C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO XIII.
STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO XIII.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1877
LIBRO DECIMOSESTO
CAPITOLO CLXXV. La Rivoluzione francese.
Dell’imitazione di Francia, sostituita alla evoluzione delle istituzioni patrie e storiche, apparvero gli effetti allorchè quel paese ruppe alla rivoluzione, che non dirigendosi a fini nazionali e speciali come le precedenti, ma a generali concetti, ad un ideale di libertà e d’umanità, valevole in ogni tempo e in ogni luogo, da ciò traea forza e importanza insolite, e il pericolo immanente che deriva dalla coscienza degl’intenti, sopravvivente alle istantanee commozioni. In fatti, scoppiata nel 1789, non è ancor finita oggi ch’io scrivo, dopo ottantott’anni di delitti atroci, di guerre sanguinose, di portenti dell’ingegno e del cuore, e il sovvertimento di tutte le cose umane e divine, e cento tentativi di restaurazione che fallirono tutti perchè, a mettere d’accordo le istituzioni coi costumi non bastano decreti o bajonette, parlamenti o galere.
La Francia, concentrando tutta la gloria e la potenza nel re, tutta l’autorità nel Governo, tutta l’amministrazione nella capitale, avea fissato un oggetto a tutti gli scontenti, un fomite a tutte le passioni, una mira a tutti i novatori: e quell’attività che, divisa fra ciascuna provincia, fra ciascun Comune, sarebbesi sfogata in parziali intenti, si ritorse verso il Governo o per avervi parte o per contrariarlo; gli si appose ogni colpa dacchè voleva arrogarsi ogni merito; ammirando in Inghilterra il reggimento parlamentare, anche i Francesi bramarono circondare il re d’istituzioni rappresentative, dove i nobili principalmente, ma anche i pensatori e gli abbienti potessero esprimere i loro voti e concorrere a far leggi; leggi che sarebbero lo stillato di quella sapienza che da un secolo vagliavano e divulgavano i filosofi, banditrice d’emancipazione, di spregiudizio, di filantropia, di naturali diritti; e che proclamata l’umanità nelle scienze morali come la natura nelle fisiche, instillava all’uomo la persuasione della propria onnipotenza.
Con quale ragione i re esigevano denaro senza chiederne il consenso al popolo contribuente, nè informarlo dell’erogazione? Pertanto, trovandosi angustiate le finanze, si gridò la necessità di radunare a consulta i notabili, e dietro a ciò di convocare gli eletti dello stato clericale, del nobile, del borghese, i quali spinti dal movimento pubblico, ben tosto (1789 19 giugno) presero il nome di Assemblea Nazionale.
La sovranità del popolo era idea antica, e Rousseau aveala ridotta a teoria scientifica congiungendola col diritto naturale e col dogma d’un’intera libertà primitiva, che poteasi nè alienare, nè trasmettere; sicchè la volontà popolare è giustizia, è morale, è religione. Con questi o simili principi i filosofi voleano scomporre lo Stato in idea, per rifarlo secondo la ragion pura; i rivoluzionarj vollero distruggerlo in fatto, per costituirne uno nuovo razionale. Quelli contentavansi di transigere quando avessero la realtà contro di sè, e cercavano giustificare queste transazioni col supposto d’un tacito consenso, purchè se n’appagasse l’interesse teoretico: la rivoluzione invece volle annichilare ogni istituzione che non s’uniformasse a’ suoi predicati di ragion pura. Vedendo difettoso il sistema sociale, rappresentavasi qual tipo di perfezione l’uomo staccato da’ suoi simili, il selvaggio d’America, il figlio della natura. Perciò le costituzioni politiche riguardavano l’uomo isolato, invece di cercare ciò che in ciascuna età doveva convenire agli uomini a norma della precedente[1]: non si dà veruna associazione intermedia fra l’individuo e lo Stato; ben si formano colleganze d’individui e d’interessi, ma senza ordinamento permanente.
Così i teoristi puri; alcuni però vagheggiavano le istituzioni inglesi, non accorgendosi come esse richiedano reciproco spirito di moderazione, profondo sentimento dei diritti delle due parti che si trovano a fronte, e come in nessun paese quanto in Inghilterra sia tanto apprezzata la libertà individuale, eppur tanto diffuso lo spirito d’associazione, mentre i migliori Francesi d’allora predicavano l’apoteosi dell’individuo isolato.
Quest’è vero che, delle libertà che poi la Francia e l’Europa acquistarono, non una sola per avventura ce n’è che non fosse richiesta nelle commissioni che allora i comizj elettorali diedero ai deputati; i nobili abdicarono spontanei ai loro privilegi, e col clero s’eguagliarono al terzo stato; onorata la parola di popolo; formulati i diritti de’ cittadini; il re non essere che primo magistrato: sicchè assodando tali acquisti, poteansi anticipare quelle libertà, le quali invece si pericolarono in orridi esperimenti, che ad alcuni le fanno ancora spaventevoli. La rivoluzione, scoppiata quando appunto sembrava rinascere la concordia fra principi e popolo, dopo un secolo che si lavorava a redimere il genere umano col dargli, non la fede e la grazia, ma la volontà illuminata dalla ragione, mostrossi generosissima da principio, siccome un’ispirazione di sentimento; ma iniziata per improvvida leggerezza delle classi superiori, allattata da una filosofia che non riconosceva legittimo se non ciò che la ragione da sè riuscisse a creare e produrre, ingrandita dalle esitanze dei governanti, fu travolta nel vortice dagli ambiziosi, che, anelando ad un’influenza impossibile in tempi calmi, macchinavano la demolizione senz’ingerirsi della riedificazione; presto cadde in mano di sofisti, che la trassero negli orrori della demagogia; e da quella che prima parve una sommossa, uscì il totale spostamento della società civile dalle storiche sue basi. I deputati, raccoltisi per assodare il trono, gli si ritorsero contro; le assemblee primarie vollero governare; la plebe cominciò a tumultuare; i giornalisti e le conventicole, palestra di chi non ha nè l’elezion popolare, nè la consacrazione d’un carattere e d’un nome rispettato, faceano il loro consueto uffizio di seminar paure, malevolenze, furori, consigli esagerati; i rappresentanti vollero mostrarsi coraggiosi col sagrificare sentimento, opinioni, bene pubblico alla paura e alla popolarità. Luigi XVI, se non le amava, rassegnavasi alle novità che il secolo chiedeva; e al ben del popolo applicando le proposte dei filosofi, e filosofi assumendo a ministri, abbatteva le barriere da questi disapprovate, e dopo le dannose, anche le indifferenti, poi le utili, poi le necessarie; e di concessione in concessione, sempre persuadendosi che fosse l’ultima, si privò una dopo una di tutte le prerogative di re. Ben presto i deputati si eressero in Assemblea Costituente (1789 30 giugno); la parte puritana rivalsa, filantropicamente feroce scannava e scannava, e creava una società di mille ducento tirannicidi; giurati a togliere dal mondo i re. Non era più la nazione che operasse, bensì un partito, il club dei Giacobini, sicchè non impropriamente tutti i fatti di quel periodo sono popolarmente attribuiti, anzichè ai Francesi, ai Giacobini.
I quali dichiararono decaduto il re, poi mandarono al supplizio (1793 21 genn.) lui, sua moglie, sua sorella, e con loro uomini viziosi e uomini santi, intrepidi e codardi, sapienti e ignoranti, deputati e fanciulle, sacerdoti e miscredenti, bottegaj e marchesi, monache e meretrici, vittime e carnefici, con tremenda eguaglianza; centomila vite spegnendo fra gl’insulti d’una plebe cannibale, sopra decreto subitario di giudici implacabili perchè tremanti, i quali non so se più sia obbrobrio all’età passata l’averli prodotti, o alla nostra il pretendere giustificarli. Vedendo ai pensatori sottentrare gli uomini d’azione, poi i trascendenti, poi gl’invidiosi, poi l’infima ciurma, ciascuno strozzando i precedenti, ciascuno portato in trionfo prima d’essere trascinato alla forca, e stabilirsi la peggior tirannide, quella che si associa all’anarchia, molti vennero a discredere alla libertà e pensar necessario il despotismo, sciolto dalle forme e dalle consuetudini che prima lo tenevano nei limiti.
L’Europa aveva esultato alle fauste promesse d’una rivoluzione che accelererebbe l’attuazione del bene; e quegl’Italiani che aveano tenuto l’occhio ai progressi del secolo, si rallegrarono di veder assicurate quella libertà ed eguaglianza che da diciotto secoli erano state dal vangelo severamente annunciate e testè dai filosofi predicate gajamente. Ma come videro fondarle su canoni arbitrarj, dedurne sofistiche e fin scellerate illazioni, distruggere con intolleranza raggionacchiante gli acquisti dei secoli, delle dottrine de’ gran savj abbandonarsi l’applicazione al braccio della canaglia e allo schiamazzo delle meretrici, se ne stomacarono; e mentre dinanzi tesseano idillj con Elvezio, con Rousseau, col Filangieri, sbigottivano alle notizie che confuse ed esagerate giungeano traverso ai pochi giornali e alle proibizioni, parlando solo di decapitazioni, affogamenti, mitraglia, di provincie che mandavano lardoni per ungere la ghigliottina, di Giacobini che giocavano alle palle con teste di nobili, di deputati che prometteano strozzar l’ultimo re colle budella dell’ultimo prete.
Allora parve non solo dovere di principe ma d’uomo il mettere un freno a quel furore, se non altro il protestarvi incontro colla guerra.
Leopoldo II fu il primo che osò avventare la scintilla in quell’ammasso di polvere; e a Mantova combinò (1791 27 agosto), a Pilnitz conchiuse un’alleanza di principi per istrappar dalla prigione i reali di Francia, e la Francia dalle branche dei Terroristi. Questi in risposta gli gettarono la testa del re e di chiunque era sospetto; e quando Leopoldo morì, Francesco II suo giovane figlio e successore si trovò incontro la guerra, ruggente dal Reno alle Alpi, e Francia che, accettata la sfida di Austria, Prussia, Inghilterra, accingevasi a spandere dappertutto i principj che nell’interno avea fatti sanguinosamente trionfare.
Pio VI propose di raccogliere l’Italia tutta in una federazione sotto la sua supremazia. Era il concetto di molti suoi predecessori; il concetto che, cinquant’anni dopo, bastò a indiare chi lo ripropose: ma all’Austria la lega italica facea paura più che l’invasione nemica; Venezia e Genova non voleano pericolare i traffici loro nè i grossi capitali impiegati in Francia; il duca di Modena, sapendo che i suoi antecessori nelle lotte tra Francia ed Austria erano stati sbolzonati qua e là, provvedeva a mettere in serbo tesori; la Toscana parteggiava per le idee francesi e il ministro Manfredino di Rovigo, ne’ cui splendidi circoli brillavano il vecchio Pignoni e i giovani Fossombroni e Neri Corsini, era chiamato il marchese giacobino; laonde il granduca, tuttochè austriaco, fu il primo che riconoscesse la repubblica francese, e Carletti suo ministro a Parigi erasi fin reso sospetto per esuberante patriotismo.
In Corsica l’Assemblea Costituente (1792) avea richiamato l’esule Paoli, che accolto in trionfo a Parigi e per tutta Francia, rivide la patria sperando sarebbe resa libera da que’ Francesi stessi che l’aveano incatenata. E raccomandava di preferire la fusione colla libera Francia a un’indipendenza che troverebbe venditori e usurpatori: — Quante volte non fu a me offerta la sovranità dell’isola! altri potrebbe valersene. Invece noi potremo giovare alla patria come rappresentanti nell’Assemblea, la quale un giorno darà lume e norma all’Europa intiera. Chi sa che gli eloquenti periodi non facciano crollare i troni dei despoti». Insieme diceva: — Deh nell’Assemblea ci fossero meno oratori e filosofi! La Magna Carta degl’Inglesi è breve; breve il bill dei diritti; ma quelle basi della libertà britannica non furono stese alla spensierata. Ora i Francesi cercano l’ottimo, e temo si espongano a perdere il buono; vorrebbero far tutto in una volta, e niente finora han fatto che non possa subito disfarsi».
Poi la sua fede repubblicana vacillò quando vide la Francia divenir empia e sanguinaria, e trafficare di popoli: temeva vendesse la Corsica a Genova, e la barattasse con Piacenza; e in paese l’agitazione facesse prevalere gl’intriganti, i calunniatori, i ladri, gente che guadagna dei torbidi. — Se cotesti signori hanno in sospetto noi che col latte abbiamo succhiato l’amore della libertà e dell’uguaglianza, e per essa sofferto tanto, non sarà lecito a noi tenerci in guardia da certi, il cui patriotismo non data che da tre anni, e che per la patria non hanno sparso sangue, non sofferto esigli, non devastazioni di beni? Pare si voglia tenere la Corsica divisa in partiti, e per lo più chi risolve da lontano si appiglia al peggio». Poi ferito dalle solite ingratitudini popolane, disperò dell’esotica liberazione: — Non avrei mai creduto che ventun anno di despotismo avessero potuto distruggere tanta virtù pubblica, che in poco tempo la libertà avea fatto brillare nel nostro paese. Oh fossi morto il dì che seppi aver i Francesi donato alla nostra patria la libertà! Qual funesto avvenire non si offre alla mia mente! Siamo troppo lontani dal centro del movimento; il potere lontano non vede il male. Se lo vede, scrive lettere oratorie, che nulla valgono su animi impastati d’ignoranza e cupidigia, sconosciuti al mondo ed a se stessi, senz’idea del vero onore, e molto meno della vera gloria. Ah! e tanti sparsero il sangue sotto i miei ordini per dare la libertà a popolo tanto indegno!»
Accusato da compaesani (1793), l’uomo intemerato fu tradotto a scolparsi davanti ai manigoldi di Parigi nei giorni del Terrore. Il deputato Matteo Buttafuoco scrisse (Conduite politique du général Paoli) contro di lui e di Saliceti; ma l’opinione pubblica gli si rivoltò, e in molte parti la colui effigie venne arsa come d’aristocratico[2].
Alfine la Corsica, esacerbata dagli eccessi de’ rivoluzionarj diede ascolto agl’Inglesi e agli altri nemici di Francia, e si ribellò. La repubblica francese, che, minacciata da tutta Europa, a tutti intimava guerra, avea spedito l’ammiraglio Truguet ad occupare la Sardegna, ottima per assicurarsi il Mediterraneo e tener in soggezione i Côrsi. Erasi supposto che quell’isola fosse ostile a’ suoi re per irrequietudini precesse: ma l’ardor nazionale vi rinacque, e sopite le rivalità, ognuno s’avventò alle armi. Fra gli apprestamenti attorno a Cagliari uno è sopraggiunto dal suo personal nemico, che gli avventa ingiurie e minacce; egli ascolta, reprimendo la smania di vendetta, poi curvasi a far una croce in terra; e rialzatosi con fronte risoluta — Per questa croce e per la causa che insieme difendiamo, ora ti perdono: partiti i nemici, ti darò risposta».
Tra per questo e per una sformata procella, i Francesi dovettero ritirarsi lasciando qualche distaccamento; in quell’impresa fecero la prima comparsa due famosi; Massena, nizzardo al servizio piemontese, che vedendo non poter elevarsi perchè non nobile, era passato a Marsiglia, dove oscuro visse finchè la rivoluzione nol chiamò all’armi, e queste portò ai confini italiani, e contro Livenza patria sua, ch’erasi rivoltata ai repubblicani invasori: e Napoleone Buonaparte, giovane côrso, che contemporaneamente avea dalla sua patria assalite le isole dello stretto di Bonifazio, e dovette andarsene egli pure. Esultarono i principi d’Italia della vittoria sarda, faustamente ominandone alle divisate imprese: Pio VI mandava congratulazioni come di gloria immortale[3]: Paoli ne prese animo ad effettuare la sollevazione della sua patria, e cacciati i commissarj francesi, la offrì all’Inghilterra.
Non era a credere che Francia torrebbesi in pace lo smacco sofferto, tanto più che altri casi pareano provocarne le armi. Ucciso il re, la Convenzione deputò Semonville a Costantinopoli per farvi riconoscere la repubblica; ma aveva incarico dai moderati di passare in Toscana, mentre Maret andrebbe a Napoli, onde combinar le guise di salvare gli altri membri della famiglia reale. Per giungervi senza metter piede in terre ostili, essi vennero ne’ Grigioni, donde per la Valtellina passerebbero sul Veneto e al mare. Ma l’Austria, d’accordo coi Planta famiglia allora predominante nella Rezia, pose un agguato presso Chiavenna (25 luglio), e violando il territorio amico, rapì que’ Francesi, e li mandò di prigione in prigione[4].
Roma, sbigottita d’una rivoluzione germogliata dall’empietà, e dell’empietà proclamatrice, interruppe i grandiosi suoi lavori, ospitò generosamente le vittime e i preti perseguitati; e Pio VI sfogava i suoi dolori in concistoro esclamando: — Ah Francia, dai predecessori nostri chiamata specchio di tutta cristianità, come ci sei oggi avversata? come resa più fiera di quanti mai v’ebbe persecutori? Ahi Francia, Francia!»[5] Pure guardavasi dal provocare i furori rivoluzionarj. Ma allorchè vide abolita la religione, trucidati i sacerdoti, invaso il territorio ecclesiastico d’Avignone e del Venesino[6], minacciato se stesso nelle canzoni patriotiche, ove preconizzavansi nuovi Galli alla Roma dei preti, nel suo stemma che bruciavasi, ne’ fantocci che si strascinavano e impiccavano a contumelia di lui, lanciò la scomunica contro la repubblica.
Il cardinale Bernis, perchè ricusò dare il giuramento costituzionale che i rivoluzionarj esigevano dai preti, aveva cessato d’essere rappresentante della Francia a Roma; e verun altro essendovi stato aggradito, lasciavansi regolar le cose dalla legazione di Napoli. Quando si trattò d’esporre lo stemma della repubblica francese, come già erasi fatto a Genova, a Venezia, in Toscana, il papa ricusò. Makau, residente francese in Napoli, scrisse al cardinale Zelada segretario di Stato, poco importare che il papa riconoscesse la repubblica francese, la quale esisteva per propria volontà; ma volere che fra ventiquattro ore fosse posto quello stemma; e in caso d’opposizione o d’oltraggio ad alcun Francese, la gran nazione piglierebbe severa vendetta. Questa intíma egli fece presentare solennemente (1794 31 genn.) da La Flotte uffiziale di marina, e da Ugo Bassville segretario di legazione, i quali da alcuni mesi soggiornavano a Roma trescando; e La Flotte colle parole gravò il tono della lettera, la quale anche fu divulgata.
Nè l’un nè l’altro vestivano carattere uffiziale; onde il Governo avrebbe potuto punirli come sommovitori, eppure trangugiò. Ma quei due uscirono pel Corso colle nappe tricolori, e il popolo ne assalì la carrozza, e gridando — Viva il papa, viva san Pietro» uccise Bassville; a fatica i soldati papali camparono gli altri e l’accademia francese dalla plebaglia, che si buttò a rubare, spogliar botteghe, assalire il ghetto; e per più giorni continuò urlando non voler più Francesi. Alle grida impotenti con grida terribili rispondeva Francia, imprecando all’intolleranza dei preti e agli stiletti degl’Italiani. Ma altrove occupata, per allora dovette contentarsi di mandare emissarj a disporre colle opinioni il trionfo delle armi.
Grande stromento a ciò erano le loggie muratorie; e quelle di Napoli, tratto ardimento dalla vicinanza della flotta francese di La Touche, concentraronsi in un club rivoluzionario, ove discutere di legislazione e di riforme. Donato Frongillo vuolsi ne abbia dato spia; Rey, che Luigi XVI avea destinato ministro di Polizia e che era fuggito a Napoli, vi raccolse prove contro ventimila rei e cinquantamila sospetti di massoneria. Carolina, come austriaca e come sorella di Maria Antonietta, esecrava i Francesi, e la fomentavano Acton e gl’Inglesi, sperando ridurre quell’importantissima regione al loro patronato. Veduta la lunga lista dei proscritti, il marchese del Gallo le diceva, — Mandateli a far un viaggio in Francia, e se sono giacobini torneranno realisti»; ma essa, dalla paura resa spietata e detestando quel vieto pregiudizio che affigge infamia al delatore, empì il paese di spie; di rei e di sospetti le fosse di Castel Sant’Elmo e di Messina; istituì una giunta di Stato che, di cinquanta arrestati, tre mandò a morte, di cui il maggiore avea ventidue anni; altri relegati o in carcere; undici sciolti. Del processante marchese Vanni, giudicato con passione come si fa sempre di questi manigoldi, fu detto esacerbasse i rigori, inventasse le colpe ove non potea trovarne; che processando fin Luigi Medici capo della Polizia, valente uom di Stato, gli contestasse lettere venute di Francia; ma che un giudice integro dimostrò essere scritte su carta fabbricata a Napoli.
A Palermo, scopertasi una congiura (1793 agosto) di trucidare (diceasi) nel venerdì santo l’arcivescovo e i principali e stabilir la repubblica, fu decapitato un De Blasis, impiccati molti. Intanto invitavansi i possidenti a formare sessanta battaglioni di ottocento uomini, e venti squadroni di censessantacinque; si levò straordinariamente il sette per cento sui beni ecclesiastici, e gli argenti non necessarj delle chiese al tre e mezzo, e contro cedole di credito il denaro de’ banchi pubblici, i quali erano ricchi di settanta milioni di franchi per intenti di beneficenza; si raccolsero fin a trentaseimila armati, centodue legni di varia grandezza, con seicentodiciotto cannoni e ottomila seicento uomini di ciurma; e la fame spingea moltissimi ad arrolarsi.
V’ha esagerazione evidente in quanto si disse allora e si scrisse poi contro quel Governo da chi aveva interesse a screditarlo: ma certo esso mancava di buona fede; non osando far appello al patriotismo, domandava gli argenti a titolo di «rimettere in vigore le antiche leggi suntuarie, tanto utili allo Stato»; faceva armi, nè dicea contro chi e perchè: i giovani, insofferenti del bastone tedesco, disertavano; degli altri moriva gran numero ne’ micidiali campi di Sessa e di San Germano.
Insomma i principi d’Italia, non appoggiati all’opinione, sentivano il nembo dalla Francia avvicinarsi alle loro teste; nè di forze tampoco tenevansi provvisti, perchè le precedenti guerre aveano mostrato che da armi straniere si decidevano le sorti nostre, e perchè la succeduta pace ne gli aveva divezzati; e tutti pensavano quel che il granduca diceva: — Principoni, soldati e cannoni; principini, ville e casini». Questo in fatti non armava che quattromila soldati; un migliajo e mezzo Genova, stupendamente fortificata; altrettanti il Modenese; men del doppio Parma; due centinaja Lucca; seimila il papa colle fortezze del Po, d’Ancona e Civitavecchia. La Lombardia, forte per Mantova, Pizzighettone e Milano, non teneva in piedi più di ottomila uomini, cerniti dagli ergastoli o feccia venale; i Francesi nel 1705 v’aveano sperimentato la leva sforzata, ma invano; quando Maria Teresa nel 1759 la ritentò, i giovani fuggivano; Giuseppe II ne esentò questa provincia; e adesso che, scoppiata la guerra della rivoluzione, Francesco II richiedea mille trecento reclute per compire i due reggimenti italiani Belgiojoso e Caprara, lo Stato se ne sgravò coll’obbligarsi di centomila zecchini l’anno finchè tornasse la pace.
Venezia muniva Peschiera, Legnago, Palmanova verso il continente, Zara e Cataro nella Dalmazia, Corfù nel Jonio; l’arsenale ben provvisto, nel 1754 potè allestire cinquanta legni di diversa portata; i duemila suoi soldati erano Schiavoni e Albanesi, nè ai patrizj permetteva i comandi di terra; ma faceva ammaestrare ed esercitare dappertutto le cernide o milizie campagnuole, che erano forse trentamila uomini; e nelle varie provincie tenea da venticinque condottieri di armi, nobili che in compenso d’ottenuti privilegi dovevano alla chiamata comparire con cento uomini a cavallo, armati a loro spese.
Di trentacinquemila uomini era l’esercito napoletano; ma fatto e rifatto in pochi anni, mancava di solidità, e d’uniforme e consentita disciplina. Le somme spese da Acton, e l’apparato belligero davano a credere ai popoli che il Reame figurasse come potenza di mare: ma quella flotta era vistosa abbastanza per compromettere lo Stato, non abbastanza forte per difenderlo. Ed ecco il La Touche con nove vascelli di linea e quattro fregate si presenta a Napoli, intimando alla Corte riconosca il nuovo plenipotenziario francese, tengasi neutrale, disapprovi una nota del suo ministro a Costantinopoli in discredito dell’ambasciatore francese, o bombarderebbe. Si dovette piegare la testa, e Ferdinando IV fu il primo re che riconobbe la repubblica francese.
Solo il Piemonte, dalla sua postura chiamato ad ingrandire per le armi, alimentò lo spirito guerresco con trentacinquemila uomini e quindici castelli. Sotto Carlo Emanuele III una scuola militare fiorì alla disciplina di Alessandro Papacino de Antoni, che scrisse ad uso di quelle l’Architettura militare, l’Esame della polvere, l’Uso delle armi da fuoco, l’Artiglieria pratica e altre opere, tradotte anche in francese, oltre un racconto della guerra del 1753. Vittorio Amedeo III, che diceva stimar più un tamburino che tutti i membri dell’Accademia, nel grosso esercito che riformò nel 76, poi di nuovo nell’86, profuse il tesoro paterno, e crebbe a cenventi milioni il debito pubblico; fabbricò la fortezza di Tortona, compì quella d’Alessandria: ma l’essere sempre generale supremo il re, e alla nobiltà riservati i gradi, impediva di formarsi valenti capitani e di eccitare i soldati colla speranza.
Questo paese per la vicinanza di Francia fu il primo a sentirsi in pericolo. Vittorio Amedeo III (1773-96), non eroe, neppur guerriero benchè soldatesco, seguiva materialmente la politica de’ suoi avi. Devoto, e imparentato con una sorella e con due fratelli di Luigi XVI, credette dovere di cristiano, di re, di parente l’armarsi; diè ricetto ai nobili francesi che uscivano di patria non come vittime ma come ribelli, e che a Torino macchinavano una controrivoluzione; il conte d’Artois che fu poi Carlo X, di là sparpagliava agenti dappertutto, e trovava piacentieri, e prometteva soggiogar presto la Francia; ma il popolo li chiamava quelli della settimana ventura per le sempre prorogate speranze. Re Vittorio cogli altri potentati s’accordò sui modi di soffogare questo che credeva incendio momentaneo, e togliere qui speranza ai novatori, i quali si manifestavano con parole e con qualche mal represso movimento, specialmente in Savoja dove Thonon insorse per unirsi alla repubblica francese e alla ginevrina. Quando Semonville fu spedito a proporgli alleanza colla Francia (1792 7bre), egli nè udire tampoco lo volle; anzi, sollecitato dai fuorusciti e dal nuovo imperatore, allestì a guerra la Savoja e Nizza, e conchiudeva con lord Grenville alleanza contro la Francia, obbligandosi a tener in piedi cinquantamila uomini.
Armi e viveri non mancavano; guarnite le fortezze e gli arsenali; l’Inghilterra, oltre spedire nel Mediterraneo una flotta, lo sussidierebbe di ducentomila sterline l’anno; ordinate preci nelle chiese, su tutta la linea dall’Isero al Varo si distesero truppe piemontesi, poi rinforzate dagli Austriaci. Il movimento era concertato con quel di tutt’Europa, sorta contro la Francia: ma questa pose tre eserciti che tenessero in freno gli alleati sul Reno, il quarto con Montesquiou volse alla Savoja. Avea appena quindicimila uomini, scompigliati, sprovvisti, ma teneva intelligenze nel paese. Benchè da quarantacinque anni godesse pace, e se non contenta fosse almeno tranquilla, con imposte lievi, non cresciute da sessant’anni, pochissimi delitti, nobiltà moderata e non esclusiva, emancipate le persone e le proprietà, a Chambéry ed altrove s’erano insinuati i sommovitori, e sospiravano la libertà francese. Sebbene la Convenzione avesse dichiarato non voler fare conquiste, Montesquiou insisteva perchè s’assalissero i diciottomila Piemontesi; e l’ottenne, incolpando questi re di cento falli speciosi o contestabili, mentre la ragione vera stava nel voler sconcertare gli alleati mediante un grande colpo, e poter condurre anche quest’esercito alla difesa del Reno. Adunque, in nome della nazione francese, e vantandosi di «esser il primo a introdurre le bandiere della libertà in un paese che n’è degno», violò ogni diritto e ogni forma col neppure darne avviso; e dopo fatto giurare alle truppe (7bre) «di rispettare le persone e le cose, non combattere che i satelliti dei tiranni, e proteggere la libertà de’ popoli», egli entrò in Savoja fra gli applausi de’ patrioti, e i balli attorno all’albero, ch’erano alla rivoluzione d’allora ciò che furono i banchetti a quella del 1848. Al 1º ottobre non vi restava più un soldato piemontese; e nello stile enfatico de’ bullettini scriveano i commissarj dell’esercito delle Alpi: — Superammo senza la minima resistenza la barriera che separava la repubblica da un popolo schiavo; l’albero della libertà, i colori nazionali, il ça ira moltiplicavansi sui nostri passi; e i più semplici montanari c’indicavano la strada per la capitale della nuova Francia».
Parve un artifizio quella ritirata, tanto più che la minima resistenza potea scompigliare il piccolo esercito francese quando appunto la guerra volgeasi in peggio sul Reno, e la disobbedienza propagavasi nell’esercito[7]: ma come si conobbe il vero, Lazzari capitano de’ Piemontesi fu sottoposto a consiglio di guerra e degradato, e quest’esercito in tutta Europa tacciato di vile, prima che se ne vedessero di ben più gagliardi e agguerriti fuggire davanti a quei militari improvvisati. Perocchè la nazione intera si avventava alle frontiere, e giovani eroi briachi d’entusiasmo introdussero una tattica nuova, senza riguardi alle vite o ai disagi dell’uomo, nè quartieri d’inverno, nè riposi da marcie, nè tende o baracche; sicchè davanti a quel misto di generosità, di cupidigia, di terrore, che fu carattere della Rivoluzione, anche i migliori ordini degli altri paesi dovettero soccombere alla forza, divenuta supremo movente. Poco andò che anche Nizza fu presa, e scrittovi sulla cattedrale Temple de la raison; e nella festa del 10 agosto 1793 si diede il volo ad uccelli che portavano l’atto costituzionale, per annunziare al mondo la fraternità francese.
Dall’invasa Savoja, i rifuggiti, soliti sparnazzatori di vanti e di sgomenti, fuggirono a torme sopra Torino: ma sebbene l’esercito fosse sfasciato, le popolazioni avverse ai Giacobini sfogavansi in vendette; e coll’antico nome di Barbetti, masnade assalivano e trucidavano alla spicciolata i Francesi nelle montagne nizzarde. Sul mare, Oneglia era centro della pirateria contro la Francia: ma avendo percosso una nave mandata con proposizioni, l’ammiraglio Truguet la bombardò (1792); tutta la gente fuggì, eccetto i frati che si credeano inviolabili, e che furono tutti trucidati, ed arsa la città.
I grossi capitali che i suoi negozianti aveano in Francia, obbligavano la repubblica di Genova a circospezione; d’altra parte unirsi al Piemonte non osava, sapendone la lunga cupidigia; non all’Austria, di cui aveva spezzato i ferri; talchè teneasi di mezzo fra le pretensioni opposte di Parigi e di Londra. Quest’ultima, abusando della marittima superiorità, sorprese in porto la Modesta, fregata francese, e mandò intimare ai Genovesi cessassero ogni comunicazione con Francia, e non ne ricevessero veruna nave: prepotenza inaudita! Poi i Côrsi, alzata bandiera inglese, sfogavano l’odio antico, corseggiando sulle coste.
Essendo chiuso dagl’Inglesi il porto di Genova, la Toscana avrebbe potuto vantaggiarsi collo spedire olj, saponi, grani in Francia: ma Inghilterra le intimò cacciasse tutti i Francesi (11 8bre) e anche l’ambasciadore entro quarantott’ore; e il granduca, avuta garanzia de’ suoi Stati da quella potenza, abbandonò la politica d’interesse per quella di sentimento, e armò, rinnovando la milizia paesana al modo del Machiavelli.
Anche Napoli, malgrado la neutralità stipulata colla Francia, promise unire alle forze inglesi seimila uomini, quattro vascelli di linea e quattro minori ed altrettante fregate e più occorrendo; impedire ogni commercio colla Francia, aprendo invece i porti (12 luglio) alle navi inglesi. Difatto le napoletane corsero colle flotte alleate a predare il ricchissimo arsenale francese di Tolone; ma trovandolo difeso da Napoleone Buonaparte, dovettero ritornarsene con molto spesa e nessun profitto, per propria scusa esagerando il valore e la fierezza de’ Francesi. Subito il re rifece l’esercito, e Acton e Carolina vigilavano personalmente, animavano, faceasi denaro di tutto.
Quando poi Montesquiou, conquistatore della Savoja, fu destituito (1794) dalla repubblica perchè mettea freno ai patriotici assassinj de’ Nizzardi, e le arcadiche atrocità di Robespierre esacerbarono sì che parea le popolazioni si rivolterebbero contro la tirannide de’ Terroristi, la coalizione si rannodò col disegno d’invadere la Francia. Per verità, il Piemonte se avesse concentrate le forze s’un punto solo, e preso accordo coi Lionesi, coi Provenzali, cogli altri Girondini e Federalisti, avrebbe sostenuto la prima figura in quei tentativi, e fors’anche mutato le sorti di Francia[8]. Ma re Vittorio, di molto coraggio e niun’abilità, preferì distendere le sue truppe lungo la frontiera in aspetto di difesa, e aborrendo dallo stendere la mano agli uccisori di suo cognato, preferiva operare di conserva coll’Austria, colla quale a Valenciennes (23 maggio) convenne sulle spartizioni; i paesi che si togliessero a Francia verso Italia, cadrebbero al re in compenso d’altri verso il Milanese ch’e’ cederebbe all’imperatore.
Ma anche nell’esercito piemontese diffondeansi i dogmi rivoluzionarj, propagatore principale il côrso Cervoni, che per compenso fu poi eletto a generale di brigata nell’esercito italiano. I Sardi si erano valorosamente schermiti da’ Francesi; ma non per questo rassegnavansi all’oppressione piemontese, e spedirono una deputazione dei tre ordini a Torino, domandando fossero levati molti abusi, mantenuti i privilegi, raccolti gli stamenti. La Corte la trattenne lungamente a Oneglia, poi permessole di venire, sei mesi le tardò udienza, infine non diè che parole (1793 28 aprile). Avutolo per un oltraggio, Cagliari insorge, nè la forza basta a reprimere; il vicerè e l’arcivescovo partono, s’adunano dappertutto gli stamenti, e si rinviano i Piemontesi impiegati e i vescovi; poi subito i contadini ricusano le prestazioni ai baroni, la demagogia gavazza fra disordini e sangue; e tutto è peggiorato dalle rivalità degli Angiò e dei Petzolo.
Così l’Italia era disunita e fiacca; intanto che la Francia, tuffata la guerra intestina in un mare di sangue, spediva Kellermann (1793), che con cinquantamila uomini rincacciò i Piemontesi, tornati nella Savoja; un altro esercito per la riviera invade Ventimiglia e Oneglia; altri Francesi versavansi dal Cenisio sul Piemonte, non rattenuti che dal forte della Brunetta; e le creste delle Alpi e degli Appennini divennero teatro di fiere battaglie, dove il valore piemontese riscattò gli smacchi della prima campagna, respingendo anche più volte i Francesi. Ma questi procedeano; presero anche l’inespugnabile Saorgio e Col di Tenda. I re, tentennanti di paura, moltiplicano minaccie, arrestano, uccidono, raddoppiano di vigilanza, interdicono ogni convegno anche letterario. Ma dal re di Napoli non si possono ripromettere soccorsi, perchè ha il fuoco in casa: all’Austria, paga di avere assicurata la sua Lombardia dall’invasione, poco caleva che re Vittorio recuperasse i territorj perduti, e mentre accalorava le imprese in Fiandra, qui spediva solo pochi reggimenti comandati dal barone Devins, buon allievo di Laudon, ma vecchio, podagroso, avaro, mentre vecchio e malaticcio pur era il barone Colli, austriaco nato a Vigevano, che ferito nel petto a Belgrado, doveva farsi portare in lettiga, eppure era stato chiamato a capitanare le armi piemontesi[9]. Francia senza perder tempo assale gli alleati nel campo di Dego, li riduce a ritirarsi, e baldanzosamente spiega la bandiera tricolore sulle Alpi marittime e sulle savojarde, a guisa di turbine addensato sulle vette minacciando la sbigottita Italia.
CAPITOLO CLXXVI. Buonaparte in Italia. I Giacobini. Fine di Venezia.
