CRONACA
DI
FRA SALIMBENE VOLUME II


CRONACA
DI
FRA SALIMBENE PARMIGIANO

DELL'ORDINE DEI MINORI

VOLGARIZZATA DA
CARLO CANTARELLI

SULL'EDIZIONE UNICA DEL 1857
CORREDATA DI NOTE E DI UN AMPIO
INDICE PER MATERIE

Vol. Secondo

PARMA
LUIGI BATTEI EDITORE
1882


Il traduttore si riserva il diritto della proprietà letteraria



[INDICE]


CRONACA DI FRA SALIMBENE DI ADAMO PARMIGIANO DELL'ORDINE DE' MINORI

a. 1266

L'anno del Signore 1266, Re Carlo passò il ponte di Ceprano[1] col suo esercito per andare contro Manfredi Principe, di Puglia e Sicilia, figlio dell'Imperatore deposto Federico II; poi Re Carlo coll'esercito passò il ponte di S. Germano[2], ed entrò di forza in S. Germano; agli 11 di Febbraio prese Capua, poscia sconfisse Manfredi e l'esercito di lui presso Benevento. Il qual Manfredi cadde morto con tremila de' suoi, tra cui il Conte Galvano, Annibale nipote del Cardinale Riccardo, Enrico Marchese di Scipione, nipote di Uberto Pallavicini, e molti altri Baroni; e Manfredi fu sepolto appiè del ponte di Benevento[3], un venerdì 26 Febbraio. Fu anche presa la moglie di Manfredi con due suoi figliuoli e con tutto il tesoro in Manfredonia. (Questa città la fabbricò Manfredi, e le impose il proprio nome; e fu fondata in vece di un'altra città, che si chiamava Siponto, a due miglia di distanza; e, se il Principe viveva pochi anni ancora, sarebbe diventata una delle più cospicue città del mondo. È tutta murata in giro, come dicono, ed ha un porto sicurissimo; è alle radici del monte Gargano; la strada principale è già abitata; sono già poste le fondamenta delle case nelle altre strade, che sono larghissime, e aggiungono molto alla bellezza della città. Ma Re Carlo l'ha tanto in uggia, che non la vuol nemmeno sentir nominare, anzi vuole che si chiami Siponto nuova). Nella stessa battaglia restò prigioniero anche il Conte Giordano e Pietro Asino di Fiorenza, e molti altri rimasero morti sul campo. Il Principe Manfredi però ebbe alcune buone qualità, di cui ho parlato a sufficienza nel lavoro che feci intorno a Gregorio X. E ciò ridico perchè lo storiografo deve essere imparziale, sicchè d'una persona non dica soltanto il male, e ne tacia il bene. I Cortigiani principali di Manfredi furono: Il Conte Galvano Lancia, che era il primo della Corte, e più d'ogni altro influente; era Piemontese ed aveva attinenza di parentela col Marchese Lancia; il Conte Giordano e il Conte Bartolomeo ambedue Piemontesi; il Conte di Caserta di Puglia, che tradì Manfredi, di cui, credo, aveva in moglie una sorella; il Conte di Acerra della Puglia di Terra di Lavoro; Giovanni da Procida, potente e grande nella Corte di Manfredi, ed è in voce d'aver egli propinato il veleno a Re Corrado, ad istanza del fratello Manfredi; Manfredo Maletta, che vive tuttora, Conte Ciamberlano, potentissimo alla Corte di Manfredi, ricchissimo, e da Manfredi stesso prediletto. Questo Maletta avendo potuto sfuggire alla strage che si fece dell'esercito del suo Signore, si ricoverò a Venezia, e vi abitò finchè Pietro d'Aragona invase il Regno dalla parte di Messina contro Re Carlo, fratello del Re di Francia S. Lodovico di buona memoria. Ed ora il prenominato Ciamberlano è uno dei grandi e prediletti nella Corte di Pietro d'Aragona. Egli sa dove stanno nascosti molti tesori. È valentissimo e perfetto compositore di canti e canzonette, e per suonare strumenti musicali è stimato non aver pari al mondo. È regnicolo, cioè oriondo del Regno. E qui è da notare che Re Carlo fece uccidere molti, or l'uno or l'altro, che si spacciavano per Manfredi. Imperocchè non manca mai chi, a cagione di lucro, s'infinge per Manfredi; sia pur anche che si esponga al pericolo della morte. L'anno stesso poi 1266, Brescia, che era sotto la Signoria del Marchese Uberto Pallavicini, si ribellò al Marchese, ed i Bresciani che erano dentro la città, e quelli che ne erano fuorusciti, fecero tra loro pace e concordia, e si rappacificarono anche coi Milanesi e coi Bergamaschi, in Febbraio. L'anno stesso, i Modenesi fuorusciti occuparono il castello di Monte Valerio[4], per tradigione di Ugolino da Guiglia, un nobile del contado di Modena, che fattosi d'improvviso traditore e nemico, di amico e fedele che era dei Modenesi della città, cioè degli Aigoni, che parteggiavano per la Chiesa, e ribellatosi a quelli che in molte maniere l'onoravano, lo consegnò ai fuorusciti, cioè ai Gorzano e a quelli di parte loro; i quali occupando il detto castello molestavano in diversi modi la diocesi di Modena. Perciò, i predetti Modenesi della città, colla milizia dei Reggiani, e forte numero di popolani ed alcuni Parmigiani si posero a campo virilmente e potentemente attorno al castello; ed ivi durando tutto il mese, fu tanta la fame e la sete a cui furono ridotti quei del castello per la moltitudine degli uomini e degli animali, che non vi si poteva più vivere; e inoltre vi si era fatto un insoffribile fetore, sicchè dopo aver perduto per forza, ai 3 di luglio, lo steccato, già ridotti agli estremi, avuto affidamento del rispetto alle persone, abbandonarono, ai 4 di Luglio stesso, il castello. Allora il prenominato traditore Ugolino di Guilia, mentre malato morto si trasportava via dal castello, fatto segno alle grida e all'ira del popolo, fu crudelmente ucciso in mezzo al campo; ed il castello fu completamente distrutto. L'anno stesso, ai 3 di Settembre, si rappacificarono tra loro la fazione di quei di Sesso che era fuori, e la fazione dei Roberti, che eran dentro. E a Reggio fu Podestà Bonacorso de' Bellincioni da Firenze, che fu tanto benefico ai poveri, quanto severo coi nobili. E i nobili ne lo cacciarono, perchè sosteneva i diritti del Comune, e faceva buona giustizia...... Lo stesso anno, i Guelfi Fiorentini ritornarono in Firenze, e ne espulsero i Ghibellini. Lo stesso anno, Re Carlo assediò Poggibonsi[5], e vi era stato dintorno a campo lungo tempo, quando l'ebbe per accordi; ed ivi morì sua moglie l'anno seguente. L'anno 1266, una grande moltitudine di Saraceni passando lo stretto venne in Ispagna, e si unirono a quelli che già vi erano, e, volendo riconquistare quella parte di Spagna che avevano perduta, fecero immensa strage di cristiani. Ma in fine, serratisi insieme i cristiani del paese, e aggiuntivisi molti crociati da diverse parti, riportarono, quantunque con gravi perdite, vittoria sui Saraceni.

a. 1267

L'anno del Signore 1267, indizione 10ª, Re Carlo in Toscana strinse di lungo assedio il castello di Poggibonsi, ove erasi chiuso un forte nucleo di nobili avversi alla Chiesa; finalmente venne con loro ad accordi e se ne andarono. Fu pure conchiusa pace e concordia tra i Cremonesi di dentro la città e i fuorusciti, per mediazione del Legato del Papa. E Uberto Pallavicino perdette la Signoria di Cremona e di altre città, nelle quali aveva signoreggiato, e se ne tornò a' suoi castelli di Ghisaleggio e Landasio nella diocesi di Piacenza. E il Pallavicino stesso restava meravigliato che un prete solo, e colle sole blandizie delle sue parole, l'avesse potuto espellere da' suoi dominii; e perciò era solito dire:

Cum verbis blandis et factis saepe nefandis

Amentem prudens fallere saepe solet.

Con opra rea, ma con parole molli,

L'accorto spesso sa gabbare i folli.

E se lo meritò bene il Pallavicino di perdere la Signoria di Cremona, perchè temendo di perderla se i devoti che si flagellavano fossero andati a Cremona, fece piantare le forche lungo il Po....... Così lo stesso anno uscì di Cremona, con quei di parte sua, Bosio di Dovara e fu assediato nella Rocchetta[6]. Questi due iniqui Signori spadroneggiarono molti anni in Cremona. Questo stesso anno, verso la festa del beato Francesco, Corradino figlio di Corrado, che era figlio di Federico Imperatore deposto, venne dall'Alemagna per andare in Puglia a ricuperare contro Re Carlo la Terra degli avi suoi; e molti Toscani e Lombardi si associarono a lui, e per via non incontrò alcun ostacolo sino al giorno della battaglia. Perciò l'esercito dei Cremonesi di dentro la città, per timore di Corradino e dei Veronesi, sciolse l'assedio della Rocchetta. Questo Corradino era giovine di lettere, e parlava benissimo latino: e lo stesso anno, in ottobre, andò a Verona con numerosissima milizia tedesca. Così l'anno stesso, in Luglio, di notte, furtivamente, Giacomino da Palù ascese ed entrò sul sasso di Bismantova, ove fu ucciso Turco da Bismantova. Dai Reggiani e Parmigiani fu pure quell'anno, in Agosto, cinta d'assedio Crovara, ed i Reggiani vi avevano tre trabucchi, i Parmigiani uno. E Crovara[7] si arrese a patti, e Bismantova pure fece la sua dedizione, e diede ostaggi al Comune di Reggio, per sigurtà che non gli avrebbero per lo innanzi recata offesa. Così pure in Dicembre, ai nove, fu riconquistato il castello di Reggiolo, occupato dai Cremonesi, che l'avevano avuto da quei di Sesso, che lo possedevano per ragion di conquista; e fu dalle mani dei Cremonesi riscattato a prezzo di tremila lire reggiane, oltre le spese per ambasciate, militi e fanti, che andarono a servizio dei Cremonesi.

a. 1268

L'anno 1268, indizione 11ª, i Parmigiani cinsero di assedio Borgo S. Donnino coll'aiuto de' Modenesi, Cremonesi, Piacentini e Reggiani; e se ne ritirarono dopo esservi stati lungo tempo attorno, e aver distrutto nel contado alberi, biade, vigne e case. E allora i Parmigiani si rappaciarono con que' loro concittadini che soggiornavano in Borgo S. Donnino. Quell'anno infermò Papa Clemente IV, il giorno di S. Cecilia, e otto giorni dopo, cioè la vigilia di S. Andrea, morì. L'anno stesso, Corradino passò presso la Rocchetta e vicino a Brescia; poi tornò alla Rocchetta di Bosio, passò l'Adda e pel Ticino si recò a Pavia, ove si fermò molti giorni; poscia si portò a Pisa, traversando le Terre del Marchese del Carretto, e per mare. Il suo esercito arrivò più tardo a Pisa passando per il territorio dei Fieschi. E lo stesso anno si accostò a Roma marciando attraverso la Toscana, a malgrado dei Guelfi del paese, e raccolse uomini su quel di Lucca. Così nello stesso millesimo, la vigilia del beato Bartolomeo, s'azzuffò l'esercito di Corradino coll'esercito di Re Carlo, il quale ne trionfò; e dalla parte di Corradino molti cadendo furon morti. Vi fu grande strage, e molti si diedero a fuga, e molti altri Baroni e cavalieri rimasero prigioni. Lo stesso Corradino col Duca d'Austria e moltissimi altri fu fatto prigioniero e condotto nelle carceri di Palestrina. Ed Enrico fratello del Re di Castiglia, che era allora Senatore di Roma, fu parimente preso in questa battaglia con Galvagno Lanza. Il quale, insieme a molti altri Pugliesi traditori, fu ucciso con due suoi figli presso Roma. E l'anno stesso Modenesi e Reggiani presero Brandola[8].... E, il dì di S. Luca Evangelista, la moglie di Re Carlo venne a Reggio con numerosissimo seguito di fanti, di cavalieri e balestrieri. E, non un mese dopo, arrivò a Reggio il Conte di Fiandra in compagnia di sua moglie, che era figlia di Re Carlo, con una moltitudine di gente, che tutti andavano in Puglia dopo la sconfitta di Corradino e de' suoi, nella quale battaglia rimase prigioniero Corrado di Antiochia, nipote dell'Imperatore, che era evaso dalla prigione del Re per opera di Giacomo di Napoleone e compagni, che erano nell'accampamento dei Saraceni. E quella sconfitta avvenne nei campi Palentini, presso il fiume[9] della Marca, vicino ad Albi[10]. E lo stesso anno, dopo tre mesi, fece a Corradino medesimo, al duca d'Austria nel regno di Puglia, e al Conte Gerardo da Pisa..... fece loro presso Napoli mozzar la testa. Morì anche quell'anno, ai 28 Novembre, Papa Clemente IV, nativo della Provenza. Questo Papa Clemente, che ebbe moglie e figli, prima fu avvocato di grande rinomanza e consigliere del Re di Francia: dipoi, morta la moglie, per merito di vita buona e di rara scienza, fu fatto Vescovo di Puy[11], poscia Arcivescovo di Narbonne; in seguito, Vescovo e Cardinale della Sabina; finalmente, mandato da Papa Urbano IV in Inghilterra, come Legato per la riformazione della pace, fu, in sua assenza, dai Cardinali eletto Papa, a Perugia, e si diede tanto alle veglie, ai digiuni, alle preghiere e ad altre buone opere, che si crede che Iddio pe' meriti di lui abbia liberato la Chiesa dai gravi disordini, che a quei tempi l'affliggevano. Egli, quando Corradino nipote dell'Imperatore Federico, s'accingeva a battere Re Carlo, a cui il Papa aveva dato il Regno di Sicilia, mentre molti disperavano delle sorti di Carlo, sia perchè l'esercito di Corradino era grosso, sia perchè la Sicilia s'era ribellata a Carlo stesso, predisse in un pubblico sermone...... che Corradino come fumo si dissiperebbe, e Carlo entrerebbe in Puglia siccome inconscia vittima. E l'evento gli fece ragione; poichè Corradino, dopo presa la fuga, fu fatto prigioniero, e n'ebbe tronco il capo; e il suo nome, in pochi giorni, svanì come fumo. Questo Papa canonizzò anche a Viterbo, nella chiesa dei frati Predicatori, una Edwige duchessa di Polonia, vedova di ammirabile santità, la quale, tra gli altri suoi miracoli, essendosi differita di molti anni la sua canonizzazione......... La qual cosa saputasi da un ebreo, si fece subito battezzare con tutta la sua famiglia. Lo stesso anno, ai 5 di Dicembre, Manfredo dei Roberti, eletto Vescovo di Verona chiuse i suoi giorni; e, nello stesso mese, morì Pietro da Vico, Prefetto di Roma. E lo stesso anno 1268, il Soldano di Babilonia, devastata l'Armenia, occupò Antiochia, una delle più cospicue città del mondo, e, presi ed uccisi uomini e donne, la ridusse una solitudine, e....... per la maggior parte li uccise; e questo avvenne ai 16 di Maggio, vigilia dell'Ascensione. Così pure nel millesimo sussegnato, cioè 1268, Corradino, nipote del fu Imperatore Federico, sprezzando la scomunica del Papa, levando le armi contro Carlo, fatto dalla Chiesa Re di Sicilia, aggiunti ai Tedeschi, che aveva, molti Lombardi e Toscani, arrivò a Roma, dove, accolto solennemente, alla imperiale, si associò il Senatore di Roma Enrico, fratello del Re di Castiglia e molti Romani, e s'avviò contro Carlo in Puglia; ma dopo un'aspra battaglia campale, Corradino, co' suoi che voltavan le spalle, fu fatto prigioniero, e da Carlo con due nobili decapitato.

a. 1269

L'anno 1269, indizione 12ª, a mezzo Aprile, cadde una abbondantissima neve, che durò, in pianura, due giorni e due notti: e cominciò a nevicare a mezzanotte tra Sabato e Domenica, nè cessò che sino a verso sera. La notte successiva si ebbe forte brina, l'altra ancora, brina fortissima, che distrusse tutte le vigne. E in quell'anno fu dai Reggiani distrutto il castello di Pizegolo[12], come anche Toano[13] fu distrutto e raso al suolo. Questo fu un anno di venti furiosissimi; e, nel mese di Luglio i Cremonesi andarono a campeggiare attorno alla Rocchetta di Bosio da Dovaria, che venne a soggezione del Comune di Cremona; e, a norma de' patti sanciti tra le parti belligeranti, la Rocchetta fu smantellata. Così pure Lucera de' Saraceni in Puglia si arrese a Re Carlo. E nello stesso anno, in Settembre, duecento fanti montanari con cavalleria e fanteria della diocesi di Modena, si recarono, per l'interesse del Comune, nel Frignano contro Guidino Montecucoli, fratello di Bonacorso, per riedificare un castello in servizio dei Serafinelli della stessa Terra del Frignano[14]; e ne restaron morti e prigionieri di fanti e di cavalieri. E allora accorse il Conte Maginardo con numeroso corpo di militi di Bologna e della diocesi in aiuto del suddetto Guidino; e si combattè una accanita battaglia, e furono presi, impiccati e morti quasi tutti quelli della diocesi di Reggio, e vi morì con un suo segretario, Guido di Mandra, che era, pel Comune, Capitano di quelli della diocesi di Reggio. Lo stesso anno, la rocca di Bardi[15], nel mese di Novembre, si arrese al Comune di Piacenza; e i Parmigiani distrussero sino alle fondamenta la muraglia di cinta di Borgo S. Donnino, spianarono le fossa del castello, e mandarono comandando ai Borghigiani di abbandonare il castello, e fabbricando case, si facessero un borgo lungo la strada verso Parma. Quell'anno stesso il Marchese Uberto Pallavicini, guercio, vecchio e invecchiato nel mal fare, morì in montagna nell'amarezza dell'anima e nel dolore, senza confessione e senza penitenza, e senza dare alcuna soddisfazione alla Chiesa. E i frati Minori furono là, volendo tentare di convertirlo a Dio, almeno in punto di morte...... A cui disse frate Gerardino di S. Giovanni in Persiceto, lettore di teologia nel convento dei frati Minori di Parma: Il Savio ne' Proverbii 6º dice: Corri, affrettati, risveglia il tuo amico: Ed io adempiei a questo precetto della Scrittura, o Signore, recandomi da voi per la salute dell'anima vostra, ch'io voglio conquistare al cielo........ E il Pallavicino, rispose: Non ho rimorso in coscienza di tener nulla che sia d'altri. A cui frate Gerardino replicò; Chi nasconde le sue colpe non sarà indirizzato; chi se ne confesserà e le abbandonerà, riceverà misericordia. Ma frate Gerardino riconoscendo che s'affannava invano, disse: Ho fatto quel che toccava a me ecc. e l'abbandonò alla pertinacia di lui....... Penso che frate Gerardino fosse mandato al Pallavicino o dai Parmigiani, o da qualche Legato per richiamarlo alla legge della Chiesa. Perocchè quando Papa Clemente passò da Piacenza, come privato, per andar a ricevere l'investitura del papato, disse ad alcune persone: A nome mio, dopo ch'io sia partito di quì, dite a quel Signore che tiene la Signoria di Cremona, che se vuol essere amico di Dio e della Chiesa e lasciar vivere la gente in pace, io porrò opera acciocchè il Papa gli faccia buona e festosa accoglienza, e gli usi misericordia........ I Parmigiani però del Pallavicino se ne sono vendicati ancor vivo, smantellandogli le castella, e devastando le Terre che aveva occupato....... Signoreggiò vent'anni in Cremona; che se altrettanti avesse servito a Dio, n'avrebbe avuto in mercede il regno eterno. Iddio gli perdoni i molti danni, che ha fatto ai Parmigiani, ai Cremonesi, ai Piacentini e a molte altre città Lombarde; ma neppur esso se la passò impunemente........... Nello stesso anno, si tenne un Capitolo generale in Assisi, essendo tutt'ora Ministro Generale frate Bonaventura; nè vi era Papa, perchè i Cardinali non avevano ancora potuto accordarsi. In questo tempo i Bolognesi si recarono a Primaro, e vi eressero un castello contro i Veneziani. (Primaro è una località su quel di Ravenna, dove il Po che rade Argenta, entra in mare). E corsero i Veneziani contro i Bolognesi con grosso esercito, con navi, baliste, màngani e trabucchi e con ogni maniera d'argomenti da guerra; e fecero alto alla sponda opposta del Po, e tentarono un vigoroso attacco al castello de' Bolognesi, e vi fu grosso combattimento. I Veneziani battevano la torre de' Bolognesi con màngani e trabucchi; ma i Bolognesi difesero virilmente il loro castello, sicchè i Veneti abbandonarono l'impresa. Ed i Bolognesi stettero quivi a oste, credo, due o tre anni, e ne morirono trecento, o cinquecento, per la malaria del mare, e per la moltitudine delle zanzare, delle pulci, delle mosche e dei tafani. E frate Pellegrino del Polesine Bolognese, dell'Ordine de' frati Minori, andò e compose in accordo Veneti e Bolognesi. I Bolognesi distrussero il castello che avevano fatto, e quindi partirono, donando molto legname del castello sfatto ai frati Minori di Ravenna. E siccome io abitava allora a Ravenna, mi pare che la distruzione di quel castello da parte dei Bolognesi, e la loro partenza da Primaro accadessero quando Corradino fu sbaragliato da Carlo, cioè nel 1268. (Ed innumerevoli stormi di quegli uccelli, che nelle vigne devastano le uve, e che dal volgo si chiamano tordi, passarono nell'autunno di quell'anno, sicchè ogni sera dopo cena sino al crepuscolo della notte, e per molti giorni, appena si poteva liberamente vedere il cielo. Ed erano talora due, tre strati l'uno sopra l'altro, e coprivano l'estensione di tre o quattro miglia. E, poco dopo, altri stormi d'uccelli dello stesso genere sopravvenivano volando, stormeggiando, e gracidando in suono che parea di lamento. E questo ripetevasi per molti giorni, verso sera, discendendo dai monti alle valli, e tutto il cielo ingombravano. Ed io con altri frati ogni sera usciva a vedere, a osservare, a empirmi di meraviglia, e volendo stare all'aperto, all'aperto non si era, perchè quegli uccelli velavano tutto il cielo. E dico cosa vera, da me veduta; nè l'avrei creduta a chi me l'avesse contata). La cagione poi, per cui i Bolognesi andarono a Primaro e fabbricarono ivi un castello è questa. I Veneziani sono uomini avari, tenaci e superstiziosi, e vorrebbero assoggettare a sè tutto il mondo, se fosse possibile; e trattano ruvidamente i mercanti che vanno ai loro mercati, e vendono caro, e fan pagare molti pedaggi in più luoghi del loro territorio, per una stessa persona e per un sol viaggio. E se qualche mercante porta colà le sue merci a vendere, non può riportarnele, anzi è costretto a vendere, voglia non voglia; e se una nave carica, che non sia delle loro, per qualche avaria si ricoveri nei loro porti, non può uscirne, se prima non ha venduto le merci a loro; e dicono che fu per volere di Dio che quella nave riparò in un loro porto; al che nulla si può contraddire. Nel tempo in cui Roglerio di Bagnacavallo dominava a Ravenna, sopravvennero i Veneziani, e costruirono un castello allo sbocco delle valli, e sulla riva del Po pel naviglio che va da Ravenna al Po dalla parte di S. Alberto, e promisero ai Ravennati, che i Veneti avrebbero tenuto il castello per cinquant'anni e che annualmente, per tale concessione, avrebbero pagato alla cittadinanza di Ravenna, cioè al Comune, cinquecento lire della moneta Ravennate; e pagavano puntualmente, come io ho veduto. Ma i Veneziani in questo affare vi ebbero cinque furberie, o malizie. La prima fu che mentre questa concessione doveva durare, come s'è detto, cinquanta anni e non più, ora si maneggiano a perpetuarla; nè solamente lo dicono, ma lo mostrano a fatti; perchè mentre prima avevano edificato il castello di legname, ora lo fanno di muraglia. La seconda è che da questa stazione intercettano la via alle navi Lombarde, che non possono trar nulla nè dalle Romagne, nè dalla Marca d'Ancona; da' quali paesi potrebbero esportare frumento, vino, olio, pesce, carne, sale, fichi, uova, formaggi, frutta, ed ogni sorta di vettovaglie, se i Veneziani non l'impedissero. Terza, perchè girano per ogni verso facendo incetta in queste due provincie d'ogni sorta di vettovaglie, e, perchè prima di loro non ne facciano raccolta, prevengono i Bolognesi, ai quali per la molta popolazione e per la fame degli abitanti delle città e delle campagne, urge necessità di avere abbondanza di tali provvigioni. Per la qual cosa, nessuna meraviglia se i Bolognesi si sono levati ad alzare un castello contro i Veneziani, a cagione dei quali dovrebbero accendersi di sdegno ed insorgere anche tutti i Lombardi, e condurre un esercito e far guerra ai Veneziani per i danni che loro apportano. Quarta, perchè nel porto di Santa Maria di Ravenna hanno sempre all'àncora una galea armata, affinchè di lì nessuno possa uscire con vittovaglie, chiudendo ogni sbocco ai Ravennati, ai Bolognesi, ai Lombardi. Il che non era punto nei patti della concessione. Quinto, perchè tengono sempre in Ravenna, a spese del Comune, un console, che chiamano Vicedomino, coll'ufficio di sorvegliare con sollecitudine, con somma diligenza e oculatezza, che i Ravennati non tramino alcun che in danno dei Veneziani, nè ordiscano nulla contro l'attuale stato di cose; il che pure non era fra' patti. E i Veneziani denominarono quel castello Marcamò, volendo dire il mare chiamò, stante che dal castello si ode il suono delle onde quando il mare è agitato, e si sollevano i cavalloni. Domandai al Conte Roglerio di Bagnacavallo se l'avesse fatto fare egli quel castello; e mi rispose: Fratello, io non l'ho fatto fare, se non nel senso che l'ho lasciato costruire, essendochè quando si fece, io aveva tanta autorità in Ravenna da poter impedire che si facesse. Ma per tre motivi lasciai fare: 1º perchè io aveva per moglie una veneziana; 2º perchè in quel tempo i miei nemici erano fuori di Ravenna; 3º perchè me ne veniva vantaggio, pagando i Veneziani ai Ravennati cinquecento lire annue. D'altronde noi non ne risentiamo danno di sorta, perchè Ravenna ha tanta abbondanza di vettovaglie, che sarebbe stoltezza volerne di più. Di fatto una larga scodella piena colma di sale a Ravenna costa un piccolo denaro; all'osteria si pagano altrettanto dodici ova cotte e condite; quando è la stagione delle anitre selvatiche, se voglio, posso comprarne una grassissima per quattro piccoli denari; e talvolta ho visto che, se taluno s'incaricava di pelarne dieci, gliene davano cinque di mercede. La stessa soperchiarìa usano i Mantovani a Governolo[16]. (Una volta era della Contessa Matilde, come era anche la città di Mantova): perchè quivi non si accetta pedaggio dalle navi, che passano pel Po, ma le costringono a navigare per dieci miglia sino a Mantova. E dopo che ivi hanno fatto vedere le merci, scaricandole e ricaricandole e pagando il pedaggio, li fanno (sic) ritornare al Po per lo stesso canale naviglio, sendochè altra via non avrebbero aperta, se non ritornando a Governolo. Per la qual cosa sdegnati i Cremonesi fecero quella Tagliata, di cui più sopra a suo luogo abbiamo parlato, discorrendo cioè dell'anno in cui fu fatta, la quale molto giovò ai Mantovani, e danneggiò i Reggiani, avendo loro distrutto campi, vigne e ville. Questa Tagliata sino a Primaro[17] impaludò larga zona di terreni, distrusse e sommerse molte ville, e dove prima si aveva abbondanza di frumento e di vino, ora si ha copia di pesci di diverse specie.

