LA VITA NUOVA
LA
VITA NUOVA
DI
DANTE
CON LE ILLUSTRAZIONI DI DANTE GABRIELE ROSSETTI
Casa Editrice Nazionale
ROUX e VIARENGO
TORINO — ROMA
1903
A NORMA DELLE LEGGI VIGENTI È RISERVATA LA PROPRIETÀ ARTISTICA DELLA PRESENTE EDIZIONE.
La vita nuova di Dante e i quadri di D. G. Rossetti.
Le parole «Manus animam pinxit» dettate dal Rossetti in un suo racconto di carattere trecentista[1] compendiano tutta una teoria pittorica e svelano il segreto — se meglio delle parole non lo dicessero i quadri — di quella sua opera profondamente suggestiva che rinnovò l’arte inglese e che ha tutt’ora un tanto grande influsso su l’arte contemporanea del continente.
Il Rossetti fu il pittore delle anime. Il simbolismo dei suoi quadri è meno evidente nella scelta degli accessorî, di ciò che sia nella posa, nell’azione e nell’espressione delle figure dipinte e disegnate da lui.
I profondi occhi fissano intensamente come interroganti un’impenetrabile mistero, mentre le bocche, sublimi di bellezza, nate al bacio, hanno un qualche cosa di doloroso che sembra dire mille pensieri nascosti, desideri ardentemente perseguiti; paiono ad un tempo sorridere blandamente e dolorosamente socchiudersi, come in quei che scoprono innanzi a sè cose non mai immaginate nè intraviste, e ne sono addolorati e lieti e sorpresi ad un tempo; e dicono parole che l’orecchio mortale non intende, ma che le anime ascoltano e comprendono, dal di là del dominio dei sensi e delle cose materiate nella esistenza:
«Ed avea seco umiltà sì verace
Che parea che dicesse: Io sono in pace».
Quel vivere di lui solitario, lontano dai tumulti, dalla battaglia aspra che egli e gli amici suoi sollevavano con i loro lavori, gli aveva permesso d’interrogare e di sentire profondamente dentro sè stesso e di rendere poi, in immaginazioni ricche di sentimento, di luce e di colore, quella sua vita spirituale che gli dettava i sonetti della House of life, e gli aveva insegnato a cercare nei trecentisti, poeti e pittori, — a’ quali per l’anima si sentiva tanto vicino — i maestri del dire e del fare nell’opera sua.
Forse a questo suo modo di comprendere e di fare non fu estraneo l’ambiente nel quale si sviluppò e crebbe la sua giovinezza. Forse il pensiero e l’opera di Dante Gabriele Rossetti sono un risultato di più, fra i tanti meravigliosi, della lotta per il risorgimento italiano.
A Londra, nella casa del padre suo — l’esule poeta vastese — s’incontravano i profughi italiani, i fuggiti al capestro o alla galera del Borbone e dell’Austria, e chi sa quante volte correva e ricorreva su le labbra di quei forti, destinati a vivere nel paese umido e nebbioso, il nome della terra ricca di sole e di fiori. E chi sa quante volte sonò alle orecchie del giovine il nome di Dante, benedetto come quello di colui che, primo, aveva detto all’Italia la parola della sua libertà nazionale.
W. M. Rossetti, il fratello del poeta-pittore, ha in un suo libro[2] un capitolo, ove appunto egli descrive gli italiani che frequentavano la casa paterna, e ne accenna le discussioni più frequenti, le speranze, gli entusiasmi, gli scoraggiamenti; tutta la vita di uomini che hanno dato tutto il proprio essere ad un ideale, per quello solo vivono e solo in quello sperano. E frequentissime dovevano essere le discussioni su l’Alighieri, poichè, già prima che Dante Gabriele nascesse, il padre suo aveva pubblicato un’edizione in due volumi dell’«Inferno», nel commento del quale s’annunziava già la teoria che egli avrebbe difesa più tardi, compendiando, e poi avanzando molto nell’audacia delle affermazioni, il Filelfo, il Perez, ed il Biscioni.
Forse le teoriche del padre su gli intendimenti nascosti dell’Alighieri — teoriche espresse e difese con grande copia di erudizione nei libri «Dello spirito antipapale», «L’amore Platonico», «La Beatrice di Dante» — non ebbero grande influsso sul pensiero del figlio. Nessuna traccia si riscontra, nel lavoro di Dante Gabriele, delle idee del padre pubblicate nel 1832, nel ’40, nel ’42; ma certamente tutto l’insieme dell’ambiente italiano agì su di lui; egli sentì il profondo sentimento vivo dell’Alighieri, la passione di lui lo infiammò; egli riuscì ad immedesimarsi tanto l’opera del Divino che nel 1849 già gli era nata nella mente l’idea d’illustrare l’amoroso pensiero di Dante.
Di questa epoca è il primo bozzetto del quadro «Dante sorpreso a disegnare un angelo»; dell’anno di poi è il primo schizzo del «Saluto di Beatrice». D. G. Rossetti aveva allora ventun anni.
In quest’anno, 1850, intorno al Nostro, a Holman Hunt e a John Everett Millais — i primi tre P. R. B.[3] — si scatenò la tempesta degli Accademici.
I tre l’avevano provocata esponendo, il Rossetti «L’Annunciazione», l’Hunt «I Missionari cristiani in Bretagna», e il Millais «La bottega del falegname».
Erano tre giovani artisti che cercavano di fare bello e bene, e furono presi per tre missionari cattolici. La critica che allora fece tremare le vene e i polsi dei tre giovani, fa sorridere oggi per la sua puerile ostilità; allora parve avere il sopravvento su loro. Ma dovette tacere, il giorno che la ostinata perseveranza dei tre, cui si erano aggiunti altri meno di loro valenti, non però meno volenterosi[4], richiamò su loro l’attenzione di John Ruskin, e questi scese nell’arringo difendendone, con tutta la foga del suo temperamento e tutta la maestria della sua arte, i tentativi, le intenzioni e il lavoro.
E da quel momento essi continuarono infaticabili l’opera loro fino che un giorno, ad un bivio della via, si divisero: il Rossetti per farsi più grande, l’Hunt per proseguire nella via che fino dal primo giorno erasi tracciata, il Millais per rivelarsi minore di sè stesso.
Nel «Giornale» dei Preraffaellisti — regolarmente tenuto da W. M. Rossetti, che, essendo critico d’arte era il segretario del gruppo — trovo notate dal sabato 23 al sabato 29 (1853) queste parole: «Egli (Gabriele) è ora ripreso dall’idea di pubblicare la sua edizione della Vita Nova corretta ed illustrata». Infatti questa traduzione, cominciata nel 1847 e terminata nel 1849, uscì nel 1861 col titolo «Early Italian Poets». Questa sua traduzione, alla quale il fratello Guglielmo pose mano per alcuni dei brani di prosa, è riconosciuta come la più perfetta traduzione inglese dell’opera giovanile del nostro massimo poeta, e le fanno degna compagnia le altre traduzioni dei primitivi poeti italiani che da Folcacchiero de’ Folcacchieri (1170), vanno a Franco Sacchetti, della fine del 1300.
