IL TRAMONTO DI UNA CIVILTÀ VOLUME PRIMO
CORRADO BARBAGALLO
IL TRAMONTO DI UNA CIVILTÀ
O
LA FINE DELLA GRECIA ANTICA
«..... Indagheremo e conosceremo insieme le ragioni per cui Sparta ed Atene, dal colmo della gloria, cui, fra i Greci, erano dal nulla pervenute, rischiarono poscia di precipitare nella servitù; le ragioni per cui i Tessali, straordinariamente cresciuti in ricchezza ed in potenza, sono ora ridotti allo stremo della disperazione». «Occorre all’uopo risalire alle cause prime, non già richiamare gli eventi, che da quelle sono proceduti: alle cause prime dei mali che ci hanno condotti allo sbaraglio attuale».
(Isocr., La Pace, 116-17; 101).
VOLUME PRIMO
FIRENZE
FELICE LE MONNIER
EDITORE
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
2047-1923 — Firenze, Stab. Tipografico E. Ariani, Via S. Gallo 33
ALLA CARA MEMORIA
DI
GEORGES PLATON
CHE QUESTO LIBRO MI DETTE LA FORTUNA
DI CONOSCERE E DI AMARE
PREFAZIONE
Questa edizione, interamente e assolutamente rinnovata, di un mio lavoro di parecchi anni addietro, comparso in tempi che dovevano essergli sfavorevoli, come quelli nei quali la disistima degli studi storici era, in Italia, per ragioni che qui non è il luogo di indagare, giunta al suo colmo, riappare adesso in una forma diversissima dall’antica. Chi scrive non è una di quelle egregie, invidiabili persone che si compiacciono assai di non avere mai nulla a mutare nelle loro opinioni, nei loro scritti, nelle loro meditazioni precedenti. Io ho trovato, e trovo sempre, da cambiare — profondamente —, e profondamente correggere, in tutto quanto ho avuto per l’innanzi a pensare e ad esporre. Così, per limitarmi al presente volume, dell’antica mia trattazione non è rimasta in piedi che parte dell’intravatura: il resto — disegno, architettura, ornamentazione — tutto è scomparso, divorato da una radicale rielaborazione e ricostruzione. Dirò di più: io mi sarei sentito umiliato se, rivedendo, dopo tanti anni, questo mio libro, non avessi trovato da rimaneggiarlo profondamente. Credo tuttavia che, quale esso torna oggi alla luce, sia, non soltanto cosa, forse, degna di rilievo, ma altresì capace di utilità pratica. Il problema più alto della storia è proprio eternamente questo del sorgere e del decadere delle Nazioni; onde riuscirne a coglierne la parola o le molte difficili parole risolutrici è conquistare una parte del mistero della nostra esistenza passata e presente. Appunto perciò, come la prima volta in cui lo concepii, anche ora io lo dedico idealmente, meno ai professionisti della nostra disciplina che a tutti coloro i quali si accostano alla fonte incantata della storia con la brama, solo parzialmente appagabile, di attenderne una grande lezione per l’avvenire e (Dio noi voglia!) anche per il presente. Che queste pagine possano, sia pure in piccolissima parte, soddisfare a sì alta ambizione!
C. B.
INTRODUZIONE
Disegno della storia politica della Grecia antica — Obietto del presente studio e suoi limiti — Il concetto di «progresso» e di «decadenza» — Storia e fonti storiche.
Il disegno generale della storia politica della Grecia antica è noto. Dopo un periodo di maraviglie, di cui sentiamo, sulle nostre palpebre e sulle nostre carni, la luce potente e radiosa, più che non riusciamo a intravedere i distinti contorni delle cose — il periodo cosiddetto miceneo —, la Grecia precipita in una penombra oscura, in un medioevo tormentoso e affaticato, dal quale riescono solo a trarla fuori le guerre persiane del secolo V: la prima e più nobile guerra, che quel grande popolo combattè attraverso la sua quasi millenaria esistenza. Allora finalmente la Grecia balza alla luce della storia, e tutte le vicende, che si erano venute susseguendo da più di un secolo, maturano i loro frutti prodigiosi. Ora la Grecia è un Paese, in cui ogni contrada, ogni città brillano di luce propria, chi per i commerci, chi per le industrie, chi per le lettere, chi per l’arte, e ognuna ha un’anima, una fisonomia, sua, che la distingue dalle altre e impone al barbaro mondo circostante il rispetto del nome ellenico. Due città — Atene e Sparta —, due Stati — la Confederazione ateniese e quella spartana — sovrastano sulle altre e sugli altri, e finiscono con lo scontrarsi in un lungo duello mortale, nel quale Atene soccombe e dopo il quale la luce della sua gloria e del suo genio comincia ad affiochire. Sparta tenta in uno sforzo supremo di unificare la Grecia, sovrapponendo ad essa la propria dura egemonia, ma non vi riesce. La Grecia, che pur soffre del suo particolarismo, quasi grettamente municipale, non tollera alcuna sovranità effettiva. La lotta contro l’egemonia spartana si prolunga a mezzo il secolo IV. In questo momento la Grecia, sempre scontrosa e ribelle, può dirsi distribuita entro il raggio di tre vaste egemonie: quella spartana, quella ateniese, quella tebana. Ma nel 338 essa è domata dalla ancor barbara Macedonia, tal quale l’Italia del secolo XVI subirà, riluttante, il morso e il giogo delle armi francesi e spagnole. La nuova sovranità si è appena stabilita, che la Grecia ne è tratta ad un’impresa gigantesca: la conquista dell’Oriente persiano. La Persia è invasa, sconfitta, schiacciata, travolta, e la Grecia dell’età di Alessandro Magno si piglia l’estrema vendetta delle onte subite al tempo di Dario e di Serse. Ma l’istante, che parrebbe segnare il culmine della sua fortuna, affretta l’ora della ruina finale. Morto Alessandro, la Grecia viene precipitata nel turbine delle guerre dei generali macedoni, e poi dei loro successori, che la devastano e dilaniano per circa cinquant’anni, fino al chiudersi del primo ventennio del III secolo a. C. Al placarsi di sì vasta tormenta, la Grecia si ritrova provincia di una delle giovani monarchie ellenistiche: quella degli Antigònidi, e ancora e sempre soggetta alla Macedonia. Ma niuno riconoscerebbe più nei suoi contorni l’Ellade di Temistocle o di Pericle. Il Paese soffre orribilmente; esso è, in tutte le sue membra, agitato da mali oscuri, di cui gli uomini ignorano il vero carattere. Invano, sconfiggendo la Macedonia, Roma la ridona a libertà. La Grecia continua a soffrire e a morire ogni giorno un poco. Lo spettacolo di questa tormentosa agonia è orribile: le città si combattano a vicenda senza nessuno scopo apprezzabile, e in ciascuna i cittadini si strappano, gli uni gli altri, gli averi, le carni, la vita. In qualche posto non si combatte, non ci si strazia più; si banchetta e gozzoviglia come all’ultimo festino. E si attende e si invoca il diluvio, la ruina estrema, che tutto abbia ad ingoiare. È Polibio, il grande Polibio, a descriverci i sintomi di questo oscuro e terribile male!
A intervalli, speranze gigantesche attraversano, come foschie di lampi, l’impotenza di questa diuturna agonia. Un’imprudenza maggiore delle altre rapisce alla Grecia per sempre l’indipendenza, e, nel 146, l’anno che la storia universale segnerà dalla fatale distruzione di Cartagine, anche la Grecia entra nel novero delle province romane, ossia di quel mondo che Roma, per ben due secoli, tratterà come materia vile taillable et corvéable à merci. Allorchè la Repubblica romana finisce e l’Impero comincia, quella, che gli uomini dicono ancora essere stata la Grecia, è una vasta necropoli, sacra soltanto alla memoria dell’avvenire.
Noi vogliamo ricercare sul serio quali siano state le cause profonde di tanta ruina, forse più tragica di quella dell’Impero romano a mezzo il secolo V di C., perchè questa volta non è una grande potenza materiale che finisce; è una luce d’intelligenza, di coltura, di genio, di civiltà, che si spegne nel mondo. Ma un’indagine di questo genere non è stata mai còmpito agevole. L’ostacolo maggiore che ha fatto naufragare negli scogli della più sciagurata retorica i tentativi meglio intenzionati, sta nella difficoltà intrinseca della ricerca. Per lavori d’interpretazione storica di questo genere, non basta infatti diligenza di narratore; occorre, come ben s’esprimeva a suo tempo uno dei nostri più insigni maestri, occorre, diciamo, «occhio metafisico che sappia cogliere fra le varietà degli accidenti i tratti essenziali»[1], ed i pochissimi, invero, che, forniti di tale strumento hanno, anche per incidenza, toccato del grave problema, sono riusciti a gettarvi fasci di luce potente[2].
Una disamina compiuta e sistematica è però ancora un desiderio, e noi vogliamo tentarla — senza iattanza come senza paura — aggiungendo per la prima volta alle tante ricerche sulle Cause della grandezza e della decadenza dei Romani, questa, più nuova, di più brevi confini, ma non meno ardua e difficile, della decadenza della Grecia antica. Se non che, innanzi di entrare in argomento, ci sembra opportuno fissarne gli indispensabili criterî, sì da non essere più oltre costretti a turbare con dichiarazioni e discussioni l’oggettività della disamina.
Che cosa intendiamo; che cosa si deve intendere per Grecia antica? La grecità è qualche cosa di sì vasto e di sì diffuso, che numerosi suoi frammenti sono venuti a gravitare nell’orbita di regimi e di rapporti, gli uni differentissimi dagli altri. Noi discorreremo quindi in ispecial modo della Grecia della penisola balcanica, e ci intratterremo del resto del mondo ellenico solo in occasione di quegli eventi, che possono legittimamente importare che vi si accenni o se ne faccia riferimento.
Ma insorge qui il difficile problema: Che cosa deve intendersi per decadenza e quali fenomeni sociali essa viene ad accogliere nella sfera della sua azione dissolvitrice? È possibile rispondere in modo soddisfacente?
Il concetto di decadenza sociale sta in diretta relazione con quello che noi dobbiamo formarci di progresso, ed è appunto perciò, come quest’ultimo, una delle nozioni meno chiare e meno approfondite della filosofia moderna. Per la massima parte degli antichi, il problema era più facile. Essi amavano collocare il loro ideale alle radici della storia nazionale, in un archetipo di società, semplice e buona, che rappresentava come il quadro perfetto della loro esistenza. Qualunque indirizzo, che si avviasse per altre strade, che discostasse la loro città da quell’ideal tipo di esistenza; che procedesse verso forme più complesse, o, secondo ieri si diceva, dall’omogeneo all’eterogeneo, veniva considerato come decadenza; qualunque tentativo di riaccostarvi si era giudicato progresso. Tale il concetto di progresso o decadenza che emerge dalle storie di Tucidide, di Livio, di Tacito, in una parola, dalla massima parte degli scritti degli antichi pensatori. Un concetto universale di progresso o di decadenza, applicabile a tutti i popoli e a tutte le società, rimase estraneo al loro spirito; fu, anzi, uno degli elementi più gravi di contrasto fra l’ideologia pagana e quella cristiana[3]. Ma anche quando, in età relativamente tarda, alcuno di loro si distaccò da quelle preoccupazioni strettamente nazionali, e volse lo sguardo ad abbracciare lo sviluppo dell’intera umanità, anche allora egli ritenne fermamente che l’età della perfezione, l’età dell’oro dell’umanità, stesse dietro le spalle, non dinanzi agli occhi e alle speranze degli uomini. Anche gli Epicurei, che differirono da tutti gli altri antichi, per la concezione universale del progresso, anch’essi, diciamo, imaginavano chiuso con l’età loro il periodo di svolgimento dell’umanità e ormai raggiunta la fase definitiva dell’umano progresso, declinar dalla quale sarebbe significato precipitare nella decadenza.
Diversissimi dagli antichi, gli uomini moderni, dal secolo XVIII in poi, hanno identificato il concetto di progresso con quello di svolgimento; anzi hanno creduto che ogni società sia, per sua fatale legge immanente, affaticata dall’imperativo categorico del progresso, che la costringe ad ascendere di grado in grado verso forme superiori[4].
Nè l’una nè l’altra teoria possono essere considerate come vere. La teoria degli antichi è, nella sua essenza, negatrice del concetto di progresso: essa non risponde a un’idea di moto, ma di stasi, di immobilità. La teorica dei moderni, identificando progresso con svolgimento, perviene allo stesso resultato, in quanto implica, sotto quest’ultimo concetto, tanto l’idea di progresso come quello di decadenza. Muoversi non significa solo andare innanzi; può anche significare andare indietro. Nè la necessità assoluta del progresso è nulla più che una orgogliosa illusione, di cui il secolo XX si è andato man mano dispogliando. Gli uomini sanno che taluni popoli progrediscono, ossia, per intenderci all’ingrosso, assumono forme più elevate, più grandiose, più fortunate, più felici o più perfette di vita, come noi, secondo certi nostri transeunti criterî, le giudichiamo; altri, invece, precipitano a forme inferiori, e taluni scompaiono quasi dalla storia del mondo. La identità di svolgimento e di progresso non ci spiegherebbe mai le sorti singolari delle antiche società indigene dell’America, dei Califfati Arabi, della Spagna moderna, della stessa Italia, in parecchie ricorrenti fasi della sua storia.
Taluno può forse pensare (come altra volta io stesso ho pensato)[5] che sia lecito limitare il concetto di progresso solo a determinate categorie di fatti sociali — quelli passibili di misurazione e di valutazione materiale —, definendo progresso la trasmissione dei loro resultati, accumulati dalle generazioni precedenti, alle generazioni successive e, da queste accresciuti, trasmessi a loro volta alle generazioni future, definendo, viceversa, regresso o decadenza lo smarrimento di questi utili accumulati dal tempo. Si avrebbe così la possibilità di parlare di progresso o di decadenza del commercio, dell’industria, dell’agricoltura, della scienza, ecc. Ma questa seducente definizione ha il torto d’essere meramente quantitativa. In seno a ciascuna società, ognuno dei sopra elencati fenomeni non ha un valore isolato, per sè stante, ma un valore che sta in rapporto, in funzione alla totalità dell’organismo sociale cui s’innesta. Una corretta idea di progresso e di decadenza non può quindi considerare l’industria, l’agricoltura, il commercio, la scienza, come elementi isolati, ma in rapporto alla funzione ch’essi compiono in ciascuna società. Non è detto che il progredire quantitativo dell’industria, della scienza, dei beni materiali di un popolo, vi determini di necessità una fase di progresso e viceversa. La storia ci avverte singolarmente di tale fenomeno, e su questo punto la filosofia degli antichi fu assai più nel vero di quella dei moderni, allorchè ripetè fino alla sazietà che il progresso materiale non è veramente progresso, ma corruzione, se esso termina col dissolvere energie intime, che cementano la grandezza, che temprano la saldezza morale dei popoli. Un giudizio, dunque, di progresso o di decadenza, anche limitatamente ai fenomeni sociali passibili di misurazione e valutazione quantitativa, va fatto in rapporto alle ripercussioni sociali di questi fenomeni. I quali sono forze socialmente progressive, non in quanto riescono ad accumulare, nel seno di una società, elementi più copiosi che in passato, ma in quanto giovano a rendere migliori — migliori nel puro significato darwiniano —, ossia a far trionfare nella concorrenza delle nazioni, i popoli nel cui seno essi ebbero a generarsi. I casi della Germania e della Francia contemporanee, al paragone della Germania e della Francia del secolo XIX, sono stati, per noi tutti, in questi ultimi anni, fenomeni rivelatori. Ma questa riserva ci apre altresì la via a renderci conto del modo in cui noi siamo in grado di parlare di progresso e di decadenza, a proposito delle forme politiche, di quelle della morale, dell’arte, della letteratura di un popolo.
