C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI TOMO XV.
STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO XV.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1877
APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA
(Vol. I, pag. 83).
Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt.
Virgilio.
§ 1º Proposizione.
Senza toccare le origini del parlare, che è il problema capitale nello studio dell’uomo, avvertiremo solo come nel linguaggio trovasi una convenzione tacita per designare le cose stesse colle stesse parole, esprimere gli stessi giudizj colle stesse forme grammaticali; onde bisogna supporvi condizioni fisiologiche, val a dire un organo per produrre i suoni elementari, vocali o consonanti; un organo di udito per raccoglierli dalla bocca altrui e dalla propria; e condizioni soprorganiche, cioè un’attività volontaria per mettere in moto gli organi fonici, e ripetere con intenzione i suoni semplici o complessi che ciascuna lingua ammette; inoltre un’intelligenza capace di idee generali e di una coordinazione per istituire delle radicali, per recarle ad associazioni o derivazioni, per istabilire regole di sintassi.
V’è dunque alcuna cosa nell’uomo che lo fa, non solo superiore, ma essenzialmente diverso dal bruto; nè, speriamo, si dirà inopportuno il cominciare da tale protesta.
Dalla quale raccogliendoci allo scopo del presente lavoro, diremo come tre opinioni diverse corrono sull’origine dell’italiano. L’una che, per l’irruzione de’ Barbari, la lingua latina sia stata mutata e lessicamente e grammaticalmente, fino ad originarne una nuova, questo vulgare nostro; è il sistema di Castelvetro, Muratori, Raynouard, Max Müller[1]. L’altra, che sia il latino, svolto sotto gl’influssi degli idiomi indigeni nei paesi ove quello fu portato dalla conquista; sistema del Fauriel. La terza, che questo nostro vulgare sia il latino anticamente parlato, non cangiato di essenza e di natura, ma soltanto modificato dal tempo e dagli accidenti.
Noi intendiamo provare che l’italiano non è se non l’alterazione naturale della lingua che usava il Lazio antico: sicchè la legge di continuità, dal Leibniz stabilita nella fisica, e quella dell’evoluzione, oggi in moda, avveraronsi anche nell’idioma nostro; non sovvertimenti improvvisi, ma successivi svolgimenti, conformi ai metodi con cui lo spirito umano crea, usa, trasforma la parola, e perciò somiglianti a quelli d’altri linguaggi. Tale è la nostra opinione, e cercheremo dimostrarla storicamente, seguendo l’alterazione passo passo dall’età arcaica e traverso al medioevo, sin quando, verso il 1200, anche nelle scritture si adoperò la nuova forma che si costituiva, insieme coll’antica che si sfaceva. E al modo che l’Ausonia, l’Enotria, l’Esperia si chiamò Italia senza per questo mutarsi, così la lingua latina cangiò il nome in italiana. Venuta a mano degli scrittori, i più insigni tra questi, per un sapiente caso, furono toscani, e adoperarono francamente la propria favella, mentre a questa cercarono accostarsi coloro che parlavano altri dialetti; onde ebbero assicurato al toscano il vanto di lingua nazionale tipica.
Meramente scolastico non crederà questo studio chi sappia che la storia della parola è storia dello spirito umano e talora segna le epoche. Questo solo noi vogliamo, senza ardire di inoltrarci in quella nuova filologia[2], che studia il linguaggio nelle sue relazioni collo spirito umano, negli elementi costitutivi delle favelle, nell’interna loro struttura; nell’attenzione ai dialetti, nell’indagine paleontologica, che tanto innanzi portò la prova della evoluzione delle lingue, e insieme tanto profittò all’etnografia, all’archeologia, alla conoscenza delle religioni. Noi ci limitiamo ad uffizio di storici.
§ 2º Lingue de’ prischi Italioti.
Allorchè, sul terminare del medioevo, si rintegrò lo studio dell’antichità, poteasi rivolgere l’attenzione alle prische lingue, mentre tanta ne costava il purgare la latina? Ma dopochè la filologia fu ajutata da ricca messe di nuovi documenti, parve vergogna il porre all’indiano o all’egizio maggior cura che non ai parlari italiani antichi, e i dotti vi applicarono quell’assiduità che merita tutto ciò che avvicina alla cuna d’una lingua com’è la latina, studiata da tutt’Europa perchè ha monumenti in ogni paese, dal lembo dei deserti africani sino ai perpetui geli polari.
Però l’interpretare iscrizioni in favelle che non si conoscono e con caratteri per lo meno incerti, richiede circospezione insieme ed ardimento, quali non sempre accoppiarono i moltissimi che, ai dì nostri, assunsero questo tema[3]. Le conchiusioni, a cui arrivano questi e gli altri laboriosi cercatori, differentissime, eppur dimostrate tutte con altrettanta certezza, attestano che non fu raggiunto ancora un vero assoluto, e neppure scientifico. È pur doloroso che, mentre s’avanzò tanto la cognizione e dei caratteri e delle lingue egiziana e babilonese e persepolitana, restiamo così indietro quanto alla etrusca, fino a non accertare a qual gruppo essa appartenga.
Guglielmo Corssen (Ueber die Sprache der Etrusker, Lipsia 1874) espone i lavori dei precedenti investigatori, cominciando dal favoleggiatore Annio di Viterbo, fino al Risi (Dei tentativi fatti per spiegare le antiche lingue italiane e specialmente la etrusca, Milano 1863); e riprovando lo Janelli, il Tarquini, lo Stickel... che l’etrusco reputano semitico, e peggio quei che lo danno per armeno, o finnico, o celto, o slavo; loda i nostri che, fino al Conestabile e al Fabretti, adoprarono la comparazione per attestarlo affine al latino, come egli pure lo crede. Valendosi dei tanti monumenti scoperti ed esaminati ultimamente, e argomentando sull’epigrafia, l’archeologia, la onomatologia, la fonologia, lo crede idioma flessivo, di stipite indo-europeo, di famiglia italica, poco differente dall’osco, dall’umbro, dal latino, ma più duro, con inasprimento, e molte consonanti, con caratteri affini agli altri idiomi italici. Alla sua opinione contrasta l’autorità di Dionigi di Alicarnasso, che, al tempo d’Augusto e mentre vivea Varrone, cercando in Roma le antichità italiche, asseriva che gli Etruschi nel vivere come nel parlare erano dissimili dalle altre genti. In fatti egli troppo asserisce senza provare le deduzioni ardite, e noi, dolendoci che non ce ne restino se non iscrizioni di tombe e qualche specchio, eserciteremo l’ars nesciendi.
Aufrecht, professore di Edimburgo, che col Kirchhoff esponendo le Tavole Eugubine, vi riconobbe il linguaggio degli Umbri, testè alla Società filologica di Londra indicò il suo parere sull’indole della lingua etrusca: ed enumerava il poco che se ne conosce. Ciò sono i primi sei numerali e loro composti: avils età; ril anni; clan figlio; hinðial spettro; fleres statua; il suffisso al è affine al latino ali; i suffissi asa, esa, isa, usa indicano i cognomi di donne: p. es. pumpuasa, lecnesa, moglie di Pomponio, di Licinio: e conchiude che l’etrusco differisce da tutti gli altri linguaggi europei. In precisa opposizione al Corssen è anche W. Deecke (Corssen und die Sprache der Etrusker, Stuttgard 1875); ribatte tutte le prove di questo, e crede col Mommsen gli Etruschi un popolo estraneo agli altri d’Italia[4].
Nella lingua sanscrita, che è la classica e sacerdotale degli antichi Indiani, AVI significa vivere, e RIS tagliare, da cui il greco ῥαίω, ῥέσσω, il latino rodo e rado, il tedesco reissen, il russo riezu; RI esprime anche movere, trascorrere, da cui il greco ῥέω, il latino ruo, il francese rue, l’inglese ride. Il RIL etrusco potrebbe derivare dall’uno o dall’altro, considerando l’anno come uno scorrimento di tempo, o come una divisione.
Altre parole etrusche di non ben sicuro significato sono antar aquila, usil il sole, tutas il verbo tutari, lar signore, nepos lussurioso, clan figliuolo, see figlia. I filologi dalla somiglianza di queste voci con altre d’idiomi viventi si fanno forti per aggregare l’etrusca alle lingue indo-europee, anzichè alle semitiche.
Della lingua umbra il monumento principale sono le Tavole Eugubine di bronzo, scoperte il 1444; cinque scritte con caratteri etruschi; le due più grandi (che sono il maggiore monumento di liturgia pagana) con lettere latine, come pure undici linee d’una terza, che alcuni non credono appartenere alla serie delle altre; tutte poi di ortografia, scrittura e linguaggio differenti fra loro in modo, da farle credere di età diversa; ma non si sa di quale: nè veruna ragione fa piede alla congettura di Lepsius, che quelle scritte con caratteri latini sieno posteriori a quelle d’alfabeto etrusco, e queste appartengano al sesto, quelle al quarto secolo di Roma. Perfino il chiamare umbra la lingua in cui sono scritte è convenzione, non fondata su d’altro che sul paese dove furono trovate; anzi la bizzarria delle forme potrebbe trarre a vedervi un esempio delle scritture arcane, usitate fra i sacerdoti nell’antichità.
Bizzarrissime interpretazioni se ne diedero, seguendo il capriccio, anzichè canoni di filologia comparata; Gori, Lami, Bardetti pretesero leggervi i lamenti de’ Pelasgi per le sciagure sofferte, e tutti vi fanno le più arbitrarie rimutazioni. Per esempio, in una d’esse Tavole si legge:
CVESTRE TIE VSAIESVESVVVEBISTITISTE TEIES.
Dividono
cuestre tie usaies vesv vvebis titiste teies,
per interpretare
cuestor tie οσας vesum vuebis τιθεστε deies
cioè
Questor dicit: quascumque vobis visum est,
constituite dies.
Opinione nuova mise fuori, poco fa, Guglielmo Bentham nell’Accademia reale irlandese; l’antico etrusco essere identico colla lingua iberno-celtica e coll’irlandese, quale oggi si parla in quelle isole; e conforme a ciò diede la versione della quinta e settima delle Tavole Eugubine, prescelte come di materia più importante. Secondo lui, vi è esposta la scoperta delle isole Britanniche, fatta dagli antichi Etruschi, e l’uso dell’ago calamitato nella navigazione. La sesta comincia con invitare a scompartirsi o prendere a fitto le terre occidentali, ove sono tre isole di suolo ubertoso, con bovi e montoni assai, e damme negre, oltre miniere e belle acque. La settima finisce col rammentare che le isole scoperte possono dare incremento al commercio, protette dal mare contro i nemici, e che offrirebbero asilo qualvolta il loro paese restasse invaso da questi. L’iscrizione fu fatta trecento anni dopo il gran fragore sotterraneo! Dopo il Baldo, il Van Scrieck, il Dempster, il Maffei, l’Abati Olivieri, il Passeri, il Gori, il Borgnet, il Lami, venne il Lanzi interpretando qualche passo: Otfried Müller confermò che non erano in etrusco ma in umbro: Lepsius, celebre egittologo, e Lassen eminente indianista, Grotefend persianista, vi applicarono la nuova linguistica comparativa. Dalla sesta leviamo un brano d’una specie di litania, la quale mostra un parallelismo ed il ritorno di certi vocaboli, qual costumava fra gli Ebrei:
Tejo dei Grabove.
