C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI
TOMO II.

STORIA DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO II.

TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 1874

INDICE

CAPITOLO XIX.
Gli schiavi. — Guerre civili.

Se la giustizia non è una legge eterna, ma deriva da patti sociali e da decreti, non può concernere se non coloro che stipularono; lo straniero sarà un nemico, e ciascuno potrà ucciderlo a voglia; i vinti si manderanno per le spade, se pure non si trovi più utile il servarli ( servi ) pei proprj bisogni, e perchè facciano tutto ciò che al vincitore talenti. Così logicamente veniva stabilita la maggiore delle iniquità, e l'ulcera delle società antiche.

Gli schiavi, come in tutta l'Asia, l'Egitto, la Grecia, così in Roma abbondavano; e conforme alla giustizia suddetta, Dionigi d'Alicarnasso, parlando di Servio Tullio, trova che i Romani acquistavano i servi con mezzi legittimissimi[1], giacchè o li compravano all'incanto, o li riceveano col bottino, od ottenevano dal generale di serbar quelli ch'essi aveano presi in guerra, o li compravano da chi gli avea avuti per le vie predette. Oltre gli acquistati in guerra, alcuni eransi venduti da se stessi per vizio, o dai creditori, o dalla legge ( servi pœnæ ); altri erano nati in casa ( vernæ ); altri raccolti bambini nelle esposizioni, comunissime allora quando ogni padre poteva ricusare di levar di terra il figlio natogli. Estese le conquiste, si portarono schiave a Roma anche persone nobili ed istruite, principalmente dalla Magna Grecia e dalla Sicilia: crebbero poi a migliaja nelle guerre con Cartagine, col'Illiria, colle Gallie. Del farne nascere in casa poco s'avea cura, credendosi questi men robusti, e parendo gittato il tempo in cui si deve lasciar inoperosa la madre, e nutrire il bambino senza frutto.

Lo schiavo non è persona, ma cosa[2]: perciò non ha rappresentanza nel consorzio civile, non può deporre in testimonio, non citare in tribunale, non aver nozze legittime nè figli proprj, non testare; natural suo erede è il padrone, che subentra ad esso negli altrui testamenti. Il proprietario solo potea chieder ragione d'un insulto fatto a' suoi schiavi, e contro lui dirigevasi l'azione per colpe di questi. Poteva il dominio d'uno schiavo appartenere ad uno, ad un altro l'usufrutto; e il padrone a sua voglia batterlo, crocifiggerlo, affamarlo, far ogni infamia del corpo di esso. La legge calcola con ispietata precisione i compensi per la sua perdita o pel deterioramento: — Chi senza diritto uccida uomo o quadrupede domestico appartenenti ad altri, paghi al padrone il valore massimo che questo oggetto ha da un anno. Non si deve solamente tener conto del valer corporale, ma anche se la perdita dello schiavo cagioni al padrone un danno maggiore del valor proprio dello schiavo. Se il mio schiavo fu istituito erede, e fu ucciso prima che per ordine mio accettasse l'eredità, bisogna, oltre il prezzo, pagarmi l'ammontare dell'eredità perduta. Se di due gemelli, o di due commedianti, o di due musici fu ucciso l'uno, deesi valutare e il prezzo del morto e lo scapito che la uccisione di lui portò nel valore del sopravivente, come se s'uccida una mula d'una coppia, o un cavallo di una quadriga. Quello cui fu ucciso lo schiavo, può scegliere fra il procedere in via criminale, o il ripetere un'indennità in forza della legge Aquilia»[3]. Eccovi un'altra contraddizione di quella sapienza legale: comprendere nel diritto di natura le bestie, mentre negava la personalità agli schiavi.

Erano questi addotti sul mercato da pirati o da speculatori, che li disponeano in una trabacca ( catasta ) a varj scompartimenti simili a gabbie, ignudi, colle mani avvinte e in fronte un cartello, portante le loro buone e ree qualità[4]. Entro gallerie interne si esibivano i prescelti. I forestieri, di cui non si poteva garantire la docilità, presentavansi con piedi e mani legate e col pileo in capo. Il compratore espone al negoziante: — Mi fa bisogno d'un mugnajo, di un torcoliero, d'un segretario per lo scrittojo, d'una donna pel letto, di un cane per la porta, d'un pedagogo per mio figlio»: guarda, palpa, esamina la forza e l'intelligenza: il venditore è obbligato dichiarare le malattie e i difetti, se riottoso, se solito a fuggire o andar girellone. Più tardi fu stabilita una tariffa secondo l'età e la professione; sessanta soldi d'oro per un medico, cinquanta per uno scrivano, trenta per un eunuco minore dei dieci anni, cinquanta se maggiore[5]. Cittadini di gran virtù speculavano sull'educarli; Catone li comprava meschini ed ignoranti, poi fatti robusti e destri li rivendeva: Pomponio Attico ne formava letterati.

Alcuni erano schiavi pubblici, per lo più fatti in guerra e che appartenevano allo Stato o alla città, con annuo assegno perchè attendessero ai pubblici lavori, ai bagni, agli acquedotti, alle miniere; oppure servissero i generali e i magistrati anche per corrieri, carcerieri, manigoldi. A peggior condizione trovavansi gli schiavi privati, i quali nelle case esercitavano ogni ministero; essi agricoli, essi mandriani, essi pastori, essi canovaj, cuochi, spenditori, barbieri, bagnajuoli, sarti, calzolaj, cacciatori, giardinieri, funamboli, commedianti, architetti, pittori, ragionieri, medici, veterinarj, tutto. Uno si teneva legato alla porta acciocchè, fui per dire, abbajasse al venire di qualche forestiero; altri dovevano gridare le ore, umani oriuoli; altri macinavano, e un gran disco attorno al collo gl'impediva di recarsi alla bocca qualche pugno di grano; quali correano avanti il padrone per istrada a fargli dare il passo; quali annunziavano le visite; questi, ai piedi del padrone, tergevano dai tappeti orientali le sordide traccie dell'intemperanza di esso; quelli servivano da sonatori, da impudichi, da buffoni, al qual uopo alcuni sin da fanciulli erano stretti con cinghie e serrati in astucci per modo che non potessero svilupparsi. Giulia d'Augusto aveva un nanerottolo ed una schiava non più alti di due piedi. Pregiatissimi erano pure gli ermafroditi, talora artifiziali. Seneca ci addita torme di ragazzi che, all'uscire dai banchetti, nelle camere aspettavano oltraggi alla natura. Legioni intere di corrotti, provenienti principalmente dall'Asia e da Alessandria, che somministrava i più famosi per isfrontatezza di costumi e vivacità di spirito, erano disposti secondo il paese ed il colore con tant'arte, che in tutti vedevasi corporatura snella, volto fiorito della prima lanugine, nè mai uno di capellatura liscia confondevasi con quelli di crespa. Alcuni non viaggiavano che col viso bisunto, perchè il sole e il freddo non intaccassero la dilicata pellicina. Plinio e Quintiliano raccontano con quali arti infami si celavano i difetti di quelli destinati ad infimi piaceri, e con quali erbe si ritardavano gl'indizj della pubertà[6].

Uno schiavo robusto fruttava al suo padrone da venticinque centesimi il giorno; e riceveva al mese venti litri di grano e venticinque di vinello, fatto con aceto, acqua dolce e acqua di mare fracida, secondo la ricetta di Catone. Il lavoro degli schiavi era preferito, perchè non come i liberi restavano ogni tratto interrotti dal servizio militare.

— Calvisio Sabino ricchissimo, e dei più inerti ch'io m'abbia conosciuti (racconta Seneca), stava sì male a memoria, che or dimenticava il nome d'Ulisse, or quello di Achille o di Priamo; nè altri mai storpiò tanto i nomi, quanto egli faceva quei di greci e trojani. Volendo ciò non ostante passare per letterato, udite cosa pensò. Comprò due schiavi, uno che imparasse a memoria Omero, l'altro Esiodo, e nove altri che sapessero i nove poeti lirici. Gli costarono un occhio, perchè, non trovandosene d'incontro, bisognò farli apposta. Formatosi questa banda, cominciò a bersagliare i suoi convitati: aveva ai piedi gli schiavi che gli suggerivano de' versi quando gli occorressero, e ch'egli lanciava a ogni proposito ai commensali, per lo più storpiandoli. Satellio Quadrato, gran motteggiatore, ne rise; Calvisio gli rispose ch'erangli costati centomila sesterzj; e questi: A meno compravate altrettante biblioteche. Eppure Calvisio arrogavasi di saper tutto quel che i suoi servi sapevano. Satellio stesso gli propose un giorno di far seco alla lotta ; e perchè Calvisio gli mostrava d'esser pallido e sfinito, Che? replicò l'altro, non avete una turba di schiavi forzosi? »

In qual modo trattati fa orrore il pur pensarlo. Quei che lavoravano i campi, aveano i capelli e le ciglia rase: quei che portavano i padroni nelle eleganti lettighe, trascinavansi dietro le catene[7]. Palla, accusato di complicità con alcuni liberti, dimostrò che non comunicava con essi se non per segni o per iscritto. Antonio e Cleopatra sperimentavano sopra gli schiavi i veleni. Pollione ne fe gittar alle murene uno che gli ruppe un vaso: del che lo rimbrottò Augusto, il quale non pertanto fece appiccare all'antenna uno che gli aveva mangiato una quaglia. Ai lunghi pasti si facevano assistere, digiuni, in piedi, e guai se avessero tossito, starnutato, sospirato, anzi pur mosso le labbra. Alcuni ricreavano le cene con atroci combattimenti, e i padroni applaudivano, fischiavano, e dicevano: — Fatti lontano, canaglia, che il tuo sangue non mi chiazzi la tunica».

Così degradati da inumana severità o da turpi favori, vittime della sensualità prima ancora che si svegliasse l'istinto, senza coscienza d'altro dovere che del soddisfare il padrone, anzi prevenirne i desiderj onesti o infami, cresceano nell'abitudine dell'intrigo, della menzogna, del furto. La notte poi erano chiusi in ergastoli o grotte, su giacigli o per terra ammonticchiati uomini e donne. Fatti vecchi o incurabili, si portavano all'isola d'Esculapio sul Tevere, colà abbandonavansi a morire. Claudio imperatore pensò riparare a quest'ultima crudeltà col decretare che il servo così esposto rimanesse libero: e allora i padroni gli uccisero.

Il senatoconsulto Silaniano dei tempi d'Augusto portava che, quando un cittadino si trovasse ucciso da uno schiavo, tutti gli altri schiavi di lui si mettessero a morte. Essendo Pedonio Secondo, prefetto di Roma, ucciso da uno schiavo per gelosia di un basso amore, quel mandare a morte quattrocento schiavi innocenti eccitò qualche susurro: ma il giureconsulto Cassio, gran conoscitore del giusto e dell'ingiusto, si alza in senato, e rimbrotta cotesti novatori: — E che! cercheremo noi ragioni quando già pronunziarono gli avi, più saggi di noi? Possibil mai che fra quattrocento schiavi nessuno avesse notizia dell'uccisore? eppure nessuno lo rivelò, nè arrestollo. Voi dite che periranno degli innocenti: ma quando un esercito che mancò di coraggio vien decimato, i prodi come i vili non corrono la ventura? In ogni grand'esempio v'è qualcosa d'ingiusto; ma l'iniquità commessa verso alcuni uomini è compensata dall'utilità che tutti ne traggono»[8]. E per tale ragionamento salvata la dignità della legge, quei miserabili furono menati al supplizio fra una doppia ala di soldati e fra le urla del popolo che malediceva la legalità.

Altri orrori ci rivela Costantino Magno là dove, guidato dai nuovi lumi della religione dell'avvenire, proibisce di appiccare gli schiavi, di precipitarli dall'alto, d'insinuare il veleno nelle loro vene, nè di bruciarli a lento fuoco, o lasciarli basir dalla fame, o putrefare dopo sbranatine i corpi[9].

Per le donne vi andava connesso il prostituirsi o ai brutali signori, o agli indistinti consorti, o ai dissoluti nei lupanari, aperti come un altro guadagno avventizio dei padroni. Il severo Catone avea prefisso una tassa per gli amplessi delle sue schiave. E dopo che giovani erano state esibite alle ubriache voluttà dei convitati; vecchie, s'insultava al loro obbrobrio, imprimendo osceni motti sul seno avvizzito. Inoltre esse doveano sopportare i capricci delle dame: e mentre queste s'adornavano, molte tenevansi loro attorno, nude sin a mezzo il corpo, intenta ciascuna ad un particolare ornamento; la signora aveva in pronto un aguto, col quale pungerle nelle braccia o nel seno ad ogni lieve mancamento, o quando l'arte loro non fosse da tanto d'emendarle i difetti della natura o di rinverdirne la bellezza.

Quella monotonia di patimenti era interrotta una volta all'anno, quando, nell'orgia de' Saturnali, gli schiavi ricuperavano una momentanea libertà, quasi per sentire più grave la severa disciplina abituale.

Eppure questi infelici, dalle istituzioni, dai pregiudizj e dalla consuetudine posti fuor della legge civile e dell'umana, erano la parte attiva delle nazioni antiche, indispensabili alla sussistenza di tutti. Scrittori e statisti s'accordano a riguardare come qualcosa d'ignobile e disonorante il lavoro e l'industria: Cicerone trova indegna d'uom libero qualunque professione laboriosa, a mala pena eccettuando la medicina e l'architettura; il commercio tollera sol quando rechi ingenti guadagni: fin l'agricoltura non ischermiva dal disonore gli operaj dipendenti. La classe attiva era dunque tutta di schiavi: Varrone classifica gli stromenti dell'agricoltura in vocali, cioè gli schiavi, semivocali, cioè le bestie, e muti, cioè le cose inanimate; Aristotele vi dice che «il bue tien vece di schiavo al povero»[10]; Catone, che per coltivare ducenquaranta jugeri d'oliveto si richiedono tredici schiavi, tre bovi, quattro asini»[11]. Gli schiavi cavano le miniere, lavorano negli opifizj, son noleggiati perle costruzioni; ne hanno i tempj, ne hanno le città e le corporazioni; essi adempiono gli ordini dei magistrati, curano gli acquedotti, le vie, gli edifizj, remano sulle flotte, prestano servizj negli eserciti; tanto più necessarj quanto men conosciuti sono i soccorsi della meccanica; ed usati ed abusati colla negligenza che si ha per cose nè rare nè di prezzo.

Che più? il servo e il liberto erano gli amici, i confidenti, il tutto. Gli amici non s'incontravano che al fôro o nella gozzoviglia; venerate non amate erano le mogli: lo schiavo, al contrario, era un animale istrutto, fedele, intelligente meglio ancora del cane; seguiva il padrone in ogni dove, gli prestava mille servizj da cui un libero rifugge, il ricreava colle buffonerie, gli componeva le orazioni con cui farsi applaudire in piazza o al senato, gli radunava i testi con cui vincere le cause, i passi di cui compaginare un libro; e così aspirava all'affrancazione. Fatto liberto, ottenuto il berretto, poi la toga, poi l'anello, riusciva ancora più utile al suo padrone, che gli aveva comunicato il proprio nome, che lo considerava come interamente devoto al suo vantaggio o ai capricci suoi negli uffizj domestici, ne' pericoli, nei piaceri, nelle faccende proprie e dei clienti.

La legge dovette porre limiti all'affrancazione: richiedeva che lo schiavo avesse almeno trent'anni, e venti il padrone: chi possedesse dieci schiavi poteva emanciparne solo la metà; un terzo chi n'avea da dieci a ventisette; da ventisette a cento, un quarto; al di là di quel numero soltanto un quinto, e in niun caso più di cento[12]. Nè l'emancipazione veniva da sentimento di eguaglianza morale o di umana fraternità, ma da capriccio, da orgoglio, da corruzione: le schiave compravanla coll'arti che oggi rendono infami le libere; i liberti diventavano ministri di sedizione, di brogli, di misfatti ai ricchi, codazzo ai loro passeggi, ornamento ai loro funerali.

Tanti erano questi infelici, che nelle case più grandi stipendiavasi un nomenclatore per tenerne a mente i nomi. Crasso possedeva cinquecento muratori che noleggiava a opera; un avvocato andando ad arringare, traevasene dietro un nembo; nel campo di Cepione, su ottantamila soldati contavansi quarantamila schiavi; in coda alle legioni di Cesare nelle Gallie ne venivano tanti, da metterle un giorno a pericolo; Cajo ne possedeva cinquemila; e se anche esitiamo a credere che moltissimi[13] Romani ne possedessero le dieci e fin le venti migliaja, sappiamo che quattrocento schiavi cedette con una villa al figliuol suo una vedova africana privata, la quale riserbavasi per sè la maggior parte del patrimonio[14]; e ci rimane il testamento ove Claudio Isidoro querelasi che, pel molto perduto nelle guerre civili, non lasciava che quattromila cencinquantasei schiavi, cinquemila seicento paja di bovi, venticinquemila teste di bestiame minuto, e seicento milioni di sesterzj[15]. Erasi una volta proposto di dare agli schiavi un abito particolare; ma i prudenti avvertirono che troppo pericolo sovrastava se essi avessero con ciò potuto vedere quanto pochi erano i liberi[16].

È egli vero che senza industria non può sussistere una società? è egli vero che l'industria deve esercitarsi solo da schiavi? La servitù è dunque un diritto naturale, un assioma politico; non sapevasi figurare un consorzio civile senza questa infelicità; gli schiavi stessi, qualora insorsero, non negavano la giustizia della loro condizione, ma solo protestavano contro gli eccessi dei padroni. Però di tempo in tempo era dovuta una soddisfazione all'umanità, una protesta contro la nequizia, un principio di giustificazione alla Provvidenza.

La Sicilia massimamente reputava sua prosperità l'avere molti servi, i quali erano marchiati con un ferro da cavallo rovente, e oppressi d'ogni peggior trattamento, fuorchè nelle annuali feste Argirie istituite da Ercole. I possessori ricchissimi e superbi, che ne compravano ergastoli interi, per risparmio di spesa gli avvezzavano a rubare, assaltare alla strada, invadere villaggi. Armati con mazze, lance e noderosi randelli, avvolti in pelli di lupo, e accompagnati da grossi mastini, viveano a cielo aperto di ladronaja e di minaccie. I pretori non osavano mettervi freno vigoroso, per rispetto ai loro padroni, che essendo cavalieri romani, e perciò arbitri de' giudizj, avrebbero potuto, chiamandoli a sindacato, fare scontar caro l'adempimento del loro dovere.

Tra quei padroni si segnalava per ricchezza ed arroganza Damofilo di Enna, che possedeva ampie campagne, molto bestiame, moltissimi servi, e «per lusso e crudeltà emulava gl'Italici viventi in Sicilia». Scorreva egli il paese accompagnato da una caterva di servi, di ragazzi, d'adulatori; ed ai primi non risparmiava contumelia veruna, benchè persone nate civilmente, e fatte prigioni in guerra; li marchiava in viso a punte di stilo, alcuni teneva incatenati negli ergastoli, altri mandava a pascolare gli armenti, con pane quanto solo bastasse a prolungarne le miserie, e non passava giorno che non ne facesse sferzare alcuno per punizione od esempio; e fin Megalide sua moglie dilettavasi ai supplizj di costoro e delle ancelle.

Per quanto curvi ed avviliti dai patimenti, si risentirono quei miseri dell'eccesso di essi, e fatta un'intelligenza, si levarono coll'impeto di chi spezza una durissima catena.

Roma, già quando meditò il primo sbarco in Africa ( anno 257), avea fatto leva di quattromila Sanniti, obbligandoli al remo; i quali repugnando, s'accordarono con tremila schiavi per far movimento, e minacciarono la quiete de' loro tiranni: ma Errio Potitio, ch'e' s'erano preso per guida, li tradì. Alla fama della nuova sollevazione in Sicilia, risposero tutti gli schiavi, cui la servitù (135) lasciava parte dell'anima: in Asia un Aristonico, spacciandosi figlio d'Eumene II re di Pergamo, chiama gli schiavi a libertà, e accozza un grosso esercito; nell'Attica insorgono ventimila cavatori di miniere; altri a Delo, altri nella Campania; in Roma cencinquantamila servi congiurano. Nè proclamavano già la liberazione e l'eguaglianza degli uomini, voce che dovea tardare un secolo e mezzo a sonare da una capanna e da un patibolo; solo volevano scuotersi di dosso l'intollerabile giogo.

Tra gli schiavi di Sicilia viveva un Euno, nativo di Apamea in Siria; pratico d'incanti e divinazioni, dava ad intendere gli si rivelasse l'avvenire prima in sogno, poi anche desto; or maneggiava ferri roventi, or esalava fiamme per la bocca, ammirato dall'ignoranza. Vantava gli fosse comparsa la Gran Dea Sira, predicendo ch'egli diverrebbe re; e lo ripeteva ai compagni ed al padrone Antigene, il quale spassandosi di tal fantasia, soprannominollo il re, e per tale mostravalo a' suoi amici, domandandogli come avrebbe trattato questo e quello, giunto ch'ei fosse al trono; Euno rispondeva cose or bizzarre or sensate, e la brigata rideva, e gli gettava alcun che de' rilievi del pingue banchetto.

Maturata la sommossa, gli ammutinati si ricordano dell'indovino e del re; corrono ad Euno per consultarlo, ed egli prestigiando risponde che gli Dei consentono, anzi incorano alla ribellione. Facilmente si crede quel che piace: quattrocento schiavi restringonsi, ed esserne capo chi poteva meglio di Euno? Dal quale guidati, irrompono in Enna, mandando a macello e stupro, non perdonando a fanciulle o a matrone: altri schiavi fanno turba, scannano i proprj padroni, ajutano a trucidare gli altrui: Damofilo e sua moglie, da una villa vicina strascinati in città, sono esposti sul teatro, quivi regolarmente giudicati, poi ad obbrobrio ucciso l'uomo, Megalide abbandonata alle squisite vendette delle ancelle. Solo fu risparmiata una loro fanciulletta che, quando vedeva maltrattati i servi, li compativa, li soccorreva in prigione, li curava infermi, li pasceva affamati.

Euno, gridato re da senno come prima era per chiasso, assume diadema e porpora, dichiara regina sua moglie, chiama sè Antioco e Sirj i sollevati; sceglie a consiglieri i più destri e accorti; e propone di uccidere tutti gli Ennesi, eccetto quelli che sappiano o vogliano fabbricare armi. Fra tre giorni ebbe a' suoi comandi mille settecento uomini, armati alla meglio, e si diede ad infestare il paese colla brutalità d'un branco, in cui d'uomo non erasi alimentato che l'istinto della vendetta. Cresciuto sin ad avere diecimila combattenti, osò affrontare in campo Lucio Ipseo, indi altri generali romani, e più d'una volta ne partì vincitore; poi con accortezza trasse a sè Cleone cilice che in altra parte ammutinava gli schiavi, e un mese dopo l'insurrezione trovossi fin ducentomila guerrieri, ed assalì Messina, da cui però lo respinse il console Calpurnio Pisone[17].

Siffatte turbe ragunaticcie, se hanno impeto per avventarsi alla vittoria, agevolmente sono raggirate dalla politica scaltrezza, o superate dalla calcolata disciplina. Le sommosse che accennammo in altri luoghi, restarono soffocate col pronto accorrere e cogli atroci supplizj. In Sicilia Rupilio Nepote assediò Taormina (133), riducendola a tali strettezze, che l'uno mangiava l'altro; e quando il siro Serapione ebbe tradita la rôcca, i rifuggiti in essa furono, dopo orribili tormenti, dall'alto di quella precipitati. Enna pure per tradimento fu presa, (132) dopo ucciso Cleone in una tremenda sortita, e ventimila Sirj trucidati. Euno, cui mancava il valore indispensabile a un capo d'insorgenti, fuggì con seicento uomini, i quali vedendosi irreparabilmente inseguiti, si uccisero l'un l'altro; ed egli, preso in una grotta ove erasi ricoverato col cuoco, il panattiere, il bagnajuolo ed il buffone, fu gettato nelle prigioni di Morgantina, ove morì consunto dai pidocchi. Rupilio ridusse in quiete la Sicilia, nel modo che ognuno può pensare.

Tumulti minori rinnovavansi tratto tratto per Italia, più pericolosi perchè i Cimri aveano passato le Alpi, e risvegliavano la spaventosa memoria di Brenno. A Nocera trenta servi insorsero, e furono puniti; ducento a Capua, e perirono. Tito Minucio Vezio, cavaliere romano di ricchissimo padre, s'innamorò d'una schiava altrui, e non potendo vivere senza di lei, l'ebbe a sue voglie pel convenuto prezzo di sette talenti attici. Venuto il giorno del pagamento, non trovandosi denari, chiese trenta giorni di proroga; scaduti i quali, nè essendo ancora in grado di soddisfare, e andando ognor più pazzo della schiava, pensò ricorrere alla violenza. Comprate a respiro cinquecento armadure, e portatele in campagna, eccitò quattrocento schiavi ad ammutinarsi, ed a capo loro prese la corona, maltrattò i suoi creditori, invase le ville, arrotando chiunque volesse, uccidendo chi rifiutasse, dando asilo ai servi fuggiaschi. Il senato fu pronto ai provvedimeti, e Lucio Lucullo dopo molta resistenza vinse Minucio, il quale si uccise: i suoi seguaci furono morti, eccetto Apollonio che gli avea traditi.

Allorquando Cajo Mario s'apparecchiava a campeggiare (104) i Cimri, avuta dal senato autorità di chiamare ajuti d'oltremare, ne chiese a Nicomede II re di Bitinia: ma questo rispose non esserne in grado, perchè la più parte de' suoi sudditi erano stati rapiti dagli esattori e venduti schiavi. Allora il senato proibì che verun libero, di nazione alleata al popolo romano, venisse ridotto schiavo in provincia; quelli già ridotti, fossero dai proconsoli e dai pretori vindicati in libertà.

In forza di tale editto, Licinio Nerva pretore della Sicilia ne affranca ottocento in pochi giorni. Allora sorge in tutti gli altri la speranza e la smania della libertà: del che spaventata la gente onesta, a denaro induce Nerva a desistere; e quel buon pretore rinviava con superbi rimbrotti quanti si presentavano con titoli per divenire franchi. Questi irritati dall'insulto, cospirano: trenta schiavi di due ricchi fratelli, presso a capo Oario, trucidano i padroni, poi levano a rumore le ville vicine; più di centoventi compagni trovano prima dell'alba; occupano un luogo forte, e lo muniscono con ottanta uomini armati di tutto punto. Nerva accorre, e non riuscendo la forza, s'ajuta col tradimento. Promette impunità a Cajo Titinio condannato a morte, il quale con un drappello fidato s'accosta alla rôcca dei rivoltosi, fingendo volere far causa con loro contro i comuni oppressori; ma eletto capo, apre le porte: i più periscono combattendo, gli altri sono dirupati dall'altura.

Poco stante si ode che ottanta altri levarono tumulto, e ucciso Publio Clonio cavaliere, ingrossano ogni giorno attorno al monte Capriano; e imbaldanziti che il pretore non osasse attaccarli, scorrono di vicinanza in vicinanza, e cresciuti ad ottocento ben in arnese, sconfiggono il perfido Titinio. Sono ormai seimila, e creano re un Salvio (Trifone), valente aruspice, sonatore di tibia e guidatore di pompe. Lasciando le città come luoghi di mollezza e memori del servaggio, egli divide i redenti in tre squadre, con capitani che battano la campagna, e il saccheggio portino a un luogo stabilito: e trovatosi duemila cavalli e ventimila pedoni feroci nel fresco acquisto della libertà, assalta Morgantina, volge in rotta i Romani dopo avutone seicento uccisi e quattromila prigionieri, giacchè avea promesso la vita a chiunque cedesse le armi.

Dalla vittoria duplicatogli l'esercito, batte francamente la campagna, e annunzia la libertà a quanti vivono schiavi in Morgantina. Quivi l'eguale promessa avevano fatta i padroni; onde gli schiavi in città combattendo ostinati, respinsero Salvio: ma perchè, cessato appena il pericolo, fu dal pretore abolita la promessa dei padroni, gli schiavi delusi uscirono in frotta per unirsi ai sollevati.

Altri ancora levarono il capo a Segesta, al Lilibeo, (103) altrove. Atenione cilice, forte della persona e astrologo, in cinque giorni ne adunò mille: ma prudentemente non accoglieva tutti i fuggiaschi, sibbene i soli valorosi; gli altri persuadeva a rimanere agli uffizj, e procurargli vettovaglie e informazioni. Voleva ancora fosser rispettati il territorio e gli animali d'un regno che a lui era promesso dagli astri. Con meglio di diecimila uomini assediò il Lilibeo, ma vedendolo inespugnabile, disse che le stelle il consigliavano a levarsi tosto d'attorno a quella fortezza; ed ecco in quel punto entrar nel porto vascelli, portando coorti maure in ajuto degli assediati, che, sortiti di notte, assalgono i rivoltosi e ne fanno macello; fatto che crebbe ad Atenione la fama di profeta.

Non occorre descrivere la condizione del paese. Chiusi i tribunali, ognuno faceva il suo talento: anche i liberi ridotti a povertà rompevano ad ogni eccesso: nessuno s'affidava ad uscir dalle mura. Salvio a Leontini radunò trentamila uomini, celebrò la festa degli eroi Palìci, principalmente venerati in Sicilia; pose residenza nel forte di Triocala, attorno a cui fabbricò una città con fossa e fôro e palazzo, vi elesse un consiglio, e assunse i littori e le insegne della maestà. Di là questo re degli schiavi, emulo degli eroi, mandò ad Atenione volesse unirsi con esso: e quegli posponendo la dignità all'utile comune, venne con tremila de' suoi, mentre gli altri scorrazzavano i campi dilatando la sollevazione.

Roma sentì necessario di finirla con un colpo decisivo, e spedì Lucio Licinio Lentulo con quattordicimila Romani, ottocento Bitinj, Tessali, Acarnani, seicento Lucani, altrettante reclute. Atenione, invece di attenersi alla guerra per bande, in cui deve consistere la tattica de' sollevati, in campo aperto con quarantamila schiavi scese a battaglia presso Scirtea. (102) La disciplina prevalse: ventimila restarono uccisi, gli altri dispersi: Atenione, ferito, stette fra i cadaveri sinchè la notte fuggì, e Triocala fu cinta d'assedio. Gli scoraggiati parlavano di rimettersi alla misericordia de' padroni; ma i più risoluti li persuadono, — È meglio vender cara la vita, che consumarla fra lenti spasimi insultati»: e colla forza della disperazione precipitatisi sui Romani, li sbaragliano e respingono da Triocala.

Gneo Servilio, surrogato nel comando, a nulla profittò; mentre Atenione, succeduto al morto Salvio, prosperava la fortuna degli schiavi. Ma a loro danno (100) movevano i consoli stessi Cajo Mario e Manio Aquilio, che rincacciano i rivoltosi, li vincono più volte, e uccidono lo stesso Atenione; diecimila avanzati rifuggono a luoghi forti, ma ne sono snidati. Un milione di schiavi diconsi periti in quella guerra. Più non ne restavano che mille, attestati con Satiro; e quando si arresero, dalla romana magnanimità furono condannati a combattere colle fiere. Vollero almeno morire nobilmente; e come si videro messi nell'arena colle armi usate a tale battaglia, dispostisi presso gli altari, intrepidamente si uccisero l'un l'altro: Satiro per ultimo si confisse la spada nel petto, con grandissimo divertimento del senato e del popolo romano.

CAPITOLO XX.
Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale.

Lo spettro dei Gracchi era spesso evocato a turbar la quiete de' nobili, i quali aveano creduto assicurarsi il dominio coll'ammazzarli. Opimio fu chiamato a render ragione de' cittadini uccisi, ma n'andò assolto per diligenza di Papirio Carbone. Il giovane Claudio Grasso accusò Carbone perchè, da amicissimo de' Gracchi, si fosse vôlto a patrocinarne l'assassino; e talmente lo incalzò, che quegli prevenne la condanna coll'avvelenarsi.

Miglior vindice del sangue de' Gracchi contro i patrizj sorgeva la gente nuova, e tra questa formidabile Cajo Mario. Nacque di basso luogo in Arpino (135?), e tardi venuto in conoscenza della corruzione e della pulitezza di Roma, conservò sempre dell'irto e del silvestre. Saper di greco mai non volle, dicendo ridicolo imparar la lingua d'un popolo schiavo; niente d'arti, niente di letteratura. Militando a Numanzia, mostrò severa disciplina quando negli altri si rallentava, e tal valore, che Scipione, interrogato un giorno chi potrebbe succedergli nel comando, battè sulle spalle di Mario, dicendo, — Forse costui». Se ne infervorò l'ambizione dell'Arpinate, il quale costretto a spianarsi la via da sè, come chi nasce senza avite clientele, pazientò e soffrì lunghe ripulse, finchè, col patronato de' Metelli, (218) conseguì la questura, poi il tribunato. Allora propose una nuova maniera di dare i voti, per cui il broglio restasse impedito: ed il console Cotta avendolo citato a giustificarsene in senato, Mario vi entrò minacciandolo se non desistesse dall'opposizione; e perchè Metello presidente lo appoggiava, il fece arrestare, sebben suo protettore.