Noi non possiamo, come volgarmente si usa, discorrere di forme politiche progressive o regressive; non asserire, poniamo, che la monarchia assoluta valga meno della repubblica; la democrazia meno della oligarchia; il regime unitario più di quello federativo, e viceversa. Il fatto ci avverte come ciascuna di queste forme politiche fu la più adatta in determinate situazioni, o la meno adatta in altre; che cioè anch’esse hanno, non già un valore isolato assoluto, ma un valore relativo alla complessa società da cui emergono, o in cui si tenta inserirle. Analogamente le varie morali dei popoli non sono alcunchè di assoluto e di graduabile: ciascuna risponde a determinate condizioni sociali del momento; e se talora ci troviamo a biasimarle o a condannarle, siamo vittime di un pregiudizio o di un giudizio superficiale, o le sorprendiamo in contrasto con la conservazione della società, a cui esse appartengono, o con talune sue tendenze che l’esperienza ci avvisa determinatrici di progresso futuro.
D’altro canto, la letteratura, l’arte, la filosofia, la religione non sono, nella loro essenza, fenomeni sociali, sibbene individuali, e fra essi e la trama sociale, su cui s’adergono, esistono rapporti, che non sono di causa ad effetto, onde nulla vieta che società decadenti vantino talora artisti o letterati insigni, e nazioni nella pienezza del loro rigoglio, filosofie e letterature mediocri. Furono questi appunto, come sappiamo, gli alterni casi di Roma antica e dell’Italia del Rinascimento.
Ma, per quanto non possa discorrersi in modo assoluto di decadenza dell’arte, della morale o della costituzione politica di ciascun popolo, le forme e gli istituti artistici, morali, politici non cessano per questo (così come il commercio, l’industria., la scienza ecc.) di poter divenire motivo di progresso o di regresso. Ciò avviene, ogni qualvolta essi investono con le loro conseguenze l’ordito dei rapporti sociali che li sorreggono ed alimentano, cooperando a rinsaldarlo o a disfarlo, a migliorarlo o a peggiorarlo.
E un altro dubbio è lecito formulare: — Esistono veramente, così come nel linguaggio corrente si ripete, delle cause, delle cause prime, di questo o di quel fenomeno sociale? —
Pur troppo, non ne esistono! Nello svolgimento della storia umana, non ci sono che fatti, niente altro che fatti, dei quali ciascuno è causa e conseguenza, conseguenza e causa, di circostanze impensate, e talora diversissime; anzi, ogni fatto è causa di altri fatti — di questa o di quella natura — che non va considerato isolatamente, ma va posto in determinate relazioni con fatti precedenti o contemporanei. La storia non è stasi; è un flusso perenne, infrenabile, di cui nessuna particella si può arrestare, ma in cui solo è lecito segnare qualche punto di riferimento, ciò che noi diciamo causa od effetto di questo o di quel fenomeno, successivo o precedente.
In tale senso — e non in altro — va dunque intesa ogni ricerca delle cause della grandezza o della decadenza di un popolo; entro tutte queste riserve va collocata la trama della indagine che tentiamo nelle pagine seguenti.
Ma un’altra difficoltà, propria della disamina che ci proponiamo, risiede non più nella poca chiarezza e nella difficoltà dei concetti guidatori della nostra indagine, ma nel materiale stesso. Moltissimi sono gli anelli che ci sfuggono della vita interna degli Stati greci; enorme il buio che incombe sui minori, sì da essere, in fondo, ridotti a conoscere, discretamente, solo la storia di Atene. Se non che tutto questo impaccia grandemente chi si sforzi di riesumare ciò che nel maggior numero di casi non è possibile — i più minuti particolari del passato —, non chi si studia di cogliere le direzioni generali secondo cui il passato si svolse. Chi a questo intende deve considerare le fonti storiche, specie se del mondo antico, come frammenti di un mondo scomparso, come rifiuti di un grande naufragio, di cui i flutti sospingono a caso alla riva sonante or questo or quell’altro detrito, ma di cui ciascuno è pregno di un significato, che oltrepassa il segno materiale da cui promana. Soltanto per riaccendere questa luce, per ricomporre l’insieme, per ricreare il clima storico, in cui quegli sparsi elementi furono cosa viva, bisognava, e bisogna, trarre da una più larga conoscenza storica, dalla pratica della vita tutte quelle nozioni, quelle suggestioni, quelle analogie, per cui il passato rivive, per cui soltanto è lecito scrivere di storia, e le quali sono (se ne divenga o no consapevoli) il presupposto necessario e fondamentale della storia.
«Per chiunque», scriveva un grandissimo storico moderno — J. G. Droysen — «non sa trovare dietro un fatto isolato la piramide delle condizioni, di cui esso è il culmine; per chi non riesce a scovrire nelle indicazioni fortuite la tela di connessioni e di presupposti, cui appartengono; per chi nella storia altro non vede che un mosaico di passi estratti dai testi relativi, per costui (ahimè!), essa rimane muta e infeconda come scheletro privo di vita».
Parole auree, che richiamano alla mente le altre, con le quali il massimo storico dell’evo antico accompagnava ai lettori l’opera sua, e che varrebbero la pena fossero gelosamente rammentate da tutti i filologuzzi e criticastri contemporanei: «Quanti s’illudono di poter conoscere la storia universale attraverso qualcuno soltanto dei suoi frammenti, sono simili a coloro che, per vedere le membra sparse di un organismo già ricco di energia e di bellezza, stimassero di averlo dinanzi nella sua piena attività di vivente. Sì che, qualora alcuno, ricomposto ad un tratto l’animale e ridonatolo alla forma originaria ed alla vita, tornasse loro a mostrarlo, io non ho dubbio, converrebbero tutti d’essere stati tanto remoti dal vero quanto chi sogna è lungi dalla realtà. È possibile formarsi dalle parti un’idea approssimativa del tutto; non è possibile averne scienza e cognizione sicura. Perchè si deve tenere ben fermo che ogni notizia parziale contribuisce alla intelligenza del tutto; ma questa si può solo conseguire dalla connessione e dalla comparazione, dal rilievo delle somiglianze, e delle differenze, di tutte le parti fra loro: solo chi studia in tal modo può dalla storia ritrarre giovamento e diletto»[6].
Note all’Introduzione.
[1]. F. De Sanctis, L’uomo del Guicciardini, in Saggi critici, Milano, Treves, 1914, III, p. 34.
[2]. Mi riferisco specialmente al Fustel de Coulanges e al suo Polybe ou la Grèce conquise par les Romains, in Questions historiques, Paris, Hachette, 1893, p. 121 sgg.
[3]. Si cfr. la polemica di Giuliano l’Apostata contro i Cristiani circa la teorica degli Dei nazionali: Julian., Contra Christian., 115 sgg.; 238 D, ed. Neumann.
[4]. Una ottima trattazione di carattere storico sull’idea di progresso, presso antichi e moderni, è contenuta in I. B. Bury, The idea of progress, an inquiry in to its origin and growth, London, Macmillan, 1920. Ma l’antitesi fra le due concezioni, antica e moderna, era stata, prima ancora, colta e sviluppata egregiamente da G. Ferrero, Tra i due mondi, Milano, Treves, 1913.
[5]. C. Barbagallo, Il materialismo storico, Milano, «Fed. it. Bibl. popolari», 1916, p. 107.
[6]. Polibio, I, 4. 7-11.
CAPITOLO PRIMO. LA SCHIAVITÙ E L’ANTICA SOCIETÀ ELLENICA
La schiavitù e la sua importanza storica.
Il primo dei molti problemi, che un’associazione di uomini, regolarmente costituita, deve risolvere, è quello della produzione materiale. Non che tale sia il fine più nobile, fra i molti, cui la vita umana possa tendere, ma è certo quello che condiziona tutti gli altri, ed essa ha, in ogni società, l’identica importanza che il bilancio domestico in una famiglia, che il bilancio pubblico in uno Stato. Fortunato quel popolo che, avendo risolto felicemente il problema della sua produzione, riesce, così facendo, a rendere possibile la sua esistenza sociale! Esso avrà conquistato la forza di attraversare incolume i rischi più terribili, che talora si abbattono sulla vita delle nazioni; avrà trovato il segreto di dominarli o di superarli. Quella società, invece, che a ciò non avrà saputo provvedere, quali che siano le aspirazioni ideali della sua maggioranza o delle sue minoranze elette, non potrà non finire, scivolando lentamente nella decadenza o precipitando d’un balzo nella catastrofe.
Così, ripetiamo, avviene nella vita dei singoli; così in quella delle nazioni. Se dunque noi vogliamo riuscire a cogliere le cause prime della grandezza o della decadenza dei popoli, noi dobbiamo anzitutto sforzarci di mettere la mano sulla loro speciale forma di produzione e intenderne il meccanismo, i vantaggi, i difetti: quello che, in una, parola, li mette in grado di vivere e di trionfare nella gara universale.
Or bene, il mondo antico — e quindi anche la Grecia — poggiarono sulla pietra angolare della schiavitù. Lo schiavo, o, meglio, il lavoratore non libero, fu al tempo stesso lo strumento e il motore animato dell’agricoltura, dell’industria e del commercio antico. Lavoravano anche i liberi, ma in proporzione assai più piccola e (salvo in tempi o in regimi economici relativamente progrediti) con una capacità e una versatilità infinitamente minori di oggi. Il fenomeno della schiavitù, nel mondo antico, è stato più volte, troppe volte, oggetto di aspre requisitorie morali, di condanne violente per le società che si acconciarono ad adottarla. In realtà la schiavitù fu, nè più nè meno, che uno dei tanti mezzi, per cui l’uomo, attraverso i tempi, si è sforzato di risolvere (solo parzialmente riuscendovi) il problema della sua esistenza materiale. In quella fase dell’età prima di ciascun popolo, in cui le braccia di una sola gente o di una sola tribù non furono più bastevoli alla coltura del suolo, alla difesa dagli aggressori esterni, alla produzione di tutti gli oggetti occorrenti alla vita: in tempi, nei quali nessuno dei mezzi, che oggi valgono ad allettare e fissare il lavoro dei liberi, riesciva praticamente efficace, laddove le guerre, continue fra minuscoli aggregati sociali, fornivano in abbondanza le braccia pel lavoro servile, gli uomini ebbero il merito insigne di rivolgere a scopi utili questa somma non indifferente di energie, che il caso poneva a loro disposizione, su territori sconfinati, talora in gran parte sterili. Per tal via la schiavitù segnò una delle prime forme dell’umano lavoro e divenne strumento efficace di produzione e di accrescimento della ricchezza.
Essa segnò la prima separazione di funzioni nella società primitiva; essa permise la divisione del lavoro sociale, e, nel lavoro stesso, una distribuzione particolare di energie e di attitudini; soprattutto, essa rese possibile due fatti, che in seguito dovevano assumere la più alta importanza: in primo, la separazione di una classe guerriera da una classe produttrice, il che rese possibile la formazione di grandi Stati, invece delle atomiche tribù primitive; in secondo, l’abito metodico e costante al lavoro, ossia la possibilità della produzione di beni e di ricchezze, che servissero a qualcosa di più complesso e di più alto della soddisfazione dei bisogni elementari ed immediati dell’individuo. Questa la grande funzione storica della schiavitù primitiva![7].
Pur troppo, come avviene di tutte le forze che si sviluppano in seno alla vita e alla storia, anch’essa, la schiavitù, andò col tempo svolgendo ed emanando da sè medesima un’influenza nociva all’ambiente sociale, in cui era posta e viveva, un’azione contraria allo sviluppo economico, che essa aveva saputo suscitare. Tali conseguenze si andarono aggravando con l’incalzare dei secoli. Studiare quindi, nella Grecia antica, la forma del lavoro servile, la sua natura, la sua portata, le sue conseguenze — in una parola, la sua crisi, e le crisi sociali, ch’essa andò man mano determinando nei vari dominî dell’industria, del commercio — significa penetrare nel mistero della sua vita spirituale: così oggi studiare le crisi del regime di quel libero salariato, che s’inaugurò nel mondo nei secoli XIV-XV, significa risalire alle origini prime della più grande fra le tragedie materiali e morali, che travagliano la civiltà contemporanea dei due mondi.
La popolazione schiava in Grecia.
A tal fine, ossia al fine di formarsi un’idea esatta del peso che la schiavitù esercitò nella vita sociale ellenica, noi brameremmo vivamente conoscere il rapporto numerico fra la popolazione libera e la servile, e quello dell’una e dall’altra, con la superficie, la produzione, l’importazione ecc., nei singoli Paesi della grande nazione.
Pur troppo, assai esigua è la copia dei dati, di cui possiamo disporre, e soltanto nei rispetti più superficiali e più generici del problema. Secondo i calcoli più noti e più accreditati del Beloch[8], i rapporti fra popolazione libera e popolazione schiava, nei Paesi greci di cui meglio siamo informati, e nel periodo più luminoso di quella storia, ossia a mezzo il secolo V, sarebbero i seguenti:
| Superficie in km2 | Popolaz. libera | Schiavi | Pop. relat. per km2 | Pop. fra lib. e sch. | |
| Argolide (insieme con Egina e Corinto) | 4185 | 165.000 | 175.000 | 78 | 1:1,09 |
| Attica | 2647 | 135.000 | 100.000 | 89 | 1,35:1 |
| Megaride | 470 | 20.000 | 20.000 | 88 | 1:1 |
| Beozia | 2580 | 100.000 | 50.000 | 58 | 2:1 |
| Eubea | 3592,3 | 40.000 | 20.000 | 17 | 2:1 |
| Cicladi | 2701,4 | 80.000 | 50.000 | 48 | 1,60:1 |
| Corcira | 770,6 | 30.000 | 40.000 | 91 | 1:1,33 |
Ma si tratta di cifre, diremo così, morte, ossia di cifre, in buona parte lambiccate su ragionamenti critici d’incertissime fondamenta, e attraverso le quali non si distinguono le forme diverse di lavoro, cui le centinaia di migliaia di schiavi della Grecia antica attendevano. Una immagine più viva della realtà è forse preferibile attingere dalle genetiche valutazioni degli antichi scrittori, o fissando l’attenzione sulla natura di talune delle aziende — agricole, industriali, commerciali — della cui memoria il tempo edace non volle, come di solito, privarci.
In genere, la grande proprietà, in Grecia, non impiegava schiavi, ma servi della gleba, del cui infelice regime avremo ad occuparci in altro capitolo del presente volume. Ma impiegava anche schiavi, e di schiavi si servivano la media e la piccola proprietà. Nella classica operetta di Senofonte, l’Economico, tutto il personale degli addetti al lavoro dei campi è, quasi per definizione, concepito come schiavo. Schiavo è di regola il direttore dell’azienda, e schiavi sono gli operai, fra cui il padrone del fondo deve ogni giorno recarsi, con cui gli tocca dividere la fatica, intellettuale e morale, se non precisamente quella materiale delle braccia, e a cui, a tempo e luogo, egli impartisce lodi, incitamenti, castighi. Allorchè, nella terza fase della Guerra del Peloponneso, gli Spartani occuparono Decelea, piantando così una spina nel cuore dell’Attica — quella spina che Atene non riuscirà più a svellere dalle proprie carni — ben 20.000 schiavi lasciarono i lavori quotidiani, ed erano in buona parte fuggiaschi dai campi e dal duro ufficio della custodia del bestiame[9]. Ogni fondo, piccolo o grande, aveva i suoi schiavi[10]. La Beozia, paese eminentemente agricolo e punto industriale, contava una cospicua popolazione servile, la quale andò crescendo sensibilmente dal V al IV secolo di C.; e schiavi anche, almeno nel IV secolo, c’erano in Locride e in Focide, dove Mnasone di Elatea cominciò col possederne da solo circa un migliaio[11], con grande scandalo dei suoi concittadini, memori delle antiche, libere tradizioni locali. La conclusione, possibile a ricavare da tanti elementi, è questa: che in Grecia «esisteva una massa enorme di schiavi impiegati nell’agricoltura»[12].
Non meno numeroso era il personale servile richiesto dall’industria ellenica. Lo schiavo dava moto e vita, non solo alle aziende di una certa importanza, ma anche all’umile lavoro dell’artigiano; non solo alla grande, ma anche alla piccola e alla piccolissima industria. In Atene l’officina dell’oratore Lisia e del fratel suo contavano all’incirca 120 schiavi fabbroferrai; quella dell’oratore Demostene, 20 schiavi ebanisti e 33 fabbricatori di armi. Altre officine dovevano essere più piccole. Una fabbrica di scarpe — quella di Timarco — non superava i 9 o 10 schiavi; v’era chi possedeva un unico schiavo, quale suo umile aiutante. E sono gli schiavi a lavorare il ferro e il bronzo, a fabbricare passamanerie e strumenti musicali, a conciare pelli, a preparare droghe e profumi[13].
