomini liberi, non è mai temibile tanto come allora che, colla corona in mano, tu la vedi trattare vezzi, pieni di pretesti di religione e di santa carità verso il dilettissimo prossimo».

Così l’arguto Trajano Boccalini, il quale altrove scrive: — Se l’Italia volesse considerare diligentemente quale sia quella pace di ch’ella forse si vanta, conoscerebbe ch’ella deve altrettanto dolersi di questo ozioso veleno che la consuma, quanto nella sovversione e nella fiamma aperta delle guerre altrui va commiserando i danni degli amici». Egli medesimo introduce Francia a dire alla Spagna: — Con quella libertà che è propria della mia natura, voglio dirvi che l’impresa di soggiogare tutta Italia non è negozio così piano, come veggo che voi vi siete dato a credere. Poichè, quand’io ebbi li medesimi capricci, con mie rovine grandissime mi sono chiarita, che gl’Italiani sono una razza d’uomini, che sempre stanno con l’occhio aperto per escirvi di mano, e che mai si domesticano sotto la servitù di stranieri. E sebbene come astutissimi facilmente si trasformino ne’ costumi denominanti, nell’intimo del cuor loro servano vivissimo l’odio antico. E gran mercadanti della loro servitù, la trafficano con tanti artifizj, che, con essersi posti in dosso un paro di brachesse alla sivigliana, forzano voi a credere siano divenuti buoni Spagnuoli, e noi con un gran collaro di Cambrai, perfetti Francesi; ma quando altri vogliono venir al ristretto del negozio, mostrano più denti che non n’hanno cinquanta mazzi di seghe»[94].

Tutti gl’interessi e le passioni vennero a complicarsi in due imprese che lungamente esercitarono diplomatici e guerrieri; la sollevazione della Valtellina e la successione del Monferrato.

Narrammo (Cap. CXLVIII) come la riforma religiosa fosse penetrata nella Valtellina, e quali le conseguenze. Essa valle, cogli annessi contadi di Bormio e di Chiavenna, avea formato parte del ducato di Milano, fin quando i duchi furono costretti cederli ai Grigioni. Di tal perdita non sapeano darsi pace gli Austriaci, poichè, la valle allungandosi da settentrione a mezzodì fra la Lombardia e il Tirolo, e fiancheggiandola i Grigioni a destra e il Veneto a sinistra, opportunissima l’avrebbero avuta a tragittar le truppe dalla Germania in Italia e viceversa, mentre torrebbe alle francesi di passare nel Veneto. Per questi tragitti di truppe Venezia, Spagna, Francia, Savoja aveano rimescolato incessantemente il paese stesso de’ Grigioni, intrigando e comprando le famiglie dei Pianta e dei Salis, corifee di due contrarj partiti.

I Grigioni aveano stipulata col Milanese una convenzione di buon vicinato e libero il transito delle merci dirette a loro, purchè essi non lasciasser l’esercito nemico varcare al ducato di Milano. Ma quando prevalsero i Salis fautori di Francia, trassero ad una lega (1603) con Enrico IV difensiva e offensiva, dove nessuna eccezione faceasi a favor del Milanese. Se ne indignarono gli Spagnuoli; e il governatore conte di Fuentes mandò minacciarli; e vedendosi poco ascoltato, fabbricò un forte appunto ove la Valtellina e la valle di Chiavenna sboccano al lago di Como; sicchè di là poteva co’ suoi cannoni impedire e gli eserciti e le merci della Rezia, singolarmente il grano che questa trae dalla Lombardia. Ai reclami de’ Grigioni egli non badò, tanto meno dacchè tenne per nuova onta la loro lega coi Veneziani. Questa scadeva nel 1615, e i Veneziani mandarono a Coira per rinnovarla: ma gli attraversavano da una parte Francia, volendo da se sola dipendenti i Grigioni; l’Austria dall’altra per umiliare i Veneziani, che allora astiava per la guerra degli Uscocchi. Ma i Protestanti, a cui capo Ercole Salis, caldeggiavano gl’interessi veneti per avversione alla cattolica Spagna, e levato rumore (1618) cacciarono e l’ambasciadore francese e gli austrizzanti, e gridando alla corruzione, alla superstizione, piantarono un feroce tribunale (Strafgericht) che processò, bandì, multò, uccise gli avversarj, come tali contando gli zelanti Cattolici, e fra questi Nicolò Rusca, veneratissimo arciprete di Sondrio nella Valtellina (tom. X, pag. 571).