Dei Grabovi ocreper fisiv tota per iiovina erer nomneper erar nomneper fossei pacersei ocrefisei.
Di Grabovie tio esu bue peracrei pihaclu, ocreper fisiu totaper iiovina erer nomneper erar nomneper.
Di Grabovie orer ose persei ocrem fisiem pir ortom est toteme iovinem arsmor dersecor subator sent pusei neip hereitu.
Di Grabovie persei tuer prescler vasetom est pesetom est peretom est prosetom est daetom est tuer perscler viresto avirseto vas est.
Di Grabovie persei mersei esu bue perderei pihaclu pihafei.
Di Grabovie pihatu ocrer fisier totar iiovinar nome nerf arsmo veiro pequo castruo fri pihatu futu fons pacer pase tua ocre fisi tote iiovine erer nomne erar nomne.
Di Grabovie salvom seritu ocrem fisier totar iiovinar nome nerf arsmo veiro pequo castruo frif salva seritu futu fons paver pace tua ocre fisi tote iiovine erer nomne erar nomne.
Di Grabovie tiom esu bue peracri pihiaclu ocreper fisiu tota per iiovine erer nomneper erar nomneper... ecc.
Esibiamo la seguente interpretazione come delle meno improbabili:
Jovi Grabovi subvoco.
Jovem Grabovem invoco in sacrificio pro tota jovina (gente), eorum nomine, earum nomine, uti tu volens sis, propitius sis sacrificio.
Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio pro tota jovina, eorum nomine, earum nomine.
Jupiter Grabovi, hujus rei ergo quoniam ad sacrificium ignis ortus est toti jovinæ, armi desecti subactique sint tamquam sacrificio uno.
Jupiter Grabovi, prout pesclos mactare factum est, positum est, dictum est, mactare pesclos fas jusque esto.
Jupiter Grabovi, disecto eximio bove, piaculo piatus esto.
Jupiter Grabovi, piamine sacrificiorum totius jovinæ nominibus, agrûm, virûm, pecus, oppido expiato, fiasque volens propitius pace tua sacrificio totius jovinæ gentis, eorum nomine, earum nomine.
Jupiter Grabovi, salvo satu sacrificiorum totius jovinæ nominibus arvûm, virûm, pecudum, oppido satum sospita, fiasque volens propitius sacrificio totius jovinæ gentis, eorum nomine, earum nomine.
Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio, pro tota jovina gente, eorum nomine, earum nomine.
Si scosta in varie parti e nella lettura del testo e nella versione il Grotefend, il cui lungo e pazientissimo studio fu ben lungi dal condurre a risultamenti decisivi: e che così legge e interpreta un brano:
Teio subocav suboco Dei Grabovi, Fisovi Sansi, Tefra Jovi! ocriper Fisiu, tota per Iiovina, erer nomneper, erar nomneper: fos sei, pacer sei ocre Fisei, tote Iiovine, erer nomne, erar nomne. Arsie! tio subocav suboco. Dei Grabove. Asier fritte tio subocav suboco, Dei Grabove! ecc.
Te bonas preces precor, Jovem Grabovem! Fisovem Sansium! Tefram Joviam! pro monte Fisio, pro lota Iguvina, pro illius nomine, pro hujus nomine, uti sis volens propitius monti Fisio, toti Iguvinæ, illius nomini, hujus nomini. Benevole! te bonas preces precor, Jovem Grabovem! Benevoli Fidicia, te bonas precor, Jovem Grabovem!
Meglio Aufrecht e Kirchhoff, con sapienza e tatto ravvicinando i passi simili, tennero i veri modi di tentare quella interpretazione, invano conturbata da Huschke, e spinta innanzi dai più recenti filologi.
Sono gli atti della fratrecate dei frater atijediur, cioè fratelli attidiani, della città di Attidio, forse il moderno Attigio, che dirigono preci a varj Dei, alcuni simili, altri differenti dai romani; se ne prescrivono i riti, e pajono appartenere al VI o VII secolo di Roma. Hanno qualche relazione cogli atti de’ Fratelli Arvali, che furono quasi completati da recenti scavi; riferendosi entrambi a un culto di divinità campestri dell’Italia antica, sopravvissuto alla invasione di Roma.
Chi si sgomenta de’ libri, può vedere la serie delle ricerche e delle scoperte in un articolo della Revue des Deux Mondes, 1 novembre 1875. L’opera più recente che conosciamo è Bréal, Les Tables Eugubines, texte, traduction et commentaire, avec une grammaire et une introduction historique, Parigi 1875.
La lingua più diffusa nell’Italia meridionale era l’osca, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e fin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale, secondo A. Gellio (XVII. 17), tria corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret. Dalle iscrizioni vi appajono elementi del latino estranei al greco, sotto forme che nel latino perdettero e sillabe e terminazioni, e con flessioni inusitate a quello. Il p si sostituisce spesso al q, come pid per quid, e forse opici per equi; l’ei all’i; l’ou all’u; aggiungesi il d a molte voci cadenti in o. Gli Oschi dicevano akera, anter, phaisnum, tesaur, famel, solum, quel che i Latini dissero acerra, inter, fanum, thesaurus, famulus, solus..... Questa favella, se crediamo a Klenze, non ebbe fondamentale differenza dalla latina, talchè se avessimo libri scritti in essa, potremmo, se non tutte le parole, intenderne però il senso. A Roma si poneano iscrizioni in quella lingua; Plinio dice che scriveasi sulle case arse verse, cioè arsionem averte; e si continuò a rappresentare burlette in osco, delle quali il popolo si spassava grandemente. Strabone ancora al tempo di Tiberio scriveva, nel V della Geografia: — Benchè sia perita la gente degli Oschi, la loro favella resta fra i Romani, talchè si recano sulla scena certi canti e commedie in una gara che si celebra per antica consuetudine». E forse l’osco era il parlare fondamentale dell’Italia, cioè del vulgo; e sempre visse fra questo anche quando le persone colte e gli scrittori adopravano il latino, per poi prevalere allorchè le sventure scemarono la coltura e allontanarono la Corte: talchè sarebbe esso il vero padre del nostro vulgare.
Marsi, Sabini, Marrucini, Piceni parlavano il sabellico, che forse era identico col volsco, ma differiva dal sannita, il quale era osco, giacchè Tito Livio (X. 20) dice che, per esplorare l’esercito sannita, furono mandati uomini, gnari oscæ linguæ. Varrone invece farebbe solo affini le due favelle, dicendo che sabina usque radices in oscam linguam egit (De lingua lat., VI. 3). Anche i Volsci dovevano differirne in qualche cosa, poichè Titinio poeta, contemporaneo del prisco Catone, in un passo riferito da Festo alla voce Oscum, scrive che i popoli abitanti intorno a Capua, Terracina e Velletri obsce et volsce fabulantur, nam latine nesciunt. I Bruzj parlavano osco e greco, onde dicevansi bilingues Brutiates (Festo). Citano la voce hirpus, lupo, come comune ai Falisci ed ai Sanniti (Dionigi d’Alicarnasso, i. 21). Servio attribuisce ai Sabini la parola hernæ, rupi, e Varrone la voce multa (multæ vocabulum non latinum sed sabinum est; idque ad meam memoriam mansit in lingua Samnitium, qui sunt a Sabinis nati; lib. XIX); e informa che, invece di farena, diceano hasena (Velio Longo grammatico), e tebas i colli; dall’embratur de’ Sabini deriva l’imperator de’ Romani. Infine, secondo Livio, i Cumani chiesero ut publico loquerentur, et præconibus latine vendendi jus esset (XL. 42): il che prova che fin a quell’ora aveano usato lingua propria. I Marsi adottavano i caratteri romani e la lingua latina: i Sabini conservarono sempre l’osca.
Del dialetto volsco quest’iscrizione fu trovata a Velletri, sul cui significato fu molto discusso fra Lanzi, Orioli, Guarini, Janelli ed altri:
Deve Declune statom sepis atahus
Pis velestrom fak esaristrom se
Bim asif vesclis vinu arpalitu sepis —
— toticum covehriu
sepu ferom pihom estu ec se cosrties ma —
— ca tafanies
medix sistiatiens.
Più facile a dicifrarsi parve questa osca, da Avella portata nel seminario di Nola, e illustrata dal Passeri, Simbole Goriane, tom. I:
Ekkuma... tribalac... liimit.... herekleis —
Ecce tribus limites herculis
— fissnu mefa ist entrar
fanum demensa est intra
einuss pu amf derl viam pusstis pui —
fines post circum per viam posticam per
ipisi pustin slaci senateis inim ink tri —
ipsius ibi loci senatus unum jugum tria
— barakinf
brachia
aufret puccahf sekss puranter teremss irik
aufert pauca sex puriter termini hircus
ecc.
Sul pendaglio d’una bella statua di bronzo, dissepolta presso Todi nel 1835, si trovarono parole, le quali (a lasciar via le fantasie e le arguzie) furono diversissimamente interpretate dai dotti. Il bibliotecario Cicconi, ricorrendo al greco, tradusse: Io lungamente tempestato in mare, offersi; il Campanari spiegò dapprima Ahala legato in onor di Marte offriva, dappoi: Ahala figlio di Trottedio il Marte Fonione dedicò; il padre Secchi divinò: Aveial Quirinus Vibii f. nomine Vibius; il Lanzi coll’ebraico intese: Acco da Todi e Tito effigiarono il simulacro della Vittoria; il Vermiglioli: Aeia L. Trutinus punu mi vere, cioè Aeia figlia di Trutino pongo sono vero; il De Minicis, Trutino Fono figlio di Aeia fece. Tanto vacilla ancora la paleografia italiota.
Nella guerra Sociale, ultima riazione degl’Italiani contro il predominio di Roma, i popoli collegati assunsero per pubblico decreto il linguaggio natìo, e l’adoprarono nelle monete (Lanzi, Disc. proem. alla Galleria). Tardi poi visse l’etrusco: e che differisse molto dal latino lo prova quel passo di A. Gellio, ove si narra che, avendo uno detto apluda e floces, voci antiquate, gli astanti, quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt (XI. 7). Quintiliano (Inst. orat., I. 9), trattando delle parole non di lingua, scrive: Taceo de Tuscis, Sabinis et Prænestinis quoque; nam ut eo sermone utentem Vectium Lucilius insectatur, quemadmodum Pollio deprehendit in Livio patavinitatem. Chi potrà ora determinare quelle differenze di dialetti? Tanto più che gli antichi non avevano raggiunto il sentimento della natura delle lingue, e dell’illustrazione che da esse deriva all’indole dei popoli, sicchè vi scorgessero un interesse filosofico; laonde, non si fermando sui caratteri essenziali di somiglianza, faceano dell’idioma di ciascuna città indipendente una lingua a parte, designata col nome degli abitanti.
