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BIBLIOTECA SCELTA

DI OPERE ITALIANE ANTICHE E MODERNE

vol. 428

DEFENDENTE SACCHI

LA PIANTA DEI SOSPIRI

Illustrazione: Appoggiato ad un bastone narrò le sventure
degli amanti del colle.

p. II.

LA PIANTA DEI SOSPIRI

ROMANZO DI DEFENDENTE SACCHI

CON ALCUNI CENNI DI G. B. CREMONESI SU LA VITA E SU LE OPERE DELL'AUTORE

MILANO

PER GIOVANNI SILVESTRI

1841

A GIOVANNI SILVESTRI

Voi m'invitaste a dettare alcuni Cenni intorno a Defendente Sacchi, ed io non ebbi a frapporre un solo istante per vedere, che a Voi, dolce e tenero amico di sì caro uomo, era dovuto il mio lavoro qualsiasi.

Conosco già che questa mia fatica sarà tenuta in pochissimo pregio da tutti quelli che non vogliono udir a narrare che le grandi cose, o gli uomini straordinarj; desiderio perdonabile a questi tempi, in cui fummo agitati da tante meraviglie di avvenimenti quasi incredibili. Ma non importa; io non confido certamente di piacere a que' saccenti i quali, gonfi del loro fumo scientifico vorran disprezzare questo umile lavoro ch'io dedico alla Vostra amicizia, lavoro che certamente non ha merito fuorchè nei sentimenti che lo dettarono. Da questo lato torni egli più caro al vostro cuore scevro da quella fredda politura, che, venuta in un momento di calma, travisa non di rado le calde ispirazioni delle passioni.

Accoglietelo dunque benevolo, e assicuratevi della mia pienissima estimazione.

Di Casa, 27 febbrajo 1841

GIAMBATTISTA CREMONESI

DEFENDENTE SACCHI

CENNI
DI G. B. CREMONESI¹

Bello è il pianger gli estinti; e separato
Dall'immemore vulgo, a cui non fiede
L'alma torpida oggetto altro nessuno
Fuor che l'oggetto che la man gli tocca,
E con forma e colori occupa il guardo,
Bello è il ridursi a solitaria cella;
E ad uno ad uno riandando i giorni
Che negri precedeano alla sventura,
Chiamar l'amato nome, e con lo spirto
Conversar del defunto.

¹ _Quantunque i molti scritti di D. Sacchi sieno bastanti a render durevole la di lui fama, pure non ispiacerà al lettore che un suo caro amico, il sig. Giambattista Cremonesi, abbia, da noi richiesto, dettato alcuni cenni per rilevarne maggiormente la virtù del defunto. Il sentimento di una viva riconoscenza ed ammirazione che il suo animo nutre costantemente verso la memoria di Sacchi, ed il desiderio di renderne un pubblico attestato, sono le sole ragioni che lo obbligano ad appagare in un col suo, il nostro desiderio.—L'Autore di questi cenni non intese di scrivere l'elogio a questo letterato, ma sì bene, per quanto si poteva così subitamente, dare un pubblico segno di riverenza a chi gli fu caro amico ed alla patria, la quale deve godere che sia onorata la memoria di un suo chiaro cittadino._

Nota dell'Editore.

Chiunque sia zelante dell'onor nazionale, e tenga in pregio chi s'adopra a celebrar cogli scritti la memoria de' propri concittadini per ingegno e per virtù chiari e benemeriti, saprà certamente buon grado a noi che abbiam dettato un breve cenno che risguarda Defendente Sacchi, scrittore degno d'essere collocato nel novero di quei personaggi di cui va superba la biografia italiana. Ma delle chiare imprese quanto più ricca è la messe, tanto è meno agevole stringerla debitamente in parole, e le speranze de' leggitori e il pubblico grido adegnare. E noi sopra questa cagione principalmente ci scusavamo coll'egregio signor Giovanni Silvestri dal tessere questi Cenni, quando altri rispetti nell'animo nostro le forze loro usarono di qualità, che noi stessi i sospetti nostri improverando, fummo costretti a dettare queste parole, le quali se troppo povere all'argomento, ci saranno, speriamo, testimonio di osservanza e di volontà debita a tale che negli anni giovanili ci raccolse e agli studi dell'umane lettere confortò. Rimembranza veramente la quale più c'invoglia a piangere che a favellare.

Quanta dottrina, quanto ingegno, quante solide qualità, quante amabili virtù ci hanno fatto estimare ed amare questo caro confratello! Amico egli del vero, non istudiava che per conoscerlo, non iscriveva che per esporlo nella più chiara sua luce. Veruna prevenzione mai non lo traviò ne' suoi giudicj, mai non signoreggiò le sue opinioni. Vituperò sempre il mal vezzo di quelli che mettono con aspre critiche ed inurbane a rumore il pacifico regno delle lettere. Tale è il danno delle discordie letterarie, che mai non si può abbastanza dire di esse; ed allora si vogliono maggiormente combattere i vizj, quando per li malvagi esempi possono divenire comuni, e talvolta per certa loro indole vestir le sembianze della virtù.—Pur troppo, convien dirlo, questa mala costumanza di trattare le controversie letterarie colle armi della plebe e co' personali oltraggi, si è quasi perpetuata in Italia, ed anche al presente, sotto l'impero di più miti costumi, si è veduto nella giostra fra i Classici ed i Romantici, come pochi abbiano saputo attenersi alle norme di gentilezza che governano il moderno viver civile.

A ricondur sul buon sentiero gli abituati all'ira e alla critica mordace, giovino le seguenti parole di un illustre Italiano, parole che spirano reciproco amore e salutevole concordia; parole che noi dirigiamo principalmente, o giovani, a voi «ne' quali or la patria ripone le sue più liete speranze; a voi, ci rivolgiamo, e vi scongiuriamo, che vogliate discacciar del cuor vostro, se mai entrato vi fosse, un amore sì scellerato, e riprovi quel legittimo, quel santo amor di noi stessi onde si nutrono le anime generose, quell'amore onde si conciliano i nostri veri interessi con quelli d'altrui. Questo, questo collocò di sua mano la natura ne' petti umani; e appunto vel collocò affinchè avessero gli abitatori della stessa contrada, avvinti co' dolci legami d'una mutua benevolenza, a passar lietamente la loro vita. Se un amor di tal natura allignerà negli animi vostri, egli avverrà che, coltivando anche adulti le lettere con quell'ardore con cui ad esse dedicati vi siete fino da' vostri anni teneri, e congiungendo le vostre forze in loro vantaggio, siccome fecero gli avi nostri, le veggiate rialzarsi da quell'avvilimento in cui sono cadute per le discordie de' loro medesimi coltivatori. Già la grand'opera è oramai cominciata da alcuni privilegiati ingegni, dalla cui valorosa penna vanno esse ricevendo nuovo lustro. Quello che cominciarono a fare questi spiriti illustri, sarà continuato da voi: e le lettere nostre riacquisteranno il primo loro splendore; e voi darete agli altri del vostro paese un luminoso esempio di quell'amorevolezza ed urbanità con la quale gli uomini, dal loro Facitor destinati a dover vivere insieme, hanno a trattarsi fra loro.»

Se, nel corso di discussioni sempre franche ed amichevoli, avveniva a Sacchi di difendersi con qualche calore, questo non aveva per cagione che un interno convincimento; l'amor proprio non vi prendeva parte nessuna. Ispirato da quell'animosa verità di cui havvi sì grande scarsezza in questo secolo di servili dichiarati, e di liberali mentiti, si può dire essere sempre stato indifferente per lui che la verità uscisse dalla sua bocca, ovvero da quella di uno de' suoi amici, soltanto ch'essa riportasse vittoria. Egli definendo il merito e le mende d'ogni scrittore e d'ogni produzione, esaminando e paragonando le cose in modo da ischivare i traviamenti, traeva gli animi al bello ed all'utile; e adoperava la lima della critica per mostrare nel suo nudo aspetto tutto che era atto a fortificare le facoltà conoscitive invece di affinar le armi della bassa vendetta e della vile invidia. Chi più di lui nemico di quella smania di dileggiare e maledire per abitudine o per inclinazione tutte le cose buone e oneste? Noi vorremmo che ci intendessero quegli scrittori dei leggiadri nulla e dei pettegolezzi… Vorremmo c'intendessero tutti coloro i quali non sanno modellarsi che cogli spiriti mediocri, il cui contatto nuoce al genio, come la ruggine a' metalli!—S'abborriscano alla per fine le frivolezze ed il vano garrito, e si procuri di vivere in sè e non già negli oggetti esterni, di badare più alla realtà delle cose che alle apparenze, di agire e pensare senza imitazione, e di studiare d'esser uomo, perchè a tutti deve esser grave il veder scimmie da per tutto.—Non sappiamo comprendere come ai nostri giorni il piccolo numero de' veri letterati, e il grandissimo di coloro che aspirano a questa rinomanza, tanto si affanni in parole vuote affatto di un senso utile, e come alcuni scrittori di opere periodiche, senza al più delle volte leggere gli scritti degli autori, e non mai penetrando più a dentro nell'animo loro mandano da' loro scanni sentenze di morte e diplomi di immortalità e di gloria per i loro contemporanei, quasi che tutto il resto di questo vastissimo mondo che legge e che pensa abbia in essi soli riposta tanta parte delle loro facoltà d'intelletto da costruirne una sola inappellabile ed assoluta. E pazienza ciò si facesse apertamente confessando la propria religione in fatto di lettere, e difendendo a visiera calata la bandiera sotto la quale si viene assoltato, ma invece, in capo ad ogni opuscolo, ad ogni articolo da giornale, ad ogni giudizio, ad ogni controversia, noi vediamo sempre una solenne dichiarazione dell'imparzialità di chi scrive, ed una modestissima protesta di essere unicamente per il vero ed il giusto. Ma chi sono questi tali?—Oh! mio caro Cremonesi: la smania che non pochi hanno di mostrarsi dotti, solevaci spesse fiate ripetere Defendente Sacchi, ancorchè tali non siano, e le ciurmerie che usano a tal uopo, sono mirabilmente indicate nel Capo secondo della Relazione della Repubblica de' Cadmiti di Agnolo Piccione, dove si narra come i Cadmiti avendo testa piccina e statura di pigmeo, si allacciano a piedi una sorta di zoccoli d'elegante lavoro, e ritti ritti sen vanno sì, che veduti da lungi fanno una bella comparsa, ma se tu li squadri ben bene davvicino, ti si appalesano quelli che sono.—Se i nostri scrittori si porranno un giorno a raccogliere materiali per compilare la storia letteraria di questo beato ottocento, incontrando tanto profluvio di disputatori in materia di lettere, di scienze e di arti, crederanno che costoro con sì ricca dottrina di parole, con tanto gusto, con tante opinioni avranno dato al loro secolo capi d'opera maravigliosi in ogni ramo di italiana letteratura. Cercheranno i monumenti di tanta benemerenza gloriosa; ma che troveranno eglino invece?

Rari appajon nuotando in vasto mare
Prossimi anch'essi a rimaner sepolti
Entro i gorghi profondi.

Schivo a profanare le lettere nel congresso degli ignari, s'attenne egli sempre alla sentenza di Platone: Rerum naturam investigare difficile, in vulgus vero aperire nefas.

Colla moderazione, egli parlava senza alterigia, rispondeva senza viltà, criticava senza amarezza, lodava con giustizia. Le sue espressioni, scelte mai sempre, eran naturali mai sempre. Una portentosa memoria ed una singolare perspicacia lo studio gli agevolavano dell'uman cuore. Egli paragonava gli uomini dei passati tempi a quelli del nostro secolo. La conoscenza loro non lo attristava, poichè ripetea di sovente: Non si parla che dei malvagi in questo mondo: come citare i buoni? Essi sono in sì gran numero!—Non fece mai pompa di quell'impetuoso valore che in mezzo alle pugne letterarie soltanto compiacesi. Il pericolo ei lo sprezzava, ma non ne andava in traccia giammai. Destro nel nascondere le ricevute impressioni, e signore de' primi moti che svelano un secreto e tradir possono qualunque impresa mai lasciossi trascinare dall'impetuosità della sua indole. Pur vero e giusto è il dire, che un costante e fermo dominio sopra sè stesso sarebbe il primo passo e il più importante, ad ottener il quale è necessario ed indispensabile la condizione di prescinder sempre ed in tutto da quel turbolento, incontentabile, irragionevol io, che tutto guasta e deforma, e che non ci lascia mai formare giudizj retti, deducendoli dalle verità e conseguenze generali, e non dall'individuale interesse. Oh le quante volte ciò che parzialmente è male, generalmente considerato, trovasi essere un bene! nel qual caso l'uom di senno si consola del proprio male, ed anche in mezzo a quello è felice. Ma che? Questo fermo carattere e questa dignità non impedirono che intorno a lui bulicasse uno sciame di vili insetti, che sempre aggiransi intorno agli onorandi uomini per ferirli col velenoso pungiglione della calunnia e presentarli al popolo, cui sì facile è l'ingannare, macchiati e deformi per le piaghe di cui li coprono. Non turbossi egli, e tenendo sempre più la vista lontana di ogni volgar dilettanza tutto raccoglievasi alle letterarie cure, e sola vaghezza il prendeva di far tesoro di quelle cognizioni, che del loro bello e del vero intrattenendo vivo ed energico l'operare della mente, nè lasciando che intorpidisca collo scemare delle forze del corpo danno allo spirito perpetua vigoria giovanile, e lo pascono di quei divini piaceri degni solo dell'eccellenza umana. Ma in un cagionevole corpo pur troppo le lunghe veglie accelerarono la nostra amarissima perdita, nel mentre egli divisava vari lavori per la filosofia e per le lettere, e in quest'ardua impresa sarebbe egli entrato con felicissimo successo.—L'avversità lo trovò sempre imperturbabile e sereno, e ben di lui può dirsi aver indefessamente praticato quel grave consiglio di Orazio:

Æquam memento rebus in arduis
Servare mentem, non secus in bonis
Ab insolenti temperatam
Laetitia.

Molti che egli amava hanno sdegnato di riconoscerlo nel suo infortunio. Sofferse il male che non meritava; e allorquando la fortuna si è mostrata stanca di perseguitarlo, la morte si è presentata al suo cospetto.—Se alcuno cerca la cagione di un sì crudele destino, ei durerà fatica in trovarlo. Volete voi chieder la ragione perchè questo perde al giuoco e quel vince? O perchè si danno quegli anni in cui non v'ha nè primavera nè autunno, in cui i frutti si inaridiscono nel loro fiorire? Con tutto ciò non vi cada in pensiero che Sacchi avesse voluto mai cagionare la sua infelicità colla prosperità degli uomini deboli. La fortuna può farsi ludibrio della sapienza degli uomini virtuosi, ma il potere essa non ha d'atterrarne il coraggio.

Uomini distinti gli fecero cortesi accoglienze, ed allorchè gli avvenne di far con essi fortunati cambj di idee, arricchì il suo fondo senza diminuir quello di loro, e portò via il suo bottino eccitando l'altrui gratitudine. Alla gioventù dava l'idea dei fasti antichi, nei coetanei destava fiducia e compiacenza, e le due opposte età insieme conciliava. Abbandonò mai sempre la sua anima al tranquillo diletto della solitudine, come quella degli ambiziosi si abbandona all'inquieta felicità della fortuna, di cui egli ridevasi ripetendo a chi lo interrogava intorno alle sue vicissitudini ciò che solca spesse fiate ripetere Shakspeare:—Vada il mondo come sa andare, sorgano o cadano regni, purchè io abbia con che vivere, io sono il monarca di tutte le cose che passo in rassegna. Una seggiola a bracciuoli è il mio trono; il ferro da attizzare il fuoco il mio scettro; una saletta di dodici piedi quadrati all'incirca mio reame che nessuno mi vorrà contrastare. Quest'è un minuzzolo di certezza ch'io stacco fuora del cumulo delle incertezze congiunte colla nostra esistenza; è un istante di sole che rischiara benevolmente i miei dì nuvolosi; e chiunque si trovi alcun poco innoltrato nel pellegrinaggio della vita, sente quanto importi l'essere masserizioso di questi minuzzoli, di questi istanti di godimento.—Queste parole ci ricorreano alla mente appunto allora che la campana della Chiesa di S. Babila annunciava l'agonia di Sacchi, della cui ingenua affettuosità noi sempre partecipammo, e dal quale nè distanza di luoghi, nè disuguaglianza di tempi, nè vicende d'alcuna sorte poterono mai distrarre il nostro cuore. E questo carattere portò lui pure ad essere eccellentemente buono con tutti: onde, in ogni città in cui ebbe poco o molto a soggiornare, lasciò sì profondo desiderio di sè, che della stima e benevolenza di quelli coi quali aveva conversato, il sentimento e la memoria sono passate alla generazione succeduta.

Alcuni letterati di moda, che osano insultar persino la sacra immagine d'Omero, il quale come smisurato colosso innalzasi nella più lontana prospettiva dell'antichità, dissero D. Sacchi uno scrittore spigolatore; ma egli non aveva bisogno di spigolare, siccome fanno molti, in campi mietuti, nè di vivere delle altrui reliquie: egli possedeva e coltivava un proprio ricco fondo d'ingegno, da cui traeva pregevol frutto. E questi letterati di moda le cui critiche contro Sacchi a tutt'altro approdavano che alla cognizione del vero, e per lo più il solo infame gergo de' vituperi se ne giovava ed aumentava, furono o i non lodati, o i meno lodati da lui sui pubblici giornali.—La pubblica lode anima, è vero, vivifica, moltiplica i talenti: ma non serve di scuola che li formi, perchè i suoi giudizj, i suoi consigli non son sicuri. Col pronto applauso a certe opere le quali fanno soltanto traspirare e riconoscere il talento ancora immaturo, essa dissimula i difetti, sbaglia il giudizio, sempre più illude l'amor proprio e ferma o rallenta i progressi. Quasi tutti i segni d'ammirazione hanno ormai perduto il loro valore, pel grande abuso che ne ha fatto l'adulazione, ed è moneta fuori di corso: fa duopo il fabbricarne una nuova, a cui diano materia di valor vero e costante il sentimento, la verità, il giudizio. I letterati, disgustati una volta dei crassi vapori d'un incenso disonorato, tengono egualmente in poco conto, e chi prodiga lodi e chi non serve con coscienza alle lettere.—Per la eccessiva lode, il campo della letteratura è a dì nostri, per la gioventù, come la scena teatrale: troppo presto ella vi si mostra al pubblico; e in quella è pericoloso il volersi fare una precoce riputazione, imperciocchè egli è talor più difficile il sostenerla quando è immatura, che il giungere a meritar d'ottenerla. Le lodi sieno giuste e non simili a quelle che suole articolare a disagio la fredda lingua de' complimenti! Sia in noi franchezza di opinioni senza temerità, saviezza di principj senza nè pedanteria nè smanie di novità, aggiustatezza di giudizj dettati da coscienza, da persuasione, e senza le solite contumelie e personali inimicizie che troppo spesso lordano i giornali!—Pare proprio che in alcuni nostri letterati prevalga il pregiudizio che un articolo da giornale od altro, debba assomigliare ad un vase scoperchiato d'incenso, da cui si tramandino adulatorj profumi a tutte le nari. Non v'ha in que' lavori menzione di creatura viva che tosto non rechi seco un panegirico. Bella, noi ripeteremo sempre, santa è la lode spontanea, detta a proposito, largita a chi la merita, ma una maniera oratoria d'inchini e congratulazioni l'è un fastidio, un solleticamento d'orecchi e nulla più. Questo diciamo e a malincuore perchè la lettura di non pochi scritti di circostanze che si pubblicano in alcune città lombarde ne ha pur troppo convinti di questo abuso nella letteratura. Povero quel paese in cui letterati ed artisti non attendono ad altro che a darsi mutuamente patenti di immortalità! Eglino ignorano che c'è un pubblico spassionato che gli ode, un pubblico che non usa della penna che pe' privati o pubblici negozj, nè sa trattar tavolozza o scarpello, ma che vuole dagli uni e dagli altri verità ed istruzione, come cibo salutare dell'animo. Spendano i letterati le frasi gratulatorie ne' loro giornalistici convegni, nè rendano l'universale a parte de' loro non sempre sinceri baciamani! Gli artisti e i letterati sono gli interpreti della sapienza; e la sapienza non fu mai l'arte di sciupare inchini o di formare ingiusti giudizj che agitano continuamente gli scrittori, giudizj che ferirono anche Sacchi, cui la voce del Vero, più forte d'ogn'ira, apparecchiava maggiore della espettazione il trionfo.

