CRONACA
DI
FRA SALIMBENE VOLUME I


CRONACA
DI
FRA SALIMBENE PARMIGIANO

DELL'ORDINE DEI MINORI

VOLGARIZZATA DA
CARLO CANTARELLI

SULL'EDIZIONE UNICA DEL 1857
CORREDATA DI NOTE E DI UN AMPIO
INDICE PER MATERIE

PARMA
LUIGI BATTEI EDITORE
1882


Parma, Tip. Adorni Michele.



[INDICE]


AL
NOBILLIMO

MAGISTRATO E CONSIGLIO MUNICIPALE

DI PARMA
CHE PER INCITAMENTO ED ESEMPIO
AI FIGLI ED AI NEPOTI
VEGLIA CUSTODE E VINDICE
DELLE GLORIE DEGLI AVI
QUESTO VOLGARIZZAMENTO

DELLA CRONACA DI FRA SALIMBENE

NARRATORE PRIMO E STUPENDO
DELLE VALOROSE GESTA
ONDE I PARMIGIANI DEL SECOLO DECIMOTERZO
FRANCARONO L'ITALIA
DALLA SIGNORIA DI FEDERICO SECONDO
CARLO CANTARELLI
A PICCOLO SEGNO DI MASSIMA RIVERENZA
DEVOTAMENTE DEDICA CONSACRA

DI FRA SALIMBENE E DELLA SUA CRONACA

DISCORSO
DI ANTONIO BERTANI VICE-BIBLIOTECARIO
DI PARMA
PREMESSO ALLA EDIZIONE DEL TESTO ORIGINALE

Il decimoterzo secolo che, ricco in Italia del retaggio di S. Tommaso, di S. Bonaventura e di altri sommi maestri, dava Dante al mondo intero, era secolo di grande intellettuale entusiasmo fra noi, sì che ognuno, il quale si avesse da natura sortito fervido lume di mente, era vago di rovistare nel tesoro trasmessogli da' maggiori e di tramandare a' futuri tutto quanto ne ritraeva, insieme co' frutti suoi proprii, a tale che tu, leggendo le scritture di que' dì, ne diresti gli autori presi da una smania, da una febbre di apprendere e d'insegnare. Fra questi ardenti spiriti è certo da noverarsi il frate, di cui pubblichiamo quì l'unico lavoro a nostra certa conoscenza venuto. Nato egli in Parma, surto appena il quinto lustro di quel secolo, da padre che fu crociato, ebbe svegliatissimo ingegno, congiunto ad alto cuore e ribollente animo; basti a darne un sentore la vigoria con cui, giovinetto ancora, tenne fermo contro l'opposizione, che ben può dirsi, più che tenace, soldatesca, del padre alla risoluzione sua di cingere il cordone di S. Francesco. Così deliberato, il narra ei medesimo, nel suo decimoquinto anno vestì, per intercessione di Fra Gherardo Boccabadati, l'abito religioso in Fano all'insaputa di Guido padre suo; venutone questi a conoscenza, dolente che la famiglia sua, detta di Adamo, perdesse così ogni speranza di perpetuazione, giacchè l'altro, maggiore dei due soli maschi avuti, erasi già reso frate, corse all'Imperatore, ed implorò ed ottenne ch'ei s'interponesse presso frate Elia Generale dell'Ordine che fossegli restituito il figlio. Elia rispose che il renderebbe, ove questi aderisse di ritornare al secolo. Volò Guido a Salimbene, lo pregò, scongiurollo, fecegli ampie promesse; invano; vinto dall'ira e quasi fatto demente dal dolore, il maledisse; il giovinetto piegò la fronte pregando Iddio, e stette saldo. Partì il meschino genitore; e Salimbene poi nelle sacre ed umane lettere, nella gentile arte del canto andò liberamente educando e mente ed animo, onde poi salito in alta stima ebbe agio d'intrattenersi con assaissimi de' personaggi più cospicui in lettere, scienze ed armi, gradito sino a' Pontefici ed all'Imperadore medesimo. Giovanil talento indotto avealo a vagheggiar le dottrine di Gioachino; e veramente quella sua fantasia, che il sollevava a straordinarie visioni, parea creata a simili speculazioni; ma più robusto fatto il pensiero, abbandonolle, e ne rise: amante del nuovo e del grazioso, ai fiori della nascente poesia italiana volger volle l'ingegno, e dettò versi in copia, ora perduti. Non pochi paesi viaggiò, notando tutto quel che lesse, vide, udì, e a tutto aggiugnendo le proprie considerazioni; e moltissimo appunto e lesse e vide e udì, vissuto essendo dalla fine del 1221 sin oltre il 1287, e fors'anche fin dopo il 1290: però da questo solo ben potrebbe ognun farsi una sufficiente idea della importanza della presente sua Cronaca, nella quale sono appunto registrate pressochè tutte le impressioni in que' varii modi ricevute ne' suoi più belli anni. Di questa mio primo pensiero era stato di porre qui una specie di rapido compendio; ma poi due considerazioni me ne distolsero: l'una, la qualità del suo latino, che (sebben barbaro, ma pur di elegante barbarie) tanto fluidamente scorre da rendersi di facilissima intelligenza anche a men pratici della favella del Lazio, sì che da quest'ultimo lato ben può paragonarsi al divin libro di quel Tommaso da Kempis, che per ciò appunto non trovò traduttore nell'aureo secolo di nostra favella; l'altra, la persuasione che male avrei potuto rendere l'evidenza del suo dire, la quale dalla mia insufficienza attenuata, n'avrebbe avuti dilavati quei vivi colori con che ne pinge i più importanti avvenimenti, ne porge i tanti ritratti de' suoi contemporanei, cui ti sembra vedere nella sua favella risorgere d'innanzi a te animo e persona.

Ond'è ch'io mi restringo all'accennare per brevità gli altri più eminenti pregi del suo lavoro, e ciò solo m'induco a fare per eccitar desiderio di leggerlo tutto tutto in chi fosse ignaro della importanza sua, e credesse doversi questa Cronaca mettere a paro delle tante fredde e noiose pei più, le quali furon opera di volgari intelletti. Della efficacia del suo ritrarre e avvenimenti e uomini ho detto testè; ma ciò che in questo pure è più maraviglioso aggiungo ora: nella dipintura de' primi in ciò si distingue egli dagli altri cronisti, che, mentre questi mai non ravvivano di qualche scintilla il loro racconto, esso al contrario, oltre al calor generale che intero avviva il suo lavoro, ti balza fuori all'uopo con uno slancio dell'anima, come là dove, a cagion d'esempio, dopo aver noverate le irruzioni de' barbari in Italia, giunto all'ultima, ripiglia: utinam ultima! Quanto a' ritratti poi è impareggiato; imparziale dispensa e lode e biasimo, senza macchiarsi della vergogna dell'ire di parte ond'era dilacerata questa misera nostra terra: frate, s'ei ti ragiona del secondo Federico di Svevia, il compiange e l'ammira; tutte ne annovera le accuse dei contemporanei, ma del proprio ne fa sfolgorare le doti grandiose: frate, applaude alla virtù del guelfo, ma gli rinfaccia ad un tempo e vizi e colpe, inesorabile sì e solenne, che alla tua immaginazione si presenta quasi una scena del supremo giudizio. Guai a colui che merita biasimo, e sia pur anche l'uomo il cui nome sta scritto sulla bandiera della fazione.

Nè la sua Cronaca si limita a rinserrar soltanto notizie italiane; da' suoi confrati, che avean visitate altre terre, avidamente suggeva le novelle, e notava: onde qui trovi sin dovizia per le storie d'Oriente; ed egli stesso de' suoi viaggi in Francia, ove fu ben affetto, tiene ricordi minuti in modo da porti sott'occhi e le ricchezze de' vigneti e le costumanze de' baroni, nell'ora istessa in cui ti descrive la partenza dalla piaggia natale di Lodovico volto al riscatto del gran Sepolcro, in maniera talmente esatta, che inutilmente cerchi l'eguale negli annalisti contemporanei di quella nazione.

Chi tenga dietro allo svolgimento dell'idea filosofico-religiosa, nelle varie età, troverà qui ampia messe; la dottrina delle vaghe speculazioni profetiche, tanto fervente a que' giorni, occupa qui appunto un luogo principale fra esse; nè minori ne coglierà chi vada in traccia di ricordi letterarii; e talora avrà cagione di fare a sè stesso strani quesiti, come quando legga il brano ove Salimbene racconta di quel bizzarro ingegno di Primasso, di cui reca versi non pochi, e cui si contendono parecchi paesi. Egli il dichiara vivente del 1238 circa: come potrassi por questa data in armonia colla attribuzione che gli si fa da altri, e dotti assai, di poesie, che rivelansi di per sè nate ai dì del Barbarossa? e come poi ciò stesso colla novella del Boccaccio (ripetitor gioioso delle tradizioni ancor troppo recenti perch'ei fosse indotto in errore), la quale ne fa conoscere come Primasso appunto capitasse a Cluny al tempo che il famoso monastero era retto da un abate largo e splendido? questo abate altri non poteva essere che Guglielmo di Pontoise reggente appunto la cluniacense famiglia dal 1244 o 1245 al 1257 o 1258; e ciò darebbe la causa vinta al mio Salimbene; ma dopo quello che intorno a Primasso ha detto l'illustre Iacopo Grimm, come potrei io osare di sostener le ragioni del mio compaesano con sì minime forze e sì lieve addentellato?

Giunto al fine di quanto m'ero prefisso, ripeto la manifestazione del desiderio, che ho vivissimo, che questo mio povero ed inculto dire metta pungente brama in chi lesse di tutto ponderare il volume, perchè ho ferma fede che di gran giovamento debbano riuscire lo studio principalmente alla tutt'ora desiderata storia generale d'Italia.

A. BERTANI

AVVERTIMENTO

Parecchi anni passati venuto il Duca di Sermoneta in divisamento di publicare una continuazione agli Scriptores Rerum Italicarum si volse al celebre Monsignor Gaetano Marini per ottenere suggerimenti non solo, ma trascrizioni pur anche de' preziosi codici storici chiusi nella Vaticana, i quali potessero formar parte di simile nuova collezione. Aderì di buon grado il Marini, e senza più diedesi a far trascrivere dall'Abate Amati, siccome importantissima, la Cronaca che noi ora quì publichiamo, e, compiutane la copia, questa consegnò all'egregio storiofilo. Gli avvenimenti che gran parte d'Europa posero a soqquadro alla fine del passato ed al principio del presente secolo, impedirono a quest'esso di mandare ad effetto il proprio disegno: venuto egli a morte, fu la sua importante biblioteca venduta a pubblica auzione, e con questa la copia della Cronaca Salimbeniana e di altre. Buon per noi che l'acquirente di tale copia fosse un personaggio dedito all'incremento de' migliori studii: era egli il Commendatore Gian-Francesco De-Rossi, di onoranda memoria, il quale, saputo come il mio ottimo ed amatissimo zio Commendatore Pezzana nutrisse gran desiderio di averne pur copia per collocarla, siccome patrio monumento, nella Parmense, cortesissimamente volonteroso gliela concedette.

E questa ultima è quella che ha servito, insieme con alcuni estratti lasciatici dall'Affò, alla presente edizione, curata per la massima parte, essendo io da troppe altre occupazioni distratto, dal valentissimo mio buon amico Cav. Amadio Ronchini insieme all'egregio Ab. Luigi Barbieri, ai quali m'allieto nel porger quì publico segno di viva riconoscenza. Ma mentre con ciò dichiarare do sicurezza a' lettori della fedeltà scrupolosa della edizion medesima, m'è pur d'uopo avvertirli del come io sia dolente del doverla presentare con non poche lacune, colpa del manoscritto del Marini: partendo egli da' principii degli storiografi de' tempi suoi, reputò inutili, e però da non trascriversi, cose che oggi terrebbersi in gran pregio a seconda dei meglio vantaggiati metodi dello studiare le fonti storiche. Tali sarebbero, fra quelle appunto ommesse da lui, alcuni trattatelli, de' quali la Cronaca ne porge intitolazione, valevoli, a suscitare i nostri e desiderii e lamenti, parecchie canzoni popolari e satire, ed altro: il che tutto avrebbe valso almeno a vieppiù dichiarare lo spirito dei tempi intorno a cui la Cronaca stessa si aggira. Ciò nulla meno, la Dio mercè, tanto ne rimane da renderla uno stupendo monumento.

A. Bertani

Ai Lettori

La Cronaca di Fra Salimbene, monumento storico tanto celebrato, quanto lettura per secoli invano desiderata, perchè sepolto prima nelle librerie dei frati, poscia nella biblioteca del Vaticano, ove si otteneva il permesso di leggerlo, ma non di copiarlo, fu finalmente pubblicato in Parma nel 1857, prima, e, finora, unica edizione di non molti esemplari, e già esaurita. Ma se questa pubblicazione bastò al vivo desiderio di pochi eruditi, che intendono il latino medioevale del testo Salimbeniano, era ben lungi dal contentare que' molti, che pur intendendo il latino classico, non avevano famigliarità colla lingua latina scritta nei tempi di mezzo, e tutti quegli altri, cui pungeva la nobil brama di conoscere almeno i più cospicui documenti della storia patria, ma alla coltura anche non poca che possedevano, mancava la conoscenza del latino di qualunque fosse tempo. Ora poi che le crescenti generazioni trovano una larghissima messe di coltura generale nelle Scuole tecniche, negli Istituti tecnici, militari, di marina, e nelle Scuole di tanti altri insegnamenti speciali, ne' cui programmi allo studio delle lingue classiche è sostituito lo studio delle lingue oggidì parlate in Europa, colla cresciuta coltura generale è diventato per una parte più vivo il desiderio e il bisogno di cercare la storia patria nelle scritture di coloro che videro co' propri occhi le cose narrate, e per l'altra si è notabilmente moltiplicato il numero di quelli, a cui manca il mezzo d'intenderle. Io perciò ho creduto fare cosa non inutile traducendo questa celebratissima Cronaca, in cui quel vivissimo ingegno del Salimbene s'impone ai lettori non tanto come narratore veridico e critico giudizioso, quanto come scrittore che avviva sempre il suo racconto e talora lo rende scintillante, e ti balza fuori collo slancio di un'anima che trascina. Quanto a' ritratti poi è impareggiato, dice l'editore parmense, Cav. Antonio Bertani Vice-bibliotecario: imparziale, dispensa lode e biasimo senza macchiarsi della vergogna delle ire di parte, ond'era dilacerata questa nostra misera terra: Frate, s'ei ti ragiona del secondo Federico di Svevia, il compiange e l'ammira; tutte ne annovera le accuse de' suoi contemporanei, ma del proprio ne fa sfolgorare le doti grandiose; Frate, applaude alle virtù del guelfo, ma gli rinfaccia ad un tempo e vizi e colpe, inesorabile sì e solenne, che alla tua immaginazione si presenta quasi una scena del supremo giudizio. Guai a colui che merita biasimo, e sia pur anche l'uomo, il cui nome sta scritto sulla bandiera della fazione. Nè ho pretesa di aver fatto lavoro letterario, che non ho arroganza d'allinearmi co' letterati, nè d'aver elaborato un'opera di critica, nè di illustrazione, chè, foss'anche ne avessi avuto intelletto, me ne sarebbero mancati assolutamente e tempo e mezzi; ma ho semplicemente e dimessamente posto cura a volgarizzare e ridurre a lezione popolare un documento preziosissimo per la nostra storia nazionale. E se mancherà pregio al volgarizzamento, s'imporrà e s'aprirà la via da sè il racconto: e nutro fiducia che a me non si defraudi il merito del buon volere.

