SCRITTI POLITICI
DI
TERENZIO MAMIANI.
SCRITTI POLITICI
DI
TERENZIO MAMIANI.
EDIZIONE ORDINATA DALL'AUTORE.
FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.
—
1853.
AVVERTIMENTO DELL'EDITORE.
Un obbligo mi corre di delicata onestà nel dar fuori questo primo Volume delle Opere dell'egregio Terenzio Mamiani: ed è, che questo aver dato principio alla collezione di esse dagli Scritti politici, è avvenuto contro il primo concetto formatosi e contro la prima intenzione a me dichiarata dal medesimo Autore. Non già ch'egli provasse pentimento nè alcuna vergogna delle opinioni che, secondo coscienza, aveva in quelli espresse o propugnate: ma pareva a lui, che quegli articoli ed opuscoli, la maggior parte improvvisati nei tumultuosi tempi che corsero in ispecie dal 1847 al 49, non fossero per la lor forma tali, di che la comune patria potesse in qualche modo onorarsi, nè procederne verace incremento alla fama che il dettatore di essi erasi con le altre sue produzioni meritata. Ed a me, d'altra parte, era avviso che quelle scritture già sparse dovessero e insieme raccogliersi e riprodursi prima che maggiormente invecchiassero (per così parlare) le questioni che in quelle si agitano; ed anche perchè dal loro avvicinamento venisse più compiuta e la generale idea di esse, e più sicuro il giudizio che il pubblico avrebbe dovuto pronunziarne. Sicchè, quando mi vidi al fine compiaciuto del grazioso assentimento di lui a questo mio desiderio, mi sentii pure compreso da un doppio affetto di gratitudine, parendomi che alla già usata cortesia di permettermi la ristampa delle sue Opere, egli avesse come posto il colmo col farmi sagrifizio di quella sua particolare opinione.
Comechessia, essendomi venuto a notizia che il signor Mamiani non ha interamente deposto gli scrupoli a cui qui dianzi accennavasi; nè potendosi ormai soprattenere il divulgamento di questo Volume, ch'è già in procinto di spedizione e da assaissimi richiesto; ho stimato dicevol consiglio, a far piena fede dell'animo di lui, il produrre alcuni brani di una lettera ch'egli scrive intorno a ciò ad un suo quasi conterraneo ed amico. «Temo e dubito forte di avere errato a cedere alle iterate e cortesissime istanze del signor Felice Le Monnier. Sónomi avveduto, rileggendo quelle mie povere filastrocche sbalzate fuori dall'occasione e dalla necessità, che io m'illudeva a sperare ch'elle facessero cenno a quella forma speciale di perfezione che l'Italia domanda oggi a' suoi scrittori politici.» — «I tempi non concedevano (ad Ugo Foscolo) di usare uno stile corretto e purgato; ma il vigore, l'affetto e la veemenza non possono venir superati. Io, invece, avevo dai tempi facoltà e modo di scrivere con rigor di grammatica e proprietà esatta di voci e di frasi..... Ma nemmeno questo pregio ò saputo ben conseguire, e m'accorgo di avere inciampato troppo spesso in neologismi, e adoperato una lingua nè schietta nè evidente nè sicura nè viva.» — «Neppure son tanto acerbo con me medesimo, che io non conosca le molte e buone scuse che io ò della mia foggia di scrivere. Tra l'altre, la novità della materia, l'aver dovuto spesso parlare al popolo, l'esser vissuto in Francia, tornato assai tardi agli studj della lingua; pressochè ogni cosa scritta come gittava la penna ec.» — «Ma sopprimere l'edizione non si potrebbe, e conviene mandarla al palio.»
In queste parole se molti ammireranno, com'è ben certo, la modestia rarissima di chi ponevale in carte non coll'intento che fossero depositate nel seno dell'amicizia, ma con quello assai manifesto che servissero di avvertenza alla presente pubblicazione; io spero altresì che altri vorranno leggervi e l'acquiescenza di lui al mio proprio divisamento, e la mia brama di adempiere ad ogni più squisita maniera di riguardi verso la persona dell'onorevole Autore. Per ciò poi che concerne alle materie, delle quali in questo come in ogni altro caso mai non m'ebbi arrogato il sapere nè il voler giudicare, mi gode l'animo di poter rimettere i leggitori a quello che ne è ragionato da un valoroso giovane Piemontese nella qui seguente Prefazione.
F. Le Monnier.
PREFAZIONE
Discorrere a parte a parte le opere filosofiche e letterarie in cui si esercitò l'ingegno di Terenzio Mamiani; seguirne il discorso speculativo, incominciando col Rinnovamento della Filosofia Italiana e dimorando ai Dialoghi di Scienza Prima; e dire della perpetua eleganza con cui la classica forma e la pellegrinità dei concetti si maritano negli Inni, negli Idilii, e nelle altre minori composizioni di lui, sarebbe impresa la quale ricercherebbe non pure comodità di tempo e ampiezza di spazio che non abbiamo, ma, e più ancora, quella copia di dottrina e vigoria di mente a pochi soltanto concedute; sulle quali se chi scrive qui credesse di far capitale, meriterebbe nota più che di presuntuoso, di stolto.
Men largo e più facile intento hanno le brevi parole onde, a modo di Prefazione, accompagniamo le Prose politiche del Mamiani; poichè le nostre avvertenze, pretermesse le altre considerazioni che ragguardano l'illustre Autore, toccheranno solamente della natura delle dottrine civili da lui costantemente professate, e di cui il presente volume è insigne documento.
Terenzio Mamiani si connumera fra i più valorosi continuatori della antica scuola politica italiana. La quale fiorita, prima in Europa dopo il rinascimento, mercè sovrattutto dei Fiorentini e dei Veneti ingegni, non pure è splendido monumento del passato, ma, siccome quella che poggiò sui veri ed inconcussi principii, sarà per essere buona guida sola essa nei progredimenti avvenire. La tradizione sua sembrò chiudersi con Paolo Sarpi e colla libertà delle Repubbliche, a malgrado della copiosa bibliografia del seicento, e non ostante le onorate prove che, pur ormeggiando i Francesi, fecero nello scorso secolo i Napoletani massimamente; e non venne ripigliata con originalità di vena e sincerità di nazionale impronta, fuorchè nei tempi a noi più vicini, dapprima, grazie agli scritti di Gian-Domenico Romagnosi e di Ugo Foscolo, poscia per opera di quegli illustri coetanei che ognuno nomina a dito.
L'antica scuola italiana pose a fondamento suo l'osservazione diligente dei fatti; e lo studio dell'esperienza ne è il carattere particolare. Questa dote le fu principalmente conferita dalla qualità degli scrittori, uomini tutti che si erano mescolati nel vivo delle faccende, ed erano stati attori pria che disputatori di politica. Mal cercheresti quindi, a modo di esempio, nel Machiavello o in Donato Giannotti o in Paolo Paruta quelle nebbiose visioni dei missionarii d'oggidì, per cui pare dettata la sentenza di Tacito: omne ignotum pro magnifico est; nei padri nostri era notizia profonda delle necessità della natura umana invincibili e degli insuperabili ostacoli che spesso al volere frappone la dura legge del fatto. Partecipi dei sommi magistrati nelle loro città, rammentavano, scrivendo, quante sono le difficoltà del reggimento, e quante dell'innovare e del mutare le malagevolezze instanti e le conseguenti; troppo erano rigidi calcolatori di ciò che è, per lasciarsi adescare dai vapori e dalle noje della fantasia.
Cotesto ritegno salutare induceva forse in essi una eccessiva timidità di speculazione, per cui il loro pensiero si raggirava di soverchio nei nudi fenomeni, e rado assorgeva alle origini e alle supreme ragioni del diritto, fuor delle quali s'immiserisce la discussione dei problemi sociali, e l'arte stessa del governare manca di base certa. Per lo che il progresso naturale della scuola italiana rinnovata dovea consistere appunto nell'accoppiamento del severo metodo sperimentale del Machiavello colla generosa e libera signoria dei veri ideali, nella cui contemplazione il genio di Giambattista Vico si era levato solitario e gigante.
Il Vico avea detto che «questo mondo civile egli è certamente stato fatto dagli uomini: onde se ne possono, perchè se ne debbono, ritrovare i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana.» Ugo Foscolo costituì il suo discorso sulla detta massima, tentando l'alleanza dell'osservazione e della filosofia. E noi facciamo speciale ricordo di lui, così per debito di giustizia, essendo finora rimasti pressochè ignoti all'Italia gli scritti politici suoi, come perchè ne parve scorgere nel fiero cantor dei Sepolcri una notabile parentela d'idee col Mamiani. Fu il Foscolo, infatti, che descrivendo la servitù della patria, pronunziò che nell'educazione dell'individuo stava la somma di ogni radicale miglioramento politico, ed ebbe il coraggio di snudare la piaga velenosa delle fazioni e delle sètte che dilaniano le viscere d'Italia, e la fecero e fanno impotente; verberò quindi a sangue con quell'unica sua veemenza di stile le ipocrisie e le corruttele d'ogni maniera che avea sott'occhio; e ripudiando una infiammativa teorica che potea sorridergli nell'immaginazione ardente, si appartò da chi si faceva banditore di stato popolare in questa contrada martoriata e avvilita da tre secoli di tirannide, e oppressa da tanta mole di ignoranza e di superstizione. S'industriava egli pertanto colle parole e cogli atti ad ottenere «il solo governo comportabile dai nostri costumi; ed è, un monarca potente per sola autorità di leggi, per sola forza di armi italiane.» E discorrendo collo sguardo la serie delle italiane sventure, e scrutando perchè così spesso cotanto buoni cominciamenti ebbero pessimo fine, dalle rupi elvetiche dove andava ramingando e piangendo lo sterminio dell'ultima speranza italiana, compiuto collo sperperamento dell'esercito del Regno d'Italia, tuonava con voce di solenne e profetal rampogna, che prima e sopra di ogni questione di libertà, prima e sopra di ogni contesa di maggiori o minori larghezze di statuti e di leggi, vi è e vi sarà la impresa della Indipendenza della Patria; e che questa si tenterà indarno finchè le resíe scandalose delle fazioni apriranno al ferro nemico la breccia nelle nostre file, le quali, divise e le une dalle altre divulse, saranno prima sgominate che combattute.
Chi raccolga questi sensi che informano gli scritti del Foscolo e gli riscontri con quelli che signoreggiano le prose di Terenzio Mamiani, vedrà quanta amicizia di pensieri e comunanza di affetti corra fra i due Italiani, e come si accordino a capello nelle pratiche conclusioni e negli intendimenti finali. Del che mal si renderebbe ragione ove si avesse l'occhio solamente alle diversità che passano fra le qualità dell'ingegno dei due scrittori, l'uno dei quali precipita il corso coll'impeto della bufera, e l'altro il prosegue colla tranquilla maestà di un fiume arginato; ma di leggieri se ne avrà la spiegazione quando si consideri che ambidue, tenerissimi essendo della italianità, educarono la mente sui patrii esemplari, e da questi ritrassero l'abito di sperare le cose alla luce del vero obbiettivo, e non già colla lente variopinta del desiderio e del sentimento proprio. Vero è che il Foscolo cresciuto fra il sensismo dello scorso secolo e la scuola dell'Enciclopedia, e, per natura, incline ad una irosa melanconia, accolse ne' suoi libri principii al tutto contrarii a quelli che invalgono oggidì intorno ai dogmi della vita universa, e che sulle origini e su' fini sociali ragiona per lo più colle funeste teorie del tetro filosofo di Malmesbury; le quali ove si menasser buone da senno, sarebbe follia il travagliarsi a felicitare la razza umana ed a riformare il governo dei popoli. Il Mamiani invece, alunno e campione della spiritualità che regna la filosofia presente, e fedele alle umane ispirazioni del Cristianesimo, il quale abbraccia l'intiera famiglia dei viventi come fratelli ed apre ai caduti la via della redenzione anche quaggiù, si aggira e spazia in più serena regione di pensamenti, e studia i quesiti del viver socievole colla fede e coll'amore che ingagliardano l'ingegno e lo allenano allo scoprimento della verità riposta.
Ma se questa preminenza filosofica del Mamiani dee in alcuna guisa attribuirsi a maggior felicità di tempi, è tutta sua loda la copia larghissima di sapere che ne rincalza le scritture, e la invidiata castigatezza dello stile e della lingua onde sono da lui tratteggiate le quistioni di Stato, di economia e di giure pubblico, disusati argomenti alla prosa italiana. Chi si faccia a considerare la condizione della letteratura di questi ultimi anni, dovrà pur troppo lamentar la grande sterilità di opere fortemente pensate e con amore condotte; e troverà per contro una ridondanza infinita di opuscoletti e di scrittarelli in cui la gioventù studiosa snerva l'ingegno impaziente. Addestrata così nella facile palestra dell'improvviso dettare, si persuade che il magistero dello scrivere, la scienza del pensare, e, per giunta, l'arte stessa dell'amministrare gli Stati, s'impara mercè di una specie d'intuito misterioso, o si possiede per beneficio di natura. Intanto il popolo dei lettori si avvezza a tenersi erudito in politica, perchè vede manifestamente di saperne quanto lo scrittore che gli ammannisce il giornale o il libercolo: e si viene di tal fatta educando, prima, una generazione leggicchiante, il cui stomaco debilitato ricuserà a corto andare ogni sostanziale e nutritivo alimento; poi un'altra generazione sfringuellante, che cucendo e ricucendo a strazio della grammatica qualche decina di frasi, costiperà il sapere nazionale nelle dosi infinitesimali degli omiopatici. Ma questo non è buono apparecchio per chi vuol sedere un giorno nei consigli della Nazione, e i reggimenti liberi male si puntellano colle sonore iperboli e colle vacue astrattezze, che sono tutto il costoro bagaglio. Nè strapazzando la lingua, e dando irrecusabil saggio di non aver avuta dimestichezza di sorta coi Classici nostri, si acquista vanto di prodi Italiani.
Gli scritti del Mamiani eserciteranno a questo fine un salutevole influsso sugli studi dei giovani, e proveranno ad un tempo che il culto delle ottime lettere, non torna a scapito del profondo pensare, e non reca nocumento alla costanza delle politiche opinioni. Vedendo infatti in un sol corpo raccolte le cose da lui dettate in mezzo a quel vertiginoso incalzarsi di avvenimenti straordinarii di cui fummo spettatori nell'ultimo quinquennio, nessuno potrà non ammirare la perduranza insigne del Pubblicista nostro, che per mutar di venti non piegò costa nè mutò ciglio, e serbò invitta fede ai convincimenti suoi. Ossequente al senno pratico, che fu già prerogativa degli Italiani, e che in quegli ultimi casi sembrò smarrito e disperso, ebbe sempre fisso nell'animo, che in politica il meglio è gran nemico del bene, e non credette bene vero ciò che non era possibile ed asseguibile; parlò un linguaggio solo e nell'esiglio quando incerte erano le speranze, e quando spuntarono i lieti albori del sospirato tempo; poscia, allorchè colla Repubblica Francese del 1848 crebbero contro i riformati governi d'Italia i pericoli delle sètte rigermoglianti, con penna fatidica prenunziò i mali che si apparecchiavano alla patria vezzeggiando inconsultamente le novità d'oltremonte e discostandosi dalla nativa spontaneità del nostro rivolgimento; e nel giorno nefasto in cui le colpe dei regnatori, la levità del popolo e le nequizie delle fazioni distrussero il Principato, e sfrenando la civile discordia aprirono le porte all'invasione, alla conquista e al servaggio, secolari fati d'Italia, protestò dal Campidoglio colla eloquenza dell'uomo di Stato e col coraggio del cittadino, facendo indarno, cogli scarsi compagni, ultimo riparo al gonfiato torrente delle passioni.
Assegnatezza di desiderii o liberalità di tolleranza conciliativa tanto più rare e commendabili, in quanto che s'incontrano in uomo percosso dalla domestica tirannia, e che nell'esiglio avea logorata molta porzione della vita. Sono acerbe le punture dell'esiglio, quando vivo è l'amore della patria, e lo sbandeggiamento è premio dell'averla amata con degne opere. Agevolmente si ricevono allora nell'animo preoccupazioni esiziali, per cui la stessa generosa religione della libertà riesce a pernicie della nobil causa. L'errore più comune dei fuorusciti è quello di credersi i veri e soli interpreti della Nazione, non pure in ciò che concerne l'universale desiderio di più umani istituti, ma eziandio riguardo alle forme che debbono questi assumere e alle vie da eleggere per ottenerli. Portano fiducia che un medesimo calore d'affetto riscaldi tutta quanta la cittadinanza loro, e che la faccia lieta a qualsivoglia sacrifizio; costretti a vivere in mezzo ad altri popoli, si avvezzano a loro insaputa a giudicare del popolo loro colle idee di fuori e con quelle che essi vanno idoleggiando. Il desiderio della patria perduta e la bramosia di racquistarla generano in loro una credulità senza pari: credulità negli eventi che reputano prossimi, immanchevoli ed accomodati ai loro divisamenti: credulità nelle promesse degli estranei, che, nei paesi liberi, quando stanno dal lato della opposizione, non si fanno coscienza di largheggiare in parole per accattare benivoglienza e popolar clientela; ma ove salgano in palazzo, badano agli interessi dello Stato, e si reggono secondo la bilancia di questi, non colle voglie altrui: credulità, per ultimo, nelle forze di lor parte e nei riscontri che ne hanno dai consenzienti o dai pietosi, i quali leniscono agli assenti il dolore colle lusinghe del meglio vicino.