Si può dire che quest’opera lo interessò, lo tenne a sè tutta la vita. Infatti nel 1880 — poco più di un anno prima di morire — egli metteva mano al quadro incompiuto di «Beatrice» inspirato al sonetto:
«Tanto gentile e tanto onesta pare».
In questo quadro il Rossetti dipinse la meravigliosa testa di Beatrice, che è, forse, la più bella fra le teste di donna dipinte da lui, ed è superata soltanto dallo splendido disegno a matita che egli fece come studio del quadro ad olio.
In tutto il lavoro di questo inglese, dallo spirito italiano, palpita l’amore dei primitivi canzonieri. La donna della House of life è la fanciulla amata da lui ed anche qualche cosa di più; qualche cosa di più etereo, di più spirituale, è sorella di
«Quella donna gentil, cui piange Amore»
è la ispiratrice purissima, lo scrigno geloso d’ogni gioia divina, quella che dell’Amore ama il simbolo più bello e della quale egli può dire
«My lady only loves the heart of love»[5]
e può cantarla come colei che in sè immedesima e da sè intorno, spande
«..... choir-strains of her tongue,
Sky spaces of her eyes — sweet signs that flee
About her soul’s immediate sanctuary»[6].
E l’amore è, nel pensiero dell’Artista, un insieme di simboli, di sogni e di potenza; qualche cosa che viene da lungi, dall’alto; un’onda di mistero; qualche cosa di severo e di pensoso che domina tutte le cose, passa attraverso a tutte quelle che per lui e in lui vivono:
«Amor che muove il sole e l’altre stelle».
Non lo ha egli detto in quel suo tocco in penna, il più strano che mente di pittore abbia mai immaginato, del «Dantis Amor?»
In questo quadro egli è riuscito a rendere quel simbolismo che Dante ha espresso coi numeri. Tutti e due sono platonici; il Poeta come un filosofo, il pittore come un poeta. L’Alighieri ci racconta la perfezione della sua donna, e ce la dimostra cosa divina, in quel fortuito concorso del numero perfetto che presenziò alla morte di Lei; il Rossetti ci presenta l’Amore — l’Amore che il poeta incontrò
«..... nel mezzo della via
In abito leggier di peregrino» —
e ce lo mostra circondato dai simboli dello spazio e del tempo, del giorno e della notte, e porta il quadrante che accenna l’anno del dolore e l’ora dell’angoscia.
In tutta l’opera di Rossetti, poemi e pitture, c’è come un’ombra di dolore. Egli ha sentito che il dolore è la trama su la quale è tessuta la vita. Ogni breve gioia della esistenza è soffocata dalle sofferenze, e l’occhio è più sovente umido di pianto, che non brillante di sorrisi. E questo suo intimo senso del dolore umano gli ha permesso d’essere tanto suggestivo nelle sue figure. Ed anche per questo suo squisito sentire nella profondità della coscienza umana, maciullata dal dolore, i suoi capolavori sono appunto i quadri ne’ quali domina, non veduta, eppure presente, la Morte.
«Beata Beatrix» non è morta no, — egli lo ha scritto: — gli occhi di Lei sono socchiusi nell’estasi divina che la rapisce alla terra e le schiude le meraviglie del cielo. Vengono, avvolti nell’aureola che circonda la testa di Beatrice, Dante e l’Amore che lo guida, e si scorge, nello sfondo lontano, nella penombra leggera, la città che udirà fra un istante le parole che l’ambascia strappa al desolato Poeta «quomodo sedet sola civitas!» parole non sue, lingua non sua, come s’egli non sapesse trovare nel dolore, nulla di suo per esprimerlo. Ma tutta la vita non è fra quei vivi. Meravigliosa, nella luce d’oro che le sfavilla intorno e vela lo sfondo del quadro, Beatrice sola sembra vivere; eppure i simboli che la circondano dicono la fine della vita corruttibile; le mani giunte di lei, l’uccello nunzio di morte, il quadrante accennano l’ultimo sonno.
Questo quadro, ora nella National Tate Gallery, fu dipinto da lui la prima volta nel 1863, due anni dopo il «Dantis Amor», e un anno dopo ch’egli aveva pubblicata la sua traduzione inglese degli «Early Italian Poets».
Lo ripetè poi altre tre volte, per commissione sempre, nel 1869, nel 1872 e nel 1877.
Egli sarebbe stato felice se avesse potuto pubblicare la Vita Nova illustrata da acque forti sue, ed in una sua lettera lo dice. Forse è stato bene che egli non abbia mai potuto limitare l’opera sua a quel lavoro. Noi abbiamo avuto così i quadri della Vita Nova, una meravigliosa opera, arricchiti dalla magìa del colore oltre che dalla forza della rappresentazione grafica.
Io ho detto altrove[7] che egli, col trascorrere degli anni e l’indefesso lavorare sarebbe riuscito a farsi «disegnatore più abile e corretto... ma come colorista non aumenterà nè diminuirà di potenza, perchè non si può essere colorista più perfetto di lui, nè più di lui possedere la scienza dell’armonia nelle tonalità chiare, negli ampî spazi riverberanti di luce e di sole».
Tutti i suoi quadri sono una gloria di luce e di colori. Egli bandì dalla sua tavolozza il bitume per i fondi, le tonalità scialbe, i colori dimessi che l’Accademia proclamava indispensabili, i mezzi-rossi, i mezzi-verdi, le luci colate attraverso il vetro ed il tendone dello studio. Guardando i quadri degli artisti che lo precedettero ed i suoi, si ha l’impressione di vederlo spalancare una finestra alla rutilante luce del sole, gridando ai vicini ed ai lontani: — Lasciateci godere intiero quel bene che Dio ci dà!
Infatti nel «Sogno di Dante», ora nella Walker Fine Art Gallery di Liverpool, cominciato nel 1869 e terminato nel giugno del 1872, egli si mantiene lo stesso glorioso e meraviglioso colorista della «Beata Beatrix»; ed è anche il disegnatore che possiede ormai il segreto della perfetta armonia dei gruppi e dei colori.
Nell’alto del quadro una ghirlanda d’angeli portano al cielo l’anima di Beatrice:
«..... pareami di vedere una moltitudine d’angeli i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi loro una nuvoletta bianchissima.....».
Intorno a loro raggia la luce d’oro, di neve e di fuoco che abbagliò Dante, quando alzò gli occhi per mirare la rosa Paradisiaca. Nel quadro è una luce tenera, delicata, irradiata da Beatrice morta e da Amore che, conducendo Dante per la mano, bacia la vergine estinta. Un ritorno al pensiero che la vita e l’amore stanno oltre la vita terrena, è rivelato dalle vesti dei diversi personaggi del quadro. Quelli che appartengono alla terra, Dante e le donne che coprono d’un velo la morta, sono vestiti di colori più dimessi; Dante ha la tunica bruna; le donne han le vesti verde-oliva: Beatrice e l’Amore vestono i colori della gioia, Beatrice di bianco e l’Amore d’una lunga tunica porporina che sembra effondere vampate di fuoco su la veste di Dante.