a. 1270

L'anno 1270, indizione 13.ª, nel mese d'Aprile, Domenica delle olive, arrivò a Reggio l'Imperatore di Costantinopoli che era in viaggio per oltremare; e, il giorno stesso, nel convento dei frati Minori, creò cavaliere Giacomino di Roteglia[18], che poi pel 1.º di Maggio bandì una gran corte, per trovarsi alla quale tutti i cavalieri e quasi tutti i giovani gentiluomini di Reggio vestirono a nuovo, e poi fecero doni dei loro vestiarii. Lo stesso anno, ai 27 di Giugno, Giovedì, mancò ai vivi Bonifazio da Foiano, Arciprete della Chiesa maggiore di Reggio, uomo di lettere e fratello germano di Guglielmo Vescovo di Reggio, ed era stato anche Arciprete di Campigliola. Morì a S. Salvatore ove dimorava, e fu sepolto nella Chiesa maggiore. L'anno stesso, in Agosto, furono smantellati i fortilizi, le castella e le case degli aderenti al partito di quei di Sesso della diocesi di Reggio, e, nel mese di Settembre, furono mandati a confino essi e ventiquattro loro amici, appartenenti anch'eglino alla diocesi di Reggio, con ingiunzione di stare al di là di Bologna, di Tortona e di Verona. Così, in Settembre fu anche morto Arverio, fratello di Bonacorso da Palù, con due figli ed altre persone, da Giacomino da Palù; il quale Giacomino da Palù, a più riprese, fece strage di molti del suo casato; cioè uccise il padre di suo genero, Alberto Caro, ed il genero, che aveva nome Zanone, e il figlio della propria figlia, bambino ancor lattante, battendolo contro terra, e Arverio, che era suo fratello consanguineo, e un altro ancora del suo casato. Così, nel millesimo sussegnato 1270, non vi era nè Papa, nè Imperatore; e il Re di Francia Lodovico il cristianissimo, non rattenuto dal pensiero delle fatiche e delle spese, che altra volta aveva fatto oltre mare, di nuovo imprese il viaggio con due figli, il Re di Navarra, e moltissimi Baroni e Prelati della Chiesa per liberare Terra Santa. Ma per redimere più agevolmente Terra Santa deliberarono di assoggettare prima alla potestà dei cristiani il Regno di Tunisi, che, trovandosi a mezza via, impediva di non poco il viaggio a quelli che passavano per andar oltre mare. Ma dopo che con un pronto e forte colpo di mano ebbero occupato il porto e Cartagine, che è presso Tunisi, nell'esercito de' Cristiani cominciò a infuriare la malattia, che quell'anno infieriva lungo le coste di quel mare; e mietè, prima, la vita d'un figlio del Re, poi quella del Legato del Papa, Cardinale Albanese, in seguito quella del Re stesso cristianissimo, Lodovico, e di molti Conti e Baroni e semplici soldati. Come poi abbia chiusi i suoi giorni il Re prenominato.... Nella sua malattia non cessando mai di lodare Iddio, talvolta alle lodi intercalava questa preghiera: Fammi, o Signore, tener in non cale la prospera sorte del mondo, e non paventare l'avversa. Pregava anche per il popolo che aveva tratto seco, dicendo: Santifica e custodisci, o Signore; il tuo popolo. E in sul punto di esalare l'ultimo respiro, alzò gli occhi al cielo e disse: Entrerò in casa tua, adorerò nel santo tempio tuo, e confesserò il tuo nome, o Signore. Pronunziate queste parole, s'addormentò nel Signore. E in mezzo al turbamento d'animo dell'esercito dei cristiani, e alla festa che ne facevano i Saraceni, ecco che con numerose squadre di milizia arrivò Carlo Re di Sicilia, a sollecitare il quale, vivo ancora il Re di Francia, era venuto suo fratello; il cui arrivo molta esultanza suscitò negli animi dei cristiani, e molta trepidazione nei Saraceni. E quantunque, a quanto appariva, fossero di numero superiori ai cristiani, pure mancava loro l'ardimento di provocarli a generale battaglia; ma con loro arti recavano ai cristiani molte molestie; delle quali questa fu una. Quella regione è molto sabbiosa, e, in tempo di siccità, sommamente polverosa; laonde i Saraceni appostarono molte migliaia d'uomini sopra un monte vicino ai cristiani, e quando soffiava il vento nella direzione dei cristiani, smovevano la sabbia, e se ne sollevavano nubi e nembi d'un polverìo, che era molestissimo ai cristiani. Ma finalmente, per pioggia caduta, cessò la polvere, e i cristiani, appostate le macchine e tutti gli argomenti guerreschi, s'apparecchiavano ad oppugnare Tunisi da mare e da terra; il che incutendo timore ai Saraceni, vennero a patti coi cristiani. Tra i quali patti è fama che i principali fossero i seguenti: che tutti i cristiani prigionieri in quel Regno si lasciassero in libertà; che nei monasteri fabbricati nelle città di quel Regno ad onore del nome di Cristo, si potesse liberamente predicare il Vangelo dai frati Minori e Predicatori, od altri che fossero; che liberamente si potesse battezzare chi il desiderasse; che, pagate le spese della crociata al Re, la Tunisia fosse tributaria al Re di Sicilia. E molti altri patti furono convenuti, che quì sarebbe troppo lungo annoverare. E mentre per l'arrivo di Odoardo Re d'Inghilterra, in compagnia di una moltitudine di Frisoni ed altri pellegrini, era cresciuto di tanto il numero dei combattenti cristiani, che si giudicava arrivassero a 200000, e si sperava che bastassero non solo a redimere Terra Santa, ma anche a soggiogare tutti i Saraceni, sì numeroso esercito, per le peccata de' cristiani, si disperse senza aver apportato alcun notevole vantaggio. Perocchè il Legato, che avrebbe dovuto dirigerli, fu rapito da morte; Terra Santa, a cui doveano avviarsi, mancava del governatore dei pellegrini; il Patriarca, che fu delegato per Terra Santa, era morto; la Sede Apostolica che a tutti doveva sopravvedere e provvedere, era vacante; e il Re di Navarra, che era partito malato dall'Africa, giunto in Sicilia, soccombette alla sua malattia.

a. 1271

L'anno del Signore 1271, indizione 14.ª, l'ultimo di Marzo, arrivò di passaggio a Reggio, Filippo Re di Francia con suo fratello e col suo esercito, ed ebbe ospitalità nel palazzo di Guglielmo da Fogliano, che allora era Vescovo di Reggio. Il qual Re andava in Francia colla salma di suo padre Lodovico Re di Francia, che trasportava dall'Africa, dove era morto a Cartagine presso Tunisi. E lo trasportava in un'urna chiusovi con aromi; ed in un'altra urna portava la salma di Tristano suo fratello e figlio del Re predetto, che era morto parimente a Cartagine con molti altri Baroni, che s'eran mossi per redimere oltre mare la Terra Santa. E dopo otto giorni passò pure da Reggio il Conte di Fiandra colla sua gente e la sua milizia. In quell'anno fu enorme carestia di biade; tanto che in Maggio e Giugno lo staio di fava si vendeva sei soldi imperiali; lo staio di melica, tre, quattro soldi imperiali; lo staio di spelta costava due soldi e mezzo imperiali sul pubblico mercato, e in contratti privati dieci soldi reggiani; lo staio del frumento si pagava venti soldi imperiali in pubblico; ed in privato, otto soldi imperiali. E lo stesso anno i Cremonesi andarono a oste contro il castello di Malgrate[19], e vi stettero fino a tanto che lo ebbero a patti, e lo diroccarono e rasero al suolo. Lo stesso anno fu anche devastato il territorio di Crema sino alle fossa della città, in Giugno, dai Milanesi. Ed era allora Podestà di Milano Roberto da Tripoli, cittadino Reggiano, dei Roberti. In quell'anno fu costituita in Bologna una compagnia, che si chiamava della giustizia; ed era numerosa assai e composta dei migliori popolani di quella città; e mandò ottocento dei suoi armati ai confini del territorio Bolognese per la sicurezza della città. Nello stesso anno, Deto dei Cancellieri di Pistoia fu sei mesi Podestà di Reggio, da San Pietro al 1º. di Gennaio; e il detto Podestà andò ad assediare il castello di Corvara, ai 22 di Luglio, con fanteria e cavalleria del quartiere di Castello e di S. Nazzaro. Vi concorse anche un quartiere della città di Parma. E il Comune di Reggio mandò tre trabucchi, e tre quei di Parma. Il Comune di Mantova, in aiuto del Comune di Reggio, pel detto assedio, inviò venticinque balestrieri; quel di Castiglione di Toscana anch'esso mandò a servigio del Comune di Reggio un manipolo di balestrieri. E vi stettero a oste i detti quartieri di Castello e di S. Nazzaro diciasette giorni; poi vi andarono i fanti ed i cavalli del quartiere di S. Pietro e di S. Lorenzo per ventitrè giorni. Poscia vi ritornarono quelli del quartiere di Castello e di S. Nazzaro per undici giorni; ed ebbero, per capitolazione, tanto il castello che la Terra di Corvara; e il castello lo atterrarono, la Terra la devastarono a volontà del Comune di Reggio; e quelli che erano dentro il castello ebbero affidamento per le persone e le robe loro; e stettero ai bandi e alle condanne del Comune di Reggio, che s'impossessò del castello ai 19 Settembre, giorno di Sabato. E Giacomino da Palù, per la restituzione di quella Terra, toccò quattrocento lire imperiali. Nell'Agosto di quell'anno i Bolognesi corsero a oste sulla diocesi di Modena, e cinsero di assedio Savignano[20] e Montombraro[21]; stantechè fra i Comuni di Bologna e di Modena vi era una convenzione, per la quale i Modenesi non potevano avere alcun castello alla destra del Panaro, e perciò i Bolognesi distrussero que' due castelli.... E, per questi sei mesi, si pagò lo staio del frumento otto soldi imperiali e più; lo staio di spelta, otto grossi; una libbra grossa di carne di maiale, 14, 15, 16, 17, 18 imperiali; una libbra grossa d'olio d'ulivo, due soldi imperiali; quattordici fichi secchi, un reggiano; dodici o tredici mandorle, un reggiano; uno staio di farro, 12 o 13 grossi. Ed ogni altra sorta di vettovaglie fu quell'anno scarsissima. Ed in quest'anno, allorchè si trasportava in Francia la salma di S. Lodovico Re di Francia, per intercessione di lui, che è come dire per amore di lui, operò Iddio molti miracoli.... Nella città di Reggio, quando eravi di passaggio il corpo di S. Lodovico, Giacomo degli Alucii alzò preghiere a Dio, acciocchè per amore del Santo lo esaudisse; e il Signore rese miracoloso il suo Santo, il quale sanò per miracolo una gamba a Giacomo degli Alucii. A Parma, che è la mia città, quella cioè di cui sono nativo, guarì una fanciulla di un cancro, che aveva in un braccio. E, nel 1274, maestro Rolando Taverna Parmigiano, Vescovo di Spoleto, cui Papa Martino IV mandò in Francia a raccogliere e scrivere i miracoli di S. Lodovico Re di Francia, perchè lo voleva canonizzare e inscrivere nell'Albo dei Santi, reduce dalla Francia, dove era andato per la preaccennata commissione, disse a me in Reggio, dove io allora abitava, che aveva raccolti e notati settantaquattro miracoli, diligentemente provati con testimonianze attendibili ed autorevoli.

a. 1272

L'anno 1272, indizione 15ª, fu creato Papa Gregorio X, che prima si chiamava Tedaldo Visconti di Piacenza. E per discordia de' Cardinali la cristianità era stata senza Papa tre anni, nove mesi e ventun giorni. E lo stesso anno, ai 14 di Marzo, lunedì, morì Enzo figlio del fu Federico Imperatore, che era nelle carceri di Bologna; ed ebbe sepoltura nel convento de' frati Predicatori; e il Comune di Bologna lo fece imbalsamare, e tutta la città gli rese solenni onori funebri alla sepoltura. Considera ora le opere di Dio. Questo Re Enzo fu figlio illeggittimo dell'Imperatore Federico; eppure ebbe tanti onori in morte sulla sua tomba. Chè per lui fu un onore morire ed esser sepolto in Bologna; essere dai Bolognesi stato fatto imbalsamare; essere ricevuto nel convento loro dai frati Predicatori, ed ivi essere messo a dormire l'eterno sonno con S. Domenico. Mentre Corrado, figlio legittimo dello stesso Imperatore, mancò di questi onori non solo, ma quando si trasportava a Palermo, ove sono le tombe dei Redi Sicilia, dai Messinesi ne furono gettate le ossa nel mar di Messina, e buttato pasto ai pesci....... perchè aveva fatto danno e sfregio ai Messinesi, come aveva fatto il padre di lui.... Nel medesimo anno, nel suddetto mese di Marzo, morì il Cardinale Ottaviano; e i frati Minori di Reggio comprarono alcune case presso al loro convento, e il Comune incaricò periti stimatori, che calcolassero il valore di prezzo di quelle case da comprarsi in buona fede, e il Consiglio tutto concordò. E così ampliarono il loro convento e aprirono una strada nuova che s'allineava direttamente colla casa di Arduino de' Tacoli, che va alla chiesa di S. Giacomo, dove abitano i frati dell'Ordine di Pietro peccatore di S. Maria in Porto di Ravenna; del qual Ordine è Santa Fenicola di Parma. E nello stesso anno, in Aprile, i Bolognesi co' loro amici s'accordarono e tennero un Consiglio generale, ed un Consiglio de' popolani, ed arringarono e statuirono di voler andare a oste col loro carroccio sulla diocesi di Modena, per torre al Comune e alla città di Modena tutta quella parte di diocesi che avevano alla destra del Panaro. Ed i Bolognesi fecero incidere a lettere su d'una pietra, che il Comune di Bologna era deliberato di andare a quella impresa. E la pietra fu murata nel palazzo del Comune di Bologna, sicchè il Podestà e il Capitano del popolo di Bologna, quando erano in palazzo, la avevano sott'occhi ogni giorno. E i Bolognesi quotidianamente premevano il detto Podestà e Capitano ad armare a tal fine l'esercito, avendo il Comune deliberato in proposito, e avendo il Podestà e il Capitano giurato di eseguire la deliberazione. Inoltre i Bolognesi inviarono ai Parmigiani alcuni loro ambasciatori, i quali nel palazzo del Comune di Parma perorarono domandando e pregando da parte dei loro concittadini, che ai Parmigiani piacesse di non immischiarsi nelle vertenze del territorio Modenese posto tra la Secchia e Bologna; come essi non s'intrometterebbero in quanto accadesse tra la Secchia e Parma; che era quanto dire: Prendetevi la signoria della città e diocesi di Reggio sino alla Secchia, che noi faremo altrettanto della città e diocesi di Modena sino alla Secchia stessa. E fu risposto che non era uso de' Parmigiani far danno ai loro vicini quando non avevano colpa. E li rimandarono inesauditi, nè vollero prestare il loro assenso alle proposte de' Bolognesi, e mantennero sino ad oggi pace e amicizia co' loro vicini Reggiani e Modenesi. Nè la città e Comune di Modena volle cedere ai Bolognesi quella parte di diocesi e territorio, che era sulla destra del Panaro, anzi cercarono di aiuto i loro amici per difendersi contro i Bolognesi. E in aiuto dei Modenesi accorsero da Cremona cento cavalieri con tre cavalli ciascuno, da Parma due mila uomini di fanteria e mille di cavalleria. Accorse pure il Marchese d'Este da Ferrara, e dalla città di Reggio molta cavalleria, oltre i maggiorenti e più potenti e più nobili della città, non a spese del Comune, ma per conto ed onore proprio. E i Bolognesi trassero fuori e condussero nella piazza del Comune di Bologna il loro carroccio; ma quando giunse il momento pe' Bolognesi di formare il loro esercito, la fazione di quelli dei Geremei di Bologna non volle prendere l'armi contro i Modenesi, e stavano anzi pronti ed in armi alle loro case; e se gli altri Bolognesi si fossero mossi contro i Modenesi, la fazione di quei de' Geremei aveva progetti e accordi di far entrare in Bologna il Marchese d'Este con tutta sua gente, e i Parmigiani, i Cremonesi, i Reggiani e i Modenesi, che erano in Modena, e molti Toscani e Romagnoli, ed espellere da Bologna tutti quelli del partito de' Lambertazzi. Quindi i Bolognesi si ristettero dall'andare sopra Modena. Lo stesso anno, all'ultimo di Maggio, uscì di vita Gerardo da Tripoli, e fu sepolto il 1º di Giugno, mercoledì, vigilia dell'Ascensione, nel monastero di S. Prospero di Reggio. E durante la Podesteria del predetto Podestà, cioè Triverio dei Rustici, cittadino di Gubbio[22], si ebbe gran carestia d'ogni sorta di vettovaglie, tale che uno staio di frumento costava 8, 9, 10 soldi imperiali; uno staio di spelta si vendeva quattro soldi imperiali, e 13 e 14 grossi; uno staio di melica 12, 13, 15, 16 grossi; uno staio di fava 15, 18, 20 grossi; uno di ceci 8, 9 soldi imperiali; una libbra grossa di carne di maiale 18, 20, 22 imperiali; una libbra d'olio d'ulivo, 22 soldi imperiali; e un peso di cacio 8, 9 soldi imperiali; uno staio di fagiuoli, 20 grossi, e 7 soldi imperiali. E d'ogni altra specie di vettovaglie, per tutto il detto tempo, vi fu massima penuria; e durò due anni. Nello stesso millesimo, in Luglio, Guglielmo Luigini fu nominato Abbate del monastero di S. Prospero di Reggio, confermato dal Legato, che era a Piacenza, ed insediato nell'ufficio ai 13 di Luglio, mercoledì. E per quel giorno il detto Abbate fece imbandire un sontuoso banchetto, a cui furono invitati i Chierici, i Religiosi e i migliori cittadini di Reggio. E nel 30 Luglio, sabato, morì Bonifazio di Canossa, e fu sepolto in S. Leonardo della città di Reggio. Ai venti di Maggio dello stesso anno, arrivò a Reggio Odoardo Re d'Inghilterra, che era di ritorno colla moglie da' paesi d'oltremare, e fu ospitato nel palazzo del Vescovo; e, il giorno appresso, si rimise in viaggio alla volta del suo paese. Lo stesso anno cominciò la fabbrica del palazzo nuovo del Comune di Reggio, sul trivio di quei di Sesso e di altre casamenta, che erano di Ugo Speciale, e d'altre casamenta ancora prospettanti sullo stesso trivio; e morì nell'anno stesso Guido Gaio de' Roberti, che fu sepolto nella chiesa dei frati Minori.