Uno dei campi più notevoli di applicazione del lavoro servile è l’estrazione del metallo dalle miniere e la sua prima lavorazione. Tutte le dure fatiche minerarie sono compiute da schiavi, e nell’Attica i concessionari per l’estrazione e per la prima lavorazione dell’argento del Laurium disponevano chi di 50, chi di 300, chi di 600, chi di ben 1000 schiavi[14].
Lo Stato intraprende talora grandiose costruzioni pubbliche. Uno degli scopi principali ne è quello di dar lavoro e pane all’irrequieto proletariato delle grandi città. Ma anche le imprese, iniziate dallo Stato, o che si fanno per suo conto, impiegano schiavi. Dai conti, che ancora possediamo, di lavori pubblici nell’Attica, si rileva come gli schiavi si ritrovino in ogni specie di attività manuale, qualificata o no, ma certo, particolarmente, in quelle più facili e più grossolane. Di 38 lavoratori della pietra, addetti alla costruzione dell’Erechteion, in Atene, almeno 15 sono certamente schiavi[15]. Altri schiavi figurano nei conti relativi ai lavori di un santuario a Cerere e Proserpina in Eleusi, nei conti dell’Eleusinion in Atene, non che nei lavori del Portico così detto di Filone[16]. E schiavi sono in prevalenza — forse 10 contro 1 — i lavoratori del Didymeion di Mileto, nella prima metà del secolo III a. C.[17].
Anche nel commercio greco gli schiavi hanno la loro grande parte. È probabile che, quali mercanti, figurino in intraprese pubbliche, per esempio, nei lavori relativi all’Erechteion, al Santuario di Eleusi e all’Eleusinion ad Atene[18]; ma è certo che essi figuravano come impiegati, come dirigenti, e perfino come associati nel commercio privato e nelle piccole industrie bancarie dell’Atene classica. La conclusione possibile a ricavare da tanti elementi, è ancora una volta questa: che nell’Ellade classica, in seno all’industria, al commercio, alla banca, l’elemento servile fu preponderante sull’elemento libero, e che, in genere, la popolazione schiava, di fronte a quella libera, se non strabocchevole, come nel mondo orientale e romano, non fu certo esigua; onde i suoi gravi effetti, se non sterminati come in altre età e presso altri popoli, non mancarono di riuscire sensibili.
Improduttività e costosità del lavoro servile.
La prima delle perniciose ripercussioni economiche della schiavitù era la seguente: gli schiavi, mentre da un lato offrivano a chi li possedeva e faceva lavorare, un margine minimo di reddito netto, minacciavano, dall’altro, di stazionarietà o di regresso le sorti della produzione ad essi affidata, e la restante popolazione, dei danni non lievi di una concorrenza spietata e di un prodotto scarso e relativamente costoso.
Le ragioni del primo fatto sono agevoli ad intendere. Mentre nella moderna economia a libero salariato, il proprietario o l’industriale non spende nulla o assai poco per la sorveglianza del lavoro, nulla pel mantenimento dei lavoratori, limitandosi a corrisponder loro — e senza continuatività alcuna — un salario, che può essere inferiore ai bisogni elementari dell’operaio e sempre deve esserlo al valore del suo prodotto, in regime a schiavi, avviene precisamente l’opposto. Qui la sorveglianza deve essere continua e abbondante, qui il mantenimento non può limitarsi al periodo, in cui lo schiavo compie una funzione utile, ma è necessario si estenda anche a quelli in cui il suo lavoro riesce, per cause impreviste, o assolutamente nullo o passivo. Nel regime a schiavi, infine, la sussistenza dei lavoratori deve essere curata in modo speciale, perchè solo sui proprietari ricadono i danni delle malattie, della morte, della vecchiezza degli schiavi e della diminuita quantità e della peggiorata qualità del prodotto[19].
Mentre il libero lavoratore porta seco talvolta gli strumenti del lavoro, e sempre un’abilità e una tecnica particolare, un tal quale interessamento, suscitato in lui dal timore di eventuali rappresaglie o dalla speranza di compensi straordinari, lo schiavo non dispone di alcuna capacità sua propria, o, in tal caso, è acquisibile a prezzi elevatissimi; e solo per eccezione, e in condizioni speciali, riesce possibile stimolarne utilmente la diligenza e l’attività. Perfino il fatto stesso dell’organizzazione e della resistenza dei liberi lavoratori, che oggi rappresenta uno dei pericoli maggiori per la contemporanea economia capitalistica, ha un suo lato favorevole, in quanto costituisce uno stimolo continuo al perfezionamento degli strumenti della produzione. Ma dell’una e dell’altra lo schiavo è, per definizione, incapace.
All’opera dello schiavo non può affidarsi alcuno istrumento perfezionato perchè non saprebbe usarne, e lo guasterebbe. Ma se per caso egli ne scoprisse uno che valesse a rendere più leggera e più breve la sua fatica, egli non trarrebbe compenso alcuno dalla sua invenzione, ma sarebbe considerato e trattato come un operaio spregevole che rifugge dal lavoro. Onde là dove si adoperano schiavi, è necessariamente impiegata maggior copia di forze di lavoro che non dove si adoperano lavoratori liberi, e l’opera dei primi riesce meno remunerativa anche quando e dove la giornata dei liberi risulta costosissima[20]. Per le stesse ragioni, assai difficilmente possono affidarsi agli schiavi lavori difficili e complicati. Onde, non sviluppo tecnico dell’agricoltura e dell’industria, non intensità o versatilità della produzione[21], non l’uso dei cottimi, non possibilità di proporzionare il numero dei lavoratori alle oscillazioni del mercato, non fortunosi effetti della concorrenza operaia, ma pesante tardità e rudezza d’opera, rapidissimo esaurimento del terreno, crisi incessanti, margini di guadagno angusti, una condizione forzata di semipovertà generale.
Questi fenomeni non potevano non gravare, ora poco ora moltissimo, sull’economia classica, ed essi furono, talvolta con maggiore, tal’altra con minore consapevolezza ed intenzione, segnalati dai suoi antichi teorici. D’altra parte, le condizioni igieniche erano nel mondo greco-romano, specie nei grandi centri, assai più deplorevoli che in quello a noi contemporaneo; donde quella frequenza di mostruose epidemie, che talvolta mietevano a migliaia per giorno la popolazione di una sola città e arrecavano la desolazione e lo sterminio di intere province[22]. Ora, se la constatata brevità della media individuale della vita[23], e se la mortalità dei liberi tornava a danno dei pazienti e delle loro famiglie, le conseguenze dell’identico fenomeno, ogni qualvolta si trattava di schiavi, ricadevano tutte sui loro possessori, il cui profitto poteva magari venire letteralmente assorbito dalla rata d’ammortamento, d’ordinario elevatissima.
Nè era tutto: la mortalità degli schiavi, che, come sempre, doveva riescire di parecchio superiore a quella dei liberi[24], veniva, coi nuovi acquisti, ch’essa imponeva, ad avvincere il proprietario al monopolio degli allevatori e dei cacciatori di carne umana, le cui onerose pretensioni devono, anche nell’evo antico, essere state uno dei più gravi incitamenti a quelle frequenti razzie, che si denominavano guerre coloniali[25]. Ma, di rimbalzo, altrettanto perniciosi, nei rispetti dell’economia a schiavi, erano gli effetti d’ogni genere di guerre, specie se combattute fra popoli confinanti, specie se frequentatissime come nel mondo ellenico. Esse porgevano occasione a bottini e a fughe di schiavi, e questo, mentre da un lato provocava nuovi dispendi, sia per le taglie e le ricompense, talora elevatissime, ai catturatori[26], sia per i contratti di assicurazione[27], cui era d’uopo ricorrere (cose tutte che moltiplicavano le già considerevoli spese di mantenimento), determinava sempre, all’improvviso, crisi, subitanee e dolorose, nella industria e nella agricoltura.
Non diversi erano gli effetti delle carestie, molto più frequenti che non oggi, sia a motivo della coltura rudimentaria, e quindi della scarsa produttività della terra, sia della mancanza di un mercato mondiale, sia dello stato, quasi permanente, di guerra, in cui si dibattè, pur troppo, per secoli, l’Ellade antica[28]. Per esse, infatti, il possessore di schiavi era posto nel doloroso dilemma o di sostentare con una spesa moltiplicata il costoso personale servile[29] o di lasciarlo perire, mandando in rovina ciò che per lui rappresentava un ingente capitale di lavoro.
Palesi, dicemmo, erano agli occhi di tutti la malavoglia e l’infedeltà con cui lo schiavo prestava la propria opera[30]; infedeltà e malavoglia, che, mentre da un canto si traducevano nella necessità di una sempre crescente e moltiplicata sorveglianza, erano, d’altro lato, cause principali della deficienza, qualitativa, e quantitativa, del prodotto del suo lavoro[31]. Or bene, si potrebbe pensare che esistessero, in potere del proprietario, espedienti disciplinari, straordinari e inauditi, in confronto a quelli che a lui sarebbe stato lecito usare coi liberi. Ma si tratta di mera illusione: ogni sfregio operato sulle carni degli schiavi, maltrattandone od abbreviandone l’esistenza, equivaleva a scemare il valore del capitale del proprietario, e, in certi casi, a provocare un vuoto incolmabile nel suo patrimonio[32]. Ond’è che da Platone[33] a Senofonte[34], da Senofonte a Catone[35], da Catone a Varrone[36], da Varrone a Columella[37], si leva universale l’ammonimento, pur troppo vano, che gli schiavi debbono essere trattati con ogni riguardo, e non già per ispirito di umanità, sibbene nell’interesse medesimo del proprietario![38].
Il regime a schiavi e la produzione.
Tutto ciò è a dire nei rispetti di coloro che adoperavano schiavi, ossia delle classi, dirigenti e produttrici, dell’antichità classica, talora paradossalmente povere come i più poveri dei loro soggetti[39]. Altrettanto dolorosa è la constatazione di quello che avveniva nei rispetti della qualità della produzione servile, ossia, di un fatto che toccava l’interesse generale della società. — Il lavoro servile è un lavoro da carnefici![40] —. Questo il grido disperato che prorompe dalla bocca di tutti gli economisti dell’evo antico. L’agronomo romano Columella, vissuto nell’età del maggior sviluppo della schiavitù in seno al mondo greco-italico, scriveva: «Gli schiavi danneggiano assai la coltivazione: locano i buoi al primo venuto, li nutrono male, lavorano la terra senza intelligenza; mettono in conto più sementi che non ne seminino; trascurano il prodotto del suolo; il grano che hanno portato sull’aia per batterlo, o lo rubano o lo lasciano rubare; il grano, già riposto, non lo dànno fedelmente in conto; di guisa che, per colpa del dirigente e dei suoi schiavi, la proprietà va in rovina....». E in altro luogo: «Se il padrone non sorveglia attivamente i lavori, accade quello stesso che in un esercito durante l’assenza del generale: niuno più adempie al suo dovere.... Gli schiavi si abbandonano ad ogni genere di eccessi..., pensano meno a coltivare che a devastare....»[41]. E Plinio il vecchio, allargando la sua osservazione e la sua condanna ad ogni forma di lavoro servile, aggiungeva: «È pessima idea quella di far coltivare i campi da schiavi, giacchè pessima è l’opera di chi fatica, costretto soltanto dalla disperazione!...»[42].
Non basta. Uno dei motivi principali della rovina dell’agricoltura, nonchè della decadenza o della stazionarietà dell’industria, è stato in ogni tempo l’assenteismo del proprietario. Ma i malefici effetti di cotale fenomeno venivano resi le mille volte più acuti e sensibili dalla esistenza di un regime a schiavi, il quale, d’altro canto, in grazia della sua stessa natura, ossia per l’illusione ch’esso dava di lavoro meccanico e sempre uguale a se stesso, induceva più facilmente i produttori a contravvenire al loro obbligo morale di una presenza continua ed operosa. Come nel mondo romano, così in quello greco, i dominî rurali alquanto estesi e le officine, specie se proprietà di gente arricchita, e che, come tale, amava occuparsi di tutto, fuorchè di agricoltura o d’industria, venivano affidati a un sovrintendente, il quale, nel maggior numero dei casi, era uno schiavo[43]. A parte la difficoltà, sempre rilevata dagli antichi, di trovare all’uopo persona, tecnicamente e moralmente capace, il sovrintendente altro desiderio non poteva avere all’infuori di quello di sfruttare sino all’esaurimento la terra col minimo di capitale, o di produrre merci della minore spesa e della peggiore qualità. Per lui, povero schiavo, la concorrenza intercapitalistica non dispiegava mai l’abbondanza delle sue sgargianti lusinghe, onde l’ingorda inerzia e il rozzo empirismo — che egli non aveva del resto mezzi per affinare — rimasero nell’antichità due motivi fieramente avversi allo sviluppo dei due rami principali della produzione e al progresso delle scienze che vi si collegano[44].
Alla metà del secolo XIX, nelle colonie meridionali degli Stati Uniti, nelle quali fioriva vigorosa l’economia a schiavi, e la concentrazione della proprietà aveva favorito al massimo grado l’assenteismo dei proprietari, la produzione, entro un solo decennio, scemò del 7%, mentre nelle colonie del nord, popolate di liberi lavoratori, essa cresceva del 27%[45]. Per gli stessi motivi, in Italia, entro un secolo, da Varrone a Columella, la produzione cerealifera scemava del 30 o 40%[46].
Ma, assumendo come esempio il caso più fortunato, quello cioè di un capociurma, tutto inteso a sfruttare fino ai limiti del possibile le sue energie di lavoro — i suoi schiavi —, noi non possiamo non sentire come la ripugnanza di questi ultimi e gli espedienti, subdoli o palesi, che essa avrebbe loro suggerito, dovevano farsi più numerosi e più gravi sotto la sorveglianza di un siffatto dirigente che non sotto il comando di un libero, o, tanto meno, del vero proprietario della terra o dell’officina. Per tutte le suesposte ragioni i lavori tiravano in lungo, il prodotto scemava di quantità e peggiorava di qualità, la terra si esauriva; talune produzioni non riuscivano a mantenersi in vita[47]; nell’agricoltura si rendeva inevitabile il latifondo; nell’industria, le grandi intraprese, cui, come abbiamo visto e torneremo a vedere, sospingeva per strana ironia la natura stessa del lavoro servile, intisichivano, colpite da misterioso arresto di sviluppo, e ad ogni giorno, ad ogni ora, ricorrevano — dolorose conseguenze dell’economia dominante — tutti quei fenomeni che in tutte le età hanno tristemente squillato come segnali d’allarme del regresso della produzione.
Non mancano altri mezzi di accertamento di un siffatto fenomeno, capitalissimo. La scarsa produttività dell’antica mano d’opera servile è indicata dal tempo e dal personale richiesto dai vari generi di lavoro.
Il vecchio Catone calcolava come indispensabili a coltivare un oliveto di 240 iugeri (Ea. 60 circa) ben 13 schiavi[48]. E si trattava di cultura arborea, anzi della cultura dell’olivo, la quale esigeva un assai minor concorso di lavoro, che non la vite o i cereali. Un vigneto di 100 iugeri (Ea. 25 circa) richiedeva infatti ben 16 schiavi[49]. L’agronomo Saserna ne calcolava 12 per 100 iugeri (Ea. 25 circa) di terre in semina[50], supponendo necessarie da 5 a 6 giornate per ogni iugero (a. 25 circa) di suolo pianeggiante[51], e 4 buoi e 11 schiavi per arare 200 iugeri (Ea. 50) di terreno alberato[52]. Columella opinava che un podere non alberato di 200 iugeri (Ea. 100) si dovesse coltivare con non meno di due paia di buoi e quattro schiavi, nonchè di sei altri operai, e che delle sementa granifere, le quali abbisognano di una quadrupla aratura, si può ultimare lo spargimento su 25 iugeri (Ea. 6) solo entro quattro mesi circa di lavoro[53].