Nel 1881 egli rifece questo quadro; vi aggiunse la predella che illustra in un dittico il passo della Vita Nova:
«Ond’io, essendo alquanto riconfortato, e conoscendo il fallace immaginare, risposi loro: Io vi dirò quello c’ho avuto..... »
e i primi versi della canzone:
«Donna pietosa e di novella etate»
e la espose al pubblico.
Uno slancio d’ammirazione circondò il pittore.
Certamente, e da lungo tempo, egli aveva trionfato della critica inetta e della invidia maligna; s’era affermato come il più grande pittore inglese vivente; ma si aspettava ancora, da lui, il capolavoro, l’opera magistrale, l’opera immortale. E fu questo quadro. Egli riunì qui la sua scienza, la sua tecnica, la sua arte, il suo pensiero, e riuscì perfetto. Il simbolismo dei fiori e degli accessori del quadro, ricorda il profondo misticismo dei poeti del XII e XIII secolo. I fiori di papavero, de’ quali è sparso il suolo, le rose e le viole, i fiori di bianco spino, la lampada che dà l’ultimo guizzo di luce, tutto ha un significato speciale, e non meglio di così potevano essere illustrati i versi del poeta:
«Mi condusse a veder mia donna morta
E quando l’ebbi scorta
Vedea che donne la coprian d’un velo».
Il pensiero mistico del poeta non poteva trovare una interpretazione più perfetta di questa che ne fece il Rossetti.
Alla bellezza del quadro contribuisce la bellezza dei tipi scelti a modello. In questo, egli seguiva veramente il metodo dei primitivi italiani e sono pochissime, in tutti i suoi quadri, le teste dipinte di invenzione o molto modificate da lui. Certo, in quasi tutti i suoi tipi v’ha quasi come una lontana rassomiglianza; un’aria di famiglia le ravvicina tutte e dipende dalla profonda intensità dello sguardo delle sue figure. I tratti generali, anzi il tipo, l’espressione, sono dei suoi modelli. Nè volle che fossero il primo modello venuto. Donne elette per intelligenza, coltura, carattere; bellissime donne, spose, figlie, sorelle d’amici suoi posarono per lui e gli offrirono il tipo delle sue Beatrici, della sua Maddalena, di tutte le sue donne; moltissimo si prestarono a ciò la signora Morris, la signora Stillmann, e sua moglie Elisabetta. In alcuni quadri le teste sono assolutamente ritratti, come quella meravigliosa della «Beata Beatrix» ritratto della sua Elisabetta.
Nel «Sogno di Dante» la signora Stillmann è, delle due donne che sorreggono il velo, quella a capo del letto, Miss Wilding è l’altra. La signora Morris è Beatrice.
C’era in lui, e nel suo carattere, molto dell’italiano. Dei figli di Gabriele Rossetti egli fu certamente il più italiano. Ma, fenomeno degno d’osservazione, egli fu un italiano medioevale.
I suoi più intimi pensieri, il suo modo di considerare i grandi misteri della vita, la sua perfetta indifferenza per le scoperte scientifiche non erano d’un uomo del nostro tempo.
Egli viveva col corpo nella nostra epoca, la sua anima era d’altri secoli. Per ciò, forse, egli potette tanto completamente immedesimarsi l’Alighieri; per ciò forse lo tentarono e lo fecero grande i misteri della Vita Nova, la passione ardente, il profondo amore, il mistico parlare del Fiorentino.
Mi sembra, talvolta, guardando il lavoro di lui, che esso non sia opera d’un moderno, ma sibbene d’un antico, contemporaneo di Giotto e dell’Orcagna per il sentimento, discepolo dei Maestri veneziani per il colorito, e maestro, vissuto ieri, di nuovi artisti che cercano nella via della vita e dell’arte un sentiero non ancora battuto; tanto è profonda la sua coscienza della vita antica, e tanto è perfetta l’opera della sua mano.
E probabilmente anche ciò si deve alla sua grande scrupolosità nel lavoro. Qualche volta rifaceva due o tre volte il bozzetto d’un quadro; e gli studi erano, da lui, condotti a termine con tale perfezione che rimanevano, di per sè stessi, un quadro. Del «Dante sorpreso a disegnare un angelo» vi sono due bozzetti; due del «Sogno di Dante»; due del «Saluto di Beatrice». Gli studi separati per il «Sogno di Dante» e per la «Donna della finestra» sono numerosissimi. È facile quindi comprendere come egli, dotato di quel vasto genio, potesse poi riuscire perfetto.
Egli aveva una teoria particolare del colorito. Per lui, diversamente dalla opinione della generalità dei pittori, la giusta posizione del verde e del bleu doveva risultare in un ottimo effetto all’occhio dello spettatore. Questa teoria, dinanzi alla quale uno meno ardito avrebbe indietreggiato, fu messa in pratica da lui, e con un successo pari soltanto all’ardire, nel quadro «Beatrice nega il saluto a Dante»[8].
La sposa è in bianco, coronata di fiori d’arancio, e sta in un angolo del quadro, figura secondaria nella pittura, com’è una figura secondaria nello scritto di Dante.
Le figure principali, le donne e Beatrice, vestono abiti di lucentissimo verde e di oltremare. Dante è vestito di rosso ed ha il soppanno nero; la bambina, che porge i fiori, è vestita di giallo. Il quadro ha un’intonazione calda che fa sentire il sole ardente delle estati fiorentine. Ora il discordante insieme di queste luci e di questi colori è attenuato dalla grande arte del Rossetti, così che l’occhio si riposa in mezzo al quadro, su i colori meno ardenti di Beatrice e delle donne che l’accompagnano, dalle tonalità sfolgoranti del giallo, del rosso, del bianco che stanno alle estremità del quadro. Questo lavoro, l’acquarello nel quale il Rossetti ha riunito il più grande numero di figure, fu da lui terminato nel 1851 e ripetuto nel 1855-56, a olio, per l’amico suo John Ruskin.
Ho detto altrove[9] delle caratteristiche speciali all’acquarello inglese, e basterà qui che io accenni che la solidità del colorito, l’impasto frequente d’un colore su l’altro, dànno agli acquarelli dei maestri inglesi un carattere assolutamente diverso dal carattere cognito ed universale dell’acquarello. Bisogna bene conoscere e guardare attentamente per distinguere un acquarello da un quadro a olio; talvolta la sola cosa che li diversifica è, in quelli, l’assenza di lucido e la patina che è sempre in questi.
Un altro quadro, ove questa ardita teoria del colore è vittoriosamente praticata, è il «Saluto di Beatrice a Dante». È inspirato a quel brano della Vita Nova:
«E passando per una via volse gli occhi verso quella parte ove io ero molto pauroso e..... mi salutò virtuosamente tanto».
