C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO XIV.
STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO XIV.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1877
LIBRO DECIMOTTAVO
CAPITOLO CLXXXIX. Principi e popoli dal 1830 al 46. Aspirazioni e trame.
Come sempre, i paesi in cui si ristabilì l’armonia fra l’autorità e gli obbedienti furono quelli ove non si lasciò corso alla riazione dopo le rivoluzioni del 1831. Tale fu la Toscana. Ferdinando III granduca dal trilustre esiglio (se esiglio poteva chiamarsi la dimora in paese di sua nazione) non riportava rancori e vendette; vedendo la memoria di suo padre, benedetta in Toscana, non aveva che a seguirne le orme, al che lo inclinava pure la mitissima sua indole. Ritrovava spento il debito antico, sistemata la magistratura, ricco il pubblico dominio; sicchè molti beni poteva effettuare chi avesse saputo innestare le utili novità col sistema leopoldino. Ma crogiolandosi in questo, si tirò via tolleranti e fiacchi, in una mansuetudine senza progresso; riponendo il liberalismo i ministri (di cui era principale il Fossombroni) nell’opporsi ai preti e a Roma, la gente colta nel far epigrammi contro i ministri. Ferdinando aprì nuove strade; fece compiere il catasto sopra la triangolazione eseguita dal professore Inghirami; istituì a Firenze un archivio centrale, l’uffizio dello stato civile, una casa di lavoro, l’istituto della Nunziata perla maternità e a Pistoja un altro, a Pisa un’accademia di belle arti; introdusse i pompieri; migliorò i palazzi e le ville reali. Passeggiava famigliarmente le vie, andava a visitare ne’ palchetti le signore, e poichè le persone che vi si trovavano levavansi e teneansi in piedi, egli diceva alla padrona: — E perchè non permettete a questi signori di sedersi?» Un abate scontratolo così, andava ripetendogli: — Oh altezza! che consolazione fu per me il vederla — Oh grazie! — Ah non le so esprimere quanto sempre lo desiderassi — Sta bene: le son obbligato — Davvero ho sempre sperato che dovesse venire questo giorno — Ed io non lo sperava più».
Vantandosi in sua presenza i molti miglioramenti introdotti dai Francesi durante il loro governo, proruppe: — Capisco saria stato bene che fossero rimasti dieci anni di più». Soldati non volea, perchè nè del popolo avea paura, nè contro l’Austria osava reluttare, benchè neppur volesse soffrirne la tutela; i Carbonari conobbe ma non volle punire, accogliendo anzi i profughi del resto d’Italia.
Non ci ricorda che per verun principe siansi scritte parole affettuose (e undici anni dopo il fatto) come queste d’un galantuomo qual fu Emanuele Repetti: «I cittadini, entrati in sollecitudine per l’imminente pericolo, taciturni erravano per le vie, ingombravano i sacri templi, sogguardavansi, interrogavansi, e penetravano negli atrj stessi e nelle sale del regio palazzo smarriti, sparuti, affannosi, desolati. Niun’altra premura, nessun affare domestico o civile, tutti i passi, tutte le lingue, tutte le orecchie a questo solo erano rivolte, di questo solo occupate! Il pallore di un volto nell’altro si diffondea: nè potrei agguagliar con parole quello ch’io stesso vidi, e nell’intimo petto sentii fra il gemito e il tumulto della reggia e del popolo. Suonò l’ultima ora, e il 18 giugno 1824 fu giorno di pianto per tutti; e dico per tutti perchè anche gli stranieri medesimi che si trovarono presenti a così trista ed inusitata scena, rimasero talmente commossi, che proruppero pure al pari di noi in tristi lamenti ed in sincere lagrime»[1].
Il figlio Leopoldo II succedutogli (1824 giugno) con pari bontà, favoriva quel vivere amichevole, quella cittadinanza riposata che della Toscana faceva un’Arcadia. Intanto le belle arti, la gentilezza, il clima, la favella continuavano ad attirarvi forestieri; studiosi l’Università di Pisa, cui s’invitavano professori d’ogni paese; e i collegi di Siena e di Prato; capitali il ferro dell’Elba, l’acido borico dei Lagoni, e la libertà di commercio; si estesero le scuole normali, di mutuo insegnamento, di sordimuti; presto s’introdussero asili infantili, casse di risparmio.
Il popolo v’è per indole calmo, devoto, operoso nella povertà; il clero allevato nelle opinioni pistojesi, tiensi ligio al Governo; i ladri grossi non v’erano gloriati, se anche non sempre puniti; i pensatori, sceveri dalla Corte che non gli ascoltava ma li rispettava, ambivano all’aureola popolare, idoleggiando il meglio ne’ tempi anteriori alla rivoluzione, zelando le istituzioni leopoldine, e nominatamente le leggi costituzionali, il diritto di neutralità, il libero traffico, l’opposizione a Roma; i più aspiravano ad uno statuto con leggi e finanze discusse, assennati però o coraggiosi abbastanza per non avvolgersi in congiure. Carlo Troya, Pasquale Borelli, Pietro Colletta, Anton Raineri, Gabriele Pepe, Giuseppe Poerio da Napoli, Nicolò Tommaseo e Giuseppe Montani dalla Lombardia, Nobili e Antinori da Modena, Leopardi da Romagna, rifuggiti colà e uniti a giovani del paese, Giovanni Poggi, l’eloquente Salvagnoli, i giuristi Francesco Forti, Marzucchi, Capei, l’educatore Lambruschini, Ridolfi che nel podere di Meleto preparava un modello di dotta agricoltura, alimentavano la vita intellettuale, e col Capponi, col Niccolini, col Ciampolini, col Mayer, col Ricci, nella società de’ Georgofili esercitavano il discorso e l’attenzione sopra quistioni vitali[2], e collaboravano all’Antologia, giornale fondato da Pietro Vieusseux nizzardo, nel cui gabinetto letterario nessun giornale era proibito.
Agitando francamente i problemi civili, coll’autorità della dottrina consacravano le massime liberali, ma neppur essi possedeano quell’accordo che dà forza. Alcuni, come il Montani, v’aveano importato il romanticismo colle idee del Conciliatore; altri, come Mario Pieri, abbarrati nella venerazione de’ vecchi, repulsavano dottrine che giudicavano codarde perchè tedesche: chi idolatrava l’êra napoleonica come il Colletta; chi ambiva le istituzioni municipali della passata Italia; chi aspirava all’unità dell’Italia futura: quali col Niccolini professavansi ghibellini con Dante e Machiavelli; quali con Troya e Tommaseo inserivano l’innesto neoguelfo: tutti desideravano un Governo parlamentare, dove sfoggiar l’eloquenza, se non la sapienza civile: assideano la libertà all’ombra dei troni; pure non mancava chi la ponesse lontano da quelli; e nell’Antologia penetrarono scritture di Mazzini e corrispondenze radicali.
I ministri non ingelosivano di manifestazioni, inefficienti su popolo tanto quieto: e il Fossombroni, insigne matematico e filosofo scettico ed epicureo, che zelava l’indipendenza della Toscana, ma nell’interno credeva giovasse il governare il meno possibile, persuaso che il mondo va da sè, rispondendo vaghe parole, e colle arguzie sviando le serie domande, niuna cura davasi d’eserciti, niuna del morale rigore, niuna degl’interessi d’Italia; buon fattore in casa, e basta.
L’Austria potea pretendervi a un’ingerenza parentale, ma nel Governo non ne aveva alcuna; ed anzichè odiare questa dinastia come tedesca, gl’italiani le sapeano grado della tolleranza e dolcezza. Il principe, patriarcalmente buono, era assente quando avvennero le rivoluzioni del 31; e sul territorio suo si lasciarono liberamente passare i fuggenti da Romagna. Quando egli tornò da Dresda, gli fu preparata una colonna con iscrizione del Giordani, ove si rammentava come egli «in sei anni di regno accrebbe la pubblica prosperità, alleviò d’un quarto la gravezza de’ terreni;... liberò i macelli dal privilegio, e dall’importuno divieto il ferro lavorato dagli stranieri; finì l’opera lodata del padre in val di Chiana; cominciò gloriosamente opera di grande e di buon principe nella maremma grossetana; condusse in cenquaranta giorni per cinque miglia di canale nuovo l’Ombrone; ordinò ampia strada per congiungere la maremma di Pisa e di Grosseto; imprese di congiungere Toscana al mare Adriatico; alle gentili fanciulle con larghezza regia e paterno amore procurò educazione più degna del secolo; e nella scientifica spedizione d’Egitto, associò il nome italiano alla gloria di Francia».
Eppure il Comitato rivoluzionario di Parigi tentò sovvertire anche questo paese, per rinvigorire i movimenti delle limitrofe provincie. Alquanti giovani, gli avanzi dell’esercito napoleonico, Modenesi e Romagnuoli rifuggiti vi diedero ascolto. Si limitarono a combinare una clamorosa dimostrazione, in teatro chiedendo la costituzione: il principe avutone avviso, non mancò di recarvisi e passeggiare in platea come al solito; l’orditore non vi comparve, gli adepti si tacquero; ma sparsero che ogni angolo fosse irto di spie e di sgherri.
L’Antologia eccitava sospetti non tanto per gli articoli suoi proprj, quanto per la corrispondenza che teneva con Italiani d’ogni parte: non che fosse esclusa dai dominj austriaci, molti Lombardi vi contribuivano; ma la Voce della verità non cessava da Modena di rivelarne, infistolirne, ribatterne le asserzioni e le dottrine; poi un articolo sulla Russia provocò una rimostranza da parte di quell’ambasciadore, e bisognò soddisfarvi col sopprimere quel giornale, e mandar via Nicolò Tommaseo. La Toscana mosse rimostranze, tutta Italia lamenti, come si trattasse d’una pubblica istituzione; nobile sintomo, dove il torto fatto ad uno si considera come comune. Il Governo compensò il Vieusseux, e ne attestò dispiacere; ma da quel punto parve liberalità l’opposizione; due accreditati personaggi (Capponi e Ridolfi) rimandarono le loro chiavi di ciambellano: il granduca le tenne nel suo gabinetto finchè il tempo ebbe smorzate le ire; allora ebbe a sè i due marchesi, e gliele restituì. Sono tratti di bontà che resistono all’epigramma e alla diatriba.
E di epigrammi lo bersagliava il Giusti, chiamandolo «toscano Morfeo, che asciugava tasche e maremme»; e il granduca scontratolo per via — Ehi (gli disse), quanto alle tasche dite vero, ma le maremme non riuscii. Voi però per mio conto vivete sicuro; ma se gli altri principi che colpite domandassero di farvi tacere?»
A tal uomo poteasi voler male? Gian Domenico Guerrazzi, avvocato di Livorno, immaginazione bollente, venuto a Firenze per intendersi co’ cospiratori e, a dir suo, per chetarli, fu arrestato ma subito dimesso. Aveva egli allora pubblicato la Battaglia di Benevento (tom. XIII, p. 466) sbuffante contro ogni ordine, ogni autorità. Tutti sapevano di chi fosse, benchè stampata anonima; all’autore fu trovato il manoscritto; eppure si mostrò credergli l’avesse copiato e corretto per proprio esercizio, nè si procedette ad altra molestia. Ma il Guerrazzi passava per archimandrito della Giovane Italia, allora insinuatasi anche in Toscana, per cui Marmocchi ed altri furono messi in fortezza, e dopo quattro mesi rimandati senza processo. Colà Guerrazzi scrisse l’Assedio di Firenze; e quel furore lo fece guardare come un satana, bello e formidabile.
Altri lavoravano a sollecitazione del Walewski, figlio naturale di una Napoleonide, e la vigilia di San Giovanni sparsero un programma per chiedere un re costituzionale d’Italia; ma il Governo si accontentò di ammonire alcuni, alcuni mandar via. Fatto appena credibile fra la civiltà odierna, a Livorno si stabilì una banda della fusciacca rossa o dei bucatori, che si proponeva di non finir giorno senza sangue umano, e per le vie coglieva il primo che le desse in mano[3]. Neppure contro siffatti spiegossi tutto il rigore, e dovendosi mandarne a morte uno convinto d’assassinio, dal fanciullino di Leopoldo si fece sporgere la domanda di grazia al padre, che l’esaudì, e ne fu lodato; quasi sia bontà tollerare il delitto. Per secondare altre dimostrazioni chiassose, il principe congedò il Ciantelli, odiato ministro di Polizia, e n’ottenne una serata d’applausi. Così innestavasi la febbre politica al popolo colle piazzate, arma dei deboli, e delle quali non erasi ancora conosciuta la spaventevole portata. Leopoldo non mostrò mai paura de’ popoli; creò la guardia urbana, sebbene poi abbia dovuto abolirla; diminuì d’un quarto l’imposta prediale; mostrò cuor di padre sì nel cholera che infierì a Livorno, sì nella terribile inondazione dell’Arno nel 1844, sì nei tremuoti che il 46 imperversarono fra Orbitello e la montagna di Pistoja. Seppe schermirsi al pari dalle insinuazioni retrive e dall’onnipotenza dei ministri, istituendo delle soprantendenze, che a lui stesso recavano gli affari in privato consiglio, e affidandole a persone reputate. L’ordinamento municipale conservò, benchè inceppato coll’attribuire le nomine al principe od al ministro.
Nel 1838 si riformava la procedura, introducendo la pubblicità, la pena di morte infiggendo sol quando cadano conformi tutti i voti: valenti giureconsulti ebbero incarico di rivedere le leggi. Colla spesa di sette milioni si compì il catasto; si aperse l’Appennino colle strade di Lunigiana, d’Urbania, di val Montone; si cinse Livorno di più vasta circonvallazione; si mandò Ippolito Rosellini compagno alla spedizione di Champollion in Egitto (t. XIII, p. 485). Nelle maremme verso il mare Ligure impigrano i fiumi sovra paesi, fiorentissimi un tempo, ora così spopolati, che la maremma sanese sovra novecennovanta miglia quadrate conta appena ventisettemila abitanti all’inverno, quindicimila l’estate. Il principe pigliò passione ad asciugarle, e nel 1830, al 26 aprile con gran festa s’introdusse l’Ombrone nel gran canale; sicchè, diffondendosi le feconde torbide sui bassi piani, ricomparvero campi e biade e popolo; il limaccioso Prelio, l’isola di Pacuvio furono riabitati, e ripristinata la via Emilia tra Pisa e Grosseto; e sebbene non fosse ordita nel miglior modo e non riuscisse ai più sperabili intenti, e dopo consumati sette od otto milioni che Ferdinando aveva lasciati nel tesoro, se ne buttassero altri, e contro il costume de’ Lorenesi si incontrasse un debito di quaranta milioni, che non si volle pareggiare con rincarare le imposte; il fare di quelle opere accusa o beffa al principe è miserabile uffizio.
Ma se il liberalismo nel secolo passato predicava ai Governi Lasciate fare, lasciate passare, nel nostro vuol che essi facciano tutto, e al popolo pupillo somministrino gli alimenti, l’educazione, la direzione. Quando sentiamo tuttodì accusare il Governo toscano che mancasse d’iniziativa, apparisse negligente piuttosto che dolce, in paese assonnato piuttosto che tranquillo, ci torna a mente la favola delle rane chiedenti un re.
Lucca era stata attribuita all’infante di Parma, finchè Maria Luisa morendo non lasciasse il ducato de’ suoi avi. La Spagna repugnò lungamente a questo baratto; talchè Maria Luisa, ch’era stata regina d’Etruria, tardò un pezzo a giungere nel temporario suo dominio, lasciando intanto i Tedeschi fare e disfare. Venutavi, non sapea limitare la sua splendidezza alla povertà del paese ed al costituzionale assegno di lire quattrocentomila: e se colle largizioni si faceva amici, molti avversò col rintegrare la libertà religiosa, i possessi di manomorta, i frati; e i disavvezzi se ne adontarono in modo, che parve una fortuna il succederle del figlio Carlo Lodovico (1824). Anche qui rane chiedenti un re. In paese dato a temporario usufrutto, nè il principe poteva introdurre buone istituzioni, nè i popoli prendere affetto a questo signore temporaneo, nessuno avviare que’ miglioramenti, la cui più necessaria condizione è la stabilità. Il duca poi, singolare mescolanza di qualità, nè al bene nè al male perseverava; accolse i profughi del resto d’Italia; e più d’una volta pensò attuare la costituzione del 1805, ma i vicini non soffrivano in Italia questa disformità. Intanto egli davasi aria di gran principe, e in viaggi e dissipazioni logorava l’assegno non solo, ma i beni proprj, e riduceasi a contrarre debiti, e per pagarli rovistar antiche ragioni dello Stato, e mercatare la ricca pinacoteca. Favoriti forestieri il menavano, e principalmente l’inglese Ward, di bassa estrazione e non ordinaria capacità. Fu sin detto che il duca avesse a Trieste partecipato alla comunione protestante, e un prelato speditogli da Roma il richiamasse alla cattolica, senza grand’urto delle sue convinzioni o prima o dopo.
In Piemonte ai senati di Torino, Casale, Genova, Nizza, composti di membri eletti dal re ed amovibili, competevano i processi degli alti dignitarj, le contestazioni fra privati e comunità, ciò che concerne statuti, privilegi, usi; l’applicare le pene, dopo l’istruzione dei tribunali di provincia; l’appello delle sentenze e la cassazione: dovevano pure interinare gli editti e le patenti dell’autorità. Ma seguivano giurisprudenza differente, sicchè in uno condannavasi una causa che nell’altro avea trionfo. In ciascuna provincia era un tribunale: ai consolati spettavano gli affari di commercio. I governatori generali esercitavano l’autorità militare, e da essi dipendevano i comandanti di piazza. Dappertutto poi un’apparenza guerresca, soldati e divise, e continuo batter di tamburi, e riviste, esercizj, collegi militari. Arma odiata erano i carabinieri che esercitavano la Polizia.
Questo nome richiama uno de’ peggiori flagelli moderni, non ispeciale al Piemonte più che ad altri paesi. Fatta onnipotente, impieghi, onori, cattedre dipendeano dalle sue informazioni, secrete, irreparabili; essa stiticava i passaporti; essa le cittadine dolcezze attossicava col far credere l’uno dell’altro traditore, affinchè, temendoci a vicenda, non acquistassimo la potenza della concordia; essa indagare arcani per propalarli a vitupero o a strazio de’ suoi odiati, e non trovandone, inventarli; essa sorreggere gl’infimi perchè aduggiassero o perseguitassero il merito sodo e i caratteri intemerati[4]; essa violare impudentemente il segreto delle lettere; essa tenere in lunga prigionia per semplici sospetti, poi rilasciare senza tampoco addurre un titolo. Forse v’era chi, spinto dal bisogno o dal vizio, intercedea di vender l’anima; altri la vendeano per voluttà, per ambizione, per vendetta: ma la Polizia riuscì a persuadere che lo spionaggio fosse estesissimo, oculatissimo, e patrioti ingannatori ripeterono una calunnia, che in fatto dispensava la Polizia dalla costosa vigilanza; che contaminò il carattere morale de’ cittadini; e che mostrandosi tanto vili, sarebbe bastata a eternare le catene, se non fosse destino che costoro riescano a fare aborrire ma non a salvare i Governi.
Disformità di costituzione amministrativa portava alle provincie la diversa derivazione; in quali stabilito il censimento, in quali no; estesissime le une, anguste le altre; queste soggette all’imposizione prediale, non quelle; alcune conservarono privilegi antichissimi, e fino diritti regali, e massimamente la Savoja teneva degli ordini antichi, francese di lingua e d’origine, con poca simpatia per l’Italia. Della tenuità delle imposte non accorgevasi la popolazione, perchè non avea provato di peggio: ma sentivansi gravosi i dazj, sconvenienti e mal ripartite le gabelle, il commercio e l’industria angustiate nelle fasce tradizionali, ignorata la potenza del credito, indicate come utopie le grandi opere pubbliche. I maggiori depositarj del potere erano scarsi di lumi e repugnanti al movimento; lenti e materiali gl’intermedj.
A chi v’andasse dalla Lombardia, faceano urto la severità de’ doganieri, l’abbondanza di frati, scomparsi di qua dal Ticino, la sofisticheria della censura civile ed ecclesiastica; soprattutto quell’aristocrazia, non capace di contrapesare la Corona, eppure orgogliosa, esclusiva, collegata fra sè e col clero, ingerentesi in ogni affare, perchè aveva ricchezza, aderenze, impieghi civili e militari, cariche di Corte che portavano privilegio di fôro. Il medio stato che vuol chiamarsi popolo, la guardava in sinistro; ne ripeteva alcuni motti forse d’età più lontane; la bersagliava di epigrammi, raccolti poi dal migliore poeta vernacolo (Brofferio): ma non confessavasi che quei nobili erano finamente educati, e redimeano l’alterigia cogli studj e colla cura delle pubbliche cose; l’educazione militare salvava dalla sprezzante inettitudine de’ lombardi Sardanapali. Molti poi de’ signori rimaneano esuli, altri in broncio colla Corte perchè o negletti o perseguitati dopo il 1821, o parenti di perseguitati.
Tra gl’incensi e le denigrazioni, trapela che Carlalberto secondò il movimento, a cui universalmente portavano la lunga pace e le attive intelligenze. Giusto e rispettoso dell’avere altrui, forse unico de’ principi italiani leggeva, e potea così misurare la marea delle opinioni; conosceva gli scrittori paesani, e legavaseli con posti e decorazioni: ma non era popolare, nè mostrava famigliarità se non forse coi militari; alle sue udienze arrivavasi traverso un difficile cerimoniale; ai suoi circoli ammetteansi solo veri nobili, non gl’impiegati, fosse anche il segretario generale che ogni mattina gli presentava le carte da firmare. Sollazzevole e galante in gioventù, si raccolse poi alla devozione e a tale ascetismo, da non gustare più che uova, pesce, riso (Cibrario). Bisognoso d’appoggio come chi diffida di sè, rimettevasi ai ministri; e l’opinione, sempre matta ne’ suoi giudizj, presentava come progressisti il Villamarina ministro della guerra, il Barbaroux della giustizia, il Pralormo, poi il Gallina delle finanze; e retrogradi il Lascarena ministro della Polizia e dell’interno, il La Margherita succeduto al La Tour nel dirigere gli affari esterni, e che più tardi espose la propria politica nel Memorandum, singolare rivelazione dell’indole e degli intenti di Carlalberto. Del quale la persona altissima ma scarna e gracile parea ritrar l’anima, formata ad elevate cose, eppur sempre barcollante fra il bene e il male, la spinta e la resistenza. L’opposizione de’ ministri portavalo a continua peritanza di atti, a incompleti provvedimenti, fra il bisogno di riparare gli errori giovanili, e la paura che dalle sue concessioni liberali l’Austria non traesse pretesto a sminuirne l’indipendenza, o il soverchiasse la scossa popolare, quasi dai fatti del 21 presagisse quelli cui sarebbe trascinato di poi[5]. Introduceva istituzioni benefiche e provvide, case penitenziarie e d’istruzione, nuove strade, costosissime in paese di tanti torrenti; col codice civile abolì gli statuti locali, e ridusse ad unità la giurisdizione; nel criminale, ricalco del francese, spietato e d’intolleranza religiosa, conservava esorbitanti pene, prodigalità della capitale, gli asili e le immunità ecclesiastiche, gli arbitrj de’ giudici, obbligatoria la delazione fino contro i parenti ne’ reati politici; poi mancava il codice di procedura, senza cui è inutile la bontà degli altri. Vagheggiava le armi, sicchè de’ settantacinque milioni d’entrata, ventisette consumava nell’esercito: e credeva averlo poderoso perchè gli offriva parate e rassegne; eppure nel codice militare costituì la pena delle verghe sino a mille ottocento colpi. Profittò della stupenda postura di Genova, sebbene questa non affezionasse alla sua obbedienza: mandò la prima nave italica di guerra a fare il giro del globo. Migliorò l’Università, ma non vi tollerò una cattedra di storia moderna: istituì l’Ordine del Merito Civile, ma bisognava domandarlo e addurne titoli, e i decorati giuravano di non istampare fuori di Stato nè contro la religione, e poteano presentarsi ai circoli del re. Concedeva il ritorno a molti profughi, ma non diede mai l’amnistia. A Pellico permise di pubblicare le Mie prigioni, ma non gli concesse la cattedra d’eloquenza che pur desiderava, e dell’Ordine del Merito Civile gli assegnò la pensione, non le insegne. Abolì nel codice le sostituzioni fedecommissarie, e in un editto le permise. Pose un Consiglio di Stato, ove si discuteano le leggi, i bilanci, i contratti, tutte le operazioni di finanza, ma affatto dipendente da sè, e delle moltissime proposte poche furono adottate. Non esisteva una buona statistica, con un catasto su cui regolare l’equa distribuzione delle gravezze; e continuavasi l’imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.
Gian Carlo Brignole nel 1824 avea cominciato a introdurre ordine e chiarezza nella finanza, e negl’impiegati l’amore del proprio dovere, e diceva: — Non lo spendere mi rincresce, ma lo spender male». Dappoi l’avvocato Gallina in quel ministero fu odiato perchè destro negli artifizj di cavar denari. Però le finanze trovavansi in un assetto invidiabile[6]; poi il re custodiva nelle casse un ingente prestito fatto nel 1831 e nel 42, quando pareva imminente la guerra; modo or riprovato, ma che gli offrì il mezzo d’intraprendere le strade ferrate senza i giuochi dell’agiotaggio.
Nell’isola di Sardegna eransi conservati i giudizj come sotto la Spagna, cioè una regia udienza in Cagliari e il supremo consiglio a Torino, il quale avea voto consultivo nelle leggi concernenti l’isola, e suprema autorità sulle decisioni dell’udienza. Antiche istituzioni vi duravano, i Monti di soccorso, che in ogni città e capoluogo somministravano grani per riseminare i campi; e il bargellato, milizia urbana per assicurare le campagne, composta di possidenti sotto un capitano eletto dal vicerè. Già Carlo Felice v’aveva aperto fra i i due capi una strada di ducentrentacinque chilometri, colla spesa di quattro milioni, di suprema efficacia in paese bollente di gelosie: ma mentre i re precedenti aveano cercato il meglio dell’isola conservandone le forme datele dagli Spagnuoli e connaturate, Carlalberto la ridusse a nuovo assetto politico e sociale. Abolì la feudalità, togliendo ai baroni la giustizia e il diritto a servigi di corpo, e sciolse i feudi della Corona; ai numerosi cavalieri tolse il privilegio del fôro, e alle chiese gli asili; introdusse carceri, quartieri, sistema decimale di pesi e misure, attenzione alle foreste. Abolita la servitù del pabarile che impediva la piena proprietà, cresceano i fondi chiusi; e sebbene i proprietarj stessi vi siano negligenti, o i pastori, insofferenti di quell’inusato ritegno, distruggessero le chiusure, rimetteansi a coltura tre quarti del terreno ancora sodo, utilizzando quella incomparabile vegetazione e l’eccellente bestiame, e cresceva la popolazione da trecencinquantadue a cinquecentoventicinquemila teste. Quelli che scapitavano dal cessare degli antichi abusi, levarono lamenti; il popolo non credea che la perdita de’ privilegi fosse compensata dall’eguagliamento dei diritti; tanto più che non s’erano alle nuove forme acconciati gli ordini antichi, e il despotismo vicereale e la trapotenza degl’impiegati faceano sentire i pesi più de’ vantaggi; le carestie stesse sopravvenute parvero colpa del Governo.
L’ambizione antica nella Casa di Savoja di mettersi a capo della penisola tutta non mancava a Carlalberto, il quale perciò attirava l’attenzione e le speranze di molti. Fra gli sbigottimenti politici e religiosi, quando noi l’esortavamo a rendere il suo paese invidia esempio agli altri d’Italia col dargli una costituzione, esso ci rispondeva che missione della sua Casa era il cacciare lo straniero; ma a ciò richiedersi quell’estremo di sua possa che non può ottenersi se non col dominio assoluto; vinta la prova nazionale, si profonderebbero le libertà. Gli anni però passavano, e l’occasione non sorgeva; e i giovani imparavano a bestemmiarlo nelle canzoni de’ vecchi, tanto più dopo che al suo primogenito diede sposa una figlia del vicerè della Lombardia.
A Napoli la restaurazione del 1821 avea lasciato odio e contro il Borbone e contro chi l’avea ricondotto. Ma poichè ad una rivoluzione anche fallita è dovere o prudenza il dare qualche soddisfazione, si fecero ordinanze buone, s’introdussero consigli provinciali, e un largo sistema comunale, con conciliatori, inamovibili i giudici, consulta di Stato, ove i ministri erano risponsali, ma in faccia al re; si soddisfece alle nazionali repugnanze coll’ordinare che nessun Napoletano avrebbe impieghi in Sicilia. Ma, come dopo ogni rivoluzione fallita, l’onnipotenza restava alla Polizia; meticolosa e inintelligente la censura de’ libri, e alcuni bruciati, fino un catechismo stampato nel 1816, in cui puzzavano di libertine le massime de’ santi padri e di Bossuet; il divieto d’introdurre libri, se non pagando un carlino l’uno; rese impossibili i cambj, e l’arte tipografica dovette ridursi a contraffazioni, abbandonate alla brutale speculazione d’incolti libraj, che v’introducono non solo mutilazioni ma aggiunte, le quali alterano il senso, e mentiscono il sentimento degli autori[7]. Di tali asprezze imputavansi i Gesuiti; ma quando ad essi fu tolta la censura e concentrata nella Polizia, molto di peggio si provò.
Se ne esacerbavano gli animi; le sêtte interzavano le fila: ne seguivano processi da una parte, dall’altra quella depravazione del senso morale che nobilita l’assassinio col titolo di politico; e vuolsi che nel 22 ottocento persone perissero tra sul patibolo come liberali, e vittime di questi; nove teste di settarj rimasero molti anni esposte a San Giorgio di Palermo. S’aggiunsero tremuoti e scoscendimenti e sbocchi di torrenti[8]. Alla pubblica indignazione si diè soddisfacimento rinviando il Canosa e surrogandogli il cavaliere Luigi Medici, uomo di rara abilità e bersaglio di tutti i partiti; ma se minore la fierezza, non fu diverso il modo. Il codice abolì il marchio e le confische; alla pena di morte pose quattro gradazioni, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo; stabiliva l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, ma nel 26 s’introdusse una giurisdizione privilegiata pei delitti politici.
Ferdinando, vissuto tra due secoli, de’ quali non intese l’immensa distanza, morì d’apoplessia (1825 gennajo) dopo sessantacinque anni di un regno, perduto tre volte con vergogna, e altrettante ricuperato con sangue. Gli successe Francesco, che aveva favorito la costituzione come vicario del regno nel 1820, e protestato contro l’occupazione straniera, la quale diminuì al suo venire, e presto cessò, surrogandovi quattro reggimenti svizzeri, capitolati per trent’anni, e che costavano cinquecensessantamila ducati all’anno, oltre un milione e settecentonovantaduemila di primo stabilimento. Dal palazzo usciva un tristo fiatore; gravosa l’ingerenza de’ favoriti[9]; di sfacciatissima corruzione erano stromento un Viglia e una Desimoni camerieri, de’ cui baratti il re celiava, e — Fate buoni affari ma presto, chè io ho poco da campare».
E in fatto fra breve succedeva nel paterno seggio Ferdinando II (1830 9 9bre), fratello della duchessa di Berry e di Cristina di Spagna, rinomate per vigorìa di volontà e complicazione d’avventure pubbliche e personali. Non avendo colpe da mascherare nè vendette da esercitare, egli cominciò coll’amnistia, e mostrossi voglioso di dominare assoluto, ma di attuare il ben pubblico e di «rimediare le piaghe». Senza finezze diplomatiche, si tenne indipendente dall’Austria, fino a non volere con essa trattato di commercio nè di proprietà libraria. Scarso d’educazione, ma scevro delle trivialità avite, col pagare chi lodasse il Governo mostrava credere all’efficacia di quelli che pur derideva col titolo di pennajuoli. Conservò la Corte in una costumatezza esemplare, sbrattatala dagl’ingordi favoriti del padre; amò monsignor Oliveri suo maestro, Giuseppe Caprioli prete, il Cocle arcivescovo di Patrasso: fatti perciò capri emissarj quando venne di moda l’esecrare, com’era a principio il lodare. Oltre le pensioni improvvidamente o turpemente assegnate da’ suoi predecessori, gl’impieghi erano così esorbitatamente retribuiti, che i ministri toccavano dodicimila ducati, e quello degli affari esteri altrettanti di soprappiù per la rappresentanza. Il re li gravò di tasse progressive, che giungevano fino al cinquanta per cento; egli stesso rinunziò a trecensessantamila ducati che suo padre prevaleva per eventuali beneficenze; disserrò gran parte delle caccie regie e le costose uccelliere; condonò o alleggerì le pene per colpe di Stato; dava udienza a tutti; percorse il Regno modestamente, alloggiando ne’ conventi, sedendo a tavola coi magistrati paesani, ballando con popolane, e dicendo motti e lusinghe. Scoppiato il cholera, accorse da un viaggio, e si mescolò colla plebe, e ne mangiò il pane per assicurarla contro i pretesi avvelenatori. Altre sventure pubbliche diedero esercizio alla sua pietà: nel 30 i tremuoti disastrarono la Calabria Citeriore, facendovi ducensessantatre morti e centottantadue feriti: l’eruzione dell’Etna nel 43 è memorabile perchè la lava invase anche terreni coltivati, si buttò in un bacino d’acqua, che a quel tocco sciogliendosi in vapore, tempestò di lapilli l’intorno, uccidendo settantacinque persone, ferendone moltissime.
Ferdinando rinnovò l’esercito collocandovi molti uffiziali rimossi; e parlava coi soldati, esercitavali, partecipava alle fatiche; ma i due reggimenti di Siciliani trovò tanto indomabili che li dovette sciogliere. V’aggiunse la guardia urbana, corpo civico, allestito a servire di guarnigione qualora l’esercito si muovesse. Ebbe eccellenti fonderie di cannoni e un corpo topografico, che associava le sue operazioni con quelle del rinomato osservatorio.
L’amministrazione civile concentravasi nel ministero dell’interno, che abbracciava istruzione, agricoltura, commercio, beneficenza, lavori, e l’elezione agli uffizj municipali e ai consigli distrettuali e provinciali. Era affidato a Nicola Santangelo, astuto ingegno e degl’ingegni fautore, che faceva fare un dizionario della lingua, un giornale del Regno, ma che sapeva come al suo posto possa lucrarsi. Il Faldella ministro sulla guerra, D’Andrea sulle finanze[10], Intonti sulla Polizia erano persone valenti, come il presidente Pietracatella; in periodica adunanza discutevano gli affari più rilevanti, che poi ciascuno mandava a compimento; indi nel consiglio di Stato preseduto dal re, decidevansi quelli trattati da essi. Nel 42 furono aggiunti ministri senza portafoglio, fra cui Giustino Fortunato, già attizzatore politico e allora indocilito all’obbedire, e l’insigne giurista Nicola Niccolini: ma invece di nuovi lumi, ne derivarono sconcordie e diminuzione dell’autorità ministeriale.
La lista civile non era prefinita, ma vi colavano gli avanzi delle varie casse; talchè per gratificarsi il re si facevano anche sconvenevoli sparagni. L’istruzione era affidata ai Gesuiti, ma l’Università conservò il fiore e l’indipendenza, tanto più da che fu lasciata facoltà a chiunque d’aprire scuole, le quali davano campo agli studiosi di mostrarsi, o scuotevano l’inerzia dei vecchi professori col confronto di giovani, che il re e il pubblico conoscevano: e veramente, oltre gli antiquarj che ivi sono in casa loro, benemeriti cultori vi ebbero la filosofia e le scienze civili. La procedura pubblica produsse avvocati eloquenti, desiderosi di brillare in più nobile ringhiera. La giunta suprema pe’ reati di Stato era bestemmiata, eppure quando fu abolita nel 46, venne rimpianta ricordando quai valent’uomini la componevano, e come avesse saputo assolvere.
I titoli di nobiltà screditavansi ogni giorno, e sin dal 1821 fu permesso vendere i possessi feudali di Sicilia, gravati dalle soggiogazioni; il che suddivise le proprietà, agevolò i passaggi, immigliorì i fondi. Quelli di manomorta furono pareggiati; quelli di regio patronato, assegnati per benefizio ecclesiastico, fu imposto si dessero in enfiteusi, a quote non maggiori di quattro salme; provvedimento del medioevo, che rinnovavasi nell’intento di ristabilire la popolazione e la minuta possidenza. Toglievansi le servitù agrarie e la promiscuità dei possessi; provvedeasi all’immenso Tavoliere di Puglia, ai fondi comunitativi, ad estirpare i litigj feudali; e il Governo e le Commissioni provinciali studiavano a introdurre metodi e prodotti nuovi.
Gli Ordini religiosi, ripristinati da Ferdinando I appena tornò, e dotati con beni demaniali, erano un terzo di quei che prima della Rivoluzione; il clero, non isproporzionato ai bisogni, perdè lo spirito ostile a Roma, che nel secolo passato lo facea ligio al potere. I pescatori del corallo, tanto numerosi che fu per essi compilato il Codice Corallino[11], vanno diminuendo; ma crescono le navi mercantili e l’esercito. I solfi, oro della Sicilia, erano privativa regia fino al 1808, quando il re non riservossi che di permettere le nuove cave. D’allora ne crebbe la produzione, e insieme i prezzi, attesa la ricerca di Francia e Inghilterra per fabbricare la soda: nel 1832 se ne asportarono seicento quintali, nel 34 seicensettantasei, presto novecentomila: onde allettati i capitalisti, la produzione superò lo spaccio. Il Governo allora (1838) stipulò colla società francese Taix e Aycard, che questa ne comprasse seicentomila quintali a due ducati o due e mezzo; per gli altri trecentomila darebbe un tenue compenso ai produttori; essa potrebbe rivenderlo a quattro ducati o quattro e mezzo; e all’erario pagherebbe quattrocentomila ducati, che doveano andare in isconto del consumo rurale, dazio gravitante sull’agricoltura.