Tale ardimento lo diede a conoscere ai padri e alla plebe per uomo inaccessibile a paure ed a riguardi; e viepiù allorchè non dubitò avversarsi il vulgo coll'opporsi ad una gratuita distribuzione di grano. Malgrado i contrasti fatto pretore, (216) sbrattò la Spagna dalle masnade; poi reduce a Roma, e sposata una dell'insigne famiglia Giulia, prese parte agli affari pubblici, invece di ricchezze, d'eloquenza, di politici scaltrimenti adoprandovi carattere di ferro, instancabile pertinacia al lavoro, ed un vivere popolesco.

Senatori e cavalieri spartivansi allora la padronanza; ai senatori le magistrature e l'autorità politica; ai cavalieri il denaro, le terre, i giudizj; e gli uni connivendo alle trascendenze degli altri, cospiravano a tenere mortificati i plebei. Mario, villano ricalzato, ed inavvezzo agli strepiti del fôro, male orzeggiava tra i due venti, e mostravasi inetto alle intelligenze e pusillanime nei maneggi civili quanto intrepido in una giornata campale. Conobbe dunque che le guerre erangli necessarie per poter primeggiare; e non gliene mancarono in Roma.

Dominava questa allora, oltre l'Italia propria, le nove provincie che enumerammo (vol. I, pag. 438). Sul rivaggio meridionale della Gallia era primamente approdata la civiltà greca ai tempi favolosi di Ercole, che dicono fondasse Monaco ( Portus Herculis Monœci ), cioè solitario in mezzo a quella barbarie. Da poi una colonia di Massalia era venuta a fabbricarvi Marsiglia, la quale estendendo il dominio, fondò Karsiki, Kitharista, Olbia colla cittadella di Heyron; più lungi stabilirono Antipoli ( Antibo ), cioè città avanzata; e ben presto Nicea ( Nizza ), cioè la vittoria, a ricordo d'un insigne combattimento co' natii. Però di questi mai non acquistarono l'amore, e i Marsigliesi in nuovo bisogno contro de' Liguri chiesero ajuto ai Romani, le cui legioni furono per la prima volta condotte di là dell'Alpi da Fulvio Flacco, l'amico de' Gracchi. Sestio Calvino suo successore, riuscito con migliore prosperità, vi fondò la città di Aix ( Aquæ Sextiæ ); Licinio Crasso piantò una colonia a Narbona, al cui porto stanziava la flotta, e dirigevasi il commercio d'Italia, d'Africa e di Spagna, a scapito di Marsiglia. Quinto Fabio, vinti gli Allobrogi e gli Arverni, ridusse la Gallia meridionale in provincia consolare ( Provenza ), dove cioè un console doveva arrivare ogni anno coll'esercito. I Baleari, pirati e fautori dei Cartaginesi, sempre indocili al giogo, furono sterminati tutti, di trentamila che erano, e nelle due grand'isole si fabbricarono le città di Palma e Polenzia: Quinto Metello vi tradusse coloni, e trionfò. Anche Cecilio Metello, ambendo gli onori del trionfo, invase la Dalmazia senza ragione, e senza ostacolo la soggiogò, e n'ebbe trionfo.

Per gran tempo questa famiglia de' Metelli tenne il primato in Roma: dodici di essa in dodici anni si trovano consoli o censori o trionfanti, e Quinto il Macedonico è menzionato dagli storici per istraordinaria felicità[18]. Nato illustre in illustre patria, robusto a prova delle maggiori fatiche, ricco l'animo di belle qualità, ebbe donna savia e feconda; ben collocò le figliuole e ne abbracciò i fanciulli; vide consoli tre de' quattro figli, e i due che ora abbiamo detto furono soprannominati il Balearico e il Dalmatico pei loro trionfi; meritò egli stesso il titolo di Macedonico, e favori, onori, dignità, comandi, quanti potè desiderare. L'insulto che dicemmo usatogli dal tribuno Atinio e la nimicizia con l'Africano Minore sono i soli dispiaceri che lo colpissero: ma il primo gli tornò in gloria; e quando Scipione fu morto, egli disse a' figli suoi: — Andate e onoratene i funerali, chè non ne vedrete di un cittadino più grande». Principe del senato, morì calmo in tarda vecchiezza, portato al rogo dagli insigni suoi figliuoli.

Domata Cartagine, i Romani ridussero a provincia la Zeugitana, e le poche città marittime del sud-est che all'emula erano rimaste fedeli. Restavano indipendenti la Mauritania, estesa dal Mediterraneo alla Getulia e dall'Atlantico al fiume Molokath ( Malva ), regnata da Bocco; e la Numidia, che ridotta tutta sotto il re Massinissa, teneva da esso fiume alle frontiere di Cirene. Micipsa, figlio di questo, vissuto sempre ligio ai Romani, morendo lasciò due figliuoli, Jemsale e Aderbale; e perchè della fresca età loro l'intraprendente nipote Giugurta non si prevalesse per ispogliarli, questo pure chiamò a parte dell'eredità, rammentando i tanti benefizj prestatigli, e raccomandandogli i giovani cugini. Parentela, riconoscenza, che contano mai per un ambizioso? Giugurta, intrepido in campo, scaltro in consiglio, fiero per natura, primo a ferire il leone in caccia o il nemico in battaglia, erasi acquistato l'amor del popolo, cui facilmente affascina l'aspetto della forza; mentre, praticando coi Romani, si persuase non esservi cosa che da loro non si potesse ottenere a denaro. Compratosi dunque a Roma parecchi amici, risoluto omai di regnar solo, uccide Jemsale, e circonviene con insidie e con aperta guerra Aderbale, il quale, spogliato del regno, cerca rifugio a Roma.

Infido asilo per chi non vi recava che la ragione! Ben egli al senato enumerò i benemeriti di Massinissa e la scelleraggine di Giugurta, e come federato ne invocò la protezione; ma Giugurta avea mandato non tanto a scolparsi, quanto a spendere e spandere oro. Fece effetto, e quantunque pochi onesti sorreggessero Aderbale, i più ricusarongli il chiesto patrimonio, e fu spedito chi fra' due superstiti dividesse il regno, e raccomandasse a Giugurta di rispettare il cugino. Giugurta, quantunque nella spartizione sapesse a denaro farsi attribuire la parte migliore, mal soffriva compagni nel regno, ed assalse Cirta ( Costantina ) capitale di Aderbale. (113) In questo emporio dell'Africa aveano stanza e banco molti mercadanti italiani; onde il senato romano, udito il costoro pericolo, decretò d'inviar tosto un esercito. Frattanto una nuova deputazione, alla cui testa Scauro presidente del senato, uomo di severità catoniana, cita a Utica Giugurta, il quale presentatosi, e uditi i rimproveri e le minaccie, v'oppone frivole scuse, e incolpa Aderbale d'aver attentato a' suoi giorni. Potenza dell'oro! l'integerrimo Scauro gli mena buone le ragioni, e tornasi a Roma. Giugurta incalza l'assedio; e Aderbale, persuaso dagli Italiani a conservarsi in vita, chè certo Roma lo rimetterebbe in istato, rende la città, salve le persone; Giugurta promette, (112) poi tosto scanna Aderbale e tutti i mercadanti italiani.

Ne fremette ogni buono; pure i comprati da Giugurta sarebbero riusciti a coprire d'un sasso il grave misfatto, se Cajo Memmio tribuno non avesse svelata la turpe venalità de' patrizj: — Sono quindici anni che tu, o popolo, sei zimbello di pochi; lasci scannare i tutori de' tuoi diritti, invilire il tuo animo; prendi paura di quelli che dovrebbero tremare davanti a te. Non ti eccito a respingere l'ingiustizia colle armi: non n'è mestieri ove bastano i loro vizj per ruinare costoro. Uccisi i Gracchi col pretesto che aspirassero a farsi re, molti popolani andarono proscritti, incarcerati, quanto piacque non alla legge, ma al capriccio di qualche nobile. Dianzi tu t'indignavi in secreto di vedere il tesoro dilapidato, le imposte de' re e dei popoli carpite da alcuni nobili, in possesso delle maggiori dignità e di sfondolate ricchezze, e che dopo tradito ai nemici le leggi, la maestà dell'impero, tutti i diritti divini ed umani, non che mostrar vergogna, ostentano i loro sacerdozj, i consolati, i trionfi, quasi onoranza recassero quando usurpati. Schiavi comprati ricusano sopportare le ingiustizie de' padroni: e voi, Romani, nati a comandare, soffrite la servitù? Or chi sono costoro che invasero la repubblica? gente di mostruosa cupidigia, colmi di sangue e di misfatti, che della buona fede, dell'onore, della pietà, della virtù, del vizio fanno traffico; più sono rei, e più tengonsi sicuri; il terrore che seconda il fallire, invase le vostr'anime fiacche, mentre costoro dai desiderj, dagli odj, da' timori stessi sono congiunti non in amicizia, ma in cospirazione. Se fu gloria ai vostri padri acquistare il diritto, è dovere a voi il conservarlo. Procedete contro costoro che vergognosamente tradirono la repubblica al nemico: procedete regolarmente e per testimonj, non soffrendo una pace che lascia a Giugurta l'impunità, a pochi ricchezze immense, alla repubblica obbrobrio e scorno. E mi rassegnerei a vedere impuniti cotesti ribaldi se l'indulgenza non divenisse vostra ruina: perocchè non toglie loro il poter nuocere in avvenire, e voi dovrete o combattere per la vostra libertà, o cadere schiavi. Essi vogliono dominare, voi esser liberi: qual componimento è possibile? Nè essi soltanto dilapidarono il denaro pubblico, smunsero gli alleati, colpe ormai troppo comuni; ma al vostro peggior nemico tradirono l'autorità del senato, la maestà dell'impero; la repubblica fu venduta a Roma e nel campo».

La plebe commossa trasse a sè quella causa, e il senato impaurito decretò la guerra, e l'affidò al console Calpurnio Bestia. (111) Ma costui la considerava come un traffico, e menava seco Emilio Scauro, disposto a vendersi anch'esso: onde, fatte alcune dimostrazioni vigorose, accettarono a colloquio Giugurta, gli concedettero pace con larghe condizioni, e il senato la ratificò per rispetto a Scauro o per complicità.

Restava però la tremenda voce popolare, e il tribuno Memmio cita Giugurta a Roma perchè si giustifichi. Questi, omai scaltrito con quali armi combattere, si presenta: Memmio gli intima in giudizio di nominar quelli che comprò a denari; ma l'altro tribuno Bebio gli vieta di parlare. Che più? essendo la parte d'Aderbale vigorosamente sostenuta da Massiva suo cugino, il re numida fa assassinare costui nel bel mezzo di Roma; poi andandosene, si volge a guatarla, ed esclama: — Oh città da vendere, purchè trovi un compratore!»

Riprese le ostilità, procedono lente sotto al console Albino e a suo fratello Aulo: (110) il primo con Calpurnio Bestia, Opimio Nepote ed altri è esigliato come reo di corruzione; l'altro non campa da Giugurta se non passando coll'esercito sotto la forca. A riparare tanta onta fu spedito Cecilio Metello, (109) che inaccessibile all'oro e alla pietà, mena guerra a sterminio, usa l'armi stesse di Giugurta, corrompendone i famigliari; sicchè costui ridotto ai confini del gran deserto, chiede patti. Come gli è imposto, dà ventimila libbre d'argento, cavalli, armi, tutti gli elefanti e i disertori, de' quali tremila sono o scannati od arsi vivi o mutilati; ma quando ode intimarsi di venire egli stesso al proconsole, esclama, — Uno scettro è men grave che le catene», e ripiglia la guerra, disciplina i Getùli, e solleva contro de' Romani suo suocero Bocco re di Mauritania.

A gran pro di Metello venne l'avere per luogotenente Cajo Mario, che provvido e prudente più di qualunque altro, superava pur tutti in frugalità e pazienza, e si cattivava i soldati col mangiare del loro pane, partecipare alle fatiche loro e ai pericoli, sicchè tornando in Italia essi ripeteano non si finirebbe quella guerra se non capitanando Mario. A ciò egli aspirava, secondo avealo lusingato la predizione del vincitor di Cartagine, e ordiva di soppiantare Metello: a malgrado del quale ottenuto il consolato, (107) lo accusò a Roma di trascinar una guerra, che a lui bastava il cuore di finire d'un colpo. Le lungagne di quella spiacevano ai cavalieri che vedevansi interrotti i traffici, sicchè appoggiarono Mario: lo appoggiò il vulgo, che egli primo arrolò alla milizia umile per essere venuti meno i proprietarj, e che egli lusingava col lanciare insolenti arguzie contro l'antica nobiltà, disonorata dalle sue azioni in faccia agli uomini nuovi che sorgevano per merito proprio.

Messo a capo dell'esercito di Numidia, prende Capsa e trucida gli abitanti, benchè avessero pattuito la vita; e atterrando continua le vittorie. Dalle quali sgomentato, Bocco chiede l'amicizia dei Romani, (106) e la compra col tradire l'ospite genero, consegnandolo a Silla, che lo spedì a Roma. Correvano ansiosi i cittadini a vedere colui, vivo il quale, non avevano sperato più pace; talmente sapea variar di guise, e congiungere all'astuzia il coraggio. Mario lo trascinò dietro al suo carro; e il fremere ch'e' faceva al vedersi incatenato e trastullo alla turba ingenerosa, fece dire ai Romani ch'egli fosse impazzito. Tratto in prigione, per levargli gli orecchini d'oro strapparongli l'orecchio; poi nudo il rinchiusero in un baratro, senza ch'ei proferisse altro se non, — Com'è freddo questo vostro bagno!» Colà fra sei giorni morì di fame. La Numidia fu spartita tra l'infame Bocco e due nipoti di Massinissa, Jemsale e Jarba, riservandosi Roma la parte che lambiva la provincia, e così indebolendo col suddividere. All'altro corno della Sirte eransi piantati i Greci, costituendo la Cirenaica; e Apione re di questa lasciolla in testamento ai Romani, i quali la proferirono libera, ed oltre i vantaggi d'un ricco commercio, di là sorvegliavano l'Egitto, come dalla provincia la Numidia.

Mario da questa aveva asportato tremila settecento libbre d'oro in verghe, cinquemila settecensettantacinque d'argento e ventottomila settecento dramme in denaro. Tale trionfo il rendeva invidiato ai nobili, cui diventava sempre più insoffribile quest'uomo nuovo e grossolano, che poneva lo splendore delle azioni di sopra al merito d'un sangue semidivino e di tradizionali ricchezze: viceversa ne pigliavano baldanza i fautori della plebe, talchè allora, per rogazione dei tribuni, fu trasferita in essa l'elezione dei pontefici; stabilito che un senatore degradato dal popolo non potrebbe ripristinarsi dal senato; che qualunque socio latino accusasse un senatore e provasse la colpa, acquisterebbe la piena cittadinanza romana: si rimise in discorso anche la legge agraria, ma una nuova invasione di popoli settentrionali sviò dalle lotte interne, e ringrandì il vincitore di Giugurta.

Delle orde cimriche rimaste di là del Reno, come altra volta abbiamo discorso (vol. I, pag. 191), la più forte stanziava in riva all'oceano settentrionale nella penisola Cimrica, che oggi chiamiamo Giutland, poco disgiunta dai Teutoni del Baltico. Spostati da una tremenda irruzione del mare, trecentomila guerrieri scesero fin al Danubio traendosi dietro fanciulli e donne, e varcatolo, piombarono sul Norico, e posero assedio a Noreja, (112) chiave dell'Italia verso le alpi Tridentine. Debellato il console Papirio Carbone, l'orda devastò quant'è dal Danubio all'Adriatico, dalle Alpi alle montagne di Tracia e di Macedonia; e onusta di spoglie, si rintanò, dopo tre anni, fra i valloni delle alpi Elvetiche.

Ambroni, Tugeni, Tigurini, tribù galliche ivi stanziate, al vederne il ricco bottino ne inuzzolirono, e insieme con essi precipitarono verso il Rodano sulla nuova provincia romana ( Provenza ), e riportarono insigne vittoria presso al Lemano, ove il console Cassio Longino rimase ucciso, (106) e le legioni non camparono che a patti vergognosi. Servilio Cepione, venuto alla riscossa mentre quelli indulgevano alle blandizie d'un clima beato e d'improvvisa opulenza, ripigliò Tolosa, abbandonando al sacco le miracolose ricchezze che i Volci e i Tectosagi vi aveano deposte dagli antichi saccheggi; mille libbre d'oro e quindicimila d'argento dirizzò verso Roma, ma sulla via dispose finti ladroni che li predassero per conto di lui. Tal era la lealtà.

Sopragiungendo però nuove orde di Galli, sì Cepione, sì Manlio venutogli in soccorso, (105) furono messi in tal rotta, che a gran pena con dieci cavalieri salvarono la vita: sesto esercito romano distrutto da que' Barbari. I vincitori, secondo un voto, per omaggio al dio Belen gettarono nel Rodano l'argento, l'oro, i cavalli, uccisero i prigionieri, misero a desolazione quanto siede fra l'Alpi e i Pirenei. Tornano allora in mente ai Romani i disastri di Allia ed il Campidoglio assediato dai Galli Cimri; consultasi con paurosa superstizione un tal Batabate, spacciatore di vaticinj; si vota un tempio alla Bona Dea; ogni cittadino è chiamato alle armi; e chi sarà il Camillo che salvi Roma col ferro non coll'oro? chi, se non il generale che allora appunto ritornava incoronato dei lauri numidici?

Per quanto la bellica sia lo stillato delle altre arti, molte volte un rozzo soldato si vide riuscire eccellente stratego. Mario, servendo o comandando, aveva notato i difetti della legione, la quale sin là erasi considerata come la più sublime ordinanza militare; e voltosi a riformarla da capo a fondo, la compose tutta di fanteria pesante, quantunque durassero ancora i nomi di astati, principi e triarj, e a tutti diede abito uniforme; le coorti organizzò in modo, che si adattassero a qualunque terreno. Alla riforma militare accompagnò la civile, perocchè nella legione egli ammise anche i proletarj: passo necessario, dacchè la classe de' coltivatori liberi, di cui sole vasi empirla, si andava sempre più esaurendo; e Mario potea dire come Pirro: — Quel che mi occorre sono uomini robusti; io saprò farne soldati».

A titolo di tali innovazioni, Mario si fece prorogare il consolato, che tenne per altri quattro anni in onta delle leggi, le quali anche questa volta ammutolirono davanti alle armi. L'esercito riordinato condusse in Provenza, e secondando la superstizione, con uno spediente grossolano come lui, si fece da sua moglie mandare una tal Marta, donna vulgare di Siria che indovinava il futuro, e che fingeva suggerire od approvare quel che Mario credesse opportuno. Ma nel tempo stesso abituò le sue reclute a severissima disciplina e alle fatiche, eseguendo difficilissimi lavori, quale fu il Fosso Mariano, per cui i navigli entravano nel Rodano schivando la melma e le ghiaje accumulate alla foce, e che formò la ricchezza de' Marsigliesi.

Una porzione di Cimri, seguendo il vago istinto del saccheggio, erasi diretta sopra la Spagna; ma trovando ostinata resistenza nei Celtiberi e nel pretore Marco Fulvio, diè volta verso l'Italia per l'Elvezia e il Norico, mentre Galli e Teutoni scendevano le alpi Marittime. Terribili a vedersi per gigantesca corporatura, fiero sguardo, armadure bizzarre, il loro re Teutoboco saltava quattro e fin sei cavalli di fronte, e alteramente sfidava Mario a duello, il quale rispondeva: — Se sei stanco di vivere, va e t'appicca».

Fremeva a quelle sfide la gioventù romana; fremeva allorchè i Teutoni, sfilandole innanzi, le dicevano: — Noi andiamo a trovare le vostre donne; avete comandi?» Mario ne reprimeva gl'impeti, ma come videla infervorata dal lungo desiderio della pugna, la condusse ad assalire i Barbari presso le Acque Sestie (102) ed a sconfiggerli interamente. Le donne dei Teutoni, che solevano accompagnarli alla battaglia ed esaltarne il coraggio, vedendoli cedere all'urto, presero le armi e impedirono ai Romani d'invadere l'accampamento, finchè una nuova sconfitta portò quasi a trecentomila il numero dei Teutoni morti o presi.

In questo mezzo i Cimri varcavano le Alpi, scivolando ignudi giù pel ghiaccio sui loro scudi, all'orlo d'orribili precipizj, quasi sbraveggiando il pericolo e l'intemperie; poi calati pel Tirolo in val d'Adige, smisurati pietroni rotolavano contro il ponte fatto dai Romani, e con sassi ed alberi ingombravano il letto, sicchè l'esercito del proconsole Catulo restò compreso da tale sgomento, che molti fuggirono senza arrestarsi fino a Roma. Fu tra questi il figlio di Emilio Scauro; al quale il padre mandò dire non gli comparisse più davanti, ond'egli s'ammazzò.

I Cimri corsero a baldoria il paese ormai indifeso, e se nel caldo della vittoria si fossero difilati sopra la metropoli, questa versava in estremo pericolo; ma avendo essi data la posta ai Teutoni in riva al Po, quivi s'assisero ad aspettarli. Le delizie del clima italiano, il pane, il vino, la carne cotta, svigorivano la brutale loro fierezza; ed ecco, invece dei Teutoni, giungeva Mario con truppe imbaldanzite dalla vittoria. Avendo i Cimri spedito a dirgli — Lascia queste terre per noi e gli alleati nostri, se no ci avventeremo su Roma», egli rispose — I vostri alleati più non bisognano di terra, giacendo a marcire lungo il Ceno». Bojorice lor re negò fede all'asserto, e venne egli stesso al campo romano per accertarsi che i capi teutoni fossero prigionieri, e per determinare d'accordo il tempo e il luogo al decisivo duello. Fu convenuta la fine di luglio e una pianura nei Campi Raudj[19], dove i Cimri non poterono spiegare tutte le forze, e dove la disciplina e l'accorgimento di profittare del sole e del vento diedero la vittoria ai Romani. Le donne cimre vestite a lutto, (101 — 30 luglio) trinceratesi nel campo, chiesero si rispettasse la loro pudicizia, e d'essere consegnate schiave alle Vergini del fuoco: e disdette dell'onesta domanda, uccisero i fanciulli, quindi si appiccarono lasciando i proprj cadaveri in custodia dei mastini, che non poterono esser rimossi finchè non furono sterminati a frecciate.

I bullettini colle solite esagerazioni accertarono la plebe ignorante d'allora e la dotta di poi, che cenventimila Cimri fossero periti in quella giornata, e trecento soli Romani. I prigionieri vennero spartiti come schiavi pubblici fra le città, o destinati ai giuochi come gladiatori: e sebbene al console Catulo appartenesse il merito principale, il popolar favore lo attribuì a Mario, cui si resero onori più che umani; fu gridato terzo Romolo, paragonato a Bacco. Egli insuperbito non beveva più se non nella coppa, di cui diceano si fosse servito quel dio dopo conquistate le Indie; e ottenuto il sesto consolato, poteva quel che volesse: e diceva: — La più parte non esercitano il consolato colle arti onde ve lo chiesero, o Quiriti: da prima attuosi, supplichevoli, moderati, dappoi passano il tempo nella pigrizia e nella superbia. Altrimenti la intendo io, e vedo sopra di me fissi tutti gli occhi. M'incaricaste di far guerra a Giugurta, del che i nobili mi voller male a morte. Vedete voi se convenga meglio affidare l'impresa a uomo di antica stirpe e d'illustri avi, ma di nessun esercizio nella milizia, che tremi e s'avacci, e assuma alcun del popolo per consigliargli quel che deva fare; giacchè le più volte avviene che, chi voi nominate capo, un altro capo si prenda. Io so d'alcuni che, fatti consoli, si diedero a legger le imprese degli avi e dei Greci[20]. Ma io, uomo nuovo, le cose ch'essi leggono, le ho vedute; quel ch'essi dai libri, io l'imparai militando. Spregiano essi la mia ignobilità, io la loro indolenza; a me si rinfaccia la fortuna, ad essi le colpe; e quando agli avi loro si potesse chiedere se volessero aver generato me o loro, non credete risponderebbero voler per figlio chi è migliore? Qualora vi parlano, non rifinano di vantare gli avi, credendo rendersi più illustri per le belle imprese, mentre al contrario son quasi un lume che dà risalto alla loro degenerazione. Di questi vanti io non ne fo, ma posso narrare i miei proprj fatti; non ho da produrre stemmi e genealogie, ma aste, vessilli, premj militari, cicatrici onorate: questi sono i miei titoli, non lasciatimi in retaggio, ma con mio pericolo acquistati. Neppure so parlar con arte, non imparai di greco, ma a ferir nemici, squadronare soldati, null'altro temere che l'infamia, sopportar freddo e caldo, fame e stenti. A questo avvezzerò i soldati, non col lasciare ad essi le fatiche, a me la mollezza, il che vale essere non comandante ma padrone dell'esercito. Mi chiamano zotico perchè non so imbandire lautamente, nè tengo buffone o cuoco a maggior prezzo che il gastaldo; e lo confesso, avendo udito da mio padre che alle donne si addice la forbitezza, all'uomo la fatica; ai buoni occorre più la gloria che la ricchezza, meglio gli adornano le armi che la suppellettile. Essi dunque facciano quel che pregiano, amoreggiare, sbevazzare; come da giovani, così da vecchi passino il tempo nei bagordi, dati al ventre e ad altro: a noi lascino il sudore, la polvere e siffatte cose, che più di quelle ci sono gioconde. Ma essi nol soffrono, e dopo che s'insozzarono di colpe, si usurpano il compenso dovuto ai buoni; e la morbidezza e l'ozio ad essi non sono d'impedimento, son di ruina alla repubblica».

Dalla fazione aristocratica, ch'egli non solo compresse ma insultò, Mario fu dipinto come un furibondo, imbramosito di sangue: ma per quanto noi ci sentiamo poco propensi ad adulare gli eroi, scorgiamo in esso una premura pel popolo minuto, pei soffrenti, per gl'Italiani in generale, che è difficile attribuir sempre a scaltrezza. Di naturale selvaggio, nè mitigato dalla educazione, pure non consigliava la guerra; anzi tratto a tratto sentiva rinascersi desiderio di quiete: se non che in Roma non si giungeva a capo del popolo se non esterminando nemici in folla, ed avvezzandosi nei campi al rigido imperio, al volere dispotico, alle crudeltà. Queste abitudini avea contratte Mario, ma non le bassezze, le infedeltà, la corruttela, troppo comuni fra' suoi contemporanei; l'oro di Giugurta non fece presa su lui; a Silla giovinetto non portò invidia, anzi il volle compagno del trionfo; e quando, fatto suo nemico, fuggendo dai manigoldi il vide ricoverare in sua casa, lo salvò: pure operava da soldato, ed ebbe a dire più d'una volta che lo strepito delle armi non lasciavagli badare alla legalità.

Qui però nuovi conflitti si preparavano, e non contro Barbari, bensì nell'Italia nostra; alla cui geografia è opportuno diamo un'occhiata, prima che vada tutta a confondersi nel nome romano.

Le Alpi non ne erano ancora il preciso confine, perocchè tra esse e fin sullo scarco meridionale estendeasi la Rezia, in quelle che or sono valli dell'Ossola, Vogogna, Leventina, Valtellina, Camonica, Trompia, oltre i Breuni e i Tridentini. Gallia Cisalpina nominavasi il territorio che ha le Alpi a settentrione ed a ponente, il Varo a libeccio, a levante l'Arsa, a mezzodì la Macra, gli Appennini, il Rubicone; suddivisa in Cispadana e Transpadana secondo il Po. La regione al nord-est chiamavasi Venezia ed Istria; Liguria, quella al sud-ovest.

I Liguri, fra l'Alpi, l'Appennino, la Macra e il mare, toccavano a levante e a settentrione i Galli, a sud-est gli Etruschi; il Varo a ponente li separava dai Liguri della Gallia, stanziati sulla proda occidentale delle alpi Marittime e sul litorale, col nome di Salj o Saluvj, Oxibj, Deceati, Suetri, Quariati, Adunicati. Ad oriente d'esse alpi Marittime si trovavano i Vedianzi; al settentrione dei due porti marsigliesi di Nizza e Monaco, gl'Intimelj e gl'Ingauni; a levante dei quali trafficava Genua, porto dei Liguri forse indipendente dalle altre tribù. A levante di essa le due rive della Macra popolavano gli Apuani, cui sembra appartenesse Lucca[21].

Negli Appennini sul piovente meridionale abitavano gli Ercati, i Lapicini, i Caruli, i Friniati presso agli Apuani; sul settentrionale, fra lo Jala (Stàffora) e le Alpi, i Vibelli, i Magelli, gli Emburiati, i Casmonati, gl'Illuati, i Celelati, i Cerdiciati; ad occidente sul Tànaro i poderosi Statielli; sul corso superiore del Po i Veneni, e alle sue fonti i Vagiani di sangue celto[22].

Seguendo la curva dell'Alpi, le cui vette erano occupate da genti galliche, nelle valli inferiori s'incontravano i potenti Taurini «colà dove la Dora in Po declina»[23]; a settentrione e a levante i Libici sulla Sesia, i Levi sul Ticino[24]. Più alto nelle valli dell'Alpi stanziavano i Segusiani sulla piccola Dora; i Salassi sulla Dora maggiore, dove poi Augusto fabbricò Aosta a cavaliero delle due strade dell'alpi Graje e Pennino; i Lepontini, che dieder nome alle Alpi fra il Monterosa e il piccolo Sanbernardo, possedevano alcune città nella Gallia Cisalpina, e fino Omegna.

La Gallia Transpadana era divisa fra Insubri e Cenomani: dai primi dipendeano i Marici, abitanti fra i Levi del Ticino e i Vertacomagori, e gli Orobj, stanziati a Novara, Como e Bergamo[25]; i Cenomani s'erano piantati nelle città, forse d'origine etrusca, di Brescia colla sua rôcca Cidnea, Verona, Mantova. Al Mincio arrestavasi il dolce parlar veneto, e cominciava l'aspro gallico.

La Gallia Cispadana fra gli Appennini, lo Jala, il Po, l'Adriatico, l'Esi, era tenuta dagli Anamani e da' Boi, colle città fiorenti di Placentia, Parma, Mutina, e con Bononia che crebbe sotto i Romani. Sul territorio de' Lingoni rimaneva l'antichissima Spina; Ravenna ebbe vita allorchè Augusto la congiunse col porto e con un canale al Po e all'Adriatico; di Ferrara non è menzione. Molte città della Cispadana erano abitate dai Senoni, e nominatamente Cesena; ma essi spiegavansi principalmente a mezzodì del Rubicone nell'Umbria, ove da loro ebbe nome Senogallia[26].

La Venezia abbracciava i paesi che tra il Po e l'Adige chinano dall'alpi Carniche al mare Adriatico. A ponente lungo l'Adige aveano avuto dominio gli Euganei, che poi furono confinati nei colli che ne serbarono il nome. La città di Atria rammentava gli antichi Etruschi; Padova sul Medoaco fioriva di commercio; aggiungi Aquileja fabbricata dai Romani per difendere quel varco Altino in riva all'Adriatico, Vedino ( Udine ), donde procedendo si trovava la trafficante Emone ( Laybach ) sulla proda orientale delle alpi Giulie. A settentrione de' Veneti stavano i Carni, a piè dell'Alpi cui lasciarono il nome[27]. Nella penisola dell'Istria, che l'Arsa separava dall'Illiria, Tergeste acquistò importanza sotto Augusto; Parenzo era porto frequentatissimo quanto l'antica Pola.

Dalla Macra e dall'Utente cominciava l'Italia propria, che possiam dividere in Etruria, Umbria, Piceno, Sannio, Lazio, Campania.

Nel paese fra il mar inferiore, il Tevere, gli Appennini e la Macra erano disposti i dodici popoli etruschi in modo, che a levante verso la frontiera umbra s'incontravano gli Aretini, fortemente situati alle falde dell'Appennino, i Cortoniati, i Clusini, i Perugini, i Volsinj; a ponente verso la costa i Volaterrani, i Vetulonj, i Rusellani, i Cosetani; nella parte meridionale più angusta, al sud della fatale foresta Ciminia fra i laghi Ciminio e Vulsinio, i Falerj, distrutti i quali dai Romani, furono surrogati i Cosetani; poi i Vejenti al sud-est, ad occidente i Ceretani, al nord di essi i Tarquinj sulla Marta. Luna fra la Macra e l'Arno era porto e mercato frequentatissimo; Pisa era stata fondata dai compagni di Nestore al vertice dell'angolo formato dal confluire dell'Arno col Serchio[28]. L'Elba già lodavasi come insula inexhaustis chalybum generosa metallis[29].

Gli Umbri un tempo si stendeano oltre il Tevere sino alla foresta Ciminia e al Clani, sulle cui rive aveano fabbricato Aarna ( Bargiano ), mentre i Senoni possedeano molte città fra l'Utente e il Rubicone; ma poi i Romani limitarono l'Umbria fra il Rubicone al nord, il Tevere e il mare all'ovest, l'Esi al sud, l'Adriatico all'est, percorso dalla via Flaminia[30].

Essa Umbria, la Sabina, il paese de' Marsi e de' Vestini chiudendo a occidente il Piceno, dall'Esi a settentrione fino al Matrino ( Piomba ) a mezzodì, chiamando propriamente Agro Piceno la montagna, Adriano il litorale, Pretuziano la pianura. Ancona, colonia siracusana, servivagli di porto; Osimo di fortezza; Tiora di oracolo sacro a Marte[31].