Ariodante Fabretti, davanti al Glossarium italicum, in quo omnia vocabula continentur ex umbricis, sabinis, oscis, volscis, etruscis, ceterisque monumentis quæ supersunt collecta (Torino 1857) dice: «In una materia così difficile sarebbe strano desiderare un lexicon alla foggia delle lingue conosciute, antiche o moderne; conciossiachè accanto alle voci di sicura spiegazione avvene molte che resistono alla critica, e non permettono che congetture. Non tutte le voci sono chiarissime nel significato al pari delle umbre: karne carne, vinu vino, purka porca, sif sues, vitlu vitulo, est est, fetu facito, seritu servato, peturpursus quadrupedibus, alfir albis, rofa rufa, salvom salvum, karu coram, prufe probe, nomneper pro nomine, pupluper o popluper pro populo ecc.; — delle osche: aasas aras, dolud dolo, ligud lege, genetaí genitrici, kvaísstur quæstor, regaturei rectori, aíkdafed ædificavit, deicum dicere, fefacust fecerit, herest volet, prúfatted probavit, set sit, alttram alteram, pús qui, amiricatud immercato, malud malo, anter inter, contrud contra, inim enim, nep neque ecc.; — e delle etrusche: etera altera, clan natus, phuius filius, avils ætatis, turce donum, tece posuit, ecc. Un gran numero di vocaboli, ripetuti o modificati, varrà, se non altro, a fermare certe leggi eufoniche che governano gli antichi idiomi italici; ed alcuni nomi, che è bene conoscere, dovranno entrare quando che sia nei dizionarj della latina favella, come quelli delle tuscaniche divinità Tina Juppiter, Thalna Diana, Turan Venus, Menrva Minerva, Sethlans Vulcanus; o passati di Grecia in Etruria, come Aplu Apollo Turms Ἑρμῆς, Thethis Thetis, oltre una folla di greci eroi, quali Hercle Hercules, Achle Achilles, Achmemrun Agamemnon, Clutumita Clytemnestra, Menle Menelaus, Neptlane Neoptolemus, Pentasila Penthesilea, Urusthe Orestes ecc.
«Un’opinione male accreditata e la pubblicazione di certi alfabeti antichi d’Italia guasti ed errati, fanno dire a molti che nulla s’intenda delle vecchie epigrafi degli Osci, degli Umbri e degli Etruschi; eppure ad ogni passo si offrono chiare intere locuzioni. Nelle Tavole Eugubine per esempio: PVSEI. SVBRA. SCREHTO. EST uti supra scriptum est; VITLV . TORV . TRIF . FETV vitulos tauros tres facito; SALVA . SERITV . FVTV FOS (o FONS) . PACER PASE TVA . OCRE FISI TOTE IOVINE . ERER NOMNE . ERAR NOMNE salva servato, esto volens, propitius pace tua, colli Fisio civitati Iguvinæ, ejus (colli) nomine, ejus (civitatis) nomine; — e nella tavola osca di Banzia SVAE PIS CONTRVD EXEIC FEFACVST si quis contra hoc fecerit: PIS CEVS BANTINS FVST qui civis Bantinus fuerit. Nella epigrafia etrusca un gran numero di leggende funerarie, più preziose se bilingui come questa
— P . VOLVMNIVƧ A . F . VIOLENS CAFATIA NATVS,
ci dà una serie di nomi di famiglie, che verosimilmente passarono dall’Etruria in Roma, od hanno colle romane un riscontro storico e filologico; anzi taluni di questi nomi rivelano altrettanti vocaboli dalla lingua parlata dagli abitatori della media Italia, come i gentilizj cantini, capras, crace, crespe, plaute, pumpu, senate, spurie, sacria, salvis, vitli, ecc. Anche qualche etimologia, professata ab antico, viene raddirizzata col soccorso delle etrusche inscrizioni; per esempio la voce
od
(usil), che in due specchi metallici indica il Sole od Apollo, ivi rappresentato co’ suoi attributi, ci riconduce alla famiglia degli Auseli (Aurelii) a sole dictam (Paul., pag. 23, ediz. Müller) ed alla radice sanscrita svar, forma primitiva di sur (splendere), respingendo il detto di Cicerone (De natura Deorum, II. 68): Cum sol dictus sit, vel quia solus ex omnibus sideribus est tantus, vel quia cum est exortus, obscuratis omnibus, solus apparet.
«La fratellanza dei vetusti dialetti sparsi in Italia, riconosciuta dai segni alfabetici, si dimostra meglio coi ripetuti raffronti delle voci umbre ed osche ed etrusche in tra loro e coll’idioma latino; così l’osco deded, e con etruschi caratteri tetet, era tez nell’Etruria e forse dede nell’Umbria, dedet e dede (dedit) nelle bocche del popolo romano. Con gl’idiotismi ed arcaismi che occorrono spesso nella latina epigrafia, si avranno argomenti per discorrere fondatamente intorno alla origine della lingua italiana, più remota di quel che generalmente non credesi: moltissime forme popolari verranno innanzi, raccolte dai monumenti de’ più bei tempi di Roma repubblicana e dai modesti funebri ricordi dei primi martiri della Chiesa».
§ 3º Origini del latino.
Le primitive lingue italiche traggono interesse quasi unicamente dalla loro connessione colla latina, la quale, per quanta sia l’importanza del greco e degli idiomi asiatici, resta la più meritevole dell’attenzione di chiunque fida negli insegnamenti della storia, come quella (dice Du Méril) che meglio parve opportuna alla tradizione delle idee altrui, e ad iniziare alla scienza del passato; sicchè costituisce quasi un ponte fra l’antico mondo e il nuovo. Lo studio filosofico del latino, risalendo alle sue fonti e accompagnandone gli svolgimenti, dovrebbe dunque essere introduzione allo studio dei suoi monumenti letterarj.
I dubbj sulla origine di esso sono cresciuti da certe metafore incoerenti di lingua madre o lingua figlia. Non volendo qui fare che da storici, ricorderemo come il carmelitano Ogerio[5] voleva dedurre il latino dall’ebraico: frà Paolino di San Bartolomeo[6] e Klaproth[7] dal sanscrito, e in generale dalle lingue orientali; nel che concordano Calmberg[8], Madvig[9], Prasch[10], Jäkel[11]. Vi fu persino chi lo tirò dallo slavo[12]; nè era a credere vi facesse fallo la scuola un tempo di moda dei Celtisti; onde il Funcke pronunciò l’avola della latina lingua essere sconosciuta, madre la celtica, maestra la greca[13]. Oltre i già citati Donaldson e Edelstand Du Méril, abbiamo molte monografie di Tedeschi, fra le quali vogliamo distinguere i saggi di Hertz intorno ai grammatici latini[14].
L’artificio dei ciurmadori consiste nell’offrire un solo aspetto; gli scolari ignoranti e i leggicchianti si lasciano convincere, perchè non sanno che le medesime ragioni appoggiano anche assunti diametralmente opposti. Fatto è che il latino appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee. Perocchè dalle falde dell’Ecla fino alle rive del Gange, una folla di popoli, disgregati gli uni dagli altri per secoli, quai civili, quai barbari, quali oscuri, quali famosi, parlarono e parlano ancora lingue estremamente diverse a prima vista, ma d’incontestabile parentela, giacchè non solo hanno comune un certo numero di radicali, ma la grammatica di ciascuna ha profonde analogie colle grammatiche di tutte le altre, anzi tutte ne formano propriamente una sola. Al sanscrito, che di essa grande famiglia sta in capo, seguono come derivati l’antico e moderno persiano, il greco, il latino con tutti gli idiomi da questo rampollati, italiano, francese, spagnuolo, ecc.; infine gli idiomi germanici, gli slavi, e sino i celtici[15].
Che il latino sia figlio del greco sostennero gli antichi, massime dacchè, coll’imitare gli autori greci, si venne a ravvicinarlo[16]. Ma il vocabolario ha le origini stesse che le tradizioni e la vita d’un popolo, e la lingua non può essergli imposta da una potenza estrania alla sua vita. Molte voci latine derivano dal sanscrito senza passare pel greco; e fin nomi che più tenacemente si conservano perchè più aderenti alla famiglia: onde soror da svasar che in greco è ἀδελφὴ, frater da bhràtar: vidua da vidhavà, che in greco è χήρη: puer da putra: juvenis da juvan: vir da vira, che i Greci dicono παῖς, νεανίας, ἀνήρ.
Nella costruzione grammaticale, al latino vennero dal sanscrito senza intermedio del greco la terminazione in bus del dativo plurale, e in i del genitivo singolare, e quelle in bilis, bundus, brum, viepiù notevoli perchè il b occorreva rarissimo nel latino prisco. Il latino procedendo s’avvicinò al greco, anzichè se ne scostasse: Tirone[17] dice che veteres Romani græcas literas nesciverunt, et rudes græca lingua fuerunt; Festo aggiunge, che nel quinto e sesto secolo storpiavano i nomi ellenici, necdum adsueti græcæ linguæ.
Effettivamente nel latino possono discernersi due elementi; uno originale, uno affine al greco, benchè abbastanza distinto da quello. Massimamente s’accosta al dialetto eolico, con affettazione di accento; onde Dionigi d’Alicarnasso disse che «i Romani parlano lingua nè affatto barbara, nè del tutto greca, la cui maggior parte è dall’eolico»[18]. Asserì alcuno che nel latino derivino dal greco le parole di economia domestica e rurale, non quelle attenenti a guerra e a governo. Sarebbero delle prime bos, vitulus, ovis, aries, e arvigna, agnus, rus, caper, porcus, pullus, canis, ager, silva, aro, sero, vinum, lac, mel, sal, oleum, lana, malum, ficus, glans; oltre forma travolto da μορφή, repo da ἕρπο, specto da σκοπέω: mentre non hanno a fare col greco tela, arma, currus, lorica, scutum, hasta, pilum, ensis, gladius, sagitta, jaculum, clypeus, cassis, balteus, ocrea; nè i termini forensi jus, lis, forum, mutuum, vas, testis; nè rex, populus, plebs[19]; ἄριστος diceano i Greci l’uom migliore, da Ἄρες dio della guerra: optimus lo dicono i Latini, da opes ricchezza. Chi peraltro da ciò volesse, come il Niebuhr, arguire che una popolazione aborigena pacifica vi rimanesse soggiogata da una bellicosa, ricordi che in tutte le lingue indo-europee trovasi somiglianza de’ termini riferentisi alle pacifiche occupazioni, mentre sono più speciali di ciascun popolo quelli di caccia e guerra.
