C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO XII.


STORIA
DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO XII.

TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1877


[INDICE]


CAPITOLO CLX. I Pontefici. Ferrara e Urbino. Guerra di Castro. Contese pel giansenismo e per la regalia.

La natura elettiva del sovrano a Roma portava per ciascuna vacanza una rivoluzione. Appena il papa avesse chiuso gli occhi, prorompevasi a sparlarne quando più non era pericolo, e a sbottonare i favoriti di esso; generalmente il nuovo eletto congedava il segretario di Stato del predecessore, e con gente nuova e inesperta cambiavasi e politica e amministrazione. L’Impero, Spagna, Francia, Savoja intrigavano nel conclave per mettere la tiara a un loro benevolo, usufruttando i voti di cui ciascuna disponeva. Per ispirazione, cioè ad unanimità, o per compromesso eleggeasi rarissime volte; le più per iscrutinio, dov’è necessario l’accordo di due terzi dei cardinali presenti. Fra i parteggianti orzeggiava un battaglione volante di cardinali, insufficienti a eleggere, bastevoli ad escludere: il che prolungava le vacanze, durante le quali l’amministrazione sfasciavasi, la giustizia si rilassava, ricomparivano le bande.

Gregorio XV nel breve regno tentò riparare agli abusi del conclave: ma come, se tanti ne faceano profitto? Matteo Barberini di Firenze, arricchitosi ad Ancona trafficando, gli successe col nome di Urbano VIII (1623). D’età fresca, avvezzo agli affari, di salute atletica, d’ingegno ameno, leggeva versi moderni e ne facea, prediligendo chi glieli lodasse; chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Echellense, di Levante Leone Allacci, oltre il fiore degl’Italiani; agli ecclesiastici interdisse i negozj secolareschi; pubblicò migliorato il Breviario romano, correggendone egli medesimo gl’inni; da San Benedetto di Polirone nel Mantovano fece trasferire le ceneri della contessa Matilde in Vaticano, ponendole un mausoleo, di cui Lorenzo Bernini fece il disegno e la statua, il resto suo fratello Luigi, Stefano Speranza il bassorilievo che rappresenta Enrico IV ai piedi di Gregorio VII. Se mostravangli i monumenti di marmo de’ suoi predecessori, diceva, — Io ne erigerò di ferro»; e pose Forte Urbano alle frontiere di Bologna; fortificò Roma; istituì a Tivoli manifatture di armi; arsenale e soldati a Civitavecchia, dichiarata portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede fatte sui Cristiani.

Sentendo alto di sè, comportavasi con autorità assoluta, dicendo: — Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali uniti». Gli si faceva un’objezione tratta da antiche costituzioni papali? rispondeva: — La decisione d’un papa vivo val meglio di quella di cento papa morti». Voleasi fargli adottar un’idea? bisognava esibirgli la contraria. Per tutta Europa era invocato arbitro; ma non che degnamente sostenere la sublime parte, cogli ambasciadori chiaccherava, dissertava, anzi che stringere, e volgeasi al sì e al no per capriccio, non per ponderazione.

Disastravano allora le cose de’ Cattolici in Germania; e Gustavo Adolfo di Svezia, vinti più volte gl’imperiali, minacciava voler celebrare i suoi trionfi a Roma. Urbano avrebbe dovuto profondere per la causa cattolica; ma le cose italiane, e massime il sacco di Mantova aveangli reso odiosi gli Austriaci.

Di que’ tempi al dominio papale s’aggiunsero Ferrara e Urbino. Nella prima risedevano i signori d’Este, tenendo i ducati di Modena e Reggio e la contea di Rovigo dall’Impero, il ducato di Ferrara dal papa. Sotto Ercole I, Ferrara contava fin ottantamila abitanti, ricchi edifizj, lieta compagnia; ma quando Montaigne qui viaggiò, trovava Ferrara spopolata, il Po di Primàro e di Volàno interrito (1559), giacchè Alfonso II occupava intorno ai proprj terreni e ad abbellire la Mesola i denari e i villani che i Comuni eran obbligati somministrare per mantener le dighe e regolare le acque; poi gravava i sudditi con balzelli sopra ogni oggetto, facea monopolio del sale, dell’olio, della farina, del pane; proibita la caccia, salvo pochi giorni ai nobili e con tre cani al più, e appiccato chi violasse le bandite.

La Corte però era salita in nome e ricchezza, destreggiando con una politica che la fece star in piedi nella caduta degli altri principi. Favorendo i letterati, associava le proprie lodi all’immortalità di quelli; ivi s’aprivano dispute accademiche; ne’ suoi teatri s’inventò o ripulì il dramma pastorale; splendide feste e rappresentazioni e tornei, fin di cento cavalieri, porgevano occasione di raccorre forestieri, e di ostentare la cortesia del principe e delle dame cantate dal Tasso. Giambattista Pigna e il Montecatini, professori dell’Università, divennero successivamente primi ministri, senza interrompere gli studj e le lezioni; Battista Guarini fu spedito ambasciadore a Venezia e in Polonia; Francesco Patrizi accarezzato. Ma la protezione che Alfonso, uomo d’angusti spiriti, concedeva alle lettere, era superba e intollerante; al Tasso, forse perchè mostrò dare ascolto ai Medici che l’invitavano a Firenze, tolse la grazia e la libertà; l’illustre predicatore Panigarola, tratto con gran fatica a Ferrara, ne fu violentemente sbandito appena parlò di trasferirsi altrove. Interminabili dispute agitò Alfonso col granduca di Toscana per la precedenza, combattè in Ungheria contro i Turchi, brigò per divenire re di Polonia. Non avendo prole da tre mogli, studiava che i suoi sudditi non cadessero sotto forestieri; e malgrado lo statuto di Pio V che vietava d’infeudare Stati ricadenti alla santa Sede, ottenne dall’imperatore di trasmettere i suoi al cugino Cesare, nato da un figlio naturale di Alfonso I.

Di fatti gli fu posto il manto ducale con festa tanto maggiore, quanto più si era temuto perdere l’indipendenza: ma la Camera pontifizia ob lineam finitam seu ob alias causas pretese ricaduto quel ducato. Don Cesare pensò che i principi per gelosia non consentirebbero mai ai papi l’acquisto di Ferrara; ma Clemente VIII i diritti papali sostenne (1597) con quarantamila soldati, ed una delle bolle più furibonde lanciò contro Cesare e chiunque il favorisse. In conseguenza nessun principe osò chiarirsi per lui, e don Cesare debole, circondato da insidie e da terrori spirituali, e vedendo i Ferraresi propensi al dominio pontifizio, cercò patti, e furono ch’e’ non rinunziasse, ma consegnasse il ducato di Ferrara, Cento, la Pieve e gli altri luoghi di Romagna, serbandosi i beni allodiali del duca Alfonso. Casa d’Este restò dunque spossessata di Ferrara e anche di Comacchio e Argenta, che pur teneva dall’Impero; e Cesare ritiratosi a Modena, vi cominciò la linea ducale di Modena, Reggio e Carpi durata sin al 1803[1]. I natii, al solito, rimpiansero caduta quella signoria che fiorente aveano aborrita; Ferrara, ridotta città di provincia, perdette il lustro e la popolazione; e una fortezza eretta nel quartiere più frequentato la imbrigliò. Il papa conciliossi i nuovi sudditi rintegrando i privilegi municipali, formando un consiglio di ventisette nobili alti, cinquantacinque di piccoli e cittadini notabili, e diciotto delle corporazioni.

Il ducato d’Urbino comprendea sette città e forse trecento borgate dell’antica Umbria, con fertile costa marittima e grate montagne; e potea fruttare centomila scudi quando il commercio de’ grani in Sinigaglia prosperava. I duchi, militando al soldo straniero, e godendo la carica, ormai nominale, di prefetti di Roma, lucravano al paese più che non costassero; e pomposi, letterati, rispettando gli statuti, faceansi benvolere (t. IX, p. 122). Guidubaldo, succeduto all’illustre Federico di Montefeltro, fu da Cesare Borgia spossessato (1502), restituito al cadere di questo, colmo di favori da Giulio II che l’indusse a chiamar erede il comune nipote Francesco Maria della Rovere. Questo, succedutogli, servì come capitano generale alla Chiesa; ma Leon X (1508) tolse a deprimerlo per sollevar casa sua, e presogli il ducato, ne investì Lorenzo de’ Medici. Venuto Adriano VI, Francesco tornò (1538), e consolidossi, e fu considerato tra le migliori spade d’Italia, e non meno Guidubaldo II.

Francesco Maria II costui figlio visse lungamente in Corte di Filippo II, e contro cuore (1574) sposò Lucrezia d’Este; egli di venticinque, ella di quarant’anni; onde dissapori e separazione. Morta lei, sposò Livia della Rovere, e il popolo si desolava non vedendone frutti; e facea preghiere e voti a sant’Ubaldo protettore di quella casa. Qual gioja allorchè s’annunziò gravida la duchessa! quale, allorchè al popolo, accalcato davanti al palazzo, Francesco annunziò (1605) che Dio gli avea dato un maschio! Il tripudio andò agli eccessi: ci volle truppa per frenarlo, si corse a saccheggiare il ghetto degli Ebrei, vittime designate nelle disgrazie come nelle gioje; dalla città si diffuse l’esultanza al contado, e durò tanto, che si dovette con decreto ordinare si cessassero le dimostrazioni e gli spari di fucili. Questo Ubald’Antonio sposò Claudia de’ Medici; ma scapigliatosi a tutti i vizj, per ligezza all’Argentina commediante montava fin il palco, e una volta figurò da asino, portando in ispalla molti dei comici, e rovesciando di dosso una soma di stoviglie; una mattina fu trovato freddo nel proprio sangue vomitato (1623). Francesco Maria, che aveagli rinunziato il governo, fu costretto ripigliarlo, e veder disputata la sua eredità fra il papa cui ricadeva, l’imperatore che ne pretendeva la sovranità, i Medici che la ambivano per l’antica concessione di Leon X: e appena chiuse gli occhi, i suoi beni allodiali andarono alla città di Firenze, il resto fu incamerato da Urbano VIII (1631), che vi pose governatore il cardinale Barberini suo nipote. In quell’occasione riservò la libertà di San Marino, come faceano i duchi.

Malgrado di tali acquisti, tutt’altro che ricca era la Camera pontifizia, e occorrevano continui prestiti; sicchè i Monti, sotto Paolo V tanto cercati, scaddero di valore; i debiti del 1635 sommavano a trenta milioni di scudi, mentre l’entrata computavasi di tre milioni[2]. L’arte delle finanze consisteva tutta nel far debiti e istituire nuovi Monti, accettando anche depositi forestieri, talchè alla sola Genova spedivansi ogn’anno seicentomila scudi di frutti. Ne crescea nerbo alle case mercantili, che teneano le casse, esigevano, sovvenivano e aprivansi l’adito a dignità civili ed ecclesiastiche. Del resto nullo il commercio; l’agricoltura scaduta, prima pel cumularsi delle piccole proprietà nelle grosse famiglie, poi per le selve distrutte, sia da Gregorio XIII onde estendere la cultura dei grani, sia da Sisto V per isnidare i masnadieri; di che l’aria peggiorò senza per questo crescesse la produzione; anzi addoppiaronsi i rigori contro l’asportazione, i poteri del prefetto all’annona, e la miseria comune.

Abbondavano le ricchezze naturali; traendosi allume dalla Tolfa, sale da Ostia, Cervia, Comacchio, con pesche di cefali e anguille; lini da Faenza e Lugo; canapa da Cento e Butrio, dalla Pieve e dal Perugino; guado dal Bolognese e Forlivese; rape grossissime da Norcia e Terni; manna da San Lorenzo e Terra di Campagna; pignuoli da Ravenna, vini buoni dappertutto e prelibati da Cesena, Faenza, Rimini, Orvieto, Todi, Montefiascone, Albano; uva passerina da Amelia e Narni; bovi principalmente dalla Campagna, caccie dal Lazio verso Sermoneta, Terracina, Nettuno, dove coglievansi grossissimi cinghiali; le razze de’ cavalli non iscapitavano da quelle del Regno; le selve erano inesauste di ghiande e legname da opera; eccellenti le piante da fabbrica. Così il Botero, il quale riflette come la Romagna, posta nel centro d’Italia, sia la meno esposta ai Barbari e la più atta a sommovere o tener in pace l’Italia; i suoi porti non darebbero asilo a un’armata assalitrice, e la malaria struggerebbe chi accampasse sulle coste. Eccellenti le fortezze; abbondanti guise di premiar o punire, di donare senza scapito, di conferire dignità fin pari alla regia. Pure la capitale non trovasi nel centro; moltissimi i ladri: le fortezze non bastano; le paludi appestano i contorni di Ravenna, Bagnocavallo, Lugo, Bologna; scarsa è la popolazione, che esce a servigio altrui.

V’erano poi entrate ignote altrove, e la nomina dei benefizj, sebbene in Francia e in Germania fosse riservata al re od ai capitoli, in Ispagna e in Italia restava ancora diritto papale lucroso, e molto denaro traevano a Roma gli altri uffizj, le dispense, il concorso dei devoti e degli ambiziosi; e in parte adopravasi al vantaggio generale del cattolicismo, in parte alle spese dello Stato, e in abbellire la residenza. Clemente VIII arredò gli appartamenti in Vaticano; Paolo V, oltre finire San Pietro, spianò ed allargò vie, fece la sfarzosa cappella in Santa Maria Maggiore, e da trentacinque miglia lontano condusse sul Gianicolo l’acqua Paola; Gregorio XV terminò la villa interna; Urbano VIII molte chiese e più fortificazioni; Innocenzo X piazza Navona e la villa Pamfili; Alessandro VII piazza Colonna, la Sapienza con giardino botanico e teatro anatomico, il colonnato di San Pietro, l’arsenale di Civitavecchia; tutti arricchirono la biblioteca Vaticana. I nuovi edifizj cresceano talvolta colla ruina degli antichi, le terme di Costantino vennero sfasciate sotto Paolo V per formare il palazzo e il giardino: col levare dal tempio della Pace la colonna che sta dinanzi a Santa Maria Maggiore, la volta che vi si appoggiava precipitò; sotto Urbano VIII, per fortificare Montecavallo non si rispettarono le anticaglie del giardino Colonna, si levò il bronzo dal Panteon, e si pensava adoprare le pietre del mausoleo di Cecilia Metella per la fontana di Trevi, se il popolo non s’opponeva a forza; e Pasquino esclamava: — Quel che non fecero i Barbari fanno i Barbarini».

Principi nuovi e vecchi gareggiavano di sfarzo tra loro e cogli ambasciadori stranieri, che tenean non solo grandissima famiglia, ma guardie a cavallo e a piedi; e Roma divenne il teatro dove le potenze, come raffinavano intrighi, così sfoggiavano magnificenza; ciascuna voleva si eleggessero cardinali suoi sudditi, e ne stipendiava uno o più a proteggere i suoi interessi, e perciò menar brighe, e incalorirsi di tutt’altro che della Chiesa[3]. La porpora splendeva ne’ consigli dei re, a capo degli eserciti, a governo delle provincie, ornando i cadetti delle famiglie principesche, che talora la deponevano per regnare: Alessandro VII pensava a Dio dover essere più grato o più decoroso il trovarsi servito da persone bennate: ma nelle idee del secolo dovea dissolversi la disciplina, i cardinali mantenevano codazzo di bravi, e ai parenti offrivano il destro d’intrigare e imbaldanzire. Il cardinale Ferdinando de’ Medici, che divenne poi granduca, avea colle scostumatezze e le prepotenze disgustato Sisto V, il quale mandò chiamarlo, disponendo che nell’andarsene fosse arrestato. Venne egli, ma nell’inchinarsegli lasciò, di sotto alla porpora, apparire corazza e stocco, e al papa chiedente disse: — Questa è abito di cardinale, questo di principe italiano». Sisto potè ben minacciare di cavargli di testa il cappel rosso; ma inteso come avesse da’ suoi fatto occupare i dintorni del Vaticano, dovette lasciarlo andare.

Colle case antiche legavansi in matrimonio i parenti che ciascun prelato e cardinale traeva dal nulla; altri occupavano posti lucrosi: gente nuova che cercava eclissar l’antica, donde gare di preminenza; fermare la carrozza per lasciare il passo a quella d’un nobile maggiore; aprire due battenti o un solo nell’introdurli; cedere il passo nelle comparse; e Matteo Barberini dopo fatto prefetto di Roma pretese la preminenza su tutti gli ambasciadori, sicchè stette a un punto che tutti non se n’andassero.

Dacchè le costituzioni nuove e l’opinione impedivano di dar principati ai nipoti, i papi prodigavano ad essi ricchezze; per verità non involandole allo Stato, ma dalle eccedenze della dignità ecclesiastica. I parenti di Sisto V formarono una grossa famiglia, legata con altre di prima schiera: più potenti vennero gli Aldobrandini sotto Clemente VIII; nel 1620 i Borghesi aveano ricevuto da Paolo V scudi 689,727 in denaro, 24,600 in valori di Monti, e cariche la cui compra ne sarebbe costati 268,176, oltre terre, argenterie, mobili, gioje; sterminata opulenza, da cui quella famiglia sviò l’invidia colla splendidezza e le beneficenze.

Col denaro o con matrimonj questi nuovi nobili procacciavansi anche signorie, ovvero i re ne gl’investivano per ingrazianirsi il papa: Ludovisi ebbe il principato di Fano dagli Sforza, dai Farnesi quel di Zagarolo, e per matrimonio quei di Venosa e Piombino; Urbano VIII avendo chiesto ad una commissione fin a quanto il papa possa donare, ebbe in risposta, al papato andare necessariamente congiunto un principato temporale, e di questo poter lui donare liberamente alla sua famiglia, fondare un maggiorasco d’ottantamila scudi d’entrata netta, e dotar figlie per centottantamila. Si computò che i tre fratelli Barberini ricevessero per cencinque milioni; ed essi instavano, i consiglieri persuadevano, i potenti tolleravano che il papa gl’infeudasse d’Urbino; ma egli seppe resistere, e lo unì, come dicemmo, al patrimonio della santa Sede; solo al nipote Taddeo diede la carica di prefetto di Roma, già ereditaria nei Della Rovere, e che, oltre l’onore, fruttava dodicimila ducati. L’ambizione di questi nipoti trasse Urbano in una deplorabile contesa.

Tra le case di nuova schiusa primeggiavano i Farnesi, duchi di Parma e signori di Castro e Ronciglione, feudo papale tra la Toscana e il Patrimonio di San Pietro, che giungeva sin alle porte di Roma, e rendeva da tre milioni. Alessandro Farnese, dopo combattuto eroicamente a Lépanto e in Fiandra, e fabbricata la cittadella di Parma, morì di soli quarantott’anni (1592) per ferite ricevute all’assedio di Rouen; e la sua statua equestre, opera di Gian Bologna, orna la piazza di Piacenza insieme con quella del figlio Ranuccio. Costui, che aspirò anche alla corona di Portogallo, e dal papa ebbe per sè e pei successori la dignità di gonfaloniere quando sposò una Aldobrandini, favorì le lettere e l’educazione; ma memore di Pier Luigi, temeva sempre congiure, e considerando i sudditi come nemici, tali li facea diventare.

Questo Tiberuccio (1612), come essi il qualificavano, pretese scoprire una trama, della quale erano capi i Sanvitali, e partecipi le famiglie Torelli, Masi, Scotti, Sala, Simonetta, Malaspina, Correggio, Canossa; e coi modi che si suole provò che, sull’effigie di Maria aveano giurato, in occasione del battesimo, trucidare lui e un suo neonato, e il cardinale Farnese, i ministri, i soldati, e saccheggiar le case. Invano la città e la nobiltà aveano mandato a chiedergli ragione di quegli arresti; non poterono che ottenere una forma di processo, dalla quale uscirono scolpati i men ricchi: ma i possessori de’ pingui feudi di Colorno, di Sala, di Montechiarugolo furono decapitati o impiccati, compresa la bella Barbara Sanvitali, un tempo amata dal duca; un costei figlio fu schiacciato fra due pietre, l’altro evirato; trattine al fisco i beni, forse unica loro colpa. Poichè i parenti loro ne portavano doglianze al granduca, Ranuccio spedì a Cosmo una copia del processo per mezzo d’un ambasciadore; e Cosmo gli mandò di ricambio un processo, nel quale era provato in tutta forma che esso ambasciadore aveva ucciso un uomo a Livorno; egli che a Livorno non era stato mai. Dovunque sono secreti i processi, si rassegnino i principi a quest’orribile dubbio. L’infante don Ferdinando di Parma, quando il secolo passato mise di moda la filantropia, ordinò al generale Comaschi di riassumere quel processo; ed egli dichiarò che, quanto alle forme, la pena era stata legittima.

Per allora gli amici e i parenti de’ giustiziati si diedero a devastar il Parmigiano; i duchi di Mantova e di Modena domandavano soddisfazione dell’essere stati indicati come complici; e a pena il papa riuscì a sviare la guerra.

Odoardo costui figlio, in lega coi Francesi (1622), per far guerra agli Spagnuoli dovette contrarre debiti, ipotecandoli sul ducato di Castro. Questo facea gola ai Barberini, i quali speravano che il duca, ridotto in angustie, si rassegnerebbe a venderglielo; ma Odoardo, principe d’alti sentimenti, d’ostinata volontà e scaltra prudenza, mentre si guadagnava il vecchio pontefice col lodarne i versi e leggere seco e commentare il Petrarca, dispettava i nipoti, e negò dar una figlia al governatore don Taddeo: poi stanco delle vessazioni de’ Barberini, tutto armato con una trentina di seguaci presentossi allo sbigottito papa, e gli riferì quel che nessuno osava, l’odio che i nipoti attiravano sul suo governo, mostrando che aveano fin attentato alla vita di lui. Viepiù inviperiti, i Barberini spinsero lo zio a molti provvedimenti che deteriorassero le rendite di Castro, massime a impedire d’estrarne i grani; di modo che i creditori, trovandosi diminuite le entrate, disdissero l’appalto e reclamarono un compenso. Odoardo allora munisce Castro di truppe e fortificazioni; il papa vi vede un atto di ribellione, e armati seimila fanti e cinquecento cavalli e artiglierie, scomunica Odoardo (1644), e move per togliergli anche Parma e Piacenza. Ma il duca impegna fin le gioje per allestirsi alla difesa; riesce a trar dalla sua Modena, Parma, Firenze, Venezia, ingelosite dell’incremento del papa, e invade lo Stato del papa, il cui esercito, quantunque numerosissimo, si volta in fuga. Roma sbigottisce all’avvicinarsi del nuovo Attila, diceano i preti, del nuovo Borbone; il papa rifugge in Vaticano, non meno sdegnato contro il Farnese che contro i nipoti ingannatori: la guerra di quattro principi italiani contro un papa italiano, menata fiaccamente, mandava intanto all’ultima rovina il paese, ai soliti mali aggiungendosi i masnadieri, i cui capi assumeano l’insegna d’alcuno de’ belligeranti. Alfine mediante Francia si rinnovò la pace (1644), rimettendo le cose nel primo assetto: ma il paese restò peggiorato di dodici milioni e molte vite, il papa umiliato.

I Barberini erano aborriti per l’attentato, vilipesi pel mal esito; diceasi che quaranta milioni d’oro fossero passati nelle loro mani dalla Camera apostolica, rimasta indebitata di otto milioni; e perchè le loro entrate fra ecclesiastiche e laicali sommassero a quattrocentomila scudi, essersi gravato il popolo di straordinarie gabelle, alienate poi col fondare nuovi Monti, e venderli a particolari; sicchè dei due milioni d’oro che rendea lo Stato, un milione e trecentomila andavano a pagare interessi, residuandone appena settecentomila pei bisogni. Tutti aspettavano la vacanza per moderare la monarchia, in modo che il pontefice cessasse di poter quello che voleva; ma morto Urbano, i cardinali che aspiravano alla tiara non la voleano diminuita.

Giambattista Panfili, col nome di Innocenzo X (1644) portato pontefice dalla famiglia medicea, chiese severo conto ai Barberini; ma il cardinale Mazarino, malvolto al papa dacchè questo avea negato la porpora a un suo fratello, e preso segretario di Stato il cardinale Panciroli suo avversario, godè di guadagnare alla causa francese una famiglia così potente e denarosa, e che allora avea tre cardinali. Gli accolse dunque in Francia, mentre i palazzi e Monti loro erano sequestrati, e minaccie del parlamento e benigne lettere della regina interpose affinchè fossero rintegrati. Il papa ricusava che altri s’intrigasse della particolare giustizia di lui con sudditi suoi; e il Mazarino, col pretesto di staccarlo dal favorire a Spagna, mandò ad Orbitello un esercito, guidato da quell’inquieto Tommaso di Savoja. I Barberini, che in Francia aveano preso per divisa le api sotto ai gigli col motto gratior umbra, alfine vennero assolti come si suole coi ladri grossi; anzi aggregati alla nobiltà di Venezia, cui aveano ajutato di denaro contro i Turchi.

Il Panfili erasi sempre mostrato restìo nelle grazie, di sorta che alla dateria lo chiamavano Monsignor non si può: e il rigore dei primi tempi del suo pontificato, e la stretta economia promettevano un papa intemerato: ma donn’Olimpia Maldachini, ricchissima viterbese, la quale, sposando il fratello di lui, aveva dato lustro alla loro famiglia, ben presto divenne arbitra d’ogni cosa; a lei visite gli ambasciadori, a lei regali le Corti straniere e chi volesse impieghi; il suo ritratto nelle stanze dei prelati; i Ludovisi, i Giustiniani, gli Aldobrandini rinterzarono parentele, intrighi, amicizie, rivalità domestiche, le quali recarono in cattiva nominanza Innocenzo.

Il vero è che il papa, più che settagenario, conservò la lealtà operosa, obbligò i ricchi a soddisfare ai debiti verso i poveri, stabilì ordine e sicurezza in Roma, e pensava abolire i piccoli conventi, che diffusi in castelli e in campagne, annidavano ozio e superstizioni. Non dando ombra ai principi italiani, riuscì a quell’impresa di Castro dove l’impeto del suo predecessore era fallito. Il vedere le bandiere farnesiane sventolare sì presso a Roma spiaceva ai papi, tanto più che i Montisti, non soddisfatti de’ loro crediti, recavano continui lamenti contro il duca. Il teatino Cristoforo Giarda, dal papa nominato vescovo di Castro, mentre vi andava fu ucciso (1647), e si credette opera di Ranuccio nuovo duca, o del provenzale Gioffredi che il menava a sua voglia. Il papa ne vuole vendetta e assedia Castro: Ranuccio arma, ma non può impedire che sia preso e distrutto, e piantatavi una colonna che diceva, Qui fu Castro. Ranuccio, minacciato anche ne’ proprj Stati, manda al supplizio il Gioffredi, e cede Castro e Ronciglione, che crebbero i dominj ma insieme i debiti della santa Sede.

Cotesti sono ben altri interessi che quelli in cui vedemmo faticarsi i papi ne’ secoli di mezzo, quando chiamavano il mondo all’evangelica civiltà, e difendevano le franchigie dell’uomo contro i tiranni di qualunque maniera fossero, il regno della terra posponendo a quello de’ cieli, cioè alla verità, alla morale, alla giustizia.

Dopo trent’anni di guerra civile e religiosa, che devastò non solo la Germania ma tutta l’Europa, fu conchiusa a Westfalia una pace (1648), la quale, costituendo legalmente come protestante una metà dell’Europa, toglieva ai papi ogni speranza di ricuperare il mondo alla loro monarchia. Innocenzo protestò contro quell’atto, riprovando, annullando, destituendo d’ogni effetto gli articoli suoi come pregiudicevoli alla religione, al culto divino, alla salute delle anime, alla sede apostolica, e rimettendo nel primiero stato quanto concerne la sede romana, le chiese, i luoghi pii, le persone ecclesiastiche. I fulmini avevano conservato il fragore, ma perduto il colpo.

Tre mesi durata la schermaglia del conclave, uscì papa Fabio Chigi (1655) col nome di Alessandro VII[4]. Avea declamato contro il nepotismo, e vietò che parenti suoi entrassero in Roma: ma oramai era necessità un cardinale nipote, col quale gli ambasciadori forestieri usassero le confidenze che soglionsi al ministro degli affari esteri negli altri paesi; e che di questo adempiendo gli uffizj, molti affari lasciava alla congregazione di Stato. Alessandro dunque si abbandonò anch’esso a un nipote, e ristrettosi alla letteratura e a fabbricare, meditava raccogliere a Roma un collegio de’ più gran dotti cristiani per valersene nelle controversie della fede e a confutare le opere ostili, a mantenerli applicando i beni de’ monasteri rilassati. Ma questo e altri vasti divisamenti la morte troncò.

Clemente IX (1667), che col nome di Giulio Rospigliosi avea fama di buon poeta drammatico, la gabella del grano ricomprò coi risparmj d’Alessandro VII, al cui nome ebbe la generosità di farne merito; e sempre attese ad alleggerire gli aggravj imposti dai predecessori. Procurò rinnovare il lanificio; sedeva egli stesso in confessionale; visitava spesso gli spedali, in persona serviva dodici pellegrini ogni giorno, e predicava ai pitocchi; non destituì gl’impiegati del regno precedente; ai nepoti scarseggiò di favore; e istituì una società di persone bennate, che facessero gli onori della città accogliendo i viaggiatori, e mostrando le meraviglie di Roma. La presa di Candia, che tanto egli aveva fatto per prevenire, gli accelerò la morte.

Scorsi quattro mesi e quattro giorni nel solito parteggiare, fu proclamato (1670) Emilio Altieri ottagenario, che si chiamò Clemente X. Non avendo nipoti, se ne creò coll’adottare la famiglia Paluzzi; arricchendola ma del suo, risparmiando anzi a sgravio del popolo, e detestando le quattro case impinguatesi coll’erario papale. Però gli Altieri si valsero della sua vecchiaja per invadere i posti, e far denaro.

Il più evidente argomento che alla varietà protestante opponesse la Chiesa era l’inconcussa unità sua, e la maestosa tranquillità nel vero; ma anche questa fu turbata. Il concilio di Trento avea lasciato irresoluta la questione sulla natura della Grazia, mistero della ragione e della fede; e sul modo di combinare il libero arbitrio colla predestinazione. Alcuni teologi attribuivano tutto alla Grazia, come i Domenicani: i Gesuiti sostenevano potere l’umana volontà anche produrre da sè opere moralmente buone, elevarsi ad atti di fede, speranza, carità, contrizione; allora Iddio concede la Grazia pei meriti di Cristo, donde viene la santificazione; senza che sia tolta l’attività al libero arbitrio, resa efficace da essa Grazia. Che le questioni s’inveleniscano trattandole, è della natura umana, e sembra più speciale de’ teologi, i quali, anche su punti abbandonati alla discussione, si tacciano spesso l’un l’altro d’eresia. Clemente VIII destinò una congregazione apposita sopra la quistione della Grazia, e in persona assistette a sessantacinque adunanze, ma morì prima di risolvere. Paolo V la congedò, ordinando un silenzio che era più facile imporre che ottenere.

Giansenio, vescovo d’Ypres ne’ Paesi Bassi (-1638), pubblicò un commento alla dottrina di sant’Agostino, dimostrandola differente da quella che sosteneano i Gesuiti. Allora i teologi accampano gli uni sotto la bandiera di quel santo, gli altri sotto la bandiera di san Tommaso; Urbano VIII condanna il libro di Giansenio, alcune Università lo difendono; cinque proposizioni di quello sono da Innocenzo X riprovate; e i fautori di Giansenio, non avventurandosi a impugnare l’autorità del papa, sostengono che esse non si trovano nell’opera di lui. Così s’infervorò la setta dei Giansenisti, che alcuni qualificarono di calvinismo temperato, poichè ammetteva anime predestinate alla gloria o alla perdizione, esagerava nell’applicazione de’ sacramenti in modo da renderli impraticabili, da perdere insomma l’uomo per desiderio di troppa perfezione.

La Francia, che si era schermita dalla Riforma, e dove Luigi XIV avea voluto conservare l’unità di credenze fin col cessare la tolleranza che l’Editto di Nantes concedeva ai Protestanti, e col perseguitare accannito chi perseverasse nell’eresia, allora si trovò scissa per una disputa interna; uscirono infiniti libri tra serj e beffardi, tra scientifici e popolari; si moltiplicarono bolle pontifizie: e sebbene nessuna escludesse i Giansenisti dal grembo della Chiesa, venne a complicarvisi la quistione della supremazia del papa; giacchè, se i Giansenisti non impugnavano la sua autorità decisoria, voleano però si potesse interpretarne i decreti.

Savie persone, moralisti rigorosi sostennero il giansenismo; e l’austera scuola di Portoreale, che diede i Pascal, i Nicole, i Sacy, gli Arnauld, i Racine, apponeva ai Gesuiti di condiscendere ad una morale lassa, la strada del paradiso tappezzando di velluto, e attenersi al probabilismo. Consiste questo nell’insegnare che, fuori dei comandamenti di Dio e delle decisioni della Chiesa, si possa attenersi all’opinione probabile; ma mentre probabile è l’opinione, ad affermare la quale si hanno più ragioni che a negarla, alcuni giudicavano tale quella che fu sostenuta da alcun teologo, sebbene da altri combattuta.

La morale evangelica è consigliera indefettibile del partito più umano, del più generoso; ma posta a cozzo coll’umana natura corrotta e cogl’interessi individuali, resta offuscata dai suggerimenti dell’opportunità. Chiamato a dirigere al confessionale le coscienze individuali, e risolvere i dubbj particolari, qual terribile responsabilità non pesa sul confessore, su cui potrebbe cadere la colpa d’un atto consigliato, o non impedito, o assolto! Peccato che l’uomo abbia, la Chiesa non vuole abbandonarlo alla disperazione, ma lo chiama a pentire e soddisfare; però al pentito la riparazione non è sempre possibile, nè in preciso grado può determinarsi. In molti paesi poi sussisteva l’Inquisizione con norme severissime; e il lasciare un anno senz’assoluzione il peccatore, lo esponeva a quel rigido tribunale. Convenne dunque studiar ripieghi e compensi, che salvando i diritti della coscienza, affidassero del perdono, senza allettare colla soverchia agevolezza.

Da ciò nacque la scienza casistica, forse calunniata oltre il dovere. Il confessore non giudica se non sopra ciò che il penitente gli espone, e quindi innanzi tutto deve por mente all’intenzione, giacchè chi si confessa di un fallo mostra che la coscienza gliene rimorda, mentre chi opera contro coscienza pecca, quand’anche l’azione fosse irreprovevole. Ciò che più monta, il confessore dee porgere consigli per l’avvenire; onde avendo in mano le coscienze e le volontà dell’infimo uomo come del re, deve, fra la rettitudine subjettiva e l’objettiva, procurare scrupolosamente quell’accordo, nel quale sta la perfezione dell’atto morale. Or quanti casi non possono presentarsi! quante sottigliezze a spiegare! quanta varietà di circostanze a valutare! Ecco dunque, e non più per dispute di scuola, ma per immediata applicazione, rinascere tutti i dubbj della morale; e se attenersi alla stretta lettera della legge, o permettersene l’interpretazione.