Al sud dell'Umbria e del Piceno cominciava il montuoso Sannio, comprendendo quattro popoli fra gli Appennini e l'Adriatico, quattro negli Appennini e nella pendice occidentale. Ed erano i Vestini, colle città di Amiterno e Priverno; i Marrucini, con Aterno ( Pescara ) e Teate ( Chieti ); i Peligni, con Corfinio ( Pellino ) e Sulmona; i Frentani sul Tiferno, con Lavino, Istonio ( Vasto d'Amone ), Ansano; i Sabini, con Fidene, Nomento, Crustumerio sopra il colle da cui piove l'Allia, Correse presso al Tevere, Regillo, Trebula sul Velino, Reate, e la fredda Nurza presso le sorgenti del Clitunno; i Marsi, a levante del lago Fùcino, con Marruzio, Alba Fucezia, Carseoli e Cliterno; gli Irpini sulle colline che scendono ai piani della Puglia, con molte città, fra cui Avellino, Aquilonia ( Cedonga ), la fortissima Romulea, Compsa, Malevento; infine i Sanniti proprj, nel paese alpestre al sud de' Peligni, federazione composta dei Pentri con Telesia, Esernia, Alifa, Boviano; dei Caraceni fra le sterili alture dell'Abruzzo Citeriore; dei Caudini sul dorso occidentale del Taburno; e degli Irpini e Frentani già detti.

Del Lazio assai parlammo, e come si dilatasse dal Tevere fino al Liri. Con esso, col Sannio, colla Lucania e col mar Tirreno confinava la Campania, abitata nella pianura dai Campani, nei monti al nord-est dai Sidicini, dai Picentini in quelli al sud-ovest; ubertose contrade, piene di città, fra cui Baja e Pozzuoli, villeggiature dei Romani, che non paghi di coprir di casini le falde del vitifero Gauro, fin nel mare ne fabbricavano; Ercolano e Pompej, che doveano conservarsi sotto la lava e i lapilli, piovuti per distruggerle; Casilino sul Vulturno, donde i Romani aveano protetto il Lazio contro Annibale che teneva Capua, città primaria a' piedi del monte Tifata; Atella fra questa e Napoli, rinomata per le sue burlette; Nola piazza forte, fondata dagli Ausonj, popolata di Calcidesi, e fabbricatrice di bellissimi vasi[32].

Entravasi poi nella Magna Grecia, divisa in Apulia, Lucania e Bruzio. La prima comprendeva la Daunia, la Peucezia, la Japigia; e Siponto, Salapia, Aufidena, Bario n'erano città fiorenti: dal porto di Brindisi nella Calabria per ducentoventicinque miglia varcavasi in Grecia; poi cedette il luogo a Idrunto ( Otranto ). Verso la Japigia gli Appennini si chinano poc'a poco per rialzarsi verso il paese de' Salentini, ove il promontorio Japigio frange le onde jonie, e sostiene la cittaduola di Leuca. Ad occidente sul seno che s'incurva dal capo Japigio al Licinio, fra molte minori ergevasi la dorica Tàranto. Delle interne meritano ricordo il vasto Canusio sull'Aufido, Canne presso Vergello, Venusia già degli Irpini, una delle meglio fortificate dai Romani, che di là teneano guardata l'Italia meridionale. Nella Lucania sul mar Tirreno si trovavano l'ancor prospera Pesto, e dappertutto quelle colonie greche di cui tessemmo la storia. Il Bruzio, nella punta che s'allunga verso Sicilia presentava Scilleo, fortificata contro i pirati etruschi, e Columna, detta dall'estrema pietra migliaria d'Italia.

Seguitava la Sicilia, che nel 212 era divenuta provincia romana, e a cui si aggregarono anche i paesi dapprima lasciati a re Gerone II.

Non ripeteremo come in tutti i punti opportuni fossero distribuite colonie, e sistemati i popoli con una gradazione di privilegi. Maggiori ne godeano i Socj d'Italia; ma avendo col proprio sangue procacciato la grandezza di Roma, pretendeano essere pareggiati ai cittadini nel dar voto e nell'ottenere gl'impieghi. Era l'unico mezzo di risparmiarsi la poderosa coazione che è necessaria per tenere popoli nell'umiliazione e nella servitù; ed essi l'aveano sperato ora dagli Scipioni aristocratici, ora dai Gracchi demagoghi, ora dal senato stesso: ma ai patrioti conservatori pareva ne patirebbe la costituzione, la metropoli si affollerebbe di gente accorsa a votare, la quale prevalendo pel numero ai pochi cittadini veri, disporrebbe della pubblica cosa, in modo che Roma perderebbe non che la primazia sugli altri, fin la padronanza di sè. Come dunque conciliare la conservazione delle individualità di essa colla formazione d'una grande società italiana?

Questa da un secolo era la suprema quistione, e vedemmo come vi si maneggiasse la politica abilità del senato, mediante le elevazioni progressive. Ma le lente provvisioni spiacciono sempre ai partiti, e Mario riassunse ed esagerò il concetto de' Gracchi. Essendo stato soccorso validamente dagli Italioti nella guerra contro i Cimri, a molti militari concesse gli onori della cittadinanza, e a tutto il contingente di Camerino; e perchè il senato nel querelò, rispose: — Lo strepito delle armi impedì d'intendere le parole della legge». Propose di distribuire ai federati le terre che i Cimri già aveano occupato nell'Italia settentrionale, e che per la vittoria consideravansi divenute di pubblico dominio: a tal modo s'opporrebbe una barriera a future invasioni, e si terrebbero in fede i Lucani, i Sanniti, i Marsi, i Peligni, colà trasportati in colonia.

In tutto ciò Mario, che poco valeva agli intrighi, adoperava la violenza; ad Apulejo Saturnino che chiedeva il tribunato, prestò i suoi soldati, coi quali in mezzo al fôro uccise il competitore Nonio, fugò gli avversarj, e si fece proclamare. Mario, Saturnino e il pretore Cajo Glaucia formarono allora un dispotico triumvirato, (100) che riaffacciò la legge dei Gracchi, non tanto per favorire ai popolo, quanto per contrariare a Cecilio Metello il Numidico, di cui già cliente e beneficato, era allora capitale nemico. Questo, a capo della fazione senatoria, malcontenta anche de' tolti giudizj, repulsò pertinacemente la legge agraria; ma vedendosi soccombere, andò volontario in esiglio, sperando che un giorno la patria ravveduta il richiamerebbe: e la parte di Mario volse e sconvolse la repubblica, colla forza padroneggiò i comizj, assassinò gli oppositori, usurpò i diritti del popolo sotto pretesto di tutelarli, sicchè restava disonorata la causa degli Italiani.

Mario, scarso d'intelletto politico, lasciavasi menare dai due colleghi, che, stile degli arruffapopolo, non cessavano di accaneggiare la corruttela e le tirannie degli aristocratici sovra la povera plebe. Saturnino fece prorogarsi di nuovo il tribunato, e con un assassinio tolse di mezzo Memmio che competeva il consolato con Glaucia, anzi s'impossessò del Campidoglio. Proruppe allora la comune indignazione, (99) e conferito ai consoli autorità assoluta come nelle congiunture più pericolose, Glaucia e Saturnino furono lapidati, richiamato Metello: Mario, che nelle zuffe di piazza mancava dell'intrepidezza mostrata in campo, e che aveva abbandonato i due suoi complici, perdendo così autorità presso gli amici e nemici, si ritirò nella Galazia sotto pretesto di sciorre un voto alla Dea Madre, sentendo che le giornate sue erano le campali, e paragonandosi ad una spada che nella pace arrugginisce.

La riazione allora infierì secondo il solito; e perchè i Socj d'Italia, i quali col domiciliarsi a Roma ne acquistavano la cittadinanza, servivano di stromenti alle sedizioni dei tribuni, Licinio Crasso e Muzio Scevola fecero stanziare che quelli di essi che dimoravano in Roma senz'averne la cittadinanza, tornassero alle patrie antiche, niun riguardo avuto ai legami di parentela, di affari, d'abitudine, contratti da una generazione.

A tutelare i Socj in una riforma pacifica si adoperò il tribuno Livio Druso, uomo destro, eloquente, netto, lontano dalle violenze dei capipopolo, rimasto sempre superiore alla calunnia in una superbia che non lasciavalo mai mancare di dignità. Promettendo l'architetto costruirgli la casa in maniera che veruna vista la dominasse, — Costruiscila piuttosto (rispose egli) tale che le mie azioni rimangano esposte agli sguardi di tutti». Come gli ambiziosi non vulgari, credea bisognasse rinforzare il potere, onde sosteneva il senato contro della plebe e dei cavalieri, ma purchè il senato obbedisse a lui. Ai mali della patria pensò riparare emendando la proposta dei Gracchi. Costoro aveano voluto ridurre i cavalieri, e formare un terzo stato, attribuendo loro i giudizj; ma coll'iniquità di questi eransi disonorati: ond'egli, per consolidare i conservatori, (92) propose che i giudizj fossero restituiti al senato, compensando i cavalieri coll'ammettervene trecento. Come succede nei partiti moderati, Druso scontentò gli uni e gli altri, e sorse rumore: egli fece arrestare il console, poi, a conciliarsi la plebe, propose si distribuisse il pane necessario agli indigenti col tesoro del tempio di Saturno che conteneva 1,620,829 libbre d'oro.

Lui aveano scelto a patrono i Socj italici; e poichè ogni partito vuol sempre incarnarsi in una persona, lo gridavano italianissimo, speranza della nazione; una volta che ammalò, tutta la penisola echeggiò di voti solenni; ed egli domandava obbedienza cieca, in ricambio della potente protezione. Quando però propose che ai Socj si comunicassero tutti i privilegi di cittadino, si trovò contraddetto da senatori e cavalieri, e dalla plebe stessa, indignata di veder attentarsi di nuovo all'onore patriotico col convertire i sudditi in cittadini. I Socj, che in folla da tutta Italia erano accorsi a Roma per sostenere il voto del loro protettore, come lo videro respinto, tornati a casa colla vendetta nel cuore, sparsero il dispetto e l'indignazione, l'oltraggio parve nazionale, e venne a divampare la guerra degli Alleati appunto al tempo che tutti pareano scuotere le catene di Roma, gli schiavi, la Spagna con Sertorio, l'Asia con Mitradate.

Gl'Italiani erano divisi d'interessi; e se l'oppressione in qualche città riusciva insopportabile, in altre era lenita da privilegi e dalla bontà de' magistrati. A mezzodì i bellicosi Sabellici pareano essersi naturati al giogo: il Lazio godea di molti vantaggi, pur non mancandogli ragione di lamenti: Umbri ed Etruschi sentivansi fiaccati, e riconoscevano Roma perchè aveali difesi da' Cimri e teneva in soggezione i Galli confinanti. Nel cuore stesso di ciascuna città cozzavano due partiti, patrizj e plebei, in qualcuna ancora i fautori de' Cartaginesi; e troppo sappiamo come i dispetti parziali impaccino le speranze comuni.

Allora però s'intesero, si diedero giuramenti e ostaggi; il Sannio, la Lucania erano nell'accordo, e non solo tutto il mezzodì, ma perfino città latine alle porte di Roma. — Per Giove Capitolino (era il lor giuramento), pel sole e la terra, per gli Dei penati di Roma, per Ercole suo patrono, e i semidei che la fondarono, e gli eroi che la crebbero, io non avrò altri amici e nemici che quelli di Druso; nulla risparmierò pel vantaggio di lui, nè padre, nè madre, figliuoli, vita; se per opera sua divengo cittadino, terrò Roma per patria e Druso pel suo maggior benefattore».

Questo i moderati, speranti in un pacifico componimento: ma dietro ad ogni capopopolo trae sempre uno stuolo che spingesi più innanzi; e i giovani arrisicati, e i militari vecchi, soliti confidar soltanto nella spada, tramano di scannare i consoli di Roma nelle Ferie Latine sul monte Albano. (91) Druso, avutone fumo, ne avvisò il console Marzio Filippo, benchè suo nemico; e questi ripagandolo d'ingratitudine, il fece assassinare. Spirando egli esclamava: — Chi più tutelerà la patria con intenzioni pure quanto le mie?» I cavalieri ne menarono tripudio; ottennero fossero derogate le leggi di lui, come fatte contro gli auspizj; chiamati in giudizio i presunti suoi fautori, ch'erano il fior del senato; e dichiarato fellone della patria chiunque in avvenire proponesse di comunicare la cittadinanza ai Socj italiani.

A questi dunque, dopo che l'aveano per quarant'anni chiesta invano legalmente, non restava che ottenerla colla sommossa. Lusingati dai demagoghi, già avevano estesa una gran rete d'intelligenze, le quali alla morte di Druso proruppero. Il senato, avuto qualche sospetto, mandò qua e là senatori a chiarirsene: fra questi il pretore Servilio ad Ascoli, sospesa la festa nazionale e prorompendo in superbi rimproveri, esacerba tanto i cittadini, che trucidano lui e quanti Romani colgono, sorprendono le guarnigioni, invadono le armerie e i magazzini, liberano i carcerati che inveleniscono alle vendette. Coi Picentini si uniscono Marsi, Marrucini, Frentani, Peligni, Campani, Irpini, Apuli, Lucani, e principalmente i Sanniti, non fiaccati da venti sconfitte, e dal pretore fin al mandriano cupidi di vendicare il lungo servaggio: aveano capitani prodi e accorti, abituati alle fatiche del campo non meno che ai maneggi del fôro, primi dei quali erano pei Sanniti Papio Mutilo, e pei Marsi Pompedio Silone. Costui, il più operoso in que' preparativi, con diecimila uomini s'avvia per sorprendere Roma e saccheggiarla; ma lasciasi arrestare a mezza strada dalle preghiere di Gneo Domizio.

Le inveterate divisioni del nostro paese aveano convinto gl'insorgenti che non è possibile formare uno Stato solo, e doversi piuttosto congiungerne i varj in salda federazione. Unironsi dunque nel nome d'Italia, che allora s'estese a più lungo tratto di paese, fu scritto sulle loro bandiere[33], ed appropriato a Corfinio, città nei Peligni, munita per capitale, col fôro, la curia, cinquecento senatori, e dove gli Alleati deposero ostaggi, accumularono armi, e doveano eleggere annualmente dodici generali e due consoli. Così il vitello de' Latini opponevasi alla lupa di Roma in una guerra dichiarata giusta fin da uno scrittore romano[34].

Per verità Roma avea fedeli i Latini, gli Etruschi, gli Umbri, che poteano somministrarle ventimila combattenti; la Gallia Cisalpina lasciavale levar truppe, cavalli i re numidi, fanti il re Bocco; le darebbero navi Marsiglia e Rodi; nel tesoro due milioni di libbre d'oro; nel senato quella prudenza, ch'è la dote più necessaria e più rara ai sollevati. Pure i nemici ch'essa dovea combattere erano disciplinati da lei, conscj delle arti e de' secreti di essa; combattevano la terribile guerra di montagne; e se la vittoria avesse arriso ai rivoltosi, tutti i popoli soggetti sarebbero insorti per ridur Roma a' suoi umili cominciamenti, gli schiavi mal compressi avrebbero aggiunto legna al fuoco. Essa dunque pose in opera tutta l'abilità ferma e ardita del senato; moltiplicò eserciti e generali; il console Lucio Giulio Cesare fu spedito nel Sannio, (90) dandogli per ajutanti Pompeo Strabone padre del Magno, Quinto Cepione, Marco Perpenna, Valerio Messala; l'altro console Publio Rutilio nei Marsi con Publio Lentulo, Cornelio Silla, Tito Tidio, Licinio Crasso e Marco Marcello; quanti insomma godeano fama di avvisati e provveduti in fatto di guerra; e ciascuno col titolo di proconsole comandava una divisione, con arbitrio di operare come e dove gli paresse, dandosi però mano a vicenda nel dirigere centomila legionarj. Al contrario, gl'insorgenti ancor più che a Roma volean male ai magistrati proprj o ai coloni, onde in parziali vendette consumavano l'ardore, e crescevansi il numero de' nemici vicini. Pure cominciarono prosperamente, e i marsi Pompedio Presentejo, il sannita Vettio Scatone respinsero Pompeo da Ascoli, sconfissero Cesare nel Sannio, fugarono Perpenna, dell'esercito consolare uccisero ottomila uomini e Rutilio stesso.

A tal nuova, e al ricevere i cadaveri del console e di tanti senatori portati dagli schiavi, Roma prese il lutto, i magistrati deposero le insegne di loro dignità, si raddoppiarono le sentinelle e munirono le vie, tutti vestirono il sago, cioè l'abito da guerra. L'esercito di Rutilio fu diviso tra Cepione e Mario, che reduce a Roma viveva inoperoso. Pompedio coi figli e con casse d'oro venne a Cepione in aspetto di rendersi; ma quell'oro era piombo, e i figli due schiavi: ingannato dai quali, Cepione lasciò condursi in una gola, dove al grido di Viva Italia rimase sconfitto e morto. Mario in quella guerra mostrò una lentezza, che però non si osa imputargli a viltà o a spossamento; forse non gli reggeva l'animo di combattere questi Italiani, insorti per ottenere a forza quel ch'egli voleva concesso di grazia; fatto è che si teneva sulle difensive, e quando Pompedio gli diceva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputano, discendi a combattere», egli rispondeva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputi, costringimi a combattere mio malgrado»; e presto a titolo di malattia rassegnò il comando.

Crescevano intanto colle vittorie i Socj, e il nome d'Italia risonava più estesamente; Umbri ed Etruschi dal parteggiare con Roma passarono a far parte coi rivoltosi; ed avendo Aponio liberato Acerra, dove Oxinta figlio di Giugurta era tenuto prigioniero, il trattò regalmente, sicchè i Numidi disertavano a frotte dall'esercito romano, tanto che fu forza mandare in Africa la loro cavalleria. Roma ebbe ajuti dai principi d'Oriente; un corpo di Galli le fu condotto da Sertorio; armò anche in dodici coorti i liberti per guarnire le città marittime, e così potè accampare tutte le legioni contro gli Umbri e gli Etruschi, e vincerli. Ma a grave costo, giacchè, come in tutte le guerre di principj, combattevasi accannitamente. Un corpo di Romani, scontento del generale, gli s'avventa e lo trucida, poi per espiazione si precipita sui nemici, e ne sbaraglia diciottomila; un generale, vinto dai Romani nel Piceno, convita gli amici, e si trucida con essi: quattromila accerchiati sull'Appennino, anzi che cedere, si lasciano morire dal freddo. Giudacilio d'Ascoli viene a soccorrere l'assediata patria; e benchè i cittadini nol secondassero com'era combinato, a capo di otto coorti s'apre la via, entra, passa pel filo delle spade tutti i fautori de' Romani, si difende ostinato; e quando più non può reggere, dà un banchetto sotto il vestibolo del tempio, bee il veleno, si adagia sul letto; i soldati gli accendono sotto il rogo, «ove bruciare il più prode Ascolano e gli Dei della patria».

A trecentomila si sommano i periti in quella guerra; ma Roma conobbe che la forza non basterebbe a troncare le teste rinascenti dell'idra. Lucio Giulio Cesare pertanto fece confermare una legge, per cui fossero ascritti alla cittadinanza romana tutti i Latini ed Umbri rimasti in fede; laonde molti si staccarono dalla federazione, e viepiù dacchè la vittoria le si mostrava infedele, e rinasceva in tutte le città la fazione romana, rimasta sopita; onde gli Alleati, non vedendo più sicuro Corfinio, (89) trasportarono la capitale ad Esernia nei Sanniti. Già a Servio Sulpicio e a Pompeo Strabone eransi sottoposti i Marrucini, i Vestini, i Peligni, tradendo il loro capo Vettio. Questi era condotto prigioniero al console, quando un suo schiavo rapisce una spada, lo trafigge dicendo, — Ho liberato il mio padrone; ora a me», e uccide se stesso. I Marsi furono sottomessi, e Pompedio non si sosteneva che a capo di ventimila schiavi redenti, finchè perdè la vita, e dopo tre anni di dura lotta l'Italia soccombea di nuovo a Roma.

Essa affettò di chiamar quella la guerra de' Marsi, come chi chiamasse guerra del Piemonte quella del 1848; e credendo poter essere generosa quando più non parea farlo per paura, sulla proposta del tribuno Silvano Plauzio concesse la cittadinanza a tutte le città italiane che godevano il titolo di federate.

Concessione illusoria. La legge Giulia erasi proclamata nel caldo della guerra, e pochi erano che volessero venir di lontano a Roma, com'essa imponeva, per farsi inscrivere: soli vennero i vicini, de' quali i ricchi speravano gli onori, i poveri le largizioni attribuite a' cittadini romani. Le città federate poi, cui rifletteva la legge Plauzia, eran poche in numero, e neppur tutte ottennero il privilegio. Non ne derivò dunque se non un affluire a Roma di gran turba di poveri, e il senato intervenne ancora colle sottigliezze legali, e fece che i nuovi cittadini fossero accumulati in otto tribù, le quali votavano per le ultime, e quindi il più spesso non erano sentite, giacchè si sospendeva la votazione appena si fosse ottenuta la maggioranza.

Che monta? l'equità avea trionfato del rigido diritto, e su quel cumulo di cruente ruine era proclamata l'eguaglianza di tutti gl'Italiani; non v'ebbe più ostacoli a passare da federati a cittadini, e ridurre a verità il diritto nominale. Marsi, Umbri, Etruschi, che desiderosi d'esercitare l'acquistato diritto accorrevano dai loro municipj ad empiere il fôro o il campo Marzio, vedendosi o non consultati o non valutati, fremevano, e domandavano che la concessione divenisse un fatto. Li blandiva Mario o per sentimento italiano o per ambizione, e da Publio Sulpicio tribuno fece proporre che gl'Italiani, i quali avevano ottenuto la cittadinanza, (88) fossero ripartiti fra tutte le trentacinque tribù, e per conseguenza pareggiati agli altri cittadini. Cornelio Silla accorse per impedire la legge, distraendo all'uopo il popolo con solenni feste: Sulpicio però, armati satelliti, entrò nel tempio di Castore ove stava raccolto il senato, e lo disperse: Silla si rifuggì in casa del nimicissimo Mario, il quale non gli usò oltraggio, ma volle promettesse di sospendere le acclamate ferie. Tolte queste, a Sulpicio riuscì facile di far passare la legge, per la quale Mario salì in gran favore.

Questa nuova turba, non di cittadini corrotti e svigoriti, ma di campagnuoli robusti, dovea diventare un'arma terribile in mano dei demagoghi; e non avendo nè le tradizioni avite, nè la venerazione per le costumanze romane, nè l'esecrazione pei re, spianava il calle a coloro che omai aspiravano a cangiare radicalmente la costituzione.

Non sembra che Roma sevisse contro i vinti; e quantunque penuriasse a segno da dover vendere alcuni terreni attorno al Campidoglio, che da tempo immemorabile lasciavansi ai pontefici ed agli auguri, non confiscò il territorio de' Socj, eccetto quello degli Ascolani, nè mandò al supplizio che alquanti capi. Il pericolo di veder soccombere Roma prima ch'ella compisse la provvidenziale sua missione di unificare il mondo civile in una sapiente amministrazione, era schivato. L'Italia restavale ancora sottomessa, ma non più schiava, e i migliori cittadini verrebbero a questa da altri paesi. Un nome solo abbracciava coloro che prima chiamavansi Latini, Etruschi, Sanniti, Lucani; un solo linguaggio parlavano; e mentre quel di Roma corrompeasi per l'affluenza di tanti forestieri, restava come fisso l'idioma del Lazio. L'avvenire nazionale sarebbe potuto dirsi assicurato, se fra breve questa fusione dell'Italia con Roma non si fosse pur fatta di tutto il mondo coll'Italia, togliendole l'originalità, il vigore, l'attività, facendo che sparpagliasse lontanissimo la vita, invece di concentrarla in sè; per modo che, quando un cozzo esterno ne staccherebbe le provincie, ella, cessando d'essere signora del mondo, neppur rimanesse paese uno e compatta nazione.

CAPITOLO XXI.
Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica.

Ma Roma volgea contro se stessa il ferro, aguzzato contro Italiani e stranieri, prorompendo la inimicizia fra Mario e Silla.

Lucio Silla, (n. 137) dell'illustre gente Cornelia ma di mediocre fortuna, passò la giovinezza fra stravizzi; poi quando Nicopoli cortigiana lo testò erede universale, prese posto fra i cavalieri meglio stanti, e al gusto de' piaceri aggiunse l'amor della gloria e del potere. Attribuito questore a Mario nella guerra numidica, da questo fu lasciato in Italia come effeminato; ma quando lo raggiunse in Africa colla riserva, si mostrò intrepido nelle fazioni, esatto al dovere, più atto di Mario a conciliarsi gli animi. Mettevasi però a tavola? giù ogni contegno; e allegro, spassone, senza più voler intendere d'affari, si abbandonava alle tazze, a cantarine, a saltatrici. Per rimovere l'invidia, le imprese ben succedutegli attribuiva alla fortuna; nelle proprie Memorie mostrava essergli riusciti meglio i partiti improvvisi che non i meditati; ed esortava Lucullo, cui erano dirette, a riporre intera fiducia nelle cose che in sogno sentisse comandarsi dagli Dei.

Mario in prima disprezzò, da poi ne prese ombra, principalmente dacchè Bocco re di Mauritania dedicò in Campidoglio un gruppo, rappresentante se stesso in atto di consegnare Giugurta non a Mario ma a Silla, parendo attribuire a questo il merito d'aver compita essa guerra. Da ciò rancori che non doveano ammorzarsi neppure in torrenti di sangue.

Mario arrischiato e ad impeti; Silla calcolava e misurava verso un fine prefisso, qualunque fossero le vie. Mario allevato in contado, appariva zotico a segno, che a fabbricar un tempio per la vittoria sopra i Cimri adoprò un mastro romano e pietre informi: Silla, raffinato nella greca coltura, sui vizj suoi stendeva una lusinghiera vernice, dalle sue depredazioni raccoglieva libri, quadri, vasi, onde abbellire i proprj palazzi e la città. L'uno e l'altro valorosi in guerra e cupidi d'onori, Mario per brighe spudorate e per denaro ottenne sei consolati quasi consecutivi, Silla si professò stanco di servire a questa specie di re; e avendo già quarantaquattro anni, brogliò la pretura, comprando i voti e promettendo spettacoli che i pari mai non si sarebbero veduti; e per mezzo di re Bocco ebbe cento leoni che espose a combattere con uomini, avvezzando a tali spettacoli Roma, quasi in rimpatto de' sacrifizj umani, allora appunto proibiti dal senato; e divenne il corifeo della parte nobile, come Mario era della popolare. Lo vedemmo adoprarsi più utilmente di questo nella guerra degli Alleati; ed aveva ottenuto il comando supremo contro Mitradate re del Ponto, (88) allorchè il popolo, sollecitato dal tribuno Sulpicio a mostrarsi riconoscente delle leggi liberali, affidò quella guerra a Mario, che, quantunque vecchio, indispettivasi di non esser più il primo uomo di Roma, e aborriva colui che l'eclissava.

Allorchè l'oro dava piaceri e dignità, tutti ambivano le capitananze in Asia, dove si poteva rubare a man salva; laonde Silla, che già l'avea depredata col desiderio, risolse vendicare l'affronto ricevuto; e poichè, vegliando tuttora la guerra Sociale, egli stringeva i Sanniti in Nola, il torto fattogli racconta all'esercito suo, il quale rispondendo con una voce sola alla mozione di pochi intriganti, grida: — Corriamo sopra Roma». Se i soldati semplici erano dediti al generale che potea promoverli, gli uffiziali, che ricevevano le promozioni dai comizj popolari, non vollero partecipare al parricidio: pure Silla volse l'esercito sopra Roma, apprestando fiaccole per incendiarla; e ai pretori mandati per mitigarlo rispondeva sbraveggiando.

Il popolo, sorpreso dall'inaudita temerità, si difende con tegoli e sassi, armi plebee: ma Silla appicca il fuoco, prende la città, fa scannare Sulpicio, bandire una taglia sopra la testa di Mario in vendetta degli amici uccisigli, de' beni predatigli; e radunati i comizj, arringando come se stilla di sangue non si fosse versata, propone che veruna legge sia portata avanti al popolo se non dopo approvata dal senato; i comizj non si tengano più per tribù, ma per centurie; chi sia stato tribuno non possa esercitare altra magistratura; e si cassino tutte le proposizioni di Sulpicio.

Il popolo esprimeva il suo dispetto coll'eleggere magistrati avversi a Silla; e questi simulava di compiacersene, quasi una prova della libertà che aveva restituita alle loro elezioni. (87) Di fatto, con Gneo Ottavio, patrizio amico di lui, fu eletto console Cornelio Cinna suo nemico; il quale però salito in Campidoglio e slanciando un sasso, imprecò: — Se mai contrafarò a Silla, possa vedermi cacciato di città com'io ne caccio questa pietra».

Allora Silla mandò ad inseguire Mario fuggiasco. Il vincitore dei Cimri, soletto con suo figlio e col genero, si era trafugato di casale in casale per quell'Italia ch'egli avea voluto far tutta cittadina; ad Ortea s'imbarcò; ma sospinto a terra presso Circeo, errò mendicando pane da chi scontrava, serenando la notte nel fitto delle boscaglie, e fra i canneti del Liri celandosi dai sicarj che l'ormavano. Colà tuffato nella melma fin alle spalle, lo scoprirono essi, e gettatagli una soga al collo, il trassero a Minturno. Quegl'Italiani però, memori dell'interesse di lui per la causa de' Socj, non soffrirono che perisse, e probabilmente inventarono la storiella, che essendo mandato uno schiavo cimro per dargli morte in prigione, esso gli gridò, — Miserabile! oserai tu uccidere Cajo Mario?» e lo schiavo fuggì esclamando, — M'è impossibile trafiggerlo».

I Minturnesi pertanto dissero: — Vada ove vuole a compiere il destino suo; così gli Dei non ci puniscano di cacciar via Mario ignudo e bisognoso». E l'esposero sulla riva, dove trovò un vascello che il tradusse in Africa, nella quale suo figlio Cajo Mario, campato da pericoli non meno pressanti, erasi condotto a cercare ajuti al numida Jemsale. Proteggevano il fuggitivo da una parte la gloria del suo nome, dall'altra il sapere che la fazione sua, sopita non spenta, poteva da un giorno all'altro rivendicarsi. I magistrati romani non osarono sturbarlo allorchè il videro sedere fra le ruine di Cartagine: grande sventurato sulle ruine d'una grande città sventurata[35].

Il giovane Mario intanto, con aspetto di cortesia tenuto prigione nella Corte del re numida, da una donna fu ajutato a fuggire e raggiungere il padre, col quale veleggiò verso l'Italia. Qui aveva sostenuto la loro parte Cornelio Cinna, audace fin all'imprudenza e insieme timido, che non faceasi coscienza d'un delitto, poi sbigottiva nel coglierne i frutti, e che, malgrado il giuramento prestato, fece dal tribuno Virginio citar Silla per render conto del suo operato.

Questo non vi badò, ma come si fu trasferito coll'esercito in Asia, la fazione sua soccombette, e Cinna rialzò la causa italiana, riproponendo di ripartire i Socj fra tutte le trentacinque tribù, il che equivaleva a dar loro la prevalenza. Ottavio, incorrotto fautore del senato, vi si oppose; e per prova del quanto fosse rigoroso osservatore della giustizia, Plutarco narra che, stimolato in quel pericolo a rendere la libertà agli schiavi, protestò: — Come! vorrei far partecipi della patria i servi, io che dalla patria respinsi Mario per tutelare le leggi?»

Fino alle armi si corse, e le vie di Roma inondò sangue d'Italiani: diecimila si dice perissero, gli altri con Cinna e con sei tribuni dovettero uscire di città. Il senato dichiarò destituito Cinna, il quale presentatosi all'esercito supplichevolmente e in aspetto di martire della violenza, e corifeo della causa de' Socj, ebbe dall'Italia uomini e denaro tanto da formare trenta legioni, e richiamò i fuorusciti. Mario approda a Telamone, festosamente accolto dagl'Italiani; chiama gli schiavi a libertà, arruola i più forzosi contadini, i quali fatti liberi dalla legge Giulia, mentre sognavano tutti i beni della libertà, si erano trovati poveri, costretti alla milizia, ai tributi, alle requisizioni; del che incolpando il senato, insorgeano volontieri contro di esso. Mario si congiunge con Cinna, e difilasi su Roma pur ricusando ogni titolo e distinzione, e camminando dimesso, come attrito da inenarrabili patimenti.

Sotto Roma, affrettatamente munita dal senato, con fierezza battagliarono cittadini contro cittadini: di due combattenti l'uno ferì l'altro a morte, poi nello spogliarlo il conobbe per suo fratello, onde abbracciandolo, e raccogliendone l'estremo anelito, esclamò: — I partiti ci divisero, ci congiunga il rogo», e si trafisse colla spada fratricida[36]. Tremendo simbolo della sorte di noi Italiani.