a. 1273

L'anno 1273, indizione 1ª, il dì 27 Settembre, cioè nella festa dei SSi Cosma e Damiano, giunse a Reggio Papa Gregorio X co' suoi Cardinali, e ricevette ospitalità nel monastero di S. Prospero; e, il giorno seguente, mosse per Parma, affrettato dal bisogno di andare a Lione per tenervi Concilio. Questo Gregorio, di santissima religione, era compassionevole dei poveri, largo e benigno sopra ogni altro uomo, molto misericordioso e mansueto. Egli, quando era Arcidiacono di Liegi, e, per divozione, era in viaggio per oltremare, trovandosi di alloggio nel palazzo di Viterbo, fu dai Cardinali proclamato Papa. Egli fece una nomina di Cardinali lodatissima, per avere eletto personaggi insigni e valenti. Al terz'anno del suo pontificato, per aiuto di Terra Santa, cui voleva visitare in persona, celebrò uno straordinario Concilio a Lione, che si aperse il 1º di Maggio; al quale intervennero anche ambasciatori straordinari dei Greci e dei Tartari. Dei Greci, che promettevano di ritornare all'unità della Chiesa, e a provarlo confessarono che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo, e cantarono solennemente il Simbolo in seno al Concilio. Dei Tartari, che battezzati nel corso del Concilio, ritornarono al loro paese. Il numero de' Prelati presenti al Concilio fu di 500 Vescovi, 60 Abbati, e circa 1000 altri Prelati. Questo Papa nel Concilio diede molte ed utili disposizioni relative ai soccorsi per Terra Santa, alla elezione de' Sommi Pontefici, e allo stato della Chiesa universale. Durante il Concilio, gli elettori degli Imperatori elessero il Conte Rodolfo di Lamagna Imperatore dei Romani. Allora Rodolfo Re dei Romani e Re dei Franchi insieme a molti Baroni presero la croce per andare in soccorso di Terra Santa. Questo Papa aveva una rara esperienza delle cose secolari; nè studiava a guadagni, ma a soccorrere i poveri. Morì e fu sepolto ad Arezzo. Cominciò l'anno 1272, e, dal giorno della sua elezione, tenne la Sede Apostolica quattro anni e dieci giorni; ed il papato restò vacante dieci giorni.

a. 1274

L'anno 1274, indizione 2.ª, fu celebrato a Lione da Gregorio X un Concilio generale nel quale soppresse l'Ordine dei Saccati, e la congregazione, o piuttosto la dispersione di quei villani e ribaldi, che si dicono e non sono apostoli, ma sono anzi una sinagoga di Satana, e l'avanguardia dell'Anticristo, del quale Ordine fu fondatore Gherardino Segalello in Parma, che in mille modi folleggiò, come ricordo d'aver già detto e veduto, e fece folleggiare tanti altri; ma si avverò in lui ciò che Davide già da tempo lontano aveva predetto nel salmo 57º: Al nulla si ridurranno, come acqua che scorre: tende il suo arco sino a che siano annientati. Quest'arco teso fu Papa Gregorio X, che nel Concilio generale di Lione soppresse quelle Religioni di mendicanti, che di recente erano state istituite, cioè quella dei Saccati, e di quei ribaldi che chiamavano sè stessi apostoli, volendo egli dare esecuzione alla Decretale di Innocenzo III, fatta in Concilio generale, che dice: Acciochè la troppa diversità delle Religioni non induca grave confusione nella Chiesa di Dio, abbiamo assolutamente proibito che nessuno istituisca una Religione nuova; e chiunque voglia darsi ad una Religione, si volga ad una di quelle, che sono già approvate. Nel millesimo preindicato, la città di Bologna fu in preda ad un grave conflitto intestino, e in parte fu messa a fuoco. E il partito imperiale di detta città, quello cioè dei Lambertazzi, fu spogliato e scacciato nella festa di S. Giovanni Battista. Nel qual anno, un sabato, 2 Giugno, sul mattino, i Bolognesi partigiani dell'Impero, per timore che arrivassero rinforzi a quelli del partito della Chiesa contro gli imperiali stessi, senza violenza e senza colpo ferire se la svignarono da Bologna, e si ricoverarono a Faenza. La quale, nell'anno stesso, dai Bolognesi, che erano ancora in Bologna, cioè da quelli di parte della Chiesa, fu stretta d'assedio, e ad aiutarli concorse anche una certa quantità di pedoni, cavalieri e balestrieri di Modena, Reggio, Parma e Cremona, e fu tutt'all'intorno devastata e distrutta. Le quali cose, io, che allora abitava a Faenza, ho vedute e riconosciute.

a. 1275

L'anno 1275, indizione 3ª, ai 24 del mese d'Aprile, la cavalleria di Bologna con Nicoluzzo da Balugano di Jesi, Podestà di Bologna, e con Malatesta di Vircolo, cittadino di Rimini, Capitano del popolo di Bologna, fecero una cavalcata contro i Faentini e contro i Bolognesi fuorusciti, che erano a Faenza. E giunti alla porta della città di Faenza, i Faentini e i Bolognesi fuorusciti fecero una cavalcata vicino ad alcuni castelli occupati dai Bolognesi; e ritornando a Faenza si trovarono di fronte alla cavalleria di Bologna, e, sovrastando in pericolo, coraggiosamente li assalirono, e, quando piacque a Dio, la milizia di Bologna fu messa in piena rotta e fuga, e parte ne furon morti, parte prigioni, parte mortalmente feriti. Questo scontro avvenne vicino al ponte di S. Procolo, che dista da Faenza due o tre brevi miglia. L'anno stesso, ai tredici Giugno, giovedì, i Bolognesi, invocato l'aiuto de' Lombardi, formarono un esercito contro i Faentini e i Forlivesi per annientarli. E, in aiuto dei Bolognesi di parte della Chiesa, accorse una certa quantità di cavalleria e di balestrieri di Ferrara, e Modenesi, e Reggiani, e Parmigiani, e si accamparono al ponte di S. Procolo ne' pressi di Faenza, a distanza di due, come è detto più sopra, o al più tre brevi miglia. Nel quale esercito vi era un'infinita quantità di fanti e di cavalli. E avendo essi un giorno, per devastare l'agro Faentino, passato il ponte, Guido Conte di Montefeltro, Capitano di guerra de' Faentini e Forlivesi e Bolognesi fuorusciti, mandò dicendo al Malatesta, capitano de' Bolognesi, che voleva battaglia. Nè questi la rifiutò. Quindi immediatamente il Conte Guido uscì di Faenza con tutta la sua gente, e designò le schiere, che dovevano battersi; e il Malatesta designò le sue. Fatta dall'uno e dall'altro Capitano la designazione delle proprie squadre, il Conte Guido urtò poderosamente contro i Bolognesi, e debellandoli, inseguendoli, uccidendo e facendo prigionieri, li ridusse al nulla. Poscia, disperse, malconciate, passate a fil di spada le milizie, il Conte Guido si volse contro la caterva de' popolani, che erano oltre quattromila, e stavano ancora compatti nell'accampamento a guardia del vessillo e del carroccio, e senza colpo ferire si arresero prigionieri del Conte, il quale, a trionfo della vittoria, li trasse entro Faenza e chiuse in carcere. E così i Faentini corsero sul luogo, nel quale l'esercito era stato a campo, e vi trovarono e presero intatte tutte le vettovaglie, i padiglioni, le tende, i carri ed ogni sorta di salmerie occorrenti ad un esercito. E in quel combattimento perirono molti cavalieri nobili e potenti, cioè Nicolò de' Bazalerii, Arriguccio de' Galluzzi di Bologna, e tra fanti e cavalieri Bolognesi ben 3325. Così pure di Reggio fu morto Giovanni Rossello de' Roberti, allora Capitano della cavalleria Reggiana, e Princivallo di Minozzo, e Guido Briga figlio del fu Bernardo di Corrado; i quali furono trasportati a Reggio ciascuno in una sua arca; e i primi due, cioè Giovanni Rossello e Princivallo, furono sepolti in due tombe separate nel convento dei frati Predicatori, dopo essere stati esposti su due distinti feretri nella chiesa di S. Barnaba fuori Porta S. Pietro. E tutta la città uscì fuori ad incontrarli, e fu un sabato, 15 Giugno. Guido Briga, poi arrivò in un'arca più giorni dopo, e fu sepolto alla chiesa de' frati Minori. Fu morto anche Nicolò del fu Filippo Vescovo, che era giudice col Podestà di Bologna in quell'esercito; ma sul campo non fu possibile rinvenirne il cadavere. Questa vittoria dei Faentini, e strage dei Bolognesi, accadde nel giorno di S. Antonio dell'Ordine de' Minori; e perciò i Bolognesi non vogliono nemmeno udirlo più nominare in Bologna. Anche l'anno avanti, i Bolognesi stanchi dell'assedio di Faenza, la vigilia di S. Francesco l'abbandonarono; e così per S. Francesco evitarono mali, per S. Antonio hanno acquistato beni (sic). L'anno stesso 1275 cominciò per la fiera di S. Maurizio a piovere dirottamente, e prima di Natale si rovesciò dal cielo per più giorni tale diluvio d'acque, che portò vaste innondazioni, a i fiumi traboccarono ed uscirono dai loro alvei spandendosi per la diocesi di Reggio; e tutto l'inverno fu piovoso. E, in quell'anno e nel successivo, s'ebbero in pianura piogge e diluvii, e, ai monti, nevi oltre misura copiose; e in alcuni punti di montagna furono alte sin cinque braccia, e in altri sino a sei braccia; e tanta neve durò più mesi nell'anno predetto e nel seguente. Vi fu anche ai monti grande morìa di maiali e d'altro bestiame, per mancanza di nutrizione. Non avevano nulla da somministrar loro a pasto, e cuocevano fieno e lo trituravano per pascere i maiali. In quell'anno, ai 5 di Dicembre, festa di S. Nicolò, giunse a Reggio, reduce da Lione, Gregorio X con sua Corte e suoi Cardinali, e fu ospitato nel palazzo del Vescovo di Reggio. Il giorno dopo partì per Roma; ma poi ad Arezzo infermò, e vi stette molti giorni infermo.

a. 1276

L'anno 1276, indizione 4ª, ai 10 di Gennaio, festa di S. Paolo, primo eremita, Papa Gregorio X morì ad Arezzo, città della Toscana. Questo Papa fu molto zelante delle cose divine, e molto aveva in animo di fare; ma la morte prematura gli tolse di mandare a compimento i suoi progetti. Egli depose un Vescovo, che aveva domandato licenza di non intervenire al Concilio, perchè sospettò che volesse rimanere a casa per avarizia, cioè per risparmiare le spese...... Così pure biasimò e vituperò frate Pietro dei Fulconi di Reggio, e lo allontanò da sè, mentre prima dimorava seco a Corte, perchè accumulava tesori. Tolse il cappello rosso al Cardinale Riccardo, perchè parve che avesse conferita una prebenda con simonia. E, fin prima che fosse Papa, furono composti alcuni versi, ch'egli poi credeva che alludessero a sè, e che per sè fossero stati profeticamente scritti, ne' quali è detto:

Sanctus parebit, et Christi scita tenebit.

Angelicae vitae; vobis pavor, o Giezitae[23].

D'angelico costume un santo austero

Verrà del Cristo a custodire il Vero.

Vi corra un gelo al cor, tremate, audaci

Di Simon mago miseri seguaci.

Ma riportiamo per ordine tutti i versi, giacchè questo Papa li riferiva a sè stesso. Questi sono alcuni versi, che furono destinati ad alcuni Cardinali, e anche ad un certo Capitolo provinciale dei frati Predicatori, parecchi mesi prima che Papa Gregorio X fosse eletto, come un sacerdote del detto Ordine, frate degno di fede, disse a me, e mi diede i versi. Ed io, quasi tre mesi prima della elezione di Gregorio X, vidi que' versi nel loro testo originale:

Quarto Clementi, dum tertius annus agetur

Papa sacer genti justorum substituetur,

Ac domo Christi succedet sanctior isti,

Patris de coelis servus bonus, atque fidelis.

Huic salvandarum zelus vehemens animarum

Et quod honoretur Deus a cunctis et ametur.

Currus et auriga Christi populis erit iste;

Nam sua non quaeret, sed quae tua sunt,

bone Christe.

Gazas terrenas spernet, discrimine plenas,

Conformis Christo, mundo dum vivet in isto.

Hunc Deus ornabit, et mire clarificabit,

Sanctificabit, magnificabit, glorificabit,

Mundum pacabit, et Ierusalem renovabit.

Fructus terra dabit, Deus orbem laetificabit

Sed prius horribile quiddam parebit in yle

(Idest): in mundo.

Clementi alius sacer succedet et almus,

Cui procuratrix Theotocon ejus amatrix,

Et defensatrix, semperque benigna educatrix.

En circa mille bis centum septuaginta

Tetraque: tunc ille velut annorum quadraginta,

Sanctus parebit, et Christi scita tenebit,

Angelicae vitae; vobis pavor, o Giezitae.

Christe, tuum pulcrum tunc nobis, sancte, sepulcrum

Reddes subiectis, Agarenis inde reiectis.

Nunc male captivi, tunc convertentur Achivi.

Cardinibus multam, pones, altissime, mulctam.

Tres Deus orantes, quam saepius et vigilantes,

Quod sic praestetur, clare docuisse videtur.

Dopo Clemente volgerà 'l terz'anno,

E di Clemente quarto avrà lo scanno

Pastor novel di sacro spiro ardente,

Voto e desio della cristiana gente.

Alma che vien dal ciel d'amore accesa,

Niun più santo di lui vedrà la Chiesa.

Dell'uom la perfezion, di Dio la gloria

Saran sua cura sol, virtude e storia.

Cocchio e cocchier del popolo di Cristo,

Brama al regno di Lui sol fare acquisto.

L'oro disprezza, che a virtù fa guerra;

Tesoreggia pel ciel sopra la terra.

In lui magnificenza, in lui splendore

Iddio raduna, e ne fa santo il cuore.

Per lui fia pura dell'altar la face;

Lieto il mondo per lui composto in pace.

Colmo di frutti avrà la terra il seno,

Colmo di gioie il cor, lieto, sereno.

Ma prima il sol vedrà prodigio strano

Che di Clemente il successor sovrano.

Cui la Madre di Dio, Vergine pura,

Guida darà, difesa, amore e cura.

Ecco il dugensettantaquattro arriva

Aggiunto al mille; e sapïenza viva

D'angelico costume, un santo austero

Verrà del Cristo a custodire il Vero.

Vi corra un gelo al cor, tremate, audaci

Di Simon mago miseri seguaci.

Il gran Sepolcro a liberar di Cristo

Ei viene, e vola al glorïoso acquisto.

E, lo schiavo d'error e di sofisma

Acheo converso, sparirà lo scisma.

Guizzanti strideran le tue saette

Sui Porporati, altissime vendette.

Par che squarciasse del futuro il velo

A preghi e veglie di tre santi il cielo.

E questa scrittura noi la vediamo letteralmente verificata. A Papa Clemente IV succedette Gregorio X; e fu buon uomo, giusto, retto e timorato di Dio; e prima che a Clemente succedesse un altro Papa apparve al mondo un'orribile cosa; e fu che i cristiani, per discordia tra' Cardinali, stettero senza Papa tre anni, nove mesi e ventun giorni; e perciò restavano stupefatti di tanto lunga vacanza della Sede Apostolica. Laonde Gregorio X appena fatto Papa, fissò norme opportune per l'elezione del Sommo Pontefice. Il detto poi ne' versi:

En circa mille biscentum septuaginta

Tetraque, tunc ille velut annorum quadraginta

è chiaro e facilissimo a intendersi, perchè si verificò alla lettera. Nel 1274 celebrò un Concilio generale a Lione, in cui si mostrò veramente santo, perchè stabilì ottime regole da osservarsi; e credeva fermamente di attenersi agli insegnamenti di Cristo, se fosse vissuto; ma per la malizia altrui, fu dalla morte tolto di mezzo, come Giosia Re di Giuda, quando appunto era più necessario....... Quel che segue poi negli altri versi

Angelicae vitae; pavor vobis, o Giezitae

s'è già detto come perseguitò vivamente i simoniaci. Quel che vien dopo:

Christe, tuum pulcrum, tunc nobis, sancte, sepulcrum

Reddes subiectis, Agarenis inde reiectis.

si può spiegare adempiuto in questo modo: Egli visitò una volta personalmente Terra Santa, e s'era proposto di visitarla di nuovo per redimere il Santo Sepolcro. Ma contro la volontà di Dio nulla si può. Ond'è che il Signore disse Luca 21.º: E Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili, finchè i tempi dei Gentili siano compiuti. Ond'è che è detto, Apocalisse 11.º: Ed essi calcheranno la Città Santa lo spazio di quarantadue mesi. L'Abbate Gioachimo intese questo numero così: quarantadue mesi sono le quarantadue generazioni, che pone Mattia, chè tali si dichiararono nel nuovo testamento, perchè secondo S. Luca III: E Gesù Cristo cominciava ad esser come di trent'anni, quando fu batezzato da Giovanni. Poni dunque quarantadue generazioni da Cristo sino ai giorni nostri, assegnando trent'anni a ciascuna generazione, e si completeranno in 1260 anni, (tempo in cui cominciò la divozione dei flagellanti). Il qual numero è designato in più luoghi, come nell'apocalisse 11.º: Ed io darò a' miei due testimonii di profetizzare: e profetizzeranno 1260 giorni, vestiti di sacchi. E più innanzi Apocalisse 12.º: E la donna fuggì nel deserto, dove ha luogo apparecchiato da Dio, acciocchè sia quivi nudrita 1260 giorni. E tanto qui che più su, pel giorno si intende l'anno....... Quindi non appare essere volere di Dio, che il Sepolcro di Cristo, una volta glorioso, sia ora liberato. Ma se fosse dipeso dalla volontà di Gregorio X sarebbe stato liberato, se la morte non gli avesse tronca l'impresa in mano, stantechè a questo fine andò oltremare, rinnovò l'Impero, celebrò il Concilio...... Io credo in vero (non so se m'inganni) che per queste due cose che il Papa tentò di fare, Iddio lo togliesse di mezzo, non volendo che sorga più alcun Imperatore dopo Federico II, di cui è detto ancora: In lui sarà finito l'Impero, perchè sebbene sia per avere successori, dalla suprema Sede Romana non ne avranno il titolo. Non pare poi che sia volere di Dio che il Santo Sepolcro sia liberato, perchè molti che hanno voluto provarvisi, hanno provato invano. E perciò a questo riguardo la Chiesa può esclamare con Isaia 49.º: Io mi sono affaticato a vuoto: invano, ed indarno ho consumato la mia forza; ma pur certo la mia ragione è appo il Signore, e l'opera mia appo l'Iddio mio. Quanto segue poi in quei versi.

Nunc male captivi, tunc convertentur Achivi.

cioè i Greci; così si può spiegare. I Greci intervennero al Concilio di Lione celebrato da Gregorio X e promisero di ritornare all'unità della Chiesa romana....... Riguardo poi alla conversione de' Greci e de' Giudei ecc, leggi nel libro dell'Abbate Gioachimo, chè la sua esposizione è bellissima, piacevole, e piena di verità......