Da questa privativa sentiansi pregiudicati i proprietarj delle solfare; e l’Inghilterra, invocando l’accordo del 1816 che la eguagliava ai meglio privilegiati, chiese trecentomila sterline per danni derivatine a’ suoi negozianti. Due anni si disputò, e il re, sempre geloso dell’indipendenza, volle mostrarla anche in faccia a quella gran Potenza, e rispettare i contratti, anzichè avventurarsi a quella libertà di commercio, che avrebbe prevenuto le collisioni; al tono minaccioso rispose con dignità, sentire dalla parte sua la giustizia e Dio, e fidare più nella forza del diritto che nel diritto della forza. Ma ecco la flotta inglese chiudere i porti di Sicilia, affrontar Napoli, prendere varj legni sino nel porto: il conflitto pare inevitabile, quando la Francia interpostasi compone la differenza, abolendo il contratto col Taix, gravando l’uscita dei solfi di venti carlini al quintale, obbligando il Regno a dare compensi e ai negozianti francesi e agl’inglesi[12]. Viltà, colpe, mangerie della Corte e dei ministri, furono le grida di que’ che pretendono dai caffè governare il mondo: il re conobbe la necessità di accrescere la marina, e proteggere l’esposta capitale; e procacciossi la flotta più robusta che veleggiasse il Mediterraneo.
Il debito pubblico si alleggerì con annue estrazioni; si spensero anzi tempo due milioni e mezzo di sterline imprestati nel 1824 a Londra; la banca dello Stato prosperò, fino a salirne le azioni al centrenta. Nel 44 l’annua rendita dei dominj di qua del Faro ammontava a ventisette milioni e mezzo di ducati; e il debito pubblico eccedeva appena il capitale di ottantasei milioni, cioè poco più d’un triennio di rendita. Nel 31 si fondò la Banca fruttuaria, di seicentomila ducati in diecimila azioni; poi altre pel prosperamento dell’industria e del commercio, crebbero di numero e di valore; sebbene per mala amministrazione decadessero. Nel Regno si fece il primo saggio di battelli a vapore (1832); il primo ponte di ferro sul Garigliano, al costo di settantacinquemila ducati; la prima strada ferrata italiana (1839) da Napoli a Castellamare; la prima illuminazione pubblica a gas. Si migliorò il porto di Brindisi; si moltiplicarono trattati colle Potenze; si alleggerirono le dogane; si favorì la marina mercantile con privilegi, talchè, mentre nel 1825 non v’avea di qua dal Faro che 4800 legni, nel 39 se ne trovarono 6803, e 2371 siciliani, portanti 21,3198 tonnellate, con 52,514 marinaj. Sulle strade si fecero almeno decreti, e ben trentasette ne vennero ordinate nella sola Sicilia per lo sviluppo di novecentosedici miglia.
La beneficenza pubblica ha nella sola Napoli la rendita di tre milioni di ducati; l’Albergo dei Poveri basta a quattromila persone: ma istituzioni stupende, come questa, come l’Annunziata, deterioravano nello sperpero e nella malversazione; nè fu applicato il bell’ordine che, istituendo dappertutto depositi di mendicità, voleva vi fosse annesso un orto modello.
Incamminato il popolo al meglio, il pittoresco dei costumi irregolari dava luogo al civile, e appena il curioso vi trovava que’ lazzaroni, quelle nudità, quei briganti, di cui si farciscono ancora i viaggi romanzeschi e le descrizioni per udita. Il vulgo è tuttavia chiassoso ma non insubordinato, gajo ma non dissoluto: gli altri vizj era a sperare si correggerebbero mercè dell’istruzione e de’ pubblici lavori. Un paese di sei milioni d’abitanti, e capace di cento milioni di tasse, a che non poteva aspirare? Ma i Napoletani si ricordavano che Ferdinando I, ritornando nel 1815, aveva promesso una costituzione, l’avea giurata nel 20, poi mentita: i Siciliani non sapevano dimenticare la Carta del 1812 e i privilegi antichissimi; spiaceva quel corpo di Svizzeri, stipendiato contro i sudditi; la bassa e invereconda corruzione che dagli infimi impiegati giungeva ai sommi; l’esorbitante potere della Polizia, il cui ministro disponeva di diecimila gendarmi, fior dell’esercito, sicchè poteva fin meditare il cambiamento della monarchia. Così fece Intonti, che blandì i liberali, e tentò persuadere il re a dare la costituzione, esagerandogli la possa delle società segrete; ma un bel giorno eccolo destituito, surrogandogli Del Carretto, la cui robustezza ridusse il Governo a Polizia. I gendarmi potevano arrestare, perquisire, accusare, testimoniare, ottenendo intera fede: fin la pena delle verghe fu ristabilita, ed applicavasi immediatamente. Eppure le masnade non erano scomparse, e col Talarico, che per dodici anni padroneggiò la Sila, il Governo dovè calare a patti, e fattagli grazia, gli assegnò per ricovero l’isola di Lipari, e diciotto ducati il mese a lui, dodici a’ suoi compagni. Peggio estendevansi le società segrete, delle quali avrem molto a dire.
Nelle Prigioni di Silvio Pellico tutti i subalterni sono dipinti come benevoli, fino il carceriere, fin Bolza: le ineffabili severità vengono comandate dall’alto; il medico non può concedere gli occhiali, se non ne arrivi la licenza da Vienna; si toglie ai carcerati ogni libro per ordini di Vienna; per amputare la gamba a Maroncelli vuolsi che Vienna il consenta; l’imperatore tiensi sul tavolino la pianta dello Spielberg, e ordina quel che deve soffrire il numero quindici, il numero venti, unica designazione di quegli esseri umani. Alla fine Pellico con un compagno escono di carcere, e passando da Vienna, vengono condotti ad asolare nel parco del Belvedere: ma di botto son fatti ritirare perchè arriva l’imperatore, agli occhi del quale non deve mostrarsi la loro macilenza. Apparizione degna de’ maggiori tragici!
Il sentimento che spira di qui potea dirsi comune in Italia, ove d’ogni male imputavasi l’Austria. E chi non volesse i fischi del vulgo ricco e dotto, forza era ne dicesse ogni vitupero; chiamasse vile il suo esercito, i capi suoi non vogliosi che di opprimere, il Governo non intento che a smungere il paese, e immolare gl’interessi ai transalpini. Chi chiama stolto e assurdo un Governo, mostra la propria inintelligenza, non lo spiega; e il generale che vuol espugnare una rôcca, non la deride come di facile attacco, bensì la studia a fondo. Noi non conosciamo Governi che di proposito vogliano il male; e non credemmo avere diritto di dire ai popoli Siate savj se non avessimo osato dire ai principi Siate giusti; nè ci ascriveremmo a coraggio il farne censure quando ci fosse mancato quello di confessarne i meriti, e fra gli altri questo, che, scrivendo in paese austriaco, potemmo dire il vero impunemente, mentre quel vero da altri tirannelli era condannato intollerantemente, e giudicato vigliaccheria o paura, fosse pur detto da chi lo osò in faccia al giudizio statario[13].
Tutt’altro che odiati erano nella Lombardia austriaca Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo II, quando ai popoli non regalavasi la libertà politica, ma si lasciavano le libertà naturali; i migliori ingegni si offrivano sostegni lodatori, difensori del trono; e lo coadjuvavano a concentrare in sè le prerogative, dapprima sparpagliate fra autorità paesane o ministeriali. La rivoluzione ruppe quell’accordo, e lasciò da una parte l’assolutezza amministrativa, dall’altra repugnanza a leggi fatte per civiltà e per interessi che non sono i nostri, e appoggiate con mezzi diversi. Il disprezzo poi è così insoffribile, che per sottrarsene si cerca fin il terrore; e reciproco disprezzo nasce facilmente tra il forte che vede gl’impotenti conati, e il debole che le memorie antiche e nuove fan dispettoso del vedersi non sentito, non conosciuto, in balìa d’istituzioni e di persone estranee ai sentimenti, alle simpatie, alle sue compiacenze.
L’Austria, potenza conservatrice eminentemente, sin da quando resistette alla Riforma fu osteggiata dai pensatori, ch’essa del resto non accarezza. Ambiziosa senza rumore, progredisce colla forza del secolo, ma senza confessarlo; segue le abitudini; vuole il silenzio fin sulle cose lodevoli; e avea ridotto il Governo ad amministrare e constatar i fatti colle statistiche, mentre per iniziare al nuovo voglionsi genio, bontà, sapienza. Francesco I, tenacissimo all’idea del dovere, qual esso lo concepiva, secondo questa oppugnò le innovazioni; buono doveva essere ciò che buono era stato altre volte; i popoli doveano persuadersi che l’imperatore volesse il loro bene, e lasciarlo fare. In conseguenza ebbe riguardo alle costituzioni eterogenee de’ varj suoi popoli; e per quanto vagheggiasse l’accentramento amministrativo all’uso di Giuseppe II, non pretese una uniformità, che non cresce la forza bensì il disgusto.
Come l’Ungheria dunque e la Boemia, così v’ebbe un regno Lombardo-Veneto suddiviso in due Governi. Dell’imperatore obbligo unico il venire a farsi coronare; a lui il nominare a tutti gl’impieghi regj e confermare i comunali, l’imporre ed erogare il tributo senza sindacato, l’amministrare il Monte dello Stato; a lui la pubblica istruzione, la censura, la tutela delle istituzioni benefiche, l’approvare società, il concedere privilegi; e in conseguenza i decreti arrivavano o tardi per la lontananza e per le interminabili trafile, o improvvidi per imperfetta informazione. Quando la parola d’ordine dei re alleati era la franchigia de’ popoli, come rappresentante del paese fu costituita una Congregazione Centrale, eletta popolarmente, nominata e stipendiata dal sovrano, convocata a beneplacito del governatore per dare voto consultivo sopra le materie che a volontà esso proponeva al loro esame.
Restava in piedi il mirabile sistema comunale, derivato dagli antichi municipj e sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie, e felicemente combinato col censimento, talchè bastò a mantenere la vita e favorire il prosperamento del pinguissimo paese. L’amministrazione, ridotta a mera burocrazia, camminava regolare e robusta, come in paese da gran tempo avvezzato: pronta e incorrotta la giustizia, qualvolta non vi si complicassero titoli di Stato, a norma d’un codice compilato colle intenzioni moderne, e in molte parti migliori del napoleonico, più mite nelle pene, più espanso nell’eguaglianza; ma escludendo ogni pubblicità, metteva l’idea di arbitrio invece delle garanzie che la società è in diritto di chiedere intorno ai membri che le sono strappati.
Un’eletta d’ingegni acquistava a Milano il titolo di Atene italica: che se il Governo nè li favoriva nè tampoco li conosceva, la stampa v’era meno inceppata che altrove, sebbene contro censori o ignoranti o maligni bisognasse spesso reclamare a Vienna, donde le decisioni venivano assai meno ignobili, ma così lente da equivalere a un divieto. Pure in questo regno si produceano e ristampavano opere, nel resto d’Italia proibite; e attivissimo correva il commercio di libri forestieri: i congressi scientifici, spauracchio altrove, qui furono accolti ben tre volte: l’istruzione vi era animata, o almeno diffuse le scuole fin ne’ minimi villaggi; se quelle di mutuo insegnamento si proscrissero perchè servite di velo ai Carbonari, si ammisero gli asili dell’infanzia quand’erano tutt’altrove proibiti; e il loro introduttore, mal visto a Torino, otteneva onori e decorazioni in Lombardia.
Esclusa quell’educazione de’ claustrali, che si diceva l’arsenico degli altri paesi, i Gesuiti, anche quando qui presero stanza, furono sottomessi alle autorità, nè esercitarono ingerenza a fronte di un clero illuminato e di vescovi assennati. Non frati o pochissimi, non eccezione di fôri, non triche di sacristia: il partito religioso era rappresentato nell’idea da eminenti ingegni, nelle azioni da una società (Pia Unione) che, fra le beffe e la denigrazione, compiva una beneficenza stupendamente grandiosa. Le prime società per strade ferrate si formarono qua sin dal 1837, e non fu colpa del Governo se si svamparono in risse e municipali battibugli. Qua fiorentissima la cassa di risparmio; qua imprese sociali per le diligenze, per assicurazioni contro gl’incendj, per filature del cotone e del lino. Molteplici e ben sistemate le strade, e poetiche quelle lungo le delizie del lago di Como e traverso alle sublimità dello Stelvio e dello Spulga: con dispendio assai maggiore le comunità compivano una rete di comunicazioni: si profondea per regolare i laghi e i fiumi che l’improvvido diveltamento delle foreste rende più sempre gonfi e ruinosi[14].
A Venezia dal 1816 al 41 in sole opere stradali interne si spese meglio di sei milioni. Dopo lunghissimo discutere, e sentiti i primi ingegneri e il Fossombroni, nel 1845 fu approvata una sistemazione di tutti i fiumi che immettono nella laguna, e che singolarmente dopo il 1839 aveano recato indicibili guasti; e all’opera ben avanzata servirono di compimento la gran diga di Malamocco e l’ampliazione dei Murazzi, spendendovi oltre sei milioni. Vero è che Venezia soccombeva alla concorrenza di Trieste. Questa era vissuta di vita stentata sotto i patriarchi d’Aquileja o gl’imperatori di Germania, fin quando Carlo VI conobbe quanto essa potrebbe complire al commercio della Germania, ad eclissare Venezia. Pertanto vi fece edificare, chiamò coloni, istituì una compagnia che avrebbe dovuto emulare la inglese delle Indie Orientali: ma questa fallì, e le cure di lui e di Maria Teresa poco profittarono alla città. Nè vi giovò Napoleone, che, incapricciato di emulare l’Inghilterra sul mare, pensava renderla capitale d’un nuovo regno Illirico, nel quale sarebbero state comprese la Dalmazia, la Bosnia, l’Erzegovina, il mar Nero. Dove essi fallirono riuscì la società del Lloyd, che fondata dapprima per le assicurazioni marittime, assunse poi alcun’impresa di battelli a vapore: ma stava per liquidare quando vi capitò un giovane, tutta attività e voglia di riuscire, e messosi in quegli uffizj arrivò alla direzione, e vi diede impulso efficacissimo[15]. Così Trieste crebbe da cinque a ottantamila abitanti; moltiplicano gli affari, gli edifizj; e compita che sia la strada ferrata verso Vienna, offrirà la linea più breve fra la Germania e le Indie. Le prosperità di Trieste non sono anch’esse italiane?
Lo straniero che fosse calato in Lombardia, credendo, sopra i giornali e le romanze, vedervi braccia scarnate nel mietere solo a vantaggio dello stranio sire, e sbandito il riso, e signor de’ cuori il sospetto, stupiva a trovare su quest’opima campagna i coltivatori agiati e conscj della propria dignità, i braccianti o non più miserabili che altrove, o solo per colpa dell’indigena avidità; Milano nuotare nella pinguedine e nel lusso; i suoi negozianti pareggiare in destrezza i più famosi, in credito i più ricchi; fra’ principali commerci figurarvi quello de’ teatranti, e agli spettacoli d’un teatro de’ primi in Europa affollarsi un mondo elegantissimo, come ai suoi corsi uno sfarzo di carrozze, che sì elegante non hanno Vienna e Parigi.
Il Lombardo-Veneto avrebbe potuto farsi esempio di savia amministrazione agli altri d’Italia, se si fossero conciliate le inevitabili sofferenze d’una provincia colla dignità di chi v’è sottomesso, lasciando svilupparsi quell’attività delle corporazioni, dei Comuni, delle province che dispensa l’amministrazione centrale dall’intervento impacciante e dalle cure minute, e non sottrae nè ricchezza al fisco dei dominanti, nè ai dominanti la compiacenza di sentirsi cittadini.
Qui accentravasi ogni cosa in Vienna; e non di colpo, siccome dopo una conquista, ma con meditata lentezza. Il sistema di pesi, misure, monete alla francese, conservato fra i nostri vicini, fu surrogato dal tedesco. L’unità dell’impero costringeva a regolar noi colle leggi stesse del Galliziano e del Croato, fin a mandare regolamenti sulle acque a un paese che inventò l’irrigazione artifiziale. V’avea supremi magistrati, ignari dell’indole e delle consuetudini: era tolta l’investigazione nazionale sul viver pubblico, l’esporre il meglio e implorarlo: silenzio su ogni atto. La postura e la conformazione fan questo paese più atto a trafficare cogli esteri che coll’impero; laonde per impedirlo occorreva un esercito di doganieri, spreco dell’erario e depravamento della popolazione, fra cui viveano oziando e trafficando di connivenza. L’attività comunale era impacciata dai commissarj: alla Congregazione Centrale mancava voce per esporre domande, o fermezza per volerne la risposta: fin la Chiesa era tenuta servile, mediante il sistema giuseppino; sopra informazione della Polizia nominavansi i parroci e i vescovi, ai quali era impedito di comunicare con Roma, e fin di scrivere al proprio gregge se non col visto d’un impiegato provinciale.
Francesco I a Lubiana avea detto, — Voglio sudditi obbedienti, non cittadini illuminati», e su tale programma le scuole riduceansi a moltiplicare i mediocri e mortificare ogni superiorità; l’istruzione popolare limitavasi a quel che basti per tramutare gl’istinti insubordinati in una rassegnata obbedienza; la classica non metteasi in armonia colla situazione di ciascuno; e coll’educazione dissipata eppur letteraria, moltiplicavansi giovani leggeri, eppure dogmatici, vanitosi delle piccole cose, puntigliosi della parola, smaniati del rumore; giornalisti non letterati, impiegati non pensatori. Da Vienna mandavansi libri di testo, qualche volta i professori, questi eleggeansi per concorso, dove, astenendosi i migliori, prevalevano novizj o ciarlatani, non mai superiori alle cattedre.
Le tante parti eccellenti poi restavano corrotte dalla Polizia, arbitra di tutto, e che spegneva il senso più importante ne’ popoli, quel della legalità, la persuasione più necessaria ai governanti, quella che operino per indeclinabile giustizia. Una Polizia aulica, una vicereale, una del Comune, una del Governo, una della presidenza del Governo, spiavansi a vicenda[16]. A chi dal lungo esiglio o dalle inquisitorie prigioni tornasse in società, esse dicevano — Avete sofferto abbastanza. Che vi cale delle cose pubbliche? divertitevi, chè il Governo nol vi contende: siete ricchi, siate allegri». E ne’ divertimenti si cerca tuffare le memorie; secondavasi la tendenza di sviluppare in grassume quel che avrebbe dovuto fortificare in muscoli; poi accennando al viver morbido, agli scialosi equipaggi, alla prospera agricoltura, diceano all’Europa: — Vedete come la Lombardia, nostra serva, è beata». Ma l’uomo non è destinato solo a impinguare e godere, e falliscono ai loro doveri quelli che, invece di prepararlo a un avvenire di sempre maggiore ragionevolezza e dignità, lo comprimono in modo che non gli rimanga se non l’alternativa di un codardo silenzio nella servitù o di collere maniache nella libertà. Dal non potersi conseguire onori e impieghi se non per consenso della Polizia, derivava che da una parte non si stimasse se non chi ne aveva, dall’altra ne rifuggissero i generosi: i migliori ingegni trovavansi perseguitati colle prigioni o nei giornali, e cercavasi coprirli di sprezzo per non dover temerli, repudiandosi così quel tesoro di potenza morale che viene dal concorso delle forze attive, istruite, morali.
Erasi avuto un elettissimo esercito italiano, ed ora i coscritti s’incorporavano ne’ reggimenti tedeschi, sotto uffiziali tedeschi; laonde se ne sottraeva chiunque sentisse la dignità nazionale e bastasse a comprare un supplente; e mentre con ciò assecondavasi l’infingardaggine indigena, le si dava la maschera di patriotismo, indicando come traditori que’ pochi civili che si volgessero all’armi o alla diplomazia. Con questo voler apposta adulterare la misura dei diritti e dei doveri, ed applicare nomi virtuosi ad atti meramente negativi, pervertivasi il senso morale; mentre il rimanere estranei alle sorti del paese deprimeva i caratteri, intorpidiva le abitudini, gettava nelle esagerazioni ed utopie proprie di chi non vede in pratica le cose, nè sa fin dove possa arrivare legalmente. Per conseguenza tutti cianciullavano di politica e governo, ma senza cognizione de’ fatti veri, nè discernimento per valutarli; sicchè qual conto poteva tenersi d’un’opposizione limitantesi a disapprovare tutto, tutto abbattere, nulla asserire o edificare?
Epperò questo Governo, che disponeva di terrori, lusinghe, impieghi, onorificenze, decorazioni, non trovò un lodatore, non dico di cuore, ma neppur d’ingegno, talchè dovette prezzolarne di tali, la cui ignoranza era sopportata solo per la viltà con cui la prostituivano. In tutta Italia poi restava il concetto che l’Austria sola avesse impedito o traviato le rivoluzioni, laonde era avuta come universale nemica della libertà da molti che questa identificano con quelle.
Morto Francesco I, suo figlio Ferdinando, il giorno stesso che montava al trono (1835 2 marzo), con un viglietto al vicerè ordinava si cessassero i processi politici, si rilasciassero tutti i condannati: amnistia la più ampia, la più incondizionata, che si legga nelle storie, se il vicerè e gli esecutori non l’avessero tergiversata e resa parziale ed illusoria[17]. Il buon imperatore non ne sapea nulla giacchè non comunicava coi sudditi; ma avutone sentore, disse: — Andrò io a Milano», e venne a farsi coronare. O fosse il lenocinio delle feste; o stanchezza del fremere, o naturale bontà, o riconoscenza di così insolito perdono, diè fuori dappertutto una prurigine di balli, di parate, di adulazioni in prosa e in versi, in musica e in quadri; gran liberali camuffaronsi da guardie nobili e da ciambellani; v’ebbe decorazioni e dignità auliche, e un ripullulamento d’aristocrazia. Per isgravare se stessi, costoro sparsero vilipendio e sospetti su quei che anche allora tennero la mano e la penna intemerata, e che, rinserratisi nella propria coscienza, da Dio invocarono e col proprio senno maturavano alla patria fortune migliori, pur deplorando che non le meritassimo.
Parliamo a disteso della Lombardia: agli altri paesi però conviene, e forse più, quel che della Lombardia dicemmo. Quei principi, persuasi dell’onnipotenza materiale dell’Austria, agli ordini e all’ispirazioni di questa si rassegnavano più o meno, e non che farsi iniziatori con esempj che mortificassero lo straniero, più di uno colla propria rendeva desiderabile l’amministrazione di questo.
Intanto che piagnucolavasi, nella lunga pace erasi moltiplicata la ricchezza nazionale, ed estesi que’ comodi e godimenti, la cui ricerca è carattere della nostra età: il commercio s’ampliò, agevolato da leghe e trattati; e visto che la libertà n’è il migliore sussidiario, il sistema protettore si modificò: guadagnaronsi immensi terreni alla coltura, e se ne trassero maggiori frutti dacchè alla trascuranza delle manimorte fu surrogata l’oculatezza di piccoli possidenti, e si svincolarono dai fedecommessi, dalle servitù, dai livelli. Ormai gli sbalzi nel valore dei commestibili scomparvero, e se prima fin a quindici e venti volte dell’ordinario crescea nelle carestie, parve sommo nel 1812 l’elevarsi al triplo, proporzione che dappoi fu sempre assai minore. Il credito si trovò protetto dalla pubblicità delle ipoteche, dalle banche, dalle semplificate procedure, ed esteso anche a vantaggio de’ poveri colle casse di risparmio. L’industria vantaggiò dello spirito d’associazione e delle scoperte della fisica e della chimica, per mettere a carico delle forze gratuite della natura molta parte della fatica umana, perfezionare metodi e macchine, far che il lavoro versasse e la concorrenza distribuisse una sempre maggior copia di utilità nel corpo sociale: e sebbene non eguagliasse i forestieri nè per tenuità di prezzi, nè per eleganza e finezza, cresceva il ragguaglio tra il lavoro e le soddisfazioni che con esso il povero può procacciarsi. S’introdussero battelli a vapore[18], strade ferrate, telegrafi, spirito d’associazione, studj concordi, unione di capitali introdussero vastissime imprese per le strade ferrate, pel gas, per le assicurazioni, per gli scavi.
Tale spirito si applicò pure alla beneficenza, istituendo scuole per intenti particolari, e asili d’infanzia, e mutuo insegnamento, e presepj pei lattanti, e società di vicendevole soccorso, e miglioramenti alle carceri, e ricoveri per gli scarcerati; ammirati da taluni con quell’entusiasmo che non soffre la critica nè la ricerca del meglio, da altri bersagliati con l’atrabile che tutto denigra, o coll’intolleranza che condanna il bene per vaghezza del meglio. Ripudiavano francamente, anzi deridevano i vantati progressi e una carità destituita dello spirito avvivatore del cattolicismo le Memorie religiose di Modena e il Diario di Roma seriamente, bizzarramente la Voce della verità, dove i nomi più simpatici erano malmenati dal Galvani, dallo Schedoni, dal Calvedoni; e più strepitose riuscirono le Illusioni della pubblica carità di Monaldo Leopardi, e l’Esperienza ai re della terra del principe di Canosa.
Altri pensarono giovare al prossimo pe’ soli meriti di Cristo e per diffondere la verità e la santificazione cristiana. Le istituzioni pie, ricchezza de’ secoli andati, ebbero molto a soffrire nella rivoluzione, nelle guerre, nella soppressione dei corpi religiosi; onde vi si riparò con lasciti, e ai bisogni nuovi andavasi incontro con nuove istituzioni. A Milano i fratelli Felice e Gaetano De Vecchi barnabiti fin dal 1802 raccoglievano una Pia Unione di nobili, che andavano all’ospedale confortando gl’infermi, e preparavano vitto, vestito, educazione, ricreamento ai poveri nelle case o in ricoveri: col nome di Società del biscottino fu derisa dal bel mondo e benedetta dai poveri, pei quali ha consolazioni d’ogni maniera, educazione conveniente all’indole e al bisogno di ciascuno; impedire lo svio delle pericolanti, richiamar le pericolate, assistere i vergognosi indigenti, tenere scuole festive e notturne a comodo di poveri, ricreazioni e oratorj pei tempi festivi.
La marchesa Maddalena Frescobaldi Capponi e il padre Idelfonso istituirono a Firenze un ricovero per le traviate: a Imola la Pia Unione di San Terenzio diffonde quotidiane elemosine, come a Bologna la Pia Opera de’ vergognosi: ad Ancona l’oratoriano Luigi Baroni esercitò nelle più variate guise l’eroismo della carità, come il Manini in Cremona. In Venezia e Verona Maria Maddalena di Canossa (1774-1835) fondava nel 1819 le Figlie di Carità, dirette a perfezionarsi nell’amor di Dio e del prossimo; i conti Cavanis le Scuole di Carità; Nicolò Mazza verso il 1830 ricoveri di fanciulle, educandole sino ai ventiquattro anni conforme al loro stato, ed altri pei garzoni, bene studiandone l’inclinazione, menandoli alle scuole, collocandoli in varj stabilimenti, e tutto per carità. Nicola Olivieri inanimato dalla Immacolata, nel 1838 comincia a raccogliere qualche moretta e la fa educare, poi va in Egitto e in Barbaria, e segue tuttora a riscattarne, d’accordo colle Suore della Carità, per poi collocarle in conventi. Brescia deve alla Rosa molte caritatevoli istituzioni: Modena la scuola dei sordi-muti di D. Severino Forchiani: a Bergamo i conti Passi introducono la Pia Opera e le Suore di santa Dorotea, per formar le fanciulle alla pietà e ai casalinghi disimpegni; mentre il prete Botta toglieva in cura i fanciulli sviati: un suo allievo, Marchiondi laico somasco, portò quell’istituzione a Milano, e grossolano ma di alto e retto cuore, ricusando sottoporsi alle burocratiche formalità, ve la fece fiorire.
A Torino Giulia Colbert di Barólo, la patrocinatrice di Pellico, istituì le Sorelle di sant’Anna per educare povere figlie, e ispirarvi modi civili e la contentezza del proprio stato. La Congregazione di san Paolo distribuiva centrentamila franchi l’anno in doti, pensioni, sussidj a poveri nascosti. Il canonico Cottolengo nella Piccola Casa della divina Provvidenza preparava soccorsi a tutte le miserie, e giganteschi benefizj effettuò con mezzi tenuissimi. Rosa Govona avea fondato le Rosine che devono «mangiar del lavoro di loro mani», e che si estesero ad Asti, Chieri, Mondovì, Fossano e altrove. La contessa Tornielli Bellini a Novara lasciava in testamento molte istituzioni caritatevoli, e scuole gratuite d’arti e mestieri. L’abate Febriani prese cura speciale dei sordimuti. La Misericordia di Casale dispensa quarantacinquemila franchi in pane, vesti, doti, baliatici, sussidj a domiciliati: quella di Savona, oltre il resto, dà ogni giorno il pranzo a quattrocencinquanta poveri.
Chi non conoscesse in qual modo si forma quell’assurdità, che intitolasi l’opinione pubblica, stupirebbe dell’avversione che professavasi contro questi benefici, e come fossero scherniti nei tempi quieti, percossi nei tempestosi.
Perocchè, a fianco alla potenza governativa era cresciuta quest’altra dell’opinione, surrogatasi alla fede assoluta in un pensiero, in un sentimento, e che avversava tutto ciò che mostrasse fermezza, fossero le credenze fosse l’autorità. Quella classe delle persone di cultura, indipendente, che in ciascun paese la imponeva nel secolo passato, sotto il regno d’Italia era stata diretta dagli impiegati, potenza nuova; dappoi se la sottoposero i liberali; sottentrarono quindi i giornalisti, finchè venne alla piazza.
E le rivoluzioni, state militari nel 1815 e 1821, divennero giornalistiche ed avvocatesche; e dove riuscirono, posero in dominio e ne’ ministeri gli scrittori; dove fallirono, li resero cospicui per le persecuzioni e gli esigli. Mentre era cresciuta la smania del leggere, in alcuni paesi non correva che la gazzetta uffiziale, cioè a dire applausi o silenzio; e questo ancor più che quello, giacchè molti Governi preferivano non si parlasse di loro, nè in bene nè in male, come l’Austria, mentre Napoli facea pomposamente enunciare i suoi atti negli Annali civili e in altri fogli governativi. Ma o per tolleranza o alla macchia trapelavano giornali forestieri, alle cui questioni si prendeva parte incompetente, come avviene degli affari altrui, e per lo più passiva, accettando l’opinione del giornale senza mezzo o volontà di discuterla, e nell’opposizione riponendo la luce dell’intelletto, la generosità del pensare. Anche il teatro, rimaneva o in balia de’ ballerini, ovvero tradotto o almeno foggiato sul francese. Esposte le moltitudini a questi mareggi dell’opinione, l’uomo abdicava alla padronanza degli atti, dei destini, de’ pensamenti proprj: la classe colta, divenuta moderata meno per buon senso od esperienza che per timidezza e amor di pace, dovea cedere il campo ai ciarlatani. Ora questi non potevano diffondere che un’opinione non solo versatile, ma sconnessa: fino chi pensa, pensava poco in una Babele, dove niuna associazione di forze intellettuali, ma solo antagonismo ed isolamento: invece di partiti v’erano gruppi, quasi equipollenti di numero e di valore, gli uni chiassosi, gli altri operativi, i più disputanti in panciolle.
Alcuni, credendo inutile parlare di libertà finchè manchino pane e educazione, appigliavansi di preferenza all’economia; mentre i più dalla politica aspettavano tutto, secondo l’andazzo francese. In ciò pure alcuni consideravano come una sciagura la rivoluzione di Francia e l’irrompere suo in Italia, perchè col balocco delle libertà politiche ci aveva defraudati delle libertà naturali; inoculato pensamenti, odj, amori esotici; compressi i semi indigeni e storici, per avventurare alle sovversioni d’un progresso sistematico e umanitario; doversi ripigliare l’opera del secolo precedente, pur applicandovi le conquiste del nostro, cercando la libertà non i nomi, progredendo a passi non a sbalzi, cumulando le forze invece di abbatterle, traendo i principi ad attuare il bene anzichè nimicarli, e nell’intento nazionale confederando i varj Stati per opporne la lega allo straniero, qualunque egli sia. Ve n’avea tra questi che aborrivano dalla Francia, come irreposata e infida sommovitrice; altri distinguevano questa nazione dalle vertigini della sua tribuna e de’ suoi giornali: altri analizzavano la prosperità inglese, i Parlamenti, la legale ampliazione della parola morta, il progresso ragionato e lento ma continuo ed indefettibile; pochi si lasciavano allettare allo smisurato incremento degli Stati Uniti e alla formola dell’avvenire. E poichè l’eccesso degli appetiti materiali porta a lusso e vanità irrefrenate, e queste alla bestemmia, ultimo strillo dell’intelligenza spirante del secolo, per amore dell’Italia insultavano all’Italia dichiarandola inetta al meglio: il Botta e l’Angeloni la infarinavano d’improperj, abburattati da frà Cavalca; Berchet pindareggiava contro Carlalberto e contro gl’italiani che dimenticavano la patria e lo Spielberg per istordirsi fra baci e bottiglie; Niccolini, gridando «Italia vile, non ha di suo neppure i vizj», imprecava che le nubi stendessero un velo densissimo su questa terra del vile dolore; Leopardi, dopo compianta l’Italia coll’amarezza di Dante, nei Paralipomeni beffava i desiderj e i tentativi di riscossa, con una ironia che il Gioberti diceva squarciare il cuore, eppur essere giustissima[19]: il qual Gioberti asseriva che la nazione italiana non potrà mai recuperare il suo antico primato morale e civile sul mondo «finchè l’uomo italiano dei nostri tempi non sarà divenuto pari a quello dell’antica Italia e dell’antica Roma... Certo noi, generazione matura e cadente, col piè sulla fossa, indarno ci penseremmo, perchè l’osso è duro, il callo è fatto, e ancorchè riuscissimo a rimpastarci, poco e corto saria il frutto». Solo allorchè qualche straniero ripeteva altrettanto, o lady Morgan coi colloquj sottratti a questo nostro circolo giudicava baldanzosamente gli uomini e le cose nostre, o Lamartine ci chiamava terra dei morti[20], o Stendhal ci sentenziava degni delle nostre sofferenze, il patriotismo si risentiva, numerava i nostri vanti, ci inebriava col «misero orgoglio d’un tempo che fu».
Gente più seria esploravano a fondo le piaghe mortali d’Italia; se diceasi ch’era corrotta da’ suoi signori, rispondea che non si corrompe chi corrompere non vuole lasciarsi; che del meglio non eramo degni perchè al giogo non sapevamo opporre quella fermezza che si frange ma non si piega; perchè sulle catene celiavamo, contentandoci di burlare quei ch’era necessario esaminare; perchè i beati d’ozj e vivande stordivansi nei godimenti, col pretesto de’ codardi, l’impossibilità del migliorare; e diguazzando nelle morbidezze, sviavansi da’ severi proponimenti di chi, perduta la patria, mantiene cuore per amarla, voce per ammonirla, senno per dirigerla; perchè secondavamo la Polizia col mettere e spine e coltelli fra seni che volevano ravvicinarsi; perchè coloro che all’emancipazione ci inuzzolivano, non sapeano pascerci che d’odio e denigrazioni, ed anzichè convergere la repulsione contro i veri nemici, sparpagliavanla su nostri fratelli; perchè abjette invidie, adipose gelosie, orgoglianti vendette ci faceano sprezzare e deprimere que’ migliori, i quali avrebbero potuto concentrare l’opposizione ed onorarla, farsi rappresentanti del paese; se non altro, circondare la nazionale decadenza di dignità; quella dignità ch’è necessaria in tutti, indispensabile in una gente che voglia rigenerarsi.
Ultima miseria d’un paese, quando, perduta la fiducia in sè e ne’ suoi, dalla sventura aizzato a discordie, mancante di amici organizzati e di nemici rispettosi, esercita il piccolo resto di libertà a scoraggiare: miseria più deplorabile quanto maggior bisogno di gloria letteraria e morale ha una nazione, a cui ogni altra via è chiusa d’attestare alle venture che la presente generazione non era vile. A chi svelasse tali piaghe non era perdonato dal bugiardo patriotismo, nè fu perdonato a noi; ma per acquistare diritto di dire il vero agli avversarj, bisogna non temiamo di dirlo a noi stessi.
E venendo ai particolari, additavano gl’impiegati corrotti e inabili negli Stati pontifizj e siciliani, duri e servili in Piemonte, sbadiglianti in Toscana, dappertutto irrazionalmente obbedienti; avvocati ciancieri, vagheggianti costituzione parlamentare per solo esercizio di eloquenza; nobili, in Lombardia ricchi, gaudenti, oppositori; in Piemonte ligj, influenti, studiosi; incolti e lascivi a Napoli; avversi ai preti nelle Romagne, quanto propensi a Roma; il clero alto lussureggiante a Roma, o persecutore in Sardegna, dappertutto ombroso delle libertà; il basso, scarso d’educazione e di virtù, o giansenista o papale per tradizione non per meditazione; i pochi studiosi, scissi tra Liguori e Perrone, tra Rosmini e Gioberti, tutti lagnantisi de’ superiori ecclesiastici e secolari; i frati scaduti di zelo e di scienza; i Gesuiti odiati perchè zelo e scienza ostentavano; i negozianti uggiati delle gravezze e degli impacci, ma aborrenti da sovversioni che ne crescerebbero all’industria loro materiale.