Tra gli esuli poi, molti o per condizione di fortuna o affinità di pensieri stanno in commercio colle parti più vive delle ospitali terre; si aggirano così in una temperie artifiziata e ristretta, e si straniano ovvero abborrono da ciò che nei più numerosi e forti ordini sociali si pensa e si opera. Quindi è che le giuste ire proprie sono del continuo rinfocolate dalle ire degli stranieri conventicoli, che trattano le ombre di lor possanza come cosa salda, e fomentano nei rifuggiti l'inclinazione alle dottrine estreme ed alle teoriche più arrisicate di governo.
Chi mediti le dottrine del Mamiani, apprenderà come abbia egli saputo tenersi immune da questi erramenti, per così dire, fatali, e come in ciò niuna lode di moderanza e di senno gli basti. Ed oggidì che la migliore Italia è proscritta, e confessa la bontà dei propositi col sigillo della sventura degnamente sopportata, necessario è ricordare più spesso cotali pericoli dell'esilio. Che se in noi fosse alcuna autorità di nome, o qualche efficacia di eloquenza, le quali non abbiamo, qui conchiuderemmo il dire insistendo su quest'ultima virtù dell'esule Pesarese, e rivolgeremmo la parola alla gioventù della emigrazione, dicendole con gran cuore: — Durissime sorti vi premono, e la grandezza delle miserie vostre null'altro agguaglia fuorchè la immacolata costanza onde la sostenete. Con voi si aduna il fiore delle provincie e l'onore delle città vostre; e se è vero il detto di Niccolò Machiavelli, essere più glorioso il titolo di orrevole ribello, che il vivere schiavo cittadino, voi avete diritto non al rispetto soltanto, ma all'amore e alla riverenza di ogni buon Italiano, e di chiunque ama la libertà e la patria. Infelicissime sono le condizioni d'Italia, e le enormità dei ristorati governi che la disertano, lascian dietro per ferocia le nefandezze che la storia dei tempi andati abbia meglio infamate, consacrandone gli autori al vindice abominio dei secoli. Ogni giorno che spunta illumina scelleranze novelle; ogni notizia che giunga da quei vietati confini, narra i casi di alcuna impresa che supera le precedenti in barbarie. E a noi pure, nati nel Regno Subalpino, felicitati da proteggevoli e bene amate istituzioni, ai quali perciò costa meno il consigliar prudenza e longanimità, a noi pure viene spesso sulle labbra la voce della collera indarno soffocata. Alle ire vostre noi facciam quindi ragione, essendochè soffrite tanto più di noi, e provate vive e nel petto stridenti le punte dell'angoscia e dell'insulto. Ma deh! lo sdegno non vincavi, come sarete vincitori per fermo delle corruttele e dello sconforto increscioso, corruttela pari alle altre. Appunto perchè non scernete coll'occhio fiso e bramoso nè lume di stella che splenda, nè vento che spiri propizio, deh! non aumentate le difficoltà della comune intrapresa che richiederà unanimità di sforzi eroici, coll'aggiungere nuovo pondo e nuovo carico alla nave. Respingete i consigli troppo assoluti, e le idee scombujate e piene d'incertezza; non preoccupate le contingenze dell'avvenire con sistemi nati nell'ora dello sdegno e condannati già dall'esperienza, maestra suprema dell'arte politica. È utopista chiunque mura in aria senza il sussidio dei fatti: se alla mente umana è dato di antivedere l'ordine generale del movimento civile, e discoprire anticipatamente i sommi capi di un rinnovamento politico, le è contesa nondimanco la divinazione degli accidenti e il conoscimento preventivo degli atti particolari che debbono comporre il disegno provvidenziale. Ripudiate per conseguente le improntitudini delle sètte, che compilano e promulgano da qualche affumicata taverna i capitoli del futuro statuto italiano, e lo inaffiano non col sangue proprio, ma con quello di ignari ed ingannati seguaci; non vi allettino le superficiali e fallaci dottrine della così detta sovranità popolare, che a' suoi patroni procaccia il breve favore del volgo, e al despoto astuto il lungo impero della spada; disegnando e colorendo l'Italia futura, non dimentichiamo l'Italia presente, e non iscambiamo le realtà coi fantasimi vani. Di tre membri consta la proposizione intorno a cui la generazione presente, erede delle aspirazioni più o men distinte delle età trascorse, si affatica e si affaticherà senza posa insino all'integrale suo componimento: l'uno ragguarda l'Indipendenza, base di ogni Italia e di ogni civil signoria; l'altro versa intorno all'acquisto di un liberale governo; l'indipendenza poi, quando fosse acquistata, rimarrebbe pericolante e mal difesa se non la tutelassero le armi confederate dell'intiera Penisola, e le forme liberali scapestrerebbero nell'anarchia dei voleri, ove non le moderasse un supremo centro di azione sovrana. Sappiamo anche noi che non si ritesse la tela del passato, e che chi si sequestra nelle angustie di una formola, smarrisce la vena operativa che si apre feconda al cospetto degli avvenimenti che sorgono e si svolgono improvvisi ed inaspettati; ma queste dottrine che furono verità, or volgono cinque anni, questi principii che sono appunto propugnati dal Mamiani insieme coll'altra onorata schiera, sono verità d'oggi tuttavia, e forse lo saranno sempre. Lasciamo all'avvenire di risecare ciò che vi sarà di mobile e di accessorio nella loro attuazione; lasciamo all'avvenire la cura di gettar la luce fra le tenebre; prepariamo di quest'avvenire l'evento. Ed a voi, esulanti per amore d'Italia, non cada dall'animo che nella universale dejezione della Penisola, la libertà e la nazionale dignità ebbero un rifugio inespugnato nel Piemonte, dove, non ostante le gelosie e gli odii che lo bersagliano, la concordia degli animi e gli influssi della libertà ordinata medicano a poco a poco le ferite amplissime che lo solcarono. E ciò chiarisca alla patria italiana, che meglio profittano agli Stati i lenti e sicuri progressi, che non i repentini sconvolgimenti disformi dalle abitudini dei popoli e dalla tradizione anticata. A voi, reduci un giorno nelle ville natie, daranno autorità e suffragio di popolo i ben sopportati patimenti, e il pregio di senno pratico che si suppone in chi dimorò nei paesi retti a vivere libero: or bene, di questa forza morale valetevi a temperare le baldanze che trescano nei momenti felici; e al pari di Terenzio Mamiani, recate con voi quella modestia di giudizio che tanto rimane offesa dalle astiose rimembranze del passato, quanto è impossibile allorchè si culla l'intelletto con insulse generalità di politiche logomachíe: a voi allora si apparterrà il vanto più altero che possa toccare ad uomo quaggiù, il vanto di autori e conservatori della libertà nella patria. —
Torino, 18 marzo 1853.
Domenico Carutti.
PARTE PRIMA. TEMPI DI RIFORME.
Venne in luce questo Parere nel 1839 in Parigi. Ma, come ne avvisa lo stesso Autore, i Documenti Pratici contenuti nella seconda parte uscivano l'anno avanti, ed erano, a quanto sappiamo, la prima scrittura italiana che significasse il concetto di porre in disuso le temerarie cospirazioni, e volgere tutto l'animo all'educazione delle moltitudini, ed a persuadere ai governi riforme e miglioramenti. Dell'altra parte dell'opuscolo la principale intenzione si fu d'indurre a calcare la nuova via non pure gl'ingegni molto assegnati, ma i fervidi ed impazienti, e che pigliavano ancora speranza in certa setta famosa e ne' suoi disegni fantastici. Ma pochi de' moderati conobber lo scritto; i cospiratori lo dispregiarono, e nessuna menzione ne venne fatta in istampa, salvo che in un Articolo della Revue des deux Mondes, ove fu censurato con brevi e sentenziose parole.
Dopo quattordici anni e tanti casi sopravvenuti, riesce ancora acconcissimo il pensamento più generale del libricciuolo, che è di educare noi stessi e il popol minuto, e tutta la gran famiglia italiana infiammare nel sentimento di nazione. Scorgeva sin d'allora l'Autore, che le moltitudini non educate, e con civile e bene ordinata carità non soccorse e non provvedute, o rimarrebbono fredde e incuranti dell'opera dei liberali, o gitterebbonsi in braccio degli utopisti fanatici. Su molte cose peraltro che in questo scritterello sono annunciate come operabili, l'Autore à corretto alquanto il giudicio suo, e riconosciuto maggiori e più numerose le difficoltà che l'attuazione di quelle impediscono. E d'altra parte, egli ragionava di speranze remote e d'ultimi perfezionamenti sociali.
NOSTRO PARERE INTORNO ALLE COSE ITALIANE.
I.
Qualora con occhio diligente si osservino le condizioni dello Stato lombardo, del toscano, del pontificio e del piemontese, vedesi aperto che in ciascuno di essi malamente si potrebbe tentare con mano armata l'acquisto della libertà. Il regno lombardo à i forestieri poderosi sul collo, e la Toscana è picciola e inerme; alle provincie romane mancheria il tempo per gli apparecchi delle difese; e il simile convien pensare altresì del Piemonte, alla cui città capitale possono venir sopra i Tedeschi con due marciate. Genova e la Liguria sono, è vero, muniti dai monti e dal mare, e nudrono popolazioni assai vigorose e pugnaci: ma i castelli che à sopra capo quella città, e possono in poche ore guastarla, debbonla suo malgrado far paurosa a tentare un'aperta sollevazione.
Invece, se da queste provincie italiane si volta lo sguardo alle Due Sicilie e si pon mente alle peculiari lor condizioni, sembra di doverne dedurre conclusione assai differente.
Quivi le lunghe distanze e la gagliardia che subito acquista il commovimento d'un vasto reame porgono agio e modo per ordinarsi a respingere lo straniero: quivi poco meno che otto milioni di cittadini abbondanti d'arme, di danaro e di vettovaglie: quivi, sopratutto, un suolo che pare da natura appostatamente configurato alle guerresche difese; il perchè un nostro buon cittadino lo assomigliò, con gran convenienza, ad una fortezza esposta all'assalto degl'inimici nella sola sua fronte, e questa, bene fortificata e non larga, e avente dietro di sè muraglie, fosse e bastioni a più ordini, e da ultimo una vasta e inespugnabile cittadella, che è l'isola di Sicilia.
Per queste cose, allorchè i forestieri ci chiedono quale cagione prepotente e continua interdice all'Italia meridionale d'insorgere, noi non sappiamo trovare le scuse nè molto spedite nè molto legittime.
II.
La Santa Alleanza è disciolta: le massime e le pratiche di libertà vannosi radicando in Francia, in Belgio, nella Svizzera e nella Spagna. In Inghilterra, l'autorità e la forza sono passate pressochè interamente nella Camera dei comuni. La stessa Germania alle forme costituzionali si lega e si stringe più saldamente ogni giorno. In tale disposizione d'Europa, non è dubbio nessuno che il generale e compiuto insorgere delle provincie napolitane, e supposto ch'elle si mostrassero ferme ed abili a sostenere i primi urti delle schiere tedesche, raccoglierebbe meglio che i voti e le propensioni della Francia; imperocchè i medesimi affezionati a Luigi-Filippo ed al reggimento de' suoi ministri sentono, quasi per atto d'istinto, che alla monarchia nuova degli Orléans, per vivere riposata e sicura, fa bisogno di avere amicizia e conformità di principj e di ordini con le nazioni circonvicine. Lasciando stare che il progresso delle opinioni verso un andamento più liberale della politica esterna sembra in Francia divenire tanto più certo, quanto la fiacchezza dei governi assoluti rendesi più manifesta. Degl'Inglesi poi si può dire che mai sotto il governo dei Wighs non sopporterebbono di vedere le truppe austriache sbarcare in copia e padroneggiare nella Sicilia.
Ma l'Austria medesima, quanto à meno di potenza e di predominio che nel 1821!
Fuori, le manca la lega dei re, i congressi di Lubiana e di Verona, la facile prevalenza dei principj del reggimento assoluto: dentro, à la paura d'ogni mutazione e d'ogni riforma, à l'Ungheria e la Transilvania in bollore, la Galizia conspirante, la Boemia scontenta, e le popolazioni scismatiche secretamente devote alla Russia. Aggiungi il tesoro esausto, le rendite insufficienti, un imperatore idiota, un ministro vicino a decrepitezza. Aggiungi le gravi apprensioni sugli affari d'Oriente, e i progressi del moscovita lungo il mar Nero e intorno al Danubio. Da ultimo, aggiungi il desiderio di libertà e d'indipendenza, molto più propagato e vivo in tutte le parti della nostra penisola. Quindi intervenire pericolo grave che a un primo scontro d'armi per gl'imperiali non fortunato, veggasi tutta l'Italia avvampare di tanto più sdegno e furore, quanto le umiliazioni sue ed i patimenti e le sofferenze sono state lunghe e crudeli.[1]
III.
Ora, se tutte insieme queste prospere congiunture non bastano a persuadere agl'Italiani del mezzogiorno una generale sollevazione per redimersi in libertà, forza è concludere, o che quivi le opinioni liberali procedano ancora assai lente, e dimorino in soli quegli ordini del consorzio civile che quanto abbondano di agi e di buona istruzione, altrettanto si peritano di affrontare pericoli estremi; ovvero che la memoria delle passate sventure tenga tutti gli animi impauriti ed incerti. Nell'un caso e nell'altro noi affermiamo che il sano partito a cui debbonsi oggi appigliare ostinatamente e con fede i generosi e i dabbene, si è di darsi ciascuno a rialzare intorno di sè gli spiriti soverchiamente abbattuti, e a stenebrare le menti del popolo con lunga e paziente opera. Questo, diciamo, è da farsi con gran pertinacia, con gran solerzia, con grandissima alacrità; e non commettere la scempiezza e la codardia insieme o di aspettare oziando e bamboleggiando che i Francesi scendano giù dalle Alpi per rompere le nostre catene, o che la fortuna intessa con le sue mani e componga noi non sappiamo bene che sorta di avvenimenti straordinarj, onde un bel giorno ci ritroviamo, quasi per atto di negromanzia, divenuti liberi ed indipendenti.
Noi sentiamo rispondere da parecchi, che per verità ei non aspettano nè l'uno nè l'altro di tali prodigi, ma sì spiano quel momento desiderato in cui le forze tedesche occupate e distratte fuori d'Italia non potranno resistere se non debolmente assai alla rivoluzione italiana.
Contro a siffatto ragionamento noi obbiettiamo, che visti e considerati per bene i casi politici odierni, e raffrontate insieme le condizioni diverse degli Stati d'Europa, niun avvenimento sappiam noi prevedere di quella natura e di quella efficacia che si spera e attende da cotestoro. A simile giudicio noi siamo indotti malgrado nostro dalla virtù prepotente della verità, e non badando ch'ei possa riuscire amaro a moltissimi: imperocchè la salute d'Italia non pensiamo che sia per sorgere mai dalle lusinghe e dai sogni del corrivo desiderio e della troppo accesa immaginazione.
IV.