Ogni rivoluzione divora i proprj figli; e come i monarchici erano stati uccisi dai costituzionali, poi i costituzionali dai repubblicanti, e questi dai puritani, e tutti dai terroristi, così venne il giorno che anche i teschi ferini di Danton, Robespierre, Carrier furono gettati nella pozza del sangue da loro versato (1794 luglio). Allora in Francia si osò mostrare umanità e quasi anche giustizia, a qualche innocente aprire le carceri, perdonare, permettere fino il culto; i moderati ripresero aura; i tanti arricchiti coi beni nazionali, colle forniture, colle eredità cascate dalla ghigliottina, col disordine ove sempre guadagnano gli scaltri, bramavano godere dopo tante privazioni e tanti sgomenti; sicchè invocavasi fine alle stragi, riposo dalle sanguinarie convulsioni. Ma poichè a quel terribile agguagliamento non era sopravvissuta che la forza, alla forza si dovette ricorrere per disarmare la plebaglia (1795) e trucidare i Giacobini più ostinati: nel che alla vigorìa di Barras servì l’inesorabile mitraglia del Buonaparte, richiamato dalle Alpi alla caduta di Robespierre. Allora si stabilì una nuova costituzione che tutelasse le acquistate libertà e la repubblica una ed indivisibile (9bre); visto che una Camera sola facilmente diveniva precipitosa e violenta, si volle associare la ragione e l’immaginazione istituendo un Consiglio di cinquecento persone, almeno trentenni, rinnovatesi per terzo ogn’anno; ed uno di ducencinquanta anziani sopra i quarant’anni, ammogliati o vedovi, rinnovatesi al modo stesso, che sanzionava le leggi proposte da quelli, ma che poteano discutersi soltanto dopo tre letture. Tutti i cittadini, dai ventun anno in su, nelle assemblee primarie nominano i membri delle assemblee elettorali, che eleggono i due Consigli, e questi il Direttorio esecutivo, di cinque membri, con ministri responsali; elettivi sono pure i magistrati giudiziali; libera la stampa, ma vietate le società popolari; espulsi per sempre quei ch’erano fuorusciti; sanzionata la vendita dei beni nazionali; liberi i culti, nè stipendiati dal Governo.
Raffazzonata così la civile convivenza, il Direttorio sconnette la coalizione nemica facendo pace con Prussia e Spagna; e poichè la principale sua avversatrice era l’Austria, pensò portarle guerra in Germania non meno che in Italia. E qui comincia l’età omerica della rivoluzione, colle grandi conquiste che le erano necessarie per farsi riconoscere e per diffondere le idee e i sentimenti suoi. Il generale Scherer ingrossato sulle Alpi, con Massena e Serrurier batte Devins e Colli (22-28 9bre), in una serie di fatti che denominaronsi la battaglia di Loano, prendendone tutta l’artiglieria ed il carreggio: i vinti precipitandosi in fuga, non meno che i vincitori stuprando e devastando, lasciarono tutta la Liguria esposta ai Francesi; onde se Scherer allora drizzava sopra Torino, non trovava ostacolo: ma ebbe paura dell’inverno; poi non finiva di rimostrare i bisogni d’un esercito che lasciavasi mancante di tutto; e non vedendosi ascoltato, mandò la dimissione, e fu surrogato da Napoleone Buonaparte (1796 23 febb.).
Discendeva questo da un Guglielmo di Pistoja, che nelle guerre del Quattrocento si stabilì a Sarzana, donde Francesco nel 1530 tramutò la famiglia in Corsica. Ivi i Buonaparte coi Saliceti parteggiavano per Francia; onde al sormontare del Paoli e dei Pozzodiborgo andarono proscritti. Ricoverati a Marsiglia, madama Letizia rimasta vedova, vivea dimessamente; le avvenenti sue figliuole facevano i servigi della casa; i molti maschi correano le fortune di quel tempo, e tra essi Napoleone, nato il 5 agosto 1769, educato dallo zio prete, scriveva in sentimento giacobino, firmandosi Bruto Buonaparte. Entrato nell’esercito, lo trovammo in Sardegna, poi alla difesa di Tolone come artigliere, poi a sedare sanguinosamente le insurrezioni in Parigi. Ora spedito sopra l’Italia, di cui le barriere in ogni parte già erano superate, prometteva, — Fra tre mesi sarò reduce a Parigi, o vincitore a Milano».
Al crescere del pericolo, l’Austria mandò sull’Alpi Beaulieu, generale esercitato sotto il maresciallo Daun, poi segnalatosi nel Brabante e a Fleurus e nel liberare Magonza dai Francesi, e che alla sperienza di vecchio univa spiriti giovanili. Ma non guidava più di trentaduemila soldati, oltre mille ducento cavalli napoletani; e la gelosia toglieva che gli alleati operassero d’accordo. I quali, mentre vantavano tutelare i troni e la società, ruminavano parziali ambizioni; il Piemonte sperava guadagnare la Lombardia a scapito dell’Austria sua alleata, dalla quale non volea lasciar occupare le fortezze; l’Austria di rimpatto sperava ciuffare il Veneto, e ricuperare la Lomellina e il Novarese, sicchè parve poco curare i disastri del Piemonte, persuasa a vicenda che a questo non rincrescerebbe vederla espulsa dal Milanese dov’è destinato a succederle. Il Direttorio dava dunque incarico a Buonaparte di rincacciare gli Austriaci oltre il Po, sicchè i Piemontesi isolati dovessero piegare a buoni accordi.
Buonaparte, moderato nell’ardimento, vedea bisognare altro sistema che le campagne metodiche; e che, colpita l’Austria, ai principotti italiani nulla resterebbe a fare; ma insieme che bisognava smettere la propaganda sovvertitrice; e «se noi (pensava) colla libertà attizziamo la guerra civile in Piemonte e a Genova, e solleviamo le plebi contro i nobili e i preti, ci facciamo rei degli eccessi di tali lotte. Sull’Adige invece possiamo eccitare il patriotismo contro lo straniero, senza nimicare le classi, le quali tutte alla parola Italia Italia, bandita non dal Ticino, ma da Milano o da Bologna, si accorderanno a ristabilire la patria italiana».
A Nizza (20 marzo) egli trovò trentaseimila Francesi in condizione deplorabile; non vesti, non denaro, non cavalli, non viveri; ma coraggio, costanza, impeto repubblicano e bravi capitani, quali Massena senza paura, Augereau spadaccino che trasfondeva il proprio valore ai soldati, il coraggioso ed istrutto svizzero Laharpe, il prode e metodico Serrurier, Berthier eminente nelle particolarità e nel colpo d’occhio, e Miollis, Lannes, Murat, Junot, Marmont, destinati a vivere nella storia quanto gli eroi di Grecia e Roma. Fra loro Buonaparte, smettendo le famigliarità repubblicane, si dà aria di capo benchè sia il più giovane; ai generali distribuisce quattro luigi per uno; ai soldati dice: — Voi male vestiti, male pasciuti; e il Governo che tutto vi deve, nulla può per voi. Io vi condurrò nel paradiso terrestre, dove piani ubertosi, grandi città, laute provincie; dove troverete onore, gloria, ricchezze».
Mentre Beaulieu aspettava d’essere attaccato per Genova, egli procede per la valle della Bormida; e vincitore la prima volta a Montenotte, poi al passo di Millesimo (11-14 aprile), sapendo profittare di quei quarti d’ora che decidono delle battaglie, sbocca sovra il centro nemico, separa gli Austriaci dai Piemontesi, avventasi sopra questi, e da Cherasco proclama: — Italiani, l’esercito di Francia viene a frangere le vostre catene; il popolo francese è amico di tutti i popoli; corretegli incontro; le proprietà, le usanze, la religione vostra saranno rispettate. Faremo la guerra da nemici generosi, e solo coi tiranni che vi tengono servi»; e vincitore a Ceva, Mondovì, difila sopra Torino.
Il re di Sardegna, inquieto anche per le turbolenze sarde (28 aprile), impetra un armistizio: ma tale debolezza, non che salvarlo, mette il suo paese al pieno arbitrio dei nemici, ai quali se avesse tenuto testa, poteva cambiare il corso delle vicende italiche. E nobili e Corte diedero il primo pascolo di adulazioni servili al giovane prode: il quale impose di cedere la Savoja, Nizza e le fortezze di Ceva, Cuneo, Alessandria, Tortona, strada fornita tra Francia e Lombardia; altre smantellarne; amnistia ai repubblicanti; pagar taglie e viveri pei soldati. La Brunetta, con tant’arte e tesori resa insuperabile chiave d’Italia, fu sfasciata senza ostacolo.
Buonaparte, con esercito pasciuto, coll’artiglieria acquistata, con volontarj accorsi, «riportate (com’egli diceva) sei vittorie in quindici giorni, presi ventisei vessilli, cinquantacinque cannoni, molte piazze, quindicimila prigionieri, guadagnato battaglie senz’artiglieria, passato fiumi senza ponti, marciato senza scarpe, serenato senz’acquavite e talora senza pane»[10], per la destra del Po cala verso Lombardia, in pingui convalli, sopra terreno proporzionato alla forza dell’esercito. Entrato sugli Stati di Parma e Piacenza, che sotto i Borboni si erano ristaurati dalle guerre e fiorivano d’agricoltura, arti, commercio, concede al duca armistizio per due milioni di lire, milleseicento cavalli e grano, oltre venti quadri dei migliori. E mentre i Tedeschi l’attendono dritto a Valenza, egli obliquamente passa il Po a Piacenza, batte Beaulieu tardi accorso (9 maggio), a Lodi varca sanguinosamente l’Adda (11 maggio), e arriva a Milano, donde l’arciduca era partito senza resistenza nè compianti, ma con grand’accompagnamento di persone, che dai repubblicani si salvavano sul territorio veneto. Ivi pure rifugge Beaulieu colle truppe austriache, sol tenendo Mantova; poichè il castello di Milano capitolò (29 giugno), e i disertori e migrati che v’erano furono consegnati al generale francese.
Egli, prendendo possesso della Lombardia, bandiva che «ognuno dovesse contribuire al bene generale; goder sicuro delle sue proprietà; esercitare i proprj diritti sotto la scorta della virtù; riconoscendo un Dio, praticando il culto che la sua coscienza gl’ispira; non altra distinzione fra gli uomini che il merito; si ricordassero che verun’opera riesce perfetta di primo getto, e i grandi errori si riparano colle virtù e colla moderazione». Lascia armare le guardie nazionali, fare grandi allegrezze, prevalere quelli ch’erano già capi nelle loggie massoniche, stabilire ritrovi politici e gazzette declamatorie; e tutt’insieme gitta venti milioni per tassa di guerra, cioè il quintuplo di quanto pagavasi in un anno ai tiranni espulsi, e non equamente ripartiti sul censo, ma riscossi arbitrariamente sopra gl’individui. In nome della libertà fece deportare i sessanta membri dell’antica congregazione di Stato; in nome della democrazia rapiva al povero il suo pane, cioè i pegni che aveva deposti ne’ Monti di pietà, e il suo lusso, cioè gli ornamenti delle chiese; tra i vanti di fede pubblica sospendeva i pagamenti del Monte; tra i vanti di protezione rubava i capi d’arte, mascherando d’entusiasmo i calcoli dell’egoismo.
Per dieci altri milioni e viveri e quadri concede armistizio ad Ercole III duca di Modena, buon uomo che, per ammansarlo, aveagli detto, — Ricordatevi che siete de’ nostri» e si udì rispondere, — Io son francese»; e che coi tesori adunati pagando i danni dei sudditi ai quali avea cercato far del bene, si ritirò a Venezia[11].
Buonaparte, alimentato l’esercito, può spedire al bisognoso Direttorio trenta milioni e cento cavalli di lusso, ed altro denaro all’esercito del Reno; atto inusitatissimo fra generali che solo pensavano a rubare e godere. Era suo divisamento di voltare nel Tirolo, e per la valle del Danubio ricongiungersi a Moreau e Jourdan sul Reno: ma il Direttorio ingelositone lo dichiarò chimerico e pericoloso, e ordinogli di lasciare mezzo l’esercito con Kellermann in Lombardia, col resto difilarsi sopra Roma e Napoli. Buonaparte che badava a vincere non a fare dispetti al papa o a un re, conobbe quanto pregiudicherebbe lo spartire il comando e addentrarsi nell’Italia come Carlo VIII; e per mezzo di Giuseppina, amante sua e dapprima amante del direttore Barras trafficante di favori, a disposizione del quale egli mise un milione depositato a Genova, stornò il Direttorio da quel proposito. Al quale scriveva: — Ho fatto la campagna senza consultare nessuno; a nulla di buono sarei riuscito se fosse bisognato acconciarmi col vedere d’un altro. Vinsi forze superiori sebben privo di tutto, perchè persuaso che voi fidavate in me: la mia marcia fu pronta quanto il mio pensiero. Se mi ponete pastoje, non v’aspettate nulla di buono: se mi indebolite dividendo le mie forze, se rompete in Italia l’unità del pensiero militare, avete perduto la più bella occasione d’imporre leggi all’Italia».
Allora egli si dispose ad assediare Mantova, ultimo ricovero della bandiera austriaca, e procedere su per l’Adige. Enumerati pomposamente i trionfi all’esercito, diceva: — Altre marcie forzate ci restano, nemici a sottomettere, allori a cogliere, ingiurie a vendicare. Quei che aguzzarono i pugnali della guerra civile in Francia, tremino: i popoli stieno sicuri; noi siamo amici de’ popoli. Ristabilire il Campidoglio, risuscitare il popolo romano da molti secoli di schiavitù, sarà frutto delle nostre vittorie. Il popolo francese, libero, rispettato da tutti, darà all’Europa una pace gloriosa che la compenserà de’ seienni sagrifizj. Voi tornerete allora ai vostri focolari, e i concittadini additandovi diranno, Egli era nell’esercito d’Italia».
Il pericoloso entusiasmo per la forza fortunata, allora fa eccheggiare dei vanti dell’eroe la Francia, che divezzandosi dall’anarchia, all’ebrezza della libertà va sostituendo quella della gloria; e l’Italia, sospesa fra ansietà, meraviglia e speranza. Egli a ventott’anni carezzato, adulato, chiamato Scipione, Cesare, Giove, sentì svilupparsi la grande ambizione, e conobbe di poter divenire un attore decisivo nella scena politica. — Io era giovane, balioso nella conoscenza di mie forze e avido di cimentarle. I vecchi mustacchi che sdegnavano questo imberbe comandante, ammutolirono davanti alle mie azioni strepitose: severa condotta, austeri principj pareano strani in un figlio della Rivoluzione. Io passava, e l’aria sonava d’applausi; tutto pendeva da me, dotti, ignoranti, ricchi, poveri, magistrati, clero, tutto ai miei piedi; il nome mio sonava caro agl’Italiani. Questo accordo d’omaggi mi invase così, che divenni insensibile a ciò che non fosse gloria; invano le belle italiane faceano pompa de’ loro vezzi; io non vedea che la posterità e la storia. Che tempi! che felicità! che gloria!»
Così, allorchè a Sant’Elena soccombeva al peso di importune memorie, tornava Buonaparte con compiacenza su questa spedizione, ch’è uno splendido episodio per tutta Europa, e una storia delle più attraenti per noi; vi tornava, e con rimorso invano dissimulato vedeva il bene che avrebbe potuto fare alla patria nostra; egli italiano come noi, egli braccio d’un popolo libero; egli capace di sentire la potenza dell’unione e l’efficacia dell’ordinata libertà: pure, dopo cessati gli adulatori, egli si adulava da sè, e, come quelli, arrestavasi sempre sulla gloria militare.
Dalla quale affascinati, i colti Lombardi che aveano letto gli Enciclopedisti poi le gazzette, partecipato a loggie massoniche, librato le innovazioni dei proprj principi, da lui ripromettevansi patria, gloria, libertà, e di diventare nucleo dell’Italia, risorta in poderosa nazione per volontà d’un popolo libero e liberatore. La turba stupiva delle subitanee vittorie dell’eroe italiano, e abbandonavasi volentieri al tripudio del fanciullo che improvvisamente si trova sfasciato, e alle illusioni d’un fausto avvenire; si affezionava a que’ Polacchi che, invano difesa la nazionale libertà, ora combatteano per la nostra; a quei Francesi vivaci, gentili, spassoni, che da lerci e cenciosi rimessi in panni e in carne, faceansi amare dagli uomini e più dalle donne, brillavano in frequenti rassegne, narravano le romanzesche vicende della rivoluzione e della guerra, e le stranianze d’una società che ridendo passò dalle cene voluttuose della Reggenza alla ghigliottina, dagl’idillj di Rousseau alla idrofobia di Marat; e colle canzoni sanguinarie e generose spargeano le idee d’una libertà soldatesca.
Dappertutto agli antichi Governi si sostituirono le municipalità, primo elemento delle nazioni che sorgono, ultimo rifugio dell’autorità che tramonta. A principio vi si collocarono persone, di cui il senno, la ricchezza, la dottrina fossero garanzia d’onorato operare, e fra essi a Milano Pietro Verri e Giuseppe Parini. Ma furono bentosto soppiantati dalla turba impacciosa, ch’è pronta sempre ad usufruttare di vittorie ch’essa non preparò, e che si regge adulando la ciurma colle smargiassate, adulando gli scribacchianti colle parole pompose, adulando i padroni colla codardia e i ladri colla connivenza.
Anche allora il primo uso della libertà consistette nel restringere le libertà; vietato l’andare in volta, e fin l’uscire di città senza passaporti; vietata ogni pubblicità di culto, anche il portare il viatico o sonare le campane; obbligati i preti a montare la guardia nazionale; vietati certi tagli d’abiti, sotto pena dell’arresto; il matrimonio fatto meramente atto civile; violato il secreto delle lettere; intercetti i giornali esteri; imposto agl’impiegati di giurare «odio eterno al governo dei re, degli aristocratici ed oligarchi». I nobili, in paese dove non esistevano nè servaggio nè banalità nè caccie riservate, erano bersaglio di scherni e di accuse quotidiane; e non che abolirne i titoli e spezzarne gl’inconcludenti stemmi fin sui sepolcri aviti, si obbligarono a pesi speciali in nome dell’eguaglianza; richiamati dalla campagna, costretti a tenere i servi, malgrado le decimate fortune. I preti, che non vollero buttarsi nell’orgia, nè menare una donna all’albero per isposarla, doveano subire frequenti insulti in mezzo alla popolazione che continuava a venerarli, ma non aveva energia a difenderli.
Adunque preti, frati, nobili e l’estesissima loro clientela sbigottivano delle irruenti novità, spargeano un cupo sgomento pei regicidi, pei terroristi, pei sovvertitori dei troni e della fede; e quando si videro le larghe promesse riuscire al latrocinio, alle insaziabili imposte, allo sprezzo della religione e delle consuetudini, il popolo fremette e si agitò.
Pavia era occupata da Augereau e Rusca, tutt’altro che moderati, i quali pronunziarono stava male in faccia all’albero della libertà la statua d’un tiranno; tale giudicando quel monumento di bronzo antico, detto il Regisole che non si sa qual cosa rappresenti. E subito la plebe gli fu attorno a ruinarlo, urlando morte agli aristocratici e ai preti. Questi invece pascolavansi della speranza che l’occupazione fosse momentanea, e ad un giorno fisso insorgerebbe Milano (23 maggio), e dal Ticino tornerebbero i Tedeschi. Due soldati prigionieri fuggiti si credettero l’avanguardia; si diè nell’armi; le campane delle ventotto chiese toccarono a martello, e barricate, e lumi; i soldati che non cadono uccisi hanno appena tempo di ricoverare nel castello, ove non avendo da vivere e da curare i feriti, capitolano in numero di quattrocento. Pensate che feste, che trionfi, che accorrere di popolo dalla campagna, che trescare di capitani improvvisati! Ma Buonaparte saputone, accorre; manda a fuoco e sacco Binasco che resiste; e poichè a Pavia spedì invano l’arcivescovo di Milano persuasor di pace, v’entrò a forza e abbandonolla al saccheggio. Molti perirono, fra cui il vicario d’esso arcivescovo; e Buonaparte giurava di volere la testa di cento aristocratici; poi s’accontentò di far passare per l’armi il curato di San Perone, il cancelliere di Bereguardo e alcuni altri, colpevoli o no; portare ostaggi sessanta fra nobili e preti; gettare una tassa; contento di atterrire coll’esempio in su quelle prime[12].
Anche altrove il popolo, sturbato nelle sue abitudini, offeso nelle sue credenze, si stomacava a subbugli di cui non sentiva i vantaggi, e di cui vedeva profittare soltanto i birbi e i trasmodanti. Quindi in molti luoghi insurrezioni: sul lago di Como si stringeva un’armata cattolica per scortare il Viatico e difendere il culto: a Como s’insultò all’albero, e benchè il vescovo e buoni cittadini calmassero l’improvvida turba, si volle sbigottirla con supplizj; così altrove, usando la ferocia d’un governo militare, mentre se ne facea testo a declamare contro i preti e gli aristocratici, imputati al solito di congiure. Saliceti, compatrioto di Buonaparte e famoso commissario, che dava mano agli esagerati, teneva mano ai ladri, scriveva al Direttorio: — Per assicurare la calma ho tolto le armi a qualunque abitante, di nessuno essendo a fidarsi. Da un ventesimo in fuori tutti affezionano l’antico Governo; e di quel ventesimo anche i più dichiarati pe’ Francesi sono spinti da interesse e cupidigia. Li conosco, ne cavo quanto posso, e non mi lascio togliere la mano».
Allora una febbre di mutare mestiere; un cattivo abate si rendeva politico, finanziere un filologo, oratore demagogo uno screditato giornalista, arruffatore di plebi un adulatore di re, libellista un serio filosofo inascoltato; alla democrazia, che schiude un’arena a tutte le forze e capacità, sottentrava quella che porta a spallucce i nani, che produce apoteosi senza virtù, avanzamenti senza merito, cariche senza cognizione nè probità; che alla moderatezza, alla riflessione, alla gravità, necessarj contrappesi dello smanioso moto, impongono di tacere e tirarsi da banda. Audacia, ciancie e convulsioni bastavano ai saccenti che vengono a galla ogniqualvolta si scuota la feccia, più abbondanti ov’è più negletta la politica educazione, e che per l’ingordigia d’essere qualcosa affollano mozioni e decreti, antesignani ogniqualvolta si tratta di diletticare i potenti del giorno, siano i re o i piazzajuoli, purchè lascino loro una settimana onde soddisfare un’ambizione, un rancore, una cupidigia. Il vulgo scribacchiante che pretende avere diretto il torrente, da cui si lasciò strascinare, e crede sue le voci di cui non è che l’eco, arrogavasi di rappresentare il popolo e l’opinione, gridando alto affinchè non s’udissero le ragioni. Quella bordaglia giornalistica, che ogni cominciamento di libera stampa contamina quasi col proposito di farla detestare, imbrattava fogli, tutti iracondia, fraterni vituperj ed empie diatribe, istigando contro chi non partecipasse al suo delirio, o non ne accettasse servilmente tutte le opinioni; scaraventava proclami, in cui la sola cosa degna di considerazione è il vederli, sentimenti e frasi, ripetuti in pari circostanze un mezzo secolo più tardi. Apostolavano un sistema di cui non comprendevano le obbligazioni; destri alle schermaglie della rivoluzione, non alle battaglie della libertà, usavano talento ov’era mestieri di carattere; e coll’audace franchezza onde aveano rovesciate le prime barriere, sfrenavansi da principj e da costumi, in libertà di oltraggio se non anche di delitto.
Quanto di più fermentativo aveano le varie provincie d’Italia, accorreva a Milano, portando lingue e penne anzichè braccia e spade: ivi il metafisico Poli e lo statistico Melchior Gioja, più esagerando per farsi perdonare l’unzione sacerdotale; il Valeriani, autore dell’esame delle XII Tavole; il valente medico Rasori; il Barbieri architetto romano; l’erudito Tambroni, lo storico Beccatini, il Custodi economista; ivi Latanzio, Salvadori, Salfi, Poggi, Abamonti stendeano giornali smargiassi, con lusso d’ingiurie e col limaccioso vezzo di voltare tutto in celia; ivi Ceroni, Fantoni, Foscolo producevano versi accademicamente rivoluzionarj; ivi il romano Gianni[13] improvvisava vituperj ai re ed apoteosi a Buonaparte, incontrastato Tirteo della Cisalpina, finchè non vi capitò il Monti a redimersi delle esagerazioni papali con esagerazioni regicide. Il fermento ne cresceva, e tanto più dacchè, a imitazione sempre di Francia, si apersero i club e il circolo Patriotico, ove persone, balzate dalla venerazione illimitata del potere all’idolatria dell’illimitata libertà individuale, gareggiavano a chi ne scaraventasse di più badiali, pindareggiando un eroismo scevro di pericolo: non v’era persona, non cosa che si rispettasse, non violenza che non si suggerisse o applaudisse, non verità che si tollerasse; bruciando i libri che opinassero diversamente dalla moda, o i giornali che dessero notizie non volute; tacciando di terrorista chi avvisasse de’ pericoli, e intanto supponendo pericoli immaginarj per giustificare provvedimenti smoderati. Da quei circoli partivano le proposizioni di non far assistere da preti i condannati per non allungare il supplizio; d’imporre la tassa progressiva sulle sostanze; d’istituire opifizj nazionali, e accomunare le proprietà; da quelli i sospetti lanciati al popolo in momenti in cui facilmente si convertono in furori; da quelli le denunzie contro vescovi che aveano visitato la loro diocesi senza permesso, o parrochi che aveano fatto una festa: tutto ciò in nome della libertà ed uguaglianza. Altri smaniavano d’originalità con proposte ridicole al buon senso, col guidare feste, organizzare dimostrazioni: fra i quali primeggiò un prete Ranza, maestro d’umanità a Vercelli, le cui smancerie divennero la parte comica di quegli avvenimenti e l’esercizio alle descrizioni del Botta.
Polacchi, Piemontesi, Papalini, Napolitani migrati vi portavano ciascuno declamazioni contro il tiranno del proprio paese; e quale esortava a far rinascere dalle ceneri del Vaticano la fenice dell’antica Roma; quale a sepellire nel Vesuvio i Borboni di Napoli; quale a sperdere le ceneri regali di Superga, e surrogarvi quelle de’ patrioti uccisi; tutti smisurati come chi parla e non opera. Le dottrine indecise di que’ declamatori palesano l’ignoranza delle grandi quistioni messe a dibattimento, ove la sapienza accumulata da’ nostri padri in diciotto secoli si vituperava per razzolare nelle ceneri di Bruto e Timoleone; vedeansi Regoli e Scevola e Scipj e Menenj Agrippa in ogni caporale, in ogni magistrato: in ogni donna prometteansi Clelie e Cornelie. Eppure tutto quel lancio era pretta imitazione; non si sapea che ripetere le massime divulgate in Francia; ogni re essere tiranno; puntelli suoi i preti e i nobili; sovrano unico il popolo, che può in qualsiasi tempo e modo recuperare gli usurpatigli diritti; unico Governo legittimo la repubblica democratica; unica fedeltà quella al popolo, e lode il tradire i principi; nessun intermedio fra l’uomo e Dio, e perciò non dogmi, non culto; tutti pari davanti alla legge, e la legge è arbitra delle vite e delle sostanze, come dominatrice del patto sociale. Dietro a ciò, fare elegie sul popolo, compatire come martire ogni uomo colpito dalla legge, come vittima chiunque fosse gravato da una tassa, o traversato in un suo desiderio; vedere oppressione in ogni ritegno alle inclinazioni, in ogni sacrifizio del comodo o dell’utile individuale al pubblico; iniquità in ogni disuguaglianza, despotismo in ogni autorità.
Fortunatamente v’era più da ridere che da fremere, più illusione negli spiriti, che non viltà e corruzione ne’ cuori: nè degli errori possiamo chiedere conto rigoroso ai nostri, giacchè non erano che stromenti ed ombre degli onnipotenti governatori militari. Un Despinoy comandante di piazza era il despoto di Milano: guai se la municipalità si raccogliesse senza sua saputa! guai se un provvedimento emanasse non da lui autenticato! Fu volta che snudò la spada e la battè fieramente sulla tavola dove si deliberava, intimando la sua volontà; sicchè il Parini abbrancando la sciarpa tricolore che portava sul petto, — Chè non ce la cingete al collo e la stringete?» A Como l’agente Valeri côrso, avuta in mano una satira a sua derisione, ordina che un tal giorno tutti i cittadini in su dai dodici anni si radunino in duomo. In tempi così sospettosi ne nacque un turbamento generale, un interrogarsi a vicenda su quell’ordine misterioso. Ed ecco arrivare i parrochi con dietro la loro plebe, arrivare frati, e tutti in pensosa apprensione: poi come furono dentro, egli ordinò che ciascuno scrivesse il proprio nome, sperando dal confronto de’ caratteri scoprire l’autore di quel libello.
E ferocie e lepidezze molte potrei narrare di costoro; e i nostri gl’imitavano. Un comitato di polizia, sostituendo l’arbitrio dell’uomo all’imparzialità della legge, destituiva, deportava per colpe d’opinione, per antichi meriti, per supposta malevolenza; pretendeva mettere in onore lo spionaggio, e apriva un’urna, ove ciascuno potesse deporre le accuse od offrirsi a delatore, sicuro d’una ricompensa e d’inviolabile segreto[14].
Cangiata la frasca, restava dunque eguale il vino; al posto d’un imperatore e d’un arciduca faceano da tiranno molti generali, commissarj di guerra, municipalisti, più duri perchè nuovi, più avidi perchè sorti di ventura, più tediosi perchè vicini. Peste di quella spedizione, i commissarj di guerra dilapidavano le provincie per impinguare sè e le bagascie; e dappertutto prezzi ad arte rincariti, finte carestie, contratti finti, finti soldati, finti magazzini; si requisivano tele per gli ospedali, e andavano in vendita; prometteasi preservare da imposte chi pagasse, e pagato che avesse veniva disanguato; della chinachina allora costosissima, faceasi traffico, mentre i soldati morivano di febbre; e Italiani teneano il sacco, e la connivenza de’ superiori compravano a prezzo della coscienza, delle mogli, della patria.
Buonaparte chiedeva, non già che costoro non rubassero, ma che, rubando a sazietà, rendessero almeno i servigi necessarj: ma «rubano (scriveva al Direttorio) in maniera così grottesca e sfacciata, che non uno sfuggirebbe al supplizio s’io avessi un mese di tempo». Per liberarsi da questi vampiri, i nostri offersero contribuire un milione al mese alla repubblica francese: fu accettato il patto, non cessò quella rabbia. Il Direttorio di Parigi faceva a mezzo, nè avea riguardo che all’esercito; l’Italia era pingue, e bisognava smungervi principi e repubblicanti; il Milanese sarebbe buono per dare in cambio della Savoja al Piemonte o de’ Paesi Bassi all’imperatore, dunque era bene rovinarlo sicchè men fruttuoso arrivasse a quelli; e senza pudore scriveva a Buonaparte: — Alla prima occasione di terrore, strizzate dai Lombardi quanto potete; fate di guastare anche i loro canali e l’altre opere pubbliche; ma prudenza!» Buonaparte guardavasi dal lasciarne trapelare, anzi blandiva le idee sempre allettatrici di libertà e indipendenza, e ripeteasi amico a tutti i popoli, e massime ai discendenti degli Scipioni e dei Bruti.
Intanto il contagio repubblicano s’appiglia a tutta Italia; e patrioti come si chiamavano da sè, o giacobini come erano chiamati dagli altri, scassinavano il vecchio edifizio. Ad esortazione di Buonaparte che, se non altro aveva il merito di mostrare la colpa e il danno delle nostre divisioni, deputati cisalpini andavano attorno a fraternizzare; la media Italia bolliva d’indipendenza, e Reggio per la prima mandava Paradisi e Re in Milano a festeggiare coi Cisalpini l’incipiente unità italiana. Modena resistette ai patrioti; ma Buonaparte, allegando violato l’armistizio e che «que’ ridicoli principotti cospiravano, ond’egli dovea prevenirli», dichiara decaduto quel duca e libero il suo paese. Bologna e Ferrara ergevansi in repubblica; e Lugo che fece movimento contrario, ebbe sanguinosa punizione da Augereau. Nella legione lombarda Italiani d’ogni paese dimenticavano le annose divisioni; nella polacca i compagni di Kosciusko e i profughi di Germania offrivano il loro valore per noi; i Reggiani affrontandosi cogli Austriaci, offersero le primizie dell’italico valore.
Buonaparte risolve costituire Modena, Bologna, Ferrara, la Romagna, la marca d’Ancona e Parma in repubblica Cispadana; la quale restasse alla Francia qualora dovesse restituire la Lombardia; in compenso al duca di Parma darebbe Roma; potrebbesi anche unire il Piemonte alla Francia, e attribuire a quel re la Lombardia: soliti azzeccamenti della diplomazia sia regia o repubblicana.
Di rimpatto aristocratici, Austriaci, Inglesi, il papa faticavano a puntellare il crollante edifizio con armi e con denaro. L’Austria, sentendo che, se perdesse Mantova, si troverebbe scoperta da questo lato, spedì pel Tirolo e la val Sugana il maresciallo Wurmser (1796 luglio) con sessantamila combattenti. Secondati da diecimila che trovavansi chiusi in quella fortezza, e dai devoti Tirolesi, erano per varcare l’Adige in ogni punto, e prendere Buonaparte in mezzo; onde cadde il cuore ai patrioti, risorse ai rammaricosi. Ma Buonaparte osa abbandonare Mantova inchiodando le artiglierie (30 agosto), e concentrasi alla punta del lago di Garda: ben tosto colla battaglia di Lonato rintegra la sua fortuna; poi a Castiglione compie la campagna, sessantamila uomini avendo superati con trentatremila e colla sua risolutezza.
In Germania il giovane arciduca Carlo spiegava più fortunata strategia contro Jourdan e Moreau: e Buonaparte volea correre a sostenerli; ma Wurmser, accinto a una terza riscossa, divallasi dal Tirolo lungo il Brenta, e lo costringe a dare indietro. Qui si ravvivano le speranze: ma Wurmser battuto a Bassano riuscì a fatica a buttarsi in Mantova (8 7bre), ove rinnovato l’assedio, s’ebbe a soffrire orribile stretta di vittovaglie.
L’Austria, a cui nessuno sforzo parve mai eccessivo per conservare la Lombardia, manda ancora il maresciallo Alvinzy; e questo rinnovellarsi di lotte scoraggia i soldati, non Buonaparte. Vedendo minacciata la linea dell’Adige, gli uffiziali persuadevano di tagliare la costa di Castagnaro, sicchè il fiume, disalveando, sarebbesi misto col Tartaro e colla fossa d’Ostiglia, allagando quant’è fra l’Adige, il mare e il Po sotto Legnago, e con ciò assicurando l’ala destra ed accorciando la linea militare: ma Buonaparte non volle quel guasto. Dopo fiere battaglie attorno ad Arcole (15 novembre) e a Rivoli (16 gennajo 1797), gli Austriaci furono costretti ancora a ritirarsi a Mantova e capitolare (1797 2 febb.), così assicurata l’Italia superiore alla Francia, dopo dieci mesi di mirabili operazioni.
Ma non soltanto come gran guerriero va lodato Buonaparte. Misto portentoso di mobilità e profondità, di audacia e di previdenza, di calcolo e d’entusiasmo, ardito ne’ concetti, prudente nell’esecuzione, affettava ancora il tono di rivoluzionario, e al direttore Röderer scriveva, — Sono un soldato, figlio della rivoluzione, uscito dal popolo, e non soffrirò d’essere insultato come un re»; ma in effetto aspirava a comporre e riordinare; rubava meno degli altri, sebbene accettasse regali per sè, per la donna, pei parenti, e di continuo inviasse denaro alla sua famiglia per educare i fratelli, per dotare le sorelle, per procacciarsi una casa ove riposare se le vicende d’allora lo riducessero ancora al nulla[15]; e sentendosi forte in mezzo ai mediocri, operava senza ed anche contra le istruzioni del Direttorio, concedeva pace e tregua a principi, rimbrottava i commissarj che non facessero a suo modo, guadagnava quelli che, come Clarke, fossero mandati ad esplorarlo.
Da un pezzo egli consigliava al Direttorio di far pace coi più forti Stati d’Italia, e dichiarare l’indipendenza negli altri: di fatto un armistizio egli concesse al re di Napoli (1796 10 8bre), onorevole perchè il sapeva bene armato, ma a patto richiamasse i sussidj forniti all’Inghilterra e all’Austria, aprisse i porti alle navi repubblicane, desse sei milioni per Francia, la quale non favorirebbe l’insurrezione nel paese: dei tanti prigioni di Stato non fece parola.