Maggiori esitanze sorgevano nelle regole della veridicità, e nelle obbligazioni originate da promessa. Che questa, anche data per ignoranza, o carpita con frode o violenza, obblighi ad ogni patto, è conforme al sentimento dell’abnegazione volontaria che il vangelo impone. Però sentivasi necessario racconciarsi colle circostanze e colle passioni, se non altro per salvare l’imperio della coscienza. Già in troppi casi l’interesse avea trovato sofismi onde fallire a una promessa; il mondo era abituato a transazioni fra la legge della carne e quella dello spirito, e nell’esitanza appoggiarsi ad esempj, ad opinioni individuali: ma ai Gesuiti si diè colpa d’avere per sistema stabilito una morale condiscendente, che ne conservò proverbialmente il nome. Nati nel secolo di Machiavelli e di Montaigne, faticando più che macerandosi, vôlti all’utile del genere umano ch’essi consideravano identico col trionfo della santa Sede, quanti ostacoli avrebbero trovati insuperabili se non avessero accettato per iscusa la rettitudine del fine! Chiamati a dar parere ai grandi, poteano sempre conciliare colla stretta onestà le convenienze e le inesorabili necessità della politica? e col ripudiare quest’insigne ministero, doveano privarsi di un sì potente mezzo di servire alla Chiesa e all’umanità?

Che che ne sia, col probabilismo non hanno a fare coloro che stillano sofismi per iscagionare i delitti, o camuffano la bugia in restrizioni mentali ed espressioni ambigue: e certamente quel secolo fu assai meno machiavellico del precedente. Ma quistioni tanto vitali in tempo che tutti andavano al confessore, non è meraviglia se porsero lungo esercizio ai teologi non solo, ma ed ai parlamenti ed al bel mondo: e qualche anima superbamente inane cercò fino ripascolarne l’età nostra, in ben altri interessi e in ben più profondi dubbj sommersa.

La disputa intanto esacerbò l’avversione contro i Gesuiti; e se nel secolo precedente erano denunziati di fanatici oppositori all’eresia, allora tacciaronsi di mondani, avversi agli austeri: il bel mondo prese parte pei rigoristi; i parlamenti e gli avvocati si compiacquero di abbattere su campo non loro quei campioni della santa Sede; e dopo che Pascal avventò contro loro le Lettere provinciali, immortali mentitrici, il litigio teologico si trovò presentato al tribunale affatto incompetente del senso comune, e dibattuto coi lazzi e coll’ironia: intanto che deturpavasi con indegni procedimenti; il re di Francia perseguitò i Giansenisti fin ne’ ricoveri dove cercavano pietà e dimenticanza, si negarono i sacramenti a chi non ne rinnegava le opinioni, e persone venerate per santità soffersero il castigo di empj.

Altra quistione. Il concilio Tridentino avea proferito che tutti hanno il peccato originale, ma in questa generalità non intendere compresa Maria: Pio V condannò Bajo che credè concepita lei pure colla macchia; e venutane disputa, Pio V adunò una consulta di cardinali e teologi, i quali difesero l’immacolata concezione: Urbano VIII, a istanza del duca di Modena, creò i cavalieri dell’immacolata concezione, e molte chiese si fondarono sotto questo vocabolo: Gregorio XV, a supplica de’ principi, vi aveva dedicato un giorno festivo, che Clemente XI rese comune a tutta la cristianità (1700); ma non per questo fu dogmaticamente pronunziato sopra quel mistero fino ai dì nostri.

Allora incalzavasi sempre più Roma a definire intorno alla Grazia: ma essa inclinava a non restringere la libertà del pensare sopra materie tanto sottili; pure alfine colla bolla Unigenitus (1715) Clemente XI condannò l’opera di Quesnel ch’era come lo stillato del giansenismo, segnandovi cento e una proposizioni fallaci. Non per questo cessa la disputa; concilj provinciali e dichiarazioni parziali l’ammendano, le scuole ne rimangono scisse, dando ai Protestanti di che ridere sull’asserita unanimità nelle verità cattoliche, e più ai Filosofisti, che fra i rottami dei due combattenti spargevano lo scetticismo e la negazione.

Molti danni ne vennero ai pontefici, e più ad Innocenzo XI (1676), ch’era stato Benedetto Odescalchi di Como. Sant’uomo, fu acclamato dal popolo durante il conclave, per quanto egli repugnasse. Pensava emanare una bolla contro del nepotismo, cui tutti i cardinali dovessero soscrivere; ma non vi riuscì: pure non volle attorno nipoti, solo a don Livio Odescalchi rassegnando i beni patrimoniali; ai ventiquattro segretarj apostolici restituì il denaro con cui aveano compre le cariche, affinchè cessassero d’essere venali; riformò la tavola papale, ricevendovi soltanto persone specchiate; esortò i cardinali a correggere l’eccessivo lusso di famiglia e carrozze; sfrattò i giuochi zarosi e le persone scandalose; cercò reprimere l’uso d’indebitarsi; almeno coi decreti corresse i costumi; le donne andassero coperte fino al collo e al pugno, maschi non insegnassero musica alle fanciulle; interdisse le clamorose mascherate, fece ricoprire l’inverecondia del mausoleo di Paolo III, condannò sessantacinque proposizioni di morale lassa, tratte da casisti.

Il gran Luigi XIV re di Francia aveva allora introdotto e fatto ammirare il despotismo amministrativo; e all’onnipotenza del re, proclamata come un grand’acquisto della nazione francese, non rimaneva più che di sottomettere la Chiesa, e collocare il trono più alto che l’altare. Sul modo di coesistere la Chiesa collo Stato erasi sospeso di contendere fra i Cattolici allorchè entrambi si trovarono a fronte un nemico comune; tolto questo, rinacquero in seno al cattolicismo due quistioni: il papa è superiore al concilio, cioè infallibile anche nelle decisioni che prende senza di questo? il papa ha supremazia sovra le corone, per proteggere e consacrare l’autorità di esse e impedirne l’abuso?

La Chiesa, ringiovanita nel concilio di Trento, riprodusse le antiche pretensioni per le immunità giurisdizionali: ma i principi erano meno che mai disposti a consentirvi; l’Impero e fin la Spagna cercavano restringere l’indipendenza de’ nunzj; Francia ne sottraeva le cause matrimoniali, gli escludeva dai processi per delitti, mandava preti al supplizio senza prima degradarli, pubblicava editti sull’eresia o la simonia, Venezia limitava le nomine riservate a Roma; insomma anche i principi cattolici sottraevansi alla dipendenza nelle cose ecclesiastiche; e il papato aveva a difendersi da sempre nuovi attentati, dove l’opinione era subordinata alla politica.

La Francia volea tenersi cattolica, ma purchè Roma non s’ingerisse nello Stato, e la Chiesa, fatta nazionale e ridotta un congegno dell’amministrazione, avesse per capo il re, per giudici le assemblee nazionali: e le libertà gallicane, che quando Roma era onnipotente eransi introdotte acciocchè essa non mettesse ostacoli al libero volere del re, e che assoggettavano gli ecclesiastici all’autorità civile, privandoli dell’appoggio che trovavano in un potere lontano e indipendente, furono allora ridestate. Fra una nuova scossa che il libero pensare dava al sentimento dell’autorità, base ai regolamenti del medioevo; e dopo avere nel secolo precedente fatto la gran protesta contro la Chiesa, ora in seno alla Chiesa stessa scoteva l’obbedienza al pontefice per attribuirla al re, al quale poi nel secolo successivo la ricuserebbe.

Già Richelieu avea litigato con Urbano VIII su tali pretensioni, fin a proibire di mandar denaro a Roma per affari di cancelleria; ma il papa colla moderazione evitò una rottura. Luigi XIV trovò ben presto nuovi appigli, e cominciò a trarre a sè la regalia di tutto il regno, cioè d’amministrare i vescovadi vacanti, goderne i frutti intercalari e nominare ai benefizj dipendenti; e ciò anche nei paesi che di fresco avea conquistati, e pei quali non vegliavano nè accordi anteriori nè consuetudini. Innocenzo XI vi scôrse un intacco delle ragioni pontifizie; ma il parlamento, che sempre zelò il trionfo del diritto civile sopra il canonico, oppose editti alle bolle, e sbandì i fautori di Roma; l’assemblea poi del clero di Francia espresse una dichiarazione (1682), divenuta simbolo della Chiesa gallicana: i papi non avere podestà in materie civili, nè i principi essere sottomessi a veruna autorità ecclesiastica; il concilio essere superiore al pontefice; a questo competere la parte primaria nelle quistioni di fede, ma le sue decisioni non essere irreformabili se non quando consentite dall’universa Chiesa. Così restava tolto a Roma di far citazioni o ricevere appellazioni da verun suddito francese; nessuna giurisdizione più al nunzio; le bolle valeano nel regno sol dopo esaminate. A quella Dichiarazione Luigi diè forza di legge, proibendo d’insegnare il contrario; gli avvocati francesi piacevansi d’intaccare l’attuazione esterna della Chiesa; e a quella universale che fin allora avea regolato il mondo, tendevasi a sostituire chiese nazionali, a piacimento dei re. Innocenzo XI cassava gli atti concernenti la regalìa, ed esortando il clero a ritrattarsi, negò l’istituzione canonica ai nuovi vescovi eletti; e Luigi, non avvezzo ad opposizione, pensò vendicarsene.

Gli ambasciadori residenti a Roma vi godeano l’immunità, vale a dire che il palazzo di essi e le case attigue restavano esclusi dalla giustizia del paese; sicurezza opportuna in tempi violenti, ma poi stranamente abusata. E poichè l’esempio erasi dilatato a palazzi di cardinali e di principi, in tutta Roma il governo vedeasi tolta quasi ogni giurisdizione; all’ombra di questo o di quell’altro ambasciadore, si teneano giuochi proibiti, si esercitava il contrabbando, si ricoveravano d’ogni qualità malfattori, che da quegli asili sbucavano poi a misfare; per lo meno pretendevasi vendere senza dazj nello spazio privilegiato, e che ai confini e alle porte non fossero esaminate le carrozze e le persone attinenti a principi, o portanti le loro insegne; quand’anche non istrappavansi dalla giustizia i delinquenti a mano armata. Qual governo regolato poteva comportare tanto sconcio? Giulio II colla bolla Cum civitates avea abolite le franchigie; Pio IV e Gregorio XIII aveano usato altrettanto, ma con fiacchezza; Sisto V, appena pontefice, colla bolla Hoc nostri pontificatus initio tolse le immunità alle case d’ambasciadori, di cardinali, di principi, dichiarando reo di maestà e scomunicato chiunque desse asilo a banditi o malfattori, o impedisse i ministri di giustizia; e agli ambasciadori cantò che volea Roma per sè solo, nè altro asilo che quel delle chiese, quando e quanto il giudicasse a proposito. E tenne la parola, perchè dalle case stesse degli ambasciadori, non che de’ prelati, fece strappare i malfattori, e metterli in galera o alla forca.

Gli abusi non tardarono a rinascere peggiorando: sicchè Innocenzo XI pensò fare che ogni nuovo ambasciadore entrando rinunciasse alla franchigia. Le altre Potenze il trovarono giusto: Luigi no, rispondendo: — Io non mi regolo sull’esempio altrui». Il papa, inflessibile per coscienza e sicuro dell’integrità delle sue intenzioni, stette saldo, e usando del diritto sovrano, dichiarò abolite le immunità: ma il re imperioso vi oppose la forza, e ordinò che il nuovo ambasciadore marchese di Lavardin facesse l’entrata (1687) con ottocento seguaci, armati fino ai capelli, che facevano la ronda dì e notte per tutto il quartiere circostante al palazzo di Francia. Il papa gli ricusa udienza; e perchè ostinavasi, l’interdice; e Lavardin fa cantar messa in propria presenza in San Luigi de’ Francesi; entra anche in San Pietro con seguito formidabile, ma gli ecclesiastici ne escono tutti immediatamente[5].

Tutta Europa curvavasi al prepotente Luigi, solo questo vecchierello osava resistergli, invocando il crocifisso a dargliene forza[6]; e non v’è opposizione che ai violenti spiaccia quanto la tacita e negativa. Luigi dunque ricorre agli spedienti regj, occupa Avignone e il contado Venesino, terre di Francia appartenenti al papa, e minaccia mandare un esercito in Italia per risuscitare le pretensioni dei Farnesi sopra Castro. Non per questo Innocenzo piegò: intanto le chiese di Francia rimangono vedove; Luigi, che alle sue stragi in Linguadoca e tra i Valdesi avea pretessuto lo zelo di cattolicismo, allora si trovava al cozzo col capo di questo, e i timorati paventavano d’uno scisma; sicchè alfine il superbo monarca restituì Avignone, consentì d’abolire quelle immunità, e quanto alla Dichiarazione del clero aderì «di non far osservare il contenuto nel suo editto»; talchè, senza ritrattarlo, restò libero di discuterne.

Innocenzo, che anche prima aveva esortato più volte Luigi XIV non desse orecchio agli adulatori, nè attentasse alle libertà ecclesiastiche, diede ricetto ai vescovi da quello perseguitati, benchè fossero giansenisti, e sempre si mostrò schivo da vili dipendenze. Per piacenteria al gran re, i Francesi vilipesero la memoria di lui; ma il popolo l’ebbe per santo e ne conservò le reliquie, la posterità per uno de’ più integri e disinteressati pontefici. Nell’ultima malattia, a stento ammise il nipote don Livio; l’esortò ad imitare gli esempi aviti nel soccorrere i poveri, non si brigasse negli affari della Chiesa e molto meno nel conclave, convertisse centomila scudi in opere pie, e il rimandò colla sua benedizione.

Ma Pier Ottoboni veneziano, succeduto (1689) di settantanove anni col nome di Alessandro VIII, in ventisei mesi s’affrettò ad impinguare i nipoti. Quando morì stava per disapprovare gli atti dell’assemblea del clero di Francia del 1682; onde assai importando a questa d’avere un papa connivente, scandaloso conflitto s’agitò per cinque mesi, finchè sortì Antonio Pignatelli di Napoli (1691) col nome d’Innocenzo XII.

L’entrata allora sommava a due milioni quattrocento mila scudi, compreso la dataria e i casuali, e la spesa eccedeva di censessantamila scudi; e Innocenzo XII abolì molti abusi ed esenzioni, restrinse l’interesse dei Monti, ma non evitò il fallimento che col proprio rigore. Nel naufragio della pubblica fortuna ognuno cercava ciuffare quanto potesse del patrimonio pubblico, e cacciavasi a impieghi e a cariche. Oltre il ricavo dei quattro mesi di vacanza, dicono non vi fosse auditore della Sacra Rota, il quale non imborsasse per cinquecento scudi di strenne a Natale. I favoriti, non solo ricevevano ingordi regali da chi aspirava a grazie, ma riservavansi assegni sopra le cariche che faceano ottenere, sopra la giustizia che faceano rendere o deviare. Talora ai benefizi conferiti accollavasi una pensione a favore di qualche membro della Corte: e fu volta che i ricchi vescovadi d’Urbino, d’Ancona, di Pesaro non trovavasi chi li volesse, tanto di contribuzioni e riserve erano caricati. Ne veniva che gl’impieghi fossero cerchi dai ricchi come vantaggio personale; le cause si eternavano, gli appelli rimanevano inascoltati.

L’amministrazione era attributo della prelatura. Per disposizione d’Alessandro VII, a divenire referendario di segnatura uno dovea avere ventun anno, mille cinquecento scudi d’entrata, laurea in legge e pratica di tre anni sotto d’un avvocato. Quel grado conduceva al governo d’una città e d’una provincia, a qualche nunziatura, ad un sedile nella Sacra Rota ovvero nelle Congregazioni, avviamenti al cappel rosso e al grado di legato. In questa sublime dignità, allo spirituale era annesso il poter temporale, modificato però nella Romagna da privilegi municipali. Ma dei magistrati delle provincie il cardinale Sacchetti scriveva ad Alessandro VII: — Son flagelli peggiori che le piaghe d’Egitto. Popoli non conquisi colla spada, ma venuti sotto l’autorità della santa Sede per donazione di principi o sommissione volontaria, sono trattati più immanemente che gli schiavi in Siria e in Africa. Chi può dir queste cose e non piangere?»[7].

Innocenzo XII mise qualche ordine alla giustizia, sopprimendo giudicature che complicavano i processi; tolse la venalità d’alcuni uffizj di curia ed altre fonti d’impuri lucri; aperse ricoveri pei poveri in Laterano e a Ripetta onde sbrattar Roma dagli accattoni; migliorò Civitavecchia cercando prevalesse al crescente Livorno; e pensava ristabilire Porto d’Anzo, e sanare le paludi Pontine. Alla riforma del lusso trovò ostacoli in quei che ne vantaggiavano, e nei Francesi che ne traevano lucro; proibì di giocare al lotto; pensò riformare alcuni ordini degenerati, ma qui pure incontrò difficoltà gravi. Fece soscrivere ai cardinali una bolla che condannava il nepotismo, e fu detto che suoi nepoti erano i poveri; e a Celestino Sfondrati diede incarico di scrivere la storia de’ papi che eransi traviati dietro all’affetto pei nepoti.

Gianfrancesco Albano di Pesaro, che, dopo lungo ricusare, accettò la tiara (1700) col nome di Clemente XI, continuò un parchissimo trattamento e gli studj, già delizia del suo vivere privato; parenti non volle a Corte, nè che assumessero titoli o ricevessero regali, e così dovea fare chiunque bramasse piacergli. Spedì missionarj nella Persia e nell’Abissinia; impegnò Luigi XIV a ottenere dai Turchi migliori condizioni agli Armeni ed altri Cattolici di Levante; molti prelati della Chiesa greca vide riunirsi alla nostra, della quale vigilava gl’interessi appo tutte le potenze; eresse spedali, una casa per gli ecclesiastici forestieri, una pei vescovi di Mesopotamia fuggiaschi; rapaci granaj, il porto d’Anzo, acquedotti a Roma e a Civitavecchia, fortezze per assicurare le coste dai Barbareschi; riparò strade, disseccò paludi, fece erigere dal Fontana la colonna Antonina e restaurare il Panteon, trofeo della Vittoria di Cristo sovra gli Dei. Visto come i giovani, sebbene tenuti distinti dagli adulti, uscissero sempre peggiorati dalle carceri, all’edifizio di San Michele a Ripa, per disegno d’esso Fontana, faceva unire una casa di correzione pei delinquenti di sotto dei vent’anni. Oltre le camere dei custodi e d’un ecclesiastico, v’ebbe sessanta cellule in tre piani attorno ad un’ampia sala, in fondo alla quale una cappelletta e l’altare; un priore per istruirli nella morale e nella religione; probi artigiani per ammaestrarli in qualche mestiere. I genitori poteano farvi chiuderei loro figliuoli, che cercavasi emendare collo staffile e colle prediche; e ottant’anni durò questo penitenziario, che prevenne i tentativi cui ora s’affaticano a gara i governi buoni. Nè vogliamo tacere che, due anni prima, il sacerdote Filippo Franci avea disposto a Firenze il carcere di San Filippo colla reclusione cellulare.

CAPITOLO CLXI. Venezia e i Turchi.

La libertà ha bisogno d’espandersi fuori per non rodersi entro; lo perchè le repubbliche lombarde perirono, durarono Venezia e Genova, ch’erano come la Liverpool e la Nuova York del medioevo. Ancora la piazza San Marco era come la sala ove si davano la posta tutti i popoli del mondo; ivi pensatori liberi, libera stampa, non prepotenza di feudatarj, non ladrerie di cortigiani; l’Europa tutta ormai foggiata a monarchia, non la temeva come quando resistette sola alla lega di Cambrai; pure venerata per la sua prudenza, anche per armi facevasi rispettare in Levante. In terraferma possedea Padova, Vicenza, Brescia, Verona, Bergamo, Treviso, Belluno, Crema, il Friuli; oltremare il regno di Creta, l’isola di Corfù ed altri possessi in Grecia, in Slavonia, in Dalmazia.

Alquanto migliori de’ soliti statuti sono quelli di Venezia, meno sbricciolandosi nella specialità de’ casi per attenersi piuttosto a principj generali, e spesso brevi e semplici nel concetto legislativo; non ammetteano per supplemento il diritto romano; nel secolo XV erasi proibito di farvi chiose ed annotazioni: pure le aggiunte li complicarono inestricabilmente e a ravviarli ben poco contribuì la Soprantendenza alla formazione de’ sommarj delle leggi, istituita il 1662. Valeano unicamente per Venezia; alle terre dominate essa conservava i privilegi e gli statuti, e il violarli era punito dai Dieci. Talvolta anzi gli statuti provinciali erano avversi alla dominante, come quelli di Brescia che a qualunque forestiero, neppur eccettuati i Veneziani, proibiva d’acquistare possesso, o dominio o diritto onorario di beni stabili del territorio bresciano, nemmeno per dote o eredità, se pure non andasse a stabilirvisi colla famiglia, sottomettendosi alle leggi civili e criminali. All’incontro, i beni del territorio padovano erano quasi tutti posseduti da signori veneziani. Dei Bergamaschi diceasi in proverbio che passeri, Francescani e Bergamaschi n’era per tutto il mondo.

In ogni provincia Venezia spediva un podestà, sotto il quale raccoglievasi il consiglio de’ nobili, rappresentante di ciascuna città, e un capitano che presedeva ai rappresentanti del territorio. E città e territorj tenevano nunzj e patrocinatori nella dominante, oltre scegliersi un patrono fra que’ nobili. Sotto un’amministrazione savia, economica, stabile, le provincie sarebbero prosperate; ma non trovavansi assicurate contro i nemici, che da ogni parte le stringeano: oltre che Venezia ignorò che una repubblica può farsi conquistatrice sol per aumentare di cittadini, non di sudditi; nè provvide d’associar il fiore delle provincie alla sua sovranità.

Il popolo vivea contento, poichè la Signoria gli manteneva l’abbondanza e ne favoriva le industrie; dai commerci lontani e protetti ritraeva compiacenze e lucro; non sentiva il peso delle guerre, perchè fatte con mercenarj e discosto dalla capitale; giustizia pronta colpiva egualmente il nobile, anzi con più rigore; le clientele affezionavano i poveri al ricco; le frequenti feste distraevano tutti. Nihil de principe, parum de Deo, non intrigarsi della politica, poco discutere di religione era l’universale precetto; del resto si facesse a volontà. La mendicità era esclusa: solo tolleravansi alcuni accattoni ai ponti della Pietà, di Rialto, de’ Pignoli, di Canonica, ed anche in San Marco, per concessione del doge, sicchè diveniva un privilegio lucroso, dato in dote, trasmesso per eredità.

I nobili della dominante erano ricchissimi in grazia della parsimonia, del commercio e degli emolumenti che traevano dalle cariche e dalle ambascerie; ma sostenevano anche i maggiori aggravj, procurandosi sempre alleviarne il popolo. Potentissimi fuori, in città erano tutti eguali, e allorchè più irrompeva la smania dei titoli, fu preso parte (1576 21 9bre) che non dovesse «alcuno arringando usare i titoli di umilissimo da una parte, preclarissimo, illustrissimo, eccellentissimo dall’altra, ma solo messere o ad summum magnifico messere». Un vicerè spagnuolo che in Grecia aveva conosciuto Sebastiano Venier, terrore de’ Turchi e de’ sudditi, tra cui non compariva se non col corteggio di cento e più nobili, pendenti da un suo comando, nel passare poi da Venezia, stupì in vederlo passeggiare indistinto sotto le Procuratie nuove, e supplicare i voti come qualsifosse altro, e un greco passargli davanti senza pur fargli di berretto. La quale eguaglianza pareagli più meravigliosa che non la basilica e la piazza di San Marco, e tante architetture e pitture[8].

Fu gran tempo onnipotente il senator Molino, uomo di Stato che abbracciava nelle sue vedute l’intera Europa, e fece tenere in equilibrio la Spagna, e spendere meglio di dieci milioni di ducati in sussidj ora alla Savoja, or agli Svizzeri, or all’Olanda. Altero della sua nobiltà, mai non comunicava coi popolani; eppure n’era riverito ed anche amato, perchè all’occasione li proteggeva e soccorreva, e rendea persuasi di operare per pubblico bene, giacchè nulla cercava per sè. Intanto però era padrone del broglio; le cariche principali facea cadere su’ suoi amici; fu lui che ispirò frà Paolo, massime nella lotta contro Paolo V, e morendo non lasciò ricchezze.

Il doge era a vita, ma già nella promissione del 1229 era prefisso che, qualora sei del minor consiglio fossero d’accordo coi più del maggiore nel chiedergli la rinunzia, egli non potesse ricusare. Per nominarlo, il gran consiglio (come divisammo al tom. VI, pag. 181) cavava a sorte trenta de’ suoi membri, i quali colla sorte ancora riducevansi a nove; e questi a voti nominavano quaranta patrizj, che a sorte venivano ridotti a dodici; i dodici ne sceglievano venticinque, in cui se ne sortivano nove, che ne nominavano quarantacinque, colla sorte ridotti a undici; i quali sceglievano quarantuno, che eleggevano il doge colla maggioranza di venticinque. Conosciuti i primi trenta, potevansi prevedere anche le elezioni successive; onde il broglio s’incaloriva sopra que’ pochi. Erasi bensì stabilito dai Dieci che i quarantuno dovessero essere ballottati uno per uno dal gran consiglio, ma ordinariamente non si faceva che confermarli.

Il clero stava sottomesso e pagava; solo ogni cinque o sette anni la Signoria dovendo domandare da Roma licenza di levare le decime sui beni di quello, non eccettuati i cardinali. Era escluso dal governo: i parroci della città erano eletti dai possidenti di case nella parrocchia senza distinzione di nobili, cittadini o popolani; benefizj e dignità non davansi che a natii; si vigilava su quei che ne sollecitassero da principi stranieri; si sgradiva che ottenessero cappelli cardinalizj, perchè od erano premj della ligezza usata verso la Corte romana, o nei consigli di questa portavano persone informate de’ secreti della Signoria: onde la repubblica fu immune come dalla tirannide militare, così dalle brighe pretesche.

Durava la potenza del consiglio dei Dieci, le cui procedure, che che se ne romanzi, erano meno violente che in altri paesi. L’11 settembre 1462 era stato decretato: — Ogniqualvolta parerà ai capi del consiglio dei Dieci di far ritenere alcuno per cose spettanti allo Stato e al Consiglio, debbano venire alla Signoria, e dire quello che hanno contro di quello e quelli. E ciò che li quattro consiglieri almeno e due capi delibereranno, sia eseguito; e li capi immediatamente avanti che passi il terzo giorno siano tenuti, in pena di ducati cento, a chiamare il Consiglio e proponer ciò che avranno in tal materia di quelli che saranno riterati»[9].

Era tra gli obblighi dei Dieci il visitar le prigioni, riferire dei processi pendenti, sollecitarne la spedizione. Le denunzie che si deponevano nelle famigerate bocche de’ leoni, quando fossero anonime non aveano corso se non concernessero casi di Stato, e voleansi cinque sesti dei voti per procedere su di esse; quando firmate, discuteasi se darvi seguito; al che voleansi quattro quinti dei voti.

Abbiamo veduto come quel tribunale divenisse parte del governo. Ma nella guerra di Cipro essendosi trovato in discapito l’erario, tanto che l’interesse del debito pubblico saliva ad un milione, erane incolpato il consiglio dei Dieci: onde si fece concerto per escluderlo dai poteri ch’erasi arrogato; e col non dare sufficienti voti, il maggior consiglio abolì le Giunte (1583), ch’e’ solevasi aggregare, e il denaro pubblico fu dato a maneggiare a magistrati dipendenti dal senato; sicchè privi delle attribuzioni camerali, delle legislative, delle politiche, i Dieci trovavansi ridotti a tribunale supremo pei delitti di Stato, e tribunale ordinario pei nobili.

Impedire i sovvertimenti dello Stato, proteggere la quiete interna era lo scopo di quell’arcana podestà; e tra i carnevali e le feste, quelle denunzie e procedure segrete non solo faceano tremare il delinquente, ma neppure lasciavano all’innocente quella sicurezza ch’è la più chiara proprietà. Era mestiere lucroso l’origliare alle case, ormare i passi, e farsi così stromenti alle passioni. Ai residenti in paese straniero proibivasi dare informazioni ad altri che alla Signoria, la quale giudicava se comunicarle. Girolamo Lippomani (1588), balio a Costantinopoli, al re di Spagna fece sapere che il Turco radunava armi; e i Dieci fecero arrestare e tradurre a Venezia esso balio (1622), il quale per viaggio buttossi in mare. Le spie denunziarono Antonio Foscarini che arcanamente andasse dall’ambasciatore di Francia, colpa capitale in un nobile. Côlto dai Dieci, egli confessò essere andato notturno da quelle parti per trovare una dama; e poichè l’onore facevagli un dovere di non nominarla, fu impiccato come traditore. Poco poi la verità venne in chiaro, e sminuì il credito che i Dieci aveano ripreso col vigore mostrato nelle chiassose vertenze con Roma[10].

Renier Zeno appose al doge Giovanni Cornaro di violare la legge fondamentale del 1473 col lasciar vestire cardinale suo figlio Federico vescovo di Bergamo, e sortito capo dei Dieci, l’ammonì. Quegli risponde; s’impegnano; Giorgio Cornaro trafigge lo Zeno, ed è condannato in contumacia, ergendo una colonna infame sul luogo del delitto; e ne sorgono due fazioni dei Cornaristi e degli Zenisti, i quali ultimi col denaro rappresentano i popolani, intenti a mozzare l’aristocrazia colla mannaja dei Dieci.

Cinque correttori furono eletti per rivedere le leggi della repubblica, mostrando come si lasciassero impuniti i delitti, a segno che accadeano più omicidj in un anno nel Veneto che in tutta Italia; poi nell’elezione del 1628 nessuno dei Dieci ottenne voti sufficienti; talchè quel consiglio restava abolito: ma il popolo ne gemette perchè lo teneva come sua salvaguardia contro l’esorbitare de’ nobili; i patrizj stessi bramavano recate a quello tutte le cause loro criminali, anzichè andare confusi ne’ tribunali ordinarj. Fu dunque ripristinato, ma con divieto d’ingerirsi nelle leggi del gran consiglio, nè d’amplificarle o restringerle; non avesse più ispezione sui magistrati, non desse salvocondotti o grazie a banditi.

Le forme di governo, sebbene invecchiate e inservibili, forse non era possibile riformarle secondo i tempi, e intanto davano una stabilità non priva di merito.

La cambiata via della navigazione[11], la differente costruzione di legni portata dai viaggi transatlantici, la potenza crescente della confinante Austria, la vicinanza dei papi divenuti signori di Ferrara, toglieano a Venezia molti vantaggi derivanti dalla sua postura, dal commercio, dalla stabile amministrazione. Il popolo vedea diminuirsi i mezzi di guadagno; l’aristocrazia si restringeva, in poche mani concentrandosi gli onori, mentre una ciurma di nobili pezzenti vivea del broglio, del sollecitare cause, del corrompere la giustizia. Perchè anche natura paresse congiurare cogli uomini, una sformata procella nel 1613 conquassò quante navi si trovavano nei porti del Mediterraneo.

Eppure Venezia pareva ancora regina dei mari, benchè realmente gliene avessero tolto lo scettro Olanda e Inghilterra: le due prime navi che Pietro czar pose sul mar Nero, uscivano dai cantieri di Venezia, dove egli spedì sessanta giovani uffiziali per istruirsi. La capitale, che nella peste del 1576 perdette da quarantamila abitanti, e sessantamila in quella del 1630, nel 50 ne contava da cencinquantamila, aumentati d’un quarto verso l’80. Oltre aver estinto i debiti della passata guerra, dava segno di prosperità con rialzare il palazzo ducale, compire la piazza San Marco, il ponte di Rialto, la chiesa votiva del Redentore.

Nel 1577 si fece misurare tutto il territorio, donde si accatastarono un milione ducentomila campi fertili e ducentomila sterili, sopra i quali fu istituito un magistrato. Nel 1556 erasi permesso d’introdur l’irrigazione al modo della Lombardia; e rivi artifiziali (seriole) ridussero a valore possessi da prima abbandonati. Gli anni successivi venne decretata la bonificazione delle valli di Battaglia, d’Este, di Cologna, Anguillara, Castelbaldo, poi di Lendrina, di Conselve, de’ territorj fra il Bacchiglione e il Po. Operazione importantissima, intrapresa al principio del 1600, fu il taglio di Portoviro. Il Po aveva colmato i seni e le paludi ove deponeva prima le spoglie dei monti, e ristretto fra le arginature che dopo il secolo XIII tanto procedettero, allungavasi in mare, e colmò il canal Bianco in modo, che elevandosi sovra le bassure del Polesine, più non ne riceveva gli scoli. Fu dunque tagliato un canal nuovo[12] per sette chilometri, invece dei diciassette che ne misurava l’anteriore; ma poi anch’esso si prolungò mediante alluvioni, fino a ventisei chilometri. E tale prolungamento era così calcolato, che il pubblico vendeva le terre che si formerebbero (vendite di onde di mare).

Secondo l’informazione del Bedmar, entravano alla repubblica da quattro milioni di ducati, de’ quali quasi metà traevansi dalla sola metropoli; ottocentomila dagli Stati di mare: e spendea meno di tre milioni, fra cui 127,660 per l’arsenale, 120,245 per compra di legname, canape, chiodi, pece, 267,396 per l’esercito ordinario, 400,000 per donativi alla Porta, 40,000 per la cassa che prestava a chi avesse bisogno: circa 200,000 si erogavano in comprar frumento pel pubblico o in fabbricare biscotto per l’armata. L’avanzo riponeasi in un cassone, il quale si toccava soltanto nelle occorrenze straordinarie, che la malevolenza e l’ambizione altrui non le lasciava mancare. In maggiori necessità, come la guerra contro il Turco, ricorreasi ad imprestiti, vendite dei beni comunali, tasse sul clero e sull’aristocrazia; e creavansi nuove dignità da vendere a questa.

Nelle spettacolose controversie con Roma, Venezia sembrando rappresentare le opinioni protestanti, viepiù rendevasi opposta alla cattolica Spagna, dalla quale per vendetta le vennero la congiura di Bedmar (tom. XI, pag. 148) e la guerra austriaca per gli Uscocchi. L’Austria, sempre desiderosa di mettere in comunicazione diretta i suoi possessi slavi cogli italiani, la ricingeva d’insidie, e l’odiava a morte perchè attenta a conservare l’equilibrio in Italia, ne impediva gl’incrementi. All’incontro Venezia teneasi ben edificata la Francia; vedemmo (tom. X, pag. 301) che pomposa accoglienza facesse a Enrico III, al quale ne’ suoi bisogni prestò centomila scudi senza interesse. Ne prestò ad Enrico IV benchè eretico, poi buttò sul fuoco le ricevute, il fuoco (ei diceva) più bello che mai avesse visto: ed egli regalò alla Signoria la spada con cui aveva vinto ad Ivry; chiese d’essere iscritto nel libro d’oro; esibiva interporsi affinchè il granturco le restituisse Cipro; e le destinava la Sicilia e l’Istria in quel famoso suo rimpasto d’Italia, ove al duca di Savoja assegnerebbe la Lombardia «condita d’una corona reale» (Sully).