«Se d'un forte pensier l'anima hai pregna,
Se amor di verità ti trae dal fondo
Franco l'accento e come strale acuto,
Se te stesso non fuggi, e se Viltate
Non t'è Prudenza, o Cortesia la pingue
Sciocchezza intesta con sottil menzogna,
Lascia il mondo a chi 'l merta. Invidia, scherno,
Noia, dolor, calunnia a te raddensa
Dell'agognato calice la fercia.
Puoi tu giovar dell'opra o del consiglio?
Allor qual sei ti mostra: all'alto passo
Della sventura, ove l'amor dei vili
Quasi a meta finisce, il tuo cominci.
Ma del gregge il contagio, e delle ciance
Fuggi l'anil sollazzo; e s'e' t'insiegue
Siepo all'orecchio oppon, freno alla lingua:
Ch'uom di lingua innocente è uom perfetto.
. . . . . . . . . . . . . . .
Quegli fia l'angel tuo che a te il sospiro
Recherà degli eletti in cui rivivi;
Cui tu l'immensa via delle intentate
Opre insegnasti, e il Dio furor del giusto,
E la scienza degli arcani affetti:
Or fa che in te primier forte s'alligni
De' forti sensi il delicato germe.
E di gentil fortezza e di verace
Non commutabil gioia unica fonte
È solitudo, il sai. Quivi te stesso
Al Sol di Verità lento matura:
L'alta fantasia, l'immota mente,
E l'arte, e il caso, e la memoria, e il senso
Rafferma, adergi, in armonia contempra.
. . . . . . . . . . . . . . .
Oh se possente meditar solingo,
E labor diuturno, e integra vita
E incessante pregar, dal ciel t'impetri
Poche, ma pregne di fecondi Veri
Splendide carte, in cui l'età lontane
Bacin segnata del tuo cor la stampa,
E ogni anima gentil senta il tuo spirto
In sè trasfuso, e a pianger teco impari,
Te beato in fra mille! Allor potrai
Volgere al mondo, che da lunge amasti,
Sereno il guardo, e dir morendo: io vissi.»

Ma a che ripetere questi versi pieni di verità in tempo in cui sono in grand'uso e onore la frivolezza, la molle pigrizia; in cui ognuno cerca di avere e mostrare ingegno e brio senza pensare a belle, ad utili imprese, trascurando e abbandonando le opere che richiedono serj e profondi studi; in cui si preferiscono gli Almanacchi, le Strenne, le Cronachette e i Versetti che divertono e fanno ridere gli oziosi, in cui pochissimi sono compresi da quel forte sentire che è la vera dote di un animo generoso; in cui si accompra coll'esser vile la facoltà di diventare insolente; in cui non si abborrono la cieca adorazione e la cieca irriverenza; in cui si ride perfino de' caldi promotori di instituzioni patrie che tanto ingentiliscono il costume: in cui trionfa l'inganno…. Ma il mondo, altro non è che una piazza pubblica, ove tutti i ciarlatani d'ogni genere e d'ogni professione si esercitano dal mattino alla sera a spese un dell'altro, e figurano or come ingannatori, or come ingannati, or come dotti, or come ignoranti.

Defendente Sacchi possedeva in sommo grado quell'arte tanto necessaria, e direm quasi indispensabile per chi scrive pei giornali, di dir molto in poco senza procedere sempre ad estratti altrettanto pesanti che nojosi, e di esporre la propria opinione in lode o biasimo, come uomo che parli per gli altri e non per sè solo, il tutto spiegando e comentando in favorevole senso e giustamente, a differenza di non pochi che, senza carattere e senza propria opinione non sono che un eco della opinione la più generale o dell'ultima che han sentita. Vi sono di quelli che per darsi vanto di perspicacia maggiore di quella di colui con cui parlano o di cui scrivono, sempre una diversa opinione oppongono, qualunque sia, purchè diversa, e la propria asseriscono in tuono di certissima verità esser la sola da aversi. Fissare un'opinione in mezzo a tanti non è men difficile a chi non ne ha, che ad un giudice il decidere d'una lite da cento avvocati trattata.

Dotato di uno spirito conciliatore, di un carattere nobile e generoso, fermo sotto ogni aspetto, indulgente come lo sono tutti quegli uomini che non han bisogno di far forza a sè stessi per conservarsi puri in mezzo ad un mondo corrotto, mostrossi egli a suoi compagni di lettere, senza nulla ostentare, e sempre sotto un ingenuo sembiante. E questi suoi compagni di lettere erano veramente generali veterani e non appartenenti all'esercito di molti letterati attuali, esercito composto in gran parte di bande erranti, senza vessilli, senza disciplina, senza valore.

Persuaso che chi consuma e non produce, muore fallito verso il banco sociale, Sacchi non lasciò passar giorno senza stendere qualche linea di storia, di scienze, di lettere, di arti. I suoi studj erano animati dai sentimenti più nobili, la riconoscenza, l'amicizia, la gloria nazionale, l'amore della patria, per la quale conservava in petto vivissima la fiamma che agitava l'animo suo con energiche commozioni; e a questi sentimenti frammischiavasi la passione delle anime dabbene e l'interesse pubblico.

Convinto che la virtù non sia una parola, possedeva in sommo grado il pregio de' veri dotti, la modestia. Le morali e le intellettuali qualità erano in lui temperate con felice mistura. Gagliarda tempra di passioni avea in lui riposto natura, ma con assoluto imperio ei le governava. Purissimi sensi di religione fortificarono la sua virtù, ed ogni parte adornarono della irreprensibil sua vita. Per formarsi un'opinione e professarla, egli non consultò mai nè il timore, nè la speranza, nè le viste personali: il suo motto abituato era Verità e Giustizia.—Di memoria vasta e tenace, versatissimo in ogni genere di letteratura, facile prestavasi a chiunque lo richiedeva di qualche cognizione, non lasciandosi mai prendere a questa vaghezza di conquistare una facile lode, per timore di vederla spenta infruttuosamente, e di star solo contento della meraviglia del nome.—Commiserava le altrui disgrazie, e compiangendo gli errori e le umane follìe, vestiva di un dolce patetico gli oggetti pascendosi di filosofiche considerazioni e di belle speranze, che si sublimano sopra la sfera delle volgari passioni e de' cittadineschi tumulti. In tempi in cui gli studj letterarj non ottengono incoraggiamento o mercede, e in cui chi non nacque patrizio difficilmente sorge a qualche considerazione o fortuna, egli non brigò nè cariche nè onori, e persuaso che ciascuno debba servire lo Stato in ragione delle sue forze, rendette de' servigi, ma invece di chiedere ricompense, fu soddisfatto di meritarle.

Amava la gioventù generosa cui dava spesse fiate lezione di scienza morale, e insegnandoli la rettitudine dei giudizj, l'onestà delle azioni, il governo degli affetti sì nella vita pubblica che privata, spronavala all'eccellenza universale. Ci sta fisso in mente quel grande dettame di Parini, che Sacchi spesso ripeteva, onde i giovani se ne giovassero, per declinare ove torni meglio, o ritardare almeno l'ordinario giro delle vicende: Povertà fa industria, industria fa ricchezza, ricchezza fa nobiltà, nobiltà fa superbia, superbia fa ignoranza, ignoranza fa povertà.

Che diremo ora del suo cuore? Come lodare abbastanza quell'attitudine a un tenero e vivo affetto, che così caro lo rendeva agli amici? Nei suoi discorsi come ne' suoi scritti, nessun indizio si scorse di pretensione o d'orgoglio; ciò avvenne perchè la bellezza della sua anima pareggiava la rettitudine della sua ragione e la coltura del suo ingegno.—Se reggeva al minuto squittinio ch'egli solea fare delle cose scientifiche e letterarie, usciva pago e tranquillo dalla indagine; diversamente, pace non davasi, e l'errore animosamente impugnando, conduceva a disinganno la pigra e facile credulità, rovesciando a terra, anche senza riguardo, ogni venerata antichità d'opinioni. Egli esponevasi a questi cimenti, che l'ardenza de' spiriti suoi gli pingeva sempre pieni di gloria per colui, che non isfornito di forze s'innamora della stessa difficoltà, e animoso l'affronta.

Coloro che dicevan male di lui soleva riguardarli siccome malati, renduti ingiusti dalla sciagura, e loro perdonava sinceramente; in tal modo raddoppiava il suo amore per quella sublime filosofia, le cui consolazioni, i cui benefizj ci accompagnano sino alla soglia del sepolcro.

Era suo costume, come non mutava nella infermità il suo tenor di vita, nè le solite azioni, così nè anche i piacevoli e arguti ragionamenti, che in un turbato corpo argomentavano una piena sicurezza e intiera serenità di mente. La natura gli aveva data una costituzione gracile; l'applicazione e più sventure la indebolirono.—Perchè mai, o eterno Iddio, ci dividesti innanzi tempo da persona sì cara! Ma così svengono e cadono in sul fiorire le umane speranze, e mutata in un subito la fortuna, dai più cari diletti a conforto dati della travagliosa vita spesso non si raccoglie che lutto e amarissimo desiderio. Ben disse un saggio, che alla miseria della mortal condizione vietato è anche lo sperar lungo, perchè il tempo sovvertitor d'ogni cosa e struggitore possente, tutto percuote ed abbatte nel suo passare, e i beni di questa terra non sono che un'ombra mobile e fuggitiva, la quale veduta appena, dileguasi. E tanta è l'incertezza in che siamo, e così fatta la caducità della vita, che tale piangente oggi l'amico morto o il congiunto, sarà pianto domani, e scenderà in quel sepolcro ch'ei vide aprire ai suoi cari, e sopra il quale si ripromise di lagrimare pur molto o per verace angoscia sentita o almeno per pompa e vanità di dolore. E questo ferreo decreto di necessità inesorata forse a buon dritto fe' dire gli estinti lungamente a piangersi, avvegnachè breve fosse troppo la linea che i viventi divide dai trapassati. Ma a Defendente Sacchi, che veniva accarezzato, riverito, rispettato da chiunque o per cospicuo natale, o per bella dote d'ingegno si distinguesse, non mancherà il lungo pianto degli amici, dei concittadini, degli estranei che lo conobbero; e quel pianto, quando pur fosse passaggero e di scarsa vena, già non è per inaridire la fonte di quello che ha versato ed avrà a versare chi scrisse questi pochi Cenni, al quale l'essere vedovo di sì cara compagnia, pesa più che il morire.

Oh! largite gli sieno
Tutte le grazie che Virtù si merca;
E quaggiù dove par la Sorte rida
Svolgendo a suo talento
Ogni merto, ogni vita ed ogni evento
Non mai stilla si perda
Della memoria sua santa e devota,
Ma ne' suoi cari l'opra sua rinverda.

Ancor ci pare vederlo seduto nel suo letticciuolo; ancor ci pare udirlo narrarci i motivi per i quali con animo gagliardo egli lasciato avrebbe la vita; e pronosticandosi la morte, dar caldi prieghi agli amici, che non mettessero sospiri, nè singhiozzassero sul suo cadavere: e questo voto è degno di laude, perocchè ogni anima elevata che è persuasa di eternar la sua fama su la terra dir dovrebbe come il poeta Ennio: Nemo me lacrymis decoret.—Pochi giorni prima ch'egli morisse, dicevaci stringendoci amorosamente la mano:—Credete voi ch'io abbia ben sostenuta la mia parte?—Sì, gli risposimo—Lasciate dunque, soggiunse egli, ch'io esca dal palco scenico accompagnato dai vostri applausi.—Queste poche parole bastino a far considerare al parassita, al buffone, al maldicente, al compagno da buon tempo quanta lode potrà ridondar loro allorchè scenderanno nel sepolcro…. dal dirsi di ciascun d'essi che altr'uomo non sapeva meglio divorar un pranzo, ch'egli aveva un ammirabil talento nel motteggiare i suoi amici, che niuno uguagliavalo in uno scherzo crudele, o ch'egli non ponevasi mai a letto senza aver dato passo alla quarta bottiglia. E queste sono cionnondimeno assai generali funebri orazioni ed elogi di morte persone che pur agirono nell'umana società con qualche lustro e riputazione: ma se noi riguardiamo da vicino il grosso della nostra specie, esso è composto di tali uomini che non saranno probabilmente rammentati un solo istante dopo la loro scomparsa.

Tre anni e più fu egli travagliato da forti dolori, ma con tanto vigor d'animo il fiero male tollerò che mai non ne fu superata la virtù. Finalmente venuto quasi meno d'ogni forza, come vide niuna speranza per sè più rimanere, si fece sollecito di affrettarsi i soccorsi della religione consolatrice, esclamando che ito sarebbe lieto e pieno di speranza a ribaciare e padre e madre, e moglie e figlia: ed acconciatosi con decenza sovra la sua seggiola a bracciuoli, sereno in volto come l'innocenza, i suoi occhi s'illanguidirono a poco a poco, simili ai raggi del sole che vanno a perdersi nell'onde quando il mare è tranquillo, finchè dopo una brevissima agonia, mancare sentendosi, stendendo la mano,

Dir parve: s'apre il cielo, io vado in pace.

Egli sciolse lo spirto alla mercede delle sue virtù, lasciando lo spento volto ancor atteggiato di una soave dolcezza, traccia sicura della tranquillità che gli era abituale e che è il frutto e la prova di una coscienza illibata. Il suo ultimo spiro fu esalato tra le braccia di un amico oltremodo accorato¹, al quale stringendo la destra disse con voce tremebonda: Ricordati del tuo Defendente che t'ha tanto amato.—Filosofo senza ostentazione, cristiano di fatto più che di parole egli morì rassegnato perchè visse virtuoso, e che quali nunzj dell'inevitabile umano sfacimento gli antiveduti spasimi portasi in pace, ed alla natura perdona.—In questo tremendo abbandono di tutte cose a noi sembra aver men desolata fine ove le moribonde mani a cader vengano l'ultima volta fra quelle di cara persona, che raccogliendo cogli aliti le parole estreme, quelle si chiuda nel petto a farne serbo nell'avvenire; e veggendo di lagrime un umano volto bagnarsi, ci pare quasi rivivere nell'affetto e nella dogliosa memoria di chi rimane.

¹ _Il cavalier Pompeo Marchesi, nelle cui concezioni noi ravvisiam sempre lo scultore che ha studiato il bello nel vero contemporaneo; che lasciò le orme greche aperte e richiuse con Canova per porsi al livello delle affezioni e delle immagini del secolo in cui viviamo. Il nome di lui risuoni spontaneo sulle nostre labbra con senso di gratitudine._

Possa la nostra gioventù mirar sempre in questo lucidissimo specchio; e possa la memoria di Defendente Sacchi accenderla di nobile ardore a imitarne l'esempio; salvo però in quella non lodevole intemperanza di affaticarsi negli studi a dispetto della sua mal ferma salute; intemperanza che troncò il filo de' suoi giorni, e la quale, anzi che riscaldare i più tepidi, potrebbe soffocare in loro ogni piccola scintilla che mai avessero facendo scioccamente valere a difesa della propria infingardaggine e viltà quella popolar sentenza, che dice: Essere troppo meglio vivere con ignoranza, che morir con dottrina; appunto perchè non sanno che il vivere ignoranti altro non è che un continuo morir da giumenti.

La morte di Defendente Sacchi fu quasi non avvertita. Questa disonorevole trascuratezza deriva in parte dalla natura di alcuni cittadini, i quali scioccamente s'immaginano e pretendono che i chiari uomini debbano avere la pompa e la jattanza degli eroi da teatro: ma è pure una conferma dell'antica sentenza riportata da Pietro Verri nelle Memorie del Frisi, Che le vite dei filosofi sarebbero la vera satira de' loro tempi se potessero scriversi, o si dovessero, con cinica libertà.

La cerimonia funebre d'un uomo sì caro alle Scienze, alle Lettere, alle Arti, alla patria, non ebbe alcun corredo di pompa. Egli fu accompagnato alla tomba da pochi scienziati, letterati ed artisti che gli erano legati da gratitudine, rispetto ed amicizia; e noi, disturbati dalla febbre, l'abbiam veduto portato sulle spalle lentamente oltrepassare il limitare per non varcarlo più mai. Tale è il corso della vita dell'uomo! Così rapidamente essa fugge! Somigliante ad una meteora, essa lucica e non è più.—Tre brevi discorsi vennero pronunziati su quelle care spoglie, discorsi veramente affettuosi, sinceri, a cui rispose il cuore di tutti gli astanti, i quali sbandatamente si scostarono da quell'asilo di morte assorti in lagrime e in tristi pensieri.—Pochi uomini discesero nella tomba, accompagnati siccome quegli di cui piangiamo la perdita da sommo e universale rincrescimento. Ma più memorabile sua ventura fu quella che s'infervorasse l'amicizia intorno al suo cadavere, contro la sentenza d'Euripide, il qual dice: Nessuno fra gli uomini serbasi fedele amico alla tomba.

Defendente Sacchi era piccolo di persona e non bello di aspetto, benchè i suoi lineamenti presentassero un non so che di piacevole nel tutt'insieme e di sereno. Dentro a' suoi occhi leggevasi una immaginativa vivace non disgiunta dalla penetrazione dell'ingegno, e ne scintillava un certo poetico brio. Un fiume di dottrina scorreva dalla sua lingua, quando gli avveniva di poter a lungo e non interrotto parlare. I suoi modi erano cortesi e la bontà dell'anima sua andava del pari colla rettitudine de' suoi costumi.

Lasciò varie opere, ad alcune delle quali, così il mio caro Piazza, «si è mostrata propizia l'opinione degli Italiani.» In quasi tutte però noi scorgiamo uno scrittore abituato alla lettura dei classici, ai quali attinse principj generosi, checchè ne possano dire in contrario coloro che fanno gemere i torchj sotto il peso de' libri inutili, nei quali trovansi idee comuni sulle lettere, sulle scienze, sulle arti, e ciò che più deve rincrescerci, vili adulazioni, siccome già dicemmo, proprie a lusingare ora l'orgoglio, ora l'ignoranza, e sempre la stolta presunzione d'illustri fantasmi. Le opere di Sacchi presentano una mescolanza d'ingegno e di interesse, e trattano alternamente di gravi e ridenti soggetti; motivo per cui elleno andranno alle mani d'ogni genere di persone, facendo la delizia specialmente di quelle che col sentimento del bello e dell'utile cercano d'illudere i penosi sentimenti dai quali è offesa la vita. Noi confessiamo però che in molti de' suoi scritti regnano calor d'idee e fretta di composizione: che non v'è tutta la maturità di riflessioni, tutta l'aggiustatezza di pensieri ond'esser degni di lunga vita. Pure anche in mezzo al loro disordine e alla scoria di che son pieni, talor s'incontrano bellezze e lumi che meritano d'essere conservati.

Le opere che abbiamo di lui alla stampa sono: La Storia della Filosofia greca, in sei volumi.—La Collezione dei Classici Metafisici pubblicata in concorso del professore Rolla e dell'avvocato Germani, in sessantadue volumi.—La Vita di Lorenzo Mascheroni, colla Raccolta di alcuni suoi scritti inediti.—I Lambertazzi ed i Geremei, romanzo storico di cui se ne fecero due edizioni.—Le Antichità Romantiche d'Italia, in due volumi, al primo dei quali concorse anche Giuseppe Sacchi.—Miscellanea di Letteratura.—Varietà di Letteratura.—Saggio sulla Letteratura Civile.—La traduzione del Diritto Pubblico universale, o sia Diritto di Natura e delle Genti di Gio. Maria Lampredi, la quale forma i volumi 8, 9, 10, 11, 12 della Biblioteca Scelta di Opere tradotte dal latino.—I Saggi sugli Uomini Utili e Benefattori del Genere Umano, che formano i vol. 417 e 418 di questa Biblioteca Scelta.—La Pianta dei Sospiri, di cui questa è la seconda edizione, e che ottenne, a Parigi l'onore di una traduzione in lingua francese.—Oltre altre Opere, ed un infinito numero d'opuscoli letterarj e di articoli pubblicati nello Spettatore Italiano, nella Minerva Ticinese, negli Annali di Statistica, nella Gazzetta Privilegiata di Milano, nel Pirata, nel Cosmorama pittorico, nell'Annotatore Piemontese, nella Vespa, nella Farfalla, nell'Eco, nell'Indicatore Lombardo, nel Ricoglitore, nella Rivista Europea, ecc. Avea egli dato mano ad un interessante lavoro, i Voti dell'Italia: ma questo venne dall'Autore medesimo consegnato alle fiamme, ed a noi non resta che di poter dire col poeta,

A suoi voti alfin deh rida
Una sorte più serena,
L'infelice assai la pena
D'esser bella oh Dio pagò!