Le cagioni più gagliarde che ci ànno mossi a formare cotal giudicio sono le infrascritte:
Tre avvenimenti crediamo noi che sia lecito di prevedere come capaci di distrarre e occupare fuori d'Italia le forze tedesche: una guerra fra i potentati d'Europa; una rivoluzione nuova in Francia; una sedizione grave e durevole in alcune parti dell'impero austriaco. Noi del primo affermiamo potersi ben dare alcune guerre parziali fra i potentati inferiori e alcune dimostrazioni ostili fra i superiori represse tostochè cominciate; ma una guerra generale europea non mai; principalmente, perchè tutte le corone ne tremano come di certa ruina loro: e se lo Czar non ci vede pericolo molto vicino per la propria dominazione, ei non possiede la metà dell'ardire che gli bisogna per rompere la prima lancia e strascinar seco a forza i paurosi alleati. Oltrechè, la rabbia rintuzzata ma inestinguibile della Polonia, la piaga inciprignita della schiavitù in casa, il tesoro insufficiente e mal custodito, le triste prove fatte, or son pochi anni, a Varna, a Silistria, a Ostrolenga; e più, la certezza di perdere le nuove sue flotte e veder disertate dall'Inghilterra le sue marine, terranlo indubitatamente a segno. E si osservi quante occasioni prossime e vive di guerra sono sopravvenute in questi ultimi anni, che poi si conducevano al niente. Noti ciascuno eziandio come nei casi dell'Oriente, gravissimi, precipitosi e di suprema importanza, gli sdegni, le minacce e le offese si risolvono d'ambo i lati in vane mostre e parole. Debbesi egli tenere per vicina e probabile una guerra europea, quando si pensa che l'Inghilterra è tuttavia travagliata nelle proprie sue viscere da un conflitto incessante tra le nuove franchigie e i vecchi privilegi, dall'esorbitanza del suo debito pubblico, dai repentini turbamenti e sbilanci delle sue industrie; e più d'ogni cosa, dallo stato inquieto e miserevole dell'Irlanda, inverso la quale non giova ormai nè la liberalità nè la forza; la prima insufficiente a placare, e la seconda a reprimere? Che diremo poi dell'Austria e della Prussia? Nessuno ignora che gli accorgimenti e le arti famose di Metternich consistono tutte nel rimuovere a suo potere le cagioni e le occasioni d'ogni qualunque novità, e segnatamente della guerra; conoscendo egli assai bene, che al primo cozzo gagliardo fra i re d'Europa, l'impero austriaco n'anderebbe in pezzi. Quanto è alla Prussia, basti il considerare le sue inquietezze sempre crescenti per le provincie renane vogliose di libertà, e pel ducato di Posen; e la povertà delle sue finanze, che durano a mala pena a mantenere l'esercito, quantunque trasformato tutto in Landver; istituzione, che se risparmia moneta, nuoce al nerbo ed alla perizia militare.
In fine, si voglia por mente che le guerre (massime una così generale e rischiosa) neppur ne' paesi retti a governo assoluto si risolvono e s'imprendono oggi contra il volere dei popoli: e questi, rivolti come sono al presente alle prosperità materiali e a moltiplicare le officine e i commerci, non si curano punto di guerre intraprese in nome di alcuni principj speculativi o d'interessi poco visibili agli occhi loro, siccome sarebbe quello della bilancia politica fra i potentati, o l'altro di raffermare il diritto delle monarchie assolute, alle quali suolsi prestare ancora obbedienza, ma non amore nè devozione.
Non taceremo che alcuni argomentano che appunto per questo scemare di forza e di autorità delle monarchie assolute, e per questo prevedere che fanno i principi la caduta poco lontana di lor dittatura, ei debbono consentire animosamente a scendere in campo, e riguadagnare ad un tratto colla vittoria quello che perdono a grado a grado in seno della pace.
Tal ragionamento (a nostro giudizio) non prova più che una cosa, cioè a dire che ai principi non rimane oggimai partito buono e sicuro da scegliere. Da una parte, con la guerra, il rischio estremo d'una ruina immediata e compiuta; dall'altra, con la pace, un perire assai lento ma certo e finale. Ora, non vi è dubbio nessuno che la tempra umana ordinaria com'è pusillanime e fiacca, così appigliasi sempre al partito che lascia tempo e lusinghe in mezzo, dà luogo ai maneggi, alle transazioni, agli accomodamenti, e non esige lo sforzo e il coraggio d'azioni impetuose e piene d'audacia.
V.
Del secondo supposto, cioè che una rivoluzione nuova succeda in Francia, noi affermiamo similmente che niuna buona ragione la dimostra vicina e probabile; intendendo, come si dee, sotto nome di rivoluzione non già un moto popolare in fra pochi dì represso e infrenato assai facilmente, e qual può dirsi con poca alterazione del vero essere stato quello del 1830; ma una scossa profonda e durevole che si propaghi all'Europa tutta, rechi molte e sostanziali novità nell'ordine delle cose, e ponga la Francia alle prese coi suoi nemici.
E per fermo, le vere rivoluzioni sono provocate ogni sempre da gravi e pressanti necessità: ma di queste noi non sappiamo scorgerne alcuna in Francia a' giorni che corrono. Il desiderio di forma migliore politica non basta a un sì grande effetto; imperocchè nè un tal desiderio riesce molto efficace e vivo presso d'un popolo converso tutto ai piaceri e ai guadagni, nè dopo assai delusioni e le tante prove ed innovazioni che à praticate, ei conserva grande e robusta fede alle promesse e alle speranze del meglio. Oltreciò, sentendosi egli pieno di forza e arbitro effettivamente della propria fortuna, non estima dover entrare in incerte rivoluzioni per conseguire riforme e perfezionamenti, ai quali pensa che giungerà senza fallo, e in modo piano e spedito, il giorno ch'ei sieno desiderati e voluti con fermezza e vigore dalla generalità. Da ultimo, ei non sa persuadersi che una o più sollevazioni sanguinose e violente varrebbero a disgroppare il nodo di que' nuovi problemi sociali, la cui risoluzione appar tenebrosa e lontana così ai filosofi come al volgo.
Ben è vero che i proletarj e soffrono e si dolgono tuttavia della scarsa provvidenza delle leggi in verso di loro. Verissimo ch'ei sono numerosi e maneschi, e quei di Parigi e di Lione arditi sopra ogni credere e sprezzatori della morte: ma con tutto ciò, qual potere effettivo risiede in loro e quale capacità di operare con unione e perseveranza, bisognevoli come sono del lavoro quotidiano, sprovveduti di capi e di ordinamento, senza disciplina e governo, senza disegno e fine determinato? Gran porzione poi d'essi pressente quasi per istintivo giudicio, e in parte eziandio per le cose vedute e sofferte, che una rivolta operata dalle sole lor braccia o non reggerebbe contro le forze unite e ordinate delle classi più ricche e civili, o verrebbe senza profitto loro maneggiata e usurpata dai demagoghi, o infine non recherebbe rimedio a quei mali di cui si querelano, e le cui triste radici pajono penetrare e occultarsi nell'ultimo fondo dell'umana natura e nelle condizioni essenziali del viver sociale. Il fatto è poi, che la storia delle nazioni non ci porge esempio notabile alcuno d'una sollevazione di plebe che senza l'ajuto efficace e spontaneo delle classi civili abbia proseguito prosperamente e riuscito al fine proposto. Potrà, pertanto, la porzione men sofferente e più baldanzosa de' proletarj francesi consumare rivolte gravi e piene di sangue, ma non mai una rivoluzione profonda e durevole.
VI.
Rimane che si supponga qualche gran rivoltura in alcuno degli Stati imperiali, come la Boemia, la Galizia, l'Ungheria e la Transilvania. Ora, noi diciamo che tali provincie ajutano di già non mediocremente l'Italia con la inquietezza e l'acuta esacerbazione che le tormenta; perchè costringono l'Austria a mantenere per tutto considerevoli corpi d'esercito, e scemano ciascun giorno il profitto ch'indi potrebbe ritrarsi pel comun bene dell'impero. Ma credere che pur durante la pace europea, esse abbiano forza e audacia d'insorgere e di sostenere guerra aperta contro esso impero, è giudicio precipitato e vano. Il malumore de' Boemi non à peranche nè intensione bastevole, nè omogeneità di opinioni e di sentimenti. La Galizia non può in disparte dall'altre provincie polacche osare di sollevarsi; e l'Ungheria è frenata dalla disunione, che in lei perpetuano le differenze di razze e di lingue, le gare fra i due ordini di nobiltà, e il giogo, difficilissimo a scuotere in Austria, della militare disciplina.
Ci vien notizia che molti fra gli Italiani attendono con certezza d'animo mutazioni e sconvolgimenti tragrandi alla morte di Luigi-Filippo. Però, se le cose qui innanzi discorse si appongono al vero, ognuno s'avvede quanto una simile aspettazione dia nell'errore: imperocchè elle dimostrano molto chiaro lo stato presente d'Europa non tanto dipendere dalla abilità e scaltrezza di Luigi-Filippo, quanto dalla necessità dei fatti per parte dei potentati, e dalla natura delle opinioni e degli interessi per parte della Francia.
In ultimo luogo, non taceremo neppur di taluni i quali, nonostante le infelici prove della spedizione di Savoja, ripongono ancora molta speranza nei tentamenti dei rifuggiti, e aspettano l'adempimento di non sappiam bene quale sbarco armato sulle coste d'Italia. Ora, a chi ben considera la sostanza delle cose e la pratica dei negozj, dee parer manifesto che poche novelle e romanzi tornerebbono così difficili ad attuarsi, come è difficile di avverare questo bel sogno dello sbarco dei rifuggiti armati; e l'averci fede e aspettarlo come principio desiderato e solenne della libertà italica, è, al creder nostro, soverchia semplicità: la quale poi non sarebbe in alcuno se la storia antica italiana venisse meglio studiata dai nostri giovani; imperocchè ei vi leggerebbero quante volte ne' secoli addietro le vane speranze e i vani disegni degli sbanditi ànno nociuto a quelli di dentro, e come lo stato del loro animo radamente li rendeva capaci di riconoscere e confessare la verità che lor dispiaceva sopra misura.
VII.
Debbono adunque gli Italiani, per tutto il fin qui ragionato, rimanere persuasi e risoluti compiutamente di questo; cioè che lor bisogna o reputare incerto e remoto assai il giorno dell'affrancamento della patria comune, o non attendere congiunture molto migliori delle presenti per dar mano all'opera. Della quale necessità non solamente noi non ci sgomentiamo, ma invece ringraziamone Dio; imperocchè siamo in questa ferma credenza, l'Italia non poter risorgere mai daddovvero, se non fidando nel proprio valore e cimentandosi animosamente con lo straniero. Le macchie antiche e recenti che oscurano l'onor nostro, non potranno cancellarsi altramente mai, che tra le armi e col sangue: tra le armi e col sangue avrem battesimo di nazione: tra le armi ritempreremo l'animo, alzeremo l'ingegno, purgheremo gli affetti e i costumi. Il genio di Dante e l'ardire di Masaniello, i prodigj della lega lombarda e il disperato resistere delle Calabrie, lo splendore di Roma, la libertà di Firenze, le armate Veneziane, i tesori Genovesi, ogni gloria passata, ogni grandezza caduta lascerà trovare di sè fra le armi e le battaglie alcuna semenza vivace e feconda, e tutte largamente inaffiate dal nostro sangue rifioriranno.
Base d'ogni prosperità civile è il sentimento del proprio valore e della propria dignità: vita delle nazioni è la gloria, e salda difesa loro è la potenza che spiegano e la suggezione che incutono. Se lo scoramento e la diffidenza stanno oggidì fra le ragioni precipue del nostro servire, giammai non ne usciremo che per effetto de' lor contrarj. Che sarebbe la libertà regalataci dallo straniero, salvo che apparenze, vacillamento ed umiliazione? e i doni e gli ajuti della fortuna che diverrebbono, se noi non siamo per ajutare noi stessi gagliardamente? E ben ci sovvenga che più d'una volta in questa prima parte di secolo la fortuna ci arrise e porse alle nostre mani tutta quanta la chioma, e noi non sapemmo afferrarla.
VIII.
Io proseguirò pertanto a discorrere alcune cose intorno all'Italia, ponendo a capo di tutte questo vero importante e solenne, ch'ella non possa e non debba fidare eccetto che nelle forze proprie e nella propria energia. E facendomi dal supposto che si voglia dar mano all'opera dell'affrancamento senza aspettare congiunture molto migliori, come quelle che non sono per accadere, dico che se il moto della libertà dee procedere tutto da noi e con proposito fermo di affrontare lo straniero il quale intenda reprimerlo, non pertanto noi dobbiam concordarlo e in certa guisa proporzionarlo con lo stato generale d'Europa. Però coloro i quali consigliano d'incominciare la rivoluzione italiana proclamando altamente la repubblica una ed indivisibile, domandano agli Italiani servi, divisi ed infemminiti da tre secoli d'ozio e scoraggiati da tante sventure, ciò che l'Inghilterra e la Francia non osano anche di porre in fatto. E si pensi che contro la Francia, forse i re perderebbono ardire in quel mentre stesso che i popoli l'ajuterebbono tentando sollevazioni. Contro l'Italia, il più timido dei monarchi prenderà cuore, e i popoli non confidenti guarderanno da lungi, aspettando l'esito. Noi avremo in sulle braccia tutte mai le armi e lo sforzo delle corone d'Europa, le quali temperate o dispotiche verranno in subito accordo e amicizia per estinguere il primo incendio repubblicano. Dietro gli eserciti poi staranno i macchinamenti, l'oro, le seduzioni, i terrori, tutto ciò che la paura e la collera dei monarchi saprà inventare di più efficace e di più pernicioso.
Ma instanno i tribuni nostri, dicendo che il proclamare la repubblica trascina inverso di noi le plebi, le quali d'ogni consorzio civile sono la parte più numerosa, più gagliarda e più generosamente devota al bene. Gridando la repubblica, ogni mezzana via è chiusa: la rivoluzione procede di necessità con modi energici ed assoluti: non può retrocedere, non può transigere. Propagasi a tutti gli animi una scossa viva e profonda, e attevole a suscitare in essi ogni facoltà, e produrvi quella esuberante pienezza di coraggio, di attività e di ardimento, che all'Italia abbisogna per cacciare d'ogni provincia sua e per sempre il Tedesco. Atterra la bandiera repubblicana, e tu cadi issofatto nelle antiche fallacie, nelle tradigioni de' principi, nelle trame dei cortigiani, in quelle concessioni dissimulate e in quelle mostre di libertà che addormentano gl'intelletti e il progresso vero ritardano. — Cotesti, a ridurli alla loro sostanza, sono i ragionamenti che si ripetono ciascuno dì da parecchi Italiani, in cui quanto abbonda l'ingegno e lo zelo, altrettanto fallisce il giudicio ed il senso pratico. Nè si vuol negare da noi, che alcuni aspetti chiari e vantaggiosi appariscono nel partito che essi propongono, come alcuni svantaggiosi ed oscuri in quello che propongono gli amici nostri. Ma nelle faccende politiche niente è netto e assoluto, e sempre si à per miglior consiglio quello che dà luogo a sconvenienze minori ed è più praticabile. Molti svantaggi, poi, che sembrano andar di conserva col tenore dei fatti e il metodo di operare che noi commendiamo, possono venire scansati assai di leggieri, come si prova qui appresso.
IX.
Tre cose si ricercano per accertare l'esito buono della rivoluzione italiana. 1º Ministri che mallevino con la vita propria della fedeltà loro inverso la causa comune. 2º Lo stato-maggiore dell'esercito rimaneggiato e rifatto compiutamente. 3º Il popolo tutto quanto infiammato a salvare la libertà, sì per nobile affetto e sì per computo d'interesse.
Perchè si ottenga il primo, vuolsi domandare e pretendere dai nuovi capi dimostrazioni ed opere tali che, vinta la rivoluzione, serrino loro ogni via di scampo e di perdonanza. Di più, bisogna che essi capi così cimentati, pigliando la volta loro, inducano i parlamenti e i capitani dell'esercito a fare opere e dimostrazioni altrettali; sicchè nessuno di loro possa retrocedere d'una spanna.
Il rifacimento dello stato-maggiore dell'esercito richiede negli ufficiali a ciò deputati viva e straordinaria energia e risoluzione. E intorno a questa materia (come importantissima in supremo grado) verrà in luce fra breve uno scritto assai meditato e molto savio e proficuo, dettato da un egregio Napoletano conoscentissimo di tali cose.
Per infiammare e interessare l'animo dei popolani inverso la racquistata libertà, sono molte le vie; tra le quali preferiamo di accennar queste. Sminuire quanto è possibile il più le imposte e i dazj che gravano sulle infime classi: riconoscere e guarentire ogni franchigia municipale, con intervento e suffragio del popolo intero nella scelta dei magistrati, e con rendiconto al popolo stesso di tutti i ministeri ed uffici loro. Manifestare in parole ed in opere, che la prima e maggiore sollecitudine del reggimento nuovo sia inverso le genti minute, le quali riescono da pertutto numerosissime e povere: accrescere ed ajutare con instancabile zelo gl'istituti caritativi: decretare scuole, ricoveri ed officine, ove i braccianti e gli operai di qualunque ragione trovino per continuo istruzione e lavoro. De' pubblici uffici e delle dignità investire persone specchiate e giuste, ossequiose della religione e affettuose inverso la plebe. Adoperare ogni diligenza per amicarsi la parte meno ambiziosa e più frequente del clero, quella per appunto ch'esce dal popolo minuto e con esso popolo vive; il che domanda dal lato nostro integrità di costumi, religiosità di sentimenti, osservanza del culto. Ecco maniere, al nostro giudicio, migliori e più certe di quelle proposte dai nostri passionati affine di scuotere validamente le moltitudini, sventare gli intrighi dei cortigiani e i tradimenti dei re. Del resto, noi dichiariamo di non parteggiare in alcuna maniera per le opinioni repulsive e troppo assolute, e di credere che le questioni di repubblica e di monarchia, di unità e di confederazione, sieno, per rispetto all'Italia, sommesse più assai che altrove a mille varie congiunture di tempi e di circostanze. Sopra ogni cosa desideriamo la indipendenza, come il fondamento primo e saldo della riedificazione italiana; noi domandiamo eziandio l'unione morale, come il mezzo primo efficiente che all'acquisto dell'indipendenza ne può condurre.