Carlo Cantarelli


CRONACA DI FRA SALIMBENE DI ADAMO
PARMIGIANO
DELL'ORDINE DE' MINORI

D'or innanzi[1] noi ci incontreremo in un linguaggio incolto, rude, grossolano ed esuberante, che in molte parti non conosce leggi di grammatica; ma che segue però la storia con ordine appropriato. E perciò sarà necessario che per opera vostra ora si assesti, si migliori, si aggiunga, si tolga, e, a seconda del bisogno, si riduca alle corrette leggi della lingua; come anche sup.... questa stessa cronaca manifestamente.... è che noi abbiam fatto in molti luoghi ove abbiamo trovato molte cose false, e molte dette rozzamente, delle quali alcune sono state introdotte da copisti.... che falsificano molte cose; altre poi furono inserite dai primi compilatori. Chi poi dopo loro fece qualche giunta, seguì i primi in buona fede, senza star a pensare se avevano detto bene, o male; sia che il facesse a scanso di fatica, sia per ignoranza della storia. E veramente fu meglio assai che scrivessero qualche cosa, quantunque..... di quello che nulla facessero. Perchè almeno sappiamo da loro in che anno sono avvenute le cose di cui parlano; e abbiamo notizia d'alcun che di vero intorno a geste d'uomini, e intorno ad avvenimenti; notizie che forse non avremmo, se Dio non ce le avesse volute rivelare come le rivelò a Mosè, ad Esdra, a Giovanni nell'Apocalisse, a Metodio martire quand'era chiuso in prigione, e a molti altri, a cui furono predette le cose future e aperti i secreti del cielo. Perciò il beato Giovanni dice che al tabernacolo del Signore ciascuno fa l'offerta che può: chi porta oro, argento, pietre preziose; chi bisso, porpora, cocco, giacinto. Per noi sarà già gran che, se potremo offrire pelliccie e lana di capra. Ma l'Apostolo dà più pregio alle nostre umili oblazioni. Onde tutto quel gran miracolo di bellezza del tabernacolo, che per mezzo di appropriati simboli è figura della chiesa presente e della futura, è velato di pelli e di cilizii. Sono le cose più vili quelle che servono a riparare dagli ardori del sole e dalla molestia delle pioggie. Simile cosa abbiamo fatto noi in molte altre cronache da noi scritte, edite ed emendate.

a. 1212

Or dunque l'anno sussegnato (1212) il Re di Francia col conte di Monforte si ascrisse a' crociati, e, per movere alla guerra insieme agli altri crociati, preparò quello stesso esercito che s'era battuto in Ispagna quando l'Imperatore de' Saraceni, che aveva seco cinquanta Re, fu sconfitto presso Muradal[2] da tre Re di Spagna; quel di Castiglia, quel di Navarra, e quello di Aragona, aiutati dai Portoghesi, de' quali undicimila caddero nella prima battaglia. Nel medesimo anno 1212, entusiasmata dal racconto di tre ragazzi di circa dodici anni, i quali dicevano d'aver veduto in sogno.... assumer.... il segno della croce.... dalle parti di Colonia.... una moltitudine innumerevole di poveri d'ambo i sessi e di ragazzi crociati, che pellegrinavano in Italia.... partì dicendo che avrebbero passato il mare a piedi asciutti, e col braccio di Dio redenta Terra Santa e Gerusalemme. Ma la finì che scomparvero quasi tutti. Lo stesso anno infierì una fame sì grande, specialmente in Puglia e nella Sicilia, che le madri facevano sin pasto de' loro ragazzi.

a. 1213

L'anno 1213 il giorno santo di Pasqua di Pentecoste, che cadde nella festa dei santi martiri Marcellino e Pietro cioè ai due di giugno, i Cremonesi, col solo aiuto di trecento militi Bresciani, accorsero unanimi col loro carroccio in soccorso dei Pavesi, molti de' quali erano stati fatti prigionieri dai Milanesi, presso Castelleone[3] come s'è detto più addietro, quando il Re da Pavia passò a Cremona. Ed ecco improvviso sorgere un gran rumore, ed erano i Milanesi, che col loro carroccio venivano volando come saette, e come folgori irrompevano. E in loro aiuto erano accorsi militi Piacentini, arcieri Lodigiani, Cremonesi fanti e cavalli, cavalleria Novarese e Comasca, e de' Bresciani altrettanti o più di quelli che abbiam già detto essere andati a soccorso de' Cremonesi. Tutta questa gente con unanime furore e clamore, con coraggio ed impeto, compatta come un sol uomo, urtarono, respinsero, fugarono, imprigionarono ed annientarono i Cremonesi e la milizia dei fuorusciti. Ma i Cremonesi riportarono in fine vittoria sui Milanesi ed alleati loro, e ne trassero il carroccio per m.... con gran trionfo ed esultanza nella città di Cremona. Lo stesso anno, a' 13 di Giugno, il Comune di Bologna promise giurando di far guerra ai Modenesi a favore e servigio del Comune di Reggio, nè di far mai pace coi Modenesi senza il consentimento dei Reggiani.

a. 1214

L'anno 1214 i militi di Reggio in servigio dei Cremonesi e dei Parmigiani si recarono sulla diocesi di Piacenza per devastare le possessioni dei Piacentini, e posero gli alloggiamenti presso Colomba,[4] che è un monastero dell'ordine de' Cisterciensi.

a. 1215

L'anno 1215 Papa Innocenzo III celebrò un solenne concilio a S. Giovanni in Laterano. Egli.... corresse ed ordinò l'ufficio ecclesiastico im.... e vi aggiunse di suo, e tolse di quel che altri vi aveva intruso; ma non è ancora bene ordinato secondo il desiderio di alcuni, eziandio secondo la natura della cosa. Perocchè vi sono molte cose superflue, che inducono più noia che divozione in quelli che le ascoltano come in quelli, che le recitano. Tale sarebbe la ora prima della domenica, al momento che i sacerdoti dovrebbero dire le loro messe, e il popolo le aspetta; ma non vi ha chi dica messa, perchè i sacerdoti sono occupati nella recitazione della prima ora. Così il recitare diciotto salmi nell'ufficio notturno e della domenica prima di arrivare al Te Deum laudamus, d'estate, quando le pulci molestano, e le notti son brevi, e il caldo è intenso, e d'inverno per freddo, non fa che annoiare. Vi sono ancora molte cose da mutare in meglio nell'ufficio ecclesiastico; e sarebbe bene il farlo, perchè è zeppo di grossolanità, quantunque non riconosciute da tutti.

a. 1216

L'anno 1216 morì Papa Innocenzo III presso Perugia in Luglio, ed è sepolto nella chiesa episcopale. Al suo tempo fiorì rigogliosa la Chiesa, e tenne supremazia sull'Impero romano, e sopra i Re ed i Principi di tutta la terra. Ma l'Imperatore Federico, da lui esaltato e chiamato figlio della Chiesa, fu uomo pestifero, maledetto, scismatico, eretico, epicureo, coruttore di tutto il mondo, perchè seminò nelle città italiane tanto seme di divisione e di discordia, che dura tuttora; sicchè i figli, riguardo a' padri loro, possono ripetere il lamento profetico di Ezechiele 18.º: I padri hanno mangiato l'agresto, ed i denti de' figliuoli ne sono allegati. E parimente Geremia nell'ultimo de' treni: I nostri padri hanno peccato, e non sono più: noi abbiam portate le loro iniquità. Quindi pare verificata in Federico la profezia dell'abbate Gioacchino[5] all'Imperatore Enrico padre di lui, che si lamentava di suo figlio quand'era ancor giovinetto: Il figlio tuo sarà perverso, gli disse: iniquo sarà il figlio tuo ed erede, o principe. Perocchè, diventato padrone, metterà sossopra il mondo, e calpesterà i santi dell'altissimo. Perciò si attaglia benissimo a Federico ciò che il signore per bocca di Isaia 10.º disse di Assur, ossia di Senacheribbo: Penserà nel cuor suo di distruggere e di sterminare genti non poche. Tutte queste cose si avverarono in Federico, come abbiamo veduto noi cogli occhi nostri, noi, che, ora che scriviamo, siamo nel giorno che è vigilia della Maddalena del 1283. Tuttavia si può scusare Papa Innocenzo di aver deposto Ottone ed esaltato Federico, perchè lo fece con buona intenzione, secondo il detto del salmo: l'uno umilia, l'altro esalta. E nota che Innocenzo.... fu uomo generoso e mag.... dis. Perocchè una volta accostò a sè stesso stesa pel lungo la tunica inconsutile del signore per misurarla coll'altezza della propria persona, e gli parve che Gesù Cristo fosse di piccola statura; ma poi vestitosene, si trovò più piccolo di lui. E perciò gli entrò nell'animo una reverenza, che lo mosse a venerarla come era conveniente. Così quando predicava al popolo soleva tenersi sempre dinanzi il libro aperto. E quando i cappellani gli domandavano come mai un uomo, quale egli era, sapiente e letterato facesse tal cosa, rispondeva: Lo faccio per voi, per dare esempio a voi, che siete ignoranti e avete rossore di studiare. Ad Innocenzo successe Onorio III.

L'anno 1216, millesimo già sunnotato, milizie e arcieri andarono in aiuto de' Bolognesi attorno a S. Arcangelo[6] contro quei di Rimini, e posero assedio a quel castello, e vi stettero lungo tempo, tanto che fu poi fatta la pace; e tutti quelli di Cesena, che erano nelle carceri di quei di Rimini, ed erano settecento, furono prosciolti. Cadde quell'inverno grandissima quantità di neve, e fece freddo intenso, sicchè ne furono distrutte le vigne, e il Po gelò e su quel ghiaccio le donne menavano le danze; e i cavalieri facevano correndo loro torneamenti; e i campagnuoli passavano il Po co' loro carri, barocci e treggie. Così durò due mesi. E allora lo staio del frumento si vendeva nove di quegli imperiali che erano in corso e lo staio della spelta quattro imperiali. E la Regina, moglie di Federico Imperatore, figlio del fu Imperatore Enrico, passò per Reggio di ritorno dalle Puglie, e in viaggio per raggiungere suo marito in Germania. E il Comune di Reggio le fece le spese per tutto il tempo della sua sosta in città.

a. 1217

L'anno 1217 fu fatto Papa Onorio III, il quale convocò un concilio, in cui decretò che per virtù di quel solo decreto incorressero la scomunica tutti quelli che facessero una legge qualunque restrittiva della libertà della chiesa; e che nessun sacerdote o prelato studiasse giurisprudenza, nè vi fosse insegnamento di leggi a Parigi; depose un Vescovo, che non aveva letto il Donato[7]; e ordinò che stesse sempre acceso un lume davanti all'ostia consacrata, e che il sacerdote nel portarla agli infermi la tenesse sempre davanti al petto.

a. 1218

L'anno 1218 in Giugno i Reggiani andarono col loro esercito in aiuto de' Cremonesi e Parmigiani a Zibello[8] contro i Milanesi e loro alleati; e fu gran combattimento tra loro il giovedì tra le tempora; e molti d'ambe le parti ne morirono, e molti furono i prigionieri; e fu giurata un'alleanza tra Reggio e Parma. Guido da Reggio era allora Podestà di Parma. L'anno stesso i pellegrini cristiani cinsero d'assedio Damiata.

a. 1220

L'anno 1220 Federico figlio dell'Imperatore Enrico fu incoronato nella chiesa di S. Pietro in Roma da Papa Onorio III il dì di S. Cecilia vergine e martire; e sua moglie la Regina Costanza fu coronata Imperatrice con buona pace de' Romani; il che quasi mai s'è udito di altro Imperatore. Ed imperò trent'anni ed undici giorni; e morì il giorno compleanno della sua incoronazione in una piccola città della Puglia, che si chiama Fiorentino[9] presso Nocera[10] de' Saraceni. Nel millesimo suddetto da' Reggiani, Parmigiani e Cremonesi fu posto assedio a Gonzaga[11], che era occupata da' Mantovani e dal conte Alberto di Casaloddi della diocesi di Brescia. E l'anno stesso si fece il cavo Tagliata, o Incisa, e vi si immise il Po[12]; fu preso il castello di Bondeno[13] un martedì 16 di Giugno da' Mantovani, Veronesi, Ferraresi e Modenesi; e il 10 d'Agosto, giorno di S. Lorenzo, i Mantovani furono sconfitti, messi in fuga e fatti prigionieri da quei di Bedullo, che erano venuti da Fabbrico e da Campagnola per depredare e incendiare Bedullo[14] stesso.

a. 1221

L'anno 1221 morì il beato Domenico ai 6 d'Agosto. Ed io frate Salimbene di Adamo di Parma nacqui quest'anno stesso ai 9 di Ottobre giorno di S. Dionigi e Donnino; e Baliano di Sidone, gran barone di Francia, che d'oltre mare era venuto a conferire con Federico II, mi tenne a battesimo, come mi dicevano i miei, nel battistero di Parma, che era accanto a casa mia. E me lo ha detto anche frate Andrea d'oltremare, della città di S. Giovanni d'Acri, dell'Ordine de' frati Minori, che vide e se ne ricorda, e si trovava col prenominato barone, come addetto alla sua famiglia e compagno di viaggio.

a. 1222

L'anno 1222 furono colmate dai Bolognesi e Faentini le fosse della città di Imola, e ne furon portate le porte a Bologna. E lo stesso anno, a Reggio si sentì una fortissima scossa di terremoto, mentre Nicolò Vescovo di Reggio predicava nella chiesa maggiore di S. Maria; e fu sentito anche per tutta Lombardia e Toscana, e fu detto specialmente terremoto di Brescia, perchè ivi si fece sentire più terribilmente; sicchè fuggiti i Bresciani dalla città, se ne stavano all'aperto sotto padiglioni per non morire sepolti sotto le ruine delle case. E ne ruinarono molte case, torri e castelli de' Bresciani; i quali poi si erano tanto addomesticati con quel terremoto, che quando cadeva il pinacolo d'una torre, o una casa, stavano a guardare e scrosciavano dalle risa. Onde un tale disse in versi:

Mille ducentis viginti Christe duobus,

Postquam sumpsisti carnem, currentibus annis

Talia fecisti miracula Rex benedicte:

Stella comis variis augusti fine refulsit;

Septembris pluvia vites submersit et uvas,

Destruxitque domos, fluvii de more rapacis;

Lunaque passa fuit eclypsim mense novembris;

Christi natalis media quasi luce diei

Terra dedit gemitus rugiens, tremuitque frequenter;

Tecta cadunt, urbes quassantur, templa ruerunt;

Exanimes dominos fecerunt moenia multos;

Flumina mutarunt cursum repetentia fontes.

L'anno mille e dugento e venti e due

Dacchè vestisti le mortali spoglie,

Queste rifulser maraviglie tue,

O Re di quanto in terra e in ciel s'accoglie.

L'arso Lion suo regno al fin volgea

E il crin chiomata stella all'aura sciolse;

La vergine dal grembo acque scotea

E i tralci e l'uve ne percosse e tolse;

E l'onde in fiume accolte, alto, vorace,

Del colono atterraro il dolce albergo;

Vide lo Scorpio la notturna face

Ritrarsi oscura della terra a tergo;

E in mezzo al dì che a noi ti fe' palese,

Scossa tremò fra gemiti la terra,

Mugghiò, ruggì a lunghe e più riprese

Come ne fosse ogni elemento in guerra.

Case crollar, crollar cittadi e tempi;

Su l'ospite l'ostel di sè fe' monte,

E i fiumi ancor con inauditi esempi

Fuggir ritrosi a ricercar lor fonte.

Mia madre era usa a dirmi che quando tirò quel terremoto io era nella mia cuna: ed essa si pigliò le mie due sorelle, ciascuna sotto un'ascella, perocchè erano piccine. E, lasciato me nella cuna, corse a casa di suo padre, sua madre e suoi fratelli, per timore, come essa diceva, che le cascasse addosso il battistero, che era lì accanto a casa mia. E perciò io non l'amava tanto caramente perchè doveva curarsi più di me, come maschio, che delle femmine. Ma essa diceva che le poteva portar meglio perchè grandicelle.

a. 1223

L'anno 1223 il 1º di Maggio i Mantovani sorpresero i Cremonesi, che conducevano quasi cento barche onerarie cariche di sale, e le posero a guasto e a ruba e le colarono in un fondaccio del Bondeno[15].

a. 1224

L'anno 1224 i Mantovani vennero con navi ad assediare la strada Reggiana nelle paludi e sopra la Tagliata e fecero cataste di legne per abbruciare i ponti e le navi, che erano in Ranfreda[16]. E fu allora che morì Giacomo da Palù, il quale fu cagione di gran discordia tra que' da Palù e[17] que' da Fogliano.

a. 1225

L'anno 1225 si fece una tregua tra' Reggiani e Mantovani per intromissione di Ravanino Bellotti di Cremona Podestà di Reggio.

a. 1226

L'anno 1226 ai 4 di Ottobre, sabbato a sera, il beato Francesco istitutore e guida dell'Ordine de' frati Minori passò dal naufragio di questa vita alle sfere celesti; e fu sepolto la domenica in Assisi, fregiato delle Stimmate di Gesù Cristo, vent'anni dopo il principio della sua conversione. Perocchè cominciò l'anno 1207 sotto Innocenzo III Papa, di cui si canta:

Coepit sub Innocentio,

Cu sumque sub Onorio

Perfecit gloriosum.