O Italia, o Italia! Sorgi alle glorie; tu la reina sei del mondo, tu sei la figlia de' Cieli. Il tuo genio t'invita a contemplare in dolce estasi i secoli gareggiare coi secoli a far più vividi i tuoi splendori. Un mondo è il tuo regno; degne d'un mondo sieno le tue leggi.

Defendente Sacchi nacque in Pavia nell'ottobre del 1796, e morì a Milano nella florida età di 44 anni il 20 ottobre del 1840.

Bastino questi pochi Cenni a raccomandare la ricordanza di lui. Gloriose per chi le fa, efficaci sovra chi le ascolta riescir debbono le evocazioni dalla tomba e dall'obblio; perchè l'animo de' giovani, ha detto un valente scrittore, è la terra più ospitale alla memoria delle persone illustri.

A MALVINA

Vedesti, o Bella, il mar su cui combatte
Il vento e la tempesta, che la nave
Scorge in porto festante? Se improvvisa
Su lui s'asside la fatal bonaccia,
Ne dispera il nocchiero, e gela e trema,
Che invan raggiunge coll'ansio desìo
Le patrie sponde, i pargoletti figli,
E della sposa l'iterato amplesso.
Tale è il mio core: in lui convien sia desta
Degli affetti la pugna ognor: se tace,
La vita è muta in lui, e l'armonia
Immortale del bello e la favella
Ch'entro si sente, e sembrano parlarne
Il ciel, la terra e l'onde e l'erbe e i fiori.

S'ei tal sortiva, e se innocente affetto
È solo amor fra l'ire torve e crude
E i pensier tristi del bel mondo, amore
Accolgo or sol. Soave ei più mi versa
Per entro il seno il nèttare di vita;
Di voti cari ed innocenti in mente
Ei mi ragiona: a nuovi voli addestra
L'accesa fantasia, e finchè il gelo
Dell'età nol costringe, dalle gravi
Di Sofia cure, cui solo son care
Le insonni notti e la squallida face
Che del pensiero invan svelar procaccia
L'oscuro inestricabil labirinto,
Amor m'invola, e fra le vie rapisce
Del dolce immaginar, e in queste carte,
Cui fia talun segni di fola, sparge
La mestizia onde il core ognor si veste.

Tu, vezzosa MALVINA, a cui le Grazie
Vaghe composer la gentil persona,
Nido d'alma più bella, un dì beasti
De' tuoi sguardi le piagge erme e romite
Ov'io già corsi colla mente, e pinsi
A' meno austeri, lagrimose scene,
Costumi antiqui e ferità degli avi
E novelle sventure. Ecco alle labbra
Schive di succhi estranei, che di miele
Asperso il vaso, agl'Itali palati
Ministra amaro tosco il secol novo
E ogni senso di bello estingue, ardiva
Io l'onda pura appresentar del fonte
Nel cratere di creta. Già me avea
Mosso a libarlo amor de' prischi tempi
Alla tomba prosteso, ove sdegnoso,
Pel culto ora negletto, il cener giace
Di quegli ausonj cigni il cui divino
Canto pur vinse i secoli canuti,
E dolce ognor nell'anima risuona.
Cui più la voluttà soave alletta
Della tristizia, amai di fresche valli
E leggiadre selvette e ameni colli,
Mal noti, pinger la quiete e il bello
Onde son dilettosi, se nol cinse
Il rozzo parlar mio di fosca nube.

Se fra que' monti ancor Bella ti giovi
Il piè inoltrar curioso, allor che l'ali
Volger vorrai de' lumi ove s'innalza
La Pianta ond'io parlava, sulle rose
Del tuo labbro avverrà forse baleni
Un sorriso, più grato assai dell'alba
Nella stagion novella: a quel sorriso
Vedrai d'intorno rallegrarsi il poggio
E rifiorir la valle, ed inviarti
Collo stormir de' rami il conscio bosco
Sull'aure un noto nome e i miei sospiri.

Nè tu vorrai tacciar di dura nota
Questi studi e d'inutili: talora
Giova lo spirto da severe idee
Richiamar fra più liete, onde rinnovi
Lena ed ardir: così fra balze e sassi
Al lasso vïator spesso rinverde
Le forze un prato ameno. Talor giova
Di soavi blandizie adescar l'alma,
Ed educar di cari affetti il core.

Amor che spesso è di venir sì vago
Dolce a parlar nel volgere soave
De' tuoi bei rai, ed ivi insegna altrui
Con quai saette fera e quai tu annidi
Virtù, per che seder teco si piace
Meglio che in grembo a Venere celeste;
Amor ti porga questi fogli, e s'unqua
Pietà ti mova de' dolenti amanti,
E qual rugiada del mattin ti brilli
La lagrima sul ciglio, ei la raccolga
Sollecito e a versarla ah! tosto voli
Pietoso sul mio cor. Tempri ella alquanto
Il bollor che l'incende e nel mio petto
Un fiume sparga di tutta dolcezza,
E spunti nuova luce a' miei pensieri.

LA PIANTA DEI SOSPIRI

LIBRO PRIMO
L'INNOCENZA DEL COLLE.

Senza odorati fiori
Le rive e i poggi, e senza verdi onori
Vedrai le selve alla stagion novella,
Prima che senza amor vaga donzella.

GUARINI.

I.

Ameni colli ove seminò tanto bello Natura, vallette solitarie in cui spesso venni a confortare lo spirito lasso e a bere più dolce l'aura di vita, voi non sarete mai posti in obblìo dal mio cuore. Le tue ingenue virtù non fieno dimenticate, o abitator del dirupo, da chi fuggendo il lezzo della social corruzione ritrasse sovente ricreamento, imitando la semplicità de' tuoi modi. A te di campestri fiori intreccierò una corona, pianticella solitaria, ove sparse i suoi sospiri la vergine della collina, commetteva all'aura le proprie sventure, e muoveva a pietà quegli cui ferivano i suoi lamenti.

Lungi lo sguardo severo del freddo Sofo dalle care innocenze della natura, lungi gli agghiacciati petti chiusi alla dolce voluttà delle passioni: non ignoti agli affetti del cuore, noi spargiamo sospiri per le anime sensitive, e cediamo per un palpito soave i contrastati allori della volubile fama.

II.

Povera Marcellina, invano una rozza culla volea tenerti lontana dalle passioni del bel mondo; invano il natìo tuo colle ti crebbe alla solitudine ed alla pace. Amore s'apprende ai petti più rozzi, e penetra i più silenziosi recessi; Amore stringe il cuore de' porporati monarchi e dell'ultima villanella: è il vento che scuote la cima del superbo pino e la viola della valle, è bufera che spande la discordia nelle popolose città, e la desolazione nelle innocenti capanne.

Natura, che avara sempre ricopre di geloso velo i suoi tesori, destò la face di vita in Marcellina sulla cima di un poggio solitario. Nebiolo è una collinetta che umile s'innalza fra Casteggio e Voghera, alle cui radici da un lato scorre il torrente Carvenzolo e volge dall'altro più ricca d'acque la Schizzola. Nebiolo è collina che quasi orfana si leva siccome piramide in mezzo alle sue uguali: era antica sede di uno di quei castelli che seminò il feudalismo sulle Alpi e sui liguri monti: questo, come vollero il destino di chi il tenea e le fazioni, fu preso e distrutto, sicchè di tanto orgoglio appena or se ne scoprono l'orme.

Su queste rovine sorgono otto o dieci anzi capanne che case, e le abitano altrettante semplici famigliuole. Le tenebre delle fuggite età involgono la loro origine, si chiamano tutte dal nome del loco, e vivono in grembo all'innocenza di natura. Scorrendo quei dirupi, e a gran diletto avventurandoli in Nebiolo, ti avviseresti seguace di Vailland visitare nei deserti dell'Africa una di quelle povere orde di Ottentotti, che ricoverandosi in pochi tugurj di canne non invidiano al fasto de' molli Europei.

Que' di Nebiolo non hanno neppure il forno ove cuocere il pane, non comodi della vita, non ambiziosi pensieri d'aggrandimento. Lavorano a lor mani le poche terre enfiteutiche ch'ebbero in retaggio dai loro padri; raccolgono quanto solo è richiesto ai loro bisogni, spesso si maritano fra loro, e vivono in mezzo alla società nel semplice stato di natura.

III.

Marcellina era figlia di Giovanni, che fra i maggiori di Nebiolo teneasi pel più venerabile padre. Innocente come l'agnella che pasceva sul suo pendìo, negletta come la pianta del bosco, cresceva la bella come il fiore di primavera: era pronta e vivace, d'un animo puro e dilicato, vestita di quella soave verecondia, onde natura volle far presente al suo sesso per renderlo più vago e desiato.

La madre di Marcellina essendo lieta di questa unica figlia, la crebbe come si coltiva la bionda spica del campo, era il primo pensiero della sua vita. Sebbene il lavorìo della poca sua terra dovesse solo condursi per le sue e per le braccia del marito, e l'opera della Marcellina potesse riuscir loro a molto sollievo, essa non volle serbarla che alle cure più lievi, e amò meglio sola indurare nelle fatiche.

Mentre i genitori intendevano a rompere le zolle de' campi, a raccorre la matura messe, o andavano per le legne al bosco, Marcellina nella povera capanna, lunge dall'importuna sferza del sole e dalla malvagità della stagione, preparava loro lo scarso desco che offerto dalla mano di lei, riusciva a quegli innocenti condito della più squisita dolcezza. Essa imbandiva pure nella tersa caldaja il cibo più semplice dell'uomo coll'aurea farina del monte; con questa pur facea una maniera di pane, che forse fu quello de' primi uomini, allorchè rozzi come que' di Nebiolo, non conoscevano l'arte di costringere il calore entro cave vôlte di creta, per cuocervi i loro cibi. Marcellina formava colla farina senza lievito un rotondo pane: fatto indi ben riscaldare un largo mattone ch'era base al focolare, ivi il collocava, ricoprivalo di ardenti brage e lasciavalo colà finchè fosse a debita cottura.

Tale è il modo con cui la natura insegnò a que' di Nebiolo a supplire all'arte, e pone tanta squisitezza in questo cibo, che quegli uomini ingenui sporgendomelo, m'accertavano essere assai più saporito di quello che si ministra alle mense cittadine. Assaggiandolo lo innaffiai d'una lagrima, perchè sentiva la sublimità di quegli accenti, mentre quella schietta vivanda non era loro amareggiata dall'assenzio che spargono le cure sociali fino sul più abbietto frusto di pane.

Non io già sogno la felicità de' pastori, non le favole degli abitatori di Arcadia: dipingo i costumi de' rozzi coloni dei nostri colli. Non io già invito gli uomini ad abbandonare le città, onde menare nella solitudine una semplice vita, straniera alle colpe ed ai delitti, che sarebbe vana fola per la lor civiltà: io accenno come quei semplici montanari fra le fatiche e i disagi, gustano la felicità, e certo nella innocenza della loro vita, se invidiano alle nostre dovizie, non sanno che, ottenendole, rinunzierebbero alla pace.

IV.

Marcellina aveva la cura del piccolo pollajo, tosava alla stagione le agnelle, e aveva pensiere de' loro piccioletti. Preparava col latte della giovenca il burro per la famigliuola, attendeva a racconciare i rozzi abiti de' genitori, in fine prendeva sollecitudine di tutte le cose domestiche; nè veniva ai campi che al tempo della vendemmia e nelle più stringenti necessità. Quindi era più gentile e meno brunetta delle altre femmine della montagna, assai dilicata, ed anzi pallidetta che rubiconda: poteva valere a modello onde rappresentare la grazia della collina. Capelli castani inanellati, viso piacevole, e sebbene qualche menda vi si potesse trovare nel profilo, avea una di quelle fisonomie che dir si possono saporite. Pronta, snella, dolce d'indole, non melanconica, ma, anzichè gaja, di un carattere soave.

Marcellina era la delizia de' suoi genitori nella fanciullezza, loro conforto nell'età più verde. Allorchè il padre nella state ritornava madido di sudore dai campi, essa se gli faceva festevole incontro, gli toglieva d'in collo gli stromenti agresti, e invitatolo ad adagiarsi sotto l'ombra di alcuni castani che prosperavano vicino alla casa, col suo grembialetto gli veniva lievemente tergendo la fronte, e con qualche fronda provocava l'aria, perchè muovesse quasi coll'ali fresche a scherzargli intorno, e temprargli la tiepid'ôra.

Siccome spesso Giovanni al ritorno desiderava di bere, ed essa temeva forte non gli inducesse nocumento il subito freddo dell'acqua, anche correndo pericolo d'esserne ammonita teneva vuoti i secchj, onde finchè ella scendesse al pedale del colle ad attingere l'umor del fonte, alquanto si rattemprasse il calore nelle arse di lui membra. Rinfrescatolo e presentatogli il cibo, gli preparava qualche fascio d'erba o di fieno, e fattonelo adagiare lo invitava al riposo. Con qualche fronzuto ramo gli allontanava i molesti insetti, e conciliavagli il sonno: quando erasi addormentato, gli copriva con quella fronda il volto, e stava sempre in attenzione perchè niuno venisse a dargli molestia o a rompergli il riposo.

Nè men tenera la Marcellina era per la madre. Aveale questa dato il proprio latte, cresciutala con amore e confidenza: teneala più qual sorella che figlia. Già anche adulta la forosetta, faceale intorno mille amorevolezze e mille baci: la ripigliava sovente perchè troppo si affaccendasse, in vece di commettere a lei il peso de' lavori più gravi. Ogni dì le serbava l'uovo recente della gallina e la induceva a berlo; la pettinava; era sollecita di lavarle i panni più spesso del solito bucato; vegliava per filare il lino di lei; attendeva con ogni premura ai bachi, perchè Giovanni ne concedea l'utile alla moglie. Marcellina non era mai lieta se non vedeva la giovialità sorridere sul volto della madre; non sosteneva mai che andasse ancor digiuna al lavoro, e nel verno pativa di starsi più a lungo nella piccola stalla, ove teneva l'asinello e la giovenca, per serbare le legne a destare un bel fuoco quando quella tornava dalle proprie cure.

Rosa d'altra parte non era meno amorosa verso la figlia. Ne' giorni dì mercato andando a Voghera a vendere qualche pollo o la lana, o alcuna misura di castane, avea sempre premura di portare a Marcellina qualche pan bianco, ch'ella però divideva co' genitori; spesso un fazzoletto, talora qualche spillo d'argento da rannodare le trecce, od altri simili vezzi. Come la buona donna aveala fregiata del nuovo presente, la riguardava quasi innamorata, e sembrandole più bella, con trasporto la stringeva e la baciava caramente.

V.

Fra queste innocenti cure era cresciuta la Marcellina, sicchè già le sorrideva il terzo lustro, e sua madre non aveala che una sola volta condotta a Voghera. Non mai avea corso i vicini paesi, non mai erasi trovata fra i tumulti delle feste de' propinqui colli. Usava ne' dì festivi andar coll'alba nascente a S. Antonino sua parrocchia insieme alla madre, assisteva con raccoglimento ai divini uffizj e ritornava al natìo casale, senza mai immischiarsi in vani discorsi colle altre donnicciuole, o prendersi pensiero di sapere quanto altri oprasse.

In Nebiolo però essa era nè selvaggia nè schiva; giacchè non constando il paesetto che di pochi vicini focolari, viveano quasi que' solitarj come in una sola famiglia, nè vi aveano che cinque madri, altrettanti mariti e dei figli.

Allorchè alcuno di questi ammalava, e mentre tutti intendevano al lavoro, la sola Marcellina restava nell'eremitaggio, ne pigliava essa pensiero, gli prestava ristoro col latte delle sue capre, e raccoglieva le erbe onde preparargliene col succo salutare beveraggio. Avea cura pei fanciulli degli assenti e delle loro case, e all'estate verso sera, raunata sur un vicino praticello la pia tribù, faceva recitar loro l'orazione de' morti: era in fine la delizia, il pensiero più tenero di tutti, e alle preghiere di lei ognuno confidava nelle proprie calamità.

In vero la semplicità ed il candore dell'animo sono l'olocausto più grato al nume della virtù; e Marcellina esser dovea il solo interprete di que' puri cuori presso la divinità: essa era religiosa come una cenobita, ispirata come un serafino, nè altro mai domandava al cielo che la salute de' suoi parenti e la prosperità de' vicini. Così, presso a sedici anni, fresca come la rugiada del mattino, pura come la neve del monte, altro affetto mai non aveva accolto il suo cuore, fuorchè l'amore di coloro che le diedero vita, e la carità de' suoi simili.

VI.

Già al raggio d'estivo sole biondeggiava la messe nell'arso solco, e il tempo s'appressava in cui correa la festa della Madonna del Monte. È un tempio consacrato alla Vergine, sulla cima di un colle alquanto erto, in cui gli scabri macigni fan testimonianza della vicina montagna. Essa s'innalza fra la catena delle colline che con diverso pendìo e vago succedersi or di valli verdeggianti, or di sterili dirupi, muovono lungo il letto della Copia verso la di lei sorgente.

A metà del colle mezzo ascoso fra il seno delle rocce, le circostanti alture e le piante, siede il paesetto in dolce pendìo. A lui sovrasta quasi piramide la cima del monte, sopra cui romita sorge la chiesetta colla cella del levita che ne ha la cura: conducono a questa varj tortuosi sentieri, che ora si innalzano sullo scoglio, ora si perdono nei silenziosi labirinti del bosco. Niuna vetta di opposto monte, niuna fronda d'importuna pianta adombra il solitario tempio; sicchè il sole nell'intero suo giro sempre lo indora co' suoi raggi, e concilia a vederlo da lungi religioso ossequio, perchè ti avvisi ch'ivi l'aura rifulga, indizio della presenza del nume. A questa chiesa traggono i terrazzani del sottoposto paese, per essere addottrinati nella religione de' loro padri, ed ivi coi puri lor cuori porgono voti innocenti al cielo.

Numeroso e vago è il concorso degli abitatori delle altre colline al Monte il dì della festa: d'ogni età, d'ogni sesso, eguali di semplicità di costumi, pari negli abiti e nel cuore, se non che taluno nella diversa foggia di qualche ornamento accenna la natìa sua terra. Tutti serbano questo giorno a sollievo delle diuturne fatiche; ognuno si procaccia far pompa de' più eletti fregi, e ti piace fra quella semplicità un lusso che è di vezzi anzichè di ornamenti: ognuno si studia meglio di riuscire gradito altrui o colle grazie o coll'innocente allegria, sicchè potresti dire che colà si uniscono i fiori più eletti della campagna.

Ivi fra semplici parlari e liete cure si rinfrescano le vecchie amicizie e se ne stringono delle nuove; ivi si veggono gli antichi congiunti, e vi convengono e gli amorosi genitori e le figlie che andarono lungi a marito, per ritornare ai paterni amplessi. Sovente s'incontrano taluni che, da gran tempo lontani, pareano dimenticati dal cuore, si ricordano i trascorsi tempi di felicità; corrono grate all'animo le fauste novelle; e fra loro batte la gioja le scherzose penne, senza che mai invido umore ne annebbii il caro sorriso, cui sovente, fra l'avvicendarsi degli affetti e delle accoglienze oneste e belle, gode la volubile sorte d'intrecciare inaspettate avventure, e insidioso amore prepara nuovi nodi e future felicità.

VII.

L'industria dell'uomo si procaccia di trarre partito anche dalla semplicità di questa festa. In ogni parte sulle strade, che conducono all'erta, entro varj seni del monte, vedi annicchiati alcuni che vendono ornamenti, merletti e tele, altri che fanno mercato di fettucce a vario colore, di semplici fiori coi quali il contadino fregia il suo cappello. Alcuni ti sporgono dolci, non quali si richiederebbero al molle palato della dilicata dama, ma pur grati a quelle labbra che non ancor rifuggirono dai semplici cibi della natura. Fra questi ancor più grate riescono le inanellate file che tu, schietta contadinella, sporgi cibo squisito a' più schivi: tu col fior della farina e col burro della tua giovenca, componesti una molle pasta, e con questa formasti varie picciole anella cui il calore del fuoco rese rigonfie e rilucenti, e sovente, perchè riuscissero più gradite, sopra vi spargesti i favi delle tue api. Tu con grazia le offri al passeggiero che con molli parolette le compra, e spesso si ricorda di quelle che a lui già vendevi la scorsa estate; e mentre te ne dà lode, dolce ti corre un piacere all'animo che si annunzia sul tuo labbro con un caro sorriso.

