IL TRAMONTO DI UNA CIVILTÀ VOLUME SECONDO


CORRADO BARBAGALLO

IL TRAMONTO DI UNA CIVILTÀ

O

LA FINE DELLA GRECIA ANTICA

«..... Indagheremo e conosceremo insieme le ragioni per cui Sparta ed Atene, dal colmo della gloria, cui, fra i Greci, erano dal nulla pervenute, rischiarono poscia di precipitare nella servitù; le ragioni per cui i Tessali, straordinariamente cresciuti in ricchezza ed in potenza, sono ora ridotti allo stremo della disperazione». «Occorre all’uopo risalire alle cause prime, non già richiamare gli eventi, che da quelle sono proceduti: alle cause prime dei mali che ci hanno condotti allo sbaraglio attuale».

(Isocr., La Pace, 116-17; 101).

VOLUME SECONDO

FIRENZE
FELICE LE MONNIER
EDITORE


PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

49-1924 — Firenze, Stab. Tip. E. Ariani, Via S. Gallo, 38



[INDICE]


CAPITOLO PRIMO. LA GUERRA

Le guerre nella Grecia antica.

La Grecia antica fu, per tutta la sua non lunghissima, ma neanche brevissima, esistenza storica, profondamente afflitta dal male, endemico e inguaribile, della guerra. Sotto questo riguardo, le sue gloriose repubbliche non hanno che un solo termine di paragone (e il ripetersi del fenomeno non fu casuale): i Comuni italiani del Medio Evo. La sua vita fu tutta una serie ininterrotta di lunghe ostilità e di brevi armistizi, un affilare, un brandire, un incrociare, un risonare incessante di armi.

L’età, che potremmo dire preistorica, della Grecia antica si dischiude al nostro pensiero con la evocazione di due grandi serie di guerre: la guerra troiana e le altre infinite, che vanno sotto il nome di «migrazione dorica». Poi, in età cronologicamente più sicura, troviamo, nei secc. VII-VI, le incessanti guerre contro Messeni, Argivi, Arcadi, ecc., attraverso le quali Sparta conquista l’alta sovranità sul Peloponneso. Poi, dal 500 al 494, si ha la insurrezione e la guerra delle colonie greche di Asia, aiutate da Atene e da Eretria, contro la Persia; dal 492 al 479, le prime paurose invasioni persiane; dal 478 al 449, la controffensiva greca ai danni della Persia, mentre contemporaneamente, nella Sicilia, e nell’Italia greca — la Magna Grecia — si svolgono lotte, lunghe e cruente, fra colonie e colonie elleniche — Crotoniati contro Sibariti, Siracusani contro Agrigentini, Siracusani contro Crotoniati —, nonchè fra Greci e Cartaginesi, Greci ed Etruschi, Greci ed Italici.... Nel 466 o nel 471, nella Grecia vera e propria, si ha la insurrezione, fieramente domata, di Nasso contro Atene; dal 466 al 464, la guerra di Atene contro Taso; dal 459 al 451, mentre la guerra della Lega ateniese contro la Persia continua, si susseguono una duplice serie di ostilità ateniesi-corinzio-spartane; dal 449 al 446, una guerra beotico-ateniese-spartana; nel 440-39, le ribellioni di Samo e di Bisanzio contro Atene; nel 437-34, una spedizione ateniese contro le città greche della Tracia e del Ponto; dal 435 al 433 la guerra corinzio-corcirese-ateniese; dopo di che, l’anno successivo scoppia l’insurrezione di Potidea e di una parte della Calcidica contro Atene, che inaugura i quasi ininterrotti ventisette anni della tremenda Guerra peloponnesiaca (431-04), che avvolse nelle sue fiamme l’intero mondo ellenico. Tra il 404 e il 403, segue la prima riscossa di Atene e la campagna di Trasibulo contro «I Trenta»; fra il 400 e il 387, una nuova guerra spartano-persiana, intramezzata da ostilità di Sparta contro l’Elide e contro Tebe, mentre in Occidente si svolgono le conquiste del primo Dionigi su territorio siciliano ed italico, nonchè una lunga guerra di Siracusa contro i Cartaginesi. Nel 394 si apre, e continua fino al 387, la grande, così detta, Guerra corinzio-beotica, che travolse anch’essa nel suo turbine Tebe, Atene, Corinto, Argo, Sparta, l’Eubea, la Grecia centrale, la Calcidica, mentre, in Occidente, Dionigi il grande ripigliava la guerra contro Cartagine (383 ?) e i suoi tentativi di espansione in Italia, che adesso lo fanno entrare in lotta persino con gli Etruschi. Dal 386 al 380, s’incalzano e intrecciano guerre spartano-mantineesi, guerre olintiaco-calcidesi, guerre spartano-olintiache. Dal 377 al 362, si distende l’êra epica dei grandiosi conflitti tebano-spartano-ateniesi-tessalo-epirotici, e, in Occidente, si scatena una nuova offensiva di Siracusa contro l’eterna sua nemica: Cartagine. Dal 362 al 357, mentre le armi non posano nel Peloponneso, Sparta e Atene tornano a guerreggiare contro la Persia, e poi, fallita l’impresa, Atene ritenta la violenta annessione al suo impero dell’Eubea, della Calcidica, del Chersoneso tracico, testè perduti, entrando in conflitto con la Macedonia, di cui ora è divenuto re Filippo II. Dal 357 al 355, si svolge la così detta Guerra degli Alleati contro Atene; dal 355 al 346, la Prima sanguinosissima Guerra sacra; nel 353, le prime guerre di Filippo II per la conquista della Tessaglia; dal 346 al 340, una serie, quasi ininterrotta, di ostilità fra Atene e la Macedonia; dal 339 al 338, la Seconda Guerra sacra, che suggella la fine dell’indipendenza greca sotto l’egemonia macedone. Contemporaneamente, nei trent’anni che scorrono dal 367 al 337, tutta la Sicilia greca arde di un incendio di guerre civili tra città e città, solo intramezzato da tentativi, or fortunati, or infelici, di Cartaginesi contro Greci, di Greci contro Cartaginesi. Fra il 336 e il 335, si susseguono due nuove invasioni macedoni in Grecia, che epilogano nella catastrofe di Tebe. Al 334 si apre la grandiosa gesta macedone-greca per la decisiva conquista della Persia, che durerà fino al 326. Intanto dal 333 al 330, durante l’assenza di Alessandro Magno, impegnato in Oriente, Sparta guerreggia contro la Macedonia, e, tra il 323 e il 322, spento Alessandro, si combatte, fra Greci e Macedoni, la disastrosa Guerra lamiaca. Poi seguono sino al 239 le infinite contese fra i successori di Alessandro, disputate e risolute, in gran parte, su suolo greco, e, dal 239 al 146, il viluppo più intricato di guerre macedono-acheo-etolo-spartano-romane. Il 146 registra il lugubre epilogo della distruzione di Corinto e della fine dell’indipendenza della Grecia, sotto il calcagno romano.

In sette secoli di storia, dunque, circa settecento ininterrotti anni di guerre, di cui ognuna non sconvolse soltanto una breve regione, ma attirò nel suo vortice quasi tutti gli Stati ellenici della penisola e gli altri d’Italia e d’Asia, i quali, del resto, figurarono consuetamente, o nelle più o meno regolari simmachie ateniese, spartana, italica, o nelle temporanee alleanze, che le nazioni greche stipulavano e dissolvevano con mirabolante disinvoltura.

Nè il sesquisecolare impero repubblicano di Roma riesce foriero di migliore fortuna. Dalla fine politica della Grecia al tramonto della Repubblica romana, le più grandi operazioni militari del tempo avvengono su terreno greco: e le Guerre mitridatiche, continuate, salvo brevi armistizi, dall’88 al 66, e la campagna contro i pirati (67), e le guerre civili di Sulla contro Fimbria (85-84), di Pompeo contro Cesare (49-48), di Antonio e di Ottaviano contro gli uccisori di Cesare, nonchè contro Sesto Pompeo (42-35), e l’ultima di Ottaviano contro Antonio (32-30). Solo allora, finalmente, la pace, di cui, alla guisa del Secondo Impero Napoleonico, Roma ebbe a vantarsi dispensatrice, spiegò i suoi ozi ristoratori sull’Ellade malaugurata.

Questo fenomeno — tutto greco — della guerra perenne non fu nè arbitrario, nè casuale. Le sue profonde ragioni giacevano nella Grecia stessa, ossia nella natura, essenzialmente municipale, della sua organizzazione politica. È verità notissima questa, che la Grecia non conobbe altra forma di Stato, che il municipio, i cui confini di regola non valicavano il territorio di una città. Ma si è raramente badato alle conseguenze enormi — benefiche e malefiche — che una tale situazione portava seco. La nobiltà e la grandezza dello spirito greco, come dello spirito dei Comuni medioevali italiani del Medio Evo, nacque appunto dal tanto deprecato fenomeno del municipalismo, che esaltava tutte le potenze morali dei cittadini, rinchiusi entro breve confine, per cui la loro città era tutta la patria, era tutto il mondo. Nacquero da questo stato di fatto il patriottismo ardente, la svariata, meravigliosa molteplicità di sviluppi culturali, artistici, spirituali, che caratterizzano la storia greca. Ma nacque anche il male endemico della guerra in permanenza. Ogni grande Stato possiede mezzi sufficienti, o quasi, alla sua prosperità; ha porti di mare, terre fertili, pianure, montagne, varietà di colture, sbocchi fluviali, centri naturalmente adatti all’industria e centri naturalmente adatti all’agricoltura. Ogni sua contrada può aiutare le consorelle e riceverne vicendevolmente aiuto. Una città isolata, uno Stato municipale, no. Essi sono di regola mancanti di qualcuno, o di più d’uno di tali beni. Quella o quello che possiede il legname non ha il porto in cui scaricarlo; chi fabbrica merci non ha libero il passo ai centri di importazione delle materie prime; chi ha il monte non domina il piano; il municipio, cui sorride l’abbondanza dei suoi vigneti, non dispone di popolazione sufficiente al consumo del suo vino. Lo Stato municipale è, in conseguenza, per sua natura, mutilo e paralitico. Onde il bisogno continuo, ch’è sua ragione e mezzo d’esistenza, di aggregarsi, assoggettarsi, strappare altrui i beni di cui abbisogna. In questo profondo terreno sta la radice del guerreggiare continuo, rabbioso, delle repubbliche greche, così come dei Comuni medioevali italiani. Poi il successo fortunato o l’irritazione dello scacco mal tollerato, la gloria, l’ambizione, il cocente dolore, i danni, subìti o temuti, complicavano il problema, lo inciprignivano, lo avvelenavano. La guerra perciò, nella Grecia antica, fu, al pari dell’imperialismo cittadino, elemento, vitale e fatale, della sua esistenza secolare. Senza di essa la storia non conoscerebbe che una Grecia oscura e vegetante nella mediocrità e nel silenzio. Senza di essa lo splendore e la gloria di Atene e di Sparta non sarebbero mai stati. Il che non impedì che gli effetti della guerra continua si ritorcessero tremendi contro coloro che li avevano scatenati, e che, una volta generati, non assumessero un incalcolabile potere di distruzione.

La Grecia, che non poteva vivere senza guerra, era condannata a perire della sua guerra perpetua. Qui, dove gli Stati sovrani erano infiniti, innumeri dovevano essere ogni giorno i conflitti interstatali. Qui i viventi dovevano rodersi, l’un l’altro, da muro a muro, da fossa a fossa. Anch’ella, questa antica nave senza nocchiero in gran tempesta, era destinata ad infrangersi tra i marosi giganteschi, che il suo violento procedere andava sollevando. E come i Comuni medioevali finirono con invocare un Signore, che desse loro finalmente la pace, così l’Ellade antica finì col preferire una signoria — quella dell’Impero romano — alla sua selvaggia libertà, madida di lacrime e di sangue. Pur troppo, il rimedio eroico giungeva, questa volta, troppo tardi!

Lo sforzo demografico.

Per rilevare compiutamente di quali malefici effetti la guerra sia stata cagione nel mondo greco, noi dovremmo a rigore andare esaminando le singole ripercussioni del fenomeno in tutti gli Stati, che composero il mondo ellenico. Purtroppo, questo ci è assolutamente impedito dalla scarsezza e dalla oscurità enorme delle notizie, che riguardano la loro vita interiore. Noi possiamo però scegliere l’esempio tipico di qualcuno dei numerosi Stati greci — quello ateniese, per esempio — intorno a cui siamo meglio informati, e da quest’analisi indurre tutte le analogie, che vedremo man mano spontaneamente emergere, e intorno ad esse collocare tutte le altre minori, assai più rade notizie, che ci provengono da altri Stati. Tale il procedimento, che siamo costretti a seguire. Ma da esso ci illudiamo di ricavare suggestioni bastevoli a formarci un’idea esatta di quello che, per la Grecia antica, furono i mali infiniti, arrecati dalla guerra.


Come è necessario avvenga d’ogni piccolo Stato, che aspira a grandi scopi, Atene era costretta a guerreggiare con il massimo sacrificio di uomini di cui essa disponeva. La popolazione libera dell’Attica si aggirava, nel suo periodo migliore, intorno alle 250.000 anime. Eppure noi troviamo che alla battaglia di Maratona, nel 490 a. C., Atene partecipava con 9-10.000 opliti, e probabilmente con altrettanti armati alla leggera (gimniti)[1]; a Platea (479), con 8000 opliti e altrettanti gimniti[2]; mentre almeno 25.000 Ateniesi erano imbarcati sulla flotta[3]. Noi troviamo che gli Ateniesi, alla battaglia di Tanagra (457 a. C.), schierarono circa 14.000 opliti e altrettanti gimniti, mentre altri contingenti erano stati spediti ad Egina e in Egitto[4]; che, durante la Guerra del Peloponneso, Atene, nel 431, mobilitò per la difesa dell’Attica, oltre 30.000 fra opliti e cavalieri[5] e una cifra non certo minore di gimniti[6], e che nel 424 invase la Beozia con circa 20.000 uomini[7]. Questo, nel V secolo, ossia nell’età di maggior floridezza demografica dell’Attica. Nel quarto secolo Atene partecipa alla prima invasione di Epaminonda nel Peloponneso (370 o 369) con 12.000 uomini[8]; l’anno successivo, gli Ateniesi guerreggiano contro la lega beotica in numero di circa 10.000[9]; finalmente, in occasione della Seconda Guerra sacra (339-38), la città eroica mobilitava tutti i suoi uomini fino ai 50 anni, armando da 9 a 10.000 opliti[10].

Or bene, queste cifre, di cui nessuna può dirsi esaurisca tutto lo sforzo della mobilitazione nell’Attica antica, e da cui di regola rimangono esclusi gli equipaggi e i marinai delle grandi flotte ateniesi, ci riportano da sole a una percentuale, ossia a una mobilitazione del 10%, del 12%, talora, persino, del 24%, della popolazione complessiva: proporzioni assolutamente inaudite, e che, ripetute e prolungate per secoli, dovevano necessariamente esaurire la vitalità di qualsiasi popolo[11].

La guerra, la pastorizia, l’agricoltura.

Un siffatto sistema di guerra continua devastava in egual misura la popolazione dello Stato e l’intera economia della nazione. Devastò e spense in sul nascere l’agricoltura e la pastorizia dell’Attica. Il giorno, in cui l’Impero ateniese fu costituito, e fu palese come occorressero molti uomini, ossia un abbondante macchinario umano per difenderlo, il governo della Repubblica dovette cercar di persuadere la popolazione dell’Attica a lasciare i campi e a venire in città, ove tutti — si diceva — troverebbero da vivere nella milizia e nell’esercizio dei pubblici uffici[12]. Scambiando forse una responsabilità di cose con una responsabilità di persone, taluno degli antichi attribuì tale consiglio senza di meno ad Aristide, il capo del partito agrario, divenuto, per singolare ironia della sorte, il primo fondatore dell’Impero ateniese[13]. Ma, fosse Aristide o fossero altri, è certo che da questo momento comincia l’esodo dei contadini dell’Attica dalla campagna nella città; ossia l’inurbamento di tanta parte della popolazione, che fatalmente avrebbe portato seco l’arresto e la decadenza della pastorizia e dell’agricoltura nella contrada. Poi la guerra, che non tarderà ad accendersi infinite volte, farà il resto.