Tutte le forme, pertanto, di governo politico che a tali due fini sembreranno menar l'Italia con maggiore sicurezza e facilità, verranno da noi e acclamate e obbedite, fossero pure il dispotismo di un re, la prepotenza di un capitano, la teocrazia di un pontefice.
X.
Ma se il numero degli Italiani ardenti e risoluti a menar le mani è scarso tuttavia, e sperperato di modo da fare impossibile un degno e ragionevole tentamento d'aperta sollevazione, rimane, come dicemmo più sopra, a tutti i buoni e generosi il debito di rinfrancare a poco a poco gli spiriti fiacchi e allibbiti, e di portar luce e calore in mezzo alle moltitudini fredde ed intenebrate; impresa lunga e paziente, piena di fatiche, d'industrie, d'accorgimenti e d'annegazione; ma certa e maravigliosa altresì negli effetti suoi, qualora si voglia e sappia condurre tale azione incivilitrice su quella parte principalmente dell'umana comunanza in cui risiedono la vera forza e il vero coraggio, e in cui ciascun radicato e nobile convincimento è semenza di fatti strepitosi ed eroici; noi vogliam dire il popolo. E così non si fossero scialacquati e dispersi già molti anni in sole cospirazioni e congiure, senza attendere a coltivare con assidua fatica la mente e l'animo delle classi inferiori, chè forse il risorgimento morale e politico della nostra patria infelice sarebbe ora assai bene apparecchiato, e porgerebbe buona caparra di riuscita.
Per norma, dunque, di cotesta lenta e difficile preparazione degli animi alla indipendenza e alla libertà, egli ci par bene di ristampare qui presso alcuni pratici Documenti, scritti e pubblicati non lungo tempo addietro, ed ora ampliati notabilmente e corretti dall'autor loro: con tali indicazioni e consigli, appropriati in ispecial modo all'educazione del popol minuto, noi compiamo la esposizione del nostro parere intorno alle condizioni presenti d'Italia.
DOCUMENTI PRATICI INTORNO LA RIGENERAZIONE MORALE E INTELLETTUALE DEGLI ITALIANI.
CAPITOLO I. Preliminari.
Per gran ventura d'Italia, ciascuno si va ora persuadendo di questa capitalissima verità, che il risorgimento italiano non possa aver luogo senza il concorso efficace ed universale delle moltitudini, e però lo sforzo di tutti i buoni doversi rivolgere all'educazione progressiva del popolo. Un'altra persuasione sembra eziandio entrare e radicarsi forte negli animi; e questa è, che per trascinar seco il popolo a fatti animosi e ritemperarlo al bene, occorre participare ai sentimenti, agli affetti e alle credenze di lui: nella qual cosa non pericola punto la verità; ché quegli affetti e quelle credenze, guardate nel loro midollo, costituiscono la natura instintiva dell'uomo, e sono fonte delle passioni più generose, de' concepimenti e delle ispirazioni più alte e magnanime che ricorda e ammira la storia. Non si dee pertanto nè dispregiarle nè combatterle, ma sì purgarle di molti errori e di molte misere superstizioni, e scioglierle dalle abbiette consuetudini indotte per entro il cuore dalla servitù, dall'ignavia e dall'indigenza.
Si opina poi dai più assennati, che per giugnere a questo massimo effetto della rigenerazione italiana, quattro cose sieno da praticare da ogni buon cittadino. 1º La emendazione di sè stesso. 2º La carità operosa nella parte minuta del popolo. 3º L'istruzione intellettuale e morale di essa. 4º La cura e l'arte di convertire il clero alle nostre opinioni.
1. — Della emendazione di sè stesso.
Il buon Italiano a' dì nostri debb'essere un animo forte e incorrotto, apparecchiato alla sventura, ugualmente sdegnoso della servitù, che afflitto ed avverso ai vizj e alle colpe de' servi. In mezzo a genti fiacche, oziose, lascive e non curanti del viver comune, ci dee serbare austerità e purità di costumi, volontà infiammata e sempre operosa, prudenza con dignità, coraggio con fede. A lui dee star sempre nel cuore la dolce patria, e volerne il bene in tutti i modi, per tutte le vie, con incessante sudore, con ferma perseveranza. Facil cosa è cospirare; facile aspettare oziando e gozzovigliando il segnale della rivolta; non troppo difficile e laborioso maneggiarsi nelle sètte e rischiare la vita in una congiura: ma duro e difficilissimo travagliarsi quotidianamente e in silenzio per cogliere senza fama un frutto scarso e tardivo di bene, e per fecondare, con lunga e tediosa sollecitudine, un suolo smagrato da tre secoli d'infortunj, di vergogne e di tirannie.
2. — Della carità operosa nel popolo.
O per qual buona ragione il minuto popolo à da tener dietro alle mosse de' liberali? che opere fanno questi in suo pro? che esempj d'alte virtù gli offeriscono per guadagnarsene la stima e la riverenza? che dottrine professano intelligibili a lui e confacenti co' suoi pensieri e co' bisogni suoi quotidiani?
Vuoi tu, o buon cittadino, tirarti dietro le moltitudini? vuoi tu il sudore, il sangue, la vita loro per te e per la causa che tu caldeggi e difendi? Comincia ad amarle di grande affetto: entra continuo a parte dei lor patimenti: consiglia la loro ignoranza, conversa con esse domesticamente, amorosamente. L'uno cade infermo; va tu accosto al suo letto e soccorrilo: un altro à difetto di lavoro; fa di procurarglielo: ài tu poderi? sii padre de' tuoi contadini, sovvienli nelle carestie, largheggia ne' patti, instruiscili con pazienza nelle rustiche lor faccende. Non fuggire la frequenza della gente minuta; e s'ella entra in chiesa a pregare, e tu prega con lei; se accorre a qualche onesto sollazzo, vi accorri tu pure e mostra di compiacertene. Per tali atti e maniere, quando spunteranno giorni di grandi prove, e tu disceso nelle piazze griderai: — Popolo, a me! — questo, non mai ingrato al beneficio nè tiepido e pigro al bene che crede, risponderà tostamente: — Siam teco; menaci dove vuoi; tu se' il nostro amico, sii il nostro salvatore.
3. — Dell'istruzione intellettuale e morale del popolo.
I buoni prendono giusta allegrezza a vedere che in Toscana, in Lombardia e in altre provincie d'Italia si pensa e suda all'istituzione delle casse dei risparmj, a quella delle scuole infantili e delle scuole lancastriane, alla compilazione di più giornali popolareschi, e ad altri mezzi efficaci ad educare e rigenerare la povera plebe. Se dovunque il popolo è autore di grandi fatti, in Italia è stato di sommi e miracolosi: e chi fa stima conveniente della vecchia stirpe latina, ed à ragionevol fede nelle prodigiose facoltà inserite in lei da natura, debbe ansiosamente aspettar di vedere quello che produrranno le intelligenze popolane, riscosse dal torpore profondo di quasi tre secoli; e quello che potrà in loro la coscienza restituita del proprio ingegno e della dignità propria, la curiosità ridestata e vogliosa di apprendere alcuna porzione del vero, la notizia sopravvenuta d'altri paesi, d'altre leggi, d'altri istituti, di tanta maggior ricchezza, potenza, gloria ed attività.
Abbiamo fede nelle plebi italiane.
Ma la nuda, nuda istruzione è strumento così del bene come del male, e più rado forse del primo che del secondo. Però intendasi con fatica incessante all'educazione dell'animo: e poichè il buon senso del popol minuto sempre vuole unificata la moralità con la religione, sforziamoci, quanto si può meglio, di purgare la pietà religiosa della scura feccia che la corrompe: sopratutto si volga l'animo a insegnare e persuadere la religione civile, quella cioè che insieme con le virtù private insegna ed inculca le pubbliche, santifica tutte l'opere volte ad ajutare il progredimento sociale, e chiama il Vangelo codice eterno e divino di libertà e di fratellanza. Avventuratissimi gli Italiani, se riusciranno a instillare nell'animo dei più la religione civile: ma l'impresa è dura e diuturna e piena di cure e travagli; perchè quella forma di religione non pure è nuova nel popol minuto, ma si è nuova in gran parte nella cristianità, la quale à più spesso udito insegnare l'obbedienza passiva, la perfezione dei solitarj e una muta e indolente rassegnazione: però il vero non istà chiuso, e già comincia a splendere di gran luce per molti libri. Il mondo impigliato ne' traffichi e nelle lascivie, infiacchisce di più in più e prende a schifo i nobili pensamenti, e poco o nulla risponde a quei desiderj e a quelle speranze che tutto il cuore gli ardevano, or sono appena cinquant'anni. Un sentimento nuovo bisogna, forte, immaginoso, infinito: e questo dove lo rinverremo noi, salvo che nella religione civile, in cui la libertà è santa cosa, la fratellanza e la carità nella plebe sono un supremo dovere, il progredimento indefinito dell'umanità nel vero e nel bene è il consiglio perpetuo della Provvidenza?
4. — Della conversione del clero.
Il giovine Vito B..... possedeva un poderetto nelle montagne di Barolo, e spesso andava colà per ricrearsi della caccia e dell'aria buona. Il curato di quel luogo lo visitava, ed egli lui. Parlavano di coltivazione, di pastorizia, d'uccellagione, e il curato trovando il giovane non poco istruito e propenso alla religione, l'avea caro oltremodo. Vito ne profittava per diradare le male apprensioni del prete e farlo persuaso di utili verità. Gli accennava abilmente gli ostacoli numerosi opposti dai reggimenti avari e oppressivi alla pubblica prosperità: saliva bel bello dagli ultimi effetti alle somme cagioni, e dai rimedj parziali ed incerti ai certi ed universali. Le domeniche dopo i divini uffizj, cadendo il discorso più volentieri sovra materie di chiesa, Vito esponeva prudentemente i principj, le massime e la bellezza della religione civile. Alle sue parole davano autorità li suoi specchiati costumi, l'animo caritatevole e l'amor grande che portavagli la gente minuta di quel contado. Così non gli fu gran fatica condurre a poco a poco il buon parroco a partecipare alle sue opinioni, e fu immenso guadagno. Deh! che non potrebbe sperare l'Italia se alcune centinaja di giovani possedesse simili a questo Vito?
CAPITOLO II. Di alcuni Precetti particolari.
Ora andremo discorrendo partitamente di alquante pratiche relative ad alcuna delle quattro categorie registrate in principio. E per seguitare l'ordine loro, noi ci faremo dalle cose che ànno riferimento alla emendazione di sè medesimo.
1. — Dell'Attività e dell'Energia.
1º Piaghe vecchie e incancrenite d'Italia sono la mollezza e l'accidia: a queste dunque rechiamo gagliardi rimedj. Se tu sei solo a sentirti vigore d'animo e ad abborrire dall'ozio, fa di riscuotere intorno a te que' pochi che ànno natura meno dissomiglievole dalla tua. Se non sei solo, collégati con li tuoi pari, e sveglia in altrui la fermezza e l'intensione del buon volere.
2º A questo troverai materia più idonea nelle persone che ànno corsa la vita fra varj accidenti e pericoli, ovvero sostennero con moderanza gravi infortunj, o tentarono alcuna cosa onorata e difficile.
3º Pungi con frizzi acerbi e deplora con isdegno il dolce non far niente degli Italiani, divenuto tristamente famoso fra gli stranieri. Di questo scrivi e stampa e predica mille volte, in mille maniere. È detto comune degli Italiani moderni che non si può far nulla di bene: il tuo cotidiano operato li colga in menzogna. Se declamano sulla tristizia dei tempi, e che i pericoli sono troppo grandi e frequenti, mostra loro che non correvano migliori per Dio i tempi in cui Galileo cadeva ginocchioni dinanzi all'inquisitore, in cui Vannini, Ruggeri e Giordano Bruno salivano il rogo, Campanella era sette volte messo al martoro, e il Sarpi mortalmente percosso di stile. Ma costoro, albergando in petto prodigiosa forza di volontà, renderono sè stessi gloriosi, onorata l'Italia e sapiente il mondo.
4º Sarebbe un gran bene a trovare il modo che perfino le donne avessero a schifo i giovinastri scioperati e dappoco.
5º Un gran bene procederebbe eziandio dalla frequenza dei viaggi; chè la vista della tanta operosità e vigoria degli altri popoli ci farà all'ultimo vergognare della nostra ignavia.
6º Dal vigore del corpo sorge più pronta e più facile la valentía dell'animo, e con essa la voglia del fare. Gioverà pertanto assai l'instituire per tutto scuole di ginnastica, divenute fuor d'Italia non meno copiose che profittevoli.
7º S'instilli ne' giovani desiderio della caccia, nuoto, scherma, cavallerizza, pallone e altri robusti esercizj.
8º Molti ozieggiano per non trovar che fare: suggeriamo loro di onorate ed utili occupazioni. I tempi ne offrono in più quantità e varietà che per l'addietro. Per tutto crescono le faccende degli ingegneri: s'aprono vie nuove di lucro ai meccanici, agli esperti di miniere, ai chimici, agli enologi, ec.
9º Marciscono altri sconoscendo la propria natura: e forse non si dà un solo ingegno al mondo senza alcuna speciale dote e attitudine. Studiamo pertanto in ciascuno ciò che v'à di peculiare, e a quello indirizziamo le facoltà sue. Il sentirsi valente in alcuna cosa e la speranza di buon successo renderanlo attivo e volonteroso.
10º L'educazione de' fanciulli procacciamo che sia nè paurosa nè molle, e ch'ei s'avvezzino alle fatiche e al dolore, nè si spaventino dei rischj, delle infermità e degli infortunj.
11º Travagliamoci molto a impedire che la poca energia ed attività de' giovani non si sperda (come oggi accade) in frivole gare e puntigli, in basse invidie, in polemiche infruttuose e villane, o in cercare la gloriuzza della provincia nativa in iscambio del suffragio e lode della nazione intera.
12º Gli studj che mirano a poco alto fine e versano sopra materie futili nè curano di nudrirsi di scienza profonda, snervano l'intelletto e l'animo.
Perciò le vecchie accademie o si spengano o si trasformino: sia messa in deriso la smania tanto comune del poetare e gli sciocchi tèmi prescelti. Accusinsi d'inettezza i filologi e gli eruditi che non contemprano le discipline loro con la filosofia e con le scienze. Si biasimi forte quella turba di letterati egoisti e infingardi che vassi baloccando coi libri senza voler nulla produrre.
13º Facciasi contro a tutto ciò che fomenta la vagazione e la leggerezza degli animi, ajutando e promovendo in quel cambio tutto ciò che v'induce gravità e meditazione: imperocchè da ambedue queste nasce il forte sentire, e più tardi il forte volere.
14º Taluni si scolpano del loro scioperamento dicendosi natifatti pel travaglio delle guerre, o per altri assai faticosi ed operativi esercizj. Togliamo di mezzo la scusa, mostrando loro non essere tuttavia interdette molte specie d'occupazioni travagliose ed ardite; come viaggiare alla scoperta di luoghi nuovi o mal noti, salire montagne altissime non ancora perlustrate, visitare e descrivere vulcani, e simiglianti fatiche. Numero grande di viaggiatori francesi, inglesi e tedeschi, esplora il mondo per ogni parte; e i discendenti di Marco Polo, del Colombo, di Amerigo e del Cabotto, poltriscono sonnacchiosi nelle sdimenticate loro case.
15º Predichiamo il coraggio civile, e noi per primi porgiamone esempio frequente. Lodiamo a cielo qualunque dimostrazione se ne vegga o grande o mediocre; ma il fondamento del coraggio civile sta nel nobil sentire, nella fede profonda al bene e nell'abito delle virtù. Corretti i costumi, rinvigorite le coscienze, ristaurati i principj, il coraggio civile rampollerà d'ogni parte.
16º Svegliamo l'attività eziandio per mezzo di questa voglia smaniosa d'oggidì delle industrie e del commercio.
17º Perchè la fiducia in sè medesimo e la speranza del buon successo cagioni sono validissime a scuotere la volontà, così fa mestieri di aumentare al possibile negli Italiani la fiducia in sè stessi, e l'aspettazione certa della rigenerazione del Bel Paese.
18º All'opposto, occorre di combattere virilmente quelle dottrine false e dannose che screditano lo sforzo dei buoni come sempre insufficienti, e giudicano mere illusioni le sublimi speranze del genere umano, la fede nel progresso civile, i premj immancabili della virtù.
19º Il popolo solo infonde fiducia vera, perchè in lui è la vera forza. Con quella proporzione adunque che il popolo diverrà nostro amico, crescerà la comune confidenza e il coraggio.
20º Condurrà pure a ciò una bene impressa notizia di quello che valga la natura italiana per testimonio della sua storia, che fra le umane è tuttora la più maravigliosa e grande. Adopriamoci pertanto a illustrare la Storia patria e a propagarne la cognizione.