La parte epica della storia di Venezia, come di tutta Italia, sono le guerre contro i Turchi. Questi non erano stati fiaccati dalla rotta di Lepanto (1575); e Maometto III, rigido osservatore della legge del Profeta, raggirato da Sofia Baffo veneziana, e sostenuto in mare dal Cicala rinnegato napoletano, invase anche l’Ungheria, sicchè i papi dovettero soccorrere di denaro gli Austriaci che colà combatteano; imprese dove si segnalò pure il duca Vincenzo Gonzaga di Mantova. I Turchi spingeansi fin alle rive dell’Adriatico; Venezia, per provvedersi contro di loro, fabbricò Palmanova (1596), Italiæ et christianæ fidei propugnaculum, la fortezza maggiore che allora si conoscesse.

Anche quando tacesse la guerra, continuava la pirateria. Don Pier Toledo nel 1595 stabilì vendicarsene, e côlto il destro che i Turchi v’erano accorsi alla fiera, sbarcò a Patrasso, e pose a guasto le robe e gli averi di essi e di Greci e d’Ebrei, vantandosi aver ucciso quattromila persone e bottinato per quattrocentomila scudi. Latrocinj opposti a latrocinj. Nel 1601 si pensò osteggiare Algeri, che un capitano Rosso francese asseriva facile a sorprendere. Da Spagna ne venne l’ordine a Giannandrea Doria, comandante alla regia squadra di Genova, provveduta dal Fuentes di fanteria lombarda; a Napoli, in Sicilia, a Malta si allestirono legni; sicchè sopra settantuna galee s’imbarcarono diecimila soldati oltre molti nobili venturieri, e fra questi Ranuccio Farnese di Parma e Virginio Orsini duca di Bracciano. Mossi al fin d’agosto, ebbero traversìa di mare, e subito si sciolsero con beffa della cristianità e dopo avere inutilmente irritati gli Algerini. Nel 1607 Ferdinando I di Toscana tentò sorprendere Famagosta credendola mal guardata; ma ne fu respinto con grave danno, e provocando castighi sui Cristiani dell’isola, sospetti d’averlo favorito. Volle rifarsene l’anno seguente collo spedire Silvio Piccolomini, già illustratosi nelle guerre di Fiandra, ad attaccare Bona in Africa, che infatto fu saccheggiata ed arsa.

Incessante molestia intanto ai Turchi recavano le galee de’ cavalieri di Malta e di Santo Stefano; ma se li danneggiavano talora, se gl’irritavano sempre, non bastavano a impedirne i guasti: alcuna fiata facean essi medesimi da pirati, massime a danno di Venezia, colpevole di starsi in pace coi Turchi. Essa in fatto con Solimano il Grande aveva patteggiato libero commercio (1521), e di tenere a Costantinopoli un bailo triennale, tributando diecimila ducati l’anno per il possesso dell’isola di Cipro e cinquecento per Zante. Dopo la terribile guerra di Cipro, accortasi che dai Cristiani poteva aspettare esortazioni e poesie, ma non ajuti, rinnovò pace col Turco (1572), cedendo Cipro ed altri luoghi già perduti, crescendo a mille cinquecento ducati il tributo per Zante; ma con isborsarne ottomila si redense da quello per Candia. Quest’isola, ampia ben sessanta leghe, e situata in modo di signoreggiare l’Arcipelago, con grosse città, bei porti, pingue territorio, centomila abitanti, era, si può dire, l’ultimo avanzo delle conquiste in Oriente; e Venezia dovette profonder oro e sangue per conservarla traverso a venti ribellioni de’ paesani, che la consideravano come tiranna straniera, e che ricordavansi d’esservi stati sovrani. Giacomo Foscarini, mandatovi con potere dittatorio, vi proclamò ordinamenti, che non era facile far osservare. Il tenerla costava grandemente allo Stato; ma i governatori traevano guadagni a danno de’ paesani, i quali speravano fin ne’ Turchi.

Nei trattati colla Porta, Venezia erasi sempre riservato il diritto di rincacciare i pirati dovunque gl’incontrasse. Alì Piccinino, rinnegato, che con una flotta d’Algeri e Tunisi infestava il Mediterraneo (1638), spintosi nell’Adriatico, prese un bastimento veneto, indi gettò l’àncora nella rada della Valona. Marin Capello, provveditore della flotta, ve lo bloccò, il prese, e condusse sedici galee in trionfo a Corfù. Amurat IV granturco l’ebbe per oltraggio, e domandò soddisfazione: occupato in infausta guerra colla Persia, dovette adagiarsi ad un accomodamento; ma presto, regnante Ibraim, nacque occasione di vendicarsi.

I cavalieri di Malta[13] imbatterono un galeone turco, che accompagnato da due minori e da sette saiche, portava una favorita del sultano al pellegrinaggio della Mecca con ricchissimo carico. L’assalirono, e perdendo sette cavalieri, censedici soldati oltre ducensessanta feriti, misero a morte da seicento nemici, trecentottanta ne presero schiavi, e un bottino di tre milioni d’oro, e la donna che morì, con un figlio che battezzato finì domenicano. Levò vivo applauso la cristianità; ma Ibraim dichiarò guerra all’Ordine e ai Veneziani (1644) perchè i cavalieri aveano menato quel bottino in un porto di Candia; e trecenquarantotto navi con cinquantamila Turchi, fra cui settemila gianizzeri e quattordicimila spahì, veleggiarono sopra Candia, e approdati cinsero la Canea. La repubblica era accorsa alla difesa; e il patriarca pel primo, il clero, i gentiluomini fecero offerte e sagrifizj generosissimi; oltre vuotar il cassone, si chiesero prestiti all’uno per cento perpetuo o al quattordici per cento vitalizio; venduta a prezzo la dignità de’ procuratori di San Marco, cresciuti a sei poi fino a quarantuno, e il diritto d’entrare prima dell’età nel gran consiglio; ammessi tra i nobili quei cittadini o sudditi che pagassero per un anno lo stipendio di mille soldati, donde si trassero otto milioni di ducati aggiungendo settantasette famiglie al libro d’oro: si obbligarono le manimorte a dare tre quarti de’ loro argenti, poi si ridussero a cartelle i depositi de’ minorenni e delle cause pie; si assolsero delinquenti e banditi, s’invocarono i potentati cristiani. Spagna somministrò cinque galee, Toscana sei, altrettante l’ordine di Malta, cinque il papa, che autorizzò a levare centomila ducati sul clero; i Francesi (o forse di sua borsa il Mazarino, il quale chiese d’essere aggregato alla nobiltà veneta) mandarono centomila scudi, quattro brulotti e licenza d’arrolare uomini in Francia, tutto però sott’acqua, atteso l’amicizia che questa tenea colla Porta. Se non che gli alleati erano scarsi di provvigioni e perdevansi in discordie; e prima che potessero operare, la Canea, fracassata per cinquantasette giorni, avea dovuto capitolare; i Turchi vi acquistarono trecensessanta cannoni e munizioni e spoglio, e un robusto punto d’appoggio. Allora Delì Ussein, già bascià di Buda, pose a Candia un assedio (1645), paragonato per lunghezza e accidenti a quello di Troja, e abbellito da splendide geste delle flotte venete.

Francesco Erizzo, doge ottagenario, fu posto capitan generale, e morto lui, la carica passò a Giovan Capello, poi a Battista Grimani, poi a Francesco Morosini, che vi s’illustrò, come tutta la sua famiglia. La capitana di Tommaso Morosini tenne testa (1647) contro cinquantadue galee nemiche, e con più di mille cinquecento vite di Turchi si pagò la vita di quel prode: Giacomo Riva con una squadriglia di venti navi (1649) sbaraglia la flotta di ottantatre, distruggendole a Focea quindici galee e settemila vite, col perdere solo quindici uomini. Eroi si mostrarono pure Leonardo Mocenigo capitan generale e Lazzaro Mocenigo, di petto a Mehemet Köproli, succeduto a Ussein dopo che Ibraim lo scannò per castigo della lentezza; e gloriosi fatti vantano i Contarini, i Tiepoli, i Badoero, i Soranzo, i Pisani, i Dolfino Valieri, i Bembo, i Foscarini, i Giustiniani.

Assediavasi fin lo stretto di Costantinopoli; i Morlacchi ed altre popolazioni sollevate offrivano a Venezia ausiliarj feroci e pericolosi, che assassinando, rubando, incendiando, rendevano più orribile la guerra, e provocavano riazioni de’ Turchi, che alzarono una piramide di cinquantamila teschi di Cristiani, e che faceano sostenere od impalare gli ambasciadori. Venezia, costretta a tener in piedi ventimila uomini, logorava da quattro in cinque milioni l’anno in denaro, il triplo in munizioni, cioè più che nei tre anni della guerra di Cipro, bisognando a Candia mandar ogni cosa, fin il biscotto e la legna; oltre che restavano interrotti i commerci di mare; e sebbene essa vincesse le più volte, i Turchi rinnovavano sempre armamenti, talchè di allargar Candia non s’aveva speranza.

Il vulgo che è numerosissimo, e che sottopone il cielo ai poveri computi della nostra aritmetica, vide alcun che di misterioso nel numero 1666; e i Cristiani quell’anno aspettavano l’Anticristo, i Musulmani il Degial, gli Ebrei il Messia: orridi tremuoti alla Mecca e in Egitto, parvero giustificare lo sgomento. Atterrito ai progressi de’ Musulmani, il papa non rifiniva d’esortare a questa crociata; prodi volontarii vi venivano; il duca di Savoja, che da trent’anni stava in broncio con Venezia pel titolo di re di Cipro, pose da banda le pretensioni, e spedì due reggimenti e il generale Francesco Villa, il cui avo ferrarese aveva sostenuto bella parte alla battaglia di Lepanto, e il cui padre aveva servito di consiglio e di spada a Cristina di Savoja finchè morì (1667) all’assedio di Cremona. Il Villa difese opportunamente Candia; ma nel maggior frangente il duca lo richiamò, forse sperando che Venezia, per trattenerlo, consentirebbegli il disputato titolo regio.

Luigi XIV, benchè alleato colla Porta e desideroso di soppiantare i Veneziani nel commercio di Levante, lasciò che il visconte De la Feuillade arrolasse una banda, cui, allettati dall’indole propria e dal romanzesco dell’impresa, s’unirono giovani di primarie famiglie (1668), portati a Candia dall’ammiraglio di Beaufort; sicchè il gransignore potè dire con verità sin d’allora quel che spesso ripetè: — I Francesi sono amici nostri, ma li troviamo sempre coi nostri nemici».

La guerra di mare avea mutato guise, mercè il perfezionamento dell’artiglieria; e benchè questa servisse ancora assai lentamente, e due flotte in un’intera battaglia non tirassero quanto oggi due navi in due ore, si dismise quell’infinità di barche, per farne poche ma grosse, quali erano le sultane dei Turchi; e Venezia ne allestiva sin da settantaquattro cannoni. Ma le giornate spesso si decidevano coll’arrembaggio, talchè ancora assai contava il valor personale, non rare volte i minori poterono prevalere ai più grossi; i cavalieri di Malta e quei di Santo Stefano tennero testa vantaggiosamente ai Turchi anche più numerosi; e solo nel secolo seguente fu l’arte ridotta a quel punto, che assicura la vittoria alla superiorità del numero e del fuoco.

Nel lungo assedio di Candia si sfoggiò l’arte più raffinata: i Turchi ebbero mortaj che lanciarono bombe fin di ottocento libbre; primi si valsero delle parallele che avean imparate da un ingegnere italiano; ed oltre abilissimi artiglieri, erano espertissimi nelle mine e nelle strade sotterranee; i nostri gl’imitavano, e il suolo era tutto solcato di mine, che tratto tratto scoppiavano dove men s’aspettasse, e sotto terra combattevasi quasi altrettanto che sopra. «Orribile era lo stato della città: le vie ingombre di palle o frantumi di bombe e di granate; non chiesa, non edifizio che non avesse le mura sconquassate dal cannone; le case ridotte a mozziconi; dappertuto puzza, e soldati morti, feriti, storpiati» (Despreaux).

Gli oscuri pericoli dell’agguato, l’aspettare colla pancia a terra il nemico per giornate intere, l’essere balzati in aria nel cuor della notte, non iscoraggiavano la briosa gioventù francese; però nel cavalleresco orgoglio essa recavasi a schifo d’obbedire ai Veneziani, e disapprovando il tenersi sulla difesa che faceva il provveditore Caterino Cornaro, appena cadde ucciso fecero una sortita collo scudiscio in mano e la baldanza in cuore: ma furono sbaragliati, e le teste dell’ammiraglio e di molti lor signori andarono in giro per le vie di Costantinopoli. Peserebbe questo come un assassinio su Luigi XIV se fosse vero che già erasi pattuito di render la piazza, e che egli avesse voluto soltanto protrarre una concertata resistenza per meritare dal papa il cappel rosso a due suoi favoriti. Che che ne sia, i restanti Francesi ripatriarono, per quanto Veneziani e Ciprioti ne li dissuadessero fin buttati a terra e colle lacrime: novella prova del conto che può farsi sulle costoro braverie. Da cinque lustri durava la guerra, agitando anche l’impero Ottomano: Ibraim e sua madre erano stati strozzati, sei visiri finiti di morte violenta, non che altri capi, il serraglio versato da fazioni, le truppe spesso ammutinate; ormai i gianizzeri ricusavano di più montare all’assalto, anzi minacciavano rivoltarsi se non si finisse quel terzo assedio, che dicono in ventotto mesi costasse ai Veneti 30,905 uomini, ai Turchi 118,754, con 56 assalti, 45 combattimenti sotterra, 96 sortite, 1173 mine degli assediati e il triplo de’ Turchi.

Maometto IV rianimò i suoi scrivendo ad Acmet Köproli: — Io ti vedrò, mio granvisir Lala (zio); in quest’anno benedetto tu devi operare da prode. Te e i campioni che sono teco, ho dedicati a Dio supremo. So come da due anni guerreggiaste e vinceste. In questo mondo e nell’altro, oggi come al giudizio finale, possa risplendere il vostro volto. Poteste almeno in quest’anno benedetto con la bontà divina acquistar Candia! Esigo da voi in quest’anno sforzi maggiori».

La guarnigione, ridotta a tremila uomini da sì lunga guerra, mentre il paese era consunto dalla peste, respinse ancora l’ultimo assalto de’ Musulmani: alfine il Morosini solo e abbandonato dovette capitolare (1669). La stima per lui fece agevole il Köproli nelle condizioni; partirebbero i Veneti da Candia a bandiera spiegata quando il tempo fosse propizio; chi volesse potrebbe per dodici giorni uscirne con armi e robe e gli arredi sacri; la repubblica conservava nell’isola i tre porti di Spinalonga, Suda e le Grabuse, le conquiste fatte sulle rive della Bosnia e Clissa; scambiati i prigionieri, ripristinate le relazioni di commercio e amicizia. I quattromila cittadini sopravvissuti mutaronsi tutti a Parenzo, e Köproli ridusse la cattedrale di Candia in moschea.

Vincitrice di dieci battaglie, sostenuta per venticinque anni la guerra contro tutte le forze ottomane, Venezia scapitava di possessi non di gloria, chè una lotta ineguale per difesa della libertà e dell’incivilimento onora anche chi vi soccombe. Ma il popolo sentì con dolore furibondo questa perdita, quasi ruina della repubblica; dappertutto urli e pianti, come se il nemico fosse a Lido. L’intrepido Morosini, che va fra i maggiori eroi d’Italia, e che da Köproli aveva ottenuto doni e quattro dei cenquaranta cannoni della fortezza, fu accusato al gran consiglio di vigliaccheria nella difesa e corruzione nell’arresa, e d’avere trasceso i suoi poteri stipulando col Turco senza facoltà del senato; il vulgo, che nelle gravi sventure vuol sempre chi bestemmiare od uccidere, lo grida traditore, e ne domanda la testa[14]. Messo prigione, Giovanni Sagredo coraggiosamente affrontò la pubblica opinione per salvarlo, sicchè potette presto ricomparire terror dei Musulmani.

Perocchè la Porta trattava la pace alla maniera dei prepotenti, soprusando ai Veneziani or per accusa di contrabbando, ora perchè avessero trafugato qualche schiavo cristiano[15], ora perchè avessero rincacciato pirati barbareschi, ora perchè i Morlacchi della Dalmazia veneta fossero corsi sopra que’ della Turchia, e ne avessero repulsato i latrocinj. Poi il gransignore, appena ottenne pace coi Polacchi, coi Cosacchi e coi Tartari, mandò contro l’Austria Kara Mustafà primo visir, che cupido di emulare la gloria di Köproli, con un esercito poderoso quanto ricco, pose assedio (1683) fin a Vienna[16]. Sobieski re di Polonia potè sconfiggerlo e cacciarlo: talchè l’Austria fu debitrice di sua salvezza a due nazioni, ch’essa poi doveva ingojare, la veneta e la polacca. La cristianità erasi veduta in estremo frangente, onde estrema fu l’esultanza: Innocenzo XI distribuì molte migliaja di scudi fra i poveri, soddisfece del suo pei debitori carcerati, istituì la festa del nome di Maria, e regalò splendidamente il messo che a nome del re di Polonia gli portò lo stendardo maggiore de’ Musulmani. Si raddoppiò il tripudio a Roma e dappertutto quando furono prese Buda e Belgrado.

I Turchi moveano continui lamenti che i Morlacchi, sudditi di Venezia, molestassero le loro terre; e Venezia cercò reprimerli: ma quando per le sconfitte di Vienna credette sfracellato l’impero turco, pensò opportuno unirsi all’imperatore e al re di Polonia contro la mezzaluna. Fatto armi, della flotta commise il comando a Francesco Morosini (1685), dimenticando le stolte accuse, com’egli dimenticava le offese; ed occupò Santa Maura e Prevesa, e sperò col favore dei Mainotti e Cimariotti ricuperare tutta la Morea. Erano settantasei vele che conduceano novemila cinquecento soldati; il papa, Napoli, Milano, Germania davano danaro e uomini; volontarj accorsero di Francia, e fin di Svezia il valente Königsmark, che potentemente giovò in quelle imprese. Modone e Napoli di Malvasia furono prese, e tutta la Morea sgombra di Turchi fin all’istmo di Corinto. Atene fu assalita, e una bomba mettendo fuoco alla polveriera, rovinò il più bel monumento trasmessoci dall’antichità, il Partenone; e alfine la città cadde in potere dei nostri (1687). A Francesco Morosini peloponnesiaco vivente fu posto un busto nel palazzo ducale; il papa gl’inviò lo stocco e il cappello; reduce, ottenne il corno dogale, e recò molte spoglie, fra cui il leone che stava all’entrata del Pireo, e che adesso orna l’arsenale.

Le disgrazie aveano sovvolto l’impero turco; i visiri Kara Mustafà, Ibraim, Solimano furono col laccio puniti della sconfitta; deposto Maometto IV: ma il suo successore Solimano III, rinfervorato il fanatismo turco, assalì di nuovo Belgrado (1695). Poi il succedutogli Mustafà II mandò il corsaro Ussein Mezzomorto a battere i Veneziani per mare, mentr’egli in persona con Mustafà, figliuolo del Köproli vincitor di Candia, passa il Danubio.

Qui si presenta un altro eroe, che l’Italia può rivendicare. Paolo, della famiglia romana Mancini, che fondò in sua casa l’accademia degli Umoristi, frequentata assai dalla nobiltà romana, ebbe un fratello Michele Lorenzo che in Gironima Mazarino, sorella del famoso cardinale, generò famose figliuole (tom. XI, pag. 227), per cui quel sangue fu mescolato ai duchi di Modena, ai Colonna, ai Soissons, agli Stuard, ai Conti, ai Bouillon, ai Vendôme. Maria a Parigi tanto piacque per bellezza e ingegno, che Luigi XIV la volea sposare; ma il cardinale ne distolse, e la maritò poi nel principe Colonna con centomila lire di rendita; essa fuggì dallo sposo colla sorella Ortensia, e dopo romanzeschi accidenti finì in un monastero. Ortensia, ambita da Carlo II d’Inghilterra e dal duca di Savoja, fu maritata a un signore francese che accettò il nome di duca Mazarino; ma presto lasciatolo, essa ricoverò a Ciamberì, poi in Inghilterra, dove accoglieva in casa i migliori ingegni al giuoco o a trattenimenti ingegnosi, causa di duelli e di avventure, narrate nelle costei Memorie, forse scritte dal Saint-Réal. Olimpia fu implicata nel processo delle famigerate avvelenatrici francesi Voisin e Brinvilliers; poi in Ispagna fu sospetta d’avere attossicato la regina per commissione dell’Austria; infine morì miseramente a Bruxelles.

Dal conte Eugenio di Soissons, terzogenito dell’irrequieto principe Tommaso di Carignano, aveva essa generato Eugenio (1663), conosciuto col nome di abate di Soissons, perchè dapprima erasi vestito chierico: involto nella disgrazia materna, rejetto dalla Francia dove il celiavano per l’abatino, offrì i suoi servigi all’Austria, e divenne famoso col nome di principe Eugenio di Savoja. Egli si firmava Eugenio von Savoie, cioè con una voce italiana, una tedesca, una francese, per mostrare (diceva) d’aver cuore italiano contro i nemici, di francese pel suo sovrano, di tedesco pe’ suoi amici; oppure, come egli stesso spiegò a Carlo VI, perchè doveva all’Italia l’origine, alla Francia la gloria, alla Germania la fortuna. Eletto generalissimo contro i Turchi, gitta alle spalle gl’inetti ordini del consiglio aulico, che gli aveva imposto di tenersi sulle difese, va a cercare il nemico sul Theiss, e riporta vittoria decisiva a Zenta (1697), dove perirono venticinquemila Turchi, diciassette bascià e il gran visir Elmas Maometto; furono presi novemila carri, seimila camelli, quindicimila bovi, settemila cavalli, ventiseimila palle, seicentocinquantatre bombe, tre milioni di fiorini, due donne del granvisir, il suggello del gransultano, il quale dall’altra riva del fiume avea visto la rotta senza poterla impedire.

Vincere contro gli ordini parve colpa a Vienna, e quando Eugenio, dopo conquistata la Bosnia, tornò all’imperatore e consegnogli il suggello ottomano, Leopoldo neppur d’una parola il degnò, poi spedì un uffiziale a chiedergli la spada. Ne fremette Vienna, e fece folla attorno al palazzo, sicchè Leopoldo depose l’impertinente rigore, e negò ai gelosi ministri di punir come traditore «colui che Dio avea scelto per castigare i nemici di suo Figlio». Eugenio ricusò accettare di nuovo il comando se non libero dagl’impacci del consiglio aulico; col che ebbe campo a segnalarsi nelle guerre successive.

Non maestro della migliore tattica, conosceva però i luoghi e le persone, stava continuo sull’avviso, i proprj falli riconosceva e riparava, di quelli de’ nemici profittava per superarli nel momento di lor debolezza; d’attività senza pari, di gran coraggio e presenza di spirito, pronto a cogliere il buon momento, prendea gran cura dei feriti e degli ammalati, volendo soffrir egli stesso piuttosto che far soffrire i soldati. Uomo, del resto, moderatissimo, di carattere irreprensibile, non tollerava complimenti sopra le sue vittorie: per franchezza ledeva sin la civiltà, inimicandosi così la ciurmaglia cortigiana; colto e di gran memoria, appassionato delle scienze e delle arti belle, e quanto valoroso in campo tanto prudente nel governare, perpetuamente consigliava la pace.

Intanto anche Venezia aveva continuato la guerra sul mare felicemente sotto Giacomo Cornaro, sciaguratamente sotto Domenico Mocenigo; onde il Morosini Peloponnesiaco, grave di settantacinque anni e di molti acciacchi, fu pregato a riprendere l’invitta spada. Con ottantaquattro navi egli arrivò a Napoli di Romania, ma la morte il colse sul campo di sua gloria (1694 5 genn.). Antonio Zeno, succedutogli nella capitananza, mantenne l’ardore degli eserciti, prese Scio, ma non potè o non seppe difenderla dai Turchi; onde richiamato, morì prigione (8 7bre) mentre gli si formava il processo. Ai raddoppiati sforzi de’ Turchi per ricuperar la Morea si oppose felicemente Alessandro Molino; ma le momentanee prosperità non conducevano a durevoli risultamenti.

Già da più anni si praticava la pace colla Porta, e v’insisteva l’Austria che maggior bisogno n’avea: ma era difficile il venir ad un fine, perchè l’islam proibisce di cedere verun territorio, mentre Russia, Polonia, Venezia pretendeano conservare i fatti acquisti. La Porta recedette dalle sue barbare abitudini riconoscendo che le altre potenze s’intromettano pel comune interesse; e colla mediazione dell’Olanda e dell’Inghilterra si firmò a Carlowitz (1699 16 genn.) fra i Turchi, l’imperatore, la Polonia, la Russia e Venezia la pace più notevole fra quante la Porta conchiudesse con potenze cristiane, e che pose termine all’umiliante tributo che pagavasi dalla Transilvania e da Zante.

La Porta, respinta dall’Ungheria, dalla Transilvania, dall’Ucrania, dalla Dalmazia, dalla Morea, ebbe a confine il Dnieper, la Sava e l’Unna; l’Austria assicurò Buda, Pest, Albareale, da gran tempo turche; la Russia acquistava Azoff, di cui si farebbe scala al mar Nero; Venezia conservò la Morea fin all’istmo, le isole di Egina, Santa Maura e Leucade, abbandonando la terraferma, Lepanto e le isole dell’Arcipelago, e distruggendo i castelli di Romelia e Prevesa, patti che regolarono le relazioni della Porta colla repubblica finchè sussistette; Ragusi mantenevasi in devozione del Turco[17]. Le spade di Sobieski, del Morosini, d’Eugenio aveano segnato alla porta il Fin qui verrai; e questa comincia a decadere perchè si sbarbarisce e perchè intepidisce il fanatismo, non collocando più la religione in capo a’ suoi trattati, e assoggettandosi alle formalità degli ambasciadori.

Non sapea però darsi pace della perduta Morea: e Ali Kamurgi finse raccoglier truppe onde castigare i Montenegrini e assalir Malta; e mentre Venezia dormiva in sicurtà di pace, ecco da Costantinopoli intimarsele guerra (1714) come a violatrice degli ultimi patti. Anzichè i pretesti addotti, la ragion vera fu il sapere che Venezia avea fortificazioni sfasciate, e l’esercito occupato verso Italia nella guerra di Successione. Adunque si arresta il balio di Costantinopoli, si chiamano tutti i bascià e i barbareschi, s’irrompe d’ogni parte: Corinto è presa a macello, così Napoli di Romania, così Modone; favorendo ai Turchi la popolazione greca, che lo scisma rendeva avversa ai Cattolici. Venezia armò anch’essa a furia e cercò soccorsi, ma non ne ottenne che da Clemente XI, fin quando il principe Eugenio indusse Carlo VI, come garante della pace di Carlowitz, a chiarir guerra. Eugenio menò settantamila uomini dalla parte dell’Ungheria; ma da Ali Kamurgi con cennovantamila preso in mezzo nelle vicinanze di Peterwaradin, era perduto se non avesse avuto la temerità di assalirli. E vinse, e trentamila ne uccise, fra cui il granvisir e l’agà de’ gianizzeri; bottinò cinquantamila tende, cenquattordici cannoni, duemila camelli, immense provvigioni. Coll’aura propizia gettasi sulla linea di operazione di Kamurgi, ed espugna Temeswar, ritogliendone mille ducento cannoni austriaci, e tutto il banato redime dai Turchi. Poi, varcato il Danubio, assale Belgrado difeso da trentamila uomini e lo cinge di circonvallazione: ma Ascì-Alì, nuovo granvisir, torna con cencinquantamila guerrieri, e assedia lui stesso, che non isbigottito, in una giornata nebbiosa co’ suoi quarantamila uomini lo assale nelle trincee e lo sconfigge, uccidendo diciottomila Ottomani, prendendo trentun cannoni e moltissime munizioni. Belgrado capitola; altre fortezze sul Danubio e sulla Sava sono espugnate.

Corfù, con cinquantamila abitanti, porti e fortezza che sempre aveano resistito agli Ottomani, allora fu assediata con terribili attacchi quotidiani: ma il prode Schulenburg sassone, che avea combattuto felicemente l’eroe d’allora Carlo XII di Svezia, vi operò prodigi. Soccombeano gli assediati a un assalto generale, e già i Turchi penetravano nella breccia, quando Schulenburg sorte alle loro spalle con ottocento soldati; ed essi credendolo un esercito, si sgomentano e fuggono. Se non che s’ode che i Turchi furon vinti a Salankemen; poi le procelle e la peste pugnano pei nostri guastando i viveri, la polvere, le opere degli assedianti, che dovettero imbarcarsi, abbandonando armi e cavalli e quindicimila morti e duemila prigionieri.

Quel colpo era la salvezza di Venezia, contro cui teneva la mira il serraschiere; e in belle campagne successive lo stendardo di San Marco prosperava, quando l’imperatore conchiuse la pace di Passarowitz (1718 21 luglio), che fu compimento di quella di Carlowitz, conservando Temeswar e Belgrado; libero traffico ai sudditi dei due imperi; repressi i pirati di Barberia e Dolcigno. Venezia, disgustata della Francia, che durante la guerra di Candia aveale usurpato il commercio di Levante, e che ora obbligava l’imperatore a pacificarsi istantaneamente coi Turchi, mancatale l’alleanza dell’Austria, non potè più che accettar la pace, rinunziando non solo alla Morea, a Tine, alla Suda, ma fin a Scutari, a Dolcigno, ad Antivari, conservando soltanto lo scoglio di Cerigo, e in Albania Butrinto, Parga e Prevesa, che proteggessero a levante il canale di Corfù, oltre che fu ridotto al tre per cento il diritto di dogana che prima era al cinque. Ma Corfù, con tanto valore difesa, ebbe nuovi disastri dal fulmine, che incendiando la polveriera (28 8bre), fece saltar molte case, gran parte delle fortificazioni e della flotta, con deplorabilissimo guasto di vite.

Questi fatti, e l’improvvida neutralità durante la guerra di Successione, tolsero a Venezia la reputazione che s’era acquistata nella guerra di Candia.

CAPITOLO CLXII. Luigi XIV e sua ingerenza in Italia. Sollevazione di Messina. Genova bombardata. Guerra della successione spagnuola. Incremento del Piemonte.

Dava allora il tono ai re d’Europa Luigi XIV, intitolato il Grande dalla Francia, della quale per settantatre anni fu magnifico rappresentante, come nella storia rimane personificazione dell’unità francese, e di quel potere che, allora diceva Bossuet, si crede degradato quando gli si mostra che ha confini. Con fasto e magnificenza, conditi di cortesia e buon gusto, ponendosi per unica meta quella che chiamava la mia gloria, volle circondarsi d’ogni sorta di vanti, e anche di quello di conquistatore; e attorniato da insigni generali, menò lunghe guerre, secondo le convenienze più che secondo la giustizia; portò la Francia fin al Reno coll’acquisto di Strasburgo; poi gettatosi all’avventura di interminabili nimistà, pericolò l’indipendenza de’ vicini e l’equilibrio europeo.

Mentre Louvois ministro della guerra spingealo a sempre nuovi attacchi, Colbert ministro delle finanze procura vagli modi a sostenerle, eppure recar la Francia a incredibile prosperità; e diede il nome suo al sistema economico (colbertismo), che consiste nel favorire specialmente l’industria. Pertanto faticò a prosperare le manifatture francesi coll’escluder le straniere; le italiane, gravate d’enormi dazj all’entrata, non poterono più sostenere la concorrenza del prezzo, mentre perdeano anche il primato per qualità; e la moda, che prima avea prediletto le italiane, allora inondò di stoffe francesi anche la nostra penisola.

Internamente Luigi non tollerò veruna disuguaglianza davanti alla sua onnipotenza; privilegi di classe, diritti baronali, esenzioni del clero, interessi delle corporazioni, pretensioni di Roma, riserve dei senati, sentimenti delle comunità doveano cedere alle esigenze dell’unità politica. E poichè vedeasi quanto possa un grande Stato di cui tutte le forze siano accentrate a scopo unico, divenner tipo comune un re assoluto, nobili cui unico privilegio erano gli onori di Corte e i primi pericoli nell’esercito, cittadini protetti e soddisfatti negl’interessi materiali, clero ristretto ad annunziare la parola di Dio e l’obbligo di obbedire; tutti i principi tolsero ad imitarlo, benchè lontani da quella magnificenza, colla quale Luigi ammantava il misfatto sociale di concentrar lo Stato in un uomo solo.

Smanioso d’ogni specie di grandezza, non pago che il suo fosse il secol d’oro della letteratura francese, cercò trarre a sè i migliori artisti d’Italia, prodigò carezze e pensioni agli scrittori che vollero meritarsele. V’avea libri da dedicare? scoperte da applicare? rarità da offrire? tutto dirigevasi al gran Luigi. Nel 1662 incaricò Chapelain, cattivo poeta ma buon critico, di far una nota di 60 persone illustri, di cui 45 francesi e 15 forestiere, da ricompensare. Fra gli stranieri era Graziani «ben versato nelle belle lettere ed eccellente nella poesia»[18]. La lista crebbe di poi, e vi troviamo Cassini «celebre matematico di Bologna, invitato da S. M. a venir in Francia», Viviani «primo matematico del duca di Toscana», Carlo Dati «fiorentino, il più celebre accademico della Crusca», Ferrari «prof. d’eloquenza alla Università di Padova».

Lo scopo non era tanto di premiar il merito, come di eccitarli a lodare il gran re in prosa, in versi, in ogni guisa, e Chapelain e Colbert non lo dissimulano. Avendo il Dati sottomesso a Chapelain alcuni appunti per far un elogio di Luigi, questi scriveva a Colbert: — La cosa non è di piccola importanza, giacchè trattasi del re: onde spero che voi ve n’occuperete, e dopo preso tempo di scorrere questo scritto, mi farete sapere se posso spedirlo pel corriere, o se v’ha cosa da aggiungere o levare». E poco poi annunziando la cosa stessa di Ottavio Ferrari, scrive: — Credo che fra tutti gli scrittori favoriti da S. M., quelli che più son degni di riguardi siano gli storici, e fra questi coloro che trattano degli affari presenti o in relazione coi nostri. Credo che voi la pensiate così, e tal era l’opinione dei due famosi cardinali che fecero la felicità della Francia». Dal marchese Zampieri furono presentati a Luigi dodici panegirici, recitati in dodici città d’Italia a onor di lui; egli invitò in Francia l’antiquario vicentino Giambattista Ferreti, che a lui dedicò le iscrizioni antiche in verso col titolo di Muse lapidarie; al Viviani diede case e pensione; cento scudi l’anno al Dati; cinquecento per un panegirico al milanese Ottavio Ferrario; cencinquanta doppie al Graziani; altre all’Achillini; altre a Vittorio Siri; a un gesuita una medaglia d’oro per un poema latino offertogli; al latinista Bonamici suggerì di narrare la presa di Porto Maone; da chiunque venisse di qua dell’Alpi mandava a salutare il Magliabechi.