Il valore del bestiame, che pascolava nell’Attica, era tutt’altro che insignificante. L’Attica nudriva in gran copia pecore, capre, asini, muli, e gli stessi buoi ed i cavalli, dapprima scarsi, vi figurarono più tardi numerosi, in grazia specialmente dei pascoli dell’Eubea[14]. Or bene, il sopravvenire della guerra recava l’annunzio della fine di tanta ricchezza, così come, sur un campo florido di messi l’infuriare del vento prima ancora dell’irrompere della gragnuola. Non era per questo necessario che il nemico invadesse il Paese. «Quando il nemico è vicino», scriverà ad altra occasione un antico, «il fatto che l’invasione non è avvenuta non impedisce che il bestiame venga lasciato alla ventura»[15]. Ma assai peggio, naturalmente, seguiva allorchè l’invasione aveva veramente luogo. Gravissimi erano allora gli effetti dell’antica — o dell’eterna? — maniera di condurre la guerra. Il più delle volte questa si riduceva a incursioni, saccheggi, depredazioni brigantesche[16]. «Farsi leva degli interessi dei proprietari, devastarne sistematicamente le terre, distruggerne le messi, menar bottino degli schiavi e del bestiame, ecco un espediente press’a poco infallibile per istrappare delle condizioni vantaggiose»[17]. Nè v’era mezzo alcuno ad impedire quest’affondamento dell’artiglio nemico nelle carni vive del Paese. La ristrettezza del territorio di ciascuno staterello greco portava l’invasore diritto al cuore dello Stato, lo conduceva rapidamente a distruggerne in una volta sola tutta la prosperità agricola. Una invasione fortunata era, dunque, un danno profondo, che talora non riesciva possibile riparare. È facile perciò misurare come e quanto la presenza degli Spartani nell’Attica, durante la guerra del Peloponneso, abbia nociuto all’esistenza economica del Paese.

Le colture dell’olivo, della vite, degli svariati alberi da frutto, che avevano formato la ricchezza della campagna ateniese, furono o interamente rovinate o non mai più ricostituite. Gli armenti, per lunghi anni allevati, curati, migliorati, diventarono preda e macello dell’invasore; e chi in tale lavoro aveva speso la propria ricchezza, e impegnato la propria attività, vide in un’ora sola distrutte le fatiche di lunghi anni[18].

Ma tutto questo, oltre che agli agricoltori, riescì di danno inestimabile alla turba dei consumatori, i quali, come sempre, costituivano la grande massa della popolazione. Sotto la concorrenza dei vini forestieri, la felice supremazia dell’Attica cominciò, dopo la guerra del Peloponneso, a declinare via via, terminando per cedere il passo a quella di tutte le nazioni rivali. I prezzi salirono a proporzioni vertiginose. Mentre le risorse della popolazione diminuivano, il costo del vino passò da 10 a 35 lire l’ettolitro[19], con una media, fors’anco un minimo, di L. 25 circa[20]. Le qualità prelibate vennero ora importate a caro prezzo dall’estero, e il vino di Chio fu, sui mercati di Atene, pagato a L. 300 circa l’ettolitro[21].

Gli effetti disastrosi di una simile guerra non erano soltanto temporanei. Da un lato, per l’imminenza continua del pericolo, ai villaggi, sparsi o disciolti in fattorie, la popolazione rurale venne preferendo l’agglomeramento nelle cittadine fortificate, tra il caro dei viveri e l’incomoda lontananza dai centri naturali di lavoro[22], dall’altro finì col preferire le culture inferiori a quelle superiori. A che pro, infatti, indugiarsi in colture lunghe, costose, difficili, sia pure remunerative, le quali abbisognano assolutamente di una pace sicura e tranquilla, dacchè lo stato permanente è la guerra, e basta un attimo di odio a distruggere l’opera paziente di lustri? Meglio dunque abbandonare le coltivazioni, che richiedono lavoro lungo e intensivo, e lasciare che la terra arida produca da sè quel poco che le talenta.

Poteva succedere di peggio, e successe di fatto. L’incertezza annua del raccolto, che non si sapeva mai se sarebbe toccato ai cittadini o agli invasori, finì talora col determinare — letteralmente — l’abbandono dell’agricoltura. «Non si semina», scrive un economista moderno[23], «che nella speranza di raccogliere. Non si dissoda, non si pianta, non si costruisce che a patto di non avere quotidianamente a paventare la perdita dei propri capitali. L’agricoltura più prospera non tarderebbe a deperire se il suolo venisse a mancare sotto i piedi di coloro che lo possiedono....; la decadenza sarebbe tanto più rapida quanto più imminente e grave ne fosse il pericolo. Certo la sicurezza del possesso non è sempre bastevole a imprimere ai lavori agricoli un impulso singolare, ma è senza esempio che questi abbiano prosperato facendone a meno....».

Fu allora che, perduta, ogni speranza, gli agricoltori ruinati si rovesciarono a schiere — spontaneamente, senza più bisogno di sollecitazioni — entro le mura cittadine a sollevare un’altra ondata di concorrenza ai danni della popolazione operaia o, peggio ancora, a imporre allo Stato ch’esso fornisse agli indigenti e ai disoccupati i mezzi per vivere. Per questo, appunto, con la fine del V secolo a. C., comincia veramente la grande curée delle indennità pubbliche.

Ora non è più possibile restituire alla campagna tanta parte della popolazione d’improvviso inurbata. Ora, secondo il calcolo di un antico, più di 20.000 cittadini succhiano quotidianamente alle mammelle dello Stato ateniese[24], e l’indennità pubblica, da sanzione naturale della democrazia, diventa un «cancro roditore»[25] della Repubblica.

Ma noi moderni non siamo più in grado di formarci un’idea adeguata di tutto il disastro, che per gli antichi veniva dalla decadenza o dalla rovina dell’agricoltura. Presso di noi questa può riescire uno degli elementi secondari del vivere sociale. Per qualcuno degli Stati moderni, la società, più che sullo sviluppo dell’agricoltura, poggia sui progressi della sua industria e, specialmente, su la portata dei suoi commerci. Nel mondo antico accadeva precisamente l’opposto[26]. Allorchè quindi vi si discorre di rovina delle culture della terra e degli agricoltori, si può giurare di trovarsi dinanzi al crollo della maggiore e della miglior parte dell’edifizio economico. «Si enuncia una solenne verità», scriveva Senofonte, «quando si afferma che l’agricoltura è madre e nudrice di tutte le arti. Allorchè essa prospera, prosperano anche queste; allorchè il suolo deve rimanere incolto, può dirsi che ogni altra attività, praticata sulla terra e sul mare, si spenga»[27].

Restavano i rigagnoli dell’industria e del commercio, ma anche su di questi la guerra, permanente e devastatrice, non mancava di esercitare le sue conseguenze funeste.

La guerra e il commercio.

Le conseguenze delle interrotte comunicazioni marittime dovevano, naturalmente, essere più gravi pei Paesi che erano costretti a importare granaglie, ossia, che mancavano dell’elemento fondamentale della alimentazione quotidiana. L’Attica antica produceva cereali in pochissima quantità, onde difficilmente riesciva a fare a meno della importazione, così come più tardi non lo potrà l’Italia antica o non lo può oggi, ad esempio, l’Inghilterra. Atene ricavava dalla campagna appena 20.000 hl. di frumento[28], e ne abbisognava di una quantità per lo meno venti volte maggiore[29]. Gran parte della draconiana legislazione cittadina era diretta appunto ad assicurare tale rifornimento. Perciò lo Stato ateniese, mentre da un canto proibiva rigorosamente l’esportazione del grano, imponeva che due terzi almeno dei cereali esteri, approdati al Pireo, venissero devoluti al consumo cittadino, che nessun residente nell’Attica ne scaricasse altrove se non nel porto di Atene; ne limitava, oltre che da Atene, dal Ponto e da Bisanzio, l’esportazione; esentava — pare — da determinati oneri i commercianti di granaglie, impediva rigorosamente l’incetta[30]. Ma tutto questo non bastava; per procurarsi il grano, occorreva avere facile il passo ai varî centri d’importazione: il Mar Nero, l’Egitto, la Fenicia, la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, la Siria, ecc.[31].

In tali condizioni il libero uso del mare era, per Atene, non solo la premessa necessaria di ogni ulteriore grandezza, ma una questione di vita e di morte. È evidente perciò a quali colpi lo stato di guerra e le incerte fortune della medesima abbiano dovuto replicatamente esporre l’economia del Paese. Se gli sbalzi dei prezzi delle cose venali furono, nell’Attica antica, assai più gravi e frequenti, che non in qualsiasi altra contrada del mondo contemporaneo, questo dovette seguire in modo particolare per il genere, di tutti più necessario alla vita: i cereali[32].

Allora si potè assistere a questa singolare e tormentosa tragedia economica: mentre la guerra in permanenza poneva ogni giorno in serio pericolo la campagna dell’Attica; mentre ormai non era lecito curare le produzioni più adatte al Paese e più remunerative — la viticoltura e l’olivicoltura — occorse insistere, fino al limite estremo possibile, nella coltivazione dei cereali, cui l’indole del terreno repugnava; il che voleva dire nella semina di terre, che non potevano lasciare alcun margine di profitto.... Per tal guisa sulla fatale decadenza dell’agricoltura dell’Attica non operavano soltanto i pericoli delle invasioni imminenti, ma anche il semplice terrore del commercio limitato o impacciato.

Tutto ciò, si potrebbe pensare, poteva giovare a risollevare i prezzi all’interno e a procurare l’agiatezza di buona parte della popolazione agricola. Mera illusione! Chi era costretto a vendere i prodotti della propria terra al primo offerente, o si era già in precedenza gravato di debiti, non riesciva a sostenere la concorrenza della grande proprietà. Il rialzo dei prezzi non giovava quindi che a una piccola parte dei proprietari della terra, e nuoceva contemporaneamente alla grande massa della popolazione produttrice e consumatrice. La carestia e quello che oggi si dice il caroviveri si delineavano come un fatto economico quotidiano, recando seco — infallibilmente — la febbre affamatrice dell’incetta e della speculazione[33].

Ancora de la guerra e il commercio.

Ma il commercio ateniese non riguardava soltanto l’approvvigionamento vittuario del Paese. L’ignoto autore de La repubblica ateniese ribatte ad ogni piè sospinto su quello, che potremmo dire cosmopolitismo mercantile della vita economica dell’Attica. «Ciò che di squisito è in Sicilia, in Italia, in Cipro, in Egitto, in Libia, sulle rive del Mar Nero, nel Peloponneso o in qualsiasi altra regione, tutto, in grazia dell’impero marittimo, che noi teniamo, affluisce presso di noi»[34]. E Tucidide aveva scritto: «La potenza della nostra città fa sì che godiamo agevolmente non solo dei nostri prodotti, ma di quelli di ogni parte del mondo»[35]. Vi affluivano di fatti le materie prime d’ogni genere e gli elaborati di ogni perfezione: legname per navigli e per costruzioni, lane, tele, pece, cuoio, papiro, pelli, cera, miele, metalli, pesci e carni salate, cacio, strutto, sego, bestiame, frutta, avorio, incenso, unguenti, droghe, silfio, vini, tessuti, tappeti, stoffe di seta, di lana e di porpora[36], oggetti di metallo, anche prezioso, lavori in ceramica, porcellana, oggetti di legno, schiavi ecc. ecc. I rivoli di tanta importazione scaturivano da ogni parte del mondo allora conosciuto, dalla Grecia peninsulare, dalla Tracia, dalla Macedonia, dal Tirreno, dal Jonio, dall’Egeo, dalle coste dell’Asia Minore, dalle sponde del Mar Nero, da Cipro, Creta, Cartagine, dalla Magna Grecia, in Etruria, in Caria, in Frigia, in Paflagonia, in Fenicia, in Spagna, in Siria[37].

Tanto ben di Dio non era unicamente destinato al fabbisogno della città, ma ne alimentava a sua volta lo scambio ed il commercio con l’estero. I forestieri scendevano sia al Pireo che ad Atene a fare le loro provviste e a fornirsi dei manufatti dell’industria paesana o forestiera, accumulati nei magazzini della metropoli. «Tutti coloro», chiedeva Senofonte o, piuttosto, l’anonimo autore di un suggestivo libretto su Le entrate di Atene; «tutti coloro i quali abbondano di grano, di vino (specie se si tratta di qualità prelibate), di olio, di bestiame, vogliono trar vantaggio o dalla loro sagacia o dal loro danaro», «tutti quelli che han bisogno di vendere o di comperare nella maggiore quantità e nel più breve tempo possibile, dove potrebbero meglio profittare che in Atene?»[38]. In tal guisa, Atene, a cui tutti i prodotti delle contrade mediterranee mettevano capo, esportava, a sua volta, ovunque[39] pellicce, oggetti in cuoio, tessuti di varie fogge, vasi di terra e di metallo, letti, strumenti musicali, profumi, chincaglierie, oreficerie, argenterie, libri, tavole, statue, oggetti artistici, marmo, piombo, e, fra i generi alimentari, vino, miele, fichi e, specialmente olio[40], dal cui commercio, come dall’unica derrata, che la politica finanziaria ateniese affrancasse da misure proibitive, massimo era, qual’è ancor oggi, il guadagno.

D’altro lato, i mercanti ateniesi facevano direttamente, fuori dell’Attica, un attivissimo scambio di merci, acquisite e caricate[41], ed esportavano dall’Egeo vini e altri articoli in Sicilia, in Italia, nella Colchide, nel Ponto[42], ecc.

A quanto ascendeva il valore del movimento commerciale di Atene? Noi non abbiamo mezzo sicuro per determinarlo. Calcolando sull’ammontare del dazio d’entrata e di uscita, a cui sottostavano le merci che per terra o per mare entravano nell’Attica o ne uscivano — la famosa cinquantesima, ossia un’imposta del 2% — quale ci è riferito per un anno di grave crisi economica ateniese, ci troveremmo di fronte a un movimento di 10-12 milioni[43]. Ma il commercio ateniese doveva essere ben altra cosa negli anni normali o nei giorni della gloria. Del resto esso non si svolgeva soltanto nell’Attica, ma circolava per tutto il suo impero marittimo. Entro così vasta periferia, noi non possiamo supporlo inferiore a 160-180.000.000 di lire-oro[44], ossia, dato il valore del denaro nell’evo antico, rispetto a quello moderno, pari circa a un miliardo di lire, il triplo di ciò a cui, innanzi la Guerra europea, ascendesse il movimento commerciale della Grecia contemporanea, che è pure uno dei più fiorenti del Mediterraneo[45].

Or bene, tutta questa gigantesca e preziosa attività veniva d’un tratto arrestata dalla guerra. Le navi, gli uomini erano tosto destinati a scopi ben diversi, che non fossero più quelli del pacifico commercio; i porti erano ingombri di vascelli militari e di materiale bellico; a tutte le flotte era imposto il duro cómpito della così detta guerra di corsa.

Una tale e tanto grave conseguenza basterebbe da sola ad avvertire delle proporzioni della crisi, che la guerra, col suo semplice annunzio, veniva ogni volta a provocare.

Nè la guerra si combatteva soltanto con le armi. Il gioco delle armi si intrecciava e si serrava con quello delle proibizioni commerciali. «I nostri nemici», avvertiva acutamente l’autore de La Repubblica ateniese, «non consentiranno mai che le merci vengano portate in luoghi diversi da quelli in cui essi tengono il dominio del mare»[46]. La Guerra del Peloponneso — era ben noto in Atene — era stata inaugurata da un decreto vietante ai Megaresi l’accesso nei mercati dell’Attica e nei restanti porti della Confederazione[47]; più volte Egina ed Atene s’erano a vicenda bandito il boicottaggio di determinate mercanzie; in tempi lieti e tranquilli, Sparta, antico Impero celeste, chiudeva l’ingresso agli stranieri[48], e quindi alle loro importazioni. Ma la guerra induceva naturalmente a moltiplicare all’infinito la frequenza e la gravità di tante rappresaglie e di così gravi danni.