Anche in questo dipinto Dante è in rosso col soppanno scuro, Beatrice in bianco con risvolti azzurri, la gentildonna che la precede è in giallo, quella che la segue in rosso-bruno, cupo. Anche qui il Rossetti ha adoperato quella sua grande arte nella distribuzione dei colori, per cui una grande armonia, come un riposo dolce degli occhi, risulta dal guardare i suoi quadri. Questo suo lavoro incominciato nel 1858 fu terminato un anno di poi e ripetuto nel 1864.
Rossetti seguiva passo a passo la Vita Nova. Ogni fatto notevole, ogni incidente descritto dal Poeta inspira al Pittore una magnifica opera.
Io non so se l’impressione che fanno a me i quadri del Rossetti, sia personale o se sia pure comune a tutti quelli che conoscono l’opera di Dante e guardano i quadri del pittore inglese. Io trovo un profondo sentimento dantesco anche in quelle pitture che per spirito e per soggetto s’allontanano estremamente dal ciclo della Vita Nova e dagli altri quadri inspirati a fatti della Divina Commedia.
Nella «Lady Macbeth» io sento la terribile miseria della infelice che il rimorso strazia, e il «Out, damned spot! out, I say!»[10] magistralmente reso nel quadro di Rossetti, mi fa pensare ai maledetti che, nella morta gora, si stracciano le carni[11]; e nella «Maddalena», la suggestiva testa di Cristo che, da una finestra, l’affascina con lo sguardo intensamente profondo, mi fa pensare al sorriso di San Bernardo[12] incoraggiante Dante a volgere gli occhi in alto ed a pregare Maria.
Se io dovessi definire esattamente questa mia sensazione, o darne una ragione apparentemente plausibile, forse non saprei, o, forse, dovrei scendere a tale minuzia d’analisi psichica che la dimostrazione apparirebbe più oscura del fatto semplicemente enunciato; è innegabile però che quel senso misterioso e indefinibile che sgorga dall’opera dantesca e viene a soggiogare l’anima umana, emana anche dall’opera del Rossetti e c’è parentela perfetta fra la Gentildonna cantata e quella dipinta; c’è similitudine d’origine e di tipo nell’Amore che va in veste di pellegrino, e nell’Amore che scende dagli alti cieli, passando attraverso le stelle e gli astri maggiori che illuminano la terra.
Quella tendenza tutta sua e quella speciale caratteristica dell’anima trecentista del Rossetti, mirabilmente concorsero con le qualità pittoriche di lui a che l’opera sua fosse tale da integrare, in un’opera di grande sentimento e fattura, la grande opera del pensiero dantesco.
Un punto di contatto significantissimo nella vita e nella importanza dell’opera del Poeta e del Pittore unisce l’italiano e l’inglese. La loro è opera d’Amore. A più di cinque secoli di distanza il Pittore intende attraverso lo spazio la voce del Poeta, e parla con lui. Egli fa sua l’opera dell’innamorato garzone fiorentino, e di quell’opera, con l’opera sua, ci fa sentire tutto il profondo grandioso mistero. Dinanzi alla «Beata Beatrix» noi pensiamo che forse la Beatrice, il cui nome poteva stare solamente insieme al numero perfetto, fu un sogno, un mistero di più con misteriose parole raccontato ad anime d’iniziati, una delle quali rivisse cinquecento anni più tardi per parlarne ancora.
Ed anche pensiamo che quella
«gloriosa donna..... la quale da molti fu chiamata Beatrice»
era, in vita, come l’ha dipinta il pittore, soavissima, bella e pensosa; e che noi cerchiamo il mistero là dove non è, e che Dante amò veramente una fanciulla fiorentina che si chiamò Beatrice, e Rossetti dipinse l’Amore di Dante, Dante e la fanciulla sua, perchè il soggetto gli si offriva tale da tentare l’ardita e fervida mente d’un artista.
Nel 1879 il Rossetti dipinse la «Donna della Finestra» per illustrare l’ultimo, quasi, degli episodi della Vita Nova;
«Color d’amore e di pietà sembianti».
Il pittore ha dato a questa figura un carattere diverso da quello dato a Beatrice. La testa di Beatrice è purissima; lo sguardo profondo, sereno e dolce ad un tempo rivela la vergine; la «Donna della finestra» è più umana, più vicina a noi. Sotto le vene delle bianchissime e delicate mani corre, ardente, il sangue e, negli occhi bellissimi spiranti una dolce pietà, si vela la passione. È questa veramente la Donna, la Bellezza che sola poteva far vacillare il grande; il purissimo amore di Dante per la sua Signora; che poteva quasi offuscarne la memoria nella mente del poeta; che sola, co’ suoi bellissimi occhi, poteva attrarre tanto a sè gli occhi di lui, che egli n’era pentito e ancora, nel Purgatorio, sentiva il dolore della infedeltà commessa. È una delle più voluttuose figure dipinte dal Rossetti, e bisognava che così fosse, perchè Dante l’ha cantata così.
Spesso il Rossetti volgeva l’anima alla Divina Commedia; era ancora lo spirito del grande fiorentino che lo tentava, e, in varie volte, ne ha dipinti alcuni episodi: «Paolo e Francesca» e il «Saluto di Beatrice nell’Eden».
«Guardami ben: ben son ben son Beatrice!»[13]
Ma nell’aprile del 1882, prima che fosse terminato il quadro «Salutatio Beatricis», la morte gli strappò dalla mano i pennelli, e Dante Gabriele Rossetti scese nella tomba gloriosa, portando seco, insoddisfatto, il desiderio carezzato tanti anni, di vedere pubblicata — illustrata da lui — la Vita Nova; il libro che gli aveva insegnato a poetare ed a dipingere d’Amore.
A. Agresti.
AVVERTENZA.
Per questa edizione della «Vita nova» ci siamo valsi della lezione seguìta da Alessandro D’Ancona come di quella che, per essere stata scrupolosamente riscontrata su codici e stampe, è finora il più verace testo dell’aureo libro giovanile del divino poeta. le tavole sono state riprodotte in eliotipia dallo stabilimento danesi di roma.
Incipit vita nova:
In quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice:
INCIPIT VITA NOVA.
Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole, le quali è mio intendimento d’assemprare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.