Assegnò 2000 scudi a Bernino per la statua equestre, la quale poi fu trovata di sì poco merito. Oltre questo, chiamò in Francia Francesco Romanelli da Viterbo, che molte opere eseguì, e fu fatto cavaliere di san Michele; e Giacomo Torelli di Fano, come architetto regio e macchinista del teatro. Giannettino Semeria genovese che avea avuto dall’India una perla di cento grani di peso, somigliante un torso umano, vi fece aggiungere testa, braccia e piedi d’oro smaltato, e coprire di elmo, pennacchi, lancia, con molti fregi d’angeli, di simboli e trofei ed armi, lavoro finissimo e di mal gusto d’un tal Cassinelli, tutto posato sopra un bacile sostenuto da quattro sfingi; unitevi quattro pistole in filigrana, e un cartello con que’ versi del Guarini

Piccole offerte sì, ma però tali

Che, se con puro affetto il cor le dona,

Anche il ciel non le sdegna,

ne fece dono a Luigi XIV; e subito il giornale ufficiale congratulò il Semeria perchè il gran re l’avesse gradito e intitolatolo singolare, e Genova che possedesse un suddito degnato di tanta bontà dal re[19].

Gli ambasciatori di Francia doveano spiegar pompe e burbanza conforme a quella del monarca; e lo vedemmo nel Lavardino. Allorquando nel 1682 Amelot entrò ambasciadore a Venezia, mosse dal palazzo col suo seguito ed altri gentiluomini e mercanti francesi, entro cinque gondole ricche, e ricchissima la sua propria con cortinaggio ricamato a Parigi, e statue simboliche, schiavi, genj e pitture, da valer meglio di diecimila lire; e i ferri di poppa e di prua erano capolavori di cesello. Così passò all’isola di Santo Spirito, ove trovò un appartamento allestitogli dalla repubblica, e dove ricevette l’ambasciadore imperiale e il nunzio pontificio. Federico Cornaro, deputato dal senato a riceverlo, mosse da San Giorgio Maggiore a capo di sessanta senatori portanti i roboni rossi e la stola di velluto a gran fiori, con gondolieri in velluto azzurro riccamente gallonato. Fra i valletti e i paggi del signor Amelot giunto alla chiesa, ve lo ricevettero i gentiluomini di questo, che lo condussero a mezzo d’essa chiesa, ove l’ambasciadore gli venne incontro a lenti passi. Ricambiati i complimenti dall’uno in francese, dall’altro in veneziano, il cavaliere diede la dritta all’ambasciadore, e così ciascun senatore a quei del corteggio, conducendoli alle gondole e avviandosi alla città. Ed ecco muover incontro una peota carica d’Armeni, Arabi, Persiani, raccolti da un ricco mercante levantino che aveva ricevuto un favore dal gran Luigi. Arrivati al palazzo di Francia, finiti i complimenti, aprì le sue sale a tutti, essendosi tolto ai nobili il divieto d’entrare nel palazzo degli ambasciadori stranieri; e musiche e rinfreschi. Pomposissimamente fu al domani ricevuto nei Pregadi, ove, fatte nove riverenze, andò assidersi a fianco del doge e presentargli le credenziali. Il doge gli regalò dodici vassoj di confetture, due bacini di ostriche dell’arsenale, e molte bottiglie, e banchettò tutto il corteggio, aprendo poi al pubblico i suoi appartamenti.

Cento comparse potrei raccorre: ma restringendomi alla politica, dirò come Luigi XIV mestasse nelle vicende degli Italiani, e non per loro vantaggio. Deplorammo la condizione della Sicilia, e come nelle sue irrequietudini guatasse ai Francesi, nemici naturali de’ suoi padroni. Persistendo le cause, le ribellioni ripullulavano; e subito dopo la sollevazione dell’Alessi, un Antonino Del Giudice, giureconsulto di Palermo, con altri avvocati propose di cercarsi un re, fosse il duca di Montalto o il conte Mazarino; denunziati da questo, vennero mandati al supplizio. La Corte non vedea migliore spediente che ad una parte de’ Siciliani conceder privilegi ch’erano un aggravio per l’altra, e fomentar i gelosi rancori tra Catania, Palermo e Messina.

Quest’ultima avea conservato le libertà municipali, concessele dai Normanni; e v’aggiunse nuovi privilegi, pei quali formava quasi una repubblica sotto la monarchia. Un senato paesano di quattro nobili e due cittadini eleggeva i magistrati, amministrava il patrimonio pubblico, mandava ambasciadori al re, ricevuti come di principi; studiava a magnificare la patria con edifizj, scuole, professori, e far opposizione al governatore spagnuolo; e nei casi più gravi convocava il granconsiglio coi capi delle venti arti. A denaro avea comprato esenzioni dalle gravezze, le quali così venivano a pesar viepiù sulle altre città, che a vicenda s’offendeano di tali prerogative; non s’accorgendo che la particolare prosperità dovea venire dalla generale, non dall’altrui decadimento.

Già nel 1410 in un parlamento a Taormina si era risolto che il re di Sicilia risedesse a Messina; e dopo d’allora questa favoriva anche gli stranieri, purchè la preferissero. Vantava essa l’antico diritto di batter moneta; ma perchè tanta se ne falsificava, il vicerè Vegliena stabilì di rifonderla alla zecca di Palermo, ma Messina dal consiglio d’Italia a Madrid ottiene decisione favorevole (1581).

Spendendo aveva impetrato da Filippo III che il vicerè vi sedesse diciotto mesi del suo triennio; con nuovo denaro sperò ottenere si dividesse l’isola, con due capitali e separati vicerè. Corsero ambasciadori, rimostranze, corruzione; ma poichè l’Albuquerque, allora vicerè, prediligeva Palermo, e questa pagò cinquecento scudi, si decise l’integrità dell’isola, benchè Messina offrisse il doppio. E sempre rinascevano le pretensioni, ora per la residenza, ora per la moneta. Quando il vicerè Giovanni d’Austria volea restaurar la flotta, non trovandosi mezzi a ciò, nè bastando l’aver vendute le città di Girgenti e Licata, i Messinesi offersero novemila scudi al mese, purchè fosse fatta sede del governo; ma dalle lunghissime brighe non conseguì che la conferma delle antiche franchigie, le quali non impedivano le prepotenze dei vicerè.

Nel 1612 avendo il parlamento decretato nuove gravezze, i Messinesi vi opposero i loro privilegi, comprati a buoni denari: mandano ambasciadori a Madrid, ma l’Ossuna vicerè compare a Messina, agguanta i magistrati, e in catene li conduce a Palermo (1660). Il vicerè Ayala, uomo vano e pretensivo, tentando attenuare quelle prerogative, moltiplicò i mali umori e i richiami. Al contrario, il duca di Sermoneta, che per le male arti sue era chiamato Far moneta, si butta coi Messinesi, e in compenso della fedeltà serbata nei tumulti di Palermo, ridesta un’antica prammatica (1664), per cui dall’isola non si poteva asportare seta che per la via di Messina. Indarno il re la trovò «contraria alla ragione, al diritto naturale e alla libertà che deve esservi nel commercio, e di gran pregiudizio ed incomodo a tutto il regno»; la città sostenne quel diritto, e a tumulto lo fece sottoscrivere dal patrimonio reale.

Palermo manda a richiamarsene; Messina manda a sostenerlo: l’ambasciatore di questa pretende esser ricevuto come quelli di principi sovrani; l’ambasciadore di Palermo vi si oppone; dissentono con calor siciliano, e la Corte ride, che delle gelosie di ciascuna si fa puntello a conculcarle entrambe; poi quando il Marianna, reggente a nome di Carlo II, pronunzia contro i Messinesi, il loro inviato si ritira senza congedo e protestando. Di qui irrequietudine e fazioni interne; i Merli favoreggiano al re, i Malvizzi aborriscono gli Spagnuoli; il matematico Alfonso Borelli pensò tagliare il nodo costituendo una repubblica alla foggia di Genova, ma fu gran che se campò dalla forca.

Aggiungansi le prepotenze dei baroni, che ciascuno nel proprio feudo soprusavano; e nei parlamenti non provvedeano a moderare la monarchia, ma al più gli abusi di qualche vicerè. Aggiungansi terribili eruzioni dell’Etna: aggiungansi i Turchi che, dopo presa Candia, minacciarono la Sicilia, onde vi fu messo a custodia il fiammingo principe di Ligny, buon soldato.

Lo straticò, uffiziale regio comune a tutte le città sicule sotto i Greci (strategos), dopo gli Svevi non era rimasto che a Messina governando con mero e misto imperio, inferiore soltanto ai due vicerè e al governatore di Lombardia. Luigi dell’Hojo, dissoluto e ipocrito, propose alla regina, se lo nominasse straticò, sbarbicare da Messina quelle forme repubblicane, e l’esenzione dei magistrati da gabelle, dal servizio militare e da altri pesi. Abilissimo a concitare la moltitudine mediante l’invidia, l’interesse, il fanatismo, nello sbarcare si buttò a terra baciando il suolo della città prediletta di Maria; distribuì in limosine i cinquantamila scudi di cui il re avealo provveduto; sempre con popolani, sempre per chiese e spedali, sempre comunicarsi e gran limosine e conferenze spirituali, onde il vulgo lo reputava un santo e che avesse fatto un miracolo, e sacrilegio il contraddirgli. Del credito popolare si giova per seminar diffidenza contro i nobili e i ricchi; qualvolta assolve un ribaldo o supplizia un innocente, ne riversa la colpa sul senato; poi in una carestia cerca non arrivi più grano, e della fame accagiona gl’incettatori e la negligenza del senato; anzi dalla casa dei principali fin alla marina fa spargere striscie di frumento, per dar intendere che la notte e’ ne mandino fuori.

L’indignazione non tardò a prorompere, com’egli bramava, in bestemmie, violenze, incendj; esso si chiarisce contro i senatori, e pretende si scelgano in egual numero tra’ nobili e tra’ cittadini: ma avendo tentato sorprendere i forti, custoditi dalla milizia urbana, la sua nequizia venne palese, ed egli dichiarato pubblico nemico (1673). Non arretra però; e a capo della bordaglia e de’ prigionieri, sostenuto dai Merli, incendia i palazzi dei ricchi e dei Malvizzi, e chiama truppe. Accorse il principe di Ligny, e scoperto quel procedere da forca, condannò i colpevoli, lui destituì; poi vedendo che Spagna lo conserva accanto al nuovo straticò, marchese di Crispano, mandato con ordini severissimi, egli rinunzia al viceregno, e l’isola va tutta in subugli e violenze.

In occasione della solennità onde si festeggia la Lettera che Maria scrisse ai Messinesi, avendo il sartore Antonio Adamo esposto un emblema oltraggioso (1674 6 luglio) al nuovo straticò, questi lo fa arrestare; i borghesi esclamano ai privilegi violati, e unitisi ai nobili e ricchi, sanguinosamente abbattono i Merli, dichiarano traditore il Crispano, e fugano i soldati spagnuoli. Il Crispano d’intesa coi Merli convoca i senatori in palazzo, e tenta farne un vespro, ma la loro imperturbabilità li salva; e i Malvizzi, che sin allora aveano protestato riverenza al re, abbattono la bandiera spagnuola, occupano i forti, e respingono la squadra di ventitre vascelli e diciannove galere, guidata dal vicerè marchese di Bajona. Oltre le fatiche soldatesche, trovavansi ridotti a tre oncie di pane il giorno; poi anche questo venne meno, e per dodici giorni non si nutrirono che d’animali domestici.

Disperando di resistere soli, e poichè i nemici di Spagna sapevano sempre dove cercare appoggi, si volsero a Luigi XIV. Costui non poteva tollerare che la repubblica d’Olanda grandeggiasse vicino al suo trono, e annidasse la libertà ch’egli avea spenta sotto le pompe: la invase, e così eccitò una lega dell’Europa, sgomentata dal non sapere fin dove egli spingerebbe le ambizioni. Luigi conobbe qual vantaggio gli darebbe sopra la Spagna il possedere Messina; onde, senza ancora alzar la visiera, mandò soccorsi ai ribelli col cavaliere di Valbelle e col marchese di Vallavoire (1675). All’apparire della flotta, gli Spagnuoli dovettero allargar la città, che fu approvvigionata, ma con tal parsimonia che la fame ricominciò più violenta; finchè Luigi, che la favoriva soltanto a misura del proprio interesse, mandò un’altra squadra col famoso ammiraglio Duquesne, e tolse in protezione i Messinesi, manifestando all’Europa di farlo unicamente per conservarle le leggi e i diritti, e porvi un re di quella casa di Francia, che due dinastie avea già date alla Sicilia. Intanto vi destinava vicerè il duca di Vivonne, non d’altro meritevole che d’esser fratello della Montespan ganza del re, e che di pompeggiare in solennità per la proclamazione e pel giuramento curava piuttosto che di vincer gli Spagnuoli, nè d’estendere la sollevazione, o frenare i proprj soldati, che esacerbavano i Messinesi. Anzi costui fu la vera rovina di quell’impresa, eppure ne fu compensato col titolo di maresciallo.

Per quante sollecitazioni però si spargessero nell’isola, quasi nessuno si sollevò, la forca punì chi fece movimento: Napoli intanto dava ducentomila ducati per sottomettere i ribelli; truppe reclutavansi in Lombardia; la Spagna processò i generali, ed altri ne surrogò, ben provvedendoli per terminare l’impresa. L’Olanda, collegata contro Luigi, mandò colla flotta il terribile ammiraglio Ruyte ne’ nostri mari: ma quivi mal servita dai Napoletani che disistimava, e dal ritardo di don Giovanni d’Austria destinato vicario generale del Regno, perdette un tempo prezioso, del quale Duquesne profittò per ingrossare l’armata; e presso Lipari attaccò combattimento (1676 8 genn.) sanguinoso ma non risolutivo: in uno più segnalato avanti a Palermo, Ruyter ebbe una ferita, di cui moriva a Siracusa, e i suoi abbandonarono il funesto Mediterraneo. Erano le prime sconfitte che gli Olandesi toccassero in mare: e i Francesi trovandosi col vantaggio, poteano insignorirsi dell’isola; ma il ministro Louvois per gelosia contro Colbert sperdette l’opportunità col negare soccorsi; onde Duquesne fu costretto tenersi indarno, poi informato delle intenzioni del re, chiese congedo.

Perocchè il re trovava allora necessario raccorre tutte le sue forze contro il nord d’Europa, onde spedì il marchese della Feuillade, servile ai grandi e petulante cogl’inferiori, acciocchè levasse da Messina la guarnigione. Ma come farlo senza che i Messinesi si opponessero? Convenne ingannarli, e proclamato vicerè (1678) con indicibili feste, colui guadagna gli animi col secondare gl’impeti generosi e riprovare le lentezze antecedenti; dice voler guerra grossa e pronta, prende l’offensiva, attacca Palermo. A tal uopo confida i forti ai Messinesi, mentre imbarca truppe, viveri e cannoni; imbarca anche i malati, atteso qualche sintomo di peste; uno stendardo colla Madonna della Lettera gli è regalato dai Messinesi, esultanti della prossima ruina dell’emula antica. Ingannati! salpate le ancore e ridotto fuor del tiro del cannone, il vicerè chiama i giurati e dichiara: — Ho l’ordine d’abbandonar la città: se potete tener buono per due mesi, sperate; se no, provvedete ai casi vostri».

Colpiti da dichiarazione sì inaspettata e sentendo inutili le rimostranze, i giurati domandarono si ricevessero almeno sui vascelli quei che la devozione a Francia esponeva peggio. Il duca concedette non più di quattr’ore. Inesprimibile la costernazione degli abitanti; fanciulli, donne, uomini in folla accorreano sulla riva, portanti le più care cose; l’aria sonava de’ gemiti e delle imprecazioni di chi più temeva il castigo degli Spagnuoli; imploravano d’esser ricevuti nelle scialuppe che trasportavano alcune famiglie di senatori, partenti senz’altra provvigione; e respinti vi si ghermivano, non lasciandosi staccare che a sciabolate; molti si affogarono dalla disperazione. Il duca, imbarcate circa cento famiglie, sessantamila Messinesi abbandonò agli Spagnuoli; fermatosi alquanti giorni ad Agosta, fece volare la torre d’Avalos, inchiodare i cannoni di ferro, imbarcare quelli fusi, e portar via sin le campane; e perchè la tempesta durata otto giorni gli tolse di varcar lo stretto, da cui voleva allontanarsi ad ogni costo, dovè farsi rimorchiare dalle galee. I fuggenti approdati a Marsiglia, ebbero ad aspettare nuovi ordini: speravano aver ben tosto licenza di presentarsi alla Corte, e colla loro presenza risvegliare la magnanimità del re; ma furono sparpagliati in varj luoghi, e la più parte perirono di miseria[20].

La Francia avrà confortato la sua coscienza col riflettere che v’avea speso trenta milioni. Messina, la città della Madonna, per disperata mandò perfino ad invocare i Turchi; ma li prevennero gli Spagnuoli, che accorsi da Reggio, la occuparono. Don Vincenzo dei Gonzaga di Guastalla, nominato vicerè, per tre giorni permise ogni eccesso alle sue truppe; imprigionati e morti i più ragguardevoli, tutta Sicilia tornò all’obbedienza di Spagna. Da sessantamila, i cittadini trovaronsi ridotti a undicimila; portati via gli archivj e i greci manoscritti ch’essa avea comperati da Costantino Lascari; toltile la zecca e il senato, surrogandovi il magistrato degli eletti; demolito il palazzo, impostevi le gravezze comuni, tratti al fisco i beni de’ fuggiaschi. A questi Luigi continuò per diciotto mesi gli alimenti, poi ordinò se n’andassero, pena la testa. Molti da ricchissimi si ridussero a dover mendicare; altri gettaronsi al ladro; mille cinquecento rinnegarono Cristo per Maometto; cinquecento con salvocondotto di Spagna rimpatriarono, e da quattro in fuori, il vicerè li mandò alle galere[21].

La lunga guerra di Messina avea recato grave detrimento al Napoletano. Quivi dal vicerè Pier Antonio d’Aragona (1670) eransi lasciati moltiplicare i disordini di banditi, risse, duelli, assassinj col comporre a denaro i delinquenti, impinguandosi a pregiudizio della giustizia, come a pregiudizio delle gallerie nostre arricchì la sua di Madrid. Però col compire la numerazione dei fuochi rese più equo il comparto degli aggravj, e potè aumentar le rendite del tabacco e della manna: smaniato pel fabbricare, moltissime aggiunte fece alla reggia e all’arsenale, e la via che li congiunge, ricostruì l’ospizio di san Gennaro, fece il porto delle galee, il Presidio capace di seimila soldati; ristabilì i bagni di Pozzuoli e di Baja, riordinò l’archivio, sollecitò la spedizione delle cause.

Il marchese d’Astorga succedutogli (1672), ebbe molto a travagliarsi per riparar alla fame, ai tosatori e falsatori di monete e ai ladri, fra cui famoso un abate Cesare che finalmente fu ucciso. In nuovi impacci l’avvolse la guerra di Sicilia: e poichè bisognava alimentarla col denaro del regno, ricorreva ad ogni mezzo per farne, e il popolo ne mormorava, tanto che gli venne surrogato il marchese Los Veles (1675). Ma egli pure dovette sottigliarsi a smungere onde mantenere i soldati in campo e quei tanti Tedeschi che il clima buttava negli spedali; e venduti tutti gli uffizj e le gabelle, si vendettero e barattarono anche i fondi regj a gran vantaggio di chi avesse denaro da comprarli in quel precipizio; si ridusse a regalia l’acquavite, ricavandone tredicimila ducati l’anno. Per qualche riparo all’infinità di banditi, si promise perdono a tutti quelli che andassero a combattere in Sicilia; e molti il fecero, ma pensate come dovesse procedere la guerra fatta da cotali.

Tanto concorso di soldati, di marinaj, di gente comprata e che veniva a vendersi, empiva Napoli e il regno di disordini, e giustificava i rigori della giustizia, che non solo ne faceva pubblicamente impiccare a centinaja, ma fin strozzare in segreto. Intanto una giunta degli Inconfidenti scrutinava quei che avessero intelligenze colla Francia, e molti ne mandava alla forca, alla galera, all’esiglio. Raddoppiaronsi i rigori contro i monetarj falsi, peste dilatatasi a segno, che non solo aveasi a bisticciare del peso, ma e pel titolo e pel conio, con infinito impaccio del Governo.

Don Giovanni d’Austria, che in quel momento fu dichiarato primo ministro della monarchia, molti pravi magistrati depose, e furono costruiti processi di corruttela: ma come principe voleva continue feste, e colla sua superiorità offendeva le pretensioni del vicerè.

La pace di Nimega (1678-79) lusingò di riposo: ma Luigi XIV, quantunque assai vi guadagnasse, non parve guardarla che come un comodo a nuovi attentati; e piantò due tribunali che si arrogarono il diritto affatto insolito di esaminar giuridicamente le ragioni della Francia sopra alcuni paesi, e dichiararli devoluti a questa, calpestando la libera sovranità: intanto allestendo nuove armi, ispirava sgomento a tutti; e l’apparire di navi francesi nei porti di Napoli o di Sicilia partoriva sospetto al Governo, speranza ai popoli, non mai disingannati.

Altrove ancora fece egli sentire la sua infausta ingerenza. Genova, sì bella, sì opportuna, qual meraviglia se la proseguivano di funesti amori la Francia, la Spagna, la Savoja? Essa propendeva a Spagna per tradizione e perchè meno temibile che non la Francia, la quale dava ricovero e protezione ai Fiesco e ad altri nemici di essa, nè dimenticava d’averla altre volte posseduta. Gli esempj di Luigi XIV inuzzolirono Carlo Emanuele II ad acquistarla, e da querele di vicinato cercò pretesti a disturbarla. Rafaele della Torre, giovane di ventidue anni, per vizj e prepotenze condannato alla forca, fuggì da Genova a Torino, e al duca offrì di tradirgli la sua patria. Accettata l’infame proposta, mandaronsi truppe procurando occupare Savona, mentre si solleverebbe Genova: ma un Vico, altro mal arnese cui il Torre s’era affidato, scoperse l’ordita. Il ribaldo potè campar ancora, sempre mulinando contro di Genova e del Vico, finchè a Venezia fu ucciso in rissa mascherato fra donnaccie.

Il duca prese dispetto della fallita rapina, da cui sperava e comodità de’ sali e incremento di paese; e trovò pretesti d’intimar guerra ai Genovesi, i quali sorsero alla difesa, benchè a reclami contro tanta perfidia le potenze non badassero; lanciarono anche masnadieri sopra il Piemonte, che altri banditi spediva; vergogna e desolazione reciproca. In buona guerra i Genovesi restarono superiori; il duca (1673), uscitone con vergogna, punì i generali, e poichè d’ogni sconfitta vuolsi una vittima, fece condannar a morte il valoroso Catalano Alfieri, che poi da nuova revisione fu riconosciuto innocente. Intanto allestiva nuova guerra: ma re Luigi s’interpose, e pretese che Genova si rimettesse senza condizioni all’arbitrato suo; se no, dava ordine all’ammiraglio d’arrestare qualunque galea o barca appartenente alla repubblica. Avendo egli proferito con evidente parzialità verso il duca, e preteso che a questo si restituisse la toltagli Oneglia, Genova ricusò stare al lodo; ond’egli cominciò a lagnarsi ch’essa se l’intendeva col governatore di Milano, poi pretese restituisse i beni anticamente confiscati a Gian Luigi Fiesco, il quale dicea non aver cospirato se non per rendere la repubblica al legittimo dominio di Francia; le impose anche di disarmare quattro galee di libertà, di recente allestite; e il suo ambasciadore Saint-Olon avendo iscritto tra’ suoi famigli molte persone di perduta vita, perciò autorizzate a portar armi e soprusare, facea nascere mille di quelle cavillazioni, che al lupo dan pretesto di sbranare l’agnello. Essendosi trovato insudiciato lo stemma sulla sua porta, il Saint-Olon partì, che che scuse e spiegazioni porgesse la repubblica; si gettò voce che Genova vendesse munizioni agli Algerini, allora in guerra colla Francia; ma il vero si era che il Seignelay, ministro della marina francese, voleva segnalarsi in qualche impresa, morto Colbert che costringeva a sparagnar uomini e denaro.

Mentre dunque alloppiava i Genovesi con trattative e condiscendenze, una squadra di quattordici vascelli, tre fregate e venti galere, oltre navi da bombe e da incendio (1684), capitanata dal Seignelay e dal terribile Duquesne, schieratasi avanti alla città che non sapeva se amica fosse o avversa, pose fuori un misto d’accuse, di pretensioni, di minaccie, domandando si consegnassero le galee e si spedisse a fare scuse al gran re; se no, le bombe. Dalle umiliazioni aborrì la repubblica; con buone ragioni snodò i cavilli regj, e s’armò quanto potè; ma ecco incominciano a fracassarla le bombe, in quel brutale abuso della forza non dando avviso tampoco ai negozianti francesi, i quali si trovarono esposti e alle palle de’ loro nazionali e al furor della plebe.

La città, stupenda di edifizj e di chiese, la cattedrale resa sacra anche dalle reliquie del Battista, i monasteri, gli ospedali, la dogana, il portofranco erano colpiti da que’ fulmini, fra le grida, le fughe, le morti, le bestemmie contro il re cristianissimo, che nè alla religione nè all’umanità avea riguardo, e fra i rubamenti de’ malandrini che profittavano del comune sgomento. Continuato il venerdì e il sabbato, neppur la domenica si sospese l’infernale attacco (1684 16 mag.); al lunedì il Seignelay mandava a dire: — Me ne sa male; ho gettato seimila bombe, ne tengo pronte diecimila se non date soddisfazione». Al senato parve codardia il piegare alla brutale prepotenza, e negò prendere veruna risoluzione sotto lo scoppio micidiale; onde Seignelay ricominciò alla peggio, aggiungendo le palle: ma dopo gittate tredicimila trecento bombe dal 18 al 28 maggio, la flotta regia si ritirò, vedendo non far frutto contro tanta costanza[22].

Genova nominò una giunta del doge e di quattro senatori, che con pieno potere provvedessero alla difesa; fece giurare ai cittadini di non proporre verun accomodamento; spedì a sollecitare la flotta di Spagna: ma questa arrivando fece mostra di riguardar la città come sua dipendente, rispose con minori colpi ai cannoni della città, pose guarnigione napoletana e milanese nei forti. Intanto Luigi, ostinato a riparar l’onore, preparava guerra regolare; onde la città sdruscita, arsa, danneggiata in cento milioni ed affamata, non poté che sottomettersi, dopo salvato l’onore. Luigi volle la repubblica sconnettesse ogni legame con Spagna, disarmasse le sospette galee, rifacesse con centomila scudi i Fieschi; il doge, a cui lo statuto vietava d’uscir di città, si conducesse con quattro senatori ad invocare la regia clemenza a Versailles. Francesco Imperiali Lercari (1685 maggio) v’andò in effetto, accolto con insultante magnificenza; e interrogato dal re qual gli paresse la cosa più straordinaria nella sua reggia, rispose: — Il trovarmivi io»[23].

Somiglianti prepotenze vedemmo rinnovare poco dopo Luigi con Roma (tom. XII, pag. 24); sicchè mal arrivava all’Italia dai Francesi, cupidi di possederla, come dice il Ripamonti, inquieti e vogliosi d’inquietare altrui. Ragione era dunque che gl’Italiani li guardassero sinistramente; il duca di Savoja impazientivasi che tenesser Pinerolo e Casale, e a lor voglia regolassero i passaggi e gli alloggi, sfilando fin sotto le mura della capitale; Spagna non sapeva perdonare a Luigi d’averlo trovato co’ suoi nemici in Fiandra, in Catalogna, a Messina, a Napoli; i principi tedeschi erano da lui o istigati contro l’Impero o spogliati di qualche territorio o diritto; degli Olandesi colle restrizioni danneggiava il commercio; in Inghilterra sosteneva il pretendente contro il re chiamato dalla nazione; in Oriente sollecitava il Turco a non lasciar pace all’Austria: donde un gruppo di malcontenti, che la gloria del suo regno offuscò colle disgrazie degli ultimi anni. Nelle quali più fu involto il paese che, per la vicinanza, più risentiva delle ingerenze del gran Luigi.

Obbedivano allora al duca di Savoja il ducato originario, la contea di Nizza, il principato d’Oneglia, il Piemonte proprio, composto delle provincie di Susa, Torino, Asti, Biella, Ivrea, Cuneo, Mondovì, Vercelli; il ducato d’Aosta, settantaquattro terre del Monferrato, tra cui Alba e Trino: alla Francia restavano Pinerolo, val di Perosa, Fenestrelle pel trattato di Cherasco, e Casale per cessione di Carlo Gonzaga; dominio di un milione ducentomila abitanti, di cui quarantamila in Torino; colla rendita di otto milioni. Emanuele Filiberto, dimenticando gli Stati generali e abolendo i diritti e privilegi, che le diverse città, sottomettendosi ai principi di Savoja, aveano stipulato, rese assoluta la potestà.

Il consiglio di Stato, composto a volontà del duca, l’assisteva nel governo: i tre senati di Torino, Nizza, Ciamberì poteano interinare gli atti sovrani, esaminarli cioè prima di procacciarne l’esecuzione. Giudici di provincia rendeano giustizia nelle città, non stipendiati dal governo, ma esigendo sportule dai litiganti, che doveano pure alla finanza un diritto proporzionale sugli oggetti in controversia. I baili delle terre venivano nominati dai signori feudali, che aveano Corte, carceri, patiboli, armi. Aggiungete giurisdizioni privilegiate pei militari, per le contenzioni d’oro e d’argento, per la salute pubblica, pei diritti d’acqua, per gli studenti, pei preti, per gli eretici.

In feudi era ripartito tutto il paese, contandosene quattromila quattrocensessantacinque, dove gli agricoltori erano servi, finchè Emanuele Filiberto gli emancipò, ma con poco effetto in Savoja; e al feudatario competeano pedaggi, diritti di pesca, di caccia, di derivar acque, banalità di forni e mulini, multe, confische. Alla sola nobiltà le cariche di Corte, i gradi nella milizia, nel governo, nell’alta amministrazione, nella diplomazia; gente altera dei titoli, fastosa più che ricca, disdegnosa verso i cittadini, prode in armi, scarsa di coltura. Numeroso il clero e provveduto bene, non esuberantemente. Grandissima l’autorità della Corte romana, tanto più in grazia dei ricchi feudi di Masserano, Crevacuore, Montafia, Cisterna, Lombardore ed altri che teneva nel Canavese, nel Vercellese, nell’Astigiano, e nei quali, immuni dalla giurisdizione ducale, ricoveravano i malandrini del contorno.

Il commercio restava impacciato dalla vicinanza del Milanese, del Mantovano, della Francia; non avevasi tampoco una fabbrica di panno, sebbene si lavorasse di fil d’oro e d’argento; la seta vendevasi greggia; e l’abbondanza di granaglie non procacciava denaro. Mancavano dunque modi d’ingrandire all’ordine cittadino; e quelli di esso che acquistassero denaro colla medicina o la giurisprudenza, subito cercavano la nobiltà: ma l’acquisto di terreni era difficoltato dai vincoli di manomorta e di fedecommesso. Fra’ campagnuoli principalmente si cernivano i soldati, che vedemmo resi stabili da Emanuele Filiberto, e indipendenti dai signori feudali; da cui soltanto erano formati lo squadrone di Savoja e il corpo della nobiltà piemontese. Giusta gli ordinamenti di Carlo Emanuele I, la milizia era divisa in generale e scelta. Nella prima iscriveasi ogni uomo dai diciotto ai sessant’anni, nè doveano uscir di provincia od essere adoperati che in caso d’invasione nemica; da questa ne cernì diciottomila privilegiati, istrutti, disciplinati, coi quali e colle truppe che soldava in Isvizzera, in Francia, in Lorena potè condurre quelle incessanti guerre. Fortificate erano non solo le primarie città di Torino, Cuneo, Vercelli, Verrua, Monmelliano, Nizza, ma moltissime borgate, che costringevano a innumerevoli assedj l’esercito nemico, quando non si riponeva l’importanza nelle giornate campali.

Carlo Emanuele II, accortosi che i popoli non si nutrono d’allori, aveva adoprato per restaurare il Piemonte da una guerra trentenne; le finanze, nelle quali si commetteano gli stessi errori come nel Lombardo e nel Napoletano[24], diede a sistemare a Giambattista Trucchi di Savigliano, fatto poi conte di Levaldigi, spertissimo nella scienza economica d’allora, che consisteva in trovare denari per qualsifosse via; e che fece rivomitar quello ingojato dai favoriti della reggente, e procurò che tutti i cittadini concorressero a pagare i tributi. Carlo Emanuele non attese personalmente alla guerra, ma l’amministrazione militare riordinò: il palazzo regio e quel di Carignano, la Venaria, il collegio de’ Nobili, la cappella del santo Sudario ed altre chiese di Torino, le ville del Valentino, di Rivoli, di Mirafiori attestano la sua magnificenza, per cui spese più che non comportassero le triste condizioni del tempo. Colla grotta d’Echelles rese pervia se non comoda la strada per Lione. Carezzò anche l’opinione fondando una società letteraria e un’accademia di pittura; e fece scrivere la storia della sua Casa dal Guichenon, il quale, oltre sottomettersi alle ispirazioni del ministro marchese di Pianezza, uffiziava Mézeray e Duchesne storici francesi, acciocchè si mostrassero condiscendenti a’ suoi principi. Anche Gualdo Priorato mandava le sue storie a vedere a Carlo Emanuele, che corrette gliele restituiva con una pensione[25]. Morendo diceva: — Aprite le porte e lasciate entrare il popolo; morrò come il padre in mezzo ai figli».

Di Vittorio Amedeo II, succeduto a nove anni (1675), fu reggente Maria Giovanna Battista di Savoja, di trentun anno, bella, ingegnosa, altera. Sua sorella, moglie di don Pedro re di Portogallo, non avea partorito che una fanciulla; onde fu proposto di darla sposa a Vittorio, con quel piccolo regno e gl’immensurabili possedimenti in Asia e in America. I Portoghesi, ad onta della legge costituzionale di Lamego, assentivano ch’e’ conserverebbe pure la Savoja finchè nascesse un erede; ma i Piemontesi, prevedendo che il loro duca diverrebbe straniero, ed essi perderebbero l’autonomia, congiurarono a impedirlo, e dal popolo facevano fare chiassose disapprovazioni. Luigi XIV, che avea proposto quel matrimonio, fomentava il malcontento, sperando ad un re piccolo e lontano preferirebbero lui vicino e poderoso. Ma Giovanna Battista cansò i pericoli rompendo quella pratica, all’acquisto sperato anteponendo la conservazione del goduto. Re Luigi si chiamava offeso da chi si era difeso, stile dei forti; sicchè la reggente dovette dargli soddisfazione coll’imprigionare coloro che aveano voluto salva la patria piemontese.