Morto di colpo Vittorio Amedeo III, che avea messo sua gloria nelle armi, e n’era riuscito povero, vinto, disonorato, Carlo Emanuele IV succedutogli (1796 15 8bre), di santi costumi, di malotica salute e d’immaginazione turbata, comprò l’amicizia di Francia cedendole la Savoja e Nizza, e liberi i passi. Quest’amicizia metteva in pericolo Genova. Ad essa Buonaparte imponeva di frenare i Barbetti che assassinavano i Francesi, e cacciare alcune famiglie suddite ad Austria ed a Napoli, e dare a lui il passo per la Bocchetta. Divincolavansi que’ padri con umilissime scuse; quand’ecco l’ammiraglio inglese Nelson assalta una nave francese in rada e la rapisce: dalla quale prepotenza disgustati, i Genovesi accettano l’amicizia di Francia, escludendo la bandiera britannica.
La Toscana tenevasi quieta e spettatrice della generale effervescenza, ma che giova? Buonaparte ha in pronto querele di proprietà francesi violate; e pur confessando che il granduca serbò imperturbata la neutralità, e che il Direttorio lo trattò vituperosamente, per ordine di questo fende la Toscana a bandiere spiegate, spinge una divisione sopra Livorno (1797 27 giugno), e cacciatane la squadra inglese, col pretesto di vedere se negozianti britannici vi tenessero merci nascoste ordina un generale esame dei libri mercantili, rabbuffa il governatore conte Spanocchi come traditore perchè lasciò sfuggire gl’Inglesi. I mercanti si ricomprarono dalla visita con cinque milioni, fu ordinata una spontanea illuminazione delle case, e gl’impiegati si rassegnarono; ma la popolaglia insorgeva se il municipio e l’arcivescovo di Pisa non l’avessero rattenuta. Buonaparte, confiscate le sostanze d’Inglesi e di Napoletani, occupate le fortezze, pensa spossessare il granduca, soltanto perchè austriaco: intanto solleva la Lunigiana e Massa e Carrara, piantandovi la libertà o almeno l’albero, e suggendone denaro.
La Corsica era ambita dall’Inghilterra, e solo Paoli poteva sostenerne l’indipendenza in faccia alla Francia. — Il popolo côrso che tanto fece per la propria libertà (diceva egli), darà l’ultimo de’ suoi figli, anzichè andare confuso con un altro»; e a chi chiedeva se tanto sangue non dovesse servire che a tingere la porpora d’un principe straniero, — Prima i coralli sormonteranno l’isola, che Paoli s’infami di ciò». Chiamato a Londra e ricevuto con grandi onori, stipulò l’annessione della sua isola colla britannica, conservando nazionalità, religione, leggi. Male vi s’acconciarono i Côrsi; fomentati dai Buonaparte, scossero quel dominio; e Saliceti andò a fare giurare odio alla monarchia, e disporre i suoi patrioti alla nuova servitù. Paoli, perseguito dalla calunnia, rassicurato dalla coscienza, prese allora l’estremo congedo dalla patria: — Saluto tutti i buoni; nè di quelli a cui il mio nome potesse recare qualche rimorso, ricordo altro che le buone azioni. Insorgemmo per la libertà: questa ora si gode nell’isola; che importa da quali mani vi sia derivata? Tutto andrà bene se non più castelli in aria, ma ciascheduno procurerà vantaggiare nella propria sfera, anzichè come pulcini a bocca aperta aspettare da altri l’imbeccata. Chiuderò gli occhi al gran sonno, contento e senza rimorsi sulla mia condotta politica: Iddio mi perdoni il resto». E ritiratosi a Londra, visse fino al 1807, vedendo un suo compatrioto assidersi sul primo trono d’Europa, eppure non rinnegando la fede repubblicana.
Ma l’esercito giacobino non dovea solo spandere rugiada di libertà sui popoli, sibbene turbinare su Roma la vendetta dei tanti mali, che proverbialmente imputavansi al clero di tutta Europa. Il Direttorio scriveva a Buonaparte[16], la religione cattolica sarebbe sempre irreconciliabile colla libertà, e il maggior ostacolo a consolidare la repubblica in Francia; andasse dunque, ne distruggesse il centro, e o la desse a un’altra potenza, per esempio alla Spagna in compenso di Parma, o v’istituisse un Governo che rendesse spregevole quello de’ preti, e papi e cardinali lasciasse annidarsi fuori d’Italia.
Altrimenti la pensava Buonaparte, egli nato non a distruggere ma a sistemare: pure propose di fare una cavalcata sopra gli Stati del papa, e raccorvi il denaro che gli occorreva per difilarsi sopra Vienna. Mosse dunque, e posta all’avanguardia la legione lombarda col generale Lahoz, invano contrastato dal generale Colli a capo de’ Napoletani, depreda Loreto (1797 13 febb.), arricchito di voti da tutto cristianità, e la madonna ne manda a Parigi. Allora fra il popolo pretino di Roma più non si parla che d’Attila e del Borbone; si trafugano robe e persone verso Terracina; e lo scompiglio universale non lascia al papa altro scampo che di venire a patti. Il cardinale Mattei presentatosi umilmente a Tolentino al vincitore, ne accetta una pace (19 febb.), per cui sono ceduti alla repubblica francese il contado Venesino con Avignone, e alla cispadana Bologna, Ferrara e la Romagna; libero passo alle truppe; il papa disapprova l’assassinio di Bassville, e ne risarcisce la famiglia; darà manoscritti e capi d’arte preziosi, fra i quali Buonaparte, egli devoto repubblicano, nominatamente inchiuse i busti di Giunio e Marco Bruto.
Il Governo pontifizio, che già per gli allestimenti avea domandato dai ricchi metà delle gioje, degli ori, degli argenti, dovette chiederne l’altra; buttò carta monetata, e dal clero riscosse un prestito corrispondente al sesto de’ beni che godeva: anche dopo la pace quattro milioni esigettero le truppe, oltre bovi e bufali e allume in quantità e accatti d’ogni maniera. Intanto i commissarj andavano a levare la Bibbia greca, e il Dione Cassio del V secolo, il Virgilio del VI, il Terenzio dell’VIII, la Trasfigurazione di Rafaello, il San Girolamo di Domenichino, l’Apollo e il Laocoonte; d’un altro milione gravando lo Stato per trasportarli.
Nè Carlo VIII di Francia, nè Carlo V d’Austria aveano rapito i capi d’arte a Roma; Federico II di Prussia era entrato due volte in Dresda, due i Russi e gli Austriaci in Berlino, senza toccarne le famose gallerie: ora il latrocinio nuovo mascheravasi di civiltà o d’amore alle arti; e in quest’offesa al diritto delle nazioni, alla politica, al gusto adopravansi Francesi d’alto ingegno e di buon cuore, e dagli Italiani ricevevano somme onde rapire di meno[17]; talmente quella nazione perde ogn’altro vedere quand’è abbagliata dalla gloria. Essa vantava di regalarci ancora a buon prezzo la libertà conquistata col suo sangue: ma l’Italia, se era disgustata dei nobili, dei re, dei preti, serbava affetto per la religione e per le arti; e in questo duplice culto appunto trovavasi oltraggiata imperdonabilmente.
Buonaparte crebbe le fortificazioni d’Ancona, i cui cittadini aveano piantato l’albero, e raccomandava al Direttorio che nella pace la conservasse, come opportuna a dar padronanza nell’Adriatico e predominio sulla Turchia. Avendo egli mandato complimenti alla vicina repubblica di San Marino, e offrirle cannoni ed un aumento di territorio, que’ magistrati risposero: — Semplice costume; intimo sentimento di libertà sono l’unico retaggio tramandatoci dai nostri padri; l’abbiamo conservato fra l’urto de’ secoli; nè conati d’ambizione, nè odio di potenti, nè insidie di nemici potrebbero impunemente attentarci. Questa repubblica, contenta della sua picciolezza, non ardisce accettare l’offerta generosa dell’eroe, nè aspira a un ambizioso ingrandimento, che col tempo potrebbe mettere in compromesso la sua libertà». Fra le gonfiezze universali d’allora ricrea questa semplicità; piace una lezione di temperanza data da pochi montanari all’idolo e terrore del mondo; lezione inutile[18].
Allora Buonaparte torna sull’Adige per assalire Vienna. Audace mossa chi consideri ch’e’ lasciavasi a spalle un paese appena conquistato e molti nemici. Così la campagna d’Italia diveniva principale, e qui, non più in Germania s’aveva a forzare l’imperatore. Al Tagliamento Buonaparte vince (1797 11 marzo) e passa, incalzando l’arciduca Carlo; superate le alpi Noriche, tiene il Tirolo, la Stiria, la Carintia, Trieste, Clagenfurt; e se all’esercito che trionfa sul Reno con Moreau e Jourdan, viene fatto di congiungersi a questo, l’Austria è cancellata dalla carta d’Europa. Ma il Direttorio non ha denari per sostenere quella marcia, sicchè Buonaparte propone pace all’arciduca Carlo, e a Leoben se ne segnano i preliminari.
Colla vecchia Europa riconciliavasi dunque (18 aprile) la Francia repubblicana, ormai convinta che non era possibile farla tutta democratica. Ben seguitavano a predicarlo per sentimento i rivoluzionarj, per maschera i governanti: ma i proclami dei generali dissonavano dalle trattative de’ ministri, il linguaggio diretto ai popoli da quello tenuto coi re. Piantar alberi, drappellare bandiere, mantacare paroloni lasciavasi in Lombardia, eppure il Direttorio avea prestabilito darla all’Austria in cambio dei Paesi Bassi. Se non che Buonaparte le avea posto affezione come a sua creatura, o come al primo gradino d’una grande scala; sicchè pensò cercare qualch’altro compenso per l’Austria, e stabilì di tradire Venezia.
Quelli che contro ai turbini della forza credono valga la prudenza, tacciano Venezia d’avere smentito l’antica reputazione politica coll’affettare sicurezza mentre le tribune parigine rintonavano d’imprecazioni contro la sua nobiltà, i suoi Dieci, i suoi Inquisitori, i suoi piombi, i suoi pozzi. Accuse convenzionali, mentre vera colpa n’era l’ostinarsi a custodire gli ordini, anzichè lo scopo a cui quegli ordini erano diretti. Da ottant’anni sussisteva essa unicamente perchè mancava chi la soggiogasse.
Minacciata dai democratici, essa diffidava dei despoti, e principalmente dell’Austria di cui sapeva esser lungo spasimo; ma credette stornare il pericolo col non confessarlo, e gl’Inquisitori di Stato vietarono di comunicare al senato i sinceri ragguagli, togliendo così il fare proposizioni opportune. Nella micidiale perplessità potea più durarsi quando l’esercito francese già dilagava sul suo territorio? Gli oligarchi proponeano d’armare, e guaj a chi primo violasse i confini. — Abbiamo quindici milioni di sudditi; sul continente italiano venti città popolose e ricche: soldati trarremo dalle isole e dall’Albania, addestrati nell’incessante nimicizia coi Turchi; le cerne della Carnia e del Friuli ci daranno bellissimi granatieri; robusta gioventù le valli della Brenta, dell’Oglio, del Serio, come le pianure del Polesine, del Trevisano, del Veronese, e i colli padovani e bellunesi: pieno è l’arsenale, e le vittorie recenti dell’Emo attestano che l’antica bravura non è morta: buoni ingegneri restaureranno le fortezze: restano risparmj abbondanti, e il patriotismo de’ privati verrà a soccorso». Così gli animosi, mentre i timidi avrebbero preferito gittarsi in braccio all’Austria; ma altri: — Perchè non piuttosto alla Francia? essa vincitrice e repubblicana, essa non interessata a distruggere la nostra repubblica, ma solo a svecchiarla secondo le sue idee».
Si scelse il peggio, la neutralità inerme; e invitata a fare lega colla Francia, la Spagna, la Turchia contro l’Austria, la Signoria protestò che la esistenza riponea nella felicità e nell’affetto de’ sudditi, non aver altra ambizione che di non esporre questi ai mali d’una guerra. Parole d’oro per un congresso della pace, e che avranno solleticato a riso i generali combattenti.
Di fatto, come le operazioni belliche lo portarono, Buonaparte entrò sul Bresciano, protestando non intendeva fare il menomo torto alla Serenissima; Beaulieu coi Tedeschi ne toglie pretesto di violare anch’egli il territorio, e sorprendere Peschiera: ma quando Buonaparte ebbe vinto a Borghetto e passato il Mincio, quegli dovette lasciarla e ritirarsi pel Tirolo, mentre i Francesi presero stanza in quella fortezza, e invasero anche Verona (1796 giugno). L’ordine di mandarla in fiamme come ricovero del conte di Provenza, fratello dell’ucciso re; Buonaparte non l’eseguì, ma ebbe tutta la linea dell’Adige, e così agevolato l’assedio di Mantova. Con altrettanta buona fede il generale Cervoni aveva sorpreso il castello di Bergamo, levato le lettere da quella posta, e dalla casa Terzi il tesoro depostovi dall’arciduca quando fuggiva da Milano; del quale una preziosa scatola di viaggio, da Maria Antonietta regalata alla nostra Beatrice, crebbe il corredo della donna di Buonaparte[19].
A tal modo trattavasi una repubblica, addossandole poi tante accuse quante si suole a chi vuolsi sagrificare, e ritessendo con essa i turpi maneggi, praticati dianzi dai re colla Polonia. Singolarmente vi si mantenevano emissarj «per promuovere lo spirito pubblico, sviluppare l’energia, consolidare la libertà»; cioè fomentare gli odj e le fazioni. I nobili esclusi dal libro d’oro macchinavano contro l’oligarchia, i poveri contro i ricchi, i gentiluomini della terraferma contro quei della dominante. In Milano un comitato espresso attendeva a rivoltare la terraferma veneta, capi il Porro milanese, i bresciani Lechi, Gámbara, Beccalosi, i bergamaschi Alessandri, Caleppio, Adelasio. In fatto il 12 marzo si solleva Bergamo, ai 18 Brescia, poi Crema, cacciando i magistrati veneti. La Serenissima mandò a querelarsene; e Buonaparte le esibì di venire colle armi a sottometter egli stesso le città ribelli; la repubblica nol consentì ma doveva aspettar inerme il proprio sfasciamento, e intanto mantenere con un milione al mese le truppe francesi: le quali non solo volevano i viveri, ma toglievano i bovi e i cavalli occorrenti all’agricoltura, disperdeano il vino nelle cantine, tagliavano gli alberi fruttiferi, batteano, violavano, uccideano, mentre gli abbondanzieri impinguavano della miseria de’ soldati e degli abitanti. Perchè gl’imperiali avrebbero operato più moralmente che i Repubblicani? e chi n’andava di mezzo era la neutra Venezia, era il popolo innocente. I paesani domandavano armi per difendersi; ma la Signoria calmava, assopiva, esortava a pazienza; chiunque mostrasse sdegno o compassione veniva in grido d’aristocratico ed austriacante.
Ma i montanari delle valli Camonica, Trompia, Sabbia insorsero (1797 marzo) armati contro le novità, capitanati dal conte Fioravanti: Salò respinse i repubblicani, comandati da Lechi, e lui fecero prigioniero. Verona, ridotta a puzzolenta caserma, facea schifo agli stessi cittadini; e se non bastavano le violenze a’ privati, furono rotte le porte delle fortificazioni, tolte le chiavi della città, le artiglierie dalle mura, le munizioni dai magazzini, i ponti. La gente indignata afferrò le armi, e trucidò da quattrocento Francesi in cinque giornate. Il fatto deplorabile grida vendetta: accorrono Francesi e Lombardi con Lahoz e Buonaparte, che affrettatosi a soscrivere l’armistizio di Leoben, punì ferocemente Verona, e le impose taglie così esorbitanti, che Augereau stesso dovette mostrargliele impossibili.
Buonaparte attribuiva ogni colpa al senato, mentre i democratici nella capitale urlavano contro il patrio Governo, come contro i re e il papa. Secondo soleasi nei frangenti, Venezia aveva intimato che nessuna nave estera penetrasse nell’estuario. Un legno francese di corso, inseguito dagli Austriaci, ricoverò sotto il cannone di Lido, e fu fulminato e preso dagl’indignati Schiavoni (1797 17 aprile). Crebbe allora lo scalpore, e Buonaparte ai deputati spediti a scagionarsi rispondeva: — Quando avevo a fronte il nemico, offersi l’alleanza di Francia e fu ricusata: ora che dispongo di ottantamila uomini non voglio udire condizioni, ma dettarle. Io sarò un altro Attila per Venezia; più inquisitori, più libro d’oro, rimasugli della barbarie; il vostro Governo è decrepito»; e dopo minaccie, promesse, lungagne le indíce guerra, senza brigarsi che questo diritto era riservato ai Cinquecento.
Anche dopo perduto il continente, Venezia potea reggersi, ove le fosse bastato costanza quanto al tempo della lega di Cambrai, o quanto poi nel 1848. Essa contava ventidue vascelli dai settanta ai cinquantacinque cannoni, quindici fregate, ventitre galere e molti legni minori, e un ricchissimo arredo di bocche da fuoco e d’ogni occorrente per allestire la flotta e le fortezze. Per munire le lagune e provvedere al passaggio delle truppe straniere impose il dieci per cento sulle pigioni, una tassa sulle gondole e i servi, una taglia sulle arti; ma appena ricavò seicensessantaduemila ducati, mentre i doni spontanei salsero a novecentomila: fece prestiti, levò i pegni ai Monti di pietà, le argenterie alle chiese e alle confraternite, ricchi e grandiosi corpi, i quali per la patria non ricusavano verun sagrifizio[20]. Se avesse adoprato tutti i suoi mezzi, chi potea valutare quanto tempo costerebbe ai Francesi l’impresa? e per poco che durasse (riflette Buonaparte)[21] qual effetto la resistenza produrrebbe sul resto d’Italia?
Ma ai consigli mancava la risolutezza che salva; l’occupazione de’ beni in terraferma desolava i patrizj; d’altra parte trapelava che a Leoben già si fosse patteggiata la vendita delle provincie venete. Dal terrore altrui prendeano spirito i democratici, cioè i fautori dei Francesi, i quali imitandone le arroganze, davano d’urto a tutto che sentisse d’italiano. Sperossi salvare il leone col torgli dalle branche il vangelo e mettergli i diritti dell’uomo, ma non bastò e veniva abbattuto da ogni parte: Padova minacciava interrompere i canali che avvicinano l’acqua dolce alla metropoli: molti agognavano d’essere i primi a disertare dalla patria per avere posti e guadagni nell’ordine nuovo.
Mentre i patrioti gridano Viva la libertà, il popolo grida Viva san Marco, e infuria contro di quelli; gli Schiavoni saccheggiano le case, i Dalmati, avversi sempre ai Francesi, e più dacchè questi aveano vilipesi i loro soldati a servizio della Serenissima, si ammutinano, trucidano i novatori, e bisogna domarli col cannone.
I Manini di Firenze, mutatisi per le patrie turbolenze a Udine, col soccorrere generosamente ai bisogni di Venezia v’ottennero il patriziato. Lodovico, discendente da quelli, come procuratore di Vicenza, di Verona, di Brescia, tanto ben meritò, che la Serenissima lo elesse procuratore di San Marco, poi doge il 1789, quantunque non venisse dalle antiche famiglie tribunizie. Splendidissimamente si solennizzavano queste elezioni[22], e in quella del Manin fu gittato denaro a profusione alla plebe nel giro consueto della piazza, diecimila ducati ai nobili poveri, pane e vino a chi ne volle: ma basta leggere la promissione ducale impostagli per tor molta ragione alle accuse che gli si danno di negligenza e debolezza, chè male può fasciarsi un uomo, poi dirgli cammina. In fatto egli non seppe che esibire di rinunziare la sua carica ai rivoltosi; pusillanimità applauditagli come eroismo; e l’unico lamento di lui sonò: — Non semo nemmanco sicuri sta notte nel nostro letto».
Mandasi a Parigi a trattare a qualunque siansi condizioni, e per averlo meno triste si profonde oro al venale direttore Barras[23]: poi il granconsiglio rinunzia all’ereditaria aristocrazia, riconosce la sovranità del popolo, e alla repubblica francese consente sei milioni, venti quadri e cinquecento manoscritti: per ordine di Francia si scarcerano i detenuti politici, cioè quelli che tramavano contro la repubblica, si puniscono gl’Inquisitori e il comandante di Lido, si licenzia la milizia schiavona.
Con tante bassezze speravasi salvar almeno l’indipendenza; ma dentro trescavano i demagoghi, e n’era centro Villetard segretario della legazione francese, e principale turcimanno il Battagia. I cospiratori spingono il granconsiglio (1797 12 maggio) a decretare sia introdotta guarnigione francese, e viene istituita una nuova municipalità. Coloro che aveano trionfato del demolire la Bastiglia, e trionfato al paro dello scannare migliaja d’ingiudicati all’Abadia e al Carmine, gemeano e fremeano sull’efferatezza delle carceri di Venezia; e dimenticando quanti patrioti giacessero in ben altro squallore nelle regie carceri sottomarine di Messina e nelle alpestri di Fenestrelle, vollero s’aprissero (16 maggio) gli orribili pozzi e i piombi ricantati, e vi trovarono... un prigioniero.
Buonaparte, lieto d’un’occasione che diminuiva infamia ai preliminari di Leoben, finse un accordo col granconsiglio: ma, secondo avea concertato, il Direttorio francese[24] ricusa le stipulazioni fatte con un corpo che avea cessato d’esistere; ricusa le riserve, pur tenendo saldi gli obblighi che v’erano convenuti; onde si decreta abolita l’aristocrazia, diano tre milioni in denaro, tre in munizioni navali, tre vascelli di guerra, due fregate[25].
Stabilita la municipalità democratica, cominciano le solite gazzarre popolane contro tutti i resti dell’antico dominio; si rilasciano i condannati in galera, si distribuiscono al popolo quattordicimila ducati; il dì della Pentecoste piantasi l’albero parodiando il Veni Creator, e si manda a sperpero e saccheggio il palazzo ducale, testimonio di tanta sapienza politica, tanta virtù patriotica, tanti omaggi di re, tante devozioni di ministri; e i tributi di tutto il mondo, e le rarità di cui da secoli i viaggiatori faceano patriotica offerta, e i doni dei sultani di Bagdad, d’Egitto, di Costantinopoli, vanno preda del popolo sovrano e degli speculatori; stracciansi le bandiere, monumenti d’insigni vittorie; si pone il fuoco al seggio ducale, e il libro d’oro è arso con ischiamazzante solennità[26]. Poi vennero le consuete depredazioni delle casse, fra cui ducentomila zecchini depositati dal duca di Modena, poi dei capi d’arte nelle chiese e ne’ musei, il Giove Egioco della biblioteca, il san Pietro martire, la Fede del doge Grimani, il Martirio di san Lorenzo del Tiziano, lo schiavo liberato e la sant’Agnese del Tintoretto, il ratto d’Europa, una Madonna, il convito in casa di Levi di Paolo Veronese, una Madonna di Gian Bellino ed altri dipinti, e ducento preziosi codici. Dal tesoro di San Marco si trassero le gemme de’ reliquarj, e l’oro si mandava alle zecche: delle armi bellissime e storiche conservate presso il consiglio dei Dieci, fecero preda gli uffiziali: saccheggiato l’arsenale che aveva quarantasette cale, nove tettoje acquatiche, trentatre cantieri pel legname, una corderia unica al mondo, arricchita dai boschi di Montello, di Cansiglio, dell’Istria, dal rame d’Agordo, dalla canapa ferrarese e bolognese; il bucintoro e i peatoni, di cui la ricchezza e gl’intagli destavano meraviglia nelle feste del doge, andarono arsi o sconquassati; affondaronsi alcune navi. Non bastando il denaro, Haller e Serrurier facevano darsi per ducencinquantamila franchi in catrame, il doppio in sartiame, altrettanto in àncore e ferraglie, trecencinquantamila in sevo e ragia, quattrocentomila in tela da vele, settecentomila in canapa; e si tentò spegnerne fin le ultime industrie veneziane[27]. Altrettanti segni di rapacità lascia Massena a Padova; e vuolsi valutare a cinquanta milioni di ducati lo spoglio pubblico. Fin dalle gallerie private si tolsero quadri e medaglie e cammei, e per ultimo insulto il leone della Piazzetta, e i cavalli che diconsi di Lisippo. A Lallemant, capo del sistematico ladroneccio, furono regalati sette cammei. Il vulgo, vedendo i Francesi rubare, rubare i municipalisti, si buttò a rubare anch’esso; altri Veneziani, e non tutti ebrei, compravano il rubato dai Francesi e dal vulgo. Il municipale Dandolo ordinava una nota di tutti i benestanti per confiscare quel che avessero d’oro, argento, contanti, gioje di là del necessario: e solo l’accidente impedì d’attuare un insano decreto della municipalità, che traeva al fisco le sostanze eccedenti la rendita di cinquemila ducati.
Intanto un avviso esortava gli artisti: — Orsù, incisori, dateci l’effigie di quel grande che beneficò l’umanità col sublime trattato Dei delitti e delle pene; sia quella effigie incoronata dalla filosofia; le stia presso in atto riconoscente Italia, cinta degli emblemi della libertà; l’immortalità dall’altro canto tenga in mano il maraviglioso sapiente dettato». Le procuratìe nuove e le vecchie doveano nominarsi galleria della libertà e dell’eguaglianza: sul libro del leone si scrisse, Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino; e tutti a leggere giornali, tutti accorrere ai teatri, sonanti d’insulti ai re, ai nobili, ai preti, ai magistrati; i cittadini indossavano la carmagnola degli operaj; le donne procedeano seminude in tuniche all’ateniese aperte sul fianco, in farsetti all’umanità, cappellini alla Pamela, chioma raccorcia alla ghigliottina; e satire e caricature scompisciavano il lacero manto e le glorie di sedici secoli. Vero è che non mancavano insulti all’albero della libertà, ed alla figura di questa surrogavansi in più luoghi le aquile e Viva l’Austria e l’arciduca Carlo; il che causò qualche supplizio. I Dalmati infuriati trucidarono alcune truppe giacobine a Sebenico, e il console di Francia e la moglie; apersero le prigioni, s’impossessarono delle artiglierie dicendo voler adoprarle contro i democratici di Venezia: così a Trau, a Spalatro, a Zara, dove la gente di campagna accorse distruggendo quanto sapesse di rivoluzionario, uccidendo chi in fama di democratico, deliberata piuttosto a darsi a Casa d’Austria.
L’Austria, non che lamentarsi che i Giacobini scorressero a nuovi acquisti, pensò trarne profitto, ed occupò l’Istria e la Dalmazia, possessi veneti, «volendo l’imperatore preservare la tranquillità de’ suoi sudditi dallo spirito di vertigine delle vicine provincie»; e si stese fin a Cattaro, facendosi giurar fede da quello strano misto di razze, di culti, di lingue. Venezia chiedeva a Buonaparte snidasse quegl’invasori; ed egli le permise d’allestire una spedizione pel Levante. Era una nuova perfidia di Buonaparte per trarre la flotta fuori del porto, e così sguarnire la capitale. Veleggiò essa in fatto a Corfù, ma con insegne francesi, e da Francesi fu preso il governo anche delle Jonie[28].
Buonaparte facea far feste a Venezia, e vi mandò la propria moglie, che fu caricata di doni nella speranza che ammanserebbe il liberticida, come l’avea sperato Pio VI nell’offrirle statue e una collana di cammei: egli intanto a Campoformio (1797 16 8bre) conchiudeva il mercato[29]. Il Direttorio aveagli imposto l’emancipazione dell’intera Italia; ma egli dissobbedisce e assegna l’Adige e Mantova alla riconosciuta Cisalpina, Magonza e l’isole Jonie alla Francia; obbliga l’imperatore a dare la Brisgovia in compenso al duca di Modena; a Casa d’Austria abbandona la lungamente agognata Venezia col Friuli, l’Istria, la Dalmazia, le Bocche di Cattaro. Sì bene il ministro Cobentzel avea saputo carezzare l’indovinata ambizione di Buonaparte, che tutto il profitto toccò all’Austria; la quale, colla perseveranza che si ammira anche in causa che si disapprova, dopo tante sconfitte si rifacea della perdita de’ Paesi Bassi aquistando il mare e l’immediata congiunzione delle provincie italiane colle sue slave, toccando anche alla Turchia ond’essere pronta a partecipare al più o men vicino ma inevitabile spartimento di quella. Quanto alla Cisalpina essa confidava ricuperarsela. I Parigini mostrarono tanta esultanza della conchiusa pace, che il Direttorio non osò palesarsi scontento dell’operato di Buonaparte.
Trattavasi di metter le catene a quella Venezia, che aveano suscitato a rivoluzione col pretesto di liberarla. Già le si era tolta la flotta, e distrutto quanto potesse servire all’imperatore per crearne una nuova. Il Villetard, fanatico se non colpevole stromento di quella tradigione, dovette annunziare alla donna dell’Adriatico la sorte destinatale (1798 gennajo), promettendo ricovero e patria in Francia o nella Cisalpina a chi volesse. Come un compenso, ai magistrati suggerì d’arricchirsi colle spoglie della patria; ma dovette rescrivere al Buonaparte: — Trovai ne’ municipali animo troppo alto sicchè volessero cooperare a quanto per me proponeste: Cercheremo libera terra, risposero, preferendo all’infamia la libertà». Buonaparte rispondeva insultando: — E che? la repubblica francese spargerà il suo prezioso sangue per altri popoli? I Veneziani sono ciarlieri dissennati e codardi, che non sanno se non fuggire. Se rifiutano arricchirsi delle prede pubbliche, non è probità, non altezza d’animo». Ma quando ai loro lamenti egli replicò, — Ebbene difendetevi», il veronese De Angeli proruppe: — Traditore, rendici quell’armi che ci hai rapite».
Venezia ch’era vissuta tredici secoli, con pochissime sommosse e neppur una guerra civile, finì spossata; eppure fra tante ruine di quel tempo destò vivo rammarico pei vilissimi artifizj, e lasciò un affettuoso desiderio in quegli stessi che erano compianti come suoi servi. Gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia non sapeano darsene pace, e nel consegnare all’austriaco generale il vessillo di San Marco, versavano lacrime solenni al cospetto de’ nuovi padroni; alcuni ne mostravano tale accoramento, che fin i soldati austriaci commossi lasciavano che il conservassero. A Zara, lo stendardo si porta in duomo, il maresciallo Strático lo consegna al vicario generale monsignor Armani che intonato il De profundis e lasciatolo baciar con entusiasmo ai cittadini lo sepellisce: così a Pirano, così altrove; intanto che i vincitori e i venduti tentavano strappar a Venezia fin la pietà, ultimo diritto della sventura, diffamandola a guisa del giovinastro che espone alle risa la donna ch’egli contaminò.
CAPITOLO CLXXVII. La Cisalpina. Conquista di Roma, Napoli e Piemonte.
La repubblica francese toccava all’apogeo; estesa dai Pirenei al Reno, dall’Oceano al Po; sostenuta da generali prodi, non ancora disonorati da egoistica ambizione; rinnovato colla Spagna il patto di famiglia; l’Impero e l’Austria ridotti ad accettar la pace; Inghilterra non avea potuto impedirle di acquistare i Paesi Bassi e di predominare nell’Olanda, e mal reggeva da sola alla guerra, di cui era stata l’anima e la cassiera. Il mareggio che succede alla procella non era finito, ma la durata di quindici mesi già dava qualche consistenza al Direttorio, che venuto in credito per le vittorie di Buonaparte, potè reprimere violentemente e i Realisti, e i Terroristi, e circondatosi di altre repubbliche, pensava a sistemarle.
Primogenita di queste, la Cisalpina fin allora restava ad uno di que’ governi militari, che fanno schifo a chi abbia sentimento dell’ordine e del dovere. Buonaparte, uom di guerra e di disciplina, teneva altro linguaggio che il gonfio e iracondo de’ repubblicanti; non irritava i preti, blandiva i ricchi, e pensando che mal si costruisce sul popolo mobile e capriccioso, repudiava gli esuberanti per rannodarsi i moderati, e cingeasi coi nomi storici de’ Visconti, de’ Melzi, de’ Litta, de’ Serbelloni, de’ Contarini, de’ Morosini. Ergevasi anche protettore de’ dotti, e appena entrato in Milano scrisse all’astronomo Oriani: — Le scienze e le arti devono nelle repubbliche essere onorate, e chi vi primeggia nel sapere è francese, ovunque sia nato. So che a Milano i dotti non godono la considerazione che meritano; ritirati ne’ gabinetti o ne’ laboratorj, credonsi fortunati quando i re e i preti non li molestino. Oggi tutto mutò; il pensiero è libero in Italia; non più inquisizione, non intolleranze, non diverbj teologici. Invito i dotti a farmi conoscere come dare alle scienze e alle arti belle nuova vita ed essere nuovo. Chi di essi vorrà andare in Francia, sarà accolto con onore; il popolo francese stima più l’acquisto d’un matematico, d’un pittore, d’un erudito, che della città più ricca. Cittadino Oriani, spiegate voi questi sensi del popolo francese ai dotti di Lombardia».
Il nostro patriotismo suole andar in solluchero allorchè qualche straniero sparla di noi, consolazione che non ci si lascia scarseggiare. L’Oriani, più semplice e perciò più vero, rispondeva alla superba compassione del Buonaparte che «i letterati di Milano non erano stati negletti nè vilipesi dal Governo, anzi godeano oneste pensioni e stima proporzionata al merito; anche nella guerra presente n’erano stati puntuali gli assegni, i quali sol da poche settimane cessarono, a gran costernazione di poche famiglie; sicchè l’unico modo di farne cessare le calamità e d’affezionarli alla repubblica francese, sarebbe di rimetterne in corso i soldi». Soggiungeva volesse il generale attribuire tali parole all’amor suo per la verità e la giustizia: chè, quanto a lui, avea pochi bisogni, ed era sicuro di trovar da vivere in qualunque paese, ed anche allora stava in lui l’accettare una cattedra ben provveduta in una delle più celebri Università[30]. I democratici non avranno fatto mente al coraggio della semplicità, ma è tristo modo di rigenerare una nazione il cominciare dal deprimerla con insulti, col raffaccio iroso, colla servile imitazione forestiera.
Buonaparte, a dieci valentuomini, tra cui il padre Gregorio Fontana, commise di preparare una costituzione per la Cisalpina; ma il Direttorio ordinò vi si applicasse la francese (1797 8 luglio). Dopo le consuete dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, essa portava la repubblica una e indivisibile, distribuita in dipartimenti, distretti, Comuni. Al 21 marzo gli abitanti di ciascun distretto si uniscono per nominare i giudici di pace e gli elettori del dipartimento, uno ogni ducento teste. Le assemblee elettorali al 9 aprile nominano i membri del corpo legislativo e del tribunale di cassazione, i giurati, gli amministratori de’ dipartimenti, i giudici e presidenti de’ tribunali, l’accusatore pubblico. Il corpo legislativo consta di quaranta in sessanta seniori; di ottanta in cenventi membri il granconsiglio: questo propone le leggi, quello le approva o rigetta, insieme stabiliscono l’annua imposta. L’esecuzione è commessa a cinque direttori nominati dal corpo legislativo, i quali scelgono i ministri responsali; un’amministrazione centrale in ogni dipartimento, una municipale in ogni distretto; un’altra corte di giustizia pondera le accuse contro il Direttorio o i legislatori. Libero a tutti di scrivere, parlare, stampare; l’esercito è per essenza obbediente.
Allora si abolirono maggioraschi e fedecommessi; si posero all’asta le commende maltesi; i beni e debiti delle provincie e de’ Comuni si riconobbero nazionali. La repubblica fu dichiarata libera; ma l’esercito cisalpino era comandato dal côrso Fiorella; truppe francesi per tutto il territorio e nelle fortezze; molti Francesi in uffizi principali; e per un anno sospesa la libera stampa. Così a noi, che già godevamo una forma di libertà municipale, era tolta per imporci la costituzione d’un paese che non l’aveva; e Buonaparte nominò egli stesso per la prima volta i direttori, i consigli legislativi, e quattro congregazioni, di costituzione, di giurisprudenza, di finanza, di guerra. La libertà molti l’aveano sulle labbra, alcuni nella testa, pochi nel cuore; gli uni la simulavano per farsi perdonare l’antica servilità; gli uni per impinguarsi mercanteggiandone, o per brogliare contro le leggi e la giustizia; molti, sinceramente scambiando la conquista per emancipazione, esultavano di vederci dati un nome, una bandiera, un esercito; speravano che il governo militare finirebbe, e ce ne rimarrebbero i frutti; lasciavansi ingenuamente lusingare a quelle apparenze di governo popolare, ed all’indestruttibile fiducia dell’indipendenza. Buonaparte li conosceva, gli accarezzava, e ne rideva; trattava superbamente i deputati e le dignità che venivano a inchinarlo nella villa di Montebello, che già chiamavasi sua reggia, le api del manto imperiale trasparendo dalla tracolla repubblicana[31]; ma pure veniva ripetendoci le triste conseguenze delle nostre scissure, il bisogno d’acquistare il sentimento della propria dignità e d’avvezzarci alle armi; «proponete (raccomandava) le persone meglio conosciute per attitudine, onestà, civismo, non i terroristi e i patrioti intemperanti e ringhiosi, amici del sangue e della guerra, che in ogni cosa trascendono, e non sanno che diffamar il Governo».