Questa suddita indoloriva viepiù dal malessere dei padroni; e a tacere la sfacciataggine con cui i magistrati, che aveano compro all’asta le cariche, se ne rifaceano col vendere la giustizia, dai dissensi religiosi erano esacerbati gli animi. Perocchè quei che venivano a governarla dal paese de’ Grigioni, per lo più calvinisti, favorivano ai loro religionarj, de’ Cattolici turbavano le coscienze, il culto collo specioso titolo della libertà; le persecuzioni portavano riazioni; ai supplizj si rispondeva coi coltelli, finchè i Valtellinesi ordirono ed effettuarono un macello universale de’ Protestanti (1620 luglio).

Il duca di Feria governatore di Milano, avutane contezza, lusingava di pronti soccorsi l’insurrezione; scoppiata che fu, esitò ad entrare nella valle, prevedendo sarebbe favilla di vastissimo incendio. Di fatto i Grigioni armarono per ripigliarsi le loro suddite; corsero proclami, accuse, giustificazioni, recriminazioni; la risolutezza degl’insorti inanimì i principi cattolici a sostenerli; l’imperatore armò ai confini tirolesi, Spagna ai milanesi; e si cominciò guerra che molti anni fu prolungata. I Grigioni rioccuparono la valle, ma tutti gli sforzi esterni erano elisi dall’intestino cozzarsi tra Cattolici e Protestanti. I primi avendo avuto la peggio, e trovandosi perseguitati ed espulsi, ricorsero agli Austriaci, i quali invasero il paese Grigione, e restituirono il sopravvento alla parte cattolica, che, col solito abuso delle riazioni, spense la libertà. I natìi poco tardarono a riscuotersi, e insorti cacciarono gli Austriaci che non potevano trucidare. Accorsero questi per vendicarsi; e se fossero riusciti a fissare il piede nella Rezia e congiungerla col Tirolo, «poteva dirsi stretto il laccio al respiro e alla libertà d’Italia» (Nani). E ne fu ad un punto, atteso che la Francia avea dato mano sin alla fazione austriaca, per quanto Venezia le intonasse come guasterebbe i proprj interessi col lasciare la Valtellina alla Spagna, che così avrebbe escluso perpetuamente gli eserciti francesi dall’Italia, e assicuratovi il passaggio a’ suoi. La ragione valse a combinare una lega (1622) fra la signoria veneta, il re di Francia e il duca di Savoja; e si fecero sonare tanto alto que’ paroloni d’indipendenza degli Stati e d’equilibrio scomposto, che fu preso il compenso di consegnare le fortezze della valle ai papalini. Acconcio viemeno risolutivo dacchè morì Gregorio XV, che forse meditava farne un appannaggio pe’ Ludovisi suoi nipoti, e Urbano VIII mostravasi disposto a qualunque accordo coi Grigioni (1623), purchè salva la religione cattolica in Valtellina.