Inoltre l’asserzione del Müller è troppo assoluta, giacchè vitulus (ἴταλος) non si trova che nel dialetto siciliano, ove molte parole italiche introdussero gli Enotri; e vacca, mulus, juvencus, verres non hanno a fare col greco; agnus e aries sono troppo stiracchiati da ἀρνός e da κριός: asinus ed equus poco tengono a ὄνος e ἵππος; e πῶλος nel senso ristretto di pullus è poco antico: mentre invece equus somiglia al sanscrito AÇVA, pecus a PAÇV, ovis ad AVI, canis a ÇVAN, anser a HANSA; e con parole tutt’altro che greche si esprimevano i prodotti dell’agricoltura, ador, avena, cicer, faba, far, fœnum, hordeum, seges, triticum. Nei pochi frammenti rimasti di Epicarmo e Sofrone siciliani s’incontrano altre voci ignote al greco e affini al latino, γέλα gelu, κάρκαρον carcer, κάτινον catinus, πατάνα patina[20].
Ma derivate da ceppo comune, le lingue italiche, col lungo errar de’ popoli, col lasso del tempo, colle mescolanze, si alterarono in modo, che differente parlarono gli Umbri, gli Osci, i Volsci, i Sabini[21]. Noi crediamo che le varie lingue dell’Italia meridionale fossero tutte dialetti d’una sola, ciascuna ritenendo però alcune parole e forme proprie, e tutte contribuirono alcun che alla formazione o trasformazione del latino. Grotefend[22] forse esagerò l’influenza che ebbero in ciò i prischi idiomi italici, massime l’osco; ma, per quanto questo restasse comune, un’altra lingua, che, almeno nella pronunzia, ne differiva assai, dovette contribuire a formare il latino, se in questo vediamo al P degli Oschi e de’ Greci surrogato sì spesso il Q fino in nomi proprj, come ἵππος equus, da ἔπω sequor, da ἦπαρ jecur, da λείπο linquo, da κόπυς coquus, da Ταρπίνιος Tarquinius, ecc. Schwegler[23] persiste nel considerare la lingua latina come mista di due dialetti italici, affini tra loro. Ma i linguisti più sperimentati, qualora una lingua sia presentata come una transizione fra due altre, la riguardano come uno sviluppo organico, anzichè una reale mescolanza. Certo non vi si riscontra l’elemento sabino.
Il latino conservava dalle lingue precedenti alcune flessioni, che riescono anomale nell’organismo suo: così memini, odi, cæpi, novi, di forma pelasgica: il sum e possum di forma ariana: i verbi deponenti e comuni, che forse, negli antichi parlari, precedettero il verbo attivo, non essendo naturale che si inventasse una forma passiva ad esprimere quel che già dava l’attiva. Così perdette l’aoristo, il duale, salvo nei nomi duo, ambo, uterque; perdette il caso locativo, salvo humi, belli, domi, militiæ. Della radice es si perdette la vocale, restando sum, sumus, sunt, invece di esum, esumus, esunt, e la conservò in eram, essem, esse: e sopprimendola affatto in fui, fuisse.
Noi più volentieri consideriamo il latino, non come una miscela di varie lingue italiote[24], contratte, accorciate, addolcite al modo che fanno sempre le più moderne, ma come germogliato, al pari del greco, da altri polloni del tronco indo-europeo; sviluppato diversamente, come succede nelle individualità. La costituzione romana, personeggiata fin nella origine in una banda di fuorusciti di varj paesi, che si cercano mogli in un’altra gente, poi ammettono alla cittadinanza i Sabini, gli Albani, indi i Latini tutti, poi tutti gli Italiani, infine la classe eletta di tutto il mondo, rinnovava di continuo gli elementi civili, ma insieme doveva portare alterazioni nella favella (Μυρίa ὅσα οὔτε ὀμόγλοσσα, οὓτε ομοδίαιτα. Dionigi, i. 7).
Secondo Mommsen, sette alfabeti appajono nelle prische iscrizioni: il greco delle colonie, l’etrusco, il pelasgico, un antico che sta di mezzo fra l’etrusco e il pelasgico, l’umbro, il sabellico, il latino.
Sembra che il primo modo di scrivere de’ Latini fosse quello che intitolano bustrofedon, pel quale, giunti al termine d’una linea da sinistra a dritta, si ripiglia la seguente da dritta a sinistra, a modo del bifolco nello arare. Da ciò chiamavasi versus la linea, e arare, exarare, sulcare lo scrivere.
L’alfabeto latino era mal determinato da principio: si scambiavano le vocali: alcune lettere avevano espressione diversa; altre più d’un valore, come vedremo più avanti: a molte parole finite per vocale si soggiungeva n, d, t (men, allod, marit, per me, alto, mari): le consonanti non si raddoppiavano, bensì talvolta le vocali per esprimere le lunghe, come juus, feelix: le brevi erano spesso fognate nella consonante che le precede, come krus, cante, per carus, canite; e più spesso l’i, come ares, evenat, per aries, eveniat; e le m, n, s, onde Popeju, cosul, cesor, per Pompejus, consul, censor: i dittonghi ei per i, ai per æ sono frequentissimi, come Junoneis, sei, altai. Vuolsi che solo a mezzo il sesto secolo introducessero il g, non avessero il p nè il q, e invece della r usassero la s o il d; tardi certamente furono adoprate le k, y, x, z pei nomi forestieri; invece del b si trova in principio di parola dv e nel mezzo p, come dvellum per bellum, optinvit: la m finale si sopprime spesso, massime quando seguita da nome cominciante per vocale, forse perchè si pronunziava nasalmente come l’on e l’en nel francese e nei dialetti lombardi.
Nelle iscrizioni antiche la L somiglia alla greca, qual faceasi ne’ prischi monumenti cioè V; e che poi si mutò in Λ. Gli Eolj usavano un’aspirazione che indicavano col digamma F: questo non appare mai nell’alfabeto attico: eppure come cifra ha il sesto posto e la significazione di sei (ϛ), poi passò nell’alfabeto latino come f. Segno d’aspirazione era anche la H, ma scompare nei monumenti posteriori; solo rimase come lettera nel latino. Il Q, ignoto ai Greci, deriva dal
coph fenicio, che come cifra numerica era pure usato nella scrittura attica.
Tacito e Quintiliano si accordano nel dire che l’imperatore Claudio aggiunse tre lettere all’alfabeto latino, delle quali sono conosciute il digamma eolico e l’antisigma. Il primo era un F capovolto ed equivaleva a V, per esempio
L’antisigma faceva le veci dello Ψ greco (psi), e scrivevasi ƆC. La terza lettera alcuni pretendono fosse il dittongo AI, che trovasi nella maggior parte delle iscrizioni del tempo d’esso Claudio, come Antoniai, Divai, ma siam certi che era usato molto prima. Altri da un passo di Velio Longo hanno voluto inferire male a proposito, che cotesta lettera servisse solo a raddolcire il suono troppo aspro della R. Secondo altri, dev’essere stata la X; ma da Isidoro (De origin.) impariamo che questa fu usata fin sotto Augusto. Il φ dei Greci, come osserva Quintiliano, ha un suono diverso dal ph dei Latini; dal che alcuni congetturarono che Claudio inventasse una lettera corrispondente al φ greco. Ancora privato, Claudio pubblicò un libro sulla necessità di queste lettere; salito al trono, le impose per legge; ma appena morto lui se ne tralasciò l’uso, sebbene ai tempi di Svetonio e di Tacito comparissero ancora sulle tavole di rame dove si scolpivano i decreti del Senato per pubblicarli (Svetonio, in Claud., IV; Tacito, Ann., XI. 14).
Notevole progresso dell’alfabeto latino è l’aver indicato le lettere non con denominazione speciale, ma col puro suono di ciascuna; e mentre il greco dice alpha, beta, gamma, delta, l’ebraico alef, bet, ghimel, dalet, lo slavo as, buki, viedi, glacol, dobra, il romano disse a, be, ce, de. Peccato che abbia posto senza ragione la vocale or prima or dopo dell’articolazione, dicendo ef, el, er, invece di fe, le, re; e dispostele a capriccio, anzichè secondo gli organi o la natura loro propria.
La forza delle armi e la espansione del cristianesimo resero quest’alfabeto quasi universale in Europa, adattandolo ciascun popolo all’opportunità dei nuovi idiomi; in esso fu conservato il poco che ci rimane de’ parlari celtici; Ulfila, con alcuni cambiamenti, lo adattò al gotico, donde venne il tedesco d’oggi; anche molti popoli slavi il piegarono ai suoni di lor favella, mentre altri si valsero del greco.
Del resto è noto che scriveasi colle lettere da noi chiamate majuscole, e tardi come tachigrafia s’introdusse il corsivo. Però dalle iscrizioni graffite sulle mura di Pompej appare un altro alfabeto, usitato dai Latini, che chiameremmo lineare, con lettere quasi affatto fenicie, eccetto il g che è tutto latino; e formate di lineette disunite, quasi a modo dei caratteri cuneiformi. Probabilmente era consueto nei paesi de’ Vestini, de’ Rutuli, de’ Marsi, de’ Marrucini, anteriormente al latino.
Vedi Garrucci, Iscrizioni graffite sui muri di Pompej. Bruxelles 1853.
Massmann, Libellus aurarius, sive tabulæ ceratæ romanæ in fodina auraria apud Abrudbangam oppidulum transylvanum nuper repertæ. Lipsia 1840. Parla molto del corsivo latino.
§ 4º Latino primitivo.
«Le parole de’ prischi Latini sentivano d’aglio e cipolla», scrive Varrone. Dov’eransi accolti uomini di ogni paese, si poteva ripromettersi unità ed armonia nella lingua? Schiusa a tutte le importazioni, sottomessa a tutte le influenze successive, cambiava continuo fra tanto movimento. Al tempo di Polibio non erano più intelligibili i trattati conclusi coi Cartaginesi dopo la cacciata dei re: Τηλικαύτη γὰρ ἡ διαφορὰ γέγονε τῆς διαλέκτου, καὶ παρὰ Ῥωμαίοις, τῆς νῦν πρὸς τῆν ἀρχαῖαν, ὥστε τοὺς συνετωτάτους ἔνια μόλις ἐξ ἐπιστάσεως διευκρινεῖν (iii. 22).
Il radunare tutti i frammenti che ci rimangono della lingua latina, per accompagnarla via via sinchè si trasforma in questa nostra italiana, sarebbe necessario prodromo alla conoscenza de’ classici; noi nol faremo che quanto è mestieri al tema assunto.
Regnante Tarquinio Superbo, Sesto e Publio Papirio raccolsero le Leggi Regie romane; ma del codice Papiriano restano solo alcuni frammenti. Ulpiano tramandò questa legge di Romolo: Sei pater filium ter venunduit, filius a patre liber esto; e Festo quest’altra, anteriore a Servio Tullio: Sei parentem puer verberit, ast oloe (ille) plorasit, puer direis parentum sacer estod; sei nurus, sacra direis parentum estod.