Or bene, un secolo e mezzo addietro circa, in Inghilterra, senza ancora l’aiuto del moderno macchinario agricolo, e per gli stessi lavori, s’impiegava un numero parecchie volte minore d’operai[54] e, certamente, con lo stesso numero d’operai, una quantità assai minore di tempo.
Il macchinario e i lavori agricoli in Grecia.
I mali effetti della schiavitù e della sua relativa improduttività venivano aggravati dalla rudezza del macchinario agricolo e industriale, che, a sua volta, dipendeva (l’abbiamo notato) sia dalla normale malavoglia ed inesperienza degli schiavi, per cui era pericoloso affidar loro strumenti delicati e difficili, sia dall’inceppato sviluppo tecnico di ciascun ramo della produzione.
Sembra un caso, mai non lo è: il popolo greco, fornito di tanta squisitezza, d’intelligenza, di tanta profonda cognizione delle discipline matematiche, non seppe, attraverso lunghi secoli di prosperità, compiere alcun progresso, degno di rilievo, nel macchinario o nei lavori dell’industria o dell’agricoltura; e dei progressi notevoli che, in quest’ultima, ebbe a compiere il popolo romano[55], è mestieri dichiararsi debitori all’età che precedette la universale adozione dell’economia servile e alle molteplici influenze, che, nella sua lunga e avventurosa storia, esso ebbe a subire e ad usufruire[56].
Nè poteva darsi altrimenti. Lo sviluppo tecnico e scientifico sono determinati, non già, come volgarmente si ritiene, dalla inventiva di isolati scienziati e pensatori, ma in primo luogo dalle esigenze, tecniche ed economiche, del lavoro. Nelle moderne colonie americane, ove fu a suo tempo restaurato l’antico lavoro a schiavi, gli strumenti della produzione non apparvero più simili a quelli dai coloni conosciuti e adoperati nella madre patria, chè vi se ne erano sostituiti altri, rozzi ed inetti, rievocanti il macchinario dell’agricoltura e dell’industria antica. Di essi un osservatore contemporaneo scriveva: «Quanto alla produzione, noi viviamo in secoli da un lungo tempo oltrepassati. Per noi, le macchine, lo sviluppo integrale della scienza e dell’arte sono come non mai avvenuti»[57]. E l’Olmsted, descrivendo un podere della Virginia, aggiungeva: «Io vidi degl’istrumenti che niuno di noi permetterebbe ad un libero lavoratore, giacchè il solo peso e la rudezza devono rendere il lavoro di almeno un decimo più gravoso. Ma è assurda l’ipotesi di strumenti più leggieri e più progrediti, giacchè nelle mani degli schiavi non oltrepasserebbero la vita di un sol giorno....»[58].
Similmente, ad onta della copia degli utensili agricoli, in Italia, nel secolo di Augusto, niun altro metodo di concimazione era conosciuto, o almeno praticamente, e con fiducia, seguìto, tranne quello della concimazione naturale[59], e le rotazioni agrarie, tanto caldeggiate da Catone, rimanevano coperte dall’ignoranza e dall’oblio, perchè la mano d’opera servile, incapace di versatilità, non riusciva a sapervisi dedicare[60]. L’aratro ateniese, nel periodo del maggiore sviluppo della metropoli dell’Attica, era rimasto all’incirca tale quale nell’età culturale omerica e preomerica, rozzo strumento a chiodo, cui non si aggiogava più di una coppia di buoi, e che, per la sua esilità, riesciva, più che a fendere, a graffiare il terreno alla superficie[61]. Come ai tempi di Omero, le sementa si continuavano a spargere a mano; a mano si mietevano le spighe[62], che le unghie delle bestie da soma erano incaricate di trebbiare[63] e la mobile discrezione del vento di nettare[64]. Fino all’età di Aristofane, il mondo ellenico continuava ad ignorare il rullo e l’erpice[65], nonchè i benefici effetti delle concimazioni chimiche[66] e delle rotazioni agrarie, in cui vece perdurava, in tutto il suo vigore, il sistema della cultura a maggese[67]. Tutto questo spiega come a Senofonte fosse lecito affermare che per l’agricoltura non occorresse nè lungo tirocinio, nè speciale abilità[68].
Ma i vantaggi dell’industrializzarsi dell’agricoltura e della manifattura non sono soltanto tecnici: sono essenzialmente economici. Un ettaro di frumento, mietuto a mano, costa il doppio circa di un ettaro mietuto a macchina[69]. E il basso prezzo di tutti i manufatti, per cui il secolo XIX andò felice e glorioso, si dovette appunto alla sostituzione del lavoro a macchina al lavoro a mano.
In concorrenza con Paesi di più elevato tenore economico, la Grecia antica ne usciva battuta: quello che — vedremo — avvenne di fatto nel periodo così detto ellenistico. E una nazione, le cui energie economiche falliscono al cimento della concorrenza, è per questo soltanto condannata a una generale decadenza.
La produzione del suolo.
Ma è possibile conoscere, in modo più preciso, il livello a cui si eleva il prodotto del suolo, stremato d’ogni parte da tante e tanto sfavorevoli condizioni?
Noi non siamo direttamente informati della sua altezza relativa in Grecia; ma è lecito indurla, con le debite cautele, da notizie collaterali. Per fermarci ai due cereali più cospicui dell’antichità, l’orzo ed il frumento, noi sappiamo che, in Italia, il massimo della produzione, nell’ultimo secolo, innanzi l’êra volgare, non oltrepassava i 7-10 hl. per ha., e, nel primo secolo dopo l’êra volgare, non superava i 6-7 hl. per ha. Noi sappiamo che nelle migliori contrade della più fertile Sicilia, la media, della produzione relativa di questi due cereali toccava, nello stesso periodo di tempo, i 12-15 hl. per ha.[70]. Or bene, nella Grecia antica, un paese assai meno fertile della Sicilia, e dell’Italia, la produzione doveva essere ancora più scarsa, e della sua bassezza possiamo forse credere di aver raggiunto la conferma attraverso un dato, ormai generalmente ammesso, il totale della produzione cerealifera, nel 329-28 a. C., dell’Attica, di Sciro, Lemno, Imbro, e dell’isoletta di Salamina, che, per l’orzo, in cifra tonda, si può ragguagliare in hl. 343.000, e, pel frumento, in hl. 75.800[71]. A tali cifre si può pervenire per induzione; ma esse non sono per questo meno sicure, almeno, in rapporto all’anno, cui esse si riferiscono. Or bene, assumendole come rappresentanti la media produzione totale dell’orzo e del frumento, nei Paesi sopra indicati, si può, con le debite cautele, ricavarne la produzione media relativa dei due cereali, che, per ciascun ettaro, offrirebbe le proporzioni seguenti:
| Frumento | Orzo | |||
| Attica | Hl. | 2,50-3,50 | Hl. | 5,50-6,50 |
| Salamina | » | 4 | » | 8 |
| Sciro | » | 3,50-4 | » | 6,50-8 |
| Lemno | » | 12-13 | » | 24-25 |
| Imbro | » | 7,50 | » | 8,50[72] |
Cifre, evidentemente, bassissime, come qualche paragone col mondo contemporaneo può avvertirci. La sterile Grecia di oggi, innanzi e dopo le grandi riforme dell’ultimo ventennio, produce in media hl. 6-10 di frumento ed hl. 10,50-11,50 di orzo per ettaro[73]. Il suolo dell’Italia nostra, pur troppo, non più fertile di quello della consorella greca, rende una media in granaglie di 11-12 hl. per ha. di frumento, mentre Paesi, meglio favoriti dall’arte o dalla natura, producono assai di più: la Germania, hl. 12,7 per ha.; gli Stati Uniti, hl. 17,9; la Francia, hl. 18,1; la Danimarca, hl. 30; il Belgio, hl. 31,1, e così via[74].
Ma noi non siamo in grado di acquistare una idea precisa del divario della produzione del suolo, fra l’evo antico e l’evo moderno, se non poniamo mente ad un altro fatto assai notevole: che cioè, laddove nei Paesi contemporanei, la cultura, per quanto varia, si fa ogni giorno più continua[75], le terre del mondo antico, rimanevano a maggese, alternativamente, un anno sì ed uno no[76]. In tal caso, la cifra della produzione di ciascun ettaro è di un valore economico assai diverso, a seconda si discorre del mondo antico o di quello odierno, e, a stabilire un’equa proporzione fra l’uno e l’altro, occorrerebbe dimezzare, o quasi, la prima, o raddoppiare la seconda.
L’antica produzione dei cereali potrebbe dirsi, quindi, in genere, minore della nostra del 50%, o, tenendo conto della differenza annua di prodotto nelle contemporanee rotazioni agrarie, di almeno il 30%. Tutto ciò, ogni qual volta, come talora avveniva, l’insipienza o la malavoglia o la ostilità vera e propria dei lavoratori[77] non facevano che il ricolto riescisse appena pari alla semina, o, magari, ad essa inferiore[78].
Ne seguiva ciò che era prevedibile. Poichè ogni reazione contro l’alto costo della mano d’opera e la bassezza della produzione, mercè l’impiego di nuovi strumenti tecnici, veniva elusa dalla natura stessa del lavoro servile, al proprietario non restava che ricorrere alle produzioni, le quali richiedevano, e ancor oggi richiedono, il minor numero di lavoratori[79]. Di qui l’abbandono dell’agricoltura e l’instaurazione della pastorizia, che, se vantò l’esempio più saliente nell’economia italica degli ultimi secoli della Repubblica e in tutti quelli dell’Impero, fu del pari lo spettacolo offerto dal mondo ellenico all’approssimarsi dell’êra volgare[80].
Macchinario e lavori industriali.
Lo stesso era a dire, a maggior ragione, dell’industria. Omero, Aristotile, Cratete, relegavano nel mondo degli Dei e dell’utopia la possibilità e l’esistenza di processi meccanici autonomi[81]. Sul terreno della realtà se ne ignoravano i tipi più elementari. Non mulini ad acqua ed a vento per la macinazione[82], non macchine di una certa complessità per la lavorazione dei metalli, delle stoffe, delle pelli, ma utensili miseramente rachitici e adoperabili solo con l’ausilio costante della mano dell’uomo. Nelle opere minerarie, le più tormentose, quelle su cui l’intelligenza umana più avrebbe dovuto stillarsi per alleggerire il peso di una fatica miseranda, il trasporto dello sterro e del minerale avveniva a mezzo di ceste portate a spalla. A forza di braccia l’operaio lo frantumava nei mortai, e non diverso era il motore della macina destinata a ridurlo in più minuti frammenti[83].
Da questo derivava il singolare fenomeno che tutte o quasi le industrie dell’evo antico, la cui vitalità fu in certo modo notevole, rispondessero in genere a meri bisogni voluttuari. Le fabbriche lavoravano stoviglie, porpore, armi cesellate, mentre gli oggetti essenziali alla vita venivano invece forniti dalla famiglia. «Ora questa produzione domestica, naturalmente meschina per la ristrettezza del suo àmbito medesimo, paralizzata da evidente insufficienza di divisione di lavoro, non comportava nè progresso nè sviluppo; e, poichè, d’altro canto, il lusso è nella vita fenomeno puramente eccezionale e le industrie destinate ad alimentarlo sono necessariamente limitate dalla scarsità dei loro sbocchi, un simile stato economico doveva dar luogo alla creazione di una ricchezza relativamente esigua, di una vera e propria semipovertà»[84].
La concentrazione della ricchezza immobiliare.
A molti dei succitati inconvenienti singoli produttori tentavano rimediare, accentrando nelle proprie mani, svariate imprese agricole o industriali. Così soltanto — poteva pensarsi — sarebbe stato possibile ridurre le spese di sorveglianza e di approvigionamento, moltiplicare gli ettari di terra da sfruttare e i margini di profitto da godere; così eliminare più o meno le dolorose conseguenze del mantenimento di truppe di schiavi inoperose[85].
Tale fenomeno non era d’altro canto evitabile. È stato notato come «l’effetto economico della schiavitù, più importante d’ogni altro per il contraccolpo nella vita civile e sociale, sia il carattere esauriente dell’agricoltura». «Il difetto di versatilità rende» — l’abbiamo veduto — quasi «impossibili le rotazioni agrarie, donde la cultura continua di uno stesso prodotto, che termina ben presto con l’esaurire i terreni più fertili. Col mancare della fertilità», «il lavoro dello schiavo, dato l’enorme costo», «diventa addirittura passivo, donde il bisogno di avere alla mano sempre nuove terre feconde da sostituire a quelle già sfruttate». «Nel Texas, dopo solo dieci anni di sistema a schiavi, c’erano terreni deserti assai più ampi di quelli esistenti negli Stati liberi dopo due secoli di coltivazione». «La espansione territoriale in ragione di gran lunga superiore all’aumento della popolazione diventa quindi la necessità prima dei regimi schiavisti»[86], e il latifondo, la forma principe della proprietà immobiliare.
L’una e l’altra di queste ragioni sono le cause essenziali del formarsi della grande proprietà nei Paesi che si servono di schiavi per la coltura della terra, e tutte le altre, che sogliono più di consueto assegnarvisi, costituiscono degli agenti o dei coefficienti secondari, non il motivo universale ed organico. Nell’antica Italia romana il latifondo nasce e procede di pari passo coll’introdursi e col diffondersi della schiavitù. Solo dopo le due prime grandi Guerre puniche, i latifondi invadono la penisola, e, con l’Italia, la Sicilia e l’Africa romana, sì che già nell’ultimo secolo a. C., un oratore poteva pubblicamente deplorare in Roma come tutto il vasto suolo dell’Impero fosse posseduto da non più di 2000 cittadini[87].
Nel mondo greco cotale fenomeno di concentrazione della proprietà rurale fu più lento e laborioso che non altrove, sia per la natura speciale del terreno, difficile a organizzare in grandi dominî, sia per gli estranei allettamenti, che offrivano agli abitanti l’industria e, più ancora, il commercio, sia, infine, per la feroce politica antiplutocratica di molte città democratiche greche. Pure, anche in Grecia, il fenomeno pervenne, come altrove, alle inevitabili, estreme conseguenze. Lasciando da parte i Paesi, che, in luogo di schiavi, adoperavano servi della gleba (Sparta e la Tessaglia, ad esempio), e dove la grande proprietà divenne la forma unica di possesso del suolo, nella Sicilia e nella Magna Grecia, il fatto della concentrazione della terra in poche mani, costituiva lo spettacolo più comune e naturale. Agrigento vantava famiglie di proprietari straordinariamente ricche; uno solo dei suoi cittadini ricavava, fra l’altro, dalle proprie terre ben 30.000 anfore di vino[88], pari a hl. 12.000. Il territorio di Siracusa era dominato da qualche migliaio di grandi proprietari, signori di numerosissimi schiavi[89]. E in parecchi Staterelli dell’Italia greca[90], come del resto nella Macedonia e nella Grecia di mezzo, la forma dominante del possesso della terra era appunto la grande proprietà.
In modo alquanto diverso procedettero le cose nell’Attica, e forse anche nei Paesi che, come l’Attica, esercitarono attivamente l’industria ed il commercio: le cittadine dell’Asia minore e le isole dell’Egeo[91]. Dopo le riforme di Solone e di Pisistrato, i quali, nel secolo VI a. C., reagendo sulla già consumata concentrazione della ricchezza agricola, vi restaurarono la piccola proprietà rurale, l’Attica divenne uno Stato, nel quale tutti i cittadini, o quasi, possedevano un loro boccone di terra.
Così, dicemmo, dovette seguire anche in altre cittadine commerciali industriali greche. Ma, appunto per questo, pur troppo, a mezzo il secolo IV a. C., la Grecia offriva, all’acuto esame dell’osservatore, lo spettacolo di un Paese, in cui, attraverso i numerosi possessi, attraverso le famiglie, di generazione in generazione condannate a una sempre più dura indigenza, attraverso i debiti, le ipoteche, le confische, la società andava lentamente avviandosi verso una nuova concentrazione della proprietà.