CAPITOLO III. Dell'Educazione del Popolo.
Ora, seguitando, registreremo alcuni precetti intorno alla educazione, si voglia morale e si voglia intellettuale, del popol minuto, incominciando dall'ultima nominata.
1º Curiamo noi per primi d'istruire il minuto popolo conversando con lui di frequente, e adattando l'insegnamento alla capacità e gusti suoi.
2º Facciamo ogni sforzo perchè s'aprano e si moltiplichino le scuole primarie, e dove sussistono si migliorino;
3º Perchè cresca il numero de' giornali popolari, procacciando che la compilazione loro venga a mano di gente savia e dabbene.
4º Pubblichiamo trattatelli di geografia, di viaggi, d'agricoltura e d'altre utili discipline, accomodati alla gente minuta, piegando l'ingegno a tal sorta di modeste scritture, come Franklin non ischifò di piegare il suo.
5º Sopra tutto, scriviamo ristretti di Storia patria, chiari, ordinati, succosi. A ciascuno poi di cotesti dettati dee presiedere molta prudenza, e spesso staremo contenti alla esposizione nuda dei fatti, i quali riescon di per sè stessi istruttivi ed eloquenti.
6º Procacciamo che sorgano cattedre popolari di fisica, chimica, geometria e altre scienze affini, con avvedimento applicate alle arti e ai mestieri.
7º Si vogliono animare i più industriosi artigiani ad assottigliare l'ingegno in qualche trovato, a prender notizia di quelli che compariscono di mano in mano, a imitarli e perfezionarli: nelle quali cose chi può esser loro di ajuto o col sapere o col denaro o con altro, sì lo faccia liberalmente.
8º Sarà proficuo, pertanto, il promovere quelle istituzioni che svegliano ed incoraggiano l'ingegno inventivo del popolo, come le pubbliche mostre, i pubblici premj, i comizj agrarj e simiglianti.
9º Nell'ammaestrare il popolo, non solo si dee metter cura in fornire la sua mente di utili cognizioni, ma puranche in addestrarlo a saper pensare da sè ed esercitare abilmente le naturali facoltà sue.
10º Le statistiche ben compilate sono un mezzo molto acconcio d'illuminare e persuadere le moltitudini. Utilissimo poi è il far loro sapere quel che si pratica fuori d'Italia, e per alcuni fatti evidenti e notorj indurle a paragonare lo stato proprio con quello d'altre nazioni civili.
11º Si dica il medesimo per rispetto alle provincie italiane fra loro paragonate, di modo che se in alcuna sorge qualche utile innovazione e perfezionamento, il si faccia sapere alle altre, e segnatamente al popolo; chè l'esempio vicino è stimolo assai più gagliardo. E pure perciò le gazzette sono proficue, e più saranno col tempo, se quante cose possono recare a notizia comune, tante registreranno, singolarmente di governo, di finanze, di tribunali, di municipj ec.; chè a poco a poco verrà desiderio e bisogno di sapere la cosa pubblica, e il giudicio comune avrà molto peso nelle deliberazioni di chi regge lo Stato.
1. — Dell'Istruzione morale.
1º Porgendo noi quotidiano esempio di virtù private e civili alla plebe, avanzeremo non poco la educazione morale di lei; e più, se ci daremo a conoscere per suoi veri amici e zelatori del bene suo.
2º Provochiamo e rinvigoriamo per continuo gli istinti generosi, i quali nel popolo, come meno discosto dalla natura, ànno germe assai vivace e fecondo.
3º Si studino l'arti e i secreti dell'eloquenza popolare e quelle forme di stile che più aggradano alle moltitudini, come gli apologhi, le novelle, i motti sugosi, i proverbj ec.
4º Curiamo che le virtù insegnate e gli esempj addotti non si scostino troppo dalle condizioni odierne del popolo, affine ch'egli riconosca di avere alle mani materia idonea per praticare le verità che à lette o ascoltate.
5º Gli esempj tratti dal popolo stesso riusciranno i migliori; e quante volte verrà a taglio di raccontare le belle azioni di lui ne' vecchi tempi e ne' nuovi, tante si faccia con efficace semplicità.
6º Fondamento dell'educazione civile del popolo è il farlo persuaso di questo, che i doveri dell'uom dabbene non ànno rispetto alle sole virtù private e domestiche, ma eziandio alle pubbliche, e maggiormente a queste che a quelle pel maggiore effetto che n'esce.
7º Si renda piana tale dottrina applicandola spesso agli interessi comuni che il popolo sente e conosce, e sono principalmente quelli del municipio.
8º Si faccia il medesimo allorchè si passa a ragionare dei diritti.
9º Diasi forza a cotesti precetti lodando a cielo e onorando con pubbliche dimostrazioni quei valentuomini, le cui buone opere, ancora che ristrette al borgo o alla città o alla provincia natia, sono affettuosamente ricordate e appregiate dal popolo.
Il trapasso dai negozj municipali ai generali dello Stato e d'Italia sarà poi naturale ed agevole.
10º Si abbia cura di mostrar le ragioni poco degne e legittime, perchè i nostri preti non inculcano mai su dal pergamo nè l'amor della patria nè le virtù cittadine; e si spieghi come, nientedimeno, quelle virtù sono comprese nel gran precetto dell'universale carità; e come l'Esodo, il libro dei Giudici e segnatamente i due libri de' Maccabei producono esempj mirabili per la pratica e santificazione di tutte esse.
11º In tal guisa conviene purificare la religione, che le moltitudini ànno sempre in costume d'unificare colla legge morale.
12º Ma perchè i preti ànno autorità maggiore sul popolo, e intervengono in ciascun atto solenne della sua vita, e si spacciano per suoi consiglieri, maestri e consolatori, occorre di fare due cose: la prima, partecipare a questi ufficj di consigliero, maestro e consolatore; la seconda, convertire alle nostre opinioni i preti di cuor retto e di mente svegliata.
13º Sopra tutto, adoperiamoci molto per la fondazione e il miglioramento de' luoghi pii e di qualunque istituto di carità; imperocchè nessuna cosa è più santa, e nessuna ci dà maggior credito appresso le moltitudini.
14º La Storia patria è pure una larga fonte di virtù cittadine.
15º Scriviamo piccoli Manuali di educazione, acconci all'intelligenza e alle condizioni del popolo, affine che non gli manchi una scorta nell'allevare i figliuoli, e a quelli insegnando educhi parimenti sè stesso.
16º Le poesie popolari forniscono un altro mezzo efficace di educazione.
17º Qualora taluno del popolo s'ingegni di raffinare tale industria o tale altra, invitiamolo a far ciò eziandio per guadagnare bella fama a sè stesso e utile alla sua patria: nè a cotesti sensi generosi il popolo è sordo.
18º Induciamo la plebe a partecipare a quello spirito che si domanda di associazione, convincendola in molti casi della utilità delle spese fatte e sostenute in comune. Così da una parte sentirà il profitto dell'unione e della fratellanza; dall'altra conseguirà l'uso e l'abito della disciplina, dovendo osservare quegli ordini e quelle regole cui volontariamente si assoggettò.
2. — Sentimento della propria dignità restituito.
1º Che da noi cominci l'esempio di trattare la plebe con dolcezza fraterna senza ombra d'alterigia, e schivando quei modi che fanno sentire più o meno al vivo la nostra maggioranza.
2º Se ci meschieremo o intratterremo a lungo col popolo, ei succederà che la porzione di lui meno guasta e meno prostrata verrà imitando i nostri costumi, e prenderà buon concetto di sè medesima.
3º Ritiriamo, quanto si può, la minuta plebe dall'estrema indigenza, la quale invilendo l'animo spegne ogni senso di dignità.
4º Mettiamo il popolo sulla via dell'industria e delle fatiche onorate, rimovendolo da que' mestieri che servono la persona e i capricci dell'uomo; e vogliamo ricordare che l'ultimo de' campagnoli à spesso maggior nobiltà di affetti e di pensamenti che il primo valletto di corte.
5º Il vivere pitoccando, l'aspettare in sugli usci le minestre de' frati, lo strisciare per le case de' ricchi servendo i servi e li sguatteri, e simili altri mestieri vili, dobbiamo sforzarci di fare odiosi alla plebe.
6º Ne' colloquj nostri col popolo, gli si faccia intendere che la bontà delle opere è ciò solo che debbe innalzare l'uomo sopra i suoi simili: che uguali sono i doveri, uguali i diritti: e che serbare intatta la dignità d'uomo e di buon Italiano, è obbligo comune de' ricchi e de' poveri, dei patrizj e del volgo.
7º Procacciamo di sopprimere tutti quegli usi e sollazzi che ingaglioffano il popolo, e gli instillano gusti bassi e indecenti; come la caccia del bue (molto diversa dalla giostra spagnuola che sa del feroce, ma dove il coraggio e la destrezza fanno ogni cosa), le cuccagne, il beffarsi degli idioti e dei pazzarelli, il buffoneggiare per le bettole, il vituperarsi a parole, ec.
8º Perfino la nettezza del vestire e dell'alloggiare trae seco un maggior sentimento di dignità.
9º A mano a mano che l'infimo popolo prenderà uso e piacere alla lettura e spoglierà la grossa ignoranza antica, crescerà in istima di sè medesimo.
10º Se c'imbattiamo a veder maltrattare alcun popolano o con parole o con atti, pigliamo gagliardamente le sue difese.
11º Coloro fra il popolo che usano inverso noi stessi maniere troppo servili o manifestano pensamenti troppo rimessi e paurosi, sieno da noi ammoniti di non prostrarsi a guisa di rettili, e di sapere e sentire che ànno un'anima d'uomo.
12º Sono più inclinati a pregiare e difendere la dignità propria coloro fra il popolo che ànno praticato il mestiere dell'armi. Da questi dunque si faccia capo.
3. — Dell'Energia popolare.
I Calabresi e alcune altre popolazioni italiane aveano fino ai dì nostri conservata o ricuperata molta fierezza e gagliardia. Spesso, gli è vero, prorompevano in brutta ferocia, in vendette e in ammazzamenti; ma era forza e non fiacchezza, ardore e non gelo.
Il dispotismo eclerado, come in Ispagna ebbe nome, seppe coi gendarmi, le forche ed i codici prima spaventare poi addormire quelle moltitudini, la cui mezza civiltà consiste oggi a non più sentire nè triste passioni nè buone. Ritemprare quegli animi all'antica asprezza non è possibile; perchè in parte ella procedeva dall'eccesso medesimo dell'ignoranza e della selvatichezza, in parte dagli scomposti ordini dello Stato: le quali cagioni sono rimosse e sminuite ogni giorno più dalla civiltà crescente e comune d'Europa.
Ripariamo dunque, per quanto è da noi, alla presente fiacchezza:
1º Col dar noi al popolo esempj frequenti di vigore, sprezzando i pericoli, sostenendo gli infortunj, praticando il coraggio civile, di cui sopra ogni cosa abbisogna l'Italia.
2º Con allontanare (per quello che sta in noi) dal popolo qualunque cosa possa ammollirlo e snervarlo di più: ritraendolo dalle costumanze e dagli abiti effemminati, ai severi e forti allettandolo.
3º Più facilmente giungeremo a cotesti effetti, operando sulla parte del popolo che a ciò è meglio disposta; come i tornati a casa dalla milizia, i marinari lottanti con le tempeste, gli armaruoli e le guide e altri tali artigiani avvezzi ad opere dure e rischiose.
4º Ai contadini si ponga in animo la comodità e la sicurezza dello starsene armati, il piacere della caccia e del tirare al bersaglio.
5º Nelle sale d'asilo, nelle scuole primarie, negli orfanotrofi e in simili altri istituti di educazione popolana, travagliamoci assai per introdurre discipline ed insegnamenti che inducano forza, bravura e propositi fermi e assai malagevoli.
6º Le paure e le vigliaccherie si deridano e vilipendano in quante maniere si può: per contrario, si alzino a cielo gli atti animosi ed intrepidi. Non che le storie e le poesie, ma le novelle, i proverbj, gli apologhi, le farse ed ogni altra forma domestica e popolana di scrivere dee venire a soccorso dell'opera.
7º Antico dettato è che l'unione dà forza; aggiungiamo, che dall'unione, perchè forte, procede e abbonda il coraggio: adunque procacciamo concordia ed unione massima fra tutti gli ordini del popolo. Più cose che notammo qui sopra intorno all'attività e all'energia delle classi colte ed agiate, tornano acconce ugualmente per le rozze e inferiori.
CAPITOLO TERZO. Delle Speranze del Popolo.
Nè solo dobbiam noi soccorrere il popolo di questi beneficj ed ajuti, quali la condizione nostra presente concede di fare; ma dobbiamo istruirlo altresì di quelli molto maggiori che gli promettiamo, appena le sorti ci daranno facoltà e comodità di attuarli.
In altre contrade, la plebe meglio informata de' suoi diritti che dei doveri, e meglio educata della mente che del cuore; accesa oltre a questo dai demagoghi in affetti violenti d'odio, d'invidia e di cupidigia; e infine, inasprita dal patente egoismo degli ottimati e dei facoltosi, i quali ogni cosa tirano al lor profitto e si mostrano la più gran parte indifferenti per li suoi mali, o tepidi e lenti a procurarne i rimedj; la plebe, dico, in quelle contrade sembra divenire subbietto di gravi paure, e minacciare la ruina degli ordinamenti sociali.
Ma gl'Italiani, se intenderanno bene la lor generosa indole, e studieranno assai nelle storie della comune patria, piene tuttequante di fatti e di glorie popolaresche, nessuna paura prenderanno delle povere plebi; e questo alto esempio porgeranno all'Europa di averle sapute educare e ajutare tanto efficacemente, da sciogliere inverso di loro il debito antico della civiltà, e farle capaci e degne di assumere molti diritti e saviamente esercitarli.
Noi, mettendo da lato le innumerabili e strambe utopie de' socialisti moderni, e scegliendo quelle riforme e quelle miglioranze che fin da ora sono possibili e praticabili, segneremo qui qualche linea del vasto disegno con che il secolo intende a rigenerare le classi inferiori, e il quale tutti i buoni Italiani debbono meditare e correggere con lunga e paterna sollecitudine.
1. — Dei Principj direttori.
1º Quella comunanza di uomini che non sa trovar modo, o non vuole, di schermire dalle necessità estreme della vita gl'indigenti onesti e d'ogni fatica volonterosi, non può dirsi con proprietà sapiente e civile, ma sotto apparenze molto contrarie è barbara e insipiente tuttavia.
2º Le genti educate ed agiate sono dalla natura e da Dio costituite madri e tutrici delle infime plebi, e di queste ànno a rendere conto molto severo sì innanzi alle società umane e sì innanzi a Dio padre dei poveri.
3º Quanto più le classi inferiori dispiacciono per la ignoranza, i vizj e la ignavia della lor vita, e la viltà dell'animo loro, più le classi educate perdono diritto di querelarsene; potendosi in generale affermare, che delle colpe e delle brutture gravi e frequenti dei figliuoli e dei pupilli sono da accagionarsi i padri e i tutori.
4º La tutela de' governi inverso la plebe non può consistere unicamente, rispetto alle cose economiche, in toglier di mezzo ogni maniera di ostacoli al libero cambio e alla libera concorrenza, siccome ànno pensato parecchi moderni. Imperocchè la libertà del cambio e della concorrenza giova a coloro soltanto che portano seco qualche facoltà e qualche sostanza da competere e da ricambiare; ma la plebe oppressa dall'ignoranza e dalla miseria, necessitosa del pane e non potendosi valere nè avvantaggiare di alcuna cosa, rimarrà esclusa sempre da ogni concorso, e vivrà in tutto all'arbitrio e alla mercede de' ricchi.
5º Ad ogni educazione morale del popolo mancherà sostegno e progredimento, qualora non venga ogni giorno fortificata e scaldata dalla virtù dell'esempio. Parimenti, alle pubbliche beneficenze e a tutti i provvedimenti nuovi, pensati e trovati per sovvenire ai bisogni delle plebi indigenti, mancherà gran parte dell'effetto desiderato, se lo spirito vivo di carità non informi l'animo di coloro che gl'intraprendono e li mantengono, e se la pietà privata non ripari continuamente ai difetti della pubblica.
2. — Doveri e Diritti del popolo.
1º Dovere del popolo è faticar nel lavoro con assiduità, con diligenza e con zelo: suo diritto è che glie ne venga procurato almen tanto da guadagnare ogni giorno il proprio sostentamento con sicurtà, e senza strazio delle membra e dell'animo. Suo diritto è pure, cadendo infermo, di essere medicato; e invalidandosi per vecchiezza o per altro, essere dal Comune nudrito e ricoverato. A cotali diritti una restrizione sola vien posta; e la segna e determina l'assoluta impossibilità nel Comune medesimo di supplire all'uopo con sufficienza ed in ogni caso, dovendo sempre rimanere intangibili la famiglia e la proprietà.