In Varrone abbiamo un frammento del carme dei Salj, così disposto dal Grotefend[25]:
Cozoiauloidos eso: omina enimvero
Ad patuila’ ose’ misse Jani cusiones.
Duonus Cerus eset, dunque Janus vevet
... Melius eum regum.
Che s’interpreta: Choroiauloidos (re dei canti) ero: omina enimvero ad patulas aures misere Jani curiones. Bonus Cerus (nome mistico di Giano) erit, donec Janus vivet. Melior eorum regum. Si sa che il carme Saliare è forse il monumento più antico; Varrone lo dice prima verba poetica latina (lib. VI), e nomina Elio valentissimo latinista, che cercò interpretarlo, pure molte cose lasciando oscure (lib. VII).
La scoperta del canto degli Arvali nel 1778, quando non avesse altra importanza, attestò quanta mutazione la lingua subì dal tempo di Romolo, a cui forse risale, fin al tempo delle XII Tavole. I frammenti di queste ci vennero trasmessi modificati. Quintiliano[26] dubita se i Salj intendano essi stessi il loro proprio canto; sed illa mutari vetat religio, et consecratis utendum est; scrupolo che non cadeva sulle leggi, i cui vocaboli erano perciò svecchiati.
Oltre l’iscrizione posta a Duilio nel 494 di Roma, dopo la prima vittoria navale sopra i Cartaginesi, che vedesi in Campidoglio sotto alla colonna rostrata, nel 1780 scopertesi le tombe degli Scipioni, se ne trassero epitafj, che sono documenti, non trascritti come i predetti, ma autentici e originali. Il più antico è di Cornelio Barbato, console nel 456 di Roma, 298 av. Cristo, e dice:
Cornelius Lucius Scipio Barbatus
Gnaivod (GNAEO) patre prognatus fortis vir sapiensque
Quoius (CUJUS) forma virtutei parisuma fuit
Consol censor aidilis quei fuit apud vos
Taurasia Cisauna Samnio cepit
Subigit omne Loucana opsidesque abdoucit.
Ove si noti l’o scambiato coll’u[27], che confondevansi nella pronunzia; l’ei per i alla greca, la m finale taciuta; e il subigit e abducit, non distinguendo il presente dal passato.
Benchè posteriore di qualche anno al 500, sa più d’arcaico l’epitafio di suo figlio Lucio Scipione:
Honc oino ploirume cosentiont R...
Duonoro optumo fuise viro
Luciom Scipione filios Barbati
Consol censor aidilis hec fuet a...
Hec cepit Corsica Aleriaque urbe
Dedet tempestatebus aide mereto...
che s’interpreta: hunc unum plurimi consentiunt Romæ bonorum optimum fuisse virum, Lucium Scipionem filium Barbati, consul, censor, ædilis hic fuit apud vos, hic cepit Corsicam, Aleriam urbem, dedit tempestatibus ædem merito.
Nelle iscrizioni di quel tempo molte cadenze somigliano alle odierne più che alle latine: per esempio Optenui laudem; Pomponio Virio posuit; dono dedro, ecc. Invitiamo a vedere nella deca XXXIX, cap. 8 e 9 di Tito Livio, come da questo elegante scrittore fosse ringiovanito il senatoconsulto contro i Baccanali, dato circa il 568 di Roma. In quell’intervallo non era avvenuta irruzione di stranieri; eppure il cangiamento è ancor più notevole che non dall’età di Augusto all’età di Dante.
Del VI secolo di Roma o di poco posteriore sembra una remissione del Senato a quei di Tivoli che leggesi s’un bronzo trovato in quest’ultima città nel secolo XVI presso all’antico tempio di Ercole, e deposto nella biblioteca Barberini, donde sparve senza che più se ne abbia traccia. Portava:
L. Cornelius Cn. f. pr(ætor) sen(atum) cons(uluit) a. d. III. nonas maias sub æde Kastorus; scr(ibendo) ad(fuerunt) A. Manlius A. f. Sex. Iulius, L. Postumius S(p)f. quod Teiburtes v(erba) fecistis, quibusque de rebus vos purgavistis, ea senatus animum advortit ita utei æquom fuit: nosque ea ita audiveramus uti vos deixsistis vobeis nontiata esse: ea nos animum nostrum non indoucebamus ita facta esse propter ea quod scibamus ea vos merito nostro facere non potuisse; neque vos dignos esse, quei ea faceretis, neque id vobeis neque rei poplicæ vostræ oitile esse facere: et postquam vostra verba senatus audivit tanto magis animum nostrum indoucimus ita utei ante arbitrabamur de eieis rebus af vobeis peccatum non esse. Quonque de eieis rebus senatuei purgati estis, credimus vosque animum vostrum indoucere oportet, item vos populo Romano purgatos fore.
§ 5º Seconda età del latino.
La seconda età della lingua latina contasi dal tempo che la conquista della Magna Grecia e le spedizioni nella Grecia propria introducevano straniera coltura. Continua la bella serie degli epitafj degli Scipioni:
L. Corneli L. E. P. N. (figlio di Scipione Asiatico)
Scipio quaist
tr. mil. annos
gnatus XXXIII
mortuos pater
regem Antioco
subegit.
Tacendo altre, chiameremo l’attenzione sulla seguente, per formole tanto vicine all’italiano (miei, optenui).
Cn. Cornelius Cn. F. Scipio Hispanus (pretore verso il 612 di Roma) pr. aid. cur. q. tr. mil. II. xvir. sl. iudik. xvir. sacr. fac.
Virtutes generis mieis moribus accumulavi.
Progenie mi genui facta patris petiei
Maiorum optenui laudem ut sibei me esse creatum
Lætentur stirpem nobilitavit honor.
Del 645 è questa formola di dedica, scavata a Capua (ap. Orelli, 2487):
N. Pumidius Q. F. M. Rœcius Q. F.
M. Cottius M. F. N. Arrius. M. F. ecc.
heisce magistreis Venerus Ioviæ
murum aedificandum coiraverunt
ped. CCLXX et loidos fecerunt
Ser. Sulpicio M. Aurelio coss.
Ma già la lingua riceveva regola e affinamento mediante la greca letteratura, e qui trovano luogo i frammenti di Nevio, di Pacuvio, di Cajo Lucilio, di Ennio, il quale fece per se stesso il seguente epitafio:
Adspicite, o ceiveis, senis Ennii imagini’ formam,
Heic vostrûm panxit maxuma facta patrum.
Nemo me lacrumeis decoret, nec funera fletu
Facsit. Quur? volito vivo’ per ora virûm[28].
Il latino, ch’era rauco e incolto nel carme Saliare, in Ennio risuona breve e marziale: malgrado il fare arcaico, questi poeti erano studiati nel secolo d’oro della lingua, come da noi i Trecentisti, sebbene Orazio non avesse per essi che disprezzo iracondo. Noi (qui non accogliendoli che come documenti storici) vi scorgiamo come allora si vacillasse nell’uso di certe lettere:
E per a (defetiscor, edor), per i (Menerva, magester, amecus), per o (hemo, peposci);
I per a (bacchinal, beneficere), per e (luciscit, quatinus, consiptum), per o (quicum, abs quivis);
EI per i lungo (inveisa, ameiserunt);
O per au (coda, plostrum, clostrum), per e (advorsum, voster), per i (agnotus, olli), per u (folmen, fonus), principalmente quando segue al v (volgus, vivont, servom);
U per e (dicundum, legundum), per i (existumo, dissupo, optumus), per o (adulescens, fruns, epistula).
AI per æ, AU per o, Œ per i o per u (triviai, caudex, poplœ);
B per v, e viceversa (ferbeo, amavile, vibus);
C per g, qu, x (macistratus, cotidie, facit per faxit);
S per r e x (esit, arbos, nugas);
D per l e r (dacrume, medidies);
F per l’aspirazione h (fostis, fircus);
M per s, e viceversa (prorsum, domus), ecc.
Talvolta si sopprime qualche vocale nel mezzo[29] o in fine di parola[30]: ed anche intere sillabe[31], mentre in altre occasioni si appicciano lettere e sillabe[32].
Molte voci offendono, che poi furono abbandonate dai classici[33].
Altre portavano significato differente da quel ch’ebbero poi; arrhabo per arra o caparra; caudex per un imbecille, come noi diciamo ceppo; flagitium per flagitatio; heres per proprietario; hostis per straniero; labor per malattia; nugæ per nenia; usus per opus...; o vi diedero terminazione diversa.
Adoprarono al singolare parecchi nomi, usati poscia unicamente in plurale (mœne per mœnia); formarono diminutivi, che poi disparvero (digitulus, diecula); declinarono sul terzo modello varj nomi, relegati poi al primo (angustitas, concorditas, differitas, impigritas, indulgitas, opulentitas, pestilitas, tristitas); e così dissero autumnitas, amicities, avarities, luxuries, duritudo, ineptitudo, miseritudo, mœstitudo. Mettevano nomi in generi diversi, come gladium, nasum, collus: servivano ai due generi agnus, lupus, porcus: ærarium, ætas, grando, guttur, murmur, frons, stirps, lux, crux, calx, silex furono concordati col mascolino; finis, præsepe, metus col femminino; col neutro sexus: deliquio, emenda erano neutri con questa terminazione inusata; così dicevasi similitas e similitudo, vicissitas e vicissitudo, dulcitas e dulcedo, claritas e claritudo, inania e inanitas, cupedia e cupiditas, largitas e largitio; ed anche artua e raptio per artus e raptus. Si declinavano come della seconda genum, cornum, gelum ecc.; nella prima il genitivo termina spesso in ai o as alla greca; nella seconda finisce in semplice i il genitivo dei nomi in ius e ium, aggiungesi un e al vocativo dei nomi in r (puere); il genitivo plurale spesso contraesi in ûm; gli accusativi e dativi della terza si terminano in im o em, i od e; si fa il nominativo plurale in is, il genitivo in um o ium. La quarta scambiasi sovente colla seconda declinazione; se ne fa il genitivo uis (domuis, exercituis), e levasi l’i del dativo (anu). Nella quinta il genitivo non si discerne dal nominativo, e si toglie l’i dal dativo (facie per faciei).
Si abusava di termini greci[34] e di composizione di parole che parvero mostruose ai contemporanei di Augusto[35].
Non indico i nomi scherzevolmente formati per onomatopeja da Plauto ed altri, bilsbare, pubulicottabi, buttubata, taxlas.
Più libera andava la formazione degli aggettivi, declinati spesso differentemente[36]; talora anche intesi diversamente da quel che usò dappoi[37].