La Cisalpina non era soltanto una conquista, sì bene un inoculamento della rivoluzione in Italia, e bisognava estenderla per conservarla. Avea vicina la Svizzera, repubblica all’antica, divisa in Cantoni formanti una confederazione debole e viziata di feudalità. Nell’interno, le classi godeano i diritti in differente grado, e molte servivano di sgabello alle privilegiate; alcuni paesi giaceano sudditi di altri, che liberi dentro, erano tiranni fuori. Di qua dai monti avevano signoria il Cantone di Uri sulla Leventina: Uri, Schwitz e Unterwald sulla Riviera e Bellinzona; i dodici Cantoni insieme su Lugano, Locarno e Valmaggia; sulla Valtellina i Grigioni. Paesi, lasciati in balìa di magistrati ignoranti, che comprata la carica di governatore o di giudice, pensavano a rifarsene con usura. Le più volte il balio non faceva che venir di qua per rivendere la carica a qualche suddito, e dopo un buon pranzo tornava indietro col titolo e coi quattrini. Quindi giustizia vendereccia, prepotenze tollerate; che più? vendute impunità in bianco per delitti da commettersi[32].
Nella val Leventina gli abitanti viveano de’ pingui pascoli e dei trasporti pel Sangotardo, riconoscendo i loro padroni con lievi pedaggi e scarsa imposta. Avendo gli Urani negato dar il soldo ai Leventini che aveano militato, questi fecero turba, cacciarono il balio (1713), nè si quetarono finchè i cinque Cantoni cattolici non decretarono dovuti i soldi. La giustizia ripristinò la pace, e furono detti cari e fedeli alleati: ma più tardi vennero portati ai padroni lamenti (1755) contro tutori che malversavano le sostanze de’ pupilli; e gl’imputati pensarono coprire colla sommossa le colpe, e levatisi in armi imprigionarono il balio. Uscirono gli Urani a domarli; Orso di Rossura ed altri capi furono decollati davanti a tremila popolani, che a testa scoperta e a ginocchio piegato dovettero sentir proferita l’abolizione di tutte le franchigie e garanzie, e giurare la servitù.
Anche nella Valtellina poteasi redimere a contanti ogni delitto, salvo l’omicidio qualificato; e poichè i processi fruttavano denaro, i podestà erano attenti non solo a scoprire delitti, ma a farne commettere; tenevano sciagurate che seducessero, poi accusassero il correo, desiavano sommosse per toglierne pretesto a confische. L’immoralità de’ dominanti e le discordie invelenite fra i Planta fautori dell’Austria e i Salis inchini a Francia, incancrenivano i patimenti della Valtellina. Quante volte non aveva essa ricorso al duca di Milano per far osservare il capitolato che aveva ottenuto dopo il sacro macello del 1620, e di cui esso era garante!
Cessata la confidenza fra governanti e governati, cresceano le gozzaje; il giureconsulto Alberto Desimoni di Bormio, per avere scritto a difesa della costituzione della Valtellina, fu condannato a morte in contumacia: sommovimenti interni cominciarono prima de’ francesi, i quali gl’incalorirono. Ben presto tutta Svizzera ribolle contro le annose tirannidi (1797); a nome della libertà rovesciansi le repubbliche; i Francesi, invitati a sostenere i democratici insorgenti, s’impossessano delle casse, e dichiarano che le leggi e i decreti del Governo paesano non varranno se contrarj alla Francia. I repubblicani di Milano e di Como aveano tentato sollevare i baliaggi italiani, e alcune guardie nazionali penetrarono fino al lago di Lugano piantandovi l’albero. Furono respinti, e i commissarj svizzeri vennero a tenere in dovere il paese: ma una mano di patrioti si presenta a loro, e colla sicurezza che dava la vicinanza della Cisalpina, domanda i diritti dell’uomo; essi fuggono, e l’albero è piantato, non col berretto frigio, ma col cappello di Tell. Quando poi furono dichiarati liberi ed eguali tutti i sudditi della Svizzera, essi baliaggi divennero membri della repubblica Elvetica, destinata a ben altra vita che non l’effimera della Cisalpina, a cui ricusarono aggregarsi.
La Valtellina pensò ella pure novità; ma alcuni preferivano unirsi ai Grigioni come quarta lega in eguaglianza di diritti, altri attaccarsi alla Cisalpina; e intanto la plebe assaliva i signori, le chiese, principalmente le cantine, ballonzando e cantando secondo la moda, spezzavansi gli stemmi de’ vecchi pretori, pur non mancando chi mettesse fuoco agli alberi della libertà. Un conte Galliano Lechi, prepotente e dissoluto bresciano, fuggito a Bormio per sottrarsi ai castighi meritati in patria, e di nuovi meritandosene con braverie ed altro, eccitò l’ira del popolo, che lo uccise con due suoi bravacci. Le gazzette li presentarono come martiri della libertà; i comitati di Bergamo e Brescia inveivano contro le persecuzioni fatte in Valtellina ai patrioti; il generale Murat, scesovi da Edolo colla sua brigata, intimò amnistia e pace; e Buonaparte offertosi mediatore, chiamò a sè deputati grigioni e valtellinesi. Quelli non ascoltarono: questi sì, e chiesero d’unirsi alla Cisalpina; ma voleano riservare per unica religione la cattolica, immunità di fôro per gli ecclesiastici, non partecipare all’ingente debito della repubblica nè alle inesplebili contribuzioni; a tacere le meschinità da campanile, per cui Bormio voleva stare disgregato da Sondrio, e Chiavenna fare casa a parte.
Lunghissime anticamere dovettero durare i deputati al quartiere generale d’Udine: infine Buonaparte proferì (28 8bre) che, non essendo comparsi i Grigioni, ai Valtellinesi restava facoltà d’unirsi alla Cisalpina; andassero ad aspettarlo a Milano. V’andarono; e quivi seppero che «la loro sorte e felicità era ormai fissata stabilmente con quella dell’Italia libera»; e perchè rimostrarono che ciò trascendeva il loro mandato, Buonaparte li sbraveggiò come non fossero «compresi dal gran principio dell’unità e indivisibilità della repubblica, la quale deve formare una famiglia sola».
Così quella valle divenne parte della Cisalpina; confiscati i beni che i Grigioni vi possedevano; a Murat, per le gravi spese che diceva incontrate, si regalarono una ricca sciabola e mille luigi, estorti a forza dalla valle, dove fra le allegre spensieratezze si cominciò lo spoglio delle chiese, e l’altre novità religiose. Queste eccitavano maggior indignazione perchè rammentavano quelle del 1620; nessuno andava alle assemblee primarie che doveano accettare la costituzione; v’ebbe congiure e sommosse, domate colla fucilazione; e il tribunale istituito a Bergamo contro gli allarmisti esercitava tremenda azione anche nella valle.
Vedemmo come l’Emilia fosse eretta in repubblica Cispadana; e il congresso accolto a Modena aveva compilato una costituzione alla francese, e nominato direttori Magnani, Ricci, Guastavillani, persone moderate: ma Buonaparte ordinò che quella repubblica fosse unita alla Cisalpina. La quale così abbracciò l’antica Lombardia, Mantova, Modena con Massa e Carrara, le legazioni di Bologna, Ferrara, Romagna, oltre Bergamo, Brescia, Crema, Peschiera, cioè i paesi veneti sulla destra dell’Adige; più Campione e Macagno, feudi imperiali presso gli Svizzeri, la Valtellina e il ducato di Parma. Divisa in venti dipartimenti, contava tre milioni e ducentomila abitanti, coll’Adige, Mantova, Pizzighettone per difesa, e grandi elementi di prosperità. Nel lazzaretto di Milano solennizzossi la federazione italiana (1797 9 luglio), i deputati e le guardie nazionali sull’altare della patria giurando libertà ed eguaglianza: una di quelle feste, che fanno vivere un popolo intero d’una vita sola, e battere all’unissono migliaja di cuori; ma non dovea lasciare se non un mesto desiderio.
A Genova, straziata come il debole in mezzo ai forti litiganti, osteggiavansi a morte aristocrati e democratici, e a questi ultimi erano stimolo i giornali ed emissarj milanesi; il commissario Faypoult facea colà quello che Bassville a Roma, e Villetard a Venezia, viepiù da che quest’ultima fu perita, e ai lamenti de’ nobili rispondendo, — I tridui e l’altre santocchierie non ritarderanno i lumi, e meglio fareste a dirigervi regolarmente verso là dove è inevitabile l’arrivare». In fatto i patrioti insorsero (maggio), ma il popolo ricordandosi del grido con cui avea cacciato i Tedeschi, ai tre colori oppone le effigie della Madonna; nella Polcevera e nel Bisagno si diffonde la sommossa non senza sangue; i patrioti soccombono; e Buonaparte manda querele pei Francesi trucidati, e rabbuffi contro l’aristocrazia; fa arrestare alcuni (14 giugno), esige soddisfazioni, modifica la costituzione sul taglio di moda, all’antico senato sostituendo i due consigli legislativi, ed un senato esecutivo preseduto dal doge; garantiti la religione cattolica, il banco di San Giorgio e il debito pubblico; cassati i privilegi; nei posti colloca persone moderate e delle varie classi, e scrive alla repubblica: — Non basta astenersi da ciò che contraria la religione; bisogna non inquietar neppure le più timorate coscienze... Illuminate le plebi, mettetevi d’accordo con l’arcivescovo per dare loro buoni curati, meritate l’affetto de’ vostri concittadini». Ma il popolo coi soliti impeti, brucia il libro d’oro (9bre); abbatte la statua d’Andrea Doria «il primo degli oligarchi»[33]; consacra alla ligure rigenerazione la casa dello speziale Morando, culla delle adunanze repubblicane. Il piccolo Genovesato, unitevi per forza Arquata, Ronco, Torreglia e i feudi imperiali, è diviso in quattro dipartimenti, e ordinato militarmente all’uopo di trarne soldati. Ai nobili spiaceva la prepotenza straniera, ai preti l’incameramento dei beni ecclesiastici e il distacco da Roma, al popolo gl’insoliti accatti; onde violentemente si ammutinarono le valli, e la forza e la forca bisognarono per domarli (7bre).
Buonaparte, che rappresentava la forza espansiva della rivoluzione, allorchè partì dalla Cisalpina lasciandovi Berthier con trentamila uomini, le diceva: — La libertà donatavi senza fazioni, senza morti, senza rivoluzioni, sappiate conservarla. Voi, dopo Francia, la più ricca e popolosa repubblica, siete chiamati a gran cose. Fate leggi con saviezza e moderazione, eseguitele con vigore, propagate le dottrine, rispettate la religione; riempite i vostri battaglioni, non di vagabondi ma di cittadini leali e caldi d’ardore repubblicano; sentite la forza e dignità vostra, quale richiedesi a liberi. Dopo tanti anni di tirannide, non avreste da voi potuto ricuperare la libertà, ma fra breve potrete da voi tutelarla. Io vado, ma ricomparirò fra voi non sì tosto un ordine del mio Governo o il pericolo vostro mi richiami. Anche lontano amerò sempre la felicità e la gloria della vostra repubblica».
Il suo ritorno in Francia (9 xbre) fu un continuo trionfo: all’esercito fu dal Direttorio presentata una bandiera, ove leggevasi in oro: «L’esercito d’Italia fe cencinquantamila prigioni, prese censettanta bandiere, cinquecentocinquantacinque pezzi d’assedio, seicento da campagna, cinque equipaggi da ponte, nove vascelli, dodici fregate, dodici corvette, diciotto galee. Armistizio coi re di Sardegna e di Napoli, col papa, coi duchi di Parma e di Modena. Preliminari di Leoben. Convenzione di Montebello colla repubblica di Genova. Pace di Tolentino e di Campoformio. Data libertà ai popoli di Bologna, Ferrara, Modena, Massa, Carrara, della Romagna, della Lombardia, di Brescia, Bergamo, Mantova, Cremona, parte del Veronese, Chiavenna, Bormio, la Valtellina; ai popoli di Genova, ai feudi imperiali, ai dipartimenti di Corcira, del mar Egeo e d’Itaca. Spedito a Parigi i capolavori di Michelangelo, Rafaello, Leonardo. Trionfato in diciotto battaglie ordinate: Montenotte, Millesimo, Mondovì, Lodi, Borghetto, Lonato, Castiglione, Roveredo, Bassano, San Giorgio, Fontanino, Caldiero, Arcole, Rivoli, la Favorita, il Tagliamento, Tarvis, Neumarckt. Dato settantasette combattimenti».
A quei vanti sarebbonsi potuti aggiungere almeno cinquanta milioni di lire, che Buonaparte mandò per servizio dello Stato: egli che in contribuzioni avea tirato venticinque milioni dalla Lombardia, ottocentomila lire da Mantova, ducentomila dai feudi imperiali, seicentomila da Massa e Carrara, dieci milioni da Modena, venti da Parma e Piacenza, trenta dal papa, sei da Venezia, otto dallo spoglio de’ magazzini inglesi. Le feste non finivano al giovane vincitore: i giornali ne riferivano ogni atto o gesto, come di re; il popolo cominciò a guardarlo come l’uomo suo, e stupiva che, in tanta gloria, avesse sì poca ambizione. Non avea di fatto quella piccola che esala in intrighi, e portando gli sguardi ben alto, meditava un’impresa che crescesse la sua gloria senza dar ombra a una rivoluzione, la quale aveva schiacciato chiunque avea voluto imbrigliarla.
L’India non è il paese da cui l’Inghilterra trae tutta la potenza, e quelle droghe e quel cotone che le fanno tributario tutto il mondo? Se dunque si voglia spegnere quest’implacabile nemica della repubblica francese, bisogna ferirla in quel suo cuore; e via per giungervi non può essere che l’Egitto. Conquistato questo il Mediterraneo è reso un lago francese, e per l’istmo di Suez e pel mar Rosso è dominata la via diretta alle Indie. Le navi e le isole carpite a Venezia, tre milioni sottratti al tesoro di Berna, i suoi veterani d’Italia gli varranno ad un’impresa che più gli arride perchè straordinaria; e fatti in gran secreto i preparativi, salpa da Tolone (1798 19 maggio), con cinquecento vele, quarantamila uomini, diecimila marinaj e sommi capitani.
L’Ordine di Malta, ultima reliquia delle Crociate, da un secolo viveva in depravata oscurità, fra minuti litigi interni e dissipate congiure. Pingui commende in tutti i regni erano investite a cavalieri discoli e gaudenti, cadetti d’illustri famiglie, cui il voto di castità non serviva che a sacrilegio, e quello di povertà a lauti ozj. La marina, ond’essi avrebbero dovuto assicurare il Mediterraneo dai Barbareschi, conservava qualche galera appena per corse di piacere, nè tampoco impedendo agli Algerini di corseggiare le coste d’Italia. Dovea dunque perire; e prevedendo che l’Inghilterra alla prima occasione metterebbe le mani su quell’isola, Buonaparte vuole prevenirla; e di sorpresa sbarcato (12 giugno), l’ha dopo lieve ostacolo. Non veduto procede di mezzo alle crociere inglesi; là pure proclamando libertà (luglio), conquista Alessandria, vince al Cairo, e sottrae dai Mamelucchi il basso Egitto.
I trionfi d’Italia e d’Egitto erano la sola parte nobile negli avvenimenti d’allora. Il Direttorio di Francia, debole come tutti i Governi che sbocciano da una rivoluzione, parea volesse spingerla anzichè sistemarla allorquando tutti sentivano bisogno di riposo e di legalità; fuori menava intrighi politici, insultava papi e re; dentro accusava incessantemente i realisti e i preti, vantava legalità e la ledeva, era a continue baruffe in consiglio, mentre la calma rimetteasi nelle strade, usava violenze nel governare, mentre la gente era caduta nella noncuranza; a Buonaparte invidiava la gloria mentre vivea del riflesso di questa.
Di tale vanitosa debolezza risentivansi le nostre repubbliche. Oltrechè niun popolo ama una costituzione, che una volontà estranea gli diede e può togliere e mutare, il governare riusciva difficile dove la libertà e l’eguaglianza essendo intese nel senso più materiale, tutti credeansi in diritto di comandare e nessuno in dovere d’obbedire; le plebi si lagnavano dei Governi municipali, questi degli eserciti, eserciti e popolo dei commissarj di Francia: ed è in questi rammarichi che si logorano i nervi d’una nazione.
Quasi fosse fatale a tutte le nostre rivoluzioni di pensare meno a consolidare la nazione, che a scinderla in partiti, nella Cisalpina tutto andava in baruffe: aristocrati, democratici, preti, giacobini, agenti del Direttorio, emissarj dell’Austria, milanesi, novaresi, transpadani, veneti, formavano altrettante consorterie, che si contrariavano, rinterzavano gl’intrighi, e voleano ognuna trarre a vantaggio proprio la pubblica cosa. L’indipendenza non erasi ancora acquistata, e già sull’uso da farne vituperavansi a vicenda federalisti e unitarj; questi rinnegando tutta la storia per voler fondere i piccoli Stati in un unico potente, quelli risparmiare la soverchia scossa col lasciare a ciascuno la propria individualità; gli esagerati sorretti dagli uffiziali, otteneano predominio nei consigli e nella legione lombarda; e neppure i piccoli dissensi possono conciliarsi quando uno è appoggiato dalla forza esterna. Tutto poi era guasto dalla prepotenza militare: gli uffiziali come in paese di conquista comandavano a bacchetta, esigevano, tassavano senza dare ragione; coi commissarj di guerra si conchiudeano turpi baratti; la società degli abbondanzieri col quattro per cento sugli appalti comprava la connivenza dello stato maggiore; ne’ quadri appariva il doppio di soldati che in realtà, e lo Stato li pagava.
Non bastando tre secoli di sanguinosi eventi a mostrarle che il tenere serva una porzione d’Italia la obbliga a conflitti incessanti, la repubblica francese non si contentò d’essere protettrice della nostra, e la volle ausiliaria, obbligandola ad un trattato d’alleanza e uno di commercio, e a pagare diciotto milioni l’anno per un corpo francese da mantenervi. I nostri respingeano gagliardamente questi patti di servitù; ma il generale Brune, succeduto nel comando a Berthier, imprigionò i più caldi patrioti, fra cui Melchior Gioja; ai direttori Moscati e Paradisi sostituì Lamberti e Testi, gittò una contribuzione militare, e fece approvare i trattati.
Trouvé, giovane ingegnoso e caldo, redattore del Moniteur, mandato a Milano perchè modificasse la costituzione, per quanto gli uffiziali protestassero vedervi uno smacco a Buonaparte, coi moderati sormonta (1798 1 7bre); dimezza i consigli, designando quali persone conservare; sulla sistemata imposizione fonda il diritto elettorale, e pone al direttorio Adelasio, Alessandri, Luosi e l’avvocato e poeta Sopransi. Ma un nuovo intrigo del Direttorio sostituisce a Trouvé l’esagerato Fouché, manutengolo di Barras, che tutto sovverte; le bajonette del generale Brune collocano direttori Brunetti, Seletti, Smancini; quand’ecco il Direttorio di Francia gli manda lo scambio, e Joubert surrogatogli ripristina la costituzione di Trouvé.
Questi mensili avvicendamenti toglievano ogni fiducia di durata, ed esaurivano le finanze in modo, che dopo gli accatti e le tolte, si dovette por mano anche ai beni dei capitoli, dei vescovi, delle confraternite. Ne conseguiva una malavoglia universale, e il ricordo di quei tempi fa molti aborrire anche adesso dalla libertà repubblicana, non volendo accorgersi che quel che mancava era appunto la libertà. Nulla al certo è più detestabile che il despotismo militare; ma almeno allora si avea speranza che fosse precario, e avvierebbe ai beni di cui siamo più sitibondi, la libertà e l’indipendenza.
E a questi mirando, formossi allora un partito nazionale; e Pino, Lahoz, Teulié, Birago, altri militari legaronsi nella società de’ Raggi che aspirava all’indipendenza, favoriva i Francesi come barriera contro i Tedeschi, ma sperando potere poi anche quelli escludere con forze italiane. Fu la prima manifestazione del voto Italia farà da sè: ma per effettuarlo occorreva anzitutto un buon esercito; poteva la Cisalpina formarselo, costretta a mantenere venticinquemila soldati forestieri?
Quella libertà alla francese continuava a distruggere le libertà italiane. Sebbene il Direttorio raccomandasse di non fomentare le insurrezioni, la casa di ciascun diplomatico francese era un focolajo, dove scaldavansi quelli che febbricitavano di repubblica. Roma, sfiancata dall’umiliazione, era aggredita da ogni parte, e più dai paesi statile tolti; preti e papi erano il comune bersaglio dei giornali e delle tribune; e sul teatro di Milano si sceneggiò il conclave. Pio VI era stato costretto a imitare i rivoluzionarj, pigliando gli ori delle chiese e i beni di manomorta, aggravezzando gli ecclesiastici, avendo smesse le spese e le pompe, con cui pareva fare rivivere il secolo dei Medici. Ne mormoravano i sudditi, già scandolezzati dall’arricchirsi del suo nipote Braschi; i nobili parlottavano di ristabilire un senato all’antica; i Giansenisti rigalleggiavano; pertutto non si discorreva che del rancidume pretesco, di superstizioni tarlate, di regno dei cieli staccato da quello della terra, di riformare, di secolarizzare. La creazione d’una carta moneta portò al colmo il disgusto contro il Governo di preti: un Ceracchi scultore s’arrischiò di piantare l’albero sul monte Pincio: gli allievi dell’Accademia di Francia tentarono levare rumore, nel qual fatto (1797 26 xbre) sventuratamente cadde ucciso il generale francese Duphot.
— Assassinio, violazione del diritto pubblico» si grida allora; Giuseppe Buonaparte ambasciadore abbassa lo stemma e se ne va; e il Direttorio, declamando contro «quella potenza che sembrava essere nata sotto il regno di Tiberio per appropriarsi i vizj del padre di Nerone, e della quale da mille quattrocentun anni l’umanità domandava la distruzione»[34], ciuffa molti milioni in diamanti del papa deposti a Genova[35], e ingiunge a Berthier di menare l’esercito contro la Babilonia, e «sbigottire il preteso gerarca della Chiesa universale colla sua tiara in capo». Berthier ai già volenterosi soldati porge nuovi eccitamenti a punire quel Governo, ma risparmiare il popolo innocente e i riti; e senza dare spiegazione nè trovare resistenza arriva a Roma (1798 15 febb.), vuole Castel Sant’Angelo, promettendo rispettare il culto, gli stabilimenti pubblici, le persone e le proprietà: ma subito la fa da padrone, congeda le truppe pontifizie, arresta e prende ostaggi; getta contribuzioni, sequestra i beni d’Inglesi, Russi, Portoghesi.
Appena si vedono drappellati i tre colori, una folla, di concerto con Cervoni e Murat, proclama il popolo libero, nomina consoli: Berthier trionfalmente s’insedia nel Quirinale; a Pio VI intima d’abdicare la sovranità temporale, atteso ch’egli ne sia soltanto il depositario; e perchè ricusa, gli ingiunge d’andarsene in Toscana. Il papa pregava che, vecchio e convalescente, lo lasciasse morire in pace col suo popolo, a’ suoi doveri; — Morire si può in qualsia luogo», gli fu risposto. E dovette andarsene (19 febb.) non prima d’avere subito le insultanti indagini di Haller, avidissimo fra gli avidi commissarj, che gli tolse fin il bastone, fin un anello di dito: e talmente erano sbigottiti gli animi, che nessuno protestò. Pio VI rifuggì in quella Toscana, donde erangli venuti tanti disgusti; e al ministro Manfredini diceva: — Queste disgrazie mi fanno sperare ch’io sia non indegno vicario di Gesù Cristo; mi rammentano i primi anni della Chiesa, e quelli furono gli anni del suo trionfo»[36].
I cardinali ed altri prelati sono mandati via; di quelli forestieri si spogliano i palazzi, e così le chiese; è soppressa la Propaganda «istituto affatto inutile», sperperandone la preziosa biblioteca e per poco anche gli archivj; da’ palazzi pontifizj si levano fino le porte e i gangheri; si predano i vasi sacri come quei di cucina, e bruciansi i paramenti per cavarne l’oro; grosse taglie sono imposte a privati, trecentomila scudi alla famiglia Chigi, dodicimila all’incisore Volpato, e spesso non erano se non minaccie affinchè a pronto prezzo se ne redimessero; vendute a vil costo le sculture degli Albani e del Busca che non fossero scelte pel museo nazionale.
Se n’impinguava la turba, che dietro all’esercito traeva, di commissarj per rubare, mediatori ed ebrei per comprare il rubato; intanto che nello scialacquo i militari giacevano sprovvisti di viveri e di paghe comuni. Protestarono essi contro quello sperpero; ma fu risposto che all’esercito era proibito deliberare. Ne nascevano scissure, e i soldati guardavano di mal occhio Massena che rubava e lasciava rubare: di che preso speranza, i Transteverini si sollevarono (2 marzo); «colla fiducia di potere sorprendere Castel Sant’Angelo, Monte, Transtevere, Borgo, si danno al diavolo; e con Cristi e Madonne gridando Viva Maria, si avventano contro i Francesi e contro i neonati repubblicani romani. Qualche centinajo tra morti e feriti; un altro centinajo arrestato da popolo barbaro; de’ fucilati alla piazza del Popolo ventidue; altri se ne fucileranno, e forse alquanti preti»[37].
Anche nelle altre città v’ebbe ammutinamenti e con esito eguale; le bande del prete Taliani d’Ascoli e la squadracela d’Imola si sostennero a lungo; sul Trasimeno, nella Campagna, nella Marittima le domò il terrore; al saccheggio furono abbandonati Ferentino, Frosinone, Terracina, e molti passati per le armi: ed è notevole come solo nel paese che dicesi governato peggio di tutti, incontrasse resistenza la Rivoluzione.
Allora Faypoult, Florent, Daunou, Monge, uomini famosi, compilano per Roma una tapina costituzione, notevole unicamente perchè nel centro del cattolicismo non facea motto della religione. Secondo il consueto, dovea giurarsi odio alla monarchia: ma Pio manda per enciclica, che il Cristiano non deve odiare nessun Governo; basta si giuri sommessione alla repubblica, e di non fare trame contro di essa. Queste temperanti parole furono bestemmiate dai patrioti, i quali, in piazza del Vaticano, celebrarono la festa della federazione, imitando quella di Milano, che aveva imitato quella di Parigi.
Subito Bruto e Scipione sono su tutte le lingue: consoli, senato, tribuni allettano con rimembranze di un tempo troppo diverso. Ma i primi consoli erano nominati, poi rimossi dai generali, e non essi, non i tribuni poteano[38], bensì Massena, Saint Cyr, Championnet, insomma le sciabole. Si arma la guardia nazionale, ma il Direttorio scriveva: «Non si lasceranno in Roma che millecinquecento fucili per la guardia nazionale, coll’avvertenza però che n’abbia soli ducento buoni a sparare[39]. Positivo soltanto il pagare; tre milioni di scudi all’esercito d’Italia in denaro, seicentomila lire in abiti, un milione sui beni nazionali; poi contribuzioni, poi prestiti forzati, e torre gli argenti e fino le posate (1798), metter ipoteche su beni di particolari, poi la carta moneta, poi il fallimento. Pochi voleano comprare i beni ecclesiastici nazionalizzati, chi per coscienza, chi per paura che un cambiamento di cose invalidasse i contratti: onde all’asta liberavansi a pochi speculatori audaci, che con tenuissimo profitto dell’erario facevano ingenti acquisti. Il depauperamento de’ ricchi sottigliava le entrate indirette: non si potè pagare i Monti, non gli stipendj: gl’impiegati, amando i posti non i pesi annessi, avrebbero voluto tante vacanze quante ai vecchi tempi: il popolo sobbolliva: i patrioti si disingannavano d’una libertà così costosa, d’una repubblica affatto serva della francese. Di sì varj scontenti arrivavano i gemiti o le grida a Parigi, gittavano zizzania fra i governanti, esacerbati dai disastri, e trovavano appoggi nel Direttorio stesso, massime in Luciano Buonaparte, desideroso di rendere necessario il fratello eroe.
Perocchè i nemici armavano, e la diplomazia trescava. La Francia, benchè stesse in pace con Napoli, occupò i beni che in Romagna aveva il re ereditati dai Farnesi; poi gli mandò intimare congedasse Acton e i migrati francesi; alla repubblica romana pagasse il tributo che dovea come vassallo della santa Sede; lasciasse passare l’esercito francese per occupare Benevento e Pontecorvo. Ferdinando sì poco avea creduto alla pace, che da quattro anni teneva in piedi sessantamila uomini, per ciò diffondendo carta moneta, levando bestie e uomini all’agricoltura; gridava per l’occupata Malta, su cui pretesseva l’antica superiorità, e negava mandarle dalla Sicilia i provvigionamenti senza cui essa non vive; lagnavasi che le irrequietudini della repubblica romana si propagassero anche ai paesi limitrofi, e per non lasciarli invadere dai Francesi, occupava egli stesso Benevento e Pontecorvo. Francia per ciò gli tenea il broncio, e per aver accolto vascelli inglesi nei suoi porti, mentre se n’approdavano di francesi il popolo gli offendeva e derubava: e la vicinanza delle stazioni d’Egitto e di Malta dava a tali lamenti il peso di minaccie.
Ferdinando era stimolato al rigore da Nelson, famoso ammiraglio inglese, il quale, sconfitta e mandata a fondo la flotta di Buonaparte nella rada di Abukir, avea menato la sua a Napoli, e ricevuto in trionfo, v’era trattenuto dai vezzi di Emma Leona, fanciulla divulgata in Inghilterra, poi modello di pittori, prima che l’ambasciatore Hamilton se le facesse marito connivente e peggio.
Ferdinando faceva predicare che la religione periva dovunque Francesi arrivassero, che bisognava rassodare la fede e l’autorità; e quand’egli, condottosi in gran pompa alla basilica, lo scettro, il diadema, il manto deponeva sull’altare, quasi collocandoli in protezione dei santi, la ciurma applaudiva, esaltavasi, giurava difenderli. Udito poi che Buonaparte si trovava a cattivo partito in Egitto, intima a Francia che sgombri lo Stato pontifizio e Malta, per rispetto alle stipulazioni di Campoformio, e conchiude alleanza difensiva coll’Austria, la quale obbligavasi ad avere sessantamila uomini in Tirolo, mentr’egli ne porrebbe trentamila alle frontiere, e tre o quattro fregate nell’Adriatico; colla Russia, la quale prometteva mandare truppe a Zara, donde Ferdinando le tragitterebbe nel suo regno; coll’Inghilterra, la quale avrebbe una flotta nel Mediterraneo; colla Porta, la quale manderebbe diecimila Albanesi. Ferdinando accelera i provvedimenti; levando otto uomini ogni mille ne raduna settantacinquemila; mancando però di generali, è costretto chiedere l’austriaco Mack, il quale la sapeva lunga in fatto di storia e d’arte bellica, e non si metteva in marcia che con cinque carrozze. L’esercito francese di Roma contava soli sedicimila uomini sotto Championnet, e sparsi qua e là per vivere; onde i Napoletani avrebbero potuto sorprenderlo, e piantandosi fra Roma e Terni, separare la destra dalla sinistra, vincerli disgiunti, e sottoporre mezza Italia. Mack invece (1798), all’antica, sparte i suoi corpi in tre colonne: una che tagli ai Francesi il ritirarsi nella Cisalpina per Ancona; una che copra la Toscana, ove Inglesi e Portoghesi occuperanno Livorno; una con Ferdinando trionferà nella capitale del cristianesimo.
In fatto il re, vincitore senza merito, entra in Roma (29 9bre), richiama il papa, e alla guarnigione di Castel Sant’Angelo intima che, per ogni cannone sparato, darebbe al furore del popolo un de’ Francesi feriti. Intanto sollecitava Piemonte e Toscana a fare causa seco contro Francia; il principe Belmonte Pignatelli suo generale chiedeva al Priocca ministro del re di Piemonte: — Perchè il tuo padrone tarda a frangere i patti impostigli dalla forza? Forse è assassinio sterminare i proprj tiranni? I Francesi vagano sicuri pel paese. Eccitate a furore il popolo; ogni Piemontese voglia aver atterrato un nemico della patria. Parziali uccisioni varranno meglio che fortunate battaglie; nè la giusta posterità chiamerà assassinj gli atti vigorosi d’un popolo, che sui cadaveri oppressori sale a recuperare la libertà. Primi i Napoletani sonarono l’ora fatale de’ Francesi, e dall’alto del Campidoglio avvisano l’Europa che i re sono risvegliati. Su, Piemontesi, spezzate le catene, opprimete gli oppressori». Questo foglio (se pure non fu finto ad arte) si disse intercetto dai Francesi, e pubblicato diede pretesto al Direttorio di volere occupare la cittadella di Torino, mentre i patrioti moltiplicavano sforzi per ammutinare il Piemonte.
A Roma intanto nei Napoletani apparivano il disordine, l’inobbedienza, l’inesecuzione, soliti in esercito nuovo; a gara colla ciurmaglia trascorreano ad ogni abuso, diedero il sacco, affogarono Ebrei, guastarono le camere vaticane, e se alcun che di prezioso era sfuggito al Direttorio: costosa lezione all’Italia di quel che vagliano i liberatori armati. Championnet che si era ritirato concentrandosi, presto si sente in grado di tornare alla riscossa; rientra in Roma (14 xbre), donde il re fugge travestito; e pensa profittare dello sparso sgomento per assalire il Reame.
Frontiera eccellente ha questo; a sinistra appoggiandosi a Terracina sul Mediterraneo, a due marcie da Roma, nel centro, fra Rieti e Civita Ducale, a quindici miglia da Terni; e a destra verso l’Adriatico, linea di cencinquanta miglia, che non può essere girata perchè mette capo nel mare. Se il nemico si dirizzi sovra Terracina e Roma, possono i Napoletani riuscirgli alle spalle per Rieti e Terni, ed occupare le strade che volgono a Foligno: se forza il centro o la destra, s’implica in montagne o gole pericolose: se neglige il Tronto e le rive adriatiche, possono i Napoletani in due giorni essere ad Ancona. Perchè dunque sì belle posizioni furono sempre inutili o superate?
Nè allora seppe profittarne Mack, il quale turpemente fugge sin a Capua e sulla linea del Volturno. Il popolo di Napoli gridandosi tradito, invoca armi, e avutele, si fa padrone della città (1799): il re, la regina, Acton, con venti milioni in denaro e sessanta in gioje[40], fingendo andare a ingrossarsi di rinforzi, salpano per Sicilia sulla flotta di Nelson senza lasciar ordini o provvedimenti; fanno bruciare i vascelli e le navi incendiarie e cannoniere e il corredo dell’arsenale, lungo e costoso studio di Acton, quasi temessero nel popolo quella risoluta difesa di cui essi non sentiansi capaci. Ben se ne sentivano capaci i paesani, che insorti per tutta la campagna, trucidano i Francesi, tagliano i ponti, rapiscono le artiglierie, rattengono Championnet: se non che Mack, inetto a combinare la tattica scientifica coll’impeto popolare, conchiude un armistizio (11 genn.), dando Capua e una contribuzione di otto milioni.
Il popolo abbandonato giura per san Gennaro di morire respingendo i Francesi; — Viva la patria, viva il re»; quelli che il re fuggiva per paura d’esserne tradito, se ne costituiscono unici difensori; universale disordine baldanzeggia, si trucidano persone di nome e di senno, il duca della Torre e suo fratello Filomarino trucidati, Moliterno e Rôccaromana, ch’erano stati messi a capo del Governo, non valgono a frenare i lazzaroni, non valgono le processioni col sangue di san Gennaro: la campagna li seconda, talchè Mack non vede altro partito che darsi in mano ai Francesi (1790 23 genn.). Championnet guida i suoi Giacobini sopra la città; assalto pericolosissimo contro arrabbiati plebei, che non curavano la propria purchè togliessero la vita ai Francesi, e resistettero anche quando egli per intelligenza co’ repubblicani ebbe avuto castel Sant’Elmo: ma egli, che fra l’orrore della mischia non avea deposto la speranza di riconciliazione, col trattare bene uno dei capi preso e col mostrare venerazione a san Gennaro induce la plebe a cessare le armi[41].
Detto fatto, il furore si converte in giubilo: fra mille cadaveri francesi e tremila napoletani si proclama la repubblica Partenopea, coi tripudj soffogando i gemiti, cogli applausi i dissensi; quei ch’erano perseguitati trionfano, quei che fremeano nelle prigioni pompeggiano nella reggia; e l’esercito francese piglia il nome di esercito napoletano «per combattere con loro e per loro, e del difenderli domandando unico premio l’amore». Così diceva Championnet, uomo di sincere intenzioni, e promettea libertà, indipendenza, e lasciava piantar alberi, e dichiarare cittadino san Gennaro, imponendogli il berretto tricolore. Sì, ma le dimostrazioni bisognava pagarle; e l’esercito liberatore imponeva diciotto milioni di ducati, che bisognò tor per forza e a capriccio, ponendo mano fino agli argenti e alle orerie delle case, e perchè il popolo fiottava, Championnet ne ordinò il disarmo.