Quando Atene ebbe rotto le ostilità contro Filippo II, fu bandita la pena di morte contro chiunque apprestasse armi o attrezzi navali al nemico[49]. E, poichè le fabbriche ateniesi erano le fornitrici principali del materiale di guerra a molti Stati greci, siffatta disposizione, che deve aver avuto conseguenze crudeli, non deve certo essere rimasta episodio isolato. Noi non abbiamo menzione di veri e propri blocchi, parziali o totali, contro l’Attica: ma sappiamo che contro Atene fu più volte condotta la così detta guerra di corsa e siamo autorizzati a pensare che blocchi veri e propri non dovettero certamente mancarne poichè ne troviamo enumerati parecchi a danno di altri Paesi. Il blocco, del resto, non danneggia soltanto coloro contro cui è dichiarato, ma ricade su quelli stessi che lo dichiarano, specie se si tratta di Stati industriali e commerciali. Esso equivale alla chiusura di una delle fonti dell’importazione e di taluno dei mercati d’esportazione, cioè a dire al disseccamento di una parte dell’agiatezza e della ricchezza di quei Paesi, che lo hanno per primi volontariamente decretato[50].

Ma non si trattava di ripercussioni o di effetti limitati. La grande legge della solidarietà universale abbraccia tutto il dominio e tutti i rami della produzione. «I frammenti del gran tutto», parla un antico, «si sorreggono come gli anelli di una catena; l’agricoltura ha bisogno dell’arte del legnaiuolo e del fabbro ferraio; questi, dei tessitori e degli architetti, e così, a chi ben guardi, tutto è solidale nell’intrecciarsi dell’umano consorzio». Per tal guisa, il fiorire o il decadere del commercio decideva in buona parte delle sorti dell’agricoltura e di quelle dell’industria.

Il rapporto di queste due attività riesce nell’evo antico alquanto diverso da quello che fra esse corre nell’evo moderno. Oggi il rapido miglioramento degli strumenti di produzione, la tenuità del prezzo delle merci sforzano i mercati più refrattari, determinano le correnti d’importazione e di esportazione, eludono i talora contrastanti rapporti diplomatici. Nel mondo antico, invece, delle sorti del commercio, e quindi della esistenza delle varie industrie, decideva il più delle volte la violenza delle armi.

Gli Stati, con le loro navi da guerra e con la loro autorità, assicuravano le pericolose vie del transito, aprivano o chiudevano i mercati ai più temuti concorrenti, s’accaparravano, in gran copia e a buon mercato, l’approvvigionamento delle materie prime. L’industria e il dominio della terra e del mare erano, assai più che nell’evo contemporaneo, intimamente connessi fra loro, e la ricchezza e la forza erano, assai più che non oggi, a un di presso, un unico fenomeno sotto denominazioni differenti. «Non vi è città», spiega ancora l’autore de La Repubblica ateniese, «che non abbia bisogno di importare o di esportare; il che non potrebbe, se non assoggettandosi alle disposizioni di coloro che tengono il dominio delle acque»[51]. «Se taluna ha eccesso di legname per navi, dove lo venderà se non consente chi impera sul mare? Se tal’altra abbonda di ferro, di bronzo, di cotone, dove li scambierà se a costoro non si renderà benevisa?»[52]. Ma se tale circostanza faceva ad ogni popolo gradito il pensiero della guerra, ogni disastro bellico segnava necessariamente la fine d’ogni prosperità industriale.

A sua volta la rovina del commercio e dell’industria si ripercoteva malauguratamente su quello che abbiamo definito il fulcro dell’economia antica: l’agricoltura. Si è talora ritenuto che le società puramente agricole siano capaci di vivere e di fiorire in piena ed isolata indipendenza. Nulla di meno esatto. Condizione necessaria della loro prosperità è stata in ogni tempo l’esistenza di mercati prossimi al coltivatore, ove questi possa smerciare le proprie derrate e donde abbia mezzo di ritrarre gli elementi necessari al proprio benessere. Quanto diverse non sono le prospettive dell’agricoltura in Paesi poveri e in Paesi arricchiti dalla febbrile attività del commercio e dell’industria! Le sorti dell’agricoltura risultano quindi strettamente connesse con le sorti dell’uno e dell’altra; fioriscono e decadono insieme. Tale è stata la sorte loro in ogni tempo: tale fu nell’Attica antica!


Ma gli effetti economici della guerra perenne, quale noi la ritroviamo in Grecia, non conoscono limiti. Le nazioni antiche non disponevano di una quantità sempre uguale e costante di prodotti naturali o di merci di cui godere. Le difficoltà dei trasporti, l’impossibilità di reagire artificialmente alle violenze degli agenti naturali, la mancanza di un comune mercato regolatore; sopra tutto, la scarsa potenzialità produttiva, riescivano di ostacolo insuperabile alla stabilità e alla costanza della produzione[53]. Ma, fra le cause di squilibrio, massime erano quelle dipendenti dalla guerra.

La guerra distruggeva ciò che si era prodotto, allontanava le braccia dalla produzione, arrestava e stornava l’investimento dei capitali, turbava la pastorizia e l’agricoltura, impediva l’importazione e l’esportazione, determinava mirabolanti dislivelli nei prezzi delle derrate naturali e delle merci, che, come l’esperienza oggi ci avverte, dovevano anche allora prolungarsi per gran tempo, o, magari, aggravarsi, al ritorno delle brevissime paci[54]; arrestava gli affari o distruggeva il credito; sospendeva l’obbligo della correttezza e della legalità, e, sotto la minaccia di oscuri pericoli, terminava per pesare sulla vita sociale con una continua incertezza, un oscuro malessere, una paralisi quotidiana delle sue migliori energie, di cui, nell’assai più stabile regolarità del mondo contemporaneo, riesciamo a mala pena a cogliere la portata.

La guerra e le finanze ateniesi.

Con la crisi universale dell’economia privata s’accompagna quella dell’economia dello Stato. A quali proporzioni ascese lo sforzo finanziario che la Repubblica d’Atene si imponeva al ricorrere di ogni guerra?

Già, fin dal V secolo, la Città, sobbarcandosi a un dispendio annuo di circa 200.000 lire-oro aveva acquistato, e manteneva a suo carico, un corpo di mille arcieri, che salirono più tardi a 1600, i quali, pur serbando, quale principale attribuzione, la polizia della città, potevano essere impiegati in operazioni più specificatamente militari[55].

Venne quindi istituito un corpo di cavalieri, i quali salirono via via a mille, e poi a mille e duecento[56], e per cui la spesa ascendeva a non meno di 225.000 lire annue[57]. Venne al tempo istesso organizzato, pel servizio della marina, un esercito di teti, anch’essi a carico dell’erario[58], e, finalmente, allorchè le guerre si resero permanenti e fu d’uopo combatterle in remote contrade, occorse, come nella Repubblica romana, stipendiare senza distinzione, tutti i soldati, nonchè reclutare dei mercenari. Allora ogni pedone ricevette in guerra L. 0,60 giornaliere, talora perfino L. 2, e ogni cavaliere, il doppio, o, magari, il triplo della prima delle cifre sovra indicate[59], senza calcolare l’indennità di equipaggiamento: la così detta καταστάσις[60].

Noi possiamo calcolare a quanto ammontasse la spesa giornaliera per lo stipendio di un esercito in piede di guerra. Supponendo un esercito in armi, tra milizie attive e di riserva, di 20.000 uomini di fanteria e di un migliaio o poco più di cavalieri[61], avremmo, per il solo stipendio ai soldati, L. 13.500 al giorno, ossia circa L. 900.000 all’anno, ossia, a seconda i tempi, 1⁄6 o 1⁄12 di tutte le entrate annuali del bilancio ateniese![62]. Ma all’indennità di equipaggiamento e al soldo per l’esercito di terra, occorreva in Atene aggiungere le spese per le fortificazioni intorno alla città, e, sopra tutto, quelle pel mantenimento della flotta.

Le costruzioni navali non venivano, nè in pace nè in guerra, interrotte. Ogni anno si costruivano non meno di venti triremi[63], e il Consiglio, che non vi avesse provveduto, non poteva avanzare diritti ad onorificenze[64]. Ogni trireme costava, nel V secolo, un talento, ossia 6000 lire circa[65]. Al suo armamento occorrevano, tra marinai e soldati, duecento persone, di cui ciascuna, se normalmente, tra soldo e indennità di vitto, percepiva, al pari dei soldati di terra, L. 0,60 al giorno[66], riceveva talora, quale eccitamento a maggiore attività ed emulazione, fino ad una dramma (L. 1) circa[67]; sì che, calcolando in base ad una flotta di 300 triremi, le sole spese pel mantenimento dell’equipaggio, per un solo mese, dovevano ascendere a non meno di un milione di lire. Or bene, un’armata di 300 triremi fu tutt’altro che straordinaria per Atene. Al 353 la flotta ateniese ne contava 349[68]; nel 325, 360, oltre a 50, più costose, quadriremi e a 7 quinquiremi[69]; al 330, 392 triremi e 18 quadriremi[70].

Ma alla costruzione delle navi e all’allestimento delle flotte occorreva un arsenale: quello del Pireo era costato non meno di sette milioni[71]. Oltre ai vascelli da guerra occorrevano le navi onerarie, le altre destinate al tragitto della cavalleria, i battelli di servizio. Gli assedî reclamavano nuove spese per costruzioni in legno o in muratura, per macchine da attacco e da difesa, sempre più copiose e più dispendiose, a misura del progresso dell’arte bellica, per l’acquisto dei proiettili[72], e per le mille altre imprevedibili necessità.

Nè il dispendio si limitava alle somme, teoricamente e ragionevolmente calcolabili. Ogni guerra implica di necessità un mondo di spese irragionevoli, eccessive, illecite, eppure inevitabili. Il disordine amministrativo ne decuplò in ogni caso il vertiginoso ammontare. I quattrini spremuti dal sangue più vivo dei cittadini, andarono, il maggior numero delle volte, a finire nello scialacquo dei generali, nelle speculazioni dei trasmettitori del soldo, nelle truffe dei fornitori, i quali, naturalmente, gareggiarono, come sempre, nel segnare in conto spese non avvenute, soldati inesistenti, forniture mai apparecchiate[73].

È possibile oggi, in base agli scarsi elementi che possediamo, calcolare il vuoto spaventoso, che ogni guerra ed ogni previsione di guerra dovevano scavare nel bilancio dell’antica Repubblica ateniese? L’assedio di Samo di soli nove mesi (440-39) costò ad Atene 8 o 9 milioni[74]; l’assedio biennale di Potidea (432-30), da 12 a 15 milioni di lire[75]; quello di Siracusa (415-413) superò di parecchio queste cifre, toccando i 100 milioni[76]: tutta la prima fase della guerra del Peloponneso — la così detta Guerra decennale (431-21) — dovette ingoiare intorno ai 100 milioni[77]; la Guerra deceleica (412-404) dovette importare circa 40 milioni; l’intera guerra del Peloponneso costò non meno di 50.000 talenti, pari a circa 300 milioni[78]; le operazioni militari del 378-374, importarono 12.000.000 di lire[79]; altrettante la Guerra sociale del 357-55, di cui più di 9.000.000 circa per i soli stipendi ai mercenari[80]. Orbene, la gravità di tutte queste cifre risalta agevolmente quando si confrontano con quelle complessive del bilancio ateniese.

Atene, nell’età della sua maggiore floridezza, allorquando reggeva indiscussa il primato delle nazioni elleniche, vantava un’entrata di appena sei o, tutt’al più, di dodici milioni di lire[81]. Un solo anno di guerra bastava quindi ad ingoiare ogni entrata del bilancio, ed è perciò agevole intendere come, al momento della catastrofe dell’impresa di Sicilia, nel settembre 413, tutte le risorse ateniesi fossero state distrutte[82]. È facile spiegarsi come, due anni dopo, alla vigilia della grande vittoria navale di Cizico (410), la Città non si trovasse più in grado di pagare i suoi marinai e i suoi soldati[83]. Si capisce come la Guerra del Peloponneso, così decisiva per l’esistenza di Atene, fosse perduta due volte, nel 421 o nel 404, non già per i successi militari dell’avversario, ma per la impossibilità finanziaria, in cui la Città, dopo la disfatta di Antipoli, e dopo l’assai più crudele sorpresa di Egospotamòs, si trovò di mettere in mare una nuova flotta[84]. Riesce infine perfettamente legittimo concepire quello che di fatto avvenne: come sforzi bellici, tanto superiori alle capacità finanziarie, finissero col mettere in pericolo la incolumità, l’esistenza storica dello Stato, anzi della nazione ateniese.


In che modo, con che mezzi, rischiando che terribili conseguenze, la Repubblica ateniese tentò provvedere alle sue impellenti, inesauribili necessità finanziarie?

Il bilancio dell’antica Atene, come quello di tutte le Repubbliche greche indipendenti, era un bilancio di guerra. Esso non poggiava su imposte regolari ed ordinarie, cui provvedessero la ricchezza e l’attività dei cittadini. I suoi cespiti principali erano il tributo dei così detti alleati, e le tasse doganali su tutte le merci all’entrata o all’uscita dal territorio nazionale e le imposte per l’uso dei loro porti e dei loro mercati. Era evidente la natura politica di cotali forme di tassazione e, quindi, la loro intima connessione con la potenza del Paese.

Il tributo degli alleati importava almeno la metà di tutte le entrate ordinarie dello Stato ateniese. Ma a quali repentagli non era esso posto dalla guerra, molte volte intrapresa per assicurarne, talora, per ampliarne i gettiti!

Durante la rovinosa spedizione d’Egitto del 460-49 parecchie delle città alleate di Atene si credettero autorizzate a interrompere i periodici versamenti[85]. Nel 440, in seguito alla ribellione di Bisanzio e di Samo, l’ampio distretto della Caria fu visto ridursi a sole trenta città; la Ionia, stremata di municipi tributari, perdette ogni diritto all’autonomia finanziaria, e numerose cittadine del Chersoneso e della Calcidica, interruppero, le une, per breve ora, le altre, definitivamente[86], i rispettivi annui contributi. Nel 436-35, in seguito ai gravi malcontenti che avevano determinato l’invio di una colonia là dove sorgerà Anfipoli, quel pericoloso esempio è imitato da cinque altre cittadine della Tracia[87]. Nel 432-30, la rivolta di Potidea torna a rattizzare la defezione e l’insurrezione[88]. E così, ad ogni alitare di fronda, ad ogni insuccesso militare, ad ogni tentativo, ad ogni pericolo che si disegna all’orizzonte contro Atene, l’impero vacilla sulle sue basi, si sgretola, e un vuoto pauroso si apre sotto le fondamenta economiche dello Stato. Nel 404, in seguito alla miseranda catastrofe della Guerra peloponnesiaca, il contributo federale vien meno del tutto, e lo Stato ateniese precipita nella miseria più nera. Cinquant’anni dopo, al dissolversi della terza Lega marittima, la tragedia si rinnova. Il contributo federale discende a 45 talenti, poco più di L. 250.000[89], quante un tempo ne versava la sola Samo, e la storia di Atene è finita per sempre.

Ma non a questo soltanto si limitavano, nei rapporti con gli alleati, i contraccolpi delle guerre continue. Le sempre emergenti strettezze finanziari e l’acuirsi del malcontento delle città alleate, che accompagnava di pari passo ogni periodo di ostilità, costringevano Atene ad usare della forza per ricondurre i debitori insolventi all’osservanza dei loro obblighi federali[90]. La guerra provocava la guerra! E, quando si pensa che prime a sottrarsi erano sempre le città più lontane, poste alla periferia dell’impero, e che ogni parziale, felice ribellione ingenerava, col contagio dell’esempio, nuove ribellioni, apparirà evidente di qual danno, prossimo e remoto, riescisse, per Atene, ogni più lieve guasto nello strumento medesimo della sua potenza, politica ed economica.