Altrove in breve piano a sè rapisce gli orecchi, non abituati alle diverse armonie de' combinati stromenti, la melodia di un'umile sampogna o di una montana piva, al cui suono due fantocci mossi da una cordicella che si appicca alle ginocchia del suonatore, menano allegra danza su una breve assicella. Più vicino schiude un altro un ligneo tempietto ove son dipinte le sacre storie: ognuno si studia di scoprire se sieno quali le udì dal sacerdote, ama ravvisare i fatti che più gli piacquero, e sebbene spesso non sappia leggervi entro, si provvede del breve libretto ove è il noto racconto.

Qui un altro tiene un capace arnese che in varia foggia s'innalza, e in cui per diversi cristalli sporgenti all'intorno può spiare l'occhio della curiosità. Vi si accosta il semplice montanaro, e all'abbassare di varie cordicelle, vede succedersi e scomparire innanzi a' propri sguardi città, palagi, giardini, mari e monti e le più strane meraviglie: già è trasportato in lontane contrade, e mentre coll'occhio sta fiso al breve pertugio, si scuote per gioja, chè già emulo degli eroi, di cui sentì nel presepe raccontare al verno la storia, gli par di scorrere l'universo, e sovente poi ragiona cogli amici de' lontani paesi come se gli avesse visitati. Altrove si stringono in breve giro uomini e donne, ed ecco scorrere all'intorno un destro cane che or va a pigliare nell'altrui tasca l'ascoso fazzoletto del padrone, a questi indovina gli anni, a quella le passioni, e con qualche altro più pungente giuoco tiene lieta la brigata.

A questo ingenuo ricreamento ti sostieni, o montano abitatore, non correre al palco vicino, nè starti coll'affollata turba che già il circonda, tese le orecchie, immobili gli sguardi e aperte le bocche quasi li tocchi gran meraviglia, a udire colui che dall'alto ti è largo di parole. Ah! non credere di acquistare vantaggio ne' suoi accenti: semplice! non prestar fede ai portenti ond'ei si millanta maestro: ei viene dalle corrotte società, nè v'ha menzogna che rifugga dalle enfiate sue labbia sitibonde di guadagno. Non porre speranza negli antidoti che ti offre, nè affidare troppo ciecamente a' suoi ferri te stesso: ei si ride della tua inesperienza, ei si adopra più presto procacciare a sè lucro, che a procurarti salute.

In vece meglio ti alletti quest'altro che sopra un breve tavoliere ti viene attelando eletta schiera di graziosi giuochi. Ecco tre bossoletti, sono vuoti al tuo sguardo; sgombre sono le mani di chi li move fra le cui dita si agita magica bacchetta: ecco è percossa sul tavoliere, e d'ogni parte come più ti talenta spicciano lignee pallottole, e quasi polvere che s'insinua, passano sotto il cavo metallo. Mentre meravigli al primo portento, uno novello il tragettatore ne crea: leva que' piccioli globetti che sempre si riproducono, e li pone in copia nel tuo cappello: or se il tenti e lo rivolgi il trovi solo pieno di vento, eppur tu stesso il tenevi gelosamente coperto! Ma le palline che sfuggirono alle tue cure gelose, già si moltiplicarono sotto il magico bossolo: ecco mentre le riguardi mutano colore, a un soffio s'ingrossano, e sempre crescendo divennero gonfie per modo che più non possono ritornare sotto il capace vase.

Meraviglia pure e sorridi: questa è tutta destrezza della dotta mano. Anch'io sovente quando teco passai ore di schietta gioja, io t'apriva il velo di que' nuovi portenti, e apportandoti diletto, spesso mi compiacqui nelle improvvise commozioni della tua meraviglia. Ah furon pur quegli innocenti piaceri assai più dolci di quanti ne comparte pieni d'amarezze il bel mondo! Ah fia pur ch'io ritorni a rintracciarli, allorchè stanco di rintuzzare con indomito petto i dardi di bieca fortuna, con questi incolpabili strumenti, ultima mia speranza, e in vero più certa di quella che talor risplende fra il sorriso della volubile opinione, io riederò a voi, ingenui mortali: niuno mercè la festività di que' giuochi negherà lo schietto pane del suo campo alla purità del mio cuore.

VIII.

I vicini premeano il padre di Marcellina perchè colla famigliuola volesse seguirli al Monte, che è forse a tre corte miglia lungi da Nebiolo. Giovanni era restìo, ma le importunità della moglie, i vezzi della figlia cui già da gran tempo pungea curiosità d'andarvi, senza molto il piegarono.

Messo quindi in capaci panieri chi il formaggio delle pecore, chi qualche pollo, chi alcun pezzo di porco arrostito o salato, s'avviò al Monte il dì della festa, la brigata di Nebiolo. Fra la famiglia di Marcellina e gli altri a cui permisero le proprie cure di andarvi, essa constava di dodici a quattordici persone, cui seguiva indivisa compagna una schietta allegrìa.

Poichè giunsero al divisato loco e confortarono alquanto lo spirito lasso pel cammino, si misero a discorrere il colle, e i varj boschetti ove più li tirava o la frequenza delle genti, o la curiosità, o la brama di recare Marcellina a piacevoli trattenimenti. Essa nuova ai tumulti, spesso seguiva i compagni quasi pecorella che tien dietro al gregge senza che la tocchi altro desìo fuorchè l'esempio: sovente da' parenti o dagli amici richiamata su qualche oggetto, riguardava con piacere, dimandava a vicenda quanto le ricercava la curiosa vaghezza, e siccome la allettava ora un suono, ora una meraviglia, ora un giuoco, era rapita alla gioja ed al riso. Così que' di Nebiolo passarono in vario modo quelle ore prime della lieta giornata, altri cogli amici, altri a parte degli altrui racconti, altri colla Marcellina, finchè li chiamarono nella chiesa la cerimonia e i cantici della mattina.

Poichè il sole incominciava a declinare dalla metà dell'arco suo diurno e tacquero i pii uffizj su quel Monte, nuova scena ivi seguì assai aggradevole a riguardarsi. Si riunirono in varj gruppi e brigate i congiunti e gli amici, quali in un praticello verdeggiante, quali al rezzo di un'antica pianta, chi nel seno di qualche dirupo o fra le macchie del bosco, si assisero sul terreno a grata mensa, che in breve sorse a rallegrare i loro palati.

Dove prima sul Monte era un tumulto di persone che scendevano e salivano quasi arena in cui spira il vento, un rumore diverso di suoni, di parole e di grida, e un premersi a vicenda, che ti affaticava; allora la scena cangiò. Al continuo moto è succeduta la quiete, son vuote le vie, vuoto il tempio: d'ogni intorno ove pria non vedevi che scoglio ed erba, l'occhio si riposa sur un gruppo atteggiato d'allegria che intende al cibo ed a ricercare l'animo con nuova e pura gioja.

Rompe solo l'apparente silenzio un bisbiglio di voci, che sommesso da prima, col proceder del pranzo cresce e sovrabbonda, finchè s'innalzano grida di giubilo cui rispondono gli opposti drappelli e le percosse valli. Si ridestano gli strumenti, si sparge la campestre armonia, la volubile follìa rapisce gli animi, e in breve vedi ove innanzi festeggiava la mensa, risplendere la danza, scopri d'ogni intorno in nuovo commovimento il colle, e ti pare che un delirio agiti quelle genti, cui volano le ore stando a diletto fra sì innocenti piaceri.

Anche la breve colonia di Nebiolo dopo i sacri uffizj si pose a dar opera al lauto pranzo, sotto una pianta non lungi dalla Chiesa. Il Parroco, uomo assai pio e di molta santità, recavasi in tanto a piacere di diportarsi fra i festeggianti, trattenersi or con questa, or con quella brigata, dare loro dolci parole, richiederli del natìo paese e confortarli a starsi di buon animo. Allorchè fu a quei di Nebiolo ed ebbe i loro ossequi, e saputo d'onde erano, e come un paesetto ivi si unisse in amorosa famiglia, e commendò il loro proponimento; gli venne veduto il pane di che si cibavano, e dimandò di qual sorta si fosse. Giovanni prestamente gli espose come si cuocesse ne' loro focolari, sicchè assai ne fu meravigliato il venerabile Sacerdote, e sentendolo lodare siccome saporito, ne lo richiese di uno, proponendo di cambiarlo con del proprio.

Appena manifestò egli questo desiderio, la Marcellina fu in piedi, e preso un pane che era ancora intatto, con modesto inchino glie l'offrì, dipingendosi d'innocente rossore ed abbassando gli occhi. Fu il Solitario assai lieto del gentile presente, e presa per mano la Marcellina la ricercò del suo nome, e lodata la sua prontezza e modestia, gliene seppe cortesia: essa ritraendo da lui la mano tremante si restituì al suo posto. Il savio Pastore corrispose con alcuni suoi pani e del vino alla brigata, e fè' sentire alla Marcellina come desiderava che al vespro fosse fra quelle che accompagnavano col torchio l'effigie della Vergine in processione.

IX.

La madre fu oltremodo contenta dell'onore compartito a Marcellina, e venuta l'ora divisata, la timida fanciulla, roseo per verecondia l'angelico viso, fra le elette ancelle della Chiesa, seguì la sacra pompa.

Questa si aggirò per le vie meno anguste che corrono intorno al Monte, ed era pure incantevole a riguardarsi, in obliquo calle, con leggiadra ordinanza alternando inni di pietà, muoversi il devoto corteggio. Siccome discese fino a metà del colle, ed era numeroso perchè il seguivano tutti i vicini coloni, mentre da una parte era bello vederlo tortuoso scendere, piaceva dall'altra osservarlo nel salire. Ognuno facea riverenti le ginocchia e il ciglio, allorchè passava la sacra effigie, e la seguitava al tempio: ognuno intendeva alla straniera figlia a parte de' sacri riti nell'altrui parrocchia, e chi ne applaudiva le fattezze leggiadre, chi il fior di giovinezza, chi la semplicità del vestire, tutti la cara modestia del volto.

X.

Ma fra tanta religione e pietà della povera fanciulla, aveale la fortuna nemica ordita una lieve sventura che dovea segnare il destino della sua vita.

Erasi restituita la processione in chiesa, e tutti si affollavano verso l'ara; alla timorosa Marcellina mentre incerta ove porsi, abbadava alle compagne e stava per inginocchiarsi, cadde il bianchissimo lino che siccome velo le copriva il capo. Ne fu assai turbata, e mentre volgeasi a raccorlo, ecco gliele viene presentato da un giovane tutto sollecito, che avidamente in lei ponea gli sguardi: la fanciulla volle sapergliene grado, ma alzati gli occhi verso lui e accortasi che con tanto fuoco la rimirava, abbassò vergognoso il volto, e si fe' tutta vermiglia: acconciatosi come meglio potè il velo, stette inchinata attendendo che avesse termine la cerimonia.

Il giovane era stato commosso dalla soave fisonomia di Marcellina, e sentì in petto una insolita inquietudine che gli mettea desiderio di rivedere la bella sconosciuta. Compiuti i religiosi uffici ei stette ad attenderla fuori della chiesa, e mentre la semplice raccontava alla madre l'occorsole, s'incontrò negli occhi di lui: le morirono sulle labbra le parole, e un inusitato palpito del cuore le richiamò il rossore sulla dilicata guancia.

Il giovane focoso non ristette perciò: le tenne dietro, e giacchè il giorno era sul declinare, veduto che quella brigata s'incamminava sulla strada che conveniagli percorrere per rendersi a casa, si mise fra loro. Ragionando or coll'uno or coll'altro, gli accompagnò fino al Carvenzolo, ove presero commiato dividendosi, gli uni per salire il colle di Nebiolo, gli altri per proseguire la via.

Però il giovane per quanti ragionamenti si muovessero non restava dall'adocchiare la Marcellina, e benchè questa per la natural sua modestia si tenesse a molto raccoglimento, le sue pupille sovente senza avvedersene si giravano sopra di lui, e le inchinava palpitando. Così ella trasse da quella festa al paterno casolare una dolce melanconia, che le parlava al cuore un ignoto favellìo cui non sapea comprendere. Sola fra' suoi pensieri e i suoi dubbj, se le destava sempre in mente quel velo, quella chiesa, e quel giovane infausto. Erano idee che pareano turbarla, ma pure non sapea disperderle, chè aveano seco una sconosciuta dolcezza ad un tempo piacevole e molesta.

XI.

Nè intanto eri meno tranquillo tu pure, sfortunato Girani. Tu ti restituisti affannato alla tua collina, tu passasti torbida la notte, e più annebbiato il dì venturo: fra' tuoi lavori innalzavi lo sguardo a Nebiolo e sospiravi; sollecitavi impaziente la prossima festa onde vedere la bella dal colle solitario. Già per te si meditava lieto fine a tanti desiderj, timore ti stringea di non esser gradito all'avvenente fanciulla, e se non ti ratteneva il dubbio ed il timore, saresti di presente volato ad offerirle la tua vigna, i tuoi armenti e la tua casa, perchè volesse corrisponderti d'amore e dividerli teco.

Non era agiato Girani, non era l'ultimo dei coloni della montagna. Possedeva alcune vigne, il lavoro di due buoi, abitava sopra una placida collinetta che di poco s'innalza fra la Torrazza e Maresco, d'un miglio lunge da Nebiolo. Sulla sommità di questa siede il suo albergo, casetta umile cui saluta il primo raggio del sole, saluta l'ultimo crepuscolo della sera.

Bella è Mancapane, sebbene l'antica infecondità del terreno vi apponesse infausto nome. Ivi io pure pel giro di lunghi anni menai le quete ore del pampinoso autunno, in seno ai dolci piaceri dell'agreste innocenza: fra quelle valli amene sovente col mio Rousseau errai colle lagrime agli occhi pensando alle passioni del burrascoso mio cuore, e più volte vi feci risuonare il caro sospiro di Raynal sulla tomba d'Elisa. Sur uno di que' castani io incisi il nome degli amici più diletti alla mia ricordanza; da quella casetta io salutava l'alba nascente, rimirava la mia patria, numerava le sue torri, e rimembrava le antiche sue glorie.

Nella terra natia di Girani io sovente risi delle nebbie che vedeva coprire le lontane città: ivi ideai le sventure degli amanti infelici del Lago, ivi rinvenni nell'animo mio gli affetti che amai dipingere in altri, e colà sentii narrarmi la dura istoria di Marcellina, mentre io stesso era a parte d'una scena più bella che possa offerire la semplicitade agreste.

Era un bel mattino d'estate: sciolto d'ogni benda importuna il collo, vestito di un breve giubbetto, con un semplice cappello di paglia, ritornava col fido mio brik e il frate solitario ospite mio, da una lunga passeggiata ne' dintorni di Nebiolo. Stanchi più dal crescente caldo che dal cammino, ci soffermiamo vicini al presepe, e sediamo all'ombra sopra un banco di terra. In questo mezzo viene la castalda dal forno con frutti cotti, e li porge a noi che ne avevam mestieri. Ce ne imbandiamo cibo saporito, e il cane facendone intorno meravigliosa festa si mangiava quanto era gittato. Intanto ritornavano all'ovile le pecorelle: era con esse il porco, si fermò e volle esser quarto al nostro desco, sicchè io ridendo e sovvenendomi il Pirrone, ma con un cuore diverso, distribuiva a quegli amici innocenti e innocui parte del mio cibo.

Allora un montanaro che passava ne fu cortese di un saluto sorridendo, per chè io il volli a parte della brigata e della colezione. Entrò egli meco in vari ragionamenti, e caduto discorso di Nebiolo, appoggiato ad un bastone narrò le sventure che ripeto alle anime sensitive.

XII.

Girani attendeva impaziente il dì festivo: come e' venne, avendo saputo ove que' di Nebiolo usassero a' divini uffici, all'alba si rese a S. Antonino, ove avea speranza di vedere la bella. Ma la madre che già da alcuni dì la scorgeva melanconica, nè sapeva indovinarne la cagione, a procurarle con una lunga passeggiata qualche sollievo, pensò condurla il mattino al Costiolo, che è un prossimo colle su cui s'innalza con un paesetto la chiesa.

Girani quindi l'attese invano e quasi disperò di più incontrarla. Pure non sapea dipartirsi da que' luoghi, e quasi dimentico di sè, si adagiò verso il meriggio sotto l'ombra di una pianta sulla via che da Nebiolo mette a S. Antonino. L'aura tiepida e la quiete di quelle solitudini conciliarono il sonno al conturbato garzone, sicchè lo colse colà l'ora de' vespri.

Marcellina e la madre, poichè ebbe fine il breve loro pranzo, s'avviarono alla chiesa usata per la dottrina. Mentre erano poco lungi dal paese e Rosa richiedeva la figlia della cagione di tanta melanconia, e questa rispondeale di non saperla nè conoscere nè esprimere, giunsero ove era coricato Girani, che da lunge videro bensì, ma non vi posero mente, tale essendo il costume di pressocchè tutti i montanari. A costui ruppe il sonno la voce della Marcellina: levato il cappello con cui faceva coperchio al volto, e alzatosi nel momento istesso che le donne passavano, fu fortemente scosso alla inaspettata fortuna, e la povera fanciulla diede un grido e si strinse alla madre. Questa tenendo simil commozione procedesse perchè ivi non si fosse prima avveduta di un uomo, sorrise e passò colla figlia.

Marcellina andava innanzi, ma aveva addietro il cuore, teneva il capo inclinato verso la strada percorsa, e tendeva l'orecchio desiderosa di sapere se quello straniero la seguitasse, ma pur temeva di rivolgersi. Però ove la strada era più erta, e dava volta sicchè con poca difficoltà potea discorrere col rapido sguardo il lasciato cammino, di poco piegò il capo e s'accorse che Girani le teneva dietro, e ne fu lieta nell'animo. Era confusa e agitata, e assai le parve lunga la via che conduceala alla chiesa, perchè potesse togliersi alle moltiplici dimande della madre, cui il suo labbro tremante e confuso mal sapeva rispondere.

Lo sbigottimento e il rossore della Marcellina ispirarono conforto al giovane, che sebbene rozzo, pure vedea trapelargli qualche speranza a' suoi dolci desiderii, sicchè entrò in chiesa, e si appostò in modo che agevolmente potesse vedere la bella, ed esser da lei ravvisato.

Marcellina confusa fra un tumulto di affetti e il terrore religioso, stava cogli occhi al suolo, e se talor gl'innalzava vedevasi innanzi l'ardito sconosciuto che parea cogli sguardi di fuoco le favellasse un nuovo linguaggio; sicchè stava contrastata, desiosa di seguire ora i doveri della sua innocenza, ora gli impulsi del cuore. Però a malgrado della modestia in cui si tenne, potè di soppiatto osservare meglio che altra volta Girani, sicchè e l'occhio vivace e le forme belle, e la snellezza della persona, e il brio della gioventù che gli sfavillava sul volto non le sfuggirono, ma altamente s'impressero nella sua fantasia.

Il giovane innamorato si fe' di nuovo incontro alle donne, allorchè si misero al ritornare verso la nativa capanna, e fu loro cortese di gentile saluto; avutane una cortese risposta, le accompagnò coll'acume dell'occhio, finchè l'invida strada piegando, non le rapì a' suoi rinascenti desiderj.

XIII.

Se per lo innanzi una dolce malinconia governava l'animo di Marcellina, dopo questo giorno fatale divenne oltremodo tristissima. Non più brillavale negli occhi la festività dell'innocenza, non più ridea sul suo viso la gioja come raggio di sole sui fiori di primavera: era la pianta dell'autunno che mesta abbandona l'onor della chioma e il sorriso della verdura.

Non era più l'asilo del riposo il letticciuolo suo innocente; chè rifuggiva il sonno dalle sue pupille, e se talora coll'ali lievemente le blandiva, funeste immagini le si appresentavano in cui erano sempre confusi quella festa, quel velo e quel giovanetto. Non più correva gaja ad incontrare i reduci genitori, non più rallegrava il sereno loro albergo col suo festevole umore. Erano dimentichi i suoi polli e le altre cure predilette: invano l'agnelletta, già sua delizia e cura, veniva a lambirle la mano, a stropicciare il capo a lei d'intorno; invano quand'era seduta s'innalzava coi primi piedi sulle di lei ginocchia, e con teneri belati parea richiederle le carezze usate. L'altrui affetto le accresceva mestizia e le richiamava forzate le lagrime sul ciglio.