Il dover sottrarsi a una vessazione dava l’abitudine di sprezzare o eludere le leggi anche le più opportune, il che è uno degli abiti più funesti. Scarsi gli eserciti, e più lo spirito militare, non meno che quello delle grandi imprese; rare le idee pratiche, atteso che non s’agitassero nella pubblicità; nullo il sentimento della legalità, e di quella solidarietà per cui si considera come proprio il torto fatto a uno qualunque; non rispetto per l’operosità, nè tolleranza pe’ dissensi; non dignità per comporli e discuterli; non intelligenza fra gl’ingegni, e ciascuno disamato, se non anche calpesto, nel brano di terra che gli è patria, sconosciuto negli altri.
Il popolo non legge: il vulgo giudica dai giornali e sulle pancacce, rimpiange il Governo passato, querelasi degli aggravj, della coscrizione, dello scarso soldo, del tenue commercio, della molesta Polizia, ma composto e tranquillo in Piemonte; in Lombardia beffardo, odiante i Tedeschi e rifuggente dall’arme; più cheto nel Veneto, donde si cernivano eccellenti soldati della marina e granatieri; acqua cheta e bella creanza in Toscana; nelle Romagne manesco, brigante, cospiratore; in Roma ligio alla lautezza clericale, che gli alimenta l’infingardaggine e l’orgoglio del nome romano; in Napoli spavaldo, superstizioso, senza dignità nè costanza; nelle provincie sofferente, astuto, coraggioso, anneghittito; in Sicilia rozzo e fiero, potente agli odj come ai sacrifizj, irreconciliabile col dominio, e disposto a qualunque rischio per abbatterlo.
De’ letterati la più parte avversi al Governo, e da questo sospettati, perseguiti o, dove meglio, dimenticati; quella età che preferisce all’ordine la libertà, l’entusiasmo alla ragione, imbevevasi d’idee sovversive, e fremeva d’un giogo di cui invece però d’analizzarne la forza e la natura per romperlo, si piaceva aggravarselo colle intempestive reluttanze e cogli impotenti conati, testimonio d’estrema debolezza, che sfiancano chi li commette, e rendono gagliardo e sprezzante chi senza fatica li compresse. I giornalisti, genuflessi alla mediocrità, idolatri del negativo e della sovranità del nulla, chiunque si elevasse sorvegliavano coll’ansietà della diffidenza; petulanti perchè servili, faceano aborrire la franchezza col separarla dalla dignità, col deprimere ogni elevazione morale all’insolenza faccendiera e alla fatuità elegante davano baldanza d’oltraggiare gli alti pensatori e i caratteri intrepidi: e questi appunto erano più calunniati perchè sprezzatori della calunnia; non vedendoli tali quai si volevano, erano rappresentati quali non erano, o denunziati disertori, titolo che i partiti infliggono a chiunque non li serve a loro modo. Così di generosi ditirambi mantellavasi un abjetto egoismo, e col dispetto del gaudente contro il pensatore, di tutta la loro enfiata vanità aggravavano l’uomo che vale, impacciavano l’uomo che vuole; e fiacchi essi, tali dichiaravano gli altri: non ascoltati, faceano ogni opera perchè ascoltato non fosse nessuno; e a maggior baldanza calunniavano chi alla calunnia men bada perchè se ne sente superiore.
Tali dissensi nimicavano fra loro gli stessi liberali; e più dove poteano manifestarsi, cioè fra i migrati, che pretendeano dirigere da Parigi e da Londra le fortune della patria, e intanto non s’accordavano sui modi; troppo spesso simili a due corpi, che, egualmente elettrizzati, si respingono. Tutti convenivano nell’odiare l’Austria, sentendo sempre nell’aria l’occasione, e persuadendosi che non potesse venire se non di fuori. Intanto la declamazione era l’arma che più usavano, e il torsi fede od efficacia col mentire e coll’esagerare, coll’amplificare in verso o in prosa i patimenti degli Italiani, facendo supporre la disperazione in quelli che adagiavansi nell’incremento della prosperità materiale.
Molti migrati onore e compassione acquistarono a sè e alla causa loro coll’intelligenza, col carattere, coll’industria. Luigi Filippo, salito al trono per una rivoluzione, adoprò un ingegno raro e una ferrea volontà a frenare ogni nuovo prorompere; pure non la potea rinnegare, nè disdire coloro, la cui colpa consisteva nell’aver fallito in tentativi, in cui erano riusciti i suoi. Perciò quei profughi v’ebbero cortesie, onori, promesse da principio, poi freddezze, poi dimenticanza: alcuni non ottennero il pane se non arrolandosi nella legione straniera, altri lasciandosi relegare in qualche città; chi sentiva dignitosamente pensò a guadagnare colle proprie mani; chi potea, visse come si vive a Parigi, onorato a misura delle spese, e qualche volta anche dell’ingegno. Altri de’ migrati erano i patentati impresarj di rivoluzioni; o quei che, stando male in paese, amavano cambiare plaga; o che aspiravano alla gloriola d’essere del numero de’ perseguitati. Tra questi prevaleva l’opinione giacobina della potenza del numero, che è ancora la forza, ed esserne impulsi efficacissimi le società segrete; agli incorreggibili Governi doversi surrogare la sovranità popolare, non solo come fonte, ma anche nell’applicazione del potere, la democrazia riducendo a repubblica, e questa nemica ai nobili, ai preti, abbracciante tutta l’Italia in unità; qualunque mezzo esser buono a un elevato fine: e il fine era sbarbicare quanto esisteva, per costruire poi non si sapea che, ma quel che l’accidente porterebbe.
Il bisogno d’azione, d’essere qualcosa, di valere sui destini del paese, di aver amici qua e fuori, di rivolgere contro Governi esecrati alcun che di più reale che non le grida; la devozione a idee, la cui generosità parea giustificare gli spedienti anche iniqui; la spinta in alcuni irresistibile di protestare in nome d’un intero popolo contro un popolo intero, e alimentare fino col proprio sangue la speranza dissotto all’oppressura de’ forti e alla vigliaccheria de’ gaudenti, fomentavano le società secrete, dove l’immaginazione e l’attività compiacevansi di misteri, carteggi, processi, condanne, assassinj, e dell’arrabattarsi presso chi si credeva potente. I Francesi accettavano le costoro proposizioni come innocui balocchi e temi opportuni di retorica parlamentare e giornalistica; e i generali Foy, La Fayette, Lamarque, gli avvocati Mauguin, Perrier, fors’anche Luigi Filippo prima d’essere re, li alimentavano a buone parole, che gli esposero poi ad essere chiamati traditori quando venne di tradurle in fatti.
Il legare la propria libertà a un archimandrito che può imporre tutto, persino il delitto; l’obbligarsi con giuramento a fatti di cui si conoscono solo in parte i fini e nulla i mezzi, non è libertà: nè credo nelle cospirazioni s’invigorisca il carattere o si acquisti la pratica, come farebbesi con qualche atto di coraggio civile, coll’istruire il pubblico, educarsi negli impieghi, nella diplomazia, nella guerra. Nè tampoco s’imparava ad affrontare i pericoli, a nessuno esponendosi i capi che tramavano lontano, e che, col titolo d’alimentare la fiamma, esponeano de’ subalterni, dei quali soli è composto il lungo martirologio.
La società della Giovane Italia, obbligata ad abbandonare la Svizzera dopo la deploranda spedizione di Savoja, a Berna fece unione colla Giovane Germania e la Giovane Polonia, tre forze che doveano coadiuvarsi nel diffondere le dottrine repubblicane e attuarle; e al regolare istromento (1834 15 aprile) si firmarono gl’italiani Mazzini, Melgari, G. Ruffini, C. Bianco, Rosales. Giovani arditissimi, da loro aggregati, scorreano Italia, tenendo intelligenze, carteggi, conciliaboli, senza che se n’avvedessero le migliaja di spie che diceansi pagate dai Governi. Ma la smania d’essere capo portava moltissime suddivisioni e nomi fra i cospiratori stessi: la Riforma della Giovane Italia, i Federali, la Società di Louvel, gl’Imitatori di Sand (uccisori del duca di Berry e di Kotzebue), i seguaci di Alfieri, della Luce, del Silenzio... Però il concetto generale essendo l’insurrezione, sostenuta colla guerra delle squadriglie, non si potè stare contenti di scrittori e di guanti gialli, e bisognò associarsi braccia e cuori risoluti, facchini, macellaj, contrabbandieri, briganti, i quali a vicenda imparavano il cospirare e i segretumi, e pretendeano anch’essi aver ponderanza nella riforma dello Stato, perchè aveano membra torose e anima leonina. Perciò la società, ramificata per tutto, travagliò viepiù i paesi dove abbondano costoro, e principalmente le Romagne e le Calabrie. Che se per le prime s’avea una ragione nella debolezza e inettitudine del Governo, nella dissoluzione che vi è cagionata ad ogni vacanza, e nelle alte condizioni di un principato elettivo, mal si saprebbe trovarne il perchè nel Napoletano, con una Polizia vigorosa e un re bene armato, che conveniva non inimicare alla causa italica, della quale era a prevedere sino allora che potrebb’essere o robusto appoggio o decisivo avversario.
Eppure nel Regno può dirsi non passasse anno senza qualche nuova sommossa, e sempre per ordirle l’avventatezza, per mezzi la guerra di bande, per risultato incarcerazioni e condanne. Tre fratelli Cappozzoli, ricchi del Vallo, dopo la suddetta rivoluzione si ressero fra i monti di Calabria fino al 1828. Allora un canonico De Luca, persuaso che i re, i quali colla battaglia di Navarino aveano assicurato l’indipendenza della Grecia, non isfavorirebbero la redenzione d’Italia, cominciò in Bosco a predicare contro il dominio assoluto piantato colle bajonette straniere, e proclamò la costituzione francese, come áncora della salute. Il vulgo applaudisce, il grido si diffonde, i Cappozzoli fan gruppo di gente volonterosa; ma Del Carretto le sgomina, appicca il De Luca e un venti de’ principali, e diroccato Bosco, vi erige una colonna infame. I Cappozzoli ch’erano fuggiti in Corsica, tornarono più tardi, e côlti con altri invano difendentisi, vennero mandati al supplizio. Nel 1833 i fratelli Rossaroll, spinti da privati rancori, subornarono a Napoli molti militari, e scoperti ebbero grazia. Poco poi Peluso e Nerico tentavano sorprendere Del Carretto e indurre il re alla costituzione, ma n’ebbero ergastoli ed esiglio.
Un De Mattheis intendente di Cosenza, ottenuto ampj poteri, costrinse taluno a confessare il reato, tre mandò a morte, dieci ai ferri: ma le grida universali fecero rivedere il processo, e il De Mattheis, trovato bugiardo e calunniatore, fu condannato. Anche la Sicilia lasciossi solcare dalle società secrete che prima vi erano ignote: nel 1823 sollevossi un Abela, nel 25 altri a Palermo, sempre annunziando lo sterminio de’ forestieri, e per forestieri intendendo i Napoletani. Dicemmo i guaj cagionati dal cholera. Di nuovo nel 1840, allorchè Mazzini cominciò a stampare a Londra l’Apostolato popolare, insorsero bande nella Calabria e negli Abruzzi, dove si assassinò il colonnello Taufano.
La Romagna bollì sempre di sêtte; a Viterbo si formò una congiura, altre altrove. Nel 1840, pel centenario dell’attentato dell’Alberoni contro la repubblica di San Marino, molti v’accorsero da Pesaro, da Rimini, da Sant’Angelo, sfoggiando in piazzate e discorsi contro le monarchie e i papi. L’anno appresso si rannodarono le trame, false nuove tuttodì spargendo sul conto d’altri paesi, e che dalle Calabrie riferivano essere debole e ignaro il re, la milizia guadagnata, scontentissimo il popolo, sicchè tosto proromperebbe l’insurrezione, indomabile fra quei monti. Di fatto, in occasione che le truppe stavano occupate alla festa di Piè di Grotta, un Ciampella tentò di sollevare Aquila; alcuni soldati furono uccisi, ma gli altri rannodatisi rimisero l’ordine, poi fatti processi a cinquanta individui, tre passarono per le armi, altri ai ferri.
Nella Spagna, che mai non aveva trovato assetto, ferveva allora la guerra paesana, e alcuni capibanda di colà, i quali asserivano le maggiori loro imprese essersi cominciate con nulla meglio che sette uomini, furono assoldati per mettersi a capo delle nostre. Vennero in fatto a Livorno, ma trovando già finita la resistenza, ripartirono. Pure alcuni vollero far tentativi su Bologna, e subito repressi, buttaronsi fra gli Appennini, guidati da un medico Muratori; e considerati per contrabbandieri, disonoravano l’insurrezione e giustificavano i rigori della Polizia. Non mancò chi vi si aggregasse, massime dacchè Ribotti, venuto di Spagna, tentò sistemare le bande: ma gli Svizzeri le dissiparono, e militarmente furono mandati al patibolo sette popolani; altri alla galera; i capi ricoverarono a Malta, in Francia, in Toscana, fra cui alcuni di buon conto e il medico Farini, fattosi poi storico de’ fatti recenti.
Altre Commissioni severe sotto il generale Casella purgarono le Calabrie; ma le file si estendeano e quivi e nelle Romagne, rendendo a chi sacro, a chi infame il nome di brigante. Nel 1844 parve imminente uno scoppio generale; Ricciardi dovea dalla Corsica venire sopra Roma; i rifuggiti nel cantone Ticino invadere Piemonte e Lombardia; Fabrizj colla legione straniera d’Algeri assaltar la Sicilia; altri da Malta e Corfù sbarcare ai diversi porti. Un Partesotti, confidente d’ogni loro mistero e cooperatore, ne teneva informata l’Austria; e dopo che fu morto e onorato di patriotiche esequie e di echeggianti epicedj, gli si trovò l’infame carteggio. In altre parziali sollevazioni il figlio del filosofo Galuppi, capitano de’ gendarmi, restò vittima degli insorgenti, i quali poi, invidiando questo martire alla causa dell’ordine, lo dissero loro partigiano. Le procedure susseguite tennero alcun tempo in carcere Bozzelli filosofo ed estetico, Carlo Poerio, il marchese Dragonetti, Mariano d’Ayala, Matteo De Agustinis, già nominati allora, e più da poi. Maggior compianto eccitò il caso de’ fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, e di Domenico Moro uffiziali nella marina austriaca, che legatisi con Mazzini e disertati, a Corfù aspettavano le sollevazioni promesse per accorrervi; e vedendo tutto fallire, e trovandosi mancanti fino del vivere, persuasi che un sagrifizio fosse necessario per iscuotere l’addormentata Italia, con un pugno d’amici e sprovvisti di tutto sbarcarono in Calabria (1844 25 luglio): non entusiasmo, ma trovarono freddezza e peggio[21]; sicchè côlti furono passati per le armi: caso istantaneo, isolato, eppure d’efficacissima impressione.
Le commissioni raddoppiarono d’attività, e molti dovettero migrare. Nei rimasti incancreniva lo sdegno; che sfogavasi in assassinj, i quali davano ragione a nuove procedure, e queste attiravano fama di tiranni ai prelati o ai ministri che avevano dovuto procedere, o di eroi a quelli che s’erano opposti: riputazioni capricciose, perchè determinate dall’opinione personale di chi avesse l’impudenza di asserire.
Sparagni, brigadiere dei carabinieri pontifizj, è assassinato (1846) in Ravenna; e poco dopo Adolf, soldato svizzero, che solo avea visto l’assassino: subito si erge un processo che involge settanta individui, e la commissione riconosce che fin dal 1843 esiste una società, mescolata di liberali e di briganti, concordi all’intento di concutere lo Stato, adoprando intanto gli assassini; oltre le confessioni anche stragiudiziali, provarlo le numerose e armate bande di contrabbandieri, insultanti alla forza pubblica, il concorrersi alle esequie di liberali, l’applaudire agli assassinj politici, il denaro profuso ai bisognosi. Su questi indizj e su prove specifiche fondavasi la condanna di molti, e fino di trentasei nella sola Ravenna, de’ quali il papa mitigò le pene. Poi il Governo pontifizio fu fatto conscio come le diverse società stringeansi ad una centrale di Bologna, e colse l’avvocato Galletti e Mattioli loro cassieri e corrispondenti, e le carte a loro apprese diedero titolo a nuove condanne.
Bologna appunto formicolava di società segrete, le une rivolte a favorire il dominio tedesco, le altre a repubblica; alcuni moderati voleano solo dal Governo opportuni provvedimenti; e legame fra i popolani e i signori formavano antichi militari, come il conte Livio Zambeccari. V’era chi sognava che il re di Napoli aspirasse a tutt’Italia; v’era chi se la diceva coi Buonaparte, o tenea l’occhio al duca di Leuchtenberg, nipote del re di Baviera, genero dell’imperatore di Russia, figlio dell’antico vicerè d’Italia, e che come tale aveva immensi possessi nelle Marche, tolti da Napoleone ai conventi per farne appanaggio al suo figlio adottivo[22]. Questo partito avea denari e bei nomi, e non sperava l’appoggio del czar, tanto più che questo potente, avendo tolto a perseguitare i Cattolici del suo Regno, si trovò a fronte la maestà del papa, che fece sentire una voce dignitosamente severa, la quale trovò eco in tutto il mondo, e valse ben più che idrofobe declamazioni.
Chi non osava afferrar le armi e sparger sangue, spargeva odj, calunnie, rancori. A differenza dei vecchi Frammassoni e Carbonari, le società segrete odierne si valsero molto della stampa; e da Londra, da Parigi, da Lugano, da Losanna diffondevansi scritti, che, parlando della libertà colla stizza di carcerati, e predicando l’intervento diretto del senso comune nelle cause politiche, tenevansi per lo più nel vago, nell’utopia, nel sentimentale, quand’era mestieri di principj, di notizie, d’azione. Quel mistero e il solletico della proibizione faceanli ricercati quanto un romanzo satanico: eppure esercitarono efficienza scarsissima, nonchè sugli eventi, neppure sullo spirito pubblico, non arrivando al popolo, ma solo a quella classe per non avere la fatica del pensare, e fra cui interpolava un guizzo galvanico che mal simulava la vita[23]. Non avendo cognizione immediata degli avvenimenti italiani, stavano a detta di un corrispondente, che parlava intrepido perchè nascosto e fuori del pericolo d’essere contraddetto; e così esaltava sè ed i suoi, deprimeva i personali avversarj, scaraventava le più strane baje: e i lettori, invece di ripudiarlo come bugiardo, diceano, — È meglio informato che noi concittadini». V’avea degli zoili semplici, di cui i furbi si valeano per eludere l’influenza degli scrittori onesti: ve ne avea di malvagi, che per la stessa loro ribalderia imponevano al pubblico, il quale in segreto n’ha schifo, eppure in palese li loda ed approva. La sciagurata abitudine del censurare, del detrarre ad ogni atto dei proprj cittadini, oltre amareggiare le vite più benefiche, rapiva al popolo quella confidenza nei migliori, la quale li avrebbe trasformati in potenze tutelari se si fossero sentiti appoggiati dalla patria; mentre invece scassinati, derisi per la loro superiorità, costretti a guardarsi le spalle dagli amici, vedevano dai proprj concittadini tolta all’amico comune la verecondia del perseguitarli, tolta a se stessi, se non la costanza, l’efficacia del resistere.
Così, invece di studiare ed ammannire i rimedj possibili, e il più efficace di tutti, la concordia, sbuffavasi contro i nostri che per poco si elevassero dalla folla, o ambissero le simpatie nazionali, o sdegnassero per naturale orgoglio di giustificarsi in piazza, o, troppo sinceri per esser mobili, dissentissero da loro in qualche punto solo; o che, invece di precipitarsi a capofitto, preferissero giungere per anfratti legali là dov’essi volevano di sbalzo. Gelosie di paese, di condizione, d’ingegno, concittadini livori, adipose insofferenze appiattavansi dietro quella siepe onde avventare accuse reciproche, contraddittorie, irreparabili, e così abjette, che sariasi dovuto conchiuderne, essere cattivi i tiranni, ma pessimi noi, e perciò o immeritevoli di libertà, o incapaci d’acquistarla. Qual meraviglia se alcuni cadeano in quegli scoramenti che al genio detraggono l’autorità, se non lo splendore? se dalla calunnia o dalla paura dell’impopolarità erano spinti all’esagerazione quei buoni che non sanno rassegnarsi all’ingiustizia dei fratelli? E intanto formavasi un’opinione fittizia, da cui martiri ed apoteosi allorchè i pochi encomj e i prodigati vituperj si tradussero in urli di piazza e fino in coltelli.
Questa denigrazione sistematica è micidiale della libertà e delle buone istituzioni, perocchè non crea se non la lotta, logora le forze degli uni nell’abbattere gli altri cittadini, men cerca elevar sè che deprimere gli altri; riduce i buoni non a volere dignità, elevatezza, gloria, ma a farsi perdonare la scienza e la virtù e dimenticare; e così lasciare ai nemici il monopolio dell’amministrazione e delle reputazioni. Volesse anche scusarsi come arma da guerra, o come infamia de’ corrispondenti, quali ebbero il coraggio di discredersi quando i fatti le smentirono? e rettamente Mazzini pronunziava, che prima causa dei disastri del 1848 era «l’aver dimenticato che le nazioni non si rigenerano colla menzogna»[24].
Ai nemici dava eccellente salvaguardia la nostra discordia calunniatrice, e non poteano risparmiarsi di mantenere spie quando i nostri ci persuadevano che, ogni tre fratelli, spia era l’uno, vigliacco, traditore. Talmente delira l’opinione quando, dismesso l’uso di ragionare, i sentimenti si accettano dalla moda, dall’abitudine, dal caffè, dai giornali. Chiesti in che consistesse il liberalismo, i più avrebbero risposto «nell’odiare lo straniero». Ma oltrechè una negazione non basta a determinare l’attività, essa sviava dall’educarsi nella libertà vera, lasciando contenti della beffa, abituando a vilipendere ed illudere la legge, credendo generoso del pari chiunque facesse opposizione al Governo, fosse col subire venti anni di ferri o col fischiare ad una ballerina.
Tanto maggior lode meritano coloro che, in tempi così funesti alla virtù delle anime, alla forza de’ caratteri, all’elevazione degl’ingegni, e mentre un patriotismo cieco, addormentandosi nelle memorie e adulando se stesso, adontavasi della verità, ovvero l’impazienza del giogo oppressivo rendeva insofferenti anche dei poteri tutelari, lavoravano solinghi, sconosciuti, oltraggiati anche, ma perseveranti. Singolarmente negli ultimi anni, quando altrove maturavano i frutti della pace nelle grandi imprese di commercio, nelle leghe doganali, nelle esposizioni d’industria, qui l’attività si spiegò in ricerche storiche ed esercitazioni letterarie e statistiche, dove, sotto fatti antichi, adombravansi gli odierni; si chiamava l’attenzione sui problemi politici e sociali; ripeteansi in cento toni il nome d’Italia e le sue speranze; e la censura poteva bene cancellare parole e frasi, non lo spirito dei libri cautamente robusti. Persino dal rancidume delle accademie si trasse pretesto di ravvicinare gl’Italiani, dare le abitudini della parola, dell’ordine, della legalità. Tali furono i Congressi scientifici, cominciati a Pisa nel 1839, poi a Torino, Firenze, Padova, Napoli, Lucca, Milano, Genova, Venezia. Dapprima ristretti nelle scienze naturali, presto vi si innestarono anche gli studj economici e morali: nel Congresso di Firenze si propose la riforma carceraria, nesso della medicina colla scienza penale: in quel di Genova le traccie della grande strada ferrata[25], che implicava la quistione nazionale. E se erano campo ai ciarlatani, i quali di qualunque idea si fanno un trespolo, se facevano scambiare l’uomo di rumore per uomo di talento, già pareva assai il vedere Comizj italiani accumulare il frutto delle solitarie ricerche, ed applaudirvisi ad altri che a mime e cantatrici.
Eppure fin quelli che la libertà esaminavano come cosa sacra e ne ponderavano gli elementi, dissentivano fra loro; e vulgarmente venivano classati sotto le antiche bandiere di Guelfi e Ghibellini. I Ghibellini, consoni nel bene a Dante, a Machiavelli, ai Giacobini, vedevano la necessità di Governi robusti, qualunque si fossero; e rammentando come Napoleone avesse colla spada troncato tanti modi italici, sicchè stette da lui il farci nazione, avrebbe voluto qualcuno de’ principi d’Italia metter capo di tutta, fosse Carlalberto di Savoja, o Francesco di Modena, o fino l’imperatore d’Austria: primo bisogno d’una nazione diceano l’unità; il resto terrà dietro. Gli altri zelavano la libertà innanzi tutto, e ne vedevano appoggio e fonte la religione.
La moda degli scherni volteriani avea ceduto a quella d’un cristianesimo vaporoso e sentimentale, figliazione di quello di Chateaubriand, che aveva non dischiuso il tempio, ma ornata di tappeti la via che vi conduce; e che vagheggiandolo come un’anticaglia scoperta, confessava in piedi un Ente supremo, ch’era poco più del dio de’ galantuomini di Voltaire, o del dio delle anime sensibili di Rousseau e Lamartine, anzichè inginocchiarsi al Dio vivente, personale, crocifisso; coltivava il sentimento negligendo il dogma; la fede limitando a una speculazione, che nè regolava le azioni, nè repudiava necessariamente qualunque altro culto o dogma morale. Che se taluno degenerò in ascetismo monacale o in gergo teosofistico, nè migliorò lo spirito religioso, molti altri spingeva ad opportunissime beneficenze, e negli scrittori aveva prodotto (a tacere altri) i due libri che quasi soli divennero popolari anche oltr’Alpe, e dove alle nequizie degli uomini e alle sofferenze della vita si opponevano quelle miti virtù che trionfano del mondo.
I migliorati studj e l’annobilito sentimento religioso cambiarono il modo vulgare di considerare la dominazione dei papi, e mostrarono come la libertà fosse tutelata da essi, i quali, coll’opporre la Chiesa universale all’universale impero, aveano creata, anche politicamente la vasta unità cattolica, e sottratta l’Italia dall’eccidio totale della civiltà; essi impedito che prevalesse nessun Barbaro; in loro nome eransi fatti i tentativi di indipendenza e di federazione italica, sia nella Lega Lombarda e nella Toscana, sia in quella contro Ezelino, poi da Giulio II, e fin da Pio VI. Pure, riversando sul pontefice l’odio che meritava la cattiva amministrazione, molti per politica aborrivano l’organizzazione cattolica, benchè fosse la sola che conservò all’Italia un primato nell’età moderna[26].
Altri invece propugnarono la primazia papale perchè la vedeano repulsata dai Governi e principalmente dall’austriaco, ossesso dalle gelosie giuseppine; e nel Lombardo-Veneto era quasi una moda, massime fra il giovane clero, il mostrarsi papale, autorizzandosi dei nomi patrj di Manzoni, di Cantù, Vitadini, e degli esotici di La Mennais finchè non precipitò, e de’ suoi collaboratori nell’Avenir, Ratisbonne, Lacordaire, Montalembert, i quali, saldi al cattolicismo, lo associarono colla libertà e colla scienza. E a noi pure sembrava che, ad elevare le plebi, il miglior modo fosse elevare i pastori; rinfiancavamo la primazia spirituale, come adatta a ristabilire il concetto dell’autorità, così necessario per reggimenti liberi, cioè frenati solo dalla morale. Temerne le esorbitanze come poteasi quando ai Governi stavano in mano la forza, e agli scrittori l’opinione? Ricorrendo alla storia, si divisava adunque una lega di popoli italiani, a cui capo il pontefice, che così facesse rivivere l’Italia, non nell’unità del principato, ma nell’unione di interessi, di sentimenti, di bandiera, di pesi, misure, dogane, di militari esercizj, di palestre dottrinali, di diplomazia[27].
Ma l’Austria vorrebb’ella entrarvi, isolando le sue provincie italiche dalle transalpine? o la sua potenza non ve la farebbe preponderare a scapito dell’indipendenza? Gravissima difficoltà! e, come troppi sogliono, credeasi eluderla col non tenerne conto.
Queste idee, volte in motteggio dai molti che, senza discernere gli accidenti dalla sostanza, l’abuso dalla regola, le persone dai principj, il papa dal papato, riguardano come unico impaccio alle fortune italiane i pontefici, erano con pazienza coltivate da buoni ingegni e retti cuori, l’esempio e la voce de’ quali professò seguire l’abate Gioberti. Esigliato dal Piemonte, senza relazioni nè libri viveva a Brusselle[28] la vita dell’infelice esule, di fare il maestro, e di una pensione conflatagli da quei che in esso ammiravano un sommo filosofo e un eloquentissimo letterato. Di là appunto inviò il Primato civile e morale degl’Italiani (1843 giugno), cui assunto politico è «l’Italia essere la sopra nazione, il capo-popolo, la sintesi e lo specchio dell’Europa, la creatrice e redentrice per eccellenza», e ciò perchè capitale religiosa dei popoli ortodossi. Ma poi, in contraddizione di questo asserto, cerca le guise di migliorarla e riordinarla, e lo crede impossibile senza il concorso delle idee religiose. La penisola non può essere una, libera, forte, se Roma, sua metropoli civile e morale, non risorge civilmente; finora i tentativi politici fallirono perchè non si tenne conto della classe clericale, delle comuni credenze, della religione ch’è la base del genio nazionale. Però ridurre l’Italia in unità è follia, bensì varrà una confederazione di cui il pontefice sia capo e presidente, monarchico e aristocratico il Governo. I principi prevengano le rivoluzioni col fare riforme animosamente: ma le ecclesiastiche non possono venire che dall’autorità legittima; altrimenti il bene che ne deriva non compensa il male cagionato dalla natura dei mezzi. Fortunati i principi d’Italia che possedono il gran bene d’essere assoluti, perchè ciò dà loro il privilegio veramente invidiabile di essere onnipossenti per salvare l’Italia (tom. I, p. 181).
Tutto ciò affogava in un mar di parole e fra un implacabile panegirico dell’Italia e di tutti, dei re e del popolo, dei nobili e del vulgo, dei dotti e degli ignoranti, di Pellico e d’Alfieri, de’ preti secolari e de’ Gesuiti, principalmente di Roma, «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza, e ricetto ospiziale aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengano»: del papa, gloria perpetua, antica tutela, nuova speranza della nazione; di Carlalberto, acciocchè si facesse centro al restauramento italiano, ma sconsigliavalo dal dare libera stampa[29] nè assemblee legislative, bastando un consiglio di Stato e la libertà di supplicare. Quanto all’Austria, non ne facea parola.
Sì poco erano coltivati tali concetti, che, quantunque tanto vi fosse di che eccitare la fantasia d’un popolo artista, e stuzzicare l’amor proprio d’un popolo umiliato, quei due grossi volumi furono conosciuti da ben pochi, fin quando non ne divulgò le dottrine Cesare Balbo (1789-1853), uomo che merita essere studiato come tipo di quelli che, o per lode o per biasimo, s’intitolarono moderati. Ogni suo scritto è pieno di lui, sicchè non riesce difficile il ritrarlo. Giovanissimo spinto negli affari dall’essere figlio del ministro Prospero Balbo, assistette ai consigli di Stato di Napoleone, fu aggiunto alla commissione francese nel Governo di Roma, dove apprese a stimare il debole che protesta, più del forte che sopraffà. Tornati i reali a Torino, egli non ne fu ben visto, pure tenuto negli affari o nella milizia. Nel 1821 dissentì dai cospiratori, pose anzi la sua spada a servigio del re; ma questo, non che gradirlo, il rimosse da sè e dagli affari. Bisognoso d’azione e d’influenza acquistata con onestà e decoro, si buttò allo scrivere come un’occupazione in mancanza d’altra; e moltissimi lavori intraprese, suggeriti dalla lettura e dalla critica, sbozzati con impeto, abbandonati a mezzo, od esposti con stile di brevità scabra ed oscura, misto di francese e d’arcaico. La storia divenne suo campo prediletto, ma gli mancava la pazienza di verificare fatti, e d’accertare se corrispondessero al suo preconcetto. Cominciò una storia d’Italia; ma la severa critica dell’Antologia, giornale allora il più accreditato, gliela fece interrompere, e soffrì della situazione dell’uomo che, non volendo chinarsi alle prepotenze giornalistiche e liberali, scostasi del pari dai due estremi. «Sovente (scriveva) gli uomini calunniati per invidia dai concittadini, sono per le prove fatte ammirati dai nemici. Qualunque volte soggiaccia la patria a qualche durevole calamità, è naturale a molti, o per forza o per dispetto, il ritirarsi nelle solitudini. Ma è bella solamente la solitudine austera, occupata, religiosa, come se la fecero i monaci antichi; non quella non curante, oziosa, viziosa, dispregiatrice e schernitrice di tanti uomini di secoli più colti... Una delle disgrazie più accoranti è l’essere rigettato dal proprio partito; ma è una di quelle a cui più frequentemente soggiacciono gli uomini virtuosi e forti, perchè non volendo adattarsi alle esagerazioni e stoltezze del partito, lo offendono, e se ne fanno prendere in sospetto finchè durano le difficoltà, e cacciare dopo la vittoria... Per dire un uomo civilmente coraggioso, non basta che egli abbia resistito una volta ad una parte, una volta all’altra: bisogna che egli abbia resistito alle due insieme, alle due ogni volta, in tutte le occasioni importanti... Nei paesi assoluti, ineducati alla politica, si vuol troppo riprovare ogni ambizione; non vedendosene altra che dei posti, dei titoli o del denaro, è antica e santa massima di non cercare, di aspettare i posti. A me parve sempre più santa la massima di prendere ed anche cercare legittimamente i posti per promovere la propria opinione; santa e buona l’ambizione dell’opera, che si dee dunque distinguere dall’ambizione dei posti, che li prende per mezzo non per fine».
Pertanto si duole d’essersi talvolta rattenuto dal domandare più alti posti per riguardo ai concittadini, «chè le invidiucce dei paesani non si vincono rispettandole ma opprimendole»; ripetutamente offerse i suoi servigi a Carlalberto, e del vedersi scelto solo a bassi incarichi prendea sdegno; lamentavasi de’ lunghi e amari disprezzi prodigatigli da chi governa il suo paese: «Fui e sono costantemente rigettato dal Governo,... sono o mi credo (chè monta al medesimo qui) offeso e disprezzato. Non sarei uomo se non cadessi talora per un istante involontariamente nel desiderio di vedere mutato un tal Governo, di vederne sorgere uno dove mi si aprisse campo, una volta almeno prima di morire, di sfogare, di mostrare la mia vecchia ma non spenta operosità per la patria. E tanto più che anche per la patria sento un desiderio di mutazione, diciam la parola, rivoluzione. Il pensiero delle sventure e dei delitti stessi che accompagnano tali eventi, non valgono a distrarre in me tal mio desiderio primo»[30].
Carlalberto l’invitò poi qualche volta a pranzo, del che scandolezzavansi i liberali; ma egli non opinava che la dignità restasse svilita da atti urbani. E la condizione degli scrittori moderati ben dipinse dicendo: «Nei paesi dove le parti latenti si esagerano in quel segretume che diventa loro necessità e natura, sorgono di qua di là quelle, come che si chiamino, leghe difensive ed offensive, ma principalmente esclusive, che si rivolgono poi con ardore contro a chiunque parla chiaro e pubblicamente; sorgono quelle purificazioni, sempre stolte anche quando sono fatte dalle parti vittoriose, più stolte quando dalle parti ancora combattenti, stoltissime quando non è instaurato nemmeno un aperto combattimento. Qui ogni anima sdegnosa, respingendo i segretumi, riman respinta da quasi tutti; rimane non solamente, come altrove, poco accompagnata, ma quasi solitaria; non ha per difendersi in suo modo aperto nè le opere che le sono vietate, sia che soverchi l’una o l’altra parte estrema, nè le parole che non vi sono pubbliche mai; se scrive, ella ha contro sè non una ma due censure, quella pubblica della parte soverchiante e quella segreta della parte compressa; quella che sembra voler conservare tutto, anche gli stranieri, e quella che tutto mutare, anche gli strumenti da cacciare gli stranieri; volendo serbarsi pura secondo la propria coscienza, riman dichiarata impura di qua e di là; rimane quasi ex-lege, fuor delle Caste onnipotenti, senza speranza di vincere vivendo la doppia guerra arditamente bandita, senza speranza di niuna giustizia di posteri vicini»[31].
Ispirato dunque dal libro di Gioberti, ne compose uno più semplice e breve, col titolo di Speranze d’Italia (1845). Era il primo che di politica italiana ragionasse non fuoruscito, e sotto un principe che non l’avrebbe molestato, ma forse neppure difeso. E divenne il programma sopra il quale si esercitarono i ragionamenti de’ pochi che pensano, e i discorsi de’ molti che ripetono. Mentre Gioberti non erasi dato briga dello straniero, Balbo mette l’indipendenza innanzi tutto, Porro unum est necessarium, fin a sagrificarle le forme della libertà[32]; rifugge dalle sollevazioni e come ree e come pregiudicevoli; non crede possibile la formazione «d’un regno d’Italia in tante varietà d’opinioni, di disegni, di province», bensì una confederazione, ove il Piemonte sia spada e cuore Roma, e nella quale si concedano tanti beni ai popoli, che il dominatore straniero perda ogni nerbo, sinchè la Provvidenza non conduca il tempo di fargli abbandonare l’Italia, compensandolo con acquisti sulla Turchia. L’effettuazione di queste idee rimetteva di là dal 1860, dopo finite le strade ferrate e caduto l’impero Ottomano. Tutto ciò con una sincerità senza violenza, un’onestà senz’illusioni.