Di ciò mal s’acquetava la Francia, e in Avignone raccolse a congresso i ministri di Venezia, Savoja, Inghilterra, Olanda, Danimarca ed altri, col titolo di reprimere le trascendenze dell’Austria. Il risultato fu che Richelieu, ministro onnipotente di Luigi XIII, affidò un esercito al marchese di Cœuvres, il quale, ricantando liberazione e indipendenza, trasse le leghe Grigie a giurare la pristina alleanza, e occupò la Valtellina, senza che i papalini facessero ostacolo. Accorse il duca di Feria a chiudergli il varco pel Milanese, e costruttori genovesi oppose ai costruttori veneziani, che al Cœuvres aveano preparato una flottiglia sul lago di Como. Alcun tempo continuarono le fazioni, sin quando (1626), nella pace di Monson (pag. 71) tra Spagna e Francia, si convenne la Valtellina tornasse ai Grigioni, ai patti che godeva nel 1617; sola religione permettendovi la cattolica. Spiacque ai Valtellini il rimettersi a una servitù da cui si erano con braccio forte riscossi; spiacque ai signori di Francia l’abbandono della valle che aveano assunta in protezione; spiacque al papa si fosse stipulato senza sua saputa; spiacque ai Grigioni la restrizione imposta; e alla pace seguì un fremer d’armi universale, complicato dal tentativo che dicemmo del duca di Savoja contro Genova, e dalla guerra di Mantova.

Abbiamo veduto (tom. VII, pag. 407) Luigi Gonzaga sottentrare ai Bonaccolsi nella signoria di Mantova col titolo di capitano: Giovan Francesco nel 1433 ottenne il titolo di marchese dall’imperatore Sigismondo, e di vicario perpetuo, il che equivaleva alla sovranità. I successori mantennero la fama di buoni guerrieri, e formato un corpo di valorosi, lo prestavano a chi pagasse (1484). Francesco II stabilì una razza di cavalli, che furono ricercati lungo tempo anche in Inghilterra: combattè col papa, con Francia, con Venezia, della quale comandava già gli eserciti alla battaglia di Fornovo; poi contro di essa nella lega di Cambrai: e caduto prigioniero, smise le armi, e si ritirò a governare in pace il suo paese. Terzo suo genito fu quel don Ferrante Gonzaga che più volte nominammo; il primogenito Federico II succedutogli (1519), ottenne che Carlo V nel 1530 ergesse il paese in ducato, aggiuntavi la signoria di Guastalla[95].

Finita con Giovan Giorgio la stirpe dei Paleologhi (1533), il Monferrato era conteso fra il duca di Savoja, il marchese di Saluzzo, e questo Federico Gonzaga, qual marito di Margherita, nipote dell’ultimo duca. Carlo V, che come di feudo imperiale pretendeva disporne, onde evitare l’incremento della Casa di Savoja, sentenziò a favore de’ Gonzaga (1536), i quali così stettero marchesi del Monferrato per quasi un secolo, fin quando Francesco IV, sposo a Margherita figlia di Carlo Emanuele I di Savoja, non lasciò altro discendente (1612) che Maria fanciulla di tre anni. Il cardinale Ferdinando zio di lei ne prese la tutela, poi anche il titolo di duca di Mantova: ma al Monferrato aspirava Carlo Emanuele con ragioni feudali per se stesso, o come a feudo femminino per sua nipote, con una soprassoma smisurata di dote e di compensi. La realtà si è che quella provincia pingue, padrona del Po, e a due passi da Torino, gli veniva d’estrema convenienza: ma altrettanta fermezza mettevano a contendergliela gli Spagnuoli, conoscendola troppo vicina a Milano, pericolosa in mano di quell’irrequietissimo, per la fortezza di Casale, la più importante d’Italia dopo Palmanova. Per quanto ogni prudente sconsigliasse Carlo Emanuele da un’impresa che capovolgerebbe tutta Italia, e a lui avverserebbe e Francia e Spagna, egli vi si ostinò, tessè molte ritortole, impedì tutti i proposti accomodamenti, e senza compassione per altrui nè timore per sè, minacciava, gridava voler assicurare l’italica libertà, ormai sopra lui solo appoggiata.

Poichè le pratiche colla Spagna non valsero, e il duca di Lerma gl’intimò «Obbedisca», egli, trovandosi truppe veterane, e denaro onde arrolare Svizzeri e Borgognoni, sorprende il Monferrato mentre stava sicuro nella pace e nella protezione di Spagna, occupa Trino, Alba, Moncalvo (1613), con crudeltà e prepotenze da nemico.