Ma le voci delle entrate ateniesi, che la guerra comprometteva, non si limitavano — dicemmo — al tributo degli alleati. Vi seguivano in primo luogo le imposte doganali. Il commercio ateniese aveva un valore suo proprio, quale fonte della ricchezza dell’erario[91]. L’abbiamo notato: la cinquantesima (la πεντηκοστή), ossia il dazio del 2% sopra tutte le merci, imbarcate, sbarcate, reimbarcate al Pireo, rendeva alla Repubblica, nei suoi giorni più difficili, circa 200.000 lire[92] all’anno. C’erano poi altre imposte doganali, di cui diamo soltanto accenni oscuri e indefiniti[93]. Una imposta dell’1% (una centesima) (ἑκατοστή), che non era forse l’unica del genere, colpiva — pare — l’uso del porto, così come due dazi, difficili a determinare con precisione, esatti rispettivamente dallo Stato e dai Comuni, colpivano tutte le merci che venivano trasportate al pubblico mercato, alla classica agorà[94]. Gli alleati di Atene — sappiamo — erano obbligati a recarsi nella capitale dell’Attica per la trattazione e la risoluzione delle loro controversie giudiziarie. C’era poi l’imposta sulle vendite e sulle pubbliche aggiudicazioni di immobili: l’eponion[95]. Or bene, anche questi varî cespiti del bilancio ateniese, dipendevano, direttamente e indirettamente, dall’alterno stato di pace e di guerra. La guerra li aveva creati o almeno ne aveva, per Atene, elevato il gettito a proporzioni, che la maggior parte delle città greche ignorava. Ma la guerra, con le sue crisi, veniva ad annullarli o a scarnificarli profondamente. Essi dipendevano dalla potenza della nazione che ne godeva, dalla sua autorità sopra alleati e sopra forestieri; e questi non erano più tenuti nè a dogane nè a spese giudiziarie fin dal primo giorno in cui, alla soccombente repubblica veniva meno la forza necessaria a tanta coercizione, o le invasioni straniere arrestavano la regolarità dell’amministrazione della giustizia, o impedivano la possibilità materiale dell’esazione[96].

Per tal modo, se in ogni tempo la guerra ha esercitato un’influenza notevole sulla finanza degli Stati belligeranti, il particolare assetto delle finanze delle grandi città greche, in intimo, organico rapporto con la loro potenza politica, rendeva tale legame indissolubile. Non soltanto ogni guerra ingigantiva le spese; ma il suo solo annunzio bastava a far sì che le entrate precipitassero a proporzioni miserevoli e insufficienti. La guerra bruciava ad ambo i capi l’esistenza economica di quelle repubbliche: ne distruggeva gli utili, ne rincrudiva i danni. Così il circolo di quella che fu la perenne tragedia finanziaria degli staterelli greci era chiuso e saldato.

Tributi e imposizioni straordinarie.

A rompere il malefico incantesimo, non v’era altro mezzo che trasformare le basi stesse del bilancio ateniese: farne, di un bilancio politico, un bilancio economico, al riparo, nella più alta misura possibile, da tutti i contraccolpi della guerra. Fu il sogno di quel singolare autore dell’operetta che ha per titolo Le entrate di Atene, che si è voluto identificare con Senofonte, e che, in ogni modo, in sulla metà del sec. IV, rappresentava il pensiero di una buona parte dell’opinione pubblica ateniese, completamente aliena dal voler ripetere le terribili esperienze dell’età che vi aveva proceduto[97]. Il sogno del democratico autore dell’opuscolo è quello di trasformare lo Stato ateniese in uno Stato industriale, in uno Stato imprenditore di lavori e di speculazioni commerciali. Su questa particolare concezione, per altro disegnata, idealmente, in modo perfetto, incombe un pericoloso elemento utopistico[98]. Ma l’utopia celava una profonda verità ed una purissima intenzione: quella di far vivere gli Ateniesi, non più sui frutti dell’impero e della guerra, ma sui proventi della pace.

Ma per la trasformazione della finanza ateniese in una finanza di pace, occorrevano tempo, calma, abnegazione e, sopra tutto, uno stato di tranquillità, che assai di rado Atene godette. Nella ressa delle esigenze quotidiane, con la guerra permanente alle spalle, il rimedio più rapido e più naturale era, invece, quello d’inasprire i tributi: effetto e segno, insieme, dell’immiserirsi del pubblico erario e causa di mali nuovi e impreveduti. Siamo alla vigilia del grandioso conflitto col Peloponneso. La guerra di Samo (440-39), la difesa di Corcira contro i Corinzi (433-32), la successiva spedizione in Tracia e, finalmente, il tremendo assedio di Potidea (432-30), che inaugura appunto la guerra, hanno importato una spesa di circa 4000 talenti (= circa 24 milioni di lire)[99]. Occorse allora procedere ad una prima revisione dei tributi degli alleati, in parte ribelli, e, com’era naturale, a un rincrudimento dei medesimi[100]. Ma il rimedio è insufficiente, e, mentre le spese incalzano, esso provoca nuove renitenze e nuove defezioni. Dopo le entrate, le riserve del bilancio, di cui Pericle andava così orgoglioso, vengono, come giammai, profondamente intaccate[101]. E la guerra non s’arresta, anzi è d’uopo intensificarla e passare decisamente all’offensiva. Intanto scoppia la rivolta di Mitilene (428). Allora viene riesumata l’antica eisphorà ateniese, che un tempo avea colpito le sole proprietà fondiarie dell’Attica, e ora dovrà colpire, insieme, la ricchezza, mobiliare e immobiliare, del Paese.

L’eisphorà del 428 è prelevata nella misura di 200 talenti (oltre un milione di lire)[102]. Era un gettito cospicuo; ma una goccia d’acqua nell’oceano dei bisogni infiniti. L’anno dopo, occorre tornare a rivedere i tributi[103]. Pure, siccome la guerra non dà successi notevoli, è pericoloso imporre agli alleati grandi sacrifizi. Bisogna limitarsi quindi a piccoli ritocchi. Ma nel 425 si ha la felice occupazione di Pilo, ossia l’invasione della Messenia, donde si spera, in Atene, non sia difficile far saltare in pezzi il dominio spartano sul Peloponneso. Allora, salito Cleone all’ufficio, che per tanti anni era stato gloriosamente tenuto da Pericle, si osa decretare un raddoppiamento dei tributi confederali. I 460 talenti, che Aristide aveva loro imposti e che già erano stati portati a 600[104] sono ora fatti salire a circa 1000: sei milioni di lire[105]! Si sperava forse sfuggire alla necessità di nuove eisphorai, così penose per il cittadino ateniese, da lustri abituato a vivere delle entrate del suo impero? Se tale voleva essere la speranza dei reggitori di Atene, essa riuscì vana, chè, circa un anno dopo, intorno al 424, bisognò ricorrere di nuovo, e, probabilmente, più di una volta, all’eisphorà[106].

L’ombra di quella tregua, che il capo del partito conservatore ateniese, Nicia, riuscì a segnare nel 421 con Sparta, interruppe la continuata adozione di mezzi così eroici. Ma la speranza della pace non era stata che un inganno, un breve agitato respiro per meglio prepararsi alla nuova presa d’armi. Nel 418 si ha la guerra così detta di Mantinea; nel 417, una nuova spedizione ateniese in Tracia; nel 416 una spedizione contro Melo.... Pure, ad Atene non si vuol più sentir parlare di nuove eisphorai[107]; in compenso, non si esita, tra il 420 e il 417, a tornare ad aggravare il tributo dei pazienti alleati. Per alcuni distretti, esso è senz’altro triplicato, per altri, l’aumento è forse ancora più considerevole....[108]. Si toccano in questo momento i 1200 o 1300 talenti annui, a cui mai fin adesso il contributo federale era salito[109]. Era una entrata cospicua, che superava da sola quella, a cui un tempo s’era levata la somma complessiva delle entrate ateniesi. Ma i preparativi per la nuova guerra di Sicilia (415-13) costringono a pensare alla possibilità di nuove eisphorai[110]. Poi la guerra ha principio; si svolge paurosamente; affonda in un’enorme catastrofe, e finisce con l’ingoiare tutto: entrate ordinarie ed entrate straordinarie; vecchie riserve e nuovi proventi. Ma, poichè le ostilità con Sparta si riaccendono, e si inaugura la terza fase della guerra peloponnesiaca — la fatale êra della Guerra deceleica (413-04) — occorre di nuovo dar mano a operazioni cesaree. Subito, nel 413, si sostituisce il tributo federale annuo con la nota imposta del 5% su tutte le merci esportate o importate nei territori federali[111]. Ora stesso si raddoppiano i diritti d’uso del Pireo, dall’1% al 2%, e l’antica centesima diviene la nuova cinquantesima; anche ora, forse, viene raddoppiata la percentuale dei diritti sulle vendite[112]. Ma il nuovo sforzo è sempre insufficiente ai bisogni: nel 410-09 viene creata la decima (la δεκάτη), una imposta del 10% sul transito delle merci sul Bosforo, che sarà per parecchio tempo l’unica risorsa costante della cassa militare degli strateghi ateniesi[113], e, qualche anno dopo, si deve, di nuovo, replicatamente ricorrere a ulteriori eisphorai[114]. Finalmente, nel 404, la terribile guerra si chiude: la distruzione della potenza ateniese è consumata.

Ma poco dopo, ancora una volta, si dà mano alle armi. L’egemonia su tutta l’Ellade, che Sparta era riuscita ad imporre, sembra in pericolo. Le città, un tempo sue alleate, e le sue suddite recenti si sollevano contro la nuova dominatrice, che si dimostra assai peggiore dell’antica. Divampa la Guerra corinzio-beotica (395-387). Atene si getta di nuovo nella mischia, e perciò impone, a carico della sua stremata cittadinanza, nuove contribuzioni straordinarie[115]. Gli abili accordi di Sparta con la Persia e l’improvvisa pace di Antalcida (387) frustrano le speranze della coalizione antispartana. Ma, di lì a non molto, l’onnipotenza di Sparta pericola nuovamente. Tebe ha dato il segnale della riscossa, e ad Atene si torna a lavorare per la ricostituzione dell’antica lega marittima e per una nuova ripresa del gigantesco duello con Sparta. Perciò si intima un’altra contribuzione straordinaria, ma si vuole che la nuova eisphorà sia più grandiosa delle precedenti; onde vi si apparecchiano basi più solide e strumenti più sicuri degli antichi. Fu questo il capolavoro finanziario del 387-77, che, dal primo arconte, pigliò il nome di Nausinico. Questa volta, non solo furono senza dubbio riveduti e controllati i ruoli delle fortune ateniesi, ma vennero istituiti dei gruppi di cittadini, delle società — delle simmorie, come allora si disse — incaricate di riscuotere l’imposta, e farsi in certo modo garanti di tale riscossione[116]. Pur troppo, il censimento delle fortune ateniesi dette soli 5750 talenti di fortune imponibili, pari a 35 milioni di lire[117]; e, poichè, immediatamente dopo, veniva ordinata la prelevazione di almeno 300 talenti d’imposta[118], ne risulta che le fortune ateniesi vennero colpite per oltre il 5% del loro ammontare totale, o, ragguagliandone il reddito netto al tasso, certo elevato, del 10%, per oltre il 50% del frutto annuo[119]!

L’indizione dell’eisphorà si rinnova due altre volte, fra il 376 e il 367. Siamo adesso nel cuore del grande duello tebano-spartano, nel quale, ancora una volta, entra di mezzo Atene, sforzandosi di riconquistare, appoggiandosi ora all’una or all’altra, la parte preminente, un tempo goduta, in Grecia. L’imposta sembra adesso colpire il 10% della ricchezza censita[120]. Il che significa che in due riprese vien assorbito l’intero reddito annuo dei cittadini ateniesi!

Nè le eisphorai del 376-67 sono le ultime della serie. I ricorsi di quelle aborrite contribuzioni si ripeterono implacabili con l’incalzare delle nuove necessità militari, col declinare del commercio e dei redditi delle dogane, col crescere in sicurezza dei redditi federali. L’età di Iseo, Lisia, Senofonte, Demostene[121], n’è tutta ingombra, sì che, di tanta frequenza e della consueta od eventuale gravezza dell’imposta, noi ritroviamo traccia nei lamenti di tutti gli oratori del tempo.

Ma l’eisphorà diviene ancora più esosa, quando, nel 362, è introdotta la speciosa innovazione della così detta proeisphorà, la quale impone ai ricchi l’obbligo di anticipare all’erario le somme votate dall’assemblea, salvo il diritto, che sempre rimaneva teorico, di risarcirsene sui contribuenti[122]. Le conseguenze di questo anticipo forzoso dovettero essere terribili, e, per averne un’idea noi dobbiamo correre col pensiero ai decurioni del basso Impero romano. Fin adesso ogni cittadino aveva pagato, sia pur duramente, in proporzione della propria fortuna; d’ora innanzi i cittadini agiati dovranno pagare senza limiti in proporzione della ricchezza propria e del malvolere di tutti gli altri. Molte fortune, sulle quali lo Stato fin adesso aveva potuto contare per i suoi bisogni, vennero ora schiantate; altre famiglie fuggirono, imprecando, la patria, o preferirono chiamare i nemici del di fuori contro gli usurpatori del di dentro. E la Repubblica, per eccessivo studio di assicurare le sue finanze di guerra, finì col trovare inaridite tutte le fonti della sua prosperità.

Ma un altro sistema adoperava — come tutte le città greche a regime democratico — Atene, per assicurare il suo bilancio: quello di sforzare i cittadini agiati ad assumere taluni servizi pubblici. Fra questi, agli scopi della guerra, primeggiava la trierarchia.

La trierarchia è il più costoso, e, dopo l’eisphorà, il più rigido[123] fra i così detti doveri liturgici, cioè l’obbligo fatto ai cittadini più agiati di sobbarcarsi per un anno all’armamento e alla manutenzione di una trireme. Or bene, questo carico doveva, gli è evidente, riescire sempre più gravoso col crescere della forza marittima ateniese, con l’incalzare delle guerre, col ripetersi di disastrosi insuccessi, i quali venivano senz’altro ad imporre l’urgenza e l’armamento di nuove flotte[124].

Se si calcola inoltre che, dalla seconda metà del secolo V, le maggiori imprese militari di Atene furono tutte marittime; che, almeno fin dalla prima metà del IV, lo Stato non assicurava più, come nel V, la mercede a tutto l’equipaggio, ma ai soli remiganti, dinanzi ai quali, del resto, il trierarca rimaneva moralmente e direttamente impegnato[125]; che fin d’allora neanche i componenti l’equipaggio o i remiganti venivano forniti in numero sufficiente e di qualità adeguata[126], per cui toccò più volte al trierarca, acquistarne dei nuovi, stipendiarli e, magari, regalarli abbondantemente[127]; quando si riflette che la difettosa legislazione, la lungaggine amministrativa, la forzata taccagneria dell’erario vennero procurando ai trierarchi brighe gravi e molteplici, sì da distorli dal reclamo di quegli arredi, cui avevano diritto[128], s’intenderà facilmente come l’ottemperanza al dovere della trierarchia potesse, durante una sola guerra, trascinare alla perdizione gran numero di cospicue famiglie ateniesi[129].

Ma, come se ciò non bastasse, fin dalla Guerra del Peloponneso, i trierarchi in carica, o, magari, uno solo fra essi, dovettero garantire per il successore od il collega[130] anticipando, al solito, per periodi di tempo indefiniti, le spese necessarie, e, finalmente, dopo il 357, come già era avvenuto per la eisphorà, i trecento più ricchi ateniesi furono, davanti allo Stato, fatti responsabili delle contribuzioni dei rimanenti e tenuti all’anticipazione delle somme che sarebbero occorse[131]. Ma, poichè il numero dei trierarchi venne contemporaneamente fissato a 1200, la loro cifra per nave, e quindi la ripartizione degli oneri, variò in proporzione inversa della quantità delle triremi richieste.

Non si poteva non ricorrere alla menzogna ed alla frode. E i nuovi liturgi — è il nome che il diritto pubblico ateniese assegnava a questi, più o meno volontarî, contribuenti — furono più fortunati o più abili dei futuri decurioni del basso Impero romano: appaltando a dei terzi la trierarchia[132], riserbando per sè la riscossione dell’intera somma dei soci meno abbienti, valendosi all’uopo dei mezzi più odiosi; violando, in una parola, lo spirito della legge, finirono per collaborare a quella rovina delle medie e delle piccole fortune dell’Attica[133], che già altre cause non meno inscongiurabili, andavano provocando.