I gran savj da caffè lo definivano il libro contro le speranze d’Italia; ma intanto diffondeansi la discussione e l’idea del riconciliamento, e formavasi un’opinione nazionale, meglio che non si fosse ottenuto colle esorbitanze declamatorie. Questi svolgimenti indigeni erano, al solito, modificati dagli esterni, massime dalla Francia, paese che l’irremissibile bisogno di movimento sospinge continuamente a nuove esperienze, e a non accettare altro pilota che la tempesta. La carta costituzionale, ristampata sanguinosamente con correzioni nel 1830, avea assicurata la maggiore libertà possibile a quella nazione; la pace avea fatto prosperare gl’interessi: ma infuse un’improvvida sicurezza, ebrietà di lusso, di felicità, d’ingegno, di quei godimenti che favoriscono gl’istinti corrotti, sopreccitano le facoltà pericolose, e ogni limitazione rendono intollerabile a gente che, di tutto divertendosi, lascia addormentare le facoltà serie, che avvertono e moderano. Surrogato così al regno delle idee il regno degli appetiti, la libertà non volle riconoscersi che sotto forma d’opposizione, sempre ammirando chi contraffaceva o almeno contraddiceva al Governo; tema per verità più opportuno alla declamazione che non alla difesa dell’ordine e allo svolgimento della legge. Dai Parlamenti quell’abitudine passava nella letteratura, e gl’ingegni bellissimi, il limpido discorso, la colorita descrizione volsero Thiers, Luigi Blanc e Lamartine a divinizzare la forza, sia manigolda con Robespierre e Marat, sia radiante con Napoleone; Béranger colle canzoni, Vernet col pennello, ridestavano il culto di Napoleone, sol per fare onta alle dinastie; Lamennais, stizzito con Roma dacchè questa ripudiò le idee di lui, torse la logica potente e lo stile incomparabile a scassinare quell’autorità, sulla quale avea dianzi posato l’edifizio della società e della cognizione; Hugo professava che il «poeta può credere a Dio o agli Dei, a Plutone o a Satana o a nulla». I giornalisti, echeggiando tutti una stessa voce, la faceano somigliare ad opinione pubblica, e perciò acquisirono la presunzione di esserne non organi, ma dettatori, e in conseguenza poter imporre ai Governi. Molti speculanti sull’immaginazione, fomentavano alla rivolta del cuore, della fantasia, dei sensi, divinizzando i godimenti sensuali, togliendo ogni idea d’abnegazione, ogni riguardo di carità; dalle cattedre sbertavasi quanto v’ha di venerato; e resuscitavansi i rancori contro il papa e i preti, demonj della società e della morale. Romanzi, schifosi al buon senso come al buon gusto, per farsi leggere si sminuzzavano in appendice alle gazzette, portando ogni giorno un grano d’arsenico nelle famiglie, nelle botteghe, alla campagna; blandivano la doviziosa lascivia colle azzimate laidezze, la stizza de’ proletarj coll’esagerare la corruttela gaudente, gl’istinti col mostrare le donne inevitabilmente soccombenti alla tentazione, gli uomini operanti solo per interesse e passione; prendendo per ideale le eccezionali sconcezze della natura o della società, iniziavano i cuori vergini a turpitudini col rivelarle, e attizzavano il popolo contro i ricchi, come usurpatori del patrimonio comune.
Dove la stampa, il disegno, il teatro, la declamazione baldanzeggiavano senza rispetto e senza pudore contro al Governo, alla famiglia, all’ordine sociale, si concepì spettacolosa paura di alcuni preti che, all’ombra della libertà, aveano creduto poter riunirsi a pregare, a insegnare, ad apostolare. Libri, stampe, canzoni, romanzi aizzarono fin al parossismo contro i Gesuiti, sfogando su questo nome il bisogno di ire, che nei volghi è insito come il bisogno d’ammirazione[33]. E dico nome, perchè il buon senso non crederà mai il mondo così rimbambolito, da capovoltarsi per alcuni preti, i quali cacciò a budelli ogniqualvolta lo volle. Vero è che ogni volta tornarono.
Quei libri correano anche in Italia, ai Governi giovando che l’attenzione si storni sulle sacristie; e coll’impeto d’una moda e colla comodità di un nome, nel secolo della Polizia e della legge marziale, in un paese che avea reali nemici a combattere, fu sparso l’odio contro i Gesuiti, designando così non le reliquie degli antichi Lojolani, ma chiunque mettesse zelo nell’ecclesiastico ministero, poi chiunque asserisse la primizia papale, infine chiunque si volesse screditare con un titolo che non ammetteva discolpe, che nella sua vaghezza abbracciava qualsifosse gradazione di merito e d’infamia.
E perchè la peggiore infamia era il parteggiare collo straniero, si dissero i Gesuiti turcimanni di quell’Austria, che nel suo dominio gli ammise tardi e scarsi e ammusolati. Onnipotevano invece in Piemonte, se crediamo al Gioberti, il quale, sbigottito dal sentirsene affiggere il titolo per averli encomiati nel Primato, e indispettito della fredda accoglienza fatta a questo, «da acqua tepida si convertì in lava» nei Prolegomini, disdicendo la più parte del detto nel Primato, spiegando quell’odio contro i Gesuiti, che divenne d’allora il suo carattere, e professando che ogni bene consisterebbe nell’abolirli. Vi rispose poche pagine il gesuita Curci; e l’abate avventogli in cinque grossi volumi la requisitoria più estesa che mai se ne fosse formata. Stile manierato, qualche valore d’analisi e impotenza della sintesi, blandizie cortigiane, menzogna sistematica, spionaggio, odio contro chiunque ha valore, morale lassa, erano le colpe che ad essi apponeva il Gioberti: poi ragguagliavali ai Mazziniani per la cieca obbedienza a un capo, l’indifferenza nella scelta de’ mezzi, la giustificazione del regicidio: infine li gravava di quante nefandigie mai possono commettersi o escogitarsi. Che se Eugenio Sue avea finto avventure e nomi per divertire e ingannare, il Gioberti altrettanto assoluto e intrepido metteva alla gogna e senza discussione persone vive[34]; asseriva, sempre a detta altrui, che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda che non ha di cristiano che le sembianze, un costume di cui gli onesti gentili si vergognerebbero, una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche e non può avere altra sanzione che quella degli scherani». Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio?
Quella che il Brofferio qualifica «ignobile invettiva, rabbiosa rapsodia, prolissa declamazione, di tratto in tratto splendente d’impeti sublimi»[35]; e il Pellico «profluvio inesausto di bene e di male, di carità e di odio»[36], fu letta da pochi nei passi dottrinali, da tutti nei virulenti; chi dissentiva dal Primato, applaudiva al Gesuita moderno, che molte persone espose allo scherno concittadino, e presto alle violenze.
Ma perchè aveali tanto carezzati? Rispondea, per correggerli. N’avesse anche lasciato ad essi il tempo, però mostravasi incerto o sleale nei giudizj; chiamava gesuitico non tutto quello che nella Chiesa apparivagli guasto, ma quel che a lui non piaceva; e, pur volendo venerata la Chiesa, acquistava aria di sofista. I Gesuiti non conobbero nè la dignità del silenzio, nè quella della risposta; e sputacchievoli accapigliamenti sconnetteano in sè e disonoravano in faccia altrui la parte guelfa; mentre i non guelfi le movevano opposte battaglie, incolpando essa di repubblicana, e il papa d’aver rovinato l’Italia.
In tal senso Giacomo Durando (Della nazionalità italiana) impugnava i neoguelfi[37]; al papa volea si conservasse Roma e qualche isola, il resto d’Italia dividendo tra Casa di Savoja e i Borboni di Sicilia; non toccar l’Austria fin che essa non provocasse; aversi a sperar meglio nella Russia che nell’Inghilterra, questa amica, quella nemica naturale dell’Austria; del resto l’unità d’Italia non poter venire che dal principato, la sua reviviscenza dalla libertà.
Leopoldo Galeotti (Della sovranità temporale dei papi) era d’avviso che a riformare gli Stati Pontifizj bastasse il richiamar le antiche leggi, e principalmente i Capitoli di Eugenio IV. Gino Capponi (Attuali condizioni della Romagna) dicea che tutti consentono nella necessità del dominio temporale, sol doversi cambiare ministro, istituzioni, leggi, e consigliava i papi a farlo e rendere così venerabile la tiara prima che qualche evento europeo obbligasse a bruttarla di sangue per lasciarla cadere nel fango; un papa che regni senza governare è l’unica soluzione del nodo; Roma ha più bisogno del papa che il papa di Roma. Altre idee e partigioni diverse propugnava un Lombardo nei Pensieri sull’Italia, considerando come impedimento quel dominio papale, che pel Gioberti era la salute, per Durando la ruina d’Italia.
Della reviviscenza guelfa indispettì il poeta Giambattista Niccolini, e nell’Arnaldo da Brescia pose una bella poesia e un’imperfettissima erudizione a servigio delle passioni. Anche il Giusti berteggiava «quest’Apollo tonsurato che dall’Alpi a Palermo insegna il cantofermo», e il tuffare la penna nell’acqua benedetta.
In verità l’assunto dei neoguelfi pareva ognor meno accettabile in grazia della speciale condizione dello Stato Ponlifizio, portato da lunghi eventi allo sconcio eccezionale di concentrare nella stessa persona la sovranità temporale e l’impero sulle coscienze, come nella società pagana; talchè sul papa ricadeano anche le colpe o i difetti del principe. Gregorio XVI, ancora monaco, avea scritto il Trionfo della santa Sede, dove, zelando la primazia pontifizia, in nome del cristianesimo proclama il diritto delle nazionalità. Un ingiusto conquistatore, con tutta la sua potenza, non può mai spogliare dei suoi diritti la nazione, ingiustamente conquistata. Potrà con la forza ridurla schiava, rovesciare i suoi tribunali, uccidere i suoi rappresentanti; ma non potrà giammai indipendentemente dal suo consenso o tacito o espresso, privarla de’ suoi originali diritti relativamente a quei magistrati, a que’ tribunali, a quella forza cioè che la costituiva imperante (pag. 37).
Fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, secondò le reviviscenze gerarchiche, infervorò i parroci ne’ doveri religiosi, e cercò opporsi alle ripullulanti eresie; santificò Alfonso Liguori, Francesco di Geronimo gesuita, Giuseppe della Croce minorita, Pacifico da San Severino minor osservante, Veronica Giuliani cappuccina; altri italiani beatificò; accelerò la ricostruzione dell’incendiato San Paolo[38]; conchiuse concordati col re di Sardegna, per cui lasciavasi al fòro secolare la cognizione dei crimini di ecclesiastici, mentre i delitti, eccetto quei di finanza, restavano di competenza curiale, e nei casi capitali fosse comunicato il processo al vescovo che deve degradare il condannato. Anche al duca di Modena consentì che le cause meramente civili fra ecclesiastici e laici si portassero al fôro secolare, e così i delitti di lesa maestà, sedizioni o contrabbando, intervenendovi però un deputato del clero; e per le pene capitali deve il vescovo conoscere il processo originale: del resto integrava i pieni diritti pontifizj e vescovili, ed aboliva le restrizioni ai possessi di manomorta. Ebbe a lottare colla Spagna che tolse i beni al clero e la nunziatura, col Portogallo a proposito dell’istituzione canonica dei vescovi, colla Svizzera per la soppressione dei conventi d’Argovia, e così coll’America meridionale: e mentre da un secolo i papi non avean mostrato vigore che col soffrire, Gregorio uscì dalla posizione meramente passiva per mostrare la fronte ai persecutori subdoli o prepotenti. Animato dalla coscienza cosmopolitica del supremo sacerdozio, scomunicò i fautori della tratta dei Negri. A proposito de’ matrimonj misti parlò alto al re di Prussia; e avendo questo incarcerato l’arcivescovo di Colonia, esso il denunziò a tutta la cristianità per modo che il persecutore dovette chinarsi. Approvò la rivoluzione dei Belgi perchè eccitata da persecuzione religiosa; ma allorchè alla Polonia sollevata contro la Russia scismatica rammentò l’obbligo d’obbedire, parve insultare a un cadavere. Al tempo stesso egli ricorse al czar perchè trattasse meglio i Cattolici, e adempisse le promesse fatte loro: ma il czar non che badarvi, adoprò seduzione e persecuzioni per unificare l’impero anche nelle credenze. Corse anche voce, e un opuscolo pubblicato da persona a lui vicina parve confermarlo, che l’imperator Nicolò si credesse il vero rappresentante dell’impero romano, e in conseguenza il capo di tutta la cristianità nel religioso come nel politico. La sua forza già gli attribuiva predominio sui re; rimaneva di ridurre a una sola le due Chiese, latina e greca; ossia, considerando questa come l’unica vera, e la latina come scismatica, questa richiamare all’unità sotto di lui, unico papa. A tal fine erano dirette le persecuzioni ai Cattolici, mediante le quali molti preti e intere provincie fece apostatare, di orride persecuzioni punendo chi reluttasse. Il papa le espose in una relazione (1842), che fece inorridire il mondo. Essendo poi il czar passato per Roma nel visitare sua moglie che miglior salute cercava a Palermo, Gregorio, invece delle blandizie profusegli dai principi, gli fece severi raffacci delle sevizie usate ai Cattolici, intimandogli: — Fra breve noi compariremo al tribunale di Dio; e non oserei sostener la vista del mio giudice se non difendessi la religione, della quale io sono il tutore, voi l’oppressore». Quelle minaccie non uscirono vane, e provarono quanto un pontefice possa ancora sul mondo allorchè tuteli la verità e l’innocenza, scevro da interessi mondani e da grette paure.
Chi conobbe Gregorio nell’intima vita, lo trovò di consuetudini semplici, e gusti fin vulgari; facile alle udienze, studioso anche sui libri nuovi che gli si lasciassero arrivare; ai parenti non diede nè ricchezze nè cariche, mentre debolmente condiscendeva al cameriere Gaetano Moroni, che blandito con titoli e decorazioni dai re e fin con applausi letterarj, subì la responsalità di quanti errori allora si fecero. Piovvero epigrammi su quest’amicizia, e sull’ubriacarsi del papa e su altre baje, dove non era di vero se non la debolezza di un vecchio e frate.
Di costituzione, di bilancio, degli altri arzigogoli estranei alla teologia ed esotici nel regno di Dio, nulla intendeva, sicchè bisognava lasciasse fare ai ministri e alle circostanze, per cui colpa le riforme promesse nel 1831 riuscirono a nulla o a male. Quelle imperfette concessioni guardava il Governo come estorte, e voleva eliderle; impacciava le amministrazioni comunali coll’intervento governativo; gl’impieghi conferiti a laici nelle Legazioni furono ritolti; il regolamento del 1835 metteva norma ai giudizj il diritto comune, moderato dal canonico, e senz’abolire gli statuti locali. La giustizia era corruttibile non solo, ma esposta agli arbitrj de’ superiori, e alle interminabili restituzioni in intero. Commissioni militari erigevansi ad ogni attentato contro la sicurezza pubblica, sinchè non vi venne sostituita la Consulta, che, con norme eccezionali anch’essa, dava il difensore, ma scelto fra quattro proposti dal Governo, e vincolato al secreto; testimonj e giudici lasciava ignoti al reo.
Le riforme amministrative si riduceano a una maggior regolarità di protocolli, insegnata da un magistrato austriaco (Sebregondi), a tal uopo deputatovi; e al crescere gl’impiegati, parassita aggiunta alle altre: crebbero fuor modo le ruberie e le venalità, l’onnipotenza degl’intriganti, l’assolutezza moltiplicata quanti erano i potenti, quanti i domestici del papa. Il debito, lasciato o causato dalla rivoluzione del 31, era ben lungi dall’essere spento dalle tasse nuove e da altri compensi; tanto più che tutti dilapidavano, e il lusso governativo cresceva, e il cardinal Tosti tesoriere non sapeva asciugar pozza che col farne un’altra, tanto da non fallire[39]. Le opere pubbliche volgeansi al fasto, più che all’utile: e il viaggiatore, gemente su quelle incomparabili ruine, domandava perchè piantagioni e coltura non tornassero sane e ubertose le circostanze di Roma, perchè vaporiere non risalissero il Tevere, perchè strade ferrate non congiungessero coi due mari la metropoli della cristianità.
Peggio andava nel morale; ed oltre la Polizia, una ciurma ammantavasi di devozione al Governo per trasmodare contro le opinioni opposte. Il papa nol sapeva, chè de’ favoriti suoi era cura non gli si ragionasse di affari, talchè rimanea persuaso che ogni cosa andasse nel meglio possibile. Vollero ribadirgli questa persuasione col fargli intraprendere uno di que’ viaggi (1841), in cui il principe non riceve se non riverenze e trionfi, gli si lasciava solo il tempo di visitar chiese, monumenti, istituti pubblici parati ad inganno, e uomini disposti a staccare i cavalli e tirar la carrozza, e quella turba di cittadini che s’affollano sulle strade o nelle anticamere, applaudendo se vulgo, petizionando se civili. Ne riportò dunque l’idea della beatitudine universale; e intanto lo scontento delle Legazioni, già preveduto dai diplomatici nel 1831, fu portato al colmo dal non averle egli visitate; e massimamente a Bologna preferivasi palesemente la dominazione austriaca[40], perchè forte, di truppe disciplinate, d’incorrotta giustizia, di tutto quel bene che l’odio del proprio fa supporre ne’ Governi altrui. Al fine del 36 i Francesi si erano ritirati da Ancona, i Tedeschi dalle Legazioni, lasciando sentimenti opposti, ma accordantisi nell’avversione al dominio papale.
Anche ai miglioramenti non faceasi buon viso; e quando fu pubblicata la riforma giudiziaria, non solo avvocati e tribunali la combatterono così, che fu duopo sospenderla, ma una stampa clandestina diceva: «È dell’onor nostro il resistere. Niuna transazione con Roma». Anche voti ragionevoli si mormoravano, e tratto tratto si gridavano in tono di rivolta; ma le insurrezioni tentate ripetutamente diedero ragione a repressioni vigorose, tanto più che spesso la causa degli insorgenti confondeasi con quella de’ masnadieri, cronico morbo al paese.
Un Renzi riminese, reduce di Francia dove avea mestato nelle combriccole, mandato o fingendosi dai liberali di Romagna, e affiatatosi con altri ricoverati in Toscana, indusse a fare una protesta armata per sostenere un’altra scritta dal dottore Farini, intestata Libertà civile, Governo secolare, Ordine pubblico. Avuto compagni ed arme, il Renzi sbucò da San Marino, e occupò Rimini; ma poichè nessuna città rispose, i soldati svizzeri gliel’ebbero prontamente ritolta, ed egli con cencinquanta rifuggì in Francia traversando Toscana. Stolto tentativo; eppure se ne fece un gran parlare, e valse a fissare gli occhi d’Europa sopra le domande de’ Papalini, in gran parte sensate ed effettibili. Tolse a sostenerle il piemontese Massimo d’Azeglio, che, nei Casi di Romagna, riprovando risolutamente le congiure, le manifestazioni di piazza, le insurrezioni, insieme mostrava come unica via di evitarli il governar bene, svellere gli abusi, concedere le riforme necessarie.
La Polizia rabbrividì quando non si trovava più a fronte sediziosi da incarcerare, ma ragioni da ribattere; non minacciata la religione, non i possidenti, nè tampoco il Governo, ma gli abusi, le turpi passioni e l’inerzia negativa; non imposte nuove concessioni, ma rammentato voti già espressi nel 1832 dalle Potenze che si chiamano tutrici della servitù, poi dimentichi a segno, da parer adesso novità[41]. Il Governo rispose al manifesto, parte negando o attenuando que’ fatti, parte mostrando o ingiuste o improvvide le domande, parte denigrando i sovvertitori; e sebbene dicesse molte verità, ognun sa quanto poco vagliano le difese, tanto più quelle d’un Governo contro un nome divenuto popolare. Cresceano dunque i fremiti; e come in Lombardia formolavansi nella cacciata degli stranieri, così qui nella parola di secolarizzazione.
Un principe a tempo, scelto per lo più in vecchiaja, tra una classe aliena per istituto dagli affari temporali; scelto, aggiungiamo, a preferenza per le virtù che continuino la serie di tanti virtuosi, e rendano servigi alla Chiesa universale, deve riuscire men proprio a governare il paese quanto più l’istituzione ecclesiastica si rende piamente austera ed esemplare; insomma peggiora per quelle condizioni di moralità, per le quali gli altri Governi unicamente possono perpetuarsi. Di qui la necessità di stabili istituzioni, le quali possano in qualunque caso dirizzare i consigli sovrani. E tanto più che negli interregni l’anarchia diventa regola, sconnettendosi ogni autorità, e riagendosi contro chi era stato potente: sicchè il Governo che sottentra deve ripristinare l’obbedienza, effetto sempre scabrosissimo e viepiù con gente nuova com’è quella messa in posto dal nuovo pontefice, di cui è consuetudine, se non obbligo, il dare lo scambio ai ministri del predecessore.
Roma da un pezzo non ha municipalità, l’amministrazione della città confondendosi collo Stato, e rammentandosi con ribrezzo i tempi quando ancora il Comune di Roma osteggiava i papi, e li cacciava ad Avignone. L’avere il Consalvi concentrato moltissimi affari nella segreteria di Stato, e tutto il potere esecutivo, aveva sminuita la partecipazione dei cardinali alla sovranità.
Il concistoro di questi, eletto fra tutte le nazioni, e dagli uomini più eminenti per scienza ecclesiastica, ha tutt’altra destinazione che la accidentale di reggere lo Stato. Prima della rivoluzione, alla Corte di Roma si formavano buoni amministratori e destri politici, atteso le vive relazioni con tutt’Europa, e l’essere la prelatura riservata ai cadetti delle famiglie nobili, che vi portavano meno l’austerità ecclesiastica, che l’attitudine ereditaria agli affari, l’appoggio delle parentele, la ricchezza, le aderenze. Tutto cambiò nell’eguaglianza sopravvenuta; perì quella scuola di diplomatici; e poichè il riformare richiede genio ed esperienza, qui pure si preferì il non far nulla, o quell’acquistar tempo ch’è reputato guadagno dai poteri egoistici.
CAPITOLO CXC. Pio IX. Le Riforme. Le Costituzioni.
Morto Gregorio XVI (1846 1 giugno), si antivedeva un conclave tumultuoso, e intanto le Romagne e le Marche bollivano; ad Ancona fu assassinato il colonnello Allegrini; dappertutto adunanze, e petizioni; ma prima che s’iniziassero le brighe diplomatiche, il sacro Collegio nominò (16 giugno) Giovanni Mastai Ferretti, nobile di Sinigaglia e vescovo d’Imola. Preso il nome di Pio IX, nell’enciclica ripetè i lamenti del predecessore contro l’indifferenza, il razionalismo, le società bibliche, la stampa sfrenata; poi colse ogni occasione per ripetere che egli era papa cattolico innanzi tutto, padre di tutti i fedeli e non dei soli Italiani, geloso di non menomare gli affidatigli diritti della santa Sede.
Poco dopo (6 luglio) concesse amnistia a chi avea «meritato castigo offendendo l’ordine della società e i sacri diritti del legittimo sovrano»; per ottenerla bisognava riconoscersi in colpa e promettere lealtà di suddito. I menapopolo stettero un istante in bilico; ma poichè, dopo tanto odiare e bestemmiare, se non altro per varietà voleasi assentire ed encomiare, diedero il segno degli applausi: nella limitata amnistia vollero vedere un avviamento a concessioni maggiori; cominciarono a parlarne col miele sulle labbra, indi con ammirazione, infine con adorazione; si ripeteano i detti del papa, se ne inventavano; su ogni atto di lui, presente o passato si diffondevano aneddoti benevoli, arguti, generosi; se ne ammanierò un idolo a capriccio, attribuendogli concetti, atti, parole, divisamenti, alieni dal suo vedere e dal suo volere; e «Viva Pio IX» fu la parola di moda, surrogata a tutti gli applausi, a tutte le speranze.
In realtà, egli era un pio sacerdote, che d’ogni giorno molte ore riservava alla preghiera; che nei dubbj del pensiero gettavasi a’ piè della Madonna; che il bene volea lealmente, ma, se non ampliare, neppure sminuire la podestà trasmessagli. Preso però dalla più cara delle seduzioni, quella del favor popolare, credette farsene appoggio alle rette intenzioni, e sorrise a quella pioggia di fiori da cui resterebbe soffogato. Roma cominciò un non più interrotto carnevale; ogni giorno corso, inni, serenate, battimani; tripudio quando il papa usciva, quando villeggiava, quando tornava, applausi altrettanti a chiunque diceasi suo amico, suo servo, suo ammiratore. Di tali entusiasmi, come sempre, era difficile assegnare le cause; nei più era un seguir l’andazzo; in molti una sincerità irriflessiva; quei che s’accorgeano dell’allucinamento, compiacevansi che tale cospirazione d’assensi iniziasse un moto, il quale, moderato dal nome augusto, rimarrebbe sacro al popolo, rispettato ai re. Noi Italiani soprattutto vi vedemmo un lampo di care speranze: quei che «aspettavano il rigeneramento dalla santa libertà e dalla robusta moderazione, anzichè dall’ira declamatrice, dalla denigrazione folliculare, dal despotismo rivoluzionario»[42], credeano mostrerebbe quanto vaglia un principe che, risoluto al bene, s’affidi al suo popolo, ed osi resistere a’ suoi proprj amici; laonde inneggiammo Pio IX quasi a lezione degli altri regnanti.
Le Romagne ferveano, non più di rivolta, ma di riforma, chiedendo il memorandum del 1831; iteravano petizioni, dimostrazioni, indirizzi coperti da migliaja di firme, partecipazione al vanto quando più non recava pericolo: e Pio IX pareva inanimarli coll’accoglierli (1847 12 marzo); furono scelte commissioni per maturar riforme; invitati i municipj e le persone meglio credute a proporne; e concessa libertà di trattare dell’amministrazione e di cose politiche sui giornali. Se ne esaltò il sentimento individuale, e mentre questo vagellava nelle proposte più dissenzienti, le speranze sconobbero ogni limite di opportunità, di tempo, di luogo: un papa di ferrea volontà bastava volesse il bene, foss’anche contro la natura del principato ecclesiastico; Pio IX nol facea, dunque la colpa era di cardinali e Gesuiti.
Aspettate un pezzo, apparvero le riforme (14 aprile), cioè una consulta di Stato, formata da un cittadino per provincia, scelto dal sovrano sopra triplice proposta dei legati e preseduta da un cardinale. Più tardi si decretò un consiglio municipale di cento, dai quali il papa scerrebbe un senato di nove; restituendo così alla città di Roma la rappresentanza civica.
Erasi ripetuto a sazietà che il papato era avverso per essenza ad ogni innovamento e alle istituzioni liberali, e necessario alleato dell’Austria e dell’assolutismo. Or ecco Pio IX secondare i voti dei buoni, i quali si presumeva non potessero volere se non l’indipendenza italiana. Spiritavasi dunque d’applausi, che si propagarono dalle Romagne al resto d’Italia, e di là al mondo; Europei come Americani, Protestanti come Cattolici ripeteano «Viva Pio IX»; in ogni casa il suo busto; sue medaglie, battute a migliaja di migliaja in ogni metallo, fregiavano ogni petto; sui fazzoletti, sui mobili, sui giocattoli il ritratto e i colori suoi; il nome su tutte le pareti, in tutte le bocche, in tutte le favelle; tutti voleano aver veduto l’uomo del secolo; tutti almeno parlarne, lodarlo; il Turco stesso mandò offrendogli omaggi, amicizia, promessa di ben trattare i Cristiani; i figli di Voltaire riconciliavansi a un papa che sarebbe piaciuto al loro patriarca; i liberali incarnavano in esso quanto di meglio potessero chiedere i popoli o fare i principi; Mazzini stesso gli dirigeva mistiche esortazioni a farsi capo della grande impresa: oh, la generazione che la vide, non potrà più dimenticare quelle dimostrazioni.
Un Angelo Brunetti, per soprannome Ciciruacchio, bello, robusto, di facile loquela, d’esultanti canzoni, ardito e generoso come que’ popolani, tutta cosa di bettolieri, mercatini, vetturali, vinaj, a’ quali mediava contratti, prestava servigi e, occorrendo denari e braccio, si fece il rappresentante della plebe presso Pio IX; egli sistemare le feste, egli disporre i baccani o i silenzj, egli buttar nelle piazze la parola imboccatagli d’encomio o disapprovazione, che ripetuta da ventimila lingue, sembrava parola di popolo. E Ciciruacchio da quell’ora divise i trionfi e la celebrità con Pio IX, e col principe di Canino l’appalto delle dimostrazioni.
Chi si ricordava d’aver visto anni fa la serva di Royer-Collard portata in trionfo dalle ortolane di Parigi, sorrideva e compassionava. Chi conosce che la popolarità vuole schiavi coloro che sceglie per idoli, si sgomentava d’incensi sotto cui fiutava il sito rivoluzionario; e non potendo parlare in quei momenti in cui non è consentita che l’ammirazione, diede indietro, lasciando soletto il papa, e compiangendolo d’aver preso le vertigini. Adunque egli si trovò solo (1847), e obbligato a valersi degli esuli richiamati o di inesperti, contro cui strepitavano coloro i quali non osavano adoprarsi, e pur si dolevano di non vedersi adoprati. Il siciliano padre Ventura, buon filosofo, e che dagli Scolastici avea dedotto il concetto della riverenza all’autorità e dei diritti del popolo, lo incoraggiava a procedimenti, da cui credea dipendere il bene della religione; ma mancava d’esperienza. Agli infervorati parea che il papa avanzasse più lento dei desiderj; sicchè per rinfocolarlo buccinarono d’una gran congiura (16 luglio), dove al popolo radunato a festa correrebbesi addosso, indistintamente trucidandolo con pugnali impressi del Viva Pio IX, si troncherebbero le redini de’ cavalli, si getterebbe fuoco nei fenili, i soldati uscirebbero fingendo di calmare la sedizione e invece aizzandola, e fra le stragi e le fiamme si costringerebbe Pio a fuggire e abdicare, mentre gli Austriaci sopraggiunti col pretesto di mettere ordine ripristinerebbero la tirannide. Indicavansi i luoghi, le persone, i mezzi; e in tutto ciò non eravi di vero se non che voleasi farlo credere, e valersene per domandare l’armamento di tutto il popolo a difesa del suo Pio, quasi questo avesse nemici. Era riproduzione d’un noto incidente della rivoluzione di Francia, e il buon papa mise fuori un ordine per dissipare quegli artefatti terrori: ma dopo l’emozione de’ tripudj voleasi l’emozione della paura; e Italia ed Europa credettero alla gran congiura, all’orribile attentato della lega austro-gesuitica.
Tutti i paesi d’Italia scotevansi alle scosse di Roma, neppure s’accorgendo che cominciasse qualcosa più che una festa; da tutto prendeasi occasione di dimostrazioni: l’anniversario dell’uccisione dei Bandiera, della cacciata dei Tedeschi da Genova, della battaglia di Gavinana, dell’assunzione del papa, la morte di O’ Connel a Genova, quella di Federico Confalonieri a Milano, la sconfitta del Sunderbund a Lucerna, offrivano titolo a parate, a canti, soprattutto a pranzi, la esternazione allora più usitata del giubilo. Ricardo Cobden, industriale di Manchester, aveva proposto il libero commercio dei grani in Inghilterra, e sostenutolo con tutti gli artifizj legali che offre il suo paese, tanto che lo vide trionfare, a dispetto de’ possidenti, i quali per prosperare le proprie terre, aveano durato enormi spese nella fiducia di rifarsene coll’alto prezzo delle derrate. La quistione era affatto estrania all’Italia, ma il qui comparire di lui fu un trionfo; a Torino, a Genova, a Roma, a Napoli, a Firenze, a Milano, ebbe festeggiamenti nelle accademie, a cui davano aria di adunanze parlamentari i calorosi discorsi che la stampa divulgava; e celebravasi la libertà universale di commercio come necessario fondamento della scienza economica, come santa alleanza de’ popoli.
L’importanza stava non in quel che si diceva, bensì nel potere e nel voler dirlo; giacchè da una parte si imparava che noi pure abbiamo il dono della favella, dall’altra cominciava ad atteggiarsi qualche dicitore, qualche capobanchetto. Al vulgo de’ caffè intanto davasi a credere che Cobden fosse inviato dall’Inghilterra a tastar il polso del nostro paese e riferirne: altrettanto si disse di Cormenin, capitato pure di Francia in quei giorni, e che poi pubblicò un libretto ove mostravasi ignaro non solo di quel che si pensava, ma fin di quello che si diceva. Non imputiamolo troppo, giacchè nella scialacquata eloquenza di quei giorni noi pure mostravamo una deplorabile ignoranza di principj e legali e politici; la colposa trascuranza de’ fatti positivi e dei mali veri suggeriva rimedj o folli o insulsi, e rivelava esorbitanti dissensi fra quelli che sin allora eransi creduti in perfetto accordo perchè d’accordo nel fremere o piangere; che eransi creduti amatori della libertà perchè unanimi in un odio.
Nella placida Toscana, il vecchio Fossombroni continuò a dar la parola al sostituitogli don Neri Corsini: morto questo, fu messo a capo del ministero Francesco Cempini, e consigliere intimo il Baldasseroni, sgradito al popolo siccome sogliono essere i finanzieri. Il primo dissenso tra il popolo e il principe si manifestò quando il Renzi, ribelle papale (pag. 77), fuggendo da Rimini, fu lasciato passare per la Toscana, con promessa che non più vi tornerebbe. Ma egli di Francia vi ricomparve, e arrestato (1846 gennajo) come violatore della parola, fu consegnato al suo principe. Sembrò un rinunziare alla propria indipendenza; si sublimò come un eroe il Renzi, il quale poi nelle carceri romane mostrossi ben altro.
Nuova debolezza parve il mandar via Massimo d’Azeglio, a cui tale persecuzione, accompagnata da ovazioni, attribuì inaspettata importanza politica. La opposizione allora s’ingagliardì; e poichè il Gioberti avea messo di moda l’odio de’ Gesuiti, essendosi voluto porre a Pisa una casa di Suore del Sacro Cuore, si fece una dimostrazione chiassosa (febbrajo), e una supplica firmata dai professori e da quei tanti che non vogliono mancar di figurare in una lista.
L’elezione di Pio IX e le sue riforme aggiunsero stimoli e coraggio. Bettino Ricasoli in una petizione esponeva lo scontento del paese, accagionandone l’immoralità del clero, l’istruzione non incoraggita, l’inettitudine degl’impiegati, la mancanza di buoni ordini nel comunitativo e nell’economico, la censura che confondeva il parere dell’uom savio colla suggestione del turbolento; e chiedeasi una buona costituzione. Servì di rincalzo un discorso del Salvagnoli, poi altri ed altri come quando entra la moda: gli stessi capi liberali non cadevano però d’accordo; il che è ovvio quando molteplici oggetti vengono abbracciati; ma i remoranti ne traevano una potente objezione.
Su que’ primordj s’andava poco più innanzi che nel secolo passato, insistendo perchè si ridonasse lena alle istituzioni municipali: ma i buoni vollero applicare un motore, presto abbrancato dai diversi, la stampa clandestina[43]. Giravano alla macchia informazioni, conforti, ed una petizione di radicali trascendenze, che rifiuta le migliorie parziali per chiedere il bene di tutta Italia, e che sia unita in nazione. Cominciarono di qui le consuete satire e declamazioni, che toglieano credito ai buoni pensamenti, e ne elidevano l’efficacia; gli uni esclamavano contro i settarj, gli altri contro gli stipendiati dall’Austria; parole di partito su cui fabbricano i loro libri gli scrittori che li compongono come i giornali.
Anche l’arcadica Toscana covava dunque i suoi vulcani. Leoli e Bici nel 1846 aveano fondata a Livorno la società segreta de’ Progressisti italiani, coll’aspetto di migliorare l’educazione, ma coll’intento di cacciare gli Austriaci e unire Italia sotto Carlalberto; e fecero proseliti nelle infime classi. Scoperti, processati, il granduca li compatì come traviati di buona intenzione. A Modigliana pure si tumultuò contro la forza, e il granduca perdonò ai cinquanta imputati: si tumultuò a Pescia, a Pistoja, con danno d’oneste persone, e con rapine a titolo di carestia, e il duca perdonava. Più che altre riottava la plebe livornese, mista d’ogni nazione; animosi giovani la istigavano, e il Guerrazzi, che ripetendo sempre concordia e fraternità, causava l’opposto.
Udite le riforme di Pio IX, Leopoldo (1847 maggio) le concede anch’esso, e una Consulta di Stato, e gran larghezza di stampa, dove è notabile che n’erano eccettuate le pastorali dei vescovi. Gli studenti di Pisa le solennizzarono processionalmente, gridando «Viva Leopoldo e la stampa»; ma dalla folla usci un «Viva la grascia, viva il pane a buon mercato»; e il grido popolare fu secondato, e ne derivò rissa e capiglia. Anche a Siena i carabinieri urtansi coi giovani, e ne uccidono uno; il popolo pretende siano chiusi in quartiere i soldati, e il Governo consente.
Nell’Università di Pisa insinuavasi quell’indisciplina che non tollera superiori, impedivasi di castigare i cattivi, i professori austeri venivano presi a fischi: uno tra le baruffe restò ferito, uno scolaro ucciso, e, fosse Rinaldo o Martano, ebbe esequie spettacolose ripetute in ogni parte, fra imprecazioni ai carabinieri, dianzi portati a cielo perchè sottentrati alla sbirraglia, ora accusati d’aver fatto affilare le sciabole per dare addosso agli studenti.