Succedens his Gregorius

Magnificavit amplius

Miraculis formosum.

Raggiar vide Innocenzo l'alma stella,

Che sotto Onorio il ciclo ognor più bella

Compì gloriosa.

Gregorio a lor successe, e a niun secondo,

Per opre e per virtù mostrolla al mondo

Maravigliosa.

Parimente l'anno stesso morirono nel territorio di Canossa Ugolino da Fogliano[18] e Guido da Baiso[19].

a. 1227

L'anno 1227 fu gran caristia di biade e di ogni vittovaglia, sicchè lo staio del frumento si vendeva 12 sino a 15 soldi imperiali correnti; lo staio della spelta 5, 6 soldi imperiali; lo staio della melica 8 soldi imperiali, e la libbra di carne di maiale 12 soldi imperiali.

a. 1228

L'anno 1228 i Bolognesi col loro carroccio andarono attorno al castello di Bazzano[20], e contro loro corsero i Modenesi, i Parmigiani e i Cremonesi, e misero a fuoco le terre de' Bolognesi, e arrivarono sino nell'alveo del Reno, ove abbeverarono i loro cavalli. E quando tornavano indietro passando per Strada, i Bolognesi andarono loro incontro nella contrada di S. Maria in Strada[21], e s'ingaggiò tra loro un fierissimo combattimento, onde molti ne furon morti dell'una e dell'altra parte. Nel detto anno, mentre i Bolognesi stavano attorno a Bazzano, i Modenesi, Parmigiani e Cremonesi presero e bruciarono Piumazzo[22]. L'anno stesso, il dì di S. Cristoforo, cominciò a nevicare smodatamente; e sino a quel giorno era stato un sì bel tempo, e l'inverno tanto caldo che le strade ne erano polverose. E nel detto anno fu celebrata la prima messa nella chiesa della S. Trinità di Campagnola dal Cardinale Ugolino, che era direttore, protettore e censore dell'Ordine de' frati Minori, e facente funzioni di Legato in Lombardia. E morì Onorio; e l'anno stesso fu eletto Papa il prenominato Cardinale Ugolino d'Anagni, e fu chiamato Papa Gregorio IX. Questo Gregorio distrusse cinque volumi di decretali, e ne serbò materia per uno solo. Costui fu eziandio lungo tempo in rotta coll'Imperatore Federico II, che fece tanti danni a quella Chiesa di Dio, che lo aveva allevato e coronato; sicchè per poco sotto il prenominato Papa la nave di Pietro non ebbe a naufragare. Questo è quel che disse dei Pontefici romani l'abbate Gioachino, cioè che alcuni avranno a usar gran forza per tener testa ai Principi, altri passeranno i loro giorni in pace. Di fatto Alessandro III, Innocenzo III, Gregorio IX, e Innocenzo IV ebbero molte e dure lotte coi Principi della terra; Onorio III, Alessandro IV, e Clemente IV vissero in pace. Così il patrimonio di S. Pietro fu quasi tutto occupato dall'Imperatore Federico; e per la nequizia dell'Imperatore stesso molti prelati e Cardinali corsero molti pericoli in terra e in mare. Anche l'Ungheria in quell'anno fu assai devastata dai Tartari[23] e dai Cumani[24]. Questo Papa inoltre scomunicò i Greci perchè hanno un'erronea opinione intorno all'origine dello Spirito Santo, e perchè non vogliono obbedire al Capo della santa romana Chiesa. Lo stesso anno ai 16 di Luglio il beato Francesco fu ascritto all'albo dei Santi e fu canonizzato dallo stesso Papa, che canonizzò anche la beata Elisabetta, figlia del Re d'Ungheria e moglie del Langravio di Turingia, la quale, tra altri innumerevoli miracoli...... risuscitò 16 morti e diede la vista ad un cieco nato, e dal suo corpo sino ad oggi si vede stillare olio. Questa Santa, dopo la morte del marito, visse sotto l'obbedienza de' frati Minori, dei quali fu sempre devota.