Spesso facea rampogna a sè stessa della propria miseria, nè sapea trovarne rimedio: siccome era assai religiosa, sovente quand'era sola si prostrava, e fisando gli occhi lagrimosi al cielo, gli dimandava compassione se questo era un castigo, pietà se era una follìa che la prendeva.—Oh cielo! chi, chi mi toglie il fiero malore che mi uccide? E che cosa è mai questa nuova inquietudine che mi turba, mi rende indifferente a quanto m'era sì diletto in prima? Quai nuovi pensieri agitano i miei sonni? Che cosa è che io sento qui nel mio seno, che mi preme, mi avvampa, mi dà dolore e mi piace?—

Così spesso fra sè si doleva la misera, ma pur temendo un qualche gran male la prendesse, nè più sapendo patire il dolente suo stato, pensò che assai bene le starebbe ove pigliasse consiglio.

XIV.

Era in Nebiolo un cieco, provetto d'anni e di mente, uomo mirabile a conoscersi. Misero, camminava scalzo, vestiva una giubba assai lunga che meglio di un abito nostro sentiva di una veste antica: lunghe chiome gli scendeano sulle spalle, e ricoprivagli il capo un largo cappello che avea rappiccata da un lato parte della grondaja: folta barba gli ombreggiava il mento, che non radeva, nè permettea che gli calasse in fino al petto: avea sempre ignudo il collo e il seno, e mandava dalla lanosa bocca una monotona voce; procedeva a passo timido e lento, e portava un lungo bastone, unico compagno con cui traeva il travagliato fianco nei sempre eguali giorni della sua vita.

Costui viveva di carità: solo col suo bastone passava dal colle alla pianura; scorreva i villaggi e le capanne, ora accattando, sovente inteso a cantare vecchie nenie, a improvvisare triviali rime: talora prediceva il futuro a chi era sì semplice da tentarlo per l'opera sua; raccontava antiche istorie e le sempre sue nuove miserie. Per tal modo ritraeva alcun soccorso per sè e per un fanciullo che teneva dall'estinta sua moglie. Era il cieco assai industrioso, ed io già vidi un carretto che costrusse di propria mano, la sua vigna che potava egli stesso: conoscea la virtù di molte erbe, prescrivea medicina a molti mali, era in fine in Nebiolo l'uomo più saputo, quegli da cui tutti prendevano consiglio, l'indovino della collina.

Marcellina, non sapendo trovare rimedio a' suoi malori, una mattina che costui pigliava piacere di canticchiare innanzi alla propria capanna, mentre tutti eran lungi al lavorìo, le venne in pensiero di rivolgersi a lui per soccorso.—Cieco, gli disse, io sono la più misera fanciulla di Nebiolo: mi fuggono e il sonno e la quiete, mi è straniera la gioja, tutto mi spira tristezza; mi sono di peso le mie cure usate. Sento qui al cuore un vôto di cui m'è ignota la causa, un male di cui non so guarirmi. Ah cieco! se ti son cara, se mai non dimenticai di usarti i servigi di cui avevi mestieri, abbi misericordia di me: cieco, sanami per pietà.—Appena potè pronunziare queste ultime parole pel gran pianto che le sgorgava dagli occhi, e per l'angoscia che dal petto le traboccava sulle rose del labbro. Stese le tenere braccia al collo del veglio, e sospirando inchinato il capo sulle di lui spalle, attendeva ch'ei le facesse risposta.

Il pietoso cieco cui assai stava a petto la Marcellina, giacchè era colei che più sovente in Nebiolo gli era cortese di soccorso, e quando era ammalato veniva a prestargli le proprie cure e divideva con lui il suo pane, stese la mano tremante sul capo della cara fanciulla, la blandì dolcemente dandole parole di speranza e di refrigerio. Poi la dimandò del tempo in cui caduta fosse in siffatta melanconia; e ingenuamente essa gli raccontò l'accaduto al Monte. Allora l'accorto indovino di nuovo la interrogò se non avea più veduto quel giovane, e se le fosse noto che non lo avesse colta alcuna sventura. Fu turbata la semplice a simile dimanda, e con premura desiderò sapere se ciò fosse avvenuto.

Il buon vecchio sorridendo allora la ricercava perchè sì fortemente le tenesse di quello sconosciuto, e rispondendogli la Marcellina, ciò nascere dalla gratitudine che sentiva per la premura in quel dì usatale, dolcemente presala per la mano—Oh figlia! questi occhi pur troppo si chiusero per sempre al giorno, ma io vedo il tuo volto innocente colorarsi di modesto rossore: mel dicono le tue parole interrotte, e questa mano che trema nella mia. La gratitudine è come la pietà, che negli umani petti leggiermente si scambia in amore: questo, figlia mia, ti sparge di nebbia la bella aurora della tua vita, questo ti rende tanto sollecita… Oh! ma sai tu poi chi ei sia quel giovane che sì facilmente ricevesti in cuore? sarà egli degno delle tue virtù? ah tu non conosci, mia cara fanciulla, qual prezioso tesoro tu ne serbi, e quanto mi dorrebbe di vederle derelitte!… Ah per pietà non abbandonarti ciecamente a una passione che potrebbe costarti!… tu dispereresti i tuoi amorosi genitori, il tuo povero cieco: ah Marcellina! tu perderesti te stessa.—

Marcellina cadde nel maggior fastidio del mondo, e poco anche intendendolo, sbigottita disse che quel giovane non le avea detto nulla, non averlo veduto che poche volte e per caso, e porla in forte timore il misterioso suo favellare. Il cieco allora la esortò a starsi di buon animo, volle che apertamente le narrasse quante volte si fosse incontrata in quel giovane, e come ei si comportasse verso di lei: accertatosi che fosse preso per la Marcellina, la consigliò a studiarsi di saperne il nome, o almeno il paese di lui, prendendo poi sopra di sè la cura di renderla felice, se lo avesse riputato degno di possederla. Le profferì però molti savi avvertimenti, perchè si tenesse a gran diffidenza e verso il suo cuore e verso gli uomini, ove pur non amasse esser colta da maggiore sventura: si fe' dar fede di raccontargli ogni cosa in ogni evento, se voleva da lui utili consigli. Parve ciò lusingare alla Marcellina qualche speranza, e si accommiatò da lui coll'animo men tristo.

XV.

Nè Girani diveniane ogni dì meno inquieto e meno amante: mille pensieri gli si giravano nell'accesa fantasia, e studiava ogni partito perchè gli riuscisse vedere la cara fanciulla.

Sta a fronte di Nebiolo una verdeggiante collina, dall'un lato della quale corre una via che conduce a S. Antonino, dall'altra ove per breve valletta è divisa da Nebiolo, è deserta, spoglia d'ogni gleba e d'ogni pianta. Le acque, le quali si precipitano dai colli superiori trascinando seco la terra che era sul pendìo, vi fecero alcuni seni e scoscesero in mille luoghi il declivo, sicchè tra la rapidità del dirupo, tra la nuda crosta di cui si vestì nel diseccare della frana, sembrano a riguardarli un macigno. In questo seno poi, siccome piacque alle precipitanti acque, si vedono mille diversi giuochi del caso, poichè la terra or s'innalza in piramide, or si prolunga con varie eminenze quasi bastita di guerra, ora s'incava in una grotta, or s'incurva in un seno: l'occhio curioso volentieri ivi gode di spaziare, e divisano que' luoghi i montanari col nome di orridi. Sulla pendice di questo vario poggio s'innalza una pianticella solitaria di olmo, che d'ogni parte dei contorni e anche dalla via romana sempre si vede primeggiare sugli altri colli, pianticella che fu poi denominata dai sospiri che ivi si sparsero per le sventure dei due amanti.

Girani si arrampicava su quella cima vicino a quella pianta, ed ivi a lungo si stava a contemplare Nebiolo: spingeva l'avido sguardo a ricercare fra quelle fronde e quei tugurj la cara luce de' suoi focosi pensieri, e sovente la dimandò come passero solitario che va nel bosco in traccia della compagna. Spesso dal dubbio biancheggiare fra le fronde delle vesti, vide o veder gli parve la bella, e le inviò mille baci e mille sospiri. Così struggeasi il giovinetto, ed erano derelitti i suoi campi, mentre sedeva sospirando sotto quella pianta solinga; erano derelitti gli amici invano dolenti della sua mestizia, e che invano il provocavano con motti a richiamargli sul labbro appassito l'antico sorriso. Era deserto il cuore di Girani, era chiuso alla gioja: qual pianta inaridita, su cui indarno piovono le rugiade, punto non vi poteano prieghi o conforti.

XVI.

Però all'innamorato giovane pareva oltremodo dolorosa sì misera vita, e fe' proponimento di aver maniera onde riuscire a più lieto fine. Correva il tempo di raccorre le messi, e in sì pressante cura anche coloro che tengono piccioli poderi, sogliono ricorrere a straniere braccia per aiuto. A Girani cui nulla sfuggiva era noto, siccome al padre di Marcellina conveniva mietere il frumento, e gli parve venirgli in destro l'occasione favorevole a' suoi disegni. Trovato Giovanni nel prossimo mercato a Voghera, gli esibì l'opera propria a minor prezzo d'altri, e pattuirono che ei verrebbe a Nebiolo di là a due giorni.

Non è a dirsi, quanto paresse lungo al giovane innamorato il tempo posto in mezzo a' suoi desiderj, e in tanto quali follìe gli si girassero pel capo, e come seco stesso ponesse di aprire i suoi affetti a Marcellina. Ma quale fu la sua maraviglia, allorchè venuto a Nebiolo e postosi al lavoro, vide che assai lunge gli era riuscito il suo avviso, mentre non trovò come pensava l'amata giovanetta a formare i manipoli della messe tagliata, giacchè a ciò sola intendeva la madre? Ne fu oltremodo dolente, e volea pure più volte dimandarla di ciò, ma non lo ardiva: girava intorno ognora desideroso lo sguardo, e sempre nuova gli pungeva speranza almeno qualche momento di vederla.

Finalmente venne il mezzodì, l'ora del pranzo, ed ecco, mentre meno Girani se l'attendeva e stavasi pensoso, scendere la Marcellina nel pendìo recando le minestre ed il pane pei parenti e per l'uomo che era seco loro al lavoro. Veniva ella con abbassata e pallida la fronte, e pensava alla sua melanconia, a' suoi affanni: giunta al gelso, sotto la cui ombra erano assisi gli stanchi mietitori, fu tocca da improvvisa meraviglia vedendo ivi il giovane sospirato.

A chi che fosse fuorchè a' due buoni montanari, non sarebbe sfuggita la confusione dell'una, e l'inquietudine dell'altro: ratto ei si alzò, la salutò, e indarno volea dirle qualche parola, velare lo stato ondeggiante dell'animo suo. Mentre incerti essi si riguardavano ed atterravano gli occhi, Nebiolo a nulla badando disse:—Brava mia figliuola, porgine il pranzo e buono, giacchè il meritiamo, mentre questa mattina in tre si è operato per quattro, non già da noi, ma da questo instancabile nostro vicino che pare un folletto.—Intanto presentava a Girani la scodella, che avuta avea dalla figlia; ma questi ringraziatolo, mosse verso Marcellina dicendo che gli era più in grado averla dalle di lei mani: essa arrossì, gliela porse con un sorriso di compiacenza.

Restò con loro la giovinetta finchè ebbero posto fine al breve pranzo; poi alquanto si trattenne sotto colore di vedere quanto fossero abbondanti le spiche del frumento, e dolcemente si richiamava alla madre, perchè non la voleva a parte delle sue fatiche. Indi, poichè ebbero ripreso il lavoro e Rosa la premea perchè non istesse più a lungo digiuna, Marcellina partì: dirigea ver' l'erta il passo, ma ivi lasciava i suoi pensieri, e spesso rivolgeasi addietro e commetteva all'aura un sospiro.

Se Girani fu per lo innanzi piacevole alla Marcellina, ora il suo cuore ne era stato sì vivamente preso, che parea pei palpiti frequenti volerne uscire dal petto onde volare a lui. Però sebbene innocente, essa s'avvide non essere senza fine il venire colà di quel giovane: non toccò cibo fra l'inquietudine e la gioja, e meglio pensò a preparare gradita merenda all'ospite. Richiamatesi intorno le agnelle, ne spresse il fresco latte, e postolo in un terso lebete al fuoco, in breve ne fe' una vivandetta piacevole e squisita. Venuta l'ora della merenda, volò verso il campo ed ai parenti ed a Girani, che come la videro, deposti gli strumenti, le mossero incontro; ella disse con un sorriso che avrebbe diradate le nubi della più triste melanconia.—Caro padre, questa mane mi imponeste di usarvi cortesìa perchè lavoraste assai: io volli ubbidirvi, e in vece del solito formaggio vi ho preparato col latte delle mie agnelle un cibo che v'andrà a grado, e spero che anche il vostro ospite non vorrà darmi troppo biasimo se non sarà riuscito quale si converrebbe.—

Fu commosso il padre per la bella sorpresa, e stretta amorosamente al seno la figlia la baciò in fronte.—Vedete, mio Girani, questa è la sola nostra consolazione: colle poche terre che lavoriamo, coll'umile nostra casa, con questa diletta fanciulla, siamo più felici dei signori di città. Ella s'ingegna in ogni maniera per riuscire grata a sua madre ed a me, ella è il nostro solo e caro pensiero. Anche la picciola cura d'oggi vi accerti di quanto vi dissi.

Ma l'innocente mossa da' suoi pensieri ascosi, mal sapendo dissimulare, e nella sua semplicità dubitando che altri non le leggesse nell'animo, offrendogli il cibo vezzosamente gli soggiungeva—Sì, caro padre, per voi e anche pel nostro commensale, giacchè questa mane mi diceste che gli dobbiamo assai buon merito per la sollecitudine che ne mostra.—In così dire mentre abbassava que' suoi begli occhi neri che pareano due stelle nell'azzurro del cielo, volse uno sguardo fuggitivo a Girani. Ma questi, che la avea già ben compresa, ne fu lietissimo, e dalle parole di lei messo nell'occasione di parlare, le proferì le grazie con tanto fuoco, e sì lusinghiere parole, ch'ella ne fu confusa.—Io non avrò mai toccato cibo che mi sia riuscito più gradito di questo: lo terrò come una manna, giacchè ha certo qualche cosa di cielo la mano onde viene.—

Si assisero in giro: Marcellina si pose vicino alla madre, e il desco semplice sull'erba fu assai più grato a que' puri mortali, dell'aurea mensa su cui fumano le straniere vivande. Ognuno applaudì alla Marcellina per lo squisito suo presente, ma il suo cuore non sentendo che quelle laudi le quali venianle da Girani, trepidava dolcemente. Si offrì la capace tazza del vino al giovane di Mancapane; ma volle che prima bevessero i due vecchi, indi empiutala di nuovo ne fe' attingere parte alla Marcellina, e con un lieto evviva la vuotò.

Trascorsa in così cari trattenimenti l'ora vespertina, si posero di nuovo all'opera i lavoratori, e perchè rimaneano pure alcuni manipoli da legarsi, e il sole era sul declinare, Rosa permise alla figlia di starsi ad ajutarla. Girani in breve pose a terra quanto ancor restava della messe, onde venire di sussidio alle donne, e fu sì destro che si mise vicino alla Marcellina e le preparava i legacci, e le dava mano nell'ordinare le spiche. Intanto tenea fisamente gli occhi in lei, e le gittò qualche detto or di lode or della propria presente fortuna; e la poverella tutto bevendone il dolce non sapeva rispondergli, e si affaccendava al lavoro tenendo inchinato il capo. Finalmente Girani nell'ajutarla a legare un manipolo, nel serrare il salice corse colla mano a stringere l'estremità di quella di Marcellina: ella la ritirò prestamente, sicchè l'altro sorridendo le disse, di non avere le mani di fuoco, a cui con tronchi accenti, fiammeggiando la bella rispose, che le metteano più timore.

XVIb.

Già il nostro emisfero volgea l'estremo orizzonte a' rai del sole, e l'amorosa stella brillava sulle ultime rose occidentali foriera della vicina notte, allorchè posto fine ai lavori, Girani prese commiato dalla innocente famigliuola. Innanzi di partire posto piede nella loro casetta fu commosso nel vedere la Marcellina intesa alle domestiche bisogne, dare di propria mano il cibo alle sue pecore, e spargere amorosa le proprie cure su tutti gli esseri che la circondavano. Accrebbe ciò esca al suo fuoco, che verace amore meglio s'accendo per le belle virtù che spargono dall'animo una soavità di cari affetti.

Però fra questi nuovi avvenimenti, anzi che scemare si accrescevano le trepidazioni nell'amorosa vergine: non sapeva a qual partito appigliarsi, fra la passione che la premeva e gli avvertimenti del cieco sui perigli d'amore. Alla dimane come ognuno fu nei campi, e questi tornò dalle sue peregrinazioni, Marcellina gli offrì il latte della sua capra e gli narrò quanto era accaduto, e di nuovo gli chiese consiglio. Ma il veglio sentendo il nome del giovane a lui ben noto, la rassicurò, perchè il tenea per assai onesto, ed animandola a confidare nella premura ch'ei volea pigliarsene, le cosparse il cuore delle più lusinghevoli speranze.

Si rendeva intanto Girani ogni dì alla pianta de' sospiri, e sì adoprò che la Marcellina il vide e ne fu oltremodo lieta. Il cieco venne a ritrovare il giovane ne' suoi campi, gli favellò della figlia di Nebiolo, scandagliò l'animo di lui, e sentendo ove mirassero i suoi desiderj, lo inanimò a proporre alla fanciulla la propria mano, pigliando sopra di sè il pensiero di condurre ogni cosa a fausto termine. Ne fu lietissimo l'amante e sospirò il momento di manifetare l'amor suo alla bella.

XVII.

Era l'ora in cui più fervono i raggi del sole che già oltre al meriggio volge all'occaso, e Marcellina stava tutta sola assisa sotto i castani dietro la sua capanna. Girava sovente le desiose pupille alla pianta presso cui vide talora il giovane che vivea nella sua mente: pettinava la sua agnella, e quasi stretta dal bisogno di spargere i proprj affetti che mal le capìano nell'animo, teneramente la accarezzava e baciava: allora la scuote un calpestìo, s'alza e scopre Girani. Ei veniva tutto festevole, e vedendola confusa, intimorita, le disse che accortosi come fra la famiglia delle sue bestiuole ne mancavano pur alcune, le portava due colombi a lui carissimi, e che a lungo erano stati i soli suoi compagni, e gliele presentò.

Marcellina ne fu imbarazzata, nè sapea se li pigliasse o no; ma quegli augelli innocenti, siccome erano assai dimesticati, le volarono sul petto e per le spalle, e pareano ora scuotendo le ali, or avvicinando le piccole lor teste al di lei viso, invitarla ad accarezzarli. Ella volea pur consigliarsi innanzi colla madre, perchè temeva gliene avesse a dar biasimo se gli accettasse, e disse a Girani che non avrebbe patito si privasse di quanto gli era più caro.—Ah no, Marcellina, io non saprei meglio collocare questi esseri che vicini a voi, a cui solo cedono in candore ed innocenza: essi son vostri, e omai più nulla, no più nulla ho che possa creder mio, neppur il mio cuore. Possano questi colombi farvi almeno qualche volta sovvenire di me.—

La giovane, che nella sua schietta innocenza mal sapea celare gli affetti ascosi, gli ripose che cari al certo le sarebbero riusciti, ma che ad ogni modo si sovveniva di lui anche di troppo—Dunque, Marcellina, io non vi sono indifferente! mi potreste voi amare? voi?—Girani, io non so che cosa vi diciate, ma…—e qui tutta verecondia il ferìa con un modesto e loquace lampeggiar degli occhi che abbassava tremanti e incerti, e si strinse al seno uno di que' colombi.—Oh me fortunato, se a me pur compartiste sì teneri accarezzamenti!—Ma questa colomba resta ognor meco…—E se io pure dovessi esservi sempre vicino, dividere con voi le vostre cure, le vostre fatiche, la vita?—Sento che allora sarei felice.—

Intanto il focoso giovane l'avea stretta per una mano, e mentre essa pronunziando le ultime parole, dolcemente riguardandolo parea invitarlo a meglio aprirle i suoi sensi, Girani dicendole—Ah sì sarai mia,—ratto volle scoccarle un bacio sull'amato volto: ella sbigottita si ritrasse, e sarebbe fuggita se non la riteneva a forza. Ma mentre l'uno le profferiva i propri affetti e le dicea tenarissime parole, e l'altra inquieta, confusa, si sforzava, quasi colle lagrime agli occhi, di divincolarsi dalle sue mani, ecco loro sopravvenne la madre.