L'anno del Signore 1276, indizione 4.ª, ai 21 di Gennaio festa di S Agnese, fu eletto Papa frate Pietro dell'Ordine dei Predicatori, Borgognone, della città di Tarantasia, il quale essendo Arcivescovo di Lione, fu fatto Cardinale da Papa Gregorio X, che fregiò del cappello stesso anche frate Bonaventura Ministro Generale dell'Ordine de' Minori, maestro Pietro Spagnuolo, e due altri. Del collegio de' Cardinali dunque era stato il primo, e fu chiamato Innocenzo V, che morì l'anno stesso, in cui fu fatto Papa, cioè ai 22 di Giugno. E l'anno stesso, un martedì, sul finir di Giugno, vigilia di S. Giovanni Battista, si rovesciò un diluvio strabocchevole d'acque; tantochè il Crostolo gonfiò in modo che, da Rivalta[24] sino a Bagnolo[25], tutto il territorio era allagato, e molte persone perirono annegate; e le biade furono travolte da luogo a luogo, e ruinarono i ponti dei torrenti, le case furono rese crollanti, o atterrate dall'inondazione, le biade sommerse, le ghiaie che erano sulle strade trasportate su' campi o ne' fossati, sicchè diluvio tale non fu mai più veduto, nè i vecchi ricordavano che mai l'eguale in antico fosse avvenuto. E il Crostolo gonfiò e si espanse talmente presso il borgo di S. Stefano e d'Ognissanti fuori porta, che la corrente delle acque invase la strada d'Ognissanti in Reggio, e dell'acqua che veniva dal Crostolo ne furon piene le case dell'una parte e dell'altra del borgo predetto, e tutta la strada era coperta di detta acqua, sicchè una barca poteva navigarvi. Anche tutto l'Ospedale di Santa Caterina ne era pieno e l'Ospedale di S. Geminiano parimente, e la strada pareva un canale naviglio; e il detto Ospedale di S. Geminiano ne riportò gravi danni in biade ed altre cose, asportate dall'inondazione. Anche la strada della Modolena[26] pareva un canale naviglio; e le acque della Modolena[27] si congiunsero con quelle del Crostolo; e que' torrenti scorrevano per case e per campi, che pareva un mare. Anche molto bestiame annegò, cioè tutte le pecore dell'Ospedale di S. Pietro in Vincoli di Modolena, e molti altri animali. Nè udita fu mai nè veduta altrettale inondazione, nè i vecchi ne avevano memoria. E tanto diluvio si scatenò per tutto il mondo, e le pioggie durarono tutta la state e l'autunno, sicchè non si potè seminare; e nella Villa di Crostolo[28], presso Masenzatico, le case s'empirono d'acqua del fiume; e la pioggia persistette quattordici mesi. Lo stesso anno morì Papa Innocenzo V, ai 22 di Giugno, e fu eletto, agli 11 di Luglio, Ottobono Fieschi, nipote di Papa Innocenzo IV, e si chiamò Adriano V, che morì il mese dopo, ai 17 d'Agosto, e fu sepolto nella chiesa de' frati Minori a Viterbo; e, nel successivo 17 Settembre, fu eletto Papa maestro Pietro Spagnuolo, che assunse il nome di Giovanni XXI, e restò in sede otto mesi e un giorno. E nello stesso anno si ebbero pioggie dirotte e diluvii, sicchè i campagnoli non poterono seminare; cosa non mai più udita dai vecchi.

a. 1277

L'anno 1277, indizione 5.ª, ai 21 di Gennaio, giorno di Santa Agnese, giovedì, Napoleone cittadino Milanese, Anziano perpetuo del popolo della città di Milano, fu ignomininsamente rimosso da quell'anzianato, fatto prigioniero con sei o sette di casa sua da' fuorusciti milanesi, e da' Comaschi e lo ritengono tuttora prigione in Como, ossia ne' castelli Comaschi, e precisamente nel castello di Bardello[29]; e sono state fatte tre gabbie, in cui sono chiusi, cioè, come si dice, due per gabbia. E la presura era avvenuta in un borgo della diocesi di Milano, che si chiama Desio[30]. E i contadini di quel borgo uccisero allora Francesco della Torre, ed alcuni altri di quei della Torre, e amici loro. E Cassone figlio di Napoleone, udito di questa cosa in un certo castello ove si trovava, corse con quattrocento armati a cavallo sopra Milano, ed entrò in città co' suoi, e trovò che casa sua e quelle de' suoi erano poste a ruba e a sacco; e le porte della città erano chiuse, e il popolo di Milano affollatissimo e armato nel Broletto, e quivi Cassone s'impegnò in una mischia e uccise molti; ma quando s'accorse che non trovava gran seguito, uscì fuori coi suoi armati, e s'accostò a Lodi, la quale non lasciandolo entrare, si trattenne ne' sobborghi, e il giorno dopo andò a Crema co' suoi armati. E l'Arcivescovo di Milano in una con tutti quelli del partito di dentro, fecero l'ingresso in città con vivissima festa ed esultanza; e il popolo milanese elesse questo stesso Arcivescovo a suo Signore: e assecondando il desiderio dell'Arcivescovo nominarono Simone, Capitano della città per un anno; Guglielmo Pusterla, Podestà dei mercanti; e Riccardo conte di Langosco[31], Podestà della città. E, ai 21 del mese di Maggio, morì Papa Giovanni XXI dopo un Papato di otto mesi e un giorno. E, lo stesso anno, un Lunedì 7 Luglio, morì Ugolino da Fogliano, e il giorno dopo fu sepolto alla chiesa di S. Spirito di Reggio. E quello fu un anno in cui uno staio di fava seminata ne fruttò diciotto, venti, anche venticinque; e perciò più ancora di quello del proverbio: Fava de zenaro, lo mozo per lo staro; cioè quando si semina fava in Gennaio, prolifica tanto che se ne ha un moggio da uno staio: questa è sperienza e tradizione degli agricoltori. Lo stesso anno e millesimo, un esercito Reggiano andò a oste a Bismantova[32]; e quelli di Bismantova si arresero all'obbedienza del Podestà di Reggio, nel mese d'Agosto. Nello stesso mese, Guastalla, cioè il territorio di Guastalla, fu occupato dai nemici; ma immantinente fu riconquistato dall'altro partito, cioè da quelli di parte della Chiesa; e tutti quelli che l'avevano occupato restarono, o morti, o prigionieri. In quell'anno fuvvi grande morìa, e moltissime malattie d'uomini, di donne e di ragazzi per quasi tutto il mondo, ma principalmente nel regno d'Italia e in Lombardia; e le pioggie furono sì continue e grosse, che non si poterono raccogliere le meliche, nè seccarle, nè si potè seminare. L'anno stesso, Mastino della Scala, che ebbe la Signoria di Verona dopo Ezzelino da Romano, fu morto da quattro assassini Veronesi. Ma Alberto della Scala suo fratello germano, e che succedette a Mastino nella Signoria di Verona, vendicò pienamente il fratello facendo uccidere i malfattori..... In quell'anno si ebbe anche gravissima carestia, e in alcuni casi fu venduto uno staio di frumento 9 soldi imperiali, e 20 soldi reggiani; uno staio di fava 17, 18, 19 grossi; uno staio di melica 13, 14, 15 grossi; una libbra grossa d'olio d'ulivo 21 imperiali, e sin anche 22 e due soldi imperiali. Fu anche in quell'anno che, coll'assenso del Consiglio generale di Cremona, nel mese di Novembre e di Dicembre, si cominciò ad otturare il cavo Tagliata. E fu eletto Papa, verso il giorno di S. Andrea, il Cardinale Giovanni Gaetani, che assunse il nome di Nicolò III. Egli da Cardinale era il governatore, e protettore e censore dell'Ordine de' Minori, e dopo che fu Papa, commentò la loro Regola, e chiarì alcune cose che parevano non facili ad intendersi. Ed è notabile che tutti i Cardinali governatori, protettori e censori dell'Ordine del beato Francesco, furono poi fatti Papi, come Gregorio IX, Alessandro IV e Nicolò III; e ciò credo io, mercè la grazia di Dio, l'aiuto del beato Francesco e la bontà della vita loro. Del resto, quello che ha da venire sallo Iddio. Ora il Cardinale dell'Ordine de' frati Minori è Matteo Rossi, e ne lo assegnò, anzi ne lo impose, Papa Nicolò, perchè è suo parente; ma i frati avevano eletto Girolamo, che era stato Ministro Generale del loro Ordine, ed ora è Cardinal prete del titolo di Santa Potenziana (ma dopo fu fatto Vescovo di Palestrina; e frate Bencivenni è stato fatto Vescovo di Albano. Questi fu dell'Ordine dei Minori, lettore di teologia, bello, buono, onesto uomo, e amico intimo di Nicolò III, che lo creò anche Cardinale, perchè talvolta abitò con lui, e amava affettuosamente l'Ordine, a cui apparteneva).

a. 1278

L'anno 1278, indizione 6.ª, fu impedito dai Cremonesi che si interrasse il cavo Tagliata, quando il Comune di Reggio, a chiuderlo, vi aveva già spese duemila lire imperiali e più, senza tener conto della prestazione d'opera ed altre spese da parte degli abitanti della diocesi di Reggio. Ed il Comune di Reggio ne ebbe grave danno e beffa; perchè il Marchese Cavalcabò cogli altri Cremonesi della città di Cremona negarono al Comune di Reggio la promessa indennità delle spese fatte per la detta chiusura, e la distrussero; promessa che era stata fatta ad Azzone di Manfredi, che allora era Podestà di Cremona, e al Comune di Reggio, dal Consiglio generale e dal Comune di Cremona stessa. In quell'anno uno staio di frumento costava 8, 9, 10 soldi imperiali; uno staio di spelta 14 grossi, e 5 soldi imperiali; e uno staio di melica 14 grossi e 5 soldi imperiali. E lo stesso anno, in Maggio, fu smantellata, diroccata e incendiata Gonzaga[33], ossia il castello di Gonzaga, dai Mantovani. E allora era Signore di Mantova Pinamonte, il quale tenne molt'anni quella Signoria, e di tale opera di distruzione era solito vantarsene, e andava dicendo: «Ho fatto la tale cosa, durante la mia Signoria, ho fatto la tale altra, nè finora me ne capitò disgrazia, anzi ogni cosa mi va a seconda dei voti»; ma queste vanterie non erano da uomo sensato...... E nota che nel millesimo sussegnato si trattò la prima volta di creare un Capitano del popolo di Reggio; e fu fatto, a sei mesi, Ugolino Rossi, cioè il figlio del fu Giacomo di Bernardo Rossi di Parma, per cura di Guglielmo Fogliani, Vescovo di Reggio, che ebbe dal Comune facoltà di eleggerlo. E lo stesso anno fu presa Lodi da Cassone della Torre di Milano. Nello stesso millesimo ed anno, Giliolo da Marano di Parma, Giudice, fu eletto, a sei mesi, Podestà di Reggio, cioè dal 1º Luglio al 1º Gennaio. E lo stesso anno, sotto la reggenza del detto Podestà, quelli di Bismantova ruppero il patto di obbedienza al Podestà e al Comune di Reggio. E il sunnominato Ugolino Rossi, Capitano del popolo di Reggio, assunse per primo l'ufficio della Capitaneria, ed ebbe sede la prima volta nella casa di un Guido Gaio de' Roberti. In quell'anno fu preso anche dai Cremonesi il castello di Fornovo[34]; e dal Patriarca d'Aquileia e dai Torriani si presero a forza molte Terre in quel di Milano, e furono fatti innumerevoli prigionieri. A Bologna si concordò la pace per interposizione di frate Latino, nipote di Papa Nicolò III, e Cardinale Legato in Lombardia ed in Toscana.

a. 1279

L'anno 1279, indizione 7ª, nella diocesi di Reggio fu preso un lupo[35], che divorava i ragazzi. E nello stesso anno, nel mese di Febbraio, Tommasino di Gorzano e quei di Banzola di soppiatto occuparono Bismantova, e ne portarono via roba, vettovaglie e tutto quanto vi si trovava; e nello stesso mese i prenominati invasori consegnarono ogni cosa nelle mani di un milite del Podestà di Reggio pel Comune, che ne pagò mille lire reggiane. Nel mese di Maggio poi morì Aimerico da Palù in Parma, e fu sepolto nel convento de' frati Minori, e dai Parmigiani si ebbe distinte dimostrazioni d'onore tanto alla morte, quanto sulla tomba. E lo stesso anno, nel mese di Febbraio, o sul principio di Marzo, fu segnata la pace tra i Torriani e quei di Lodi da una parte, e i Milanesi dall'altra. E, nel mese d'Aprile, a Reggio furono giurate e contratte parentele tra quei di Fogliano e Antonio de' Roberti, tra Giacomino di Rodiglia e Guido da Tripoli, e tra Guido di Bibianello e Guglielmo di Canossa. E poscia, in Aprile o in Maggio, quei di Bismantova rioccuparono Pietra Bismantova; e un certo numero di fanti e di cavalli da Bologna e da Parma con balestrieri di Modena andò a oste colà, e vi stettero quindici giorni; finchè quelli di Bismantova restituirono a patti quella Terra al Comune di Reggio, e si ritirarono. (Nel soprassegnato millesimo due Re co' loro eserciti si azzuffarono e n'ebbero aspra ed accanita battaglia, cioè Rodolfo Re de' Romani, che coll'assenso di Gregorio X era stato eletto al seggio d'Imperatore, e il Re di Boemia; urtarono dunque l'uno contro l'altro, e Re Rodolfo ne riportò la vittoria e uccise il Re di Boemia; e l'uno e l'altro erano buoni amici dell'Ordine de' frati Minori). Lo stesso anno, nella festa dei SS. Apostoli Filippo e Giacomo, cioè il 1º Maggio, un fortissimo terremoto scosse la Marca d'Ancona, sicchè due parti di Camerino[36] subissarono, e molte vittime si ebbero a deplorare: Fabriano, Matelica, Cagli, S. Severino e Cingoli, tutti questi castelli ruinarono, e parimente Nocera, Foligno, Spello[37], e in breve tutti i castelli, che sono tra que' monti ne furono assai malconci. Così tre monti tra i quali eranvi artificialmente formati due laghi e costrutto un castello si riunirono; e i laghi e il fiume, che col rigurgito delle acque li formava, ed il castello restarono sepolti. In Romagna e sui monti tra Firenze e Bologna ruinarono castelli ed ogni sorta di edifici con innumerevoli vittime sotto le ruine; e tanto timore invase l'animo di tutti, che da quelle parti nessuno s'attentava più di stare in casa, neppure il Legato Cardinale Latino. Nella Marca d'Ancona e altrove si rappacificarono molte discordie per timore e per l'aspettazione di imminente pericolo. Fu fatta anche pace tra i Bolognesi e i Romagnoli per mediazione del Cardinale Latino dell'Ordine dei Predicatori. Così nello stesso anno, verso il giorno d'Ognissanti, fu la città di Parma interdetta dagli uffici ecclesiastici, per cagione di due donne, che in quella città furono bruciate vive per eretiche (delle quali una si chiamava Alina, l'altra era una sua seguace) e per cagione de' frati Predicatori e del Cardinale Latino. Come pure verso Natale furono di nuovo espulsi da Bologna quelli che vi erano rientrati per la fatta concordia, cioè i Lambertazzi, perchè pretendevano un trattamento pari a quello dei partigiani della Chiesa. (Parimente nel suddetto millesimo fu ucciso Francesco Cavatrutta di Parma per intrighi e sollecitazioni di un certo capo di assassini, che si chiamava Cecco Tosco di Firenze. Accorse dunque alla chiamata di costui Guglielmo Bestiario de' Lambertini di Bologna con alcuni malfattori, e lo ferì di spada nel palazzo del Comune di Bologna, e lo dilacerarono a brandellini, e lo gettarono giù dal palazzo come vile carname. Allora era Podestà di Bologna Guglielmo Putagio di Parma, e frate Ghifredo Pagani di Parma era Guardiano de' frati Minori di Bologna). Nello stesso millesimo si videro anche le imposture di miracoli di un certo Alberto, che stava a Cremona e che era stato un portatore e ad un tempo un tracannatore di vino, non che un peccatore; dopo la cui morte, come se ne faceva correr voce, operò molti miracoli a Cremona, a Parma e a Reggio. In Reggio alla chiesa di S. Giorgio, e del beato Giovanni Battista; a Parma nella chiesa di S. Pietro, che è presso la piazza nuova, ove avevano la loro stazione, tutti i brentori di Parma ossia i tracannatori di vino; e beato chi li poteva toccare, o dare loro qualche cosa del proprio; altrettanto facevano le donne. Ed univano compagnie per le parrocchie, ed uscivano per le vie, e per le piazze, per andare processionalmente alla chiesa di S. Pietro, ove si veneravano reliquie di quell'Alberto; e cantando portavano croci e gonfaloni, e facevano offerte di porpore, sciamiti, broccati, baldacchini[38] e molti denari; che poi i brentori si dividevano tra di loro e tenevano per sè. La qual cosa vedendo i parrochi si affrettarono a far dipingere le immagini di quell'Alberto nelle loro chiese, perchè crescesse il numero e il pregio delle offerte. E non solo in quel tempo si faceva dipingere l'immagine di lui nelle chiese, ma anche sui muri, sotto i porticati delle città, delle campagne e de' castelli. Il che è contrario alle leggi ecclesiastiche, le quali proibiscono di venerare le reliquie di chi non è stato dalla Chiesa riconosciuto e ascritto all'albo dei Santi; nè si può dipingere l'immagine di alcuno come di Santo, se prima non ne sia pubblicata la canonizzazione. Laonde i Vescovi, che permettono tali abusi nelle loro diocesi, meriterebbero d'essere rimossi dal loro ufficio, cioè meriterebbero d'essere spogliati della loro dignità episcopale......... E chiunque avesse mancato d'intervenire a queste solennità, si riguardava come un eretico che le avesse in odio. E i secolari andavan dicendo a chiara e viva voce ai frati Minori ed ai Predicatori: Voi credete che non possano far miracoli che i vostri Santi; ma siete pure in inganno; ed ora lo si vede da questo. Ma Iddio sbugiardò presto l'accusa infame, apposta a' suoi servi ed amici, mettendo in chiaro la menzogna di coloro, che li avevano accusati, e castigando i calunniatori degli innocenti. Di fatto, arrivato un tale da Cremona, che diceva d'aver portato una reliquia di questo S. Alberto, cioè il dito mignolo del piede destro, accorsero affollati i Parmigiani, uomini, donne, ragazzi, ragazze, vecchi, giovani, chierici, secolari, e tutti i Religiosi, e con processione lunga, infinita, portarono quel dito alla chiesa matrice, che è quella della Vergine gloriosa; e collocato quel dito sull'altare maggiore, s'accostò Anselmo Sanvitali, Canonico della cattedrale, e, a volte, Vicario del Vescovo, e lo baciò. Ma sentito odore, cioè fetore d'aglio, e dettolo agli altri preti, s'accorsero anch'essi e riconobbero che erano stati gabbati, poichè non trovarono che fosse nulla fuorchè uno spicchio di aglio; e così restarono canzonati i Parmigiani e beffati, i quali folleggiarono in vanità e diventarono vani. In Cremona, nella chiesa ove era sepolto quell'Alberto, i Cremonesi volevano dimostrare che Dio per mezzo di lui operava miracoli; e perciò da Pavia e da altre città Lombarde molti infermi vi si facevano condurre per liberarsi dalle loro infermità. Accorsero anche da Pavia a Cremona molte nobili donne e donzelle, alcune per divozione, altre per isperanza di guarigione........ e perciò di gran lunga sbaglia il peccatore, o il malato, che abbandona i Santi conosciuti a prova, e si rivolge ad invocare l'aiuto di chi non può essere esaudito...... Nota però e considera che come i Cremonesi, i Parmigiani, e i Reggiani folleggiarono per Alberto brentore, anche i Padovani avevano folleggiato prima per un certo Antonio, che era un pellegrino, e i Ferraresi per un certo Armanno Pungilupo.............. Iddio realmente ascolta anche le invocazioni del beato Francesco, del beato Antonio, di S. Domenico e de' figli loro, ai quali debbono dare ascolto i peccatori. Ma la venerazione di tali nuovi Santi nasceva da molteplici cause: da parte de' malati, per ricuperare la sanità; da parte de' curiosi, per vedere novità; da parte dei preti, per invidia che hanno de' moderni Religiosi; da parte dei Vescovi e dei Canonici, pel lucro che ne ritraggono, come è palese nel Vescovo e ne' Canonici di Ferrara, che guadagnarono molto per la divozione di Armanno Pungilupo; e finalmente da parte di coloro che vagavano fuori delle loro città, come partigiani dell'Impero, i quali speravano, in occasione de' prodigi operati da questi nuovi Santi, di rappacificarsi coi loro concittadini, essere rimessi in possesso de' loro averi, e di finirla d'andare vagolanti pel mondo. Nel millesimo sussegnato, cioè 1279, indizione 7ª, fu rotta la pace di Milano, perchè il Marchese di Monferrato ingannò e tradì i Torriani, come fece divulgare per la Lombardia il Patriarca, che era uno de' Torriani. Però ebbe luogo la pace de' Bolognesi, che nel mese di Settembre rientrarono in Bologna; e fu fatta una tregua e una pace tra' Bresciani e i Mantovani. E, l'anno stesso, i frati Predicatori di Parma fuggirono e si ricoverarono a Reggio, perchè i Parmigiani si sollevarono contro di loro, a cagione di una donna, cui essi avevano fatta arrostire come una gazzera. Perciò i Parmigiani furono scomunicati da frate Latino Cardinale e Legato del Papa, che era a Firenze, e che apparteneva all'Ordine dei Predicatori. E un venerdì, 22 Dicembre, fu rotta la pace tra i Bolognesi della città e i fuorusciti. Vi fu guerra civile, e molti ne rimasero morti, e una quasi innumerevole quantità di case, che appartenevano a quelli del partito dei Lambertazzi, furono incendiate e diroccate dal partito avverso; laonde per timore di peggio i Lambertazzi uscirono dalla città.