Alter, solus, nullus e loro conformi non cadevano al genitivo in ius e al dativo in i: celer in neutro faceva celerum; dicevasi gnarures per gnari, gracila per gracilis, hilarus per hilaris, utibilis per utilis, munificior per munificentior, spurcificus per spurcus, tentus per extentus. Così ipsus per ipse, ipsipsus per ille ipse, qui e quips per quis, ips per is, cujatis per cujus, em e im per eum, emem per eundem; hic, hæc, isthæc per hi, hæ, hæc; hisce per his, quojus per cujus, vopte per vos ipsi, me per mihi, sum, sam, sas, sos per suum, suam, suas, suos; ibus per iis ecc.
Molti verbi, consueti in quelle prische scritture, furono repudiati dall’uso, ritenuto arbitro supremo del parlare tanto da Orazio come da Quintiliano[38].
Alcuni vennero usurpati in altro senso, o sotto forme e cadenze che poi deposero quando la conjugazione restò fissata; come corporare far morire, decollare privare, grassare andare e adulare, innubere mutarsi da luogo a luogo, latrocinari militare. Usavano attivamente alcuni che in appresso si ritennero solo al deponente[39], e di rimpatto usavansi come deponenti adjutor, bellor, certor, consecror, copulor, emungor, punior, sacrificor, spolior. Diversamente dai moderni terminavano accepto per accipio, augifico per augeo, blatio per blatero, congrueo per congruo, viveo, diceo, duo per do, creduo, perduo, moriri, scalpurire per scalpere. Diceano poi estur per editur; facitur per fit; osus sum per odi; potestur, posetur e poteratur; donunt per dant; nequinunt, soliunt per nequeunt, solent; ferinunt, prodinunt, scibam, capsi per cepi; descendidi, exposivi, loquitatus, morsi per momordi; parsi, sapivi, soluerim per peperci, sapui, solitus sum. Il futuro della terza e quarta conjugazione usciva talora in ebo e ibo, onde Plauto disse scibo: così gl’imperativi duce, face, dice; e siem, volam, edim per sim, velim, edam; faxo e faxim per faciam, axim per egerim, passum per pansum, sustollere per auferre, ecc. Al passivo infinito aggiungevano talvolta er, come il dicier che neppure spiacque a Persio; dixe per dixisse che è in Varrone. Un’iscrizione presso il Lanzi porta FERONIA STATETIO DEDE.
Nè minor divario correva negli avverbj[40] e nelle preposizioni; dove am per circum, apor per apud, ar e ab per ad, af per a, se per sine, endo per in; e più nelle frasi che se ne formavano[41].
De’ quali modi si dilettarono anche taluni d’età migliore, specialmente Catullo e Sallustio, affettanti l’arcaismo, che è un’altra delle forme della decadenza.
§ 6º L’età dell’oro e dell’argento.
Fomentato dal patriotismo e dalla libertà, invigoritosi nelle lotte esteriori ed interne, fatto robustamente conciso dall’orgoglio nazionale, arricchito dalle spoglie altrui, perfezionato da tanti scrittori, il latino negli ultimi tempi della repubblica aveva acquistato nobiltà di forme, pienezza di senso, eleganza degna del popolo re; e dalle conquiste fu portato sin all’estremità dell’Europa e dell’Oriente.
Eppure Cicerone collocava il miglior parlare ai tempi di Scipione e Lelio, lamentandosi che in Roma fossero accorsi tanti che parlavano scorretto; e piacevasi sulla bocca di Lelia sua suocera udire quella vecchia loquela incorrotta, che gli rammentava Plauto e Nevio: appunto come noi in qualche vecchia fiorentina o in qualche montanaro pistojese crediamo udire Giovan Villani o il Firenzuola.
Via via si andò declinando sotto gl’imperatori. La lingua accettò dall’adulazione parole inaudite alla prisca semplicità; e se non bastarono i titoli di cœlestis e divinus, fin cœlestissimus si volle dire, e sacre si chiamarono le occupazioni del principe, e majestas la sua persona, innanzi alla quale l’uomo cercò quasi annichilarsi, non parlando più di sè ma della sua parvitas, mediocritas, sedulitas. I quali nomi astratti, sostituiti all’aggettivo concreto, sono un carattere di decadenza che vediamo ognor più dilatarsi nelle scritture odierne, ad imitazione dei Francesi dicendo il pauperismo, le notabilità, le capacità, il commercio, il brigantaggio, ecc.
A ribocco furono allora introdotti i modi greci[42]; s’accomunarono alla prosa traslati affatto poetici: e prœmia per spolia, limen belli, claudæ naves, moriens libertas, exedere rempublicam, laudare annis leggiamo in Tacito.
Mentre poi da una parte s’affettava l’arcaismo, dall’altra si foggiavano voci nuove, o vi si attribuiva senso diverso, terminazione variata, alterata costruzione[43]. Mutarono o estesero il proprio senso ægritudo per malattia, advocatio per dilazione, fiscus, famosus per celebre, ingenium applicato a cose inanimi, avus per atavus, gener per marito della vedova del figlio[44], subaudire per sottintendere, decollare per decapitare, imputare per chiedere ci si tenga conto d’alcuna cosa come d’un favore, studere assoluto.
Variaronsi le terminazioni[45]; costruzioni alterate piacquero[46]. Dalle provincie, massime dalla Spagna, venivano alla metropoli elementi ed esempj di guasto; Seneca stesso, gran corruttore, lagnavasi fosse disimparato il parlare latino[47], altrove[48] dice che molte voci erano cadute in disuso, come asilo, che Plinio già chiamava tavano[49]; e deride coloro che prediligevano solo parole viete, mentre altri non soffrivano se non le più divulgate, guastando e vituperando così la favella col seguir l’uso particolare[50]. A. Gellio[51] si duole che ai giorni suoi le parole latine, dal senso ingenuo, fossero passate ad altro o simile o diverso; per abuso od ignoranza di chi le adoperava senza averne appreso il significato. Quintiliano[52] distingue le parole in latine e peregrine, così chiamando quelle che ex omnibus prope dixerim gentibus vennero; e cita rheda e petoritum derivati dai Galli, mappa dai Cartaginesi, gurdos dagli Spagnuoli.
§ 7º La lingua scritta e la lingua parlata: la lingua rustica.
Tutto ciò si riferisce alla lingua degli scrittori. Ma v’è paese dove si scriva appunto la lingua che si parla? Che i Romani usualmente adoprassero la sintassi artifiziosa che troviamo in Livio o in Cicerone, ci vieta di crederlo, primo, il conoscere come i Greci, maestri dei Latini, scrivessero semplicemente e disponessero le parti del discorso alla schietta, anche coloro che facevano studio speciale dello scrivere, cioè i retori. Cresciuti in repubblichette, sublimi nella loro piccolezza, piene di attività, governate a popolo, a questo voleano piacere coll’arte del bello, del cui sentimento ebbe dono specialissimo la Grecia.
I Romani invece ebbero assai di buon’ora l’orgoglio del dominio, s’intitolarono rerum dominos, gentemque togatam, e come i Greci l’originalità e il limpido gusto, così essi ebbero propria la maestà, della quale ai Greci mancava sin la parola. Lo scrivere per essi era uno squisito piacere, procurato all’intelligenza delle persone colte, cioè dei signori, o di quella porzione di cittadini che poteano esercitare la pienezza de’ diritti civili. I bei parlatori aveano forbito la lingua col delectus verborum, cioè mediante l’eufonia e l’analogia, rimovendo le parole troppo usuali od aspre, per attenersi alle dolci, tornite, numerose.
Facile era cadere nella gonfiezza; nè di questa si tennero mondi i sommi autori. È proverbiale l’esse videatur di Cicerone; il quale, ne’ libri retorici, si dilata sul modo di formare i periodi, sulle varie cadenze col giambo o col trocheo; e racconta con che meraviglia il popolo accoglieva certi periodi, fino a prorompere in applausi.
Per poco che uno abbia familiarità coi classici, gli si fa evidente la differenza che corre fra gli oratori e in generale i prosatori d’arte, e quelli semplici, come Cesare negli aurei commentarj, o Cicerone stesso nelle epistole, e più in quelle che a lui dirigevano gli amici e familiari suoi.
Lo scrivere tramandatoci dai classici era dunque ben discosto da quello che appellavano quotidianum sermonem, quo cum amicis, conjugibus, liberis, servisque loquimur. Talora quella favella senza grammatica traforavasi nelle scritture: onde Cecilio ebbe ad avvertire cento generi di solecismi, ad evitarsi da chi volesse scrivere corretto[53]; di Curione si disse che favellava latino non pessimamente, condotto dalla sola domestica usanza, e benchè affatto di lettere digiuno[54]; Tullio vuole l’oratore parli latinamente, il che apprenderà colle lettere e colle scuole elementari[55]; A. Gellio avverte che, quei che chiamansi barbarismi, non dai Barbari vengono, ma da locuzioni del vulgo: quod nunc autem barbare quemque loqui dicimus, id vitium sermonis non barbarum esse, sed rusticum; et cum eo vitio loquentes, rustica loqui dictitabant[56]; e sant’Agostino cita alcuni modi vulgari e poco latini[57].
I grammatici con Fortunaziano insegnavano che longioribus verbis decora et lætior fit oratio; onde si accettarono i composti come inaurare, aggregare, apparere, extinguere, obserare, exprimere, non i loro semplici, i quali però dovettero restare nella lingua del popolo. Anellus e scutella abbiamo in Cicerone, adjutare in Pacuvio, minacias, agnellus e bucca in Plauto, in Lucrezio bene sæpe, come bene impudentem in Cicerone[58]; bellus e russus in Catullo, e russata era una delle fazioni del circo; caballus in Orazio; casa in Apulejo; bellissimum in Terenzio; adjutus in Macrobio; campsare per cansare è in Ennio; cooperculum in Plinio il vecchio; nel glossario d’Isidoro campsat, flectit; santra, apocope d’Alessandra, è in Marziale; in Nonio e nel codice Teodosiano birotta e birotium il biroccio. Cesare già diceva postridie hujus diei (de B. G., I, 23) come noi diciamo oggidì. Festo asserisce che subulo tusce tibicen dicitur, ch’è il nostro zufolo. Pinna chiamavasi la crista cassidi imponi solita, che noi diciamo penna o pennacchio. Tata in varj dialetti odierni chiamasi il babbo; e Valerio Flacco scrive, Attam pro reverentia cuilibet seni dicimus; quasi eum avi nomine appellemus et atavus, quia tata est avi, idest pater. Servio, nei commenti alla Georgica, c’informa che, invece di fimus, plebeamente dicevasi letamen; e A. Gellio[59] che il pumilio dal volgo imperito chiamavasi nano: due voci ora vive in Italia.
Così si ha testa per capo in Ausonio; ruvido in Plinio[60], fracidus in Catone de re rustica; cribellare in Palladio; minare per menare in Apulejo; jornus e tonus per giorno e tuono in Seneca; in altri retornare, putilla, puta, strata, per redire, puella, via; in Plinio molli fermentati panis; in Vitruvio remi strophis religati: il quale stropa per vinco rimane in qualche dialetto (struppolo in napoletano): in molti vadere per ire[61], basium per osculum, belare per balare: campania per campagna l’abbiamo nel nome della Campania felix.