I consoli trincerati sul monte Albano erano poco atti alla difesa: Pompeo Strabone, richiamato dalla guerra che faceva agl'insorti in riva all'Adriatico, operò così in tentenno, che si dubitò mirasse a lasciar disanguarsi le due parti onde erigere se stesso; poi morì dell'epidemia allora sviluppatasi. Fu dunque spedito ordine a Metello Numidico, che alla meglio terminasse la guerra contro i non ancora domi Sanniti, e venisse. Ma quando stava per istipulare, Mario propose ai Sanniti più larghe condizioni, talchè s'avventarono di nuovo nell'armi, e Metello dovè tornare senza esercito.

Crescevano le diserzioni dalle file senatorie; e Mario, prese o avute le città marittime ed Ostia, bloccò Roma, che estenuata da fame, contagi, sollevamenti di schiavi, dovette rendersi. Cinna non volle entrare prima d'essere riconosciuto novamente console. Mario s'arrestò alla porta, dicendo: — Non s'addice a me misero proscritto il penetrarvi»; ma non ancora tutte le tribù aveano votato il suo richiamo, ch'egli fu dentro, ordinando a una scorta di schiavi uccidessero tutti quelli cui rendeva il saluto.

Allora cominciò orrido macello, quasi una vendetta de' ragunaticci Italioti contro di Roma. Ottavio console e i senatori di miglior fama furono trucidati: Catulo, reo d'aver avuto merito principale alla vittoria sui Cimri, coll'avvelenarsi tolse all'invidioso Mario la voluttà d'ucciderlo: Cornelio Merula console e flamine di Giove, nel tempio deposte le sacre bende e seduto sulla cattedra pontificale, si fece aprir le vene, e spruzzandone gli altari con tremende imprecazioni, morì. L'oratore Marc'Antonio, meraviglia del suo tempo, riparò alla villa d'un fedele amico, il quale, lieto di tanto ospite, mandò il servo alla bettola pel miglior vino: quest'imprudente non tacque all'ostiere chi fosse ricoverato dal padrone, e l'ostiere il denunziò: e i satelliti di Mario, benchè un istante rattenuti dall'eloquenza e dalla maestà di lui, lo decollarono. Mario abbracciò il manigoldo che gli portò quella testa, e la fece esporre sui rostri, ove tanti anni avea difeso il giusto, e dove poco dipoi doveva sospendersi quella d'un altro sommo oratore. Sovra i padroni gli schiavi sfogavano le covate vendette: solo quelli di Cornuto lo trafugarono in villa, impiccando in sua vece e insultando un cadavere. I generali posero fine alle stragi: pure la banda etrusca di Mario ogni giorno usciva dal campo a saccheggiare e uccidere, poi tornava a prendervi riposo; finchè Sertorio con un branco di Galli la tagliò a pezzi.

Altri schiavi da Mario arrolati tumultuavano pel tardare de' soldi promessi da Cinna; e Mario li fece raccogliere nel fôro, e quivi a migliaja trucidare. Inebbriato di sangue, console per la settima volta com'eragli stato predetto, tentò invano tuffare nel vino i rimorsi e l'invidia contro Silla, cui s'apparecchiava a combattere quando breve malattia il trasse settagenario alla tomba. (86) Mario suo figlio, sottentratogli nel potere, fa scannare quanti senatori fossero a Roma, e nominar console Valerio Flacco sua creatura, il quale si ingrazianisce il popolo col ridurre i debiti a un quarto. Sostenuto dai cittadini nuovi, che divisi fra le trentacinque tribù prevaleano agli antichi e al senato, Cinna, neppur convocati i comizj, dichiarossi console per la terza volta di seguito (85) con Papirio Carbone, e distribuì le cariche cui volle: ma egli medesimo era dominato dalla ciurmaglia che avea preso gusto al sangue, e che al fine ad Ancona lo trucidò. (84)

In questi miseri dissidj struggevasi Roma, mentre all'esterno la minacciava gravissimo pericolo, contro cui stava il proscritto Silla. Questi, sapendo gl'Italiani propensi a Mario, risolve imbarcarsi per l'Asia, onde rendersi devote le legioni col vincere. Va, e come tant'altri ambiziosi, s'appoggia affatto sugli armati; gli abitua a considerarsi del tale o tal capitano, non della repubblica; poi col movere l'esercito contro la patria, spiana la via per cui cammineranno Cesare, Antonio, Augusto, traverso a guerre civili, dove si combatterà non per assicurarsi liberi, ma per darsi un padrone.

Tra i paesi dell'Asia anteriore, sottrattisi alla Persia al tempo d'Alessandro Magno e de' successori suoi, s'avvicendavano guerre e intrighi, e or prevaleva un regno or l'altro, e infine quello del Ponto, il quale traeva nome dal Ponto Eusino che faceagli confine a settentrione, mentre a mezzodì lo chiudeva la piccola Armenia; la Colchide e il fiume Alis dagli altri lati. I Mitradati che lo dominavano, e che di là stendeano la signoria sull'Eusino, stettero ora in guerra ora in alleanza coi Romani, finchè cinse le regie bende Mitradate VII Eupatore, (123) al quale la posterità conserva il nome di grande, sebbene la mancanza di storici nazionali e la superba noncuranza degli stranieri ci riduca soltanto a indovinare la vastità de' suoi divisamenti. Salito al trono di dodici anni, alla orientale fece morire sua madre e i più prossimi parenti; educò il corpo e l'anima all'operosità; sposò la sorella Laodice, che poi condannò a morte come traditrice; e girando l'Asia, studiando costumi, leggi, uomini, formò il proposito di soggettarsela, proclamandosi liberatore contro la tirannide de' Romani, e deliberato di riuscire senza badare per quali mezzi. Già, oltre il Ponto, aveva ereditato la Frigia (93) e pretensioni sui paesi contigui: la Paflagonia occupò, a malgrado dei Romani: la Cappadocia soggiogò, di propria mano scannando il nipote competitore.

Nicomede II re di Bitinia, adombrato degl'incrementi del vicino, mandò a richiamarsene al senato di Roma, il quale decretò indipendenti la Paflagonia e la Cappadocia, (91) destinandovi dei re suoi ligi, e spedì Silla in aspetto d'ambasciatore, per conoscere e sventare i disegni di Mitradate. Ma questi ruppe a guerra, sconfisse i Bitinj e il nuovo re Nicomede III, costrinse i Romani a sgombrare la Frigia, la Misia, l'Asia propria, e tutti i paesi che aveano o sottomessi o amicati sino alla Jonia, e rimandò liberi quanti avea fatti prigionieri. Gli abitanti di Laodicea tradirongli Quinto Appio governatore della Pamfilia, che fu a lui condotto in catene, preceduto per ischerno dai littori e dalle altre onoranze del suo grado. I Lesbj gli menarono Manio Aquilio, che come sommovitore della Cappadocia, egli fece legare piede a piede a un pubblico malfattore, sopra un asino tradurre a Pergamo, ed ivi colargli in bocca dell'oro, a raffaccio della sua ingordigia.

Da questo vizio era fatta esecrabile la dominazione dei Romani. Nella stessa metropoli tutto vendevasi, e il traffico de' voti si compiva così sfacciatamente, che non eccitava vergogna ma celie. Silla pretore, insultato da Strabone Cesare, gl'intima, — Userò contro te i poteri della mia carica»; e quegli, — Ben dicesti mia, poichè l'hai compra». Un giovane, entrando alle magistrature per via dell'edilità, doveva in questa spendere e spandere onde meritarsi i successivi favori del popolo; quindi contrarre debiti e almanaccar le guise di spegnerli o d'accreditarsi a nuovi. Divenuto pretore urbano, trattando soltanto cause minute, sotto gli occhi del senato, dei censori, dei tribuni, non può rubare che a spizzico: ma sa che poi gli sarà dal senato conferita una provincia; su quella fa anticipato assegnamento a tutti i creditori; e arrivatovi, ruba, dilapida, tien mano cogli esattori, cogli usuraj; porta via robe, quadri, statue; e tornando, può mettere splendido palazzo, una galleria che lo faccia acclamar protettore delle arti, sedere sull'avorio del senato, dominare sopra mille schiavi, ascendere al consolato.

Altra belva insaziabile erano gli esattori, cavalieri i più, che, prese ad appalto le entrate d'un paese, non aveano freno nello smungerlo, accumulando tesori per sè, esecrazione pel loro popolo. Marco Tullio Cicerone, onest'uomo e gran persecutore dei depredatori, nel suo governo di Cilicia pose da banda due milioni e ducentomila sesterzj (quasi mezzo milione), e si vanta che fu legalmente[37]; ed al fratello Quinto, governatore in Asia, scrive: — Sei lodato di diligenza per avere impedito alle città di contrarre nuovi debiti, sollevate molte dagli antichi, sciolta l'Asia dal peso dei donativi agli edili. Un nostro nobile si lagna che tu gli abbia sottratto ducentomila lire coll'impedire si facciano sovvenzioni pei giuochi. I pubblicani porranno forte ostacolo alle tue rette intenzioni: e fa mente che resistendo ad essi, alieneremmo dalla repubblica e da noi un corpo cui tante obbligazioni ci legano; lentandone le briglie, accondiscenderemmo alla ruina di coloro, di cui dobbiamo assicurar la salute e gl'interessi. Quanto soffrano gli alleati nostri dai pubblicani, io l'argomento dai molti ottimi nostri concittadini, che trattandosi di abolire i pedaggi d'Italia, si lamentarono non tanto di questi, quanto de' soprusi degli stradieri. Che sarà di alleati posti all'estremità dell'impero? Qui si opina che, per soddisfare ai pubblicani, massime in un appalto di sì grasso loro vantaggio, e al tempo stesso impedire la rovina degli alleati, si richieda nulla meno che una virtù divina»[38].

Erano aperti i richiami, ma che ripromettersene se i giudizj stavano in mano de' rei medesimi? Sempronio Asello pretore, che volle reprimere le usure, fu trucidato sulla pubblica piazza, e nessuno ne fe ricerca. Quando si propose di rimandare Marcello in Sicilia, i Siciliani esclamarono: — Piuttosto ci sepellisca l'Etna», ed esposero le lunghe concussioni di esso: ma che? ben presto si trovarono ridotti a placarlo col buttarsegli ai piedi in pien senato, supplicandolo a riceverli tutti come clienti; e a Siracusa istituirono annue feste in onore di esso. (92) Muzio Scevola, pretore in Asia, citò i pubblicani a render severa ragione delle crudeltà e delle concussioni, alcuni incarcerò, pose in croce uno schiavo loro complice; ond'essi gli preser odio a morte, e non potendo contro lui, sfogaronlo su Publio Rutilio Rufo, consigliere suo in questo fatto, e accusandolo appunto della colpa ond'egli aveva imputati loro, riuscirono a farlo condannare, stando primario accusatore quell'Apicio, la cui ghiottoneria visse in proverbio. Rutilio, premunito dalla filosofia contro la trista fortuna, si ritirò in Asia, dove fu accolto come un liberatore; gli Smirnei l'adottarono; e benchè richiamato, più non volle restituirsi alla patria, della quale nel ritiro scrisse la storia in greco. Laonde Cicerone, panegirista della virtù romana, esclamava: — Qual tempio fu sacro pe' nostri magistrati? qual città santa? qual casa abbastanza chiusa e munita? È difficile esprimere quanto siamo in odio fra gli stranieri per le ingiustizie e le libidini di coloro che mandammo ai comandi»[39]. Alfine Silvano Plauzio portò una nuova legge, (89) per cui ciascuna tribù dovesse eleggere ogni anno a giudici quindici cittadini, tolti indifferentemente dai senatori, dai cavalieri o dalla plebe: ma questo privare i cavalieri del privilegio di giudicare divenne causa della guerra civile.

Non a torto dunque Mitradate potè vantarsi, — Tutta l'Asia mi aspetta». Questa sonava allora di applausi al liberatore, al padre, al dio, al solo monarca; le città libere gli apersero le porte; Mitilene, Efeso, Magnesia abbatterono i monumenti eretti dai dominatori. E poichè gran numero di cittadini romani eransi accasati nelle provincie, (88) il re del Ponto propose di sbrattarsene d'un colpo: e per segreto ordine, a un giorno determinato furono uccisi tanti quanti côlti, con donne, fanciulli e servi; i beni loro ripartiti fra l'erario e gli assassini; resi liberi gli schiavi che trucidassero i loro padroni; perdonato mezzo il debito a chi uccidesse il creditore; morte a chiunque celasse un Italiano. Quali furono strappati dall'invocato altare di Efeso, o dal tempio di Esculapio a Pergamo; quali raggiunti mentre a nuoto tragittavansi a Lesbo coi figliuoli in collo: i Caunj straziavano con lungo spasimo i fanciulli al cospetto delle madri, che altre ne perdettero la vita, altre la ragione; i Trallj, non volendo eseguire l'atroce comando, ne diedero l'incarico ad un Paflagone, che scannò i Romani nel tempio della Concordia[40]. A cencinquantamila fanno alcuni ascendere le vittime di quel giorno.

Assicurato nell'interno, Mitradate vola a sottoporre vicini e lontani, dalle regioni del Caucaso fino ad Atene e a tutta la Grecia, sicchè ben venticinque nazioni a lui obbedivano, delle quali tutte egli intendeva e parlava le lingue. Ripieghi sempre nuovi gli porgeva l'indomita sua attività; uomini la Scizia; denaro le città della costa e dell'interno, arricchite dalla pesca dell'Eusino, dall'ubertà della Tauride, dai cambj cogli Sciti, e massime dal commercio delle Indie, che traversava per l'Oxo, il mar Caspio e il Caucaso. Con quattrocento vascelli custodisce il mar Nero, e coi barbari circostanti a questo macchinava quel che Annibale avea intrapreso coi popoli d'Africa, di Spagna, della Gallia, disciplinarli per condurli contro Roma dalla parte del settentrione.

Fremette Roma all'orrore del sofferto danno e alla minaccia del nuovo, (87) e la vendetta affidò a colui che più ardente erasi mostrato contro gl'insorti Italiani, Silla. Quei barbari ragunaticci mal potevano resistere alla romana disciplina; e a Cheronea, capitanati da Archelao generale di Mitradate, furono sconfitti sì, che Silla scrisse averne ucciso centodiecimila, perdendo soli dodici de' suoi: due altre non meno sanguinose giornate nella Beozia terminarono la campagna. Nel primo esercito si contavano fin quindicimila schiavi fuggiti dai Romani, che vendettero a carissimo prezzo la vita ( Plutarco ).

Silla assediò Atene, e diecimila carrette a muli portavano i materiali per le macchine; i boschi sacri, le deliziose piantagioni del Liceo e dell'Accademia furono tagliati; fame sì rabbiosa desolava la più colta città del mondo, che si lasciò fino spegner la lampada avanti al simulacro di Pallade: alfine restò presa d'assalto, mediante quei traditori che mai non mancarono nelle guerre greche. Silla, entratovi per la breccia a suon di trombe, la inondò di sangue, e voleva distruggerla; poi si lasciò mitigare, e perdonò ai vivi (dicea) per riguardo ai morti. Faceasi mandar le spoglie di tutti i tempj, e co' suoi celiando diceva: — Ho in pugno la vittoria, dacchè gli stessi Dei soldano le mie truppe». Fremevano i Greci, e rammentavano come Flaminino, Acilio, Paolo Emilio non avessero posto la mano nelle cose sacre: essi d'alto animo e di viver parco, avrebbero creduto pari viltà il condiscendere a' soldati, e il temere i nemici. Ma quelli erano legalmente eletti, con truppe disciplinate; i presenti salivano al comando per violenza o prezzo, onde erano costretti andar a' versi de' loro fautori, vendere tutto per comprarsi o voti nella piazza o partito nell'esercito: corruttrici largizioni, di cui Silla fu il primo a dar in grande lo scandalo.

Ma mentre qui trionfava, egli era proscritto in patria, e dovea difendersi contro eserciti della fazione avversa, mandati per contrariarlo od anche ucciderlo. Un Fimbria, esecrabile per forsennate crudeltà, nel funerale di Mario manda per assassinare l'augure Quinto Scevola; fallito il colpo, lo cita in giudizio; e chiedendo tutti con maraviglia di che potesse imputare personaggio sì santo, rispose: — Del non aver ricevuto tutto il pugnale nel corpo»[41]. Logica che non manca d'imitatori. Fatto luogotenente di Valerio Flacco, (86) console destinato a governare e vincere l'Asia, venne in urto con lui, e a Nicomedia lo assassinò; e recatesi in mano tutte le forze di quella provincia, per sostenersi permetteva ogni licenza a' soldati ed ai fautori suoi. Avendo un giorno fatto rizzare delle forche, e trovatone il numero maggiore di quello dei malfattori, fe cogliere alcuni spettatori a caso per riempierne i vuoti. Non mancandogli però valore, ruppe i generali di Mitradate, e lui assediò in Pitana. Per espugnare questa fortezza, avea bisogno della flotta: ma Lucullo che la comandava, e che professavasi avverso alla fazione di Mario e di Fimbria; ricusò prestarla; onde il re ebbe campo di ritirarsi a Mitilene. Fimbria, espugnata Pitana, assediò Troja; e pigliatala d'assalto, sterminò uomini ed edifizj, vantandosi aver in dieci giorni compito quel che Agamennone appena in dieci anni.

Mitradate, preso tra due fuochi, mandò proposizioni a Silla, il quale, da un lato desideroso di mescolare le cose d'Italia, dall'altro di togliere la gloria delle imprese a Fimbria, (85) accettò un colloquio con esso a Dardano nella Troade. Il re del Ponto vi giunse con ventimila uomini, seicento cavalli, innumerevoli carri falcati, sessanta vascelli; Silla con due legioni e duecento cavalli, e dettò i patti. E furono che il re richiamerebbe le truppe da tutte le città che non fossero state alla sua obbedienza prima della guerra, renderebbe i prigionieri senza taglia, pagherebbe duemila talenti, e darebbe a Silla ottanta vascelli in tutto punto con cinquecento arcieri. — Che mi lasci dunque?» chiese Mitradate. — Ti lascio la destra, con cui firmasti il macello di centomila Romani».

Così Silla, in non tre anni menata a buon compimento una guerra pericolosissima, ebbe ricuperata la Grecia, la Jonia, la Macedonia, l'Asia; dichiarati liberi ed alleati i Rodj, i Magnesj, i Trojani, gli Scioti; uccisi a Mitradate censessantamila uomini; e avrebbe anche potuto prenderlo, e risparmiare trent'anni di guerra alla sua patria. Fimbria, che ricusava sottomettersi, fu ridotto a tali strette che s'uccise.

Per avidità di dominare l'Italia, Silla espilava l'Asia, imponendole una contribuzione di ventimila talenti (100 milioni), mandando soldati a vivere a carico di chiunque erasi mostrato ostile; ed amicavasi i soldati chiudendo gli occhi sull'ingordigia e la libidine loro. Espilati i tempj di Delfo, d'Olimpia, d'Epidauro, essi godeano le suntuose mollezze d'Asia, i palazzi, i bagni, i teatri, gli schiavi, le donne: e mentre la flotta congedata da Mitradate erasi sbrancata in squadriglie che corseggiando desolavano il litorale, i Sillani dandola per mezzo ad ogni crudeltà, rapina, lussuria, occhieggiavano all'Italia per farne altrettanto strapazzo.

E a questa alfine si dirigeva Silla, preceduto da formidabile rinomanza, accompagnato da soldati ingordi di preda e da fuorusciti ingordi di vendetta. Finchè stette oltremare, spacciava non voler che rimettere l'ordine, e rintegrare i senatori nelle prerogative: ma approdato che fu a Brindisi (83) con cenventi navi, quarantamila veterani e seimila cavalli, parve gli si affacciassero tutti i danni e le persecuzioni sofferte; scrisse al senato enumerando le sue imprese, e — Qual premio ne conseguii? La mia testa fu messa a prezzo, uccisi gli amici miei, mia moglie costretta coi figliuoli a ramingare dalla patria; demolita la mia casa, pubblicati i beni, cassate le leggi del mio consolato. Poco ancora, e mi vedrete alle porte di Roma con un esercito vincitore, a vendicar gli oltraggi, punire i tiranni e i loro satelliti».

Roma tremò, e spedita indarno una pacifica ambasceria, adunò centomila uomini sotto i consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione: ma l'esercito del primo restò sconfitto, quel dell'altro disertò a Silla, al quale pure si congiunse il giovane Gneo Pompeo coi numerosi clienti che tenea nel Piceno; e perchè vinse tre eserciti oppostisi al suo passaggio, Silla onorò il fortunato garzone col titolo d'imperatore, per blandire la fazione de' nobili, di cui era rappresentante.

I Mariani, (82) vedendo ogni dì le truppe e il fior de' cittadini accorrere a Silla, perdevano il consiglio, per quanto Carbone, Norbano, Mario faticassero a raddrizzar la nave col soccorso degl'Italiani, esortati d'ogni banda a sostener quella ch'era causa loro. Ma gl'Italiani non sentivansi più riscossi dal grido d'indipendenza, sibbene calcolavano dove ci fosse a lucrar maggiormente, nel campo dei consoli o in quel di Silla. Il quale, leone e volpe, sbaragliando e seducendo, mette in pieno scompiglio i popolari: il giovane Mario si salva in Preneste, dov'è assediato; Norbano a Rodi, e temendo esser tradito s'uccide; Carbone in Africa, poi nell'isola di Cosira, donde fu menato a Pompeo, che, o dimentico, o troppo ricordevole degli antichi benefizj, lo umiliò, poi lo fece scannare, benchè a molt'altri consentisse la fuga. La Sicilia, abbandonata da Perpenna, si arrese a Pompeo.

Silla, vincitore da ogni parte, entrato in Roma di primo lancio, radunò il popolo lagnandosi di quanto aveva patito, nelle cariche surrogò amici suoi a quelli di Mario, e senz'altro che minacce tornò alla guerra. Era sangue italiano che da una parte e dall'altra si versava; e i Sillani, quanti più nemici sterminavano, sapevano che più terreno ed oro resterebbe al lor generale per compensarli. I Sanniti non si erano piegati alla fortuna di Roma, e alla testa di quarantamila Ponzio Telesino aveva profittato delle discordie di questa per occupare tutto il Bruzio; e col lucano Lamponio accorse per salvare dai Sillani Preneste, ove il giovane Mario avea radunato i magazzini e l'oro e le statue di Roma.

Trovandosi da Silla recisa la marcia, Telesino difilò sopra Roma, che sapeva sguarnita, dichiarando: — Non per Mario nè contro Silla intendo combattere, ma per la causa italiana, onde vendicare i trucidati nella guerra Sociale, e sterminare questa tana di lupi devastatori d'Italia». Tutti i cittadini uscirono in armi, ma furono respinti: Silla sopragiunto, dovette voltar in fuga, esclamando, — O Apollo Pitio, non elevasti tanto Cornelio Silla se non per abbandonarlo davanti alle mura della sua patria?» Ma rintegrata la mischia, riuscì vincitore; Telesino fu trovato fra' cadaveri, ultimo eroe della causa italiana. Tremila de' suoi Sanniti offrirono di rendersi, e Silla gli accettò, purchè trucidassero i camerati dissenzienti: essi il fecero, e quando raddoppiati di numero gli tornarono davanti, li condusse a Roma, e quivi serrati nel circo, li fece tutti scannare. Arringava egli intanto i senatori nel vicino tempio di Bellona; e vedendoli susurrare alle miserevoli strida degli sgozzati, disse: — Cheti! non è nulla; alcuni riottosi ch'io fo punire», e continuò il sermone.

Tremendo esordio d'inaudite atrocità. In Preneste il giovane Mario e il fratello di Telesino vollero morire al modo de' gladiatori, combattendo fra sè, spettatori e spettacolo: il Romano uccide il Sannita, ma cade su lui, e si fa uccidere da uno schiavo. Allora Preneste si arrende, e Silla pianta tribunale per giudicare i cittadini a sè contrarj, ascoltandoli tanto per dare qualche aspetto di legalità all'assassinio: poi vedendo trarsi la cosa per le lunghe, ne fa chiudere molte migliaja insieme e trucidare, assistendo egli stesso all'orrendo spettacolo e compiacendosene. Ad uno, della cui famiglia era ospite, voleva perdonar la testa; ma il generoso: — Io non voglio dover la vita al carnefice de' miei patrioti», e si mescolò ai morituri. Quei di Norba in Campania, temendo sorte eguale ai Prenestini, posero fuoco alle case, e si uccisero gli uni gli altri, da uomini di cuore[42].

Con questi macelli terminava la guerra Sociale, non rimanendo più Italiani ma Romani soli. Terminava anche la civile; e Silla tornato a Roma, ove non potè prender sonno per gli applausi del popolo e pel proprio tripudio, adunò i comizj e disse: — Ho vinto. Quei che mi costrinsero ad armarmi contro la città, fin ad uno espieranno col sangue quello ch'io versai».

Espiare con nuove crudeltà le passate! Il dì seguente si videro affisse tavole coi nomi di quaranta primarj senatori e milleseicento cavalieri, devoti al ferro di chi primo gl'incontrasse: ogni assassino riceveva due talenti, fosse pure uno schiavo uccisor del padrone, o un figlio uccisor del padre: confiscati i beni, dichiarati infami i figliuoli sino alla seconda generazione, reo di morte chi salvasse il fratello, il figlio, il padre proscritto. Al domani ducentoventi altri furono scritti sulle tavole, altrettanti il giorno appresso; i tempj non assicuravano da sicarj e dai particolari nemici; e l'avidità ajutò la vendetta, atrocissima e senza scopo. Case, terme, orti, quadri, lauta eredità, bella donna erano il delitto dei più. Uno, incontrando sulle tavole il proprio nome, — Me misero! (esclama) il fondo Albano mi perseguita»; va pochi passi ed è trucidato. Lucio Catilina, senatore che ci darà molto a dire, aveva ucciso il fratello per sottentrargli all'eredità: per iscagionarsene il fa da Silla portar nelle tavole, ed in compenso gli reca altre teste, e consegna Marco Graditano parente di Mario, vergheggiandolo per le vie di Roma fin al sepolcro della gente Lutazia per farne espiazione a Catulo ucciso da Mario: quivi mozzategli mani, orecchie, lingua, e pestegli le ossa, gli tagliò la testa, e dal Gianicolo portolla sanguinante fin alla porta Carmentale ove Silla sedeva. Vedendo Marco Pletorio per compassione svenire, lui pure decollò, e avuto il premio, andò a tergersi le mani nella pila dell'acqua lustrale all'ingresso del tempio d'Esculapio. Le ossa di Mario furono sturbate e gettate nell'Anio.

Tutto ciò faceasi a titolo di rigenerare la repubblica e i costumi col sangue: e dopo uccise novemila persone, fra cui novanta senatori, quindici consolari, duemila seicento cavalieri, Silla dichiarò aver proscritto quei soli de' cui nomi s'era ricordato; agli altri verrebbe la loro volta. Cajo Metello dissegli dunque in senato: — Noi non intercediamo a favore di quelli che tu pensi uccidere, ma ti supplichiamo di togliere dall'incertezza quelli che vuoi salvare»; e avendo Silla freddamente risposto non aver risolto ancora a chi far grazia, Metello soggiunse, — Nomina almeno quelli che non intendi uccidere», e Silla, — Lo farò».

Parte dell'insana vendetta cadde sulle città italiane chiaritesi contro di lui; quali smantellate, quali multate esorbitantemente, di quali proscritti tutti gli abitanti. A Preneste dodicimila Italiani erano periti; altri a Norba incendiata; Populonia restò distrutta. Volterra, forte sul suo monte scosceso e per le mura ciclopiche, diè rifugio a molti proscritti e a veterani etruschi, sostenne l'assedio due anni, alfine capitolò onorevolmente, e il vincitore non osò toglierle il diritto di cittadinanza. Il resto dell'Etruria, immune fin allora da colonie, rimase preda degli avidi soldati. A Spoleto, Interamna, Fiesole furono confiscati tutti i beni; e per emulare Fiesole, piantossi in val d'Arno una nuova città, la quale, dal nome arcano di Roma, fu chiamata Florenzia. Contro il Sannio principalmente, perchè più bellicoso, s'accannì Silla; diroccava le fortezze, demoliva tempj e case, ripetendo che Roma non sarebbe sicura finchè i Sanniti non cessassero d'esser nazione: e l'ottenne, poichè il fiorente paese non offrì in breve che squallore e ruine, e quel popolo dimenticò tutto, fin l'odio contro i Romani. Silla e sua moglie Metella arricchirono assai delle spoglie di tanti uccisi; n'arricchì Crasso, n'arricchirono molti suoi ligi; e un Crisogono suo liberto per duemila sesterzj ebbe le sostanze di Roscio, che ne valeano sei milioni.

Sgomentati i Romani con tanti supplizj, Silla si ritirò in campagna, commettendo al senato di eleggere un interrè. Fu scelto Valerio Flacco creatura di lui, il quale propose di affidare a Silla la dittatura, onnipotenza da cenvent'anni dimenticata. E il tremante senato lo acclamò dittatore, col diritto di vita e morte anche senza giudizj, di far leggi, di confiscar beni e spartirli, edificare o distruggere città e colonie, dare e toglier regni; s'avrebbe per rato ogni atto di lui presente e futuro; e tale podestà durerebbe finchè la repubblica fosse costituita, cioè finchè a lui piacesse. Nel fôro, dove sanguinavano ancora i teschi di tanti illustri cittadini, gli alzò una statua equestre, per tal modo solennizzando come il trionfo di Roma sopra Italia, così quello de' nobili sopra i ricchi.

Nè, come nelle leggi agrarie, cambiavansi soltanto i campi pubblici, ma possessioni private erano tolte ai legittimi padroni onde rimunerare i soldati. I quali soldati più non erano cittadini che, al bisogno, abbandonassero la campagna per l'armi; e quando si trattava non della difesa della patria, ma delle ambizioni d'un generale, l'avventurar la vita in lontane spedizioni non era più dovere di cittadino, e tanto meno il combattere contro altri cittadini. Fu dunque duopo allettarli con largizioni. E già, dopo conquisa Cartagine, il senato ai veterani d'Africa e Spagna avea distribuito due jugeri di terra per ogni anno di servizio; primo saggio di colonie militari. Col promettere altrettanto avea Silla cercato fautori, e con ciò si era messo nella necessità di sterminare i prischi possidenti. Le immense fortune che aveano accumulate i cavalieri collo smungere le provincie, andarono preda di combattenti di ventura o di senatori, che gli uni colla spada, gli altri coll'intrigo sostennero le ridestate pretensioni dell'aristocrazia. Se non bastava che intere città perissero per sempre, nella campagna fu sterminato quel che restava di libera popolazione, onde distribuire i beni a centoventimila soldati.

In dieci anni di guerra accannita, cencinquantamila Romani erano periti di spada, forse altrettanti Italiani: nè v'era cittaduola che non avesse patito ruine e strazj. Roma erasi assicurato il primato in Italia, e a tutte dava le sue leggi, la sua lingua, i suoi magistrati; ma al mancare di tanti centri di particolare civiltà, doveva affluire a Roma un gentame povero, turbolento, che ai comizj si stivava non per dare il voto al più degno, ma per venderlo al più danaroso.

Ch'è peggio, restò dato l'esempio d'un generale, che col solo diritto del più forte sovvertiva le leggi della patria. Perocchè allora, in incontrastato dominio, Silla professò voler ripristinare la repubblica antica, sodare le prische leggi, e prevenire nuove scosse; e nei due anni di dittatura rintegrò il predominio del Governo, a scapito di ciò che la plebe aveva in tanti secoli acquistato, volendo riformare col tornar indietro, e credendo che l'aristocrazia, che Roma bastassero a sorreggere un edifizio sempre più gigantesco. Al senato, decimato dalla guerra e dalle proscrizioni, trecento membri aggiunse; e perchè restasse cardine dello Stato, gli restituì i giudizj e la discussione delle leggi e l'elezioni de' pontefici. Ai tribuni tolse la facoltà legislativa col ridurre a nulla i comizj per tribù, e vietò che parlassero nè pro nè contro la legge proposta; fece anche meno ambita quella magistratura coll'ordinare che chi l'avea coperta non potesse ad altra aspirare. De' cavalieri, di cui non trovava traccia nell'antica costituzione, e che da mezzo secolo ringrandivano, non tenne verun conto. Soppresse la censura, come istituzione recente, che mettea freno al senato. Per evitare i brogli e le continue agitazioni elettorali, prefisse condizioni di eleggibilità alle primarie magistrature; e stabilì a otto i pretori, a venti i questori; non salga alla pretura chi non fu questore, e solo per la pretura si arriva al consolato. Chiunque attentasse all'onore e alla sicurezza dell'impero, violasse il veto d'un tribuno, o arrestasse un magistrato nell'esercizio delle sue funzioni, e così il magistrato che in queste trascendesse, era punito coll'interdizione dell'acqua e del fuoco.

Ma il ripristinare l'aristocrazia sentiva troppo difficile dacchè n'erano perite la frugalità e la modestia, e invano vi opponeva severe leggi penali, massime per restringere gli arbitrj e le esazioni de' governatori nelle provincie; e pene contro i falsarj, i parricidi, gli assassini, i falsi testimonj, l'abuso del divorzio, gli eccessi del lusso. Ai Latini e alla più parte delle città italiche negò l'agognato diritto di cittadinanza, mentre, per riparare ai tanti periti nelle guerre civili, o piuttosto per mettersi attorno gente devota, ed equilibrare i tanti ammessi nelle tribù, conferì la libertà e la cittadinanza a diecimila schiavi, che tutti portarono il suo cognome di Cornelj: di modo che egli oligarco, non meno de' democratici Mariani, estendeva la città.