a. 1280

L'anno 1280, indizione 8ª, uno staio di seme di canapa si vendeva 16, sino a 20 soldi imperiali. E in quell'anno i Parmigiani incominciarono a fare i cavi per murarvi le fondamenta di un castello presso a Cadeo sulla strada pubblica[39], e nel mese di Marzo scavarono le fossa di quel castello nella contrada di Cella, e lo chiamarono il castello della Croce. E i Mantovani fecero un ponte nella contrada che si chiama Brazzolo[40]. E nel mese di Agosto, nell'ottava dell'Assunzione della beata Maria Vergine, morì Papa Nicolò III. E i partigiani dell'Impero, di Faenza e di molte altre Terre della Romagna, uscirono dalle loro città. Il Conte di Romagna, che era Podestà di Bologna, cominciò allora a parteggiare per gli anzidetti Bolognesi. Nello stesso anno firmossi una pace fra quelli di Padova e di Verona, e la fazione imperiale lasciò Bologna; nel Settembre la parte imperiale uscì di Vercelli. Nello stesso anno insorse discordia tra Guglielmo Vescovo di Reggio, i preti della città e della diocesi di Reggio stessa da una parte, e Dego Capitano del popolo e il popolo di Reggio dall'altra, a cagione delle decime, parendo che i preti volessero esigere troppo dal popolo e dalla città. Perciò il Capitano con ventiquattro difensori delle ragioni del popolo statuirono leggi contro i laici collettori delle dette decime; e per cagione di quelle leggi il Vescovo scomunicò il Capitano, i ventiquattro Avvocati e tutto il Consiglio generale del popolo, e oltracciò pubblicò l'interdetto su tutta la città. D'onde il popolo in furore elesse altri venticinque popolani, tra' quali sette Giudici (e ne' predetti ventiquattro, ce n'erano già quattro di Giudici) e presero gravissime deliberazioni contro il clero: 1º che nessuno dovesse pagare decima di sorta nè dare consiglio, aiuto o favore ai preti, nè con loro trovarsi commensali, nè prendere servigio in casa loro, nè abitare in loro appartamenti, nè prendere da loro mezzadrie, nè dar loro da bere nè da mangiare (e molte altre pene ognuna delle quali per sè gravissima), nè macinare, nè cuocer pane nel forno per loro, nè radere la barba, nè prestare a loro ministero di sorta; arrogando a sè stessi, i preaccennati sapienti, autorità di dire, stabilire, ordinare a loro talento ed arbitrio checchè loro piacesse riguardo al clero. La quale autorità fu poi loro confermata dal Consiglio generale del popolo; e tutte le suddette ordinanze furono approvate ed osservate tanto dal popolo in ogni singolo individuo, quanto dal corpo della milizia e da tutti i buoni uomini. E in quell'occasione molti mugnai furono condannati a pagare cinquanta lire reggiane a testa, perchè contro le dette ordinanze macinarono al di là del termine fissato in mulini di chierici, e molte altre persone toccarono multe. Nello stesso anno, cioè 1280, Tebaldello, verso la festa del beato Martino Vescovo, a tradimento pose Faenza in mano a quelli che erano del partito della Chiesa, cioè in mano ai Bolognesi e ai Manfredi di Faenza, ed espulse i suoi; e colse il momento, in cui la massima parte de' suoi erano all'assedio di un castello. Lo stesso anno i Parmigiani restituirono ai Cremonesi il carroccio, che tolsero loro quando fugarono da Vittoria l'Imperatore Federico II; ed i Cremonesi ne ricambiarono i Parmigiani restituendo il carroccio, che avevano loro tolto in altra occasione; e questi scambi furono eseguiti con reciproche onorificenze, in mezzo all'allegria, ed all'esultanza d'ambe le parti, la vigilia della natività della beata Vergine Maria, che era una Domenica. E le due città accorsero in aiuto di Lodi con fanteria e cavalleria contro i Milanesi e il Marchese di Monferrato, che per distruggerla s'era mosso con tutti gli altri Lombardi. Fu anche allora che nel mese di Novembre Faenza fu presa dai Ravennati e da venticinque soldati Reggiani, che erano ad Imola pel Comune di Reggio a servigio de' Bolognesi, e da alcuni militi del Conte, e dai Bolognesi stessi, che dopo accorsero colà, e dopo loro tutta la milizia de' Parmigiani e de' Reggiani, che corse sino ad Imola. E molti Bolognesi furon morti, molti prigionieri, tra' quali se ne contarono quarantacinque che erano dei più valenti. E fu uno de' grandi e potenti di Faenza che pose la sua città in mano ai Bolognesi, e si chiamava Tebaldello de' Zambrasi. Questi, ch'io ho veduto e conosciuto, e fu un guerriero valoroso come un secondo Jefte, non era un figlio legittimo; pure un fratello di lui, frate Zambrasino dell'Ordine de' Gaudenti, gli assegnò mezza l'eredità paterna, perchè riconosceva in lui un uomo intraprendente, e perchè dei Zambrasi nessuno più sopravviveva tranne loro due; e giacchè c'era da esserne ricchi ambedue, divise in parti eguali il patrimonio del padre, e innalzò il fratello a grandezza di stato. E quando i Bolognesi della città, quelli cioè che si dicevano partigiani della Chiesa, fecero il loro ingresso in Faenza, mezza Faenza era all'assedio di un castello coi Bolognesi fuorusciti; e Tebaldello aveva spiato tempo opportuno a fare sua ribalderia. In quell'anno il ponte di Brazzolo, fatto fare dai Mantovani, fu distrutto dalla violenza delle correnti d'acque diluviali, che furono tali da asportare inferiormente, come dicevasi, quel ponte. Allora fu anche conchiusa una concordia tra il Vescovo di Reggio e i suoi preti da una parte, e il Capitano del popolo, il popolo stesso, ed il Comune di Reggio dall'altra, riguardo alle decime, nel senso che nessuno dovesse essere costretto a pagarle, se non secondo la propria coscienza; e molti altri patti furono convenuti in quella concordia. L'anno stesso Sinigallia fu a tradimento data in Signoria al Conte Guido di Montefeltro, il quale, come ne correva voce, condannò a morte, e fece uccidere in quella città 1500 persone.

a. 1281

L'anno 1281, indizione 9.ª, Cassone della Torre di Milano fu morto in battaglia con molti altri Lodigiani dai Milanesi, come anche restò morto sul campo il Podestà di Lodi nello stesso combattimento, ed era Scurtapelliccia de' Porta, Parmigiano e consanguineo di Obizzo Vescovo di Parma. Nello stesso millesimo ed anno fu eletto Papa Martino IV d'origine francese. Fu eletto alla cattedra di S. Pietro in Febbraio, e preso dal Collegio de' Cardinali: prima si chiamava Simone. Era stato Tesoriere della chiesa di S. Martino di Tours, amico de' frati Minori, de' quali teneva sempre alcuni alla sua Corte, e da loro si confessava. A questi frati diede anche un ampio privilegio di confessare e predicare, e promise di fare loro ancora più ampie concessioni. Questi spedì più volte forze armate contro Forlì, ma il partito della Chiesa si ebbe la peggio, restandone i militi debellati, fugati, prigioni e morti, tra' quali cadde anche Tebaldello, due volte traditore della sua patria, e restò sommerso insieme al suo cavallo nella fossa della città di Forlì. Morì allora di parte della Chiesa anche il Conte Taddeo e Comacio fratello di Anselmo de' Corradini di Ravenna, e morirono molti altri. Della parte contraria vi lasciarono la vita Guido degli Acarisii di Faenza, e molti altri sì di Bologna che d'altronde, ben degni d'essere ricordati.

a. 1282

L'anno 1282, indizione 10ª, si sviluppò una sì folta quantità di bruchi da frutti, che a' giorni nostri nessuno ne ricorda l'eguale, e sbrucarono tutti i frutteti, fiori e fronde, e le piante parevano come sogliono essere d'inverno, mentre a primavera erano fronzute e fiorite benissimo; e quando que' bruchi non trovarono più di che pascersi sulle piante fruttifere, fecero passaggio a quelle dei salici, e anche quelle rodevano; risparmiarono soltanto le fronde de' noci, e credo fosse per la loro amarezza. In seguito cominciarono a cadere a terra grossi e grassi, e strisciavano pe' campi e per le strade, e finalmente morivano; nè quelli erano bruchi da orto, ma d'altra specie. Lo stesso anno infierì gran carestia di biade, cioè di frumento, di spelta, di melica, di fava, di legumi d'ogni specie. Lo stesso anno fu anche levato, nel giorno de' beati apostoli Filippo e Giacomo, l'interdetto ai Parmigiani, loro imposto per cagione de' frati Predicatori, che avevano fatto bruciare per eretica una donna di nome Alina. E spontaneamente erano usciti tutti i frati Predicatori da Parma colla croce e in processione, perchè alcuni stolti s'erano avventati fin dentro il loro convento, e ne avevano ferito alcuni; ma quei mascalzoni, che avevano portato offesa ai frati Predicatori, furono gravemente puniti dai Parmigiani. Quell'anno molte persone fecero tra loro concordia nella città di Reggio; i Parmigiani e i Cremonesi con loro compagnie andarono a devastare le biade di quei di Soncino, perchè Boso di Dovaria aveva in quel castello la sua residenza, e sperava di entrare in Cremona, se l'avesse potuto; ma non gli fu permesso. Quell'anno il Marchese di Monferrato andò e si mise a campo nella diocesi di Lodi ad una coi Milanesi, Pavesi e loro carroccio, e per dir breve e sbrigarmi presto, con tutte le città di parte sua, cioè Vercellesi, Novaresi, Alessandrini, Comaschi e con tutti gli altri suoi amici, e andava dicendo che voleva ridonare la pace alla Lombardia. Ma quelli che parteggiavano per la Chiesa non gli prestarono fede, e unanimi gli si opposero, e si prepararono a resistenza e a guerra contro di lui. E subito in prima linea i Cremonesi uscirono contro tanta oste, e mandarono pregando i Parmigiani che senza indugio accorressero col loro carroccio a difendere Cremona; e subito andarono. E quando si sperò che la battaglia fosse vicina, Parmigiani e Cremonesi chiamarono ad accorrere i loro amici, cioè Ferraresi, Bolognesi, Modenesi, Reggiani, Bresciani e Piacentini, i quali prontissimi volarono al campo. E Capitano e condottiero di tutti questi fu Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona, che allora era Podestà di Parma. Ma il Marchese prenominato sentissi il tremore in corpo sul punto d'azzuffarsi con loro, e di soppiatto si allontanò, e ritornarono tutti dell'una e dell'altra parte alle loro città senza essersi misurati coll'armi. E mentre erano ancora tutti in Cremona, prima di separarsi, tutti quelli del partito della Chiesa fecero magnifiche onoranze ai Parmigiani, e sopratutti i Bolognesi, che sono sempre nobili cavalieri e gentiluomini, fecero un torneo attorno al Carroccio de' Parmigiani per ingraziarseli e mostrarsi loro amici. Perocchè i Parmigiani erano ben voluti da Papa Martino IV, che un tempo aveva studiato leggi in Parma, alla scuola di Uberto da Bobbio, ed erano nelle buone grazie della Corte Romana e di Re Carlo, perchè erano sempre pronti a correre in aiuto della Chiesa. Oltracciò avevano alla Corte un Cardinale oriondo di Parma, ossia di una villa della diocesi di Parma, che si chiama Gainago[41]. (In questa villa io frate Salimbene ho avuto molti possedimenti). Questi aveva attinenze di parentela con maestro Alberto da Parma, che fu sant'uomo, ed uno dei sette Notai della Corte, in grazia del quale, e inoltre per ragione dalla sua abilità nelle lettere, della sua bontà, onestà e intraprendenza, Papa Nicolò III lo fece Cardinale, e si chiamava Gerardo Albo.[42] Papa Martino IV mandò costui in Sicilia a richiamare i Siciliani all'obbedienza della Chiesa quando si ribellarono a Re Carlo, e a Palermo uccisero tutti i Francesi, uomini e donne, e i bambini li battevano a morte contro le pietre, e alle gravide apersero il ventre. Ed un certo Giudice francese, nell'atto di uscire di casa per sedare il popolo tumultuante, fu pregato da un savio cittadino di non immischiarsi fra il popolo, ma anzi se la svignasse per una finestra appartata, e salvasse sua vita. S'appigliò al consiglio, e andò ad un certo castello per mettersi al sicuro. Ma scorto, lo inseguirono i Palermitani, s'impossessarono del castello, e tratto il Giudice sulla piazza di Palermo lo fecero a brani. I Messinesi però non incrudelirono tanto contro i francesi, ma li spogliarono dell'armi e dell'avere, e li inviarono a Carlo loro Signore, che in quei giorni era tornato indietro per non perdere Napoli, e perchè Pietro d'Aragona aveva invaso da quella parte la Sicilia, e aveva per alleati il Re di Castiglia e il Paleologo. Questo Pietro Re d'Aragona aveva moglie una figlia del Principe Manfredi; e il Principe Manfredi, cui Carlo aveva tolta la vita, era figlio del fu Imperatore Federico 2.º. Il Paleologo poi era un tale che teneva a Costantinopoli la Signoria dei Greci dopo aver ucciso il figlio di Vattaccio, precedente Signore de' Greci stessi, per potere su loro signoreggiare; e temeva che Re Carlo e Papa Martino IV volessero invadere Costantinopoli. Ma papa Martino IV voleva prima sbrigarsi di Forlì, che teneva occupata tutto la Romagna. E la Romagna era una piccola Provincia, ma ricca, fertile e popolosa, tra la Marca d'Ancona e la città di Bologna. E la Chiesa Romana la ebbe in dono da Rodolfo eletto Imperatore a' tempi di Gregorio X; stantechè spesso, i Romani Pontefici, quando si fanno le elezioni degli Imperatori, procurano di raspar qualche lembo di territorio da aggregare al loro dominio temporale. Nè agli Imperatori di recente eletti conviene negare quello che loro è domandato: sia per ragione di cortesia e liberalità, che in sul principio dell'impero vogliono mostrare verso la Chiesa; sia perchè considerano come un dono loro fatto tutto quello che acquistano diventando Imperatori; e poi perchè ripugna loro mostrarsi meno che liberali prima di aver in capo la corona; finalmente per non esporsi al danno e alla vergogna d'una ripulsa. Ora per una parte Rodolfo, eletto Imperatore in Allemagna, è in pace; e per l'altra la Chiesa pare non curarsi di coronarlo. Perciò il Papa inviò il prenominato Cardinale ai Siciliani; i quali risposero che di buon grado volevano obbedire ai comandi della Chiesa, ma che respingevano come esorbitante la dominazione Francese. Per questa cagione i Francesi erano sulle mosse coll'armata e coll'esercito numerosissimo per soccorrere Re Carlo. Quello che ne nascerà, lo vedranno i superstiti. In quell'anno Papa Martino abitò in Orvieto; poscia passò a Montefiascone. Parimente nel medesimo anno, in concistoro, alla presenza del Papa e de' Cardinali, furono letti dispacci che annunziavano come il Paleologo in Costantinopoli avesse creato un Papa Greco e Cardinali Greci. I Perugini l'anno stesso si posero sull'armi per correre a devastare Foligno; ma il Papa mandò loro intimando che desistessero, altrimenti li scomunicherebbe: (sappi che Foligno era dell'orto di S. Pietro). I Perugini però non se ne trattennero; corsero e devastarono tutta quella Diocesi sino alle fossa della città, e furono scomunicati. Ma perciò sdegnati fecero fantocci di paglia rappresentanti Papa e Cardinali, li trascinarono ad ignominia per le strade della città, e poi sino ad un certo monte, sulla vetta del quale fecero del Papa vestito di rosso un falò, ed altrettanto de' Cardinali, battezzando i fantocci per rappresentanti quale dell'uno, quale dell'altro Cardinale. E noto che i Perugini credevano in buona fede d'aver ragione di battere i Folignati e sterminarli, perchè essendosi una volta battuti gli uni contro gli altri, Perugini e Folignati, questi scatenarono contro quelli tanta furia di strage, e tanta vergogna e avvilimento inflisse Iddio in quella battaglia ai Perugini, che una vecchietta di Foligno con un bastoncello di cannuccia bastò a far andare in carcere dieci de' Perugini; e altrettanto poterono fare altre donne, senza che a quei di Perugia restasse tanto di ardire nel cuore da tener testa neppure a singole donniciuole. Nel sussegnato millesimo, verso S. Martino, un certo uomo di Soncino, che si chiamava Rossi degli Infonditi, diede a tradimento quella terra ai Cremonesi, che ora sono dentro la città, cioè al partito della Chiesa, e, per tale tradigione del castello di Soncino, si ebbe premio quattrocento lire imperiali. Parimente lo stesso anno, a fin di maggio, per quattro o cinque giorni si ebbe tanto caldo che sarebbe parso eccessivo anche pel Luglio; e i contadini dicevano che nocque assai al frumento; poichè è detto nel libro di Giobbe 37.º: Il frumento desidera le nubi: massimamente quando è in fiore e in granitura. E non vi fu invero piena annata di raccolta di frumento; ma di quelle biade, che i contadini chiamano minute, l'anno fu ubertosissimo, cioè di panico, di miglio, di melica, di fagiuoli e di rape; anche la vendemmia fu abbondante; ma la grandine devastò le vigne in più luoghi. Così nella state dello stesso anno si udirono terribili e orribili tuoni, che parevano quasi visibili e palpabili, così che molti un giorno, verso sera, per terrore caddero a terra, e nella notte seguente i tuoni si rinnovarono spaventevoli. Nel predetto millesimo fu anche celebrato un Capitolo generale de' frati dell'ordine dei Minori in Allemagna a Strasbourg, sotto il ministro Generale frate Buonagrazia. Allora il Conte Lodovico di S. Bonifazio di Verona fu Podestà di Reggio dal 1.º Luglio al 1.º di Gennaio. E in Parma, nel dì dell'Assunzione della Beata Maria Vergine, fu fatta una nobilissima corte, che durò quasi un mese, e furono creati due cavalieri del casato dei Rossi, cioè Guglielmino e Ugolino, fratelli germani, figli del fu Giacomo di Bernardo di Rolando Rossi. E nella festa del Beato Michele e del beato Francesco, in Ferrara fu fatta altra nobilissima corte, perchè Azzone figlio del Marchese d'Este fu fatto cavaliere, e prese per moglie una figlia di Gentile, figlio di Bertoldo Orsini, e fratello del fu Papa Nicolò III romano. Nello stesso anno e nella stessa stagione, anno 2.º del pontificato di Papa Martino, arrivò Pietro, fratello del Re di Francia e Conte d'Artois, con grosso esercito di Francesi, che andavano a soccorso di Carlo Re di Sicilia contro Pietro Re d'Aragona; e il giorno di S. Ilarione Abbate creò a Reggio tre cavalieri, due de' Fogliani, cioè Bartolino e Simone, e Rondanello de' Taccoli; e subito ripartì lo stesso giorno, perchè s'affrettava a soccorrere Carlo, e prima voleva anche fare visita a Papa Martino. Nella seguente Domenica poi, 25 ottobre, si rappacificarono quelli degli Strufi cogli Orsi e Salustri, nel convento de' frati Minori di Reggio, per interposizione di frate Giovannino de' Lupicini, lettore de' frati Minori a Reggio; ed erano presenti molti uomini e donne, giovanetti e donzelle, vecchi e ragazzi. In questi tempi viveva a Parma un pover uomo, che faceva il ciabattino, puro, semplice, timorato di Dio, cortese, cioè di urbane maniere, ed illetterato; ma aveva un intelletto tanto illuminato da intendere le scritture di quelli, che predissero il futuro, cioè dell'Abbate Gioachimo, di Merlino, di Metodio, della Sibilla, di Isaia, Geremia, Osea, Daniele, dell'Apocalisse, non che di Michele Scoto, che fu astrologo di Federico II. Imperatore. E molte cose ho udito da lui, che poscia avvennero; p. e. che Papa Nicolò III doveva morire in Agosto, e che il successore sarebbe stato Papa Martino, e molte altre cose, che stiamo aspettando che accadano, se vivremo, giacchè:

Ratio praeteriti scire futura focit.

Quel che già fu, ciò che avverrà ne insegna.

Quest'uomo, oltre al nome proprio, che è maestro Benvenuto, comunemente si chiama Asdente, cioè, per ironia, senza denti, perchè anzi ha denti grossi, e non allineati regolarmente, e la favella ha intricata; tuttavia intende e si fa intendere bene. Sta in Co' di Ponte a Parma, presso la fossa della città, e presso il pozzo, lungo la strada che va a Borgo 8. Donnino. Parimente nell'anno sussegnato, cioè 1282, Papa Martino IV spedì un esercito in Romagna, composto di Francesi, Lombardi, Toscani, e Romagnoli, e fece cingere d'assedio più mesi Meldola, che non si potè prendere, ma però vi forono molte vittime dell'una e dell'altra parte; e Papa Martino vi spese molte migliaia di fiorini d'oro. Così pure nel millesimo suddetto fu stabilito il duello che doveva farsi a Bordeaux tra Re Carlo e Re Pietro d'Aragona, come diremo più innanzi.

a. 1283

L'anno del Signore 1283, Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona, scaduto della Podesteria di Reggio, fermò sua stanza nella medesima città, vicino alla chiesa di S. Giacomo e al convento dei frati Minori, in casa di Bernardo da Gesso. E lo stesso anno 1283, da Lendinara[43] venne a Reggio presso di lui sua figlia Mabilia, bellissima donzella, e nella stessa casa di Bernardo da Gesso[44] ove abitava il detto Conte, e nello stesso giorno che arrivò presso il padre, ella si maritò con Savino Torriani Milanese, ricchissimo e potentissimo; e subito dopo gli sponsali assistette alla messa della beata Vergine nel convento de' frati Minori; ed, oltre i Reggiani, vi aveva un corteo di molti cavalieri di Parma e di Modena, e il fior delle donne di Reggio; e, subito dopo la messa ebbero imbandita una refezione. E l'imbandigione in quella casa e nel convento di S. Giacomo non fu parca. Questo avvenne nel suddetto millesimo ed anno, il venerdì precedente la Domenica di Settuagesima, ai 12 di Febbraio; e il sabato successivo, la mattina per tempissimo, si posero in viaggio per Parma; ed ivi lo sposo e la sposa abitano presso il Battistero. Il sunnominato Conte era figlio di Rizzardo, uomo saggio, prode cavaliere, valoroso in armi, e dotto nell'arte della guerra. E quando Parma si ribellò a Federico II, l'anno 1247, fa il primo ad accorrere in aiuto de' Parmigiani, e, passando pel territorio di Guastalla, entrò in Parma con molti armati. Il resto come abbiamo detto più sopra. Questo Conte Lodovico ebbe moglie una tedesca, d'onde gli nacque la figlia prenominata, e tre figli, che sono giovanetti bellissimi, cortesi ed istruiti, il primo de' quali si chiama Vinciguerra. E nello stesso anno e millesimo, l'ottava di Pasqua, che cadde nel giorno di S. Marco Evangelista, il suddetto Conte, la sera, era agli estremi della vita; e in morte e nel testamento affidò e raccomandò i suoi figli alle cure di Obizzo Marchese d'Este, che li accolse affettuosamente e li trattò come figli suoi, sebbene prima il Marchese non si trovasse in buoni accordi col Conte. (E la cagione della discordia tra loro era stata la città di Mantova, di cui ciascuno di loro ambiva la Signoria; ma sfuggì di mano all'uno e all'altro, e la ebbe Pinamonte). E il predetto Marchese rimise i figli del detto Conte in possesso di tutti i beni, che il padre loro aveva in Lendinara. E la notte seguente al dì di S. Marco morì, assistito dai frati Minori, dai quali si era confessato, e regolò ottimamente le cose dell'anima sua. E la cittadinanza di Reggio pensò ad onorare degnamente la salma di lui; e fece a larga mano le spese del funerale, come a nobile personaggio conveniva, che era stato loro Podestà e che si trovava espulso da' suoi possedimenti come partigiano della Chiesa. Alle sue esequie intervennero tutti i Religiosi di Reggio e molte Religiose, tutta la cittadinanza Reggiana, e molti foresi; e i più nobili Reggiani ne portarono il feretro al convento de' frati Minori, ove fu sepolto. Il suo corpo era vestito di scarlatto, con una bella pelliccia di vaio e un bel manto, e così adorno fu deposto, il lunedì successivo alla festa di S. Marco, in un magnifico Mausoleo, che il Comune di Reggio a proprie spese gli fece erigere; ed ebbe la spada cinta a' fianchi, al tallone gli speroni d'oro, una gran borsa appesa alla cintura di seta, alle mani i guanti, al capo una bellissima cappellina scarlatta, orlata di pelle di vaio, ed una clamide pure scarlatta e ornata di pelliccio di vaio. Il detto Conte lasciò al convento de' frati Minori il suo destriero e le sue armi. Sulla tomba sta quest'epitafio:

Cum tua maiestas Lodoyce quae clara potestas
Urbis Veronae comes inclyte sub regione
Hac fait inclusa Libitine morsibus usa
Aprilis quina restabat lux peregrina
Ast octogeni tres anni mille duceni

Requietorio
Di Lodovico inclito Conte di Verona
Che compiuta la Podesteria di Reggio
Il primo di Gennaio
E la vita
Il cinque d'Aprile 1283
In quest'urna
Se ne chiusero le ceneri
E gli splendori della grandezza

Fu pure questo Conte uomo onesto e santo; e d'onestà n'aveva tanta che, passeggiando per città, non alzava mai gli occhi verso alcuna donna, sicchè le donne, ed anche le bellissime signore ne facevano le meraviglie .... E il Conte d'Artois, Pietro, fratello del Re di Francia, passando da Reggio, e avendo udito che era un sant'uomo, e che aveva il nome del padre suo, cioè Lodovico, e che si trovava fuori de' suoi possedimenti a cagione del parteggiare per la Chiesa, gli volle fare visita, lo abbracciò e lo baciò. Quel Pietro fratello del Re di Francia si compiaceva di fare visita a tutti que' santi uomini, di cui aveva udito parlare, onde mandò anche cercando, per vederlo, frate Giovanni da Carpinete dell'Ordine de frati Minori. (Questi era entrato nell'Ordine prima del gran terremoto del 1222). Nell'anniversario poi della morte del Conte Lodovico la moglie di lui mandò a Reggio pel convento de' frati Minori, ove era sepolto suo marito, un bel paliotto da altare di sciamito e porpora. E l'anima di lui per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. In questo 1283 si deplorò una grandissima morìa di bovini in tutta la Lombardia, Romagna e Italia, e nell'anno successivo grande mortalità d'uomini. E di fatto presso Salins[45] in Borgogna, in un convento di frati Minori vi erano ventidue frati, veduti da un certo frate Francese che dimorava in Grecia e passava per andare a Parigi; d'onde ritornando poi indietro lo stesso anno, nè trovò morti undici, cioè la metà di quanti erano. Udii questo dalle labbra di lui a Reggio. Anche in altre parti del mondo dominò in quell'anno grande mortalità; e in breve questa è regola generale, che ogni volta che accade morìa di bovini, subito l'anno dopo sussegue mortalità d'uomini. L'anno già detto 1283 Bernardo Lanfredo di Lucca fu Podestà di Reggio per sei mesi, dal 1.º Luglio sino al 1.º Gennaio; al tempo del quale, perchè era troppo debole, si commisero molti omicidi ed altri delitti nella città e nel territorio di Reggio, tanto che i nemici di un tale in città con una scala entrarono nella casa per una finestra, e lo uccisero in letto. Così questo Podestà, a cagione della sua non curanza e debolezza nell'applicazione delle leggi, fu del numero di quelli, di cui il Signore dice per bocca d'Isaia 3.º Io farò che de' giovinetti saranno lor principi. Alla lettera costui non era giovinetto d'età, ma di negligenza nel far giustizia. A lui successe Barnaba Pallastrelli di Piacenza, che non la perdonò a nessuno, e tolse di mezzo molti ladri e malfattori. Molti ne condannò a morte, e se ne eseguì la sentenza, durante la sua Podesteria, sicchè i Reggiani per la severa applicazione della giustizia dissero che era un distruttore della loro città. Ma molto maggior danno apportò il suo antecessore colla sua negligenza e rilassatezza, per la quale nella città di Reggio si accesero molte nimistà e guerre, che durano tuttora e saranno cause della ruina di Reggio, se Dio non provvede altrimenti.... Tuttavia il primo, che era Lucchese e rilassato, se lo vollero i Parmigiani per loro Capitano; e il secondo, di Piacenza, che era stato severo e rigido, se lo presero i Modenesi; e a tempo della sua Podesteria Modena fu ruinata, come diremo sotto la rubrica dell'anno 1284. Nell'anno 1283 il Numero d'oro e l'indizione coincidevano nel numero 11; e ai due d'Aprile, che era luna piena, la stella lucidissima, che si chiama Venere, pareva entrata nel cerchio della luna nuova; e di notte, dopo mattutino, un'altra splendissima stella, che si chiama Giove, pareva, verso il sud, occupare la branca superiore dello Scorpione. Così, nello stesso anno, Forlì ritornò all'obbedienza della chiesa, la qual città da molti anni le era ribelle, e Papa Martino IV ogni anno le mandava contro un grosso esercito di Francesi, e di diverse altre genti. (E davano il guasto alle vigne, alle biade, alle piante pomifere, agli oliveti, ai fichi, ai mandorli, alle melagrane, alle case, agli animali, alle botti, ai dolii, e ad ogni cosa nata ne' campi. Questa città avrebbe francata dai Bolognesi, che l'avevano occupata, tutta la Romagna, se non vi si fosse intromessa la Chiesa, che prese le armi contro Forlì. La causa poi, per cui la Chiesa vi si intromise, fu che il Papa aveva domandata in dono la Romagna a Rodolfo quando fu eletto Imperatore, e Rodolfo gli aveva concesso di occuparla) E, in più anni, vi spese per insignorirsene molte migliaia di fiorini d'oro, anzi molte some di monete d'oro. Stantechè Papa Martino s'aveva fatto pertinace proposito d'averla di violenza, se non poteva di accordo. E così avvenne, perchè, come suol dirsi, il lavoro costante vince tutto. E venuta che fu quella città all'obbedienza della Chiesa, ne furono spianate le fosse, smantellate le porte, atterrate case e palazzi, e rasi al suolo i più cospicui edifici. I principali cittadini di quella città ne uscirono, e andarono a ricoverarsi in nascosi ricettacoli per lasciar sbollire gli sdegni. Ma il Conte Guido di Montefeltro, che era Capitano e condottiero de' Forlivesi e del partito imperiale, venne ad accordi colla Chiesa, e andò a confino per alcun tempo a Chioggia. Poscia fu mandato in Lombardia, ed abitò ad Asti distintamente ricolmo d'onori, perchè era ben voluto da tutti per la sua precedente probità, per le molte vittorie riportate, e per la saviezza e sottomissione, colla quale ora obbediva alla Chiesa. Inoltre egli era uomo nobile, sensato, prudente, costumato, liberale, cortese, largo, cavaliere valoroso e prode nell'armi, e dotto nell'arte militare. Prediligeva l'Ordine de' frati Minori, non solo perchè vi aveva alcuni parenti, ma anche perchè il beato Francesco lo aveva salvato miracolosamente da molti pericoli, e liberato da' ceppi e dal carcere del Malatesta. Nulla ostante da alcuni sciocchi di frati Minori ebbe più volte a soffrire gravissime ingiurie. Egli in Asti ebbe una conveniente compagnia e famiglia, e molte persone non cessavano di darsi premura di offrigli aiuto e servigio. Queste cose accaddero tra il tempo in cui i Re sogliono cominciare le guerre, e la festa del beato Giovanni Battista; ed ivi era Legato del Papa Bernardo di Provenza Cardinale della Corte romana. Lo stesso anno Re Carlo da Napoli recossi a Bordeaux, credendo di scontrarsi in duello con Pietro Re d'Aragona. Questi due Re dovevano aver secoloro soli cento cavallieri per ciascuno, come avevano convenuto con giuramento. Ma quella prova d'armi non ebbe luogo, perchè il Re d'Aragona la declinò. E quello scontro si doveva fare per cagione della Sicilia, in cui Pietro Re d'Aragona aveva posto piede, e l'aveva occupata con un esercito; poichè Papa Nicolò III gliel'aveva data, in odio di Re Carlo, coll'assenso di alcuni Cardinali, che allora erano alla Corte, e d'altronde lo stesso Pietro Re d'Aragona credeva d'avervi diritto, come genero del Principe Manfredi. Ma Carlo, fratello del Re di Francia, avevala avuta prima da Papa Urbano IV per aver soccorsa la Chiesa contro Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto. Nello stesso millesimo morì Guglielmo Fogliani Vescovo di Reggio, e provvide male all'anima sua, essendochè fu uomo avaro, illetterato e quasi un laico: fu pastore ed idolo come dice Zaccaria 11.º ecc. Voleva vivere splendidamente, cioè avere ciascun giorno per sè tavola lautissima; e spesso imbandiva sontuosi banchetti ai ricchi ed ai parenti; ma per i poveri ebbe insensibili le viscere della pietà, nè collocò a marito le zitelle povere; fu uomo grossolano, cioè ebete e rude; trovò pochi che parlassero bene di lui. Meglio per lui se fosse stato porcaio, o se avesse avuta la lebbra, che fare il Vescovo. Nulla diede mai ai religiosi, nè ai frati Minori, nè ai Predicatori, nè ad altri poveri; e i poveri Religiosi, che assistettero alle sue esequie, non ebbero nemmeno di che mangiare per quel giorno a spese prelevate dal patrimonio di lui o dalla mensa vescovile. Io fui presente al funerale e alla sepoltura, e so che un cane cacò sulla tomba di lui tosto che egli fu sepolto. Fu collocato nella parte inferiore della chiesa maggiore, ove si mettono quelli del popolo (ma veramente meritava d'esser sepolto in una fogna). Egli in vita conturbò molte persone che godevano la loro pace. Fu Vescovo di Reggio quarant'anni, meno un mese, morì in Agosto il giorno di S. Agostino, e fu sepolto la Domenica dopo, giorno della decollazione di S. Giovanni Battista. Parimente nel detto millesimo quelli di Bibbiano, che è una villa della diocesi di Reggio a case sparse, accordatisi insieme fecero nella villa stessa un borgo; e i frati Minori di Parma fabbricarono un bel refettorio nel prato di S. Ercolano, ove si trova il loro convento, e dove anticamente i Parmigiani facevano il mercato, e poi dopo, verso quaresima, correvano torneamenti. Nello stesso anno i Parmigiani fecero un ponte di pietre sul torrente Parma, a capo della contrada che si chiama Galera[46], dalla casa degli Umiliati alla casa dei Predicatori, e murarono la città dalla parte de' monti, vicino al torrente Parma e all'Ospedale di S. Francesco[47]. Così negli anni precedenti i Parmigiani avevano fatto molti miglioramenti alla città loro; avevano compiuto il Battistero in tutta la parte superiore, tirandolo su sino al comignolo; e sarebbe stato terminato molto tempo prima se Ezzelino da Romano, che signoreggiava a Verona, non avesse frapposto ostacoli[48]; poichè quel Battistero si costruiva tutto di marmi di Verona; fecero scolpire i colossali leoni e le colonne, a ornamento della porta principale del duomo, sulla piazza del Battistero e dell'episcopio; fecero anche tre ampie, belle e magnifiche vie; una, dalla chiesa di S. Cristina sino al palazzo del Comune; una seconda, dalla piazza nuova, ove il Podestà tiene a concione il popolo, sino alla chiesa di S Tommaso Apostolo; la terza, dalla piazza del Comune sino alla chiesa di S. Paolo; e su tutte queste vie a destra e a sinistra sorsero belle case e palazzi. Fecero anche il palazzo del Capitano, assai bello, presso il palazzo vecchio, che era stato fatto da Torello da Strada, Pavese e Podestà di Parma; sotto la cui Podesteria fu anche cominciato il castello di Torello sulla strada che va a Borgo S. Donnino. Ma siccome quelli di Borgo S. Donnino si sottomisero all'obbedienza del Comune di Parma, i Parmigiani desistettero dall'opera intrapresa e non compirono il castello, che avevano progettato di costruire. Così nell'anno sussegnato ampliarono la piazza nuova del Comune comprando tutte le case attorno alla piazza; e si proponevano di erigere un altro palazzo con botteghe a comodo del pubblico sull'area, ove in antico sorgeva il bellissimo palazzo dei Pagani, ch'io ho visto co' miei occhi, e poi fu palazzo di Manfredo da Scipione[49], più bello ancora; e finalmente vi si costruì il macello de' beccai; poi il Comune lo comprò per sè colle casamenta che vi erano attigue[50] e colla torre di Rufino Vernazzi, che era dalla parte di S. Pietro. Avevano anche aperto negli anni anteriori un canale naviglio, ma poco utile. Discendeva giù per un vecchio alveo sino alla Villa del Cardinale Gerardo Albo, che fu anche una volta Villa mia, perchè io vi aveva estesi possedimenti, e che si chiama Gainago; e nella parte inferiore di detta Villa svoltava, perchè non andasse come prima a Colorno, ma portasse le barche a Frassinara[51]; ma sia che andasse a Colorno, sia che a Frassinara, era sempre un naviglio di poco conto. E certamente saprei cavarlo meglio io un naviglio utile ai Parmigiani se avessi pieno e libero potere. Nello stesso anno scavarono un lungo fossato lungo la strada che va a Brescello, dall'ospedale sino a Sorbolo[52], nel quale immisero il Gambalone, perchè colle sue acque inondava tutti i campi al di sotto della strada, sicchè non potevano servire nè all'agricoltura, nè agli agricoltori. Quell'anno morì frate Bonagrazia, Ministro Generale dell'Ordine de' Minori, in Provenza ad Avignone, la vigilia del beato Francesco, giorno di Domenica, e fu sepolto nella chiesa de' frati Minori, davanti all'altare maggiore, e alla sua morte si trovò presente frate Vitale, Ministro Provinciale di Bologna, che ricevette incarico di benedire, da parte del morente, tutti i frati della Provincia di Bologna, e di assolverli da tutti i loro peccati. E fu fatto. Fu Ministro Generale quattr'anni, e si differì la convocazione del Capitolo generale sino alla Pentecoste del 1285 perchè, come era stato deliberato nel Capitolo generale precedente, si doveva celebrare a Milano. Nel 1283 si trovò il corpo della beata Maria Maddalena tutto intero, tranne una gamba, in Provenza nel castello di S. Massimino (S. Massimino fu uno dei settantadue discepoli, de' quali si parla in Luca 10.º; e fu Arcivescovo di Aix, che è la città in cui è il sepolcro di quel Conte, la cui figlia fu moglie del Re di Francia S. Lodovico, che andò oltremare in soccorso di Terra Santa l'anno 1248; la qual città è distante quindici miglia da Marsiglia, ed io vi soggiornai l'anno che il Re andò oltre mare, perchè io era addetto a quel convento). E, quando fu trovato il corpo della beata Maria Maddalena, a stento si poteva leggere l'iscrizione con una lente, stante l'antichità della scrittura. E piacque a Re Carlo (che era Conte di Provenza e quell'anno andava a Bordeaux per quel duello, che era stato convenuto ed ordinato con Pietro Re d'Aragona) che il corpo della beata Maria Maddalena fosse esposto al pubblico, e fosse esaltato ed onorato, e se ne celebrasse una festa solenne. Così si fece. Da allora in poi cessarono le contese, le opposizioni, i cavilli, gli abusi e gli inganni che avevano luogo per cagione del corpo della beata Maria Maddalena. Perocchè quelli di Sinigaglia dicono di possederlo essi, e que' di Vezelay anch'eglino pretendono di possederlo, e ne avevano una leggenda che ne parlava. Ma è chiaro che in tre luoghi non può essere il corpo di una donna. (Per causa congenere ardenti contese vi sono anche a Ravenna per il corpo di S. Apollinare, perchè quei di Chiassi, che fu una volta città, sostengono di possederlo, quei di Ravenna parimente pretendono di averlo, stando di fatto che un Arcivescovo di Ravenna trasportò il corpo di S. Appollinare da Chiassi a Ravenna, per timore che gli Agareni[53] lo involassero, come ho letto più volte nel pontificale di Ravenna, e reverentemente lo collocò nella chiesa di S. Martino, presso la chiesa di S. Salvatore, che una volta fu chiesa dei Greci; ma che da Ravenna sia poi stato di nuovo asportato non si trova scritto in nessun luogo). Il corpo dunque della Beata Maria Maddalena è veramente nel castello di S. Massimino, come quello di S. Marta sua sorella è a Tarascon. Il fratello poi di loro, Lazzaro, fu Vescovo di Marsiglia. E la spelonca di S. Maria Maddalena, nella quale essa fece penitenza trent'anni, dista da Marsiglia quindici miglia, e vi ho dormito dentro una notte, immediatamente dopo la sua festa; ed è al fianco di un monte altissimo, roccioso, e tanto vasta è quella spelonca, che a mio avviso, se ricordo bene, possono starvi dentro mille persone. Vi sono tre altari, ed un zampillo d'acqua come quello della fontana di Siloe, e una bellissima strada vi conduce; e fuori e vicino all'ingresso della spelonca vi è una chiesa, alla quale è addetto un sacerdote. Al di sopra di quello speco l'altezza del monte è ancora tanta, quanta è quella del Battistero di Parma; e lo speco è tanto elevato sulla pianura di quel territorio che tre volte la torre degli Asinelli di Bologna, a mio avviso e se ricordo bene, non potrebbe arrivarvi, sicchè gli alberi di alto fusto che sono al piano, guardati da quel punto sembrano ortiche, o salvia del Caspio. E siccome quella regione, o contrada, è ancora al tutto disabitata e deserta, le donne e le nobili signore di Marsiglia, quando per divozione si recano colà, fanno condurre dietro sè asini carichi di pane, di vino, di torte, di pesci e di quali altre vivande desiderano. Sulla strada però, a cinque miglia dalla spelonca, vi è un monastero delle Albe, che hanno molte deferenze pei frati Minori, e di buon grado li veggono, li accolgono, servono loro con ogni attenzione il bisognevole, ed offrono un'agiata ospitalità. A riprova poi dell'invenzione del vero corpo della Maddalena concorre un miracolo che a que' giorni fece il Signore mercè di lei, a dimostrare che quello ne era il vero corpo. Ed eccolo. Camminando in quel tempo un giovane beccaio per una strada, incontrò un suo conoscente, che gli domandò d'onde venisse. Ed egli rispose: Torno dal castello di S. Massimino, ove di recente è stato scoperto il corpo della beata Maria Maddalena, della quale ho baciato una tibia. A cui disse. No, non avrai baciato una tibia di lei, ma quella di un'asina, o di un asino, che i chierici a guadagno mostreranno ai semplici. Ed essendosi perciò acceso alterco acre tra loro, l'incredulo non divoto della Maddalena appioppò diversi colpi di spada al divoto, nè, la mercè di Maddalena, gli produsse ferita di sorta. Il divoto della Maddalena, a sua volta aggiustò un sol fendente al non devoto, e non bisognò il secondo, chè subito perdette la vita e ritrovò la morte. Dolentissimo poi il difensore della Maddalena d'aver ucciso un uomo (e l'aveva fatto a propria difesa, e malgrado, e fortuitamente) e temendo di essere preso dai parenti dell'ucciso, si ricoverò ad Arles, e poscia a S. Egidio, per essere quivi sicuro e lasciar sbollire gli sdegni. Ma il padre dell'ucciso spillando dieci lire ad un traditore, fece imprigionare l'uccisore del figlio, già condannato nel capo. Ma la notte precedente il giorno, in cui doveva essere impiccato, a lui che vegliava apparve in carcere la Maddalena, e gli disse: Non temere, o divoto mio, e difensore zelante della mia gloria, che non morirai. Io ti assisterò al momento opportuno in modo che tutti quelli che vedranno, ne rimarrano esterrefatti, e scioglieranno inni di grazie al Signore, che opera miracoli, e a me di lui serva. Ma quando sarai liberato, riconosci da me questo beneficio a te conferito, ed a vantaggio dell'anima tua, abbine gratitudini a Dio tuo liberatore. Ciò detto, la Maddalena sparve lasciandolo consolato. L'indomani fu appeso alla forca senza riportarne nè guasti al corpo, nè dolore all'anima. Ma poscia a poco, ecco d'improvviso, a vista di tutti gli spettatori calare dal cielo a rattissimo volo una colomba candida come la neve, e posare sul patibolo, sciogliere il capestro dal collo dell'impiccato devoto alla Maddalena, e deporlo in terra illeso. Ma gli ufficiali pubblici e i giustizieri, per insistenza de' parenti dell'ucciso, volendolo di nuovo appendere, per opera de' beccai si evase, de' quali era ivi adunata gran caterva armata di spade e di bastoni. (Tanto s'adoperavano perchè era stato collega ed amico, ed anche perchè avevano ammirato il prodigio chiaro e stupendo). Avendo poi raccontato a tutti che aveva commesso quell'omicidio suo malgrado, e per ragione di difesa sua e dell'onore della Maddalena, e che essa gli aveva già promesso in carcere che al momento opportuno lo avrebbe liberato, ne ebbero consolazione e cantarono lodi a Dio e alla beata Maria Maddalena liberatrice del devoto di lei. Il Conte di Provenza, udito parlare di questi fatti, volle vedere quell'uomo, e udirseli raccontare dalla bocca di lui, e tenerlo in Corte finchè campasse; ma egli rispose che se vi fosse chi lo facesse anche padrone di tutto il mondo, non vorrebbe finir la sua vita altrove che in servizio della Maddalena, nel castello di S. Massimino, ove il corpo di lei era stato di recente scoperto, cioè nel 1283. E così fece. E nello stesso anno, nel mese di Giugno, dovevano battersi a duello Re Carlo, e Pietro Re d'Aragona. Titoli di Re Carlo, che fu Re di Gerusalemme e Sicilia, Duca di Puglia, Principe di Capua, Senatore dell'Alma Città, Principe dell'Acaia, d'Anjou[54], di Provenza, Conte di Forcalquier[55] e di Tonnerre[56]. Avendo Pietro Re d'Aragona inviato con sue lettere credenziali il Prefetto di Marsiglia a Re Carlo, allo scopo di trattare e concludere un matrimonio tra un figlio di detto Pietro e una figlia d'un figlio del predetto Re Carlo; pochi giorni dopo quelle trattative di matrimonio, del quale lo stesso Pietro si diceva desiderosissimo, secondo che ne assicurava quel prefetto, e secondo che egli stesso esprimeva nelle sue lettere credenziali, e dopo molte altre amichevoli dimostrazioni da parte di Pietro stesso fatte allo stesso Re Carlo per mezzo del preaccennato Prefetto, Pietro Re d'Aragona spogliò Re Carlo del Regno di Sicilia con una frode, che si copriva sotto le apparenze di trattative di pace e parentela tra loro. E avendo Pietro Re d'Aragona già allestito navi e quanto occorre a guerra per navigare alla volta della Sicilia, il Re di Francia mandò a lui una straordinaria ambasciata e messi speciali, a significargli che non andasse punto contro suo figlio Re Carlo, nè ponesse piede sul regno di lui, perchè se mai facesse ingiuria a Re Carlo, o all'erede di Re Carlo, la reputerebbe fatta alla propria persona. E Pietro con cortesia e benignità rispose agli ambasciatori che egli non aveva per nulla intenzione di fare ingiuria a Re Carlo, nè all'erede di Re Carlo; ma desiderava di andar oltremare contro gli infedeli Saraceni, e che tutto quel di territorio potesse conquistare, lo assegnerebbe a quel proprio figlio che prendesse moglie la figlia del figlio di Re Carlo. Ricercò per di più al Sommo Pontefice la decima delle terre dello Stato della Chiesa in aiuto di quell'impresa, che voleva compiere oltremare contro i Saraceni, ad esaltazione e gloria della fede cristiana; e pregollo altresì di voler prendere sotto la propria custodia e tutela il suo regno di Aragona. Quando poi Re Carlo ebbe notizie che Pietro con quel tessuto di menzogna era riuscito a por piede in Sicilia, per mezzo di messi speciali e per lettere gli impose di ritirarsi dal suo regno, e per nessun pretesto lo occupasse. Ma Pietro, fidente nelle proprie forze e nelle popolazioni della Sicilia, rispose che non sgombrerebbe mai dal Regno di Sicilia, finchè potesse tenerlo in suo dominio. Udita tale risposta, Re Carlo, che allora era in Puglia, adunò un esercito innumerevole di fanti e di cavalli, e per mare con immenso naviglio mosse contro di lui. Ma i Cavalieri più saggi, che accompagnavano l'uno e l'altro Re, ad evitare che tanta moltitudine d'uomini fosse condotta a strage, proposero che tra Re Pietro e Re Carlo si facesse un duello. E furono eletti sei probi e prudenti Cavalieri dall'una e dall'altra parte, che dovevano ordinare e disporre in che luogo, in che modo, con quali formalità, in che tempo e come s'avesse a fare il duello. I quali tutti concordemente deliberarono e statuirono per lo meglio che si dovesse fare a Bordeaux, città della Guascogna, sotto la Podestà e il dominio del Re d'Inghilterra, e definitivamente fissarono che l'uno e l'altro, Re Carlo e Re Pietro d'Aragona eleggessero que' cento de' loro migliori Cavalieri che volessero, e con loro i Re medesimi in persona si dovessero trovare al 1.º di Giugno 1283 indizione 11ª nel luogo prestabilito; e che nel medesimo luogo e città si dovesse preparare un campo tutt'intorno chiuso, sicchè nessuno potesse entrare, tranne i detti Re e loro Cavalieri. Le quali cose tutte Re Carlo e Re Pietro giurarono sul santo Vangelo di Dio di osservare appuntino e che al dì prefisso, nel preindicato luogo anderebbero coi duecento cavalieri, salvo impedimento di salute, e che tra loro personalmente si batterebbero. Così pure sul Vangelo di Dio giurarono che chi non si trovasse al convegno nel giorno e nel luogo prestabilito, si dovesse per tutta la di lui vita chiamare non Re, ma mentitore, traditore, e mancatore della fede data, e che del resto non potesse avere nè conseguire onore alcuno al mondo; e se da persona ne fosse interrogato, non lo dovesse negare, ma dappertutto e a tutti e singoli l'avesse da confessare. Il serenissimo Re Carlo, illustre protettore e scudo della sacrosanta madre Chiesa romana e della fede cristiana, secondo le convenzioni e i patti preaccennati, al tempo prefisso, presente Giovanni di Grillo Cavaliere siniscalco dell'illustre Re d'Inghilterra, e presenti moltissimi altri Giudici e Ufficiali del detto Re d'Inghilterra, di lui Luogotenenti in Guascogna, e specialmente nella città di Bordeaux, si presentò in questa città al giorno prefisso, con i suoi cento Cavalieri per battersi personalmente in duello, e aspettò Re Pietro da mattina a sera. Ma Re Pietro, quantunque da più persone degne di fede fosse stato veduto sano di corpo il giorno precedente, e tanto vicino alla città di Bordeaux, che, se avesse voluto, avrebbe potuto trovarvisi, tuttavia non vi andò, non comparve; nè esso, nè altri per lui ne fece scuse di nessuna sorta. Dovendo dunque il detto Pietro d'Aragona, giusta le ragioni e le convenzioni sopra allegate, essere spogliato e privato d'ogni onore reale, e passar sempre la vita sua nell'ignominia, il Legato, per mandato del Sommo Pontefice, conferì il Regno d'Aragona all'illustre Re di Francia pel figlio di lui. Il Re di Francia lo accettò, e inviò sua gente ad occuparlo dalla parte della Navarra, e ordinò di fare subito una leva generale nella Catalogna. Il Re Carlo va in Francia, e deve trovarsi ad un abboccamento col Re d'Allemagna. Il Re di Francia e il Re d'Inghilterra inviano loro gente in aiuto del Re di Castiglia contro i di lui figli ribelli; in aiuto del quale andò Boise Re de' Mori con 10000 soldati, e ricuperò già molte terre; e si è fatto accordo che i nepoti del Re di Francia abbiano da avere il regno dopo la morte dello stesso Re di Castiglia. Il Re di Portogallo e dell'Algarvia scrisse al Re di Francia e al Re d'Inghilterra, e inviò a loro messi speciali per significare che era dolente della fatuità di Pietro suo cognato, e che era pronto a fare ciò che volessero. Il Re d'Inghilterra negò al figlio del detto Pietro la sua figlia che gli aveva promessa moglie; e il Re di Maiorica mandò una solenne ambasciata e lettere per avvisare che non voleva immischiarsi negli affari di suo fratello. E si crede per fermo che si firmassero patti secreti tra lui e il Re di Francia a Moissac[57], ai 27 di Giugno, indizione 11.ª. E nota che quando i due detti Re giurarono di fare quel duello, Papa Martino IV s'interpose per consiglio e assenso de' suoi Cardinali, e proibì che si facesse; ma la sua opposizione non approdò a distorne l'ostinato animo di Carlo, se pure Pietro d'Aragona si fosse prestato a farlo. Tuttavia non mancano coloro che scusano Pietro Re d'Aragona d'essersi sottratto al convenuto duello, e sostengono che non presentossi, perchè il Re di Francia stava pronto con un esercito vicino al luogo del combattimento per soccorrere al bisogno suo zio Re Carlo. E vi fu chi disse che Re Pietro sotto mentite spoglie di mercante andò fino presso al luogo fissato pel combattimento per non infrangere il giuramento, e ne fece rogare atto pubblico: e che poi se ne sottrasse per timore che il Re di Francia accorresse in aiuto di Carlo. Nell'anno sussegnato s'incendiò il convento dei frati Predicatori in Verona, e ne furono danneggiati assai, essendone bruciati i libri, e fusi i calici. Lo stesso infortunio toccò ai frati Minori presso Lione, dopo Natale, la sera di S. Stefano, quando colà risedeva Papa Innocenzo IV co' suoi Cardinali. In quell'ora frate Pietro di Belleville, un vecchietto, studiava la predica che doveva fare l'indomani; ed essendosi addormentato, s'accese il fuoco; e se, svegliatosi, avesse gridato, avrebbe avuto soccorso, ma invece s'affrettò alla cucina per una secchia d'acqua, volendo all'insaputa di tutti estinguerlo; ma quando tornò, il fuoco era tanto dilatato, che ne bruciò il dormitorio e tutti i libri. Ed in quell'anno io mi trovai là con frate Giovanni da Parma Ministro Generale, cui il Papa voleva mandare in Grecia. E nel detto millesimo 1283, abitando io nel convento di Seggio, il dì d'Ognissanti, dopo mattutino, uscendo di chiesa entrai nel chiostro, ed ivi stetti all'aperto sul prato; e pioveva dall'alto una pioggia copiosa, e più alto ancora io vedeva contemporaneamente un cielo sereno, lucidissimo e trapunto di stelle. Questa cosa l'ho vista anche un'altra volta l'anno dopo, ma di giorno, e non potei vedere le stelle.