Comandava le poche forze toscane il Laugier, militare napoleonico, fin allora vantato per la sua Storia militare degli Italiani, e proponeva di reprimere quei tumulti colla forza; ma negatogli dal Governo, dovette scendere a parlamentare col Lilla, ch’era il Ciciruacchio di Livorno; e da quel punto restò bersaglio all’odio e alle imprecazioni de’ liberali, mentre gli smodati sentironsi sicuri dell’impunità. Anzi alcuni Fiorentini mandarono una spada di fino magistero a Giuseppe Garibaldi nizzardo, che profugo nel 1834, condottosi in America, invece di struggere la vita a ribramare la patria, si era messo soldato di ventura; a capo d’una banda d’Italiani servì ai cittadini di Montevideo contro Oribe; scarso d’intelligenza, semplice anzi rozzo di modi, disinteressato, assoluto, abbondante del valore di cui era tanta scarsezza; onde i Mazziniani lo inneggiarono, come possibile spada dell’insurrezione italica.
E già il fremito di questa era espresso ne’ giornali, che, appena trovata qualche larghezza, trascesero di numero e di modi: la Patria proclamava l’accordo dei principi colla libertà; l’Italia sperava il risorgimento dal papa, al quale avversava l’Alba, missionando l’unità nazionale e repubblicana. Mentre l’alzarsi della marea mette a galla le persone abili e credute dal popolo, gli inetti smaniosi sentono di non poterlo se non cambiandola in burrasca, dando sul capo di chi si eleva, guastando le previdenze, corrompendo i consigli, proponendo cose che farebbero se fossero in potere; e inefficaci di operare nello Stato e nelle città, s’arrabattano nei caffè e sui giornali, i due perni di questa rivoluzione; e sorretti dalla turba che ascolta sempre a chi più grida e in frasi più rimbombanti, acquistano apparenza di partito, mentre erano pochi egoisti immolanti la causa pubblica all’ambizione personale. Le concessioni del granduca pareano o tarde o inevitabili, onde, invece di riconoscenza, gli si sporgeano domande sempre nuove; flagellavasi l’autorità quando più pareva disposta ad emendarsi; diffondeansi insinuazioni maligne, crudi sospetti, coll’arte di Giuda stillando il biasimo nella lode, e ciò mentre non si parlava che di fratellanza. Altri invece ostentavano liberalità col proporre collette onde erigere monumenti a Pio IX e Leopoldo, al Ferruccio e al Savonarola, e convegni, gite, mascherate, conviti solennizzavano gli eventi giornalieri o le ricorrenze.
E memorabile fu l’anniversario (10 8bre) della morte del Ferruccio, quando innumera gente raccolta a Gavinana, udì un discorso del Guerrazzi, ritraente a colori biblici la possa d’un popoletto che potè resistere a Carlo V padrone di due mondi; e mostrando come le discordie fraterne avessero tutto mandato a ruina, invitava a giurare eterna concordia. E concordia, risorgimento, Italia, èra nuova, ripeteansi dappertutto; quasi le stesse persone dappertutto ricomparivano; abbondando e declamazioni e tutto ciò che in politica è inutile, nulla di ciò ch’è necessario ad una ricostruzione.
Appena a Roma fu concessa la guardia civica, i Toscani la domandarono anch’essi, parendo, in quella tal fratellanza, male assicurata la quiete e la proprietà da poche truppe e frolle. Il granduca asserì non la darebbe mai, e presto dovette darla: nell’editto rammemorava che «tutti gl’interessi sono impegnati nell’ordine e nell’osservanza delle leggi; che le agitazioni anzichè portare al progresso civile, cagionano discordie, ristagno dell’industria e del commercio, perturbazione degl’interessi particolari e generali, inducendo diffidenza e timore». Parole al vento: più di ventimila persone andarono a ringraziare il principe fra canti e viva chiassosissimi; dappertutto processioni, Tedeum, allocuzioni, bandiere biancherosse, corone ai simulacri d’illustri antichi, ovazioni al Niccolini pel suo Arnaldo da Brescia; i pezzi della catena rapita a Porto Pisano e sospesa in trionfo a Firenze, sono staccati e rimessi a Pisa.
In questa città si rinnova e maggiore il frastuono: Mayer economista, Montanelli poeta, Centofanti filosofo fanno iscrizioni, arringhe, canti; tra gli accorsi della provincia si ricambiano le bandiere, e preti e frati a benedirle. A Livorno molto di più; donne vestite d’amazzoni palleggiano le spade, vecchi gravi discorrono da collegiali, e fra i mille cinquecento vessilli che quel giorno (8 7bre) sventolarono sopra cinquantamila accorsi, grandeggiò il tricolore.
Ed ecco (giacchè ogni frivolezza era appiccagnolo) al domani comparire due dei più vivi nelle dimostrazioni romane, il principe di Canino e il suo segretario Masi improvvisatore, vestiti da guardia nazionale romana; accolti spettacolosamente e tra infiammati applausi del Guerrazzi al nipote di Napoleone, essi snudano e incrociano le spade, invitando tutti a giurare la santa causa italiana. Voleasi costringervi a fischi anche il Laugier, che sovrappose in fatti la sua spada gridando «Viva Leopoldo II».
A Pisa ebbero nuovi trionfi, e la loro carrozza fu tirata da una schiera di preti (12 7bre). Più misurati a Firenze: ma quivi si rinnovò la festa, venendovi deputati da tutti i Comuni, e ventiquattromila guardie civiche, e cinquanta bande musicali, e senza numero bandiere, sciorinanti i Viva di moda. Sei milioni costò allo Stato il montare la guardia civica, oltre lo speso dai particolari, che si pavoneggiavano in quella, ed esercitavansi a cantar gl’inni, imparare la marcia e la carica in dodici tempi; mentre nessuno arrolavasi alla milizia, per quanto il Ministero vi esortasse; non che mantenere quiete, in ogni villaggio istituivansi botteghe ove leggere giornali e spoliticare; i tumulti cresceano, gli sgomenti ingrandivano, i capitali si ritiravano dalla cassa di risparmio, ch’ebbe bisogno di sussidj del granduca; la feccia montava su; la proprietà non era rispettata, nè la sicurezza delle persone; «dall’umile castello di Castagneto nella maremma pisana ascendendo a gradi fin alla capitale, non scorreva quasi giornata senza nuovi tumulti» (Zobi); il commercio livornese deperiva, perchè quella agitazione toglieva ai forestieri la sicurezza; del che lamentandosi, i negozianti chiesero una commissione di Polizia; e questa fu riguardata come vessatoria. La plebe cittadina, erettasi sovrana, arrestava e insultava col titolo di traditore e di spia; l’autorità violentata ne’ suoi strumenti, alternava parole amorevolissime con provvedimenti rigorosi che lasciava senza effetto; ogni concessione si considerava puro dovere, ogni freno una tirannia, ogni indugio tradimento o vigliaccheria.
Il granduca nominò una consulta, e spiacque perchè tutta di persone già in alti uffizj, e non rappresentava nè le ricchezze nè gl’ingegni delle provincie. Si riforma la legislazione municipale, si nominano commissarj per compilare il Codice civile e criminale: ma dacchè il duca riconobbe che le leggi e gli ordinamenti sono viziosi, nessuno più vuole osservarli; qualunque legge venga fuori è denigrata da quelli che non furono convocati a discuterla; gl’impiegati dal far poco mettonsi al far nulla, in attesa delle riforme. Del resto che forza poteano questi avere quando tutto era sul mutarsi? e la circolare ministeriale del 30 novembre 1847 poneva «i buoni impiegati e la libertà nell’esercizio di loro attribuzioni sotto la salvaguardia dell’onore e della forza de’ magistrati municipali, della guardia civica e de’ buoni e savj cittadini che la componevano». Dolorosa confessione d’impotenza!
Sentendo il disordine rigonfiare sotto la congiura degli applausi, chi ne imputava i Mazziniani, chi i Buonaparte, chi la lega austro-gesuitica, e nessuno le basse passioni e i codardi interessi. E noi, testimonj e parte di que’ fatti, or che li ricorriamo, a fatica sappiamo persuaderci come allora non si avvertissero o si scagionassero, volendo soltanto scorgere gioja, fratellanza, tripudj, fiducia d’italica rigenerazione, e guaj a chi credesse altrimenti.
Le maggiori speranze fabbricavansi su Carlalberto. Cominciò egli a guastarsi coll’Austria quand’essa sui vini, ricchezza del Piemonte, pose un dazio così gravoso, che equivaleva ad escluderli. Egli a vicenda concesse alla Svizzera di trarre da Genova il sale che l’Austria aveva il privilegio di somministrarle. Ne cominciarono dissensi diplomatici; e poichè la patria, come la religione, non conosce colpe inespiabili, bastò che Carlalberto mostrasse all’Austria non il pugno ma il broncio, perchè venisse anch’egli idealizzato come spada d’Italia, di cui Pio era la testa. I Piemontesi se ne esaltano, con tono insolito si discute di dogane, si propone una società per lo spaccio dei vini, si brinda ai conviti, si dilata la smania di far qualche cosa, d’esser qualche cosa, di mostrarsi capaci per quando i tempi verrebbero. A tale intento un’Associazione agraria ne’ suoi comizj riproduceva in piccolo i congressi scientifici; le elezioni e la presidenza davano origine a partiti, già caratterizzandosi gli eccedenti e i moderati, i repubblicanti e i costituzionali: ma il re troncò le quistioni col rendere carica di Stato la presidenza, e affidarla al conte di Collobiano. Carlalberto, col solito intradue, lasciava scrivere ma non favoriva gli scriventi; fa coniare una bellissima medaglia, ove tra le effigie di grandi Italiani compare il leone di Savoja straziante l’aquila, col motto J’attends mon astre, ma la regala quasi di nascosto; lascia festeggiare Cobden, ma non istampare i recitati discorsi; nè vuole si stampino quelli de’ comizj agrarj a Casale; eppur colà manda al Castagneto una lettera ove dice: — Che bel giorno quello in cui si griderà guerra per l’indipendenza d’Italia! Io monterò a cavallo co’ miei figliuoli, e mi porrò alla testa del mio esercito».
Fu la favilla in un pagliajo; gli s’inviò un indirizzo, e — Comandate, o sire; non vi rattenga alcun riguardo pe’ vostri popoli: vita, averi daremo per voi». Il bollore rigonfia, eppure Carlalberto nulla risolve; ed egli comincia a temere che anche il suo popolo s’invogli dei tumulti, il popolo a sospettare che il suo re lo meni per le buone parole: raddoppia dunque gl’inni a Pio IX, ma mentre li canta a piena gola sul passeggio degli spaldi, ecco a un tratto «da opposte parti sboccare soldati, gendarmi, agenti di Polizia, con nude sciabole e pistole inarcate, maltrattando, percotendo, insultando senza riguardo uomini, donne, vecchi, fanciulli»[44] (30 8bre). Ultima velleità di resistenza; poichè Carlalberto si trovò subito condotto a concedere riforme amministrative; un tribunale di cassazione; pubblici dibattimenti nelle cause criminali; allargata la stampa; la Polizia passata dai governatori militari agl’intendenti; garantita la sicurezza individuale; i municipj eletti a tempo non in vita; ripristinato il ministero dell’interno; sostituito il merito all’anzianità e alla nobiltà nelle promozioni militari.
Quasi avesse commesso un delitto, Carlalberto rinnova il decreto contro gli assembramenti, e da Torino corre a Genova: ma vi è ricevuto con un’esultanza chiassosissima; sventolava innanzi al popolo la bandiera tolta il 1746 agli Austriaci, innanzi ai preti la bandiera di Gioberti, e «Viva Gioberti» ripeteasi violentemente presso al collegio de’ Gesuiti; e fu chi gridò amnistia, e tutti l’echeggiarono; e fu chi gridò al re — Passa il Ticino e tutti ti seguiremo»; e Carlalberto ai minacciosi omaggi impallidiva e taceva.
Ma più che a svolgere le riforme si pensava a incorniciarle d’applausi: i giornali della media Italia intonavano ch’essi valevano quanto un intero esercito; negli inesauribili pranzi faceano tirocinio d’eloquenza i futuri oratori[45]; per le strade al pari che ne’ gabinetti cantavasi che l’aquila d’Austria avea perduto le penne, che l’Italia s’è desta, che ogni squilla sonò i vespri; a Genova nella festività de’ bicchieri mescolavansi patrizj e popolani per cantare inni; per un pranzo esibito ai Torinesi, per una visita a Origina, smetteansi negozj e affari; tutti voleano ragionacchiare di politica, tale credendo soltanto quella del giorno e la energumena[46], tutti sbattere acqua e sapone per farne bolle, tutti satollarsi d’applausi col secondare le vulgarità, e discorrere e cantare della battaglia di Legnano, dell’assedio di Parma, dell’insurrezione di Genova, del Procida, del Balilla, d’Alessandro III; e vantare la potenza d’Italia, lo sfasciamento de’ nemici, l’entusiasmo che la causa nostra ispirava a lutti i popoli; e gonfiar panegirici, a cui capo metteasi sempre una calunnia; e con errori calcolati e reticenze, dondolare ogni nome tra le ovazioni e le sassate.
Le quistioni vitali offuscavansi in una quantità di giornali, fra cui primeggiavano la Concordia di Valerio, il Risorgimento di Cavour e Balbo, il Messaggiere di Brofferio, il Corriere mercantile del Papi. Una commissione di censura pareva garantire e dalle trascendenze e dagli arbitrj d’un giudice solo, ma a qual censore sarebbe bastato il coraggio di levare una sillaba, quando sapeva che al domani sarebbe messo alla gogna da tutti i giornali, forse fischiato per la via? Prendeasi dunque spirito ad ogni eccesso: folliculari, nodriti di rancori, servili e fatti audaci dalla paura, intimidivano i savj: di patriotismo mascheravansi lo spionaggio e la manìa del far ridere prima, poi far tremare: facile tema a tutti restava poi il bestemmiare l’Austria, quasi non sia leggerezza insultare un nemico prima di vincerlo, come ingenerosità il dileggiarlo vinto; tutto ciò senza mettere la mano sui nemici e sui mali sentiti.
E poichè ciascuno volea rumoreggiare più dell’altro, avventandosi a quel declamare tribunizio che più scalda quanto meno ha modestia e riserbo, dalle riforme politiche si passava alle sociali, proclamavansi dottrine comuniste, spiegavasi l’infelice coraggio della provocazione. Oh Foscolo che, trent’anni prima, deploravi che i letterati fossero ruina d’Italia! possano gl’Italiani aver imparato a sì caro prezzo se con schiamazzi e giornali si rigenera una nazione.
Di quei che pensavano o se ne davano l’aria, alcuni metteano importanza nell’ottenere qualcosa: ragionevole o no, buona o meno, sarebbe scala ad altro, per via via elevarsi a quell’altezza che non si osava confessare. Machiavellica, nella quale impigliaronsi presto anche i principi, concedendo qualcosa colla fiducia di fermarsi a quel poco, e disposti ad eluderlo. Altri però, meditando il passato, cercavano trovarsi disposti alle grandi eventualità; e vedeano che, in forme liberissime si può essere schiavo; che libertà non regge se non con ragione, libero essendo l’uomo di cui si prevede quel che opererà domani, non quello che bizzarramente cangia pensieri ed atti; che il divario delle costituzioni consiste nell’essenza non nel loro esterno; nè una sola può attagliarsi a tutti, dovendo elle dedursi da ciò che un popolo è e fu, e da ciò che sono quelli che lo circondano; trarsi insomma dalla natura, non dalla fantasia. Quei che a costoro non poteano negare forza di ragione, li tacciavano di timidità di cuore, perchè, vedendo il bene, asserivano che bisognasse aspettarlo.
E d’aspettarlo aveasi grand’argomento quando tutti i principi italiani si mostravano convinti dell’obbligo di migliorare la condizione de’ sudditi, se non col farli partecipi al potere, almeno nobilitandone l’obbedienza; e consolidando il principato col fare da esso emanare i miglioramenti, prima che il popolo li strappasse a forza. Ma mentre moltiplicavansi apoteosi a Cobden, si applicava la dottrina opposta di List, il quale aveva indotto gli Stati germanici a una lega doganale, per natura sua esclusiva de’ popoli non consociati. Si parlò di una lega italiana per togliere le infinite barriere doganali: era un atto rilevantissimo, sì pel vantaggio economico della penisola sminuzzata, sì per divergere l’attenzione sovra altro che mera politica, e convincere i popoli che si pensava al loro meglio positivo.
«Persuasi che la vera e sostanziale base di un’unione italiana sia la fusione degl’interessi materiali delle popolazioni che formano i loro Stati», il papa, il re di Sardegna e il duca di Toscana fecero una specie di preliminare: il duca di Modena non v’aderì, pure prometteva libero passo pe’ suoi Stati interposti: il re di Napoli amò sempre far casa da sè. Anche quest’opera potendo effettuarsi soltanto dai principi, agli schiamazzanti non restava che arzigogolare articoli e brindisi, e diceano: — L’Austria o non v’assente, ed eccola riconoscersi straniera all’Italia; o vi annette l’unico suo Stato italiano, ed ecco questo separato dagli altri dominj ereditarj».
Le nazioni, quanto più sono civili, maggior varietà di principj contengono, la cui lotta costituisce la storia. Ma l’utopista o il passionato suppongono un principio solo, quel che è conforme alle inclinazioni proprie, gli altri dimentica, e vorrebbe dimenticati da tutti; il vulgare non vede che un uomo, che un libro, che un giornale; a quello sacrifica le proprie convinzioni, e spingesi agli estremi, mentre i contrapposti domandano continue limitazioni per arrivare ad accordi.
Pure bello e degno di studio fu quel momento. Neppure gli avventati pensavano a impeto di atti, quando anche fossero impetuosissimi di parole; violenza non era usata da nessuno, neppure dall’Austria, per quanto accusatane e provocata; anzi neppur dalla piazza; e pareva l’Italia venir incamminata al bene da’ principi in armonia co’ popoli, dalle audacie giovanili accordate col senno de’ vecchi. In sì cara illusione trasaliva essa di tripudj e banchetti; dimostrazioni e trionfi a chiunque volesse buscarseli coi paroloni simpatici; le difficoltà o non si vedeano, o pigliavansi a gabbo. Ma gl’inni di fratellanza, pregni di collera e d’orgoglio, abbagliavano le menti, quando saria stato bisogno e dovere di rischiararle: a Parma, nel festeggiare l’anniversario dell’elevazione di Pio IX nacquero conflitti con percosse e ferite di cittadini, sin d’una fanciulla di dieci anni, donde una fiera indignazione: così a Piacenza, così a Modena, così a Milano, così a Ferrara, dove fu trucidato il barone Barattelli; sicchè i giorni di prestabilito applauso soleano riuscire a inaspettato compianto. Tutto ciò mettea sull’avviso l’Austria, l’odio contro la quale era per avventura l’unico sentimento comune della lirica italianità.
A gloria de’ principi italiani ricadevano anche le nuove sventure dell’Austria; chè noi deploreremo sempre come sventuratissimo un Governo costretto a ristabilire l’ordine colla fierezza. Da qualche tempo le teoriche liberali erano trascese in socialismo. Mentre i Liberali dicevano, — L’uomo è buono, cattivo è il Governo, bisogna riformarlo»; i Socialisti dicevano, — Cattiva è la società, bisogna rifonderla; quanto finora si tenne per bene fu male, e il male bene; le passioni sono naturali e perciò buone, onde il reprimerle non è virtù; dunque ogni Governo è tirannia, ogni soggezione è schiavitù, paradiso unico è la terra; libertà, eguaglianza, fraternità non possono combinarsi colla superstizione cristiana; onde bisogna rimuoverla, e ripudiare l’esperienza di tanti secoli per improvvisare qualcosa di meglio».
Gli elementi della società si tengono talmente connessi, che non si può eliminarne uno senza scomporre tutto; negata l’antitesi del bene e del male, vien dietro l’unità, vale a dire il panteismo nella fede, il despotismo ne’ Governi; posta l’eguaglianza di tutti gli uomini sia nel comandare sia nell’obbedire, più non rimangono nè nazionalità nè monarchia, niun limite deve porsi alle passioni, niuno all’esercizio dell’attività, niuna distinzione di tuo e di mio, e la proprietà sarà furto. Da qui la forma sua più popolare, il comunismo, il quale rinnega e la famiglia e i possessi, volendo che tutti abbiano diritto a tutto, chi non lavora possa partecipare ai guadagni di chi lavora.
L’inestinguibile ira del povero contro il ricco s’incalorì di queste teoriche, predicate colla storditaggine giornalistica; e mentre in Francia scavavano ridendo un gorgo dove ben tosto s’inabisserebbe l’ordine sociale, ne’ paesi slavi incitò le popolazioni servili contro i signori. La Gallizia nell’iniquo sbrano della Polonia era toccata all’Austria, la quale cercò emanciparvi i possessi, abolire il servaggio, eguagliare ogn’uomo in faccia alla legge: di ciò l’odiavano i signori, quasi ella attentasse ai privilegi loro; mentre il vulgo la considerava tutrice delle sue giustizie. Quando ogni assurdo credeasi, si credette che il Governo austriaco, per umiliare i ricchi, aizzasse i poveri.
Il fatto è che i villani sollevatisi saccheggiarono, scannarono, vituperarono i ricchi. La forza armata, corti marziali, esecuzioni feroci repressero una feroce insurrezione; gli orrori di cui erasi contaminato il manto matronale di Maria Teresa, offuscarono il titolo di buono che Ferdinando aveva meritato. In Gallizia governò Massimiliano d’Este arciduca, buon soldato e intollerante, che si fece detestare più per despotismo che per animo ribaldo; tutta Europa ne fremette contro quegli strazj, che parvero mettere l’Austria al bando delle nazioni civili.
Ne trasse profitto la Russia, da un pezzo affaccendata a propagare il panslavismo, cioè la nazionalità di tutti gli Slavi, proponendo di toglierli alla Prussia, all’Austria, alla Turchia, per farne sotto il suo scettro un popolo di ottanta milioni, che avrebbe signoreggiata tutta Europa. E fu dalla Russia appunto che venne lanciata primamente questa parola di nazionalità, che accettata per imitazione, doveva essere favilla di tanti incendj[47].
Risonò essa anche in Germania. Un aggregato di genti diversissime d’origine e di civiltà non potea che essere spinto all’abisso dalla proclamazione della nazionalità; e il ministro Metternich, il quale erasi ostinato a non toccar nessuna pietra per tema di sconnettere l’intero edifizio, e fin allora le difficoltà avea superate all’esterno colla prevalenza dell’esercito e dentro coi sopratieni, sentivasi impotente ai nuovi urti, e vacillava ne’ proprj consigli. «Abbiamo attraversati (scriveva a Radetzky) giorni difficili, richiesero grandi sforzi, eppure non furono tristi quanto gli odierni. Lottare contro i corpi sappiamo noi, ma contro larve che vale? e larve appunto abbiamo di fronte: era nei fati che al mondo comparisse perfin un papa liberaleggiante»[48].
L’umiliazione della gran nemica rimoveva dai principi italiani la paura di esser impediti nelle riforme, ma vedeano la necessità di non porgerle pretesti a prender l’offensiva[49]; cingerla bensì di paesi ben organati, dopo una regolare trasformazione del diritto interno, che speravasi condotta per la via della conciliazione.
L’applauso ai principi riformatori s’ingrossava delle imprecazioni lanciate allo straniero, che ben avea ragione di sgomentarsi: e pertanto la posizione dell’Italia diventava soggetto anche di trattati e dispute fra gli stranieri. Francia limitavasi a dar coraggio ai principi, fiducia ai popoli; ma a questi e a quelli facea dire non uscissero dalle vie pacifiche, non isperassero rimpasto territoriale[50]. In Inghilterra il ministro Palmerston sorrideva al risorgimento italiano, lanciando frasi a guisa di cavaliero che dà di sprone al cavallo, ma intanto ne serra il freno. Ma Metternich vi ravvisava la radicale sovversione della società, una frenesia rivoluzionaria, un passo alla repubblica federativa. E alle Corti amiche trasmise (agosto) un memorandum, ove esprimeva «l’Italia essere un nome geografico; de’ suoi Stati sovrani e indipendenti, l’esistenza e la circoscrizione fondasi su principj di diritto pubblico generale, corroborati da accordi politici incontestabili; l’imperatore è deciso a rispettarli, nè cerca di là di quanto possiede, e lo saprà difendere»: chiedea che le Potenze glielo garantissero di nuovo, e dessero mano a soffogare un incendio, che presto diverrebbe irrefrenabile. I Gabinetti, consentendo nel primo punto, voleano però che ogni Stato potesse riformarsi nell’interno, senza che altri se ne brigasse[51].
E cercò trar la quistione sul campo dov’era certamente superiore, la forza, ed occupò Ferrara come necessaria alla sua sicurezza: ma la dignitosa protesta del papa, efficace come ogni parola ferma appoggiata sul diritto, lo costrinse a ritirarsi, e comprendere che non era tempo di violenze.
Ma se non aveasi a temere la forza armata del nemico, ve n’ha un’altra del pari tirannesca, quella dei vulghi dotti e ignoranti; e già la si sentiva pigliare il sopravvento in iscritti violenti d’ira o nauseabondi di lodi, ove gente avvezza sin allora a giudicar di ballerine e di cantanti, sentenziava di politica e moveva le chiassate di piccola turba cittadina, usurpante il sacro nome di popolo. E poichè i siffatti han bisogno d’attaccarsi a grandi reputazioni per roderle o per carezzarle, agli applausi di moda innestarono la moda di esecrazioni, e non più contro il comune nemico, ma contro nostri; non si esaltavano Pio IX, Carlalberto, Leopoldo riformatori, e Gioberti ed altri italianissimi, che non s’imprecasse al re di Napoli sanguinario e ai Gesuiti; e gesuita era l’emulo, l’avversario, il rivale, l’invidiato, il benefattore; e Metternich guatava e diceva: — Gli Italiani fortunati s’invidieranno, sfortunati si malediranno, discordi sempre o vincitori o vinti».
Il riformare è una delle opere più difficili ad uomo di Stato, quanto pare leggiero ad uomo di partito, il quale movendo da un’idea assoluta, arriva necessariamente a cambiamento radicale. Se v’è paese dove questo passaggio sia inevitabile, vuol dire che inevitabile v’era la rivoluzione: e tale appariva in Italia. Pio IX, quantunque gioisse di quella popolarità senza pari, si impauriva dell’accelerantesi movimento, che mal dissimulava di separare il gran sacerdote dal principe riformatore[52]. Già nell’istituire un patriarca a Gerusalemme, egli protestò contro l’abusarsi del nome suo come opposizione alle autorità; encomiava la Compagnia di Gesù come sopra tutt’altre benemerita della religione; aprendo poi la consulta di Stato (4 8bre), dichiarò avere fatto e voler fare quel che credea vero bene, ma non mettere a repentaglio la sovranità della santa Sede con istituzioni incompatibili con questa.
Coloro che delle benedizioni di Pio IX voleano fare carica da cannoni, non si smarrivano a tali dichiarazioni, e le diceano tributi alle esigenze straniere. Sopraggiungevano poi casi che complicavano sempre più la situazione. Francesco IV di Modena era morto (1846 1 genn.), e suo figlio avea secondato l’opinione nel liberare i detenuti politici; limitò a venti giorni al più le pene correzionali, congedò il Riccini odiato ministro di Polizia, e moderò le esorbitanze.
A Lucca l’infante continuava a gravarsi di debiti, sicchè il granduca, destinato a succedergli, dichiarò non li riconoscerebbe più, e volle come sicurtà la rendita delle dogane e delle regalie. Anche in quella città erano avvenute le scene stesse che in Toscana; tra le canzoni si assalirono i carabinieri, e perchè si difesero, furono imputati di assassini (1847 luglio). Il duca alzò la voce contro, queste «frasi di letterati ed esaltamenti di scolari», e assicurava voler mantenere la sua monarchia quale l’avea ricevuta, piccola sì ma assoluta.
A dire propriamente, egli l’avea ricevuta costituzionale dagli spartipopoli del congresso di Vienna; e Luigi Fornaciari, tutto dedito a studj di filologia e di beneficenza, gli scrisse per rammentarglielo, e per mostrare quanto complirebbe al popolo e al principe l’avere uno statuto. In risposta fu destituito da consigliere di Stato e preside della rota criminale, e se n’andò in trionfale esiglio. I rumori crescono, e quei plausi che sgomentavano i principi come poco poi le campane a martello; si arrestano alquanti giovani, ma bisogna rilasciarli; finchè il duca, tediato de’ complicantisi casi, abdica (8bre), anticipando così l’accessione di quel ducato alla Toscana.
Lucca diventava città secondaria in quella Toscana, di cui ai tempi Longobardi era stata capo: atteso però gli applausi allora di moda verso il granduca, il sagrifizio fu accettato con ilarità. Ma secondo le stipulazioni viennesi, il Pontremoli dovea unirsi al Parmigiano; mentre i distretti lunesi di Fivizzano, Pietrasanta e Barga erano destinati al duca di Modena. Adunque nella strepitosissima festa allora combinata, ecco apparire lo stendardo bruno dei Lunigiani che ricusano cadere sotto al duca di Modena. I calorosi di Firenze e di Lucca gridano di non volere staccarsi da que’ loro fratelli, non foss’altro per far onta all’Austria; ma il duca di Modena manda soldati ad occuparli.
I Lunesi si difendono, e nella collisione (4 9bre) perdesi qualche vita; si protesta, s’invoca la mediazione del papa e di Carlalberto; pure il duca di Modena conserva il suo possesso, sol per accordo amichevole (17 xbre) lasciando al granduca il Pontremoli finchè non muoja Maria Luigia. Ed ecco appunto Maria Luigia muore; Carlo Lodovico di Borbone diviene duca di Parma e di Piacenza; ed anche Pontremoli cessa d’appartenere alla famiglia toscana, mentre questa aggiungeva allora cendiciotto miglia di terreno alle sue ottomila e ventiquattro. A Lucca, tolta l’autonomia, fu conceduta una corte d’appello: ma Pisa pretende sia messa sotto la sua giurisdizione, onde zizzanie, proteste, tumulti; perchè in que’ giorni ogni incidente prendeva l’importanza d’un gran fatto, e diveniva occasione d’affratellamenti o accozzaglie, ire od applausi; arti colle quali si credea conquistare la libertà e l’indipendenza, e intanto il vero vinto era l’autorità pubblica e la pubblica quiete; e gli amici sodi d’Italia sentivano un cupo rombo ruggire sotto agli applausi[53].
In fatti al cominciare del 1848 Livorno era in effervescenza, perchè tardasse a giungere il decreto per la guardia civica, come necessaria a difendersi dai Tedeschi; l’autorità è costretta ogni tratto a parlamentare colla turba, e non avendo soldati a reprimerla, dee scendere a patti coi tumultuanti, e così perde ogni valor morale. Un proclama diceva: — Toscani! Davanti alla vostra coscienza, alla faccia del mondo, alla storia, voi spontanei offriste vite e sostanze per sostenere i fratelli vostri di Fivizzano e di Pontremoli: eppure Fivizzano fu abbandonato, Pontremoli s’abbandona. Spergiuri, perchè avete giurato? millantatori, perchè vi siete vantati? codardi, perchè vi mostraste generosi? Eh via queruli schiavi, imparate a dormire tranquilli nel letto della vostra viltà... O ministri, voi siete traditori: lo siate per perversità o per inettezza, la conseguenza torna sempre la stessa. Sgombrate, traditori e codardi; sgombrate arcadi, sofisti, dottrinarj! I destini d’un popolo sono troppo peso per le vostre mani da eunuchi e da omicciattoli. La patria è in pericolo! Ora sapete come si fa a salvarla, o Toscani? si chiamano uomini che non temano morire, e si pongono volenti o repugnanti al timone dello Stato d’accordo col principe; si dichiara la patria in pericolo. Così si salva la patria, e se non si vince, si muore onorati e si lascia celebrità di nome, legato di vendetta ai figliuoli, esempio di gloria ad imitare ai popoli! Toscani, la patria è in pericolo! Questo grido, se sarà soffocato dai traditori, serva almeno per far conoscere che non tutti fra i Toscani furono vili, ignoranti ed inetti, e la infamia ricada a cui tocca».
Questo cartello incendiario buttato fra popolo sì mite, quest’inoculazione di rabbie civili fatta per retorica amplificazione, furono il trabocchetto delle nostre sorti. Si credette vedere in fiamme il paese, e l’autorità e la gente d’ordine presero sbigottimento: le comunità spedirono indirizzi al principe offrendo denaro e sangue contro la ruggente ribellione, ed esacerbando il male coll’imputare i Livornesi e singole persone. I giornalisti al solito incancrenivano la ferita. E il popolo prorompe (6 genn.), nè v’ha modo a calmarlo, per quanto Leopoldo assicuri non esservi pericoli; vi fossero, e’ gli affronterebbe e vincerebbe, risoluto com’era a compire le riforme, le quali però non si poteano senza la pace: e raccomandava la tranquillità di Firenze, di Lucca, di Pisa alla guardia civica. Ma una deputazione Livornese che chiedeva armi, armi, si fa deliberante e accusa il Governo; fin gli apostoli della Giovane Italia, i quali assicuravano che «il sangue de’ martiri di questa era stato non meno prezioso de’ nostri inchiostri»[54], si affrettavano a disapprovare que’ moti e separare la causa loro dalla setta livornese. Ripreso il sopravvento, Guerrazzi e alcuni altri son condotti a Portoferraio tra i fischi della plebe, che jeri ne facea l’apoteosi.
Qui nuovi accidenti mutano carattere al movimento italiano. Sponemmo già le condizioni del Napoletano, paese di così splendido avvenire e di presente così tenebroso. L’aspirazione nazionale per cui febbricitava la restante Italia, non erasi comunicata ai Siciliani, ricordevoli dei Normanni, degli Svevi, dell’antico loro Parlamento e della prosperità che alcun tempo vi produsse la ingerenza inglese; prosperità derivata da condizioni eccezionali, com’era il trovarsi ivi solo pace fra le guerre napoleoniche, ivi fra il blocco continentale uno scalo al contrabbando britannico, che vi mandava per cencinquanta milioni annui. La costituzione del 1812, data sotto gli auspizj inglesi, lasciò intatte la feudalità, le moltissime manimorte, le primogeniture, gli altri mali su cui una rivoluzione può passare la spugna inzuppata di sangue, mentre un Governo regolare, comechè ben ispirato, non le abolisce che passo passo.
L’Inghilterra si era fatta garante di quella costituzione; ma Ferdinando I non vi badò; crebbe l’imposta, che prima era fissata in annue onze 1,287,687, nè più convocò il Parlamento. Di qui odio mortale contro la Casa regnante; e guardare i Napoletani come stranieri e oppressori; e non badare all’Italia, bensì a recuperare la costituzione del 1812. Il principe di Castelnuovo legò ventimila onze all’uomo di Stato che indurrebbe il re a riconoscerla; il principe di Villafranca vecchione non cessava di protestare in questo senso; in questo andavano molti libri. Il Lanza, nelle Considerazioni sulla storia del Botta, repugna deciso all’unione col Napoletano, preferisce al regno di Carlo III quel di Vittorio Amedeo perchè lontano, e lascia «ad altri la perniciosa chimera dell’italica unione, nella quale, per maggiore danno dell’Italia medesima, sono caduti gl’inesperti e i mal accorti, presi dalle grida di novatori» (pag. 421). Michele Amari, descrivendo la guerra del Vespro Siciliano, sentenzia di stranieri Giovanni da Procida e Ruggero di Loría, spogliandoli dell’aureola tradizionale per cingerla al popolo siciliano[55]. Palmieri storiò la costituzione siciliana in senso dell’aristocrazia e con allusioni mordenti.
L’isola realmente non avea più Corte nè ministeri come all’età normanna, pure era trattata con favori eccezionali; non bollo di carta, non privativa di tabacchi, non coscrizione; ma anche pochissime istituzioni, cattive strade e gli sconcj d’un Governo lontano. Chi vedesse quell’isola, già granajo d’Italia, ora stremata di popolazione, sparsa di ruine, con immense campagne incolte e impaludite, ed altre non pascolate che da meschini branchi di pecore; chi vi paragoni la spigliatezza degli ingegni, il loro amor di patria, la risoluta volontà del meglio augurava il momento ch’ella tornasse centro al commercio del Mediterraneo, e provveditrice alle navi dirette all’estremo Oriente. Ma l’imputare tutti i mali al Governo era giusto?
Vedemmo i Siciliani non essersi voluti affratellare alla rivoluzione napoletana del 1821, così accelerandone il crollo. Le riazioni seguite ne infistolivano le piaghe; e sebbene Ferdinando II, ch’era nato in Sicilia, professasse volerle medicare, troppo erano inveterate perchè il buon volere bastasse. Egli vi destinò vicerè il conte di Siracusa suo fratello, dal che nacquero speranze volesse farlo re indipendente: ma poi Ferdinando vi surrogò lo svizzero Tschudi (1835). Se ne invelenirono gli odj, e di tutto si facea dimostrazione, dell’arrivo d’un magistrato, di una festa messinese, della morte di Bellini; lo scontento, fomentato dai nobili, dal clero, dai Gesuiti, talora prorompeva, specialmente nel 37 in occasione del cholera (t. XIII, p. 415). Compressa fieramente la sollevazione, si cassarono il ministero distinto, che erasi istituito nel 33, l’amministrazione speciale, le giurisdizioni patrimoniali, la feudalità; insieme si decretarono trentaquattro strade, nuovo catasto, lo spartimento delle terre demaniali fra i poveri: ma i decreti erano mal eseguiti; poi qualunque provvedimento venisse da Napoli era sgradito; il re, andatovi in persona nel 42, vi fu accolto mutamente; ogni umiliazione di lui tenevasi come vanto patrio[56]; gl’intacchi fatti alla fedualità nel 43 spiacquero ai baroni; al popolo le tasse. Le società segrete di colà non camminavano del passo di quelle del continente, perchè diverse d’intento, attesochè i Siciliani volgeansi al loro passato, non al comune avvenire, alla costituzione patria e storica carpita, anzichè all’idealità italiana; municipali più che nazionali, popolo e aristocrazia consideravano forestieri i Napoletani. Pure quelle società al fine aveano preso accordo colle napoletane d’avvicendare la domanda di qualche franchigia, e d’una in altra procedere fino ad ottenere per entrambe la costituzione. Ma quando i rancori fermentano, ogni favilla mette fuoco, per modo che, qualunque sieno le particolarità, la ragione va sempre divisa tra l’offensore e l’offeso.