a. 1229

L'anno 1229 i Bolognesi assediarono nel mese d'Agosto il castello di S. Cesario[25], e lo presero sotto gli occhi stessi de' Parmigiani, Modenesi e Cremonesi, che ivi erano co' loro eserciti. Perocchè i Bolognesi s'erano fatto un trincieramento, sicchè quelli che erano di parte contraria, non potevano avvicinarvisi. Vi fu però una notte gran combattimento tra loro e i Bolognesi. Ma questi avevano sui carri manganelle, arnesi fino allora inusati ne' combattimenti, e scagliavano sassi contro il carroccio de' Parmigiani e contro le milizie loro alleate. Perciò il carroccio restò senza uomini a difenderlo, tranne Giacomo Boveri, a cui gridando i suoi che discendesse per non restare ucciso, esso se ne gloriava dicendo di morir volentieri ad onore del Comune di Parma. Ma l'Ecclesiaste VI dice: Non essere stolto per non morire fuori del tuo tempo. — Perocchè è prudenza temere tutto ciò che può avvenire, dice S. Girolamo. Tuttavia non restò ucciso, perchè il carroccio de' Parmigiani fu prontamente soccorso dai Cremonesi; chè Parmigiani e Cremonesi si amavano allora intimamente. Difatto in un altro combattimento, quando i Cremonesi ritornando dal Reno s'incontrarono co' Bolognesi e s'azzuffarono e furono sconfitti presso S. Maria in Strada, ebbero prontissimo aiuto dai Parmigiani, che pur essi tornavano dal Reno. Noto che in questa guerra si aveva anche fanteria, ma al combattimento presso Santa Maria in Strada non prese parte che la sola cavalleria. Nella battaglia.... a S. Cesario.... morì Bernardo di Oliviero di Adamo parmigiano, giudice facondo, e valente guerriero. La sua salma fu trasportata a Parma e posta nel battistero che era presso casa sua, e vi si lasciò sul feretro sino a che vi si raccolsero attorno i parenti e gli amici; poscia fu deposta nel suo monumento davanti alla porta della chiesa di S Agata[26], che è una cappella contigua alla chiesa Maggiore di Parma sul fianco meridionale. Questi era cugino di mio padre da parte di fratello; perocchè erano figli di due fratelli. E mio padre era Guido di Adamo, bell'uomo e robusto, che una volta, prima che io nascessi, andò oltre mare per la liberazione di Terra Santa, a tempi di Baldovino conte di Fiandra, della cui spedizione ho già parlato più sopra. Ed ho saputo da mio padre che altri lombardi in quelle contrade d'oltremare interrogavano gli indovini intorno allo stato delle loro famiglie, ma che egli non volle mai interrogarli; e quando tornò, trovò casa sua in tale stato che era una consolazione; e gli altri tutto di tristo trovarono, come avevan detto gli indovini. Da lui ho saputo anche che per bello e per buono fu lodato assai, sopra quanti ne aveva la sua compagnia, quel suo destriero, che seco condusse in Terra Santa. Mi raccontava poi anche che quando si ponevano le fondamenta del battistero, egli di sua mano vi pose pietre commemorative; e che ove fu edificato il battistero, ivi erano le casamenta de' miei parenti, i quali, dopo l'atterramento delle loro case, andarono a Bologna, ove ottennero la cittadinanza, e vi si chiamavano que' della Cocca. Quelli però del mio casato in antico si chiamavano Grenoni, come ho trovato in vecchie pergamene; poi sono stati detti di Adamo. Vi furono altri in Parma detti Greloni, scritto coll'l, che abitavano in co' di ponte, sulla strada che va a Borgo San Donnino, i quali davanti alla porta di casa avevano un olmo diventato famoso, e si diceva l'olmo di Giovanni Grelone. Quando dunque si dice che Oliviero Grenoni fondò il consorzio di S. Maria in Parma, fu Oliviero di Adamo, padre del giudice sunnominato. Imperocchè Adamo Grenoni ebbe due figli; l'uno detto Oliviero di Adamo; l'altro Giovanni di Adamo. Di Oliviero di Adamo nacquero due figli, cioè: Bernardo di Oliviero il sunnominato giudice, e Rolando di Oliviero. Da Bernardo di Oliviero poi vennero Leonardo, Emblanato, Bonifazio e Oliviero, quattro maschi; e quattro femmine, cioè: Aica, che è monaca di S. Paolo, Ricca, e Romagna, che è suora a Bologna nel monastero di S. Chiara, e Mabilia che morì nubile. Da Rolando di Oliviero nacquero sei figli: Bartolomeo, Francesco, Oliviero, Guido, Pino e Rolandino; e due figlie: Mabilia e Alberta. Giovanni di Adamo poi ebbe due figli, cioè: Adamino, che diventò uomo valente, cortese, splendido, e non lasciò figli; e Guido di Adamo, che ebbe quattro figli; primo de' quali fu Guido di Adamo, che stette sino alla morte nell'Ordine de' frati Minori. Questi ebbe per moglie una nobil donna di nome Adelasia, figlia di Gerardo Baratti; d'onde ebbe una figlia sola detta suor Agnese. Ambedue, madre e figlia chiusero lodatamente i loro giorni nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma. Frate Guido poi nel secolo fu marito, padre e giudice, e nell'Ordine de' frati Minori fu sacerdote e predicatore. Questi Baratti si recano a gloria la loro parentela colla Contessa Matilde, e si vantano d'aver quaranta del loro casato sotto le armi a servizio del Comune di Parma. Il secondo figlio di Guido di Adamo fu Nicolò, che morì ragazzo, secondo quel detto: Fu tronco lo stame di vita mia mentre era ancora in orditura. Il terzo figlio fu quell'io che scrive, frate Salimbene, che giunto al bivio della lettera pitagorica[27], cioè al terzo lustro compito, sendo che tre lustri chiudono il ciclo delle indizioni, mi feci frate dell'Ordine de' Minori, nel quale vissi molti anni sacerdote e predicatore, e molte cose vidi, e abitai in molte provincie, e molte cose imparai. Nel secolo io era chiamato da alcuni Baliano di Saetta, e volean dire di Sidone, dal nome del prenominato personaggio, che mi fu padrino al fonte battesimale; ma i compagni mi chiamavano Ognibene; e con tal nome fui ammesso nell'Ordine per un anno intero. Andando poi dalla Marca d'Ancona ad abitare in Toscana, e passando per la città di Castello[28], trovai in un romitaggio un nobile frate, antico e pieno d'anni e di meriti, che aveva nel secolo quattro figli militari, ed era stato come mi disse, l'ultimo frate che il beato Francesco aveva vestito e ricevuto nell'Ordine. Questi all'udire ch'io avevo nome Ognibene, rimase stupefatto e disse: Figlio, nessuno è buono, tranne Dio solo. Del resto tuo nome sia frate Salimbene, perchè tu bene salisti, entrando in religione. E me ne rallegrai, intendendo che era mosso da ragioni, e vedendo che mi si imponeva il nome da così santo uomo. Però non ebbi quel nome che mi sarebbe stato tanto caro. Io avrei voluto esser chiamato Dionigi, non solo per reverenza a quell'esimio dottore, che fu discepolo dell'Apostolo Paolo, ma anche perchè nacqui il dì di S. Dionigi. E così ebbi a vedere l'ultimo frate, che il beato Francesco ricevette nell'Ordine, dopo il quale altri nessuno ricevette, nè vestì. Vidi anche il primo, cioè frate Bernardo di Quintavalle, col quale ho coabitato un inverno nel convento di Siena; e fu mio intimo amico, e raccontava a me e ad altri giovani molte e grandi meraviglie del beato Francesco: e da lui imparai molte e buone cose. Mio padre, durante tutta vita sua, si dolse del mio ingresso nell'Ordine de' frati Minori; nè mai se ne racconsolò, perchè non aveva altro figlio da lasciare erede. Anzi, venuto a Parma allora l'Imperatore, a lui sporse querela che i frati Minori gli avessero rapito il figlio. Perciò l'Imperatore scrisse a frate Elia ministro Generale dell'Ordine de' Minori che, se tenevasi cara la sua grazia, lo esaudisse restituendo me a mio padre. Perocchè era stato frate Elia, che mi aveva ricevuto nell'Ordine, quando l'anno 1238 egli, mandato da Papa Gregorio IX, andava a Cremona dall'Imperatore. Allora mio padre corse ad Assisi[29] ove era frate Elia, e gli presentò la lettera dell'Imperatore, che cominciava così: Per mitigare il dolore di Guido di Adamo, nostro fedele, ecc. E frate Illuminato, che era in quel tempo segretario di frate Elia, e trascriveva in un quaderno a parte tutte le lettere più cospicue, che i principi della terra inviavano al ministro Generale, mi fece vedere una tal lettera, quando in processo di tempo ebbi ad abitare seco nel convento di Siena. Questo frate Illuminato fu poi anch'esso ministro della provincia di S. Francesco, e poi, fatto vescovo di Assisi, ivi morì. Frate Elia, letta la lettera dell'Imperatore, scrisse subito ai frati del convento di Fano, dove io abitava, che, se non si violentasse la mia volontà, in virtù di santa obbedienza, senza frappor tempo in mezzo, mi restituissero tosto a mio padre; ma che però se io non volessi ritornare con mio padre, mi tenesser caro come la pupilla del loro occhio. Arrivarono pertanto con mio padre molti cavalieri vicino al luogo ove era il convento di Fano per veder la cosa finire. Ai quali io fui fatto spettacolo; ma per me fu causa della mia salute. Radunati adunque i frati con que' secolari in capitolo, e dette molte parole dall'una parte e dall'altra, mio padre tirò fuori la lettera del ministro Generale, e la mostrò ai frati. E, lettala, frate Geremia custode del convento, a udita di tutti, rispose a mio padre: Signor Guido, noi non siamo insensibili alla voce del vostro dolore, e siamo pronti ad obbedire alla lettera del padre nostro. Or dunque vostro figlio è qui; l'età gli conferisce il diritto di disporre di se stesso; parli; interrogatenelo. Se vuol venir vosco, in nome del Signore ei se ne venga; ma se non vuol venire, noi non possiamo fargliene violenza. Mio padre allora mi domandò se io volessi ir seco. A cui io risposi; No; perchè il Signore dice in Luca IX: Niuno, il quale, messa la mano all'aratro, riguarda indietro, è atto al regno di Dio. E mio padre soggiunse: Tu non ti curi di tuo padre, nè di tua madre, che sono afflitti per te da tanti dolori. Ed io replicai: Veramente non me ne curo, perchè il Signore dice in Matteo X: Chi ama padre e madre più che me, non è degno di me. E anche di te dice: Chi ama figliuolo, o figliuola più di me, non è degno di me. Tu devi dunque, o padre mio, dare ascolto alla voce di colui, che fu appeso alla croce per conquistarci la vita eterna. Imperocchè è quel desso che dice in Matteo X: Io son venuto a mettere in discordia il figliuolo contro al padre, e la figliuola contro alla madre, e la nuora contro la suocera. Ed i nemici dell'uomo saranno i suoi famigliari stessi. Ogni uomo adunque, che mi avrà riconosciuto davanti agli uomini, io altresì lo riconoscerò davanti al padre mio, che è ne' cieli; ma chiunque mi avrà rinnegato davanti agli uomini, io altresì lo rinnegherò davanti al padre mio, che è ne' cieli. E se ne meravigliavano i frati, e ne godevano ch'io dicessi tali cose a mio padre. Il quale disse ai frati: Voi feste incantesimo al figlio mio, e lo traeste in inganno inducendolo a non fidare in me. Moverò contro voi nuove querele all'Imperatore e al ministro Generale. Del resto permettetemi di parlare col figlio mio in disparte e senza che voi siate presenti; e vedrete che incontanente verrà con me. E i frati acconsentirono ch'io parlassi con mio padre all'infuori della loro presenza, perchè pel linguaggio già tenuto da me, fidavano sulla mia fermezza. Ascoltavano però di dietro a una parete i discorsi che tra noi due si alternavano; e tremavano come giunchi in acqua per timore che mio padre co' suoi blandimenti mi piegasse. E non solo temevano per la salute dell'anima mia; ma eziandio perchè il mio ritiro poteva dare motivo ad altri di non entrare nell'Ordine. Disse adunque mio padre a me: Figlio mio diletto, non prestar fede a questi pisciintonaca di frati (cioè che scompisciano le tonache), che ti fecero inganno; ma vienne meco, e te ne darò ogni mio avere. Ma io risposi: Vanne, vanne, o padre mio. La sapienza dice ne' Proverbi III: Non impedire di fare il bene a chi lo può: se puoi fallo anche tu. E il padre mio colle lagrime agli occhi mi rispondeva dicendo: Che avrò dunque a dire alla madre tua, che è per te in continua afflizione? E gli replicai: Le dirai da parte mia: Il padre mio e la madre mia mi abbandonarono; ma il Signore mi accolse tra le sue braccia. Ed il Signore dice anche in Geremia III: Tu mi chiamerai padre, e non cesserai di venire dietro a me. E in Geremia III: È un bene per quell'uomo, che si sarà sottomesso a disciplina sino dalla sua adolescenza. Udendo mio padre queste risposte, e disperando del mio ritorno a casa, si gettò a terra al cospetto dei frati e dei secolari, che l'avevano accompagnato, e disse: Vanne a mille diavoli, maledetto figlio, e teco venga questo tuo frate, che è qui teco, e t'ha ingannato. La mia maledizione pesi sopra di voi in perpetuo, e vi getti in potere degli spiriti infernali. E si partì oltremisura turbato. Ma noi ne restammo assai consolati ringraziandone Iddio e dicendo: Quelli ne malediranno, e tu ne benedirai. Perocchè chi è benedetto sopra la terra, sarà benedetto in seno a Dio, e così sia. Si ritirarono pertanto anche i secolari assai bene edificati della mia costanza. Ma anche i frati se ne rallegrarono vivamente, perchè il Signore aveva mostrato la sua potenza per mezzo di me suo fanciullo; e conobbero la verità di quelle parole del Signore, che dice in Luca XXI: Mettetevi adunque in cuore di non premeditare come risponderete a vostra difesa; perciocchè io vi darò bocca e sapienza, alla quale non potranno mai contrastare, nè contradire tutti i vostri avversari. La notte susseguente poi me ne ricompensò la Vergine Beata. Mi pareva di essere in preghiera chinato a terra davanti l'altare, e udii la voce della beata Vergine, che mi chiamava. Alzata la fronte, vidi la beata Vergine seduta sull'altare, nel luogo appunto in cui si colloca l'ostia e il calice. E aveva il suo bambino in grembo, e me lo sporgeva dicendo: Accostati e sta sicuro, e bacia il figlio mio, cui tu ieri riconoscesti al cospetto degli uomini. Ma standomi io in atteggiamento di timida reverenza, vidi che il bambino stendeva le braccia festosamente aspettandomi. Fidente allora nella festevolezza e nella innocenza del bambino, non meno che in tanta degnazione della madre sua, m'accostai, e lo abbracciai, e lo baciai; e la madre sua benigna per buon tratto me lo lasciò tra le braccia. Ma non potendo soddisfare intera l'insaziabilità della mia brama, la beata Vergine mi benedisse e soggiunse: Vanne, figlio diletto, e riposa, chè i frati che si alzano pel mattutino non ti trovino qui con noi. Posai, e la visione disparve; ma nel mio cuore ne rimase una ineffabile dolcezza; e veramente confesso che non ebbi mai nel secolo a provare tanta delizia. Il che mi fece riconoscere la verità di quel detto della scrittura, che dice: Per chi gusta lo spirito, non han sapore le cose carnali. In quel torno, mentre io era ancora in Fano, vidi in sogno che un figlio di Tommaso Armari parmigiano uccideva un monaco, e contai il sogno al mio frate. Dopo pochi dì passava da Fano Amizone Amici, che andava in Puglia a prender dell'oro, e venne al convento de' frati, e mi fece visita perchè era un noto mio buon amico e vicino. E allora, girando col discorso alla larga, arrivai a domandare che fosse di quel tale (si chiamava Gerardo de' Senzanesii), e mi disse: Gran guaio gli pende sul capo, perchè l'altro dì ha ucciso un monaco. D'onde conoscemmo che talvolta i sogni sono veridici. Così pure intorno a quel tempo, quando mio padre passò da Fano per andare ad Assisi, i frati nascosero me e il mio frate per più giorni in casa di Martino di Fano, dottore di leggi; ed il suo palazzo era a mare. E talora veniva da noi, e con noi parlava di Dio e della divina Scrittura, e sua madre ne serviva il pranzo. Io poi, in processo di tempo, cioè quando Giacomo de' Penazzi era Podestà di Reggio e di Sesso, avuta autorità di eleggere un savio di qual paese mi piacesse, che accordasse in una certa questione Reggiani e Bolognesi, memore del beneficio ricevuto elessi lui. I Reggiani ne furono ben soddisfatti, ed egli ebbe poi stipendio da' Modenesi per insegnar leggi in Modena. In seguito, forse due anni dopo, i Genovesi lo elessero loro Podestà. Compiuto il tempo di questo suo ufficio, entrò nell'Ordine de' frati Predicatori, e vi chiuse lodata la sua vita. Perocchè ardeva a que' dì nella sua terra natale una gran guerra. E mentre viveva ancora nell'Ordine de' Predicatori, alcuni lo nominarono vescovo della sua città. Ma i Predicatori non volendolo perdere, non gli permisero di accettare l'episcopato. Io gli feci visita a Rimini nel convento de' Predicatori; e congratulandomi secolui e rallegrandomene, dissi: Tu hai fatto ora quello che una volta disse il Patriarca Giacobbe, cioè: È giusto che talvolta io provvegga anche a casa mia. Ed ebbe molto a grado questa citazione, e volle notarla. Egli sarebbe entrato nell'ordine de' frati Minori, se non ne l'avesse dissuaso il nostro confratello Taddeo di Buoncompagno, il quale essendo vessato dai frati perchè restituisse il mal tolto, se voleva essere riammesso in convento, disse a Martino: Tanto faranno anche a te se entrerai nell'Ordine. E così Martino per timore si diede all'Ordine de' Predicatori; e forse fu meglio per lui e per noi. A quel tempo stesso frate Elia avendo saputo ch'io aveva mostrata fortezza di proposito e m'era fermato nell'Ordine, mi mandava un saluto e un segno della sua grazia, notificandomi che se mi fosse piaciuto abitare in qualche altra provincia dell'Ordine, glielo facessi sapere, chè egli avrebbe subito disposto ch'io andassi dove volessi. E gli feci conoscere che avrei desiderato appartenere alla provincia di Toscana. Erano allora meco in convento a Fano due frati Toscani, dal cui consiglio mi lasciai guidare: ed erano frate Vitale da Volterra, che era ripetitore di frate Umile da Milano nostro lettore; e frate Mansueto da Castiglione Aretino, che diventarono poi lettori e uomini di gran valore nell'Ordine. E siccome il convento dei frati Minori di Fano era fuori di città a mare, e mio padre aveva promesso denaro ai corsari d'Ancona se mi rapissero, trovandomi a passeggio sulla spiaggia, come anche n'avea promesso ai famigli del Podestà di Fano, che erano venuti là da Cremona, io andai per una quaresima ad abitare nel convento di Jesi, finchè dopo Pasqua arrivò la lettera del ministro Generale. Jesi è la città, ove è nato l'Imperatore Federico, il quale, corse fama, che fosse figlio di un beccaio di Jesi; perchè donna Costanza Imperatrice era molto innanzi negli anni[30] quando l'Imperatore Enrico la sposò; nè, a quanto si dice, ebbe mai altro figlio nè figlia che questo. Laonde si diffuse voce che, ricevutolo dal padre vero dopo una simulata gravidanza, se lo pose sotto per farlo credere partorito da lei. E tre cose mi persuadono che sia vero: 1. perchè ricordo d'aver letto che ciò fecero più altre donne; 2. perchè Merlino scrisse di lui: Federico II di nascita insperata e miracolosa; 3. perchè Re Giovanni, che fu Re di Gerusalemme e suocero dell'Imperatore, un dì con animo irato e ciglia agrottate, in sua lingua francese, lo chiamò figlio di un beccaio, perchè voleva uccidere Gualterotto suo consanguineo. E perchè non poteva avvelenarlo, gli era necessità ucciderlo di spada, quando sedesse a giocare agli scacchi coll'Imperatore, perchè questi temeva che non avvenisse caso, in cui il regno di Gerusalemme si devolvesse a Gualterotto. Re Giovanni lo seppe; e andò, prese per un braccio il nipote, che giocava coll'Imperatore, lo tirò lungi dal tavolo del gioco, e bruscamente nel suo francese lanciò all'Imperatore questo rimprovero: Figlio d'un diavolo di beccaio. E l'Imperatore s'intimidì, e non osò risponder verbo; perocchè Re Giovanni era alto di statura e tarchiato, e robusto e destro a battersi, tanto da essere creduto un altro Carlo figlio di Pipino. E quando in guerra colla clava ferrata batteva colpi a destra e a sinistra, fuggivano i Saraceni dal suo cospetto, come se avessero visto il diavolo, o un leone all'assalto per divorarli. Di fatto a suo tempo correva voce che non vi fosse soldato migliore di lui. Laonde in lode sua e di maestro Alessandro, che era il più dotto chierico del mondo, e apparteneva all'Ordine de' frati Minori, ed insegnava a Parigi, fu composta una canzone parte in francese e parte in latino, ch'io stesso cantai molte volte, e incominciava così: Avent tutt mantenent n.... piz. Questo Re Giovanni, quando i suoi gli vestivano le armi prima di andare alla battaglia, tremava come giunco in acqua; ed interrogato talvolta perchè tremasse, egli che in guerra era robusto e poderoso combattente, rispondeva che del corpo suo non si pigliava pensiero; ma temeva che non fossero giusti i conti dell'anima sua con Dio. Questo è quello che dice la Sapienza ne' Proverbi 28: Beato l'uomo che si spaventa del continuo; ma chi indura il suo cuore caderà nel male. E l'Ecclesiastico 18: Il sapiente teme sempre. Anche S. Girolamo dice: È prudenza temere tutto ciò che può accadere. Ma i peccatori temono quando non c'è ragion di temere; e quando c'è di che temere (cioè l'offesa di Dio) allora non temono, siccome temeva Giobbe, che di sè stesso diceva 31: Perocchè temei sempre Dio come una piena di acque sospesa sopra di me, e la maestà di Lui non poteva io sostenere. Tale fu Re Giovanni. Perciò gli accadde ciò che dice l'Ecclesiastico 33: A chi teme il Signore nulla avverrà di male, ma nella tentazione Iddio lo salverà e lo libererà dai mali. E così fu. Perocchè si fece frate Minore, e sarebbe stato nell'Ordine per tutta vita sua, se la vita gli avesse data lunga Iddio. Lo ammise all'Ordine, e gli fece la vestizione il ministro della Grecia frate Benedetto di Arezzo, santo uomo. Questo Re Giovanni fu avo materno del Re Corrado figlio dell'Imperatore Federico. Un'altra figlia di Re Giovanni si maritò con Baldoino Imperatore di Costantinopoli, dopo la cui morte Re Giovanni fu Balì dell'impero pel nipote ancor minore. Quando questo Re Giovanni sguainava la spada e nel forte della pugna si infiammava, nessuno osava star di piè fermo al suo cospetto, ma lo fuggivano vedendo quanto vigoroso e prode guerriero ei fosse. A cui si può applicare quel che di Giuda Macabeo leggiamo I. 3: Egli nel suo fare era simile ad un leone, e ad un lioncello che rugge veggendo la preda. Ricevuta adunque la lettera di frate Elia ministro Generale, partii per la Toscana, e vi abitai ott'anni; due a Lucca, due a Siena, quattro a Pisa. Nel primo anno della mia dimora a Lucca scadde da ministro Generale frate Elia, e fu creato frate Alberto da Pisa. E il sole si ecclissò, come vidi io co' miei occhi, nel mattino dei 3 Giugno a nona 1239. Quando io abitava in Pisa era giovinetto, e mi condusse una volta a cerca del pane un certo frate laico, sporco e d'animo leggero, ed era Pisano, che poi andato ad abitare nel convento di Fiesole, non so per quale follia o disperazione si gettò nel pozzo, d'onde lo estrassero i frati; ma pochi giorni dopo, sparve, e non fu possibile rinvenirlo in nessuna parte del mondo. Perciò i frati sospettarono che se l'avesse portato via il diavolo; egli se lo saprà. Essendo io dunque secolui in Pisa, e andando insieme colle nostre sporte a questua di pane, c'imbattemmo in un cortile, nel quale entrammo tutt'e due; ed eravi una vite frondosa, tutta distesa al di sopra, il cui verde era dilettevolissimo a vedere, e sotto all'ombra era una soavità a riposare. Ivi erano leopardi e molte altre fiere d'oltremare, che lungamente guardammo, perchè ogni cosa nuova e bella si guarda volentieri. Eranvi anche fanciulli e fanciulle di età già idonea, a cui la ricchezza delle vesti, e l'avvenenza del volto aggiungevano ornamento ed amabilità. Ed avevano in mano, sì gli uni che le altre, violoni, viole, cetre e diversi altri strumenti musicali, da cui traevano dolcissimi suoni, e li accompagnavano con una mimica appropriata. Ivi nessuno si