a. 1284

L'anno 1284, indizione 12., il 27 di Febbraio, si udirono terribili tuoni, quali sogliono udirsi il giorno di S. Gervaso e Protaso, e Giovanni e Paolo piovve e grandinò. L'anno stesso i Parmigiani costruirono un bel ponte di pietra sul torrente Parma, dove era ab antico un ponte di legname, che si diceva di donna Egidia[58]. E fu donna Egidia da Palù, che aveva anticamente fatto costruire quel ponte di legno, quando il Comune di Parma assegnò a Bonacorso da Palù una porta della città, da difendere, ed era allora vassallo del Comune di Parma, perchè occupava quella porta, e dal Comune avevala avuta. Ma in seguito per le accese ire dei partiti, e per rottura tra la Chiesa e l'Impero, i Parmigiani in odio al partito imperiale ruinarono quella porta sino alle fondamenta. Parimente in quest'anno si cominciò in Parma un nuovo e bel campanile tra la Chiesa maggiore e la canonica[59], dove prima era il vecchio. In detto anno vi fu anche abbondanza di frumento; di vino se n'ebbe poco a confronto dell'anno anteriore, ma buono; d'ogni sorta frutti ve ne fu gran copia... fu misericordia di Dio, giacchè gli anni precedenti, a cagione de' bruchi da frutti, le piante non ne portarono a maturità.... Nello stesso millesimo molti fatti accaddero non veramente degni di storia, ma che però non debbono passare al tutto sotto silenzio. In assenza di Re Carlo, il figlio di lui, al quale aveva affidato il Regno di Puglia, andò e commise battaglia navale coll'armata di Pietro d'Aragona, e la sua armata fu rotta, ed egli stesso prigioniero; nè vi era presente il Re d'Aragona, ma l'Ammiraglio di lui colle sue navi. Arrivato poi Re Carlo a Napoli, pochi giorni dopo la cattura del figlio, convocata un'adunanza, proclamò suo figlio uno stolto, pazzo, insensato, e che aveva operato senza senno, commettendo battaglia senza il suo consiglio, e perciò non voleva prendersi pensiero di lui, come non fosse mai nato. E lo diseredò, gli tolse il Principato e lo assegnò al figlio del figlio prigioniero. E a dimostrare allegrezza, e far scomparire ogni segno di lutto, ed esaltare la promozione del nipote, fece in città co' suoi cavalieri un torneo; e così si finse sereno e senza rabbia. Tuttavia in processo di tempo si trovò in brutte acque, a tale che, quanto a denari, ne cercò a' suoi amici per le città Lombarde; ed anche i Parmigiani per amichevole soccorso gli diedero due migliaia di fiorini d'oro, cioè mille lire imperiali. E credo che anche altre città gli stendessero la mano soccorrevole. Questi due Re, cioè Carlo e Pietro d'Aragona, gravi e reciproche insidie si tramavano a cagione del possesso del Regno di Sicilia; ma la loro fine sta ancora sepolta nell'avvenire. Ora, che scriviamo queste cose volge l'anno 1284, settembre, giorno dell'esaltazione della santa Croce; e chi ama il Re d'Aragona dice di lui ogni bene; e chi ama Re Carlo dice ogni bene di Re Carlo. In questo stesso anno, la città di Modena si divise in due fazioni; e cagione di tale scissura furono alcuni omicidii commessi maliziosamente, turpemente e vergognosamente senza che i loro autori ne toccassero la dovuta pena, cioè senza applicazione della legge. E quelli da Rosa, ossia di Sassuolo andarono fuori di città con quelli di Savignano e co' Grassoni e loro aderenti, tanto popolani che militari; ed occuparono Sassuolo, Savignano[60], Monbaranzone[61], e in breve, occuparono tutta la zona di territorio al di sopra della strada Emilia. Fortificarono Sassuolo, inchiudendo nella cerchia dei fortilizii tutte le case del paese, e cavarono fosse d'ogni intorno; e scorrazzavano per la diocesi di Modena, devastando, incendiando e rapinando, perchè quelli della città non li volevano lasciar rientrare. E mandaron dicendo ai Parmigiani che accettassero le chiavi de' loro castelli e delle fortezze che avevano, e fossero loro Signori. Quelli poi che erano in città licenziarono il loro Podestà, Pallastrelli di Piacenza, pagandogliene il salario, e crearono Podestà un Pistoiese, e posero a ruina le case e i palazzi dei fuorusciti. E quando i Parmigiani mandarono i loro ambasciatori a Modena per rappacificare tra loro i due partiti, mentre gli ambasciatori andavano per la città pregando di fare quanto era necessario per la pacificazione, i Modenesi stavano per le vie sull'armi alle porte delle case loro, e digrignavano i denti contro gli ambasciatori Parmigiani, e andavano ripetendo: Che si fa? Gettiamoci sopra di loro, dilaceriamoli, perchè son essi che ruinano la città nostra. E così calunniavano chi non aveva colpa; stantechè per contrario i Parmigiani molte volte hanno sguainate le spade a favore di Modena contro i Bolognesi. Gli ambasciatori inviati dai Parmigiani a Modena erano: Il Capitano del popolo Egidio Milleduci, che è maestro di leggi, ed altri non pochi, che riferirono al ritorno queste scene ai Parmigiani nel palazzo, in pieno Consiglio generale. Ed i Parmigiani ridevano all'udir queste cose, nè vi fu persona che proferisse sinistre parole contro i Modenesi. Poichè sapevano tutti di non aver inferto alcun danno a Modena, e sapevano anche che la causa della ruina di Modena era il tizzone della discordia ardente tra i Boschetti e quelli di Savignano. E i maggiorenti che erano in Modena, e che furono e ne sono i capitani, erano i Rangoni, i Boschetti e i Guidi. E al principio di questo dissidio i Modenesi di dentro la città fecero grande allestimento d'armi e di tutte le cose che a guerra sono necessarie; e approntarono carri carichi di vettovaglie, di baliste e d'armi, e condussero numerose squadre contro i Modenesi fuorusciti, sperando di avvilupparli; e con questo apparato corsero sopra Sassuolo, e cominciò un combattimento con quelli di Sassuolo. (Sassuolo è un castello a dieci miglia da Modena sulla Secchia). Ma i Modenesi fuorusciti si trovavano a Savignano. Tostochè Manfredino di Sassuolo seppe che i suoi erano alle prese coi nemici, e che virilmente si battevano aspettando soccorso, coll'eccitamento nell'animo disse a quelli di sua parte: Se vi è chi sia mio amico, si unisca a me, ed ora ne faccia prova, e combattiamo oggi per noi e pei nostri amici. Lo seguirono allora tutti quelli che erano atti a portare le armi, giovani e vecchi, eccetto quelli che erano necessari a tenere guardia a Savignano; ed irruppero poderosamente contro i Modenesi di dentro la città, e li sconfissero, molti ne passarono a fil di spada, e molti ne fecero prigionieri, e fecero bottino di tutte le vettovaglie e del materiale da guerra. È vero però che i vinti, quand'ebbero veduto la fierezza dell'assalto e l'audacia de' loro nemici concittadini, si diedero a fuggire gettando via le armi e i vestiari e quanto portarono, pensando solo a salvarsi. Sapute i Parmigiani queste cose, mandarono con grande apparato ai Reggiani otto ambasciatori, persone che tutte erano state più volte insignite dell'ufficio di Podestà di città cospicue, a pregarli di non far pazzie, come i Modenesi, e non rovinare la patria; e si fermarono a Reggio non pochi giorni, ed io li ho veduti, ed ho loro fatto visita, perchè in quel tempo io era addetto al convento di Reggio. (Gli ambasciatori Parmigiani erano: Matteo da Correggio, Bonacorso di Montecchio, Rolando Putagio, Rolando degli Adegherii, Ugolino Rossi, Egidiolo di Marano, e due popolani, i cui nomi non ricordo). Ai quali i Reggiani risposero che avessero pur eglino cura e sollecitudine di custodire la loro Parma, ch'essi s'adoprerebbero a custodire la città propria, a ciò non cadesse a ruina. E i Reggiani diedero risposta di questo tenore, perchè tanto in Parma che in Reggio regnava una certa ambizione e gelosia, quasi volessero dire: O medico, cura te stesso. In Reggio, oltre il partito imperiale, già da lungo tempo espulso, vagante ed errante in esilio, s'erano formati due partiti tra quelli che tenevano per la Chiesa, dei quali uno si diceva il superiore, e l'altro l'inferiore. Del partito superiore della città di Reggio erano principali personaggi e Capitani: Azzone Manfredi, Antonio Roberti, Tomasino suo figlio, e Matteo Fogliani co' suoi seguaci. Del partito inferiore erano capi: Rolandino di Canossa, Francesco Fogliani, il suo fratello Prevosto di Carpineti co' suoi aderenti, Guido da Albareto, Ezzelino suo figlio, ed un altro Rolando, Abbate di Canossa, Scarabello, Manfredino di Guercio, Ugo di Corrado, Corradino suo figlio, Giacomino de' Panzeri, Tomasino suo figlio, Bartolomeo dei Panzeri, Zaccaria suo figlio, Guglielmo de' Lupicini Abbate di S. Prospero (che fece pace coi Bajardi e si rimase nel suo monastero) e Garsendonio de Lupicini (costui poi disertò, abbandonando il partito, e fece adesione a Matteo Fogliani, e s'imparentò con lui, accettando una figlia per moglie al proprio figliuolo Ugolino), finalmente Guido de' Lupicini, e più altri. In Parma poi vi era questa divisione: Obizzo Sanvitali Vescovo di Parma coi di lui seguaci era capo dell'una parte; dell'altra parte era Ugo Sossi germano consanguineo di lui, essendo figli di due sorelle, ed ambidue nipoti di Papa Innocenzo IV. Per Ugo Rossi tenevano quelli da Correggio e molti altri notabili Parmigiani. Queste sono pompe ed ambizioni da lasciarsi in disparte e degne dello sprezzo degli uomini sennati, perchè l'Apostolo dice... Frattanto accortisi i Reggiani d'aver data risposta di poco garbo agli ambasciatori Parmigiani, pentiti, e costretti da necessità, elessero alcuni proprii ambasciatori, li inviarono ai Parmigiani e dai Parmigiani ottennero tutto quello che vollero, e li fecero giurare sull'anima propria di non venir meno a quello che domandavano, cioè se l'un partito di Reggio malignamente espellesse l'altro, i Parmigiani aiuterebbero sempre chi fosse stato iniquamente espulso, e molte altre cose si pattuirono utili a mantenere in città la concordia. Gli ambasciatori mandati dai Reggiani ai Parmigiani erano: Rolandino di Canossa, Guido da Tripoli, ed un Giudice, Pietro di Albinea, che fu l'oratore dell'ambasciata. Questi avendo, nel loro albergo in borgo di S. Cristina, udito parlare di Asdente, profeta de' Parmigiani, lo mandarono a chiamare per consultarlo intorno alle sorti della loro città; e gli imposero sulla sua coscienza di non tacer nulla di quello che Dio stava loro preparando per l'avvenire. Ed egli rispose che se si conservassero in pace sino a Natale, sfuggirebbero all'ira di Dio; diversamente berrebbero tutto il calice dell'ira divina, come l'avevano ingollato i Modenesi. Essi risposero che si sarebbero mantenuti in pace; che anzi, per raffermare la pace e l'amicizia, si disponevano a stringere tra loro vincoli di parentela per mezzo di matrimonii. Ai quali egli di ripiglio soggiunse che queste cose si facevano da loro con mala fede, e che sotto il velo della pace si nascondeva il veleno. Se ne ritornarono pertanto gli ambasciatori, e non si parlò più in seguito di matrimonii; studiarono vieppiù a fabbricare materiale da guerra, che a mantenere una scambievole amicizia; e si verificò di loro quello che Michele Scoto disse in que' suoi versi, ne' quali vaticinava il futuro:

Et Regii partes insimul mala verba tenebunt.

In Reggio ogni fazion rotta ha la fede,

Le lingue arrota, si dilania e fiede.