Svetonio narra che Augusto diceva, pro stulto, baceolum, come noi bacello; e tolse la dignità consolare ad uno che, invece di ipsi, avea scritto ixi (essi). così dicevasi granarium, jubilare, pausa, bassus, morsicare, auca (oca), planuria quel che nobilmente chiamavasi horreum, quiritare, mordere, anser, planicies; e sanguisuga per hirudo, majale per verres, rasores per novaculæ, cloppus (clopin fr., zoppo it.) per claudus, parentes per affines, pisinni per filii (piccini). Molto potrebbe spigolarsi negli scrittori d’agraria e d’agrimensura raccolti dal Goes, come botones per mucchi di terra (butte fr.), brancam lupi, campicellus, monticellus, flumicellus, montaniosus, fontana, quadrum e ben altri modi, ignoti allo scrivere letterario. È probabile si dicesse nascere, sequere, irascere, piuttosto che nasci, sequi, irasci; parescere anzichè videri; e così volere e potere per velle e posse: e già ne’ vecchi latini troviamo potesse.
Isidoro (19, 1) nomina barca, quæ cuncta navis commercia ad litus portat: san Girolamo dice che solent militantes habere linteas, quas camisias vocant: e Isidoro: Camisias vocamus quod in his dormimus in camis, e spiega che camus è lectus brevis et circa terram: e altrove dice che «cortinæ sunt aulea, idest vela de pellibus»; e che «mantum hispani vocant quod manus tegat tantum, est enim brevis amictus». Sulpicio Severo dice che vestem respuit grossiorem.
Certi, che ora ne pajono idiotismi italiani, non sarebbe difficile riscontrarli nell’età migliore:
Orazio. Præter plorare.
Virgilio. Dispeream nisi me perdidit iste putus[62].
Lucrezio. Tota nocte pluit. Ad levare sitim fontes fluviique vocabant.
Giustino. Facere amicitiam, literas, fœdus, classes.
Quintiliano. Sic descernet hæc discendi magister, quomodo palæstricus ille cursorem faciet, aut pugilem aut luctatorem... Omnes tres de bonis contendunt.
Plauto. Quid hic vos duæ agitis? — Et nescio quid vos velitati estis inter vos duos. Foris cœnaverat tuus gnatus (Mostell., II. 2. 53). Tribus tantis reddit quam obseveris: rende tre tanti di quel che semini.
Marciano Capella. Il triangolo scaleno omnes tres lineas inter se inæquales habet.
Seneca. Bella res est mori sua morte.
Festo. Ne mutum quidem facere (ad mutire et mussare) che è il nostro far molto.
Catone (De re rust., CLXII) insegna una preghiera da dirsi agli Dei ed a Marte in particolare, «uti tu fruges, frumenta, vina, virgultaque grandire, beneque evenire sinas»; che è il nostro ingrandire e venir bene.
Ovidio. Quantum ad Pirithoum.
In quantum quæque secuta est.
E nei Fasti:
Hei mihi! credibili fortior illa fuit.
Signatur tenui, media inter cornua, nigro;
Una fuit labes: cetera lactis erat.
(cioè più del credibile; segnata di nero in mezzo alle corna; il resto era latte).
Festo scrive res minimi pretii, cum dicimus non hettæ te facio: e noi, Non ti stimo un ette[63].
Non si doveano unire due infiniti, eppure abbiamo in Livio (IV. 47) jussit sibi dare bibere; che è il nostro dar bere, dar mangiare.
Tutto ciò ne fa argomentare che, fra i patrizj latini prevalendo elementi etruschi e greci, di questi si nutrisse la loro lingua, mentre gli oschi e sabini dominavano nella rustica, adoperata dai plebei, la quale noi crediamo sia la stessa che oggi parliamo, colle modificazioni portate da trenta secoli e da tante vicende.
Oltre i comici, che al vulgo mettono in bocca modi affatto insueti agli scrittori colti, troviamo direttamente indicata la lingua plebea e rustica, che doveva essere più analitica, alle desinenze supplendo colle preposizioni, cogli ausiliarj alle inflessioni de’ verbi; e determinava meglio le relazioni mediante gli articoli.
Plauto discerne la lingua nobilis dalla plebeja: la prima dicevasi anche urbana o classica, cioè propria delle prime classi; l’altra rustica o vernacola dal nome de’ servi domestici (vernæ), e anche da Vegezio pedestris, da Sidonio usualis, quotidiana da Quintiliano, il quale muove lamento che «interi teatri e il pieno circo s’odano spesso gridare voci anzi barbare che romane», e avverte che in buona lingua non dee dirsi due, tre, cinque, quattordice[64], e geme che ormai il parlare sia mutato del tutto[65].
Cicerone scriveva a Peto (lib. IX, ep. 21): Veruntamen quid tibi ego in epistolis videor? Nonne plebejo sermone agere tecum?.. Epistolas vero QUOTIDIANIS verbis tenere solemus. Marziale ricorda certe parole da contado, risibili a delicato lettore,
Non tam rustica, dilicate lector,
Rides nomina?
A Virgilio fu apposto d’usare voci da villa, e nominatamente il cujum pecus e il tegmen[66]. Che v’avesse maestri del ben parlare latino l’accerta Cicerone, aggiungendo che non è tanto gloria il sapere il latino, quanto vergogna l’ignorarlo[67]; ed esortando, giacchè s’ha il linguaggio di Roma corretto e sicuro, a seguir questo, ed evitare non solo la rustica asprezza, ma anche l’insolito forestierume[68], Ovidio raccomanda ai fanciulli romani d’imparare linguas duas, cioè il latino e il greco, e di scrivere agli amanti in lingua pura e usitata[69]. Che se la passionata imitazione del greco diede al latino una consistenza che lo preservava almeno dalle profonde e repentine alterazioni, al popolo non importarono questi raffinamenti, e perseverò nell’abitudine di ciò che aveano detto il nonno e la nonna[70].
Abbiamo uno strano libro, sul quale forse non fu ancora detta l’ultima parola, il Satiricon di Petronio. Leggendolo, sentesi un parlare disforme dal consueto; composizioni insolite di parole, come: pietaticultrix, gracilipes, choraula, præfiscini, fulcipedia e gallinæ altiles, e periscelides tortæ, e domefacta per domita; frequenti diminutivi: taurulus, alicula, amasiunculus, manuciolum, palliolus, tunicula, vernaculæ meliusculæ; frasi insolite: non sum de gloriosis; Capuæ exierat; invado pectus amplexibus; defunctorio ictu; e parole che per avventura trovansi anche altrove, ma qui colpiscono per essere in tanto numero: come lautitia, tristimonium, barbatoria; ingurgitare; vicinia, gingillum, catillum, candelabrum, camella, bisaccium, capistrum; plane matus sum: vinum mihi in cerebrum abiit.
Altre sue frasi di schiavi s’accostano alle nostre moderne: — «Non potei trovare una boccata di pane. — Quello era vivere! — Come un di noi — Mi sono mangiato i panni». (Non hodie buccam panis invenire potui. — Illud erat vivere! — Tamquam unus de nobis — Jam comedi pannos meos).
Catone, che scriveva pei campagnuoli, dice, Arundinem prende.
Nell’Asino d’oro, un soldato domanda a un giardiniere quorsum vacuum duceret asinum? Quegli non comprende, onde l’interrogante replica: Ubi ducis asinum istum? e l’altro capisce e risponde. Ciò significa che la voce quorsum non avea corso tra il popolo. Avea corso invece quella di boricco per cavallo di vettura, non usata negli scritti; onde san Girolamo (in Eccles., X) Mannibus, quos vulgo buricos appellant. Il popolo, ne’ migliori tempi, dicea scopare, stopa, basium, bellus, caballus, bigletum, bramosus, brodium, dove gli aristocratici usavano verrere, linum, osculum, pulcher, equus, schedula, cupidus, jusculum.
Maggior colpo mi fa Varrone, dove attesta che i Latini usarono il solo ablativo, e la inflessione fu introdotta soltanto per utile e necessità[71]. Non stiamo ad appuntargli che un sì importante elemento non può intromettersi per proposito; ma consideriamo che le parole nostre italiane sono, la più parte, l’ablativo delle latine. A. Gellio menziona un libro di T. Lavinio de sordibus verbis, il quale sarebbe prezioso al caso nostro[72], ma è perduto; ed egli stesso dice che arboretum ignobilius est verbum, arbusta celebratius; e mette fra i verba obsoleta et maculantia ex sordidiore vulgi usu, botulus, voce che è in Marziale, e da cui il nostro budello[73]: e così dice che sermonari rusticius videtur sed rectius: sermocinare crebrius est sed corruptius[74]: taxare pressius crebriusque est quam tangere[75], donde il nostro tastare[76].
I legionarj nelle colonie e ne’ campi esteri adottarono parole germaniche, e in Vegezio abbiamo, Castellum parvulum, quem burgum vocant. Poichè la lingua scritta era diversa dalla parlata e doveasi impararla, tanto valea studiare quella o la greca[77]. Onde usavasi indistintamente il greco; fin i primi cristiani se ne valsero, e Giustino e Taziano, che pur pubblicavano le loro apologie a Roma: e Tertulliano fu il primo cristiano che scrivesse in latino, benchè il facesse anche in greco: lo stesso Giuseppe Ebreo, onde presentare la sua storia all’imperatore romano, la fece tradurre dall’ebraico in greco: greche sono spesso le iscrizioni anche mortuarie, e con caratteri greci.
§ 8º Della pronunzia.
Occorre dimostrazione per far convinti che la pronunzia volgare fosse diversa da quella delle persone colte? È essa un accidente sfuggevole, per modo che non si conosce se non per congetture; ma abbiamo qualche notizia certa di alterazioni fonetiche. In essa elidevano spesso la m, la c, la s finali. Oltre l’uso dei poeti antichi che, per esempio, finiscono l’esametro con Ælius sextus, ovvero optimus longe, questo detrimento è attestato da Vittorino (De orthogr.): Scribere quidem omnibus literis oportet, enuntiando autem quasdam literas elidere. Quintiliano (IX. 4) dice che la m appena pronunziavasi: Atqui eadem illa litera, quoties ultima est, et vocalem verbi sequentis ita contingit, ut in eam transire possit, etiam si scribitur, tamen parum exprimitur, ut MULTUM ILLE et QUANTUM ERAT, adeo ut pene cujusdam novæ literæ sonum reddat. Neque enim eximitur, sed obscuratur, et tantum aliqua inter duas vocales velut nota est, ne ipsæ coeant. Cassiodoro[78] cita un passo di Cornuto, ove dice che il pronunziare la m avanti a vocale durum ac barbarum sonat; par enim atque idem est vitium, ita cum vocali sicut cum consonanti m literam exprimere. Era questa una fina distinzione che al volgo dovea sfuggire. E però la m è taciuta in molte epigrafi[79], come per esempio ante ora positu est. La m finale dovea dare alla sillaba un suono nasale, simile all’on, en francese, conservatosi in alcuni dialetti italiani, dove pure non toglie l’elisione colla vocale susseguente. Infatti il cum diede origine a confondere, constantia, conquero; e in italiano originò e il come e il con.