Diè la Marcellina un grido, e sciolta volò a nascondere la vergogna che le si pinse sul viso nel seno di lei, chiedendole pietà. La buona vecchia, che sebbene rozza pur nudriva alti sentimenti, si lagnò fieramente a Girani perchè abusasse dell'accordatagli amicizia e turbasse l'innocenza di sua figlia; ma il giovane pieno di un generoso sdegno le rispose, sè essere bene straniero alle basse mire de' seduttori:—Io vidi vostra figlia, e ne fui preso: la sua innocenza tutto mi ha preso, io l'amo e desidero di formare la felicità di entrambi, se voi vi assentite, e se ella non isdegna di dividere meco la vita. Io sarò lieto se vivrò con lei, ella sarà la speranza della mia fortuna: coltiverà i miei campi, sarà a parte della mia messe e dividerà il mio letto.—

Rosa si compiacque a questi accenti, e di troppo amava la figlia perchè non l'allettasse l'idea della di lei felicità. Baciò l'innocente che ancor si avvinghiava al suo petto, e in cui le parole di Girani cresceano la trepidazione, e rialzandola le diceva:—Marcellina, pur troppo è destino del nostro sesso, di non sedere sempre a quei focolari ove abbiamo mandati i primi vagiti. Lo sa il cielo quanto mi pesi la sola idea di dovermi dividere da te, ma converrà seguire il nostro destino. Però non sia mai ch'io voglia far forza a' tuoi affetti. Girani coltiva molti campi, tiene molti greggi, e raccoglie maggior messe di noi; ma se Girani non è pel tuo cuore, io non vorrò giammai consigliarti ad assentire alla sue richieste. Finchè io viva e tuo padre, starai con noi; quando ti abbandoneremo, è tua questa capanna e questa valle, e qui sola ma libera, povera ma non infelice, condurrai la tua vita nell'innocenza.—

Intanto l'agitata giovanetta teneasi pur vicina alla cara parente, la stringeva e talvolta le dava caldi baci. Girani la premea perchè pure rispondesse un accento, ed in fine pur sollecitata dalla madre, tutta vergognosa rispose—Ei mostra tanta premura per me, ei mi dona i suoi colombi, gli oggetti suoi più teneri, ei dice di amarmi, potrei essergli ingrata?—

Ma Rosa perchè meglio e più liberamente potesse spiare i pensieri della figlia, ricordò come non le conveniva parlarne più oltre se prima non erasi consigliata col marito, e licenziò Girani. Ei profferse in affettuosi accenti di nuovo l'amor suo a Marcellina, e partì giulivo e pieno di speranze, mentre l'amorosa fanciulla cogli occhi tremolanti di un fuoco novello, lo seguiva finchè la lontananza e gli opposti colli non l'involarono.

Giovanni fu contento della novella, poichè piacevagli in Girani la gentil persona, la semplicità de' costumi, la florida giovinezza, e l'animo indomito alle fatiche. Il Cieco pose in assetto le opinioni, e la Marcelina venne promessa a Girani: fu divisato il prossimo autunno dopo il raccolto delle uve a stringere il felice imeneo.

XVIII.

Chi potrà ricordare la gioja de' due amanti mentre pur li premea l'angoscia della lontana unione? Girani veniva ogni dì a Nebiolo, ei volava come la rondinella al nido: sovveniva nel lor lavorìo a' vecchi genitori della fidanzata, e mentre questa allestiva il cibo, ei facea la frasca a' buoi, e raccogliea le agnelle che si sbrancavano sul colle. La Marcellina festevole cantava la canzone della montagna, accarezzava i bei colombi e appena sorgeva l'aurora, le pungeva desio di vedere lo sposo.

Questi però per volgere di fortuna non lasciava le sue antiche abitudini: innanzi di andare a Nebiolo spesso allungava la via e veniva alla pianta de' sospiri; di là considerava il casale umile ove si racchiudeva il caro sogno delle sue notti, il primo oggetto dei suoi pensieri; e la ricordanza delle passate angoscie, gli condiva di nuovo diletto l'idea del bene presente. Spiava nella valle se mai qualche agnella della cara fanciulla si fosse di troppo dilungata dall'ovile, e volava a richiamarla, indi festante rendevasi al tetto desiderato, ove lo accoglieva il gentile sorriso dell'amor suo.

Un dì venuto verso il meriggio alla pianticella, di là vide la Marcellina assisa all'ombra tutta sola coi colombi e coll'agnelletta: ei ne fu allegro chè pochi momenti gli era riuscito di vederla sola. Si precipitò da quell'eminenza, e leggiermente arrampicatosi in mezzo al boschetto, fu sul colle e dietro la Marcellina senza ch'ella se ne avvedesse. Giunse mentre essa occupata al solo suo dilettarsi, careggiava gl'innocenti suoi amici, e finiva di cantare una rustica canzone che così suona:

Perchè su questo margine
Non è il mio caro ben?
Un'amorosa lagrima
Vorrei versargli in sen?

Girani udendola non potè più starsi, e improvvisamente avvicinatosele, presentatole un mazzetto di fiori che per lei recava, esclamò:—Non è lungi l'amor tuo, agnelletta solitaria di questo colle, fiore vezzoso di questi boschi, splendore di Nebiolo: nè l'amorosa tua lagrima fia che raccolgano queste invide zolle, ma bensì le labbra accese del tuo sposo.—

Restò intimorita la bella, come giovinetta capriola cui improvviso calpestìo turbò il pasco innocente. Girani dolcemente la piglia per la mano.—A che dunque, mia cara Marcellina, non versi nel mio seno questa amorosa lagrima? a che ti stai sì timida e non vieni fra queste mie braccia? perchè que' baci che pur confusa comparti all'agnelletta a me non li dai, a me che ten sarei ben più grato? non vedi come queste colombe affettuose c'insegnano ad amarci? Segui, Marcellina, il loro esempio e accogli me pure al tuo seno, lascia che io pure su quella cara bocca…..

Ma essa respingendo dolcemente lui che già erasele sì avvicinato che beveva l'alito soave de' di lei sospiri, disse che a niuno patto volea che più se le accostasse. Sdegnoso allora l'amante minacciava di fuggirsene, ella il richiamava soavemente, semplicetta scuotendosi nelle spalle, e il tratteneva con un loquace favellare degli occhi da cui piovea un'aura celeste che il rapiva a ignota voluttà.

Or mentre mal contende col focoso amatore, ecco s'accorge d'un suo colombo ch'era fuggito, di che fu assai turbata: e sebbene Girani la rampognasse, quasi più di quella bestiuola le tenesse che di lui, ella più sempre diveniane inquieta, perchè già erasi rifuggito sur un'alta pianta, temendo non prendesse più lontano volo. Il destro amante prestamente s'arrampicò fra que' rami, ed ebbe preso il colombo, ma disceso premendolo con ambe le mani, giurava a lei che il richiedeva, di non volerlo rendere se non n'avea in compenso un bacio. Mancellina gli rispose con un vezzoso sorriso, sicchè lusingato ei gliele porse, ma la furbetta sen fuggì ridendo. Si sdegnò l'amante, le tenne presso, e raggiuntala, con tanti sospiri la stringeva, e sì dolorosi lamenti, che la bella fatta pietosa abbandonò il capo dipinto di caro pudore sulle di lui spalle: trepidando ei raccolse su quella bocca di rose la più soave rugiada.

Marcellina dopo quell'istante fu più affettuosa; ma disse che le si era destato in petto un fuoco che la distruggeva, e omai di troppo intendeva che cosa fosse amore. Parea che un delirio commuovesse l'innamorato Girani, che dopo quel bacio sentiva avere attinta novella vita: quindi sebbene Rosa non abbandonasse mai la figlia, amore industrioso sapea pur additargli qualche istante in cui potesse vezzeggiare la bella, e fra sì teneri affetti spuntava ognor novello sugli animi loro il desìo delle nozze.

XIX.

Sedeva nei campi il pampinoso autunno, e tripudiava la vendemmia sul colle: Girani propose che que' di Nebiolo scendessero pel ricolto dell'uve a Mancapane, onde egli poi co' suoi parenti convenire nella stessa occasione su quel poggio, siccome in fatto seguì.

Venne la Marcellina co' genitori al tetto di Girani: ivi si festeggiò la vendemmia e poi si menò sull'aja la carola della campestre innocenza. La figlia di Nebiolo per la seconda volta vide splendere la festa, e sebbene non avesse mai ballato che co' fanciulli della natale collina, nella rozza sua danza fu sì seducente che riscosse gli applausi e piacque.

Alla dimane vennero que' di Mancapane a Nebiolo, e quel giorno parve destinato a far parte ai congiunti ed agli amici che Marcellina era fidanzata a Girani. Mentre racimolavano gli altri, la fanciulla preparava il semplice pranzo e s'imbandì il desco sotto l'ombroso castagneto vicino. Eranvi tutti i provetti di Nebiolo d'ambo i sessi, e i congiunti dello sposo: ricordava quella mensa fra le frescure del bosco la festa del Monte, e fra gli applausi e gli evviva suonarono ognora i nomi degli amanti.

Poichè fu spento il desio del cibo, chi ragionava delle cose vedute nelle città, chi la lor vita con quella dei signori paragonando, esaltava la semplicità della propria; chi richiamava le cose passate, e d'uno in altro ragionamento trapassando, si ricordò qual fosse un dì l'umile colle ove sedevano. Allora Marcellina ricercò il padre, perchè sempre si fosse rifiutato a narrarle per qual maniera il loro eremitaggio da dovizioso e rinomato si trasformasse in poche capanne: affermando gli altri, che il racconto esser dovea bello e fiero, anche Girani venne nel desiderio di sentirlo.

Giovanni le rispose ciò seguire, perchè mal si conveniva all'innocenza di una fanciulla; ma omai che era sposa esserle lecito di udirlo.—È acerba al certo e dolente la storia de' nostri maggiori; ma giacchè questo dì è pur consacrato al riposo, finchè più alte s'innalzino l'ombre, mentre il calore del giorno è vinto dalla freschezza della vicina sera, e grato è qui pur lo starsi; a voi la narri il cieco, cui se tace la luce del sole, chiara è la ricordanza delle passate età. Noi qui assisi sull'erba, silenziosi beremo il suono delle sue parole, come si ode sull'alba il canto dell'usignuolo fra l'ombre del bosco.—

LIBRO SECONDO

IL CASTELLO DI STEFANAGO.

Ivi l'un l'altro
Beremci il sangue, e giurerem sovr'esso
Anco oltre morte di abborrirci noi.

ALFIERI.

I.

Desto a quell'invito il veglio, movendo intorno le appannate pupille, quasi pur cercasse di fruire la cara luce del sole, inchinava alle loro preci.—Fiera storia e crudele, mio dolce amico, m'inviti a narrare, e non quale si convenga a rallegrare un convito di gioja. Dolorosa in me si ridesta l'orma delle passate cose, perchè pur mi ricorda la luce alma che bevea cogli occhi ora ottenebrati e muti, e mi richiama i lieti giorni della mia fuggita gioventù. Ma poichè tanto desìo vi prende, pur nella mia fantasia si risvegliano i racconti che per lungo ordine di tradizione si tramandavano dai nostri avi ai giovinetti di questo casale.

Già il passato splende nella mia mente come raggio di sole; già maggiore di me stesso parmi nel richiamare la storia dei padri nostri di essere rapito in altri luoghi; già in me si destano le vive immagini che dopo tanti anni per me sono quiete: mi si pinge nell'animo questo cielo sempre sereno, mi piovono nell'agitata mente queste roccie e queste valli: vi veggio, o colli circostanti vestiti di chiomate piante, rendere bello e vago questo seno di natura, e vi veggo quali già foste nei secoli che fuggirono.

II.

Erano piene di guerra queste convalli in cui ora s'ode l'umile belato delle agnelle; dove ora s'asside lo stanco agricoltore all'ombra, onde ristorar le forze vinte dagli agresti lavori, già si posò cruento e grondante di sudore il feroce eroe della battaglia. Qui nembi s'adunarono di guerra e i procellosi sdegni, qui muggirono le civili discordie e il fasto de' potenti, e la Copia e il Carvenzolo, travolsero nelle loro acque sangue ed eroi.

E tu, patrio nostro colle, ove poveri ma innocenti sediamo, già andasti altero per inespugnabile Castello, per temute armi e pel nome di valorosi. Passarono su te l'ire delle guerre e i secoli fuggitivi, e cadesti; nè più una pietra ricorda l'antico tuo splendore: fumano pochi focolari ove prima bollivano ira ed orgoglio.

Non era allora Nebiolo asilo di semplici agricoltori, nè dirupato calle conduceva all'altera sua cima; ancora sono le tracce della agiata strada che dal torrente metteva alla formidabile rocca armi ed armati. Fu questa innalzata nelle prime ire civili d'Italia, allorchè orde di barbari vennero dai servili loro solchi, come addensate tempeste, a distruggere la messe de' nostri fertili campi. Vide per lungo ordine succedersi or miti or turbolenti Signori i Cavalieri di Nebiolo: da questa sede ricevevano leggi e l'opposto Costiolo, e la sorgente Codevilla, e l'amena Torrazza in cui ergevasi la torre delle carceri, e talora vi prestò omaggio anche il delizioso Montebello.

Su quest'erta infieriva il feudalismo: al suono di sue catene invano fremea la morta libertà latina, invano la patria gemea nel vedersi, opera de' barbari, serva de' proprj figli, tiranni dei loro fratelli, e invano innalzava al cielo il sospiro della speranza. Qui sorgeva il tribunale e il patibolo, qui portavano gli schiavi di queste valli la primizia delle loro messi, e tremavano prostrati innanzi al fasto de' loro oppressori. Invano si spargeano i gemiti de' conservi, e mordeano i vassalli fremendo le proprie catene: l'ambizione de' vicini potenti facea loro sovente cangiare oppressore, non fortuna.

III.

Era antica nimistà fra i signori di Nebiolo e quelli del non lontano Stefanago. Aveano seguìte sempre contrarie fazioni, adescavano ognor la discordia fra' loro alleati, e trassero sovente gli abitatori di questi colli a portare le armi contro i loro fratelli. Spesso aveano spinta la guerra fin sotto le loro rocche, posta in dubbio la lor sorte, sparso il comune sangue: se ebbero talora deposti i brandi, li costrinse necessità, non pensiero di pace: la tregua era richiesta a rinnovellare le forze; era calma di bufera che più feroce ridesta l'ira sterminatrice.

Mentre stringeano l'itale contrade le tenebre del secolo undecimo, a Stefanago regnava Stefano II, il più fiero della famiglia e il più valoroso. Era detto il Rosso pel colore della sua bandiera e de' suoi ricciati capelli. Era uomo rabido, feroce, d'animo ardito, intraprenditore, fosco: ruotava lo sguardo qual sinistra cometa, e pari a suono d'acqua cadente, rauca e fiera mandava la voce. Niuno sentìa più di lui l'altezza de' suoi natali, niuno avea maggior sete d'onori e di gloria, niuno più fermo nell'odio e nell'ira: avea portate l'armi nella Crociata, ed era salito illustre fra più valorosi cavalieri.

Guidone era allora signor di Nebiolo: sdegnò seguire la Croce, chè disprezzava uomini e cielo. Si leggevano sulle agrottate sue ciglia cupi pensieri, quasi costrette nubi piene di tempesta: il facile muoversi dell'aggrinzata spaziosa fronte annunziava il succedersi nella sua mente di sempre nuove idee: orgoglioso aveva a schifo abbassare lo sguardo sul verme che gli strisciava al piede; niun lamento giungeva fino al ferreo suo cuore: spirava dall'occhio inquieto tosco, e vendetta, idolo a cui sagrificava anche i proprj affetti. Non conosceva altro dritto che la propria spada, altra legge che il proprio volere, altro consiglio od ajuto che i suoi pensieri e il valore dell'indomabile suo braccio.

IV.

Stefano e Guidone aveansi giurato odio eterno fin dall'infanzia: mentre i loro padri erano uniti per comporre una pace, i figli per puerile giuoco discordi, destati all'ira vennero alle mani, e in sè mostrarono trasfusi l'odio e la fierezza degli avi. Invano i Signori di Malaspina si sforzarono più volte di conciliar gli animi loro, nè solo ottennero di ridurli per pochi momenti in tregua a respirar l'aura stessa: essi non si videro che nella mischia delle battaglie, non s'incontrarono che per macchiarsi del vicendevole sangue.

Non davano mai posa ai loro turbolenti affetti, e spargeano di tanto l'odio proprio ne' loro vassalli, che que' di Nebiolo e di Stefanago non si scontravano mai senza venire alle mani, e le feste di questi colli eran ognora turbate dai loro ratti e dalle loro risse. Si spingeano sempre audaci gli uni sul confine degli altri a rapire le caccie, a calpestare le messi, ad insidiare i coloni, ed ove non potea il valore scendeva lo stile del tradimento. La diffidenza e lo spavento passeggiavano sempre queste valli, e stringevano i cuori, da cui era volta in fuga la gioja della calma.

Era a Stefano una figlia cui sorridea trilustre giovinezza, di cuor gentile e dalle chiome bionde, siccome raggio di sol cadente: a Guidone un Antelmo, ardito, generoso cuore, cui spuntava scarso ancora il primo onor del mento. V'ebbe chi ardì proporre a compor tante liti le loro nozze: Stefano giurò che avrebbe prima strappato di sua mano il cuore dal seno palpitante di Bianca anzichè vederla congiunta ad un Nebiolo; Guidone non rispose che con un amaro sorriso. Non v'era fra i due rivali altra pace che la tomba.

Anselmo era men fiero del padre: talora si dolea di sì pazze inimicizie, ma si dolea con sè stesso, chè fora stato alto delitto sulle sue labbra il profano accento nella casa di Guidone; però ispirato dal furore degli avi e degl'insulti presenti, si procacciava pur sempre di vendicare i suoi e portar nocumento al Rosso. Nè questi si avviliva per ciò, nè tenea il nemico più possente: chè se il Nebiolo avea due spade in campo, era la sua troppo formidabile nella temuta destra, era morte certa ai nemici, folgore sterminatrice di guerra. Pure si dolea sempre al cielo che non concedeva anche ad esso un figlio, per infondergli in petto il suo foco e l'odio suo, invido quindi ordiva sempre insidie alla giovanile imprudenza d'Anselmo, che sebbene valoroso alfine vi cadde.

V.

Taluno di voi ben vide il Castello di Stefanago: egli è tuttora intatto quale s'innalzò nelle passate età. Ben mi ricorda che ancor giovanetto, mentre poteano fisarsi al sole queste luci or chiuse in perpetua notte, errai sovente intorno a quelle solitudini riguardando l'altera mole, e narravano i coloni come s'udivano ivi ancora di notte lunghi ululati di compianto e di lamenti, e gridi di vendetta e fragore di guerra.

Nel cuor di questi dirupi, non lunge dal seno ove la Copia trascina dal monte arene e sassi, in mezzo a minori eminenze, sorge a piramide il poggio solitario su cui torreggia la superba Rocca. Ivi la innalzava uno Stefano perchè gli parve difficile il loco a pigliarsi, mentre potea dominare sovra gli altri e quasi avere l'ossequio de' circostanti colli: così gli lusingava il suo orgoglio, e la chiamò dal suo nome. Meravigliano tuttora i riguardanti come siensi colà ammucchiati tanti massi e tante pietre: i più canuti di quelle valli favoleggiano ancora, che quel Castello si ergesse in tre notti per opera d'incanto. La prepotenza del feudalismo e le fatiche degli schiavi grondanti di sudore, operarono ne' tempi più oscuri queste malìe.

Bella è la vista di Stefanago, o ti diletti contemplarlo da lungi, o ti aggiri al piè della rupe su cui maestoso siede. Gli corre all'intorno quasi alla metà del colle lungo giro di mura, che per le guardie e le vedette accennano, quasi bastite, chiudessero le prime fortificazioni, le quali in varia foggia sorgevano sul pendìo, e dove ora si abbarbica la tortuosa vite. Sulla cima torreggia il maestoso castello procinto di densi baluardi, di propugnacoli e di guerresche difese, d'ogni parte ben serrato, presentando all'oste che ardisse accostarsegli orride bocche di spavento e di sterminio.

Una tortuosa via di pietre dalla valle scorge all'antemurale ed alla uscita estrema: da questa trascorrendo fra le fortificazioni per rapido sentiero, si giunge al secondo ingresso, da cui sassosa scala mette all'inespugnabile Rocca. Sopra la sua ferrata porta si spinge al cielo l'alta torre che orgogliosa per intangibili mura, insulta agli anni ed all'età fuggitive. Essa scopre ad un tempo allo sguardo i monti e le pianure, e piove una grandine di sassi sul nemico che portasse tant'oltre il piede; mentre da ogni parte si mandano per aperti artifiziosi spiragli mille strali di morte.

VI.