Cessò allora d’essere l’idolo della plebe, mentre il Direttorio disapprovava quel darsi aria di liberatore e legislatore; ed a regolare la parte economica vi spedì quel Faypoult, che aveva espilato Roma, e che quivi pure cominciò confische. Il generale, cui l’avere conquistato il paese pareva ragione di farvi ogni suo talento, ingiunse soldatescamente a’ commissarj d’andarsene; ma quest’atto gli meritò d’essere destituito e arrestato, surrogandogli l’emulo Macdonald, mentre Faypoult dichiarava beni della Francia quei della Corona, degli ordini cavallereschi, de’ monasteri, e le anticaglie. Se una repubblica credeasi in diritto di togliere questi al re ed alle corporazioni, non avrebbe dovuto restituirli alla nazione? ma il diritto suol guardarsi sempre da un lato solo, e alla Francia allora occorreva denaro, denaro; e l’Italia n’aveva ancora.
E senz’altro titolo che di trarne due milioni per l’esercito, i Francesi invadeano la repubblica di Lucca con Serrurier, poi con Miollis: dalla cui presenza inanimati, i democratici domandarono l’abolizione della nobiltà e delle leggi del 1556 e del 1628; e all’antico venne surrogato uno statuto popolare, che fu il francese; intanto moltiplicandosi le tolte fin a tre milioni di scudi, cui tennero compagnia la consueta ruba dell’erario, delle armerie, e il dovere mantenere i soldati.
Si domandò ragione alla Toscana d’aver accolto Pio VI, e non escluse le navi napoletane dal porto di Livorno; e in conseguenza, e col pretesto di salvarla da altrui invasioni, fu occupata (25 marzo). Il granduca parte per Vienna, i ministri per Sicilia; Gautier e Miollis scacciano i migrati francesi, reprimono le opposizioni di Firenze e Pistoja, poi derubano i beni del duca, gli argenti, sessantatre de’ più bei quadri, fra cui otto di Rafaele, il Virgilio della Laurenziana: ventidue tavole in pietra dura, e cammei e medaglie voleansi mandare via, se risolutamente non si fosse opposto il Puccini, presidente alle gallerie.
Il Piemonte non avea veduto salvezza che nell’attaccarsi al carro trionfale di Francia, e il Direttorio avea fatto rispondere al nuovo re, «La nazione francese non dimenticherebbe mai ciò che da principio avea fatto per la Francia». Erano ministri Prospero Balbo e Damiano Priocca, valente giureconsulto e sperto diplomatico; e per quanto repugnanti, dirigevano le attenzioni, gli uffizj, la corruzione ad amicarsi il Direttorio. Neppure nella depressione dimenticando le lunghe speranze, gli mostravano come a Francia importasse l’aversi a’ fianchi uno Stato amico e robusto, e tale renderebbero il Piemonte coll’aggiungervi Genova e quella Lombardia, tutte le cui forze non valeano quanto un battaglione piemontese; diecimila Piemontesi dispenserebbero la Repubblica dall’occupare i suoi prodi a custodire quel lato. In fatti Buonaparte avea conchiuso alleanza in questo senso: ma il Direttorio or si faceva scrupoloso su tale mercato di popoli, or ricusava garantire al re gli Stati, essendo i popoli in diritto di scegliersi un governo al modo di Francia; quanto ai diecimila uomini, bastava si aprissero i ruoli nella Cisalpina, e ne accorrerebbero altrettanti e più a combattere per la libertà; a ogni modo si desser parole al re fino alla pace. Intanto però si lasciava che il suo territorio fosse sommosso dai novatori e dai profughi, i quali è vero non riuscivano che a moltiplicar le vittime[42]. Giovani improvvidamente animosi furono passati per le armi, e contaminarono col sangue la storia di quel re; fra i quali Carlo Tenivelli, mediocre storico, che a Moncalieri avea predicato idee democratiche, e vivrà in una pagina caldissima di Carlo Botta suo scolaro. Crescevano lo scontento le tante gravezze necessarie per soddisfare a Francia: ma per quanto Carlo Emanuele IV odiasse questa, e le potenze confederate lo stimolassero ad avversarla, egli reggeasi fido ai trattati.
Facea da ambasciatore a Torino il Ginguené, repubblicano caldo e sincero, accademicamente dissertatore, che in prima fu nelle carceri del Terrore, poi messo nella commissione d’istruzione pubblica, approvò il regicidio, ed è memorevole per una Storia letteraria d’Italia, più lodata qui che nel suo paese. Egli si tolse l’indegno incarico di perdere i reali di Piemonte, cercando esacerbarli con piccole persecuzioni, e sollecitare i popoli a sollevazioni che ne giustificassero la cacciata. Volle ricevuta a Corte sua moglie, e ve la mandò in abito peggio che plateale (en pet en l’air); il maestro delle cerimonie la respinge; ma perchè il marito domanda i passaporti, è ricevuta, ed egli spedisce un corriere per annunziare al Direttorio questo trionfo sovra i pregiudizi e Talleyrand ne pubblica nel Monitore un ridicolo ragguaglio[43].
Ma la scintilla era gettata, e le sommosse in paese non tardarono; Genova le seconda sul mare e a Carrosio; la Cisalpina sul lago Maggiore e a Pallanza: ma i regj combattendo presso Ornavasso, prevalgono (1798); moltissimi insorgenti sono uccisi in Domodossola e a Casale per legge di guerra. Il Priocca si lagna di queste subornazioni, asserisce il diritto di difendersi: ma Francia assume il tono di oltraggiata; Ginguené parlando retoricamente di stiletti, di fonti avvelenate, d’oro inglese, di migrati, di barbetti, d’un tramato vespro siciliano, intima al re che cessi i supplizj dei patrioti e le spedizioni contro gl’insorgenti di Liguria. Intanto il Direttorio domanda sempre nuove concessioni, onde avvilire il re prima di prostrarlo; ora vuole che estradica i fuorusciti, or che tolga di grado alcuni suoi sudditi, or arresti quello, or perdoni a questo; che più? dovette dar la chiave del proprio regno, cioè lasciar occupare la cittadella di Torino, a patto venissero acquetati i patrioti sul lembo della Cisalpina.
Così egli trovossi sotto al cannone francese; obbligato allora a disarmarsi, vide ripigliar baldanza i patrioti e tentare Alessandria; e sebbene respinti colla morte di seicento côlti in un’imboscata, pure crescono dappertutto, e raddoppiano gl’insulti al re; con buffe mascherate, provocano la Corte e il popolo, mentre il Direttorio pretende che il re congedi, anzi consegni il Priocca, il suo miglior ministro, e un de’ pochissimi che tenessero la testa alta in quel tempo di depressione, mandando fuori una notificanza, ove protestava della lealtà del re e snudava la perfidia degli oppressori.
Ma quando arrivò notizia della nuova lega tessuta contro Francia, il Direttorio temette che Carlo Emanuele cogliesse il destro per vendicarsi; Joubert che comandava la cittadella, butta fuori le solite accuse generiche, chiama dalla Cisalpina (1798 xbre) uno stuolo che per cautela occupa le fortezze e fa prigionieri i presidj. Carlo Emanuele, che aveva esortato i cittadini a tenersi quieti, e avea perduto il suo miglior sostegno, cessa dall’esercitar il potere, e non togliendo nè le gioje nè settecentomila lire che aveva in tasca, per risparmiare al paese i guaj d’una resistenza inutile, se ne va. Passò per Firenze, dove a Vittorio Alfieri, che come gentiluomo era andato a riverirlo, disse: — Vedete cos’è un tiranno», e pianse. Arrivato in Sardegna (1789 5 marzo), protesta contro la violenza usatagli, poi si dà a vita di quiete e di pietà: nessun libro nuovo più volle leggere, salvo le poesie vernacole del Calvi, ammirandone la naturalezza, e diceva: — Così non si scrive se non nella lingua della balia; se avessi continuato, anch’io avrei scritto a questo modo». Mortigli poi i fratelli duchi di Monferrato e di Moriana, morto l’unico maschio del duca d’Aosta, successore designato, morta la moglie Clotilde sorella di Luigi XVI, per le austerità sue dichiarata venerabile, il re soccombente a tante sventure, rinunziò la corona al fratello Vittorio Emanuele, e si ritirò a Roma.
In Torino, dove si trovarono mille ottocento cannoni, centomila fucili, provvigioni abbondanti e denaro, s’istituì governo a popolo, o più veramente militare sotto Eymar. Costui vedendo scontenti i soldati dal trovarsi sottomessi a coloro che fin là aveano osteggiato, il popolo dalla riduzione delle cedole, i preti dall’incameramento dei beni, i ricchi dalle implacabili imposizioni, vuol prevenire una sommossa col rapire i capi di famiglie nobili, e mandarli ostaggi a Grenoble. Subito si usurpano le preziosità della Corona, dal re illibatamente lasciate; depredansi i musei per arricchire il parigino; i titoli di nobiltà sono arsi in piazza Castello. Erogati in tre mesi da trentaquattro milioni per mantenere l’esercito, ridotto a un terzo il valore della carta moneta, stremate le finanze, più non vedendo altro spediente, si propose la fusione colla Francia.
Aperti ne’ Comuni i registri per votare su ciò, colla solita maggioranza il plebiscito domandò che il Piemonte facesse parte della Francia. Carlo Bossi, fautore delle nuove idee, e che aveva celebrato con un’ode le innovazioni di Giuseppe II onde fu mandato a viaggiare, rimpatriato verseggiò sugli eventi de’ tempi; poi al minacciar della guerra fu spedito al re di Prussia; a Pietroburgo, infine a Buonaparte. Dal quale avendo udito esser proposito della Francia tenersi il Piemonte e ingrandire la Cisalpina, pensò meglio smettere i pensieri d’italianità che con Carlo Botta avea coltivati; ed essi due fecero lo spoglio de’ quattromila processi verbali che conteneano meglio d’un milione di firme, e portò la domanda della fusione al Direttorio, che si degnò esaudirla[44]. Non pochi avversavano alla perdita dell’indipendenza; in Acqui vi si oppose una risoluta sollevazione, ma fu repressa; e venne istituito in Piemonte il Governo francese.
CAPITOLO CLXXVIII. Riazione. I Tredici mesi. Italia riconquistata. Pace di Luneville.
Ma sopra la Repubblica francese e le sue create si addensava il nembo, tutti i nemici allestendosi a tarpare la sparnazzante democrazia. Paolo di Russia, deliberato a ristabilire i dinasti spossessati, mandava all’Austria sessantamila uomini; esercito terribile, di tutta la forza che dà la barbarie a servizio dell’intelligenza. Lo comandava Suwaroff vincitore dei Turchi, a cui una fanatica intrepidezza teneva luogo di genio, e d’arte l’unico intento d’andar sempre avanti. Ma il Consiglio aulico di Vienna, che poteva movere ducenventicinquemila soldati, aveva divisato la guerra all’antica, e mirando più di tutto all’Italia.
In Francia, le finanze esauste, scarsa la subordinazione, malversata l’amministrazione; dei paesi protetti, cioè servi, non profittavano che gli espilatori; il suo più bello esercito e i migliori generali campeggiavano in Egitto, nè meglio di cencinquantamila soldati effettivi le rimaneano; di Moreau temevasi l’esuberanza repubblicana; Joubert e Bernadotte ricusavano il comando supremo per le restrizioni che vi si voleano mettere: sicchè attribuendo l’esercito di Napoli a Macdonald, quello dell’Alpi fu commesso a Scherer ministro della guerra, segnalatosi nel Belgio e nelle prime campagne d’Italia, ma vecchio e ignaro della moderna tattica di concentrare le forze in un punto solo, e poco amato perchè reprimeva la rapacità militare. È prezzo dell’opera conoscere le istruzioni dategli dal Direttorio: — La missione affidatavi dalla patria tende a rendere la repubblica francese arbitra delle nazioni dell’universo. Nella caduta di Cartagine Roma previde la conquista dell’Oriente; nella totale sommessione dell’Italia sono compresi i nuovi trionfi riserbati all’eroismo della gran nazione dall’insormontabile forza delle cose... Fin qua il Direttorio esecutivo stimò bene celare il magnifico proposito, e allucinar le teste italiane col fantasma della sovranità e indipendenza nazionale: questo lenocinio, secondato dagli avidi e ambiziosi di colà, riuscì a capello de’ nostri interessi: sedici milioni di uomini furono sottomessi da un numero di combattenti, che potrebbero dirsi corpi volanti anzichè esercito... L’oro e l’argento di che Italia ringorgava, fu versato nelle nostre casse militari: ma bisognò prodigarlo a corrompere gli amministratori dei diversi Stati, salariare i faziosi, gli allarmisti, gli spioni che servivano la nostra causa, e fra gli stranieri gli entusiastici apostoli dei nostri principj... Troviamo inutile rammentarvi che la repubblica francese essendo una, tutte le repubbliche italiane, partorite e tollerate solo per le imperiose contingenze, devono sparire. L’esistenza politica dei vinti non consista che in una pacifica servitù; non altre leggi conoscano che quelle date dal conquistatore... Abolite all’istante i nomi di guardie civiche, di legioni nazionali; soffogate nei cuori italiani ogni favilla d’ardor nazionale».
Massena, comandante all’esercito di Svizzera, invase (1799 marzo) prosperamente il paese de’ Grigioni che aveano chiamato gli Austriaci; ma verso Italia il valoroso austriaco Kray sventò i divisamenti di Scherer, ed eccitando i popoli alla rivolta, lo sconfisse a Magnano e a Verona (5 aprile); Santa Lucia, Bussolengo, i laghi d’Idro e d’Iseo videro combattimenti gagliardi, mentre gl’Italiani stavano guardando a chi toccherebbero.
Il selvaggio Suwaroff sopraggiungendo, e dato lo scambio agli uffiziali austriaci trattandoli da donnicciuole, zerbini, infingardi, aduna tutte le sue forze sull’Adda, e dopo sanguinosi fatti a Lecco, a Verderio, a Cassano, la passa d’ogni parte (25 aprile); lascia saccheggiare la Lombardia da Cosacchi, appena uomini d’aspetto, sicchè vi rimasero popolarmente terribili i nomi di Bagration, Korsakoff, Wukassovich[45]. Moreau, tardi mandato a scambiare Scherer, potè a fatica coprire Milano sinchè fuggissero i patrioti: e testimonio dell’esultanza dei popoli che si consideravano come liberati, e che in più luoghi lo molestarono, voltò verso Genova, donde potrebbe e tener aperto il passo verso Francia, e unirsi a Macdonald che, per ordine del Direttorio, veniva da Napoli. Melas, alla testa di cinquantamila Austriaci (28 aprile), e d’alquanti migrati francesi comandati dal principe di Rohan, entrò in Milano.
Questa città, capo della migliore fra le improvvisate repubbliche, focolajo della rivoluzione di tutta Italia, non oppose resistenza: i vantatori di vittorie francesi e disastri austriaci, d’ostacoli naturali insuperabili, d’opposizione indomita de’ liberi petti furono primi alla fuga, alcuni squallidi e afflitti, altri lucidi e satolli, altri s’affrettò colla viltà a meritar grazia dai nuovi padroni, e tosto rialzansi le croci e gli stemmi, si drappellano santi e aquile, e simboli d’una nuova trinità, Austria, Russia, Turchia; si dà nelle campane; al grido di — Viva la religione, viva Francesco II» si saccheggiano le case e le terre di Giacobini; il solito trionfo de’ camaleonti.
Quelli che l’altalena aveva abbassati, or si rialzano baldanzosi e stizziti; alla forza dei vili sottentra la viltà dei forti, che pretendono disfare il passato, punire le ingiustizie con altre, e fin la giustizia snaturano coll’aspetto di vendetta. In tali casi un Governo intelligente conosce unico partito il perdonare e dimenticare, per ottenere dimenticanza e perdono, anzichè secondare le riazioni, che scavano abissi in cui non precipita soltanto il vinto. Ma la vittoria sa di rado moderarsi. Una congregazione delegata e tre giureconsulti (Manzon, Drago, Bazzetta) sotto al commissario imperiale Cocastelli presero a sindacare i fautori d’un Governo, che pure era stato legalmente riconosciuto; molti furono cacciati prigioni, centrentuno mandati nelle fortezze di Cataro e del Sirmio; minute persecuzioni pubbliche e domestiche, sotto il pretesto di vendicare altari e troni, aprivano sfogo a rancori, esacerbati da tre anni d’umiliazione. Intanto i soldati la davano per mezzo a mille sporcizie, per quanto i paesani sapessero ad ora ad ora pagar l’insulto col sangue.
In Valtellina, dapprima truppe cisalpine comandate da Lechi invadono o turbano la val Poschiavo; poi una frotta di Bresciani, vantando il nome d’Austria, taglieggia, concute, maltratta chiunque ebbe impieghi sotto la repubblica; poi per l’imperatore vi governa dispotico il barone Lichtenthurm; e un Parravicini valtellinese militante coi Tedeschi, e Claudio Marlianici delegato commetteano o lasciavano commettere arresti, perquisizioni, violenze.
Nella Svizzera italiana i malcontenti, dalle valli sbucati sopra Lugano, cacciano prigioni alcuni patrioti, uccidono uno Stoppani, l’abate Vanelli da gran pezzo redattore della Gazzetta ticinese, e alcuni altri: finchè si mandano a chiamare gli Austriaci, che prendono il paese «sotto gli auspicj potenti dell’imperial potere». L’amministrazione di Torino rifugge a Pinerolo, e tutto il Piemonte sobbolle: Brandalucioni, con bande ragunaticcie del Canavese che chiamava masse cristiane, corre a schiantar gli alberi di libertà, e surrogare croci, e depredare Giacobini e scannarli: il popolo aprì ai Russi le porte di Torino (1799 20-22 giugno), ed ajutò Wukassovich ad assediare la cittadella, capitolata la quale e quella d’Alessandria, fu ripristinato il nome dei re di Sardegna.
Ma il solo nome; perocchè padroni erano i militari, che moltiplicavano le esazioni, mentre Cosacchi e Panduri imperversavano al saccheggio; le cedole infestavano il paese; i soldati davano ai cavalli la sagina e il granturco sottratti al contadino, che moriva di fame. Molti furono carcerati, nessuno ucciso in giudizio. Suwaroff, per quanto spaventoso ne’ suoi manifesti, professava di combattere per difesa della religione e delle proprietà, e pel ripristino degli antichi governi, laonde, più che a punire, credea dovesse pensarsi a riordinare, e dal marchese Thaon di Sant’Andrea facea raffazzonare il Governo regio: ma altri erano i divisamenti dell’Austria.
La rivoluzione in Italia era stata desiderata o gradita solo da negozianti, da dotti, da begli spiriti, ed anche di essi i più se ne stomacarono appena vedutala differente dalla speranza; poca parte vi avea preso il popolo, o solo per l’andazzo; eransi fatte piuttosto sedizioni, collera dei pochi, che non rivoluzioni, idea ed espressione di un’epoca, e troppo lo chiarirono le fiere tragedie realistiche, risposte alle commedie giacobine. Roma, Ancona, Livorno ebbero effigie divote che giravano gli occhi: alla Madonna del Conforto di Arezzo tanto crebbe la venerazione, che colle offerte le si alzò magnifica cappella: in via del Ciliegio a Firenze alcuni gigli selvatici, esposti avanti una Immacolata, fiorirono, ed il fenomeno naturale eccitò meraviglia e concorso e grazie e disordini; preludj di molto più fieri. Nello Stato Pontifizio sobbollivano Terni, Civitavecchia, Orvieto: in tutti i punti la guerra civile era fomentata dalle pessime nuove che a giornata venivano d’ogni dove.
Napoli della brevissima repubblica Partenopea poco ebbe a lodarsi. Persone di senno e di bontà l’aveano servita di cuore; nella giunta legislativa sedettero Mario Pagano, Galanti, Signorelli, nomi conosciuti, e per omaggio al defunto Filangieri un suo fratello; nel direttorio l’Abamonti e il Delfico: Francesco Caracciolo brigadiere di marina, disgustato del re, al quale serviva da trent’anni, perchè gli mostrò diffidenza col togliere dalla nave di lui una somma depostavi, passò nella marina repubblicana. Col nome di padri e madri dei poveri, signori e dame andavano distribuendo denari e lavoro agli artieri scioperi: il medico Cirillo, uno dei pochissimi che nelle rivoluzioni mirano al pubblico bene, suggerì una cassa di soccorso, nella quale versò quanto avea guadagnato nel lungo esercizio. Mario Pagano, da vecchio e da storico, ripeteva non dovessero ripromettersi pace e godimenti, ma a consolidar la repubblica volersi tributi, armi e virtù, e che del proprio senno ciascuno ajutasse i reggitori della patria: ma la moltitudine ascolta piuttosto a chi la assonna di facili trionfi e beatitudini; poi quando le mancano, si chiama tradita, e ribrama il prisco stato.
Ma la libertà era cosa insolita, insolitissima l’eguaglianza in paese monarchico, di tenace feudalità, di fanatica ignoranza, e che la presente condizione non avea conquistato a fatica e sangue, ma riceveva in dono. Il sospetto era morbo inoculato dalla precedente dominazione; i perseguitati voleano vendicar le ingiurie sofferte con recarne di nuove; i giovani le idee di moda sorbivano coll’esagerazione che non tollera freno; e per imitazione di Francia urlavasi contro il tiranno, contro il papa, contro il culto, contro l’aristocrazia; nelle sale patriotica e popolare formolavansi accuse contro a privati e a pubblici, e diluviavansi parole e ineffettibili proposizioni. Al popolo che chiedeva pane, si predicavano i beni della repubblica, s’insegnavano i diritti dell’uomo e i destini d’Italia; i nomi di santi imposti nel battesimo, e principalmente di Ferdinando, si cambiano nei classici di Cassio e Armodio, o di Masaniello; e cantar Partenope e il Sebeto, e recitar le tragedie d’Alfieri, di mezzo alle quali talvolta uno sorgeva in pien teatro, e presone a testo qualche verso, metteasi a sbraitare contro il dispotismo.
Acclamata la costituzione francese, si sciolsero i fedecommessi, le giurisdizioni baronali, i servigi di corpo, le decime, le caccie riservate, i titoli di nobiltà; con integrità si corressero gli abusi delle banche, annichilando moltissima carta, e la gabella sul pesce, sulle farine, sulle teste. Tutto bene, ma i modi precipitosi guastavano; l’abolire le tasse senza nulla surrogarvi, scompigliò le finanze; se non bastava che col distruggere le feudalità tutt’a un colpo si fossero suscitate inestricabili liti coi Comuni, si beffavano e ingiuriavano con iscritti e con atti i baroni come i preti. Il ministero della guerra avea proclamato che «chiunque avesse servito il tiranno, nulla sperasse da un Governo repubblicano»: onde tutto l’esercito antico e il satellizio dei baroni (milizia già addestrata che sarebbesi potuto utilizzare per la patria) si ridussero paltoni o masnadieri, ribramanti il governo antico. Quindi scombussolamento e mali umori; chiunque non sedeva in posti screditava chi vi sedesse; chiunque trovava un freno di legge, urlava alla tirannide. I democratizzatori erano odiati nelle provincie, ove piantavano alberi di libertà e toglieano denari. I ventiquattro del Governo, da un lato pareano tirannici, perchè moderavano le trascendenze dei circoli politici, peste d’ogni libertà; dall’altro fiacchi, perchè nelle benevole fantasie non voleano persuadersi degli abominj della ciurma qualora sormonta.
I Borboni erano fuggiti per pusillanimità, ancora integri di forza e di tesoro, e lasciando moltissimi fedeli, ai quali aggruppavansi man mano i malcontenti. Fidando in una vicina riscossa, i baroni, avversi al nuovo Stato e non lo temendo, cingeansi de’ loro vecchi armigeri e de’ soldati regj congedati, e alla spicciolata combattevasi, assassinavasi, si rinnovavano fatti esecrandi. Pronío e Rodío capibanda non cessavano di molestare i Francesi negli Abruzzi: in Calabria uno Sciarpa, in Terra di Lavoro Michele Pezza, famoso col nome di frà Diavolo, altri altrove, piacevansi degli assassini, onestati dal titolo politico: il Mammone mugnajo ornava il suo desco con teste appena recise, beveva sangue, e se non n’avesse d’altrui, il proprio; quattrocento fe trucidare, anche traendoli di carcere: e a cosiffatti il re dava il titolo d’amici e generali[46]. Tali cose sono asserite dal Coco, ma dopochè il brigantaggio infierì quest’ultimi anni contro il nuovo regno d’Italia, l’esagerazione con cui ne sono narrate le imprese e le atrocità dalle due parti opposte obbliga a dedurre assai da quanto fu asserito allora. Nulla più credulo che i tempi di rivoluzione.
Altrettanto si esagerò intorno a Fabrizio Ruffo. Questo napoletano fu assessore di governo a Roma, poi tesoriere abilissimo; avea tolti molti abusi feudali, assicurato le rendite, stabilito un premio a chi piantasse ulivi, e passava per riformatore; e poichè gl’interveniva, come in tutti i tentativi, di fare e disfare, Pasquino il dipinse con nell’una mano ordine, nell’altra contrordine, in fronte disordine. Caduto di grazia, ricoverò a Napoli, ove il re lo pose intendente di Caserta e San Leucio, ma sì poco profittò de’ suoi posti che, quando fu fatto cardinale, per sostenere le spese dovette ipotecare i beni della prelatura. Allora rivide Roma, e cooperò a sostenere il coraggio di Pio VI, poi accompagnò i reali di Napoli nella loro fuga in Sicilia, donde tornato in Calabria, vi sistemò l’insurrezione e la guerra di bande in nome della santa fede; e al suo esercito parea dovessero unirsi moltissimi di Sicilia, dove i baroni, benchè non obbligati a servire fuori dell’isola, offersero di reclutare a proprie spese novemila soldati.
Intanto legni inglesi e siculi, capitanati da Nelson, sommoveano le coste, presero Ischia e Procida, minacciavano Toscana e Romagna, interrompeano le comunicazioni fra Egitto e Francia, e catturavano navi e persone: la flotta turco-russa, dopo ritolta Corfù ai Francesi, accennava all’Italia. Della rapida conquista di Championnet non restavano ornai che Napoli e il circondario (1799); sicchè il Governo repubblicano dovette uscire dalla quiete, in cui lo teneano la confidenza del bene e il desiderio di non infamarsi con crudeltà, e cominciò rigorose repressioni. Andria fu distrutta orribilmente; Trani col sacco e il fuoco punita dell’ostinatissima resistenza; e così Sorrento e moltissime terre di Bari e di Calabria, senza per questo sopire la rivolta. Macdonald mette fuori proclami ferocissimi; prelati e preti sconterebbero colla vita le insurrezioni de’ luoghi ove dimoravano e sarebbero uccisi appena côlti coi sollevati; autorità al Governo d’arrestare i sospetti; ricompensa e silenzio a chi denunziasse un migrato francese o depositi d’arme; morte a chi toccasse a stormo le campane, o spargesse false notizie. Ettore Caraffa conte di Ruvo, maggiordomo del re eppure mescolato nelle congiure, imprigionato, fuggito, stimolatore e compagno di Championnet nella spedizione, ora scontento che s’intepidisse l’ardore repubblicano, faceva ad arbitrio leve e tolte che invelenivano.
Stretto dal bisogno di riparare la Francia minacciata, il Direttorio di Parigi (1799 maggio) comandò a Macdonald accorresse nell’alta Italia per congiungersi a Moreau che scendea dalla Bocchetta di Genova; ed egli partì di Napoli, lasciando deboli guarnigioni a Capua, a Gaeta e in castel Sant’Elmo. Trovava la Toscana con insolito furore levata alle grida di — Viva Ferdinando, viva il papa», e dovette arrestarsi davanti Arezzo e Cortona che osarono resistergli. Questo rubogli un tempo d’inestimabile valore per unirsi a Moreau, e concedette agio a Suwaroff d’interporsi grosso fra loro nel piano di Piacenza. Tre giorni di fiera battaglia (17-19 giugno) contaminarono la Trebbia con quindicimila cadaveri; Macdonald indietreggia, e difilatosi sopra Genova, vassene in Francia, con lode di grande ma sfortunato valore; e Suwaroff pianta i suoi accampamenti in modo da impedire che fossero soccorse Tortona ed Alessandria assediate.
Ormai nelle sole fortezze trovavasi ridotta la possa francese. Il Direttorio rinnovatosi, volendo dare prova di sè con atti robusti, impone cento milioni sui ricchi, arma grossi eserciti, dirizza alla volta di Genova Joubert a capo di quarantamila infervorati: ma Kray e Suwaroff riunitisi, lo pettoreggiano e costringono a rifuggire tra l’Appennino; e poco poi resta ucciso a Novi in una battaglia che costò ventisettemila vite (15 agosto). Anche Moreau sottentratogli è messo in rotta: Championnet, sceso per Cuneo sul Piemonte, dopo breve prosperità, trova sconfitta e morte (7bre). Gli Austriaci espugnano faticosamente Tortona; ma Alessandria, Mantova, Serravalle, Cuneo, altre fortezze capitolano con tal rapidità che i comandanti sono accusati di corruzione o di tepore.
Sogliono gli Italiani chiedere la loro liberazione dai Francesi: ricevuta che l’abbiano, maledirli. Quando Macdonald la abbandonò, alla repubblica Partenopea parve d’avere acquistata l’indipendenza, e fece gavazze ed eccessi fino a proporre di tor d’impiego chiunque vi fosse stato posto da’ Francesi; e intanto frati predicare la repubblica in nome del vangelo, filosofi in nome di Rousseau; tutti assicurandola immortale, e già aveva il rantolo della morte. Il potere fu accentralo in Gabriele Manthoné, chiassoso repubblicano, che ravvivò gli ordini dei più fieri comitati di Francia, e con denari levati o donati soldò i veterani e li spedì a combattere gl’insorgenti, sistemò la guardia nazionale e una Legione Calabra, che proclamava — Vogliamo sangue, vogliam morte: darla o riceverla ci è tutt’uno, purchè la patria sia libera e noi vendicati».
Pensate che orrori ne dovessero seguire: intanto che le parti straziavano le viscere, e gl’insorgenti sbucavano d’ogni calle, d’ogni bosco, e superando l’opposizione, assalsero la mal guarnita Napoli. Si volle, come sempre, difendere la capitale, mentre l’abbandonarla e difilarsi in colonna verso Capua o ai monti, avrebbe risparmiato ai Realisti tanti assassinj. Ruffo v’entrò di viva forza, secondato dai lazzaroni, con ferocie quali poteano attendersi da disperati contro disperati. Le finte notizie sono sempre l’arsenale dei settarj. Come dianzi erasi sparso che Ruffo si fosse da sè creato papa, così allora si diè intendere ai lazzaroni che i repubblicani avessero tramato di scannarli tutti, e i loro fanciulli educare senza religione; ond’essi a buttarsi su quelli ferinamente, e spogliare maschi e femmine per punirli della chioma raccorcia o per trovarvi gl’impressi simboli repubblicani e massonici, flagellarli, straziarli a membro a membro, arderli vivi. Guai alla casa che uno ne ricoverasse! il che rendeva inospiti molti, altri vili sino a denunziare il figliuolo o il fratello. Dopo due giorni il cardinale riuscì a sospendere la carnificina, e si diresse ad espugnare i castelli Nuovo, dell’Ovo e Sant’Elmo, dov’erano ricoverati i patrioti di miglior conto.
Di là poteano questi recare immensi guasti alla città; aveano seco ostaggi e parenti del Ruffo, e modo di resistere finchè di Francia venissero soccorsi; laonde dal cardinale ottennero una buona capitolazione, libertà di partire sulle navi chi volesse, o di restare inoffesi, e promessa di sciogliere i prigioni e gli ostaggi. A tali patti ebbe esso i castelli, pubblicò generale perdonanza, e i repubblicani già erano imbarcati: quand’ecco dalla regina Carolina giunge una protesta[47], e voler morire piuttosto che patteggiare con sudditi ribelli; spedisce Emma Leona, che coi baci compra sangue da Nelson, il quale cassa la capitolazione (14 giugno) perchè fatta senza di lui ammiraglio, ottantaquattro cittadini fa incatenare, e dal francese Mejean, lasciato da Macdonald a comandare, riceve castel Sant’Elmo cogli ostaggi e coi patrioti in esso ricoverati.
Ruffo (dicasi a sgravio di questo prete che pure si dipinge senza costume e senza fede, dicasi a obbrobrio del Nelson) mai non aderì alla turpe violazione; e dichiarò che, se l’armistizio fosse rotto, non s’attendessero verun soccorso da sua parte. Non gli si badò, e alle infamate antenne britanniche si vide appiccato il vecchio ammiraglio Caracciolo. L’esempio incita a crudeltà i mal repressi popolani; la plebe scanna, ruba, abbrustolisce, mangia, si mangia i patrioti: il coltello degli assassini gareggia colla mannaja.
Il re giungeva di Sicilia (30 giugno) come in paese conquistato, perdonava ai lazzaroni saccheggiatori fin della reggia, aboliva i seggi e i privilegi della città, del regno, dei nobili, e dichiara ribellione ogn’atto commesso durante la sua fuga, e ottomila sono imprigionati nella sola capitale per avere parlato, scritto, combattuto, per avere avuto un nemico che li denunziasse. Spie, torture, presunzioni erano le procedure della giunta, la quale mandò a morte i generali Manthonè e Massa, Vincenzo Russo, Nicola Fiano, Francesco Conforti che avea sostenuto le ragioni regie contro Roma e allevato i migliori giovani d’allora, Nicolò Fiorentino dotto matematico e giureconsulto, Marcello Scotti autore del Catechismo nautico e della Monarchia papale, il conte Ruvo, il medico Cirillo, Mario Pagano, una Sanfelice[48], ed Eleonora Pimentel, poetessa cara a Metastasio e famosa parlatrice repubblicana.
Questi nomi immortalò il martirio con quello dell’inquisitore loro Vincenzo Speciale, che insultava le vittime e i loro congiunti, seduceva a confessare, alterava perfino i processi. Pasquale Baffa, grand’erudito, ricusò dell’oppio, non credendo lecito il suicidio neppure negli estremi: era già condannato, e Speciale assicurava la moglie di lui non andrebbe che in esiglio. Invece Velasco, all’intimazione dello Speciale che lo manderebbe a morte, — Non tu» rispose, e precipitossi dal balcone. Cirillo interrogato da lui di che professione fosse sotto il re, — Medico»; e nella repubblica, — Rappresentante del popolo»; ed ora? — Ora in faccia a te sono un eroe», e ricusò chiedere grazia dal re e da Nelson che aveva curati. Vitaliani continuò a sonare la ghitarra, e uscendo al patibolo diceva al carceriere: — Ti sieno raccomandati i miei compagni, son uomini; e tu pure, un giorno potresti essere infelice». Manthonè alle interrogazioni non dava altra risposta se non: — Ho capitolato».
Furono da cento gli uccisi di nome, nobili, letterati, guerrieri, due vescovi, giovinetti di venti e di sedici anni[49]; molti altri andarono sepolti nella fossa della Favignana (Ægusa); infiniti a minori pene. Si omisero come troppo frequenti i rintocchi dell’agonia per giustiziati; visitatori scovavano per le provincie «i nemici del trono e dell’altare», e due di quelli bastavano per togliere la libertà e i beni. Se si consideri che fra quelle vittime era il fior della nazione, non si troverà esagerato chi scrisse avere ella per quel colpo retroceduto di due secoli. Domenico Cimarosa, cigno della musica, per avere puntato un inno repubblicano ebbe la casa devastata, prigionia qual soleasi allora, e per quattro mesi l’aspettazione della morte, finchè i Russi essendo arrivati a Napoli, e chiestane invano la liberazione, ruppero il carcere, e lasciarono andare a Venezia a morire sbattuto e dimenticato.
Poi venivano le ricompense. Al cardinal Ruffo lautissime dal re, da Paolo di Russia decorazioni; titoli e ricchezze agli altri, fossero pure masnadieri e scampaforche; e più di tutti a Nelson e alla sua bagascia, e il titolo di duca di Bronte infamò il vincitore d’Abukir. A bastonate si svezzarono i lazzari dalla ruba e dal sangue; e il Governo ripristinato, ravviando le consuetudini prische, avrebbe potuto riuscire forte e farsi ancora benedire, se non fosse stato ossesso dal demone della riazione. Il re, che mai non era sceso di nave, tornò a Palermo festeggiato come trionfante di nemici; Canova ebbe incarico di eternarlo in marmo sotto le sembianze di Minerva; e l’astronomo Piazzi nominò da lui il pianeta Cerere, scoperto il primo di quell’anno. Sol quando il risorgere della fortuna francese insinuava idee più miti, e le favoriva il principe del Cassero vicerè, Ferdinando bandì l’indulto (1800 30 maggio), pel quale settemila uscirono di prigione: ma tante erano le riserve che ve ne restarono mille, tre migliaja erano fuggiaschi, quattromila in esiglio[50].