Se già, in sullo scorcio del secolo V, molti piccoli possessi sono riuniti nelle mani di un unico proprietario, alla metà del secolo IV, parecchie proprietà, di recente costituitesi, appaiono fornite di un valore quale mai fin adesso avevano avuto le «grandi» proprietà dei più ricchi cittadini ateniesi: i cavalieri o i pentacosiomedimni. Un cittadino ateniese, a detta dell’oratore Iseo (primo trentennio del IV sec. a. C.), ricavava dai suoi fondi una rendita annua di 80 mine (circa Lt. 8000)[92]. E, poco più tardi, l’oratore Demostene, discutendo dinanzi ai giudici dell’elièa, poteva parlare di cittadini che possedevano da soli tanta parte dell’Attica quanta neanche tutti insieme i numerosi componenti il tribunale che assisteva a quella sua, sempre eletta, prova di eloquenza[93]. Un altro ateniese possedeva un fondo di dimensioni, fino al IV secolo, inaudite: ben 315 ha., da cui ricavava 1000 medimni di frumento e di orzo (hl. 518), 800 metreti di vino (hl. 310) e il cui legname gli rendeva all’anno circa 4000 lire[94]. Un quarto, il banchiere Pasione, vantava, investiti in beni immobili, oltre 20 talenti, circa L. 120.000[95]. È l’età in cui nuove oligarchie aristocratiche risorgono in seno alle cittadine democratiche dell’antica Confederazione ateniese. Così, nonostante ogni sforzo in contrario, tutta l’evoluzione economica greca finisce nella formazione di una ricchezza fondiaria, che poco a poco si riduce nelle mani di un piccolo o piccolissimo numero di grandi proprietari[96].
Ma la concentrazione della ricchezza fondiaria, se riusciva a mascherare le più naturali preoccupazioni, dettate dalla schiavitù, non giovava di certo a risolvere nel suo complesso il problema sociale di interi aggregati di cittadini impoveriti, e ch’essa veniva ancor più man mano impoverendo. A questo tendeva invece l’espediente di una continua espansione territoriale. Le moderne colonie schiaviste d’America, vi rimedieranno, alle loro origini, con la facile usurpazione delle vaste terre inoccupate. Invece, gli Stati agricoli dell’antichità non poterono provvedere che con la guerra, o con la colonizzazione forzata[97] — guerra anch’essa troppe volte, quest’ultima —; e dell’una e dell’altra il mondo greco si gioverà per tutta la sua storia con i malefici effetti che noteremo in uno dei capitoli che seguono.
La concentrazione della ricchezza mobiliare.
Non altrimenti accadeva della ricchezza mobiliare.
Era proprio nella natura del regime a schiavi che venissero a decadere le forme intermedie della proprietà industriale, che, anzi, forme omogenee tendessero ogni giorno più a ridursi nelle medesime mani. «Se infatti», come scrive uno studioso di questioni coloniali[98], «le spese d’impianto riescono pari per un prodotto di dieci come di cento barili di zucchero, la superiorità della produzione in grande è incontestata», ed «il piccolo proprietario non può sostenere la concorrenza del grande».
Non basta: la presenza degli schiavi, insieme con la necessità di non tenerli inoperosi, doveva sollecitare i loro possessori ad avere sempre a disposizione un qualche ramo di lavoro cui adibirli: non una quindi, ma più intraprese da esercitare con piena tranquillità di possesso, anzi con una tranquillità che consentisse l’anticipato addestramento dello schiavo a generi diversi di lavoro.
Inoltre, il pauperismo, che la concentrazione della proprietà, terriera ed industriale, recava quale suo inevitabile corrispettivo, e la formazione di capitali, indipendenti dalla terra, agevolavano ed incoraggiavano i debiti, e di conseguenza, per nuove vie, la concentrazione dei capitali. Per tal guisa le fortune mobiliari impinguavano ad un polo della società, e stremavano, o disparivano, al polo opposto. Onde non unico, ma molteplice; non solo diretto, ma, in egual misura, indiretto, era l’impulso, di cui la schiavitù affaticava il mondo ellenico verso la concentrazione della ricchezza mobiliare.
Ma se la forza di queste ragioni teoriche è invincibile, assai più disagevoli, e per svariati motivi, ci si offrono i mezzi di discernere e di determinare la portata delle loro conseguenze. Lo scarso sviluppo industriale del mondo ellenico, almeno in confronto a quello dell’evo moderno e contemporaneo, le tendenze, in genere conservatrici, delle classi intellettuali, distolsero gli antichi statisti dall’applicare in ispecial modo la loro attenzione al fenomeno dello sviluppo e della funzione della ricchezza mobiliare. E in mancanza di un esame diretto della questione, in mancanza di notizie, precise e intenzionalmente compiute, mal ci soccorrono le valutazioni patrimoniali, che troviamo presso gli oratori greci, in cui non è mai, o quasi, distinta la ricchezza immobiliare dalla mobiliare, nè in quest’ultima sono calcolate le varie parti investite in intraprese industriali o commerciali o bancarie. Inoltre noi abbiamo in proposito notizie abbondanti solo per Atene — cuore e cervello dell’antica Grecia —, ma città, come abbiamo accennato, nella quale sino in fondo si disfrenò la più vivace — talora rabbiosa — politica antiplutocratica, ossia una politica tendente a impedire la naturale consumazione del fenomeno che qui ci interessa.
Comunque, accanto alla media, relativamente bassa, delle fortune, noi troviamo nell’Attica, dalla fine del secolo V allo scorcio del secolo IV a. C., indicazioni, e per giunta incomplete, di patrimoni di L. 180.000, 240.000, 300.000, 360.000, 600.000, 1.000.000, 3.500.000, di cui taluni costituiti in massima parte di ricchezze mobiliari[99]. Pasione e Conone possedevano in danaro intorno ai 40 talenti (240.000 lire)[100]. Buona parte della semimilionaria sostanza di Nicia, che manteneva 1000 schiavi, i quali, calcolati modestamente a due mine ciascuno (L. 200 a testa), significavano da soli un investimento di ben 200.000 lire, era rappresentata da denaro in contante[101]. L’Ipponico, che perirà nella battaglia di Delion (424 a. C.), possedeva, oltre ai suoi 600 schiavi, immensi tesori in beni mobili[102] e, più modesto, di lui, Filemonide, 300 schiavi[103], pari da soli a un capitale di almeno L. 60.000.
Altri esempi ed altri suggerimenti ci vengono forniti dai redditi industriali di parecchi cittadini ateniesi. Il sommo storico, Tucidide, passava per uno dei più considerevoli concessionari delle miniere della Tracia[104]. Nicia ricavava dalle mine del Laurio l’ingente sostanza che lo faceva il più ricco tra gli Elleni[105]. Dal Laurio, Difilo aveva attinto quella sua colossale fortuna, di cui il milione, o quasi, distribuito ai cittadini, dopo la confisca dei suoi beni[106], non rappresentava che solo una parte della ricchezza posseduta in vita; dal Laurio, Epicrate e i ricchissimi soci, partecipi della sua intrapresa, ricavavano ben 600.000 lire annue[107]. Tutto ciò senza tener conto delle cospicue rendite dei due soci Filippo e Nausicle[108], anch’essi imprenditori delle miniere del Laurion, del ricchissimo Callia[109], colui che pagò la gravissima ammenda inflitta a Milziade, di Panteneto[110], ecc.
Nè piccolo doveva essere il valore dell’azienda industriale mineraria dell’anonimo imprenditore, il quale, secondo c’informa una brevissima epigrafe[111], contrasse sur una sua officina metallurgica un prestito ipotecario di un talento (circa L. 6000) o dell’officina di Demostene nelle meravigliose miniere di Maronea (al Laurio), su cui questi poteva pigliare in prestito 10.500 lire[112]. Intanto il banchiere Pasione ricavava dalle sole sue speculazioni mutuarie la bellezza di 10.000 lire annue[113].
Il sistema degli appalti dei grandi servizi statali[114] e dei lavori pubblici, insieme con le clausole che lo Stato imponeva[115], fanno supporre l’esistenza di grossi capitali, di cui ci forniscono la riprova talune menzioni che al proposito possediamo. In sullo scorcio del V secolo, un tal Callicrate si incaricava della costruzione di tutto il nuovo muro, che avrebbe riunito il Pireo alla città[116]. Più tardi, mentre talora ritroviamo più di due o tre persone associate nell’esercizio di qualche porzione di un qualche pubblico lavoro, tal’altra ne ritroviamo una sola aggiudicataria di più forniture e di parecchi generi di lavoro, i quali importavano l’anticipo di forti capitali.
Nè mancavano esempi espliciti di quella che oggi diremmo la grande industria, e che anche allora, quali che siano le valutazioni, che noi moderni possiamo farne, andava definita come «grande industria». Non era rara, infatti, nella stessa Atene, l’esistenza di concerie, di fabbriche di lampade, di armi, di strumenti musicali, di laboratorî metallurgici, che noverassero dai 30 ai 100 e più operai[117], e rendessero talora, come la fabbrica di scudi di Pasione, un profitto annuo di L. 6000, pari oggi, stante il mutato valore del danaro, a non meno di 20.000 lire[118].
Questo è ciò che risulta dall’esame delle scarse testimonianze a noi pervenute circa la vita economica in Atene, la città più permeata di democrazia della Grecia antica, e nella quale — ripetiamo — il governo politico, rimasto a lungo nelle mani dei democratici, curò con ogni sforzo che l’accentramento delle fortune e la proletarizzazione della grande massa fossero ad ogni costo evitati. Ma le cose andavano in modo alquanto differente nel resto della Grecia classica. A Delo, i conti relativi ai lavori pubblici, ci fanno conoscere, pel III secolo, lotti del valore di 2333, di 4000, di 7000 dramme[119], e, quando i lotti sono più piccoli, parecchi di essi cadono nelle mani di uno stesso imprenditore. A Trezene (in Argolide) il valore di ciascun lotto saliva a 2100 e, magari, a 6634 dramme. A Epidauro «le intraprese superiori a 1000 dramme sono assai numerose», e taluna raggiunge le 13.000 dramme attiche (= L. 13.000 circa). A Tegea (in Arcadia), e forse anche nell’argolica Epidauro, si cerca, per via di disposizioni legislative, di impedire la formazione di trusts industriali e l’accaparramento di più intraprese da parte di un unico imprenditore[120]. Si ha quindi un insieme di elementi, il quale lascia intravedere che in tutta la Grecia, non esclusa Atene, il crescente accentrarsi delle fortune mobiliari (così come di quelle immobiliari) fu il processo inevitabile della vita economica del Paese.
Ma quello che più e meglio ci impone il convincimento di un tale fenomeno è il crescere e il diffondersi delle consuetudini di lusso, di magnificenza, di sperpero che noi cogliamo nella vita economica greca dal secolo V al secolo IV, e l’idea che adesso, insieme con l’orrore della miseria, si diffonde della potenza, anzi dell’onnipotenza della ricchezza. «Un tempo», s’esprimeva, a mezzo il IV secolo, Demostene, «nessuno sopravanzava gli altri nel fasto. Le abitazioni di Temistocle e di Milziade.... non erano più lussuose delle altre.... Oggi certi cittadini son così ricchi da fabbricare palazzi che superano in magnificenza l’insuperabile splendore degli antichi edifizi pubblici; e si acquistano oggi da taluni possessi più estesi di quelli che voi qui riuniti nel tribunale non possedete tutti insieme»[121].
Al lusso degli acquisti si aggiunge ora il lusso degli arredamenti. «Noi», farà dire ad un suo personaggio Menandro — uno scrittore di commedie vissuto nella Grecia immiserita del III secolo —; «noi abbondiamo fino all’eccesso d’ogni genere di ricchezza: traiamo oro dai Quindi, abiti talari dalla Persia; possediamo a iosa porpore, vasi cesellati, schiavi, coppe, sculture orientali, tragelafi e i grandi, sontuosi labronî persiani»[122]. Ora, finalmente, si cominciano ad amare e a praticare banchetti luculliani dai menus ricercati ed interminabili[123], e si va in visibilio per gli ornamenti pittorici e per gli affreschi[124].
Così, mentre intere categorie di cittadini ateniesi si trovano nell’impossibilità di soddisfare ai legali obblighi liturgici[125], altri pochi vi profondono senza preoccupazioni, ed in misura davvero strabiliante, le sostanze acquisite. Un Alcibiade, cliente dell’oratore Lisia, spende per due coregíe tragiche 5 o 6000 lire, in quattro o cinque anni, durante i quali aveva contemporaneamente e volontariamente sostenuto, per ben tre volte gli oneri, tutt’altro che indifferenti, della trierarchia[126]. Lisia stesso, cui la condizione di straniero fa presumere una sostanza, costituita solo di beni mobili[127], spendeva in due anni L. 10.000 od 11.000 per coregie, come, in nove, per liturgie d’ogni genere — in massima parte volontarie — circa ben 55.000[128].
Come la ricchezza assurge fin d’ora a chiave fatata di tutte le porte della felicità, così la miseria che rincrudisce spalanca l’abisso di tutti i mali. «L’oro asserve i liberi»[129], «apre le porte dell’inferno»[130], «riesce a dimostrare vero il falso col falso»[131], e la poco eloquente povertà, «di cui non esiste male peggiore»[132], scredita l’onesto e il ben nato[133]. «Che cosa puoi tu», le grida Cremilo nel Pluto di Aristofane (388 a. C.), «che cosa puoi somministrarci fuorchè le pustole che si pigliano nei bagni ed i lamenti dei fanciulli e delle vecchierelle angosciate dall’inedia? Che altro se non il prudore dei pidocchi, delle pulci innumerevoli e il fastidio delle zanzare, le quali sforzano col loro molesto ronzio gli uomini a risvegliarsi quasi dicessero: — Avrai fame, ma tant’è, devi levarti —? Tu ci fai avere per veste un cencio; per letto, un formicaio di cimici, che serve, non ad assopire, ma a ridestare i dormienti; per coperta, una stuoia fradicia; per guanciale, una grossa pietra; per pane, gambi di malva; per focaccia, foglie di rape; per seggiola, il coperchio di un rottame di vaso; per madia, un frammento di anfora incrinato.... Ecco i tuoi numerosi beneficî»[134].
Il quadro è intenzionatamente dipinto a colori assai foschi, e non già da un demagogo, ma da un uomo d’ordine. Non siamo, dunque, dinanzi ad una generale elevazione del tenore di vita della società, ma ad un accrescimento degli agi e ad un rincrudimento dei dolori delle sue classi estreme: alla concentrazione della ricchezza ad un polo, alla concentrazione della miseria — della miseria, unicamente — al lato opposto.
Accanto a questa suggestiva rappresentazione degli utili infiniti della ricchezza e degli orrori innominabili della miseria, la realistica letteratura drammatica del tempo — la commedia così detta media e nuova — ci è testimone della crescente avversione delle classi medie e povere al matrimonio, avversione determinata dalle sopravvenute ristrettezze economiche e dalle nuove esigenze familiari. Or bene, anche questo, osserva acutamente un moderno, «da un lato, rendendo rare le unioni della classe media, e dall’altro, agevolando le nozze dei più ricchi tra loro, doveva riescire a stremare di numero la prima, a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere di contro a un numero sempre più ristretto di ricchi, uno più grande di proletari»[135].
La concorrenza servile e il lavoro libero.
Ma la concentrazione della proprietà o dell’industria non risolveva che in apparenza il grave problema di eliminare o ridurre i danni numerosi della economia servile. Quello che può rendere utile un siffatto espediente non è l’agglomeramento, sur uno spazio continuo, di una quantità sovrabbondante di lavoratori; è la loro organica associazione ad una fatica comune, mediante la grandezza e la complessità del macchinario industriale: ciò che appunto era assolutamente escluso dalla rude natura del lavoro servile e dalla incapacità organica di quelli che lo prestavano.