In questi giorni si strinsero con vincoli di amore e di amicizia in una forte alleanza le città di Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara e Brescia, che tutte parteggiavano per la Chiesa. I partigiani dell'Impero già da lungo tempo esulavano dalle loro città, e andavan vagando pel mondo senza speranza di rimpatriare, per quanto dipendeva dal partito della Chiesa; Mantova poi era della fazione contraria per impulso di Pinamonte, che la signoreggiava. Le suddette città adunque conoscendo tutti i danni, che avevano incolto i Modenesi, elessero dal proprio seno un certo numero di cospicui ambasciatori, e li mandarono a Reggio, perchè ivi convocassero una grande assemblea allo scopo di ripristinare in Modena la pace, se ve ne fosse modo. Ma non lo poterono, quantunque vi si adoprassero attorno molti giorni, e vi fossero convenuti i rappresentanti delle due parti di Modena, cioè quei di dentro, e quei di fuori. Finalmente gli ambasciatori con chiusero, deliberarono e decretarono che non si recherebbe a nessuna delle due parti nè consiglio, nè soccorso, nè aiuto, nè favore, sia perchè non vollero per loro bene e per la pace consentire alle proposte fatte, sia perchè non si poteva far danno a nessuna delle due parti dei Modenesi senza offendere il partito degli alleati, sendochè tutti stavano per la Chiesa, ed anche per non alimentare in quei di Reggio e d'altre città la speranza di ricevere aiuti, se talora in eguale maniera folleggiassero. Allora i Modenesi vedendosi abbandonati a se stessi da tutti quegli amici loro, in cui confidavano, mandarono a Firenze e alle altre città della Toscana per indurle a raccorre soldati, e a formare e mandare un esercito potente a farla finita, e che l'una parte l'altra esterminasse e disperdesse. Così stanno le cose oggi, ottava della Natività della beata Vergine. Come finirà, sallo Iddio; se camperemo, vedremo. Allora i Reggiani licenziarono il loro Podestà Tobia Rangoni di Modena, che andasse pe' fatti suoi, e se ne tornasse a Modena sua città, datogli prima quel salario che ad onore e decoro gli era dovuto. E per tre motivi ebbero a licenziarlo: Perchè era nuovo nel ministero dell'amministrare (non aveva mai avuto altra Podesteria che questa) e contro alcuni procedeva con acrimonia e ingiustizia; e per lievissimo fallo multava, o cacciava in carcere; la qual cosa spiacque ai Reggiani.... Perchè era balbuziente, tanto che provocava a riso chi l'ascoltava, e quando in consiglio voleva dire: Avete udito (propositam) la proposta? Diceva: audivistis propoltam? E lo deridevano come scilinguato; ma invece era balbuziente. Però meritano più di essere derisi quelli, che eleggono alle magistrature uomini di quella fatta, i quali non hanno valore di sorta: il che è segno che i simili godono che vi siano dei loro simili, lasciandosi guidare dall'interesse privato più che dal bene pubblico.... Finalmente perchè poneva in opera ogni mezzo per provocare discordie in Reggio e trascinare i Reggiani a parteggiare per la sua fazione, cioè quella dei Modenesi, che erano dentro Modena. Le quali cose considerando, i Reggiani lo deposero dall'ufficio, lasciandogli facoltà di tornare tra' suoi, ed elessero Podestà quello che era lor Capitano, aumentadogli il salario, per avere in avvenire un uomo che fosse saggio ed intraprendente, dal cui diritto operare e dalla cui fedeltà si crede salvata la città di Reggio.... Egli era oriondo di Città di Castello. In questi giorni Obizzo Vescovo di Parma convitò in casa sua il profeta de' Parmigiani, che si chiamava Asdente, e lo interrogò minutamente intorno a cose che stavano ancora nascoste nel fitto velo del futuro. Il quale rispose, a udita di molte persone, che fra breve i Reggiani e i Parmigiani soffrirebbero molte tribolazioni; e parimente vaticinò intorno alla morte di Martino 4.º Sommo Pontefice, delle quali cose determinò e specificò i tempi, ch'io non voglio riportare; e che a Martino dovevano succedere tre Papi tra loro divisi e nemici, de' quali uno sarebbe stato legittimo, gli altri eletti illegittimamente; predisse anche la ruina di Modena prima che avvenisse. E questo profeta altro non è che un uomo che ha l'intelletto illuminato ad intendere i detti di Merlino, della Sibilla, dell'Abbate Gioachimo e di tutti quelli che lessero nel futuro; ed è uomo cortese, umile, famigliare, senza sussiego, senza superbia, nè annunzia mai cosa con affermazione assoluta; ma dice sempre: Così pare a me; così intendo io il tal libro. E quando taluno leggendo in sua presenza, salta qualche tratto, subito se ne accorge, e dice: Tu mi fai inganno, tu hai ommesso qualche cosa. E molti da diverse parti del mondo vanno ad interrogarlo. Egli aveva predetto ben tre mesi prima dell'evento il disastro de' Pisani; e un certo Pisano venne da Pisa a Parma per un suo scopo ad interrogarlo, dopo due battaglie già combattute coi Genovesi. Perocchè i Pisani e i Genovesi tre volte si sono battuti in battaglia navale; la prima nel 1283, e due volte nel 1284, e ne' primi due combattimenti, tra morti e prigionieri si calcolano messi fuori di linea 6000, tra' quali il Conte Facio fu condotto prigione a Genova, e molti altri notabili. E, mentre tra loro in mare ferveva ancora la battaglia, un tal Genovese montò su una nave Pisana e si caricò di lastre d'argento; ma avendo l'armatura di ferro, ed essendo carico di lastre e volendo di nuovo risalire sulla sua nave non potè raggiungerla e cadde e colò a fondo, come una pietra, col ferro e coll'argento, e fors'anche colle sue scelleratezze. Tutti questi particolari li ho uditi dal lettore di Ravenna che era un Genovese, e veniva allora allora di Genova. E nota miracolo, e pensa: I Pisani sono stati sbaragliati e fatti prigionieri dai Genovesi nel tempo, nel luogo, nel mese, nel giorno, in cui essi avevano catturato i Prelati a' tempi di Papa Gregorio IX di buona memoria; e giudica se è vero ciò che il signore disse in Zaccaria 2.º: Chi tocca voi, tocca la pupilla dell'occhio mio. Nota che i Parmigiani, uno de' quali mi son io, dicono che la vendetta sino a trent'anni è ancora in tempo. E dicono vero. Ve ne ha un esempio lampante in S. Brizio, a cui dopo trent'anni di episcopato toccò la pena vindice delle moltiplici afflizioni inferte a S. Martino, per cui ne soffrì moltiplici tormenti. Leggi la vita di S. Brizio, e vedrai se non è come ti dico. Così l'anno 1284 ripensando i Pisani al danno inferto loro dai Genovesi, e volendosene vendicare, costruirono sull'Arno molte navi e galee e attrezzi di marina; e, allestita la squadra, deliberarono e pubblicarono ordinanza che dei Pisani dai venti a' sessant'anni nessuno vi fosse esente dal servire in guerra. E corsero tutta la marina Genovese distruggendo, incendiando, uccidendo, catturando, e rapinando: e devastarono tutto quel tratto di litorale che da Genova si stende sino alla Provenza, passando davanti a tutte le città marittime, cioè Noli, Albenga, Savona, e Ventimiglia in cerca de' Genovesi per dar loro battaglia. I Genovesi anch'essi avevan fatta ordinanza che nessuno dei loro dai diciotto ai settant'anni rimanesse a casa, ma dovesse co' suoi concittadini impugnare la spada; e così correvano il mare dando la caccia ai Pisani. Finalmente s'incontrarono fra il Capo Corso e la Gorgona[62], legarono insieme colle catene le galee, come è loro costume nelle battaglie navali, ed ivi si batterono con tanta strage d'ambe le parti, che pareva averne compassione anche il cielo e conturbarsene. Molti dell'una parte e dell'altra eran morti e molte navi colate a fondo. E già i Pisani avevano avuto il sopravvento, quando giunse ai Genovesi un rinforzo di galee, e di nuovo si lanciarono sui Pisani già stanchi; ma pur tuttavia gli uni e gli altri continuarono la zuffa con accanimento. Finalmente i Pisani, riconoscendosi vinti, si arresero ai Genovesi, i quali uccisero i feriti, e mandarono gli altri alle prigioni. Ma anche chi vinse non potè menarne gran vanto, poichè la battaglia fu deplorevolmente sanguinosa pei vinti e pei vincitori. E furono tante le lagrime ed i sospiri in Genova e in Pisa, che mai non ne furono altrettanti in quelle città dalla loro fondazione sino a noi. E chi senza piangere e senza contristarsi può narrare il furore, con cui quelle due nobilissime città, d'onde veniva agli Italiani ogni sorta di ben di Dio, si laceravano per sola vanità, e ambizione, e vana gloria di supremazia, come, se il mare non fosse ampio abbastanza ai naviganti? Quindi invalse l'usanza di dire:

Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte,

Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.

Male al danno appien provvede

Chi da folle se lo incoglie;

Ma se al peggio volge il piede

Danno ed onta ne raccoglie.

Questa battaglia fu combattuta ai 13 d'Agosto, Domenica, festa dei SS. Ippolito e Cassiano[63]. Io non ho voluto segnare quì il numero dei morti e dei prigionieri dell'una e dell'altra parte, perchè si racconta in diverse maniere. Però l'Arcivescovo di Pisa ne fissava un numero preciso in una lettera all'Arcivescovo di Bologna, numero ch'io non voglio notare, perchè aspetto da Pisa alcuni frati Minori, che me ne daranno la cifra accertata. E nota che questa battaglia tra Pisani e Genovesi fu pronosticata e segnalata molto prima che si combattesse, giacchè nella villa di S. Ruffino[64] della diocesi di Parma, alcune donne, che di notte purgavano il lino, videro due grandi astri in cielo, che andavano l'uno contro l'altro all'assalto, e più volte si ritirarono, e più volte di nuovo ritornarono al cozzo. Nell'anno sussegnato, dopo la battaglia tra Pisani e Genovesi, molte donne Pisane, belle, nobili, ricche e di potenti famiglie, unite ora a trenta, ora a quaranta insieme, da Pisa a piedi si recavano a Genova per cercare e fare visita ai prigionieri di loro famiglie; tra quali chi vi aveva il marito, chi il figlio, il fratello, il consanguineo, cui Iddio non aveva balzati nel seno della misericordia di coloro che li avevano fatti prigionieri (Salmo 105.º). E quando quelle donne domandavano ai custodi delle carceri di vedere i proprii parenti, si sentivano rispondere: Ieri ne sono morti trenta, oggi quaranta, e li abbiamo gettati in mare, e di questo ne tocca ogni giorno ai Pisani. E quelle donne udendosi dire tali cose de' loro cari, e non potendoli rivedere, angustiate dalle strette del cuore cadevano a terra, e per la piena dell'affanno e del dolore appena potevano respirare; e poi, ripreso fiato, colle unghie si laceravano la faccia, si scarmigliavano i capelli, e ad alte e gemebonde grida piangevano fino a che loro restavano lagrime da versare. Imperocchè i Pisani morivano in carcere d'inedia, di fame, di penuria, di miseria, di dolore e di tristezza, poichè: Ebbero dominio su di loro quelli che li odiavano, i loro nemici eran quelli che li tormentavano, ed erano caduti sotto le loro mani. (Salmo 105º). Nè i Pisani erano giudicati degni de' sepolcri de' padri loro, e perciò li privavano di sepoltura.... E quando le dette donne Pisane arrivavano di ritorno a casa, trovavano morti altri, che alla partenza avevano lasciati sani. Iddio in quell'anno percosse la città di Pisa con una pestilenza, che trasse assai di cittadini al sepolcro... nè vi era casa, in cui non si trovasse un morto.... Toccò Iddio i Pisani colla spada del suo furore perchè da lungo tempo erano diventati ribelli alla Chiesa, e perchè avevano catturato in mare i prelati che andavano al concilio convocato da Papa Gregorio IX di buona memoria.... Quattr'anni io ho abitato nel convento di Pisa dell'Ordine de' frati Minori, ben quarant'anni fa, e perciò mi contristano le sventure de' Pisani, e ne ho compassione: e Dio me lo vede nel cuore. E, quando io abitava colà, fu per tre anni loro Podestà Bonacorso da Palù, cui i Pisani fecero loro Ammiraglio, e lo misero alla testa di quella loro armata, che condussero sulle loro galee sino alle bocche del porto di Genova. (Ed i Pisani oltre le galee vecchie che possedevano, ne costruirono cento di nuove per trasportare quell'esercito, e l'Imperatore in servizio e aiuto dei Pisani, ne mandò di sue cinquanta in completo assetto di guerra, le quali, trovandomi io sul porto di Pisa, ho vedute io arrivare dal Regno.) Ed i Pisani, giunti colla loro armata vicino al porto di Genova lanciarono contro la città per millanteria, per fasto ed a sempiterna memoria, un nembo di saette che portavano l'acuta punta non di ferro, ma d'argento. Essi per tanto vedendo che i Genovesi non uscivano a battaglia, risolcarono il mare devastando e incendiando tutto quanto si parava loro innanzi lungo il litorale de' Genovesi. E nota che come è naturale l'odio tra l'uomo e il serpente, il cane e il lupo, il cavallo e il grifone, così cova un lungo odio tra Pisani e Genovesi, Pisani e Lucchesi, Pisani e Fiorentini. Tra Pisani e Genovesi per cagione della supremazia sul mare, volendo per una certa ambizione, ciascuno parere da più dell'altro; e allora i monti si innalzano, ma le pianure non si abbassano.... Tra Lucchesi e Pisani cova odio, discordia e malevolenza, non solo perchè quelle due città sono di territorio confinanti, ma anche perchè i Pisani appresero dieci castelli del Vescovo di Lucca, e li tennero lungo tempo, per cui furono anche scomunicati, e persistettero lungo tempo nella loro pertinacia (quelle castella erano sui monti). Tra Fiorentini poi e Pisani cova odio, perchè quando i Fiorentini andavano a Pisa per comperare merci, i Pisani facevano loro pagare troppo grave dazio d'uscita alle porte. Avuta dunque notizia i Fiorentini e i Lucchesi, che erano legati tra loro d'interessi e di amicizia, del gran colpo inferto dai Genovesi ai Pisani, giudicarono quello un momento favorevole, e ordinarono un esercito contro i Pisani nell'anno preindicato, in Dicembre, poco prima di Natale, e con loro dovevano trovarsi quei di Prato e di Corneto per avviluppare i restanti Pisani, e se fosse possibile, ridurli a completa ruina, e farli sparire dalla faccia della terra. La qual cosa risaputasi dai Pisani, se ne impensierirono altamente, riconoscendo che su di loro si adempieva quel detto del Deuteronomio 28.º: E voi resterete poca gente, là dove per addietro sarete stati come le stelle del cielo in moltitudine. Onde i Pisani atterriti si volsero a pregare Iddio.... Avendo dunque sciolte al cielo le preghiere, s'avverò la scrittura che dice: È necessario che intervenga l'aiuto di Dio quando manca quello degli uomini. E sorse loro in mente il buon consiglio di mandare le chiavi della loro Pisa a Papa Martino perchè li difendesse dai loro nemici; il quale di buon grado li accolse tra le sue braccia, e represse i nemici insorgenti.... Isaia 60º: Ed i figliuoli di quelli che ti affliggevano verranno a te inchinandosi; e tutti quelli che ti dispettavano si prostreranno alle piante de' tuoi piedi. Ciò che ho udito, ho scritto; oggi le cose sono così; non si sa come anderà poi a finire; chi camperà vedrà l'esito degli eventi. Tutto il mondo è in perturbazione e volto al sinistro; siamo sulla fine del 1284. Nel millesimo suindicato corse voce che Federico 2º, già Imperatore, vivesse ancora in Allemagna; e che avesse sèguito di una immensa moltitudine di Tedeschi, ai quali largamente faceva le spese. E acquistò tanta consistenza e diffusione questa voce che molte città Lombarde spedirono messi speciali a vedere e constatare, se effettivamente ancora vivesse, o se fosse una fiaba. Anche il Marchese d'Este ne mandò uno per conto proprio. Anche alcuni Gioachimiti prestarono qualche fede alla voce corsa e credettero non impossibile la sopravvivenza di Federico, perchè la Sibilla dice: «Essa chiuderà gli occhi di morte ascosa, cioè la gallina gallicana, e sorviverà e suonerà fama a dire in mezzo ai popoli, vive e non vive, essendo superstite uno dei polli, o uno de' polli dei polli.» Anche Merlino dice di lui: «Due volte quinquagennario sarà trattato blandamente.» Il qual passo i Gioachimiti lo interpretavano così: Due volte cinquanta fanno cento; quasi sostenendo che avesse cent'anni. Ma non ne fu nulla. Col tempo si provò che era un ciurmadore, un gabbamondo, che tali cose fingeva a guadagno; e così tanto egli che i suoi seguaci sfumarono. Parimente nello stesso anno suonò altra fama. Dissero testimoni veridici, cioè frati Minori e Predicatori che da poco erano arrivati d'oltremare, che tra Tartari e Saraceni era per avvenire una gran novità. Dicevano dunque che il figlio del defunto Re dei Tartari era insorto a combattere lo zio regnante, che aveva fatta adesione ai Saraceni; e l'aveva ucciso, e con lui aveva fatta strage di una grande moltitudine di Saraceni. Inoltre mandò comando al Soldano di Babilonia di fuggire in Egitto; altrimenti se l'avrà tra le mani, lo ucciderà, quando arriverà ai paese di lui, ove si è proposto di andare sollecitamente; perocchè, come si dice, vuol essere in Gerusalemme il Sabato Santo; e se vedrà discendere fuoco dal cielo, come asseriscono i cristiani, minaccia di uccidere tutti gli Agareni che potrà incontrare. E già prima di cominciare la predetta guerra alleato coi Georgiani e cogli altri cristiani, a cui aveva fatta adesione, fece coniare moneta, sovra un lato della quale vedevasi il Sepolcro, e sull'altro stava scritto: In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Pose anche sulle armi e sugli stendardi la croce, e nel nome del Crocifisso menò duplice strage, cioè dei Saraceni e dei Tartari avversi a lui. Giunto ciò a conoscenza del Soldano di Babilonia e degli Agareni di lui sudditi, che si affrettavano a portare soccorso ai Tartari, si ritirarono, velocemente fuggendo, per non perire anch'essi coi cristiani nemici. E qui finisce l'istoria. In questo stesso millesimo, i Modenesi di dentro la città, presso Montale[65], il giorno 19 Settembre, il Martedì prima delle Tempora, di nuovo si azzuffarono coi Modenesi fuorusciti, che abitavano a Sassuolo, e si battagliò aspramente dall'una e dall'altra parte con grande strage. Però i Modenesi, che abitavano in Sassuolo furono vittoriosi anche in questo combattimento, che accadde in Martedì, presso Montale, come li erano stati nel primo, che avvenne un lunedì, al principio delle ostilità; e in questi due scontri tra morti sul campo e prigionieri ve ne furono ben cinquecento; e parte caddero di spada, altri furon tradotti ai ceppi in carcere, ed ivi trattenuti. In quel tempo i Modenesi di dentro la città ebbero un tale che si spacciava per astrologo ed indovino, a cui davano dieci denari grossi d'argento al giorno, e ogni notte tre grosse candele Genovesi di purgatissima cera, e, interrogando il futuro, prometteva ai Modenesi che, se una terza volta si cimentassero a combattimento, ne riporterebbero vittoria. A cui i Modenesi risposero: Noi non vogliamo misurarci coi nostri nemici nè in Lunedì, nè in Martedì, perchè in questi due giorni siamo stati vinti: designane un giorno diverso per combattere, e sappi che se questa volta non riporteremo la vittoria, che ne prometti, ti caveremo l'altro occhio che ti resta. (Giacchè era guercio, e un barattiere, un gabbamondo, come provò l'evento). Temendo egli dunque di non indovinare, se ne portò via tutto quello che s'era guadagnato, e all'insaputa di tutti... se la svignò per la sua strada. Allora quei di Sassuolo cominciarono a far loro le beffe, come a gente che: Ha sacrificato ai demonii, e non a Dio; a Dii, i quali essi non avevano conosciuto, Dii nuovi, venuti di prossimo e a cui i loro padri non avevano prestato culto. (Deuteronomio 32º). E i Parmigiani, udendo quanti disastri avevano colpito i Modenesi, mandarono dodici ambasciatori, per desiderio di ricomporli a concordia. Ma fu opera vana. Non prestarono fede a loro e non vollero ascoltarli.... Ma tutto questo accadde perchè si avverasse la profezia di Merlino profeta Inglese. Perocchè Merlino compose versi, ne' quali presagiva con verità l'avvenire delle città Lombarde, Toscane, Romagnole e della Marca, versi ch'io credo degni d'essere qui riportati, e che cominciano così:

Incominciano i versi di Merlino

Venient in mundo —

— et duo erunt sine fine utundo.

Gravia tum dura —

— multa sunt inde futura.

In Lombardia —

— tunc errabit phylosophia.

Superbia regnabit —

— cum ventis tota volabit.

Ipsa Toscana —

— dicetur a gentibus vana.

Peregrinando ibit —

— diffusa, peccando peribit.

Romandiola —

— sub iugo teneatur a stola,

Quæ in perpensum —

— tallionem reddet immensum.

Marchia anchonitana —

— sub Ecclesia stabit romana,

Quæ semper lanam —

— evellet sibi cotidianam.

Apulia vero —

— tota erit plena veneno.

Multi morientur —

— et Reges pro auro delentur.

Marchia delusa —

— plorabit in sanguine fusa;

Et diu plorabit —

— sub dura potestate durabit.

Francia durabit —

— et pluribus praeponderabit;

Et cum defecerit —

— effusio sanguinis erit.

Alamannia imperabit —

— zizaniam mundi fugabit,

Qui retinet gentes —

— Imperium non diligentes.

Provincia sola —

— diu stabit sub arida stola,

Quæ revelata —

— dicetur et accumulata.

Ab Hispanianis multus —

— erit sanguis in terra diffusus

Lombardos natos —

— volens sibi fore ligatos.

Ecclesia plorabit —

— cum superbia tanta regnabit;

Et non providebit, —

— in dura servitute manebit.

Florentia florebit —

— immundo tota lucebit

Lilium depictum —

— in campis erit a Senis devictum;

Sed convalescet —

— Lilii cum victoria crescet.

Inepte peccando —

— semper vivet dissimulando.

Mediolanum —

— sibi turrim firmabit in vanum;

Aquila videbit —

— turrim ipsam totam delebit.

Adducet gentes —

— de longe et sunt venientes,

Quæ dabunt duram —

— delinquentibus in vano iacturam.

Parma patietur —

— multo languore repletur;

In malum recidet —

— quam medicus sanare non valet;

Sed relevatur —

— unguento coronae sanatur.

Quod erit antiquum —

— per exemplum præbet iniquum.

Mutina perversa —

— tota erit in fine demersa.

Volens dominari —

— potentioribus æquiparari.

Regium, regina —

— civitas, erit ipsa supina,

Et non providebit —

— in dissensione multa manebit.

In ipsa Cremona —

— sibi nidum aquiret corona,

E tamdiu stabit —

— ut aquila ipsa volabit

Pace decepta, —

— a sponso accepta,

Et re pensata, —

— Lombardia erit cremata.

Ferraria testatur —

— quod mala subire paratur

Propter peccata,

— quæ diu erunt in ea patrata:

In servitute stabit, —

— donec peccare cessabit,

Et ejiciat illum —

— qui peccatum committit indignum.

Mantua pugnabit, —

— in fine terga Veronæ dabit;

Fugabit serpentes —

— eam sub cauda tenentes.

Bononia regnabit —

— cum integra longe durabit,

Fjiciet unam —

— ad mane partem ituram.

In brevi veniendo —

— per intrinsecam ejiciendo,

Quae non revertetur, —

— donec tota sordibus lavetur.

Faventia oppressa —

— multotiens erit obsessa;

Indicat scriptura —

— quod mala sunt in ea futura,

Et tamen favet, —

— quod in ea pars Bononiæ cadet;

Quæ dabit dorsum, —

— semper eundo deorsum.

Gravia quam plura —

— sustinebit Imola dura,

Quæ re pensata —

— cito erit a languore sanata.

Verranno e due saran che in infinito

Il mondo emungeran di lito in lito.

Duri travagli e piaghe e un mar di mali

Scosso allor pioverà sovra i mortali.

Sillogizzando allor filosofia

Errante annebbierà la Lombardia.

Regnerà la superbia, e in suo talento,

Sull'ale, vuota, volerà del vento.

Anche sull'Arno la gentil Toscana

Dalle genti sarà chiamata vana;

Pellegrinando affogherà dispersa

Nel vano mar del suo peccato immersa.

Sulla Romagna regneran le stole,

Che taglia le imporran d'immensa mole.

La Chiesa avrà la Marca Anconitana,

Qual pecora, da cui trarre la lana.

Dal monte al mar l'Apula terra eletta

Tutta sarà d'atro veleno infetta.

Molti dì morte assaggieran lo strale;