L’esercito, rifatto coll’aggregarvi furfanti (1799), si era unito colle bande di Rodío, di frà Diavolo e simili per avviarsi verso Roma a ripristinare il papa. Garnier, che ne comandava lo scarso presidio, li respinse: ma Tedeschi, Russi e Inglesi strinsero Roma così, che i Francesi uscirono patteggiati e assicurando l’amnistia. Allora i Napoletani entrati (30 7bre) strapazzano il busto di Bruto, svelgono gli alberi della libertà, e ogni memoria e resto dell’esecrata repubblica; espulsi, banditi, catturati i patrioti e tutti i forestieri; posto un tribunale, che non mandò nessuno al supplizio, molti nelle carceri, molti abbandonò agli insulti e all’assassinio. Intanto si costituiva un Governo non papale ma napoletano, s’incamerano i beni de’ fuggiaschi, si lanciano tasse fin sulle clericali immunità. Altrettanto baldanzeggiava nelle Marche il generale Frölich, che le teneva a nome dell’Austria.
Quattro mesi di dominazione francese aveano della Toscana scassinate l’economia, la moralità, ogni subordinazione, e procacciatole universale disamore. Perciò, appena si ode il prosperare de’ coalizzati, grandi dimostrazioni prorompono nel Lucchese; ma l’intempestiva levata costa a molti la vita. Il Reinhard pubblicava: — Gli abitanti della campagna traviati, con petulante insolenza provocano i Francesi; con preti alla testa insultano i colori nazionali; vili istigatori dal fondo de’ nascondigli incitano alla rivolta e appellano i barbari del Nord... Voi che abbattete gli alberi della libertà, dovevate nel giorno in cui furono piantati esclamare, Vogliamo rimanere schiavi; la ragione non è fatta per noi; ci dichiariamo indegni d’esercitare i diritti dell’uomo».
Il granduca Leopoldo bonificando val di Chiana, avea ridotto fertili le circostanze d’Arezzo, e abolito le gravose eccezioni, onde quella città gliene professava una riconoscenza, che aumentata col confronto, indusse il maggio popolo a insorgere (maggio) gridando — Viva Maria, viva l’imperatore, abbasso l’albero». Cacciata la debole guarnigione, assaliti i patrioti, rialzati gli stemmi ducali, le donne incorano alla sommossa; la campagna asseconda, Cortona vien dietro, invano le autorità civili ed ecclesiastiche gettando parole di moderazione; appajono un valore e un furore qual mai nessuno aspettava dai miti Toscani, i quali si muniscono di tutte le arti della guerra paesana; intanto accoltellano i sospetti d’avversa parzialità, o qualche Francese che da solo si avventurasse.
In questo sopraggiungeva Macdonald da Napoli, come dicemmo, e trovandosi chiuse in faccia le porte, e munite di risoluti le ciclopiche mura, proclamò se tardavano ventiquattr’ore a sottomettersi, avrebbe passato per le armi gli abitanti, rase le città ribelli. Alcuna si sottomise, altre gli costarono sangue e, che più gl’importava, tempo: poi appena egli sfilò verso la Trebbia, gli Aretini raddoppiano di baldanza, e distendono la controrivoluzione, sorretta da un Windham, già ministro di Inghilterra presso Ferdinando III, e da Alessandra Mari sua ganza. A tutti i Toscani proclamavano essi: — Abbiamo scosso il ferreo giogo della servitù, dispersa la straniera forza che ne gravava il collo; nel nome del Dio delle vittorie veniamo a ridonarvi la politica e civile libertà rapita. Coraggio, Toscani, all’armi... L’angelo sterminatore che combatte per noi, perseguita i vostri oppressori». La ciurma accorsa da ogni parte trasmoda; Siena è presa dagl’insorgenti, bruciati tredici ebrei, altre persone trucidate; ai perseguitati dai Francesi sostituivansi nelle carceri i perseguitati dai riazionarj. Sorte gare di primazia fra le due città, Siena offre alla Madonna del Conforto una pace d’oro, stupendo dono di Pio II, e gli Aretini in ricambio ne riconoscono le prerogative.
Dopo la sconfitta della Trebbia, le truppe francesi sono costrette ritirarsi da Firenze, dove non essendosi provveduto alla pubblica sicurezza, la moltitudine alza il capo, a fatica dall’arcivescovo e dai prudenti rattenuta da eccidj e saccheggi. Il senato fiorentino ristabilito manda a sollecitare i Tedeschi; ma ecco gli Aretini soprarrivano ne’ più bizzarri arredi, con coccarde d’ogni colore e croci ed armi e cupe risoluzioni, e cominciano a violentare i patrioti. La Mari trionfa fra il Windham e un frate; un consesso inquisitorio, assistito dal celebre giurista Cremani, su trentaduemila processati, ventiduemila condanna per reati politici: le fortezze di Portoferrajo, Volterra, Livorno, Prato, Pistoja riboccano di carcerati; molti sono esposti alla gogna, moltissimi profughi, sostenuti l’antico vescovo Ricci, il vescovo di Massa, il preposto Fossi bibliotecario della Magliabechiana, diciotto cavalieri di san Stefano, il cavaliere Fontana ordinatore del museo di fisica: chiuse le Università, destituiti i professori. È superfluo parlare dei disordini economici.
L’arrivo del tedesco D’Aspre sospende le persecuzioni; i comandanti stranieri rimasti padroni, riescono a sottoporre al senato il Governo provvisorio d’Arezzo; poi l’armata austro-russa-aretina s’accinge a invadere la Romagna, e prende Perugia e le altre città fino a Roma. Tutta Toscana allora acclama il granduca Ferdinando; ed egli, che, al primo venire de’ Francesi, aveva imposto come segno di lealtà di riceverli con benevolenza, istituì una giunta onde premiare quelli che aveano dato «il grand’esempio» dell’insorgere contro di essi, «e adoperato valore o prudenza a far nascere, fomentare o animare la sollevazione contro i nemici»[51]. Vittorio Alfieri, che aveva declamato tutta sua vita contro i re, poi bestemmiata la rivoluzione francese, e fremuto a quest’alzarsi degli avvocati e dei villani rifatti, fu visto fra la turba applaudire agli insorgenti, poi scriveva: — Io ho passato i centodue giorni della tirannide francese di Firenze sempremai in villa, e non ho mai messo i piedi una sola volta nella città fin al dì 6 luglio, che fu il giorno della purificazione. Adesso sono ancora in villa, ma vo qualche volta a Firenze, e massime ogniqualvolta ci arriva dei soldati tedeschi, per vedere il trasporto, il giubilo, l’espansione di cuore del pubblico intero per i suoi liberatori, benchè gli Aretini han fatto essi il più. La Toscana è presentemente tutta evacuata, e il sole vi ritorna a risplendere»[52].
Ai Repubblicani non restavano più che Genova ed Ancona. Questa fu assalita dalla flotta turco-russa, e per terra da Austriaci e Romagnoli, guidati da Lahoz, il quale dalla Cisalpina era passato agli Austriaci, o com’egli diceva all’Italia, ingannato prima dal nome di libertà, ora da quello d’indipendenza, ed ivi perì. Pino e Monnier difesero quella fortezza, che poi capitolò onorevolmente (1799 6 luglio), ma fu saccheggiata da Turchi e Russi. Genova offriva l’unico passo verso Francia; laonde i Francesi la occuparono a malgrado delle autorità paesane, e la posero in istato di difesa.
Francia diè ricovero ai tanti profughi d’Italia, i quali alle sventure patrie anche allora non trovavano che le vulgari cagioni. — Il tradimento e la perfidia soli han dato la vittoria al Barbaro; e chi più efficacemente il favoriva, reggeva allora la Francia»: così cominciavano un indirizzo ai rappresentanti; e a grida di piazza insistevasi perchè il Direttorio dichiarasse l’unità d’Italia, altrimenti dall’Europa sarebbe creduto complice di quei suoi agenti che aveano compressa la libertà, posto in impieghi gli aristocratici, violentate le assemblee primarie, perseguitato i più fervorosi, fomentato le sollevazioni plebee. Poi venivano le incriminazioni fraterne, e quel che pare un bisogno degl’infelici, il volgere il dente contro le proprie carni. Chi avea tratto la Cisalpina in postribolo, godeva agi e onori; ad altri soccorreva la carità de’ ricchi lombardi; il poeta e matematico Mascheroni morì di stento; di stento visse il Monti, che metteva in versi quelle accuse e quelle ire; e trovandosi negletti da un Governo che di loro non abbisognava, i profughi ridestarono l’idea di rigenerare da soli la patria, e il sentimento dell’unità italiana rinvalidarono nella mescolanza de’ patimenti.
La Francia era a tal punto, da tremare della propria, non che poter assicurare l’altrui libertà; vinta sui campi e minacciata d’invasione, club di fanatici, indirizzi di eserciti pretendeano dettare leggi; baldanzosamente intaccavasi il Governo, e il Governo che non osava difendersi col terrore, suppliva con intrighi e colla polizia. Luciano Buonaparte, uno dei direttori, fomentava i mali umori, e diceva: — Non più ciancie si vogliono, ma una testa ed una spada».
Per verità la rivoluzione non tolse il despotismo, ma tramutollo dal re nel popolo, che si arrogò le attribuzioni de’ privati, della famiglia, del Comune, assorbendo l’uomo nel cittadino, la famiglia nello Stato. Ne seguì l’anarchia; e poichè gli uomini han più paura di questa che desiderio della libertà, credettero primo bisogno il reprimerla, ed unico mezzo il despotismo. Ma chi potrebbe esercitarlo se non un soldato? E tutti gli sguardi si dirigevano all’Egitto e al Buonaparte, di cui la gloria traeva spicco dalle presenti sconfitte e dalla lontananza; le scarse notizie, le accorte insinuazioni facevano credere a grandi vittorie, magnificare i divisamenti del giovane generale, e guardarlo come l’unico capace di opporsi all’Europa congiurata e al disordine irruente.
Ma egli non avanzava fra i trionfi; e i quaranta secoli dall’alto delle piramidi videro alcune vittorie, ma poi una serie di disastri e di difficoltà, davanti alle quali fiaccavasi l’animo di lui, fatto pei colpi subitanei più che per le lente combinazioni. Trovavasi dunque disgustato della sua impresa, quando attraverso alle navi inglesi gli trapelarono le notizie di Francia, e i voti e le orditure de’ suoi amici: onde risolve tornarvi a tutto rischio; e disertando dall’esercito per correre dietro alla fortuna (29 agosto), passa non visto di mezzo agli esploranti inglesi, approda improvvisissimo a Frejus, e fra l’entusiasmo e la curiosità vola a Parigi, salutato da tutti come salvatore (9 8bre).
Fin là ben poco s’era sperimentata l’attitudine di Buonaparte al governare; sapeasi però ch’egli era fortunato, e basta: faceva mestieri d’un uomo, che desse unità a tanti impulsi, ed egli pareva il caso; e tutto da lui aspettavano tutti, su tutto si cercava il suo avviso. Egli sentendosi necessario, aveva l’arte di non spingersi che a sentita: poi tutto concertato nel secreto, volge le armi contro le toghe, e con un colpo ardito (9 9bre) disperde il corpo legislativo, abbatte il Direttorio, e fa eleggere un Consolato che deve assettare una nuova costituzione, capace di difendere la libertà dentro e propagarla fuori. O stanchi o speranti, nessuno si oppose; il popolo coprì d’applausi l’illegalità; le deportazioni suggellarono le bocche. — Non più Giacobini, non Terroristi o Moderati, ma soli Francesi», diceva egli; e per verità quando il Governo non fu più arietato da fazioni, non più fluttuò tra volontà irresolute, cessò il bisogno della violenza perchè un solo robusto lo guidava, non a caso e passione, ma per sistema.
La costituzione allora combinata (13 xbre) riduceva a mera ombra il diritto elettorale e la rappresentanza; cento tribuni discuteano le leggi, proposte dal consiglio di Stato; trecento legislatori le votavano senza discussioni; ottanta senatori vegliavano all’integrità della costituzione; tre consoli eseguivano. Buonaparte fu il primo di questi, anzi restava il vero padrone, e secondava l’universale inclinazione a restaurare il passato nel governo, ne’ costumi, nella religione. La gente di veduta corta pensava ch’e’ volesse rimettere in trono i Borboni: ma egli lavorava per sè, e si era accorto che al dominio non poteano portarlo se non le bajonette. Occorrevagli dunque di compire qualche splendida impresa: e qual campo migliore dell’Italia, dove avea colto i primi allori? A questa pertanto volse la mira, rialzando le speranze di quei tanti Italiani che dalla Francia rimpiangeano la patria o in patria la libertà, e che soffrivano dalle riazioni.
Le coalizioni, se pur durano fin a conseguire l’intento, poco tardano a scomporsi. All’Inghilterra dava ombra lo stare Russi in Italia, i quali poteano fissare un piede sul Mediterraneo, dov’essa aspira a predominare. Più ne ingelosiva l’Austria, ed appena le ebbero ricuperata la Lombardia, cercò rinviarli, e col pretesto d’una spedizione in Olanda li trasferì in Isvizzera, benchè non pratici del terreno, e nuovi alla guerra di montagna. Pel difficile Sangotardo, ove si scolpì un masso Suwaroff Victori, costui cerca la valle del Reuss (1799 25 7bre); da Lecourbe molestato al ponte del Diavolo, sfila con gravi perdite per una gola angustissima; e subito svallato, trovasi Massena alle spalle. Le balze tranquille risuonano di armi omicide, dopo una battaglia di quindici giorni, dove ventimila Russi e cinquemila Austriaci periscono, dell’esercito conquistatore non rimangono che poche reliquie per giungere compassionevoli al Reno; e Suwaroff ricusando di più combattere, torna a Pietroburgo a lamentarsi dell’Austria come traditrice, nè altro che ingorda di conquistare l’Italia e tenerla per sè.
Davvero essa parea raccogliere tutti i frutti degli altri disastri; considerando scaduti il papa e il re di Sardegna, bramava serbarsi i loro dominj come conquista sopra la repubblica francese[53]; e inorgoglita, rifiutò la pace che le offerse il primo console (1800), e ridomandava il Belgio. Anche l’Inghilterra ricusa patteggiare con Francia; il ministro Pitt ottiene da quel Parlamento un credito di mille milioni per guerreggiare un consolato, che nelle casse trovò appena censessantamila franchi[54]; e la guerra del mondo è dichiarata.
Vasto era il sistema di campagna della seconda coalizione. In Italia Austriaci e Inglesi doveano prendere Genova, marciare sopra Nizza e di là nella Provenza, ove li seconderebbe l’insurrezione dei Realisti; un secondo corpo solleverebbe il Piemonte; Melas si spingerebbe nel Delfinato, e a rattizzare la guerra in Vandea, nella Bretagna, nella Normandia; l’imperatore stesso e gli arciduchi si metteano in campo; centrentamila uomini guidava Ferdinando, ottantamila Bellegarde in Italia, l’arciduca Giovanni cenventimila; mentre Carolina di Napoli andava a sollecitare il czar di Russia.
Di mezzo a tanto fracasso d’armi, Buonaparte davasi l’aria di volere la pace, e gemea del vedersela negata; ma intanto s’accingeva a nuovi trionfi. Comprendendo che il caso non richiedeva piccole e solite manovre, raccolta a Digione una riserva di sessantamila reclute, medita sbucare tutt’insieme per le valli del Sangotardo, del grande e piccolo Sanbernardo e del Cenisio, e intercidere così la linea del nemico, estesa dalla Lombardia sin lungo il Varo. Moncey, staccato dall’esercito del Reno, per la prima via comincia le operazioni; Thureau per l’ultima; pel piccolo Sanbernardo Chabran. Secondo la Costituzione, il primo console non poteva avere il comando delle armi; ma egli vi sorpassa, e solo per la forma fatto nominare generale in capo Berthier (maggio), mena trentacinquemila uomini pel gran Sanbernardo.
Generali abili nell’esecuzione, attenti ad ogni particolarità, solleciti della disciplina e dell’esercizio, maestri ne’ metodi e nel meccanismo della tattica, valentissimi in tutto ciò ch’è ordinario, mancano poi di quell’inventiva che sa rompere il circolo delle idee, delle abitudini, de’ precetti, per ispegnersi là dove si trovano combinazioni nuove, molteplici mezzi, insperati espedienti. Qui sta la differenza fra il talento e il genio; indizio del quale è il persuadersi che si possa fare cosa nuova. Delle Alpi in inverno sempre aveasi avuto spavento; Buonaparte non vi credette, e trovò soda la neve, belle le giornate. Avventurose quanto le sabbie d’Egitto erano le ghiacciaje dell’Alpi, ed esalterebbero le giovani fantasie: e di fatto restò dalla poesia e dalla pittura abbellito quel passaggio che sarebbe terribile sol quando un pugno d’italiani vi difendesse l’indipendenza della patria. Ma il nemico, ingannato dalla pubblicità che Buonaparte dava al suo disegno e dall’enfasi con cui l’annunziava, lo credette un artifizio, e non si argomentò a por riparo ad un’impresa, che altrimenti sarebbesi condannata per temeraria[55].
In Italia i Francesi, ridotti a quarantamila uomini e penuriosi, erano rincalzati verso le Alpi: e Massena nella Riviera di ponente senza denaro nè munizioni, con pochi soldati, compiva atti eroici, finchè entrò in Genova, riordinò l’esercito scompigliato per la morte di Championnet, e vi si trovò ben presto assediato da Inglesi ed Austriaci. Genova non era di veruna importanza all’Austria, la quale non potea sperare di tenersela, e avrebbe dovuto comprendere che le grandi battaglie si agiterebbero sul Po e in Lombardia; pure ella ostinossi in un’impresa, che estendendo di troppo la fronte dell’esercito comandato da Melas, lo indeboliva. Intanto essa lasciò sguernita la Svizzera, e il francese esercito senza pur uno scontro passò la montagna. Lannes, che comandava l’antiguardo, giunse a Etroubles, il 19 maggio, il 21 Buonaparte, e per Aosta e Ivrea scesero ne’ piani italici, tenendo la pendice meridionale dell’Alpi da Susa fino a Bellinzona.
Melas aspettava ancora Buonaparte a Ventimiglia, quand’egli già, preceduto dal cognato Murat, entrava in Milano (1800 2 giugno). Senza persecuzioni la rimette in istato di popolo, nulla badando al Direttorio Cisalpino che nei tredici mesi erasi sostenuto a Chambéry, istituisce un comitato provvisorio di governo; ripristina l’Università di Pavia con valentuomini; si rifocilla coi magazzini e colle artiglierie abbandonate dal sorpreso Austriaco, che sarà battuto dall’armi sue stesse. Murat correva a prendere Piacenza; e tagliato così in due l’esercito nemico, i Francesi non esitano a lasciare sguarnita la Lombardia per affrontarlo nelle pianure del Piemonte e costringerlo ad allargare Genova.
L’esercito chiuso in questa città era destinato vittima a quella grande spedizione, e vi sofferse martirj che onorerebbero una causa santa[56]. Mancate le carni e i grani, mancata la cipria, s’incettò l’orzo, il linseme, la veccia, il cacao e che che altro si potè, e formavasene un tristissimo pane da munizione, mescolato con zuccaro e miele; una fava fu pagata due soldi, un panetto diciotto franchi; e dopo disputato le erbe e le radici ai ruminanti, frugavasi nelle fogne se qualche resto di cibo si fosse sottratto all’avidità; rodeansi le scarpe e i cuoj delle sacche; e soldati e popolo diventano eroi nel cercar di che vivere con modi che a pena si crederebbero fra popoli civili. Molti ogni giorno morivano di fame, o da sè aprivansi le vuote viscere; l’abitudine toglieva il compassionarli, e l’impossibilità il soccorrerli; e i gemiti di giorno e di notte, e i miserabili aspetti, e le sorgiunte febbri pestilenziali facevano orribile la misera Genova. Massena stette a parte di quei patimenti, i quali davano tempo alle operazioni di Buonaparte, nè volea sentire di arresa, finchè il popolo tumultuante, i soldati ridotti a ottomila ed estenuati, lo indussero non ad una capitolazione, ma ad una convenzione, per cui tutto l’esercito usciva colle armi, i rifuggiti restavano salvi, gli abitanti sarebbero immediatamente provvisti di viveri.
Libero appena da quest’impaccio, Melas accorre per riaprirsi la comunicazione con Vienna; e nella pianura di Marengo (1800 4 giugno), fra la Scrivia e la Bormida, affronta il nemico. L’esercito di Buonaparte, che, non aspettandosi l’attacco, si trovava disseminato, soccombeva un corpo dopo l’altro dinanzi ai veterani austriaci e alla cavalleria ben atteggiantesi in quei piani; allorchè sopraggiunse Dessaix con una colonna, reduce allor allora d’Egitto, e che improvvidamente era stata mandata altrove: con quella che pare ispirazione e non è che un calcolo fatto rapidamente, egli si dispone in quadrato, come aveva appreso nel combattere i Mamelucchi, compie una felice riscossa, pagandola colla propria vita, e Buonaparte ne profitta per riportare compiuta vittoria[57].
La battaglia di Marengo costò quattromila vite ai Francesi, novemila agli Austriaci. Questi dunque non erano annichilati: eppure li colse tale costernazione, che quell’esercito di cenventimila uomini, che, dopo rimesso il giogo all’Italia, doveva invadere la Francia meridionale, levossi in totale sconfitta. Così ancora all’esperienza prevale l’audacia, alla guerra metodica la spicciativa, alla dottrina l’invenzione e il concentrar le forze e accelerar le marce. Melas, irresoluto per natura e per gli ordini viennesi, cercò un armistizio, e in cumulo cedette le fortezze, purchè le truppe avessero licenza di ritirarsi a Mantova; fatto che eccitò l’indignazione, e crebbe il prestigio napoleonico. Alessandria patteggia, i Francesi tornano in Genova, l’Italia rientra sotto la devozione di Buonaparte, il quale non inebriato dal trionfo, all’imperatore offre pace ai patti di Campoformio, cioè che gli Austriaci sgombrino la penisola sino al Mincio.
Ma Francesco II, nel tempo che negoziava di pace, accettò sessantadue milioni di sussidj e l’alleanza dell’Inghilterra, e disdicendo i preliminari, arrestò l’ambasciadore francese. Buonaparte denunziandolo sleale, ripiglia le mosse e comincia la campagna d’inverno (9bre). Augereau è sul Meno; Moreau sull’Inn; sul Mincio Brune, generale mediocre, succeduto al prode ma diffamato Massena nell’esercito italico; Murat guida verso l’Italia diecimila granatieri; Macdonald staccatine quindicimila dall’esercito vincitore di Moreau, traversa faticosamente la nevata Spluga, per emulare il vantato passo del Sanbernardo, e sceso in Valtellina, risale i Zapelli d’Aprica per calarsi nella val dell’Oglio, indi al Trentino pel Tonale, per via inaspettatissima giungendo a formare l’ala sinistra dell’esercito d’Italia; Moreau, vinto a Hohenlinden l’arciduca Giovanni, avanzasi fino a Lintz sulla strada di Vienna, e agli sgomentati arciduchi concede l’armistizio che dianzi avevano ricusato (3 xbre), patto che a Luneville si tratti della pace senza l’Inghilterra.
Anche in Italia Brune e Macdonald, vincitori a Mozambano, nè lasciando all’Austria che Mantova, moveansi per isboccare dall’alpi Noriche sopra Vienna (25-30 xbre), quando il maresciallo Bellegarde che comandava gli Austriaci, udito l’armistizio di Germania, lo patteggia anch’esso. Alessandro di Russia erasi già staccato dalla coalizione; tutta Germania esclama (1801 gennajo) contro la improvvida politica dell’imperatore, che è costretto sagrificare il ministro Thugut e surrogare Cobentzel; il quale dopo lunghe discussioni a Luneville con Giuseppe Buonaparte, conchiude la pace (9 febbr.), dove, appellando al trattato di Campoformio, si confermavano alla Francia il Belgio, all’Austria gli Stati veneziani.
Buonaparte, volendo ricuperare in America l’insorta isola di San Domingo, erasi fatto cedere dalla Spagna la Luigiana, antico possesso della Francia, in compenso promettendo crescere all’infante di Parma gli Stati fino a un milione e ducentomila abitanti, col titolo di re. A tale aumento fu destinata la Toscana, che verrebbe custodita contro gl’Inglesi dalla flotta spagnuola, al granduca assegnandosi un’indennità in Germania.
Così Austriaci più non rimaneano di qua dall’Adige. L’imperatore, senz’autorità della dieta germanica, riconosceva le repubbliche Batava, Elvetica, Cisalpina, Ligure; rilasciava i prigionieri di Stato italiani, facea nuovamente cessione alla Cisalpina di tutti i diritti e titoli che vi avesse, e alla Ligure de’ feudi imperiali. Non parola del papa, di cui ambiva le Legazioni; non di Napoli, non del Piemonte.
La più generale conseguenza politica della rivoluzione francese, cioè l’ingrandimento delle grosse potenze e la ruina delle piccole, diveniva più sempre apparente; e per indennità ai grossi Stati spartivansi i piccoli principati tedeschi e specialmente gli ecclesiastici. L’Austria, patteggiando di contrade e sovranità non sue, e all’interesse della Casa sagrificando quel del corpo germanico, si pigliò i vescovadi di Bressanone e Trento; al granduca di Toscana diede l’arcivescovado di Salisburgo, gran parte di quelli di Cassow ed Eichstädt, e il prevostato di Bestholdsgaden; al duca di Modena la Brisgovia e l’Artenau[58]: compensi inadequati alle perdite in Italia, e per soprapiù iniqui.
In Toscana, quando si udì il ritorno de’ Francesi, il senato ordinò la leva a stormo: ma i Francesi non tardarono a entrarvi (1800 dicembre). Sola Arezzo resistette e si fortifica, e il generale Monnier la bombarda, e penetratovi a forza, fucila chiunque coglie colle armi, lascia esercitar il saccheggio fin ne’ monasteri e spedali per sette ore, poi smantellata la fortezza, mette contribuzioni, ammutite le campane che aveano sonato incessantemente a martello. Il generale Miollis proclamava poi il perdono, sperando «che la patria del Petrarca non saprebbe essere insensibile alla generosità, colla quale tutto è obliato»[59]; e poichè pizzicava di letterato, fece ristabilire l’Accademia del Cimento, rendere onori funebri alla Corilla poetessa e porre una lapide alla casa di lei; dagli Israeliti fece erigere una cattedra di letteratura; protesse a Padova il Cesarotti, come a Parma avea visitato il Mazza che ripagollo con una lettera e un sonetto: ma quando a Firenze volle visitare l’Alfieri questo non lo accolse.
Sull’Appennino duravano molti rivoltosi, contro cui si spinsero le colonne francesi; per tutta la campagna si assassinava; nelle città intrigavasi e disputava. Al crescere delle vittorie francesi, il re di Napoli, stimolato dall’instancabile moglie, propone di marciare a difendere la Romagna e ricuperare la Toscana, e avvia truppe sopra Siena, guidate dal francese fuoruscito Dumas: ma Miollis con Pino affrontatolo (1801 22 gen.), il ricacciano a forza, mentre Murat, sceso dalle Cozie con diecimila uomini, si difila su Napoli. Questa non poteva opporre che poche truppe scoraggite ai vincitori dell’Austria; ma Carolina corre all’imperatore di Russia, ne adula l’onnipotenza, non volesse negar la mano a una famiglia, rea soltanto del nome borbonico e d’essersi esposta per la sacra causa de’ troni.
Il czar le promise appoggio, e spedì il gran scudiere Levaschef a dire al primo console come desiderasse l’integrità del regno di Napoli. Buonaparte, vogliosissimo di tenersi amico il czar qual unico contrappeso all’Inghilterra, si proferì disposto a sagrificare anche i giusti suoi risentimenti al piacere di fargli piacere. Levaschef proseguì verso Napoli, ricevuto fin con archi trionfali dall’esercito di Murat (18 febb.); il quale arrestando l’irrefrenabile suo corso alla parola del Russo, fece l’armistizio di Foligno (29 marzo), poi la pace di Firenze, salvando quel regno a patto che i porti ne restassero chiusi alla bandiera britannica e alla turca, e aperti alla francese e alla russa; rinunziasse a qualunque ragione sull’isola d’Elba e sullo Stato di Piombino e de’ Presidj; piena amnistia per colpe di Stato; pagherebbe mezzo milione di franchi per restauro dei cittadini francesi danneggiati. In segreto vi s’aggiunse, finchè durasse guerra colla Turchia e la Gran Bretagna, guarnigioni francesi starebbero negli Abruzzi e in terra d’Otranto, mantenute dal re.
Allora si riapersero le carceri, i proscritti uscirono dai nascondigli e tornarono al possesso dei beni, si vietò ai repubblicani di turbare gli ordini regj; e Buonaparte scriveva a Soult, comandante de’ presidj francesi, che desiderava andasse alla messa coll’uffizialità a suon di musica, e conversasse coi preti e cogli uffiziali regj. Tale spirito nuovo e conciliativo Buonaparte voleva insinuare.
CAPITOLO CLXXIX. Buonaparte ordinatore. Rimpasto di paesi. Concordato. Pace di Presburgo. Regno d’Italia.
Le paci di Campoformio e di Lunéville ripristinavano dunque il diritto pubblico, dalla rivoluzione abbattuto; e dopo le radicali dottrine e le pompose promesse, la Francia stessa immolava popoli e nazionalità al vecchio sistema dell’equilibrio. Buonaparte, benedetto dall’Europa come il genio dell’ordine, del buon senso, della pace, ai migrati restituì la patria e i beni non ancora venduti, schiudeva una società nuova al calore della sua gloria, e avviavasi alla dittatura: ma non che ripudiasse i costosi frutti della rivoluzione, li fece ordinare e sanzionare nel Codice, costruito sull’individuale libertà e sull’eguaglianza di tutte le persone e tutte le cose sotto leggi e tribunali identici, pareggiando i cittadini nella società, i figliuoli nella famiglia; svincolando la proprietà, sicchè ognuno potesse disporne co’ soli limiti imposti dall’utilità pubblica; secolarizzando l’ordine politico e il civile.
Alle idee riordinatrici di Buonaparte confacevasi il ripristino della religione, sentimento che tocca più degli interessi. Il culto era stato abolito, abolito Dio sotto il Terrore, quasi a dimostrare che una società non poteva imbrutire a quel segno se non rinnegando Iddio. Sentì quel vuoto il Direttorio, e mediocre come era, credè surrogarvi l’assurdo culto teofilantropico, i cui sacerdoti, alla ricorrenza di certe feste della Virtù, venivano a deporre fiori su quegli altari, donde erasi eliminato il sacrosanto rito dell’espiazione. Pio VI, cacciato da Roma poi anche da Firenze, fuggì a Parma e di là a Valenza di Francia, meglio accompagnato nella nobile miseria da dimostrazioni popolari, che dalle cortigianesche nel fastoso e umiliante pellegrinaggio a Vienna. Quando colà morì di ottantun anno (1799 29 agosto), i filosofi dissero, — Ecco sepolto l’ultimo papa», e Revellière-Lépaux, inventore del culto teofilantropico, scriveva a Buonaparte impedisse di eleggere un successore, e profittasse della circostanza per istabilire a Roma un Governo rappresentativo, e sottrarre l’Europa dalla supremazia papale.
Ma Buonaparte avea trattato il papa da vincitore bensì, pur con riguardi, e «come avesse centomila soldati». Rientrato in Milano, assistette ai Tedeum che qui celebravano le sue vittorie, e potè chiarirsi che il popolo nostro era e voleva essere cristiano. Onde raccolti i parroci di Milano disse loro: — Persuaso che la religione cattolica è la sola che possa procurare felicità vera ad una società ben ordinata, e assodar le basi di un Governo, volli accertarvi che metterò ogni cura a proteggerla: avrò come perturbatori del pubblico riposo e nemici del ben comune, e punirò rigorosamente e fin colla morte chiunque le farà il minimo insulto: voglio sia conservata nella sua interezza, pubblicamente esercitata e libera come la prima volta ch’io entrai in questo felice paese. I cambiamenti posteriori avvennero contro l’inclinazione e il veder mio, nè potevo oppormi ai disordini, ad arte eccitati da un Governo, sprezzatore della religione cattolica. I filosofi vollero dipingerla nemica d’ogni sentimento democratico e del Governo repubblicano. L’esperienza disingannò i Francesi; ed io, che pur sono filosofo, so che nessuno potrebbe passare per virtuoso se non sa donde viene e dove va; nè saperlo si può che dalla religione, senza di cui la società è vascello privo di bussola. Dei trattamenti usati al papa defunto, han colpa gl’intrighi di quelli in cui avea posto confidenza, e la crudele politica del Direttorio. Col nuovo papa spero tôrre gli ostacoli all’intera riconciliazione della Francia. Voi so quanto soffriste nella persona e nei beni, e vi provvederò; e quel che vi dico, desidero sia noto non solo all’Italia e alla Francia, ma a tutta Europa»[60].
Anche in Francia, se per moda, per idolatria a Voltaire, per rispetto umano, durava ancora fra la gente colta l’empietà, il popolo tornava a sentir bisogno del Redentore, che riabbellisse la natura, benedicesse le cune e i feretri, giudicasse le iniquità de’ forti: i pensatori disingannati vedeano dover rintracciare un’eguaglianza più vera, una libertà più salda e meno fallibile, meditavano melanconicamente sulle ruine che da tre secoli le sêtte religiose e filosofiche facevano nel cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell’uomo e del mondo, senza trovare un essere intermedio fra il gran tutto che rapivano all’umanità, e il nulla in cui la sobbissavano.
Sarebbesi detto che le vittorie de’ Nordici in Italia s’effettuassero al solo fine, che all’ombra loro fosse in Venezia (1800 14 marzo) adunato il conclave[61], dove avendo l’Austria dato l’esclusione al famoso Gerdil, uscì papa Barnaba Chiaramonti. Stando vescovo d’Imola, aveva questi pubblicato in una pastorale che «la libertà cara a Dio ed agli uomini, è la facoltà di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana; la forma democratica non repugna al vangelo, anzi esige quelle sublimi virtù che s’imparano soltanto nella scuola di Cristo; esse faranno buoni democratici, d’una democrazia retta, forbita da infedeltà e da ambizioni, e intesa alla felicità comune; esse conserveranno la vera eguaglianza, la quale, mostrando che la legge si estende su tutti, mostra insieme qual proporzione deva tenere ogni individuo rispetto a Dio, a sè, agli altri. Ben più che le filosofie, il vangelo e le tradizioni apostoliche e i dottori santi creeranno la grandezza repubblicana, gli uomini rendendo eroi di umiltà e prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare con sè e con Dio. Seguite il vangelo, e sarete la gioja della repubblica: siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici».
Questa moderazione parve attagliata ai tempi; ed egli, assunto il nome di Pio VII (1800 3 luglio), comparve a Roma, dove la noja della dominazione forestiera il faceva invocato: scelse a segretario di Stato il cardinale Consalvi, destro quanto moderato; ricostituì il governo all’antica, proclamando il perdono, e invitando i sudditi a imitarlo col sopire gli odj e le querele reciproche. Toltigli settecentomila sudditi delle Legazioni, gliene aveano lasciato un milione e settecentomila, ma intero il debito di settantaquattro milioni di scudi, di cui da tre anni non si pagava l’interesse. Si cercò sistemare l’imposta in modo d’ottenere una rendita di quattro milioni di scudi; fu proclamata la libertà di commercio, riconoscendo «che tutte le leggi proibitive o vincolanti l’industria e il commercio erano perniciose quanto vane[62]»; il papa diminuì le spese di corte; condiscese ai teatri; impose una tassa speciale sui terreni incolti, sciolse i vincoli di fedecommesso, di manomorta, di pascolo; dava premj a chi piantasse, prometteva edificare casali, via via che la cultura si estendesse. Secondando le istanze di Paolo I e di Ferdinando IV, ristabilì i Gesuiti in Russia e nel Napoletano.
Con un papa sì conciliativo e pien d’amore per la Francia, d’ammirazione per l’eroe che la dirigeva, non sarebbe possibile ravvicinarla alla Chiesa? Tre giorni dopo la vittoria di Marengo, Buonaparte ne gittò parola al cardinale Martiniana; poi Consalvi e Giuseppe Buonaparte ne trattarono a Parigi (1801): ma ricuperare questo regno primogenito del cristianesimo non poteasi senza grandi sagrifizj. Voleasi il matrimonio de’ preti: e Pio rispose, potersi assolvere gli ammogliati, ma autorizzarlo per massima no. Sui possessi tolti alle manimorte non si fe malagevole, le ricchezze non essendo essenziali al clero. E così tra cedere e negare si conchiuse il famoso concordato. La Francia ebbe un ministro pel culto (Portalis); la pasqua del 1802 i cannoni salutarono di nuovo una festa cristiana; il Caprara legato a latere cantò messa in Nostra-donna, mentre l’aerea armonia de’ sacri bronzi richiamava il popolo ai riti solenni e all’ineffabile gusto della parola divina.