Anche alla religione provvide: riedificò più pomposo il Giove Capitolino, arso nella guerra civile; ed essendo in quell'occasione andati in cenere i Libri Sibillini, mandò nelle città d'Eritrea, di Samo, d'Ilio a raccorne frammenti, di cui formò una nuova compilazione, affidata a quindici personaggi.

Le sue riforme, quali si fossero, conveniva seguirle. Trovando un giorno qualche opposizione, narrò questa parabola: — Un villano, sentendosi molestato dal fastidio, cavossi la giubba, e uccise le bestiuole; tornando esse a pizzicarlo, ne ammazzò assai più della prima volta; finalmente, sentendosi prudere ancora, le gettò colla veste al fuoco. Badate non sia il caso vostro». Ofella, raccomandato da importanti servizj resigli, osò contraddirgli; ed egli dal suo tribunale ordinò ad un centurione d'andare a mozzargli la testa. Di fatto non era egli dittatore, eletto dal popolo e dal senato nelle forme legali? come tale, non era arbitro della roba e della vita? Mario s'appassionava per impeti, e avventavasi sul nemico come il mastino provocato: Silla, Robespierre aristocratico, ammazzava con regola e legalità, per concetto logico, per ragion di Stato, per amor di virtù.

Poi, quasi insultando alla Provvidenza rimuneratrice, s'intitolò Felice; e natigli due gemelli, li nominò Fausto e Fausta; indi, per ultimo spregio all'umanità conculcata, abdicò la dittatura, (79) e da privato visse in mezzo a un popolo ch'egli avea decimato.

Ne faremo anche noi le maraviglie come d'un atto di coraggio?

Nel senato aveva nicchiate trecento creature sue: in Roma accasati diecimila schiavi, per una sola parola mutati in cittadini: per Italia erano sparsi cenventimila veterani, da lui guidati prima alla vittoria, poi resi possessori, e interessati a conservare una vita da cui dipendeva ogni ben loro: la popolaglia giaceva sgomentata o avvezza al giogo. Di che dovea egli dunque temere? e fu mera scena quando, raccolto il popolo, disse: — Romani, l'autorità che m'avete conferita senza limiti, ecco ve la restituisco, e lascio vi governiate colle vostre leggi ordinarie. È fra voi chi voglia conto della mia amministrazione? glielo renderò». E congedati i littori, passeggiò come semplice cittadino, senza che alcuno osasse fargli ingiuria. Solo un garzone gli disse villania, alla quale egli esclamò: — Questo scapato farà che d'or innanzi nessuno più si spogli della dittatura».

Nel ritiro, diviso fra lo studio e le voluttà, compilò un codice per gli abitanti di Pozzuoli; ed egli, riformator de' costumi, promulgatore di leggi suntuarie, con Roscio comico, con Sorice buffone, con Metrobio che faceva da donna nelle commedie, consumava i giorni e le notti a sbevazzare, a consultar indovini, a celebrare i riti frigj, e peggio. Gli si risvegliavano tratto tratto l'indole feroce e la voglia di mostrare che aveva abdicato sol d'apparenza; e tardando Granio questore a rendere i conti, lo fece appiccare accanto al suo letto. Continuava intanto a scrivere le proprie memorie, e l'ultimo giorno (78) vi notò: «Stanotte ho visto in sogno mio figlio morto testè, che mi stendea la mano, e mostrandomi Metella sua madre, esortavami a lasciare una volta le brighe, e andar con loro a riposarmi in eterno. Io finisco i miei giorni come i Caldei hanno predetto, annunziandomi che avrei sorpassata l'invidia colla gloria, e morrei nel fiore della prosperità».

Strana sicurezza di coscienza di chi s'era satollato di sangue! mirabile fermezza in chi era consunto da' pidocchi! tutto inesplicabile per chi crede che ogni cosa finisca col sepolcro.

Vincitore di Mitradate, aveva egli menato per due giorni un trionfo, in cui si portarono quindicimila libbre d'oro e centoquindicimila d'argento, rubate alla Grecia e all'Asia; altre tredicimila d'oro e settemila d'argento, salvate da Mario nell'incendio del Campidoglio e ricuperate a Preneste: ed istituì giuochi tanto pomposi, da restarne deserti quelli d'Olimpia. Di nuovo trionfo ebbero aspetto i funerali: sopra magnifico feretro, portato da quattro senatori, con attorno i collegi de' sacerdoti e le Vestali, e dietro il senato e i magistrati colle insegne di lor dignità, quindi i cavalieri e i veterani suoi, tragittò da Cuma a Roma, in mezzo a lodi cantategli a muta, a piagnucolamenti e omei e profumi, a corone d'oro spedite dalle città, dalle legioni, dagli ammiratori; e fu sepolto nel campo Marzio, come gli antichi re, di cui non gli era mancato che il nome. Il sepolcro volle chiudesse non il corpo ma le ceneri sue, e vi si scrivesse: — Mai non si lasciò sorpassare o da nemico nel nuocere, o da amico nel beneficare».

Ricco d'insigni qualità, uom della guerra e della pace, della sommossa e del consiglio, suo deliberato proposito fu il ripristinamento dell'aristocrazia: ma vivo ancora, egli vide antiquarsi molte sue leggi; appena terminate le esequie, l'edifizio suo civile andò a fascio, la vita politica da lui compressa risorse colle sue lotte, e scompose l'unità che la sua mano di ferro avea ricondotta. Vôlto sempre al passato, non avea tenuto conto dei tanti elementi nuovi, insinuatisi nella costituzione; agli schiavi non provvide; gli Italiani volle tener servi; al popolo tolse la podestà legislativa. Col trasferire questa ai comizj centuriati, avea creduto favorire i patrizj: ma chi erano costoro? plebe di fresco nobilitata, e già cancerosa nelle ossa, superba di quell'aristocrazia del denaro che è la meno salda, attesochè la mobilità di quell'elemento non lasci assodarsi l'opinione. Non avea scorto la necessità d'un elemento intermedio, che coll'equilibrio potesse mantenere la pace; nè conobbe la via d'istituirlo, la libera industria.

I soldati, cui egli avea appreso a diventar ricchi colla spada e a sostenere i generali contro la patria, crebbero il numero di coloro che, tuffati nei debiti e nella dissolutezza, amavano le cose in aria e una nuova guerra civile, ove rubare e proscrivere. Alle tante famiglie impoverite tardava di sommovere lo Stato, per rifarsi delle perdite sofferte. Le immense ricchezze affluite dall'Asia invogliavano di tornare a succhiarla coi governi o a predarla colle armi. Giovani arditi e di fortuna, come erano Lucullo, Crasso, Pompeo, Cesare, alzavano le ambizioni, dacchè l'esempio del dittatore gli avea chiariti che Roma era capace di sopportare un padrone.

CAPITOLO XXII.
Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo.

Gagliarda riscossa del passato contro l'avvenire, della politica d'isolamento contro quella d'espansione, la riforma di Silla fu abile, non opportuna, nè quindi durevole, se non in quanto la sosteneano gl'interessi che implicava, e quello sgomento delle rivoluzioni, ch'è il più possente ausiliario delle riazioni.

Appena egli chiuse gli occhi, (78) il console Emilio Lepido, fedele alle tradizioni de' Gracchi, tenta abrogar le leggi del dittatore, far restituire agli Italiani i campi confiscati, e rialzare il partito italico. Ma egli sapeva sommuovere non dirigere: il senato, deplorando che si scompigliasse la pace così faticosamente restituita dal dittatore, gli oppone gli schiavi liberati, i guerrieri, il fervore di Lutazio Catulo suo collega, onesto e leale partigiano dell'aristocrazia. Sentendosi soccombere in città, Lepido si ricovera a Volterra, nido de' proscritti; fra la turba che in Etruria, balzata dal servaggio alla libertà sprovveduta, era malcontenta degli aristocratici come de' popolani, molti arruola, e con essi e coi veterani di Silla si presenta a Roma a chiedere la conferma del consolato, e l'abolizione delle leggi Sillane. Il momento meno opportuno a ridestare una rivoluzione è quando essa fu appena soffogata. Degl'Italiani i prodi erano morti, i capi erano divenuti romani, sicchè Lepido non fu che mediocremente sostenuto; vôlto in fuga da Catulo e Gneo Pompeo, passa nella Sardegna, e meditava trasportare la guerra in Sicilia; se non che morendo sciolse gli aristocratici dal timore. Anche Giunio Bruto, che secondandolo aveva sollevato la Gallia Cisalpina per la causa italica, fu preso in Modena da Pompeo, e in onta delle convenzioni decapitato; talchè i Sillani si poterono lusingare d'essersi assicurato i possedimenti e i privilegi, e non abusarono della vittoria.

Mancavano però di chi sapesse capitanarli, intanto che la parte di Mario rigalleggiava nella Spagna per opera di Quinto Sertorio, il quale destramente vi annestò la causa dell'italica indipendenza. Nato plebeo (121) a Nurzia ne' Sabini, educato attentamente dalla madre, cui ripagò con indelebile affetto, egli cominciò come tutti i giovani patrocinando cause, poi combattendo; nel campo de' Cimri ardì entrare come esploratore, e per l'ardir suo si fece prediligere da Mario; campeggiò con gran lode nella Spagna; poi questore nella guerra degli Alleati, perdette un occhio, e venne accolto con sonori applausi nel teatro di Roma. Fra il parteggiare cittadino favorì i Mariani, e vedendoli chinare, tornò in Ispagna onde disporvi un rifugio agli amici; e perchè alcuni l'appuntavano d'avere a denaro comprato il libero passaggio dagli Alpigiani, rispose: — Non è mai pagato caro il tempo da chi medita disegni grandiosi».

La Spagna erasi sottomessa, non indocilita al giogo, e tratto tratto lo scoteva sanguinosamente. Il console Tito Didio compresse barbaramente i Celtibéri, (98) e insospettito de' natìi che poco prima erano stati in colonia menati a Colenda, promise collocarli sopra altre terre; ma quando gli ebbe colle famiglie nel suo campo, li fece scannare, e Roma approvò la slealtà. Invocato dai Lusitani, Sertorio con ottomila uomini respinse successivamente sei generali sillani, e ingrossatosi coi malcontenti e coi popoli desiderosi di libertà, costituì nella Lusitania una repubblica; dagli Italiani rifuggiti al suo campo, sceglieva i migliori per consiglio suo e per magistrati, e paragonando il fermo e indipendente suo senato al romano servile a Silla, diceva: — Roma non è più a Roma, ma dove son io». Pretensione consueta ai fuorusciti.

Scarco delle basse passioni dei demagoghi, nè voluttà nè paura nè vendetta lo trascinavano od ammollivano; lauto nel ricompensare, ponderato al punire, eroe al combattere; cinto di splendidissime armi, assediava gli assediatori, recideva le marcie al nemico, ne molestava gli accampamenti, e talora vi si presentava provocando a duello il generale, talora gli attraversava mascherato. Nessuno Spagnuolo conosceva meglio di lui ogni tragetto, ogni scenderello; niun cacciatore lo vinceva nel correre le montagne; niun capitano sapea meglio appropriare la tattica al terreno ed al nemico, evitare gli scontri inopportuni, seguire l'avversario, indurlo nell'imboscata; con un pugno di prodi tenere in bilico gli eserciti, finchè li traesse in luogo dove alla grave e stabile legione mancassero acque, viveri, liberi movimenti. Sono le arti con cui, anche a' nostri giorni, la Spagna diede l'esempio del come possano resistere gl'insorgenti ad eserciti ordinati, e vincere colle squadriglie i vincitori dei re.

Gli Spagnuoli conciliavasi Sertorio colla dolcezza, coll'esimerli dagli alloggi, col far giustizia, fornendoli di belle divise e denari, vestendo, parlando, credendo com'essi. Ad Osca ( Huesca ) radunò i figli de' principali, preziosi ostaggi e futuri legami tra la civiltà romana e l'ibera, mentre i loro genitori godevano di vederli raffinarsi nelle arti ingenue. Manteneva rigorosissima la disciplina; e saputo che una Spagnuola aveva cavato gli occhi a un soldato che tentava farle violenza, e che la coorte di lui pretendeva vendicarlo e ne imitava la brutalità, Sertorio condannò tutta questa a morte, solenne lezione agli altri. Spacciò d'avere scoperto le ossa del libico Anteo, alto sessanta cubiti; e ricevuto da Diana una cerva, dalla quale si facea rivelare ciò che sapeva da buone spie, e suggerir ciò che la sua prudenza avea conosciuto conveniente. Altre volte colle parabole colpiva le menti vulgari: e volendo persuadere che la guerra a spizzico val meglio che l'arrisicar ogni cosa in giusta battaglia, ad un soldato de' più robusti ordinò strappasse la coda ad un generoso puledro; e come quegli vi si fu affaticato indarno, da un debole vecchio gliela fece crine a crine svellere tutta; e ne conchiuse che col persistere si riesce meglio che colla violenza.

Silla portò nel sepolcro il dispiacere di non aver potuto dissipare quel ricovero di suoi nemici, al quale teneano l'occhio i malcontenti che da tutte parti sorgevano contro Roma; imperciocchè l'Asia tornava a strillare dalle concussioni de' senatori, che, fatti arbitri de' giudizj e sicuri d'impunità, malmenavano le provincie; pirati infestavano le coste; gli schiavi faceano sonare tremendamente le loro catene. A frangenti tali doveva opporsi il senato, rifuso pur testè da Silla, e gradito al popolo come un'amministrazione civile che succede alla prepotenza militare. Non erano più quei nomi illustri per tradizione: ma sebbene traforatisi in quel consesso per via di bassezze, s'investivano dello spirito di esso, adottavano quell'altero patriotismo ch'era tirannide fuori, dignità dentro, e che pretendeva dovesse il mondo chinarsi ai cenni di Roma. Ma dacchè la violenza militare avea preso campo, l'autorità civile doveva cercare appoggio in qualche guerriero che volesse accettarne i consigli; e tale parve Gneo Pompeo.

Il costui padre, buon capitano, per l'ingordigia divenne odioso ai soldati, che fecero giura per ucciderlo: l'accorta pietà del figlio lo campò, ma non potè impedire che, morto, gli sdegnati ne malmenassero il cadavere. Da padre esoso venne l'idolo del popolo romano (n. 106). Silla lo blandì come buono in guerra e opportuno ad attirargli fautori, senza mettergli ombra; e giovanissimo gli consentì il titolo d'imperatore: ma quando, spedito contro i Mariani in Africa, uccise Domizio Enobarbo e fece prigione il numida re Jarba, il vecchio Silla ne ingelosì, e gli ordinò che tornasse. Pompeo obbedì senza esitare; di che il dittatore si chiamò così soddisfatto, che gli conferì il titolo di Magno. Si opponeva però al trionfo di lui; ma avendogli Pompeo ricordato che «al sole nascente guardasi più che all'occidente», Silla si piacque di quella franchezza, ed esclamò — Trionfi, trionfi».

Pompeo secondava la crudeltà del dittatore per imitazione, ma tratto tratto ricompariva generoso. Minacciando egli sterminio agli abitanti di Imera infervorati di Mario, Steno, lor primo magistrato, gli dichiara: — È ingiusto il punire tutti per la colpa d'un solo. — Chi è quest'uno?» domandò Pompeo. — Io, che gli incitai contro di Silla», rispose Steno; e Pompeo gli perdonò. Semplice e frugale nei portamenti, magistrato integro in tempi di scapestrata corruttela, non intinto ne' ladronecci dei Sillani; indurito alle fatiche, bel parlatore, piacevole in tutti gli atti esterni, giusto qualora non fosse traviato da mali consigli e dai capricci d'una fazione, cui però non voleva parere di servire, nè sosteneva francamente il popolo, nè mettevasi ligio al senato, quasi bastasse l'essere Pompeo Magno. Studiosissimo dell'arte bellica, nel guidare un esercito in guerra regolare valse quant'altri; non così allorchè doveasi movere una nazione. Seppe tutte le arti d'acquistare la nominanza, meta de' mediocri; nelle imprese arrivava sempre a tempo di trarre a gloria propria i meriti degli altri capitani; in pace mille voci amiche o stipendiate lo sparnazzavano; per tali guise spianava la via al potere supremo; ma quando si trattasse di afferrarlo, non gli bastava vigore di calpestar la legalità che a mezzo avea violata, lasciavasi mettere il piede innanzi da quelli che seco avea portati in alto, e pascolavasi di fumo, immaginando posta negli onori la potenza, mentre gli emuli suoi sorpassavano alle apparenze per toccare la realtà.

Erasi testè acquistato merito calmando l'insurrezione di Lepido; seppe rattenere i soldati dagli eccessi a cui erano abituati di trascorrere dopo la vittoria; ma quando il console Catulo gli ordinò di congedarli, egli non se ne diede per inteso, e chiese d'essere destinato contro Sertorio. Questi erasi accresciuto d'un esercito, guidatogli da Perpenna, altro prode fuoruscito che Pompeo aveva snidato dalla Liguria; e stringeva d'assedio Laurona, ove udito che Pompeo vantavasi di prenderlo in mezzo, disse: — Allo scolaro di Silla dovrebbe esser noto che un buon generale guardasi più di dietro che davanti». In fatto Pompeo si trovò egli stesso circuito; vide la città presa e bruciata (77) per mortificare i vanti di lui; e ridotto agli estremi, dal senato supplicava uomini e denaro. Anche Metello Pio, che vi comandava un grande esercito, benchè vantasse trionfi, assumesse il titolo d'imperatore (76), e si facesse cantare dai poeti spagnuoli, fu costretto ritirarsi.

Coraggio, Sertorio! alle grandi ambizioni non voglionsi scrupoli: traverso alla Gallia e alle Alpi scendi in Italia, e vi sarai più terribile d'Annibale, perchè accolto dalla simpatia dei popoli per cui tu combatti.

Ma Sertorio amava la sua patria, riveriva la terra che chiudeva la madre sua dilettissima; e desideroso di rientrarvi in pace, mandò che si sottometterebbe congedando le truppe, purchè fosse abolito il decreto di sua proscrizione. La severità romana, che non patteggiava mai se non vincitrice, ricusò d'esaudirlo; e Mitradate, che allora appunto agguerriva l'Asia onde rinnovare il sanguinoso duello, e viepiù dopo morto Silla, spedì ambasciadori a Sertorio che, paragonandolo a Pirro ed Annibale, gli offrissero tremila talenti e quaranta galee in tutto punto, con cui guerreggiare i Romani, mentr'egli in Asia recupererebbe le provincie che avea dovuto cedere nella pace. Sertorio, che volea considerarsi come rappresentante, non come nemico della patria, rispose: — Cessi il cielo ch'io cresca in potenza a detrimento della repubblica. Egli s'abbia pure la Bitinia e la Cappadocia, che i Romani non vogliono disputargli; ma nell'Asia Minore non gli assentirò un palmo di terra di là dei trattati conchiusi».

Mitradate udendo il messaggio esclamò: — Se tanto esige proscritto e fuggiasco sulle coste dell'Atlantico, che farebbe presedendo al senato di Roma?» Pure ne coltivò l'amicizia, gli spedì il denaro e le galee; e Sertorio, colla detta riserva, l'ajutò d'un corpo di truppe. Bastò perchè fosse da Roma dichiarato traditore, e posta sulla sua testa la taglia di cento talenti e ventimila jugeri di terreno.

Men che nei Barbari, Sertorio metteva fiducia ne' Romani angolatisi seco: ma costoro erano un'accozzaglia di fuorusciti, pieni di vanti, che se anche nol tradivano, alienavangli i popoli colle vessazioni. Gli Spagnuoli accortisi che nè Mariani nè Sillani pensavano al loro meglio, ma soltanto ad acquistare primato in patria, inveleniti si rivoltarono contro Sertorio, il quale per punirli scannò o vendette i fanciulli raccolti in Osca. Era dunque perduta la sua popolarità; e Perpenna, uno de' suoi luogotenenti, che da lungo tempo lo invidiava, in una cena lo trucida (72), e va a consegnare l'esercito a Pompeo, insieme colle lettere che al generale scrivevano i suoi partigiani da Roma. Pompeo fa uccidere il traditore ed alcuni magistrati, e le carte getta al fuoco per non compromettere illustri cittadini: altri ebbero morte da' natìi, o misera vita e infame in Africa. La guardia spagnuola che aveva giurato non sopravivere a Sertorio, tutta si uccise: e la facilità onde la Spagna venne assoggettata non prova tanto i meriti di Pompeo, quanto quelli di Sertorio che era bastato e sostenerla dieci anni.

Pompeo menò un secondo trionfo, prima che l'età gli permettesse di entrare fra' senatori. I cavalieri ogni quinquennio comparivano alla rassegna davanti ai censori, come al tempo che questi limitavansi a visitare l'armadura ed il cavallo; e dopo che aveano esposto sotto chi e quanto avessero servito, erano rinviati con biasimo o con lode. Pompeo si presentò anch'esso in abito consolare e coi littori, e chiesto dal censore, — Hai tu militato, o Pompeo Magno, tutte le volte che la legge prescrive?» rispose: — Tutte, e sotto il comando di me medesimo». Gli applausi andarono a cielo, e i censori stessi col popolo l'accompagnarono a casa.

L'inumanità, come già la guerra dei servi, così produsse in Italia quella de' gladiatori. Mancò sempre ai Romani quell'armonico sentimento umano onde abbondavano i Greci; e mentre a questi, abbandonate le prische religioni sanguinarie, piaceva commoversi nei teatri alle regie miserie od alle ridicolaggini umane, esposte in una poesia maestosa od arguta; i Romani, versanti in continue battaglie, e fra lo spettacolo di re incatenati e di prigionieri uccisi, nel combattimento e nel sangue cercavano anche il diletto; l'inferocire delle belve aizzate, gli sforzi contro la morte imminente, i ruggiti feroci, l'ultima convulsione, porgevano uno spasso virile agli Scipj ed ai Catoni, poi anche alle loro donne.

Il circo che Romolo eresse presso al fôro, indica che tali giuochi risalgono alle origini della città: Tarquinio Prisco murò il Circo Massimo fra il Palatino e l'Aventino, lungo tre stadj e mezzo, largo quattro jugeri, e capace di cencinquantamila persone, poi di censessantamila quando Cesare l'ebbe ampliato, infine di trecentomila allorchè Trajano il rifabbricò. Ben dieci se n'apersero poi in Roma, quadrilunghi finiti in semicircolo, divisi per lo lungo da un parapetto ( spina ), che ornavasi di statue ed obelischi[43], e terminava in colonnette ( metæ ), attorno alle quali volgeansi le corse.

Gli anfiteatri piegavansi in elissi, attorno al cui piano ( arena ) correvano sedili a gradinate pei magistrati e per le dignità ( podium ), indi pei cavalieri e il popolo. Ivi combatteano le fiere; e dopo conquistata la Macedonia, Metello vi condusse cencinquanta elefanti da guerra, che furono uccisi a frecciate; Silla e Scauro v'introdussero leoni e pantere; Pompeo, a tacere molte altre belve, espose quattrocento pantere e seicento leoni, di cui trecenquindici colle giubbe; Cesare esibì fin quattrocento leoni chiomati, fece combattere quaranta elefanti contro cinquecento pedoni, poi contro altrettanti cavalieri; e nel circo di Flaminio trentasei cocodrilli furono uccisi, dopo essersi azzuffati tra loro. Tanto ancora abbondavano sulla terra quelle razze ferine, che omai cedettero il posto all'estendentesi umana specie.

Crebbe cogl'imperatori cotesto lusso, ed uno può sorridere a tali follie e compatirle pensando alle nostre; ma profondamente si geme al vedere gli uomini spinti a lottar colle fiere o tra sè, per offrire spasso ad un popolo, il quale mai non conobbe la più dolce delle virtù. I sagrifìzj umani che Etruschi e Campani praticavano sulle tombe, saranno probabilmente passati in Roma insieme cogli altri: ma de' figli di Marte sembrò più degno il vedere la resistenza e la vittoria. Primi Marco e Decimo Bruto chiamarono gladiatori a combattere sul feretro del loro padre Giunio: i tre figli di Emilio Lepido augure ne fecero lottare undici coppie nel fôro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino, indi crebbero viepiù. Cesare ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano per cenventitre, offrendo duemila combattenti. Nè soli schiavi: e quando, sotto gl'imperatori, più era conculcata la dignità umana, Nerone fece pugnare un giorno nell'anfiteatro quattrocento senatori e cinquecento cavalieri; Comodo discese egli medesimo nell'arena. Invano Marc'Aurelio avea comandato di ottundere le armi; il popolo chiedeva sangue, e continuò ad inebbriarsi di quegli spettacoli, finchè un editto di Costantino, e più i rimproveri de' Cristiani e la pazienza eroica onde questi scendevano ad incontrarvi la morte per l'integrità delle loro credenze, posero fine a quegli atroci sollazzi. Voi che vi lagnate perchè i simboli della passione di Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v'abbiano quelli risparmiato.

Dacchè Roma se ne piacque, tali combattimenti diventarono un mestiere; e il vizio, la miseria, l'infamia, la guerra provvedeano quest'orribile merce; appositi maestri ( lanistæ ) insegnavano anche a liberi e cittadini il dar morte e riceverla in modo di divertire il popolo sovrano. Ma più che dell'erudito ferire, questo prendea diletto degli schiavi e de' prigionieri, condotti da paesi non ammolliti dalla civiltà, e che, nudi le gigantesche membra, lanciavano colpi, ove la ferocia suppliva alla maestria. Impresarj denarosi tenevano una folla d'uomini, pasciuti con apposito nutrimento[44] pel quale avessero più sangue da versar nell'arena, ed esercitati a quest'uso, che si obbligavano con tale formola: — Giuro soffrir la morte nel fuoco, nelle catene, sotto la sferza o la spada; e ad ogni volontà del padrone sottopormi, anima e corpo, da vero gladiatore». L'edile che doveva offrire spettacoli al popolo, il ricco che voleva attirarsene l'amicizia e l'ammirazione, dirigevasi all'appaltatore, comprandone o a tutto rischio, o soltanto, direi, a consumo. In questo caso procuravasi ne uscissero col minor danno possibile: ma chi volesse lode di generosità, gli esibiva all'intero arbitrio del popolo.

Gran varietà fra essi: v'era l' essedario che combatteva in carro; v'era il gallo ( mirmillo ) armato di coltello e scudo, e che portava per cimiero la figura di un pesce; v'era il retiario, che inseguiva il gallo finchè l'avesse accalappiato in una rete e trafitto col tridente, a guisa d'un mostro marino; v'erano i bestiarj, che s'azzuffavano colle fiere; v'erano gli andabati, che pugnavano a occhi bendati, chiamandosi e inseguendosi dietro alla voce, mentre il popolo schiattava dalle risa a quelle spade che ciecamente cercavano un uomo, il quale non potea schermirsi. Altre volte combatteansi dalle navi; e mentre nelle pugne vere i battelli stanno pronti a raccorre chi s'annega, in queste badavano a respinger dalla riva chi volesse afferrarla.

— Vi saranno regali gladiatorj; l'edile ricompenserà il popolo d'averlo eletto, coll'offrire cinquanta paja di accoltellantisi».

A questo annunzio tripudia il popolo romano, e dimenticando i fratelli che stanno morendo sotto il pugnale degli Spagnuoli o sotto alle macchine di Cartagine e di Corinto, dimenticando ch'ebbe fame jeri e che l'avrà domani, non appena è l'alba, affollasi nel circo; a miglior agio vi vengono i suoi patroni, ch'egli domina nel fôro e serve nelle case; poi le belle, che hanno consumato tre ore al pettinatojo per riparare ai danni dell'età e degli stravizzi; infine colui che dà i giuochi. Allora applausi a cielo: se ne compiaccia egli, chè la gratitudine del popolo il compenserà colla questura e il consolato.

Ma che tardano i gladiatori? in istrepito impaziente ondeggia l'aspettante adunanza. Ecco, finalmente compajono. Vedi robustezza di muscoli! vedi attitudine di membra! vedi maestria di pôse! Al popolo romano brilla il cuore pensando che la costoro vita dipende da un suo cenno.

Su via, al fatto. Cominciano con un battocchio di legno, facendo innocua prova di maestria nelle botte e nelle parate: presto dismessa l' arma lusoria, non dicevole alla maestà del popolo romano, brandiscono vere spade, gli animi infelloniscono, rinforzano i colpi, e il popolo con ansietà contempla le ferite, le lividure, il sangue. Sarebbe giudicato mal destro quel che ferisse l'avversario sulla testa in modo d'ucciderlo; è un diritto che il popolo riserva a sè: il popolo, che dintorno fa scommesse, vien fino a baruffe, applaudisce a chi muore compostamente, fischia a chi anela nell'agonia, si lagna di chi mostra morire mal volontieri, credesi ingiuriato da chi rifugge dal morire[45]. Quando dunque uno si sente rifinito, ritraendosi alza il dito in atto di chieder grazia agli spettatori. Si è egli comportato da prode nel conflitto? mostrò generoso disprezzo della morte? il popolo romano gli accorda la vita, perchè possa un'altra volta esporla a suo ricreamento. Se no, o se il popolo vuol conoscere fin dove spinga la costanza, se vuol divertirsi a numerare gli aneliti moribondi e i guizzi d'un corpo che si disanima nel vigore dell'età e nella pienezza della forza, chiude il pugno drizzando il pollice verso il combattente, grida Recipe ferrum, e il vincitore, obbedendo al cenno, lo scanna.

Trascinato coll'uncino allo spoliario, i lanisti terminano d'ucciderlo: qualche epilettico accorre a beverne il sangue zampillante, supposto rimedio alla terribile sua malattia; o se ne cerca il fegato per mediche prescrizioni[46]. Il vincitore ne toglie l'arme e gli abiti, ottiene una corona di lentischio e un ramo di palma, e talvolta la libertà; e l'applauso a lui e a chi provvide lo spettacolo è immortalità, come è morte la disapprovazione[47].

Deh, che società è codesta, dove in politica ci si offrono solo battaglie e sangue, e se ne torciamo, gli spassi ancora ci presentano battaglie e sangue! E questa a noi inesplicabile voluttà del sangue saziavasi in mezzo agli adornamenti della civiltà, sotto velarj di porpora ricamati d'oro che schermissero dal sole, fra statue ed obelischi e vasi profumanti, fra numerose sinfonie; tubi nascosti versavano sugli spettatori acque olezzanti che correggessero il tanfo del sangue e del sudore; bei giovani schiavi accorrevano a smover l'arena per coprire quello versato dal gladiatore; e là accanto v'era il postribolo per chi volesse acuir la ferocia colla lascivia, compagne frequenti.

Cicerone approva tali spettacoli, come proprj ad ispirare disprezzo della morte[48]; se Trasea Peto biasimava in senato l'eccessivo gusto per i giuochi circesi[49], Plinio loda Trajano d'aver dato spettacoli «ove nulla ricordava la mollezza e la viltà, nulla era fatto per infiacchire gli animi, ma tutto per eccitare in noi lo sprezzo della morte, il desiderio di nobili ferite, facendoci vedere sin negli schiavi e ne' condannati l'amor della gloria e il desiderio del vincere»[50].

I serragli di gladiatori erano inoltre un fondo di riserva pei faziosi, i quali aveano dove comprar bande avvezze al sangue, e stranie alla domestica o alla patria pietà. A Capua, principale emporio di questa merce, Lentulo Bariato ne manteneva buon numero. Spartaco, uno d'essi, trace di nascita, numida di stirpe, robusto e coraggioso se alcun n'era, e per dolcezza e senno superiore al suo stato, eletto a dare spettacolo di sè nell'arena (73), disse ai consorti: — Giacchè s'ha da combattere, chè non combattiamo piuttosto contro de' nostri oppressori?» Ducento s'accordano con esso, atterrano i custodi, tolgono spiedi e coltelli alla bottega d'un vendarrosto, e fuggono sul Vesuvio; la fama se ne diffonde, e il desiderio d'imitarli; altri rompendo gli ergastoli, vi s'uniscono, tutta gente fiera e scurante della morte. Le milizie spedite addosso a loro sono sconfitte, sconfitti due pretori romani.

Cresciuto a diecimila, Spartaco traversa l'Italia e penetra nella Gallia Cisalpina, patria della maggior parte de' suoi seguaci. Colà ed oltr'Alpi meditava egli piantarsi; ma alcuni, ingordi di saccheggiar Roma, si staccano dal grosso per seguitare un Cuixo, e sono battuti dal console Lucio Gellio. All'annunzio di questa rotta, Spartaco riviene sui proprj passi (72), pettoreggia e sconfigge il console Cornelio Lentulo che lo inseguiva, poi anche Gellio. Inorgoglito dal vedere le invitte legioni e i due capi di Roma fuggir dinanzi a sè schiavo vilipeso, ordina non si dia quartiere a verun Romano; con ventimila uomini devasta la penisola: e accampatosi nella Lucania, v'aduna magazzini pel crescente esercito e medita accostarsi al mare, onde da un lato dar mano ai corsari che aveano formato tra l'acque una nuova Cartagine, dall'altro ridestare in Sicilia la guerra servile.