Una di queste faville mise fuoco a Messina (1847 2 7bre), e fu repressa colle armi, ma si raccolse memoria di ciascun martire, singolarmente valutando il silenzio con cui furono celati i complici, malgrado le minaccie e le grosse taglie del Governo. Contemporaneamente sollevavansi Geraci e Reggio sotto Gian Domenico Romeo: represse, la testa del Romeo fu obbligato un suo nipote a portarla attorno; molti ebbero pene minori. Ma l’eco ripeteva di là dal Faro gli applausi a Pio IX e all’Italia; e ad imitazione di Napoli, le passeggiate alla villa Giulia e il teatro risonavano d’inni; e vi figuravano i colori italiani. La stampa clandestina ripeteva i diritti antichi, e finalmente eccitò a sollevarsi. Al 12 gennajo 1848, festivo pel re, Palermo insorge; Trapani, Messina, Catania, Girgenti v’acconsentono; vincitori alle barricate, istituiscono un Governo provvisorio preseduto da Ruggero Settimo, che era stato luogotenente generale nella rivoluzione del 20: accorre gente dalla campagna, si disarmano i pochi soldati, i briganti Scordato e Miceti mutansi in eroi; si allestiscono le compagnie d’armi, antica istituzione, che fa garante ciascun distretto dei furti commessi in campagna; e chiedesi governo separato per la Sicilia.
Il re acconsente che la giustizia sia amministrata in tutti i gradi nell’isola, e impieghi civili e dignità ecclesiastiche non sieno date che a Siciliani: non per questo gli acqueta; onde fa domandare che cosa vogliano, ed ha per risposta: — Non si poseranno le armi, se non quando la Sicilia unita in generale parlamento, acconcerà ai tempi la sua costituzione del 1812». A un Governo in tali frangenti che resta? se manchi d’armi come la Toscana o il papa, abbandonerà il paese alla anarchia: se ne abbia, sentirà ch’è primo diritto d’un ente qualunque il conservarsi, e userà la forza, almeno per chiarirsi se quella sia volontà nazionale o sommossa di pochi. Il re di Napoli mandò il conte d’Aquila suo fratello con nove battelli a vapore, che, non valendo le buone, cominciarono a bombardare Palermo (15 genn.): ma ecco i consoli stranieri interporsi, e far sospendere le ostilità, l’andazzo d’allora essendo sul dar ragione ai popoli[57].
L’Italia ruggì allora contro il re bombardatore: Napoli, infervorata dalla resistenza de’ Siciliani, domandava con applausi e con fischi quelle riforme, per le quali già tripudiava l’Italia: il re cominciò a dar soddisfazione congedando i due capri emissarj, il suo confessore Cocle e Del Carretto ministro della Polizia. Costui, che da diciassette anni lo serviva con quello zelo che affronta la pubblica esecrazione, trovossi improvvisamente gettato in una nave, senza tampoco l’addio domestico. Il battello che lo portava toccò a Livorno chiedendo carbone e acqua; ma la plebe a tumulto il negò, e per quanto il capitano facesse protesta contro un atto inumano che metteva a repentaglio il suo legno, e per quanto il ministro Ridolfi avesse pubblicato che «il Governo non transigerebbe mai col tumulto», fu duopo rassegnarsi, e rimettere alla vela. A Genova nuovo furore, e gran fatica si durò perchè i fischi non si risolvessero in peggio: alfine potè approdare in terra francese.
A Napoli le concessioni amministrative degli altri paesi non occorreano; già vi era la consulta di Stato, già i consigli provinciali, già la guardia civica; laonde il re non ebbe a crearli, ma solo ad estenderli. Quanto però veniva da lui doveasi prendere in sinistro; si dichiararono scarse quelle concessioni; la libertà della stampa fu giudicata un lacciuolo, l’ampia amnistia pei rei di Stato fu disgradita; chiamasi un ministero (27 genn.) di liberali, e sin di fuorusciti, ma non basta; già si grida «Viva la costituzione»; ma il popolo risponde «Viva il re»; ne nasce un’avvisaglia, ove s’impegnano le guardie civiche contro le truppe: e il re, vedendo non potrebbe reprimersi quel moto senza sangue, benchè padrone dei forti che possono distruggere Napoli, benchè le potenze nordiche il dissuadessero[58], non si limita più a riforme e allargamenti come gli altri principi, ma «avendo inteso che gli amati suoi sudditi desiderano garanzie ed istituzioni conformi all’attuale incivilimento», di propria volontà concede una costituzione, «nel nome temuto dell’onnipotente santissimo Dio uno e trino, a cui solo è dato leggere nel profondo de’ cuori, e che egli altamente invoca a giudice della purezza di sue intenzioni e della franca lealtà onde è deliberato di entrare in queste novelle vie d’ordine politico».
Subito s’istituisce un nuovo ministero (28 genn.), preseduto da Serra-Capriola, e composto di Dentice, Torrella, Garzía, Bonanni, Bozzelli e del siciliano Scovazzo, sovrapponendo alla Polizia Carlo Poerio, figlio, nipote, fratello, cugino di esuli, tre volte carcerato egli stesso. Al Bozzelli, scrittore di materie letterarie e rifuggito in Francia per diciott’anni dopo il 1821, fu dato incarico di stendere la costituzione, ch’egli modellò sulla francese, su quella cioè che in trent’anni non avea ridotto a quiete la Francia, e che anzi stava per andare sobbissata[59]. Essa (10 febb.) portava monarchia costituzionale, religione cattolica; il potere legislativo diviso fra il re e il Parlamento composto di due Camere, una di pari, eletti a vita dal re fra’ possessori di almen tremila ducati di rendita tassabile, l’altra quinquenne, d’un deputato ogni quarantamila abitanti, possessore, non impiegato amovibile, nè ecclesiastico; indipendente il poter giudiziale; l’esecutivo sta nel re e ne’ ministri responsali, che han la parola ma non voto in Parlamento; non più milizie forestiere; guardia nazionale, con uffiziali elettivi sin al capitano, e da quello in su eletti dal re; diritto di petizione; eguali i cittadini in faccia alla legge; libera la stampa, eccetto che in materie religiose; abolita ogni condanna per reati politici. Dappoi il re stesso decretava (23 febb.) che alla bandiera borbonica si annestassero i tre colori italiani.
Date le riforme a Roma, dovettero darsi pertutto; data la costituzione a Napoli, fu inevitabile anche altrove, per quella solidarietà d’interessi che alcuno s’accontenterà di qualificare per moda. Che se ne pigliarono sgomento coloro che credeano doversi il popolo educare poco a poco alla vita politica, e misurargli a miccino le libertà, gl’infervorati ne tripudiarono; nella voltabile ammirazione de’ giornalisti il nome del re bombardatore fu sublimato di sopra dei tre riformatori, sebben insieme colla italica Palermo, con quella Palermo che gli opponeva rifiuto e bestemmia. Gli applausi al nuovo feticcio divengono pretesto a grida violente in Livorno; si domanda la liberazione di Guerrazzi, che subito diviene capo d’un comitato; Montanelli, Ricci, Fabrizi predicano ne’ circoli; altri ubriacano nelle gazzette: il simile succede altrove, e se il «Viva Pio IX» avea sgomentato gli assolutisti, il «Viva Ferdinando» fece comprendere ai principi ch’era inevitabile l’imitarlo.
Già la pietosa maestà di Pio IX era soccombuta alla piazza, e la congiura delle ovazioni eragli riuscita più micidiale che non a’ suoi predecessori quella dei coltelli. Non per mezzo della consulta, ma di Ciciruacchio (1847 27 8bre), gli si erano fatte pervenire «domande del popolo romano», le quali esigevano libertà di stampa, remozione de’ Gesuiti, lega italiana, emancipazione degli Israeliti, scuole di economia pubblica, colonizzare l’agro romano, abolire il lotto, far pubblici gli atti della consulta, scarcerare ventiquattro detenuti politici, armarsi, frenare gli arbitrj, abolire gli appalti camerali e i fedecommessi, riformare le manimorte. Gli arruffapopolo già poteano minacciare, già impiantare il despotismo. I giornali, fra cui gittava solfanelli Pietro Sterbini, diroccavano una dopo l’altra le reputazioni delle persone che il papa metteasi attorno; vollero l’armamento, e perchè i ministri disapprovavano, fu proposto di cacciar a furia essi, i Gesuiti e gli austriacanti; il senatore dovè prometterlo, e Ciciruacchio disse: — Mi fo garante io che si daranno ministri secolari». Fra costoro rimane appena luogo a Pio IX di dire: — Non badate a questo grido ch’esce da ignote bocche a spaventar i popoli col titolo d’una guerra straniera. È inganno di chi vuole spingere col terrore a cercare la salvezza pubblica nel disordine, confondere col tumulto i consigli di chi governa, e colla confusione apparecchiar pretesti a una guerra che altrimenti non ci si potrebbe rompere. E chi l’oserebbe finchè gratitudine e fiducia congiunga le forze dei popoli colla sapienza de’ principi? Gran dono del Cielo che tre milioni di sudditi nostri abbiano ducento milioni di fratelli di ogni lingua! Questo fu sempre la salute di Roma; questo fece che non mai intera fosse la ruina di Roma; questa sarà la sua tutela finchè vi sia quest’apostolica Sede. Benedite, gran Dio, l’Italia, e conservatele il preziosissimo dono della fede».
Parlava il pontefice, e volea sentirsi il principe, anzi il tribuno; e mutilando il concetto, quel suo Benedite l’Italia fu ripetuto come un invito alla rigenerazione nazionale; gli fu chiesto «venisse a benedire, non più circondato da preti, ma da uffiziali della guardia civica»; ed egli rispose: — Siate concordi, non levate certe grida che sono di pochi non del popolo; non fate domande contrarie alla santità della Chiesa, che non posso, non devo, non voglio ammettere. A questo patto vi benedico».
Mentre Romagna e Toscana barcollavano ad ogni vento per mancanza di pubblica forza, il Piemonte ben in armi pareva sicuro dall’imperio della ciurma. Girava però tale influsso, che la forza bisognava chinasse all’opinione. I libri del Gioberti aveano popolarizzato l’odio ai Gesuiti, e l’insultarli pareva eroismo: la città di Fano cacciolli a furore: Ancona e Sinigaglia fecero altrettanto cogl’Ignorantelli che diceansi loro rampollo: le imitarono Faenza, Camerino, Ferrara: a sassi e razzi vennero presi in Sardegna, talchè dovettero imbarcarsi per Genova; ma quivi trovansi assaliti nel loro convento, e mandati a preda. Nella patria poi del Gioberti tenevansi insulti alle case loro e delle Suore del Sacro Cuore: Carlalberto assicurò nol comporterebbe mai; eppure la sera cominciò la chiassata, nè più cessò finchè esse suore e le allieve non furono disperse. Al domani avviene altrettanto de’ Gesuiti, nelle cui case esultò la tregenda, menata poi or sotto la finestra del governatore, or dell’arcivescovo, ora dei Saluzzo, or della beneficentissima matrona che dignitosamente ricoverava Silvio Pellico, il quale scotendo il capo ci diceva: — Le grandi imprese mal s’inaugurano con atti di debolezza e d’ingiustizia».
Ed ecco ventimila firme giungere da Genova per domandare la guardia civica e l’espulsione de’ Gesuiti: la deputazione non fu voluta ricevere dal re, ma i sommovitori la sorressero, a segno che il re dovette sciogliere la Compagnia di Gesù. Si gridò che bisognava ovviare a queste incondite manifestazioni coll’armare la guardia civica: il re si pose al niego, trovandola superflua in paese di tanti armati; eppur dovette consentirla, e n’ottenne applausi, dai quali però egli ancora tenevasi quasi rimpiattato, seco stesso librando le paure.
La Tour, governatore di Torino, maledetto come riazionario, cantò a Carlalberto ch’era impossibile dondolarsi fra il despotismo e il Governo costituzionale. In fatto il re non era protetto dallo schermo de’ ministri; la stampa mettevalo in compromesso coi vicini perchè sorvegliata, mentre la sorveglianza non ne impediva le trascendenze; le domande cresceano, l’opinione si infervorava, iteravansi le dimostrazioni. Alfine Pietro figlio di Santorre Santarosa persuase al municipio di domandare al re la costituzione: e Carlalberto, esitato lungamente contro gli scrupoli della propria coscienza e le promesse forse date al letto di morte del suo predecessore, in fine, sentito molti consiglieri e preti, confessatosi e comunicato, promette la costituzione (8 febb.), palliandola col nome di statuto, e professando darla di regia autorità, onde non teneasi obbligato a giurarla.
Non mi chiedete i tripudj: ma perchè qualche coccarda tricolore compariva, il re dichiarò non ne soffrirebbe altra che la intemerata e vincitrice di Savoja. Pochi giorni, e tutti i suoi soldati stessi porteranno la tricolore.
Pietro Leopoldo già avea pensato dar una costituzione alla Toscana; Ferdinando III, quando i membri del consiglio generale di Firenze se gli congratulavano del ritorno al 7 gennajo 1815, promise «andrebbe poco tempo senza che il suo popolo possedesse costituzione e rappresentanza nazionale»; quando nel 1820 udì la sommossa di Napoli, disse ai ministri: — Ehi signori, se s’avrà a dar costituzione, si ricordino non voglio essere degli ultimi». Leopoldo II seguiva dunque gli esempj domestici nel concedere la costituzione al suo popolo. Insistevasi di foggiarla sopra la consultiva di Pietro Leopoldo, modificata in modo da attribuirle pure l’iniziativa: ma i giornali e la piazza non lasciano tempo a discutere, onde s’adotta qui pure la francese, col solo divario che ogni elettore sarebbe eleggibile, ed elettori sarebbero non solo i possidenti, ma negozianti, industriali, dotti; i deputati durerebbero tre anni; e fu proclamata (17 febb.), essendo ministri Ridolfi sugli affari interni, Bartolini sugli esterni, Serristori sulla guerra, Baldasseroni sull’erario, Cempini presidente.
Fin il principe di Monaco diede la costituzione. Pio IX per la prima volta non era iniziatore de’ movimenti, aveva professato non isminuirebbe mai la ricevuta potestà, e tutti diceano la dominazione pontifizia non comportare restrizioni rappresentative. Ma il municipio, spinto dai carnevaleschi schiamazzi, gli mostrò la necessità di fare quel che gli altri; ond’egli combinò un nuovo ministero, con Recchi sugli affari interni, Sturbinetti sulla giustizia, Minghetti sui lavori pubblici, Aldobrandini sulla guerra, Pasolini sul commercio, Galletti sulla sicurezza interna, tutti secolari, e preti il Morichini sull’erario, il Mezzofanti sugli studj, l’Antonelli sulla diplomazia; consultò il concistoro principalmente sul come conciliare la libera stampa colla censura ecclesiastica, salvare le giurisdizioni del sacro Collegio, lasciar libero il principe nel seguire la politica che più complisse al bene della santa Sede, infine rattenere le assemblee legislative dai punti che si riferissero a canoni e statuti apostolici. Ma poichè i cardinali furono unanimi nella possibilità d’uno statuto (14 febb.), Pio IX professò: — Purchè salva la religione, non ci rifiuteremo a veruna innovazione necessaria».
All’intento dell’unità italica sarebbe stato a desiderare uniformi le costituzioni; ma poco differivano l’una dall’altra, ricalco della francese: due Camere; ministri responsali; d’elezione regia i senatori; elettori de’ deputati i censiti; libertà di stampa e di petizione; inamovibilità de’ giudici: solo Roma, per suggerimento del padre Ventura che pur volea qualche resto delle forme teocratiche, conservava come terza Camera il concistoro de’ cardinali, elettori del sovrano e da questo eletti a vita, che in secreto decidevano sulle risoluzioni del Parlamento; oltre che riservava a sè gli affari misti, o concernenti i canoni e la ecclesiastica disciplina. Mantenevasi la censura ecclesiastica, nè i consigli poteano proporre legge che concernesse canoni e discipline.
Lo statuto dato da Roma parea mettere la religiosa sanzione a quello degli altri paesi: onde fu un’ebrezza tra la folla; mentre quei che folla non vogliono essere discutevano di libertà, e dei fondamenti e delle forme di essa; analizzavano e paragonavano le costituzioni; esprimeano pubblicamente i desiderj fin allora repressi; chiedevano ed ottenevano ministri nuovi, non più a talento del principe, ma a fiducia de’ cittadini, e noti all’Italia per antica venerazione, ed altri pur allora richiamati da diuturni esigli; lodavansi i principi dei freni che poneano a se stessi, volendo che la legge non fosse atto di potenza ma di ragione; e quasi possa alle cancrene rimediarsi coll’acqua di rose, pindarizzavasi un beato accordo di popoli e principi, della forza e del pensiero, nell’acquisto della libertà e dell’indipendenza.
CAPITOLO CXCI. Le insurrezioni.
A questo accordo di principi e popoli per la rigenerazione nazionale, chi penserebbe opporsi? L’Austria sola: ma questa non potrebbe spiegare le sue forze per reprimerli, fin a tanto che non si rompesse guerra; e guerra non si romperebbe, attesa la moderazione dei popoli, educati alla saviezza dalla sventura e dai giornali. Ma senza guerra come cacciarla oltr’Alpi? nessuno vedevane modo, eppur tutti se ne confidavano; non ragionavansi le difficoltà, si negavano; e la speranza occupava gli animi come una di quelle idee fisse che l’allucinazione traduce in realtà. Ed ecco in quel ridente orizzonte scoppiare il turbine, una nuova rivoluzione della Francia.
Da un re portatole dagli stranieri, questa accettò come umiliazione la Carta del 1815; e invece di svilupparla, la spiegazzò; poi come vide i Borboni intaccarla, li cacciò, sovvertì quanto avea rifondato in quindici anni, moltiplicò sangue e ruine, conculcò glorie; e tutto ciò per fare della Carta stessa un’edizione con varianti. Parve essa raggiungere la massima libertà ottenibile ne’ Governi rappresentativi, tutto potendo la legge, nulla il re, il quale regnava non governava; illimitata la libertà della parola, dell’associazione, dello scrivere, dell’adorare; tenue il censo richiesto per esser elettore ed eletto. Luigi Filippo, posto sul trono come una barriera contro la repubblica, riuscì a rattenerla per diciassette anni; nei quali aveva egli rattoppato gli sdrucci che ogni rivoluzione fa, non diminuiti i debiti ma cresciuto credito alle finanze, ravviato il commercio, estesa la prosperità materiale favorendo l’aristocrazia mercantile, surrogatasi alla patrizia; lettere, arti, scienze incoraggiò sin a farne una potenza nei giornali e alle Camere; insieme mantenne la pace fra pressantissime incidenze di guerra; restaurò la marina in modo, da comparire onorevolmente nei mari più distanti. Pure il suo Governo, per volger di tempo, non si consolidava, come quello che unica origine e fondamento avea la rivoluzione; chi in questa non erasi acquistato una nicchia, martellava a prepararsene un’altra; i diseredati della quale ne solleciterebbero una terza. Il Governo stesso, nelle arti con cui era costretto accaparrare le elezioni, nella condiscendenza che doveva a’ suoi creatori e sostegni, nel dover rannodare alla propria durata i grandi interessi e i minuti, poneva mente a tutt’altro che alla moralità; vacillava condiscendendo, anzichè progredire resistendo; e dopo diciott’anni si trovava in aria come al principio. L’incremento materiale, così sproporzionato al morale, portava un’ebrezza di desiderj, una bolimía d’oro, tutti volendo acquistare, tutti godere, qualunque ne fosse la via: deperito ogni carattere privato e pubblico, non più rattenuti da riflessi superni o da ricompense postume, anzi istigati da una letteratura sistematicamente depravatrice. Allora moltiplicate le frodi, e i delitti codardi e i feroci sin tra persone elevate, il cui scandalo era aumentato dalle difese pubbliche e dall’interesse che i giornali e il bel mondo prendevano per scellerati.
La moltitudine più sana, che anzitutto vuol pace e ordine; i trascuranti che imbellettano di moderazione l’accidia; gl’interessati a mantenere l’impiego, la pensione, il posto in palazzo o al Parlamento, bramavano s’assodasse quel dominio, ma il bramavano fiaccamente, mentre operosissimi lo sottominavano i partiti. Contro la vita d’un re eletto dal popolo, lealmente liberale, e modello di virtù domestiche, ripeteansi attentati, più che contro qualsiasi tiranno. Ai Legittimisti, confidenti nel diritto divino, si rannodavano gli antichi nobili e parte del clero. Repubblicane professavansi le società secrete, i giovani, gli artigiani, i Furieristi. Con miglior carta ormeggiavano i Buonapartisti; e se quanto i Mazziniani parvero ridicoli i tentativi di Luigi Napoleone, che, fallito in Italia, due volte avea presunto, col proprio nome e con un pugno d’amici, sovvoltare la Francia, ove non trovò soccorso nè simpatia, bensì carcere e perdono, l’avvenire attestò quanto quel fuoco sotterraneo operasse. Il Governo, battuto dalla stampa e dalla calunnia, liberalissime e provocanti, dai rifuggiti d’ogni favella, dai cospiratori d’ogni gradazione, non che predisporre l’avvenire, poteva a stento orzeggiare giorno per giorno. Il Parlamento, cui uffizio sarebbe stato condur il paese a riformarsi senza scosse, irritava colle declamazioni e col continuo imputare al Governo d’avvilire la Francia nelle relazioni esterne, di comprimerla nell’interno progresso; balzavasi da un ministero all’altro senza un perchè, e sempre lamentando che i surrogati divenissero peggiori de’ precedenti. Il più lungo fu quello dello storico Guizot, carattere più rigido che nol soffrissero le passioni pruriginose, più incorrotto che i suoi competitori, ostinato a voler la pace, e come mezzo a ciò, consolidare la nuova dinastia; ligio a questa, ma operando costituzionalmente e colla maggiorità delle Camere.
Nel sommovimento cominciatosi in Isvizzera, fra gli Slavi e da noi, il Governo assunse uffizio di moderatore: ma la nazione si rinfocò, quasi recassesi a onta l’esser precorsa da altri nella politica arrischiosa e di eventualità; imitando gl’Italiani, propagava il fermento coi banchetti, dove il ravvicinamento e i vini incalorivano i discorsi, esagerati come di chi parla a pochi, senza mandato nè contraddizione nè responsabilità: ma quei brindisi, ripetuti sui giornali, fragorosi conduttori dell’elettricità rivoluzionaria, acquistavano una rappresentanza diversa dalla legale. Il re disapprovò tali arti, nè però si rassegnava a sagrificare il ministero alle chiassate. Un banchetto in Parigi di centomila persone fu il segnale d’una rivolta, dove a mano armata e colle barricate si cominciò a chiedere la riforma elettorale e cangiamento di ministero[60], e si finì coll’acclamare la repubblica e un Governo provvisorio (24 febb.).
Non dunque l’inesaudito bisogno di ragionevoli emendamenti, non il generoso desiderio di libertà e dignità, bensì il sussulto di una sconsiderata e tardi ravveduta minorità capovoltava la Francia, cancellando ogni diritto ereditario, e fin l’ultimo privilegio politico, quello del censo, per affidare la decisione a quel voto universale, che colloca la ragione e la giustizia nel numero. Sconnesse le antiche, nè operando ancora le nuove istituzioni, una plebe iraconda, avida, criminosa rimase despota di Parigi e della Francia; il mondo, che alla parola di repubblica avea sperato la grande pacificazione della democrazia, si sgomentò quando la vide, da rigeneratrice della dignità umana, cangiarsi in sovvertitrice della società e di ciò che l’uomo ha più sacro, la famiglia, la proprietà.
Come nel 1830, ogni paese risentì di quell’urto; e dove fin là erasi aspirato ad acquistare o realizzare il Governo costituzionale, si prese ad abbatterlo; il rinascimento italiano da difensivo si mutò in aggressivo. Le potenze straniere aveano dato mano al movimento pacifico, esortato i popoli a fidare ne’ principi, promesso a questi non solo l’appoggio morale della parità d’istituzioni, ma anche il materiale, caso mai l’Austria attraversasse il quieto decorso. L’importanza consisteva dunque nel non turbare la pace: quando l’Austria la turbò coll’occupare Ferrara, trovossi vinta e costretta a recedere: guaj al momento che le fosse ridonata la superiorità col prendere noi l’offensiva!
Ma la Francia repubblicana come intenderebbe i suoi politici doveri? Lamartine, che colla poetica frase avea fatto aggradire il Governo repubblicano, comparve eroe nel sostenerlo contro il furore plebeo; ma costretto a condiscendere a tutti, e adulare come ogni potere nuovo, e sprovvisto di tutt’altra idea che quella dell’opposizione, trovavasi incapace di riordinare, e di concepire un avvenire altrimenti che fantastico. Qual ministro degli affari esteri, all’Europa dichiarò (2 marzo) che, a differenza di quella del 1793, la repubblica non minacciava ai Governi, comunque fossero costituiti, conoscendo pericolosa alla libertà la guerra; considerare i trattati del 1815 come non più esistenti, ma rispettare le circoscrizioni territoriali stabilite in essi; se però qualche nazionalità oppressa si svegliasse, «se gli Stati indipendenti d’Italia fossero invasi, od impacciate le interne loro trasformazioni, Francia tutelerebbe i legittimi progressi».
Dire quanto basti per sospingere i passionati, e intanto riservarsi pretesti onde rinnegarli; sopreccitare ne’ popoli l’amore della libertà e indipendenza, eppure assodare i trattati che le conculcavano; estendere la periferia morale, e impedire la materiale trincerandosi nell’amor della pace, era indegno d’una gran nazione. Vero è che il Gioberti, testimonio degli errori parigini, scriveva qua lettere della sua solita esagerazione contro la repubblica; i festeggiamenti fattine a Roma malgrado il papa, indicavano la mano di un Buonaparte che ne sperava profitto; i poveri, attruppatisi a Napoli per chieder lavoro, a Firenze per non anticipare le pigioni, a Genova per partecipare ai guadagni de’ negozianti, palesavano una feccia che presto al fermento sormonterebbe. Ma i popoli restano sordi agli avvertimenti per non badare che alle catastrofi; e inebriati da quell’esempio, e illudendosi su quelle parole, credettero mature le sospirate franchigie.
Se il desiderio d’italianità nella restante penisola esprimevasi in applausi ai regnanti (1847), nel Lombardo-Veneto concentravasi in fremiti. Delle riforme amministrative concedute ai vicini già era in possesso da gran tempo questo paese, mercè l’antica tradizione municipale; nè qui si cercava rigenerare, bensì distruggere il Governo: scopo determinatissimo, proponendo l’acquisto di quella nazionalità, senza cui non parea possibile libertà soda, potente dignità, verace progresso. Ma non se ne vedea modo che in un subbuglio europeo. Aspettando il quale, la folla coglieva ogni destro di esprimere avversione ai dominanti, simpatia ai principi italiani, un accordo di volontà, ben diverso dalle congiure, qui men che altrove opportune dove lo scopo era palese, e robustissima la repressione[61]. Gaetano Gaisruk, arcivescovo di Milano, era vilipeso per iscarsa dottrina e ignoranza di ecclesiastiche discipline, ed esoso come straniero fin quando la sua morte fece rendere giustizia a una generosissima beneficenza, a un sentimento di giustizia che non lasciavasi raggirare dai circostanti, nè da influssi d’anticamera, di sacristia, di consorzj; alla sua franchezza di esporre rimproveri ai subalterni e ragioni ai potenti; alla cura degl’interessi generali di questo paese che forse non amava, e da cui non era amato. Vero è che non sapeva di lingua e zoppicava di stile.
Ai funerali di lui proruppero il vilipendio vulgare e poetici insulti; poi si spiegò così solennemente il voto d’avere un prelato italiano, che l’Austria vi destinò il bergamasco Romilli. Nè le virtù, nè il sapere, nè l’attitudine e la prudenza di lui erano conosciuti: che importava? egli era italiano, e bastò perchè, come a Pio IX, così a lui si facessero feste strepitose (5 7bre), con iscrizioni allusive a patria, a Italia. Ma i Viva non furono accompagnati dai soliti Mora; la turba, dall’applaudire al palazzo arcivescovile, passò al fischiare sotto le finestre ove agonizzava uno degli uomini più splendidamente benefici[62]; poi agli inni a Pio IX seguirono i disordini che riscontrammo in ogni altro luogo, e come in ogni altro luogo i poliziotti dovettero tirar le sciabole: prima volta che la turba milanese affrontasse la forza, prendendola in disprezzo perchè la sua moderazione credette impotenza.
Poco appresso adunavasi il settimo Congresso scientifico a Venezia; e sebbene vi mancassero Piemontesi, Toscani, Romagnoli, atteso che già possedevano quello a cui i Congressi erano avviamento, parve injettare la vita in quella città man mano che procedeva: le discussioni scientifiche ed economiche assunsero importanza politica; la quistione delle strade di ferro, che già avea agitato Genova, qui fu colta con tale aspettativa, che a pena agli ascoltanti bastò la sala del gran Consiglio: la quale poi nell’adunanza finale, cogli applausi dati a qualche scienziato, e negati al vicerè, vide prorompere manifestamente la volontà paesana.
Sentì il vicerè l’insulto, e ne fece cadere la vendetta sopra l’applaudito: ma che ivi si concertassero i capipopolo per iniziare la rivoluzione, è falso[63]. Nè società segrete o comitati direttori promossero le dimostrazioni, che da quel punto si moltiplicarono in tutte le città (1848). La più significativa fu l’astenersi dal fumare: sucida abitudine venuta qua d’oltr’Alpi, e il cui abbandono poteva esprimere e un ritorno all’urbanità, e che la gioventù possedeva volontà unanime, e conosceva la forza dell’abnegazione; due qualità indispensabili al risorgimento nazionale.
L’astinenza volle spingersi fino a violentare altri; e sia vero o no che i militari o la Polizia mandassero attorno fumanti provocatori, ne nacque occasione (5 genn.) di trarre le sciabole; il popolo fu ferito e calpesto, come sempre, e come già in tutti gli altri paesi d’Italia; il numero delle vittime fu esagerato, ma compiante per tutta Italia quai martiri; le declamazioni de’ circoli e de’ giornali e le esequie drammaticamente ripetute in ogni angolo affondavano sempre più l’abisso tra noi e gli stranieri.
La Congregazione Centrale, corpo che rappresentava il paese e che non aveva sino allora conosciuto altro dovere che di eseguire la volontà superiore, sentì pur quello, impostogli dalla propria istituzione, d’ammonire il potere, d’iniziare miglioramenti, di presentare rimostranze. Il bergamasco Nazzari ne sporse una, dove non chiedeva innovamenti, ma l’attuazione della sovrana ordinanza: che se altre in altri tempi l’autorità aveva lasciate cascare, l’aura odierna impose che la petizione fosse accolta, appoggiata, spedita a Vienna. Allora la paura dell’opinione pubblica assunse la maschera di coraggio civile; le Congregazioni provinciali e le municipali e le Camere di commercio presentarono istanze e richiami, esitanti fra il rispetto abituale e una risolutezza insolita: pure restringevansi prudentemente a chiedere si mettesse in atto ciò che già era in decreto, o a trarne le legittime conseguenze. Anche gli scritti di qualcuno che esponeva per la stampa estera la condizione e i bisogni del paese, non parlavano che delle riforme necessarie per riconciliare la provincia coi dominatori, e far meno indecorosa la servitù.
Pari agitazione legale nel Veneto; e citando leggi inosservate, si domandò una censura meno assurda, e di partecipare al decidere sugli interessi immediati del paese; insomma che, rientrando nelle vie della morale e della civiltà, si togliesse l’onnipresenza deleterica della Polizia, odiata più veramente che non il Governo.
Secondare questo movimento legale sarebbe stato il modo di calmarlo sinceramente, o fintamente eluderlo; ma il vicerè conosceva solo arti diverse: il Nazzari esprime i voti della rappresentanza paesana, ed esso ordina sia sorvegliato dalla Polizia: Manin e Tommaseo espongono domande a Venezia (gennajo), ed esso li fa arrestare: crescendo l’irrequietudine di Milano, promette chiedere ampj poteri da Vienna per soddisfarvi, e gli ottiene, e bandisce si rassicurino perchè omai egli si recherà in mano le redini dello Stato; e la notte stessa manda ad arrestare persone, diversissime d’indole, di relazioni, di costume, e senza pure una parola, deportarle in Germania. Contemporaneamente fecero dal mitissimo imperatore dichiarare (22 febb.), lui avere operato abbastanza pei popoli, nè essere disposto a ulteriori condiscendenze; affidarsi nel valore delle sue truppe; e gli chiesero l’arbitrio d’arrestare, di deportare, di bandire la legge marziale.
Questi atti tolsero ogni confidenza nel Governo, che non trovando chi cospirasse, perseguitava, eppure tremava davanti a un popolo che irritato, non sbigottito, opponeva il silenzio e l’astinenza.
Un potere minacciato diviene violento; parlavasi di truppe sempre nuove giungenti in Italia, di promessi saccheggi, di bombardamenti al minimo agitarsi. E per verità, risoluti com’erano a reprimere colla forza, sarebbero dovuti porsene in grado[64], dacchè fiutavasi in aria la rivoluzione a segno, che Metternich ripeteva a tutti gl’incaricati d’affari, — Sta primavera in Italia vi avrà bôtte e ferite»; poi il vicerè partiva, lasciando la legge stataria come suo legato a un paese dov’era seduto vent’anni. D’altro lato susurravasi d’armi ammassate in Milano, di corpi predisposti dai profughi ai confini, di incitamenti uffiziali venuti dalla Francia, dall’Inghilterra, più dal Piemonte: eppure il successo chiarì che nè armi v’avea, nè intelligenze, nè preparativi; gli stessi Mazziniani aveano di quei giorni a Parigi preso accordo di non alterare colle loro mosse il quieto svolgimento italiano, e la Giovane Italia erasi adagiata nelle braccia di un’Associazione nazionale. Il martirio si venera, ma non si predica: e quale onest’uomo assumerebbe la responsabilità d’avventare il paese inerme nel terribile esperimento d’un’insurrezione contro un esercito sì bene disciplinato? Pure la pazienza cessa quando cessa la speranza, e giunge un’ora in cui per le nazioni l’obbligo della fedeltà cede al diritto d’acquistare la sicurezza che più non trovano nell’ordine stabilito; e quest’ora la Provvidenza la batte ineluttabilmente. E come i colpi provvidenziali scoccò d’onde meno sarebbesi aspettato.
Vienna, città che credevasi ridotta materiale nei godimenti, e particolarmente divota ad una dinastia che la faceva capo di un grande impero, erasi stancata dello stupefacente assolutismo di un ministro, che facendo sinonimi governare e comprimere, catalogando gli uomini secondo quel che pagavano, riducendo il Governo a doganieri, burocratici, spie e soldati, privavalo della sua più nobile qualità, l’iniziativa; dei sudditi spodestava le volontà, e scroccando il nome di accorto e robusto coll’impedire ogni movimento, lasciossi sopraggiungere da uno di que’ turbini, che cogli abusi svelgono anche le istituzioni. Ambiziosi di palazzo e di gabinetto secondarono gli aliti liberali, già incitati dalle diatribe della Germania settentrionale, poi dai movimenti slavi e dalla rivoluzione francese: la Boemia e la Gallizia avevano mandato a chiedere libertà di stampa, d’insegnamento e d’altro: un proclama dell’ungherese Kossuth allora allora divulgato, ove si chiedeva che l’impero si riformasse, alle singole nazionalità il governarsi, e congiungendole in federazione, assegnò più preciso scopo alle domande della Società Politica e della Industriale di Vienna, e degli studenti che inanimati dalla sollevazione di quelli di Monaco, proclamarono una petizione nell’aula universitaria, e vollero portarla alla Corte (13 marzo). Questa oppose il niego, poi i sopratieni, ma il popolo tumultuava; gli eserciti stavano lontani; la piccola guarnigione poteva esser presa in mezzo dagl’insorgenti: i quali, inviperiti da alcuni colpi da essa tirati, mostrarono inaspettato coraggio e impetuosa fermezza; e mentre i ministri e la Corte vacillavano in quell’inaspettatissimo accidente, si ottenne fosse espulso Metternich, e per tutto l’Impero libera la stampa, guardia nazionale, un’assemblea generale per formare la costituzione; e il buon Ferdinando proclamava: — Seriamente, solennemente, e con sincera soddisfazione andai incontro ai voti del mio popolo, concedendo una costituzione, ch’io riguardo come l’atto più soddisfacente della mia vita». Applausi, abbracci, inni festeggiano l’affratellamento; i liberali esultano del loro trionfo, e frenano la plebaglia ladra; e la Corte, affidando il ministero a Pillersdorf e ad altri onesti della vecchia scuola, spera pure col tempo rivalere contro le esigenze superlative.