Tutto ciò dava lusinghe di ordine all’Europa: la coalizione regia s’era sconnessa: anche l’Inghilterra ascoltò proposte di pace, la quale fu conchiusa ad Amiens (1802 27 marzo). L’Inghilterra si era avventata alle armi per difendere la minacciata libertà europea, ed ecco neppur motto ne fa nelle stipulazioni: avea posto come preliminare lo sgombro di tutt’Italia, poi lasciava al nemico il Piemonte e gl’emporj di Genova e Livorno; Francia sgombrerebbe il Napoletano e il Romano, e gl’Inglesi ogni posto nel Mediterraneo e nell’Adriatico, e Malta che si restituirebbe all’Ordine.
A Buonaparte, volontà ineluttabile, sistematore risoluto, bastava un atto per riunire un paese che la natura fece uno e le convenzioni sbranarono: ma già il Piemonte consideravasi fuso colla Francia, come Venezia coll’Austria; Buonaparte volle fossero distrutte le fortezze che davano soggezione alla Francia, quali Arona, Bard, Ceva, Cuneo, Tortona, Serravalle; smurata Torino, come il castello di Milano, e Forte Urbano sul Bolognese. La Toscana era stata eretta in regno d’Etruria per un infante di Spagna; al papa riconciliato bisognava confermare il patrimonio; al regno di Napoli serviva di scudo la protezione della Russia: e i fantastici Italiani piansero svanita ancora la speranza che la vittrice spada e la ferrea volontà d’un loro paesano ricostruisse la patria una e libera.
Ne’ varj Stati furono poste una commissione esecutrice e una consulta legislativa, ma tutto pendea dai ministri di Francia[63]. Del bello e forte paese cisalpino, con cinque milioni d’abitanti, settanta in ottanta milioni d’entrata, e quarantamila uomini in arme, Talleyrand avrebbe voluto si formasse un regno, da dare a qualche principe austriaco siccome compenso e pegno di pace: ma Buonaparte stabilì conservarlo repubblica, estesone il limite fin alla Sesia col recuperare gli sbrani dell’antico Milanese, cioè Novara, Vigevano, la Lomellina; buone fortificazioni la difenderebbero dagli Austriaci assisi di là dall’Adige, e la terrebbero sempre aperta alla Francia, che ne conservava il protettorato, e ne ricevea venticinque milioni all’anno di tributo, e di qua manderebbe i suoi ordini al paese meridionale, aspettando che i casi la elevassero a capo d’una federazione italica.
Per togliere la Cisalpina ai disordini della prima sua età, e concentrarla sotto una mano vigorosa che la proteggesse di fuori mentre la reggeva dentro, Buonaparte convocò a Lione una consulta. Quattrocencinquantadue rappresentanti, scelti fra il clero, i tribunali, le accademie, le amministrazioni dipartimentali, le quaranta primarie città, la guardia nazionale e l’esercito, e in essi il cardinale Bellisomi e nove vescovi, nel cuor del dicembre passarono i monti, e nella seconda città di Francia ebbero suntuosa ospitalità, adunanze splendide quanto le antiche sessioni reali, lauto trattamento, e fra altri spettacoli, quel dell’esercito che tornava d’Egitto, misto di veterani francesi con arabi e mori e mamelucchi.
Divisi in cinque classi (1802) secondo gli antichi dominj, presedevano ai Lombardi già austriaci il Melzi, ai Veneti il Bargnani, ai Pontifizj l’Aldini, ai Modenesi il Paradisi, ai Novaresi e Valtellini il De Bernardi, a tutti in apparenza il Maniscalchi ambasciadore della Cisalpina, in fatto Talleyrand, il quale senza quasi lasciarli discutere, fece che accettassero per acclamazione lo statuto da lui modellato sul francese dell’anno VIII. Portava esso tre collegi elettorali permanenti e a vita, completatisi da se medesimi: uno di trecento grossi possessori risedeva a Milano; uno di ducento negozianti a Brescia; uno di altrettanti dotti ed ecclesiastici a Bologna. Essi sceglierebbero dal proprio grembo una commissione di censura di ventun membro, che eleggesse tutte le magistrature dello Stato; otto consultori, che vegliassero sulla costituzione, deliberassero sui trattati, e nominassero un presidente della repubblica, decennale e rieleggibile, con cinquecentomila lire, incaricato del potere esecutivo, e che eleggerebbe un vicepresidente con centomila lire e ministri[64]. Il ministro del tesoro presenterebbe ogni anno il conto, e non consentirebbe verun pagamento se non per legge o decreto del Governo. Un consiglio legislativo di dieci membri compilerebbe le leggi e i regolamenti, e li sosterrebbe davanti al corpo legislativo. Questo ha settantacinque membri, quindici de’ quali sono nominati oratori per discutere le leggi prima di votarle.
La giustizia era resa con sapiente progressione, da arbitri, giudici di prima istanza, tribunali d’appello e revisione, ed uno di cassazione; oltre le camere di commercio per le cause mercantili: inamovibili i giudici e il grangiudice. Eguaglianza fra i cittadini; nessun vincolo all’industria e al commercio se non quelli dalla legge stabiliti; uniformità di pesi, misure, catasto, istruzione; dichiarati nazionali i debiti e crediti delle provincie; lo Stato assegna la congrua a vescovi, capitoli, seminarj, parroci e alle fabbriche delle cattedrali.
Fatti intesi della volontà del primo console, i nostri, dilungandosi dai sistemi particolari per osservare l’intera popolazione senza preoccupazione d’abitudini, lasciaronsi bassamente porre in bocca la confessione della propria inettitudine, dichiarando non conoscere alcun italiano valevole ad essere presidente della repubblica (1802 26 gennajo), gli uomini che presero parte ne’ cambiamenti o non aveano sostenuto funzioni pubbliche, sì da poter reggere lo Stato, o le aveano sostenute fra l’agitazione delle opinioni e sotto estranee influenze, in modo da non meritarsi la pubblica fiducia: d’altra parte la recente repubblica non avere truppe sufficienti ad assicurarsi, nè poter sperare dagli altri Stati la considerazione necessaria per consolidarsi dentro e fuori: trovare insomma necessario di essere retta da Napoleone Buonaparte, due nomi che allora per la prima volta trovansi uniti. E Buonaparte degnava aggradire, e diceva: — La repubblica Cisalpina, invasa e omai perduta, fu una seconda volta dal popolo francese resa all’indipendenza. D’allora che non si tentò per ismembrarvi? ma la Francia vi protesse, e foste novamente riconosciuti. A Lunéville cresciuto il territorio d’un quinto, esistete con maggiore forza e maggiore speranza. Dandovi magistrati, non badai a terre o a fazioni, ma solo ai vostri interessi. Per le eminenti funzioni di presidente, non trovando persona fra voi abbastanza reputata, benemerita e spregiudicata, aderisco al voto espressomi, e conserverò, quanto fia necessario, il gran pensiero de’ vostri affari».
La repubblica, composta, com’egli diceva, di dieci popoli, cioè Milanesi, Mantovani, Bolognesi, Novaresi, Valtellini, Romagnuoli, Veneti, divisi in Bergamaschi, Cremaschi, Bresciani, s’intitolò italiana (1 febb.), e pensò ad organarsi in modo d’essere, com’egli voleva, «la prima potenza d’Italia». Restavano sue le artiglierie esistenti nelle piazze fin al valore di quattro milioni; si doveano preparare armi e ponti; trentaduemila soldati in tempo di pace, con una riserva che si porterebbe a sessantamila, coscrivendo dodicimila giovani ogni anno, oltre due mezze brigate e un reggimento di cavalleria di Polacchi, ceduti alla nostra dalla repubblica francese; alla tranquillità vigilavano mille seicento gendarmi, e la guardia nazionale di tutti i cittadini dai diciotto ai cinquant’anni. La spesa era bilanciata su novanta milioni di lire milanesi, di cui cinquantadue erano assorbiti dalla guerra e dal tributo alla Francia. Libera la stampa, sotto la responsabilità dell’autore e dello stampatore, i quali, avanti divulgarle, doveano presentare le opere alla revisione, che poteva sospenderle; soggetti a censura i fogli periodici, le composizioni teatrali e i libri che si introducevano.
Ai comizj di Lione i preti non aveano potuto ottenere si dichiarasse unica religione la cattolica, ma solo che si farebbe una legge organica pel clero, da approvarsi dal papa. Di fatti un concordato speciale (1803 16 7bre) con questo riconosceva come religione della repubblica la cattolica; al presidente concessa la nomina de’ vescovi; libero a questi il comunicare con Roma, il promuover agli Ordini e ai benefizj i meritevoli, e punire i colpevoli anche col rinchiuderli in conventi o seminarj: non si sopprimerebbero fondazioni ecclesiastiche senza approvazione della Sede apostolica; non sarebbero molestati i compratori di beni ecclesiastici. Tal era quel concordato: ma come erasi fatto in Francia cogli articoli organici, nel promulgarlo a Milano si aggiunse che nuove professioni non potrebbero farsi se non negli Ordini applicati all’educazione o a cura degl’infermi; e, come all’ordinazione dei preti, volervisi l’assenso del Governo, e così per dare valore alle bolle e ai brevi della santa Sede. Di quest’intrusione si dolse invano il pontefice.
Corse allora uno de’ più floridi e quieti tempi per la Lombardia; lontano il presidente, buono e amato Melzi che ne sosteneva le veci; distrutto ogni privilegio aristocratico, favorito il sapere; si citavano ancora i patrj esempj, si ristampavano i nostri classici e i nostri economisti, come ripigliavasi l’êra cristiana; facili i pagamenti, prospere l’agricoltura e il commercio, crescente l’esercito, non febbrili le speranze. La libertà della stampa era sì poco valutata, che Melzi potè senza difficoltà stabilire la censura preventiva de’ giornali e de’ libri provenienti di fuori. Gl’interessi materiali eccitavano più gelosie che non le garanzie della libertà[65]; nè l’iniziativa, nè l’esame erano liberi, e scarsa capacità mostravano le persone incaricate del potere. Soprattutto mancava la prima condizione d’ogni felicità, la fiducia della durata. Da una parte gli accorti s’avvedeano che questa repubblica era l’embrione d’un regno; tanto più che, ad ogn’ombra d’opposizione, Buonaparte minacciava dar un calcio a questo sistema rappresentativo, che pareagli un’organizzata ostilità: dall’altra il titolo d’italiana inchiudeva una minaccia agli Stati della penisola. Fra gli stranieri poi i rancori erano stati sopiti non tolti, e ben presto posero novamente a soqquadro tutt’Europa. L’Inghilterra, cogliendo gli appigli che troppi offriva il trattato d’Amiens, ricusa sgomberar Malta, cavilla i patti, e getta in mezzo la questione italiana, persuasa d’avvilupparvi anche l’Austria.
Questa avea subìto i trattati di Campoformio e Lunéville come una necessità, e colla fiducia di ripigliare la Cisalpina, donde padroneggiare la media e la bassa Italia. Unico mezzo a sbarbicarla sarebbe stato il rendere l’Italia a se stessa: ma Napoleone, che credeva al potere non alle nazionalità, impose al fratello Giuseppe che negli accordi di Lunéville non parlasse del papa, del Piemonte, di Napoli, sicchè lasciava in pendulo gravissime questioni: nè l’Europa potea soffrire che, con una nominale indipendenza, al vassallaggio austriaco fosse surrogata la dominazione francese.
Alessandro di Russia, succeduto all’assassinato suo padre, ricusava ravvicinarsi alla Francia se non ripristinasse il re di Sardegna e assicurasse quello di Napoli: anche la Prussia chiedeva che Francia sgombrasse il Napoletano, distaccasse Parma e Piacenza, le Jonie e Malta si dessero in compenso al re di Sardegna. Austria, col pretesto di un cordone contro la febbre gialla sviluppatasi a Livorno, ingrossò sulla frontiera dell’Adige; e viepiù quando Buonaparte scrisse in persona a Francesco II (31 xbre) voler ridurre la repubblica italiana a monarchia, distinta dalla Francia. La fede mentita all’Italia metteva dunque la Francia in guerra coll’Europa, e subito Inghilterra empì d’armi il Mediterraneo: di rimpatto Buonaparte allestì a Boulogne un famoso campo per tentare uno sbarco in Inghilterra; deriso dai più come una sublime follìa, lodato da altri perchè valse di palestra a’ suoi soldati. A quel campo la repubblica italiana mandò un corpo sotto il general Pino, e decretò quattro milioni per costruire due fregate e dodici scialuppe.
Ma non di guerra soltanto erano i divisamenti di Buonaparte, che credette venuto tempo alle lunghe speranze. Col prestigio della gloria egli avea fatto credere ancora al rinnegato entusiasmo; coi comporti in Italia avea mostrato di saper ridestare il passato e le relazioni consuete fra popoli civili: onde parve l’unico capace di rimettere Francia nella grande comunanza delle nazioni, senza sagrificare la libertà e l’orgoglio, come avrebbero fatto i Borboni. Francia sfiduciata delle libertà promesse da filosofi, da avvocati, da giornalisti, da legislatori, implorava il despotismo, e nol vedea che sotto la forma d’un soldato: uscendo dall’oppressione sanguinaria o ladra di tiranni abjetti e persino vili, meno male pareale la tirannide della gloria e del genio: cessato di credere alle idee, credea a un uomo. E Buonaparte racconciava all’obbedienza l’epoca più indisciplinata; e indotta la ragione a confessare la propria insufficienza, al ricostruire adoprò gli uomini ch’eransi mostrati più attivi a demolire. In paese stanco ed abbagliato dalla sua gloria, pochi ostacoli ebbe ad afferrare la dittatura. Interrogata colla ciurmeria de’ registri, la nazione prorogò il console per dieci anni: interrogata se il volesse a vita, disse sì; la costituzione fu modificata alla monarchica: ma poichè il nome di re facea mal suono a quelli che, in annuale funzione, giuravano odio sempiterno ai re, fra le reminiscenze d’Augusto e di Carlo Magno egli ripescò il titolo d’imperatore dei Francesi (1804 18 maggio).
Al potere nuovo facevano di mestieri tutte le forme che gli conciliassero rispetto. Dopo che i registri, aperti in tutti i Comuni, gli diedero la sanzione popolare, Napoleone volle anche quella della religione, e domandò che Pio VII venisse a coronarlo. Gran disparere in Roma. Piaceva che un eroe soffogasse nelle proprie braccia quella repubblica sovvertitrice degli altari e della società, e che una nuova dinastia all’Europa e alla civiltà assicurasse ordine e conservazione. Qual trionfo per la Chiesa di vedere questo figlio della rivoluzione invocare dal pontefice il sacro crisma, e credere legittimazione della temporale quella potestà pontifizia che dianzi trascinavasi nel fango! Anche nei possessi il papa potrebbe altrimenti che ingrandirsene?
Ma gli zelanti, alla cui testa erano il sapiente Antonelli, il severo Litta, il dotto Di Pietro, l’abile Pacca, avvezzi a credere la nave di Pietro insommergibile fra le transitorie tempeste, aveano tenuto il concordato come una dura necessità. — E chi è (rifletteano) questo Buonaparte? Un soldato di ventura, che a Tolentino strappò alla Chiesa le più belle provincie e tesori artistici; che tiene il contado Venesino e i feudi in Piemonte, roba della Chiesa: che colla spada suggellò il concordato, e pur subito lo eludeva cogli articoli organici; che stipulò la spogliazione de’ principi ecclesiastici di Germania; che in Egitto proclamava la tolleranza fino dell’islam. Or domanda la mano del papa, ma a qual fine: unicamente per sorreggere la personale ambizione, contentata la quale, si torcerà contro quelli che adesso accarezza. Che cosa risponderà il papa ai rimproveri degli Austriaci, da tanto tempo investiti del sacro romano impero? che cosa ad altri re che lo domandassero a coronarli? E i Borboni, a cui la violenza non tolse d’essere i cristianissimi, i primogeniti della Chiesa, con qual occhio vedrebbero il santo padre cingere colla corona di san Luigi uno, le cui mani stillano ancora del sangue dell’assassinato duca d’Enghien?
Pio VII aveva attinto nel chiostro virtù semplici e rassegnate, e l’abitudine di elevare gli occhi al cielo, più che scrutare le cose della terra. Il recuperare una tale preponderanza sulla Francia, il restituire alla tiara lo splendore offuscato, e al patrimonio le tre Legazioni pareangli interesse della religione; e riprometteasi ottenerlo a Parigi ne’ colloquj col nuovo Cesare, da cui farebbe cassare gli articoli organici, e ripristinare gli Ordini religiosi. Volle che venti de’ più creduti cardinali in tutta secretezza e coscienza gli esponessero il loro sentimento sul quesito «Sua santità deve, può andare a consacrare e coronare l’imperatore de’ Francesi?» Cinque dissero un no riciso; gli altri furono pel sì, ma con diverse condizioni, o di cassare gli articoli organici, o di attendere che il nuovo imperatore se ne fosse mostrato degno come Carlo Magno, o che venisse egli stesso di qua dell’Alpi, come aveano usato gli antichi fino a Clemente VII; o che almeno assicurasse gli atti riverenziali dovuti al sacro suo carattere, specialmente il bacio del piede: viepiù s’insisteva contro il giuramento che l’imperatore farebbe d’attenersi al concordato, di far rispettare la libertà de’ culti.
Pio VII fece dal cardinale Caprara sottomettere tali riserve a Napoleone; questi le repudiò tutte, e Pio VII si rassegnò, sempre confidando ottenere in persona quel ch’eragli fallito per intromissione de’ ministri; tollerò che l’imperadore si mostrasse aridissimo nella lettera d’invito, e voless’esserne unto sì, non coronato; e di sessantadue anni si pose in viaggio. Tutti gli ordini dello Stato vennero a fargli riverenza, come tutti dianzi avevano rinnegato e papa e Cristo; e Pio li guadagnava colla dolcezza. Dando un giorno la benedizione al popolo inginocchiato, vide un giovane tenersi ritto e col cappello in testa: — Giovinotto, se non credete all’efficacia della benedizione del pontefice, credete almeno che quella d’un vecchio non porta sventura».
Nella solennità (2 xbre), allestita collo sfarzo teatrale che illude e cattiva, Napoleone si pose da sè la corona; poi incoronò Giuseppina sua donna, che il giorno innanzi avea avuto la benedizione nuziale. I sinceri repubblicanti, che l’aveano proclamato un Camillo, un Washington redivivo, non sapeano darsene pace; i non sinceri s’affrettarono a divenire ciambellani, ministri, uffiziali, cavalieri, tutto quel ch’egli volle, anche più di quel che volle. Napoleone evitò di trovarsi testa testa con Pio VII, alle cui preghiere dolci e ragionate non potrebbe opporre le escandescenze; sicchè al papa non restò che avventurare le sue domande alle solite lungagne degli uffizj, e le esortazioni al magnanimo perchè imitasse anche in ciò Carlo Magno, il quale spontaneo restituì alla santa Sede quanto le armi sue aveano ritolto ai Longobardi.
Napoleone fece rispondere che avea giurato non alterare i confini della Francia; neppur poteva cincischiare la repubblica italiana, in lui confidatasi; prometteva però trovare congiunture d’estendere e consolidare il dominio del santo padre, e intanto presterebbegli mano soccorrevole per uscire dal caos dove l’hanno trascinato le presenti vicende, e assicurargli il pacifico godimento de’ beni rimastigli; e così darebbe all’universo una prova della sua venerazione al pontefice, della protezione alla capitale della cristianità, del desiderio costante di vedere la nostra religione non inferiore a nessuna nella pompa delle cerimonie e in quel decoro che alle nazioni può ispirare venerazione. Il papa si dovette contentare di vedersi reso il cadavere del suo predecessore, e la statua della Madonna di Loreto, spogliata è vero delle gemme.
Carlo Magno era anche re d’Italia, nè questo titolo dovea mancare a Napoleone, il quale anzi nella nostra patria avea fatto il passo d’esperimento verso l’impero[66]. Ad assistere alla sua coronazione invitò dunque il vicepresidente Melzi e la consulta di Stato; e chiesti di liberamente significare come in pratica riuscisse la costituzione avuta a Lione, liberamente risposero essere quella evidentemente provvisoria nè compatibile coi tempi, nè gl’Italiani ancora maturi per la repubblica; e lo scongiuravano a dare loro un re, foss’egli quello, erigesse il paese in regno con uno statuto. Rispose: — Ho sempre pensato a creare indipendente e libera la nazione italiana, ma capisco la separazione tornerebbe pericolosa or che la perfida Albione rinnova le minaccie; verrò dunque a Milano a cingermi la corona di ferro per ritemprarla e rinvigorirla, e perchè l’Italia più non si spezzi fra le tempeste che la minacceranno: ma affretterò il momento di deporla s’una testa più giovane».
E venne (1805); e gl’Italiani, con quell’entusiasmo che spesso non è se non l’esternazione della speranza, e che con quella svanisce, affaccendaronsi a preparare archi di trionfo con quelli che prima erano alberi della libertà[67]. Napoleone fissò tutto, sin le divise teatrali dei magistrati e de’ cortigiani; nel duomo di Milano (1805 16 maggio), con una pompa che più non fu superata, venne unto dall’arcivescovo Caprara; e ponendosi di propria mano la corona ferrea esclamò: — Dio me l’ha data, guaj a chi la tocca». Il qual motto perpetuò sulle insegne d’un nuovo ordine cavalleresco. Secondo lo statuto, giurò mantenere l’integrità del regno, la religione dello Stato, l’eguaglianza dei diritti, la libertà politica e civile, l’irrevocabilità delle vendite de’ beni nazionali; non levar imposizioni o por tasse che in virtù di legge; governare solo per l’interesse, la felicità e la gloria del popolo italiano, e non dare impieghi a forestieri. Eppure destinò vicerè Eugenio Beauharnais, figlio di sua moglie e da lui adottato, uom mediocre, buon soldato, attivo e intelligente, sommessissimo all’imperatore, ignaro e non curante del farsi amare dai popoli, il cui bene perorava. Aprì in persona il corpo legislativo (7 giugno) lodando sè, di quanto avea fatto, e nominò guardasigilli il Melzi, che poi col pingue assegno e col titolo di duca di Lodi ridusse alla nullità.
Insieme cogli applausi del popolo, qui ricevette gli omaggi dei re. Corsini e Fossombroni, deputati dell’Etruria, lo chiarirono come il lor piccolo paese dopo il 96 avesse consunto in spese straordinarie cenventi milioni, trovandosi sempre gravato da una guarnigione francese; Verdier comandante a Livorno erasi prese le casse regie; le reclute côrse colà sbarcate permetteansi ogni prepotenza. Napoleone diede parole; ma con un fare soldatesco che trascendeva le convenienze, soggiungeva: — La regina d’Etruria è troppo giovane, e il ministro troppo vecchio per governare a dovere». Insultò l’ambasciadore di Napoli e la sua regina; a quel della repubblica Ligure disse: — M’era accorto ch’era impossibile i Liguri facessero cosa degna del loro padri»; a quello di Lucca: — Sarete meglio governati da un principe francese». Insomma nè re egli risparmiava nè popoli; e sebbene avesse rassicurato e il senato di Francia e i principi nostrali che non dilaterebbe i confini, trovava necessarie Genova, Lucca, Livorno, onde impedire gli sbarchi de’ perfidi Inglesi.
A Genova, multata da’ Tedeschi che se n’andavano e da’ Francesi che vi venivano, afflitta in conseguenza dell’assedio da un’epidemia, per cui l’ordinaria mortalità di tremila settecento crebbe a dodicimila cinquecento, fu dai Francesi trattata come vinta, pur affidata dell’indipendenza; ma riformasse la propria costituzione sul modello consueto. Buonaparte nel 1802 la approvò eleggendo doge Girolamo Durazzo, ma aveva detto: — Genova è destinata a formare marinarj; ha seimila uomini sulle squadre, ed io n’ho bisogno», e la volle. I patrizj, spinti dal Saliceti che dimostrava impossibile sostenere l’immenso lor debito[68], gliel’offersero, si aprirono gl’ingannevoli registri, dove pochissimi ebbero coraggio di votare per l’antico stato, e il doge Girolamo Durazzo andò a Milano a supplicare Napoleone «accordasse ai Genovesi il bene di divenire suoi sudditi». Metteva alcune condizioni a cui non si badò. L’arcitesoriere Lebrun mandato a sistemarli, era uomo moderato e prudente; ma quando egli palesò lo scontento de’ Genovesi e le loro ragioni, Napoleone rispose: — Ho riunito Genova per avere de’ marinarj. Chi può governare popoli senza scontentarli in sulle prime? In fatto di Governo, giustizia vuol dire forza: sarei io così barbogio d’avere paura del popolo di Genova? La sola risposta che vi fo è Marinari, marinari»[69].
Lucca, sovvertita nel 1800, dagli avvicendati conquistatori spogliata di denaro e d’armi, nel 1801 fu ordinata in repubblica democratica dal Saliceti, al quale in più volte quel tesoro sborsò brevi manu 618,750 lire[70]. Così pagavasi la libertà. Divenuto imperatore Buonaparte, que’ cittadini furono tratti a domandargli una nuova costituzione, e col mezzo de’ soliti registri presso le parrocchie, il corpo degli anziani e il popolo chiesero signore (23 giugno) Pasquale Baciocchi ed Elisa cognato e sorella di Napoleone, ai quali parea poco il già attribuito principato di Piombino; avrebbero la lista civile di quattrocentomila franchi; un consiglio di Stato, un senato di trentasei membri: faceasi l’unica riserva di restare esenti dalla coscrizione, ma tutti i cittadini sarebbero sistemati militarmente. E così quest’aristocrazia di jeri trangugiavasene un’altra di seicentotrentanove anni. A Lucca furono annesse per l’amministrazione la Lunigiana ed anche Massa e Carrara, feudo ducale dell’Impero; caricavansi due milioni di lire al piccolo principato; il quale però, per ordine di Napoleone abolendo i quindici conventi d’uomini e diciassette di donne, i capitoli, le confraternite, i luoghi pii e fino i semplici benefizj laici, acquistava un patrimonio di venti milioni. Con questi la vivace ed ingegnosa Elisa, oltre tesoreggiare per sè, dotava spedali, soccorreva a poveri e invalidi, aprì strade, incoraggiò artisti e studiosi e l’Accademia, che cominciò l’importantissirna pubblicazione dei documenti della storia patria; provvide d’acque la città, riformò le leggi penali e la procedura[71].
Nella pace coi Borboni di Spagna, Buonaparte avea stipulato che il duca di Parma divenisse re d’Etruria: ma egli non accettò il baratto; e quando morì nel 1802, Francia fece occupare il ducato, serbandolo come un allettativo sia al papa che chiedeva un compenso alle rapitegli Legazioni, sia alla Casa di Sardegna, sia all’Etruria che, incorporando questo paese, sarebbe divenuta la seconda potenza d’Italia. La rottura colla Russia avendo poi dispensato dai riguardi, fu aggregato alla vigesimottava divisione militare della Francia, poi ridotto a dipartimento del Taro. La repubblica Etrusca convertita in regno, fu investita a Lodovico infante di Spagna, figlio del duca di Parma, il quale ne trovava sconfitte le finanze, esorbitanti le imposizioni, interrotto il commercio perchè gl’Inglesi minacciavano da Porto Ferrajo; abbandonata l’agricoltura, soldati da costare un milione al mese, eppure necessaria ancora la guarnigione francese; nel 1801 l’entrata portava dodici milioni contro la spesa di sedici, e la Corte fu sin ridotta a far coniare i proprj argenti. La vera regnante era Luigia figlia del re di Spagna, tanto più quando, al morto padre, succedette Carlo Lodovico (1803 27 maggio) di quattro anni. Ai liberali costei metteva i brividi ripristinando le fraterie, le libertà clericali, di coscienza, di corrispondenza col papa, l’indipendenza de’ vescovi coll’ispezione sui libri e sui luoghi pii; la deploravono santocchia e raggirata, e le apponevano di avere «spezzato il suo scettro, e buttatone la metà nel Tevere».
L’isola d’Elba rimase alla Francia, spogliandone la famiglia Buoncompagni, i cui avi n’aveano compro il dominio nel 1634 per un milione e cinquantamila fiorini, e che allora ne ritraeva ducensettantatremila l’anno.
Vittorio Emanuele, succeduto re di Piemonte (1802 4 giugno), si tenne in Sardegna, e avendo gl’Inglesi offertagli guarnigione e’ la ricusò per non dare appicco di querela a Napoleone. Eppure questi non cessava di lamentarsi perchè ricoverasse navi britanniche, e servisse al contrabbando. Secondo gli accordi di Tilsitt colla Russia, avrebbe dovuto riavere gli Stati di terraferma o un compenso, e Napoleone glielo esibì sulle coste d’Africa; poi guastatosi colla Russia, neppure a questa celia badò, e tenne il Piemonte come ventisettesima divisione militare sotto l’amministrazione di Jourdan, distribuito ne’ dipartimenti di Po, Marengo, Sesia, Dora, Stura. Concessa amnistia ai fautori degli antichi re; soppressi gli Ordini religiosi; coscritti quattromila giovani; assettata la taglia fondiaria a nove milioni di franchi, e la personale a un milione e ducentomila; soppresse sei abadie e nove vescovadi, restando solo quelli di Saluzzo, Acqui, Asti, Alessandria, Vercelli, Ivrea, Mondovì e Cuneo, colla periferia stessa de’ dipartimenti, e suffraganei all’arcivescovo di Torino, non più a quelli di Genova e Milano.
Il Governo del Piemonte e del Genovesato fu più tardi (1808) eretto in gran dignità dell’impero, a favore del principe Borghese, cognato dell’imperatore; il quale così traeva la Francia dai limiti naturali, e stabiliva un altro dominio forestiero in quell’Italia che dai forestieri egli avea promesso riscattare[72]. E già col professarsi successore di Carlo Magno, palesava aspirare a un predominio; e coll’occupare nuovi Stati anche dopo la coronazione, parve gettare il guanto. Tutti dunque i dominanti ne protestavano; Pitt, ministro inglese, ottenuti settantacinque milioni per sostenere la sicurezza delle Potenze europee, e collegatosi colla Russia propone (1805 aprile) che Napoleone sgombri il nord della Germania, l’Italia, l’isola d’Elba; Olanda, Svizzera, Napoli sieno lasciate indipendenti; ripristinato il re di Sardegna, al quale si aggiungerebbero Genova ed eventualmente il Lionese e il Delfinato; restituite Firenze e Modena ai prischi dinasti, e all’Austria la Lombardia, cresciuta col Veneto[73].
Patti simili appena si possono imporre dopo irreparabili sconfitte: pure fu il programma a cui si attese in dieci anni di guerra. Alla quale tutta Europa sorgeva, avendo per tesoriere l’Inghilterra, per retroguardo la Russia; e non più per estinguere la libertà in un paese che se l’era conquistata, bensì proclamando l’indipendenza dei popoli contro un’ambizione che la pericolava. Era insomma la Rivoluzione che proclamava i proprj trionfi per bocca dell’esercito coalizzato contro di lei.
L’Austria mise in essere trecenventimila guerrieri; e ricevendo dall’Inghilterra settantacinque milioni per quell’anno, si assunse l’impresa d’Italia, mandò sull’Adige cenventimila uomini coll’arciduca Carlo, altri trentacinquemila coll’arciduca Giovanni in Tirolo, per connetterlo coll’esercito di Germania, a cui gl’imperadori Francesco e Alessandro farebbero una terribile retroguardia in Moravia e Gallizia; Russi e Inglesi doveano sbarcare a Malta e Corfù, e uniti co’ Napoletani, opprimere i trentamila Francesi che presidiavano Terra d’Otranto, e spingersi in su per l’Italia fino a congiungersi cogli arciduchi. Napoleone sentì che «gli bisognava un altro Marengo, e subito»; e con uno di quei colpi arditi che solo l’esito giustifica, gira alle spalle di Mack (1805 8 7bre), famoso per le rotte napoletane, lo chiude in Ulma, e fa prigionieri trentatremila Austriaci senza stilla di sangue. Obbrobrio, che fu chiamato tradimento, e il generale condannato ai lavori in una fortezza.
Il principe Carlo, udita la turpe capitolazione, per proteggere Vienna abbandona l’Italia; onde Massena, che con trentamila uomini occupava Verona, cresciuto di coraggio, lo attacca a Caldiero (19 9bre); per tre giorni combattendo con grande strage, e inseguendolo fin oltre le Alpi, non solo toglie all’Austria tutte le terre italiche eccetto Venezia, ma occupa Trieste, Gorizia, Gradisca, Villac, e quivi si congiunge con Ney; i Francesi sono a Vienna, e Napoleone ad Austerlitz (2 xbre) riporta una vittoria, dove restarono quarantamila Russi e Austriaci feriti o morti, nove generali e ottocento uffiziali prigionieri, e a Presburgo obbliga Francesco II alla pace (26 xbre). Separare l’Italia dalla Francia, ed escluderne l’Austria rimettendo repubblica Venezia, togliendole il Tirolo e la Svevia, in modo che fosse discostata dal regno d’Italia, dalla Svizzera e dalla Germania meridionale, pareva a Talleyrand l’unico modo di spegnere le guerre, da secoli alimentate per le pretensioni de’ Tedeschi sul bel paese; l’Austria, padroneggiando tutto il corso del Danubio e parte delle coste del mar Nero, diverrà vicina e perciò emula della Russia, quanto allontanata dalla Francia, e perciò sua alleata. Napoleone non volle nè guadagnarsi il vinto nè distruggerlo, fedele al sistema suo d’indebolire i territorj, col quale non fece che creare malcontenti, e condannare se stesso a combattere sempre coloro che non sempre potrebbe vincere; laonde le sue paci furono quasi tappe dell’esercito. Dall’Austria fece dunque cedere al regno d’Italia Venezia colla Dalmazia e l’Albania, alla Baviera il Tirolo, e pagare cenquaranta milioni per le spese. Tali scambj di dominio scioglievano i legami tra popoli e re, ed irritavano oltraggiando le nazionalità.
Al cadere della Repubblica veneta, il procuratore Francesco Pésaro, che n’era stato uno de’ più devoti, vi venne pienipotente dell’Austria, sicchè gli uni stupivano che l’imperatore ad un patrizio concedesse piena autorità nel proprio paese; gli altri esecravano il Pésaro d’aver accettato di comandare a quelli che testè erano suoi pari, e di rappresentare la straniera dominazione nel paese di cui avea difeso la libertà; altri invece il glorificavano d’essersi così messo in grado d’alleviare i mali della patria: ma dopo pochi giorni egli morì. Altri patrizj non tardarono a conciliarsi coll’Austria e servirla; e Zusto, Contarini, Erizzo, Gradenigo, Almorò Tiepolo, Giustinian, Quirini Stampalia accettando alti impieghi, diminuirono il ribrezzo del dominio forestiero. La guerra dell’800 avea conturbato la terraferma; e i patimenti, gli esigli, il mal cibo vi svilupparono il tifo, del quale molti morirono, fra cui il friulano medico Capretti che l’avea studiato e curato.
Ora Venezia acquistava un terzo padrone in otto anni; riceveva la costituzione di Lione (1806 3 febb.) e le altre forme del regno italico; ed Eugenio vicerè andava ad accogliervi il giuramento e le feste. Vi venne poi Napoleone stesso (1807 29 9bre), e vi godette lo spettacolo ond’era più ghiotto, di una vistosa forza marittima; emanò molti ordini per la salute e il prosperamento di quella città, riconobbe cento milioni che la Repubblica doveva alla zecca e al banco, un quarto pagandone con beni demaniali, il resto iscrivendo sul Monte Napoleone; fece ingrandire il porto, che volea rendere atto a bastimenti grossi, incaricando Lessau d’una via diretta per trarre dall’arsenale in mare vascelli da 80; munì le lagune coi forti di Marghera e e Bróndolo; assegnò centomila lire annue a riparare i porti e i canali. Allora venne aperto un giardino pubblico, abbattendo edifizj ricchi di pitture e di sepolcri; si eresse un palazzo regio: Antonio Selva, scolaro del Temanza, ridusse la Carità ad accademia di belle arti, a cui fu preposto Leopoldo Cicognara ferrarese. Malgrado di ciò, e sebbene decorata del titolo di seconda città del regno e portofranco, Venezia si vide tolto ogni commercio, perito sin il traffico delle conterie, e i beni nazionali non trovando compratori che lo Stato o forestieri.