Nove fiate già, appresso al mio nascimento, era tornato lo cielo della luce quasi ad un medesimo punto, quanto alla sua propria girazione, quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, i quali non sapeano che sì chiamare. Ella era già in questa vita stata tanto, che nel suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d’oriente delle dodici parti l’una d’un grado: sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi dalla fine del mio. E apparvemi vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto sanguigno, cinta ed ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenìa. In quel punto dico veracemente che lo Spirito della Vita, lo quale dimora nella segretissima camera del core, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia nelli menomi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: Ecce Deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi. In quel punto lo Spirito animale, il quale dimora nell’alta camera, nella quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente alli Spiriti del viso, disse queste parole: Apparuit jam beatitudo vestra. In quel punto lo Spirito naturale, il quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e disse queste parole: Heu miser! quia frequenter impeditus ero deinceps. D’allora innanzi dico ch’Amore signoreggiò l’anima mia, la quale fu sì tosto a lui disposata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria, per la virtù che gli dava la mia imaginazione, che mi convenìa fare compiutamente tutti i suoi piaceri. Egli mi comandava molte volte, che io cercassi per vedere quest’angiola giovanissima: ond’io nella mia puerizia molte fiate l’andai cercando; e vedeala di sì nuovi e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: «Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di Dio». Ed avvegna che la sua imagine, la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d’Amore a signoreggiarmi, tuttavia era di sì nobile virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse senza il fedele consiglio della ragione, in quelle cose là dove cotal consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare alle passioni ed atti di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre dell’esemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole, le quali sono scritte nella mia memoria sotto maggiori paragrafi.
Poi che furono passati tanti dì, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l’apparimento soprascritto di questa gentilissima, nell’ultimo di questi dì avvenne, che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via volse gli occhi verso quella parte dov’io ero molto pauroso; e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò virtuosamente tanto, ch’e’ mi parve allora vedere tutti i termini della beatitudine. L’ora, che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quel giorno: e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire alli miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partii dalle genti. E ricorsi al solingo luogo d’una mia camera, e puosimi a pensare di questa cortesissima; e pensando di lei, mi sopraggiunse un soave sonno, nel quale m’apparve una maravigliosa visione: che mi parea vedere nella mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro dalla quale io discernea una figura d’uno signore, di pauroso aspetto a chi la guardasse: e pareami con tanta letizia, quanto a sè, che mirabil cosa era: e nelle sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali io intendea queste: Ego dominus tuus. Nelle sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in un drappo sanguigno leggermente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna della salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E nell’una delle mani mi parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: Vide cor tuum. E quando egli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare quella cosa che in mano gli ardeva, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò, poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto: e così piangendo, si ricogliea questa donna nelle sue braccia, e con essa mi parea che se ne gisse verso il cielo: ond’io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non potè sostenere, anzi si ruppe, e fui disvegliato. E inmantanente cominciai a pensare; e trovai che l’ora, nella quale m’era questa visione apparita, era stata la quarta della notte: sì che appare manifestamente, ch’ella fu la prima ora delle nove ultime ore della notte. E pensando io a ciò che m’era apparito, proposi di farlo sentire a molti, i quali erano famosi trovatori in quel tempo: e con ciò fosse cosa ch’io avessi già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, proposi di fare un sonetto, nel quale io salutassi tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi loro ciò ch’io avea nel mio sonno veduto; e cominciai allora questo Sonetto:
A ciascun’alma presa e gentil core,
Nel cui cospetto viene il dir presente,
A ciò che mi riscrivan suo parvente,
Salute in lor signor, cioè Amore.
Già eran quasi ch’atterzate l’ore
Del tempo ch’ogni stella n’è lucente,
Quando m’apparve Amor subitamente,
Cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor, tenendo
Mio core in mano, e nelle braccia avea
Madonna, involta in un drappo, dormendo.
Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
Lei paventosa umilmente pascea:
Appresso gir lo ne vedea piangendo.
Questo Sonetto si divide in due parti: nella prima parte saluto, e domando risponsione; nella seconda, significo a che si dee rispondere. La seconda parte comincia quivi: Già eran.
A questo Sonetto fu risposto da molti e di diverse sentenzie, tra li quali fu risponditore quegli, cui io chiamo primo de’ miei amici; e disse allora un Sonetto lo quale comincia: Vedesti al mio parere ogni valore. E questo fu quasi il principio dell’amistà tra lui e me, quando egli seppe ch’io era quegli che gli avea ciò mandato. Lo verace giudicio del detto sogno non fu veduto allora per alcuno: ma ora è manifesto alli più semplici.
Da questa visione innanzi cominciò il mio Spirito naturale ad essere impedito nella sua operazione, però che l’anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; ond’io divenni in picciolo tempo poi di sì frale e debole condizione, che a molti amici pesava della mia vista: e molti pieni d’invidia si procacciavano di sapere di me quello ch’io voleva del tutto celare ad altrui. Ed io accorgendomi del malvagio addomandare che mi faceano, per la volontà d’Amore, il quale mi comandava secondo il consiglio della ragione, rispondea loro, che Amore era quegli che così m’avea governato: dicea d’Amore, però che io portava nel viso tante delle sue insegne, che questo non si potea ricoprire. E quando mi domandavano: «Per cui t’ha così distrutto questo Amore?» ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.
Un giorno avvenne, che questa gentilissima sedea in parte, ove s’udiano parole della Reina della gloria, ed io era in luogo, dal quale vedea la mia beatitudine; e nel mezzo di lei e di me, per la retta linea, sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare, che parea che sopra lei terminasse; onde molti s’accorsero del suo mirare. E in tanto vi fu posto mente, che, partendomi di questo luogo, mi sentii dire appresso: «Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui». E nominandola, intesi che diceano di colei, che mezza era stata nella linea retta che movea dalla gentilissima Beatrice, e terminava negli occhi miei. Allora mi confortai molto, assicurandomi che il mio segreto non era comunicato, lo giorno, altrui per mia vista: ed inmantanente pensai di fare di questa gentile donna ischermo della veritade; e tanto ne mostrai in poco di tempo, che il mio segreto fu creduto sapere dalle più persone che di me ragionavano. Con questa donna mi celai alquanti anni e mesi; e per più fare credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scrivere qui, se non in quanto facesse a trattare di quella gentilissima Beatrice: e però le lascerò tutte, salvo che alcuna ne scriverò, che pare che sia loda di lei.
Dico che in questo tempo, che questa donna era ischermo di tanto amore, quanto dalla mia parte, mi venne una volontà di voler ricordare il nome di quella gentilissima, e d’accompagnarlo di molti nomi di donne, e specialmente del nome di questa gentile donna; e presi i nomi di sessanta le più belle donne della cittade, ove la mia donna fu posta dall’altissimo Sire, e composi una epistola sotto forma di Serventese, la quale io non scriverò: e non n’avrei fatta menzione, se non per dire quello che, componendola, maravigliosamente addivenne: cioè, che in alcuno altro numero non sofferse il nome della mia donna stare, se non in sul nono, tra’ nomi di queste donne.
La donna, con la quale io avea tanto tempo celata la mia volontà, convenne che si partisse della sopradetta cittade, e andasse in paese molto lontano: per che io, quasi sbigottito della bella difesa che mi era venuta meno, assai me ne sconfortai, più che io medesimo non avrei creduto dinanzi. E pensando che, se della sua partita io non parlassi alquanto dolorosamente, le persone sarebbero accorte più tosto del mio nascondere, proposi adunque di farne alcuna lamentanza in un Sonetto, lo quale io scriverò; perciò che la mia donna fu immediata cagione di certe parole, che nel Sonetto sono, siccome appare a chi lo ’ntende: e allora dissi questo Sonetto:
O voi, che per la via d’Amor passate,
Attendete, e guardate
S’egli è dolore alcun, quanto il mio, grave:
E priego sol, ch’udir mi sofferiate;
E poi imaginate
S’io son d’ogni dolore ostello e chiave.