Il telegrafo portò in Lombardia (17 marzo) quelle concessioni viennesi; e la loro dissonanza dai minacciosi rifiuti dei giorni precedenti vi dava l’aria d’un’inevitabile necessità; l’Austria doversi trovare agli estremi se mettevasi per una via da lei esecrata, e su cui non era possibile durasse. Pertanto alle fantasie già bollenti s’offre l’incentivo dell’occasione: preceduti dalla rappresentanza municipale, i Milanesi vanno a domandare armi per la guardia civica; e ne hanno la promessa, fra i Viva e le coccarde; ma quando convengono al palazzo municipale per riceverle, eccoli assaliti dalla truppa, che alla ventura ne coglie alquanti, e li trascina in fortezza. L’indignazione precipita il moto, che già era cominciato non senza sangue; l’esultanza si converte in furore; e mentre alcuni persistevano a consigliare che s’accettassero le concessioni, e consolidandole si facessero scala a maggiori, altri elevano le speranze fino all’indipendenza; impennati i tre colori, gridano «Viva Pio IX, e Morte ai Tedeschi»; ubriachi di magnanima imprudenza rimettono la suprema decisione ai rischi dell’audacia; e vendicando le paure di cui si era loro prodigato l’oltraggio, cominciano una battaglia memorabile (1848 18 marzo). Dappertutto sbarrar le vie con quel che prima venisse alla mano; e se mancassero le travi, le botti, i lastroni delle vie, s’accatastano i mobili anche più fini, quasi si sentisse bisogno di fare più costosi sagrifizj. Capita una carrozza? ne staccano i cavalli, la rovesciano, la riempiono di ciottoli, di strame, e il passo è intercetto. Ogni casa era munita a guisa di fortezza; sui davanzali panieri di sassi, e dalle socchiuse gelosie sporgeano canne mortifere, e dentro preparati coltroni e materassi per ammortire i colpi o spegnere le bombe. Alla scarsezza di fucili e di munizioni supplivasi come si poteva, ammannivasi cotone fulminante, spogliavansi i musei d’armi. I nemici entro le caserme e dal duomo si difendeano; aprivansi la via sanguinosamente, traverso una tempesta di tegoli e di ciottoli, per riunirsi attorno al castello, dove accampavano sotto una pioggia, incessante come il tempellare delle campane, che mentre infondeano terrore nel nemico, incoravano gl’insorgenti dando certezza ai lontani che quella chiesa, quel quartiere erano sgombri. Alcune vie furono prese e riprese; e si sparse e si credette che i Croati si piacessero di gratuite e raffinate atrocità, sventrare incinte, crocifiggere od arrostire a lento fuoco i vecchi, spiaccicar fanciullini, o infilzati portarli sulle bajonette; altri sepellire vivi, o coprire d’acquaragia e poi infiammare. Quando poi leggemmo su altri giornali apposte le medesime spietatezze ai nostri contro i Tedeschi, comprendemmo che è stile delle nazioni odiantisi il ricambiarsi tali accuse. Certamente abbondarono atti e di ferocia e di magnanimità; e gran coraggio vi volle perchè con pochi fucili da caccia, gente da studj, da officine, da bottega per cinque giornate tenesse fronte a truppe disciplinate. Nè le armi che vantavansi apparecchiate, nè i fuorusciti o i Piemontesi o i campagnuoli che diceansi aspettar solo un cenno, comparvero; sebbene per via di palloni areostatici si diffondessero appelli e incoraggiamenti. Ma neppure il nemico era allestito a difesa; e le insufficienti e deteriorate sue munizioni, la concorde perseveranza de’ cittadini, il probabile dilatarsi dell’insurrezione nella campagna, l’incertezza di ciò che accadeva a Vienna, l’apprensione che i Piemontesi arrivassero, indussero il maresciallo Radetzky (22 marzo) a ordinare la ritirata. E Milano si trovò libera, con un’esultanza più viva quanto meno aspettata, compra con trecencinquanta vite, fra cui quaranta donne e trentaquattro fanciulli.
Scene simili eransi rinnovate in altre città. A Como uscirono subito ajuti di rifuggiti dalla Svizzera, e con ostinata battaglia per le vie costrinsero i Croati a capitolare. Il lago, il Varesotto, la Brianza disarmano o cacciano gli stranieri, mandano prodi a soccorrere Monza e Milano: la Valtellina con poca fatica si libera anch’essa, le scarse truppe lasciando ritirarsi in Tirolo. A Bergamo un cappuccino col Cristo e la bandiera italiana chiama il popolo alla libertà, e a capo di risoluti move ad ajutar Milano; mentre in città erano prese le caserme e l’arciduca Sigismondo, al quale o generosità o abitudine servile concesse di ritirarsi, come pure ai Croati. A Brescia lasciasi passare il fuggiasco Raineri, ma si getta un petardo ai Gesuiti; poi appena proclamate le concessioni, il generale Schwarzenberg scorre la città applaudito: il reggimento Haugwitz ivi acquartierato era quasi tutto d’Italiani; onde credendo l’impresa finita, non si corse ad ajutar Milano, e si lasciò passare senza ostacolo l’arciduca Sigismondo, fuggente da Bergamo. I paesi della Franciacorta, della Riviera, delle Valli insorgono, e tutto è libero fino al Tirolo. Allora i Bresciani, accorti del vero, intimano a Schwarzenberg di cedere, e poichè resiste, cominciano la lotta, trucidano il suo ajutante Hohenlohe che veniva a esibir pace, e a gran fatica il generale stesso si sottrae; lasciossi partire con onorevole capitolazione e coll’armi la truppa, la quale postasi agli Orzi sull’Oglio, potè spalleggiare la ritirata di Radetzky. Questo, nottetempo staccatosi da Milano per porta Romana, a Melegnano incontrò qualche tentativo di resistenza, ma colla severità sbigottì a segno, che nessuno più gli si oppose su tutta la via, dove ogni pianta, ogni rivo, ogni ponte potea divenire un ostacolo funestissimo. Solo dopo passato l’esercito si gridava libera Lodi. In Cremona un reggimento d’Italiani fraternizzò cogl’insorgenti; sicchè il generale Schönhals capitolato partiva con quattrocento ulani e la cassa e le armi, lasciando alla città due battaglioni di fanti, una batteria da campagna. A Pizzighettone fu presa la fortezza con diciotto cannoni e settecento casse di munizioni, che furono trasferiti a Cremona, invece di raccorre colà anche gli altri e chiudere il passo dell’Adda, o ingrossare al ponte di Lodi e assalire Mantova.
L’occupazione di questa fortezza sarebbe stata decisiva dei casi nostri; e Gorczkowsky che la comandava, seppe trastullare i cittadini colla guardia civica, in modo che non pretendessero la cittadella: intanto i savj e i vescovi raccomandavano la quiete, per timore che la fortezza fulminasse la città. Ed ecco giungere un indirizzo del municipio di Trento, esprimente il proposito di staccarsi dal Tirolo per far causa comune coll’Italia, esibendole persone e averi. Vi si risposero parole; si lasciò passare il duca di Modena; si accolsero soldati in ritirata, i quali presto furono bastanti ad assicurare la città agli Austriaci. Visto l’errore, si gridò tradimento quel ch’era stato difetto di sagacia e di coraggio. Dappertutto le Congregazioni municipali e l’alto clero aveano procurato rattenere da atti, dai quali non poteva ripromettersi altro che ruina; dappertutto fu risparmiato l’inutile sangue, contro la dominazione, protestando solo colla gioja del liberarsene.
Venezia, scarcerati Tommaseo e Manin (17 marzo), li portò in trionfo, al proclamarsi la costituzione e la libertà della stampa, rimbombarono i Viva all’imperatore; ma l’annunzio della insurrezione di Milano fece comprendere altre possibilità, e i civili stettero contro la forza. Venezia poteva essere bombardata dall’arsenale e dalla goletta del porto; ma Palfy governatore si peritò, nell’incertezza di quanto accadeva a Vienna, e alla magistratura municipale concesse d’armare la guardia civica. Intanto bucinavasi di tradimenti orditi dal nemico, e che Merinovich, odiato comandante all’arsenale, preparasse materie da incendio, quando i suoi dipendenti gli si avventarono e l’uccisero (22 marzo): l’avvocato Manin, postosi a capo de’ cittadini, tra la persuasione e la forza occupa l’arsenale; il governatore rassegna i suoi poteri a Zichy comandante militare, e questo fa colla municipalità una capitolazione, per cui possa menare via la truppa tedesca, con tre mesi di paga, lasciando la cassa, le armi, i soldati italiani a Venezia. Tredici persone furono spente: ai nemici nessun insulto; anzi la generosità arrivò a tale imprudenza, che volendosi mandare a Pola l’ordine alla flotta di venire all’obbedienza degli insorgenti, si affidò l’avviso al legno stesso che portava Palfy a Trieste. In conseguenza questo potè prevenirla, e Venezia restò paralizzata del suo braccio destro, la flotta.
Però essa trovavasi libera legalmente; e il popolo espose la Madonna di San Marco, come poi fece in ogni gaudio e in ogni sventura: si elesse un Governo provvisorio (23 marzo) con Castelli, Tommaseo, Paleocapa, Camarata, Pincherle, Solera, Paolucci, Toffoli, e a capo Manin, e si proclamò la repubblica, estesa allora nulla più che la piazza San Marco. Ma le città di terraferma non tardarono ad imitarla, cacciando o disarmando i soldati; il generale d’Aspre è costretto abbandonar Padova; il forte di Malghera viene occupato dalle guardie civiche di Mestre, quello di San Felice dai Chiozzotti; quelli di Osopo e di Palmanova si arrendono, e n’è posto comandante il generale Zucchi, che dal 1831 vi rimanea prigioniero. A Verona stava il vicerè, il quale colle promesse tenne a bada i cittadini, e salvò così il nido dove l’aquila rinnoverebbe le penne. Tutte le città si diedero Governi proprj, che poi si fusero nel veneziano. L’esercito austriaco in quei giorni perdè quattromila morti, settemila prigioni e feriti, diecimila prigionieri, oltre i settemila di Venezia.
Anche in Modena si leva rumore, e il duca, istituita una giunta, si ritira sul territorio austriaco, mentre il granduca occupa i territorj di Massa e Carrara. Il duca di Parma (10 marzo), udito la sollevazione di queste città ove combattendo i militari tedeschi, cinque cittadini ebbero morte e molti ferite, ma costrinsero i nemici a deporre le armi, non solo si rammorbidisce come tutti gli altri, e promette lo statuto, ma deplora d’aver subito l’influenza straniera, e dichiara rimettere i suoi destini a Pio IX, Carlalberto e Leopoldo, perchè facciano de’ suoi Stati quel che meglio comple all’Italia, pronto a ricevere egli quel compenso che crederanno conveniente; ed egli se n’andò in Romagna, suo figlio a Milano per offrirsi alla causa italiana, dove invece fu tenuto prigione.
L’insurrezione di Milano erasi sentita dai Piemontesi (19 marzo) con tutto l’interesse di nazione e di vicinanza; e l’intera popolazione fremea perchè si corresse a sottrarre la vicina da uno sterminio inevitabile; già molti vi si spingeano volontarj, malgrado le guardie poste al confine, e vi si mandavano munizioni. Poco prima, Carlalberto, risoluto di mettersi francamente nelle norme costituzionali, aveva chiamati al ministero Sclopis, Franzini, Boncompagni, Desambrois, Revel e i genovesi Pareto e Ricci, sotto la presidenza di Cesare Balbo. La costoro popolarità, le conosciute intenzioni, i voti gridati, anzi intimati a loro dai Genovesi, li faceano scopo a smisurate speranze. E poichè in capo d’ogni speranza stava l’italianità, tutti chiedevansi se il Piemonte trarrebbe la spada per rivendicarla. Non era questo il lungo voto di Carlalberto? non teneva egli in piedi settantamila armati, e riboccanti gli arsenali, e pingue il tesoro, e uno stato-maggiore incomparabile, e tutta l’uffizialità anelante di provarsi cogli oppressori?
Le realtà stavano a gran pezza dai discorsi. Il preconizzato sistema militare del Piemonte appariva disadatto a trasformarsi subitaneamente dal piede di pace in quello di guerra attiva; artiglieria e cavalleria eccellenti ma scarse; le riserve male esercitate, e avvezze al riposo e agli affetti domestici; i soldati coraggiosi personalmente, ma non altrettanto disciplinati tutti insieme; uno stato-maggiore più di comparsa che di valentìa; nessuno poi avea mai fiutato battaglie; nè in quel precipizio più di dodici in quindicimila uomini si potrebbero mettere in campo; e di questi un buon dato eransi spediti in Savoja per impedire un’irruzione dei Voraci, bande comuniste della Francia. Dell’Austria ignoravasi lo sfasciamento; poco si poteva ripromettersi dalla restante Italia, inavvezza all’armi; l’Inghilterra, che a consigliare e moderare l’italico movimento avea spedito lord Minto, non che attizzasse come si spargea, dichiarava essere la Lombardia assicurata all’Austria dai trattati medesimi che assicuravano Genova al Piemonte, e il toccar l’una comprometterebbe l’altra. I soccorsi della Francia metteano ribrezzo or ch’era repubblicana, potendo divenir rovinosi al principato; e il famoso motto attribuito a Carlalberto Italia farà da sè era una protesta contro quegli ajuti sgraditi. D’altra parte i veggenti, persuasi che si consolidano più cause coi temperamenti della prudenza, che non se ne guadagnino colla furia, aveano sempre sconsigliato il Piemonte dalla guerra[65]; ai nuovi ministri era riuscito di consolazione l’accertarsi che l’Austria non minacciasse il Piemonte, il quale potrebbe tranquillamente assodare, svolgere, applicare la donatagli libertà. E in fatti il programma loro esprimeva: fare preparativi se mai l’Austria chiarisse guerra, ma non provocarla: riconoscere la Repubblica francese; allearsi coll’Inghilterra e cogli Stati costituzionali d’Italia purchè non rompessero a ostilità.
Carlalberto, sempre fisso ad un fine, tentennava sui mezzi e sul tempo, e viepiù da che si sentì trascendere dal movimento. — Che si dice sottovoce al Congresso di Genova?» interrogava. — Si dice, Viva Carlalberto», gli si rispondeva. Ed egli: — Ma più basso si dice Viva Mazzini». In una delle più solenni festività di quel festivissimo tempo, tutte le comunità del regno vennero a solennizzare (25 febbr.) la promessa costituzione, e sfilarono tripudianti di bandiere, di inni, di Viva innanzi al re, e soli mesti e abbruniti noi Lombardi, sfuggiti al carcere e alla legge marziale. Chi l’ha veduta non potrà mai più dimenticare quella giornata, d’accordi non anco turbati, di speranze potenti di tutto il prestigio, d’una libertà di cui nessuno erasi disamorato. Sarebbe stata la più bella della vita di Carlalberto; ma la sera giunse l’avviso della repubblica proclamata a Parigi, e noi gli udimmo dire: — Anche questa vicenda farà il giro d’Europa. Poco mi cale di me: duolmi de’ miei figliuoli; ma non importa purchè il mio popolo sia felice».
Proposizioni a lui erano state rivolte da Lombardi prima della sollevazione; ma non le ascoltò egli direttamente, bensì un suo ajutante: pure, in iscritto confidenziale, ripetè la promessa mandata ai comizj di Casale, che, dato il caso, guiderebbe il movimento patriotico d’Italia. In Milano i proclami animavano alla difesa colla certezza degli ajuti piemontesi; da’ campanili speculavasi il loro arrivare; fin Radetzky vi credette: da cittadini ricchi e reputati si sottoscrisse un invito a Carlalberto perchè soccorresse e prendesse la Lombardia (20 marzo); eppure Carlalberto che l’avea chiesto, esitava ancora, e i ministri davano assicurazione di buona vicinanza all’ambasciadore austriaco. Ma la gioventù freme guerra; i portici di strada Po e la piazza della reggia formicolano di gridanti guerra; guerra vuole l’Università: e quelli che non sanno figurarsi la libertà se non a cavallo d’un cannone. Il re e i ministri sapeano che perde l’autorità chi la sottopone al tumulto: ma e se Milano soccombesse a un nuovo Uraja? qual onta pel vicino armato? E che farebbe Genova, la quale avea gridato Con Milano, se no, no? la compassione non potrebbe prorompere contro il principe, e fino a gridare la repubblica?
Mentre vacillavasi tra i consigli della prudenza ed i precipizj della generosità, ecco giunge (22 marzo) che Milano s’è liberata da sè; che i Tedeschi rotti e scompigliati vanno in pienissima fuga fra le strade rotte e le campagne inondate, incalzati dalle popolazioni, risolute a non lasciarne vivo uno, uno solo[66].
Carlalberto gettò la propria spada sulla bilancia dei ministri, e proclamò che coi suoi proprj figli si metteva a capo dell’esercito, portando alla Lombardia «i soccorsi di fratello a fratelli; di guiderdone non si parli: solo a guerra finita si deciderà delle sorti del paese».
Ammirazione, gioja, affetti si rovesciano allora sopra Carlalberto, il migliore, il più grande dei re, la spada d’Italia; se ne dimenticano i torti, prima ch’egli dichiari dimenticati quelli de’ sudditi; egli si rassegna a venir ricevere sul balcone e per le strade le acclamazioni da cui sempre aveva aborrito; assiste al Tedeum cantato dall’arcivescovo di Torino, a cui quest’atto non risparmia i fischi; passa in rassegna la plaudente guardia nazionale, contento che sui vecchi suoi giorni rifulga quel raggio di speranza, che aveva indorato i vigorosi.
Gli altri paesi d’Italia rispondono a quel grido. A Roma Ciciruacchio mena la folla ad abbattere lo stemma del palazzo d’Austria, e occuparlo a nome della Dieta italiana, della quale s’intima a Pio IX di farsi capo, mentre le campane suonano, i cannoni bombano, il Masi improvvisa, il gigantesco padre Gavazzi bolognese predica, il marchese Patrizj, il principe Ruspoli offrono denaro, i figli, la persona alla causa comune: e Pio IX riconoscendo la mano del Signore in quella vittoria (30 marzo), rammemora che «d’ogni stabilità e prosperità è ragion prima la concordia, e che la giustizia sola edifica, mentre le passioni distruggono»; Leopoldo granduca intuona: — L’ora del risorgimento d’Italia è giunta improvvisa, nè chi ama questa patria comune può ricusarle soccorso. Figli d’Italia, eredi della gloria militare degli avi, non devono i Toscani rimanere in ozio vergognoso, mentre la santa causa dell’indipendenza si decide, ma volare al soccorso de’ fratelli lombardi». Il Ministero napoletano che aveva cercato tenersi saldo contro le dimostrazioni di piazza, fu da queste scomposto; si dovette promettere la guerra santa, capitanata da Pepe, esule da ventisette anni, e un Ministero preseduto da Carlo Troya, esule della stessa causa (aprile); e il re proclamava: — Le sorti della comune patria vanno a decidersi nei piani della Lombardia; ed ogni principe e popolo è in debito di accorrere a parte della lotta che deve assicurare l’indipendenza, la libertà, la gloria. Noi intendiamo concorrervi con tutte le nostre forze di terra e di mare, cogli arsenali, coi tesori della nazione; unione, abnegazione, fermezza, e l’indipendenza della nostra bellissima Italia sarà conseguita; e ventiquattro milioni d’italiani avranno una patria potente, un comune ricchissimo patrimonio di gloria, e una nazionalità rispettata».
Tanto accordo di principi e di popoli che forti di risolutezza, invigoriti di lunghi patimenti anelano alla virile gioja delle battaglie, acciocchè l’Italia sia, non trofeo di altrui vittorie, ma redenta pel braccio dei proprj figliuoli; tutti dimenticando le antiche superbie e gli antichi rancori, e contando soltanto sulla fermezza del proposito, la temperanza delle passioni, la concordia delle volontà, i miracoli dell’entusiasmo.
CAPITOLO CXCII. Guerra santa. Conquassi.
La vittoria era assai meno facile che il trionfo. Sulle orme del nemico fuggente si cacciarono alquanti, di coraggio risoluto e intelligente; e deh come pareano belli que’ giovani, che alfine avevano qualcosa da fare! come ne’ loro atti sfavillava eroico, incitato, romanzesco il sentimento! Altrettanto deforme e scomposto era l’esercito austriaco; lacero, tutto mota e sangue, famelico, con impotente anelito di vendetta, e temendo da ogni siepe un assalto, sotto ogni ponte una mina, in ogni villaggio barricate e tegoli; che se davanti a quello, scompigliato da tante diserzioni, dall’insolita guerra delle vie, dalla privazione di riposo, dall’incertezza degli avvenimenti viennesi, si fossero abbattute le piante, recise le vie, diffuse acque, lanciata la morte, qual ritornava di là dai monti? Ma Radetzky ebbe ad avvedersi ben presto che il popolo non prendeva parte a quell’insurrezione; i campagnuoli non secondarono l’impulso delle città, nè la bassa rispose alla risolutezza dell’alta Lombardia; sicchè egli, neppure mai attaccato, potè giungere al Mincio, e dentro al formidabile quadro, formato dai monti, dal mare, dall’Adige colle fortezze di Verona e Legnago, dal Mincio con quelle di Peschiera e Mantova, rincorare le truppe, attenderne di nuove, e coi migliori uffiziali allestire la difesa e la riscossa.
Nè alla Potenza austriaca restava allora altro appoggio che quell’esercito e quel capitano, il quale non lasciò di tenersi per guardie i granatieri italiani; mancante del denaro fin per vivere due giorni, pure affacciavasi al balcone a ricevere anch’egli applausi dal vulgo, cui buttava il poco resto de’ suoi quattrini.
L’esercito piemontese si trovò scarso oltre ogni aspettazione e impreparato: i generali confessavano la propria inettitudine, e consigliavano a cercare un maresciallo ai Francesi[67]; ma questi erano sospetti a Carlalberto. Cuore intrepido con incerto consiglio, mancante di quell’attitudine impassibile del comando, che impone alle fantasie popolari e affascina le volontà col supporre nel comandante una profonda persuasione; perchè era spada d’Italia egli credette essere la mano che bastasse a maneggiarla, e ripetè l’ambiziosa parola Italia farà da sè, la quale[68], d’effetto drammatico in bocca di letterati e di preti, acquistava tremenda importanza ripetuta da un re che montava a cavallo per darvi realtà.
L’esercito arrivò tardi (29 marzo), ed anzichè precipitarsi su Mantova, mal presidiata, e con cittadini disposti alla rivolta, entrò per Milano e Pavia, e a marcie regolari spintosi al Mincio, valore mostrò (8 e 9 aprile) ai ponti di Goito, Valleggio, Monzambano. Passato il fiume, coll’inutile assedio di Peschiera s’intepidì l’entusiasmo, aspettando il parco che arrivò solo il 15 maggio: e lungo l’Adige distesa una linea di trentasei miglia, cominciossi una guerra di posizioni. Ben presto sessantamila uomini si trovò Carlalberto. Vi si aggiunsero cinquemila Toscani fra volontarj e di ordinanza; diciassettemila Romani avvicinavansi al Po; e quattordicimila Napoletani, oltre innumerevoli volontarj; tremila Parmigiani e Modenesi stavano sul Mincio; cinquemila Lombardi verso il Tirolo; bande di Veneti alle alpi Carniche.
Anfossi, Longhena, Griffini, Manara, Arcioni, Simonetta, Sorresi, Bonfanti, Tololti, Sedabondi, Torres.... capitanavano bande; bande di volontarj polacchi ci erano menate dal gran poeta e mistico Mickiewitz; napoletani dalla principessa Belgiojoso, siciliani da La Masa, altri dal belgio Thamberg, altri ancora dall’attore Modena, la cui moglie ne portava la bandiera, e di più serj dal famoso Garibaldi; nè mancavano preti, e l’eloquente Bassi barnabita, che nel 1836 avea tanto giovato a Palermo durante il cholera, e il padre Gavazzi parevano santificare la causa e meritarle il nome di crociata; i seminaristi medesimi si organizzarono per le armi: nobili impeti, a cui mancavano la disciplina e l’unione, che sole possono dare la vittoria.
Ma improvvida fiducia in noi e improvvido disprezzo pel nemico fecero che, quando ognuno avrebbe dovuto offrire sin l’ultimo soldo e l’ultima stilla di sangue pel riscatto nazionale, si stiticasse sui sacrifizj, e si dissentisse sui mezzi. Come i Lombardi eransi lusingati di vincere democraticamente in tempo che ogni forza sta concentrata ne’ Governi, così i Piemontesi opponevano battaglia di fronte a un esercito di mirabile disciplina ed esperienza; mentre alla vittoria, unico scopo, sarebbe dovuto dirigersi l’impeto nazionale, non si seppe o non si volle effettuare la leva a stormo; si tennero in lieve conto i volontarj che, con ottima sentita, si portarono a difesa dei varchi alpini, benchè si vedesse il nemico avvantaggiarsi dei subitarj, corsi ad ajutarlo dalle scuole austriache o dalle fucine stiriane. Da cinquantamila uomini che si trovavano in Lombardia fra i ventotto e i trentott’anni, che aveano militato; e non furono richiamati istantanemente sotto le armi: seimila trecento ch’erano disertati dagli Austriaci, furono rejetti dall’onor militare, e coperti di quel sospetto che invita a tradire: invece di innestare subito i coscritti nell’esercito piemontese, con camerati esperti, sotto vecchi uffiziali, si volle formare un esercito lombardo, sciupando denaro e tempo, crescendo gli scioperi e quindi gl’intriganti, e non recando ajuto alla gran causa. Giovani baliosi non aveano vergogna di rimanersi a casa a pompeggiare nella guardia nazionale e nelle parate, e poeteggiare sui giornali e nelle canzoni quel coraggio che è si facile allorchè l’occasione è lontana.
In quelle ore procellose dove sono gli avvenimenti che impongono i dittatori, d’ogni città presero il governo le persone che si trovarono o che vollero mettersi in una posizione di molti pericoli e di nessun vantaggio, e ripagata coll’impopolarità. Per accentrare la resistenza e i comandi, il Governo provvisorio di Milano faticò a vincere le gelosie, che sono brina ad ogni fiorire di speranze italiche, e fare che ciascuna provincia gli mandasse un deputato. Vennero scelti non coloro che aveano tramato o intrigato, forse neppure sperato; alcuni anzi già bersaglio della stampa demagogica[69]: sì poco era figlia di congiure quella sollevazione, che traeva nobiltà e forza dall’intento comune e semplice di rivendicare la nazionalità.
Ogni Governo rivoluzionario si trova debole a fronte dei compagni di rivolta, ed esposto ai mille rischi della inesperienza, della precipitazione, del disordine. Il nostro poi, vacillante per inesperienza e incoerente per gli antecedenti, neppure cercossi la sanzione popolare, tanto facile in paese sistemato a municipj. Nei momenti sublimi in cui l’ispirazione viene dalle moltitudini, essa irradia taluni che, cessato quel lampo, devono ricadere nelle tenebre: e caratteri medj, i quali usano riguardo a tutti, carezzano il bene come il male politico, potrebbero mai condurre una rivoluzione, che vive di moto, d’azione, d’audacia? Alla nostra, mentre era nel primo lancio, imposero la formola delle società in riposo, conservare l’ordine; nè tampoco si seppe governare una gente, così facile a governare perchè così facile a illudere; quando tutto era straordinario, operavasi come in occorrenze consuete.
I prestiti volontarj sono uno spediente che piace a leggersi ne’ vecchi repubblicani; si piange d’una fanciulla che offre l’anello di fidanzata, d’una vecchia che dona la tabacchiera d’argento, d’un prete che levasi le fibbie; ma che profittano ora che le forze e il denaro sono concentrati nei Governi. Si abolivano la gabella del sale e il testatico, mentre col sospendere i pagamenti del Monte sconcertavansi tante famiglie; si chiedeano le argenterie domestiche e gli spogli delle chiese, mentre tesori poteano cavarsi annunziando la suprema necessità del vincere.
Pronte nubi offuscarono quel rosato, di cui si colora l’alba d’ogni rivoluzione. I sistemi corruttori pregiudicano l’avvenire col far che, al punto di cambiarli, non si trovino persone capaci a rappresentare la nuova età; e che i vulghi, lusingati di alleviamenti e beatitudini, ricusino gli stenti con cui bisogna conquistarli, e lo spostamento degl’interessi e delle abitudini. In società educate così, le qualità negative prevalgono, e guaj a chi trascende una mediocrità, palliata col nome d’eguaglianza! nome illustre, operosità, esaltazione di nobili sentimenti, influenza riconosciuta divengono pericolosi e denigrati. Se non bastava dunque il trovarci inesperti degli affari, delle armi, della vita politica; se non bastava che Tommaseo e Cattaneo, Gioberti e Rosmini, Cibrario e Brofferio, Carlalberto e Berchet si fossero palleggiati insulti, che poteano mettere in disparte ma non disfare, i generosi restavano elisi dal dispetto proprio o dal sospetto altrui, all’istante che più n’era bisogno.
Gente irritabilissima gli scrittori! E alcuni di essi, che sulle prime esageravano l’eroismo per incitarlo, ripigliarono presto il riso sardonico; altri, che avevano aspirato ad essere primi, non soffersero di rimanere secondi, e sbracciavansi a rivelare gli errori di chi non faceva come loro, e autorizzavano le ire delle fazioni, che sempre gridansi tradite da chi non le serve come esse vogliono. Mentre il riuscire a cose straordinarie allucina in modo da far credere tutto possibile, i tentativi arrischiati cacciano indietro molti spiriti sbigottiti, compromettono ciò che esagerano, ruinando ciò che trascendono. Fra coloro dunque che, per moda o per primeggiare, aveano invocato la tempesta, molti sgomentaronsi al vederla scatenata; e dagli inconditi sussulti di Francia presagendo qui pure la ghigliottina o il comunismo, corazzavansi contro coloro che pur seguitavano a chiamare fratelli.
Mentre tutti credeansi valevoli a proporre, nessuno volea la responsabilità del risolvere; il popolo male obbediva a governanti, dipintigli come spregevoli; e fra le canzoni e la proclamata fraternità nessuno avea fiducia in nessuno. Finchè trattavasi di bruciare in effigie Guizot o Metternich, e di mettere in caricatura Radetzky, molti faceano l’eroe; quando si trattasse di fatti, l’inerzia, che prima si crogiolava nell’impossibilità di affrontare il nemico, dappoi coglieva pretesto dalla facilità della vittoria, tutto asserendo finito colla cacciata de’ Tedeschi.
Ai nuovi reggitori accalcavansi i servidori degli antichi, che cogli antichi non volendo cadere, chiedeano compensi di persecuzioni non sofferte; improvvisati statisti offrivano consigli; speculavasi sulle armi, sugli impieghi, sulla pubblicità, sulla fame; dilettanti del mestiere di delatore e di carceriero continuavano a vedere cospirazioni e delitti, e mentre sovrastava un esercito minaccioso, eccitavano schiamazzanti paure contro spie che non si trovavano, contro contadini che voleano soltanto far chiasso come i cittadini. Vaglia il vero, di que’ tumulti licenziosi che altrove metteano sdegno o terrore, danneggiando le persone e gli averi, qui non fu ombra; ma le dimostrazioni clamorose attestavano che freno d’autorità non v’avea, e i reggitori erano impotenti.
Di fuori ci vennero anche ibridi innesti, e in paese ove il clero sempre era comparso nelle prime file, si urlò contro gli ecclesiastici; in paese che da ottant’anni non conosceva dell’aristocrazia se non la casualità dei natali, si seminò odio ai nobili, anche in ciò snervando col dividere.
Quindi oberate le finanze nella pinguissima Lombardia, e sospesi i pagamenti del Monte; inettissimamente provveduto alla guerra; e nell’inazione si cominciò a disputare del come si governerebbe la nazione, prima d’essere certi che nazione saremmo. La repubblicana parea forma consentanea a paese ribattezzatosi col proprio sangue, dove nè dinastie da rispettare, nè aulica nobiltà da gonfiare; ciascuno avea contribuito alla redenzione, ciascuno conserverebbe la massima porzione di sovranità. I bei ricordi della Lombardia non erano repubblicani? ed ora questa forma dalla Francia iniziatrice non sarà diffusa a tutto il mondo? non ci procaccerebbe volonterosi ajuti da quella sorella? non allontanerebbe le gelosie degli antichi e le ambizioni dei principi nuovi? D’altra parte, gli avversarj più risoluti di essa aveano predicato che da Repubblica a Governo costituzionale poca o niuna differenza intercede[70].
Pure, nel supremo intento della liberazione, la Giovane Italia si era obbligata, già prima dell’insurrezione, a velare il suo vessillo, chè non turbasse i principi rigeneratori. Se Carlalberto al primo entrare in Lombardia avesse assunto poteri dittatorj, e concentrate tutte le forze allo scopo unico, chi avrebbe mosso lamento? Ma ed egli e il Governo provvisorio iteratamente aveano promesso, della forma di governo non si ragionerebbe che a causa vinta, quando liberi tutti, tutti deciderebbero. Or eccoli invece sollecitare il paese a dichiararsi; e nonchè gl’intraprenditori di dimostrazioni e di mozioni, il filosofo nel cui nome si era iniziato il movimento, uscì dai dignitosi suoi studj per vagare apostolando la fusione col Piemonte[71]; con ciò determinando un altro, in cui si personificavano le spasmodiche speranze di diciott’anni, a contrapporvi il grido di repubblica.
Allora il paese restò scisso, e il dissenso offrì pretesti alle debolezze, alle avarizie, ai calcoli personali. I disordini della Francia svogliavano già molti dalla repubblica, perchè considerata come fine, mentre non è che mezzo alla libertà. Di coloro stessi che la vagheggiano come la pacificazione dell’avvenire, alcuni trovavano che il paese nostro non fosse abituato alla legale subordinazione, ch’è la prima virtù repubblicana, e bisognasse arrivarvi traverso alle alchimie costituzionali. D’altra parte, un sovrano, irradiato dall’aureola della libertà, e campeggiante per la causa comune, un Governo già stabilito il quale non avrebbe che ad estendersi, l’eroismo dei Piemontesi pugnanti pel nostro riscatto, la potenza che alla guerra verrebbe dall’unità del comando, inducevano a sovrapporre una corona al simbolo nazionale. Per queste ragioni, da non confondere colle servilità dei fiacchi che s’allietano qualora il caso loro manda un padrone, e degl’intriganti che, avendo l’accorgimento di voltarsi un quarto d’ora prima della fortuna, s’erano già ingrazianiti i cortigiani di Carlalberto, anche persone lealissime, anche tali che aveano imprecato al disertore del 1821, come Berchet, immolarono i rancori alla speranza ch’egli compirebbe la redenzione, e avvierebbe l’unità del paese.
Gli adulatori, che furono i peggiori nemici suoi, svilivano il re magnanimo fino a supporre che subordinasse la nazionale alla quistione dinastica, e trovasse convenevole ad una gran nazione il disporre di se stessa in modo intempestivo e tumultuario; i dissolventi tacciavansi di venduti all’Austria, fossero pure di quelli che più aveano contribuito a cacciarla; e posta come alternativa «Carlalberto o l’Austria», proruppero le stomachevoli prepotenze dei deboli.
Chè l’impulso venne dal basso. Il popolo di Modena, ripudiando la reggenza lasciata dal duca, avea creato un Governo provvisorio, preseduto da Malmusi: ma Reggio protestando ne formò uno a parte, e più d’un mese ebbe a contendersi prima d’unirli. Invece Parma stette contenta ai conti Luigi Sanvitale, Ferdinando Castagnoli, Girolamo Cantelli, e all’avvocato Ferdinando Maestri, designati dal duca stesso, e che formaronsi in Governo provvisorio, aggiunti il professore Pellegrini, Giuseppe Bandini e monsignor Carletti: ma i Piacentini esclamando contro il principe spergiuro, costituirono (1848 8 maggio) una reggenza separata, alla quale veniva l’avvocato Gioja; poi ben presto aperti registri, la fusione del ducato col Piemonte fu voluta senza restrizioni, com’era ad aspettarsi in paese piccolo e sconnesso. Brescia, col dichiarare proprietà della nazione bresciana i beni de’ Gesuiti, costrinse il Governo provvisorio a quelle persecuzioni di frati, da cui aborriva per indole, per politica, per rispetto a sè e alla libertà: dappoi la classe bassa e fiera cominciò a gridarvi la fusione col Piemonte. Bergamo assecondava; altre città minacciavano se indugiasse l’unione, la farebbero da sè; fin l’esercito divenne deliberante, e la legione Griffini mandò la sua adesione. Balbo, da che scese di carrozza a Milano fin quando vi rimontò, non sapea ripetere se non «Fondersi, e subito, subito»: Gioberti, ricevendovi le solite ovazioni, cercò far gridare a voce di popolo la fusione, promettendo Milano capitale dell’alta Italia[72].
Il Governo provvisorio chiamò dunque alla votazione, confessando che, «mentre avea proclamata la neutralità per poter essere un Governo unicamente guerriero ed amministratore, si trovava trascinato in mezzo alle distrazioni d’incessanti dispute politiche, e costretto a difendersi ogni giorno dall’insistenza delle più divergenti opinioni».
Chi non può sottrarsi da condizioni repugnanti alla coscienza, abdica il potere. Essi invece aprirono registri in tutte le parrocchie, chiamando il popolo a votare su punti dove non era competente; e come avviene immancabilmente, a grande maggiorità fu chiesta l’immediata fusione della Lombardia col Piemonte.