Le eisphorai e l’obbligo della trierarchia non esaurivano la serie delle liturgie e dei danni suscitati dalla necessità della guerra e gravanti sui cittadini ateniesi. Il loro buon volere veniva altresì sollecitato dalle contribuzioni volontarie, le così dette epidoseis[134], il cui versamento, manifestatane l’intenzione, diveniva obbligatorio, e ogni suo postumo rifiuto cadeva sotto le sanzioni penali comminate dalla legge[135].

Riassumendo in breve giro di frasi gli effetti delle imposte straordinarie di guerra, così Senofonte induceva Socrate ad esprimersi: «Se scoppia una guerra, tu sarai nominato trierarca, e con la trierarchia sarai gravato di tali e tanti gravami che non potrai riuscire a sostenerli. E se opineranno che tu non ti comporti con prodigalità, ti colpiranno con lo stesso rigore con cui se ti sorprendessero a rubare le loro sostanze....»[136]. Nè si trattava di amplificazioni retoriche. Sin dallo scorcio del secolo V, una nuova taglia, rivoluzionaria sì, ma, pur troppo, regolare, venne a gravare sui più abbienti: quella confisca dei beni, che avrebbe dovuto rappresentare una legale punizione dei reati comuni o politici, e che, invece, ora, diviene a poco a poco una delle entrate ordinarie del bilancio ateniese. «Gli è più pericoloso», dirà Isocrate, «essere tenuto per ricco che avere perpetrato un delitto.... Di questo si può ottenere grazia o indulgenza, mentre la ricchezza condanna irremissibilmente a perire....»[137]. E ad Atene, nei frangenti più gravi, come negli anni più foschi della Rivoluzione francese le misure giacobine non mancarono mai nell’ordine del giorno della vita pubblica, sì che, attraverso le delazioni e le montature dei facili sicofanti, il Moloch della guerra ingoiò facilmente, insieme con le fortune, il sangue e l’onore dei cittadini[138].

Il disagio dei privati.

Tante numerose e gravose esigenze statali dovevano trovare, ogni dì più, stremata la fonte naturale della loro esaudizione. L’accanimento tributario, a cui i sempre nuovi bisogni trascinavano il governo ateniese, ne era uno dei sintomi più notevoli. In seguito alla crisi economica degli ultimi anni della guerra del Peloponneso, si era — con misura eccezionale — consentito che a sostenere le liturgie ordinarie, ad esempio, la così detta coregia, sopperissero magari due persone insieme[139], e, nel 378 — vedemmo — si era ordinato che l’imposta sul patrimonio venisse pagata, non già per individui, ma per società[140]. In maniera analoga, la trierarchia cedette il posto alla syntrierarchia, per la quale le spese dell’arredamento e della manutenzione delle triremi furono distribuite fra due cittadini[141], e più tardi — pare nel 357 — alla trierarchia, anch’essa per società[142].

Ma nulla valse ad arrestare le conseguenze di uno stato di cose insopportabile. Ad onta d’ogni ripiego, i trierarchi legali continuarono a mancare, ed occorse ricorrere ai trierarchi volontari. Fin dal 357, noi ne abbiamo esempi numerosi, e la loro apparizione è indizio sicuro di vasto perturbamento economico[143].

Fa senso, oggi, rilevare quale modesta unità di misura fosse quella che gli antichi Ateniesi adottavano per il concetto di ricchezza. Ricchissimo era, a loro avviso, chi possedeva 100.000 lire di capitale. Ricco chi ne possedeva soltanto 50 o 60.000[144]. Questi, se ne eccettui qualche patrimonio mostruoso, gl’indici più elevati dell’agiatezza ateniese. Le idee economiche di questo grande popolo di commercianti e di industriali rimangono in tal modo assai lontane da quelle che della ricchezza individuale si formeranno i Romani, per cui un reddito di mezzo milione faceva solo mediocremente ricchi[145], e un paio di milioni costituivano a mala pena il limite minimo di una ricca azienda domestica[146]. Or bene, questo fu per grandissima parte un effetto della guerra in permanenza. Nell’Attica antica ricorreva periodicamente un fenomeno identico a quello che si ripeterà nel nostro Piemonte dei secoli XVI-XIX. Per l’uno e per l’altro Paese, ogni guerra importava anzi tutto un repulisti della proprietà mobiliare dei ricchi. «Come si poteva arricchire», chiedeva del suo Paese Massimo D’Azeglio, «con questo sacco dato periodicamente ad ogni casa, almeno un paio di volte per secolo?»[147]. Come si poteva arricchire, chiederà l’osservatore moderno, nell’Attica antica, con questa specie di salasso, applicato normalmente ad ogni azienda domestica di dieci in dieci anni, o di cinque in cinque?... A mezzo il secolo IV, Demostene grida angosciato: «Un tempo la nostra città abbondava di possedimenti e di denaro; adesso.... — bisogna dir così — ne abbonderà nell’avvenire....»[148]. «Un tempo le nostre ricchezze erano copiose e gli affari pubblici volgevano prosperamente.... Ora il pubblico erario non dispone di somme bastevoli alle vettovaglie di un giorno solo, e, quando bisogna accingersi a qualche impresa, non si sa donde ricavare i mezzi occorrenti....»[149]. «In Atene», ribadiva altrove angosciato, «quand’anche tutti gli oratori gridassero che il re di Persia sta per piombarci addosso e che non è possibile provvedere altrimenti, e quand’anche altrettanti indovini emettessero eguale presagio, non che contribuire, non si mostrerebbe il becco d’un quattrino e si sosterrebbe anzi di non possederne....»[150]. Era terribilmente vero, e sembrava quasi inconcepibile: «tutte le ricchezze ateniesi pubbliche e private erano esaurite!...[151]: «onde la moltitudine dava in isvarioni, colossali e feroci, nel valutare l’agiatezza dei migliori, che, dinanzi all’incalzare dei pubblici bisogni, non poteva supporre ridotti a sì dolorose strettezze»[152].

Se tali erano le condizioni dei meno disagiati, assai più lacrimevoli apparivano quelle della popolazione minuta della città e della campagna. La grande massa dei contadini viene nel V-VI sec. definitiva senz’altro come indigente[153]. «L’enorme maggioranza dei nostri concittadini», scriveva Isocrate, «è così oppressa dal disagio, che non uno solo vive tranquillo e libero da preoccupazioni, ma da tutta la città si levano grida di dolore e di passione»[154].

Gli ultimi tempi innanzi l’êra volgare riboccano di impetrazioni di sussidi dai sovrani così detti ellenistici e di ininterrotte oblazioni di cittadini, di monarchi[155]. Gli Ateniesi, gli antichi signori della Grecia sono discesi al livello di ciurma dolorosa di mendicanti, e nella sfiorita metropoli dell’Ellade si anticipa, con le immancabili distribuzioni periodiche di danaro e di frumento, lo spettacolo della plebs urbana della Roma imperiale. Allorchè, nel 280, Atene voterà onori e monumenti a Democare, uno fra i suoi più lodati cittadini, il decreto che recherà il riassunto dei servizi, che gli erano valsi l’insigne omaggio, non citerà se non una serqua di ambascerie, proposte o disimpegnate, il cui frutto era stato il misero obolo di qualche elemosina[156].

E, insieme coi donativi umilianti, figurano adesso, numerose, le largizioni gratuite o semigratuite di cereali, che, come a Roma, così in Grecia, servivano a prevenire e a sventare i tentativi insurrezionali della parte più povera della cittadinanza, e costituivano un non lieve salasso delle già spremute finanze dell’erario[157].

Non basta: la guerra era unica ed esclusiva cagione del gran numero di orfani e di mutilati, che lo Stato deve ora via via mantenere e retribuire. Gli orfani, gli invalidi, i mendicanti divennero folla dopo la Guerra peloponnesiaca, e bisognò organizzare su basi stabili questo servizio di pubblica assistenza[158].

Ma, mentre in alto e in basso s’impoveriva, le guerre continue, la paralisi dell’attività industriale, l’incessante grandinare delle imposte riducevano ogni giorno il numero degli schiavi e, peggio ancora, dei forestieri, i così detti meteci che vivevano e lavoravano in città. Non si trattava solo del danno, di cui taluni antichi finanzieri specialmente si preoccupavano, cioè della perdita delle imposte, che padroni di schiavi e stranieri erano tenuti a versare[159]. Non si trattava soltanto del venir meno di un profitto pubblico. Nell’antica Atene, specie dopo la formazione dell’impero e il moltiplicarsi delle mansioni politiche dei cittadini, i forestieri, grazie alla loro libera attività ed ai loro capitali, erano divenuti i propulsori più insigni dell’ingranaggio economico della città[160]: essi stavano a capo di molteplici intraprese, animavano il commercio, fondavano opificî, offrivano lavoro, pane ed utili a molta parte dei veri e propri cittadini, e la loro ricchezza, magari come semplice mezzo di scambio, circolava e veniva consumata tra gli Ateniesi stessi. Che cosa doveva avvenire di tutto ciò, allorquando, per i turbamenti incessanti che la guerra portava, per le sue disastrose conseguenze economiche, anche il capitale straniero, al pari dell’antica fortuna, cominciarono a disertare i lidi gloriosi dell’Attica?

Spopolamento e sovrapopolazione.

Epilogo inscongiurabile di tanta rovina sopraggiungeva il sintomo doloroso della depopolazione, derivante, per un verso, dall’accresciuta mortalità a cagione della miseria, della guerra, delle conseguenti epidemie, che, specie fin dal terzo secolo a. C. flagellarono periodicamente l’intera Grecia, per un altro, dalla scemata natalità, effetto a sua volta dell’aumento del celibato e della previdibile attuazione di un maltusianismo avant lettre[161], specie da parte dei componenti il medio ceto, il più preoccupato e minacciato di rovina[162].

Dei cittadini ateniesi maschi adulti, che, nell’età di Pericle ascendevano a 35.000, se ne contavano alla fine dello stesso secolo, non più di 20.000; la cifra dei forestieri s’era dimezzata; la popolazione totale, compresi gli schiavi, ridotta da 250.000 a 130.000 anime[163]. Il corso del IV secolo, non ostante la legge naturale del progressivo incremento numerico di ogni umana società; non ostante il fatto che Atene in questo tempo, se vive in un perenne stato di guerra, non attraversa crisi colossali come quella, già oltrepassata, della Guerra peloponnesiaca; il quarto secolo — diciamo — non riesce a risollevare la cifra della popolazione della Città. Quando esso sta per tramontare, i cittadini ateniesi sono ancora 20.000[164]. E poichè, se forse crebbe il numero degli stranieri[165], non aumentò certo quello degli schiavi[166], deve indursi che, alla fine di questo periodo, l’Attica non superava il numero di abitanti che il secolo precedente vi aveva lasciati. Nei duecento anni successivi, la popolazione dovette certamente scemare, sebbene noi non abbiamo alcun mezzo per giungere ad una valutazione numerica. La prima guerra mitridatica doveva dare l’ultimo colpo. Dopo di allora l’Attica non potè risollevarsi[167], e divenne una quantità insignificante nella storia demografica della Grecia antica.

Il fatto evidente della depopolazione non impediva la tragica contradittoria sensazione di un eccesso di popolazione. Mentre nell’Attica la vita si rendeva ogni giorno più tormentosa, dai territori degli alleati ribelli, dalle colonie, schiantate o minacciate, da ogni angolo del vecchio impero ateniese, tornavano, coatte o volontarie, le schiere dei cleruchi, orde di emigranti disfatti, senza averi, senza fede, senza speranze, rigagnoli affluenti alla miseria della popolazione della metropoli[168].

Il danno, che dal loro ritorno procedeva, non era puramente transitorio. L’abbiamo visto: il problema della sovrapopolazione, nel mondo ellenico, e per motivi affatto estranei a quelli naturali, era uno dei più gravi e temibili[169]. A complicarlo, la perdita delle colonie creava, in mezzo alla miseria attuale, un fomite nuovo di miseria futura, cui non era possibile rimediare se non con la riconquista dei territori perduti. Ma, poichè, nel maggior numero dei casi, tale fortuna dipendeva dal ricupero della supremazia politica, alla quale era mezzo il pericoloso riaccendersi della guerra, riusciva difficile trovare chi non vi preferisse un volontario, lento, rassegnato suicidio. Atene, infatti, sia al costituirsi della sua terza federazione marittima, sia al preponderare dell’ingerenza macedone e romana, fu costretta a rinunziare apertamente all’acquisto o all’ipoteca, sia privata che pubblica, di case e di terreni nei Paesi alleati, sotto pena di vedersene confiscati gli acquisti[170].

Poichè, in siffatta guisa, ogni sbocco all’emigrazione era tagliato, si cominciarono fin dal IV secolo a formare compagnie di ventura, avide di bottino, destituite di ritegno, pronte a passare agli stipendi del maggior offerente, minaccia continua alla pubblica e alla privata tranquillità. E se nel 402-01 era stato difficile radunare, per conto di Ciro il giovane, 10.000 mercenari, e la maggior parte s’erano dovuti allettare con stipendi favolosi[171] e con promesse irrealizzabili, più tardi, i mercenari greci, costituirono, quasi esclusivamente, i nuovi eserciti nazionali e stranieri[172]. I ruinati della guerra erano adesso divenuti i ministri quotidiani della sua opera di distruzione!

La guerra e la decadenza della Grecia.

Tutte le ripercussioni, che lo stato, quasi permanente, di guerra esercitò sull’antica Atene, hanno la loro esatta rispondenza negli altri Paesi. I radi accenni, che della loro vita interna ci sono pervenuti, confermano la legittimità delle analogie che noi possiamo inferire dalla storia politica ateniese.

La frequenza delle guerra non fu fenomeno unico dell’Attica; fu fenomeno generale di tutta la Grecia; così come la micidialità di ciascuna guerra, che tosto portava il nemico nel cuore stesso del Paese vinto, sconvolgendone, atterrandone l’esistenza, fu la conseguenza necessaria della forma di Stato — lo Stato municipale —, che unicamente la Grecia classica conobbe. Da questo fatto, ossia da questo pericolo, nacque la consuetudine universale di mettere disperatamente in armi una quantità di uomini, senza dubbio eccessiva rispetto alla capacità demografica delle singole popolazioni. Nell’Attica, vedemmo, in tempi nei quali non si usava ancora di mercenari, gli uomini mobilitati stavano in un rapporto di almeno 1 a 10 con la popolazione. Or bene, la Beozia antica, i cui abitanti non oltrepassavano i 200.000, figurava alla battaglia di Delion (424 a. C.), con 18.500 uomini[173]; nel 418, ne spediva nel Peloponneso 11.000[174]; durante la prima Guerra sacra del 354, ne armava 13.000[175] e 10.000 contro i Galli, nel 280[176]; il che vuol dire che le cittadine beotiche usavano mobilitare dal 5 al 10% della loro popolazione totale. Dal Peloponneso, che raggiungeva al massimo un milione di abitanti, il re Archidamo, nel 431, moveva all’invasione dell’Attica con poco meno di 60.000 uomini[177]; nel 407, Agide ne conduceva seco circa 30.000[178]; alla battaglia di Nemea (394) partecipavano 23.500 Peloponnesiaci, sebbene vi mancassero i Corinzi, i Fliasii, ecc.[179]; nel 378, Agesilao condurrà contro Tebe 18-20.000 uomini[180]: a Mantinea, nel 362, combatterono circa 35.000 Peloponnesiaci; a Megalopoli, nel 331, circa 22.000, tratti però da solo una metà del Peloponneso[181], e il grande storico Polibio opinerà che, a mezzo il sec. II a. C., la Lega achea, la quale allora dominava il Peloponneso, poteva, senza grandissimo sforzo, armare dai 30 ai 40.000 combattenti[182]. Or bene, tutte queste cifre significano che, in caso di guerra, gli Stati peloponnesiaci solevano mobilitare dal 2% al 6% della popolazione complessiva.