Amor, non già per mia poca bontate,
Ma per sua nobiltate,
Mi pose in vita sì dolce e soave,
Ch’i’ mi sentia dir dietro spesse fiate:
Deh! per qual dignitate
Così leggiadro questi lo cor have?
Ora ho perduta tutta mia baldanza,
Che si movea d’amoroso tesoro;
Ond’io pover dimoro
In guisa, che di dir mi vien dottanza.
Sì che, volendo far come coloro,
Che per vergogna celan lor mancanza,
Di fuor mostro allegranza,
E dentro dallo cor mi struggo e ploro.
Questo sonetto ha due parti principali: che nella prima intendo chiamare i fedeli d’Amore per quelle parole di Jeremia profeta: O vos omnes, qui transitis per viam, attendite et videte, si est dolor sicut dolor meus; e pregare che mi sofferino d’udire. Nella seconda narro là ove Amore m’avea posto, con altro intendimento che l’estreme parti del Sonetto non mostrano: e dico ciò che io ho perduto. La seconda parte comincia quivi: Amor non già.
Appresso il partire di questa gentil donna, fu piacere del Signore degli angeli di chiamare alla sua gloria una donna giovane e di gentile aspetto molto, la quale fu assai graziosa in questa sopraddetta cittade; lo cui corpo io vidi giacere senza anima in mezzo di molte donne, le quali piangeano assai pietosamente. Allora, ricordandomi che già l’aveva veduta fare compagnia a quella gentilissima, non potei sostenere alquante lagrime; anzi piangendo mi proposi di dire alquante parole della sua morte in guiderdone di ciò, che alcuna fiata l’avea veduta con la mia donna. E di ciò toccai alcuna cosa nell’ultima parte delle parole che io ne dissi, siccome appare manifestamente a chi le ’ntende: e dissi allora questi due Sonetti, dei quali comincia il primo: Piangete amanti; il secondo: Morte villana.
Piangete, amanti, poi che piange Amore,
Udendo qual cagion lui fa plorare:
Amor sente a pietà donne chiamare,
Mostrando amaro duol per gli occhi fuore;
Perchè villana Morte in gentil core
Ha messo il suo crudele adoperare,
Guastando ciò che al mondo è da lodare
In gentil donna, fuora dell’onore.
Udite quant’Amor le fece orranza;
Ch’io ’l vidi lamentare in forma vera
Sovra la morta imagine avvenente;
E riguardava invêr lo ciel sovente,
Ove l’alma gentil già locata era,
Che donna fu di sì gaia sembianza.
Questo primo Sonetto si divide in tre parti. Nella prima chiamo e sollecito i fedeli d’Amore a piangere; e dico che lo signore loro piange, e che udendo la cagione perch’e’ piange, si acconcino più ad ascoltarmi; nella seconda, narro la cagione; nella terza, parlo d’alcuno onore, che Amore fece a questa donna. La seconda comincia quivi: Amor sente; la terza quivi: Udite.
Morte villana, di pietà nimica,
Di dolor madre antica,
Giudicio incontestabile, gravoso,
Poi c’hai data materia al cor doglioso
Ond’io vada pensoso,
Di te biasmar la lingua s’affatica.
E se di grazia ti vo’ far mendica,
Convenesi ch’io dica
Lo tuo fallir, d’ogni torto tortoso;
Non però che alla gente sia nascoso,
Ma per farne cruccioso
Chi d’Amor per innanzi si nutrica.
Dal secolo hai partita cortesia,
E, ciò che ’n donna è da pregiar, virtute
In gaia gioventute:
Distrutta hai l’amorosa leggiadria.
Più non vo’ discovrir qual donna sia,
Che per le proprietà sue conosciute:
Chi non merta salute,
Non speri mai d’aver sua compagnia.
Questo Sonetto si divide in quattro parti: nella prima, chiamo la Morte per certi suoi nomi propri; nella seconda parlando a lei, dico la ragione perch’io mi movo a biasimarla; nella terza, la vitupero; nella quarta, mi volgo a parlare a indiffinita persona, avvegna che quanto al mio intendimento sia diffinita. La seconda parte comincia quivi: Poi c’hai data; la terza quivi: E se di grazia; la quarta quivi: Chi non merta.
Appresso la morte di questa donna alquanti dì, avvenne cosa, per la quale mi convenne partire della sopradetta cittade, ed ire verso quelle parti, dov’era la gentil donna ch’era stata mia difesa, avvegna che non tanto lontano fosse lo termine del mio andare, quanto ella era. E tutto che io fossi alla compagnia di molti, quanto alla vista, l’andare mi dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l’angoscia, che il cuore sentia, però ch’io mi dilungava dalla mia beatitudine. E però lo dolcissimo signore, il quale mi signoreggiava per virtù della gentilissima donna, nella mia imaginazione apparve come peregrino leggiermente vestito, e di vili drappi. Egli mi parea sbigottito, e guardava la terra, salvo che talvolta mi parea, che li suoi occhi si volgessero ad uno fiume bello e corrente e chiarissimo, il quale sen gìa lungo questo cammino là ove io era. A me parve che Amore mi chiamasse, e dicessemi queste parole: «Io vegno da quella donna, la quale è stata lunga tua difesa, e so che il suo rivenire non sarà; e però quel cuore ch’io ti facea avere da lei, io l’ho meco, e portolo a donna, la quale sarà tua difensione come questa era»; e nomollami sì, ch’io la conobbi bene. «Ma tuttavia di queste parole, ch’io t’ho ragionate, se alcuna ne dicessi, dille per modo che per loro non si discernesse lo simulato amore che hai mostrato a questa, e che ti converrà mostrare ad altrui». E dette queste parole, disparve tutta questa mia imaginazione subitamente, per la grandissima parte, che mi parve ch’Amore mi desse di sè; e, quasi cambiato nella vista mia, cavalcai quel giorno pensoso molto, e accompagnato da molti sospiri. Appresso lo giorno, cominciai questo Sonetto:
Cavalcando l’altr’ieri per un cammino,
Pensoso dell’andar, che mi sgradia,
Trovai Amor nel mezzo della via,
In abito leggier di peregrino.
Nella sembianza mi parea meschino
Come avesse perduta signoria;
E sospirando pensoso venia,
Per non veder la gente, a capo chino.
Quando mi vide, mi chiamò per nome,
E disse: Io vegno di lontana parte,
Dov’era lo tuo cor per mio volere;
E recolo a servir novo piacere.
Allora presi di lui sì gran parte,
Ch’egli disparve, e non m’accorsi come.