Le gravi tasse imposte dal Trucchi e gli arbitrj concessi agli appaltatori disgustavano i popoli. Fondamento principale dell’imposta era il sale, ed erasi prescritto che per ogni bocca se ne comprassero otto libbre, donde vessazioni e codardi scandagli. Più ne risentivano quelli confinanti col Genovesato, attesa la facilità di frodarlo; e Mondovì, ricordando anche i patti riservatisi quando si diede al Piemonte, ruppe a sollevazione. Eserciti e corti marziali non bastarono a reprimerla; finchè Vittorio (1684), prese le redini, tornò in quiete, almen per allora, que’ riottosi.

Vittorio regnò senza volere contraddizioni o limiti, e aspirando ad un ampliamento, di cui davangli lusinga la buona reputazione guerresca e politica lasciatagli dal padre e dalla madre. Perciò indispettivasi del vassallaggio in cui lo teneano i Francesi, i quali assediandolo nella propria capitale per mezzo di Casale e Pinerolo, voleano far da padroni in Corte: per condiscendere al ministro Louvois si dovette far ritirare a Bologna il principe di Carignano; gli ambasciadori spiavano il duca, tenevansegli superbamente al fianco nelle udienze; i soldati per andar e venire da Pinerolo a Casale molestavano i quieti abitatori; i corrieri esercitavano sfacciatamente il contrabbando; i ministri voleano istituire a Torino un uffizio di posta proprio; si cessò di pagare la dogana di Pinerolo e di retribuire al Piemonte trecentomila annue lire convenute nel 1652; e se il duca ne sporgesse querele, Louvois rispondeva non averle volute por sott’occhio al re per non annojarlo. Allorchè Luigi, per ridur la Francia all’unità amministrativa, revocò l’editto di Nantes, col quale Enrico IV avea conceduto tolleranza ai Protestanti, molti di essi rifuggirono nelle valli dei Valdesi; e Luigi intimò fossero cacciati, non volendo quel fomite di ribellione sul confine del Delfinato, costrinse il duca (1686) a negare ai Protestanti quella libertà di riti che aveano patteggiata, e mandò i proprj marescialli a combattere que’ montanari, acquistando anche al duca il titolo di persecutore, ripetuto dappertutto e tramandato ai posteri (tom. IX, pag. 561).

Ma quando le smoderatezze del gran Luigi resero gelosa tutta Europa, Vittorio trattò segretamente coi nemici di esso, i quali erano il duca di Baviera, l’Olanda e l’Inghilterra, che, annerbate in mare, costringeano le minori potenze a secondarli, e l’imperatore che trovava necessario all’equilibrio europeo riconsolidarsi in Italia, dacchè la Francia era poderosa e minace. Il duca pertanto, fingendo darsi spasso a Venezia, tra i balli e le maschere (1690 3 giugno) concertò una lega coll’imperatore, la Spagna, l’Inghilterra e l’Olanda, chiedendo trattamento da re in grazia di Cipro, per un milione di lire riscattando le ragioni sopra i feudi imperiali posti fra la Savoja e il Genovesato[26]; per propiziarsi gl’Inglesi ritirava i severi editti contro i Valdesi, permettendo ritornassero nelle valli natìe. Egli sperava che l’accordo rimanesse occultissimo; ma Luigi, avutone sentore, venne a stocco corto, e ordinò a Catinat che movesse truppe.

Catinat, il primo plebeo che diventasse maresciallo di Francia e senza brighe, colla difficile e oscura guerra di montagna occupò la Savoja, e intimò al duca unisse le sue truppe alle francesi, e gli consegnasse le fortezze di Verrua e Torino. Tanto valeva rinunziare alla sovranità: onde Vittorio ricusò; sicchè rotta la pace che da sessant’anni vegliava colla Francia, prima che i nuovi suoi alleati l’ajutassero, e intanto che i disgustati da re Luigi applaudivano[27], il Piemonte si trovò involto in guerra condotta da barbari. Così voleva il ministro Louvois; e se Catinat suggeriva — Bisognerebbe aver compassione a popoli infelicissimi», quegli rispondeva: — Bruciare, poi bruciare». E sì fece; dappertutto città prese e riprese[28], sistematiche devastazioni d’intere provincie, estesissimi incendj, violazioni, rapine: i Piemontesi ripagavano con altrettanta ferocia e con secrete trame; e la rabbia francese, e la non meno nocevole amicizia spagnuola, e il valore di Catinat fecero miserabilissimo quel tempo, che altri glorierà per ben campeggiate imprese. L’imperatore non aveva ancora mandato truppe, bensì il principe Eugenio a sostenere il parente: gli Spagnuoli non pensavano che a riparare la Lombardia: Vittorio Amedeo moveva cerne inesperte, nè egli aveva mai visto battaglia, pure osò attaccare Catinat presso la badia di Staffarda. Mentre i due eserciti ben si osteggiavano di fronte, Catinat per un padule creduto impraticabile menò un corpo, che inatteso ferendo il fianco sinistro, ruppe i nostri, i quali perdettero cinquemila uomini, undici cannoni e trentasei bandiere. Catinat proseguì vincendo, e prese fin Monmelliano. Vittorio vedendo in fiamme la sua diletta villa di Rivoli, esclamò: — Andassero pure in cenere i miei palazzi tutti, ma il nemico risparmiasse le capanne de’ contadini». Sdruscito l’esercito, il popolo ansiato malediva il duca d’essersi esposto a così gravi rotte; intanto che la nobiltà gli volea male d’aver represso gli abusi feudali. Vuolsi che Giangiacomo Trucchi, referendario del duca, tramasse colla guarnigione di Pinerolo di sollevare il Mondovì, e scoperto, fu messo a orribile tortura, benchè di cinquantaquattro anni, e benchè scongiurasse non gli facessero perdere l’anima col denunziare qualche innocente; ed ebbe forza di perire senza denunziare altri.

Anche tra i disastri del paese, e dopo la nuova sconfitta (1693) di Orbassano e della Marsaglia, Vittorio sentiva quanto peso aggiungerebbe alla parte cui s’accostasse; laonde negoziava cogli uni e cogli altri; e intanto la guerra prolungavasi e in Piemonte e in Savoja e fin sul territorio francese, con devastazioni gravissime e senza venire a capo di nulla. Quando il marchese di Leganes cogli Spagnuoli, lord Galway cogl’Inglesi, Eugenio cogl’Imperiali posero assedio (1695) a Casale, Vittorio, che quell’importante fortezza non amava in man degli alleati più che dei Francesi, con questi ultimi prese accordo di demolirla; e dopo un gran cannoneggiare, credesi senza palle, gli assediati, secondo l’intesa, distrussero le opere interne, le esterne gli assedianti, e senza pure aprirvi una breccia scomparve la fortezza più rinomata d’Italia; e la città aperta fu restituita al duca di Mantova.

Ciò levava una spina anche alla Lombardia, onde festa non minore a Milano che a Torino: la Francia meno doleasi di perdere quella posizione, giacchè non la vedeva cadere a Spagna. Nè però l’Italia riposava; e se i nostri si lamentavano de’ Francesi, neppure dei Tedeschi aveano a lodarsi.

Leopoldo d’Austria era imperatore di Germania fin dal 1658, sempre contrariato dagl’intrighi della Francia, che si ergeva tutrice de’ principi dell’Impero. Uomo religioso e caritatevole, ma rozzo, intollerante nella religione, puntiglioso nel cerimoniale, fu dagli accidenti portato a rappresentare personaggio principale nelle vicende europee, e star rivale del gran Luigi. Sottopose gli Ungheresi, che appoggiati ai Turchi reluttavano dalla tirannide austriaca, e li privò del diritto d’eleggersi il re; e il maresciallo italiano Antonio Caraffa, mandato a governarli (1687), uom crudele e borioso, vi piantò terribili tribunali, e diceva: — Della costituzione ungherese e de’ suoi giudizj fo conto quanto d’un uovo fradicio».

Leopoldo non dissimulava di voler restaurare in Italia l’Impero qual era allorchè esigeva dai principi foraggio, tavola, alloggio (foderum, parata, mansionaticum); e trovando esausto il Piemonte, domandò che i feudi imperiali si tenessero obbligati a mantenere le sue truppe, e deputò esso Caraffa ad esigerlo (1691). Costui impose enormi contribuzioni al duca di Savoja, alla Toscana, a Genova, a Lucca, a Mantova, a Modena ed ai minori vassalli, e fin al duca di Parma benchè rilevasse da santa Chiesa; sicchè i popoli ne gemettero, i principi strillarono, e imprecarono a quell’imperatore, cui dianzi aveano inneggiato per le vittorie contro i Turchi.

Gli emissarj di Luigi buttavano faville contro il tedesco oppressore d’Italia, ed esortavano ad armarsi contro di lui: — Francia non mancherà mai agl’Italiani qualora aspirino a libertà», diceva come tutti gli antecessori e successori suoi. Il duca di Savoja era esoso come causa d’una guerra, colla quale avea tratto in Italia i Tedeschi, che sì scarso servizio gli rendevano, mentre orrido guasto faceano del paese: ma egli trovava conto nella fluttuante politica insegnatagli da’ suoi maggiori; e dopo che vide sfasciato Casale e perciò meno pericolosa la Francia, a questa chinò; e come in maschera a Venezia erasi inteso cogli alleati, così in un finto pellegrinaggio a Loreto s’abboccò con un finto frate, per disertare a Luigi XIV. Costui era stanco di mantenere un esercito in Italia, ove dovea mandare ogni cosa come in paese nemico e traverso a difficili montagne, e non vedeva modo d’uscirne con gloria; sicchè, professandosi mosso dai gemiti de’ principi italiani smunti dall’imperatore, e dalle pacifiche insinuazioni di Venezia e d’Innocenzo XII, accordò a Vigevano un trattato vantaggiosissimo con Vittorio (1696 30 maggio), che ricupererebbe tutti gli Stati toltigli, oltre Pinerolo smantellato; e dava la propria figlia al primogenito del Delfino. Tutto ciò segreto, e mentre si faceano le più brave dimostrazioni, e pareva che Catinat volesse mandare a fuoco e fiamme Torino; e il duca vi rispondeva fulminanti proclami, e promessa d’uno scudo per ogni Francese ucciso. «Li poveri paesani (racconta un cronista) che si trovavano disperati, raminghi, senza vittovaglia, quanti soldati francesi trovavano fuori del campo uccidevano, portando poi la testa a Torino al luogo designato per avere il premio; e taluno ne portava sin quattro al giorno per guadagnare di che sostentare le loro desolate famiglie»[29]. Pensate se i Francesi ripagavano a misura colma.

Vittorio, chiaritosi che migliori condizioni non poteva estorcere dagli alleati, palesò l’accordo, e checchè se ne gridasse, egli, testè generalissimo delle armi collegate italiane, come generalissimo delle francesi e colla sopravvesta tempestata di gigli assalì il Milanese[30] e costrinse i principi italiani alla neutralità. Secondo la quale, Francesi e Tedeschi doveano sgombrar l’Italia; ma questi ricusavano col pretesto delle ritardate paghe, e fu duopo che i principi si tassassero per mettere insieme trecentomila doppie, da aggiungere al tanto che quelli aveano rubato. La pace di Ryswick (1697 20 7bre) chetò le ire, e confermò il trattato di Vigevano, del quale può dirsi conseguenza.

Nuovo disgusto contro l’imperatore nacque da ciò, che essendosi un uffiziale tedesco chiamato offeso dal doge di Genova, Vienna domandò riparazione, e tardando spedì armati, obbligando la repubblica a pagare trecentomila scudi per le spese, ed altre soddisfazioni. Anche il conte di Martinitz, ambasciadore austriaco al papa, puntiglioso e accattabrighe, rinnovò le arroganze di quel di Luigi XIV per ragioni ancor più frivole; voler precedere al governatore di Roma nelle comparse, non dar la pace al connestabile Colonna nella cappella papale; al Corpus Domini poi (1699) si collocò fra i cardinali, talchè quattr’ore dovette la processione arrestarsi in piazza, mentre si cercava persuadere quel caparbio. Il quale per vendetta incalorì l’imperatore a risuscitare le antiche preminenze feudali, obbligando i detentori di feudi a giustificarne il possesso fra tre mesi, pena la caducità. Era un soqquadrare tutta Italia, e peggio il Piemonte, il quale per ischermirsene si getterebbe colla Francia nelle prevedute contingenze di vicina guerra: Spagna disapprovava questo turbare nel possesso i suoi nobili di Milano, Sicilia, Sardegna: Innocenzo XII si pose campione dell’italica indipendenza, e con risolute ammonizioni ridusse Cesare a rivocare l’editto. I Francesi, secondo il solito, vantarono d’aver difeso la libertà d’Italia coll’infondere coraggio al papa e promettere di sostenerlo.

Queste pretendenze dell’Impero ingelosivano papa Innocenzo; onde insinuava ai principi d’Italia di collegarsi allo scopo di rimuovere la guerra e le usurpazioni[31]. Clemente XI succedutogli maneggiò al medesimo intento: ma vedendo inconciliabile questa lega e non bastevole all’uopo, collocossi mediatore tra Austria e Francia, sicchè congiunte snidassero il Turco d’Europa. Futili consigli quando esse di tutto facevano arme per disputarsi la successione spagnuola; e Italia vi si trovò trascinata in una guerra che tutta la capovolse, abbattè e restituì a vicenda tutti i principi suoi, alfine le diede un nuovo assetto, e sempre per arbitrio dei forti.

Carlo II, re di Spagna a quattro anni sotto la tutela di Marianna d’Austria, tutta la vita restò malescio di corpo e di spirito; lasciò minorare i possessi esterni, sfasciarsi l’interna amministrazione; e da Luigia di Francia non avendo figli, terminava con lui (1700) la dinastia primogenita austriaca, che da Carlo V in poi dominava la Spagna. Allora e politici e ambiziosi ad anfanarsi per toccare almeno alcuna porzione del pingue retaggio, di cui erano appendici la Lombardia, le Due Sicilie, mezza America e tante Indie. L’imperatore Leopoldo, asserendosi erede universale della Casa d’Austria come rappresentante del ramo sopravvivente, chiedeva quella corona per Carlo suo secondogenito, natogli da una sorella del re di Spagna; Ferdinando Giuseppe di Baviera facevasi avanti come figlio d’Anna d’Austria; Luigi XIV come sposo di Maria Teresa, sorella di Carlo II, presentava a quel trono Filippo, secondogenito del Delfino; il duca di Savoja dalla bisavola Caterina, figliuola di Filippo II, traeva ragioni lontane, ma alle quali, a differenza delle altre donne, essa non avea fatto rinunzia. E adducevano argomenti e cavilli come in una successione privata, ma sentivano tutti che la sentenza non potrebbero proferirla che le armi, prorompendo quell’odio tra i re di Francia e la Casa d’Austria, che fu il movente di tutta la politica dal 1490 al 1748. Durante le guerre di religione, gli Austriaci aveano aspirato fin al trono di Francia; ora ecco i re di Francia accinti a privarli fin del trono di Spagna, a nome dell’equilibrio.

Luigi XIV, in cinquant’anni di regno fortunato, avea diretto tutte le negoziazioni e gl’intrighi ad assicurarsi quella successione; e per quanto l’ambizione illimitata e il farnetico di gloria e di possessi avessero ingelosito tutti i potentati, strappò a Carlo un testamento in favore di suo nipote. Se alla volontà di Carlo non erasi badato finchè vivo, ancor meno dopo morto, e poichè accordi e proposte spartizioni non valsero, si ricorse all’ultima ragione dei re, le armi. — Non v’è più Pirenei», disse il gran Luigi; e gridato re di Spagna il nipote Filippo V (1701), ve lo fece convogliare da un esercito, e col lanciare la già esausta Francia in nuovi rischi, gravi amarezze preparò agli ultimi anni suoi, fino a vedersi ridotto miserabilissimo di finanze, maledetto dal popolo che l’avea divinizzato, depresso dai principi ch’egli aveva conculcati.

Italia, come sempre al rompere d’una guerra generale, calcolava le probabilità della propria indipendenza, e la sperava da questo o da quello dei potenti; nel loro conflitto certamente Milano e Napoli resterebbero sciolte dalla servitù forestiera, formando due staterelli, in equilibrio cogli altri. Luigi e Leopoldo gareggiarono per ottenere da Clemente XI l’investitura del regno di Napoli: ma benchè gli offrissero due provincie dell’Abruzzo, egli, come padre comune della cristianità, risolse non parteggiare con nessuno; e solo trattò con gl’Italiani per rendere meno trista una guerra non più evitabile. Venezia, ch’egli invitava a opporsi all’invasione, benchè si vedesse circondata dagli Austriaci se questi occupavano Milano, protestò volere tenersi di mezzo, sperando che la neutralità le gioverebbe come avea fatto tra Francesco e Carlo V, quando ottenne la conferma de’ proprj acquisti; bramava vedere in Lombardia un principe debole, ed aspirava ad acquistare Lodi, Cremona, la Geradadda, e forse Trieste. Eppure essa era la sola potenza che, unendosi dichiaratamente a Francia, avrebbe potuto escludere i Tedeschi dalla penisola; mentre al contrario dovette soffrire che questi invadessero le sue provincie di Brescia, Bergamo, Crema, Verona, mentre i Francesi, in aspetto di vendicarla, depredavano il Padovano e il Polesine. I duchi di Modena e Guastalla, i principi di Bózolo e della Mirandola, ligi all’Impero, furono subita preda dei Francesi: quelli di Toscana e Parma, il papa, Genova, ed altri principotti vassalli dell’Impero inclinavano a Francia; ma contro di questa spargevansi astutamente grandi paure, e quelle parolone a cui si lascia accalappiare il vulgo, di equilibrio scomposto, d’impero universale: oltrecchè il gran numero di profughi dopo la revoca dell’editto di Nantes, sollecitavano contro Francia, ed esibivano merci di buon patto, declamazioni e progetti.

A Mantova regnava Ferdinando Gonzaga, tutto allegrie, passeggiate, comparse, viaggetti voluttuosi; mai non mancava ai carnevali di Venezia; da ogni paese del mondo cerniva donne pel suo palazzo, dove cantassero, sonassero, facessero vita gaja, a spasso suo e loro. Intanto che professavasi pronto a versare il sangue per la causa italiana, praticava coi Francesi, e ricevendo centomila luigi, e ventimila i suoi ministri, si finse violentato, e lasciò che quindicimila Gallo-Ispani comandati da Tessé occupassero la sua città, donde essi poterono dettar leggi ai duchi di Modena e di Parma. I Francesi pagavano a puntino, sicchè i paesani, nonchè scapitare, arricchirono coi fornimenti: ma come salvar le mogli e le figliuole, dacchè ogni casa era piena di soldati?

Il dare il tratto alla bilancia spettava ancora al guardiano dell’Alpi; e Vittorio Amedeo, oculatissimo nei proprj interessi e instancabile a promoverli, prefisse di cacciare innanzi la sua nave bordeggiando nella tempesta. Non è ch’egli non vedesse come, impadronendosi di Milano i Francesi, e’ si sarebbe trovato chiuso da essi; ma l’inimicarseli esponeva i suoi Stati pei primi all’invasione di Luigi, che già stava terribilmente armato, mentre Leopoldo facea lenti e deboli preparativi. Pertanto col Francese patteggiò che la sua secondogenita si sposerebbe al nuovo re di Spagna, ed egli sarebbe generalissimo delle armi gallo-ispane in Italia, somministrando soldati e ricevendo grossi sussidj[32].

Ma le sorti nostre, al solito, pendevano dalle armi e dai trattati forestieri, e Inghilterra, Francia, Prussia, l’Impero, combinavano leghe e accordi, dove incidentemente si deliberava pure dell’Italia. L’Inghilterra, allora sotto al regno di Anna e al ministero del generale Marlborough, prese interesse particolare per Vittorio Amedeo, al quale assegnò un annuo sussidio e promesse molte, ch’egli si fece consolidare dall’Impero, dalla Prussia, dall’Olanda.

Milano senza ostacoli prestò obbedienza a Filippo V. Il Napoletano vedemmo a che trista condizione si trovasse sotto i vicerè spagnuoli. Qualche ristoro vi avea recato l’amministrazione di don Gaspare de Haro (1683) marchese del Carpio, il quale pensò non a leggi nuove, ma a far eseguire le vecchie, togliendo l’abuso delle licenze e delle dispense; vietò il portare le armi, il tenere eccessivo numero di servi; riordinò i tribunali, sbrattò le città dalla folla di ozianti; fece osservare gli ordini intorno alla garanzia de’ metalli fini, e al non usarne in arredi domestici e in ricami; rifuse la moneta, a tal fine gravando il sale; opera compita dal suo successore conte di Santo Stefano, il quale però ben presto ricominciò ad alterarla, credendo con ciò vantaggiare i pubblici banchi.

Luigi della Cerda duca di Medinaceli (1696), regalmente fastoso, abbellì il teatro, ridusse la magnifica strada a Chiaja. Appena morto Carlo II, ricevette il testamento di questo e l’ordine di prestare obbedienza all’erede Filippo e alla giunta di governo. Egli vi si uniformò; ma ecco da Leopoldo imperatore una protesta, ed esortamenti ai Siciliani di tenersi fedeli alla Casa austriaca, assicurando i posti, gli onori, i privilegi; intanto con subdoli incentivi e colle brighe d’un barone di Chassinet residente a Roma, e col largheggiare titoli e promesse, Leopoldo guadagnossi alcuni signori, che fecero opera di rivoltare il popolo (1700 23 7bre): ma questo ricordandosi come nella sollevazione di Masaniello l’avessero abbandonato i grandi, abbandonò loro: sicchè parte furono fugati, parte presi e mandati al carcere o al supplizio, fra cui don Carlo di Sangro; e il popolo a gridar viva, e decretare una statua a Filippo V. Il vecchio principe di Chiusano, udendo che Tiberio Caraffa suo figlio era uno de’ capi ribelli, fa erigere un trono davanti al suo castello presso Benevento, e collocarvi l’effigie di Filippo V fra torce ardenti; e avanzandosi con due altri figliuoli, getta in un rogo il ritratto di Tiberio, dichiarando non riconoscerlo più per figlio, ma per crudele nemico[33].

Leopoldo s’avvide qual tristo ajuto siano i cospiratori e gli arruffapopolo, nè potersi prometter bene che dalle armi; onde rinforzatosi d’alleati, mandò l’esercito col famoso principe Eugenio, glorioso delle vittorie contro i Turchi, e che dall’Austria era messo da banda appena gliene cessasse il bisogno. Desideroso di vendicare gli antichi torti ricevuti dalla Francia, non dubitava di mettersi, egli principe di Savoja, contro un esercito capitanato da un altro principe di Savoja. Il duca di Mantova è dichiarato fellone all’impero e decaduto, e circondata d’assedio la sua città.

Il maresciallo Catinat, attraversato il Piemonte (1701), ove ben s’avvide della duplicità del duca, menò l’esercito francese in Lombardia, e si postò sull’Adige per abbarrare ai Tedeschi la calata dal Tirolo: ma ben presto le brighe prevalgono contro lui che le sprezzava, e gli è mandato in iscambio il presuntuoso Villeroi, notevole soltanto per intrighi ed orgoglio. Il principe Eugenio col mirabile passaggio del monte della Pergola, conducendo l’esercito suo di veterani a Schio e Malo sopra Vicenza, scende all’Adige, favorito copertamente da Venezia e dall’oscillante Vittorio; a Chiari batte Villeroi, anzi lo sorprende in Cremona e il manda prigioniero (1702 1 febb.); ma la notte stessa se ne trova respinto dai Francesi.

Quella guerra parve un ritorno verso la barbarie, e il diritto delle genti perdere quanto aveva fino allora guadagnato, calpestandosi l’indipendenza de’ principi e la religione delle neutralità; i territorj veneto, estense, papale erano violati prepotentemente, prendendovi anche e foraggi e quartieri d’inverno. Invano papa Clemente andava gettando consigli di pace e offrendosi arbitro; ciascuno riguardava come offese proprie le onoranze consuete ch’egli usava all’avversario: l’ambasciadore di Modena nell’anticamera dell’imperatrice fece un inchino all’arciduca Carlo pretendente di Spagna, e bastò perchè i Francesi confiscassero le rendite e i mobili del duca Rinaldo d’Este.

Più imperversava la guerra sul Reno e nei mari: Vienna stessa parve in pericolo: il Tirolo fu invaso dal duca di Baviera alleato di Francia, ma gli abitanti insorti colle carabine il volsero in fuga.

Qui capitanava i Francesi il duca di Vendôme, uomo caparbio, superbo, infingardo, che durava a letto fino alle quattr’ore, e negligeva la disciplina dell’esercito; ma supplendo con fortunati ardimenti, prosperò le armi francesi e liberò Mantova. Vittorio Emanuele avea aderito a Francia unicamente per isfuggirne i primi colpi; ma attendendo di voltarsi all’imperatore non appena lo trovasse gagliardo abbastanza. Qualche riguardo mancatogli dai Francesi, e il non aver re Filippo voluto riceverlo come pari nella propria carrozza (15 agosto) quando in persona venne qui a combattere, e vinse nella gran giornata di Luzzara, gli diede pretesto d’allontanarsene. L’Italia, e il ben della nazione, e il divenire inevitabile la servitù se Francia sola vi dominasse, erano le ragioni ostentate; ma la verace era che l’imperatore, bene in forze e alleato coll’Olanda e l’Inghilterra, potrebbe dargli denari, appoggio, concessioni. In conseguenza, non badando se Filippo fosse marito di sua figlia, interpose presso l’imperatore il principe Eugenio, il quale diceva che i duchi di Savoja erano infedeli per colpa di geografia. E l’imperatore gli mandò un messo, che incognito rimanea sulla collina di Torino, ove il duca andava a parlargli travestito. Pure Luigi lo seppe, forse dalla contessa di Verrua amante del re, che per disgusti con questo e per avidità il tradiva: onde il duca di Vendôme tolse le armi ai soldati di Savoja accampati co’ suoi. Il duca grida all’affronto, se n’inferocisce, arresta quanti Francesi coglie ne’ suoi Stati, e le armi e munizioni dirette all’esercito, e si prepara a tener testa al nembo provocato. Allora conchiude il trattato di Torino (1703 8 8bre) coll’imperatore, il quale prometteva mantenere in Piemonte quattordicimila pedoni e seimila cavalli, dando al duca la capitananza suprema dell’esercito di Lombardia con ottantamila scudi il mese, oltre cedergli il Monferrato tolto al duca di Mantova, e staccare dal Milanese Alessandria, Valenza, la Lomellina, la Valsesia, e una via per tenere in comunicazione queste provincie.

Doveano parere un gran che tali acquisti; pure Vittorio sentendosi necessario, seguitò a giocar d’industria, e gridare alto i gravi sagrifizj che gliene costavano e massime quello del suo onore, e domandare altro, e soprattutto il Vigevanasco, del quale pure gli fu data lusinga, com’anche del Delfinato e della Provenza se si conquistassero. L’esorbitanza delle promesse palesava e il bisogno che di lui s’aveva e la poca intenzione di attenerle. Ma l’imperatore, fortemente occupato sul Reno e in casa propria, lasciava scarseggiare i mezzi a’ generali suoi: Luigi invece li profondeva, e spediva truppe per terra e per mare. Assalito improvviso da queste, Vittorio perde la Savoja, il Nizzardo, porzione del Piemonte; Vendôme con trentaseimila combattenti varca il Po a Trino, in faccia agli alleati nemici prende Vercelli (1704), la cui guarnigione si dà fiaccamente prigioniera. Perdute con poca resistenza anche Ivrea, Aosta, il forte di Bard, Nizza stessa, demolite dai Francesi tutte le fortezze che ne impedivano la calata in Italia, al duca restarono preclusi i sussidj della Svizzera e della Germania; nè di tante piazze forti rimanevangli ormai che Cuneo e Torino. Pertanto, spiegato sommo valore nel difendere Verrua, antemurale di questo, e che ai Francesi era parso una bicocca eppure costò infiniti soldati, dodici milioni di lire e sei mesi di tempo, mandò la famiglia a Genova mentr’egli ricoverava a Cuneo (1705), poi tra que’ Valdesi che aveva perseguitati, e che gli si mostrarono devotissimi, e risoluti nel rincacciare i Francesi.

A riparo di tanto abbattimento il nuovo imperatore Giuseppe I spedì in Italia Eugenio, fidando che al suo valore aggiungerebbero sproni le necessità del parente e della patria. Per la riviera di Salò calatosi in Lombardia, a Cassano sull’Adda diede battaglia sanguinosissima (15 agosto), ma infelice, come quella di Calcinate. Ne crebbero i vanti del Vendôme, il quale però, sebbene con forze molto superiori, non ispiegò verun grandioso disegno o combinazione ardita, nè quell’attività che raddoppia le forze e profitta de’ piccoli avvantaggi; e i maestri di guerra sentenziano che fu mero accidente se queste sue vittorie non riuscirono piene sconfitte. Dappoi egli fu chiamato oltr’Alpi per opporlo al terribile Marlborough, generale dell’Inghilterra, la quale aveva sposato gl’interessi dell’Austria e della Savoja; e vi riportò la segnalata vittoria di Hochstädt, dopo la quale fu eclissata la stella del gran Luigi.

In Italia gli sforzi si concentrarono contro Vittorio Amedeo, causa del prolungarsi di quella guerra, e La Feuillade cinse Torino d’un assedio (1706), memorabile per coraggio de’ cittadini e sfoggio di artiglierie. Vittorio, non abbattuto da tanti colpi, chiedeva dai popoli denaro e uomini; offerte e orazioni dal clero, che stava seco in mala disposizione per un lungo suo litigio con Roma; ripudiava ogni timido consiglio, nè risparmiava fatica o spesa. Il superbo Luigi, indignatissimo di vedersi deluso dal parente, metteva impegno personale a strappargli anche quest’ultimo ricovero; mandò cenquaranta cannoni, ognuno de’ quali bell’e montato valutavasi circa duemila scudi, cento diecimila palle, quattrocentoseimila cartuccie, ventunmila bombe, ventisettemila settecento granate, quindicimila sacchi di terra, trentamila stromenti da guastatori, un milione e ducentomila libbre di polvere; inoltre piombo, ferro, latta, corde e altri occorrenti pei minatori, solfo, nitro, ogni specie d’arnesi[34]. Dirigeva l’esercito il duca d’Orléans, e le operazioni il marchese La Feuillade, troppo inetti capitani.

Valendosi delle anteriori scoperte degl’Italiani, il famoso Vauban aveva allora perfezionato i metodi delle fortificazioni coll’associarvi la strategia e l’amministrazione. Pertanto dappertutto eransi rinnovate le fortezze, alle torri surrogando i bastioni, e la difesa fiancheggiante alla diretta. Anche in Torino, alle antiche del Paciotto, l’ingegnere Bertóla aveva sostituito fortificazioni più acconcie, con opere esterne sì basse che le artiglierie e la moschetteria potessero spazzare la campagna rasa. Agli ottomila cinquecento Piemontesi e millecinquecento Austriaci si unirono otto battaglioni di borghesi, comandati in capo dal conte Daun austriaco; e uomini e donne, trovatelli e preti a gara provvedeano alla difesa, sopra terra e nelle spaventevoli mine che squarciavano tutto il suolo.

Molti sarebbero a dire esempj di costanza nel soffrire, molti di coraggio nell’attaccare; e soprattutto vantarono Pietro Micca biellese, che da una notturna sorpresa salvò Torino col dar fuoco a una mina (29 agosto), sotto cui se stesso e gli assalitori sepellì. La devozione era pari allo spavento; nè giorno nè notte cessavano invocazioni a Cristo in sacramento, ai santi patroni Solutore, Avventore e Ottavio; credeasi la Madonna della Consolata rimbalzasse contro gli assalitori le bombe; che san Secondo fosse veduto in aria minaccioso: fatti non istrani quando Catinat a capo dello statomaggiore andava a domandare al vescovo di Torino dispensa dalle astinenze quaresimali; e che realmente infervoravano la carità verso il prossimo e verso la patria, più che le canzoni e i proclami d’altri tempi.

Il duca di Savoja con settemila uomini batteva la Campagna, finchè a Carmagnola si congiunse col principe Eugenio, incaricato dall’imperatore di soccorrere Torino a qualsifosse costo[35]; e insieme marciarono sopra la città omai ridotta agli estremi, e presentarono battaglia agli assedianti. Il duca d’Orléans, suocero di Vittorio, era persuaso dagli esperti a tenersi ne’ suoi insuperabili trinceramenti affinchè facesse costar cara ad Eugenio l’imprudente sua marcia di fianco attorno a quelli; ma egli vuole uscirne, e subito Eugenio dato l’assalto a quelle trincee (1706 7 7bre), v’apre un varco per la cavalleria, alla quale il nemico in tanta furia non può opporsi. Che monta se il luogotenente di Eugenio è disfatto? la battaglia di Torino è vinta: cinquantamila assedianti vanno sconfitti da trentamila Tedeschi; tre mila Francesi, fra cui il maresciallo Marsin, e duemila alleati vi lasciano la vita; e oltre quel che essi incendiarono, al vincitore rimangono duecento bocche di fuoco, cinquantacinque mortaj, cinquemila bombe, quindicimila granate, quarantottomila palle, quattromila casse di cartocci, ottantamila barili di polvere, tutti gli equipaggi, ori e argenti a josa, duemila cavalli, altrettanti bovi, cinquemila muli, bandiere senza fine e sei mila prigionieri. Eugenio entrò in Torino il giorno stesso della battaglia. La devozione era stata ispiratrice di coraggio, la vittoria le prestò omaggio; e i Piemontesi festeggiano annualmente quel fatto alla Madonna di Superga, chiesa eretta allora per voto con regia suntuosità sul colle che domina la città, la quale non vorrà dimenticarsi della pietà salvatrice degli avi.

La battaglia di Torino non era decisiva: e se i Francesi si fossero raccolti verso Casale col corpo che osteggiava nel Bresciano, poteano riparare lo sdruscito, e forse rendere la pariglia al Savojardo; ma essi rifollarono verso Pinerolo e la Francia. Subito Vittorio, accolto a trionfo nella redenta capitale, ricupera le terre perdute, e piglia possesso del Monferrato e della parte cedutagli di Milanese, entra in Milano stessa, facendo dappertutto gridare Carlo III. Pizzighettone si rende; Tortona è presa e mandata pel fil delle spade, Modena cede, così Valenza e Casale; frutti d’una sola vittoria. Ad Alessandria, che premeva viepiù a Vittorio perchè predestinatagli, scoppia il magazzino delle polveri, con immensa jattura d’uomini e di case; il conte Colmenero che la comandava, capitola, e perchè fu nominato perpetuo governatore del castello di Milano, venne sospettato d’intelligenza.