Questo eccessivo, inaudito sforzo militare portava seco, la necessità di un analogo, eccessivo sforzo finanziario. La tragedia, in cui vedemmo dibattersi tutta la storia di Atene, è la perenne tragedia di tutte le città greche. Se la guerra di Siracusa (415-13) costa ad Atene, come vedemmo, forse 100 milioni, la difesa vittoriosa della città costò ai Siracusani non meno di 2000 talenti (L. 12.000.000 ca.), oltre al peso di un debito pubblico che vien definito «intollerabile»[183]. Se Atene si limita a tenere in serbo una provvista d’armi pei casi straordinari, molti Stati greci provvedono all’armamento di tutti i loro uomini. Ma che cosa è l’ultima fase della Guerra del Peloponneso, se non una caccia disperata, non già al nemico, ma al denaro, che quotidianamente vien meno? Colui che l’uno e l’altro avversario si sforzano, a tale scopo, di guadagnare, e di trarre dalla parte loro, è senza meno il monarca della Persia. Intorno a lui, appunto, si combatte un duello diplomatico, più disperato e più decisivo ancora del duello militare, che si svolge intanto sulle arrossate acque dell’Egeo. Finalmente la volontà del re di Persia piega dalla parte di Sparta, e la guerra è decisa: il Gran Re verserà in otto anni alla Lega peloponnesiaca oltre 5000 talenti (L. 30.000.000 circa)[184], e la potenza di Atene è finita per sempre.

Quello ch’era successo alla dimane dell’occupazione spartana di Decelea, si ripete identicamente alla vigilia della pace di Antalcida (387) e della battaglia di Mantinea, l’ultima della breve gesta epica di Tebe. Alla vigilia della pace di Antalcida, una vasta coalizione di Stati greci ha scrollato dalle fondamenta la tirannia spartana. Ma essi sono potuti riuscirvi grazie al denaro persiano. Basterà che un abile negoziatore — Antalcida — sconvolga la situazione diplomatica; ch’egli, cioè, prometta alla Persia le colonie greche dell’Asia Minore, cancellando per tal modo la più pura gloria delle guerre nazionali contro la Persia, perchè il denaro persiano muti corso, e passi dalla Lega a Sparta, e tutta la situazione militare ne sia anch’essa rovesciata dalle fondamenta.

Quale sarà d’altro canto, poco di poi, durante il lungo, incerto duello tebano-spartano, lo sforzo comune di Sparta, Tebe, Atene? Quello appunto, per ciascuno Stato, di trarre dalla sua l’alleanza, ossia il danaro, del Gran Re, e indurre questo, a prezzo di umilianti concessioni, ad abbandonare gli avversari, collaborando a quell’ordinamento delle cose greche che più sarà in grado di talentargli. Sembrò per un momento che la palma di tanto successo toccasse ora al tebano Pelopida, come un tempo era toccata allo spartano Antalcida. Ma era evidente il pericolo di questi armeggii, di questi intrighi, che dipendevano dalla consuetudine di fare la guerra senza mai poter disporre dei mezzi occorrenti. Ogni città greca è alla mercè del primo Stato straniero, che sia in grado di rifornirla di danaro; le sorti di tutta la Grecia restano nelle mani del nemico secolare dell’ellenismo, che di volta in volta dischiude i suoi forzieri a questa o a quella città. Giammai, forse, si vide una situazione altrettanto paradossale, per cui la vittoria fu necessariamente congiunta alla servitù del vincitore. Eppure questo fu il male, ossia uno dei grandi mali, di cui visse e morì la Grecia antica!

Per altro, nell’angustia del suo territorio, nella scarsezza della sua popolazione, ogni Stato greco, che voglia reggersi e guerreggiare soltanto con mezzi propri, precipita diritto verso la rovina. Vedemmo il peso enorme delle eisphorai ateniesi. Ma esse non sono un esempio isolato. Anche Dionigi di Siracusa, tentando la sua grande opera politica in Sicilia, era stato costretto a colpire, per cinque anni consecutivi, i suoi concittadini di una imposta del 20% sull’intero capitale. Al termine dei cinque anni, i Siracusani erano stati pressochè spogliati di ogni loro sostanza!...[185].

Questa è la vita di ciascuna città, ellenica. Della quale noi possiamo appena rivivere un’idea e un’imagine fedele, ripensando, entro noi stessi, alla enorme tragedia, che gli Stati europei, vinti e vincitori, stanno attraversando dopo la Guerra mondiale. Impotenti a soddisfare i loro debiti, mancanti dei mezzi necessari ogni giorno a provvedere a tutto quanto occorre alla esistenza di una società civile; incapaci, infine, di poterseli procurare in qualche modo, essi si trovano nella identica disperata situazione di un capo famiglia, a cui sia chiusa la possibilità di continuare a procurare il necessario a se stesso ed ad suoi. Ora i popoli superano queste terribili crisi a lungo andare, e a prezzo di enormi sacrifizi, allorchè si ripetono a grandissima distanza di tempo. Ma quando l’una tien dietro all’altra, incalzando senza tregua; quando gli uomini, per spensieratezza o per ambizione, vi si gittano a capo fitto, dentro, ogni giorno, l’epilogo non potrà non essere la catastrofe della società, vittima di così grande imprevidenza o di sì cieche illusioni. «I governi», scriveva Aristotele, dopo l’ammaestramento di lunghi secoli di dolorosa esperienza; «i governi che oggi sono giudicati i migliori della Grecia, così come i legislatori che li hanno fondati..., hanno mirato dissennatamente verso quelle virtù che sembra debbano essere utili e più capaci di soddisfare l’umana ambizione.... Taluni autori più recenti hanno sostenuto all’incirca le stesse opinioni e ammirato grandemente la costituzione di Sparta e lodato i propositi del suo fondatore, che tutta l’aveva rivolta verso la conquista e la guerra.... Ma ora che la potenza lacedemone è distrutta, tutti convengono che Sparta non è punto felice, e che il suo legislatore non fu irreprensibile....[186].


Anche le crisi demografiche, che vedemmo infierire in Atene, sono fenomeno universale della Grecia antica. Le guerre più che secolari, condotte dai re di Macedonia, da Filippo II a Filippo V, se creano la potenza politica della Macedonia stremano la Tessaglia e la Macedonia stessa fino a rendere inevitabili dei seri provvedimenti di governo[187]. Sono state, ci avvertono gli antichi, le guerre esterne e le guerre civili a far sì che, nel primo secolo dell’êra volgare, tutta la Grecia non sia più in grado di armare 3000 opliti, quanti un tempo la sola Megara aveva spediti alla battaglia di Platea[188]. Ed è la guerra che determina, in ultima istanza, non solo le crisi demografiche, ma le più profonde crisi, politiche e sociali, delle singole città.

Anzi tutto le guerre civili in permanenza!

Le lotte civili, tanto nel mondo antico che in quello moderno, sogliono combattersi con iscarso spirito di tolleranza, anzi, con la brama insaziata di sopraffare, di sopprimere, oltre che moralmente, materialmente, gli avversari. Ma tale è la loro norma costante nei periodi di guerra. Si deve, anzi, alla guerra continua e insistente la ferocia delle lotte di classe e di partito, che ogni nazione dell’antichità ebbe ad alimentare nel suo proprio seno. La guerra è certo suscitatrice di passioni eroiche, fucina insigne di patriottismo e di fierezza, ma è anche il semenzaio più fecondo delle insurrezioni e delle reazioni, la Circe più implacabile nell’abbrutire le migliori fra le istituzioni politiche. La guerra, con la concitazione di spiriti che desta, con la prospettiva, torbida e terrificante, di pericoli e di tradimenti che suscita, sospinge gli animi più miti al colmo di ogni eccesso. «Nella pace e nella buona ventura», scriveva Tucidide, «le nazioni ed i cittadini si mantengono migliori, perchè immuni da contrarietà: ma la guerra, privando di ciò che ogni giorno è necessario alla vita, è una feroce maestra, e foggia gli animi dei più ad immagine e somiglianza delle durezze presenti»[189]. Così nella universale perturbazione della tranquillità, dell’agiatezza, della reciproca confidenza, si snaturavano i sentimenti più indispensabili al vivere sociale, e si educavano generazioni, cui unica mèta era l’odio, unica fatica combattere e trucidarsi a vicenda.

Una guerra andata a male bastava a provocare l’esilio del partito che l’aveva promossa, la confisca dei beni dei suoi componenti, talora, l’eccidio dei responsabili, magari, degl’irresponsabili, e inaugurava per lunghi anni uno stato permanente di ire, di sangue, di ostilità fra i cittadini. La persecuzione, poi, provocava a sua volta la rivalsa e la vendetta.

Se così i concittadini si comportavano gli uni verso gli altri, che non è a pensare dei nemici vittoriosi dell’estero? Le trasformazioni, le limitazioni, i rivolgimenti interni, che meglio fossero talentati, erano il minore dei mali da paventare. Ogni guerra, ogni conquista, ogni colonizzazione, equivaleva ad una espulsione in massa di una folla di derelitti, alla formazione di nuove schiere di esuli, gettati con le loro famiglie sul lastrico, mancanti di pace e di pane, orbati dei congiunti, feriti nei sentimenti più sacri di umani. Un grande moderno, Davide Hume, ha voluto, sulla scorta di un’unica fonte (Diodoro Siculo) raccogliere gli esempi più salienti di lotte e persecuzioni civili in Grecia, nel giro di circa cento anni, tra il V e il IV secolo a. C., il che vuol dire nel periodo più luminoso della storia di quel Paese. Da Sibari, in quel breve tempo, furono banditi 600 nobili coi loro seguaci; altri 600 da Chio; ad Efeso vennero trucidati 340 cittadini, e 1000 esiliati; a Corinto gli uccisi furono 120 e 500 gli esiliati; 300 gli sbanditi dalla Beozia. Ai primi del IV secolo, dopo la catastrofe della egemonia spartana, i democratici tornati nelle loro città, si vendicarono fieramente dei nobili, che avevano strappato ad essi di mano il potere. Più tardi, al ritorno degli esuli, a Corinto, a Megara, in Fliasia, i nobili si presero adeguata vendetta degli avversari. In Fliasia furono massacrati 300 democratici, ma i superstiti, dopo una nuova insurrezione, massacrarono a loro volta 300 nobili e sbandirono tutti gli altri. In Arcadia si ebbero 1400 esuli. A Siracusa, innanzi l’avvento della tirannia di Agatocle, il popolo aveva scacciato 600 nobili; egli ne bandì 6000, ne massacrò 4000, e per di più altri 4000 a Gela. Il fratel suo cacciò in esilio, da Siracusa, 8000 persone[190].

Ma l’elenco dell’Hume è incompleto, poichè non vi sono incluse nè le persecuzioni dei Trenta in Atene — 1200 massacrati e 5000 esiliati —, nè le vittime inevitabili della successiva restaurazione democratica[191], nè i contemporanei eccidî, seguiti ad Argo — più che 1200 nobili insieme con gli stessi demagoghi che si erano rifiutati di continuare il massacro —, nè quelli che furono consumati a Corcira — 1500 nobili e 1000 banditi[192] —; nè i 400 nobili espulsi da Mileto nel 411[193]; nè gli 800 Tegeati espulsi da Tegea nel 370[194]; nè i 4 o 5000 democratici espulsi da Mileto nel 405-04[195]; nè molte e molte altre migliaia, ancora, vittime di un identico destino, in breve giro di anni.

I superstiti, i banditi partivano con la rabbia e la vendetta nel cuore. Memori del giuramento dei loro persecutori[196], che chiudeva ad essi la speranza della patria, tanto maledetta e pur tanto desiderata, appuntavano nel buio dell’avvenire lo sguardo torbido e minaccioso, intricavano con i nemici, si aggiungevan loro a macchinare o ad aggravare la ruina della città natale, sempre in agguato a spiare il giorno del rifacimento dei danni, l’ora, amara ed allegra, della vendetta.

L’esilio, con cui le repubbliche elleniche quotidianamente civettarono, non mancò di produrre quelle stesse conseguenze, che altre cause — noi lo abbiamo veduto e continueremo a vederlo — andavano disseminando dal canto loro. L’esilio insegnò ai cittadini a fare a meno della patria, anzi a non curarla, a danneggiarla, a combatterla. Irrispettosi dello Stato, non li fece neanche esitanti d’arricchirsi a sue spese; e quell’ingordigia del tesoro pubblico, quella sospirata dimestichezza con l’intrigo, con la venalità, con la concussione, che altri e più profondi motivi avevano in origine generata, trovarono nella perenne insicurezza del vivere sociale il terreno più acconcio di malefica coltura.

Quanto minacciosa non doveva salire la marea dello scontento, dell’odio, del pericolo! Nella seconda metà del IV secolo, Isocrate, esortando Filippo alla tanto da lui caldeggiata spedizione contro l’Impero persiano, l’assicurava che egli avrebbe trovato quanti soldati volesse, dappoichè, malauguratamente, la Grecia contava oramai più esuli che cittadini....[197]. E allorchè, ai giuochi olimpici del 324, Alessandro Magno farà proclamare il ritorno in patria di tutti i fuorusciti, uno storico antico calcola che ben 20.000 persone, pari cioè a 1⁄10 dei maschi adulti di tutta la Grecia, assistessero alla parola liberatrice[198], che doveva poi essere principio di nuovi, infiniti turbamenti.

Così la Grecia in perenne irrequietezza raccoglieva i frutti, di cui a piene mani aveva sparso i semi fecondi. «Le discordie e le sedizioni», avvertiva Flaminino alle deputazioni degli Elleni, radunate a Corinto, «offrono troppo grandi vantaggi ai vostri nemici. Il partito vinto preferisce darsi allo straniero piuttosto che cedere dinanzi agli avversari....»[199]. Ma il tardo monito non poteva essere ascoltato. Attraverso la perdita di ogni motivo di attaccamento alla terra natale, si spegneva negli animi il desiderio della conservazione della sua indipendenza[200]; l’amore della patria andava miseramente smarrito con l’incertezza e con l’acuirsi quotidiano del disagio e delle preoccupazioni[201]. Gli Elleni, o immiseriti, o in sul punto di precipitare nell’indigenza, incrociavano cinicamente le braccia, appuntavano febbrili le sanguinanti speranze al di là dei confini della patria, in attesa di sorti ignote, che finalmente arrecassero la pace e la tranquillità. Il nome, un tempo odioso, dei nemici della città, finì per non sonare, ai loro orecchi, così repugnante come lo era stato un tempo tra gli echi, lieti e gloriosi, delle imprese persiane. Chi più nemico dei nemici dell’interno, fautori ad oltranza della spogliazione e della guerra? Perchè gli oratori e i votanti dell’agorà sarebbero dovuti riescire preferibili ai Macedoni del Congresso di Corinto, che dichiaravano di voler tutelare il diritto di proprietà e la sicurezza dei commerci; o ai Romani vincitori a Cinocefale, che venivano a liberare la Grecia di ogni tributo e di ogni irrequietezza? Il primo luccicare delle armi degli uni e degli altri segnerà nel Paese il costituirsi di un partito antinazionale, i cui sostenitori saranno appunto coloro che tutto non avevano ancora perduto[202]. Quella nostalgia della definitiva vittoria dello straniero, che s’accovaccerà trepida nelle speranze dell’aristocrazia francese durante la Grande Rivoluzione, fermentò del pari nell’animo degli agiati di ogni cittadina greca, in sullo scorcio dell’esistenza della loro patria. «Se non fossimo periti prima, noi saremmo periti del tutto»[203]. Quando, finalmente, avrebbe la divinità concesso i suoi ozi dolcissimi? E nel petto di Isocrate il bel sogno di libera grandezza ellenica, sognata nel Panegirico, cedeva, con gli anni, nell’orazione a Filippo, dinanzi alla rinunzia di ogni libertà, al desiderio stanco di una signoria straniera, purchè quella signoria volesse dire la pace.

Ma noi possiamo cogliere in maniera più diretta, sia nell’eloquenza significativa della connessione dei fatti, sia nelle consapevoli dichiarazioni dei contemporanei, il rapporto intimo fra la guerra e la decadenza dei singoli Stati greci.