moveva, nessuno parlava: tutti ascoltavano in silenzio. E il canto era sì nuovo e delizioso e per le parole, e per la varietà delle voci e il metodo di cantare, che inondava il cuore di giocondità. Nulla dissero a noi; nulla noi dicemmo a loro. E la musica tanto vocale che instrumentale non cessò mai per tutto il tempo che ci fermammo là; e ci stemmo gran tempo e non sapevamo dipartircene. Non so (sallo Iddio) d'onde venisse tale apparato di tanta letizia; perocchè nè prima ne avevamo mai visto un simile, nè dopo ne fu mai dato vederlo. Usciti di là, mi venne incontro un uomo, ch'io non conosceva, e che si disse parmigiano; e cominciò a trattenermi, e a sgridarmi acremente, e ad insultarmi, e a dire: Vanne, vanne, o miserabile. Molti mercenarii in casa di tuo padre hanno abbondanza di pane e di carne; e tu vai di porta in porta a mendicare il pane da chi non ne ha, mentre tu potresti darne di tuo a molti poveri. Sarebbe meglio che tu ora sul tuo destriero caracollassi per Parma, e rendessi lieti i tristi, con torneamenti, e fossi spettacolo alle donne e solazzo agl'istrioni. Sappi che tuo padre è consunto dal dolore, e tua madre, perchè non può più veder te, che sei il suo amore, quasi più non ispera in Dio. A cui io risposi: Vanne tu, miserabile che sei, vanne; tu non sai di quelle cose, che sono di Dio, ma soltanto di quelle che sono degli uomini carnali. Ciò che dici, la carne e il sangue lo rivelò a te, non già il padre celeste. Invero consigliando tu tali cose, tu credi dir bene; ma non t'avvedi che sei misero, e povero, e cieco, e nudo. Perocchè dei peccatori del mondo dice la divina Scrittura: Camminarono al seguito della vanità, e diventarono vani. Vanità di vanità, dice la Sapienza, e tutto vanità. E altrove: Nella vanità s'affrettarono a venir meno i giorni e gli anni loro. E soggiunge Giobbe 21: Essi alzano la voce col tamburo e con la cetera; e si rallegrano al suon dell'organo; logorano la loro età in piacere, e poi in un momento scendono nel sepolcro. Ma perchè l'uomo animale non sente le cose che sono dello spirito di Dio (perocchè è stolto e non può intendere), udite queste mie parole, partì confuso per non saper che rispondere. Pertanto terminata la nostra questua, cominciai la sera a pensare e ripensare nella mia mente quelle cose che avevo vedute e udite, perchè se avessi avuto a vivere nell'Ordine cinquant'anni così questuando, non solo sarebbe stato per me troppo lunga carriera, ma eziandio una fatica che mi avrebbe fatto diventar rosso di vergogna, e sarebbe stata insopportabile alle mie forze. E per tali pensieri avendo passato quasi tutta la notte in veglia, quando piacque a Dio presi un po' di sonno, nel quale Iddio mi mandò una bellissima visione, che mi diede una consolazione, una giocondità, una dolcezza ineffabile. E allora conobbi che è necessario l'aiuto di Dio, quando più non può l'aiuto dell'uomo. E così mi pareva di andare da porta a porta in cerca del pane, come sogliono fare i frati; e camminava per via S. Michele di Pisa dalla parte dei Visconti; perchè dall'altra parte i mercanti parmigiani avevano una casa, ove ospitavano, detta dai Pisani Fondaco, e da quella mi teneva lontano, in parte per vergogna, non essendo io ancora bene fortificato in Cristo, e perchè chi teme Dio, nulla trascura; in parte perchè temeva di udirmi dire, a nome di mio padre, parole, che scuotessero il mio proponimento. E mio padre, vita sua durante, mi ha sempre tentato, mi ha sempre tese insidie per togliermi dall'Ordine di S. Francesco; nè mai s'è riconciliato meco perseverando sempre nella sua durezza. Scendendo poi dalla parte dell'Arno per borgo S. Michele, ecco che d'improvviso guardai e vidi il Figlio di Dio, che usciva d'una casa, e mi portava pane, e me lo poneva nella sporta. Altrettanto faceva la beata Vergine, altrettanto Giuseppe nutricatore del bambino Gesù, e che aveva sposata la beata Vergine, seguitando finchè fu terminata la cerca e piena la sporta. È di uso in quel paese che la sporta si lascia a pie' delle scale, coperta di un panno e il frate sale a domandare il pane, e' lo porta giù e lo ripone nella sporta. Quando poi fu terminata la cerca e piena la sporta, il Figliuol di Dio mi disse ecc.... La visione adunque or ora raccontata è vera, e nulla ha di falso; ma qualche osservazione vi si aggiunse relativa al questuare, quando maestro Guglielmo del Santo Amore fece un opuscolo, cui Papa Alessandro IV riprovò e distrusse, perchè in quello diceva che tutti i religiosi e predicatori della parola di Dio, che vivevano di limosina non potevano salvarsi. Dopo dunque la predetta visione, mi feci così saldo in Cristo, che quando venivano, mandati da mio padre, o istrioni, o cavalieri, di que' che si dicono di curia, per distaccare il mio cuore da Dio, io mi curava tanto di loro, come della quinta ruota del carro. Un giorno venne uno da me, e disse: Vostro padre vi saluta, e manda a dire che vostra madre vi vuole un giorno vedere anche a costo d'aver a morire il giorno dopo. E credette d'aver detto cosa più che potente a piegarmi. Ma sdegnato risposi: Partiti da me, o miserabile, perchè io non ti darò più ascolto. Mio padre è Amoreo[31]; mia madre è Cetea[32]. E ritirossi confuso, nè si vide più. Dopo otto anni passati in Toscana andai nella provincia di Bologna, ove fui ricevuto e fatto uno dei loro. E nel tempo che io abitava nel convento di Cremona, e l'Imperatore Federico, già deposto dall'Impero, si trovava a Torino in viaggio per Lione allo scopo di imprigionare il Papa coi Cardinali, come era comune opinione, ed il figlio di lui Enzo era coi Cremonesi all'assedio di Quinzano[33], castello dei Bresciani, Parma, la mia città natale, si ribellò all'Impero, e si diede in tutto alla Chiesa, e fu una domenica 16 Giugno 1247. E allora venni ad abitare a Parma, dove era Legato Gregorio di Montelungo, che poi resse molti anni la chiesa di Aquileia. E l'anno stesso essendo la mia città assediata da Federico Imperatore deposto, partii per Lione e vi arrivai il dì d'Ognissanti. E subito il Papa mandò cercandomi, e tenne meco in sua camera famigliare colloquio, poichè dal tempo della mia partenza da Parma sino a quel momento, nè eragli arrivato alcun messo, nè aveva ricevuto lettere. E mi fece molte grazie, esaudì cioè le mie suppliche, perchè era uomo cortese assai e liberale. Or diciamo ciò che resta della mia parentela. Il quarto figlio di mio padre, natogli da una concubina, che aveva nome Rechelda, fu chiamato Maestro Giovanni, ed era bell'uomo e prode guerriero. Questi uscì volontario da Parma, e fece adesione al partito imperiale. Ma poi pentitosene, fece il pellegrinaggio di S. Giacomo di Compostella, d'onde ritornando, di piena e sola sua volontà si fermò a Tolosa; e avutane la cittadinanza, prese moglie, da cui ebbe figli e figlie. In seguito poi malò, e, confessatosi dai frati, morì, e fu sepolto nel convento dei frati Minori di Tolosa. Egli era tanto cortese e liberale, che soccorreva di assai buon animo tutti gli italiani; li conduceva in casa sua e dava loro lauti banchetti; specialmente ai conoscenti, ai poveri ed ai pellegrini, i quali di ritorno poi mi riferivano queste cose. Inoltre mio padre ebbe tre figlie, belle donne e nobilmente maritate. La prima avea nome Maria[34]; la seconda Caracosa, che, mortole il marito, entrò nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma; e, dopo alcuni anni, si associò alcune suore del monastero di Parma, le condusse a Reggio, dove non erano monache dell'Ordine di S. Chiara, e fu loro Priora. Finalmente si fece esonerare dall'ufficio, e ritornò al monastero di Parma, ove finì lodatamente la sua vita. Ella fu donna amabile, saggia, onesta e cara tanto a Dio che agli uomini: l'anima sua riposi in pace. La terza mia sorella fu Egidia, dalla quale nacquero quattro figli, che morirono tutti, eccetto il primo, chiamato Andrea da Puzulesio, e fu gran legista. La madre di mio padre, mia nonna, aveva nome Ermengarda, donna saggia e morì centenaria. Con essa abitai quindici anni in casa di mio padre; e quante volte mi consigliò di schivare le male compagnie, e di farmene delle buone, e che fossi savio, morigerato e buono, altrettante essa sia benedetta da Dio; e sì che spesso lo faceva. Fu deposta nel sepolcro surricordato, comune a noi e a quelli del nostro casato. Tuttavia mio padre ebbe un monumento proprio e nuovo, in cui nessuno ancora era stato sepolto, nella piazza vecchia, davanti alla porta del battistero, essendo il primo già tutto occupato. La sorella di mio padre aveva nome Gisla, che, maritata, ebbe due figlie Crisopola e Vilana, espertissime nel canto. Il padre loro Martino di Ottolino degli Stefani fu uomo solazzevole, soave e giocondo e passionato di ber vino; abilissimo a cantare con accompagnamento di strumenti musicali; non però menestrello. Questi una volta gabbò e canzonò in Cremona maestro Gerardo Patecelo, che fece un libro intitolato i Tristi. E ben gli stette; se lo meritava. La madre di frate Guido, mio fratello, fu Gisla Marsilii, che furono in antico gentiluomini e potenti in Parma; e abitavano nella parte inferiore di piazza vecchia accanto all'episcopio; famiglia numerosa assai, e de' quali conobbi molti, e alcuni di loro vestivano di colore scarlatto, specialmente quelli che erano giudici. Io aveva anche parenti da parte di mia madre, che era figlia di Gerardo da Cassio, bel vecchio, e morto, credo, centenario, sepolto nella chiesa di S. Pietro. Ed ebbe tre figli: Gerardo che fece un libro intorno al comporre; perocchè fu gran maestro di stile nobile; Bernardo uomo senza lettere, ma semplice e puro; ed Ugo, uomo di lettere, giudice e assessore, solazzevole, che era sempre in compagnia dei Podestà essendo loro avvocato. Questi ebbe un figlio, che nell'Ordine de' frati Minori fu sacerdote e predicatore, letterato, onesto, costumato e buon religioso; e si chiamava frate Giacomo da Cassio, e morì in Sicilia, credo, a Messina. Mia madre poi aveva nome Imelda, umile, devota, limosiniera, e che spesso digiunava. Non fu mai vista in collera, non battè mai alcuna sua fantesca. D'inverno voleva sempre, per amore di Dio, tener qualche povera montanara a svernare in casa sua, e le dava vitto e vestito quantunque avesse sempre altre persone pel servizio della famiglia. Per lei Papa Innocenzo a Lione mi diede una lettera di ammissione all'Ordine di S. Chiara. Ne diede un'altra a mio fratello Guido, quando i Parmigiani lo mandarono inviato al Papa. Essa è sepolta nel monastero di quelle donne dell'Ordine di S. Chiara; e l'anima sua per grazia della misericordia di Dio riposi in pace; e così sia. Mia nonna, madre di mia madre, aveva nome Maria, bella e paffuta, sorella di Aicardo di Ugo di Aimerico, che furono in Parma giudici, ricchi e potenti, ed abitano presso la chiesa di S. Giorgio[35]. E rifacendomi più indietro dirò che Bernardo di Oliviero, e Rolando di Oliviero di Adamo, che erano due fratelli germani, la cui madre aveva nome Vitella, ch'io ho veduta centenaria, ebbero due sorelle, belle donne e saggie, ch'io ho conosciute: e l'una aveva nome Giacoma, che sposò Guido Pecorari, e non ebbe figli; l'altra Caracosa, che sposò Naimerio Panizzari, e le nacque un figlio, cui pose nome Gerardo, che fu poi a sua volta padre di molti figli e figlie. Il primo de' quali fu chiamato frate Giacomo oltremarino, perchè stette molti anni oltremare. Questi era figlio d'un mio cugino, e nell'Ordine de' frati Minori fu uomo di gran vaglia, sacerdote, predicatore, gran letterato, sapeva l'arabo, o saraceno, ed il francese. Nel ministero della prelatura fu uomo valente, onesto, buono e santo. Morì a Modena e fu sepolto nel convento de' frati Minori. Un altro fratello di lui aveva nome Bernardo. Degli altri non parlo. Prima loro sorella fu Avanza, donna bellissima, da cui nacque una figlia, che nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma, si chiama Caracosa onesta e devota. Seconda loro sorella fu Gisa, che ebbe due mariti e figli e figlie. Terza, Maria, bella donna, saggia, onesta, che morì nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Imola. Inoltre del mio casato nel monastero di S. Benedetto, tra il Po e il Larione[36], ove è sepolta la Contessa Matilde, nella diocesi di Mantova, vi fu un sacerdote, santo uomo e personaggio cospicuo, ch'avea nome Villano. Nel monastero poi di Brescello vi fu Corrado figlio di Bernardo, figlio di quel Leonardo giudice, da cui incominciammo, che morì in guerra, la cui donna avvenentissima fu Caracosa, prudentissima e sagacissima donna, che governò benissimo casa sua dopo la morte del marito, ed era della famiglia Zampironi. Ma io frate Salimbene e mio fratello Guido di Adamo, entrando in religione senza figli nè maschi, nè femmine, spegnemmo il nostro casato per riaccenderlo in cielo. E di renderlo luminoso si degni concedermelo Colui che vive e regna col Padre e collo Spirito Santo ne' secoli, de' secoli e così sia. Ecco che senza volerlo ho descritto la genealogia della mia famiglia; molti però ne ommisi per brevità sì antichi, che moderni. Ma, avendola cominciata, mi parve bene compirla per cinque ragioni: 1. perchè suor Agnese, mia nipote, che è nel monastero di S. Chiara in Parma, ove andò a chiudersi per amor di Gesù quando era ancora ragazza, mi pregò di tessere questa genealogia, perchè non aveva mai potuto aver contezza della madre di suo padre; e così da questa edotta, conoscerà da quali progenitori discende tanto per padre come per madre. Ed ora dalla suddescritta genealogia saprà che per padre discende da quelli che si denominavano di Adamo, e che in antico si appellavano de' Grenoni; per madre discende dai Baratti, i quali si biforcano in due casati. Perocchè vi sono i Baratti così detti i Negri, che parteggiarono per l'Impero; e vi sono i Baratti, chiamati i Rossi, che tennero sempre per la Chiesa, dai quali discendeva Suor Agnese, come più sopra è detto. E tutti questi Baratti, i Negri e i Rossi, nati da un sol ceppo, ossia da una sola radice, erano figli di due donne, l'una a nome Barattina, l'altra Ghibertina, di cui abbiamo scritto largamente più sopra... La seconda ragione della suddescritta genealogia è perchè suor Agnese sappia per chi debba pregare Iddio.... Il che si può dimostrare nei molti, che la morte rapì a nostri giorni. E tutti quelli, che ho nominati nella genealogia del mio parentado, li vidi tutti, eccetto pochi, nel breve giro di sessant'anni. Perocchè non ho visto Adamo de' Grenoni, che fu padre di mio nonno paterno; nè ho veduto i suoi due figli, Oliviero e Giovanni di Adamo, il quale ultimo fu mio nonno; nè Adamino figlio di lui, fratello di mio padre, militare, come anche Emblavato e Rolando di Oliviero; nè ho visto il monaco di S. Benedetto. Tutti gli altri che ho nominato, e conobbi, or non son più..... Diciamo ora perchè ho premesso queste cose. Ho visto a' miei giorni in molte parti del mondo molti casati spenti. E per non toglierne esempi di lontano, in Parma il casato di quei da Cassio, d'onde uscì mia madre, non ha più maschi. Il casato de' Pagani, ch'io conobbi gentiluomini ricchi e potenti, è spento. Così il legnaggio de' Stefani, famiglia numerosissima, ricca e potente, è sfumato..... Ora ritorniamo all'Ordine ed al corso della nostra storia, e ripigliamola là dove lasciammo. Dicemmo di sopra che nel 1229 nel mese d'Agosto i Bolognesi assediarono il castello di S. Cesario e lo presero sotto gli occhi stessi dei Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, che ivi erano co' loro eserciti, e che una notte vi fu gran battaglia tra loro e i Bolognesi. Furono allora portate via ai Bolognesi moltissime manganelle, ch'io ancor fanciullo vidi nella piazza vecchia di Parma, tra il battistero, l'episcopio e la facciata del Duomo. E quella battaglia fu combattuta accanitamente e con grande strage di fanteria e di cavalleria d'ambe le parti. I Bolognesi che ne restarono malconci, stanchi e affannati diedero le spalle al nemico, e fuggirono abbandonando sul campo il carroccio loro e quanto avevano. I Modenesi vollero torre il carroccio de' Bolognesi e tirarlo a Modena, ma i Parmigiani non acconsentirono, dicendo che non è bene fare ai nemici tutto il male che si può; e che tal cosa sarebbe un'onta incancellabile e provocativa di grandi mali. E i Modenesi accolsero il consiglio dei Parmigiani come di amici ed alleati; quindi lo mandarono in Piumazzo, castello de' Bolognesi, e ritornarono alla loro città. (È da sapere che nell'esercito de' Bolognesi, in detta battaglia, che fu combattuta contro i Parmigiani, i Modenesi e i Cremonesi, v'erano anche i Milanesi, i Piacentini, i Bresciani e tutti i Romagnoli). In questo esercito Pagano di Alberto di Egidio de' Pagani, che era Podestà di Modena, fece cavaliere suo figlio Enrico, e dissegli: Va, assalta il nemico, e battiti valorosamente. E così fece; ma sul principio della battaglia, ferito di lancia, grondava sangue dal suo corpo, come mosto da un bigoncio, a cui sia stato levato via lo zipolo, e poco dopo spirò. Saputolo suo padre, disse: D'aver fatto cavaliere mio figlio non son pentito, essendo morto battendosi da valoroso; e l'ho udito io dal padre stesso. Nel combattimento di S. Maria in Strada morì anche Zangaro Sanvitali di Parma, famoso cavaliere e gran guerriero. Della stessa famiglia morì pure nella battaglia di San Cesario Guarino gran soldato e dotto nell'armi, ed era cognato di Papa Innocenzo IV. Perocchè ebbe moglie una sorella di questo Papa, dalla quale gli nacquero sei figli ed una figlia, ch'io conobbi tutti, ed erano belli, robusti e paffuti. Il primo ebbe nome Ugo Sanvitali, il secondo Alberto, che fu molt'anni canonico del Duomo: poi fu molti anni l'Eletto (vescovo) della chiesa parmense. Non fu sacerdote, perchè non volle, e morì diacono, nè fu consacrato Vescovo. Fu sepolto nell'ala del Duomo dove soleva tenersi il carroccio, di dietro al coro dei Canonici, dalla parte del convento de' frati Minori; e Obizzo di Lavagna[37], che fu vescovo di Parma e zio di Papa Innocenzo IV è sepolto inferiormente. Questo Alberto, Eletto della chiesa parmense, era bell'uomo poco istruito, ma onesto. Fu mio conoscente ed amico, e mi disse che mio padre sperava di ottenere la mia uscita dall'Ordine de' frati Minori per mezzo di Papa Innocenzo. Ma la morte troncò ogni sua speranza. Papa Innocenzo conosceva mio padre, perchè era stato canonico della Chiesa parmense, ed era uomo di molta memoria; e mio padre abitava vicino al Duomo. Inoltre aveva maritata sua figlia Maria con Azzone fratello consanguineo di Guarino cognato del Papa; e perciò sperava che col mezzo dei nipoti del Papa, e della famigliarità che aveva col Papa stesso, questi m'avrebbe restituito a lui, specialmente perchè non aveva altri maschi. La qual cosa il Papa non avrebbe mai fatta; al più forse per consolare mio padre m'avrebbe conferito un vescovado, od altra dignità. Perocchè era uomo liberale assai, come appare nelle dichiarazioni fatte alla Regola de' frati Minori, e in altre molte cose. Teneva sempre seco gran numero di frati Minori, ai quali fabbricò anche un convento e una bella chiesa presso Lavagna, sua terra nativa, dove avrebbe voluto tenere sempre venticinque frati Minori, e li avrebbe provveduti di libri e d'ogni altra cosa necessaria; ma i frati Minori non vollero accettare, e il Papa lo diede ad altri religiosi. Questi a Lione in sua camera mi conferì l'ufficio di predicatore, mi assolvette da tutti i miei peccati, e mi fece molte altre grazie l'anno dell'Incarnazione del Signore 1247. Egli spogliò del vescovado di Parma frate Bernardo da Vizio, che era della famiglia Scotti, e creò l'Ordine dei frati di Martorano. Detto vescovado frate Bernardo avealo avuto da Gregorio di Montelungo Legato di Lombardia; e il Papa lo diede al ridetto Alberto proprio nipote. Papa Innocenzo IV favoreggiò molto i suoi parenti. Ed ebbe tre sorelle maritate a Parma, che gli diedero molti nipoti, a cui conferì grasse prebende, e secondo il grido del profeta: Hanno fatto Chiesa il loro parentado. Terzo figlio di Guarino fu Anselmo, bell'uomo, ma quanto all'armi inettissimo, come quello che era stato allevato nella corte romana in mezzo ai Cardinali, da cui apprese gli ozii e i costumi dei preti. Quarto fu Guglielmo, che aveva, quando morì, credo vent'anni. Era giovane di assai delicata coscienza, e voleva confessarsi almeno una volta la settimana. Quinto fu Obizzo II, che ora è vescovo di Parma, ma prima è stato molt'anni vescovo di Tripoli. Costui fu uomo quasi alla militare, e il suo carattere è come quello che più su abbiam fatto di Nicolò vescovo di Reggio. Perocchè era chierico coi chierici, religioso coi religiosi, laico coi laici, cavaliere coi cavalieri, barone coi baroni; gran barattiere, spenditore largo, liberale e cortese. In principio abusò di molte terre e possessioni della mensa vescovile, e le diede ad alcuni truffatori. Perciò fu accusato presso Papa Urbano da Ghiberto da Gente come barattiere, dissipatore e alienatore de' beni della mensa vescovile. Ma in processo di tempo ricuperò le terre alienate e fece molti restauri all'episcopio. Egli fu uomo di molta dottrina, specialmente nel diritto canonico, ed assai esperto nel ministero ecclesiastico. Conosceva il gioco degli scacchi, e teneva a bacchetta il clero secolare; e conferiva le parocchie a quelli, che gli facevano del bene. Amò i religiosi e specialmente i frati Minori. Fece però una bruttissima azione; perchè essendo egli vescovo di Tripoli, si dimise, e coll'aiuto del Cardinale Ottobono, che fu poi Papa Adriano, spogliò del vescovado di Parma maestro Giovanni di donna Rifida, che era Arciprete del Duomo, dotto in diritto civile ed ecclesiastico, e che molt'anni l'aveva insegnato, persona onesta e buona, e che cantava e predicava bene. Per di più era stato anche suo maestro di diritto canonico; ed era stato eletto regolarmente e canonicamente dagli altri canonici a Vescovo di Parma dopo la morte di Alberto suo fratello. Finalmente sesto ed ultimo figlio di Guarino, cognato di Papa Innocenzo IV, fu Tedisio, grosso, pingue e robusto. Sorella di tutti questi fu Cecilia, che stette molt'anni nel monastero di S. Chiara in Parma. Poi, tolta di qui, fu promossa a Badessa nel convento di Chiavari, fatto fabbricare a proprie spese presso Lavagna, sua terra, dal Cardinale Guglielmo, nipote di Papa Innocenzo: monastero ricchissimo ove abitano frati e suore dell'Ordine de' Minori. Questa Badessa Cecilia, colpita da Dio per la sua ruvidezza ed avarizia, finì malamente: ed ecco come. Frate Bonifacio dell'Ordine de' Minori, visitatore dei monasteri dell'Ordine di S. Chiara della provincia di Lombardia, aveva alcune donne da collocare nei monasteri; perocchè a Torino, città appartenente alla provincia di Lombardia, a cagione di guerre non potevano stare. E dopo averle allegate, eccetto due, in varii monasteri, con quelle due andò a Genova; ed una la collocò nel monastero di Genova col consenso delle suore e della Badessa; l'altra nel monastero di Chiavari col solo dissenso della Badessa. Ed ecco che subito mentre il visitatore stava a mensa in casa dei frati, che ivi abitavano, la Badessa con animo infuocato d'ira, e la fronte aggrottata, insorse contro la nuova ospite, dicendo ed ordinando alle suore di espellerla dal convento, perchè non voleva che in nessun modo dimorasse nel suo monastero. Ma le suore pregando la Badessa colle lagrime agli occhi per la nuova consorella, essa rispose: Ah! vilissime femmine; credete ch'io non abbia un perchè di ciò fare? Lo faccio per vostro bene, e per bene del nostro monastero. E presala per una mano, la cacciò fuori, operando secondo il detto di un poeta;