Il Piemonte nella dinastia di Savoja vede da un pezzo la gloria e la potenza, come l’interesse proprio; pure anche colà si cozzavano fazioni. La Savoja avea respinto una banda d’operaj, venuti di Francia proclamando la repubblica; ma dall’italianità non era infervorata agli aggravj impostile dalla guerra, sebbene li portasse con serena intrepidezza. Genova mirava altrove che il Ministero, e a surrogare il berretto alla corona, appena questa non paresse più necessaria alla causa nazionale. La coccarda tricolore, come fregiava il patrioto, così mascherava il brigante, che gettava nel fango il potere onde raccorne qualche brano; il sofisto, che preponeva la forma al fondo, l’espressione alla dottrina; l’intollerante, che la libera discussione strozzava cogl’insulti; il declamatore, amico e nemico prestabilito di qualunque siasi risoluzione; il pauroso che, portando al bottone Pio IX e tamburando Italia, non mirava che a sguizzare dal pericolo coll’adulare coloro che lo aveano cagionato. Ma da una parte quei che sempre eransi lamentati del troppo spendio nell’esercito, ora lamentavansi perchè a soldati e uffiziali nuovi mancassero le virtù di veterani; da un’altra si disapprovava come lusso di sacrifizj il mandarne altri nella vincitrice Lombardia: un prestito di dieci milioni restringevasi a sei; interpellavasi il Ministero sulle provvigioni di guerra, sull’esito di alcune battaglie, su quel che intendeasi fare, quasi premesse d’informarne il nemico; tutti quelli che sentivano vergogna di non combattere in campo, la mascheravano col combattere nella Camera, aperta l’8 maggio, o nei caffè con motteggi, con articoli, con frivole mozioni, ora di sottoporre i chierici alla coscrizione, ora di espellere i Gesuiti e le dame del Sacro Cuore; onde vi ebbe chi esclamò: — Se perdiamo tempo a cacciare i frati, non cacceremo mai i Tedeschi». Le affollate tribune applaudendo, fischiando, urlando, vilipendevano la maestà della rappresentanza nazionale, e violentavano la coscienza de’ legislatori.
A questi trambusti si gittò in mezzo la fusione colla Lombardia. A molti gradiva l’avere i Lombardi messa per patto un’assemblea costituente, colla quale speravasi introdurre nello statuto un più largo equilibrio fra il potere legislativo e l’esecutivo; ma un geloso antagonismo facea paurosi che Torino dovesse cedere il grado di metropoli a Milano, secondo l’avrebbero desiderato Genova, Novara e i ducati, e che i Piemontesi restassero in minorità nell’assemblea costituente[73]. In fine, si votò (13 giugno) che «la Lombardia cogli Stati sardi e coi ducati formerebbe un sol regno; e in assemblea generale si stabilirebbero le norme d’una nuova monarchia costituzionale, sotto la Casa di Savoja, coll’ordine di successione secondo la legge salica». Vale a dire che un Parlamento legislativo parziale imponeva limiti a un Parlamento costitutivo da eleggersi dalla intera nazione; e ch’è peggio, decretavasi la fusione di paesi già rioccupati.
Perocchè fra questi maneggi le condizioni italiane erano ite alla peggio. Alla vittoria de’ Milanesi tutta la penisola era trasalita di libertà e di speranze, e il movimento già trasceso, non che lasciarsi regolare dai principi, torcevasi contro di loro: da Modena e da Parma sommosse i duchi partirono: il granduca dovette deporre i titoli austriaci, e scegliere ministri di minor suo gradimento. Il papa, che colla cara ed autorevole voce avea benedetto alle speranze italiche, deputò un prelato suo dilettissimo (monsignor Corboli Bussi) al campo italiano; alle sue truppe diede generale Giovanni Durando piemontese e l’ordine d’accordarsi con Carlalberto; sollecitò i principi a mandar deputati a Roma per conchiudere una lega (29 marzo): ora però dolevasi si tiranneggiasse la sua coscienza: eppure fu costretto estrudere i Gesuiti, mentre dichiaravali «instancabili collaboratori nella vigna del Signore»; ai consiglieri di sua confidenza surrogarne altri, che gl’imponevano e parole e generali e guerra. I suoi intimi gli mostravano come pericolasse non solo lo Stato ma la nave di Pietro: i nunzj da Vienna e da Monaco gli faceano temere che la Germania non si separasse da un papa, il quale mettevasi ostile ai cattolici tedeschi: poi vedendo che Carlalberto domandava un’alleanza guerresca, e che fervea la briga di riunire l’Italia ma sotto altri auspizj, Pio IX pronunziò non favorirebbe un principe a scapito degli altri: — Il nome nostro (rispondea all’indirizzo de’ deputati) fu benedetto in tutta la terra per le prime parole di pace che uscirono dal nostro labbro: non potrebbe esserlo sicuramente se quelle n’uscissero della guerra... L’unione fra i principi, la buona armonia fra i popoli della penisola, possono solo conseguire la felicità sospirata. Questa concordia fa sì che tutti noi dobbiamo abbracciare egualmente i principi d’Italia, perchè da quest’abbraccio paterno può nascere quell’armonia che conduca al compimento de’ pubblici voti».
Inerme sacerdote, circondato da un concistoro cosmopolitico, sentendo tardi che la popolarità vuole schiavi i proprj feticci, lamentò che dalla diffusa voce della gran congiura si togliesse pretesto a perseguitare persone onorande e religiose[74]: poi come parvegli pericolare la nave che Dio gli affidò (29 aprile), disdisse ogni partecipamento colle rivoluzioni; non aver egli se non attuato quel che le Potenze già aveano suggerito a Pio VII e a Gregorio XVI, e ch’egli credea vantaggioso a’ suoi popoli; dolergli che questi non avessero saputo contenersi in fedeltà, obbedienza, concordia; non a lui doversi imputare le convulsioni italiche, a lui che aborriva la guerra, e repudiava coloro che parlavano d’una repubblica italiana, preseduta dal papa.
Roma, che obbediva al papa a condizione che il papa obbedisse a lei, sobbolle a questi voci (1 maggio), e bestemmiando come si bestemmia colà, minaccia sommergere nel sangue il pretesco dominio; si levano dalla posta le lettere dirette a cardinali e prelati, esponendole pubblicamente colle più strane interpretazioni; la guardia civica occupa le porte e Castel Sant’Angelo; grida di morte si diffondono. Pio IX procura calmare con un proclama mansueto: ma ogni parola n’è presa a onta, come un tempo prendeasi a lode; i circoli fremono. Il filosofo Terenzio Mamiani, profugo sin dal 31, e che coll’ingegno, l’onestà, la cortesia erasi acquistato venerazione in Francia, era stato ricevuto benchè negasse sottoporsi alle condizioni e promesse che l’amnistia esigeva, e da cui la coscienza sua repugnava; e favorito dalle classi colte, ne profittava per insinuare miti consigli; sicchè rimaneva indicato a capo d’un nuovo Ministero, nel quale entrarono il cardinale Ciacchi, Massimo, Galletti, Marchetti, Lunati, Doria Pamfili, Pasquale Rossi.
La onesta vacuità del Parlamento, dominata dalla melliflua parola di Orioli, dalla fulminante di Sterbini, dalla incessante del principe di Canino, rendea sempre più vacillante l’azione governativa, e cresceva lena alla sovversione ne’ circoli, ne’ giornali, sulle piazze. I liberali stessi scindeansi in centralisti e federalisti; quelli volendo metropoli di tutt’Italia Roma, questi conservando le prische capitali: ma ecco aspirar a questo onore anche Genova e Palermo: tutti poi nel concetto italico dimenticavano che un popolo non si amalgama come i diversi metalli per far una statua, e che l’unità nazionale è tutt’altro da quell’unità amministrativa e despotica, sciaguratamente trasmessaci dalla Rivoluzione francese.
Il nuovo Ministero, debole come i buoni, non volea l’unità italiana, non la rivoluzione, bensì l’indipendenza italiana e la separazione dei due poteri; il Mamiani dichiarava che «dimorando nella serena pace dei dogmi, Pio IX prega, benedice, perdona, ma lascia gli affari all’assemblea»; col che elevandolo in cielo, lo svestiva d’ogni autorità terrena. Il papa protestò, come protestò contro gli Austriaci allorchè un loro corpo invase Ferrara per dissipare un branco di truppe pontifizie: ma l’efficacia di lui era passata, come altre mode; e la forza popolare abbandonò il papato, allora appunto che più importava sorreggerlo e spingerlo.
Nè Pio aveva rinnegato la causa italiana; e quando il presidente della repubblica veneta gli raccomandava la sua città e «questa Italia, tempio magnifico del Dio vivente, nel quale la dimora dello straniero insultatore è una quotidiana bestemmia», esso, il 27 giugno, di proprio pugno rescriveva: — Iddio benedica Venezia, liberandola dai mali che teme»; al La Farina deputato siciliano, che gli faceva rimostranze, disse risentito: — Io sono più italiano di lei, ma lei non vuol distinguere in me l’italiano dal pontefice»; dal cardinale Antonelli fece scrivere al Farini, inviato suo a Torino, essere «volenterosissimo d’interporre la propria mediazione come principe di pace, sempre nel senso di stabilire la nazionalità italiana»; e il 3 maggio scriveva all’imperator d’Austria: — È stile che da questa santa Sede si pronunzii una parola di pace in mezzo alle guerre. Non sia dunque discaro alla maestà vostra che ci rivolgiamo alla sua pietà e religione, esortandola a far cessare le sue armi da una guerra, che, senza poter riconquistare all’Impero gli animi dei Lombardi e dei Veneti, trae funesta serie di calamità, certamente da lei aborrite. Non sia discaro alla generosa nazione tedesca, che noi la invitiamo a deporre gli odj, ed a convertire in utili relazioni d’amichevole vicinato una dominazione, che non sarebbe nobile nè felice quando sul ferro unicamente posasse. Quella nazione, onestamente altera della nazionalità propria, metterà l’onor suo in sanguinosi tentativi contro la nazione italiana? o non piuttosto nel riconoscerla nobilmente per sorella, come entrambe sono figliuole nostre e al cuor nostro carissime, riducendosi ad abitare ciascuno i naturali confini con onorevoli patti e con la benedizione del Signore?» Anzi, per mediar la pace non meno col nemico che fra i parteggianti, pensò trasferirsi a Milano; e quanto la sua presenza avrebbe rincorato i nostri!
Ma già la diffidenza aveva ossesso gli spiriti; si sospettò che il Piemonte intisichisse in una mena dinastica la gran causa italiana; si sospettò che il Governo romano recuperasse il Polesine e le antiche ragioni sul Parmigiano e il Modenese; si sospettò del prelato che il papa deputava all’imperatore[75]; si sospettò del Ministero romano quando affidava a Carlalberto tutte le forze pontifizie; si sospettò della flotta che re Ferdinando spediva nell’Adriatico a rinforzare la sarda, i Siciliani al passaggio la cannoneggiarono, e nei proclami la insultavano ogni giorno; i capitani sospettavano dell’esercito napoletano, che ostinavasi a gridare «Viva il re»; l’esercito sospettava delle bande siciliane, contro cui avea combattuto nell’isola; Romagnuoli e Marchigiani sospettavano che i Napoletani volessero occupare Ancona, e prendere i loro paesi.
E il sospetto mandava a precipizio le cose del Regno meridionale. Vedemmo come la Sicilia rompesse il concetto dell’unione italica col dichiararsi indipendente sotto la presidenza di Ruggero Settimo. Il re, che i tempi rendevano impotente a resistere, consentì (18 genn.) ogni loro domanda; ma i Siciliani non aggradirono come dono quel che già teneano conquistato; data a Napoli la costituzione, essi la ricusarono perchè importava «unico regno la Sicilia e il reame di Napoli, e unica la rappresentanza nazionale»[76]; solo aggiungendo «bramar di unirsi al regno con legami speciali, e formare insieme due anelli della bella federazione italiana».
Il re, che i trattati impediscono dal separare i due regni, accorda alla Sicilia Parlamento distinto (10 febbr.), e un luogotenente generale con ministri, oltrechè terrà un ministro siciliano presso di sè: ma i Siciliani vogliono non s’intitoli più re del regno delle Due Sicilie, ma solo delle Due Sicilie; sia bandiera la tricolore, nè truppe napoletane nell’isola: il Comitato generale più domanda quanto più il re concede e via via infervorandosi, rifiuta i servigi de’ migliori perchè ne aveano prestato ai Borboni, e così obbliga a valersi dei ribaldi; in odio della centralità amministrativa scioglie i legami che congiungeano i Comuni collo Stato, onde non resta nè forza nè obbedienza. I trasmodati inviperivano contro i Napoletani, proclamando, — Che hai tu fatto, regno d’infingardi e di perfidi? «Fu la Sicilia che ti spinse; volesti che il nostro brando ti spezzasse le catene che amendue ci serrava, per divenire libero e offenderci. Mentre poltristi nella viltà, osi chiamar sorella la Sicilia, che non tenne la spada nel fodero mentre tu nel meglio ti ritratti, quasi sacrilegio avessi commesso. Il cuore ti trema, nè oseresti tentare ciò che con minori genti abbiam noi in un giorno compito. Non appellarci dunque fratelli, che mai fra noi non è stato nè sarà nulla di comune». Anche il padre Ventura, avvoltolatosi nella politica, commemorava gli storici patimenti della Sicilia, e quanto fosse giusta nelle sue domande, ingiusti i Napoletani nel negarle, e nel volerla unita con loro nei mali della guerra che intraprendevano e nei pericoli d’una libertà che non conserverebbero.
Lord Minto, che avea girato l’Italia in condizione anfibia, supposto inviato dall’Inghilterra, e sparpagliatore di consigli di cui restava irresponsale, si offre mediatore; e tanto basta perchè l’isola credasi appoggiata dagl’Inglesi. Il re consente a tutto, fin a nominare suo luogotenente il Settimo; ma la Sicilia esige che il re risieda nell’isola, e le ceda metà dell’esercito e della flotta, protestando non farebbe «niuna essenziale modificazione a tali proposte, ed essere inutile qualunque forma di negoziazione». Il Ministero napoletano pubblica una protesta (22 marzo) contro pretensioni, «che turbano positivamente il risorgimento d’Italia, e compromettono l’indipendenza e il glorioso avvenire della patria comune, specialmente in questo momento supremo, in cui tutti gl’Italiani sentono potentemente il bisogno d’affratellarsi in un solo volere»; e i Siciliani per risposta convocano il Parlamento; aprendo il quale (25 marzo) Settimo dichiara che il Comitato generale operò sempre nella convinzione che la Sicilia non dovesse dipendere da verun altro Stato.
Era allora sul crescere la marea de’ popoli; talchè Palmerston, il quale avea sconsigliato il re dal prender parte alla guerra d’Italia come repugnante ai trattati, allora lo esortava a rassegnarsi a qualsifosse condizione, giacchè nè Inghilterra vorrebbe, nè Prussia potrebbe ajutarlo a sottomettere l’isola[77]. E il re esibì perfino di trasmettere la corona di Sicilia a suo figlio minore, coll’unico patto che fosse ricevuto: e la risposta fu dichiarare scaduti i Borboni (13 aprile).
Nel tempo che dappertutto parlavasi d’unità italiana, inestimabile danno recò questa scissura, che costrinse il re di Napoli a volgere contro Italiani una parte di sue forze. Le restanti furono avviate alla Lombardia sotto Guglielmo Pepe, caporione in tutte le sommosse dal 1796 in poi. La flotta erasi già spinta ad Ancona sotto l’ammiraglio De Cosa: ma neppure questo potentissimo ajuto doveva arrivare. Il nuovo Ministero, dov’erano entrati i liberali Poerio, Savarese, Carlo Troya, e come presidente il principe di Cariati, diplomatico esercitatissimo, nel suo programma professava che «le due Camere, d’accordo col re, avriano facoltà di sviluppare lo statuto, massimamente in ciò che riguarda la Camera de’ pari». Per attuarlo convocavasi a Napoli il Parlamento, proponendo ai deputati giurassero di «professare e far professare la religione cattolica; fedeltà al re del regno delle Due Sicilie; osservare la costituzione del 10 febbrajo». Nell’adunanza preliminare questa formola incontra gravi contraddizioni; «è da Sant’Uffizio cotesto inceppare le credenze: se riconosciamo il re, veniamo a giustificare la guerra fratricida di Sicilia: la fedeltà alla costituzione data sminuirebbe il diritto promesso alle Camere di modificarla»; si parlotta, si declama, più a baldanza si grida perchè si sa come il Governo è disposto a cedere. In fatto quella formola si tempera, riservando le modificazioni che allo statuto farebbero il re o il Parlamento: ma la concessione pare machiavellica sopraffina, tanto o le menti erano stemperate, o rese diffidenti da storiche perfidie: si ripete dover il Parlamento essere costituente, non costituito; il re esser uno, essi cento; il diverbio dal palazzo civico di Montoliveto echeggia di fuori, e ne nasce tumulto, che gli uni dissero eccitato dai repubblicani per trascendere, gli altri dai reazionarj per toglierne titolo a comprimere, e chi dai Piemontesi per trarre anche questo paese alla loro fusione; ciascuno solendo imputare agli avversarj o le imprudenze o i misfatti di cui soffre le conseguenze. E il re assentì altre domande (11 maggio) e un nuovo Ministero; onde alcuni deputati si diffusero fra la turba raccomandando di disfar le barricate dacchè l’oggetto della dimostrazione era conseguito: ma il movimento è facile ad imprimersi, non a regolarsi.
Coloro che altrove si adulano col nome di popolo e quivi si vilipendono col nome di lazzaroni, presero parte pel re contro cotesti disputatori; gittatisi alle furie, incendiarono, uccisero; gli orrori che di quella giornata raccontano i liberali, si direbbero inventati per iscagionare i Croati. I deputati rimaneano raccolti senza prendere alcun partito, finchè da un uffiziale ebbero l’intimazione di ritirarsi; e fatta protesta, se n’andarono tra i fischi della popolaglia. La necessità del reprimere la rivolta restituì al potere gli arbitrj strappatigli dalla ragione; e il re, stretto fra la ribellione della Sicilia e la sommossa della capitale, richiamò l’esercito suo dal Po.
Pepe, generale sfortunato della sommossa del 1821, esule d’allora in poi, era conosciuto nelle società segrete ma non da quei soldati, docili piuttosto ai particolari capitani, e devoti al re; sicchè egli rassegnò il comando al generale Statella: ma ecco i volontarj tumultuano contro l’ordine del re traditore; Statella, costretto a ritirarsi, in Toscana è insultato, mentre s’applaude a Pepe, che disobbedendo mena di là dal Po un battaglione di cacciatori e due di volontarj napoletani, uno di lombardi, uno di bolognesi, una batteria di campagna, e va a Venezia dov’è creato comandante supremo delle forze. Il resto dell’esercito diè volta; e quest’altro potentissimo e ben ordinato soccorso rimase sottratto alla causa nazionale, dolendosi il re di «non poter partecipare a sì nobile impresa, e dover soltanto ammirare le gloriose geste dell’esercito sardo, cui augura sollecita e lieta vittoria».
Troya rinunzia al Ministero, che è ricomposto con Bozzelli, coi principi di Cariati, d’Ischitella, di Torella, col generale Carascosa e l’avvocato Ruggeri, in voce di liberali. Al 15 giugno si tolse lo stato d’assedio, e si rintegrò la libera stampa, che trascorse subito in eccessi, corretti solo dalla plebaglia o da’ militari, che istigati od offesi andavano a rompere i torchj. Rinnovate le elezioni, ricaddero quasi sulle persone stesse: ma alcune erano profughe, sgomentate altre; e quei che accettarono, davano indietro dalle dottrine testè proclamate, come la cittadinanza rimanea muta avanti al vessillo tricolore, che tornò a sventolare da Sant’Elmo. Il re, aprendo il Parlamento (11 luglio), ripeteva «l’inflessibile risoluzione di assicurare a’ suoi popoli il godimento d’una libertà saggiamente limitata; fidassero nella sua lealtà, nella sua religione, nel suo sacro e spontaneo giuramento». Ma i deputati diffidavano dei ministri e del re, il popolo diffidava dei deputati: e ciancie e reciproche recriminazioni furono l’unico frutto del senno ivi congregato. Si richiese di mandar ancora un esercito alla guerra santa; ma come farlo se nelle provincie ripullulavano sommosse e guerra civile, odj reciproci, reciproche paure di tradimenti?
In Calabria Ricciardi, Mileti ed altri vollero considerarsi come una continuazione del Parlamento, sebbene gran parte dei deputati della nazione avesse accettato di sedere nel nuovo. Le truppe, reduci dalla guerra santa, repressero gl’insorti, invano sorretti da Sicilia: i costoro capi poco mancò non dessero lo spettacolo di accapigliarsi fra loro; perchè non riuscirono, ebbero taccia di traditori, e fin Ribotti non potè purgare il proprio nome, benchè sempre fosse comparso alla prima fila, e côlto dai Napoletani fosse sepolto nelle carceri. Francia repubblicana, Inghilterra istigatrice, il papa cattolico (diceasi) protesteranno contro gli abusi della vittoria regia, e vendicheranno i popoli. Ahimè! il papa era avviluppato in domestiche sciagure: Francia, svogliata della libertà, si contentò di domandare compensi pei danni patiti da Francesi in Napoli: Inghilterra e altre Potenze non credettero che Ferdinando avesse torto di usare d’una vittoria datagli da’ suoi avversarj.
Perduto coi fatti, resta lo sfogo delle parole: e poichè in quei tempi nè l’odio nè l’ammirazione conoscevano misura, le imprecazioni contro Pio IX traditore, contro il Borbone assassino erano tante, quanti gli applausi a Carlalberto, dappertutto salutandolo re d’Italia; in tal senso faceansi prediche, intrighi, tumulti qua e colà; il principato di Monaco pronunziavasi per lui; il Parlamento siciliano, dopo una tumultuosa discussione, chiedeva re un figlio di esso (10 luglio). Era naturale che Roma, Toscana, Napoli ingelosissero di vedersi condotte a combattere, non più per la causa nazionale, ma per indossare ad un solo i proprj manti, e rinascesse l’inveterato capriccio del volere servire tutti, piuttosto che veder sovrastare uno de’ nostri. Cessato il buon accordo, il nicchiare de’ principi accanniva i popoli; e lo stesso Carlalberto, re che guidava una guerra d’insurrezione, soccombeva alle sconsigliate ammirazioni, e sentiva tentennarsi in mano la spada, che avea promessa redentrice d’Italia.
I Tedeschi, a principio diffusi per tutto il regno, dovettero rimaner inferiori, sinchè non si concentrarono nelle loro fortificazioni. Carlalberto non si credette sicuro qualora non possedesse come base d’operazioni il Mincio e l’Adige; e mentre avrebbe dovuto confidare in Venezia, si ostinò davanti a fortezze, inespugnabili da soldati inavvezzi alle stragi del cannone. La cui prodezza non potea contro i terribili munimenti della natura e dell’arte? Nulla scoraggia quanto l’inutilità degli sforzi. I viveri erano mal distribuiti, e lasciavano affamare nel paese dell’abbondanza. Le bande de’ Crociati, inesperti, smaniosi di titoli e di comandare tutti, mostrarono eroismo allo Stelvio, al Tonale, a Curtatone, ma non l’accordo, l’obbedienza, la perseveranza che richiedonsi per vincere; vi si mescolava feccia di viziosi che disonoravano anche i buoni; e colle improvvide correrie nel Tirolo e a Castelfranco cagionarono ruine di paesi e infruttuosi supplizj.
Una volta il Governo provvisorio mandò al colonnello Alemandi perchè sistemasse quelle squadriglie, ma ciò le scompose. Rimossi dalle battaglie, traviavano in giuochi e bagordi entro le case testè bombardate dai Tedeschi e testimonj di gloriosissime difese, o intrigavano di politica. Come avviene fra gente inusata alle imprese, prodigavansi lodi a costoro, o se le prodigavano da sè nei giornali; qualunque gran coraggio, qualunque lunga pazienza trovavansi qualità affatto ovvie nei soldati; trovavasi miracolo ogni minimo sforzo in questi subitarj, d’altra parte avuti in sospetto come democratici; laonde i tattici ripeteano: — A chi le fatiche, i patimenti, le morti? A noi; mentre quei che stanno a casa a far feste e banchetti ci lanciano vituperj, ci chiamano vili; ringrandiscono le geste de’ nemici, le nostre deprimono; noi più che gli Austriaci odiano; la nostra disfatta desiderano affinchè la repubblica trionfi. Oh, i nostri nemici non sono a Verona, ma a Milano, a Genova, a Torino; non sui campi e dietro le trincee, ma ne’ giornali e ne’ circoli, ove imbelli parlatori eccitano malevolenze nelle città, sedizioni nel campo, e credono mostrare libertà col disapprovare tutto, col gridare ai tradimenti perchè non vinciamo, non moriamo».
Ciò svogliava il re dal valersi delle bande: eppure fu vero torto l’arrestarsi nella strategia precettiva, e repudiare la potente alleanza dell’insurrezione popolare; e per la sublime ambizione d’esser l’eroe dell’italico riscatto, non avere sofferto altre spade, meglio acconce ad una guerra che non era da re. Francia, briaca dei trionfi suoi e intormentita dalle proprie convulsioni, prendeva alla causa italica soltanto un interesse di ciarle; oltrechè se ne elidevano le simpatie col gridare Italia farà da sè. Gioberti avea detto di temere meno il dominio austriaco che l’ajuto francese. Mamiani ministro a Roma, proferiva: — Massima sventura della nostra nazione sarebbe la troppo fervorosa e attiva amicizia di alcun grande potentato» (giugno). Quando l’Austria, quasi non cercasse che la decenza dell’abbandono, mediante l’Inghilterra offrì di comporre Modena, Parma e la Lombardia fin all’Adige in un regno indipendente sotto un arciduca, poi persino di cedere questi paesi, non fu tampoco permesso di darvi ascolto; e il re medesimo, almeno in pubblico[78], trovava che alla guerra assunta per l’italianità non poteva convenirsi altro termine che l’intera emancipazione.
È sempre degno del più forte il propor la pace; ma i linguacciuti non vi vedeano che un sintomo dello sfasciamento dell’Austria. E per verità le proposizioni erano state dirette dal ministro imperiale Fiquelmont nel momento che l’Austria, arietata dalle rivoluzioni rinascenti dappertutto e nella stessa sua metropoli, pareva sobbissare: ma ben tosto ella potè ripigliare il vantaggio; e dacchè l’impero non fu più che nel campo di Radetzky, l’onor nazionale si trovò impegnato a sostenerlo a ogni costo. Quelle Alpi, che sgomentano l’immaginazione e fanno bel giuoco alla poesia, non furono mai insuperabili ad eserciti forestieri da Ercole fin adesso, quando Nugent menò per le Carniche ventimila uomini a rinforzo di Radetzky. Invece di perder tempo intorno a Palmanova ed Osopo, come faceano i nostri a Peschiera, dissipando qualche resistenza delle città munitesi subitariamente e delle bande, egli passò il Tagliamento e la Livenza, e presa Udine (23 aprile) un mese appena dopo insorta, accampò a Conegliano presso la Piave. Giovanni Durando, generale de’ Pontifizj, dopo molto esitare fra gl’impulsi popolari e le renuenze del pontefice, era comparso; e il dover suo sarebbe stato d’accorrere nella Venezia, e impedire questa calata di rinforzi: e ve lo sollecitavano i Veneziani[79], ma così non la sentivano nè il Ministero romano nè Carlalberto; sol tardi giunse, e non impedì che fossero prese (5 maggio) Feltre, Belluno, Bassano. Oltre la non dissimulata avversione del papa a questa guerra, intrecciavansi i comandi suoi con quelli del generale Ferrari capo di volontari romagnuoli, e del generale Antonini capo di raccogliticci in Francia: gente mal disciplinata, e capitani gelosi perchè pari, gli uni credonsi traditi dagli altri perchè non si sussidiano a vicenda, e tutti pajono intenti più ch’altro a non pericolare i loro seguaci. Ferrari, non soccorso nel fatto di Cornuda da Durando ch’erasi ritirato alla Brenta, recede a Treviso: quivi accorre pure Durando, e il nemico ne profitta per assalire Vicenza: se non che la gagliarda resistenza dei cittadini basta a respingerlo.
Nuovi rinforzi al nemico conducea Welden pel Tirolo; e Radetzky con un colpo arrischiato tentò girare alle spalle de’ Piemontesi, i quali senz’averne avviso trovaronsi assaliti a Goito (29 e 30 maggio): i soldati e i volontarj toscani a Curtatone e Montanara aveano sostenuto coraggiosi l’assalto di triplo numero di nemici, comandandoli Laugier; e dopo sei ore dovettero ritirarsi in rotta quei che non rimasero morti come il professore Pilla, o prigionieri come il Montanelli. Quanto fu il lutto della mal agitata Toscana, e quanto lamentarsi di madri e di fratelli, impreparati a tante perdite! Tardi giunse a soccorso Bava coi Piemontesi, o non informati della mossa, o lenti a ripararla: intanto però Carlalberto avrebbe potuto vantaggiare di quel soprattieni, e colla sua copiosa riserva involgere il corpo di Radetzky, e tagliarlo fuori delle sue fortificazioni: ma mentre tutta Italia solennizzava la resa di Peschiera, lasciò che il nemico, rifattosi e fidando nell’inesperienza di lui, abbandonasse le proprie posizioni per correre ad incalzare Vicenza, che difesa dai cittadini, dagli Svizzeri, dai Pontifizj sopraggiunti, pure dovette capitolare (11 giugno). Durando patteggiò di ricondurre di là dal Po i Romagnuoli, nè più combattere nella guerra santa; alquanti ricoverarono a Venezia con Ferrari e Antonini; Treviso, Palmanova, Osopo non tardarono ad essere occupate (13 giugno) dagli Austriaci, ai quali restò aperto il varco verso la Germania per la Ponteba e pel Tirolo, mentre Radetzky, compite le decisive operazioni, rientrava nelle inespugnabili bastite.
Cessava la speranza del vincere, eppure le illusioni cresceano, e mostrando i disastri ripeteasi: — Nessun’altra salvezza che nel re e nel suo esercito». Ciò fece sollecitare la fusione della Lombardia: ma qual capitano avrebbe potuto condursi fra le ciarle di quattro Parlamenti, di centinaja di circoli, di migliaja di giornali? e Carlalberto che «era entrato in campo più per cancellare colpe vecchie che per acquistare glorie nuove» (Ranalli), era costretto rispettare quell’inesauribile retorica. Rinforzarsi sull’alture di Sommacampagna, che sono il baluardo della Lombardia, era il partito che unico gli restava, e lo prese: ma stanco dell’inazione, e spronato dalle lodi e dalle accuse, volle prendere l’offensiva col bloccare Mantova, e spinse quarantamila uomini sull’ala destra; col che assottigliò la linea, scoprì la sinistra, e aperse il varco di Rivoli, ch’egli erasi acquistato con tanto vanto. Allora Radetzky, sbucato da Verona, e con ardita mossa sfondando il sottile nemico, si spinse contro il centro (23 aprile), e prese Sommacampagna senza aver vinto una battaglia. Dov’io, sebbene schivi le particolarità de’ combatimenti, avvertirò come il nemico non esitasse ad abbandonare sguarnita persino Verona, tanto sentiva l’importanza di farsi grosso sopra un punto solo; e come la posizione decisiva di quella giornata fosse presa da ottocento volontarj viennesi, giovani nuovi alle armi, di cui soli cencinquanta uscirono illesi. Sono atti proprj della guerra insurrezionale, e li faceva il domatore.
Tardi accortosi del fallo, il re diresse tutta la gagliardia a ricuperare la posizione, ma non potè celeremente concentrare truppe così disgiunte, e dalla inattesa celerità del nemico si trovò circuito; e il nome di Custoza (25 luglio), come altri, ricorda valori e sventure. Allora cominciano i disastri. I grossissimi magazzini cadono preda degli Austriaci; gl’invii di nuove provvigioni restano tagliati fuori, e l’esercito per due giorni difetta di cibo e di vino, mentre lo sferza un sole cocentissimo, e lo incalzano senza resta i nemici, ben pasciuti e incorati dalla vittoria. Il re, sconfitto prima d’essersi accorto dell’attacco[80], da Goito manda a cercare un armistizio; e Radetzky lo consente; purchè abbandoni tutte le fortezze, e si ritiri dietro l’Adda. A questi patti esorbitanti il re preferì piegare sopra Cremona per coprire questa città, dove giaceano i feriti. Giuntovi, e accortosi di non vi si poter reggere, ogni buona legge di guerra gli suggeriva di ricoverare per Piacenza ad Alessandria, sua base d’operazione: ma non l’avrebbero tacciato di combattere per sè, anzichè per l’Italia? Difilasi dunque sopra Milano (3 agosto), professandosi risoluto a difenderla, quasi sia possibile per una città sì estesa e sguarnita, e dopo che avea mandato di là dal Po il gran parco d’artiglieria.
A Milano il Governo provvisorio, dopo la fusione, avea ceduto il potere ai commissarj regj generale Olivieri, Montezemolo, Strigelli. Giunsero allo stringere del pericolo; onde si pensò invigorire la resistenza mediante un Comitato di pubblica difesa[81], che pubblicò prestito, armamento, silenzio de’ giornali, inquisizione contro gli abbondanzieri, quella sfuriata d’editti che si fanno quando non si può far altro. Realmente nella città aveasi sufficienza di viveri, di polvere, di cartuccie, recente memoria d’eroismo, afflusso di profughi dalle città rioccupate; la guardia nazionale, messa al comando del generale Zucchi, potea valere a difesa, appoggiata dall’esercito che battesse di fianco il nemico: inoltre tutto l’alto paese era libero; le creste dell’alpi Retiche munite di cinquemila volontarj; Griffini con cinquemila altri presidiava Brescia; il temuto Garibaldi accorreva dal Bergamasco nella Brianza, sicchè poteasi minacciar le spalle del nemico con dodicimila volontarj, a dirigere i quali il re avea spedito Giacomo Durando, generale piemontese impratichito in Ispagna alla guerra di squadriglie.
Se di ciò incoravansi gli animosi, i più disperavano, e torme lamentevoli e costernate fuggivano dalla città. Noi difendevamo l’Adda da Cassano in su, e i Tedeschi già la passavano (1 agosto) verso le foci sul ponte di Grotta d’Adda, lasciato sprovvisto; a gran pena evitasi nell’esercito il pieno scompiglio; le strade ingombre di carriaggi fanno penosissima la marcia, desolata anche da rovesci di pioggia; e di cinquantamila uomini, che eransi mossi in ritirata da Goito, venticinquemila appena avvicinavansi a Milano. Radetzky, lasciati tremila uomini a Cremona, diecimila avviatine verso Pavia, con trentacinquemila accampò nei prati di San Donato presso Milano, e battendo rincalzava i nostri verso la città. Molti cittadini sortirono a combattere, e il re vedemmo in mezzo a noi aspettare le palle nemiche, siccome chi più non ha nulla a perdere nè a sperare. Conosciuta irreparabile la rotta, ci diemmo di tutta forza a far risorgere le barricate: ahimè! l’entusiasmo era sbollito; e quei che bastarono a cacciare il Tedesco quando concordi, or non valeano a tenerlo fuori perchè disuniti: gli uffiziali ripetevano essere inutili quelle difese popolari quando cannoni s’aveano da spazzar le vie: il popolo supponea volessero difendere una città, sulla quale aveano attirato il nemico, e invece li vide sfilare verso la patria.
La disgrazia rende ingiusti, e cessata la speranza della vittoria, parvero cessare le scuse della sconfitta. Si pretese che Carlalberto, vistosi incapace di restaurare la fortuna, patteggiasse con Radetzky d’aver libero il ritorno, consegnandogli una ad una le città cui passerebbe. Sempre il tradimento! ragione infingarda che dispensa dal cercare le vere. Unico suo torto fu l’essersi creduto buono a condurre una guerra, sol perchè la desiderava, e l’aver sino a quell’estremo dissimulata la miserabile condizione del proprio esercito, e con ciò dato lusinga d’una difesa, anche dopo aver capitolato. Avesse scoperto il vero, si fosse immediatamente ricoverato sotto Alessandria, risparmiava tanti patimenti al suo esercito e gli estremi sforzi ai Milanesi, che, delusi nell’aspettazione e non ancora ridotti alla rassegnazione di chi si trova sconfitto, proruppero in improperj; il grido di traditore fu lanciato di nuovo in volto al misero re, che aveva esposto la vita propria e de’ figli; e coloro che l’incensavano inorpellato di diademi, non seppero rispettarlo coronato dell’avversità, nè ricordare che ciò ch’è coraggio davanti alla tirannia, diviene viltà dinanzi alla sventura. La notte (6 agosto) egli usciva celatamente da Milano: il domani rientravano i Tedeschi in una città muta e vuota d’abitanti, che a migliaja rifuggivano in Piemonte o in Isvizzera[82].
L’armistizio (9 agosto) portava, che l’esercito vuoterebbe la Lombardia e le piazze forti di Peschiera, Osopo, Rôcca d’Anfo, gli Stati di Modena, Parma, Piacenza, e inoltre Venezia e la sua terraferma: nessuna parola dei popoli, e neppur delle bande volontarie. Non era firmato dal Ministero, bensì dal generale Salasco, al quale allora i ministri stranieri presero a rinfacciare d’aver con ciò rovinato i buoni accordi ch’essi erano in via d’ottenere, cioè che i due eserciti restassero nella relativa posizione, finchè si negoziasse una pace, fondata sull’indipendenza della Lombardia[83]; allora il Parlamento a imputarlo d’aver trasceso i poteri con un atto che teneva alla politica; allora il vulgo a insultarlo, poichè in ogni disgrazia vuolsi una vittima che cangi in ira la vergogna, e incolpasi chi fece quel che non potea tralasciare. Ma Salasco rispondeva: — Le insurrezioni si fanno dai popoli, le guerre si combattono dai soldati; e questa era guerra: e poichè i primi nè s’erano mossi nè accennavano di muoversi, e gli altri mostravansi e disordinati e ritrosi, unica salute rimaneva una sospensione d’armi».