Questo Sonetto ha tre parti: nella prima parte dico siccome io trovai Amore, e qual mi parea; nella seconda, dico quello ch’egli mi disse, avvegna che non compiutamente, per tema ch’io avea di non scovrire lo mio segreto; nella terza, dico com’egli disparve. La seconda comincia quivi: Quando mi vide; la terza quivi: Allora presi.
Appresso la mia tornata, mi misi a cercare di questa donna, che lo mio signore m’avea nominata nel cammino de’ sospiri. Ed acciò che il mio parlare sia più brieve, dico che in poco tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltra li termini della cortesia; onde molte fiate mi pesava duramente. E per questa cagione, cioè di questa soperchievole voce, che parea che m’infamasse viziosamente, quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i vizj e reina della virtù, passando per alcuna parte mi negò il suo dolcissimo salutare, nel quale stava tutta la mia beatitudine. E uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare ad intendere quello che il suo salutare in me virtuosamente operava.
Dico, che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza della mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso: e chi allora m’avesse addimandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente: «Amore» con viso vestito d’umiltà. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno Spirito d’amore, distruggendo tutti gli altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti Spiriti del viso, e dicea loro: «Andate ad onorare la donna vostra»; ed egli si rimanea nel loco loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, far lo potea mirando lo tremore degli occhi miei. E quando questa gentilissima donna salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma egli quasi per soperchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto allora sotto il suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sicchè appare manifestamente che nelle sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade.
Ora, tornando al proposito, dico che poi che la mia beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore, che partitomi dalle genti, in solinga parte andai a bagnare la terra d’amarissime lagrime: e poi che alquanto mi fu sollevato questo lagrimare, misimi nella mia camera, là dove io potea lamentarmi senza essere udito. E quivi chiamando misericordia alla donna della cortesia, e dicendo: «Amore, aiuta il tuo fedele», m’addormentai come un pargoletto battuto lagrimando. Avvenne quasi nel mezzo del mio dormire, che mi parve vedere nella mia camera lungo me sedere un giovane vestito di bianchissime vestimenta; e, pensando molto quanto alla vista sua, mi riguardava là ov’io giacea; e quando m’avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi chiamasse, e diceami queste parole: Fili mi, tempus est ut prætermittantur simulacra nostra. Allora mi parea ch’io ’l conoscessi, però che mi chiamava così come assai fiate nelli miei sospiri m’avea già chiamato. E riguardandolo parvemi che piagnesse pietosamente, e parea che attendesse da me alcuna parola: ond’io assicurandomi, cominciai a parlare così con esso: «Signore della nobiltade, perchè piagni tu?» E quegli mi dicea queste parole: Ego tamquam centrum circuli, cui simili modo habent circumferentiæ partes; tu autem non sic. Allora pensando alle sue parole, mi parea che mi avesse parlato molto oscuro, sì che io mi sforzava di parlare, e diceagli queste parole: «Ch’è ciò, Signore, che tu mi parli con tanta scuritade?». E quegli mi dicea in parole volgari: «Non dimandare più che utile ti sia». E però cominciai con lui a ragionare della salute, la quale mi fu negata, e domanda’lo della cagione; onde in questa guisa da lui mi fu risposto: «Quella nostra Beatrice udì da certe persone, di te ragionando, che la donna, la quale io ti nominai nel cammino de’ sospiri, ricevea da te alcuna noia. E però questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le noie, non degnò salutare la tua persona, temendo non fosse noiosa. Onde conciossiacosa che veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo segreto per lunga consuetudine, voglio che tu dichi certe parole per rima, nelle quali tu comprenda la forza ch’io tegno sovra te per lei, e come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia. E di ciò chiama testimonio colui che ’l sa: e come tu prieghi lui che gliele dica; ed io, che sono quello, volentieri le ne ragionerò; e per questo sentirà ella la tua volontade, la quale sentendo, conoscerà le parole degl’ingannati. Queste parole fa che sieno quasi uno mezzo, sì che tu non parli a lei immediatamente, chè non è degno. E non le mandare in parte alcuna senza me, ove potessero essere intese da lei; ma falle adornare di soave armonia, nella quale io sarò tutte le volte che farà mestieri». E dette queste parole, disparve, e lo mio sonno fu rotto. Ond’io ricordandomi, trovai che questa visione m’era apparita nella nona ora del dì; e anzi che io uscissi da questa camera, proposi di fare una Ballata, nella quale seguitassi ciò che ’l mio Signore m’avea imposto, e feci poi questa Ballata:
Ballata, io vo’ che tu ritruovi Amore,
E con lui vadi a Madonna davanti,
Sì che la scusa mia, la qual tu canti,
Ragioni poi con lei lo mio Signore.
Tu vai, Ballata, sì cortesemente,
Che, senza compagnia,
Dovresti avere in tutte parti ardire:
Ma, se tu vuogli andar securamente,
Ritruova l’Amor pria;
Chè forse non è buon sanza lui gire:
Però che quella, che ti debbe udire,
Se, com’io credo, è invêr di me adirata,
E tu di lui non fussi accompagnata,
Leggieramente ti farìa disnore.
Con dolce suono, quando se’ con lui,
Comincia este parole
Appresso ch’averai chiesta pietate:
Madonna, quegli che mi manda a vui,
Quando vi piaccia, vuole,
Se egli ha scusa, che la m’intendiate.
Amore è quei, che per vostra beltate
Lo face, come vuol, vista cangiare:
Dunque, perchè gli fece altra guardare
Pensatel voi, dacch’e’ non mutò ’l core.
Dille: Madonna, lo suo cuore è stato
Con sì fermata fede,
Ch’a voi servir l’ha pronto ogni pensero:
Tosto fu vostro, e mai non s’è smagato.
Se ella non ti crede,
Di’ che ’n domandi Amor, che sa lo vero:
Ed alla fin le fa umil preghiero,
Lo perdonare se le fosse a noia,
Che mi comandi per messo ch’i’ moia;
E vedrassi ubidir bon servidore.
E di’ a colui ch’è d’ogni pietà chiave,
Avanti che sdonnei,
Che le sappia contar mia ragion buona:
Per grazia della mia nota soave
Riman tu qui con lei,
E del tuo servo, ciò che vuol, ragiona;
E s’ella per tuo priego gli perdona,
Fa’ che gli annunzi in bel sembiante pace.
Gentil Ballata mia, quando ti piace,
Muovi in quel punto, che tu n’aggi onore.
Questa Ballata in tre parti si divide: nella prima, dico a lei ov’ella vada, e confortola però che vada più sicura; e dico nella cui compagnia si metta, se vuole securamente andare, e senza pericolo alcuno; nella seconda, dico quello che a lei s’appartiene di fare intendere; nella terza, la licenzio del gire quando vuole, raccomandando lo suo movimento nelle braccia della fortuna. La seconda parte comincia quivi: Con dolce suono; la terza quivi: Gentil Ballata. Potrebbe già l’uomo opporre contro a me e dire che non sapesse a cui fosse il mio parlare in seconda persona, però che la Ballata non è altro, che queste parole ch’io parlo: e però dico che questo dubbio io lo intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora in parte più dubbiosa: ed allora intenderà qui chi più dubbia, o chi qui volesse opporre, in quello modo.