A Francia allora più nulla rimase a sperare in Lombardia; e poichè più di settanta milioni di luigi d’oro, se dice vero il Muratori, essa qui avea versato, risolse di lasciare quanto ancor vi teneva, cioè il Castel di Milano, Cremona, Mantova, Sabbioneta, la Mirandola, Valenza, il Finale. Di tante cessioni non rifinivano di meravigliarsi gli spoliticanti, i quali non si avvedeano quanto alla Francia importasse di poter aggomitolare le truppe, disperse per quelle; anzi all’imperatore fu apposta grave taccia dell’avere, per assicurarsi la Lombardia, lasciato che ventiduemila nemici andassero a ingrossare l’esercito contro i suoi alleati. Ma ciascuno non badava che ai proprj interessi e momentanei. Rinnovando le slealtà del Cinquecento, i duchi di Modena e di Mirandola restarono abbandonati alla vendetta dell’imperatore: il duca di Mantova, quasi non avesse potuto operare indipendente siccome principe, fu messo al bando dell’Impero, e i suoi possessi confiscati a pro dell’Austria; e la Francia, cui tanto avea giovato col consegnare quella fortezza, e che ad ogni modo la tenea soltanto in deposito, la aperse agli Imperiali senza tampoco consultarlo; poi lasciando ch’e’ protestasse contro la strana iniquità di tutte due le parti, gli assegnò quattrocentomila lire di pensione, colle quali trascinò i suoi vizj fra Padova e Verona. Con esso finì turpemente una linea della casa Gonzaga[36]; e la costui depravazione fece dimenticare la lautezza che si era goduta sotto quei principi, e perfino la dolcezza dell’indipendenza. Anche Ferdinando Gonzaga principe di Castiglione, e Francesco Maria Pico duca della Mirandola e marchese della Concordia, videro occupati dall’imperatore i loro paesi, e si ridussero a vivere da nobili in Venezia. Rinaldo di Modena, spodestato dai Francesi, fu ripristinato dall’imperatore, che gli vendette anche la Mirandola per ducentomila doppie.

Papa Clemente XI avea dovuto soffrire gl’insulti e i guasti recati al suo paese dai Tedeschi; quando invasero Parma e Piacenza li scomunicò, ma non valse a rattenerli dal rasentare Roma per recarsi a Napoli. Il generale Daun difensore di Torino, mentre Francia e Spagna stavano preoccupate dalla invasione della Provenza, con non più di cinquemila fanti e tremila cavalli si avanzò in paese (1707) dove non aveva a temere difese nè ad espugnare fortezze, e dissipate le gracili opposizioni del vicerè duca d’Ascalona, difilò sopra Napoli. La nobiltà, forse già intesa coll’Austria, subito capitolò (7 luglio) ad onorevolissimi patti: mantenuti i privilegi di Carlo V e Filippo II; il nuovo principe aprirebbe portofranco a Salerno, manterrebbe venti vascelli, oltre le galee del regno, per assicurare dai Barbareschi; nobili e popolani potrebbero equipaggiare navi mercantili; nelle guarnigioni sarebbero metà napoletani, nelle fortezze un comandante napoletano e un forestiero; ai castelli di Napoli il re destinerebbe un comandante fra i nobili del paese, gli altri sarebbero eletti dal popolo, il quale pure sceglierebbe un interprete delle leggi del regno, non impiegato del principe, nè passibile della giurisdizione de’ popolani di Napoli[37].

Quella città che poc’anzi avea veduto impiccare i fautori dell’Austria, allora smaniò al nome dell’Austria, e mise a pezzi la testè elevata statua di Filippo V. L’esempio della capitale trae dietro le altre città; Gaeta è presa e saccheggiata, cogliendovi lo stesso vicerè, campato a stento dalla furia popolare; le città della maremma toscana furono pure sottoposte dagl’Imperiali, ma in Sicilia non poterono approdare, restando essa alla Spagna. Giuseppe I diede l’investitura del Milanese e del Napoletano al fratello Carlo, il quale a Napoli pose un vicerè tedesco.

Per punire il papa d’aver voluto tenersi neutro, e scomunicato gl’Imperiali, Giuseppe vietò di mandar a Roma le rendite de’ beni ecclesiastici del Napoletano, ridestò le pretensioni già accampate da suo padre sui feudi imperiali, e come tali occupò Comacchio, Parma e Piacenza (1708). Il papa pose mano al tesoro di Castel Sant’Angelo per mettere in piedi un esercito, a capo del quale pose Ferdinando Marsigli di Bologna. Ma Daun invase il Patrimonio, e vi accampò a discrezione, finchè Clemente, mal servito dal suo esercito, non calò ad accordi abbastanza favorevoli, promettendo disarmare, riconoscere l’arciduca Carlo, e discutere poi delle ragioni sul ducato parmense; in tutto il resto ricevendo soddisfazione.

L’isola di Sardegna continuava a devozione di Filippo V, agitata però dalle fazioni, che pretessevano i nomi di Francia o d’Austria; e quest’ultima col favore di molti partigiani e della flotta inglese l’occupò. Tale cupidigia dell’Austria corruppe i disegni de’ suoi confederati, che nello sgomento della sconfitta in Piemonte avrebbero potuto a gran vantaggio assalire la Francia impreparata, e già aveano invaso la Provenza e assediato Tolone. Oltre che tal diversione ne sminuiva la possa, l’ingrandirsi dell’imperatore gl’ingelosiva, tanto più dacchè essendo morto Giuseppe, succedeva Carlo VI, quel desso che col nome di Carlo III già possedeva la Lombardia e il Napoletano e in titolo la Spagna, talchè radunava nuovamente in sè l’immensa monarchia di Carlo V. Queste ombrìe, cresciute dall’oro francese, e il nuovo indirizzo che alla politica impresse il sottentrato ministero tory inglese, indussero maneggiar una pace, la quale dopo lunghe trattative rogata in Utrecht (1713 11 aprile), diede all’Europa con prudenti combinazioni quell’equilibrio di forze che alcuni credeano basterebbe alla quiete di più secoli, e che non durò trent’anni.

Il duca di Savoja avea ritolta ai Francesi Susa; ma non proseguì caldamente la guerra perchè il consiglio aulico di Vienna reluttava dal concedergli anche il Vigevanasco; e fu forza consentirglielo se si volle secondasse ancora gli Austriaci, i quali fuori d’Italia erano ben lontani dal prosperare. Il conte Annibale Maffei, il marchese Del Borgo, il consigliere Mellerede[38], deputati dal duca al congresso di Utrecht, mostravano la necessità di dargli una forte barriera contro la Francia, e compensi per tanti danni sofferti onde procacciare il trionfo della grande alleanza. L’Inghilterra comparve come arbitra dell’Europa, in quel trattato che assicurava i frutti della sua rivoluzione: e Anna regina prediligeva il duca di Savoja a segno, che avea sin proposto di farlo re di Spagna e delle Indie, affine d’impedirne la Francia: onde tra i primi patti della pace chiese gli fosse ceduta la Sicilia, col titolo di re di cui egli spasimava, riserbando all’Inghilterra le più ampie franchigie di commercio e navigazione. Fu fatto, e insieme restituitigli il contado di Nizza, la valle di Pragelato ed altre alpine, coi forti d’Exilles e Fenestrelle, sottraendogli quello di Barcellonetta, per modo che la cresta del Monginevra diveniva confine colla Francia; il duca serbava l’eventualità di succedere in Ispagna se mancasse la linea regnante. All’imperatore fu lasciato quanto possedeva in Italia, cioè il regno di Napoli, il ducato di Milano, la Sardegna, i porti e presidj sulle spiaggie di Toscana. Spagna, che per due secoli e mezzo aveva minacciato assorbire la nostra penisola, più non vi conservò un palmo di terra. Un’infinità di signori spagnuoli trovavansi in pericolo per aver parteggiato Carlo d’Austria, il quale pertanto, sentendo l’obbligo di non lasciarli esposti alla vendetta di Filippo V, li menò seco, e per far denari da mantenerli, vendette ai Genovesi per sei milioni il marchesato del Finale. Ne spiacque ai Finalesi, più ne spiacque a re Vittorio, che per mezzo di quello avrebbe congiunto i suoi dominj col mare.

Erano dunque sparite dalla carta d’Italia le signorie di Mantova e della Mirandola; al luogo della Spagna sottentrava l’Austria, assai meno potente dopo toltale la Sicilia; Vittorio, in premio della politica preveduta, allargava lo Stato fin al Ticino, e appagava il lungo desiderio intitolandosi re, e della più bell’isola del Mediterraneo. Come poi la barattasse colla Sardegna, e le sue controversie col papa, saranno materia del libro seguente.

E così fra guerre terminiamo un secolo, consunto in una pace stupefacente. Nelle quali, benchè non si trattasse della patria ma dei padroni di essa, non poco ebbero a faticarsi gli Italiani, dimostrando che mancava l’atto non l’attitudine del valore. Dei prodi di questa età già molti enumerammo (tom. IX, pag. 523), e fra’ migliori Gabrio Serbelloni milanese cavaliere di Malta, che combattè i Turchi in Ungheria, sulle coste d’Italia e a Lepanto, ajutò il duca d’Alba e il marchese di Marignano a spegnere l’indipendenza italiana, e Filippo II a tenere in obbedienza il Napoletano che empì di fortilizj, e ad assoggettare i rivoltati Brabanzoni: fatto vicerè di Sicilia, difese Tunisi, respingendo quattordici assalti de’ Turchi, che al fine lo presero di forza, e lui tutto ferito menarono prigioniero a Costantinopoli, finchè fu cambiato con ventisei uffiziali turchi. Combattè allora a fianco di don Giovanni d’Austria, che lo chiamava suo maestro; poi di nuovo in Italia e in Ispagna, finchè morì. Alberto, conte di Caprara bolognese (1630-1686), servì all’Austria principalmente in Ungheria, e molto fu adoprato come diplomatico co’ Turchi: ma e nell’armi e nella diplomazia lo superò il fratello Enea Silvio (1631-1701), compagno del Montecuccoli, vinto dal Turenne, vincitore dei Turchi.

Nel 1650 Francesco Antonelli d’Ascoli espugnava Landsberg, onde Ferdinando III lo costituì ingegnere generale dell’Ungheria. Nel 1637 Giuseppe Spada migliorava la fortezza di Magonza. Francesco Tensini di Crema, formatosi nelle Fiandre sotto lo Spinola, fece diciotto assedj, sostenne quattro difese, combattè dappertutto, ed è posto fra i creatori dell’architettura militare per la Fortificazione, opera ammirata che pubblicò a Venezia il 1624, quattordici anni prima d’essere assassinato in patria.

Nelle guerre di Fiandra acquistò pur nome il napoletano don Roberto Dattilo marchese di Santa Caterina, che capitanò anche i Genovesi contro Savoja. Nel Napoletano e contro i Turchi fece gran prove di valore Francesco Saverio de’ conti Marulli di Barletta, cavaliere gerosolomitano, che divenne maresciallo d’Austria: il suo reggimento tutto di Napoletani fu poi de’ più vantati dell’Austria, e Carlo di Spagna suo nemico gli diceva, — Se avessi nel mio esercito dodici uffiziali come voi, sarei padrone dell’Italia». Marco Foscarini[39] ricorda un reggimento napoletano segnalatosi alla difesa di Barcellona; il marchese di Montenero lodato da Enrico IV, che l’ebbe avversario alla difesa di Amiens; Carlo Spinelli, Andrea Entelmi, il marchese di Terracusa, il duca di Nocera, il principe d’Avellino, il marchese Della Bella, i duchi di Maddaloni e di Rosigliano, il marchese di Treviso, tre Brancacci, tre Tuttavilla, Carlo della Gatta, Marzio Origlia, i marchesi d’Avalos di Pescara e del Vasto, il conte di Santa Severina. A servizio poi di Carlo VI, oltre il maresciallo Caraffa tremendo agli Ungheresi e ai Transilvani, si segnalarono il duca di Laurino, i principi Strongoli e Trigiano; pochi perchè i Tedeschi dileggiavano o non curavano gli Italiani. Anche Luigi Zani bolognese militò cogl’Imperiali contro Svedesi e Turchi, e fu ucciso combattendo in Ungheria il 1674. Colà pure ottenne lode di valore il conte Federico Veterani urbinate maresciallo, morto sul campo nel 1695, e lasciò il racconto delle sue campagne. Il conte Giuseppe Solaro della Margarita era stato, con Daun e col marchese di Caraglio, incaricato dal duca di Savoja di difendere Torino, nel che si condusse egregiamente, poi que’ fatti espose nel Journal historique, ove di sè non fa pur cenno.

Di tutti più illustre Raimondo Montecuccoli (1608-81) si formò nella guerra di Fiandra, palestra de’ migliori campioni di tutta Europa, dove i principi di Nassau aveano creato le fortificazioni di campagna, mentre gl’ingegneri italiani aveano insuperabilmente munite le città, principalmente Anversa. Dopo la guerra di Castro ove fu generale del duca di Modena, andò tenente maresciallo dell’imperatore in Germania, poi comandante supremo delle armi di esso in Franconia, in Slesia, in Ungheria contro i Turchi e contro i Francesi; infine fu elevato presidente al consiglio di guerra. Si trovò egli a fronte Turenne, che la Francia conta come il più insigne suo maresciallo; e l’arte da loro due spiegata sul Reno è il capolavoro dell’arte militare. Allorchè Turenne morì, Montecuccoli compì le sue vittorie finchè lo arrestò l’altro gran generale Condé; poi si dimise dal servizio dicendo che chi avea combattuto con Maometto Köproli, Condé e Turenne non doveva con altri mettere in avventura la propria gloria. Scrisse anche, con quell’ordine ch’e’ dichiarava qualità essenziale delle scritture come delle operazioni, e fu tenuto il maggior maestro d’arte militare, fino ai nostri contemporanei.

Nella guerra di Successione molti Italiani si faticarono, sebbene, eccetto i Piemontesi, non per causa propria, nè sotto proprj generali. A non riparlare del grande Eugenio, sotto lui capitanava il marchese Annibale Visconti, contro lui come maresciallo di Francia il conte Albergotti. Il conte Marsigli bolognese (1658-1730) servì utilmente l’imperatore contro i Turchi; finchè essendosi reso Brisacco dopo tredici giorni di trincea aperta, il consiglio aulico condannò a morte il conte Arco governatore, e alla degradazione il Marsigli, che serviva sotto di esso. Non ascoltato dai tribunali e dall’imperatore, il Marsigli si giustificò in faccia al pubblico; poi si volse tutto a viaggi e studj: scrisse sul Bosforo Tracio, sull’incremento e decremento dell’impero Ottomano, e il Danubius pannonico-mysius in sei volumi, ridondante di buone osservazioni da naturalista, da archeologo, da statista, mirabili anche dopo svanite le congetture che v’appoggiava; a Parigi fu festeggiato come si sogliono le vittime d’un’ingiustizia; in patria fondò l’Istituto di scienze, e a quel senato donò il proprio palazzo e le sue raccolte letterarie e scientifiche.

LIBRO DECIMOQUINTO

CAPITOLO CLXIII. L’Alberoni. Elisabetta Farnese. Le successioni di Parma, Toscana, Austria.

Quasi prosopopee di quella politica barcollante in intrighi, senz’idea elevata nè stabile morale, ci si presentano al limitare di quest’età due figure italiane, Elisabetta di Parma e Giulio Alberoni.

Quest’ultimo, nato a Piacenza (1664) da un ortolano, cresciuto cuciniere, buffone, negoziante, diè ricetto al romanziere francese Campistron, svaligiato mentre qui viaggiava; onde, allorchè il maresciallo Vendôme, destinato alla spedizione d’Italia, cercava d’un segretario che sapesse qualcosa di francese, Campistron gli propose l’Alberoni. Altri racconta che, dovendo il vescovo di San Donnino trattare a Parma con esso Vendôme, menò seco l’Alberoni perchè balbettava francese; e che questo, avendo trovato quel cinico alla bassa sedia, invece d’offendersi dell’indecenza, imitolla, col che andò a versi al maresciallo, che se lo tolse a servigio. Solite storielle con cui un’aristocrazia di bassa lega crede oltraggiar coloro che s’innalzano co’ proprj meriti.

Le vittorie del Vendôme assicurarono il trono di Spagna a Filippo V, il quale, bisognoso sempre di chi ne dirigesse i consigli e ne chetasse la coscienza, dopo vedovo dell’amabile e intrepida Luigia di Savoja, s’era affidato alla vecchia e astuta principessa Orsini. Nelle costei grazie s’insinuò l’Alberoni, e per suo interposto nel favore di Filippo, che lo nominò conte e inviato alla Corte di Parma.

Quivi ducavano i Farnesi; e Ranuccio II (1646), che perdette Castro e Ronciglione, ebbe per favorito un Gaufrido, al quale poi fece mozzar la testa, indi un Giuseppino valente musico. Francesco succedutogli (1694) vide lo Stato sovverso dalla guerra di Successione, sposò la vedova di suo fratello Odoardo e non ebbe figli, talchè unica di loro stirpe rimaneva Elisabetta, nata da esso Odoardo. L’Alberoni divisò collocarla con Filippo V, onde la dipinse alla Orsini come «una dabbene lombarda, impastata di butirro e formaggio, la quale non avrebbe mosso un dito che a senno di lei, sarebbe venuta in Ispagna colle leggi che la principessa le prescrivesse»[40]; e la Orsini credendo nella riconoscenza, la propose a Filippo V. Conchiuse le nozze, l’Italiana varcò i Pirenei, e la Orsini le andò incontro; ma che? Elisabetta la fece prendere, e coi puri abiti che aveva indosso gettare in una carrozza, e nello stridor del dicembre portare fuori della Spagna, che più non vide; «colpo (diceva l’Alberoni) da Ximenes, da Richelieu, da Mazarino; e con questo solo rimedio si guariranno moltissimi mali creduti incurabili».

Elisabetta restò allora despota del marito e della Spagna. «Alterigia spartana, ostinazione inglese, finezza italiana, vivacità francese formavano il carattere di questa donna singolare, che arditamente camminava al compimento de’ suoi disegni, senza che nulla la facesse meravigliare od arrestarsi» (Federico II). Smaniosa di dominio, pur senza perdere l’allegria rassegnavasi alla solitudine con un marito uggiato e cupo, devoto senz’esser religioso, timido e ostinato, lento di spirito, bisognoso di guida eppure desideroso di levar rumore e pesare sulla politica bilancia; tutto egli concedeva alla moglie, ch’ebbe l’arte d’isolarlo, e che, ambiziosa ma ignara di politica e d’affari, allevata angustamente ed allora sequestre dal mondo, odiando gli Spagnuoli e odiata da essi, non avendo, per riguardo al sentimento nazionale, potuto ritenere altro Italiano che l’Alberoni, tutta s’affidò a questo (1715), a cui doveva il trono. Per lei fatto cardinale, non ebbe il titolo ma la potenza di ministro come confidente del re e della regina, e si amicò la nazione col punir quelli che l’aveano aggravata e coll’accingersi a ripristinarne la grandezza. Tesoro esausto, popolo scoraggiato, non esercito, non marina, non potenti alleanze, non strade, non battelli su quei magnifici fiumi, non canali, non altra ricchezza che i ricolti aveva la Spagna, che esso Alberoni paragonava alla bocca, ove tutto passa, nulla rimane; ricevendo essa tanti tesori dalle colonie, e consumandoli senza nulla riprodurre.

L’Alberoni lavora diciott’ore al giorno; non rifuggendo dalle minuzie dell’economia, ristaura le finanze e l’industria; rende economica l’amministrazione, e limita gl’innumerevoli uffizj della casa del re; protegge il commercio delle colonie; induce il clero a contribuire alle pubbliche gravezze; chiede prestiti, tassa i ricchi, vende impieghi, recluta contrabbandieri e malandrini; e ben presto la Spagna ebbe sessantacinquemila armati, una marina e molti cannoni, e a Barcellona una delle migliori cittadelle.

Erano orditi a vastissime tessiture, che solo la riuscita potea salvare dalla taccia di temerarie. Perocchè la pace d’Utrecht aveva assestata l’Europa, ma solo diplomaticamente, arrotondando e bilanciando gli Stati senza riguardo ad indole e a simpatie di popoli; lasciava all’Inghilterra indisputato il predominio, assicuratole dal sistema de’ prestiti e dalla crescente marina; la Francia riducea in seconda fila, tanto più dacchè al gran Luigi succedeva un fanciullo di cinque anni (1715), vegliato nell’inferma culla dal duca d’Orléans che ne bramava la morte; alla eterogenea monarchia austriaca metteva a fianco due eserciti, quali potevano considerarsi la Prussia, il Piemonte. Intanto l’imperatore Carlo VI, oltre aspirare ad annetter la Sicilia al suo regno di Napoli, non sapea rassegnarsi alla perdita della Spagna, possesso de’ suoi avi: nè Filippo V a vedere il suo regno sbranato, e reso ligio degli Inglesi col ceder loro Gibilterra; come doleasi d’aver rinunziato al trono di Francia. Per verità ogni pace lascia molti guasti non riparati, e i politicanti se ne fanno un titolo a dir imminenti nuove rotture o a prepararle. E le desiderava Elisabetta, la quale non potendo sperare a’ suoi figliuoli il regno di Spagna perchè Filippo ne avea tre del primo letto, volea trovargliene altri. Ciò non poteasi che col rimescolar le carte; e vi si adoprava l’Alberoni, divisando collocare il suo re sul trono di Francia, e don Carlo figlio della Farnese, nel ducato di Parma, Piacenza, e fors’anche nella Toscana; rendere indipendente l’Italia collo snidarne gli Austriaci; a tal uopo aizzare Vittorio Amedeo II di Savoja contro Carlo VI mentre si trovava impegnato coi Turchi; da Napoli li caccerebbe una flotta ispana, ricoverata da esso Amedeo in Sicilia, al quale in compenso si darebbe anche la Sardegna; Napoli e i porti toscani verrebbero alla Spagna; Comacchio restituito al papa; il ducato di Mantova spartito tra i Veneziani e il duca di Guastalla, i Paesi Bassi cattolici tra Francia e Olanda.

Non meno dell’armi l’Alberoni maneggiava gl’intrighi; istigò Ungheresi e Turchi contro l’Austria; cercava conciliare Carlo XII di Svezia con Pietro czar di Russia; dava mano ai Giacobiti in Inghilterra; in Francia poi tramava (1717) per togliere la reggenza al duca d’Orléans e fare dagli stati generali nominar reggente il re di Spagna. A questa ordita teneano mano molti grandi, massime bretoni, e la dirigeva il principe di Cellamare napoletano, allevato alla corte di Carlo II, compagno di Filippo V alla battaglia di Luzzara, ministro di gabinetto a Madrid, e allora ambasciatore a Parigi. Di quivi all’Alberoni prometteva un’interna rivoluzione, favorita dallo scontento universale: ma l’abate Dubois, braccio destro del reggente Orléans, intercettò lettere che provavano, se non una vera cospirazione, però intelligenze ed offerte; onde furono arrestati il Cellamare ed altri.

Orléans perdonò, ma non vide scampo contro le trame dell’Alberoni che nel gettarsi coll’Inghilterra, per quanto la pubblica opinione disapprovasse questa lega mostruosa fra popoli che cristianamente si chiamano nemici naturali. L’Alberoni aveva favorito Giacomo Stuard, pretendente al trono d’Inghilterra, di cui era spossessato dalla casa d’Annover; sicchè Giorgio I s’alleò all’Austria «per difesa reciproca de’ possessi presenti e de’ nuovi acquisti», colla qual frase accennavasi alla Sicilia. Aderendo al trattato la Francia e l’Olanda, ne risultò la Quadruplice alleanza (1718), e il quinto articolo portava che i ducati di Parma e Piacenza e la Toscana si considererebbero feudi mascolini dell’Impero, e vacando si darebbero a un figlio d’Elisabetta: così disponendo delle eredità di persone ancor vive, e senza tampoco consultarle.

A Carlo VI dava grande occupazione il Turco, il quale combatteva a vantaggio nella Morea, tolta, omai ai Veneziani, mentre sul Danubio era tenuto in soggezione dal principe Eugenio di Savoja. Il papa sconsigliava la guerra, massime a Filippo, che formalmente l’assicurò non volerla con nessun principe cristiano, ma preparare armi per ritogliere ai Barbareschi Orano. Intanto l’Alberoni sollecitava Vittorio Amedeo a invadere il Milanese e il Napoletano; ma vistolo alzare sempre più le pretensioni, argomentò fosse in trattati coll’Austria; onde gettata la maschera, con grossa flotta e truppe di sbarco quante non credeasi mai che la Spagna potesse allestirne, invade la Sardegna (1717 22 agosto); e strepitassero pure i gabinetti, egli non cercava giustificazione che dalla riuscita.

Cominciava il sistema, che fu caratteristico di questo secolo, di fiaccar il papa, e intanto volere da lui ogni cosa. Carlo VI, supponendolo d’accordo coi nemici, mandò via il nunzio e l’ambasciadore di Napoli, e sequestrò le rendite de’ prelati che abitavano in Roma. La Francia, disgustata dalla bolla Unigenitus, appellava al futuro concilio; gl’inglesi minacciavano bombardare Civitavecchia per essersi arrestato lord Peterborough, che aveva tentato rapire il pretendente ivi rifuggito; Filippo V incolleriva con Clemente XI perchè ricusò riconoscere arcivescovo di Siviglia l’Alberoni, onde richiamò tutti i suoi sudditi dallo Stato pontifizio, e proibì di cercarvi alcun benefizio o pensione.

Intanto esso Filippo scontentava la Sardegna con persecuzioni e con ammucchiarvi soldati, dei quali nessuno sapeva la destinazione, finchè con istupore di tutti egli piombò sopra la Sicilia. Dicemmo come questa fosse data a Vittorio Amedeo di Savoja; ma il possesso d’un’isola lontana costava al Piemonte troppo più del vantaggio, massime che le pretensioni di Carlo VI obbligavano a custodirla con buona guarnigione. Inoltre i Siciliani non erano nè per tradizione nè per affetto legati a quella dinastia, e alla loro vivacità mal confaceva il riserbo piemontese; sicchè guardavano in sinistro Vittorio, e quando, fattosi coronare e convocato il parlamento (1713 25 8bre), se ne tornò in Piemonte, lo marchiarono di quella parola di straniero, ch’essi gettano a chiunque non v’è nato. Poi Vittorio venne a dissidj col papa pel famoso tribunale della monarchia, e a sostenere la controversia istituì una giunta, la quale tirannescamente spogliava, puniva fin di morte chi non volesse obbedir al re o disobbedire a Roma; talchè Italia fu inondata di esuli siciliani.

Or ecco Filippo proclamare all’Europa d’aver a re Vittorio ceduta l’isola, col patto espresso che ne conservasse i privilegi; avendoli violati, demeritava di possederla e ne decadeva, onde vi si fa gridar re. S’impennano le potenze, come avviene ad ogni violazione di trattati: Vittorio, côlto al laccio da uno più astuto, sbuffa, e ricorre alle potenze garanti della pace d’Utrecht: Carlo VI non vede mal volentieri tolta al Savojardo un’isola ch’egli agognava; ma avendo fatto arrestar a Milano un ambasciadore di Spagna, Filippo V gl’indice guerra; ond’esso manifesta la sua alleanza con Francia e Inghilterra. Gl’Inglesi cominciano le ostilità (1718 30 giugno), prima di dichiararle; i mari nostri e l’isola di Sicilia sono insanguinati da Imperiali, Inglesi, Spagnuoli: pure l’Alberoni tien testa a tutta Europa. Francia, Inghilterra, Olanda allora presero concerto, che Vittorio cedesse la mal tenuta Sicilia all’imperatore, e si contentasse della Sardegna, altrimenti sarebbe spogliato di quanto aveva ottenuto nel 1703, senza compensi. Il duca non sapeva acconciarsi a barattare la più bell’isola del Mediterraneo, con un milione ducentomila abitanti, contro un’incolta di quattrocencinquantamila persone: e colla Spagna maneggiava un’alleanza difensiva mentre dall’imperatore chiedeva la mano d’un’arciduchessa, e colla Corte di Madrid si accordava di lasciarle invadere la Sicilia come opportuna ad attaccar l’imperatore nel Napoletano. Che che ne fosse, e Sardegna e Sicilia bisognava conquistare: e in fatto la Sicilia andò ad uno strazio senza pietà[41]. Nelle acque di Siracusa la flotta spagnuola, assalita dall’inglese (11 agosto), perdette ventitre vascelli con cinquemila trecento uomini e settecenventotto cannoni, eppure quella nazione occupò l’intera isola, eccetto Siracusa, Trapani e Melazzo; poi in ogni dove infuriò la guerra, a tutta Europa tenendo fronte la Spagna.

Chi dava vigore a un paese rifinito e ad un re fiacco? l’Alberoni: sicchè contro di lui si ritorsero tutti gli odj e le armi sue stesse. Il Reggente non rifuggì dalle vie più basse per rovinarlo; guadagnò il duca di Parma, il confessore di Filippo e la balia della regina, e tutti sclamavano contro l’Alberoni, massime dacchè l’infelice riuscita lo accusava d’imprudenza; e la conclusione fu che il cardinale, come unico ostacolo alla pace, venne improvvisamente destituito (1720 3 xbre), negatagli udienza fin da quella ch’egli avea fatto regina, frugate a minuto le carte e le robe sue, e rinviato. Salito al colmo «senza aver tempo di contar gli scalini», come diceva la Orsini, forse è vero che si lasciò prendere dalle vertigini; come gli uomini nuovi, volle ostentar potenza; sempre smaniato di moversi e di movere, guardava il fine e non gli ostacoli; obbligato a servire alle passioni altrui e non potendo fidarsi degli Spagnuoli che lo odiavano, parve un millantatore e null’altro, ma potè dire al cardinale di Polignac: — La Spagna era un cadavere, io la rianimai; al mio partire essa tornò a coricarsi nel suo cataletto».

La sete del potere più non si estingue sulle labbra che ne gustarono le dolcezze o le amarezze; e l’Alberoni andandosene, persuaso che la sua carriera non fosse terminata, paragonavasi a que’ capitani di ventura che erano cerchi a gara quando congedati. Venuto a Sestri di Levante, Clemente XI, che l’aborriva come istigatore della guerra contro Carlo VI, o voleva dar soddisfazione ai potentati, gli mandò ordine di non farsi consacrar vescovo di Malaga sebbene già n’avesse le bolle, e di non recarsi a Roma; anzi istituì rigoroso processo per levargli la porpora. L’Alberoni, fuggito tra gli Svizzeri, se ne difendeva svelando i sozzi garbugli de’ gabinetti, tutti operanti senza virtù; e ai circoli e alle gazzette offrì lunga materia il nome di lui, insieme colla banca di Law e colla peste di Marsiglia.

Al conclave dopo la morte del virtuoso Clemente XI egli comparve; nè mancarongli voti per la tiara. Ma la ebbe Innocenzo XIII (1721), il quale sospese il processo contro l’Alberoni, che collocatosi a Roma, divisò un’alleanza cristiana per cacciare d’Europa i Turchi e spartirne il paese; messo legato a Ravenna, d’utili stabilimenti la dotò. Ma irrequieto e smanioso di maneggi, mancandogli campo più vasto, volle esercitarli contro la piccola repubblica di San Marino.

Mozze le relazioni politiche dacchè fu circondata di Stati papali, serbava questa la virtuosa oscurità; ma la calma aveva indotto tal negligenza delle cose pubbliche, che si poteva a stento raccorre il consiglio. Si venne dunque al partito di restringerne il numero da sessanta a quarantacinque; ma allora gli esclusi levarono lamenti, donde dissidj e brama di mutazione. L’Alberoni s’affiatò con questi malcontenti, e côlto il pretesto di violate immunità ecclesiastiche, fece arrestare gentiluomini sanmarinesi nella Romagna, mandò truppe ai confini, e dipingendo a Roma quella repubblica come un ricovero di riottosi e una Ginevra di miscredenti, e mandando firme di Sanmarinesi chiedenti l’aggregazione, persuase il papa a lasciarlo fare. Ed egli, cominciato al solito da querele per rifuggiti, per violati confini, negò lasciarvi arrivare i viveri (1739), poi cogli sbirri occupa il piccolo territorio, e chiama a solenne giuramento di fedeltà. Ma i migliori ricusano: — Ho giurato al legittimo signor mio, alla repubblica; e quel giuramento confermo», disse il capitano Giangi; Transeat a me calix iste, soggiunse l’Onofri; così altri; minacciati, se ne richiamano al papa, il quale, meglio informato, ordina si ripristini la repubblica. Quell’attentato vi ravvivò l’amore per la libertà e per una patria che sulla sua piccolezza avea chiamato l’attenzione dell’Europa; si comprese come la giustizia e la concordia sian necessarie; molti forestieri ne sollecitarono il patriziato, e crebbero le famiglie interessate al pubblico bene. L’Alberoni non fu punito che col trasportarlo alla legazione di Bologna; e fra gli storici rimase vituperato o lodato secondo passione. L’Italia non dimentica com’egli dotò la patria Piacenza d’un insigne monumento, al posto d’un antico ospedale di lebbrosi elevando un collegio per sessanta studenti, che ben presto diede segnalati uomini alla Chiesa e alle scienze[42].

Tolto di mezzo l’Alberoni, Filippo V lasciossi indurre dalla moglie a rassegnarsi ai dispotici ordinamenti della Quadruplice alleanza, rinunziando alla Sicilia e alla Sardegna; e a Cambrai si trattò d’accordi (1721 marzo). L’imperatore, irremovibile dal credersi unico legittimo padrone della Spagna, e geloso che le altre due potenze volessero aumentare l’ingerenza borbonica in Italia, frammetteva difficoltà sin nelle formole della reciproca rinunzia di lui alla monarchia spagnuola, e della Spagna ai possessi in Italia e ne’ Paesi Bassi; e riservavasi il titolo di re di Spagna e di cattolico, e di granmaestro del Toson d’oro. Adesso poi, che possedeva la Sicilia, nicchiava a concedere a don Carlo figlio della Farnese la promessa investitura eventuale degli Stati di Parma, Piacenza e Toscana, tanto più che i signori di questi paesi vi si opponevano, e viepiù il papa che vedea considerati feudi imperiali quelli su cui la santa Sede pretendeva l’alto dominio. Alfine le lettere d’infeudazione furon date (1724) sotto la garanzia della Francia e Inghilterra.

Vedemmo comparire di mezzo la Toscana, perocchè anche questa era per andar vacante. Cosmo III granduca, più non sperando che Gian Gastone suo figlio avesse prole, chiese che il senato fiorentino, coll’autorità medesima onde avea conferito il dominio ai Medici, potesse ammettere all’eredità le femmine, pensando a sua figlia Anna, maritata nell’elettore palatino (tom. XI, pag. 256): ma regina Elisabetta s’industriò tanto, che il congresso di Londra riconobbe che essa, come nata da Margherita figlia di Cosimo II, riuniva i diritti delle famiglie Medici e Farnese, talchè Francia e Inghilterra ai figli di lei garantirono Parma e Piacenza e la Toscana, mettendovi intanto guarnigioni svizzere. Ma la santa Sede allegava l’alta sua signoria su Parma e Piacenza; il granduca adduceva l’indipendenza del Fiorentino, e la stranezza di disporre del suo senza tampoco sentirlo; la Spagna recava in mezzo i suoi diritti sul Senese, oltrechè non si rassegnava ad accettare con vincolo feudale possessi, che un giorno le tocchebbero liberi. I potentati sostenevano che tale assetto fosse necessario alla tranquillità d’Italia; l’Austria, possedendo i due estremi della penisola, avrebbela avuta tutta in balìa, tanto più che n’era esclusa la Francia. Sgombrate dalla Spagna le due isole, la Sicilia fu resa a Carlo VI, che dovè coi rigori e i supplizj tenerla fedele.