Licinio Crasso, principale sostegno delle vittorie di Silla, spedito dal senato a codiare Spartaco, conosce sì urgente il pericolo, che domanda si richiamino Pompeo dalla Spagna, Lucullo dall'Asia. Memmio suo luogotenente con due legioni erasi lasciato sconfiggere da Spartaco: ma Crasso accorso con dieci altre, decima cinquecento legionarj che eransi ritirati a fronte de' rivoltosi, distrugge diecimila di questi, e racchiude lo stesso Spartaco in una penisola presso Reggio mentre avviavasi per la Sicilia. Spartaco fa scannare un prigioniero e mostrandolo a' suoi: — Ecco qual sorte v'attende se non resistete»; poi col favore d'una notte turbinosa scivola traverso alle squadre romane, e medita difilarsi su Roma. Ma Crasso lo raggiunge (71) presso il Silaro, lo batte, uccidendo dodicimila trecento insorgenti, tutti feriti davanti, eccetto due soli. Avrebbe il gladiatore voluto trarre gli avanzi nei monti, rifugio delle sommosse e della libertà; ma essi, imbaldanziti da un leggero vantaggio, gl'imposero di attaccar Crasso. Prima della mischia, Spartaco ammazzò il proprio cavallo dicendo: — Se vinco, non me ne mancherà; se vinto, non mi bisognerà». E fu vinto dopo prodigi di valore; quarantamila de' suoi morsero la polvere; egli ferito combattè a ginocchio, prostrando chiunque se gli accostava, sinchè trafitto da mille dardi cadde s'un mucchio di cadaveri.

Cinquemila gladiatori si rannodarono nella Lucania, ove li scontrò Pompeo pur dianzi tornato di Spagna, il quale non durò fatica a rompere quelle reliquie. Tanto bastò perchè, come di guerra vinta, egli fraudasse il merito a Crasso; e come s'un trofeo piantato ne' Pirenei avea scritto d'avere dall'Alpi alle Colonne domato ottocentosettantasei città, così ora scrisse al senato: — Crasso ha sconfitto gli schiavi, io sbarbicata la ribellione»; e quel vanto, echeggiato dai tanti fautori suoi, lo faceva proclamare come l'unico capace di salvar la patria, e per impeto di pubblico favore fu fatto console (70). Queste servilità a un capo d'esercito qual recano sgomento agli amatori della libertà!

Crasso invece, cui veramente competeva il merito di quella vittoria, a grave stento comprò il consolato col distribuire al popolo la decima parte de' suoi beni, imbandire diecimila mense, provvedere di grano per tre mesi ciascun cittadino; onde cominciò da quel punto a contrariare Pompeo, derivandone un gareggiamento funestissimo alla repubblica. Pompeo pretese non dover congedare l'esercito vincitore di Sertorio se non dopo il trionfo; Crasso non volea licenziare il suo, vincitore dei gladiatori, finchè si tenesse in armi il collega, nel quale parea minacciarsi un nuovo Silla: popolo e senato, timorosi di vedere rinnovarsi le guerre civili, pregarono, supplicarono perchè desistessero; intervennero i sogni e gli Dei; Pompeo se ne rese malagevole, idolo avvezzo ad aspettare gl'incensi; Crasso col farglisi incontro stendendo la mano, meritò lode di generosità.

Che importa? la moda diceva per Pompeo; egli l'uomo di Roma; nè ad altri che a lui parve potersi commettere una nuova impresa. La distruzione della flotta di Cartagine lasciò libero il mare a' pirati; ed un'accozzaglia di Cilicj, Siri, Ciprioti, Pamfili, Pontici, Isaurici, altri fuggiaschi dell'Asia superiore parea congiurasse a vendicare sopra l'Italia i ladronecci che i pubblicani faceano nella loro patria. La trascuranza di Roma per la marina, e le sue guerre interne ed esterne, gli aveano cresciuti in baldanza; Mitradate li stipendiava perchè bezzicassero i Romani; e con essi s'accolsero molti di quelli che dalla regia flotta egli avea congedati dopo la pace.

Quando le provincie erano malcontente dell'Italia, l'Italia disgustata di Roma, facilmente ogni rivoltoso trovava seguaci. Vedemmo i servi, vedemmo Sertorio e Spartaco, ora i pirati: e non solo feccia si aggregava con questi, ma persone bennate e benestanti sembravano farsi un vanto d'andare in corso, la maschera politica togliendo vergogna alla bassezza e al delitto. E s'imbellivano di parer generosi, come quelli fantasticati da Byron. Una banda s'accostò alla villa dove Scipione Emiliano viveva ritirato, ed egli s'accinse a difendersi: ma i capi se gli fecero innanzi disarmati, dicendo che unica loro ambizione era il veder davvicino il grand'uomo; e introdotti presso di lui, si prostrano sulla soglia della casa come davanti ad un tempio, e vi depongono donativi, come si soleva agli Dei[51]. Volevano per tal modo non tanto onorare il grand'uomo, quanto rinfacciare l'ingratitudine di Roma per esso.

I pirati aveano arsenali, porti, vedette; i più esperti rematori e piloti; d'ogni foggia navigli, magnifici quanto terribili, con poppe d'oro, remi inargentati, tappeti di porpora. Omai più di mille legni infestavano il mare; e non accontentandosi di schiumar questo (77), più di quattrocento città aveano prese, taglieggiandole a oltranza; profanarono tempj fin allora inviolati; l'Italia stessa molestarono; e gli oratori romani doveano arrossire nel montare sulla ringhiera ornata coi rostri tolti ai Cartaginesi, mentre codesti scorridori da Miseno, da Gaeta, da Ostia, anzi dalle ville suburbane rapivano il bello e il buono, portavano via fanciulle e personaggi per ritrarne grossi riscatti, e fin due pretori ghermirono colle insegne e coi littori, e li menarono in beffardo trionfo. V'era qualche catturato che, per ottenere rispetto, allegasse — Io son romano?» se ne mostravano compresi, gli chiedevano umili scuse, gli restituivano calzari e toga, poi dicendogli se ne tornasse pur libero alla famosa sua città, lo costringevano a discendere per la scala in mare, ed affogarsi.

Publio Servilio sconfiggendoli (73) ottenne il soprannome d'Isaurico, ma non per questo li frenò. Marc'Antonio, figlio dell'oratore, affrontatili presso Creta, perdette molti vascelli (70), e vide i suoi guerrieri appiccati alle antenne colle catene ch'egli aveva predestinate ai corsari.

Vie maggior noja ne derivava a Roma, perchè costoro servivano d'anello fra' suoi nemici dall'Atlantide alla Meotide, e interrompendo le comunicazioni coll'Africa, potevano affamare l'Italia, che ormai vivea solo coi grani di là. Il tribuno Gabinio (67) pertanto propose che, all'uopo di sterminarli, si desse per tre anni a un capitano assoluta autorità su tutto il mare fin alle Colonne, e su quattrocento stadj fra terra; levasse soldati e ciurma quanta credeva necessaria; spendesse del pubblico senza render conto.

Tutti compresero che Gabinio aveva in vista Pompeo. Il popolo basso, nojato della tirannide degli oligarchi, propendeva ad adagiarsi sotto un capo purchè non si chiamasse re; e dopo aver favorito i Gracchi, Mario, Silla, ora impazziva di Pompeo. Arringhe di oratori, proteste di consoli, rimostranze di savj non valsero a persuadere del pericolo di cotesti comandi smisurati; il console Calpurnio Pisone, il quale disse a Pompeo, — Se aspiri a divenir un Romolo, bada che potresti anche incontrarne la fine», ebbe pena a salvarsi dal furor popolare; e a Pompeo, cui la ventura pioveva in grembo, si decretò il proconsolato del mare con cinquecento vascelli, cenventimila fanti, cinquemila cavalieri, per luogotenenti venticinque senatori già stati comandanti di eserciti, due questori, e l'anticipazione di duemila talenti attici. Qual cosa più lo rattenea dall'imitare Silla, e dal farsi despoto della repubblica? la sua mediocrità.

Con tanti mezzi era facile il vincere gente sparsa, e rincacciare in ogni angolo quelle flottiglie. Pompeo ebbe la politica di mostrarsi umano; a quanti s'arresero, assegnò terreni nell'Acaja e nella Cilicia. «Non l'avarizia dal proposto cammino il richiamò alla preda, non la libidine alle voluttà, non l'umana natura ai godimenti, non la nobiltà d'una terra a conoscerla, neppur la fatica al riposo; anzi i quadri e le statue e gli altri ornamenti delle greche città, che gli altri stimavano bene rapire, esso non volle tampoco vedere. Onde dappertutto Pompeo giudicavasi non mandato da Roma, ma piovuto dal cielo; e cominciavano a credere che uomini romani sienvi stati una volta di siffatto disinteresse, cosa che ormai agli stranieri riusciva incredibile»[52]. In meno di due mesi ebbe terminata la guerra, restituita la libertà a tanti prigionieri, la patria a tanti fuorusciti, la sicurezza a tutte le coste: sicchè un concerto universale di lodi sonò quando si videro tornate le navi cariche, e restituire l'abbondanza a Roma.

L'isola di Creta avea sempre in battaglie di mare e di terra vantaggiosamente servito ai Romani, che la ricevettero in alleanza: poi, secondo il loro stile, la querelarono d'ajutare Mitradate e i corsari; e benchè essa mandasse a scagionarsi, in senato si dimostrò non potrebbero mai sbrattarsi i mari dai pirati finchè Creta non fosse ridotta a provincia, e le si decretò guerra. Cecilio Metello sbarcò non impedito (66) alla patria di Giove, e già teneva l'isola, quando gli abitanti, adontati dalla severità di lui, chiamarono Pompeo. Questi, che guardava come sua perdita ogni gloria d'un altro, accorse; bandì essere Creta nella provincia a lui destinata, Metello usurparsi il nome di generale, nè avere autorità di patteggiare. Metello non gli diè ascolto, proseguì la conquista e ridusse l'isola a provincia: ma gli ammiratori di Pompeo faceano ancora riverberar tutto lo splendore di quel fatto sopra di lui che «una tanta guerra sì diuturna, sì in lungo e in largo dispersa, e funesta a tutte le genti e le nazioni, apparecchiò sullo scorcio dell'inverno, intraprese a primavera entrante, a mezza estate ebbe compita»[53].

Nuovi allori preparava in Asia la fortuna a questo suo prediletto. Mitradate aveva accettato dai Romani la pace non per altro che per trar fiato, e allestirsi a nuova guerra (pag. 66). Roma, straziata dalle intestine discordie, non aveva impedito ch'ei si mettesse in attitudine; anzi molti cittadini da essa proscritti andavano offrirgli il braccio, la maestria e l'odio; e le città d'Asia e di Grecia a visiera alzata s'unirono col Barbaro che le richiamava alla libertà (82). Cominciò egli a punire i paesi che si erano dichiarati contrarj, e prima sottomise i rivoltosi della Colchide; armò poi truppe di terra e grossa flotta contro gli abitanti attorno al Bosforo. Ma Murena, lasciato da Silla pretore in Asia, temendo non mirasse ad occupare la Cappadocia, la invase egli primo, per quanto Mitradate protestasse, ne devastò le coste e i confini del Ponto; tentò anche Sinope residenza del re, sperando far tanto male da meritare il trionfo. Ma Mitradate respinse i Romani (81), e gran fuochi accesi sul vertice dei monti annunziarono che la Cappodocia era sgombra di nemici. Allora continuò a sottomettere i popoli circostanti al Bosforo; pare invitasse i Sarmati in Europa; poi irruppe nell'Asia.

Questa provincia, avendo dovuto prendere ad esorbitante usura i ventimila talenti impostile come contribuzione di guerra da Silla, restava alla balìa degli esattori, i quali con raffinata avidità in pochi anni elevarono essa contribuzione a sei volte tanto, cioè a seicento milioni. I debitori impotenti venivano esposti l'inverno nel fango, l'estate al gran sole, sepolti nelle prigioni, stirati sugli eculei; sicchè per satollare i pubblicani vendeano i voti dei tempj, le donne, le fanciulle, i pargoletti, alfine se stessi. In tali estremi un cambiamento qualunque sembra un ristoro, e amico si considera ogni nemico de' nemici nostri: laonde gli Asiani fissavano le speranze sopra Mitradate, che domi ed uniti i Barbari, e ottenuti da Sertorio varj uffiziali e il proconsole Mario, da questo facevasi precedere nelle spedizioni, quasi per giustificarle colle romane divise; alla romana adottò spade, scudi, esercizj, procacciossi buona cavalleria, ed ogni pensiero concentrava nel preparare la riscossa.

Morì in quel tempo Nicomede III re di Bitinia (75), istituendo eredi del suo regno i Romani; e Mitradate colse il destro per invadere quel paese. Roma vide inevitabile lo sguainar di nuovo le spade; e poichè la prima guerra avea fuor di misura arricchito Silla e i suoi, molti ambivano il comando di questa, e più di tutti Lucio Licinio Lucullo. Costui nella prima spedizione mitradatica avea mitigata a sua possa la severità di Silla, il quale, tornando in Italia, l'aveva lasciato in Asia per riscuotere le contribuzioni di guerra, e morendo gli commise la tutela di suo figlio, uffizj di cui s'acchetò decorosamente. Studioso, onesto, splendido, illibato, protettore di tutti i Greci a Roma, e maestro quivi di delicature, come di guerra s'era mostrato per dieci anni sui campi, guadagnò la cortigiana Prezia, la quale usava i suoi vezzi a pro degli amanti, e che gli guadagnò Cajo Cetego, arbitro allora della repubblica, pel cui mezzo conseguì l'ambito comando. Il senato decretò tremila talenti per l'armata di mare (74); ma Lucullo assicurò che le navi degli alleati basterebbero per nettar il mare. Nel tragitto leggeva Polibio, Senofonte, altri scrittori d'arte bellica, dai quali io non so quanto profittare potesse, ma fu assai se ne desunse l'arte di pazientare.

Un'accozzaglia così eterogenea dovea ben presto mancare di viveri e disciplina, e scomporsi; onde bastava il codiarla e impedirle di nuocere: ma il farlo era difficile con un esercito più avverso all'indugio che al pericolo, e che Fimbria e Murena aveano avvezzato all'indocilità e al furto. Accolto con gran festa dall'Asia, non ancor dimentica della mostratale bontà, Lucullo si applicò a svellere gli abusi introdotti, frenare la voracità dei pubblicani moderando l'interesse all'un per cento il mese, proibendo di cumulare al capitale i frutti, e cassando quelli che eccedevano il capitale, finchè in quattro anni i beni si purgarono dalle ipoteche. Con questo e colla generosità verso i vinti molte città ritornò volontarie in dovere, a grave scontento de' suoi soldati che si vedevano sottratta la voluttà del sangue e la lautezza del saccheggio.

Mitradate, forte di cencinquantamila pedoni, dodicimila cavalli, cento carri falcati, quattrocento navi, da varie parti aggrediva i nemici, ridotti inoperosi dalla sproporzione; e più d'una volta mandò in rotta gli ajutanti di Lucullo. Questi, risoluto di tenersi sulla difensiva, non si lasciò mai trarre a battaglia se non quando fosse sicuro della vittoria. Una insigne (73) ne riportò a Cizico, donde snidò il re uccidendogli a migliaja i soldati; poi lo inseguì nell'Ellesponto, e l'avrebbe anche preso se quegli ad arte non avesse forato i sacchi dell'oro, portati dietro il suo cammino, per raccogliere il quale i soldati romani e i galati perdettero il tempo, che in guerra è tutto.

Mitradate rifuggì a Tigrane II re d'Armenia (71), suo genero, che era divenuto il più potente sovrano dell'Asia occidentale, e che nelle marcie e alle udienze tenevasi accanto quattro re; e ne ottenne sedicimila cavalli per ripristinare la sua fortuna nel Ponto. Ma Lucullo con quindicimila uomini varca il Tigri e l'Eufrate, è nel cuore dell'Armenia, e come avea vinto il gran re colle lentezze, così vince Tigrane colla rapidità (70), e con quella mano di prodi disperde ducentomila Barbari, fra cui diciassette mila cavalieri vestiti di ferro: alle città ridona l'indipendenza; col rispettare le terre e le vite si amica i Barbari; poi presso Artaxata raggiunge Mitradate e Tigrane ch'eransi rifatti in forze, li sbaraglia, e poteva annichilarli, quando l'esercito s'accordò a ricusargli obbedienza (69). Invano egli passava di tenda in tenda pregandoli uno a uno. — Che guerreggiare è mai questo (gli diceano) dove nulla si guadagna?» e mostrandogli le vuote borse, — Fate la guerra voi solo, che solo ne vantaggiate».

E forse è vero che Lucullo ritraesse ingenti somme dalle città cui risparmiava il saccheggio; ma certo i pubblicani a Roma esageravano la rapacità di quello che avea frenata la loro, tanto che il senato pensò dargli lo scambio. Il tribuno Cajo Manilio propose Pompeo (67), Marco Tullio Cicerone lo sostenne contro Quinto Ortensio, suo emulo d'eloquenza; il popolo lo nominò, per quanto i nobili si opponessero, e per quanto Catulo esclamasse: — Senatori, più non vi resta che fare in una città talmente cieca sui pericoli della propria libertà. Cercate qualche rupe Tarpea, qualche monte Sacro, dove possiate ricoverarvi e restar liberi».

Lucullo, dicendo che quel fortunato, simile ai corvi, calava ai cadaveri degli uccisi, tentò rimandarlo come da impresa finita. Quindi nacquero dissapori: il giovane invidioso non lasciava alcuno accostarsi a Lucullo, ne abrogò tutti gli atti e gli concesse appena milleseicento soldati per ritornare a Roma. Quivi a fatica ottenuto il trionfo, indispettito di vedersi carpita la omai sicura vittoria, si ritirò dagli affari, e mal capitato di sua famiglia, gettossi ad un lusso che rimase proverbiale; nè in senato più compariva se non per istornare qualche mira di Pompeo, il quale riuscì a farlo cacciare di città.

Delle oscillazioni causate dallo scambio si giovò Mitradate per rientrare nel Ponto, e riaprire ai Barbari la via del Caucaso; e guaj a Roma se più facili comunicazioni gli avessero consentito d'unirsi co' pirati e con Spartaco, che ancora osteggiavano la repubblica! ma la fortuna voleva serbarsi fedele al mediocre Pompeo. Un figlio di Tigrane, ribellato, si buttò coi Romani, e si offrì lor guida in Armenia. Tigrane, venuto nella tenda di Pompeo, in presenza dello snaturato figliuolo confessò gli era di consolazione il vedersi vinto da tanto eroe; il quale in compenso gli restituì l'Armenia, purchè pagasse seimila talenti; e colui, dichiarato amico e socio de' Romani, non solo sospese d'assistere Mitradate, ma promise cento talenti a chi gliene recasse la testa.

Anche Mitradate chiedeva patti al Magno: ma i Romani che s'erano messi al soldo di lui, tenendosi sacrificati, attraversavano ogni accordo. Vinto poi (65) in riva all'Eufrate, abbandonato dai suoi, fuggì la notte tutto solo; e ricoverato nella Crimea, senza aver perduto dramma dell'antico coraggio, sollecitava alle armi le popolazioni caucasee. Pompeo agevolmente sparpagliò le mal accozzate turbe: poi reduce e credendo morto Mitradate, in una spedizione somigliante a corsa trionfale acquistò la Siria e la Giudea con Gerusalemme (64), e fece sventolare le insegne romane tra le foreste odorose e i boschetti di balsamo e d'incenso dell'Arabia[54].

Mitradate però non era morto; e vecchissimo, e roso da un'ulcera che lo costringeva a celarsi agli occhi altrui, meditava sommovere tutto il mondo barbaro contro di Roma. Ricomparso nel Ponto, ricuperò molte città e spedì le sue figlie ai principi sciti per farsene generi ed alleati: ma queste, tradite dalle scorte, furono consegnate ai Romani. Pel Bosforo Cimmerio, traverso alla Scizia e alla Pannonia condurre un esercito nella Gallia, e colle orde che vi comprerebbe piombare sull'Italia, nuovo Brenno, Annibale nuovo, era il suo divisamento: ma gli uffiziali lo giudicarono temerità, e ricusarongli obbedienza; e Farnace, il dilettissimo de' suoi figliuoli, indettatosi coi Romani, si fece gridar re. Allora Mitradate, caduto di speranza e di cuore, avvelena se stesso (63), le concubine, e due sue figlie fidanzate ai re di Cipro e d'Egitto. Quelle perirono; ma egli s'era talmente abituato coi controveleni, che dovette alla spada d'un soldato ricorrere per finir la vita e un regno di sessantun anno. Pompeo ricevette da Farnace il cadavere del suo nemico, il quale quanto fosse grande lo attestano la gioja dell'esercito e del popolo romano. Gli storici non rifinano di enumerare le ricchezze trovate ne' tesori di lui: trenta giorni occuparono i commissarj della repubblica a inventariare i vasi d'oro e d'argento, e briglie e selle guernite di diamanti; la sola città di Telaura porse duemila coppe d'onice legate in oro; altrove si rinvennero statue d'oro massiccie, e un damiere fatto di due sole pietre fine, largo tre e lungo quattro piedi, coi pezzi pure di gemme, e sovr'esso una luna d'oro, pesante trenta libbre.

Pompeo rimpastò a suo talento l'Asia, premiando chi l'avea favorito, formando le nuove provincie della Bitinia, della Cilicia e della Siria, la quale fu sottratta per sempre alla dinastia de' Seleucidi; e dal Ponto Eusino al golfo Arabico non rimaneano più che vassalli di Roma. Vincitore dell'Europa, dell'Asia, dei mari, Pompeo menò il terzo suo trionfo (82), il più splendido di cui fosse memoria. Non bastò la processione di due giorni per ispiegare sugli occhi del popolo le spoglie e i nomi dei vinti; il Ponto, l'Armenia, la Cappadocia, la Paflagonia, la Media, la Colchide, l'Iberia, l'Albania, la Siria, la Cilicia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Palestina, la Giudea, l'Arabia, i corsari; presi più di mille castelli, poco meno di novecento città, ottocento navi di corsari; trentanove città ripopolate; cresciute le pubbliche rendite da cinquanta milioni di dramme a quasi ottantadue; versati nell'erario ventimila talenti, non computando millecinquecento dramme distribuite a ciascun soldato. Oltre gli ostaggi, Pompeo menava trecenventiquattro prigionieri di grado, fra cui il capo dei pirati, il figlio traditore di Tigrane colla madre, la moglie e la figliuola, Aristobulo II re degli Ebrei, la sorella di Mitradate con cinque figliuole e molte Scite. Invece di far trucidare tutti questi infelici alla romana, li rimandò alle proprie terre, salvo Aristobulo e Tigrane. Quai lodi sarebbero state bastanti? A concorde voce gli fu confermato il titolo di Magno, sebbene la fortuna sua l'avesse meritato, non egli, che non dovea saper conservarlo[55].

CAPITOLO XXIII.
La costituzione sillana abolita. L'eloquenza. Cicerone. Verre.

Pompeo aveva cominciato la sua carriera politica collo sbrancarsi dai cavalieri per parteggiare coi senatori; onde quelli l'aborrirono come disertore, mentre questi non mostrarono tenerlo in bastante conto; Silla ne lusingò la piccola vanità, pure nè tampoco menzione di esso fece nel testamento, ove nessuno dimenticò dei suoi amici. Periti poi i veterani di Silla, allorchè la causa de' cavalieri e degli Italiani tornò a galla, Pompeo s'accostò a questa; massime vedendosi oggetto dell'entusiasmo del popolo che nulla gli ricusava, si propose di ripagarlo con servizj.

Rintegrare l'autorità dei tribuni, lento acquisto della democrazia cincischiato da Silla, doveva essere il primo passo della riazione; e il console Aurelio Cotta, come riparo alla carestia prodotta dalla guerra dei pirati (74), avea proposto che più non si vietasse a chi era stato tribuno di ottenere altre magistrature. Pompeo console coronò quel voto, facendo passare, a malgrado di Lucullo (70), di Lepido, di Catulo, che i tribuni fossero novamente eletti dalla plebe, e si ripristinassero i comizj per tribù, i quali rendevano al basso popolo il diritto ch'ei suol confondere colla libertà, quello di poterla vendere. La censura anch'essa fu risarcita, e nel primo sindacato si espunsero dall'album sessantaquattro senatori. Trattavasi di ritogliere i giudizj al senato, attribuendoli ai cavalieri; per riuscirvi, occorreva di mostrare al pubblico quanto la tirannide sulle provincie fosse peggiorata dopo che i senatori erano soli giudici de' proprj delitti; e a tal uopo si adoperò il più famoso oratore.

Già ha potuto accorgersi il lettore quanta parte nelle vicende romane esercitasse l'eloquenza, dovendo, come in governo libero, ciascuno persuadere le riforme che proponeva, convincere i cittadini della giustezza dei suoi pensamenti, o della propria innocenza se accusato; e però veniva coltivata fra le precipue arti civili come mezzo d'ingerenza, e come opportuna ad acquistare clienti col patrocinarli. La cognizione della legge restava uno studio sussidiario, un rifugio per coloro che fallissero nella prova dell'eloquenza; mentre coll'accusare, difendere, sostenere, confutare dai rostri, la gioventù romana si facea conoscere dal popolo, e meritevole di cariche e d'onori.

I più antichi oratori a solidità di prove e calore di esposizione non univano delicatezza o coltura scientifica o armonica struttura; e l'austero Catone censorio, che pure stette novanta volte in giudizio, e di cui cencinquanta orazioni s'aveano ancora al tempo di Cicerone, credeva che, ad arringar bene una causa, bastasse il ben conoscerla[56]. Dei Gracchi, cui Quintiliano propone a modelli di maschia dicitura, Cajo è da Cicerone giudicato il più ingegnoso ed eloquente fra i latini[57]; e ne' pochissimi frammenti che ce ne rimangono, sentesi quel virile e posato, che invano si cerca fra l'incessante artifizio di Tullio e di Livio, nè più ricompare che in Giulio Cesare. A Lelio ed al suo amico Scipione Africano Minore la consuetudine coi Greci aveva scemata la scabrezza, non tolta.

E i Greci mostrarono quanto la dialettica giovasse all'eloquenza, insegnarono a formarsi una traccia con un tema unico, una divisione esatta, rigorose dimostrazioni, sobrj e scelti ornamenti, variata invenzione. Più non bastò che l'eloquenza procedesse naturalmente, col corredo delle prove e coll'energia delle passioni, le quali istintivamente conoscono come avvincere l'attenzione, movere gli affetti, insinuarsi negli spiriti; ma si pretese l'oratore avesse «lingua snodata, sonora voce, buon petto», e lungo studio degli spedienti oratorj. Prima dunque d'avventurarsi al tremendo giudizio pubblico, e giovani e adulti si esercitavano nelle scuole o ne' circoli in controversie sopra differenti soggetti; Cicerone declamò fin alla pretura, e vi tornò quando, già carico d'allori, le civili tempeste lo rimossero dal fôro; Irzio e Dolabella venivano da lui ad esercitarsi[58]; Pompeo, prima delle guerre civili, addestravasi a vincere colla parola, quasi presumendo che questa potesse ancora decidere dell'impero in mezzo a tante armi; vi si addestrò Marc'Antonio per rispondere a Cicerone; e ne fe grande studio Ottaviano Augusto durante la guerra di Modena, quasi per rimpatto della sua inferiorità in fatto di battaglie.

Memoria di ferro occorreva per ripetere le arringhe studiate, senza lasciarsi confondere dalla romba popolare: ammiravansi alcuni che, nel far broglio, sapevano salutare tutti i cittadini a nome, senza bisogno del servo rammentatore: narrano di un tale che, inteso recitar un poema, per celia accusò l'autore d'averlo a lui stesso rubato, e in prova lo ripetè da capo a fondo: Ortensio assistette una giornata intera ad un'asta di mobili, e la sera nominò per ordine ciascun capo, coi difetti, il prezzo, i compratori: più tardi Marco Anneo Seneca ridiceva duemila parole sconnesse, nell'ordine che le aveva intese; e si valse di questa facoltà per raccorre i pezzi uditi negli esercizj di declamazione, e farne un regalo ai figli e alla posterità in dieci libri di Controversie, di cui cinque soli e imperfetti ci rimangono e non si leggono.

Tra questi artifizj, ma non per essi giunse a maturità l'eloquenza con Marc'Antonio e Lucio Licinio Crasso verso la metà del VII secolo di Roma. Il primo, soprannominato l'Oratore e morto ne' tumulti mariani (pag. 58), studiò in Atene e Rodi, ma aveva l'arte di celar l'arte, tanto che si credeva trattasse impreparato le cause che aveva meditate con lunga diligenza; e sebbene non le scrivesse, la grande energia naturale rialzava con un porgere vivacissimo. Solo Crasso gli reggeva a fronte, ricco di cognizioni scientifiche e giuridiche e di politica esperienza, preciso nelle espressioni, di naturale eleganza, grave, eppure ben provvisto di facezie e di lepidezze non scurrili.

Nella costituzione romana gli alti magistrati rimanevano inviolabili, ma prima di assumer la carica e appena deposta doveano rispondere a qualunque accusa loro fosse apposta. Tale indagine non era affidata ad alcun tribunale prestabilito; chicchessia poteva presentarsi come accusatore, e ne seguiva un pubblico giudizio. Queste accuse erano l'esercizio, pel quale i giovani si aprivano la carriera pubblica, assumendo impegno di trarre in giudizio qualche personaggio di grido, e a forza di eloquenza farlo condannare ad ammenda od all'esiglio. Cicerone, fra i mezzi d'acquistar gloria, colloca queste accuse giovanili, sebbene consigli a scegliere piuttosto la difesa, parendo da duro animo il mettere a pericolo di morte un altro, massime se innocente. «Del difendere poi un reo (continua il moralista) non conviene farsi coscienza, giacchè il patrono segue il verosimile, anche quando paja meno appoggiato»[59]. Così dalla calunnia, pessima delle scelleraggini, egli dissuadeva i giovani per mera convenienza; e l'avvocatura considerava mero esercizio di destrezza, per trionfare nel proprio assunto, e deprimere un emulo, il quale poi, cogli aderenti suoi, restava quasi un predestinato e irreconciliabile nemico. Vatinio, sentendosi serrare a mezza spada da Licinio Calvo in queste prove giovanili, proruppe: — Ma che? dovrò io andar condannato perchè costui è eloquente?» Tanto è d'antica data la turpitudine vostra, o giornalisti.

Narrammo come Claudio Crasso esordisse egli pure dall'accusare Carbone, il quale si trovò così vivamente incalzato, che prese il veleno. Pure il giovane per avidità di vittoria non dimenticò l'onestà, giacchè un servo offeso avendogli recato uno stipo contenente le carte di Carbone, egli senza aprirlo glielo rimandò.

Uno di casa Bruto, cominciando la carriera oratoria dall'accusare, pose cagione al ricco e illustre cittadino Marco Licinio Crasso, massime col mettere a confronto due passi di arringhe ove questi si contraddiceva. Crasso di rimpatto fe recitare gli esordj di tre dialoghi del padre di Bruto, ove descriveva una sua villa; poi chiese all'accusatore che ne avesse fatto di quella, prendendo da ciò le mosse ad un'invettiva violenta contro gli scialacqui di quel garzone. Volle il caso che dal fôro passasse allora il funerale d'una matrona; e Crasso cogliendo al volo quest'incidente, si volse all'avversario, e — Che fai costì seduto? Cosa vuoi riferisca quella vecchia a tuo padre? cosa a coloro, di cui vedi portate le effigie? cosa a Giunio Bruto, il quale campò questo popolo dalla regia dominazione? Cosa dirà che tu fai? in quali interessi, in qual gloria, in qual virtù t'adopri? In aumentare il patrimonio? ciò non s'addirebbe alla nobiltà: pure tel comporterei; ma se omai nulla t'avanza, se tutto dissiparono le lascivie! Nelle cose militari? ma se mai non vedesti i campi! Nell'eloquenza? ma se non n'hai di sorta, e voce e lingua non usasti che a questo turpissimo commercio della calunnia! E tu osi goder la luce? tu guardar noi? tu stare nel fôro, tu in città, tu al cospetto dei cittadini? Non hai sgomento di quella morta, di quelle immagini cui non serbasti luogo, non che d'imitarle, nè di riporle tampoco?»

Anche Marc'Antonio vantavasi d'aver salvato Norbano, imputato di sedizione, non già per raggiri, ma col destare gli affetti[60]: e nella difesa d'Aquilio stracciò a questo le vesti d'in sul petto, e pianse, e commosse al pianto[61]. Il quale Antonio è da Cicerone lodato per la vigoria d'animo nel recitare, l'impeto, il dolore espresso cogli occhi, col volto, col gesto, col dito, con un fiume di gravissime ed ottime parole.

In rinomanza salirono pure Muzio Scevola pontefice massimo, profondo nella scienza del diritto, e squisito parlatore; Aurelio Cotta, florido e purgato nel dire, acuto nel trovare, sano e sincero nel gusto, e che determinava i giudici a forza d'abilità, sebbene il fievole petto gl'impedisse di gridare e movere gli affetti; Sulpizio Rufo, grandioso e tragico, voce al bisogno or viva or soave, gesto leggiadrissimo nè mai eccedente.