Appresso di questa soprascritta visione, avendo già dette le parole, che Amore m’avea imposte a dire, m’incominciarono molti e diversi pensamenti a combattere e a tentare, ciascuno quasi indefensibilmente: tra li quali pensamenti, quattro m’ingombravano più il riposo della vita. L’uno dei quali era questo: «Buona è la signoria d’Amore, però che trae lo ’ntendimento del suo fedele da tutte le vili cose». L’altro era questo: «Non buona è la signoria d’Amore, però che quanto lo suo fedele più fede gli porta, tanto più gravi e dolorosi punti gli conviene passare». L’altro era questo: «Lo nome d’Amore è sì dolce a udire, che impossibile mi pare, che la sua propria operazione sia nelle più cose altro che dolce, conciossiacosa che i nomi seguitino le nominate cose, siccome è scritto: Nomina sunt consequentia rerum». Lo quarto era questo: «La donna per cui Amore ti strigne così, non è come le altre donne, che leggiermente si mova del suo core». E ciascuno mi combattea tanto, che mi facea quasi stare come colui, che non sa per qual via pigli il suo cammino, che vuole andare, e non sa onde si vada. E se io pensava di voler cercare una comune via di costoro, cioè là ove tutti si accordassero, questa via era molto inimica verso di me, cioè di chiamare e di mettermi nelle braccia della Pietà. Ed in questo stato dimorando, mi giunse volontà di scriverne parole rimate; e dissine allora questo Sonetto:
Tutti li miei pensier parlan d’amore:
Ed hanno in lor sì gran varïetate,
Ch’altro mi fa voler sua potestate,
Altro folle ragiona il suo valore.
Altro sperando m’apporta dolzore;
Altro pianger mi fa spesse fïate;
E sol s’accordano in chieder pietate,
Tremando di paura ch’è nel core.
Ond’io non so da qual matera prenda;
E vorrei dire, e non so che mi dica:
Così mi truovo in amorosa erranza.
E se con tutti vo’ fare accordanza,
Convenemi chiamar la mia nemica,
Madonna la Pietà, che mi difenda.
Questo Sonetto in quattro parti si può dividere: nella prima, dico e propongo che tutti li miei pensieri sono d’Amore; nella seconda, dico che sono diversi, e narro la loro diversitade; nella terza, dico in che tutti pare che s’accordino; nella quarta, dico che, volendo dire d’Amore, non so da qual parte pigli matera; e se la voglio pigliare da tutti, conviene che io chiami la mia nemica, madonna la Pietà. Dico madonna, quasi per isdegnoso modo di parlare. La seconda parte comincia quivi: Ed hanno in lor; la terza quivi: E sol s’accordan; la quarta: Ond’io non so.
Appresso la battaglia delli diversi pensieri, avvenne che questa gentilissima venne in parte, ove molte donne gentili erano adunate; alla qual parte io fui condotto per amica persona, credendosi fare a me gran piacere in quanto mi menava là dove tante donne mostravano le loro bellezze. Ond’io, quasi non sapendo a che io fossi menato, e fidandomi nella persona, la quale un suo amico all’estremità della vita condotto avea, dissi a lui: «Perchè semo noi venuti a queste donne?» Allora quegli mi disse: «Per fare sì ch’elle sieno degnamente servite». E lo vero è, che adunate quivi erano alla compagnia d’una gentil donna, che disposata era lo giorno; e però, secondo la usanza della sopradetta cittade, conveniva che le facessero compagnia nel primo sedere alla mensa nella magione del suo novello sposo. Sì che io, credendomi far il piacere di questo amico, proposi di stare al servigio delle donne nella sua compagnia. E nel fine del mio proponimento mi parve sentire un mirabile tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte, e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo. Allora dico che io poggiai la mia persona simulatamente ad una pintura, la quale circondava questa magione; e temendo non altri si fosse accorto del mio tremare, levai gli occhi, e mirando le donne, vidi tra loro la gentilissima Beatrice. Allora furono sì distrutti li miei Spiriti per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla gentilissima donna, che non mi rimase in vita più che gli Spiriti del viso; ed ancor questi rimasero fuori de’ loro strumenti, però che Amore volea stare nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna. E avvegna ch’io fossi altro che prima, molto mi dolea di questi Spiritelli, che si lamentavano forte, e diceano: «Se questi non ci sfolgorasse così fuori del nostro luogo, noi potremmo stare a vedere la maraviglia di questa donna, così come stanno gli altri nostri pari». Io dico che molte di queste donne, accorgendosi della mia trasfigurazione, si cominciarono a maravigliare; e ragionando si gabbavano di me con questa gentilissima: onde, lo ingannato amico mi prese per la mano, e traendomi fuori della veduta di queste donne, mi domandò che io avessi. Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti Spiriti miei, e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: «Io ho tenuti i piedi in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare». E partitomi da lui, mi ritornai nella camera delle lagrime, nella quale, piangendo e vergognandomi, fra me stesso dicea: «Se questa donna sapesse la mia condizione, io non credo che così gabbasse la mia persona, anzi credo che molta pietà le ne verrebbe». E in questo pianto stando, proposi di dire parole, nelle quali, a lei parlando, significassi la cagione del mio trasfiguramento, e dicessi che io so bene ch’ella non è saputa, e che se fosse saputa, io credo che pietà ne giugnerebbe altrui: e propuosele di dire, desiderando che venissero per avventura nella sua audienza; e allora dissi questo Sonetto:
Con l’altre donne mia vista gabbate,
E non pensate, donna, onde si mova
Ch’io vi rassembri sì figura nova
Quando riguardo la vostra biltate.
Se lo saveste, non porrìa Pietate
Tener più contra me l’usata prova;
Chè quando Amor sì presso a voi mi trova,
Prende baldanza e tanta sicurtate,
Ch’el fier tra’ mïei Spirti paurosi,
E quale uccide, e qual pinge di fuora,
Sì ch’ei solo rimane a veder vui;
Ond’io mi cangio in figura d’altrui;
Ma non sì, ch’io non senta bene allora
Gli guai degli scacciati tormentosi.
Questo Sonetto non divido io in parti, perchè la divisione non si fa se non per aprire la sentenzia della cosa divisa: onde, conciossiacosa che, per la ragionata cagione, assai sia manifesto, non ha mestieri di divisione. Vero è che tra le parole, ove si manifesta la cagione di questo Sonetto, si trovano dubbiose parole; cioè quando dico ch’Amore uccide tutti i miei Spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori degli strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele d’Amore; ed a coloro che vi sono, è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me dichiarare cotale dubitazione, acciò che lo mio parlare sarebbe indarno, ovvero di soperchio.