Dopo l’urto persiano le città greche dell’Asia Minore e dell’Eubea, che per l’innanzi avevano figurato all’avanguardia del progresso, decadono quasi d’un tratto[204], e la incerta resurrezione di taluna sarà più tardi soffocata dalla posteriore invasione di Alessandro Magno[205]. Egina, che fin dalle guerre mediche era, insieme con Corinto, divenuta primo emporio dell’Egeo, perde ogni importanza in seguito alla conquista ateniese del 457 ed all’esilio, cui, più tardi, la sua conquistatrice costringerà la grande massa della borghesia indigena[206]. La decadenza delle città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia coincide con l’aggravarsi delle guerre con le popolazioni indigene e, poco di poi, con l’invasione romana. La grande Sibari era già, fin dal settimo secolo, perita sotto il ferro sterminatore dei Crotoniati. Crotone, malconcia dalle ostilità dei Bruzzi e dei Lucani, vide, al tempo della guerra annibalica, la sua abbondante popolazione discendere a 2000 cittadini[207]. Turii, Cuma, Posidonia, Pyxus, Laos, la seguirono tosto nella disgrazia. La gloria di Siracusa, regina delle colonie elleniche, si oscura per non più riaccendersi, con la prima e con la seconda Guerra punica. Le due Guerre puniche, spopolano e abbrutiscono la Sicilia greca[208]; l’una e l’altra, insieme con la Guerra tarantina, sospingono nel sepolcro Taranto: le Guerre Sacre provocano la rovina della Focide; le invasioni romano-macedoni e le contese locali devastano, nel III secolo, l’Acarnania[209] e il Peloponneso[210]; distruggono la gloria di Megara[211]. La guerra di Roma contro gli Averni del 121 a. C. e, peggio ancora, le operazioni della seconda guerra civile, demoliscono la potenza e la gloria della grande colonia focese di Marsiglia, privata così «di tutto, salvo che del nome vano della libertà»[212]. La terza macedonica annienta la fortuna di Rodi, decimata dei suoi redditi coloniali, interdetta nei lucrosi commerci con la Macedonia, impacciata, politicamente e commercialmente, da una gelosa sorveglianza, debellata dalla concorrenza di Delo, che Roma proclama porto franco[213]. E con Rodi finisce Corinto, spogliata del suo primato dalla numerosa serie di ostilità peloponnesiache, e, dall’invasione romana, precipitata nella polvere, mutilata delle sue mura, delle sue torri, dei suoi templi, depredata dei suoi tesori, delle sue divinità, dei suoi palazzi, vergine bellissima, colta, e «divorata dalla guerra», su cui soltanto le Nereidi restano, quali alcioni, a piangerne la sventura[214].

Delle sue spoglie arricchisce Delo, ma anche alla regina delle Cicladi toccherà subire dalla guerra il fatale colpo di grazia. Le invasioni mitridatiche ne inizieranno la catastrofe, le incursioni piratiche l’affretteranno, ed essa seguirà, rassegnata, come a fato implacabile, la sorte di Atene, di Rodi, di Corinto. La sua fine, come il tracollo di ogni grandezza, disperatamente sognata e per un istante raggiunta, ci stringe il cuore più di quella delle sue spente rivali. «Fosse piaciuto agli Dei», geme l’Isola santa nel carme di un ignoto poeta, «fosse piaciuto agli Dei di lasciarmi vagare in balìa, di tutti i venti.... Sarei meno infelice! Oh quante navi passano noncuranti dinanzi a me, ch’ero in altra età oggetto del culto dell’Ellade, divenuta ormai sterile e selvaggia: tarda, ma dura vendetta della crudele Giunone....»[215].

Il pensiero dei contemporanei.

Su tanto sepolcro di vivi recitava Isocrate il suo disperato elogio della pace. Correva uno degli anni più tristi dell’ultima guerra d’Atene contro i suoi stessi alleati — la Guerra sociale del 357-355 —, e ai suoi cittadini così egli prendeva a parlare: «È costume di tutti coloro, i quali arringano da questa tribuna, ripetere che il soggetto, di cui s’intratterranno, è d’interesse sommo e vitale per la repubblica. Or bene, se mai vi fu occasione degna d’un simile esordio, essa è la presente, nella quale noi ci accingiamo a discutere della pace e della guerra, cioè a dire di quello che sovra ogni altro pesa sulla vita degli uomini.... Io vi dirò che la pace arreca assai più utile che non gli sforzi febbrili della conquista; che la giustizia giova più della iniquità e la sollecitudine delle cose proprie più della brama di quelle altrui.... Mai danno alcuno ci venne da coloro che ci consigliarono la pace, mentre le nostre grandi e numerose calamità derivarono tutte da quegli altri, che temerariamente ci incitarono alla guerra.... La guerra ci privò di ogni cosa: della sicurezza del nostro Paese, della possibilità di procacciarci quanto occorre alla vita, della concordia in patria, del buon nome presso i Greci...; ci fece poveri, ci gittò in mezzo a pericoli infiniti...; ci infamò presso i nostri connazionali...; ci rapì per ben due volte l’antica, gloriosa costituzione...: ci colmò in una parola di malanni....»[216]. Or bene, «se faremo la pace», «godremo nella nostra repubblica senza timore alcuno, senza le guerre, i pericoli, i turbamenti, nei quali siamo tutti precipitati, ed ogni giorno accresceremo la nostra ricchezza, esenti da tributi, da trierarchie, dai restanti obblighi militari, e, sicuri, coltiveremo i campi, navigheremo, attenderemo a tutte quelle altre occupazioni, che ora, a cagione della guerra, giacciono neglette. I redditi della città raddoppieranno e la rivedremo piena di mercanti, di stranieri, di meteci.... Io tengo per fermo che in tal guisa la nostra repubblica rifiorirà..., e noi stessi diverremo migliori, e tutto sarà per progredire»[217].

Una tesi identica sosteneva, nello stesso tempo, Senofonte, o chi fu l’autore del famoso opuscolo su L’entrate di Atene[218], indagando un sistema di economia pubblica, in cui la sua città, per vivere, avesse potuto fare a meno delle pericolose seduzioni della guerra: «Felicissimi sono gli Stati, che poterono godere a lungo della pace, e tale è Atene da poter prosperare nella pace sopra tutte le altre....». «Chi persiste a credere a noi più vantaggiosa la guerra per le ricchezze che ci apporterebbe interroghi l’esperienza dei secoli ed il nostro passato. Troverà che la città, divenuta un tempo ricchissima nella pace, ebbe tutto divorato dalla guerra; troverà che anche nell’età nostra, a motivo della guerra, molte pubbliche entrate vennero meno, e le altre che continuarono ad affluire, furono dissipate in esigenze varie e diverse. Ma, dopo che sul mare è tornata la pace, esse sono cresciute ed i cittadini hanno potuto usare dei propri beni a proprio talento»[219]. Con la pace torneranno a convergere in Atene mercanti, navigatori, industriali, artisti, poeti, filosofi, operai, quanti lucrano coi doni dello spirito e del corpo quanti faticano col pensiero e con la mano. I ricchi andranno esenti da spese militari, il popolo abbonderà di tutto quanto è necessario alla vita, le feste saranno solennizzate con maggior sfarzo, gli edifizi pubblici, restaurati[220], lo Stato riconquisterà la stima e il rispetto degli Elleni[221]: tutte le classi sociali esulteranno[222].

Ma nè Isocrate, nè Senofonte porranno nell’ardore per la pace l’entusiasmo, l’impeto, la frenesia, che esagitava il cuore di Aristofane, un uomo, il quale, pure, come lo definisce un moderno, fu «uno degli spiriti più acri, più mordaci, più spietati», «il cui verso pare dardo e marchio al tempo stesso, per colpire da presso e da lungi, penetrando a fondo nella carne squarciata e imprimendosi come bollo sulla fronte»[223]. È un inno d’amore, una melodia ineffabile di dolcezza e di benessere, con la quale può soltanto rivaleggiare l’inno più antico, ma più solenne, di Bacchilide: «L’alma pace largisce ai mortali la ricchezza e il fiore dei carmi soavi e fa che in sugli altari degli Dei, sublimati dall’arte, ardano tra i riflessi d’oro delle fiamme, le membra dei buoi e delle pecore vellose, popola i ginnasi, le aule e i banchetti, di giovani, le vie, di lieti simposî, e d’inni, l’aria e le labbra infantili»[224].

Ma Aristofane non era soltanto un poeta; egli parlava a nome di intere masse sociali, di tutti gli stanchi, di tutti i ruinati, di tutti gli agiati, di quanti ogni cosa avevano perduto e di quanti avevano diritto a non perderla, e rendeva il sentimento della oscura, e pur non immemore, popolazione dei campi[225]. E che fremiti, che applausi non dovettero accompagnare taluno dei brani lirici o dei recitativi delle sue comedie! In quanti cuori non dovettero trovare eco le parole, ch’egli metteva in bocca al suo coro di contadini, all’annunzio della pace, che chiudeva l’interminabile guerra del Peloponneso. «O giorno dolce ai giusti ed agli agricoltori! Io ti ho sospirato, ed ora corro a rivedere le vigne ed i fichi, che piantai nella mia giovinezza. Io anelo di risalutarli dopo sì lunga assenza!»[226]. Ah, quei fichi, quegli olivi, quelle vigne, quell’agiatezza sicura e tranquilla, quella pace serena, mista di azzurro, di verde, di profumi, di viole, in cui il vaporare delle zolle si mesce all’ardore acre delle pareti di una casetta rustica e del frutto dei campi e delle greggi![227]. «Oh, soggiornare in campagna, coltivando l’attiguo bocconcino di terra, lungi dalla febbre dell’agorà! Possedere un paio di buoi, poscia ascoltare il belare del gregge e il gocciare del mosto nel tinello; regalarsi per companatico qualche tordo o magari qualche fringuello, nè essere costretti ad attendere al mercato il pesce stantio di tre giorni, che il rigattiere pesa con false bilancie: questa è la Pace»[228].

«O Pace, o Veneranda donatrice delle uve, con quali parole vorrò io salutarti?... Salve, o Ricchezza dei campi, salve o Amica dell’arte! Come sei bella! Qual alito soave non viene dal tuo cuore, alito dolcissimo, come di requie e di profumi!... Tu olezzi di frutta, di conviti, di Dionisiache, di tibie, di tragedie e di carmi di Sofocle.... Tu olezzi di edera, di mosto, di belanti pecore, di seni di donne, che corrono alla campagna». «Al tuo apparire le città riconciliate conversano e sorridono, ancorchè affrante di dolori e di ferite». «Com’è glorioso un martello da lavoro ben saldo! Come brillano al sole le vanghe!... Tu, o Pace, eri pei contadini il fresco grano e la buona salute; perciò oggi, al rivederti, le vigne e i piccoli fischi e le piante tutte esulteranno»[229].

Ma non saranno le parole di Aristofane a convertire gli spiriti dei suoi concittadini. Questo felice successo toccherà solo alla reazione che verrà dalla continua, assillante, infinita pena della guerra. Ancora settant’anni, e Demostene non troverà nella sua patria che vuoto od inerzia, e scambierà l’una e l’altra col tradimento. Ogni sforzo, ogni sacrificio è divenuto insopportabile. Oh, la pace! La pace! La tranquillità agiata e laboriosa, per cui non ci saranno più nè esili, nè esecuzioni, nè confische, nè spartizioni di suolo e di ricchezze![230].

Troppo tardi! La pace ora non darà che l’oscurità, la decadenza, la servitù. Alla tirannia macedone seguirà quella romana, tanto più fatale, quanto più bramata. E allora, mentre Polibio gemerà pensoso[231] che, pur senza epidemie e senza guerre devastatrici, le città rimangono miserande e spopolate, la Grecia, nell’illusione di ricominciare la sua vita, non si accorgerà di avere smarrito le ragioni medesime della propria esistenza!

Note al capitolo primo.

[1]. Nepos, Milt., 5; Paus., 10, 20, 2; Iustin., 2, 9, 9. Il numero dei gimniti si può dedurre dall’analogia con le altre guerre del secolo V.

[2]. Herod., 9, 28.

[3]. Calcolando solo 100 navi da guerra, 200 teti e un paio di decine di opliti per ciascuna trireme.

[4]. Thuc., 1, 107, 5.

[5]. Thuc., 2, 13, 6; 8; Diod., 12, 40, 4.

[6]. Cfr. Thuc., 2, 31, 2: ὅμιλος ψιλῶν οὐκ ὀλίγος.

[7]. Thuc., 4, 94, 1; cfr. 4, 93, 3.

[8]. Diod., 15, 63, 2.

[9]. Diod., 15, 68, 1-2.

[10]. Calcolando su Diod., 18, 11, 3; cfr. Beloch, in Klio, V, 350. Sulle cifre precedenti, cfr. J. Kromayer, Studien über Wehrkraft d. griech. Staaten, in Klio, III, 448 sgg., cui il Beloch (in Klio, V, 347 sgg., 355 sgg.) ha talora opposta la sua preferita critica radicale. Tralasciamo dati minori d’altre età, relativi a singole operazioni, che non dànno punto l’idea dello sforzo militare di Atene, in ciascuna guerra.

[11]. Gli Stati moderni, dopo l’introduzione della coscrizione obbligatoria, hanno mobilitato al massimo l’1 o il 2% della loro popolazione; di rado, come durante le guerre della Rivoluzione e dell’Impero, sono arrivati al 3%, e, mai, come nella Guerra mondiale, al 10%: sforzo che, come tutti sentono, non sarebbe possibile ripetere di frequente.

[12]. Arist., Ath. Resp., 24.

[13]. Loc. cit.

[14]. Böckh, op. cit., I3, 56-57; cfr. Büchsenschütz, Besitz u. Erwerb, pp. 209 sgg.

[15]. Cic., De imp. Cn. Pomp., 6, 15.

[16]. Plut., Arat., 6, 1.

[17]. Guiraud, La propr. jonc. ecc., 621-22.

[18]. Cfr. Aristoph., Acharn., vv. 183, 232, 1023; Pax, v. 627; Lys., Pro sacra olea, 6.

[19]. Demost., XLII (In Phaenipp.), 20; 31; Böckh, op. cit., I3, 123-24.

[20]. I. G. II, 1 (= C. I. A., II), 384 b, col. II, 1. 68.

[21]. Böckh, op. cit., I3, 124-25.

[22]. Roscher, op. cit., 37.

[23]. Passy, in Dictionn. d’écon. polit. di Coquelin et Guillaumin, I, 39, col. 1.

[24]. Aristot., Ath. Resp., 24.

[25]. È la frase del Böckh, op. cit., I3, pp. 224, 276. Sull’argomento, cfr. il saggio del Ciccotti, Le retribuzioni delle funzioni pubbliche ecc., in Bibl. st. econ., I, 2, pp. 525 sgg.

[26]. Arist., Polit., 1, 3, 4.

[27]. Oecon., 5, 17.

[28]. Foucart, Notes sur les comptes d’Eleusis, in B. C. H., VIII, 1884, p. 211.

[29]. Demost., XX (In Lept.), 31-32.

[30]. Böckh, op. cit., I3, 103-114.

[31]. Lys., Adv. frument., 14; Demost., XXXIV (In Phorm.), 30; XX (In Lept.), 31; LVI (In Dionysod.), 7 sgg. passim.; XXXII (In Zenoth.), 4; 18; 19 e l’Argomento apposto da Libanio alla medesima; Demost., L (In Policr.), 17; 58; Theophr., H. Pl., 8, 4, 3 sgg.; Perrot, Le commerce des céreales en Attique au IV siècle avant notre ère, in Revue hist., IV, 211 sgg.; Glotz, op. cit., 354 sgg.

[32]. Su questo punto i dati, che, per la loro copia, ci autorizzano a tale conclusione, non ci provengono da Atene, ma da Delo; cfr. G. Glotz, Le prix des denrées à Délos, in Journal des savants, 1913, pp. 119 sgg. Ma, data l’analogia delle condizioni, naturali e commerciali, fra Delo e Atene, è legittima l’analogia delle relative induzioni: cfr. anche Thuc., 7, 28, 1.

[33]. Lys., Adv. frumentarios, passim.; Demost., LVI (In Dionysod.), 7-8; XXII (In Androt.), 15; Xen., Oecon., 20, 27-28; Böckh, op. cit., I3, 104-107.

[34]. Ath. Resp., 2, 7.

[35]. 2, 38, 2; cfr. Isocr., Panegyr., 42.

[36]. Böckh, op. cit., I3, 60; Du Mesnil-Marigny, Hist. de l’écon. pol., II, 229; Beloch, Zur griechischen Wirtschaftsgesch., in Zeitschrift für Sozialwissenschaft, V, 3, 1902, pp. 172-73.