Non si trattava dunque che di mera illusione. Ma, se l’unico apparente rimedio del male — l’accentrarsi della proprietà e della ricchezza — coincideva con la rovina dei più, fa d’uopo aggiungere che la schiavitù, qualsiasi forma rivestisse, rimaneva sempre il meccanismo meglio adatto ad impedire ai liberi l’eterna, universale fonte della vita, talora della umana gioia: il lavoro. Soltanto «quando le spole anderanno da sè e i plettri faranno risonare da soli le cetere, noi non avremo più bisogno nè di schiavi, nè di padroni di schiavi», aveva scritto con ironico pessimismo il principe della filosofia greca, Aristotile[136]. In conseguenza, all’artigiano e all’antico operaio salariato, quando non si oppose il disprezzo naturale verso una categoria di persone compagna di lavoro degli schiavi, si riserbò il minimo di mercede e di concessioni, l’una e le altre, fatalmente regolate sull’avaro quotidiano mercato servile[137].
Nel secolo V, ad Atene, la giornata del libero lavoratore oscillava intorno ad una media di L. 1[138], e, nel IV, intorno a. L. 1,50[139], con un minimo di L. 0,50[140], che, detratti solo una ventina di giorni di riposo festivo, davano un ricavato annuo di L. 325 e di L. 510, affatto insufficienti ai bisogni più elementari di una famigliuola di quattro persone, due adulti e due fanciulli, per cui il minimo necessario si può calcolare, rispettivamente, in L. 750 e in L. 1000[141]. Ma i giorni festivi del calendario greco (di quello ateniese, ad esempio) erano circa 60. E a questi venivano ragionevolmente aggiunti gli altri, non meno numerosi, di riposo forzato per disoccupazione, le cui tristi conseguenze si abbattevano solo sugli operai liberi.
Nei secoli III e II il tasso del salario appare raddoppiato: esso si aggira intorno alle due dramme giornaliere (L. 2 circa)[142]. Se non che, mentre contemporaneamente il prezzo dei generi di prima necessità si era quintuplicato, il valore del danaro era scemato della metà, anzi di tre quarti[143], in guisa da provocare un dislivello, maggiore che negli scorsi decennî, fra il reddito annuo e l’annuo bisogno dei lavoratori.
Pure la prova, maggiore e più decisiva, della tenuità e della insufficienza dei salari operai nelle imprese industriali greche è data da un fatto, di cui pure qualche dotto moderno è sembrato compiacersi: la eguaglianza di salario fra gli schiavi e gli operai liberi[144]. Il che voleva dire che a ciascun operaio libero si pagava un salario, equivalente solo al suo nutrimento individuale, poichè, oltre a questo, lo schiavo, che non aveva a suo carico una famiglia, riceveva l’alloggio, il vestimento, le calzature, ecc. Ma la presenza degli schiavi contribuiva per altra via ad aggravare la condizione dei liberi salariati. Essa eliminava la possibilità della organizzazione e della resistenza operaia: le armi, pur troppo, sperimentate più efficaci a conseguire l’elevamento dei salari e il miglioramento delle condizioni del lavoro. La coesistenza della schiavitù inchiodava tormentosamente i liberi alla rupe del capitale e ne determinava l’indigenza e la rovina. Per questo antichi e moderni hanno sempre ritenuto l’introduzione e l’accrescimento della popolazione schiava causa diretta di decadenza della popolazione libera. Un magistrato della Carolina sud avvertiva, a suo tempo, come, per effetto dell’adozione dell’economia servile, in quella colonia americana, su 300.000 bianchi, meno di 50.000 potevano dirsi impiegati in qualche lavoro e in grado di ritrarne onestamente la vita. «Gli altri o non riuscivano a trovar lavoro o vivevano alla ventura di caccia, di pesca, di rapina, talora — ed è peggio — commerciando con gli schiavi ed eccitandoli a rubare a proprio vantaggio»[145]. Così, allorquando, nel sec. IV a. C., un cittadino della Focide introdusse per la prima volta nella contrada 1000 schiavi, fu una insurrezione generale: quegli intrusi venivano a togliere il lavoro ed il pane ad altrettanti operai liberi, di cui ciascuno, probabilmente, sostentava a sua volta una famiglia di quattro o cinque persone. Come pensare quindi a mettere su casa e a procreare dei figli? E un moderno, in una sua monografia assai nota sulla popolazione del mondo greco-romano, scartati, o quasi, tutti gli altri più ovvii motivi di costante regresso dell’antica popolazione, così si esprimeva: «Le vere ragioni del fenomeno debbono essere ricercate più a fondo. In prima linea sta il costante prevalere dell’economia a schiavi.... Appena uno Stato antico entra nella fase dell’economia a schiavi, l’aumento della popolazione libera ha un ristagno.... Nessun dubbio quindi sul nesso fra l’incremento della popolazione schiava, e la diminuzione di quella libera»[146].
Da ciò quel fenomeno singolarissimo di ufficiale legislazione maltusiana, che ricorse negli antichi ordinamenti ellenici e ne fece regolare, per decreti, l’età matrimoniale, incoraggiare gli amori contro natura, autorizzare persino l’aborto e l’infanticidio. Da ciò le preoccupazioni di antichi filosofi e statisti, invocanti persino la peste e la guerra quali benefiche potenze limitatrici dello sviluppo della popolazione[147]. Da ciò la pratica dell’astensione volontaria[148], sintomo in tutte le età di disagio economico, e che antichi e moderni hanno, per facile illusione, ritenuta talora causa prima ed unica di depopolazione, quasi ingranaggio di una per sè stante corruzione morale.
L’emigrazione.
Cionondimeno, malgrado codesti limiti, naturalmente imposti dalla schiavitù all’accrescimento della popolazione: malgrado il fatto che la percentuale della popolazione relativa della Grecia antica riesca, almeno per noi moderni, singolarmente esigua (essa non superò al certo i 90 ab. per km2 e discese ad un minimo di 10 e ad una media di 35)[149], il bisogno dell’emigrazione continua fu tra i più assillanti della vita sociale di quel grande Paese. Gli è che, nella Grecia antica, l’emigrazione viene costantemente determinata, oltrechè dalla spietata concorrenza servile, dallo scarso rendimento del lavoro e del capitale, che non riescivano mai a produrre il necessario alla sussistenza di quegli aggregati sociali, nel cui seno essi svolgevano la loro attività. Nei regimi a schiavi, in alto e in basso, gli «inoperosi», tra i liberi, sono moltissimi. Creare quindi uno sbocco a confini indefiniti all’onda sempre scarsa, e pur sempre sovrabbondante, della popolazione: conquistare un impero coloniale sempre più vasto che assorba di continuo il flutto incessante dei disoccupati e dei bisognosi: ecco la pietra filosofale, intorno a cui politici e filosofi, ricchi ingordi e poveri, «sempre turbolenti e bramosi di guerre»[150], si ruppero invano il cervello.
Pericle, il più grande fra gli statisti ellenici, mentre applicava largamente il lavoro libero alla edilizia civica, instaurava colonie pei poveri[151] in ogni angolo dell’Impero ateniese. Morto Pericle, i suoi concittadini sono trascinati[152] alla fatale spedizione di Sicilia. L’impresa si inabissa in un’enorme catastrofe. Ma il bisogno che mai non cessa, li sospinge, nel 364, a sfidare il rischio di una nuova sollevazione degli alleati, pur di confiscarne e ripartirne il territorio, e, di là a poche decine di anni, la forza delle immutate circostanze persuaderà Isocrate, il massimo oratore della pace ad ogni costo, a invocare la tirannide macedone, pur di trarne in cambio la colonizzazione dell’Asia e lo sfollamento dell’Ellade[153].
Il lungo sospiro verrà soddisfatto da Alessandro Magno. Della «sovra popolazione» della Grecia nella seconda metà del secolo IV sarà testimonio la incessante emigrazione dei prossimi cinquecento anni, ma il rimedio, foriero di nuove cause demolitrici della vita ellenica, era giunto in ritardo: il fatale andare della decadenza aveva già maturato effetti irrimediabili.
Ripercussioni politiche della schiavitù.
Fatale per i produttori e per i liberi lavoratori, la schiavitù non era più benefica verso l’intera massa dei consumatori. La costosità della sua opera si ripercoteva nella costosità dei suoi prodotti. Carissime erano presso i Romani le manifatture che non uscivano dal lavoro domestico: le sete, le tele, i panni fini di lana, i drappi colorati, i guanciali così detti triclinari ecc.[154]. D’altra parte la rigidezza del congegno economico della schiavitù e il fatto di una mano d’opera difficilmente variabile, come quantità e come qualità, scaricavano sul mercato una copia di prodotti, in ogni circostanza, quasi invariata, provocando un costante disquilibrio fra l’offerta e la domanda. Così le crisi per eccesso si alternavano, nel mondo antico, con le crisi per difetto; l’abbondanza, con la carestia. Ma nell’un caso e nell’altro, la massa dei consumatori ne veniva egualmente danneggiata: nel primo, a motivo dell’acuita disoccupazione dei liberi; nel secondo, a motivo dei rincarati prezzi dei vari generi. Per tal modo la schiavitù finiva col danneggiare la popolazione libera nella sua duplice condizione di lavoratrice e di consumatrice.
V’era di peggio. Come esattamente ha notato uno dei più geniali indagatori del mondo antico — il Fustel de Coulanges[155] — la presenza della schiavitù corrompeva, attossicava, anzi, i rapporti sociali fra le varie classi. Oggi la ricchezza passa dal ricco al povero; la speranza di raggiungerla stimola il lavoro e suscita l’emulazione. In Grecia, tra il lavoro del povero e la ricchezza, stava di mezzo la schiavitù. Per arricchire occorreva possedere degli schiavi; ma, per possederne, occorreva essere ricchi.... Per altro il lavoro era materia da schiavi e ai liberi, in fondo, riusciva fastidioso accostarvisi. Meglio dunque, e più facile, impossessarsi della ricchezza, chiedendola umilmente o strappandola con la violenza!
Da questa ferrea condizione ha origine la universale tendenza, caratteristica delle democrazie greche, nei Paesi a regime aristocratico e in quelli a regime democratico: o il panis et circenses, fatti largire, più o meno volontariamente, dalle classi dominanti e dal Governo[156], o la espilazione diretta del pubblico denaro, sotto tutte le possibili forme, e il salasso degli ordini sociali più agiati, ogni qualvolta la direzione suprema della cosa pubblica si trovò in potere dei meno abbienti[157].
Nell’un caso e nell’altro, se taluni dei liberi disoccupati, che pur avevano bisogno di vivere, si recavano a pitoccare dai ricchi un posto a fianco degli schiavi, ove però trovavano pane condito di molto disprezzo; altri, i più, forse, locavano la propria industria in servigi degradanti, quali parassiti, adulatori, sicofanti, impostori ecc. Da ciò il dilagare della cortigianeria, del parassitismo, dell’indigenza accidiosa: da ciò un intrecciarsi osceno di complicità e di attaccamenti a basi inconfessabili, macchiati di tutte le umiliazioni e di tutte le bassezze, i cui effetti dovevano ripercotersi nell’ambito della vita pubblica, destinata ad un inevitabile, continuo processo d’inquinamento[158].
Per tal via, gli ordini politici, sperimentati migliori, si corrompevano. Non più lotte civili fra classi libere in antagonismo, non democrazie corrette, oneste, laboriose, ma alterni, quotidiani spettacoli di frode, di violenza, di venalità, di scialacquo. La schiavitù squarciava la società in due campi opposti di ricchi e di poveri, non già soltanto, come oggi avviene, di capitalisti e di lavoratori[159]. E questa antitetica, recisa polarizzazione della ricchezza o, piuttosto, della fortuna e dell’indigenza provocava effetti politici egualmente dannosi in seno alla nobiltà e in seno al popolo minuto.
La superbia e la violenza, il presunto diritto al dispotismo e alla tracotanza, in privato ed in pubblico, sono sempre state, così come furono in Grecia, le consuete e più dirette conseguenze della schiavitù. L’abbassamento di un numero strabocchevole di creature umane a strumento cieco di altre, che trovavano agevole, anzi naturale, l’esercizio di un potere eccessivo, non era tale da provocare conseguenze indifferenti. «Ogni proprietario di schiavi», ha scritto un moderno, «nasce o diviene tiranno»[160], e Aristotile aveva, con l’acume consueto, schizzato i tratti salienti della psicologia delle aristocrazie elleniche. «Quale atteggiamento morale accompagni la ricchezza è agevole rilevarlo ogni giorno coi nostri occhi. I ricchi sono arroganti ed altezzosi, e quasi malati del possesso medesimo della ricchezza, che fa loro credere di avere nelle proprie mani ogni cosa». Nulla sembra superiore ai loro diritti ed ai loro meriti, e «scorgendo gli uomini, tutta la vita intenti a ricercare quanto meglio ad essi aggrada, precipitano facilmente nella stolida magnificenza e nella corruzione.... Onde è famosa la sentenzia di Simonide sul valore dei sapienti e dei ricchi. Che, essendo stato interrogato dalla moglie di Gerone se preferiva essere un uomo ricco o un sapiente — Un ricco — rispose —, perchè troppe volte ho visto i sapienti attendere umili alle porte dei ricchi.... — E i ricchi si ritengono degni di comandare, e sono convinti di possedere naturalmente tutte le qualità che fanno gli uomini degni del comando....[161].
Così, al modo stesso in cui l’indigenza o l’instabilità delle fortune aveva fatto dei non agiati un’orda famelica, miseranda e spregevole, di accattoni o di rapinatori, la consuetudine del comando più efferato fece, dei Grandi, una pianta sanguinaria di despoti naturali[162]. Assai pochi dei frutti gentili dell’agiatezza e della coltura fiorirono nei loro animi, e la Repubblica ateniese, che corre sotto il nome di Senofonte, come tutti gli scritti del tempo, usciti dalla cerchia dell’aristocrazia, contennero teorie, morali, sociali, politiche, atte a riscuotere il consenso dei più feroci piantatori americani[163]. Una, democrazia venale, corrotta, violenta; un’aristocrazia avida, gelosa, dissoluta, spregiatrice della giustizia, della correttezza, del lavoro e dei lavoratori[164] — spregio epidemico, che, fra l’altro, trascinò Socrate ad ingoiare la cicuta[165] —; una nobiltà, calpestatrice dei deboli e degli umili: ecco i più genuini prodotti, politici e morali, di quel regime schiavista, che suggeriva agli aristocratici il cinico, sanfedistico, giuramento «di essere nemici del popolo e di perpetrare a suo danno tutto il male di cui fossero capaci»[166].
Aristotile, che aveva, disegnato esattamente la configurazione esterna del fenomeno, intravedeva insieme, riassumendole in poche frasi, le cause profonde delle sciagure della vita, morale e sociale, ellenica: «Ai legislatori era parso che il punto capitale fosse l’organizzazione della proprietà...; è stato invece Filea di Calcedonia a stabilire come prima condizione del vivere sociale sia l’eguaglianza delle fortune»[167]. Or bene, la schiavitù costituiva il massimo ostacolo di questo processo verso l’uguaglianza economica; onde, come sempre succede in seno a società solcate da profonde disparità economiche, le istituzioni democratiche non solo non dettero pace alla Grecia, ma furono una delle cause dei suoi più profondi turbamenti interni[168].
«La violenza e l’orgoglio», proseguiva Aristotile, «che sono usciti dalla nobiltà e dalla eccessiva, ricchezza, sospingono gli uomini ai grandi attentati; così come la perversità», effetto «della miseria, della debolezza, della oscurità», «sospinge verso i reati comuni». «Le due classi estreme» riescono «in pari misura fatali alle città». L’epulone dimentica l’arte di comandare e di obbedire; l’indigente degrada fino a rendersi, non già disciplinato come uomo, ma prono come schiavo e tremendo nella riscossa come belva. È possibile allora ritrovare nelle città dei padroni e degli schiavi, non più una comunione di liberi. E allorchè una società risulta di individui, che a vicenda si invidiano e si disprezzano, cessa per questo stesso di essere una società....[169].
Un altro svantaggio, proseguiva Aristotele, della recisa polarizzazione della società in ricchi e poveri risiede nell’incentivo che ne promana ai quotidiani sconvolgimenti. Solo «dove l’agiatezza è diffusa, si ha la minore possibilità di sedizioni». «Quando il numero degl’indigenti prepondera e quello delle fortune medie s’assottiglia o dispare, lo Stato si sfascia e precipita rapidamente a ruina»[170].