Turpius ejicitur, quam non

admittitur hospes.

All'ospite l'onor ben più si toglie

Se si discaccia, che se non s'accoglie

La suora espulsa si recò dunque e stette al cospetto del visitatore, che era a mensa in casa dei frati che ivi abitavano; e colle lagrime agli occhi gli riferì quanto le aveva detto la Badessa. Il visitatore, udite queste cose, si alzò turbato dalla mensa, andò e scomunicò la Badessa, perchè perseverando nella sua durezza chiudeva le viscere della pietà ad una sua consorella, che era stretta da dura necessità. E prendendo per mano la tribolata suora la consolò, e la ricondusse seco a Genova, e pregò la Badessa e le suore di quel monastero ad accoglierla per amore di Dio e suo, avendo già loro prima parlato della malignità, della durezza, dell'avarizia e della follìa della Badessa di Chiavari. Tali cose avendo udito le suore del monastero di Genova, si mossero a compassione della loro consorella, e la abbracciarono festosamente. In quel monastero poi vi era una suora vecchia molto e divota e di gran merito presso Dio, a cui dispiacque assai il contegno di quella Badessa verso una suora tribolata e già collocata in convento. Ed essendo già di quel dì sera avanzata, e le altre suore andate a letto, essa s'inginocchiò davanti all'altare, e con molte lagrime pregò Iddio....... Il visitatore mandò subito un messo velocissimo a Chiavari per sapere che cosa fosse accaduto a quella badessa: e la trovò morta, maledetta, scomunicata e senza assoluzione. Nell'intervallo tra la partenza del visitatore e l'arrivo del messo, Cecilia, Badessa di Chiavari, cominciò a malare gravemente e svenir di languore; e soffrendo dolori di più maniere, si pose a letto, si ridusse agli estremi, e cominciò a gridare: Io muoio. Sorelle correte, aiutatemi, datemi qualche rimedio. Accorsero le suore incontanente, e, com'è dovere, ebbero compassione della loro Badessa. Della salute dell'anima sua non si fe' cenno, di confessione non se ne parlò. Le si strinse la gola, e appena poteva trar respiro. E quando s'accorse che moriva, disse alle suore adunate: Andate e ricevete quella suora; andate e ricevete quella suora; andate e ricevete quella suora. Per lei Iddio mi percosse; e in così dire spirò........ Ricordo che essendo io a Lione, ove era anche Papa Innocenzo IV, arrivarono alcuni frati Minori di Bordeaux a dire al Papa che le suore dell'Ordine di S. Chiara di Bordeaux avevano eletta suora Cecilia, sua nipote, a loro Badessa. E il Papa ne diede loro lettera di conferma, dicendo che andassero a ritrovarla a Parma. Ma l'Eletto di Parma, nipote del Papa, e fratello della prenominata donna, essendo pur esso a Lione, e avendo saputo la cosa, si presentò al Papa e fece annullare la data conferma. E forse, se fosse andata colà, si sarebbe diportata meglio tra forestieri che in mezzo a parenti e conoscenti. Ora ripigliamo il corso della nostra storia, e incominciamo là dove la lasciammo. L'anno 1229, segnato anche più su, Nazario di Ghirardino di Lucca fu Podestà di Reggio, e fece fare il ponte e le imposte di porta Bernone. Allora si cominciò a cinger di mura la città di Reggio. E fece fare cento braccia di muraglia, dalla detta porta in giù verso porta S. Stefano. Così successivamente ogni anno gli altri Podestà fecero duecento braccia di muraglia finchè la città tutta fu murata. Però, per la frequenza delle guerre, qualche anno restò interrotta la continuazione del lavoro. Questo Nazario ha il suo ritratto in pietra sopra la porta Bernone,[38] fatto fare da lui stesso, ed ha in Reggio la sua statua a cavallo. Fu bel cavaliere e ricco assai; mio conoscente ed amico quando io dimorava a Lucca nell'Ordine de' frati Minori. Donna Fior d'Oliva, sua moglie, era bella, paffuta e mia famigliare e devota. Era di Trento, moglie di un notaio, da cui ebbe due bellissime figlie; e Nazario la rapì al marito suo quando fu Podestà a Trento, e, consentendolo essa, la condusse a Lucca, e mandò sua moglie, che viveva ancora, in un certo suo castello, dove stette sino alla morte. Nazario morì senza figli, e lasciò molte ricchezze a quella donna, che in seguito si maritò a Reggio, e, come mi disse, fu ingannata. E l'ebbe in moglie Enrico figlio di Antonio di Musso, e vive ancora oggi, festa di S. Lorenzo, martedì, 1283, anno in cui scriviamo queste cose. Tutti e due costoro, cioè Nazario e Fior d'Oliva fecero molto bene ai frati Minori di Lucca, quando la Badessa di Gattaiola[39] dell'Ordine di S. Chiara provocò e aizzò tutta Lucca contro i frati, calunniando gli innocenti. E cagione ne fu che frate Giacomo da Iseo non la voleva assolvere perchè non si comportava bene nel suo ufficio. Essa era figlia di una fornaia di Genova, e il suo governo era turpe, crudele e disonesto. E, per assicurarsi meglio quel ministero, era larga di regaluzzi e di leccornie a giovani, e a uomini, e a donne secolari, specialmente a chi aveva qualche parente nel monastero. Ai quali eziandio andava dicendo: I frati Minori non mi vogliono dare l'assoluzione perchè...... E così, come è detto, calunniava gli innocenti. Ma mentiva apertamente. Tuttavia essa fu assolta, e i frati ricuperarono il loro onore e la loro buona fama, e la città la sua calma.

a. 1230

L'anno 1230 si celebrò in Assisi un capitolo generale de' frati Minori, e si fece il trasporto del corpo del beato Francesco il giorno 25 Maggio, e frate Giacomo da Iseo, che agli inguini e ai genitali era tutto guasto, riacquistò sanità completa. Molti altri miracoli degni d'essere narrati fece in quel giorno Iddio per mezzo del suo servo ed amico Francesco, che potrai conoscere leggendo la sua biografia.

a. 1231

L'anno 1231, ai 14 di Giugno, Venerdì, il beatissimo padre e frate Antonio spagnuolo, che era nel convento di Padova, nella quale città l'Altissimo magnificò il suo nome per mezzo di quel Santo, abbandonando in Arcella[40] il corpo alla dimora di tutte le reliquie mortali dell'uomo, volò felicemente alla sede degli Spiriti celesti. Questi fu dell'Ordine de' frati Minori e compagno del beato Francesco, e, se ci basterà la vita, ne riparleremo e ne tesseremo più ampiamente le lodi altrove.

a. 1232

L'anno 1232, ai 16 di Ottobre, sabbato, fu rotto e messo in fuga il Marchese di Cavalcabò da Bonacorso da Palù e da quei di Sesso[41] presso Mancasale[42].