Tutto ciò chiamavasi pace; e chiamavansi politica queste miserabili triche di doti e successioni; e nimicizie e leghe e trattati e spese e guerre dei padri dei popoli si dirigeano al grande scopo di mettere in trono i figli della Farnese e la figliuola dell’imperatore. Quest’ultimo, non avendo maschi, aveva pubblicato una prammatica sanzione (1713 18 aprile), portante che potessero succedere le figlie sue; e l’ottenervi l’adesione degli altri potenti divenne l’unico proposito della sua politica. Ma la Spagna vi repugnava, e chiedeva ch’egli si limitasse in Italia agli antichi dominj; saltava in campo il re di Sardegna, prevalendosene per domandar grado eguale agli altri regnanti; alle potenze marittime spiaceva che l’imperatore avesse eretto a Ostenda una compagnia pel traffico colle Indie: gravi imbarazzi alla diplomazia.

Quando il re di Francia, che avea fidanzato una figlia di Filippo V, sposò invece una polacca, Filippo irritato si ravvicina all’imperatore, aderisce alla prammatica sanzione, rinunzia ad appoggiare la resistenza dei principi italiani; si parlò fino di sposare Maria Teresa figlia dell’imperatore con don Carlo di Spagna. Di tale alleanza che succedeva a venticinque anni di collera, presero ombra le potenze settentrionali, e l’Inghilterra gliene oppose un’altra; Carlo VI, purchè riconoscessero la sua prammatica, abbandonò la Spagna; la Spagna a vicenda fece pace coll’Inghilterra, abbandonando Carlo VI, e ottenendo di mettere guarnigione a Livorno, Porto Ferrajo, Parma, Piacenza, affine di assicurarle a Don Carlo.

Così continuavasi a disporre dei dominj d’Italia, non dico senza badare ai popoli, ma nè tampoco ai possessori attuali, nè al signor sovrano qual era l’imperatore. Il quale offeso arma a Napoli e a Milano, ed essendo morto l’ultimo Farnese, occupa Parma e Piacenza (1727). Ma poichè la politica andava tutta a convenienze o capricci, senza elevazione, e perciò mutevole ad ogni vento, ben presto l’Austria s’allea coll’Inghilterra e coll’Olanda (1731 16 marzo), che riconoscono la prammatica sanzione; e la Spagna non tarda aderire, purchè a don Carlo assicurino le successioni disputate. Infatto egli ottenne Parma e Piacenza; ma quanto alla Toscana il granduca Cosmo III non sapeva rassegnatisi. E per verità nessuna ragione teneano quelle potenze sopra lo Stato altrui, poca egli stesso, giacchè, cessando la famiglia con cui il paese avea contratto un’obbligazione, questo ricuperava l’indipendenza e libertà di disporre di se stesso. Cosmo medesimo il proclamava, asserendo che la Toscana non era obbligata da verun nesso feudale coll’Impero, e che casa sua non la teneva dall’investitura di Carlo V, bensì dall’elezione dei Quaranta. La politica guarda a convenienze, non a diritti.

Cosmo nel lungo suo regno non avea fatto che svigorire gli animi sotto un’afa chiesastica, mentre lasciava languire l’industria e l’agricoltura, e profittare i monopolisti e gl’ipocriti; moltiplicava le cariche e le dava in dote a zitelle onde crescere le famiglie che dipendessero interamente dal governo fin pel pane. Quando morì (1723 31 8bre) non fu dunque compianto, se non pel peggio che temevasi dal suo successore Gian Gastone. L’educazione accurata non aveva salvo costui dalle laidezze, di cui fece pompa nelle taverne tedesche e ne’ postriboli francesi. Logoro da queste e da cinquantatre anni, desiderava continuare nel far nulla, e non darsi briga d’un paese di cui restavagli solo un breve usufrutto, non aspettando successione dalla disprezzata moglie; sicchè abbandonò gli affari ai ministri, sè a lautezze scandalosamente libertine procacciategli dal cameriere Giuliano Dami; tratteneva giovinastri a centinaja, anche di famiglie illustri; e il paese imitatore, che era stato santocchio sotto il padre, si fece scapestrato sotto il figliuolo.

Alla Corte dava vivacità Jolante Beatrice, vedova del primogenito di Cosmo, traendovi belle dame e letterati, fra cui l’improvvisatore Bernardino Perfetti, che fu coronato poeta a Roma. Si rialzò l’Università, levando l’obbligo d’attenersi a temi e corsi prestabiliti; e vi dettavano il Caraccioli, il De Soria, il Corsini, il Fromond, il Rallo, il Capassi, il Fancelli; allo studio fiorentino, dove professavano il proposto Gori, il dottore Lami, il Salvini, il Targioni, il Cocchi, si aggiunsero una cattedra di gius pubblico, affidata a Pompeo Neri, e un osservatorio, diretto da Tommaso Perelli; si lasciò erigere in Santa Croce un monumento a Galileo, e tornar alla cattedra di filosofia Pascasio Giannetti; dal 1729 al 39 si compì la quarta edizione del vocabolario della Crusca; e il prete Antonio Bandini proclamava la libertà d’estrar granaglie dalla Maremma.

Il bene era guasto dagli sciagurati esempj del principe e dal turpe mercato che delle grazie e degl’impieghi faceva il Dami, sempre più despoto quanto più Gian Gastone anneghittiva e immalinconiva. Il quale, se talora alzava la testa dal vergognoso sopore, udiva i potentati mercanteggiare della successione di lui vivo; la Spagna volere che accettasse per successore don Carlo, e fin d’allora le guarnigioni; l’imperatore, ch’egli riconoscesse la supremazia imperiale. Anzi, com’ebbero stipulato del dominio, pensarono anche ai beni allodiali di Casa Medici. Mobili, gioje, capi d’arte, il fedecommesso di Clemente VII, gli acquisti fatti con risparmj, col traffico o colle confische; i miglioramenti recati a porti, palazzi, fortezze, artiglierie, principalmente i feudi da loro innestati nella ducea, e nominatamente Pontremoli e la Lunigiana, come possessi privati ricadevano di diritto alla elettrice palatina: ma la Spagna agognava anche a quelli, e intendendo susurrarsi d’indipendenza toscana, guarnì le fortezze.

Floscio in mezzo a tanti urti, Gian Gastone soscrisse al trattato di Vienna (1731 25 luglio), che senza lui avea disposto dei suoi Stati, e con una convenzione di famiglia accettò per successore don Carlo, a patto che rimanessero integri i privilegi della Toscana. Ma al tempo stesso faceva una formale protesta contro la lesione recata all’indipendenza del popolo fiorentino, il quale non poteva rimanere pregiudicato da un atto estorto colla forza: protesta che dovea pubblicarsi alla sua morte.

Sempre erasi convenuto che guarnigioni forestiere non verrebbero in Toscana, ma solo il designato erede: però alla Farnese parve indecoroso che un suo figlio vi andasse quasi in altrui balìa; onde gli accompagnò seimila armati (1736). E quando, al san Giovanni, i vassalli vennero a cavallo a deporre l’omaggio, tra feste che accoppiarono la suntuosità spagnuola colla raffinatezza toscana, allettata pure dall’ilare e graziosa giovinezza di don Carlo, questo ricevette l’omaggio in qualità di principe ereditario[43].

Frattanto un’altra eredità più pingue metteasi in questione, quella di Carlo VI. Favorì le arti belle che coltivava egli stesso, e principalmente la musica, e dal Metastasio fu celebrato come il Tito del secolo: ma non sapea farsi nè stimare come elevato, nè amare come popolare; spiava i domestici segreti, puntigliavasi nelle cerimonie; ligio ai ministri, eppur sempre sospettoso di quel che più di tutti valeva, il principe Eugenio di Savoja, la cui morte (1736) lasciò il massimo disordine in quel gabinetto. Avvezzato despotico, penava a rispettare le costituzioni de’ varj Stati; più che d’altro gloriandosi d’essere stato re di Spagna, questo titolo non volle rinunziar mai; Spagnuoli mettevasi intorno e negl’impieghi; e ostinavasi a volere i possessi italiani come quelli che gli davano e denari pel secreto borsiglio e cariche da distribuire a sua voglia, mentre ne’ paesi germanici le costituzioni escludeano i forestieri. Or que’ consiglieri (se crediamo alla Storia arcana del Foscarini, che è un’indagine del perchè l’Austria perdesse così rapidamente l’Italia nel 1735) lo traevano a strane e rovinose maniere di governare il nostro paese; tutto andava a chi più rubasse in aggravio de’ popoli: a Napoli ottantadue milioni di fiorini si estorsero nei ventisette anni di suo dominio; oltre diciotto capitarono direttamente all’imperatore o per fascie alle arciduchesse o per altre graziosità: a Milano s’incarì la diaria, mentre le somme destinate a mantenervi soldati e munire fortezze colavano nel borsiglio, lasciando il paese sprovvisto nelle occorrenze: or si moveva dubbio su antiche vendite fatte dal fisco alle città, e bisognava transigere in denari; or una città contendeva coll’altra, e sopivasi il litigio a denari, sempre con particolare guadagno dell’imperatore. Per due milioni e quattrocentomila fiorini vendette ai Genovesi il marchesato di Finale, importantissimo perchè metteva il Milanese in comunicazione col mare; vendette al re di Sardegna altri feudi sottratti al Milanese; vendette titoli, vendette soldati, e fomentò la guerra perchè velava tali dispersioni di denaro. Negl’impieghi e nelle magistrature poneva persone indegne, purchè pagassero; lasciava che i ministri lucrassero sulle entrate dello Stato, come egli partecipava alle venalità; e tenea mano agli appalti, che si deliberavano a prezzi ingiusti, supplendovi con altre gravezze sui sudditi, e coll’inumanità dell’esazione.

Napoli avea gran foreste di roveri, proprietà regia; quelle dell’Istria e dell’Ungheria poteano somministrare una ricca flotta, dietro la quale Carlo smaniava: ma la pessima amministrazione facea costar più a lui i legnami suoi che se avesse dovuto comprarli, e l’uffizialità sarebbe bastata a triplice armata. Pensò favorire il commercio, ma con espedienti improvvidi; alzando i dazj delle lane, rovinò gli armenti dell’Abruzzo; colla Compagnia dell’India istituita ad Ostenda, s’inimicò le potenze marittime, mentre egli nessun frutto ritrasse; coll’aprire il porto franco di Trieste, oltre mettere in sospetto i Veneziani, spoverì la fiera di Bolzano ed altre interne, e non che vi affluissero mercanti come credeva, sole tre famiglie di Lombardia vi si posero, e bisognarono ordini rigorosi per trarvi mercanzie. L’accordo ch’ei fece colle potenze Barbaresche affidava queste a penetrare nell’Adriatico a danno de’ Veneti e de’ Pontifizj, sicure di trovar ricovero nei porti napoletani.

De’ vizj suoi e di sua Corte non mancava chi l’avvertisse, e i frati italiani che quaresimavano a Vienna, non prostituivano alle adulazioni la parola di Dio; pure soltanto le lezioni costose dell’esperienza lo fecero scorto degli errori suoi, non l’emendarono. Tutta sua vita fu in guerra, e più in maneggi per far adottare la prammatica sanzione, per cui gli Stati di Casa d’Austria passassero nella sua figlia Maria Teresa. La Farnese mosse mari e monti per maritare costei col suo Carlo, che avrebbe potuto un giorno congiungere in sè i possessi d’Austria, Spagna e Francia; e fallitole l’intrigo, cercò almeno buscargli il Milanese e le Sicilie. Ma il Milanese faceva gola a Carlo Emanuele III di Sardegna, il quale paragonava l’Italia a un carciofo, che vuolsi mangiare foglia a foglia; e sentendo di qual peso l’alleanza sua sarebbe nei moti imminenti, volea farsela pagare con quel ghiotto boccone.

Di mezzo all’apparente cordialità trescavasi dunque e faceansi armi, quando un lontanissimo evento condusse in nuovo travaglio il paese. Ciò fu l’elezione del re di Polonia. Era caduta su Stanislao Lezczinski suocero del re di Francia; ma Russia ed Austria preferivano Augusto di Sassonia, e accostato un esercito ai confini, obbligarono ad eleggere questo (1719), sicchè Stanislao ne dovette partire. Di qui rottura tra Francia ed Austria, e briga di alleanze, ove subito prese parte la Spagna, ossia Elisabetta; la quale, sempre agognando tutta l’eredità austriaca, nè per difficoltà diminuendo l’ambizione materna, al suo Carlo diciassettenne che s’adagiava nel principato di Parma, manda dire: — Preparatevi a un molto più nobile trono; Spagna, Francia, Sardegna si sono collegate contro l’Impero, cioè per deprimere Casa d’Austria[44] ed escluderla da Italia: un esercito con Berwick l’assalirà sul Reno, un altro con Villars scenderà in Lombardia, una flotta nel Mediterraneo; a Genova e Antibo sbarcheranno genti e cavalli spagnuoli, comandati dal conte di Montemar in effetto, in apparenza da voi stesso, che presto saluterò re delle Due Sicilie».

Carlo Emanuele fu ancora in testa agl’intrighi (1733 26 7bre). L’imperatore lo credeva suo, atteso l’avergli esso domandata l’investitura degli Stati in Italia; sicchè vedendolo ingrossare di armi, supponeva mirasse unicamente a difendersi dai Francesi; e quand’egli chiese grani alla Lombardia, il conte Daun si fece premura di mandargliene[45]. Ma un momento dopo si seppe che il re, a patto di divenire padrone del Milanese, erasi unito alla Francia, dove i consigli dell’ottagenario Villars e degli altri vecchi soldati essendo prevalsi ai pacifici del ministro cardinale Fleury, preparavansi grossi eserciti. I quali per cinque vie sboccati e uniti al piemontese, occupavano Vigevano, Tortona, Pavia, e sono alle porte di Milano (1733 3 9bre). Carlo VI erasi avversate le potenze marittime colla sua compagnia d’Ostenda; quel sistema di corruzione così esteso avea fatto trascurare gli armamenti e i magazzini; e Daun côlto alla sprovvista, anzichè esporsi ad una sconfitta, si ritira nelle fortezze. Carlo Emanuele accolto con feste a Milano e dappertutto[46], vede aprirsegli il forte di Pizzighettone allora importante pel passo dell’Adda e con cento cannoni, e i minori di Lecco, Trezzo, Cremona, Fuentes, Novara, Arona; anche quel di Milano dopo lanciatevi quattordicimila cannonate e tre mila bombe: e tiene finalmente questo paese sì a lungo ambito, e se n’intitola duca.

Un potentato che tema un vicino, gliene oppone un altro. Carlo Emanuele dunque consentiva all’incremento d’un infante di Spagna, per quanto s’adombrasse dei Borboni; ma non volea snervar l’imperatore a segno che quelli restassero senza contrappeso in Italia: laonde sfavorì la marcia dell’esercito, restrinse le sussistenze, ricusò dare artiglieria per l’assedio di Mantova, nè secondare Villars che volea si procedesse prima che da Germania venissero rinforzi; onde il maresciallo Mercy ebbe agio di calar dal Tirolo a rinforzare la guarnigione di Mantova; Villars indispettito viene a prendere congedo dal re, il quale duramente gli dice: — Buon viaggio». Il maresciallo, passando per Torino, vi morì di ottantadue anni.

Intanto anche la Spagna, ossia Elisabetta collegatasi con Francia, manda una flotta in Toscana, che per sottrarre le Due Sicilie all’oppressione austriaca, all’austriaca avarizia, comincia a devastare spietatamente la Mirandola, Piombino, il ducato di Massa e Carrara; poi l’infante don Carlo, dichiaratosi da sè maggiorenne a diciott’anni, e fatto generalissimo degli Spagnuoli[47], a capo di grosso esercito lentamente traversa lo Stato papale, guastando da barbaro.

Come il Milanese, così il Napoletano trovavasi a mala guardia, avendo l’imperatore e il gran cancelliere Zinzendorf intascato i denari degli armamenti, e per gelosia non lasciavasi che i natii si armassero: ingegner nessuni; uffiziali imberbi; soldati arrugginiti nelle guarnigioni; gli animi esasperati contro gli Austriaci venditori d’impieghi e sanguisughe, sicchè all’accostarsi di Carlo dappertutto si gridava il nome di Spagna, tanto più che egli pagava appuntino, regalava, sovveniva, gettava manciate di denaro alla folla.

Il vicerè Giulio Visconti chiama all’armi (1734), ma non gli rispondono che banditi e condannati, sicchè fugge col denaro e cogli archivj, e dappertutto si surrogano i gigli alle aquile. Carlo entra in Napoli spargendo denaro, prostrandosi alle chiese, donando una magnifica collana a san Gennaro, schiudendo le prigioni ai malfattori, conservando i privilegi e i magistrati, e aggiungendo alla città il grandato di Spagna, e all’eletto e ai deputati del popolo il diritto di coprirsi in presenza del re. Maggiore fu il contento quando si seppe che il paese non sarebbe più una fattoria regolata dai vicerè, poichè Filippo V decretò che Carlo fosse re delle Due Sicilie, separate da Spagna; le nuove nomine di dignità soddisfecero i nobili; feste e grazie e illuminazione soddisfecero la plebe.

Il Visconti, ritirato in terra di Bari, fu sconfitto a Bitonto dal duca di Montemar, vero duce dell’esercito, il quale passò a sottomettere l’isola di Sicilia (maggio), invano difesa dal prode Lobkowitz; così l’intero regno riverì Carlo; mentre la fortuna austriaca abbassava anche in Germania, malgrado l’arte del vecchio principe Eugenio.

Il Milanese era stato preso troppo facilmente perchè si potesse dir vinto, e a Mantova si concentrarono sotto il maresciallo Mercy le truppe imperiali; ma costui, poco gradito per le violenze e per la prodigalità di sangue, non prosperò le armi, e morì (giugno) alla battaglia di Parma, la più sanguinosa che già un pezzo si combattesse, restandovi diecimila Austriaci. Meglio furono questi comandati a Quistello dal maresciallo conte di Königseck; ma vinti alla giornata di Guastalla (19 7bre), dovettero ritirarsi in Tirolo.

Allora Luigi XV (1735) rimise sul tappeto il vecchio disegno di rendere indipendente l’Italia, per isbarbicare le continue occasioni di guerra; Lombardia sarebbe spartita fra Venezia, Genova, Piemonte; la Toscana resa ai cittadini; nessuno potesse principare in Italia che avesse possedimenti fuori. L’ambizioso Farnese impacciò i consigli, non soffrendo che suo figlio fosse privato della Toscana, benchè acquistasse le Due Sicilie; si tornò sulle armi; e gli Austriaci raccolsero grosso esercito negli Stati della Chiesa, i quali dovettero sostenerne le spese e le prepotenze; perchè i contadini in qualche luogo si opponevano allo sfrenato loro foraggiare, in altri impedivano i loro ingaggi o ricusavano le arbitrarie contribuzioni, le Corti di Madrid e di Vienna urlavano contro il papa, ne cacciavano i nunzj.

Ma la guerra omai non si faceva che lenta e per marcie: Carlo non tenea le Due Sicilie? e il re sardo il Milanese? che potevano altro bramare? Il cardinale Fleury smaniava di rimettere pace; l’imperatore non poteva che desiderarla: ma Luigi, che aveva protestato non volere un palmo di terra, e solo vendicarsi dell’affronto fatto in Polonia a Stanislao Lezczinski, non volle cessar l’armi se non fosse dato alla Francia il ducato di Lorena, che esso Lezczinski terrebbe a vita, in cambio della disturbatagli Polonia. Ma e il duca di Lorena? si compenserà col dargli la Toscana, la quale toglieasi a Spagna, come Parma, Piacenza, Mantova. Miserabili barattieri di popoli!

Adunque nella pace di Vienna (1738 8 9bre) fu assegnata la Toscana al duca di Lorena, che, morto allora Gian Gastone, ne prendeva possesso; in compenso don Carlo avesse le Due Sicilie e i porti del Senese con Porto Longone; Livorno restava portofranco; al re di Sardegna, i territorj di Novara e Tortona, divelti dal Milanese, e la supremazia feudale nelle Langhe; Parma tornava all’imperatore, ma i Farnesi portarono via le ricchezze di loro famiglia e i capi d’arte di cui arricchirono Napoli.

Non si erano ancora deposte le armi, quando la morte di Carlo VI (1740 20 8bre) aprì la successione austriaca; e in onta alla prammatica sanzione, i potentati si avventarono per istrappare qualche brano d’eredità a sua figlia Maria Teresa, e Italia tornò sossopra.

La Francia pensava creare o ingrandire colle spoglie dell’Austria gli Stati secondarj, che si movessero a suo impulso. La Prussia voleva crescere in Germania sicchè l’Austria non vi facesse più da padrona. Il re di Spagna credeva che, mancata la linea austriaca, toccassero a lui il Milanese, Parma e Piacenza, sebbene col trattato di Londra del 1718 vi avesse rinunziato; sicchè armò, e impose a Carlo di Napoli che s’armasse. Per uno statuto del 1549 di Carlo V, qualora venisse meno la discendenza maschile di Filippo II, doveano succedere le sorelle; statuto confermato allorchè la costui figlia Caterina sposò Carlo Emanuele III di Sardegna. Il quale dunque sorgeva a dire che il ducato di Milano avrebbe dovuto toccargli fin dalla morte di Carlo II, ultimo maschio di Filippo II; e viepiù adesso che ogni seme di quella Casa era perito. Non credo che Carlo Emanuele III contasse gran fatto su questi titoli, abrogati del resto col riconoscere la prammatica sanzione: bensì sentiva che, come principe dell’impero dovea aver parte alle discussioni; e come posto fra i due maggiori contendenti, si darebbe a quello che meglio il compensasse. E dapprima prese accordo colla Francia per acquistare il Milanese, foss’anche col cedere la Savoja; poi riflettendo non tornargli utile il prevalere in Italia quella Francia che aveva dominato sì a lungo il Piemonte, e non vedendosi dalla Spagna offerti che ritagli del Milanese, agognato dalla Farnese, si volge a Maria Teresa.

Questa navigava in pessime acque, parendo tutta Europa congiurata a ritorle i lenti acquisti de’ suoi avi, restringendola all’Ungheria, la Bassa Austria, la Stiria, la Carintia, la Carniola, le provincie belgiche. Federico II di Prussia, eroe filosofo, le occupava la Slesia; il duca di Baviera la Boemia ed era proclamato imperatore; gli Spagnuoli sovrastavano all’Italia; dal Napoletano moveansi i Borboni a minacciare Toscana, Parma, Piacenza, Lombardia; il papa li lascierebbe passare, il duca di Modena si collegherebbe con loro.

Maria Teresa, profuga sin da Vienna, avea dovuto ritirare le truppe dall’Italia, e con patti onerosi procurarsi amici: onde convenne con Carlo Emanuele (1742 1 febb.) che essa impedirebbe Spagnuoli e Napoletani d’avanzare verso Modena e la Mirandola; egli, mettendo da banda le sue ragioni fino a guerra finita, difenderebbe la Lombardia. Trattato di due nemici, intenti solo a schermirsi da un terzo, come lo qualificava Voltaire; e detto provvisionale perchè esprimeva la riserva che il re potesse disdirlo mediante il preavviso di un mese, cioè se Francia e Spagna gli facessero condizioni più vantaggiose.

Venezia volle tenersi neutra, benchè Maria Teresa minacciasse di nuovo suscitarle addosso i ladroni di Segna. A Modena sedevano gli Estensi, principi quieti; e Alfonso III a sessantott’anni abdicò (1629) per rendersi cappuccino a Merano nel Tirolo, dove apostolò eretici, assistette appestati. Francesco suo figlio, modello di cortesia e di generosità, in istrada parlava con questo e con quello, dava udienza a tutti, donava con modesta liberalità; sapeva che qualche cavaliere fosse in bisogno? giocava con esso al tiro o al pallamaglio, ad arte perdendo; ad alcuno chiedeva la borsa, simulando averne bisogno, poi gliela rendeva impinguata; o nella giubba o nel cappello sguizzavagli destramente un rotolo di monete, o fingea lasciarsene cader di mano, e come le aveano raccolte non volea ripigliarle; e li donava di vesti, come fossero da lui smesse, e vi trovavano denari. Al Poggio suo segretario rimproverò una lettera come mal fatta; ma il dì medesimo, quando fu a tavola con alquanti amici, gli mandò un viglietto contenente la donazione della casa e d’alquanti poderi. Amò anche le arti, e cominciò il palazzo di Modena, buon disegno dell’Avanzini. Un prossimo parente del maresciallo di Gassion avendo commesso profanazioni in una chiesa, lo fece fucilare, respingendo le istanze di grazia col dire: — Gli perdonerei se mi avesse fatto perdere una battaglia: ma non d’aver mancato di rispetto alla casa di Dio.

Alfonso IV fu generalissimo (1658) delle armi francesi in Italia, ed ebbe l’investitura di Correggio. La sua vedova Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazarino, regolò con accorta bontà la fanciullezza di Francesco II. Al quale morto senza figli, sottentrò lo zio Rinaldo, figlio di Francesco I, che vedemmo ravvolto nella guerra per la successione spagnuola. Nel 1707 ricuperò gli Stati; nel 1710 acquistò la Mirandola, che l’imperatore, per castigare Pico d’avere parteggiato coi Francesi, fece mettere quasi all’incanto e gli cedette per ducentomila pistole: ma di ottenere Comacchio, disputato sempre dal papa, disperò allorquando l’imperatore rinunziò a pretenderlo.

Nella guerra dei Gallo-Ispani (1734), Modena fu occupata dal maresciallo Maillebois e gravata di contribuzioni. Rinaldo, che erasi rifuggito a Parigi, fu poi restituito nella sua residenza, e l’anno appresso gli succedette Francesco III (1737) che allora combatteva i Turchi in Ungheria come generale dell’artiglieria imperiale. Egli erasi proposto di rimanere neutro nella guerra scoppiata: ma Traun governatore della Lombardia collo svillaneggiarlo e invaderne gli Stati lo spinse a chiarirsi nemico della sua padrona. Subito Tedeschi e Sardi occuparono lo Stato, mentre il duca ricoverava sul Veneto, «portando seco il coraggio, costante compagno delle sue traversie» dice il Muratori. Questi allora trovavasi bibliotecario in Modena, e avendogli il re di Sardegna domandato — Come mi tratterà nella sua storia?» rispose: — Come vostra maestà tratterà la patria mia».

Il duca di Montemar, che dalla sinistra del Po avea veduto senza muoversi la presa di Modena e della Mirandola, sfila allora verso la bassa Italia, e non volendo aprirsi a forza il passaggio per la Toscana, sbarca a Orbetello, e uniti i suoi Spagnuoli a dodicimila Napoletani, traversa violentemente il territorio della Chiesa. In Roma i suoi, per ingaggiare soldati, trascorrono a seduzioni e violenze di tal guisa, che il popolo, irritato di vedersi rapire mariti, figli, padri, tumultuò, coi sassi plebei affrontò fucili e cannoni, e fu forza calar seco a patti, e congedare quanti eransi incorporati ne’ reggimenti spagnuoli. Questi esercitarono vendetta sulla campagna, ma la pagarono col sangue. Il cardinale Alberoni, che non potea dimenticare la politica, proponeva di opporre a questi stranieri una lega di tutti i principi italiani, capo il pontefice; ma questo si accontentò di bandire un giubileo.

Mentre prima il principe Eugenio colle rapide marcie solea moltiplicare un piccolo esercito, allora il Montemar, che pur tanto avea giovato alla prima conquista del Regno, lasciò languire un esercito poderoso; senza riguardo nè all’onore spagnuolo, nè al pericolo degli alleati, nè al conquasso dei popoli, perdendo settimane in marcie di poche ore; accostavasi ai nemici, poi rifocillavasi indietro; non difendeva i suoi posti, non attaccava i deboli, lasciando indisciplinare i soldati, estender le malattie e i vizj, e prevalere gli alleati. Fu mandato a scambiarlo il conte di Gages fiammingo, che a Camposanto di Modena venne a battaglia (1743) cogli Austro-Sardi, poi ritiratosi a Rimini, cedette il comando al duca di Modena.

Maria Teresa, non iscoraggiata da tanti nemici, rinnega Carlo VII benchè regolarmente eletto imperatore dai principi di Germania, e avvolgendo questi in una guerra di mero suo profitto, chiama per la prima volta i Moscoviti a parte degli avvenimenti dell’Europa meridionale, e versa contro i suoi nemici e sopra la povera Italia bande ferine di Panduri, Tolpasci, Anacchi, Croati, Varadini, terribili d’aspetto e d’armi, anelanti alla ruba, indifferenti al sangue, e che rinnovarono gli orrori della guerra dei Trent’anni.

Unica l’Inghilterra serbò fede alla prammatica sanzione. Improvvisamente (19 agosto) una sua squadra si presenta davanti a Napoli con galeotte e bombe, e il comandante Matthews intima a quel re di richiamare le sue truppe dalla Lombardia, o bombarderà la capitale: tempo due ore a decidere. Non erasi mai pensato a munir Napoli, nè i castelli erano provvisti; onde fu forza rassegnarsi, e l’esercito napoletano richiamato, prese quartiere sul Perugino.

Carlo Emanuele seguitava intanto pratiche colla Spagna o colla Francia; e questa non potendolo trarre a sè, mandò nuove truppe al Varo e all’Alpi. Egli, facendo valere i suoi gravi sacrifizj e le proposizioni avute da Francia e Spagna, insisteva per nuovi compensi: l’Inghilterra spingeva Maria Teresa a consolidare quella lubrica alleanza con Savoja, facendo positive concessioni. L’imperatrice reluttava e diceva: — Se cedo ancora, mi resterà in Italia sì poco da non meritare d’essere difesa; non mi lascia che l’alternativa d’essere spogliata dalla Francia o dall’Inghilterra»; dovette piegarsi ad un trattato segreto (13 7bre) conchiuso in Worms, pel quale Carlo Emanuele riconosceva la prammatica sanzione, rinunziando ad ogni pretensione sul Milanese, e obbligandosi a mettere in campo quarantacinquemila uomini. Essa «in ricompensa dello zelo e della generosità con cui erasi avventurato a vantaggio della Casa d’Austria», oltre un sussidio di quattro milioni all’anno, obbligavasi a cedergli il Vigevanasco, il contado d’Angera con tutta la riva occidentale del lago Maggiore e la meridionale del Ticino, e Piacenza col suo territorio di qua dal Po fino alla Nura; e terrebbe in Italia trentamila uomini sotto gli ordini del re. L’Inghilterra si obbligava a pagare al re di Sardegna ducentomila sterline l’anno[48], e secondarlo con poderosa squadra nel Mediterraneo, nè ascoltare veruna proposizione d’assestamento dell’Italia senza consenso di esso.

Allora si rincalorisce la guerra. Carlo Emanuele, inseguendo gli Spagnuoli capitanati dal duca di Modena, giunse fino a Bologna; il principe di Lobkowitz, chiaro per vittorie in Boemia, succeduto al Traun, entra nelle Legazioni, mandandole a sperpero con una di quelle guerre di movimenti che devastano senza risolvere, mostra ancora ai Romani un esercito di Barbari, e s’avvia su Napoli, spargendo larghissime promesse di Maria Teresa. Ma popolo e nobili, indignati che ne fosse tentata la fedeltà, si restrinsero al loro re, superbi della confidenza mostrata da Carlo, fin a sprigionare quei che avea chiusi per inconfidenza, s’accinse a tutelare il nuovo regno.

Lobkowitz menava ventimila fanti, seimila cavalli, oltre le bande irregolari e molti scorridori ungheresi; li secondavano i navigli. Più numerosi erano i Borbonici, meno riputati; e nè gli uni nè gli altri facendosi scrupolo di ledere territorio amico, lo Stato pontifizio resero teatro di battaglie. A Velletri gli Austriaci diedero assalto sì improvviso (1744 10 agosto) al campo, che il re e il duca di Modena a fatica fuggirono in camicia; ma il duca di Castropignano seppe conservare la posizione in modo, che ben presto volse in fuga gli Austriaci. Stettero però ancora due mesi a fronte gli eserciti, ciascuno sperando che la fame e la peste distruggerebbe l’altro; e in fatto, dopo lasciate innumere vite a miserabile spettacolo, Lobkowitz dovette sonare a ritirata, e mostrare i laceri avanzi a quella Roma che dianzi avea insultata. Il conte Gages, unito a un esercito che Francia spediva per Genova, incalzò gli Austriaci, facendo orrida la via coi disertori che lasciava impiccati, mentre la peste desolava i due campi.

Anche sul mare infuriavano le regie ire, mentre empivano di strage la Germania. Morto il ministro Fleury, che sempre avea sollecitato la pace, Francia caldeggiò la parte spagnuola contro Maria Teresa, e mandò un esercito di qua dall’Alpi; grosse battaglie si combattono; altri Gallo-Ispani coll’infante don Filippo e col principe di Conti, secondati dalla flotta, prendono Nizza e la Savoja. I passi delle Alpi sono vigorosamente protetti dai Piemontesi, e tra le fazioni più famose del secolo contansi la presa di Demonte e l’assedio di Cuneo (7bre), ove le popolazioni secondavano l’esercito, a differenza di ciò che avveniva nella restante Italia; e sebbene il re fosse sconfitto, l’avversario dovette sgombrare il Piemonte.

Ma ben presto don Filippo ritorna, Carlo Emanuele è sconfitto a Bassignana (1745 27 9bre), lasciando pochi uccisi e moltissimi prigionieri: e l’infante don Filippo entra coi Gallo-Ispani in Milano trionfante, e la Farnese esulta del sapere la pingue città in pugno al suo secondogenito. Ma la regina d’Ungheria raddoppia di sforzi, e avendo dal terribile suo avversario Federico II comprata la pace col cedergli la Slesia (1746), manda Lichtenstein con nuove truppe nel cuor dell’inverno, sicchè ben presto i Gallo-Ispani devono lasciar Milano ai Tedeschi, che mandano a saccheggio Parma, mentre i Gallo-Ispani si rinforzano in Piacenza.

Appoggiato ai Tedeschi, Carlo Emanuele si rifà, vince Gages e Maillebois (16 giugno), mentre rinterza trattati colla Francia per conseguire maggiori vantaggi e l’ambito Milanese, semina zizzanie tra Spagnuoli e Francesi; questi batte a Piacenza e obbliga a ripassar le Alpi; e morto Filippo che ostinavasi alla guerra per suo capriccio e per stimolo della Farnese, Ferdinando suo successore (luglio) richiamò d’Italia le truppe spagnuole.

Maria Teresa, carattere virile, virtuosa in mezzo a tante Corti depravate, altera dei diritti di regina e di austriaca, intendeva all’ingrandimento della propria casa e dei proprj figli, senza intaccare i privilegi locali, che formavano la costituzione storica de’ differenti suoi popoli. Avea sposato Francesco, già duca di Lorena poi granduca di Toscana; e benchè di lui amorosissima, e il facesse dodici volte padre, non gli lasciò ombra d’autorità; sicchè egli dovette restringersi a cure parziali, e a guadagnare sugli appalti fin con somministrare forniture ai nemici di sua moglie.