Tale lo spettacolo che la schiavitù aveva suscitato nel mondo ellenico. Da per tutto due fazioni che si serravano l’una contro l’altra armate, non gareggiando in una lotta civile, stimolo di progresso e di virtù sociali, ma insanguinandosi in un certame rabbioso e letale, che, al di sopra delle mura di ciascuna città, andava ad intricarsi e ad aggrovigliarsi con altre lotte ed altri conflitti, provocando invasioni straniere, attentando all’indipendenza cittadina e nazionale, precipitando nell’irrequietezza, nella febbre, nella tempesta, nel sangue l’esistenza di ciascun popolo e di ciascuna famiglia.
La corruzione morale.
Escluso dalle virtù dei liberi, degradato da favori funesti o da cattivi trattamenti, abbrutito da vizi precoci o da fatiche eccessive, lo schiavo era una creatura, in cui di sveglio non albergava che il senso delle più basse passioni animali. L’istinto del furto, l’astuzia, la simulazione, il rancore, la sete di vendetta, l’indifferenza: ecco le sue caratteristiche morali, il cui contagio, come la comedia greca e romana c’informano, iniziava alla degradazione i dominatori[171].
Il bambino, appena nato, in quella prima età, in cui la natura si forma dalle impressioni dell’esterno, era in ispecial modo abbandonato all’impero degli schiavi, ed ei non faceva che saturarsi dei loro istinti malvagi». Giovane, li aveva compagni e strumenti di dissolutezza, consapevoli ed inconsapevoli traviatori della sua coscienza. Tutte «quelle passioni che hanno bisogno di essere contenute dal rispetto altrui, come dalla ragione, perdendo uno dei loro freni, si liberavano facilmente dell’altro, spingendo al male per una china tanto più rapida, quanto più in basso era posta la guida verso il precipizio»[172]. Così nei possessori di schiavi, oltre all’inclinazione alla collera, si sviluppò in ogni tempo quell’altro carattere dell’eccesso del potere di una persona sovra un’altra, ch’è incarnato dalla lussuria.
«La schiavitù», scrive uno dei migliori economisti moderni e dei più acuti studiosi delle caratteristiche della economia antica, «la schiavitù corrompe sopra tutto la moralità dei rapporti sessuali, e quindi la vita familiare, radice di ogni altra vita». «Quella orribile demoralizzazione, la quale ricorre negli scrittori della decadenza, non sarebbe stata possibile senza la schiavitù, cioè senza l’abbassamento di tanti individui umani a strumento di altri....»[173]. La schiavitù da un lato arrestò il processo evolutivo della condizione della donna libera, cui fu preferita la schiava, dall’altro, proprio come avviene nei paesi ottomani, fece l’uomo refrattario alla stima della propria compagna[174], già per atavica tradizione tenuta in molto minor conto di lui, e tutti e due, estranei alla cura della prole, che venne affidata al magistero di pedagoghi e di domestici schiavi, ministri di degradazione fisica e morale.
Ma se «l’intemperanza e la mancanza di freno producono la degradazione in alto», se «l’oppressione e le conseguenze la provocano in basso», «la corruzione per l’intima solidarietà del corpo sociale, dilaga da per tutto,» e l’intera società «si adagia in un parassitismo, che la estenua e dissolve»[175].
La reazione contro l’economia a schiavi.
Noi abbiamo così, vivo e presente, in tutta la sua muta eloquenza, il quadro degli effetti sociali della schiavitù in ogni Paese, ove essa ebbe a radicarsi, e perciò anche sulla terra sacra dell’Ellade antica. Sotto l’aspetto materiale, una produzione lenta e costosa, una tecnica paralitica, un’agricoltura e un’industria rudimentali; sotto l’aspetto sociale, una incoercibile tendenza alla concentrazione della proprietà e della ricchezza, un’aspra concorrenza al lavoro e alla sussistenza dei liberi, costretti a lasciare la patria o a bramare perennemente terre nuove in cui applicare la propria attività umiliata e scornata; la corruzione, a un tempo, delle democrazie e delle aristocrazie, delle classi alte come delle basse; sotto l’aspetto morale, la triplice degradazione dell’individuo, della famiglia, dello Stato. Si ha così, nel tessuto elementare di ciascuna società greca, poggiante sulla schiavitù, una condizione perenne di debolezza organica, di fallacia nella vitalità e nella resistenza.
Col suo fine senso della vita, il Greco antico ebbe l’intuizione della gravità di un male, così sottile, così insidioso, così profondo, e cercò, attraverso tutta la sua storia, di reagirvi, riducendo l’economia a schiavi ad una forma che la facesse diversa da quella che la sua stessa sostanza portava.
Per non obbligare i produttori a possedere direttamente degli schiavi, fu creata l’industria della locazione, a tempo determinato, di questo vivente genere di merce-lavoro; con che, oltre a fornire la sicurezza di un reddito quotidiano il locatore veniva liberato dalla massima parte dei rischi, che gli venivano dal deperimento del suo personale. In luogo del puro mantenimento, fu adottato, anche per gli schiavi, un sistema di pagamento in salario, che forse permetteva loro di fare delle economie e li allettava con la speranza di formarsi un peculio, che un giorno poteva anche offrire, ad essi, il mezzo di acquistare la libertà. Lo schiavo locato per prezzo fu talora nulla più e nulla meno di un libero, che abitava dove volesse, si cibava a suo talento, e di cui niuno, salvo il padrone e il locatore, conosceva la precisa condizione sociale. Talora venne altresì adottato il sistema del pagamento a fattura, anzichè a giornata, e tal’altra volta il padrone associò lo schiavo a’ benefici dell’impresa che intendeva iniziare e per cui offerse i capitali, lasciando che il suo minor collaboratore vi mettesse di proprio l’attività e l’ingegno. In molti luoghi, infine, lo schiavo pubblico, ossia lo schiavo, dipendente dallo Stato, acquistò i privilegi, che derivano a tutti coloro, i quali, bene o male, in tutto o in parte, son depositari di una qualche molecola del pubblico potere.
Con tutti questi abili espedienti, il mondo greco, o, piuttosto, talune delle società greche più evolute — quella ateniese, ad esempio — tentarono di sforzare il regime a schiavi a produrre il massimo di bene, lasciando dietro di sè la minor copia di male. Ed è forse possibile, in linea di ipotesi, pensare che in un ambiente tranquillo, al sicuro da urti esterni, in un’esperienza, per così dire, isolata nel vuoto, questo regime di perfetto equilibrio instabile avrebbe potuto conseguire dei successi. Pur troppo, mentre la Grecia tentava rivolgere dall’imo fondo le basi della sua vita sociale; mentre essa tutta si tendeva in questo supremo conato liberatore; mentre in alto si cominciava a formare come una diversa e più elevata coscienza economica; mentre i miopi interessi del giorno per giorno cedevano dinanzi a vedute più larghe e più pensose del domani; mentre, insieme col lento trasformarsi o disparire della schiavitù, i processi tecnici cominciavano ad affinarsi, nuove avverse influenze sopravvennero — e le studieremo —, ad arrestare il moto tendenziale, a frustrarne i vantaggi, a spezzare il miracoloso equilibrio, che sembrava già stabilito, schiacciando così, nella terribile prova, l’intera vita della nazione.
Note al capitolo primo.
[7]. Sulle origini storiche della schiavitù, cfr. A. Comte, Cours de philosophie positive, Paris, Ballière et fils, 1864, V, 133 sgg.; H. Spencer, Principes de sociologie (trad. fr.), Paris, 1883, III, 393 sgg.; F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato in relazione alle ricerche di L. H. Morgan (trad. it.), Benevento, 1885, pp. 149, 169; A. Loria, Analisi della proprietà capitalistica, Torino, Bocca, II, pp. 55 sgg. — Un saggio pieno d’idee originali e suggestive sull’antica schiavitù è Die Sklaverei im Altertum (in Kleine Schriften, Halle, 1910) di E. Meyer. Tuttavia, insieme con le idee originali, vi si insinuano a tratti tesi paradossali: questa, ad esempio, che trova la sua smentita in tutto il presente studio: che «la schiavitù non ebbe parte alcuna nella decadenza del mondo antico» (p. 210 e n. 4).
[8]. Die Bevölkerung d. griechisch.-röm. Welt, Leipzig, 1886, p. 506 e passim. (L’unica traduzione italiana è contenuta in Bibl. di Storia economica, diretta da V. Pareto ed E. Ciccotti, IV, Milano, Soc. ed. libraria).
[9]. Thuc., 7, 27.
[10]. Demost., XLVII (In Euergum et Mnesib.), 53; Herod., 6, 23, 5; Jambl., Vita Porph., 197.
[11]. Tim., fr. 67 (in Athen., p. 264 c-d e 272).
[12]. P. Guiraud, La proprieté foncière en Grèce, Paris, 1893, pp. 452 (trad. ital. in Bibl. di Storia economica, diretta da V. Pareto ed E. Ciccotti, II, 2).
[13]. E. Glotz, Le travail dans la Grèce ancienne, Paris, Alcan, 1920, pp. 246 sgg.
[14]. Op. cit., 248.
[15]. Cfr. H. Francotte, L’industrie en Grèce, Bruxelles, Société belge de librairie, 1900, I, pp. 205 e 204, n. 2 D e fonti ivi citate.
[16]. Francotte, op. cit., I, 208-10 e fonti ivi citate.
[17]. B. Haussoulier, Comptes de la construction du Didymeion (in Révue de philol., de litter. et d’histoire ancienne, 1906, A II. 6-22; cfr. pp. 253-54).
[18]. Francotte, op. cit., 206-7 e fonti ivi citate.
[19]. Cairnes, The slave power, its character, ecc., London, 1862, p. 85.
[20]. A. Smith, La ricchezza delle nazioni (in Bibl. dell’Economista, II, Torino, 1851), pp. 56, 266, 267, 471.
[21]. Secondo il Du Mesnil de Marigny (Hist. de l’economie polit. des anciens peuples, Paris, 1872, II, 168, n. 1; cfr. 168-69), le statistiche sui lavori dei forzati avvertono che la costrizione violenta può ottenere da loro solo un terzo degli sforzi che nello stesso tempo durerebbe un libero lavoratore. Secondo il Dureau de la Malle, Economie polit. des Romains, Paris, 1840, I, 151 (l’opera è tradotta in Bibl. di Storia econ. di Pareto-Ciccotti, I, 2), il lavoro dello schiavo va calcolato come corrispondente alla metà del lavoro medio di un libero.
[22]. Cfr. Hildebrand, Die amtliche Bevölkerungsstatistik im alten Rom (in Jahrbücher für Nationalökonomie, etc. VI, 91); R. Pöhlmann, Die Uebervölkerung d. antiken Grosstädte, Leipzig, 1884, pp. 114 sgg.
[23]. Pöhlmann, loc. cit.; Beloch, op. cit., pp. 41 sgg.
[24]. Cfr. Dureau de la Malle, op. cit., I, 149-50.
[25]. Loria, op. cit., II, 91.
[26]. Pap. Par., n. 10 (a. 156 o 145 a. C.) e il commento del Letronne, a un Papyrus du Musée royal contenant l’annonce d’une récompense promise à qui decouvrira ou ramenera deux esclaves echappés d’Alexandrie, Paris, 1850, pp. 25-27 (in Aristoph., Comoediae, ed. Didot).
[27]. Cfr. Arist., Oeconom., 2, 2, 34, 2.
[28]. Cfr. il cap. IV del presente volume.
[29]. Arist., op. cit., 1, 5, 2 sgg.
[30]. Xen., Oecon., 14, 2 seg.; Cat., De agricultura, 2, 2; Columella, De re rust., I praef., 12, 3.
[31]. Colum., op. cit., I, I; 7 e passim.
[32]. Varr., Rer. r., 1, 16, 4 e passim.
[33]. Plat., Leges, 6, p. 777 d sgg.
[34]. Oecon., 12, 6 sgg.; 13, 10 sgg.; 14, 7 sgg. e passim.
[35]. Plut., Cato, 21, 1.
[36]. Op. cit., 1, 17, 5 sgg.
[37]. De re rust., 1, 8, 11, 1. 12, 3 e passim. Cfr. Arist., Oecon., 1, 5, 2 sgg., e Arist., Polit., 1, 5, 11.
[38]. Io ritengo sia necessario limitarsi a queste considerazioni di carattere generale per convincersi, e per convincere, della costosità del lavoro servile rispetto al lavoro libero. La maggior parte dei moderni ha preferito invece seguire un metodo diverso: ha preferito tentar di calcolare in cifre il costo dell’uno e dell’altro genere di lavoro, riescendo così, per mancanza di fondamenta, a conclusioni erronee e contrastanti con tutte le più generali e più incontroverse nozioni economiche. Così, ad esempio, il Foucart (Bullett. de corr. hell., VIII, 1884, p. 214), discorrendo di schiavi addetti all’industria, non ha considerate le forme principali del lavoro libero, i lavori a cottimo ed à forfait, non i rischi per decesso o per evasione degli schiavi, non le spese di allevamento e di educazione dei loro nati (ben il 50% della popolazione servile, cfr. P. Guiraud, La main d’oeuvre industrielle. Paris, 1900, pp. 94 e fonti cit.), non le imposte relative, non la limitata produttività, non l’annua rata d’ammortamento, cose tutte non calcolabili esattamente in cifre. Inoltre egli errava non poco, illudendosi di poter ragguagliare numericamente le spese di alloggio che s’ignorano, le altre per gl’indumenti e per il fitto o pel possesso degli strumenti da lavoro (impossibili anch’esse a stabilire a priori), le quanto mai variabili spese minute e il fluttuante passivo dei giorni di festa e di forzata inoperosità. Più tardi il Guiraud (La main d’oeuvre industrielle etc., pp. 190-91) s’è illuso di seguire un metodo migliore, tenendo presente la spesa di quanti in Grecia, in luogo di possedere schiavi, si accontentavano di noleggiarli. Senonchè egli ha trascurato le già precedenti osservazioni di A. Mauri (I cittadini lavoratori dell’Attica nei secoli V e IV a. C., Milano, 1895, pp. 88-89) (alle quali altre sarebbe facile aggiungere), da cui resulterebbe come «ancor meno sotto questa forma, la mano d’opera servile poteva riescire di costo inferiore al salario concesso ai liberi». Ma il Mauri medesimo, che è doveroso riconoscere assai più cauto dei precedenti, ne condivide (pp. 85 sgg.) il torto, allorchè pretende riescire ad una qualsiasi conclusione numerica. Ed ha errato con essi nel non tenere conto del fatto notevolissimo, che, a differenza di quella servile, la mano d’opera libera, quali che ne siano le pretese, non implica un dispendio costante e quotidiano, sì che, mentre al mantenimento degli schiavi farebbe d’uopo aggiungere il passivo dei giorni di riposo e degli anni di vecchiezza, dal salario annuo dei liberi occorre sottrarre le incalcolabili mancate giornate di salario, ecc. Cfr. anche la Introduzione di E. Ciccotti alla edizione francese del suo Declin de l’esclavage antique, Paris, Rivière, 1910, pp. XII sgg.
[39]. È la frase di un antico a proposito dei proprietari di Tespia (cfr. Heracl. Pont., in FHG., a p. 80, nell’ed. Didot).
[40]. È la frase, quasi testuale, del più insigne agronomo del mondo romano (Col., De re rust., I praef.).
[41]. Op. cit., I, 7; 1.
[42]. N. H., 18, 36. Sulla decadenza dell’antica agricoltura italica a motivo della schiavitù, cfr. Columella, op. cit., I praef., e Dureau de la Malle, op. cit., II, 67-68.
[43]. Guiraud, La propr. foncière en Grèce ecc., p. 455; Id., La main d’oeuvre industrielle ecc., p. 129.