2º Dovere del popolo è farsi docile alle istruzioni ed ammonizioni di coloro che lo sopravanzano assai di educazione e di scienza: suo diritto è che gli si porga continuo il pane dell'intelletto e dell'animo, e che passi su questa terra ben sapendo di nascere uomo, e con qualche facoltà di perfezionare sè stesso ogni giorno più in ciascuna nobile parte dell'essere suo.
3º Dovere del popolo è di serbarsi modesto nei desiderj, non isdegnare la sua condizione, non invidiare ai ricchi, riuscire massajo e sobrio, obbediente e disciplinato. Diritto del popolo è che i bisogni incessanti ed insopportabili della vita non lo spronino ad ogni momento al male, nol gettino e nol mantengano nelle bestiali abitudini dell'intemperanza e della improvvedenza, e nol disperino d'ogni cosa. Suo diritto è venir rispettato e pregiato nell'umile sua condizione, e che l'esercizio delle proprie civili prerogative non incontri mai altro limite e impedimento, salvo che la insufficienza effettiva di alcune facoltà richieste al buono e sano esercizio di quelle. Suo dritto è il trovar sempre le leggi ed i magistrati così giusti, benigni e solleciti inverso di lui, come inverso de' ricchi e potenti. In fine, è suo diritto (poichè de' beni di fortuna non gode, e vuolsi che non se ne dolga troppo) essere educato per modo da saper gustare più che mediocremente le felicità immateriali, come le buone letture, la bellezza dei monumenti, la prosperità e gloria della patria ed altre sì fatte.
3. — D'alcuni mezzi per soddisfare ai diritti che risguardano la sussistenza.
1º Abolire i dazj e le imposte d'ogni natura che gravano più propriamente sull'infimo popolo.
2º Francarlo eziandio dalle tasse parocchiali assegnate all'adempimento di certi atti solenni, religiosi e civili.
3º Moltiplicare e perfezionare gli ospedali, i ricoveri, i monti di pietà e simili altri istituti di pubblica beneficenza, nell'invenzione de' quali primeggia nelle storie la pietà italiana.
4º Propagare tali istituti il più che si può eziandio per le ville, e imitare da pertutto l'esempio d'alcuni Comuni rurali italiani, che a loro spese provvedono i contadini di medico e di medicine.
5º Riformare ed ampliare le leggi e i regolamenti circa ai patti e alle mutue relazioni tra i fabbricanti, capomastri e bottegai da un lato, e gli operai, giornalieri, manuali e apprendisti dall'altro, porgendo a tutti i secondi guarentigia e soccorso nei termini dell'equità, e contro l'egoismo e la durezza de' primi.
6º Istituire in ogni città, dove gli operai sovrabbondino, due sorte di lavoreríe pubbliche permanenti; l'una pei rozzi braccianti, l'altra per gli operai delle arti più comuni.
7º Tali istituti verranno ordinando per guisa i regolamenti e le discipline proprie, e con sì fatta misura verranno proporzionando le lor mercedi, da non sopraffare in nulla le industrie de' privati; e d'altra parte, toglieranno a queste l'arbitrio di soverchiare gli operai in nessuna cosa, e uscire dell'equità e della mansuetudine.
8º In tali lavorerie e officine pubbliche non debbono gli operai nè venire costretti a viver rinchiusi, nè perdere alcuna porzione di quella indipendenza di atti e di pensamenti che la civile libertà concede ad ogni uomo onesto.
I lavori, poi, scelti e ordinati in quelle saranno volti con provvidenza ed accorgimento alla pubblica utilità, e segnatamente a quella del popolo minuto.
9º L'intromissione a tali opificj sarà conceduta ad ogni individuo il quale darà prova di aver senza frutto offerto l'opera sua nelle officine private; e questo farà esibendo certificati de' capomaestri, ovvero altrimenti, secondo che la pratica verrà insegnando. Può eziandio cansarsi in quelle lavoreríe il pericolo della frequenza degli operai soverchia e non cagionata da mera necessità, con fare strette più dell'uso ordinario le discipline; le quali poi debbono esser pensate e trovate con ingegno sì fatto da convertirle in buoni e cotidiani metodi educativi.
10º Tutto ciò ricerca che il tesoro arricchisca abbondevolmente per altre vie. Nuova fonte di ricchezza pubblica può divenire la tassa che domandano progressiva, ed una sulle eredità trasversali proporzionata alla più o meno strettezza di parentela, e il far mobili e circolanti (a parlare alla moderna) i beni immobili camerali, ed infine il fare sparmio di tutta l'immensa moneta che inghiottono oggidì e scialacquano i grossi eserciti stanziali, i gran favoriti di corte, i doganieri, li spioni e mille altre specie di ufficiali e di salariati o perniciosi o superflui.
11º Con molto valsente tenuto in riserbo, ovvierassi a quegli accidenti imprevisti (e ai dì nostri non radi) che turbano a un tratto l'economia delle industrie e del cotidiano lavoro: come le invenzioni rumorose de' fisici che fanno inutili issofatto certe specie di manifatture, o le macchine nuove di subito surrogate alla forza di migliaja di braccia, o quegli sbilanci improvvisi di commercio e di traffico che mettono in repentaglio la prosperità de' ricchi e la sussistenza de' poveri. Così gli Italiani fondatori antichi delle Case di lavoro, e pur lungo tempo innanzi che le altre nazioni ne avessero sentito il pregio, perfezioneranno secondo conviene alla nostra età il pietoso trovato degli avi loro.
12º In risguardo delle campagne, fa mestieri per prima cosa di riformare e ampliare il codice agrario o forese, onde si tutelino con più efficacia i patti e le relazioni giornaliere fra i possidenti e i coloni, migliorando le condizioni di questi ultimi, e mallevandole contra ogni ingiustizia e sopruso.
13º Secondamente, è bisogno che in ogni provincia s'instituiscano compagnie d'assicurazione (sovvenute dal denaro del Comune) contro i danni delle gragnuole, delle carestie, delle epizoozie e delle inondazioni; a tale che i contadini si veggano accertato ogni sempre il frutto del loro sudore. Il giudicio delle spartizioni si eserciti da periti appostatamente eletti dal popolo. Ma negli anni in cui il raccolto avrà oltrepassato un termine più che mezzano determinato dalla legge, pure i contadini concorreranno per la lor quota al pagamento della tassa di assicurazione.
14º Che un Consiglio superiore, ajutato dai succorsali delle provincie, prenda in cura speciale lo studio e la vigilanza degli interessi dell'infimo popolo. A questo consiglio verranno ascritti molti uomini pratici e molti versati in dottrine particolari e correlative ai fini proposti, e tutti poi splenderanno di specchiata probità e di zelo grande nei poveri.
15º Una parte del Consiglio provvederà specialmente alla vita sana del popolo, promovendo nel seno di questo le società di temperanza felicemente iniziate in America, ed esaminando l'interno delle officine, la materia e qualità dei lavori, i cibi quotidiani, gli alloggiamenti, le vesti e simili obbietti. E buono sarà imitare l'esempio di Leopoldo primo di Toscana, il quale a spese dell'erario fece murare in buon luogo arioso gran numero di casette decenti ed acconce pel popol minuto; e compiremo in tutto l'ufficio con l'aggiungervi la modicità estrema delle pigioni.
16º Ad una seconda parte del Consiglio si darà incumbenza di vegliare gli andamenti del popolo, e la qualità delle sue industrie e de' suoi negozj. Illustrato il Consiglio sì dal lume delle statistiche e sì dagl'indubbj principj delle scienze economiche, avrà cura d'informare la gente minuta di quei fatti giornalieri e di quelle regole sperimentali che possono farla prudente nella scelta e nell'avviamento de' suoi lavori e de' suoi traffichi, e scostarla dall'imprendere mali negozj, e dal fomentare, siccome accade, mille vane speranze che tornano in sua ruina.
Vedrà eziandio il Consiglio quel che sia da ristorare degli antichi Statuti dell'arti e quello che sia da aggiungervi; e ad ogni modo, promoverà con istanza le congregazioni e consorterie legali degli operai, de' capomaestri e d'ogni maniera artefici, con l'intento di accrescere a ciascheduno i mezzi di produzione, e (ciò che più monta) lo spirito di fratellanza e di disciplina; così ristorando e migliorando, giusta il senno moderno, quelle compagnie italiane di muratori e di fabbri ferrai che nel medio evo menavan grido per tutta Europa. Similmente, il Consiglio promoverà con zelo perseverante le unioni e consorterie dei piccoli proprietarj e dei fittajoli, compensando di tal guisa i danni e gli inconvenienti dei troppo angusti poderi.
Veglierà eziandio sulle pubbliche mostre, sui comizj agrarj, sugli incoraggiamenti e sui premj da compartire; studierà il valore dei nuovi trovati e degli ultimi perfezionamenti, ed agevolerà ai poveri artieri lo smaltimento di loro lavorazioni, contro il monopolio dei troppo ricchi, ed a freno degli incettatori e rivenditori.
17º Il Consiglio procaccerà di mettere in buono accordo fra loro gl'istituti caritativi, facendo che si accostino tutti a certa unità di massime direttrici, e che l'opera dell'uno venga a soccorso ed a compimento di quella degli altri con perfetta reciprocazione e armonia. Egualmente, procaccerà un accordo grande e una corrispondenza continua tra la privata carità e la pubblica.
4. — D'alcuni mezzi per sodisfare ai diritti che risguardano l'educazione.
1º Le scuole infantili sieno costituite per ogni dove, secondo i migliori metodi e sotto il vigile occhio del preallegato Consiglio superiore.
2º Che le scuole primarie od elementari succedano alle infantili similmente per tutto, e que' Comuni che mal possono sopperire alla spesa, ricevano dal tesoro sufficiente sussidio.
3º I figli del popol minuto uscendo dalle scuole primarie e principiando ad esercitarsi nell'arti come fattorini e apprendisti, abbiano in certi dì della settimana licenza di frequentare alcune altre scuole appostatamente trovate per coltivare l'ingegno loro.
4º In tali scuole s'insegneranno con gran chiarezza e semplicità i rudimenti di quegli studj che giovano in modo peculiare e immediato al buon esercizio delle arti e delle industrie.
5º Alcune scuole speciali insegneranno gli elementi della scienza del commercio e della marineria.
6º Oltre tutto ciò, il popolo in tali scuole verrà istruito, almeno per sommi capi, nella storia d'Italia, e iniziato a pregiare e sentire tutte le glorie antiche della sua patria. Gli si mostreranno altresì i rudimenti della scienza della vita civile, cioè le buone creanze e gli ufficj da uomo a uomo, i doveri e i diritti del buon cittadino, la natura e le forme giuridiche dei negozj ordinarj, e simili ammaestramenti.
7º Se il Consiglio superiore esaminando le note e le relazioni annuali delle scuole popolane, scoprirà ingegni di valore non ordinario e tali da far presagire di loro alte cose, schiuderà in tempo idoneo a quei giovanetti le scuole degli studj migliori e provvederà al mantenimento loro.
8º Il popolo avrà altresì arbitrio di frequentare alcune scuole domenicali, ove gli si farà lettura e commento (ben conformato alla sua comprensiva) d'alcuno de' nostri gran poeti e gran prosatori. Che ciò che vien fatto assai grossamente in sul molo di Napoli da un cencioso e ignorante rapsoda, molto meglio e con gran profitto si potrà porre ad effetto da un governo educatore.
9º Esso governo, per ufficio e preghiera del Consiglio superiore, farà invito ai più dotti e facondi scrittori della nazione a dettare opericciuole che ben si attaglino all'intelligenza del popolo, e sieno ricreamento dell'animo suo in qualche ora disoccupata. Voglionsi più che ordinarj i premj, e grande l'onore proveniente da siffatte lucubrazioni.
10º Similmente farà compilare e stampare qualche efemeride per uso del popolo, scegliendo scrittori di provata virtù, e ingegnosi nell'arte di render piane e semplici le dottrine.
11º Ogni insegnamento popolare verrà concepito e condotto in guisa, che l'animo se ne nudra tanto o più dell'ingegno. In ogni cosa si farà luogo con grazia ed acconciatezza ai documenti morali, scansando le troppo fine disputazioni, e cercando le vie del cuore, che nel popolo è sempre svegliato e caldo.
12º Il Consiglio superiore ordinerà in modo la disciplina delle pubbliche lavoreríe e degli altri istituti di carità, che ne risulti un ben insieme di precetti, d'esempj e di pratiche appositissime ed efficaci per riformare e comporre l'animo della plebe.
13º La somma degli insegnamenti morali, intendiamo di quelli più proprj e meglio adattati al popolo, consiste nell'insinuare entro l'animo suo una fede profonda nella giustizia eterna e riparatrice di Dio; e con questa, un coraggio assiduo contro i mali della vita, e una carità viva e operosa, segnatamente inverso i proprj consorti. Consiste quella somma nel coltivare abilmente il germe degli istinti più generosi, e movere la fantasia verso le imagini del bene; consiste nel far sentire la dignità e santità del lavoro, e pregiare per quel che sono le ricchezze e gli agi e l'apparente beatitudine dei doviziosi; infine, consiste nell'avvezzare la plebe, in difetto dei materiali conforti, a gustare con abbondanza i beni e i ricreamenti dell'animo, come la pace e gli affetti della famiglia, i piaceri dell'amicizia, il dirozzamento dell'intelletto, il perfezionamento dell'arte propria, la stima dei confratelli, l'amore nella patria, le glorie di lei, gli ornamenti, la prosperità.
5.
Queste sono le speranze a cui da ogni buon Italiano debbe venire alzata la mente e il cuore delle moltitudini; queste le riforme e i perfezionamenti cui darassi mano quando che sia, perchè tutte sono operabili; questa la vera e sola e legittima Carta del popolo.[2] Conciossiachè, a volerla mettere in atto, non è mestieri (come si vede) di rovesciare e sconvolgere neppure un solo degli ordini sociali odierni, nè di fabbricare alcuna forma politica ignota o troppo discosta dagli usi nostri. Quello che vi si ricerca sostanzialmente, si è il buon volere e lo zelo delle classi superiori; e, a chiamar le cose col nome loro, si è la tarda giustizia dei facoltosi e potenti inverso i poveri ed impotenti; si è il principio attivo e sincero dell'uguaglianza e della fraternità che il Vangelo di Cristo à predicata e promessa a tutti gli uomini.
Infrattanto non debbono i buoni Italiani, aspettando giorni migliori, desistere mai dal cercare tutti i modi, tentare tutti gli espedienti, rinvenire tutti gli ingegni per condurre ad effetto alcune parti almeno di cotesto nobile disegno. E di che non viene a capo, di che non trionfa la travagliosa operosità, la perseveranza e l'unione?
Non chi comincia soltanto, ma chi persevera coraggioso entrerà nel regno dei Cieli.
CAPITOLO IV. Di altri precetti particolari.
Veduto quello che importa di più nell'educazione del popolo, procederemo a discorrere d'alcuni precetti che toccano materie di gran momento per la rigenerazione italiana.
1. — Cose conducenti all'unità morale degli Italiani.
1º Procacciamo che i parentadi si facciano i più frammisti che si può, cioè tra famiglie di città, provincie e Stati diversi d'Italia.
2º Tuttociò che rende lo straniero maggiormente odioso e abborrevole; tutto ciò che mostra più aperto i mali da lui cagionati e ne rinnova il senso profondo e lo moltiplica e lo perpetua, torna di necessità favorevole e vantaggioso alla patria; e per via di contrapposto, ajuta a far radicare ed invigorire il sentimento nazionale.
3º Questo è fomentato eziandio da tutte le opere letterarie e scientifiche il cui subbietto à riferimento speciale con l'intera Penisola: come, per via d'esempio, una enciclopedia italiana, storia d'arti italiane, gallerie d'Italia descritte, miniere d'Italia visitate, e altrettali.
4º Sforziamoci di accrescere e moltiplicare il carteggio e ogni altra sorta di relazioni e di contraccambi sì fra tutte le accademie della Penisola, e sì fra tutti i compilatori delle sue stampe periodiche.
5º Agevoliamo e moltiplichiamo fra li suoi Stati il cambio de' libri e d'altre merci attinenti alle lettere.
6º Similmente, procacciamo che i giornali d'una provincia si occupino più che non fanno dei negozj letterarj e civili delle altre; e gran pro farebbe un giornale costituito con questo intento di discorrere e paragonare insieme le cose letterarie e civili d'ogni parte d'Italia, e quelle degli altri Stati ancora più che del proprio.
7º Eccitiamo tutti, massime i giovani, a visitare città per città e borgo per borgo la nostra Penisola, contraendo e coltivando in qualunque luogo amichevoli affezioni e corrispondenze. Così fanno, rispetto alla patria loro, i Tedeschi, molti de' quali stretti da povertà sostengono di viaggiare a piedi con zaino dietro alle spalle.