Più di trecento oratori ricorda Frontone, ma tutti si eclissano nello splendore di Marco Tullio Cicerone. Nacque in Arpino (106) nella regione dei Marsi, l'anno stesso che Pompeo, da buona famiglia equestre, ma segregata dagli affari. Suo padre, attento ai campi ed alle lettere, diresse con premura e senno l'educazione di Tullio, che si segnalò sulle scuole, nelle quali gli esercizj faceansi in greco, giacchè la lingua natia credevasi bastasse impararla dal quotidiano conversare e dai pubblici dibattimenti. Il primo che aprisse scuola di retorica in latino fu un Lucio Plauzio, e la gioventù vi traeva in folla come alle novità; ma il giovane Tullio n'era dissuaso da gravissimi personaggi, che pretendevano all'ingegno porgessero ben migliore alimento le greche esercitazioni[62]. Quelle scuole però diventavano palestre di dispute vane, d'artifiziale verbosità e di sfrontatezza; talchè i censori Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso credettero bene riprovarle, come contrarie all'uso dei maggiori.

Di ventisei anni Cicerone fece la prima comparsa nel fôro a difendere Roscio Amerino; e piacque agli uditori quell'eloquenza immaginosa e pittoresca, che più tardi egli trovava soverchia. Anzichè addormentarsi sopra gli allori, facilmente condiscesi a un principiante, andò a viaggiar la Grecia e l'Asia, a farsi iniziare ne' misteri eleusini, e a perfezionarsi in Atene e a Rodi sotto i retori famosi, giacchè i maestri di pensare si erano ormai ridotti a maestri di parlare. Molone Apollonio di Rodi castigò in esso la ridondanza, che non sempre è buon segno ne' giovani; e udendolo declamare, — Ahimè! (disse) costui torrà alla Grecia il vanto unico rimastole, quello del sapere e dell'eloquenza».

Tornato in patria, prese lezioni di bel declamare da Roscio commediante; e si produsse colle arringhe che ci rimangono, tutte sottigliezza e squisitissime forme: ma a divenire grand'oratore, più che la scuola, gli valsero la conoscenza degli uomini, il sentimento del retto, la benevolenza, l'acume, l'immaginazione. Nessuno creda che, quali le leggiamo, fossero veramente recitate le orazioni sue: teneva in pronto alcuni esordj, poi preso calore, s'abbandonava alla foga dell'improvvisare; i suoi schiavi stenografavano que' lunghi discorsi, che egli poi a tavolino forbiva, cangiava, insomma facea di nuovo[63].

Nè vi cercate que' tratti vivaci che, massime nei moderni, colpiscono e fermano; ma piuttosto uno splendore equabilmente diffuso sul tutto, una continua grandiloquenza. Nell'arte di dar risalto alle ragioni, non sia chi pretenda superarlo: ma non s'accontenta a ciò; e vuol recare diletto, s'indugia in descrizioni, digredisce ora intorno alle leggi, or alla filosofia, or alle usanze[64]; celia sopra gli altri e sopra se stesso; singolarmente primeggia nel movere gli affetti. Sempre poi si atteggia in prospettiva, e ad ogni periodo, ad ogni voce lascia trasparire il lungo artifizio: di qui la purezza insuperabile del suo stile, di qui il finito d'ogni parte, e il non produrre mai un'idea se non vestita nobilmente; talchè osiam dire che nessuno abbia meno difetti e maggiori bellezze.

Ma parlando come chi vuol dilettare più che convincere, e non teme essere contraddetto purchè dica bene, non lascia mai risentire lo sforzo, e la rotonda facilità della sua parola non si eleva mai al vero sublime: per lunga pratica e per analisi argutissima conosce tutti gli accorgimenti con cui svolgere, accomodare, invertere le parole, e tutti li usa come padrone; ma t'accorgi che è formato alla scuola, e v'incontri, non i torrenti di luce fecondatrice che versa dall'inesauribile grembo il sole, bensì i riflessi della luna che su tutto diffonde gli armonici suoi chiarori.

E alla luna il dovremo paragonare se ne ponderiamo i sentimenti. Non t'arresti ad una sua sentenza che mostri un risoluto giudizio, un partito deciso, senza che altrove non t'imbatta nel preciso opposto: e viepiù nelle orazioni il calore del discorso o l'intento di piacere gli faceano mettere alle spalle la verità[65]. Sosteneva un assunto quando gli servisse, non rifuggendo dal sostenere il contrario quando meglio gli tornasse. Leva a cielo i poeti difendendo Archia? li vitupera nella Natura degli Dei: encomia i Peripatetici nella difesa di Cècina? li disapprova nel primo degli Uffizj: i viaggi di Pitagora e Platone trova stupendi nel quinto dei Fini, li trova sordidi nell'epistola a Celio: chiama povera la lingua latina in più luoghi, in più altri la fa più ricca della greca, anzi la greca accusa di povertà[66].

Riservandoci a parlare altrove de' suoi scritti filosofici, qui diremo come i segreti dell'arte sua esponesse in dettati di squisito sapore, rilevati da sali e grazie carissime. Chè la critica acquista dignità e grandezza in mano d'uomini i quali fanno scomparire la differenza fra l'arte del giudicare e il talento del comporre, portano una specie di creazione nell'esame del bello per genio istintivo, pare inventino allorchè non fanno che osservare, e possono dire — Son pittore anch'io». La pretensione di dar precetti sul modo d'adoprare ciò che più è personale all'uomo, la sua lingua, l'espressione degl'intimi sentimenti, sa di stolta o ridicola: eppure in Cicerone si leggono volentieri quelle regole, di necessità incomplete ma dedotte da lunga e splendida esperienza, e dall'abitudine di tener conto di tutte le ragioni del favellare, dalle più astruse fino alle minuzie materiali della dizione figurata e del ritmo oratorio. A questi attribuendo le vittorie sue o degli altri, volle analizzarli con una sottigliezza intempestiva, discutendo sul tono di voce conveniente al principio e al seguito dell'orazione, sul battersi o no la fronte, sullo scompor le chiome nel tergere il sudore, ed altre inezie che non tardarono a divenire principali.

Quei precetti intorno al simulare ciò che farebbe naturalmente chi esprimesse i proprj sentimenti, a noi, cambiata lingua e modi, riescono disutili; talvolta neppure intelligibili i suoi suggerimenti sulla disposizione delle parole, la consonanza dei membri, la distribuzione de' periodi, l'alternare delle sillabe lunghe e brevi, e finir col giambo piuttosto che collo spondeo; nè partecipiamo alla sua ammirazione pel dicorèo comprobavit: ma queste che a noi somigliano frivolezze, aveano somma importanza fra un popolo dove Gracco parlando alla tribuna faceasi dar l'intonazione da un flautista, e dove a una frase ben compassata di Marc'Antonio sorsero applausi fragorosi. Pure Cicerone fu appuntato di troppa arte nel contornare il periodo; e a noi stessi non isfugge quanto egli prediliga certe chiuse sonanti, e il frequente ritorno della cadenza esse videatur.

Sì gran maestro di tutti i secreti della parola, era argutissimo nel notare i meriti e i difetti degli emuli e de' predecessori suoi, che tutti superò. Contemporanei fiorirono Giulio Cesare, Giunio Bruto, Messala Corvino, Quinto Ortensio Ortalo. Quest'ultimo a diciannove anni (113-49) si mostrò al pubblico con un'arringa in favore degli Africani, e fu come un lavoro di Fidia che rapisce i suffragi degli spettatori al sol vederlo[67]. Memoria sfasciata, bel porgere, somma facilità il rendevano arbitro della tribuna, e facevano accorrere i famosi attori ad ascoltarlo, mentre la fluidità asiatica, l'ornamento, l'erudita accuratezza ne rendevano piacevole la lettura. Egli introdusse di dividere la materia in punti, e di riepilogare al fine; ottimo spediente a far bene abbracciar la causa e dar nerbo alle prove condensandole. Nulla di lui ci rimane, ma sappiamo che nessuno de' coetanei potè reggergli a paro, fin quando non rallentossi e sviò dal fôro per viver bene e placidamente in compagnia di letterati, fra magnificenza di case e giardini e vivaj di pesci squisiti. Sacrificò anche al suo secolo collo scrivere versi licenziosi; patteggiò con Silla, e si oppose a coloro che, distruggendone le leggi, spianavansi la via alla potenza; contraddisse a Pompeo quando rintegrò la potestà tribunizia e quando chiedeva missioni straordinarie; fece condannare Opimio già tribuno; e torna a suo onore l'essersi conservato amico di Cicerone, benchè di parte opposta ed emulo, e l'averlo a capo de' cavalieri protetto in giudizio.

L'eloquenza politica non era però la principale e più studiata in Roma; e Cicerone stesso, re della tribuna, la riguarda come un trastullo a petto alla giudiziale. In questa di fatto si trattava di render flessibile la rigida formola e il testo letterale delle leggi; vi si mescevano le passioni politiche; destavano commozione lo squallore del reo, i gemiti della famiglia, le suppliche dei clienti; sicchè era una delle più ghiotte curiosità l'osservare il modo con cui l'oratore saprebbe a tutto questo far prevalere la giustizia e la propria opinione.

Perocchè l'arte dell'avvocato non limitavasi, come dovrebbe, a scoprire la ragione e dimostrarla; bensì a far parere tale ciò che non è, sparger veleno e sarcasmi sopra atti incolpevoli, ad un racconto ingenuo tramezzar bugie e calunnie, sapere colla ironia sostenersi ove non si potrebbe cogli argomenti, affettar gravità e morale nell'enunziare dogmi machiavellici, profondere la beffa sull'avversario, solleticare la vanità, la paura, l'interesse, l'invidia......; arti che possono vedersi analizzate con compiacenza da Marco Tullio. Il quale pure scrisse una Topica, indicando i luoghi comuni da cui desumere le ragioni; perocchè il trovare argomenti doveva essere speciale magistero là dove l'eloquenza mirava meno a chiarir la verità, che a far trionfare una parte, una causa, un uomo.

Educatosi nelle arti giuridiche sotto Lucio Licinio Crasso, gran sostenitore del senato, Cicerone non sciorinò bandiera, ma velando il suo modo di pensare, si bilicò in quel giusto mezzo, che porta innanzi, sebben non porti alla sommità. Un liberto di Silla volea far reo di morte Roscio Amerino, per gola di spogliarlo; e Cicerone, già l'accennammo, ne assunse il patrocinio: e sebbene in questo caso nessun pericolo corresse, e blandisse moderatamente il dittatore apponendo alle troppe sue occupazioni se lasciava prevaricare i dipendenti suoi, piacque però il veder un giovane alzarsi in favore dell'umanità che sì rado trovava campioni, e rinfacciare l'iniquità a coloro che fecero loro pro della proscrizione, e che trionfavano, beati di ville suburbane, di case adorne con vasi di Corinto e di Delo, con uno scaldavivande che valeva quanto una possessione, con argenterie e tappeti e pitture e statue e marmi, oltre una masnada di cuochi, di fornaj, di lettighieri; piacque l'udirgli dire: — Tutti costoro che vedete assistere a questa causa, reputano che si deva riparare tale soperchieria: ripararla essi non osano per la nequizia dei tempi».

Del resto Cicerone oggi lo qualificheremmo per un conservatore, un dottrinario: eclettico in filosofia, adotta i nuovi concetti morali che si faceano strada traverso alla rigidezza del prisco sistema giuridico; ride degli auguri, egli augure; esercita l'umor suo gioviale alle spalle de' giureconsulti, aggrappati alle formole, e superstiziosi delle sillabe, dei riti, delle azioni, delle finzioni arbitrarie[68]; antepone l'equità allo stretto diritto, e doversi cercare le vere norme, non nelle XII Tavole, ma nella ragione suprema scolpita nella nostra natura immutabile, eterna, da cui il senato non può dispensare, e che fu da Dio concepita, discussa, pubblicata[69].

Benchè Cicerone versasse l'intera vita negli affari, nulla di nuovo produsse circa a cose dello Stato e alle leggi; e il patriotismo gli toglieva di stimare al giusto gli istituti nazionali al paragone degli stranieri. Nelle Leggi non sa che ammirare le antiche consuetudini romane. Nella Repubblica vanta di dir cose attinte dalla propria esperienza e dalle tradizioni degli avi, e superiori buon tratto a quanto dissero i Greci[70]: eppure non sa far di meglio che tradurre il sesto libro delle storie di Polibio, ove è divisata la costituzione romana; anzichè risalire alle fonti del diritto, accetta il fatto, dando per modello la romana repubblica, blandendola più che non paressero dover consentirglielo i mali di cui era testimonio, e dei quali non ravvisava la ragione nè i rimedj. Fra le costituzioni pospone la democratica, perchè alle persone illustri non dà che una più elevata dignità; e preferisce la monarchia che la turba delle passioni allivella sotto una ragione unica; ma conchiude per un misto delle tre forme[71]. Siffatta gli è d'avviso che sia la repubblica romana, coll'elemento monarchico ne' consoli, l'aristocratico nel senato, il democratico ne' tribuni e nelle adunanze. Ma il potere del popolo vorrebb'egli restringere, e dà consigli sul modo di riconoscergli una libertà apparente, levandogli in effetto il potere.

Appassionato della gloria di Roma e della propria, se era molto acconcio a trattare locali interessi, non comprendeva le quistioni vitali dello Stato, che erano l'assimilazione delle provincie e l'accomunar le franchigie cittadine: e uom di temperamenti e del bene possibile, irresoluto perchè il suo buon senso gli mostra tutte le difficoltà e lo rattiene dagli eccessi, fra i pochi che riescono al despotismo e la folla che trae all'anarchia tende a frapporre una classe media, credendola unica salvaguardia all'integrità della costituzione, e a togliere pretesto alle lotte fra patrizj e plebej, fra provinciali e romani, fra i vincitori e i vinti della guerra civile. Quest'interesse per la classe di cui erasi costituito patrono, è il lato più costante e meglio appariscente del suo carattere; a quel divisamente politico mai non avendo fallito neppur quando sbagliò di mezzi; nè, come il suo Pompeo, se ne lasciò sviare dalla speranza illegittima di ergersi superiore alle leggi, che applicava e difendeva.

Un uomo così eloquente e così popolare parve al Magno Pompeo opportunissimo a ferire l'aristocrazia, e gli porse il destro d'offrire a noi posteri il quadro più parlante della corruzione d'allora.

Cajo Licinio Verre senatore, amico dei Metelli e degli Scipioni, spende la giovinezza nei bagordi; questore di Carbone nella guerra civile, diserta al nemico colla cassa; luogotenente di Dolabella contro i pirati, pirateggia egli medesimo, e la dà per mezzo alle peggiori scelleraggini. Raccoltele tutte in un libello, Scauro gliele presenta, minacciando richiederlo in criminale se non gli rivela per filo le colpe e mancanze di Dolabella: e Verre tradisce il suo capo, anzi sta in giudizio contro di esso. A Scio, a Tenedo, a Delo, ad Alicarnasso ruba le più belle statue: da' Milesj chiede a prestanza una nave, e avuta la migliore, la vende e se ne tiene il prezzo. A Lampsaco invaghitosi della figlia di Filodamo, ordina ai littori di conciargliela; ma i fratelli e il padre repulsano quella brutale violenza; ne nasce un parapiglia, che a gran fatica è calmato dai cavalieri e negozianti romani: poco dopo Verre cita Filodamo al suo tribunale, e il dimostra reo di morte. Venuto a Roma pretore, lasciasi governare da Chelidone cortigiana greca e da un favorito, che fanno traffico delle sentenze di esso. Qual dovea riuscire mandato pretore, cioè arbitro nella Sicilia?

A malgrado di tanti danni, quell'isola era tuttavia il fiore delle provincie. Prima ad infondere ai Romani il gusto del comandare ad altre genti[72], coi porti e colle vettovaglie sue aveva agevolato la conquista dell'Africa, onde Publio Scipione Africano in ricompensa le avea restituito le spoglie rubatele dai Cartaginesi. Il commercio la stringeva agl'Italici: ricchi e industriosi terrazzani prendevano a fitto estesissimi poderi, e v'impiegavano a gran vantaggio grossi capitali. Roma la guardava come suo granajo, e nella guerra Sociale ne trasse tele, frumento, cuoj, oltre mantenerle, vestirle, armarle eserciti. In paese così portuoso talmente fruttava l'un per venti delle merci importate, che dal solo porto di Siracusa in pochi mesi Verre ricavò dodici milioni di sesterzj[73]. Che ghiotto boccone alla gola de' magistrati romani! che bell'arricchirsi in provincia tanto ubertosa, e per soprappiù così vicina da potere considerarsi un suburbano di Roma! Ma quel paese che aveva avuto una letteratura emula della greca, medici e naturalisti insigni, filosofi, matematici, artisti, tutto avea perduto coll'indipendenza; e dimentiche le antiche grandezze, era caduto in quel fondo di oppressione, dove nè tampoco rimane il coraggio di querelarsi e la forza di fremere[74].

Verre, ottenutone il governo (73-71), se la gratificò collo sterminare le reliquie dell'esercito di Sertorio che cercavano un asilo e da vivere in quell'isola; poi sbrigliatosi ad ogni peggior talento, le nocque più che la guerra cartaginese o le servili. Calpestate e le leggi romane e le paesane consuetudini, in quei tre anni fece traboccare a sua voglia le bilancie della giustizia: egli cavillava ogni testamento finchè nol si satollasse di denaro; egli obbligava i contadini a contribuire più di quello che raccoglievano, talchè molti campi rimasero abbandonati; egli saccheggiava città, o le obbligava a mantenere le sue bagascie; egli assoldava accusatori, citava, esaminava, sentenziava. Possessi aviti furono aggiudicati altrui; cassati testamenti e contratti; alterato il calendario per vantaggiare gli appaltatori[75]; fedelissimi amici condannati come avversarj; cittadini romani messi alla tortura, o mandati al supplizio; gran ribaldi assolti per denaro; onestissime persone accagionate assenti, e condannate; porti e città dischiuse ai pirati; uccisi i capitani, le cui squadre s'erano lasciate vincere perchè egli tardava le paghe; perdute o vendute ignominiosamente opportunissime flotte; e tiriamo un velo sulle violenze al pudore.

I Romani mai non mostrarono nè disinteressato culto nè retto gusto per le belle arti[76]; però dalle grosse somme che costavano agli amatori, e dal dispiacere che le città greche palesavano al vederseli rapiti, avevano imparato ad apprezzare i capi d'arte, a crederli un glorioso trofeo nella città, un signorile ornamento ne' palagi. Pisone proconsole dell'Acaja (per tacere le imposte gravezze, le prepotenze, le libidini, a cui matrone e vergini non si sottrassero che gettandosi nei pozzi) spogliò Bisanzio delle moltissime statue, conservatevi gelosamente anche in mezzo ai pericoli della guerra mitradatica; e da ogni tempio, da ogni sacro bosco della Grecia tolse simulacri ed ornamenti[77]. Mummio fece altrettanto a Corinto; Paolo Emilio nella Macedonia e nell'Acaja.

Ricchissima di capolavori era la Sicilia, greca ella stessa e forse maestra alla Grecia, corte di re possenti e generosi, e madre di segnalati artisti. Parve dunque a Verre d'avere un bel destro onde radunarsi una galleria che non iscapitasse dalle più vantate di Roma; e già prima di porvi piede s'era informato ove giacessero i capi più stimabili; indi, o a prezzi determinati da lui medesimo, o più sovente colla frode e colla violenza, ne spogliò il paese. — Prima della costui pretura (dice Cicerone), in Sicilia non v'avea casa per poco doviziosa, dove, se anche altro argento non si trovava, mancassero questi capi, cioè un grande vassojo con figure e intagli di divinità, una patera da servirsene le donne ne' riti sacri, un turibolo, e tutti di lavoro antico e di squisito artifizio: onde si può argomentare che un tempo i Siciliani anche delle altre cose tenessero in proporzione; e sebbene la fortuna ne avesse rapite di molte, pur conservassero quelle che appartenevano alla religione.

A tutti Verre fe togliere le incrostature, gli emblemi, i lavori fini; poi da cesellatori e vasaj, che aveva in abbondanza, per sei mesi fabbricare vasi d'oro, e in essi incastrare i pezzi levati ai turiboli e alle patere, in maniera che sembrassero fatti apposta. — In quella sì antica provincia (parla ancor Cicerone), di tante città, tante famiglie, tante ricchezze, v'assicuro a stretta precisione di termini, non esser vaso d'argento di Corinto o Delo, non gemme, non lavoro d'oro o d'avorio, statuette di bronzo, di marmo o d'altro, non pittura o in tavola o in tessuto, ch'egli non abbia esaminata per portarne via quel che gli garbasse. Siracusa perdette più statue allora, che non uomini nell'assedio di Marcello»[78].

Anche su altre preziosità spingevasi la sua ingordigia, tappezzerie ricamate d'oro, ricche bardature da cavallo, vasi probabilmente di quelli che noi chiamiamo etruschi, tavole grandiose di cedro[79]; e poichè in Sicilia abbondavano fabbriche di tele e d'arazzi, e tinture di porpora, esso le obbligava a lavorare per suo conto. Riceve una lettera coll'impronta d'un bel suggello, e manda di presente pel possessore, e ne vuole l'anello. Antioco, figlio del re di Siria, dirigendosi a Roma per sollecitare l'amicizia del senato, recava per donare a Giove Capitolino un candelabro, degno per arte e per ricchezza del posto cui era destinato e alla suntuosità del donatore. Fermatosi il principe in Sicilia, Verre l'invita a cena, sfoggiando una magnificenza reale; e Antioco in ricambio invita il pretore, e ostenta le splendidezze asiatiche che seco traeva, vasellame di metallo fino, una coppa stragrande d'una gemma sola, una guastada col manubrio d'oro. E Verre a maneggiare e lodar que' lavori, e prega il re voglia prestarglieli da mostrare agli orefici suoi. Antioco il compiace senza un sospetto, non sa tampoco negargli quell'insigne candelabro che con gelosia custodiva: ma quando si tratta di restituirli, il pretore lo rimanda d'oggi in domani, poi glieli chiede sfacciatamente in dono; e perchè il principe ricusa, Verre talmente insiste, che Antioco per istracco gli dice: — Tenetevi pure il restante, ma restituitemi il dono destinato al popolo romano». Ma Verre garbuglia non so quali pretesti, e gl'intima che esca dalla provincia avanti notte.

Veneravasi a Segesta una Diana bellissima, rapita già dai Cartaginesi, ricuperata da Scipione. Verre ne pigliò vaghezza, la chiese, e ricusato, vessò gli abitanti e i magistrati fino a impedirne i mercati e i viveri; ond'essi pel minor male dovettero acconsentire che se la prendesse. Con tal devozione però era guardata, che nessuno a Segesta, libero o schiavo, cittadino o forestiero, avrebbe osato porvi mano; onde Verre chiamò dal Lilibeo operaj stranieri, che ignari della venerazione, a prezzo la trasportarono. Che fremito degli uomini! che pianger delle donne! che desolarsi de' sacerdoti! la spargeano d'unguenti, la cingevano di corone, l'accompagnavano con profumi sino al confine; e poichè non cessavano di querelare fosse rimasto solo il piedestallo con iscritto il nome di Scipione, Verre ordinò di portar via anche quello. Più sacra a tutta l'isola era la statua di Cerere in Enna, la dea dirozzatrice della Sicilia, e che in quei campi appunto avea visto rapirsi dal dio Plutone la figlia Proserpina. Che monta? il pretore se la tolse, e agli oppressi insultava col volerli plaudenti; e alla festa con cui commemoravasi la presa di Siracusa per opera di Marcello, ne fece sostituir una al proprio nome.

Tanto permettevasi un pretore in sì breve tempo, e alle porte di Roma; ed ogni anno spediva due navi di spoglie, e si vantava — Ho rubato tanto, che non posso più venir condannato». I Siciliani non osavano richiamarsene direttamente al senato (70), e si raccomandarono a Cicerone, che nell'isola loro avea lasciato buon nome quando vi fu questore al Lilibeo; ma anche dopo insinuata l'accusa, pretori e littori minacciavano chi venisse a riferire, impedivano i testimonj. Non ostante ciò, non ostante che Verre fosse protetto da amici ragguardevoli, e patrocinato dal celebre Ortensio, dai cavilli forensi e dall'onnipotenza dell'oro, pel quale potè far prorogare i dibattimenti fin all'anno seguente, quando era console Ortensio, pretore Metello (69), Cicerone ne assunse l'accusa a preghiera de' Siracusani e de' Messinesi, e assicurato di protezione da Pompeo; girò l'isola a raccorre testimonianze; presentò il libello, facendovi pompa di tutta l'eloquenza e sonorità sua; e più che colle miserie de' Siciliani egli destava il fremito col dipingere come Verre avesse osato di far battere colle verghe nel fôro di Messina un cittadino romano[80]. Tutti inorridivano a tanto eccesso, senza riflettere alle migliaja che giacevano stivati negli ergastoli, sferzati a morte dal capriccio dei padroni o dall'arbitrio dei custodi: — ma costoro non erano cittadini; eran uomini solamente.

Anzi nell'orazione stessa Cicerone narra siccome, essendo pretore in Sicilia Lucio Domizio, uno schiavo uccise un cinghiale d'enorme grossezza; onde il pretore desiderò vedere quell'uomo destro e forzuto. Ma come intese che uno spiedo gli era bastato a quel colpo, non che lodarlo, ne prese tale sospetto, che il fece crocifiggere, sotto il crudele pretesto che agli schiavi era proibito usar arma qualunque. Cicerone lo racconta freddamente; e conchiude: — Ciò potrà parer severo; io non dico nè sì nè no».

E del disprezzo che s'avea per ciò che romano non fosse è grand'indizio la causa stessa che esponiamo. Il senato scorgeva in essa la propria condanna, laonde pensò prevenire lo scandalo che ne sarebbe venuto dalla pubblicità dei rostri; e prima che Cicerone avesse compito il suo libello, condannò Verre all'esiglio, ed a restituire non più di quarantacinque milioni di sesterzj ai Siciliani, che ne avevano domandati cento. Le arringhe girarono manoscritte, e restano a provare le trascendenze dell'aristocrazia, e giustificare l'odio che nelle provincie si portava a questi luogotenenti di Roma. Con una franchezza, di cui vogliamo fargli merito per quanto spalleggiato, Tullio rivelò una folla d'altre prevaricazioni de' nobili che aveano secondato Verre, talchè dava di colpo a tutta l'aristocrazia, la quale riconoscea se stessa in qualcuno almeno de' lineamenti attribuiti a Verre; dimostrava quanto danno derivasse dal lasciar i giudizj in arbitrio del senato; ed elevando la giudiziaria a questione politica, diceva: — La mano degli Dei suscitò questo gran processo per porgervi il destro di cancellare le disonorevoli taccie apposte a voi e alla giustizia romana: chè ogni giorno più si diffonde la voce che nei vostri tribunali mai non possa aver torto il ricco colpevole. Pompeo v'ha detto alle porte della città, Le provincie sono messe a sacco, la giustizia all'incanto; bisogna riparo a questi scompigli. Sì, bisogna; e l'anno venturo quand'io sarò edile, vi porrò sott'occhi con prove irrefragabili la lunga tela degli orrori e delle infamie commesse in questo decennio dai tribunali affidati al senato. Sinchè la forza ve la costrinse, Roma soffrì il despotismo vostro, degno di re; ma dacchè il tribunato recuperò i suoi diritti, intendetela bene, il vostro regno è finito».

In fatti Pompeo riuscì ad ottenere, rinnovando la legge Plauzia, che le funzioni giudiziarie fossero ripartite fra i senatori, i cavalieri e i tribuni del tesoro, restando così annichilata l'opera di Silla. Da quel momento i cavalieri acquistarono vera importanza nella repubblica, annodatisi attorno a Pompeo e Cicerone.

CAPITOLO XXIV.
Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina.

I ripetuti esempj di potere illimitato sfioravano le gelose attrattive della libertà, e rendevano temerarj i soldati, e ligi ai capi che per molti anni gli avevano condotti al trionfo. I quali a vicenda, ne' lunghi comandi disavvezzatisi da ogni subordinazione, trovavansi anche nella pace altrettanti satelliti quanti aveano antichi uffiziali; sicchè i comizj presero aria d'un campo di battaglia, gli stessi amici dell'ordine tendeano ai loro fini collo scompiglio, e tutto riducevasi a governo personale.

Cajo Cornelio tribuno (67) propone di reprimere le usure de' governanti, e le dispense che da alcuni senatori vendevansi dall'osservar le leggi: il console Calpurnio Pisone gliel contrasta; e contro la tumultuante folla manda i littori, ma li vede respinti a sassate e rotti i loro fasci. Cornelio propone di punir le brighe che si fanno pei candidati; e Pisone, con artifizio non mai disimparato, lo sorpassa, aggiungendo che chi fa broglio sia espulso dal senato, escluso dalle cariche, multato. Cornelio, che non vuole lasciarsi vincere in popolarità, eccita nuova sommossa, fa cacciar Pisone dal fôro, e questo si circonda d'amici, e a forza fa passare la sua legge. Quando Cornelio scade, viene accusato di non avere tenuto conto del veto de' colleghi; ma Cajo Manilio, amico di Pompeo, compare con un pugno di bravi, e minacciando morte dissipa gli accusatori. Tali erano divenuti i comizj.

Quel gran nome di Roma, nel quale si congiungevano patrizj e plebei alla gloria comune, perdeva il fascino da che Mario e Silla avevano condotto i cittadini gli uni a guerreggiare gli altri; e le nimicizie suggellate col sangue faceano riguardare ciascuno, non come membro della stessa repubblica, ma come congiurato d'una fazione. Nelle lunghe guerre la plebe erasi educata alla licenza, al lusso, al furto; tornando satolla di preda, profondea colla spensierata prodigalità di chi acquistò senza fatica; poi trovandosi risospinta nella pristina povertà, maggiormente sentiva le privazioni, guatava con invidia i ricchi, e ribramava guerre e tumulti e torbido in cui pescare, inabile del pari e a possedere e a soffrire chi possedeva.

Nessun fatto rivela tanto la condizione sociale d'un paese quanto le leggi e le consuetudini che regolano la proprietà; onde non ci sarà apposto il tornarvi spesso, massime da chi badi ai germi che or vanno crescendo.

Chiunque conosce che la possidenza è la base materiale della società, come base morale n'è la famiglia, non potrà non meravigliarsi della poca stabilità che ebbe fra gli antichi, e sin fra i Romani. Piuttosto che un diritto naturale, consideravasi come una conseguenza di formole religiose o legali, subordinata poi sempre all'alto dominio dello Stato. La delimitazione dell'augure segnava i confini di ciascun fondo; l'ara o le tombe lo consacravano: talchè al dileguarsi del sentimento religioso diminuivasi la sicurezza della proprietà. Divenuta legale, restava all'arbitrio de' legislatori o de' violenti, e trenta volte noi la vedemmo rimpastata, ora con parziali confische, ora colle spropriazioni in cumulo, or colle proscrizioni, colle colonie, colle distribuzioni ai veterani. Soltanto col cristianesimo il sentimento di giustizia dovea diventare una potenza, bastante a difendere la proprietà.

Al tempo di Cicerone, la guerra civile, le proscrizioni, l'abolizione de' debiti aveano mutato violentemente il padrone a tutti i campi, non però il modo di possesso: come già si soleva nelle conquiste esterne, il vincitore sottentrava al vinto coi diritti medesimi, senza che della plebe restasse migliorata la condizione, non onorato il lavoro, non aperte vie onorevoli al guadagno. Se non che il possesso non fondavasi quasi su altro che sull'ingiustizia, sull'usurpazione, sulla denunzia, sull'assassinio. La campagna d'Asia introdusse un lusso corruttore, che si manteneva od emulava coll'opprimere i poveri ed espilare le provincie. La venalità delle magistrature costringeva i nobili a caricarsi di debiti per ottenerle, indi rifarsene come potevano nelle provincie o ne' tribunali.

Gl'Italiani, sbalzati dalle glebe avite, poi ridotti al nulla da Silla, erravano mendicando pei campi posseduti dai loro padri; mentre nei monti appiattavansi o pastori sottrattisi cogli armenti ai loro padroni, o gladiatori fuggiaschi, pronti a vendere un coraggio disperato; i meno arrabbiati affluivano a Roma per godervi il privilegio di vendere il voto e vivere di donativi. Il paese dei Volsci, donde vedemmo uscire eserciti così numerosi, non trovavasi più popolato che da schiavi dei Romani e da guarnigioni: altrettanto quello degli Equi, il Sannio, la Lucania, il Bruzio[81].

Mal si presumerebbe che le tante colonie ripopolassero l'Italia. Quel nome era accettato da alcuni municipj per mera adulazione o per assomigliare alla metropoli[82], senza in effetto ricevere nè immigrazione, nè coloni: se li ricevevano, era la poveraglia più sconcia di Roma, la quale aveva tumultuato per ottenere la legge agraria e i campi, ma ricusava la fatica necessaria a prosperarli; onde, appena condotta su questi, rimpiangeva l'ozio voluttuoso e pasciuto della città, e vendendo per poco denaro il terreno ottenuto, ritornava alla fastosa sua miseria. Altrettanto accadeva dei veterani, cui in benemerenza si concedeva, non il soperchio delle sterminate tenute dei ricchi, secondo l'intento dei Gracchi, ma di cacciare il laborioso campagnuolo, per sedersi sulla sua vigna, nel suo letto. Quivi in brev'ora scialacquato il facile acquisto, e impegnato il campo agli usuraj, tornavano a Roma a chieder armi, sommosse, proscrizioni.