[44]. Varr., op. cit., 1, 44, 1 e Col., op. cit., 3, 3, 3. Sulla interpretazione di questi due passi cfr. C. Barbagallo, La produzione media relativa dei cereali e della vite, ecc. (in Riv. stor. ant., 1904, pp. 493 sgg.). Gli antichi sono tutti concordi nel deplorare l’assenteismo del proprietario dalla coltivazione della terra (Xen., Oecon., 12, 19-20; cfr. 13 e 14; Varr., op. cit., II praef., 1 sgg.; Colum., op. cit., 1, 1; 3, 7; Plin., N. H., 18, 35 sgg.; 43; Pallad., De re rust., 1, 6; cfr. Arist., Oecon., 1, 6, 3 sgg.); Columella, anzi (op. cit., 1, 7), soggiunge che, quando l’assenza è una necessità, il fitto è indubbiamente preferibile al lavoro servile.
[45]. Ellison, Slavery and secession in America, London, 1861, p. 218.
[46]. Cfr. la precedente nota 38.
[47]. Scriveva A. Smith, nella seconda metà del secolo XVIII: «La piantagione dello zucchero e del tabacco può comportare la spesa della coltura a schiavi. La coltura del grano sembra che oggi non lo possa. Nelle colonie inglesi, ove il prodotto principale è il grano, la massima parte del lavoro è fatta da liberi....» (Ricchezza delle nazioni, p. 266).
[48]. Op. cit., 10, 1.
[49]. Op. cit., 11, 1.
[50]. Varr., op. cit., I, 18, 1.
[51]. Op. cit., 1, 18, 2.
[52]. In Colum., op. cit., 2, 12. Cfr. Fustel de Coulanges, Le domain rural chez les Romains (in Revue des deux mondes, 15 settembre 1886, pp. 339-40) (trad. it. in Bibl. Stor. econ. cit., II).
[53]. Colum., op. cit., 2, 12. Cfr. Dickson, The husbandry of ancients, Edimburgo, 1788, II, 78-79 (traduzione italiana in Bibl. Stor. econ. cit., pp. 305-6) e Bücher, Die Aufstände d. unfreien Arbeiter, Frankfurt, 1874, pp. 43 sgg.; Roscher, Über das Verhältniss d. Nationalökonomie zum klass. Altertum (1861) (trad. it. in Bibl. Stor. econ. cit., I, 1), pp. 15-16. Anche l’industria antica era costretta a impiegare un personale più numeroso di quello che adopera l’industria contemporanea. Cfr. Ardaillon, Les mines du Laurium dans l’antiquité, Paris, 1897, pp. 96 sgg., 108-9.
[54]. Cfr. Dickson, loc. cit.
[55]. Dickson, op. cit., I, 374 sgg.; Manzi, La viticultura e l’enologia presso i Romani, Roma, 1883, pp. 41 sgg.; 66.
[56]. Cfr. Dickson, op. cit., I, 2, n. 1; II, 340, 345, 353 sgg.; Ciccotti, Il tramonto della schiavitù nel mondo antico, Torino, Bocca, 1901, pp. 172-73.
[57]. Jay, Adress to the non slaveholders of the South on the social and political evils of slavery. New York, 1843, p. 5. Cfr. Olmsted, A journey in the seaboard States, New York, 1856, pp. 483.
[58]. Op. cit., pp. 46-47; cfr. pp. 481, 483.
[59]. Il Dickson (op. cit., I, 340 sgg.) enumera, fra le esotiche cognizioni della seconda metà del secolo I d. C., la concimazione con la calce e la marna (si trattava di esperienze e di nozioni importate da paesi a lavoro libero); gli sfugge però il passo, grandemente significativo, di Virgilio (Georg., I, vv. 193 sgg.):
Semina vidi equidem multos medicare serentes
et nitro prius et nigra perfundere amurca
grandior ut fetus siliquis fallacibus esset.
Tuttavia circa le conseguenze pratiche di queste cognizioni, cfr. la nota 60 seguente.
[60]. Porena, Decadenza dell’agricoltura presso i Romani, Roma, 1867, p. 27.
[61]. Guiraud, La proprieté ecc., pp. 475 sgg. Ecco, del resto, quello che il Cairnes (op. cit., p. 81) scriveva delle colonie americane: «Fino allo scoppiare della guerra civile, negli Stati a schiavi del Messico, si notavano aratri di costruzione Chinese, i quali scavavano la terra come le zampe del porco o della talpa, senza riescire nè a fenderla nè a rovesciarla».
[62]. Xen., Oecon., 18, 1-3.
[63]. Guiraud, op. cit., p. 481.
[64]. Xen., op. cit., 18, 6. Cfr. Büchsenschütz, Besitz und Erwerb, Halle, 1869, pp. 302 sgg.
[65]. Guiraud, op. cit., p. 477.
[66]. Teofrasto (De causis plant., 3, 17, 8, 6, 10, 9) accenna ad un esempio recente ed isolato di uso del nitro; Plinio (N. H., 17, 42), all’uso della marna. Ma a parte la rarità del caso, non bisogna confondere la teoria degli intellettuali con la pratica del giorno per giorno, piena di sfiducia verso le escogitazioni e i tentativi scientifici (cfr. Verg., Georg., I, 196 sgg.).
[67]. Guiraud, op. cit., 471 sgg.
[68]. Oecon., 6, 8; 18, 10; 19, 14 sgg.; 21, 1 passim.
[69]. Bernard, in Journal d’agr. prat., 1901, pp. 64-65.
[70]. Cfr. il mio studio, La produzione media dei cereali e della vite nella Grecia, nella Sicilia ecc., in Rivista di st. ant., 1904, fasc. 3-4.
[71]. Cfr. I. G., II, 5, 834 b e Foucart, in B.C.H., 1884, pp. 195 sgg., ll. 50 sgg.; 1880, pp. 26 sgg., ll. 4 sgg.
[72]. Cfr. il mio scritto precedentemente cit. Il Ciccotti (Indirizzi e metodi degli studi di demografia antica, pref. al IV vol. della Bibl. di Stor. econ., pp. 6 sgg.) solleva gravi dubbi sulla possibilità di adoperare utilmente dati così isolati. Le sue osservazioni sono speciose, ma non decisive. Ad ogni modo, non ci sembra incauto valerci di questi elementi, allorchè essi vengono a confermare, quasi in modo tangibile, tutto un insieme di conclusioni, che emergono per altra via da considerazioni indipendenti e di diverso carattere.
[73]. Cfr. Tombasis, La Grèce sous le point de vue agricole, Paris, 1878, pp. 27, 28, 29; U. Ruffolo, La Grecia economica odierna, Roma, Istit. colon. italiano, 1920, pp. 23.
[74]. Résultats de l’enquête décennale de 1892, Paris, 1897, Intr., p. 69. Per l’Italia, cfr. anche G. Zattini, La potenzialità attuale della produzione del frumento in Italia, in base alla statistica del dodicennio 1909-20, Roma, Ministero Agr., Ind. e Commercio: Uff. Stat. agr., 1921.
[75]. Cfr. Giglioli, Malessere agrario ed alimentare in Italia, Portici, 1903, pp. LXXV e LXXIX. Sulle proporzioni dell’annuo disparire del maggese cfr. l’Agr. allemande à l’exposition de 1900, Bonn, 1900, pp. 38 sgg., e, per la Francia, Convert, La Ferme de Fresne, Paris, 1895, p. 9. Dove il maggese permane, esso non è più biennale, ma triennale.
[76]. Guiraud, op. cit., 471-74; Dureau de la Malle, Economie politique des Romains, II, 67.
[77]. Xen., Oecon., 20, 2 sgg.
[78]. Menander, Agricola, fr. 4, ed. Didot.; Philem., Incert. fab., fr. 6; cfr. fr. 4, ed. Didot.
[79]. Loria, Analisi ecc., II, 73.
[80]. Cfr., per la Grecia peninsulare e per la Sicilia greca, Strab., 8, 8, 1; 6, 2, 6; per la Grecia insulare, tutto il mirabile quadretto Il cacciatore dell’Eubea di Dione Crisostomo (ed. Dindorf, Lipsiae, 1857) e Büchsenschütz, op. cit., 209-10 sgg. Circa i vantaggi che i proprietari romani speravano di ritrarre dall’economia pastorale, cfr. Dickson, op. cit., II, pp. 292-93.
[81]. Ilias, 18, vv. 373 sgg.; Arist., Polit., 1, 2, 5; Cratet., Belluae, fr. I, 2, ed. Didot.
[82]. Guiraud, La main d’oeuvre ecc., 87. «Gli stessi molini ad acqua», osserva un moderno, «non furono introdotti nella campagna di Roma che nel IV secolo, quando, per le numerose emancipazioni degli schiavi sotto Costantino, fu necessario sostituire con altri motori il lavoro umano rincarato» (Loria, Analisi, II, pp. 70-71).
[83]. Guiraud, op. cit., 203-4. Cfr. Moreau de Jonnés, Statistique des peuples de l’antiquité, Paris, 1851, I, 267-69.
[84]. Souchon, Les theories économiques en Grèce, Paris, 1898, pp. 119-20; cfr. Moreau de Jonnès, op. cit., II, 521 sgg.; Roscher, op. cit., pp. 22-23.
[85]. Cfr. Loria, Analisi ecc., II, 74-75.
[86]. Mondaini, La questione dei negri nella società nordamericana, Torino, 1898, pp. 106-7; Cairnes, op. cit., pp. 56 sgg.; Loria, Analisi ecc., II, 71.
[87]. Cic., De off., 2, 21. Cfr. Tac., Ann., 3, 53.
[88]. Diod., 13, 81, 5; 83, 1-3; 84, 1.
[89]. Herod., 7, 155; Thuc., 6, 67, 2.
[90]. Aristot., Polit., 5, 6 (7), 6.
[91]. Cfr. Glotz, op. cit., pp. 296-98.
[92]. V (De Dicaeon. hereditate), 35. Tutte le riduzioni di monete antiche in lire italiane s’intendono fatte in lire-oro.
[93]. XXIII (In Aristocr.), 207.
[94]. Demost., XLII (In Phaenipp.), 5; 7, 20.
[95]. Demost., XXXVI (Pro Phormione), 5.
[96]. Sulla graduale concentrazione della proprietà in Grecia, cfr. Guiraud, La propr. fonç. ecc., pp. 395-96, 398-401, 405; G. Platon, Le socialisme en Grèce (estr. dal Devenir social, settembre-ottobre 1905), pp. 43 sgg.; Ciccotti, Il tramonto della schiavitù ecc., pp. 91 sgg.; Glotz, op. cit., 298-300.
[97]. «Les difficultés et la lenteur dans la production.... devaient reporter leurs (dei Greci) ambitions vers les acquisitions artificielles de la richesse. C’est ainsi que l’antiquité toute entière a pu considérer la guerre comme le meilleur des tîtres de propriété» (Souchon, op. cit., 122-23; cfr. pp. 95-96 e p. 96, n. 1). Da questo fatto, appunto, Aristotele era indotto a definire la guerra come uno dei mezzi normali di acquisto della ricchezza (Polit., 1, 3, 8); cfr. Isocr., VIII (De pace), 5-7; Thuc., 6, 24, 3; Diod., 13, 2, 3; 8 e, tra i moderni, Roscher, op. cit., 38.
[98]. Merivale, Lectures on colonisation and colonies, London, 1841-42, I, 76.
[99]. A. Böckh, Staatshaltung d. Athener, Berlin, 1886, I3, 563 sgg. (trad. ital. in Bibl. di Stor. econ. di Pareto-Ciccotti, I, 1).
[100]. Demost., XXXVI (Pro Phormione), 5-6; cfr. E. Breccia, Storia delle banche e dei banchieri nell’età classica (in Riv. di st. ant., 1903, I, p. 114, n. 2) e Böckh, op. cit., I, 564, n. b.
[101]. Lys., De Aristoph. patrimonio, 40; cfr. Böckh, op. cit., I, 563.
[102]. Lys., op. cit., 47.
[103]. Xen., De vectig., 4, 14-15 e Athen., 12, 52, p. 537 b.
[104]. Thuc., 4, 105, I.
[105]. Xen., op. cit., 4, 14; Plut., Nic., 4, 2 sgg.; Athen., 6, 104, 272 e.
[106]. Plut., Vitae decem orat.: Lycurg. 34.
[107]. Hyper., Pro Euxen., 37.
[108]. Op. cit., 30.
[109]. Plut., Cimon., 4, 9.
[110]. Demost., XXXVII (In Pantaen.), 4.
[111]. J. G., II, 2, 1122.
[112]. Demost., loc. cit.
[113]. Demost., XXXVI (Pro Phorm.), 11.
[114]. Böckh, op. cit., I, 384 sgg.
[115]. Op. cit., I, 377 sgg.
[116]. Plut., Pericl., 13, 5.
[117]. Glotz, op. cit., pp. 319-20; Mauri, op. cit., pp. 17-18.
[118]. Cfr. J. Beloch, Die Handelsbewegung im Altertum, in Jahrbücher f. National. ecc., Serie 3ª, 18 (1899), p. 627, n. 3; Id., Zur griechischen Wirtschaftsgesch., in Zeitschrift f. Socialwissenschaft, V, 2 (1902), p. 101.
[119]. 1 dramma = circa 1 lira-oro.
[120]. Cfr. Guiraud, op. cit., pp. 80-81; Francotte, op. cit., II, 81-82.
[121]. Demost., XXIII (In Aristocr.), 206-8; Id., IV (Olynth. III), 29 e XXI (In Mid.), 158; cfr. Lys., XIX (De bonis Aristoph.), 29; Aristoph., Plout., v. 180.
[122]. Menander, Piscator, fr. 4, ed. Didot.
[123]. Athen., 12, 69, pp. 547 d sgg.; 10, 14, p. 419 c.; cfr. J. Baudrillart, Hist. du luxe, Paris, 1878-80, I, 515 sgg.
[124]. Xen., Memorab., 3, 8, 10; Andoc., In Alc., 17.
[125]. Sulle liturgie ateniesi, cfr. Böckh, op. cit., I, 533 sgg.
[126]. Lys., IX (De Aristoph. bonis), 29; 42 sgg. Si trattava di circa 50.000 lire.
[127]. Cfr. Clerc, Les métèques athéniens, Paris, 1893, pp. 78 sgg.
[128]. Lys., XXI (Accept. muner. defensio), 1 sgg.; cfr. Böckh, op. cit., I, 543-44.
[129]. Menander, Fragmenta, p. 100, v. 514, ed. Didot.
[130]. Id., p. 100, v. 538, ed. cit.
[131]. Philem., Fragmenta, p. 120, v. 15, ed. Didot.
[132]. Id., p. 98, v. 436.
[133]. Philem, loc. cit.; Menander, p. 98, v. 455.
[134]. Vv. 535 sgg.
[135]. Ciccotti, op. cit., 91. È possibile segnare in cifre esatte questo processo di concentrazione della ricchezza, che forse non fu continuo, ma fu certo costante nel suo generale indirizzo? Pur troppo, non è possibile, dati i numerosi elementi congetturali su cui dovremmo fondarci. In ogni modo, per Atene, troviamo che, sur una popolazione cittadina all’incirca costante, i cittadini appartenenti alle classi agiate, che parrebbero in numero di 12-13000 ai primi del V secolo e di 15-16000 in sulla fine del medesimo, discesero, durante il IV secolo, con replicate oscillazioni, ad 8000-9000 (cfr. J. Beloch, Bevölkerung, pp. 71-74 e prec.). Identico fenomeno, ossia di riduzione progressiva della classe agiata, si può constatare nelle varie contrade del Peloponneso, attraverso i secoli V-IV; cfr. E. Cavaignac, La population du Péloponnèse aux Ve et IVe siècles, in Klio, 1912, pp. 279-80 e prec.
[136]. Polit., 1, 2 (3), 5.
[137]. Brants, De la condit. du travailleur libre dans l’industrie athénienne (in Revue de l’instr. publique en Belgique, 1883, 26, p. 113).
[138]. A. Mauri, op. cit., pp. 75 sgg.; Guiraud, La main d’oeuvre ecc., pp. 183-85; Francotte, op. cit., I, 309-19; Gigli, Delle mercedi nell’antichità (in Atti d. R. Accad. dei Lincei, 1896), pp. 21 sgg.; Glotz, op. cit., 337 sgg.