Un dì Stefano diede voce ch'egli n'andasse a diporto dai Malaspini a Pregola sul Penice. Anselmo dal padre istigato con breve mano de' suoi valorosi, si spinse su quello del Rosso a depredarne le mandre, a devastarne i campi; e inseguendo i fuggitivi ardito s'inoltrò fin sotto al nemico Castello. Pose fiato alla bellica tromba, e sfidò come altre volte solea i nemici alla battaglia: niuno rispose, e tacile le scolte sostenevano dalle mura il più amaro insulto.

Anselmo diede volta al cavallo per tornarsi, reputando viltà spargere voce di guerra innanzi a' codardi; ma taluno de' suoi più fiero e men generoso, si scagliò ad insultare la sentinella della porta: grida questa per soccorso, vengono pochi de' suoi, la difendono, e in tal modo involontariamente si appicca la mischia. Allora l'armi di Nebiolo son volte contro la porta: dopo breve resistenza cede e sì apre. Fatto ardito il picciolo drappello penetra il primo cortile, sparge terrore, e innalza gridi di vittoria. Ma in quell'istante sbocca Stefano da alcuni sotterranei che dal castello metteano nel sottoposto bosco, prende furiosamente co' suoi i nemici alle spalle, e stretti in luogo angusto, sconosciuto, sopraffatti da' soldati che da ogni parte come onda di crescente fiume precipitavan su loro, in poco d'ora gli ebbe a man salva vinti e fatti prigioni.

De' pochi compagni d'Anselmo che restarono in vita, Stefano fece a quali tagliare l'orecchie, a quali la destra, quindi così mutilati li mandò al loro Signore, dicendo che in tal modo tosava le capre che s'attentavano mozzicare nelle sue vigne; del lupo poi che ardì portare l'avido dente nel suo ovile, avrebbe fatto quanto richiedeagli la vendetta dei suoi cani. Indi ordinò ai suoi sgherri, che troncata la testa ad Anselmo, la si innalzasse sulla maggior vedetta del baluardo.

Non si avviliva il giovane per ciò, ma già fra le mani de' suoi sicarj, fieramente lo insultava; il tacciava di traditore e di vile, e diceagli che se avea petto dovea seco lui discendere al duello.—Ma troppo fiacco è il tuo braccio, perchè osi trattare la spada del valore; tu paventi troppo i Nebiolo, e perciò tendi loro infami insidie, tu cui il solo lampo della loro spada fa tremare ogni vena.—

Ferìano acerbamente Stefano quell'orgoglio e quella rampogna, e meditando più lunga e cruda vendetta, entratogli anco speranza con quest'amo di trarre pure il padre nella rete, richiamò quell'ordine di morte, e fe' gittare il giovane eroe nella torre, stretto di ferri.

Ivi spesso il caricava di tante catene che a fatica poteva reggerle; talora legategli le mani al tergo ed annodatele ad una corda che pendea dalla volta, il teneva sospeso dal suolo, rovesciando miseramente col peso del corpo le braccia: sovente ordinava venisse per giorni intieri immobilmente legato al muro in piedi o boccone sul suolo. Ivi il misero dormendo sul terreno ignudo, pativa disagio d'ogni nutrimento, e sovente alle arse sue labbra dopo lunga sete, si concedevano, a spegnerla, liquori putrefatti o amari.

Fiera è questa torre in cui per brevi spiragli penetra poca luce, e il piano destinato alla carcere si è il primo che sovrasta all'ingresso della Rocca. La scala che conduce ad essa passa per gli appartamenti di Stefano: la porta ne è tutta di ferro, e presso alle imposte di sasso è aperto un tortuoso pertugio che appena consente il passaggio ad una mano, onde per questo ministrare al prigione lo scarso cibo, allorchè non si vuole penetrare la carcere. Stefano ne tenea sempre seco le chiavi, nè si apriva quella porta fatale s'egli non era presente, nè alcuno si accostava al prigioniere senza che esso ne spiasse i moti e gli sguardi, perchè temea mosso a pietà non ardisse in secreto rendere mite la sua vendetta.

VII.

Anselmo però fra tante strettezze e in sì dolorosa vita non si avviliva mai. Nè la scarsità del cibo, nè i sonni interrotti dalle catene, dal duro letto e spesso dalla presenza del truculento nemico, nè i più fieri tormenti, poterono domare l'animo di lui. Ogni volta che udiva stridere le ferree imposte, presago di nuove sciagure, sentìa corrersi per le vene un gelo: però non cangiò mai di aspetto o si atterrì al fulminar degli sguardi di Stefano, e queto sempre udì la minaccia di nuovi tormenti: agli insulti o non rispondeva o opponeva il disprezzo. Il Rosso il premea perchè scrivesse a suo padre di venire in un vicino bosco, ove gli avrebbe acconsentito di parlargli per trattare di pace. Era questo un inganno che ordiva per indurre pure Guidone ne' suoi lacci: ben Anselmo sel vide, nè mai per preci, promesse o minaccie volle annuirvi. Ei non sostenne mai un solo istante che il suo cuore si mostrasse debole innanzi al nemico, e se talora fra i patimenti pur si dolse, il facea sommessamente e solo.

VIII.

Allorchè Anselmo venne trascinato nella torre, Bianca sbigottita al suono dell'armi che s'era sparso nel Castello, accorsa alle grida de' soldati nella stanza per cui passava, vide il giovine bello e disdegnoso fieramente insultato, e n'ebbe pietà. Fu però gelosa che il padre non s'avvedesse di questo sentimento che le muoveva il cuore, poichè si sarebbe tenuta persa. Pensava sempre ai crudi modi con cui udiva opprimersi lo sventurato straniero, e si dolea di non potergli prestare alcun soccorso; però nè osava chiederne, nè muovere accento a svegliare compassione per lui: ben sapea che se l'avesse tradita un sol sospiro, in un loco ove era ignota la pietà, e avrebbe provocata la spaventosa ira del padre, e ridestando gelosi sospetti, accelerata a un tempo la morte dello sventurato.

Anselmo già da molto giaceva nel duro suo carcere, e l'inumano Stefano iroso perchè vedea tornar vano ogni suo pensiero di nuovi tradimenti, e il giovinetto rintuzzare con indomito petto l'ira sua, gli diminuiva ogni dì più il cibo. Quasi meditasse fra que' ceppi lasciarlo perire di fame, già da alcuni giorni non avea schiusa la fatale porta, nè permettea che alcuno si attentasse avvicinarsele, paventando si concedesse al nemico maggior vitto di quanto dall'angusto pertugio ordinava gli venisse ministrato in sua presenza.

Mentre volgeano sì acerbi dì, in tempo che il fiero Duca era lunge dai Castello, tutto era quiete, e Bianca sola passeggiava sotto il battuto della torre, e flebilmente cantava, quasi cercasse rapire sè stessa dai cupi pensieri ove la sospingeva la vista delle impenetrabili mura in cui crebbe; Anselmo sentendola, e come più potè, avvicinatosi allo spiraglio da cui ritraea scarsa luce, la dimandò.—Ah per pietà, chiunque voi siate, essere pietoso che qui v'aggirate, giacchè non può albergare anima fiera in cuor di donna, datemi un'arme con che io possa por fine alla tristissima mia vita. Omai qui ho difetto di pane e di acqua, ed è quasi un dì che son sì travagliato dalla sete che sento struggermi le viscere. Porgetemi, e fia l'opera più pia di questo Castello, porgetemi un ferro per pietà.—

Que' dolorosi accenti discesero in cuore a Bianca, e fu commossa a tanta miseria: e sovvenendogli qual si fosse chi le parlava, parve che un'ignota voce la richiamasse a compassione, sicchè superando il timore di essere scoperta e dell'ira paterna, gli rispose che attendesse.

Volò alla carcere; colle preci e coi doni tanto si adoprò che ne sedusse la guardia, sicchè potè da quella picciola fessura offrire alcun sussidio al prigioniero: a ciò per confortargli l'animo travagliato unì un biglietto, in cui dicevagli essere figlia di Stefano bensì, ma non d'egual cuore, l'animava a non ismarrirsi, e gli dava qualche speranza di salute. Anselmo si ristorò alquanto, e ottenuto da Bianca con che scrivere, potè significarle i sentimenti del grato animo suo. Era Anselmo giovane d'alto intelletto, nè lo studio dell'armi avealo sviato dal coltivare l'ingegno nelle discipline che gli consentivano le tenebre della sua età: le sue lettere cercarono il cuore di Bianca, e in lei la compassione erasi trasformata in tale inquietudine, che ognor la pungea nuovo desìo di sapere novelle del cavaliere oppresso.

Ogni volta che si mutavano le scolte e veniva a guardia della torre quella ch'essa avea resa amica, tosto volava a quella dura porta, e se il padre era assente stava a lungo a racconsolare Anselmo con miti accenti. Di propria mano gli sporgeva il cibo, e più d'una volta in quell'angusto forame da cui il prigioniero traeva refrigerio a' suoi patimenti, strinse la mano pietosa che il sovveniva, e mentre esprimeale tremando la sua gratitudine, quella di Bianca tremando essa pure gli accennava, insieme alla pietà, quai nuovi affetti le si destassero in petto.

IX.

Fra queste pie cure e il timore e il compianto, cresceva nella vergine leggiadra ognor più compassione per le sciagure d'Anselmo. Poichè questi più volte esprimeale il desiderio di vederla, desiderio a cui parea dolcemente inclinare anch'essa; nè ciò riuscendole in niun modo, fatta ardita dalla bramosìa, un dì mentre il padre era penetrato nella torre infausta, con mendicato pretesto vi portò audace il piede.

Stefano lunge dal darle per ciò rampogna, presala per la mano con amaro sorriso le disse—Vieni, figlia, impara anche nella docilità del tuo sesso ad abborrire i tuoi nemici. Calpesta questo orgoglioso: esso lotta contro la natura, contro la forza e contro il voler mio; ma pur se io sono Stefano, cadrà. Esso è lo sparviero che voleva dominare nei nostri boschi, volò intorno alla nostra sede, portò l'artiglio nel nostro tetto, ma cadde nella rete, cadde nelle mie mani, nè fia vi sfugga più mai. Se ei non seconda il voler mio, se non chiama quel Guidone nella nostra valle al parlamento ch'io medito, vedrai ivi rotolarsi la sua testa, e il suo sangue renderà più belle le nostre bandiere.—

Bianca stava sbigottita e muta presso al padre, guardava di soppiatto Anselmo cui nè lo squallor della carcere, nè i sostenuti patimenti, per nulla aveano scemato alla nobile fierezza del volto e all'avvenenza delle forme. Non volea applaudire agli inauditi crudi modi del padre, chè non gliele consentiva il cuore, ma non ardiva sciogliere accento per raddolcirne la fierezza; ben sapea che tanto stato sarebbe il segnale di morte pel prigioniere sventurato. Tremava la combattuta fanciulla, e riguardava Anselmo con un misto di pietà, di conforto e di paura, che gli apriva quali angoscie a prova le combattessero nell'animo.

Il Nebiolo per nulla si avviliva, muovea gli occhi or sul padre or sulla figlia, e mentre sdegnosi rifuggiano dall'uno, pareano vaghi fermarsi a contemplare il leggiadro viso della giovane pietosa, quasi stanco viatore cui aletta limpida fonte, e dopo petroso cammino rallegra l'amena verdura del prato. Nel momento che Stefano altrove torceva il fiero cipiglio, ei riguardava la bella, nelle accese luci raccoglieva il fuoco dell'alma, e in un baleno tutti le esprimeva i sensi ascosi.

Però anzi che punto si dileguasse la sua fermezza, o gli annebbiasse debole tristizia il volto, con generoso ripiglio così mordea il nemico.—Uomo dispietato e vile: a che insegni la tua malvagia crudeltà a quest'angelo d'innocenza? Non temi che l'alito tuo soltanto macchii il candore delle sue virtù? Assai si ravvisa al solo leggiadro aspetto di dolcezza pieno; ben altro è il suo cuore dal tuo, e troppo straniera debb'essere in questo Castello, benchè il destino ve la facesse nascere tua figlia. Tu sei lo sparviere, tu il lupo distruggitore, ma ella è la colomba benefica che porge conforto alla solitaria tortorella del bosco, e le è riconoscente, nè mai vorrà spiegare il volo dalla sua macchia, senza spargerle intorno il flebile canto della gratitudine.—

La giovane era commossa ai cari accenti da lei sola intesi, e tremava vedendo torvo ruotarsi qual tempestosa nube lo sguardo del padre che impaziente spirando tosco dalle enfiate labbia proruppe—Folle, a che vaneggi tu, a che muovi mistici detti? Ben io apprenderotti quale tu sia, e che sorte ti attenda. Qui vuolsi sangue, e tu il verserai. Però cessa dallo spargere ombra di lode a mia figlia: sarebbe in lei segno dell'odio mio la lode di un Nebiolo. Fra pochi dì o tuo padre sarà mio vassallo, o verserai colla vita questo insano orgoglio.—

Senza udire risposta, impone di raddoppiare i ferri al prigioniero, esce dispettosamente dall'infausta soglia e seco trascina Bianca. Soffoca la timida i sospiri che le van concitando il terrore e la pietà, e traendo dietro al padre, muove fuggitive le tremule pupille inondate di represso pianto sur Anselmo: mentre si avvisa d'infondergli speranza ed ardire, ritrae in vece dal di lui volto intrepido e sereno una straniera dolcezza che le piove in petto e lo schiude a nuovi affetti, quasi aura mattutina che accarezza la socchiusa rosa, finchè apra il seno a' balsami della rugiada.

X.

Il Rosso spedì un messo a Guidone a ordinargli che cessasse dallo spargere contro di lui le insane sue grida, e sciogliesse il turbine di guerra che milantava volere portargli a Stefanago per vendicare il figlio. Questi giacersi nella sua torre, e proporgli solo partito a liberarlo, che ei si rendesse vassallo di Stefano: se il nega manderebbe a Nebiolo la testa d'Anselmo: due soli dì concedersi alla scelta.

Arse di rabbia Guidone alla fiera minaccia e ordinò che si gittasse dalla sua torre il messo. Stefano che più ritornar nol vide e seppe da' suoi spiatori la fine di costui, si morse per dispetto le labbia agitando vendetta. Bandì nei suoi feudi la condanna d'Anselmo decapitato tra due dì, e mandogli nel carcere avviso che si apparecchiasse a morire: ei nulla rispose, ma sguardò con sì fermo ciglio chi glielo annunziava, che vergognando si ritrasse dalla carcere in cui risplendea tanta virtù. Pure perchè l'ira di Stefano più s'accendea a quel silenzio, e di nuovo gli proponeva la vita a prezzo della viltà, rispose il generoso Nebiolo che nulla temeva la morte e che da un codardo suo pari, cui era morta in petto ogni scintilla di valore, non doveasi attendere che tradimenti e patiboli.

XI.

Bianca erane oltre modo dolente, e seguendo gl'impulsi del suo cuore seco fermò di liberare il giovane prigioniero. Gli porse tenere preghiere perchè volesse assecondare le di lei premure se avesse schiuso il carcere, nè sdegnasse la sua virtù di salvare una vita che non era del tutto sua ove teneva un padre, e ricordasse che il misero morrebbe di dolore nell'udire la dira e sanguinosa novella.

Persuadeano l'austera ragione d'Anselmo le care sollecitudini di Bianca, e sebbene d'animo forte pur gli tremava il pensiero all'immagine d'una morte obbrobriosa ed oscura: ma l'idea che la sua salvezza travolgesse Bianca a certa rovina, gli ridestavano nell'animo le assopite virtù e pria scegliea cadere che vivere coll'onta di una viltade in fronte. Rispose però a Bianca che sarebbesi arreso, presto a secondare quanto gli richiedea la pietà di lei, ove ella volesse seco partirsi dall'infausto castello, perchè non pativa di abbandonarla al furore del Rosso, e confidare, libero e a lei vicino, di porre fine alle tremende ire paterne. Alla misera di troppo era noto Stefano, perchè potesse annidare pur lieve speranza; ma serbava troppe virtù perchè sostenesse di offuscarne lo splendore con una fuga, e troppo le tenea d'Anselmo onde abbandonarlo: pensò di salvarlo, gittarsi indi ai piedi del padre, e cadere vittima del suo implacabile sdegno.

Bianca di continuo attendeva se il padre dimenticasse nella sua stanza le chiavi della carcere: ma invano lo sperò, e temeva che male le riescissero i suoi pensieri. Già premea l'ultima sera che spargea colle tenebre l'estremo sonno sulle pupille d'Anselmo, già s'apprestavano nella prossima valle il feral palco e la cruda bipenne, e il misero giacea pur sempre ne' suoi ferri: non si lagnava, non ostentava coraggio, queto aspettava il suo destino.

Ma con quella notte scendeva il gelo di morte in seno a Bianca: le parea ad ogni istante che sorgesse l'importuna aurora, e sentiva nell'animo il suono del bronzo fatale e l'ultimo sospiro di Anselmo morente. Nè più potendo reggere a sì funeste immagini, nè parendole che dar si convenisse maggior indugio al pietoso suo proponimento, fatta ardita, siccome la stringea necessità di consiglio, penetrò nella stanza ove Stefano dormiva, e chetamente avvicinatasi ove tenea le chiavi, le rapì. Prese il serico di lui mantello adorno d'aurei fregi, e la celata ondeggiante per molte piume, se ne ricoprì la persona, si armò d'una spada, e tacita e franca s'avviò alla torre.

XII.

Poco differìa Bianca dal padre in altezza, sicchè le sentinelle non si accorsero della frode. Disserra l'uscio ferrato, e ad Anselmo che scosso riguardava chi venisse a portargli o vita o morte, dicea pregando e stendendo le mani tremanti ai suoi ceppi:—Ecco ti schiudo il tuo carcere, ti sciolgo le tue catene. Quest'abito e questo elmo ti apriranno ogni via ed ogni porta, chè tutti ti crederanno il Signore. All'ultima uscita è già presto un mio fido con un cavallo: t'invola, salvati e ricordati nel furor delle tue vendette che Stefano è padre di Bianca… Non obbliare talora quella mano che scioglie i tuoi ferri:… io già non sarò più, ben conosco l'ira paterna, ma la ricordanza di chi per te si dimentica d'essere figlia, ti renda meno crudele…—Ah Bianca, ch'io parta e abbandoni te fra gli artigli dei crudi?… ch'io viva mentre queste tue forme immortali, questo cuore sì pietoso… questo pietoso cuore!… Ah non sia mai! mi colgano mille morti, anzi che esser reo di tanto delitto.—Anselmo, or sì mi strazii d'acerba doglia, or che il tuo dubbio solo ne spinge a irreparabile rovina! Omai non ha più speme, la sorte è gittata e noi siamo entrambi perduti, che questa frode non può starsi ignota a Stefano… Deh! se ami tuo padre, se non è spenta ogni favilla di gloria nel generoso tuo cuore, se non mi sei ingrato, Anselmo, fuggi… io non posso essere felice se non ti vedo in salvo.—

Anselmo comprese il linguaggio della tenera fanciulla, commosso le cadde al piede, chè eran già sciolte le sue catene, e stringendole teneramente la destra che copriva di lagrime riconoscenti e di baci.—Ah spirito celeste per cui mi son cari anche questi infausti luoghi! speranza della travagliata anima mia… Bianca, ah! no il mio cuore non può esserti ingrato, se ei respira solo perchè tu gli ministri l'aura di vita… ma che ei giammai non si divida da te: se lo abbandoni è nulla per me la vita, lievi mi sono e patibolo e morte…

Ma la giovane accorta avendo l'animo a doversi affrettare, pur lo pungea a fuggire, mentre ne avea ancor tempo: ei si arrendeva purchè ella non rimanesse in sua vece nella torre. Volea schiudersi la strada col ferro, volea,… ma un lampo loro scioglie la confusion della niente: Bianca fa cenno alla sentinella più prossima di entrare: la assalgono, la disarmano; Anselmo prende quelle armi e quella divisa, la minaccia di trafiggerla se chiama per aiuto: la chiudono nella torre e s'involano.

Ogni servo cede al loro passaggio, ogni porta si apre, chè ognuno crede con un soldato il Duca. Bianca segue Anselmo, perchè l'aspetto di un semplice uom d'armi potrebbe destar sospetto, nè gli sarebbe permesso in quell'ora l'andar fuori. Già solleciti hanno corsi gli appartamenti, lasciate addietro le ascolte, passate le due prime porte: già trepidando di gioja si appresentano all'estrema, e Bianca dà il cenno perchè si schiuda.