8º Una grande sapienza civile ammirasi dai politici in quell'antico precetto mosaico del dovere ogni anno tutti gli Ebrei concorrere nel loco medesimo a celebrare insieme la pasqua. Deh! che non faremmo noi per convertire in obbligo sacro questa peregrinazione degl'Italiani per ogni parte del Bel Paese. Ma se tanto nè da noi nè da qualunque altro si può, introducasi almeno appo i buoni la ferma opinione, che di quindi innanzi quel giovine, il quale in età di trent'anni non abbia peranche fornito il viaggio della Penisola tuttaquanta, è indegno di venir reputato buono e caldo Italiano. Simile riprovazione sia fatta cadere sopra coloro che alla medesima età ignorassero ancora l'antica storia e la moderna d'Italia.
9º Tentisi di aprire una fiera annuale di libri, imitando quella famosa di Lipsia, che è sede e capo del commercio librario di tutta l'Allemagna. Luogo a ciò accomodato sembra essere Pisa.
10º Tentisi di istituire ragunanze generali di dotti Italiani, al modo di quelle incominciate in Germania, che ogni anno mutano residenza.[3]
11º Tentisi di rimettere in fiore l'Istituto Italiano dal Lorgna fondato, e di farlo centro e capo de' nostri studj scientifici.
12º Tentisi di celebrare con pompa solenne i giorni secolari, o come altri li chiamano, i parentali de' nostri scrittori ed artisti massimi, con partecipazione di ciascuna provincia, e operando in guisa che ogni università e accademia invii deputati alla festa. La Germania à dato testè un esempio insigne e imitabile di tale usanza con la celebrazione del dì natalizio di Federico Schiller.
13º In fine, tentisi qualche accordo fra i nostri governi circa agli ordini doganali, in guisa che i commerci interiori acquistino maggiore franchigia, e tutta l'Italia sia loro comune emporio.
Nel che dobbiamo porre innanzi l'esempio del governo prussiano, il quale, per aver forma di monarchia assoluta, dee parere modello non punto rischioso a copiare: ciò si ripeta eziandio in risguardo di molte altre innovazioni e provvedimenti che quel governo è per porre ad effetto; come l'unità e conformità dei pesi, delle misure e delle monete fra più Stati contigui.
14º Si offrano premj frequenti ad opere letterarie e scientifiche, facendo invito a tutti gli ingegni italiani; i têmi proposti versino sopra materie attinenti alle condizioni ed agl'interessi della Patria comune. Per gli edifizj e lavori d'arte di gran momento, conserviamo l'antica usanza italiana dei pubblici concorsi, aperti all'intera nazione.
15º Scriviamo compendj di Storia italiana in modo piano e popolare, ristringendoci, se non si può meglio, all'esposizione nuda dei fatti, e ingegnandoci di ridurli a qualche forma di unità, e di tornarli spesso in pensiero sotto diverse fogge ed aspetti, come di tavole sinottiche, di catechismi, di biografie, di racconti, ec.
Una specie di scrittura assai popolare e istruttiva è quella degli almanacchi ordinati per modo, che a ciascun giorno dell'anno cada il ricordo d'un fatto notevole cercato nelle istorie d'Italia e nelle biografie de' suoi grandi uomini.
16º Asteniamci dal parlare i dialetti, e curiamo che si faccia il simile nelle scuole primarie, nelle sale di asilo e in altrettali istituti di educazione popolare.
17º Studiamo e pregiamo assai la nostra lingua comune, purgandola dalle forme straniere; imperocchè in essa è un legame fortissimo di nazione, il solo non ancora spezzato; e in essa è pure la sola ricchezza campata al naufragio del nostro civile imperio.
18º E gran bene procurerebbe colui che tentasse di trasformare l'Accademia della Crusca in vero italiano istituto, componendolo di socj chiamati in Firenze da ogni banda d'Italia, e intesi a imprimere nella lingua l'universal carattere nazionale, e propagarne lo studio e l'uso.
19º Ravviviamo e rinvigoriamo in tutte cose il sentimento italiano, studiando l'indole e le tendenze che abbiamo sortite in proprio, e adattando a quelle i pensieri e le opere. Sudiamo a comporre una agricoltura e una industria italiana, ed abbia la letteratura altresì sembianza veramente nostrale, e non semifrancese o semitedesca qual'è la presente: il simile adoperiamo per la filosofia, per la medicina, per la legislazione, per l'economia. Vorrei che fossimo Italiani perfino nelle mode e negli usi più minuti del vivere e del conversare.
20º Buono è ripetere e moltiplicare quanto si può le effigie de' nostri grand'uomini; vogliate per decoro ed intitolazione di accademie, di teatri, di biblioteche e d'altri istituti; vogliate (e ciò più spesso e più agevolmente assai) sotto forma di statuette, di medaglie e di cammei; vogliate infine per fregio di pendoli, di sigilli, di spilletti ec.
Comecchè da qualche tempo la Storia italiana porga materia frequente alle invenzioni degli artisti e alle composizioni dei drammaturghi, utile è di accrescere e propagare cotesta nobile usanza; e piacerebbemi molto vedere più spesso in iscena taluni de' nostri sommi poeti, artisti, capitani, navigatori e politici.
21º Similmente, piacerebbemi che i gran casi e le glorie de' nostri tempi migliori fossero da chi cerca qualche subbietto da tragedia anteposti e preferiti alle cupe e atroci scelleratezze delle famiglie principesche. Tuttociò, poi, che riconduce la immagine di quei tempi sotto gli occhi del popolo, sia che si faccia per via di stampe e d'intagli, ovvero in pitture, in ispettacoli e in monumenti; e, se meglio non si può, in mode, in balli, in maschere, in fogge di vestimenti e di addobbi e in qualunque altra fattibil maniera; riesce proficuo sopramodo a far radicare negli animi il sentimento nazionale. E perchè i retori italiani non cesseranno nelle scuole di proporre per têmi d'esercitazioni i soli eroi della Grecia e di Roma? perchè allato, almeno, di Epaminonda non parlare di Andrea Doria e di Francesco Ferrucci? perchè favoleggiar sempre dell'assedio di Troja, e non dir verbo di quelli sostenuti da Firenze e da Siena? perchè tanto rumore della lega Acaica, e tanto silenzio della Lombarda? La cacciata dei Tedeschi da Genova non vale forse quella di Brenno da Roma?
Perchè non ci acconciamo a scrivere un gazzettino di mode italiane con figurino italiano, traendo il bene puranche dalle umane frivolezze? Perchè non s'innovano appresso di noi quanti usi e costumi italiani antichi possono tuttora tornare graziosi e pregevoli? Perchè alle stoffe, ai panni, ai fornimenti nostrali si preferiscono sempre gli oltramontani, qualora non la cedano quelli a questi se non di poco sì per la bontà e sì pel costo?
S'inviti l'Accademia dei Georgofili, od altra avuta in riputazione, ad istituire una mostra triennale d'ogni industria italiana per tutti gli Stati della Penisola, decretando medaglie e simili segni d'onore ai più meritevoli. Altrettanto si faccia a rispetto dell'arti belle; e dove nè alcun ricco privato nè alcun Governo nè alcun istituto vogliasi in ciò adoperare, rimane che si colleghino con tale proposito i migliori cittadini d'ogni parte d'Italia, seguitando l'esempio dato (poco è) dai cittadini di Colonia.
22º Avvezziamo le menti, e sopratutto le giovanili, a scorgere ed a riverire nell'eccelsa Roma la sola e legittima città capitale d'Italia. Spegneremo con ciò molte gare.
23º Cooperiamo alla moltiplicazione dei battelli a vapore, delle strade ferrate, dei canali, dei ponti e d'ogni altro mezzo efficace ad accostare gli uomini ed accorciar le distanze.
Fra le imprese industriali, promoviamo quelle singolarmente che sono di qualità da espandersi ed abbracciare l'intera Penisola o molte parti di essa; come grandi consorteríe di assicurazione, corse di battelli a vapore, strade che traversino più Stati italiani, e simiglianti.
24º Combattiamo per tutte le guise le preoccupazioni e i rancori municipali, le sciocche animosità e invidie fra Stato e Stato, fra città e città.
25º Travagliamoci segnatamente a conciliare le opinioni de' buoni, e a tollerar quelle che non combattano di fronte il fine a cui debbe tendersi unanimemente, la rigenerazione italiana.
Tra noi le opinioni riusciranno varie e diverse in qualunque tempo, perchè troppa per natura è in ciascuno la singolarità e l'indipendenza dell'ingegno. Ma se il cuor nostro verrà compreso e infiammato da magnanimi affetti, e se la devozione sincera alla causa comune italiana rattempererà l'invidia degl'inferiori e l'orgoglio e l'ambizione smodata dei capi, la discrepanza dei pareri non impedirà mai certa unità di operare nelle cose di maggior momento; perchè un affetto generoso e comune e prevalente sugl'interessi privati e individuali termina sempre col rinvenire alcuno spediente onorato e alcun modo pratico di conciliazione e d'accordo. Rimedio, adunque, al conflitto acerbo delle opinioni, al soverchiare dell'orgoglio e all'insorgere abituale contro l'autorità e la disciplina, è l'amore immenso e puro nella Patria comune, e il sentimento profondo e radicatissimo del dovere.
26º Addottriniamoci delle condizioni topografiche, morali, intellettuali, economiche, ec. di ciascuna parte d'Italia, affine che cessi la vergogna perniciosissima di aver più notizia di alcuni Stati forestieri che della nostra Patria medesima; e affine si sappiano per appunto così i nostri mali, come i nostri beni, e i dati tutti richiesti alla soluzione del problema nostro sociale e politico.
27º Poichè un secondo legame di fratellanza e un avviamento all'essere di nazione sta riposto per noi Italiani eziandio nella unità delle religiose credenze, e nel dimorare in Italia il capo e moderatore augusto di quelle, curiamo d'imprimere in tale unità un carattere peculiare che ci distingua dagli altri popoli, e faccia la Chiesa italiana esemplare a tutte le altre. Spieghisi, pertanto, l'antica bandiera cattolica di Arnaldo da Brescia, di Dante, del Savonarola, del Marsilio, del Sarpi. La scritta della bandiera sia tale: — Ai dogmi e all'ortodossía rispetto e osservanza profonda: l'autorità e forza della Chiesa e l'opera de' suoi pontefici è meramente spirituale: quindi l'opinione sola e non i governi ànno ingerimento legittimo in essa: le discipline debbono essere riformate e rivocate alle origini: debbe tutto il corpo de' chierici partecipare, come in antico, alla scelta de' suoi gerarchi. — La legge morale evangelica è strettamente incorporata con la vita civile e con le virtù cittadine.
NOTA.
Tutti i precetti e suggerimenti fino qui registrati sono insufficientissimi a compire la trattazione delle materie a cui guardano. Il poco che scrivemmo vuole unicamente delineare un esempio della maniera d'investigare e proporre simile sorta di pratiche.
ALLA CONTESSA OTTAVIA MASINO DI MOMBELLO.[4]
Pregiatissima signora ed amica.
Alla sua gratissima rispondo molto più tardi del debito e del conveniente; ma io desiderava pure poterle dir cose ferme e ben risolute circa il mio tornare in Italia. E prima, io voglio renderle grazie il più caldamente che posso della memoria sempre amichevole che mi conserva e della grande amorevolezza di tutte le sue parole: anzi le dico, che fra le innumerevoli dimostrazioni ch'ella m'à dato di affetto e bontà in varj tempi e in mille maniere, questa ultima è delle più care e non riesce inferiore ad alcuna; sicchè io ne custodirò viva e perpetua nell'animo la ricordanza. Ora vengo al proposito, e primieramente io mi rallegro con lei, con me, con la nostra patria e con tutti i buoni, dell'atto d'amnistia promulgata da Sua Santità, pel quale sonosi alfine vuotate le carceri e le secrete che da lunghissimi anni mai non cessavano di riempirsi, rinnovando e martoriando gli squallidi abitatori. L'accoglienza poi benigna e graziosa che Pio IX à fatto a parecchi scarcerati, la scelta dello Gizzi a segretario di Stato, e altri segni e dimostrazioni provano chiarissimo la vera e profonda bontà del pontefice, e il suo desiderio sincero di riformare lo Stato, contentare i popoli, e così porre termine a una condizione di cose che veramente scandolezzava il mondo civile, e recava funestissimi danni alla religione.
Dubito forte che riesca al pontefice di attuare la metà sola del bene che disegna di fare; ma non per questo non sarà degno personalmente di affetto e di riverenza grande; perchè in un secolo quale si è il nostro, e in mezzo ad una nazione oppressa e degenerata, chi può pretendere in cotesto sant'uomo la eroica ostinazione di Sisto V, il coraggio di Giulio II, la mente e la sapienza d'Innocenzo III e di Pio II?
Ma per ridurre il discorso alla mia persona, io le debbo far noto, che contro l'animo, io credo, del papa, la nunziatura di qui richiede due atti preliminari da ciascheduno che vuol giovarsi dell'amnistia. L'uno è di far di ciò domanda speciale e in termini di petizione in grazia, la qual domanda inviasi a Roma, e occorre di aspettare quello che ne verrà risoluto colà. Secondamente, giunta che sia la risposta e tenutala (poniam caso) per favorevole, debbesi apporre il proprio nome ad un foglio, in cui fra l'altre cose vien dichiarato dal soscrivente di voler godere della grazia del perdono generoso e spontaneo concessogli ec. Ora, io non chiedo perdono di colpe di cui non mi sento reo; e quando tale mi sentissi, non avrei, certo, aspettato l'indulto del papa, ma da buon tempo avrei confessato l'errore a Dio e agli uomini: perchè chi fa, falla; ma il galantuomo si ricrede e confessa il peccato suo. Chiedano innanzi perdono essi (e qui non c'entra il papa novello) del sangue che ànno sparso con processi e giudicj che tutti riconoscono oggi essere stati veri assassinj. Qualora il papa avesse ricerco agli amnistiati una promessa formale di vivere quieti e obbedienti alle leggi del suo governo, e di non mescolarsi in cospirazioni e in qual sia tentamento e sforzo di rovesciare e abolire l'autorità sua, io tanto più volentieri l'avrei promesso, quanto insino dal 39 (ed ella forse ne à memoria) mandava fuori un'opericciuola in cui per tutte guise raccomandava alla gioventù italiana di desistere dalle sètte e dalle macchinazioni, e di entrar nella via che ora sembra finalmente voler esser calcata e seguita con buon proposito. Io non posso adunque, purtroppo, senza fare ingiuria alla mia coscienza, approfittare dell'amnistia. Il ciel mi guardi dal censurare chi la intende altrimenti: queste cose, com'ella sa, le delibera e le risolve ciascuno nel suo proprio sè, pigliando consiglio non da altro che dall'intimo senso morale. Io non tornerò in patria, salvo che per la porta dell'onore, diceva un grandissimo; ed io benchè picciolo assai ed oscuro, non posso non ripetere quel degno concetto; poichè la coscienza e l'onore ànno ugual pregio e misura uguale per tutti . . .
················
Di Parigi, li 31 di agosto del 1846.
Terenzio Mamiani.
LETTERA IN FORMA DI CIRCOLARE.
Signore.
In questo anno, come v'è noto, compiesi il centenario della cacciata degli Austriaci dalla città e riviera di Genova. E il primo atto della gloriosa sollevazione accadde il 5 del vicino dicembre. Tal gesto, il più bello forse della storia moderna italiana, e che diviene caparra e simbolo di altri non molto remoti da noi, merita di essere celebrato con ogni possibile dimostrazione.
Pare a me ed ai miei amici che uno dei segni di gioja pubblica da praticarsi in quel giorno, esser dovrebbe di ardere fuochi sulle colline più prossime a ciascuna città nelle prime ore della notte. Noi ne abbiamo scritto a parecchi in Romagna, in Liguria e in Piemonte. Se vi garba l'idea, parlatene ai vostri amici e invitateli a porla in effetto, facendo loro avvertire ch'ella è cosa la qual non incontra nè spesa nè rischio; e d'altra parte, è vistosa e significativa oltremodo. Nè altro per questa.
Di Parigi, li 20 novembre 1846.
Terenzio Mamiani.
LETTERA AL CARDINALE FERRETTI SEGRETARIO DI STATO.
(Dall'Italico, semestre II, n. 11. — Roma, 16 settembre 1847.)
Eminenza Reverendissima.