a. 1233

L'anno 1233 si fabbricò il palazzo del vescovo di Parma, che è rimpetto alla facciata del Duomo; e allora reggeva la Chiesa di Parma il vescovo Grazia di Fiorenza, che fece costruire anche molti altri palazzi in più luoghi della diocesi. E perciò i Parmigiani lo stimavano un buon vescovo; perchè non dissipava i beni della Chiesa, anzi li conservava e moltiplicava. Egli era amico di mio padre Guido di Adamo, e stando alla finestra di casa sua ragionava con lui del suo palazzo, e gli mandava spesso regali, come ho veduto io co' miei occhi. Amò mio fratello Guido; ma dopo che entrò nell'Ordine de' frati Minori, non si curò più di lui. Prima di lui fu vescovo Obizzo di Lavagna genovese, bell'uomo ed onesto, come dicono, e fu zio di Papa Innocenzo IV; ma non ricordo d'averlo veduto. Dopo Grazia fu vescovo un certo Gregorio Romano, che ebbe vita breve, e morì a Mantova eretico e maledetto. E quando malato gli portarono l'ostia consacrata, non volle riceverla, dicendo che non credeva nulla di tal fede; e interrogato perchè accettasse il Vescovado, rispose: per le ricchezze e gli onori; e così spirò senza comunicarsi. Dopo lui fu vescovo maestro Martino da Colorno,[43] di famiglia meno che cospicua. Gli successe Bernardo Vizio, di cui ricordo d'aver già fatta menzione, come anche de' suoi successori. Dopo Bernardo venne Alberto Sanvitali, nipote di Papa Innocenzo IV. Dopo fu eletto canonicamente e concordemente maestro Giovanni di donna Rifida, Arciprete del Duomo; e gli successe Obizzo, vescovo di Tripoli, pur esso nipote del predetto Papa, e fratello del sunnominato Alberto. Per frodi fu investito del Vescovado di Parma, e vive ancora e lo tiene. E come lo tiene oggi, tengaselo pure finchè se ne faccia un'altro. Ed oggi, che queste cose scriviamo, corre il 1283, giorno di S. Lorenzo, martedì. Che cosa sia per avvenire d'ora innanzi dei vescovi di Parma, sallo Iddio. In questo stesso anno 1233 fu Podestà di Reggio Giliolo di donna Agnese di Parma. In quell'anno Reggio cominciò a coniar moneta; e Nicolò vescovo di Reggio viveva ancora. Io conobbi quest'Egidiolo, chè eravamo della stessa città, ed ebbe due cognomi. Fu detto di donna Agnese, o da parte di madre, o da parte di moglie, perchè fu donna valente (come un certo ponte, che è in Parma, fu chiamato ponte di donna Egidia da Palù, perchè essa lo fece fare; ponte che ora rifanno di muro, invece di legno.) Fu pur detto da Gente, perchè quand'era oltremare, ogni volta che si parlava d'eserciti, usava dire: La nostra gente fece così. Questo l'ho saputo da Gherardo Rangone di Modena, che era frate Minore. Gigliolo da Gente poi ebbe due fratelli. Il primo fu Tedaldo, e, quand'io era ancora ragazzo, l'ho veduto assai vecchio e carico d'anni; ed ebbe sette figli, de' quali il quarto, Manfredo, sposò mia sorella Caracosa, che, mortole il marito, finì lodatamente la vita nel monastero di S. Chiara in Parma. Il secondo aveva nome Beretta, bel cavaliere e prode guerriero, forte, e tant'alto di statura da far la meraviglia degli uomini e delle donne. Giliolo fu anche padre di Ghiberto da Gente, di cui parleremo a suo luogo. E quando nel detto anno Giliolo era Podestà di Reggio cominciò l'alleluia. E i posteri chiamarono alleluia un certo periodo di tempo, in cui, posate le armi, predominò la giocondità, l'allegria, il gaudio, l'esultanza il giubilo ed ogni dimostrazione d'animo contento. E tutti, cavalieri e fanti, e cittadini, e campagnuoli, e giovinetti, e giovinette, e vecchi e giovani ne cantavano inni e lodi a Dio. In tutte le città d'Italia vi fu questa divozione; e vidi che nella mia città di Parma ogni parocchia voleva avere il proprio gonfalone da portare nelle processioni, e, sul gonfalone, dipinto la specie di martirio del santo suo titolare. Così, p. e. la scorticazione di S. Bartolomeo era ritratta nello stendardo della parocchia, che da lui si nominava; e così via via delle altre. E dalle ville venivano in città co' loro confaloni in gran frotte uomini e donne, ragazzi e ragazze ad ascoltare le prediche ed a lodare Iddio; e cantavano con voci divine più che umane. E così le genti camminavano sulla via della salute, tanto che sembrava adempiuto quel detto del Profeta: Ricorderanno (la mia parola) e si convertiranno a Dio tutte le nazioni, e adoreranno davanti a lui tutti i popoli. E portavano in mano rami d'alberi e candele accese; E si predicava di mattina, a mezzodì, verso sera, secondo il Profeta: Di sera, di mattina, di mezzodì narrerò e annunzierò, ed esaudirà la mia voce. Redimerà in pace l'anima mia da coloro che s'avvicinano a me, poichè tra molti era meco. E si facevano soste nelle chiese e nelle piazze; e si alzavano le mani al cielo per lodare Iddio e benedirlo ne' secoli. E non sapevano intermettere le laudi, tanto erano entusiasmati dall'amor di Dio; e beato chi poteva far più di bene, e inneggiare a Dio. Nessun'ira era tra loro, nessun turbamento d'animo, nessun rancore; ogni cosa tra loro passava in pace ed amore. Alziamo a Dio, che siede ne' cieli, i nostri cuori e le nostre mani. E così realmente facevano, come ho visto io. E poichè la Sapienza dice ne' Proverbii. II. Il popolo si travolgerà in ruina, se non vi sia chi lo governi, affinchè non si creda che queste moltitudini fossero senza guida, parliamo ora di chi dirigeva queste ragunate. Primo venne a Parma fra Benedetto, che si chiamava di Cornetta, uomo semplice ed illetterato, di buona innocenza e di vita onesta, ch'io vidi, ed ebbi seco famigliarità in Parma, e poi a Pisa; ed era o di Valle spoletana, o di Romagna. Non apparteneva ad alcun Ordine religioso, viveva a sè, e solo si studiava di piacere a Dio. Era molto amico de' frati Minori; pareva quasi un altro Giovanni Battista, che precorresse avanti al Signore a preparargli un popolo perfetto. Portava in testa un cappello all'Armena, aveva barba lunga e nera, e teneva una trombetta metallica (cioè di oricalco) colla quale suonava; e quella sua tromba reboava terribilmente, ma pure non senza qualche dolcezza; andava cinto di una fascia di vello; vestiva abito nero, a foggia di sacco tessuto di peli di diversi animali, e lungo sino ai piedi. La tonaca era fatta a guisa di guascappa, e davanti e di dietro aveva una croce lunga, larga, e di color rosso, che discendeva dal collo sino a' piedi, come suole nelle pianete de' sacerdoti. Così vestito egli andava colla sua tromba, e predicava nelle chiese, nelle piazze, e lodava Iddio, e aveva sempre seguace una gran turba di ragazzi con in mano, il più delle volte, rami d'alberi e candele accese. Ed io stesso stando su una muraglia del palazzo vescovile, che allora era in costruzione, l'ho veduto più volte a predicare e cantare le lodi del Signore. E cominciava le sue lodi dicendo in suo volgare: Laudato, et benedetto, et glorificato sia lo Patre. Ed i ragazzi a voce alta ripetevano quello che egli aveva detto. E poi ripeteva le stesse parole, e aggiungeva: Sia lo Fijo. Ed i ragazzi riassumevano cantando le stesse parole. Finalmente per la terza volta replicava le stesse parole e vi aggiungeva: Sia lo Spiritu Sancto; e dopo: alleluja, alleluja, alleluja. Di poi trombettava, e dopo predicava, dicendo buone parole a lode del Signore. E dopo tutto cantava un saluto alla beata Vergine così:

Ave Maria — Clemens et pia,

Gratia plena — Virgo serena:

Dominus tecum — Tu mane mecum.

Tu benedicta in mulieribus,

Quae peperisti pacem hominibus

Et angelis gloriam.

Et benedictus fructus ventris tui,

Qui coeredes ut essemus sui,

Nos fecit per gratiam.

Ave, Maria — Clemente e pia,

Di grazia piena — Vergin serena:

Iddio è teco — Tu resta meco.

In fra le donne — Tu benedetta

All'uom portasti — Pace perfetta

E gloria agli Angeli.

E benedetto — Lo Figlio tuo

Che di far parte — Del regno suo

Larginne il merito.

Ora parliamo degli eminenti predicatori, che furono famosi al tempo di quella divozione: ed anzi tutto di due dell'ordine de' Predicatori, cioè di frate Giovanni da Bologna, nativo di Vicenza, e di frate Giacomino da Seggio, oriondo di Parma. Imperocchè il beato Domenico non era ancora canonizzato, ma era morto e sotterra, come si canta in una prosa:

Iacet granum occultatum,

Sydus latet obumbratum;

Sed plasmator omnium

Ossa Ioseph pullulare,

Sydus iubet radiare

In salutem gentium.

Sta un grano ancor sepolto.

Sta un astro in ombra involto:

Ma il Dio che suscita

Or Giuseppe a morte invola,

Or dell'astro l'ombra assola,

E salva i popoli.

E veramente si trova che S. Domenico restò dodici anni sepolto senza che si facesse parola della sua santità; ma per cura di cotesto frate Giovanni sunnominato, che, al tempo di tale divozione, ebbe facoltà di predicare in Bologna, ne fu fatta la canonizzazione. Per questa canonizzazione s'adoperò anche il vescovo di Modena, che era un Piemontese, il quale, fatto poi Cardinale, prese nome Guglielmo, cui io vidi predicare e officiare la vigilia di Pasqua nella chiesa de' frati Minori a Lione, quando ivi si trovava Papa Innocenzo e tutta la sua corte. Questo frate Giovanni era per verità un uomo di nessuna coltura, e si voleva porre tra quelli che fanno miracoli. Fece in quel tempo un gran predicare tra Castel Leone e Castel Franco[44]. Ma frate Giacomino da Reggio, oriondo però di Parma, fu uomo assai colto, lettore di teologia, predicatore facondo, copioso e grazioso; uomo pronto, benigno, caritatevole, affabile, cortese, liberale e largo. Ed una volta fummo compagni di viaggio di giorno e di notte da Parma a Modena in un momento di gran guerra; ed era anche meco il frate mio compagno, ed egli aveva il suo. Questi al tempo di quelle divozioni, di cui abbiamo parlato più sopra, aveva molta grazia nel predicare, e fece molto di bene. Nell'anno stesso ebbe principio in Reggio la costruzione della chiesa del Gesù de' frati Predicatori; e se ne fondò la prima pietra, consacrata dal vescovo Nicolò, il dì di S. Giacomo. E ad erigere quel tempio accorrevano i Reggiani, uomini, donne, militi di cavalleria, di fanteria, campagnuoli, cittadini; e portavano pietre, sabbia, calce sulle spalle entro varie specie di pelli e di tessuti. E beato chi più ne poteva portare; e fecero le fondamenta della chiesa e del caseggiato annesso, e alzarono una parte delle muraglie. Al terz'anno compirono tutto il lavoro. E allora frate Giacomino ne dirigeva la buona esecuzione. Questo frate Giacomino fece nella diocesi di Parma tra Calerno[45] e S. Ilario, al disotto dell'Emilia, una gran predicazione, alla quale accorse una grandissima folla d'uomini, donne, ragazzi, da Parma, da Reggio, dal monte, dal piano e da diverse ville. Ed una donna povera e gravida, ivi partorì un maschio; e per istanze e preghiere di frate Giacomino molte persone diedero non pochi soccorsi a quella povera donna. Perocchè tra le donne, chi regalava una sottana, chi una camicia, chi una veste, chi una benda; sicchè ne raccolse da caricare un asino. E dagli uomini n'ebbe cento soldi imperiali. E chi era presente e vide, riferì a me queste cose dopo tempo assai, quando ebbi a passare con lui per quei luoghi: Cose che ho saputo poi anche da altri. A questo frate Giacomino, malato a Bologna nell'infermeria de' frati Predicatori, ritto a sedere sul letto, verso il mezzodì, e desto, apparve frate Giraldo da Modena dell'Ordine dei frati Minori, quello stesso giorno in cui morì, dicendo: Io sono alla visione della gloria di Dio, alla quale Cristo chiamerà presto anche te a ricevere il premio delle tue fatiche, e soggiornerai sempre presso chi hai devotamente servito. Ciò detto, frate Giraldo disparve; e frate Giacomino raccontò a' suoi frati quanto aveva veduto, che se ne rallegrarono. Ed a frate Giacomino avvenne per punto quanto avevagli predetto frate Giraldo; poichè pochi giorni dopo s'addormentò nel Signore; e il suo corpo fu sepolto a Mantova. Frate Giovanni poi da Vicenza, più sopra menzionato, chiuse i suoi giorni in Puglia. Ebbero anche i frati Predicatori in Parma, nel tempo di quella divozione, che si chiamò alleluia, un frate Bartolomeo da Vicenza, che fece molto di bene, come ho veduto co' miei occhi; ed era buon uomo, prudente ed onesto; e dopo molto tempo fu fatto Vescovo della sua città natale, ove fece fabbricare un bel convento pe' frati del suo Ordine, che prima ivi non abitavano. I frati Minori poi ebbero un frate Leone milanese, predicatore famoso, che perseguitò potentemente, e confutò e confuse gli eretici. Fu molti anni ministro provinciale nell'Ordine de' frati Minori, e poi Arcivescovo di Milano. Costui era di tanto singolare coraggio, anzi audacia, che una volta da solo andò collo stendardo in mano alla testa dell'esercito Milanese contro l'Imperatore, e passato il ponte d'un fiume, solo, stette a lungo di piè fermo squassando lo stendardo; mentre i Milanesi non osavano passare perchè vedevano l'esercito imperiale in ordine di battaglia. Questo frate Leone confessò un amministratore dell'ospedale di Milano, uomo che godeva gran nome e fama di santità. E quando esso fu agli estremi della vita Leone si fece promettere che sarebbe tornato dopo morte a dargli contezza dello stato in cui si trovava. E promise di buon grado. Verso sera si sparge in città la voce della sua morte. Frate Leone invita due frati suoi compagni particolari, ch'egli aveva come ministro Provinciale, a vegliare seco quella sera in un angolo dell'orto, nella camera dell'ortolano. Vegliando tutti e tre insieme, frate Leone fu preso un momento da un lieve sonno; e, volendo dormire, pregò i compagni che, se qualche cosa sentissero, lo svegliassero. Ed ecco che subito odono uno venire disperatamente urlando, e lo videro rotar giù dal cielo come un globo di fuoco, e precipitarsi sul comignolo della casetta come uno sparviero sull'anitra. Pel rumore, e scosso dai frati, Leone si svegliò. E continuando colui i lamenti Ahi! Ahi!. frate Leone gli domandò come si trovasse. Ed egli rispose dicendo che era dannato, perchè era stato causa che morissero senza battesimo alcuni bambini nati da unione illeggittima, avendoli egli con isdegno reietti dall'ospedale, perchè vedeva che per accoglierli l'Ospizio andava incontro a spese e disagi. E domandandogli frate Leone perchè non si fosse confessato di questa colpa, rispose: o perchè me ne sono dimenticato, o perchè non credetti che la fosse da confessarsene. Quindi frate Leone soggiunse: Giacchè nulla hai a che fare con noi, partiti da noi, e vanne per la tua strada. Ed egli gridando e urlando dipartissi. Pertanto questo Frate Leone nel tempo di quella divozione, che i posteri chiamarono poi l'alleluia, molto s'adoperò, e molto fece di bene. Vi fu anche un cert'altro frate Minore di Padova che nel tempo di quella divozione fece molto di bene. Questi predicando una festa a Como, e facendo un usuraio murare una sua torre, disturbato il frate dal martellare degli operai, disse al popolo, che l'ascoltava: Vi predico che nel tal tempo quella torre ruinerà, e sin dalle fondamenta sarà divelta. Ed accadde, e fu giudicato un gran miracolo. Perciò l'Ecclesiastico dice 37: L'anima di un uomo pio scopre talora la verità meglio che sette sentinelle, che stanno alla vedetta in luogo elevato. Così ne' Proverbii 17: Chi molto alta fa la casa sua, va cercando ruine. Miracolo eguale a quello della profezia della torre che doveva ruinare, è quello pel figlio di Grilla, e delle tre zucche, e del sorcio in una zucca. E tutto diceva così a casaccio, a sorte, e perciò fu chiamato l'indovino. Vi fu anche Girardo da Modena dell'Ordine de' frati Minori, che a' tempi della suddetta divozione, operò cose miracolose e fece molto di bene, come ho veduto io co' miei occhi. Questi nel secolo si chiamava Girardo Maletta. Nacque di potente e ricca famiglia, cioè dai Boccabadati. Fu uno dei primi frati dell'Ordine dei Minori, non però uno dei dodici. Fu amico ed intimo del beato Francesco, e talvolta compagno: uomo cortese assai, liberale, splendido, religioso, onesto, di costumi assai castigato, e misurato nelle parole e nelle opere. Non ebbe che poca coltura di lettere: Tuttavia fu grande oratore, e predicatore ottimo e pieno di grazia. Voleva andare in giro per tutto il mondo. Fu egli che pregò per me frate Elia ministro Generale dell'Ordine de' frati Minori, che mi ricevesse nell'Ordine; e accolse l'istanza in Parma l'anno 1238. Fui talvolta suo compagno di viaggio. Al tempo della detta divozione i Parmigiani affidarono a lui la signoria di Parma, acclamandolo Podestà, con potere di accordare in pace fra loro quelli, che per rancori erano in dissidio. E così fece, e, molti che per discordie erano nemici, ricompose in pace ed amicizia. Tuttavia in un caso di composta pacificazione, incorse in calunnia, avendo irritato Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo IV, per non aver data sufficiente soddisfazione ad alcuni di lui amici. Frate Girardo tenea molto dalla parte dell'Impero; ma nulla ostante egli camminò al cospetto di Dio in pace ed equità, e molti ritrasse dalle vie dell'iniquità, come disse Malachia II. E qui a proposito richiamati alla mente la storia di quei tre compagni, de' quali uno volle pensare a sè solo, e a sè solo vivere, e fare il solitario; il secondo amò curare i malati; il terzo riamicare i nemici. Del primo dice S. Girolamo: La santa selvatichezza giova a sè soltanto, e di quanto vantaggia la Chiesa di Cristo coi meriti della vita, d'altrettanto le nuoce, se non faccia opera di resistenza a' suoi demolitori. Perciò ricordati bene di S. Sindonio, a cui un Angelo del Signore comandò di andare attorno a predicare contro gli eretici. Del beato Francesco ancora fu scritto che non vuol vivere per sè solo, ma giovare gli altri, indottovi da amore di Dio. Ogni volta che mi torna a mente frate Girardo da Modena, mi torna a mente anche quella sentenza dell'Ecclesiastico XIX: È da preferirsi l'uomo che manca di sagacità, ed è privo di scienza, ma è timorato, a quello che abbonda di avvedutezza, e trasgredisce la legge dell'Altissimo. Io mi trovai malato a Ferrara con frate Girardo di una malattia, di cui egli morì dopo essere venuto a Modena verso l'anno nuovo; e fu sepolto in un sarcofago di marmo nella chiesa de' frati Minori. E Iddio si degnò di operare per mezzo di lui molti miracoli, che per brevità tralascio di narrare, perchè può esservene occasione altrove. Una cosa però non vuolsi passare sotto silenzio, ed è che questi frati, valenti predicatori, al tempo della prenominata divozione, si adunavano talvolta in qualche luogo, e insieme prestabilivano per le loro prediche il luogo, il giorno, l'ora e l'argomento. E l'uno diceva all'altro: Tien fermo ogni cosa dell'accordo preso; sicchè le cose immanchevolmente accadevano come erano state prefisse. Stava dunque frate Girardo, come l'ho visto io co' miei occhi, nella piazza del Comune di Parma, o altrove quando voleva, sopra un palchetto portatile di legno, fatto a posta per uso delle concioni; e, quando il popolo era tutto intento, ad un tratto interrompeva la predica, e s'incappucciava, quasi in atto di pensare a Dio. Poi, dopo lunga pezza, scappucciatosi, parlava al popolo meravigliato, quasi dicesse coll'Apocalisse I: Io era in Ispirito nel giorno della domenica, ed ascoltai il dilettissimo nostro fratello Giovanni da Vicenza, che predicava vicin di Bologna, nella ghiaia del Reno, ed aveva un affollatissimo uditorio, e queste furono le prime parole della sua predica: Beata la gente che per suo signore ha Dio, beato il popolo eletto da Dio per sua eredità. Altrettanto diceva di frate Giacomino. E quelli sapevan dire parimente di lui. Meravigliavano i presenti, e, punti da curiosità, spedivano messi per sapere se era vero ciò che loro si diceva. E trovando che sì, vieppiù restavano meravigliati; sicchè molti, abbandonando il secolo, entravano nell'Ordine de' frati Minori, e de' Predicatori. E in diversi altri modi, e in molte parti del mondo gran bene si fece a tempo di quella divozione, come ho visto io co' miei occhi. Vi furono però anche a que' tempi molti barattieri e gabbamondi, che facevan di tutto per calunniare gli innocenti. De' quali fu un Boncompagno fiorentino, rinomato maestro di grammatica in Bologna, che compose libri intitolati Del comporre. Costui, che tra' fiorentini era il più arguto nel mettere in canzone la gente, compose una rima in derisione di frate Giovanni da Vicenza, di cui non ricordo nè il principio, nè la fine, perchè da molto tempo non l'ho letta, e quando la lessi non mi curai tanto d'impararla bene a memoria. V'erano però questi versi, che mi ricorrono a mente:

Et Johannes johannizat,

Et saltando choreizat,

Modo salta, modo salta

Qui coelorum petis alta:

Saltat iste saltat ille,

Resaltant choortes mille;

Saltat chorus dominarum,

Saltat dux Venetiarum ecc.

E Giovanni giovanneggia

E ballando caroleggia,

Or tu salta, vola, sali,

Tu ch'al cielo batti l'ali;

Saltan questi, saltan quelli,

Saltan pur mille drappelli;

Danzan donne in giro, in coro

Danza il Sir del Bucintoro ecc.

Così pure questo maestro Boncompagno vedendo che frate Giovanni s'era messo in capo di far miracoli, anch'egli volle provarsi a farne, e annunziò ai Bolognesi che voleva volare sotto i loro occhi. Non ci volle altro. La notizia corre per Bologna; arriva il giorno prefisso; si raduna tutta la città, uomini, donne, vecchi, fanciulli, alle falde d'un colle, che si chiama S. Maria in monte. S'era fatte due ali, e stava sulla vetta del monte guardando la folla. Ed essendosi reciprocamente a lungo guardati, proferì queste parole: Andatevene colla benedizione di Dio, e vi basti aver veduta la faccia di Boncompagno. E ne ritornarono derisi. Questo maestro Boncompagno, essendo un ottimo scrittore, per consiglio de' suoi amici andò a Roma, volendo provare se per avventura potesse colla sua abilità nelle lettere, trovar grazia nella corte romana. Ma non avendo trovato favore, se ne partì, e divenuto già vecchio, si era ridotto a tanta miseria, che fu costretto a chiudere i suoi giorni in un ospedale a Firenze. A frate Giovanni da Vicenza poi più sopra menzionato, gli onori ricevuti e la grazia nel predicare gli avevano siffattamente beccato il cervello da avernelo travolto e credere di poter fare veri miracoli anche senza l'aiuto del braccio di Dio. Il che era somma stoltezza, perchè il Signore dice in Giovanni 15. Senza me nulla potete fare. Parimente ne' Proverbii 26. Chi dà gloria allo stolto fa come chi gittasse una pietra preziosa in una mora di sassi. Essendo frate Giovanni rimproverato delle sue fatuità da' suoi confrati, rispondeva loro, dicendo: Se non la finite, io vi infamerò pubblicando le vostre azioni. Per ciò lo tollerarono sino che morì, non trovando modo di contrastargli. Questi essendo venuto un giorno al convento de' frati Minori, ed avendogli il barbiere rasa la barba, s'ebbe a male che i frati non ne avessero raccolti i peli da serbare per reliquie. Ma frate Diotisalvi da Fiorenza dell'Ordine dei Minori, che, secondo il costume de' Fiorentini era prontissimo a canzonare la gente, a capello rispose allo stolto come si conviene alla sua follìa, chè talora non gli paresse d'esser savio. Proverbii 26. Perocchè andato un giorno al convento de' Predicatori, ed essendo stato da loro invitato a pranzo, disse che in niun modo accetterebbe, se non dessero a lui un lembo della tonaca di frate Giovanni, che stava in quel convento, da conservare come reliquia. Promisero e diedero una larga pezza di tonaca, colla quale, sgravatosi dopo pranzo il ventre, forbissi l'ano, poi la gittò nello sterco. Poscia, presa una pertica, rimestava lo sterco gridando e dicendo: Ahi! Ahi! aiutatemi o fratelli, che cerco la reliquia del santo che ho smarrita nella latrina. E guardando essi in giù dalle finestre delle celle, egli rimestava più forte perchè ne sentisser l'odore. Pertanto nauseati da tali esalazioni, ed inteso che erano stati scherniti da quel canzonatore, ne restarono confusi e svergognati. Questo frate Diotisalvi una volta fu comandato di andare per obbedienza ad abitare nella provincia di Penne, in Puglia. Egli allora andò nell'infermeria, si cavò nudo, e, scucito un materasso, vi si nascose dentro e vi stette tutto un giorno involto nelle penne. Cercato da' frati, ivi lo trovarono, e disse che aveva adempiuto all'obbedienza impostagli. Perciò, a cagione di questa spiritosità, gli fu condonata l'obbedienza, e non andò. Così un giorno d'inverno camminando per Firenze scivolò per ghiaccio, e stramazzò disteso sulla via. Vedendo questa scena i fiorentini, che è gente nata per dar la beffa, cominciarono a ridere. Ma uno chiese anche al frate se volesse un cuscino da mettersi sotto. A cui il frate rispose che sì, che sì, purchè da mettersi sotto gli si desse per cuscino la moglie del suo interlocutore. I fiorentini udendo questa risposta non ne ebbero scandalo; anzi lodarono il frate, dicendo: quest'è veramente de' nostri. (Alcuni attribuirono questa risposta ad un altro fiorentino, che si chiamava frate Paolo Millemosche dell'Ordine de' Minori). Ma noi dobbiamo piuttosto domandare a noi stessi, se il frate facesse bene, o male a rispondere in quel modo: e sosteniamo che per molte ragioni rispose male..... Però frate Diotisalvi, che diede occasione a questo racconto, per molte altre ragioni si può anche scusare. La sua risposta però non deve trarsi ad esempio, che altri la ripeta... La terza ragione è che parlò tra suoi concittadini, i quali non se ne scandolezzarono essendo eglino tutti uomini sollazzevoli ed usi alle beffe. Ma in altro paese avrebbe suonato male quella risposta del frate. Di questo frate Diotisalvi inoltre io so molte cose, come anche del conte Guido, di cui da molti molte e varie cose sogliono contarsi, che, essendo più scandalose che edificanti, io non racconto. Tuttavia frate Diotisalvi andò oltremare coll'arcivescovo di Ravenna, chiamato Teodorico, che fu sant'uomo e persona assai onesta. Dopo lui fu Arcivescovo di Ravenna Filippo di Pistoia, o di Lucca, a cui successe frate Bonifacio dell'Ordine de' Predicatori, nativo di Parma, che ebbe l'Arcivescovado da Papa Gregorio X non in grazia dell'Ordine suo, ma perchè era suo parente; ed ora è Arcivescovo anch'esso, grande oratore, e tenace sostenitore del partito della Chiesa. Una cosa però non è da tacere, ed è, che i Fiorentini non si scandalizzano se taluno esce dell'Ordine dei Minori, ed anzi dicono di far le meraviglie come vi sia stato tanto tempo, stantechè i frati Minori sono una gente povera, che si impone mille maniere di penitenze. Questi Fiorentini avendo un giorno udito che frate Giovanni da Vicenza dell'Ordine dei Predicatori, di cui è parlato più sopra, voleva andare a Firenze, dissero: Oh! Dio! non venga quà. Perochè si dice che risusciti i morti, e noi siamo già tanti che la città non ci potrà contenere. Ed il parlare de' Fiorentini suona assai grazioso in loro dialetto. Sia benedetto Iddio che abbiam finita questa parte. Vi fu a questi tempi un canonico Primasso di Colonia, argutissimo a mettere in canzone e dar la baia alla gente e versaggiatore facile e potente, che se si fosse dedicato di cuore a servire Iddio sarebbe stato grande nella letteratura religiosa, e utile alla Chiesa di Dio. Fece un'Apocalisse, ch'io ho veduto, e molte altre opere. Costui condotto un giorno dal suo Arcivescovo ai campi, non a meditare, ma a passeggiare, e avendo veduto i buoi del podere dell'Arcivescovo, che aravano, belli, forti e grassi, e avendogli detto l'Arcivescovo: Se, prima che i buoi arrivino quì, saprai far versi intorno ad un regalo di buoi, io te li donerò: Primasso soggiunse: Sta fermo ciò che hai detto? Fermissimo, rispose l'Arcivescovo. E allora subito cantò:

Indigeo bobus — ad rura colenda duobus,

Pontificis munus — Veniat bos unus et unus

Per arar mio campo bene

Aggiogar due buoi conviene:

L'uno in dono dal Prelato,

Così l'altro mi sia dato.

Altra volta, quand'era alla Corte, volendo fare un presente ad un certo Cardinale, fece fare dodici pani bianchissimi, grossi e belli, di cui la fornaia gliene rubò uno. Nullameno mandò gli undici restanti con una cartolina, che diceva;

Ne Spernas munus — si desit apostolus unus;

Ut verbis ludam — rapuit fornaria Iudam.

No, non sgradir questo mio tenue dono

Se dodici gli apostoli non sono;

Chè Giuda, e forse di scherzar s'intese,

La birba di fornaia se lo prese.

Un'altra volta ancora avendogli l'Arcivescovo mandato un regalo di pesce senza vino, disse:

Mittitur in disco — mihi piscis ab Archiepisco.

Me non inclino — quia missio fit sine vino.

Un piatto l'Arcivescovo m'invia

Con entro il più bel pesce che si dia.

No, non l'accetto, se con lui non viene

Un vin che grilli e fumi per le vene.

Parimenti in altra occasione fece questi versi:

His vaccis parcam, — quae sacri foederis arcam

Olim duxerunt — sed aquis comedi meruerunt.

Queste rispetterò vacche ch'han tratte

La nave trionfal del sacro patto;

Ma il mondo reo con un nefando eccesso

Ingrato al merto lor le mangia a lesso

Un'altra volta gli fu porto del vino molto annacquato. E cominciò a dire:

In cratere meo, — Thetis est sociata Liaeo:

Est Dea juncta Deo, — Sed Dea major eo.

Nil valet hic, vel ea — nisi quando sit Pharesea;

Amodo propterea, — sit Deus ubsque Dea.

In questo nappo mio ch'or or s'empieo

Misti in amplesso son Teti e Lieo:

Un Dio con una Dea si mesce e avvince,

Che maggiore di lui lo slomba e vince.

Nè l'uno nulla val, nè l'altra un punto,

Se l'un coll'altra insiem trovi congiunto,

Frema dunque Lieo nell'inguistare,

E Teti baci il suo Nettuno in mare.

Parimente in altra occasione improvvisò i seguenti versi intorno al vino:

Fertur in convivio — vinus, vina, vinum;

Masculinum displicet, — atque foemininum:

In neutro genere — ipsum est divinum,

Loquens variis linguis — optimum latinum.

Vino, vinel, vinella al desco è data;

Lungi da me sta femmina scempiata:

Lungi da me l'eunuco suo germano;

M'innondi il padre lor che è Dio sovrano

Che pizzica, che morde, ed un latino

Fa le lingue parlar vivo, divino.

Così pure egli accusato dal suo Arcivescovo di tre colpe, cioè; di essere donnaiolo, giuocatore e taverniere, fece in versi una sua giustificazione che diceva;

Aestuans intrinsecum — ira vehementi

In amaritudine — loquor meae menti,

Factus de materia — vilis elementi,

Folio sum similis — de quo ludunt venti.

Cum sit enim proprium — viro sapienti

Super petram ponere — sedem fundamenti,

Stultus ego comparor — fluvio labenti

Sub codem aere — nunquam permanenti.

Feror ego veluti — sine nauta navis,

Ut per vias aeris — vaga fertur avis.

Non me tenent vincula — nec me tenet clavis

Quaero mei similes — et adiungor pravis.

Mihi cordis gravitas — res videtur gravis;

Iocus est amabilis — dulciorque favis.

Quidquid venus imperat — labor es suavis,

Quae nunquam in cordibus — habitat ignavis

Via lata gradior, — via iuventutis;

Implico me vitiis — immemor virtutis

Mortuus in anima — curam gero cutis,

Voluptatis avidus — magis quam salutis.

Praesul discretissime, — veniam te precor:

Morte bona morior, — dulci nece necor;

Meum pectus sauciat — puellarum decor,

Et quas tactu nequeo, — saltem corde mecor.

Rest est paratissima — vincere naturam?

In aspectu virginis — menten esse puram?

Iuvenes non possumus — legem sequi duram,

Leviumque corporum — non habere curam.

Quis in igne positus — igne non uratur?

Quis Papiae commorans — castus habeatur?

Ubi Venus digito — iuvenes venatur,

Oculis illaqueat, — facie praedatur.

Si ponas Ipolitum — hodie Papiae,

Non erit Ipolitus — in sequenti die.

Veneris in talamos ducunt omnes viae

Non est in tot turribus — turris Alachiae.

Secundo redarguor — etiam de ludo:

Sed cum ludus corpore — me dimittat nudo,

Frigidus exterius — mentis aestu sudo.

Tunc versus et carmina — meliora cudo.

Tertio capitulo — memoro tabernam;

Illam nullo tempore — sprevi nec spernam,

Donec sanctos — veniente cernam angelos

Cantantes pro mortuis — requiem aeternam.

Poculis accenditur — animi lucerna;

Cor imbutum nectare — volat ad superna.

Mihi sapit dulcius — vinum de taberna

Quam quod aqua miscuit — Praesulis pincerna.

Loca vitant pubblica — quidam poetarum

Et secretas eligunt — sedes latebrarum.

Student, instant, vigilant — nec laborant parum,

Et vix tandem reddere — possunt opus clarum.

Student, instant, vigilant — poetarum chori,

Vitant rixas pubblicas — et tumultus fori;

Et ut opus faciant — quod non possit mori

Moriuntur studio — subditi labori.

Unicuiqe proprium — dat natura donum;

Ego versus faciens — bibo vinum bonum,

Et quod habent purius — dolia cauponum.

Vinum tale generat — copiam sermonum:

Unicuique proprium — dat natura munus

Ego nunquam potui — scribere ieiunus.

Me ieiunum vincere — posset puer unus.

Sitim et ieiunium — odi quasi funus.

Tales versus facio — quale vinum bibo.

Nihil possum facere — nisi sumpto cibo,

Nihil valent penitus — quae ieiunus scribo.

Nasonem post calicem — carmine praeibo.

Mihi nunquam spiritus — poetriae datur,