In tanto il soldato dalla torre innalza disperate grida, accorre la vicina guardia, si sente la frode, si dà il segno di soccorso. Il custode dell'ultima uscita che stava per ischiudere, vedendo il contrasto de' due guerrieri, perchè Anselmo premea Bianca a seguirla, e questa si rifiutava, sospetta dell'inganno, a quel clamore ne ha certezza, e vuole opporsi al loro passaggio; ma la spada d'Anselmo vince ogni ostacolo. Già il grido d'allarme scorre per tutto il Castello, suona la campana, si desta la milizia, accorrono i servi, tutto è scoperto. Anselmo non si perde d'animo, apre la porta, sale il pronto cavallo, si leva a forza Bianca sugli arcioni e si dilegua in un istante. Racconsola la vergine tremante, le ripete che non avrebbe mai patito di lasciarla vittima della sua pietà, la preme al petto, la inanima, la pasce di nuove speranze e fugge.

XIII.

Precipita il cavallo fra le distorte vie: sprona timore chi il caccia e preme, ei vola e pare non senta il doppio peso, appena liba coll'agil piede e balze e valli e passa, e in breve è sotto le mura di Nebiolo. Anselmo diede il solito suo segno e fu riconosciuto dalle veglie: si schiusero le porte, e fu uno stupore, una gioia di tutti nel vederlo di ritorno, mentre ognuno piangeva la sua morte: chi accorreva a riguardarlo, chi se gli faceva incontro e gli baciava le mani e lo stringeva al seno, mentre a tanto amore spuntava sul ciglio al reduce il pianto della riconoscenza. Guidone che gemea sulla sorte del figlio e ne fremea orribilmente in suono di pietà e di rabbia, vedendolo improvvisamente libero, e stringendolo fra le sue braccia, pianse di paterno affetto: però fieri i suoi lumi aggirandosi fra quelle lagrime, quasi raggio di sole fra fosca nube, annunciavano le sue risorte speranze e la vendetta che gli suonava intorno al cuore.

Udì severo e muto il fiero veglio i patimenti del figlio, e il suo silenzio parea la calma che precede la tempesta; ma quando seppe che seco traeva la figlia di Stefano, sorrise di barbara gioja, credendo che rapita l'avesse alla vendetta. Anselmo allora radolcìa quell'antica rabbia col racconto di quanto la virtuosa adoperasse per lui, e aprendogli i suoi affetti ascosi, gli asseverava com'ei non avrebbe mai con viltà corrisposto ove lo stringea gratitudine.

Gli addusse innanzi la tremante donzella, che stava contrastata nell'idea dell'altrui sdegno, del luogo nemico ov'era, e di un incerto avvenire. La confortò il giovinetto vestendo d'amorosa dolcezza le sue parole, sciolse i di lei timori, e ispirolle coraggio; le propose tutti i teneri sensi del proprio cuore omai non più libero, non più suo.—Tu, generosa Bianca, mi salvasti la vita, tu restituisci un figlio, tu perdesti un padre, io darotti uno sposo. Tu forse richiamerai la pace su questi contrastati colli, sarai l'angelo di salute a questi abitatori ognor turbati da ire nemiche. Tu splenderai raggio di gioja in Nebiolo, e l'anima mia accesa d'inesausti affetti attingerà dai tuoi occhi una soave e nuova vita: tu sarai la speranza de' miei giorni, tu l'elemento del valor mio, e mentre io ti stringerò al petto amante e sposo, grato in te mio padre ravviserà l'angelica mano che gli rendeva un figlio e gli ricovrò le perdute speranze. Fra tanta soavità di affezioni, tu ancora farai riflettere ne' nostri cuori il lampo della gioja, e su queste mura il sorriso della calma.—

Pioveano siccome rugiada ristoratrice di primavera sulle erbe appassite gli accenti d'Anselmo in cuore della vergine pudibonda, e a sì teneri affetti stranieri nel luogo inospito ove sortì la culla, ella beveva una nuova dolcezza che componeva le tempeste dell'animo suo. Tripudiava ei di vederla commossa, e tanto si ingegnò che le rasciugò il ciglio, e porgendole nel proprio un nuovo padre, potè richiamare in lei alquanto lo spirito smarrito. Guidone istesso rattemprando i vetusti sdegni che gli capìano nell'animo, reso per amor del figlio di più umana natura, con dolci blandizie la allettò a nuovi pensieri, e insieme ad Anselmo la strinse al petto.

Col giorno nascente, perchè aura di nemica fama non turbasse il candore della bella innocenza di Bianca, fu nel castello ove sorgea il tempio celebrato l'imeneo: si sparse d'ogni intorno la letizia, e giuliva brillò la festa per la liberazione d'Anselmo. Trassero da queste valli e i vassalli e le scalze contadine alla Rocca, onde offerire presenti, quali de' loro greggi, quai di frutti o di fiori ai nuovi sposi, e lieti ne ritornarono per doviziosi doni. Sparse la fama l'inaspettato evento, e tutti sperando di raggiungere la invano da lunga età sospirata concordia, aprivano l'animo a nuovo gaudio, sicchè le conscie valli ripeterono gli evviva e i cantici di pace.

XIV.

Come ricordare il furore di Stefano allorchè conobbe la frode? Morse per dolore le mani, squassò la scompigliata chioma, e con un grido di rabbia destò all'armi i suoi: corse il Castello, nè ritrovandoli fece inseguire i fuggitivi. Però il cammino era breve, e il timore aggiungea lena al loro corso; sentivano da lungi ferirli sull'ali de' venti il suono della suscitatrice squilla e gli urli dei soldati: ad ogni fischio d'aura, ad ogni sasso smosso dal veloce corsiero, si credeano preda degli irosi nemici, ma sperarono e ottennero salute. Poco dopo che si furono rifugiati in Nebiolo giunsero fino alle falde del colle armi ed armati, ma dipinti d'onta e di dispetto tornarono digiuni di preda e di vendetta al loro Signore.

Stefano ponendo sull'irta testa il cimiero di guerra, proclama ribelle la figlia: giura di vendicarsi traendo dalla vagina il formidato brando, che agitato nella sua destra sparse sinistro lampo, sicchè ne furono atterriti i circostanti.—Vendetta e morte siano la sola nostra insegna. Io non ho altri figli che questa spada: essa non tornerà al mio fianco se non grondante del sangue dei traditori: allora esultante tergerolla colle mie labbra e la riporrò. Giurate vendetta o morte.—I vassalli palpitando toccavano col proprio quel brando fatale, e pronunziavano il terribile sacramento. Si spargeva a quei terribili accenti un cupo mormorìo, che ripeteano le mura del palagio; parea che fino l'aura ne tremasse: un brividìo, un gelo cercava tutti i cuori; tutti i volti erano smarriti, fuorchè quello del tremendo Signore.

Sventola sulla Torre di Stefanago la sanguinosa insegna; si diffonde in tutti i petti, scorre per tutte le valli fiero commovimento di guerra. E i Signori di Fortunago, e que' di Rocca Susella e i Malaspina del Penice son richiesti da Stefano alleati contro il Nebiolo. Il Castello manomesso, le scolte trafitte, la figlia involata, sono crucciosi argomenti sulle labbra de' suoi messi: preme e da tutti ottiene soccorso. Il grido di guerra mugge di monte in monte, l'indegnazione unisce arme ed armati, l'insegna di distruzione sparge il terrore, come spaventosa cometa.

XV.

Anselmo manda lettere a Stefano, che gli portano novella dell'imeneo di sua figlia, e gli propone una pace stretta da' nodi di sangue. A quell'annunzio più freme il Rosso, risponde che si restituisca la giovane involata e il prigioniero, sdegnare ogni altro partito, e se più si tarda a ubbidirlo, sterminerà i nemici, sterminerà Nebiolo; e il sangue de' vinti segnerà soltanto dopo la loro rovina, la pace. Bianca volea pur sola correre a rintuzzare l'ira del padre, a offerirgli il petto ignudo, ma Anselmo nol sostenne, sapendo che ne andava a certa morte: quanto meglio poteva, studiavasi di porre in calma l'inconsolabile fanciulla, cui quindi movea tenerezza pe' luoghi ove nacque e timore pel periglio del padre, quindi sollecitudine pel nuovo asilo e amore per lo sposo: era la deserta sempre atterrita dal pensiero, che apportavale irreparabile doglia qualunque fosse o il vincitore o il vinto, che era delitto in lei per qualunque porgesse voti; era sempre turbata dall'immagine che per sè si destassero tanto furore e tante armi.

Però mal sostenendo che crescesse il turbine senza che in nulla si fosse provata di scioglierlo, volle scrivere al padre accenti di filiale ossequio ed amore, volle cercargli per quanto avea di più caro la pace. Mandò un messo che gli deponesse a' piedi il proprio pentimento e l'ulivo, ma di questi più non si ebbe notizia, e invano ogni dì la profuga di Stefanago rinnovava la speranza di udire annunziarsi men fiera la volontà del padre.

Guidone però rivolto l'animo da ogni vano pensiero di pace, non istava neghittoso, perchè a lui sprovvisto e inerme sovrastasse poi sul capo la nemica spada. Rampognava talora il mite cuore d'Anselmo e rideva di Bianca occupata nel suo dolersi al cielo per le proprie sventure.

Non pensò a far voti o ad innalzare preghiere; sollecitò gli alleati persuadendo altrui e il suo dritto di difendere chi avea presso di sè preso ospitalità, e vendicare gli oltraggi fatti nel figlio. Dava agli uni donativi, agli altri speranze; trasfuse in tutti l'odio ch'egli avea nel Rosso, sicchè già conveniano numerosi soldati intorno ai suoi vessilli. Benchè mitigasse il suo fuoco a non esacerbare il dolore dei figli, pure sentiasi ruggire in petto l'ira antica, e l'odio degli avi gli ridestava la sete atra di sangue. Così mentre l'uno fea velo dell'onte novelle alla brama che avea di prostrare il rivale, Guidone ridea nel pensiero di spegnere nel petto del nemico l'ognor rinascente livore.

XVI.

Lo strepito de' bellici strumenti, il clangor delle trombe, e il suono dei sacri bronzi, annunziavano la fatal milizia che sotto gli stendardi del Rosso s'avviava lungo il Carvenzolo verso le nemiche torri. Il cigolìo delle ruote, il grave e lento stropicciare dei fanti, lo scalpitar de' cavalli, faceano un misto d'un cupo rimbombo che si ripeteva di speco in ispeco, e avvisavi al grave pondo tremarne il dirupo. Era ingombra la tortuosa via dal piano al colle d'armi e di combattenti, e i raggi del sole ripercossi dagli scudi, dai brandi e dai cimieri, pareano spargere nell'aure un torrente di scintille di fuoco.

Fugge sbigottito il montano abitatore, e sì impetra per paura, che nè si lagna nè piange per le calpestate messi e per le violate capanne: fuggono l'inerme veglio, le vergini pudibonde nelle macchie e negli spechi, e le madri tremanti si stringono i figli al seno. Il terrore precorre l'evento, si annunzia a Nebiolo la formidabile armata, si annunzia la sanguinosa bandiera, lo spaventoso motto, e sopra di essa orribile a vedersi il capo troncato del messo infelice.

S'inaspriscono gli animi a tanta crudeltà, e già Guidone, non men fiero dell'abborrito rivale, anela vendetta. Già in suo pensiero la vede compiuta e tutta ne pregusta il dolce, già tende più fili onde se più cruenta la raggiunge, gli riesca più cara.

Mentre la militar baldanza si sparge pe' suoi campi a depredare gli abituri e gli armenti, mentre l'audace nemico lo insulta sotto le sue Rocche, il Nebiolo prepara loro per mille modi la morte. In que' tempi di barbarie tutto concedea la dira legge di guerra, nè l'animo feroce di Guidone rifuggìa da crudeltà. Ei sparse veleni nelle fonti, veleni nei vini, nei cibi de' coloni, veleni sulle micidiali spade: così i seguaci di Stefano or a tradimento, or côlti da improvvisa sventura, or con acerbi e lunghi dolori, e di giorno e di notte, e nelle capanne e nelle valli in diversi modi oscuri morivano. Il valore si affievoliva, giacevano le spade, la paura e il terrore cominciavano a cercare tutti i petti, mentre il nemico atrocemente ne esultava.

XVII.

Fremea il Rosso a questa nuova maniera di guerra che si opponeva al suo sdegno, e tarpava i suoi facinorosi disegni: fremeva nel vedersi tendere tanti agguati, patire tanti disagi il suo campo, e ostinato il nemico rifiutarsi alla battaglia. Gli parve dopo alcuni dì che più non potessero starsi senza taccia di viltà, divise le alleate schiere sui circostanti poggi, e ordinò che con trabocchi e balestre s'investisse da una parte la Rocca, mentre egli co' più arditi vi avrebbe dall'altra portato il ferro e il combattimento. Squillano d'ogni parte i guerreschi oricalchi che sfidano il nemico alla pugna, e mandano grida di confuse voci che tacciano di timore e di codardi gli assediati: s'innalza il canto di guerra, l'inno della vittoria; Stefano s'innalza invitto nell'armi, domatore dei possenti, e signor degli Irii colli; Stefano che se muove il passo tremano i forti, e paurosi fuggono ad appiattarsi come cervi ne' loro covili; se snuda il ferro china ogni orgogliosa testa: ei folgore sperditrice della battaglia, sterminatore de' nemici, oppugnator di Nebiolo.

Erano mortali saette al cuore di Guidone gli acerbissimi accenti: lo stare chiuso ancora gli parrebbe viltà. Sente che gli giungono i soccorsi richiesti da Montebello, sguajnando l'invitta spada dà il segno di guerra e si dispone a discendere nell'aperta campagna. Fremono intorno a lui i suoi prodi, e si diffonde fra loro un cupo suono di ripercossi scudi che pare il mesto lamento di rovina e di morte. Alzano alcuni dal chiuso cimiero in segreto gli occhi di preci al cielo, altri agghiacciano stretti da sinistri presentimenti. Ride Guidone e disprezza i loro voti, e scuote il brando che sparge sanguigni lampi, muove su loro uno sguardo di compassione, e pare rampognarli di viltà, e accennare che in quell'arme sua soltanto sia riposto il volere della terra e del cielo.

Anche Anselmo cigne l'acciaro malgrado la sposa che dolcemente lo prega a restarsi, o a condurla seco.—No, non seguire tant'ira, dolce amor mio, nè abbandonare questa misera a cui tu solo sei vita. Lascia al padre il peso di tanta guerra, e tu resta a difendere queste torri: ten prego pei primi nostri affetti, non allontanarti da me: sento che questo dì può riuscirti fatale, sento che noi non dobbiamo dividerci. Deh vorrai opporti all'amore della tua sposa la prima volta che trema sul tuo periglio? Che se tanta è in te sete di gloria e di sangue, che si chiuda il tuo cuore alle mie preghiere, consenti che io pure combatta al tuo fianco e teco divida il destino dell'armi: io mi porrò fra te e il ferro nemico, nè vi avrà soldato di Stefanago, per quanta fierezza accolga, che ardisca per questa via cercarti il petto.—Anselmo la confortava di lusinghevoli parole, e dolcemente se le richiamava perchè sì poco confidasse nel suo braccio.

Però non cessava dalle preci l'esule timorosa; e se tacea, era il suo silenzio più eloquente degli accenti, era un sospirare dolente, un riguardare pieno d'affetto, una mestizia che annebbiava i suoi vezzi e li rendea più vaghi, come lo spruzzo della rugiada sulla rosa del mattino; le bagnavano le lagrime copiose il viso e risplendea più bello come estivo sole dietro il velo di una minuta pioggia. Ma qual robusta quercia allo spirare d'aura leggiera, piega i mobili rami e non si commove nella radice, era intenerito l'eroe, ma non cedeva alle molli blandizie di Bianca: il chiamavano le trombe e l'impero del padre, e già in punto di volare al campo raccomandava alla sposa i propri affetti.

Com'ella vide che vani tornavano e preci e pianti, di nuovo il pregava:—Deh almeno, mio Anselmo, giacchè pur corri alla battaglia, fuggi, ah fuggi l'incontro di mio padre. Volgi per pietà su altri eroi la generosa spada; ah si torcerebbe al mio seno! io non potrei sostenerne l'atroce vista, nè patire la mano che mi lusinga, fosse macchiata di sangue… e di qual sangue!… Il vostro incontro sarebbe troppo fatale… Anselmo, egli è mio padre.—In così dire avvolgeva vezzosa le braccia intorno al ferrato usbergo dello sposo, e dolcemente alzandogli la già calata visiera, gli careggiava colla tremola mano il volto e baciava l'amata bocca. Ei rispondea parole e vezzi per sospiri e baci, e già molli affetti gli addormentavano i bellici sdegni, se nol scuoteano le grida delle ordinate schiere. La voce di guerra impera su quella d'amore, tornano gli amanti agli amplessi, e con un loquace sospiro Anselmo a lei s'invola. Mentre ella lo seguita colle rugiadose pupille, l'altro talor si rivolge e dai chiuso elmetto pur le vibra gli ultimi accesi sguardi d'amore.

Bianca abbandonata e sola anelava flebili singhiozzi, e quasi l'animo le fuggisse cadeva sul seggio abbandonato: indi sporgeva le braccia al guerriero e vuote le ritraeva al vedovo seno, chiedeva dell'amante all'aure, alle squallide pareti, ma ei già era lunge, e al nome d'Anselmo rispondeano solo le cave vôlte del Castello e il fiero muggito della battaglia.

Già l'accesa fantasia le dipinge nuove sventure, delibera seguire lo sposo, veste guerriera maglia e s'avvia verso la porta: se le oppone dolce violenza, per che delibera attendere finchè meglio s'inviluppi la mischia, e fra maggiori cure non s'abbia mente a' suoi passi. Sta intanto dalla vedetta ad osservare la pugna nè sa per cui preghi: palpita se piega l'una o l'altra schiera: or figlia, ora sposa, or fuggitiva, or serva, non sa far voti, spesso ondeggia, e trema sempre.

XVIII.

Torrenti che scendono furiosi da opposti monti e si mischiano frementi nella valle, nubi che s'incontrano e confuse ululando spargono lampi e tempeste, sono lievi immagini della crudele battaglia. Ondeggia il terrore sugli irti cimieri, morte splende negli sguardi dei combattenti, morte scaglia il declinare d'ogni spada. Nessun brando è digiuno di sangue, tace in ogni petto la pietà, è più lieto chi dissetò il suo sdegno nelle viscere di più nemici, e fin dalle chiuse visiere, come lampo da nube, trapela il livore e l'ira: accende un sol desiderio e il superbo cor del Signore e il tremante petto dell'ultimo schiavo.

Stefano, purchè ognor versi sangue, non risparmia la punta dell'acciaro nè al vincitore nè al vinto: è bufera che abbatte e l'alta pianta e l'ultimo virgulto: ogni volta che si gira la temuta destra cadono mietute teste, e le calpesta col piede che imprime orme di sangue e passa. Incoraggia i soldati col grido della vendetta e chiede del giovine Nebiolo. Questi, fido al suo giuramento, prode nel cruento certame, coglie mille palme sugli alleati e sfugge il fiero Sir di Stefanago.

Ma il Rosso dal colle mentre gioisce fra le uccisioni, vede in basso consumarsi miseranda strage de' suoi, vede piegar l'armi, e un terribile guerriero, quasi turbo in campo di biade, spargere lo sterminio e la morte. Alle insegne, al portamento ravvisa Anselmo, e barbaramente esultando precipitandosi a valle, lo chiama alla tenzone.—Cessino l'armi, soldati: lascia, vituperato rapitor di fanciulle, di mostrarti prode sul volgo: il bastone e non la spada si conviene all'imbelle tuo braccio. Qui, qui ti rivolgi, è la mia che ti attende e vuole insegnarti quanto valga un Nebiolo, eroe da tradimenti.—

Anselmo punto sì aspramente il riguardò e con disdegnoso ripiglio:—Uomo crudele, perchè il cielo ti diede una figlia, e tu non puoi imitare le sue virtù! Ammansa il tuo furore, omai Bianca è mia sposa: benedisci a questo nodo, dà la pace a' nostri cuori, a questi popoli.—Ah codardo! la pace al tuo cuore, daralla la punta della mia spada. Difenditi, nè colla pietà far velo alla tua paura.—

Seguì l'assalto agli acerbi detti, che non permise Stefano all'altro di rispondergli, ma lo investì furiosamente col ferro. Anselmo così costretto, chiamando in testimonio il cielo perchè non avea rotti i suoi giuramenti, difendendosi si pose nell'infausto duello. L'una e l'altr'oste immobile ristà, nè osa innalzare un solo accento pe' due combattenti, pende dai loro moti, e corrono gli sguardi dietro al fulminar de' ferri.