Solo Padova aveva accolto l’imperatore col silenzio, che è la lezione dei re; ed egli, che non era uomo da inghiottirsela, maturava il castigo, quando la città spedì il Cesarotti a placarlo: accolto con amorevolezza, fatto sedere a tavola fra l’imperatore e il vicerè, blandito con decorazioni e pensioni, il perdono lo ripagò colla Pronea. Ma Vittorio Barzoni di Lonato già prima nel Solitario delle Alpi avea posto a dialogare un entusiasto della rivoluzione e un Veneto, una volta assalì il Villetard con una pistola: fu fatto passare per pazzo; ora non perdonando a Napoleone il tradimento di Venezia, lo descrisse sotto il personaggio di Flaminio ne’ Romani in Grecia, e collocatosi a Malta, perseverò nell’infervorare gli odj contro di esso[74].
Restava ancora il regno d’Etruria; e la regina Luigia, repugnante da Napoleone e come borbonica e come devota, lasciava che merci coloniali e manifatture inglesi, coperte dalla bandiera americana, affluissero a Livorno, donde si propagavano ai mercati di Roma, di Napoli, dell’alta Italia, anzi sin alla fiera di Lipsia. Napoleone non volle soffrire questa disobbedienza, e ordinò al generale Miollis di marciare sopra Firenze, indi a Livorno, e sorprendervi le merci inglesi; poi col trattato di Fontainebleau (1807 30 agosto) assegnava le provincie settentrionali del Portogallo in cambio dell’Etruria, la quale veniva riunita alla Francia, e divisa nei dipartimenti dell’Arno, del Mediterraneo, dell’Ombrone.
La pia donna neppure udienza potè avere da Napoleone a Bajona; fu lasciata prendere e ammobigliare una casa a Passy; poi quando montava in carrozza per condurvisi, un uffiziale la impedisce; le vengono assegnate quattrocentomila lire, ma le si stentano, e le sono usate cento soperchierie. Domanda di passare a Parma suo dominio, e n’ottiene promessa, poi invece la fermarono a Nizza. Dopo spossessati i reali di Spagna, mandò a Londra alcuno per far valere le proprie ragioni: ma il duca di Rovigo ministro di polizia arrestò Francesco Sassi della Tosa e Ghifenti di Livorno, e come colpevoli di tale incarico, li fece condannare a morte, eseguita sul Ghifenti; la regina come rea d’aver tentato fuggire, venne chiusa nel convento de’ santi Domenico e Sisto a Roma colla figliuola; Miollis le fece levare sin i giojelli, le assegnò duemila cinquecento lire al mese, e sol qualche volta lasciavale vedere il figliuolo alla presenza di testimonj. Ella scrisse le proprie memorie.
Menou, soldataccio d’Egitto che aveva sistemato alla peggio il Piemonte, fu messo a regolare la Toscana, temperato è vero da una giunta di buone persone, fra cui il Degerando, che i severi ordini imperiali moderava alla mitezza toscana: ma il peggior male di quei tempi era l’incessante cangiare d’ordini e padroni pel talento d’un solo, trattandosi le nazioni come fattorie, gli uomini come armenti. In fatti ben presto un senatoconsulto (5 marzo 1809) erige i dipartimenti toscani in dignità dell’impero, col titolo di granducato, investendone Elisa sorella di Napoleone, alla quale parea scarso il principato di Lucca e Piombino; la lingua italica possa adoprarsi promiscuamente alla francese negli atti; cinquecento napoleoni ogni anno siano premio agli autori, le cui opere meglio contribuiscano alla purezza della lingua; a custodire la quale fu rinnovata l’Accademia della Crusca[75].
Allora si videro, contro gli usi leopoldini, inceppata la circolazione delle merci, del frumento, del vino, fissati i prezzi delle vittovaglie, posti nuovi balzelli, introdotta la coscrizione; insieme si portarono via altri quadri[76], i codici e la tipografia orientale. Pure vennero favorite la coltura del gelso e le manifatture delle berrette a Prato, degli alabastri a Volterra, dei coralli a Pisa e Livorno, de’ cappelli di paglia a Firenze; i beni tolti alla corporazione servirono a spegnere il debito del Monte Comune; il codice napoleone emendò molti abusi del leopoldino. Non pochi Toscani furono chiamai a Parigi in uffizj, e principalmente don Neri Corsini consigliere di Stato, e Vittorio Fossombroni senatore. I dicasteri corrispondevano direttamente col ministero di Parigi; talchè la granduchessa Elisa, non figurando se non nelle pompe, e vedendo alle sue proposizioni non darsi retta a Parigi, si limitava a sfoggiare in lusso e in beneficenze.
La più nobile creazione di Buonaparte fu il regno d’Italia. Già nella pace di Presburgo aumentato di vastissimo territorio e dell’Adriatico, nel 1808 vi furono annesse le legazioni di Romagna, a’ cui deputati in Parigi Napoleone diceva: — Gli ecclesiastici regolino il culto e l’anima, insegnino teologia, e basta. Italia scadde dacchè i preti pretesero governarla. Sono contento del mio clero d’Italia e Francia; ma se ne’ vostri paesi qualche fanatico od ambizioso volesse valersi dell’ingerenza spirituale per turbare i popoli, io saprò reprimerlo».
Dalla Baviera si fe cedere il Tirolo meridionale, e col nome di dipartimento dell’alto Adige lo congiunse al bello italo regno, che così, oltre l’antico Stato di Milano, comprendeva il Novarese, la Lomellina, il Vigevanasco tolti al Piemonte, la Valtellina con Chiavenna e Bormio tolte ai Grigioni, il Bergamasco, il Bresciano, la riviera di Salò, il Veronese, il Polesine di Rovigo, il Vicentino, il Padovano, il Veneto, il Friuli, il Trevisano, il Cadorino, il Feltrino, il Bellunese tolti a Venezia, il Tirolo meridionale, cioè Roveredo, Trento e Bolzano; e Reggio, Correggio, Novellara, Guastalla, Modena, Mirandola, Carpi, il Frignano, parte della Lunigiana, le legazioni di Ferrara, Bologna, l’Emilia, la marca d’Ancona, il ducato d’Urbino, Macerata, Camerino, gli Stati liberi di Sanseverino, Fabriano, Loreto, Sassoferrato, parte del Perugino, i Governi di Fermo e d’Ascoli, la presidenza di Montaldo. Formavano ventiquattro dipartimenti[77] suddivisi in distretti, e questi in cantoni; contenendo 2303 Comuni con settantanove città, sei milioni e mezzo d’abitanti sulla superficie di 83,447 miglia quadrate. Ed erano de’ più grati e varj paesi d’Italia, con laute pianure e boscose montagne, con gelsi e castani, abeti e ulivi, praterie e risi, miniere d’ogni metallo, acque medicinali, vene di marmi, coi bei fiumi Po, Adige, Mincio, Ticino, Adda, Reno, coi laghi alpini, con stupendi canali e irrigue derivazioni. Il vicerè Eugenio, al quale l’imperatore avea data, anzi imposta per moglie una principessa di Baviera, tanto bella quanto savia[78], aprendo il senato consulente (1807 1 aprile), si congratulava che, invece di tanti staterelli senza coesione nè forza, vi fosse oggimai una nazione italiana d’un medesimo spirito, sotto il medesimo scettro.
Quando mai la speranza d’unità entrò più ragionevolmente negl’Italiani? I quali allora imparavano a congiungere il rispetto alla legge coll’amore della rivoluzione. Cancellati 18 secoli di storia, la federazione soccombeva alla dittatura francese: per tutta Italia uniformità di leggi, di codici, di idee; la vanità conducea gli aristocratici nelle anticamere dei villani rivestiti, e la perdita delle libertà era compensata dal trionfo dell’eguaglianza. Ma tutto ciò era dato, non acquistato; Napoleone considerava il paese nostro come consacrato al meglio della Francia, l’accresceva o mozzava a volontà, costituiva e disfaceva signorie, pur sempre lasciando sperare che, alla nascita d’un secondo figlio, assicurerebbe l’indipendenza italiana[79].
Il Governo napoleonico si bilicava tra l’eguaglianza civile che accordavalo colla democrazia, e la gradazione gerarchica che secondava le idee d’ordine e stabilità. Il capo supremo dello Stato, eletto dal popolo, rappresentante della nazione, unico potere ereditario; tutti gli impieghi e le dignità eletti da lui secondo il merito. Il vicerè comandava l’esercito e la guardia nazionale, nominava agl’impieghi fino al viceprefetto e al tenente, e presedeva al consiglio di Stato e ai lavori de’ ministri; godeva estesi poteri, ma sempre legati alla sovrana volontà. Seguivangli le gran dignità, fra cui contavansi gli arcivescovi di Milano, Venezia, Ferrara, Bologna; tutto disposto per lo splendor della Corona che doveva imitare la francese, ad essa appartenevano due palazzi di Milano, quelli di Monza, Mantova, Modena, Venezia, quelli dei Bargnani a Brescia, dei Caprara a Bologna, dei Pisani a Stra, con larghe caccie riservate, massime ne’ boschi del Ticino e nel parco di Monza, ampliato pel giro di tredicimila metri[80]. Oltre la guardia d’onore e i veliti, una folla di cortigiani dovevano prestare servizio alla persona del vicerè, e di sua moglie; ventotto ciambellani, ventiquattro dame, dodici scudieri, sedici paggi dipendevano dal gran maggiordomo e dai prefetti di palazzo, e si godeva contarvi i nomi de’ Cicogna, de’ Serbelloni, de’ Trivulzj, dei Borromeo, dei Bentivoglio, dei Frangipane, dei Visconti, dei Montecuccoli, dei Mocenigo, dei Michiel, dei Gradenigo, dei Martinengo.
Modificando alla monarchia lo statuto, il corpo dei consultori fu convertito in senato consulente, che dovea votare sopra gli statuti, le leggi, l’operare de’ ministri, i bisogni della nazione, gli abusi della libertà civile: e in esso raccoglieansi gli uomini insigni, a pompa non a temperamento, nè tampoco a consiglio, giacchè nessuna libera sentenza v’era ascoltata. Il corpo legislativo di giuniori ed anziani dovea votare alla muta; ed una volta essendosi avventurato a qualche appunto sopra la nuova legge del registro, Napoleone si stizzì contro questi poltroni[81], e al Taverna presidente scrisse da Boulogne l’agosto del 1805: — Le assicurazioni devote del corpo legislativo viepiù gradisco, quanto la sua condotta mi mostrò che non camminava nella mia direzione. Io mi servo delle cognizioni de’ corpi intermediarj, ogniqualvolta tendano dov’io; qualora nelle deliberazioni porteranno spirito di fazione o turbolenza, o intenti contrarj a’ miei, non coglieranno che vergogna, perchè loro malgrado io compirò quello che mi parrà necessario all’andamento del mio Governo, e alla grande idea di ricostituire e illustrare il regno d’Italia». Pure il corpo legislativo potea porre qualche limite all’arbitrio dei ministri; onde fu abolito non per decreto, ma unicamente col depennare nel bilancio le spese che lo concerneano: e gl’Italiani poterono chiarirsi che erano meri nomi la costituzione, il tribunato e i censori di quella[82]; tutto riduceasi ai decreti di Napoleone e del vicerè.
Il consiglio di Stato discuteva le leggi, il culto, gli affari interni, le finanze, la guerra, la marina. Dai ministri restavano indipendenti le direzioni dell’insegnamento, delle pubbliche costruzioni, dell’amministrazione comunale e la Polizia. L’amministrazione era affidata a prefetti e viceprefetti, con esteso arbitrio. Ai Comuni maggiori presedevano un podestà triennale, e sei o quattro savj: ai minori un sindaco annuo e due decani. Due volte l’anno s’accoglievano i consigli comunali pel conto da discutere o da approvare. Il re poteva convocare il consiglio dipartimentale di trenta o quaranta membri: uno di undici possessori per ogni distretto determinava ciascun anno la sovrimposta. In ciascun dipartimento i collegi elettorali di possidenti, dotti, negozianti proponeano al Governo i membri del consiglio generale e i giudici di pace, i quali risolveano le controversie d’azione personale, o di cose mobili, o di polizia giudiziaria. I giudizj erano resi da una corte civile e criminale con dibattimenti pubblici, da cinque corti d’appello, oltre la cassazione che vegliava l’esatta applicazione delle leggi, non decidendo sui fatti particolari ma sulle sentenze dei tribunali. Nel Monte Napoleone fu consolidato il debito pubblico: l’unità di pesi e misure fu almeno decretata.
Quando l’Europa ammutoliva davanti al Massimo, che in tre giorni aveva abbattuto a Jena il regno di Prussia, e ad Eylau sconfitto il russo ed obbligatolo alla pace di Tilsitt, anche l’Italia mandò il patriarca di Venezia a ringraziare Napoleone della pace e della felicità procurata, e supplicarlo di beare di sua visita l’Italia, per lui viva, per lui diva. Venne in fatti (1807 7bre), e viaggiando interrogava, ma voleva risposte pronte come l’obbedienza; vere o no, poco importava: e quegli sguardi fulminei, e quell’affollamento soverchiatore di domande confondevano chi volesse riflettere prima di rispondere: in ogni provincia e città informavasi dei bisogni, e dava ordini e decreti, poco brigandosi poi dell’esecuzione. Ora ad una gran dama chiedeva se fosse la moglie di quell’appaltatore arricchito; or a un’altra se quel che l’accompagnava era il marito o l’amico di casa; ora quanti figli maschi avesse, quasi nelle viscere materne cercasse soldati.
Raccolti i collegi elettorali, si congratulò dei progressi che in tre anni si erano fatti, molto però rimanere per cancellare le colpe degli avi, le cui intestine divisioni e il miserabile egoismo di città affrettarono la perdita dei diritti; considerassero i Francesi come fratelli maggiori, e vedessero la sorgente e l’assicurazione della loro prosperità nell’unione della corona di ferro coll’imperiale. Queste lezioni ci dava. Insieme aspreggiò il Taverna presidente al consiglio legislativo, perchè gli si presentò in piccolo uniforme; domandò al ministro Spanocchi quanto si spendesse nella giustizia, e uditolo, esclamò, — Troppo»; e avendo quegli soggiunto, — Spende ben più il ministro della guerra, — Imbecille!» proruppe Napoleone, voltandogli le spalle, e nominò a succedergli il Luosi.
Consultati Romagnosi a Piacenza, Renazzi a Roma, Paolini a Pistoja, Cremani a Pisa, fu compilato un codice penale, e sottoposto all’esame delle varie corti di giustizia; ma dopo lunghi lavori, Napoleone che non sapeva aspettare, e che aveva mandato il senatore Abrial per organizzare la giustizia in due mesi, ordinò si attuasse qui pure il Francese, ove fa sentirsi la fierezza d’un Governo che esce da sanguinosa rivoluzione. Anche il codice di commercio fu traduzione del francese. Romagnosi «con altri giureconsulti pieni di dottrina e d’amore pel bene degli uomini e per la gloria del Governo italico[83], fu chiamato a compilare un codice di procedura che il francese mitigava con opportune cautele; e benchè non si avessero i giurati, la difesa pubblica fin per delitti di Stato temperava l’atrocità di quello, e formò prolissi parlatori anzichè oratori, se giudichiamo dalle arringhe messe a stampa.
Era dunque il regno un’edizione dell’impero, non governato da Italiani, sibbene per mezzo d’Italiani: ma quella operosità allettava o sbalordiva i popoli, che soffrivano di sentirsi dire tralignati perchè egli prometteva di restaurare le prische virtù; vedeano alle speranze e alle ambizioni aperto un campo; credevano men duro l’obbedire a colui che vinceva al Nilo come alla Vistola, al Tago come al Reno.
Al pari d’Augusto voleva egli favorire il sapere, purchè gli stesse ligio. Abolite le fraterie eccetto le suore della Visitazione, e ridotto l’insegnamento a libri e a lezioni uniformi, ne’ collegi e nei licei la gioventù nostra era allevata per farne soldati. Napoleone, che sapeva quanto importi recarsi tutta in mano l’educazione, raccolse a Parigi circa settecento giovani di ragguardevoli famiglie, di cui cenventisei erano dei dipartimenti italiani; semenzajo d’uffiziali e d’impiegati, e insieme ostaggi: altri vi chiamò per istruirli nelle arti meccaniche. Secondo il decreto della repubblica italiana si mantenevano a Roma dodici allievi a studiare belle arti; le favorivano le accademie di Milano, Bologna, Venezia, che colle spoglie de’ monasteri formavano gallerie. Un Istituto nazionale aveva attribuzioni effettive, invece di starsi a sbadigliare dissertazioni o mandare diplomi alle accorte mediocrità. Intanto operavasi ad abbellire le città: a Verona si sgombrarono l’Arena e l’arco de’ Gavj e de’ Borsari; a Milano si finì la facciata del Duomo, assegnandovi cinque milioni sulle proprietà di quello vendute; si spianò il Foro Buonaparte, ideando trasportarvi tutti gli stabilimenti pubblici e dicasteri, il che avrebbe sostituito una nuova alla città storica; e Antolini n’avea preparato il disegno tutto classico, ma non si fece che l’Arena, e si cominciò il magnifico arco del Sempione, che dovea poi portare il nome e i fasti de’ suoi nemici. Il Foppone vi era destinato ai cenotafj degli uomini illustri: si aprì la strada di circonvallazione; si fecero le porte Nuova e Marengo; s’istituì una scuola di musaici per eternare la deperente Cena di Leonardo, ch’erasi fatta copiare da Giuseppe Bossi; si commise a Fidanza di ritrarre tutti i porti del regno, ad Andrea Appiani di dipingere il palazzo reale e trentamila franchi per far incidere i suoi disegni della campagna d’Italia: si allogarono a Canova il Teseo per ornare la piazza reale e una statua dell’imperatore[84].
Nel palazzo di Venezia, Moro, Borsaio, Bertolani, Demin, Giani, Hayez ingegnavansi di emulare i grandi che aveano decorato le sale della repubblica: dal Beltrami di Cremona Napoleone faceva intagliare in un’agata il proprio ritratto, e Giuseppina in sedici corniole bionde la storia di Psiche, altri lavori Eugenio, e per imitazione i cortigiani; a Thorwaldsen fu commesso un gran bassorilievo del trionfo d’Alessandro pel palazzo Quirinale; ad Amici di lavorare nelle fonderie di Pavia uno specchio riflettore di cinque piedi di diametro. Napoleone assegnò ottomila lire ad Oriani, tremila a Volta, il quale volle andasse ad esporre la sua grande scoperta all’Istituto di Francia: nelle Università collocava uomini illustri, istituiva anche cattedre speciali, come a Milano quelle di letteratura per Salti, d’ostetricia pel Giani, di chimica pel Porati, d’alta legislazione pel Romagnosi, ove dare cognizioni di fatto e di ragione per norma alla legislatura e all’amministrazione pubblica: nel senato annicchiava i più rinomati, e ne ornava il petto colla corona di ferro e la stella d’onore. Il reggiano Luigi Lamberti grecista e bibliomano riceveva dodicimila lire per la magnifica edizione bodoniana di Omero; Strático, autore d’un dizionario di marina, sopraintendeva alle acque e strade; il repubblicano Compagnoni redigeva i protocolli del consiglio di Stato; quelli del senato Luigi Mabil parigino, divenuto diligente scrittore italiano; all’Accademia di belle arti era segretario lo Zanoja, all’Istituto Luigi Bossi; Gherardini compilava la gazzetta; Onofrio Taglioni di Bagnocavallo pubblicava il Codice Napoleone col confronto delle leggi romane; Melchior Gioja presso il ministero dell’interno ammassava la statistica di ciascun dipartimento; il fiorentino matematico Brunacci, lavorava al naviglio di Pavia, e meglio l’ingegnere Parea; Giovanni Rasori, negli ospedali militari e come protomedico, diffondea la dottrina del controstimolo; il Testa di Ferrara, autore dell’opera Sulle malattie del cuore, fu direttore generale degli ospedali; Marzari intraprendeva la descrizione geologica del Vicentino, del Bergamasco e de’ colli Euganei; Breislak, amministratore delle polveri, quella del Milanese; Brocchi sopraintendeva alle miniere, Gautieri ai boschi, Mengotti alle finanze e Cossali alle acque e strade del Veneto: Oriani misurava l’arco meridiano fra Rimini e Roma; nelle scuole militari insegnavano Collalto e Caccianini[85], in quella dei paggi Urbano Lampredi ellenista; Longhi incideva Napoleone ad Arcole e il ritratto del vicerè con mirabili piume; una compagnia drammatica reale, diretta da Fabrichesi, atteggiava le migliori commedie e tragedie; Bonifazio Asioli da Correggio dirigeva il conservatorio di musica; Salvatore Viganò facea stupire cogli epici suoi balli, come Rossini colle strepitose armonie.
Era ministro della giustizia Luosi, destro modenese, di molta sapienza legale e sostenitore dello stretto diritto; segretario di Stato Aldini, che come professore a Bologna aveva acquistato nome di valente giurista; Moscati, esperto chimico, presedeva all’istruzione pubblica; alle acque e strade Paradisi reggiano[86], figlio di Agostino poeta, e scrittore felice egli stesso, che avventatosi de’ primi nella rivoluzione, si costituì mecenate degli scrittori liberali, favorì Buonaparte a diventare re, e ne fu fatto conte e gran dignitario; e adempiva la raccomandazione ch’e’ solea fare a ministri e ambasciatori — Tenete buona tavola e mostratevi garbati colle donne». In fatto alle sue cene adunavasi quanto v’avea d’eletto nel regno, e vi si tesseano gli intrighi letterarj a favore delle mediocrità e a depressione di chi osasse tenersi indipendente.
Vi primeggiava Vincenzo Monti da Fusignano, poeta de’ migliori fra l’antica scuola, finchè gli avvenimenti nol tolsero dai soggetti arcadici per lanciarlo nell’attualità, donde trasse e gloria e disonore, perchè, invece di signoreggiare gli eventi col carattere, vi si abbandonò. Sul trucidato Bassville fece un poema, ove conducea l’ombra di questo a vedere i mali e gl’infiniti guaj di Francia, bestemmiando i capi di quella, già solcati dal fulmine di Dio. Francia invece trionfa, improvvisa repubbliche nell’alta Italia, donde violenti sarcasmi sono avventati al cantore della tirannide; ed egli, più insofferente degli emuli nel proprio paese che pauroso de’ nemici nell’altrui, viene nella Cisalpina, e di sua conversione dà prova in articoli e canzoni, spiranti esagerazione feroce. Un’ode, ove impreca al «sangue del vile Capeto, succhiato alle vene dei figli di Francia che il crudo tradì», rimarrà immortale quanto il poema in cui lo deplora come il «re più grande, il re più mite».
Dalla morte del matematico Mascheroni deduce un altro poema a strazio dei Bruti e dei Licurghi della repubblica Cisalpina, allorchè questa perisce, va esule e trae nuovi spettri a bestemmiare quel Direttorio che non soccorre la diroccante Italia; inneggia la vittoria di Marengo, assicurando che il giardino di natura non è pei Barbari, e che dove è Buonaparte son vittoria e libertà. Questo Buonaparte ch’egli salutava «rivale di Giove perchè rivali in terra non poteva avere», numera le vittorie coi giorni, e il Monti le canta, invocando che Giove lo assuma tardi ai meritati onori dell’Olimpo: appena si accorge che Buonaparte aspira alla corona, glielo fa consigliare da Dante, benchè sapesse che tutt’altro era il voto della nazione[87]; e ne ebbe una tabacchiera d’oro, cinquemila franchi, la croce di cavaliere e titolo e pensione di storiografo. In tale qualità applaudiva ad ogni avvenimento di quella Corte, colla Jerogamia di Creta alle nozze di Napoleone, colle Api Panacridi al figlio che ne nacque, colla Spada di Federico e col Bardo della selva nera alle vittorie, ammantando l’adulazione con isfolgorante mitologia, interrotta da comparse di ombre, e avventando all’Inghilterra imprecazioni ch’erano parte necessaria dell’adulazione.
E l’adulazione era profusa da una letteratura obbligata a fare l’esercizio e presentare l’arme; sicchè nè feste sacre, nè gioje private, nè discorsi d’accademia o di scuola poteano passare senza incensi al regnante e ai ministri. Quirico Viviani preparava canzoni, con cui i coscritti dovessero esalare un entusiasmo che non provavano; applaudivano all’eroe il dilombato poeta Luigi Cerretti reggiano, e il didascalico Arici, e Perticari, e Carlo Porta, e Angelo Mazza, e l’improvvisatore Gagliuffi, e Bettinelli, e Paolo Costa; Gianni era improvvisatore imperiale con seimila lire l’anno; Sgricci facea stupire coll’improvvisare tragedie, ajutato da bella voce e mirabile pronunzia[88]. Bottazzi traduceva in latino le adulazioni del Monti, e sino il Codice fu voltato in esametri: Stefano Petroni napoletano fece la Napoleonide, con cento medaglie emblematiche, illustrate da altrettante odi: e l’adulazione non parea avere bastanti formole a lodarlo, neppure chiamandolo Dio[89]. Scriveva il Giornale italiano un Guillon lionese, che avendo parlato contro Fouché, fu messo prigione, poi relegato in Italia, ove gl’Italiani dichiarava inetti alla filosofia, alla tattica, alla poesia, alla musica, e li esortava a scrivere piuttosto in francese; laonde si credette o si finse di credere fosse incaricato dall’alto di preparare ad introdurre quella lingua negli atti. V’avea commedia francese stipendiata; in francese usavasi la conversazione, perchè così alla Corte: riconosceansi come invenzione o introduzione francese istituti, franchigie, garanzie che da un pezzo erano in vigore fra noi, con nome e forme nazionali.
Non sempre le adulazioni erano viltà, giacchè l’uomo si compiace d’ingrandire quello cui è sottomesso, quasi a scusa del suo obbedirgli; ma guaj a chi osasse non incensare e conservare il silenzio! Un giornalista Lattanzio, che non lasciò contro al Paradisi, avventò i Costumi della rivoluzione, avendo presagito le ambizioni napoleoniche, fu posto nei pazzarelli. Ebbe gli arresti Giambattista Giovio, perchè si credette peggiorativo il termine di fetuccia da lui dato alla decorazione della corona ferrea. Alcuni versi di Ugo Foscolo nell’Ajace, ove deplorava l’avere tratto tanta gioventù a «giacersi in esule tomba e vivere devota a morte», fecero proibire quella tragedia, punire il censore, e relegare l’autore in Toscana[90]. Avendo il Lampredi criticato un elogio funebre del Compagnoni, gli si intimò non censurasse opere d’impiegati regj. Il capitano Ceroni per avere poetato sull’indipendenza italiana, fu messo agli arresti[91]; involto nella disgrazia sua il generale di brigata Tullié, credutone complice. Chi non volesse lasciarsi schiacciare dalla forza, era schiacciato dall’opinione, atteggiata nei circoli de’ ministri, nei caffè, nei ridotti, nelle loggie massoniche, nelle consorterie letterarie.
Per verità, distrutto tutto il passato, a chi non volesse accettare la rivoluzione, non restava che di rimpiangere e isolarsi: trista figura in una società gaudente, nella quale invece esultavano abbondanzieri impinguati sulle forniture militari, ricchi improvvisati colle spoglie di luoghi pii, bagasce pompeggianti. Le loggie dei Franchimuratori erano divenute stromento di Governo, e basti dire che Giuseppe Buonaparte era granmaestro dell’ordine; granmaestro aggiunto Murat; Beauharnais venerabile nella loggia di Sant’Eugenio, poi granmaestro in quella di Milano, e sovrano commendatore del supremo consiglio del trentesimosecondo grado; i ministri e primarj impiegati del regno v’erano ascritti; e impieghi e onori si distribuivano a suggestione della società.
Insomma adopravasi ogn’arte per illudere l’opinione; e per verità non tutto era illusione. Ingegneri francesi lavoravano la via del Moncenisio, e con italiani quella del Sempione, sulla cui galleria fu scolpito Al re italico, si cominciò la via della Cornice tra Genova e Nizza; Carlo Mallet gittò un ponte sul Po a Torino; si apersero due strade dal Veneto al Tirolo; altre nell’Alpi e negli Appennini, oltre le comunicazioni interne. Il canale di Bologna accorciò di venti miglia il corso del Reno, e dopo Cento lo immetteva nel Po; quel di Pavia congiunse il lago di Como e il Maggiore coll’Adriatico; se ne progettò uno dal lago d’Iseo a Canneto che metterebbe in comunicazione la valle Camonica col mare; quello del Mincio univa i laghi di Garda e di Mantova; e un più grandioso fu divisato dal conte di Chabrol fra Alessandria e Savona, valendosi del Tánaro e della Bormida per congiungere l’Adriatico al Mediterraneo. Prony e Sganzin ebbero ad esaminare i porti di Venezia, di Ancona, di Pola, di Ragusi; uno ne fu costruito a Genova; il golfo della Spezia dovea divenire un porto immenso, spendendosi venti milioni pei lavori di difesa, cinque per fare la nuova città, uno pe’ sei cantieri. Insomma dal 1805 al 14 in opere nuove e manutenzione il ministero dell’interno erogò settantacinque milioni[92].
Tutto poi che faceasi in Francia s’imitava qui pure, onde avemmo gabinetto numismatico e conservatorio di musica; educandati femminili a Milano, Verona, Bologna; scuola di veterinaria, d’acque e strade, di genio militare, d’equitazione, di sordimuti; un’Accademia agraria e un liceo in ciascun dipartimento, ove alla futile letteratura[93] surrogavansi cattedre di storia e d’istituzioni civili, con solennità d’esami e pubblicità di premj, il cui più ambito effetto era l’esenzione dalla coscrizione: le Università di Padova, Pavia, Bologna fiorivano. Una stamperia reale fu eretta a Milano. Un magistrato presedeva alla salute pubblica, e si provvide alle tumulazioni intempestive o insalubri, all’innesto del vaccino, alle quarantene. Noi diligenze e messaggerie, noi telegrafi, noi case d’industria pei poveri, noi case di correzione e prigioni migliorate, noi pompieri, noi annue esposizioni e premj d’arti belle e d’industria. All’agricoltura si dava pensiero fondando scuole, sistemando la custodia delle selve, ordinando la vendita de’ beni comunali, ponendo a Monza un piantonajo. Gautieri scrisse sui boschi, Re sull’agricoltura, Dandolo sui vini e sui bachi da seta, Mabil sui giardini e su altri punti agricoli; incoraggiavasi la coltura del colsa, della patata, del lino, delle api, e chi cavasse zuccaro dall’uva o dalla barbabietola, coltivasse il cotone, o facesse macchine per filare questo o il lino o la canapa. Il toscano Morosi, dopo mandato a vedere i migliori opificj stranieri, piantò la prima filatura di cotone, regolò la manifattura de’ tabacchi, la polveriera a Lambrate, la fabbrica di falci a Castro, e principalmente le zecche di Venezia, Milano, Bologna, ove si coniava con macchine sue e di Gengembre. Si munirono Genova, le lagune venete, e Ancona; Alessandria dovea congiungersi con Milano, Tortona, Torino, formando una base alle operazioni militari, e un ricovero all’esercito e alle provvigioni, in caso che dovessero aspettarsi rinforzi da Francia. Tutto questo ed altro faceasi in tempo d’agitazione, fra concatenate guerre, fra insaziabile smania di nuovi acquisti.
La rivoluzione, quantunque fra noi trapiantata, non isviluppatasi nè maturata da lunghe lotte e da passi successivi e spontanei come in Francia, avea tuttavia diffuso molto di vero, di giusto, di generoso, di conforme ai tempi; dal cicisbeismo e dalle frascherie gl’ingegni furono richiamati ad occupazioni serie, agl’impieghi, al militare, al genio; nei consigli di Stato, nelle pubbliche arringhe rinnovavasi l’eloquenza politica: e una Corte fastosa, ministri magnifici, ambasciadori, istituto nazionale, scuole speciali, pompe frequenti, fabbriche grandiose orgogliarono Milano d’una prosperità di parata.
Ma troppo sentivasi come e popoli e principi non fossero che stromenti di Napoleone[94]. Egli erasi riservato sul regno d’Italia la somma di venticinque, poi trenta milioni per l’esercito; sei milioni erano dotazione della Corona, oltre i dominj particolari e pubblici; un milione pel vicerè, al quale pure destinava il ducato di Francoforte; le provincie di Dalmazia, Istria, Friuli, Cadore, Belluno, Conegliano, Treviso, Feltre, Bassano, Vicenza, Padova, Rovigo rimaneano feudi dell’impero francese, e col titolo di ducati l’imperatore le assegnò a suoi generali col quindicesimo della rendita di esse; oltre che l’imperatore vi si riservava quaranta altri milioni di fondi nazionali per l’uso stesso. Era un ritorno ai tempi del più servile feudalismo, alla brutale investitura della spada, alla differenza delle terre, e sviliva il suolo della nostra patria, facendola vassalla de’ Francesi. Fino i maggioraschi furono rimessi in vigore, e il titolo di barone; nuove lusinghe agli ambiziosi e mangiapane, scandalo ai liberali, che vedeano rinascere quelle aristocrazie che le nostre repubbliche aveano distrutte, e l’oppressione essere conseguenza della uniformità alla parigina. Titolati, ciambellani, consiglieri di Stato, ministri e loro attaccati predicavano la beatitudine del tempo[95]: ma tutto era un’imitazione o contraffazione della Francia la cui tirannica e instabile uniformità trovavasi imposta a tanti paesi di vita e carattere proprio; tutto sentiva della prepotenza soldatesca; quella suddivisione in tanti dipartimenti[96] cagionava una profusione d’impiegati e di spese; i prefetti erano piccoli sovrani: del che Napoleone non sa giustificarsi se non collo stato di guerra che sempre durò. Continuavasi anche ad asportare capi d’arte: e Venezia, a cui gli Austriaci nel 1805, emulando Napoleone, aveano tolto alcuni manoscritti, fra’ quali i Diarj del Sanuto, libri e quadri dovette dare al museo Napoleone[97]; altri le gallerie di Milano e Bologna. Nè dopo la consulta di Lione si trattò più politicamente dell’Italia, ma solo degl’interessi della dinastia; e Napoleone scriveva al vicerè: «I miei popoli d’Italia mi conoscono abbastanza per non dimenticare che il mio dito mignolo ne sa più che tutte le loro teste»[98].
Quasi presentendo la breve durata, ogni cosa faceasi a precipizio e coll’aspetto di rivoluzione, il che portava a mille arbitrj. Più disgustavano le enormi imposte e i modi d’esazione spesso aspri, talora assurdi; i salnitraj entravano in qualunque casa a raccogliere il nitro; si moltiplicarono le estrazioni del lotto; il registro colpiva le proprietà ad ogni trapasso. La taglia prediale, per la sola parte dell’erario importò denari settantuno e mezzo per scudo nel 1799, novantadue nel 1800, quarantotto nel 1802, quarantanove ne’ successivi, sessantuno nel 1805 e 6: inoltre più che duplicate le imposte comunali, per modo che nel 1811 la fondiaria gittò all’erario 51,581,130 lire, oltre 4,561,024 di parte dipartimentale, e 10,036,968 di comunale. Il dazio consumo nel 1805 fruttava lire 8,116,117; nel 1811 quindici milioni pei Comuni murati, e sette milioni per gli aperti: e non bastando al crescente preventivo, che negli ultimi anni sommò a cenquarantaquattro milioni, si ricorse al tristo spediente delle anticipazioni[99].
Ciascun ministro smaniava di presentare floridissimo il suo dipartimento, e collo spendere faceansi ammirare, mentre gl’imbarazzi e l’esecrazione ricadeano su quel di finanza. Giuseppe Prina avvocato di Novara, al re di Piemonte soprattutto inculcava l’alienazione dei beni ecclesiastici; poi venuta la rivoluzione e posto nel Governo piemontese, avea suggerito a Napoleone di staccarne il Novarese: questi, conosciutolo secondo il suo cuore, lo costituì ministro delle finanze. Tutto spedienti per soddisfare le crescenti esigenze dell’imperatore, non badava a reclami di popoli e di magistrati: scarso d’inventiva, non faceva quasi che tradurre in italiano le ordinanze francesi, e nel consiglio di Stato le sostenea coll’unica ragione che venivano di Francia: insensibile a ogni cosa fuorchè ai premj del sovrano, al quale non offriva mai i lamenti de’ popoli, ma gli applausi degl’impiegati, sapeva disporre i conti discussi con tal arte, da mostrare un non credibile fiore[100].
Napoleone, inebriato dagl’incensi di tutta l’Europa che stavagli a’ piedi, più s’indignava che l’Inghilterra osasse resistergli, ed esercitasse sul mare quella potenza ch’egli per terra. Risolse dunque imporre a tutta Europa (1807 xbre) che non ricevesse più nave nè merce d’Inghilterra, sicchè, non trovando più spacci alle sue manifatture e ai prodotti delle sue colonie, questa morisse di fame. Da Berlino prima, poi più estesamente da Milano emana quel decreto terribile; sia prigione di guerra ogni Inglese; di buona presa qualunque nave, merce, proprietà, magazzino di essi che venga côlto in paesi occupati; respinto ogni bastimento proveniente da porti britannici; non rispettato il vascello neutro che avesse subìto la visita inglese, il che impedendo le navigazioni dei neutri, diede l’ultimo colpo al commercio.