A chi rimaneva ed avesse capitali riusciva dunque agevole accumulare smisurati tenimenti, sperdendo la classe più attuosa, quella dei rustici liberi e dei piccoli proprietarj: i terreni che non lasciaronsi sodi, vennero uniti in latifondi, e retaggio di un privato diventavano contrade, che due secoli prima aveano dato materia al trionfo d'un generale[83]. Cavalieri e senatori dagli estesissimi loro poderi procuravano ritrarre la maggior rendita colla minore spesa convertendoli in prati, alla cui coltura bastavano assai minori braccia che non alla semente.

Travolte le fortune, rotte le tradizioni, incitate la cupidigia e le speranze, purchè si alzasse una bandiera, certo le correrebbe dietro una moltitudine volonterosa di sovvertire l'ordine presente, senza curarsi quale sarebbe a sostituirvi. Ma voleasi estirpare il male? non era possibile se non collo scompigliare di ricapo le proprietà, portare su nuove tavole di proscrizione quelli che delle prime aveano vantaggiato, sbrigliare la vendetta, inondar l'Italia di sangue. Ma poi, spropriati gl'ingiusti possessori, a chi rendere i terreni? la guerra, la proscrizione, la miseria aveano od uccisi o fatto dimenticare i primitivi proprietarj, che stivati negli insalubri tugurj di Roma, baccaneggiavano nel fôro, vivacchiavano delle largizioni pubbliche, o al più faceano sonare qualche debole ed isolato lamento contro la forza, che eransi assuefatti a riguardare come diritto.

Vedevasi dunque l'abisso, ma non come colmarlo. Il tribuno Rullo Servilio, stimolato da Cesare, pensò almeno un palliativo (63), proponendo leggi agrarie modellate sulle precedenti. Decemviri, nominati non da tutte e trentacinque tribù, ma da sole diciassette, tratte a sorte come si soleva nella elezione de' pontefici e degli auguri, doveano vendere i possessi pubblici in Italia, e fuori d'Italia quelli conquistati dopo il primo consolato di Silla; le gabelle di essi mettevansi all'incanto, per ottenere subito un capitale, con cui si comprassero campi in Italia da piantarvi colonie e ripristinare le proprietà minute. Quasi un compenso, egli dichiarava legittime le vendite di possessi pubblici fatte dopo l'82, cioè le Sillane, ed anche le usurpazioni.

Sbigottirono i ricchi al pensare che le proprietà loro dovessero passare alla rassegna del rappresentante del popolo; sbigottirono di questo smisurato potere affidato ai dieci, che col sovvertimento delle fortune avrebbero potuto anche mutar lo Stato. Onde a Cicerone, che mercè de' cavalieri era divenuto console e attorno al quale si stringevano i ricchi[84], affidarono l'incarico di dissuadere la legge. Ed egli, benchè nell'accettare la suprema magistratura avesse professato voler essere console popolare, adoprò quella sua eloquenza tutta di passione a combattere Rullo; con arte da retore mettendo in giuoco tutti i sotterfugi e i pregiudizj, confuse le proposizioni, riducendole continuamente a quistioni di persone; lusingò il vulgo col chiamare i Gracchi chiarissimi, ingegnosissimi, amantissimi della romana plebe, che coi consigli, la sapienza, le leggi assodarono tante parti della repubblica[85]; blandì la boria nazionale col magnificare la repubblica, ma soggiungeva: — Quando mai s'era veduta questa comprar a denaro lo spazio ove stabilire colonie? sarebbe degno di sì gran madre il trapiantare i suoi figliuoli sopra terre acquistate altrimenti che colla legittimità della spada? distribuire le terre, state teatro di gloriose vittorie? e i campi, da cui proveniva il grano da dispensare al sacro popolo?[86]. Popolare son io al certo, stratto da gente nuova, non appoggiato d'aderenze: ma la popolarità non consiste nel sommovere con larghe promesse; bensì la pace, la libertà, il riposo sono i beni inestimabili che io voglio far godere al popolo. Cotesto Rullo, orrido e truce tribuno, a pezza lontano dall'equità e dalla continenza di Tiberio Gracco, che cosa pretende colla legge agraria? gettare in gola alla plebe i campi per depredarne la libertà, arricchire i privati spogliando il pubblico. I decemviri restano convertiti (quale orrore!) in dieci re, che una nuova Roma meditano erigere in Capua, in quella Capua la quale già un tempo aveva osato chiedere che uno dei consoli fosse campano, e che lieta di posizione e di territorio, si fa beffe di Roma, piantata in monti e valli, trista di vie, con angusti sentieri, con povera campagna». Così solleticando tutti i pregiudizj, Cicerone vinse la causa: ma la sua popolarità ne rimase scossa.

Un altro tribuno Roscio Otone propose, ai cavalieri si assegnasse posto distinto ne' giuochi. Ma ne spiacque talmente ai plebei, che dai fischi si stava per venire ad aperta sommossa, quando Cicerone ricomparve alla ringhiera, e sì ben parlò, sì bene confuse l'ignoranza della ciurma, la quale osava fare schiamazzo fin mentre il gran comico Roscio recitava[87], che il popolo s'inghiottì la legge di Otone.

Cajo Rabirio, fazioniere di Silla, quarant'anni prima aveva ucciso il tribuno Lucio Apulejo Saturnino, allorchè i cittadini in massa furono chiamati dal senato a prendere le armi per Mario e Flacco. Contro di lui, or vecchio e senatore, Giulio Cesare per mezzo di Tito Labieno portò un'accusa, dove si trattava nulla meno che di sminuire al senato il diritto d'affidare la plenipotenza ai consoli, d'avere cioè arbitrio sulle vite persino dei tribuni, la cui opposizione cessava al bandirsi della legge marziale. Cavalieri e senatori, avvedutisi del pericolo comune, pagarono Cicerone per difendere l'imputato: ma l'eloquenza di lui, l'orrore che sparse contro i sommovitori della pubblica quiete, le lodi che profuse a Mario «padre e salvator della patria, vero procreatore della libertà e della repubblica», nol salvarono dai fischi della moltitudine, esaltata dall'effigie di Saturnino esposta sulla ringhiera; nè il reo avrebbe sfuggito la condanna di perduellione, che portava il supplizio della croce, se non soccorreva uno spediente legale. Quando la repubblica romana estendevasi poche miglia, sul Gianicolo teneasi elevata la bandiera bianca, e se mai il nemico s'accostasse, veniva abbassata, e subito ognuno era obbligato lasciar le adunanze e il fôro per correre a difender la patria. Da secoli la cosa avea perduto senso, pur rispettavasi ancora l'avita usanza, e il vessillo bianco rimanea sciorinato quanto duravano le popolari votazioni del campo Marzio. Adunque il pretore Metello Celere andò a strapparlo, e bastò perchè si dichiarasse sciolta l'assemblea, e sospeso il voto di condanna. Ma bastava pure perchè i senatori s'accorgessero di non essere più sicuri sulle loro sedie curuli.

Dei cavalieri aveva ottimamente meritato Cicerone, perseverando nell'attribuire importanza a quell'Ordine; e portato console, li costituì veramente come una classe media fra i senatori e la plebe. Essi in ricambio lo spalleggiavano, mentre il popolo a cotesto signor degli affetti cedeva i proprj comodi, i piaceri, fin le vendette. I figliuoli de' proscritti, che per le leggi sillane rimanevano non solo spogli della proprietà, ma esclusi dal senato e dai pubblici onori, si arrabattavano per far derogare l'iniquo castigo. Domanda giusta quanto moderata: ma Cicerone vi si oppose a titolo di convenienza, col mostrare che fosse inopportuno il ringagliardire la parte soccombuta, la quale per prima cosa avrebbe pensato alla vendetta, poi a nuove spropriazioni: d'altra parte, se si dessero impieghi a gente, onorevole per certo e degna, ma impoverita, non era probabile che se ne volesse rifare?[88]. Con uno sfoggio di stile, che forse niun'altra volta mai tanto artifiziò, insinuava ai soffrenti la necessità di soffrire pel comune vantaggio; pazientassero un'ingiuria utile alla repubblica, la quale avendo avuto e quiete e sistemazione dai decreti di Silla, sarebbe sommossa all'infirmarsi di quelli. Anche questa volta trionfò l'eloquenza, e gli arricchiti dalle confische di Silla deposero la paura di vedersi spogliati: e lascisi pure che Roma brontoli contro Tullio, fautore dei sette tiranni, come chiamavano quelli che più s'erano impinguati nelle preterite vicende, e che erano i due Luculli, Crasso, Ortensio, Metello, Filippo, e quel Catulo che fu uno degli ultimi conservatori romani di vigorosa indipendenza.

Se dunque passiamo in rassegna i partiti d'allora, ecco da un lato alquante famiglie primarie che aveano tratto a sè il maneggio del senato e della repubblica, appoggiandosi a Pompeo Magno, mentre il grosso dei senatori volea avervi altrettanta parte; sicchè l'aristocrazia medesima trovavasi divisa tra sè, e ognuno aspirava a turbar la repubblica, piuttosto che rimanere in grado inferiore[89]. Rappresentante di tale partito era Licinio Crasso, mentre i perseguitati da Silla, devoti al nome di Mario, rannodavansi a Giulio Cesare, ambizioso di ben altra levatura, che ascondevasi ancora, ma in cui per istinto gli aristocratici indovinavano il loro gran nemico. Restava quel morbo postumo di tutte le guerre, gli spadaccini, che sprezzano gli uomini di toga o di lettere, e non ribramano se non le occasioni di menar di nuovo le mani; e ognuno può ricordarsi d'aver veduto costoro darsi aria di generosità, e in loro mettere speranza e a loro aggregarsi una gioventù liberale, che vulgarmente ripone l'onore nel coraggio, e che aspira al mutamento qualunque sia e dovunque venga.

Ed opportunissimi erano in fatto a chi per via della sommossa e degli assassinj politici pensasse tentar le riforme, siccome fece Lucio Catilina. Usciva dall'illustre gente Sergia, la quale pretendeva derivare da Sergesto compagno d'Enea[90], ed aveva ricevuto onore da Marco Sergio, che perduta in guerra la mano destra, se ne fece far una di ferro, e seguitò a combattere per quattro campagne; ventitre volte fu ferito; preso da Annibale due volte, due volte fuggì di prigione, dopo rimasto in catene venti mesi; allargò l'assedio di Cremona, difese Piacenza, prese dodici campi di nemici nella Gallia: i quali meriti ed altri molti annovera egli stesso in un'orazione recitata quando i pretori suoi colleghi voleano escluderlo dai sacrifizj come infermo[91]. Catilina senatore, colto, educato, destro negli affari, di seducenti maniere, franco parlatore, largo del suo, ingordo dell'altrui, simulatore e dissimulatore, pronto in parole e in metterle ad effetto, versatile ne' mezzi, ambiva alle cose; serviziato cogli amici, s'avea bisogno di un cavallo? d'armi? di disporre giuochi gladiatori? bastava ricorrere a lui; a lui per eludere l'oculatezza d'un padre, la severità d'un giudice, le persecuzioni d'un creditore; a lui per comprare voti ne' comizj, testimonj falsi ne' tribunali, assassini prezzolati. Queste erano le arti con cui uno poteva a Roma acquistarsi reputazione e clientela, quanto oggi si ottiene colla virtù, coll'onoratezza, o colle loro apparenze. Del resto biscazziere, gozzoviglione, di rotti costumi, nella prima gioventù innamoratosi d'Aurelia Orestilla, vedova bella e null'altro, per farla sua tolse di mezzo un figliastro; più tardi sposò una fanciulla generatagli da essa; corruppe una Vestale, cognata di Cicerone.

Al tempo di Silla erasi segnalato per ferocia nell'eseguirne e trascenderne i comandi (pag. 70), e per tali vie attinse le primarie dignità: questore, luogotenente in molte guerre, alfine pretore in Africa, ivi commise tali vessazioni, che una deputazione fu spedita a richiamarsene in senato, alla quale poco mancò non fosse resa giustizia. Alle sue prodigalità non bastando le concussioni, affogava nei debiti; e non sentendosi bastante potenza nè ricchezza per far dimenticare gli assassinj e gl'incesti passati, cercava modo di capovoltare la repubblica per erigersi sopra le ruine, e gliene davano lusinga quelle cose in aria e la facile riuscita di Silla.

Col largheggiare ai bisognosi, col prestar denaro, favore, e all'uopo il braccio e il delitto, erasi assicurato uno stormo d'amici, alcuni buoni, allettati da certe apparenze di virtù; i più, fradici nel vizio, strangolati dal bisogno, sospinti da ambizione o avarizia; veterani di Silla, che avevano sciupato facilmente i facili guadagni; figliuoli di famiglia, che in erba s'erano mangiata l'eredità; Italiani spossessati, provinciali falliti, gente consueta a vendere la testimonianza e la firma ne' giudizj e ne' testamenti, la mano nelle schermaglie civili, e che guatavano ai ricchi, ed aspettavano solo il destro di far suo l'altrui. Tra siffatti, Catilina primeggiava per maggiore sfacciataggine, corpo tollerantissimo della fatica e dello stravizzo, anima robusta, acume d'ingegno, mediante il quale conosceva il suo tempo sì bene, che diceva: — Io vedo nella repubblica una testa senza corpo, e un corpo senza testa; quella testa sarò io»[92].

Cercava singolarmente appoggio col blandire gl'Italiani. La gran nemica della libertà italica chi era? Roma. Chi fabbricava e ribadiva le catene a tutti i popoli? quella classe aristocratica, che come privilegio traeva a sè nobiltà, ricchezze, giudizj, e per conseguenza le potenti clientele e le magistrature. Si sovverta dunque il mal composto edifizio, e l'incendio di Roma divenga segnale dell'affrancamento di tutta Italia: i beni siano restituiti agli spropriati da Silla, distribuite terre ai poveri, cassati i debiti: in somma il fallimento pubblico, la sovversione sociale. «I soffrenti non troveranno un difensore fedele se non scegliendo un uomo anch'esso soffrente. I poveri, gli oppressi qual fiducia potrebbero riporre in promesse di ricchi e di potenti? Chi vuol riavere il perduto, ripigliare il maltolto, guardi ai debiti miei, alla mia posizione, alla disperazione mia: agli oppressi, agli sgraziati fa mestieri d'un capo ardito e più sgraziato di tutti»[93].

Da noi, neppure il partito più svergognato osa confessare d'essersi proposto per fine nè per mezzi l'assassinio, l'incendio, il saccheggio: ma allora non aveano cominciato di tal passo e Mario e Silla e Carbone e Lepido?

Alle speranze dava agio l'essere lontani gli eserciti e Pompeo (63). Tessuta dunque una congiura, dovea scoppiare il primo giorno del 691 di Roma all'atto che, scaduti i vecchi consoli, i nuovi non si trovavano per anco installati se non dopo il sacrifizio solenne in Campidoglio: ma un caso la sventò e allora e in febbrajo, e i congiurati si lusingarono di poter riuscire per vie legali. In fatto Catilina si presentò a domandare il consolato, tanto fidava nella briga de' suoi e nel denaro; e bisogna bene spogliarci delle moderne delicatezze per capire come un tal uomo potesse chiedere di divenir capo della repubblica. Il senato gli oppose che dovesse in prima scagionarsi delle accuse di concussione dategli dagli Africani; col che lo rimosse, e fece prevalere nella domanda, non un aristocratico di ceppo antico, ma un moderato, un parlatore, Cicerone. La costui nomina (63) dovea garbare all'oligarchia senatoria che se l'era guadagnato, ai cavalieri al cui Ordine apparteneva, agl'Italiani come arpinate, alla plebe come uomo nuovo.

Catilina per dispetto accelerò l'impresa, che da basso ladro e assassino lo convenisse in gran cospiratore, e alla quale avea guadagnato cavalieri, senatori, plebei, d'ogni sorta scontenti. Tra l'abitudine vulgare d'attribuire sozzure od atrocità alle congreghe secrete, tra l'interesse dei ricchi a screditarlo, non era infamia che non si bucinasse sul conto di Catilina e de' suoi: suggellarsi i loro giuramenti col tuffare tutti insieme le mani nelle ancor palpitanti viscere d'uno schiavo, e bevere l'uno il sangue dell'altro[94]; sacrificarsi vittime umane alla trovata aquila argentea di Mario; che Catilina mandava ad assassinare questo o quello, per puro esercizio; che ordiva d'appiccar fuoco a Roma, e trucidare il meglio dei senatori. A queste basse e mutili atrocità presteremo noi fede, qualora pensiamo che alla congiura presero parte più di venti personaggi senatorj ed equestri, fra cui Autronio Publio, escluso dal consolato perchè convinto di broglio, Gneo Pisone consolare, fors'anche Antonio Nepote console, Cornelio Cetego tribuno, due Silla figli del dittatore, Lentulo Sura, il quale vantava tra' suoi avi dodici consoli, e che dai Libri Sibillini fosse promesso il regno a tre Cornelj, cioè Cinna e Silla e lui terzo? Tanti illustri proseliti (63), quand'anche reputiamo mera vanteria dei congiurati che con loro assentissero Licinio Crasso ricco non men di denaro che di valore, e maggior di tutti Giulio Cesare, pontefice massimo, già primeggiante in una repubblica, ch'e' doveva ambire d'acquistare, non di distruggere. Se Catilina divisasse qualche riforma grandiosa, non conosciamo; o se, come il più de' cospiratori, volesse abbattere prima di sapere che cosa sostituirebbe, o rinnovar solo la guerra civile e le proscrizioni, gavazza di chi ambiva denaro, sfogo di passioni, voluttà di prepotenza. Ma avesse anche ideato alcun bene, potea compirlo con simili mezzi? tanti ribaldi sguinzagliati poteano portar altro che il saccheggio, l'assassinio, l'irruzione de' poveri viziosi contro l'ordine sociale? mal si spera la rigenerazione da un obbrobrioso; male la si comincia col trascinare altri ne' proprj vizj, siccome Catilina faceva; e una causa appoggiata a ribaldi può dar su per un momento, non mai riuscire.

Già quel cupo susurro che precede la tempesta, e qualche imprudente rivelazione, e alcuni portenti interpretati dagli Etruschi diffondevano una vaga paura d'uccisioni, d'incendj, di guerre civili, talchè a stornarli si erano ordinate litanie e sacrifizj. Cicerone ne sapea di più, ma que' rumori non ismentiva: preparavasi, scaltriva il senato, teneasi sull'avviso.

Compariva tra' congiurati Quinto Curio, ridottosi al verde per corteggiare Fulvia, donna di buona nascita e di pessima fama, la quale, com'egli cessò le largizioni, cessò i favori. Rifiorito di grandi speranze pei vanti di Catilina, Curio cominciò a prometterle mari e monti; ed ella insospettita, ne succhiellò il secreto, e lo vendette a Cicerone, che del congiurato si fece una spia: mutazione agevole in anime depravate.

Fra un popolo che avea perduto il senso della giustizia, non quello della dignità (63), mal sarebbesi osato appoggiar un'accusa sulle deposizioni d'una spia e d'una cortigiana, come farebbe la Polizia d'oggi: ma Tullio aveva raccolto altre prove, dissipato un tentativo all'occasione de' comizj, salvato Preneste da una sorpresa dei cospiratori, spiato ogni passo di Catilina, il quale, quanto denaro potè mandò a Fiesole in Etruria, colonia di Sillani, che facilmente guadagnò e fece nocciolo del suo partito, armandolo sotto Cajo Mallio prode veterano di Silla, mentre altri eccitavano nell'Umbria, nel Brucio, nella Campania, e fin nella Spagna e nell'Africa, e legavansi intelligenze nella flotta a Ostia.

Allora Cicerone convoca il senato, e disvela tutta quell'orditura, il giorno e l'ora in cui doveasi metter in fuoco Roma, trucidare i senatori e lui console; e ottenuta illimitata autorità, spedisce chi tenga in dovere le città d'Italia sempre indisposte contro la loro tiranna, empie Roma di scolte, promette impunità e guiderdone ai complici che rivelassero. In una nuova adunanza del senato Catilina ebbe ancora la franchezza di comparirvi, quasi volesse imporre coll'audacia; ma Cicerone lo investì colla famosa invettiva, gettando in volto a costui i suoi disegni, mostrando saper tutto, avere a tutto provvisto, e fulminandone l'impudenza: — Potrei, dovrei far giustizia subito, quivi stesso, d'uno scellerato par tuo: basterebbe un cenno, e questi cavalieri si avventerebbero sopra di te. Non vedi l'orrore che ispiri a tutti? Lascia Roma, dove omai nulla ti resta a fare; vattene al campo di Mallio, ove t'attende una morte da par tuo. Mi domanderete, o padri coscritti, perchè io permetta a Catilina d'andare a mettersi a capo di bande armate contro la repubblica, invece di usare contro di lui l'autorità conferitami dalla legge. Il supplizio del solo Catilina non basta a svellere questa già invecchiata peste della repubblica; lasciate che s'annodino, e d'un sol colpo schiacceremo i nemici».

Catilina l'ascoltò immobile sul suo scanno, poi con affettata tranquillità avvertì i senatori non badassero ai millanti del console, suo giurato nemico, villan rifatto, che nè tampoco una casa propria avrebbe avuto a perdere in cotest'incendio, da lui almanaccato per provare fin a che punto giungesse la burlevole credulità dei senatori. Questi però con tutto il coraggio dello spavento troncarono le parole al cospiratore, gridandolo micidiale, incendiario, parricida; talchè egli se n'andò dalla curia, esclamando: — Giacchè mi vi spingete, estinguerò questo incendio non coll'acqua, ma colle ruine».

Cicerone aveva dato prova di coraggio nell'affrontare un nemico, i cui partigiani prevedeva lo assalirebbero appena rientrasse nella vita privata; insieme avea blandito alle passioni senatorie, e voluto risparmiarsi l'aggravio d'aver condannato alla morte un patrizio, del quale del resto la presenza in Roma poteva riuscire pericolosa a lui console, più che non alla repubblica la fuga di lui. Subito convoca il popolo nel fôro, e con altro tono e con celie plebee sberta i complici di Catilina, gentaglia sol destra a sonare, ballare, mangiare, trincare, donneare; non si tema una sollevazione dei gladiatori, persone meglio animate che non i patrizj; non si temano proscrizioni nuove e dittature, che ormai neppur le bestie tollererebbero un dittatore.

Buttata giù la visiera, Catilina sbucò dalla città con pochi complici[95], lasciando raccomandato ai rimasti di tor di mezzo i più accanniti avversarj e Cicerone pel primo, finch'egli ritornasse dall'Etruria con un esercito da far tremare i più audaci. Il senato (63) pronunzia Catilina e Mallio nemici della patria, e decreta che rimanga a tutela della città Cicerone, il quale compariva in pubblico con una gran corazza[96] per ripararsi dagli stiletti che da ogni parte immaginava; l'altro console Antonio Nepote proceda contro i rivoltosi. L'unirsi a questi era un caso di Stato: eppure molti v'accorsero, sebbene non congiurati, tra cui il figlio di Aulo Fulvio, venerabile senatore, il quale inseguitolo ed avutolo, in forza della paterna autorità lo condannò a morte.

Catilina, assunto il comando dell'esercito d'Etruria e le insegne del potere, cresce ogni giorno di seguaci; i pastori schiavi son dai padroni sollevati nel Bruzio e nell'Apulia; le vette dell'Appennino si coronano d'armi; armi somministrano i veterani di Silla agli spodestati contadini: — povera Italia, che non inalberava più lo stendardo nazionale, ma quello d'un tristo cospiratore, e non affidavasi nella riscossa popolare, ma nei coltelli di assassini! I congiurati rimasti in Roma e discordi fra loro sul modo d'azione, mentre gli uni spingeano ad atti di subitanea violenza, gli altri miravano a lunghe provvidenze e a far rispondere a quel movimento la Gallia. Pertanto agli ambasciatori, ch'erano stati spediti dai bellicosi Allobrogi a impetrare un alleggerimento d'imposte, fecero istanza acciocchè sommovessero i loro paesani: e quelli, bilicatisi alquanto fra il desiderio di libertà e la speranza di ricompensa, non solo rivelarono la cosa a Cicerone, ma per consiglio di lui acconciandosi al vile uffizio di spie, proseguirono la pratica finchè cavarono ai congiurati un accordo, colle firme dei principali. Cicerone, che fin allora non aveva potuto aver in mano prove certe, si vale di questo documento per far arrestare Cepario, Gabinio, Statilio, il timido Lentulo Sura, il violento Cetego, in casa del quale si scoprono armi e materie da incendio[97]; e come si solea delle persone di riguardo, sono affidati a qualche magistrato o cittadino. Lentulo, che come pretore non poteva subire atto di forza, fu per mano condotto da Cicerone nella curia, ove confessò sua la lettera agli Allobrogi, fidato nella legge Sempronia, per cui ad un cittadino romano era permesso di prevenire la sentenza capitale coll'esigliarsi volontario: ma Cicerone insiste perchè, come di perduelle, se ne prenda l'ultimo supplizio. I senatori aderivano al consiglio di lui e della paura, ma Giulio Cesare esortava andasser piano ai mali passi: — Triste consigliere sono l'ira e la pietà. Badate meno alla colpa di Lentulo, che alla dignità vostra; meno al dispetto, che alla reputazione. Cotesti avvocati v'han dipinto a colori oscuri le conseguenze della guerra civile: a qual pro? forse è mestieri parole per rendere più sensibili alle personali ingiurie? Delle persone minute appena si ricordano le violenze: ma chi è posto in alto dee guardarsi da ogni eccesso. Quanto a me, non v'è castigo di cui non creda degni i cospiratori: anzi non so perchè la semplice morte siasi decretata contro costoro, la quale in fin de' conti non è che il termine de' mali, e non siasi aggiunta la flagellazione. Forse perchè la legge Porcia il vieta? ma altre leggi voi violate, le quali a rei siffatti concedono di esigliarsi da sè. Ma a che servono tante paure quando tante armi ha il console nostro preparate? Vi ricordi che ogni mal esempio derivò da buoni principj: quando Silla fece strangolare Damasippo e simili lordure, n'ebbe lode universale; ma quello fu principio voi sapete di che macello».

Parole al vento: la sicurezza dello Stato, ovvero la paura, diventava suprema giustizia. Cajo Porcio Catone, pronipote del censorio, e severo guardiano pur esso degli antichi costumi, rimproverò cotesta intempestiva pietà verso i sovvertitori della patria, rinfacciò a Cesare i suoi dubbj sulla postuma vita, e ritorse l'accusa contro di lui, quasi col difenderli desse indizio d'aver mano coi congiurati. Per vero, la somiglianza di costumi e l'amicizia con Catilina già aveano sparso qualche sospetto; l'elastica interpretazione di alcune carte sarebbe bastata per azzeccargli un processo, se Cicerone non avesse temuto che i troppi amici di Cesare, nel voler campare questo, non sottraessero anche gli altri. Allora dunque che Cesare usciva dal senato, que' giovinetti che vogliono costituirsi necessarj salvatori della patria allorchè il pericolo è lontano, e che si erano proferti difensori dell'aristocrazia e del console, gli corsero addosso colle spade nude; ma Curione Scribonio lo coprì colla toga, benchè suo nemico capitale, e Cicerone fe' cenno il lasciassero passare. Anche a Crasso era stata data accusa; ma forse per la stessa ragione fu lasciata cascare.

Degli altri, sovra proposta di Catone, fu sentenziato che il nemico della patria non era cittadino; dunque morissero. Poco tempo prima Cicerone avea confessato la debolezza del potere normale, dicendo a Catilina: — Son venti giorni che un decreto fu reso contro di te, e ciascuno ha diritto d'ucciderti; eppure tu sei libero»[98]: ora nell'illimitata attribuzione, il console potea tutto. Benchè, quando si levò l'adunanza, fosse ora tarda, temendo che nell'intervallo non si preparasse qualche colpo per salvarli, il console si recò (63) al carcere Tulliano dov'erano stati ridotti, per assistere al loro supplizio: compito il quale, annunziò egli stesso che erano vissuti; e fra le torcie e le vie illuminate, corteggiato, applaudito qual salvatore e padre della patria, tornò alla sua casa; poi il domani potè assicurare i Quiriti che «la repubblica, la vita di tutti, i beni, le fortune, le spose, i figli, stanza del chiarissimo impero, la fortunatissima e bellissima città, per ispeciale amore degli Dei immortali, con fatiche, con senno, con pericolo proprio, dalla fiamma, dal ferro, quasi dalle fauci della morte avea strappata e restituita a loro».

Dopo tanto carcerare, fucilare, appiccare che s'è fatto a' dì nostri a titolo di lesa maestà; dopo che quell'accusa servì di pretesto ai macelli degli imperatori antichi, fa meraviglia il ribrezzo prodotto dal processo contro i complici di Catilina, e spiace che rimanga avvolto nel mistero il delitto non meno che la procedura. La costituzione romana proclamava altamente che la salute della patria è legge suprema; e ne' casi più urgenti il senato vi provvedeva con mezzi, di cui era impossibile prefiggere anticipatamente l'estensione. Nei tumulti di Cajo Gracco e di Saturnino, il senato mosse le armi contro i sollevati: ma erano piuttosto casi di guerra rotta, ove si uccide per non essere uccisi. Qui invece i cinque rei stavano in arresto; la città non facea moto, e n'era impedita dalle truppe; da più giorni erasi affidato il potere discrezionale al console; ed egli che non se n'era valso per ritenere Catilina, ora l'adopra per uccidere i detenuti. Eppure Cesare stesso, difendendoli, non fa veruna objezione contro l'erigersi il senato in tribunale speciale; solo vorrebbe si limitasse all'indagine, e che, riconosciutili rei, li mettesse in arresto perpetuo in qualche municipio. Ciò mostra che la competenza del senato era incontestata: rimane a vedersi se esistesse la necessità di applicarla.

I Romani distinguevano la lesa maestà dalla perduellione: nella prima incorreva chi intaccasse qualsiasi parte della repubblica, e scontavasi coll'esiglio; l'altra era il volerla rovesciare, e il perduelle consideravasi nemico, fuor della legge, e passibile della croce in campo Marzio e dell'infamia indelebile. La legge Cornelia qualificava i delitti di lesa maestà; erano numerosissimi, e tra questi il corrispondere secretamente coi forestieri, come avea fatto Lentulo cogli Allobrogi: ma nè occorreva tribunale speciale, nè poteasi infliggervi l'arresto preventivo. Il delitto di perduellione, memoria antica ormai dimenticata, erasi testè fatto rivivere nel processo di Rabirio, e si vede che Cicerone intendeva applicarlo ai congiurati: lo stesso Cesare li ritiene per legge passibili di morte. Ma quest'accusa era talmente insolita, che s'ignoravano le guise di procedura: ad ogni modo è strano che, sì nell'accusa che nella difesa, si considerasse uno già perduelle prima d'esser convinto e condannato dal popolo.

Inoltre non v'ha caso ove un Romano sia privato della provocazione, cioè dell'appello; diritto antico quanto la storia degli Orazj e Curiazj, non dovendo un cittadino esser colpito che dall'autorità sovrana, cioè dall'assemblea del popolo. Le XII Tavole non riconosceano magistratura senza appello[99]; e nel 305 di Roma i consoli Valerio Publicola e Orazio Barbato promulgarono una legge, che permetteva di uccidere chiunque istituisse una tale magistratura[100], eccettuati i militari. Anzi quand'anche il condannato non si valesse dell'appello, al popolo spettava la conferma del giudizio capitale[101]. Anche testè a Rabirio era bastato il dire «Provoco, mi appello» per sospendere il castigo. Qui invece gli accusati non appellarono, nè pare siasi loro intimata la sentenza.

Puossi egli credere che si riconoscesse nel senato il diritto di dichiarare la patria in pericolo, e che in tal caso non fosse luogo ad appello? La potestà tribunizia che a tutto interveniva, avrebbe potuto interporre il velo, se non altro per esaminare l'opportunità dell'applicazione: eppure nè l'accusatore nè il difensore ne fan cenno; e appena il senatoconsulto è proferito, Cicerone va e fa strozzare i condannati; nè i tribuni si mostrano, in un caso ove la loro autorità restava tanto compromessa. Potrebbe pensarsi che tutti fossero sbigottiti dai cavalieri che fuori strepitavano armati, e che irruppero anche nella curia minacciosi. D'altra parte sarà parso un gran che il sopire col sangue di pochi una sommossa, la quale avrebbe potuto divenir micidiale come quelle di Gracco e di Saturnino.

Ma la morte di cinque tristi soggetti non potea certo nè salvar la patria, nè soffocare la congiura di Catilina; e sarebbesi potuto interrogarli, convincerli, presentarne il processo ai comizj, che gli avrebbero condannati. Il senato però coglieva quel destro di rifarsi del colpo avuto col processo di Rabirio, nel quale erasi condannato uno, reo d'avergli obbedito; laonde in pari pericolo mostrava vigore col ripigliare l'autorità di disporre delle vite de' cittadini.