L'Eminenza Vostra, senza neppure venir pregata e sollecitata da me, ma solo per vive raccomandazioni de' miei parenti ed amici, ha voluto, per gran bontà naturale, favorirmi e beneficarmi. E non essendo riuscita nel primo atto d'intercessione presso il glorioso Pontefice, si è pur degnata di replicare le istanze; e jeri mi giunse avviso che Sua Santità condiscende, a contemplazione della domanda fattane dall'E. V., a darmi licenza di rivedere la mia provincia natale, e per lo spazio di tre mesi poter quivi riconfortarmi con la mia famiglia e con gli amici de' miei primi anni. Quanto poi alla condizione posta da Sua Santità, ch'io prometta innanzi (trascrivo le parole medesime di V. Eminenza nella lettera sua al Perfetti) di non volere in alcun modo cooperare nè direttamente nè indirettamente a turbare l'ordine delle cose politiche negli Stati Pontificj, io pensava che non le fosse nascosto avere io compiuta assai largamente quella siffatta dichiarazione, scrivendo nel marzo del corrente anno all'Eminentissimo Gizzi e chiedendogli di venir posto a parte del benefizio dell'Amnistia; «la qual promessa (aggiungeva io in quel foglio, e replico nel presente) io fo molto più volentieri, e intendo di adempiere con tanto maggiore lealtà, quanto è già lunga pezza che scrivo, e persuado i cittadini miei di calcare le vie in cui sembrano alla per fine voler entrar tutti concordemente, e le quali sole posson condurre alla vera e stabile rigenerazione della Patria nostra.» Ciò io significava e scriveva or fanno parecchi mesi; ed in questo mezzo tempo il succedere delle cose è riuscito così favorevole alle speranze dei buoni, che quella promessa di rispettare le leggi quali sussistono, e fuggire ogni modo occulto e violento di mutazione, è divenuta un obbligo naturale, necessario e comune, da poi che, mediante la saggezza miracolosa di Pio IX, incomincia in cotesti nostri paesi un ordine vero legale, per addietro sconosciutissimo, e per via di cui si à facoltà di procedere pacificamente e di grado in grado all'acquisto d'ogni perfezionamento civile.[5]
Che io non possa poi ringraziarla condegnamente, e come io desidero, della bontà e parzialità singolare in me adoperata, scorgesi bene da ciò, che se il rivedere la patria ed i suoi dopo sedici anni d'esilio e dopo estinta la speranza di più abbracciarli, è da computarsi fra le maggiori consolazioni del mondo, a me dee mancare qualunque fiducia di esprimere all'Eminenza Vostra, non pur coi fatti ma con le parole, la gratitudine che me le stringe e annoda in perpetuo. Solo vorrei pregarla a considerare che questi sentimenti li dice un uomo lontanissimo da ogni maniera d'adulazione, e a cui sono ignoti affatto le corti ed i grandi, ignoto il conversare e il carteggiare con esso loro; e a cui infine reca una vera e novissima meraviglia e soddisfazione il potere e dovere far ciò la prima volta in sua vita con l'Eminenza Vostra, nella quale si avvera e l'antico adagio che la bontà soggioga ogni cosa, e l'antica massima dei giuristi filosofi, che negli ottimi è un diritto naturale e non prescrittibile di dominio e d'impero.
Di Genova, li 15 agosto 1847.
Dell'Eminenza Vostra
Devotissimo ed Obbligatissimo Servo
Terenzio Mamiani.
DISCORSO RECITATO AL BANCHETTO CHE IL CIRCOLO ROMANO OFFRIVA E DEDICAVA ALL'AUTORE
il dì 23 di settembre del 1847.
Fratelli e Compatrioti.
Il massimo de' misfatti è bagnare le mani nel sangue civile; e l'Italia (eterno suo dolore e rimordimento!) ha per secoli molti lacerato col proprio ferro le proprie membra. Però, chiunque non reputa le cose mortali essere governate dal cieco caso, dee nel contemplar le ruine e il disfacimento della patria comune, ridire a sè stesso: — Tremenda ma giusta è la tua ragione, o Signore! — Per giudizio dell'alto, il popolo stato per vigor d'armi e sapienza di leggi arbitro e reggitore di tutto il mondo agli antichi conosciuto, passò sotto il giogo di cento nazioni, le quali per insino a jeri se l'hanno diviso, mercatato e venduto, come torma di vili giumenti. Per giudizio dell'alto, la schiatta più gloriosa fra tutte le umane fu abbeverata a lentissimi sorsi di umiliazione e di scherno: e noi miseri che trascinammo per lunghi anni la vita in esilio, e vedemmo dappresso la boria dello straniero e gli occulti suoi pensamenti, noi vi testifichiamo, o fratelli, che il nome d'Italiano era sinonimo di codardo, e apponevasi a modo d'antonomasia al giullare ed al barattiere.
Ma infine, le luttuose partite della colpa e della espiazione sono pareggiate, e la pagina nuova che nel gran volume dei nostri destini sta ora aperta e spiegata, porta le solenni parole di riscatto e risurrezione. E perchè in nessun popolo viene ad effetto un profondo e durevole rinnovamento, salvo che per virtù propria e interiore, e gli Italiani scaduti e inviliti affatto innanzi al proprio cospetto aveano dolorosamente smarrito ogni fede e ogni coraggio in sè stessi, Dio, con consiglio amoroso e misericordievole, mandò loro un segno ed una caparra evidente e infallibile del patto rinnovato e del perdono largito. Allora scorgemmo in vetta al Campidoglio e a vista di tutte le genti cristiane apparire un Angelo col nome di Pio, apparire un Labaro sacro e vivente, in cui dall'Alpi al Lilibeo le serve e languenti popolazioni girarono attonite il ciglio, e lesservi giubbilando In hoc signo vinces. Nè questo solo prodigio ha mostrato il Cielo ad accertare i Popoli nostri della salvezza insperata.
Di voi, o Romani (lasciatemi parlare il vero), di voi fieramente si sentenziava e diceva: — Gli altri stanno distesi ed infermi, ma questi son morti e putono di cadavere; quadriduani ei sono, perchè da ormai quattro secoli, e propriamente dallo sfortunato Porcari che esalò l'anima sul patibolo, più non dettero voce nè crollo. — Ma Pio IX che penetrava gli occulti del vostro spirito, così non parlò, ed accostatosi a voi come Cristo Signore alla figliuola della vedova, esclamò pieno di fede: Non est mortua, sed dormit. E voi vi svegliaste, e nel tratto di soli pochi mesi faceste l'Italia meravigliare delle vostre civili virtù. Nel vero, parecchie di queste, a guardarle nell'abito solo esteriore, possono sembrare altresì accomunate a gente o guasta o incivile: l'amore di libertà è naturato coll'uomo, e non rade volte s'accende tra cittadinanze rozze e feroci; l'unione dei voleri può sorgere spesso da ferrea necessità, o dalla fiamma non durevole dell'entusiasmo; sprezzar la morte e i pericoli è dote eziandio dei selvaggi; ed alcune fiate negli ultimi eccessi della barbarie ribolle negli animi umani un valor disperato. Ma ciò che rimane peculiare e qualitativo dei popoli veramente civili, e forniti di alto senno e di sentire magnanimo, si è la politica temperanza; si è il reggere, come voi fate, l'impeto stesso degli affetti più generosi, e il voler che procedano d'ugual passo la moderazione e la forza, la prudenza e lo zelo, la ragione e l'istinto: ondechè in voi, si può dire, sono principiati in un dì medesimo e il possesso di parecchi diritti, e la difficile saggezza di saperli assai convenientemente usare. Ma v'è più oltre di bene. Imperocchè, o Romani, noi vi accusammo di angusti pensieri e di gretto egoismo, e che non iscorgevate nè mondo nè umanità di là da Ponte Molle e da Porta Carmentale: e voi, in quel cambio, chiamati appena a un cominciamento di vita politica, avete pensato sopra ogni cosa all'Italia, e ogni vostro atto e consiglio va sottomesso e coordinato pur sempre alla salute, al risorgimento, allo scampo di qualunque individuo della comune famiglia Italiana. Vi accusammo di basse superstizioni; e molti chiamavanvi per istrazio una congrega di pusilli e di bacchettoni: e voi, a riscontro, mostraste di avere in cima dell'intelletto e accogliere e serbare entro l'animo la essenza più pura e fruttifera del Cristianesimo; significaste coi fatti di professare la sua generosa e razionale moralità, scaldarvi degli spiriti suoi più progressivi e sociali, ed ardere al fuoco di libertà che tutto quanto lo investe e il vivifica; in somma, mostraste di aver in cuore segnata e scolpita la Religione Civile, maestra ed inculcatrice di tutte quelle virtù, quegli uffici, quelle annegazioni in che versa la carità cittadina, e le quali assommano la grandezza e la perfezione del saldo e verace Italiano. Per tante e inaspettate prove d'un sentire liberale ed altissimo, avete, o Romani, insegnato al mondo, che, contro a mille apparenze e mille sintòmi, le brutture e la corrutela rimanevansi esteriori e parziali, e, come a dire, solamente appastate all'intorno del vostro animo, e che mai la sostanza e il midollo non intaccarono e offesero: onde esso fu simile a quelle stupende sculture giacenti tra le vostre ruine o in alcun canto de' vostri trivj, calpestate dal passeggiere, coperte di lezzo e di mota; ma le quali rimesse appena in sustante, e lavate e deterse d'ogni immondizia, subito rivelano agli occhi maravigliati di ognuno la loro antica e non alterata bellezza.
A me le sorti non concederono il privilegio e l'onore di nascere dall'augusta vostra sementa, ma però scorremi dentro le vene il puro sangue latino; e voi, voi pure, o Romani, siete un latino rampollo, e di gente latina crebbe e si allargò questa Città eterna e fatale. A gloria poi ed a singolare compiacimento mi reco l'essere stato in mezzo di voi e alle medesime vostre scuole allevato; e il Calandrelli, il Conti, il Gasperini, il Folchi, ed alcuni altri ingegni debitamente cari ed illustri, furono i primi balj e nutricatori della mia povera mente. Da ciò pensate se mi tornò in somma dolcezza il rivedere queste mura, lo spirar di nuovo queste aure, fissare gli occhi negli occhi vostri, e, più che tutto, con voi conversare d'Italia e di libertà. Da ciò pensate se mi s'imprime forte nell'animo una perpetua riconoscenza dei larghi favori, dell'ospitale affabilità e della fratellevole tenerezza con che vi piace di accogliermi; nè valgo a significarvi a parole, quanto l'affetto abbondi e moltiplichi nel cuor mio considerando tra me le splendide dimostrazioni e le segnalate e invidiabili testimonianze d'onore con cui volete esaltarmi quest'oggi. Il qual onore voi intendete per certo di conferire non alla mia persona oscurissima, non ai meriti di buon cittadino in me troppo scarsi, ma sì bene ai principj e alle massime generose e civili sempre e invariabilmente da me professate, e all'amore e al desiderio di questa nostra gran madre Italia, che m'hanno continuo infiammato, e da cui, in sedici anni di amarissimo bando, mai non ho divertito l'animo un sol dì e un solo istante. E ciò tutto voi fate perchè sia indizio e pegno certissimo ed universale del come intendete premiare e onorare coloro che non di sole parole e consigli (mio vano e sterile pregio), ma sì bene avranno con tutto l'animo e con tutto il sangue ajutata e affrettata la italiana rigenerazione; la quale (giova ripeterlo) voi, Popolo Romano, avete iniziata, per voi s'avanza, da voi si sostiene, e senza l'opera vostra mai non potrà riuscire nè santa, nè feconda, nè duratura.
SULLA TOSCANA.
(Dall'Italico, semestre II. — Roma 23 settembre 1847.)
Da lettere di Firenze raccogliesi, che la nuova legge colà pubblicata circa all'ordinamento della Guardia Civica, non tragge seco l'adesione e il suffragio di tutti, ed anzi qualche porzione di popolo ha fatto perciò dimostrazioni sconvenevoli e tumultuose. Noi desideriamo che quelle lettere sian cadute in amplificazioni: ad ogni modo, teniamo per fermo che qualora si apponessero in tutto al vero, la stampa periodica della Toscana, anzi dell'Italia intera, non mancherà al debito suo, e rivocherà gli avventati e gli sconsigliati dalla via funesta dei tumulti e delle sommosse.
Certo, noi non daremo per questo cominciamento di male in escandescenza e in furore, e non ingiurieremo nessuno col titolo di fazioso, di ribaldo, di demagogo. La storia e il raziocinio c'insegnan del pari quanto sia facile entrare in possesso d'alcuni diritti, e quanto difficile saperli saviamente serbare ed usare. Compatiamo in generale all'inesperienza de' giovani e all'ardore impaziente delle moltitudini, e ci sentiamo dispostissimi a ravvisare ne' lor moti disordinati più presto un eccesso di zelo, che un effetto di male intenzioni, e ne' lor capi e guidatori un subito accendimento di fantasia e una baldanzosa presunzione di sè, di quello che mire personali e ambiziose, e voglia vera e deliberata di perturbare e sconvolgere.
Con tali considerazioni, noi pigliamo speranza che la voce dei buoni e degli assennati levandosi viva e concorde per biasimare codesti eccessi, vedremo di corto i giovani ravvedersi e le moltitudini rinsavire. A gente così ingegnosa, avvisata e penetrativa come i Toscani sono, gli è impossibile che non apparisca chiarissimo il danno grande ed inestimabile, che recherebbe alla causa italiana questo rompere in clamori e in violenze ad ogni atto ministrativo che non gradisca (poniamo pur con ragione) a molti ed eziandio all'universale. Per gran ventura, àvvi oggi in Toscana rimedj regolari e pacifici ai cattivi provvedimenti. Tanto manca che il buon Principe voglia o possa al presente imporre a popoli suoi triste leggi ed improvvide, che ha messo a tutela della giustizia e dei diritti, e a lume e scorta sicura e comune del progresso civile, la libera e quotidiana esaminazione e discussione della cosa pubblica. Or vuole essa la plebe, vogliono essi i giovani inconsiderati preoccupare e sforzare il giudicio della stampa periodica, rompere l'equo e difficile sindacato degli atti ministrativi, la lenta e laboriosa maturazione delle riforme e dei nuovi istituti? Per tutto dov'è conceduto il venir componendo una mente ed un senso pubblico, e dov'è lecito all'opinione migliore e più generale il manifestarsi ed il prevalere non subito nè senza fatica, ma pure in modo efficace e perfettamente legale; il ricorrere a' mezzi violenti e il far mostra d'ammutinarsi, e dirò anche il solo turbar di frequente la quiete comune con atti sconci e rumori e grida minaccevoli ed ingiurose, fa pensare al mondo che il popolo il quale opera di tal guisa, mentre offende la propria sua dignità, disconosce la forza suprema della ragione e del vero; rinnega altresì coloro che tuttogiorno nelle stampe fannosi organo delle giuste querele e dei comuni desiderj; abusa da selvaggio e da barbaro de' naturali diritti; e merita di ricadere nell'ignobile stato di servitù e di codardia ove la smoderatezza e i vizj e le colpe de' padri suoi il cacciarono. E se questo in generale è vero, torna verissimo per noi Italiani, a cui tanta maggior prudenza e moderazione abbisogna, quanto le condizioni nostre sono state le più infelici del mondo, e permangono tuttora le più pericolose e difficili. A voi Toscani è bellissima gloria l'essere entrati primi o quasichè primi nell'aringo dell'italiana rigenerazione: ma di quindi, a voi procede un obbligo vie maggiore di porgere agli altri fratelli esempio salutare d'un'ordinata, prudente e incolpabile risurrezione. Non udite voi l'Italia, la nostra madre comune, la gran Donna di provincie, ancor tutta bagnata di lacrime e coi solchi delle catene nelle braccia e ne' piedi; non l'udite voi, ripeto, raccomandarvi affettuosamente la vita sua, la sua salvezza, lo scampo estremo di tutti i suoi figli? Fra questi, Ella dice, v'ha chi infinitamente più di voi tollerava e soffriva, chi ha dato prove molto maggiori e malagevoli ad imitare di carità cittadina, costanza magnanima, vigore indomabile, amore santo e animoso di libertà. Eppure, vedete ch'ei sanno temperare i lor desiderj, e tenersi stretti e quieti nelle vie della legge e dell'ordine. Perchè, dunque, sarete voi più insofferenti ed immoderati? Deh, a che riuscirebbe, o figliuoli, la vostra sconsigliatezza, salvo che a sbarbicare del tutto le riforme bene iniziate, e la speranza che acquistan del meglio i fratelli vostri subalpini, dal cui coraggio e dalla cui disciplina io aspetto, quando che sia, d'essere fatta signora di me medesima? E non son del mio sangue, e non sono viscere mie quegl'infelici, che pur mentre io parlo, cadono laggiù trafitti dal piombo e dal ferro su ciascuna riva dello Stretto? I vostri savj e ammisurati portamenti, la vostra ragionevole discrezione e longanimità, il lieto spettacolo del vostro riposato e concorde vivere civile, può far cessare quelle morti e quel sangue, chiudere quelle larghe ferite, cambiar la mente e il consiglio di chi tiene in mano le sorti della Sicilia e del Regno. Il contrario (ahi misera!) procederà del sicuro dal disordine, dai tumulti e dalle violenze. In qualunque atto, o figliuoli, e in qualunque deliberazione, pensate ai profondi sospiri, pensate alle lagrime occulte e amarissime di tanti vostri fratelli men di voi fortunati, non però meno cari e men diletti al cuor mio.
(Dal medesimo-Roma, 7 ottobre 1847.)