Anche mutavano l’u in o (servom, voltis); pronunziavano o invece di e o di au (vostris, olla per aulla), e il v pel b (vellum per bellum); col che da culpa, mundus, fides, tres, aurum, scribere, sic, per hoc, escono colpa, mondo, fede, tre, oro, scrivere, sì, però. Onde Festo[80] scrive: Orata genus piscis appellatur a colore auri, quod rustici ORUM dicebant, ut auricolas ORICOLAS.
È dell’indole dell’italiano l’omettere la nasale avanti la sibilante, sicchè da mensis, impensa femmo mese, spesa. Ora questo usava già fra gli antichi, e Cicerone pronunziava foresia, hortesia, megalesia, e nelle lapide ricorrono albanesis, alliesis, ariminesis, africesis, ateniesis, castresis, miseniesis, narbonesis, ostiesis, picenesis; come anche clemes, pares, potes per clemens, parens, potens.
Sembra poi che gli Umbri trascurassero regolarmente le finali, massime le nasali, poichè nelle loro iscrizioni troviamo vinu, vutu, nome, tota jovina per vinum, vultum, nomen, totam jovinam (civitatem iguvinam); e anche dagli Osci abbiamo scritto via pompaiiana teremnattens per viam pompejanam terminaverunt. Negli Umbri ancora riscontriamo fuia, habia, habe, portaja, mugatu per fuat, habeat, habet, portet, mugiatur, e fasia per faciat, che ricorre nel volsco.
La terminazione culo dagli Osci e dagli Umbri contraevasi in clo, e lo facevano pure i Romani, sicchè ne nascevano apicla, oricla, circlus, cornicia, oclus, panucla, pediclus, masclus,... che facilmente convertivansi ne’ nostri pecchia, orecchia, cerchio, occhio, cornacchia, pannocchia, pidocchio, maschio.
È presumibile che nella parlata de’ Latini già usassero certi scambj di lettere che troviamo tuttodì nelle nostre, e massime nella toscana. In planus, plenus, glacies e simili, la l fu cambiata in i, come tuttodì fa il volgo dicendo i — padre — voi fare — ai campo — moito — aito. Già Catullo beffava un Arrio, che aspirava le vocali, dicendo hinsidias, hionios, e fu chi quell’Arrio suppose toscano, per indurre che già allora adopravasi in quel paese l’aspirazione, che ora ne è quasi caratteristica. Certamente l’aspirazione del c doveva essere abbastanza usata, se alterò alcune voci greche, come camus in amus, chortos in hortus, cheimon in hiems. Il c confondeasi col t, dicendo indifferentemente condicio, nuncius, servicium, e conditio, nuntius, servitium, come oggi si dice schiantare, schietto, maschio, al par di stiantare, stietto, mastio, e nel volgo andache, ho dacho.
Il v talvolta è soppresso, come in facea, fuggìa, e tra i volgari in arò, arei, laoro, faorire; e forse già diceasi caulis e cavolis, come oggi caolo e cavolo, manualis e manovalis.
Molte volte al semplice o latino è sostituito nell’italiano l’uo, come vuole, duolo, suolo, e probabilmente già faceasi dal volgo, che anche da noi usa ancora pote, vole, dolo.
Inclina anche oggi il volgo a trarre tutti i verbi alla prima conjugazione; e fa vedano, leggano, sentano all’indicativo, e al congiuntivo vedino, legghino, sentino.
Molto si studiò recentemente sopra gli accenti, e se non si saprebbe alla prima indicare come da dixerunt, fecerunt derivassero gli sdruccioli dissero e fecero, non sarebbe difficile provare che vecchiamente si usava disserono, fecerono: da cui disseno, feceno per sincope. Quella desinenza no è caratteristica del plurale, talmente che il popolo talvolta l’applicò anche ad altre voci che ai verbi, come ad eglino ed elleno. Del resto il popolo dice andàvamo, volèvamo dove i colti fanno piana la voce, cioè mantiene l’accento sulla radicale, come fanno costantemente i Tedeschi[81].
Molte voci contraevansi, come populus, circulus, soldum, lardum, sartor, posti, del che è qualche vestigio pur nello scritto; e Quintiliano (I. 6) dice che Augusto pronunziava calda invece di calida. Meus dovette dirsi mius, del che è restato il vocativo mi: e in Ennio abbiamo debil homo.
E che veramente il modo di pronunziare s’accostasse più che lo scritto a questo che usiam noi, ce ne sono argomento i tanti errori delle iscrizioni. Un vaso trovato a Pompei porta scritto, Presta mi sincerum (vinum). Le bizzarre iscrizioni, ivi graffite da mani plebee e soldatesche, oltre le scorrezioni ortografiche, hanno anche errori grammaticali e modi plebei. Per esempio: Saturninus cum discentes rogat. Cosmus nequitiæ est magnissimæ — O felice me[82].
Crescono tali errori nelle epigrafi de’ primi tempi cristiani, errori che ravvicinano le parole alle nostre italiane. Nei recenti scavi a Ostia: Loc. Aphrodisiaes cum deus permicerit. — Cœlius hic dormit et Decria quando Deus boluerit. Dal cimitero di Sant’Elena in Roma fu scavata questa del terzo o quarto secolo:
Tersu decimu calendas febraras
decessit in pace quintus annoro
octo mensorum dece in pace.
In un’altra sta:
Gaudentius in pace qui vixit annis XX
et VIII mesis cinque dies biginti
apet depossone X kal. octobres.
Il Muratori[83] adduce epitafj del cimitero di Santa Cecilia in Roma, d’età certo antica, che dicono:
Qui jacet Antoni
Dio te guardi
et Jacoba sua uxor.
Madoña Joaña
uxor de Cecho
della Sidia
e in San Biagio sotto al Campidoglio:
Ite della dicta echiesa.
In più d’un sigillo antico è scolpito vivat in Dio o in Diu[84].
In altre iscrizioni l’apostrofe sta spesso in luogo della m, onde clarissimu’, multo’, annoro’: Zulia per Julia è citato da Celso Cittadini[85], in una lapide presso il Bosio; Olympios bixit annos tres, meses undeci, dies dodeci in pace; in altre bresciane si ha Asinone, Caballaccio, Marione, Musone, Paulacius.
In alcune incontri perfino l’i efelcustico, che sembra singolarità del nostro vulgare, leggendosi in una iscrizione delle Grotte vaticane AB ISPECIOSA. In una pittura delle Catacombe è figurata un’agape, e vi si legge Irene da calda — Agape miscemi[86]. E in un’altra iscrizione: Bellica fedelissima virgo impace.
Quello che Quintiliano dice che «ciò che mal si scrive, di necessità mal si pronunzia», può anche voltarsi a dire che mal si scrive ciò che mal si pronunzia: e l’essere le iscrizioni per lo più di cristiani, cioè di gente ineducata e affettuosa, appoggia sempre meglio il mio assunto, che il parlare nostro odierno sia il vulgare medesimo di Roma antica.
Questo accadeva nelle vicinanze di Roma; ora che doveva essere nelle provincie, discoste dal luogo dove meglio si parlava e proferiva, e dove sopravviveano i prischi dialetti? Racconta Erasmo che, essendo venuti ambasciatori d’ogni gente d’Europa per congratularsi con Massimiliano d’Austria fatto imperatore, recitarono un’orazione, tutti in latino, ma pronunziandola ciascuno a modo del suo paese, sicchè fu creduto si fosse ognuno espresso nella lingua materna[87]. Argomentatene come dovesse alterarsi il romano idioma su bocche sì diverse, e come soffrirne l’ortografia, attesochè, quando più la coltura scemava, gli scrivani s’attenevano mentosto al letterario che all’uso della pronunzia.
§ 9º La traduzione della Bibbia.
Se dunque si avesse a scrivere un libro, non più per la classe eletta e letterata, ma pel popolo, sarebbe dovuto riuscire pieno di que’ modi, che noi asseriamo correnti fra il vulgo, e inusati alla raffinata letteratura. Or questo libro c’è, non fatto dopo già sfasciato il latino, ma ai tempi di Tacito e di Svetonio, quando appena l’età dell’oro cedeva a quella d’argento, quando Barbari non erano intervenuti ancora a mescolare elementi eterogenei. Alludiamo alla versione della Bibbia, che risale al primo secolo; e fu poi riformata da san Girolamo, il quale pure viveva prima dell’invasione dei Barbari[88]. Ora, in essa abbondano gl’idiotismi, che sono sentenziati per errori e barbarismi, sebbene molti abbiano riscontro nei classici. Quell’in sæculum sæculi ripetuto, è in Plauto: Perpetuo vivunt ab sæculo ad sæculum: (Miles glor., IV. 2). «Viderunt Ægyptii mulierem quod esset pulchra nimis» (Genesi, XII. 14) risponde al plautino Legiones educunt suas nimis pulchris armis præditas (Amphitr., I, 1). Il Servitutem qua servivi tibi (Gen., XXX. 26) all’Amanti hero servitutem servit (Aulul., IV. 4): l’Ignoro vos (Deut. XXXIII. 9) al Ne te ignores (Captiv., II. 3): il Feci omnia verba hæc (III Reg., XVIII. 36) al Feci ego isthæc dicta quæ vos dicitis (Casina, V. 4). Bonum est confidere in Domino quam confidere in homine, dice il Salmo CXII. 8; e Plauto: Tacita bona est semper quam loquens (Rudens, IV. 4). Il Miscui vinum de’ Proverbj, (IX. 5) è sostenuto dal Commisce mustum della Persa, I. 3; il Tibi dico surge di san Marco, V. 41, dall’Heus tu, tibi dico, mulier del Pœnul., V. 5; il Dispersit superbos mente cordis sui di san Luca, I. 51, dal Pavor territat mentem animi dell’Epidic., IV. 1[89]. Anzi io credo che i siffatti fossero forme popolari, già vive al tempo di Nerone, e sopravvissute ne’ vulgari odierni, come tant’altri di cui diamo un saggio:
Mensuram bonam... et supereffluentem dabunt in sinum vestrum. Luca, VII. 38.
Repone in unam partem molestissima tibi cogitamenta. IV Esdra, XIV. 14.
Et nemo mittit vinum novum in utres veteres. Luca, V. 37.
Populus suspensus erat audiens illum, XIX. 48.
Quærebant mittere in illum manus, XX. 19.
Sed meno misit super eum manus. Giov., VII. 44.