[37]. Francotte, L’industrie en Grèce, 1, 148 sgg.; Glotz, op. cit., 366 sgg.

[38]. De vect., 5, 3; 4; cfr. 1, 6-8.

[39]. Scylax Caryandens., Peripl., 112 (in Geogr. gr. min., I, ed. Müller).

[40]. Du Mesnil-Marigny, loc. cit.; Beloch, op. cit., 173-75.

[41]. Demost., XXXV (In Lacr.), 36; LVI (In Dionysod.), 1 sgg.

[42]. Du Mesnil-Marigny, op. cit., II, 230.

[43]. Andoc., De mysteriis, 133 e Böckh, op. cit., I3, 386; Gilbert, op. cit., I, 392.

[44]. Le premesse di tale conclusione sono un po’ complicate. Nel 413-12 Atene sostituì il tributo federale (L. 6.000.000 all’anno) con un’imposta del 5% su tutto il commercio che si svolgeva entro il suo impero marittimo. La nuova imposta non poteva render meno dell’antico tributo; probabilissimamente, era destinata a rendere di più. Noi possiamo perciò calcolare il gettito lordo pari ad 8 o 9 milioni. Ma queste cifre rappresentavano solo 1⁄20 (il 5%) del movimento commerciale, che si svolgeva entro l’impero marittimo ateniese, ossia L. 160 o 180 milioni; cfr. Francotte, op. cit., 14-15; Glotz, op. cit., 373.

[45]. U. Ruffolo, La Grecia economica odierna, Roma, 1920, pp. 47 sgg.:

1910 L. 305.107.541
1911 L. 313.105.044
1912 L. 303.819.652
1913 L. 297.578.029

[46]. 2, 12.

[47]. Thuc., I, 67, 4; Aristoph., Acharn., vv. 530-34.

[48]. Thuc., I, 144, 2; Xen., Lacedaem. Resp., 14, 4; Plut., Agis, 10, 2; Lyc., 9, 5.

[49]. Demost., XIX (De mala legat.), 286.

[50]. Cfr. Aristoph., Pax, vv. 999 sgg.; Acharn., v. 842.

[51]. 2, 3.

[52]. 2, 11.

[53]. E. Ciccotti, La guerra e la pace nel mondo antico, Torino, Bocca, pp. 7-8.

[54]. Questo singolare fenomeno, di cui abbiamo avuto un esempio, vivo e lampante nella guerra mondiale, è stato comune a tutte le guerre moderne; cfr. G. Borgatta, Il problema dei prezzi nel dopo guerra (in Riv. d’Italia, 1920, 193 sgg.) e fonti ivi citate.

[55]. Thuc., 2, 13, 8; Böckh, op. cit., I3, 263-64; Arist., Ath. Resp., 24.

[56]. Thuc., loc. cit.; Aristot., loc. cit.; Böckh, op. cit., I3, 317.

[57]. Xen., Ipparchich., 1, 19; I. G. I (= C. I. A., I), 188.

[58]. Thuc., 6, 43, 1.

[59]. Böckh, op. cit., I3, 340 sgg., 315-16.

[60]. Böckh, op. cit., I3, 320; Sauppe, Die καταστάσις d. alt. Reiterei, in Philologus, 15 (1861), pp. 69 sgg.; Martin, Les cavaliers Atheniens, Paris, 1886, p. 334.

[61]. Cfr. pp. 9-10 del presente volume.

[62]. Cfr. p. 30 del presente volume.

[63]. Böckh, op. cit., I3, 316.

[64]. Demost., In Androt., 8.

[65]. Aristot., Ath. Resp., 22, 7; Böckh, op. cit., I3, 140-141.

[66]. Böckh, op. cit., I3, 343-44.

[67]. Thuc., III, 17, 3; VI, 31, 3.

[68]. I. G. II, 2 (= C. I. A., II), 795, col. f., l. 138 (p. 189).

[69]. I. G. II, 2 (= C. I. A., II), 809, col. d., ll. 62 sgg.

[70]. I. G. II, 2 (= C. I. A., II), 807, col. b, ll. 67 sgg.

[71]. Isocr., Areop., 66. Cfr. Clerc, Les méthèques athéniens, Paris, 1893, p. 31.

[72]. Böckh, op. cit., I3, 358-59.

[73]. Id., op. cit., I3, 362 sgg.

[74]. C. I. A., I, 177, ll. 8-10, 13-14; Isocr., De permut., 111; Nepos, Timoth., 1, 2; Diod., 12, 28, 3; cfr. Busolt, Gr. Gesch., III, 1, 551, nota; W. Bannier, in Rh. Mus., 61, p. 209; Cavaignac, L’hist. fin. d’Athènes, pp. 94-95, 110; Francotte, Les finances grecques, 167-168; J. Beloch, Gr. Gesch., II, 2 (2ª ed.), 337-38.

[75]. Thuc., 2, 70, 2; Isocr., De permut., 113; cfr. Cavaignac, op. cit., 108, 116, 120.

[76]. Francotte, op. cit., 209.

[77]. Francotte, op. cit., 183 sgg., 209.

[78]. Francotte, op. cit., 209.

[79]. Busolt, Der zweite ath. Bund., in loc. cit., pp. 721-22.

[80]. Isocr., Areop., 9; Demost., Olynth. III, 32; Aeschin., De falsa legat., 71; Busolt, op. cit., 722.

[81]. Xen., Anabas., 7, 1, 27; Aristoph., Vespae, vv. 657-660. Cfr. Böckh, op. cit., I3, 509 sgg.

[82]. Thuc., 8, 1, 3; cfr. Lys., In Nicomach., 22.

[83]. Cfr. Xen., Hell., I, 1, 14.

[84]. Per la situazione finanziaria di Atene, nel 421, cfr. Francotte, op. cit., 186.

[85]. Pedroli, (in Studi di storia antica del Beloch), pp. 131-32.

[86]. Pedroli, op. cit., 136, 137.

[87]. Pedroli, op. cit., 139.

[88]. Loc. cit.

[89]. Demost., XIII (De rep. ordin.), 27; XVIII (De corona), 234.

[90]. Thuc., II, 69, 1; III, 19, 1; IV, 50, 1; 75, 1.

[91]. Xen., De vect., 3, 5 passim.

[92]. Cfr. pp. 20-21 del presente volume.

[93]. Böckh, op. cit., I3, 387-88; Gilbert, op. cit., 1, 391-92.

[94]. Böckh, op. cit., I3, 393; Francotte, op. cit., 15 sgg.

[95]. Gilbert, op. cit., I, 393, Francotte, op. cit., 19-20, 21-22.

[96]. Thuc., 6, 91, 7.

[97]. Cfr. G. Platon, Un saggio di socialismo di Stato nell’antichità, in Nuova Rivista storica, 1919, pp. 456 sgg.

[98]. Questo lato dell’operetta dello Pseudo-Senofonte è stato considerato unicamente dal Platon, in op. cit., pp. 452 sgg.

[99]. Cfr. p. 29 del presente volume e Cavaignac, op. cit., 120.

[100]. Cavaignac, op. cit., 118.

[101]. I. G. I (= C. I. A., I), 273 (pp. 148-49).

[102]. Thuc., 3, 19, 1.

[103]. I. G. (= C. I. A., I), 259; Cavaignac, op. cit., pp. XXXV-XXXVI, 125.

[104]. Cfr. Thuc., 2, 13, 3 e vol. I, p. 129.

[105]. Il grave documento è la iscrizione I. G. I (= C. I. A., I), 37; cfr. Cavaignac, op. cit., pp. XLIV-XLV, 128 sgg.

[106]. Aristoph., Equites, v. 924.

[107]. Cfr. il decreto di Callia I. G. (= C. I. A. I), 32 B., e, circa la sua probabile cronologia, Böckh, op. cit., I3, p. 596; II, p. 49; Francotte, op. cit., 202; Beloch, Gr. Gesch., (2ª ed.), II, 2, 346 sgg.

[108]. I. G. (= C. I. A., I), 37. z"; 543 e Suppl. a p. 140; cfr. Cavaignac, op. cit., pp. XLV-XLVI, 135 e Pl., I, n. 3; Beloch, op. cit., (2ª ed.), II, 2, 342-43.

[109]. Aeschin., De mala legat., 175; Andoc., De pace cum Lacedaem., 9.

[110]. I. G. (= C. I. A., I), 55 c, v. 5; [.... δεδογ]μένον ῇ εἰσφέρειν ὅταν δέη[ι]....

[111]. Cfr. vol. I, pp. 131-32.

[112]. Cfr. Beloch, Gr. Gesch., II, 443 e n. 3 (2ª ed.).

[113]. Cavaignac, op. cit., 156.

[114]. Risulta dall’orazione di Lisia (Accept. muner. defens., 2 sgg.) nella quale l’oratore discorre di εἰσφοραί prelevate tra il 410 e il 405.

[115]. Cfr. Lys., De Aristoph. pecuniis, 29. Queste contribuzioni dovettero aver luogo fra il 393 e il 387.

[116]. Demost., II (Olynth.), 29; XIII (De rep. ordin.), 20. (Sul valore storico di questa orazione cfr. F. Blass, Die attische Beredsamkeit, Leipzig, 1877, III, 352 sgg. o l’edizione di Demostene del Well, Paris, 1881, pp. 436 sgg.). Cfr. anche Böckh, op. cit., I3, 609 sgg.; Francotte, op. cit., 28 sgg.

[117]. Pol., 2, 62, 6-7; cfr. Demost., XIV (De Symmor.), 27; Philoc., Fragm., p. 77 (ed. Siehelis) sotto Harpoer. Che Polibio si riferisca al 378-77, è stato rilevato per primo dal Böckh, op. cit., I3, 572; e la sua opinione è ormai condivisa da tutti; cfr. Beloch, Das Volksvermögen von Attika, in Hermes, 20 (1885), p. 237; Lipsius, Die athen. Steuerreform in Jahr d. Nausinikos, in Neue Jahrbuch. f. klass. Phil., 117, p. 291, 1878.

[118]. Demost., XXII (In Androt.), 44; cfr. Lecrivain, op. cit., 509.

[119]. Beloch, op. cit., p. 257.

[120]. Demost., XXVII (In Aph., I), 9, 37, cfr. Schäfer, Demosth. und seine Zeit., Leipzig, 1885, I2, 22-23. Il nostro calcolo è condotto seguendo, circa la εἰσφορά, la interpretazione del Beloch (Das Volksvermögen von Attika, in Hermes, 20 (1885), e Das atth. Timema, in Hermes, 22 (1887) pp. 371 sgg.), e del Lecrivain (Eisphorà, in Daremberg et Saglio, Diction. d’antiquité ecc., II, 1, pp. 504 sgg.), secondo cui l’imposta avrebbe gravato sull’intera ricchezza ateniese (5750 talenti). Una diversa opinione è quella del Böckh (op. cit., I3, 570 sgg.), secondo la quale l’imposta gravava sur una parte soltanto del capitale, cioè sur una sua frazione imponibile. Secondo una terza interpretazione del Rodbertus (in Jahrbücher f. Nationalökonomie, VIII, pp. 453 sgg.) i 5750 talenti del 377-78 rappresenterebbero il reddito annuo della ricchezza nazionale ateniese. La prima di queste tre opinioni è la più conforme alle fonti e alla realtà economica ateniese.

[121]. Xen., De vect., 4, 40; Demost., VIII (Chersonn.). 70; Lys., Pro sacra olea, 31; De publ. bonor. Niciae, 7; De Aristoph. bonis, 43; 57; Isaeus, Nicostr., 27; Philoctem., 60; Apoll., 40; Dicaeog., 37; 41; 45.

[122]. Böckh, op. cit., I3, 609 sgg.; Platon, La démocratie et le régime fiscal ecc., pp. 46 sgg.; Francotte, op. cit., 40 sgg. Sulla difficoltà del ricupero delle somme anticipate, cfr. Demost., XXX (In Policl.), 8 e passim.

[123]. Demost., XX (In Lept.), 27.

[124]. Cfr. Lys. (De affectata tyrannide), 12, e De Aristoph. bonis, 42-43; 67.

[125]. Demost., XXX (In Policl.), 7; II (l’orazione è del 360 a. C.); XXXI (De corona trier.), 6; Böckh, op. cit., I3 n. 859 del Fränkel.

[126]. Demost., XXX (In Policl.), 7.

[127]. Thuc., 6, 31, 3; Demost., XXXI (De corona trier.), 6; XXX (In Policl.), 7; 12.

[128]. Demost., XLVII (In Everg. et Mnesib.), 23 e passim.; XXXI (De corona trier.), 5; XXX (In Policl.) 7; 34; XLV (In Stephan. I), 85.

[129]. Demost., XXX (In Policl.), 61.

[130]. Cfr. tutta l’orazione di Demost., XXX (In Policl.), e Platon, op. cit., 53 sgg.

[131]. Böckh, op. cit., I3, 648 sgg.

[132]. Demost., XXI (In Mid.), 80; 155; XXXI (De corona trier.), 7, 8, 16, 18.

[133]. Demost., XVIII (De corona), 102 sgg.

[134]. Demost., XXI (In Mid.), 161; XVIII (De corona, 1), 85.

[135]. Thumser, op. cit., 99 e n. 5; Platon, op. cit., 18; Clerc, op. cit., pp. 32 sgg.

[136]. Oeconom., 2, 6.

[137]. De permut., 160; cfr. Xen., Conviv., 4, 30 sgg.

[138]. Isocr., De pace, 130 e tutta l’orazione di Lisia, Per i beni di Aristofane e la difesa in un processo di corruzione.

[139]. Schol. ad Aristoph., Ranae, v. 404.

[140]. Cfr. p. 40 del presente volume.

[141]. Demost., XXI (In Mid.), 154; XXX (In Pol.), 37; Lys., In Diogit., 24; Böckh., op. cit., I3, 637.

[142]. Demost., XLVII (In Everg. et Mnesib.), 21.

[143]. Demost., XXI (In Mid.), 161.

[144]. Cfr. Demost., XXVII (In Aphob. I), 7; XXIX (In Aphob. III), 59; Diod., 14, 5, 5; Lys., De Aristoph. bonis, 46; Demost., XXX (In Onoter. I), 10; Plat., Resp., 9, p. 578 D.

[145]. Cfr. Pol., 32, 14, 3 sgg. che si riferisce al II secolo a. C. Un Apicio, rimasto con soli 2.000.000 di lire, non trovava al suo infortunio rimedio migliore del suicidio (Senec., Ad Helv. cons., 10, 9).

[146]. Calcolando su Plin., N. H., 33, 134. Altri esempi di ricchezza romana: la casa di P. Clodio valeva tre o quattro milioni (Plin., N. H., 36, 103-104); dieci, il mobilio di M. Scauro, incendiato dai suoi schiavi (Ibid., 36, 115). Il patrimonio di Pompeo saliva a 19 milioni; quello di un suo liberto, a 25 (Plut., Pomp., 2, 6). Crasso, alla fine della sua dissipata esistenza, disponeva ancora di 45 milioni (Plut., Crass., 2, 2).

[147]. M. D’Azeglio, I miei ricordi, Firenze, 1876, I, 66.

[148]. Demost., XX (In Lept.), 115.

[149]. Demost., (In Aristocr.), 206; 209.

[150]. Demost., XIV (De Symm.), 25; cfr. XLII (In Phaen.), 23; VIII (Chersonn.), 21.

[151]. Demost., XIII (De rep. ord.), 27.

[152]. Lys., De Aristoph. bonis, 45 sgg.; In Philocr., 2 sgg.

[153]. Cfr. Xen., Ath. Resp., I, 4; De vect., I, 1.

[154]. De pace, 127.

[155]. Cfr. Ch. Lecrivain, Prosodoi, in Daremberg et Saglio, op. cit., p. 705, n. 30; Böckh, op. cit., I3, 517; Demost., XXI (In Lept.), 33; 42: I. G. II, 1 (= C. I. A., II, 1), 379.

[156]. Plut., Vitae decem orat., 8, 56; Demost., XVIII (De corona), 118.

[157]. Böckh, op. cit., I3, 111-14.