Maria Teresa inviò un corpo nel Ferrarese, che, per castigare il duca di Modena, imponesse grossissime contribuzioni, e guastasse i beni allodiali di Casa d’Este, benchè assegnati alle sorelle, e fin quelli di Massa e Carrara, la cui duchessa Maria Teresa Cibo era moglie del principe ereditario che fu poi duca. Vacando, per la morte dell’ultimo Gonzaga, il ducato di Mantova, Maria Teresa l’occupò come appendice del Milanese, protestandone fin suo marito, che qual imperatore di Germania, lo credeva a sè ricaduto. Dopo la vittoria di Piacenza, gli Austro-Sardi vogliono profittare del buon destro per ricuperare il Napoletano: ma l’Inghilterra, per castigare Francia d’aver favorito il pretendente, gli obbliga a volgersi contro la Provenza, lo perchè occupano la più parte del Genovesato.

Il marchesato del Finale tra il Monferrato e la riviera genovese, dalla famiglia Del Carretto, che lo teneva in feudo, era stato nel 1590 venduto agli Spagnuoli che l’unirono al ducato di Milano; quando i Francesi uscirono d’Italia nel 1707, gl’Imperiali se ne impadronirono, poi Carlo VI nel 1713 lo vendette a Genova per un milione ducentomila piastre, come feudo dipendente dall’Impero, e glielo confermò nel trattato della Quadruplice alleanza nel 18, e in quel di Vienna nel 25. Eppure Maria Teresa, come roba sua, nel 43 ne cedeva i diritti al re di Sardegna, per l’unico titolo che al Piemonte importava avere comunicazione immediata colle potenze marittime ad esso alleate.

Genova non era più la donna dei mari, ma quel popolo conservava vigorosi caratteri, operosità, amore del franco stato; l’aristocrazia dominante non escludeva il merito, e ricordavasi dell’origine sua popolana; i suoi capitalisti possedeano per quattordici milioni di rendita sui banchi di Francia. Protestò essa contro tale usurpazione, che poteva costituire sulla Riviera un porto emulo del suo, fece armi; e aderendo a Francia, Spagna e Napoli nel trattato d’Aranjuez, agevolò ai Borbonici il passo per la Lombardia. Gl’Inglesi reclamarono perchè Genova cessasse dall’armarsi, attesochè nemici non aveva, e dal molestare il loro alleato di Savoja; e non ascoltati, predarono le navi (1746), e mandarono l’ammiraglio Rowley a bombardar Genova, il Finale, San Remo, sollecitati dal re di Sardegna, che istigava anche i Corsi. Ma dopo la vittoria di Piacenza e la ritirata degli Spagnuoli, benchè avesse e armi e viveri, Genova trovandosi incalzata per terra dagli Austriaci, per mare dagli Inglesi, scontentò il popolo pel lavoro mancato nella lunga guerra e pei difficoltati trasporti, sicchè temeva proclamasse Maria Teresa, e dovette patteggiare col comandante degli Austriaci marchese Antonio Botta Adorno, e cedergli una porta, raccomandandosi alla generosità dell’imperatrice.

Se i soldati tedeschi in tutta quella campagna si erano mostrati brutali e ingordi, massime a Parma e Piacenza, qui ancor peggio, quasi il Botta s’invelenisse dell’averla per patria. Impose dunque condizioni come a città vinta: consegnassero le porte, i forti, le munizioni da guerra e da bocca, libero agli eserciti austriaci di traversare le terre della repubblica; il doge e quattro senatori passassero fra un mese a chiedere perdono alla clementissima sovrana di ciò che è sacrosanto diritto, il difendersi da aggressori; detto fatto pagassero cinquantamila genovine (da cinque franchi) per rinfresco ai soldati; poi determinava la contribuzione di guerra a tre milioni di genovine entro quindici giorni, o il saccheggio; tanto e non meno bisognando all’esercito per la spedizione in Provenza e contro Napoli. Di tutto allora si cominciò a far denaro; gli argenti delle case, i tesori sotto la fede pubblica depositati nel banco di san Giorgio, andarono alla zecca, onde passar poi nelle tasche de’ soldati per stipendj e per ricompense; molto ne fu mandato a Milano.

Il re di Sardegna si lamentò che del bottino non gli si facesse parte: sostenuto dagli Inglesi ricuperava Nizza, e prendeva Savona, il Finale, altri posti della Riviera, esclamando contro i Genovesi che osavano difenderli; una nave inglese all’imboccatura del porto taglieggiava e metteva a preda quanti vascelli capitassero a Genova. Per la paura più non si portavano tampoco i grani, e pativasi di fame; fuggivano i principali negozianti, i maggiori ricchi, i membri del piccolo consiglio.

Ad istanza di Benedetto XIV, Maria Teresa condonò il terzo milione; ma il Botta non solo lo volle, ma ne aggiunse un altro pei quartieri d’inverno. Tanto spoglio di città già esausta dalla lunga guerra di Corsica! Eppure la brutalità nemica non n’era sazia; si arrivò a volere che Genova somministrasse le proprie artiglierie per poter con queste toglierle le sue città. E se, come i Romani ad Alarico, chiedeva — Cosa ci lascerete?» il turpe Botta rispondeva: — Gli occhi per piangere». Vile! qualcos’altro resta sempre al popolo ridotto alla disperazione.

Per favorire la decretata spedizione di Provenza, di cui il re di Sardegna era destinato generalissimo, il Botta levò i cannoni anche di Genova; ma nello strascinare un mortajo da Portória (5 xbre), si sfondò la strada e gran fatica dura vasi a cavarnelo. I Tedeschi col bastone obbligarono qualche popolano ad ajutarli: ma un Balilla, ragazzo vulgare, comincia a resistere e rivoltarsi; i suoi lo secondano colle grida e le sassate; il rombazzo ingrossa, e impetuoso si diffonde per la città; rapisconsi le armi ove si trovano: da principio i popolani son più uccisi che uccisori, e gli Austriaci li deridono, e al grido di Viva Maria rispondono Viva Maria Teresa. Ma il furore cresce; si serragliano le vie; Croati, Panduri e quegli altri feroci soccombono alle armi plebee; fanciulli e donne strascinano i cannoni ove mai non sarebbesi creduto; improvvisati artiglieri, improvvisati fucilieri mostrano che sanno vincere e frenar la vittoria: frati e preti ispirano misericordia, ma non fiacchezza. Invano i nobili suggeriscono prudenza, moderazione, e di non sonare a stormo; le campane a martello chiamano i valligiani del Bisagno e della Polcévera; quel Botta, che aveva sbraveggiato il popolo, sente che cosa il popolo vaglia, e fremente e confuso è costretto andarsene. Viva Maria, Genova è salva (10 xbre).

Un applauso universale salutò le cinque giornate; i Tedeschi dalla Riviera si ritrassero di qua dell’Appennino; e accertata la vittoria, anche i nobili parteggiarono colla plebe. Del tradimento fremette Maria Teresa, e tacciando di lesa maestà un popolo indipendente, decretò il sequestro di quanto possedevano i Genovesi ne’ suoi Stati, colpendo così e gl’innocenti che trovavansi lontani da Genova, e la pubblica garanzia delle casse pubbliche, e portando a inevitabili fallimenti[49]. Nè paga a tanto, spedì rinforzi a punir il popolo di quella fedeltà che negli Ungheresi ella aveva applaudita, e che qui chiamava ribellione. Lo Stato di Milano fu obbligato dare cinquecento carrette con quattro cavalli e un uomo ciascuna per condur le provvigioni, e migliaja di villani requisiti per ispianare le strade all’artiglieria. E s’affollarono sul territorio le truppe austriache, che rinomate per valore quanto per cattiva amministrazione, riuscivano gravosissime ovunque stanziassero, e in conseguenza indisciplinate.

Il generale Schulemburg, ripresa la Bocchetta (1747), mandò bande di Croati, le cui fierezze fecero inorridire l’Europa, e indussero i Genovesi a intimargli, se non cessava taglierebbero a pezzi gli uffiziali che tenevano prigionieri. Il popolo sistemò la difesa, e armò le compagnie secondo le varie arti, gridando Libertà o morte, e ascrivendo alla beata Vergine ogni vantaggio che ottenesse sui nemici; si cessò dai vizj, si faceano penitenze e processioni.

Quell’eroismo inaspettato tra la fiacchezza del secolo, mosse Spagna e Francia a sostenerli, pentite e vergognate, d’aver in Italia lasciato cadere ogni loro fortuna. Il cavaliere Bellisle, fratello del maresciallo, avendo tentato passar il colle dell’Assietta, vi lasciò la vita (19 luglio) e la vittoria, nè più i Francesi s’avventurarono su terre piemontesi. Il re di Sardegna aveva potuto prendere Savona, sulla quale ostentava antichi diritti: ma la spedizione di Provenza gli fu interrotta dai mancati soccorsi; e gli Austro-Sardi, che vi aveano sofferto ogni specie di stento, furono cacciati a maledizione dal devastato paese, de’ cui ulivi si servirono a far fuoco, e dove lasciarono morto un terzo delle truppe e quasi tutta la bellissima cavalleria. Mentre stringevano Genova con fierezza per terra lo Schulemburg e per mare gl’Inglesi, il francese duca di Boufflers sosteneva colla sperienza il coraggio popolano; tantochè l’austriaco dovette levar il campo e ritirarsi verso la Lombardia. I Genovesi usciti in festa per la campagna, deploravano desolate le loro ville e dappertutto traccie dell’immanità dei Croati; ma esultavano dell’essersi riscossi col proprio braccio.

Morto fra i compianti il Boufflers, al duca di Richelieu succedutogli pochissimo rimase a fare, ma non ritirò le truppe sinchè non fu ripristinato il governo dei pochi. Il popolo aveva redenta la patria, il popolo vinti i nemici di essa; l’aristocrazia gli rimetteva il freno. Fu quella forse la prima guerra alla moderna, ove si continuassero le trattative insieme colle operazioni militari. E fra le proposte fatte alla Sardegna, merita menzione il progetto di Francia, pel quale, cedendo Nizza e la Savoja, Carlo Emanuele sarebbe ajutato a conquistar il Milanese d’accordo con Spagna e Napoli: del ducato di Mantova s’investirebbero Venezia o il Piemonte: in Italia dove straniero più non rimaneva, si formerebbe una confederazione de’ principi per assicurarli da attacchi esterni e da interne perturbazioni, allestendo all’uopo un esercito di ottantamila uomini, comandato dal re di Sardegna, o in difetto suo da quel di Napoli. Taciamo tutte le minuzie di che il bel concetto nazionale era rinvolto dai lucri domestici e dalle ambizioni della Farnese: ma Carlo Emanuele voleva anzitutto la fusione degli Stati promessigli[50]; temeva che, coll’escludere l’Austria dall’Italia non restasse senza contrappeso il protettorato della Francia, e tenne fermo all’alleanza austriaca: onde Asti fu presa, sciolto l’assedio d’Alessandria, e chiusa per cinquant’anni l’Italia ai Francesi.

A questi danni fatti dai re, venivano di conseguenza epidemie e strani morbi, e un’epizoozia e dilagamenti de’ fiumi dell’alta Italia[51], e venti furiosi a Genova. Alfine i principi, spossati di far tanto male, conchiusero pace ad Aquisgrana (1748 15 8bre). Lo scopo di tanto sangue era ottenuto: cioè Maria Teresa, tuttochè femmina, ereditava gli Stati di suo padre, e alla grandezza della sua Casa dava il rinfianco dell’alleanza inglese. Però, per quanto ella cercasse disdire il trattato di Worms, allegando d’aver giurato conservare integra l’eredità paterna, e di non dover desolare i Milanesi che vedeansi tolti i paesi dove teneano le più pingui proprietà, dovette rassegnarsi cedendo al re di Sardegna l’alto Novarese, il Vigevanasco, porzione del Pavese, il contado d’Angera, sicchè il Ticino diventava arcifinio dal lago Maggiore sino al Po. Il Finale fu tacitamente restituito a Genova coll’antico Stato, e tolto il sequestro sui beni de’ Genovesi, nulla badando a Maria Teresa che continuava a pretendere il milione imposto dal Botta. Elisabetta Farnese fu paga nella materna ambizione, vedendo al suo Filippo assicurati non solo il ducato di Parma e Piacenza, ma quelli di Guastalla, Sabbioneta e Bozzolo, dov’erasi estinta la famiglia dritta dei Gonzaga[52]. Don Carlo ebbe garantite le Due Sicilie, ed assenti al patto di famiglia, per cui tutti i Borboni doveano avere gli stessi nemici e assicurarsi i possessi, determinando i sussidj in evenienza di guerra. Francesco III di Modena tornò nel dominio, e per le spese ebbe in compenso la signoria di Novellara, estinti i Gonzaga che vi dominavano.

Come nella guerra, così nella pace il popolo italiano non era intervenuto che per soffrire: pure la gelosia reciproca delle potenze fece che la dominazione straniera non restasse più di qua dall’Alpi, se non nel Milanese, scemato anch’esso di preziosi cantoni.

CAPITOLO CLXIV. Assetto dell’Italia. Carlo III.

Col trattato d’Aquisgrana cominciò per l’Italia il periodo più lungo di pace che la sua storia ricordi, per quarantott’anni più non rimbombando il cannone se non nelle feste pe’ suoi principi; e in quell’intervallo essa le abitudini riformò, e preparossi alle nuove sorti. Quando le altre potenze europee si erano già rese compatte o nell’unità come la Francia, la Spagna, la Prussia, o nelle confederazioni come la Svizzera e la Germania, essa rimaneva spartita fra dieci signorie, una dall’altra indipendenti. La Lombardia sola soggiaceva a dominazione straniera, che dopo tanti tagli, e sebbene annessovi il ducato di Mantova, contava poco più d’un milione d’abitanti e tredici milioni di rendita[53]: paese spoglio di rappresentanza politica, ma da quello gli Austriaci vigilavano su tutta l’Italia.

Ed austriaco era il principe di Toscana, dichiarato però indipendente dall’Impero. Esso Impero conservava l’alto dominio sopra alcuni feudi nei monti liguri fra la Trebbia e la Scrivia, investiti a famiglie genovesi. Un Borbone dominava Parma e Piacenza, col marchesato di Busseto o Stato Pallavicino. Lo Stato Lando di cui era capo Borgotaro, e il ducato di Guastalla col principato di Sabbioneta, a cui erano stati annessi il ducato di Mirandola nel 1710, il principato di Novellara per investitura imperiale nel 1737, e Bozzolo nel Mantovano, con mezzo milione di sudditi. Meno di quattrocentomila n’aveva il ducato di Modena.

In mezzo all’Italia, dal Po fino a Terracina estendevasi lo Stato Pontifizio, vastissimo territorio con appena due milioni e mezzo d’abitanti, e due milioni e mezzo di scudi di rendita. Vero è che tenui erano pure le spese, giacche gl’impiegati o viveano del proprio, o di benefizj, o dei ricavi dell’impiego stesso. Era molto attenuata la rendita ecclesiastica, consistente in qualche piccolo tributo, nella collazione de’ benefizj, nelle dispense, nelle grazie.

Roma possedeva ancora Benevento e Pontecorvo, inchiusi nel Napoletano, Avignone e il contado Venesino in Francia, inoltre l’alto dominio su Parma, Piacenza, le Due Sicilie; possessi e ragioni che impigliavano in frequenti litigi i papi, i quali più non poteano dirigere la politica, non che del mondo, nè tampoco dell’Italia. A repubblica, oltre San Marino, si reggevano ancora Lucca con cenventimila abitanti; Genova con quattrocentomila, e coi cencinquantamila dell’irrequieta Corsica; Venezia che, oltre le coste dell’Adriatico, stendeasi in terraferma sino al Po e all’Oglio con tre milioni di sudditi, nove milioni di ducati di rendita, dodici o quindici vascelli grossi, diciottomila soldati; scarso provvedimento quando il mondo veniva padroneggiato dalle armi. Restavano fra le Alpi la Valtellina sottoposta ai Grigioni, e i baliaggi svizzeri di qua del San Gotardo.

I paesi che più attiravano gli sguardi, erano i nuovi regni delle Due Sicilie e della Sardegna. Nella pace d’Utrecht erasi stipulato colla Francia, formerebbe confine alla Savoja la cresta del Monginevra; sicchè il Piemonte acquistava le fortezze d’Exilles e Fenestrelle, e le valli d’Oulx e Pragelato. Verso l’Italia aveva avuto prima il Monferrato savojardo (Alba e Trino), poi anche il mantovano (Casale e Acqui) nel 1708: nell’anno stesso sottrasse al Milanese la Valsesia, l’Alessandrino, la Lomellina; poi nel 35 il Novarese, e nel 48 il Vigevanasco, Domodossola, Voghera, Bobbio: i confini verso Lombardia furono determinati nei trattati di Mantova 10 giugno 56 e di Vaprio 17 agosto 54; quelli con Ginevra nel trattato di Torino 3 giugno 54: dall’imperatore aveva pure avuto le Langhe, cinquanta piccoli feudi a mezzodì d’Alba e d’Acqui; e nella riviera genovese il contado d’Oneglia: onde il re di Sardegna possedeva tre milioni e mezzo di sudditi, venticinque milioni di rendita e quarantamila soldati. In mezzo a’ suoi Stati il principato di Monaco era conservato dai Grimaldi, cui nel 1759 successero i Matignoni; e nel Vercellese il principato di Masserano, di cui la santa Sede investiva i Ferrero.

Il regno di Napoli e Sicilia comprendeva gli Stati de’ Presidj, cioè Orbetello sulla costa toscana, e Portolongone nell’isola d’Elba con quarantamila abitanti, quasi stazioni avanzate verso l’Alta Italia e il mar Ligure; teneva pure l’alto dominio sull’isola di Malta, importante per la posizione e le insuperabili fortezze, e posseduta dai cavalieri gerosolimitani, che si cernivano dalla nobiltà di tutta Europa; e che incessantemente rincorrevano le navi e le coste barbaresche, non riuscendo però a impedir le correrie, anzi talvolta provocandole[54].

Al 25 ottobre 1713 in Palermo era stato coronato re di Sicilia Vittorio Amedeo di Savoja; poi tumultuosamente vi succedettero dominazione spagnuola e dominazione tedesca; e ai masnadieri di dentro e ai pirati di fuori aggiungendosi le scomuniche, mancava sin quel riposo che deriva dalla servitù assicurata. Gli abitanti eransi abbandonati all’inerzia, nè correano a trafficare nelle Indie, come avrebbero potuto sotto la Spagna. Carlo VI a quel commercio gl’incoraggiava, ma senza pro «per colpa (crede il Foscarini) della morbidezza e fecondità del clima, disadatto a mercare utilità con istento»; quasi il clima fosse mutato dai tempi di Pitagora e di Gerone. Quando Carlo VI stipulò coi Barbareschi fosse rispettata la sua bandiera, con grandissime feste si celebrò un accordo che assicurava le navi sicule e napoletane; ma non poteasi troppo contare sulla fede di quella gente, la quale del resto pretendea vendicarsi delle molestie causatele dai cavalieri di Malta e di santo Stefano[55].

Esso Carlo, nel 1728, ristabilì il tribunale della monarchia, col diritto al re o al suo rappresentante di tenere cappella, cioè coprirsi il capo quando riceve l’incensatore durante la messa solenne, e giudicare e dispensare in materie ecclesiastiche. Ma i Siciliani trovavano il dominio tedesco spilorcio a fronte della splendidezza spagnuola, tirannico per la viva loro natura e pei privilegi che non rispettava; onde tremavano, sommoveansi, e con ciò si attiravano supplizj e perdeano vantaggi. Consolaronsi dunque allorchè la diplomazia li destinò a Carlo III Borbone, il quale al 3 di luglio 1735 fu solennissimamente coronato a Palermo. Non strade, non ponti, non manifatture trovava egli nel regno, moneta disordinata, il commercio de’ grani impacciato; i regj pascoli occupavano cinquanta miglia in lunghezza e da tre in quindici di larghezza, con divieto di piantarvi pur un albero; estesissimi i beni comunali; anche su privati poderi pesava la servitù del pascolo, talchè non si poteano chiudere; fedecommessi, privilegi di caccia, di forni, di molini legavano le proprietà e moltiplicavano le angherie, i litigi, i legulej; vi si contavano fin diecimila feudatarj, ai quali competea la nomina de’ giudici e de’ governatori, e l’imporre pedaggi, decime, servizj di corpo, primizie; trentunmila frati, ventitremila monache, cinquantamila preti, con lauti possessi immuni; non un solo tribunale di giustizia in quattordici provincie; mentre ogni anno molte migliaja d’assassinj commetteansi, e trentamila furti erano denunziati, e tanti gli avvelenamenti in città, che si dovette istituirvi una giunta de’ veleni; intanto che le carceri rigurgitavano di contrabbandieri e violatori delle bandite. Viepiù stretta da vincoli feudali era la Sicilia, con sessantatremila fra preti e monaci, sopra appena un milione e ducentomila abitanti. La nobiltà, sprovvista d’armi e di potenza civile, era flagello al popolo, non freno al re; e nella Calabria esercitava il diritto di pesca, di caccia, di mulino e molte privative, e si vantaggiava del fondo di religione. Pei contratti a voce il proprietario fissava egli stesso il prezzo, al quale i contadini doveano da esso ricevere i grani. Le arti erano legate ancora in corporazioni; monopolio reale impacciava la cultura della seta. Le proprietà restringevansi in poche mani, e il non possidente era gravato da tasse molteplici ed arbitrarie; pesanti dazj d’entrata e uscita; taglie su tutto, fin sull’acqua piovana, oltre servizj personali da marra, da carreggio, da corriere. Il Galanti, mandato più tardi a visitare il Regno, di cui nella bella descrizione rivelò le piaghe, nel feudo di San Gennaro di Palma, quindici miglia da Napoli, trovò che i duemila popolani abitavano in grotte e sotto frascati, case avendo soltanto i ministri del barone; dappertutto diffuse l’inerzia, le ciarlatanerie, la bugia, le superstizioni.

Carlo non ebbe l’accorgimento di perdonare a chi l’avea sfavorito, e col tribunale d’inconfidenza, preseduto dal Tanucci, perseguitò i pochi fautori dell’Austria rimasti: nel resto si applicò a rimediar le piaghe; fortezze, finanze, procedura, monete, studj adagiò; e il lentare dell’oppressione bastava per togliere il deplorabile contrasto fra la politica infelicità e la naturale bellezza d’un paese, che ha suolo ubertoso, intelletti vivi, confini ben protetti, opportunità di mare. Elisabetta Farnese, non volendo che il suo Carlo sfigurasse, gli mandò un milione e mezzo di piastre, con cui ricuperare molti feudi e dominj, venduti o ipotecati. I Seggi, dal re carezzati, nonchè confermar le taglie vecchie, per quanto esorbitanti, ne offrivano di nuove e donativi. Un magistrato d’economia, applicato a rifiorire il commercio e le entrate, di tre milioni vantaggiò l’erario col solo esaminare la legittimità delle esenzioni del clero. Vedendo quanto Livorno fosse giovato dall’attività degli Ebrei, Carlo li accolse e privilegiò ne’ proprj Stati, dond’erano esclusi fin dal tempo di Carlo V, non distinguendoli per abiti o per abitazioni; permise fino portassero bastone e spada, e acquistassero stabili e feudi. Ma il popolo n’aveva ribrezzo; il gesuita Pepe dal pulpito non cessava d’investirli; un cappuccino intimò al re non avrebbe mai successione maschile finchè tollerasse quella genìa; e gl’insulti e le minaccie crebbero al punto, che la più parte se ne partirono.

Con Tripoli e colla Porta Carlo stipulò i privilegi che godeano altre potenze, e fossero rispettate dai Barbareschi la sua bandiera e le coste; nominò consoli su tutti i punti ove dirigevansi suoi negozianti; pose lazzaretti e collegio nautico: ma, al modo d’allora, credeva vantaggiar il commercio col mettere gabelle sulle merci che entravano. Introdusse il lotto e giuochi pubblici.

Ad esempio del consiglio d’Italia usato dagli Spagnuoli, creò una giunta di Sicilia per cercare ed esporre i bisogni del paese, composta di due giurisperiti siciliani e due napoletani, preseduta da un barone parlamentario siciliano che intervenisse a tutte le consulte del re; a soli Siciliani volle si conferissero i vescovadi e i benefizj, a sè però riservando la nomina all’arcivescovado di Palermo; le rendite dell’isola s’adoprassero a crescerne le forze di terra e di mare per difenderla. Nella miserabile peste di Messina del 1743, ove in tre mesi il popolo fu ridotto da quarantacinquemila a undicimila teste, aggiuntasi al morbo la fame perchè non s’era voluto credere al male, soccorse di viveri e di medici.

La Sicilia, conservando i suoi privilegi, rendeva al tesoro appena trecentomila onze, e tutto il regno non più di sessanta milioni di lire, un terzo delle quali andava negl’interessi del debito. Ciò l’impediva dall’acquistar l’importanza che gli competeva; e appena ventiseimila soldati manteneva. Gli sciabechi napoletani, comandati da Giuseppe Martinez, combatterono le saiche barbaresche con valor pari ai cavalieri di Malta; ogni provincia fu obbligata a formare un reggimento, con uffiziali delle primarie famiglie, che chiamati alla Corte, col fatto restarono privi del potere, e staccaronsi dai castelli per legarsi alla nuova dinastia; e nella campagna di Velletri mostrarono l’antico valore.

Le leggi del regno erano un bizzarro contesto di romano, di barbaro, d’arabo, di normanno, decreti angioini, costituzioni aragonesi, prammatiche dei vicerè, consuetudini paesane, farragine inestricabile; poi nei molti casi ove taceano, il giudice restava arbitro della vita e dell’onore; non regolamento di procedura, non pubblicità di giudizj; l’esito delle cause riusciva incerto ed arbitrario, e buon giuoco v’avea l’astuzia, onde numerosissima e potente la classe di paglietti, cioè degli avvocati, alla quale si ascrivevano principalmente i nobili cadetti. Le liti erano perpetuate da appelli, da ricorsi di nullità, da interventi del re; e pel giudizio del truglio, il fiscale e il difensor regio degli accusati poteano venire a patti, mutando il carcere in esiglio o galera, senza terminare il processo, e tanto per vuotare le prigioni; le quali erano affollate a proporzione dell’ignoranza del vulgo. Carlo tentò ripararvi, da Macciucca Vargas, Giuseppe di Gennaro e Pasquale Cirillo facendo compilare il Codice Carolino, che però mai non fu posto in atto. Il marchese Della Sambuca, ministro di Carlo III, pensò rifare l’insegnamento pubblico, al che s’adoprarono i vicerè Stigliano, Caracciolo, Caramanico; l’Università di Palermo ebbe ventidue cattedre, e biblioteca, orto botanico, laboratorio chimico, teatro anatomico; fu migliorata quella di Catania; due collegi pe’ nobili a Palermo e Messina; uno a Palermo per la classe civile; tre dove la bassa gente imparasse arti e mestieri.

Allora di bei nomi fiorì l’isola di Sicilia. Il principe di Biscari ne raccolse e illustrò le antichità; il principe di Torremuzza le monete e le iscrizioni greche, latine, etrusche, arabiche; Gaetano Sarri il gius pubblico; Salvatore Ventimiglia restaurò gli studj a Catania, dond’era vescovo; Alfonso Airoldi, cappellano maggiore, seppe molto innanzi nella diplomatica e nella patria storia; Giuseppe Gioeni palermitano fondò un collegio nautico, e cattedre di scienze morali; un omonimo naturalista istituì l’accademia Gioenia in Catania; molti fondarono seminarj, librerie, accademie, prima che il Governo se ne brigasse. Accompagniamovi gli scienziati Bonanno, Gabriel Settimo, Serina, Ximenes, Giuseppe Ricupero, Vincenzo Miceli (1733-81) autore d’un sistema di metafisica sull’andare di Locke e Hume e inclinato al panteismo di Parmenide che voleva conciliare col cattolicismo, i giuristi Nicolò Spedalieri e Nicolò Fragianni, di cui molto si valse il re nelle controversie con Roma; Emanuele Cangiamila, autore dell’Embriologia sacra e d’istituzioni per gli affogati e i gettatelli; Francesco Testa che scrisse de ortu et progressu juris siculi, Giambattista Caruso, Giovan de Giovanni, Mongitore, Rosario Porpora, Giovanni di Blasi, Domenico Schiavo, Rosario Gregorio, illustratori della storia patria; il cavaliere Giulio Roberto Sanseverino, la cui storia ecclesiastica vollero comparare a Tacito; gli economisti Vincenzo Emanuele Sergio e Paolo Balsamo; Sebastiano Ayala, proponeva una riforma del Dizionario della Crusca; Tommaso Campailla cantò il Mondo creato; Tommaso Natale verseggiò la filosofia leibniziana; Giovanni Meli, usando il patrio dialetto, si pose a fianco ai lirici migliori.

Ercolano, a sei miglia da Napoli sovra un’eminenza vicino al mare, bagnata da due fiumi e cinta da piccole mura, con porti e castello, fu abitata in prima dagli Oschi, poi da Tirreni e Pelasgi, tre generazioni prima della guerra trojana, infine dai Sanniti. Il 5 febbrajo del 63 dopo Cristo, un tremuoto la guastò. Era foriero delle eruzioni del Vesuvio, che silenzioso da tempo immemorabile, il 23 novembre del 79 gittò a furia, e coperse di lava o di lapilli le terre circostanti, ed Ercolano sepellì. Colonne, statue, marmi sappiamo che ne levò Alessandro Severo, poi non se ne parlò più fino al 1711, quando Emanuele di Lorena principe di Elbœuf, cercando marmi per abbellire una villa al Granatello presso Resína, fece un pozzo che per caso riusciva nel teatro d’Ercolano (tom. III, pag. 440), e ne trasse colonne e statue, che parte inviò al principe Eugenio di Savoja, parte a re Luigi di Francia, finchè il Governo riservò a sè gli scavi. Carlo III cominciò a regolarli con assennata curiosità, e riporre ogni trovato in un museo accanto al suo palazzo di Portici, oggetto d’ammirazione ai curiosi, di studio agli antiquarj. Se non che Ercolano è posta sotto al grosso borgo di Resína, che resterebbe diroccato dagli scavi: pure se ne trassero ricchezze incomparabili; alcune parti si posero al giorno; altre, dopo esplorate, tornaronsi a colmare.

Pompej, cittaduccia nove miglia distante, allo sbocco del Sarno, più discosta dal Vesuvio, fu anch’essa sepolta dai lapilli, onde intere vi si conservarono le case. Cessato lo spavento, gli abitanti aveano potuto asportarne le preziosità: nel 1689 uno scavo fortuito ne avea dato conoscenza, ma solo nel 1755 vi si cominciarono ricerche regolari: e poichè lavorasi in aperta campagna, altro ritegno non s’ha se non quello che ingiunge l’attenzione di non guastare, e di passar allo staccio tutta la terra che se ne rimuove; e donde escono tesori nuovi tuttodì.

L’Accademia Ercolanense fu da Carlo III fondata per esaminare e dicifrare quelle antichità, che riproducono la vita antica, quanto alle arti, e più per la domesticità[56].

Il 19 agosto 1743 una flottiglia inglese presentossi davanti a Napoli, e intimò a Carlo III, fra due ore spedisse a richiamar le truppe sue combattenti in Lombardia, se no, bombarderebbe la città. Carlo dovette obbedire; ma di questa umiliazione tanto fremette, che propose di trasferire la residenza regia entro terra. Cominciò allora Caserta e spinse con incredibile celerità un edifizio, che non doveva restare secondo a qualunque altra reggia d’Europa; quando fu posta la prima pietra, fu lasciato il comando delle truppe al Vanvitelli, che le schierò secondo la pianta del futuro palazzo, da lui tracciata con grandiosa unità. Gli avanzi della vicina Capua e del non lontano Pozzuoli, e i marmi onde abbondano la Puglia e la Sicilia, offrirono preziosi materiali; i giardini emularono quelli della superba Versailles in magnificenza, li superano in postura e gusto; e un vero fiume da dodici miglia lontano giungendo per ammirato acquedotto che cinque volte fora la montagna, e passa tre valli sopra ponti, fra cui è meraviglioso quel di Maddaloni a tre arcate sovrapposte, lungo cinquecenquaranta metri, alto sessanta, casca a precipizio, poi a scaglioni.

Carlo, appassionato della caccia fino al vizio[57], un’altra reggia dispose a Portici; e a chi gli avvertiva come questa rimanesse esposta al Vesuvio, rispose: — Ci provvederanno l’Immacolata e san Gennaro». In città volle il teatro più ampio del mondo, e che loda l’architetto Medrano e l’ingegnosissimo esecutore Carasale, retribuitone colla prigione. Maggior encomio merita l’Albergo de’ poveri, disegno del Fuga, dove la miseria non solo è ricoverata e pasciuta, ma educata in ogni mestiero, avviando così a levare i lazzaroni. Un altro ne fu posto in Palermo, dove il vicerè Corsini avea fabbricato e dotato uno spedale, e provvisto agli esposti e ai carcerati.

Portento insieme e gran testimonio della feracità d’Italia è il vedere Carlo profondere in magnificenze nell’atto che usciva da due guerre disastrose, e appena acquistato un paese, sfinito da lungo languore servile. I benefizj arrecati annoverò egli nel decreto ove istituiva l’Ordine di san Gennaro, mostrando riferirne il merito a questo patrono. Perocchè Carlo era anche devoto: vestito di sacco lavava i piedi ai pellegrini, cantava in coro in arredi da canonico, faceva la capannuccia a Natale, serviva messa per acquistar indulgenze; pure concordò col papa per restringere le immunità clericali, il numero de’ preti, le cause ecclesiastiche e gli asili. Restavano ai vescovi i giudizj per la integrità della fede; ma avendo l’arcivescovo Spinelli processato d’eresia quattro cittadini, parve al popolo si tentasse introdurre l’Inquisizione spagnuola; alcuni cavalieri a Carlo esposero queste apprensioni del popolo; e dicendo egli d’aver promesso, entrando, di non permettere quel tribunale, essi soggiunsero: — Quella fu parola di re; or la desideriamo di cavaliere». Egli, accostatosi all’altare e toccandolo colla spada, rinnovò la promessa. Di fatto cassò gli atti del Sant’Uffizio, e impose che la corte ecclesiastica procedesse per le vie ordinarie, nè proferisse senza comunicare gli atti alla potestà laica. Il regno nel ringraziò col regalo di trecenmila ducati[58].

Frattanto in Ispagna Elisabetta Farnese avea cessato di far da padrona sotto il regno del filiastro Ferdinando VI, il quale dominato da ipocondria, si distraeva col canto di Carlo Broschi, musico italiano, famoso col nome di Farinelli. Ferdinando morì anch’egli senza prole, onde Elisabetta, scomparsi quei del primo letto, vedeva sorpassate fin le sue speranze coll’aprirsi la successione al suo Carlo.